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Dove va il mondo, e dove va Cittadini del mondo?

Oggi pomeriggio alle 18 in via Kennedy 24 a Ferrara assemblea sul destino dell’associazione Cittadini del Mondo.

 

Ho incontrato gli amici di Cittadini del mondo (qui il sito) all’epoca della Riforma Gelmini (2008). La chiamavamo “deforma” perché imponeva tagli lineari e precarietà diffusa alla scuola e all’ Università italiane, oltre ad una organizzazione fortemente aziendalista. I risultati oggi si vedono bene, ma già allora si potevano intuire, per chi volesse ripercorrere con sguardo largo quel periodo consiglio il bel lavoro di Girolamo De Michele intitolato “La scuola è di tutti”. Alzi la mano chi si ricorda il Coordinamento Istruzione Pubblica! Insegnanti, studenti, sindacato, io ed altri colleghi partecipavamo come ricercatori precari, e svolgevamo le nostre riunioni e attività proprio alla sede di Cittadini del mondo, in via Kennedy. Spesso eravamo così tanti che alcuni restavano in piedi, ma siamo sempre riusciti ad organizzare bellissime e pacifiche manifestazioni di dissenso. Leggo che vogliono spostarla a Chiesuol del Fosso, ma forse mi sbaglio. Come si può pensare che i ragazzi e le ragazze stranieri che abitano a Ferrara da poco tempo e che a Cittadini fanno lezione di italiano possano raggiungere un posto così fuori mano? Mercoledì 7 maggio alle 18 (ndr oggi) raggiungerò Cittadini del mondo nella loro storica sede per partecipare all’assemblea e discutere della situazione, spero ci vedremo in tanti là.

Leggo che anche la sede del circolo Arci Bolognesi è in forse, e mi ritrovo in un nuovo flusso di ricordi. Abbiamo chiesto e ottenuto collaborazione per molte serate di autofinanziamento e informazione durante la campagna referendaria sull’acqua pubblica (2010-2011), dove abbiamo fatto incontri, aperitivi, concerti, tutti molto riusciti. Ricordo anche la scuola di musica e danza africana organizzata al Bolognesi, e il festival (con saggio) lungo le Mura nord. Ovviamente ho memoria dei tantissimi concerti e dj set, musica così diversa e di grande qualità. Il Bolognesi è sempre stato un ambiente accogliente e vivo, aperto alle differenze e dove il divertimento si faceva intercultura. Poi l’anagrafica e gli impegni mi hanno portata lontano da questo angolo incantato (ne parla anche Carlo Bassi nel suo “Perché Ferrara è bella”) e da chi lo fa vivere, ma sarebbe grave perdere un luogo di socialità così ricco per un mancato accordo di convivenza con i residenti, se questo è il problema.

Mentre penso alle persone e agli spazi, le une che modificano gli altri e viceversa, l’emozione mi porta diretta alla chiusura del Centro sociale La Resistenza. Nella mia memoria è una delle case del Comitato acqua pubblica, ritrovo per i festeggiamenti più colorati del 25 aprile, delle cene vegetali e non con Marianna ai fornelli, dei seminari (ne ricordo uno bellissimo sul reddito di base e una serie intera su Michel Foucault), e i laboratori di giocoleria per grandi e piccoli nei pomeriggi di primavera, i concerti di musica industriale, il gruppo di acquisto solidale: i miei sono veramente pochi fotogrammi di un lungometraggio degno di Almodovar. Un energico collettivo che in autogestione ha incarnato per anni in città l’idea del centro sociale giovanile aperto a tutti/e. Infatti il pomeriggio si poteva giocare a carte con gli anziani del quartiere, avendoci il tempo.

Se a tutto questo aggiungo la vicenda del Centro servizi volontariato, su cui risparmio i racconti perché sono troppi e sfilacciati, se penso che anch’esso è destinato al trasferimento (a Chiesuol del Fosso?!), mi chiedo che idea di città abiti nei progetti dell’Amministrazione comunale.

Sindaco Fabbri, mi rivolgo a lei: davvero è utile allontanare una dopo l’altra le voci che suonano diversamente? Alla fine quale sarà l’effetto? Ci ripensi. Non per me, certamente, ma perché le monoculture non ci possono sfamare.

Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l’adattamento.
Ciclo di incontri: 9, 20 e 28 maggio 2025

Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l’adattamento
ciclo di incontri aperti al pubblico

“Cambiamento climatico e paesaggi di adattamento”
Venerdì 9 maggio, ore 16:00-19:00
Sala Nullo Baldini della Provincia di Ravenna, Via Guaccimanni 10, Ravenna

“Cambiamento climatico e monumenti: evoluzione della conservazione”
Martedì 20 maggio, ore 16:00-19:00
Sala di Palazzo Vecchio, Piazza della Libertà 5, Bagnacavallo (RA)

“Cambiamento climatico e monumenti: scenari di adattamento conservativo”
Mercoledì 28 maggio, ore 16:00-19:00
Sala Ragazzini del Centro Dantesco, Largo Firenze, Ravenna

Tre conversazioni con Emilio Roberto Agostinelli, saggista e già funzionario della Soprintendenza, invitato dall’Ordine degli Architetti a parlare del futuro dei monumenti del ravennate, la cui conservazione sarà a rischio a causa del cambiamento climatico.

Ravenna, 05/05/25 – Quale sarà il futuro di Ravenna, dei suoi territori costieri e dei suoi monumenti nel 2100? A questa domanda cerca di rispondere Emilio Roberto Agostinelli chiamato a discuterne dall’Ordine degli Architetti PPC di Ravenna in un ciclo di tre incontri dal titolo Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l’adattamento”, che si svolgerà nel mese di maggio, con due tappe a Ravenna e una a Bagnacavallo.

Emilio Roberto Agostinelli, architetto, già funzionario della Soprintendenza di Ravenna, direttore dei restauri di numerosi monumenti ravennati, discuterà del rapporto tra cambiamento climatico e monumenticittà e paesaggio. Rivolgendosi non solo alla platea dei tecnici, ma anche e soprattutto al pubblico generalista, indagherà il complesso e poco dibattuto tema delle azioni di adattamento per contrastare gli effetti del cambiamento climatico sul nostro territorio e descriverà come potrà cambiare il nostro contesto di vita in funzione delle scelte che faremo. «Mentre oggi molti di noi hanno maggior confidenza con i temi della mitigazione, cioè su come, per esempio, si possano ridurre le emissioni di gas serra risparmiando energia», afferma Agostinelli, «poco noto e più spinoso è il tema dell’adattamento, cioè delle urgenti azioni da intraprendere contro gli effetti devastanti di un clima che cambia. Il fine è creare in ogni persona la consapevolezza di quanto sarà diversa Ravenna nel 2100, quando la consegneremo non a generazioni astratte, ma a chi ha già oggi nomi e cognomi, come i nostri nipoti».

In base alle previsioni e agli studi disponibili, nel 2100 la fragile pianura alluvionale ravennate subirà rilevanti trasformazioni, proseguendo la dinamica e plurimillenaria interazione fra terra-subsidenza (abbassamento del suolo) e acqua-mare/fiumi. Nel primo incontro di venerdì 9 maggio, alle ore 16 alla Sala Nullo Baldini della Provincia di Ravenna, Agostinelli si interrogherà sugli scenari conseguenti le diverse azioni di adattamento da realizzare. A partire da strumenti pubblici, come quelli dell’evoluto “Piano d’Azione per l’Energia ed il Clima”  – PAESC 2020 – prodotto dal Comune di Ravenna, del successivo “Rapporto di sintesi AR6 Cambiamenti climatici 2023” dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), del recentissimo “Rapporto 2024 sullo stato del clima in Europa” (ESOTC), evidenzierà come la geografia sarà modificata a causa della concomitanza fra abbassamento del livello del suolo e innalzamento di quello del mare, con effetti sull’uso dei terreni, oltre che sulla salvaguardia degli abitati, e illustrerà quali scelte oggi si prospettano. Un ventaglio variegato di scenari paesaggistici di adattamento da scegliere e intraprendere in modo partecipato, che da un lato vede sistemi di difesa ‘duri’, dall’altro approcci più ‘morbidi’ basati sugli ecosistemi, tutti osservati nei loro costi, benefici, svantaggi, efficienza e sfide della governance, oltre che nelle conseguenze dell’eventuale inazione o azione tardiva.

Il secondo e il terzo incontro, che si terranno martedì 20 maggio a Bagnacavallo (ore 16, nella Sala di Palazzo Vecchio) e mercoledì 28 maggio a Ravenna (ore 16, nella Sala Ragazzini del Centro Dantesco), dal territorio scendono di dettaglio sul tema dei monumenti. Si partirà dalla storia della teoria della conservazione negli ultimi due secoli per giungere a parlare dei progressi informatici del nuovo millennio e degli ultimi anni, tra cui l’intelligenza artificiale e i modelli predittivi di danno. Grazie a queste tecnologie possiamo progettare strumenti di salvaguardia e adattamento conservativo, con cui meglio fronteggiare per esempio gli effetti della crescita del livello della falda acquifera, la subsidenza, i cambiamenti nel microclima interno dei valori termo-igrometrici, su alcuni insigni monumenti inseriti in un contesto particolarmente a rischio, quale quello locale.

«Con questo ciclo di incontri abbiamo voluto dare al pubblico una prospettiva completa sul tema del cambiamento climatico» afferma Stefania Altieri, consigliera dell’Ordine degli Architetti PPC di Ravenna «la cui minaccia non si rivela solo attraverso calamità come le alluvioni, tragicamente a noi vicine, ma anche attraverso l’innalzamento dei mari che sono una minaccia per gli insediamenti umani da tempo evidente agli occhi degli esperti, ma purtroppo non così sentito e urgente per l’opinione pubblica».

Emilio Roberto Agostinelli, architetto. Dal 1990 al 2022 è stato Funzionario Architetto del Ministero della Cultura presso la Soprintendenza di Ravenna. Ha progettato e diretto restauri su numerosi monumenti ravennati, quali la Basilica di S. Apollinare Nuovo, S. Vitale, S. Apollinare in Classe, Battistero Neoniano ecc. Dal 2005 al 2021 è stato professore a contratto dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna in discipline sul Restauro Architettonico. Autore di articoli e saggi, svolge ricerca e divulgazione sul patrimonio culturale.

In copertina: campanile del paese scomparso di Curon nel lago artificiale di Resia

Al cantón fraréś
Bruno Zannoni: il Laudato si’ di Papa Francesco

Bruno Zannoni: il “Laudato si’ ” di Papa Francesco

Il 24 maggio 2015 Papa FRANCESCO emana l’enciclica LAUDATO SI’ sulla cura della Casa Comune.

Riprendendo il titolo dal “Cantico delle creature” di San Francesco, con un linguaggio comprensibile a tutti, il Pontefice manifesta preoccupazione per il depredamento della terra, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria; dettaglia la crisi sociale e ambientale; esprime indignazione per l’inequità e le diseguaglianze fra il Nord e il Sud del globo; evidenzia l’importanza degli aiuti finanziari e tecnologici ai paesi più arretrati.
Un indignato monito contro lo sfruttamento sconsiderato di questo nostro unico mondo, denunciato anche dalle ricerche della comunità scientifica.
Propone un cambiamento degli stili di vita, con nuove abitudini meno consumistiche, ovvero una rivoluzione culturale per salvaguardare la bellezza delle foreste, dei mari, delle diversità biologiche, del vento, del sole.
“Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza.”
Una speranza in favore della pace, dell’eguaglianza, di un equilibrio sociale ed interiore…

Bruno Zannoni, autore della poesia, scritta nello stesso 2015, condensa in pochi versi molti temi esposti nell’enciclica. Sollecitato e convinto dalla lettura della lettera papale coglie con espressioni in dialetto ferrarese gli insegnamenti del Santo Padre “l’as diś d’avér rispèt e avéran cura d sta Creazión, che a ciamén “Natura”, il quale ci esorta a vigilare sul “privilégio par qualcdùn, fónt dla speculazión e dal cunsùm, teàtar d’òdi, d’ingiustìzia, d guèra” e ad ascoltare “ al zigh ch’al vién… mó anch da póvra źént ch’la campa d stént”. (Ciarìn)

Laudato si’

La Géneśi l’as diś: “La Creazión
l’è stà al mumént dla nostra lunga storia
ch’l’à vist dla Fórma Bèla la vitòria
sóra l’Infóram ch’al n’à distinzión”.
Dóp Caos sénza vita, Luś e Piànt
e po’ tut j’Animàj, al Ziél, ill Stèll,
po’ Òm e Dòna. “L’è tut bón st’al quèl!”:
pr’al Creatór, ‘na bléza entuśiaśmànt.

Papa Francesco con “Laudato si’”
l’as diś d’avér rispèt e avéran cura
d sta Creazión, che a ciamén “Natura”,
ch’l’è l’Òpra dal Signór da custudìr.
Al Sant Franzésch l’insgnàva la virtù
(quand al lasàva un pèz dl’òrt dal cunvént
lìbar da la man dl’òman, dl’intervént)
parché da i sò fradjé fus arcgnusù
e cuntemplàda, acsì, la véra esénza
-in cla vegetazión salvàdga e gréza-
d cl’originària e spléndida sò bléza
che dal Creator la sgnàva la preśénza.

L’Enciclica “Laudato si’ ” l’as diś
che l’è la bléza dal Creato un dón
che nisùn òm al mónd l’è al sò padrón,
mó l’à d’èsar par tuti un paradiś:
sì, “meno ricca e bella” l’è sta tèra
s’ la dvénta un privilégio par qualcdùn,
fónt dla speculazión e dal cunsùm,
teàtar d’òdi, d’ingiustìzia, d guèra.

E dóv al Scrit dal Papa l’è più inténs
l’è in cal fòrt arciàm dl’aspèt sociàl
d ‘na bléza dla natùra universàl
indóv l’ecologìa l’àva un séns.
Un séns al nòstr’impégno par l’Ambiént
in gràdo d’ascultàr al zigh ch’al vién
da inquinamént di ‘gl’àque e di terén,
mó anch da póvra źént ch’la campa d stént.

Laudato si’

La Genesi ci dice: “La Creazione
è stato il momento della nostra lunga storia
che ha visto la vittoria della Forma Bella
sull’Informe indistinto.
Dopo il Caos senza vita, (ecco) la Luce e le Piante
e poi tutti gli Animali, il Cielo, le Stelle,
poi l’Uomo e la Donna. “Questa cosa è assai buona!”:
per il Creatore, una bellezza entusiasmante. (1)

Papa Francesco con “Laudato si’” (2)
ci dice di avere rispetto e averne cura
di questa Creazione, che chiamiamo “Natura”,
che è l’Opera del Signore da custodire.
San Francesco insegnava la virtù
(quando lasciava una parte dell’orto del convento
libera dall’intervento della mano dell’uomo)
affinché dai suoi fratelli fosse riconosciuta
e contemplata, così, la vera essenza
-in quella vegetazione selvaggia e primitiva-
di quella originaria e splendida sua bellezza
che manifestava la presenza del Creatore.

L’Enciclica “Laudato si’ ” ci dice
che la bellezza del Creato è un dono
di cui nessun uomo al mondo è il padrone,
ma che deve essere per tutti un paradiso:
sì, “meno ricca e bella” è questa terra (3)
se diventa un privilegio per qualcuno,
(se diventa) fonte di speculazione e di consumismo,
(se diventa) teatro d’odio, di ingiustizia, di guerra.

E dove lo Scritto del Papa è più intenso
è in quel forte richiamo all’aspetto sociale
di una bellezza universale della natura
dove l’ecologia abbia un senso. (4)
Un senso il nostro impegno per l’Ambiente
in grado di ascoltare il grido che proviene
dall’inquinamento delle acque e dei terreni,
ma che pure viene dalla povera gente che vive di stenti. (5) 

 

(1) “Dopo la Creazione dell’uomo e della donna, Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” – Genesi 1, 31).
(2) Lettera Enciclica LAUDATO SI‘ (LS) del Santo Padre Francesco sulla cura della Casa Comune.
(3) Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della  finanza e del consumismo, in realtà  fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella… (LS, n. 34)
(4) Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale…”(LS, n. 49).
(5) “… che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (LS, n. 49).

 

Altre poesie e informazioni bio-bibliografiche su Bruno Zannoni nel Cantón Fraréś:

I canaròl dal Dèlta  del 01/05/20

Al sat chi è mort?  del 14/01/22

Per leggere o rileggere tutte le uscite di Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica di Periscopio curata da Ciarìn. clicca[Qui]

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

Aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza, che dal 29 aprile proseguirà fino al 30 maggio. La mia partecipazione a questa forma di  Resistenza civile per i diritti di tutte e tutti sarà mercoledì 7 maggio.

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

Provo  a illustrare la mia scelta con una breve storia.

Ho fatto altre esperienze di digiuno. La prima credo nel 1991 quando è scoppiata la guerra tra i paesi della ex Iugoslavia. In quegli anni facevo parte di quello che avevamo chiamato Coordinamento Ferrara per la Pace, c’erano anime molto diverse che mettevano da parte le differenze per questo grande obiettivo. Avevo compagni speciali, tra questi Daniele Lugli e Alberto Melandri. Ci si dava il cambio, una staffetta visibile nella piazza dei listoni in centro. Ognuno digiunava in base alle proprie capacità poche ore, giorni, ma tutti sperimentavano cos’è fare testimonianza non solo con le parole. Provare nel proprio corpo la carenza, la mancata risposta ad un bisogno fondamentale, costruisce uno spazio invisibile, ma molto solido, che ti collega alla realtà del vissuto della sofferenza che possono vivere gli altri, tutti gli altri. Ti radica a quello che è il valore autentico della solidarietà.

Ogni uomo, ci dicono le neuroscienze, attraverso i neuroni specchio sa provare empatia, riesce a vivere una esperienza che contemporaneamente è dell’altro ma diventa anche tua. L’empatia è esperienza incarnata (embodiment) non è immedesimazione, per quanto profonda, è rivivere nel proprio corpo l’esperienza emotiva dell’altro. Per questo il digiuno coinvolge sia chi lo pratica, riportandolo alla capacità di entrare in profondità, di “sentire” il limite, la vulnerabilità – il corpo, l’uomo, la vita sono fragili. – ma rende partecipe attivamente anche chi osserva. Anche se lo sguardo è di scherno o perplesso, o critico, inevitabilmente suscita percezioni, sentimenti che chiedono di trovare un significato. Anche suo malgrado, l’osservatore diventa testimone di una presa di posizione che si impone perchè nonviolenta, silenziosa, discreta ma percepibile.

Il digiuno rompe la complicità del silenzio e della collusione, il mandar giù ogni ingiustizia, presuppone intenzionalità, determinazione, controllo, pazienza, e qui viene il difficile, assenza di rancore.

In questo caso specifico il digiuno è una protesta nonviolenta contro il Decreto Legge Sicurezza,

i suoi contenuti più gravi si possono riassumere in questi punti:

  • la criminalizzazione della povertà, delle manifestazioni pacifiche e del dissenso, anche in carcere e nei CPR;
  • reclusione di donne incinte o con figli piccoli negli ICAM, che sono veri e propri istituti penitenziari, con la minaccia di separare i bambini dalle madri come sanzione disciplinare;
  • divieto della coltivazione e commercializzazione della canapa tessile;
    – ampliamento dei poteri delle forze di sicurezza;
  • costruzione di nuovi reati con pene pesanti anche per fatti di sola rilevanza sociale.

C’è ancora tempo per aderire, non c’è bisogno di una bandiera!

 

Testo integrale del Decrero Legge  in Gazzetta Ufficiale [Qui]:

La contemporaneità di Elio Pagliarani e dei suoi Epigrammi ferraresi

La contemporaneità di Elio Pagliarani e dei suoi Epigrammi ferraresi

 

Il 21 maggio del 1957 il poeta Elio Pagliarani (Viserba 1927-Roma 2012) pubblicò la seguente poesia:

È difficile amare in primavere

come questa che a Brera i contatori

Geiger denunciano carica di pioggia

radioattiva perché le hacca esplodono

nel Nevada in Siberia sul Pacifico

e angoscia collettiva sulla terra

non esplode in giustizia.

                                   Potrò amarti

dell’amore virile che mi tocca, e riempirti

se minaccia l’uomo

nel suo genere?

 

O trasferisco in pubblico stridore

che è solo nostro, anzi tuo e mio?

[Da Inventario privato, Veronelli, Milano 1959]

 

Sono versi questi che per la prima volta legavano il tema atomico della bomba hacca a quello amoroso: una chiara testimonianza della modernità  del poeta romagnolo. E sono versi, soprattutto quelli finali, che chiedono alla poesia (e dunque al poeta) quale debba essere il suo ruolo. Negli anni  della guerra fredda, dei test nucleari e del “miracolo economico” italiano, Elio Pagliarani grazie a una nuova presa di coscienza della funzione della poesia, istituiva la cosiddetta poesia-racconto.

Occorre ricordare che, praticamente nello stesso periodo, Gregory Corso, il poeta americano della beat generation, scrisse una vera e propria poesia d’amore alla Bomba con dei versi che  furono stesi sulla pagina in modo da assumere la forma di un fungo atomico.

Come i poeti beat in America, Pagliarani si distinguerà dunque, da questa parte del mondo occidentale, per lo sperimentalismo e per quelle tipiche proiezione verso il futuro (partendo dal passato) che in pratica servivano a sottolineare una rinnovata fiducia nell’atto poetico.

Oltre ai famosi poemetti o romanzi in versi, La Ragazza Carla e la Ballata di Rudi, che lo impegneranno lungo il corso della vita, le sue composizioni poetiche più significative (Lezione di fisica e Epigrammi ferraresi) rappresentano proprio il frutto di queste proiezioni  temporali che rendono la sua poesia contemporanea e la …contemporaneità, di fatto, poetica.

Il ruolo del poeta è sempre stato molto complicato e ambiguo soprattutto quando la pressione della realtà diventa più complessa, contraddittoria e violenta, come accadeva appunto in quegli anni. E forse proprio perché ci troviamo in un momento storico analogo a quello, oggi riusciamo a comprendere meglio quell’immaginario distopico già ipotizzato in quegli anni da uno dei padri fondatori della beat generation, William S. Burroughs II, che cominciò a vedere nell’identità e nel linguaggio veri e propri  virus per la nostra specie.

Cosicché tutte le grandi narrazioni di allora tradotte in linguaggio venivano di fatto falsificate, anzi, per così dire, infettate nell’essere affermate o negate, tramite questi virus.

E dunque, in un contesto così degenerato dal virus-parola, il poeta come aveva già compreso Pagliarini, è chiamato a dare o a restituire un vero significato al nostro “ essere umani” attraverso un’altra esposizione, un’altra negazione, un’altra denuncia che potessero andare oltre la semplificazione della narrazione e del racconto cronologico di UNA e UNA SOLA “infettata” verità. Ed ecco dunque circoscritto, in opposizione negativa, il ruolo della poeta e della poesia.

Come è stato ricordato «Pagliarani…è un precursore: fra i primi del Novecento, a innestare nel ramo della lirica la gemma della plurivocalità che conferisce ai suoi testi quell’inconfondibile impostazione epica e polifonica…».

La poesia e la figura del poeta vengono così messe al servizio di una “specifica” riduzione dell’io e di uno ricercato declino del poetese. Pagliarani riesce a fare questo regalando liricità  a un lessico mutuato  da altri settori disciplinari, mischiando linguaggio ‘alto’ e ‘basso’, lavorando sulla dimensione orale della poesia che si trasforma quasi in un agire poetico e, addirittura, in una sorta di interpretazione teatrale ( prima di qualunque  poetry slam!) fino alla identificazione con l’eretico Savonarola espressa nei suoi Epigrammi ferraresi (Piero Manni Editore, 1987)

In un tale nuovo (ma antico) registro Pagliarani con parole vibranti e con-temporanee – nel senso di possedere una “ubiquità temporale” – continua a denunciare l’abbrutimento  e la decadenza della società in cui viveva ( e nella quale SI continua a vivere contemporaneamente).

Anche in questa riscrittura che omaggia Savonarola ritornano sotto forma di una lingua inconsueta – quasi a intravederne l’antidoto stesso a quel virus – tutti i temi principali della sua poesia: la condanna della cupidigia e della sete di potere, l’indignazione per le offese riservate agli individui più deboli e vulnerabili; e si comincia a percepire, più netta di prima,  l’eventualità di una rivolta, l’istigazione alla disobbedienza civile.

La fine dell’ideologia diventa per il poeta una precisa poetica di negazione oppositiva, intesa come azione di estrema resistenza.

Il poeta non può fare altro che far reagire il linguaggio per spingere il lettore a interrogarsi, per aiutarlo a  uscire dagli automatismi epidemici del virus-parola che i mezzi di comunicazione di massa continuano a diffondere, e quasi utilizzando un approccio omeopatico, Pagliarani comincia a usare il virus-parola come vaccino.

Dal verso lungo, a fisarmonica, della Ballata di Rudi e di Lezioni di fisica, si passa così a un’espressione poetica breve e concisa degli Epigrammi ferraresi.

Si consideri che gli Epigrammi uscirono nella famosa epoca della “Milano da bere” quando una lenta e inesorabile restaurazione del sistema neoliberista si rinnovava nel fenomeno dello yuppismo e dell’ “edonismo reaganiano” a seguito delle acerbe e in parte sterili contestazioni del ’68. La società scivolava verso un torpore dal quale non si sarebbe più ripresa.

Al poeta deluso non rimaneva che affidarsi all’icasticità delle parole di Savonarola e grazie a queste costruire un discorso criptico. Se il verso lungo rappresentava lo svolgersi di un ragionamento ma anche il grado di diffusione di un’epidemia del virus-parola, gli epigrammi potevano costituire l’antidoto alla società contemporanea completamente indifferente alle ingiustizie che la attraversavano grazie al controllo dei mezzi di informazione e alle famose…”narrazioni”. Quante altre ne sono seguite a quella! Il virus-parola continua la sua azione epidemica.

Pagliarani stesso fornisce sibillinamente la chiave interpretativa della sua nuova operazione poetica: basta leggere con attenzione i suoi epigrammi e in particolare l’ultimo verso del secondo.

Resta sempre difficile, anche oggi, amare in primavere come questa e Pagliarani ci aiuta a capire come… guarire.

I

Nell’insipienza mia dico che mi bisogna parlare.

Costoro dicono che è beato chi ha roba.

Quelli sei con la mannaia in mano furono tutti angeli.

II

La profezia non è cosa naturale né procede da causa naturale;

la immaginano molti sgorgata da disposizione individua

con purga e salasso: quanto più un uomo ha purgato dai vizi

volontà e affetto delle cose al mondo

tanto meglio le cose future sa divinare.

Questo non è vero e mòstrasi: perché la profezia è stata data ancora alli cattivi

come fu Balaam huomo sceleratissimo.

Come è sera rompi il muro: non uscire dalla porta.

III

Onde la terra sempre per il suo appetito naturale va in giù

e l’amore è accidente.

IV

Fanciulli voi non avete fatto ogni cosa.

Lavate via il resto tutta questa quaresima.

Lavate via l’anatema: voi avete la maledizione in casa.

(Hanno tanta roba che vi affogano dentro).

V

Ma li miracoli terminano a cosa finita

come è illuminare un cieco, che termina alla luce

o resuscitare un morto, che termina alla vita.

 

[da Epigrammi ferraresi (1987)]

In copertina: Ferrara, Statua di Savonarola. particolare.

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e Figure / Verso

Verso … quello che (in realtà) abbiamo già. Un albo meraviglioso di Amin Hassanzadeh Sharif

Uscito il 5 maggio in libreria con Kite edizioni, Verso dell’iraniano Amin Hassanzadeh Sharif parla a tutti noi. Come sempre sa fare questo autore.

Avevamo incrociato questo illuminato autore a proposito del suo L’albero azzurro, che, con la tecnica dello scratch, ci conduceva nel mondo di un albero ostinato che rivendicava il diritto di esistere al centro di una città trafficata, nonostante il re volesse eliminarlo. Un’ostinazione che aveva portato al crescere di una foresta azzurra color del cielo, a dispetto di tutto e tutti, una potente metafora sulla libertà, un atto di lotta per mantenerla, di coraggiosa e potente ribellione contro l’ingiustizia.

Con Verso, oggi, Sharif torna sul tema di una società che opprime e lascia poca aria. L’albo narra la storia dal tono orwelliano di un gruppo di animali umanizzati che è stanco della terra e della propria vita: troppo rumore, troppa confusione, troppa amministrazione.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Il signore Rinoceronte, ad esempio, è stanco di riparare i fili della luce, ogni giorno arrampicarsi a cotanta altezza è sempre una fatica immane. E poi ci sono rischi continui.

Orso non ce la fa più a lavorare al buio dei condotti sotterranei, così come Avvoltoio è stanco di dover elemosinare qualche brandello di cibo ogni santo giorno.

Ci sono poi gli ordini ripetitivi dei ristoranti, la noia di mangiare sempre le stesse cose, magari precotte e preconfezionate, causa mancanza di tempo e voglia. E poi ci sono traffico (con tanto tempo sprecato), automobilisti impazienti, clacson e inquinamento.

A tutto questo siamo ahimè avvezzi, molti insofferenti, i più esausti.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Ad un certo punto, quando il Sindaco non riesce più a gestire tutte le lamentele, ecco apparire una sorta di favolosa e miracolosa Arca di Noè: un’astronave rossa arriva sulla terra e promette di condurli in un altro mondo. Incuriositi e con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore che batte forte, molti aderiscono all’invito “salite, salite!”, convinti di andare verso un pianeta lontano, un luogo dove tutto sarà diverso e più semplice.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Dopo il viaggio aerospaziale, fatto anche di un lungo sono ristoratore, si ritrovano, però, in una specie di rigogliosa e colorata foresta, che richiama davvero molto la terra, perché forse, alla fine, il luogo che tanto sogniamo, è già qui, proprio sotto i nostri piedi.

Forse tutto quello di cui abbiamo bisogno ce l’abbiamo già, ed è qui, sulla terra.

La Terra. Bella, magnifica, lucente, maestosa e gioiosa. Che sa come lasciare senza fiato.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni
Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Amin Hassanzadeh Sharifm, Verso, Kite edizioni, Padova, 2025, 32 p.

Bergoglio e Gorbaciov, eccentrici potenti:
questo mondo non era fatto per loro

Bergoglio e Gorbaciov, eccentrici potenti: questo mondo non era fatto per loro

Trovo suggestiva la tesi che accosta il cardinal Bergoglio, divenuto Papa Francesco, a Michail Gorbaciov, parlando di entrambi come dei demolitori di quell’impalcatura statale, imperiale o religiosa della quale avevano scalato i gradini fino al loro vertice. Da una parte l’Unione Sovietica, dall’altra la Chiesa Cattolica. La cosa curiosa è che coloro che tracciano questo parallelismo danno al medesimo una connotazione negativa, mentre personalmente gli attribuisco una valenza positiva, per quanto drammatica.

Sono consapevole del fatto che la mia affermazione possa suonare superficiale, per qualcuno addirittura offensiva.  Superficiale magari lo è, ma come le considerazioni di coloro che pontificano, appunto, sull’argomento senza esserne degli studiosi (cioè quasi tutti); offensiva perché una visione profondamente riformatrice del responsabile massimo dell’ Impero (poi divenuto “comunista”) più esteso del mondo con 15 repubbliche, o del Papa di una Chiesa che raduna più di un miliardo di fedeli e 25 chiese di diritto proprio, non può che portare sconvolgimenti tali da cambiare per sempre, qualche volta in peggio, la vita di molte persone. Effetti più accostabili ad una rivoluzione che ad una riforma.

Un elemento che mi fa pensare che un uomo sia nel giusto è quando viene attaccato frontalmente dai fanatici o dai puristi di una parte e della parte opposta.

Bergoglio per alcuni era l’Anticristo, un emissario del demonio nella casa di Dio, un eretico dell’ ortodossia dottrinale. Per altri era un conservatore nei costumi e un opaco custode dei più torbidi segreti della Chiesa. Gorbaciov per molti fu un innovatore timido e maldestro, che lasciò le riforme a metà peggiorando il tenore di vita del suo popolo; per altri fu il distruttore unilaterale della cortina di ferro, il liberalizzatore che aprendo la porta agli indipendentismi ridusse la Russia a paese minore, favorendo l’espansione della Nato fino ai suoi confini.

 

Questa polarizzazione dei giudizi non tiene conto di un problema gigantesco eppure basico, che accomuna il cursus di queste due personalità, e che entrambi si trovarono a dover affrontare: per arrivare a diventare Papa, per arrivare a diventare il presidente del PCUS, quanti debiti dovresti pagare a gente convinta di vantare dei crediti nei tuoi confronti? Quando arrivi in cima, pensi che siccome sei diventato il capo e hai una visione potrai condurre facilmente in porto le riforme che hai in mente? Pensi che essere arrivato in vetta sia gratuito?

Qualcuno pensa che fosse un gioco da ragazzi per il Papa riformare lo IOR? Bergoglio, appena divenuto pontefice, aveva istituito un gruppo di lavoro per la riforma dello IOR, salvo poi rendersi conto che lo IOR non è riformabile, perché non puoi bonificare una falda inquinata fin dalla sua roccia d’origine. Qualcuno pensa che sia una passeggiata liberare la Chiesa dai preti pedofili? Gli abusi sono quasi tutti di tipo omosessuale. Però quando Bergoglio conferma che le relazioni omosessuali non sono allo stesso livello di quelle eterosessuali (per il disappunto delle organizzazioni cattoliche gay) è un reazionario. Quando non riesce a debellare la piaga (temo diffusissima) dell’abuso sessuale sui minori, nonostante promulghi una normativa che punisce anche la negligenza nelle denunce, ed abolisca il segreto pontificio nei casi di violenza sessuale, è un debole, anzi un ipocrita. Ricordiamo che il defunto cardinale George Pell, accusato di violenze sessuali in proprio e di insabbiamenti di violenze altrui, condannato e poi prosciolto in terzo grado, era divenuto sotto Bergoglio il responsabile e riformatore delle finanze vaticane, ma dopo le condanne Bergoglio dovette rimuoverlo dall’incarico. E’ semplice dentro il Vaticano separare nettamente il bene dal male? Separarlo all’interno della stessa persona? Ancora: qualcuno ritiene fosse agevole per Bergoglio rivelare la verità sul caso Orlandi, ammesso che la conoscesse? Che fosse facile fare tutto questo perché in fondo eri il Papa, e assommavi su di te i tre poteri che in uno Stato laico sono separati? (Che fosse facile, intendo, se tenevi al fatto di “fare ritorno alla casa del padre” di morte naturale). Se sei il Papa e vuoi riformare la Chiesa, ci sarà sempre un mucchio di gente che si sentirà mortalmente minacciata nel suo potere o nei suoi privilegi (più o meno torbidi); quindi riformare si avvicinerà per definizione a rivoluzionare.

Quanto a Gorbaciov. Tentò di fare qualcosa che al tempo stesso era necessario e prematuro. Necessario, perché il muro di Berlino sarebbe crollato lo stesso e il patto di Varsavia sarebbe defunto lo stesso, e la stessa Unione Sovietica sarebbe deflagrata ugualmente sotto i colpi degli irredentismi e dei fanatismi, e l’economia sovietica non avrebbe retto a lungo senza un’apertura a metodi di accumulazione del capitale e distribuzione del reddito che superassero l’economia pianificata. Tutte queste cose sarebbero accadute lo stesso, prima o poi. Gorbaciov provò a farle accadere prima Aveva una visione anticipatrice degli eventi, ma le cose che aveva in mente di fare, di accelerare o di accompagnare erano troppo grandi per una persona sola, per quanto visionaria.

Ma quindi, se Bergoglio e Gorbaciov hanno distrutto più di quanto hanno costruito, se non sono riusciti, se non in piccola parte, a realizzare le riforme che avevano in mente, dove sta la peculiarità del loro lascito? Oggettivamente, sta nel fatto che hanno costruito o tentato di costruire un ponte di pace in mezzo ai marosi di una geopolitica sull’orlo di una guerra atomica, sia negli anni ottanta sia adesso. Gorbaciov è stato il principale artefice del disarmo nucleare culminato nel 1987 con il trattato che eliminò gli arsenali a medio raggio, firmato assieme a Ronald Reagan. Bergoglio è stato l’unico Capo di Stato a invocare la diplomazia invece della guerra, a dichiarare che la pace si fa preparando la pace, ed è rimasto inascoltato, spesso ridicolizzato in vita, salvo naturalmente essere blandito subito dopo morto.  Soggettivamente, sono due statisti che hanno fatto il primo passo senza aspettarsi qualcosa in cambio. Niente do ut des. Intanto do, per primo. Una follia agire così, dentro le relazioni di potere. In questo senso possono essere considerati dei giocatori d’azzardo. Ma a differenza di Trump, che gioca a poker con la vita delle persone e lo fa in una logica puramente mercantile, l’azzardo di Bergoglio e Gorbaciov è consistito nel fidarsi delle persone, anche del nemico, facendo la prima apertura di credito (Gorbaciov) o indicando agli altri potenti (Bergoglio) che senza comprendere –  non giustificare – le ragioni di un conflitto non si inverte la logica della guerra. Ricordiamoci che a Gorbaciov nel 1991 fu promesso che la Nato non si sarebbe spinta un centimetro più a est dell’ex Germania Orientale (chi sostiene che questa sarebbe una balla, può leggere qui un interessante articolo sull’argomento). Ecco: se c’è un azzardo che posso rimproverare a questi due eccentrici potenti è stato quello di essersi fidati delle persone. Questo mondo non è fatto per gente come loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Zebra. Fa parte della vita

ZEBRA. FA PARTE DELLA VITA

Zebra. CliffordQuando non penso al lavoro trovo grande gioia nel calcio, in particolare nella telecronaca. Mi diletto, durante le partite, a narrare i movimenti dei giocatori. Mi piace molto anche cantare, soprattutto canzoni d’amore. Quelle però le tengo per le persone che amo, a cui le dedico.

Ho così tanti amici. Molti sono passati a miglior vita, prego molto per loro. La fede è una delle cose che più intensamente mi accompagnano. Dio è sempre stato così misericordioso con me e io continuerò a essergli grato. È l’unico su cui posso contare veramente.

Come nel 2019, quando sono stato detenuto per circa quattro mesi nel CPR di Bari: è grazie al suo intervento, secondo me, se sono stato dimesso da quel luogo. Lì ho visto l’inferno. Da un momento all’altro, senza preavviso alcuno, chiunque di noi poteva essere rimandato nel Paese da cui era fuggito.

Prima mi trovavo in Sardegna, dove facevo il venditore ambulante di accendini, calze e altri oggetti. Una sorta di attività in proprio che svolgevo davanti ai supermercati in diverse città, da Nuoro a Palau. Un giorno, mentre mi guadagnavo da vivere, apparvero dei carabinieri. Mi chiesero il documento. All’epoca non l’avevo e per questo mi reclusero nel CPR di Bari.

È stata un’esperienza tragica, ma anche questo fa parte della vita. Come quando ho lasciato la Nigeria perché ero in pericolo. A 32 anni ero troppo giovane per morire, quindi sono dovuto fuggire. Prima di tutto ciò ero un editore di libri. Amavo il mio lavoro.

Ancora oggi, per esempio, da un semplice plico di fogli riesco a creare un libricino rilegato con la tecnica della pinzatura a sella. Anche se ho lasciato questa professione tempo fa in Nigeria, ne custodisco ancora tutti i segreti. Rimane pur sempre la mia passione e sogno di tornare a praticare questo mestiere, in Italia o in qualunque altro luogo. Attualmente vendo Zebra e ne vado fiero. Sono convinto che si debba essere fieri della propria occupazione, qualunque essa sia.

Ora sto passando per una situazione turbolenta: sono rimasto senza un tetto sopra la testa, trovandomi costretto a passare la notte in strada. In attesa che riaprano gli alloggi per l’Emergenza Freddo a novembre, ho trovato rifugio nei posti letto d’emergenza della Casa della Solidarietà a Millan. Tutto questo fa parte della vita, so che nessuna condizione è permanente. Mi faccio forza così, aggrappandomi alla fede, in attesa del giorno in cui vedrò un futuro migliore.

Clifford Igbinosun – Appassionato di tecniche di rilegatura.

CIT.: “Prima di tutto ciò ero un editore di libri. Amavo il mio lavoro.”

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

Globalizzazione e dazi:
oltre Trump, un’altra economia è possibile

Globalizzazione e dazi: oltre Trump, un’altra economia è possibile

Per la maggioranza dei nostri media Trump è un folle che ha messo in discussione con i dazi l’intera economia globale. Sperano di tornare prima possibile al libero scambio che farebbe gli interessi di tutti i paesi e i cittadini del mondo. Per ora a parlare contro i dazi sono soprattutto Governi, banchieri, le multinazionali (americane incluse) che sperano che Wall Street e la finanza messa a dura prova in queste settimane facciano rinsavire Trump. Trump è un repubblicano anomalo, ma che le multinazionali, Wall Street, i banchieri e il liberismo (col libero scambio) siano di sinistra è perlomeno dubbio.

Karl Marx espose le sue idee sul libero scambio nel 1847 in “On the Question of Free Trade”. Riconobbe che il libero scambio ebbe un ruolo rivoluzionario, poiché distrusse i resti del feudalesimo, spinse verso la crescita del capitalismo e la modernizzazione dell’economia. Tuttavia era convinto che non portasse alla pace né al benessere per tutti, come sostenuto da Montesquieu, Smith e Ricardo, ma avrebbe aumentato lo sfruttamento dei lavoratori, la concentrazione della ricchezza e le disuguaglianze.

Alcuni economisti come gli americani M.Klein e M. Pettis (Le guerre commerciali sono guerre di classe, ed.Einaudi, 2020), hanno ripreso questa analisi che vedono confermata nei guasti della recente globalizzazione, che ha sviluppato come non mai il libero scambio, producendo:

a) disuguaglianze in aumento all’interno dei singoli paesi,

b) un aumento dell’impoverimento degli operai di tutti i paesi ricchi,

c) l’aumento dei profitti delle imprese e dei redditi del 10% dei benestanti,

d) uno squilibrio commerciale tra Stati che porta di conseguenza all’attuale instabilità commerciale (50 anni fa l’import Usa era del 5% sul PIL, oggi è del 14%).

Trump sarà anche matto come un cavallo, ma è stato votato dalla maggioranza degli operai americani, molti dei quali licenziati dalla globalizzazione. Gli uomini senza lavoro non potevano mettere su famiglia e senza lavoro e famiglia (negli Usa non c’è il welfare state europeo) molti sono scivolati nell’alcolismo e nella droga. In tanti si sono tolti la vita. Anche questo spiega i 100mila morti per fentanyl del 2024, la crescita della criminalità e il calo della speranza di vita degli Stati Uniti, caso unico al mondo.

La globalizzazione ha distrutto anche la manifattura americana, portato alle stelle il suo deficit commerciale e il debito pubblico americano (36 trilioni) e il deficit annuo è del 7%, maggiore di quello dell’Italia. L’America è ancora il n.1 per PIL, armi (come la dipinge il mainstream) ma si potrà convenire che le cose non le vanno così bene, soprattutto se si rammenta che nelle 63 principali tecnologie la Cina ha la leadership di 57 mentre solo 20 anni fa lo era solo in 3 o 4; gli Stati Uniti producono il 4,5% dell’acciaio mondiale contro il 54% della Cina, che possiede il 90% delle terre rare.

I dazi ci sono sempre stati (ora sono in media del 4,8% tra Europa e Usa e del 10,8% sui prodotti agricoli) e il ritiro dell’America dal commercio globale non sarà la soluzione di tutti i suoi problemi, ma così non si poteva continuare e forse c’è una terza via virtuosa rispetto al “tornare come prima al libero scambio deregolato” che tanto piace ai nostri media, banchieri, multinazionali e a Wall Street.

Si potrebbero introdurre dazi per esempio verso quei paesi che non rispettano i contratti, il salario minimo, i diritti umani, applicando nel commercio uno “standard sociale” che favorisca i lavoratori di tutto il mondo e che spinga gli Stati a non abusare nello sfruttamento dei propri lavoratori pur di aumentare l’export, in modo che possano consumare gran parte del valore di quello che producono e quindi investire sul proprio Paese e la propria domanda interna.

Gli Stati Uniti sono tormentati da una disuguaglianza estrema, dal degrado delle infrastrutture (porti, strade, ferrovie,…), da bassi salari e dal fatto che la metà dei propri lavoratori non vede un aumento del proprio tenore di vita da 25 anni. Una situazione simile, peraltro, a quella dei grandi esportatori Cina, Germania, Italia, Messico che si differenziano dagli Stati Uniti per avere un forte saldo attivo commerciale (proprio vs USA).

Con la globalizzazione si è infatti avviato un iper processo per cui le imprese, tanto più se multinazionali, hanno creato filiere lunghissime come se il loro Stato fosse l’intero mondo (“piatto”), in modo da aumentare i profitti e il reddito di tutta la fascia alta dei lavoratori (banchieri, avvocati, trader finanziari, dirigenti, quadri, tecnici, professional), ma abbassando i salari di tutti gli altri lavoratori dei paesi avanzati, puntando sull’export più che sulla crescita della domanda interna ai singoli paesi.

Investire sulla domanda interna significa impostare un modello di sviluppo completamente diverso, che punta ad alti salari per tutti, a investire sul proprio paese, sulle infrastrutture, il trasporto pubblico, le energie verdi, la propria manifattura, rafforza il proprio welfare. Investire su globalizzazione ed export significa il contrario: favorire le élite di tutto il mondo (quelle dei paesi ricchi e poveri). Abbiamo assistito al trasferimento della produzione nei paesi poveri, dove la manodopera è sottopagata rispetto al valore che produce, per poi rivendere le merci ai consumatori (americani,…) con margini più alti. Ciò ha arricchito tutte le imprese e i ricchi del mondo (anche nei paesi poveri, Cina inclusa) a svantaggio dei lavoratori e pensionati dei paesi avanzati. La globalizzazione alimenta la disuguaglianza e viceversa e ciò spiega perché in tutti i paesi la disuguaglianza cresca. Lo dice anche Bernie Sanders, leader della sinistra Dem: “la globalizzazione rende più facile lasciare i lavoratori americani in mezzo alla strada e premia (nei paesi poveri) alcuni dei massimi colpevoli di violazione dei diritti umani”.

I dazi sono quindi una conseguenza quasi inevitabile della globalizzazione nella sua forma attuale, in cui la “guida” dei processi è stata assunta, più che dai singoli Stati, dalle più importanti banche commerciali e d’investimento e dai detentori di capitali finanziari. Semmai stupisce che gli americani abbiano tollerato il sistema del libero scambio così aperto per così tanto tempo. Quando venne istituito 80 anni fa, gli Usa producevano metà di tutta la produzione mondiale, oggi sono scesi al 15% (la Cina è al 30%).

Non è quindi vero che, come la descrive il nostro mainstream, la guerra commerciale dei dazi è un conflitto tra paesi. Piuttosto è un conflitto tra banchieri, detentori di asset finanziari, multinazionali e famiglie comuni dall’altro. Un conflitto tra ricchissimi e tutti gli altri. Ovviamente gli operai americani non sono le uniche vittime, lo sono anche gli operai italiani, tedeschi e cinesi, anche se i loro Stati sono in surplus commerciale, in quanto i loro salari non vengono pagati al valore che producono, il quale va a finire nei profitti e poi in asset finanziari “sicuri” che un tempo erano il dollaro (che ora vacilla). Tutte cose che aveva previsto Keynes, anche se uscì perdente dagli accordi di Bretton Woods nel 1945.

Ciò significa che se vogliamo un mondo migliore nel post-dazi di Trump, è illusorio pensare di tornare al vecchio mondo della globalizzazione e al persistere di un forte export di Europa, Messico e Cina verso gli Stati Uniti. Sarà necessario un riequilibrio e un ritorno (almeno in parte) ad investire da parte di tutti nella domanda interna del proprio paese con vantaggi per le famiglie comuni e i lavoratori e con meno profitti per i ricchi. Investire nella domanda interna più che sull’export riduce le disuguaglianze interne e la compressione del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati (Ford raddoppiò i salari per poter vendere più auto).

Non a caso la maggiore eguaglianza favorì (caso unico nella storia) la crescita nei famosi “30 anni gloriosi” del secondo dopoguerra che hanno portato alla nascita del welfare in Europa e alla buona America con le maggiori conquiste civili e ad un forte aumento del tenore di vita dei lavoratori e pensionati.

E’ vero che ci sono benefici in un mondo aperto al commercio, ma ci sono anche costi. Se i salari da noi non sono cresciuti, si dice che la globalizzazione però avrebbe aumentato i salari dei lavoratori cinesi e di altri paesi poveri: vero, ma non si dice che in Cina esiste il sistema hukou che impone a milioni di contadini di non lasciare la propria residenza. Chi lo ha fatto (oltre 100 milioni) recandosi nelle città industrializzate è sottopagato, sfruttato e senza alcun diritto di pensione, sanità e istruzione. Un sistema che si fonda sulla disuguaglianza e che usa una quota enorme di sfruttati per stare in piedi: hukou in Cina, immigrati illegali da noi e quel 10% di forza-lavoro senza contratti in Italia, mini job in Germania.

La stessa Germania col suo avanzo commerciale mostruoso verso gli Stati Uniti (come Italia e Cina) ha puntato su una politica di export che ha prodotto un contenimento della domanda interna, dei salari, degli investimenti nelle proprie infrastrutture e, in definitiva, uno spostamento dei benefici a favore della propria élite e dal Lavoro al Capitale. Questo è l’esito del libero scambio deregolato in tutti i paesi (Europa, Cina, Stati Uniti), dove la quota che va dal Lavoro al Capitale è cresciuta in media di 10 punti ovunque, il che spiega le difficoltà in molti paesi dei lavoratori (Italia in primis) e dei bassi salari.

Mi pare che ci sia abbastanza per evitare facili semplificazioni, in cui si finisce per fare il tifo per Wall Street.

 

Cover image: Bethlehem Steel, Pennsylvania, wikimedia commons

Presto di mattina /
Nei miei occhi i tuoi occhi

Presto di mattina. Nei miei occhi i tuoi occhi

Nei miei occhi i tuoi occhi

«Che cerchi ne’ miei occhi d’ignorante,
che speri tu da me che ormai son vecchio,
se non ch’io creda in te, sempre, ogni istante?»

La verità dischiusa dalla fede è paragonata da Carlo Betocchi alla luna: come la bianca luna è, al contempo, semplice e complessa, una e molteplice, cangiante nel variare della luce; nel suo svelarsi e ri-velarsi, da nuova a piena ha le sue fasi e, pur simile è la sua veste, d’argento a volte, d’oscura ombra altre; come la luna riceve e riveste luce d’altri, così gli occhi della fede scrutano il vero con altri occhi.

«O cara verità, semplice luna»

È detta dal poeta semplicemente “cara”; ma dicendolo vi nasconde molto di più: preziosa, gioiosa, ricercata, amata. L’aggettivo infatti rimanda a una pluralità di radici etimologiche da cui, di volta in volta, la parola è fatta derivare.

Quella latina, dal verbo càreo “io manco”, dice la rarità e dunque la preziosità, perché è in tempo di carestia che le cose accrescono il loro valore. La radice greca del verbo ghairo, poi, esprime gioia, rallegramento; e infine, dalla radice sanscrita ka, kan, kama, attinge alle sorgenti del desiderio anelante e dell’amare.

Così anche la verità del credere si dice in molti modi e si riflette negli occhi del poeta come la risplendente Selene, alta e vagante sul leccio sempreverde, lucente e ospitale e, sosta così, con lo sguardo presso ciascuno che le volge lo sguardo. Nell’oscurità va cercando con occhi miti anche nei miei, nei vostri occhi pure, un resto di speranza, un ancor ignorato, celato amore.

O cara verità, semplice luna,
ora piena, ora occulta, ora un falcetto
intorno casa, nel giorno che imbruna
e va contando i suoi di tetto in tetto,
o variabile sorte, cui è tutt’una
vestir d’argento od’ ombra, ma nel pretto
sentiero del creato in cui s’aduna
la certezza di ciò che Dio ha nel petto;
in degnissima fronda, alta, sul leccio
che t’accoglie in quest’ora, o tu, vagante,
che fai, che sosti nel tuo mite aspetto,
che cerchi ne’ miei occhi d’ignorante,
che speri tu da me che ormai son vecchio,
se non ch’io creda in te, sempre, ogni istante?
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, 1996, 153).

«In tutte le Scritture,
da Mosè sino ai profeti,
Gesù spiegava ai discepoli
il mistero della sua Pasqua, alleluia»

Nell’antifona all’Ufficio delle Letture dell’ottavario pasquale viene mostrata la pedagogia mite e amorevole di Gesù a Pasqua volta a far passare i suoi amici dall’incredulità alla fede e guarire così i loro occhi che erano impediti dal riconoscerlo riaprendo loro gli occhi della fede alla lettura di lui nei sacri testi.

Questo stile di Gesù risorto è simile all’esperienza di quando bambini appena iniziati all’alfabeto, a sillabare, abbiamo incominciato a imparare a leggere e scoprire le parole scritte, la loro pronuncia, combinandole tra loro e facendole corrispondere risonanti con quelle orali.

Da soli ci saremmo persi nei meandri delle pagine tra quelle indecifrabili tracce nere su bianco. Saremmo rimasti smarriti se qualcuno, maestro dello sguardo, con mitezza e fermezza amorevole non avesse guidato e accompagnato con i suoi i nostri occhi sui ripidi sentieri della lettura e della scrittura verso la libertà, quella che ricava l’oro dall’inchiostro e dalla parola divenuta creatrice fa risorgere la dignità umana, quella che si dà pronunciando ogni volta: “I care”.

Ho imparato a leggere dalla zia Lucia, la sorella di mia nonna paterna Maria Bianca. Rimasta vedova ancor giovane si fermava per molti mesi all’anno a casa nostra.

Lucia amava molto ricamare e insegnò anche a me quell’arte; così con lei imparai anche l’arte di infilare le parole e cucirle sul telo bianco della pagina.

Seduta accanto a me al tavolo della cucina pronunciava con me le lettere, indicando e seguendo con il dito le parole, riga dopo riga, dando tono, direzione e senso al testo. Così lo sguardo prospettico dei suoi occhi orientava e correggeva i miei ancora miopi nella lettura: “nei miei occhi i suoi occhi”.

In questo modo il libro letto insieme diventava un poco come le Scritture spiegate da Gesù ai suoi amici: non già un esercizio isolato, un apprendere utilitaristico, ma un vero e proprio incontro tra noi due e con quelli che si affacciavano di volta in volta nella pagina.

Dapprima il testo risuonava come un annuncio, anzi un buon annuncio, che a poco a poco svelava una presenza dentro il testo che si mostrava e nascondeva tra le pagine, che in ragione di questo disvelamento attiravano e concentravano sempre più la mia attenzione e l’interesse.

Fu così che da semplice ripetitore di parole a pappagallo divenni capace non solo di leggere, ma di ascoltare con attenzione, non solo di vedere con gli occhi di un altro, ma sentendo la sua voce nella mia voce.

Ora vedo con più chiarezza che imparare a leggere con gli occhi di zia Lucia al tavolo della cucina è stato per me un molteplice dono: quello di cercare sempre più parole nuove, scegliere le più adatte al sentire mio e comporle poi come colori di una tavolozza, ma pure il dono grande di imparare a spezzare il pane come quella volta sulla tavola di Emmaus. E questo è stato il vangelo nascosto del suo amore annunciato e poi narrato a me.

Lumen fidei

A me la fede
non consente che un grido ed una voce:
è quel poco che so, che sento vero
dentro di me: ed in quel vero accendo
l’essere a farsi un uomo che cammina
solo e con tutti, innanzi a sé pregando
(ivi, 545).

Il vedere della lettura e quello della fede oltrepassano la fisicità degli occhi perché sono un “vedere con”, un vedere in relazione, un incontro che può cambiare la vita sino a renderla condivisa. Ogni lettore dunque può vedere con gli occhi della fede quando, leggendo, offre credibilità a un altro, spostando lo sguardo a un diverso punto di vista e mettendo in gioco una libertà che si affida a un’altra libertà, ad altri occhi, per comprendere il suo stesso esistere e la realtà che accade e lo circonda e provare a trasformarla.

Ci ha ricordato papa Francesco nella sua prima enciclica Lumen fidei che gli occhi della fede non solo guardano a Gesù, ma guardano dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: la fede è quel dono che ci fa partecipare al suo modo di vedere. Gesù vede con noi la sua Pasqua, continua a viverla dentro la nostra vita.

Spiegare le Scritture ai discepoli ha significato partecipare loro la sua stessa vita; la comunione con lui dischiude gli occhi della fede e rimette in cammino anche noi:

«Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro (Lc 24, 30-33).

Sei tu, Signore, che mi dai la tua forza,
torci il mio occhio a guardarmi nell’anima,
perché l’immondezza sia vituperata
ed esaltato il coraggio che la rivela.
Io da me non saprei: tu m’hai insegnato,
dei miei giorni corti puoi fare un’eternità,
se tu mi sostieni scenderò nell’abisso
che invoca scandaglio per rendermi a te
(ivi, 288)

Scrive ancora papa Francesco «La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro… Poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione…

La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere. In tanti ambiti della vita ci affidiamo ad altre persone che conoscono le cose meglio di noi.

Abbiamo fiducia nell’architetto che costruisce la nostra casa, nel farmacista che ci offre il medicamento per la guarigione, nell’avvocato che ci difende in tribunale. Abbiamo anche bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio. Gesù, suo Figlio, si presenta come Colui che ci spiega Dio (cfr Gv 1,18). La vita di Cristo — il suo modo di conoscere il Padre, di vivere totalmente nella relazione con Lui — apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare».

«Le radici dell’occhio sono nel cuore»

È questo il pensiero di Romano Guardini che scrive: «Le radici dell’occhio sono nel cuore; nella intimissima presa di posizione verso le altre persone come verso la totalità dell’esistenza: una decisione che passa attraverso il centro più personale dell’uomo. In ultimo, l’occhio vede dal cuore. Questo intendeva dire Agostino, quando diceva che soltanto l’amore è capace di vedere.

Quest’amore non comincia con il desiderio ma con il rispetto. Il suo primo atto non è un protendersi, ma un ritrarsi. Esso rinuncia cioè a fare dell’amato un frammento del suo proprio mondo, concede libero spazio alla sua esistenza ed è pronto ad andargli incontro e ad accoglierlo nel proprio spazio esistenziale. Soltanto se nasce almeno un germe di tal processo, l’occhio può realmente vedere un essere umano.

Tutto un uomo con il suo destino può esistere manifesto avanti a me e posso ogni giorno incontrarmi con lui; ma se non gli riconosco il diritto della sua esistenza in proprio, non lo vedo. I fatti più impressionanti possono svolgersi sotto i miei occhi ed io restare cieco» (L’occhio e la coscienza religiosa, in Scritti filosofici, 2, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1984, 152).

Per Lui «lo sguardo allo sperar della mattina!»
(Betocchi, 136)

Non so a voi, ma a me questi ultimi versi di Carlo Betocchi mi fanno risalire e ritornare ai primi. Li sento impregnati d’essi e sillabare di nuovo quella speranza cercata negli occhi del poeta, quella fede cercata anche in me.

O Tu che passi tra i fiordalisi:
Tu che li crei; stamattina
mi son venuti in casa, erano
color della Tua pupilla.
(ivi, 193).

Meno che nulla son io, nella mente
che invecchia e vaga incerta, e male
afferra le idee che vi divagano
fantasticanti: eppure sono ancora
creatura, e non è detto che da me
così squallido, così passivo e inerte,
non emani, come ora che scrivo,
il senso eterno di quell’eterna
povertà che ci è propria, a noi che viviamo
nel tempo, sulla cui nera lavagna
scriviamo col gesso dei giorni parole
che sempre biancheggiano, per Lui che le legge,
pupilla d’aquila, solo compagno sapiente.
(ivi, 559).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Pier Luigi Guerrini: La grazia delle parole

Pier Luigi Guerrini: La grazia delle parole.

… la lingua langue silenziosa
si genuflette riflessiva
accorpa pensieri, immagini, sogni
facendo ricorso
ai ricordi di ogni.

Colpiscono questi pochi versi che Pier luigi Guerrini mette in esergo alla sua ultima raccolta poetica (L’Amnistia del silenzio, Bertoni editore, 2025) per raccontare la sostanza del suo lavoro sulla poesia. Un lavoro che non giunge dal pensiero alle parole, ma scaturisce invece dalle parole stesse, dal loro suono, dal loro significato, dai rimandi con altre parole. Sono infatti le parole che … accorpano pensieri. immagini, sogni.
Da qui, almeno mi pare, l’assoluta originalità e freschezza delle poesie di Pier Luigi Gerrini. A volte l’effetto è quello di un incanto primordiale, una inevasa domanda bambina:

Anche di notte
il buio fa fatica ad accendersi,
Ha paura del silenzio,
ha timore
quasi non vede
il motivo.

Ma le parole raccontano anche un’Italia decaduta e immemore,  attraverso la grazia tagliente della rima:

Paese
che scorda il palato
appena esce.
Paese smemorato
meno di un mese
paese di saluti padani
distese di saluti romani
sconsòla l’impotenza di fiato.
La porta chiusa sul domani
Terra secca
sul sangue d’umani.

La dimensione politica, lo sguardo civile,  (e la satira, l’invettiva) affiorano in molti componimenti, ma in primo piano ci sono sempre le parole,  a volte anche “il gioco di parole”, perchè solo le parole, la grazia delle parole, possono dare peso e sostanza ai pensieri. E  solo attraverso le parole, sembra dirci Guerrini, solo maneggiandole con cura ed amore, possiamo coltivare un piccolo seme di speranza:

A un passo da casa
c’è un alberello
col sostegno che spinge
nella terra.
Le chiede auto.

Presentazione: 

In copertina: foto dell’autore

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 283° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
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Come si misura una Repubblica fondata sul lavoro?

Come si misura una Repubblica fondata sul lavoro?

Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano
effettivo questo diritto.

Non ci sarebbe altro da aggiungere alla “Costituzione più bella del mondo”.  Purtroppo si continua, colpevolmente, a far confusione. Si confonde il quanto con il come.

Se il Cavaliere amava ripetere la sua solenne promessa (mai raggiunta) di creare un milione di nuovi posti di lavoro, oggi Giorgia Meloni sventola la medesima bandiera, cantando vittoria: “Creati oltre un milione di posti di lavoro”. Dare i numeri, usare il pallottoliere per misurare il benessere sociale è un argomento sempre usato dalle destre (vedi anche Trump) ma che mostra la corda: basta guardare di cosa sono fatti tanti di questi nuovi posti di lavoro: contratti a termine, lavoro precario lavoro sottopagato eccetera.

E di cosa è fatto il lavoro di milioni di italiani, con stipendi in fondo alla classifica europea, con un contratto scaduto da dieci anni e mai rinnovato. E c’è il lavoro come pericolo, a cui sono costretti in tanti e in tanti continuano a morire. E il potere d’acquisto giù per le scale di cantina. E il salario minimo che rimane un miraggio.

Va bene, il problema è complesso, le inadempienze e i ritardi accumulati sono tanti, la strada per dare attuazione alla nostra Costituzione è molto lunga. Nessuno pretende di arrivarci in un lustro, ma per favore, un po’ di decenza: smettete di gridare vittoria per la conquista di un ennesimo milione di posti di lavoro. Il diritto a un lavoro dignitoso, quello di cui parla la Costituzione, è tutta un’altra cosa.  E anche gli Italiani se ne stanno accorgendo.

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Parole a capo
LAVORARE MANCA

LAVORARE MANCA

 

L’INSEGNANTE PRECARIA

Il mio sogno era fare la maestra
fin da bambina innamorata persa
della mia dolcissima insegnante.
Ho studiato davvero con impegno
mi sono laureata a pieni voti
con baci abbracci strette di mano e allori.
Di lì cominciava la mia vita
nel lavoro
che amavo e che pensavo ripagato
dall’amore dei piccoli, la cosa
per me più bella al mondo.
E invece ho cominciato una catena
senza fine: concorsi graduatorie
le speranze deluse e le supplenze
su e giù per lo stivale
di pochi giorni o poche settimane.
Finalmente un incarico annuale,
un passo alla felice conclusione…
Ma sono passati gli anni, tanti anni,
ho già i capelli grigi
continua il precariato ed ogni anno
lascio bambini appena conosciuti
che mi sembra tradire.
E l”attesa angosciosa di una nomina
per l’anno successivo…
E quando torno a casa dai miei figli
io temo che mi leggano negli occhi
di giorno in giorno la mia delusione
e mi sento precaria come mamma

(MARTA CASADEI)

 

*

 

SONO CIÒ CHE RESTA

 

Un braccio,
Un pezzo inutile,
Smembrato.
Urlo atroce dal suolo.
L’orrore di vedersi
Altro da se’,
Negata l’umanità.
Non gettarmi! rantola
Da corpo incompleto,
Rotto, avariato…
Guai, solo guai…
Sono, sarò, ciò che sono stato:
Solo un essere umano .
Sono ciò che resta
Di un’illusione…
Un arto gettato,
Un corpo martoriato,
Abbandonato sul selciato.
Una croce da portare
per chi resta.

(CECILIA BOLZANI)

 

*

 

E’ NATO UN FIGLIO AL FABBRICANTE

 

Concepito nel quarto anno di guerra,
punta il timone – dicevano – bambino bello
alla volta della Polonia di Londra agli albori
tra i fiumi della Manchester polacca!
Nulla ti mancherà, neanche il latte d’uccello.

Qui mancano gli uccelli, sono volati via
al cupo rimbombare della terra
che il fronte riprendeva a colpi di cannone.
Sono arrivati i soldati sovietici,
i polacchi – i nostri, li chiamava il popolo.
Ma il popolo non è tutta la gente.
Né quella di città, né duella di campagna.
C’è un’indipendenza degli operai.
C’è un’indipendenza dei piccoli agricoltori.
Quelli che sono corsi fuori a salutare
hanno sentito la Prima libertà nei cuori.

E’ nato un figlio al fabbricante
ma in altra epoca da quella attesa.
Ormai non è più un fabbricante il padre,
gli resta una manciata di monete d’oro,
a comandare in fabbrica sono gli operai,
le azioni frusciano come foglie secche,
sono rimasti solo gli oggetti preziosi,
soltanto gli album di fotografie.

Il ragazzo intanto cresce. Presto a scuola
conoscerà il sorriso dei propri coetanei,
la vita lo accarezzerà col suo calore,
rientrare a casa gli comincerà a pesare.
Il socialismo è giustizia sociale.
Quando il ragazzo capirà queste parole,
non avrà più il marchio d’infamia sulla fronte,
anche se ha preso i tratti dal volto dal padre.
Allora fisserà lo sguardo della mente
su un mondo degno della giovinezza.
E solo i genitori non potranno capire
che per il figlio quella è la ricchezza.

–  Mamma, la sciarpa non mi serve.
– Papà, fuori c’è un Maggio enorme!
Fa caldo nei cortei, fa caldo al lavoro.
Non appartengo a voi. Vado con loro!

( WISLAWA SZYMBORSKA)

 

*

 

PAESAGGIO

 

Il ciliegio è fiorito
tra lacrime di nero appassito.
Campagna in chiusura
da lavoro
sotto un sole spaurito
che si è ripreso l’oro,
senza chiedere permessi,
lasciando liberi i lavoratori
da loro stessi.

(PIER LUIGI GUERRINI)

(Cover del celebre quadro “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo)

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

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La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

Penso valga la pena tornare a parlare della vicenda della gestione del servizio dei rifiuti urbani a Ferrara. Innanzi tutto perchè Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica di Ferrara, con il sostegno attivo della lista La Comune di Ferrara e del M5S, stanno promuovendo in questi ultimi 2 mesi un’importante campagna per la ripubblicizzazione del servizio, attuare la modalità di raccolta porta a porta e, in prospettiva, poter dimezzare il ricorso all’incenerimento

In seconda battuta perchè perdura un assordante silenzio da parte dell’Amministrazione comunale, dopo che era stato annunciato pubblicamente che entro la fine del mese di marzo occorreva arrivare ad una decisione finale.

La vicenda dell’affidamento del servizio dei rifiuti a Ferrara viene da una lunga storia. Nasce ancora dalla fine del 2017, quando venne a scadere la concessione del servizio stesso ad Hera e, da quel momento, essa continua la gestione in un regime di proroga.

Dalla scadenza della concessione, numerose sono state le iniziative di comitati e realtà sociali perché ci fosse il coinvolgimento della cittadinanza su una scelta così importante e si andasse nella direzione della ripubblicizzazione del servizio.

Non sto ora a riprendere le ragioni di fondo che motivano tale posizione (e la sua conseguenza sul passaggio al sistema di raccolta porta a porta e sul depotenziamento dell’inceneritore), se non richiamando che il ciclo dei rifiuti appartiene a pieno titolo alla fattispecie dei beni comuni, e come tali va trattato, nelle finalità da perseguire e nella sua gestione.

Mi interessa intanto sottolineare come la campagna di questi ultimi 2 mesi, cui ho fatto riferimento sopra, sia stata intensa: 2 flash mob, uno sotto la sede di Hera e uno sotto il Municipio, lo svolgimento di un importante convegno in cui, tra gli altri approfondimenti, è stata presentata l’esperienza dell’azienda totalmente pubblica che gestisce il servizio dei rifiuti di Forlì e altri 12 Comuni limitrofi, che sta realizzando i risultati migliori in Emilia-Romagna per quanto riguarda gli obiettivi di carattere ambientale e sociale.

E ancora, il lancio di una petizione on line, che è utile rafforzare ulteriormente nelle sottoscrizioni (lo si può fare andando al seguente link http://www.change.org/Liberiamo_ferrara_da_hera) e altre iniziative che seguiranno nelle prossime settimane.

Ancor più, però, mi tocca evidenziare l’atteggiamento dell’Amministrazione comunale. Troppi indizi fanno pensare che essa stia letteralmente scappando da questa discussione. Me lo fa dire il fatto che l’assessore Balboni, che detiene la delega su questi temi, si è sempre sottratto al confronto diretto con le istanze avanzate da chi sostiene la ripubblicizzazione, limitandosi a qualche dichiarazione pubblica con cui si dice che questa strada non sarebbe percorribile rispetto ai costi che graverebbero sulle casse comunali.

Un’affermazione decisamente falsa, nel momento in cui Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica hanno chiaramente indicato anche la fattibilità economica di quest’operazione.

In particolare, attingendo alle notevoli riserve di utili presenti in Ferrara Tua SpA, società partecipata al 100% dal Comune di Ferrara e che si occupa anche di fondamentali servizi pubblici locali, oppure, come ipotesi subordinata, ricorrendo alla vendita di una quota delle azioni “libere” di Hera possedute dal Comune di Ferrara, che ha sempre meno senso tenere, nel momento in cui i soci pubblici di Hera non giocano praticamente nessun ruolo nelle decisioni societarie, sempre più orientate alla visione privatistica di “creare valore per gli azionisti”.

Soprattutto è scomparso, nelle esternazioni dell’Amministrazione, qualsiasi riferimento al momento temporale in cui si dovrebbe decidere il percorso del nuovo affidamento del servizio e, in specifico, del passaggio in Consiglio comunale di questa discussione.

Allora, diventa inevitabile riproporre il tema del coinvolgimento dei cittadini in questa decisione. Perchè l’Amministrazione e l’assessore competente non convocano assemblee nei vari quartieri per discutere le scelte relative all’affidamento del servizio rifiuti e le politiche che si devono mettere in campo in proposito?

Sulla base dell’esperienza di questi anni, probabilmente la risposta risulta facile: quest’Amministrazione (ma anche le precedenti, in verità, non brillavano in proposito) pensa alla partecipazione solo come processo che va dall’alto in basso, che viene attivata solo per costruire consenso alle ipotesi già elaborate e non per far emergere l’opinione delle persone.

Si può aggiungere, anzi, che la politica di Fabbri e Balboni è quella di privatizzare spazi pubblici e servizi che attengono ai beni comuni. L’elenco delle situazioni che testimoniano tutto ciò è ormai lungo: per stare agli spazi pubblici, basta pensare alle vicende in corso che riguardano il Centro sociale La Resistenza, il Centro Volontariato Sociale, la sede di Cittadini del Mondo, il circolo ARCI Bolognesi.

Guardando ai beni comuni e ai servizi che li sostengono, oltre al servizio rifiuti, è sufficiente pensare alle privatizzazioni di parti del sistema bibliotecario, alla continuità nell’esternalizzazione dei nidi e delle scuole dell’infanzia e, prossimamente, all’idea della completa privatizzazione del servizio idrico.

Ciò non toglie che siamo in presenza di un vero e proprio “vulnus democratico”; che va affrontato sia continuando a richiedere che la voce dei cittadini venga ascoltata, sia iniziando ad unificare le varie vertenze in campo, rafforzandole vicendevolmente.

Forse scopriremmo che si possono rimettere in discussione le scelte della destra in città, che si considera inattaccabile dopo la riconferma elettorale, ma che, di fronte ad una vasta, unitaria e consapevole mobilitazione sociale, potrebbe riscoprirsi come “gigante dai piedi d’argilla”.

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Vite di carta /
Alma e l’identità difficile nell’ultimo romanzo di Federica Manzon

Vite di carta. Alma e l’identità difficile nell’ultimo romanzo di Federica Manzon

Ha vinto il Premio Campiello 2024 il romanzo sulla identità difficile che ha per titolo il nome della protagonista, Alma, e per spazio la città di Trieste. Ho appena finito di ascoltare un’intervista all’autrice, ho rimesso a fuoco i motivi narrativi e i temi del racconto, smettendo di ascoltare quando ho creduto che di modi della scrittura non si sarebbe parlato.

Non della terza persona in cui si esprime la voce narrante, una scelta su cui si fonda tutto il libro e me lo ha reso aspro da leggere all’inizio. La scrittura così intima fin dalle prime pagine non riuscivo ad assorbirla e a sentirla all’unisono con l’onniscienza del narratore.

Questo è un romanzo che guadagnerebbe in immediatezza se fosse raccontato dalla protagonista stessa, con lo spessore dei suoi ricordi e delle consapevolezze accumulati in trent’anni di lontananza da Trieste, la città in cui è nata e in cui ha vissuto fino a vent’anni una infanzia e una adolescenza inquiete.

Adottare il suo punto di vista non basta. Per di più, risultano ambigue certe parti in cui la voce narrante dice cose che il personaggio non sa eppure continua a usarne il registro intimo, asciutto e disposto alla verità, sfiorando il discorso indiretto libero.

Verrebbe spontaneo mettere le virgolette alle descrizioni degli stati d’animo così come ai riferimenti storici, credere che siano le parole di Alma nel suo parlare di se stessa e dei due mondi che le sono appartenuti di qua e di là dal confine tra Italia e Jugoslavia.

La conosciamo quando ha superato i cinquant’anni, è diventata una apprezzata giornalista e vive a Roma. Il libro contiene i tre giorni in cui torna a Trieste a ricevere l’eredità che morendo le ha lasciato il padre. Sono giorni in cui ripercorre strade e zone della città che hanno marchiato la sua infanzia, ma per prima ha voluto rivedere l’isola di Brioni, dove la portava suo padre e dove alla fine degli anni Settanta aveva conosciuto il maresciallo Tito, l’uomo sempre vestito di bianco.

Rivedere Trieste implica che Alma si volti verso il suo passato con uno sguardo orfico, dice bene Francesca Peligra nella sua recensione. L’esercizio della memoria, da cui si è tenuta lontana fuggendo a vivere a Roma trent’anni prima, si riattualizza con forza e le butta addosso le storie di famiglia, il rapporto particolare con la madre e soprattutto col padre, con la figura mai veramente esorcizzata di Vili.

Ricorda i nonni materni e la cura che le hanno prestato quando era bambina. Il loro era un mondo borghese venato di nostalgia per l’impero austroungarico, fondato su sicurezze ed eleganze di cui Alma non trovava traccia quando tornava a casa dalla madre. Lì trovava il disordine e l’inventiva con cui la mamma ribelle dedicava la vita di ogni giorno a curarsi dei matti, quelli liberati da Franco Basaglia, e ad aspettare il marito.

Alma lo aspetta come lei, è il padre indecifrabile e amato dei giri sull’isola di Brioni, delle presenze fugaci e delle ripartenze improvvise per tornare di là a lavorare per il maresciallo. Un giorno con lui è entrato nella casa caotica sul Carso anche Vili, un bambino in fuga da Belgrado che i genitori hanno voluto allontanare per salvarlo dalla guerra. Dalle guerre Jugoslave, per meglio dire. Quelle che vorticano attorno alla vita di Alma e agli altri a cui Alma vuole bene, senza che lei adolescente possa capirle.

Sono iniziati gli anni Novanta, gli anni del disfacimento della ex Jugoslavia nel dopo Tito. Il destino del padre ne è segnato, anche il percorso con cui Vili diventa uomo e lavora come fotografo di guerra oltre il confine prende la piega a cui lo ha condotto la Storia:  Alma, che pure vive di qua dai conflitti, dà consistenza alla propria vita adulta continuando a prescindere dalla presenza del padre e si avvia alla professione di giornalista.

Si stacca da Vili, amandolo ma non potendo più condividerne l’inquietudine. Finché si sono sentiti entrambi sradicati da abitudini e regole nel loro crescere nella casa sul Carso, finché si è trattato di sentirsi estranei in via esistenziale a una vita saldamente codificata ci hanno guadagnato la libertà di muoversi negli spazi della città.

Si sono mossi senza vincoli anche tra i suoi linguaggi e fra le lingue lasciate in eredità dal mondo asburgico e da quello slavo. Ma Vili ha dentro la smania di chi ha perso da bambino il proprio paese, è più dell’identità soggettiva quello che ha smarrito.

Vivendo a Roma Alma si è difesa per trent’anni da un di più di consapevolezza: “Tu non sai niente” è la frase che le hanno rivolto sia Vili che il padre nelle occasioni in cui lei ha cercato di definirli, di collocarli nello scacchiere dei popoli e dei posizionamenti politici.

Nei tre giorni che passa a Trieste ritrova Vili e gli oggetti-amuleto che le ha lasciato il padre. Riattualizza pezzi di passato che solo ora si fanno conoscere per quello che autenticamente hanno significato nella Geografia della Storia.

Nella intervista che ho ascoltato Federica Manzon dice di avere avuto in mente un personaggio, Alma, che stia lì a dimostrare quanto sia complessa, non univoca e non semplice, l’identità di cui siamo fatti. Aggiungo, come la si componga nel tempo, a volte anche dopo decenni lungo le linee tortuose della vita, come accade qui.

Nota bibliografica:

  • Federica Manzon, Alma, Feltrinelli, 2024

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

UN PAPA DI NOME FRANCESCO.
Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

UN PAPA DI NOME FRANCESCO. Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

Un vero e proprio bilancio dei 12 anni del pontificato di papa Francesco (2013–2025) sarà compito degli storici. A pochi giorni dalla sua morte, la mattina del 21 aprile (lunedì di Pasqua), e per niente al riparo dall’emozione suscitata dalla sua inaspettata scomparsa, è possibile, almeno per me, solo qualche spunto di riflessione.

Sull’onda partecipativa rispetto a una notizia che ha lasciato un’umanità incredula, sono parse esemplari le parole usate dal card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, pronunciate nel duomo di Bologna il pomeriggio dello stesso 21 aprile: “Ha amato fino alla fine. Quel suo giro con la macchina (la domenica di Pasqua in piazza San Pietro), per salutare tutti e farsi salutare da tutti, è il gesto di un Papa che non si è mai risparmiato”.

“Fino alla fine” e “tutti” sono una sintesi, non solo emotiva, dell’impronta data da Jorge Mario Bergoglio a un pontificato che, proprio partendo dagli esclusi, ha incluso tutti.

Non sempre si presta la giusta attenzione su questo punto.

Se agli ultimi si dedica un’attenzione prioritaria (il primo viaggio a Lampedusa appena eletto papa), di conseguenza non ha più senso parlare dei primi perché tutti, appunto, hanno uguale dignità e meritano lo stesso rispetto e diritti, non solo coloro che li possiedono per mezzi, possibilità, disponibilità e potere.

E il fatto che Francesco abbia voluto farlo “fino alla fine”, come la visita ai carcerati di Regina Coeli il giovedì santo, appena dimesso dall’ospedale Gemelli, significa avere preso sul serio quella radicalità evangelica che è l’esatto rovesciamento della logica verticale e che, in quanto tale, da sempre provoca scandalo, suscita incomprensioni, resistenze e perplessità, quando non aperte contestazioni e ostilità.

Una radicalità testimoniata anche all’uscita dal carcere romano quando, a tiro di microfono, con un filo di voce, ha ripetuto quella frase spiazzante: “Ogni volta che vengo mi chiedo: perché loro e non io?”.

Una sintonia evangelica tutta francescana (sine glossa) per un papa gesuita, cui spesso si è cercato di mettere il silenziatore. Bonarietà e semplicità, è stato detto, fanno di Bergoglio un buon parroco del mondo, rispetto allo spessore teologico di un papa Ratzinger.

La mente corre alla definizione di “papa buono”, tuttora usata per Giovanni XXIII, dimenticando la portata di operazioni come l’enciclica Pacem in terris e la convocazione del concilio Vaticano II, aperto con il memorabile discorso Gaudet mater ecclesia.

Se si tenta, per quanto possibile, un minimo di distacco dall’ondata emotiva per la scomparsa di un testimone di speranza e di pace (per quanto inascoltato) che sta lasciando un vuoto (come ha confessato Sergio Mattarella), c’è chi ha visto, invece, in papa Bergoglio l’applicazione di un disegno lucido tutt’altro che banale.

Lo ha scritto e detto, fra gli altri, lo storico Daniele Menozzi (Il papato di Francesco in prospettiva storica, 2023 e nel corso di una due giorni ad Albino, Bergamo, della rivista settimananews.it, nell’ottobre 2024).

Per prima cosa la scelta del nome.

Bergoglio diceva che al momento della sua elezione, un cardinale amico gli disse di ricordarsi dei poveri. Il papa argentino pensò che oltre alla povertà, altri due problemi angustiano il presente: le guerre e la crisi ecologica. Da qui il richiamo spontaneo a Francesco d’Assisi, “per me – disse – l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e rispetta il creato”.

Ma se si vuole andare alla cifra più profonda del pontificato di Francesco, occorre considerare l’importanza dirimente del Vaticano II.

La questione centrale del concilio che si svolse fra il 1962 e il 1965 fu l’aggiornamento ecclesiale, cioè superare le difficoltà di comunicare il messaggio cristiano all’uomo moderno che, con la pretesa di autodeterminazione, si era sottratto alla direzione della Chiesa in ogni direzione: individuale, collettiva, della vita.

Quel programma, l’aggiornamento, a concilio concluso lasciò aperte due strade

Da una parte, la Chiesa riconosceva all’uomo l’autonomia delle realtà temporali (cultura, scienza, politica e persino religione con la dichiarazione Dignitatis humanae). Ma questa autonomia aveva dei limiti che la costituzione Gaudium et spes definì iusta autonomia. Quando cioè si trattava della sfera morale spettava alla Chiesa stabilire le regole perché il comportamento degli uomini fosse eticamente lecito.

La seconda posizione proponeva la Chiesa in dialogo con le persone scrutando i segni dei tempi.

Da un lato occorreva verificare la persistenza nel mondo di valori evangelici e su questo terreno costruire percorsi d’incontro. Per esempio, nella Pacem in terris l’aspirazione alla pace era il terreno comune per la costruzione di una società fraterna, per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori.

Dall’altro, aggiornamento significava imparare dalla storia, come più volte ha scritto Giovanni Miccoli.

Si sa che questa seconda interpretazione è andata incontro alle critiche di omologare il cristianesimo al mondo.

Nei primi anni di pontificato di Paolo VI i due orientamenti convivono.

Sulla strada indicata da papa Roncalli, papa Montini disse nel suo discorso di chiusura del concilio (8 dicembre 1965), che la Chiesa non intende condannare la modernità.

Nel 1968 la svolta avviene con l’enciclica Humanae vitae. Alla base della decisione presa in merito alla contraccezione si trova una rivendicazione generale: la Chiesa, custode e interprete ultima della legge naturale posta dal Creatore a reggere l’universo, indica le norme morali valide sempre, ovunque e per tutti.

Sono i limiti oltre i quali non può spingersi l’autonomia dell’uomo.

Da questo momento il magistero papale adotta la linea che Menozzi definisce dell’ammodernamento: i vincoli posti dalla legge naturale all’autonomia dell’uomo.

I successori di Paolo VI ne ampliano la portata.

Se Montini l’aveva riservata all’ambito sessuale, familiare e matrimoniale, i successori ne estendono la ricaduta su tutti gli ambiti di vita.

Fino a Benedetto XVI, al punto di legare l’impegno politico dei cattolici alla traduzione nella legislazione civile dei valori non negoziabili, che riguardano non solo la bioetica, ma educazione, scuola, economia, giustizia …

Un progetto non a caso definito di neo-cristianità.

Le clamorose e coraggiose dimissioni di papa Ratzinger (2013), di fatto ammisero le difficoltà insormontabili di questo disegno, anche nell’ipotesi definita l’opzione Benedetto.

Papa Bergoglio ha impersonato la ripresa della strada dell’aggiornamento: una Chiesa ospedale da campo che si immerge nella storia e che dalla storia impara una migliore intelligenza del Vangelo.

Ecco, dunque, quella che è stata chiamata la sua rivoluzione della tenerezza e della misericordia, altro che semplice bonarietà.

È il percorso che il card. Martini propose già nel conclave del 2005 e che risultò sconfitto con l’elezione di Benedetto XVI.

Il pontificato di Bergoglio è stato, quindi, il tentativo di riprendere la strada conciliare intravista da papa Roncalli, come sfida epocale per una Chiesa, come hanno scritto Paolo Prodi e Fulvio De Giorgi, giunta al capolinea inesorabile delle età costantiniana, tridentina e intransigente.

Per una Chiesa che non si propone più di prescrivere all’uomo i limiti della sua autodeterminazione, ma che si sente intimamente sulla stessa barca di un’umanità tra le tempeste della storia, come ha detto Francesco nel 2022 in una piazza San Pietro deserta durante la pandemia: il coraggio di un leader di parlare a una piazza vuota.

Da qui la sua insistenza ad avviare processi invece di indicare (o dettare) soluzioni: il tempo superiore allo spazio, come scrisse nell’Evangelii gaudium nel 2013.

Naturalmente i suoi 12 anni di pontificato sono stati un tentativo e diversi sono i temi rimasti aperti e lasciati in eredità al suo successore.

A partire dalla postura sinodale voluta da Francesco per la Chiesa. È il messaggio fortissimo, come ha detto Alberto Melloni, di una comunione che diventa decisione, in un tempo in cui le democrazie sono seriamente insidiate da potenti ritorni imperiali, autoritari e autocratici.

Rimangono poi aperte altre questioni, come la declinazione della pedagogia della pace: come può la nonviolenza diventare un atteggiamento in grado di opporsi alla volontà di potenza di imporre la legge delle armi? Oppure il tema della povertà, da conciliare con l’evidente necessità di mezzi materiali per condurre l’azione di apostolato universale.

Sul versante più interno alla Chiesa, rimangono aperti temi cruciali come, per citarne solo alcuni, il ministero ordinato alle donne e agli uomini sposati, le nomine dei vescovi, oltre al diaconato femminile, su cui ormai studi teologici e storici consolidati premono da tempo.

Per non parlare del tema abusi, sempre sul delicato crinale fra peccato e reato, anche se Bergoglio ha pure puntato il dito sul clericalismo, a differenza di Benedetto che vedeva la radice del degrado nella rivoluzione sessuale degli anni ’60.

Per intenderci, si potrà capire di più, per esempio, se al termine del prossimo conclave, ci sarà un Francesco II, oppure un Benedetto XVII e se e come il successore di papa Bergoglio vorrà affrontare i temi aperti lasciati in eredità.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Parole e figure / Ti sembro un orso? Un albo che parla di bullismo

Esce in libreria, edito da Kite, Ti sembro un orso? di Yael Frankel, un albo che parla di bullismo e amicizia.

TU SEI TU

Il termine bullismo – coniato negli anni ‘70 dallo psicologo svedese Dan Olweus – trae origine nella parola inglese bullying (to bull) che significa “usare prepotenza”. La prima definizione di bullismo si deve proprio ad Olweus: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Vi è un insieme congiunto di fattori che permettono di differenziarlo dagli altri atti di violenza: l’intenzionalità da parte del bullo, ovvero la volontà di procurare un danno (fisico o psicologico) alla vittima, la ripetizione sistematica dei comportamenti ostili, la natura asimmetrica della relazione tra bullo e vittima con uno squilibrio di potere a vantaggio del primo. Va tenuto anche presente che il bullismo è un fenomeno relazionale: è proprio all’interno del gruppo che questi atti si alimentano e si protraggono nel tempo. Nello specifico, sono stati identificati sei ruoli: il bullo (colui che prevarica); l’aiutante del bullo (colui che aiuta materialmente il primo nelle prevaricazioni); il sostenitore del bullo o “bullo passivo” (che non partecipa in modo attivo alle prepotenze ma mostra approvazione); la vittima (colui che subisce le prepotenze in maniera “passiva” o “provocatrice”), il difensore della vittima (colui che si schiera a favore di chi subisce le prepotenze) e infine l’esterno (colui che non prende alcuna posizione per paura di ritorsioni o per semplice indifferenza).

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Oggi, l’albo Ti sembro un orso? di Yael Frankel, tratta di questo dramma che pare affliggere i nostri tempi, in maniera crescente e preoccupante. E lo fa con attenzione, cura e delicatezza. Oltre che dando un grande messaggio di speranza. Se ti dicono che pari un cane, un orso o una scimmia perché indossi gli occhiali per la prima volta, ci puoi restare davvero molto male. Ancora peggio se ti dicono che nuoti come una papera (e allora i tuoi piedi ti sembrano pinnati) o che canti come un elefante (anche l’ora di musica può far paura e ti passa la voglia di cantare). Povera Emilia…

A scuola si può essere presi in giro, anche per il proprio aspetto, e stare male per questo, ma magari è proprio lì che si può incontrare qualcuno che ci dirà che non gli importa come appariamo, ma solamente come siamo. E che ti vuole sempre bene.

Un albo che racconta la crudeltà del bullismo e al contempo la luce dell’amicizia, che sa ricordarci sempre chi siamo veramente. Perché tu sei tu.

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Yael Frankel vive a Buenos Aires, in Argentina, dove lavora come grafica e illustratrice. È stata selezionata per il catalogo “México Iberoamerican Illustration” (2013), per il “Sharjah Children’s reading festival exhibition” (2014), il “Ukranie Cow Design festival” (2014), il “Portugal Illustration Festival” (2014). Nel 2016, è stata selezionata al Bologna children’s book fair, finalista del Silent book contest, Italia.

Per alcuni dati su bullismo e cyberbullismo

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Zebra. Una vita in rima

ZEBRA. UNA VITA IN RIMA

Zebra. KadiriSono nato in un piccolo villaggio dello Stato di Edo, in Nigeria. Eravamo una famiglia molto numerosa e io sono l’ultimo di tredici fratelli. Da piccolo la mia vita si divideva tra la scuola, la fattoria dei miei genitori dove piantavamo igname, manioca e fagioli, e il campetto da calcio.

Da bambino sognavo proprio di diventare un calciatore. Giocavo ala sinistra con il numero 11 sulle spalle. Il mio idolo calcistico, come per molti altri cresciuti negli anni Novanta, è stato Jay Jay Okocha. Il calcio, però, è rimasto un sogno, perché dovendo aiutare i miei genitori non mi ci sono potuto dedicare anima e corpo.

Ho continuato però a studiare, e a sedici anni mi sono trasferito a Benin City per frequentare l’Immaculate Conception College, un istituto di istruzione secondaria molto conosciuto. Ho frequentato corsi di diverso genere, tra cui scienze sociali, agricoltura sociale ed economia.

Anche in quegli anni non ho trascurato l’attività sportiva: oltre a giocare a calcio con gli amici nel tempo libero, infatti, ho iniziato a praticare anche il salto in alto. Terminati gli studi ho trovato lavoro alla SC Johnson, una multinazionale statunitense che realizza prodotti chimici e per la cura della casa. Ci sono stato sedici anni, fino a quando ho dovuto lasciare il mio Paese.

Il viaggio verso l’Europa è stata sicuramente l’esperienza più difficile che ho affrontato finora: dalla Nigeria alla Libia, poi la pericolosa traversata su un barcone alla volta dell’Europa e il successivo tentativo di raggiungere la Germania, fino al respingimento in Italia, dove ho passato sei mesi per strada prima di entrare in accoglienza.

Ecco, dopo aver superato tutto questo, sono convinto di poter far fronte a qualsiasi situazione. Le aspettative che avevo rispetto alla vita in Europa erano molto alte, perché a noi arrivano solo gli aspetti positivi del vostro continente. Qui, però, il costo della vita è altissimo e faccio molta fatica a mettere da parte un po’ di risparmi per poter fare piani a lungo termine. Arrivare alla fine del mese è la preoccupazione che più di tutte mi attanaglia.

A causa di questo stress costante non riesco coltivare le mie passioni, in particolare la musica, che ascolto praticamente da sempre. Mi piace molto la Christian music – cantavo nel coro della chiesa –, ma quella che preferisco è il rap. Il più grande rapper della Storia è stato sicuramente Tupac, di cui conosco molte canzoni a memoria.

Vorrei scrivere pezzi miei, ma, tra i mille problemi che devo affrontare nella mia quotidianità – le spese per la casa e i trasporti, la ricerca di un lavoro e le complicate questioni burocratiche – non riesco a dedicarmi alla scrittura delle mie barre. Quando sarò un più tranquillo, ci proverò. Le mie canzoni prenderanno spunto dalle mie esperienze, contrassegnate da gioie e dolori, successi e delusioni. Spero di emergere e raggiungere un pubblico vasto, tra cui ovviamente i lettori e le lettrici di Zebra.

Continuate a sostenere il nostro progetto!

KADIRI AMIEWALAN

ZITAT: “Quando sarò un più tranquillo scriverò le mie canzoni rap.”

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

La stoffa delle donne /
Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile

Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile

Lei  è Lucia.

Nasce a Trieste il 26 luglio 1907, secondogenita di James Joyce e Nora Barnacle, irlandesi entrambi. La madre ebbe un’infanzia complicata, era nata in una “work house”, una sorta di ospizio per persone incapaci di sostenersi economicamente e che qui trovavano un alloggio ed un impiego.

L’adolescenza di Nora non fu facile, costellata da distacchi, abbandoni, tragici eventi quali la prematura morte di due suoi giovanissimi fidanzati, eventi che condizionarono in modo importante la sua vita.

James e Nora si conobbero in Irlanda il 10 giugno 1904 ed il 16 giugno dello stesso anno iniziò tra loro una relazione sentimentale. Questa data verrà successivamente ripresa da Joyce per ambientare l’”Ulisse”, il suo più famoso romanzo che si svolge tutto in una sola giornata. Il 16 giugno, ancora oggi, per volere di alcuni amanti dell’opera di Joyce si celebra in tutto il mondo il “Bloomsday”, il “giorno di Bloom”, dal nome del protagonista del racconto.

Ma torniamo a parlare di Lucia. Si ipotizza che venne scelto il suo nome in onore della Santa patrona della luce, protettrice della vista. La leggenda narra che portasse aiuti ai cristiani che si nascondevano nelle catacombe di Siracusa, indossando una corona di candele posta sul capo, per illuminare il suo incedere. Non è certo un caso che Joyce soffrisse già all’epoca di una patologia che gli provocava molto dolore agli occhi, fino a condurlo quasi alla cecità. Ma Lucia è anche il nome dell’eroina folle omicida, morta di dolore, che troviamo protagonista nella “Lucia di Lammermoor” di Donizetti, che Joyce citerà in un capitolo dell’”Ulisse”.

Lucia trascorre la sua infanzia ed adolescenza in una famiglia disfunzionale, con un padre dedito all’alcolismo, assiduo frequentatore di bordelli ed affetto da diverse patologie, ed una madre, anch’essa molto problematica, che avrà sempre un rapporto conflittuale con la figlia, non sopportandone la sensualità e la sua complicità con il padre. Nei confronti del fratello Giorgio, Lucia sviluppa un attaccamento morboso che le causerà molto dolore quando Giorgio deciderà di sposarsi ed allontanarsi dalla famiglia d’origine.

In questo clima, a dir poco complicato, crescerà Lucia, il tutto condito anche da precarie condizioni economiche e continui ed estenuanti trasferimenti e traslochi in giro per l’Europa, alla mercé delle legittime pretese dei creditori.

La famiglia Joyce approda così a Parigi. Lucia ama danzare, è la sua più grande passione e la “Ville Lumiere” offre un’ambiente estremamente fervido e ricco di stimoli. Era la Parigi degli anni Venti, “Les Annes folles” del dopoguerra, della danza a piedi nudi di Isadora Duncan, dei grandi coreografi che apporteranno molte idee innovative e saranno gli antesignani della danza moderna. La giovane e talentuosa danzatrice frequenterà le scuole più prestigiose, come l’Istituto Jacques Delcroze dove insegnava Raymond Duncan, filosofo, poeta e ballerino fratello di Isadora. Un guru moderno che impartiva ai suoi discepoli uno stile di vita ispirato alla cultura dell’antica Grecia, professando pacifismo e non violenza con la sua barba  e capelli lunghi, ed i suoi vestiti stravaganti. Lucia ne subisce il fascino, spinta dalla necessità di liberarsi dalla figura ingombrante del padre o forse anche per trovare una “sua” strada e non essere solo riconosciuta come la figlia di un famoso scrittore.

Lucia è dotata di una grande creatività ed intelligenza corporea, la danza le permetterà di esprimere una libertà “rivoluzionaria”, che in questo periodo storico solo pochissime donne emancipate potevano permettersi.


Nel 1929 la fotografa Berenice Abbot, assistente di Man Ray, la immortalerà in un meraviglioso scatto fotografico, “c’è qualcosa di selvaggio in quella postura, selvaggio e leggiadro”, mentre era intenta a provare un assolo della performance “La danza della sirena”, con la quale avrebbe partecipato al primo festival internazionale di danza al “Bal Bullier”, nel quartier latino di Parigi.
Lucia indosserà un costume disegnato e realizzato interamente da lei, un meraviglioso vestito da sirena, ornato da squame moiré d’argento, con una calotta aderente sul capo, anch’essa intessuta di scaglie, dalla quale spuntano lunghe ciocche di capelli biondissimi.
Ad assistere all’esibizione ci saranno proprio James Joyce accompagnato da un suo giovane assistente,  Samuel Beckett, del quale Lucia era perdutamente innamorata. Il pubblico rimane incantato dalla sua esibizione, tanto che alla proclamazione di una ballerina francese quale vincitrice,  e conseguente secondo posto per Lucia, il pubblico reagisce con fischi e proteste ed anche James e Samuel manifestano il loro dissenso, inveendo nei confronti della giuria. Nonostante la cocente sconfitta, Lucia trascorre le sue giornate danzando, utilizza il suo corpo per esprimersi e farsi arte, alla continua ricerca di una coreografia perfetta, passionale e mistica al tempo stesso.

Assieme ad un sestetto di ballerine, Le “Six de Rythme et Couleur”, gira l’Europa in tournée, esibendosi con uno stile innovativo e sperimentale. La sua carriera è ben avviata, non si sottrae a lunghi ed estenuanti allenamenti, tanto da portare il padre ad indirizzarla verso altre forme d’arte meno dispendiose dal punto di vista fisico. Quando Lucia sembra avere finalmente trovato il suo stile e la sua poetica del movimento, decide improvvisamente di smettere di danzare. Sprofonda in un forte disagio esistenziale iniziando a dare segni di instabilità mentale.

Le sue improvvise ed ingiustificate sparizioni, i suoi incontenibili scatti d’ira ed i suoi comportamenti stravaganti vengono giustificati dal padre che si rifiuta di accettarli come patologici, riconducendoli invece ad una estrema sensibilità e genialità.

Ma nel 1932 la situazione precipita, per una serie di traversie tra cui la fine della storia d’amore con Samuel Beckett, tanto che durante l’ennesimo alterco con la madre Nora, una Lucia fuori controllo lancia una sedia all’indirizzo della madre ed il fratello esasperato dall’ennesimo eccesso di collera ne decide un ricovero coatto in una “Maison Santé”.
E’ così che la “sirena” musa ispiratrice del padre, inizia tristemente il suo inesorabile declino.

Il padre non si rassegna, sente di essere la causa del male misterioso che affligge la figlia e tutto questo provoca in lui forti turbamenti. James sostiene che lui e Lucia “nuotano nella stessa acqua” e che “parlano la stessa lingua”, sembra averla compresa fin dal profondo dell’anima, “due anime di un medesimo tormento”. Per approfondire meglio lo stretto legame tra padre e figlia ci aiuterà la testimonianza di una cugina, che racconta di aver visto un giorno in casa Joyce una vera e propria sessione creativa tra i due, lei danzava mentre lui scriveva “Finnegans wake” come se attorno a loro non esistesse null’altro. Era uno specchiarsi inquieto e vicendevole, l’uno traeva la “linfa creativa” dall’altra e viceversa.

Al primo ricovero di Lucia ne seguiranno poi molti altri nelle migliori cliniche d’Europa. James dal canto suo, sempre più disperato per le penose condizioni della figlia, tenterà l’impossibile per evitarne l’internamento ed assumerà infermieri e dame di compagnia per consentirle di vivere il più possibile lontana dagli istituti di cura mentale. Procurerà a Lucia il “Veronal”, un potente barbiturico dagli effetti collaterali importanti che la giovane assumerà per lunghi periodi.
Le diagnosi che Joyce si sente ripetere dai luminari che interpella la definiscono “schizofrenica, nevrotica con ciclotimia, catatonica e simili”, Lucia sarà sottoposta ad una miriade di cure sperimentali, oltre a subire lunghi periodi di isolamento, camicie di forza, bagni gelidi ed i famigerati elettroshock. All’ inizio del ‘900, quando la psichiatria muoveva i suoi primi passi, era assai rischioso trovarsi intrappolati in un contesto così incerto.

“L’immagine della sua figliola sofferente lo torturava”, ecco dunque che James decide di rivolgersi ad un luminare della psichiatria, Carl Gustav Jung. Tra i due non scorre buon sangue, a causa di una serie di critiche che Jung aveva fatto all’opera di Joyce, l’”Ulisse”, scritta, a suo dire, da “una persona con severe restrizioni cerebrali”. Nonostante tutto la sfortunata Lucia diviene sua paziente per un periodo di appena quattro mesi, poiché tra i due non si instaura una relazione terapeutica soddisfacente dovuta al legame troppo forte che incatena Lucia al proprio padre e che nessuno riesce a scalfire. Tant’è che lo stesso Jung interrompe il trattamento, addirittura arrivando a distruggere inspiegabilmente tutta la documentazione clinica che riguarda la terapia stessa.

Molti anni dopo lo psichiatra dirà di Lucia “che è intrappolata nella psiche di James” e che bisognerebbe strapparla dalla sua orbita. Joyce contrappone a questa tesi l’idea che “lui e la figlia nuotano nella stessa acqua”, senza tuttavia convincere Jung che gli risponde seccamente “sì, ma lei sta annegando”.

Poco tempo dopo, nel 1941, James morì senza che nessuno si fosse preoccupato di avvisare Lucia, che poi lo apprese da un giornale. Lei rimase internata e sola al St Andrew’s Hospital di Northampton fino alla fine dei suoi giorni, colpita nel 1982 da un ictus fatale.

Solo Samuel Beckett le era rimasto in qualche modo vicino, contribuendo a pagare la retta che ne consentiva una degenza dignitosa e conservando nel suo portafoglio la famosa foto della “danza della Sirena”.

Ancora oggi, il 16 giugno, come ogni anno, nel cimitero di Kingsthorpe, dove riposa Lucia, lontana da tutti i suoi familiari sepolti nella lontana Svizzera, vengono letti brani dell’”Ulisse”.

Si spengono così le luci della ribalta, ma la danza della Sirena continuerà a perpetuarsi nel tempo, richiamando a sé il suo Ulisse in un eterno volteggiare di passione e mistero.

I potenti ai funerali di Papa Francesco non provano un po’ di imbarazzo?

I potenti ai funerali di Papa Francesco non provano un po’ di imbarazzo?

di Tiziana Ferrario
Pubblicato da Articolo 21 il 23 aprile 2025

I grandi della terra accorrono ai funerali di Papa Francesco, ma alcuni non provano un certo imbarazzo? Se non hanno mai condiviso i suoi valori sulla pace, sui migranti, sugli ultimi, cosa vengono a fare? Pare una domanda ingenua vero? Ma non lo è. Sono cinici e ipocriti, cavalcano l’emozione dei fedeli, sperano di trarne un vantaggio, addirittura di condizionare il Conclave che dovrà decidere il successore di Papa Francesco.

Fanno finta di niente, come se le loro dichiarazioni sprezzanti contro i continui appelli del Papa al fianco dei più poveri e diseredati, contro le guerre e il riarmo si potessero cancellare con una prima fila in piazza San Pietro.

Papa Francesco si è sgolato in questi dodici anni contro chi non ha fatto nulla per ridurre le diseguaglianze, contro chi ha calpestato i diritti dei popoli e delle persone, contro chi ha costruito muri e barriere, contro chi ha usato l’indifferenza come arma di distruzione dei più deboli. Eppure sabato saranno tutti lì, a parte Netanyahu che non ha fatto neppure le sue condoglianze e ha imposto di cancellare quelle apparse sui siti di alcune ambasciate israeliane. Almeno nella sua crudeltà c’è coerenza. Ha odiato quelle telefonate di Papa Francesco alla parrocchia di Gaza fatte quotidianamente per far sentire la sua vicinanza ai palestinesi, non solo quelli cristiani, che vengono massacrati e affamati ogni giorno da Israele.

Netanyahu non verrà a Roma, dove dovrebbe essere arrestato in quanto colpito al pari di Putin da un mandato di arresto per crimini di guerra della Corte Internazionale dell’Aja. Non ci saranno comunque entrambi. Peccato, sarebbe stato un bel banco di prova per il governo italiano che riconosce la Corte dell’Aja, ma che con il libico Al Masri, anche lui colpito da mandato di cattura della Corte, ha chiuso tutti e due gli occhi. Cosa farebbe la premier Meloni se si ritrovasse con Netanyahu e Putin a Roma?

Meglio non farsi domande così difficili, ci bastano gli inviti del ministro Musumeci alla sobrietà per il 25 aprile, neanche fosse un rave party con droghe e musiche sataniche. Ricordiamo ai nostri governanti, i quali non devono avere mai partecipato a un #25aprile, che si tratta di una festa nazionale istituita per ricordare la Liberazione dalla dittatura che aveva funestato l’Italia per 20 anni e portato la NAZIONE in guerra in una folle alleanza con Hitler.
È la sconfitta del fascismo e del nazismo ottenuta grazie all’intervento degli americani e alla Resistenza dei partigiani, che erano di tutti i colori politici, ma non fascisti. Che sia per questo che ai nostri governanti non piace il 25 aprile?

Cover: 2017, Papa Francesco riceve Donald Trump e Melania – foto Wikimedia Commons.

Parole a capo
Leila Falà Magnini: alcune poesie da  «Rumore di fondo»

Parole a capo <br> Leila Falà Magnini: alcune poesie da  «Rumore di fondo»

Il 2 aprile scorso al Centro Documentazione Donna, come Associazione Culturale Ultimo Rosso abbiamo co-organizzato una presentazione di due poetesse bolognesi: Loredana Magazzeni e Leila Falà Magnini. Un incontro molto partecipato e pieno di interventi dal pubblico presente. In questo numero di Parole a Capo presentiamo alcune poesie da “Rumore di fondo“, puntoacapo, 2023 di Leila Falà Magnini. E’ un libro tagliente, ironico, disincantato o, come scrive nella prefazione Ivan Fedeli, dal sorriso amaro. Prossimamente, Cecilia Bolzani presenterà il libro “Nella tempesta presente” di Loredana Magazzeni.

“Sogniamo il volo ma temiamo l’altezza. Per volare, è necessario avere il coraggio di affrontare il terrore del vuoto. Perché è solo nel vuoto che il volo si realizza. Il volo è lo spazio della libertà, l’assenza delle certezze. Ma è proprio questo che temiamo: non avere certezze.”
(Fedor Michajlovic Dostoevskij)

 

L’INVOLUCRO

¹

Intanto agitarsi per un nulla a forma di ciambella
con un bel vuoto al centro.

Mi chiedo come faccio
a camminare con tutto questo vuoto.
E dovrei sbilanciarmi, cadere
soffrire il mal di mare.
O meglio, potrei volare.
Svanire verso l’alto senza
dare nell’occhio.

Ma io che sono furba
ho ricoperto quel bel vuoto
con tanta molle copertura
perché non si veda
dentro il suo profondo nulla.

 

 *

  ²

Che tanto non se ne accorge nessuno.
Passo e parlo e telefono e racconto
tutto fila, come se non ci fossi proprio.
Io e il mio vuoto siamo un tutt’uno
solidali ci facciamo compagnia.

O forse dovrei dire che ci facciamo assenza.

Lui mi guarda pesante e inosservato.
Per qualche motivo che non capisco
pur essendo vuoto ha un peso gigantesco.
E io lo stesso.
Per qualche motivo che non è chiaro
pur essendo vuota, sono sovrappeso.

Eppure ai più risulto trasparente
e neanche quel grosso involucro in cui racchiudo il niente
è sufficiente a che io sia vista: io, l’immanente.

 

*

PRESENTE STORICO

 

Ormai che tutto sembra sfilacciarsi
consumarsi nell’attimo stesso in cui avviene
o proprio lì a ridosso solo cinguettando
e ogni nefandezza si squaglia in un talk show
ora che persino la storia sembra avere un peso diverso
– sarebbe ingrato dare ai posteri il compito di ricucire
questo puzzle infinito, sfuggente e infinito.

Ora ci accontentiamo di molto meno
facciamo con ciò che abbiamo.
Ed ecco dunque, ai post l’ardua sentenza.

*

Viviamo in una realtà illudendoci di una normalità che non c’è più e/o forse non c’è mai stata. La poesia che segue parla anche di questo.

SULL’ORLO

 

Sull’orlo di questo precipizio
guardiamo
la neve scende a maggio
il termometro sale a febbraio
guardiamo l’acqua che non arriva
inondarci poi come risaie
lasciaci senza forze
lordare di fango cantine e soggiorni.

Venti di tragedia hanno corso i nostri monti
dove stavano preziosi lì da sempre gli alberi
ora abbattuti come stecchini, raso terra
e malattie nuove sradicano i nostri giorni.

La toppa non si cuce
di grandine ci muore il bosco
e in città il semaforo
oggi pencolava mezzo rotto dal cavo
occhieggiando arancione, quasi eroico
in coma dondolava
che sempre ci osservava dall’alto, lui, così ieratico
e pauroso.

Tutti stiamo ammutoliti e consci.
Il peggio, dicono, deve ancora arrivare.
Lo sapevano di già in tanti
e anche noi lo dicevamo

però piano.
Quasi a non disturbare, quasi.

 

*

OCCHIALI

 

Oggi quando esco
metto quegli occhiali grandi
quelli che
vanno di moda adesso che
mi sento un po’ la diva
anni 60 Farah Diba
o magari un pochettino
proprio lei Catherine Deneuve.

Certo dovrei essere più magra
direi giovane, più bella, però
chi se ne frega.
Mi guardo con gli occhiali scuri
e siccome con gli anni
ci vedo un po’ meno
mi sembro proprio una di loro

Faremo gli occhiali così.

 

(Foto di Tim Treis da Pixabay)

Leila Falà Magnini, attrice e poeta, nata ad Ancona, vive a Bologna. Si è formata nell’humus culturale e politico dei movimenti studenteschi e femministi di fine anni 70 a Bologna, studiando al Dams con G. Scabia e alla scuola di Teatro Galante Garrone, restando poi a vivere a Bologna dove ha collaborato a fondare il Centro Documentazione  delle Donne e, a fianco di diverse attività, dalla comunicazione alla radio e al teatro, attrice per diversi anni, ha lavorato all’Università come impiegata. Socia della Società delle Letterate.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 281° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Parole e figure / Orso grande e orso piccolo

Appena uscito in libreria con Kite edizioni, Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, parla di equilibri che non cambiano mai…

Molto potente è chi ha sé stesso in proprio potere. Lucio Anneo Seneca

Nella vita ci sono sempre tantissime cose da fare, orso grande è furbo e lo sa, ma ha trovato una soluzione: le fa fare sempre ad orso piccolo.

Mentre orso grande se ne sta bel bello disteso al sole a oziare, senza alcuna voglia e intenzione di alzarsi (si suda troppo…), il piccolo taglia l’erba e fatica. Ma, desto, pronto e scattante, gli deve pure portare una bibita fresca…

Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni
Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni

Non basta che il piccolo sia impegnato nelle pulizie di casa, deve pure uscire a comprargli della frutta… Oppure deve accendere il fuoco per il barbecue e lavare i piatti.

Se poi ci sono da fare i biglietti per viaggiare, tocca sempre a orso piccolo occuparsene. Le file sono una scocciatura. Il grande dice di non essere capace ad usare le macchinette, ma è solo pigro e abituato a farsi servire e ubbidire. La parola fatica non fa parte del suo limitato vocabolario.

Orso grande è poi troppo stanco per pedalare. Delega tutto, è più facile. E lui ama le cose facili e che non richiedono troppo sforzo o impegno.

Orso piccolo esegue sempre ciò che il grande gli chiede, ma un giorno si accorge di essersi davvero stancato e dice ad orso grande di fare lui. A volte basta spostarsi un po’ per trovare nuovi ed impensabili equilibri. Si può fare, in fondo, a turno. Un poco per tutti. Non sempre funziona, ma vale la pena provarci.

Orso grande e orso piccolo è un albo lieve e delicato sul tema del potere: qualche cambiamento e per un po’ sembra che si ricrei un equilibrio, perché orso grande alcune cose, per un po’, ma l’illusione dura poco. Tutto, molto presto, tornerà come prima.

Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni
Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni

Davide Calì e Matilde Tacchini, Orso grande e orso piccolo, Kite edizioni, Padova, 2025, 32 p.

Davide Calì è fumettista, illustratore e autore per bambini. I suoi libri escono in Italia per Kite Edizioni, Zoolibri, Orecchio Acerbo, Arca; in Francia per Sarbacane, Actes Sud e Thierry Magnier; negli Stati Uniti con Chronicle; in Portogallo per Planeta Tangerina. Ad oggi, ha all’attivo oltre cento pubblicazioni tradotte in numerose lingue e diffuse in più di 30 paesi. Ha ricevuto premi in Francia, Belgio, Germania, Svizzera, Spagna e Stati Uniti.

Matilde Tacchini è art director, illustratrice e autrice per bambini. Alle elementari si appassiona all’arte e sogna un futuro come madonnara. A 19 anni abbandona i gessetti e si dedica alla laurea in Art Direction alla NABA. Dopo 15 anni di affermate campagne pubblicitarie, apre uno studio creativo a Piacenza, dove oltre al graphic design si dedica alla letteratura per i più piccoli, la sua vera passione. Convinta che, in fondo, la creatività sia una cosa sola.

Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni

Globalizzazione, populismo e l’Europa incompiuta

Globalizzazione, populismo e l’Europa incompiuta

Chi come me ha più di 70 anni ricorda bene gli anni ’70 e ’80, quando i lavoratori italiani e occidentali producevano gran parte di quello che i consumatori del loro paese (tra cui loro stessi) acquistavano. Anche allora c’era qualche prodotto estero, ma era poca cosa nella nostra spesa settimanale. Fu la “prima” società dei consumi del secondo dopoguerra. Essa originò i famosi Trenta Gloriosi, 30 anni eccezionali, forse l’unico periodo della storia in cui c’è stata in Occidente crescita enorme unita all’eguaglianza (nelle rivendicazioni post ’68 c’erano gli aumenti salariali uguali per tutti). Una sorta di libero scambio temperato in cui le produzioni nazionali erano prevalenti.

Dal 1999 inizia tutt’altra storia. Il comunismo sovietico è imploso da 8 anni sotto il peso della sua inefficienza e mancanza di libertà e il liberalismo senza regole crede sia giunto il momento in cui si possa omologare il resto del mondo al proprio credo. Bill Clinton abroga nel 1999 la divisione tra banche d’affari e banche commerciali fatta da Roosevelt nel 1933, che era una risposta al tracollo della borsa e intendeva rilanciare l’America col New Deal, chiedendo alle banche di fare il loro antico mestiere: prestare alle imprese. Da Clinton in poi invece sarà possibile per tutte le banche fare molti più profitti con la speculazione finanziaria, che non prestando soldi a imprese e famiglie per sostenere l’economia reale.

Gli Stati Uniti decidono poi, spinti dagli appetiti delle loro multinazionali, di far entrare la Cina nel 2001 nel commercio mondiale (WTO), delocalizzando migliaia di imprese in modo da decuplicare i profitti sfruttando il basso costo del lavoro cinese. La teoria è che il libero scambio favorisce i consumatori, i quali devono poter comprare i beni ai prezzi più bassi.

Pochi (a parte i sindacati) si preoccupano del fatto che le nostre manifatture vanno spostando all’estero il lavoro manifatturiero (Cina, Vietnam, India, …), dove costa molto meno. La propaganda del libero scambio stronca ogni dissenso in quanto porterebbe occupazione, salari e benessere nei paesi poveri e dunque è “progressista” (più affari per le imprese e per i paesi poveri).

Sarà uno studio dell’economista serbo-statunitense Branko Milanovic (il cosiddetto “elefante”) che, mettendo insieme tutti i lavoratori e i padroni del mondo, come fossimo un solo paese, farà notare come dal 1988 al 2008 i vincenti della globalizzazione siano tutti i padroni (più dei paesi ricchi che poveri) e gli operai dei paesi poveri (cinesi in primis), mentre i perdenti sono operai e classe media dei paesi ricchi. E più di tutti gli operai americani che, perdendo il lavoro in una società fortemente individualista, meritocratica e moralista, vivono uno smarrimento esistenziale. Passando “dalle stelle alle stalle” molti finiranno nell’alcolismo, nella droga, nei suicidi.

Un’epopea ben descritta dall’attuale vicepresidente americano J. D. Vance in Hillbilly Elegy (Elegia per i bifolchi delle colline) che diventerà un romanzo e un film di successo. Questo fenomeno ha colpito (in misura minore) anche l’Europa del Sud, in particolare con l’allargamento ad Est del 2004 che ha fatto entrare nell’Unione circa 100 milioni di lavoratori a basso salario.

I perdenti della globalizzazione – lavoratori spesso votanti del centro-sinistra o socialdemocratici – si sono rivolti ai partiti di destra sperando in una maggiore protezione (anche dalla immigrazione illegale). Emmanuel Todd, sociologo francese di sinistra che ha avuto grande successo col suo libro La sconfitta dell’Occidente, sostiene che questi operai sono stati trasformati con la globalizzazione in una “plebe”, il cui tenore di vita deriva sempre meno dal loro lavoro nelle manifatture e sempre più dal lavoro sottopagato degli operai cinesi, bengalesi, africani, etc…

La teoria del libero scambio ha mantenuto la sua promessa col consumatore, che paga molto meno per qualsiasi bene, a scapito però del produttore. Ma poiché gran parte dei consumatori è stato “bollito” dalla società dei consumi e non vuole tornare in fabbrica, si affermano le plebi occidentali “parassite” che votano però, cosa imprevista dagli apostoli della globalizzazione, partiti di destra o Trump.

Nel frattempo si è verificata un’eterogenesi dei fini: gli Stati Uniti, che erano primi al mondo e pensavano con la globalizzazione di trovarsi con superpoteri, sono diventati vulnerabili. Con 30 anni di globalizzazione hanno arricchito una minuscola élite ma impoverito il loro Stato, producendo: 1) il più alto deficit commerciale al mondo, 2) il più alto onere annuo sul debito pubblico, 3) la distruzione della propria manifattura, 4) una società zombi, in via di crescente disgregazione sociale e sull’orlo della guerra civile.

Nel frattempo la Russia, pur essendo europea e bianca, non partecipa al gioco dello sfruttamento globale ma si ostina a voler rimanere una nazione sovrana al di fuori del sistema. Pur essendo in calo demografico come tutto l’Occidente, cresce economicamente (+70% i salari) e presenta una certa stabilità sociale derivante dalla sua storia di famiglie comunitarie e da una religiosità meno in crisi di quella occidentale. Una democrazia autoritaria, dove ci sono elezioni ma gli oppositori sono ridotti al silenzio, che però cura i rapporti con le minoranze etniche musulmane (il 15% della popolazione).

Nel frattempo la Cina, che non è affatto una democrazia, è diventata un gigante economico: salari medi saliti da 400 a 15.000 dollari all’anno, con 500 milioni di cinesi che consumano come i 440 milioni di europei (quindi con un grande mercato interno) e oggi leader globale in 57 delle 64 tecnologie critiche (fonte: Australian Strategic Policy Institute), quando nel 2007 gli Stati Uniti erano leader in 60 aree su 63. Ciò spiega la guerra dei dazi tra Usa e Cina: se rimanesse tale, le due economie non avrebbero più scambi tra loro, con l’Europa che sarebbe inondata da merci cinesi a basso prezzo.

Nel frattempo il Pil dei Brics è diventato maggiore di quello del G7 occidentale e tra i Brics troviamo tre democrazie (Brasile, India, Sudafrica).

Questo quadro fa capire perché gli Stati Uniti sono in grande difficoltà (al di là della narrazione mainstream propinataci da 20 anni) e tentano azioni di disaccoppiamento dalla Cina e re-industrializzazione che erano già iniziate con Biden e che Trump enfatizza (Make America Great Again). Riportare le fabbriche in patria, ridurre il deficit commerciale e il debito pubblico è impresa improba. Il caos dazi (stop and go, a beneficio ora delle big tech ora degli speculatori, con ribassi e rialzi delle borse) ne dà la misura.

Ma chi pensa di affidarsi di nuovo alla globalizzazione che abbiamo conosciuto, al vecchio liberismo, alla “realtà” delle borse, alla finanziarizzazione che spinge un ingegnere a lavorare in banca o in un fondo speculativo più che in una fabbrica, non ha capito che il mondo neo-liberista senza regole è al tramonto, anche perché senza fabbriche il Pentagono stesso ha spiegato che non si può vincere una guerra convenzionale (come mostra quella ucraina).

Questo quadro fa capire le difficoltà dell’élite europea, sedotta e abbandonata dagli Stati Uniti, con una globalizzazione che ha svuotato anche il suo tessuto produttivo, ampliato le disuguaglianze e minato le basi materiali del benessere di lavoratori e classi medie a vantaggio dei ricchi e dei paesi dell’est. La guerra in Ucraina ha posto fine ad un modello di crescita tedesco ed europeo basato su export di tecnologie in Russia in cambio di materie prime e gas a basso prezzo. Le sanzioni alla Russia hanno comportato una riduzione del Pil europeo di -1,5% (più di quanto si stima avvenga coi dazi di Trump).

Consapevole che siamo agli albori di una Nuova Yalta (una riconfigurazione dei rapporti di forza nel mondo) l’ élite europea non vuole perdere terreno (come gli Stati Uniti), né il potere che dipende, in democrazia, dal consenso dei propri elettori. L’incertezza è enorme, non sapendo se può contare sul proprio leader storico. Si potrebbe superare il finto dualismo liberismo-protezionismo, col rilancio del “social standard” nella regolazione dei movimenti internazionali di merci e di capitali. L’idea è dell’ILO (Agenzia dell’Onu per Lavoro e politiche sociali) e consisterebbe in una limitazione dei commerci (dazi) con quei paesi che attuino politiche di competizione al ribasso su salari e condizioni di lavoro, regimi di tutela ambientale e sanitaria, regole presenti già nei Trattati UE e contenute nello statuto del Fondo Monetario Internazionale, che già in passato ha ricevuto l’attenzione del parlamento europeo.

D’altro canto l’unità europea non esiste e ci vuole tempo. Così si sposta l’attenzione verso un nemico esterno (immigrati, autocrati, Russia), e si vorrebbe mantenere la guerra in corso con la Russia per trovare il tempo di costruire al 2030 una interoperabilità tra eserciti di nazioni diverse. La motivazione è sempre quella: l’invasione dell’URSS (ora della Russia) in Europa. Frank Kofsky ha ricostruito nel libro Truman and the War Scare of 1948, come la CIA sapesse benissimo (la fonte sono i documenti desecretati) che non c’era alcuna azione offensiva dell’URSS, ma bisognava convincere la gente per rafforzare il dispositivo militare della Nato e la crisi di grandi aziende come Lockheed e Northrop.

Se anche l’operazione di riarmo delle singole nazioni riuscisse (e ci vogliono anni), l’unità europea non si costruisce per automatismo. Ed è quella che porta a una politica estera comune, alla difesa comune, a politiche sull’immigrazione, l’industria, il fisco, l’energia, il welfare che farebbero bene agli europei. Come la moneta unica non ha fatto gli Stati Uniti d’Europa, non la faranno le armi e non sarà facile convincere gli europei che le armi sono la priorità e non scuole, salute, cura del territorio, occupazione.

La minaccia maggiore viene perciò non dalla Russia, che non ha capacità di fare guerra alla Nato, ma dal consenso interno che traballa. Come reagiranno gli elettori all’erosione in corso dello stato sociale? Sociologi e storici ammoniscono gli economisti (concentrati sul PIL) su quanto può incidere la disgregazione delle società. La rivolta popolare interna (cosiddetto “populismo”) è la vera minaccia di questa Europa incompiuta.

Zebra. Attivista per necessità

ZEBRA. ATTIVISTA PER NECESSITÀ

Zebra. SolomonSono di etnia Igbo e provengo dal Biafra, regione nel sud-est della Nigeria devastata da una guerra civile tra il 1967 e il 1970, gli effetti della quale, però, sono tuttora palpabili.

Il Biafra è un popolo oppresso da un governo corrotto e dal colonialismo, che non ha mai abbandonato l’Africa. Si tratta di un massacro altamente documentato, ma ciò che le persone non sanno è che l’oppressione dei biafrani è in atto ancora oggi.

Le uccisioni, i sequestri di persona, il traffico di esseri e organi umani, il controllo dei mezzi di sostentamento e la marginalizzazione sono tutte tattiche che il governo nigeriano tutt’oggi mette in campo contro il mio popolo. In tutto questo, chi prova a parlare o a protestare in modo pacifico viene silenziato per sempre.

Il movente di questa guerra non è religioso, bensì materiale, dato che il nostro territorio è ricco di risorse naturali, come petrolio e gas, che sono il reale interesse del governo nigeriano e dell’entità coloniale britannica.

Ancora non comprendo come l’avidità possa giustificare l’uccisione di milioni di civili innocenti. Ci sono così tanti modi pacifici per risolvere i problemi politici e noi chiediamo proprio questo: non vogliamo una guerra, ma un referendum istituito dalle Nazioni Unite per fare in modo che noi biafrani possiamo determinare in maniera democratica il nostro futuro.

A noi non interessano le risorse materiali, ciò che vogliamo è l’autodeterminazione in una regione laica, in cui tutti sono benvenuti e liberi.

Questa pagina buia della nostra Storia mi ha reso un attivista. Mio padre ha partecipato alla lotta per l’indipendenza del Biafra e per questo è stato ucciso dai servizi segreti nigeriani. Da quel momento ho iniziato a indagare questioni politiche che per tanti anni ho ignorato.

Non ero consapevole della situazione geopolitica della mia regione, né delle ingiustizie deplorevoli a cui il mio popolo è sottomesso da anni. Io stesso sono dovuto fuggire dalla Nigeria per salvarmi la vita, perché ero finito nei radar dei servizi segreti a causa della mia attività investigativa.

Arrivato in Europa, ho sentito la necessità di raccontare al mondo ciò che stava succedendo in Biafra. Non avevo particolari risorse, ma ho presto scoperto il potere dei social media, tramite i quali ho iniziato a divulgare i fatti e le documentazioni delle ingiustizie perpetrate nei confronti del mio popolo, per mostrare alle persone il lato della questione che i media, corrotti dal governo nigeriano, manipolano e occultano.

Chiediamo il rispetto dei nostri diritti e veniamo marchiati come terroristi, etichetta che ci deumanizza e contribuisce alla marginalizzazione e oppressione dei biafrani. A causa del mio attivismo, se tornassi in Nigeria verrei ucciso. È un prezzo che sono però disposto a pagare se questo impegno porterà un giorno alla libertà del mio popolo.

CITATO: “A causa del mio attivismo, se tornassi in Nigeria verrei ucciso.”

Solomon Asimgba – Sogna un Biafra libero e democratico.

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori 

UNICEF/Haiti: 1 milione di bambini affrontano insicurezza alimentare

UNICEF/Haiti: 1 milione di bambini affrontano insicurezza alimentare

Secondo l’UNICEF 2,85 milioni di bambini – o un quarto dell’intera popolazione infantile di Haiti – si trova ad affrontare livelli notevolmente elevati di insicurezza alimentare;

Meno del 50% delle strutture sanitarie di Port-au-Prince sono pienamente operative e due su tre dei principali ospedali pubblici sono fuori servizio.

18 aprile 2025 – Secondo le stime dell’UNICEF oltre 1 milione di bambini stanno affrontando livelli critici di insicurezza alimentare ad Haiti. La persistente violenza armata, i ripetuti sfollamenti e la mancanza di un sufficiente accesso umanitario continuano a minacciare le famiglie vulnerabili, mentre incombe il rischio di carestia.

Secondo le stime dell’UNICEF, 2,85 milioni di bambini – ovvero un quarto dell’intera popolazione infantile di Haiti – si trovano ad affrontare livelli notevolmente elevati di insicurezza alimentare in tutto il Paese, secondo quanto rilevato dall’ultimo aggiornamento della Classificazione Integrata delle Fasi della Sicurezza Alimentare (IPC) pubblicato questa settimana. Le famiglie continuano ad affrontare una significativa mancanza di cibo e alti livelli di malnutrizione acuta.

“Stiamo assistendo a uno scenario in cui i genitori non possono più fornire cure e nutrizione ai loro bambini a causa delle violenze in corso, di estrema povertà e della persistente crisi economica,” ha dichiarato Geeta Narayan, Rappresentante dell’UNICEF ad Haiti. “Per salvare la vita dei bambini sono necessarie azioni salvavita, come visite per i bambini a rischio di deperimento e arresto della crescita e la garanzia che i bambini malnutriti abbiano accesso a trattamenti terapeutici.”

Con l’insicurezza alimentare in aumento, il Paese si trova ad affrontare anche una crescente emergenza sanitaria e condizioni di carestia che colpiscono circa 8.400 persone. I servizi sanitari in tutto il Paese sono sotto pressione, con meno del 50% delle strutture sanitarie di Port-au-Prince pienamente operative e due su tre dei principali ospedali pubblici fuori servizio.

Le conseguenze sui bambini sono gravi, l’assistenza sanitaria e salvavita diventa sempre più inaccessibile, esponendo i bambini a rischio maggiori di varie forme di malnutrizione e malattie prevenibili. Nella maggior parte del paese, le violenze armate hanno ristretto l’accesso dei bambini al cibo. Con l’aggravarsi dell’insicurezza alimentare e dei disordini, la crisi si è tradotta in una crisi nutrizionale per le famiglie.

Tuttavia, proprio mentre i bisogni si intensificano, la risposta è sempre più limitata dalla carenza di fondi. Il programma dell’UNICEF per la nutrizione, nell’ambito dell’appello per l’Azione umanitaria per l’infanzia, si trova attualmente di fronte a un critico deficit di finanziamento del 70%, che limita la nostra capacità di raggiungere i più vulnerabili.

Nel 2025, l’UNICEF e i suoi partner hanno curato oltre 4.600 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave (SAM), che rappresentano solo il 3,6% dei 129.000 bambini che, secondo le previsioni, avranno bisogno di cure salvavita quest’anno.

FOTO E VIDEO: https://weshare.unicef.org/Share/o1fngk1453101f4mr0r26c510726glly

Questo articolo è uscito sull’agenzia pressenza il 18.04.2025

In copertine: Foto di Unicef Haiti – insicurezza alimentare