Skip to main content

L’accoglienza dei migranti in Italia

L’accoglienza dei migranti in Italia

di Luca Galli
pubblicato il 13 giugno 2025 da il Mulino

L’attenzione è stata attirata sull’Albania, ma le trasformazioni sono avvenute in Italia: il decreto Cutro ha minato il sistema di accoglienza, trasformando l’immigrazione in una questione di sicurezza nazionale

A maggio, più di 7.000 migranti sono sbarcati sulle coste nazionali, portando l’ammontare complessivo di arrivi via mare, da gennaio 2025, a circa 24 mila unità. Nello stesso periodo, nel centro albanese di Gjadër, il totale di migranti ospitati ha raggiunto le 100 persone, con 32 rimpatri, secondo le più recenti affermazioni del ministro degli Interni (il quale ha parimenti ammesso che più numerosi sono stati i rientri in Italia dall’Albania, avvenuti in 36 casi, quale conseguenza delle decisioni della magistratura). Il tutto in un contesto più ampio, dove alle quasi 160 mila richieste di asilo presentate presso le Commissioni territoriali nel 2024 hanno fatto da contraltare soli 5.414 rimpatri dall’Italia.

Appare dunque evidente come l’attenzione politica e mediatica che in questi mesi ha catalizzato il Protocollo Italia-Albania del 6 novembre 2023, per quanto giustificata dalle serie problematiche di civiltà giuridica che solleva (affrontate anche sulle pagine online di questa rivista), abbia principalmente operato quale strumento di “distrazione di massa”, avvalorando l’idea che i muri si possano effettivamente costruire, che i porti si possano veramente chiudere e che i non-cittadini si possano efficacemente allontanare in massa, essendo questa l’unica e la migliore soluzione perseguibile (in tal senso va anche il cosiddetto Remigration summit tenutosi il 17 maggio in provincia di Varese).

Così facendo, però, si decide di ignorare l’incontrovertibile trasformazione dell’Italia da terra di emigrazione a terra di immigrazione, una delle cui priorità dovrebbe essere quella di confrontarsi in modo compiuto con l’oramai stabile porzione migrante della propria popolazione, nell’ottica di implementare – più che politiche di deterrenza – adeguati percorsi di accoglienza e integrazione che esaltino le potenzialità sociali ed economiche dei non-cittadini.

“Siamo in presenza di un malato in gravi condizioni, per quanto riguarda sia i diritti dei suoi fruitori immediati (i migranti), sia i pubblici interessi sottesi (e, quindi, il benessere dei fruitori indiretti, ossia la collettività tutta)”

Ma qual è l’attuale stato di salute del sistema di accoglienza e integrazione in Italia? Limitando l’attenzione ai meccanismi rivolti ai richiedenti e titolari del diritto d’asilo – per quanto, ed è sempre bene sottolinearlo, rappresentino solo una ridotta percentuale della ben più vasta popolazione di non-cittadini presenti nei confini italiani – siamo in presenza di un malato in gravi condizioni, per quanto riguarda sia i diritti dei suoi fruitori immediati (i migranti stessi), sia i pubblici interessi sottesi (e, quindi, il benessere dei fruitori indiretti, ossia la collettività tutta).

Ed ecco, appunto, la distrazione di massa, laddove l’attenzione di tutti è stata attirata altrove, in Albania, quando le vere trasformazioni sono avvenute in Italia. Il decreto Cutro del 2023 ha infatti riportato le lancette dell’accoglienza al 2018, riproponendo (meglio, amplificando) le scelte compiute con il “decreto sicurezza Salvini”, il cui impatto sulla sorte dei richiedenti asilo presenti nel territorio italiano era stato però oggetto di una significativa risonanza mediatica, rivelatasi principale forza motrice del suo successivo superamento nel 2020.

In estrema sintesi, il modello tradizionale di accoglienza e integrazione in Italia era quello di un meccanismo progressivo. Si andava dall’erogazione delle prime indispensabili cure negli hotspot, per poi passare attraverso destinazioni temporanee quali i Centri di prima accoglienza (Cpa) e i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) governativi, il cui approccio “quantitativo” – in termini sia di capacità ricettive, sia di servizi erogati agli individui – risultava ammissibile alla luce della loro natura di soluzioni di breve periodo.

Obiettivo ultimo era infatti l’avvio dei percorsi di inclusione “qualitativi” in seno alle comunità locali, grazie al Sistema di accoglienza e integrazione (Sai) gestito a livello comunale.

Oggi, invece, l’accesso al Sai è riservato ai soli titolari del diritto d’asilo, ai minori stranieri non accompagnati e, “possibilmente” (così il decreto Cutro), ai soggetti in condizione di vulnerabilità. Invece, i richiedenti protezione (cioè coloro la cui domanda d’asilo è pendente, davanti all’amministrazione o davanti ai giudici, con tempistiche che possono protrarsi anche per alcuni anni) restano confinati nei Cpa e nei Cas, i quali perdono il ruolo di “aree di transito” per divenire luoghi ordinari di lunga permanenza dei migranti umanitari giunti in Italia o, meglio, “non luoghi” dell’accoglienza.

Si tratta infatti di strutture destinate a ospitare anche centinaia di richiedenti protezione, collocate sovente nelle periferie cittadine, ai margini delle società, in cui l’allontanamento dai percorsi di inclusione non è solo spaziale, ma è confermato da una riduzione dei servizi offerti, limitati a prestazioni minime, essendo stati invece eliminati l’assistenza psicologica, i corsi di lingua italiana e i servizi di orientamento legale e al territorio.

La condizione è ancora peggiore nei Casp, i Centri di accoglienza straordinari provvisori, introdotti ex novo dal decreto Cutro, la cui natura “iper-eccezionale” non solo conferma la “normalizzazione” dei Centri di accoglienza straordinari, ma legittima l’ulteriore riduzione dei servizi al loro interno, con l’eliminazione anche dell’assistenza sociale, per quanto le ricerche condotte dimostrino tutto fuorché la brevità dello stanziamento degli individui in queste strutture.

Va detto che anche precedentemente al decreto Cutro il sistema Sai si era dimostrato incapace di assorbire integralmente la richiesta di accoglienza nazionale, con percentuali elevate di migranti che permanevano nei Cpa e nei Cas, ma ora il cambio di indirizzo è netto: se prima rimaneva viva la tensione legislativa e politica verso il modello dell’accoglienza “qualitativa”, oggi tale proposito viene meno, con l’accoglienza a livello comunale che diventa ipotesi residuale ed eventuale piuttosto che obiettivo ultimo del sistema.

Né può considerarsi notizia positiva l’aumento della spesa giornaliera per migrante all’interno di Cpa, Cas e Casp disposta con il decreto ministeriale del 4 marzo 2024: è infatti un aumento “apparente”, causato essenzialmente dall’adeguamento agli indici Istat delle spese fisse (per esempio, i costi di affitto delle strutture), mentre a ridursi sono le risorse destinate al personale dei centri, laddove l’assistenza agli individui non può che essere un’attività in cui l’apporto di operatori qualificati gioca un ruolo essenziale.

D’altronde, ai pericoli per i diritti dei singoli si assommano anche i rischi per gli interessi pubblici sottesi all’implementazione di corretti meccanismi di accoglienza e inclusione. Oltre al fatto che l’integrazione sociale è un percorso complesso, le cui chance di successo aumentano con l’aumentare della tempestività del suo avvio (così da confliggere con lo “stipamento” in centri isolati da tutto e da tutti), l’approccio tracciato dal decreto Cutro mette a repentaglio l’attuazione di principi quali il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, la trasparenza dell’agire delle amministrazioni e l’adeguato coinvolgimento dei vari livelli di governo. Elementi che dovrebbero invece animare l’azione della macchina amministrativa, anche in materia migratoria.

L’avere normalizzato quella che avrebbe dovuto essere una forma di gestione straordinaria dell’accoglienza, infatti, consente ora un più stabile ricorso a procedure emergenziali per la realizzazione e l’affidamento in gestione a soggetti privati dei centri di accoglienza governativa.

In altre parole, se prima del 2023 la costruzione delle strutture e l’appalto dei servizi, in deroga alle procedure previste dal Codice dei contratti pubblici, erano ammessi alla luce della straordinarietà del ricorso a tali centri di accoglienza, avere oggi trasformato i Cas e i Casp in soluzioni stabili, senza però escludere questa facoltà di deroga, ha normalizzato la possibilità per il ministero dell’Interno di aggirare le regole preposte all’efficiente e trasparente spesa delle risorse erariali. Regole da seguirsi ogni qualvolta i soggetti pubblici si rivolgono al mercato per acquistare beni, lavori o servizi.

Ancora, il ruolo preminente ora riconosciuto ai centri governativi opera in danno delle strutture affidate alle amministrazioni comunali, con il Sai che, come detto, perde la sua natura di momento apicale dei percorsi di inclusione, comportando così il sacrificio delle realtà locali – veri contesti in cui si verifica l’integrazione –, le quali non sono più attrici, ma mere destinatarie passive del sistema di accoglienza e delle sue innegabili esternalità negative, laddove mal gestito.

Forte è il messaggio simbolico di questo intervento normativo, che si spinge oltre alla “sola” criminalizzazione del fenomeno migratorio, riconducendolo a una realtà capace di minare l’integrità della nazione, innanzi a cui reagire militarmente

A conclusione del quadro, va poi sottolineato come hotspot, Cpa, Cas e Casp siano stati inseriti nell’elenco delle “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale”… assieme a basi navali, caserme, depositi di munizioni e basi missilistiche.

Da un lato, questo amplia ulteriormente l’accentramento della gestione, stante il coinvolgimento anche del ministero della Difesa, oltre che i margini di derogabilità dell’ordinaria disciplina appalti, considerata l’emergenzialità intrinseca a tali categorie di strutture.

Dall’altro, forte è il messaggio simbolico di questo intervento normativo, che si spinge oltre alla “sola” criminalizzazione del fenomeno migratorio, riconducendolo a una realtà capace di minare l’integrità della nazione, innanzi a cui reagire “militarmente”, come in presenza di un aggressore esterno.

Tale scelta diventa così pietra angolare del nuovo approccio all’immigrazione nel nostro Paese, come ci ricordano le parole di Zygmunt Baumann. La politica del “nemico”, infatti, «aiuta a tacitare preventivamente i rimorsi di coscienza che ci assalgono, come spettatori, alla vista dei bersagli sofferenti di quella [stessa] politica […]. Una volta riclassificati dall’opinione pubblica come presunti terroristi, i migranti si ritrovano oltre la sfera della responsabilità morale, irraggiungibili a quest’ultima; e soprattutto, al di fuori dello spazio della compassione e dell’istinto di cura» (cfr. Stranieri alle porte, Laterza, 2016).

Solo in questo modo, d’altronde, pare possibile rivolgere lo sguardo altrove e accettare in silenzio lo svuotamento dell’accoglienza in Italia.

Luca Galli
è ricercatore di Diritto amministrativo nel Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale dell’Università di Milano. I suoi temi di ricerca riguardano principalmente l’amministrazione condivisa e il diritto amministrativo delle migrazioni.

In copertina: centro-accoglienza per minori non accompagnati (https://www.aibi.it/ita/accoglienza-dei-minori-stranieri-non-accompagnati1800-famiglie-in-italia-pronte-ad-aprire-le-porte-di-casa-ma-ferme-al-palo-perche/)

Parole a capo
Francesca Totaro «Canto d’acqua». Alcune poesie.

Francesca Totaro «Canto d’acqua». Alcune poesie. 

Per Bertoni Editore (novembre 2024), Francesca Totaro ha pubblicato «Canto d’acqua». E’ una silloge che ti prende per mano e, in un turbinio di emozioni, ti invita a con – fluire come un ruscello che, a mano a mano che scende a valle, si riempie d’immagini, di parole che ci aiutano a riprendere un cammino nuovo aperto al futuro. Di seguito, pubblichiamo alcune poesie da questa bella raccolta.

PAROLE

Non c’è molto tempo, contrariamente a quanto credevamo.
Rincasiamo i cani ed i bambini che è ora di tenerci stretti.

Dovremmo anzi inventare parole nuove,
voci mai sgualcite dalla consuetudine.
Parole che sappiano di eterno e di follia.

Perché di questo abbiamo bisogno:
di un sogno da appendere alla parete,
di ombre danzanti e di musiche assolute.

La notte pesante non ci rende tregua,
soli avanziamo a tentoni cercando sollievo.
Teniamoci per mano e intoniamo un canto nuovo,
di quelli che sappiano salvare.

 

*

 

SINE DIE

 

Io non sto nel cuci-cuci del tempo.
Nella spietata arsura del ricordo.
Occorre sentire lo strappo.
E allora resto.
Oltre l’oro della porta.
Nel coro delle cicale.
Nel pispiglio del passero.
Nel drappeggiare del vento.
Rimango.
Ad attendere l’affondo del gatto.
E ad origliare eco di perduti addii.
Sine die.

 

*

 

SENZA PELLE

 

Sono senza pelle
Sono carne viva
Sono la bestia cui hanno dilaniato i cuccioli
Sono la dimora bombardata
Sono l’oceano avvelenato a morte
Sono la sete che non conoscerà l’acqua
Sono il buio che non saprà luce.

Non voglio più denti
Non voglio più mani
Cavatemi gli occhi
Strappatemi le braccia
Mai più riderò
Mai più stringerò
Non avrò figlio da guardare
Non avrò figlia da cullare
Non avrò amore da difendere.

Sono senza pelle
Sono carne viva
Prendetevi tutto
Conservate voi ogni cosa
Io non voglio più
La morte non possiede.

 

*

 

NOSTALGIA

 

Eppure qualcosa mi manca
forse solo la sera
quando nel buio si confondono gli sguardi
forse solo sulla punta delle dita
come nostalgia per l’ultimo frammento che ormai scivola.

Eppure indugiamo prima della dimenticanza
e volgiamo in un istante eterno
qualche sorriso dietro l’ultimo passo.

Poi pacati riponiamo i rimpianti
ed è di nuovo domani.

 

*

 

A J. C.  IL GIORNO DI PENTECOSTE 2024

 

Tu sei nelle lingue del mondo,
nella pietra arsa di parole liete,
nello scorrere lento di tremule preghiere.

Sei nel fruscio della buonanotte di bambino,
nelle mani sussurrate di madre,
nel varco all’infinito ove culmina il canto.

Sei nella terra bianca del nostro sonno quieto.
Sei ovunque noi saremo un giorno,
tra astri e ricordi,
confusi tutti nella parola Amore.

Francesca Totaro (Bologna, 1968), diploma di maturità linguistica, ha vissuto e lavorato a Londra, laureata in Giurisprudenza, lavora in contesti aziendali moderni, aperti e di respiro prevalentemente internazionale e in ambito pubblico. Ospite al Salone del Libro di Torino 2024 e 2025, ha ricevuto menzioni e riconoscimenti in vari concorsi, tra cui il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, il Festival “Poesia Trasimeno” e la prima edizione del Premio Letterario Agartha, classificandosi al secondo posto assoluto.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 291° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Vite di carta /
“L’anniversario” di Andrea Bajani

Vite di carta. L’anniversario di Andrea Bajani

“Si possono abbandonare i propri genitori? O meglio, ci si può sottrarre a loro?” chiede il narratore-figlio del romanzo L’anniversario, che Andrea Bajani ha pubblicato nel gennaio di questo 2025 vincendo pochi mesi dopo lo Strega giovani.

La doppia domanda, così estrapolata, trova in me una risposta pronta, a patto di invertire l’ordine e rispondersi innanzitutto che sì, si può e si deve sottrarsi ai propri genitori. A un certo punto della crescita vanno lasciati. Messi a distanza, in una geografia familiare che garantisca a ognuno autonomia e libertà di movimento. In una geografia degli affetti che allarghi gli spazi e vada al passo con le fasi intanto avanzate nelle vite di tutti.

L’anniversario di cui parla l’incipit del romanzo ha, tuttavia, un valore sinistro: nasce da una sofferenza intrappolata nelle viscere del narratore-figlio che intende festeggiare dieci anni dal suo distacco definitivo dal padre e dalla madre.

Dieci anni dal cambio di numero telefonico, per evitare le rade ma insopportabili conversazioni a distanza che lo connettevano violentemente al clima distopico che aveva subito per tutta la vita nella sua famiglia. Dopo, a lungo, lo percorreva un tremito.

Nulla al confronto con gli spasmi intestinali che lo percorrevano nell’infanzia e poi nella giovinezza durante le sfuriate di suo padre.

La storia è storia del controllo totale esercitato dal padre sui familiari, prima di tutti sulla moglie che si piega a lui fin dalle prime righe del romanzo, grazie alla sua natura di persona “sopraffatta da una forma di timidezza molto prossima alla negazione di sé”.

Quindi sui figli, esposti al radar del controllo paterno in ogni aspetto della giornata. Il cosmo familiare perpetuato in una dinamica concentrazionaria. La violenza, anche quella ordinaria dei silenzi carichi di tensione, che lo ha dominato.

Il figlio che scrive non ha protestato in modo diretto, come la sorella. Ha cercato nella distanza una soluzione che lo salvasse, oppure ha cercato nella mansuetudine un anestetico bastante a portarsi avanti nel tempo.

Ha osservato sempre la madre ma ne scrive solo ora lungamente, parlandole attraverso il filtro del romanzo. Anzi, forgiando il romanzo come interfaccia della propria liberatoria ricostruzione di sé. La scrittura come forma di esilio da se stesso, mentre racconta gli anni vissuti in famiglia e gli anni successivi all’abbandono di ogni rapporto con padre e madre.

Di un romanzo iperletterario come questo, che accompagna il merito della storia con puntuali riflessioni sul metodo che intanto adotta, e sulla forma narrativa, mi chiedo cosa possa aver convinto  la giuria dei giovani a votarlo come vincitore.

Qual è la fascia d’età dei giurati? Hanno tra i sedici e i diciotto anni, frequentano la scuola superiore e forse, come ha ammesso l’unico con cui ho scambiato due parole riguardo al libro, sono rimasti colpiti dalla tematica complessa della violenza incistata nelle dinamiche della famiglia. Colpiti anche dalla durezza della lotta che porta gli adolescenti a darsi una identità, prima di tutto prendendo le distanze dai genitori.

Il che conferisce ai contenuti del libro una sorta di valore paradigmatico su entrambi i piani. Se questo è o può essere il senso del loro voto, hanno riconosciuto alla narrativa di qualità il tentativo di  affrontare il nodo della comunicazione intergenerazionale e della formazione.

Nel libro c’è un di più di profondità introspettiva nella lettura della realtà, c’è la ricerca di un posizionamento salvifico. Ben oltre i dettagli spiccioli con cui la televisione attira l’audience giornaliera, indugiando sul raccapriccio di consumo quando espone fatti violenti di cronaca. Suscitando una lunga onda emotiva che amplifica gli episodi fino a confonderli gli uni negli altri e lasciandoli esposti in superficie.

È la forma, tuttavia, a dare la cifra del libro. E su questo piano non so quanti abbiano potuto cogliere la forza stilistica di Bajani. La capacità di dare espressione al fuoco della sofferenza con parole definitorie rese oggettive dal registro formale della lingua, dalle incursioni in una varietà di lessici specifici, dalla psicologia al sindacalismo e perfino alla medicina.

Il porsi a pezzetti sopra i vetrini del microscopio e acquisire consapevolezza  su come è andata la propria vita familiare, senza un perché definitivo che dia senso al dominio paterno. Solo una totale capacità di descriverlo e di prevederlo.

E poi l’osservazione minuta, fin nelle pieghe più riposte, del comportamento materno. Riconoscendone gli stati d’animo da segnali anche minimi nella voce, nella mimica e nei gesti. Ora, “vista con gli occhiali della scrittura“, appare dolorosamente al figlio come “una donna a perdere”.

Nota bibliografica:

  • Andrea Bajani, L’anniversario, Feltrinelli, 2025

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/famiglia%20felice/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

 

Decreti legge e voti di fiducia, il governo svuota la democrazia

Decreti legge e voti di fiducia, il governo svuota la democrazia

di
da Collettiva del 25 giugno 2025

 

Decreti legge a rafficadi

Il primo dato allarmante è l’abuso dei decreti legge, strumenti previsti dall’art. 77 della Costituzione per casi “straordinari di necessità e urgenza”, ma che nella prassi sono diventati la norma. Secondo i dati elaborati da Openpolis, oltre la metà delle leggi approvate in questa legislatura è di origine governativa e, nella maggioranza dei casi, si tratta proprio di decreti da convertire in legge entro 60 giorni. In pratica il Parlamento è chiamato ad approvare, sotto scadenza, provvedimenti scritti interamente dall’esecutivo.

Il problema non è solo quantitativo. L’effetto di questa dinamica è che il governo impone i propri tempi, restringendo lo spazio per l’iniziativa parlamentare. Le proposte di legge di deputati e senatori vengono accantonate, mentre l’aula si trasforma in una catena di montaggio per provvedimenti già confezionati.

Il trucco della fiducia

Ma c’è di più. Il meccanismo dei decreti legge viene reso ancor più stringente attraverso il ricorso sistematico alla questione di fiducia, che costringe il Parlamento a votare sì o no a scatola chiusa. Nessuna discussione sugli articoli, nessun voto sugli emendamenti. Solo un sì o un no al testo così com’è. Nel periodo analizzato da Openpolis, su 71 decreti già convertiti in legge, il 95% ha visto l’imposizione del voto di fiducia. Un dato che non ha precedenti nella storia repubblicana recente.

Non si tratta solo di un record numerico. L’uso sistematico della fiducia altera profondamente l’equilibrio tra poteri. Il Parlamento, che dovrebbe controllare e indirizzare l’azione del governo, si trova ridotto a passacarte. Il ricatto implicito è evidente: o approvi il testo così com’è, o il governo cade. E nessuna forza politica, nemmeno quelle di opposizione, è immune da questo gioco, che quando si è al potere diventa comodo quanto pericoloso.

Le riforme che non arrivano

Openpolis sottolinea anche un altro nodo critico: la mancata riforma dei regolamenti parlamentari, che oggi consentono al governo di porre la fiducia anche su maxi-emendamenti che riscrivono interamente il testo di legge. È un’aberrazione, si finge un dibattito in commissione, si fanno lavorare i parlamentari su un testo, salvo poi sostituirlo integralmente in aula, imponendo il voto di fiducia su un nuovo documento mai discusso.

Le riforme necessarie sono note da anni: limitare per legge i casi in cui è possibile porre la fiducia; restringere l’uso dei decreti legge alle vere emergenze; restituire centralità alle commissioni; garantire tempi certi per l’esame delle proposte parlamentari. Eppure, nonostante i proclami, nulla si muove. Perché chi ha il potere di cambiare le regole è lo stesso che oggi le sfrutta.

Un bilancio preoccupante

Il rapporto mette anche in luce che il governo Meloni è quello con il più alto tasso di decreti legge per ogni mese di attività rispetto alle tre legislature precedenti. E anche per numero di questioni di fiducia, si è già superato il primo governo Conte in appena metà tempo.

Questa centralizzazione del potere esecutivo ha un prezzo alto: l’indebolimento strutturale del ruolo del Parlamento, la compressione delle minoranze, la perdita di trasparenza nel processo legislativo. A essere penalizzati sono soprattutto i cittadini, che vedono ridotto il pluralismo e svuotata la funzione rappresentativa delle Camere.

Il potere va sempre bilanciato

La democrazia vive di contrappesi. Nessun potere, nemmeno quello legittimamente eletto, può agire senza controllo. Il Parlamento è nato per questo: per rappresentare, discutere, modificare, approvare. Quando questa funzione viene compressa, svuotata, aggirata, non è solo una procedura che salta. È l’intero edificio democratico a scricchiolare.

L’allarme lanciato da Openpolis non va archiviato come un esercizio accademico. È un segnale politico forte. A chi siede in Parlamento, a chi osserva da fuori, a chi ogni giorno si confronta con una democrazia che si restringe, poco a poco, nel silenzio delle aule.

 

Cover:  Senato 2016, voto di fiducia al governo Gentiloni – flickr.com -Copyright Tiberio Barchielli

 

Rendere obbligatori i test alternativi all’uso di animali, una petizione al Parlamento Europeo.
Intervista a Massimo Terrile

Rendere obbligatori i test alternativi all’uso di animali, una petizione al Parlamento Europeo. Intervista a Massimo Terrile


Nella primavera del 2024 è stato dato l’avvio ad un Comitato promotore per l’ICE ‘USE NAMs NOT ANIMALS’, coinvolgendo persone dedite alla causa antispecista e ovviamente antivivisezionista come la biologa Susanna Penco. All’ICE  è stata poi preferita una petizione al Parlamento Europeo, inviata ad aprile 2024 tramite il
“Portale delle petizioni al P.E.”, con richiesta di interessarne la Commissione Europea. La petizione fu però accettata troppo tardi, a ottobre 2024, dopo la costituzione del nuovo P.E. e quando la Commissione Europea era ormai sciolta. Per questi motivi – sebbene accettata – la petizione fu archiviata e inviata solo alle commissioni del P.E. competenti, sottraendola così alla pubblicazione sul portale e rendendo impossibile l’accesso ai possibili ‘like’ dei cittadini europei. Sulla base della risposta (incoraggiante) ricevuta – sebbene relativa alle posizioni in merito delle precedenti due istituzioni – le associazioni hanno pensato di proporne un’altra, più precisa e più documentata. Prendendo atto che i metodi alternativi validati dalla UE e dall’OCSE non sono considerati obbligatori nei relativi regolamenti UE, si è ora voluto evidenziare che anche quelli validati nella UE dall’ECVAM di Ispra (centro comune europeo per la validazione dei metodi alternativi, che peraltro costa molti soldi pubblici) non sono inseriti nei rispettivi regolamenti UE per i test di tossicità, ma archiviati in attesa dell’approvazione dell’OCSE (38 paesi), causando in tal modo l’utilizzo, evitabile, di migliaia di animali non umani. Ovviamente, tutto questo, per ragioni commerciali, dato che i prodotti testati utilizzando metodi approvati dall’OCSE, dopo anni, possono essere venduti anche in tali paesi, e non solo nella UE. A questo il Comitato promotore ha aggiunto la richiesta – precedentemente limitata all’inserimento nelle etichettature dei prodotti della dicitura ‘testato solo su animali’ – che sia indicato se le sostanze chimiche usate siano o meno testate anche clinicamente (sugli umani), cosa che avviene solo per i farmaci (ma non nota al pubblico) per poterne informare i cittadini e consentire loro una maggior possibilità di scelta in relazione alle proprie convinzioni etiche e a salvaguardia della propria salute. Sulla nuova petizione al Parlamento Europeo intitolata TUTELA DEGLI ANIMALI, DELLA SALUTE E DELLA LIBERTA’ DI COSCIENZA, abbiamo intervistato Massimo Terrile, attivista, membro del Movimento Antispecista e coordinatore del Comitato promotore della Petizione presso il Parlamento Europeo.

Da dove nasce questa proposta di petizione al Parlamento Europeo?

L’iniziativa di predisporre ed inviare la Petizione ‘TUTELA DEGLI ANIMALI, DELLA SALUTE E DELLA LIBERTA’ DI COSCIENZA’ al Parlamento europeo il 24 maggio 2025, tramite il Portale delle petizioni al P.E., anziché promuovere un’I.C.E. (Iniziativa dei Cittadini Europei) destinata quindi solo alla Commissione europea, procedimento molto più complesso, lungo e costoso (richiede almeno 1 milione di firme tra tutti i Paesi aderenti alla UE e non coinvolge direttamente i membri del P.E.), nasce da un gruppo di cittadini italiani, costituitosi come ‘Comitato per le petizioni al Parlamento europeo’. Questo comprendente artisti, biologi, filosofi, giuristi, giornalisti, medici, scrittori, veterinari, ecc., impegnati da tempo contro quella che veniva chiamata ‘vivisezione’. Questa è ora detta ‘sperimentazione animale’ (termine introdotto dalla direttiva CE 2010/63 sulla protezione degli animali usati a scopo scientifico). Il testo della Petizione, per ora non ancora pubblicato, in sintesi, su tale Portale, in attesa della dichiarazione di ‘ricevibilità’ da parte della ‘commissione per le petizioni’ del P.E. che deve verificarne i requisiti per l’ammissibilità, è disponibile in versione integrale sul sito di alcune associazioni, quali il Movimento Antispecista (v. Petizioni) e SOS Gaia.

Vale tuttavia soffermarsi sul termine ‘vivisezione’, che trae origini dai crudeli esperimenti effettuati dal vivo, anche pubblici, senza anestesia, effettuati nei secoli passati (dal ‘500 al ‘700 circa), per studiare e dimostrare la biologia degli animali non umani. Lo studio di quella umana si effettuava  di nascosto, sui cadaveri, fino a quando è stata legalizzata; in Italia è avvenuto nel 1961.

Dopo la suddetta direttiva, dal 2010 in poi, si sente spesso affermare che intervenire dal vivo su un animale non umano, senza anestesia, non sia più permesso. Questo non è vero. L’art.14 delle direttiva stabilisce infatti le relative eccezioni, ad esempio ove l’anestesia sia ‘incompatibile con lo scopo dell’esperimento’. Inoltre, l’Allegato VIII (VII nel Dlgs n. 26/2014), in particolare, elenca  gli esperimenti (ora detti ‘procedure’), autorizzabili dietro giustificazione col bilancio danni/benefici (naturalmente ipotizzati dal proponente, senza sentire il parere dei ‘diretti interessati’), che possono causare sofferenze classificate anche come ‘gravi’. Ad esempio: gli interventi chirurgici o biologici invasivi (es.  l’induzione di tumori), l’inalazione forzata di agenti chimici in cui la morte è il punto finale, la riproduzione di animali con alterazioni genetiche suscettibili di generare distrofie o nevriti croniche, l’irradiazione o chemioterapia in dose letale, l’uso di gabbie metaboliche con limitazione grave del movimento per lungo periodo, le scosse elettriche, l’isolamento completo di specie socievoli per lunghi periodi, lo stress da immobilizzazione per indurre ulcere gastriche o insufficienze cardiache, o la generazione di anticorpi monoclonali tramite la provocazione di ascessi, il nuoto forzato o altri esercizi fino allo sfinimento, gli xenotrapianti, la somministrazione di sostanze stupefacenti (così dette d’abuso), ecc.

Gli esperimenti ‘in vivo’, senza anestesia, sono quindi ancora autorizzabili sia a scopo di ricerca, sia di prove tossicologiche richieste dalle normative Ue, e non si può dire che molti di questi non siano assimilabili a vere e proprie torture o ‘vivisezioni’. Usiamo oggi tuttavia il termine ‘sperimentazione animale’ (s.a.) sia per adeguarci a tale dizione della direttiva, sia in quanto il termine ‘vivisezionista’ è stato considerato un reato (v. Corte di Cassazione, 14694/2016), essendo inteso come un insulto, passibile di querela. Il nuovo termine, tuttavia, è in parte corretto, almeno dal lato scientifico, in quanto non tutti gli esperimenti oggi autorizzabili sono assimilabili a vere e proprie ‘vivisezioni’, ma anche in quanto la nuova dizione, meno emotivamente impattante sulla sensibilità umana, consente di non mettere sullo stesso piano chi oggi effettua esperimenti ‘in vivo’ autorizzati, rispetto a chi, nel passato, operava senza autorizzazione e senza alcun controllo. Benché gli effetti possano essere simili.

A che punto si trova l’Unione Europea sul tema della vivisezione e della sperimentazione animale? Per cosa vengono ancora usate?

Nel quadro internazionale, la Ue si trova in una posizione avanzata, dal lato legislativo,  per quanto riguarda la s.a. grazie alla suddetta direttiva 2010/63, che non trova riscontro in altre legislazioni extra europee. Questa ha posto dei limiti (sebbene contenuti) a tale pratica, stabilendo il principio che gli esperimenti devono essere prima approvati dalle rispettive autorità sanitarie nazionali (leggi Ministeri della salute) in base ai parametri posti da tale direttiva. La precedente, la 86/609 richiedeva infatti solo la comunicazione degli esperimenti in corso, non specificamente condizionati a tali principi. Per contro, la direttiva 2010/63 vieta agli Stati membri di adottare una protezione ‘più estensiva’ degli animali (art. 2), ovviamente allo scopo di livellare la concorrenza tra gli Stati membri, mentre la precedente la auspicava. Il che ha sollevato molte critiche, non potendosi mettere sullo stesso piano etica ed interessi economici. Infine, la direttiva demanda alla legislazione specifica (i ‘regolamenti’ Ue) le prove da effettuarsi per la sperimentazione così detta ‘regolatoria’, ossia quelle approvate  dall’OCSE, di cui la Ue fa parte, anche al fine di poter vendere tali prodotti nei 38 Paesi ad essa aderenti.

Nella Ue, peraltro, esiste da tempo l’ECVAM a Ispra, quale Centro Comune di Validazione dei Metodi Alternativi, che invia periodicamente all’OCSE, per la ri-convalida, i nuovi metodi scoperti nella Ue, pur dovendo averne eseguito la validazione nell’osservanza delle apposite Linee guida dell’OCSE stessa. La Commissione europea però non li inserisce nei regolamenti fino all’approvazione dell’OCSE, che richiede circa 2 anni, impedendo così agli Stati membri di utilizzarli subito. Peraltro, non risulta che la legislazione Ue in materia obblighi la C.E. a seguire tale procedura, bensì solo ‘a tener conto’ degli aspetti internazionali al riguardo. A ciò si aggiunge il ritardo nella pubblicazione nei regolamenti Ue di tali metodi da parte della C.E. , che richiede altri 2 o 3 anni. Per cui un nuovo metodo alternativo viene recepito nei regolamenti Ue anche tre o quattro anni dopo essere stato scoperto e validato nella Ue. Inoltre, nei regolamenti Ue tali metodi non sono ancora stati resi obbligatori, lasciando spesso allo sperimentatore la scelta del metodo ‘in vivo’ o ‘in vitro’, se presenti entrambi per una prova specifica (detta end-point). Almeno 1,4 milioni di animali non umani (v. rapporto ECVAM 2025) vengono pertanto ‘sacrificati’ nella sola UE, ogni anno, per le prove tossicologiche regolatorie, mentre moltissimi potrebbero essere salvati se la UE consentisse l’uso dei metodi validati dall’ECVAM nel mercato interno, prima della ri-convalida dell’OCSE.

A latere della direttiva 2010/63, esistono pertanto nella Ue diversi regolamenti (obbligatori per i Paesi membri) per effettuare i test ‘preclinici’ sugli animali non umani e quelli ‘clinici’ sugli umani. Negli USA, ad esempio, esistono leggi specifiche per entrambi tali tipi di test, sotto il controllo di due diverse istituzioni, l’FDA per farmaci e alimenti,  e l’EPA per le sostanze chimiche, ma non risulta esista una normativa assimilabile alla direttiva 2010/63 per la protezione degli animali usati a scopi scientifici che imponga dei limiti agli esperimenti.

Le finalità per le quali tali prove (o test) possono essere effettuate, nella Ue, riguardano sia la ricerca così detta ‘di base’ a puro scopo scientifico investigativo, sia quella ‘traslazionale’ (prove di efficacia verso gli umani) sia quella ‘regolatoria’ o ‘applicata’ riguardante test di tossicità previsti di routine per nuovi farmaci e sostanze chimiche (v. regolamento REACH) costituiti da 70 e più prove  su mammiferi, pesci e molluschi.

In particolare, per i farmaci, la sperimentazione ‘preclinica’ è obbligatoria prima di passare a sperimentarli (davvero) sugli umani nelle 4 fasi della sperimentazione ‘clinica’ (volontari a titolo gratuito ‘rimborsati dalle spese’, ammalati ospedalizzati e pazienti ‘consenzienti’ delle ASL, e infine, in quella commerciale, sui pazienti, quali ‘consumatori’, dove si scopre che i test effettuati (su centinaia di ‘volontari’) spesso non bastano a escludere gravi effetti collaterali.

Per le sostanze chimiche, è invece obbligatoria solo la fase preclinica sugli animali non umani (anche per gli ingredienti riguardanti i cosmetici, nonostante quanto si dica), con gravi rischi poi per gli umani nell’utilizzo di tali prodotti, sia per evitare stragi (anche) ecologiche all’atto della commercializzazione, sia infine in quanto non si ha il coraggio di renderne obbligatori i test sugli umani. Non essendo tali prodotti utili a guarire dalle malattie,  ne manca infatti la giustificazione ‘etica’, senza contare che è molto più difficile trovare, come per i farmaci, i volontari. Molti di questi test prevedono la morte dei soggetti, usati a centinaia di migliaia, come l’LD50 o l’LC50, nei quali la tossicità è misurata dal superamento di una determinata soglia di animali morti (50%). Ovviamente senza possibilità di ricorrere ad anestesia.

La ragione posta dalle autorità scientifiche della UE e dell’OCSE per i test ‘in vivo’ è che non tutte le prove per testare tali prodotti possono essere effettuate su parti del corpo esposte, come l’epidermide. Alcune (tossicologia acuta, a prove ripetute, tossicità genetica e riproduttiva, farmacocinetica, ecc.), dette ‘a livello sistemico’, richiedono infatti che il test sia effettuato su un organismo animale integro e sano, senza interferenze con altre sostanze (come gli analgesici), al fine di scoprire i ‘meccanismi di azione biologica’ per i quali l’organismo reagisce a determinate  sostanze, ancora molto poco noti.

Tali informazioni non sono peraltro riportate sulle confezioni di farmaci, prodotti alimentari o prodotti per uso domestico che contengono tali sostanze, impedendo ai cittadini di mettere in atto le proprie scelte etiche e salutistiche, anche quali consumatori. Una tale consapevolezza può infatti solo provenire dal riportare sulle confezioni di tutti tali prodotti l’informazione di come sono stati testati, sia dal lato clinico (umano) sia preclinico (non umano), essendo il diritto alla salute e all’informazione garantito dai Trattati dell’Unione (Trattato sul Funzionamento dell’Unione e Carta dei diritti fondamentali).

Spesso, sul tema della sperimentazione animale, c’è chi afferma ancora che è eticamente ammissibile a condizione che non avvengano maltrattamenti. Siamo sicuri che è così ben delineato il confine tra “maltrattamento” e “sperimentazione animale”? Se la sperimentazione animale implica l’uso di un corpo animale e la sua medicalizzazione, può essere considerata diversa da una condizione di maltrattamento? E’ veramente etico usare gli animali per fini puramente umani?

Le gerarchie delle leggi, dal lato giuridico, sono tali per cui una ‘legge speciale’ ha la prevalenza su una ‘legge generale’, e le ‘leggi speciali’ non possono essere in conflitto tra loro in merito al campo di applicazione. Per cui, direttive e regolamenti Ue, essendo normative comunitarie ‘speciali’, sono prioritarie, anche a livello costituzionale (v. art. 117 della Costituzione: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato [70 e segg.] e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”). Di conseguenza una legge nazionale, come la 189/2004 così detta ‘sui maltrattamenti’ che istituisce il Titolo IX bis del c. penale, non è applicabile, salvo dichiarazione esplicita, ad altre leggi ‘speciali’ nazionali, né a quelle ‘speciali’ comunitarie (es. caccia, macellazione, allevamenti, trasporti, sperimentazione animale, ecc.). Il rispetto degli animali non umani, nonostante l’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione (T.F.U.) che invita a tener conto degli animali quali esseri senzienti, viene quindi ancora negato (e lo si riscontra paradossalmente anche nelle encicliche papali, v. Papa Francesco in ‘Laudato sì …’ : la s.a. è giustificabile se contribuisce a salvare vite umane), in funzione dell’umano, perpetuando il mito antropocentrico della filosofia occidentale.

Perché ancora oggi la sperimentazione animale trova ancora così tanti sostenitori tra politici e scienziati, nonostante l’avvento dei metodi sostitutivi human-based? Cosa è che fa propendere ancora per l’uso della sperimentazione animale piuttosto che per i metodi alternativi? E’ una questione economica?

Da alcuni anni si stanno scoprendo sempre più nuovi approcci metodologici (detti NAMs) che possono condurre a simulare le reazioni di organi animali umani e non umani alle sostanze farmacologiche e chimiche, utilizzando parti di organi fatte sviluppare da cellule staminali o da prelievi ex-vivo inseriti su ‘chips’, o mini organi sviluppati da colture cellulari, detti ‘organoidi’. Negli USA ad esempio è stata modificata a gennaio 2023 la legge per le prove precliniche sui farmaci, rinominate ‘non cliniche’, ammettendo il ricorso a tali nuove metodologie, sebbene manchino le diposizioni per caratterizzarle e validarle, lasciato per ora alla valutazione della FDA. Ad oggi, tali metodi per sostituire le prove ‘in vivo’ a livello ‘sistemico’ sono quindi ancora allo stadio sperimentale.

E’ però fondamentale, per garantire il successo delle nuove metodologie, superare un’ultima barriera. Ossia eliminare il ‘paradosso della validazione’ del metodo alternativo stesso. Oggi l’OCSE, nelle Linee guida emesse per regolamentare la validazione dei metodi alternativi alla s.a., stabilisce che questi, per essere convalidati (dalla stessa) e quindi applicati nelle prove ‘regolatorie’ a livello internazionale, devono essere testati ‘sugli animali’ e dare gli stessi risultati delle prove effettuate ‘in vivo’ (o verso i test precedenti) su altri ceppi di animali. pur non essendo vietate le prove di confronto sugli umani, almeno in base al regolamento Ue 2014/536 sui test clinici. In tal modo, è impedito di verificare l’oggetto stesso della ricerca: la validità di tali metodi a fini umani. Occorre quindi, per superare tale ‘paradosso’, che i test dei nuovi metodi siano effettuati (anche) clinicamente, sugli umani. Si dovrebbero quindi studiare metodi human-based separatamente da quelli animal-based, orientandosi a metodi specie-specifici, così come la nuova medicina di genere si orienta a testare e produrre farmaci per sessi diversi, bambini, anziani, donne in gravidanza, e gruppi etnici. Per le popolazioni di colore ad esempio è noto che alcune tipologie di farmaci non sono interscambiabili con quelle per i bianchi. La ‘propensione’ all’uso degli animali non umani è quindi per ora imposta dalle normative internazionali e comunitarie causa l’assenza di metodi sostitutivi (ossia né ‘in vivo’ né ‘in vitro’) validi per le prove a carattere sistemico. E’ quindi sia una questione scientifica e normativa, che coinvolge anche aspetti economici.

Perché oggi la ricerca scientifica si ostina ad utilizzare maggiormente i test su animali per farmaci umani, quando l’essere umano è completamente diverso – per esempio – dai murini? E’ una questione economica?

La scienza ha ormai riconosciuto che le prove effettuate sugli animali non umani, a fini umani, sono inutili, in quanto le differenze biologiche tra le due categorie sono profonde (es. differenza di DNA, metaboliche, epigenetica, ecc.) e l’alta variabilità dei risultati delle prove effettuate sui non umani impedisce di considerare attendibili i risultati, rappresentando pertanto un inutile dispiego di tempi e risorse, a parte l’aspetto etico. Per di più tali prove non garantiscono i volontari umani dai rischi nelle prove cliniche.  Tuttavia, fino a quando le nuove metodologie non saranno ‘validate’ come sopra descritto, e non solo per alcune prove specifiche, le attuali normative non potranno essere modificate, salvo eccezioni. Peraltro, le prove precliniche dei farmaci e delle sostanze chimiche servono, eccome, anche a fini veterinari. A tali fini non è peraltro applicabile, per disposizione espressa, la direttiva 2010/63 e infatti il relativo regolamento Ue per le prove a scopo veterinario si limita da ‘auspicare’ che vengano utilizzati i metodi alternativi.

I metodi sostitutivi human-based sono oggi certificati ed applicati in alcuni ambiti di ricerca? Se sì, che riscontri abbiamo in termini di efficacia e precisione? 

Non mi risulta esistano metodi sostitutivi ‘human-based’ validati a fini regolatori, salvo per alcuni specifici test (es. OCSE 458, Androgen Receptor TransActivation Assay using the stably transfected human AR-EcoScreen™ cell line, o OCSE 431, Skin corrosion). Essendo questi validati, si suppone sia  stata dimostrata la loro efficacia. Purtroppo non sono qui disponibili i risultati.

Quale esiti potrebbe avere la vostra petizione al Parlamento Europeo, qualora dovesse  avere consenso?

Nel presente, è stato ritenuto opportuno concentrarsi, per ridurre sofferenze e morti, sia umane sia non umane, sulla necessità che i metodi alternativi già validati (dalla UE e/o dall’OCSE) relativi  alle prove in vitro o con nuovi altri metodi senza uso di animali non umani (NAMs), siano sempre realmente applicati, ossia siano resi ‘obbligatori’, ovvero autorizzati nella Ue, a fini del mercato interno, ove validati solo dall’ECVAM, tenuto conto che per le prove a livello sistemico non esistono ancora metodi alternativi. Inoltre, che siano fortemente promosse ad ogni livello le nuove metodologie (NAMs), e che siano riportati, nelle confezioni dei prodotti farmaceutici e chimici, i metodi con i quali sono stati testati, sia a livello preclinico, sia clinico.

Gli scopi cui si mira con le richieste effettuate (2) sono quindi essenzialmente:

  1. Chiedere ai Membri del P.E. di impegnare la Commissione europea a proporre le modifiche legislative per soddisfare le richieste effettuate nella Petizione;
  2. Informare i cittadini europei dei rischi per la loro salute dovuti all’inefficacia degli attuali test regolatori sugli animali non umani per la sicurezza di farmaci e sostanze chimiche, e del loro diritto ad essere portati a conoscenza dei metodi di test utilizzati per la commercializzazione di tali prodotti, onde poter esercitare il loro diritto, anche quali consumatori, ad effettuare le proprie scelte etiche e salutistiche.

Nota 2

  1. a) Includere, nei regolamenti riguardanti le prove precliniche di tossicità ed efficacia per farmaci ad uso umano o veterinario, prodotti biosimilari, dispositivi sanitari, cosmetici e sostanze chimiche prodotti nella UE, l’obbligo dell’utilizzo dei metodi alternativi in vitro o senza l’uso di animali accettati dall’OCSE o ritenuti scientificamente validi dalla Ue.
  1. b) Includere, nei regolamenti riguardanti le prove precliniche di tossicità ed efficacia per farmaci ad uso umano o veterinario, prodotti biosimilari, dispositivi sanitari, cosmetici e sostanze chimiche prodotti nella UE, i metodi alternativi in vitro o senza uso di animali validati nell’Unione e trasmessi all’OCSE per accettazione, consentendone l’utilizzo in alternativa ai metodi in vivo ai fini della commercializzazione nell’Unione.
  1. c) Promuovere fortemente ad ogni livello la ricerca di nuovi approcci metodologici in vitro e/o senza uso di animali, mirando alla qualificazione e standardizzazione di metodi computazionali, tecnologie ‘organo-su-chip’, organoidi e similari basate sulla specifica specie biologica e favorire l’utilizzo a tali fini di materiali provenienti dalla donazione di corpi umani.
  1. d) Includere, nei regolamenti riguardanti l’etichettatura dei prodotti di cui ai punti precedenti, ove commercializzati nella Ue, l’obbligo di riportare sulle confezioni le diciture: ‘sostanza testata su animali /non testata su animali’ e ‘sostanza testate clinicamente / non testata clinicamente’, per ogni componente, a seconda delle prove effettuate.

 

Associazioni firmatarie della petizione

-A.mici Randagi Odv, Enrica D. Miraglia, via Nicoloni 2, 21100 Varese (VA), Italia.
-A.N.T.A. Massa Carrara Odv, Cristina Bruschi, Via Aurelia Ovest, 182 , Massa (MS), Italia.
-AIDAA Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente, Lorenzo Croce, via Roma 62, 20006 Pregnana Milanese (MI), Italia.
– Animal Law Italia ETS, Alessandro Ricciuti, via Rocco Dicillo 1, 70131 Bari (BA), Italia.
-Animal Friends of Croatia, Luka Oman, Jurisiceva 25, 10 000 Zagreb, Croatia.
-Animal Liberation Odv, Lilia Casali, via Polese 34, 40127, Bologna (BO), Italia.
-Asociación Defensa Derechos Animal – ADDA, Carmen Méndez, c/ Bailén, 164 bajos, 08013 Barcelona, Spagna.
-Associazione Gabbie Vuote Odv Firenze, Mariangela Corrieri, via Giorgio Pasquali 26, 50135 Firenze (FI), Italia.
-Associazione OSA (Oltre la Sperimentazione Animale) ETS, Maria Concetta Digiacomo, via Piero Martinetti 28, 20147 Milano (MI), Italia.
-Associazione Vegan Animalista APS, Franco Libero Manco, via Cesena 14, 00182 Roma (RM), Italia.
-Comitato Europeo Difesa Animali Odv, Roberto Tomasi, via Pietro e Maurizio Monti 53, 22034 Brunate (CO), Italia.
-Doctors Against Animal Experiments, Corina Gericke, Lustheide 85, 51427, Bergish Gladbach, Germany.
-Gr. I. AYUSYA, Eugenia Silvia Rebecchi, via D. Cuneo 682, 16140 San Colombano Certenoli (GE), Italia.
-LAC Lega per l’Abolizione della Caccia, Raimondo Silveri, via Ernesto Murolo 11, 00145 Roma (RM), Italia.
-LAV Lega Anti Vivisezione, Gianluca Felicetti, viale Regina Margherita 177, 00198 Roma (RM), Italia.
-LEAL Lega Antivivisezionista ETS, Gian Marco Prampolini, via De Andreis 13, 20137 Milano (MI), Italia.
-L.I.D.A. Sezione Firenze, Stefano Corbizi Fattori, via Empolese 37B, Scandicci (FI),Italia.
-LIMAV Italia Odv, Maurilio Calleri, via Lamarmora 162, 18038 Sanremo (IM), Italia.
-Movimento Antispecista, Valerio Pocar, via Principale 11, 20856, Correzzana (MB) Italia.
-OIPA Italia Odv, Massimo Comparotto, via Gian Battista Brocchi 11, 20131 Milano (MI), Italia.
-Partito Animalista Europeo, Stefano Fuccelli, Via Casole d’Elsa 11 – 00139 Roma (RM), Italia.
-S.O.S. GAIA, Rosalba Nattero, Via Principi d’Acaja 2, 10143 Torino (TO), Italia.

Associazioni firmatarie dopo il 24 maggio 2025

-Tierschutz Austria (Wiener Tierschutzverein), Madeleine Petrovic, 2331 Vösendorf, Triester Straβe 8, Austria.
-Centro Ricerca Cancro Senza Sperimentazione Animale, Maria Grazia Barbieri, via San Martino 2/14, 16131 Genova (GE), Italia.
-Irish Antivivisection Society, Catherine Morrow, PO Box 13713 , Dublin 14, Ireland.
-LNDC Animal Protection, Piera Rosati, Via Adolfo Wildt 19/5, 20131 Milano (MI),Italia.
-Progetto No-Macello, Maria Grazia Barbieri, via Rino Mandoli 115/13, 16139 Genova (GE), Italia.

Legenda sigle usate:

EPA: Environmental Protection Agency (USA)

FDA: U.S. Food and Drug Administration (USA)

OCSE: Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (38 Paesi)

ICH: International Council for Harmonization of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use.

REACH: Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals (regolamento CE 1907/2006 e successivi).

In copertina: Foto di LAV – sperimentazione-su-macachi

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

 

Povera Italia!

Povera Italia!

Il rapporto Caritas 2024 sulla povertà in Italia è un documento completo e pieno di tristi sorprese (ne consiglio la lettura integrale al seguente link: rapporto_poverta_2024 )

Leggere tutti i dati e le tabelle lascia un senso di stupore e di  sconcerto. È come scoprire un’altra Italia, un’Italia esclusa da tutto, un’Italia completamente diversa, senza nessun legame con l’Italia ufficiale, con quella della cronaca politica quotidiana, ma anche quella dell’informazione mainstream: L’Isola dei famosi, Delitto di Garlasco eccetera.

Non sarebbe questo un fenomeno nuovo: da sempre “il Paese reale”, i suoi problemi, le sue sofferenze, vengono occultati o snobbati dal “Paese ufficiale”, sommersi dalla chiacchiera televisiva e dei social media.
E mentre mezza Italia arranca, e milioni di cittadini (anche se lavoratori) sperimentano una povertà senza futuro, l’Italia ufficiale ha tutte altre priorità da inseguire.

Oggi però la spaccatura tra le due Italie si è allargata a dismisura.
L’Italia assomiglia sempre più a una mela spaccata in due e se hai la sfortuna di stare nella mela sbagliata, non hai nessuna possibilità di saltare nella mezza mela buona. Sei povero, e domattina sarai ancora più povero. Puoi solo coltivare la speranza in una “crepa di salvezza”, un miracolo, un’Italia di tutti.

Cover: Foto di Claudia da Pixabay

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Il rifiuto di combattere è il vero patriottismo

Il rifiuto di combattere è il vero patriottismo

La guerra la dichiarano coloro che non la combattono, e la combattono coloro che non la dichiarano. Quasi sempre, i figli dei poveri. Con un corollario magnifico: nelle guerre contemporanee, nove vittime su dieci non stanno combattendo. Sono civili, bombardati, bruciati o uccisi a sangue freddo nelle proprie abitazioni. A questa costante si aggiunge (ma anche questa non è una novità) il valoroso esempio dei potenti: dall’ayatollah capo che si dilegua tra rifugi e stati salvacondotto mentre la sua nazione muore sotto le bombe, al primo ministro israeliano che cita il rinvio del matrimonio del figlio come disagio della guerra, mentre centinaia di testimoni (pediatri d’emergenza soprattutto) che ritornano da Gaza raccontano l’orrore delle migliaia di famiglie arabe, bambini compresi, affamate e massacrate dal suo esercito. Questa merda è la guerra. Eppure la specie umana adora la guerra. Se ne allontana per brevi periodi, per poi lasciarsene fatalmente sedurre. Lontanissimi da Kant, vicinissimi a Freud: una pulsione di morte.

L’ impotenza nostra, mia, tua, dell’ uomo della strada di fronte agli eventi tragici, inenarrabili ormai, di queste settimane, è dannatamente frustrante: più di manifestare in piazza contro gli ayatollah, contro i rabbini assassini e contro un puttaniere palazzinaro divenuto Presidente (vi ricorda qualcosa?), di firmare appelli, di gridare il dissenso, di dare denaro a Emergency o a MSF, non sai cosa fare. Se dovessi imbarcarti su una nave per provare a portare cibo in Palestina, verresti bloccato e rimandato indietro, e nessun cibo sarebbe comunque arrivato ai disperati. Eppure, questo senso di inutilità del tuo agire è strettamente legato al tuo (attuale) e confortevole ruolo: quello di spettatore. Inorridito, ma spettatore. Qualora da spettatore dovessi diventare attore o bersaglio: qualora l’incendio che divampa attorno, sulle colline, portato dal vento arrivasse a casa tua, allora ti troveresti nella condizione di dover fare qualcosa. Non in mio nome è una frasetta bella ma comoda, finché ci fai un post seduto in poltrona. Quando il Potere, la Nazione, la Patria arriva a casa tua e ti ordina di combattere anche se non sei un soldato, è allora che dissentire, obiettare diventa pericoloso. E tu non sei abituato a correre un rischio. Noi non siamo abituati a rischiare sul serio. Qualcosa, intendo, che metta a repentaglio la permanenza nella nostra casa, nella nostra città, che potrebbe obbligarci a lasciare il nostro lavoro e la nostra nazione, a varcare le porte di una prigione, ad abbandonare le relazioni con le persone care, a salutare la nostra vecchia vita. A dire addio a tutto.

In alternativa, puoi obbedire agli ordini. Se la tua Nazione ti ordina di andare in guerra per difenderla, o perchè semplicemente è stata dichiarata una guerra e la tua nazione partecipa, puoi scegliere di farlosempre una scelta: ti diranno che è un dovere verso la Patria). In quel caso, rischi di dover ammazzare degli sconosciuti che non ti hanno fatto niente perchè la tua nazione ha deciso che sono dei nemici (se poi sono militari dovrai farlo per non farti ammazzare a tua volta). Per riuscire a sopportare questa dimensione contronaturale in cui diventi un assassino autorizzato dallo Stato, dovrai disumanizzarle, le persone. Come se fossero una infestazione di blatte. A me persuade molto l’esempio del nido di vespe in casa, perché mi sono simpatiche. All’inizio potrà anche dispiacere di doverle sterminare, ma se non lo fai loro ti pungeranno e pungeranno i tuoi figli, quindi devi farlo, e lo fai. Dovrai azzerare in loro (gli ebrei, i curdi, i palestinesi, gli armeni, gli iraniani, rendiamoci conto) ogni traccia di umanità, e quindi progressivamente azzerarla in te. Fino a che qualcuno che ha fatto lo stesso percorso dall’altra parte, ma inglobando molto più odio di te, non ti farà saltare in aria. Potrà succedere che ti faccia esplodere mentre guardi una vetrina lungo una strada, ad un concerto, mentre mangi un gelato coi tuoi figli. Nulla di personale, proprio perchè non sei una persona, per il tuo omicida suicida.

Il male estremo è banale. Lo ha mostrato mirabilmente Hannah Arendt nel descrivere la figura di Adolf Eichmann, uno dei funzionari delle SS che prima deportarono, poi mandarono a morire più ebrei di ogni altro nel periodo nazista. Eichmann (peraltro affascinato, come molti psicotici, dalla civiltà che tentò di eliminare) non si pentì mai, perchè riteneva non vi fosse nulla di cui pentirsi. Eseguì in modo zelante gli ordini che gli vennero impartiti. Ecco, uno di questi giorni ti potrebbe essere ordinato di essere un certo tipo di individuo: non voglio dire esattamente quel tipo di individuo, ma uno che esegua degli ordini perchè glielo chiede la sua Patria. A quel punto dovresti fare una scelta: eseguire gli ordini, anche quelli manifestamente criminosi. Oppure potresti fare come i centomila ucraini (cinque ogni uno che ha imbracciato i fucili) che si sono rifiutati di combattere. Come i ventimila russi, sicuramente sottostimati, che scappano dal processo per diserzione cercando asilo politico in un altro paese. O come i diecimila riservisti dell’esercito israeliano, che stanno disobbedendo al richiamo alle armi. Max Hirsch, pur essendo giovane (29 anni), è un veterano dell’esercito israeliano, ed è uno degli iniziatori di questa obiezione collettiva. Ha dichiarato: «Il rifiuto di combattere è il vero patriottismo».(leggi qui)

Quante volte, nei dibattiti su questi tragici mesi, abbiamo pronunciato o ascoltato l’epiteto di “criminale di guerra” per questo o quel primo ministro, o presidente. Eppure, se ci pensi un attimo, nessun criminale di Stato ha mai bisogno di ammazzare la gente con le proprie mani. C’è sempre qualcuno che lo fa per lui. Un enorme braccio militare e burocratico che si lordi le mani del sangue che lui invoca come il sacrificio necessario per il Bene Supremo della Nazione, lo trova sempre. Parliamo di migliaia e migliaia di impiegati del Male. Ci può essere nella psicopatologia del potente persino un’idea originaria, che assomigli alla profondità di un pensiero, per quanto pervertito e malato. Ma il male di coloro che eseguono il male, negli apparati militari, scientifici, amministrativi, spionistici, giudiziari, carcerari, non è profondo, rifugge il pensiero. La psicologia collettiva di chi applica il male rimane sulla superficie, ma si allarga come una macchia d’olio. E’ pura esecuzione, è meccanica, è funzionamento. Io, te, tutti noi, possiamo scegliere se fare parte di questo meccanismo e diventare assassini funzionali o militi, ignoti e caduti, per la Patria o per la Nato. Con una vecchiaia da reduci in disturbo post traumatico, se ne usciamo vivi. Oppure possiamo scegliere di non farne parte. Rifiutare. Obiettare. Disertare. Rischiando la fuga, la clandestinità, il ludibrio, il carcere, in casi estremi la vita. Io ho già scelto.

In piena facoltàegregio presidentele scrivo la presenteche spero leggerà
La cartolina quimi dice terra terradi andare a far la guerraquest’altro lunedì
Ma io non sono quiegregio presidenteper ammazzar la gentepiù o meno come me
Io non ce l’ho con leisia detto per incisoma sento che ho decisoe che diserterò.
Ho avuto solo guaida quando sono natoi figli che ho allevatohan pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papàormai son sotto terrae a loro della guerranon gliene fregherà
Quand’ero in prigioniaqualcuno mi ha rubatomia moglie e il mio passatola mia migliore età
Domani mi alzeròe chiuderò la portasulla stagione mortae mi incamminerò.
Vivrò di caritàsulle strade di Spagnadi Francia e di Bretagnae a tutti griderò
Di non partire piùe di non obbedireper andare a morireper non importa chi.
Per cui se serviràdel sangue ad ogni costoandate a dare il vostrose vi divertirà
E dica pure ai suoise vengono a cercarmiche possono spararmiio armi non ne ho.
Le déserteur
Boris Vian
Immagine di copertina: il disertore di Octav Băncilă, 1906, da wikipedia.org

 

 

 

Per certi Versi / Cado

Cado

 

Crollano i muri della ragione

sulle macerie dell’apparenza

l’esistenza si consuma su scaffali

di cosmetici scaduti

dove gioco a truccarmi

Posseggo un equilibrio labile

e un sorriso stabile

Vago nella solitudine e cerco il divenire

L’essenza è come fuoco di sabbia

in deserti spopolati

Anche adesso lo sento cadrò

ma senza nessuna ferita nessuna

 

Immagine di copertina: Foto di the_iop da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Immigrazione colabrodo, il caso Italia

Immigrazione colabrodo, il caso Italia

L’Italia come spiegano tutte le agenzie indipendenti (Banca d’Italia, UpB,…) e gli esperti ha un enorme fabbisogno di manodopera straniera (circa 200mila all’anno), dovuta al calo demografico, ai pochi giovani nati ma anche al loro cambiamento culturale per cui evitano fare lavori “sporchi, brutti e cattivi.
Nessuno vuole gli immigrati illegali per cui il Governo (da anni) emana flussi legali (quest’anno 185mila) che però si traducono in arrivi effettivi solo in un caso sui 4 programmati (25%). Anche quest’anno succede così.

In agricoltura lavorano circa un milione di addetti ma il fabbisogno di immigrati aggiuntivi in estate è stimato da Coldiretti in 100mila all’anno. A novembre scorso sono partite le richieste: 42% per il Marocco, 28% India, 9% Bangladesh e 21% per altri paesi, per un totale di 33mila richieste. Quelli arrivati sono solo 8mila (24%) com’era avvenuto negli anni passati. Ogni anno c’è un problema nuovo. Quest’anno il Marocco è stato inserito nella lista “paesi non sicuri”, per cui le domande fatte a Rabat sono state quasi tutte bloccate.

Il click day è stato fatto a febbraio ma sono arrivati, come al solito, in pochissimi specie dai paesi come Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka considerati “a rischio” (non si capisce di cosa). Già è complicato per un imprenditore assumere un immigrato che non ha mai visto, poi la burocrazia fa il resto.

Ciò significa che continuano a lavorare immigrati illegali presenti da anni in Italia (forse 2 milioni). Nell’Agro Pontino su 15mila metà sono in nero con grande vantaggio per le imprese che, d’altro canto, protestano per il mancato arrivo mettendo a rischio il raccolto in molte zone.

Il paradosso è che molti illegali presenti in Italia sono entrati con regolare permesso di soggiorno ma poi sono rimasti senza lavoro e sono finiti nell’illegalità per l’assenza di quote di conversione. Magrini, responsabile lavoro della Coldiretti, propone una cosa di buon senso: regolarizzarli e assumerli nell’interesse delle imprese e loro…ma nulla succede.

Gli immigrati sono il più potente tema che fa vincere le destre.
Farage nel Regno Unito ha un solo punto nel suo programma elettorale (immigrati zero) e ha già raggiunto nei sondaggi il Labour, per cui il primo ministro laburista inglese Starmer sta facendo una politica restrittiva sull’immigrazione (di cui pure ha bisogno), come tutta Europa e come fa Trump. Il tema è al calor bianco anche negli Stati Uniti dove i MAGA, (Make America Great Again)/il movimento che sostiene Trump non li vuole, anche al fine di aumentare i salari dei “bianchi”. Il fatto è che l’America è per definizione un paese di immigrati e tutte le grandi multinazionali hanno ormai il 40% dei loro addetti immigrati. E’ stato uno dei motivi dello scontro tra Musk e Trump.
Non è ancora chiaro come la cosa andrà a finire in America e come sia possibile per Europa e Usa svilupparsi senza immigrati. Lo stesso Ufficio Nazionale demografico americano stima al 2050 una forte riduzione di abitanti per l’Europa ma un incremento negli Stati Uniti di altri 35 milioni di abitanti, quasi tutti nuovi immigrati. Gli ingressi annui sono di oltre un milione tra regolari e illegali da almeno 25 anni e nel 2023 sono saliti a 2,5 milioni.

Nessun paese è mai riuscito in passato a crescere senza immigrati quando si è trovato in carenza di manodopera nativa. C’è chi pensa che le automazioni create dalla prossima Intelligenza Artificiale risolveranno il problema, altri dicono invece che non si ridurranno i lavori manuali non qualificati e non sarà possibile sostituirli con robot, semmai ciò succederà alle professioni qualificate.

 

Di certo c’è che manca una qualsiasi capacità dell’Italia (ma anche di altri paesi) ad organizzare flussi legali regolari.
C’è anche chi dice che ci sono piani prestabiliti, come l’attuale guerra in corso di Israele verso l’Iran, per destabilizzare il Medio Oriente, non solo per far fuori un nemico, ma anche per attivare imponenti flussi immigratori verso l’Europa, favorendo così le destre e indebolendo il progetto di una Europa unita. E’ avvenuto anche con l’Iraq, Libia, Siria e altri interventi armati al fine di cambiare i Governi (Regime change), ma potrebbe essere solo una coincidenza.

Comunque una ragione in più per stare dalla parte della pace, specie per l’Europa e nel suo interesse.

In copertina:  lavoratori Stranieri impegnati nella raccolta di pomodori – immagine Crea 

Per leggere gli articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Netanyahu: “Muoia Khamenei”… con tutti i filistei

Netanyahu: “Muoia Khamenei”… con tutti i filistei

La frase è famosa: “muoia Sansone con tutti i filistei”; la ricordate?
La frase è così nota tanto da diventare, nel tempo, un modo di dire della lingua italiana per identificare chi è disposto a tutto, anche a danneggiare Sansone stesso, pur di eliminare i suoi nemici.

La frase è di origine biblica; è infatti presente nel Libro dei Giudici, al capitolo 16.

Gli Israeliti erano in balìa dei Filistei da più di 40 anni. Durante questo periodo a Zorea viveva Manoach, della tribù di Dan, assieme a sua moglie, che non aveva avuto figli. Il messaggero del Signore apparve alla donna per annunciarle la nascita di un figlio. L’angelo le impose di astenersi da cibi impuri e bevande inebrianti e di non tagliare i capelli del bambino perché era un nazireo, un consacrato a Dio fin dal concepimento, e avrebbe liberato Israele dai Filistei.

Secondo la tradizione biblica, Dio aveva donato a Sansone (in ebraico “piccolo sole”…come quello prodotto da una bomba atomica) una forza incredibile.
Quella forza era legata alla capigliatura di Sansone  e infatti il “piccolo sole” era stato cresciuto con il divieto assoluto da parte dei suoi genitori di tagliarsi i capelli. Grazie a Sansone, gli Ebrei poterono vivere tranquilli per molti anni.

Un giorno però i Filistei escogitarono un piano. Inviarono a Sansone una donna molto bella, di nome Dalila, e lui se ne innamorò. Dalila si lasciò corrompere dai Filistei affinché scoprisse il segreto della forza di Sansone. Scoperto il segreto, la donna tagliò i capelli all’eroe mentre dormiva, che perse così tutta la sua forza. I Filistei riuscirono allora a catturarlo, lo accecarono e lo imprigionarono.

Col passare del tempo, i capelli crebbero, ma Sansone non poteva fare nulla poiché era cieco.

Un giorno Sansone fu accompagnato dentro il tempio per essere, come al solito, schernito dai Filistei e chiese al fanciullo che lo guidava per mano di poter un attimo riposare appoggiandosi alle colonne del tempio. Allora Sansone invocò il Signore per vendicarsi dei suoi occhi e al grido di «Muoia Sansone con tutti i Filistei!» fece crollare la casa.

La frase pronunciata da Benjamin Netanyahu in questi giorni contro Alì Khamenei suonerebbe quindi come una (involontaria, si spera) parodia di quella più famosa. Comunque, come accade in certi casi, tale frase rischia di trasformare la tragedia in farsa.

A quel “Muoia Khamenei!” del primo ministro israeliano, basterebbe aggiungere “…con tutti i filistei!” per conferire alla frase l’amaro sapore di una piatto antico a base di dio, Israele,  nemici , bombe atomiche, inganni, tradimenti e, senza dubbio, dosi massicce di cinismo, realismo politico e… masochismo.

Et voilà la distruzione è servita.
La vendetta è servita.
La vittoria è servita.
Il potere è servito.
La coscienza e il MioDio sono serviti.

Tutti termini, questi, che hanno reso, rendono e renderanno sempre impossibile la pace.

Per FARE LA pace, che è la vera rivoluzione, occorre una conversione totale. Una vera e propria Apocalisse.

Come diceva David Maria Turoldo non c’è nulla che ci divida quanto la pace tant’è vero che – lo abbiamo visto recentemente – tu fai la tua manifestazione per la pace e io faccio la mia.

Tutto sembra congiurare contro la pace e dunque come renderla possibile?

Il filosofo Emanuele Severino diceva che tutto il mondo è da sempre posto nella violenza ma lui poneva una netta distinzione tra una violenza vincente e una perdente; una violenza quest’ultima perdente in attesa di diventare vincente, poiché nessuno accetta una condizione permanente di sconfitto.

Cosicché non ci sarebbe mai un tempo di pace, ma solo tempi di vittorie e tempi di sconfitte. Pertanto il mondo in effetti non celebra mai la pace ma celebra vittorie che vengono equivocamente definite “pace”: come disse Qualcuno, la pace non è un dono di questo mondo.

A questo si aggiunga l’intreccio dei poteri con cui bisogna fare i conti, poteri assoluti che si sostengono l’un l’altro e che sono come i fili dell’alta tensione: chi li tocca muore.

Inutile ricordare il primato del potere economico-politico, di quello scientifico-tecnocratico e di quello che stiamo vedendo in azione giorno e notte in questi mesi: quello militare, a proposito del quale c’è però una grossa novità.

Gli eserciti non possono più vincere alcuna guerra, ma possono solo distruggere.

Questo significa che non potranno più esistere vittoriosi e sconfitti ma esisterà una sola cosa:  la distruzione.

E così ritorniamo a quel grido inesorabile di Sansone e di Nethanyau, ritorniamo cioè alla “ragione”  e alla “forza”  seducente di quel grido : che muoia Sansone con tutti i Filistei!

Un grido che ha attraversato e continua ad attraversare la storia e che forse dovrebbe portarci ad intendere la seguente cosa: la pace è sempre stata solo questo, un’Apocalisse.

Di sicuro oggi , guardandoci in giro, la Pace se non è (ancora) una vera e propria Apocalisse, continua ad essere, più umanamente, un’utopia o ancora meno di questa: solo un semplice miracolo, che non può appartenere a questo mondo, ma che a volte accade.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Los Angeles, esercito contro i manifestanti. Il progetto autoritario di Donald Trump

Los Angeles, esercito contro i manifestanti. Il progetto autoritario di Donald Trump

di Giuliana Barus

Da lavialibera del 17 giugno 2025

L’8 giugno 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha preso il controllo di 2mila soldati della Guardia nazionale californiana – un esercito di riservisti controllati dai singoli Stati – per sedare le proteste scoppiate a Los Angeles contro la deportazione di immigrati ordinata da Washington. La decisione ha aperto uno scontro sui limiti del potere presidenziale con il governatore democratico della California Gavin Newsom, che per legge ha il controllo delle truppe. Di norma, infatti, la Guardia nazionale risponde agli ordini dei governatori dei singoli Stati federali.

Migranti: Usa ed Europa insistono con le deportazioni

Secondo Tom Homan, funzionario dell’immigrazione e commentatore politico per Fox News, soprannominato lo “zar delle frontiere”, se le proteste dovessero diffondersi nel resto del Paese, Trump potrebbe dispiegare l’esercito in altre città. Ne abbiamo parlato con il professore di Storia internazionale all’Università Sciences Po di Parigi Mario Del Pero, che segue da vicino le vicende d’Oltreoceano. “Abbiamo visto diversi elementi funzionali a un progetto di Trump che non esito a definire autoritario, di profondo rafforzamento delle prerogative dei poteri e delle competenze dell’esecutivo a dispetto degli altri rami di governo, ma anche di affermazione del primato federale che contribuisce a sua volta a rafforzare l’esecutivo”. “Trump – continua Del Pero – vuole portare lo scontro su un terreno dove è più popolare, quello dell’immigrazione irregolare, rispetto ad altre questioni come le politiche commerciali o la legge di bilancio ancora in discussione al Congresso, decisamente più scivolose. Un’azione draconiana che prevede controlli più rigorosi alla frontiera e l’espulsione di immigrati regolari, azioni che soddisfano l’elettorato del presidente”.

Qual è nel dettaglio la strategia di Trump sul tema immigrazione?
Il presidente porta avanti una politica aggressiva di rastrellamenti, arresti ed espulsioni, e il tutto avviene in modo molto discrezionale e arbitrario. Le persone che cadono in queste retate non hanno il diritto di fare appello o ricorso, vengono subito trasferite in carceri dell’Immigration and customs enforcement (Ice), l’Agenzia federale controllata dal Dipartimento di sicurezza, quindi la diplomazia americana cerca di negoziare con i paesi di origine o con paesi terzi la loro espulsione. Un processo complicato e non velocissimo, tanto da generare frustrazione nel presidente e nel suo consigliere Stephen Miller, che ha chiesto all’Ice di velocizzare le pratiche. Miller, in particolare, punta a ottenere almeno 3mila arresti ed espulsioni al giorno, questo spiega come mai nelle ultime settimane abbiamo assistito a una escalation.

“Il presidente porta avanti una politica aggressiva di rastrellamenti, arresti ed espulsioni, e il tutto avviene in modo molto discrezionale e arbitrario”

Chi sono gli arrestati?
Al pari di milioni di persone che vivono negli Usa, non hanno uno status regolare, ma questo non significa che sono membri di gang criminali. Spesso sono persone occupate in servizi a bassa qualifica e a basso reddito. Le retate avvengono sui luoghi di lavoro: supermercati, pompe di benzina, autolavaggi, ristoranti. La sensazione è che si cerchi deliberatamente di colpire roccaforti democratiche, come è accaduto a Los Angeles. Hanno arrestato dei genitori alla cerimonia di diploma o fuori dalle scuole dei figli, sono state colpite persone che magari stavano cercando di regolarizzare il loro status o altre che non c’entravano nulla, perché agendo in questo modo è inevitabile fare degli errori.

Make America corrupting again

Pensa sia stato questo “metodo” a generare le proteste a Los Angeles?
Esattamente. In alcuni quartieri le persone si sono ribellate, hanno protestato davanti all’ufficio federale dell’Ice e cercato di bloccare i rastrellamenti, è stata una forma di resistenza civile. Ci sono stati degli atti di vandalismo, qualche violenza condannabile, ma molto meno di quel che succede in una città americana quando si festeggia un successo sportivo. Trump e i suoi hanno strumentalizzato la vicenda e trovato il pretesto per federalizzare la Guardia nazionale. Anche nel 1965, in Alabama, il presidente di allora (Lyndon B. Johnson ndr) aveva schierato l’esercito di riservisti, ma quella volta era servito per proteggere i manifestanti di Montgomery, che protestavano per i diritti civili e contro la violenza delle forze statali di polizia municipale.

In alcuni quartieri di Los Angeles le persone si sono ribellate, hanno cercato di bloccare i rastrellamenti, è stata una forma di resistenza civile

Perché Trump a Los Angeles ha deciso di reprimere il dissenso?
Il presidente vuole imporre la forza del governo federale su quello statale, nel caso specifico della California. L’azione, più che mantenere l’ordine pubblico, serve a veicolare un chiaro messaggio al suo elettorato: c’è un governo federale che rimette ordine dentro spazi urbani multirazziali disordinati per definizione. A Los Angeles circa metà della popolazione si dichiara ispanica; la maggior parte sono immigrati regolari ma c’è anche un numero di irregolari. I bianchi sono poco più del 25 per cento. La California democratica, libera, anti Trump è un’area urbana metropolitana invisa, se non odiata, da una maggioranza della popolazione extraurbana rurale bianca che vota il presidente, quindi a Trump fa gioco inserire i disordini dentro una caratterizzazione apocalittica e distopica. Città sopraffatte da ‘animali’, come dice lui, è un modo per raccontare gli ‘altri’: stranieri, ispanici, neri. Razza, etnia, lingua e nazionalità definiscono gli ‘altri’, che contaminano il sangue dell’America, come detto in campagna elettorale. Nella narrazione del presidente Los Angeles diventa l’esempio di un’America travolta da queste dinamiche migratorie che creano violenza, disordine, che inquinano il corpo sano del Paese.

Usa, Trump vieta l’università agli studenti cinesi

Quindi c’entra anche il razzismo?
Nel racconto trumpiano è un elemento centrale, ma se andiamo a vedere il tasso di omicidi a Los Angeles e in California in realtà è calato. Il paradosso è che con la crescita di migranti irregolari c’è stato un calo dei reati violenti: in trent’anni gli omicidi in California si sono più che dimezzati, oggi sono meno di un terzo di quelli che si verificano in Alabama o in Mississippi. Riguardo alle vittime di overdose da oppiacei, nella contea di Los Angeles sono circa un quinto di quelli registrati in alcune contee della West Virginia o del Kentucky. Los Angeles è una città che ha sicuramente dei problemi, ma i numeri hanno già smentito Trump.

Cover: Trump firma l’invio della Guarda Nazionale contro le proteste di Los Angeles – foto su licenza da ultimavoce.it

Comincia il viaggio: nastro di partenza la Gola del Furlo

Comincia il viaggio: nastro di partenza la Gola del Furlo

Il viaggio è iniziato.

Decido di partire per il mio viaggio/progetto “Fermati quando devi, riparti quando puoi” dalla Gola del Furlo, provincia di Pesaro Urbino, a 45 km da casa.

Qui, tra le sue pareti calcaree a picco, quel colore “verde Furlo” del fiume Candigliano che l’attraversa formando un piccolo e spettacolare canyon, ho mosso i primi miei passi di rinascita.

A fine estate del 2021, percependo tutta la mia fragilità, con poche energie, tanta infiammazione e ridotta mobilità, affido al Furlo la mia speranza/promessa, di uscire da quell’imbuto lungo e stretto dove mi trasporta la malattia.

Un imbuto fatto non solo di dolore, farmaci, visite mediche, ansie, paure ma limitazioni continue: nel quotidiano, sul lavoro, nelle relazioni sociali, nelle cose che mi piacciono, nell’alimentazione…un imbuto che mi cambia la vita!

In questa vita “ridotta” percorro quindi la Gola del Furlo in auto, cerco un punto di sosta e mi guardo attorno, lascio che i miei sensi esplorino quello che il corpo non può più fare.

Mi circondano una bellezza e una memoria senza tempo, capaci di infondermi, a poco a poco, frequentazione su frequentazione, un senso di espansione.

In natura, come in sella ad una bici, da sempre posso essere me stessa e così nella Gola, posso permettermi di essere fragile, senza sentirmi inadeguata.

Al tempo stesso, nella ferma convinzione che tutto sia connesso, chiedo alla roccia calcarea di cui è formata, sostanza chimica presente anche nelle mie ossa, nutrimento e forza. Le mie ossa domandano alle acque del Candigliano, frescura, attendono che quel fuoco interno: l’infiammazione, cali.

Nella flora del Furlo, ricca di biodiversità,  cerco una varietà di risposte e di soluzioni capaci di sciogliere la rigidità e l’immobilità del mio corpo. La perfezione del luogo dove ogni cosa sembra trovare un suo posto con naturalezza, mi porta a riflettere sull’ esperienza della malattia e su come integrarla nella mia vita.

La malattia è tremenda, ma dall’altro ha un aspetto di fragilità che mi commuove, tanto quanto, la bellezza di questo luogo. Rimanere insensibile a tale commozione, evitare di sentirla e osservarla, mi sembra un’opportunità persa, potrei rischiare di chiudermi alla mia e altrui sofferenza, senza riuscire a dare un senso al dolore così forte che l’artrite porta con sè. Come salire lo Stelvio con gli occhi a fissare i piedi, senza mai alzare lo sguardo per osservare il panorama.

Inoltre, in questo periodo di incertezza, impostato emotivo ero più incline a comprendere la delicatezza è fragilità del Furlo, ampliando la mia conoscenza di esso.

Viaggiare da sola, come donna, in bicicletta, dormire in tenda, portare “a spasso” la propria patologia, esprime ancora prima della forza, la mia fragilità.
Non è ostentare, ma semplicemente essere. La forza è una eventuale risposta alla fragilità, viene dopo. Ognuno ha la sua fragilità: riconoscerla, accettarla, condividerla con altri, renderla visibile permette di essere autentici e liberi.

Così credo, si possa comprendere la vera forza dell’altro (persona, flora, fauna, luogo, ecc) partendo da quella unicità e non da quella forza stereotipata e imposta, richiesta da altri.
La Gola del Furlo è unica e intoccabile se compresa nel profondo, altrimenti è un posto come un altro da fruire, nelle migliori delle ipotesi: tutelare, nelle peggiori: ferire, imbruttire, distruggere.

La fragilità, portata fuori è responsabilità comune, è la capacità per ognuno di toccare e toccarsi, come? È una scelta. La Bianchina viaggia, con le sue ruote grasse e le borse voluminose, cariche di fiducia, antidoto contro ogni forma di chiusura e chiave di espansione per ogni “imbuto” della vita che ci si presenti.

Chi fornisce le armi a Israele? L’Italia prende tempo, ma intanto acquista da Tel Aviv

Chi fornisce le armi a Israele? L’Italia prende tempo, ma intanto acquista da Tel Aviv

da: redazione di lavialibera – 27 maggio 2025

Stati Uniti e paesi europei continuano a rifornire di armi l’esercito di Netanyahu, anche dopo l’avvio della guerra a Gaza. L’Italia è terza, dopo Usa e Germania. Anche se ha messo in stand by i nuovi contratti, è prossima ad acquistare un aereo spia da Tel Aviv

Dopo il 7 ottobre 2023, alcune nazioni europee hanno interrotto la fornitura di armamenti o sospeso le licenze di esportazione verso Israele. Tra queste, FranciaSpagna e Regno Unito, sebbene i loro contributi siano inferiori allo 0,1 per cento del totale delle importazioni di Tel Aviv. La Spagna ha chiesto ai paesi europei l’immediata sospensione dell’esportazione di armi a Israele, mentre cresce la condanna internazionale sulla condotta militare del governo guidato da Benjamin Netanyahu a Gaza.

Genocidio a Gaza, il dovere di dire basta

Affinché l’embargo funzioni è però richiesta l’adesione dei tre principali esportatori d’armi: Stati UnitiGermania e Italia. Secondo il report dello Stockholm international peace research institute (Sipri), pubblicato lo scorso marzo, le tre nazioni sono infatti responsabili per la quasi totalità della fornitura d’armi a Israele.

Armi a Israele, Usa in vetta

Gli Stati Uniti sono il principale fornitore d’armamenti a Israele, anche dopo gli attacchi del 7 ottobre del 2023. Nonostante la fornitura nell’ultimo decennio sia diminuita, secondo i dati Sipri le armi inviate da Washington hanno comunque rappresentato circa i due terzi delle importazioni israeliane dal 2020 al 2024 (fino al 2020, erano il 90 per cento del totale). In forza del rapporto speciale con gli Usa, Israele è anche il principale beneficiario degli aiuti statunitensi.

Secondo i dati Sipri, dal 2020 al 2024 le armi inviate da Washington hanno rappresentato circa i due terzi delle importazioni israeliane

Oltre a un sostanziale contributo economico tra il 1946 e il 2024, per la spesa militare Israele ha ricevuto da oltreoceano 228 miliardi di dollari (200 miliardi di euro), che includono anche un accordo per l’acquisto di equipaggiamenti e servizi militari americani dal valore di 3,8 miliardi di dollari fino al 2028, come si evince dai dati forniti dal Council on foreign relations, un ente apartitico con sede negli Stati Uniti.

Per la guerra israeliana a Gaza e le successive azioni militari in Iran, Libano, Siria e Yemen, Israele ha fatto affidamento in gran parte sulle armi statunitensi ricevute prima del 7 ottobre 2023, in particolare aerei da combattimento. Tuttavia, ha continuato a ricevere dagli Usa cospicui aiuti militari per tutto il 2024, inclusi missili, bombe guidate e veicoli blindati: dei 61 aerei da combattimento in attesa di consegna, 50 sono stati ordinati nel 2024.

Armi, un traffico troppo spesso dimenticato

È improbabile che Washington faccia venire meno il suo sostegno a Israele: i tentativi di trattenere miliardi di dollari di forniture militari al governo israeliano, promossi dal senatore indipendente Bernie Sanders, sono stati respinti dal senato americano a novembre 2024 e aprile 2025.

Armi a Israele: Germania, alleato affidabile

La Germania è da tempo sostenitrice diplomatica e militare di Israele: basti pensare che tra il 2020 e il 2024 ha fornito circa un terzo delle armi utilizzate da Israele, principalmente fregate e siluri, ma anche veicoli blindati, camion, armi anticarro e munizioni. Il ruolo della Repubblica tedesca nell’export di armi a Israele è cresciuto esponenzialmente negli ultimi dieci anni, passando dal 5,9 per cento del 2016, all’attuale 33 per cento.

La Germania tra il 2020 e il 2024 ha fornito circa un terzo delle armi utilizzate da Israele.

Nonostante le richieste di embargo da parte della Spagna, è improbabile che la postura di Berlino cambi. “In quanto paese che considera la sicurezza e l’esistenza di Israele un principio fondamentale, la Germania è sempre tenuta ad assistere Israele”, ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul.

Armi a Israele, il ruolo dell’Italia

Secondo il report, tra il 2020 e il 2024, l’Italia ha contribuito per circa l’1 per cento alla fornitura di armi a Israele. Il 21 maggio le opposizioni hanno presentato alla Camera dei deputati una mozione inerente l’evoluzione della situazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza soffermandosi, tra le altre cose, sulla possibilità di interrompere ogni rapporto di cooperazione e accordo militare con Israele e la relativa industria bellica.

L’Italia che a(r)ma i regimi

In particolare, la mozione – che come era prevedibile è stata respinta – chiedeva di sospendere “urgentemente, ove in essere, le autorizzazioni di vendita di armi a Israele” concesse prima della dichiarazione dello stato di guerra dell’8 ottobre 2023, nonché a provvedere “all’immediata sospensione dell’importazione degli armamenti da Israele”. Pur nel rispetto formale delle norme, l’Italia infatti non ha concesso nuove autorizzazioni, ma ha tenuto in vita alcuni accordi stipulati prima del 7 ottobre 2023 e ha aumentato notevolmente le sue importazioni.

Il 21 maggio le opposizioni hanno presentato una mozione per chiedere di interrompere ogni rapporto di cooperazione e accordo militare con Israele e la relativa industria bellica

La stessa mattina del 21 maggio, il direttore dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA) del ministero degli Affari esteri, Giorgio Aliberti, ha spiegato in commissione Difesa che “per quanto riguarda le esportazioni di armi verso Israele, l’approccio del governo è stato fin da subito e resta oggi in linea con la normativa nazionale, europea e internazionale”.

Aliberti ha specificato che dopo il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas nel territorio di Israele, “abbiamo sospeso di fatto tutte le autorizzazioni alle esportazioni di armi verso Israele e la sospensione prosegue tuttora. Per quanto riguarda le licenze anteriori al 7 ottobre, è stata effettuata una circostanziata valutazione caso per caso in base alle caratteristiche dei materiali e nel rispetto della normativa di riferimento”.

Lo stesso Aliberti ha aggiunto che le altre licenze di esportazione autorizzate prima del 7 ottobre 2023 non sono state sospese “in quanto i materiali non presentano caratteristiche tali da poter essere impiegati contro le popolazioni civili a Gaza, in Cisgiordania e in Libano”.

Ne restano quindi attive una decina, stipulate prima del 7 ottobre 2023: sono bastate quelle perché, secondo dati Istat riportati durante l’audizione dal senatore Alessandro Alfieri (Pd), nel 2024 l’Italia abbia esportato materiali classificati alla voce “armi e munizioni” verso Israele per un valore di 5,2 milioni di euro.

Più spese militari, meno diritti sociali e giustizia ecologica

A nulla invece è valso l’attacco di Israele su Gaza per fermare le importazioni di armamenti da Israele. Come si legge nella relazione stilata a marzo 2025 dalla camera dei deputati, nel 2024, rispetto all’anno precedente, Israele è  anzi salito dalla settima alla seconda posizione come paese di provenienza, con 42 autorizzazioni per un valore di circa 155 milioni di euro e un’incidenza pari al 20,83 per cento del totale. Un incremento considerevole, visto che nel 2023 era al 2,52 per cento, con circa 31 milioni 545mila euro.

Sul punto, Aliberti ha osservato che “gli obblighi internazionali non prevedono disposizioni” e “la legge 185 non prevede una valutazione di merito sulla provenienza dei materiali, concentrandosi sull’utilizzo finale degli stessi”, aggiungendo che “le importazioni da Israele sono avvenute in linea con l’esigenza di sicurezza nazionale e gli interessi economici delle imprese italiane”.

Armi a Israele, Italia a rischio trasparenza

La legge a cui fa riferimento Aliberti è la n.185 del 9 luglio 1990, che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o che violano i diritti umani. Una norma che l’esecutivo sta cercando di riformare attraverso il ddl n. 1730, volto a cancellare alcuni passaggi che oggi garantiscono trasparenza sulle esportazioni.

La norma attuale prevede, infatti, che annualmente il parlamento presenti una relazione dettagliata su volumi, tipologie di armamenti, paesi destinatari, produttori e soggetti finanziatori dell’export di armi fabbricate in Italia.

In Italia, la legge 185/1990 vieta la vendita di armi a paesi in guerra o che violano i diritti umani.

La proposta di modifica, tra le altre cose, punta a eliminare un passaggio fondamentale, ossia la pubblicazione dell’elenco delle banche attraverso le quali avvengono le transizioni finanziarie relative al commercio degli armamenti. Ciò significa rendere meno trasparenti gli enormi movimenti di denaro.

Un anno fa, intervenendo sulla questione, la deputata del Pd Laura Boldrini aveva detto: “I cittadini e le cittadine hanno diritto di sapere e di scegliere in modo consapevole a quale banca affidare i propri risparmi”.

Contro la revisione della norma si è schierata anche Libera, secondo cui il ddl, oltre a minare la trasparenza, rischia di favorire fenomeni criminali, aprendo spazi all’infiltrazione delle mafie nel traffico internazionale di armamenti.

Armi a Israele, la difesa di Crosetto

Durante la discussione in aula della mozione, ha preso la parola il deputato di Alleanza verdi e sinistra (Avs) Marco Grimaldi, reduce da un viaggio nella Striscia: “La domanda è semplice – ha detto rivolgendosi al ministro della Difesa Guido Crosetto – perché facciamo ancora affari con questo Stato? Perché Israele è un Paese amico? Lei si ritiene amico di questi criminali di guerra”.

La risposta di Crosetto ricalca la posizione assunta negli ultimi tempi dai rappresentanti della maggioranza, che si può riassumere così: l’Italia è con Israele ma non con Nethanyahu. “Sì, io mi ritengo amico di Israele come della Palestina e distinguo Israele dalle scelte del governo attuale, che, come ho avuto modo di ribadire oggi, non condivido”.

Nessuna pace senza disarmo

Riguardo alle armi vendute dall’Italia a Israele, Crosetto ha spiegato che “il governo rispetta con rigore la normativa nazionale e internazionale in materia di esportazione di armamenti, nello specifico la legge n. 185”, e ha sospeso “la concessione di nuove autorizzazioni di esportazione. (…). Abbiamo adottato un approccio cauto, equilibrato e particolarmente restrittivo”.

Sulle importazioni di tecnologia militare israeliana, Crosetto si è soffermato sul velivolo Gulfstream G550, un aereo spia progettato e costruito in Israele che il governo ha già deciso di acquistare.

“Di recente si è concluso l’iter di approvazione parlamentare per l’implementazione della suite operativa Multi-missione multi-sensore, che ne amplia ulteriormente l’output operativo. Il programma in questione (…) prevede in particolare la realizzazione di tre versioni della citata suite, di cui solo una, che è denominata Caew, particolarmente necessaria alla difesa, prevede componentistica di emissione israeliana. Allo stato attuale (…) in attesa di ulteriori valutazioni risultano sospese le integrazioni dei mission system di cui sopra, quelle relative alla variante Caew, proprio in ragione dell’origine israeliana della componentistica”.

Grimaldi, sempre rivolgendosi a Crosetto, ha concluso così il suo intervento: “Lei ha sostenuto che l’Italia invia solo materiale che non può nuocere alla popolazione civile, cioè munizioni e pezzi di ricambio per sistemi d’arma forniti a un esercito impegnato in uno sterminio. Valuti lei”. La mozione è stata respinta.

Cover: immagine da Nigrizia

Il risparmio delle famiglie e Tocqueville

Il risparmio delle famiglie e Tocqueville

Aumenta il risparmio delle famiglie (o dei ricchi?)

Uno studio della Fabi, il sindacato del lavoratori bancari che una volta facevano un mestiere importante, cioè quello di raccogliere il risparmio e prestarlo (in modo oculato – ed era questa la loro competenza) alle imprese o altre famiglie, nota che nel 2024 il risparmio italiano è cresciuto di 243 miliardi (+4,3%) raggiungendo 6.030 miliardi. Rispetto al 2019 il risparmio è salito di 1.367 miliardi (+29,3%).
Nell’ultimo anno sono cresciuti da 722 a 850 i miliardi investiti in azioni e obbligazioni (+80% dal 2019), crescono i titoli di Stato (da 431 a 493 miliardi in un solo anno), anche le polizze di assicurazione (1.130 miliardi, +4,3%).
Calano i conti correnti (anche perché non rendono nulla) che scendono dal 31% del 2019 al 26,4%.

Italiani quindi più ricchi?

Beh, se guardiamo le dichiarazioni dei redditi di dipendenti e pensionati (35 milioni), dove evadere è dura, direi di no. Il risparmio aumenta tra le famiglie abbienti. E chi sono? Quel 20% di italiani benestanti. Gli altri perdono sempre più in quanto salariati ai piani medi o bassi.
Come si vede dalla tabella allegata (dichiarazione dei redditi Irpef del 2024, dipendenti e pensionati), il 78% dichiara sotto i 35 mila euro. Il 37% non arrivano a 20mila euro. Poi ci sarà anche qualcuno che arrotonda col lavoro nero e fatica a farsi due settimane di ferie.

Com’è risaputo gli italiani sono tra i popoli più risparmiosi, mentre gli americani (che hanno inventato le rate) quelli più spendaccioni. In America il 63% delle famiglie non riesce a far fronte ad una spesa imprevista di 500 dollari, in Italia forse stiamo anche meglio (c’è sempre la “famiglia” allargata che ti aiuta o qualche vicino buono), ma chi risparmia sono il 20% di famiglie benestanti (ci sono anche gli autonomi e imprenditori).

Nel suo nuovo libro “Eguaglianza”, Thomas Piketty (https://madrugada.blogs.com/il-mio-blog/2025/06/piketty-e-sandel-la-sfida-delluguaglianza.html) incita i progressisti ad occuparsi di tre questioni:
1) l’assenza di una politica volta alla tutela e all’incremento dell’istruzione e della sanità;
2) l’assenza di una politica di intervento fondata sul principio della partecipazione e della contrattazione;
3) l’assenza di una visione transnazionale dell’idea di sviluppo. Il che significa aver subito le sfide del rapporto Nord-Sud senza avere una visione globale, ma rimanendo prigioniera dello sguardo nazionalistico.
E’ per questo che la socialdemocrazia si autorappresenta come un prodotto “finito o congelato” , è perché alle sfide aperte dall’egemonia dell’economia neoliberista, non ha saputo rispondere innovandosi. Laddove per innovazione Piketty sottolinea quei tre aspetti essenziali prima indicati e che sono tre vuoti della proposta economica socialdemocratica.

Oggi i ricchi vivono come nomadi, sfruttano e predano le bellezze del mondo e le loro diffuse amicizie (una volta erano i poveri o gli operai che avevano forti relazioni) e vivono dove non sono nati per pagare meno tasse, fanno le ferie sulle Dolomiti in inverno e in isole del pacifico in estate, vanno ai concerti di Londra e non si sentono più di appartenere alle loro comunità di nascita.
Non vivono più a contatto con persone con mezzi modesti e vivono sempre più spesso vite separate riguardo all’ambito scolastico, sanitario, al tempo libero. Non c’è più “vita condivisa”.

Piketty cita lo scrittore Alexis de Tocqueville, che così scriveva nel 1835

“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i propri desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi figli e i suoi amici formano per lui la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e vegliare sulla loro sorte. È assolto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.”
[Tocqueville, La democrazia in America P.te IV, cap. VI].

Più chiaro di così e mi pare anche più adatto ai nostri tempi che a quelli del 1835.

In copertina: Alexis de Tocqueville – immagine da Mondi.it

Per leggere gli articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

 

Parole a capo
Cecilia Bolzani: «Il silenzio si fa musica»

Cecilia Bolzani: «Il silenzio si fa musica»

 E’ la silloge poetica d’esordio di Cecilia Bolzani, Bertoni Editore, 2025. Le poesie scorrono piene di musicalità mai appesantite da rischiosi sperimentalismi o costruzioni letterarie indecifrabili. Nella postfazione, Rita Bonetti nota che “Cecilia entra con passi di silenzio nelle nostre stanze per lasciarvi impronte leggere ma indelebili.
La struttura di questa opera prima è scandita dal ritmo di alcune sezioni “tematiche”: “Melodie“; “Dediche” e “Natura sorella“.
L’esordio della prima sezione è lasciato alla poesia riportata sulla copertina: “I miei passi“.

I miei passi

Nel seme posto a dimora.
Nel rosa fiore di pesco.
Nel tramonto dietro i rami del pino.
Nell’azzurro sulle ali del rapace.
Nel silenzio vicino al mare.
Nel bosco alpino.
Nei vicoli freschi del borgo antico.
Negli occhi enigmatici della mia gatta.
Nelle immagini dei naufragi.
Nel fumo nero delle macerie.
Nelle campagne inondate.
Nella musica nelle parole.
Nelle nostre risate…

Libero i miei passi

In questa parte del libro si rincorrono sentimenti, emozioni, ricordi che lasciano trasparire dolori non del tutto sopiti.

Il paese dei balocchi

Suoni calore colore sorrisi:
il paese dei balocchi
ammalia, illude.
Libro nella spirale colorata,
nessuno nota la mia
dissonanza.

Traccia dolce amara

Tempo breve lascia una traccia
dolce amara…
Gli oggetti continuano a parlare.
La stanza muta ci strazia, le parole
rimbalzano, si frangono inutili.

Una bolla oscilla dal cuore alla
mente rinnovando il vuoto.

Si celebrerà la Pasqua
senza campane e senza doni,
Ma la vita che ritorna alla vita,
piano piano mostrerà
il cammino.

La seconda parte contiene numerose “dediche”, pensieri a parti di universo – mondo. Ad esempio agli immigrati morti annegati nel Mediterraneo, ai bambini africani, ai bambini palestinesi, alla giornata della Memoria, ai disastri dell’alluvione in Romagna e alla innegabile capacità di quelle popolazioni di rialzarsi, di reagire, non aspettando aiuti dall’alto che arrivano sempre tardi e insufficienti (“Tieni botta!” e “Colline“).

Colline

Verdi
coltivate
ordinate

Gialle distese
limitate
dal bosco

bianche case
linee seminate
rettangoli fioriti

Vedute
armoniose
laboriose

Orgogliose
come uliveti
vigneti antichi

Ora calanchi
alberi divelti
giù giù…la terra scivola

strada ferrata
sospesa
sul nulla

interrotta
spezzettata
la via di casa

arriva l’acqua!

Natura sorella” impone con forza una realtà sempre più violata e piena di “Squilibri“.

Squilibri

Raffiche, nubi rotolanti pioppi
piegati bianche sfere distruggono.

Il cielo incombe su
strade, passanti, case.
La passeggiata è ora affanno.

Aria, acqua, fulmini
mostrano equilibri e squilibri.

Spazio umano devastato.
La natura ha ripreso il suo posto,
agli umani, colpevoli, che resta?

In “Azzurro vento di Marzo“, la Bolzani conclude con alcuni versi che non concedono repliche. “(…) La forza della natura / affascina, sfida a trovare un senso. / La violenza umana / spaventa, col suo nonsenso.” L’ultima poesia del libro riprende il titolo della silloge. E’ un inno alla gentilezza: “(…) Nel cuore gentile / si annida / l’amore / che scioglie le lacrime. / Un gesto gentile / salva: / è il primo passo / del cammino”.

Cecilia Bolzani è nata a Ravenna, vive a Ferrara dove ha insegnato Lettere in Istituti Secondari. Ha svolto studi letterari e teologici. Nel 2022 ha contribuito a fondare l’Associazione culturale “Ultimo Rosso” di Ferrara di cui ricopre la carica di Vice-Presidente e con la quale ha partecipato agli eventi poetici da essa organizzati a Ferrara ed in altre località emiliane.                                                                     

Foto di Christel da Pixabay

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 290° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Quella cosa chiamata città /
Ferrara città parco o città merce?
Da Vasco Rossi al Central Bosc

Quella cosa chiamata città /
Ferrara città parco o città merce? Da Vasco Rossi al Central Bosc

La settimana scorsa è stata caratterizzata da grandi annunci per il futuro della città. Si è andato dalla diffusione dei due concerti di Vasco Rossi, nel parco urbano, alla presentazione pubblica del “Central Bosc”. Quindi da un lato si annuncia un nuovo parco urbano dalla forte valenza eco-ambientale, a est, dall’altro si reitera, a nord, con ben due eventi programmati per 100.000 persone, la distruzione del parco urbano esistente, compromettendone il suo ruolo culturale, ambientale e paesaggistico.

Sarebbe stato interessante se l’assessore Balboni avesse dichiarato, presentando il “Central Bosc”, che con questa realizzazione si avvia un percorso che ci porterà alla redazione di un Piano del verde, perché siamo fermamente convinti che solo una visione d’insieme dia senso ai singoli interventi e ci permette di misurarne la complessità, integrandoci con il piano della mobilità sostenibile e con tanto altro: ma non l’ha detto.

Del resto, si sa che la natura ha una grande propensione alla colonizzazione (o ricolonizzazione). Quando alcune aree, un tempo costruite e gestite dall’uomo, vengono abbandonate la natura se ne riappropria. Sta capitando anche per le mura ferraresi che da mura possenti, che con il loro colore contrastano il verde dei filari alberati, in lunghi tratti appaiono ricoperte da erbe rampicanti che le nascondono e le corrodono.

Percorrere il vallo delle mura oggi sembra di attraversare un enorme rudere, di ruskiniana memoria, dove il manufatto difensivo appare, in molti tratti, completamente avvolto dalla vegetazione, rafforzando l’idea di abbandono più che di gestione oculata di un bene patrimoniale (le mura) e paesaggistico (il vallo). Vale la pena di ricordare che nel settembre 2020 il sindaco e la sua giunta annunciarono alla città il progetto “1 km di mura all’anno”.

In questi anni Ferrara ha ospitato numerosi dibattiti sull’importanza del verde urbano nelle sue varie forme, si è parlato spesso dell’idea di Ferrara città-parco, si è messo in rilievo il fatto che non vi sia un piano del verde, in grado di coordinare i diversi interventi e le politiche necessarie per valorizzare l’idea di una città-paesaggio incentrata sull’equilibrio che si potrebbe stabile tra aree costruite, campagna e spazi verdi o da rinaturalizzare.

Si sono criticati, giustamente, interventi venduti come azioni di contrasto alle isole di calore, ma che in realtà non lo sono, essendo in gran parte aree pavimentate, come nel caso di Cortevecchia o peggio ancora, nell’intervento urbanisticamente insensato della piazza dei Rampari di San Paolo, a servizio di niente, essendo una superficie lastricata con alberi allineati e strisce di erba secca, a fianco di un parcheggio e senza locali in grado usare la distesa. Tanto valeva fare un “boschetto” associando alberi, arbusti e prato e non una pavimentazione minerale.

Il “Central bosc” è certamente una proposta interessante, emersa da anni, da quando Ferrara era ancora governata da un’altra giunta, in tesi di laurea sulla rigenerazione del settore est della città, così come della darsena, vedremo se e come verrà realizzato.

In realtà, perché una città sia definibile “parco” non è importante concentrarsi solo sulla realizzazione di singoli progetti ma prima di tutto va focalizzata un’idea di insieme, di complessità, in grado di conferirle questo carattere. Insomma, un sistema interagente di spazi non costruiti di varia “natura” (parchi, giardini, viali alberati, aree abbandonate rinaturalizzate, piazze giardino, spazi infrastrutturali rinverditi, valorizzazione e rafforzamento del verde collettivo residenziale e condominiale ecc.), tenuto insieme da una trama verde che si pone anche come servizio ecosistemico di scala urbana e periurbana: questo significa “città-parco”.

Si possono citare tanti esempi reali a noi vicini (Vienna, Lubiana, Friburgo, ecc.) dove il verde supera il 50% dell’area urbana (noi siamo al 30-35%), articolato in giardini, aree forestali periurbane, corridoi verdi ed ecologici tra le case, verde stradale, microgiardini nelle aree più densamente urbanizzate, per contrastare le isole di calore. Inoltre, dall’esperienza di queste città emerge con forza la capacità di gestire questa complessità ambientale, vegetale e patrimoniale, perché le politiche da tempo sono orientate alla riorganizzazione ecosistemica delle aree urbane e questo processo non va solo concepito ma anche gestito.

Si investe sui servizi tecnici per la gestione del verde urbano e la pulizia della città (dunque lavoro specializzato), vengono inoltre promossi orti comunitari di quartiere, progetti educativi nelle scuole. Nel pieno centro di Parigi una delle corti della sede del prestigioso istituto universitario Science Po, è stato trasformato in jardin partagé: un orto collaborativo gestito da studenti, docenti e personale.

Adesso partiranno a Ferrara i restauri del polo universitario storico di via Savonarola, speriamo che emerga una riflessione sulla rigenerazione anche dei giardini e spazi di quel settore integrate alla mobilità sostenibile per renderli di uso pubblico.

In questi mesi, nelle strade della capitale francese numerosi manifesti ricordano continuamente che il comune assume giardinieri per la gestione del verde della città. Una politica del verde non si limita solo al piantare alberi, questo va anche gestito, governato.

Da questo punto di vista (non l’unico) Ferrara sembra essere diventata una “Allegoria del cattivo governo” del verde e non solo per la gestione delle mura, ma in Corso Isonzo i platani ormai entrano nelle finestre degli appartamenti, il verde stradale ha lasciato il posto a superfici rinsecchite, quando si svolgono eventi come festival o mercati nei parchi della città o in darsena abbiamo visto i mezzi meccanici degli espositori stazionare sui prati e non nelle superfici lastricate, anche nel caso delle fiere florovivaistiche a Parco Massari.

Inoltre, gli interventi e le “migliorie” delle strade non sembrano orientati alla captazione delle acque piovane attraverso il verde stradale. Da decenni in molte città europee vengono applicate tecniche di gestione sostenibile delle acque meteoriche, utilizzando aree verdi lungo le strade o nelle rotonde per filtrare e trattenere l’acqua piovana, consentendo il deflusso nelle aree verdi e non nelle superfici asfaltate, anche attraverso il disegno dei cordoli, riducendo così il carico sull’infrastruttura di drenaggio e le dispersioni dell’acqua.

Nel bilancio di previsione di quest’anno non ci sono soldi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del verde, i fondi del PNRR questi temi nemmeno li hanno sfiorati, abbiamo però destinato 8 milioni di denari pubblici per rinnovare l’aviosuperficie, a vantaggio di una esigua minoranza di cittadini.

Sono in attesa che qualcuno mi spieghi la relazione tra la riqualificazione pubblica di un’aviosuperficie (di fatto privata), la resilienza, la transizione ecologica e gli obiettivi della Missione 5: Inclusione e Coesione del PNRR. Se governare significa anche stabilire delle priorità il messaggio è chiaro.

In questi giorni è stato annunciato che grazie alla Nestlé pianteremo 200 alberi (500 in tre anni) e il dove lo decideranno i cittadini: ben 10 mila euro che equivalgono al costo del rifacimento di un bagno di media grandezza. Anche le monetine della Nestlé vanno bene (prendiamo tutto), ma se collocati dentro una strategia, dentro una visione coincidente con un piano del verde, che è ciò che manca.

Tralasciando il verde, credo che il degrado della città sia evidente in tanti indicatori, ne cito solo alcuni. La città è sotto la morsa inquinante di un parco auto vecchio e il PUMS (Piano urbano della mobilità sostenibile) non viene attuato, la pavimentazione di Via Garibaldi sta cedendo sotto il passaggio quotidiano di furgoni, corrieri, auto, taxi. Questi ultimi non possono raggiungere Piazza Sacrati e le aree del centro percorrendo Viale Cavour e idem i corrieri, anziché Via Garibaldi? Tutte le mattine molti furgoni attraversano, spesso a velocità sostenuta, Via Garibaldi per andare da Corso Isonzo a Via Boccacanale di Santo Stefano, perché non entrano da Viale Cavour?

Gli assi centrali del centro storici sono ormai luoghi di conflitto tra pedoni, biciclette, rider che zigzagano tra le persone, furgoni, auto e ognuno ritiene di avere diritto di precedenza. Molte aree verde tra cui il parco urbano sono ormai diventati dei parcheggi grazie alla politica del non controllo. Il non controllo non è una carenza dovuta a mancanza di personale o altro, è una scelta politica.  Ma la democrazia significa rivendicare la propria libertà nel rispetto delle regole o fare ciò che si vuole? Qualcuno dirà: le regole ci sono ma non vengono rispettate dai cittadini, ma il “buon governo” significa anche far rispettare queste regole con autorevolezza (e non autorità).

Altro punto dolente, qualcuno ricorderà sicuramente la città di Leonia -la città dei rifiuti- descritta da Italo Calvino, Ferrara è sulla buona strada per eguagliarla, basta fare un giro per isole ecologiche da Corso Isonzo a Piazzetta Tasso e tante altre (la lista potrebbe essere lunga, per rendersi conto delle condizioni drammatiche della raccolta dei rifiuti in città.

Che ne dice il direttore di Hera che gira l’Italia nei festival green a parlare di città futura, di questo fallimentare sistema di raccolta dei rifiuti? Non interessano soli i dati sulla quantità di riciclo urbano (che andrebbero verificati), ma una valutazione su quello che si vede girando in città, con rifiuti umidi e solidi ammassati attorno ai cassonetti, oggetti abbandonati, strade lerce che nessuno pulisce con metodo e regolarità. Un tempo da noi gli spazzini pulivano tutti i giorni le strade, in molte città europee si continua a farlo ancora oggi.

Infine, gli eventi. I concerti annunciati di Vasco Rossi così come il Ferrara Summer Festival in piazza Ariostea sono figli di una logica “estrattiva” che considera la città come una merce da spremere senza porsi problemi per i disagi arrecati ai cittadini. La “città-merce” è quella che trasforma lo spazio urbano in valore economico, attraverso la rendita fondiaria, gli investimenti immobiliari speculativi, l’attrattività generatrice di overturism, ecc.

Di solito vengono favoriti investitori privati mentre l’uso della città è subordinato alla loro capacità di acquisto e azione e viene ridimensionato il diritto per tutti alla città. I grandi eventi si collocano in questa prospettiva, in particolare quando vengono imposti senza un reale confronto con le varie istanze socioeconomiche e culturali di una città, compresi i suoi cittadini.

Si tratta di un fenomeno che spesso è associato alla gentrificazione, al branding o marketing urbano, alla privatizzazione dello spazio pubblico. Autori come Henri Lefebvre, David Harvey o Sharon Zukin hanno approfondito questi aspetti legati alla produzione capitalistica dello spazio urbano, alle estetiche e politiche urbane neoliberiste che vedono spesso le amministrazioni pubbliche svolgere un ruolo ancillare rispetto alle società finanziarie, imprenditoriali o alle agenzie portatrici di specifici interessi economici come quelle che gestiscono i grandi eventi.

L’idea di “città-merce” è legata ad una pratica di governo orientata al “comando” e si sa che nella cultura maschile, votata al comando, la “dimensione” è sempre stata più importante della “prestazione” (qualitativa e ricca di sfumature) ma le pratiche di governo richiederebbero una maggiore complessità di visione.

Il tour di Vasco Rossi si svolge in gran parte in stadi: perché non a Ferrara visto che abbiamo uno stadio di serie A senza squadra? E l’aeroporto, visto i soldi pubblici che spenderemo, non lo potremmo utilizzare anche per questo evento? Certo che si potrebbe, ma il potere che comanda ha bisogno di rivendicare continuamente la sua autorità e lo fa anche distruggendo i simboli che non gli appartengono e che ritiene antagonisti.

E la cultura che ha espresso il parco urbano Giorgio Bassani non appartiene a questa amministrazione. Quindi la “città merce” si basa su rapporti di potere selettivi che uniscono chi governa e chi è portatore di interessi forti, i cittadini sono esclusi dal tavolo. A loro si raccontano favole green e identitarie; finché la maggioranza dei cittadini ci crede e li vota il potere autoritario si perpetua.

Anche perché gran parte della Ferrara pensante, pensa ad altro.

Cover: girotondo al parco urbano G. Bassani nel 2022

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

Fenditure: Spettacolo al Centro Teatro Universitario di Ferrara. Lunedì 23 giugno 2025, alle ore 21.30


Fenditure

Lunedì 23 giugno 2025, alle ore 21.30,  presso il cortile esterno del Centro Teatro Universitario di Ferrara, con lo spettacolo fenditure (ingresso libero su prenotazione: ctu@unife.it), si conclude il progetto “Il Teatro della Mente nel Teatro del Corpo”, un innovativo progetto di teatro e salute mentale volto a rafforzare le competenze personali e relazionali attraverso i linguaggi scenici e a costruire reti di supporto sociale. Il progetto, avviato nel mese di febbraio con incontri settimanali, culminerà con una dimostrazione pubblica finale, aperta a tutta la cittadinanza. Sarà un’occasione per mostrare il lavoro svolto dai partecipanti e per testimoniare il ruolo del teatro come strumento di benessere e inclusione.

Una Rete di Enti e Finanziamenti per il Benessere
Il progetto “Il Teatro della Mente nel Teatro del Corpo” è il risultato della collaborazione di importanti enti e soggetti del territorio accomunati da un impegno congiunto, sia ideativo che finanziario, attorno ai temi cruciali della salute mentale, del benessere e dell’inclusione sociale. Tra i soggetti promotori: il Centro Teatro Universitario dell’Università di Ferrara, il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda USL di Ferrara, il sindacato SPI Cgil Ferrara, il Comune di Ferrara e il gruppo di auto mutuo aiuto La Formica. A condurre l’intero percorso e a dirigere la restituzione finale sono stati Michalis Traitsis e Patrizia Ninu di Balamòs Teatro. Questa sinergia tra istituzioni universitarie, sanitarie, organizzazioni sindacali, l’amministrazione comunale e realtà del sociale afferma l’importanza di un approccio integrato alla salute mentale, riconoscendo il ruolo fondamentale delle discipline artistiche nel percorso terapeutico e riabilitativo e guardando alla salute e al benessere come beni comuni.

L’utilità del Teatro con Pazienti Psichiatrici
Il teatro si rivela uno strumento estremamente prezioso nel contesto della salute mentale. Attraverso la pratica teatrale, i partecipanti al progetto hanno avuto modo di migliorare significativamente le proprie capacità di comunicazione, osservazione, ascolto, relazione e gestione delle emozioni. Il palcoscenico si pone in una prospettiva pedagogico-formativa come spazio sicuro in cui esplorare nuove identità, superare barriere e sviluppare nuove modalità di interazione con gli altri. Questo approccio favorisce non solo la crescita individuale e collettiva, ma anche la creazione di comunità più aperte e inclusive, protese a contrastare lo stigma associato ai disturbi psichiatrici. Il progetto ha coinvolto attivamente operatori sanitari, studenti del corso di laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica dell’Università di Ferrara, utenti dei servizi, familiari, caregiver e cittadini, secondo un modello integrato e compartecipativo dei percorsi di cura e di promozione sociale. Il progetto “Il Teatro della Mente nel Teatro del Corpo” è un esempio concreto di come l’arte possa essere un potente veicolo per la trasformazione personale e sociale, in grado di favorire il benessere psicologico e sostenere la creazione di legami significativi all’interno della comunità.

fenditure, uno spettacolo teatrale dedicato alla memoria di Giuliano Scabia diretto da: Michalis Traitsis

collaborazione: Patrizia Ninu, foto: Andrea Casari, video: Marco Valentini

con: Rosangela Bueno De Andrade, Enrico Diegoli, Andrea Ferretti, Daniela Libanori, Chiara Marino, Valeria Milani, Alessandro Moroni, Patrizia Ninu, Riccardo Ravani, Elisa Veronesi, Annalisa Vizziello

 

Israele – Iran: per un Medio Oriente libero da armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa

Israele – Iran: per un Medio Oriente libero da armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa

di Giorgio Ferrari
da pressenza del 15.06.2025

Chissà se le lancette del doomsday clock (l’orologio dell’apocalisse) si avvicineranno ancora di più alla mezzanotte dopo che Israele ha dichiarato guerra all’Iran. Comunque sia si può star certi che  Netanyahu, nel sferrare il suo attacco, abbia approfittato del clima bellicista che ha preso piede in Europa e delle conseguenti politiche di riarmo.

Attacco che introduce pericolosissime novità nelle già terribili logiche di guerra che non possono essere sottovalutate ne taciute.

In primo luogo il bombardamento dei siti nucleari iraniani va considerato alla stregua di un vero e proprio attacco atomico, perché nel farlo Israele ha messo in conto che l’uranio lì immagazzinato potesse fuoriuscire dai contenitori e contaminare l’ambiente, tanto più che gran parte di questo uranio è conservato sotto forma di gas (UF6, esafloruro di uranio) che oltre ad essere radioattivo è anche tossico e reagisce con l’acqua.

Questo è uno dei principali motivi per cui i Protocolli aggiuntivi del 1977 della convenzione di Ginevra vietano il bombardamento dei siti nucleari, protocolli che però Israele e Stati Uniti non hanno mai ratificato.

In secondo luogo l’uccisione di sei scienziati iraniani, riportata dagli organi di informazione con un malcelato compiacimento, costituisce un ulteriore passo verso la più completa barbarie: da oggi è lecito uccidere gli scienziati, tanto più se lavorano nel campo del nucleare civile perché, fino a prova contraria, è la stessa IAEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) a certificare con le sue ispezioni che il programma iraniano appartiene a questa sfera di attività.

Qui sorge un inquietante interrogativo sul ruolo svolto dall’IAEA in questa vicenda. Il 12 giugno scorso, cioè il giorno prima dell’attacco ai siti nucleari iraniani, il consiglio direttivo dell’IAEA ha emesso un report in cui si censurava l’operato dell’Iran in quanto non sufficientemente collaborativo nell’esaudire determinate richieste degli ispettori e nel fornire certe informazioni, al punto di scrivere, incidentalmente, che “finché questi aspetti non saranno risolti, l’agenzia non sarà in grado di fornire garanzie che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico.”

Ne è seguita una diffusione mediatica del tutto falsa sintetizzata nella frase “ l’Iran è a un passo dal farsi la bomba”, cosa che Israele ha preso a pretesto per “giustificare” i bombardamenti: l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha dichiarato che l’operazione “Rising Lion” contro le infrastrutture nucleari e missilistiche dell’Iran ha l’obiettivo di eliminare una minaccia esistenziale e immediata per i cittadini di Israele e del mondo intero.

Quello che i mezzi di informazione (e soprattutto Israele) non dicono è che il grado di arricchimento dell’uranio iraniano è al 60% mentre per fabbricare una bomba in grado di esplodere l’arricchimento necessario è per lo meno del 90%, differenza che non è affatto facile da colmare e che richiede molto più tempo di quello impiegato per raggiungere il 60% di arricchimento.

Inoltre il discusso report del 12 giugno scorso è frutto di una forzatura politica imposta al consiglio direttivo IAEA dai rappresentanti di Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Germania (gli stessi paesi a cui Israele ha comunicato in anticipo l’attacco all’Iran), ma con il voto contrario di Russia e Cina, suscitando le proteste dell’Iran che è arrivato ad accusare l’IAEA di collusione con Israele per avergli fornito informazioni relative ai suoi siti nucleari e al personale scientifico addetto al programma.

Dunque la tesi che sta passando e che Israele ha già utilizzato quando bombardò il reattore iraqeno di Osirak nel 1981 e quello siriano di Al-Kibar nel 2007, è quella dell’attacco preventivo per eliminare la minaccia costituita dal programma nucleare iraniano e non c’è nessuno che chieda conto ad Israele del suo arsenale nucleare, di quali inganni e bugie si sia servito -con la complicità della Francia e poi degli Stati Uniti- per fabbricarselo e per usarlo come minaccia, questa sì concreta, verso tutti i paesi arabi, con l’aggravante che in questo caso si da ragione ad un paese (Israele) che non avendo mai aderito al TNP e neppure accettato ispezioni dell’IAEA, ne aggredisce uno che invece queste regole le ha sempre accettate.

Comunque si risolva questa ennesima guerra del Medio Oriente, non si potrà prescindere dall’affrontare e risolvere una volta per tutte la questione delle armi di distruzione di massa presenti in questa area, nucleari chimiche e biologiche.
I paesi occidentali che invocano come un mantra il diritto di Israele a difendersi, sono i maggiori responsabili di questa situazione. Consentendo che Israele sviluppasse segretamente e incondizionatamente il suo programma nucleare, essi hanno dato vita ad una “creatura” che, pur non arrivando ad odiare i suoi creatori come avviene per il mostro di Mary Shelley, è divenuta incontrollabile, proterva e ostile a qualsiasi regola che possa mettere in discussione il monopolio di quella forza che i suoi creatori le hanno irresponsabilmente fornito.

E’ tempo di riparare questo errore, di disinnescare la minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare di Israele, facendo del Medio oriente un’area libera dalle armi nucleari e da ogni altra arma di distruzione di massa.

Facciamo di questo questo programma una bandiera del disarmo, sosteniamo e firmiamo la petizione che chiede al governo italiano di dichiararsi favorevole all’istituzione di questa area in Medio Oriente -come è nelle intenzioni della apposita Conferenza permanente istituita in sede ONU-  e di adoperarsi in sede europea affinché altri paesi facciano altrettanto.

Giorgio Ferrari
Giorgio Ferrari, classe 1944, si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1967 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza. Successivamente ha svolto altri impieghi nel settore esteri dell’Enel in diversi paesi dell’America Latina , medio ed estremo oriente. Nel 1972 entra a far parte del Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni inizia a sviluppare una critica del modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista “rossovivo” e, nel 1977, è tra i fondatori di “Radio Ondarossa”, con la quale collabora tutt’ora. Insieme a Dario Paccino ha scritto “La teppa all’assalto del cielo” i 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto “SCRAM: la fine del nucleare” edito da jaca Book -2011. Scrive sul manifesto ed altre riviste di ecologia ed è consulente scientifico di Isde.

Cover: Islamic_Republic_of_Iran_Army – Wikimedia Commons

Vincenzo Latina. Una costellazione in terra.
Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa

Vincenzo Latina. Una costellazione in terra. Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa

Nell’ambito del Ravenna Festival 2025, venerdì 20 giugno alle ore 17 al Museo Nazionale di Ravenna si inaugura la mostra: Vincenzo Latina. Una costellazione in terra. Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa.
Giardino, teatro e memoriale, il sito è oggi il ricordo di una tragedia attraverso il brulicare della vita. Una mostra al Museo Nazionale di Ravenna nel ripercorre la genesi, il vissuto e i significati odierni.

Vincenzo Latina. Una costellazione in terra – Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa è la toccante mostra dedicata a una delle pagine più cupe della storia recente del nostro Paese, che inaugura venerdì 20 giugno, alle ore 17, al Museo Nazionale di Ravenna.

L’esposizione descrive il progetto di “risanamento” delle cave di pietra nella parte più meridionale dell’isola di Lampedusa, voluto per ricordare le 368 persone, bambini, donne e uomini, che persero la vita nel naufragio avvenuto a mezzo miglio dalla costa dell’isola il 3 ottobre 2013, mentre cercavano di raggiungere l’Europa. Fu un episodio che scosse profondamente le coscienze, perché portò all’opinione pubblica italiana ed europea tutta la durezza ma anche l’ineluttabilità del fenomeno migratorio dal Sud del mondo.

Curata da Gioia Gattamorta, promossa da Ravenna Festival e dall’Istituto Nazionale di Architettura – Sezione Emilia-Romagna, in collaborazione con i Musei nazionali di Ravenna e l’Ordine degli Architetti PPC di Ravenna, con il patrocinio del Comune di Lampedusa e Linosa e il contributo di Botticino Stone District e Rotary Club Valle Sabbia Centenario, l’esposizione itinerante, che ha già toccato le tappe di Roma e Brescia, giunge a Ravenna in occasione del Ravenna Festival 2025.

Opera di Vincenzo Latina, architetto e professore all’Università degli Studi di Catania, completata nel 2019 dopo un lungo iter, il Memoriale è oggi metafora stessa di questo avamposto d’Europa: al contempo meta del turismo per il suo mare prodigioso, e primo approdo per chi dall’Africa cerca una terra dove rifugiarsi per assurgersi infine a memoria di tutte le migliaia di vittime del Mediterraneo.

Memoriale – Barca carbonizzata di uno sbarco posta internamente alla cava Ph Lamberto Rubino

Un progetto composito quello che appare oggi nella mostra, che mette insieme un giardino, un teatro all’aperto e un Memoriale delle Migrazioni. Come in molti suoi progetti, Vincenzo Latina si è messo in ascolto delle voci del luogo: “luogo parlante”, definisce lui stesso lo spazio scavato nella roccia, la cui profondità varia dai due ai quattro metri e mezzo, dove affiorano gli odori e i rumori di un mare che, come recita L’infinito di Giacomo Leopardi, da cui il progetto trae ispirazione, nel pensier mi fingo”, cioè non vedo ma posso vividamente immaginare.

Scrive Latina che «le parole chiave dell’intervento potrebbero essere le seguenti: essenziale, poetico, laconico, sostenibile, accessibile». E in effetti alla poesia il progetto arriva attraverso un estremo sacrificio. L’architettura intesa come ricostruzione, di visioni, di immaginari, di narrazioni, riesce attraverso pochissimi segni a sovrapporsi, a innestarsi sui segni esistenti per renderli eloquenti.

Vincitore del bando aperto dall’Amministrazione comunale di Lampedusa negli ex siti cava tra Cala Francese e Punta Sottile, il progetto ha voluto fin dalle intenzioni essere uno spazio aperto al pubblico destinato a ospitare manifestazioni musicali, teatrali ed eventi culturali, uno spazio dei lampedusani, ma anche un luogo di interesse turistico che fosse espressione delle arti, dello scambio delle idee e infine della conservazione della memoria collettiva.

Il muro della cava, già pregno di cicatrici, è ulteriormente “mitragliato” da 368 fori, di diverso diametro (di 100 e di 50 mm) che ricompongono una “costellazione immaginaria”. Di giorno il monumento si mimetizza con le sue ombre discrete nel palinsesto di tracce incise nei piani verticali e orizzontali della cava. Di notte, in occasione del 3 ottobre, la parete si accende di luci tremule che ricordano quelle degli astri nel cielo. Se il foro è perdita e assenza, di notte le luci diventano presenza e speranza. Una costellazione in terra è un momento di riflessione e partecipazione corale affinché il Mediterraneo possa diventare un mare di Pace.

La mostra espone fotografie della cava leggermente incassata nella roccia, da cui non si vedeva l’orizzonte, trasformata in un’area teatrale all’aperto, opere d’arte che interpretano il Memoriale o che ne fanno parte, di Vincenzo Latina e di altri artisti, testi e video, che aiutano il visitatore a immergersi nel contesto e a comprendere che un nuovo spazio pubblico lì prende vita, immaginato come luogo d’incontro, cultura, festa ma anche di meditazione e di preghiera religiosa e laica aperto a tutti.

Il percorso infine descrive come un’opera di architettura possa comunicare il ricordo di una tragedia attraverso il brulicare della vita.

Memoriale – Area Teatrale ph. Lamberto Rubino
Memoriale – Concerto di Takahiro Yoshikawa in cava a Lampedusa ottobre 2022 Ph. Vincenzo Latina

In occasione dell’inaugurazione portano i saluti istituzionali Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna, Antonio De Rosa, sovrintendente della Fondazione Ravenna Manifestazioni, Luca Frontali, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Ravenna
Gioia Gattamorta, presidente IN/Arch Emilia-Romagna e curatrice della mostra
Serena Ciliani, direttore di sito del Museo Nazionale di Ravenna.

A seguire gli interventi di Carlo Quintelli, professore ordinario dell’Università degli Studi di Parma, dal titolo “Theatrum Memoriae” e di Vincenzo Latina, dal titoloUna costellazione in terra”.

Inaugurazione: venerdì 20 giugno 2025, ore 17:00
Museo Nazionale di Ravenna, Sala del Refettorio – Via San Vitale 17, Ravenna

Programma di inaugurazione

17:00 Saluti istituzionali
Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna
Antonio De Rosa, sovrintendente Fondazione Ravenna Manifestazioni
Luca Frontali, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Ravenna
Gioia Gattamorta, presidente IN/Arch Emilia-Romagna e curatrice della mostra
Serena Ciliani, direttore di sito del Museo Nazionale di Ravenna
17:30 Interventi
Theatrum Memoriae, di Carlo Quintelli, PhD – professore ordinario, Università degli Studi Parma
Una costellazione in terra, di Vincenzo Latina, architetto e professore, Università degli Studi di Catania
La mostra è aperta e visitabile in occasione dell’inaugurazione e a partire dal 21 giugno fino al 21 settembre 2025, nelle giornate di martedì, mercoledì, sabato e domenica, dalle 8:30 alle 14:00; giovedì e venerdì: dalle 8:30 alle 19:30; prima domenica del mese: dalle 8.30 alle 19.30.

Biglietti

Ingresso singolo € 6 (biglietto di ingresso al Museo Nazionale di Ravenna + mostra)
Evento gratuito per gli abbonati (abbonamento annuale € 10, in vendita presso la biglietteria) e per tutte le altre gratuità di Legge.
Biglietteria e prenotazioni prenotazioni@ravennantica.org, tel. 0544 213902
Info: Museo Nazionale di Ravenna mn-ra.comunicazione@cultura.gov.it, tel. 0544 543724

Vincenzo Latina è professore associato di Progettazione Architettonica e Urbana presso l’Università degli Studi di Catania, è stato docente alla Scuola di Architettura di Mendrisio, Università della Svizzera italiana. Autore di numerose pubblicazioni, architetto di fama internazionale, vincitore di numerosi premi tra cui la Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012 e il Premio Architetto Italiano 2015. È autore di pregevoli innesti di architettura contemporanea nei tessuti urbani antichi che gli hanno valso riconoscimenti nazionali ed internazionali per aver coniugato il restauro ambientale, la riqualificazione urbana, la valorizzazione socioculturale e quella economica, tra cui il celebre Padiglione di accesso agli scavi dell’Artemision sull’isola di Ortigia a Siracusa.

 

Parole e figure / Leggere sotto l’ombrellone: Katitzi va in città

ÌLibri da leggere ovunque, a scuola come sotto l’ombrellone. Le avventure della piccola Katitzi parlano di diritti, di crescita e di consapevolezza. Con dolcezza, leggerezza ed armonia.

Uscito a maggio in libreria, edito da Iperborea, Katitzi va in città, della svedese Katarina Taikon, usa l’arte del racconto per rivendicare diritti e far conoscere un popolo.

Katitzi è, infatti una bambina rom, ha ormai undici anni (le sue avventure, però, iniziano da quando ne ha sette) e vive al campo nomadi, composto da tre tende e un carrozzone. Vive, con la sua famiglia, spostandosi di luogo in luogo. Con il timore, sempre, che qualcuno li cacci via. Ha una sorella più grande di nome Lena, tranquilla e obbediente, un fratello, Paul, che lavora con papà Taikon, è una sorella, Rosa, che ha fatto loro da mamma finché non si è sposata e trasferita lontano. La mamma di Paul, Rosa, Lena e Katitzi infatti è morta quando lei era molto piccola. Ora ci sono matrigna e tre fratellastri.

Katitzi, quando non è impegnata a cacciarsi in qualche guaio, anche perché non sa frenare la lingua, la piccola ama sognare ad occhi aperti, esattamente come sanno fare tutti i bambini del mondo. Diventerà un’amata principessa, avrà splendidi vestiti e nelle sale del suo elegante castello risuonerà la più bella musica rom. Magari non mancheranno fiori e delikatessen. Non saranno certo le angherie di una matrigna senza cuore a distruggere i suoi favolosi piani!

Eppure, la vita al campo è diventata troppo difficile, anche per una bimba solare e piena di vita come lei. Così una mattina, Katitzi prende il suo scialle più bello, fa una carezza al piccolo Swing e scappa di casa. Ormai alla sua età non ha paura del mondo e sa benissimo cavartela da sola. Le basta scambiare qualche chiacchiera con il lattaio e leggere la mano, con un po’ di fantasia, a un paio di persone che incontra sul cammino verso Uppsala, dove abita la sua adorata mamì. Katitzi le vuole così bene che è anche disposta a farsi pettinare la sua nuvola di capelli arruffati: e le avventure continuano, con una luce su ingiustizie e diritti dei bambini, senza mai perdere leggerezza e divertimento.

Il libro ha il patrocinio della Sezione italiana di Amnesty International ed è cofinanziato dall’Unione Europea.

“Mi sa che sei troppo piccola per prendermi il futuro”, sussurrò la signora. “Sono bravissima a predire il futuro, ma costo tanto!” disse Katitzi. “Ti darò 50 centesimi e un pezzo di formaggio!”, disse la signora. Le brillavano gli occhi, non vedeva l’ora che cominciasse, evidentemente si era già scordata che la bambina era troppo piccola per predire il futuro”.

Katarina TAIKON (1932-1995), è Una scrittrice svedese di origini romene è stata un’importante attivista e leader del movimento per i diritti civili. Come molti altri rom della sua generazione, è cresciuta in campi nomadi e non ha potuto frequentare la scuola, imparando a leggere e scrivere solo da adulta. Grazie alla sua lotta per migliorare le condizioni del suo popolo, i rom hanno ottenuto gli stessi diritti alla casa e all’istruzione degli svedesi. Convinta che l’unico modo per sconfiggere i pregiudizi fosse rivolgersi ai bambini, ha scritto la famosa serie su Katitzi, basata sulla propria vita. Pubblicati fra il 1969 e il 1980 e diventati anche una serie tv, i libri di Katitzi continuano a parlare al nostro presente a essere letti e amati in tutta la Scandinavia.

Katarina Taikon 1955, web

Joanna HELLGREN (1981) è illustratrice, grafica e fumettista svedese; ha esposto i suoi lavori in Francia, Italia, Olanda, Belgio e Svezia e ha ottenuto diversi riconoscimenti in patria e all’estero per i suoi albi illustrati. Nel 2013 è stata tra i 31 illustratori che hanno rappresentato la Svezia alla Bologna Children’s Book Fair.

La collana Miniborei vi aspetta!

Noi siamo “il fabbricone”

Noi siamo “il fabbricone”

Renato Cubo, “sceneggiatore autore e ogni tanto anche persona” , come lui stesso si presenta, il 24 maggio scorso ha postato su Il Post un articolo dal titolo Io sono la fabbrica: chi volesse può facilmente recuperarlo e dirottare la sua attenzione da qui a …qui: https://www.ilpost.it/2025/05/24/cubo-io-sono-la-fabbrica/.

Chi invece volesse proseguire questa lettura troverà le stesse atmosfere del pezzo di Cubo, rivolte al “fabbricone” di Ferrara: proprio per invogliare a seguire questo mio percorso, senza switchare all’articolo di Cubo, ho intitolato il pezzo NOI SIAMO IL FABBRICONE.

Sono sicuro che il “noi” meglio si adatta all’ “io”: non c’è mai un vettore che punta in un’unica direzione, dalla citta verso il fabbricone o dal fabbricone verso la città, come se fosse un vento che soffia in un verso preciso. Anche i venti, soprattutto di questi tempi, sono turbolenti.

In pianura è difficile guardare dall’alto le cose, ma quando si passa per l’autostrada dal tratto Occhiobello – Ferrara Nord, oppure si guarda su Google Maps – magari non mentre si sta guidando per quel tratto – il polo petrolchimico della nostra città, ci appare in tutta la sua grandezza e “splendore”.

Significa che tutti si possono fare un’idea precisa di ciò che quell’area fuori le mura, a nord della città, (lo stabilimento; il petrolchimico; il polo industriale; il fabbricone), rappresenta per chi lo osserva (sì, potete scegliere la definizione che ritenete più appropriata e realistica).

Sono ormai passati più di 30 anni da quando ho iniziato a lavorare presso il Centro Ricerche Giulio Natta di Ferrara: volutamente non ho inserito questa definizione nella risposta multipla precedente, per accentuare ancora di più la natura caleidoscopica di questo posto e segnalare la distanza che lo allontana da un certo immaginario collettivo: un luogo di produzioni industriali difficilmente viene percepito come un …  motore di Ricerca, come un vero e proprio Centro di Cultura.

Quindi, come si vede, sembrerebbe che io, a differenza di Cubo, mi sia fatta un’idea ben precisa del “fabbricone”.

Sono entrato nel petrolchimico di Ferrara nel ‘90 all’ombra di torri e torce, alcune delle quali oggi sono scomparse: buttate giù perché obsolete, o sostituite dalle più recenti down flares.

Dopo il percorso universitario solitamente si ha un’idea del mondo del lavoro sulla base di ciò che uno vede da studente, ma arrivato qui, oltre al fascino della città di pietra, rimasi altrettanto affascinato e ipnotizzato dallo skyline di questa pseudo Manhattan di ferro e plastica.

Non avevo una posizione netta su cosa l’area industriale potesse rappresentare, nel bene e nel male, per la città e il territorio: venivo da una terra dove le industrie non esistevano e meno che meno esistevano delle aree così vaste occupate da metallo, fuoco, vapori  e pennacchi roventi.

Eppure comprendevo i lati nascosti di questo posto e quelli ancora da scoprire per via di alcune suggestioni che avevo ormai metabolizzate grazie al poeta delle due muse, Leonardo Sinisgalli, il poeta-ingegnere della Civiltà delle Macchine, e grazie ai miei professori delle Università di Salerno e Napoli che avevano collaborato direttamente con Giulio Natta al tempo delle scoperte e invenzioni del Moplen e del Dutral.

Prima che arrivasse la petrolchimica e gli impianti ridisegnassero l’orizzonte della vasta pianura circostante, anche qui c’era poco da fare per guadagnarsi da vivere, proprio come dalle mie parti, nella Lucania che cominciava allora  a sfruttare i suoi giacimenti di gas e petrolio della Val d’Agri. E dunque, in pratica, per me il petrolchimico rappresentava una visione del… futuro quello mio e anche quello della mia regione di provenienza.

Quando si vive in una città con un petrolchimico di queste dimensioni, uno crede di potersene fare un’opinione netta grazie al racconto degli apocalittici  e a quello degli integrati, con i primi a sottolineare sempre e solo gli aspetti negativi del “fabbricone” e i secondi a elogiare tutti e solo gli aspetti positivi di uno dei più importanti siti industriali del Paese.

Si dà per scontato che ognuno debba prendere una posizione: o sei contro la fabbrica che uccide, o sei a favore della fabbrica che dà lavoro. Da questo punto di vista sono la persona meno indicata per fare questo, per dare cioè un giudizio definitivo viste le suggestioni delle quali ho parlato, visto il personale addomesticamento da parte di due muse.

Ma mi considero anche la persona più avvertita su cosa significhi vivere senza un… pharmakon come il “fabbricone” e i suoi prodotti perché, come l’etimologia stessa della parola insegna, se  il….farmaco, in grandi dosi, può trasformarsi in un veleno, in piccole dosi può rappresentare una vera e propria cura.

Fa parte della natura tecnica di Homo (sia faber che sapiens)  fare un uso del “farmaco”, usarlo, cioè, nelle proporzioni giuste, per sfruttarne le sue proprietà benefiche e controllarne il dosaggio per evitare che possa trasformarsi in veleno. Ad esempio l’energia nucleare può “servire” per costruire la bomba, ma anche per curare i tumori; la plastica può “servire” per confezionare esageratamente l’inserto di un giornale, ma anche per trattare una stenosi coronarica con un “semplice” stent.

È evidente che per la città di Ferrara la presenza del polo industriale ha avuto grandi ricadute positive su tutto il territorio: ha fatto crescere in popolazione ed estensione la città; ha offerto possibilità di lavoro a tanti giovani; ha creato le condizioni per far sviluppare l’università; ha avviato percorsi di formazione professionale e di inserimento al lavoro; ha promosso importanti processi sindacali e di sensibilizzazione alla cultura della sicurezza (l’industria chimica è quella meno colpita dagli infortuni sul lavoro) e della crescita di una coscienza ambientale e ambientalista.

Il polo industriale, in qualche modo, ha anche … curato e rimediato.

Ma è innegabile che le cattive notizie fanno sempre più notizia e che dunque al polo industriale vengano addebitate prevalentemente solo gli effetti devastanti del farmaco: deturpazione del paesaggio e dell’ambiente, peggioramento della qualità dell’aria, aumento di malattie dovute all’inquinamento e, conseguentemente, morti per tumore.

In uno scenario … farmacologico quindi potremmo dire che la città si divide grossomodo in queste due fazioni: quella composta da chi parla degli effetti negativi del fabbricone senza esserci mai entrato, e quella composta da chi ci lavora e non ne parla perché non ne ha interesse.

Chi potrebbe fare entrambe le cose soffre evidentemente su due versanti perché non riesce a moderare quelli che “abusano del farmaco”, né riesce a convincere gli altri a curarsi con il giusto dosaggio.

Anche io, come racconta Cubo nel suo articolo,  “…ho conosciuto premi di produzione, rimborsi per le visite mediche, l’ebbrezza di una risposta fulminea della banca alla richiesta di mutuo. Ho visto colleghi trasformarsi in amici e la processione degli operai ai tornelli che strisciavano il badge come fedeli che si bagnano le dita nell’acquasantiera…”

Anche io ho imparato il linguaggio degli impianti, dei macchinari, la storia del sito e le storie dei vecchi operai come fossero leggende, a misurare il tempo in turni, ad attraversare strade deserte quando tutti dormono, a ridere ai pranzi a mensa con i colleghi o a piangere per quelli che sono andati via.

Oggi si parla sempre più di politiche green, transizioni energetiche e digitali, si parla di resilienza, circolarità, sostenibilità. Le decisioni importanti però vengono prese da persone in stanze lontane (il quartier generale della mia azienda è a Houston, i responsabili di Yara sono in Norvegia, le risorse umane di Versalis sono guidate da Roma).

Se anche questo vertice del quadrilatero della chimica padana venisse ridimensionato, non sapremmo come e in che modo riutilizzare gli spazi di questa pseudo Manhattan. Non siamo neppure riusciti a farci carico di quegli 80 ettari già bonificati con gran vanto della politica locale per essere stato il primo sito industriale italiano ad aver realizzato un gran piano di recupero di terreni inquinati.

Allo stesso modo, cioè con lo stesso vanto, oggi viene presentato il progetto di rilancio del petrolchimico cittadino. Quanti di quelli schierati, tra le due fazioni suddette, lo vogliono davvero e in che termini?

Non so se sia stato giusto costruire il “fabbricone” e non so se sia giusto che debba esistere ancora e a tutti i costi. Non so se i giovani (integrati o apocalittici) lo sceglierebbero come potenziale luogo di lavoro. Non so se passando dalla plastica vissuta dalla mia generazione come soluzione per tante applicazioni, alla plastica percepita dalla maggior parte delle persone come principale problema ambientale, ci sarà ancora lo spazio per un posto come questo.

Resta comunque il fatto che le batterie delle prossime automobili elettriche, le tastiere dei nostri strumenti elettronici, i medicinali che prendiamo quando ci fa male la schiena e poi le mascherine, gli stent, le siringhe e i tubi per trasportare acqua e gas, i cavi sottomarini per veicolare i segnali elettrici; tutte queste cose, insomma, continueranno ad essere fatte con la plastica e questa plastica verrà prodotta in posti simili al nostro fabbricone, magari non più situato qui a Ferrara, ma molto più probabilmente in Arabia, in Cina o perché no sulla Luna o su Marte.

Ogni giorno facciamo piccole cose che ci rendono complici o alleati degli apocalittici o degli integrati: ogni caffè fatto con la capsula, ogni indumento sportivo che compriamo, ogni volta che saliamo in macchina invece di prendere la bicicletta; ogni volta che lasciamo cadere a terra una mascherina, un tovagliolo, o che infiliamo una bottiglietta di plastica nel contenitore sbagliato. Ogni giorno cioè potremmo essere “uccisi” o “guariti” dal farmaco.

È facile oggi puntare il dito contro il nostro fabbricone: siamo nell’epoca generalizzati dei “veleni”, da quelli sociali a quelli social.  Ma cosa avremmo fatto noi al posto di chi ha deciso la costruzione del fabbricone? Chi, oggi, risponderebbe al “senatore repubblicano americano” (https://www.cdscultura.com/2025/05/il-superfluo-indispensabile/) che le cose fatte qui nel nostro fabbricone dovrebbero servire a renderlo degno di essere difeso?

Non sono mai stato un integralista progressista né un ambientalista militante. Ho imparato a vivere in questa città con gli apocalittici e gli integrati, in una specie di clessidra contenente una sabbia né completamente avvelenata né completamente sana.

Quando i giovani mi chiedono cosa ne penso del fabbricone cerco di trovare le parole giuste, oneste che loro meritano di ascoltare, vale a dire che viviamo in una città bellissima, che senza il fabbricone si sarebbe spopolata più velocemente di quanto stia accadendo e che se io non mi fossi trasferito qui tra il castello di pietra e la Manhattan di plastica, probabilmente non ci sarebbero neanche le mie figlie.

E che tutto questa indeterminazione, ambiguità, incertezza non mi rende né migliore né peggiore tra quanti restano convintamente e assolutamente apocalittici o integrati.

Ai giovani dico che, in un certo senso, il “fabbricone” siamo tutti noi : quelli che non lo vogliono, quelli che lo difendono e quelli che prima di schierarsi avvertono urgente la responsabilità di conoscere bene le istruzioni d’uso e il dosaggio del pharmakon. E questo è vero per qualunque farmaco, toccherà loro usare.

Cover: il petrolchimico di Ferrara su licenza Creative Commons

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Israele e Palestina, quale futuro?

Israele e Palestina, quale futuro?

di Guido Viale
da pressenza del 1o.06.2025

“Chi vi parla è sionista”, ha detto Gad Lerner in piazza San Giovanni “Quelli della mia famiglia che non sono riusciti a emigrare laggiù, dove sono nati i miei genitori, sono stati sterminati”. Questa verità vale per milioni di ebrei, sia di Israele che della diaspora (come Gad), i cui parenti sono giunti lì per necessità.

A quel luogo li unisce un legame esistenziale e viscerale. Vi erano giunti da profughi, come quelli che anche oggi, ovunque cerchino rifugio, esigono accoglienza, anche se difficile e gravida di possibili inimicizie. Ma a fianco e al di sopra di quella fuga disperata e ineludibile c’era chi la progettava come una guerra di conquista: organizzazioni non dissimili da Hamas in molte delle loro pratiche, che hanno poi costituito il nucleo della costituzione in Stato di quelle prime comunità “socialiste” di profughi, impegnate a costruire un proprio “focolare”, e non uno Stato, insieme a quei loro correligionari che da sempre risiedevano in quelle terre.

Ma da tempo anche ogni palestinese deve contare nella sua famiglia molti parenti sterminati, perché chi si era messo alla testa di quei profughi ebrei in cerca di un domani aveva già deciso di cacciarne e spesso sterminarne gli abitanti autoctoni.

Oggi il mondo intero inorridisce di fronte alla ferocia della strage del 7 ottobre e alla determinazione con cui la dirigenza di Israele cerca di disfarsi dei palestinesi. Ma quella determinazione non è nata il 7 ottobre del 2023, né nel 1967; era insita nella logica coloniale della costituzione in Stato di quella comunità di profughi. Certo, anche allora la convivenza di due comunità rivali era difficile, ma forse meno di quanto lo è diventata adesso; è stata la scelta dei due Stati, allora assai controversa, fatta dall’Assemblea dell’ONU nel 1947, ad aprire la strada a tutto ciò che è successo in seguito.

Oggi la gravità, ma ormai anche la rilevanza planetaria, di ciò che succede a Gaza obbliga tutti – e non solo gli ebrei e i palestinesi – a misurarsi con il problema della convivenza di due comunità così contrapposte senza nascondersi dietro a degli alibi. Il primo dei quali è proprio la continua riproposizione senza più contenuto dei “due popoli, due Stati”: la pretesa di rinchiudere dietro un confine l’ostilità reciproca di quelle due comunità. Troppo frantumati i territori palestinesi non ancora requisiti da Israele, privi di continuità territoriale, di sbocco al mare, di una propria economia, di un’amministrazione decente, uno di essi; troppo forte in campo militare, economico e diplomatico perché il primo non ne sia schiacciato l’altro.

Già con gli accordi di Oslo la ripartizione era iniqua; oggi sarebbe una farsa. Alibi è anche la prospettiva di uno Stato unico, “dal fiume al mare”, da cui gli ebrei venissero cacciati, come pretendono i fondamentalisti islamici e denunciano quelli ebrei: una comunità che si sente a casa lì da 80 anni e più non è né ospite né intrusa.
E’ popolo di quella terra come lo sono coloro, palestinesi o ebrei, che la abitavano anche prima. Meno che mai “dal fiume al mare” può essere la soluzione di uno Stato ebraico, da cui cacciare un po’ alla volta tutti i palestinesi, come hanno continuato a fare per anni, senza dichiararlo, i governanti di Israele, ma che da qualche mese proclamano ormai apertamente. Quindi?

Quindi non resta che la convivenza nel quadro di una confederazione di tante comunità autonome, dai confini mobili, in parte etnicamente delimitate, in parte volontariamente miste, che NON sia uno Stato: cioè, che non ne abbia i connotati che lo definiscono: soprattutto un esercito proprio (nelle mani di chi?) e un’amministrazione unica e che sia sottoposta a una forza di interposizione per un periodo non definito né definibile.

Le condizioni di una prospettiva del genere sono talmente tante e difficili da renderla un vaneggiamento agli occhi dei più, ma ne esistono altre che non siano la sopraffazione definitiva di una parte sull’altra? Parti che non sono Israele e Hamas, ma Stati Uniti e vassalli della Nato da un lato e il mondo arabo e islamico dall’altro. Perché quella partita è mondiale. Ma a quali condizioni?

Innanzitutto, una coalizione internazionale di interposizione che comprenda Stati occidentali e Stati arabi e mediorientali ,che non avrebbero più motivo di fronte uno Stato ebraico e potrebbero accettare la presenza di una vasta comunità autonoma di ebrei, come è stato per centinaia di anni per molti di loro.

Poi il disarmo di entrambe le parti, che per Israele significherebbe la rinuncia al suo potentissimo esercito e al suo arsenale atomico.

Poi il rispetto della risoluzione 194 dell’Onu che prevede il diritto al rientro – necessariamente graduale, su un ampio arco di tempo – di tutti i palestinesi che sono stati cacciati dalle loro terre e dei loro discendenti. Il che comporterebbe, sul lungo periodo, la ricollocazione teorica di oltre 5 milioni di rifugiati e forse più e forse, per “pareggiare” i conti demografici, l’arrivo di altri 5 milioni di ebrei. Insieme agli abitanti attuali, comporterebbe la presenza di circa 20 milioni di abitanti in 26mila chilometri quadrati: più o meno quanto la Sicilia. La tecnologia, in Israele, molto sviluppata, ce la potrebbe fare, ma è una strada davvero in salita. Legata al punto precedente, una redistribuzione equa di terre e risorse, compresa la ricostruzione di Gaza e dei villaggi palestinesi spianati.

Certo è una prospettiva difficile anche solo a pensarla, ma è un modello ineludibile di convivenza tra tutte le comunità oggi in conflitto sullo stesso territorio. Un fenomeno in crescita.

Guido Viale
Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Ha partecipato al movimento degli studenti del ‘68 a Torino e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Si è laureato in filosofia all’università di Torino. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente. Ha svolto studi e ricerche economiche con diverse società e lavorato a progetti di cooperazione in Asia, Africa, Medioriente e America Latina. Ha fatto parte del comitato tecnico scientifico dell’ANPA (oggi ISPRA). Tra le sue pubblicazioni: Un mondo usa e getta, Tutti in taxi, A casa, Governare i rifiuti, Vita e morte dell’automobile, Virtù che cambiano il mondo. Con le edizioni NdA Press di Rimini ha pubblicato: Prove di un mondo diverso, La conversione ecologica, Si può fare e Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti. Con Interno4 edizioni ha pubblicato nel 2017, Slessico Familiare, parole usurate prospettive aperte, un repertorio per i tempi a venire. Sempre con Interno4 Edizioni nel 2018 ha pubblicato l’edizione definitiva e aggiornata del suo importante libro sul ‘68.

In copertina: bandiere Israele e Palestina – immagine UNIPV. News

Per certi Versi / Solitudine

Solitudine

Strisci sul corpo

come un serpente domestico

lenta ricami la pelle

con aghi dalla punta d’ovatta

bruciamo fogli di storie mai scritte

Io cenere e inchiostro

divento tua amante

e amo il tuo assurdo silenzio

 

In copertina: Foto di Mark Mook da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Cittadinanza e lavoro:
oltre la faglia sociale

Cittadinanza e lavoro: oltre la faglia sociale

L’Italia è quel paese nel quale metà circa dei cittadini non paga tutte le tasse che dovrebbe; un terzo dei cittadini non riesce a comprendere e valutare il significato di un testo standard, scritto nella propria lingua madre; un quinto tra politici e colletti bianchi ha la fedina penale sporca. Partiamo quindi dall’assunto che sono molti gli italiani che non potrebbero accedere alla cittadinanza italiana secondo la legge italiana. Diminuire il periodo di residenza in Italia potrebbe consentire a chi invece ha i requisiti di cui sopra (quelli che molti italiani non hanno) di accelerare la cosiddetta sostituzione etnica – ridicola espressione che vorrebbe incutere la paura dell’uomo nero – in un paese, l’Italia, che è il più vecchio d’Europa. Semplicemente, l’Italia ci metterà più tempo di altri a meticciarsi, come è inevitabile e come è già accaduto in altri paesi ex colonialisti: basta guardare quanti colored o ottomani ci sono nelle compagini sportive nazionali di Francia, Germania, Regno Unito(che infatti spesso ci danno la paga). Cittadini il cui lavoro regolare pagherà nel frattempo la pensione degli indigeni francesi, inglesi, tedeschi. Noi italiani no: noi dobbiamo restare di razza pura (e in prospettiva senza i soldi per pagarci la pensione), anche se siamo talmente lunghi da andare dal fenotipo tirolese al paramagrebino, passando per il turco (Vannacci). Visto che si parla di abbreviare i tempi di residenza certificata, tra l’altro, chi evoca lo spettro “clandestini” per osteggiare questa modifica parla di una cosa che non c’entra niente.

L’Italia è quel paese nel quale chi lavora per una ditta che lo manda su un ponteggio senza dispositivi di sicurezza, perché il padrone che le appalta il lavoro vuole risparmiare, se muore sul lavoro è una disgrazia, una fatalità, una tragedia: di cui nessuno risponderà, per cui nessuno risarcirà la famiglia.

L’Italia è quel paese in cui il datore di lavoro conosce in anticipo cosa gli costa disfarsi di una dipendente che fa troppi figli. Un indennizzo, termine che chiarisce perfettamente cosa sia il lavoro per gli inventori del Jobs Act: una pura merce di scambio, sostituibile a piacimento del datore. Grazie al cielo in Italia sopravvive una classe di magistrati con una formazione che risale alla tradizione giuslavorista degli anni settanta, vent’ anni prima che nel cosiddetto centrosinistra imperversasse la moda della flessibilità, ovvero il libero mercato applicato alla vita sociale. Per loro esiste ancora il risarcimento, cioè il giusto prezzo da pagare per aver commesso un abuso. Quando questa generazione di giudici sparirà, così come gli ultimi testimoni della Resistenza, i diritti sul lavoro rischiano la stessa fine: quella di essere battezzati come un trito retaggio del passato, come direbbe la Picierno.

Questi liquidatori a saldo delle tutele delle persone che lavorano (i treu, i sacconi, gli ichino, e loro derivati e garanti politici) sono tra i  responsabili della desertificazione dei diritti nel lavoro, della trasformazione del medesimo in pura merce – con conseguente mercificazione delle persone che lo prestano –  e hanno contribuito all’abbandono di ogni forma di impegno, a partire da quello basico del voto, da parte di troppi disillusi, cornuti, mazziati. La loro filosofia è stata particolarmente nefasta proprio perché ha prodotto lacerazioni e fratture dentro il bacino sociale che in fondo aveva scelto, direttamente o indirettamente, proprio loro quali rappresentanti “scientifici” o politici. Non ne discuto la buona fede, le intenzioni; e ribadisco l’idiozia criminale delle sedicenti Brigate Rosse che, come sempre nella storia di questo paese, ammazzando da vigliacchi hanno fatto il gioco dei padroni, nostrani e stranieri, rendendo per lungo tempo tabù il poter criticare le idee di precarizzazione del lavoro, pena essere considerati dei loro fiancheggiatori. Ma la faglia che questi teorici, spesso prestati alla politica, hanno prodotto ha terremotato il tessuto sociale fino a ridurlo in macerie. Purtroppo chi vuole strumentalizzare ha gioco facile nel dire che il referendum sul lavoro è stato appoggiato dallo stesso partito che detiene la paternità delle pessime norme che si volevano abrogare. E che è tuttora spaccato tra chi vuole voltare pagina e chi la riscriverebbe pari pari. Ma è spaccato al vertice, a Roma. Per fortuna Elly Schlein, a volte accusata di avere una spiccata sensibilità civile ma non sociale, sembra sapere da che parte sta la base. Del resto, alle primarie lei è stata votata da un sacco di gente che non votava più il PD.

Sono almeno trent’anni che la filosofia politica dominante e trasversale precarizza il lavoro attraverso la produzione legislativa, usando il pretesto di aggredire così il tema dell’occupazione. Tuttavia, l’occupazione non è aumentata per effetto di queste norme, se si adotta una serie storica adeguata, che parta dalla fine degli anni novanta, e non solo dal dopo Covid (troppo facile); anche perché alla cosiddetta flessibilità non è stata affiancata una politica di sostegno all’innovazione nelle imprese. Il tema aggredito è stato un altro: rendere le persone insicure e precarie fin dall’inizio e in modo duraturo, quindi ricattabili. Le persone ricattabili e insicure non lottano, non agiscono i loro diritti, e accettano la compressione del salario (altra conseguenza esiziale: adesso si riscopre quanto era importante la scala mobile).  Avere portato a votare su questo tredici milioni di persone, dopo tutto il “fuoco amico” di questi trent’anni, (e dopo la conclusione della parabola organica al governo dell’ attuale Cisl, che mi auguro faccia riflettere molti suoi iscritti) è un fatto che non merita di essere commentato usando le categorie della sconfitta, della vittoria o del fallimento. Se l’ ambiziosa e sfiancante iniziativa referendaria sarà il primo tentativo di saldare ciò che per decenni è stato ridotto in cocci, la considero un raccordo verso l’imbocco di quella “via maestra” che, con disperata e a volte disincantata passione, continua ad imboccare in direzione ostinata e contraria le autostrade percorse dai caterpillar del liberismo.

 

Photo cover: dettaglio della faglia del Monte Vettore, tratta dal sito igag.cnr.it

I SUPPLEMENTARI DELLA COP16 SULLA BIODIVERSITA’ e LA GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA

I SUPPLEMENTARI DELLA COP16 SULLA BIODIVERSITA’ A ROMA E LA GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA, MA ANCHE LE PAROLE GIUSTE, IL FESTIVAL DI GIORNALISMO D’INCHIESTA AMBIENTALE

Da inizio anno diversi sono gli eventi da ricordare per la loro importanza in campo ambientale. Uno è una ricorrenza, la giornata mondiale dell’acqua, l’altro, la parte finale della Cop16 sulla biodiversità che si è tenuta presso la sede romana della FAO dal 25 al 27 febbraio scorsi. Infine il Festival Le Parole Giuste, svoltosi a Roma dal 27 al 29 marzo: tre giorni di dibattiti, workshop, spettacoli, presentazioni di libri, podcast e documentari su crisi climatica, antropocene, conflitti ambientali, inquinamento e altro.

La Cop16 sulla biodiversità

Inizio dalla Cop16 sulla biodiversità ricordando che la sessione principale era iniziata a Cali in Colombia il 21 ottobre 2024, e, il primo di novembre, era terminata con un sostanziale nulla di fatto, tanto da dover tenere una sessione supplementare, quella che appunto si è svolta a Roma a fine febbraio.

La sessione extra della COP16 si è chiusa nella notte del 27 febbraio, dopo che in tarda serata è stato ufficialmente approvato un pacchetto di decisioni chiave che la presidente di COP16 Susana Muhamad ha commentato come muscoli, gambe e braccia date al Quadro Globale per la Biodiversità (il Global Biodiversity Framework o Gbf), che, nel dicembre 2022, era stato adottato alla COP15 di Montreal in Canada e paragonabile all’accordo di Parigi per il clima.

Sul sito di Italian Climate Network[1] si legge che due sono stati i filoni chiave (la finanza e il monitoraggio per misurare il raggiungimento degli obiettivi) su cui si è lavorato in questo negoziato, e quattro i testi negoziali.

Anche nella sessione romana il divario tra paesi più ricchi e paesi in via di sviluppo è rimasto ampio; l’elemento critico, lo stesso su cui la COP16 si era arenata in Colombia, è stato il tema della finanza. La creazione di un nuovo fondo dedicato alla biodiversità oltre al GEF (Global Environment Facility)[2] è stata centro della discussione: considerato necessario da molti paesi in via di sviluppo ha visto l’opposizione di diversi paesi ricchi.

Nella cornice dell’esistente GEF, si è infine deciso di istituire una struttura permanente per il meccanismo finanziario, oltre a “mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Italian Climate Network, analizzando l’andamento della COP16, scrive che “i paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030, a favore dei cosiddetti paesi in via di sviluppo”.

L’altro filone principale su cui si è lavorato a Roma è stato quello del monitoraggio delle misure attuate per la biodiversità; argomento non meno importante di quello finanziario in quanto, come affermato dalla ONLUS nata per affrontare la crisi climatica e assicurare all’Italia un futuro sostenibile, “misurare i progressi compiuti è fondamentale per avere risultati concreti e ottimizzare gli investimenti”.

Utile a fornire quale sia stato il clima dei negoziati la dichiarazione di Jacopo Bencini Presidente di Italian Climate Network: “Con la decisione finale di COP16 si chiude, nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, l’anno della finanza per le due COP clima e biodiversità; il fatto stesso che entrambe le COP, Baku e Cali, siano approdate a decisioni formali sulla mobilitazione finanziaria verso il 2030 lancia un segnale tutto sommato positivo per la sopravvivenza del processo, nonostante uno scenario multilaterale frammentato e ostaggio di dinamiche internazionali sempre più conflittuali.”

E forse proprio per queste motivazioni che si può leggere il giudizio non totalmente positivo sui negoziati di Roma da parte di Legambiente: “sono un accordo in chiaroscuro, con qualche significativo passo avanti ma ancora con molte incertezze ; molte delle risoluzioni appaiono solo come buone intenzioni già evidenziate dalle precedenti COP ma senza ulteriori fatti concreti”.https://www.legambiente.it/news-storie/natura-e-biodiversita/cop-16-raggiunto-accordo-per-la-biodiversita/

Ne è un esempio l’obiettivo di ridurre i sussidi alle attività dannose per la natura di almeno 500 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Questo appare più come una buona intenzione, afferma Legambiente, in quanto “non è stata definita una cornice di riferimento ad azioni concrete che vincolino gli stati a coperture chiare rispetto al taglio di questi sussidi”.

Riguardo al ruolo dell’Italia, aggiunge l’associazione ambientalista, fa notare che gli organi istituzionali “in questa COP16 si sono mostrati del tutto assenti”.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha totalmente sottovalutato l’importanza di questo appuntamento, oltre tutto svolto in casa propria. “Chiediamo un serio impegno per rispettare quanto stabilito in questo vertice internazionale e un’accelerazione nel recuperare anche i ritardi rispetto agli obiettivi 2030 fissati nella Strategia Europea per la biodiversità; tutto ciò, conclude l’associazione, è stato esplicitato anche nelle proposte indirizzate al Governo Meloni e riassunte nell’ultimo Report Natura selvatica a rischio in Italia.[3]

Di tono simile l’intervento di Ferdinando Cotugno su Domani: “Cop16 è stata un pareggio, scrive il giornalista, nell’eterno duello geopolitico tra i blocchi. Se proprio dovessimo cercare un vincitore, sarebbe il blocco Brics. Sono loro ad aver preso in mano il negoziato nei momenti più critici, con la leadership esplicita del Brasile e il lavoro sporco della Russia dietro le quinte, e sono stati sempre loro ad aver fatto la proposta che ha sbloccato l’impasse”.

Anche WWF Italia interviene e commenta i lavori della COP16 scrivendo nel proprio sito (https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/cop16-2-accordo-fondamentale-su-finanza-per-biodiversita-ma-fondi-insufficienti/) che “a Roma, è stata tracciata la via da seguire per istituire un sistema efficace per mobilitare fondi per la Natura, concordando una tabella di marcia da qui al 2030, che include una decisione sulle modalità per gestire il nuovo meccanismo finanziario che dovrà essere adottato nel 2028.” Meccanismo finanziario, continua il comunicato, che, sostenendo l’attuazione a lungo termine della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica in modo equo, sarà in grado di contribuire a supportare le azioni a favore della biodiversità anche oltre il 2030. Tutto ciò è confermato dalla dichiarazione del Global Policy Director del WWF Internazionale, Efraim Gomez: “Le Parti hanno fatto un passo nella giusta direzione. Ci congratuliamo per aver raggiunto questi risultati in un contesto politico globale difficile. C’è consenso su come procedere per mettere in atto gli accordi finanziari necessari per fermare la perdita di biodiversità e ripristinare la natura. Tuttavia, questo accordo non è sufficiente. Ora inizia il vero lavoro. È preoccupante che i Paesi sviluppati non siano ancora sulla buona strada per onorare il loro impegno di mobilitare 20 miliardi di dollari entro il 2025 a favore dei Paesi in via di sviluppo. Investire nella Natura è essenziale per il futuro dell’umanità.”

Nel sito del magazine WIRED[4] si rimarca invece la latitanza dei rappresentanti italiani alla Conferenza (“L’Italia manda un rappresentante del governo solo in extremis. Alla faccia dell’ospitalità, e dell’ambiente”) e, oltre a descriverne i punti salienti, mette in evidenza quanto sia complessa la terminologia e cervellotici i meccanismi di questi consessi, “le mille perifrasi servono a prendere tempo, cautelandosi nei confronti degli (innumerevoli) imprevisti legati al clima politico”. Ed anche in questo caso è stato così, le decisioni chiave infatti – ovvero i dettagli operativi – sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma, e la eventuale possibilità di crearne uno nuovo e separato, sono rimandate alle edizioni 2027 e 2028.

Particolarmente significative, per concludere questa rassegna di opinioni e commenti sulla COP16, le parole di Ferdinando Cotugno[5], dal podcast Areale, dove scrive che il risultato finale, come spesso accade, è un compromesso. “I parametri e le regole del gioco sono esplicitamente quelli chiesti dal sud globale: il fondo (e un nuovo modo di raccogliere e distribuire la finanza per la natura) deve essere «giusto, semplice, veloce, equo, inclusivo e non discriminatorio». Attualmente però questo percorso viene ancora fatto dentro la vecchia struttura – il Global Environmental Facility – quella che fa sentire i paesi ricchi più al sicuro che la biodiversità venga protetta come dicono loro, ma non è detto che sarà così a lungo, né che saranno Europa, Regno Unito, Australia o Canada a dare le carte, mentre gli Usa in questo negoziato sulla biodiversità non sono mai entrati”.

Giornata mondiale dell’acqua

L’altro argomento, come detto in apertura, è quello dell’acqua, declinato attraverso la giornata mondiale celebrata il 22 marzo scorso. Il motto di questa edizione è stato Salviamo i ghiacciai. Ne hanno parlato, intervistati da Elisabetta Tola e Roberto Zicchitella, in una speciale puntata di Radio3 Scienza e Radio3 Mondo[6], Florence Colleoni, glaciologa dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, Andri Magnason, scrittore islandese, autore di Il tempo e l’acqua (Iperborea, 2020), Sara Creta, giornalista e autrice del documentario La bataille du Nil, Stefano Fenoglio, docente di gestione e tutela degli ecosistemi fluviali all’Università di Torino, Simone Garroni, direttore generale di Azione Contro la Fame Italia e Giulio Boccaletti, fisico dell’atmosfera e direttore scientifico del Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

Se per la COP16 le notizie pervenute sono da considerarsi sufficientemente positive, sul tema ACQUA gli interventi nello speciale radiofonico, assieme alle tante informazioni e commenti reperibili nelle pagine web di associazioni ambientaliste e nei siti di informazione più sensibili a questo argomento, descrivono una situazione estremamente preoccupante in ogni angolo del pianeta.

Cominciando dal nostro paese, nel sito di informazione RINNOVABILI[7], è descritto quanto l’Italia sia in un “paradosso idrico”: pur tradizionalmente ricca d’acqua, essa deve fare i conti con infrastrutture obsolete, elevata dispersione idrica e impatti crescenti del cambiamento climatico.

La Giornata Mondiale dell’Acqua ogni anno pone l’attenzione su un tema specifico, che, per il 2025, come già detto, è riferito alla conservazione dei ghiacciai. Dall’acqua di fusione di questi in tutto il mondo, viene sottolineato dalle Nazioni Unite, dipende infatti direttamente la qualità della vita di circa 2 miliardi di persone.

Tornando al caso italiano, RINNOVABILI scrive che “nonostante la gravità della situazione, esiste un divario significativo tra la percezione dei cittadini e la realtà dei consumi. Secondo un sondaggio condotto da GROHE per la Giornata Mondiale dell’Acqua 2025, l’80% degli italiani sottovaluta il proprio consumo domestico di acqua. Se il 28% è convinto di utilizzarne tra 1 e 10 litri al giorno, in realtà la media europea di consumo idrico pro capite si attesta sui 144 litri giornalieri, e i dati Istat mostrano che in Italia l’erogazione media giornaliera pro-capite è stabilmente sopra i 200 litri”.

L’impatto del cambiamento climatico inoltre sta trasformando radicalmente il regime delle precipitazioni in Italia, con un’alternanza sempre più marcata tra periodi di siccità prolungata ed eventi di precipitazione estrema, mettendo a dura prova la capacità di gestione delle risorse idriche a livello nazionale e locale.

Gli eventi meteorologici estremi causati dal cambiamento climatico sono sempre più frequenti, e ciò comporta che “tutti i livelli di governo del territorio, e in particolare le città, devono affrontare sfide crescenti, dal gestire le acque piovane in modo sostenibile per ridurre il rischio di inondazioni ma, al tempo stesso, ottimizzarne il riutilizzo”.

Da consultare la pagina https://www.istat.it/infografiche/giornata-mondiale-dellacqua-2025/, dove, oltre alle utili informazioni contenute nelle infografiche, si trova il link del report Le statistiche dell’Istat sull’acqua. Anni 2020-2024.[8]

Altrettanto utile l’approfondimento nella pagina di FUTURAnetwork[9] – sito di dibattito nato da un’iniziativa dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) – che affronta il pericolo di crisi idriche sempre più gravi in Italia a causa di estremi climatici e infrastrutture inefficienti.

“Il nostro paese, per le sue caratteristiche climatiche, è tra le aree del mondo maggiormente esposte al rischio di siccità”. Secondo il Rapporto ASviS 2024, tra il 2016 e il 2020 il 41,6% del territorio italiano ha vissuto almeno un mese di siccità estrema con gravi conseguenze, tra cui la riduzione della disponibilità di acqua potabile, un calo della produttività agricola e un aumento dei rischi di incendi.

Nelle pagine di https://ambientenonsolo.com/in-europa-il-marzo-piu-caldo-e-il-ghiaccio-marino-invernale-artico-meno-esteso/ di fine aprile scorso si legge come in Europa marzo 2025 sia stato il secondo più caldo a livello mondiale e il ventesimo mese degli ultimi 21 per il quale la temperatura media globale dell’aria superficiale è stata superiore a 1,5°C al di sopra del livello preindustriale.

A proposito della situazione dei ghiacciai invece, sempre il sito Ambientenonsolo, riporta che “il ghiaccio marino artico ha raggiunto a marzo la sua estensione mensile più bassa, 6% al di sotto della media, sulla base dei dati satellitari di 47 anni, e questo segna il quarto mese consecutivo in cui l’estensione del ghiaccio marino ha stabilito un minimo storico per il periodo dell’anno considerato”. Per quanto riguarda quello antartico, questo ha registrato la sua quarta estensione mensile più bassa per marzo, al 24% al di sotto della media.[10]

Meritano una menzione l’incontro del Comitato Milanese Acqua pubblica, che si è tenuto il 25 marzo scorso, dal titolo “Il futuro dell’acqua è nelle nostre mani”, e che ha visto la partecipazione di Duccio Facchini per Altreconomia (https://altreconomia.it/eventi/il-futuro-dellacqua-e-nelle-nostre-mani-incontro-del-comitato-milanese-acqua-pubblica-partecipa-per-altreconomia-duccio-facchini-sul-tema-i-consumi-dacqua-delle-olimpiadi-invernali/) e la mostra fotografica di Sebastião Salgado Ghiacciai.

Le Parole Giuste (https://asud.net/le-parole-giuste-festival-ii-ed/) è una rassegna di tre giorni che si è tenuta a fine marzo a Roma nelle sale di Industrie Fluviali e curata dall’organizzazione ecologista A Sud e dal magazine EconomiaCircolare.com in collaborazione con collettivi di giornaliste e giornalisti e con una rete di partner composta da case editrici, media indipendenti e realtà sociali: un festival di giornalismo d’inchiesta ambientale in cui linguaggi diversi si sono intrecciati per discutere e riflettere sul clima che cambia. Tanti i dibattiti e tanti gli intervenuti, da Luca Mercalli (climatologo e divulgatore scientifico) a Elisa Palazzi (climatologa UNITO), Ferdinando Cotugno (giornalista del quotidiano Domani e scrittore), Francesca Albanese (relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati), fino ad Andrea Baranes (Fondazione Banca Etica). Il lungo l’elenco dei partecipanti è consultabile nella pagina del festival al link sopra riportato. Se risulta impossibile fare una sintesi della tre giorni vale la pena, come esempio per tutti, citare Cultura Sostenibile[11], arte e cultura per la giustizia climatica e sociale, un programma di A Sud (https://asud.net/), EconomiaCircolare.com (https://economiacircolare.com/) e CDCA, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (https://www.cdca.it/) che vuole “ispirare e costruire nel settore culturale una vera e propria leadership creativa climatica, per accompagnare operatrici ed operatori del settore culturale nelle azioni contro la crisi climatica e ambientale”.

Mobilitaria

Per concludere, tra i tantissimi eventi e rapporti sui più diversi argomenti che riguardano le problematiche ambientali, merita porre l’attenzione sulla edizione 2025 del rapporto Mobilitaria, presentata online lo scorso 22 maggio. Il rapporto è realizzato dall’organizzazione non profit Kyoto Club[12] e dall’Istituto Inquinamento Atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IIA) che analizza i dati della mobilità e della qualità dell’aria al 2024 nelle 14 città metropolitane italiane. Al link (https://ambientenonsolo.com/presentato-il-rapporto-mobilitaria-2025/) del blog Ambientenonsolo è possibile seguire il webinar della presentazione del rapporto, mentre alla pagina https://www.kyotoclub.org/it/media-e-documenti/rapporti-e-documenti/2025/05/22/rapporto-mobilitaria-2025/ si può scaricarlo.

 

Note: 

[1] https://www.italiaclima.org/cop16-biodiversita/

[2] Il GEF è una partnership di 18 agenzie – tra cui agenzie delle Nazioni Unite, banche multilaterali di sviluppo, entità nazionali e ONG internazionali – che lavorano con 183 paesi per affrontare le questioni ambientali più impegnative del mondo. https://www.unep.org/about-un-environment/funding-and-partnerships/global-environment-facility

[3] https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/natura-selvatica-a-rischio-in-italia/

[4] https://www.wired.it/article/cop-16-biodiversita-risultati-fondo/

[5] https://www.editorialedomani.it/ambiente/cop-16-biodiversita-roma-risultati-nuovi-equilibri-globali-areale-newsletter-cotugno-cgmlsjjy

[6] https://www.raiplaysound.it/audio/2025/03/Radio3-Scienza-del-21032025-0ae1526f-76bc-4440-9441-cc2a054fa285.html

[7] https://www.rinnovabili.it/clima-e-ambiente/acqua/giornata-mondiale-dellacqua-2025-world-water-day/

[8] https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-statistiche-sullacqua-anni-2020-2024/

[9] https://futuranetwork.eu/focus/533-5566/tra-clima-estremo-e-infrastrutture-inefficienti-litalia-rischia-una-crisi-idrica-sempre-piu-grave

[10] Dati rilevati dal bollettino mensile del Copernicus Climate Change Service (https://climate.copernicus.eu/)

[11] https://asud.net/category/cultura-sostenibile/

[12] Kyoto Club è un’organizzazione non profit, creata nel febbraio del 1999, costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra assunti con il Protocollo di Kyoto, con l’Accordo di Parigi e con il Green Deal europeo.

Kyoto Club promuove iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione nei campi dell’efficienza energetica, dell’utilizzo delle rinnovabili, della riduzione e corretta gestione dei rifiuti, dell’agricoltura e della mobilità sostenibili, in favore della bioeconomia, l’economia verde e circolare.

In copertina: manifesto cop 16 sulla biodiversità, Roma – https://www.renewablematter.eu/cop16-biodiversita-riprendera-a-roma-a-febbraio-2025

Per leggere gli articoli e gli interventi di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Presto di mattina /
Il coraggio della poesia

Presto di mattina. Il coraggio della poesia

Il coraggio della poesia

Seminare idee è il titolo della Iª edizione del Festival Città di Prato tenutasi dal 6 al 8 giugno nel chiostro della chiesa di San Domenico, che ha avuto per tema il Coraggio. E in questo contesto, il coraggio della poesia è stata la riflessione presentata dal poeta e narratore Giuseppe Conte (Imperia 1945) dal titolo: Poesia al cuore dell’uomo.

Conte ritiene che, tra tutte le forme di coraggio, quella che gli ha insegnato la poesia è il coraggio di vivere nell’“ordine dello spirito”. È lo spirito – egli precisa – che ricrea la materia, ed è l’azione dello spirito la fonte del coraggio, lo stesso «Spirito che ci genera/ come uomini e ci dà il canto».

Non è la volontà di potenza ma di conoscenza, di comprensione ospitale: «Eppure anch’io combatto, e prego e costruisco; anch’io ho fatto/ crescere alberi e fiori sulle pagine/ ho portato il marmo greco tra le foreste di querce e vischio e i torrenti in piena dei Celti». Così il mito diventa per il poeta racconto di ciò che di più intimo nasconde ogni uomo in sé.

Ricordando il testo Elegia di Jorge Luis Borges – Al di là della porta un uomo fatto/ di solitudine, di amore e tempo,/ ha appena pianto a Buenos Aires/ su tutte le cose – egli ci mostra con parole sue il coraggio della poesia: «Riconoscere l’abisso di dolore che regna nel mondo, nella storia, nell’anima di ciascuno di noi, di piangerlo e di risolverlo in canto. Non conosco coraggio più intimo e più vero».

E come una risonanza rispondente al testo litanico di Borges I Giusti, Conte scriverà nella sua raccolta poetica sulle Cose che chiedono lacrime: come sentir cantare uomini costretti a partire per una terra straniera», come per «tutta la pietà che non hai provato verso chi soffre e chi muore” e per l’amore che è dato senza misura» (G. Conte, Poesie 1983-2015, Oscar Mondadori, Milano 2015, 305).

Il coraggio della poesia sta nella sua “resistenza” a ogni forma di barbarie, nel continuare a dar voce alle cose che non hanno voce, svelando quelle occultate di proposito, nel rendere visibile l’invisibile nascosto in esse. Resistenza a tenere vive le presenze del sacro sulla terra, nel tenere vivo ciò che altri vorrebbero morto, il coraggio di sfidare la disumanizzazione del mondo.

Poesia è coraggio delle ripartenze e, come Odisseo, mai dismette il remo che cerca attraversando i mari virtù e conoscenza, a far argine ad ogni brutalità. Oltre ogni conoscenza e frontiera anche; poesia è partenza abramitica verso l’ignoto, verso il mare infinito del cielo che è l’umanità viandante, che si svela a se stessa strada facendo, amando il diverso, lo straniero, chi viene a noi da lontano, ed è un Dio che lo manda, sicché in loro si manifesta il Dio che viene ad ogni uomo.

Così il poeta non finirà di “scrivere sul mare” né “di cantare ciò che c’è in lui di estatico, quello che c’è in lui di abissale… scriverò, mare, sulla tua anima a pezzi, di chi ti snatura e ti spopola e ti riscalda fuori misura” (ivi, 359; 363).

Poesia va’ mutando in canto l’abisso delle lacrime

Della poesia infatti le lacrime sono la materia matrice, abissale, sprofondo di dolore; il canto è lo spirito estatico e amante che dispiega l’abbraccio della luce nel suo oscuro grembo, così che da “ferite germogliano fioriture”.

La materia è la madre nostra comune
siamo le zolle di terra da dove scocca
le sue frecce di primavera il papavero
e da dove cresce il grano
siamo l’erba sottile e i rami
giganti del cedro e le foglie del banano,
la materia è la madre, siamo le gocce
della pioggia che benedice e feconda
l’acqua dei fiumi che si può bere
l’acqua salata dell’onda
e della marea, siamo la pietra rocciosa
che strapiomba tra agavi e cactus
la sabbia del deserto tutta rosa
di nebbia e di miraggi.
La materia è la madre nostra comune
in lei siamo fratelli, siamo i raggi
del pianeta Venere, i ghiacci delle comete
le corolle abissali delle nebulose
costellazioni ancora segrete
e quelle dell’Orsa, del Toro, delle Pleiadi.
Lo Spirito che ci genera
come uomini e ci dà il canto
ama la materia e il suo grembo
come l’amò all’inizio, quando
la penetrò con un moto
vorticoso e veloce
finché fu
luce
(da Ferite e fioriture, [Premio Viareggio 2006], ivi, 287).

Poesia: come spirito d’amore nelle cose, sua incarnazione

È questo il tuo miracolo, Amore,
questa violenta volontà di essere
materia che si agita e si muove
e si piega e si mescola e confonde,
l’energia marina del vento,
l’energia aerea delle onde.
È questo il tuo miracolo, Amore,
lo spirito che entra nelle cose
che popola il vuoto di mimose
come fa sui viali liguri Febbraio
(ivi, 287-288)

«Occorre molto coraggio alla poesia per continuare a levare la sua voce, in una realtà sempre più imbarbarita e orrenda. Eppure lo fa. Sa che molti la negano e la disprezzano, come ha denunciato senza sconti Yves Bonnefoy. Eppure continua.

Sa farsi barriera contro la marea montante della barbarie, e ricordarci tutto ciò che è
pertinente all’essenza dell’umano. Ci ricorda di essere liberi, come il mare che vive in continuo movimento ed è specchio dell’infinito. E però anche di essere fraterni, di sentire come la compassione e la pietà siano le disposizioni dell’anima più necessarie e benefiche che ci legano ai nostri simili.

La poesia ha anche il coraggio di indurci al sorriso. Per violento che sia il mondo, lo spazio per sorridere, per un buon esercizio di humour resiste, e si oppone alla violenza più efficacemente di quanto ci si aspetti. La poesia ci insegna a rispettare e soprattutto ad amare il diverso, lo straniero, chi viene a noi da lontano, ed è un Dio che lo manda, come dice la ragazza Nausicaa alle sue ancelle di fronte a Odisseo nudo e naufrago.

Ci insegna a essere sognatori, a occhi aperti, a lasciare che gli altri ci chiamino acchiappanuvole senza conoscere la bellezza dello spettacolo delle nuvole mosse dal vento tra l’oro del sole e l’azzurro del cielo. E, in più, a essere fedeli ai propri sogni, sempre, qualunque sia il prezzo da pagare. E di essere sempre dalla parte dell’Amore, di puntare sempre all’altezza dell’Amore come Dante nel suo percorso dal buio all’assoluto della Luce.

La poesia insegna il coraggio del viaggio iniziatico, il viaggio dello spirito alla ricerca di se stesso e delle proprie origini. La sua passione è la conoscenza. Andare a vedere l’invisibile. Scoprire il senso e le scaturigini del senso. Affrontare il mistero delle cose circumnavigandolo e poi gettandovisi a capofitto dentro, che è il suo più
alto e difficile compito.

La poesia, alla fine, è l’unica tra le attività umane che ha il coraggio di affrontare nel suo canto il mistero del linguaggio. Che forse è il più vicino al mistero supremo, quello di Dio. Del Verbo» (intervento al Festival).

“Gioia sottopelle”, la consolazione della poesia

«La poesia pratica questa sua energia alchemica, e muovendo sempre da una mancanza, da un disagio dell’essere, da una sofferenza produce universi di bellezza e di gioia. La cultura dominante negli anni della mia formazione, attraversata da mode nichiliste, materialiste, desacralizzanti, aveva irriso l’idea della “consolazione”.

Ma da sempre la poesia consola offrendo cibo all’anima sofferente. Non asciuga le lacrime, le lascia scorrere: ma grazie a lei sono gocce di latte, di vino, di miele. Tutto questo richiede ai poeti il coraggio di essere terribilmente se stessi, senza compromessi, mezze verità, autoassoluzioni: di guardare la realtà, quella esterna e quella interiore, dell’anima, consci della propria fragilità, della propria inutilità ma anche della propria capacità di ribellarsi, di dare scandalo» (ivi).

Il poeta girovago, mendicante, ringrazia cantando e quasi danzando l’umile dio dell’alba, il dio che fa partire. Il dio d’ogni esodo, il cui nome si scoprirà solo strada facendo, percorrendo i deserti di disumanità. Egli è colui che vede l’afflizione, ascolta il grido, libera e fa uscire verso un’altra umanità.

E così egli ringrazia per il dono di quella “sragionevole gioia sottopelle” che lo rialza ogni mattina e il tremore di ogni strazio si muta in danza.

Non vedete, non ho niente.
Girovago, mendicante
niente mi è stato dato
di quello che mi spettava
sono stato ferito, deriso
pugnalato, frainteso
e ucciso dove possono
uccidere le parole.
Fratello mi è ogni vinto,
fratello ogni ribelle.
Ho avuto solo da te,
mia vita, questa acuta
sragionevole gioia sottopelle
certe mattine quando appena sveglio
io degli uomini il più misero
io che conosco ogni strazio
un canto alzo
e quasi danzo
e fremo mentre ringrazio
l’umile dio dell’alba
(ivi, 326).

Tu che mi hai dato così spesso al risveglio
Questa voglia di canto,
tu seme, raggio, rugiada di ogni notte
tu fronda verde – luna di ulivo
ramo di mandorlo a marzo
mosto dentro la botte
resta

Tu seme, raggio, rugiada di ogni aurora
(ivi, 284)

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.