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Parole a capo
Lara Pagani: “Le viti del pianto”: quasi un’intervista

Parole a capo <br> Lara Pagani: “Le viti del pianto”: quasi un’intervista

 

“Dei tuoi dolori non fare parola –

tirare dritto fosse l’ultima prova,

l’ultimo incendio della tua figura:

 

anche questo sei tu, pianeta rosso

per orbite e per anelli che splendono

al dito, nera cometa e sventura

di tutte le solitudini, tu –

 

passi e gli angeli si piegano, girano

le viti del pianto. Dai tuoi dolori

brucia una risata – dal mento d’oro

spunta al cosmo l’inedito profilo.”

 

In questa tua poesia, ritrovo il verso che dà il titolo alla tua silloge. Perché “le viti del pianto”?

LP: In questo testo, le viti sono intese come parte di un ingranaggio capace di regolare sia il pianto, sia la risata. Tra le diverse ragioni per cui ho scelto questo titolo, la principale è la ricchezza di rimandi che porta con sé — alle viti come strumento meccanico, alla vite che dà frutto e, non da ultimo, alla vita stessa per un richiamo puramente sonoro.

 

Mi sono trovato imbrigliato nelle tue immagini. Trappole liquide che circondano giorni, tempi, minuti, pianeti che ruotano, mutano e corrono via.

Nella prima sezione della silloge “Columbia Livia” (nome scientifico del piccione domestico) dichiari la tua scelta per questo volatile che, spesso, genera ribrezzo, distanza decisa. E’ forse perché questo volatile rappresenta una voglia concreta di razzolamento, di mescolamento disobbediente?

LP: A proposito del piccione. Sì, assolutamente. Ma mentre scrivevo questa sezione non ne sono stata mai cosciente fino in fondo. L’ho percepito molto dopo.

“Gli piacevo da matti, mi adorava:

attendeva i dettami, mi chiedeva

che cosa mi piaceva: era sognare

ad occhi chiusi ma vigile, ero splendida

come chi crede d’esserlo. Un mattino

mi sono svegliata, avevo le piume

e un bel paio d’ali: ero diventata

uno splendido piccione.”

*

“Avevo piume, potevo volare.

Avevo un becco aguzzo, strabuzzavano

i passanti alla mia vista – tiravano

via i bambini con le mani perché

ero sporca, portavo malattia.

Non ero triste, mi sembrava giusto:

fossi stata al posto loro – dov’ero

prima – mi sarei fatta ribrezzo.”

 

Distinguersi dalla folla, rivendicare la propria diversità, una fiera alterità.

“Poesie per Clizia” è il titolo della seconda sezione. Clizia è un personaggio mitologico, una giovane ninfa perdutamente innamorata del dio Sole Apollo, poi sedotta e abbandonata per un amore mortale. Il dio Elio la trasforma in un girasole, sempre rivolto verso il Sole. Ovidio, nel libro IV delle Metamorfosi, di Clizia scriveva “Colei che si inchina, si muta e ha la dedizione verso qualcosa” e “Benché trattenuta dalla radice, essa si volge sempre verso il suo Sole, e anche così trasformata gli serba amore”. Per Eugenio Montale, Clizia era una donna angelo, una nuova Beatrice dantesca. Ricordo la sua poesia “Portami il girasole”. Qual è per te la presenza di Clizia nella tua silloge?

LP: La figura di Clizia, in queste poesie, è ispirata a una persona a me molto cara.  Ne reca anche alcune caratteristiche fisiche (gli occhi chiari, i capelli ramati). In maniera più generale, però, Clizia qui è la donna capace di rigenerarsi, di sovvertire le regole e rovesciare anche la disperazione più cupa. Pensavo, in fin dei conti, soprattutto alla Clizia di Montale.

“Ti sbocciano viole sulla schiena. Nulla

esiste che riesca a scalfirti, a strapparti

dall’ingorgo matto delle stagioni: nulla

tranne l’ametista che scorre dalla pianta

del tuo piede alla radice dei capelli. Solo

tu puoi recidere stelle, svernare chi sei –

sovvertire la corolla delle possibilità.”

 

In diversi momenti emergono riferimenti, ricordi, rimandi, “frammenti” religiosi, situazioni…

“In chiesa a volte vado all’improvviso

perché sento che devo. Cerco un cero,

un vero cero di quelli che bruciano,

e lo accendo per te. Spesso sorrido

sapendo che ci basta un soffio solo

per sparire nel nero. I ceri in plastica,

loro, sono finiti prima ancora

di cominciare. Mi guardano spenti,”

 

(…) “Generata, non creata –

della stessa sostanza del brivido” (…)

che ricorda il passaggio del Credo nella religione cattolica “Generato, non creato della stessa sostanza del Padre…”, ma soprattutto è “in dialogo” con la poesia della pagina precedente.

Una silloge dove spesso si incontrano richiami letterari come, ad esempio, “la rondine del Principe Felice” di Oscar Wilde che ignorava l’esistenza delle lacrime oppure Giovanni Pascoli nella breve poesia “Non sapresti distinguere la rondine / tornata sotto al tuo tetto da quella / riparata altrove – una vale l’altra / quando ti serve che sia primavera.”

“Le viti del pianto” (ilglomerulodisale, 2024) è una silloge ricca, intensa, profonda dove ogni tanto sbocciano inaspettate rime come in questa poesia:

“Accoglimi, ti prego, dove addensi

il tuo segreto è dove resta traccia

certa di me, del viso che non pensi

somigliarti – ma sbagli, con che faccia

 

puoi definirci diversi -, dei sensi

andati persi. Ridarti la caccia

mi scora, mi sfiorisce, i tuoi dissensi

non hanno peso adesso, che tu faccia

 

storie è assurdo davanti a questa vita

pronta a svoltare il respiro. Puoi dirmi

quello che tieni a cuore, perché, come –

 

puoi dirmi che ti uccide la ferita

di tuo padre svanito, maledirmi

la volta buona, rendermi il mio nome.”

 

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Poetarum Silva, Larosainpiu, Limina Mundi, Atelier. “Le viti del pianto” (ilglomerulodisale, 2024) è la sua opera prima. In Parole a capo sono state pubblicate sue poesie in diverse occasioni: il 2/03/2023; il 27/03/2023; il 20/03/2024; il 28/08/2025.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contri
buto all’IBAN:  IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 327° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

*

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Zairo Ferrante uscito su Pensarelibero.it il 28 febbraio 2026).

Instant Poetry e criterio dinanimista: un esempio di verifica nel tempo dello scroll

Un’applicazione del criterio dinanimista alla Instant Poetry per misurare, nel flusso digitale, quando la parola torna ad agire e quando resta semplice esposizione.

Nel dibattito contemporaneo sulla poesia digitale, la Instant Poetry viene alternativamente celebrata o liquidata.
Raramente, però, viene misurata.

E questo vale, più in generale, per gran parte delle discussioni critiche sul linguaggio poetico e non soltanto per quella social: è poesia o prosa? È prosa poetica? Poeti o “acapisti”?.

Senza un criterio, ogni discussione resta impressione. Con un criterio, un fenomeno diventa misurabile.

In una recente definizione fondativa, il Dinanimismo ha proposto come criterio di valutazione l’azione poetica nel reale.

Un criterio, tuttavia, non si compie nella sua dichiarazione, ma nella sua applicabilità.

In questa prospettiva, la Instant Poetry rappresenta oggi un banco di prova decisivo, essendo uno dei luoghi in cui la parola rischia di dissolversi più rapidamente, perdendo incisività.

La verifica passa attraverso cinque assi precisi:

  1. Necessità
  2. Attrito
  3. Trasformazione
  4. Rischio
  5. Durata

1. Necessità

La parola poetica di un testo di Instant Poetry risponde a un’urgenza reale, oppure soltanto a un’esigenza di presenza digitale?
Se manca l’urgenza, la produzione non è ancora azione ma semplice esposizione – vetrina. Chi abita il mondo social conosce bene questa tentazione: apparire sempre, anche quando non c’è nulla di necessario da dire.


2. Attrito

Il verso si integra perfettamente nel flusso assecondandolo, oppure è capace di interrompere lo scroll, costringendo il lettore a fermarsi?
L’attrito, che non è rumore ma resistenza, comincia quando la lettura rallenta ciò che era “algoritmizzato” per scorrere veloce.


3. Trasformazione

Il testo moltiplica interazioni e like o genera spostamento interiore?
La trasformazione avviene quando il linguaggio poetico, anche impercettibilmente, modifica la postura del lettore, pur non piacendo – la trasformazione non coincide sempre e comunque con il consenso.


4. Rischio

Chi scrive è disposto ad accettare la perdita di consenso — pilastro fondante dell’algoritmo dei social?
Non c’è rischio nel consenso garantito. Il rischio è l’accettazione della perdita pur di mantenere coerenza con la propria necessità.
L’algoritmo premia la continuità e l’adattamento al sistema; la poesia, se è tale, accetta la frattura e talvolta anche il silenzio.


5. Durata

La parola è disposta a cedere visibilità in cambio di permanenza?
La visibilità è un dato quantitativo; la durata, invece, è una qualità. Un testo dura quando è capace di ritornare o di restare, non soltanto di apparire.


Se un testo di Instant Poetry soddisfa i criteri di necessità, attrito, trasformazione, rischio e durata, non soltanto può essere definito “poesia nel digitale”, ma diventa atto civile.

Perché nel luogo della massima velocità introduce una soglia. Nel flusso continuo inserisce una pausa. Nell’algoritmo chiede responsabilità.

Usare lo scroll per interrompere lo scroll significa restituire al linguaggio la sua funzione pubblica: non decorativa ma costitutiva, anche di coscienze.

In questo senso, la vera Instant Poetry non è quella che accumula interazioni, ma quella che accetta di perderle pur di restare necessaria.

Se un testo di Instant Poetry risponde a questi cinque assi — e non sarà la maggior parte — non è soltanto compatibile con il criterio dinanimista, ma assume una responsabilità pubblica.

È restituendo peso alla parola nel mondo del flusso continuo che la poesia torna a essere azione. E non è affatto scontato.

Quando l’amore diventa debito: la pericolosa retorica della fusione madre-figlio

Quando l’amore diventa debito: la pericolosa retorica della fusione madre-figlio

Quando l’amore diventa debito:
la pericolosa retorica della fusione madre-figlio.

Che cosa stiamo dicendo, oggi, quando parliamo di amore tra genitori e figli?

E quale idea di crescita trasmettiamo quando rappresentiamo la vicinanza come condizione di sopravvivenza?

Mi è apparso sui social un post che riporta l’immagine di una madre e una figlia adolescente abbracciate strette strette. I volti sono accostati, quasi sovrapposti. La postura non suggerisce soltanto affetto: suggerisce continuità, assenza di scarto, quasi una coincidenza tra i due corpi.

La scritta sottostante la foto afferma:
«Uno studio dimostra che più tempo trascorri con tua madre, più a lungo lei vivrà».

Non rilancio l’immagine né la fonte. Ciò che merita attenzione è la struttura del messaggio.

Non si tratta di un semplice invito alla vicinanza. Viene introdotto un nesso causale preciso: la vita della madre dipenderebbe dalla presenza del figlio. La sopravvivenza dell’Altro viene posta in relazione diretta con la disponibilità del soggetto.

Che cosa implica, simbolicamente, una simile affermazione?

Quale posizione assegna al figlio?

Può un soggetto costruire la propria autonomia se l’allontanamento è implicitamente associato a un rischio per l’altro?

L’amore viene trasformato in garanzia vitale. La relazione diventa condizione di sopravvivenza. Si insinua così un dispositivo silenzioso ma potente: separarsi non è più un passaggio naturale della crescita, ma una potenziale minaccia.

In questa logica, l’autonomia può essere vissuta come colpa. L’indipendenza come abbandono. Il movimento verso l’esterno come sottrazione.

Non è un caso isolato. Questa idealizzazione della continuità assoluta attraversa molte narrazioni contemporanee sulla genitorialità.
Talvolta, anche alcune indicazioni divulgative — per esempio attorno al tema dell’allattamento prolungato — vengono presentate non solo come scelta possibile, ma come misura della qualità del legame. Non è la pratica in sé a essere in discussione, bensì la cornice simbolica in cui viene collocata: quando la durata diventa prova d’amore, quando il mantenimento della fusione viene implicitamente valorizzato rispetto alla progressiva differenziazione, il rischio è di confondere il bisogno con il vincolo.

Ogni processo di crescita implica una differenziazione. Diventare adulti significa poter non coincidere con l’altro, non essere il suo sostegno necessario, non farsi carico della sua esistenza. Significa riconoscere che l’altro vive della propria responsabilità.

Quando si suggerisce che il tempo trascorso insieme prolunghi la vita di una madre, si introduce un debito simbolico: io vivo perché tu resti. È un debito che non può essere saldato, perché non riguarda un gesto, ma l’essere stesso del soggetto.

Va però fatta una distinzione. Diventare adulti, autonomi, implica sempre il riconoscimento verso i genitori di un debito simbolico: ci hanno dato la vita, anche se non l’abbiamo chiesta. Questo è un dato strutturale dell’esistenza, non un ricatto affettivo. Ma cosa diversa è utilizzare quel debito come leva nella relazione, trasformarlo in argomento implicito contro la separazione.
Se non distinguiamo questi due piani, rischiamo di confondere ciò che fonda la possibilità di crescere con ciò che può invece ostacolarla.

Quali effetti produce, nel tempo, una narrazione di questo tipo?

Favorisce legami liberi o consolida dipendenze?

Aiuta a costruire adulti capaci di relazioni paritarie o rafforza legami fondati sulla paura di perdere?

Un legame che non ammette separazione non genera autonomia. Genera cattura.

E dove non si costruiscono soggetti distinti, ma identità dipendenti, la relazione rischia di trasformarsi in controllo, paura della perdita, difficoltà a tollerare l’alterità.

Se vogliamo parlare seriamente di prevenzione — non solo della violenza esplicita, ma delle sue radici culturali e affettive — dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro il valore della separazione come condizione dell’amore, non come sua negazione.

Nessun figlio può essere posto nella posizione di garante della vita di un genitore.

L’amore che sostiene è quello che consente di andare via senza trasformare l’assenza in colpa.

In copertina: Gustav Klimt, Le tre età della donna, 1905 – particolare
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice
AI: la fine del lavoro o la fine del mondo

AI: la fine del lavoro o la fine del mondo?

AI: la fine del lavoro o la fine del mondo?

Jack Dorsey è l’informatico che ha fondato Twitter (ora X) ed è il CEO di Block, leader nei sistemi POS negli Stati Uniti. Ha annunciato il licenziamento del 40% del personale di Block, e non ha motivato la decisione con una crisi aziendale, ma con il fatto che gestire l’azienda con l’intelligenza artificiale anziché con gli esseri umani è molto più conveniente. La reazione della Borsa è stata entusiasta: le azioni della società sono cresciute del 24%. Pensa che Dorsey è considerato un filantropo, per le numerose iniziative sociali finanziate in passato: in questi tempi oscuri evidentemente la patente di filantropia scaturisce dal saldo algebrico tra benefatture e nefandezze.

Questo è solo l’esempio più eclatante e attuale di quanto sta accadendo e accadrà in molte aziende, non solo di software. La logica è elementare nella sua brutalità: la tecnologia AI progredisce molto velocemente, e rende antieconomici oppure obsoleti una quantità di lavori che fino a ieri erano svolti da umani. Antieconomici, nel caso in cui l’AI consenta di fare le stesse cose che fanno gli umani a costi molto inferiori; obsoleti, nel caso in cui l’AI consenta una gestione aziendale più rapida ed efficiente di quella fino ad oggi amministrata con collaboratori appartenenti alla specie umana. In realtà, questi due aspetti vanno rapidamente a coincidere: AI è meno costosa e contemporaneamente più efficiente.

Catastrofista? Me lo auguro di cuore, ma questa cosa non la dico io. La dicono i padri dell’intelligenza artificiale, coloro che ne hanno sviluppato e monitorato le potenzialità e i progressi, fino a rendersi conto e dichiarare che loro stessi non sono in grado di garantire né quale sarà l’evoluzione dei sistemi che vanno sotto il nome generico di AI generativa, né se riusciranno a controllarne l’utilizzo. Il primo è stato Geoffrey Hinton, ormai più di due anni fa. Hinton è un informatico che ha iniziato ad allenare le reti neurali artificiali già 50 anni fa. Nel 2023 si è dimesso da Google per poter lanciare liberamente il seguente appello pubblico:  “Mitigare il rischio di estinzione (del genere umano) a causa dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale insieme ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare“. Chiaro, semplice, comprensibile, drammatico. E’ come se Hinton avesse detto: il sistema che ho contribuito a creare non lo controllo più, è lui che può controllare me. E’ un upgrade dell’allarme che Szilard ed Einstein diffusero nel 1939 sul programma atomico della Germania nazista: in quella circostanza, i due fisici suggerirono al presidente USA Roosevelt di intensificare le ricerche dei “buoni” per contrastare e anticipare il progetto militare dei cattivi. Da lì nacque il progetto Manhattan di Oppenheimer. A posteriori, sappiamo chi furono gli unici – fino ad oggi – a utilizzare la bomba atomica contro esseri umani innocenti: furono i “buoni”, sulla popolazione di Hiroshima e Nagasaki (Einstein ammise che quell’appello fu il più grande errore della sua vita, e divenne in seguito un grande sostenitore del disarmo nucleare). La differenza è che Hinton non lancia l’allarme contro un nemico esterno: dichiara che la sua creatura può diventare il suo nemico, e il nemico dell’umanità. Un nuovo mostro di Frankenstein, con la differenza che la creatura mostruosa era frutto dell’ immaginazione della scrittrice Mary Shelley, mentre l’intelligenza artificiale generativa è reale.

 

 

Poi ci ha messo il carico Matt Shumer, giovane imprenditore di un’azienda che sviluppa un software di assistenza alla scrittura basato sulla AI. Dopo aver provato le ultime versioni di Claude, l’AI di Anthropic, e GPT di OpenAI, Shumer ha scritto un post intitolato Something Big is happening (qui il testo integrale) divenuto ipervirale, recante tra le altre la seguente affermazione: «dico all’AI cosa voglio, mi allontano dal computer per quattro ore e, al mio ritorno, trovo il lavoro completato. Fatto bene, fatto meglio di come l’avrei fatto io, senza bisogno di correzioni». Questa in effetti non sembra la rappresentazione di un assistente: questa è la descrizione di un professionista autonomo (dagli umani). Altra affermazione di Shumer è che alla domanda su quale tipo di lavoro intellettuale umano verrà messo in pericolo, la risposta è tutti. Nel medio termine, niente di ciò che si può fare con un computer non potrà farlo l’AI. «L’AI non sta sostituendo una competenza specifica. È un sostituto generale del lavoro cognitivo. Migliora in tutto simultaneamente».  Secondo Shumer, le successive versioni delle AI sono ab origine concepite in modo di automigliorarsi da sole, senza bisogno dell’intervento umano. Come si usava dire di un animale particolarmente intelligente, “gli manca la parola”: ben presto, alla AI, secondo l’apocalittico post di Shumer, non mancheranno nemmeno empatia e capacità di provare emozioni – si tratta di vedere quali. Lo scarto, rispetto alle precedenti evoluzioni della tecnologia, sembra essere: in passato l’umano doveva almeno apprendere le tecniche di utilizzo di un software (o di un hardware contenente un software) per averne un beneficio. Da ora in avanti, non ci sarà bisogno di imparare a usare l’IA: basta darle un compito e fa tutto da sola, più rapidamente e meglio di un essere umano.

Se tutto questo non fosse già abbastanza inquietante, ci pensa il Pentagono del deficiente Hegseth a gelarci il sangue. La storia in breve è questa: il biofisico Dario Amodei se ne va da OpenAI perché l’azienda non accetta di inserire limiti etici in materia di utilizzo dell’AI in materia militare e di sicurezza. Fonda una nuova azienda, Anthropic, dandole la veste giuridica di Public Benefit Corporation, cioè un’ impresa certamente a scopo di lucro, ma che combina il profitto con uno specifico beneficio pubblico definito legalmente, come la sostenibilità ambientale, l’istruzione o il bene sociale, e con dei precisi limiti etici. Il suo braccio destro umanistico è Amanda Askell, la filosofa che ha scritto l'”anima” di Claude.

 

 

Claude è l’AI di Anthropic. Il lavoro di Askell, come ha scritto il Wall Street Journal, è “insegnare a Claude come essere buono”. Il 27 febbraio 2026 Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono che chiedeva di rimuovere i limiti di Claude sull’ utilizzo di armi autonome (tipo i droni) e sulla sorveglianza di massa (tipo quella che Palantir esercita sui cittadini americani al servizio delle nefandezze di ICE, o per tracciare i movimenti dei palestinesi e ammazzarli mentre rientrano nelle loro case).  Per tutta risposta, Trump ha ordinato di bannare Anthropic da tutte le agenzie del governo federale che lo usano. Amodei ha risposto: “Nessuna intimidazione cambierà la nostra posizione.” Intanto migliaia di consumatori stanno migrando da OpenAI a Claude (che fino a ieri non funzionava: misteri del web o ritorsioni immediate?)

Claude è oggi un asset strategico: sembra infatti l’unico modello di AI disponibile nei sistemi più riservati dell’esercito statunitense ed è considerato quello con le migliori performance nelle attività di intelligence. Il Pentagono ha un contratto da 200 milioni di dollari con Anthropic.  Ma essere geniali e possedere una morale è un problema. Se sei un genio e crei qualcosa di geniale, devi permettere al potere che ti paga profumatamente di utilizzare questa creazione senza alcun limite etico. Altrimenti sei fuori, come in The Apprentice. In questo agghiacciante, brutale scenario deumanizzato, sapere che la differenza tra una AI cattiva e una buona dipende da una filosofa e non da un ingegnere costituisce una paradossale, grottesca speranza per una specie, quella umana, che ha smarrito il senso di sè. 

Quello che l’avvento dei sistemi di AI prefigura, richiama l’immagine di qualcuno che sta segando il ramo dell’albero sul quale è seduto. Questo qualcuno potrebbe essere il sistema del capitale consumista. Se tu non utilizzi più il lavoro delle persone che, in misura maggiore o minore, acquistano e consumano le cose che produci, i casi sono due: o continui a pagarle anche se non utilizzi più la loro capacità di lavoro, oppure lo Stato deve pagarle al posto tuo. Nel primo caso devi rinunciare a una parte consistente dei tuoi utili (ma allora a che scopo sostituire gente quando devi continuare a pagarla?); nel secondo caso, lo Stato deve tassare molto maggiormente di adesso i tuoi profitti, per finanziare la sussistenza dei consumatori che restano senza impiego – e la sussistenza consumistica non è paragonabile a quella del post dopoguerra.

Sembrerebbe la miccia ideale per innescare una metamorfosi radicale del capitalismo consumistico. Non certo una sua estinzione: tutte le volte, nella storia moderna, in cui eventi eccezionali hanno fatto pensare alla caduta del sistema, il sistema ha trovato il modo di autorigenerarsi. Certo, negli ultimi trent’anni il sistema si è rigenerato ampliando il crepaccio tra i pochi ricchissimi e i tantissimi sopravviventi, ma comunque ha consentito al grosso della popolazione del cosiddetto occidente avanzato, e anche ai popoli dei paesi BRICS, di avere i mezzi economici, procurandoseli spesso a debito, per consumare i beni e i servizi prodotti. Il raggelante e suggestivo interrogativo che l’avveramento delle previsioni apocalittiche sull’AI pone, è proprio questo: come il sistema provvederà a finanziare i consumatori (cioè tutti noi) che rimarranno progressivamente privi di denaro, classicamente inteso come lo scambio tra la prestazione di manodopera e il salario (poco o tanto che sia).  A meno che, naturalmente, tutto questo gigantesco problema non venga derubricato dal subentrare di un’emergenza peggiore in quanto esistenziale, quale la deflagrazione su scala globale della terza guerra mondiale: la prima con un pianeta Terra foderato di armi atomiche.

 

 

Cover image Zol Tan from Pixabay

Appunti sul Nuovo Mondo che ci aspetta. E' sempre più nero, ma si tinge di nuovo

Appunti sul Nuovo Mondo che ci aspetta. E’ sempre più nero, ma si tinge di nuovo

Appunti sul Nuovo Mondo che ci aspetta. E’ sempre più nero, ma si tinge di nuovo

Due libri ci aiutano a capire perché fatichiamo a capire come sta cambiando il mondo. Il primo è di Pino Arlacchi (La Cina spiegata all’Occidente, ed, Fazi, 2025 pag. 520, 20 euro), il secondo è di Luca Ciarrocca (L’anima nera della Sillicon Valley, ed. Fuoriscena, 2026, pag.295, 19,5 euro).

Arlacchi, sociologo, già collaboratore e amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino, è stato a lungo direttore esecutivo del programma anti-droga dell’Onu e studia la Cina da 50 anni.
Ci dà un quadro oggettivo non solo della millenaria civiltà cinese ma delle caratteristiche attuali che sono quelle di un “socialismo di mercato” dove lo Stato guida il mercato producendo prosperità. Ha eliminato 850 milioni di poveri ed è già leader mondiale in metà delle principali 64 tecnologie, per cui gli Stati Uniti la considerano il nemico contro cui combattere, per non perdere la leadership sul mondo nel XXI secolo.

Per questo molti temono una guerra tra i due titani, ma secondo Arlacchi non ci sarà per tre buone ragioni. La Cina non ha una cultura espansionista (al massimo ingloberà Taiwan), non vuole una guerra con gli Stati Uniti e sa bene che il tempo delle guerre aperte (invasioni di altri Stati, come la Russia con l’Ucraina) non sono possibili, infine perché là dove ci sono popolazioni contrarie ad essere invase nessun esercito può prevalere. La Russia infatti può portarsi a casa Crimea e Donbass in quanto zone russofone.

La Cina diventerà invece un leader mondiale e il suo successo economico sarà anche sociale.
Ciò rischia di mettere in crisi il modello americano di “democrazia” neoliberista che è in piena crisi. Non si sta rivelando vera infatti la previsione dell’economista Daron Acemoglu (premio Nobel 2024, per molte altre considerazioni molto apprezzabile) che ha scritto, in Perché le nazioni falliscono, dell’inevitabile rallentamento cinese, in quanto, secondo lui e l’altro autore (James Robinson), solo un sistema capitalistico a democrazia liberale (e con forti connotazioni sociali) può produrre prosperità.

Il problema è che gran parte degli economisti ed esperti occidentali sono figli di una cultura accademica e di teorie che sempre più spesso impediscono di leggere ciò che accade nella realtà, perché la realtà non conferma le teorie che hanno studiato. La regina Elisabetta chiese alla London School nel 2008 come mai solo 6-7 economisti su 20mila avessero previsto la crisi devastante dei sub prime.

Lo stesso motivo per cui Draghi & C. non capirono che la Russia non sarebbe crollata con le sanzioni da lui proposte, nonostante avesse un PIL pari al 10% di tutto l’Occidente.
Il fatto è che l’economia dominante si proclama “neutrale”, ma in realtà copre spesso scelte ideologiche ed espelle dalle sue analisi storia, diritto, il ruolo del conflitto sociale, la cultura, etc.. Un altro esempio è aver sostenuto per decenni nella UE privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati, austerità (Germania in testa) e oggi il suo contrario, che si può aumentare la spesa pubblica a sostegno del mercato interno (sia tedesco che europeo) per il riarmo, ma non per innovazioni green, clima o case popolari. Così come aver sostenuto tassi zero come BCE per tanti anni o che federare i portafogli (moneta e mercati) avrebbe federato i cuori, creando gli Stati Uniti d’Europa o che i dazi di Trump avrebbero prodotto un’inflazione gigante.

Luca Ciarrocca analizza invece biografia, idee e successi di Peter Thiel, forse il modo migliore per capire in profondità perchè la svolta americana di Trump durerà. Thiel è un giovane studente di Stanford diventato miliardario dal niente, investendo come venture capitalist su business di successo (da Paypal a Palantir). Laureatosi in filosofia, sin da quando era studente, ha fondato Stanford Review con idee di destra anti-sistema contro il capitalismo liberal americano degli ultimi 30 anni che non difende a sufficienza la cultura occidentale, che ha prodotto de-industrializzazione, debito pubblico e deficit commerciale e fatto crescere la Cina come nuovo gigante. Le sue idee sono alla base del successo del movimento MAGA e potrebbero reggere a lungo, al di là dello stesso Trump.

Cosa contestava in sintesi Thiel? Un’America dove l’ideologia dominante era quelle delle università e dei media (entrambi dominati dalla cultura dei Dem) che stava gradualmente indebolendo gli Stati Uniti economicamente in quanto imponeva regole e tasse agli innovatori, credeva nella concorrenza, nell’inclusione delle minoranze con università e media che sostenevano idee conformiste di democrazia liberale e cultura woke, sanzionando coloro che avevano idee eterodosse (come le sue), per esempio che si fa successo seguendo le tappe classiche: prima ti laurei, poi lavori negli studi o imprese migliori, rinunciando alle proprie idee da innovatore.

Per questo ha creato una fondazione che investe sui giovani di talento da cui sono usciti molti miliardari tra cui quel Vitalik Buterin di Ethereum (una criptovaluta da 400 miliardi capitalizzazione).

Thiel oggi è diventato non solo uno dei più autorevoli innovatori nel mondo digitale (Palantir è l’azienda leader mondiale sul controllo e la sorveglianza che vende il suo software a Pentagono, Cia, Israele etc.), ma ha una rete segreta di imprenditori, banchieri, venture capitalist, politici bi-partisan (repubblicani e democratici) che discutono in segreto (Dialog) per influenzare le principali scelte dell’Amministrazione Trump.
Altro che Gruppo Bilderberg che almeno pubblica sul suo sito la lista dei partecipanti. Dialog è uno dei tanti gruppi segreti (ma il più efficace) che orienta le politiche dei Presidenti degli Stati Uniti (di oggi e di domani) e che costruisce infrastrutture private (come Palantir, Starlink,…) che diventano il cuore dello Stato.
Noi ci lamentiamo di città cinesi dove si sperimenta il controllo sociale a punti, ma già oggi Palantir profila tutti noi. E James David Vance, prossimo candidato a presidente, è una totale creazione di Peter Thiel.

Il che mostra che nelle democrazie occidentali i politici sono ormai esecutori di linee guida di gruppi finanziari e tecnologici che puntano a creare le condizioni ideali per i loro business e per battere chi cerca di minare sia le loro posizioni monopolistiche, sia la leadership mondiale degli Stati Uniti da cui traggono linfa. Ecco perché Cina (ma anche UE) sono nemici esistenziali. L’economia dell’America, se vuole essere vincente, si dovrà basare – secondo Thiel- su grandi monopoli di tecnologie avanzate e Intelligenza Artificiale, tasse minime, niente regole all’innovazione, sistemi di controllo di massa segreti (per prevenire immigrazione illegale, criminalità, oppositori).
L’Anticristo (Thiel usa queste espressioni da finto cristiano e cita passi biblici) si mostra come chi vuole redistribuire la ricchezza con più tasse e più welfare, imporre regole agli innovatori, vincoli ambientali e burocrazie (…comunisti o progressisti).

Un’ideologia di destra che vuole un’autocrazia verniciata di democrazia, basata su nuove tecnologie & Intelligenza Artificiale, criptovalute, distruzione di contrappesi legali o controlli bancari e una privacy limitata a chi governa.
Anche quando Peter Thiel inventa nel 1998 PayPal a 32 anni (insieme al polacco Nosek e all’ucraino Max Levchin, l’ingegnere che scrive il codice e inventerà il sistema antifrode che in futuro sarà la chiave per Palantir), l’idea non è tanto migliorare i pagamenti ma creare una nuova valuta mondiale e un nuovo monopolio (che non riuscirà in quanto sono più forti Visa e Master-card).

Per arrivare al cuore delle Istituzioni bisogna però anche coinvolgere chi conta (politici), per questo servono relazioni e un populismo come ideologia “sottostante” che trovi ampi consensi tra i poveri e operai che vogliono soldi e sicurezza (fuori gli immigrati illegali) da “vendere” ai politici di destra insieme alle proprie tecnologie di sorveglianza (per fare soldi) e criticare i limiti della società liberal dem che promette una prosperità che non arriva mai (anzi). Temi veri, ma la cui risposta (di destra) per poveri e operai è peggiore della ricetta Dem.

Un approccio libertarian right che ha visto questi innovatori, geniali, furbi, immersi in un mondo solo tecnico dove l’orizzonte è solo successo e soldi (e sesso, vedi la rete Epstein, che investe 40 milioni in Valar Ventures, fondo finanziario di Peter Thiel, fonte New York Times).
Thiel, uno dei pochi che ha studiato filosofia, dà profondità ad un pensiero di destra tra alta filosofia e misticismo (seppure satanico) ad americani (ricchi, potenti, suprematisti) che non hanno ancora capito che esistono altre culture, che l’uomo non è una macchina, che esiste la spiritualità e l’umanesimo e che non si può governare il mondo con un gruppo elitario dei “migliori” che tutti sorveglia per farlo “funzionare” al meglio.

L’oro del futuro non è quello materialista dei lingotti o dei profitti, ma quello che fa fiorire gli esseri umani come creatori e non come massa amorfa da sorvegliare.
Ciò che interessa a Thiel non è se un prodotto è buono o serve, ma “se funziona”. Per Thiel siamo minacciati da un governo mondiale che controlla tutti. Un giornalista gli chiede: “ma non è lei l’Anticristo di cui parla visto che possiede l’azienda leader nella sorveglianza?”.
Il pericolo di manipolare coi media e AI e sorvegliare milioni di individui è reale, una forma di “fascismo” molto più concreta dei nostalgici del ventennio.

Idee di destra, di “fascismo digitale”, funzionaliste, di potenza, controllo e segretezza di un mondo dove ci sono pochi vincenti e molti perdenti, che fa scivolare l’America in un assetto autocratico, in contrasto con l’umanesimo (se ancora c’è) europeo.
Per questo come disse Nietzsche “E se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso finirà col fissare dentro di te”. Non sarà semplice quindi per l’élite UE stare alleati con gli americani (anche con chi verrà dopo Trump).

In copertina: Caricatura di Peter Thiel – https://www.flickr.com/photos/donkeyhotey/54074892844

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Epstein files ... scienza e transumanesimo

Epstein files … scienza e transumanesimo

Epstein files … scienza e transumanesimo

Vado per intuizione. Così è stato quando per la prima volta mi sono imbattuta nel tema della maternità surrogata; parliamo di più di 10 anni fa. Quando incrociai questo tema fu come ricevere un pugno nello stomaco. Un urlo uscì dalle mie viscere, era chiaro e netto: questa pratica era una pratica disumana che cancellava alle sue radici il senso stesso di essere umano. Fu una rivelazione anche del mondo in cui abitavo e vivevo. Com’era possibile che si fosse andati così avanti in queste ricerche mediche, in queste pratiche senza che l’opinione pubblica si fosse realmente accorta di dove tutto ciò l’avrebbe portata?

Scrissi  un romanzo Il mio nome è Maria Maddalena (Marlin editore, 2019) perché sentivo che la verità ancestrale dei corpi (in particolare dei corpi delle donne) doveva trovare spazio  e voce dentro l’oscurità che avvolgeva il dibattito “ progressista”  sulla maternità, sulle nuove famiglie, sulla costruzione ingegnerizzata dell’essere umano come frontiera positiva per la sicurezza e la salute dei futuri umani (o forse sarebbe meglio dire transumani).

La tesi di fondo del romanzo è proprio che l’Occidente, che progressivamente ha tagliato il suo legame con la sacralità della natura, ha scelto di trattare i corpi delle donne con la stessa  visione estrattivista che ha riservato alla natura e ha convinto le donne che il loro materiale biologico e il loro servizio riproduttivo ha un valore economico  che varia a seconda dei geni  e delle caratteristiche biologiche  di cui sono portatrici inserendole nella logica di  mercato  come beni da cui estrarre ricchezza.

L’intuizione del romanzo  è che la via della salvezza  è tutta racchiusa nella saggezza dei popoli indigeni che non si sono mai disconnessi dalla  Sacra Natura (“Il concetto del continuum”  di Jean Liedloff); è lì che dobbiamo tornare a guardare anche se le èlite non lo vogliono affatto.  La certezza raccapricciante invece è che l’eugenetica  non è mai sparita dai laboratori  di ricerca degli scienziati dei nostri tempi.

Per raccontarla in maniera positiva si è detto che era non solo conveniente ma bello e giusto, per la società occidentale,  spostare la riproduzione dentro ai laboratori e ottimizzare  la capacità riproduttiva  dei corpi delle donne  e, contemporaneamente,  si è dato valore sempre di più alla narrazione che  i corpi  sono come macchine a cui è sempre possibile sostituire il pezzo danneggiato e che la biologia si può forzare, che la differenza tra uomo e donna non è poi così netta  (cultura Woke). “Gli uomini possono rimanere incinti?”, domanda posta da un senatore americano  in una commissione, avvenuta solo un mese fa sugli effetti avversi di un farmaco abortivo; e la ginecologa chiamata a rispondere che esita e poi dice “io mi occupo di persone con diverse identità di genere…” . La domanda più volte ripetuta non ha trovato risposta (vedi Qui il video)

Una verità scientifica incontrovertibile che diventa paradossalmente il campo di manipolazione del pensiero perpetuata dalla Scienza stessa. L’ingegnerizzazione della natura,  gli OGM,  i brevetti sui semi delle piante ,  le distese di monoculture, gli esperimenti di  clonazione di animali e i semi ingegnerizzati, sono stati tutti i passi necessari  per giungere a colonizzare i corpi umani e a rendere accettabile ciò che mai avremmo accettato.

Oggi con le rivelazioni degli Epstein files sappiamo che scienziati e persino premi Nobel, tutti facevano la fila per ricevere da lui fondi e favori . Sappiamo che Epstein aveva una vera ossessione per il transumanesimo e l’eugenetica,  che perseguiva l’idea di “migliorare” la razza umana attraverso la manipolazione genetica e la riproduzione selettiva.
Sappiamo che chiese a Virginia Giuffrè di fargli da madre surrogata – cosa che poi non si realizzò- . Si vocifera anche che volesse trasformare il suo ranch  in un “baby ranch” dove mettere incinte donne per diffondere il suo DNA e creare una così detta “super razza”.
Di certo  sappiamo che ha finanziato con tantissimi soldi moltissimi progetti di ricerca in diversi ambiti delle scienze e che, nonostante la condanna di pedofilia del 2008, molti personaggi influenti del mondo della politica, della scienza,  rappresentanti di grandi organizzazioni mondiali hanno continuato a frequentarlo e a dibattere con lui sui grandi temi dell’umanità.

Dunque quell’urlo viscerale che uscì dal mio ventre più di 10 anni fa è la prova che il mio corpo rifiutava una visione del mondo meccanicista  e forse intuiva che quella visione di mondo  era ancorata a un processo di disumanizzazione  lento ma progressivo che affondava le sue radici nel secolo scorso e che è proseguita indisturbata grazie alla cinica e perversa manipolazione del pensiero collettivo da parte di pochi bilionari definiti Filantropi da un sistema ad essi collegato e dimostra che tutte le istituzioni occidentali in cui credevamo, non avevano gli anticorpi per resistere a un’ideologia frutto di un pensiero malato, perverso e davvero agghiacciante: il transumanesimo.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/m_wie_moehre-31883482/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8338691″>M_wie_Moehre</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8338691″>Pixabay</a>

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Stella Stellina, la notte si avvicina (e forse è già arrivata)

Stella Stellina, la notte si avvicina (e forse è già arrivata)

Stella Stellina, la notte si avvicina
(e forse è già arrivata)

Leggete, ascoltate, guardate. Non c’è molto da dire, chiunque (anche tu che giuri di no) ha passato qualche minuto in compagnia di Sanremo 2026. Sul tema hanno fatto esercizio sociologi e massmediologi. Io non ci provo neppure.

Mi viene solo da dire, guardando anche al vincitore, che l’Italia e gli italiani non vogliono guardare avanti. O piuttosto non possono, e preferiscono una canzone di sessant’anni fa, quando il 68 era ancora da venire e le “ugole d’oro” si moltiplicavano come conigli e ci scassavano i timpani.

Invece no, in mezzo a tutto, in mezzo a questa fiera della dimenticanza, le parole, la musica e la voce di Ermal Meta. Stella Stellina è una canzone bellissima. E qualcosa di più. Quel di più che oggi è sempre più soffocato.
Leggete, ascoltate, guardate. Non serve aggiungere altro.

Stella Stellina

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Ho trovato la tua bambola
Mi è sembrato di vederti ancora
Eri così piccola
La stringevi fino a sera
È passata già un’eternità
O solamente un’ora
Da quando nel cielo una nuvola
Risale dalla tua casa
Dalla mia casa

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Ho cercato di strapparmi il cuore
Perché senza non si muore
Ma ho avuto paura nel mentre
Di non sentire più niente
Ho pensato anche di scappare
Da una terra che non ci vuole
Ma non so dove andare
Tra muri e mare non posso restare

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Fiori in un cortile con le pietre intorno
Come le farfalle hai vissuto un giorno
Figlia di nessuno, melodia di un canto
Quello della gente che ti ha amato tanto
Oh, mia bambina, la notte è nera nera
La rabbia e la preghiera non basteranno più
Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu
Non ti ho dimenticato
Aspetto il tuo ritorno
Come le farfalle
Hai vissuto solo un giorno

Il video ufficiale della canzone (Sanremo 2026):

La mia ninnananna per Gaza:

Cos’è una bestemmia

https://www.facebook.com/reel/1509674387833988

In Copertina Ermal Meta – Foto e testo da ON AIR Chiacchiericcio

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OCCHI COLOR ONICE

OCCHI COLOR ONICE.
Un racconto liberamente tratto da storie ascoltate degli ex abitanti del grattacielo

OCCHI COLOR ONICE

Un racconto liberamente tratto da storie ascoltate degli ex abitanti del grattacielo.

Abitavo nella torre B del grattacielo, la prima ad essere stata sfollata, ricordo molto bene la paura di quella notte, le grida, il fumo che saliva e saturava le scale. Ho avuto il terrore di perdere mia figlia, la cosa più preziosa. Fortunatamente ne siamo usciti illesi e ci siamo abbracciati forte, non dimenticherò mai quell’abbraccio che è durato un tempo infinito.

Mia figlia è bellissima, ha lunghi capelli neri, come solo le donne del mio paese hanno la fortuna di avere, i suoi occhi ricordano due pietre di onice anch’essi nerissimi e intensi. Da padre mi sento fiero ed orgoglioso, credo che sia la migliore cosa che ho fatto nella vita.

Sono venuto via dal mio paese perché volevo darle un futuro migliore, ho lavorato sodo per molti anni e finalmente adesso ho un contratto regolare di lavoro, che mi ha consentito di accedere ad un mutuo per comprare casa.

Nel mio paese d’origine la vita è molto difficile e una quotidiana battaglia contro povertà, mancanza d’istruzione e la sanità è carente. Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiungono condizioni climatiche estreme, caratterizzate da frequenti alluvioni ed epidemie.

Credevo di essermi lasciato il peggio alle spalle, ma ora devo affrontare nuovamente una prova molto dura, devo trovare la forza di di rialzarmi. Devo farcela, non per me, ma per quei meravigliosi occhi color onice.

Cover: blog.cliomakeup.com

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Il ministro della difesa personale

A pensarci bene / Il ministro della difesa personale

A pensarci bene: Il ministro della difesa personale

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Il ministro della Difesa rientra.
Non nel silenzio delle crisi vere, ma annunciandolo. Specificando. Giustificandosi.
Rientra con un aereo militare.
Ma attenzione: l’aereo militare non è un privilegio, è un sacrificio.
“Guardate quanto senso dello Stato”.
Il biglietto se lo paga da solo.
Siamo passati dalla geopolitica alla ricevuta fiscale. Dalla sicurezza nazionale allo scontrino.
Non “cosa è successo”. Non “come mai non sapevamo”. Non “chi non ci ha informati e perché”. No.
Il tema è: sono seduto sull’aereo dal lato passeggero.
Il ministro della Difesa di un paese del G7 si è trovato nel mezzo di un’escalation globale totalmente ignaro. Ma guai a dirlo. Chi lo fa è “vergognoso”, “basso”, “polemico”.
“Il solito povero comunista”.
È la politica trasformata in difesa personale. La strategia sostituita dal tono offeso. Il ruolo istituzionale ridotto a stato d’animo.
La sicurezza nazionale è una questione emotiva. Conta come ti senti. Conta se ti sei offeso. Conta se qualcuno “ti attacca”.
La guerra può aspettare.
Come le dimissioni.
Perché nel frattempo sono arrivate le richieste. Chiarissime.
“Si deve dimettere.”
Ma qui avviene il solito miracolo italiano. Il punto più alto della nostra politica: non succede nulla.
Nessuna spiegazione istituzionale.
Nessuna assunzione di responsabilità.
Nessun passo indietro.
Solo resistenza. Tenuta. Occupazione del posto.
Perché oggi il ruolo non è più un servizio. È una proprietà. Una cosa che “Boia chi Molla”.
La poltrona imbullonata al destino.
C’è stato un tempo lontano in cui la responsabilità era reale. In cui chi rappresentava lo Stato sentiva il peso della sua funzione.
Davanti a una crisi, invece di spiegare come aveva viaggiato, avrebbe spiegato perché.
E se non avesse potuto farlo, si sarebbe fatto da parte. Per rispetto.
Perché dimettersi non significava ammettere una colpa penale, ma riconoscere un limite politico.
Oggi no.
Oggi il limite non esiste. Esiste solo l’offesa. La polemica. Il fastidio per chi osa chiedere conto.
Così il ministro rientra. Le dimissioni restano all’estero. Bloccate anche loro. Forse nello stesso aeroporto.
E il Paese assiste, inerme ma abituato, a questo spettacolo surreale: un governo che rivendica sovranità mentre dimostra di non sapere, di non decidere, di non contare niente.
Ma di restare. Sempre.
In Italia la vera stabilità è l’immobilità morale.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
In copertina: Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) con Giorgia Meloni (Forza Italia) – foto Wikimedia Commons 
1.111 giorni... di un pessimo governo

1.111 giorni… di un pessimo governo

1.111 giorni… di un pessimo governo

Dopo più di 3 anni in cui è in carica il governo Meloni, vale la pena svolgere alcune considerazioni sulle scelte che esso ha compiuto e sulle prospettive che stanno di fronte a noi.

La politica estera

Per provare a fare una sintetica panoramica, si può dire che in politica estera il governo di destra si sta muovendo dentro una logica di accompagnamento e subalternità alle scelte di Trump e di un certo equilibrismo all’interno dell’Unione Europea, ma provando – sempre in sintonia con Trump- a far avanzare un’idea di Europa delle nazioni, al di fuori di qualunque approccio che guardi al suo rafforzamento come soggetto politico ed economico unitario.

Basta riflettere sul fatto che, nel cosiddetto Board of Peace per Gaza, l’Italia siede come “osservatore”, in completo sfregio del dettato costituzionale, in compagnia solo di Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Cipro con riferimento all’insieme degli Stati europei. Oppure, che il tanto celebrato e enfatizzato asse italiano-tedesco si risolve, in realtà, in una sorta di accodamento alla Germania, assecondando quest’ultima, sul piano politico, nel suo tentativo di creare una nuova maggioranza europea basato sui Popolari e la destra “presentabile” (sic!) e, sul piano economico, a candidarsi come subfornitrice della struttura produttiva tedesca, volta a rilanciare il riarmo e la conversione verso l’industria bellica.

La politica economica e sociale

Sul piano delle politiche economiche e sociali, il governo Meloni procede seguendo una linea di galleggiamento dell’esistente, con risultati decisamente poco brillanti e che segnano un peggioramento delle condizioni di vita e lavoro di gran parte della popolazione: la crescita è quasi ferma, la produzione industriale cala, i salari ristagnano quando non vanno indietro rispetto all’andamento inflazionistico.
La stessa crescita occupazionale è legata in grande parte alla permanenza al lavoro degli ultracinquantenni, dovuta alla controriforma delle pensioni derivante ancora dalla legge Fornero, che non è stata modificata, e al rilancio di settori “poveri”, come il turismo e il commercio, che, peraltro, generano occupazione precaria e a basso reddito.

La repressione del dissenso

Dove, invece, il governo ha accelerato lo si riscontra sul terreno della gestione del consenso e della repressione delle voci che lo contrastano. Qui, anche grazie al controllo dell’apparato mediatico, vediamo all’opera, con una certa abilità, da una parte, un tentativo di costruire una narrazione che fa leva sulla “rinascita” dell’Italia e sul rafforzamento delle paure e delle difficoltà del vivere quotidiano, incitando all’individualismo e alle rottura sociale. Un impasto che mette insieme, in sequenza, esaltazione del ruolo nazionale alle Olimpiadi e spettacolo del festival di Sanremo, amplificazione del fenomeno migratorio e della criminalità diffusa, derubricati soprattutto come questioni di “cronaca nera”, innalzamento del conflitto sociale e della sua rappresentazione.

Dall’altra parte, è in campo una stretta feroce nei confronti di chi dissente: non solo i decreti “sicurezza”, ma una serie di azioni
di carattere intimidatorio che vogliono essere segnali ben precisi in questa direzione.
Abbiamo visto, nell’arco di pochi giorni, l’iniziativa promossa dalla lista di destra per far denunciare gli insegnanti reputati di sinistra, con un’idea di costruire una vera e propria lista di proscrizione, siamo passati attraverso gli avvisi di garanzia per i medici di Ravenna, con metodi inaccettabili, per non aver certificato l’idoneità di 34 immigrati stranieri a essere deportati ad un Centro di Permanenza per il Rimpatrio.

Non c’è bisogno di richiamare l’attacco ai magistrati “ politicizzati”, di cui ogni giorno abbiamo testimonianza.

Soprattutto quel che colpisce è il tentativo di attaccare e delegittimare ogni iniziativa di mobilitazione e protesta: arrivano denunce per molti attivisti che hanno partecipato alle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e persino avvisi di garanzia – caso inedito ma proprio per questo ancora più allarmante – agli organizzatori dei sindacati metalmeccanici di Bologna per aver bloccato la tangenziale nel giugno scorso per sollecitare il rinnovo del loro contratto nazionale.

Il punto più alto di quest’intenzione è stato messo in campo dopo la manifestazione di Torino del 31 gennaio a sostegno del centro sociale Askatasuna: lì si è preso spunto dagli scontri verificatosi al termine di un imponente corteo e dall’inaccettabile aggressione ad un agente di polizia per compiere un salto di qualità.
Sul banco degli imputati, sono stati messi non gli aggressori, ma tutti i manifestanti.
Il ministro Piantedosi, intervenendo alla Camera il 3 febbraio, ha parlato non solo di una “sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”, ma ha detto esplicitamente che è bene uscire da “un’ulteriore ipocrisia riguardante la presunta differenza e distanza tra questi delinquenti e la gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici”. A rafforzare ulteriormente questa tesi aberrante, ci ha pensato la stessa Giorgia Meloni, dichiarando che “c’è un problema di mentalità sbagliata, serve un approccio più duro da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza dei cittadini”. Concetto in qualche modo confermato, nel momento in cui la stessa Presidente del Consiglio ha avuto modo di affermare che chi ha manifestato contro gli spechi e l’insostenibilità ambientale delle Olimpiadi sono “nemici dell’Italia e degli italiani”.

Insomma, è evidente che la cifra su cui il governo e la destra punta è quella della spoliticizzazione della società, del restringimento dei poteri autonomi e di controllo, a partire dalla magistratura, e della repressione del dissenso. E va riconosciuto che su questo terreno, ben di più che su quello della politica estera e delle politiche economiche e sociali, gode di un reale possibilità di tenuta del proprio consenso.

Il cammino dell’opposizione

Detto in altri termini, quello che si vuole evitare è la partecipazione e la mobilitazione sociale e politica, che viene individuata dalla destra come il vero ingrediente che può metterlo in discussione. Ben di più dell’opposizione politica che si dimostra complessivamente inadeguata a fronteggiarla. Non perché, come dice una vulgata tanto semplicistica quanto inefficace, sarebbe poco unita o incapace di esprimere una leadership condivisa, ma, in realtà, per il fatto che si presenta poco credibile agli occhi delle persone per costituire una reale alternativa alla destra.
Sul piano delle politiche economiche e sociali, è ancora fresco il ricordo di tanti anni di scelte dettate dalla logica dell’austerità che hanno contraddistinto l’esperienza dei governi tecnici e di centro-sinistra e lo scostamento attuale dalle stesse risulta essere troppo timido e percepito soprattutto come frutto di una logica di schieramento piuttosto che di una linea chiara di alternativa a quelle politiche.
Per certi versi, lo stesso si può dire dell’impostazione rispetto alla politica estera e nei confronti dell’UE, dove la giusta contrapposizione all’impostazione guerrafondaia e di rottura del diritto internazionale non sembra poggiare su un’altrettanta chiara visione di nuova collocazione e alleanze internazionali, se non di una riproposizione desueta della diversità di un modello sociale europeo, che in realtà non esiste più e, soprattutto, non ha prospettive solide.

Non parliamo poi dei temi dell’immigrazione e della sicurezza, dove la mancanza di pensiero e progetto alternativo si traduce contemporaneamente e in modo ondivago, tra subalternità alla narrazione della destra e assenza di voce.

L’ opposizione sociale

Potrebbe andar meglio guardando comunque ad un’opposizione sociale, dei movimenti e di una sinistra sociale diffusa, che continua ad essere vitale e presente, come abbiamo visto in diverse occasioni, a partire dal grande movimento di sostegno alla istanze sacrosante del popolo palestinese.
Anche qui, però, non si possono nascondere i limiti presenti: la difficoltà di dare continuità all’iniziativa e di collocarla in un quadro di proposte complessivamente alternative, un’eccessiva frammentazione del proprio dispiegarsi, soprattutto una non compiuta elaborazione dei termini dello scontro in corso. In particolare, rimane non del tutto sciolto il nodo relativo al fatto di sviluppare appieno la consapevolezza che esistono le risorse e le energie nella società per mettere in campo un’opposizione sociale diffusa e popolare, radicata nei territori e capace di porsi in una logica maggioritaria.

Rompendo lo schema per cui la lettura delle forze in campo si riduce al recinto della contrapposizione tra antagonismo e destra neofascista e sottraendosi al circolo vizioso della spirale, che il governo vuole appositamente alimentare, tra violenza minoritaria e repressione. Non si tratta, qui, di ripercorrere discussioni un po’ stantie e superate, figlie di altri tempi, ma di assumere fino in fondo, come propria esplicita collocazione, la scelta di costruire uno schieramento largo, che si esprime con un’opposizione pacifica e determinata, vista come la forma più adeguata per stare in campo nel contesto dato, come ci hanno dimostrato efficacemente le iniziative promosse dalla Sumud Flottilla e dalla città di Minneapolis contro Trump.

C’è molto lavoro da fare, sia in termini di ricostruzione di un pensiero e di un orizzonte strategico, sia nello stare in campo nelle battaglie immediate. Per intanto, costruire una forte iniziativa per far affermare il NO nella legge costituzionale contro i giudici, facendo emergere sia il contrasto a sottomettere il potere giuridico a quello politico sia il disegno di carattere autoritario generale da cui promana, può essere un buon punto di ripartenza.

In copertina: la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Tajani e Salvini – IMAGOECONOMICA da Collettiva

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Mi chiamo David

Mi chiamo David
(un racconto)

Mi chiamo David

(un racconto)

Ciao, mi chiamo David e sono un soldato, da noi tutti devono esserlo. Dobbiamo servire e difendere la nostra patria, la nostra terra, quella che Dio ci ha promesso e poi dato. Noi siamo il popolo eletto, gli uomini e le donne elette dalla religione e dal Signore. I miei bis nonni hanno subito il male estremo, quello che ci dissolse nei fumi dei camini, nei saponi dei gerarchi, che sciolse i denti d’oro per trasformarli in lingotti. Quel male estremo che voleva annientare la nostra razza, la nostra religione, la nostra storia. La mia famiglia fu venduta da un paese dell’Est ad un Kibbutz negli anni ’60. Noi rappresentiamo la democrazia occidentale in un territorio ostile, dove ogni nostro confinante vuole la nostra estinzione, vuole il nostro annullamento e noi allora combattiamo. Contro tutti, la guerra per noi non è mai finita, perché loro non avranno mai un loro Stato, la terra è nostra e per duemila anni siamo stati sparsi per il mondo, fino a quando il mondo si è accorto di noi e del male che abbiamo subito. Non ci è stato dato uno Stato per riunificarci, ci è stato dato ciò che già era nostro da sempre e per sempre. Sulla nostra terra c’erano degli usurpatori, che stiamo scacciando.

Smettetela di paragonare il nostro male al loro, non potete paragonarci ai Nazisti, noi siamo diversi, siamo stati perseguitati da sempre, ci avete identificato come strozzini e aguzzini, come quelli che avvelenano i pozzi, ma noi siamo la vostra difesa. Siamo l’ultimo avamposto orientale contro il terrore. Loro ci vogliono distruggere, mentre noi eliminiamo solo i terroristi, noi siamo un esercito con regole d’onore ferree, noi eliminiamo solo obbiettivi. Tutti su quella striscia, prima o poi saranno contro di noi, verranno nelle nostre piazze, nei nostri mercati, in mezzo alla gioia dei nostri giovani, come il 7 ottobre. E quindi noi, combattiamo solo il terrore.

Non credete ai numeri della propaganda, noi gli stiamo solo dimostrando che non possono mettersi contro di noi, loro sono sulla nostra terra e già questo li rende degli obiettivi, sensibili.

Noi abbiamo droni, abbiamo tiratori scelti, noi selezioniamo gli obiettivi, abbiamo bombardato edifici che loro utilizzavano come covi, non importa fossero scuole o ospedali. Noi siamo diversi, non parificate il nostro male al loro, non lo potete fare, noi siamo democratici, noi siamo l’occidente in casa nostra circondati da nemici.

Non stanno morendo di fame o di sete, le nostre organizzazioni portano aiuti, noi colpiamo solo chi camuffa gli aiuti con armi, colpiamo chi nasconde materiali nel cibo, noi non siamo come loro.

Non paragonate il nostro male al loro, non esiste nessun paragone possibile. Dio è con noi, sappiatelo.

Un giorno ci ringrazieranno quando potremmo accoglierli in una striscia occidentale, pulita e ordinata, con posti di blocco, per difenderci dai terroristi, e accogliere solo chi è come noi. Chi è uguale a noi.

No, non paragonate il nostro male con il loro, se no sareste i soliti antisemiti, se no vuole dire che applichereste il razzismo nei nostri confronti, come successe in Europa per mille anni.

Noi siamo a questo posto di blocco anche per voi, come fate a non capirlo, come fanno i vostri giovani, come me, a manifestare contro di noi? Perché fischiate la nostra stella? Perché ascoltate la propaganda del terrore? Lo capite o no, che noi siamo democratici, che i nostri governanti sono eletti dal popolo, che noi abbiamo la possibilità di scegliere, mentre loro no, loro sono ossessionati dalla religione. Noi non siamo una teocrazia, siamo laici, noi siamo l’occidente. Perché non lo capite.

Non potete paragonare il nostro male al loro.

BANG

Eccone un altro che stava attraversando la linea gialla.

No, non potete paragonare il nostro male, al loro. Non potete.

In copertina: Soldato del battaglione Caracal delle Forze di difesa israeliane – immagine di Flickr con licenza Wikimedia Commons

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Mi serve il tuo fianco ossuto

Per certi versi /
Mi serve il tuo fianco ossuto

Mi serve il tuo fianco ossuto

 

Mi serve il tuo fianco ossuto

Gli incubi che ti scuotono la notte

 

Mi serve ogni tuo punto di sutura

Ogni artiglio che non riesci a ritrarre

Le parole che hai schiantato nella fuga

 

Mi serve la tua chiave macchiata

La pelle d’animale con cui ti travesti

L’afrore della cattura

Della paura improvvisa

 

Non voglio dimenticare, mai

che sono un cervo scuoiato

che sono nata da incesti

 

Ho bisogno del tuo fango

quanto dell’artemisia

della tua ruta

del fuoco

 

(inedito)

 

In copertina: Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

MAGISTRATURA: COSA PREVEDE LA NUOVA RIFORMA NORDIO.
(una parodia)

LA NUOVA RIFORMA NORDIO SULLA MAGISTRATURA
(una parodia)

Buongiorno a tutti i radioascoltatori EIAR da via Arenula, sede del Ministero di Grazia e Giustizia, dal vostro inviato Romano Littorio. Ecco, per sommi capi, la nuova proposta di Legge per la riforma della Magistratura, in caso di vittoria del NO al Referendum del 22 e 23 Marzo, elaborata dal ministro Nordio e dai suoi più stretti collaboratori, i noti giuristi di fama internazionale Bernardo Gui, Tomás de Torquemada e Cotton Mather, raggiunti tramite seduta spiritica.

  1. Ripristino del Cursus honorus romano per tutti i Magistrati, da svolgersi secondo le seguenti modalità:
  • Corso monografico obbligatorio sul libro: G. Meloni, Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee, Rizzoli, Milano.
  • Tirocinio formativo sull’uso del manganello, al posto del martello di legno, presso una delle sedi di Casa Pound o, in alternativa, di Forza Nuova.
  • Sessione Live di Cluedo, della durata di 15 minuti, durante la pausa caffé.
  • Seminario di 48 ore online, in modalità sincrona non stop, tenuto da Luca Barbareschi: Come picchiare giornalisti e cameramen, fuori dal palazzo di Giustizia.
  • Lectio magistralis di Ignazio Benito Maria La Russa sul tema: Il Duce metteva la panna nella carbonara? Implicazioni legali.
  1. Nomina dei componenti del CSM secondo una delle seguenti modalità:
  • Anni pari. Secondo il principio della Rappresaglia 1 a 10. Per ogni esponente politico inquisito, verranno fucilati nove Magistrati ordinari e uno del CSM, sostituiti dai partecipanti di tutte le puntate di Forum.
  • Anni dispari. Saggio ginnico comprendente acrobazie su motocicletta, trave, salto nel cerchio di fuoco, mungitura di una mucca e schiaffo del soldato.
  • Anni bisestili. A random, direttamente dall’elenco del telefono di Crotone del 1978. Qualora non si trovi nessuno ancora in vita, si procederà digitando numeri a caso sullo smartphone, e nominando membri del CSM tutti quelli che rispondono: “Io ascolto Radio Montecarlo”.
  1. Formazione dei magistrati. Sarà affidata al nuovo reality musicale: Amici dei Togati di Maria De Filippi.
  1. Separazione delle carriere. È prevista una novità rivoluzionaria tutti i Magistrati potranno svolgere una carriera alternativa a scelta tra le seguenti:
    batterista ad Harlem,
    Croupier a Casablanca,
    Hippie in Nepal.

Infine, le istruzioni per lo svolgimento delle udienze, saranno fornite direttamente da IKEA e i verbali stilati direttamente dai collaboratori della Settimana Enigmistica.

Da vostro inviato a via Arenula per oggi è tutto. Eia Eia…

In copertina: immagine generatta tramite Raphael AI.

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ITALIANI BRAVA GENTE(?)

ITALIANI BRAVA GENTE(?)
Dagli eccidi fascisti in Etiopia alle nuove forme di colonialismo.
Domenica 1 marzo, dalle 17 – Circolo Blackstar Ferrara

ITALIANI BRAVA GENTE(?)
Dagli eccidi fascisti in Etiopia alle nuove forme di colonialismo

MOSTRA FOTOGRAFICA – INCONTRO E DIBATTITO – DJ SET REGGAE DUB
Domenica 1 Marzo – Circolo Blackstar Ferrara – dalle 17:00

Il conflitto italo-etiope ha segnato l’inizio della crisi internazionale che ha portato alla seconda guerra mondiale. Nato dalla violenta invasione coloniale del fascismo, non può non rimandare a vicende attuali, come il piano coloniale denominato “Board of Peace” a Gaza, figlio del genocidio palestinese e che vede proprio l’Italia scalpitare per un posto d’eccezione nella “gestione” della Striscia.

Parallelismi che si individuano nella distruzione provocata dal conflitto: l’invasione fascista dell’Etiopia produsse circa un milione di morti e danni ambientali e morali incalcolabili. Così come pratiche immorali e continue violazioni del diritto internazionale: uso di gas venefici, stragi, violenza, stupro, abusi sui civili e sui religiosi.

Un olocausto dimenticato, quello del popolo etiope, ma anche la storia di una grande lotta anti-coloniale e anti-fascista, oltre che un grande insegnamento di pacifismo e una grande lezione di cultura della pace impartita dall’imperatore Haile Selassie al termine del conflitto.

Proprio in questi giorni cade la ricorrenza Yekatit 12 del calendario etiope
Giornata di Lutto Nazionale nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massacri del colonialismo italiano e per questo ci proponiamo di riscoprirne la storia con l’etiopista Nicolò Matyas Tekle Selassie Bonifati, attraverso una mostra fotografica sull’invasione fascista dell’Etiopia e un incontro con dibattito sul tema.

Introduce e dialoga Franco Ferioli, attivista, ricaricatore e documentarista, insieme a cui rifletteremo sulle analogie delle pratiche coloniali e delle ferite che si lasciano dietro e sugli aspetti di quella che potrebbe essere definita l’altra metà del 25 aprile o il lato oscuro del colonialismo italiano, quello cioè con cui, noi italiani brava gente, non abbiamo mai fatto i conti.

Dj Set REGGAE/DUB a cura di Al Anárch, Clood, Edo Connection

Esposizione di artigianato etiope
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Free Entry
Circolo Blackstar
FERRARA
via Ravenna 104

Franco Ferioli ha dedicato diversi articoli ad una accurata storia del colonialismo italiano, dei suoi miti  e dei suoi crimini. Per leggerli clicca sulla rubrica Controcorrente. 

Cover: L’opera utilizzata nel Flyer è un dipinto di MATTEO DI DOMENICO

le voci da dentro. prsison songs al carcere di Ferrara

Le voci da dentro /
“Prison songs” al Carcere di Ferrara

Le voci da dentro.
“Prison songs” al Carcere di Ferrara

Non è un avvenimento comune che artisti di vario genere accettino di esibirsi gratuitamente in un carcere a favore di persone detenute ma, nelle varie occasioni in cui ciò è avvenuto a Ferrara, c’è sempre stato un arricchimento reciproco e si è sempre percepita una grande emozione, sia da parte delle persone detenute che di chi entrava per la prima volta in una prigione.

Il non sentirsi isolati dal resto del mondo, insieme a diverse altre attività, è di una importanza vitale nel percorso di rieducazione e di preparazione al rientro in società dei ristretti.

La costruzione di quel ponte fra carcere e città, di cui spesso parliamo e in cui crediamo, inizia anche da queste aperture: dall’affrontare i pregiudizi e dal superamento degli stereotipi; le attività culturali, proprio per il loro linguaggio universale, rappresentano un ottimo messaggio di vicinanza e di accoglienza.

Nel tempo, oltre agli spettacoli teatrali, alle maratone di lettura, alle presentazioni di libri, presso la Casa Circondariale di Ferrara si sono esibiti diversi musicisti più o meno conosciuti (fra questi vale la pena ricordare Teresa De Sio, l’Orchestra a plettro Gino Neri, il gruppo Ferrara Gospel Choir Academy, buskers da vari paesi del mondo, gli allievi del Conservatorio della città e altri.

Il 6 febbraio scorso si è svolto un concerto fra i più singolari che si siano mai tenuti in un carcere.

Marco Vignazia alla chitarra e Sara Piolanti alla voce hanno presentato un progetto musicale unico e davvero speciale: “Prison Songbook”, una ricerca fatta sul blues carcerario a cavallo tra gli anni 20 e gli anni 50. In pratica si tratta di una lunga serie di canzoni sulla e dalla prigione scritte da musicisti che interpretavano il blues e che la galera l’hanno vissuto sulla propria pelle.

Prison Songbook racconta la musica e la poesia di grandi artisti a cui veniva letteralmente pagata una cauzione dai pochi filantropi del tempo perché potessero almeno per un giorno uscire di prigione e registrare le opere senza le quali la musica, per come la conosciamo e apprezziamo oggi, non esisterebbe.

foto di Jari Salamone
foto di Jari Salamone

Sono tanti gli artisti blues che, giustamente e ingiustamente, hanno vissuto l’esperienza della carcerazione. Qualcuno di loro ha registrato canzoni (Bukka White al Mississippi State Penitentiary e Lead Belly allo Lousiana State Penitentiary) o interi dischi (Robert Pete Williams registrò Angola Prisoner’s Blues nel 1959).

Altri bluesmen hanno tenuto concerti memorabili in varie prigioni, fra questi: B.B. King che suonò in oltre 50 prigioni americane e registrò un paio di dischi stupendi come Live in Cook County Jail del 1970, e Live at San Quentin del 1990; John Lee Hooker che con il suo Live at Soledad Prison del 1972 ci ha lasciato un disco diretto e potente. Anche se eseguiti da musicisti country e non blues, è giusto menzionare altri tre dischi dal vivo registrati in carcere; sono: Folson Prison del 1968 e At San Quentin del 1969 di Johnny Cash e In prison, in person del 1977 di Sonny James che suonò con una band di musicisti detenuti: Tennessee State Prison Band.

Sembra che il termine “blues” derivi dall’espressione “To have the Blue devils” (Avere i diavoli blu) cioè uno stato d’animo caratterizzato da una forte tristezza, dalla malinconia, dalla depressione, spesso dovute alla mancanza di diritti delle persone nere e alle loro condizioni disumane causate dall’odio razziale, dai soprusi, dalle ingiustizie, dai tormenti interiori.

Ebbene Marco Vignazia e Sara Piolanti, con Prison Songbook, hanno voluto omaggiare quel blues che racconta la perdita della libertà e della dignità cioè il blues delle carceri e dei campi di lavoro.

Lo spettacolo era già stato presentato in vari teatri, ma loro due l’hanno eseguito per la prima volta in un carcere proprio a Ferrara e lo hanno fatto in una maniera straordinariamente espressiva, emozionante e coinvolgente.

Il pubblico presente ha risposto ascoltando la musica ma soprattutto sentendola dentro, provando gli stessi stati d’animo di chi l’ha composta molti anni fa… stupenda suggestione che solo il blues riesce a trasmettere in maniera così intima, commovente e travolgente (vedi uno spezzone della loro esibizione in carcere a Ferrara qui).

Questa la serie di canzoni eseguite da Sara e Marco: When can i change my clothes di Bukka White, Penitentiary blues di Otis Webster, I’m lonesome blues di Robert Pete Williams, Ball and Chain for me di Otis Webster, Duckin’ and dodging di Hogman Maxey, Judge Harsh di Furry Lewis, Some got Six Months di Robert Pete Williams, No More My Lord (brano traditionale), Penal Farm di Scraper Blackwell, Electric Chair di Guitar Welch, Parchman Farm di Bukka White, Good Road Champ Blues di Skip James, Mississippi County Farm di Son House.

Il fatto che gli autori abbiano pensato di proiettare i testi sia originali che tradotti ha creato una enorme empatia tra il pubblico ed i musicisti che ha portato ad una partecipazione incredibile. Chi ha assistito al concerto ha apprezzato moltissimo la tecnica sopraffina di Marco e le grandi doti della voce “nera” di Sara.

Altri mi hanno riferito di aver sentito il cuore e la passione di chi stava suonando e cantando e questa cosa ha creato una grande sintonia e simpatia intesa nel senso del “patire insieme”. L’entusiasmo creato da brani particolarmente ritmati ha fatto battere le mani e ballare.

Marco Vignazia, dopo il concerto, ha scritto: “Non mi sarei mai aspettato una partecipazione così sentita da parte dei detenuti della casa circondariale di Ferrara. È stata per me un’esperienza fortissima emotivamente. Un crescendo di energia mai provata prima in trent’anni di musica suonata tra Teatri, Blues Festival e Club in Italia e all’estero. Il battito delle mani ci restituiva il quadruplo dell’energia che noi inviavamo al pubblico in un crescendo che sembrava non avere mai fine.

La dimensione poetica dei brani eseguiti è stata resa accessibile grazie alla videoproiezione in doppia lingua e questo ha fatto capire ai detenuti come le canzoni dei vari Bukka White, Robert Pete Williams, Guitar Welch, Son House, Hogman Maxey, Otis Webster parlassero di cose che in qualche modo riguardavano anche loro.
Pensando alla distanza culturale e generazionale di un repertorio così particolare colpisce come il blues sia ancora un linguaggio vivo, liberatorio e capace di coinvolgere anche persone non appassionate al genere
.”

Il dottor Mario Pantaleoni che, grazie al suo gran lavoro di intermediazione, ha reso possibile l’iniziativa, esprime così il suo stato d’animo: “Sono particolarmente contento ed orgoglioso che proprio nella Casa Circondariale della mia città sia avvenuto questo battesimo inaugurale per questo meraviglioso progetto che trova la sua appropriata location proprio in questo luogo. La data 0 è stata fatta nel 2021 allo String Theory Music Fest a Lendinara ma quella di Ferrara è stata la prima esibizione all’ interno di un istituto carcerario.

Da molti anni durante il mio lavoro come consulente infettivologo presso l’Istituto pensavo come il blues potesse entrare nelle carceri con tutto il suo potenziale valore taumaturgico/riabilitativo. La scoperta dei due artisti Marco e Sara ed il loro lavoro encomiabile ha fatto il resto! L’evento al suo debutto esclusivo in carcere in Emilia Romagna ed ancor di più riferito alle carceri su tutto il territorio nazionale ha sancito un successo inaspettato con partecipazione empatica dei numerosi detenuti presenti tra cui molti extracomunitari. Le sensazioni e le vibrazioni che abbiamo ricevuto sono all’unisono estremamente positive e meritano valorizzazioni. Auspicabile ora un effetto domino e l’implementazione del progetto a diffusione capillare.”

Il fotografo Alessandro Corona ha riassunto in questo modo il suo pensiero: “Il progetto è molto interessante perché è sicuramente una strada che porterà lontano, un mio forte dubbio è quanto sia fattibile in altre situazioni carcerarie e quanto, mi sento di dire, il sistema politico carcerario italiano potrebbe sostenere una cosa del genere. Per farlo funzionare bene creando una catena perfetta ci vorrebbero aiuti non solo economici ma anche politicamente corretti. Anche con realtà estere, e magari un promoter che crede ciecamente al progetto Prison Songs di Vignazia/Piolanti.”

foto di Alessandro Ettore Corona

L’iniziativa, realizzata grazie al supporto della direttrice della Casa Circondariale Maria Martone e dalla capo area trattamentale Annamaria Romano, è sicuramente riuscitissima e sarebbe da proporre ad altri penitenziari per portare la bellezza dove non c’è ma dove ce ne sarebbe un gran bisogno perché è solo coltivando bellezza che si può sperare in un altro futuro a partire dalla consapevolezza che ciò dipende dal piccolo che ciascuno di noi potrà metterci.

Sara e Marco, a dispetto del luogo, sono riusciti in un’opera enorme: hanno coinvolto, appassionato ed avvicinato persone che prima non conoscevano il blues ma soprattutto sono riusciti a creare un’atmosfera di libertà unica e ad insegnare che la partecipazione è il primo passo verso un processo di crescita personale e sociale.

In copertina: foto di Alessandro Ettore Corona
Le fotografie scattate all’interno del carcere di Ferrara sono di Alessandro Ettore Corona.

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La foresta che cresce e l'albero che cade. Storia di un'olimpiade tra gloria e odio social

La foresta che cresce e l’albero che cade.
Storia di un’olimpiade tra gloria e odio social

La foresta che cresce e l’albero che cade. Storia di un’olimpiade tra gloria e odio social

Come tutti sanno, le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono state uno spettacolo importante, basti pensare al numero di medaglie vinte e di prestazioni eccellenti che l’Italia ha saputo esprimere. La nostra nazionale ha dimostrato una notevole bravura, conquistando medaglie in quasi tutte le discipline, dallo short track allo sci, passando per snowboard, pattinaggio, slittino, curling e biathlon.

Questo successo è il frutto non solo del fattore campo e del calore del pubblico di casa, ma anche del lavoro congiunto di un’eccellenza tecnica invisibile come quella di medici, fisioterapisti, allenatori, specialisti dei materiali (ad es. gli esperti nella preparazione delle lame per pattini e slitte), nutrizionisti e altri ancora, che hanno lavorato al meglio.

Lo spettacolo è stato all’altezza delle aspettative, con una successione incalzante di premiazioni spesso accompagnate dalle note dell’Inno di Mameli. L’evento ha goduto di una risonanza mediatica straordinaria, le emittenti nazionali hanno trasmesso quasi ogni gara in diretta, mentre la stampa e i canali social hanno garantito una copertura costante, aggiornando le testate cartacee e i portali online praticamente in tempo reale.

Il ruolo dei social in queste Olimpiadi merita una seria riflessione. Non si tratta di demonizzarli o censurarli, dato che rappresentano uno strumento di libertà e partecipazione unico, ma di riconoscerne i limiti. Se da un lato sono una risorsa, dall’altro sono stati proprio loro la cassa di risonanza per le espressioni di odio e la volgarità più becera, mostrandoci il peggio del comportamento umano durante la più importante festa dello sport.

Diversi atleti sono stati oggetto di polemiche proprio sui social, fino ad arrivare ad attacchi privi di senso che manifestano un odio non giustificato dalla prestazione dell’atleta, ma da un atteggiamento degli autori dei post pieno di odio e invidia. Spesso, la ferocia di questi commenti non ha nulla a che fare con i risultati in gara, ma riflette esclusivamente l’atteggiamento tossico degli utenti, mossi da un’invidia insensata e da una cattiveria gratuita.

Ad esempio, l’atleta tedesca Vanessa Voigt (Biathlon) è stata sommersa di insulti sui social dopo aver mancato il podio in una gara decisiva. La situazione è stata talmente grave da spingerla a “spegnere i social” e allontanarsi temporaneamente dal web per preservare la propria salute mentale.

Lo Statunitense Ilia Malinin (Pattinaggio di figura), dopo una prestazione al di sotto delle aspettative, ha denunciato un’ondata di odio online e una pressione psicologica insostenibile derivante dai commenti dei fan. La sciatrice polacca Pola Bełtowska (Salto con gli sci) è stata “massacrata” dai follower dopo un errore tecnico durante un salto.

Gli atleti della nazionale canadese di Curling sono diventati protagonista di meme e video virali contenenti insulti a causa di presunte scorrettezze durante le gare. I tredici atleti russi ammessi a gareggiare sotto bandiera neutrale sono stati bersaglio di critiche e polemiche costanti sulle piattaforme social a causa del contesto geopolitico.

Sconcerta osservare quanto odio possa generarsi attorno a una prestazione sportiva, un sentimento che ignora la natura stessa dello sport. Un atleta, anche il più straordinario, resta un essere umano soggetto a mille variabili e non può garantire l’eccellenza in ogni istante.

Arrivare alle Olimpiadi è già di per sé un traguardo che testimonia un grande talento sportivo. Al di là del risultato finale, si dovrebbe imparare a riconoscere il percorso intrapreso, un lungo cammino fatto di anni vissuti lontano da casa, allenamenti costanti, infortuni e rinunce. Ogni atleta olimpico porta con sé una storia impegnativa che merita rispetto, a prescindere dal metallo della medaglia, dal risultato in classifica, dai possibili sbagli che a chiunque possono capitare.

Come è diventato evidente soprattutto in queste ultime settimane, l’odio sui social verso gli atleti olimpici nasce da un complesso intreccio di meccanismi psicologici e dinamiche sociali proprie delle piattaforme digitali. Lo schermo crea una barriera fisica che riduce l’empatia verso l’atleta. L’utente non percepisce il dolore reale causato dalle proprie parole, sentendosi libero di ignorare le normali regole di convivenza civile, si può così parlare di “Disinibizione Tossica Online”.

John Suler è lo psicologo più autorevole su questo specifico tema. Ha introdotto il concetto di “disinibizione tossica” nel 2004 con un celebre articolo accademico e lo ha poi approfondito nel suo libro fondamentale Psychology of the Digital Age (2016), citato spesso in italiano come Psicologia dell’era digitale. Suler spiega che utilizzando piattaforme online le persone dicono e fanno cose che non farebbero mai di persona. La disinibizione tossica è quindi quella tendenza a insultare, criticare aspramente o minacciare, causata da fattori come l’anonimato, l’invisibilità (non vedere la reazione dell’altro) e l’asincronia (il ritardo tra l’invio del messaggio e la risposta).

Molti confondono l’invisibilità con l’anonimato, ma per Suler sono meccanismi diversi. Anche se si usa il proprio nome e profilo, il fatto che non ci si possa guardare negli occhi, cambia la dinamica. Quando si scrive sui social a qualcuno, non si vede la sua espressione ferita, il suo disappunto o il suo disagio. Senza il feedback visivo, si disattiva la nostra naturale capacità di provare empatia. Ci si sente protetti da una specie di scudo fisico. Suler spiega che è come se si potesse dire qualunque cosa senza dover sopportare lo sguardo dell’altro, questo dà il coraggio di essere molto più aggressivi, o stranamente intimi, di quanto non saremmo di persona.

L’asincronia riguarda invece il tempo. A differenza di una conversazione verbale, nello scambio online non c’è bisogno di rispondere subito. Questo crea l’effetto “mordi e fuggi”. Si può lanciare un commento d’odio, un insulto pesante o una critica feroce e poi semplicemente chiudere l’app e “scappare” dalla conversazione.

Non dovendo affrontare la reazione immediata della vittima, l’“insultatore” non percepisce la gravità delle sue azioni. Il post diventa come un messaggio in una bottiglia lanciato nel mare. Una volta inviato, per chi lo ha scritto smette quasi di esistere, anche se per chi lo riceve il dolore è reale.

Inoltre, alcuni utenti scaricano sugli atleti le proprie insoddisfazioni personali attraverso una proiezione della frustrazione. Il fallimento di un campione olimpico viene vissuto come un tradimento di un’aspettativa, trasformando la delusione sportiva in rabbia diretta. Gli sportivi di alto livello vengono spesso deumanizzati e visti come “superuomini” o macchine da prestazione, dimenticando la loro vulnerabilità umana. Questo porta a considerare legittimo l’attacco feroce in caso di errore.

Oltre alle determinanti psicologiche, esistono fattori di natura sociale altrettanto significativi. Sebbene tale distinzione possa apparire superflua in un’ottica di mera condanna del comportamento, diventa fondamentale quando l’obiettivo è elaborare strategie di contrasto mirate.

Durante le Olimpiadi, lo sport diventa un simbolo di identità nazionale. Un errore di un atleta è percepito come un danno al prestigio di un intero Paese, innescando attacchi da parte di “tifosi” che vedono la critica violenta come una forma di attaccamento alla loro Nazione.

In Sport e aggressività (2001), Elias e Dunning spiegano che lo sport moderno non elimina la violenza, ma la trasforma attraverso un processo di “raffinamento”. La distinzione tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è si basa su alcuni pilastri fondamentali, tra i quali la distinzione tra “violenza legittima”, che si manifesta in capo attraverso le regole del gioco e la “violenza illegittima”, che rompe la cornice della “simulazione” per diventare reale, come nel caso del tifo tossico.

Quando il tifoso smette di vedere la gara sportiva come una “finzione ludica” e la vive come una minaccia alla propria identità (o a quella della nazione, come nel caso delle Olimpiadi), scatta una “de-civilizzazione”. Se l’atleta fallisce, il tifoso tossico non vede l’errore come una criticità tecnica, ma come un attacco al prestigio del suo Paese. In questo caso, l’aggressività non è più incanalata dalle regole del gioco, ma esplode in attacchi verbali o fisici che Elias definisce come un “ritorno a stati sociali meno civilizzati”.

Oltre a questa importante componente, resta il fatto che tutti i mezzi di comunicazione, social compresi, riflettono e amplificano tensioni sociali. Le atlete sono colpite da sessismo e commenti sul corpo, mentre gli atleti di minoranze etniche subiscono attacchi razzisti. Durante i giochi olimpici si è anche registrato un aumento del volume di scommesse sportive. Gli scommettitori, che perdono denaro a causa di un risultato imprevisto, spesso reagiscono insultando e minacciando direttamente gli atleti coinvolti.

Infine, la possibilità di utilizzare profili anonimi protegge l’aggressore dalle conseguenze legali e sociali, mentre la struttura dei social può anche premiare i contenuti provocatori con maggiore visibilità (like e condivisioni), incentivando indirettamente l’hate speech. Alla luce di queste dinamiche, emerge chiaramente come gli atleti debbano imparare a schermarsi dalle offese social, evitando di dare risonanza a critiche distruttive che sono, purtroppo, tanto prevedibili quanto scontate nel contesto digitale odierno. Invece di farsi logorare dall’odio, la loro attenzione deve spostarsi sul massimizzare la soddisfazione che deriva dal supporto dei veri appassionati.

Come insegna il grande maestro di pallavolo Julio Velasco, la chiave del successo mentale non sta nel farsi abbattere dalle componenti negative, ma nel valorizzare ed esaltare quelle positive. È fondamentale ricordare che la tifoseria tossica, per quanto aggressiva, rappresenta solo una minoranza rumorosa. Al contrario, il vero tifoso — quello che ama lo sport e rispetta l’atleta — agisce spesso in silenzio, ma costituisce la stragrande maggioranza della popolazione.

Proprio come recita la celebre frase: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”, il compito dell’atleta (e della società) è imparare a non essere sordi al fruscio della foresta a causa dello schianto di un singolo albero. Nella foresta che cresce c’è il futuro dello sport nazionale e di una comunità di persone che sa esprimere civiltà.

Credo infine, per concludere, che si possano estendere queste riflessioni a tutto il mondo dello sport, incluso quello non agonistico. Penso, ad esempio, a mio nipote P. che, giocando a calcio in una squadra dilettantistica, rischia anche lui di trovarsi esposto agli insulti di una tifoseria tossica. Questi tipi di aggressioni gratuite non dipendono dai meriti o dagli errori in campo, ma dal solo fatto di praticare uno sport. Quindi avanti senza indugi, mettendocela tutta e riempiendo il cuore dei veri sportivi di immagini indimenticabili.

BIBLIOGRAFIA

  • Norbert Elias, Eric Dunning(2001), “Sport e aggressività” Il Mulino.
  • John Suler (2016), “Psychology of the Digital Age” Rider University, New Jersey.
  • Julio Velasco (2026) “Gracias a la vida. Un’autobiografia”, Feltrinelli.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/blazarus-3078403/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1584741″>BLazarus</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1584741″>Pixabay</a>

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L’onestà intellettuale di Anna Foa: quando un’intellettuale sa fare autocritica

L’onestà intellettuale di Anna Foa: quando un’intellettuale sa fare autocritica

L’onestà intellettuale di Anna Foa, perchè un’intellettuale sa fare autocritica

La mia era una critica sofferta ad Anna Foa, perchè nutro una sincera e profonda stima e un sincero e profondo rispetto per la professoressa per la sua estrema umiltà, per il suo modo di porsi e per il lavoro che lei ha condotto e continua a condurre in modo serio in nome della verità storica.

Sono cresciuto ascoltando i suoi interventi su Rai Storia e Rai3 sul pensiero di Hannah Arendt, sul Processo Eichmann, sulla storia degli ebrei italiani ed europei, sulla storia dell’antisemitismo. Sono cresciuto con l’idea che Anna Foa – insieme a Luciano Canfora, Alessandro Barbero, Franco Cardini, Angelo D’Orsi, Silvia Insalvatici e molti altri – sia un’auctoritas incriticabile della cultura italiana contemporanea: una persona che, quando parla, serve solamente ascolto.

Purtroppo quell’intervista aveva smosso in me un profondo senso di ingiustizia: i suoi contenuti si erano palesati come uno dei tanti esempi di quella dominante “retorica equidistante”, fatta propria da molti intellettuali europei e israeliani anche di sinistra, sulla questione palestinese. Un’intervista intrisa di indulgenza, che sembrava quasi volta a giustificare Israele non tanto parteggiando per esso, ma piuttosto per sfiorarlo con il cerchiobottismo: dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte senza scomodare nessuno.

In quell’intervista Anna Foa ha fatto ciò che facevano tutti, ovvero criticare il governo di Netanyahu, condannare strenuamente il movimento “terrorista” di Hamas e rifiutare di usare la parola “genocidio”: il classico modus operandi che ha esemplificato l’equidistanza sul tema in questi ultimi tre anni.

Nell’intervista a La Stampa Anna Foa affermava che comunque non tutta la società israeliana è pro-Netanyahu e il mondo della cultura israeliana era “un antidoto all’occupazione coloniale” dei territori palestinesi da parte di Israele. Questa affermazione si presentava problematica perché, se è vero che molti intellettuali israeliani di sinistra sono anti-sionisti e critici del governo Netanyahu, è anche vero che molti intellettuali israeliani critici del governo Netanyahu sono sionisti liberali che per quanto critici delle politiche ventennali di premier israeliano sui territori palestinesi, continuano a sostenere il diritto di Israele a difendersi contro la “barbarie palestinese” e avrebbero la presunzione di moralizzare la popolazione palestinese, decidendo per loro quali siano le migliori modalità per esprimere la loro resistenza o il “democratico dissenso”. Presunzione abbastanza ardua poiché, prima di esercitare “democratico dissenso”, si deve vivere in una democrazia: cosa che Israele non è, essendo a tutti gli effetti un’aspirante etnocrazia.

La Foa utilizzava l’espressione “reazione spropositata” per definire l’escalation militare israeliana come una risposta degli attacchi palestinesi, dimenticando che la repressione sionista sul popolo palestinese è stata inaugurato prima della Nakba del 1948 ed è continuata fino ai giorni nostri.  Disse: “(…) bisogna capire cosa sta succedendo nei nostri atenei.” – rispondendosi – “C’entra sicuramente la reazione spropositata di Israele a Gaza, un tunnel dal quale pare non si riesca ad uscire”.

Foa citava tra gli intellettuali “antidoto all’occupazione” anche David Grossman, tra i più importanti e interessanti scrittori israeliani di fama mondiale. Un esempio bizzarro perché Grossman è da sempre un personaggio controverso per quanto riguarda la questione palestinese e non è mai stato un grande critico della politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania come si continua a pensare. Le sue dichiarazioni in questi due anni non hanno mai rimbombato per importanza e presa di posizione ferrea contro il genocidio.

Era il 3 aprile 2024 quando segnalavo questa situazione, che oggi sembra ribaltarsi, ma solo apparentemente. Grossman, ai primi d’agosto 2025, ha dichiarato:
“A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo. (…) Per molti anni mi sono rifiutato di utilizzare questa parola. Ora però, dopo le immagini che ho visto, quello che ho letto e ciò che ho ascoltato da persone che sono state lì, non posso trattenermi dall’usarla”.

Se uno personaggio controverso come Grossman iniziava ad utilizzare la parola “genocidio”, qualcosa stava cambiando. La “retorica dell’equidistanza” stava finalmente dimostrando la sa completa insostenibilità da parte degli intellettuali, dopo mesi di massacri, pulizie etniche e proseguimento del genocidio verso la popolazione gazawi avente come fine – come ha dichiarato recentemente Netanyahu – “l’occupazione totale di Gaza”.

Non è un caso che la stessa Anna Foa, da grande storica oltre che persona colta e intelligente – già critica del governo Netanyahu e della situazione di oppressione dei palestinesi come si può ben leggere nel suo libro “Il suicidio di Israele”, Laterza, 2024 – abbia subito corretto tiro dichiarando ad agosto 2025 sia a La Repubblica sia a Radio Popolare: “Aspettavo le sentenze ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”; “Ha ragione Grossman, a Gaza è genocidio. Ora serve una resistenza morale”.

Queste dichiarazioni di Anna Foa, sono state per me boccate di aria fresca. Innanzitutto, mi hanno permesso di non ricredermi minimamente sulla figura di Anna Foa, di ribadire l’infinita stima e non solo: di essere un esempio vero di intellettuale, di donna di cultura e di pensiero, dimostrando la sua onestà e umiltà.

Il 19 gennaio 2026 dalle ore 16 alle ore 18, Anna Foa è intervenuta, insieme a Daniele Menozzi (storico) e a Piero Stefani (biblista), al webinar online «Antisemitismo, sionismo e antisionismo», promosso dalla rivista Il Regno, insieme alle associazioni Biblia e Abramo e pace. Tralasciando le molteplici implicazioni che sono molto divergenti dal modo di vedere il sionismo, l’antisionismo, l’antisemitismo, la storia di Israele e la resistenza palestinese – rispetto a molti altri storici ed intellettuali contemporanei -, Anna Foa ha dal minuto 31:45 parlato della parola “genocidio”:

«Io fino all’anno scorso, praticamente fino al marzo del ’25, non ho usato volentieri il termine genocidio, perché pensavo che comunque non ce ne fosse in qualche modo bisogno, perché era troppo divisivo, perché mi sembrava che non fossero abbastanza provate le intenzionalità, anche se c’erano molte affermazioni di ministri che provavano l’intenzionalità di distruggere i palestinesi, restava che erano dichiarazioni, non organizzazioni fattuali. Quando c’è stata la fame e la carestia indotta, devo dire che ho cambiato opinione. Certo, non uso il termine nel suo senso giuridico, quello più importante, anche perché prevede una sua prevenzione e quindi si usa soprattutto per prevenire il genocidio, non per definire il genocidio che c’è stato. C’è stata una conferenza nel marzo a Tel Aviv, forse, in cui due organizzazioni importanti, ONG israelo- palestinesi, una di quelle è B’Tselem, hanno detto che a questo punto accettavano la definizione di genocidio. Quando ho visto le immagini delle manifestazioni in Israele l’anno scorso con il cartello portato dai manifestanti “Stop Genocide”, allora devo dire che ho pensato che un uso politico di questo termine poteva essere fatto, e ho cominciato anch’io ad usarlo. Certo il genocidio è un termine giuridico, certo il genocidio è un termine che richiede una definizione da parte della Corte internazionale, che non è ancora stata data, ma potrebbe essere data tra molti anni, perché i suoi tempi sono lunghi. Resta un’altra cosa – ne ha già parlato il professore Menozzi – cioè il discredito in cui la vicenda israeliana ha buttato il diritto internazionale. Non soltanto la vicenda israeliana; certamente Trump ci ha messo del suo, certamente gli Stati Uniti sotto Trump ci hanno messo del loro, però Israele ha fatto tutto quello che poteva per demolire il diritto internazionale.
Il diritto internazionale, ricordiamolo, che era stato creato nel dopoguerra proprio riferendosi alla Shoah e pensando che eventi come quelli della Shoah non dovevano mai più succedere, le corti internazionali. Tutto questo è stato sistematicamente considerato antisemita dal governo israeliano. In questo momento, con le sanzioni che Trump riserva ai giudici dei tribunali internazionali, siamo arrivati a un discredito, una crisi profondissima di questa istituzione. Una delle cose più importanti che fosse stata realizzata nel secondo dopoguerra, quella di creare la possibilità di colpire i criminali di guerra, i criminali contro l’umanità ovunque si trovassero, quella di legare anche da un punto di vista giuridico le violenze e i genocidi che avvenivano nel mondo con la possibilità di giudicarli, questo ormai sta crollando».

Non solo. Anna Foa è stata una delle esperte audite nelle ultime settimane di dicembre 2025 e nelle prime settimane di gennaio 2026 dalla Commissione del Senato che stava trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo, ovvero il Ddl  Gasparri e il Ddl Delrio (1). Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il Ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni pro-Pal:

“Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perchè c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni propal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.” – ha dichiarato a Il manfesto.

Anna Foa, con la sua autocritica – nata da una rilettura più complessa di quello che sta accadendo in Palestina – ci ha dato un’altra lezione degna dei veri intellettuali: cambiare idea, spostando solo leggermente l’angolazione da cui si vede un fenomeno, non è segno di debolezza (come in molti purtroppo pensano). Nella nostra società dove “avere ragione” a tutti i costi – spesso negando l’evidenza – è quasi un motto di successo, di incrollabilità, di rivalsa personale e personalistica, di anacronistica coerenza e di prepotenza; Anna Foa ci insegna che in realtà il cambiare umilmente prospettiva da cui si guarda un fenomeno implica molta forza, determinazione, una grande dose di coraggio, ma soprattutto coerenza e intelligenza. Non si cambia modo di pensare, ma di vedere le cose e quindi, aprire la mente ad altre analisi che forse possono portare ad ampliare il proprio pensiero e non per forza restringerlo.

Sicuramente, Anna Foa è figlia del suo tempo: un tempo dove la cultura politica e il dibattito politico e culturale erano centrali. Sicuramente, Anna Foa è così anche perchè è nata in una famiglia di grande livello culturale, dove la politica, la cultura, la filosofia, il pensiero erano il pane quotidiano: è figlia del grande Vittorio Foa, che è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica, della sinistra italiana e del sindacalismo italiano del Novecento.

Nelle nostre società dove l’impoverimento culturale fa da padrone, le culture war polarizzano la popolazione in modo insensato e le opinioni diventano prese di posizioni tout court incrollabili, Anna Foa ci insegna che tutto questo è un insulto al nostro cervello e all’arte di pensare e di riflettere. Ognuno può avere le proprie idee, ma ognuno di noi ha diritto a riflettere, confrontarsi, cambiare prospettiva da cui si guardano le cose non per invaghirsi di quella prospettiva (diventare incoerenti), ma solo per vestire i panni dell’altro aiutando se stessi a leggere lucidamente la realtà.

(1) Per maggiori informazioni:
DDL Delrio https://osservatorioantisemitismo.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/11/DDL-Delrio-antisemitismo.pdf
DDL Gasparri https://osservatorioantisemitismo.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/10/686faaee-e27b-4c7c-ba41-f7e7cedbf513.pdf

In Copertina: Anna Foa, immagine tratta da isoladicapriportal.com

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Parole a capo
Valentina Di Ludovico: “Danza” e altre poesie

Parole a capo <br> Valentina Di Ludovico: “Danza” e altre poesie

“Non bisogna lasciare che la fatica entri nel cuore. Può darsi che la fatica controlli il tuo corpo, ma fai del tuo cuore una cosa tua.”
(Haruki Murakami)

 

Rara

 

La mia malattia è invisibile
Ha un suono melodico
Si infila sotto la pelle
E attende la vita cedere.
Sorrido
Mentre fagocita cuore,
polmoni e cervello
Sorrido
mentre lima le articolazioni
E offusca la vista
E’ una malattia invisibile
La mia.
Silenziosa
Muta
Ma lascia segni irreversibili
Come lama
Sopra il pericardio
Come stelo
Che si stringe in gola.
Sorrido.

 

*

 

Pelle

 

Intatta
E’ questo quello
che vorresti essere?
Una bolla senza crepe
Traslucida e lineare
Intoccabile
Resistente ai lavaggi
Cemento nei crolli.
Invece
Potresti essere
un gesto maldestro
Una maglia ritirata
Colla che impiastra le ali
Solco che si annida nella pelle
E che scuce i nei.
Sì i nei.
Quelle voragini nere
Che hai paura di toccare.
Tu potresti essere questo.
Qualcosa che stinge
E sporca il bianco e il nero.

 

*

 

Spugna di piombo

 

Sono un timido
Con l’aria spavalda
Un trapezista
Con la barra ricurva
Sono un anaffettivo
Con il cuore di spugna
Un ottuso
Con le idee di burro
Un pugile
Con i guantoni di seta
O forse
Sono solo un guerriero
Un guerriero
Con la corazza di cera.

 

*

 

Danza

 

Sperai di rimanere a galla.
Ma capii che dovevo toccare il fondo
Solo da lì avrei potuto darmi lo slancio.
Per rinascere?
No, per ballare.

 

Queste poesie sono tratte da “Traiettorie Sommerse” (Affiori Editore, 2024). Ringrazio l’autrice per la condivisione per “Parole a capo”.

 

Foto di BUI THI da Pixabay

 

Valentina Di Ludovico è un tecnico della riabilitazione psichiatrica, vive e a Teramo e lavora nel Centro Salute Mentale di Giulianova. “La Vertigine del tutto” è il suo primo romanzo (Augh Edizioni, 2023) secondo classificato al Premio Letterario nazionale Holden 2023, finalista al Premio letterario Internazionale Charles Dickens, segnalato al Premio letterario Internazionale Mario Luzi e selezionato fra i “200 libri più belli d’Italia” nell’ambito del Concorso Tre colori. “Traiettorie Sommerse” (Affiori, 2024) che ha vinto il Premio letterario nazionale Giovane Holden 2024. “Asimmetrie dei giorni pari” è il suo ultimo romanzo edito da Bertoni.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 326° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Petizione popolare: istituzione Zona 30 in corso Isonzo

Petizione popolare: istituzione Zona 30 in corso Isonzo

Petizione per l’istituzione della Zona 30 in Corso Isonzo accompagnate da interventi strutturali per la sicurezza e la vivibilità urbana.

– ai sensi degli artt. 29 e 34 dello Statuto del Comune di Ferrara e del  Capo II del Regolamento DCC 7977/1997 ss.mm.ii.

Al Sindaco del Comune di Ferrara

Testo della petizione

Premesso che secondo i dati del Comune di Ferrara:

  • corso Isonzo è uno degli assi più trafficati dell’area urbana in orario di punta (800 transiti all’ora tra viale Cavour e corso Piave, e di circa 700 all’ora tra corso Piave e via Darsena);
  • secondo i dati del Comune e della Regione Emilia-Romagna, nel tratto da viale Cavour a via Darsena, nel periodo dal 2004 al 2024 il numero totale di incidenti gravi registrato in Corso Isonzo è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno), con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno);
  • nel tratto considerato, negli ultimi 5 anni si è registrato un costante e progressivo aumento di incidenti;
  • la maggior parte degli incidenti (124 su 211, cioè il 59%) è avvenuto in direzione nord, cioè in entrata al centro storico (da via Darsena a viale Cavour);
  • il 23% degli incidenti (48) è avvenuto nell’incrocio tra Corso Isonzo e via Cassoli (a ovest) e via Garibaldi (est), causando 53 feriti (sempre pari al 23% del totale);
  • un altro 36% (75 incidenti) è avvenuto invece in corrispondenza della rotonda con Corso Piave (a ovest) e via Piangipane (est), con 84 feriti (36%) ed un morto;
  • il giorno della settimana più critico è stato il lunedì (44 incidenti), seguito dagli altri giorni feriali (tra 29 e 36); ovviamente, nel fine settimana il numero di incidenti è minore (23 il sabato, 13 la domenica);
  • le fasce orarie più critiche sono, ovviamente, quelle di punta, in particolare al mattino tra le 9 e le 11 ed al pomeriggio tra le 17 e le 19;
  • nel 78% dei casi l’incidente ha convolto due veicoli (il restante 22% ha riguardato un solo mezzo) e metà di questi incidenti ha coinvolto biciclette;
  • nel 75% dei casi gli incidenti sono avvenuti con condizioni meteo serene;
  • il costo sociale complessivo (per il periodo 2010-2024) è di € 10961583, pari a circa € 843000 all’anno;

Considerato che:

  • il PAIR 2030 della Regione Emilia-Romagna prevede l’estensione delle zone 30 nei centri urbani;
  • il PUMS di Ferrara (Allegato 6a – Sintesi non tecnica) prevede “l’istituzione di Isole Ambientali nelle Zone 30 individuate negli ambiti residenziali”;
  • il PUMS di Ferrara (pag. 150) “individua in linea generica alcuni interventi esemplificativi per la creazione delle isole ambientali:
    • zone con velocità di transito limitata (30 km/h), attraverso la realizzazione di dissuasori quali dossi rialzati, chicane, etc.;
    • aumento degli spazi pedonali (a raso o rialzati);
    • realizzazione di viabilità ciclabile in sede riservata con appositi attraversamenti;
    • rimodulazione dei sensi di marcia attea creare delle “stanze di traffico” per evitare l’effetto by-pass, ottemperando ai presupposti di continuità dello spostamento e connessione della rete;
    • consentire la sosta ad alta turnazione.
  • il PUMS di Ferrara (Allegato 6a) prevede “interventi tali da coinvolgere da subito il Centro storico, in coerenza con le previste estensioni della ZTL, e nell’ottica più ampia e a lungo termine prevede la creazione di una vera e propria “Città 30” nelle zone residenziali, con transito limitato ai 30 km/h sul 100% delle strade locali” (Allegato 6a – Sintesi non tecnica)

I sottoscritti cittadine e cittadini, residenti della città di Ferrara,

CHIEDONO

che il Comune di Ferrara proceda:

1. All’istituzione di una “Zona 30” in Corso Isonzo, al fine di:

  • aumentare la sicurezza di pedoni, ciclisti e residenti;
  • ridurre il traffico veicolare di attraversamento e le velocità pericolose;
  • ridisegnare la strada per dare più spazio ai marciapiedi, favorendo le attività commerciali, e alle piste ciclabili.
  • migliorare la qualità della vita e la vivibilità del quartiere.

in coerenza con gli art. 6 e 7 del Codice della Strada, che attribuiscono ai Comuni la facoltà di limitare la velocità e disciplinare la circolazione per esigenze di sicurezza e tutela degli utenti vulnerabili; le Linee guida europee per le “Città 30” e la Dichiarazione di Stoccolma (ONU, 2020), che raccomandano la velocità massima di 30 km/h nelle aree urbane ad alta presenza di pedoni e ciclisti; gli indirizzi del PNSS,  che promuove interventi di moderazione del traffico e zone a velocità ridotta.

2. Alla realizzazione di percorsi ciclabili sicuri lungo i controviali di Corso Isonzo nel tratto da viale Cavour all’incrocio con le vie Cassoli e Garibaldi, intervenendo sull’incrocio Cassoli/Garibaldi in modo da favorire la mobilità sostenibile e ridurre la conflittualità tra mezzi motorizzati, biciclette e pedoni.L’intervento proposto è coerente con l’art. 2 del CdS, che riconosce le piste ciclabili come infrastrutture fondamentali della rete viaria; gli art. 3, 13 e 14 CdS, che definiscono competenze e criteri per la creazione di percorsi ciclabili e spazi pedonali; il DM 30 aprile 2020 (“Decreto Rilancio” Mobilità Ciclabile), che sostiene le corsie ciclabili, la moderazione del traffico e incentivi alla mobilità attiva; il PNRR, Missione 2 “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”, che incentiva reti ciclabili urbane sicure e continue.

3. Alla modifica del sistema di parcheggio nei controviali di Corso Isonzo, limitando il parcheggio solo ad uno dei due controviali e destinando l’altro a percorso ciclabile in sicurezza (a doppio senso). Per quanto riguarda il traffico in eccesso su Corso Isonzo si propone anche di rendere i parcheggi del quartiere Giardino riservati ai residenti pur restando l’area ad accesso libero e rafforzando in contemporanea il passaggio del trasporto pubblico locale.

4. Alla predisposizione di uno studio di fattibilità che individui le soluzioni tecniche più efficaci, valutando interventi quali:

– rialzi degli attraversamenti pedonali, in conformità con il DM 5/11/2001 e i criteri di progettazione della moderazione del traffico;

– restringimenti della carreggiata, allargamento dei marciapiedi, “chicane”, previsti dalle norme su Traffic Calming e dai manuali del MIT per la sicurezza urbana (Decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti 19/04/2006);

– trasformare in senso unico di marcia il tratto di via Garibaldi da piazza Sacrati a Corso Isonzo, solo per veicoli autorizzati al transito, in coerenza con altre strade pedonali del centro storico (es. via Mazzini). Tale misura è necessaria per ottimizzare l’attraversamento di mezzi commerciali, corrieri, taxi, ecc. che oggi utilizzano la strada per abbreviare il tragitto verso via Boccacanale di Santo Stefano, attraverso via Garibaldi, che è ciclo-pedonale, favorendo l’accesso e lo stazionamento per i corrieri e altri mezzi di servizio e lavoro da Piazza Sacrati e Viale Cavour;

– interventi di urbanistica tattica, previsti dalle linee guida nazionali 2020 per la mobilità sostenibile, che consentono sperimentazioni rapide e a basso costo per migliorare la sicurezza (es. arredi urbani, segnaletica aumentata);

– ogni altra misura di moderazione del traffico e sicurezza stradale, fermo restando il mantenimento delle essenze arboree attualmente presenti.

Riteniamo che tali interventi siano fondamentali per:

  • tutelare in modo concreto l’incolumità di chi si sposta a piedi o in bicicletta;
  • promuovere una mobilità urbana sostenibile, coerente con la vocazione ciclabile della città di Ferrara;
  • rendere Corso Isonzo una strada più vivibile, sicura e a misura di persona. 

Con la presente petizione invitiamo l’Amministrazione comunale a considerare questa richiesta come una priorità per la sicurezza e la qualità urbana del quartiere, e a dare avvio quanto prima al percorso di progettazione e realizzazione degli interventi sopra elencati.

Confidando nella sensibilità del Comune verso le tematiche della sicurezza stradale e della mobilità sostenibile, attendiamo un positivo riscontro.

NOTA PER CHI RACCOGLIE LE FIRME

– Possono firmare tutte le persone residenti nel comune di Ferrara che abbiano compiuto 16 anni ( non raccogliamo le firme delle persone domiciliate perché la procedura è complessa )

– Scrivere tutti i dati in stampatello, solo la firma in corsivo

– Raccogliere in un foglio a parte l’indirizzo mail delle persone che desiderano essere informate sull’esito della petizione

– Tempo per la raccolta delle firme: tre settimane

– Sarà possibile consegnare i moduli firmati: 1) alla prossima assemblea del Forum in marzo 2) al bar Florens, in via Poledrelli 1, martedi17 marzo dalle 15 alle 16 3) contattando Francesca al 3473118833.

Cover: Zona 30 – immagine di azioniquotidiane.info

Vite di carta Dai Malavoglia alla Malacarne

Vite di carta /
Dai “Malavoglia” alla “Malacarne”

Vite di carta. Dai Malavoglia alla Malacarne

Volevo cominciare così: “Credo che scriverò del romanzo d’esordio di Beatrice Salvioni, La Malnata, uscito presso Einaudi nel 2023. È un romanzo che spicca tra le ultime letture che ho fatto per la intensa carica narrativa”.

In realtà mentre faccio ricerche in Internet sull’autrice mi prende la curiosità per lei, così giovane. Quanti anni aveva nel 2023, solo 28. In che anno è uscita dalla scuola Holden e ha vinto il Premio Calvino racconti, nel 2021. Che laurea ha, in Filologia Moderna come me.

Poi la vedo e la ascolto su Youtube e mi piace vedere che il suo imbarazzo di ragazza ci mette un niente a sparire quando parla della propria scrittura. Dà forma ai personaggi rapportandosi alla loro storia come se fossero diventati figure autonome, da quando le è venuta l’idea iniziale sul loro carattere e poi l’ha immersa nelle parole del racconto facendone sangue e carne.

La conosco ora che il primo romanzo pubblicato sta segnando un punto di arrivo importante per la sua scrittura. Vedo poi che nell’ottobre del 2024 è uscito il seguito della Malnata, La Malacarne, e non ho un dubbio sul perché nel titolo ci sia un altro nome che è stigma e condanna. Segno del disdoro di una comunità sulle protagoniste di entrambi i romanzi.

Sono Francesca e Maddalena, soprannominata la Malnata per il suo modo ribelle di sfidare le convenzioni. Diventano amiche dopo essersi scambiate un lungo sguardo: Francesca dal ponte sul Lambro vede la Malnata coi piedi a bagno nell’acqua fangosa e vorrebbe lasciare la passeggiata rituale della domenica con i genitori e correre giù a sporcarsi giocando.

Siamo a Monza negli anni del fascismo e loro sono due adolescenti cresciute in famiglie molto diverse, eppure si legano in una amicizia straordinaria. Crescono imparando a denunciare la sopraffazione e l’abuso del potere, specie maschile, esponendosi alla riprovazione della comunità.

Viene dai Malavoglia verghiani questa marca linguistica che priva i personaggi del loro nome proprio per consegnarli alla categoria astratta del Male. “Non c’è male” come antecedente letterario, penso ricorrendo all’ironia della litote.

Intanto è successo: mi sono identificata nella docente di Italiano di Beatrice Salvioni. Penso: avercela una studentessa così. Penso che sono tanti gli studenti meravigliosamente bravi che ho incontrato.

Quelli di cui intuisci il talento umano prima che espressivo e non ti puoi sbagliare. A volte li comprendi tu prima di loro stessi, e quando leggi il loro elaborato ti concentri moltissimo, poi ti sciogli a scrivere un lungo testo che è una risposta, un pezzo di dialogo ancor prima di essere un giudizio scolastico.

E vuoi che abbiano un futuro all’altezza del loro valore. Vuoi per tutti un mondo giusto.

Continuo a seguire Beatrice Salvioni mentre risponde alla domanda sul contesto storico che ha scelto per il romanzo e mi pare naturale che dica di avere avuto bisogno di un momento oscuro della nostra storia, in cui una comunità succube del fascismo ben si presta a tormentare la crescita di due adolescenti, a serrarle nel ricatto sociale e nella violenza.

Francesca è di buona famiglia e la madre la soffoca educandola a essere bella e conforme allo stereotipo femminile. Maddalena, che è “nata male” e viene considerata la causa delle disgrazie avvenute nella sua famiglia, osa sfidare il mondo degli adulti fin da piccola, con i suoi occhi neri pieni di una coraggiosa libertà.

Dice Salvioni di essersi documentata su testi storici e soprattutto sulla stampa degli anni Trenta, prima che lo dica penso che le occorresse ricostruire la quotidianità della vita cittadina nella sua Monza. Lo dice e mi sembra di essere con lei, lì tra gli scaffali pieni di libri a chiederle anche altro sulla macchina narrativa che ha congegnato e sulla scelta di raccontare in prima persona.

Mi colpisce solo quando dice di avere ritrovato nei giornali di novant’anni fa verso le donne e contro i diversi le stesse parole di discriminazione che si sentono e si  leggono ancora oggi. Mi sorprende non il merito della questione, in tempi così bui come i nostri in cui sembra prevalere la forza sulla ragione. Mi fa male che lo sappia con tanta certezza lei, così giovane.

Nota bibliografica:

  • Beatrice Salvioni, La Malnata, Einaudi, 2023
  • Beatrice Salvioni, La Malacarne, Einaudi, 2024

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/fiume/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Maria Sarto: "corso Isonzo ... pericolo per i pedoni ... fare qualcosa"

Maria Sarto: “corso Isonzo … pericolo per i pedoni … fare qualcosa”.
Un incontro pubblico per lanciare una petizione popolare

Maria Sarto: “corso Isonzo … pericolo per i pedoni … fare qualcosa”
25 febbraio, Incontro Pubblico per lanciare una Petizione Popolare. 

 

La lettera di Maria Sarto di qualche settimana fa (indirizzata a diverse testate giornalistiche locali e riportata qui sotto) esprime la preoccupazione di una cittadina sulla pericolosità di corso Isonzo per pedoni e ciclisti.

A memoria, l’ultimo incidente mortale è di giugno 2024: un pedone ottantaseienne investito mentre attraversava sulle strisce pedonali, deceduto il giorno dopo.

Non è un caso isolato: come riportato nella sua lettera, Maria Sarto cita i dati ufficiali pubblicati online dal Comune di Ferrara (Incidenti stradali (2004-2021), dalla Regione Emilia-Romagna (Monitoraggio incidenti stradali 2010-2024) e da ISTAT (IstatData Incidenti, morti e feriti – comuni).

Questi dati ci dicono che, in Corso Isonzo, nel periodo dal 2004 al 2024 il numero totale di incidenti gravi (cioè con morti e/o feriti) è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno), con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno).

Il rapporto incidenti/anno è in leggera diminuzione, ma con forti oscillazioni.
Da un massimo di 20 incidenti nel 2011, giù fino al minimo di 3 nel 2018 e del 2020.

Negli ultimi 5 anni si è registrato un costante e progressivo aumento.

Nel 78% dei casi (cioè 3 volte su 4) gli incidenti hanno convolto due veicoli (il restante 22% ha riguardato un solo mezzo) e in metà di questi incidenti uno dei due veicoli erano biciclette.

Quasi metà degli incidenti è dovuta ad uno scontro frontale-laterale (cioè in corrispondenza di incroci).

Nel 13% dei casi (1 su 8) si è trattato di investimento di pedoni.

Per questo motivo, mercoledì 25 febbraio alle 18 presso il Centro di Promozione Sociale “Acquedotto” si terrà un incontro (promosso dal Forum Ferrara Partecipata) per illustrare il contenuto di una petizione pubblica in cui chiedere all’Amministrazione comunale una serie di interventi di messa in sicurezza dell’asse di corso Isonzo, in coerenza con gli obiettivi del Piano Urbano di Mobilità Sostenibile.

Lettera: Una cittadina e il tema della mobilità a Ferrara

di Maria Sarto

Ferrara è conosciuta per essere un luogo tranquillo, vivibile, oltre che essere la “Città delle biciclette”, come si legge sui cartelli di accesso alla città.

La bicicletta è il mezzo molto usato dai ferraresi sia per spostarsi nel centro urbano, che per raggiungere le vicine periferie.

Sulle strade di Ferrara, comunque, si nota una massiccia presenza di automobili, lunghe file di auto parcheggiate ricoprono lo spazio ai lati delle strade e contribuiscono a ridurre l’ampiezza della carreggiata, destinata allo scorrimento sia dei veicoli che dei ciclisti.

In Corso Giovecca, uno degli assi di attraversamento carrabile del centro storico, si è intervenuti con una segnaletica orizzontale che ha definito con chiarezza la corsia ciclabile per i ciclisti, i quali muovendosi tra le auto in sosta e quelle in movimento, sono a rischio, perché in balia del comportamento degli automobilisti.

La città avrebbe bisogno di un sistema strutturato di percorsi ciclabili e pedonali, che creino circuiti interconnessi così da formare una rete che colleghi tutte le parti della città. Ad oggi questa non è presente, non bastano i “rammendi”, ma occorrerebbe predisporre di politiche integrate che potenzino le reti ciclabili e il trasporto pubblico sostenibile, proponendosi come sistema alternativo all’uso dell’automobile.

Il trasporto su strada inoltre contribuisce assieme agli impianti di riscaldamento, a produrre l’emissione di gas inquinanti e “l’inquinamento atmosferico è il principale rischio ambientale per la salute pubblica in quanto responsabile dell’aumento di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, neurologiche, oltre ad avere effetti negativi sulla salute riproduttiva e sullo sviluppo infantile”, come si legge nel progetto nazionale “Cambiamo Aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”.

Nella zona medioevale soprattutto, sono state adottate misure per facilitare l’utilizzo della bicicletta, quali il consolidamento e l’estensione delle zone a traffico limitato e l’istituzione delle zone a 30 Km/h.

Nella zona di mia residenza, l’introduzione del limite di velocità a 30 Km orari e lo spazio delimitato per i pedoni in Via Naviglio, separando il traffico automobilistico dalle biciclette, sono state soluzioni apparentemente semplici, ma molto apprezzabili in termini di viabilità e di sicurezza per gli utenti. Altre zone della città dovrebbero essere prese in considerazione, come ad esempio la parte più moderna di Corso Isonzo/ Viale Cavour. Attualmente Corso Isonzo è uno degli assi della città molto trafficati e con alto rischio di incidenti, soprattutto durante le ore di punta, al mattino tra le 9 e le 11 ed al pomeriggio tra le 17 e le 19. Quando c’è maggiore congestione del traffico, aumenta pure il pericolo di incidenti, non solo per le auto, ma anche per gli utenti più vulnerabili come i ciclisti e i pedoni. Ho letto che dai dati estratti da

https://dati.comune.fe.it/dataset/incidenti-stradali (dal 2004 al 2021) e

da https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/mokaApp/apps/MISTER20/index.html (dal 2022 al 2024) il numero totale di incidenti gravi registrato in corso Isonzo è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno) con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno). Il 23% degli incidenti (48) è avvenuto nell’incrocio tra Corso Isonzo e Via Cassoli (a ovest) e Via Garibaldi (est), causando 53 feriti. Un altro 36% (75 incidenti) è avvenuto invece in corrispondenza della rotonda con Corso Piave (a ovest) e Via Piangipane (est), con 84 feriti ed un morto.

Io, ad esempio, mi sento molto in difficoltà quando sto per attraversare la via, soprattutto nel tratto da me più frequentato e che va da via Cassoli verso Via Garibaldi, perché anche se le strisce pedonali sono ben segnalate, la via è molto larga ed è difficile prevedere la risposta degli autisti di entrambe le corsie di marcia, per cui parto e mi affido al destino, in uno stato di ansia.

Io non sono un addetto ai lavori, ma penso che la moderazione del traffico per mezzo di dossi prima dell’incrocio o, in alternativa, una segnalazione semaforica con video camera, o anche l’introduzione in Corso Isonzo della velocità 30 Km/h, potrebbero essere interventi utili a rallentare la velocità delle auto, e rendere più sicuro l’utente debole.

Il tema della sicurezza sulle strade è tanto importante che dovrebbe essere al primo posto e andare oltre le visioni politiche di parte, attraverso uno studio attento e continuamente monitorato che permetta in tempi rapidi di adottare modifiche strutturali e soluzioni tecniche che riducano i rischi e la pericolosità delle strade e che abbiano una ricaduta sulla salute di tutti, in particolare per i più vulnerabili.

Maria Sarto, cittadina di Ferrara

Cover: Ferrara, corso Isonzo, pericolo per i pedoni, fare qualcosa – foto Lavocediferrara.it

Referendum giustizia: come corrodere la democrazia dall'interno

Referendum giustizia:
come corrodere la democrazia dall’interno

Referendum giustizia: come corrodere la democrazia dall’interno

Questo non è l’ennesimo articolo che entra nelle motivazioni del referendum del 22 e 23 marzo, cercando di convincervi a votare NO oppure SI. Questo articolo esamina alcune insidiose forzature, che sembrano essere state sottovalutate, e che invece rappresentano situazioni di pericolo per la nostra democrazia, i cui effetti potrebbero manifestarsi con forza in futuro.

Prima di tutto ricordiamoci il motivo per cui dovremo andare a votare. La riforma Nordio cambierebbe diversi articoli della Costituzione: un fatto che non può essere considerato ordinario o banale. Cambiare la Costituzione significa cambiare le fondamenta su cui poggiano tutte le norme che regolano la nostra vita quotidiana; per questo, non è un provvedimento che si può adottare con superficialità. Soprattutto, non si può pensare che chi vince le elezioni abbia mano libera (anche se da qualche anno a questa parte è esattamente questa la convinzione che hanno i partiti politici). E’ stato previsto che le modifiche agli articoli costituzionali debbano essere concordate tra maggioranza e opposizione: ecco perché non basta la semplice maggioranza dei parlamentari, ma è richiesto un quorum dei 2/3. Tuttavia, nel timore di rendere troppo difficile anche apportare piccoli cambiamenti che nel tempo dovessero rendersi necessari, è stata prevista un’ulteriore modalità: se le riforme ottengono il parere favorevole della semplice maggioranza dei parlamentari, si può chiedere che siano i cittadini ad esprimersi, confermando o respingendo le modifiche proposte.

La richiesta del referendum confermativo è stata evidentemente prevista a tutela delle minoranze. La logica è: la maggioranza decide di cambiare alcuni articoli, l’opposizione non è d’accordo e può pretendere che siano gli elettori ad avere l’ultima parola. E invece, in questo caso, il referendum è stato richiesto dalla maggioranza di governo. Perché?

Perché avevano fretta. Perché volevano che si votasse il prima possibile. E il motivo è presto detto: meno la gente conosce il tema su cui si vota, più è facile che voti in base agli slogan o alle proprie simpatie politiche. E ovviamente, questo favorisce chi sembra detenere la maggioranza dei voti potenziali. Man mano che le persone approfondiscono tutti gli aspetti della riforma, il NO recupera consensi. Ed è ciò che sta avvenendo secondo i sondaggi.

Quindi questa è la prima, grave forzatura. Se si vuole cambiare la Costituzione, è fondamentale che le persone siano informate e capiscano esattamente cosa stanno votando. Orientare il loro voto con l’inganno significa renderle pedine inconsapevoli, ma fondamentali per modifiche destinate ad avere un impatto pesante sulla società.

La seconda forzatura sta nell’essersi appropriati di una prerogativa delle opposizioni, di fatto impedendogli di esercitarla. I comitati per il NO hanno comunque raccolto le oltre 500mila firme necessarie per la richiesta del referendum, producendo un risultato a dir poco paradossale. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto valide le firme e la formulazione del quesito referendario; anzi, ha stabilito che questo fosse quello giusto, in quanto quello presentato dal Governo presentava gravi carenze. Quindi, se il quesito giusto è quello presentato dalle opposizioni si rinvia il voto, considerando che la precedente richiesta era stata superata? Ebbene no: si vota con il secondo quesito, ma la tempistica rimane quella del primo. Un autentico aborto giuridico al quale, spiace dirlo, si è prestato il Presidente Mattarella.

La terza forzatura è la più grave. A differenza di quanto accaduto nelle ultime consultazioni, a lavoratori e studenti fuori sede non sarà consentito votare senza tornare a casa. Il motivo ufficiale: non ci sono i tempi per organizzare il loro voto. Rimettiamo insieme i pezzi: il Governo, che ha fatto di tutto per affrettare il voto, a costo di calpestare i diritti dell’opposizione, ci viene a dire che non c’è tempo? In realtà, il motivo della decisione è un altro. Gran parte dei fuori sede sono studenti universitari, e i sondaggi dicono che voterebbero nella stragrande maggioranza per il NO alla riforma. Quindi, per evitare il che il loro contributo possa diventare decisivo, si sceglie di calpestare il diritto al voto di oltre 5 milioni di Italiani. Facile prevedere che solo una piccola parte dei potenziali elettori tornerà a casa per esprimersi, considerando anche che i costi dei trasporti tendono a crescere esponenzialmente all’aumentare della richiesta. E così, senza che nessuno si sia ribellato apertamente, passa una logica che fa davvero paura: se non voti come diciamo noi, facciamo in modo di non farti votare.

All’inizio avevo scritto che non avrei spinto per votare SI o NO: in realtà era una bugia. Non entrerò nel merito del quesito referendario, che invito tutti ad approfondire a parte. Difficile, una volta comprese le logiche e la finalità della riforma, non votare NO.

Ma l’aspetto più inquietante è un altro. Quanto sta accadendo rappresenta un rischio concreto per la democrazia: se passano sotto silenzio queste forzature, alla prossima occasione ne vedremo di peggio. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che una maggioranza democraticamente eletta non possa comportarsi in modo antidemocratico. Abbiamo sotto gli occhi quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove la violenza è la punizione per chi non ha votato “bene”. E poi c’è sempre l’esempio più eclatante: Adolf Hitler fu eletto democraticamente nel 1933. Sappiamo a cosa portò la logica per cui chi vince le elezioni fa quello che vuole.

Pensiamoci bene. Bisogna bocciare una riforma sbagliata e pericolosa, ma bisogna anche fermare una deriva che se lasciata correre potrebbe diventare inarrestabile. E quindi noi possiamo, con solo voto, dire non uno, ma due NO. Uno più importante dell’altro.

 

Il Grattacielo non è una questione privata

Il Grattacielo non è una questione privata
Intervista ad Anna Zonari de La Comune di Ferrara

Sulla questione dell’evacuazione urgente di persone e famiglie dai loro appartamenti al Grattacielo di Ferrara, Periscopio ha rivolto alcune domande alla consigliera comunale Anna Zonari, eletta in Consiglio come rappresentante de La Comune di Ferrara. Anna Zonari ha un’esperienza pluriennale di formazione e di progetti di comunità negli enti del terzo settore. 

 

Periscopio: Anna Zonari, Il sindaco Fabbri ha deciso l’ evacuazione del Grattacielo di Ferrara dopo l’ultima relazione dei Vigili del Fuoco. Ha emesso un’ ordinanza contingibile e urgente, che si adotta per fronteggiare pericoli imminenti e imprevedibili di incolumità, sicurezza, igiene o sanità pubblica. In ordine a questo punto specifico, qual è la sua posizione?

Anna Zonari: L’ordinanza contingibile e urgente è uno strumento previsto dalla legge per tutelare l’incolumità pubblica in presenza di un pericolo concreto. Se i Vigili del Fuoco hanno rappresentato un rischio serio e attuale, è evidente che la sicurezza e l’incolumità delle persone viene prima di tutto.
Il punto, però, non è discutere la legittimità dello strumento in sé, ma le conseguenze della sua applicazione. Un’ordinanza di questo tipo non è un atto neutro: ha comportato l’allontanamento forzato di circa cinquecento persone dalle proprie abitazioni. Quando un Comune esercita un potere così incisivo, deve anche assumersi la responsabilità di governarne gli effetti, soprattutto sul piano sociale e abitativo.
Altrimenti parliamo di sicurezza dell’edificio, ma non delle persone.
Allo stesso tempo, è legittimo chiedersi se l’Amministrazione fosse nelle condizioni di agire in modo preventivo, evitando di arrivare ad una decisione così drastica e solo dopo aver corso un rischio così alto. Le prescrizioni dei Vigili del Fuoco sulla necessità di lavori per la messa a norma degli impianti erano note da anni ed erano già sulla scrivania del sindaco: non si è trattato di un fulmine a ciel sereno.

P:Se si fosse trovata da sindaca a dover gestire la situazione creatasi dopo il principio di incendio, quali diverse attività avrebbe posto in essere rispetto a quelle che hanno qualificato l’operato della attuale Giunta? Mi riferisco in particolare alle attività di tutela delle persone coinvolte, che non hanno solo un problema di incolumità personale, ma di vita quotidiana: dove alloggiare temporaneamente, dove poter abitare in futuro.

AZ: Avrei lavorato prima di tutto sulla
prevenzione. Proprio perché la situazione era da anni sulla scrivania del sindaco, con tanto di prescrizioni dei Vigili del Fuoco, c’era uno spazio per programmare, con un cronoprogramma serio per la messa in sicurezza e un ruolo di coordinamento molto più forte da parte del Comune che è anche condomino, in quanto proprietario di alcuni immobili.
Governare significa anche anticipare i problemi, non inseguirli quando sono già esplosi. 
Non avendo agito in tempo, ci si è trovati in emergenza. E lì avrei fatto scelte diverse.
Dopo le ordinanze, subito doveva essere costituita
un’unità operativa dedicata esclusivamente alla presa in carico delle persone e delle famiglie coinvolte, con una mappatura reale e completa dei bisogni di tutti gli abitanti, non solo di quelli formalmente classificati come “fragili”. Per questo, avrei potenziato i servizi sociali per lavorare in modo attivo, andando “porta a porta” per dare informazioni chiare e costruire un censimento puntuale delle situazioni personali, lavorative, sanitarie e familiari.
Lo dico anche sulla base di ciò che ho visto in questi giorni: i volontari e le volontarie, che hanno supplito a un evidente vuoto istituzionale, hanno intercettato fragilità e criticità che fino a quel momento erano sconosciute ai servizi. Questo dimostra che, in situazioni straordinarie, il lavoro sociale ed educativo non può restare chiuso negli uffici né limitarsi ad attendere che le persone si presentino spontaneamente.
Trovo molto grave che, proprio perché non è stato fatto un
censimento capillare e tempestivo, oggi non siamo nelle condizioni di sapere dove siano finite molte persone, in quali condizioni vivano, se abbiano trovato una sistemazione sostenibile o se si trovino in situazioni precarie, provvisorie o addirittura a rischio di esclusione. Questo non è un dettaglio amministrativo: è il cuore della responsabilità pubblica, perché senza conoscenza reale delle situazioni non è possibile costruire politiche efficaci di tutela e accompagnamento.
Avrei inoltre chiesto immediatamente il supporto del
Prefetto per attivare un tavolo di coordinamento stabile e operativo con Regione, Comune, AUSL, ACER, organizzazioni sindacali, terzo settore, per costruire una risposta integrata e non frammentata.
Parallelamente, mi sarei fatta parte attiva nell’
intermediazione con il mercato della locazione, coinvolgendo concretamente le agenzie immobiliari e sensibilizzando la cittadinanza, perché a Ferrara tante case sono chiuse e, con le debite garanzie pubbliche, potrebbero essere utilizzate. Avrei richiesto alla Regione l’immediata attivazione degli strumenti previsti dal Piano Casa, perché una crisi abitativa di queste dimensioni non può essere affrontata solo a livello comunale. Parallelamente, avrei utilizzato fino in fondo gli strumenti già a disposizione dell’Amministrazione, a partire da quanto previsto dallo Statuto di ACER, che consente di attivare procedure specifiche in caso di emergenza abitativa, senza intaccare le graduatorie ordinarie dell’edilizia residenziale pubblica.
Questo apre ad un tema importante: a Ferrara
esistono centinaia di alloggi in edilizia residenziale pubblica oggi non utilizzabili, molti dei quali potrebbero essere resi agibili con interventi non particolarmente onerosi. In una fase di emergenza, anche questo patrimonio avrebbe potuto e dovrebbe rappresentare una risorsa importante.
.
P: Il sindaco ha rappresentato il problema come “una questione privata”, poiché l’incuria che ha generato i problemi di sicurezza dipenderebbe dal fatto che parte dei condomini non ha pagato le quote di propria competenza per garantire la manutenzione del fabbricato.  Lei concorda col fatto che si tratti di una questione privata? 

AZ: No, non è solo una questione privata.
In un condominio esistono responsabilità dei singoli, certo. Ma qui stiamo parlando di un condominio davvero particolare, grande quanto una delle nostre frazioni, per numero di abitanti. E’ assurdo trattarlo come una normale vicenda condominiale.
Quando il Comune, come un buon padre di famiglia, ti dice “devi uscire per ragioni di sicurezza, per la tua incolumità”, non può poi considerare concluso il proprio compito con la firma del provvedimento e non preoccuparsi di cosa ti accade dopo.
Da quel momento la responsabilità diventa pubblica, perché non parliamo più solo di muri e impianti, ma di persone. 
Proprio per questo, dopo circa dieci giorni dall’incendio, quando è diventato chiaro che l’Amministrazione stava trattando la vicenda come una questione privata, ho inviato una diffida formale per chiedere che venisse assunta pienamente la responsabilità pubblica della gestione dell’emergenza.
Parliamo di famiglie, di bambini che devono continuare ad andare a scuola, di lavoratrici e lavoratori che in mezzo a questo caos devono continuare a lavorare, spesso pendolari, con turni anche notturni, senza sapere dove dormiranno. Parliamo di anziani spaesati, di genitori costretti a separarsi perché non si riesce a trovare una sistemazione unica.
Dire che è una questione privata significa ignorare tutto questo. Le eventuali responsabilità dei condomini verranno accertate, ma l’emergenza abitativa che ne è derivata non può essere scaricata sui singoli o sul volontariato. Le istituzioni esistono anche per questo: per farsi carico delle conseguenze quando una decisione pubblica cambia radicalmente la vita delle persone.

P:Lei in questi giorni ha assistito sia alla evacuazione delle persone dai loro appartamenti, sia alla fase successiva. A suo avviso il Comune si è attivato nella maniera migliore con i suoi servizi di assistenza alla persona? E ha messo gli enti del terzo settore nelle condizioni migliori per coadiuvare il Comune nella presa in carico?

AZ:Il Comune ha dichiarato di aver preso in carico 76 persone considerate fragili. Ma è evidente che quando perdi casa da un giorno all’altro, diventi fragile anche se fino al giorno prima eri autosufficiente.
A Ferrara trovare casa è già difficile in condizioni normali, per i costi elevati e per le discriminazioni che colpiscono soprattutto i migranti. Cito un episodio che mi ha colpita molto: un abitante del Grattacielo, non italiano, ha chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni su un appartamento e gli è stato risposto che non era disponibile. Dieci minuti dopo, la stessa agenzia è stata contattata da una persona italiana e l’appartamento risultava improvvisamente disponibile. Non voglio generalizzare, ma episodi come questo mostrano che pregiudizio e diffidenza sono ancora molto presenti. Anche per questo era fondamentale che l’Amministrazione svolgesse un ruolo di garanzia e di intermediazione. 
Il giorno dello sgombero erano presenti un’operatrice e un operatore di ASP, che hanno lavorato in una condizione di forte stress. Non per loro responsabilità, naturalmente: non è realistico pensare di attivare una ricerca di soluzioni abitative solo nel momento in cui le persone sono letteralmente in strada. La domanda è: perché non si è intervenuti prima nella ricerca di soluzioni abitative, considerando che molte persone si erano già rivolte al SSUI, lo Sportello Sociale Integrato?
Asp, in alcune situazioni, non trovando soluzioni abitative adeguate e disponibili ha proceduto dividendo i nuclei familiari: mamme con i figli da una parte e padri dall’altra. Immaginiamo cosa possa significare per i minori, che hanno il diritto fondamentale alla stabilità, alla serenità e alla continuità affettiva, vedersi improvvisamente separati da uno dei genitori a causa di una gestione inadeguata dell’emergenza.
Queste non sono semplici difficoltà logistiche: sono ferite profonde nella vita delle persone, soprattutto dei bambini, che avrebbero potuto e dovuto essere evitate con una presa in carico più tempestiva ed organizzata. 
Per quanto riguarda il terzo settore, voglio ricordare che, se non fosse stato per l’iniziativa dell’associazione Viale K, che ha messo a disposizione alcune aule per il doposcuola, e per l’impegno dell’associazione Cittadini del Mondo, che si è attivata fin dal primo momento, circa quaranta persone, alla chiusura del Palapalestre, sei giorni dopo l’incendio della Torre B, sarebbero rimaste letteralmente senza un tetto. Il volontariato, nella nostra città, è una risorsa straordinaria per generosità e competenze. Lo abbiamo visto anche con l’ospitalità a San Bartolo gestita da Caritas.
Ma non possiamo permettere che sia lasciato da solo a fronteggiare una
gestione emergenziale priva di supporto e di una regia pubblica.
Il volontariato integra, sostiene, accompagna: ma non può diventare la risposta strutturale a un’emergenza che riguarda centinaia di persone. Quando accade, significa che il Pubblico rifiuta le proprie responsabilità e che diritti fondamentali vengono affidati alla buona volontà dei singoli. 

P:Il Comune ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione per verificare da un lato la possibilità di trovare soluzioni abitative per le famiglie, dall’altro per studiare l’accesso a forme di credito agevolato e garantito per acquisti o affitti in altre zone della città?

AZ: Per quanto mi risulta, il Comune non ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione, ma l’assessora Coletti ha partecipato alla convocazione del Tavolo tecnico di coordinamento indetto dal Prefetto per affrontare le conseguenze dell’emergenza Grattacielo, al quale erano invitati, oltre al Comune stesso, la Regione, le istituzioni sanitarie, le forze dell’ordine, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, i gestori dei servizi essenziali e le rappresentanze del sistema bancario.
Tuttavia, nella dichiarazione ufficiale rilasciata dall’assessora dopo l’incontro, ha voluto sottolineare come l’Amministrazione non abbia compreso né l’oggetto del tavolo né quali interventi socio-economici fossero richiesti, né il ruolo dei 27 soggetti presenti, ribadendo che per il Comune la questione è privata e che il Comune si era già attivato per la presa in carico delle persone “fragili”.
Per quanto riguarda misure come forme di credito agevolato, moratorie sui mutui o interventi con il sistema bancario, al Tavolo il tema è stato accennato, ma per quanto mi risulta non si è poi tradotto in un percorso strutturato di accompagnamento da parte del Comune o di altre istituzioni competenti.

P:Le risulta, come sostiene qualcuno, che si stiano verificando azioni speculative sul Grattacielo per trasformare quello stabile, una volta risanato, in un hub degli affitti brevi?

AZ: Al momento non ho elementi concreti che dimostrino l’esistenza di un disegno preciso in questa direzione. Tuttavia, è innegabile che quando un immobile di grandi dimensioni entra in una fase di crisi, il rischio di operazioni speculative esiste sempre.
Sarebbe anche un’ulteriore grande ingiustizia, perché nella stragrande maggioranza dei casi quegli appartamenti sono abitati da persone che hanno pagato regolarmente le quote e hanno mantenuto a norma le proprie abitazioni. È vero che nel tempo si sono accumulate anche situazioni problematiche: irregolarità, degrado, comportamenti illeciti, difficoltà gestionali. Ma è altrettanto vero che, per la maggior parte, al Grattacielo hanno vissuto e vivono persone per bene: lavoratrici e lavoratori, famiglie, giovani coppie, spesso con lavori poveri o precari, una condizione purtroppo in aumento non solo tra i migranti, ma anche tra tanti nostri giovani.
Per molte persone, il Grattacielo ha rappresentato l’unica possibilità concreta di realizzare il sogno di una casa, grazie a costi di acquisto e di affitto che in altre zone della città sono ormai inaccessibili. Questo non è un dettaglio: è il segno di un problema strutturale.
In una città in cui gli affitti crescono e la precarietà abitativa aumenta, la disponibilità di alloggi a costi calmierati diventa una condizione fondamentale per trattenere e attrarre giovani, famiglie e lavoratori, in una società in cui il lavoro povero e discontinuo non è più una dimensione marginale, ma una realtà sempre più diffusa.
Con una visione politica lungimirante, la crisi del Grattacielo potrebbe diventare un’occasione per ripensare le politiche abitative e per esercitare un ruolo di regia pubblica nella messa in campo coordinata di risorse pubbliche e private, con l’obiettivo di rendere possibile il risanamento dell’edificio, il ritorno graduale degli abitanti in regola nelle proprie case e la ricostruzione di una comunità stabile e dignitosa.

 

In copertina: cartolina del Grattacielo, tratta da http://www.museoferrara.it/view/s/dce1ff6f14f24787b883115e7336ef56, Archivio Assessorato alla Cultura e Turismo

Lei mi vede piangere

Per certi versi /
Lei mi vede piangere

Lei mi vede piangere

Lei mi vede piangere

Accendere incensi

 

Lei mi vede bambina e grande Madre

Mi chiede luce

Mi chiede il buio

 

Mi domanda come ho fatto a guarire

A risalire

Ad amare tanto

Lei mi chiede biscotti e risposte

 

Si prepara alla mia morte

che non accadrà mai

perché la Poesia le ho insegnato

 

Quella senza parole

Imbevuta nel latte

Nei baci che riparano i lampi

Nei lampi che sono i miei baci

 

[Da “La Figlia e la Luna”, Il Leggio editrice, 2025]

 

In copertina: bambina con una lampada ad olio – freepik.com

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari

Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari

Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari

La lunghezza della vita è sempre più dipendente dal luogo (regione) dove si nasce o si vive: è una disuguaglianza che non può lasciarci indifferenti perché non è una disuguaglianza inevitabile. Una disuguaglianza che alimenta anche il noto fenomeno della mobilità sanitaria che interessa particolarmente i territori situati nel Sud del nostro Paese e nelle isole, fenomeno che è riconducibile a disfunzioni del servizio sanitario (insufficienza dell’offerta, scarsa qualità dei servizi, peggiori esiti delle cure). Le differenze territoriali intaccano profondamente anche l’attesa di vita: è il caso, ad esempio, degli anni medi attesi di vita non in buona salute, calcolati sia alla nascita che a 65 anni, oppure i dati sulla mortalità. A una speranza di vita alla nascita più bassa nelle regioni del Sud e nelle Isole si accompagna negli stessi territori un tasso standardizzato di mortalità più elevato, segno di uno stato di salute che risulta più deteriorato rispetto alle regioni del Centro-Nord.

A confermarlo è anche il Rapporto “Sussidiarietà e… salute. Rapporto sulla sussidiarietà 2025/2026” della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato nella Sala della Regina della Camera dei Deputati.
“Il nostro Paese, si legge nel Rapporto, è considerato il Paese dei mille campanili, e anche in termini di salute l’Italia non è una nazione unica per via delle tante differenze regionali che la caratterizzano: la speranza di vita alla nascita, gli anni medi attesi di vita non in buona salute, la mortalità totale e per patologia, la mortalità evitabile (prevenibile, trattabile), la multicronicità e le gravi limitazioni negli anziani, la salute mentale, la mobilità sanitaria, e così via. (…) Ma non è solo l’eterogeneità nella salute delle regioni che preoccupa: vi sono molti segnali che le disuguaglianze di salute si ritrovano anche all’interno delle grandi città”.

Alle disuguaglianze territoriali nella salute si aggiungono le disuguaglianze socio-economiche, sempre in termini di salute, lette nel Rapporto attraverso il grado di scolarità delle popolazioni. I soggetti che dal punto di vista sociale sono più deprivati o svantaggiati (povertà materiale, minore scolarità e altro) hanno una salute peggiore rispetto ai soggetti socialmente più avvantaggiati: la mortalità diminuisce nel passaggio dai titoli di studio inferiori a quelli superiori (+45% per i maschi con il titolo di studio più basso rispetto ai soggetti di pari età con il titolo di studio più alto, +33% per le femmine) e le disuguaglianze diminuiscono al crescere delle età.

Nello specifico della mobilità sanitaria interregionale, il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà certifica un valore record nel 2022 di 5,04 miliardi di euro, con un forte flusso di pazienti e risorse dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, con valori in aumento negli ultimi anni. Circa il 70% degli spostamenti avviene per un ricovero ospedaliero, circa il 16% per visite specialistiche e il 9% per somministrazione di farmaci (molto spesso legate a terapie particolari o oncologiche); il resto comprende tutte le altre prestazioni, che sono abbastanza marginali. Suddividendo le regioni sulla base dell’entità del saldo (positivo o negativo), quelle con saldo positivo rilevante (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) si trovano tutte al Nord, quelle con un saldo moderato al Centro (Toscana e Molise) e via via che si scende lungo lo stivale i livelli di mobilità negativa aumentano. La spesa per la mobilità sanitaria non di confine in quattro regioni del Sud, ovvero Sicilia, Puglia, Calabria e Campania, supera la metà del totale nazionale, raggiungendo 587 milioni di euro, pari al 57,4% della spesa complessiva in questa categoria.

Il “Rapporto “Sussidiarietà e… salute”, si propone come una valutazione a tutto campo, sulla base di numerosi contributi su un ampio spettro di fattore, della situazione attuale della sanità nel nostro Paese, dei suoi problemi e delle possibili linee di riforma del sistema, che viene giudicato “in crisi”. Il lavoro è suddiviso in tre parti. La prima sezione parte da un’analisi dell’evoluzione in corso della domanda di salute, segnata dal fattore demografico, e delle criticità del sistema, date in particolare dalle diseguaglianze economiche e territoriali.  Viene poi messa a fuoco la frammentazione del sistema e della sua governance, che sono un ostacolo alla necessaria integrazione dei servizi. La seconda sezione pone l’attenzione sulle prospettiva di riforma. Qui la stella polare, in coerenza anche con le premesse del diritto costituzionale, è la “presa in carico” del paziente, tendenzialmente nell’unità della sua persona e dei suoi bisogni, che sono molteplici e di varia natura, ma che non vanno considerati in modo frammentato e slegato, privilegiando l’offerta dei servizi sulla domanda reale. La terza sezione è quella che presenta “Esperienze”.  Che sono sei: il modello veneto a forte leadership centrale; la valutazione nella Casa di Comunità in Toscana; la riforma dell’assistenza territoriale in Emilia-Romagna; la continuità delle cure nell’esperienza della cooperativa Cosma in Lombardia; l’assistenza sociosanitaria nelle aree interne; il progetto dell’Asl 4 della Liguria.

Qui il Rapporto: https://www.sussidiarieta.net/files/contenuti/rapporto-sussidiarieta-768-24-25-light.pdf.

Cover: Diritto alla salute, Foto di http://retesalutelombardia.blogspot.it/

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore