Quando le regole del gioco cambiano. Ce lo racconta “Questi che mangiano quelli”, di Arianna Papini, con Kite edizioni, appena uscito in libreria
Oggi presentiamo un albo illustrato che insegna che non dobbiamo essere sempre di questi o di quelli. Ci sono i cambiamenti, le regole del gioco sovvertite, per un motivo o per l’altro, i ruoli che si modificano. Tutto evolve, Panta Rei avrebbe detto Eraclito.
Si sa, da sempre, Questi mangiavamo Quelli. Da sempre Quelli erano mangiati da Questi.
Questi che mangiano quelli, di Arianna Papini, immagini Kite edizioni
C’erano vincitori o soccombenti, il mondo diviso in due categorie, chi mangia è determinato a farlo, chi è mangiato accetta la sua sorte ma nel frattempo si gode la vita.
Questi stavano in alto per tenere sotto controllo Quelli che stavano in basso e prima o poi mangiarli. In basso si viveva alla giornata in attesa di essere mangiati. C’est le vie, pensavano ma erano felici. Felici nonostante un destino inesorabilmente segnato, un disegno cui non si poteva scampare.
Essere il cibo di qualcuno non è semplice. Tutti un poco lo siamo. Non ci si può davvero fare nulla? Godersi la vita fin che si può? Ma chi lo dice che non ci si può fare nulla? Non penso sia davvero inevitabile essere cibo di altri.
Questi che mangiano quelli, di Arianna Papini, immagini Kite edizioni
In fondo, ci si può incontrare e non avere paura, aver voglia di conoscersi e giocare, pur essendo doversi, e pur essendo, per definizione, prede e predatori. Perché non ignorare i ruoli e magari invertirli se non annullarli per sempre?
Così un giorno succede che il piccolo di Quelli vede il piccolo di Questi e ha voglia di giocare, non ha paura. Anche il piccolo di Questi vede il piccolo di Quelli e vuole giocare, non ha fame. Mentre i grandi fanno strategie e corrono prima di essere mangiati.
I due piccoli allegri si avvicinano, sono curiosi, così come i piccoli sanno esserlo. I piedini sorridono, il cuore batte forte forte, le gote prendono colore e si accalorano. Che brivido l’amicizia! Se è amore, poi!
Si annusano e guardano insieme le nuvole che giocano, prendendo tante forme pannose e sconosciute. Quanto può essere bello il mondo! C’è poi tanto spazio per tutti.
Questi che mangiano quelli, di Arianna Papini, immagini Kite edizioni
Ci si incontra di nascosto, certi per tradizione che un giorno l’uno avrebbe fatto dell’altro un bel pranzetto. Ma loro avevano voglia solo di stare accanto, insieme, non avevano né paura né fame. Solo il grande desiderio di raccontare quell’incontro magico e speciale.
Così, un bel giorno, invitano a pranzo Questi e Quelli, tutti certi del proprio destino.
Quando invece …
E da quel giorno non ci sono più Questi né Quelli. Ci siamo Noi
Questi che mangiano quelli, di Arianna Papini, immagini Kite edizioni
Arianna PAPINI, nata e residente a Firenze, abbagliata da ragazzina dalla Venere del Botticelli agli Uffizi e innamorata della libertà, ha studiato arte e architettura, specializzandosi nel design del libro-gioco. Ha diretto per 25 anni la casa editrice Fatatrac come responsabile editoriale e artistico e insegnato presso la Facoltà di Architettura di Firenze e l’Isia di Urbino, oltre a collaborare con la Scuola Internazionale d’Illustrazione di Sàrmede. Arte terapeuta specializzata, conduce gruppi terapeutici e formativi nel suo studio a Firenze e in varie istituzioni italiane. Scrittrice, pittrice e illustratrice, ha pubblicato centosessanta libri con diverse case editrici, vincendo premi come il Premio Andersen e il Premio Compostela. Le sue opere sono state tradotte in diversi paesi. È attiva nel volontariato presso reparti pediatrici, dove alcuni suoi testi sono stati messi in scena.
Bruna Starrantino: «Come pesci che hanno perso le ali»
“Come pesci che hanno perso le ali” (G.C.L. Edizioni, 2025) è l’ultima produzione poetica della poetessa siciliana. E’ un’opera piena di amore per un mondo in piena crisi di senso, di nichilismo diffuso. Sono versi che ci parlano degli ultimi. Anzi, la costante è che ci parlano delle ultime, le donne.
Donne che si trovano spesso ingabbiate, sottomesse, violentate, sfruttate e sottopagate, vittime di femminicidio. Si alzano al cielo grida di dolore alla ricerca di una libertà desiderosa di una normalità, di una vita fatta di relazioni paritarie, di una giustizia senza sconti, di una attenzione per le piccole ma importanti situazioni/cose quotidiane.
COME UNA TROTTOLA IMPAZZITA
Il latte che tracima dalla cuccuma e
mi si attacca ai fornelli
l’uovo al beacon
che fa i capricci e non mi si stacca dal tegame
il tegame che va in fumo e
puzza di bruciato.
Il mio sguardo contrito
e il tuo saluto veloce palesemente stizzito…
Un debutto di giornata davvero
sfigato…
il letto da rifare e le stanze da arieggiare
la biancheria da candeggiare e i calzini da lavare
e il telefono che non la smette di squillare
l’ora del pranzo che si avvicina
e tutte le cose
che mi si agitano in testa
– come galassie sclerate –
che ruotano e
a mo’
di
bollicine
borbottano
qui
nella casseruola che protesta
– con gli spaghetti ancora da pesare –
e l’acqua che bolle e ribolle
e la macchina del bucato
che si agita
anche lei
e strizza
e gira
e devo pur stendere ad asciugare.
E giro anch’io
come una trottola impazzita
in cerca di soluzioni
spicciole.
Non
mi aiuta l’immaginazione
al potere. Non
mi aiuta Marcuse.
Non
mi aiutano
le belle teorie filosofiche
sulla libertà. Buone
a dipanare tempeste esistenziali
che mi fremono
sottopelle.
Ma che in questo momento
mi sembrano solo frottole e frittelle.
Adesso che…
la maionese è impazzita gli spaghetti son già sfatti
l’arrosto è ancora crudo
e il bucato e i calzini e i grilli che mi si attaccano ai capelli
e la latta dell’olio che non si lascia bucare
e mi gira tutto intorno…
e mi sento crollare.
Vita balorda!
E’ un giorno di ordinaria follia.
Un giorno balordo che si trascina nel tempo.
Senza la pausa di un sogno.
Il titolo del libro, Bruna Starrantino lo dipana così. “Il pesce con le ali, nel mio immaginario, è una creatura che conserva dentro la memoria la memoria delle bibliche «acque del cielo»… la memoria antica delle origini. E diventa simbolo di un tempo in cui un legame sottile teneva legate tutte le cose del Mare, del Cielo e della Terra.” (…) Oggi gli uomini sono come pesci che hanno perso le ali. (…) L’uomo si ritrova in una società effimera, tutta da ridisegnare, senza confini, senza limiti. Dove vive l’illusione che tutto è qui a portata di mano e che è possibile raggiungere il massimo profitto e il massimo godimento, con il minimo sforzo possibile.”
VOGLIO ESSERE PIU’ UMANA
Non voglio più essere Uomo.
Meglio
essere un’aquila
un pescecane una iena
un’orca assassina.
Nati predatori
rimasti tali senza volerlo.
Senza colpa.
Predatori impietosi per sopravvivenza.
Per un istinto animale che non sanno domare.
Voglio essere più Umana.
Non voglio più essere Uomo.
Ambiguo animale capace di uccidere.
Anche in nome dell’amore.
Ambiguo animale capace di uccidere.
Con il piacere di farlo.
Senza pudore. Senza vergogna. Senza dio.
Voglio essere più umana.
Alla Starrantino “piace conservare nella memoria” la struttura delle conchiglie, la disposizione di alcuni petali di fiori, le lune che tornano ogni notte a ricordarci il passare dei giorni e delle notti, il procedere implacabile e, però, affascinante delle stagioni, la meraviglia di una ragnatela, lo stupore per i microcosmi che tengono assieme il nostro universo.
E POI CI SONO LE RAGNATELE DELLE FATE
Stese sui fili del terrazzo
come panni al sole.
A penzoloni
sui bordi
in cima
alle grondaie.
Nascoste
fra crepe
di vecchi muri
di tufo.
Le ragnatele
sono presenze metafisiche
Portano Altrove.
Nessuno lo sa.
Di notte
le dita delle fate
come suonando un’arpa
raccolgono sogni.
I sogni di chi ha smesso di sognare.
I sogni di chi dimentica nel sonno i sogni.
Fra cielo e terra
le fate della notte disegnano mappe segrete.
Intrecciano ragnatele di fili di seta
– sottili come fili di luna –
e segnano la strada.
Per chi vuole andare a cercare
il luogo dei sogni perduti.
Questa attenzione per le “piccole” cose della natura, mi ha collegato alla bellissima silloge “Pinoli” di Giancarlo Consonni (Einaudi, 2023) da cui traggo due piccoli esempi:
Bianco
Nuvole e spuma.
Il cielo e il mare
si parlano
a colpi di bianco.
Peso
Qual è il peso di un bombo?
di un’ape?
di una farfalla?
Ogni fiore lo sa.
Concludo questo breve dialogo con Bruna Starrantino, attraverso la mediazione del suo libro molto ricco di riflessioni ed emozioni, toccando il tema della pace. Un bisogno sempre in primo piano, una ricerca continua!
SEMI DI GRAMIGNA SELVATICA
Pace
andiamo cercando
come funamboli stanchi
da troppo tempo sospesi su un filo
come funamboli stanchi che hanno fame d’aria
fame d’aria e d’amore.
Pace
andiamo cercando
da spargere intorno a piene mani
come semi di gramigna selvatica che tutto
ricopre e risana.
Pace
andiamo cercando
per rinsaldare le ferite della
terra imbevuta di sangue innocente.
Per riempire le buche dell’anima crivellata
dall’odio e dalla follia.
Pace
andiamo cercando.
(In copertina, illustrazione grafica di Rasim Maslic)
Bruna Starrantino nasce in Sicilia e della sua terra porta addosso la sua aspra solarità … il suo canto e il suo disincanto. I suoi forti contrasti di colori e di umori.
Poetessa. Scrittrice. Sceneggiatrice. Docente di materie letterarie. Esperta in psico-pedagogia. Counselor e Arteterapeuta. Curatrice di laboratori teatrali, di scrittura creativa e di poesia. Ha pubblicato articoli specialistici sulla rivista trimestrale Arti Terapie. Ha pubblicato opere poetiche su Riviste e Antologie letterarie. Le sono stati conferiti diversi riconoscimenti: 1° Premio “Concorso Letterario Giovanni Verga” (saggio breve) – Attestati di Finalista e Attestati di Merito in vari Concorsi di Poesia Nazionali e Internazionali.
Lei stessa, come la sua isola, è un approdo di contaminazioni culturali, presenti nelle trame della sua memoria semantica e narrativa che non hanno soffocato, di certo, la sua memoria sensoriale e il suo lirismo.
Per Lei “fare poesia” non è un modo di scrivere … è un modo di vivere.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 287° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Palazzina Marfisa d’Este, un patrimonio da non dilapidare
Il 29 maggio a Palazzo Schifanoia alle ore 17,00 verranno presentati gli interventi di restauro e riallestimento della Palazzina Marfisa D’Este. Non abbiamo gli strumenti per criticare nel dettaglio una “rivoluzione” che ci pare comunque inspiegabile, non giustificabile se non dalla rincorsa del “nuovo per il nuovo”. A questo proposito siamo lieti di ripubblicare l’esauriente saggio del professore Ranieri Varese già uscito su questa testata nel gennaio scorso, da sempre contrario al nuovo allestimento.
(Francesco Monini)
Nel 1838 il conte Francesco Avventi, a proposito delle riscoperte immagini di Schifanoia, scriveva: “Sono queste preziosissime per noi specialmente, giacchè in esse rileviamo i costumi di quella età, essendovi effigiati personaggi, vestiarii e cose, eseguite e tratte dal vero, con la massima precisione, e tale da ricordarci le fisionomie e le pratiche degli avi nostri”.
Da questo momento credo si possa far partire l’associazione, non solo visiva, degli affreschi con l’invenzione di una ‘età dell’oro’ per la città di Ferrara, identificabile nei due secoli del vicariato estense.
Molto schematizzo per ricordare che il processo di unificazione nazionale annullò la presenza e volle cancellare la memoria degli Stati preunitari, compreso quello pontificio, ai quali fu addebitato di essere di ostacolo alla creazione dell’Italia unita. A processo in atto è comprensibile la contrapposizione fra il periodo estense e quello legatizio: Ferrara dal 1598 sino al 1860 fu Legazione pontificia. Raggiunta l’unificazione politica, tale opinione non è più accettabile, anche se è rimasta e rimane nel sentire comune e nelle scelte delle istituzioni.
A conferma ed esemplificazione cito il giudizio di Giuseppe Agnelli(1856-1940): la sua opinione è importante perchè fu tra i primi a fattivamente impegnarsi per il recupero della palazzina di Marfisa d’Este. Bibliotecario della Ariostea, presidente della Ferrariae Decus, fu personaggio eminente nella Ferrara fra fine Ottocento e prima metà del Novecento.
“Un senso di povertà morale serpeggia dovunque; non più concordia di nobili spiriti verso un’idea, bensì comunanza di piccole anime nelle Accademie senza idee, che sorgono con titoli grotteschi e s’accapigliano in gare vergognose e muoion d’inedia e rinascono moriture sempre pronte a concedere il passaporto poetico per l’ingresso nella società aristocratica. … Si determina a grado a grado un movimento di umiliazione civile, che il governo della Santa Sede asseconda; giova cancellare nei nuovi sudditi la memoria del passato, rendere debole e sonnolento l’animo loro; … No, la magnanimità non fu intesa dalla pigra anima cittadina! A cui, meglio dei mercanti avveduti, taluni cardinali o scaltri o violenti rubarono i segni della stagione di gloria”.
Agnelli, allievo a Bologna di Giosuè Carducci, non sa dimenticare i versi che il poeta dedica Alla Città di Ferrara in particolare:
“La lupa con un guizzo del rabido artiglio la bianca aquila ghermì al petto, la straziò nell’ale. Maledetta sie tu, maledetta sempre, dovunque gentilezza fiorisce, nobiltade apre il volo, sii maledetta, o vecchia vaticana lupa cruenta”.
Ancora nel 1996 si parla di “infausto 1598”; Andrea Emiliani scriverà: Ferrara, “città devoluta nel 1598 ed allontanata con violenza dalla storia”.
Ferrara, “città del silenzio”, “città morta”, diviene uno stereotipo il quale viene fatto proprio dagli stessi ferraresi che lo assumono a testimonianza del degrado legatizio in opposizione all’antica gloria estense.
Ancora Giuseppe Agnelli scriverà: “perisce in turpe abbandono la palazzina di colei, che volle morire in Ferrara perché sapesse la storia come donna degli Este non aveva ceduto agli usurpatori la terra di sua famiglia.”
Lo stato della Palazzina di Marfisa d’Este prima del restauro
La Palazzina non è l’unico edificio che concorre a dare corpo e sostanza ad una formula che pare accettazione di uno stato: utilizzato a testimoniare una nuova letteraria ed affascinante qualità di Ferrara. Parallela è l’indicazione del palazzo detto di Ludovico il Moro.
Agnelli così lo descriverà nel 1902:
“Il palazzo abitato da molte povere famiglie, che lo popolano di prole numerosissima, è in condizioni di trascuranza pietosa, labenti e scrostate le muraglie, le finestre cascano a pezzi, le arcate della loggia furono chiuse con pietre e tavole malamente connesse.”
Dopo l’ancora utile testo di Gualtiero Medri (1938), le vicende della Palazzina sono ripercorse, analiticamente e con ampia edizione di documenti, nel necessario volume apparso nel 1996 a cura di Anna Maria Travagli Visser.
Mi limito, schematicamente, ad indicare alcuni degli usi ai quali il complesso di edifici fu adibito prima che l’affidamento, nel 1909, alla società Ferrariae Decus aprisse al tema e al problema del recupero.
Alla morte di Marfisa il complesso di San Silvestro sarà abitato dall’agente dei Cybo, il padre dello storico Cesare Cittadella, e parzialmente affittato.
La rinuncia dei Cybo a mantenere un proprio fiduciario in città apre a vendite, a demolizioni e ad usi impropri. Nel corso del XIX secolo sarà sede di una fonderia, di una fabbrica di candele, di un filatoio di seta, di una fabbrica di saponi, di una fabbrica di chiodi, di un magazzino di canapa, di un teatro per dilettanti, di una società ginnastica, abitazione di famiglie indigenti. Questo anche dopo l’acquisto da parte del Comune, nel 1861.
Agli inizi del Novecento il complesso è stato in gran parte demolito, restano l’edificio centrale, la loggia e l’ampia sala collegata. Il tutto in stato di abbandono. La Ferrariae Decus, nata per la salvaguardia delle memorie cittadine, compatibilmente con le disponibilità finanziarie, inizia il recupero sia delle strutture che delle decorazioni pittoriche.
In questo tempo si è consolidata, fatta propria anche dagli abitanti e dalle istituzioni, la formula di “Ferrara città del silenzio”.
Nino Barbantini si riconosce compiutamente in questa identificazione e scriverà:
“I ricordi e la bellezza, il silenzio e l’abbandono avranno fatto di questo palazzo disabitato una sede intatta e inviolabile della poesia e del sogno …. La poesia della nostra città; una poesia fatta di grandi ricordi e di silenzio pare che abbia in essa un simbolo materiale”.
Lo stesso Barbantini e Gaetano Previati daranno immagine e forma letteraria al mito di Marfisa letto all’interno di tale condizione. Ricordo la ben nota descrizione del corteggio di Marfisa e il dipinto del pittore ferrarese.
Il sodalizio e la comune espressione di intenti fra Barbantini e Agnelli nasce in questo contesto; un sodalizio che non si interrompe con il passaggio a Venezia di Barbantini nel 1909 e che potrà essere ripreso nelle celebrazioni degli anni Trenta.
Le prove di questo legame sono innumerevoli. Il libretto Per la Palazzina di Marfisa è edito nel 1908 dalla Ferrariae Decus, presidente Agnelli. Raccoglie testi scritti e pubblicati dal 1905 in poi. Nel 1905 Barbantini dedica un proprio libretto “Al Prof. Agnelli. Maestro venerato e carissimo”. Come nota Andrea Emiliani, Barbantini “è immerso nel milieu culturale e sociale di Ferrara.”
“Nell’estate del 1906 Giuseppe Agnelli ed io passeggiammo molte sere sotto i plenilunii e sotto le stelle per ragionare della bellezza di Ferrara e vedere i palazzi nella luna o nell’ombra … così ci ricordammo di te, Marfisa d’Este bel fiore stanco e della tua leggenda … e sognammo di restituirti la tua casa, perché potessi affacciarti ogni notte alle sue finestre a vedere se giungono i tuoi amanti, sederti entro una luce di luna, per narrare alla luna – o amante desolata – i tuoi amori…. Ragioni di poesia: perché la loro stessa collezione istituirà intorno a queste pietre un’atmosfera speciale ove l’individualità di ognuna di esse potrà spiccare con vivo risalto, ove le loro espressioni singolari potranno confondersi in un’espressione unitaria.”
In questo ambito l’amministrazione comunale accoglie le suggestioni di Nino Barbantini e le richieste avanzate da Giuseppe Agnelli e affida la palazzina alla Ferrariae Decus affinchè proceda alla istituzione di un museo lapidario ove raccogliere le sparse testimonianze scultoree presenti in città, dall’età romana sino al XVI secolo.
Nella Relazione del 1909 il Presidente comunica ai soci le date di inizio dei lavori e le ragioni di qualche ritardo; osserva:
“Abbiamo soltanto pensato, abbiamo studiato l’antica dimora, ci siamo meglio convinti che a quelle sale, gravate dal silenzio dei secoli, converrà la voce fioca, ma profonda, ma suscitatrice di alti pensieri, delle nostre pietre vetuste; abbiamo riconosciuto possibile di ridonare all’edificio la originaria fisionomia storica, di ottenere che i soffitti risplendano nelle vaghissime decorazioni, illuminino le morte cose con un raggio di bellezza.”
Scriverà Barbantini:
“Io vorrei che il giorno dell’inaugurazione del Museo i sarcofagi fossero riempiti di rose, i cippi e le lapidi inghirlandate di mirto e che i fiori fossero sparsi per terra ovunque. … E come potremmo comprendere l’infinita poesia della morte se non sentissimo in un perpetuo contatto con essa quella della vita? Perché noi sappiamo di portare nella Palazzina delle cose defunte. Anzi ce le porteremo appunto per questo; non solo perché sono belle, ma anche perché sono morte come la statua che non è più nella sua piazza o la lampada che non arde più sul suo altare. Che cos’è la poesia della Palazzina di Marfisa? L’eco di una musica nel silenzio.”
I lavori avviati comprendono sia il consolidamento delle strutture che il restauro delle decorazioni pittoriche, affidato in primo tempo a Giuseppe Mazzolani (1842-1916). L’intervento procede lentamente per l’esiguità dei fondi. Già nel 1913 si fa strada l’ipotesi di una diversa destinazione.
Giuseppe Agnelli la comunica ai soci della Ferrariae Decus:
“Altre volte, confessiamolo subito, propugnammo per la Palazzina l’idea di un Museo esclusivamente Lapidario … Or bene, via via che i soffitti andavano ripigliando i colori e le armonie del passato un senso inesprimibile di gioia entrò dominatore nell’animo nostro e il progetto d’un tempo venne a poco a poco modificandosi.”
Scuola dei Filippi, Ritratto di Marfisa d’Este bambina, Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este
Lo scoppio della prima guerra mondiale tronca ogni cosa.
Al termine del conflitto il Paese, e Ferrara, sono travagliati da una crisi economica grave, da conflitti sociali, dal sorgere della violenza fascista particolarmente attiva nelle campagne del ferrarese, conduttore lo squadrista e futuro quadrumviro Italo Balbo.
Il 4 aprile 1921 Benito Mussolini, candidato, tenne nel giardino della palazzina Marfisa un discorso elettorale che terminò con l’invito: “al popolo di Ferrara”: “Qui o popolo di Ferrara è la tua storia. Qui o popolo di Ferrara è la tua vita. Qui o popolo di Ferrara è il tuo avvenire.” [In occasione della inaugurazione della Palazzina fu posta una lapide che così recitava: “Qui dove labente squallore accusava l’incuria del tempo e l’ignavia degli uomini squillò vindice di trionfale rinascita il 4 aprile 1921 la voce di Benito Mussolini. Il popolo della città e dell’agro di Ferrara additando il nome e il segno di Roma.
L’oratore, molto probabilmente, non aveva consapevolezza del luogo, né, certamente, ne avvertiva la collegata poetica del silenzio e dell’abbandono. Da questa occasione la classe dirigente locale fa partire un nuovo stereotipo. L’abbandono e la cancellazione dell’immagine di “Ferrara città morta” alla quale subentra quella della “rinascita” nel nome degli Este e del fascismo. “Il nascere del Fascismo ed un novecentissimo Astolfo ci trassero da sì ignobile stasi.”
Gualtiero Medri scriverà:
“Dal suo Loggiato [della palazzina] il Duce dell’Italia di Vittorio Veneto parlò al popolo che lo gridava suo candidato alle elezioni politiche. Era il 5 di aprile del 1921, una giornata sfolgorante di sole e di entusiasmo. Il prato della Palazzina rigurgitava di popolo accorso per vedere, ascoltare, acclamare l’uomo che ridava l’Italia agli Italiani; era tutto un ondeggiare di vessilli; pareva fiorissero come per incanto dall’entusiasmo che la parola del Capo faceva divampare. Fu giornata trionfale per il Fascismo Ferrarese e pei colori della Patria.”
Non bastò a far ripartire i lavori, come non bastò la raccolta di fondi che un comitato di signore ferraresi, sotto gli auspici della Ferrariae Decus, organizzò nel 1924.
“La Kermesse organizzata nel campo erboso della Palazzina, riuscì graziosissima: la sera i chioschi luminosi, fioriti dalla eleganza di signore e signorine, offrivano un effetto fantastico, lasciavano intuire che cosa il grande prato diventerebbe con opportuni piantamenti che lo trasformassero in un giardino cinquecentesco, rinovellando il giardino di Marfisa.”
Nella vulgata locale la reintegrazione della Palazzina è attribuita alla volontà della Cassa di Risparmio di Ferrara e del suo presidente senatore Pietro Niccolini di celebrare in quel modo il centenario di fondazione della banca. Senza volerne sminuire l’intervento è necessario allargare il discorso a una situazione e operazione politica le quali miravano a radicalmente mutare l’immagine di Ferrara.
L’operazione Marfisa non è isolata ma si inserisce nel più generale disegno che il fascismo portava avanti in tutta Italia; a Ferrara in particolare il gerarca Italo Balbo intendeva far dimenticare le violenze e le uccisioni offrendo del nuovo regime una immagine coonestata dalla borghesia cittadina, di continuazione del buon governo estense, del rinnovamento delle glorie passate, di un futuro alto e concorde.
Abbiamo ricordato il parallelo degrado del palazzo di Ludovico il Moro. Nel 1930 iniziano i lavori di ristabilimento per ospitarvi il Museo Archeologico Nazionale di Spina. Il soprintendente Carlo Calzecchi Onesti (1886-1943) scrive “occorre qui ricordare fra i promotori della provvidenziale risoluzione, in primo luogo Sua Eccellenza Italo Balbo.”
Una situazione coincidente con quella della palazzina di Marfisa. Ricordo in quello stesso periodo la invenzione del Palio di Ferrara e momento centrale di tutta la operazione le celebrazioni per il quarto centenario della morte di Ludovico Ariosto (1533).
A partire dal 1928 inizia un insieme articolato di iniziative che vedevano, raccolte nella Ottava d’Oro, conferenze di illustri studiosi. In quella di apertura Italo Balbo dirà:
“Gaiezza, fantasia, gusto della vita, giovinezza, cavalleria, valore, armonia dello spirito, ottimismo: ecco quanto noi chiediamo all’Ariosto … il che, se non erro, definisce in pieno non soltanto l’ideale ariostesco della vita, ma quello latino e italiano e fascista, nel senso più nobile della parola.”
Si aggiungeranno varie mostre fra le quali una bibliografica a cura di Agnelli e Ravegnani, una sui bronzi del museo Civico affidata a Gualtiero Medri e quella, più significativa ed importante sulla Pittura Ferrarese del Rinascimento, la cui presidenza ‘effettiva’ era di Italo Balbo: ‘direttore generale della esposizione Nino Barbantini’.
Un percorso decennale che si può far terminare con il restauro della Palazzina di Marfisa compiuto nel 1938.
La Cassa di Risparmio di Ferrara diviene, con qualche riluttanza, elemento necessario per la conclusione degli anni ariosteschi e per la definizione di un modello che nel recupero della Ferrara estense diviene paradigma per il futuro che verrà.
Non è inutile ricordare che nel 1928 in occasione del rinnovo delle cariche, l’assemblea dei soci della Cassa vota il presidente senza tenere conto delle indicazioni di Italo Balbo, il quale reagisce in maniera violenta tanto che il presidente eletto si dimette e viene nominato il candidato della federazione: Pietro Niccolini “fascista da sempre”.
Quando, dieci anni dopo, si tratta di organizzare la celebrazione per il centenario della fondazione della banca il consiglio si divide ed una parte insiste per una opera di beneficenza. Prevale la scelta del restauro della Palazzina di Marfisa, sostenuta dal presidente Niccolini e gradita “al quadrumviro cittadino Italo Balbo”.
Il consigliere Giulio Righini interviene dicendo “di non essere rimasto insensibile al fatto che Sua Eccellenza Italo Balbo che ha la costante visione degli interessi materiali ma anche ideali e spirituali della città approva e loda il progettato restauro e l’ideata destinazione della Palazzina Marfisa”.
Giuseppe Agnelli scriverà “resti memoria che indussero all’atto munifico la vigile influenza di Italo Balbo e l’alto sentimento civile del Presidente senatore Pietro Niccolini.”
Alla inaugurazione sarà presente lo stesso Balbo, venuto appositamente dalla Libia della quale era stato nominato governatore
L’arrivo di Italo Balbo per l’inaugurazione della Palazzina di Marfisa d’Este nel 1938
L’intenzione politica è dichiarata ed esplicita: la Palazzina di Marfisa sarà l’edificio di rappresentanza della Ferrara fascista.
Questo è il quadro nel quale, senza obiezioni, si muove Barbantini . Molto è mutato da quando nei primi anni del Novecento lo studioso inneggiava alla poesia del silenzio. Le mostre veneziane, quella ferrarese del 1933, i rapporti culturali allargati come non era possibile a Ferrara hanno reso attuabile una diversa visione di Ferrara: non più una città morta ma una intellettualmente vivace che rinasce nella continuità con la tradizione estense. Corrisponde a quanto vuole la classe politica che gli affida il compito di creare la dimora rinascimentale di Marfisa.
In quello stesso periodo (1935-1940), il conte Vittorio Cini gli affida il compito del restauro e dell’arredo del Castello di Monselice. Le due operazioni, quasi contemporanee, sono analoghe e collegate fra loro.
Barbantini aveva già dimostrato di sapere ricreare ‘il genio del luogo’. I ferraresi lo avevano riconosciuto nell’allestimento della mostra del 1933 dove l’utilizzo di mobili di antiquariato serviva ad inquadrare i dipinti, a dare in qualche modo al visitatore il senso di partecipazione e coinvolgimento personale; da questo punto di vista ebbe generale ammirazione l’ambientazione del Compianto del Cristo del Mazzoni collocato in un ricostruito scurolo a dare l’impressione di una presenza contemporanea all’evento.
Barbantini non è inventore di un tipo di presenza, numerosi sono gli esempi ai quali può essersi rifatto.
Alfredo D’Andrade, nel 1884, aveva creato a Torino il Borgo Medievale che riassume modi di intervento, convinzioni e convenzioni che varranno almeno sino agli inizi del secolo successivo. Barbantini avrà visto, nel 1918, il sontuoso volume dedicato alla Casa milanese Bagatti Valsecchi, la avrà forse visitata. Ha certo consultato il libro del fotografo Augusto Pedrini dedicato agli ambienti del Rinascimento e agli arredi; un atlante di oltre seicento immagini, un repertorio ricco di suggestioni.
Certo non gli era ignoto il Museo dell’Arredamento di Stupinigi. Avrà visto, nel 1911 all’esposizione per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, varie ricostruzioni di abitazioni. Altri possibili riferimenti confermano come il coordinatore ferrarese si muova entro un ambito largamente frequentato, accolto e riconosciuto.
Nella stessa Ferrara esistevano almeno due esempi di ricreazioni di atmosfere e di recupero del passato. Le statue dei duchi estensi poste di fronte alla cattedrale, invenzione di Agnelli, Giuseppe Maciga mecenate, eseguite, nel 1926, dallo scultore Giacomo Zilocchi. La edificazione medievaleggiante, nel 1924, della Torre della Vittoria ad opera dell’ingegner Carlo Savonuzzi.
È bene avere in mente le indicazioni operative che Barbantini dichiara: valgono sia per la palazzina ferrarese che per il Castello di Monselice.
“Il programma che ha informato il restauro, il concetto di conservare all’edificio tutti i segni nobili della sua lunga esistenza evitando scrupolosamente perfino l’occasione di qualsiasi invenzione ed aggiunta, è stato seguito in somma ed in sostanza, senza eccezioni e senza distrazioni, fino in fondo. Crediamo di potercene lodare.”
E per la Palazzina:
“Il nostro compito era chiaro. Conservata rigorosamente la struttura interna dell’edificio, completato il restauro delle volte, si trattava di praticare alcune opere semplici e alcuni accorgimenti elementari intesi ad ottenere che l’armonia di quella struttura e la vaghezza di quelle decorazioni risultassero e non fossero turbate.”
Bernard Berenson scriverà, parlando della mostra del 1933: “Capii che chi l’aveva allestita doveva essere un ‘conoscitore’ nel senso vero della parola, dotato di un finissimo intuito, di un gusto sobrio, di un occhio sicuro per l’ambientamento dell’opera d’arte.”
Sia a Monselice che a Ferrara, salvaguardata la coerenza delle strutture, è l’allestimento che garantisce l’identità.
Barbantini non ha, né a Monselice né a Ferrara, la preoccupazione di recuperare pezzi un tempo presenti nelle due sedi. La ricreazione di una atmosfera non viene diminuita o condizionata dall’ansia della ricerca storica. Scriverà per la palazzina di Marfisa ma vale anche per il castello di Monselice:
“Questi mobili appartengono quasi tutti al Cinquecento. Nella scelta meditata e rigorosa che ne abbiamo fatta, trascegliendoli fra i più insigni che abbiamo incontrati sul mercato italiano, ci siamo preoccupati oltre che dell’eccellenza di ogni esemplare, della loro conservazione che per tutti o quasi tutti i modelli raccolti possiamo asserire perfetta.”
Sala della Palazzina di Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini
Sala della Palazzina di Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini
Tale comportamento conduce ad un uso disinvolto delle opere acquisite. Faccio alcuni esempi. Per potere utilizzare quattro monumentali cornici “sansovine” vengono inseriti, in tre, “frammenti di più vaste composizioni con episodi di battaglie”: si tace che per fare questo è stata tagliata una copia delle Battaglia delle Amazzoni da Rubens, proveniente, integra, dalla collezione Donà delle Rose. Il Ritratto di Dama, dalla stessa raccolta, è in realtà il ritratto di Livia Martinengo come indicava una legenda, cancellata al momento della collocazione in Marfisa: “Livia Nobilis Matrona Romana Com. Martig. Pudicitia et Pietate Nobilior”. Il Viaggio di Fetonte montato nella volta della sala 6 è copia parziale dell’affresco di Giulio Romano presente in Palazzo Te a Mantova: raffigura il carro del Sole che si avvia al tramonto mentre dalla parte opposta si avvicina la Luna. Il ritratto di Marfisa d’Este, futilmente riconosciuto da Alfonso Lazzari, è stato dovuto restituire a Mantova e sostituito da una copia del pittore Mario Capuzzo: si tratta del probabile ritratto di Louise de Lorraine da un originale di Anthonis Mor.
Nessuna delle opere presenti in Marfisa ha, anche labile, collegamento con l’edificio e con il personaggio. Lo stesso vale anche per il contemporaneo intervento su Monselice.
Una parte delle opere, per ambedue le sedi, ha la stessa provenienza, in particolare dalla collezione Donà delle Rose e da quella Pisa. Alcune seggiole e seggioloni paiono partizione da uno stesso blocco. Le atmosfere da ricostruire sono diverse ma in alcuni momenti vi è coincidenza di soluzioni. Penso alla ricostruzione dello ‘studiolo’ identica in entrambi gli edifici. A Ferrara vi sono state successive recenti e sciagurate modifiche che hanno eliminato il broccatello alle pareti e fatto scomparire calamaio, penna e stoffa, gli arredi del tavolo.
“Un solo ambiente abbiamo creduto necessario tappezzare di broccatello, e cioè la sala ottava, in omaggio alla sua appartata funzione di ‘studiolo’ e al carattere eccezionale del soffitto che la sovrasta.”
Mario Capuzzo, Presunto ritratto di Marfisa d’Este, 1938. Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este
Barbantini è un visionario, progetta per tempi lunghi, proponendo una sintesi di realtà che pensa immutabili e che coincidono con il potere in quel momento presente. È una favola quella che viene narrata nelle sale della Palazzina; una favola che non ha quasi alcun rapporto con la realtà storica.
Un Rinascimento fatto di cortesia e gentilezza, di arte e di bellezza, di poeti ed artisti, di cavalieri e dame.
Barbantini fu un geniale e capace realizzatore di tale impegno. Le sue qualità sono state testimoniate sia dalle esposizioni veneziane che da quella ferrarese del 1933. Programmaticamente una mostra è un momento contingente destinato, per quanto riguarda l’ordinamento, a scomparire; possono restare documentazioni varie ma se ne perde la generale visione.
A Ferrara, dopo il 1933, la Pinacoteca Comunale aveva mantenuto, restituiti gli arredi che la completavano, la sistemazione delle sale; dopo la statizzazione i direttori che si sono succeduti hanno cancellato ogni residua testimonianza: restano solo alcune fotografie d’archivio.
I musei veneziani, da Ca’ Rezzonico al Museo Orientale, hanno mutato allestimento e presentazioni. Lo stesso Castello di Monselice, contemporaneo alla Palazzina e ispirato agli stessi criteri, ha visto spostamento di opere e furti che hanno fortemente modificato quanto realizzato da Barbantini.
L’unico esempio sopravvissuto di un impegno che aveva caratterizzato tutta la sua vita era l’allestimento della Palazzina di Marfisa d’Este. Non a caso Carla di Francesco scriveva “La Palazzina intesa come globalità degli intenti e dei risultati è ormai entrata a far parte della storia del restauro e del gusto, come esemplare – intoccabile ormai – della cultura ferrarese del suo tempo”.
Una Amministrazione attenta e funzionari consapevoli hanno difeso l’assetto tramandato e preservato questo unicum museale, prezioso perché sopravvissuta testimonianza di un’epoca, di un gusto, di criteri e modalità di intervento.
Attenzione che viene meno quando nel 2014 si iniziano a collocare nella Palazzina esposizioni di arte contemporanea. La prima è Lovers, aperta dal 22 maggio al 15 giugno 2014. Inizia un uso continuativo della Palazzina che diviene sede, neutra, di mostre di arte contemporanea: l’allestimento Barbantini non è fatto per coesistere con altro e quindi scompare cancellato dai pannelli per il sostegno dei nuovi materiali: la Palazzina resta chiusa per le fasi di allestimento e disallestimento derivati dal nuovo uso.
Locandina della mostra Aqua Aura, Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este, 2019
Non faccio un elenco delle esposizioni che vi hanno trovato sede; ne ricordo solo qualcheduna a testimoniare un uso infelice e incolto: responsabili gli amministratori e i funzionari che da quella data si sono succeduti sino ad oggi. Apre il 12 novembre 2015 Il manichino e i suoi personaggi, chiuderà il 13 marzo 2016; dal marzo al maggio 2019 Aqua Aura. Paesaggi curvi; XVIII Biennale Donna. Attraverso l’immagine, dal settembre al novembre 2020; Augusto Dolio, Il respiro della natura dal 18 giugno all’11 settembre 2022
A tutto questo corrisponde la bizzarra ipotesi di trasferirvi il Museo Antonioni.
“Siamo fermi ma, in questa immobilità si è fatta strada anche una nuova ipotesi per la sede del Museo [Antonioni], ovvero Palazzina di Marfisa d’Este in corso Giovecca”.
A parlare è Vittorio Sgarbi presidente della Fondazione Ferrara Arte.
A settembre del 2022 la Palazzina è stata chiusa al pubblico per lavori di restauro non chiaramente specificati; comportano la liberazione delle sale e lo spostamento delle opere. Il timore forte e non ingiustificato è che si colga l’occasione per eliminare del tutto l’ordinamento Barbantini.
Penso non sia inutile ricordare che gli arredi, tranne alcune poche eccezioni, sono di proprietà della banca, oggi Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Esiste una convenzione, stipulata il 17 giugno 1941, che ne regola il rapporto con l’Amministrazione Comunale.
“Che la Cassa vuole conservare e conserva in sua proprietà tutto il vero e proprio mobilio, facendone, a puro titolo di deposito da potersi, secondo l’intendimento espresso dalla Cassa, considerare perpetuo, la consegna al Comune, non mai per utilizzazioni pratiche, ma solo per l’esclusivo uso di arredamento artistico della Palazzina, con divieto di rimozione o di trasporto dei mobili in altri edifici o locali, e con l’obbligo della loro buona conservazione. … Nel caso di utilizzazione diversa dall’attuale, che è quella convenuta fra Comune e Cassa di Risparmio, di un signorile appartamento di rappresentanza della città (esclusa quindi la sua utilizzazione in impieghi pratici ed inusuali) che il Comune intendesse di dare alla Palazzina, ovvero a qualche locale della medesima, i mobili, quadri, sopramobili, ecc. di proprietà della Cassa che adornano i locali stessi, saranno restituiti alla Cassa proprietaria.”
Dovrebbe essere inutile, ma non lo è, segnalare che una convenzione o la si attua o la si muta: non si può far finta di niente.
È quanto è accaduto: la Palazzina non è più la sede di rappresentanza della città. Non si capisce per quali ragioni la banca proprietaria non faccia valere i suoi diritti.
Una Amministrazione disattenta e funzionari inadeguati hanno commesso e continuano a commettere due errori che non sono solo di metodo.
Il primo è non aver capito che la Palazzina era il perno per il riconoscimento della Ferrara estense. Una volta accolta l’ipotesi, riduttiva e, a mio parere, sbagliata, che la storia della città si chiudeva nei due secoli del vicariato estense, era d’obbligo enfatizzare le presenze che guidavano a quella lettura. La Palazzina era stata creata con questo scopo; non averlo inteso fa molto dubitare sia delle capacità politiche che di quelle professionali di amministratori e addetti.
Il secondo è, avendo cancellato la Palazzina, avere rinunciato a possibili finanziamenti e promozioni, ad ogni aggancio con le istituzioni che operano nel settore.
Stupisce che non ci si sia resi conto che l’ICOM ha una sezione dedicata alle dimore storiche, DEMHIST, che consente di mettere in rete e di fruire della promozione complessiva, canale per ottenere finanziamenti e per partecipare a programmi specifici.
L’inserimento negli elenchi vale anche per “case che non sono mai state abitate perché ‘costruite’ (o allestite) apposta per essere musei: cioè costruzioni di ambienti dedicati a spiegare come viveva una fascia della società in un certo luogo in un determinato periodo storico”.
Stupisce che non vi sia stato accesso a quanto previsto dalla Legge Regionale 10 febbraio 2022 n. 2, la quale prevede, in particolare all’art. 5, una serie di contributi a sostegno sia degli interventi di manutenzione e restauro sia per opere di valorizzazione.
Stupisce altresì che la Ferrariae Decus, alla quale va il merito dei primi interventi e una continua attenzione, sia restata e resti inerte di fronte alla distruzione di quella Palazzina il cui ripristino è stato tanta parte della storia della associazione.
Nota:
Questo saggio di Ranieri Varese uscirà nel 2025 su Artes, la rivista diretta da Luisa Giordan dell’Università di Pavia, nel primo numero della nuova serie.
In copertina: Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini.
Per leggere gli altri interventi di Ranieri Varese su Periscopioclicca sul nome dell’autore
I lati oscuri di una intelligenza artificiale “neoliberista”
E’ sempre più evidente come una delle “rivoluzioni” in corso è quella prodotta dall’uso sempre più massiccio e invasivo dell’Intelligenza Artificiale. In queste brevi righe mi interessa mettere in luce alcuni aspetti inquietanti che si stanno rivelando ad un occhio un po’ attento e non superficiale.
Non lo faccio per sminuire il valore che potrebbe avere l’utilizzo e, ancor prima, la progettazione di questa tecnologia, quanto per far emergere come la gran parte dei sistemi di intelligenza artificiale, in particolare quelli che vengono figliati dai GAFAM, i giganti hi-tech (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft), presentino gravi “lati oscuri” e forti rischi per l’idea di società che incorporano e che propongono.
Sam Backman- Fried è un imprenditore statunitense, conosciuto soprattutto per aver fondato FTX, una delle più grandi piattaforme di scambio di criptovalute al mondo, e Alameda Research, una società di compravendita di strumenti finanziari, come azioni, valute, criptovalute, obbligazioni, derivati, ecc.
Nel novembre 2022, FTX ha affrontato una grave crisi di liquidità, che ha portato alla sua bancarotta. Indagini successive hanno rivelato che Bankman-Fried aveva utilizzato indebitamente fondi dei clienti di FTX per coprire le perdite di Alameda Research. Un comportamento illegale e un reato grave, tant’è che è stato arrestato e condannato a 25 anni di carcere e gli è stato ordinato di restituire oltre 11 miliardi di dollari.
Ebbene, qualche giorno fa è uscito uno studio di Bankitalia che ha approfondito il comportamento di dodici modelli di intelligenza artificiale che dovevano affrontare la situazione in cui si era trovato Sam Backman-Fried, ovvero quello di essere a capo di una società di trading con forti perdite, situazione che ha deciso di “risolvere” illegalmente utilizzando i fondi dei clienti.
Solo uno dei dodici modelli di IA si è rifiutato di prendere i fondi dei clienti, due lo hanno fatto in parte e i restanti nove hanno agito esattamente come l’imprenditore fraudolento.
Alcuni commentatori hanno concluso che, quindi, rimane la necessità di una supervisione umana sui comportamenti dei sistemi di IA. A me pare che siamo di fronte a qualcosa di più profondo, che ha a che fare con la progettazione e le istruzioni che sono state fornite ai sistemi di IA. Oltre al fatto che, nella maggior parte dei casi, esse non sono pubbliche e conosciute solo dai progettisti, risulta sufficientemente chiaro che l’obiettivo che è stato assegnato, appunto fin dalla fase di progettazione, è quello della massimizzazione dei profitti e, in ogni caso, della salvaguardia degli interessi aziendali. E questo, anche se questo può significare mettere in campo scelte lesive, e persino perseguibili penalmente, nei confronti delle persone.
Siamo in presenza, cioè, di un’intelligenza artificiale “neoliberista”, perché è stata concepita per introiettare quella finalità, si potrebbe quasi dire quell’ “ideologia”.
Apparentemente potrà sembrare di saltare di palo in frasca, guardare poi a cosa sta producendo il ricorso spinto dell’attuale modello di IA dal punto di vista del consumo energetico. L’Irlanda è nota per essere sostanzialmente diventata una sorta di “paradiso fiscale” per le aziende hi-tech, visto che applica ad esse un prelievo fiscale assolutamente basso, diventando così molto attrattiva per il loro insediamento e anche per i grandi data center che costituiscono un elemento essenziale per la loro crescita. Ora, nel 2023 i data center presenti in Irlanda hanno consumato il 21% dell’elettricità totale del Paese (nel 2015 era il 5%), superando, per la prima volta, il consumo delle abitazioni urbane, che, sempre nel 2023, si è attestato al 18%. L’Irlanda rappresenta solo la “punta di diamante” di una tendenza che, ormai, si sta affermando a livello globale.
L’ International Energy Agency (IEA) – l’autorità energetica mondiale di cui anche l’Italia è membro – prevede che il consumo globale di elettricità dei data center raddoppierà entro il 2030, passando da circa 415 TWh nel 2024 a 945 Twh, circa 3 volte tanto il consumo elettrico totale dell’Italia.
Questi dati già indicano come, proseguendo su questa strada, la possibilità di raggiungere la neutralità carbonica e di contrastare il cambiamento climatico si allontana ulteriormente, evidenziando l’insostenibilità ambientale degli attuali modelli di IA.Non solo: il gigantismo degli investimenti e degli insediamenti delle grandi aziende hi-tech, che guardano, in primo luogo, a conservare la propria posizione di oligopolio, si porta dietro il fatto che le stesse tendono ad effettuare investimenti in impianti che producono energia, a loro volta di grandi dimensioni e centralizzati. Replicando esattamente lo scheletro su cui è costruita la struttura energetica del fossile e fonti che non si discostano da essa. Non a caso, negli ultimi mesi, Microsoft ha deciso di investire nella centrale nucleare di Three Miles Island (quella tristemente famosa per il grave incidente verificatosi nel 1979), mentre Google e Amazon puntano a sviluppare piccole centrali nucleari.
Potrei andare avanti su altri “lati oscuri” dell’IA attuale, ragionando sul modello di lavoro intrinseco in essa, che tende a polarizzare sempre più tra un nucleo ristretto di lavoro altamente qualificato e una massa considerevole di lavoro ripetitivo e svalorizzato, quello che serve per rendere utilizzabili i dati e che viene svolto da forza lavoro sfruttata, per lo più collocata nei Paesi poveri del mondo.
Oppure analizzando la possibilità di manipolazione delle opinioni che può originare dalla stessa (un recente inquietante studio del Politecnico Federale di Losanna ha mostrato che GPT-4, se in possesso dei dati personali della persona con cui interagisce, è risultato più persuasiva del 64% rispetto agli esseri umani nel far cambiare opinione agli interlocutori). Fatto che ci riporta, peraltro, vista la stretta connessione tra sviluppo dell’AI e oligopolio hi-tech, al “ peccato originale”, di sistema, di utilizzare i dati degli utenti per finalità commerciali e di ricerca del profitto, ciò che ha fatto dire a molti studiosi che, nel mondo delle piattaforme, “la merce siamo noi”.
E’ facile concludere che lo sviluppo tecnologico trainato da grandi soggetti privati non è per nulla neutrale, che, in realtà, esso è ideologicamente orientato, strutturalmente opaco e non trasparente, ecologicamente insostenibile, socialmente ingiusto. Siamo in presenza di un meccanismo di dominio, su cui scommette un nuovo tecno-capitalismo, con venature di carattere feudale, che, non a caso, si trasferisce in un’idea della politica basata unicamente sui rapporti di forza. A ben vedere, qui sta, pur con diverse contraddizioni, la saldatura tra grandi colossi tecnologici e trumpismo.
Eppure, non solo si può sostenere che sarebbe possibile indicare e realizzare altre finalità e modalità progettuali per lo sviluppo tecnologico, al di fuori del paradigma capitalistico, ma che questo è già un dato di realtà. Ce lo dice la vicenda di DeepSeek, startup cinese di intelligenza artificiale fondata nel 2023. Intanto DeepSeek funziona sulla base di un sistema open source, ovvero chiunque può modificare il codice sorgente, che è quello che usano i programmatori/sviluppatori per dare le istruzioni al sistema, rendendo così questo modello di IA potenzialmente pubblico e trasparente (uso l’avverbio potenzialmente perché il governo cinese usa poi metodi più sofisticati per controllare, almeno all’interno della Cina, il funzionamento di DeepSeek). In ogni caso, un approccio totalmente diverso, se non addirittura opposto alla segretezza di cui si avvalgono i programmi elaborati per le IA figliate dalle grandi aziende hi tech.
In più, DeepSeek utilizza molti meno chip (circa 2000 rispetto ai più dei 10.000 degli altri modelli) e, anche per questo, ha un consumo energetico tra il 50 e il 75% inferiore a quello delle altre IA. Per stare solo alla fase di addestramento, ad esempio, GPT-4 ha un impatto ambientale, in termini di emissioni di CO2, circa 12 volte superiore a quello di DeepSeek.
Infine – ma non è un particolare secondario, visto che quest’annuncio ha mandato in crisi le borse americane- l’IA cinese è costatacirca 6 milioni $ rispetto ai 100 e più milioni $ dei modelli occidentali.
Insomma, siamo in presenza di un’alternativa reale e credibile, che si può generalizzare, e che mette in discussione la presunta neutralità della tecnologia che è coerente con un’idea di “sviluppo” trainato dal profitto, con quel che ne consegue in termini di sfruttamento del lavoro, depredazione dell’ambiente, primato della finanza.
A noi, invece, spetta trarre le conclusioni adeguate.
Vite di carta. “Poveri a noi” di Elvio Carrieri al Premio Strega
Dunque Poveri a noi, romanzo d’esordio di Elvio Carrieri, è entrato nella dozzina del libri semifinalisti allo Strega 2025. L’ho finito due mattine fa e l’ho lasciato decantare, come per prendere fiato dopo un’aggressione verbale.
Dunque l’ha scritto un ragazzo di vent’anni e ci ha messo dentro un’amicizia, la città di Bari, il dialetto barese, una architettura. Questi gli ingredienti che elenca a chi gli chiede che romanzo sia Poveri a noi.
Vediamoli con ordine. Gli amici che si frequentano da vent’anni sono Libero, che a ventinove anni insegna Letteratura Italiana nel carcere di Bari, e Felice detto Plinio, ancora bloccato al corso di laurea in Filologia per un esame che non riesce a superare.
Nel cortile della scuola media Felice a undici anni è stato picchiato violentemente da alcuni compagni e Libero non ha fatto nulla per aiutarlo. Il senso di colpa per non essere intervenuto lo corrode negli anni che seguono e anche ora invade il suo presente e il ruolo di narratore che si è dato nel libro.
Una memoria intermittente su quella violenza gli buca il sonno ancora dopo tanto tempo e gli procura incubi.
I due si muovono per le strade di Bari come due Demosteni e tranciano giudizi sui palazzi e sui figuri che popolano i vicoli, sapendo che la loro sagacia linguistica li eleva sopra i comuni cittadini. Anche nel locale che frequentano, mentre conversano sulSatyricon petroniano, sanno di essere riconosciuti per quel loro “bias comportamentale”.
Che lingua parlano i due snob? Usano il barese: seguendo il filo lessicale dei sottotitoli ai nove capitoli si incappa in altrettante parole chiave della Weltanshauung del capoluogo pugliese. Certo, lo mescolano con l’italiano colto e col gergo generazionale, lo infarciscono di riferimenti letterari.
Basti l’esempio del primo capitolo: dopo il titolo altisonante ecco una parola che viene dal profondo del barese e inchioda un tipo umano, altre volte bolla una costante del comportamento umano. Il capitolo titola Lottatori e contemplatori (Felice e Libero è intuibile che appartengano al secondo gruppo) e ha per sottotitolo Trmón, che è lo stigma dialettale con cui i due sono chiamati dai cozzari dei vicoli, sempre pronti a venire alle mani, e sta per imbranati. A Firenze si direbbe che sono dei bischeri, a Milano dei pirla.
Resta la città con la sua architettura: il narratore ne parla con la stessa ambivalenza con cui Carrieri si rapporta a Bari, dove è nato. Con amore per la sua bellezza e con odio per l’ambiguità corrotta di certa sua politica. Dunque camminando lungo la Via Sparano Libero (sarà giunto il momento di definirlo l’alter ego dell’autore) ammira l’eleganza di certi palazzi e si indigna pensando a tutti quelli che nel dopoguerra sono stati abbattuti per far posto a palazzoni più alti e senza bellezza.
Come lettrice aggiungo un quinto tema che nel libro occupa un discreto spazio, il contrasto tra città e paese. Letizia, la psicologa di cui Libero si innamora, è nata in un paese della Valle D’Itria e la sua paesanità a lui sembra un peccato originale difficile da emendare, specie se lascia tracce nell’accento con cui Letizia gli si rivolge chiamandolo Prfssò.
Letizia sembra eccellere, tuttavia, quando veste i panni della psicologa e inquadra dentro i nomi giusti il rapporto labile che Libero ha con il padre, fuggito all’estero quando lui aveva quindici anni. Ci sa fare Letizia, sa dare consigli e si muove con spirito pratico nella quotidianità.
Il suo riscatto consiste però nel fatto che sta imparando a parlare il dialetto barese. Di Plinio, quando fa la sua conoscenza, dice con arguzia che è un priso, vale a dire un “inetto alla praticità del vivere” e anche Libero, per quella sua attitudine a pensare troppo, un po’ priso è.
Ho sentito una lettrice su Youtube avvicinare questo romanzo a La coscienza di Zeno di Italo Svevo, per il rapporto conflittuale che entrambi i protagonisti hanno con la propria coscienza. E anche per il senso di inadeguatezza con cui vivono, che li rende narratori inaffidabili quando raccontano di sé senza un ordine cronologico.
Penso che no, non siano gli stessi i presupposti della scrittura di Carrieri. Poveri a noi è un libro che punta sulla lingua e ne fa la protagonista, rinunciando a una trama che abbia consistenza e capacità attrattiva. Semmai ripropone la fiacchezza esistenziale di certa narrativa postmoderna e nel farlo si appoggia a uno scoperto citazionismo.
Nota bibliografica:
Elvio Carrieri, Poveri a noi, Ventanas, 2024
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Cappelli, 1923
Cover: immagine di Bari tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
Esiste una terza via tra Liberismo e Protezionismo?
Premetto che i politici che mi piacciono sono quelli che testimoniano con il proprio stile di vita i valori e le idee in cui dicono di credere. Bepe Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, devolse il 90% del suo stipendio ai poveri e Olof Palme, primo ministro svedese (socialdemocratico), che incontrai nel 1985 (un anno prima che fosse ammazzato perché girava senza scorta), andò a pranzo con noi italiani in visita col bus.
Politici che non si fanno strapagare, che servono i propri cittadini e che non rubano. Già questo può far capire perché non mi piace Trump che, alzando e poi abbassando i dazi in pochi giorni, ha usato il potere per arricchire suoi amici (e forse sé stesso).
Ma non sono così sciocco da criticare Trump sulla base di fatti personali, perché mi interessa capire la sua politica. Alcuni analisti avevano spiegato perché l’America fosse in difficoltà, mentre il mainstream li magnificava. Trump sa di queste difficoltà e la sua politica (dai dazi alle guerre in corso) origina dalle debolezze cresciute proprio per via della globalizzazione voluta dagli stessi americani neocon (neoconservatori repubblicani) ma sostenuta pienamente anche dai democratici.
Gli Stati Uniti hanno il più grande deficit commerciale al mondo e il debito pubblico (36.860 miliardi di dollari) è maggiore di quello dell’Italia; il deficit annuo era zero nel 2001, nel 2024 è di 1.830 miliardi. È l’effetto della distruzione della manifattura americana che ha prodotto una disgregazione sociale senza precedenti.
Dall’entrata in vigore del WTO (2001) e poi del NAFTA (2008)gli Stati Uniti hanno perso più di 90mila fabbriche, le disuguaglianze sono salite alle stelle al punto che il 63% degli americani non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 500 dollari. Le aree deindustrializzate della Rust Belt hanno visto abbassarsi di 4-5 anni la speranza di vita di milioni di ex lavoratori licenziati e i morti per droga sono saliti da 36mila del 2008 a 107mila nel 2023.
A questi dati (occultati per anni), il mainstream magnificava l’andamento del Pil, l’enorme aumento della capitalizzazione di borsa, dei profitti e gli 870 miliardari (record assoluto) raggiunti nel 2024. Frutti del libero scambio e della globalizzazione a cui molti vogliono tornare prima possibile, facendo il tifo per Wall Street affinché “la realtà e la finanza facciano capire a questo bullo come stanno le cose”.
La globalizzazione ha un aspetto finanziario molto rilevante, che qui non posso approfondire, ma rammento solo che da tempo “guida e condiziona” tutta la manifattura e in Italia il recente risiko bancario ha creato 5 miliardi di plusvalenze a favore dei big della finanza (Delfin eredi Del Vecchio che hanno pagato una miseria di imposta di successione, Caltagirone, Mediobanca, Benetton,…). Non è quindi strano che molti laureati in matematica e fisica lavorino più nella finanza che non nella manifattura.
La globalizzazione ha favorito, oltre ai processi di finanziarizzazione, quelli di delocalizzazione delle manifatture creando filiere (fornitori) lontanissimi su scala mondiale alla ricerca del massimo profitto. I gamberetti pescati e precotti nel Mare del Nord vengono inviati per camion in Marocco per essere sgusciati, poi sono rispediti in Olanda per essere confezionati e infine venduti in Germania dopo 13 giorni e aver compiuto 6.500 km.
Le auto assemblate in Germania hanno telai provenienti dalla Polonia, airbag dal Giappone, sedili dalla Tunisia e chip elettronici da Taiwan, per citare solo alcuni degli oltre 30 fornitori in media che compongono oggi un’auto. Vale per tutto, anche per i nostri jeans il cui cotone è acquistato in Usa, poi filato in India, ma spedito in Cina per essere tagliato su misura con una tintura che arriva dal Brasile e con bottoni metallici dalla Namibia, prima di salpare su container per l’Europa.
È sulla base di questa logica liberista, assunta pienamente anche dall’Europa, che non c’è mai stata una politica industriale, secondo la teoria che il libero mercato è sufficiente da solo a creare sviluppo e benessere. Dopo 25 anni ci si è accorti che non è vero, che a guadagnarci è una ristretta élite contro la maggioranza fatta di famiglie comuni e operai frantumati e sotto pagati.
L’imprenditore Silvagni di Valleverde (e altri marchi italiani) vende scarpe per 30 milioni nel 2024. Ogni anno i ricavi calano e si accentua il declino (come quello di tutta la manifattura in Italia ed Europa e non solo in America), erosa da una concorrenza sleale. Vediamo perché.
Le scarpe che importiamo (per esempio dagli Stati Uniti) vengono realizzate in paesi terzi con manodopera sfruttata e salari inaccettabili, non dico in Europa ma negli stessi paesi terzi, se solo ci fosse un sindacato.
Silvagni propone dazi del 20% se gli Stati Uniti proseguono a fare le scarpe in paesi terzi (Vietnam, Bangladesh, Indonesia) che poi esportano (finto made in Usa) in Europa. Se invece sono fatte in Usa Silvagni dice che è giusto che non ci siano dazi. Le scarpe importate dalla Cina in Italia hanno oggi un dazio del 17% se di materiale sintetico e del 4% con pelle (idem dall’India). Sono dazi giusti e nessuno li ha mai contestati.
L’Unione Europea ha proposto di far pagare 2 euro per ogni pacco low cost on line che arriva in UE (4,6 miliardi di pacchi) spesso dalle piattaforme Temu e Shein della Cina) sotto i 150 euro, per sostenere i costi doganali aggiuntivi e ambientali.
Se fossimo per il libero scambio dovremmo abolirli? E cosa facciamo con le scarpe che ora la Cina delocalizzerà in paesi poveri che non pagano dazi in Italia? Oggi poi col dollaro che si è svalutato sull’euro del 10% le importazioni sono ancora più minacciose.
Per Silvagni sono politiche inaccettabili che lentamente distruggono le nostre manifatture, il nostro saper fare, esattamente come sta avvenendo per la chimica. Chi può dargli torto? Come si vede la questione dazi è un tantino più complessa del si o no ai dazi di Trump e del “w il libero scambio”.
Ce la prendiamo (giustamente) con Eni che ha chiuso il cracking di Marghera, recando un danno incalcolabile alle altre imprese chimiche che usavano quella materia prima e ad altre fabbriche non chimiche. Ma Eni ed altre imprese, controllate dallo stesso Stato italiano, o Hera dai Comuni, seguono la logica neo liberista del massimo profitto.
ENI ha chiuso il cracking di Marghera perché quel ramo produttivo era in deficit. ENI (che ha fatto 6,4 miliardi di utile nel 2024) risponde solo ai suoi azionisti che vogliono un dividendo sempre più alto e se ne infischiano di operai e altre imprese o dell’ambiente.
Certo lo Stato sarebbe potuto intervenire. Ma chi mai si è occupato di politica industriale in Italia da 20 anni o di difesa della nostra manifattura? Forse Bersani e pochi altri. E ciò spiega perché le imprese non investono in Ricerca (in Italia è la più bassa in rapporto al Pil) tra tutti i paesi Ocse.
Ma altrettanto dicasi per gli investimenti. La borsa spinge a fare profitti a breve ed è su questo che sono valutati i Ceo (Adriano Olivetti è lontano). Non stupisce quindi che anche in Europa (e in Italia) la manifattura soffra come in America. Ma là c’è Trump che sta facendo il diavolo a quattro per raddrizzare la barca e, mentre noi lo irridiamo, le nostre barchine manifatturiere affondano.
La manifattura italiana è in calo da 26 mesi consecutivi: chi ne parla? idem del disastro a cui è avviata la nostra gloriosa chimica che ha avuto l’unico premio Nobel in Europa per la chimica proprio a Ferrara conNatta.
Come rafforzare le manifatture, le produzioni reali e creare campioni italiani ed europei che contrastino lo strapotere delle multinazionali americane (e cinesi) in alcuni settori? Più che parlare male di Elon Musk, sarebbe meglio avviare una politica industriale per competere con gli 8mila satelliti di Starlink o con i big tech, ma pare che l’obiettivo sia vincere la guerra con la Russia (sic!).
Nella storia della politica e dell’economia i progressisti si sono sempre battuti per avvicinare i luoghi di produzione ai luoghi di consumo. Prima di tutto per ragioni ambientali. L’attuale sistema economico liberista è tossico e sta seppellendo il pianeta sotto un mare di traffico e di consumi usa e getta.
Chi paga gli sversamenti in mare delle navi porta container? Chi la manutenzione dei mille camion che percorrono ogni giorno la strada da Ostellato a Ferrara e tutte le altre strade del mondo consumate dai tir, che hanno sostituito i magazzini sui piazzali delle fabbriche con un magazzino che viaggia incessantemente 24 ore su 24 sui camion e sulle navi da quando i giapponesi hanno inventato il just in time e l’americano McLean i container?
Ma c’è anche una ragione legata all’occupazione, al saper fare dei popoli e ai salari più alti quando i fornitori sono in casa tua o nei paesi vicini. Il prezzo da pagare è una minore innovazione, ma non sempre l’innovazione si traduce in benessere(lo vediamo con gli smartphone per i giovani) ed è saggio testare le innovazioni per un tempo minimo a dare garanzie ai clienti prima di immetterle sul mercato (oggi le auto sono collaudate dai clienti!), anche se questo comporta meno profitto.
Se ciò avvenisse ci sarebbero prodotti più sicuri, meno disuguaglianze, meno inquinamento, maggiore tenuta delle comunità e più sviluppo umano, specie se si introducono accordi con i paesi di importazione (dove il costo del lavoro è minore) che impongono salari dignitosi (minimi) e congrui al reale valore che i lavoratori producono.
Ma c’è anche un aspetto che riguarda gli squilibri commerciali che aveva già osservato Keynes. Una logica di neo-liberismoporta a puntare tutto sull’export e trascurare la crescita della Domanda interna (Consumi + Investimenti + Spesa Pubblica) e di conseguenza i veri bisogni delle persone, il welfare, che nell’istruzione e sanità non sono solo “costi” ma investimenti e servizi vendibili e formazione di cui abbisognano i nostri giovani e le imprese. Domanda interna significa anche investire nella ricerca e nelle infrastrutture che sostengono la competitività delle imprese e nella sicurezza dei territori e delle persone.
Negli anni ’80 e ’90 si sviluppò un grande movimento mondiale di sinistra e sindacale che lottava contro il libero scambio senza regole, oggi questa cultura è stata assunta dalla destra nazionalista (e il sindacato appoggia Trump), mentre il centro-sinistra par volere acriticamente il libero scambio e fa il tifo per Wall Street, un vero paradosso.
Peraltro disporre di una propria manifattura non è solo funzionale a conservare e sviluppare propri saperi e tecnologie con un’occupazione ben pagata, ma significa anche sicurezza energetica, sanitaria (vedi Covid), agro-alimentare e militare, come ha spiegato il Pentagono a Biden nel 2023 (non avevano più munizioni…).
Un altro protezionismo (differente da quello di Trump) è quindi possibile, o se si vuole, un altro liberismoregolato è possibile rispetto a quello deregolato a cui abbiamo assistito e che molti vorrebbero ripristinare sic et simpliciter.
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
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Ritagli di terra
inamidati dal sole
nel risvolto del cielo
tra i cardi e la luna
il volo reciso
incide l’assenza
la pelle di latte
custodisco
l’ultimo bacio
dentro la lacrima
di una farfalla
Le voci da dentro. Musica, chitarre e voci oltre le sbarre
Fra le molte attività che si svolgono presso la Casa Circondariale di Ferrara, una coinvolge davvero tante volontarie e volontari: è il corso di chitarra facile e coro coordinato dall’amica Chiara Marchesini. Mi fa piacere far conoscere questa bella esperienza, piena di passione che unisce, tramite le parole scritte da Chiara e le fotografie che ho scattato il 19 maggio scorso ad un concerto che ha coinvolto moltissime persone tra il dentro e il fuori.
(Mauro Presini)
Musica, chitarre e voci oltre le sbarre
di Chiara Marchesini
Mi chiamo Chiara, sono stata maestra elementare, appassionata di musica e chitarra fin da bambina e questa storia parte dall’anno scorso quando ho accettato una scommessa.
È possibile imparare a suonare uno strumento in carcere e perché? Questa era la domanda che ha dato il via al primo Corso di Chitarra Facile svoltosi tra settembre 2023 e marzo 2024, all’interno della Casa Circondariale Costantino Satta di Ferrara.
L’iniziativa mi è stata proposta dal Centro di Ascolto dell’Unità Pastorale Borgovado che si occupa di alcuni laboratori in favore dei detenuti, ed io…. ho accettato. Era la prima volta che entravo come volontaria in un carcere. In questa esperienza ho coinvolto l’amico Patrizio Fergnani, in qualità di animatore e musicista.
Il Corso, a cadenza settimanale, era rivolto ad un gruppo di circa 15 detenuti divisi in 2 gruppi, e aveva come obiettivo l’apprendimento dello strumento chitarra per accompagnamento con l’utilizzo di giri e accordi basilari, attraverso un metodo semplice che avevo sperimentato in ambito scolastico e con gruppi di adolescenti.
Le chitarre e i materiali necessari al corso ci sono stati donati dall’Orchestra a Plettro Gino Neri e dall’Unità Pastorale Borgovado. Attraverso semplici schemi e diteggiature, con accenni alla notazione musicale, ma soprattutto attraverso la pratica utilizzando anche solo un accordo (il MI minore) si è partiti per un viaggio tra canzoni e ritmi, sperimentando cosa significa fare musica d’insieme: ascoltarsi, aspettarsi, pazientare, divertirsi, procedere insieme per realizzare una polifonia nel rispetto delle regole musicali fondamentali.
I partecipanti avevano competenze molto diverse, qualcuno sapeva già suonare, qualcuno sapeva cantare, ma qualcuno non conosceva per nulla la musica e neppure aveva mai usato uno strumento. Si è cercato quindi di creare un rapporto di tutoraggio,in modo che gli allievi esperti potessero affiancare i principianti nei momenti di allenamento durante la settimana.
La nostra disponibilità come animatori e la partecipazione dei detenuti ha dato vita ad una esperienza musicale molto bella e coinvolgente sul piano personale: l’incontro settimanale nell’auletta delle chitarre è diventato un momento di amicizia e di benessere all’interno del carcere, dove interni ed esterni si incontravano, dialogavano, comunicavano attraverso la musica e soprattutto si divertivano.
Tutto questo è confluito in un concerto tenutosi all’interno del Costantino Satta il 12 marzo 2024, a favore dei carcerati e del personale educativo, nel quale gli allievi detenuti hanno suonato e cantato con il supporto della Vagabanda, un ensamble musicale formato da noi animatori, dai nostri figli e da due amici, in totale 10 persone.
Sono state eseguite canzoni create da Patrizio (tra le quali Piove sempre sul bagnato, ideata sui primi 3 accordi imparati dai detenuti), ma anche brani nelle lingue dei detenuti stranieri, e alla fine alcune improvvisazioni rap di alcuni detenuti accompagnate dai nostri figli musicisti, molto apprezzate dal pubblico più giovane.
Lo stare insieme ai detenuti, parlare e provare con loro in un pomeriggio di musica e improvvisazioni è stato sorprendente per tutti, in particolare per i ragazzi che dall’esterno sono entrati a collaborare a questo progetto, che non si aspettavano di trovare in carcere delle “persone” che possono dare oltre che ricevere.
Questa esperienza in cui il “fuori” ha incontrato il “dentro”, in cui persone esterne sono entrate in carcere per collaborare con i detenuti ad un progetto musicale, ha dato il via, a settembre 2024, a una nuova scommessa: formare un coro composto da detenuti e volontari esterni CORO OUT/IN.
Il progetto ha subito raccolto molte adesioni da parte di donne e uomini provenienti da esperienze corali cittadine (Sonarte, Coro Mondine di Porporana, Coropercaso S. G. Lav., Coro S. Spirito) disponibili a partecipare come volontari. Ovviamente per tutti loro era la prima volta dentro un carcere; tanta la voglia di cominciare, misto di curiosità e anche un poco di incertezza…
Per i detenuti non è stata immediata l’adesione a questa esperienza: cantare è un mettersi in gioco più diretto che il suonare uno strumento, nel canto è il nostro corpo che si esprime, nel suonare abbiamo lo strumento come oggetto mediatore, non serve il linguaggio e la voce. Perciò ho proposto ai detenuti del corso chitarra 2 di trattenersi a fine lezione e partecipare di seguito al momento del coro, in modo da accompagnare i canti con le chitarre.
Così, pian piano, alcuni partecipanti hanno cominciato anche a cantare e a vivere in benessere le due ore di “musica” tra loro e con i coristi esterni. Tutti hanno colto la potenzialità della musica come collante tra le persone, come mezzo di comunicazione e veicolo per le emozioni di ciascuno, interagendo con gli altri nel rispetto delle regole di “orchestrazione”: ascoltarsi, aspettarsi, seguire un ritmo insieme, collaborare.
Sorprendente scoprire quanti talenti musicali si nascondono anche dietro le sbarre, ed è stato bellissimo vedere la stessa gioia sprigionare dai volti dei detenuti e dei coristi esterni durante le improvvisazioni che ogni volta scaturivano dalle prove, lasciandosi andare con la musica. Bellissimo alla fine di ogni incontro stringersi la mano, salutarsi come amici, sorridere nel canto, dire “oggi mi sono emozionato”, dire “grazie per la musica insieme”, e soprattutto pensare “queste sono persone come me”. Musica che unisce, musica che cura, musica che si prende cura….
E così, un accordo dopo l’altro, un canto dopo l’altro, anche i chitarristi meno esperti hanno suonato durante un concerto formato da canti e musiche suggerite anche dai detenuti stessi. Questo evento si è tenuto lunedì 19 maggio alle ore 17.00 nel teatro del carcere, a favore degli altri detenuti, del personale e dei vari volontari. Saranno riusciti i nostri eroi musicali a rallegrare e divertire il loro pubblico? Sarà stata vinta la scommessa iniziale?
Questo ve lo racconterò nel prossimo articolo!
Buona musica sempre.
Le immagini della cover e nel testo dell’articolo sono state scattate dall’autore.
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Gianni Girotto: la grande finanza ha rovinato l’economia mondiale
Gianni Girotto è stato senatore del Movimento 5 Stelle per due legislature ed è attualmente Coordinatore del Comitato transizione ecologica e digitale di tale movimento. Ma Gianni è anche uno storico socio di Banca Etica e divulgatore su temi economici e di speculazione finanziaria. Gli abbiamo chiesto di fare luce su questo doppio tema del riarmo in Europa e dei dazi statunitensi.
Gianni Girotto, Foto di screenshot da formiche.net
In questi giorni la borsa ha fatto le montagne russe. Ma, ciononostante, quello che gli analisti sottolineano è che la borsa è da anni in crescita. Cosa sta succedendo?
La borsa è uno strumento inventato e utilizzato dagli esseri umani, pertanto riflette ciò che succede nel pianeta. Più precisamente lo amplifica, nel bene e nel male, perché da una parte si basa sulla fiducia nel futuro e questo genera spesso “l’effetto valanga” o “effetto farfalla”, dall’altra grazie alle tecnologie informatiche che hanno velocizzato di miliardi di volte la quantità di operazioni possibili e le relative tempistiche, si presta in maniera “eccellente” a una miriade di speculazioni, che rendono i prezzi dei vari titoli soggetti a variazioni estremamente dinamiche.
Ne abbiamo avutoun drammatico esempio negli anni 2007 e seguenti, con il crollo delle borse mondiali a partire dal fallimento della banca Lehman Brothers; questo episodio, lungi dall’essere a sé stante, era la conseguenza di un mercato finanziario in cui le regole erano e sono decisamente troppo permissive, e che ha assunto ormai un potere tale da riuscire ad impedire alla politica e alla società civile in generale di regolamentare le borse e la finanza in generale, in modo torni ad essere funzionale all’economia. In pratica cioè da molti anni il prezzo delle materie prime e di tutto ciò che viene scambiato nelle borse non è determinato dalla “normale” legge della domanda e dell’offerta, ma viene determinato purtroppo dalle speculazioni poste in essere su ciascun titolo. Ne abbiamo avuto un altro deleterio esempio nel 2022, quando i prezzi dell’energia esplosero, nonostante non fosse cambiata significativamente né la quantità della domanda, né la quantità e la disponibilità dell’offerta.
Fatta questa doverosa e comunque minimale introduzione, la risposta alla domanda è che effettivamente la borsa da alcuni anni sta crescendo, ma questo perché aveva avuto un crollo appunto nel 2007 e quindi gli ultimi anni di crescita sono serviti semplicemente per riportarci ai livelli del 2007; e le montagne russe delle ultime settimane sono semplicemente il riflesso di un mercato che non riesce a prevedere che cosa farà il presidente degli Stati Uniti, nazione che nel bene e nel male influenza ancora moltissimo l’economia mondiale.
Da molti lati, ed anche dal tuo, ci sono richieste di regolamentazione e controllo della speculazione finanziaria, ce ne potresti illustrare alcune e parlare delle tue proposte?
C’è moltissimo da fare, e paradossalmente è la cosa più difficile non è tanto individuare delle soluzioni tecniche e legislative, ma cambiare la mentalità degli ultimi decenni che ha visto il verificarsi della cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, cioè il fatto che molte, troppe persone, sono convinte, o comunque pensano/sperano di poter guadagnare per tutta la vita semplicemente muovendo il mouse e pigiando tasti del computer.Ma la finanza non crea alcuna ricchezza reale, semplicemente gestisce e sposta quella esistente. La ricchezza “vera” si crea “sporcandosi le mani” e cioè coltivando i campi, raccogliendo quanto vi cresce, trasformandolo, immagazzinandolo, allevando bestiame (anche se io sono contrario), costruendo case strade ponti ferrovie acciaio dadi viti bulloni vestiti presse torni acquedotti fognature ecc. ecc., e naturalmente sviluppando i servizi sanitari, ristorazione, turismo, intrattenimento, tutte cose comunque “reali”. La finanza dovrebbe quindi tornare a essere uno strumento per “fare credito” e investire appunto sull’economia reale, cioè con investimenti di medio lungo periodo, che nulla hanno a che vedere con le speculazioni attuali in cui le operazioni di compravendita durano pochi istanti. Pertanto i rimedi gli aggiustamenti necessari sono noti e dibattuti da tempo, e si possono riassumere con strumenti per aumentare la trasparenza e la tracciabilità delle operazioni, la chiusura di ogni forma di “paradiso fiscale” e strumenti per acquisire gettito fiscale dalle operazioni speculative, come la famosa “tobin tax” di cui si parla da decenni, ma non si è mai attuata perché come ho già detto la finanza, da sempre, domina la politica, e non viceversa.
Ma che invece un’altra finanza sia possibile lo dimostranole decine di banche etiche che sono nate negli ultimi decenni nel pianeta, e che tutte le analisi economiche valutano essere più redditizie e più sicure rispetto alle banche tradizionali, ovviamente questo prendendo in esame un periodo di tempo medio lungo. Quindi in realtà io non ho “mie” proposte, ma sto solo cercando di spingere le proposte che da decenni fanno noti economisti e altre persone di altissimo livello. Tra queste vi è la necessità che a qualsiasi persona venga data un’educazione finanziaria sufficiente a compiere scelte ponderate, cosa attualmente irrealizzata, ed è per questo che io personalmente ho creato nel 2024 un ciclo di video didattici che ho pubblicato nel mio blog e nei vari “social”.
Rispetto al tema del riarmo si è sottolineato che sono stati creati, dalle grandi holding finanziarie, dei pacchetti specifici che puntano sul riarmo. Ce lo puoi spiegare e illustrare?
Ci provo, ma siccome un’immagine vale mille parole e un video vale mille immagini, invito i gentili lettori a dedicare qualche minuto alla visione diquesto video, uscito diversi anni fa, ma assolutamente attuale. Ora sperando abbiate visto e divulgato il suddetto video, che in pratica contiene già la spiegazione, ribadiamo anche qua che le armi sono il secondo mercato mondiale come controvalore (il primo sono le fonti fossili, cioè petrolio e gas), e quindi banalmente io posso investire nelle fabbriche delle armi. Queste, in caso di guerra, vedranno aumentare le loro possibilità di vendere i propri prodotti, e magari pure a prezzi maggiorati stante la “necessità”, e quindi incrementare i loro guadagni e di conseguenza la resa di chi, in loro, ha investito; insomma io posso investire su fabbriche che producono vestiti, cibi, infrastrutture, macchinari ecc. ma posso anche investire sulle armi, che sono un prodotto come un altro, dal punto di vista del mercato. Pertanto è bene informare tutti i cittadini che esiste la possibilità di uscire da questo “mercato di morte” affidando i propri risparmi e i propri investimenti alla finanza etica, che esclude dai propri affari qualsiasi operazione con la filiera delle armi, e questo vale sia che siate un pensionato con pochissimo denaro da portare in banca sia che abbiate maggiori disponibilità economiche e di investimento. Usciamo dalle “banche armate”, che purtroppo sono la grande maggioranza.
C’è sempre un intervento più forte di meccanismi di intelligenza artificiale nelle operazioni finanziarie, soldi che si generano da soli, senza più alcun legame con il mondo produttivo. Quali sono le conseguenze e i rischi di questi fenomeni?
Come ho detto all’inizio dell’intervista, l’informatica ha moltiplicato di miliardi di volte la velocità delle operazioni finanziarie, e quindi anche la loro quantità. In termini numerici si stima che più del 90% delle operazioni finanziarie globali non abbiano nulla a che fare con la vita reale, ma siano speculazioni fine a se stesse, che durano pochi istanti o comunque un tempo molto breve. Altri numeri ci dicono che almeno il 70% di queste operazioni sono decise in totale autonomia dai computer, e questo da molti anni, molto prima cioè che si iniziasse a utilizzare l’intelligenza artificiale. Capito questo si comprende come il mercato sia soggetto a rallentamenti e accelerazioni troppo brusche, perché decise per la maggior parte non da uomini che possono anche agire con un certo livello di prudenza, ma da computer che non fanno altro che ricercare la migliore opzione tra le milioni possibili ed eseguirla in frazioni di secondo, senza minimamente porsi il problema delle conseguenze. Pensate che il registro di tali operazioni finanziarie, che attualmente è preciso al milionesimo di secondo, verrà implementato alla precisione del miliardesimo di secondo, una cosa che nella vita reale non ha nessunissimo senso.
Insomma come ho detto nella seconda domanda, si è purtroppo compiuta, di fatto, una finanziarizzazione dell’economia, che però arricchisce solo un ristretto oligopolio di operatori, in particolare i grandi fondi di investimento globale, e pertanto i detentori di quote degli stessi. Essi ormai sono proprietari di quote molto significative delle maggiori imprese manifatturiere mondiali, di giornali, radio, TV, canali sul web, e hanno pertanto un’influenza economica e mediatica talmente rilevante, da influire a loro piacimento le politiche globali, nazionali, regionali. Questo ha portato alla nota riduzione quantitativa della cosiddetta “classe media”, e in generale a una ancora più iniqua distribuzione della ricchezza.
Termino di rispondere alle tue domande sabato 12 aprile 2025, e come ciliegina sulla torta è proprio di oggi la notizia che il presidente degli Stati Uniti è sotto accusa per operazioni di “insider trading”, cioè in buona sostanza di aver approfittato del fatto che essendo lui stesso la causa dei recenti cali e risalite in borsa, abbia potuto approfittarne pesantemente investendo sui titoli giusti sapendone in anticipo appunto l’andamento. Ora è evidente che io non ho la minima prova se questo corrisponda a verità o meno, ma in questo caso la cosa importante è che l’ipotesi sta assolutamente in piedi da un punto di vista teorico, cioè colui che sapesse in anticipo l’avverarsi di una crisi, potrebbe legittimamente “scommettere”, sul calo della borsa e guadagnare cifre molto elevate, ripeto il tutto in modo assolutamente legale.
Pertanto la priorità delle priorità a livello globale è quella di porre in essere una pesante riforma del sistema bancario e finanziario generale, perché così come è strutturato ora non farà altro che acuire le differenze tra ricchi che diventeranno sempre più ricchi e una fascia media e povera che invece faticherà sempre di più per arrivare a fine mese.
Questo naturalmente postula il fatto che la cittadinanza deve avere coscienza di quanto sopra, e non è quindi un caso che un osservatore attento non possa constatare che dell’argomento se ne parla poco e in maniera superficiale, perché la priorità delle priorità per questo ristretto oligopolio finanziario, è quello di mantenerci nell’ignoranza, e per il momento, complice una troppo grossa fetta di politici corrotti, ci sta riuscendo benissimo!
Dalla malattia al movimento: viaggiare in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide
“Possedere una bicicletta e lasciarla languire in cantina è come avere una lampada di Aladino e non pensare mai a strofinarla. Invece il genio benefico che si impossessa di voi al primo giro di ruota ha più di un desiderio sotto il pedale” (Didier Tronchet – Piccolo trattato di ciclosofia – Ed: Net).
Languivo nel vedere “La Bianchina”, appoggiata al muro, dentro casa, immobile da troppo tempo. (non posseggo una cantina).
L’OK del reumatologo per poter ripartire con l’attività fisica si è fatto attendere un anno
e ci sono voluti quasi altri 12 mesi per rimontare in sella e dare più di un giro di ruota.
Ad Assisi
Questo tempo mi è servito per sciogliere: articolazioni, tendini, paure e ricostruire: muscoli, postura, sicurezza nel mio “nuovo” corpo.
L’artrite reumatoide è una patologia cronica, la posso contenere ma non se ne guarisce.
Ho vissuto e alle volte vivo tutt’ora questo come un lutto, la Chiara di prima, con un fisico prestante, una memoria ferrea ed energia da vendere, non c’è più.
Sconosciuta a me stessa e irriconoscibile, procedo per questa nuova strada priva di indicazioni. Guadagno nel tempo funzionalità, forza, desideri che la malattia aveva arrestato, riprendo a frequentare luoghi, persone, spazi che l’immobilità aveva ridotto drasticamente. Conquisto tornanti di vita, costantemente in salita, gradualmente il panorama attorno a me si apre sempre più, scorgo nuovi orizzonti e quelli già conosciuti li vedo con altri occhi.
Imparo, mi scopro, ritorno a me seppur diversa.
Alleata fondamentale in questo percorso di ri-ciclizzazione, oltre alla terapia farmacologica, è l’atleta di Ironman, personal trainer: Pamela Mancini, classe da vendere, temperamento leonino, pazienza sconfinata e tanta esperienza personale, ahimè, con l’artrite psoriasica. Pamela ha messo a punto su sé stessa un protocollo di allenamento che concilia artrite e sport di alta intensità.
Grazie a questo protocollo e alla sua vicinanza che mi sono ripensata su lunghe distanze con la Bianchina in assetto da cicloturismo. Per gratitudine nei suoi confronti e per mettermi alla prova, ho desiderato di arrivare da lei in bicicletta. 261 chilometri…km più, km meno.
Da questo desiderio è nato poi il progetto “Fermati quando devi, riparti quando puoi”
un concentrato di sfaccettature del mio essere e del processo a tappe dall’iniziale stato di malata a sopravvissuta e attualmente a: “ho forse ancora qualcosa da dire e pedalare”.
Le patologie reumatiche colpiscono circa 5 milioni di persone (quasi il 10% della popolazione), sono malattie molto invalidanti che rendono la vita difficile. Non tutti rimontano in sella.
Il mio viaggio è patrocinato dalle due associazioni nazionali APMARR e ANMAR, che pedalano da decenni per garantire diritti, vicinanza e cultura. Ho scoperto che le patologie reumatiche colpiscono anche i bambini, alcune di esse sono meno gravi, altre potenzialmente mortali. Ingiusto e feroce quanto il morir in una gara ciclistica, o forse più…
Così da giugno sarà attiva una raccolta fondi per coprire: le spese di viaggio; una pubblicazione a posteriori e promuovere proprio progetti a favore di bambini con patologie reumatiche e sport.
Viaggio in solitaria e ritengo che la malattia, il dolore, il lutto per parti di sé e della propria vita perse, siano esperienze personali e uniche, difficilmente condivisibili eventualmente raccontabili, ma non mi sento mai sola, forse in fondo in fondo abbiamo desideri condivisi più di quanto immaginiamo.
In copertina: primo piano della “Bianchina” al passo del Cornello.
In questo numero di “Parole a Capo” abbiamo scelto alcune poesie che parlano del dramma spaventoso di Gaza, della pulizia etnica verso la popolazione palestinese in corso da parte del Governo israeliano e del suo capo Benjamin Netanyahu. Sono alcune gocce in un mare in cui c’è un’infinita disperazione per una strage che non conosce fine.
Preghiera per Gaza
Uso ogni notte
la parola insonne
viva nel Cristo.
Lampada ad olio
minuta ma forte,
in tenebra oscura.
Porto il dolore
inaudito
d’anime salve
straziate dal Male.
(Stefano Agnelli)
*
Vorrei cantarti bambina mia
Vorrei cantarti bambina mia
nenie che il vento ha portato via
insieme a calci, stivali e fucili
nell’odio uniti, soldati e civili
Tira su il secchio, tira la corda
ma l’acqua è poca e sempre più sporca
Portami il cesto, raccolgo le olive
quelle che un tempo riempivan le stive
Scarse, nemmeno coprono il fondo
Terra bruciata in un solo secondo
Tira la corda, tira su il secchio
L’odio ritorna dal giovane al vecchio
e non ti lascio né casa né terra
ma che non metta radici la guerra
qui, nel tuo cuore piccolo e puro
Tira la corda, va incontro al futuro
(Sara Ferraglia)
*
Gira la ruota
Nel teatro dell’orrore, la Striscia si contorce,
una ferita aperta nel cuore del mondo,
dove il dolore si fa voce e silenzio,
e le lacrime sono pioggia di speranza spezzata.
Aiuti di cartone, briciole di vita,
ombre di un inganno che si ripete,
camion di miseria, di sogni infranti,
mentre il mare di sofferenza,
di fame e di morte si ingrandisce, inesorabile.
Tra blocchi di ferro e mura di silenzio, gli abitanti dei Territori Occupati
sfidano la paura,
attraversano il nulla, sotto occhi di pietra,
per un boccone di pane, per un soffio di libertà.
Tutto è scena, tutto è farsa,
una pantomima di umanità negata,
le parole dei potenti sono eco vuote,
mentre il sangue si mescola alla polvere, senza pietà.
Il globo guarda, diviso tra silenzio e protesta,
tra mille voci che gridano e il vuoto di chi tace,
nel belpaese, tra ombre di un passato che non si dimentica,
si ripetono menzogne, si nasconde il dolore.
L’entità non cerca nessuno,
oltre il sogno di un’occupazione eterna,
dove gli abitanti dei Territori
sono ombre da cancellare,
e ogni resistenza diventa minaccia da spegnere.
Chi distingue, chi giustifica,
è complice di questa ferita senza fine,
perché il vero volto di questa guerra
non è scritto nel sangue innocente,
ma nel silenzio di chi guarda e tace,
mentre l’inferno si spalanca sulla terra.
E il pensiero di chi ancora sente questa ferita che non si rimargina,
finché l’ingiustizia regnerà,
finché la ruota a girare continuerà,
finché l’umanità dal non innocente sonno
si desterà.
(Rosa Colella)
*
Nuvole rosse
E’
un cielo
Ansimante.
Apocalittico.
Rombi Rimbombi Boati.
Deflagrazioni.
Corpi maciullati. Gridi disperati.
Anche le nuvole
cadono giù a brandelli.
Cariche di gemiti e di lamenti.
Scoppiano di dolore.
Scoppiano di pena.
Nuvole rosse più rosse del fuoco
a grappoli si lasciano andare
e nel mare
vanno a morire.
E qui
c’è gente
indifferente
che resta ancora a guardare.
(Bruna Starrantino)
*
Gaza ultimo giorno
Gaza ultimo giorno ultima
fermata dell’umanità
a Gaza si sperimentano
tutte le armi più potenti
ultimi derivati della tecnica
per uccidere fino all’ultimo bambino
a Gaza c’è uno schermo di vetro
dove possiamo vedere tutti
la depravazione più diabolica
il fanatismo più esaltato
e i cecchini più precisi
campioni del mondo di tiro al bambino
al giornalista al dottore agli infermieri
a Gaza i poeti scrivono versi
col loro sangue, prima di essere uccisi
a Gaza c’è l’assenza più tangibile di dio
a Gaza c’è il grido più forte
più disperato e più muto
per le orecchie più sorde
da Gaza il mondo è lontano
e si gira dall’altra parte
a Gaza non c’è più il pane
non ci sono più medicine
a Gaza non ci sono più strade
non ci sono più palazzi scuole ospedali
a Gaza non c’è più acqua
non c’è più gas né elettricità
a Gaza non ci sono più alberi
non ci sono più fiori né giardini
a Gaza sono tornati i carretti
trainati da stanchi e affamati muli
a Gaza c’è la fame e la sete
a Gaza c’è la carestia
la catastrofe si chiama Israele
a Gaza si bombarda ogni giorno
a Gaza si muore ogni giorno
più volte al giorno
a Gaza la morte è un contatore
che gira e gira e non smette mai
di girare, ma si è perso il conto
a Gaza non ci sono più lacrime
non ci sono più le parole
a Gaza….mi si strozza il verso
se Gaza muore, moriamo tutti
(Massimo Teti)
*
Vedevo il cielo nero avvampare
all’improvviso, senza tregua
non trovavo una destinazione ai tramonti
volevo uscire dalla terra
farmi la mia tana e la mia vela
i bambini, le loro madri
e i loro padri che morivano
come muoiono i poveri
lottando per un po’ di dignità e un po’ di cibo
i neonati giacevano a pancia in su
come scarafaggi indifesi
contro le mura sgretolate
la sera morbida e chiara
faceva venire voglia di non morire mai
e noi aspettavamo un miracolo
che copiasse i percorsi delle stelle
(Rita Bonetti)
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 286° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Succedeva ieri, domenica 18 maggio. Doveva essere il giorno inaugurale della pulizia etnica una volta per tutte, con le operazioni di terra che avrebbero definitivamente ammassato a sud della striscia di Gaza una popolazione già stremata da 19 mesi di guerra, gli ultimi dei quali segnati dal blocco degli aiuti, dalla pianificata carestia, dalla deportazione come unico possibile orizzonte per i sopravvissuti: l’apocalisse della quale siamo tutti da mesi impotenti testimoni…
E invece (colpo di scena) ecco che nel primo pomeriggio, sulle stesse chat che avevano contribuito a promuovere il People Peace Summit di Gerusalemme dello scorso 8 e 9 maggio, arriva la seguente notizia/convocazione:
“E’ oggi! Molla tutto e unisciti a noi. Appuntamento alle 17.000 alla Stazione di Sderot per la marcia verso il Muro di Gaza: basta con la guerra, tutti a casa! Attivisti anti-guerra e anti-carestia, famiglie degli ostaggi, madri dei soldati, riservisti: mobilitiamoci tutti, finiamola con questa follia!
Siamo di fronte a un’emergenza. Nelle prossime ore, giorni, Smotrich, Ben-Gvir e Netanyahu progettano di invadere la striscia con decine di migliaia di soldati per affamare ancor più bambini, uccidere ancor più civili palestinesi, evacuare ancor più nuclei familiari, e senz’altro sacrificare gli ostaggi oltre a chissà quanti addetti alla cosiddetta sicurezza, con l’unico obiettivo di insediarsi nella striscia e impadronirsi di Gaza.
Oggi (18 maggio) sospendiamo qualsiasi altro impegno per essere il più numerosi possibile alle 17 alla stazione ferroviaria di Sderot. Da lì ci metteremo poi in marcia verso il muro di Gaza dove pianteremo le tende per le notte, creeremo azioni di disturbo, faremo massa critica.”
Il messaggio si concludeva con le istruzione circa come arrivare: via treno, bus pubblici o privati, auto comunitarie… e qualche ora dopo, dalle pagine social di vari attivisti partecipi di quel variegato ‘Campo di Pace’ che da tempo seguiamo su questa testata, ecco le foto della Sderot Station riempirsi di gente, con il post (uno fra i tanti): “… sta arrivando gente da tutta Israele! E’ chiaro a tutti che questa è una situazione di emergenza… E’ ora di chiedere seriamente la fine della guerra, denunciare l’abbandono degli ostaggi e mettere fine a questo indiscriminato massacro dei civili!”
Dalla pagina FB di un’altra attivista alcuni scatti presi durante in viaggio in treno: per esempio per documentare il trasporto di un carro armato, in viaggio verso Gaza; e lo scompartimento pieno di soldati, “giovani ragazzi che vengono mandati a servire in una guerra brutale e delirante, mettendo in pericolo se stessi, uccidendo e magari venendo anche uccisi, per ragioni di vendetta che non esita a utilizzare l’arma della fame.”
Solo mezz’ora dopo: la marcia è cominciata e dalle brevi riprese che circolano in rete si capisce che sono in parecchie centinaia. Eloquente striscione con i volti di Smotrich, Ben-Gvir e Netanyahu ad aprire il corteo, slogan scanditi con convinzione…
… ma poi, h 18, è già tutt’altro film, con gli stessi attivisti che aprivano la marcia reggendo lo striscione, buttati a terra e malmenati dagli sbirri. I quali però appaiono più che altro rabbiosi di sorpresa: niente caschi, né scudi, né tenuta antisommossa, e però quella massa di pacifisti vocianti di slogan al rullo dei tamburi devono essere fermati…
Il pomeriggio si conclude con l’arresto di Alon Lee Green, personaggio ben noto nell’ambito del pacifismo israelo-palestinese, nel ruolo di co-direttore di Standing Together, movimento arabo-ebraico popolarissimo tra i giovani, sedi operative in varie città d’Israele e Cisgiordania. Arrestati insieme a lui altri nove: violazione dell’ordine pubblico, blocco di traffico, deviazione dal percorso inizialmente concordato, i soliti capi d’imputazione.
La replica di Standing Together: “Questo arresto è un tentativo di mettere a tacere la protesta di un crescente numero di persone, israeliani e palestinesi, contro le uccisioni, la fame, le devastazioni. Non ci fermeremo finché la guerra non finirà e finché non verrà raggiunto un accordo che riporti indietro tutti gli ostaggi e garantisca un futuro di sicurezza per tutti. Questa protesta non può essere fermata.”
Cover: Marcia israelo-palestinese verso Gaza (Foto di Standing Together)
IL CANE NON HA ABBAIATO. La mafia a casa nostra. Incontro con l’autore Werther Cigarini,
Reggio Emilia, 23 maggio
IL CANE NON HA ABBAIATO
La mafia a casa nostra
Incontro pubblico
Il 23 maggio p. v.saranno trascorsi 33 anni dalla strage di Capaci, dove furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la magistrata Francesca Morvillo, moglie di Falcone, e i tre uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.
Il movimento Agende Rosse Rita Atria Reggio Emilia ritiene che il modo migliore per
commemorare le vittime di mafia sia continuare a impegnarsi nella lotta alla criminalità organizzata e in questa ricorrenza promuove un evento pubblico: presso la Casa di Quartiere-Orti Spallanzani (V. Toscanini 20, Reggio Emilia).
Alle ore 18, 15 si terrà la presentazione del libro “Il cane non ha abbaiato” di Werther Cigarini, già sindaco di Carpi. Dialogheranno con l’autore, Francesco Maria Caruso, già presidente del collegio giudicante del processo Aemilia ed Enrico Bini, già sindaco di Castelnovo né Monti. La conduzione dei lavori sarà curata da Paolo Bonacini, giornalista e scrittore.
Con questo romanzo giallo Werther Cigariniaffronta il tema della penetrazione delle mafie nel carpigiano, ma con uno sguardo che comprende l’Emilia nel suo complesso.
Werther Cigarini con il suo ultimo libro
La trama ruota intorno all’ipotesi della presenza della mafia in un territorio apparentemente “incontaminato”, quello di Carpi e comuni limitrofi, evidenziando come strana anomalia che questi territori siano liberi dalla mafia quando questa è ben radicata tutt’intorno (nel modenese e nel reggiano), come documentato da inchieste, processi, arresti e sequestri a partire dal 2015.
Nel corso delle indagini che si sviluppano attorno al fatto criminale che dà il via al giallo -in un contesto in cui il confine tra legalità e criminalità appare sempre più sfumato- emergono interrogativi legittimi, cui si cerca di dare risposte realistiche, suffragate da dati e fatti reali, che sollecitano il lettore a riflettere ed a porsi domande a sua volta.
“Il cane non ha abbaiato” vuole attirare l’attenzione sul fenomeno mafioso, lanciare l’allarme e sollecitare istituzioni e società civile ad attivarsi coi propri mezzi per individuare i sintomi del radicamento mafioso nella propria realtà.
Questa iniziativa sarà dunque un’occasione anche per la nostra città per comprendere come far tesoro dell’esperienza, visto che qui il processo Aemilia e i successivi ad esso collegati hanno messo in luce la gravità del radicamento mafioso. Non abbassare la guardia, ma vigilare e attrezzarsi per un’azione di contrasto efficace del fenomeno, tutt’altro che sconfitto.
Movimento Agende Rosse Gruppo Rita Atria di Reggio Emilia e Provincia.
La stoffa delle donne: Nellie Bly, una ragazza orfana e solitaria
Lei è Elizabeth Jane Cochran.
Nasce nella contea di Armstrong, l’odierna Pittsburgh in Pennsylvania, il 5 maggio 1864. Suo padre Michael Cochran, un ricco possidente rimasto vedovo con dieci figli, sposa la madre di Elizabeth, Mary Jane Kennedy, con la quale ne avrà altri cinque. La prima infanzia di Elizabeth era trascorsa serena, fino a quando la prematura morte del padre fa precipitare la famiglia in un vero e proprio dissesto finanziario, a causa della spartizione dell’eredità.
La madre si vede costretta a lasciare la casa e ben presto si risposa con un uomo che si rivelerà violento ed etilista, tanto da indurla al divorzio. La giovane Elizabeth che all’epoca era impegnata negli studi per inseguire il suo sogno di diventare maestra, dovrà abbandonare tutto e svolgere lavoretti saltuari per poter contribuire al mantenimento dei fratelli. Come se non bastasse, sarà anche chiamata a testimoniare per la causa intentata dalla madre a seguito degli abusi subiti nel suo secondo matrimonio.
Tutte queste dure esperienze indubbiamente contribuirono a fortificare e forgiare il carattere della giovane che sentiva crescere dentro di sé un forte istinto di indipendenza e di sensibilità verso le ingiustizie ed i soprusi. A sua insaputa, la vita, che sino ad allora le aveva riservato ben poche gioie, sta per prendere una piega inaspettata.
Nel 1885 uno dei principali quotidiani della sua città, il Pittsburgh Dispatch, pubblica un articolo intitolato “What girl are good for” (a cosa servono le ragazze) dai contenuti fortemente misogini, nel quale l’editorialista argomenta che il compito delle ragazze è quello di dedicarsi solo alle faccende domestiche e di accudimento. Inoltre critica pesantemente coloro che avevano l’ambizione di lavorare e studiare, definendola “un’aberrazione”.
Al giornale “piovono” numerose lettere di protesta, e tra queste anche quella della ventunenne Elizabeth, che si firma con lo pseudonimo “Lonely Orphan girl”(ragazza orfana e solitaria). Il direttore del giornale, George Madden, incuriosito dalla lettera dal tono estremamente deciso, pubblica un annuncio nel quale chiede all’autrice di presentarsi alla redazione del giornale. Fu così che Elizabeth ebbe il suo primo lavoro come giornalista e George Madden trovò per lei uno pseudonimo “Nellie Bly” (in quanto la professione di giornalista era poco usuale per una donna) ispirandosi al titolo di una canzone di Stephen Foster, autore di un altro brano, “Oh Susanna”, molto in voga a quei tempi.
Nellie inizia a scrivere con grande passione articoli “forti”, documentando le condizioni lavorative delle donne (esperienza questa vissuta sulla propria pelle), lo sfruttamento del lavoro minorile, degli operai, dei contadini e degli immigrati.
Si occupa anche di questioni legate al matrimonio ed al divorzio Fu una delle poche giornaliste ad intervistareBelva Ann Lockwood, la prima donna candidata alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America, attiva nella lotta per i diritti delle donne.
Ma gli articoli di Nellie non passano inosservati e numerosi inserzionisti del Pittsburgh Dispatch, infastiditi dalla risonanza che i suoi scritti suscitano nell’opinione pubblica, minacciano di bloccare i finanziamenti al giornale. Il direttore allora, per non correre rischi, affida alla giovane giornalista rubriche di moda e costume, argomenti all’epoca ritenuti molto più consoni ad una donna. Ma Nellie non ci sta, convince Madden ad inviarla come corrispondente estera in Messico, da dove tra il 1886 ed il 1887 pubblicherà numerosi articoli di denuncia sulle precarie condizioni sociali di quel Paese, soffocato dal potere di Porfirio Diaz. Dopo soli sei mesi il Governo messicano la espelle, le sue inchieste erano troppo scomode, racconta dello sfruttamento dei contadini e della corruzione imperante nel Paese e della detenzione di un giornalista che nei suoi articoli aveva denunciato proprio questo malcostume.
Ritornata in patria, contatta Joseph Pulitzer, ebreo di origini ungheresi e proprietario del giornale New York World, diventato in pochi anni, grazie a lui, uno dei quotidiani più influenti degli Stati Uniti. Pulitzer, puntando su uno stile sensazionalistico ed innovativo, racconta storie di immigrati e di appartenenti alle classi meno abbienti. Era noto descrivesse la cronaca nera “condita” spesso di elementi scabrosi, più o meno reali, per rendere più accattivanti le notizie.
Fu così che Nellie trovo terreno fertile per le sue inchieste ed avanzò a Pulitzer la proposta di poter condurre un reportage sui manicomi. Guidata dallo stile che aveva da sempre contraddistinto il suo lavoro, concorda assieme alla redazione del giornale di introdursi, sotto copertura, in un manicomio di New York, allo scopo di documentare la condizione delle donne ricoverate. Organizza tutto nei minimi particolari, deve fingersi pazza e soprattutto deve essere credibile, studia le espressioni del suo volto davanti ad uno specchio, si concentra il più possibile sul mantenere la fissità dello sguardo ed indossa i vestiti più vecchi e malconci che possiede. Si presenta così presso una casa di accoglienza per donne sole ed indigenti. Il percorso a piedi verso questa destinazione è una sorta di viaggio iniziatico e metamorfico, durante il quale avviene una vera e propria trasformazione, con Nellie Bly che diviene Nellie Brown, una ragazza povera e squilibrata. All’interno della casa di accoglienza Nellie mette in scena il suo copione studiato ad arte, si mostra smemorata ed incapace di badare a se stessa, spaventa volutamente con atteggiamenti inconsueti le altre ospiti. La sua “performance” è così perfetta che dopo pochi giorni la direttrice della struttura decide di condurre la ragazza presso un commissariato, nel tentativo di effettuare almeno un riconoscimento d’identità, dal momento che Nellie finge di non ricordare più nulla. Dopo qualche eccesso d’ira sempre accompagnati da una totale amnesia, un giudice, corroborato dalla diagnosi frettolosa di un medico, decide per la giovane il trasferimento all’ospedale psichiatrico “Bellevue”. Trascorso un breve periodo in osservazione, per Nellie si apre il portone del manicomio femminile per alienate sull’isola di Blackwell, un lembo di terra a pochi metri dalle rive di Manhattan. Luogo tristemente famoso, in quanto per le pazienti non era possibile dimostrare la propria sanità mentale e per loro il ricovero si trasformava in un vero e proprio ergastolo.
Giova ricordare che nel 1842 Charles Dickens visitò la struttura rimanendone sconvolto, tanto che ne fece una dettagliata descrizione nel suo “American notes” (Diario di viaggio). In quell’epoca entrare in una cosiddetta “istituzione totale” era assai facile ma pressoché impossibile uscirne. Nellie trascorse dieci lunghissimi e faticosissimi giorni tra quelle mura, riuscì a documentare, vivendole sulla propria pelle, le innumerevoli violenze ed ingiustizie che venivano perpetrate ai danni delle pazienti.
All’interno dell’istituto, la cui capienza massima era di mille pazienti, erano ricoverate 1600 donne, molte di loro erano immigrate che non riuscivano a comunicare con la Polizia, altre non soffrivano di patologie psichiatriche ma erano semplicemente donne che vivevano per strada e non riuscivano a sbarcare il lunario. Pochissimi erano i medici e gli infermieri e le condizioni igienico-sanitarie erano disastrose, per non parlare poi delle innumerevoli violenze ed abusi che erano all’ordine del giorno. Il fatto incredibile al quale Nellie stessa non si rassegna è, come cita testualmente, “vi è una cosa, soprattutto, che mi lascia oltremodo perplessa: nel momento stesso in cui fui internata cessai di atteggiarmi a pazza e mi comportai in modo assolutamente ordinario. E tuttavia più parlavo ed agivo razionalmente, più ero ritenuta da tutti i sanitari afflitta da follia”.
Allo scadere del decimo giorno di reclusione sull’isola di Blackwell, come da accordi stipulati con la redazione del giornale, Nellie riacquista finalmente la libertà. Decide di mettere tutta la sua esperienza nero su bianco, iniziando a raccontare del “Pensionato per donne sole”, dell’ospedale psichiatrico ed infine del Manicomio. La sua inchiesta a puntate, dal titolo “Ten Days in a Mad House “ (Dieci giorni in manicomio) solleva un vero e proprio polverone, con un’impennata di vendite del giornale, tanto che il Gran Giurì inizia una serie di ispezioni ed interrogatori, chiamando Nellie a testimoniare.
Ormai la nostra giornalista non solo è divenuta una firma di punta, famosa e rispettata dai colleghi ma, fatto ancora più importante, con le sue inchieste riesce a scuotere l’opinione pubblica. Nel giro di poco tempo il Governo decide di stanziare un milione di dollari per migliorare le condizioni all’interno degli istituti psichiatrici.
L’attività giornalistica di Nellie non si esaurisce certo dopo questa esperienza e nel 1913, quando le Suffragiste marciano a Washington per rivendicare il diritto di voto per le donne, lei è una delle poche giornaliste a documentare dal vivo l’evento. Le sue inchieste sotto copertura la porteranno poi a farsi arrestare per rivelare le condizioni delle donne negli istituti di pena, a farsi assumere in una fabbrica del Lower East Side, per poi pubblicare un articolo denuncia sul New York Word dal titolo “Nellie Bly ci racconta cosa significa essere una schiava bianca”. La sua fama è ormai inarrestabile ed arriva a fingersi la moglie di un industriale farmaceutico per riuscire a far emergere i nomi di politici corrotti. Scrive ogni suo articolo con grande passione e professionalità senza tralasciare di proporre soluzioni nel tentativo di migliorare le realtà che la circonda, con particolare riguardo per le donne e le persone fragili. Il suo è il primo esempio di giornalismo investigativo sottocopertura. Le sue inchieste sono vere e proprie denunce mirate a sollevare il velo di omertà e corruzione, svelando ciò che la società ostinatamente tenta di occultare.
Ma non è tutto qui, Nellie è tanto altro ancora…e la sua storia continua…tra due settimane
Così domenica 18 maggio 2025, nella sala Oval del Lingotto è accaduto che il presidente e la vice presidente dell’Associazione culturale Ultimo Rosso, Pier Luigi Guerrini e Cecilia Bolzani, abbiamo partecipato all’evento coordinato dal curatore della collana Aurora di Poesia edizioni Bertoni editore, Bruno Mohorovich, per presentare le proprie sillogi poetiche “ L’amnistia del silenzio” di P.L. Guerrini e “ Il silenzio si fa musica “ di C. Bolzani.
Pier Luigi Guerrini e Cecilia Bolzani al Salone del libro di Torino 2025
Una trentina di poete e poeti provenienti da tutte le parti d’Italia, di età ed esperienze diverse, ma accomunati dall’aver visto spiccare il volo alla propria opera, si sono avvicendati al microfono di Mohorovich per raccontare da dove nascono i propri versi, quali siano le occasioni che generano l’ispirazione, quali i temi che prediligono e per leggere alcuni testi.
Sentimenti, sensazioni, momenti catartici, drammi quotidiani, empatica relazione con la natura, hanno fluttuato nell’aria avvolgendo il cuore dell’attento pubblico presente. Più volte è stato ribadito il potere terapeutico della poesia, che consente di ripensare e trasformare in parole preziose i propri vissuti interiori, consentendo così di ritrovare, e di donare, la serenità o almeno la quiete dell’anima.
Il linguaggio scelto dagli autori è spesso l’italiano, ma non sono mancati emozionanti testi in dialetto napoletano ed anche in francese. In ogni caso si tratta di parole che accendono l’immaginazione e la con-passione reciproca.
Nello spazio dedicato alla poesia l’atmosfera era molto diversa da quella vivace, ma cacofonica, di cui tutti abbiamo fatto esperienza passeggiando tra gli stand del Salone torinese. L’ascolto attento, il senso di appartenenza, un profondo rispetto reciproco, sorrisi sinceri, approvazioni ed applausi, hanno infatti sostenuto ogni poeta.Come i co-fondatori di Ultimo Rosso sostengono, la poesia parla al cuore e supera ogni distanza tra coloro che sanno mettersi in ascolto.
Ritornando a Ferrara dopo questa esaltante giornata, i due poeti riprenderanno pertanto la propria missione di condivisione e divulgazione della poesia, organizzando eventi ad essa dedicati in diversi luoghi della città, del comune e della provincia.
Di seguito pubblichiamo due delle poesie lette all’incontro
LE MADRI BENEDICONO
di Cecilia Bolzani
Questi volti seri
avvolti da teli termici
sono figli e figlie
Le loro madri
li hanno visti partire
soffrendo e sperando col cuore spezzato
con una preghiera
con un talismano
una lunga via verso nord
poi il deserto
poi il mare
poi… le onde
alte, su questo guscio
aiuto, madre aiuto
giovani vecchie donne
a lavorare
a cucinare
con la mente a nord
il cuore lo dice
il cuore lo sa
se il pericolo è superato
aspettando
una chiamata
mamma sono a nord
figlia hai mangiato
dove dormi
ti rispettano
figlia….
Ringrazia chi ti accoglie
pregherò per loro
ringrazia per me
tua madre li benedice.
FUORI POSTO
di Pier Luigi Guerrini
prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.
Per leggere gli articoli diCecilia BolzanisuPeriscopioclicca sul nome dell’Autrice
Surrealismi a Ferrara, una mostra con vista e suggestioni d’arte locale e internazionale fino al 23 maggio 2025
“Artisti locali fortemente visionari, onirici, metafisici e spesso appartati, operanti al di fuori delle logiche di gruppo”. È questo il criterio di selezione delle opere della mostra dedicata a Surrealismi a Ferrara – Cimicchi e gli altri tra 1950 e 1980 curata dal critico Lucio Scardino e visitabile fino a domenica 25 maggio 2025.
L’allestimento, esposto nei nuovi spazi della sala della Banca Mediolanum, con vista panoramica sul centro storico di Ferrara (corso Porta Reno 17), consente di spaziare con gli occhi e la fantasia tra suggestioni d’arte locale, internazionale e panoramica mozzafiato sui monumenti simbolo di Ferrara.
Il critico Lucio Scardino
Protagonista principale delle opere esposte è Rolando Maria Cimicchi (1924-1979). Definito nel catalogo come “artista di complessa personalità”, Cimicchi è pittore che “a lungo fra noi fu vero ‘poeta surreale’, a cominciare dalla sua esistenza inquieta, che lo portò a vivere a Parigi (dove studiò direttamente le opere di Breton), Africa, Mato Grosso, Tibet”.
Nove i suoi dipinti ad olio su tela in mostra, oltre a un disegno a china su carta, che mostrano come da metà degli anni Sessanta abbia assorbito nel suo lavoro gli influssi surrealisti. Improntate a una forma onirica di desolazione quasi extraterrestre sono in particolare le tele, dove – come ha sottolineato il curatore Scardino – “l’artista trasforma i luoghi ferraresi in paesaggi d’ispirazione lunare. E non a caso sono poi venuto a scoprire che aveva la collezione completa della serie di romanzi di fantascienza di Urania”.
Un tema che oggi evoca le opere di un’artista in vetta alla scena dell’arte contemporanea internazionale, quale Yayoi Kusama (giapponese, classe 1929), nota per l’uso dei pois nei suoi lavori, che spesso si trasformano in installazioni colorate dalle forme insolite che trasportano il visitatore in mondi surreali come Infinity Mirror Room e Phallic’s Field.
Cimicchi – Senza titolo,1970
Yayoi Kusama – Infinity da sito web ArtWizard.eu
Cimicchi – Senza titolo, 1973
La mostra nella sala Mediolanum è integrata con opere degli altri artisti scomparsi, che a Ferrara e territori limitrofi diedero il loro contributo alla realizzazione di scenari di stampo surrealista.
Si va dal mantovano Lanfranco (1920-2019), passando per Ervardo Fioravanti (1921-2012), Marco Borghi (1942-2018), Walther Jervolino (1944-2012), Antenore Magri (1907-1078), Adelchi Riccardo Mantovani (1942-2023, già celebrato da una mostra monografica al Castello Estense di Ferrara), Alberto Poli (1925-2023), Giorgio Sallustio Rossi (1891-1982), Franco Floriano Salani (1923-1993), Tito Salomoni (1928-1986), Franco Tartari (1934-1997), Antonio Torresi (1951-2012), il giocoso e colto Gabriele Turola (1945-2019), Vito Violati Tescari (1906-1979), Romano Vitali (1933-2018).
Il catalogo della mostra sui “Surrealismi a Ferrara” a cura di Scardino
“Surrealismi a Ferrara – Cimicchi e gli altri (1950 e 1980)”,sala Neo-Estense, Banca Mediolanum, corso Porta Reno 17, Ferrara – dal 30 aprile al 25 maggio 2025, ingresso libero. Per accedere occorre suonare o contattare gli uffici negli orari di apertura della banca, dal lunedì al venerdì al tel. 0532 243065, o Cristiano Delfini cell. 3389661447
Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti clicca sul nome dell’autrice
Esce in libreria, il 23 maggio, con Orecchio Acerbo editore, “Io sono più alto di te!”, della coreana Kyung Hye-won. Una risata contro i bulli
Un libro di grande statura, nel vero senso della parola.
L’albero è la casa di Picchio, ma è anche il metro di molti animali. Un bel giorno, parte la gara del più alto: tra Talpa e Scoiattolo vince Talpa, ma perde con Coniglio che, a sua volta, è sconfitto da Maiale. Poi è il turno di Tigre che viene superata da Coccodrillo, sconfitto da Orso. Lui già assapora la vittoria. Peccato che l’infido Serpente, uscito dalle fronde, strisci sul tronco e, con la sua codina, superi di poco il presunto vincitore. Ma le sconfitte bruciano assai sulla pelle degli arroganti…
Kyung Hye-won è altissima nella qualità delle sue storie, alla sua prima apparizione in Italia, ma già molto conosciuta anche negli Stati Uniti: la sua gara – una vera e propria contesa intorno al tronco di un albero tra un bel po’ di animali nel bosco – è esilarante e molto “vera”!
Perché ridere contro i bulli fa sempre bene!
Nata in Corea, a Suwon nel 1981, e diventata molto conosciuta e apprezzata in tutto il mondo per libri come “Bigger than you” – pubblicato addirittura prima negli Usa e solo dopo in Corea – oppure “Elevator”, tradotti in moltissime lingue, Kyung Hye-won ha iniziato la sua carriera universitaria studiando letteratura inglese. Poi cambia strada. La sua attività di illustratrice comincia nel 2004, mentre il suo primo libro di cui è anche autrice del testo, “Special Friends”, viene pubblicato nel 2014. I suoi titoli più rappresentativi, tutti estremamente divertenti e per un pubblico di piccoli, oltre “Elevator” e “Bigger than you” sono “Dinosaur X-Ray” con cui ha vinto il Taiwan Open Book Award (2018), “I’m a Lion” e “My Big, Secret Friend”. Durante una recente intervista, ha spiegato che il suo processo di creazione prende sempre l’avvio da ciò che le accade intorno e dalle sensazioni che capta nell’aria nella vita di tutti i giorni. La sua abilità sta nel renderle sempre molto comiche.
Fare a pezzi un corpo e concentrarsi su uno dei suoi organi è un vizio da necrofili, un dovere da chirurghi, un vezzo poetico. Eppur a tutti è capitato di farlo. I capelli sono troppo corti o troppo lunghi; le mani sono secche, rugose, piccole, grandi, grasse o magre; i piedi sono lunghi o corti, piccoli, piatti o arcuati. La pancia non è mai abbastanza piatta, altre parti del corpo … dipende.
Non solo queste considerazioni ci accompagnano di sovente nei nostri momenti di ozio, ma si acuiscono a seconda dell’umore, del livello di stanchezza che può toccare la stratosfera, del livello di abbattimento generale causato da tutti i guai che accompagnano la terra in questi giorni.
Uno degli organi che suscita in me più riflessioni è il piede, entrambi i piedi. Forse perché basta che abbassi lo sguardo e li vedo sempre lì attaccati alla parte finale delle mie gambe, a volte un po’ più gonfi del solito, soprattutto quando fa caldo e sono stati tutto il giorno nelle scarpe da ginnastica con le quali corro di qua e di là per lavoro, parenti, amici, spese, inconvenienti e curiosità.
Anche dopo la doccia li vedo sempre là in fondo alle gambe, bagnati e scivolosi pronti a lasciarmi col sedere sul pavimento se non li appoggio subito all’asciutto, uscendo dalla gabbia di plastica che racchiude il vapore appena abbandonato dell’acqua calda finita nel tubo di scarico.
A volte li guardo più da vicino, quando sono raggomitolata sul divano e leggo gli articoli di Periscopio.it visualizzandoli sul telefono, quando mi accovaccio nell’orto per innaffiare i pomodori, le melanzane e i cetrioli, quando faccio Yoga e improvvisamente me li trovo oltre la testa nella posizione dell’Aratro. Visti da vicino sono più grandi e imponenti, con tanti ossicini, tante articolazioni e tante venuzze verdi che traspaiono sotto la pelle.
La loro salute è essenziale, attraverso di loro si vede quanta vita è stata vissuta e come la si è affrontata. Sono segnalatori di malattie se diventano violacei o piagati e portatori di intimità quando li si aggroviglia ad altri piedi spazialmente prossimi. Questo tipo di aggrovigliamento non è tra i miei preferiti, mi piace che i piedi siano liberi di muoversi, fermarsi, correre, tirare un calcio, saltare un ostacolo, ballare.
C’è molta vita nei piedi che percorrono un cammino e, ancora di più, in quelli che ballano. I piedi che ci permettono di danzare garantiscono una vera maestria, uno spettacolo sorprendente. Non c’è dubbio che i piedi siano un tramite tra musica e corpo, basta osservare i bambini quando improvvisamente sentono una canzone. Cominciano a dimenarsi a ritmo della musica compiendo movimenti tanto naturali quanto armonici.
Non c’è ancora una disciplina, un rigore nei movimenti che caratterizza le forme di danza più evolute, ma c’è una tendenza alla rappresentazione corporea che usa i piedi come tramite per la sua realizzazione. Frasi come “get on your feet”, “move your feet”, “dance your shoes off” compaiono spesso nella musica pop che imperversa in streaming, mentre i piedi come simbolo di ribellione e liberazione attraverso la danza, sono ben rappresentati in Footloose, un film del 1984 diretto da Herbert Ross e distribuito dalla Paramount Pictures.
Nel film, Ren McCormack, ragazzo di Chicago, si trasferisce con la madre separata a Bomont un piccolo paese di provincia che ha bandito la musica rock, il ballo e tutto ciò che può corrompere la moralità dopo che cinque ragazzi (tra i quali il figlio del reverendo del paese Shaw Moore) sono morti mentre tornavano da un concerto. Ren riuscirà a riportare la musica in paese grazie ad una festa di ballo memorabile.
Bella storia, belle inquadrature e primi piani sui piedi dei ragazzi che ballano. Ballano, ballano, una tribù che balla. Il film ha una colonna sonora famosissima e la frase “Tonight I gotta cut loose, footloose/Kick off your Sunday shoes” (“Stasera devo scatenarmi, sfogarmi/Togliti le scarpe della domenica”) è diventata un simbolo di ribellione e liberazione attraverso la danza. Il film ha vinto due Golden Globes per le canzoni “Footloose” e “Let’s Hear It for the Boy” e tre candidature all’Oscar.
I piedi sono organi di movimento estremamente complessi, costituiti da uno scheletro composto da ventisei ossa articolate tra loro, che sfrutta per i propri movimenti un complicato sistema di forze muscolari, tendinee, capsulari, legamentose e neurotiche. I piedi, grazie alla loro complessa anatomia, sono in grado di eseguire una vasta gamma di movimenti. Questi possono essere movimenti di flessione ed estensione, inversione ed eversione, supinazione e pronazione. In aggiunta, i piedi effettuano movimenti complessi durante la deambulazione, come l’ammortizzazione, il supporto e la propulsione.
Sono organi importanti dal punto di vista funzionale, estetico e simbolico. Guardando i propri piedi non sempre ci si rende conto di quanto compagnia ci facciano e di quante persone abbiano riflettuto sulla loro presenza, utilità e bellezza. I bambini piccoli se li succhiano, i grandi li massaggiano, impomatano, tatuano, colorano, fotografano e agghindano con calze di tutti i colori e con scarpe che, in parte servono per accompagnare la camminata e in parte affermano uno status e l’eventuale desiderio di trovare l’amore.
I piedi sono affascinanti, lo sono stati per molti pensatori. Così scrive, ad esempio, il poeta Pablo Neruda nella sua Oda a los pies: “Mis pies eran dos palomas / atrapadas / por la gravedad de la vida...” (I miei piedi erano due colombe / intrappolate / dalla gravità della vita…). Oda a los pies (Ode ai piedi) è un componimento in cui il poeta celebra i piedi come parte integrante del corpo umano e della vita stessa. In particolare, sottolinea il ruolo fondamentale dei piedi nel movimento, nella scoperta, nel contatto con la terra e nell’esperienza dell’esistenza.
Nella tradizione religiosa o mistica i piedi sono simbolo di devozione esono spesso associati all’umiltà, alla venerazione o alla sottomissione. I piedi raccontano il movimento, il cammino, la resistenza. Sono simbolo della vita in marcia, del destino e della trasformazione. Dante, nella Divina Commedia, descrive spesso il movimento dei personaggi in termini di cammino: i piedi sono ciò che li porta verso la redenzione o la dannazione.
I piedi sono anche un dettaglio estetico o sensuale. Soprattutto nel decadentismo, nel simbolismo e in certi autori moderni, i piedi possono diventare oggetto di contemplazione estetica o di desiderio erotico. Sono un elemento realistico o degradante in autori naturalisti come Zola e Verga, mentre in autori più contemporanei, i piedi sono spesso rappresentati in modo crudo, come parte di un corpo che lavora, soffre, marcisce.
I piedi sono inoltre simbolo poetico o spirituale. Per alcuni poeti o scrittori, i piedi possono evocare leggerezza, la libertà, l’infanzia, o essere segno di passaggio sulla terra. Ad esempio, Rainer Maria Rilke usa spesso immagini corporee delicate ai i piedi che danzano, scivolano e ci sfiorano.
Tanti illustri personaggi si sono occupati di piedi scrivendo, ballando, parlando, pensando. Eppure, se li guardo sono semplicemente i miei piedi e proprio in questa semplicità ritrovo il senso della loro presenza e appartenenza. Sono i miei, sono il mio corpo, altri come questi non ci sono, camminano con me e invecchiano con me. In questa loro perenne presenza sono confortanti e in questa loro accompagnare la mia età sono tranquillizzanti.
Un passo dopo l’altro, dopo l’altro, dopo l’altro … chissà dove si arriverà.
In psicanalisi, i piedi possono essere interpretati come simboli di diversi aspetti della psiche. Possono rappresentare l’ancoraggio alla realtà, l’attaccamento alla terra, l’orientamento nella vita, e il rapporto con la sessualità e la sessualizzazione.
Alcuni psicoanalisti hanno inoltre collegato i piedi a simboli di potere e controllo, così come al desiderio e alla gratificazione. James Hillman, nel suo approccio psicologico, considera i piedi come un ponte tra il corpo e lo spirito, simbolicamente collegati alla nostra capacità di muoverci nel mondo e di prendere decisioni.
I piedi, per Hillman, sono strumenti per l’esperienza del camminare, una pratica che lo psicologo vede come un modo per entrare in contatto con il mondo e con sé stessi. Il cammino e la sua associata azione di camminare, usano come tramite i piedi e come fine l’entrare in contatto con il mondo.
Un contatto che può causare grande sofferenza in questo periodo, in cui la terra e i suoi abitanti soffrono per delle guerre inutili e devastanti, le grandi democrazie non si sa se siano davvero grandi e, soprattutto, se siano ancora democrazie. Un mondo che rende triste il cammino. Per questo i piedi dovrebbero fare male, il loro contatto con il mondo li dovrebbe rendere molto dolenti, in accordo con il rifiuto della violenza in tutte le sue manifestazioni.
Anche i miei piedi non sono ben messi, certe volte mi pungono come se contenessero aghi. Così come quelli di molti miei simili, che camminano su questa terra bellissima e adesso dolorante. Ma questo non deve interrompere il cammino, né farci credere che sia inutile camminare, anzi attraverso il cammino possiamo vedere con maggiore lucidità il mondo. Percorrendo strade e sentieri sia fisici che spirituali, possiamo trovare pensieri buoni che addomesticano la preoccupazione per il futuro e possiamo riscoprire la semplicità di un gesto quotidiano che migliora la vita.
Tutto ciò grazie ai nostri piedi che sono garanzia di movimento, veicolo di cammino e soggetto di rappresentazione simbolica.
Intanto li guardo, questi miei piedi magri e lunghi, e penso di dover rammendare le calze, perché hanno un buco da cui esce l’alluce. Non che mi dispiaccia così il mio alluce, lo vedo in una inquadratura originale, ma questo non si confà al buongusto imperante e un po’ di senso di comunità deve albergare in ogni comportamento e parola.
Belli i piedi per quello che ci permettono di fare e pensare dirigendo il cammino verso un modo nuovo.
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Dal protezionismo a una nuova Bretton Woods: se invece di Trump tornassimo a Keynes?
Facciamo l’ipotesi teorica che i dazi di Trump non siano uno strumento negoziale per portare vantaggi agli Stati Uniti ma una vera politica per riportare la manifattura in patria, ridurre il deficit commerciale e quello pubblico. E’ un’ipotesi teorica perché qualche giorno fa Trump ha fatto un accordo temporaneo (3 mesi) con la Cina per ridurre i dazi dal 145% al 30% (10% i dazi della Cina) e con il Regno Unito che potrà esportare in Usa 100mila auto con dazi solo del 10% (anziché 25%), zero dazi per acciaio e alluminio (mentre per il resto 10%), in cambio di acquisti di aerei americani Boeing per 10 miliardi, di carne di manzo made in Usa, etanolo, chimica e macchinari. Seguirà probabilmente un accordo temporaneo analogo con l’Europa.
E’ in corso una lotta tra chi (Bannon, Maga) vuole tornare ad un’America più protezionista che ricostruisce le comunità locali distrutte da globalizzazione, povertà e droghe (e con meno immigrati possibile, come vuole anche il Regno Unito) e le multinazionali high tech (Elon Musk in testa) che non vogliono chiusure, zero dazi e più immigrati professional (sono già il 40% di tutto il personale nelle big tech). Se dovesse prevalere (com’è probabile) l’ala Maga resteranno i dazi (seppure ridotti). Il nuovo protezionismo “light” Usa costringerebbe i paesi con surplus commerciale a dirottare parte del loro eccesso di produzione altrove. Dove, non è chiaro, in quanto non c’è nessun paese disposto ad assorbire tante merci quanto lo sono stati per decenni i consumatori americani o gli operai americani, che hanno visto lentamente chiudere le proprie fabbriche. Non si potrà non riconoscere che il sistema “aperto” ha prodotto una distruzione non solo della classe operaia americana della manifattura, ma anche nel resto del mondo avanzato e in Europa (specie al Sud).
Ma come è possibile allora che l’occupazione americana vada così bene? Gli occupati americani aumentano ogni trimestre ad un ritmo di 150-200mila occupati, ma non si dice che ciò avviene per la forte immigrazione. Negli Stati Uniti l’occupazione dal 2014 al 2023 è cresciuta di 15 milioni di unità, ma in un Paese che aumentava la popolazione di 18 milioni; mentre sparivano gli alti salari della manifattura si diffondevano i posti con bassi salari nei servizi vari. Un fenomeno simile è avvenuto anche in Europa, dove gli occupati sono cresciuti di 16 milioni e la popolazione di soli 6 milioni, con effetti di grande beneficio soprattutto nei paesi dell’Est Europa dove è stata delocalizzata parte della manifattura europea e tedesca.
A ben vedere le cose sono andate meglio in Europa che negli Stati Uniti, l’esatto contrario della narrazione mainstream sulle “magnifiche sorti e progressive” del neo liberismo globalizzato americano. Idem per l’Italia dove è cresciuto il lavoro (+9,2% dal 2021 ad oggi) ma è calato il monte salari delle buste paga del 6,1% (post inflazione). Ciò è dovuto al fatto che chi va in pensione guadagnava di più dei neo assunti, ma anche al fatto che con un parziale recupero dell’inflazione c’è stato uno slittamento verso le aliquote fiscali più alte (fiscal drag); ciò spiega perché l’Irpef è salita dai 198 miliardi del 2021 ai 235 del 2024 (fonte Ministero delle Finanze). Nonostante gli sgravi del Governo ai ceti bassi, le loro busta paga nette sono minori di 4 anni fa e così dicasi per i milioni che sono saliti sopra i 28mila euro lordi o i 50mila. Chi invece paga sui redditi di capitale, la cedolare secca sugli affitti, le rivalutazioni delle società non quotate, etc. cioè i benestanti, paga aliquote simili a quelle dei poveri. Se poi si nota che le spese in ricerca si stanno riducendo dal 2020 (già erano basse) e che cresce la distribuzione agli azionisti, si capisce bene perché l’Italia declina pur “aumentando” il suo lavoro, che è sempre più povero.
Ciò spiega perché già dal 2016 negli Stati Uniti tutti i politici hanno cominciato a mettere in dubbio l’efficacia del libero scambio e lo stesso TPP, il trattato di libero scambio Trans Pacific. L’idea era che non c’era bisogno di “maggiore globalizzazione” ma di fare in modo che quella esistente fosse vantaggiosa anche per gli americani. Trump ritirò l’adesione al TPP, Biden in molti aspetti proseguì. Oggi l’America assorbe gran parte del risparmio e del surplus commerciale degli altri paesi mentre si riduce anno dopo anno la sua produzione manifatturiera (oggi al 15% sul totale mondiale, quando era quasi la metà nell’immediato dopoguerra). Se questo processo fosse continuato avrebbe portato al crollo dell’economia americana. Molti provvedimenti (anche di Biden) sono stati all’insegna del rientro in patria della manifattura e del sostegno alle aziende made in Usa. Trump ha spinto in modo ancor più radicale, anche se non sarà solo coi dazi che lo si potrà risolvere. Per multinazionali e banche le cose andavano bene così. I fondi finanziari hanno fatto una montagna di soldi assorbendo l’eccesso di risparmio degli europei e del resto del mondo e trasformandolo in asset finanziari ed è per questo che hanno assunto una influenza crescente sui politici e, in alcuni casi, li hanno anche corrotti.
Non è un caso che tutte le banche nel mondo stanno felicemente prosperando sopra le macerie di tante manifatture ed operai. La narrazione era che “mobilità dei capitali e deregolamentazione” avrebbero arricchito tutti e rafforzato il dollaro. In realtà mentre i ricchi americani traevano enormi vantaggi a spese dei lavoratori e pensionati americani, anche gli industriali e finanzieri cinesi e tedeschi non erano da meno, in quanto la globalizzazione ha indotto tutte le imprese a rilocalizzarsi con la scusa della competitività: creando nuove filiere in paesi poveri con salari più bassi, norme sulla sicurezza più blande, maggiore inquinamento da trasporti (specie da quando è stato inventato il container) e tasse più basse ovunque (si stimano 150 miliardi di euro in meno ogni anno nella sola Europa).
La narrazione era che così i poveri cinesi (et similia) si sarebbero arricchiti…la globalizzazione si faceva per i gli “ultimi”, i diseredati, quasi fosse un messaggio evangelico (sic!). L’effetto reale è sotto gli occhi di tutti (per chi vuole vedere): impoverimento per il 50-60-70% di chi vive nei paesi avanzati, riduzione delle imposte e del welfare, meno spese per sanità e istruzione, salari più bassi o, là dove crescono, meno di un tempo rispetto al valore aggiunto che generano, più debiti degli Stati, abbandono degli investimenti nelle infrastrutture e nelle energie rinnovabili proprio nel momento dell’aggravarsi della crisi climatica. Siamo giunti al paradosso che la finanza fino al 2008 ha pensato di guadagnare convincendo le famiglie americane ad indebitarsi per acquistare a rate una casa, con mutui insostenibili.
Del resto cos’è la disuguaglianza, se non uno spremere la maggioranza delle famiglie per trasferire reddito e patrimoni a quel 10% sempre più ricco al mondo? Il fatto è che questo modello non è sostenibile perché porta ad una riduzione della domanda interna, dei consumi, a maggiore indebitamento e ad un surplus dell’export…finchè c’è qualcuno (USA) disposto al deficit commerciale. Ma ora pare che il n.1 al mondo non sia più disponibile ad assorbire tutto questo.
Il permanere di questa guerra dei dazi ha di sicuro effetti negativi su tutti e prima di tutto sugli Stati Uniti, creando un clima di incertezza e anarchia com’è stato solo 200-300 anni fa. Per la stabilità finanziaria e dei portafogli di chi possiede azioni, la speranza è tornare al passato globalista. Ma esso non farà che impoverire ulteriormente le classi operaie. Prendiamo la Germania. Potrebbe passare da un avanzo di bilancio ad un disavanzo, abbassare le tasse sui lavoratori più poveri, aumentando così il loro reddito. Investendo poi su ponti, strade, treni e infrastrutture, energia verde, alleggerendo i mutui su chi compra la prima casa, crescerebbe la domanda interna, il tenore di vita, l’occupazione. L’Europa potrebbe seguire. Se poi si introducesse una normativa che finalmente elimina almeno i paradisi fiscali al suo interno, con una BEI che finanzia i grandi progetti infrastrutturali europei, forme di sussidio alla disoccupazione comuni, una crescente convergenza dei sistemi di pensione europei, tutta l’Europa si solleverebbe in un nuovo rinascimento. La Bei potrebbe emettere debito come fa il Tesoro Usa coi suoi tresaury, con finanziamenti internazionali se non trova quelli interni (che pure ci sono se pensiamo che gli europei risparmiano 30mila miliardi all’anno). Si potrebbe poi introdurre anche un’imposta sui grandi patrimoni dei più ricchi in tutta Europa. Se Cina e altri paesi seguissero, ci sarebbe uno straordinario aumento del tenore di vita all’interno di tutti i paesi e l’indebitamento scenderebbe. L’aumento dei consumi darebbe vita ad una nuova fase di rilancio degli investimenti. Il sistema basato di più sulla domanda interna con dazi limitati, potrebbe poi evolvere verso un sistema più aperto dove i dazi rimarrebbero per quei paesi che sfruttano i loro lavoratori e su cui potrebbe avviarsi un vero confronto, nel nome della Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII e dell’iniziativa del nuovo Papa Prevost (Leone XIV) che auspica la difesa del lavoro in tutto il mondo.
Manifattura significa non solo alti salari ma interrelazioni spesso vitali con altre industrie. Se l’Ilva di Taranto chiude ci sarà un effetto a catena sugli impianti di Genova, Novi Ligure, Racconigi e sulle industrie italiane che si riforniscono di acciaio, com’è stato per la chiusura del cracking Eni di Marghera per la chimica. Per questo è importante ridare peso allo Stato, alla politica industriale e alla manifattura.
Sembra difficile ma fu fatto a Bretton Woods. Lì si formarono nuove regole che originarono un grande sviluppo nei primi 30 anni post bellici, all’insegna della domanda interna. Poi quelle regole erano imperfette, ma le ragioni di Keynes si potrebbero riprendere e quello che allora apparve uno sconfitto, sarebbe ora il vero vincitore: la sua idea del bancor (una moneta di riserva mondiale fatta da molte monete e da materie prime), di uno sviluppo globale basato sull’eguaglianza, sulla cooperazione e la pace e lo sviluppo della domanda interna. I popoli sarebbero d’accordo: molto meno i super ricchi e la finanza.
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Il 17 maggio del 1990 l’OMS ha depennato definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali,
Finocchio, frocio, busone, ricchione, culattone… Cosi, nel gergo comune e in infinite barzellette, venivano chiamati e dileggiatigli omosessuali- Che erano comunque malati, da espellere (vedi l’esempio del giovane Pasolini) o internare (in manicomio) o da sopprimere (nei lager nazisti in compagnia degli ebrei). Questo prima del 1990 quando l’OMS (ma quanto ci ha messo?) decidesse finalmente di rimuovere l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.
Dall’ora ufficialmente, per la scienza e per tutte le enciclopedie del mondo, l’omosessualità è un orientamento sessuale che comporta l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale verso individui dello stesso sesso. Nella definizione di orientamento sessuale, l’omosessualità viene collocata nel continuum etero-omosessuale della sessualità umana.
Naturalmente la decisione dell’OMS, registra finalmente un grande mutamento nella cultura e nel sentire comune, ma non elimina totalmente ignoranza e pregiudizio. Ignoranza e pregiudizio oggi ancora molto diffusi. Per tanti, non solo per il neo onorevole Vannacci o per i cattolici integralisti, gli omosessuali sono ancora malati da curare (più o meno amorevolmente) e riportare sulla retta via.
Ma conta tornare alla storica decisione della Organizzazione Mondiale della Sanità. Tenete a mente la data: 17 maggio 1990. E ora fate un salto indietro di quarant’anni.
Intorno alla metà del Novecento, il biologo e sessuologo statunitense Alfred Kinsey intuì che il comportamento sessuale di uomini e donne non poteva essere ridotto soltanto alle categorie di eterosessuale e omosessuale. Il biologo avviò così un’inchiesta confluita nei saggi Sexual Behaviour in the Human Male e Sexual Behaviour in the Human Female, pubblicati rispettivamente nel 1948 e nel 1953. Gli studi condotti da Alfred Kinsey segnarono il primo rivoluzionario passo verso la legittimazione del concetto di sessualità fluida, oggi centrale nella lotta per i diritti della comunità LGTBQ+. Prima di allora, nessuno studioso aveva mai sostenuto e dimostrato scientificamente che il comportamento sessuale fosse un concetto mutevole, e che le inclinazioni di ciascuno potessero essere soggette a mutamenti nel corso della vita. Negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, inoltre, dominavano ancora convinzioni obsolete su diverse pratiche – come l’autoerotismo, i rapporti omosessuali e bisessuali, il sesso prematrimoniale ed extraconiugale – considerate promiscue e ai limiti della perversione. Mosso dall’esigenza di abbattere certi tabù, Kinsey avviò un progetto cui dedicò gran parte della propria vita, e che gettò le basi della scienza del comportamento sessuale degli esseri umani.
Quella di Hirschfeld rimase comunque l’unica stima scientifica disponibile fino al 1947, quando uscì il primo dei due volumi del celebre Rapporto Kinsey, dedicato al comportamento sessuale maschile.
Le statistiche fornite da questo Rapporto ebbero un effetto dirompente, suscitando molte polemiche. Alfred Kinsey era un biologo e non uno psichiatra, ed ebbe l’idea di applicare anche alla specie umana il metodo usato nelle ricerche scientifiche, catalogando i soggetti in base non a ciò che dichiaravano di essere, ma in base a quello che dichiaravano di avere fatto. Grazie a tale studio scoprì che quasi la metà dei soggetti studiati aveva avuto contatti sessuali protratti fino all’orgasmo con una persona dello stesso sesso almeno una volta nella vita.
Inoltre, il 5% (una su venti) fra le persone studiate aveva avuto esclusivamente rapporti omosessuali nel corso della sua vita dopo l’adolescenza, e un ulteriore 5%, pur avendo avuto rapporti con entrambi i sessi, ne aveva avuti in prevalenza col proprio sesso.
Questi dati furono contestati con estrema violenza soprattutto da coloro che, giudicando l’omosessualità un comportamento estraneo alla natura umana, ritenevano poco credibile che quasi la metà degli esseri umani l’avesse sperimentata almeno una volta nella vita. Per screditare l’attendibilità dei suoi studi, Kinsey fu attaccato a livello personale come pornografo, omosessuale e pedofilo
Kinsey cercò di ribattere alle critiche con un ulteriore volume della sua ricerca, che avrebbe dovuto essere il terzo, dedicato esclusivamente al comportamento omosessuale; ma la Fondazione Rockefeller, che lo aveva sin lì finanziato, poco soddisfatta delle polemiche innescate dalla ricerca e soggetta a forti pressioni da più parti, gli negò ulteriori fondi. La ricerca di Kinsey subì pertanto un drastico ridimensionamento e da allora le ricerche sulla percentuale di omosessuali sono compiute con estrema cautela, su campioni limitati, spesso traendo conclusioni in base al modo in cui gli intervistati si definiscono anziché in base al loro comportamento effettivo.
Per questo motivo la stima dell'”uno su venti” (cioè del 5%) continua ad essere considerata come la più attendibile da un punto di vista scientifico, al punto da essere adottata ufficialmente dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per valutare l’incidenza dell’omosessualità esclusiva all’interno della popolazione umana.
Secondo Kinsey, la dimensione sessuale era troppo dinamica e complessa per essere ingabbiata in rigidi dualismi e in categorizzazioni semplicistiche: l’identità sessuale di ciascun individuo costituiva, a suo dire, un continuum di sfumature spesso ignorate, represse o taciute. Nel corso della sua carriera, il sessuologo si batté non solo per i diritti di omosessuali e bisessuali, ma anche per la legittimazione della masturbazione, del sesso extraconiugale e di altre tipologie considerate deplorevoli e addirittura pericolose. Secoli di pregiudizi, dogmi religiosi e scarsa informazione, sommati alla scarsa conoscenza del proprio corpo – sia da parte degli uomini che delle donne – avevano contribuito infatti ad alimentare paure e pregiudizi infondati, molto difficili da scardinare.
Alfred Kinsey
Deciso ad abbattere tabù e pregiudizi, e partendo dalle proprie conoscenze di biologo e zoologo, Kinsey avviò un’indagine scientifica che consisteva in una serie di interviste a campione a vari strati della popolazione statunitense. Durante le interviste, il sessuologo si dimostrava in primo luogo attento a mettere a proprio agio l’intervistato; in questo modo, sosteneva, era più facile che le testimonianze fossero prive di reticenze o autocensure, che avrebbero inficiato l’attendibilità delle statistiche. Emersero presto risultati interessanti: il 62% delle donne e il 92% degli uomini dichiararono di aver praticato la masturbazione almeno una volta nella vita; il 50% degli uomini sposati affermarono di aver avuto esperienze sessuali extraconiugali; il 26% delle donne ammisero invece di aver avuto almeno un’esperienza sessuale extraconiugale prima dei quarant’anni. In questo progetto di ricerca Kinsey fu affiancato da un gruppo di suoi allievi, tra i quali si distinguono i nomi di Wardell Pomeroy e Clyde Martin: i due, diretti eredi del lavoro di Alfred Kinsey, contribuirono a interessanti scoperte nell’ambito della sessuologia e dei comportamenti sessuali ritenuti erroneamente fuori dalla norma.
Per diversi anni Kinsey effettuò interviste e raccolse testimonianze confluite nei Kinsey Reports; se dapprima si concentrò sull’osservazione del comportamento maschile, qualche tempo dopo dedicò i suoi studi alla sessualità femminile. Ma oltre ai due saggi, che ebbero un’imprevedibile risonanza diventando in breve tempo dei bestseller, l’inchiesta di Kinsey e dei suoi collaboratori generò la cosiddetta Scala Kinsey. Questo strumento comparve per la prima volta in Sexual Behaviour in the Human Male e si articola in una scala da 0 a 6, ognuna corrispondente al grado di eterosessualità o di omosessualità dell’individuo sottoposto al test. Se il grado 0 corrisponde a un’esclusiva eterosessualità, il grado 1 indica leggere tendenze omosessuali, il grado 2 un’eterosessualità con forti tendenze omosessuali, e il 3 la completa bisessualità. Procedendo si arriva ai gradi 4, 5 e 6, che indicano rispettivamente omosessualità con forte componente eterosessuale, omosessualità con leggera componente eterosessuale e, da ultimo, la piena ed esclusiva omosessualità. Nella Scala Kinsey compare anche il grado X, attribuito a chi non prova attrazione sessuale né per individui del sesso opposto né per quelli dello stesso sesso.
Nel 1947, Alfred Kinsey fondò presso l’Indiana University di Bloomington l’Institute for Sex Research – meglio conosciuto come Kinsey Institute – che da oltre settant’anni promuove la ricerca interdisciplinare nel campo della sessualità nell’uomo e nella donna, occupandosi anche della conservazione del materiale storico e della sensibilizzazione sui temi della libertà e della fluidità sessuale. Con la sua inchiesta su base scientifica, Kinsey ha segnato una prima, fondamentale tappa in un processo di conoscenza del comportamento sessuale che prosegue ancora oggi. Nonostante la notevole risonanza del progetto – che fu finanziato dalla Rockefeller Foundation – Kinsey fu oggetto di aspre contestazioni da parte di gruppi conservatori. Il sessuologo fu accusato di istigazione all’adulterio e al libertinaggio; furono anche criticati i suoi metodi di ricerca scientifica, che prevedevano l’osservazione diretta – da parte di Kinsey o di un suo collaboratore – del comportamento sessuale dei soggetti presi in esame. Inoltre, il saggio Sexual Behaviour in the Human Male raggiunse il quarto posto nella Ten Most Harmful Books of the Nineteenth and Twentieth Centuries di Human Events, importante rivista degli ambienti conservatori statunitensi.
James H. Jones – che alla figura di Kinsey ha dedicato un libro – ha sostenuto che, nel condurre la propria ricerca, il sessuologo sia stato guidato dai propri bisogni sessuali e dalle proprie esperienze controverse. Benché sposato e padre di quattro figli, Kinsey avviò infatti una serie di relazioni omosessuali, tra cui quella con il suo allievo e collaboratore Clyde Martin. Un punto importante della sua biografia coincide con il 1953, quando, dopo la pubblicazione del saggio sul comportamento sessuale femminile, un comitato della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti – presieduto dal membro del Congresso per lo Stato del Tennessee Brazilla Carroll Reece – cominciò a indagare sul sessuologo e sulla Fondazione Rockefeller per presunti legami con il Partito Comunista. In seguito a queste accuse – avvenute nel pieno della Guerra Fredda e del Maccartismo – il presidente della Fondazione Rockefeller Dean Rusk decise di revocare i finanziamenti destinati al progetto di Kinsey nel 1954. La decisione gettò il sessuologo in uno stato di grave prostrazione, che non gli impedì però di portare avanti il suo progetto ancora per due anni, fino alla sua morte nel 1956.
Il Senatore Joseph McCarthy, 1950
La ricerca di Kinsey è stata uno spartiacque non solo riguardo al comportamento sessuale individuale, ma anche a proposito dell’identità di genere. A partire dalla rivoluzione del biologo e dalla fondazione del Kinsey Institute, la sessuologia ha gettato le basi per una diffusa conoscenza del corpo, della sessualità e della percezione di sé. Fu così che, nel campo della scienza e della sessuologia, iniziò ad affacciarsi il concetto di gender che, non più vincolato al sesso biologico, si articola in uno spettro non riducibile ai poli maschio/femmina – così come la “Scala Kinsey” contempla una gamma di sfumature tra i due estremi di eterosessuale e omosessuale. Il concetto di gender – in aggiunta a quello di orientamento – ha portato negli anni all’introduzione, nel linguaggio comune, di alcuni neologismi che identificano le varie sfumature dello spettro – cisgender, transgender, transessuale, genere non binario, genderqueer, genderfluid, agender. Questa lenta rivoluzione è stata osteggiata come quella di Kinsey degli anni Cinquanta – e lo è tutt’ora – da gruppi di detrattori e di conservatori. Ciononostante il processo innescato da quegli studi non si è mai arrestato, fornendo basi scientifiche alla battaglia per i diritti della comunità LGBTQ+. A dominare è oggi l’idea che identità sessuale e identità di genere costituiscano due spettri molto ampi; di conseguenza, i sistemi binari maschio/femmina e eterosessuale/omosessuale sono limitati e insufficienti per contemplare e descrivere una realtà tanto eterogenea e complessa.
Le scoperte di Kinsey rappresentarono un punto di rottura rispetto a un certo diffuso bigottismo, che si ostinava a classificare l’identità sessuale secondo categorie rigide e che apponeva lo stigma su certe pulsioni socialmente non accettate. Kinsey fu il pioniere della legittimazione della sessualità fluida e anche dopo la sua morte la ricerca nel campo della sessuologia continuò a procedere lungo il percorso da lui tracciato, osservando sempre più capillarmente il comportamento sessuale degli individui. In particolare, a raccogliere il testimone del lavoro di Kinsey – oltre ai suoi diretti collaboratori – furono William Masters e Virginia Johnson, che negli anni Sessanta si avvalsero addirittura di apparecchi che misuravano le reazioni fisiologiche degli individui di fronte a determinate stimolazioni sessuali. La risonanza ottenuta dagli studi di Kinsey sull’omosessualità e la bisessualità hanno ricoperto un ruolo fondamentale anche nel processo che ha portato alla sentenza del 2003 della Corte Suprema statunitense che ha dichiarato incostituzionali le leggi statali contro la sodomia. Il traguardo, raggiunto dopo quasi cinquant’anni di lotte, ha segnato un passo fondamentale nell’acquisizione dei diritti da parte della comunità LGBTQ+ statunitense.
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“Se lo Spirito scegliesse lei?” domanda la giornalista al cardinale Prevost due giorni prima del conclave.
Risposta: “tutto è nelle mani dello Spirito santo… nelle sue mani”.
È Re, più in alto dei gioghi dell’Alpe regge gli ardori meridiani; senton le vigne le sue mani calde calarsi sui grappoli sani: la roccia, disfatta e più bionda, in altissima luce affonda. (Carlo Betocchi, Tutte le poesie, 34).
Perde calore in cielo l’aereo tremore, a intervalli cadono le messi ne’ campi gialli, esse salendo a Dio saranno nelle sue mani come un fiore in quelle d’una giovinetta che le ha belle. (Mario Luzi, Tutte le poesie, 30).
Dignitas humana
Rerum novarum / Desiderio delle cose nuove, così l’incipit dell’enciclica di papa Leone XIII (15 maggio 1891) circa la necessità e urgenza vitale – come diceva spesso – di «accrescere e migliorare le cose vecchie con le nuove». Al centro dell’attenzione era soprattutto la questione operaia, riflettendo l’Enciclica dava inizio al cammino di apertura della chiesa verso la società e il mondo del lavoro.
Ma tutto questo veniva fatto a partire dal tema della dignità umana: «A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell’uomo, di cui Dio stesso dispone con grande riverenza, né attraversargli la via a quel perfezionamento che è ordinato all’acquisto della vita eterna. Che anzi, neanche di sua libera elezione potrebbe l’uomo rinunziare ad esser trattato secondo la sua natura, ed accettare la schiavitù dello spirito, perché non si tratta di diritti dei quali sia libero l’esercizio, bensì di doveri verso Dio assolutamente inviolabili» (Rerum Novarum, 32).
Dignità umana che la recente dichiarazione del Dicastero vaticano della fede (25.03.2024) qualifica come “dignità infinita”, cui si deve “un rispetto incondizionato”.
Dignitas infinita
«Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti. La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù.
Da questa verità trae le ragioni del suo impegno a favore di coloro che sono più deboli e meno dotati di potere, insistendo sempre «sul primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Di tale dignità ontologica e del valore unico ed eminente di ogni donna e di ogni uomo che esistono in questo mondo si è resa autorevole eco la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948) da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”» (Dignitas infinita, 1).
Papa Leone XIV
Nato il 14 settembre 1955 a Chicago, negli Stati Uniti, dell’Ordine degli Agostiniani, Robert Francis Prevost è stato missionario in Perù per molti anni. Nominato recentemente da papa Francesco prefetto della Congregazione dei vescovi è stato fatto cardinale il 30 settembre 2023.
Il cammino del “Papa delle due Americhe”, potremmo dire, si è sviluppato attraverso un duplice e parallelo percorso: il sentiero tracciato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che inizia ricordandoci che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» (Articolo 1) e il sentiero della dignità infinita che sgorga dalla gioia del vangelo e dalla vita di Gesù di Nazaret.
Si legge ancora nella Dignitas infinita: «Fin dagli inizi del suo pontificato, papa ha invitato la Chiesa a “confessare un Padre che ama infinitamente ciascun essere umano” ed a “scoprire che “con ciò stesso gli conferisce una dignità infinita”, sottolineando con forza che tale immensa dignità rappresenta un dato originario da riconoscere con lealtà e da accogliere con gratitudine.
Proprio su tale riconoscimento ed accoglienza è possibile fondare una nuova coesistenza fra gli esseri umani, che declini la socialità in un orizzonte di autentica fraternità: unicamente «riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere fra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità» (Dignitatis infinita, 1).
Così come il nome di ogni papa racchiude un seme che si farà pianta, con uno sguardo di fede e uno stile pastorale rivolto a Dio e all’umanità, quello prescelto da papa Prevost mi fa pensare a una pianta il cui seme contiene due cotiledoni, foglie embrionali: dignitas humana e dignitas infinita.
Due gemme piccole, nell’ombra della terra in attesa del sole, i cui fiori e i frutti presentano la massima varietà di forme, spuntano con le radici e hanno un compito nutritivo finché la pianta non sia riuscita ad attivare la funzione di fotosintesi. Sono respiro per la pianta ancora senza foglie, come la dignità è respiro di umanità ancora senza pace.
Certo, il nome Leone rimanda al passato, fa pensare a Leone XIII e alla questione sociale e va anche più indietro nel tempo, a Leone I, detto anche Leone Magno per il suo impegno per la pace profusa nel 452 e nel 455, quando, disarmato, dissuase Attila e poi i Vandali d’Africa, guidati dal re Genserico a continuare l’invasione dell’Italia.
Non sorprende allora che le prime parole del papa siano state per la pace, quella donata a Pasqua dal Cristo risorto ai discepoli e all’umanità: soffio del suo Spirito: «Una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma!».
Ma si può pensare anche a un altro Leone, che ci fa ritornare a un presente aperto ad un futuro di pace, a quella fraternità universale così insistentemente evocata da papa Francesco nella Fratelli tutti.
Mi riferisco a frate Leone, fedele custode delle origini francescane; pecorella di Dio lo chiamava Francesco d’Assisi. Nel papa che ci ha lasciato e in colui che è venuto mi piace allora pensare che Francesco e Leone stiano di nuovo camminando insieme con noi nel solco dell’Evangelii gaudium e dell’opzione preferenziale per i poveri, per il riscatto della loro dignità.
Ancora insieme come quella volta – si narra nei Fioretti – quando Francesco spiegava a frate Leone in cosa consistesse la “perfetta letizia”. Sta questa tutta nella sequela e nell’imitazione del Cristo, nel suo abbandono al Padre, servendo umanità.
Così scrive sant’Agostino: «Perciò, fratelli, se il nostro amore è sincero, imitiamo anche noi. Non potremmo infatti rendere miglior frutto di amore di quello che è l’imitazione dell’esempio: Cristo in realtà “patì per noi lasciandoci un esempio perché ne seguiamo le orme”» (Discorso 304, 2.2).
Francesco d’Assisi, dopo aver trascritto la benedizione del libro dei Numeri, concluse con queste parole «il Signore benedica te, Frate Leone».
Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere il suo volto per te
e ti faccia grazia.
Il Signore elevi il suo volto su di te
e ponga su di te la pace
(Nm 6,22-27).
Benedica te Leone XIV.
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Referendum 8 e 9 giugno, lavoro e cittadinanza: 5 Sì per il futuro delle giovani generazioni.
Nonostante l’appoggio di molte personalità del mondo della cultura (per esempio: Luciana Castellina, Alessandro Barbero) continua imperterrito il silenzio mediatico sugli importantissimi referendum che chiamano gli italiani alle urne l’8 e il 9 Giugno 2025. Un silenzio che si adatta benissimo ai tempi: una becera destra nazionalista al governo, il neoliberismo come ideologia trasversale del momento, l’espropriazione pervasiva delle libertà costituzionali e dei beni comuni, l’erosione dei diritti sociali e un’opinione pubblica sempre più chiusa, dubbiosa e allo stesso tempo diffidente e indifferente che non trova più gli strumenti per esprimersi.
Ecco perchè è fondamentale oggi parlare dell’importanza di questi 5 referendum proposti dalla Cgil:
si parla dell’abrogazione delle vergognose norme neoliberiste sul lavoro introdotte con la riforma del Jobs Act del governo Renzi che vennero definite a “tutele crescenti”, realizzando de facto un’ulteriore precarizzazione del lavoro e una riduzione delle tutele;
si parla delle condizioni di lavoro, dei diritti, delle tutele sul lavoro per garantire alle generazioni futuro il futuro come promessa e non come precarietà;
si parla di un diritto alla cittadinanza più democratico e inclusivo.
Votare SI’ ai 5 quesiti è un imperativo categorico perché ogni anno muoiono 1000 persone sul lavoro.
I 5 quesiti:
Stop ai licenziamenti illegittimi:
Nelle imprese con più di 15 dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi non possono rientrare nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo. Sono oltre 3 milioni e 500mila ad oggi e aumenteranno nei prossimi anni le lavoratrici e i lavoratori penalizzati da una legge che impedisce il reintegro anche nel caso in cui la/il giudice dichiari ingiusta e infondata l’interruzione del rapporto. Abroghiamo questa norma, diamo uno stop ai licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo.
Più tutele per le lavoratrici e i lavoratori delle piccole imprese:
Nelle imprese con meno di 16 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento, anche qualora una/un giudice reputi infondata l’interruzione del rapporto. Questa è una condizione che tiene le/i dipendenti delle piccole imprese (circa 3 milioni e 700mila) in uno stato di forte soggezione rispetto alla/al titolare. Abroghiamo questo limite, aumentiamo l’indennizzo sulla base della capacità economica dell’azienda, dei carichi familiari e dell’età della lavoratrice e del lavoratore.
Riduzione del lavoro precario:
In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. I rapporti a termine possono oggi essere instaurati fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi il lavoro temporaneo. Rendiamo il lavoro più stabile. Ripristiniamo l’obbligo di causali per il ricorso ai contratti a tempo determinato.
Più sicurezza sul lavoro:
Arrivano fino a 500mila, in Italia, le denunce annuali di infortunio sul lavoro. Quasi 1000 i morti. Modifichiamo le norme attuali, che impediscono in caso di infortunio negli appalti di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Cambiamo le leggi che favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Abrogare le norme in essere ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente significa garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
Più integrazione con la cittadinanza italiana:
Riduciamo da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter fare domanda di cittadinanza italiana, che una volta ottenuta sarebbe trasmessa ai figli e alle figlie minorenni. Questa modifica costituisce una conquista decisiva per circa 2 milioni e 500mila cittadine e cittadini di origine straniera che nel nostro Paese nascono, crescono, abitano, studiano e lavorano. Allineiamo l’Italia ai maggiori Paesi Europei, che hanno già compreso come promuovere diritti, tutele e opportunità, garantisca ricchezza e crescita per l’intero Paese.
Rendiamolo più sicuro!
Cancelliamo le leggi che hanno reso le lavoratrici e i lavoratori più poveri e precari.
Rimuoviamo l’ingiustizia che nega il diritto alla cittadinanza a 2 milioni e 500mila persone che vivono e lavorano in Italia.
Sono pensierosa e scontenta. Il mondo non è bello. Neanche l’Italia. Neanche Ferrara. Questa sera, vado alle prove di canto senza ispirazione, per un educato senso del dovere. Cominciamo con una bella ninna nanna, tenera, dolce, che invita ad un sonno sereno. Mi rivolgo alla mia amica di sezione e le bisbiglio: “non sono queste le cose che, oggi, vorrei cantare”.
Non so come la cosa sia partita ma, la maestra, adesso, sta parlando delle tesine delle sue allieve e viene menzionata una canzone che, per errore, (il caso non è mai per caso, dice Jung) scambio per People have the power. …“Di chi?”…
Le mie amiche più giovani ma esperte di musica, mi aiutano a dare ordine alle idee e a ricordare. Mi suggeriscono. Mi ritrovo. “Ah certo di Patti Smith”, “Bellaaa!”. Sì è questo che vorrei cantare. È questo che mi servirebbe adesso. Non un materno, rassicurante, lenitivo cullare che fa passare tutto, ma la convinzione che le persone hanno “Il potere di bloccare i folli della terra”.
(…) Stavo sognando nel mio sogno
mentre mi arrendo al mio sonno
Ti affido il mio sogno
Le persone hanno il potere
Il potere di sognare, di governare (…)
È stato il 1° giugno del 1988 quando Patti Smith ha pubblicato People Have The Power, una delle sue canzoni più famose e una delle canzoni di protesta più note di tutti i tempi. Dalla fine degli anni ’80 in poi non c’è, probabilmente, qualcuno che sia sceso in piazza per protesta che non abbia urlato almeno una volta il ritornello di People Have The Power.
Un inno così semplice eppure così potente.
Un brano che non ha solo la rabbia e la pretesa ma un ottimismo che non chiede il permesso e una presa di coscienza che rimbomba forte.
(…) Ascolta, io credo che tutto quello che sognamo
può arrivare e farci arrivare alla nostra unione
noi possiamo rivoltare il mondo
noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra (…)
Mi permetto di scomodare Jung (ancora?) e gli archetipi (insisti?) giovane per aver fatto il 68, sento però che nella mia mente e nel mio background culturale, esplicito ma in parte anche inconsapevole, si sono depositati modelli, principi fondamentali collettivi che mi precedono. Anche se relativamente recente, quello che riemerge e da cui derivano altre rappresentazioni è lo spirito sessantottino trasportato fino ad oggi, così come la rinascita di quel tipo di energia che si riaffaccia anche quando pensi si sia esaurito.
La canzone è nata come protesta per la guerra in Vietnam, ma come non pensare che ha estremo valore anche oggi per tutte le guerre in corso, per prima Gaza la martire.
I versi sono stati scritti da Patti Smith, ma è stato il suo amato marito Fred ‘Sonic’ Smith a dare l’idea per il concetto del brano e per lo spirito che pervade People.
Fred non fece in tempo ad assistere alla trasformazione di People Have The Power in un inno del popolo, morirà nel 1994. Ma il brano è diventato esattamente ciò che lui sperava che fosse: “Lui ha scritto la musica, il concetto era suo e voleva che diventasse una canzone che la gente di tutto il mondo potesse cantare per le cause più disparate. Lui non ha fatto in tempo a vederlo, ma io sì. Ho visto la gente e ho partecipato a cortei in tutto il mondo in cui le persone cominciavano a cantarla spontaneamente, che si trattasse di Parigi, di New York o della Palestina. Il fatto che il suo sogno si sia realizzato è qualcosa che mi commuove molto”, dirà Patti Smith.
E a me commuove che Patti, oggi, con i suoi lunghi capelli bianchi, continui a cantare questi versi contro la disumanità e l’indifferenza dei folli che pare abbiano preso il sopravvento, perchè la gente ha rinunciato ad ascoltare (“perché la gente ha le orecchie”). Lei, però, non rinuncia alla speranza e alla fiducia nella gente:
(…) Gli atteggiamenti vendicativi divennero sospetti
E piegandosi in basso come per sentire
gli eserciti smisero di avanzare
perché la gente ha le orecchie
I pastori e i soldati
giacciono sotto le stelle
scambiandosi ideali, abbassando le armi
da disperdere nella povere (…)
Noi abbiamo il potere
La gente ha il potere
Il potere di sognare, governare
di bloccare i folli della terra
Pepe Mujica, «la pecora nera», un comunista anomalo che ha fatto la storia
E’ morto all’età di 89 anni a Montevideo dove era nato il 28 maggio del 1935, José Alberto Mujica, chiamato “El Pepe” dai suoi concittadini e presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015. Era stato un guerrigliero del Movimento di liberazione nazionale, Tupamaros (dal 1966) ed aveva spesso rischiato la vita. Catturato finì in galera (come la sua compagna Lucía) per 13 anni (dal ’72 all’85). Una galera dura, fatta di isolamento, torture psicologiche e fisiche, ma El Pepe non ha mai ceduto.
Questa galera gli aveva minato il fisico, come riconobbe lo scorso gennaio, annunciando “semplicemente sto morendo di cancro” (all’esofago) che gli aveva compromesso il fegato. “Rinuncio alle cure, non userò la chemio pesante, né operazioni chirurgiche perché il mio fisico è debole, ne ha passate troppe… il guerriero ha diritto al riposo”.
Pepe ha preferito morire a casa sua, in pace, assieme alla sua compagna di una vita, con cui è stato più di cinquant’anni, Lucía Topolansky, anche lei ex militante contro la dittatura ed ex senatrice. Lucía e Pepe, un grande amore, anche se non potevano nascere più diversi.
Lui in un quartiere operaio di Montevideo, orfano di padre a sette anni, lei figlia di un ricco ingegnere e imprenditore, educata dalle suore domenicane. “Tutto è intestato a lei, un essere superiore a cui devo ogni cosa”. Sposati soltanto nel 2005, dopo una lunga convivenza non hanno fatto figli, “perché dovevamo cambiare il mondo”.
Vivevano in modo molto spartano in una piccola casa, alla periferia di Montevideo, coltivando la terra. La casa era sempre quella che aveva abitato anche quando era presidente, una umile chacra (casolare) alla periferia (povera) di Montevideo con accanto la sua auto, il “mitico” maggiolino Volkswagen, immortalato nel documentario a lui dedicato nel 2018 dal regista serbo Emir Kusturica (El Pepe, una vita suprema).
Il maggiolino era diventato il simbolo del suo stile parco e popolare, vecchia e un po’ scassata con cui si muoveva dalla casa di tre stanze al palazzo della presidenza. E quasi il 90% del suo stipendio da presidente devoluto alla lotta contro la povertà.
«Pepe è l’ultimo eroe politico in un mondo dove i politici parlano di cose che la gente non intende», sosteneva Kusturica, ma anche i due giornalisti uruguaiani Andrés Danza e Ernesto Tulboviz che hanno firmato un libro a lui dedicato (Una oveja negra al poder, Una pecora nera al potere).
Dopo la guerriglia e il carcere (erano ispirati dalla rivoluzione di Fidel Castro a Cuba), dopo la fine della dittatura, l’amnistia permetterà ai guerriglieri di cercare con le elezioni il Governo. Nel 2010 Mujica diventa così presidente dell’Uruguay e un’icona della sinistra latino-americana.
Nei cinque anni di governo Pepe (con Lucía sempre al suo fianco) vara un liberalismo progressista, una critica violenta al consumismo, la legalizzazione della marijuana venduta attraverso lo Stato, dando un bel colpo ai narcos, regolamenta l’aborto e le nozze gay. Era a favore dell’integrazione e della multiculturalità, “perché la razza pura é una merda”.
Mujica non aderirà mai al socialismo del XXI secolo di Hugo Chavez e Fidel Castro. Li ammirava, ne condivideva parte dei programmi e la lotta antimperialista, ma non l’impostazione ideologica. Andava più d’accordo con l’ecuadoriano Correa e ancor di più con l’amico brasiliano Lula – ma a Montevideo, si sedeva e trattava con imprenditori.
“Se li caccio e nazionalizzo, corro il rischio che si riducano gli investimenti e i posti di lavoro per la mia gente…l’esperienza di Cuba dimostra che lo Stato non dà garanzie di saper maneggiare meglio gli affari. Dunque, bisogna essere pragmatici, affiancare il buonsenso – la migliore delle ideologie – mentre si espongono idee di progresso”. Il primo ex guerrigliero – e probabilmente l’unico – invitato alla Casa Bianca dall’allora presidente Obama, in procinto di “aprire a Cuba” e recarsi in visita all’Avana (2016).
Una vera pecora nera, ma ascoltato, della sinistra latinoamericana, che secondo Alberto Fernández, ex presidente dell’Argentina “parlava come un filosofo, ma fuori dagli schemi”. L’orizzonte della sua politica era a favore della felicità umana, dell’amore per la Natura, delle relazioni umane. Concetti che ripeteva anche in interventi politici, come nel corso del vertice della Celac (Comunità Stati latinoamericani e del Caribe) all’Avana (2014). Spiazzando un poco il linguaggio sinistrese, ma ricevendo applausi e consensi.
Danza e Tulbovitz nel loro libro descrivono un uomo contrario al dogmi e innamorato del buon senso. «Una delle principali fonti di conoscenza è il senso comune – affermava Mujica -. Il problema è quando metti l’ideologia al di sopra della realtà. La realtà ti arriva come un pugno e ti fa rotolare per terra… Io devo lottare per migliorare la vita delle persone nella realtà concreta di oggi e non farlo è immorale. Questa è la realtà. Sto lottando per degli ideali, ok; ma non posso sacrificare il benessere della gente per degli ideali”.
Sarà sepolto sotto la sequoia che ha piantato lui stesso, insieme alla sua adorata cagnolina Manuela.