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Gli effetti dei dazi di Trump

Gli effetti dei dazi di Trump

Coi dazi sembra sia davvero finita la globalizzazione americana, la delocalizzazione di molte imprese in Cina e altri paesi poveri per fare più profitti, ma che ha reso anche più poveri gli operai americani e quasi completamente dissolto la manifattura in patria. Trump cerca di tornare al passato: far tornare le fabbriche.

I dazi sono calcolati in base al rapporto tra surplus commerciale del singolo Stato con gli Usa (export meno import) e l’import dagli Usa. L’Italia esporta in Usa 76 miliardi, ne importa 22 e il suo surplus è di 54. Se fosse da sola avrebbe un dazio del 24%. Poiché siamo nella UE è di 20. Una formula che avrebbe l’intento di portare il surplus a zero. Come? Facendo tornare molte imprese che se ne sono andate.

Dalla tabella dei dazi si capisce dove è avvenuta la delocalizzazione delle imprese americane: Cina, Vietnam, Cambogia, Messico, Irlanda, India, SriLanka, Bangladesh, Taiwan,...

I dazi dovrebbero fornire circa 500 miliardi di maggiori entrate agli Stati Uniti (80 dalla UE). Secondo le banche d’affari e molti economisti faranno crescere anche l’inflazione (fonte Università di Yale) del 2,3%, circa 3.800 dollari a famiglia e si ridurrà il PIl di un punto nel 2025.
Molto però dipenderà da quanti continueranno ad acquistare merci straniere e quante imprese torneranno. Un azzardo enorme e senza confronti storici.

Per fare un esempio, il parmigiano italiano sale da 44 euro al kg. a 52 (da noi costa 15 euro al kg.), ma se le ditte straniere calano i prezzi, l’inflazione sale meno. Sostituire con beni americani l’agroalimentare straniero di qualità è impossibile, ma per altri prodotti (come le auto) è più facile, anche se per le stesse ditte americane ci saranno aumenti in quanto molti semilavorati provengono dall’estero.

Per questo l’obiettivo vero pare sia riportare più lavoro possibile delle stesse ditte americane negli Stati Uniti. Ciò spiega il calo del 44% in borsa di Nike nell’ultima settimana, ma anche di Apple e molte altre. Un secondo obiettivo è avere delle concessioni negoziali o assicurazioni di acquisto dello stratosferico debito pubblico americano che ha raggiunto i 23mila miliardi e che necessita ogni anno di una sottoscrizione monstre.

La speranza è che altre imprese estere investano negli Stati Uniti pur di vendere e non subire i dazi, bloccando la crescita mostruosa del deficit commerciale salito dai 396 miliardi del 2016 ai 1.130 del 2024, causato dalla globalizzazione americana, ma anche dalle politiche di austerità dell’Europa che da 20 anni basa la sua crescita su export e austerity (contenimento dei redditi, della domanda interna e dell’import).

Se funziona nel medio periodo (non certo subito) ci sarà un aumento dell’occupazione e della manifattura made in Usa, la riduzione del deficit commerciale, del debito pubblico, maggiori entrate. Molto dipenderà dal livello dell’inflazione e se il dollaro si svaluterà, come, peraltro, sta avvenendo, (passato da 1,08 a 1,10 euro).

I dazi nascono dagli effetti disastrosi descritti dal vicepresidente USA J. Vance nella sua autobiografia di successo (Hillbilly, Elegia americana) che racconta le sofferenze degli operai della “rust belt”, la periferia americana colpita dalla globalizzazione e delocalizzazione della manifattura industriale. Questo spiega perché erano presenti operai e sindacalisti all’annuncio dei dazi.

La finanza (borse e Wall Street) non tifa certo per i dazi e hanno avuto un forte calo nei primi due giorni dall’annuncio, ma è curioso che molti (anche a sinistra) tifino per le borse e la finanza che ci “penserà lei a far rinsavire Trump con un bagno di realtà”. Il calo delle borse è una minaccia seria per Trump in quanto molti americani, investendo i propri risparmi in finanza (molto più di europei e italiani), possono avere perdite che incidono sulle assicurazioni sanitarie, i mutui casa, le pensioni.

Nessuno sa davvero cosa succederà nel medio periodo anche perché dazi universali di questa entità sono una novità storica (la legge protezionistica Smoot-Hawley Act del 1930 aveva dazi molto minori). In Europa i paesi più colpiti saranno Germania e Italia che hanno un surplus in USA di 83 e 54 miliardi nel 2024. Molto dipenderà anche dalla capacità di trovare altri mercati. L’Italia nel 2024 aveva già perso (sul 2023) 2,4 miliardi di fatturato in Usa, 3,8 in Cina, 5 in Germania, ma aveva guadagnato altri 12 miliardi di export sul 2023, in quanto era cresciuto verso altri paesi meno “avanzati”: Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Messico, Brasile, etc. e anche in occasione dei primi dazi di Trump del 2018 l’export italiano era cresciuto negli stessi Stati Uniti, a dimostrazione della grande flessibilità dei nostri imprenditori nel diversificare le esportazioni.

Potrebbe quindi essere che alcune previsioni pessimistiche (per Italia: Pil -0,6%, recessione, 60mila occupati in meno, imprese che chiudono; per USA recessione e inflazione alle stelle) si rivelino fallaci. Di certo è che si avvia una nuova fase commerciale nel mondo del tutto inedita in cui c’è minor libero scambio, ma non è detto che ciò incida negativamente sull’occupazione in quanto potrebbe crescere il consumo dei prodotti del proprio paese. E’ anche la prima volta da 30 anni che la “Politica” prende decisioni in contrasto con l’élite finanziaria ed economica che ha guidato la globalizzazione e che puntava sul libero scambio.

L’idea di ritorsioni europee immediate (altrettanti dazi) non è buona, in quanto gli Stati Uniti sono una sorta di “monopsonio” (monopolio dal lato del consumatore), esportano molto meno rispetto all’Europa (10% del loro Pil rispetto, per esempio, al 30% dell’Italia). Il saldo commerciale (export USA meno import da tutto il mondo) è negativo per 934 miliardi, ancor più per le sole merci, mentre in attivo è l’export di finanza e tecnologie digitali (anche verso l’Europa).

Gli effetti della globalizzazione si sono tradotti in una devastazione di intere comunità industriali (Hillbilly…), mentre il surplus di finanza e digitale ha arricchito una ristretta oligarchia di ricchi (passata dai Democratici a Trump) che non sarà molto contenta, da qui il possibile licenziamento, prima che poi, di Elon Musk. E’ sulla base di ciò che il “bullo” Trump piace ai suoi elettori (per ora).

Per l’Europa (se si fosse costruita come Stato federale) sarebbe stata un’occasione straordinaria di accrescere la propria indipendenza, il proprio mercato interno aumentando i salari (a partire dalle fasce più povere), avvantaggiando le proprie imprese, l’occupazione, i redditi, le entrate fiscali e il proprio welfare. Ma questo implica una visione del bene comune e della comunità locale (che usa anche Trump) su base umanistica, egualitaria alla Adriano Olivetti e Jacques Maritain e non individualistica e “funzionale al sistema” come nella cultura anglosassone.

La Commissione europea ha deciso di rispondere ai dazi entro un mese, evitando ritorsioni immediate, cercando di negoziare e rafforzando i rapporti commerciali con altri paesi (Brics inclusi che ora diventano una risorsa) e decidere solo dopo aver visto quello che accadrà.

Si è aperta una nuova era internazionale cui sono in discussione non solo la pessima globalizzazione americana, ma una nuova regolazione dei mercati, le valute di riserva, la sicurezza reciproca e la necessità di creare nuove Istituzioni a livello internazionale di cooperazione e multilateralismo in cui non ci siano solo i 5 Stati vincitori della 2^ guerra mondiale (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Cina e Russia, membri permanenti dell’ONU), ma anche altri (l’Europa dov’è?).

Una fase in cui la via diplomatica è la più saggia per evitare una escalation della guerra commerciale.
L’Europa, in enorme ritardo per farsi Statualità, anziché riarmare i singoli Stati nazionali, potrebbe favorire l’enorme domanda interna europea inevasa (investimenti in infrastrutture, dissesto idrogeologico, politiche di risparmio energetico -dalle case al resto-, salute, scuola,…).

Cover: immagine da The Watcher Post

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La Passione: Il concerto nel mio flusso di coscienza

La Passione – Oratorio Laico-Spirituale
Musica e Pensieri dal Carcere in tempo di Quaresima
Il concerto nel mio flusso di coscienza

Sono seduta su un gradino, c’è tanta gente, tantissima. Chi arriva dopo di me fa una barriera di corpi che non mi permette di vedere l’orchestra. Pazienza. L’importante questa sera non sono gli occhi ma “sentire”.
Inizia il concerto, un’Ave Maria struggente, in questa chiesa affollata, che affascina. Un pianoforte, un violoncello. Rapita dalla musica e dalla voce non c’è posto per pensare che sono commossa dal risultato di una bugia. Un falso storico, una bugia ben orchestrata che è diventata più potente della verità.

Hosanna a daJesus Christe Superstar, potente, gridato. E’ una folla che grida :
Osanna, ehi sanna, sanna sanna oh
(…)Ehi, GC, moriresti per me?
Sanna oh, sanna ehi, superstar!

Parole sul carcere di San Vittore ma non riesco a seguire bene. Testimonianze, rispecchiamenti tra i carcerati e il vangelo della passione

Vincent_Willem_van_Gogh, La ronda dei carcerati

Il sax, un assolo, la chiesa si riempie di un suono caldo, profondo. Poi una voce femminile e il coro dietro lei. Il sax non li abbandona, protettivo.
Un organo?
Osanna!
L’ultima cena…
Testimonianze
E adesso un tenore Nelle tue mani “ Credi in te, in ogni attimo tu potrai scegliere e non dimenticare che dipende da te.”
Forse mi sbaglio, delirio onirico ma il canto mi porta ad immaginare la disumana condizione degli schiavi il riscatto del gladiatore. All’interno di ognuno di noi vi è la possibilità di creare la pace e la felicità, ma anche il potenziale per creare dolore e sofferenza. Da che parte andare?

La punteggiatura è fatta di testi scritti dalle persone detenute.

E Giuda che ritorna nelle letture, misero!

Sascha Schneider – Judas Iscariot, 1923

Una affermazione :“Noi insegniamo ai bambini la nostra morale” ma, ci dice Gaber:
“Non insegnate ai bambini
(…) la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.”
Violini che si librano e archi come in paradiso.
“Giro, giro tondo casca il mondo” No. Insiste la canzone Giro giro tondo cambia il mondo.

Lacrymosa di Mozart, le lacrime sono anche le mie.

Un violino adesso, che canta dolente: morte, dolore, schiavitù senza redenzione.
In carcere si muore, suicidi che non cessano anzi crescono per la disperazione. Non è il corpo ma la mente che non ce la fa più. Non è fuga, è ricerca di pace, finalmente. Amen.

Un soprano, gorgheggi barocchi, il pubblico è in silenzio, le viole abbracciano consolatorie.
“Misero in croce Gesù”, Barabba vs il re dei Giudei
Ecce homo. Anche noi vogliamo lavarcene le mani?
Batteria insistente, il parlato del coro: “Dio è…” le parole si perdono, rimane l’interrogativo.
La paura del giudizio degli altri.

La tastiera batte i bassi, inizia un blues. La voce solista intona, il coro risponde a bocca chiusa e con ripetuti ostinati.
“Senti la libertà che chiama?
Continuerò ad andare avanti
Mi alzerò”
Poi si cambia ancora, un assolo di chitarra prepara il crescendo, le percussioni lo sostengono “tengo la musica al massimo”
“E il tempo scorre di lato ma non lo guardo nemmeno
E mi mantengo sedato per non sentire nessuno
Tengo la musica al massimo
E volo
Che con la musica al massimo
Rimango solo”

La crocifissione.
E quando il mio corpo morirà
fa’ che all’anima sia data
la gloria del Paradiso.
Amen.
Gesù tra i due ladroni. “Dio mio, perchè mi hai abbandonato”, “Tutto si è compiuto”

Niccolo dell’Arca, Compianto sul Cristo Morto-Bologna, Santuario di Santa Maria della Vita

Canto di donne, lamento di dolore e sconforto.
“Pio Gesù, Signore, dona loro il riposo Pio Gesù, Signore, dona loro il riposo Dona loro il riposo Signore, dona loro il riposo Riposo eterno”

Ancora Bach solenne e tragico come solo i tedeschi e un coro sanno essere.

“Gli stranieri”, il sogno d’oro dei migranti che non porta a vivere onestamente
Adesso si sente nuovamente il violino.

La deposizione, solo un’immagine, Mascagni l’ Ave Maria :Ave Maria! In preda al duol, Non mi lasciar, o madre mia, pietà!
O madre mia, pietà! In preda al duol, Non mi lasciar, non mi lasciar.Dicono:“Nessuno deve finire nella tomba o in carcere”

Mission esplode.
L’orchestra rompe il silenzio con un crescendo, in pochi secondi l’ingresso del coro e l’oboe che tesse commosso l’armonia del brano.
Testi in latino e percussioni tribali, musica coraggiosa, è l’incontro, lo scontro tra due culture: si chiude il cerchio laico-spirituale del concerto.
Vita, castigo,grida, punizione, rabbia, le nostre lacrime, la nostra fede.

Sulla scena:


Ex detenuti, Pazienti SerD, Volontari
Accademia Corale Vittore Veneziani
Coro Amici della Nave
di San Vittore
Coro I Cantori del Volto
Orchestra Antiqua Estensis
Concerto nella Chiesa della Conversione di San Paolo (FERRARA)Solisti
cantanti:
Francesca Cavallini,,Viviana Corrieri, .Raffaele Talmelli,
chitarra: Roberto Formignani,
sax:Roberto Manuzzi,
oboe: Roberto Valeriani,
violino: Paolo Ghidoni

 

 

Nota:
Il flusso di coscienza (noto come stream of consciousness in lingua inglese) è una tecnica narrativa consistente nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi Consiste in frammenti di pensieri e salti associativi, cerca di catturare la spontaneità e il disordine della coscienza umana, che non segue una logica lineare ma si muove in modo fluido tra ricordi, sensazioni e riflessioni. Si intuisce la correlazione con le libere associazioni nella psicoanalisi.

Cover: Chiesa-di-San-Paolo – Ferrara

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

In bilico

Per certi Versi / In bilico

In bilico

Forse meglio cadere che rimanere in bilico
mi aggrappo all’illusione
non cado
mi lego all’orizzonte marcio della sera
è forse meglio un orizzonte corrotto dagli occhi
che una certezza marcia

corteggiata da un immaginare
che distorce anche l’aria
i colori
la luna

La luna

lei è sola in bilico sul mio sguardo

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie) 

 Cover: da pixabay

La stoffa delle donne /
Carmen Mondragon “Occhi color smeraldo”

Carmen Mondragon “Occhi color smeraldo”

Lei è Carmen Mondragon, in arte Nahui Olin. E’ stata una pittrice, poetessa e modella messicana, considerata la donna più bella di Città del Messico, dove era nata nel quartiere di Tacubaya.
Siamo nel 1893, figlia di un ricco generale messicano, Manuel Mondragon,  progettista del primo fucile semiautomatico della storia. Fu una bambina precoce, dotata di un’intelligenza fuori dal comune, ebbe il privilegio di ricevere una buona educazione scolastica, leggeva i Classici, suonava il pianoforte ed andava a cavallo.

Provocatrice nata, da giovane cavalcava nuda nella tenuta di famiglia al solo scopo di scandalizzare i parenti. Nonostante il suo carattere indomito, a vent’anni si fidanza senta trasporto alcuno, con il cadetto Manuel Rodriguez Lonzano, pur così diverso per carattere e stile di vita. Convoglieranno a nozze ma non sarà il classico “e vissero felici e contenti”. La morte misteriosa di un figlio appena nato, getterà ombre su Carmen, che verrà ingiustamente accusata di infanticidio.

La sua vita da romanzo è appena all’inizio, quando decide di trasferirsi a Parigi, dove convergono gli spiriti migliori della sensibilità creativa, per dedicarsi alla pittura e dove frequenta artisti del calibro di Matisse, Man Ray e Pablo Picasso, che unitamente a celebri fotografi fanno a gara per immortalare la sua bellezza e catturarne la magia dello sguardo.

Anticonformista, libera e consapevole della potenza espressiva che spigionava il suo corpo, nel 1927 presenta nella sua casa-studio di Parigi una scelta di foto di suoi nudi molto audaci per quel periodo, amando dare scandalo nel mostrarsi in tutta la sua conturbante bellezza.  Gli uomini cadevano ai suoi piedi, i più affascinanti bohemien di Montmartre erano letteralmente stregati dai suoi occhi color smeraldo.

Carmen però è una donna irrequieta, curiosa e desiderosa di sperimentare, forse Parigi nel le basta e sente il forte richiamo del Messico, ben più stimolante dell’ambiente artistico del vecchio continente. Riapproda definitivamente ai luoghi d’origine, desiderosa di rinascere a nuova vita. Ed ecco che il destino la porta ad incontrare il vulcanologo, pittore, romanziere e rivoluzionario Gerardo Maurillo, in arte Dr. Atl. Ebbe con lui una passionale e scandalosa storia d’amore, una relazione tormentata, fatta di passione, tradimenti e violente scenate di gelosia. Fu lui a darle il nome di Nahui Olin, che nell’ antica lingua Nahuatl sta a significare il “quarto movimento rinnovatore dei cicli del cosmo” ossia il moto perpetuo, un’energia che irradia luce e la diffonde attorno a sé secondo l’antica cultura precolombiana.

L’epoca in cui si trova a vivere Nahui Olin è il Messico in fiamme dei tumulti operai e contadini, delle rivoluzioni tradite di Zapata e Pancho Villa. L’arte fa da ecco a questi fermenti, uscendo dai musei e dagli atelier, riscoprendo le tradizioni indigene, i muri e le strade si colorano di splendidi Murales, diventando strumenti e testimoni di lotta.  L’arte è concepita per il popolo, sono gli anni di Frida Kalo, Tina Modotti e Diego Rivera. Quest’ultimo immortalò Nahui promettendole “l’eternità in un affresco”.
E’ un’epoca di straordinaria creatività culturale, in cui le donne erano protagoniste della vera rivoluzione. La stessa parola “femminismo” nasce in Messico, quando si formano le prime Ligas Feministas., “non ricordateci tristi: ci siamo divertite, nei nostri giorni luminosi. Abbiamo appassionatamente preso a morsi la vita”.

Dopo aver trascorso una vita di eccessi e provocazioni, iniziò a sentirsi sola, le donne che avevano condiviso con lei la stagione dei tabù infranti e della libertà sessuale, erano volate altrove, Carmen uscì di scena prima della fine dello spettacolo. Si trasferì a Veracruz, armata solo di un cavalletto, di colori e pennelli. Inizia a ritrarre la vita quotidiana dei villaggi, le case umili, i pescatori, le feste patronali, donne e uomini dai volti allegri, cogliendo gli aspetti più semplici e diretti della realtà circostante.

Ben presto si ritrovò avvolta dal tepore di rapporti umani veri e genuini, iniziarono a chiamarla “La Pintora”, la bella pittrice arrivata da Città del Messico. Finalmente Carmen si sta riappacificando con il Mondo intero, assapora la vita lentamente, senza più quella voracità che ne aveva contraddistinto gli anni giovanili. E’ in questo ritrovato clima di pace interiore che un giorno, mentre era intenta a dipingere sul molo di Veracruz, vede scendere da una grande nave da crociera un uomo elegante, impeccabile nella sua uniforme blu oltremare. Grandi occhi scuri, il viso dai tratti marcati, lo sguardo abituato a scrutare orizzonti oceanici.

Era il Capitano di lungo corso Eugenio Agacino, una forza sconosciuta fece incontrare i loro sguardi, gli occhi color smeraldo di Carmen possedevano ancora la potenza di un tempo. Il loro fu un amore intenso, totalizzante e gioioso, che a causa di un destino infausto duro solo cinque anni. La notte di Natale del 1934 il Capitano Eugenio Agacino purtroppo non sopravvisse ad un’intossicazione da ostriche avariate, gettando nella disperazione assoluta la sua Carmen. Da quel momento si aggira per il molo di Veracruz aspettando di veder spuntare la nave del suo Capitano.

Con l’aria di chi ha perso tutto dopo aver posseduto molto, decide di ritornare a Città del Messico, si circonda di gatti, alcuni vivi ed altri impagliati, che accudisce quotidianamente.  Per raccimolare qualche soldo vaga per le strade sonnambolica, dentro un abito logoro, i capelli tagliati alla garçonne, gli occhi color smeraldo “abbastanza grandi da contenere tutto il mare”, avvicinando i passanti e vendendo per pochi pesos vecchie foto in bianco e nero che la ritraevano nuda e bellissima.
La notte la trascorre avvolta in un lenzuolo, nel quale lei stessa ha dipinto a grandezza naturale il suo Capitano, che la cinge così in un eterno abbraccio.

 

Gian Carlo Suar: dalla “Maremma amara” alla Solvay a Ferrara, una storia che attraversa quasi un secolo

Cosa ci rende un paese in crisi demografica e come provare a uscirne

Cosa ci rende un paese in crisi demografica e come provare a uscirne

Di Alessandro Rosina*
Pubblicato da Comune-info il 2 aprile 2025

La transizione demografica si è trasformata in crisi, in Italia, dal 1984. Invecchiate anche le “generazioni abbondanti”, abbiamo pochi potenziali genitori e pochi potenziali lavoratori. Per uscirne, ci sono due strategie, da attuare contemporaneamente.

La transizione demografica

Per un lungo periodo nella storia dell’umanità, fino a poche generazioni fa, il tasso di fecondità è stato attorno o superiore alla media dei cinque figli per donna. Un valore elevato? No, necessario per dare continuità alla popolazione compensando gli elevati rischi di morte. Al momento dell’Unità d’Italia, oltre un nato su cinque non arrivava al primo compleanno e solo meno della metà dei figli raggiungeva l’età dei propri genitori.

Il passaggio dagli alti livelli di mortalità e natalità del passato a quelli bassi attuali è noto come transizione demografica. Si tratta di un cambiamento di coordinate del sistema demografico a cui corrisponde un abbassamento da cinque (e oltre) a due del livello di fecondità necessario per un equilibrato ricambio generazionale. Quando i rischi di morte dalla nascita fino all’età adulta scendono su livelli molto bassi, infatti, sono sufficienti due figli in media per sostituire i due genitori.

I paesi con tasso di fecondità sceso a due figli per donna e stabilizzato attorno a tale soglia tendono a perdere la struttura per età fatta a piramide (molti giovani e pochi anziani) e ad acquisirne una con base e parte centrale simile a un rettangolo. La punta in età avanzata si allarga e si alza, per effetto della longevità, ma la base rimane solida. Questo consente di investire risorse sulla qualità degli anni in più di vita grazie a una popolazione in età lavorativa che non si indebolisce.

Lo stesso risultato si può ottenere anche con un tasso di fecondità che scende poco sotto i due figli per donna, se la riduzione delle nuove generazioni è efficacemente compensata dall’immigrazione.

Da transizione a crisi

La “transizione” (passaggio da un vecchio a un nuovo equilibrio) diventa “crisi” demografica (squilibri crescenti) quando il numero medio di figli scende su valori molto bassi (sotto 1,5) e rimane a lungo sotto tale soglia. In tal caso, gli squilibri nel rapporto tra generazioni diventano sempre più ampi, dato che le nascite, oltre a diminuire per la fecondità molto bassa, vengono depresse dal fatto che i potenziali genitori sono sempre di meno. La struttura demografica perde la sua stabilità con una base che diventa via via più stretta rispetto alle fasce più mature.

L’Italia è in crisi demografica dal 1984, ovvero da quando il tasso di fecondità è sceso persistentemente sotto 1,5. L’impatto del crollo è stato tale che attorno alla metà degli anni Novanta siamo diventati il primo paese al mondo in cui gli under 15 sono scesi sotto i 65enni e oltre. Al centro dell’età adulta c’erano però ancora le generazioni abbondanti nate quando il numero medio di figli per donna era sopra a due. L’abbondanza di popolazione in età lavorativa ha portato la politica, anzi la classe dirigente in senso ampio, a sottovalutare la crisi demografica. Ma era evidente che a un certo punto le generazioni abbondanti sarebbero diventate anziane e quelle demograficamente deboli sarebbero entrate in età lavorativa.

Fonte Istat

Quel momento è ora arrivato. Lo scenario però nel frattempo è ulteriormente peggiorato per due motivi. Il primo è che le dinamiche più recenti della fecondità anziché evidenziare una risalita verso e sopra 1,5 figli per donna, hanno visto una nuova diminuzione (da 1,44 del 2010 a 1,18 del 2024).
Il secondo è l’entrata in età riproduttiva delle generazioni figlie della denatalità passata, se così si può dire. La crisi demografica è, infatti, soprattutto crollo dei genitori, sia perché si riduce il numero delle persone in età da esserlo sia perché si riduce la quota di chi lo diventa. Ne derivano ancor meno nascite e genitori futuri.

Due strategie concomitanti

La riduzione dei potenziali genitori è anche riduzione dei potenziali lavoratori. La prima strategia da mettere in atto è quindi quella di consentire alle generazioni che entrano in età adulta e nel mercato del lavoro di trovare condizioni adeguate a realizzare in pieno i propri progetti professionali e di vita.
È un dato di fatto che sulle politiche che favoriscono tali condizioni (formazione professionale e terziaria, politiche attive del lavoro, investimenti in ricerca e sviluppo, costo degli affitti, strumenti di conciliazione tra vita e lavoro) i giovani italiani si trovano in situazioni sensibilmente peggiori rispetto ai coetanei europei. E il risultato è quello di accentuare nel paese non solo squilibri generazionali, ma anche di genere e sociali.

La seconda strategia è l’immigrazione, che consente di rafforzare la platea degli occupati, rispondendo alla carenza di manodopera in molti settori.

Non si tratta di due strategie alternative, ma concomitanti. Da un lato, l’immigrazione solo in parte è in grado di compensare gli squilibri nel rapporto tra popolazione anziana e attiva. D’altro lato, se non migliorano le politiche generazionali e di genere, giovani e donne con background migratorio si troveranno ancor più in difficoltà. I dati mostrano, del resto, una tendenziale convergenza della fecondità dei cittadini stranieri verso i bassi valori italiani.

Dobbiamo soprattutto essere consapevoli che finché rimarrà più debole la condizione delle nuove generazioni e (ancor più) delle donne in Italia rispetto al resto d’Europa, non solo la natalità rimarrà più bassa, ma saranno anche sempre più coloro che sceglieranno di diventare lavoratori e genitori altrove. I recenti dati pubblicati dall’Istat sono semplicemente coerenti con questo quadro.

Alessandro Rosina*
Alessandro Rosina è professore è ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, dove dirige il “Center for Applied Statistics in Business and Economics”. E’, inoltre, Consigliere esperto del CNEL, coordinatore scientifico dell’”Osservatorio giovani” dell’Istituto Toniolo, co-coordinatore di Alleanza per l’Infanzia, membro del comitato di direzione di Osservatorio senior e di Futura Network (ASviS).

LIBERIAMO FERRARA DA HERA
Rifiuti: arriva la Petizione. Firmiamola!

Care cittadine e cittadini di Ferrara,
continua la nostra iniziativa per sostenere la ripubblicizzazione del servizio rifiuti e, successivamente, il passaggio alla modalità di raccolta porta a porta e il dimezzamento dell’incenerimento.

Dopo la campagna di comunicazione, il flash mob realizzato il 22 febbraio scorso davanti allo sportello di Hera e l’importante convegno di approfondimento del 27 marzo, lanciamo ora una petizione online per dare forza a quegli obiettivi. 

La petizione si può firmare andando al seguente link http://www.change.org/Liberiamo_ferrara_da_hera

Vi chiediamo  non solo di sottoscriverla, ma anche di diffonderla a tutti i vostri contatti e promuovere la raccolta firme, via mail, social ( wa e pagine Fb). Pensiamo abbiate presente l’importanza di raccogliere migliaia di firme sotto la stessa, visto che il risultato che raggiungeremo costituirà non solo una verifica del consenso della nostra iniziativa, ma anche la possibilità che l’Amministrazione comunale riveda la propria posizione a favore della gara, e cioè riconsegnare ad Hera la gestione del servizio per i prossimi 15-20 anni.

Inoltre, venerdì 11 marzo dalle 11 alle 12 organizziamo un nuovo flash mob sotto il Volto del Cavallo per dare ancora più forza e risalto alla nostra iniziativa: vi invitiamo ad essere presenti e a far partecipare anche altre persone ( vedi volantino in allegato).

Infine, vi informiamo che abbiamo chiesto all’assessore Balboni, a mezzo stampa e direttamente a lui, che l’Amministrazione comunale organizzi un’assemblea pubblica rivolta a tutta la cittadinanza per discutere sulla politica dei rifiuti e sul futuro della gestione del servizio. L’abbiamo fatto anche perchè, nonostante l’invito che gli avevamo rivolto, l’assessore ha preferito non venire al nostro convegno del 27 marzo. Vedremo la sua risposta e così potremo valutare anche l’interesse che l’Amministrazione dimostra nel coinvolgimento della cittadinanza.

In attesa di una vostra forte partecipazione alle varie iniziative, un caro saluto.

FORUM FERRARA PARTECIPATA
RETE GIUSTIZIA CLIMATICA FERRARA

Brasile tra libero mercato, agrobusiness ed estrattivismo.
Intervista all’ambientalista Antonio Lupo

Brasile tra libero mercato, agrobusiness ed estrattivismo. Intervista all’ambientalista Antonio Lupo.

Il Brasile vive una crisi ecologica ed ambientale senza precedenti e le implicazioni politiche e geopolitiche sono più complicate di quello che appare. Ne parliamo con Antonio Lupo, oncologo ed ematologo ex-aiuto primario all’Ospedale Niguarda di Milano, membro di Medici per l’Ambiente -ISDE e del Comitato Amigos Sem Terra Italia. Ambientalista da molti anni a fianco del Movimento Sem Terra in Brasile, con cui ha avuto esperienza di medicina territoriale; del Movimento La Via Campesina, una delle più grandi organizzazioni contadine e ambientaliste del Sud del Mondo a cui aderiscono più di 200 milioni di contadini e di Navdanya International, organizzazione ecologista e contadina internazionale fondata dall’attivista indiana Vandana Shiva, che si occupa di agroecologia e conservazioni dei semi.

Nonostante la fine di Bolsonaro e la vittoria di Lula ormai due anni fa, come vedi il Brasile oggi?

La situazione in Brasile è difficile e complessa. Il Brasile è un Paese enorme, 850 milioni di ettari, grande 27 volte l’Italia, con relativamente poca popolazione, 203 milioni ( cens. 2022), e con una fortissima urbanizzazione 87,6 % (2022). Nelle megalopoli, le favelas (che non sono le periferie!) sono raddoppiate – dal 2010 al 2022 – da 6mila a 12mila, e nello stesso periodo gli abitanti da 6 a oltre 12 milioni.

Nei primi due anni del governo Lula la grave insicurezza alimentare, che ha colpito 17,2 milioni di brasiliani nel 2022, è scesa a 2,5 milioni, passando dall’8% all’1,2% della popolazione. Il Ministro dello Sviluppo Sociale e della Lotta contro la Fame (MDS), Wellington Dias, ha dichiarato che il reddito è migliorato: “Il reddito di tutte le persone è cresciuto dell’11,5% e il reddito dei più poveri è cresciuto del 38,6%”. La popolazione attiva è di 108 milioni di persone, quella femminile il 43,5% (dati 2023 del Calendario Atlante De Agostini 2025), ma il politologo Valério Arcary ha ricordato che “ci sono 38 milioni di lavori in regola, anche se la stragrande maggioranza di questi sono lavori mal pagati. Ma allo stesso tempo si assiste a un’espansione dell’informalità. Abbiamo già almeno 40 milioni di persone che lavorano nel settore informale”.

Nonostante le grandi distruzioni operate dal colonialismo dall’inizio ad oggi e gli effetti pesanti del riscaldamento globale, il Brasile ha ancora enormi ricchezze naturali, non solo in Amazzonia. Certamente ha un ruolo fondamentale in America Latina nel settore industriale, soprattutto in 3 settori: minerario, manifatturiero e dei servizi agroindustriali. Il Paese sfrutta minerali come ferro, oro, argento, petrolio, carbone, stagno e diamanti. Le più grandi compagnie minerarie del Paese – Anglo American, Vale e Alcoa – sono tutte private e multinazionali. L’unica industria ancora statale è Petrobras, che vuole essere un hub del carbonfossile per tutta l’America Latina, ma il Brasile (come l’Africa) è sotto il mirino dell’estrattivismo minerario e agricolo di tutte le grandi potenze, compreso quelle dei Brics, in primis la Cina.

Il modello BRICS è sicuramente un’alternativa all’unipolarismo atlantista a trazione USA, eppure si basa su export di materie prime contro l’import di tecnologia. E’ veramente una soluzione al modello capitalista ed estrattivista?

Possiamo far risalire al 2010 la nascita dei BRICS, quando il Sudafrica si aggiunse al Gruppo BRIC (Cina, Russia, India e Brasile), allargatosi nel 2024 a vari Paesi – Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. Dal 1 gennaio 2025 altri 9 Paesi – Bielorussia, Bolivia, Cuba, Indonesia, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda e Uzbekistan – sono diventati partner in attesa di ammissione definitiva. Altri 4 Paesi – Algeria, Nigeria, Vietnam e Turchia – sono stati invitati ad aderire. Rappresentano circa 4 miliardi di abitanti, cioè la metà della popolazione del pianeta, su un territorio di 40 milioni di chilometri quadrati. Attualmente i BRICS rappresentano il 41,4% del PIL mondiale, il 37% del commercio globale ed il 40% della produzione petrolifera mondiale.

Non sono sicuramente Paesi né anticapitalisti né sovranisti né anti-globalizzazione: la maggior parte ha un forte estrattivismo di materie prime minerarie (petrolio, gas, metalli, minerali ecc) e agricole che esporta, ma questo non esclude che alcuni di loro abbiano una forte insicurezza alimentare. Per esempio l’India, il Paese con maggior popolazione al mondo, si è classificata al 111° posto su 125 Paesi nell’Indice Globale della Fame (GHI) 2023 e all’ultimo posto della graduatoria mondiale riguardo la malnutrizione “acuta” dei minori: il tasso infatti è del 18.7%. Impossibile definirli “Paesi democratici”, basta pensare alla persistenza delle caste e alla caccia ai musulmani del governo nazionalista-indù di Modi, al regime di Al-Sisi in Egitto o alla teocrazia in Iran. E anche dal punto di vista delle alleanze politiche, non tutti i Paesi BRICS sono anti-USA, ma sono concordi solo sul multipolarismo: ovvero tentare di allentare il giogo del monopolio del dollaro nei mercati e nella finanza, che tutti, più o meno, continuano a subire.

Qual è il ruolo attuale della Cina nei BRICS e soprattutto quale paradigma di sviluppo sta spingendo in Brasile?

A mio parere la Cina non è una democrazia, ma è l’unico Stato-Nazione che “governa”, cioè programma, decide e si relaziona in parte con le sue 22 provincie e le municipalità, pur rimanendo all’interno di una logica di capitalismo di Stato. Il suo ruolo nei BRICS è centrale, anche per rompere la dipendenza dei vari Paesi dal dollaro come moneta dominante, per l’equilibrio tra il suo import dei prodotti dell’estrattivismo minerario-agricolo, soprattutto dai Paesi dell’Africa e dell’America Latina, e l’export e gli investimenti e la fornitura di prodotti tecnologici di vario livello, anche molto alto.

Riguardo al Brasile, basta tenere ben presente che la Cina nel 2024 ha importato 69 milioni di tonnellate di soia OGM dal Brasile: i due terzi dei 92 milioni di tonnellate che il Brasile ha esportato, sul totale di 147 milioni prodotte in quell’anno (solo 52 milioni sono state consumate in Brasile!). E per produrre ed esportare soia OGM, il Brasile – con il maggior consumo di pesticidi a livello mondiale – utilizza più del 50% di tutti gli antiparassitari venduti nel Paese. I prodotti chimici più utilizzati sono gli erbicidi a base di glifosato, ma anche altri prodotti di Syngenta (Svizzera -Cina), Bayer e BASF (Germania) messi al bando in Europa. Vengono usati anche insetticidi come il Larvin, prodotto da venduto da Bayer Brasile, e contenente l’agente nervino e cancerogeno Thiodicarb, non approvato in Europa.

In Brasile su una superficie totale coltivata di 88 milioni ettari, 44 milioni di ettari sono utilizzati per coltivare soia OGM, soprattutto in Amazzonia, nel Cerrado e nel Mato Grosso di Blairo Maggi, il re della soia. Nel 1992 la soia rappresentava circa l’8% dei raccolti del Brasile. Nel 2022 si sono prodotte 120 milioni di tonnellate di soia all’anno su 40 milioni di ettari, con un raddoppio della terra utilizzata rispetto al 2008, 21,2 milioni di ettari, e un aumento di oltre 10 milioni ettari anche rispetto al 2015. Il Brasile è uno dei pochi Paesi che esporta in Cina molto più di quello che importa, con un saldo decisamente positivo: fino a 43,4 miliardi di dollari nel 2021.

Attualmente Brasile e Cina stanno collaborando anche per progetti e di produzione e utilizzo in Brasile di trattori e biofertilizzanti già prodotti e utilizzati in Cina.

Lula è sicuramente un anticorpo al fascismo e all’imperialismo USA nella regione, ma non ha una cultura contadina e ciò si vede anche nelle sue posizioni sugli accordi di libero scambio tra UE e Mercosur. Cosa sta succedendo?

Lula (Presidente dal 2002 a fine 2010 e dal 2023 ad oggi) è stato operaio metalmeccanico, sindacalista e tra i fondatori del PT (Partito dei Lavoratori) nel 1982. Ha vissuto sempre in città, ma era sensibile ai problemi della fame del popolo e della realtà della produzione agricola: uno dei suoi primi atti da Presidente fu il meraviglioso programma “FAME ZERO”, che andò ad esporre all’ONU. Nel maggio 2010, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) delle Nazioni Unite ha conferito a Lula da Silva il titolo di “campione del mondo nella lotta contro la fame”

I negoziati tra l’UE e il blocco commerciale del Mercosur (che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) sono iniziati nel 2000 e si sono conclusi a dicembre 2024, firmati anche da Milei, il Presidente fascista ed anarcocapitalista “trumpiano” dell’Argentina. L’accordo Mercosur è contrastato dai movimenti popolari dell’America Latina, compreso l’MST, da alcuni Stati europei, che temono l’export dell’agrobusiness brasiliano (carni bovine ecc.), ma anche da Via Campesina Europea, il movimento ecologista di piccoli contadini europei che fa parte di Via Campesina Internazionale, il grande movimento mondiale di 200 milioni di piccoli contadini. Alcuni governi europei, come la Francia, si oppongono al Mercosur per protezionismo, l’Italia della Meloni è ambigua, pensando di promuovere i prodotti made in Italy, ma i piccoli contadini sanno bene che il Mercosur è una vittoria dell’agrobusiness e della grande distribuzione, che strozza i piccoli contadini, come fa da moltissimi anni il Parlamento Europeo e la sua politica, con la PAC, che finanzia per l’80% i grandi produttori, l’agrobusiness e obbedisce ai produttori europei di pesticidi.

Lula probabilmente lo ha firmato anche per cercare una sponda in Europa e per sottrarsi in parte al dominio degli USA, che ha hanno sostenuto il golpe e il governo del fascista Bolsonaro, ma questo non inverte l’espansione dell’agrobusiness in Brasile e in tutta l’America Latina. Dobbiamo tenere ben presente che in Brasile Lula è Presidente, ma la maggioranza dei due Parlamenti è anche adesso del centro e della destra di stampo neoliberista. Nell’attuale governo di Lula ci sono un Ministro dell’Agricoltura Carlos Favaro, ex allevatore, legato all’agrobusiness da sempre, mentre Paulo Teixeira è il Ministro dello Sviluppo Agrario e dell’Agricoltura Familiare ed è del PT. Insomma un caos enorme!

Per quanto Lula abbia annunciato la riduzione della deforestazione e serie politiche ambientali, purtroppo il Prè-Sal continua ad esserci e l’Amazzonia continua ad essere falciata per lasciar spazio a monoculture intensive in mano a multinazionali che portano con sé l’uso intensivo di pesticidi (tra cui il glifosato), allevamenti intensivi, emissione di gas-serra, farmaco-resistenza ai fitosanitari a cui inevitabilmente la Natura reagisce. Qual è la situazione oggi?

La deforestazione in Amazzonia in questi 2 anni di governo Lula, con l’obiettivo “deforestazione zero entro il 2030”, al fine, tra l’altro, di tenere “stoccate” 6 miliardi di tonnellate di CO2 (una quota superiore alle emissioni annue degli Stati Uniti) è diminuita del 30,6% rispetto al 2023 e del 45,7% rispetto al 2022. in Pantanal del 77,2 e nel Cerrado del 48,4% nel 2023 rispetto al 2024. La vera sfida, per il Brasile che mette al centro l’ambiente, sarà poi nel conciliare gli obiettivi di conservazione con i piani decennali per la “reindustrializzazione” del paese.

Recentemente, tra le comunità indigene di Mato Grosso e del Pará è dilagata la protesta contro la costruzione della ferrovia EF-170 o “Ferrogrão” (detta anche “ferrovia della soia”, per l’uso commerciale a cui dovrebbero essere destinati i quasi mille chilometri di infrastruttura), per la quale si stima la distruzione di 25mila ettari di foreste pluviali tra i bacini dello Xingu e del Tapajos. I problemi più gravi e importanti sono la siccità, gli incendi, il 98% appiccati da allevatori di bestiame per disboscare le foreste, e il degrado, che colpisce già un’area tre volte più grande di quella afflitta dalla deforestazione.

Il Brasile è il più grande esportatore al mondo di carne bovina. Gli allevamenti intensivi e i macelli industriali sono inoltre responsabili di oltre l′80% della deforestazione del suo territorio. Il WWF afferma che un quinto (17%) della carne bovina importata in Unione europea dal Brasile è legato alla deforestazione illegale. L’Italia, con oltre 1 milione di tonnellate, è il primo importatore europeo di carne bovina dal Brasile, utilizzata anche per realizzare prodotti come la bresaola della Valtellina IGP.

In Brasile le principali fonti di energia sono: energia idroelettrica, petrolio, carbone e biocarburanti, oltre ad altri utilizzati su scala ridotta, come il gas naturale e l’energia nucleare. Il 75% dell’energia elettrica prodotta in Brasile proviene da centrali idroelettriche, che rappresentano il 42% della matrice energetica brasiliana.

Il Pre-Sal è un altro problema enorme. La Petrobras scoprì il Pre-Sal nel 2006, con cui il Brasile aprì un nuovo capitolo nella sua storia energetica., diventando uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo. Il Pre-Sal ha raggiunto a settembre 2024 l’81% della quota di produzione nazionale di petrolio, con il record di 3,6 milioni di barili prodotti al giorno.
Ma dov’è il Pre-Sal? L’area è stata definita da un poligono di 149 mila km², tra gli stati di Santa Catarina e Espírito Santo, che comprende gran parte dei bacini di Santos e Campos, i maggiori bacini produttivi del Paese. Il giacimento di petrolio si trova in acque molto profonde, fino a 7 mila metri sotto la superficie dell’acqua. Evidentemente il Pre-Sal è una orribile violenza al mare e agli oceani, che sono il 70% della superficie del globo, che assorbono i gas serra con il fitoplancton, contrastpetrolioando il surriscaldamento globale di origine antropica, cioè sono i veri padroni del Pianeta, insieme all’atmosfera. Lula da sempre è stato favorevole al Pre-Sal, come motore dello sviluppo in Brasile e America latina e l’anno scorso si è dichiarato favorevole anche all’estrazione Lula al largo dell’Amazzonia, di fronte le coste dello Stato di Amapá, scontrandosi con la posizione di Marina Silva e il Ministero dell’Ambiente, che ha invece espresso “preoccupazione” per i possibili rischi ambientali.

Dal 8 al 11 maggio 2025 … UTOPIE IN MOVIMENTO

Dal 8 al 11 maggio 2025 si svolgerà on-line il Decimo Simposio Internazionale del Centro Mondiale di Studi Umanista dal titolo UTOPIE IN MOVIMENTO – Cammini verso la Nazione Umana Universale.

Parteciperanno oltre 110 relatori e tavole rotonde da tutto il mondo con un’assistenza prevista di 2.500 persone. Oltre alle attività on-line si svolgeranno sessioni presenziali in 14 luoghi in Europa e nelle Americhe il 10 e l’11 maggio 2025.

In Italia la sessione presenziale si svolgerà il 10 maggio 2025 al Parco di Studi e Riflessione di Attigliano (Terni) sul tema Oltre la vendetta con la presenza di Gherardo Colombo, Marcello Bortolato, Luciano Eusebi, Stefano Tomelleri e altri.

Vedi tutto il Programma

Oltre a comprendere in profondità la crisi che stiamo vivendo,  il Decimo Simposio  vuole essere d’ispirazione per delineare possibili traiettorie future che possano guidarci oltre il limite imposto dalla cultura dominante e verso un reale cambiamento in campo personale, sociale, culturale e sociale.

Partendo da sogni e visioni di utopie possibili, la sfida sarà quella di aprire spazi inesplorati, ispirandoci alle esperienze profonde e comuni che hanno permesso all’umanità di evolvere nel corso della storia. In questo modo gli elementi più evoluti delle diverse culture saranno la base della prima civiltà planetaria della storia umana.

Quali immagini possono guidare questo processo?

Quali esperienze permettono agli individui e ai popoli di tentare il cammino della riconciliazione e della resistenza alla violenza?

Quale mito può dare lucidità e forza a queste immagini?

Quale tipo di spiritualità può dare profondità, significato e permanenza a questo nuovo capitolo della storia?

Come portare questo proposito nel cuore delle generazioni creative e di quelle oggi in preda alla disperazione?

Nel momento storico attuale, in cui le possibilità di un orizzonte futuro sembrano chiudersi, il Simposio si propone come uno spazio costruttivo e creativo per ispirare una società aperta al futuro, nonviolenta e solidale: una Nazione Umana Universale.

Instagram: @simposioumanista
Facebook: @simposiointernazionale

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Parole a capo
A Forlì nella cornice della VERNICE: «Viaggi di versi»(1)

A Forlì nella cornice della VERNICE: «Viaggi di versi» (1)

Nella cornice affollata della 22a Edizione di “VERNICE – Art Fair alla Fiera di Forlì, allo stand dell’artista ferrarese Isabella Guidi, l’Associazione Culturale Ultimo Rosso ha realizzato il Reading poetico “Viaggi di versi”. In esordio, pubblichiamo due “fogli di Bretagna” di Isabella Guidi tratti dal suo libro “Avrei voluto dire… “Bonjour Ms. Gauguin!“(Edisai Srl – Ferrara, 2020). I quadri esposti alla Fiera “parlavano” di un viaggio dell’artista in Bretagna. Segue un primo gruppo di poesie lette durante l’evento.

E’ proprio quando
il vento si sente e si vede
malgrado l’oscurità
che immagino.
Immagino il bosco piegato indietro
l’oceano che soffia.
Immagino la terra pettinata
e il granito liscio delle rocce.
Immagino i pensieri
che sbattono ovunque senza sosta.
Poi
quando si ferma
il vento
l’aria torna calma
e il bosco si riposa

Penso all’onda lunga delle alghe
E Vedo l’albero rosso.

*

Cammino con il cuore

mentre i piedi battono
il respiro scende verso la spiaggia.

L’onda.
La prima raggiunge il piede

la seconda si infrange vicino agli occhi
la terza mi trascina al largo.

L’anima
come un relitto
preda del vento e della marea
dà un ultimo sguardo
al verde chiaro in cima alla scogliera
e poi
si abbandona.

*

 

FIORI NEL DESERTO

Ed ora cosa accade
tra le rocce…un fiore,
un ciuffo d’erba,
nonostante il caldo,
annunciano la vita:
la notte li ha nutriti.

Deserto verticale
appare intorno, ci

sembra scomposto, ma
nasconde la speranza.

Il divino si manifesta qui con
la parola che salva, con ordine…
Da quell’anfratto ogni
azione diviene per noi preghiera.

(Cecilia Bolzani)

 

*

 

ROTTA DRITTA

tra gli sterpi pieni d’insetti
ripulisco gli occhiali d’osso
mentre le colline
donano latte a vuoto.
ma cos’è questa fertilità
senza committenza…
o forse è un ambiente
troppo lontano
oltre i tropici incrociati
perché impotenti
e incapaci di scegliersi
le parti?
occasione di svago
storpiata dal giorno
mentre la notte
ti coglie all’equatore
incerto
se andare verso il Baltico
o sulla notte
di Magellano.
Ma chi m’aiuterà
a costruire una barca
non legata,
non levigata
dalle miserie
di questo tempo?

(Pier Luigi Guerrini)

 

*

 

CAMMINO

e non so
dove arrivi la strada
né quanto tempo duri.
Cammino
con un riflesso d’oro
nel cuore
e il faro di occhi ridenti.
Cammino
e scorre il mondo
tra spettacolo e miseria
nel respiro
degli affetti più veri.
Ho camminato e camminato
finché
è rimasto solo il cammino.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

IO SONO NAVE

Io sono
mille farfalle cieche
che volano alte su giardini di carta
sono
il fiocco di neve sulla bocca
che scioglie il gelido alfabeto
sono
la nave leggera sul soffio
che è ombelico all’orizzonte
sono aurora
sono fame
sono l’acqua fonda che inghiotte
sono l’ago perduto della bussola
sono
la donna dalla chioma di sole
e dentro gli occhi di buio
Io sono
le mani giunte a preghiera
nella notte cupa del porto.

(Rita Bonetti)

 

*

 

UN VIAGGIO SENZA VOCE


Racconta il mare
di bottiglie senza messaggi

incastrate tra gli scogli

raccontano gli scogli
di acque in lacrime
e malinconiche onde

raccontano le onde
di viaggi di sale
in abissi senza voce

racconta una voce
nel silenzio di cielo

l’unico che sa la verità

(Maggie – Maria Mancino)

 

*

 

il passato,
un viaggio salato
di lacrime.
Il ritorno,
finito il giorno,
al comodo ascolto
dello stolto
che dentro di noi
ripete consolanti parole
che da sole,
non riporteranno alla memoria
la nostra storia.

(Mariangela Malacarne)

 

(In copertina, foto della Bretagna)

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 278° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Fermati quando devi, riparti quando puoi:
viaggio in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide

Fermati quando devi, riparti quando puoi: viaggio in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide.

“Sarò ancora capace di viaggiare in bicicletta, in solitaria, con tenda al seguito, macinando chilometri e dislivelli?”

Questa domanda e tante altre mi frullano in testa negli anni duri della malattia pensando a tutti quegli aspetti della vita che amo e che esprimono la mia personalità.

Dopo 4 anni di convivenza con l’artrite reumatoide, 2 trascorsi tra dolore e immobilità e 2 passati a rimettermi in forma, voglio dare, ora, una risposta alla domanda di allora.

Come una catena ben oliata e deragliatori regolati alla perfezione, anno dopo anno, ho ingranato i rapporti giusti e, grazie a medici e professionisti che mi sanno indirizzare e seguire, un farmaco biotecnologico sperimentale, esercizio fisico costante, dieta, terapia forestale, ayurvedica, pazienza, curiosità e perseveranza, rimonto in sella alla mia bici MTB “La Bianchina”, 25 anni lei, 50 io, per girovagare insieme per l’Italia Centrale.

Cinque regioni più una Repubblica: Marche, Umbria, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e San Marino, per dormire in tenda, andar per boschi ricchi di biodiversità e biocomplessità, “passare le acque”, pedalar per strade bianche e gustare prodotti tipici…il cicloturismo è una vera goduria.

Ma l’artrite è poco incline al piacere, portata piuttosto per la dinamicità e la suspence: oggi accumulo chilometri di strada e metri di dislivello con facilità e in volata, domani usare le mani per aprire la cerniera del sacco a pelo e uscire dalla tenda in modo dignitoso potrebbe equivalere ad un sudato Gran Premio della Montagna, …e dopodomani? Un mistero!… una tappa sconosciuta avvolta nella nebbia autunnale anche in piena estate…e via così per una vita intera, è una malattia cronica.

Tre mesi di tempo: giugno, luglio, agosto per pedalare, ma anche per riposare e se l’artrite lo chiede: fermarmi e interrompere momentaneamente il viaggio.

Negli ultimi anni, l’artrite reumatoide, sta acquisendo un superpotere: l’invisibilità. I nuovi farmaci la rendono meno invalidante di un tempo e le altre persone ignare, nulla sospettano.

In me vedono una donna magra, con un fisico sportivo, perfino giovanile e con una mente vivace. Ma la malattia continua ad esserci, si devono compiere quotidianamente scelte ben precise per distribuire le proprie forze e non peggiorare la stanchezza cronica fisica, mentale ed emotiva, si fanno i conti con un abilismo continuo e con richieste che alle volte sono troppe.

Perdere atleticità e vivacità è un attimo, è come forare la ruota, inutili toppe, mastice o lattice, rimani a terra.

In questo viaggio, voglio portare visibilità e sensibilizzazione sia alla mia “compagna di viaggio dinamica e invisibile”, sia a quei progetti, servizi e strutture, che permettono che la vacanza sia un diritto di tutti. Lavoro nel campo della disabilità da 27 anni, da 5 nel turismo accessibile, voglio conoscere e studiare certe soluzioni adottate nelle varie Regioni, perché la disabilità non è solo quella motoria, l’accoglienza non è mera ospitalità e la relazione sociale è a monte e a valle delle nostre vite e dei nostri viaggi.

Sono un’attacca bottone patentata, in questo viaggio snocciolerò tutte le mie competenze personali e professionali in merito, preparatevi, siete stati avvisati.

Non so come andrà, quanto sarà dura o piacevole, se arriverò in fondo o meno, ma ripenso che la mia domanda iniziale me la feci a letto, dolorante, confusa e insicura di quello che avrei saputo e potuto fare; ora guardo i miei quadricipiti delineati, le ruote grasse della Bianchina, le borse capienti da riempire e comprendo di essere già on the road.

Cover: Umbria in biciletta – foto life in Travel

CAPELLI CAPELLI CAPELLI

CAPELLI CAPELLI CAPELLI

Avere i capelli, non avere i capelli, pochi o tanti, lunghi o corti, ricci o lisci, un vero dilemma che si presta a diverse soluzioni, alcune concrete e altre interiori. Ad una riflessione superficiale sembra strano che i capelli abbiano sempre avuto un ruolo importante nella vita degli esseri umani, eppur è così. Dall’antichità fino ai giorni nostri questi fili che ci crescono sulla testa sono simbolo di appartenenza sociale, indice di personalità ed espressione del gusto estetico imperante. Sono anche un simbolo di giovinezza e un chiaro segnale di malattia.

“Pierino Porcospino” di Heinrich Hoffmann. 1844 ; Prima edizione italiana: Hoepli, 1882.

Le cure per i pazienti oncologici spesso distruggono i capelli fino a rendere la testa del malato completamente calva. Le acconciature e le parrucche che camuffano tale situazione sono un salasso (il “dio mercato” imperversa anche qui) e i tentativi di smarcare la calvizie come status accettabile, se non privo di fascino, si susseguono con esiti molto più positivi per gli uomini che per le donne.

Sono più i maschi che si rassegnano a non avere i capelli e che riescono a proporre questo without hair come uno status accettabile se non affascinante. Mi vengono in mente a questo proposito il Principe William, Mike Tyson, Jason Statham, Michael Jordan, Floyd Mayweather, John Travolta, Bruce Willis.

Per le donne è più difficile legittimare le calvizie come espressione di fascino femminile e i commenti maschili a riguardo sono poco incoraggianti. Non a caso la modella Bianca Balti, ammalata di cancro, si è presentata all’ultimo festival di Sanremo completamente calva. C’è voluta la sua fama, la sua sicurezza e il suo coraggio per provare a legittimare le calvizie come status femminile accettabile, anzi apprezzabile in una prima serata di RAI 1.

Nel 1997 un sorprendente Niccolò Fabi scrive un motivo che si intitola proprio Capelli. La prima strofa è questa: “Io senza capelli/ Sono una pagina senza quadretti/ Un profumo senza bottiglia/ Una porta chiusa senza la maniglia/ Biglia senza pista/ Un pescatore sprovvisto della sua migliore esca/ Don Giovanni senza una tresca/ Io senza te uno scettro senza re […]”.

Mi sembra che questa canzone esprima bene il rapporto che c’è tra una persona e i suoi capelli. In questo motivo è racchiusa una consapevolezza affatto banale e una capacità di analisi introspettiva non indifferente.  È risaputo che Niccolò Fabi ha una chioma folta, questo probabilmente ha facilitato la costruzione di una immagine corporea in cui i capelli rappresentano una componente imprescindibile.

Interessante quanto l’auto-percezione che uno ha di sé stesso sia significativa e quanto possa condizionare le relazioni umane, non solo quelle occasionali. Il concetto di Sé può essere definito come una struttura psichica centrale che racchiude una serie di componenti personali, consentendo l’auto-definizione. Per questo è fondamentale anche nella costruzione dell’autostima. Sono molti gli psicologi che ne hanno studiato lo sviluppo, tra cui James, Cooley, Mead, Shavelson e Harter.

Mi sembra determinante il fatto che i capelli sono un organo del nostro corpo, un prodotto del follicolo pilifero terminale, un organo specializzato che si trova nello spessore della cute. Sono composti al 95% da cheratina e hanno una struttura complessa, formata da più strati. La parte visibile, lucida e morbida, è biologicamente morta. I capelli crescono dall’unica loro parte viva, cioè la radice all’interno del cuoio capelluto.

È evidente a tutti quanto sia difficile privarsi di un proprio organo e ritrovare una armonia corporea aldilà della mancanza. Certo ci sono organi vitali e organi che non lo sono, ma comunque la presenza o assenza di una componente corporea influisce sulla nostra personale sensazione di armonia. Penso alle velociste che corrono con una sola gamba e con un secondo arto di titanio e, così attrezzate, riescono a vincere un’olimpiade. Non oso immaginare che sforzo fisico e interiore sia stato il riadattarsi alla nuova situazione, ricostruire una immagine armonica di loro stesse.

Tutta la storia umana ci testimonia tentativi, anche balzani, di ricostruire l’armonia perduta, dovuta alla morte dei capelli. Ad esempio, i Vichinghi provavano a resuscitarsi i follicoli cospargendosi la testa di escrementi d’oca. Questo esperimento falliva puntualmente e allora ricorrevano ai noti copricapi in ferro che, ispirati a quello di Odino — Hjálmberi (colui che porta l’elmo) — li hanno resi quelle fenomenali “testa di metallo” che tutti ricordiamo, ignari antesignani della poetica del “capo liscio” che Andre Agassi per il tennis e Mastro Lindo per l’economia domestica, hanno traghettato fino a noi.

E siamo così giunti al tempo dei grandi CEO non piliferi come Jeff Bezos, il cui cranio lucidissimo riflette l’ammirazione del mondo intero, facendolo assurgere al ruolo di Bruce Willis della globalizzazione. Nel caso di Bezos ha vinto la sicurezza di riuscire a fare tutto quello che gli altri uomini fanno coi capelli, senza averli. Anzi di saper fare molto di più.

La prossima estate Jeff Bezos e Lauren Sanchez convoleranno a nozze e lo faranno in Italia. Secondo il New York Post il matrimonio sarà celebrato a Venezia e, precisamente, nelle acque della Laguna a bordo del Koru, lo stesso mega-yacht da 500milioni di dollari su cui nell’agosto 2023 la coppia festeggiò il fidanzamento al largo di Positano con ospiti d’onore eccellenti tra cui Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Andrew Garfield, la regina Rania di Giordania, Kris Jenner e Bill Gates. Tutto ciò è un chiaro segnale di status e di appartenenza sociale. Discutibile la tipologia di appartenenza, ma esteticamente ed economicamente vincente.

Mi pare si noti adesso, forse più che mai, la differenza fra maschi e femmine a proposito dei capelli. Facciamo tutti fatica a immaginarci CEO, dirigenti d’azienda, team leader, scienziate che se ne vanno tranquillamente in giro senza capelli, riuscendo a fare di questa mancanza una fonte di fascinazione per il genere soggettivamente appetibile. La psicoanalisi dà una interpretazione molto chiara di questa situazione. Tale disciplina riconosce nei capelli un simbolo molto potente di sessualità, riconducendo la chioma femminile agli organi genitali.

Sigmund Freud accostò l’immagine dei capelli (e dei peli femminili) a quella della tessitura, individuando nella relazione tra le tendenze femminili e la scoperta della filatura, una simbologia inconsueta che interpreta l’invenzione della tecnica sartoriale da parte delle donne come un tentativo inconscio di proteggere la propria sessualità grazie ad un groviglio di fili, proprio come i peli che celano alcune parti del corpo.

L’angoscia legata alla perdita dei capelli da parte di una donna, dunque, potrebbe esprimere la paura inconscia di denudare la propria sessualità e di perderne il controllo, mostrando vulnerabilità. La passione femminile per la moda, l’abbigliamento e per alcune tipologie di tessuto, come il velluto, la lana e la seta (così come per una chioma lunga e voluminosa), sarebbe così da interpretare come un’espressione del senso di sicurezza che tali materiali, coprenti ed avvolgenti, assicurerebbero al corpo e, inconsciamente, alla più profonda intimità femminile.

Non so se sia proprio così, però questa interpretazione ci consegna la consapevolezza che il rapporto con i nostri capelli non è sicuramente banale, che il modo in cui li agghindiamo e li esibiamo è un mezzo attraverso il quale costruiamo un’immagine di noi stessi da proporre agli altri per trovare un intorno sociale accettabile.

Le ballerine di danza classica, i militari, i punk e i metallari sono tutti esempi che ci testimoniano come l’acconciatura dei capelli sia un segnale di status, un modo per riconoscersi all’interno di un gruppo di simili. I capelli si vedono, si possono toccare, disegnare, rappresentare, fotografare senza eccessive invasioni di privacy. Sono fili che ci crescono sulla testa e che si prestano bene alla costruzione di un perimetro sociale da una parte visibile e quindi molto efficace, dall’altra facilmente mutabile e quindi armonico.

Ritornando alla canzone di Niccolò Fabi il ritornello fa così: “Io vivo sempre insieme ai miei capelli, oh-oh/ Vivo sempre insieme ai miei capelli, oh-oh/ Io vivo sempre insieme ai miei capelli, oh-oh/ Io vivo sempre insieme ai miei capelli”.

Il brano è stato scritto da Fabi con Cecilia Dazzi e Riccardo Sinigallia ed è un manifesto della filosofia del cantautore, che utilizza il termine capelli (in riferimento alla propria capigliatura rasta), come simbolo di disobbedienza “pacifica” ai canoni e agli standard. È stato presentato da Fabi al Festival di Sanremo 1997 nella sezione “Giovani”. Pur non trionfando nella manifestazione, Capelli ha ottenuto il Premio della Critica e ha contribuito a promuovere il cantante all’edizione successiva del festival nella categoria “Campioni”.

I nostri capelli sono davvero importanti perché stanno sempre con noi, anche la loro assenza sta sempre con noi. Che ci siano o non ci siano, con la loro presenza/assenza scandiscono il trascorrere dei nostri giorni, anche in termini identitari. Evviva i nostri capelli! La loro consistenza, forma e colore rende più bello il mondo, mentre la loro assenza scatena tendenze volte al ripristino dell’armonia perduta.

Cover: la copertina del celebre Kinderbuch Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann, 1844 ; prima edizione italiana: Hoepli, 1882. Dalla filastrocca: Egli ha l’unghie smisurate / Che non furon mai tagliate; / I capelli sulla testa / Gli han formata una foresta / Densa, sporca, puzzolente. / Dice a lui tutta la gente: /  «Oh, che schifo quel bambino! / È Pierino il Porcospino».

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Una forza che ha cara la vita

Una forza che ha cara la vita

American primitives è la quinta raccolta poetica di Mary Oliver pubblicata negli Stati Uniti nel 1983 e tradotta in Italia nel 2022 da Paola Loreto per la bianca Einaudi con il titolo Primitivo americano.

La lirica di Mary Oliver rientra nel  movimento letterario conosciuto come ecopoetry. Nata nel 1935 a Maple Hills Heights, un sobborgo di Cleveland nell’Ohio, la Oliver ha vissuto a Provincetown, Massachusetts e Hobe Sound in Florida fino al 2019, anno della sua morte.

Oliver è una voce poetica molto apprezzata negli Stati Uniti: il suo pensiero ecologista, erede della migliore tradizione americana partita da Whitman, Thoreau, e proseguita dai poeti della beat generation fino ad arrivare ai contemporanei Mark Strand e Louise Gluck (Nobel per la letteratura nel 2020), ha sempre ricevuto ampi consensi tanto da trasformare le sue raccolte in veri e propri bestsellers, e lei nel « poeta americano di gran lunga più venduto»(New York Times).

Il ritardo con il quale l’abbiamo scoperta qui in Italia è quasi sicuramente dovuto al gusto (e al retrogusto) del panorama poetico nazionale: rivolto più a chi scrive e meno a chi legge (quanti, quanti concorsi poetici!); sempre devoto e ossequioso alle solite chiese chiuse e sempre più auto (auto)-riferito (esibito).

La poesia della Oliver è stata probabilmente considerata troppo semplice, diretta e poco sperimentale per i palati raffinati nostrani i quali, evidentemente, non riescono a vedere nella poesia ciò che la Oliver, così semplicemente, vede e ci fa vedere : «una forza che ha cara la vita [e che] richiede una visione» ( M. Oliver, A Poetry Handbook , Houghton Mifflin Ed., 2024).

È una visione che Paola Loreto, nella sua magnifica prefazione, ha definito dionisiaca:

Primitivo americano è un libro dionisiaco, … un libro dell’esultanza per l’immersione nella proliferazione disordinata e incontrollata della natura […]. Le poesie [di Primitivo americano] celebrano sensazioni fisiche primordiali come la percezione del pericolo del freddo estremo, o dell’appagamento nel nutrirsi di altra materia naturale che è al tempo stesso diversa e uguale a sé […].

Oliver mette in scena sia la metamorfosi del non-umano in umano – quando, folgorata dalla meraviglia, descrive una cerva che partorisce come una donna bellissima – sia dell’umano nel non-umano, quando descrive se stessa come un orso che rapina un favo di miele o se ne riempie la bocca con una grossa zampa…”

Si avverte nella poesia della Oliver questa forza, che non può essere identificata né catturata, ma che pare esistere allo stesso modo di un… mito e, si sa, il mito è una miniatura di un evento reale o fittizio. Il processo di poetare (creare), riducendo una “cosmologia” alla scala dei propri pensieri e sensazioni, è di fatto un processo di miniaturizzazione: «Potrei mostrarti l’infinito in un guscio di noce», dice Amleto.

Secondo questo criterio il segreto del tempo storico non è rappresentato dal suo scorrere e che, nel trascorrere, il tempo passi fino a diventare passato. No, non è questo. Il vero segreto del tempo è rappresentato dal suo diventare sempre più piccolo, fino a ridursi a un puntino e a rendersi invisibile alla nostra vista.

In questa sorta di prospettivismo, per così dire, mitico, la morte umana non è uno svanire nel nulla, ma il compimento di una necessità:  iniziare una nuova rigenerazione nelle “cascate di un interminabile cambiamento” (“Unending/waterfall of change”). E la Oliver, in ogni suo verso, pare sussurrarci proprio questo, smuovendo ricordi umani e animali, ponendoci in una prospettiva tale da consentire la vista non solo della noce, ma anche dell’universo in essa racchiuso .

In questa revisione del rapporto fra io e mondo, tipica del pensiero ecologista contemporaneo, la vecchia e “catastrofica” prospettiva antropo-centrica lascia il posto a quella eco-centrica e relazionale tra umano e non umano ed è per grazia di tale prospettiva che la Poesia di Mary Oliver manifesta quella forza cara alla vita che potremmo chiamare semplicemente fede.

TECUMSEH*

Sono scesa, non molto tempo fa,
al Mad River, mi sono inginocchiata sotto i salici
e ho bevuto alla sua corrente increspata,
qualsiasi pazzia sia stata c’è una malattia
peggiore del rischio di morire ed è dimenticare
quello che non dovremmo dimenticare mai.
Tecumseh viveva qui.
Le ferite del passato
sono ignorate ma restano attaccate
come i rifiuti impigliati tra i rami gialli,
giornali e sacchetti di plastica, dopo le piogge.

Dove sono gli Shawnee adesso?
Lo sai? O dovresti
scrivere a Washington, e anche allora,
qualsiasi cosa ti dicessero,
ci crederesti? A volte
vorrei dipingermi il corpo di rosso e uscire
nella neve brillante
a morire.

Il suo nome significava Stella Cadente.
Dalla regione del Mad River a nord fino al confine
raccolse le tribù
e le armò ancora una volta. Giurò
di tenere l’Ohio e ci mise
più di vent’anni a perderlo.

Dopo lo scontro finale e cruento, al Thames,
fu finita, salvo che
il suo corpo non si riusciva a trovare.
Non fu mai trovato,
e puoi farne quello che vuoi, dire

che la sua gente venne tra le foglie nere della notte
per trascinarlo a una tomba segreta, o che
si ritramutò in un ragazzino e saltò
in una canoa di betulla e se ne tornò
a casa remando giù per i fiumi. Comunque,
almeno di questo sono sicura: se lo incontriamo
lo riconosceremo,
sarà ancora
così arrabbiato.

* ) Tecumseh (“Stella cadente” o “Cometa fiammeggiante”) fu un capo Shawnee, a cui si deve una strenua resistenza all’espansione americana nell’odierna regione dei Grandi Laghi organizzando una confederazione delle tribù dei nativi nord-occidentali. Nato a Springfield, nell’Ohio, intorno al 1768, morì nel 1813, nella battaglia presso il fiume Thames, in Canada.

E davvero la storia potrebbe essere come una … cometa fiammeggiante, che si riduce a un puntino freddo e buio quando si allontana per rigenerarsi nuovamente in una stella splendente quando ritorna.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/

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Lavoro povero e lavoro ricco, un divario da colmare

Lavoro povero e lavoro ricco, un divario da colmare

 

Negli Stati Uniti quando ci si presenta si fa anche capire quanto si guadagna. Un’usanza che non esiste in Europa e nelle altre culture. In Cina si dice quanti figli si hanno. Gli americani, condizionati da una religiosità calvinista ed evangelica, giudicano le persone in base ai talenti (che si devono tradurre in soldi), premiati dalla “grazia” e, come tali, meritevoli. I poveri hanno così uno stigma: è colpa loro. Il cristianesimo, alla base della cultura europea, non ha nulla a che vedere con questo approccio e si basa su principi di fratellanza, uguaglianza, amore, e rispetto dei poveri. Forse per questo negli Stati Uniti c’è una forte disuguaglianza tra i salari e ancor più tra redditi e patrimoni che si riscontra così intensa solo nei paesi poveri, mentre normalmente più un paese si arricchisce, più le differenze tra i salari si riducono.

La tabella sottostante tratta dal rapporto ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) di fine 2024 mostra i principali indici salariali nei paesi ad alto reddito, medio-alto, medio-basso e basso. L’indice di Palma mostra come esso diminuisce più un paese diventa ricco. Tra i poveri è 5,28, tra i ricchi è 1,44. Così è per gli altri indici (D9 diviso D1, significa il rapporto tra il 9° decile e il 1° -il 10% più povero- nella distribuzione dei redditi). Dal 2008 al 2024 ILO mostra una crescente tendenza nel mondo all’eguaglianza salariale, nel senso che tutti questi indici si riducono per quasi tutti i paesi, ma non per gli Stati Uniti dove il 10% dei lavoratori più pagati aumenta ancora rispetto ai meno pagati. In Europa avviene il contrario e ciò mostra una delle qualità dell’Europa: una crescente cultura egualitaria a favore del fatto che i salari (che hanno differenze anche forti) sono sempre meno sperequati.

Vale anche per l’Italia, la quale però ha visto ridursi i propri salari reali (post inflazione) dal 2008 al 2024 dell’8,7%, mentre tutti gli altri paesi del G-20 (escluso UK, Giappone e Messico) hanno visto una crescita che è stata molto forte soprattutto tra i Brics.

La forte crescita dell’occupazione in Italia dopo il 2021, proprio a causa dei bassi salari, non riesce ad aumentare il reddito netto reale delle famiglie che è infatti sceso da valore 92 del 2019 a 88 nel 2023 (fatto=100 il 2003) e scende anche dal 2022 al 2023, come si può notare dalla figura. (https://www.istat.it/comunicato-stampa/condizioni-di-vita-e-reddito-delle-famiglie-anni-2023-e-2024/)

L’Italia ha subito come Spagna, Portogallo e Grecia due ferite: a) l’allargamento del 2004 che ha fatto entrare nella UE 100 milioni di lavoratori a basso salario dell’est; b) la recessione “americana” di 4 anni dal 2008 al 2012. Come si desume anche da Eurostat (dati non deflazionati) il salario mensile è attorno ai 2.500 euro, lontano dai 3.127 dei tedeschi o 4.582 della Norvegia. Sono cresciuti molto quelli dei polacchi e dell’est Europa. Se la Germania ovest ha aiutato la Germania est, il Sud Europa ha aiutato l’Est. Una conferma viene anche dai dati OCSE che confrontano il 3° trimestre 2024 col 1° trimestre 2021: per Italia e Spagna c’è un calo reale del -7,4% e -4,5%; per Polonia e Ungheria un aumento reale di +7,4% e +12,2%. Maggiori dettagli si trovano anche sull’ultimo Rapporto INPS di settembre 2024 (https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali/xxiii-rapporto-annuale.html).

Bisogna però fare alcune precisazioni per l’Italia. I dati ILO considerano la retribuzione oraria contrattuale che in Italia è crollata a partire dal 2020 per la mancanza di rinnovo di moltissimi contratti. C’è anche una buona parte di lavoratori (le nostre 4mila mini-multinazionali a forte export e molte imprese di Lombardia ed Emilia-R., che da sole depositano più della metà dei brevetti in Italia) che hanno salari reali molto sopra il 2008. Qui si parla infatti di media, il che significa che altrove e nelle imprese deboli i salari sono davvero miseri. Una tendenza negativa dell’Italia (con Francia, Regno Unito e Usa) è che i salari dei più pagati (1% e 5% sul totale) sono cresciuti sopra la media, al contrario di quanto avvenuto nel resto d’Europa (dove sono cresciuti meno).

La media salariale non dice inoltre molte cose, tra cui quanti sono quelli pagati pochissimo. Nei 27 paesi europei i “super sottopagati” sono pochi sul totale di chi lavora (Italia 0,9%, max Danimarca con 4,5%, a parte l’Estonia con 10,2%.). Mentre UK con 5,5% e USA con 9,3% mostrano la tendenza anglosassone ad una forte disuguaglianza salariale (a carico di immigrati). Ancora di più sono i sottopagati in Cina (14%). In Brasile sono 6,5% e in Africa 20-30% (fonte ILO, mentre la tabella è fonte Eurostat). Dati utili per capire come sta l’Italia rispetto ad altri, ma va precisato che per Istat a rischio di lavoro a basso reddito sono il 20% (1 su 5).

Tra il gruppo dei 30 paesi ad alto reddito, 19 sono membri dell’UE con un salario minimo legale (Italia esclusa), paesi in cui si applica l’articolo 5 della direttiva UE sui salari minimi (2022/2041) che richiede che gli Stati membri stabiliscano le procedure affinchè raggiungano il 50% del salario medio lordo o il 60% del salario mediano. Questa è l’Europa che ci piace: ancor di più se facesse una analoga direttiva per far pagare le tasse a tutti (anziché riarmarsi).

I paesi a redditi elevati hanno salari molto maggiori di quelli dei paesi poveri. Per poterli raffrontare ILO li trasforma in termini di potere d’acquisto nazionale (ppp). Nel 2021 in un ipotetico mondo senza nazioni, il 10% dei lavoratori coi salari più bassi guadagnava meno di 250 $ USA ppp al mese per un lavoro a tempo pieno, mentre il 10% dei lavoratori coi salari più alti guadagnava più di 4.200 $ USA ppp. I lavoratori mediani guadagnavano 846 $ USA ppp. I lavoratori dei paesi poveri che guadagnano molto sono paragonabili ai salariati dei paesi ad alto reddito che guadagnano meno. Ciò spiega la forte spinta all’emigrazione per es. di un ingegnere indiano o pakistano che pure guadagna molto nel suo paese.

La retribuzione mediana – la cifra sotto la quale sta la metà dei salariati – per i paesi a basso reddito è 201 dollari, quella nei paesi a medio e alto reddito è rispettivamente 630 e 3.333 dollari USA, tutti in termini di ppp. Ciò significa che il potere d’acquisto del lavoratore salariato mediano nei paesi a basso reddito è circa il 6% del potere d’acquisto del lavoratore salariato mediano nei paesi ad alto reddito.

Ma anche nei paesi a medio reddito, il potere d’acquisto del lavoratore salariato mediano è pari al 20% del potere d’acquisto del lavoratore salariato mediano nei paesi ad alto reddito. Le notevoli disparità di reddito tra paesi spiegano l’elevata diseguaglianza salariale nel mondo, la spinta all’emigrazione e le tensioni geopolitiche oggi di Russia e Cina che vogliono “vincere”, sfruttando gli errori degli Stati Uniti pre Trump (e degli Europei) nell’essersi spinti ad “abbaiare” in un modo che oggi appare un grave errore. L’ allargamento ad Est (fino all’Ucraina) ha spinto la Russia a invadere, rompendo (d’accordo con la Cina) l’equilibrio formatosi a Yalta nel 1945. (In attesa che la Russia sia formata da tanti piccoli Stati retti da filosofi e poeti, è opportuno convivere coi desideri di Putin di ampliare la sfera di influenza della Russia  – oltre che all’attuale Bielorussia – anche a parte dell’Ucraina. Questa “spinta” nasce dal fatto che sono storicamente tre le popolazioni slave della Russia: i “Grandi Russi, più numerosi che si insediarono nelle regioni attorno a Mosca; i “Piccoli Russi” o Ucraini, della regione di Kiev; i “Russi Bianchi” o Bielorussi della regione di Minsk).

Con la globalizzazione dal 2006 al 2021 son cresciuti sia il libero scambio che i salari reali nel mondo (ma non in Italia) e la disuguaglianza salariale è diminuita. Il salario reale mediano è aumentato da 525 $ ppp al mese per un lavoro a tempo pieno nel 2006 a 825 $ nel 2021, mentre il livello di disuguaglianza salariale (misurato dal rapporto D9/D1), è diminuito del 28%. Esaminando l’evoluzione della disuguaglianza salariale nella metà superiore e inferiore della distribuzione salariale globale, si scopre che la riduzione complessiva della disuguaglianza salariale è frutto della diminuzione della disuguaglianza nella parte superiore (misurata dal rapporto D9/D5) del 35%. Poiché nei paesi poveri ma anche in quelli a medio-alto reddito la disoccupazione è alta quando si passa dai salariati a tutti i cittadini la quota di persone povere aumenta diventando metà della popolazione. 

E’ tuttavia incoraggiante vedere che la disuguaglianza dei salari (reddito da lavoro) va diminuendo nei primi 24 anni del XXI secolo quasi ovunque. Nei paesi a reddito medio-basso il calo della quota di lavoratori a basso reddito è sceso tra il 4 e l’11%. Nei paesi a reddito medio-alto è sceso tra lo 0,1 e l’11%.

Ovviamente i livelli esistenti di disuguaglianza del reddito da lavoro rimangono inaccettabilmente elevati, così come sono inaccettabili i redditi dei ricchissimi al mondo e il fatto che non siano tassati almeno i grandi patrimoni.

In un mondo futuro, che speriamo sia multilaterale e in pace, i salari più bassi nei paesi poveri dovrebbero aumentare e ancor più se ci fosse un impegno, più che a farsi la guerra, a ridurre ovunque le disuguaglianze. I singoli Stati per aumentare i bassi stipendi, dovrebbero (secondo ILO) favorire la contrattazione collettiva e/o la fissazione di un salario minimo legale, oppure favorire un dialogo sociale tra Stati, sindacati e imprese, per favorire l’eguaglianza, l’equità e la non discriminazione. Di positivo c’è anche che si vanno riducendo le differenze salariali tra maschi e femmine. ILO propone di creare un ambiente favorevole per l’imprenditorialità e le imprese sostenibili, un migliore accesso al credito, un forte sostegno pubblico all’innovazione tecnologica e allo sviluppo delle competenze, istituzioni del mercato del lavoro forti ed efficaci e un dialogo sociale, una tassazione progressiva con sussidi ai poveri. Concetti che sono universalmente accettati da tutte le culture e che l’Europa potrebbe assumere come guida mondiale.

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Autoritarismo: un osservatorio sull’erosione della democrazia in Italia

Autoritarismo: un osservatorio sull’erosione della democrazia in Italia.

Libertà e Giustizia, 27 Marzo 2025

Nasce l’Osservatorio Autoritarismo per iniziativa dell’associazione di cultura politica Libertà e Giustizia e della casa editrice Castelvecchi in collaborazione con docenti e studenti di numerose università italiane, concordi sulla necessità di costituire spazi di analisi, dialogo e confronto sulla trasformazione in senso autoritario della democrazia nel nostro Paese, vista nel contesto europeo e globale.

Di seguito il manifesto costitutivo dell’Osservatorio che lancia tre giornate di studio all’Università La Sapienza di Roma, all’Università Statale di Milano e all’Istituto Universitario Europeo di Firenze.


Per la costituzione di un Osservatorio sull’autoritarismo aperto e permanente

Fino al 1924, scriveva Piero Calamandrei, resse «la generosa illusione della libertà che si difende da sé, come una forza di natura. Non fu «viltà o debolezza, fu disorientamento ed errore di gente onesta e civile» davanti all’insediarsi di «un’anemia critica», di una «stomachevole uniformità di tutti i giornali», di una «ributtante retorica, tracotante e menzognera, penetrata come un contagio», che aveva «reso insopportabile alle persone di buon gusto perfino il titolo di certi giornali».

Nello stesso disorientamento ed errore rischiamo di cadere oggi davanti ai continui spostamenti di soglia che erodono in molti modi lo spazio democratico: con la criminalizzazione del conflitto, l’incattivimento dei linguaggi, la compressione della libertà di espressione e manifestazione; con un’ideologia della sorveglianza che si vorrebbe pervasiva in scuole, università, esercizi pubblici e luoghi di lavoro; con un’ipertrofia punitiva che introduce ogni giorno nuovi reati e fattispecie di reato, per un totale di 417 anni di carcere aggiunti nell’ordinamento giuridico penale nei soli primi due anni di governo dell’attuale maggioranza. Misure che – dal decreto “Rave” al ddl “Ecovandali”, dal ricorso al “reato universale” alla disseminazione di “Daspo urbani” e “zone rosse” – conducono al coacervo di norme passibili di incostituzionalità raccolte nel ddl detto “Sicurezza”.

Ci preoccupano la palese insofferenza dell’esecutivo nei confronti dei limiti che la Costituzione pone all’esercizio del potere; la costruzione di riforme lesive della democrazia parlamentare, della Presidenza della Repubblica, del bilanciamento e della separazione dei poteri, dell’autonomia della Magistratura; l’uso reiterato della decretazione d’urgenza e di norme eccezionali come pratica di governo, fino a superare, con l’introduzione di 84 decreti legge, la precedente legislatura, dove tuttavia due governi (Conte-II e Draghi) si sono trovati ad affrontare la crisi pandemica.

Lo scivolamento da uno stato di emergenza temporaneo a uno stato di eccezione strutturale avviene sulla scorta di una raffigurazione mediatica che crea nemici e capri espiatori tra le persone meno tutelate ed enfatizza la percezione del rischio, giustificando e rendendo senso comune una politica di riduzione dei diritti e degli spazi di agibilità.

Per questo abbiamo deciso, in quanto cittadini, docenti, giuristi, intellettuali, operatori dell’informazione, di dar vita a uno spazio aperto e permanente di riflessione, analisi e testimonianza sulla progressione verso forme autoritarie in Italia, viste nel contesto europeo e internazionale.

Pensiamo a una costellazione di luoghi fisici e virtuali di presa di parola, raccolta documentale, messa agli atti storiografica del tempo che stiamo vivendo, che ci interpella e che ci affida una responsabilità davanti alle manifestazioni degenerative dell’autorità legittima.

Il primo passo saranno tre giornate di studio organizzate da Libertà e Giustizia e Castelvecchi Editore in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, l’Università Statale di Milano e l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, che vedranno come relatori studiosi ed esperti italiani e internazionali, per delineare letture capaci di connettere vari ambiti – storico, sociale, giuridico, costituzionale, culturale, mediatico – e individuare forme di resistenza culturale davanti alla crisi dello Stato di diritto.

In particolare, la giornata di Roma sarà articolata sulla crisi della democrazia rappresentativa, i fondamenti normativi della post-democrazia e la manipolazione della memoria storica nelle forme di populismo autoritario; la giornata di Milano sul rapporto tra sovranità e diritti umani, crisi dello stato di diritto, a-fascismo come progetto di svuotamento della democrazia costituzionale; la giornata di Firenze sulla democrazia al tempo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi.

L’obiettivo è gettare le basi per la creazione di un archivio che raccolga documenti, materiali, analisi e proposte sulle tendenze autoritarie in atto: dai nuovi scenari posti dall’erosione dei principi costituzionali di eguaglianza e solidarietà alle espressioni di una società della sorveglianza; dalla distruzione del welfare e delle garanzie del lavoro alla marginalizzazione dei poveri e all’incrudelimento delle politiche migratorie e di accoglienza; dall’avvento in Europa e nel mondo di regimi postdemocratici al progressivo restringimento degli spazi di libertà e partecipazione attiva.

Non pensiamo a un’iniziativa accademica, e nemmeno militante. Pensiamo l’archivio come strumento conoscitivo, apertura di spazi di analisi, formazione e informazione, capace di attivare e rendere accessibile a un pubblico più vasto il dialogo tra specialisti, intellettuali e società civile, con particolare attenzione alle nuove generazioni. L’obiettivo è giungere a sintesi condivise, progettualità, denuncia politica e, quando necessario, giudiziale, nel dialogo con le istituzioni democratiche europee e internazionali che vigilano sullo Stato di diritto.

La democrazia costituzionale, per riprendere Calamandrei, non si difende da sé, ma ci offre gli strumenti normativi per difenderla.

Per adesioni: osservatorioautoritarismo@gmail.com

Osservatorio
 Autoritarismo
Il luogo dove agire insieme per comprendere e fermare il processo di svuotamento della democrazia costituzionale e il progressivo attacco alla libertà di espressione e manifestazione. Sostieni il progetto

È ora di sbellicarsi.
Il nuovo spettacolo di Alessandro Bergonzoni

È ora di sbellicarsi.
Il nuovo spettacolo di Alessandro Bergonzoni

Assistere ad uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni vuol dire ricevere in dono una quantità sorprendente di nuove parole, di immagini utopiche, di visioni alternative e di stimolazioni intellettuali che predispongono ad un profondo viaggio creativo.

È sempre un’esperienza unica che vorresti ripetere subito dopo essere uscito dal teatro per cercare di recuperare tutto ciò che hai perso per l’enorme quantità di sollecitazioni ricevute.

Il suo giocare con le parole crea situazioni surreali che aprono la mente; il suo continuo inventare e reinventare allarga gli orizzonti; il suo stare in equilibrio tra la realtà e nuovi significati è una scossa per il risveglio della coscienza collettiva.

Oltre ad essere un incredibile giocoliere sintattico, l’attore bolognese è un esploratore di mondi possibili, una guida fantastica verso un futuro più umano.

A proposito del suo ultimo spettacolo “Arrivano i Dunque”, Alessandro Bergonzoni ha detto in conferenza stampa:
I dunque sono quelli che si pone un altrista cioè chi fa teAltro. Questa è un’epoca nuova in cui non c’è più il teatro ma il teAltro: te e l’altro. Infatti non capisco come si riesca a lavorare nell’arte, in tutte le arti, senza l’altro. L’altrista attraverso il tealtro vuole contribuire alla c’realtà, il cui strumento fondamentale è la congiungivite; infatti mentre la congiuntivite fa offuscare l’occhio e non vedere bene, la congiungivite ha invece la visione e ti fa vedere gli offuscati.”.

“Per questo spero proprio che il pubblico smetta di applaudire con le proprie mani e cominci ad applaudire con la mano di quello di fianco per arrivare a quello che io chiamo l’unisono.”.

In “Arrivano i dunque (avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca), Alessandro Bergonzoni parla di accoglienza, di non violenza, di pace e di carcere, accompagnando lo spettatore verso un importante cambio di prospettiva.

Anticipa che il suo è uno spettacolo escatologico, che parla anche del destino dell’uomo e, non sarà un caso, se lo comincia uscendo da una scatola enorme per poi terminare con lui che ci rientra.

La sua chioma vistosa ed un lungo camicie bianco che indossa per quasi tutto l’atto unico mi ha ricordato il dottor Emmett Brown, lo scienziato pazzo del film “Ritorno al futuro”, interpretato splendidamente da Christopher Lloyd.

Alessandro Bergonzoni si autodefinisce un “pazzo carrabile”, invita a non fare come “le mucche che pensano sempre alpeggio”, osserva che “l’Occidente sta diventando Uccidente”, ricorda che “se si cosparge il capo di cenere, il capo poi ti licenzia”, sottolinea che siamo noi che scegliamo “se decidere o decedere” e suggerisce di iniziare a praticare una nuova disciplina sportiva: “il salto con l’altro”.

Fa riflettere quando, parlando di umanità, dice che è fondamentale non accettare più soltanto la dimensione empatica e la dimensione solidale perché abbiamo bisogno anche e soprattutto della dimensione dell’immedesimazione.

Provoca quando grida: “Tutti dicono: torniamo umani, ma per tornare bisogna prima esserci stati”.

Ricorda Giovannino Perdigiorno di Gianni Rodari ne “Il paese con la esse davanti” quando, tornando dentro il suo “sepolcro” di cartone, conclude il suo spettacolo con una preghiera che contiene l’invocazione inequivocabile a “sbellicarsi” cioè a ridere a crepapelle, smettendo di fare la guerra”.

La comicità unica di Alessandro Bergonzoni, preziosa e terapeutica, riesce sempre a divertire, alimentando la speranza che un futuro semplice possa migliorare questo presente imperfetto.  Questa fiducia in un domani migliore può avvenire soltanto se si crede nella stupenda metamorfosi che può trasformare l’a/spettatore in spettatore e, quest’ultimo, in spett/attore.

Lo spettacolo “Arrivano i dunque”, con la regia di Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi, sarà dal 4 al 5 aprile al Teatro Toniolo di Mestre (VE), il 9 aprile al Teatro Santa Giulia di Brescia, l’11 aprile Teatro Chiabrera di Savona, il 15 aprile Teatro Politeama di Genova e il 17 a Medicina (BO).

Si ringrazia il Teatro Duse di Bologna per la cortese ospitalità.

In copertina: Alessandro Bergonzoni nel nuovo spettacolo “Arrivano i dunque”. Tutte fotografie sono state scattate da Mauro Presini.

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le filastrocche di Mauro Presini clicca sul nome dell’autore.

TABUCCHIANA 4. /
TABUCCHI, UNA POETICA COME AUTORITRATTO

TABUCCHIANA 4.  TABUCCHI, UNA POETICA COME AUTORITRATTO

Gérard Genette apre il suo libro, Seuils, dedicato a tutto ciò che dai margini affianca un testo senza farne direttamente parte, con la riflessione e la casistica che accompagna la ‘scienza dei titoli’, la titrologia. A contare, ci dice, sono la lunghezza, la presenza o meno di una doppia titolazione o di un sotto-titolo, ma anche il momento in cui il titolo appare, la sua funzione, il destinatario…

A dire il vero prosegue con esemplificazioni e distinzioni, ma qui (una volta detto che Tabucchi sarebbe stato per lui un caso più che esemplare per lo studio e classificazione di ogni tipo di paratesto) non mi interessa applicare la logica e i suggerimenti della sua intelligente e produttiva narratologia, ma soltanto riflettere, a partire dai titoli e non solo, su cosa abbia mosso uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento europeo a servirsi continuamente di ‘soglie’.

Per altro personalmente sono convinta che si trattasse di un gioco (ammesso che sia consentito chiamarlo così) non necessariamente ludico (Tabucchi ha insistito più volte nei suoi racconti sulla serietà e il significato esistenziale e formativo del ludus infantile), ma che rispondeva piuttosto alla necessità di non chiudere i sui testi permettendo, a partire dagli incipit, di lasciarli in qualche modo aperti, affidati a segnali, suggerimenti, ipotesi, insomma a un margine di permeabilità che induce il lettore a un  percorso più che a una presa d’atto, mettendolo nella condizione (lui sì, davvero!) di mettersi in gioco.

Chissà che non nasca anche da qui, a parte la suggestione e l’originalità delle storie, l’affezione del tutto particolare che circonda l’opera tabucchiana e il suo autore, e il piacere e le scoperte che ogni rilettura ci offre.

È nota l’attenzione che Tabucchi riservava ai titoli e alle immagini di copertina nella ricerca di una comunicazione che fosse insieme diretta e accessibile, criptica ed evocativa.

Si pensi a sintagmi-titolo che sembrano strappati dalle conversazioni casuali proposte dal racconto proemiale dell’Angelo nero quali si sta facendo sempre più tardi o il tempo invecchia in fretta, accompagnate per giunta, sulle cover, in un caso da un misterioso abbraccio produttivo altrove di congetture e depistaggi, nell’altro da un giovane issato su pericolosi socles à réflexion che di fatto appaiono antifrastici (a meno che non si voglia legarli a una dubbia serenità autoriale) con il titolo che sostituiva un originario e più difficile Controtempo.

Il caso più perturbante e clamoroso, ma forse più significativo per quello che sto tentando di dire è legato all’ultimo, postumo libro di saggi. Per mesi avevo lavorato con Antonio alla scelta dei pezzi e alla costruzione dell’indice con montaggi, smontaggi, spostamenti fino a giungere alla limpida partizione finale che suddivideva i materiali tra Orizzonti, Scrittori, Amici, Cinema, Scrittori di oggi, Commiati, prima di una Conclusione costituita da una lettera auto-indirizzata. A mancare non era che il titolo.

Quando provavo a introdurre il discorso Tabucchi si scherniva rinviando ogni decisione alla fine; per altro da parte mia non era facile insistere, giacché era come dichiarare che ben presto avrebbe potuto non esserci tempo. Mi sono trovata così, poco dopo il 25 marzo del 2012, a consegnare al direttore editoriale della Feltrinelli il libro concluso e approvato dall’autore nel quale spiccava, come clamorosa béance, la mancanza di un titolo.

A guidarci alla sua ricerca (giacché era a noi che spettava ormai intervenire) una frase detta nell’ultima telefonata dello scrittore ad Alberto Rollo nell’annunciare la fine del lavoro. Tabucchi ci invitava a cercare il titolo nel pezzo che in quella raccolta era dedicato a Carlos Drummond de Andrade. Inutile accennare al turbamento e al tremore nello sfogliare quelle poche pagine (che sarebbero diventate poco più di due cartelle a stampa) e all’emozione che ci fece soffermare su un sintagma di Residui: “di tutto resta un poco”.

In un momento clamorosamente segnato dall’assenza emergeva un frammento situato in un luogo dislocato (per giunta quasi alla fine di quel testo), di cui solo due persone erano in prima battuta destinatarie, la cui funzione, travalicando probabilmente necessità e uso, adombrava una sorta di augurio e speranza.

Quelli che affidano alle parole tracciate su carta che trasmettono il risultato di letture e ricerche o che nascono dall’invenzione e dall’insonnia, dalle nevrosi e da sogni ad occhi aperti la possibilità di sopravvivere alla dimenticanza e di lasciare nonostante tutto segni di una durata, tracce di un’esistenza.

Il sottotitolo (Letteratura e cinema), parimenti importante per uno scrittore che di sous-titres faceva ampio uso, deciso, dopo una serie di tentativi, assieme a Maria José de Lancastre, era invece tematico, giacché per un libro di saggi non c’era bisogno di riferimenti al genere o di declinazioni di tipologia.

Perché poi fosse esplicita fino in fondo la convinzione con la quale avevamo accolto il suggerimento dell’autore – un autore che ha disseminato i suoi libri di esergo – assieme a Zè decidemmo di evocarne noi uno, che riportava, nella traduzione di Tabucchi, un ampio stralcio della lirica di Carlos Drummond de Andrade a cui eravamo stati, nonostante la distanza spazio-temporale, condotti.

Come definire allora il paratesto di quel libro? quale peso dare al titolo dell’ultima sezione, quello sì autoriale, che esplicitava dall’interno, rivolgendosi e ricordando amici scomparsi, lo status anche biografico del congedo? A chi attribuire in ultima istanza il titolo del libro e l’esergo, certo non esplicitati direttamente dall’autore ma indicati ai primi destinatari e lanciati loro come un dono di coinvolgimento? Titolazione di terzi: direi di no; piuttosto titolazione per procura, giacché a volte il pudore, la difficoltà, può impedire di parlare direttamente.

Se rileggo ora a distanza di anni le righe su Drummond de Andrade a colpirmi è la concentrazione dei suggerimenti che quel testo nel suo complesso ci invia, quasi si trattasse di una mise en abyme destinata da quel punto a riverberarsi su tutto.

Tabucchi vi parlava della raccolta poetica che aveva tradotto, esigua e minuscola in confronto con la vastità dell’opera di Drummond, ma la considerava (a dispetto delle ridotte dimensioni) sufficiente per costituire una dichiarazione di poetica e un autoritratto. Anzi per la precisione parlava di “un autoritratto che a suo modo è anche una dichiarazione di poetica” e di “una dichiarazione di poetica che a suo modo è anche un autoritratto”.

Era una provocazione quel gioco di differenza e ripetizione operato dallo spostamento del soggetto (o della funzione soggettiva) e del suo complemento predicativo (che oltre tutto, nelle due direzioni, rafforzava il valore testamentario del prelievo, “di tutto resta un poco”, legandolo indissolubilmente all’immagine autoriale), o era fin dall’inizio un invito indirizzato ai lettori a riflettere sul rapporto tra poetica (e suoi segnali) e auto-rappresentazione dell’io?

Non era forse un modo per sottolineare, perfino in un ridottissimo specimen, il gusto tipicamente tabucchiano per lo sfumato, per l’attenuazione delle asserzioni, per la possibile postulazione del dubbio suggerita dal limite intrinseco di un’affermazione ridimensionata dall’anche e dall’a suo modo?

Insomma già in quell’avvio Tabucchi lanciava un segnale lasciandoci liberi di coglierlo o meno, di credervi oppure no, visto che “in una certa misura” (la locuzione con la quale potremmo sostituire gli “a suo modo”) prevedeva e riduceva lo spazio iniziale di movimento. Incorniciare quel suo libro fra i testi di Drummond de Andrade non ci aiuta forse “a mettere meglio a fuoco l’obiettivo, a ritenere un’immagine leggibile, o più ‘riconoscibile’” (sono parole sue) di chi aveva vergato quelle pagine?

Non ci aiuta forse a fare, partendo dalla poetica, l’autoritratto di un intellettuale capace di riconoscere le affinità, di non avere “paura della paura” mentre osservava “ciò che viene dalla vita quotidiana, da questo nostro dover essere, dal piccolo, dall’insignificante, dal niente […]. Un niente testardo […] che non muore, che resiste, che circola nei canali più ingrati della vita […]. Perché ‘di tutto resta un poco’ (Resíduo), ed è con questo poco, che poi è il nostro tutto, che dobbiamo fare i conti”.

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L’ultima guerra.
(un racconto quasi vero)

L’ultima guerra.
(un racconto quasi vero)

“In conclusione (pausa) signori delegati (pausa prolungata) e amici carissimi (pausa infinita) devo confessarvi che abbiamo finito tutte le nostre cartucce”. Il rappresentante USA nonché Presidente del Super Consiglio di Sicurezza si lasciò sprofondare (non senza enfasi) nella sua ampia poltrona di finta pelle. Ci pensasse la Cina, con tutta la vomitosa retorica del suo fottuto Impero della Terra di Mezzo e i suoi due miliardi di musi gialli a trovare una soluzione. Ma Il delegato del Partito Paleocomunista Cinese, per la prima volta nella storia, non trovò di meglio che accodarsi allo scoramento statunitense. “Sarebbe a dire?” – ruggì il presidente onorario Peter MacNamara, spalancando le sue orbite color ghiaccio secco. “Sarebbe a dire – rispose il cinese con un placido sorriso confuciano – che anche noi abbiamo finito le cartucce.”. Nel linguaggio figurato del Super Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la gloriosa quanto fallimentare organizzazione che aveva appena celebrato in pompa magna i suoi primi centocinquant’anni di vita, le cartucce alludevano alle sterminate risorse militari a disposizione dell’Alleanza Planetaria e alle geniali trovate diplomatiche dei suoi strateghi.  Le ormai obsolete armi convenzionali, come  i nuovissimi droni micronucleari, stavano infatti dimostrando la loro totale inefficacia a fronteggiare l’emergenza.

A turno, davanti a un’assemblea ammutolita, presero la parola gli altri membri del Consiglio, ma solo per un dovere di rito, perché né la Grande Santissima Russia, né l’Unione Sudamericana, né l’Impero delle Indie, né il Santo Califfato Riunito avevano uno straccio di soluzione da proporre. Mancava all’appello solo la Federazione Europea degli Stati Disuniti, la vecchia e saggia Europa. Erano però più di vent’anni che gli Stati Federati d’Europa non riuscivano a mettersi d’accordo su un nome condiviso per rappresentarli nel Consiglio di Sicurezza.

Fu ancora il vecchio Peter Donald Benjamin W. McNamara a reagire. Aveva fatto il generale per tutta la vita ed era in pensione da tre lustri, ma vivaddio, da generale non ci si dimette mai. “Facciamo entrare gli esperti”, ordinò McNamara, ed esibendo uno dei suoi celebri sorrisi rassicuranti, continuò: “vorrei ricordare a tutti i colleghi delegati due fatti incontrovertibili. Prima di tutto, non dobbiamo mai dimenticare che noi siamo i Buoni e loro i Cattivi, in più abbiamo un grande vantaggio dalla nostra parte, perché noi…” – e qui la voce del vecchio generale infranse la barriera del suono minacciando l’integrità della grande vetrata della Sala Ovale – “noi, carissimi amici… NOI SIAMO VIVI! “.

Intanto nel campo avverso fervevano i preparativi per la battaglia. A dire il vero, fervevano anche troppo. Nello sconfinato salone del quartier generale regnava una sovrana baraonda. In piedi, o appoggiati con le mani o con i gomiti a un lungo tavolo malfermo, a voce altissima e difficilmente intellegibile, si confrontavano una trentina di uomini e una cinquina di donne. Erano gli alti ufficiali dell’Esercito di Liberazione Transumana, regolarmente eletti con l’antico e resuscitato metodo dei soviet.

Nel punto mediano della lunga frattina di noce – per intenderci, nella classica posizione del Nazareno nel Cenacolo di Leonardo – si scorgeva un po’ a fatica il comandante in capo. Vista la bassa statura, la trasandatezza dell’abito, la barba di una settimana e il viso a chiazze tipico dell’epatico, non si può dire che la sua figura dominasse la scena. Il generale di tutti i generali – riconoscibile solo per una benda rossa al braccio destro – non sembrava né Spartaco né un suo lontano parente, ma come non riconoscere al Piccolo Corso le qualità del grande stratega. Napoleone aveva già parlato, brevemente – ché lui era uomo del fare, non delle chiacchiere – e ora continuava a guardarsi intorno, unico a bocca serrata in quel tripudio inestricabile di voci. Sorrideva, forse sogghignava, sicuro di potersi finalmente prendere una definitiva rivincita sulla battaglia più nota dei libri di storia. Si scosse infine dal suo allucinato mutismo e prese a confabulare con chi gli stava più vicino, il secondo e il terzo ufficiale, gli unici a cui concedeva una qualche stima, il giovane Alessandro di Macedonia che lo affiancava a sinistra e uno spelacchiato Caio Giulio alla sua destra.

Era un problema di alta strategia? Bisognava indovinare la tattica vincente? O si trattava solo di azzeccare al minuto secondo l’ora X?
Per qualsiasi commentatore esterno alla congrega, anche se ferrato in storia militare, sarebbe stato difficile esprimere un giudizio.  L’unico dato evidente era che il Comitato Trapassati Riuniti sembrava lontanissimo dal trovare un accordo. In compenso, la sala traboccava ottimismo. Le parole con cui il Generale Giap aveva concluso il suo intervento, “Abbiamo dalla nostra un vantaggio incolmabile: NOI SIAMO MORTI!”, erano state salutate dal defunti delegati con una ola da stadio.

I morti, com’è noto, anche se presi a cannonate, non possono morire due volte. E c’era un ulteriore vantaggio, lo aveva ricordato il delegato Pitagora di Samo, sventolando un papiro zeppo di cifre davanti all’uditorio: “Non solo siamo morti, e tutti in buona salute, ma siamo anche molti di più di loro”. “E quanti siamo?”, aveva gridato uno sfacciato dal fondo della sala. E  Pitagora: “Ho fatto e rifatto i conti; abbiamo superato quattro volte il numero dei nemici viventi. Volete sapere il numero preciso?”. Sicuro che lo volevano sapere. Gli ottomila delegati presenti (tutti regolarmente eletti e tutti regolarmente morti) aspettavano da anni, da secoli o qualcosa in più, quel numero liberatorio, che Pitagora scandì sillaba per sillaba, numero per numero: 99miliardi730milioni322milanovecentotrantatrèUn bel numerone, non c’è che dire. Un numero che cresceva inesorabilmente di minuto in minuto. E i nemici, voglio dire, i vivi? Quelli avevano smesso di crescere da almeno vent’anni, e da veri imbecilli, continuavano ad ammazzarsi anche tra di loro.

Queste le forze in campo così come si presentavano alla vigilia della Grande Battaglia. Come andò a finire è scritto su tutti i libri, tanto da rendere superflua una cronaca dettagliata degli eventi. Basterà riportare qualche scarna notizia e qualche cifra. Fu una guerra lampo, durò una sola notte. I vivi morirono tutti, compreso il valoroso MacNamara, decisissimo a vendere cara la pelle. Ma la pelle gliela fecero eccome, a lui e a tutti gli altri. Nessun caduto invece tra le file dei morti.

L’arma letale? La escogitò il solito Odisseo: non c’era bisogno di incrociare le spade, sarebbe bastata un po’ di messa in scena. E far leva sulla paura. Paura dei fantasmi, paura del buio, paura dei morti e della morte. Fu la paura il Cavallo di Troia, il Tallone di Achille, l’Uovo di Colombo. Alla paura non scampò nessuno, neppure gli atei militanti, gli agnostici, gli ufficiali di carriera, i marines e le teste di cuoio.

Alla fine  la scena fu piuttosto  commovente, i morti vincitori e i vivi sconfitti – diventati all’istante ex vivi e morti novelli – si abbracciarono riconoscendosi fratelli. Il pianeta Terra trovava finalmente un po’ di pace. Eterna.

In copertina: Frame da “La notte dei morti viventi” (1990)  – Cineteca di Bologna.

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L’avere ha il volto pulito

Per certi Versi /
L’avere ha il volto pulito

L’avere ha il volto pulito

Serve diventare involucri di bene
per vivere di un possesso
che non dà piacere

Anche l’avere ha il volto pulito
per chi lo ama

Ma chi non sente lacci legati
a ciò che tocca
si salverà con cosa

Varrà cercare in questo tempo
il deserto che arde dentro

Sarà un luogo di giacenza
il mio tormento
oppure sarà il niente

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie) 

STOP THE WAR: a Gaza e in Cisgiordania muore l’umanità

STOP THE WAR: a Gaza e in Cisgiordania muore l’umanità

Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU insieme ai Governi del mondo non fermeranno il governo israeliano, Netanyahu ed i suoi ministri non si fermeranno. Ormai è chiaro agli occhi di tutti: l’inazione o peggio ancora la complicità della comunità internazionale rappresentano un vero e proprio semaforo verde agli eccidi contro la popolazione palestinese e alla sottrazione della loro terra.

I nostri Governi non possono continuare a voltarsi dall’altra parte. Il progetto di deportazione dei palestinesi dalla striscia di Gaza si avvicina di più ogni giorno che la guerra miete vittime innocenti, che gli ospedali vengono distrutti, che gli aiuti umanitari sono tenuti fuori da una cintura ermetica nel tentativo di colpire con la sete, la fame e per assenza di medicinali la popolazione civile. La rottura della tregua, la ripresa delle ostilità pregiudica inoltre anche la vita stessa degli ostaggi, dei quali continuiamo a chiederne la liberazione così come chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi illegalmente detenuti.

D’altronde la repressione delle manifestazioni dei familiari degli ostaggi da un lato e dall’altro la violenza e gli arresti indiscriminati in Cisgiordania – come nel caso del Premio Oscar 2025 Hamdan Ballal – evidenziano la volontà di affrontare con la violenza e il sopruso ogni dissenso: l’esatto contrario di ciò che ci si aspetterebbe da una democrazia.

Facciamo appello alla società civile italiana ed europea, ai Sindaci, alle forze democratiche ed associative, alle organizzazioni sindacali, agli intellettuali, artisti, uomini e donne di tutte le fedi, affinché levino forte la propria voce e si mobilitino in ogni città per costringere governi, Unione Europea e Onu ad assumere una immediata iniziativa politico-diplomatica per fermare il massacro.
Mobilitiamoci in ogni città per:

  • un cessate il fuoco immediato e duraturo
  • la fine del blocco degli aiuti e l’assedio alla popolazione da parte israeliana
  • il varo di sanzioni economiche nei confronti d’Israele e la sospensione dell’accordo di partenariato Ue/Israele
  • il blocco reale di tutte le commesse di armamenti
  • il riconoscimento da parte dell’Italia e della Ue dello Stato di Palestina
  • l’adozione di “provvedimenti ombrello da parte della Ue” a protezione dei giudici internazionali della Corte e del tribunale dell’Aja dalla sanzioni e dalle ritorsioni decise dall’amministrazione US

Rete Italiana Pace e Disarmo

In copertina: Fermate la guerra, fermate Israele (Foto di Rete Pace Disarmo)

Il genocidio dove è nato il Salvatore

Il genocidio dove è nato il Salvatore

Genocidio, perché avete più paura delle parole che del loro significato?

Pensate sia solo un problema di numeri, diecimila in più, diecimila in meno, le fonti, sì le fonti. Vi fa comodo rinchiudere i macellai nello scontro di civiltà, dove esiste un noi e un loro. Ma noi chi siamo? Non parlate in nome mio, l’umanità è già morta e sepolta da decenni in quelle terre, dove voi buoni credenti ritenete sia nato il Salvatore. Genocidio, deportazione, pulizia etnica, vite indegne di essere vissute, i capi del mondo vi spiegano che cosa sta succedendo. Uno sterminio scientifico, legalizzato, dove si fa strame della vita umana. Primi ministri, presidenti, entrano nel dettaglio, vivisezionano il concetto di genocidio, il popolo di Dio, che mette in atto i precetti della bibbia, sterminare, perché occorre fare posto agli eletti. Le imbelli democrazie occidentali che stampano a fuoco sull’Europa il concetto di “aggredito e aggressore”, mentre lì in quella striscia le parole non hanno più lo stesso significato. Le vostre mani grondano sangue, i vostri dibattiti percolano odio, laggiù non ci sono terre rare, laggiù ci sono solo anime erranti come zombie in una terra non più vivibile. Dove i morti, forse, sono immensamente di più di quanto dicono le fonti ufficiali, non di meno come dicono i moderati che aggiungono i puntini sulle i di una carneficina, da quinto titolo sui telegiornali.

Parlate della sicurezza vostra? Qua vi do ragione, chi vi sterminò aveva in mente la soluzione finale adottata dal governo degli Stati Uniti nei confronti delle popolazioni native. Ed ora voi fate la stessa identica cosa, non utilizzate i forni, ma le bombe, rendete invivibile una terra che mille risoluzioni della defunta ONU aveva sancito essere per due popoli. Che poi neanche ve lo ricordate più, ma il Nazareno, quello a cui voi non credete, il figlio di Dio per i Cristiani e un profeta per i Mussulmani, non era biondo, non aveva gli occhi azzurri, la sua pelle non era candida come gli slavati del nord. Viviamo in un turbinio di controsensi, dove sotto le macerie povere anime gridano aiuto, ma nessuno li ascolta. Una terra dove non esistono più gli ospedali, rasi al suolo perché rifugio di terroristi, mentre erano rifugio per corpi disperati. Tutto ciò nel mutismo della maggioranza silente, che si aggrappa alle sottane di un occidente morto di fame d’intelletto, dove masse oscillanti fluttuano senza gravità in elezioni dove le differenze sono briciole nel mare magno del pensiero unico. Dove essere contro il capitale diviene reato di intenzione, dove ritenersi comunisti, anarchici o radicali ti pone in un angolo fuori dal dibattito, fuori dai tavoli dove si decidono quante armi dare e a quale stato. Genocidio viene perpetrato, questa parola se utilizzata ti marchia come negazionista, come deturpatore della storia. No, nessuno cancella l’aberrazione nazi-fascista, anzi io ritengo che questa mentalità criminale ha solo cambiato bandiera, ma ancora arma i grilletti degli assassini, apre i portelloni dei bombardieri, tiene in mano le penne stilografiche di chi ridefinisce gli equilibri, nell’adorazione dell’unico dio che mette tutti d’accordo. Il denaro, i dollari, il cobalto estratto da mani bambine, dove le fruste dei moderni schiavisti colpiscono, coperte dall’oscurità dell’ignoranza.

E allora ribelliamoci a questo mondo, diventiamo zucchero da versare nei serbatoi dei motori del capitalismo. Ritorniamo popolo e riprendiamoci la dignità, sepolta sotto le macerie delle bombe costruite col solo scopo di annientare un ideale mai morto.

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Presto di mattina /
Ritornare alla coscienza per ritrovare la speranza

Presto di mattina. Ritornare alla coscienza per ritrovare la speranza

La testimonianza della coscienza

Riportati al loro cuore smarrito dal Forestiero che si era incamminato con loro lungo la via, i discepoli di Emmaus hanno ritrovato la speranza. Ed anche se era notte, sono partiti per ridestarla negli altri rimasti a Gerusalemme.

Non diversamente, il cammino quaresimale ci fa pellegrini di speranza. Ci chiede cioè, come quello giubilare, di ritornare alla coscienza per ritrovare dentro di essa la nostra gloria: la speranza e il suo operare, l’armonia di un sapere in atto.

È questo l’invito di Agostino d’Ippona che in un’omelia afferma: «Ritorniamo dunque alla coscienza, della quale dice l’Apostolo: La nostra gloria è questa: la testimonianza della nostra coscienza (2 Cor 1, 12). Ritorniamo alla coscienza, della quale egli dice ancora: Ciascuno metta dunque alla prova le sue opere ed allora avrà la gloria in se stesso e non in un altro (Gal 6, 4).

Ognuno di noi dunque metta alla prova le sue opere, se provengono dalla sorgente della carità, se i rami delle buone opere fioriscono dalla radice dell’amore. Ognuno metta alla prova le sue opere ed allora avrà in se stesso occasione di gloriarsi e non in altri: non quando la lingua di altri dà testimonianza, ma quando la offre la propria coscienza» (Omelia 6,2).

La coscienza, «un silenzio parlante»

L’invito a ritornare coscienti a noi stessi ci viene pure da una lirica di Carlo Betocchi – le sue parole a me sempre sorprendenti di senso profondissimo, le mie inadeguate e pur a rincorrere le sue – per il quale la coscienza è «un silenzio parlante», quel muto scovare e ritrovare in se stessi, incombenti, l’Altro e gli altri.

Coscienza pure come voce di quell’esistere che parla «in nome di Lui e in nome di tutti»; luogo dunque d’alleanze e di azione, conoscendo insieme, per far ripartire la vita e il cammino riaprendolo alla speranza. Questa di Carlo Betocchi è una confessio in spe di povertà miserevole e tuttavia in essa si ritrova frammista e bisbigliante la parola poetica.

Od anche, come qui confesserai:
– Questa nuda parola, questo dire
che non può mai essere inutile,
questo equilibrio di pensiero ed atto
che si svela in pronunzia, e non è
che coscienza, un silenzio parlante,
questo muto snidare in se stesso
l’altrui, e l’Altro, che dal sé distinto
incombe, e promuove l’esistere
nel nome di Lui, e il parlare
nel nome di tutti, questo, mi pare,
nella mia miseria, il promiscuo
sentire che sussurra: – poesia.
(C. Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti Milano 1996, 367).

In me sempre latente, viva, irreparabile
è la coscienza della vita, l’erta
del suo dolore, e le contraddizioni
che l’angosciano: e insieme un non so quale
senso che l’esperienza che consuma
anche ripara i mali, anche s’addice
a far del nostro vivere una prova,
anzi un mistero necessario: e restino
in noi lottanti l’esperienze avverse
se poi, non già di là dal bene e dal male,
ma solo oltre il pagare di persona
esiste un premio di cui è parte il male
sofferto, e il suo dolore, così come
la croce al divino incarnarsi
(ivi, 290-291).

In quest’altra lirica, per Betocchi la testimonianza della coscienza è la stessa testimonianza del vivere nel suo misterioso divenire: «un passo, un altro passo» − è il nome della raccolta poetica − nel dolore di prove e contradizioni. In essa si consuma e si compie, lottando angosciati, un «mistero necessario», interrogante sempre e mai disciolto, quello del nostro patire e del suo oltre di cui pure è testimonianza la coscienza, testimone di un valico, di un vado oltre il patire, lo stesso identico mistero che fu «la croce al divino incarnarsi».

La coscienza: suo luogo il cuore

Non solo un corpo e il conoscere dei sensi, neppure solo una psiche con il suo intelligere o lo spirito nel sentire della coscienza ma, nell’antropologia spirituale ortodossa, è essenziale riferirsi alla trascendenza mistica del cuore.

Il cuore per la spiritualità ortodossa è l’uomo interiore paolino o, come dice Teofane, il Recluso «l’uomo profondo, lo spirito… Dove c’è il cuore, là c’è anche la coscienza». È nel cuore profondo che l’uomo viene a trovarsi faccia a faccia con il mistero dell’Altro e degli altri.

La coscienza allora ci pone davanti all’alterità che l’interpella sollecitando una risposta. Questa coscienza accorata − ricorda ancora Teofane − «è la leva più potente del meccanismo della vita spirituale»; essa si compie come esercizio di responsabilità d’altri. È la compassione che attira la coscienza verso il cuore, e quando la coscienza si raccoglie nel cuore, lì si fa presente anche l’altro: in essa vi si imprime indelebile il suo volto.

«Lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Sono questi i segni di una coscienza che abita il cuore e tuttavia non rimane reclusa in esso, ma si fa pellegrina sulla terra, tra la gente, perché essa segue il movimento del cuore; il movimento stesso della persona che esce da se stessa e si volge verso qualcuno con lo sguardo, con l’ascolto, con il pensiero e l’azione.

«Cuore: rosa lacerata, punto d’infinito»

Si può parlare così letteralmente di una conversione del cuore. Questa poi ha i suoi verbi e le loro declinazioni che mutuano paradossalmente dalla sorgente del sentire stesso di Yahweh. Sono i verbi riportati nel racconto del roveto ardente nel libro dell’Esodo quando, mostrandosi a Mosè, Egli manifesta che il suo cuore si è rivolto verso il suo popolo in schiavitù:

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».

La persona si conosce e ha coscienza di sé all’interno del “darsi”, nella relazione con l’altro ed essa ritrova il suo centro eccentrico, il suo cuore appunto, praticando i verbi della speranza che la risvegliano, la rendono consapevole di un futuro e di un esodo di popolo per realizzarlo.

Sarà allora necessario e sempre di nuovo: osservare, udire, conoscere, scendere e infine salire congiuntamente verso una meta, di cui il cuore ha sentito parlare, un’eco profondissima dentro di sé. La testimonianza della coscienza è così mossa, da dentro, da una trascendenza di amore in un cammino che fa uscire dalla schiavitù d’Egitto, il proprio io, e salire verso una terra promessa, comunione di vita, relazioni accorate, rese possibili perché abitate dall’amore.

Di salita del cuore, poi, parla anche Agostino: «Ogni corpo a motivo del suo peso tende al luogo che gli è proprio. Un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto. Noi ardiamo e ci muoviamo. Saliamo la salita del cuore cantando il cantico dei gradini. Del tuo fuoco, del tuo buon fuoco ardiamo e ci muoviamo, salendo verso la pace di Gerusalemme» (Confessioni, 13, 9.10).

Cuore, mia rosa lacera,
o punta d’infinito
che apparisce di là da ciò che sente
il senso: o voce
del mio credere: ecco
l’età che invecchio: abbi
pazienza: spera; vivi
nella speranza: o se pur erri sia
dans un adieu à jamais,
per ciò che sempre vive, e sempre è.

A discorde, intricata ed enigmatica vita corrisponde l’abbandonarsi della coscienza al sentire del cuore; coscienza fiduciosa, ma sempre in tumulto, altalenate tra due sponde del comprendere, sospira e teme, inquieta pur sapendo; il suo scorrere umile nel cuore è la fede, sostanza non debole di cose non viste, «come grido che tace» trovando «una speranza diversa» riconoscendo un volto e la sua pace.

E so quanto la vita sia discorde
con se stessa; il suo disegno
intricato; il suo discorso enigmatico.
La guardo e ne raccolgo la figura,
le credo e non le credo, anche il dolore
ha due volti, anche l’amore: resto
così, stordito, avvolto in questo slittare
della coscienza che quanto più sa,
meno è tranquilla. Ma non cedo:
dal sapere il comprendere deduco;
dal comprendere il gemere. Sospiro,
temo: e insieme sento di meritare,
dal patire, in esso inabissandomi,
una sostanza men fievole, un’unità
in cui spero nel mio dolore,
una speranza diversa, un volto
umiliato dal non conoscere più,
dall’aver fede, soltanto fede,
come grido che tace e ha la sua pace.
(Ivi, 289-290)

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L'Europa in guerra nel Nuovo Disordine Mondiale

L’Europa in guerra nel Nuovo Disordine Mondiale

L’Europa in guerra nel Nuovo Disordine Mondiale

E’ senz’altro scontato, ma vale la pena ribadirlo e ripartire da qui. L’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti segna una svolta storica, di grande profondità, paragonabile perlomeno a quella compiuta agli inizi degli anni ‘80 nel secolo scorso con l’elezione di Reagan. Quest’ultima può essere simbolizzata come l’affermazione del neoliberismo, del primato della finanza sulla politica, della nascita della globalizzazione.

I muscoli di Trump

Quella di Trump si segnala per almeno altrettanti punti di novità, che segnano una radicale rottura di continuità: la fine dello Stato di diritto negli Stati Uniti ( e non solo ), l’assoluto dominio della logica mercantile e finanziaria che non solo considera ancillare la politica, ma si sostituisce completamente ad essa, e il tentativo di instaurare un nuovo ordine imperiale nelle relazioni internazionali, basato unicamente sui rapporti di forza e che, dunque, considera il ricorso alla guerra come strumento normale per regolarle.

Come altro leggere l’utilizzo dei decreti presidenziali da parte di Trump, ad esempio, per dichiarare lo stato di emergenza ai confini con il Messico in relazione all’immigrazione oppure l’arresto e la detenzione dello studente palestinese Mahmoud Khalil, colpevole solo di aver organizzato manifestazioni pro-Palestina, se non come un chiaro tentativo di affermare che esiste solo il potere esecutivo, ispirato in questo dal mentore di Silicon Valley Peter Thiel, che dichiara tranquillamente che non credo più che la democrazia sia compatibile con la libertà ? In quanto alla sostituzione della politica da parte di un’impostazione puramente mercatista e finanziaria, basta vedere come Trump e Musk si stanno muovendo, l’uno come puro immobiliarista e l’altro come protagonista della privatizzazione dello spazio.

Allo stesso modo, sul piano delle relazioni internazionali, parla da solo l’atteggiamento di Trump rispetto a come risolvere la guerra in Ucraina, trattata come una questione commerciale, che si basa solo sul conteggio del dare/avere tra il costo degli aiuti forniti e quanto si può recuperare in termini di sfruttamento delle risorse naturali, a partire dalle terre rare.

Questo nuovo paradigma ha però aspetti ancora più inquietanti rispetto all’epoca precedente, ma non può funzionare e rischia di condurci puramente ad un “nuovo disordine mondiale”.
Forse Trump riuscirà a svolgere pienamente un ruolo da autocrate in patria, anche per la fragilità dei cosiddetti contrappesi del sistema americano, troppo sopravvalutati, per il ricorso ad un’ondata repressiva che può far impallidire il maccartismo e per l’inabissamento del Partito Democratico, che appare incapace di reagire e, soprattutto, non riesce a farlo perché dovrebbe rivoltare come un calzino le proprie politiche degli ultimi decenni. Ma non riuscirà certamente a ricostruire un mondo dominato da un’unica grande superpotenza, quella statunitense.

L’illusione americana

Il mondo multipolare è una realtà da cui non si può tornare indietro, e lo stesso dicasi per la forte interconnessione economica realizzata dalla globalizzazione.
Per dirla più banalmente,
oggi la catena del valore di un’automobile è un processo globale che coinvolge decine di paesi. Oggi, nessuna casa automobilistica produce un’auto interamente in un solo paese: la produzione è frammentata tra diverse nazioni per ottimizzare costi, specializzazioni tecnologiche e logistica. Hai voglia di mettere dazi e favorire il ritorno a casa delle produzioni, ma tutto ciò non sarà mai sufficiente a ricreare il “bel piccolo mondo antico”.

Analogamente, le scelte di politica economica, interna ed internazionale, prospettate da Trump non vanno da molte parti: come evidenziato da molti osservatori, ad esempio, la politica dei dazi, nella migliore delle ipotesi, riaccenderà l’inflazione negli Stati Uniti, danneggiando la gran parte della popolazione, costretta ad acquistare merce che costa di più, oppure, in quella peggiore, quella di una vera e propria guerra commerciale, con il proliferare di dazi e controdazi tra i vari Stati, rischia di innescare una vera e propria recessione su scala mondiale.

Non va meglio per quanto riguarda l’idea di guardare al rapporto tra gli Stati in termini di puri rapporti di forza: sia perché il mondo è costellato ormai non solo tra 2 o 3 grandi potenze globali, ma da tante medie potenze di carattere regionali, ma tutte dotate di forte identità e non disposte a subire passivamente la legge del più forte, sia perché, a partire da quest’assetto, il rischio di moltiplicare i focolai di vera e propria guerra, con la possibilità che si espandano in guerra globale, diventa assai realistico.

Il punto di fondo è che Trump non si rassegna ad uno scenario in cui gli Stati Uniti non sono più la più grande superpotenza, come è stato perlomeno negli ultimi 30 anni; ma quest’idea oggi viene riaffermata in un contesto in cui essi, a differenza del passato, non sono in una fase di ascesa, ma di declino (basti pensare al fatto che gli USA sono il Paese più indebitato con il resto del mondo e hanno un deficit pubblico interno tra i più alti nel mondo). Insomma, non sono più in grado di esercitare una reale egemonia nei confronti degli altri Paesi (intendendo con ciò che anche questi ultimi riconoscono la primazia del Paese più potente), ma devono ricorrere ad un’idea di dominio, con tutto quello che ne consegue in termini di conflitto e di ricorso alla guerra.

L’Europa confusa e subalterna

E’ in questo quadro che va valutato come si sta muovendo l’Europa e cosa sarebbe utile mettere in campo.
Dopo aver sbagliato praticamente tutto nella vicenda della guerra tra Russia ed Ucraina, stando completamente supina nei confronti delle scelte di Biden e ave
ndo sposato la malaugurata e del tutto priva di fondamento teoria che si trattava di andare avanti fino alla vittoria completa dell’Ucraina, condannandosi così al fatto di non aver voluto avanzare nessuna iniziativa diplomatica e tantomeno una proposta di pace possibile, oggi l’Europa perde completamente la bussola, decidendo di puntare tutto sul riarmo.

Si potrebbe obiettare a lungo e con diversi motivi sugli errori di quest’impostazione: dal fatto che il meccanismo degli 800 miliardi previsti , di cui 650 lasciati alle scelte nazionali, è basato sostanzialmente sul riarmo dei singoli Stati alla constatazione che un simile sforzo finanziario significa compromettere tutte le possibilità di mantenere le spese per lo Stato sociale, dall’istruzione alla sanità, facendo venire meno quel che restava del già appannato modello sociale europeo. Oppure, che la linea della Von der Leyen appare costruita appositamente per sostenere lo sforzo molto forte (fino a 1000 mld. di €) che sta facendo la Germania per il riarmo e il sostegno alle infrastrutture, favorendo ulteriormente i nazionalismi già troppo presenti in Europa, o che, semplicemente, è illusorio pensare di superare la crisi industriale tedesca riorentandola verso l’industria bellica.

Anche perché – ulteriore elemento di non poco conto – una volta prodotte le armi devono essere usate o vendute, e ciò significa alimentare le guerre.

Soprattutto, però, il piano REARM Europa, adesso ribattezzato con un po’ di pudore Readiness 2030, significa rassegnarsi a giocare un ruolo subalterno nello scenario mondiale. Anche spendendo di più in armi (e l’Europa già fa tanto, anzi troppo in questa direzione, visto che oggi le sue spese militari sono superiori a quelle della Russia) non si potrà evitare di fare la parte del vaso di coccio tra i vasi di ferro, se prevale la logica guerresca e dei rapporti di forza.

Un’Europa dei diritti e della pace

E’ questo ciò che va ribaltato. L’Europa deve puntare prima di tutto a un ruolo politico, al rilancio del modello sociale europeo, alla costruzione di un’iniziativa che rafforzi il multilateralismo, proponga una nuova stagione di cooperazione internazionale basata su relazioni commerciali paritarie e sulla ripresa di una stagione di disarmo globale. Insomma, una vera politica per la pace, che, in questo senso, modifica anche l’approccio al tema della difesa e della sicurezza, che non è più la difesa militare ed il riarmo per difendersi da un nemico o da una invasione, ma è il consolidamento di un sistema di relazioni tra stati che cooperano, regolato dal diritto internazionale, con un basso investimento negli eserciti e nelle armi, ed alto investimento nella difesa civile e nonviolenta.
E’ il solito pacifismo delle anime belle, che non si confrontano con la durezza dei fatti e della storia? In realtà, a me pare l’unica prospettiva credibile per evitare una deriva che scivola inevitabilmente verso un periodo prolungato di guerre e di disordine mondiale.

Certo, per realizzare tutto ciò, non possiamo avvalerci dei potenti del mondo, né di una classe dirigente europea che è accecata da se stessa e dai nuovi rivolgimenti del mondo. Serve mettere in campo una vera rivolta di popolo, tornare a far vivere quella mobilitazione che, agli inizi del secolo, in occasione della guerra nei confronti dell’Iraq, era stata definita dal New York Times la “seconda potenza mondiale”. Non so se il mio è solo ottimismo della volontà, ma vedo che sta crescendo la consapevolezza collettiva della necessità di reagire e di far sentire forte l’opposizione a quanto sta succedendo. Mi pare una buona partenza, intanto, quella proposta da diverse associazioni e movimenti europei e nazionali di organizzare un movimento europeo contro REARM Europ ( vedi il sito http://www.stoprearm.org/ ). Mi pare importante riportare il testo dell’appello lanciato che trovo, nella sua brevità, particolarmente efficace:

“Ci opponiamo al piano dell’UE di spendere 800 miliardi di euro in armi. Saranno 800 miliardi rubati. Rubati alle spese sociali, alla salute, all’educazione, al lavoro, alla costruzione della pace, alla cooperazione internazionale, alla transizione giusta e alla giustizia climatica. Saranno un beneficio solo per i produttori di armi in Europa, negli USA e in altri paesi.
Renderanno la guerra più probabile, e il futuro più insicuro per tutti e tutte. Genereranno più debito, più austerità, più confini. Approfondiranno il razzismo. Alimenteranno il cambiamento climatico.
Non abbiamo bisogno di più armi; non abbiamo bisogno di preparare altre guerre. Abbiamo bisogno di un piano totalmente differente: sicurezza reale, sociale, ecologica e comune per l’Europa e il mondo intero.
Organizziamo un movimento europeo contro ReArm Europe! Facciamolo insieme”.

Cover: Dalla favola dei vasi di Esopo,  immagine da letteralmente.net

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Hardeep Kaur: “Donne di tutti i Paesi, uniamoci per la Cittadinanza”

Hardeep Kaur: “Donne di tutti i Paesi, uniamoci per la Cittadinanza”.

Laura Hardeep Kaur, Flai Cgil

Parla Laura Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil Frosinone e Latina: “Il voto dell’8 e 9 giugno sarà un momento di svolta”
Le donne bianche dettano l’agenda politica delle donne di tutto il mondo. Scrivono la teoria che spiega le ragioni di quell’agenda, discriminano ciò che è femminista da ciò che non lo è, riconducono la violenza alle forme particolari che di essa vivono sulla loro pelle. Le donne bianche possiedono tuttora l’egemonia del femminismo, malgrado la voce del femminismo nero e decoloniale soffi sempre più forte sulle rive dell’Occidente. E malgrado la storia moltiplichi le prove che l’emancipazione delle donne bianche non procede parallela a quella di tutte le donne.

Una di queste prove è la legge sulla cittadinanza italiana. Il testo, entrato in vigore il 16 agosto 1992, sancì l’uguaglianza formale tra uomini e donne nella trasmissione della cittadinanza alla prole, ponendo rimedio alla pronuncia di incostituzionalità della legge precedente (555/1912) dichiarata dalla Corte costituzionale per via, appunto, della discriminazione di genere che riconosceva come “cittadino italiano per nascita chi era figlio di padre italiano”, ma non di madre. D’altronde, la stessa legge del 1992 innalzava da cinque a dieci gli anni di residenza richiesti ai fini della concessione della cittadinanza alle persone straniere non comunitarie.

La comunità di braccianti dell’Agro Pontino

Ripristinare il requisito dei cinque anni è l’obiettivo del referendum sulla cittadinanza per cui si voterà, insieme a quelli sul lavoro, l’8 e il 9 giugno prossimi. “Sarà un momento di svolta”: Laura Hardeep Kaursegretaria generale Flai Cgil di Frosinone e Latina, sorride mentre ce lo dice in un sabato plumbeo di marzo. Siamo nel salone della Camera del Lavoro territoriale e il suo telefono squilla. “Se hanno un padrone molto aggressivo, i braccianti della zona – racconta – mi inviano ogni giorno tramite Google la posizione del campo in cui lavorano. Temono che altrimenti, nel caso in cui dovesse succedergli qualcosa, nessuno riesca a recuperare il loro corpo”. È così che Kaur ha trovato il punto in cui lo scorso giugno era stato abbandonato Satnam Singh, accanto a lui una cassetta con il braccio tranciatogli da un macchinario agricolo.

Singh apparteneva alla comunità indiana, la più popolosa tra tutte quelle con background migratorio presenti nell’Agro Pontino. “Chi arriva in Italia dall’India – ci spiega Kaur – lo fa in modo regolare, attraverso il decreto flussi o le quote stagionali per lavoro subordinato. Una volta raggiunte condizioni economiche adeguate, chiedono il ricongiungimento familiare. Ecco perché quella indiana nacque trent’anni fa come un’immigrazione prettamente maschile, ma oggi la componente femminile è cospicua”.

L’intersezione di genere e razza

Tra le ripercussioni del mancato accesso alla cittadinanza, alcune gravano su entrambi i generi, altre esclusivamente sulle donne. Tra le prime, le difficoltà di trovare un alloggio e accedere ai servizi di base. “Sempre più spesso chi si rivolge a noi – prosegue Kaur – dichiara di aver avuto un diniego alla richiesta di affitto, o di aver ricevuto solo offerte di abitazioni fatiscenti. L’idoneità alloggiativa però è un aspetto fondamentale per chi è migrante, dato che uno dei requisiti per essere in regola – oltre a un contratto di lavoro registrato all’Agenzia delle Entrate – è vivere in un’abitazione a norma. In un Paese senza politiche abitative, una casa non troppo spaziosa è un elemento ostativo al permesso di soggiorno”. Comune a uomini e donne è inoltre l’asperità di piattaforme digitali in lingua italiana per scegliere il medico di base, abbonarsi al trasporto pubblicoiscrivere figli e figlie a scuola. Altrettanto condivisa è la pratica violenta dei caporali che sequestrano il passaporto per tenere la manodopera bracciantile sotto ricatto.

L’ articolo originale è apparso su Collettiva del 27.03.2025

Segui il sangue

Segui il sangue

Nel film Tutti gli Uomini del Presidente, diretto da Alan Pakula e basato sull’omonimo saggio scritto nel 1974 da Bob Woodward e Carl Bernstein, l’informatore segreto, denominato in codice “Gola profonda” (Deep throat), orienta le indagini dei giornalisti del Washington Post dicendo loro di “seguire i soldi” per ottenere le prove dello scandalo Watergate.

Nel 1982 Giovanni Falcone e il suo collega Giuliano Turone spiegarono ai colleghi magistrati la propria tecnica investigativa che si basava sullo stesso principio vincente “segui i soldi, troverai la mafia“.

Quello di seguire i soldi e i flussi di denaro è un buon consiglio anche quando si affronta la macroeconomia criminale delle guerre, senza nemmeno il bisogno di effettuare indagini scandalistiche, investigazioni patrimoniali o ricorrere a fonti segrete.
Per scoprire le origini, sviluppo e conseguenze dei contesti di conflitto in corso, basta osservare dati finanziari, quotazioni borsistiche e indici azionari.

Capovolgendo poi i termini della questione, ecco che il modo in cui si sviluppano i conflitti e le tattiche utilizzate sono determinati da tipologie di economie politiche delle guerre che poi modelleranno il tipo di “pace” conseguente.

Record dei Record e Top del Top dei profitti

Prendendo in considerazione il Medio Oriente, risulta innanzitutto che nessuna società nella regione è sfuggita a qualche forma di conflitto violento: guerra interstatale, rivoluzione e controrivoluzione, conflitto civile intra-statale, colpo di stato militare, così come occupazione, assedio, embargo e sanzioni.
Secondo un rapporto del progetto Costs of War della Brown University (Providence-Rhode Island), pubblicato in occasione del primo anniversario dell’attacco del 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti hanno stanziato la cifra record di almeno 17,9 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza. Secondo il rapporto, Israele, protetto dagli Stati Uniti sin dalla sua fondazione nel 1948, è il più grande beneficiario di aiuti militari statunitensi nella storia, con 251,2 miliardi di dollari, aggiornati all’inflazione, dal 1959 ad oggi.
I 17,9 miliardi di dollari beneficiati dal 7 ottobre 2023 al 7 ottobre 2024, rappresentano il record annuale di aiuti militari inviati dagli USA e il record annuale di profitti dell’industria bellica nordamericana.
Munizioni, proiettili di artiglieria, cannoni rompibunker, bombe guidate donate ad Israele e quotazioni alle stelle nei principali indici azionari statunitensi.

Secondo un proprio rapporto, il Quincy Institute for Responsible Statecraft, un think tank statunitense che si occupa di politica estera, ha rivelato che, grazie all’aumento delle forniture di armi a Israele, i produttori di armi statunitensi quest’anno hanno tutti avuto una performance da record.
Durante quest’anno chi ha investito nella difesa e nell’industria aerospaziale ha visto i propri profitti superare ogni più rosea aspettativa.
“Questa elargizione di fondi dei contribuenti a Israele, unita all’aumento della domanda di armi da parte di Israele e del mondo in un periodo di instabilità, è stata il carburante per i prezzi delle azioni”, ha aggiunto Responsible Statecraft.

I risultati hanno anche rivelato che Lockheed Martin, il produttore degli aerei F-35 utilizzati da Israele per bombardare continuamente Gaza, Libano, Siria e Yemen, ha registrato il massimo storico ottenendo un rendimento totale del 54,86% dal 7 ottobre 2023 alla stessa data del 2024.
RTX, il produttore di bombe bunker buster di 2000 libbre (900 kg) che hanno ridotto in macerie gran parte di Gaza e che attualmente vengono impiegate anche in Libano ein Siria, ha registrato il massimo storico ottenendo per gli investitori un rendimento totale dell’82,69% nell’ultimo anno.
Secondo la pubblicazione, L3Harris e Northrop Grumman hanno registrato il loro indice massimo dal 2022; General Dynamics, nota per la produzione di bombe bunker buster e bombe BLU-109 utilizzate da Israele per demolire diversi condomini nel sud di Beirut durante l’assassinio del segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah, ha ottenuto un rendimento totale del 37%; il fondo iShares US Aerospace and Defense, gestito dalla BlackRock, la grande società di investimento, ha raggiunto un nuovo massimo storico, portando il suo guadagno su 12 mesi al 43%.

Mentre l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) riporta che dal 2019 al 2023 Israele ha rappresentato il 2,1% delle importazioni totali di armi a livello globale e che in questo arco di tempo, gli Stati Uniti hanno fornito il 69% delle importazioni di armi di Israele, mentre la Germania il 30%., MF Milano Finanza ha elaborato i guadagni in Borsa 2024 delle principali aziende europee produttrici di armi e munizioni, confermando che le guerre nel mondo sono un affare straordinario per le italiane Leonardo e Fincantieri, entrambe controllate dal Ministero dell’Economa e delle Finanze.

La Megamacchina della macro economia bellica è in moto sotto i nostri occhi. Per seguirne le produzioni, le vendite, i profitti e le conseguenze “segui il sangue”.

 

“Quel che resta del giorno: tra fragilità e autosufficienza”.
Incontro pubblico 31 marzo 2025

 

 

Il 31 Marzo 2025 ore 17.30 alla Proloco di Pontelagoscuro, presso la Sala Nemesio Orsatti di Via Risorgimento 4, si parlerà di senilità e patologie legate all’età.

L’autosufficienza ha un valore. La non autosufficienza non è solo un costo umano ed economico da affrontare, ma richiede protezione famigliare e sociale.

Ne parleremo con un geriatra (Lucio Tondi), una infermiera (Valentina Buzzoni), Paolo Bassi e Valeria Tinarelli di A.M.A – O.D.V Ferrara.

Verrà letto un brano da Diego Cesari tratto dal libro di Carlo Tassi “Pensieri e altre Carabattole – sogni, memorie e brevi racconti in ordine sparso” Este Edition 2023

Evento gratuito ed aperto al pubblico

 

Parole a capo
Massimo Teti: «Una farfalla» e altre poesie 

Massimo Teti: «Una farfalla» e altre poesie 

 

“La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra. Il poeta è simile a un rabdomante, trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare.”
(Alberto Moravia)

È l’alba

Nuvole bianche s’ accendono
di rosa nel cielo che a poco a poco
si schiara nel buio che diluisce
è l’alba che nasce dietro i palazzi
Lo sanno gli uccelli che aspettano
posati sui rami e le stelle e
la luna che si va a nascondere
lo sanno i fiori che piangono
stille di rugiada dai petali
Lo sanno i miei sensi più reconditi
che questa luce, questa pura luce
che mi invade gli occhi, che
squaderna il mondo intorno a me
Questa luce che ci svela per quello
che siamo, ombre sulla terra
nel tutto che si muove, che nasce e
che muore, il miracolo è quello
di sentirsi vivi, di essere vivi
qui e adesso, senza chiedere niente
nel tempo che ci scorre, nella storia
che ci investe, nella luce, questa luce
che ci avvolge, ci schiarisce la via
che ci riempie gli occhi, che ci irradia
il cuore e ci avvicina al cielo
Lo stesso cielo, la stessa luce che
sconfigge la notte e allontana
la morte ancora un altro po’
e ci fa dire davanti all’alba
all’aurora vestita di rosa
sono qui, sono ancora vivo.

 

*

 

Il cuore del mondo


Ho una stanchezza dell’anima e
gli occhi non riescono a guardare
non so cos’è che mi fa star male
forse quello che accade intorno a me
forse quello che accade dentro di me
il cuore è un lago profondo dove
annegano i ricordi e i pensieri
il presente è una terra desolata
di fiori secchi e d’erba bruciata
ci fosse un motivo per sperare
potrei provare anche ad amare
distrarmi da tutto questo dolore
da questa umanità che muore
da tutta questa morte intorno
e noi intenti a sopravvivere
spolpando l’ultimo brano di carne
a pagare l’ultima bolletta
della luce che si sta spegnendo
come gli occhi dei bambini in guerra
e quelli finiti in fondo al mare
che non sanno qual è la differenza
tra il bianco e il nero, tra la notte
e il giorno, tra noi e loro, ma hanno
imparato cos’è la guerra, hanno
imparato cos’è la fame e la sete
hanno imparato cos’è il dolore
hanno imparato cos’è la morte
Ho una stanchezza dell’anima e
gli occhi non riescono a guardare
ma so cosa mi fa star male
è quello che accade lontano da me
è quello che accade dentro di me
ma il cuore è un mare profondo
dove annega il presente
e a me fa male il cuore
a me fa male il cuore del mondo.

 

*

Datemi un sogno

 

Datemi un sogno, un amore o una
barca per attraversare il mare
datemi le stelle e la luna piena
sorridente, che io possa viaggiare
anche di notte, e porti sicuri
sono un uomo che vive male il suo
tempo, datemi parole nuove che
possano abbattere tutti i muri
Datemi una musica e una danza
e un fiume di gioia e di speranza
che queste lacrime diventino perle
di riso a risuonare nel cuore
Che le mani e gli occhi e la voce
perduti in fondo al mare possano
riemergere, avere un nome una croce
Datemi un posto nel mondo e una storia
da raccontare e pane da spezzare
che il sangue e il pianto sono fiume
di dolore e semi di memoria
Le luci laggiù sono lontane
troppo lontane, la notte è fredda
e la guerra non è ancora finita
il mare di sotto si muove e fa
paura e il cielo lassù ci guarda
silenzioso e indifferente
Datemi dunque parole nuove
datemi un sogno un amore una barca
e la luna e le stelle per viaggiare
anche di notte e poter arrivare
oltre l’orizzonte, oltre quel muro
in un paese chiamato futuro.

 

*

Nel sentiero tracciato dal tempo

 

Sul sentiero tracciato dal tempo
raccolgo pezzi di me sparsi come
semi che non hanno dato frutti
un bambino tremante davanti alla vita
silenzi colmi di parole racchiuse
nel guscio duro del riserbo
dietro alla porta del mio io più nascosto
cresceva il mio mondo interiore
dialoghi interminabili tra me e me
mentre il mondo di fuori accadeva
la membrana si faceva più sottile
la realtà rompeva i miei sogni
la realtà rompeva il mio guscio
parole nuove parole da inventare
e una barca per non affondare
nel mare che continuava a crescere
e onde troppo grandi da affrontare
ma la notte del tempo inghiotte tutto
e rimangono solo i ricordi
quelli che c’erano e non ci sono più
in quale anfratto in quale piega
del tempo sono caduti tutti
i volti e i momenti vissuti?
Cosa resta di me del mio mondo?
Mentre il mondo di fuori continua
ad accadere e la realtà è lì
davanti a me e la posso toccare
il mio dolore è quello del mondo
sotto la pelle sempre più sottile
nelle notti sempre più scure
tra le onde sempre più grandi
aggrappato a quel che resta di un sogno
mentre la luna si fa più pallida
e le stelle si vanno spegnendo
il buio si scolora nell’alba
salutata dal canto dei merli
non svegliatemi, voglio dormire
voglio provare a sognare ancora.

 

*

 

Una farfalla

 

Con la tua leggera veste
di ali di velo rapita dal vento
nel tuo volo celeste
ubriaca di sole
ti sei posata un momento

Forse sei una fata venuta
da un bosco incantato
per estasiare i miei occhi
rallegrare i miei pensieri neri

Se non avessi paura
di strapparti le ali
ti prenderei con me
ti porterei nella mano

Ti proteggerei dalla pioggia
improvvisa, dalla furia
dei venti, ti darei riparo
nella notte fredda e buia

Ti guarderei a lungo
per farmi rapire i sensi
per farmi sfiorare la pelle
dalla tua polvere di stelle

Scoprirei il mistero
della tua felicità
della tua bellezza
della tua libertà

Ma sei già volata via
col tuo segreto con la gioia
del tuo volo a farti baciare
ancora dai raggi del sole

Raggiungerai un prato
insieme alle tue sorelle
farete una festa di colori
di profumi tra l’erba e i fiori

Ebbre di nettare danzerete
in volo ignare
del mondo che brucia
dell’uomo che muore.

 

Massimo Teti (Roma).  E’ sempre stato un grande lettore, tanti fumetti e poi libri che leggeva in solitudine voracemente. Da grande si è iscritto alla scuola serale per lavoratori per prendere un diploma. “Ho conosciuto una professoressa, quella di lettere e storia, che mi ha aiutato molto, facendomi scoprire e riscoprire molti autori e spingendomi a scrivere. Devo a lei se ho cominciato a scrivere, anche poesie, perché mi ha aiutato a credere in me stesso, nelle mie potenzialità, mi ha dato fiducia, e di questo gliene sarò sempre grato“. Pubblica spesso sue poesie su Facebook.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 277° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Il ricordo della terra
Albino Pierro, ritratto di un poeta

Il ricordo della terra. Albino Pierro, ritratto di un poeta

Il 23 marzo del 1995 moriva a Roma il poeta Albino Pierro nato a Tursi in Lucania il 19 Novembre del 1916.

Ancora oggi, a 30 anni esatti dalla sua morte, Pierro viene considerato un “poeta dialettale”, definizione che a lui non è mai piaciuta. In una delle sue rarissime testimonianze è lo stesso Pierro a ricordare l’avvio del suo poetare nel dialetto di Tursi che, in realtà, è una lingua arcaica pre-latina:

“Il 23 Settembre del 1959, a Roma, di ritorno dalla Lucania, avvertii il bisogno di esprimermi in tursitano. Ero partito da Tursi prima del previsto, e la partenza, ingenerando in me un senso quasi angoscioso del distacco, mi aveva turbato. Prima di lasciare la grande casa di famiglia, la casa della mia infanzia, u palazze, m’ero affacciato a uno dei balconi, e avevo contemplato con intensa commozione quella che sarebbe divenuta per me un’autentica «terra del ricordo»”.

Qui comincia quella identificazione della lingua poetica con il linguaggio dell’infanzia, proprio nel momento in cui quella “terra” di fronte casa sua – tutta quella “terra” – diventava terra di ricordi a partire da quelli lontanissimi, arcaici, preistorici e dunque trasmessi e tramandati da un “linguaggio” pre-scritto, vale a dire avvertito solo attraverso suoni, voci, sogni, segni e… «gridi dell’anima».

Un idioma, anzi un idioletto che Pierro avrebbe recuperato e riordinato in una fonetica, morfologia e sintassi rispondenti a quanto di misterioso e profondo poteva e doveva accompagnare con le sue litanie e i suoi riti.

Il suo effettivo “avvio al poetare” avviene grazie alla “sottomissione” della poesia a uno dei più arcaici dialetti di tutto il sistema neolatino, studiato, in quell’estrema lingua di terra (sic!) calabro-lucana, dal glottologo Gerard Rohlfs e dal suo maestro Heinrich Lausberg e che verrà, per questo, definita area Lausberg.

Prima di questa vera e propria epifania cosmologica, Pierro aveva pubblicato Liriche nel 1946 e successivamente, fino al 1960, altre cinque raccolte poetiche tutte in lingua italiana.

Poi nel 1960, a quarantatré anni, ci fu questa famosa “svolta dialettale” con ‘A terra d’u ricorde (La terra del ricordo).

Nel 1976 Pierro vinse il il Premio Carducci e negli anni ’80 fu candidato al premio Nobel che per quei soliti “pasticciacci brutti all’italiana” non riuscì mai a portare a casa: la storia è nota ed è stata accuratamente documentata da Rocco Brancati nel suo Ritratto di poeta. Albino Pierro: intrigo a Stoccolma (RCE Edizioni, 1999).

Dal mio punto di vista Albino Pierro rappresenta una di quelle figure mitiche al pari di un tempio greco con alcune colonne ancora erette e altre coricate a terra, mezze sepolte e per questo affascinanti.

Il poeta lucano è, cioè, un simbolo di civiltà sepolte ma non scomparse; un idolo che trasmette la memoria; il ricordo di una terra e di una lingua ma, soprattutto, Pierro è l’inconsapevole esemplare, del sopravvissuto alle catastrofi. Proprio come di fatto lo è un tempio greco.

A segnare l’esistenza di Pierro furono tre episodi traumatici: la morte dopo il parto della madre; una grave malattia agli occhi, che da bambino lo costrinse spesso a restare al buio e, infine, una serie di trasferimenti in altre località, fino alla definitiva emigrazione a Roma, vissuta come un vero e proprio esilio.

Per tutte queste ragioni la sua poesia può figurarsi psicoanalitica, dominata come è da archetipi, pulsioni oniriche e intuizioni ipnotiche, dove il futuro sembra risiedere nel passato e la verità è qualcosa che vada “scoperta” a ritroso piuttosto che qualcosa da “inventare” in avanti.

Stupiscono a volte le strane coincidenze che coinvolgono le vite di individui di “provenienze” così inequivocabilmente diverse! Proprio nel 1982, quando, più o meno, ebbe  inizio l’intrigo a Stoccolma che coinvolse Albino Pierro,  Gabriel Garcia Marquez, l’autore colombiano e padre del cosiddetto realismo magico, vinse il Premio Nobel  per la letteratura.

Ecco Macondo e Tursi sembrano essere i piccoli teatri sperduti della stessa intuizione lirica di portata universale, una intuizione che il colombiano sintetizzò mirabilmente nel seguente aforisma : “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Tornando a Pierro questa stessa intuizione si ridusse ancora di più all’osso: la vita è  ‘a terra d’u ricorde

Questa inaspettata sovrapposizione o, meglio, incredibile coincidenza di mondi così distanti ci dispone nella condizione di cogliere un aspetto importante relativo alle acquisizione di conoscenze da parte della specie umana: le “semplici” azione di scrivere e leggere (e di riscrivere e rileggere) non corrispondo affatto a quella ingenua convinzione di stare raccontando o rievocando dei fatti, mettendoli semplicemente in ordine secondo il loro accadimento.

Scrivere per IL poeta non ha a che fare con il chronos, il tempo che scorre e dunque con una sequenza di fatti da mettere in fila,  ma con il kairòs, il tempo propizio che consente di cogliere segni (e sogni) epifanici della propria vicenda storico-biografica.

E questa specie di “illuminazione” rappresenta  due ben precisi aspetti primari e identificativi della specie Homo: ‘trasmettere’ e  ‘tramandare’.

Pierro quella sera del 1959 si accostò a una semplice – magico realistica – intuizione: l’italiano poteva bastare a trasmettere, ma non era sufficiente a tramandare.

Un tempio greco, così come è arrivato fino a noi, può “mostrare”  delle colonne ancora bene erette e conservate e alcune altre riverse a terra, ma tante, tante altre non sono visibili; rimangono ancora sepolte o sono andate distrutte, eppure…

Eppure, quasi fossero un ricordo della terra, quelle “cose” sepolte continuano a “tramandarci” .

Gli innamorati

Si guardavano zitti
e senza fiato
gli innamorati.
Avevan gli occhi fermi
e brillanti,
ma il tempo che passava vuoto
vi ammucchiava il buio
e i tremiti del pianto.

Ed ecco, una volta, come l’erba
che si trova incastrata dentro un muro,
nacque una parola,
poi un’altra, poi più assai:
solo che tutte le volte
la voce somigliava
a una cosa sognata
che la senti di notte e che poi torna
più debole durante la giornata.

Sempre che si lasciassero
sembravano come le ombre
che si allungano nelle magie;
se sentivano un rumore, aguzzavano
le orecchie e si vedevano;
e se lampeggiava la luce si trovavano
faccia a faccia nel rosso dei mattini.

Un giorno
– non saprei dirvi se nel mondo
facesse freddo o piovesse –
uscì tutt’a un tratto
la luce di mezzogiorno.

Senza che lo sapessero
gli innamorati si tenevano per mano
e nuotavano insieme nel sorriso
che le campane del paese spandono.
Non c’erano più angosce;
si sentivano più lievi di un santo,
facevano i sogni delle giovinette
coricate sull’erba e che vedono
il cielo e una colomba
che gli passa davanti.

Erano giunti proprio al punto giusto:
ora si potevano stringere
si potevan baciare
si potevano unir come nel fuoco
le vampe e come i pazzi
piangere ridere e sospirare;
ma non fecero niente:
se ne stavano assorti come la neve
rosata delle montagne
quando il sole tramonta e ad ogni cosa
strappa un lamento.

Chi lo sa!
Senza dubbio temevano
di sparire toccandosi col fiato:
eran l’uno per l’altro
la bolla di sapone colorata;
e forse lo sapevano
che dopo il fuoco scorrono torrenti
di cenere e che i pazzi
se gridano troppo
li chiudono per sempre dove nessuno
oserebbe entrar mai.

Ora non so dove sono,
se son vivi o son morti,
gli innamorati;
non so se camminano insieme
o se il demonio li abbia separati.
Non voglia Iddio
sian divenuti fango nella via.*

 * Dedico questa poesia di Don Albine a tutti I’nnamurète di Ucraina e Gaza.

L’originale in dialetto tursitano

I ‘nnammurète

Si guardaàine citte/e senza fiète/i ‘nnammurète./Avìne ll’occhie ferme/e brillante,/ma u tempe ca passàite vacante/
ci ammunzillàite u scure/e i trimuìzze d’u chiante.//E tècchete, na vota, come ll’erva/
ca tròvese ‘ncastrète nda nu mure,/nascìvite ‘a paròua,/po n’ata, po cchiù assèi:/
schitte ca tutt’i vote/assimigghiàite ‘a voce/a na cosa sunnèta/ca le sìntise ‘a notte e ca po tòrnete/chiù dèbbua nd’ ‘a iurnèta.//Sempe ca si lassàine/parìne come ll’ombre/ca ièssene allunghète nd’i mascìe;/si sintìne nu frusce, appizutàine/‘a ‘ricchia e si virìne;/
e si ‘ampiàite ‘a ‘ùcia si truvàine/faccia a faccia nd’u russe d’i matine.//Nu iurne/
– nun vi sapéra dice si nd’u munne/facì’ fridde o chiuvìte –/‘ssìvite nda na botta/
‘a ‘ùcia di menziurne.//Senza ca le sapìne/i ‘nnammurète se tinìne ‘a mèna/e aunìte ci natàine nd’ ‘a rise/ca spànnene i campène d’u paìse./Nun c’èrene cchiù i scannìje;/si sintìne cchiù llègge di nu sante,/facìne i sonne d’i vacantìje/cucchète supre ll’erva e ca le vìrene/u cée e na paùmma/casi pàssete ‘nnante.//Avìne arrivète a lu punte iuste:/mo si putìna stinge/si putìna vasè/si putìna ‘ntriccè come nd’u foche/i vampe e com’i pacce/putìna chiange rire e suspirè;/
ma nun fècere nente:/stavìne appapagghiète com’a ‘a niva/rusète d’i muntagne/quanne càlete u sòue e a tutt’i cose/ni scìppite nu lagne.//Chi le sàpete./Certe si ‘mpauràine/di si scriè tuccànnese cc’u fiète;/i’èrene une cchi ll’ate
‘a mbulla di sapone culurète;/e mbàreche le sapìne/ca dopp’u foche ièssene i lavìne/d’ ‘a cìnnere e ca i pacce/si grìrene tropp assèi/lle ‘nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune/ci trasèrete mèi.//Mo nun le sacce addù su’,/si su’vive o su’morte,/i ‘nnammurète;/nun sacce si camìnene aunìte/o si u diàue ll’è voste separète./Nun mbogghia Ddie/ca si fècere zang ‘nmenz’ ‘a via.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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