C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 1.
Prima del rogo
C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 1. Prima del rogo
Quest’anno Ferrara per l’anno nuovo ha visto due eventi speciali.
Il primo è il suo evento simbolo, l’Incendio del Castello, un incendio atteso, che vede la città partecipare cantando e ballando, “all’insegna dell’energia e della condivisione”. Data l’imponenza dell’evento e la consuetudine negli anni era previsto ed è stato attuato un piano sicurezza consono e collaudato.
Ma c’è stato un secondo evento di grande portata. Un altro incendio, non previsto ma prevedibile, che si è sviluppato alla base della Torre B, in via Felisatti, in prossimità della stazione ferroviaria. In questo caso le persone, circa 200, non hanno festeggiato allegramente e si sono trovate al centro di un piano non di sicurezza, ma di emergenza. Le persone sono state evacuate all’alba dell’11 gennaio dai Vigili del fuoco. Sono state 19 le persone trasportate in pronto soccorso, nessuna in pericolo di vita.
PRIMA DEL ROGO
Il complesso era nato già all’insegna di alcuni problemi. Fin dal momento della costruzione – il grattacielo è stato progettato agli inizi degli anni ’50 – ci furono numerosi intoppi: ci si trovò a mettere giù le fondamenta in un terreno argilloso e fragile (problema risolto con nuove fondazioni). Inoltre la vicinanza alla stazione trasmetteva vibrazioni causate dal passaggio dei treni (problema ovviamente che è sempre rimasto).
Anche la destinazione d’uso è stata quantomeno confusa: da una parte lo scopo di offrire abitazioni di prezzo accessibile al ceto medio-basso, si era nel periodo del boom edilizio, per cui la rapida crescita demografica, le migliorate condizioni economiche e sociali, l’aumento del reddito per abitante e i bassi tassi d’interesse consentirono a molti l’accesso al credito ed ai mutui fondiari ed edilizi. Contemporaneamente, per la modernità dell’architettura, abitare al grattacielo era considerato prestigioso e contemporaneo e ha attirato fino agli anni Ottanta famiglie, avvocati, docenti e professionisti.
Negli anni ’80, Ferrara viveva una fase di consolidamento economico e di una prosperità diffusa anche se più lenta nella sua espansione, il valore aggiuntivo del panorama di molti appartamenti, il punto strategico (la vicinanza alla stazione ferroviaria e al centro) rendevano l’immobile appetibile per molti.
Da un punto di vista architettonico, estetico, i commenti erano i più disparati: per alcuni un fiore all’occhiello all’insegna della modernità che dava lustro alla città; per altri un edificio pretenzioso ed estraneo all’urbanistica di Ferrara.
Il grattacielo però non nasceva con i requisiti di sicurezza che erano stati sanciti attraverso diverse normative chiave per gli edifici in Italia: norme antisismiche introdotte dagli anni ’70-’80 (Legge 64/74, classificazione 1981), la sicurezza antincendio specifica per abitazioni risalente al DM 16 maggio 1987, n. 246.
Da questo puto di vista si sono protratti nel tempo fino ad oggi inadempienze, ritardi e chissà cosa, compreso il Testo Unico Edilizia (DPR 380/2001) che aveva armonizzato le norme, con aggiornamenti costanti, incluso il recente D.M. 25/01/2019.
Ma siamo a conoscenza se ci sono stati gli adeguamenti richiesti dalla legge? Gli amministratori, i proprietari e gli inquilini dell’epoca erano informati? Si sono conformati? Ci sono stati controlli in quegli anni? Nascono forti dubbi per spiegare la tanta incuria accumulata negli anni fino all’evento finale catastrofico.
Sui quotidiani di questi giorni si fa riferimento a verbali dei Vigili del fuoco risalenti al 2017, un mucchio di tempo prima dell’incidente quindi.
Già negli anni Novanta per il grattacielo iniziava una fase complessa. Aumentarono le persone in difficoltà, che sceglievano il grattacielo come dimora dati i prezzi abbordabili, ma le spese condominiali, per la situazione spesso precaria dei condomini, non erano onorate, idem le utenze. Alcuni cominciarono a non pagare neppure l’affitto ma, cosa che non si capisce, cosa faceva l’amministratore e come agivano i fornitori di gas, luce e acqua?
Cominciarono da parte dei proprietari le vendite degli appartamenti, molti, interessati da un mutuo, finirono ipotecati e quindi nelle mani delle banche. Il valore degli alloggi subì un crollo, gli appartamenti si svalutatarono e l’area cadde progressivamente nel degrado. C’erano già perciò molti fattori che indicavano la necessità di un recupero e di un investimento di riqualificazione.
Inoltre la zona diventò progressivamente scenario di criminalità, spaccio e prostituzione. Non è chiaro però come sia avvenuto questo declino, come mai si fossero concentrati proprio lì tanti problemi sociali, quali interessi ha perseguito il mercato immobiliare, quali politiche sociali ed economiche non si sono attuate agli esordi di un’area sempre più problematica. Sembrerebbe che tutti facessero da spettatori. O forse il grattacielo ha avuto la sfortuna di sostituire altri ricettacoli di problemi che dovevano essere allontanati dal centro città?
Un confronto per capire meglio. Dalla fine degli anni ’80, Piazza Verdi, sia il teatro – immobile di proprietà privata – che le zone limitrofe, preda di un progressivo deterioramento, anch’esse centro di spaccio e di insicurezza, hanno visto nel gennaio del 1999 l’interesse e quindi l’acquisito di immobili da parte del Comune di Ferrara per avviare l’opera di recupero del complesso da riconvertire. Cosa ha permesso che tale quartiere fosse liberato da tossicodipendenti e spaccio e divenisse destinatario di opere di riqualificazione urbana?
Nel giugno del 2019 Piazza Verdi da brutto parcheggio è diventata una piazza aperta, punto di aggregazione. L’allora sindaco uscente Tagliani afferma in un intervista “tutto può cambiare”. Ma se è stata possibile questa doverosa trasformazione qualitativa, come mai non ci si è posti il problema di un altro quartiere, certo meno centrale, ma per lo meno altrettanto a rischio?
Il grattacielo non è il centro storico, gioiello delle belle arti e del turismo, ma l’istantanea della stazione è il primo biglietto da visita che la città offre.
Tagliani afferma su estense.com del 23 gennaio del 2026 che nel 2018 era riuscito a raggiungere un’intesa con gli abitanti del condominio del grattacielo e che “venne presentato un progetto con il parere dei Vigili del Fuoco (prot 5710del 22/05/2018/) e fu rilasciata l’ordinanza del 10/07/2018; l’iter e il controllo dell’adempimento di tale ordinanza erano onere del sindaco, dei Vigili del Fuoco e del Prefetto in via sostitutiva.” L’ultima lettera di verifica risale al marzo 2019.
Dal giugno 2019 a Ferrara il Sindaco è Fabbri, che non ha portato scelte di governo della città necessarie al problema del grattacielo. A fianco del primo cittadino in quel periodo l’incarico come Assessore con deleghe al Decoro Urbano, Edilizia, Frazioni, Manutenzione Strade, Mobilità, Palio, Patrimonio, Rigenerazione Urbana, Sicurezza, Urbanistica era Nicola Lodi (insediato il 21 giugno 2019, ha concluso il suo incarico il 17 febbraio 2025).
Non mi dilungo sulla sua triste uscita, lo menziono perchè, come si legge sul sito del Comune di Ferrara, si presenta in questo modo: “Il mio obiettivo principale è sempre stata la sicurezza.(..) Da anni mi batto per riportare il territorio ad uno stato sicuro e decoroso (…) le progettualità messe in campo durante il nostro mandato sono riuscite in pochi mesi a debellare il fenomeno della mafia nigeriana, arrivando sulle pagine della stampa nazionale. Oggi raccogliamo consensi per la politica del fare, quella politica dell’ascolto concreto”.
Ma vediamo come commentavano questo “ascolto concreto” i comitati dei residenti del quartiere Gad, oltre il contrasto dello spaccio chiedevano il potenziamento dell’illuminazione pubblica e l’installazione “tra le 5 e le 6 telecamere all’anno in aggiunta a quelle esistenti”. L’associazione residenti Gad chiedeva di affrontare il nuovo esodo di immigrati che “anche questa volta non potrà pagare la Gad”.
Il comitato chiedeva anche un rilancio del commercio e sottolineava che il degrado del quartiere colpiva i residenti e il valore delle loro case. Si sentono arrabbiati, alcuni hanno dovuto lasciare la propria casa “che ora non vale neanche 20000 euro”(Roberto Zaramella del Comitato 2013, telestense 4 marzo 2014). Insieme a lui chi può fugge e salva il salvabile. Conosco persone che hanno agito in questo modo prima dell’inevitabile che poi si è avverato.
Rimane consolidato il dato che i problemi partivano dai decenni precedenti, come si accennava prima già intorno agli anni novanta, e fino ad oggi è continuata ad esistere una mancanza di attenzione e coerenza nelle azioni di tutela di questa parte di cittadini, che si è sempre più esacerbata.
Nel consiglio comunale del 26 gennaio il Sindaco Fabbri ha ricostruito a livello cronologico tutto quanto possiede un valore documentale (https://www.youtube.com/watch?v=ybq2BG1-Zgk) per capire cosa (non) si è fatto e ovviamente per difendere le sue decisioni di questi giorni, che sono l’ultimo atto di questa brutta vicenda. L’elenco di decine di pagine sbalordisce perchè permette di toccare con mano quanto tempo è stato procrastinato e quanti verbali e segnalazioni sono rimaste a impolverarsi in cassetti riaperti solo in questi giorni.
Credo sia opportuna una osservazione relativa alla qualità dei pochi ed insufficienti interventi pensati ed alcuni anche concretizzati. La stragrande maggioranza, specie nelle ultime due consigliature, hanno messo in primo piano la sicurezza nel senso di controllo e repressione del contesto deviante “pericoloso” della zona Gad attraverso le forze dell’ordine. É arrivato anche l’esercito e come pendolare posso affermare che vedere i militari armati e la camionetta in sosta o di ronda aumentava di molto la preoccupazione, perchè condizionava la percezione di essere in un luogo dove vigeva il coprifuoco e da cui scappare velocemente.
Il Senatore Alberto Balboni nel 2019 (Il Resto del Carlino del 24 febbraio) aveva proposto alle sei associazioni che rappresentano i cittadini del Gad: Daspo urbano e vigili armati “Qui serve ciò che ha fatto il sindaco Giuliani per New York: ripartire dalle finestre rotte”(..) prima di tutto però è necessario un cambiamento culturale”.
Siamo in piena propaganda per le elezioni amministrative: dopo le elezioni vinte dal centro destra, non sono state aggiustate le finestre rotte, figurarsi i contatori, gli allacciamenti, le misure di sicurezza. Gli interventi di controllo e dell’esercito invece si sono consolidati.
Se il cambio culturale era inteso come essere contro i migranti, rinforzare barriere ai cittadini disagiati, espellere quelli problematici, pulire la zona dai senza tetto, la direzione è stata assolutamente coerente.
Peccato che salvaguardare l’apparenza, tutto è pulito e in ordine, non riduce ma nasconde e sposta i problemi in altre zone della città e crea una escalation di conflittualità in un gioco infinito a guardie e ladri.
Abbiamo dovuto aspettare fino agli anni Duemila perchè il Grattacielo diventasse scenario di differenti dinamiche urbane: iniziative culturali, progetti sociali e spazi di integrazione si sono costituiti come deterrenti agli episodi problematici. Negli ultimi anni la riqualificazione del parco Coletta, così come l’apertura della Biblioteca popolare Giardino, del circolo Officina Meca e, recentemente, di un bar, hanno contribuito a migliorare la situazione attraverso un presidio costante di cittadinanza attiva che, palesemente, è stata il vero cambio di rotta, più che i soli interventi di sicurezza.
Ci sono stati progetti anche negli anni precedenti, ad esempio quelli della coop Camelot coordinata dal Comune di Ferrara. Nata nel 1999, tra le sue finalità si occupava della gestione dell’emergenza migranti all’interno del Piano benessere sociale e sanitario.
Possiamo mettere a confronto due visioni differenti, togliere di mezzo le persone sgradite versus aiutare le persone vulnerabili caso per caso, accoglierle e accompagnarle ad una integrazione nel tessuto della città, impedendo in tal modo che fossero risucchiate nel circuito antisociale.
Data una veste nuova al quartiere attraverso quanto descritto sopra, sono rimaste nel tempo però le difficoltà legate alla gestione condominiale, aspetto complesso ed anche confuso che non aiuta di certo a capire le responsabilità dei vari attori: inquilini, Comune. proprietari, amministratori di condominio.
Attualmente, per la Torre B si stima che il 60% degli alloggi fosse occupato da immigrati di diverse etnie, mentre nel restante 40% troviamo italiani; cifre in continua variazione per la natura dinamica della componente immigrata che abita il palazzo. Stimare che gli autoctoni sono 40% dovrebbe smentire la quantità di pregiudizi razziali che accompagnano i commenti, specie sui social, ma tant’è… la zona del GAD è ormai per definizione degradata, insicura, violenta. Dai social molti commenti si possono riassumere come “se lo sono cercati” “non si meritano niente”.
[continua]
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