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Han Kang: Il linguaggio ci interroga e ci cura

Il linguaggio ci interroga e ci cura. Man mano che il tempo passa credo sempre di più nel valore della teoria del doppio legame sviluppata dall’antropologo e cibernetico Gregory Bateson.

L’ultima arrivata a rafforzare questa mia “fede” è stata Han Kang, premio Nobel per la letteratura del 2024, che in un suo breve scritto tradotto recentemente (Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, Adelphi, 2025), racconta un episodio relativo alla genesi di un suo romanzo: una perfetta descrizione della teoria batesoniana in azione.

Ricordo brevemente che  il doppio legame (detto anche doppio vincolo) è un concetto psicologico, teorizzato da Gregory Bateson e dai suoi colleghi negli anni ’50, per spiegare le origini della schizofrenia e utilizzato in seguito nella cosiddetta scuola di Palo Alto.

In origine il doppio legame si riferiva a una situazione in cui la comunicazione tra due individui, uniti da una relazione emotivamente forte, presentava un disaccoppiamento tra il livello verbale (quello che viene detto a parole) e quello non verbale (gesti, atteggiamenti, tono di voce, ecc.).

Le osservazioni erano quindi rivolte a quelle situazioni tali per cui il ricevente del messaggio, non riuscendo a decifrarlo, si sottraeva al dialogo e, successivamente, ad altre situazioni analoghe che potevano portare a questa (per lui problematica) impasse.

Come esempio Bateson riportava l’episodio di una madre e un figlio emotivamente provati per un lungo periodo di distacco. Il figlio, in un gesto d’affetto, tenta di abbracciare la madre, la quale si irrigidisce; il figlio a questo punto si ritrae, al che la madre gli dice: “Non devi aver paura di esprimere i tuoi sentimenti” o “Sii spontaneo!”.

A livello di comunicazione implicita, con l’irrigidimento, la madre esprimeva  un rifiuto per il gesto d’affetto del figlio, mentre a livello di comunicazione verbale, la madre negava di essere la responsabile dell’allontanamento, alludendo al fatto che il figlio si ritraesse non perché intimorito dalla sua reazione “fredda”, ma perché bloccato da sue proprie difficoltà.

In una situazione di questo tipo il figlio, colpevolizzato, si trova impossibilitato a rispondere e si allontana sempre di più da una… risposta.

Questa e analoghe situazioni (non solo famigliari) raccontano l’incapacità di valutare correttamente i legami tra comunicazione esplicita e comunicazione implicita.

In questa prospettiva, la sindrome schizofrenica appare come un tentativo di difesa: la non comunicazione o meglio la risposta non verbale è la fuga.

Non credo di dover sottolineare il fatto che oggi più che mai viviamo, tutti  – noi individui, ma anche noi come società – immersi in situazioni da doppio legame, primo perché la comunicazione e i suoi canali sono cresciuti a dismisura attraverso i social e secondo perché in un attimo quello che si dice o meno potrebbe “irrigidirci”. O, viceversa, quello che ci irrigidisce potrebbe essere contraddetto da quello che si dice.

In questo “pesante librino” Han Kang, nel descrivere la genesi di un suo romanzo, rappresenta secondo me il disagio prodotto da questo tipo di situazioni alle quali siamo quotidianamente esposti in quanto specie umana e ci racconta come il linguaggio ci interroga e perché, in fondo uno scrittore, scrive: per amore del mondo* e per amore di tutti noi.

Farci interrogare dal linguaggio, scrivere, paradossalmente, rappresentano la cura per qualunque… schizofrenia, tipo quella che stiamo vivendo di questi tempi così impregnati di revanscismo, nazionalismo, sovranismo, razzismo, violenza (anche di Stato).

A proposito di questo Han Kang racconta : ”Avevo 9 anni quando lasciai Gwanju, con la mia famiglia nel Gennaio del 1980, quattro mesi prima del massacro. E ne avevo dodici quando trovai per caso su uno scaffale della nostra libreria…il Report fotografico di Gwanju e lo lessi di nascosto”.

Si trattava di un volume preparato in segreto e fatto circolare clandestinamente dai sopravvissuti e famigliari delle vittime di quel massacro perpetrato dal regime militare che aveva orchestrato il colpo di stato in Corea del Sud.

“Ero troppo piccola”- continua Han Kang – “per comprendere il significato politico  delle immagini, ma quei volti sfigurati mi si incisero nella mente sotto forma di un interrogativo basilare: l’essere umano è capace di atti simili su altri esseri umani? Nello stesso libro, però, c’era una foto che mostrava una fila interminabile di persone davanti a un ospedale, in attesa di donare il sangue per i feriti. Tanto che mi chiesi anche: gli esseri umani sono capaci di atti simili per altri esseri umani?”

Per quanto detto  all’inizio e nell’economia della specie questo dilemma rappresenta un tipico caso di doppio vincolo.

Come si può continuare ad abbracciare il mondo se il mondo si irrigidisce?

Il librino della Kang è un testo breve, ma denso come una preghiera laica. Una riflessione sulla parola, sulla fragilità, sull’umanità che resiste.

Han Kang parla con voce sommessa, ma incandescente. Racconta come la lingua, fragile e luminosa, sia ciò che ci tiene uniti:

“Mi rendo conto davvero che la lingua è il filo che ci unisce, un filo lungo il quale scorrono la luce e la corrente della vita, e dove confluiscono le mie domande.”

Queste parole risuonano con forza se lette accanto al discorso del banchetto della stessa Han Kang riportato in appendice del librino e, soprattutto, se comparate in generale alle parole usate da altri Laureati Nobel e raccolte da Daniela Padoan in Per amore del mondo (Bompiani, 2018).

Anche nelle voci di Toni Morrison, Doris Lessing, Nadine Gordimer, Szymborska, come in quella della Kang, la letteratura è vista come un gesto di resistenza e di cura, un modo per abitare il mondo senza fuggirne le contraddizioni.

Per queste AUTRICI (sarà un caso che si tratti solo di donne?) il linguaggio è corpo vivo, materia che pulsa. “La lingua possiede inevitabilmente una sorta di calore corporeo”, scrive Kang. È un’idea che si ritrova anche in Morrison, quando afferma che “la lingua può essere oppressiva o liberatoria, può ferire o guarire.”

In questo contesto, è illuminante richiamare la teoria del doppio vincolo di Gregory Bateson, che pare davvero la condizione in cui più frequentemente ci troviamo oggi, nell’epoca dell’iper comunicazione digitale, dove le parole si moltiplicano ma perdono peso, e i messaggi sono ambigui, contraddittori, disumanizzanti.

Han Kang sembra rispondere proprio a questa crisi:

Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, insiste sulla necessità di immaginare i tanti punti di vista delle persone e degli esseri viventi che abitano questo pianeta; il linguaggio ci collega gli uni agli altri.

La grande letteratura, allora, diventa antidoto al doppio legame: non perché offra risposte semplici, ma perché accoglie l’ambiguità senza negarla, la trasforma in forma, in ritmo, in respiro. Come scriveva Toni Morrison nella sua Nobel Lecture, “la funzione della libertà è liberare qualcun altro”. Han Kang sembra aggiungere: può anche salvarci.

La scrittura di Han Kang è fatta di pause, di vuoti, di luce. Non urla, ma sussurra. Non impone, ma interroga. È una lingua che si prende cura, che si avvicina al dolore senza invaderlo. Come le autrici raccolte da Padoan, anche lei fa della letteratura un gesto etico prima ancora che estetico.

Daniela Padoan, nel suo Per amore del mondo, scrive che “… le Nobel Lectures sono discorsi che non si dimenticano…”, e posso garantirvi che è così perché parlano al cuore della nostra comune umanità, e lo fanno con la forza della parola che ha attraversato il dolore.

In un tempo in cui la comunicazione è spesso manipolazione, slogan, rumore, propaganda, Han Kang ci ricorda che la parola può ancora essere un luogo di verità.

Un luogo dove abitare insieme, anche nella notte più buia.

*l’espressione si declina in quel mostrarsi in pubblico che già i greci videro come proprietà della polis e che Hannah Arendt definì l’attività più propriamente umana.

Cover: Han Kang, 2024 Nobel Prize Laureate in Literature – Wikimedia Commons

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Per certi Versi /
Poi ho spolverato

Dedicata a mio figlio
Appena partito

Ho appoggiato la tua chitarra

sopra al letto

avrei voluto che suonassi solo per me stasera

ho messo la tua cravatta al collo

ho smorfieggiato davanti allo specchio

avrei voluto che ridessi solo con me stasera

ho osservato la tua stanza vuota

e visto la tua vita piena

Poi ho spolverato

 

In copertina: Chitarra – pexels photo

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Bologna per Gaza: una iniziativa del Comune e un appello della Diocesi e della Comunità ebraica

Bologna per Gaza: pubblichiamo un comunicato stampa del Comune di Bologna ed un testo della Diocesi e della Comunità ebraica, al cui testo ha aderito anche la senatrice Liliana Segre

Comunicato del Comune di Bologna

“Gaza, il Comune di Bologna aderisce all’iniziativa “Disertiamo il silenzio” che si terrà domenica 27 luglio alle 22 . Sirena in piazza Lucio Dalla.

Il Comune aderisce alla campagna nazionale “Gaza muore di fame: disertiamo il silenzio”.

La mobilitazione vuole sensibilizzare sulla gravissima situazione palestinese, dove la popolazione civile continua ad essere vittima di attacchi quotidiani e non ha accesso ad acqua e cibo, e sul ruolo dei governi nazionali e dell’Unione europea.

Domenica 27 luglio, alle 22, in piazza Lucio Dalla risuonerà “Esercitazione d’immedesimazione”, l’azione artistica di Alessandro Bergonzoni: una sirena antiaerea per immedesimarsi con Gaza e i conflitti in atto.

Prevista anche la testimonianza di Giorgio Monti, medico di Emergency.

“Invitiamo le cittadine e i cittadini bolognesi ad aderire a questa iniziativa, a fare rumore nelle piazze, sui balconi e alle finestre – spiegano il sindaco Matteo Lepore e l’assessore Daniele Ara -, per farci sentire idealmente fino a Gaza, perché la popolazione palestinese sappia di non essere sola”.

 

Pubblichiamo inoltre l’appello comune della Diocesi di Bologna e della Comunità ebraica bolognese, a cui ha aderito anche la senatrice Liliana Segre

 

“Zuppi e De Paz: la responsabilità comune per la pace a Gaza

Si leva dalla diocesi di Bologna l’appello di cattolici ed ebrei perché tacciano le armi nell’enclave palestinese, siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi.

Nella dichiarazione congiunta del cardinale Zuppi e del presidente della comunità ebraica di Bologna, Daniele De Paz l’appello alle autorità italiane e internazionali

“Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele.
Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi.

Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti.

Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza”.

La dichiarazione congiunta dell’Arcivescovo Card. Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”, diffusa dalla diocesi viene pronunciata nella consapevolezza “della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e come cittadini”.

Basta guerra

Il presidente della Cei e il presidente della Comunità ebraica di Bologna esprimono la comune condanna per ogni atto terroristico che colpisca civili inermi e chiedono che si torni a rispettare il diritto, unico garante dell’incontro e della fiducia.
“Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. – si legge nella dichiarazione congiunta – Troppi bambini sono morti.
Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi.

Il grido di un’umanità ferita

Basta guerra! E’ il grido di un’umanità che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza, scrivono il cardinale Zuppi e il presidente De Paz.
”È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace”.

Ma non si creda solo una questione limitata a quanto avviene in Medio oriente e infatti la dichiarazione ribadisce chiaramente il rifiuto di “ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio”.

L’appello che si leva da Bologna

“Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore.
Dialogo non è debolezza, ma forza”.
E’ proprio sulla base di queste riflessioni spiegano gli estensori della Dichiarazione che un percorso di pace e di dialogo può muovere i primi passi e la responsabilità deve essere condivisa. E per questo che viene chiesto alle istituzioni italiane e a quelle internazionali “coraggio e lucidità perché si aprano spazi di incontro” capaci di coinvolgere tutti.”

Cgil e Fillea: “Sulla sicurezza il governo non fa nulla”

Cgil e Fillea: “Sulla sicurezza il governo non fa nulla”

In un giorno tre morti a Napoli, uno a Brescia. Re David: “Solo annunci e rinvii”. Di Franco: “Servono controlli e una Procura nazionale”

Tre operai sono morti questa mattina a Napoli, precipitando da un’altezza di venti metri mentre erano a bordo di un montacarichi nel quartiere Arenella. Poche ore dopo, da Brescia, è arrivata un’altra notizia tragica: un lavoratore ha perso la vita schiacciato da un muletto. Due episodi che si aggiungono a una lunga scia di sangue che attraversa i cantieri e i magazzini d’Italia, con numeri ormai strutturalmente allarmanti.

La Cgil: “Si continua a rinviare”

“Ancora tragedie. Una cosa è certa: gli interventi dichiarati urgenti dal Governo in materia di salute e sicurezza vengono continuamente rinviati, rimanendo annunci”, ha detto Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil, in una nota.

Per la dirigente sindacale “occorrono risorse per garantire i controlli nei luoghi di lavoro, fissi e mobili. Servono – aggiunge – il riordino delle funzioni ispettive e norme per una vera qualificazione delle imprese, il rafforzamento del ruolo dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza, investimenti negli impianti e nelle misure di sicurezza”.

“Se tutto viene subordinato a non disturbare le imprese e a tagliare la spesa pubblica, continueremo a piangere il sacrificio di vite, per poi unirci al dolore dei familiari”, conclude Re David.

Fillea : “Una vergogna”

Durissimo anche il commento di Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, il sindacato degli edili: “Più di mille morti, 500 mila feriti all’anno e il Governo non fa nulla. Servono controlli, una Procura nazionale, il riordino delle funzioni ispettive e una norma concreta che intervenga sulla qualificazione delle imprese in edilizia. È una vergogna senza limiti”.

Cover: Foto Maurizio Minnucci

Fonte: Collettiva del 25.07.2025

 

Le voci da dentro / Diario di cella di Gianni Alemanno

Le voci da dentro. Diario di cella di Gianni Alemanno

 L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scritto e fatto pubblicare sulla sua pagina facebook un post relativo ai suicidi in carcere, al sovraffollamento, alle politiche del ministro Nordio. Lo ha scritto insieme a Fabio Falbo, uno “scrivano” del carcere di Rebibbia laureatosi in giurisprudenza.

Ricordiamo che Alemanno era stato arrestato nel 2022 per finanziamento illecito e traffico di influenze, nell’inchiesta chiamata dai giornali “Mafia Capitale”.

Dopo la condanna aveva ottenuto di scontare la pena in un’associazione che si occupa di persone vittime di violenze o in condizione di disagio. Il 31 dicembre scorso era tornato in carcere perché accusato di una “gravissima e reiterata violazione delle prescrizioni imposte” nell’affidamento dei servizi sociali nella struttura ‘Solidarietà e Speranza’.

Il suo punto di vista sul carcere mi sembra interessante, soprattutto perché viene da un politico che oggi sta vivendo sulla propria pelle i problemi del carcere italiano ma che, ieri quando era ministro, considerava in ben altro modo.
(Mauro Presini)

DIARIO DI CELLA 15. A REBIBBIA SI SONO ACCORTI TROPPO TARDI DEL SUICIDIO DI MAURIZIO: IL 42° SUICIDIO IN CARCERE NEL 2025. MA IL MINISTRO NORDIO CONTINUA A PROMETTERE COSE IRREALIZZABILI. E IL TEMPO SCORRE VERSO IL DISASTRO

di Gianni Alemanno e Fabio Falbo

Rebibbia, 20 luglio 2025 – 201° giorno di carcere.

Dopo i due tentati suicidi sventati in extremis a Rebibbia grazie ad altre persone detenute, alla fine nel nostro carcere è arrivato il 42° suicidio in cella del 2025.

Maurizio D.B. era un rapinatore di 55 anni, detenuto dal 2019 con una pena di 15 anni di carcere. Era in cella singola del Braccio G12 di Rebibbia. Negli ultimi giorni era stato raggiunto dalla notifica di un’altra condanna, sempre per rapina, ad altri 7 anni di carcere. Nella notte di venerdì 18 si è impiccato alle sbarre della finestra della cella ed è stato trovato al mattino dopo dagli agenti della Penitenziaria con il corpo già freddo. Sembra che abbia lasciato una lettera d’addio, ma non ne conosciamo il contenuto.

I media – a differenza dei due precedenti tentati suicidi – questa volta hanno dato notizia. Ma quello che le cronache giornalistiche non hanno detto (perché probabilmente non lo sanno) è che, in teoria, anche questo suicidio poteva essere sventato se le ispezioni periodiche notturne avessero funzionato secondo regolamento. Ma questi giri per controllare le celle, per il sovraffollamento e per la carenza di personale della Penitenziaria, sono ridotti e spesso vengono saltati.

Così, come detto, sono 42 i suicidi in carcere nel 2025, più 3 suicidi di agenti della polizia penitenziaria. Potrebbe essere superato il tragico record del 2024, durante il quale si sono suicidate 83 persone: più di 12 suicidi ogni 10.000 persone detenute. Per fare un raffronto: in Italia ogni 10.000 abitanti ci sono 0,67 suicidi e quindi nelle carceri il tasso di suicidi è 18 volte più alto di quello della popolazione normale.

Ma il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha le sue teorie e continua a ripeterle con una ostinazione degna di miglior causa. Secondo lui (intervista al Corsera del 17 luglio) “l’indulto e la liberazione anticipata speciale, se motivati dal sovraffollamento, non solo costituiscono una manifestazione di debolezza dello Stato o addirittura una resa, ma sono anche inutili”.

Certo, invece lo Stato italiano – con questo sovraffollamento da terzo mondo e con questo tasso di suicidi da stato totalitario – ci sta facendo una grandissima figura, da vero “Stato di diritto”. Quanto poi all’inutilità di queste misure, il Ministro ripete sempre i numeri disastrosi dell’indulto del 2006, quando una buona parte delle persone liberate tornò rapidamente in carcere per nuovi reati, ma si guarda bene dal verificare i numeri del precedente esperimento di “liberazione anticipata speciale” (che è il provvedimento su cui si stanno confrontando Giacchetti e La Russa).

Con questo esperimento, imposto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si passò dagli oltre 68.000 detenuti presenti a metà 2010 ai circa 52.000 di fine 2015 e gli effetti positivi si vedono ancora oggi.

Ma il nostro Ministro non si ferma qui. Sostiene che “paradossalmente il sovraffollamento è una forma di controllo (contro i suicidi NdR): alcuni tentativi di suicidio sono stati sventati proprio dai compagni di cella” (sic), come se in assenza di sovraffollamento le persone detenute non stiano in cella insieme.

D’altra parte, per rispondere all’emergenza del sovraffollamento, Carlo Nordio, smentendo la sua storia di magistrato garantista, dall’inizio del suo mandato da Ministro sta lanciando solo proposte irrealistiche se non surreali.

Prima ha garantito la costruzione di nuove carceri, che sono tutte ancora di là da venire e che quando arriveranno dovrebbero innanzitutto sostituire gli istituti di pena che ormai meritano di essere chiusi per la loro obsolescenza (pensiamo a Regina Coeli).

Poi, ha promesso di adibire a luoghi di custodia attenuata degli edifici pubblici dismessi, come le caserme, che le amministrazioni competenti non sono mai state disponibili a cedere.

Ancora oggi continua a dire che trasferirà il 25% della popolazione detenuta, quella che ha problemi di tossicodipendenza, nelle comunità terapeutiche che, però, sono già piene di persone in trattamento e non ne possono ospitare molte altre.

Oppure promette di trasferire i detenuti immigrati nelle carceri dei Paesi d’origine, trasferimento che richiede trattati con questi paesi d’origine che nessun governo è mai riuscito a firmare per evidenti motivi (figuratevi se li riprendono…).

Infine – è l’ultima di questi giorni – ha istituito una “task force” presso il ministero per far concedere a più di 10.000 persone detenute il beneficio delle pene alternative, “dialogando” con i Tribunali di sorveglianza. Come se questi magistrati diventano improvvisamente disponibili a concedere quei benefici che non hanno finora riconosciuto alle persone detenute, spesso per gravi problemi di interpretazione giuridica o di carenza di organico. Anche questo sarà l’ennesimo buco nell’acqua che servirà solo a far rimbalzare a settembre il problema del sovraffollamento.

Oggi ci dovrebbe essere un Consiglio dei Ministri in cui Nordio presenterà un piano per la costruzione “immediata” di 10.000 nuovi posti in carcere, tramite strutture prefabbricate.

Stendendo per ora un velo pietoso sull’abitabilità e sulla dignità per le persone detenute in questi prefabbricati, ci chiediamo in quanto tempo il Ministero pensa di mettere a disposizione questi nuovi posti in carcere (che non sarebbero neppure sufficienti a coprire tutto il fabbisogno): tra gare, costruzione delle strutture, collaudi e dotazione di personale (che già ora manca) ci vorrà almeno un anno forse per mettere a disposizione 2-3.000 posti con costi enormi. Se è no, la crescita del numero di detenuti che sarà avvenuta nel frattempo.

Ricordiamo al signor Ministro che dal momento del suo insediamento il sovraffollamento è cresciuto dal 107% al 134,3% e che, se non si prenderanno provvedimenti veramente efficaci, al termine della legislatura sarà giunto alla cifra record di oltre il 160%.

Una vergogna che l’Italia, la Patria del diritto, francamente non merita.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

Cover: Carcere di San Vittore (su licenza Creative Commons)

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Viaggio in Italia. Ferrara, Italia

Viaggio in Italia. Ferrara, Italia

Ferrara, Italia. È una sera quieta, un venerdì sonnolento in cui le persone hanno disertato il centro ed i suoi locali. Pochi punti di aggregazione, sparsi per la città, sembrano catalizzare l’intero movimento.

I parcheggi attorno alla zona pedonale sono radi di auto, poche biciclette – tutte senza luci – attraversano la città. Qualche cane passeggia il padrone, altri si fanno attendere, lenti e malandati, ad ogni passo. L’aria è tersa, piano piano i lampioni stradali ronzano e si accendono da sé, come per ripetuto incantesimo.

Qualcuno, incerto, tenta una sortita. Signori di mezza età, in ciabatte e pantaloncini, o signore ancora più attempate con vesti sobrie, da casa, ugualmente calzate ma con qualche eccezione verso la suola alta di sughero, tutti con un sacchetto in mano, diretti al più vicino cassonetto, senza una parola.

Gli alberi stanno fermi nei viali, in fogliame appena mosso da leggera brezza, in odore di notte che avanza decisa, a lenire ogni incertezza, ogni fatica che il giorno ha portato.

Il 21 notturno inizia il suo giro, largo e senza motivo, vista la mancanza quasi totale di passeggeri. Qualche biker imprudente, incurante della quiete e dei semafori, apre il gas senza alcuna pietà, ed il rumore si spande assordante per tutto Viale Cavour.

Ogni movimento nella zona sembra dover passare accanto al castello estense – l’unico in Italia circondato da un fossato colmo d’acqua – mentre, illuminato ad arte, se ne sta immoto ed immobile sulle acque scure, per sua stessa natura petrosa.

Tre o quattro gruppi, seduti in esterno, davanti al Mc Donald, ingoiano enormi hamburger serviti con patatine al ketchup, maionese o ricoperte da delizioso formaggio cheddar fuso. Sui tavoli, rigorosamente in plastica riciclata, troneggiano enormi bicchieri, colonne in carta riempite di Coca-Cola annacquata da un eccesso di ghiaccio.

Qualche bar poco distante, resiste ancora, aperto in un’attesa quasi forzata. Insegne nella notte, sopra distese oramai stanche di tavoli vuoti. I ristoranti etnici, le pizzerie, le enoteche di via Mazzini e via Saraceno si svuotano dei pochi clienti, i camerieri iniziano le pulizie di rito. Sera dopo sera, gli stessi gesti, in un tempo che sembra cristallizzare la loro giovane età in lavori precari, uno dopo l’altro, senza fine apparente.

L’ultima birra, qualche sigaretta e poi il silenzio.

Restano per le vie solo pattuglie di ronda, qualche ubriaco, pochi spacciatori sulle panchine, lungo le mura. Altri in bicicletta, o appostati negli angoli bui a discorrere in lingue che non capiamo, ma lontani da casa, nel ricordo d’un altrove sempre presente.

Le tappe di Viaggio in Italia di Stefano Agnelli le puoi trovare su Periscopio [Qui]

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Parole a capo
Daniela Stasi: «Cuore di belva» e altre poesie

Parole a capo <br> Daniela Stasi: «Cuore di belva» e altre poesie

Forse si muore oggi – senza morire. Si spegne il fuoco al centro. Sanguinano le bandiere. Generale è la resa.
(Mariangela Gualtieri)

 

Cuore di belva

Se Tu vedessi che razza di Umanità hai lasciato,
a farle credere di poter andare Oltre, il pensabile!

Quello creato per noi a buon mercato: quello fatto
di Cause e Creatori senza causa. Noi lasciati, così,
a dibatterci, per uno straccio a coprirci

La vergogna, di domandarti ancora come:
procurarci – da soli – il pane; se questa terra non accoglie tutti,
i traguardi dei tuoi poveri cristi.

E Tu: a dirci, ancora e ancora, di sperare: che il clamore
sull’esserci – necessario – non fu solamente una
tua incauta finzione…

Non ti avessimo dato ascolto! Alle belve
ci saremmo arresi: a chiedere di poterci sbranare;
ma con la dignità rimasta – a brandelli – all’Animale.

[inedita]

 

*

 

Coi vestiti a fiori

 

 

Le divise degli eserciti.

Le armature delle giacche.

I petti doppi.

Le cravatte sul davanti:

a sguainarle, prima o poi, come spade.

 

E noi, a porgere i volti

[precise.

 

Coi vestiti a fiori.

 

(inedita)

 

*

 

Nostalgia di una dimenticanza

Non so bene cosa spinga il vivente
a patire per il dopo anziché sul prima
della sua apparizione.

Oltre si estende, ciò che sovrintende
al mio stare, nella perenne nostalgia
di una dimenticanza.

[da “Il respiro del lombrico”, Il Convivio Editore 2023]

 

(Foto di congerdesign da Pixabay)

Daniela Stasi è nata a Milano, dove vive e lavora, si è laureata in Architettura, ad indirizzo storico-critico, svolgendo la propria attività professionale nel mondo dell’editoria e della comunicazione.
La poesia  rappresenta, da sempre, lo strumento principe delle sue istanze espressive, su cui far convergere – per distillarle – tutte le parole elaborate nel corso dei suoi studi, specie in ambito filosofico e spirituale.
Le sue poesie sono presenti in alcune Antologie:  tra cui, la più recente, quella curata da Giuseppe Vetromile; nell’ambito del progetto “Transiti Poetici”; e “Riflessi – Rassegna critica alla poesia contemporanea – ” Edizioni Progetto Cultura, a cura di Patrizia Baglione. E’ co-amministratrice de Le Finestre: blog e pagina Facebook ; con un proprio focus sulla Poesia delle Donne.
Ha partecipato, inoltre, ad alcuni progetti poetici a più voci: come quelli promossi dal gruppo di poete de “La Stanza della Poesia” dell’Associazione culturale Apriti Cielo, di Milano. Nel 2023, per Il Convivio Editore, è uscito il suo libro di poesie “Il respiro del lombrico“.
In “Parole a capo” sono state pubblicate poesie di Daniela Stasi l’11 gennaio ed il 21 marzo del 2024.

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 295° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

La banalità del male, la renitenza del bene

La banalità del male

Hannah Arendt, ne “La banalità del male”, cita alcune dichiarazioni di Adolf Eichmann, funzionario nazista sotto processo a Gerusalemme per crimini contro l’umanità, processo di cui il libro si occupa. Affermava Eichmann:”   …ho sempre considerato gli ebrei come avversari per i quali bisogna trovare una soluzione reciprocamente accettabile…questa soluzione doveva consistere nel porre un po’ di terra sotto i loro piedi, in modo che avessero una sede loro, un territorio loro. Con gioia collaborai a una soluzione di questo tipo, perchè essa riscuoteva l’approvazione di alcune correnti ebraiche e a mio giudizio era la più opportuna”. Peccato che qualche anno dopo, invece di porre terra sotto i piedi degli ebrei, Eichmann gliene fece mettere un bel po’, di terra, sopra la testa. Tuttavia, il “primo” Eichmann nutriva una certa consonanza con le idee sioniste (questa, almeno, era la storia che si raccontava e raccontava agli altri), derivante dalla lettura de “Lo Stato Ebraico” di Herzl, libro del 1896 considerato il testo fondamentale del sionismo. Theodore Herzl partiva dall’assunto che l’antisemitismo era un germe universale: “in Russia si introducono imposte a carico dei villaggi ebrei, in Romania si uccidono le persone, mentre in Germania si usa picchiare di tanto in tanto gli ebrei; in Austria gli antisemiti seminano il terrore in tutta la vita pubblica, in Algeria dei predicatori ambulanti parlano contro gli ebrei, mentre a Parigi si preferisce la cosiddetta società migliore, escludendo gli ebrei dai circoli sociali”. Se questo era l’assunto, non aveva senso lottare per una assimilazione degli ebrei ai vari Stati in cui vivevano: la soluzione era uno Stato ebraico in cui confluissero tutti gli ebrei della diaspora, iniziata con l’arrivo dei Babilonesi in Giudea e proseguita quando l’Impero Romano occupò la Palestina. Parliamo di sei secoli prima di Cristo, anche se molti studiosi collocano la diaspora propriamente intesa all’anno 70 dopo Cristo, con la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. Banalizzo il concetto sionista: ci avete cacciato dalle nostre terre già duemila e settecento anni fa, per poi continuare a perseguitarci in ogni regione del pianeta. Il tempo del risarcimento storico è arrivato (alla fine della seconda guerra mondiale): la Giudea deve tornare ai giudei. L’imprinting divino della Bibbia di Geremia legittima poi, elevandolo ad un piano ultraterreno, messianico,  la sottrazione delle terre, la colonizzazione, la deportazione, il massacro indiscriminato.

Ogni carnage nella storia è sempre stato commesso in nome di Dio. O meglio, in nome di un Dio. Dio lo vuole. Mi viene in mente un passo di “Estensione del dominio della lotta”, romanzo di esordio di Michel Houellebecq: “Su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: ‘Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie’ c’era scritto. Mi sono chiesto chi fosse quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio.” Considerato quello che, in nome di Dio, nella storia del mondo la specie umana ha commesso contro membri della specie umana, per crudeltà ed efferatezza non riscontrabile in nessun altra specie animale, sono fiero di essere agnostico. Me ne sto alla larga da tutte le religioni, da quelle sacre a quelle profane. La cosa stupefacente è che in nome di Dio si erigono chiese che sono tra le più meravigliose opere d’arte che puoi vedere, e in nome di Dio si bombardano quelle stesse chiese(leggi qui) e allora mi chiedo: che c’entra Dio? C’entrano i soldi, tutt’al più. Quelli messi a disposizione dei Giotto, dei Brunelleschi, dei Gaudì, dei Contarini, dei Buonarroti, per creare. Quelli messi a disposizione degli Hitler, dei Putin, degli Strugar, degli Al Mahdi, dei Netanyahu (nato Mileikowsky: si cambiano pure il cognome per darsi una copertura divina) per distruggere.

Quello che mi interessa focalizzare a proposito del male è proprio la sua banalità: il fatto di trovare sempre migliaia di persone che lo mettono in pratica come se fossero “rotelle” di un ingranaggio del quale accettano di fare parte come qualcosa di ineluttabile, di indiscutibile, senza alcuno scrupolo morale. (Curioso a questo proposito che l’avvocato di Eichmann utilizzasse questo argomento, cioè l’avere “eseguito ordini”, come attenuante delle responsabilità del suo assistito ma contro il volere di Eichmann stesso, che invece sostenne di “non aver accettato l’incarico con l’apatia di un bue condotto alla stalla”). La disobbedienza civile viceversa è un'”arma” potentissima ma costantemente agita da una ristretta minoranza della specie umana, molto più sensibile nella sua maggioranza alle sirene della subalternità al potere: atteggiamento sicuramente più comodo, ma in certi frangenti praticabile solo al prezzo di una disumanizzazione del bersaglio, del nemico, e quindi di se stessi.  Oppure al prezzo di una rimozione collettiva, come quella che attraversa la gente ebraica che vive nello Stato di Israele. Talmente gigantesca da far sparire l’inaccettabile, talmente pesante da renderne immisurabili i postumi, che si trascineranno per centinaia di anni, così come è immisurabile la striscia di odio millenario che l’occidente si tirerà dietro.

 

La renitenza del bene

Disobbedienza contro obbedienza. Rosa Parks che si rifiuta di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco, regola vigente nell’Alabama degli anni cinquanta, affermando poi: “non è vero che non l’ho ceduto perchè ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito dopo una giornata di lavoro. L’unica cosa di cui ero stanca era di subire”. Henry David Thoreau, filosofo statunitense, che da insegnante si dimette rifiutando di applicare agli studenti le punizioni corporali previste, e che per sei anni non paga le tasse che finanziavano la guerra schiavista contro il Messico. Gandhi e la Marcia del Sale in cui dimostra agli indiani che potevano raccogliere il sale gratuitamente dal mare, eludendo il divieto coloniale britannico. Muhammad Alì (o Cassius Clay) che rifiuta la leva forzosa per il Vietnam affermando “in Vietnam nessuno mi ha mai chiamato nigger“, scelta che gli fa rischiare il carcere e gli costa una multa e tre anni di carriera sportiva(leggi qui un approfondimento sulla vicenda).

L’esempio di Muhammad Alì mi consente di collegarmi alla ribellione morale che si manifesta attraverso la renitenza alla leva di giovani israeliani.  Sofia Orr, giovanissima israeliana (ha vent’anni), è stata in carcere 85 giorni (leggi qui) per il suo rifiuto ad arruolarsi, motivato con l’impossibilità di contribuire alla strage di palestinesi.  Il fenomeno della renitenza in Israele non è massivo: è ancora più rischioso “disertare” dopo il 7 ottobre 2023. Se pensiamo poi che molte renitenze provengono da giovani ultraortodossi che obiettano alla leva obbligatoria perché fino all’attentato di Hamas la legge li esentava, in quanto dovevano studiare senza distrazione i testi sacri (hai capito bene: i colonizzatori vogliono spianare i palestinesi in nome di Dio, ma il lavoro sporco lo devono fare gli altri perché loro devono studiare), si capisce che il fenomeno preoccupa il governo per ragioni politiche più che numeriche: infatti gli ultraortodossi fanno parte della maggioranza che lo sostiene. Ciò detto, il fenomeno della renitenza è preventivo, ma si salda sicuramente con le testimonianze – queste sì crescenti – di ex soldati e soldatesse che, successivamente al periodo di milizia nell’esercito IDF, rompono il silenzio. Nadav Wael (nella foto) faceva il cecchino, oggi dice: “Nel 2006, dopo tutte le esercitazioni, una notte facciamo irruzione, butto giù la prima porta, entriamo nelle camere, ce n’è uno nel letto, lo prendo, lo sollevo per portarlo nella stanza dove raduniamo tutti, ma: è leggero. Solo allora ho visto che era un bambino, di 10-11 anni, ha aperto gli occhi ed era così spaventato. L’ho portato dal resto della famiglia e ho continuato. Ma quando sono tornato indietro dall’operazione mi sono chiesto: “Cos’ho appena fatto?”. Non ci fu combattimento, nel 99% dei casi non c’è, è solo per far sentire le persone oppresse, è il modo in cui le controlli, con l’intimidazione. Quando ci fu la pubblicazione del report, 12 anni dopo aver lasciato l’esercito, ho davvero capito che cosa avevo fatto”.  Ma ancora più terribili sono le testimonianze anonime pubblicate su Haaretz: “Ho sparato a un arabo quattro volte nella schiena. Mi è bastato dire che era legittima difesa, e l’ho fatta franca. Quattro proiettili nella schiena, da dieci metri di distanza… omicidio a sangue freddo. Facevamo cose così ogni giorno.” “È come una droga… ti senti invincibile, come se fossi tu la legge, come se fossi tu a dettare le regole. Appena lasci Israele ed entri nella Striscia di Gaza, ti sembra di essere Dio.” “Un arabo camminava per strada, avrà avuto 25 anni. Non ha lanciato pietre, non ha fatto nulla. Bang, un colpo allo stomaco. Gli ho sparato allo stomaco, l’ho visto morire sul marciapiede. E noi ce ne siamo andati via, indifferenti.” 

La renitenza è una opzione, non a rischio zero, per tutti i giovani che vivono in nazioni che sono parte di un conflitto. Ma soffrire di disturbo post traumatico da stress o di incubi o di depressione maggiore per il resto della vita, per aver eseguito ordini manifestamente criminosi, per aver oltrepassato senza ritorno la porta del senso di umanità, è un rischio anche maggiore. Il portavoce dell’agenzia delle guardie di frontiera ucraine Andrii Demchenko ha da poco dichiarato che sono almeno 49mila gli uomini in età di leva cui è stato impedito di fuggire dal paese negli ultimi tre anni. La renitenza in Russia è se possibile ancora più rischiosa. In questo articolo puoi leggere le testimonianze di chi scappa dalla coscrizione o dalla guerra attraverso le reti di sostegno segrete.

La renitenza o la diserzione durante una guerra è la condotta corrispondente alla disobbedienza in tempo di pace. Ed è più pericolosa. Nonostante questo, anche la disobbedienza civile ed in generale forme di resistenza passiva all’autorità costituita non sono praticate, se non da qualche persona nella quale il senso dell’umanità prevale sulla subordinazione cieca all’autorità, sul nazionalismo, sul patriottismo, sugli ismi con i quali i potenti riempiono la testa dei popoli per mandarli ad ammazzare o a farsi ammazzare per conto loro. Per quanto mi riguarda, giovani come Sofia Orr rappresentano la flebile fiammella della speranza che la specie umana, magari tra alcune generazioni, possa redimere se stessa.

 

“Ho sempre sentito più l’impegno verso le persone che verso gli stati”.

Sofia Orr

 

 

Foto di copertina: Sofia Orr arriva al centro di reclutamento IDF per rifiutare l’arruolamento, tratta da www.dinamopress.it

 

 

 

 

 

 

 

Per una cultura della socialità. Il complesso Boldini come simbolo sociale trascurato

Per una cultura della socialità. Il complesso Boldini come simbolo sociale trascurato

Lungo il muro, la coda si allunga a poco a poco. Siamo lì in trenta, in cinquanta, estranei ai passanti, girati verso il cinematografo, uniti per alcuni minuti dalla sola cosache abbiamo in comune, l’attesa di uno stesso film, e pronti a parlare – per così poco tempo – di quel legame provvisorio. Nei brevi commenti che circolano, appare la trama di una rete di corrispondenze, di interazioni, di influenze, basate sul pretesto costituito dalla proiezione. Siamo venuti a vedere il film perché se ne parla, perché bisogna averlo visto, perché vi figura il tale o il tal altro, perché si ha bisogno di verificare-contraddire-discutere i giudizi che già corrono, perché ci si troverà un soggetto di conversazione, perché se ne ha abbastanza di esser quelli che non osano dire niente (…). Assistere – o non assistere – a uno spettacolo: la scelta, a volte, è più importante dell’oggetto che si tratta di vedere; rivela degli interessi, un’attitudine, dei rapporti con l’ambiente, che non si riassumono nell’atto, semplicissimo, di prendere un biglietto e sedersi; eppure è proprio da quest’oggetto che si tendono altre reti, che si costituiscono nuove relazioni. ” (P. Sorlin, Sociologia del cinema, Garzanti, 1979, p. 9).
Ho pensato di esordire con questa citazione “colta” dedicata a Pierre Sorlin, critico cinematografico, saggista, professore di Sociologia del Cinema alla Sorbona III, scomparso nel gennaio scorso.
Dopo un primo articolo, uscito su Periscopio online l’11 giugno scorso (cfr. “Dove eravamo rimasti?“), ho pensato che fosse utile approfondire alcuni aspetti rimasti un po’ in ombra nella precedente esposizione.

LA SALA CINEMATOGRAFICA COME OGGETTO SOCIALE

Per come era ideata e, soprattutto, praticata, la Sala Boldini (e tutti gli spazi di supporto, compresa la video-biblioteca Vigor) non era solo un luogo fisico, ma invece un ambiente facilitatore di interazioni sociali, creatore di esperienze condivise che si faceva volano attivo di aspetti plurimi della cultura e della società.
Nonostante l’avvento di nuovi canali di distribuzione, che hanno intaccato ed accorciato la finestra riservata alle sale cinematografiche, nell’articolo “La sala cinematografica e la sua rilevanza strategica“, sul sito web Instant Documentary, Emanuela Torregrossa annota giustamente che “la centralità della sala non è tanto da giustificarsi per una questione economica quanto piuttosto per l’influenza che esercita sugli altri canali di sfruttamento. A prescindere dai risultati in termini di recupero degli investimenti, infatti, distribuire un film al cinema permette al titolo di ottenere una visibilità tale da spingere le vendite nei canali di sfruttamento successivi. (…) E’ soprattutto attraverso la sala che il cinema può perpetuare il suo ruolo sociale”. 

Lo stato di abbandono, degrado, disattenzione, che potrebbe anche raggiungere possibili manomissioni strutturali e funzionali del complesso Boldini colpisce, a mio avviso ma ho la presunzione di essere in buona compagnia, un luogo simbolo, un patrimonio simbolico da parte di amministratori disinteressati alle sue funzioni culturali e sociali. La cosiddetta bonifica di parti della città, per migliorarne la fruizione futura, ci interroga sulla effettiva capacità di programmazione di chi governa la cosa pubblica a Ferrara, sulla capacità di sapere/volere coinvolgere le associazioni culturali, le cittadine e i cittadini durante il dipanarsi del… “progetto”.
Diversi anni or sono, Fabrizio Giovenale, in “Come leggere la città“, La Nuova Italia, 1977, scriveva che dobbiamo “sbarazzarci una volta per sempre dell’idea sbagliata – che tanti e per tanto tempo si sono affannati a ficcarci in testa – di considerare la città come una cosa da accettare e subire senza chiederci il perché. (…) Più la gente sta in casa, meno si incontra e sta insieme, meno fastidi dà a chi comanda”.

UNO STRAPPO NELLA RETE

L’importanza di fare rete tra servizi, associazioni APS e/o di volontariato, esperti, gruppi di cittadini è una pratica sperimentata in molti ambiti pubblici e privati da diversi decenni. Il Comune di Ferrara ha istituito, dal 2010, un tavolo di coordinamento promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo, con l’obiettivo di coinvolgere in progetti comuni e coordinati i dirigenti dei vari servizi che compongono la Rete Civica del Comune di Ferrara. Sotto la guida di Angelo Andreotti, le biblioteche comunali avevano trovato una casa comune, superando precedenti divisioni. Ricordo, per esperienza diretta, che la biblioteca Vigor era incardinata nell’Assessorato alle Istituzioni Culturali poi, era entrata a far parte della famiglia bibliotecaria comunale. I lavori infiniti al Complesso Boldini e, di conseguenza, l’assenza della Vigor, ha provocato uno strappo nella rete del servizio biblioteche. Non ho traccia di azioni di sollecito, di sprone messe in campo dal Servizio Bibliotecario locale verso l’Amministrazione Comunale per toglierla da questa situazione di incresciosa immobilità. Trovo molto imbarazzante il disinteresse e il silenzio di chi gestisce le biblioteche comunali e di una accademia cittadina che si occupa di cinema nei confronti di un patrimonio come quello della Vigor abbandonato alla deriva in un capannone in Via Marconi.

Goffredo Fofi
Un Grande maestro con la “m piccola”

Goffredo Fofi. Un Grande maestro con la “m piccola

Non sono sicuro di aver mai incontrato Goffredo Fofi. Giurerei di sì ma non riesco a collocare con precisione la situazione. Forse è stato durante uno dei Festival di Internazionale, qui a Ferrara. Ho un vago ricordo di una sua intervista dove confermava, nel passaggio tra le sue tonalità vocali, d’essere uomo ironico e provocatorio, per nulla autoriferito e anzi riluttante all’autocelebrazione e soprattutto senza il vezzo di molta intellighènzia nostrana di classificare o di escludere dalla curiosità intellettuale qualcosa ritenuto volgare.

Non è un caso che uno dei suoi libri portava come titolo la frase di un comico, ritenuto dalla critica nazional-popolare minore e, appunto, troppo popolare, cioè volgare: Sono nato scemo e morirò cretino – questo il titolo – era una frase del “macchiettista” napoletano, Nino Taranto.

Fofi era nato a Gubbio nel 1937 ed è morto l’11 Luglio scorso. Il suo più grande merito è forse stato quello di utilizzare le contraddizioni come strumento per osservare il mondo da critico, attivista e provocatore culturale o, come lui stesso amava definirsi. da “intellettuale del fare”.

Se dovessi racchiudere in una sola parola questa sua tensione intellettuale sceglierei il verbo: connettere. Ricomporre, ricucire ciò che sciattamente e distrattamente viene separato e frammentato. Infatti uno dei suoi più grandi meriti  è stato quello di non stancarsi mai di girare per  l’Italia e il mondo mettendo in contatto artisti, operai, scrittori e attivisti anche lontani tra loro.

I fili di questa rete connettiva, quella che un antropologo contemporaneo chiamerebbe meshwork, partivano da molto lontano, dai tempi in cui Fofi da ragazzo lasciò Gubbio per raggiungere Danilo Dolci in Sicilia e unirsi a lui e al sottoproletariato palermitano per combattere “lotte non violente” contro la povertà e le ingiustizie.

Qui cominciò il suo “fare”, da Cortile Cascino, dal quartiere più povero di Palermo detto anche il “pozzo della morte”, insegnando per strada ai bambini e rivendicando con uno sciopero della fame innanzitutto il diritto a nutrirsi di questi poveri bambini costretti a vivere in situazioni di massimo degrado. Venne considerato un sovversivo e fu cacciato con un foglio di via con la paradossale motivazione di “avere insegnato senza percepire uno stipendio”.

Rispondendo ad una vocazione quasi missionaria, seguì il sottoproletariato meridionale che si riversava negli anni ’60 nelle fabbriche del nord. È di quegli anni un libro inchiesta, L’immigrazione meridionale a Torino, che causò il suo allontanamento dalla casa editrice Einaudi perché considerato un testo troppo critico nei confronti della Fiat e del suo giornale di riferimento, La Stampa. Il libro venne poi pubblicato dalla Feltrinelli nel 1964.

Dopo questa esperienza nel Nord Italia, Fofi ritornò al Sud e precisamente a Napoli dove contribuì a fondare nel 1972  la Mensa dei bambini proletari coinvolgendo anche scrittrici da lui molto apprezzate coma Elsa Morante e Fabrizia Ramondino.

A proposito del libro della Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, Fofi scrisse : “…La funzione del poeta è, nella visione della Morante,…quella di chi deve mettere in guardia i lettori (il mondo) dai pericoli che covano al suo interno – il maggiore tra tutti quello dell’irrealtà -, ricordandogli la bellezza del vero, della realtà”.

Ed è in questi anni che avvia le sue attività più concrete dal punto di vista editoriale, animando e fondando riviste letterarie come Quaderni Piacentini e più avanti Lo straniero, che rappresentarono delle vere e proprie palestre per autori affermati o sconosciuti, con pagine che alternavano feroci stroncature a confronti liberi e recuperi in controtendenza come quello di Totò.

In un suo libro intervista edito da Laterza nel 2009, La vocazione minoritaria, Fofi celebrava il dovere delle minoranze di correre avanti e anticipare così le maggioranze nella libertà di proporre e progettare.

In una delle sue risposte più illuminanti del suo essere “intellettuale del fare” disse: “Una delle astuzie della società attuale è di aver convinto i poveri ad amare i ricchi, a idolatrare la ricchezza e la volgarità”. E a questo proposito diceva citando l’Albert Camus di Mi rivolto, dunque siamo, che c’è sempre spazio per opporsi.

Ma non bisogna farsi illusioni, continuava, “… ci sarà bisogno di progetto, di utopia che recuperi il meglio delle passate utopie, ma non i metodi con i quali si è cercato di tradurle in realtà”.

Ma questo non è un compito per intellettuali o per profeti né tantomeno per leader populisti, questo dovrebbe essere un compito per piccoli gruppi seri e coscienziosi, persone di buona volontà che hanno una visione d’insieme e che sappiano ben fare e soprattutto che sappiano ribellarsi alle ingiustizie.

Un gruppo di persone, non tante; al massimo quante ne possa contenere una classe di scuola elementare con un… Grande maestro con la m piccola.

viva utopia, ci urge,
inesauribile –
sappiamo quanto malata
d’uomo sia la vita della terra:
mentre fiumi di fiumi ci si sperdono
invisibili attorno, e svagati
fatichiamo a inventarci nuove vele
timoni nuovi,
a interpretare correnti
[da Il Dio delle zecche di Danilo Dolci]

Cover: Goffredo Fofi  (da Pagina21 del 16/07/2025)

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Milano da bere: prezzi delle case alle stelle

Milano da bere: le mani sulla città. A Milano il prezzo reale (deflazionato) di una casa è cresciuto di 35 volte rispetto a 50 anni fa 

Al di là della corruzione di politici e funzionari per l’espansione immobiliare da parte di imprese privati e archistar come Stefano Boeri (che sarà verificata dalla magistratura), un fatto ricorrente ogni volta che c’è espansione urbanistica, interessa capire quale sia la visione del futuro urbanistico di Milano.
Una città che costruisce per i più ricchi ed espelle dal centro le altri classi (media, piccola borghesia, proletariato, studenti). Una tipicità della globalizzazione che impone una “polarizzazione” tra centri e periferie e che consente ai ricchi e alla classe più agiata di spostarsi nei centri delle città che desiderano e delle località turistiche ambite, in quanto il resto della popolazione non resiste a vivere in luoghi dove i prezzi diventano “stellari”. E, poiché impoverisce, vende, trasloca e chi non ha casa non si può permettere di acquistare a questi prezzi stellari o andare in affitto.

Prezzi stellari

A Milano il prezzo reale (deflazionato) di una casa è cresciuto di 35 volte rispetto a 50 anni fa mentre l’oro (che pure è ai massimi) è salito solo di 21 volte. Un appartamento in centro costa 11.200 euro al mq., 6.450 in zona semicentrale, 3.950 in periferia. Una stanza di 19 mq. per l’affitto di uno studente costa 700 euro al mese in centro (440 euro all’anno per mq.), 255 in semicentro e 150 in periferia.

Ovviamente ciò significa che chi opera come artigiano, meccanico, bar in centro è costretto ad aumentare tutti i prezzi per avere un equilibrio di bilancio, proprio per gli alti costi immobiliari. Ma significa anche crescenti difficoltà per la Pubblica Amministrazione, scuole, sanità ad assumere salariati che o non trovano casa o hanno prezzi impossibili, con crescenti disfunzioni dei servizi.

Quale modello di sviluppo

Ciò che un tempo faceva “ricco” il cittadino europeo o italiano non era solo il reddito/salario, ma anche le due dimensioni che integrano il salario che sono da sempre: a) il prezzo/affitto di una casa; b) il welfare.
Se la società che stiamo costruendo è fatta di salari più bassi, case più costose e welfare disastrato, è evidente che il modello di sviluppo attuale è destinato ad essere travolto
o da destra (autoritarismo e riarmo)
o da sinistra (una nuova politica fatta di attenzione alla domanda interna –cioè investimenti pubblico-privati nei bisogni reali dei nostri concittadini e non solo export-, di case popolari e studentati che calmierino i prezzi e di maggiori risorse nel welfare e non in armi) che fanno diventare le città luoghi dove tutte le classi sociali possono viverci.

Un fenomeno che sta, peraltro, avvenendo in tutte le principali città occidentali del mondo anche per la scarsità delle case in centro che non si possono aumentare se non facendo grattacieli e aggravando il clima.

L’idea dell’architetto Boeri di palazzi a “bosco verticale” è una classica operazione di finto green, in quanto la spesa (energia e acqua) per mantenere piante e alberi sui balconi in modo innaturale, è enorme ed incide sui costi di affitto/acquisto. Molto meglio piantumare alberi a terra, dai parcheggi assolati ai viali, come bene pubblico, anziché privatizzare anche il verde.

Milano è un buon posto, se sei ricco.

Anche gli affitti brevi incidono. Ormai conviene affittare il proprio appartamento ad Airbnb e traslocare in periferia, lasciando il centro ai ricconi, a chi parcheggia il Suv in doppia fila di città sempre più scintillante, meno autentiche, senz’anima, dove proletari, piccolo borghesi, negozi non possono più viverci. E prima o poi toccherà anche alla classe media essere espulsa. Un processo che si allarga ben oltre Venezia e Firenze.

Prezzi che si possono permettere i ricchi di tutto il mondo che ora si trasferiscono da Londra a Milano in quanto keir starmer ha deciso giustamente di introdurre imposte (dopo 2 secoli) per chi ha redditi in paesi esteri, mentre in Italia si può pagare fino ad un massimo di 200mila euro di imposte all’anno. Per cui per molti ricchi è conveniente spostarsi a Milano. Vale anche per tutti coloro che erediteranno nei prossimi decenni in quanto le imposte sull’eredità in molti paesi sono crollate.
Si stima che la ricchezza finanziaria che passerà ai figli nei prossimi 25 anni ammonti a 120-130mila miliardi di dollari in Occidente (fonte Bank of America Global Research).

Cover: Milano – Reklame_gegenueber_Dom-1985 – Wikimedia Commons

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IL GRANDE FIUME

È IL GRANDE FIUME, IL PO.

Lo racconto prima che sia tardi e nella speranza che altri si incuriosiscano.

Sabato 7 giugno, quasi per scommessa, ho partecipato all’evento ‘Il Po come set cinematografico’ ; era il quarto appuntamento di ‘In mezzo scorre il fiume’, rassegna ideata e curata da Officina Teatrale A_ctuar, presentato ed ospitato da Franco Ferioli, film maker, writer, volunteer, advisor e sicuramente altro, ma non certo uno snob dei salotti buoni.

Il tema, una vera chicca cult : “Safari fotografico” sulle orme del cinema di Michelangelo Antonioni per scoprire paesaggi nascosti e il loro legame con il regista ferrarese”.

Un appuntamento che solleticava la mente e affascinava la curiosità di ferraresi imprevedibili.

Il luogo non era una sala per le conferenze o un teatro, ma un vecchio cinema degli anni Trenta nel piccolo centro di Ravalle, paese che si adagia vicino alle rive del Po.

Da qui, poi, un itinerario tra argini, golene e sentieri di questa parte del fiume.

La macchina fotografica a tracolla, per una artistica o obiettiva documentazione, ribadiva l’aura del ricercatore storico, dell’artista e del ruolo di testimone dei partecipanti.

Non proprio così per me. Si produce, non voluto, un ribaltamento che sconquassa la comunicazione alta dei pensieri, della storia ufficiale, con la mia vita, le mie memorie ed il cuore.

Mi sono trovata in un clima amichevole, conviviale, famigliare, in cui la cultura e l’ospitalità stavano a braccetto con storie, leggende, antiche tradizioni e personaggi che tornavano a rivivere attraverso le suggestioni con le quali ci accompagnava Franco. Racconti ufficiali e quotidiani.

Arrivo a Ravalle in un pomeriggio afoso, in un luogo davvero improbabile che, se non lo sai, non lo trovi, mi viene offerto subito un “ bikjér ”, un conforto più o meno alcolico, a scelta. Franco è l’anfitrione e si prodiga in tutti i modi per farci sentire a casa, come tutte le arzdore è indaffaratissimo, ti porge sollecito ogni cosa con il sorriso e la premura. “Dai, dai che ce n’é ancora” purasà par òñùŋ.

Manifesto di “Gente del Po” di Michelangelo Antonioni

Franco ha comprato casa qui insieme al vecchio cinematografo annesso che scoprì; entrarci è un tuffo nel passato e proprio anche un po’ nel passato della tua storia.

biliardino

Ci sono dei biliardini, irresistibile non giocarci. Alcuni palchi per guardare il cino sono vecchi calessi che vengono presi d’assalto dalle coppie più giovani, che per quei posti cosi scomodi e romantici ci vuole un fisico atletico. Intorno foto e oggetti d’epoca, drappi di stoffe come coreografia.

É  un posto che respira, vive e che diventerà “grande”.

il calesse
i drappi al cinema di Serravalle

Dopo il ristoro, qualche spiegazione, qualche aneddoto, la proiezione del vecchio film in bianco e nero con un sonoro assolutamente imperfetto ed autentico e sei contento come quando andare al cinema era un appuntamento importante di cui si parlava prima e dopo.

E i ricordi partono in una ricerca fatta di nebbia che si è dissipata e se li è portati con sè. Ho vissuto ma non ho trattenuto le cose della vita vicina al fiume. Ho lasciato che la vita di città mi rendesse estranea alle mie origini.

Man mano che cammino verso la barca sul fiume dove staremo in baracca, ascolto, guardo. Si risveglia la mia sopita appartenenza al Po.

Per un falso pudore, mi sono allontanata, estromessa, preferendo chissà quali promesse urbane.

Ricordo adesso, benissimo, lo zio Michele, maglia di lana grezza e spessa, i bragoni rappezzati tenuti dalle bretelle, la barba sfatta, ispida. Taciturno mi salutava, bambina, solo con un gesto e poi spariva.

Del Po, sicuramente quello di Pescara di Francolino, sapeva tutto, la sua era una convivenza consapevole e rispettosa. Quali pesci, quando le secche, quando averne paura, quando prendere come doni preziosi quello che l’acqua portava, il suono di ogni singolo uccello, le abitudini di ogni singolo animale, l’utilità di ogni singola pianta.

Michele non parla, sembra vecchissimo, è curvo ma ha una forza di toro, mani sapienti, intelletto fino, è una squadra di meccanici, ingegneri, artigiani tutta al completo. Lui vigila come una sentinella e come una guardia forestale custodisce l’argine del fiume.

La sua sapienza, la sua riluttanza alle consuetudini degli uomini ne facevano un mito mai irriso però, metteva soggezione. Così selvatico e così “strambo”. Quanta saggezza, quanto rispetto per la natura. Ad ogni stagione sapeva cosa era meglio fare o non fare. Usciva all’alba, viveva in maniera frugale, non chiedeva, sapeva quello di cui c’era necessità per le bestie, per la famiglia, anche per il fiume e i suoi abitanti, e lo faceva. Al tramonto riposava.

sulla chiatta di Franco

Adesso sono sulla barcona di Franco, guardo l’acqua che scorre, è davvero grande il fiume! Il sole che tramonta, mi godo il silenzio ma di più le storie di alcuni, gli autoctoni, che sono la memoria di questo luogo, delle persone e delle loro vicende, delle case e del loro destino negli anni. Compreso il cinema.

Ed è in questo momento che la sfuggevole figura dello zio si ripresenta e mi vergogno. Niente, non ho trattenuto niente di questa mia antica appartenenza alla gente del Po. In mezzo corre il fiume e io l’ho dimenticato e ho scelto la città. Non ho capito, non ho imparato. 

Vivo adesso sull’argine destro del Po di Primaro, ne sono stata attratta, un colpo di fulmine. Pensavo fosse il caso, forse invece un richiamo, un ritorno inconsapevole alle origini.

L’oblio con cui ho seppellito alcuni valori e una certa cultura, il mio tradimento alla mia gente rimangono imperdonabili.

Ci è stata data, per fortuna, la possibilità di recuperare e rimediare almeno in parte. Per questo il 18 luglio sarò a Porporana – Bosco Vecchio, a ballare i balli della tradizione popolare, ad ascoltare la musica delle feste. Sarà una danza con gli spiriti che abitano il grande fiume e con i miei antenati.

“In mezzo scorre il fiume” vuole ricordarci di questa presenza così preziosa, di questo “grande padre” che appare dormiente fintanto che non si secca o si ingrossa nel suo letto. Un fiume che scorre indisturbato, negletto, da cui la gente si è allontanata, dove sono sparite le balere, le feste, le spiaggette con i lidi e i suoi lavoratori. Ci piacerebbe che il fiume fosse rimesso al centro, che diventasse nuovamente un luogo di festa collettiva e di ritrovo all’aria aperta”.
[da “Spettacoli, itinerari e incontri lungo le sponde del grande fiume a cura di Officina Teatrale A_ctuar APS].

In copertina:  Po di Ravalle al tramonto.

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Per certi Versi / Giostre

Giostre

Quando sarò grande

vivrò nel sogno

dove mi nascondevo da bambina

 

e ci saranno ancora giostre

che mai si fermano

e cavalli liberi nella mia mente

 

mentre il tempo

tenta di sbranare i ricordi

salvo l’immaginare e i prati

 

In copertina: Foto https://pixnio.com/it/media/fiaba-giocattolo-giocattoli-carosello-vittoriano

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

FRANCESCA ALBANESE: SANZIONARE E PERSEGUIRE ISRAELE E I SUOI LEADER

Francesca Albanese, relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (ONU) per la Palestina, recentemente sanzionata dagli Stati Uniti per le sue posizioni prese nei confronti di Israele, ha spiegato perché Israele e i suoi leader dovrebbero essere sanzionati e perseguiti per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante i genocidi contro il popolo palestinese nei territori occupati da coloni israeliani.

In una conferenza stampa tenuta a Bogotà, in Colombia, dove Albanese è stata invitata a partecipare alla Conferenza ministeriale internazionale di emergenza sulla Palestina, l’alto funzionario delle Nazioni Unite ha sottolineato che sebbene i crimini di Israele contro la Palestina siano stati sistematicamente portati avanti  per decenni, la realtà attuale mostra in modo ancora più cruda la violenza smisurata e le flagranti violazioni di ogni tipo di diritto e legge.

“Ora vediamo che l’impunità è ancora retorica, non essendo punita con azioni concrete. Questa impunità ha portato alla realtà attuale, che è apocalittica per il popolo di Gaza, nella Cisgiordania occupata, nei quartieri palestinesi devastati, mentre la violenza dei coloni israeliani continua”, ha detto Albanese.

La relatrice ha osservato che la comunità internazionale si è storicamente limitata a condannare in modo “retorico” le occupazioni del territorio palestinese, che sono passate da circa 80 negli anni ’90 a più di 300 oggi.

“In questi decenni sono state condannate l’espansione dei coloni, gli omicidi extragiudiziali, le torture, gli arresti, le forme di punizione collettiva contro i palestinesi, ma senza azioni concrete”, ha affermato Francesca Albanese.

In questo modo, ha sottolineato la relatrice Onu, l’attuale situazione in Palestina è inaccettabile perché si tratta di “un genocidio” contro il popolo palestinese, che affonda le sue radici nelle scelte  della comunità internazionale che a causa della loro inazione “erode il sistema multilaterale” di cui fanno parte i paesi.

Albanese ha ritenuto che l’attuale situazione in Palestina non può essere prolungata più a lungo e per questo motivo le sanzioni contro Israele devono essere imposte immediatamente.

“Dobbiamo capire cosa succede. Ed è che Israele come Stato, le sue politiche e i suoi interessi economici, sono completamente intrecciati con le colonie” installate nei territori occupati. “Ecco perché Israele deve essere sanzionato”, ha affermato.

Inoltre, ha avvertito che la giustizia internazionale deve applicare “misure individuali” contro “i leader israeliani più estremisti”, che devono essere ritenuti responsabili di tutti i crimini contro l’umanità che hanno commesso e, di conseguenza, affrontare la giustizia.

“Per questo motivo, ha sostenuto Albanese, l’embargo sulle armi a livello internazionale contro Israele è ora più che mai “un obbligo”. “È obbligatorio non ritardare più un embargo sulle armi. Si tratta di un obbligo internazionale, non di solidarietà”, ha detto.

Allo stesso modo, ha aggiunto, la comunità internazionale deve essere responsabile e fermare il trasferimento di tutti i tipi di fonti di energia per Israele, che servono ad alimentare i suoi crimini nei territori palestinesi.

Ha inoltre  osservato la relatrice che gli Stati che possiedono porti nel Mediterraneo dovrebbero inviare costantemente barche umanitarie con medici, infermieri, cibo, medicine e latte artificiale, per cercare di ridurre le morti per fame.

Francesca Albanese ha anche fatto riferimento alla decisione dell’Unione europea di non interrompere le relazioni con Israele e ha detto che tale misura la trova “sorprendente” e “triste”, perché nonostante gli israeliani abbiano commesso crimini di guerra e contro l’umanità per più di mezzo secolo, il blocco europeo li sostiene ancora, anche nei momenti di continue violazioni contro la Palestina.

“Il fatto che le relazioni siano state rinnovate di fronte alla distruzione di Gaza segna probabilmente il punto più basso della politica europea, dell’Unione europea”, ha lamentato l’alto funzionario.

Per questo ha sostenuto che la “politica dei doppi standard” da parte dell’UE rispetto alla situazione in Palestina segna anche il tradimento dei valori europei”. “Le madri e i padri fondatori dell’UE si staranno oggi  rivoltando nelle loro tombe”, ha aggiunto Albanese. (RT)

Ora capirete perché Francesca Albanese è stata sanzionata dagli Stati Uniti … non è ammesso esprimere posizioni come le sue su Israele.

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

Cover: Francesca Albanese – immagine su licenza heute.at

Il Papa sotto le bombe di Gaza

Un’altra bomba su Gaza? No, un Papa.

il 19 luglio 1943, esattamente ottantadue anni fa, il grande bombardamento su Roma delle forze aeree alleate. 4.000 bombe sganciate sulla città, almeno 3.000 morti e 11.000 feriti, la metà dei quali, 1.500 morti e 4.000 feriti, solo a San Lorenzo, il quartiere più colpito. Lo stesso giorno Papa Pio XII uscì dal Vaticano e raggiunse San Lorenzo per essere di conforto alle persone colpite dalla tragedia.

Il bombardamento di San Lorenzo, sventrato dalle bombe, i volti dei sopravvissuti, sono stati raccontati più volte in quadri, film. canzoni. E soprattutto la foto di Pio XII, quell’angelo bianco a braccia aperte, è diventata un’immagine simbolo, un’icona della storia italiana: un Papa sotto le bombe che abbraccia il suo popolo.

È di ieri la notizia che, nell’ennesimo bombardamento israeliano è stata colpita anche l’unica parrocchia cattolica di Gaza: altri 3 morti che si aggiungono ai 60.000 palestinesi sterminati, di cui 15.000 bambini. Papa Leone XIV, appresa la notizia, ha detto: “Fermatevi!”. Non esiste una parola più giusta, ma nessuno al mondo, nessun potente, nessun capo di stato dà retta alle parole, alle suppliche, alle invettive di un Pontefice Romano; lo sa bene Papa Francesco che ci ha provato inutilmente per 14 anni.

Occorre cambiare qualcosa. Forse Papa Prevost potrebbe imparare da Pio XII: guardare a Gaza come a San Lorenzo. Leggo che da Roma per raggiungere la Palestina ci vogliono 3 ore e 18 minuti di volo. Con il suo super elicottero bianco il Papa può metterci anche meno a raggiungere Gaza. Abbandoni per qualche giorno le sue ferie di Castel Gandolfo e vada a Gaza di persona (nessuno oserà fermarlo), dove troverà una città completamente rasa al suolo (altro che San Lorenzo), e incontrerà una manciata di cristiani e decine di migliaia di non cristiani, questi e quelli figli di Dio.

Papa Leone Magno (narrant) fermò Attila. Attila era probabilmente meno omicida di Benjamin Netanyahu, quindi anche per Leone XIV fermarlo sembra un’impresa impossibile. Ma se ci si vuol provare veramente, bisogna andare a Gaza. E a Gaza, tra gli sterminati, ripetere quella parola: “Fermatevi!”

Cover: Pio XII a San Lorenzo sotto le bombe – foto L’Avvenire

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Viaggio in Italia. Il mio amico A.

Viaggio in Italia. Il mio amico A.

Ho conosciuto A. nell’estate del 2015, quando faceva il volontario presso la Biblioteca comunale di Zocca, sull’Appennino modenese. Aveva allora 85 anni e camminava a fatica, trascinando un po’ i piedi. Eppure ogni giorno, con una puntualità degna di un treno svizzero, arrivava in perfetto orario e prima di me, ed io, che venivo a piedi come lui, attraversando a piedi il paese, non riuscivo mai ad arrivare per primo, nonostante abitassimo a poca distanza l’uno dall’altro.

Non c’era un obbligo nell’orario, essendo il nostro volontariato puro, non retribuito, inoltre non dovevamo aprire la biblioteca, quindi ognuno di noi due, sceglieva il momento in cui iniziare la mattinata.

Ma per quanto anticipassi il mio ingresso in biblioteca, pur nei limiti d’orario di una vacanza, poiché mi trovavo pur sempre li per riposare, il mio futuro amico arrivava sempre per primo, un po’ come il tormentone, del colore delle magliette del drappello degli esploratori, in Gunny, un vecchio film militarista, ma divertente, con Clint Eastwood.

Il mio amico A. ha diverse malattie invalidanti, di cui mai si lamenta, piuttosto ne parla, con grande tranquillità, ma soprattutto è capace di parlare un po’ tutte le lingue europee, avendo accompagnato per tutta la vita gruppi turistici, per conto del comune di Modena. Ha inoltre una solida – e mai sbandierata – cultura generale, fatta in anni di viaggi e di letture.

Dall’avere percorso in bus (lui lo chiamava ancora “torpedone”), tutta l’Europa e parte del Medio Oriente, deriva invece la sua incredibile capacità di sopravanzare ed integrare qualunque navigatore o schermata di Google Maps. A. conosce strade e percorsi alternativi più veloci di quelli proposti dai moderni strumenti informatici, e sa adattare ed aggiornare qualunque cartina stradale, integrandola con le sue conoscenze ed i suoi ricordi.

Si definiva allora, in quella torrida estate, un po’ umoristicamente, un modesto “impiegato tecnico di concetto”, ovvero la dicitura che i vecchi uffici di collocamento solevano mettere sui cartellini dei periti disoccupati, e lui come me, lo è. Un perito meccanico (mentre io sono chimico), formato in tempi in cui tale diploma valeva, in termini di preparazione, quasi una moderna laurea breve in ingegneria.

Causa naturale predisposizione al sociale e reciproca simpatia, io ed A. siamo diventati da subito ottimi amici, e spesso, la sera – mai dopo le dieci però – si intavolavano lunghe discussioni davanti ad una pizza o ad un caffé. In quei momenti si rivelava tutta la sua allegra gioia di vivere, la sua immensa modestia, vera umiltà che mai giudica, ma piuttosto sorride bonaria.

A. in quelle sere mi ha raccontato, fra le altre cose, dei primissimi viaggi oltre cortina, in Unione Sovietica, stretto nella torretta di un bombardiere bimotore Ilyushin, a cui era stato tolto l’armamento. Ed io che da ragazzino ne studiavo le caratteristiche tecniche, appassionato com’ero di velivoli da combattimento della seconda guerra mondiale, lo invidiavo moltissimo.

A questi racconti, sulle abitudini e la vita sovietica degli anni Cinquanta, il mio amico ha poi aggiunto il dono finale di molti opuscoli e materiale turistico – a dir poco imbarazzante, per l’evidente falsità ideologica – dell’Associazione Italia – Urss, che ancora oggi conservo come fossero reliquie d’un antica chiesa ortodossa.

Ma il tratto che forse interesserà maggiormente i lettori di Rodafà, è la profonda e cristallina fede di A. Mai una volta in tutti questi anni l’ho sentito lamentarsi di qualcuno o di ciò che il Signore gli ha riservato, compresa la recente perdita dell’unico figlio, oramai un maturo signore in età da pensione, che ha comunque lasciato moglie e figli.

Da oramai tre anni, causa gravi problemi circolatori, A. non cammina più: deambula, grazie a quel triste – ma ahimé indispensabile – supporto, che in gergo sanitario è chiamato “girello”, proprio come quello che un tempo usavano i bambini piccoli per muovere i primi passi.

Il mese scorso si è trasferito a Cuneo (dove, come da famosa battuta, Totò ha fatto il militare, diventando così “uomo di mondo”), poiché non ha più nessuno qui in Emilia che lo possa seguire. Mi intristisce pensare che, durante uno degli ultimi pomeriggi trascorsi assieme, nel rincasare A. mi aveva espresso tutto il suo desiderio di tornare, almeno una volta prima di passare a miglior vita, a Rio de Janeiro, sulla spiaggia assolata di Copacabana.

A volte me lo immagino lassù, al Nord, sotto al Pian del Re – dove nasce il fiume Po – al freddo e solo in quella città di montagna, lontano dalle piazze aperte della sua Modena. Nell’immaginare ora quei luoghi, mi aiuta il fatto che, mentre scrivo, fuori impazza un nebbione padano – tropicale quale si potrebbe trovare soltanto in una versione di Amarcord  prodotta da Bollywood.

Credo proprio che prima o poi riempirò una borsa da viaggio di lambrusco DOC e prenderò il primo treno per Cuneo. Per concludere dirò che stare con A., o parlare con lui al telefono è l’unico modo (sic.) in cui sento ancora possibile un futuro, personale o collettivo che sia. Ma soprattutto, lo confesso, “da grande”, vorrei proprio diventare come lui.

Le tappe di Viaggio in Italia di Stefano Agnelli le puoi trovare su Periscopio [Qui]

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Un esame di maturità o una gara di sopravvivenza?

Gli esami oggi: un esame di maturità o una gara di sopravvivenza?

Un appello per una scuola diversa

Mi ha appassionato la vicenda degli studenti e delle studentesse che hanno protestato all’esame di Maturità rifiutando di sostenere il colloquio. Lo hanno fatto per critica un sistema scolastico che ritengono eccessivamente incentrato sui voti, a discapito del loro percorso di crescita quinquennale e dell’impegno costante, che spesso non hanno visto riconosciuto equamente. Sentono che un singolo numero o “pezzo di carta” non possa definire il loro valore. Lamentano inoltre una mancanza di comprensione ed empatia da parte dei docenti, percepiti come interessati solo ai voti e poco disponibili ad affrontare le loro difficoltà umane o a creare uno spazio di dialogo e supporto. La scuola è vista come un ambiente eccessivamente competitivo, che li mette sotto pressione e li spinge a vedere i compagni come rivali. Per questo, chiedono un ripensamento profondo del sistema scolastico e dell’esame di Stato, ispirandosi a modelli stranieri (come quelli del Nord Europa) che riducono la competitività e valorizzano autonomia e spirito critico. La loro protesta è l’espressione di un profondo disagio e richiede una scuola più equa, empatica e focalizzata sulla crescita integrale delle persone.

La reazione del ministro: bocciare

Il ministro Giuseppe Valditara nell’occasione ha fatto i soliti annunci minacciosi di circostanza, che a ben vedere sono inapplicabili se non si cambia la legge. Gli studenti e la studentessa hanno rispettato le regole, tant’è che il ministro non ha potuto rivedere la promozione come sarebbe stato lecito se le formalità non fossero state rispettate. D’altronde il funzionamento dell’Esame di Stato, ora non più di Maturità, è veramente macchinoso e poco rispettoso di una valutazione seria e aderente della preparazione degli studenti e studentesse. Si basa su un accumulo di punti, fino a un massimo di 100, che tende ad essere automatico, con un sistema molto simile a quello di una gara sportiva, dove un errore può costare un risultato.

Scuola e vita un allenamento per la vittoria?

Nei forum su Facebook la maggior parte dei commenti, spesso di insegnanti, ma anche di genitori, ha liquidato la scelta come un gesto da fannulloni scansafatiche. Invece molti esperti e influencer, tra cui Enrico Galiano, hanno sollecitato a considerare seriamente l’appello che questi giovani stanno mandando alla scuola

Lo psichiatra star dei media Paolo Crepet, a questo proposito, censurando il gesto, ha portato l’esempio del tennista Jannik Sinner che “accetta le sconfitte, quindi la valutazione negativa, e va avanti per cercare di migliorare” e che applica il suo impegno costante non per vincere a tutti i costi, ma per “affrontare le sfide senza paura”. L’accusa è di non affrontare la paura e di non accettare le sconfitte. Anche in questo caso mi stupisco della incongruenza nelle dichiarazioni di questo adulto considerato esperto: un esame scolastico non può essere una gara dove vinci o perdi, come in una partita di tennis. E la vita non è una partita di tennis ovviamente. In una partita puoi essere preparatissimo ma puoi perdere. Non può e non deve succedere questo nell’esame finale del percorso scolastico e non può succedere a scuola né nella vita.

La scuola non è una gara, è un percorso di crescita dove si apprende a conoscere se stessi con l’aiuto degli altri, compagni, professori e adulti tutti. Non c’è una meta dove arrivare, non c’è un avversario di cui essere migliore; non si fa tutti lo stesso percorso, ma ognuno, ognuna ha il suo che deve essere una trovato, non esiste a priori. Una scuola che chieda di ripetere quello che gli insegnanti sanno già è una scuola perdente che non prepara allo spirito critico rivendicato da chi condanna gli studenti protestatari e non prepara a un futuro che rinnovi il mondo come abbiamo bisogno.

Una scuola al servizio della comunità ha bisogno dei voti?

Anche i critici, perfino Crepet, riconoscono che nel mondo della scuola non c’è ascolto per gli studenti e le studentesse, a nessuno interessa come stanno. Chiedimi come sto è stata una delle prime grandi indagini in Italia sul disagio psicologico dei giovani al tempo della pandemia: ce ne siamo presto dimenticati. Chi ha protestato si è lamentato che a scuola  si chieda il massimo impegno prestazionale senza interesse per chi si sia e per cosa si stia vivendo. Un ambiente che assomiglia  ad un’azienda che persegua il massimo della produttività e del profitto senza considerare minimamente gli esseri umani che vi operano.

Mi chiedo se sia questo l’interesse della collettività. Si argomenta che tutti noi desideriamo che il medico che ci cura sappia fare il suo lavoro e sia il migliore, ma non si considera se assegnare voti numerici sia il modo migliore per formare bravi professionisti e per far rendere al massimo uno studente o una studentessa.

Esperti come Daniele Novara e Matteo Lancini lo vedono come un sistema obsoleto che ostacola la crescita completa e il benessere degli studenti e propongono invece valutazioni più formative e descrittive.

Provo a sintetizzare, perché molto ci sarebbe da dire.

Il voto semplifica e sminuzza, non cattura la complessità del percorso di apprendimento. Ha un’apparenza di oggettività, ma i criteri di misurazione sono stabiliti dal docente sulla base di quello che ritiene, non si adatta a quello che uno studente o una studentessa può presentare in seguito a un percorso di ricerca personale. Genera ansia, stress e demotivazione, essendo, come si diceva prima, un giudizio insindacabile, immodificabile una volta ricevuto e inserito in una media che calerà ogni volta che si sbaglierà. Si può essere portati a identificarsi con il numero e a confrontarsi non per apprendere l’una dall’altro e migliorare, ma per misurare il proprio valore: questo ovviamente è un’illusione distruttiva, sia per chi ha brutti voti che per chi li ha ottimi. Una volta ricevuto un bel voto, poi, la soddisfazione è raggiunta e non c’è motivo di procedere a nuove esplorazioni, anche perché un numero non offre le indicazioni concrete per migliorare che invece verrebbero date con una valutazione descrittiva dei punti di forza e di quelli carenti.

A chi mancano spirito critico e coraggio?

Le giovani generazioni non hanno più una spinta alla ribellione come è stato in passato: questa protesta l’ho vista come un atto nonviolento di cui si paga il prezzo personalmente. Ritengo ingiusta l’accusa di una scelta di comodo. Accusare di vigliaccheria chi ha fatto un percorso di cinque anni con ottimi risultati enfatizzando il valore di una prova di venti minuti che molto spesso si riduce ad un ridicolo quiz (ho fatto la commissaria interna od esterna per molti anni) mi sembra veramente riduttivo e mi colpisce la mancanza di curiosità e di ascolto, perfino nel momento dell’esame, dove si fa credere che lo studente possa e debba esprimersi pienamente  nella sua individualità.

Mi colpisce che in qualche caso si sia ammesso che il sistema non è adeguato, ma non si è riconosciuto che quindi la protesta è una forma di lotta per cambiare, mentre si è sollecitato ad accettare lo status quo. Io invece vedo il coraggio di esporsi di fronte a un tavolo di adulti che sta per giudicare il tuo valore in una fase unica della tua vita e vedo invece la rassegnazione e la rinuncia da parte di adulti che dovrebbero educare allo spirito critico e coraggio che pretendono. Non escludo che nel contesto dell’esame, dove è richiesto il massimo del rispetto delle formalità, i commissari e le commissarie si siano preoccupati di mantenere la regolarità delle procedure non rendendosi conto di quanto di prezioso stessero perdendo e di quale immagine mediocre stessero offrendo.

 

In copertina: Felice Casorati, Gli scolari, 1927-1928

 

Il tramonto dell’impero americano e l’alba del tecnofeudalesimo

Il tramonto dell’impero americano e l’alba del tecnofeudalesimo

Il tramonto dell’impero americano non è né una buona né una cattiva notizia, in astratto: dipende in quale parte del mondo vivi, a quale classe sociale appartieni. E’ un tramonto scalciante, tribolato e feroce, che affetta in trasversale le persone, le famiglie, le classi, le nazioni, i gruppi etnici. Alcuni staranno meglio in un paese che starà peggio, alcuni staranno peggio in un paese che andrà meglio. Molti sono morti e moriranno durante il lungo trapasso imperiale, e non di morte naturale, ma trascinati al fronte o ammazzati fisicamente, socialmente o economicamente da oligarchie impazzite, preoccupate solo di espandere il loro potere o di non vederlo conculcato.

Donald Trump è il frutto avvelenato dell’albero piantato da Bill Clinton. Non il Clinton avvinto nella prurigine dei blow jobs, ma il Clinton ben più fatale della liberalizzazione totale dei mercati finanziari, della affarizzazione totale del sistema delle banche. Caduta l’Unione Sovietica dieci anni prima, l’illuminato capo dell’impero americano – illuminato immaginiamo dal riflesso del sole sui dollari dei suoi finanziatori –  decide nel 1999 che il locus ideale per l’esercizio della democrazia globale è la Borsa: tutti possono investire in azioni, tutti possono diventare ricchi semplicemente facendo girare dei soldi, anche se non sono capitalisti. Tutti possono trasferire soldi (pochi o tanti, o tantissimi) da un angolo all’altro del pianeta con un click. Un sogno.

Per molti privati, americani ma non solo, il sogno diventa presto un incubo. Quando ci rimettono soldi in Borsa passano da creditori a debitori: il sistema li finanzia per tenere alti i consumi, mettendo a garanzia una casa che, di fatto, è della banca, che ha prestato loro denaro fino all’ultimo centesimo del suo (sopravvalutato) valore. Peccato che una elementare regola del credito sia: non devi guardare al valore della garanzia, ma alla capacità di restituzione di chi finanzi. La bolla scoppia attorno al 2008, quando tantissimi privati non riescono più a pagare le rate del mutuo – mutui spesso nati con tassi bassi ma crescenti. Il mercato viene inondato in breve tempo di centinaia di migliaia di case messe all’asta per rientrare dei crediti inesigibili, il loro prezzo crolla per eccesso di offerta, gli strumenti finanziari – nel frattempo venduti in tutto il mondo tramite le c.d. cartolarizzazioni – che hanno come sottostante i mutui non più pagati non rimborsano più, a loro volta, i sottoscrittori; il banco salta. La crisi finanziaria diventa immediatamente economica. Gli attivi di molte banche crollano: se sei un creditore della banca (o di un titolo di debito che hai comprato presso di lei), rischi che non ti vengano restituiti i soldi. Se sei un debitore della banca, ti chiedono di saldare immediatamente tutto il debito residuo. Se vorresti essere un debitore della banca per finanziare un’impresa, una casa ecc…, non ti prestano i soldi perché quelli che hanno già prestato ad altri non rientrano più (c.d. credit crunch).

Nello stesso periodo, per un mare di soldi che affluiscono negli Stati Uniti – intesi come mercati finanziari, Borsa, società di fondi statunitensi – un mare di imprese escono dagli Stati Uniti. Approfittando della globalizzazione targata Clinton (che per gli standard statunitensi era un politico di sinistra) portano i capitali e le fabbriche dove il lavoro costa meno: Asia, soprattutto, ma anche Sudamerica ed est europeo. Le sedi fiscali invece le spostano in paesi dove non pagano tasse. Quindi: molti statunitensi perdono il lavoro, la base industriale degli Stati Uniti progressivamente si riduce, i consumatori americani iniziano ad acquistare molte merci fabbricate all’estero, perché sono meno costose o perché ormai non esistono alternative. In particolare, assistiamo ad un’ autentica invasione di merci fabbricate in Cina, di cui puoi verificare la potenza semplicemente guardando l’etichetta di fabbricazione su qualunque oggetto acquistato che hai in casa, nel pc, all’orecchio o addosso. E, attenzione: in poco più di trent’anni le “cineserìe” – termine divenuto dispregiativo che definiva una cosa poco costosa ma dozzinale, farlocca, che si rompeva subito – vengono soppiantate da una valanga di oggetti che funzionano, alla portata di tutte le tasche. Noi abbiamo continuato da colonialisti a pensarli e trattarli come quelli delle borsette e delle tute col brand contraffatto, poveri muli da soma senza diritti che lavorano sempre, di notte, a natale, sempre. In realtà nel giro di pochi anni sono stati loro a colonizzare noi con le loro merci. Come consumatori occidentali, noi siamo già da tempo una colonia cinese.

Big Beautiful Bill, un patto col Diavolo

La disperazione economica di milioni di americani prevalentemente bianchi ha condotto al potere Trump – oltre ovviamente ad un mare di denaro a sostegno della sua, va detto poderosa, propaganda. E’ la seconda volta, tra l’altro non consecutiva, che ciò accade. Il primo risultato interno di questa rielezione è il Big Beautiful Bill, una legge di bilancio (della quale si possono leggere le caratteristiche principali qui) definita dalla deputata dem Ocasio-Cortez “a Deal with the Devil”, che demolisce il (già non universale) sistema di assistenza sanitaria pubblica, rende strutturale il taglio di tasse ai più ricchi, finanzia la costruzione di muri contro il Messico, stringe i cordoni della nuova immigrazione e punta all’espulsione di parte di quella già avvenuta. Un omaggio di pancia al suprematismo bianco che redistribuisce il denaro all’incontrario, dai poveri ai ricchi, da Robin Hood allo sceriffo di Nottingham. Non so davvero dire se Trump stia esagerando nel bastonare i “poveri” , dai quali anche è stato eletto. Non so dire se stia esagerando nel colpire le università, nel reprimere con la polizia incappucciata il dissenso, nell’ arricchire a ulteriore dismisura la già smisurata avidità dei padroni di fondi e bigtech, complimentati alla Casa Bianca in diretta dopo aver realizzato milioni di dollari di utile probabilmente a seguito di un insider tip. Non so dire se questa legge di bilancio, che secondo il Congressional budget office aumenterà il già enorme debito pubblico statunitense, lo affosserà per sempre provocando una fuga di capitali dagli Stati Uniti. Non so dire se i dazi sull’enorme quantità di merci importate e consumate dagli americani impenneranno i prezzi fino a far saltare in aria i bilanci familiari della classe media. Non so dire se le nazioni europee si muoveranno in ordine sparso cercando di negoziare dazi ridotti solo per sè, come purtroppo temo, e come sconsiglia Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’Economia, che raccomanda all’Europa di rispondere unita allo schiaffo americano con una tassa selettiva sulle bigtech. Soprattutto, non so dire se questo programma e scenario disegnato da Philip Dick e da George Orwell farà rivoltare gli americani contro il tycoon, lo farà impicciare, destituire, semplicemente sostituire. Non so dirlo, perché già la possibilità di rielezione di Trump dopo il tentativo di colpo di stato a Capitol Hill mi sembrava distopica, esagerata, impossibile, e invece è avvenuta. Trump è un giocatore d’azzardo al quale spesso va bene, per cui fare pronostici sul suo destino è esso stesso pure un azzardo. Quel che è certo è che siamo in prossimità di una scadenza fondamentale:  9.200 (novemiladuecento) miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi, pari a un terzo di tutto il debito e quasi il trenta per cento del Pil statunitense, scadranno nel 2025(si veda qui).

Dal capitalismo al tecnofeudalesimo

Gli effetti del diabolico patto di bilancio potrebbero innescare una rivolta sociale: ma organizzarla in modo da farla diventare organica è una cosa troppo lontana dalla realtà distopica che ha portato Trump al potere, per avere qualche possibilità di attecchire. Invece, se la grande finanza privata e statale fuggisse in massa dagli Stati Uniti, Trump finirebbe nella polvere? Forse è l’unico fatto che potrebbe determinare la sua fine anticipata. Il suo potere potrebbe vacillare davvero solo se gli Stati Uniti venissero abbandonati dagli investitori mondiali che finanziano il suo smisurato debito: in primis la Cina e i grandi fondi. Verrebbe detronizzato (giacché ha già trasformato la presidenza in una specie di reame) non dalla rivoluzione dei sanculotti, ma dalla  “rivoluzione” dei feudatari: anzi, dei ricchi vassalli dei grandi feudatari contemporanei (che sono Amazon, Google, Microsoft e le altre grandi piattaforme), per seguire la definizione di Yanis Varoufakis secondo cui il tecnofeudalesimo del cloud è la evoluzione del capitalismo (leggi qui). Una affermazione di Varoufakis è particolarmente suggestiva in questo senso: “I cloudalist di oggi – proprietari del cloud capital – non si preoccupano nemmeno di produrre qualcosa e di vendere le loro cose. Questo perché hanno sostituito i mercati, non li hanno soltanto monopolizzati.” Quindi, dal profitto alla rendita. Il profitto come strumento della rendita, esponenziale, degli oligopolisti delle piattaforme digitali, che guadagnano perché sono loro stessi diventati il mercato.

Certo, i feudatari hanno prevalentemente nazionalità statunitense, ma la nazionalità per il capitale e per il cloud – feudalesimo non importa: si va dove conviene. L’impero americano è al crepuscolo. Sarà un declino terribile e recalcitrante, ma è già in uno stadio avanzato. Tramonta perché in termini finanziari ha spinto per globalizzare tutto ponendosi solo dal punto di vista della conquista di nuovi mercati, con un duplice risultato: primo, di fare affacciare al balcone del potere economico dei giganti statuali e privati che avrebbero finito, prima o poi, per sottrargli il monopolio della forza; secondo, di accelerare un processo di deindustrializzazione degli Stati Uniti che appare illusorio invertire con la politica dei dazi. L’impero ovviamente vorrebbe conservare il suo potere continuando a finanziare le guerre che gli consentano di controllare i giacimenti della ricchezza: ma per farlo sta usando una violenza vecchia, novecentesca, oltre che bruta. Questa violenza alienerà al vecchio impero anche le simpatie di chi tradizionalmente fa affari con lui: non per ragioni morali, ma perché di fronte alla perdita di potere economico gli amici di sempre si diradano usando il pretesto morale.

Invece, chi usa la violenza in senso neoimperiale, contemporaneo, post novecentesco, si è già sistemato: la Cina possiede, estrae e lavora più del 90 per cento delle terre rare, i metalli fondamentali nella produzione di touchscreen, lampade, hard disk, fibre ottiche e laser, apparecchiature mediche, batterie di auto elettriche, magneti permanenti, sensori elettrici, convertitori catalitici indispensabili per la produzione di tecnologie verdi come turbine eoliche e pannelli fotovoltaici.  Trump vuole invadere, visto che non è capace di comprarla, la ex gelida Groenlandia (territorio danese) che ha giacimenti di terre rare, gas e petrolio a portata di ex impero: ma la Cina è già arrivata anche lì (leggi qui) e ne sta di fatto già controllando da anni le risorse, approfittando del riscaldamento globale che ha reso più agevoli le rotte marine, trasformandole in un nuovo canale di Panama.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parole a capo
Elisa Poletti: «Le parole» e altre poesie

Parole a capo <br> Elisa Poletti: «Le parole» e altre poesie

 

Le parole

 Le parole, sono increspature nelle pieghe delle lenzuola,
sono menzogna, sorridono,
mentre scompaiono allo sguardo stanco
di chi non sente o non comprende.
Le parole vanno e vengono senza soffermarsi nella sintassi,
scavalcano ogni prova letteraria,
sono strumenti di pochi, ma usate da molti senza intuirne il senso
Parole visibili, intellegibili, appaiono sopra nuvole
come visione di un mondo sommerso da una poetica sottile,
sono senza accento si sciolgono in gola,
soffocano e niente resta,
le parole sulla carta scappano dalla scrivania,
si insinuano sul foglio vuoto perdendone il senso
e libere si dipanano nella stanza.

 

(da “Poesie in Indelebili Percezioni” dall’antologia “Schirone“, Aletti Editore, Dicembre  2024)

 

 

*
Vita
Proprio al padre e alla madre
chiedo il segreto della vita che mi hanno dato.
Dove i loro corpi decomposti
hanno il segreto dei ricordi,
che mi assomigliano.
Dove i campi di marzo pieni di viole,
restituivano il loro profumo al nostro passaggio
dove la campagna era immagine,
ricordo giocoso di quel sole ambrato.
C’era poesia, allegria attorno a noi,
c’era molto di più, una sorta di felicità che
permeava la pelle e lasciava i brividi al nostro passaggio.
Ora nella dissolvenza dei corpi resta
il mistero della vita.
(da “Poesie in Indelebili Percezioni” dall’antologia “Schirone“, Aletti Editore, Dicembre  2024)
*
Sogni in divenire 
Io vorrei solo sognare di andare,
non vorrei andare in nessun 
luogo, 
solo la mente mi permette di immaginare. 
La concretezza del viaggio perde il suo fascino,
è meglio 
non partire,
ma restare e 
sognare luoghi immaginati, 
non ci sarà nessuna delusione…
Voglio pensare  ci siano solo luoghi della mente e
non  altri luoghi da vivere.
Ci saranno nuovi viaggi,
ovunque sia il mio  delirio,
il mio silenzio, 
io aspetterò nuovi sogni non sognati
(inedita)
*
Petali Rosa
Ho visto  mani stringersi, erano petali rosa.  
Avevano il sapore  antico, di nuove conquiste.        
 i fiori si dischiudevano al passaggio di una nuova primavera, ma era veramente  primavera?
 O il tempo si era incurvato in una sorta di sospensione, 
la realtà diveniva stantia 
 tutto era  rarefatto,
 ovattato da un silenzio assordante, 
non c’era spazio, tutto era inerte la materia era fluida e la sostanza si inebriava di…odori.
Forse erano dimensioni del tempo dilatato o 
forse era solo metafisica.??..
(inedita)
(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Elisa Poletti (Tresigallo – FE). Da sempre è stata affascinata dalla scrittura e dalla lettura. “Solo negli ultimi anni però ho iniziato a scrivere poesie, quasi per gioco. (…) Sono stata ispirata particolarmente da due poetesse contemporanee come Chandra Candiani e Mariangela Gualtieri“, dice di sé l’autrice. Fa parte dell’Associazione Culturale di poesia “Ultimo Rosso“.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 294° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Violenza, nonviolenza, uso della forza

Violenza, nonviolenza, uso della forza. Viviamo in un mondo sempre più pieno di conflitti: personali, sociali, tra stati, internazionali. In questo momento sembra che i conflitti stiano aumentando e che non ci sia modo di porre fine alla violenza.

Questo sistema, sociale, economico e mentale, dice, magari di contrabbando, che la soluzione alla violenza è la violenza: più controllo, più sistemi di allarme, più leggi repressive rispetto al preteso aumento della delinquenza, per fare un esempio facile.

I movimenti nonviolenti non la pensano così perché, in primo luogo, si interrogano sulla radice ultima della violenza.
Per esempio Pat Patfoort sottolinea come la violenza visibile (la violenza fisica per esempio) sia preceduta da una più crudele violenza invisibile (violenza psicologica, economica, religiosa) e che sia necessario rintracciare il percorso e le concatenazioni che portano all’atto violento. sempre ha definito la violenza come la limitazione dell’intenzionalità umana e che, in questo senso, la violenza fisica sia sono uno degli aspetti di un fenomeno che riguarda l’economia, le relazioni umane, la discriminazione, l’orientamento sessuale, la credenza religiosa.

Un’altra puntualizzazione importante è chiarire che la violenza non è sinonimo di forza e che l’uso della forza, nei suoi molteplici aspetti può perfettamente essere un’azione nonviolenta: la forza di una manifestazione, della disobbedienza civile, dell’interposizione nonviolenta tra due forze violente, lo sciopero, il boicottaggio, la difesa con ogni mezzo a disposizione da un’aggressione (tutte espressioni e lotte che già Aldo Capitini segnalava nel suo Le Tecniche della Nonviolenza, opportunamente ripubblicato da Manni).

A livello sociale esistono enti di vario tipo a cui la società ha demandato l’uso della forza in certe occasioni regolate dalla Legge: questo patto sociale è posto sotto revisione dalla nonviolenza perché ben sappiamo che con la scusa dell’Ordine Pubblico si sono violati e si violano Diritti Umani, si giustificano dittature e stati d’emergenza.

Però sembra ragionevole che con gli opportuni correttivi esistano enti che si occupano legittimamente di esercitare la forza (non la violenza) nelle occasioni opportune: arrestare i ladri, proteggere le persone indifese ecc. Il caro amico Peppe Sini propone sempre un corso di nonviolenza alle Forze dell’Ordine.

Un tema importante riguarda invece quando forze sociali sia opportuno che usino la forza in determinati contesti sociali. L’esempio concreto e storico sono le lotte armate di liberazione dei popoli, le insurrezioni contro i dittatori, le varie forme di Resistenza.

Su questo c’è molta confusione, differenza di opinioni anche tra le persone che si riferiscono alla nonviolenza; anche c’è molto giustificazionismo e un background storico che agisce su ognuno di noi, con i suoi miti (Che Guevara per esempio).

Cominciamo col dire che anche chi usa abitualmente le armi ha una sua etica e delle leggi da seguire, alla fine potrebbe bastare la Convenzione di Ginevra.

Ma l’aspetto da chiarire è se, a partire dal rispetto della Convenzione di Ginevra, un’azione militare possa essere considerata un’azione nonviolenta. Inoltre considerare se, in determinate situazioni, non sarebbe stato possibile una soluzione diversa.

Per esempio molti studiosi nonviolenti hanno sviluppato il concetto di Difesa Popolare Nonviolenta che è un insieme di azioni non armate di resistenza civile, boicottaggio, non collaborazione in cui si difende un territorio o una sovranità popolare senza ricorrere alle armi.
All’inizio dell’invasione russa in Ucraina molti pacifisti si sono chiesti cosa sarebbe successo se invece della risposta armata si fosse proposta una pacifica resistenza passiva, o forme di mediazione o perfino una resa incondizionata: Putin sarebbe veramente arrivato a Kiev? Atlante delle Guerre ha documentato questi tentativi.

Evidentemente nella storia abbiamo una serie di esempi di liberazione del territorio effettuati con l’uso delle armi e i movimenti di liberazione dei popoli rivendicano quegli esempi. In Italia il riferimento è alla Resistenza che ha innegabilmente avuto una parte di lotta militare armata anche se quello non è stato l’unico aspetto.

Al tempo stesso abbiamo esempi contrari di movimenti di liberazione armati che scelsero di abbandonare la lotta armata e scegliere la nonviolenza: il caso storico più significativo è stato quello di Nelson Mandela e dell’African National Congress dove l’abbandono della armi e la scelta della mobilitazione internazionale nonviolenta, del boicottaggio sono risultati vincenti. Un caso attuale di grande importanza è quello di Ocalan e del PKK che, nonostante le avverse condizioni in cui da tanto versa il popolo kurdo, ha deciso di imboccare una via almeno non armata alla risoluzione del conflitto.

Esiste una letteratura denigratoria della nonviolenza che parla di collusione col potere, di giustificazionismo, di posizioni moderate inefficaci, di tradimenti ideali ecc. Si tratta di critiche basate su fatti realmente accaduti ma che mi pare non colgano il tema di fondo: la collusione, la giustificazione, il tradimento possono essere praticati indipendentemente dalla metodologia e dall’adesione morale a una o a un’altra ideologia e, purtroppo, appartengono a tutti i campi; queste pratiche non sono altro che manifestazioni, a volte sottili o dissimulate, di quella violenza di cui stiamo parlando: a maggior ragione spingono a favore di una soluzione nonviolenta che sia integrale, autentica, senza se e senza ma.

Il mondo futuro, un mondo migliore, va costruito con mattoni solidi e coerenti con le aspirazioni che manifestiamo e che sono l’immagine tracciante che ci guida. Uno di questi mattoni, ideali e metodologici, è la nonviolenza, l’altro certamente la centralità e il valore di ogni essere umano.

Articolo originale: Violenza, nonviolenza, uso della forza

In copertina: Simbolo della nonviolenza – Foto di Silvio Vadalá e Sandro Toreti

Vite di carta /
Ancora mi sorprende Teresa Ciabatti con l’ultimo romanzo “Donnaregina”

Vite di carta. Ancora mi sorprende Teresa Ciabatti con l’ultimo romanzo “Donnaregina”

Nel marzo del 2022 Teresa Ciabatti mi scrive questa dedica a pagina 7 di Sembrava bellezza, l’ultimo suo libro di allora uscito un anno prima: “A Roberta, che si è ricreduta! Con gratitudine, Teresa”.

Parto da qui per testimoniare l’effetto che continua a produrmi la lettura di un libro scritto da lei. Deforma le mie percezioni, mi costringe ad aggiornare continuamente la scacchiera di categorie della ricezione letteraria con cui affronto ogni nuovo testo, come un cassetto degli attrezzi necessario alla lettura.

Insomma mi sorprende. Nel 2022 sbarcavo all’incontro con Ciabatti dopo avere letto La più amata, il libro con cui nel 2017 era stata finalista allo Strega, e Sembrava bellezza. Ero rimasta affascinata dalla scrittura, così inusuale, sempre in bilico tra verità e finzione; anzi ero caduta nella trappola del realismo della sua scrittura.

Dunque c’è voluta l’autrice in persona per farmi ricredere, per farmi cercare il fuoco del suo narrare sul piano del gioco letterario.

Gioca pesante anche stavolta la sua scrittura in Donnaregina. Non è tanto la trama del romanzo a dare corpo al libro: una giornalista, che è la voce narrante, intende ravvivare la propria carriera intervistando un boss della camorra che nel corso di una vita mirabolante è stato anche autore di libri, Giuseppe Misso.

Con ciò, dice, “faccia a faccia con una realtà a me sconosciuta…vengo sbalzata verso l’alto, in quanti vorrebbero essere al mio posto”.

Dall’intervista nasce poi l’idea di scrivere un libro su Misso, la sua biografia, e il racconto si dipana tra gli incontri con lui per ricostruirne il vissuto e la stesura degli appunti che la giornalista scrive copiosamente ma in modo caotico. Si inoltra anche dentro le vicende familiari e personali che intanto le accadono.

Viene fuori un accumulo di materiali che mette sulla pagina molte vite: dietro Misso compaiono le donne che ha amato, i figli, i parenti e gli altri boss, tutti tasselli che la narratrice accosta e fa reagire chimicamente per ottenere la persona che lui è stato ed è.

Tradendo l’idea iniziale di voler scrivere “la storia” di Giuseppe Misso, come afferma l’incipit del romanzo.

Dietro la narratrice  vengono fuori il marito, il fratello, l’amica malata e soprattutto la figlia adolescente che vive un momento difficile di depressione.

Dunque il tradimento continua e il libro diventa una nebulosa di storie, non la biografia di uno solo.

Il gioco letterario dà il meglio nel procedere su più piani, lavorando a sbalzo la superficie della pagina. In un continuo alternarsi dei piani temporali, l’io narrante dice ciò che accade e insieme ciò che ne pensa. E insieme ciò che ne avrebbe pensato una versione più giovane di sé.

Scopre aspetti imprevisti della personalità di Misso, l’amore per gli animali, il rapporto difficile col figlio. Indaga su rami collaterali del vissuto, pur sapendo di non avere il suo consenso. Allarga lo sguardo al mondo della camorra, conta quanti sono morti ammazzati da lui, quanti gli anni passati in prigione, quanto il bene fatto al rione Sanità di Napoli, ai bambini soprattutto.

Intanto affronta l’acuirsi della depressione della figlia, affronta la fase terminale della malattia dell’amica, incontra la morte dei suoi genitori per la seconda volta, quando il cimitero di Orbetello viene colpito da una alluvione e le salme vanno traslate altrove.

L’io narrante aggiunge altri piani di interlocuzione, non solo cede la parola a più versioni di sé ma si rivolge a chi legge per condividere il peso degli accadimenti.

Il gioco delle lineette accompagna questo sfagliarsi del racconto: frequentissime, non servono a introdurre il discorso diretto ma sono ascensori in movimento tra i diversi piani di un io che ora si guarda dentro ora scruta l’esterno, va all’indietro oppure in avanti nel tempo, vede col grandangolo le cose oppure punta lo sguardo sui dettagli.

Un esempio fra tanti  dalle prime pagine del libro: la voce narrante ha intervistato il boss, tuttavia il materiale che ha raccolto per scrivere l’intervista non basta e questo va comunicato al giornale: “Scusate – preparo il discorso al caporedattore – io non so come scusarmi – mi immagino argomentare – lui ha parlato solo d’inezie, ma siamo realisti, se non sono riusciti a farlo parlare poliziotti e magistrati…”

Mentre la stesura della biografia di Misso va incontro al suo prevedibile fallimento – a questo ci ha preparati la voce narrante ancora una volta inaffidabile – e il libro non si farà, Donnaregina sembra spostarsi dal suo senso iniziale, dal suo essere una piazza di Napoli, per investire la narrazione. La narratrice, più esattamente.

Lei, la cui voce è esitante, a tratti dubbiosa, a volte bugiarda, sa incantare con il suo sguardo obliquo sul fenomeno storico della camorra, con una ingenuità che assegna più forza allo straniamento. Sa deformare il ritratto di Misso ponendogli domande inusuali e mettendo il luce altro da ciò che lui si aspetta nel suo ruolo di capo storico, cercando la sua umanità.

Lei, l’autrice in persona. Che è più avanti dei suoi personaggi, come ammise in una intervista fatta nel 2021 a Chiara Valerio. E tutti li aggroviglia e li sfalda in più livelli di discorso, come se le interessasse la stratigrafia del personaggio più che la sua capacità di azione nel mondo.

Quale azione, se nella complessità che ci avvolge sono le oscillazioni e le incongruenze dell’io a interessarla ? La fatica di stivare dentro l’abisso che abbiamo dentro realtà e immaginazione, dimensione personale e dimensione politica, passato e presente, grandezza e mediocrità: materiali della vita in sé e della vita pensata che si sovrappongono e si mischiano.

Lo stile di Ciabatti, che vale da solo anche quest’ultimo libro, è il piano su cui si incontrano le forze in campo della narrativa e della vita. Per questo è così spigoloso, tutto un frammento di parole appuntite e di una loro struttura frasale breve. Obliqua.

Nota bibliografica:

  • Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
  • Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, Mondadori, 2021
  • Teresa Ciabatti, Donnaregina, Mondadori, 2025
  • Giuseppe Misso, I leoni di marmo, Arte Tipografica, 2003

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Il mio collega drone è un dipendente perfetto

Il mio collega è un drone di fabbricazione turca

di Massimo Argenziano

Diciamolo, il drone è un collega ideale. E un dipendente perfetto: non chiede aumenti, non ha figli da mantenere, non si lamenta per l’aria condizionata rotta, non prende pause, se non per l’alimentazione. Ed è sempre puntuale, non discute e agisce con precisione.

È il dipendente perfetto per un Paese che investe più in armi che in stipendi. Basta abituarsi al ronzio, che poi anche tanti colleghi umani mica sono poco rumorosi, e, soprattutto, bisogna avere l’accortezza di non farlo arrabbiare, MAI.

Immagine KDM Fabrication

Siamo davanti all’ennesimo capolavoro di strategia economica nazionale: mentre le scuole cadono a pezzi, le Università hanno fondi insufficienti, gli ospedali arrancano e perdono posti letto e i contratti pubblici attendono anni per il rinnovo, il Governo trova il tempo – e soprattutto i soldi – per aumentare le spese militari fino al 5% del PIL.

D’altronde, ci sono priorità strategiche e necessità evidenti (pare che a Lisbona i più realisti stiano andando a lezione di russo).

Secondo le stime, serviranno almeno 150 miliardi di euro entro il 2035 per rispettare gli impegni NATO. Il nostro contributo, state certi, è già una cambiale in bianco: è già successo dopo il 2008 con stipendi congelati e contratti rimandati e, si sa, le tradizioni vanno rispettate.

Il Governo è sereno: tanto si aumenta un pochino per volta, e noi, come per la rana di Chomsky nel pentolone scaldato poco alla volta sempre di più, non ci accorgeremo di nulla (se non quando sarà troppo tardi).

Poi, immancabile, è arrivata la comunicazione in stile prodiano: c’è un tesoretto! Probabilmente il dissesto idrogeologico ha portato alla luce qualche pentolone pieno di monete d’oro in fondo all’arcobaleno. Sono prodigi straordinari che ci lasciano con l’espressione di stupore e meraviglia di un bambino (coerentemente a come siamo considerati). Bisognerà abbandonare il piacere dei racconti fantastici se vorremo emanciparci.

Come ha detto Zagrebelsky, “la Costituzione ripudia la guerra”. Ma forse qualcuno ha deciso di ripudiare anche la Costituzione, insieme all’istruzione, alla scuola, all’università pubblica, alla sanità, alla dignità del lavoro e al senno. Si salva la ricerca, soltanto quella che non salva…

Quanti missili valgono l’insegnamento? Quanti caccia per curare un paziente? Quanti sottomarini per i contratti pubblici? Quanta finta meritocrazia dovranno inventarsi per dare aumenti solo all’eccellenza, agli iper-performativi, supereroi modello Marvel, per convincerci che chi vale sale.

Intanto, a salire in alto, agilmente, è il mio collega drone…

In copertina e nel testo: immagini di KDM Fabrication

Le voci da dentro /
Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre
L’Ordine dei giornalisti interviene

Grazie alla gentile concessione del direttore Marco Girardo ripubblichiamo anche su questa rubrica l’articolo di Ilaria Beretta, “Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre. L’Ordine dei giornalisti interviene”, apparso il giorno 11 luglio 2025 sul quotidiano L’Avvenire. Parla di redazioni di giornali in carcere che, fra mille difficoltà, provano ad informare e a creare un ponte fra il dentro e il fuori.

Informa sul fatto che, pochi giorni fa, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha approvato un ordine del giorno importante, proposto da Stefano Pallotta e da Daniela de Robert e che ha per tema la libertà di informazione in carcere. Questo odg recepisce diverse segnalazioni di episodi preoccupanti che si sono verificati in alcuni istituti penitenziari.
(Mauro Presini)

Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre. L’Ordine dei giornalisti interviene

di Ilaria Beretta

Le redazioni dei periodici dei detenuti denunciano divieti di firma, blocchi preventivi e sospensioni sospette. L’Odg: “Sia garantita la libertà di espressione di tutti”. “Ci stanno chiudendo anche la bocca”. È questo l’allarme che arriva da diverse redazioni giornalistiche.

Non dagli uffici con sede e insegna ben visibile in città, come potrebbe essere questa da cui scriviamo, bensì da quelli che si trovano oltre le sbarre in decine di penitenziari italiani. Il giornalismo in carcere ha una lunga storia, cominciata all’inizio degli anni Cinquanta, sia per dare voce ai detenuti sia per informare chi sta fuori della quotidianità in cella spesso ignorata dai grandi media.

Oggi, però, sui giornali dal carcere cala un’ombra nera. Almeno a detta dei detenuti stessi, dei volontari che vi lavorano e del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che nella seduta di mercoledì ha approvato un apposito ordine del giorno che suona come un allarme.

Il carcere in Italia – recita l’Ordine – rischia di allontanarsi dai principi costituzionali e dalla legislazione. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere di recente ha denunciato diversi episodi di ostacoli che sono stati frapposti all’attività dei laboratori di scrittura nelle carceri finalizzata alla pubblicazione di periodici realizzati dalle persone private della libertà”.

Nel concreto i casi segnalati arrivano dalla casa di reclusione di Rebibbia, a Roma, dove si pubblica il giornale Non tutti sanno. Da un giorno all’altro la direzione del penitenziario ha obbligato i redattori detenuti a fare richiesta di un’autorizzazione per potere firmare gli articoli con nome e cognome e solo recentemente il diritto alla firma, completa ed estesa, è stato riconosciuto.

A Lodi la direzione della casa circondariale pretende una lettura preventiva dei testi elaborati dalla redazione di Altre storie – che vengono poi pubblicati dal quotidiano della città Il Cittadino – e di entrare nel merito della scelta degli argomenti da trattare, vietando temi come l’immigrazione o il diritto alla sessualità in carcere.

Nella casa circondariale di Ivrea il giornale La Fenice, edito dall’Associazione Rosse Torri, è stato sospeso per mesi e a giugno chiuso definitivamente per volontà della direzione che ha annullato il progetto, controllato e bloccato i computer e sospeso l’autorizzazione all’ingresso in carcere ai volontari che gestivano il laboratorio.

La motivazione? Secondo quanto trapela, generiche critiche ai volontari che collaborano con i detenuti alla gestione del giornale che, però, recentemente aveva scritto di celle fatiscenti, sovraffollamento, mancanza di acqua calda, griglie alle finestre e muffe alle pareti. Più o meno lo stesso è accaduto a Trento dove si pubblica il giornale Non solo dentro: il direttore responsabile, volontario da oltre dieci anni, è stato messo alla porta dopo l’uscita di pezzi che evidenziavano criticità della realtà penitenziaria locale.

Non solo. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere guidato da Ornella Favero, referente del più storico giornale dal carcere Ristretti Orizzonti, ha denunciato in una lettera aperta le lungaggini che le redazioni dei penitenziari devono affrontare per ottenere permessi di ingresso per materiali giornalistici o intervistati significativi.

Inoltre – secondo il Coordinamento – si è diffusa la tendenza di impedire l’uso di registratori, macchine fotografiche e Internet, persino se in presenza di operatori volontari e nonostante una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del 2015 preveda espressamente la possibilità e il valore dell’uso degli strumenti informatici da parte dei ristretti.

Divieti di firmare gli articoli, censure preventive, lentezze e ostacoli tecnici, espulsioni di volontarie, sospensioni giustificate come “questioni burocratiche” sembrano essere i metodi più comuni per sopire o proprio spegnere progetti nati per dare voce ai detenuti e spazio a storie scomode che si preferirebbe non far uscire.

Per l’Ordine dei giornalisti si tratta di una lesione dei diritti delle persone private della libertà che, oltre all’articolo 21 della Costituzione che stabilisce per tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero, sono tutelati anche dall’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario che prevede la libertà di informazione e di espressione dei ristretti “anche usando gli strumenti di comunicazione disponibili e previsti dal regolamento”.

Perciò il Consiglio promette di vigilare sulla questione e chiede al ministro della Giustizia e al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di “adottare gli opportuni interventi per garantire il pieno diritto alla libera informazione delle persone detenute che partecipano alle attività delle redazioni, coscienti anche della finalità rieducativa che le stesse svolgono in una prospettiva costituzionalmente orientata della pena”.

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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La NATO vuole il 5%, ma già oggi l’Europa spende in armamenti 3 volte più della Russia

Già oggi la NATO nel suo insieme spende dieci volte più della Russia in ambito militare. E se si guarda alla sola Europa — somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito — la spesa militare europea è tre volte superiore a quella russa. Con il 5% supererebbe le sei volte.

Le spese mondiali nel mondo

Il vertice NATO dell’Aja si candida a essere uno spartiacque inquietante: l’obiettivo è quello di raddoppiare la spesa militare degli Stati membri, portandola al 5% del PIL. Un salto gigantesco rispetto all’attuale obiettivo del 2%, già ampiamente contestato da molti settori della società civile pacifista e nonviolenta.

Ma qual è il contesto reale? La NATO nel suo insieme spende dieci volte più della Russia in ambito militare. E se si guarda alla sola Europa — somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito — il confronto è comunque nettamente sbilanciato: la spesa militare europea è tre volte superiore a quella russa.

Se davvero si attuasse l’aumento al 5%, il rapporto salirebbe a sei volte: un’enorme sproporzione, difficile da giustificare anche con la più spregiudicata retorica securitaria. La domanda scomoda che dovremmo porci è: perché si alimenta la percezione di una minaccia esistenziale, quando i dati mostrano già oggi un netto vantaggio militare europeo?

La risposta è dolorosa ma necessaria: per sostenere un progetto così ambizioso (e devastante per le finanze pubbliche) è essenziale instillare paura, alimentare l’idea che l’Europa sia sul punto di essere aggredita.La spesa di Europa, più Gran Bretagna e Canada comparata con quella USA all'interno della Nato

In questo scenario, la verità diviene un ostacolo alla manovra di cambio della percezione pubblica che può poggiarsi solo su una cosa: la disinformazione. Quella disinformazione rimproverata alla Russia diviene ora l’arma fondamentale della Nato per poter convincere un’opinione pubblica tutt’altro che convinta.

L’operazione di disinformazione deve avvenire attraverso l’omissione dell’informazione chiave: il divario schiacciante della spesa militare della Nato che da sola supera la metà della spesa militare mondiale.

L’enorme divario già esistente tra le spese militari europee e quelle russe non deve arrivare all’opinione pubblica, perché l’illusione dell’insicurezza è l’unico collante narrativo di questa corsa al riarmo.

Nel frattempo, l’industria bellica ringrazia. Il business delle armi è il grande vincitore di questo scenario, tra contratti miliardari, lobbisti scatenati e ministri pronti a firmare forniture su forniture. E i cittadini? Pagano il prezzo. Non solo con le tasse, ma con ospedali con code di attesa insostenibili, scuole in difficoltà e servizi pubblici che arretrano. Non ci sono soldi per gli anziani, ma ci sono sempre più fondi per carri armati e jet da combattimento.

 

Intanto il cambiamento climatico avanza e le ondate di calore quest’anno uccideranno diciottomila persone solo in Italia.

Iniziative per la pace

Il modello di sicurezza che ci viene proposto è solo militare e tutto ciò rischia di sfuggire alla consapevolezza sociale e politica.
Come movimento per la pace, non possiamo tacere. Inceppare il meccanismo di questa escalation nella spesa militare è un dovere morale. Dobbiamo smascherare le falsità, denunciare la distorsione delle priorità, e ricordare che la vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla salute pubblica, dall’istruzione, dalla cooperazione internazionale e dalla pace.

Cover: Capi-di-stato-e-di-governo-al-vertice-nato-del-24-e-25-giugno-2026-foto. Copyright Tiberio Barchielli – Flick.jpg

Cinquantasette sonetti scomparsi
Attilio Vecchiatto, Gianni Celati e i “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”

Cinquantasette sonetti scomparsi. Attilio Vecchiatto, Gianni Celati e i “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”

Nel famoso romanzo di Bulgakov, Il maestro e Margherita, una delle frasi più emblematiche è la seguente: «I manoscritti non bruciano». Questa frase è diventata un simbolo di resistenza contro la censura e la repressione.

E dunque vorrei iniziare questo pezzo con una frase simile, «I sonetti non smettono di suonare» per dire che quando un sonetto è ben fatto, seppure scomparso materialmente, si fa sentire lo stesso.

Se poi, come nel caso che sto per raccontare, i sonetti sono 57 e sono stati nascosti o dimenticati, per tanto tempo, in una locanda di Sandon dal Fosso, è chiaro che non potevano restare… inascoltati a lungo.

Nel novembre del1993 un vecchio attore veneto di nome Attilio Vecchiatto, ritornato da una lunga tournée, muore nella suddetta locanda terminando così la sua “rappresentazione” terrena. Era nato nel 1910 e dall’aspetto poteva somigliare a un Charles Marlow invecchiato, o a un Maqroll macilento o, meglio ancora, a un Corto Maltese senza più fiato.

Vecchiatto ha girato il mondo con la moglie Carlotta, ha conosciuto molte persone celebri: Bertolt Brecht, Laurence Olivier, Jeanne Moreau… Ha vissuto e messo in scena opere teatrali in America Latina, a New York, a Parigi. Giunto in Italia nel 1988, non ha mai avuto successo.

Si ricorda una sua unica celebre recita nel Teatro di Rio Saliceto, vicino a Reggio Emilia e si deve a Gianni Celati la “cronaca” di quell’ultimo spettacolo (Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto, Feltrinelli, 1996). Così come si deve, sempre a Gianni Celati, la ricostruzione del ritrovamento dei 57 sonetti di Vecchiatto nella vecchia locanda.

Nel suo libro Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna (Feltrinelli, 2010), Celati immagina Vecchiatto che, dopo tanto girovagare per il mondo, torna nel suo paese. La sua Italia che dovette abbandonare nell’epoca fascista  gli appare come un ricovero di impudenti, «marcio per mancanza di vergogna», un luogo dove l’opulenza seduce e «nasconde il niente», insomma una fogna abbindolata dai furbi. E scrive i suoi sonetti.

Fin dal primo sonetto spunta fuori il «Badalucco infame». Chi è questo personaggio?

Vecchiatto disse chiaramente che non si trattava di Berlusconi, come molti avevano pensato, ma dell’adulto italiano che conosciamo tutti: il furbone che vuol sempre passare davanti agli altri, guadagnare soldi imbrogliando la gente, senza pagare le tasse. Questi sonetti erano stati concepiti per smontare la religione del denaro che dominava ogni altro pensiero, e avevano un obiettivo: “defurbizzare l’Italia“.

Ancora oggi molti credono che Vecchiatto sia un parto della fantasia di Celati. Ma esistono molte persone che l’hanno conosciuto. Ad esempio, nel 1989 Federico Fellini lo voleva come attore nel film Le voci della luna, tratto da un romanzo di Ermanno Cavazzoni. Lo stesso Cavazzoni ne parlò a Celati raccontando che Fellini e Vecchiatto si intendevano molto  bene, ma un giorno Vecchiatto fuggì dal set e non si fece più vedere.

Nel libro di Celati inoltre sono riportate le testimonianze di Enrico De Vivo (ex professore di scuola media) che ha ospitato Attilio e Carlotta, nella sua casa di Angri (SA) fin dal momento in cui bussarono al portone del suo cortile per chiedere qualcosa da mangiare e lo ripagarono con un opuscolo dattiloscritto dal titolo: Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna.

In bella mostra di sé, l’esergo d’apertura dell’opuscolo riportava le seguenti parole di Giordano Bruno: Umbrarum fluctu terras mergente (Una ondata di ombre avvolge le terre…), che Vecchiatto aveva scelto per spiegare  l’idea del filosofo nolano di “…una oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare…”

Era questo il tema di due tra i suoi 57 sonetti , la prima e la seconda Lezione di tenebre.

I 57 sonetti scritti da Vecchiatto sono stati sempre conservati dalla moglie, la quale ricordava  l’esistenza di un grosso quaderno dove il marito continuava instancabilmente a riscrivere, trascrivere e limare questi sonetti perché non… smettessero mai di squillare.

Di quel quaderno si era persa ogni traccia fin quando Enrico De Vivo si mise a cercarlo e riuscì a ritrovarlo nella vecchia locanda di Sandon dal Fosso a una ventina di chilometri da Venezia , dove Vecchiatto si era spento silenziosamente nel novembre del 1993. L’oste della locanda aveva conservato quel quaderno in un cassetto e lo aveva messo da parte in attesa che qualcuno ne rivendicasse la proprietà.

Ecco la prima lezione e la seconda Lezione di tenebre tratte dal quaderno contenente i sonetti di Badalucco: se li sentite suonare ascoltate anche gli altri 55. Ne vale la pena.

Prima lezione di tenebre

Solo di tenebre posso dar lezione,
la chiarezza la lascio a chi è più matto;
non l’ebbi da mio padre in dotazione,
che assai poco mi lasciò di fatto.

Il padre affetto da un male al polmone,
cosa lasciò in eredità a Vecchiatto?
La pioggia che lo bagna e decompone,
il freddo che lo gela e rende sfatto,

le ceneri d’una vaga ambizione
di trovare chissà dove un riscatto
dalla mortale umana condizione,
mentre egli è nella greve gora attratto.

Ma gli lasciò poi anche la tendenza
a viver come tutti d’incoscienza.

Seconda lezione di tenebre

Di tenebre si tace e chi ne parla
è dal consorzio civile isolato,
perché ogni tizio un po’ civilizzato
deve sempre mostrar con la sua ciarla

che sa dov’è la luce. E trascinato
dai discorsi degli altri ( che poi a farla,
la luce, ci pensan poco) può darla
come un dato di fatto assicurato.

Dopo di che ogni furbo che straparla,
con nuovi lumi oscuri come il fato,
succhierà soldi al tizio costernato
dal timore del buio che lo tarla.

Vecchiatto non vuol certo aver ragione,
ma rende omaggio al nostro tenebrone.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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