Skip to main content

L’Accademia degli Intrepidi in Ferrara: una integrazione

L’Accademia degli Intrepidi in Ferrara: una integrazione

29 gennaio 1598: il Cardinale Pietro Aldobrandini prende possesso di Ferrara in nome del Pontefice Clemente VIII il quale entrerà in città il 5 maggio 1598.

In questa guisa accompagnato il Cardinale a piedi fino alla porta di esso Castello Thedaldo, che più non si vede, trovò quivi la Chinea Armellina, che gli era stata ordinata dal Giudice de’ Savi fornita di bianchissima tela d’Argento su la quale salì; si come, su i loro cavalli salirono il Giudice, et Magistrato de’ Savi, con il rimanente della Nobiltà, che quivi si ritrovava. Andavano avanti come dicemmo li soldati di esso Cardinale, dopo le quali vennero l’Arti della Città, et loro Palij, o Confaloni, et dopo queste seguirono le Regole de Frati con le loro Croci avanti, poscia il Clero, co ‘l Vescovo Fontana sotto la Croce di esso Cardinale, il quale dopo questi veniva sotto il Baldacchino cavalcando; alla cui destra era il Conte Camillo, Giudice de’ Savi; et alla sinistra il Conte Alfonso Turco. Seguiva il Magistrato; poscia il Collegio de’ Giuristi, dopo questi gli Artisti, et ultimamente poi molti Vescovi, et Prelati, che erano venuti con esso Cardinale.[1]

La restituzione di Ferrara alla Santa Sede era faticosamente avvenuta; il nuovo governo si giustificava come naturale proseguimento di quello estense decaduto per assenza di discendenza diretta. Numerose furono le misure deliberate al fine di costruire consenso ed adesione; nello stesso tempo furono riorganizzati gli strumenti di gestione del potere, alcuni specificamente costruiti. In tale contesto va considerata la fondazione della Accademia degli Intrepidi.

Nel 1600, consenziente, meglio promotore, il governo legatizio viene istituita l’Accademia. degli Intrepidi. Protettore sarà il Cardinale Bonifacio Bevilacqua (1571-1627), primo principe Carlo Cibo Malaspina (1581-1662). Entrambi ferraresi, vicini al potere pontificio, rappresentativi della aristocrazia ferrarese e della sua accettazione del nuovo ordine. Stupisce che i molti studi dedicati alla ‘devoluzione’ non si siano posti il problema della presenza della Accademia, del suo ruolo, della sua attività, delle scelte sostenute e diffuse.

In assenza di specifica attenzione si è obbligati a fare riferimento al molto posteriore libretto di Girolamo Baruffaldi il quale, quasi due secoli dopo la fondazione, ne fa schematico cenno.

Francesco Saraceni Ferrarese, Cittadino altrettanto facoltoso quanto del Genio portato a coltivare le belle arti fu il primo, che meditò, e con l’aiuto d’altri Concittadini eseguì il vasto disegno d’istituire l’Accademia verso la fine dell’anno 1600, e sul cominciare dell’anno seguente. L’impresa, o stemma dell’Accademia (che fu invenzione di Giulio Recalchi, uno de’ gran promotori) si è il Torcolo da stampa col motto: Premat dum imprimat, ed in progresso di tempo vi si aggiunse altro motto: Litteris armata, et armis erudita. Il primo solenne aprimento di essa accadde il giorno ventisei Agosto 1601, e vi recitò l’Orazione il Conte Guidubaldo Bonarelli Anconitano, la quale poi fu stampata l’anno seguente 1602 per il Baldini.[2]

Immediata preoccupazione è quella di rendere riconoscibili sia i singoli accademici che la nuova presenza la quale, in sostituzione di quelle attive in epoca estense, si propone come luogo di formazione e di diffusione del consenso. Non a caso il riferimento esclusivo è non al Maestrato ma al Cardinale Legato, rappresentante del governo romano. I Legati saranno sempre ‘protettori’ della Accademia: questa ne illustrerà il buon governo e la capacità di fare rivivere la gloria estense, quella fama letteraria che aveva dato nome e considerazione a Ferrara.  Si potrà e vorrà scrivere: «Che se l’Aquila bianca altrove è gita, / A difender il lauro Ferrarese, / l’Aquila nera è da Pistoia uscita»[3]

L’Accademia oltre ad essere letteraria si caratterizza per l’organizzazione di spettacoli teatrali e musicali, per essere luogo di formazione nelle scienze cavalleresche ad educazione dei figli della classe politica locale. Vi saranno insegnamenti, con maestri stipendiati, di musica, ballo, scherma.

Il Bonarelli, nella orazione inaugurale indicherà le qualità che gli accademici porteranno nel loro operare all’interno della società.

L’Accademia dunque per quel, ch’io ne credo, altro non è, ch’una raccolta di più nobili ingegni, i quali quinci cacciati dall’aborrimento della vita volgare, quindi tratti dall’amor dell’immortalità; dall’altra gente ad ora, ad ora si ritraggono, e chi con libri, e chi con armi, e tutti all’azioni della virtù più singolari unitamente si danno; acciocchè in questa guisa se stessi con l’opera, ed altrui con l’essemplo eccitando, vengano ad inalzar la Repubblica quanto più si può di in somma quaggiuso, alla divina simiglianza, ove la pubblica, e la privata felicità si ripone, or vedete per ispiegar con tutt’e quattro le sue ragioni la natura dell’Accademia a quante cose, e tutte grandi, tutte eccellenti è convenuto di metter mano, nobiltà d’ingegno, azion di virtù, desiderio di gloria, privata felicità, ben pubblico, divina simiglianza, può egli dunque il Mondo aver cosa altra bella a pareggio dell’Accademia, che ‘n se aduna tante bellezze?[4]

Vittorio Landrini aggiunge «L’officio dell’Intrepido virtuoso è, di postporre ogni cosa, et anco la vita stessa alla virtù, et all’onore, et patire non una, ma mille morti, se tante possibili, et necessarie fossero, per amor di essa Virtù.»[5]

L’Accademia viene soppressa nel 1797; nei quasi due secoli di vita, -non è questa la sede per ripercorrerli- promuove sedute ed edita volumi in onore dei Cardinali Legati, dei predicatori che si sono succeduti in Cattedrale, dei matrimoni e delle monacazioni che toccano le famiglie ferraresi, di eventi come le inondazioni e, in particolare, la canonizzazione di Caterina Vegri. A questi si intrecciano temi più propriamente accademici; faccio qualche esempio: Ercole Bonacossi, Discorsi Accademici (1675); Giulio Cesare Grazzini, Della poetica di Orazio Flacco (1698); Girolamo Baruffaldi, Annotazioni di un Accademico Intrepido alle ‘Osservazioni della lingua italiana’ o sia trattato dei Verbi del Cimonio, accademico Filergita (1709);Girolamo Baruffaldi, Del vincere per fortuna (1710); Gianandrea Barotti, Dell’indole di Ferrara (1735); Francesco Maria Ricci, Lezione intorno al Diluvio Universale (1740); Luigi Campi, L’Accademia (post 1786).

Le leggi prescrivono «che non si discuti di cosa niuna repugnante alla Fede né alla Fede sospetta»[6].

Tento, spero utile, qualche considerazione sul numero e la qualità degli associati. Dispersi o ancora non rintracciati sono i registri delle sedute e il materiale d’archivio affidato, al momento della soppressione, ad Jacopo Agnelli, segretario in carica. Per fortuna non si parte da zero; esiste una significativa documentazione che consente qualche riflessione. A Ferrara, presso la civica Biblioteca Ariostea, sono custoditi: Girolamo Baruffaldi, Catalogo degli Accademici Intrepidi di Ferrara come forestieri viventi nel 1719 (ms. Antonelli 21); Ristretto istorico della Fondazione e progresso dell’Accademia degl’Intrepidi … dall’anno 1600 al 1761 (ms. Antonelli 248); Giuseppe Faustini, Catalogo degli Accademici Intrepidi di Ferrara (ms. Cl. I 311. Ora, a integrazione, si aggiunge, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, carte Varano, Elenco degli Accademici Intrepidi di Ferrara nell’anno 1781.

Dodici sono, nel 1600, i soci fondatori dell’Accademia, non sfugge che il numero è quello prescritto per la nascita delle colonie arcadiche. Vale la pena di ricordarne i nomi, tutti esponenti della nobiltà ferrarese: Carlo Cibo Malespina, Ottavio Tieni di Scandiana, Agostino Mosti, Enzo Bentivoglio, Galeazzo Gualengui, Cesare Turco, Vincenzo Rondinelli, Ercole I Calto, Carlo Strozzi, Giulio Tassoni, Guido Ubaldo Bonarelli, Galeazzo Estense Tassoni. Questi aggregheranno poi alcuni letterati.

Da una verifica degli elenchi citati riscontro che nei primi anni le adesioni sono assai contenute. Dal 1605 al 1654 sono sedici i nuovi accademici, per molti anni non vi sono ingressi. Ad esempio nessuno dal 1617 al 1636, solo due nel 1622; ancora se ne segnano solamente nel 1639 (2), nel 1643 (1), nel 1650 (1), nel 1654 (2).  Questi primi anni vedono una scarsa presenza dell’Accademia; la situazione muta profondamente negli anni 1655, 1656 e 1657 che vedono, rispettivamente 16, 83, 14 ingressi. Complessivamente 113 nuovi accademici.

Nel 1640 all’ex vicelegato di Ferrara Fabio Chigi, il futuro Papa Alessandro VII, viene richiesta una relazione sullo stato di Ferrara da consegnare al Legato Cardinale Marzio Ginetti. L’autore non dimentica “l’Accademia degli Intrepidi, che fa per impresa il torchio da imprimere col motto: Premit dum imprimit, non si raguna più, et era piena di gran personaggi con esercitarvisi tutte le funzioni sì letterarie come cavalleresche.[7]

È mancato il ruolo civile-politico previsto; si tenta una correzione con la massiccia immissione di nuovi accademici: organizzatore fu il Cardinale Carlo Pio di Savoia, arcivescovo di Ferrara dal 1655 al 1663.

Riunironsi però alcuni di questi Vecchi, e i nuovi Dotti Ferraresi aggregati alla medesima sotto auspici dell’Eruditissimo Cardinale Carlo II Pio consacrato Vescovo di questa Chiesa, il quale concorse con tutto il suo impegno a farla maggiormente risorgere: Onde nella Vigilia di S. Andrea Apostolo l’anno 1655 nel Palazzo vecchio di Casa Pia si fece sontuosa Accademia, di cui era stato eletto Principe il Signor Marchese Ercole Trotti, ed acclamarono il suddetto Cardinale Pio[8].

Vengono coinvolti esponenti dell’aristocrazia e della borghesia delle professioni i quali fanno così atto di pubblica adesione. Compaiono esponenti delle famiglie Bentivoglio, Bevilacqua, Bonacossi, Fiaschi, Montecuccoli, Riminaldi, Sacrati, Trotti, Villa e molti altri. Cito i medici Giovanni Bascarini, Maurizio Cabani; i dottori in legge Carlo Festini, Girolamo Rossetti, Florio Tori. Uno spaccato rappresentativo delle componenti della società ferrarese che potevano sedere nel primo e secondo ordine del Consiglio Centumvirale.

Insostituibile per il riconoscimento degli accademici è il Catalogo redatto da Giuseppe Faustini. Le poche righe dedicate ad ogni intrepido danno notizia della professione, dell’anno di adesione, della partecipazione ad altre accademie, della ferraresità oppure no, della morte e sepoltura. Non sempre sono complete perché il Faustini ha potuto solo parzialmente utilizzare i registri dell’accademia, in parte già smarriti.

Sono presenti spazi bianchi, in genere riferiti al luogo di sepoltura, lasciati in previsione di un aggiornamento che non vi è stato. Ad esempio per Vitaliano Trotti o Lucrezio Pepoli.

Il manoscritto non porta l’indicazione della data di stesura. È possibile una ipotesi. Nel Catalogo la data di morte più avanzata è il 1773, vale per Girolamo Agnelli, Alfonso Bevilacqua, Ascanio Bonacossi. Amadeo Coatti muore nel 1775 ma, al momento della compilazione, non compaiono né data né spazio bianco. A quella data l’intrepido è ancora vivo. Si può ragionevolmente proporre una redazione fra il 1773 e il 1775.

Faustini è molto più di un « previdente bidello »[9] Ha ambizione di studioso e di storico; fra i suoi manoscritti conservati presso la Biblioteca Ariostea vanno ricordati il Cl. I 560 ove sono note sulla famiglia Marchesella, notizie sulle edizioni ariostesche del 1516, 1521 e 1532, notizie sul paese di Vigarano; e il Cl. I 565 ove ha raccolto in due volumi poesie del secolo XVIII e XIX.

Studia presso i gesuiti, compie l’apprendistato presso l’editore Pomatelli, entra in Biblioteca grazie a Gianandrea Barotti; fra le altre cose si adopera per il trasferimento della tomba di Ariosto in palazzo Paradiso.

“Stanziando in Ferrara nel 1801 il generale Miollis caddegli in pensiero [al Faustini] di far trasportare in luogo più cospicuo le ossa di Ludovico Ariosto primo ornamento della ferrarese letteratura anzi dell’italica poesia, quindi insieme al commissario straordinario di governo invitò la municipalità centrale a prestarsi al trasporto del sarcofago dal Tempio di S. Benedetto ove giaceva all’università.” [10].

Complessivamente i nomi registrati, sino al 1773, sono 1678.

Nel XVII secolo risultano 881 aderenti, il 54% sul totale; un dato che corrisponde ad un periodo di più intensa attività, soprattutto sul piano teatrale. Nel settecento saranno 535, il 32%. La presenza di religiosi è, più o meno, paritaria a quella dei rappresentanti delle professioni liberali, in maggioranza medici e legisti: 344 i primi, 347 i secondi, ambedue al 21%. La componente ferrarese è pari al 66%, 1081; mentre i forestieri sono 464, il 28%.

Ricordo qualche nome. Il poeta bolognese Claudio Achillini; il letterato e politico Traiano Boccalini; gli esponenti della cultura pesarese di metà settecento Carlo Mosca e Giovan Battista Passeri; i letterati veronesi Marco Antonio e Luigi Pindemonte; il fiorentino Orazio Renna; l’autore del Canocchiale aristotelico Emanuele Tesauro; il bolognese Giovan Pietro Cavazzoni Zanotti e il frate olivetano Marco Antonio Zucchi, famoso per la sua capacità di improvvisatore.

Importante, ma limitata quasi esclusivamente al seicento, è la presenza di rappresentanti delle case regnanti negli stati italiani. Cito il vicerè di Sicilia Don Francesco De Castro, i duchi di Urbino Francesco e Federico Della Rovere, i duchi di Parma Odoardo e Ranuccio Farnese, quelli di Mantova Vincenzo, Giovanni e Carlo Gonzaga, Cosimo II dei Medici duca di Toscana.

Per gli ecclesiastici. Mi limito a registrare quella dei cardinali legati e degli arcivescovi della città; di molti cardinali importanti o per essere di famiglia ferrarese come i ‘protettori’ Bonifacio Bevilacqua Aldobrandini, Carlo Emanuele Pio di Savoia,e Cornelio Bentivoglio d’Aragona, o  per i ruoli ricoperti nella Curia romana quali Roberto Bellarmino, Federigo Borromeo, Pier Luigi Caraffa, Fabrizio Savelli. Alcuni diverranno pontefici come Ippolito Aldobrandini che sarà papa Clemente VIII, Maffeo Barberini che prenderà il nome di Urbano VIII, Camillo Borghese papa Paolo V, Fabio Chigi papa Alessandro VII, Alessandro Lodovisi Papa Gregorio XV.

I ferraresi ci sono tutti; cito quasi a caso: Fulvio Testi, Giovan Battista Aleotti, Daniello Bartoli, Niccolò Cabeo, Ferrante Borsetti, Girolamo Baruffaldi, Gianandrea Barotti, Onofrio Minzoni, Agostino Novara, Giuseppe Antenore Scalabrini, Francesco Saraceni, Antonio Frizzi, Girolamo Frescobaldi, Cesare Cittadella, Giuseppe Lanzoni, Claudio Todeschi, Alfonso Varano, compreso il fondatore Francesco Saraceni ‘amantissimo delle lettere e de’ letterati, e gran promotore delle belle arti’[11].

Il Catalogo Baruffaldi (1719) e l’Elenco 1781 testimoniano, per i rispettivi tempi, che ogni anno sono attivi in città circa 150 accademici; nel 1719: 161, nel 1781: 158. Fanno opinione.

L’indicazione dell’Elenco 1781, ignoto agli studi, consente di integrare la documentazione. Appare una decina di anni dopo il Catalogo del Faustini.

Una parte dei 158 nomi coincide con quelli indicati dal Faustini; cinquantotto si aggiungono testimoniando nuove adesioni e continua vitalità.

Si tratta di un foglio volante, conservato fra le carte Varano nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, di presentazione dell’Accademia in occasione di una pubblica manifestazione che non sono riuscito ad individuare.

La cornice è opera dell’incisore Giovanni Davide (Cabella Ligure 1743 – Genova 1790) attivo a Venezia ove è pittore scenografo del Teatro La Fenice. È eseguita per l’occasione come dimostrano i “Dell’Eridano voi Cigni canori; ” [12] Tale raffigurazione identitaria appare spesso, riproduco dal volume in memoria del Cardinale Acciaioli.

I nuovi sono nomi di prestigiosi autori non ferraresi che partecipano dell’accademia; ricordo letterati ed arcadi Francesca Roberto Franco, Clemente Bondi, Angelo Tinelli, Marcantonio Trissino, Domenico Dionigi, Maria Maddalena Morelli Corilla Olimpica, Fortunata Sulgher Fantastici

Significano almeno due cose: che l’Accademia era ancora forte e rinomata se personaggi famosi ritenevano utile e proficuo aderirvi; che l’Accademia con questi ingressi dimostrava non solo a Ferrara ma alla intera repubblica letteraria la sua qualità e la sua importanza.

Note:

[1]FAUSTINI 1646 pp. 144-145.

[2] BARUFFALDI 1787 pp. 25-26; il Maylender parafrasa il testo del Baruffaldi..

[3] BANCHIERI 1758 p. XXX.

[4] BONARELLI 1602 p. 3.

[5] LANDRINI 1603 pp. 41-42.

[6] LOMBARDI 1977 pp. 201-208

[7] La relazione è custodita presso la Biblioteca Apostolica Vaticana ms. Chigi Q. II. 46: Descrizione della Città e Stato di Ferrara fatta da mons Chigi in Colonia al card. Ginetti destinato ivi Legato. Il testo è stato trascritto e pubblicato in PALIOTTO 2006 p. 340.

[8] RISTRETTO p. 24.

[9] CHIAPPINI 1993 p. 132.

[10] FAUSTINI 1841 p. 7.

[11] UGHI ad vocem.

[12]  Gennaro Pascali, Sonetto in ACCIAIOLI 1719 p. 62.

Bibliografia finale

ACCIAIOLI 1719 – Funerale celebrato dall’Accademia degl’Intrepidi di Ferrara all’E.mo, e Rev.mo Sig. Cardinale Niccolò Acciajoli suo Protettore l’anno MDCCXIX sotto il Principato dell’Ill.mo Sig. Conte Ercole Antonio Riminaldo, in Ferrara, eredi di Bernardino Pomatelli 1719

BANCHIERI 1758 – A Sua Eminenza il Signor Cardinale Giovanfrancesco Banchieri Legato di Ferrara acclamato Protettore della Accademia degli Intrepidi, in Ferrara, presso Bernardino Pomatelli Stampatore Arcivescovile 1758

BARUFFALDI 1719 – Girolamo Baruffaldi, Catalogo degli Accademici Intrepidi di Ferrara così Ferraresi come forestieri viventi nel 1719, Ferrara, Civica Biblioteca Ariostea ms. Antonelli 21

BARUFFALDI 1787 – Girolamo Baruffaldi Secondo, Notizie istoriche delle Accademie Ferraresi, in Ferrara, per gli eredi di Giuseppe Rinaldi 1787

BONARELLI 1602 – Guidubaldo Bonarelli, Orazione recitata nell’aprire dell’Accademia degli Intrepidi, in Ferrara, appresso Vittorio Baldini Stampatore dell’Accademia 1602

CHIAPPINI 1993 – Alessandra Chiappini, Dalla ‘Libreria dell’Almo Studio’ alla Biblioteca della Città in Palazzo Paradiso e la Biblioteca Ariostea a c. di Alessandra Chiappini , Roma, Editalia 1993

FAUSTINI 1646 – Libro delle Historie Ferraresi del Sig. Gasparo Sardi con una nuova aggiunta del medesimo autore aggiuntivi di più quattro Libri del Sig. Dottore Faustini sino alla Devolutione del Ducato di Ferrara alla Santa Sede. Con le Tavole di tutti gli due Libri. All’Eminentissimo, e Reverendissimo Signore il Signor Cardinale Giulio Sacchetti, in Ferrara, per Giuseppe Gironi Stamp. Episc. 1646

FAUSTINI 1841 – Vincenzo Faustini, Elogio di Giuseppe Faustini, Bologna 1841.

 

In copertina: incisione di Giovanni Davide per l’Accademia degli Intrepidi

Per leggere gli altri interventi di Ranieri Varese su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

 

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

 “voci e suoni da un’avventura leggendaria”: uno spettacolo di teatro ragazzi alla casa circondariale di Venezia

Teatro – Carcere – Scuola:
 “voci e suoni da un’avventura leggendaria”
Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia
63° giornata mondiale del teatro – 12° giornata nazionale di teatro e danza in carcere

Progetto teatrale “Passi Sospesi”, voci e suoni da un’avventura leggendariauno spettacolo di Teatro Ragazzi alla Casa Circondariale Santa Maria Maggiore, Venezia

 Giovedì 27 Marzo 2025, ore 16.00, ingresso riservato agli autorizzati

In occasione della 63a Giornata Mondiale del Teatro e della 12a Giornata Nazionale di Teatro e Danza in CarcereBalamòs Teatro in collaborazione con la Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia, organizza un’iniziativa sul teatro in carcere con la presentazione dello spettacolo di Teatro Ragazzi voci e suoni da un’avventura leggendaria.

Questa iniziativa è promossa dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e il  Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha istituito la data del 27 Marzo come 12a Giornata Nazionale del Teatro e Danza in Carcere in concomitanza con la 63a Giornata Mondiale del Teatro, promossa dall’International Theatre Institute, Unesco (il messaggio della Giornata Mondiale del Teatro per il 2025 è stato affidato al regista Theodoros Terzopoulos).

Lo spettacolo di Teatro Ragazzi voci e suoni da un’avventura leggendaria è tratto dall’incredibile avventura di Odisseo e i suoi compagni all’isola dei Ciclopi. Eroiche avventure, miti e leggende senza tempo raccontate con leggerezza e ironia dagli alunni delle scuole secondarie di I° Grado “T. Tasso” di Ferrara: Gabriela Chiriac, Daria Cusato, Giacomo Ferrara, Emanuele Ferraretti, Yosef Hamdaoui, Ginevra Magnani, Maria Amelia Ronchi, Ginevra Tartaglia, Chen Zixin Kevine e alcuni detenuti dal progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs Teatro alla Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia.

Lo spettacolo è diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro e responsabile del progetto teatrale “Passi Sospesi” negli Istituti Penitenziari di Venezia, e “Sguardi Diversi” alla scuola “T. Tasso” di Ferrara. Collaborazione artistica Patrizia Ninu, foto Andrea Casari, video Marco Valentini.

Sarà un’occasione per fare una riflessione sul ruolo del teatro in carcere e confrontarsi sul rapporto tra il carcere e il territorio per capire se, e come, la società possa contribuire nel percorso rieducativo della pena. In questa circostanza la scuola e il carcere si incontrano attraverso il teatro in una straordinaria occasione di formazione teatrale e umana. Alla presentazione dello spettacolo saranno presenti alcuni detenuti, operatori interni, e un gruppo di spettatori esterni (ingresso riservato agli autorizzati).

L’anima dello spettacolo proposto è il desiderio di stare insieme attraverso un fare insieme, adolescenti e uomini detenuti, nel tentativo di raccontare e raccontarsi, di mettersi alla prova, di navigare insieme per scoprirsi e scoprire altri orizzonti possibili, di affrontare insieme paure, giudizi, conflitti.

Con una metodologia che tende, attraverso stimoli precisi, a rendere ciascuno protagonista del proprio percorso, dei propri personaggi e delle proprie interpretazioni. Con il regista che si propone come pedagogo teatrale, accompagnatore, facilitatore, disponibile a navigare con gli adolescenti e gli uomini detenuti tra i moti calmi e ondosi del lavoro teatrale, tra scoperte e frustrazioni, tra le bonacce e tempeste della crescita.

Il teatro ha come obiettivo contribuire ad attivare un lavoro di riflessione, di introspezione e di cambiamento che, pur con difficoltà e fatica, le persone recluse sono chiamate a fare su loro stesse, sui pregiudizi, sugli stereotipi, sul come ritrovare un nuovo modo di essere, sull’elaborare la gioia e la rabbia senza maschere, e per restituirli attraverso la pratica teatrale.

C’è una linea che Michalis Traitsis, sociologo, regista, pedagogo teatrale e direttore artistico di Balamòs Teatro (membro fondatore del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere e del gruppo di progettazione della rassegna nazionale di teatro in carcere Destini Incrociati) e responsabile del progetto “Passi Sospesi” negli Istituti Penitenziari di Venezia, ha scelto di percorrere, dalla prevenzione alla detenzione, ed è quella di guardare ad una prospettiva culturale, attraverso lo strumento dell’arte teatrale, nell’approccio alle tematiche della reclusione e dell’esclusione. Cultura come testimonianza, come confronto, memoria, rete nei e dei territori, tutela delle fasce più deboli della società. Cultura della diversità e dell’inclusione sociale.

Evento promosso da: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, Regione del VenetoComune di Venezia, Università IUAV di Venezia, Centro Teatro Universitario di Ferrara, Associazione Nazionale Critici di Teatro, International Theatre Institute – UnescoIntegrate Project – Creative Europe.
Locandina voci e suoni da un’avventura leggendaria – C.C SMM, Venezia – Marzo 2025
GMT2025_Messaggio_Theodoros_Terzopoulos_Ita

DAP – XII GIORNATA NAZIONALE TEATRO IN CARCERE  

Vite di carta /
“Avevamo studiato per l’aldilà…” di Eugenio Montale e altri segnali

Vite di carta. “Avevamo studiato per l’aldilà…” di Eugenio Montale e altri segnali

Stamattina mi trovo all’ufficio anagrafe, primo di una nutrita serie di altri uffici a cui rivolgermi, perché ho smarrito documento di identità e tessera sanitaria. In testa ho i pochi straordinari versi che Eugenio Montale ha dedicato alla moglie Drusilla, scomparsa qualche tempo prima, in una poesia della raccolta Xenia (1964 – 1966):“”Pregava?” “Sì, pregava Sant’Antonio/perché fa ritrovare/gli ombrelli smarriti e altri oggetti/del guardaroba di Sant’Ermete”./Per questo solo?” “Anche per i suoi morti/e per me”./”È sufficiente” disse il prete”.

Cara Drusilla Tanzi, dove sarà finita la piccola busta con i miei documenti. Eccomi qui a subire la trafila delle procedure che mi restituiranno i duplicati, grata tuttavia di poterli ottenere, veri ombrelli della identità sociale di cui ho necessità di riappropriarmi.

Sono con Montale in questo chiamare in causa l’aldilà di fronte ai momenti della vita di ogni giorno in cui occorre un supporto alla nostra sensibilità, una piccola spinta alla forza d’animo che abbiamo, ma che può vacillare nei continui labirinti della quotidianità.

Lo faccio anche oggi, sempre più convinta che le connessioni con l’aldiqua non vadano escluse. Da molti anni le sento e le legittimo.

Il 19 febbraio scorso assisto presso la sede della Fondazione ADO di Ferrara alla presentazione di Sordo “Muta”, il libro intenso che Roberta Marrelli ha scritto in ricordo della sorella Paola scomparsa in giovane età e a beneficio dei lettori che vogliano condividere la sua particolarissima esperienza comunicativa e la fiducia che la vita esiste anche nel dopo. Siamo al terzo incontro della Rassegna ADOttiamo un autore, alla sua prima promettente edizione presso il salotto accogliente della sede di Via Oriana fallaci. Mi emoziono, rifletto, parlo con l’autrice nel corso della conversazione del gruppo intervenuto all’incontro. Torno a casa con una sensazione di pace totale.

Mi ritorna in mente ora un altro testo da Xenia, in cui Montale esprime la reciprocità della comunicazione tra il qui e l’oltre: non rivolgiamoci solo noi ai nostri morti, concordiamo con loro una modalità per continuare a parlarci, contaminiamoci dell’altra dimensione.  “Avevamo studiato per l’aldilà/un fischio, un segno di riconoscimento./Mi provo a modularlo nella speranza/che tutti siamo già morti senza saperlo”. Quante volte ho lanciato e avvertito quel fischio verso e da un altrove che non riesco a sentire lontano. Sono i miei cari a condurmici.

Ho avvertito segnali, e li racconto a Roberta Marrelli dopo che lei ha aperto a noi la sua storia: suscitata dalle domande di Matteo Tosi che le è amico e attore come lei, ci ha appena detto del legame profondo con la sorella affetta da sordità ma forte di carattere e felice della vita. Arresa a un tumore che gliel’ha tolta a quarantacinque anni, ma capace di fare avvertire la sua presenza amorevole in più occasioni, dopo la sua scomparsa.

La reciprocità nel mandarsi segnali d’amore fa parte della storia che ha legato le due sorelle, un capitolo di questa storia viene semplicemente scritto dopo il 29 maggio 1995, giorno del funerale di Paola. La reciprocità si traduce, poi, narrativamente nell’alternarsi delle voci narranti: il corsivo restituisce le parole di Paola: sono racconti di vita, ricordi degli stretti legami familiari, rinforzi affettivi verso Romy-Roberta che nella pagina seguente prende di nuovo la parola per ricordare il vissuto che hanno condiviso. Una citazione per tutte da Paola: “Io ho avuto la fortuna di poter contare su di te per tutta la mia vita”.

Lo stesso che Montale riconosce a Drusilla quando scrive del “radar di pipistrello” con cui la moglie poteva riconoscere anche al buio gli imbecilli col loro “bla bla”, altro che miopia. Lei sì ci vedeva e si faceva bussola per il poeta nell’incedere dentro la vita.

Nei giorni e nei mesi che seguono la scomparsa di Paola accadono fatti che la razionalità spiega a modo suo, ma che per la sensibilità di Roberta Marrelli conducono a sentire la vicinanza della sorella e a crederci. Lo comprendo. Torno a casa sentendomi in cordata con lei e con chi ha modo di staccarsi dal logos per lasciar entrare dentro al proprio spazio-tempo i segnali di un oltre che non va escluso.

Nota bibliografica:

  • Roberta Marrelli, Sordo “muta”, Al.Ce.Editore, 2017
  • Eugenio Montale, Xenia (ultima sezione della raccolta Satura), in Montale. Tutte le poesie, Mondadori, 1990

Cover: tomba di Eugenio Montale e Drusilla Tanzi presso il cimitero di San Felice a Ema, su licenza wikimedia commons

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

IL SOFFUSO SILENZIO DI HAMMERSHØI . Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 29 giugno

IL SOFFUSO SILENZIO DI HAMMERSHØI.
Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 29 giugno

IL SOFFUSO SILENZIO DI HAMMERSHØI.
Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 29 giugno

Nella penombra delle sale espositive di Palazzo Roverella (Rovigo), lo sguardo si posa pacato sulle opere di Vilhelm Hammershøi, pittore danese famoso in Europa all’epoca in cui dipingeva, a cavallo tra l’800 e il ‘900, e attualmente riscoperto, tanto da rendere non facilmente reperibili i suoi quadri, qui raccolti a cura di Paolo Bolpagni, e presentati assieme ad altri artisti suoi ispiratori o vicini alla sua sensibilità.

Vilhelm Hammershøi , autoritratto 1895

Lo sguardo riposa nella calma delle raffigurazioni di interni fermi, lineari, essenziali, dove la luce arriva sempre filtrata dall’esterno, attraversando vetrate, finestre, corridoi, per giungere morbida sulle cose, discreta e, appunto, silenziosa. Un’atmosfera nelle sobrie stanze dove il respiro di luce dell’esterno accompagna al raccoglimento degli interni, dove si avverte il vuoto dello spazio più della consistenza degli arredi: un ‘clima’ che oserei accostare alla dimensione meditativa dello zen. (“La porta bianca” V. Hammershoi))

L’immobilità cela però qualcosa che, a suo modo, è movimento, o meglio vibrazione, anche inquietudine. Una caffettiera sulla stufa che svapora (Georges Le Brun “Caffettiera sul fuoco”), presenze umane a volte evanescenti come fantasmi (“Serata in salotto” V.Hammershoi), i numerosi interni abitati (o meglio dis-abitati) da figure sfuggenti, che appaiono tra le porte, accennano ad atti quotidiani emergendo solo un poco dalle ombre, restano fissate nell’incedere immerse nella lettura (“La luce nel salotto III”), vivono nel riflesso degli specchi, che rivela forse meglio la tonalità emotiva e relazionale dei personaggi raffigurati.

Incorniciato nell’ovale di uno specchio l’artista ci guarda, mentre la moglie è raffigurata sullo sfondo di spalle: così egli ci racconta con equilibrata malinconia l’inconoscibilità (dovuta credo alla malattia mentale di lei) e l’incomunicabilità che abita le stanze di casa; tema ispiratore, in anni successivi, del film che riprende i gesti ripetitivi di una coppia incapace di vera intesa in angusti spazi domestici (“Gertrud” di C.T. Dreyer, 1964) e a me ricorda le opere di Ingmar Bergman. Finestre, porte, specchi come diaframmi tra diverse realtà, schermi forse da oltrepassare per ‘rompere’ le barriere della monotonia che ricalca modalità pacate ma un po’ ossessive nel trascorrere di un tempo fermo, senza prospettiva.

Vilhelm Hammershøi, porte bianche, porte aperte, 1906 Vilhelm Hammershøi, porte bianche, p0orte aperte, 1906 – Collezione Davids,

La scelta emblematica di Hammershoi di raffigurare la moglie di spalle (“Riposo”), oltre alla difficoltà comunicativa, mi parla di un’attenzione al lato nascosto, che è meno sotto il nostro controllo e meno artefatto (non con quello ci presentiamo al mondo) ed è quindi più vulnerabile.
Lo sguardo del pittore non è condizionato da quello del soggetto, forse così coglie meglio aspetti diversi della persona e della relazione con lei. Nella linea morbida della nuca, scoperta dai capelli raccolti, si avverte dolcezza e quasi l’attesa di qualcosa che resta sospeso, nell’atteggiamento abbandonato e un po’ sognante della ragazza.

In generale, la sua è una visione un po’ cupa che però restituisce un senso di mistero e insieme di limpidezza. Proprio uno dei ritratti della moglie chiamò l’attenzione del poeta R. M. Rilke, che volle incontrare Hammershoi e lo apprezzò.

Nel corso dell’esposizione, gli fanno eco le opere di vari pittori italiani ed europei che raffigurano interni spogli, dimessi, o paesaggi solitari, ombrosi, immersi nel silenzio e in un’aura mistica, poetica, spesso notturni e suggestivi (M.Reviglione “Notturno metafisico”, “Il lago dei poeti”), d’ispirazione simbolista e crepuscolare, con accenni anche al divisionismo.

Da ultimo apprezzo il lavoro attuale del fotografo spagnolo A. Gallego, che nei suoi scatti ricrea gli interni delle opere di Hammershoi evocandone l’atmosfera intimista ed enigmatica, con gradevoli esiti.

Esco come avvolta da un’aria rarefatta e vaporosa, immersa nelle sfumature ovattate dei non-colori amati da Hammershoi, toni neutri di grigi, beige, marrone, in gradazioni scure o più chiare; resto nel mistero delle numerose porte bianche che si aprono ripetutamente su altri spazi, di sommessa luce, in un calmo soffuso silenzio.

—————————————-

HAMMERSHØI e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia

21 febbraio / 29 giugno 2025

Palazzo Roverella, Rovigo

0425 460093

info@palazzoroverella.com

 

In copertina: Vilhelm Hammershøi,  Sole nel salotto,   Museo Nazionale di Stoccolma

Per leggere li altri articoli di Anna Rita Boccafogli clicca sul nome dell’autrice

 

No all’accordo tra Amministrazione Comunale e Hera sull’inceneritore

No all’accordo tra Amministrazione Comunale e Hera sull’inceneritore, che monetizza la salute dei cittadini.
Dimezzare l’incenerimento e ripubblicizzare il servizio dei rifiuti: una strada alternativa e possibile.

Apprendiamo dalla stampa che è stato realizzato un accordo tra l’Amministrazione comunale e Hera come compensazione per il disagio ambientale derivante dall’innalzamento della capacità produttiva dell’inceneritore e della quota di rifiuti speciali non pericolosi lì bruciati. L’accordo prevederebbe un riconoscimento di circa 600.000 € annui, iniziando da una somma di circa 2,6 milioni di € per gli anni pregressi 2021-2025, per continuare negli anni a venire.

Riteniamo tale scelta sbagliata e controproducente.

Intanto, con quest’accordo l’Amministrazione comunale smentisce se stessa. Infatti, nel 2021, quando si decise di aumentare la capacità produttiva dell’inceneritore da 130.000 a  142.000 tonn/anno, il Comune di Ferrara si dichiarò contrario. Annunciò di adire le vie legali con un ricorso al TAR, ricorso di cui si sono perse le tracce e della cui fine l’Amministrazione comunale dovrebbe rendere conto alla cittadinanza. Soprattutto, però, con quest’accordo, si legittima il fatto che dovremo tenerci l’inceneritore con l’attuale capacità produttiva perlomeno fino al 2029, con la quasi certezza di proseguire anche successivamente. Si decide così di monetizzare la salute dei cittadini: per un po’ di soldi in più, si continua ad alimentare l’inceneritore che, notoriamente, procura problemi seri dovuti all’emissione di sostanze inquinanti nell’ambiente.

L’Amministrazione comunale di Ferrara sposa una linea assolutamente contraria agli interessi dei cittadini, passando da un finto contrasto dell’aumento dell’incenerimento ad una sua piena accettazione.

Tutto ciò è ancora più grave alla luce del fatto che, invece, è possibile imboccare una strada diversa e alternativa. Infatti, nel 2023 – ultimo anno in cui sono disponibili i dati- l’inceneritore di Ferrara ha bruciato più rifiuti speciali non pericolosi che rifiuti urbani; circa 85.000 tonn. i primi e circa 61.000 i secondi, con una tendenza che, nel corso degli anni, ha sempre visto crescere il trattamento dei rifiuti speciali rispetto a quelli urbani. Ebbene, su questa base sarebbe possibile iniziare un percorso per dimezzare l’inceneritore, passando dalle attuali 2 linee ad una sola. Altro che proseguire all’infinito con tale assetto! Allo stesso modo, come proponiamo da tempo, si può ripubblicizzare il servizio dei rifiuti urbani a Ferrara. Lo ricordiamo perché non ci vuole molto a realizzare che l’accordo raggiunto ieri diventa una premessa per mettere a gara anche il servizio dei rifiuti, con la pressochè inevitabile conclusione che se lo aggiudicherà Hera.

Insomma, inizia a svelarsi la strategia dell’Amministrazione comunale di Ferrara: lasciare che Hera gestisca tutto il ciclo dei rifiuti sulla base degli interessi dell’azienda, che continuerà a fare lauti profitti, e non certo di quelli dei cittadini!

Noi abbiamo un’idea completamente diversa: la esporremo in modo ancora più approfondito con il convegno che abbiamo organizzato per giovedì 27 marzo alle 17,30 c/o Grisù in via Poledrelli 21 con Natale Belosi, del Comitato scientifico della Rete Rifiuti Zero Emilia-Romagna e Andrea Bertozzi, responsabile dell’area tecnica di ALEA, l’azienda pubblica che gestisce il servizio dei rifiuti urbani a Forlì e in altri 12 Comuni limitrofi.

FORUM FERRARA PARTECIPATA
RETE GIUSTIZIA CLIMATICA FERRARA

#liberiamoFerraraDaHera

Cover:  L’inceneritore Hera di Ferrara

ReArm, come riportare la guerra nel cuore dell’Europa

ReArm, come riportare la guerra nel cuore dell’Europa

Perché l’Europa ha deciso solo ora il ReARm? Perché una emergenza che invoca l’art.122 per bypssare il Parlamento? La guerra in Ucraina è in corso da tre anni, sarebbe stato più razionale deciderlo prima, subito dopo l’invasione della Russia nel febbraio 2022 o, al più tardi, in aprile, come arma di pressione sul negoziato in corso. Qual è quindi l’urgenza di questa decisione che arriva proprio nel momento in cui si stanno avviando i negoziati per la pace?

Il progetto da 800 miliardi di ReArm dell’Unione Europea è un tentativo, tardivo e disperato, di riportare l’Europa al tavolo della Nuova Yalta che stanno confezionando Trump e Putin; avendo però presente che esiste un altro convitato di pietra chiamato Cina.

Ciò che è in ballo è molto più della pace tra Russia e Ucraina, del Donbass o della neutralità dell’Ucraina. In ballo ci sono le nuove sfere di influenza dei prossimi decenni e un sacco di relativi affari che porteranno vantaggi solo a chi si siede a quel tavolo. Non è la prima volta che acerrimi nemici dopo decenni di guerra si alleano, creando scompiglio tra i vecchi alleati nei rispettivi campi. Successe nel 421 a.C. con l’”inaudita alleanza” tra Atene e Sparta che si facevano guerra da 50 anni e altre volte nella storia.

Trump non ha mai celato che avrebbe radicalmente cambiato la politica estera americana, abbandonando l’idea di un governo unilaterale del mondo e scendendo a patti con Cina e Russia, pur di fare affari per la sua America. Del resto Cina, Russia (e i Brics) avevano deciso da tempo (formalmente dal 2009) che erano mature le condizioni (economiche, tecnologiche, di materie prime contro finanza occidentale) per imporre agli Stati Uniti una Nuova Yalta.

Qualcosa si era percepito già con Obama, dopo la crisi del 2008 dei subprime (e della globalizzazione) come “economia incantatrice”. Obama aveva cominciato a distanziarsi dall’impostazione dei “geopolitici-gerontocratici di Washington” (formatisi al tempo della guerra fredda), facendo entrare la Russia nel WTO nel 2012 e rifiutandosi di armare l’Ucraina dopo l’inizio delle guerra civile in Donbass nel 2014. Lo stesso Biden, che pure aveva ripreso la strategia neocon del dominio unilaterale e dello smembramento della Russia, aveva proposto a Zelensky di fuggire in elicottero nei primi giorni dell’invasione russa, ma poi, come spesso accade nella storia, essa ha preso (con l’inaspettata resistenza ucraina) un’altra piega.

Europa e Inghilterra, seguendo da sonnambuli la via della guerra dell’amministrazione Biden (incluso il sabotaggio al tavolo di Istanbul in aprile 2022), si sono trovate fuori dai giochi con il cambio di strategia di Trump. Se non è certo che questa strategia di Trump sarà efficace, è invece certo che chi siederà al tavolo della Nuova Yalta incasserà vantaggi economici concreti per i propri cittadini. E’ quindi comprensibile il panico e l’isteria delle élite europee (e inglesi) che si vedono escluse, per la prima volta negli ultimi 110 anni, dal tavolo dei “vincitori” e sostituiti con russi e cinesi, proprio dagli Stati Uniti.

Ben altrimenti sarebbe stato se l’Europa, costruitasi con una propria statualità federale, avesse avviato una propria forza armata e relativa politica estera già 20 anni fa e fosse intervenuta, a quel punto, in Ucraina con la propria voce tonante sia con le armi che con la diplomazia. Ma in questo caso non ci sarebbe forse stato neppure l’allargamento ad est della Nato, neppure il cambio di regime a Kiev nel 2014 (voluto dagli americani), neppure l’invasione russa nel 2022, perché si sarebbe (probabilmente) affermata quell’Ostpolitik (che la stessa Merkel ha coltivato per anni con discrezione) e quel dialogo con la Russia che metteva Europa e Russia in sicurezza con un’Ucraina neutrale.

Oggi fa impressione che sia proprio l’Inghilterra post Brexit a porsi a capo dei volenterosi europei per una forza di garanzia per l’Ucraina (all’interno di accordi di pace) che è improbabile venga accettata da Trump-Putin. Un’armata Brancaleone come disperato tentativo di sedersi con uno ”strapuntino” al tavolo della Nuova Yalta. A questo serve il ReArm, per questo è urgente: far capire che ci siamo anche noi europei (e inglesi) al fine di avere una fetta della “torta”, al grido di democrazia e libertà.

ReArm prevede che i singoli paesi possano aumentare il loro debito in spesa militare nei prossimi 7 anni (fino al 2031) dell’1,5% del PIL. In direzione opposta alla missione spirituale dell’Europa dei popoli, già indicata dal Manifesto di Ventotene da Spinelli e Rossi nel 1941, come forza armata comune (indipendente dagli Usa). Se fosse nata agli albori della UE o anche 10 anni fa, avremmo avuto il tempo per uniformare eserciti e armi creando quelle economie di scala e quella forza armata comune che sarebbe costata molto meno della somma delle attuali spese dei 27 membri (315 miliardi). E con le economie si sarebbe potuto avviare un welfare europeo che è ciò che interessa ai cittadini, mentre i capi cercano di accumulare vantaggi con le guerre e le logiche di potenza.

Ora è tardi, e giunge paradossalmente quando sono in corso i negoziati per la pace tra USA, Russia e Ucraina, già sabotati in aprile 2022 dagli inglesi che ora guidano il ReArm. La Russia potrebbe non accettare, in pochi giorni, la tregua dei 30 giorni sia perché punta ad una pace duratura, sia perché l’accordo con gli Stati Uniti va ben oltre l’Ucraina e dovrà vedere coinvolta (seppure nessuno credo ne farà cenno) quella Cina che siede al tavolo come un convitato di pietra.

Nella storia non è la prima volta che chi si batte per una tregua non riesce subito nel suo intento: la Germania prese questa iniziativa nel 1916, Papa Benedetto XV nel 1917, ma le potenze anglosassoni “democratiche” lo respinsero perché volevano una vittoria piena. Non sarebbe quindi strano che la Russia, in vantaggio sul campo (come allora i vincitori della prima guerra mondiale), non avesse fretta di chiudere una guerra se non porta ad una pace duratura e ad una Nuova Yalta, sfruttando gli enormi errori di valutazione delle élite americane pre Trump e di quelle europee.

Se l’intero spazio fiscale in deroga al Patto di Stabilità UE (che in 20 anni non è mai stato concesso per spese pubbliche sociali, facendo cadere anche governi) fosse usato dall’Italia, secondo le stime fatte da Carlo Cottarelli, il nostro debito pubblico (del 135,3% e previsto in calo al 132% nel 2031, nella strategia del governo Meloni) salirebbe al 136,9%. Il solo annuncio dell’indebitamento ha fatto salire i tassi di interesse di tutti i titoli europei di 50 punti base. Per l’Italia significa in 7 anni pagare dai 12 ai 20 miliardi in più di interessi sul debito pubblico.

Se la nostra spesa militare nazionale salisse dal 1,6% del PIL al 3,1%, passeremmo in ragione d’anno da circa 35 miliardi a 65-70 miliardi. Soprattutto nei primi anni (ma anche dopo) il moltiplicatore keynesiano di una spesa pubblica militare sarebbe molto modesto per non dire nullo sulla nostra occupazione e rilancio delle produzioni nazionali (stime Cottarelli), in quanto l’80% della spesa militare negli ultimi anni se ne è andata in importazioni per armamenti e tecnologie all’estero (e per 2/3 negli Stati Uniti). Sarebbe l’ideale per Trump che vedrebbe l’export USA crescere. Se poi, come si può ragionevolmente ipotizzare anche per la forte opposizione tra gli elettori, si usasse solo il 70% della disponibilità concessa dalle nuove regole dell’UE, la spesa militare salirebbe meno (circa 10-15 miliardi all’anno) ma il debito non calerebbe, rimarrebbe stabile e ciò significa, nell’attuale clima di instabilità internazionale (e di crescita dei tassi di interesse), oneri sul debito pubblico crescenti, cioè sopra i 104 miliardi del 2024. Una cifra mostruosa se si considera che l’intera spesa pubblica per scuole e università è di 75 miliardi e 135 quella della sanità.

Poiché è ragionevole pensare che il PIL cresca poco nei prossimi decenni, come avvenuto negli ultimi 30 anni (media annua 0,8%) e poiché dal 2027 verranno meno i giganteschi investimenti aggiuntivi del PNRR (71 miliardi a fondo perduto, 122 a debito) erogati all’Italia dalla UE nel post Covid, è facile stimare che tutto il welfare attuale (scuola, sanità, pensioni,…) entrerà in ulteriore sofferenza, facendo crescere il malumore dei cittadini con aumento delle astensioni e voti più “radicali” (le ali estreme dello schieramento politico), come spesso avvenuto nella storia. Se si migliora prevale il voto moderato, se si peggiora prevale la protesta. L’Italia è dentro questo tunnel dal 2008.

Una forza armata comune era un punto fondamentale del Manifesto di Ventotene (“al posto degli eserciti nazionali”, ma poi seguiva “la lotta contro la disuguaglianza e i privilegi sociali, le successioni non tassate, una proprietà privata corretta e limitata, nazionalizzazioni per evitare che la grandezza dei capitali investiti possa ricattare gli organi dello Stato…”). Ma un conto è la proposta di razionalizzare le attuali ingenti spese militari tra i 27 paesi dell’Unione (38% in più di quanto spende la Russia) un altro conto è avviare un gigantesco riarmo per singole nazioni il cui esito non sarà una forza comune, ma squilibri tra paesi alleati, questa volta di potere militare, e sottrazione di risorse allo sviluppo umano dei cittadini.

Il rischio di un riarmo per singole Nazioni porta all’escalation:  possibilità dei paesi meno indebitati (Germania, paesi nordici e dell’Est) di riarmarsi di più (e se tra 4 anni vince AFD in Germania?) con rischi sempre maggiori di guerre, senza procedere di un centimetro nella direzione degli Stati Uniti d’Europa. La deterrenza verso la Russia esiste già sia come armi, che come alleanze ed impossibile che una Russia in calo demografico (scenderà da 140 milioni a 120) e con un enorme territorio da gestire, possa invadere una Europa quattro volte più popolata e più armata.

ReArm rischia di generare non solo impoverimento tra i cittadini europei, ma premesse pericolose tra gli stessi paesi europei che sono stati protagonisti nelle guerre degli ultimi 500 anni e nel secolo scorso. E non servirà allo scopo di sedersi al tavolo della Nuova Yalta.

 

Cover photo: la giacca insanguinata di Francesco Ferdinando d’Asburgo, Wikimedia Commons

Per leggere gli articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Salari, Italia maglia nera

Salari, Italia maglia nera

Salari, Italia maglia nera

 

Il risultato? Siamo il fanalino di coda dei Paesi del G20. In pratica non ci siamo mai ripresi dalla crisi finanziaria del 2008.

Ad affermarlo il rapporto mondiale dell’Ilo, Organizzazione internazionale del lavoro, che analizza le tendenze dei salari e delle disuguaglianze a livello globale e che ha fatto un focus specifico sulla situazione del Belpaese.

Vertenza sui salari

“Il rapporto dell’Ilo conferma le criticità che da tempo denunciamo e la necessità di una vera e propria vertenza sui salari – afferma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini -. Sulle tendenze di lungo periodo, dal 2008 al 2024, si evidenzia una perdita in Italia dell’8,7 per cento, superiore a quella degli altri Paesi che hanno un’economia confrontabile con la nostra, con effetti particolarmente gravi sulle lavoratrici e sui lavoratori a basso salario. Nel 2024 si registra un’inversione di tendenza, conseguenza anche dei rinnovi di tanti contratti collettivi, che però non compensa la fiammata inflattiva degli anni 2022 e 2023”.

Se si guarda agli altri Paesi a economia avanzata, le perdite sono state del 6,3 per cento in Giappone, del 4,5 per cento in Spagna, del 2,5 nel Regno Unito. Di contro, la Repubblica di Corea si distingue per aver registrato un aumento salariale complessivo del 20 per cento tra il 2008 e il 2024.

Lavoratori a basso reddito

A subire la perdita maggiore di potere d’acquisto sono stati i lavoratori a basso reddito, sui quali l’impatto dell’inflazione si è fatta sentire con più forza. “Spendono una proporzione maggiore del proprio reddito in beni e servizi di prima necessità – spiega Giulia De Lazzari, specialista sui salari del dipartimento Ilo per i mercati inclusivi, i salari e le condizioni di lavoro -. Stiamo parlando di beni alimentari e alloggio, che rappresentano oltre il 60 per cento della spesa e i cui prezzi aumentano di più rispetto all’indice generale. Per questo sono i più colpiti dalle crisi inflazionistiche”.

Produttività vs salari

C’è poi la questione della produttività: dal 2022 è aumentata più velocemente dei salari in Italia, e questa crescita è stata inferiore alla media dei Paesi ad altro reddito.

“La ricerca mette in evidenza una crescita della produttività nell’ultimo periodo a cui non è seguito un corrispondente incremento dei salari – afferma Nicola Marongiu, responsabile area contrattazione, politiche industriali e del lavoro della Cgil -. Questo può essere dovuto a un non allineamento tra il sistema economico e il rinnovo dei contratti, ma anche al fatto che la produttività in Italia, in virtù delle agevolazioni fiscali, viene redistribuita prevalentemente alla contrattazione di secondo livello (contratti integrativi, ndr), che come sappiamo copre una parte molto ridotta dei lavoratori. Mentre le associazioni datoriali non vogliono che sia redistribuita al primo livello (nel contratti collettivi, ndr). Questo spesso è elemento di rivendicazione e mobilitazione sindacale”.

I divari

E le donne? Secondo l’Ilo subiscono una doppia penalizzazione sul mercato del lavoro: percepiscono salari orari più bassi e lavorano un numero di ore inferiore. La dimostrazione in questo dato: sebbene rappresentino il 43,2 per cento dei lavoratori dipendenti, sono il 51,9 di quelli con salari bassi.

Forti disuguaglianze anche per i lavoratori migranti, che percepiscono un salario orario inferiore del 26,3 per cento rispetto ai lavoratori nazionali, un dato superiore alla media dei Paesi europei e in aumento rispetto al 2006. In Italia esiste un divario di genere anche tra i migranti, per cui le donne sono ulteriormente discriminate.

Rinnovi contrattuali

“Il governo pretende di rinnovare i contratti pubblici praticando l’abbassamento dei salari, stanziando un terzo dell’inflazione del periodo – aggiunge Landini -. Per questo non abbiamo sottoscritto quei contratti e rivendichiamo la riapertura di un reale confronto. Inoltre, l’esecutivo non prende in considerazione la detassazione degli aumenti salariali come da tempo chiediamo e non combatte il dumping attraverso una legge sulla rappresentanza, né sostiene la contrattazione attraverso l’introduzione del salario minimo. Le imprese, invece, devono garantire il rispetto dei tempi del rinnovo dei contratti e prevedere aumenti salariali ben oltre l’inflazione, per recuperare anche le perdite dei periodi pregressi e redistribuire la produttività. Ci batteremo affinché i contratti vengano rinnovati per garantire giusti salari, diritti e tutele, a partire dallo sciopero nazionale del metalmeccanici di venerdì prossimo, 28 marzo”.

 

 

L’unico luogo sicuro è un luogo umano

L’unico luogo sicuro è un luogo umano

Su questi altri approfondiamo in un altro momento, però constatiamo che l’agenda la scrivono loro e che noi siamo qua a rincorrergli dietro con mezzi sproporzionatamente inferiori su tutti i piani.

Proviamo dunque almeno a ribaltare la prospettiva. Formiamo tutti i comitati possibili “No al Riarmo” (per ora abbiamo aderito con Pressenza a questo https://stoprearm.org/) coordiniamoci il più possibile con tutte le realtà che chiedono la stessa cosa e chi se ne importa se uno lo chiede con un accento su un tema e un altro su un altro: viva le motivazioni di tutti ma facciamolo insieme perché la partita inizia con un punteggio truccato.

Però la domanda che dovremmo farci e a cui rispondere  è: quale paese, quale continente, quale città, quale quartiere è un posto sicuro. Dalla risposta a questa domanda possiamo formulare una proposta e, per quanto questa proposta sia utopica, sarà un seme da germogliare, il cammino verso il futuro a cui pensava Galeano quando parlava di utopia,

Se pensiamo in questa direzione sembra evidente che un posto sicuro non sia un posto dove dominano le armi. Basterebbero le periodiche stragi negli Stati Uniti o la situazione nei luoghi di guerra dove l’unica sicurezza è la distruzione e la morte. Basterebbe una gita turistica tra i check point della Cisgiordania. Basterebbe una visita a quei luoghi, sparsi purtroppo per il mondo, dove una mafia o un esercito privato “regolano” la vita delle persone.

Qualcuno dirà a questo punto che esiste un uso legale delle armi e che, ragionevolmente, forze armate di vario tipo proteggono le nostre case, i nostri confini, le nostre case. Non bande armate ma Forze di Polizia, Eserciti difensivi che appoggiano la loro azione sulla legalità.

Va bene, possiamo riconoscere la necessità di forze moderatamente armate per difendersi dal crimine ma già, per esempio per l’Italia, non comprendiamo perché paghiamo un Esercito per difendere i nostri confini da francesi, svizzeri, sloveni, sanmarinesi e Guardie Svizzere vaticane, in sintesi dai nostri cugini, o forse fratelli. Vorremmo ricordare le funzioni che l’Esercito svolge senza uso di armi e che  sono un contributo alla nostra sicurezza: Protezione Civile, Previsioni del Tempo, ricerche sottomarine, Guardie Forestali (ora per altro in parte smilitarizzate). Ovviamente queste funzioni potrebbero essere perfettamente organizzate in modo civile e dunque non rientrare in nessun piano di riarmo.

Dobbiamo anche chiarire un equivoco (ma sarà un equivoco o una manipolazione?) secondo cui alcuni sostengono che il Piano di Riarmo proposto in sede europea non sia per finanziare acquisto di armi ma piuttosto tecnologia di vario tipo. In realtà nessuno ha scritto a cosa destinare questi soldi: si sta dicendo di metterli a disposizione perché, all’improvviso, ci vuole più sicurezza in Europa e si stanno discutendo come trovare questi soldi e come metterli a disposizione di chi vorrà spenderli.

Allora sarebbe buono che facessimo, noi pacifisti nonviolenti, antimilitaristi alcune semplici proposte.

Quando penso a queste cose sempre mi salta in mente una frase semplice che disse anni fa Silo, il fondatore del Movimento Umanista: “l’unico quartiere sicuro è un quartiere umano”; disse questa frase nel contesto di una grande campagna che negli anni ’90 del secolo scorso gli umanisti fecero in tutti i quartieri del mondo dove fu possibile: era una campagna di ricostruzione del tessuto sociale che si andava distruggendo e che si articolava in numerose attività di prossimità, lotte e attività sociali, apertura di Centri di Comunicazione Diretta e Giornali di Quartiere e campagne di appoggio al piccolo commercio di prossimità come garanzia di quartieri umani, vivibili e sicuri.

Sappiamo come è andata a finire e come quel nobile tentativo sia fallito, come i nostri quartieri siano diventati sempre più invivibili e più brutti. Pensiamo forse che con protezione elettronica e truppe alle frontiere i nostri quartieri saranno più sicuri?

La Sicurezza Sociale in senso amplio è la possibilità di vivere una vita degna e umana, con diritti e possibilità: investire in sanità, istruzione e qualità della vita sono le più efficienti forme di realizzazione di un luogo sicuro perché umano e, in questo campo, sarebbero da investire ben più di 800 miliardi. In questo momento poi l’emergenza climatica costituirebbe una priorità ben maggiore della ridicola possibilità che i Russi ci invadano (che sembra la motivazione sottintesa di tutta questa manovra).

Esiste in realtà un movimento sommerso di cittadini che già si autorganizzano per avere una diversa qualità della vita senza aspettare che arrivi qualcosa dall’alto: reti di cittadini, ecovillaggi, esperienze ispirate dal Transition Town, gruppi di autoaiuto, le human week, gruppi di acquisto solidale, reti di educatori, esperienze di ripopolazione di paesi abbandonati ecc. I nostri partner di Italia che Cambia ne fanno un eccellente resoconto. Questo per dire che già esperimenti di un nuovo paradigma sono in marcia.

Ma è evidente che dovrebbe essere la politica, sempre più succube di interessi finanziari, a decidere di cambiare direzione e a farlo con coerenza: perché quel che si propone oggi a chi ci vota non può essere diverso da quello che si farà quando si sarà al governo.

Per cui alla politica chiediamo con chiarezza e con coraggio di rispondere sul serio alla domanda “come rendo un posto sicuro”? Con le armi? con il controllo elettronico? Con la paura? Con il ricatto? E chiediamo un conseguente cambio radicale di priorità.

A ognuno di noi possiamo, con affetto, chiedere “cosa posso concretamente fare per rendere il mio intorno più umano, con più diritti, più empatia, più comprensione, più accoglienza”? E risponderci, nell’intimo del cuore, ed agire di conseguenza.

Nota: questo articolo è già uscito nei giorni scorsi su pressenza

per leggere tutti gli articoli di Olivier Turquet su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

Convegno sulla ripubblicizzazione del servizio rifiuti: 27 marzo ore 17,30, c/o Factory Grisù

#liberiamoFerraraDaHera

Convegno sulla ripubblicizzazione del servizio rifiuti
27 marzo ore 17,30
Factory Grisù – Ferrara

Come potete vedere (volantino più sotto) al dibattito, dopo la nostra introduzione, parteciperanno:
Natale Belosi,
coordinatore della Rete regionale Rifiuti Zero ER
Gianluca Tapparini,
direttore dell’azienda ALEA di Forlì.

Dopo la campagna di comunicazione che stiamo sviluppando  “liberiamo Ferrara da Hera” e il flash mob che abbiamo tenuto il 22 febbraio scorso, con questo convegno intendiamo approfondire le ragioni che sostengono la nostra opzione per la ripubblicizzazione del servizio rifiuti.
Vi preannunciamo, che, dopo lo svolgimento del convegno, intendiamo anche lanciare una petizione online, per la quale vi chiederemo un impegno importante per sostenerla.

#liberiamoFerraraDaHera

La festa di Linda.
Un racconto quasi fantastico

La festa di Linda

Un racconto quasi fantastico

Mancava poco a domani, solo una notte, e magari anche quella notte avrebbe fatto il suo sogno. Domattina sarebbero arrivati tutti, da ogni angolo della terra, e in tre dalla nuova stazione di Marte, perché quello era davvero un evento speciale. E qual era l’evento? L’evento era lei, la cosa la faceva sorridere ma, inutile negarlo a sé stessa, si sentiva agitata come non le succedeva da tantissimo tempo. Ecco, quando aveva otto o dieci anni, era spesso agitata così, non ricordava più per cosa. Ma ora, dopo tutto quel tempo, adesso che era arrivata quasi alla fine, doveva ammettere di essere più agitata di allora.

Linda, la nonna Linda, la nonna di tutti, si alzò con un po’ di fatica dalla sua poltrona e si avviò zoppicando verso la sala da pranzo. Niente bastone, ce la faceva ancora, lei non aveva bisogno di un bastone. Aveva tre figli, e ognuno e ognuna le avevano regalato un bel bastone da passeggio. Eccoli lì, mica li aveva buttati, li teneva a dormire nel portaombrelli. La grande tavola era già apparecchiata, la tovaglia bianca di lino misto canapa, il bordo con un ricamo semplice, senza fronzoli, perché lei i fronzoli li odiava, e invece come adorava quella tovaglia antica. Con il pollice e l’indice provò il tessuto ruvido, così vero e bello, avvicinò il viso e aspirò il profumo del tessuto e del pulito. Sul tavolo mancavano solo i fiori, ma quelli li avrebbe aggiunti domani, all’ultimo momento.

Pensò ancora ai figli e ai bastoni, uno aveva addirittura l’impugnatura d’argento, e i figli non li aveva nemmeno ringraziati. Non si era comportata molto bene, ma insomma, non erano stati molto originali – Linda sorrise a quel pensiero impertinente – fosse stato ancora al mondo lo zio Checco, per il suo Moltianni le avrebbe regalato uno skateboard, non un bastone da passeggio. E poi, glielo aveva chiesto lei di regalarle delle stampelle?  Per lei i regali non servivano a nulla, ci si amava benissimo senza quella stupida idea di confermare e sventolare in pubblico il proprio amore con un regalo. Se li facessero fra loro i regali. Intanto era entrata nella camera del grande camino di terracotta e si era accostata al tavolo ovale di pioppo bianco dove erano ammonticchiati una trentina di grandi pacchetti.

Bel discordo Linda, abbasso i regali, ma allora i tuoi pacchi di biscotti? Non sono regali anche quelli? No e poi no, protestò contro se stessa, quelli sono un segnale, un messaggio, sono un lascito testamentario.  Proprio una bella eredità un pacco di biscotti…  Un momento,  ora  Linda era infuriata: “Ma i miei non sono semplici biscotti, sono biscotti rotti”. Ed eccole qua le generose confezioni da chilo della premiata ditta Malandrini. Era stata una geniale trovata di Alessandro Malandrini di Saronno,  pioniere della biscotteria italiana e fidanzato di sua nonna Clelia, no, forse era il fidanzato di sua bisnonna Maria Cecilia. Ha poca importanza,  fatto sta che il Cavalier Malandrini cuoceva biscotti nel suo forno industriale e ne uscivano tanti rotti,  spezzati, storti, difettosi. Invece di buttarli, Malandrini li mise in grandi sacchetti con sopra una scritta onestissima: Biscotti rotti.  Costavano la metà della metà dei biscotti di prima scelta e andarono a ruba. Funzionavano come il cilindro di un illusionista, ci infilavi dentro la mano e non sapevi mai che biscotto pescavi, un frollino, un wafer, un krumiro, una ofella, un amaretto. Più del  biscotto valeva la sorpresa. Ma alle sorprese bisognava allenarsi, ecco perché avrebbe distribuito ai discendenti il pacco degli impareggiabili biscotti rotti Malandrini.

Fece un’altra volta il giro della tavola da pranzo e contò ancora le grandi sedie di faggio, diciotto, un bel numero, più il seggiolone per Catina, l’ultima arrivata. Catina aveva quasi due anni e nonna Linda non l’aveva ancora vista toccata baciata. In cuor suo Catina, ma quella cosa non avrebbe mai compiuto il tragitto dal cuore alla bocca, nel suo cuore Catina era la preferita. Perché era l’ultima arrivata, perché aveva una malattia grave e fastidiosa, perché si chiamava Catina, Caterina, come sua madre. Linda non si vergognava delle sue preferenze, anzi, pensava alla preferenza come alla forma più perfetta dell’amore. Se ami molto, preferisci molto, e preferisci tutti, così era puntualmente capitato a lei con tutti e tre i suoi figli.

Il mese prima le era arrivata una foto di Catina, le aveva subito trovato una cornice. “No, niente argento per carità, che pacchianata!”, e l’aveva subito aggiunta al suo bosco famigliare. Accanto alla sua poltrona c’era un tavolino, nemmeno tanto piccolo, lì sorgeva una piccola foresta. Sul tavolino, senza un ordine preciso, senza gerarchie o cronologie, si affollavano alla rinfusa tutte le foto, dai bisnonni ai nipotini.

Il ritratto che attirava per primo il suo sguardo era  sempre quello, un adorabile gruppo di famiglia in un interno, anche se non si capiva di che interno si trattasse, forse la grande casa rossa di via Terranuova. Più che un gruppo sembrava un mucchio di famiglia, perché i cugini – le femmine di bianco vestite, indossando le vecchie camicie da notte del Milleottocento – stavano abbracciati e ammonticchiati uno sull’altra sul divano. In posa ma scomposti c’erano tutti e sette, con l’aggiunta di Hola, il pastore catalano perennemente abbaiante ma per l’occasione placidamente spalmata sulle ginocchia di zia Martina. La foto era virata seppia e trasmetteva un sapore di antico, anche se non era poi così vecchia, non era tanto più vecchia di lei, era stata scattata, Linda rifece i calcoli, la vigilia di Natale del 2008, o forse un anno dopo. Erano quelli gli ultimi anni della famosa nonna Caterina, detta Caterina non de’ Medici per la sua avversione verso la categoria, o Pasionaria per la sua passione anticonformista e protocomunista, o Baronessa Mamuska per i suoi nobili e disconosciuti natali, la nonna Caterina detta e ricordata in molti modi e maniere da figli nipoti e pronipoti.

Stava facendo buio, accese l’abat-jour omeostatica (faceva una luce azzurrina, tagliente e provò nostalgia della luce calda dell’energia elettrica), ripose la foto sul tavolino e prese il bicchierone con tutte e due le mani. Lo beveva sempre tutto in un fiato, senza staccare la bocca nemmeno una volta. “E con questo fanno undici”, disse a sé stessa. L’acqua era la sua migliore amica.

Riprese in mano il ritratto. Dei magnifici sette era rimasta solo zia Miriam, nata a cavallo del millennio, ingegnere (ingegnera, avrebbe chiosato sua sorella Clelia) e innamorata dei numeri. Dal fondo della Patagonia, dove si era trasferita trent’anni prima insieme al quartier generale della grande azienda fondata dal bisnonno Serafino, l’aveva avvertita che non avrebbe potuto essere presente alla sua festa di compleanno. Zia Miriam aveva solo 95 anni e puntava a doppiare il secolo e senza ricorrere ai trattamenti eugenetici. Non era proprio il tipo da spaventarsi per un viaggetto del genere: si sarebbe messa al volante del suo ovulo di ultima generazione e avrebbe digitato sul display: Europa-Italia–Ferrara–Quartesana. Ma chi avrebbe badato ai suoi cani (5), e ai gatti (11), ai pinguini (3 coppie), alle stupidissime oche Adelina e Guendalina, e al ciuchino Lucignolo? E poteva abbandonare le 14.000 preziose pecore aziendali, e proprio ora, in piena stagione della tosatura? No, mi spiace piccola (zia Miriam si ostinava a chiamarla piccola), non riesco proprio muovermi, è fuori discussione.

Va bene, le aveva risposto in simultanea Linda,  ma senza poter evitare un commento segreto e malizioso. Che poteva farci se oltre a essere intelligente era anche maliziosa? Non è cattiveria, si scusò da sola, la malizia è solo una conseguenza naturale, una innocua deviazione dell’intelligenza. Così pensò che zia Miriam, titolare del glorioso e pluripremiato Allevamento Incico spa e direttrice dell’ultima filanda del pianeta Terra, aveva un altro e più valido motivo per disertare la sua festa. Semplicemente, a Miriam non piaceva essere la seconda più vecchia del gruppo.

Si concentrò sulla faccia bambina di zio Tato, il più piccolo del gruppo. A quel tempo passava molte ore del giorno in compagnia di un pallone da calcio. Sarebbe di sicuro diventato un buon giocatore campione se a 17 anni, quando poteva finalmente fare il salto verso una grande squadra, dopo una settimana di febbre altissima, non fosse stato rapito da un insospettabile amore per la cultura. Appese le scarpette al chiodo e guardò per la prima volta in vita sua la parete del salotto fitta di volumi. Lui che fino ad allora aveva letto un libro e mezzo in tutto, affrontò di petto la grande libreria. In quaranta giorni e quaranta notti si mangiò e digerì alla bell’e meglio la biblioteca del padre. Poi senza indugio si mise all’opera e scrisse ininterrottamente per svariati decenni. Il suo romanzo fiume raggiunse le 14.000 pagine distribuite in 22 volumi, rimanendo purtroppo incompiuto.

Secondo la critica più attenta, il suo ciclopico “Adesso vi spiego com’è andata” inaugura (e chiude definitivamente, forse per stanchezza) la corrente del ipeultrarealismo. Avere in casa quei 22 tomi con la copertina gialla uovo marcio era subito diventato un must, un marchio di status sociale. Così la fatica letteraria di Tato aveva venduto qualcosa come 30 milioni di copie in tutto il mondo, contando però solo una traduzione, vista l’impossibilità di capirci alcunché. L’unica che, per amore e per mestiere, ci aveva provato sul serio – a leggerlo fino in fondo e a tradurlo – era stata sua sorella Clelia che però, intervistata sulla tellurica quanto labirintica trama di “Adesso vi spiego com’è andata”, aveva dovuto confessare di non aver capito del tutto com’era andata veramente.

Allo zio Momo era andata peggio. O meglio, secondo i punti di vista. Dopo aver diretto cinque concettosi lungometraggi in formato Quadriprof (quattro dimensioni con l’aggiunta di puzze, odori e profumi assortiti), ottenendo una assai tiepida accoglienza, aveva finalmente traguardato che il pubblico non era ancora pronto per la sua arte. Per fortuna zio Momo disponeva, come tutti in famiglia, di una intelligenza poliedrica e versatile. Si buttò con entusiasmo sul porno sperimentale, raggiungendo un considerevole successo e, particolare non trascurabile, collezionando svariate amanti e concubine.

E la carissima zia Martina? Che strana vita.. La sua piantagione di gangia prometteva successi e denari, se non fosse intervenuta quella dannatissima legge per la liberalizzazione e la promozione commerciale della marijuana e dei suoi derivati. Si trattava senza dubbio di una importante conquista civile, ma segnò una débâcle per la novella contadina. Da un giorno all’altro il fiorente mercato clandestino crollò e zia Martina si trovò nelle pesti. Seguì una fastidiosa crisi esistenziale da cui uscì solo due anni più tardi, risolvendosi a fare domanda per entrare nella Benemerita. Zia Martina avrebbe poi percorso con onore e velocissimamente tutti gli scalini della gerarchia: appuntato, maresciallo, capitano, colonnello, e infine eccola in alta uniforme, prima donna a raggiungere i galloni di generale dell’Arma dei Carabinieri.

Anche zia Clelia aveva contribuito a dar lustro alla famiglia. Imparò alla perfezione tre lingue, poi cinque, poi sette, poi diciassette. mandarino, lao, urdu e thai incluse. Le sue esibizioni pubbliche fecero impallidire le performances della donna cannone e dell’uomo più forzuto del mondo.

Sotto un grande tendone da circo gremito di gente di ogni specie e colore, zia Clelia se ne stava molto tranqui (Clelia aveva il vezzo di rispondere a tutti con quel suo tranqui) al centro di quella baraonda, seduta su una semplice sedia impagliata. La cosa funzionava più o meno come la simultanea di un gran maestro di scacchi. Intorno a zia Clelia, a formare un ampio cerchio, stavano sedute una ventina di persone, e tutte venti  parlavano contemporaneamente, esprimendosi ognuna nel suo idioma natale.  Clelia rispondeva a tutti, passando con sovrana disinvoltura da una lingua all’altra e permettendosi anche qualche battuta di spirito. In quella babele, e dico Babele in senso stretto – Linda era convinta che, se zia Clelia fosse stata nei paraggi, su quella Torre le cose sarebbero andate ben diversamente. Il pubblico in sala non ci capiva un’acca ma mandava urla e si spellava le mani.

Rimaneva zia Olly, lei sì che aveva girato il mondo. Per vent’anni aveva fatto perdere le sue tracce sulle strade che portano in India. Inseguiva una piccola tribù di pigmei albini di cui si favoleggiava da secoli, ma che tutti, geografi e antropologi, ritenevano appunto solo una favola.

Zia Olly si procurò nella biblioteca dell’università di Coimbra l’unica preziosa fonte, il diario manoscritto di un navigatore portoghese del Seicento, noto più per le sue epiche sbronze che per le scoperte geografiche. Nel suo resoconto di viaggio, unto e bisunto, pieno di strafalcioni, macchiato di uovo, pomodoro e vino di Porto, non c’era però nessuna coordinata geografica, nessun indizio utile a rintracciare quel minuscolo scoglio in mezzo all’Oceano Indiano. Ma esisteva veramente? La testardaggine di zia Olly fu alla fine premiata, quando, dopo un pauroso naufragio, approdò per puro caso su un’isola misteriosa quanto inedita.  A quel minuscolo lembo di terra – oggi è segnato sulle carte a 3.483,5 miglia marine a sud-sudest di Colombo (Sri Lanka) – zia Olly volle dare il nome familiare di Isola Tullia. Seguirono i suoi famosi studi sui 27 abitanti albini dell’isola: pacifici, burloni, vegetariani e felicemente dediti a relazioni consensualmente non monogamiche. Quest’ultima scoperta, il fatto cioè che gli albini di Tullia, lontani dal cappio delle religioni monoteistiche, praticassero il poliamore in pace e armonia, provocò un salutare effetto a cascata sulla decrepita morale occidentale.

*     *    *

Il giorno della sua festa Linda si svegliò come sempre qualche minuto prima dell’alba. Si alzò a sedere nel letto e subito riconobbe i rimasugli del suo sogno. Come sempre c’era lei bambina di pochi anni e mamma Caterina attaccata a lei, in piedi, sulla riva di un mare immenso, così diverso da tutti i mari che aveva conosciuto nella sua lunga vita.

Era giorno fatto e il sole bruciava la sabbia e la testa, ma il mare era nero, notturno, calmo eppure carico di insidie. Lei aveva addosso il suo costume rosso a due pezzi, la mamma un costume intero bianco, tutte e due voltavano le spalle a lontani ombrelloni. Erano già entrate in acqua con i piedi ma non si muovevano, guardavano una linea d’ombra laggiù in fondo, dove finiva il mare, piene di paura ma piene di voglia di avanzare in quell’acqua scura. L’acqua era freddissima. Andiamo, avanziamo, ci buttiamo? Ma rimanevano ancora ferme, attaccate l’una all’altra. Poi, dal limite estremo del mare veniva il suono di una sirena di una nave, ora la nave sfilava davanti ai loro occhi, alta come un palazzo, tutte le finestre accese. Con quella visione e quel fischio prolungato di sirena, il sogno si interrompeva.

Che peccato, alla bambina del sogno, ma anche ora, mentre ancora stava seduta sul letto, le sarebbe piaciuto un finale, un finale qualsiasi. Dopo tutti quegli anni credeva anche di meritarselo un bel finale.

Nonna Linda si infilò i suoi vecchi zoccoli, ignorò il bagno e raggiunse direttamente la cucina. Sulla parete bianca di fronte al camino stavano appesi i quattro grandi piatti di ceramica con i quattro re delle carte, nonno Desiderio e i suoi tre fratelli, ognuno con il seme distintivo del proprio carattere; spade, bastoni, coppe e denari. Anche quello era un gruppo di famiglia in un interno. E senza volere scivolò ancora nei pensieri, uno a scavalcare l’altro, perché la grande casa di campagna sembrava vivere solo per quello scopo, chiamare i pensieri e radunare i ricordi.

Trent’anni prima, quando Linda era tornata in Italia dall’Aegentina, aveva subito riaperto la villa. Conosceva bene la sua virtù (paura dei fantasmi? Che idea sciocca: lei li adorava i fantasmi) e aveva preso una decisione, avrebbe usato tutto il tempo rimastole per non perdere una briciola del passato, nemmeno una.

Ora però dal salone d’ingresso sente arrivare la musica allegra del pianoforte. Forse il piano ha imparato a suonare da solo, o forse è lo zio Duccio, il più giovane dei fratelli del nonno Desiderio, che le dedica una canzone e le augura il buon compleanno.  Linda si avvicinò al vecchio frigorifero Elios, uno dei primissimi modelli ESA (Energia Solare Alternata),  l’ultimo ritrovato della tecnica, ma ora era un pezzo di antiquariato, un vero cimelio, un altro ferrovecchio che non aveva voluto rottamare. L’Energia Solare Alternata si era dimostrata abbastanza presto una pessima idea, passabile per scaldabagni, forni e fornelli, ma palesemente inadatta a produrre e mantenere il freddo – E voleva tanto a capirlo? , rifletté  Linda.

Dove eravamo rimasti? A lei davanti al suo frigo solare; ora lo apre e tira fuori una bottiglia d’acqua fredda. Nel frigo non c’è molto posto per le cose da mangiare, quasi tutto lo spazio è occupato da bottiglie, tutte piene d’acqua. Di fianco al frigorifero, sulla credenza verde chiaro con il piano di marmo, ci sono tre vassoi e tanti bicchieri di vetro leggero, grandi e trasparenti, perché Linda odia i bicchieri colorati e non sopporta il contatto delle labbra con un vetro grosso. Se riempi uno di questi bicchieri di vetro sottile, non fino all’orlo, diciamo per tre quarti, la bottiglia si vuota per metà. Un bicchiere è mezzo litro, dodici bicchieri sei litri, che è giusto la dose giornaliera di Linda. Questo che si sta versando ora è il primo bicchierone della giornata, l’ultimo lo berrò verso le sette di sera. L’acqua, devo averlo già detto, è la  migliore amica di Linda , la ragione della mia salvezza, o forse no, ma ilei sentiva che era proprio così.

I reni di Linda erano piccoli come noccioline americane, non crescevano, non volevano funzionare. Aveva le foto di lei intubata in ospedale. I dottori di Lione non sapevano cosa dire e cosa fare, la diagnosi era complicata. Una cosa brutta, tanto brutta che anche a mamma Caterina era andata via la speranza, e lei, Linda, non sapeva più se restare e vivere, oppure tornare indietro, dall’altra parte, dove non sappiamo se c’è il buio o la luce. C’era un video ripreso da un cellulare con la mamma che la tiene sulle ginocchia e la fa cavalcare. Nel video, l’aveva rivisto un milione di volte, lei ha ancora il sondino nel naso, ma ride e fa ciao con la mano. Non ricorda molto altro di quei mesi terribili, ma capita a volte che i ricordi entrino in silenzio sotto la pelle e rimangono con te per sempre.

Era stato un dottore italiano, il dottore era parecchio anziano, Linda aveva quattro anni e cresceva troppo poco, a mamma Caterina il vecchio medico aveva dato un consiglio. Senta signora, è un rimedio antico, forse non farà miracoli, ma certo non potrà far del male alla bambina, l’acqua non fa male a nessuno. Acqua, acqua, tanta acqua, tutti i giorni. Da allora lei aveva seguito fedelmente la dieta acquatica. I suoi reni, sia stata l’acqua o le medicine, le preghiere a Dio o la fortuna, non le avevano più dato problemi. Era solo rimasta, una volta si diceva così, un po’ debole di reni, ma niente di più.

Di Lione aveva ricordi sfocati, l’ospedale, la casa, il parco dove andava tutti i giorni, prima in passeggino, poi sulle sue gambe e sul triciclo – era rosso anche quello, dello stesso rosso del suo costume da bagno a due pezzi – ma Lione le era sempre stata antipatica, forse per via della malattia, o per la faccia triste che i genitori volevano nasconderle, o semplicemente per i francesi, tutti i francesi o quasi tutti. Dopo Lione c’erano stati tanti altri posti, tante città e tante case. Lione era stata coperta da moltissime altre immagini, come un lenzuolo sotto cento coperte.

Questo pensa ora Linda, che non era stato facile essere figlia di due scienziati. Era diventata grande. Abitavano in una bella casa nel quartiere Palermo a Buenos Aires, la casa era piena di sole e di vento, aveva un grande giardino. Quel giorno, erano a tavola, Linda andò subito al sodo  con mamma e papà: Qui mi piace, è il mio posto, non voglio più partire, voglio essere un animale stanziale io. Invece, dopo che a mamma Caterina era stato assegnato il premio, quello per la fisica – ricordava benissimo la compassata cerimonia a Stoccolma – i viaggi si erano moltiplicati, e dopo il secondo premio, questa volta per la chimica, c’erano stati anni in cui mamma e papà non disfacevano mai le valigie.

Colpa di Argon, “l’Inoperoso” secondo la radice greca, l’inafferrabile e inutile gas nobile, detto anche gas inerte, o gas raro. Questo Argon, che non è poi tanto raro, visto che partecipa con un rispettabile uno per cento alla composizione dell’atmosfera terrestre (venti o trenta volte di più dell’anidride carbonica senza la quale però non ci sarebbe vita sul pianeta), non aveva nessuna intenzione di combinarsi o coniugarsi con alcunché. Da sempre, dal principio di tutto, Argon dormiva, fluttuava, oziava, incurante degli altri elementi e del genere umano.

Mamma Caterina – la stampa internazionale l’aveva poi messa sul trono chiamandola la nuova Marie Curie – non era certo una donna da confondersi con le altre. Del resto, la bisnonna Maria Cecilia, la nonna della mamma, andava ripetendo che “In famiglia siamo tutti un po’ speciali”, Forse la mamma lo era più degli altri, era speciale in un modo speciale. Fatto sta che grazie a una geniale intuizione, a una perseveranza alfieriana e a uno spericolato esperimento, mamma Caterina era riuscita a far socializzare il placido Argon. Linda aveva gran rispetto per la scienza e gli scienziati, ma aveva una personale teoria al riguardo. Conosceva sua mamma meglio di chiunque altro ed era convinta che con Argon lei avesse giocato d’astuzia, che gli avesse tirato un tiro mancino.  Lo aveva corteggiato, vezzeggiato, adulato (papà Serafino se ne era anche un po’ risentito), lo aveva portato a spasso come si fa con un cagnolino adorato, tenendo il guinzaglio allentato, senza dare strattoni, carezzandogli il muso e lisciandogli il pelo. Poi, in un momento di abbandono, quando l’accidioso e misantropo Argon aveva la guardia abbassata, la mamma aveva stretto all’improvviso il collare e costretto l’Inoperoso – per la prima volta dal Big Bang ai giorni nostri – a darsi da fare e a guadagnarsi da vivere.

Il resto è storia che trovate in qualsiasi enciclopedia. Né l’autore di queste righe né Linda vogliono annoiare il lettore ripetendo quello che i bambini imparano in terza elementare.  Il trionfo della Energia Argonautica è sotto gli occhi di tutti. Chi non sa che senza di lei (e ovviamente senza mamma Caterina) non saremmo arrivati dove siamo adesso? E non ci sarebbero i viaggi interstellari, l’inquinamento zero e ozono quanto basta.

Ma è tempo di tornare alla festa di Linda e di concludere questa storia. Una storia piuttosto ordinaria ma assolutamente vera anche se, lo ammetto, non troppo verosimile. Le piccole licenze, le innocue divagazioni, le strampalate fantasie che l’autore ha voluto concedersi, non sono però frutto di una inveterata tendenza alla menzogna, ma il risultato di un duplice amore. L’amore per l’oggetto, cioè per i soggetti protagonisti del racconto, e l’amore per la finzione letteraria. Non so se qualcuno l’ha già scritto, in ogni caso lo scrivo io: solo percorrendo le strade della finzione è possibile estrarre qualche verità dalla materia inerte del reale. E’ una teoria stramba e non dimostrabile? Ve lo concedo, ma è la mia teoria.

Ora il sole incomincia a scottare e quella mattina, voglio dire questa mattina, la mattina del 18 dicembre 2095, non sembra diversa da qualsiasi altra mattina di caldo inverno di fine secolo. Linda si è vestita e con il vestito della festa, continua a camminare per le stanze della villa, i suoi zoccoli fanno toc toc sul vecchio pavimento di cotto. Come tutte le mattine si emoziona vedendo la luce del sole che invade e accende le pareti bianche. Che ore sono? Sono le otto e mezza, l’ora della prima colazione. Ma prima deve levare i catenacci del portone d’ingresso, afferrare le maniglie, far scorrere e accostare le due ante della porta a vetri.

Un sibilo leggero, prolungato e acuto come una punta di spillo, taglia a metà l’aria tiepida del mattino. Allora Linda riapre le ante della porta finestra che affaccia sul parco, passa con lo sguardo i pioppi secolari e le due Gingo dritte come sentinelle, l’orto ben tenuto, la torre colombaia là in fondo. Sul grande prato verde sta atterrando l’ovulo dei primi invitati. Il buffo velivolo descrive un cerchio quasi perfetto proprio sopra la torre e si posa dolcemente sull’erba. L’ovulo (occorre specificarne il principio motore? Gas Argon ben compresso in quattro pistoni e una biella) brilla nel primo sole; è rosso cromato, lo stesso rosso delle antiche automobili a scoppio Ferrari. Sembra proprio una grossa ciliegia matura. Nonna Linda avanza qualche passo sul pianerottolo della scala di cotto, agita la mano destra per dare il benvenuto ai suoi ospiti. La sua festa di compleanno è incominciata.

(Finito a Ferrara il 30 giugno 2016 – 5° revisione 21 marzo  2025)

 

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Per certi Versi /
Il silenzio del viaggio

Il silenzio del viaggio

Il tempo di partenza
è come il destino di chi è fermo
alla stazione

Il bagaglio straripante
è un movimento
di vaghe mete

è una attesa lunga
il fuggire voluto
dalla propria presenza

è un viaggio fatto di silenzi

Fischia un treno
in lontananza
alla fermata
nessuno sale

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie) 

Cover: stazione di Oderzo deserta, immagine di flickr.com su licenza Wikimedia Commons

Daniela Carletti: natura e ricerca, dal Centro culturale di Argenta al percorso tra gli atelier ferraresi

Daniela Carletti: natura e ricerca, dal Centro culturale di Argenta al percorso tra gli atelier ferraresi

Opere che si nutrono d’aria e che l’aria valorizza quelle di Daniela Carletti. L’artista ferrarese ha appena concluso una bella personale negli ampi e luminosi spazi del Centro mercato di Argenta e a breve aprirà il suo studio in uno dei percorsi di visita offerti dalla manifestazione Cardini Atelier Aperti (nel weekend di sabato 29 e domenica 30 marzo 2025). Dagli anni Ottanta ad oggi, Daniela si dedica a una pittura fatta prima di tutto di ricerca e di sperimentazione. Tecniche combinate in una fusione armonica di segni, sfumature, colori.

Mito e natura si fondono nelle opere basate su alcune delle metodologie di lavoro che hanno segnato lo stile delle avanguardie artistiche del Novecento e che vengono riprese, rielaborate e utilizzate in maniera personale.

Matrici di foglie
Atelier Daniela Carletti
Studio – foto GioM

Il frottage – che è un metodo di disegno che consiste nel far affiorare sul foglio di carta il rilievo sottostante, utilizzato e rilanciato da uno dei maggiori esponenti del surrealismo come Max Ernst – con Daniela si estende in chiave più pittorica e trasforma le erbe dei campi in matrici di stampo naturalistico, che sovrappongono le loro forme e scabrosità per fare riemergere grandi steli, foglie giganti e altre specie campestri sui fogli e sulle tele.

Daniela Carletti davanti a una sua opera

La tecnica del dripping – che consiste nel lasciar sgocciolare i colori sulla tela senza l’uso di pennelli – diventa per Carletti segno che sintetizza filamenti di origine vegetale e partiture di tela che si contrappongono a parti trattate con procedimenti diversi.

Acrilico su tela di Daniela Carletti

Questo sistema che sfrutta la colatura dei pigmenti è stato anticipato nella forma della scrittura automatica da esponenti del surrealismo per essere poi adottato, a partire dalla metà del Novecento, dall’artista americano Jackson Pollock con il quale nasce una vera e propria scuola dell’action painting. A livello nazionale, la metodologia si ritrova in un pittore come Mario Schifano con un’interpretazione tutta personale che non ha disdegnato rappresentazioni naturalistiche, dai ‘campi di grano’ a certi ‘paesaggi anemici’.

Dripping in un’opera di Jackson Pollock su copertina rivista Taschen
Campo di grano di Mario Schifano, 1970

Daniela fa notare come il paesaggio piano del territorio padano resta per lei una costante. Un orizzonte costellato qua e là da figure di tipo vegetale o umano, di genere prevalentemente femminile. Sulla tela queste figurazioni sono più descrittive e didascaliche. Volti che mi evocano la simbologia delle stagioni – l’Estate gialla di grano di un volto di donna dalla pelle scura e la Primavera rosata e fiorita – ma che il titolo delle opere riporta a una mitologia letteraria diversa.

Daniela Carletti davanti a opera ‘Le vie dei canti’

Il riferimento è quello antropologico della cultura aborigena australiana, recuperato attraverso la lettura dei diari romanzati dello scrittore britannico Bruce Chatwin, Le vie dei canti. Questi lavori – spiega Daniela, che dell’opera di Chatwin ha ripreso il titolo – raccontano le indagini che lo scrittore svolse nelle terre australiane sulla tradizione dei canti rituali, tramandati di generazione in generazione come conoscenza iniziatica, che danno voce contemporaneamente ai miti della creazione e alle mappe del territorio. Un riferimento, quello a Bruce Chatwin, così sentito da ritornare nel titolo stesso scelto da Daniela per questa esposizione: “Il tempo del sogno”. Un tempo che – come riporta lo scrittore britannico nel suo libro-diario di viaggio – è l’epoca che precede la creazione del mondo e che in qualche modo contiene i modelli che poi prenderanno forma nella realtà.

Studio di Daniela Carletti – foto GioM

Il passaggio dall’idea alla realtà è una metafora che si può ritrovare nella forma nelle opere. Il profilo bidimensionale delle tele, per la maggior parte di dimensioni vaste, è predisposto per assumere anche la terza dimensione. Le cerniere, celate sullo spessore laterale dei telai, consentono infatti ai dipinti di essere anche appoggiati a terra. Le opere si trasformano così nelle quinte di una scenografia che può essere considerata il passaggio dall’immagine pura e semplice al suo inserimento nel mondo, che sfuma dalle tinte più calde (giallo, rosa, arancio) a quelle più fredde dell’azzurro e del verde.

Daniela Carletti nel suo studio – foto GioM

Le sculture si caratterizzano, invece, per la totale monocromia. Di tonalità bianca, le statue si compongono di una struttura metallica composta da una rete di fili avvolti nella garza passata nel gesso e protetta da una resina finale con una metodologia specifica messa a punto dall’autrice.

Pieghevole della mostra ad Argenta (FE)
“Il tempo del sogno” di Daniela Carletti

Una tecnica che ancora una volta si nutre d’aria e ingloba l’ambiente intorno, proiettandosi a sua volta nel mondo in un gioco di luci e ombre.

Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Il governo Americano vuole un’Europa vassalla, ma la militarizzazione porta solo al fallimento

Il Governo Americano vuole un’Europa vassalla, ma la militarizzazione  porta solo al fallimento

New York City Gli europei sono sotto shock di fronte alle ultime mosse del governo statunitense contro il Continente. Dalla lezione paternalistica tenuta dal vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera a febbraio (vedi il discorso qui) ai negoziati sull’Ucraina tra Stati Uniti e Russia – escludendo la Comunità europea – l’alleanza transatlantica è messa alla prova come mai prima d’ora.

Devo forse ricordare ai miei colleghi americani che la realtà che condividiamo oggi ha profonde radici europee? Il mondo occidentale è stato plasmato e sviluppato da pensatori, filosofi, artisti, politici ed economisti europei, che hanno tutti contribuito a fondare la moderna civiltà occidentale.

I principi dei diritti inalienabili, la separazione dei poteri e la struttura della Costituzione degli Stati Uniti sono stati ampiamente influenzati da pensatori illuministi come Montesquieu e John Locke. Anche Washington D.C. è stata progettata da un europeo, il francese Pierre L’Enfant, la cui pianta a griglia definisce ancora oggi l’assetto della città.

Senza l’Europa non ci sarebbero gli Stati Uniti d’America come li conosciamo. Alcuni potrebbero addirittura sostenere che gli Stati Uniti rappresentano un’evoluzione generazionale della civiltà europea, emersa nell’era postcoloniale. Oggi, i dati del censimento degli Stati Uniti indicano che circa il 60% degli americani si identifica come di origine europea, con una percentuale che aumenta se si considerano le persone di ascendenza mista.

Dati questi profondi legami culturali e storici, ci si aspetterebbe che Washington trattasse l’Europa come un partner alla pari nel plasmare il futuro.
Invece, gli Stati Uniti continuano a dettare la politica di sicurezza con scarsa considerazione per le prospettive europee, sia nei negoziati con la Russia sull’Ucraina, sia nello spingere i membri della NATO ad aumentare le spese per la difesa.

Questo approccio tratta l’Europa come un subordinato, non come un alleato. L’Europa ha passato decenni a cercare di superare il nazionalismo militarista che ha portato a due guerre mondiali, eppure Washington sta facendo pressione sull’Europa per rimilitarizzarla. Spingendo un nuovo aumento degli armamenti, gli Stati Uniti stanno guidando il continente all’indietro, non in avanti.

Gli Stati Uniti hanno ripetutamente dimostrato i fallimenti della militarizzazione, dalla Corea (1950-1953) e dal Vietnam (1955-1975) alla Baia dei Porci (1961), al Libano (1982-1984), alla Somalia (1992-1994), all’Afghanistan (2001-2021), alla Libia (2011) e all’Iraq (2003-2011, con una ripresa nel 2014-2017).

Si potrebbe aggiungere che i conflitti in corso in Ucraina e in Palestina sarebbero molto diversi senza i finanziamenti, le armi e il supporto logistico degli Stati Uniti. Questa spinta al riarmo non sta portando solo l’Europa, ma il mondo intero nella direzione sbagliata.

La vera sfida per gli Stati Uniti non è quella di dominare il mondo con la forza, ma di ridefinire la leadership per il XXI secolo. La vera influenza si basa sul partenariato, non sulla coercizione. Invece di aggrapparsi a lotte di potere ormai superate, gli Stati Uniti dovrebbero essere il partner fondatore della prima comunità umana universale, guidata dalla diplomazia, dalla cooperazione economica e dalla sicurezza condivisa. Qualsiasi cosa di meno è irrilevante nel mondo moderno.

Traduzione di Toni Antonucci

David Andersson è un giornalista, fotografo e autore franco-americano che vive a New York da oltre 30 anni. Dirige l’agenzia di stampa internazionale Pressenza ed è autore di The White-West: A Look in the Mirror, una raccolta di articoli che esaminano le dinamiche dell’identità occidentale e il suo impatto sulle altre culture.

Questo articolo è stato pubblicato con altro titolo su Pressenza il 20 marzo 2025
Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnoloFranceseTedesco

Cover: America ed Europa, America Europa,, immagine Depositphotos

«Impronte», l’ultima opera del poeta Cheyenne Lance David Henson

«Impronte», l’ultima opera del poeta Cheyenne Lance David Henson.

Lance David Henson è uno dei più rappresentativi poeti della cultura dei Nativi d’America, oltre ad essere una delle grandi voci della letteratura nativa americana contemporanea. Nato a Washington DC, è cresciuto vicino a Calumet nell’Oklahoma dove i suoi nonni lo hanno cresciuto secondo le tradizioni della tribù Cheyenne. Henson pubblicò il suo primo libro di poesie, Keeper of Arrows , nel 1971, quando era ancora uno studente all’Oklahoma College of Liberal Arts. Ora ha all’attivo più di 50 volumi di poesie che sono stati tradotti in 25 lingue.

Henson fece parte del programma Artist in Residence del State Arts Council of Oklahoma, attraverso il quale tenne laboratori di poesia in tutto lo stato per 10 anni. Da allora, ha viaggiato in tutto il mondo tenendo conferenze e leggendo le sue poesie. Oggi Henson vive tra gli Stati Uniti e l’Italia, a Bologna, con la moglie Silvana, ed è membro dell’AIM – American Indian Movement, della Native American Renaissance insieme a nomi del calibro di N. Scott Momaday, Vine Deloria Jr.e Joy Hario, e della Dog Soldier Society, una società militare Cheyenne.

Per quanto abbia avuto, in parte, una formazione militare, Lance Henson ha combattuto ottanta anni a fianco della resistenza indigena usando sempre la sua poesia come arma per smuovere le coscienze.

E’ proprio “Impronte. Imprints”, la sua ultima opera pubblicata dalla Mauna Kea Edizioni, a celebrare i suoi 80 anni con una selezione di poemi dal 1970 al 2024. In edizione bilingue italiano e inglese, l’opera include i lavori più significativi del grande autore insieme a nuovi poemi e a quelli in lingua Cheyenne (tsististas).

Attraverso uno stile minimalista senza maiuscole, punteggiatura, rima o metro (tipico della letteratura Cheyenne), le poesie di Henson riescono a descrivere la connessione ecologica del suo popolo alla Natura e al mondo vivente, attingendo all’ancestrale spiritualità Cheyenne e incorporando parole dalla lingua Cheyenne, la filosofia Cheyenne e un forte commento socio-politico.

Le immagini della Natura e delle stagioni figurano in modo prominente nelle opere di Henson, commentando anche la situazione dei popoli indigeni nordamericani, la loro oppressione storica e le minacce moderne alle loro culture, oltre al degrado etico segnato dal consumismo e dalla società industriale di massa che ha avuto la pretesa di occidentalizzare il mondo: purtroppo, riuscendoci. Centrale è la critica al denaro, al potere e all’essenza politica e suprematista degli Stati Uniti: l’unica nazione artificiale creata da europei al mondo nata dal sistematico etnocidio di milioni di persone indigene.

L’essenza suprematista degli USA e la critica al potere la esprime proprio in “Impronte” in una bellissima poesia dal titolo in lingua tsististas “maheo na dots houn” (“creatore sto pregando”), dedicata al grande Leonard Peltier – suo compagno di lotte per l’eguaglianza dei Nativi Americani ed aderente all’AIM – arrestato e incarcerato per quasi 50 anni, ricevendo solo a gennaio 2025 la commutazione della pena da Biden, che gli ha concesso i domiciliari.

Che le preghiere di Hanson siano state esaudite proprio nell’anno della pubblicazione del suo ultimo libro? Chi lo può dire, ma ciò che emerge è la grande purezza e fortezza d’animo indigena che non cessa di stupire esattamente come una goccia d’acqua, con costanza, scava la roccia.

Eduardo Duran, psicologo junghiano di origine Apache, scrive di Henson: «Le parole della poesia di Lance sono canti di medicina che parlano del processo di trasformazione dell’anima. È attraverso il viaggio all’ombra della morte che possiamo ritrovare la nostra umanità che è stata a lungo dimenticata. La sua immaginazione poetica è la medicina compassionevole di cui abbiamo profondamente bisogno per risvegliare l’anima del guerriero».

Eric Harrison nell’Encyclopedia of American Indian poetry, scrive: «Lance Henson, Cheyenne, esplora il rapporto intimo ma spassionato del suo popolo con il mondo naturale e le sue cerimonie. Henson si affida a immagini potenti per “sondare gli strati dell’inconscio” in modo simile a Freud e Jung, ma anche per esprimere la concezione nativa del sé».

Io credo che “Impronte” sia una questione di “vibrazioni”. Le poesie contenute in questo libro hanno un gusto diverso dalle altre e si captano nello stesso modo in cui si percepiscono parole di verità: hanno una vibrazione diversa da tutte le altre. Nulla hanno di caotico e roboante. Nel leggerle sembra quasi ascoltarle riecheggiare nel silenzio di una prateria. Piccole poesie in grado di colpire in profondità, scalfire ed arrivare dritte al cuore lasciando “tracce/impronte di consapevolezza”.

“Impronte” è una cura terapeutica all’accelerazione dell’Occidente storico, riportandoci all’importanza delle piccole cose e del quieora che abbiamo dimenticato e continuiamo a dimenticare.

“Impronte” è un’occasione, non solo per riscoprire la profondità della letteratura nativa Cheyenne, ma anche per prenderci del tempo per noi, per lasciarci attraversare da parole che (ci) curano e ci portano a guardare la realtà in modo diverso. Soprattutto ci permettono di chiederci: dove stiamo andando?

In copertina:  Lance David Henson,  foto da premiostana.it/poesia

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Safari tra gli alberi giganti di Palermo, dall’orto botanico alla città

Safari tra gli alberi giganti di Palermo, dall’orto botanico alla città

VAI ALLA GALLERIA PER VEDERE TUTTO IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Palermo è di per sé un giardino botanico diffuso. Arrivata nella ex capitale del Regno delle Due Sicilie per la prima volta, nonostante le alte aspettative, è stata tutta una meraviglia. Basta una passeggiata in centro sulle tracce di una rivendita di cibo, per incappare nelle Magnolie tentacolari gigantesche di quella che sarebbe altrimenti una normale piazzola, in San Francesco di Paola.

Ficus nella piazzola San Francesco di Paola (foto GioM)

In piazza Verdi, davanti al Teatro Massimo, il marciapiede è costellato da Ficus microcarpa dai fusti bitorzoluti e rigonfi, sotto ai quali sostano i carretti trainati da cavalli.

Ficus davanti al Teatro Massimo
Piazza Verdi con Ficus microcarpa (foto GioM)

Un grande esemplare di ficus magnolioide è all’ingresso dei Giardini Reali, nel parco aperto a tutti di Villa Garibaldi, per non dire delle Palme grandi e rigogliose che spuntano un po’ dappertutto.

Giardini Reali, Palermo (foto GioM)

Il giardino botanico vanta un esemplare ancora più grande di ficus magnolioide a colonne (tecnicamente ficus macrophyilla columnaris). Credevo fosse il grande, doppio, esemplare che accoglie il visitatore all’ingresso. Niente affatto. L’albero monumentale è quello che ti si para davanti all’improvviso, verso la fine del giro del giardino. È stato portato qui dall’isola di Lord Howe, in Australia. Messo a dimora 185 anni fa da Vincenzo Tineo, uno dei primi direttori dell’Orto botanico, ora supera i 14 metri di larghezza.

Il ficus magnolioide

Originario degli stati australiani del Queensland e del Nuovo Galles del Sud, questo tipo di magnolia è stato introdotto in Italia attorno all’anno 1840, quando è stato piantato il primo esemplare nell’orto botanico di Palermo. La pianta rappresenta quindi il capostipite dei grandi Ficus dei giardini di Palermo, della Sicilia e dell’Italia meridionale. La sua struttura è formata da più fusti che si affiancano a un corpo centrale, creato dalla saldatura di propaggini arboree e da radici aeree che, nel complesso, gli conferiscono una forma sinuosa a raggiera.

orto botanico
Le colonne portanti del ficus (foto GioM)

Lo sviluppo avviene in tutte le direzioni: il corpo centrale svetta sì verso l’alto, ma si prolunga anche lateralmente. Le ramificazioni vanno in su e le radici aeree colonnari si appoggiano al suolo, sorreggendo i rami della pianta come zampe elefantiache. La pianta appoggia sulla superficie della terra con le sue radici esterne, a forma di grandi lame che emergono dal suolo verticalmente, estendendosi sul terreno e consolidando l’ancoraggio. L’albero, grazie a queste lamine e alle colonne che autoproduce, riesce a sostenere un peso che sarebbe altrimenti spropositato.

Le radici tabulari del Ficus macrophylla

La scheda del ficus dell’Orto botanico palermitano enumera ben 44 fusti. I più grandi di questi hanno una circonferenza di oltre tre metri e mezzo, e sostengono l’allungamento di undici grosse ramificazioni principali, a sviluppo quasi orizzontale, da cui partono i rami di ordine inferiore.

Il capostipite dei grandi Ficus di Palermo

Il sentiero d’ingresso conduce poi sul viale degli Alberi bottiglia. Tecnicamente, queste piante dal fusto panciuto che si va affusolando verso l’alto – tutto costellato di spine durissime – sono esemplari di “Ceiba speciosa“.

Alberi bottiglia (foto GioM)

L’albero è chiamato anche falso kapok o falso cotone, perché le grosse capsule dei suoi frutti si aprono, liberando una morbida lanugine bianca.

La Dracaena draco (foto EG)
L’albero (foto Orto Botanico – UniPa)

Più avanti, sulla destra, si incontrano strisce verdi ordinate. E qui appare l’Albero del drago (Dracaena draco).

Passarci sotto mette davvero inquietudine, con quei rami scuri e grifagni. Le sue propaggini sono nere come membra mostruose, che sembrano allungare inquietanti, piccole manine verso il basso e verso chi osa passarci sotto. Rasserena scorgere il passaggio di una più tranquillizzante e comune gallina, dalle piume rossastre, che becchetta lì intorno.

Una gallina a sorpresa sotto l’albero del drago

In fondo, verso la palazzina ai margini del giardino, spiazza ancora la tracotanza botanica di una Monstera Deliciosa.

Monstera rampicante (foto GioM)

È la pianta che di solito dà un tocco graziosamente esotico a salotti e hall di palazzi e alberghi, con quelle sue foglie grandi e forate, che formano grandi dita verdi simmetriche. L’esemplare della raccolta vegetale palermitana serpeggia invece con il suo tracotante fusto scaglioso, arrotolato come un’edera giunonica intorno al grosso tronco del Pecan (la Carya illinoensis), che appartiene non a caso alla famiglia delle Junglandaceae. È infatti l’albero che produce quelle forme grosse di noce, da cui deriva il nome della specie, che significa Ghiande di Giove (Jovis =Giove e Glans =ghianda).

Abituati all’aloe dei nostri vasi, qui le piante grasse si fanno tentacolari nella forma di Agave salmiana, che supera i 4 metri, incurante di essere stata lasciata in un’area completamente scoperta.

Agave salmiana

Protetto dai vetri della Serra delle succulente, l’esemplare di Cactacea si dipana pallido e spinoso come un serpente apparentemente immobile.

Cactacee nella serra delle succulente

Nel Boschetto di bambù si sente un rumore sinistro: cigolii, lamenti degli alti fusti che oscillano col vento come porte di un antico maniero. Un gatto grigio fa eco al lamento con un verso stridulo di rimando che si fatica ad attribuire a un mammifero.

Bambù dell’orto botanico
Cigolii si alternano a miagolii

Quest’area è particolarmente popolata di felini. Un micio bianco a chiazze scure posa tranquillo, mentre quello grigio si muove inquieto emettendo suoni inquietanti e un altro, di colore rosato, si muove silenzioso mimetizzandosi nella stessa gamma di tonalità di canne, foglie secche e muretti.

Il gatto mimetico (foto GioM)

Le possibilità di godere dello spettacolo di una natura spropositatamente rigogliosa si moltiplicano nei giri per la città. Il giardino della Cattedrale di Palermo offre la vista geometrica dei bossi squadrati, in contrasto con l’arricciamento dei cactus e delle forme rotondeggianti delle palme dai fusti longilinei.

Giardini del Duomo di Palermo (foto GioM)
Bosso e cactus

Bella come un centrotavola monumentale la palma a sei zampe del Chiostro dei Benedettini, che affianca il Duomo di Monreale. Una proliferazione di tronchi, che si moltiplica nelle variegate colonne – tutte diverse – che circondano l’area verde.

Palma del chiostro di Monreale (foto GioM)

Non c’è quindi da stupirsi che quando l’antico re Ruggero decise di farsi decorare una stanza all’interno dello stupefacente e luccicante Palazzo dei Normanni, le piante tornassero così frequenti e rigogliose. Nei mosaici di sapore orientale le palme, gli aranci e altri alberi da frutto trionfano accanto a gattopardi e leoni, pavoni e cigni.

SAFARI TRA GLI ALBERI GIGANTI DI PALERMO
Sala di Ruggero a Palazzo Normanni PA (foto GioM)

Perché, a Palermo, la natura ha questa forza esotica, felina e ferina, che non si contiene. Una natura che sprizza rigogliosa, ovunque la si posi.

In copertina: Le radici verticali, colonne portanti del Ficus Macrophylla – ph Giorgia Mazzotti.
Tutte le foto del servizio che corredano l’articolo sono di GioM e EG e per un’immagine dell’albero Drago concessione crediti Orto Botanico – Università di Palermo.

VAI ALLA GALLERIA PER VEDERE TUTTO IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti clicca sul nome dell’autrice.

SAFARI TRA GLI ALBERI GIGANTI DI PALERMO

Alberi tentacolari quelli che si incontrano ad ogni angolo di Palermo. Un’aiuola cittadina in piazza San Francesco di Paola sorprende come una giungla per le liane che penzolano dagli esemplari di Ficus magnolioide. Palme, albero di drago e ancora ficus magnoloide costellano i Giardini Reali, aperti al pubblico, e il parco urbano di Villa Garibaldi. All’orto botanico si trova il principe di questa specie. È il ficus magnolioide a colonne (ficus macrophyilla columnaris) piantato nel 1845, quando è stato introdotto in Italia il primo esemplare del genere. A sorreggere un peso spropositato, il ficus provvede da sé. Ha radici terrene esterne, a forma di grandi lame, e radici aeree che fungono da zampe elefantiache. Le emozioni continuano sul viale degli alberi bottiglia (Ceiba speciosa) e davanti a un mostruoso Albero del drago (Dracaena draco). La Monstera Deliciosa assale i tronchi in veste di edera gigante. Le piante grasse serpeggiano. Natura geometrica alternata ai ricci di palme e di cactacee davanti alla Cattedrale di Palermo, mentre una palma a sei zampe sta al centro del chiostro del Duomo di Monreale. Non sorprende quindi che palme, aranci e alberi da frutto trionfino anche nei mosaici di sapore orientale accanto a gattopardi e leoni.

Storie in pellicola /
Questi fantasmi! Di padre in figlio

Questi fantasmi! Di padre in figlio

Alessandro Gassman prende il testimone dal padre Vittorio che si era cimentato con Questi Fantasmi! nel 1967, firmandone la regia di un bell’adattamento per Rai Uno, oggi visibile su Rai Play. Un classico da rivedere, senza esitazione.

La divertente e, a tratti, amara commedia di Eduardo de Filippo è girata interamente a Napoli e vede Massimiliano Gallo nel ruolo di Pasquale Lojacono e Anna Foglietta in quello della moglie Maria.

Lojacono è un vinto, un uomo che vive di espedienti, che, nel tentativo di salvare le sue finanze e il suo matrimonio, si trasferisce in una casa lussuosa che gli viene affidata gratuitamente perché si pensa infestata dai fantasmi.

In cambio di quella sua magnifica presenza, dovrà sfatare la credenza popolare secondo cui tanti spiritelli irrequieti passeggerebbero per quelle eleganti stanze.

Mentre dalla finestra dell’appartamento di fronte, il professor Santanna, che si intravvede solo di spalle, osserva tutti questi strani avvenimenti. Quasi un grillo parlante.

Pasquale è un uomo ambiguo ma è anche un puro, che crede ai fantasmi e alle persone. Fa forse finta di non vedere, o forse ha solo paura di guardare in faccia la dura realtà.

Maria, dal canto suo, tradisce il marito con quello che Pasquale scambia – o vuole scambiare – per un ricco fantasma benefattore. Rispetto alla Maria originale del 1946, donna docile, sopraffatta e manovrata, quella di oggi è invece volitiva, sensuale, sicura, padrona delle situazioni e pertanto vincente. Pur con le sue tante fragilità.

Massimiliano Gallo, diretto da Alessandro Gassmann, in “Questi fantasmi!”, foto ufficio stampa

La commedia mette in scena un gioco delle parti che fa riflettere. Una relazione fra i due coniugi fatta di cose non dette e di tradimenti. Di debolezze e di timori. Di dubbi e rimorsi.

Allo spettatore resta però sempre il dubbio su quello strano scambio …

Perché, come dirà Pasquale, “I fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi, siamo noi i fantasmi…”.

E perché bisogna dimenticare di avere paura. Sempre.

Questi fantasmi! di Alessandro Gassman, con Massimiliano Gallo, Anna Foglietta, Alessio Lapice, Maurizio Casagrande, Gea Martire, Viviana Cangiano, Tony Laudadio, Lello Serao, Italia, 2024, 102 mn

Foto ufficio stampa Rai

Per leggere gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Anna Foglietta in una scena di “Questi fantasmi!”, foto ufficio stampa

Cosa dice veramente il Manifesto di Ventotene

Cosa dice veramente il Manifesto di Ventotene

Il MANIFESTO fu scritto da Altiero Spinelli (1907-1986), politico, deputato italiano, scrittore e fondatore del Movimento federalista europeo, ex comunista ed espulso dal partito per aver criticato Stalin. È uno dei “padri” dell’idea di Europa.

L’altro autore è Ernesto Rossi (1897-1967), economista e giornalista e dirigente del Partito d’Azione e militante del movimento Giustizia e Libertà fondato dal teorico del socialismo liberale Carlo Rosselli. Lo scrissero nel 1941 mentre erano rinchiusi con altri 500 antifascisti nell’isola del Tirreno di Ventotene.

Una introduzione fu fatta da Eugenio Colorni nel 1944. È la prima idea di una Europa unita, seppure federale (cioè con una forte autonomia dei singoli Stati nazionali) e una rappresentanza diretta dei cittadini negli organismi centrali. È un breve documento che va ovviamente contestualizzato in quei momenti storici, e che contiene alcune ingenuità, come ammise lo stesso Spinelli nelle sue memorie, ma in cui è chiara l’idea (visionaria per quei tempi) di una integrazione europea degli Stati nazionali, dopo due tremende guerre mondiali e fratricide.

Gli autori socialisti (e del Partito d’azione) criticavano sia l’esperienza reale del comunismo dell’URSS, sia quella di un capitalismo deregolato. Il testo si presenta, dopo oltre 80 anni, di grande attualità, anche se non mancano ingenuità, come quella citata dalla Meloni e forse la frase più infelice, cioè la dittatura dello Stato.

In realtà tutta l’impostazione economico-sociale del Manifesto non è statalista, come la premier ha cercato di far credere, sottolineando la frase più infelice, ma quella poi assunta dalla nostra Costituzione, che prevede la difesa della proprietà privata ma anche la sua limitazione, qualora ciò sia utile all’interesse pubblico, come del resto avvenne con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e, aggiungo io, sarebbe necessaria ancora in altri settori come salute ed erogazione del gas.

C’era la critica al comunismo sovietico, “un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia”, ma cercava anche di individuare una via economica che non fosse solo subalterna agli interessi privati se non monopolistici.

E soprattutto l’idea di una Europa federale la ”unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani si possano svolgere su una base di pacifica cooperazione” e l’idea di una forza armata comune (indipendente dagli anglosassoni) “al posto degli eserciti nazionali”.

C’era anche una impostazione socialista, che chiedeva a questa Europa di perseguire “la lotta contro la disuguaglianza e i privilegi sociali, le successioni non tassate, una proprietà privata corretta e limitata, nazionalizzazioni per evitare che la grandezza dei capitali investiti possa ricattare gli organi dello Stato…”.

Un’idea visionaria ma concretissima di una Europa che unita lavora per “condizioni di vita più umane, liberata dagli incubi del militarismo o del burocratismo nazionale… non lasciando ai privati attività monopolistiche che sfruttano i consumatori”.

Il Manifesto era quindi a favore delle nazionalizzazioni di quei settori che avrebbero portato vantaggio ai cittadini ed era favorevole a gestioni non solo private “alle cooperative e all’azionariato operaioe a remunerazioni medie che fossero press’a poco uguali per tutte le categorie professionali”. Segnato quindi da un forte egualitarismo.

C’era poi la proposta di un forte rafforzamento del welfare fino a dare un “minimo di conforto per conservare il senso della dignità umana e la solidarietà umana verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica…non con la carità… ma con provvidenze pubbliche” (una sorta di reddito per i poveri ante litteram), ma anche di salario minimo “… senza però ridurre lo stimolo al lavorocosì nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori”.

In sostanza un testo non solo visionario, ma di grande attualità che individua una via originale (tutta da ancora da percorrere) di una Europa unita (seppure federale, cioè con forte autonomia dei singoli popoli) e terzo polo nella vita economico-sociale, al centro (virtuoso) di due polarità entrambe viziate (sbagliate):

  1. il comunismo nella sua forma reale realizzatosi in URSS;
  2. un capitalismo deregolato dove “dei plutocrati, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l’apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali”.

Un testo fortemente ispirato dal silenzio di quegli interminabili giorni di prigionia, pieno di fratellanza ed etica, in polemica con la “potenza del denaro”, che già allora si intravvedeva e come tale pieno di spiritualità, che vuole anche dare sicurezza all’Europa con un suo esercito, ma anche lontana dalle “esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari”.

Infine profetico là dove si dice che “è probabile che i dirigenti inglesi, magari d’accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose per riprendere la politica d’equilibrio dei poteri, nell’apparente immediato interesse dei loro imperi”.

In copertina: Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi autori del Manifesto di Ventotene, foto del Comitato Fiorentino per il Risorgimento.

Per leggere gli articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Germogli /
Trasformare il sangue in denaro

 Trasformare il sangue in denaro.

Già 2550 anni fa Erodoto scriveva: “Solo un pazzo può preferire la guerra alla pace perchè in tempo di pace sono i figli a seppellire i padri, in tempo di guerra sono i padri a seppellire i figli. Eppure con le bugie si riesce a far credere ogni volta che c’è una ragione per la guerra.”.
(Gino Strada)
“‘Nessuna guerra ha l’onestà di confessare: io uccido per rubare.
Le guerre invocano sempre motivi nobili, uccidono in nome della pace, in nome di Dio, in nome della civiltà, in nome del progresso, in nome della democrazia, in nome della sicurezza.
Se tante menzogne non bastano, Se sorgono dubbi, ci sono i grandi media pronti a inventare nemici immaginari per giustificare la conversione del mondo in un grande manicomio e in un enorme mattatoio.
In Re Lear, Shakespeare aveva scritto che in questo mondo gli stolti conducono i ciechi e quattro secoli dopo, i padroni del mondo sono pazzi innamorati della morte che hanno trasformato il mondo in un luogo dove ogni minuto 10 bambini muoiono di fame o di malattie e ogni minuto 3milioni di dollari sono spesi per l’industria militare che fabbrica morte.
Le armi richiedono guerre e le guerre richiedono armi.”.
(Eduardo Galeano)
Dopo lettura sequenziale o inversa di Gino Strada e di Eduardo Galeano ci si chiede: per quanto tempo ancora? Fino a quando la pace sarà un ostaggio nelle mani di alchimisti dell’economia neoliberale della guerra che trasformano il sangue in denaro?

Parole a capo
Sara Ferraglia: «Lasciare» e altre poesie

Sara Ferraglia « Lasciare» e altre poesie

«La poesia condensa in una metafora l’aurora della parola e la sua traiettoria»
(Giuseppe Pontiggia)

Una guerra

Chissà se son migrati anche gli uccelli
là dove il cielo esplode, rosso fuoco
Dove faranno i nidi a primavera?
E stormiranno al vento foglie e fronde
o alla corrente d’aria delle bombe?
Si salveranno solo scarafaggi
sopravvissuti ad altri cataclismi?
Si scalderanno al sole o ad altri raggi
prodotti dalle armi nucleari?
Si salveranno gli Umiliati e offesi,
Le notti bianche, Il maestro e Margherita?
E torneranno le api agli alveari
dopo che la tempesta le ha smarrite?
Sguardi senza parole dei bambini
Promesse di futuro disattese
E noi a guardare, inermi, piccolini,
chiusi ciascuno nelle proprie chiese,
distratti ed impegnati a parteggiare
in finte guerre dai nostri divani
La sera ci possiamo rilassare,
che i colpi di mortaio son lontani

 

*

 

Lasciare

Lasciare, lasciar scorrere le cose
Scivolare sul tempo con lentezza
Seminare, dissodare dolcezza
Aspettare. Fioriranno le rose

Pianissimo. Avvicinarsi al fiore
come farebbe l’ape laboriosa,
o meglio, la farfalla silenziosa
Non toccare. Lasciarsi inebriare
Immergersi in questa primavera,
perdersi e perdere l’orientamento
Ascoltare i sussurri e il fermento
Come Gazania chiudersi di sera
Cedere al sonno che il sogno profuma,
Belle di notte danzano alla luna

 

*

Lo sguardo

Mai perderò lo sguardo
per i sepolti vivi,
per i precipitati
dai tetti, nei cortili
giù dalle impalcature
vittime designate
di appalti scellerati.
Mai perderò lo sguardo
per gli affogati in mare,
per chi è scampato al viaggio
per chi gli cura i piedi,
per quelli che non vedi,
per il loro coraggio.
Mai perderò lo sguardo
per chi non ha più niente,
la miseria che affama
chi ruba una scamorza
per sette euro in croce,
nuda disperazione
che anche l’onestà spegne
e lascia senza voce.
Mai perderò lo sguardo
per i manganellati,
ragazzi della scuola,
operai ai picchetti
di fabbriche svendute
e loro licenziati
con un messaggio crudo.
Così lunga è la notte,
anche l’alba è in ritardo.
Speranzoso il mio sguardo
vola oltre l’orrore,
in pindarico volo.
Senza fare rumore
si allontana dal suolo.

 

*

Per volare

Tu dimmi, angelo mio
dove tieni nascoste
le tue piccole ali di cera.
Sotto le scapole, certo,
che non le sciolga il sole.
Quando le sentirai vibrare
saprai che sarà l’ora.
Ti mostreran gli specchi
tutta la tua bellezza
pulita, senza trucchi.
Tu sola con te stessa
ti ascolterai parlare
e la tua voce nuova
un giorno sarà cielo,
un altro giorno mare.
Eccole le tue ali.
Tu, pronta per volare.
*

Analfabeta emozionale

Sono un analfabeta emozionale
uno dei tanti.
Chiedimi cosa provo
ed io metto una croce.
Ogni mio giorno al precedente uguale
Infilo istanti
come perline e provo
a volte a cambiar voce,
l’intonazione almeno.
Sono un analfabeta emozionale
un bravo attore
che indossa sentimenti
al cambio di stagione
ed ha una collezione personale
di maschere d’autore
per affrontar gli eventi,
pronto in ogni occasione
a non esser me stesso.
(Questa poesia è stata pubblicata nella raccolta “Voglio una danza“, Ladolfi Editore – 2023)
(Foto di 愚木混株 Cdd20 da Pixabay)
Sara Ferraglia è nata in provincia di Parma e vive in questa città da molto tempo. È stata finalista e vincitrice in numerosi premi nazionali.
Sue opere sono presenti in diverse antologie poetiche, riviste e e blog letterari fra cui Di sesta e di settima grandezza di Alfredo Rienzi, Circolare poesia di Mattia Cattaneo e Parole a capo di Pier Luigi Guerrini. Molte sue poesie sono state inserite in vari spettacoli teatrali, letture poetiche e mostre multimediali. Collabora con il Magazine online P4W per la rubrica di poesia.
Voglio una danza – Ladolfi editore – 2023 è la sua prima pubblicazione che ha vinto una menzione d’onore al Premio La ginestra di Firenze – aprile 2024 e il 1° premio nella sezione libri editi del Premio Giovanni Pascoli L’ora di Barga, 11^ edizione – ottobre 2024. Tutte le sue poesie sono raccolte nel blog personale Sarapoesia.blogspot.com.

 

 La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 276° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
E’ possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.

Poesia in scena: Mancino e Guerrini alla Biblioteca Popolare Giardino

Poesia in scena: Mancino e Guerrini alla Biblioteca Popolare Giardino

E’ con grande piacere che la redazione di Periscopio annuncia un piccolo grande evento. Due collaboratori di questo giornale, Maria Mancino (tutte le domeniche scrive Per certi Versi) e Pier Luigi Guerrini (responsabile della storica rubrica Parole a capo) presentano le loro raccolte poetiche fresche di stampa. Maggie e  Gigi (chiamiamoli col loro nome amicale) fanno parte del Collettivo Poetico Ultimo Rosso, un’associazione culturale che crede nel potere pacifico e sovversivo della poesia. Periscopio la pensa ugualmente.

La Poesia in scena: Mancino e Guerrini alla Biblioteca Popolare Giardino

La presentazione è fissata venerdì 21 marzo alle ore 17.30 presso la Biblioteca Popolare Giardino, interamente autogestita da un folto gruppo di volontarie e volontari, la location ideale per ospitare poesie e poeti.

 

Il mio Delta

Il mio Delta

Da sempre  sono innamorato dei nostri paesaggi padani e in particolare della vita nel delta del Po. Mi è sempre piaciuto raffigurarli,  trasmettere con la pittura ad olio o con la fotografia queste nostre meraviglie naturali.

L’attrazione per quella Terra & Acqua era forte, prendevo l’auto e andavo verso la foce, in estate e in inverno, all’alba o al tramonto. Non riesco a contare le volte in cui mi sono trovato a faccia a faccia con il Fiume, la valli, gli uccelli, i pescatori. Arrivavo in posizione e scattavo fotografie naturalistiche, i primi anni con fotocamere analogiche, per poi a casa riprodurre le inquadrature  sulla tela con colori e pennelli. Ultimamente con l’avvento del digitale, ho abbandonato un po’ la pittura per concentrarmi sul linguaggio della fotografia. Oggi come ieri, appena posso imbraccio la fotocamera e parto per nuove avventure verso il nostro Delta e le Valli. Valli vissute spesso in prima persona, anche a bordo del mio kajak, a Scardovari, Goro, Volano …

In kajak, per ovvie ragioni, era impossibile portare con me una fotocamera, sono quindi esperienze non espresse in pixel ma impresse per sempre nella mia memoria. Non si finisce mai di scoprire il Delta: un luogo sconosciuto, una nuova luce, un cielo diverso, uno stormo di Cavalieri d’oro. E soprattutto, se avete l’accortezza di andarci in solitudine, di vivere la bellezza e la pace di una natura ancora incontaminata. Spero che il mio reportage riesca a trasmettere tutta questa ricchezza.

E l’ottavo giorno Dio creò il teatro

E l’ottavo giorno Dio creò il teatro

Questa frase l’ho sentita da Massimiliano Piva regista, attore e direttore del Teatro Cosquillas di Ferrara (Vedi una sua intervista su Periscopio, Ndr).  Non ho trovato la fonte originaria, ma ho scoperto che ormai è una frase diffusa, ci sono Associazioni e Progetti con questo nome ma, per me, in cerca di una chiave di lettura, è sembrata straordinaria.

Il settimo giorno Dio si è riposato ed il giorno dopo ha sentito la necessità di creare una rappresentazione dell’universo.

Non appartengo al mondo del teatro, ma poiché ogni forma espressiva è psicologicamente importante, pur variando lo strumento attraverso il quale si esplicita: pittorico, poetico, danza, prosa, musica e tanto altro, ho pensato che anche il teatro è “Arte che cura”.

Che il teatro faccia bene lo hanno detto addirittura anche al festival di San Remo di quest’anno. Vox populi, vox dei!  Nel corso della terza serata di Sanremo 2025, infatti, si è dato spazio ad un progetto importante, il Teatro patologico, una compagnia formata da attori con disabilità psichiche che smantella lo stigma e favorisce l’inclusione. 1)

Basaglia con Marco Cavallo 2) aveva già intuito come  il teatro può diventare denuncia, agitazione politica, formidabile comunicazione.

Ma anche la nostra città non è da meno, come ci insegnano le esperienze del Teatro Nucleo nato nel 1978, propulsore poi del progetto del Teatro Comunitario a Pontelagoscuro, il Teatro Carcere e le altre esperienze attuali: Balamos, CPA – Centro Preformazione Attoriale, CTU – centro teatro universitario, Ferrara Off, Il Baule Volante – Ass. Teatrale Otiumetars, Officina Teatrale A_ctuar, Teatro Bianco che propongono, oltre ai loro spettacoli, corsi di formazione professionale per operatori civili e sociali,  progetti pedagogici, attività in ospedali psichiatrici, attività in quartieri emarginati, e iniziative rivolte ai bambini, ai giovani, alle scuole.

Molti illustri psicoanalisti, a partire dallo stesso S. Freud, si sono cimentati nell’indagine sull’arte teatrale e, in modo diretto o indiretto, il teatro è sempre stato presente, nella storia del pensiero psicoanalitico. Cominciando dalla lettura psicoanalitica delle tragedie greche allo psicodramma moreniano, il teatro è strumento di comprensione dell’animo umano e di trasformazione. 3)

La rappresentazione teatrale aiuta ad esplorare e risolvere conflitti interiori, permette di rivivere esperienze, esprimere emozioni e ottenere nuove prospettive sulle situazioni personali. L’obiettivo non è imparare a recitare, ma entrare in contatto e prendere consapevolezza di sé stessi.

Ma non voglio dilungarmi, lascio a Massimiliano e alla sua esperienza l’aspetto metodologico ed artistico con i suoi attori disabili e non.

 

Mi prendo un piccolo spazio, quello osservato nel back stage di Permettiti che io ti aiuti 4)

Vi racconto la mia esperienza dietro le quinte. Lo scorso anno, come cantante del Coro Femminile SonArte partecipo ad un evento nel quale il nostro canto è di supporto allo spettacolo, i veri protagonisti sono gli attori di Cosquillas.

Il coro Femminile Sonarte in scena

Quello che si percepisce subito è l’attenzione all’altro, vedo, a profusione, abbracci, carezze, strette di mano, sento frasi come “sei stanco”? “ te la senti?” “cambiamo?” e sono travolta da questa modalità, “Ci fermiamo un po’?”, “Bravo, ci sei riuscito.”, “Sì, così!”.

Alcuni attori del Teatro Cosquillas

Penso: ma quando e quanto poco noi “ abili” siamo così attenti, motivanti, validanti? Amore carezze abbracci fiducia quanto ne avremmo bisogno tutti?

abbracci tanti, sempre
… e baci

Non vi descrivo le disabilità degli attori e neppure le abilità, non è importante.

Il mio è un resoconto di quello che ho provato.

Siamo alla prova generale G. è stanco, è dalla mattina che proviamo, non gli riesce bene il suo ballo: girarsi su se stesso, in terra, senza la carrozzina attraversare il palcoscenico. Nessun rimprovero, ma dalle quinte entra in scena, leggera, una delle attrici, si stende vicino a lui e lo guida al movimento dimenticato, sta al suo fianco e lo accompagna. Nessuna parola. G. supera l’empasse e rotola rotola rotola…il sorriso felice per il gesto ritrovato.

F. è rabbuiato, non ha dato il meglio di sé. Poche indulgenze. Si ritira, si siede da solo, le braccia conserte, la faccia buia. La compagnia lo conosce e non dà spazio a questo suo perfezionismo, la prova continua ed ecco F. riemergere, non resiste a partecipare, c’è un risultato da ottenere, c’è un gruppo da sostenere.

Ancora F., durante la recita, una scena buffa, surreale, non si attiene alla parte e l’effetto esilarante che trascina sempre tutti viene meno. “Perchè ridono” chiede, forse con una sensazione orribile che ridano di lui. Cerca di dare un tono al suo personaggio, ma si perde tutta l’intenzione della scena. Dalla regia una voce come l’ex machina comincia a parlare con il protagonista, ora è un’altra cosa questa messa in scena, ma nessun rimprovero, nelle defaiance ci si aiuta.

E poi c’è L. una bambolina in miniatura che balla aerea come una libellula. Cerca la costumista, non riesce ad indossare l’abito di scena o non lo trova. Non è pensabile! Si agita! Ma la costumista arriva, tranquilla, la veste e lei entra in scena concentrata e serena.

Il pas de deux tra i più belli e commoventi. L’entrata dei due interpreti, un adagio eseguito da entrambi, qualche variazione e il ricongiungimento per il finale danzato insieme. Le carrozzine sono estensioni dei loro corpi, non sono un impedimento costruiscono una nuova elegante coreografia. Il metallo brilla come pallettes, le ruote girano in un virtuosismo poetico.

Il sipario è chiuso. La prima scena ci vede tutti presenti, attori, musicisti, cantanti. È il risveglio. Da terra man mano ci alziamo, cominciamo a muoverci, la musica ci accompagna.

Sono, per fortuna, in fondo. Da giorni ho male alle ginocchia, (implacabile, il mio tempo avanza!) riesco goffamente a chinarmi con lamenti soffocati ma, soprattutto, non riesco ad alzarmi da sola. Alla prova mi hanno aiutato le amiche del coro ma, vedo con spavento che, adesso, non c’è nessuna di loro vicino a me.

Si apre il sipario, che fare? Sono accoccolata per terra e devo levarmi in piedi. Sento già il dolore che mi aspetta, ma mi terrorizza soprattutto la brutta figura. Mi guardo sgomenta intorno, tutti troppo lontano e non posso chiamare: lo spettacolo è iniziato.

Poi mi accorgo che G. è vicino, un passo dietro di me. Lo guardo, gli sussurro aiutami!. G. si guarda intorno, poi incredulo indica se stesso “Chi Io?”, gli spiego, bisbigliando, che non riesco ad alzarmi, capisce, controlla il freno della carrozzina, sposta la mano per lasciare posto alla mia e voilà un appoggio sicuro e sono in piedi. G. mi guarda complice, io gli rispondo con gli occhi, riconoscente.

Non finisce qui ho l’onore anche quest’anno di partecipare ad un nuovo spettacolo con la compagnia Cosquillas, ERGO SUM, sarà nuovamente emozionante, straordinario, terapeutico.

Note 

1) Il Teatro patologico è nato nel 1992 per un’intuizione del regista Dario D’ambrosi.

2)  Marco è il nome del cavallo in carne e ossa che trasporta il carretto della biancheria sporca, del manicomio di Trieste, è molto vecchio, è destinato al macello. Gli internati, i teatranti, gli artisti, gli psichiatri, gli infermieri, i ragazzi della città mettono su un comitato per chiedere all’Amministrazione provinciale di tenere vivo il cavallo e fargli finire i suoi giorni da pensionato in una fattoria in Friuli. Il cavallo stesso scrive una commovente lettera al presidente della Provincia per avere salva la vita. Nasce un’azione teatrale

3) Psicoanalisti e pazienti a teatro, a teatro di Cesare Musatti, ed. Mondadori, 1988

4) Teatro comunale Claudio Abbado di Ferrara, mercoledì 13 marzo 2024 Permetti che io ti aiuti, regia di Massimiliano Piva, con la collaborazione di SonArte, Quintetto Folk, Live Looping; una produzione di Cosquillas Theatre Methodology con il Patrocinio del Comune di Ferrara

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Jeeg Robot, porcospino d’acciaio

Jeeg Robot, porcospino d’acciaio

Che brutta immagine quella utilizzata dalla Presidente della Commissione Europea!

Ursula von der Leyen spera che gli europei lavorino per (eccola!) “trasformare l’Ucraina in un porcospino d’acciaio, indigesto per i potenziali invasori“. Lo ha dichiarato ai giornalisti uscendo dall’ultimo vertice londinese sulla sicurezza dell’Ucraina.

Ecco dove siamo improvvisamente (?) ripiombati; a quelle immagini e parole che ci auguravamo di non dover più risentire: “spezzeremo le reni a…”; “abbeverare i cavalli nelle fontane di S. Pietro”; “offriremo agli alleati lo scudo nucleare”…

D’altra parte come scriveva Henry Miller  nel suo saggio su Arthur Rimbaud, Il tempo degli assassini, noi stiamo “…ancora adoperando il linguaggio dell’Età della Pietra…”; parliamo come se “… l’atomo di per sé stesso fosse il mostro, come se fosse lui e non noi ad esercitare il potere… L’uomo non ha nemmeno cominciato a pensare…” ed, infatti, sembriamo volere delegare questa capacità alla Intelligenza Artificiale, anzi vorremmo effettivamente assistere a questo ‘miracolo eretico’ della comparsa di coscienza in una macchina, fosse anche un semplice drone o un chatbot.

Procediamo, continua Miller, “… ancora a quattro zampe… barcollando nella nebbia, con gli occhi chiusi e il cuore che [ci] martella di paura… All’uomo è stata data una seconda vista perché potesse discernere attraverso ed oltre il mondo dell’apparenza. Il solo sforzo che gli è richiesto è che apra gli occhi dell’anima…”, e invece…

Invece si continua ad aprire il portafogli.

La partita sul riarmo dell’Europa che Von der leyen vede come «urgente» richiederebbe 800 miliardi di euro! Ecco il suo punto di vista: «Dopo molto tempo di investimenti inadeguati, è arrivato il momento di aumentare gli investimenti per la Difesa a lungo respiro, per la sicurezza dell’Unione europea, visto l’ambiente geo-strategico nel quale viviamo. Dobbiamo prepararci al peggio, dobbiamo aumentare le spese militari».

Questa dichiarazione mi ha fatto venire in mente una storiella, presumibilmente autobiografica, che Iosif Brodskij racconta in uno dei suoi saggi dal titolo Per citare un versetto (da I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987):

“…in una delle numerose prigioni della Russia settentrionale, avvenne la scena seguente. Alle sette del mattino la porta di una cella si spalancò e sulla soglia apparve una guardia che apostrofò i detenuti. «Cittadini! Il collettivo delle guardie carcerarie vi sfida tutti, voi detenuti, a una competizione socialista: si tratta di spaccare la legna ammassata nel cortile».

Da quelle parti e nei tempi in cui Brodskij fu rinchiuso quale dissidente in uno di quei famigerati gulag, non c’era il riscaldamento centrale e la polizia imponeva una “tassa” alle aziende forestali, facendosi consegnare un decimo della loro produzione.

Così i cortili delle prigioni si riempivano di enormi cataste di legname e dunque, continua Brodskij “…bisognava spaccare un po’ di legna…”  facendola passare per una competizione socialista. “…«E se io mi rifiutassi?» S’informò uno dei detenuti. «Be’, in questo caso vai a letto a pancia vuota» rispose la guardia”.

Furono distribuite le asce ai detenuti, e il lavoro cominciò. Prigionieri e guardie ci si misero d’impegno, e a mezzogiorno erano tutti stremati, specialmente i prigionieri, per via della loro denutrizione cronica. Fu annunciato un intervallo, e la gente si sedette a mangiare: tranne il tipo che aveva fatto quella domanda. Lui continuò a menare colpi d’ascia…”

E l’ascia di quello continuò ad andare su e giù, su e giù, anche quando alla fine della giornata gli altri gli gridarono di piantarla. Glielo dissero le guardie, e i suoi compagni di prigionia, ma lui, niente “…agli occhi degli altri era diventato quasi un’automa…. guardie e detenuti seguivano ogni suo gesto e sulle loro facce, a poco a poco, la smorfia sardonica lasciò il posto a un’espressione di stupore e poi di terrore”.

Quando l’uomo decise di fermarsi, a tarda sera, si avviò barcollando verso la sua cella, vi entrò e si buttò sul letto.

Per il resto del suo soggiorno in quella prigione non fu più indetta nessuna gara socialista tra guardie e detenuti, sebbene il legname continuasse ad ammucchiarsi”.

Adesso calandoci nell’attuale situazione potremmo provare a identificare “quel prigioniero” in …un ucraino? Oppure in un russo? O ancora in un europeo? Non saprei davvero.

Ma quello che so è che quel prigioniero, allora così giovane, sicuramente conosceva meglio di qualunque ucraino, russo ed europeo di oggi il testo del Discorso della Montagna. Poiché il figlio dell’Uomo aveva l’abitudine di parlare per triadi, il giovane Brodskij sicuramente ricordava che dopo il versetto

ma se uno ti percuote sulla guancia destra, porgi a lui anche l’altra

non c’è una pausa ma il testo aggiunge subito

e se uno vuole chiamarti in giudizio e toglierti la tunica, cedigli anche il tuo mantello. E se uno ti forza a fare un miglio, va’ con lui per due miglia”.

Il significato di questi versetti è tutt’altro che passivo poiché come sottolinea Brodskij “…vi è l’implicita idea che il male può essere reso assurdo per eccesso; vi è implicito il suggerimento di rendere assurdo il male sminuendone le pretese con una condiscendenza pressoché illimitata che svaluta il danno…”. L’eccesso a volte stupisce e impaurisce.

E così anche pensare di affrancarsi dal “male” eccedendo nel “bene”, è altrettanto pericoloso tanto da rendere persino più assurdo “… l’aumento dell’accumulo di legname nei cortili delle prigioni…” per riscaldarci durante l’inverno.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

IL CINETRUMPANETTONE

IL CineTrumPanettone

Dopo la lista di parole vietate, bandite dai siti e dai documenti ufficiali della Pubblica Amministrazione e delle Università americane, Donald Trump è già al lavoro, assieme al fido Elon Musk, per epurare anche il mondo del Cinema. Ecco in anteprima la lista dei ritocchi previsti per le pellicole sin qui esaminate.

  • Il film Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), poiché contiene nel titolo italiano un’innominabile parte del corpo, nella nostra penisola sarà ribattezzato: Qualcuno volò sul nido del cucù, e ambientato in Svizzera.
  • Il titolo del film Biancaneve e i sette nani (1937), contenente un esplicito riferimento alla cocaina, sarà modificato in Biancaneve e le sette nari, rafforzandone poi il contenuto con la proiezione aggiuntiva, dopo i titoli di coda, del documentario di Elon Musk: Ketamina is my Gasoline.
  • Il film di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli (1960), considerato l’argomento tabù dell’emigrazione, sarà interamente rigirato in un hotel a Las Vegas, con un plot più moderno ed il nuovo titolo di: Rocco e le sue sorelle, interpretato dall’omonimo pornoattore italiano.
  • Il film di Nanni Loy: Vado, sistemo l’America e torno (1974), poiché considerato lesivo dell’immagine del paese, sarà rigirato negli Emirati Arabi, senza partecipazione europea, dallo stesso Donald Trump, con il titolo di: Vado, sistemo l’Ucraina e torno (con qualche migliaia di tonnellate in terre rare).
  • Tutti i Cartoons di Paperino (Donald Duck), vista la pericolosa assonanza con il nuovo presidente – nonché l’ambigua presenza dei tre nipotini, di padre e madre ignoti – saranno sostituiti dai filmini amatoriali in Super8 di Elon Musk, che mostrano le peripezie da bambini, dei suoi due figli segreti: C1-P8 e D-3BO. A questo proposito, l’intera saga, che li vede coinvolti da adulti, cambierà nome, da Star Wars a SpaceX, ed avrà un finale diverso: le astronavi dell’Impero esploderanno tutte in volo nei cieli del Texas.
  • Il film Easy Rider (1969), manifesto della propaganda pacifista e sovversiva degli anni Sessanta, verrà proiettato ripetendo in un Loop continuo, della durata di 8 ore, soltanto il finale, rigirato per l’occasione in modo quasi fedele all’originale, con un membro dei Proud Boys che ammazza a fucilate i due Bikers dal suo Pick Up, rigorosamente americano (su quelli esteri, si sa, ci sono oramai troppi dazi di reazione).
  • Infine, anche la scena finale di Avengers: Endgame (2019), verrà riscritta. Il guanto con le gemme dell’infinito, sarà sottratto a Thanos da un nuovo supereroe: Iron Trumpet – grazie ad uno dei suoi discorsi da trombone a tiro sfiatato – che poi, schioccando le dita e pronumciando le parole: “America First”, farà riapparire soltanto i veri Americani. Si ritroverà così, suo malgrado, circondato da migliaia e migliaia di Pellirossa inca…ti e farà la fine del generale Custer a Little Big Horn, indomabile scalpo compreso.

That’s All Folks!

Sentieri in libertà:
proiezione del docufilm “Flora”, Bologna, cinema Galliera, 13 aprile ore 16

#sentieridilibertà

Proiezione del film di Martina De Polo “FLORA”

DOMENICA 13 APRILE ORE 16,00 

Bologna – Cinema Galliera (Via Matteotti 27)
La rassegna Sentieri di Libertà – trek ed eventi dedicati all’80° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo – prosegue con la proiezione del film di Martina De Polo Flora, che racconta la storia di Flora Monti, la più giovane staffetta partigiana della Resistenza italiana.
Flora Monti – foto da Famiglia Cristiana
Flora ci racconta la Storia dagli occhi di una bimba, una storia di sofferenza e di terrore, ma anche di speranza e libertà.
La narrazione fatta in prima persona da Flora, che oggi ha 94 anni, intervallata dalla ricostruzione degli eventi, ci restituisce un racconto originale ed artistico.
Saranno presenti: gli autori Martina De Polo e Alex Scorza, Hilde Petrocelli (ANPI Provinciale Bologna), Flora Monti (la protagonista).
Costo del biglietto 6 €, ridotto 4 € per soci e socie di Trekking Italia.
Domenica 13 aprile ore 16
Bologna – Cinema Galliera
Via Matteotti 27
Chiusura iscrizioni: 4 aprile
Flora. Un film di Martina De Polo. Con Flora Monti, Deina Palmas, Italia, 2024, 71’.
Trekking Italia – Emilia-Romagna
In copertina: Marzabotto, in memoria della strage – foto di Arvhivio duepuntozero