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Una barzelLetta oscena

Ci sono un italiano, un italiano e un italiano che stanno parlando del più e del meno.
I primi due sono dipendenti pubblici e lavorano nella scuola; il terzo invece… non mi ricordo più se è democratico o democristiano, se è un giovane già vecchio o un vecchio ancora giovane, se è consigliere di un presidente o se è presidente del consiglio… Mi confondo sempre.

Il primo italiano, che dopo anni di lavoro e di attesa aveva percepito i suoi legittimi scatti di anzianità, dice: “Bisogna investire nella scuola pubblica. Occorre pagare gli scatti di anzianità ai lavoratori ma senza tagliare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa”.
“Bravo!” dice il secondo italiano “Anche io, fra qualche mese, dovrei ricevere gli arretrati dei miei scatti di anzianità”.
Poi anche lui ripete con enfasi la frase del primo italiano: “Bisogna investire nella scuola pubblica. Occorre pagare gli scatti di anzianità ai lavoratori ma senza tagliare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa“.
Il terzo italiano, dopo averli ascoltati, dice: “Bravi!”
Poi anche lui prova a ripetere la frase degli altri due ma quello che gli esce dalla bocca è:
“L’art. 1, comma 1, lett. b), del D.P.R. n. 122 del 4 settembre 2013 dispone la proroga fino al 31 dicembre 2013 dell’art. 9, comma 23, D.L. 78/2010, relativo al blocco degli automatismi stipendiali per il personale del Comparto Scuola. Per il personale che prima dell’applicazione risultava con maturazione della progressione economica nel corso dell’anno 2013 sono stati accertati crediti erariali che verranno recuperati con rate di importo fisso lordo di € 150,00 fino a concorrenza del debito”.
Gli altri due italiani, esterrefatti, gli chiedono di ripetere: “L’hai presa troppo alla larga e noi non l’abbiamo intesa. Dillo con le parole che conosciamo“.
Stavolta il terzo italiano dice così: “Bisogna tagliare nella scuola pubblica. Occorre che i lavoratori paghino per scattare di anzianità ma senza investire sul Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa“.

Morale n° 1: La barzelLetta non fa ridere tutti: solo il terzo italiano (de)ride di gusto; gli altri due invece provano disgusto.
Morale n° 2: se i “conti”  non tornano, per andarli a… riprendere chiamano sempre i lavoratori.
Morale n° 3: la proprietà commutativa non si applica al linguaggio politico.
Morale n° 4: mentre un italiano e un italiano parlano del più, c’è un altro italiano che decide per il meno.

La barzelLetta oscena, che non fa ridere, si riferisce alla sorpresa di fine anno che il ministero dell’Economia e delle Finanze ha regalato ai lavoratori della scuola che hanno maturato gli scatti di anzianità nell’anno 2013: una trattenuta mensile di 150 euro a partire da gennaio 2014 fino a riprendersi tutto l’importo già assegnato al personale.
La disposizione fa riferimento alla nota n° 157 del 27 dicembre 2013 che applica il DPR 122 del 2013, il quale ha bloccato ulteriormente sia il rinnovo del Contratto di Lavoro sia gli automatismi stipendiali.

Per approfondimenti, leggi la nota-mef-157-del-27-dicembre-2013-noipa.

L’emergente Lettonia adotta la moneta unica. L’effetto euro alla prova dei fatti

Dalla mezzanotte del 1° gennaio la Lettonia è diventata il 18° paese europeo ad adottare l’euro. Secondo un’indagine della Commissione Europea, al quarto giorno dell’entrata in vigore dell’euro già due terzi dei pagamenti in contanti sono effettuati nella nuova valuta. Mentre molti paesi chiedono di uscire dalla moneta unica, lo stato baltico sta affrontando bene il passaggio alla nuova moneta, poiché ben il 95% dei cittadini riceve il resto in euro al momento del pagamento.
Ma se da un lato il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha voluto sottolineare l’importanza dell’evento, “non solo per la Lettonia, ma per la stessa area dell’euro, che rimane stabile, interessante e aperta a nuove adesioni”, quasi il 60% dei lettoni si dichiara contrario all’euro, e ben l’80% teme un aumento incontrollato dei prezzi e della disoccupazione. Nonostante il governo baltico si sia impegnato a vigilare attentamente sui movimenti nelle due valute – l’euro e il lats, la valuta entrata in vigore nel 1991 con l’indipendenza dall’Unione Sovietica – non sono state previste sanzioni per chi alzerà i prezzi, il che spinge i cittadini a un ulteriore scetticismo e a timori più che giustificati, tenendo conto di quello che è successo in altri paesi al momento dell’adozione dell’euro.
Tuttavia la Lettonia, dopo la profonda crisi economica del 2008, risulta oggi lo stato dell’UE con la più forte crescita economica – che si prevede supererà il 4% nel 2014 –, un’inflazione nei parametri europei e livelli di disoccupazione sotto controllo.
Considerando il generale euroscetticismo si può ben immaginare che i cittadini lettoni stiano in queste ore facendo debiti scongiuri. Ma, battute a parte, sarà interessante nei fatti verificare come un’economia in trend positivo reagirà alla prova della moneta unica: l’effetto reale, in caso di rallentamento, potrebbe rafforzare la diffidenza e l’ostilità nei confronti dell’euro o viceversa attenuare la diffusa avversione. In Italia e in Europa si guarda dunque con curiosità e interesse a quel che accadrà nei prossimi mesi nel piccolo stato baltico.

Masterchef, da Cento Alì racconta il talent-show che tiene insieme pane e coraggio

Cucinare, mangiare. Sono attività che accompagnano ogni nostra giornata e occasioni di stare insieme con familiari, amici, colleghi. Roba normale, insomma, che riguarda bene o male tutti, soprattutto in un Paese come questo, dove – per fortuna – il cibo è qualcosa che si prepara con cura, che è memoria del passato, ma che può essere anche scoperta e ricerca. Poi c’è la tv, momento di relax per chi la guarda e grande vetrina per chi ci finisce dentro. A unire il tema del cibo con il piccolo schermo è Masterchef Italia. Il programma televisivo ora in onda il giovedì sera su Sky, poi anche su Cielo per chi ha l’antenna digitale.
Il bello di Masterchef è che prende queste due cose, cibo e tv, e riesce a farle stare insieme con successo, capacità di intrattenimento e coinvolgimento degli spettatori. L’abbinamento del cibo e della televisione rimanda a un altro accostamento, quello tra “pane e coraggio” reso poetico dalla canzone di Ivano Fossati. Perché il pane è il cibo, appunto, e il coraggio può essere anche quello della ribalta che ti fa andare lì, al vaglio dei riflettori, degli sguardi e dei giudizi severi dei tre ormai celeberrimi giudici Carlo Cracco, Bruno Barbieri e Joe Bastianich. I concorrenti sono uomini e donne, giovani e anziani, con culture e origini diverse. E in un mondo in crisi economica e di emergenza lavoro, come quello che stiamo vivendo, diventa più che mai di attualità l’accostamento tra pane e coraggio e, quindi, il tema cruciale che sta sotto a Masterchef.
In questa nuova, terza edizione partita da poche settimane c’è una componente locale che rende il programma ancora più vicino: il giovane concorrente di Cento, provincia di Ferrara. Si chiama Alì Hadraoui, 18 anni, studente, T-shirt mimetica, capelli tagliati con la cresta morbida al centro, occhi scuri e voglia di farcela sotto al grembiule. Alì è nato a Cento come la sua mamma; il suo papà viene da Medicina; tutti i suoi bisnonni dal Marocco. Un connubio perfetto di locale e globale, con Alì che racconta come da bambino in cucina si divertisse a impastare pizza e pane fino a specializzarsi in uno dei piatti forti della cucina emiliana: pasta fresca in forma di tagliatelle, lasagne, cappellacci di zucca. Una volta terminate le scuole medie Hadraoui, questa passione, decide metterla a frutto per il suo futuro. Si iscrive all’istituto alberghiero Vergani di Ferrara e poi passa all’alberghiero Bartolomeo Scappi, sede di Casalecchio. “Lì – spiega – insegnava anche Bruno Barbieri; come professore ho avuto proprio un suo collega e amico”. Alla prima prova selettiva, che in tv non si vede, il giovane centese porta un piatto di salmone grigliato con un accompagnamento di olive verdi e pane profumato, impastato a casa con prezzemolo, salvia, basilico e origano e che poi in studio lui grattugia nel piatto.
Partito insieme ad altri 15mila, Alì arriva in tv con i 100 migliori ed entra nel gruppo dei primi 50. Passa la prova successiva, in parte ripresa dalle telecamere, grazie a un altro piatto, che è un omaggio alle origini della famiglia, la “bastella”.Una sorta di torta salata marocchina che lui descrive come una “cocotte di pasta fillo con mandorle, acqua di rose, sale, zucchero, pollo e uova”. Barbieri lo loda come “mago delle spezie” per la sua capacità di equilibrare gli aromi e tira fuori ad Alì un’esultanza che non esprimeva più da quando era bambino e che gli fa improvvisare un’ acrobatica ruota in mezzo allo studio.
Le selezioni successive lasciano Hadraoui fuori dalla master-class, ma ormai il sogno è innescato. Adesso Alì è tutto preso dall’organizzazione di una cena di beneficenza a Casumaro, paese ferrarese a pochi chilometri da Finale Emilia (Modena), che ha sentito molto le scosse di terremoto del 2012. “La cena – dice Alì – verrà fatta a fine febbraio e il ricavato servirà per la ricostruzione dell’asilo del paese di Mirabello”.
Barbieri dice: “Non dimenticate mai di mettere in ogni piatto la personalità, il coraggio e il buon gusto che vi hanno portato fin qui”. E con pane e coraggio Alì prende in mano la sua vita, mentre noi tifiamo la forza del sogno. E mettiamo su Fossati in sottofondo a ricordarci che “pane e coraggio ci vogliono ancora/che questo mondo non è cambiato”.

Servono 50 miliardi per modernizzare i 13 mila acquedotti italiani

La situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua è fortemente critica da tempo; per tentare un superamento di questa cronica debolezza strutturale si calcola siano necessari almeno cinquanta miliardi di euro per interventi urgenti. Vediamo nel dettaglio:
gli acquedotti in Italia sono oltre 13 mila, per un volume complessivo di acqua addotta pari a circa 8 miliardi di metri cubi annui, e solo un terzo è dotato di impianti di potabilizzazione;
per l’addduzione e la distribuzione prevale la dimensione comunale: bassissimo livello di interconnessione e basso livello di automazione, cattivo stato di manutenzione, sistemi di accumulo insufficienti, tubature al piombo nei centri storici e negli edifici più vecchi;
per le fognature pessimo stato di manutenzione, in gran parte di tipo misto (due terzi) con conseguente mancata depurazione in caso di piogge forti, inefficienza del sistema di drenaggio urbano (causa di allagamenti etc.), carenza dei sistemi di controllo e monitoraggio degli scarichi; il 94% della popolazione risiede in aree che dispongono del servizio fognatura, ma il 23% non è allacciato a reti fognarie; gli impianti di depurazione esistenti sono circa 9.800 (73,1 milioni di abitanti equivalenti), di questi, il 13% non risulta in esercizio, ma la capacità di depurazione complessiva, considerando l’apporto del nuovo grande depuratore di Milano, è potenzialmente quantificabile in 88 milioni di abitanti equivalenti;
molti piccoli impianti, con problemi di dimensionamento e di costo, altri impianti sovradimensionati, da cui risultano alti costi unitari di gestione, basso livello di efficienza, gestione limitata, cattivo stato di manutenzione e rapido degrado delle infrastrutture, alti costi di smaltimento dei fanghi a causa della presenza di sostanze inquinanti.

Con riferimento al solo settore acquedottistico, si evince un fabbisogno in termini di aumento della sicurezza del rifornimento e di contributo alla tutela quantitativa degli acquiferi, che a loro volta comportano una serie di nuovi investimenti per conseguire:
il raggiungimento e mantenimento nel tempo di un livello appropriato di riserva di potenzialità degli impianti di produzione rispetto ai valori attuali e a quelli previsti di domanda;
la differenziazione delle fonti primarie utilizzate, mediante la valorizzazione delle risorse disponibili localmente, lo sviluppo di nuove fonti di rifornimento da acque superficiali, una maggiore integrazione delle diverse reti di adduzione principale;  una tutela più rigorosa della qualità degli acquiferi mediante la gestione controllata degli emungimenti e delle aree di salvaguardia.
Per quanto attiene invece gli investimenti prioritari in fognatura e depurazione si rendono necessari notevoli investimenti infrastrutturali sugli impianti di depurazione e sulla razionalizzazione delle fognature, privilegiando sistemi di collegamento sovracomunali.
Tra le priorità se ne indicano alcune più urgenti: interventi per razionalizzare, potenziare e migliorare la qualità della rete acquedottistica; interventi di sistema per razionalizzare ed adeguare il sistema depurativo; interventi di adeguamento degli scarichi; estendimenti di reti acquedottistiche e fognarie per migliorare l’efficacia del servizio; esecuzione di lavori urgenti di mantenimento ed emergenza, con particolare riguardo alle opere fognarie e depurative e alla riduzione delle perdite negli acquedotti.

Per approfondimenti: acqua.info

Le nostre radici e un tesoretto da poter spendere

Con l’auto ci arrivi in pochi minuti, ecco Fossalta con le poche anime, un piazzale, Chiesa, campanile, canonica ed entri.
Ti vengono incontro con un sorriso, se vuoi c’è un caffè, trovi la beneficenza elettronica, ti accompagnano al Presepe e ti fanno da guida; in un giorno del 31 dicembre nel primo pomeriggio ho trovato una ventina di persone.
La Natività è tutta nel presepe, ti ritrovi in uno stanzone grande e basso, lungo i lati e su tre piani scorci ed immagini di vita familiare, viuzze, case d’epoca, animali, una trattoria, il gioco delle carte, balconi in ferro battuto, una cascata d’acqua, piazze di mercato, botteghe e vecchi arnesi, bancarelle, scuole ed, in lontananza, la Chiesa di San Venanzio e Villa la Mensa.
Trascinato da musica, canti, contrasti di colori e luci ti senti coinvolto in una singolare architettura d’ambiente ed è bellissimo, sì questo presepe di Fossalta e Viconovo è bellissimo.
Non è solo visione, è sentimenti e passioni, dietro stanno piccole comunità, le storie di vissuti, in una geografia di luoghi nello scorrere del fiume.
Se ti muovi, tra Denore ed Albarea di là, tra Sabbioncellino e Fossalta di qua e, poi, a Villanova e Sabbioncello fino alla chiusa, con il gommone prima e, dopo, con la bicicletta, in un fine settimana, nell’inizio di primavera e d’autunno, cogli tutto il portato di queste terre.
In quest’angolo di campagna, di qua e di là dalla riva del Volano a pochi chilometri da Ferrara vedi e assapori un piccolo pezzo del Trentino, un angolo di milieu sociale e culturale, uno scorcio di distretto rurale e ti pare impossibile riviverlo.
Qui ci sono ancora le processioni, i preti di Francesco, la spesa la portano a casa, c’è un emporio di abbigliamento, l’asilo e la materna, ancora le elementari, cene comunitarie, alcune eccellenze, i comitati dei genitori, le firme per i due ponti, le parrocchie, feste paesane, l’enogastronomia, il carnevale e i centri sportivi per bambini e ragazzi.
Ancora: la farmacia, alcuni bar per il tresette, due ristoranti tipici, uno sportello bancario, lunghi filari di alberi da frutta, un magazzeno della vecchia cooperativa, il lavoro alla Berco, mostre di pittura e scultura.
Le analisi del Censis troverebbero riscontro in questa raffinata ruralità, ancora la cultura contadina, umanità solidali ovunque, un forte cattolicesimo sociale, tanto sudore, tanto lavoro, tanta famiglia, molte radici e quei valori che sembravano persi.

Peccato che le Istituzioni locali restino un po’ in sordina e disattente pur avendo nelle mani un patrimonio, una ricchezza, un tesoretto da poter spendere, uno spazio rurale gentile, enormi potenzialità.
Forse quel Presepe può aiutarci ad uscire dalla profonda crisi che attraversiamo.
Abbiamo lanciato il sasso, pensando, con il nuovo progetto dell’idrovia del Volano, che ci possa essere una nuova attenzione a questo angolo di bellezze.

Imparare/disimparare

Di life long learning si è molto parlato in questi anni, per segnalare l’importanza di aggiornare le competenze e le capacità professionali in un mercato del lavoro in continuo mutamento. Non si è parlato abbastanza di life long learning come condizione per la cittadinanza, come premessa della capacità di comprendere il tempo presente e di abitarlo con gli strumenti adeguati.
Ci capita di interpretare gli accadimenti misurandone la distanza da ciò che abbiamo conosciuto in passato e così siamo tentati di riportarlo sempre alla “degenerazione” del tempo presente. Il senso di smarrimento che talvolta proviamo di fronte a fatti che non riusciamo a comprendere segnala un difetto delle nostre categorie di giudizio. Non è facile cambiare gli occhiali con cui abbiamo guardato il mondo, soprattutto quando la scena diventa così complessa.
Sarebbe importante pensare al life long learning come qualcosa che riguarda tutti noi e il rapporto con il nostro tempo. È ciò che suggerisce un bel libro curato da Laura Balbo, Imparare, sbagliare, vivere (Franco Angeli), che Laura ha presentato a Milano, in occasione della festa per i suoi ottanta anni. Non conosco un modo migliore per onorare un compleanno importante.
Il libro ospita contributi di donne che hanno condiviso l’approccio al life long learning come esercizio di riflessività, per pensare sociologicamente esperienze personali e comuni: donne impegnate nella doppia presenza, intellettuali e madri, insegnanti, persone, cittadine impegnate nelle istituzioni.
Cito alcuni titoli di paragrafi scelti a caso: aggiramenti, linguaggi e significati, esercizi di traduzione, esperienze comuni, andare oltre, ospitare l’altro. Il libro è un prezioso scrigno di riflessioni (evito volutamente la parola insegnamenti che dovremmo usare con maggiore parsimonia) che emergono da storie raccontate in prima persona.
Ne interpreto alcuni importanti per me. Imparare è un processo che si snoda nell’arco di tutta la vita, che coinvolge noi adulti, un processo che ci cambia e che presuppone la capacità di metterci in gioco. E poi: si impara nei rapporti personali, nelle esperienze, anche in quelle traumatiche, che impongono discontinuità e svolte dolorose; si impara ripercorrendole con la memoria cercandone la comprensione, andando avanti e prendendosi delle pause, sperimentando, piuttosto che ripetendo copioni e tentando strade note. Si impara lasciandosi coinvolgere da persone e cose, sospendendo il giudizio, accettando, prima di giudicare, la realtà e indagandone il senso, cercando un punto di vista personale ed assumendone la responsabilità.
Laura Balbo parla di un life long learning che ci consenta di confrontarci con pezzi di mondo in movimento, con altre culture che si mescolano, con i tempi della nostra vita, che ci fanno essere adulti in modi sempre diversi. Un apprendimento che sappia inglobare strumenti interpretativi nuovi, che consenta di abbandonare certezze radicate, di tenere insieme aperura e rigore.
Per me è stato l’occasione per ripercorrere una storia in parte comune e per ripensarne il senso. Che cosa ho portato a casa, in una frase? Si impara, sottoponendosi allo sforzo più grande, quello di disimparare, vale a dire quello di allontanarsi da tutte le certezze dietro alle quali nascondiamo la nostra pigrizia.

Don Fuschini, il prete-scrittore amico degli anarchici

FRANCESCO FUSCHINI
(centenario della nascita)

Ancora giovanissimo, quando era seminarista, Francesco Fuschini (1914-2006) ha esordito con i suoi primi testi sulle pagine della prestigiosa rivista “Frontespizio”. Successivamente, ha dedicato quasi del tutto la propria attività letteraria alle colonne dell’“Osservatore Romano” e, soprattutto, del “Resto del Carlino”. Per molti anni, i suoi articoli e racconti sono rimasti patrimonio privilegiato dei lettori dei quotidiani, poi (a partire dal 1980) nell’arco di tre lustri sono apparse in libreria tutte le sue pubblicazioni. Il successo è stato immediato, sia di critica che di pubblico e il suo esordio in volume: il bellissimo L’ultimo anarchico, rimane probabilmente ancora oggi il suo capolavoro.
Don Fuschini, prete piuttosto “scomodo”: si pensi solo a titoli come Non vendo il papa, componeva con prosa ironica e accattivante, con la penna intinta nell’inchiostro dolce della saggezza popolare. Scrive di lui, nella antologia I Grandi di Ferrara, Uber Dondini: «Il “mondo piccolo” di Fuschini è racchiuso fra le valli di Comacchio dove il piccolo Francesco visse accanto al padre fiocinino e addestratore di cani da caccia e Porto Fuori, la più rossa parrocchia italiana. Seguito nelle pratiche di culto da uno sparuto gregge, Fuschini è stato però l’amico e il confidente di tutti gli abitanti del paese, fra i quali, i suoi anarchici, amatissimi per la loro fede disinteressata nell’uomo e per la loro intransigenza morale».
Con i suoi testi Francesco Fuschini ha creato, forse senza volerlo, una sorta di “mondo mitologico”, di habitat culturale e ambientale edificato sulle fondamenta al contempo fragili e profondissime dei valori veri, della povertà, della solidarietà e di una “storia” italiana, in specie delle genti emiliano/romagnole, che affonda le proprie radici in un paese di certo precario ma ancora a misura d’uomo. Il suo rapporto equo con la natura e con gli esseri si propone quale mentore verso un “parnaso” nostrano, abitato non però da semidei ma da uomini e donne sovrani solo della loro nobile quotidianità. Perfino il suo celebre cane Pirro è ormai entrato nella leggenda, così come accadde alla tenera Cunegonda: l’ultracentenaria tartaruga del cesenate Marino Moretti.
Vincitore di premi letterari quali il Guidarello e il Fiorino-Montefeltro, Fuschini è stato scrittore di delicata sensibilità. La sua prosa, densa di splendide contaminazioni dialettali, è preziosissima sia sotto il punto di vista del significante che del significato, tanto da poterla accostare a quella di uno dei capolavori assoluti del secondo Novecento: Libera nos a malo di Luigi Meneghello. Quantunque l’arte di Fuschini, pur letterariamente inquadrabile, non sarebbe tale senza la smisurata umanità che l’autore spontaneamente vi dissemina, senza la sua grande anima della quale rende partecipi i lettori. Le sue principali pubblicazioni sono: L’ultimo anarchico (1980), Porto franco (1983), Parole poverette (1984, poi riedito), Concertino romagnolo (1986), Mea culpa (1990, poi riedito), Vita da cani e da preti (1995).

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

Sotto la pioggia battente di Birmingham, dalle micro attenzioni ferraresi alle macro dispersioni inglesi

BIRMINGHAM – Piove a Birmingham. Tante paia di scarpe, tra cui varie ballerine, finiscono noncuranti nelle pozzanghere. Chi le indossa cammina veloce, lo sguardo fisso nel vuoto: così gli inglesi si distinguono dall’altrettanto folta massa di residenti esteri. Non soffrono il freddo, un maglione è sufficiente a riscaldarli, mentre passano accanto a un albero di Natale, diretti a casa, per preparare un dolce con fragole e lamponi freschi di serra contenute in buste anonime di carta: l’Università di Birmingham è uno dei pochi punti della città dove si possono acquistare frutta e verdura appena colte, perlomeno questo si lascia intendere. Coloro che non hanno particolari pretese, e non necessitano di accontentare l’olfatto, per esempio, possono svoltare in uno dei tanti supermercati, dove si acquista il pane, rigorosamente a fette, appena sfornato dai panifici olandesi. Tra i piccoli market in città spiccano, inoltre, i Despar; la catena, anch’essa di origine olandese, dalla tinta verde e rossa, qui è una delle più presenti ed è ben nota pure a Ferrara dove, fra via Carlo Mayr e piazza Travaglio, ha avuto la vincente trovata di aprire un ristobar che utilizza in cucina tutti i prodotti a breve scadenza provenienti direttamente dai banchi. Dunque una maniera per abbattere gli sprechi della grande distribuzione.
Ma se a B’ham – inflazionata abbreviazione usata sugli stessi cartelli stradali di città – può risultare d’affronto comprare del pane da tagliare, può esserlo altrettanto usare delle padelle in cucina: è sufficiente porre un piatto nel forno a microonde, o al massimo togliere la pellicola protettiva dalle vaschette. Così, leggendo le note sulla confezione del riso, si scopre che anche questo, in pochi istanti, può essere cotto facendolo girare pigramente in un elettrodomestico, per non parlare, poi, del caffè. La fretta impèra sulla folla e indebolisce decennio dopo decennio le abitudini, qual è la pratica culinaria, che invece aggrega in Italia intorno ai fornelli.

Anche avere il tempo di bere un caffè sembra essere un lusso nella piovosa patria della finanza, settore trainante dell’economia britannica: infatti, gli infiniti Starbucks e Costa – “made in Italy”, non a caso – alimentano un immenso viavai di clienti in cerca di un’enorme (solo, però, per noi “stranieri”) tazza da asporto di un qualche caffè aromatizzato, truccato oltre che nell’aspetto, pure nel sapore. Gli inglesi metropoliti, a ben vedere, in effetti preferiscono non fermarsi nei locali, né a bere né a mangiare, non hanno tempo per queste cose, soprattutto per pranzo. Amano consumare una baguette français, in barba a cent’anni di guerra e a una sempiterna ostilità, mentre tornano al lavoro, accompagnandola a un altro Frappuccino o a una bottiglia di Coca Cola: l’acqua non è tenuta in considerazione.
Il turno lavorativo giunge presto al termine, alle 17 in media. Presto solo per gli orari che seguiamo noi europei, poiché alle 18 è ora di sedersi a tavola, magari in fretta, per poter fare poco dopo un salto a teatro. Lo sfarzo, la bravura e l’eleganza mostrati da artisti e scenografi del balletto contrasteranno presto con il comportamento degli spettatori, anche agli occhi dell’osservatore più assonnato: birre, popcorn e patatine sono fedeli stuzzichini da assaporare comodamente avvolti in una tuta da ginnastica. Difatti la metropoli non possiede luoghi di ritrovo culturale e dai medesimi autoctoni è ritenuta una delle più disinteressate del Paese alla creatività: al di là di alcune compagnie stabili di recitazione che sopravvivono con i rispettivi palchi, un museo nel centro puntiforme primo-novecentesco, e qualche sporadica manifestazione di laboratorio artigianale dell’argento verso la periferia, non c’è altro. Giusto l’ennesima chicca universitaria, la galleria d’arte gestita dal The Barber Institute of Fine Arts di direzione italiana, la quale ospita temporaneamente collezioni pubbliche o private di levatura mondiale: ultimamente in mostra, da Veronese a Magritte, da Hiroshige a Botero, da Tiziano a Ingres.

Il teatro è nel cuore di Birmingham, come pure il centro commerciale più vasto d’Europa. In effetti, il Bullring è una struttura che non passa inosservata. All’interno, scartati i ristoranti, noi europei facciamo poco shopping: tra magliette cortissime ed eccentrici pantaloni, la scelta ricade sui soliti brand di massa, noti a chicchessia, come H&M o Zara. A pochi passi dal Bullring, si impone con altrettanta – se non superiore – affluenza di consumatori, Primark, gigantesca catena di abbigliamento, che offre montagne disordinate di abiti a prezzi degni della migliore offerta. I tre piani di pareti e pavimenti bianchi illuminati da luci ugualmente fredde – che sfiancano i poco avvezzi allo shopping sfrenato – i flussi interminabili e vorticosi alle casse rapide creano un’impellente esigenza di aria fresca. Per dimenticare la vista dei maglioni dai colori improponibili e le maxi-tute da giraffa o da Hello Kitty, tendenza serale dei giovani estroversi, ci si fa strada tra i venditori ambulanti lungo la via principale del Centro, dove spicca un Casinò, auspicando che non capiti anche alle varie Milano, Roma, Torino, di pullulare di tali “attrazioni”. Gli ambulanti immersi nella folla sono i più variegati: chi offre riviste tutt’altro che ispiranti, chi molto ispirato recita passi della Bibbia, chi a gran voce vende a prezzi stracciati mazzi di crisantemi e rose insieme. C’è chi noterà che il venditore abbia fatto un errore simile a quello della «donzelletta che vien dalla campagna» di Leopardi, ad abbinare fiori di stagioni diverse e dai significati simbolici contrastanti, eppure gli inglesi abbinano i fiori quanto le ciliegie con gli alberi di Natale: lo testimonia in modo lampante la festosa parata fuori luogo e fuori misura che si è tenuta a metà novembre… con più di un mese di anticipo all’insegna del Kitsch, che banalizza ciò che tocca per renderlo subito merce comprensibile e appetibile.
A proposito di Leopardi, qui a Birmingham è quasi più noto di Dante dopo la recente traduzione dello Zibaldone in inglese da parte del Centro di studi di italianistica dell’Università: chissà che in libreria non ne abbiano già una copia. Ma dove trovare una libreria? All’appello c’è poca scelta, ce n’è una sola, “ma tanto là hanno qualsiasi libro, al massimo si ordina”, parola di coinquilino studente. E se si cercasse una libreria senza aria condizionata anche d’inverno, senza un bar all’interno, senza tutti quei piani uno sull’altro? Una libreria minuta e accogliente, dove potere parlare con la libraia che ne conosce i ripiani per filo e per segno? Niente da fare nel centro di Birmingham che, nella mentalità di un europeo, conserva una scarsa genealogia storica.
Nel periodo natalizio, seguendo il mercatino deutsch di Natale, definito “di tradizione” nonché il più esteso d’Europa, si va in direzione della nuova biblioteca comunale – mastodontica – anch’essa la più grande del continente e di recentissima apertura. I conservatori hanno lanciato ovvie polemiche sulla sopravvivenza delle biblioteche più piccole e decentrate, che stanno andando in crisi, ma risultano interessanti anche le polemiche riguardanti la funzionalità del nuovo complesso, il quale, pur di attrarre più visitatori, offre svariati servizi corollari, più o meno pertinenti.

Birmingham è, quindi, una città megalomane? Una città che attira a tutti i costi solo perché offre le attrattive, gli incanti più grandi d’Europa? Il centro, di stampo industriale, è stipato di contrasti: è nato e ha continuato a svilupparsi velocemente, sebbene senza le cure necessarie, oltre le superfici di asfalto e di cemento; oggi si alternano fabbricati grigi, impersonali e decadenti, a sgargianti edifici di nuova costruzione: che sia la strada a caccia della rivalsa per competere in grandezza con il continente, laddove non si può con la storia? D’altronde, gli inglesi stanno dimostrando ferocemente di non volerne sapere di una Comunità Europea effettiva, unita sia nell’amministrazione sia nella moneta, un’entità che respiri collettivamente senza troppe differenze.

Il Questore, la Legge e i consumatori di droghe

di Leonardo Fiorentini

Leggo sulle pagine dei quotidiani le parole del Questore di Ferrara Orazio D’Anna che, facendo un bilancio dell’anno appena trascorso e rilevando una diminuzione generalizzata dei reati, annuncia che il 2014 sarà l’anno del giro di vite sui consumatori di sostanze.

E’ opportuno ricordare che, nonostante il Questore D’Anna e nonostante la legge di Giovanardi, il consumo in Italia non è reato. Certo la legge che porta il nome del nuovo puntello del Governo Letta ha fatto di tutto per facilitare la repressione del consumo, in particolare di cannabis. L’automatismo della presunzione di spaccio in presenza di un certo quantitativo di sostanza (poca marijuana, un po’ più cocaina) – principio per fortuna smontato in questi anni dalla giurisprudenza – e l’unificazione di droghe pesanti e leggere ha fatto poi sì che il 40% dei detenuti sia nelle nostre carceri sovraffollate per violazione dell’art. 73 (spaccio): fra questi moltissimi consumatori, che per il solo fatto di detenere magari più di una decina di canne, sono finite nelle maglie della giustizia italiana. E quei consumatori che sono riusciti a sfuggire al sistema penale sono stati intrappolati nella ragnatela delle sanzioni amministrative: 853.004 persone che in questi anni hanno dovuto sottoporsi periodicamente a test, sono state limitate nei propri movimenti e hanno sostenuto ingenti spese e costi sociali altissimi a causa dello stigma nei confronti dei consumatori (vedi Libro Bianco sulla legge Fini-Giovanardi). Stigma che il nostro paese, con Giovanardi ancora in carica, si è peraltro impegnato a contrastare su indicazione (vedi) della 54ma sessione della Commissione Stupefacenti dell’ONU.

Decidano i lettori se preferiscono che i poliziotti siano intenti a perder tempo a identificare, perquisire e magari arrestare qualche ragazzino che insieme agli amici si è appartato su una panchina in un parchetto per farsi una canna, oppure stiano in giro per il territorio a prevenire uno dei 30 stupri, il migliaio di altri reati contro la persona o i 9500 furti di vario genere perpetrati nella nostra provincia.

Lo stesso governo Letta, che certo non è noto per il coraggio politico, ha avuto l’ardire di mettere in discussione l’impianto della Fini-Giovanardi modificando il 5° comma dell’art. 73, ovvero introducendo il fatto di lieve entità come reato autonomo (grazie ad un tecnicismo giuridico degno del paese degli azzeccagarbugli). Certo non servirà a molto ma per fortuna la Corte Costituzionale deciderà il prossimo 12 febbraio sulla costituzionalità dell’intera legge sulle droghe approvata – ricorderete – nel 2006 con un colpo di mano a fine legislatura come maxiemendamento di un centinaio di articoli al decreto legge di cinque o sei articoli sulle Olimpiadi di Torino (vedi Dossier de La Società della Ragione).

Nel frattempo non resta che augurarsi che il Tribunale di Ferrara non sia ingolfato dall’attività mirata di repressione del consumo annunciata dalla Questura di Ferrara, e poi confermi la propria recente linea assolutoria nei confronti dei semplici consumatori, autocoltivatori di cannabis compresi. Autocoltivatori che, val la pena di segnalarlo al Questore di Ferrara, coltivano la marijuana nell’armadio o sul balcone proprio per non “foraggiare tutta la catena”.

Chrysler, ennesima trita metafora per mistificare la realtà

Un muratore cade da un tetto, muore e non mangia più./Innoveremo il tropo, la metafora?
In questi due versi del poeta peruviano Cèsar Vallejo – detto che per “tropo” si intende una figura retorica che implica un trasferimento di significato – c’è un invito a schierarsi, a scegliere il linguaggio con cui parlare ai propri simili. Tema questo cruciale anche per i nostri tempi, perché il linguaggio è espressione di una cultura.
L’antitesi è tra la realtà con i suoi drammi e la sua sistematica deformazione alla quale in questi anni ci hanno abituato i detentori del potere, politico ed economico, in ciò praticamente indisturbati.
E allora la sinistra deve scegliere di stare dalla parte del muratore che cade, e con questo tentare di impedire che apparati mistificatori continuino a deformare ciò che accade a proprio piacimento. Per venire all’attualità: siamo sicuri che l’acquisto di Chrysler da parte della Fiat sia davvero un fatto “epocale” come è stato strombazzato? O non piuttosto un importante, ma normale (di questi tempi) frutto della globalizzazione, dalle conseguenze economiche e sociali tutte da scoprire, soprattutto in Italia?
Non è più possibile attardarsi sulle metafore, anche se possono rendere più efficaci i mille discorsi ufficiali che peraltro hanno stancato. Bisogna pensare e parlare il linguaggio immediato della realtà, che è molto più sgradevole e dura di quel che si vuole far credere da parte di politici, imprenditori, economisti e compagnia aggiuntiva. E bisogna ricostruire un pensiero coerente, che produca risultati concreti a favore degli ultimi.
Qualcuno che conosce Vallejo potrebbe affermare con sufficienza che era un comunista. L’uso, anzi l’abuso di questo aggettivo ha permesso a molti di macchiarsi di orrendi crimini, ma anche – vedi i fatti italiani – di negare che il muratore è caduto ed è morto.
L’abuso, in questo caso, ha impedito, anche in Italia, che si potesse sviluppare una società più giusta, ordinata e tollerante. Un disegno politico contro il quale sono state sempre più fievoli ed isolate le voci di chi avrebbe dovuto spiegare, fare chiarezza, lottare per difendere i diritti, innovare la democrazia con forme anche inedite di partecipazione e, non da ultimo, dare l’esempio.

Sateriale: “Per Ferrara modello ‘smart city’ e ‘piano del lavoro’. Al papa tessera onoraria Cgil”

2.CONTINUA – Riprendiamo la conversazione con Gaetano Sateriale affrontando dapprima temi legati alla realtà locale e poi una riflessione sulle generali prospettive di sviluppo.
Sulla tua esperienza da sindaco hai scritto un libro (“Mente locale”), bellissimo perché autentico e sincero. Alcuni contenuti sono esplosivi, però la città nel suo complesso ha finto come sempre di non cogliere…
In fondo capisco i miei concittadini e anche i miei “non lettori”: le realtà scomode è meglio rimuoverle che affrontarle. Conoscere è faticoso… Ma io non potevo fingere di niente. Quel libro vuole essere uno spaccato della situazione del Paese, perché la malattia che si è diffusa nella politica, nelle istituzioni e nel loro intreccio con i poteri forti non sta solo a Roma. Non so se hai notato ma nel libro non ho mai citato la parola “Ferrara”…

Il tuo successore, Tagliani, si avvia al traguardo di legislatura. Come è cambiata Ferrara (dove posso testimoniare hai sempre vissuto e continui ad abitare!) in questi cinque anni?
La città è e resta bellissima. L’altro giorno ironizzavo su Facebook dicendo che Ferrara è come una bottiglia di buon vino rosso: per apprezzarla si deve degustare poco a poco, senza esagerare, perché altrimenti la “ferraresitudine” obnubila. Al netto della crisi economica non la trovo molto cambiata: in alcuni momenti è una capitale europea della cultura, in altri è un paesone emiliano con il mercato in piazza: i banchi delle mutande e delle mortadelle accanto al muretto del castello… Vedo con piacere che si fanno molti lavori pubblici importanti in centro e in periferia, malgrado le ristrettezze. Se la città non vola non se ne può dare la responsabilità a un’Amministrazione che ha subito un terremoto e i tagli di bilancio che sappiamo…

E di chi è la colpa?
Anche nostra. Di noi ferraresi, intendo. In fondo siamo innamorati di Ferrara com’era quando eravamo ragazzi e nel nostro intimo preferiremmo mantenerla sempre uguale a se stessa, come tanti Principi di Salina del Nord: “La deserta bellezza di Ferrara”… Non dimenticare che i ferraresi non mettono fiori alle finestre… A Bolzano fanno a gara a infiorare i balconi, da noi la gara è al contrario, a tenerli chiusi. Mi viene un esempio della nostra storica indolenza, “scherzoso ma non troppo”: perché tutto il mondo sa cos’è l’aceto balsamico di Modena e già a Santa Maria Maddalena nessuno conosce la salamina da sugo? È colpa dell’Amministrazione o della scarsa iniziativa privata? Se non fossimo così culturalmente nostalgici ci daremmo più da fare con idee e attività nuove. L’Amministrazione deve indirizzare e integrare l’iniziativa privata, non sostituirla. Da noi i privati se ne stanno da sempre per i fatti loro: tutto ciò che è collettivo in città è comunale. Questo non è più possibile…

Hai un suggerimento da dare al tuo successore?
Non mi permetterei mai: a ciascuno il proprio ruolo e Tagliani il suo lo conosce bene. Un suggerimento lo do alla Cgil, invece. Perché non provare a realizzare anche a Ferrara il “Piano del lavoro”, come fanno molte città italiane? Per dare opportunità di ricerca e occupazione ai giovani e visioni innovative alla città la ricetta è coniugare sviluppo sostenibile e innovazione. Possibile che sul tema delle smart city si misurino città grandi come Torino o Roma e non città medie dove tutto potrebbe essere più facile? Smart city vuol dire innovazione attraverso la rete, partecipazione, informazioni diffuse, progetti che rendono più facile e appetibile la città, startup, innovazione sociale, incubatori, imprese giovani.

Puoi farci qualche esempio?
Pensa al traffico: si possono chiedere informazioni via smartphone agli utenti (foto e sms in tempo reale) in modo da individuare i punti critici, segnalarli all’Amministrazione e favorire miglioramenti. Guarda ad esempio al fatto che fra la stazione ferroviaria e il Doro la viabilità non è ancora stata modificata dopo l’entrata in funzione del nuovo ponte sul Boicelli: lì ci sono rischi potenziali che vanno sistemati; questo per dirti di un luogo che frequento abitualmente (per fare la spesa e prendere il treno). Ognuno può inviare le sue segnalazioni. Oppure, come si sta già facendo, rilanciare la Ferrara artistica e culturale che potrebbe via Internet essere sempre in streaming. O i servizi di assistenza agli anziani in cui le nuove tecnologie potrebbero fare miracoli (poco costosi).
Sono solo alcuni spunti, ma si potrebbero aggiungere i trasporti pubblici, il tracciamento dei rifiuti, il risparmio energetico, la bioedilizia, la qualità dell’aria, la produzione di anidride carbonica, i parcheggi, le prenotazioni in ospedale… So che è facile sognare, ma si potrebbe studiarci sopra e trasformare gli spunti in progetti, magari assieme all’Università e alle imprese più innovative: sarebbe un buon modo di cominciare l’anno nuovo e coinvolgere i giovani nella “visione” della città futura. Ma in concreto, non a chiacchiere: misurando quanti giovani coinvolti e quanti posti di lavoro creati. Alla Cgil, per fortuna, non basta un convegno sul tema.

Il problema della visione è generale. Questo 2014 si apre come tutti gli ultimi anni con le rassicuranti previsioni di un imminente ripresa. Di certo si respira un’aria nuova, sembra di cogliere fra le persone la voglia di cercare di venirne fuori ‘a prescindere’, di rimboccarsi le maniche e tentare un balzo in avanti mettendo in campo la creatività e forse l’ottimismo della volontà. Avverti anche tu questo spirito?
Ne avverto soprattutto il bisogno. Ma non credo alla ripresa imminente annunciata e magari importata dall’estero. Ci vuole una politica attiva che favorisca la crescita: in Europa e in Italia. Penso a politiche decentrate nei territori, non a una pianificazione nazionale che nessuno è più in grado di fare. E sono sicuro che se ci fosse qualche soggetto forte che si mette in moto ci sarebbe grande disponibilità a contribuire: specie tra i giovani. La sfida della Cgil è che il sindacato possa essere uno di questi soggetti. In fondo, quello delle smart city è un tema che coniuga tecnologia con partecipazione dei cittadini: un tema cruciale per la democrazia, più facilmente affrontabile in una comunità di medie dimensioni. Noi ferraresi dobbiamo solo decidere se vogliamo essere un paesone o diventare una moderna città europea. Chi vuoi che ce la dia la visione se non le giovani generazioni?

Accanto alla desolante inerzia delle classi dirigenti (politici e imprenditori) si colgono invece i potenti e coinvolgenti segnali di papa Francesco, il cui messaggio appare rivoluzionario. Qual è in proposito il tuo pensiero?
Fosse per me gli avrei portato la tessera onoraria della Cgil. Perché una personalità così alta che dice semplicemente “il lavoro è dignità e senza lavoro le persone perdono anche la loro dignità” se la merita proprio. L’elezione di papa Francesco mi fa essere ottimista: la sua vicenda vuol dire che l’innovazione è sempre possibile anche nelle organizzazioni più complesse e immobili. E la via è una sola: riavvicinare i vertici alla base, la politica alla realtà e ai bisogni della gente in carne e ossa.

Leggi la prima parte della conversazione

Sviluppo territoriale, da polverosi cassetti spuntano ‘nuove’ idee

2.CONTINUA – Andando a curiosare in vecchi e ormai polverosi cassetti del Castello abbiamo ritrovato documenti che delineano scenari e progetti tutt’altro che superati. Ci è parso allora interessante annotarne alcuni passi e proporli alla considerazione pubblica in questa fase propizia che preannuncia l’arrivo dei molti milioni di euro in parte garantiti da finanziamenti europei per il 2014  e in parte stanziati con la recente legge di stabilità.

Ecco dunque alcuni stralci di un documento che suggerisce “Un cambio di passo per un patto per il futuro”.

E’ ormai evidente, almeno da quattro o cinque anni, che occorre costruire un nuovo modello ferrarese per un futuro di crescita e di sviluppo del territorio per i seguenti motivi:

1. siamo una realtà di territorio che cresce sempre dopo, sempre meno e a tempi limitati;
2. restiamo ancora avversi al cambiamento;
3. le reti che tengono il tessuto sociale stentano a tenere come risposta ai bisogni delle piccolissime comunità locali e quindi il welfare resta inadatto ai mutamenti in corso dei comportamenti;
4. c’è un diffuso e preoccupante nanismo demografico dove in oltre 60 piccolissimi paesi il tempo si è fermato e le relazioni sociali ormai al minimo, troppe povertà, troppe solitudini, pochissima socializzazione
5. il sistema produttivo è fortemente segmentato, troppe le piccolissime imprese e poche quelle che fanno un salto di dimensione e si aprono all’innovazione, manca l’idea di distretti ed aree a milieux e lo sviluppo è prevalentemente di superficie salvo alcune eccezioni
6. abbiamo una città senza territorio e un territorio senza la città. Persino i luoghi forti della provincia sono troppo deboli
7. c’è un benessere certamente diffuso ma ancora freddo e, quindi, privo di stimoli: esiste una questione culturale

Queste sono alcune riflessioni svolte prima della crisi, anno 2007, e attuali ancora oggi

Per gli interventi del dopo-crisi sono individuati i seguenti progetti di struttura-infrastruttura:

1. Nuova area industriale di ultima generazione
da ubicare a nord di Copparo (Fe) in prossimità del nuovo svincolo bretella Corlo-Camatte del tratto tangenziale est di Ferrara tra ponte Raffanello e Ro ferrarese, area di circa 70 ettari con opzione di altri 30 ettari in zona La Quercia
importo di Euro 12 milioni erogato dalla Regione Emilia-Romagna in tre stralci a partire dal mese di settembre anno 2010, prima operatività giugno 2011, e a regime entro 2012
settori: packaging, farmaceutica e parafarmaceutica, biomedicale, nanoelettronica, logistica e centro servizi, nuovi materiali, produzioni ambientali, agroalimentare, informatica, produzioni innovative e prodotti legate al sistema universitario di Tecnopolis e nuovi incubatori
esenzioni: oneri di urbanizzazione; esenzione per 5 anni di Ici e Irap e altre agevolazioni
azione di marketing territoriale da Agenzia specializzata (forte azione di attrazione di aziende ) e concertazione Ufficio di Presidenza della Regione Emilia-Romagna
corsi di formazione per specializzazioni, nuove professioni innovative anche per i seguenti punti ( Pil 2009 Unife – Progetto Insediamenti Lavorativi )

2. Rilancio zona industriale di San Giovanni di Ostellato
intervento finanziario Regione Emilia-Romagna di euro due milioni
modalità e tipologia insediativi da individuare e possibilmente legati a produzioni e servizi della costa e del turismo anche ambientale (Sipro e Delta2000)

3. individuazione di un Distretto Rurale e d’Ambiente
ambito perimetrale Unione del copparese più alcuni territori contigui a produzioni agricole speciali e di qualità
avvio procedure Regionali e Unione europea entro anno 2010
progetti comunitari “Life natura” e percorsi di Agenda 21 nel triennio 2010-2012
turismo lento e promozione al piccolo turismo (punti Info – itinerari giacimenti culturali – vie d’acqua, vie verdi, ippovie, idrovia Volano, Ville, Palazzi, Chiese, Capitelli, Conventi, Residenze, Parchi e Giardini, enogastronomia, grandi eventi e cultura di territorio, destra Po e d/s Po di Volano,ecc…)

4. Centri storici “URBAN Due”
riassetti architettonici e salotti in centro storico
animazione e promozione del Commercio in centro
sagre e prodotti tipici
finanziamenti europei e cofinanziamenti istituzioni italiane (triennio 2010 – 2012)

5. Progettualità della costa
turismo balneare
alberghi e seconde case
laguna, valli e ambiente
primo entroterra ed itinerari
eventi e animazione
servizi ed infrastrutture

C’è materia su cui riflettere e discutere.

Leggi la prima parte

Tre uomini in barca

Il più famoso romanzo di Jerome K Jerome è “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” , in cui il grande scrittore umorista inglese racconta di tre personaggi abbastanza stralunati, ai quali capitano avventure altrettanto stralunate, lasciando a una sottile e irresistibile ironia di creare un’atmosfera di trascinante comicità. Pensavo a Jerome guardando, con non nascosta nausea, a uno dei tanti telegiornali, ai quali è affidato il compito non d’informare, come sarebbe naturale, ma di divulgare il pensiero del potere che li sostiene.

I tre uomini (i nostri tre campioni, oh Madonna mia!) – Grillo, Renzi , e, nel suo piccolo, il pargoletto Berlusconiano Brunetta – sono personaggi d’incomparabile comicità, o, meglio, “sarebbero” se agissero in una situazione in cui si potesse ridere di gusto. Ma non si può: la loro barca è la nostra, è questo Paese che fa acqua da ogni parte e rischia di affondare da un momento all’altro (o, forse sta già affondando). Di che cosa parlano, su che cosa litigano? Sul nulla: la crisi ha creato oltre centoventimila nuovi miliardari mentre il ventre della miseria continua a sfornare poveri. Ci sarebbero da recuperare miliardi evasi dai buoni cittadini, buoni se ricchi, e i “tre uomini” non ne parlano. Le aziende (alcune per necessità, altre per interesse) chiudono e licenziano.

E i tre che fanno? Nulla. Che dicono? Loro, i tre parolai sembrano imbalsamati, come i loro colleghi di governo. Esiste una situazione mondiale sempre più precaria, perché il capitalismo è in coma profondo e non farmacologico, in America sempre la crisi ha partorito i nuovi nababbi, ce n’è uno che potrebbe acquistare, con i soldi rubati agli investitori e ai risparmiatori, intere nazioni. Ma c’è ancora di peggio, se possibile: gli speculatori (aziende falsamente umanitarie) intascano quasi due miliardi di euro al giorno dal popolo italiano – siamo noi – per accogliere i migranti: “E’ una torta luculliana – scrive ’Repubblica’ – quella che in Italia si spartiscono ormai da dieci anni veri e propri colossi del business” e a ogni disgraziato che riesce a mettere piede sul nostro territorio l’affare aumenta:abbiamo mai sentito uno dei tre uomini in barca denunciare questa situazione per dire basta, per proporre misure di emergenza atte a cancellare l’orribile, lo schifoso affare sulla pelle di povera gente? No, loro, sempre i tre uomini (per non parlare degli altri), si dilettano a farfugliare di riforme, di andare urgentemente alle elezioni, vogliono poltrone, sono maestri, loro, nel creare inutili polemiche, sono i tycoon del commercio politico e, a ogni urlo che fanno, danno picconate al fondo della nostra barca: affonderemo. Bevete piano, ragazzi.

Razzismo, tre interrogativi attorno al caso Masotti

Attorno al caso del dottor Massimo Masotti, sollevato nei giorni scorsi da ferraraitalia, si è sviluppato un animato dibattito. Tutti i commenti sono stati pubblicati e gli interventi sono stati riportati nella loro integralità, senza alcuna omissione.
Gli interrogativi che la vicenda suscita sono essenzialmente tre.

1. Può un medico essere razzista? Ossia: sarà in grado di esercitare senza alcun pregiudizio la propria opera assistenziale?
2. La palese ostentazione di questo suo credo non è massimamente inopportuna? E non corrobora il legittimo sospetto circa la capacità di anteporre la deontologia alle proprie intime convinzioni nello svolgimento della pratica professionale?
3. Possono l’Ordine dei medici e un’associazione filantropica come i Lions essere rappresentati da chi professa tali teorie razziste?

Si tratta di interrogativi di ordine generale, non inficiati dalla considerazione che, nella fattispecie, il medico in questione è da qualche tempo in pensione; tanto più che Masotti continua, comunque, a svolgere ruoli di rappresentanza istituzionale della categoria; e che i medici sostengono che il loro non è semplicemente un lavoro, ma una missione; e pertanto il camice non si dismette mai…

[leggi l’articolo precedente]

Parla Sateriale: “Renzi, un abile giocoliere. La politica, solo lotta per il potere”

Di norma all’intervistato si dà del lei, anche quando si ha confidenza. E’ una vecchia regola non scritta del giornalismo che serve a non creare nel lettore l’impressione di un rapporto privilegiato che lo escluda. Ma in questo caso sarebbe stata una forzatura eccessiva. Il mio interlocutore è Gaetano Sateriale, accanto al quale, giorno dopo giorno sino al 2009, ho lavorato per quasi otto anni come responsabile dell’ufficio stampa dell’amministrazione comunale, quando lui era sindaco della città. Ho quindi ritenuto più onesto presentare la conversazione come si è svolta, senza infingimenti, nella cordialità e in amicizia.

Dacché non è più sindaco, è la prima volta che Sateriale, oggi coordinatore della segretaria generale della Cgil nazionale, accetta di parlare così diffusamente di politica, sindacato e di Ferrara. Quel che ne è scaturita è una radiografia molto lucida del nostro Paese e, per conseguenza, un’immagine poco consolatoria. E’ una fotografia senza effetti speciali, un resoconto – condivisibile o meno che risulti agli occhi del lettore – di certo rigoroso e per nulla indulgente, come è nel suo dna.

Per comodità di fruizione abbiamo diviso la conversazione in due grandi blocchi tematici che pubblicheremo su ferraraitalia in altrettante puntate, oggi e domani. La prima parte del colloquio, quella che segue, è relativa ai temi nazionali della politica, del lavoro e del sindacato. Domani, nella seconda parte, si affrontano le questioni ferraresi e gli orizzonti generali di sviluppo.

Sulla tua pagina Facebook hai scritto: “Dopo tanti anni (44) sono improvvisamente rimasto senza partito da ascoltare, discutere, criticare, partecipare, condividere”. Sei cambiato tu o è cambiata la politica?
Forse entrambi. La politica è certamente cambiata in peggio: demagogia, populismo mediatico, messaggi pubblicitari ingannevoli, partiti azienda, partiti liquidi, consorterie, gruppi di famiglie… E in peggio sono cambiato anche io, sicuramente: non credo più alle frottole e non mi diverte un Paese che ci mette vent’anni a capire che dietro le parole dei leader non c’è niente, se non la battaglia per il potere. So bene che la politica è anche questo (fin dalle sue origini), ma quando è solo questo non mi interessa.

Cosa significa questo disamoramento per te personalmente? Come vivi questa condizione?
Posso fare una battuta? Comincio ad avere con la politica lo stesso rapporto che ho con il calcio: mi piace guardarla e commentarla e tifare quando è di qualità, altrimenti meglio leggere un libro o vedere un buon film. E da qualche anno la politica non è più di qualità: né nella maggioranza, né all’opposizione. Non sono mai stato e non diventerò un qualunquista, ma non vedo attorno a me un luogo in cui abbia senso impegnarsi e nemmeno un partito che ti chieda un qualche impegno, per la verità. Anzi, se cerchi i dirigenti, l’impressione è che gli dai un po’ fastidio… Per fortuna continuo a occuparmi di problemi sociali concreti e a lavorare in un’organizzazione che con tutti i limiti è ben radicata nel mondo reale.

Davvero? Eppure la gente non distingue più tanto tra partiti, sindacati e istituzioni…
Quando vado in giro a fare iniziative dico sempre, specie ai giovani dirigenti che a volte sembrano spaesati: “Tranquilli che la Cgil ha le spalle robuste, siamo l’organizzazione più radicata nel paese assieme ai Carabinieri e alla Chiesa cattolica”. Luciano Lama diceva meglio: “I governi passano, la Cgil resta”. Questo non vuol dire che possiamo stare fermi, anzi… Anche noi dobbiamo innovarci perché dopo la crisi niente sarà più com’era prima. Ed è qui che dobbiamo stare attenti: a non imitare i partiti, a mantenerci autonomi e concreti di fronte ai cambiamenti. Per fortuna un sindacato mediatico non ha senso. Ma sono abbastanza tranquillo su questo punto, malgrado i ritardi e gli errori.

Quali ritardi ed errori? Puoi fare qualche esempio?
Il più clamoroso esempio è il rapporto con i precari, che sono poi le giovani generazioni di lavoratori. Siccome i nuovi lavori non ci piacevano abbiamo pensato di combatterli per legge, invece che proteggerli e migliorarli contrattualmente. In questo modo abbiamo perso rapporti con migliaia di giovani lavoratori che sono senza tutela e non vedono il sindacato come qualcosa che gli appartiene. Ma noi non siamo diventati un soggetto virtuale: alla fine facciamo trattative e firmiamo (o non firmiamo) accordi. Non inseguiamo il potere per il potere. Basta pensare alla differenza tra i gruppi dirigenti in periferia. Magari i nostri litigano fra loro, con le strutture regionali, con il nazionale in qualche caso, ma non si schierano con questo o con quello a prescindere, cercando di puntare sul cavallo vincente. La Cgil il congresso lo fa ancora su documenti programmatici discussi in migliaia di assemblee: non votiamo uno o un altro segretario a prescindere. Siamo all’antica, se vuoi…

L’autocritica si limita a un errore nei confronti dei giovani precari?
C’è anche uno speculare sul lavoro pubblico. Ci siamo giustamente difesi dagli attacchi sgangherati di Brunetta ma non abbiamo ancora accettato di discutere e di essere protagonisti della riorganizzazione efficiente della Pubblica amministrazione. Al contrario di quanto abbiamo saputo fare nell’industria degli anni ’80 e ’90 in cui siamo passati dalla difesa dei posti di lavoro tal-quali a un progetto di riorganizzazione con al centro la qualità e il superamento del taylorismo che svalorizzava il lavoro. Nella Pubblica amministrazione il sindacato non propone il nuovo e difende il vecchio. Ma quel vecchio è ormai visto da tutti (imprese e cittadini) come indifendibile e insopportabile.

Da quanto dicevi prima sulla politica, si desume un giudizio negativo sul nuovo segretario del Pd, Renzi…
L’ho incontrato una sola volta quando era presidente della Provincia di Firenze, non posso dare un giudizio comprovato. A pelle non mi piace: mi sembra un giocoliere delle parole e non abbiamo certo bisogno di un nuovo televenditore… Certo, sa muoversi con abilità e spregiudicatezza ma temo sia una dote che non poggia su una preparazione seria. Non posso generalizzare, ma quando lo sento parlare di lavoro è evidente che non sa di cosa parla. In un Paese con milioni di disoccupati Renzi pensa che si debba intervenire con una legge sul mercato del lavoro invece che creare nuovi posti qualificati e stabili con una politica economica espansiva. Dietro le parole nuove, molto continuismo…

Non ti sono parse interessanti la proposta di Civati e il percorso di Barca?
Civati non l’ho capito molto: forse ho i riflessi lenti ma quelli che saltano troppo in fretta da una parte all’altra non riesco a seguirli. Il documento di Barca mi convince, ma lui ha deciso di non candidarsi. Peccato, era l’unico che avanzava un progetto di trasformazione innovativa del partito ricollegandosi al territorio, alla militanza, alla partecipazione cognitiva. Ma è andata così. E ho deciso di non votare per ripiego, o per antipatia o per rabbia, laddove non potevo farlo per convinzione. So che molti hanno votato più per delusione del vecchio che per convinzione del nuovo. Io ho preferito non votare: non pretendo di avere ragione…

Dopo 10 anni da sindaco sei tornato in Cgil, qualcuno dice con un ruolo da ‘eminenza grigia’…
Nessuno in Cgil può fare l’eminenza grigia, per fortuna. Ci sono gli organismi dirigenti che discutono e votano. Da noi non ci sono tanti pseudo leader che si contendono le poltrone. E non c’è una guerra di potere spacciata per rinnovamento generazionale. C’è una collegialità che prevale. Io do una mano, per quel che posso, cercando di mettere la mia esperienza al servizio del gruppo dirigente di oggi. Le mie diverse esperienze, dovrei dire…

Però la dialettica tra Cgil e Fiom sembra dire il contrario: a volte con una certa asprezza. E poi Landini e Renzi talvolta si scambiano strizzatine d’occhio…
La dialettica tra Cgil e Fiom c’è sempre stata a segnare i passaggi di fase: nel ’56, nell’’80 e oggi. Se non supera il confine dell’autonomia del sindacato e non scivola in politica è una dialettica utile a migliorare la nostra organizzazione. Quanto alle strizzate d’occhio, vedremo: se Renzi mi strizzasse l’occhio mi guarderei alle spalle e sarei non poco preoccupato…

Anche il sindacato, come i partiti, sconta da anni una profonda crisi di rappresentanza. Qualcuno, e non da oggi, è arrivato a metterne in discussione non solo le logiche, ma il ruolo. A tuo parere come si supera la montagna?
I Paesi in cui il sindacato non c’è o conta poco o è subalterno alla politica sono Paesi in cui non c’è la democrazia. Quel misto di berlusconismo e liberismo che abbiamo vissuto negli ultimi 20 anni ha cercato di indebolire il ruolo dei corpi sociali intermedi e di arruolare il sindacato alla politica del leader (e mettere al bando la Cgil che non ci stava). Gli ultimi due anni sono a corrente alterna: il sindacato viene chiamato nei momenti di bisogno e in genere non ascoltato; basti pensare all’allarme sul lavoro e sugli esodati che abbiamo subito lanciato al governo Monti (e ripreso l’altra sera da Napolitano, a due anni di distanza). Il governo Letta in questo è incerto: “Convoco le parti sociali, ascolto, mi impegno, annuncio”, ma alla fine si vede poco. Quello che mi spaventa non è la messa in discussione del ruolo del sindacato, ma il fatto che nel nostro Paese non ci sia più un partito che si ispira al pensiero laburista. E che proprio il segretario del Pd, per raccogliere consensi a destra, non sappia fare di meglio che attaccare la Cgil… Avere nostalgia di Blair nel 2014 mi sembra molto sconfortante. Ma non mi voglio sottrarre alla domanda: è vero c’è una crisi di rappresentanza anche del sindacato. Non credo si possa ricomporre per legge, come qualcuno si illude di poter fare. Non ci sono scorciatoie, non ci sono mai state: bisogna tornare a rimboccarsi le maniche e trovare un punto nuovo di unificazione del mondo del lavoro, guardando soprattutto ai nuovi lavori, anche se non ci piacciono. Creare nuovo lavoro di qualità: le politiche concrete per i giovani sono più importanti del giovanilismo a parole.

1.SEGUE

Leggi la seconda parte

In arrivo montagne di soldi con i fondi europei

Una montagna di euro con i Fondi strutturali europei sono la novità del decreto mille proroghe di fine anno 2013 del governo Letta. Ora, per non perderli, cioè ritornarli a Bruxelles e riassegnarli ad altri Paesi, bisogna ben allocarli, in tempi rapidi, individuando sentieri percorribili e canali di spesa sostenibile, non solo come risorse per impieghi correnti, ma anche per investimenti e interventi di sostegno, sia alle povertà che alle piccole imprese per il lavoro.

Ecco le cifre stanziate e gli obiettivi previsti: 1,2 miliardi di euro a fondo di garanzia per le piccole/medie imprese; 1 miliardo di euro per nuova imprenditoria giovanile; 700 milioni di euro più altri 794 come bonus per chi assume under 30 e disoccupati; 300 milioni di euro più altri 510 come social card e a sostegno di famiglie in condizioni di grave povertà; 3,0 miliardi di euro per economie e progetti locali (programma seimila campanili; piano per le città; valorizzazione beni storici/culturali/ambientali).
Ricapitolando: i fondi Ue sono 6,2 miliardi di euro + altri 1,3 nazionali, già stanziati nella legge di stabilità, per un totale di 7,5 miliardi di euro, veramente una montagna di soldi, a cui si aggiungono altri dieci milioni a breve, come annunciato in queste ore.

Si riporta la recente notizia e le cifre non solo per la rilevanza del fatto di governo ma per capire dove vanno, come vanno e quali progetti, strumenti e misure attivare per incanalare, anche nella nostra regione e, in particolare, nella nostra provincia questo bendiddio di cui non sia ha memoria, se non negli anni ’80 per il ferrarese.

Sarebbe bello sapere cosa ci riservano le autonomie locali sull’argomento, quanti progetti cantierabili, quali in essere nei primi stralci, quanti bisogni degli ultimi e dei “penultimi” sono individuati nel ferrarese, chi li individua e come, quanti dei seimila campanili ricadono in Emilia Romagna e nei comuni del ferrarese, quale ruolo svolgerà, nei restanti sei mesi, la nostra Provincia per gli ultimi adempimenti e, concludendo, come pescare in questa montagna di soldi.

Se, poi, pensiamo ai Fondi dell’UE nel periodo 2014-2020 per una somma di oltre 70 miliardi di euro per il nostro Paese, più i 100 miliardi abbondanti della Cassa depositi e presiti, oltre a quelli aggiuntivi dello Stato, delle Regioni e dei Comuni italiani, accompagnati da quelli dei privati (i fondi coprono solo una parte dei costi delle progettualità), la citata montagna sarà una catena alpina per i prossimi sette anni per il nostro “Bel Paese”.

Abbiamo, infine, raccolto notizie su alcune nuove progettualità nascoste in alcuni cassetti del Castello, in parte rese pubbliche, anche a stralci, spesso a pezzi scoordinati, anche in un convegno a Berra, anche in sedi politiche e di partiti. Ma tutto è fermo, perché prevalgono resistenze, ancora chiusure e visioni del ’900, anche alcune invidie e ricollocazioni municipali e collegati incroci (ma i renziani dove sono, anche quelli ante litteram?!?).
La preoccupazione è che sarà complicato “schiodare” la visione murata del nostro territorio e se, anche qui, apriamo alcuni cassetti, forse non sarà una male, ma un obbligo, anche morale, cui adempiamo volentieri.

1.SEGUE

Le novità del 2014, l’anno del ‘fare per farcela’

La storiella che l’uscita dal tunnel è lì dietro l’angolo ce la raccontano ogni due mesi. Però il traguardo si sposta sempre un po’ più in là. E la luce non arriva mai.

Quel che porta di nuovo questo 2014 non è l’ennesima profezia sull’imminente superamento della crisi. E’ uno spirito diverso, che da un po’ di tempo si coglie nell’aria, fra le persone: la voglia di ricominciare, di provarci davvero, a prescindere; di mettere in campo energia, fantasia e magari quell’ottimismo della volontà imprescindibile per tornar a vedere le stelle.
La cappa di scoramento e rassegnazione che ci ha oppresso in queste stagioni sembra lasciare il posto a un rinnovato impegno, alla consapevolezza che non ci si può aggrappare ad alibi, per quanto fondati, per giustificare l’inerzia; si sta affermando la convinzione che ciascuno ce ne deve mettere del suo, intimamente persuaso che ce la faremo perché dobbiamo farcela.

Ci sono segnali, anche piccoli, ma significativi, di un ritrovato vigore. Il festival MeMe, in svolgimento in questi giorni a Ferrara, ne è in qualche modo un’espressione. In quel piccolo e dimenticato angolo di città che ospita la fragile eppure ambiziosa rassegna, si incontrano saperi tradizionali e nuove frontiere della tecnologia capaci di tradurre le idee – e talvolta persino i sogni – in realizzazioni concrete, generando una condizione potenziale in cui i bisogni individuali possano essere soddisfatti nella prospettiva della personalizzazione. E’ la logica dei fablab, che pongono in connessione la ricerca e il mercato, traducendo le concettualizzazioni in prototipi e dunque in concrete anticipazioni di una realtà possibile e praticabile.
La strada da percorre è proprio questa: puntare sulla creatività, in ogni ambito, per mettere a punto soluzioni a bisogni o problemi altrimenti insolubili con le vecchie ricette.

E’ anche la maniera per contrastare l’insostenibile, esiziale dittatura dei poteri forti, abbarbicati a privilegi e rendite di posizione e perciò naturalmente poco inclini a sperimentare e innovare: il cambiamento di mentalità e di linee d’azione pone a repentaglio i consolidati equilibri che da sempre, gattopardescamente, le classi dirigenti tentano di preservare.

Un anno “Bello”, in queste ore, ho augurato a tutti i miei amici e altrettanto auguro a voi, lettori. Bello nella pienezza del termine, per tutto ciò che il concetto esprime e significa.
Bello eticamente, innanzitutto; perché la bellezza della condotta individuale sta in una mirabile sintesi fra libertà e responsabilità: un consapevole esercizio del proprio libero arbitrio non disgiunto dalla valutazione degli effetti conseguenti alle scelte compiute.
E bello anche esteticamente, perché la meraviglia suscitata da ciò che di piacevole e armonioso ci attornia (un tramonto, un palazzo, un fiore, un profumo, un gesto d’amore) è il potente stimolo che induce in ciascuno il desiderio di migliorare se stesso per essere degna parte dell’universo.
La Bellezza – declama l’aforisma di Dovstoievskji che pubblichiamo oggi nella sezione Germogli – salverà il mondo.

Un anno Bello mi auguro sia anche per ferraraitalia, questo nuovo peculiare prodotto giornalistico che ricerca la profondità e, per quanto possibile, sfugge la superficie e con essa la superficialità.

Ci definiamo, nel sottotitolo di testata, “indipendenti”. Questo non vuol dire che siamo neutrali. Indipendenza significa non dover obbedire ad altri che alle nostre coscienze: significa che non abbiamo padroni, né interessi da tutelare.
Ma non siamo indifferenti. Siamo schierati: in difesa di idee, principi, valori in cui crediamo. Rivendichiamo la nostra visione del mondo e un punto di vista che non mistifichiamo, ma anzi palesiamo con onestà nelle analisi e nelle opinioni proposte su queste pagine, perché la trasparenza è imprescindibile condizione per un corretto contraddittorio. Siamo schierati, ma senza dogmatismi: autenticamente aperti al dialogo. Ricerchiamo un serio e argomentato confronto con ogni interlocutore, perché riteniamo sia proprio su queste basi che si fondano civiltà e progresso.

Abbiamo scelto un asse verticale di azione, sfuggendo quello orizzontale che porta a scivolare sulle cose, poiché intendiamo, appunto, stimolare e propiziare occasioni di riflessione e di dibattito. I riscontri, per ora, sono decisamente incoraggianti; ci confortano e ci inducono a procedere con convinzione su questa rotta.

Auguri opinabili da uno snob improvvisato

Nel pensare come avrei potuto passare un fine d’anno lontano dalle beghe e dai problemi di ogni giorno mi sono immaginato come uno snob (categoria sociale che poco frequento) avrebbe trascorso quelle ore per aver la forza di resistere fino all’indomani senza pensare ai fuochi, ai petardi e alla vita comune. Perciò questa versione di un io che poco m’appartiene, oggi la assumo per sforzarmi di pensare a come si comporterebbe lo snob (anzi, molto di più il dandy – potrei dire con snobistica puntualizzazione, già calato nel personaggio – visto che a Parigi aspettano le mie voci per il Dictionnaire du dandysme dedicate a Filippo de Pisis e ad Alberto Arbasino…).

Dunque, dopo avere ascoltato per la millesima volta Carmen con la Callas, letto il sublime Paris France di Gertrude Stein, quindi avere atteso il discorso del capo dello stato e deciso di consolare le mie pene fisiche e politiche con l’ultimo canto del Paradiso di Dante, avrei certamente optato per bere champagne e mangiare pochissimo. Indi mi sarei prodigato a preparare i rifugi per Lilla, per combattere l’idiozia di chi si crede uomo a sparare i botti e a divertirsi con gli incendi dei castelli, massima mediocrità di divertimenti. Ma purtroppo anche con queste dandystiche intenzione, la vita “reale” (anzi: quella falsa del solo “fare” e niente “pensare”) non si può eliminare. E mentre mi preparo a ritornare, domani, in trincea, vi auguro buon anno con questa stupenda meditazione di Gertrude Stein. Lascio a voi di applicarla alla nostra contemporaneità: è un indovinello abbastanza facile ma per mettervi sulla buona via con il corsivo vi fornisco un indizio.

“Una volta mi trovavo su una nave diretta in America. C’era anche l’Abbé Dimnet e parlavano di un’esercitazione antincendio, ce n’era una in corso, tutti dovevano indossare un salvagente e venne calata una scialuppa ma nessuno salì a bordo della scialuppa, l’Abbé Dimnet era indignato, mi disse dovrebbero salire a bordo della scialuppa, ditelo al capitano, dissi, lo farò disse, tornò indietro, che ha detto il capitano domandai, ha detto, disse furibondo, ha detto che non si può salire a bordo della scialuppa se non si ferma la nave sarebbe troppo pericoloso e fermare la nave costerebbe troppo e ci vorrebbe troppo tempo. L’Abbé Dimnet era furibondo, disse ‘ecco qual è la verità, si preparano si preparano e non sanno mai se saranno capaci di fare quello per cui si sono preparati”.

Facile no come indovinello! A proposito la prima edizione di questo mirabile libro è del 1940. Auguri.

A MeMe gran finale con film in salsa ferrarese e spettacolo-degustazione sul vino

Il “mercato coperto” di via Santo Stefano sta riscaldando i pomeriggi e le serate dei ferraresi. La felice esperienza della settimana del futuro all’interno del festival MeMe (Makers exposed), indirizzato al mondo dei nuovi artigiani tra saperi tradizionali e innovazione tecnologica, sta avendo seguito con la frequentata appendice di questi giorni di festa e fino al quattro gennaio.

Si segnalano, in particolare, due appuntamenti da approcciare con il calice in mano. Giovedì, alle 18,30, con una breve introduzione del regista Giuseppe Gandini, avrà luogo la proiezione di ‘Una canna con Goldrake’, originale e divertente commedia di confronto generazionale girata nel 1999 con cast in buona parte ferrarese. Venerdì alle 19,30, il festival MeMe proporrà un vero e proprio spettacolo sul vino, la sua poesia, la sua storia e la sua chimica.

I ferraresi Giuseppe Gandini e Gianantonio Martinoni (ideatori del soggetto insieme ad Alessandro Pepe ed essi stessi attori sul palco) propongono ‘Eyes Wine Shot‘, spettacolo-degustazione che accompagna all’assaggio con una serie di letture sul tema, dalla Ode al Vino di Pablo Neruda, a Barbera e Champagne di gaberiana memoria, anche rileggendo in chiave ironica le proliferanti guide sul vino. Lo spettacolo ha già divertito (e fatto degustare) platee di ogni parte d’Italia. Con i due eventi citati e dopo proiezioni, incontri e ottima musica (ricordiamo, oltre ai dj set, gli apprezzati concerti di Dagger Moth e delle californiane Ian Fays) questo piccolo angolo di Berlino nel centro di Ferrara si prepara al finale a sorpresa, nelle serata di sabato 4 gennaio.

Chi deve ancora entrare in quella che fino a poco tempo fa era la ‘metà dismessa del mercato’ si troverà, con grande stupore, all’interno di un luogo di socialità degno di una metropoli europea. Un temporary shop dove acquistare gli oggetti di design realizzati dai makers di ogni parte d’Italia (dalla piccola lampada alla libreria, dal portafoglio alla poltrona) riempie quelle che furono le botteghe del lattaio e del macellaio. Un bar allestito, un ambito per proiezioni e un dj set formano insieme gli spazi di una vera piazza coperta naturale, dove le persone s’incontrano, ascoltano musica, bevono un aperitivo. Ciò che infatti accadrà negli ultimi scoppiettanti giorni di apertura del festival, dal due al quattro gennaio. In attesa che l’appuntamento si rinnovi, il prossimo dicembre, a grande richiesta dopo il successo ottenuto.

Associazione MeMe

La rivoluzione solitaria di papa Francesco contro l’emarginazione sociale e gli abusi di potere

Le gerarchie ecclesiastiche italiane per disaccordo; le parrocchie per pigrizia routinaria; la politica perché in ‘ben altre faccende affaccendata’… Insomma, alla fin fine il risultato è il medesimo: l’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” è stata ignorata. Eppure si tratta del primo documento organico in cui papa Francesco espone il suo pensiero teologico, pastorale, sociale e morale.
E’ un elaborato di quasi trecento pagine. L’Istituto Gramsci e l’Istituto di Storia Contemporanea hanno dedicato un pomeriggio a discuterlo, alla presenza di un numeroso e attento pubblico e introdotto con conseuta competenza e rigore da Piero Stefani.
In questa sede, in perfetta coerenza con il titolo della rubrica, richiamo l’attenzione sulla parte dedicata ai poveri. In particolare su un punto di analisi di filosofia sociale e politica di grande innovazione. Là dove papa Francesco scrive: “Così come il comandamento ‘non uccidere’ pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire ‘no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità’. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Oggi tutto entra nel gioco della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi di oggi non sono ‘sfruttati’, ma rifiuti, ‘avanzi’, scarti…”.
Ecco il punto di analisi sociale nuovo! Rispetto alla modernità che abbiamo conosciuto dalle origini fino ad oggi, in cui la dialettica tra sfruttatori e sfruttati (l’hegheliana dialettica tra ‘servo e padrone’…) ha costituito uno dei motori del progresso sociale e democratico, l’attuale condizione di ‘scarto’ in cui viene a trovarsi una parte larga di umanità nel mondo, rivela questa verità tragica: tu, escluso, non sei più un ‘attore sociale’! Sei niente! Non esisti! Sei uno ‘scarto’ da gettare e ignorare! Conseguentemente, papa Francesco rifiuta le soluzioni assistenziali e di carità, mettendo a fuoco la natura politico-sociale del problema della povertà nel tempo del liberismo sfrenato e senza limiti. Dunque, la figura del ‘povero’ non come persona ‘solo’ da sfamare, ma come soggetto da rendere protagonista della propria emancipazione. Non a caso, alcune parte del documento riecheggiano temi e soluzioni della “Teologia della Liberazione”: “La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere… I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. L’iniquità è la radice dei mali sociali”.
Se solo esistesse un interlocutore politico (a livello mondiale e nazionale) adeguato a questa analisi, potremmo tornare a sperare in un futuro meno fosco!

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A Ferrara il Comune sostiene la street art. Ecco la mappa dei murales autorizzati

Guerra dichiarata alla street art. O no? Da sempre murales, graffiti e scritte sui muri attraggono l’attenzione, gridano slogan, indispongono o colpiscono per l’efficacia delle parole, per la forza di segni e colori. Così uno street artist come Banksy ha alle costole la polizia di New York, ma le sue opere fuorilegge arrivano a sfiorare quotazioni da quasi due milioni di dollari. Più vicino a noi, a Bologna, due mesi fa la polizia municipale del sindaco Virginio Merola denuncia la street artist Alicè per il reato di “imbrattamento reiterato”. L’artista, all’anagrafe Alice Pasquini, ha infatti ammesso di aver disegnato ragazzi e bambini un po’ sognanti a una fermata della Bolognina, ma anche in spazi del centro storico, come via Zamboni, via Centotrecento, via del Pratello e via Mascarella. Da questo mese poi, sempre a Bologna, parte l’azione della squadra anti-graffiti. Il Comune stanzia 500mila euro e coinvolge tre cooperative sociali della città che, per tutto il 2014, andranno prima a ripulire i muri, poi a ritinteggiarli applicando una vernice protettiva per facilitare eventuali, prossime rimozioni.

Ferrara, invece, sceglie una terza via: non denuncia e non finanzia squadre di cancellatori, ma punta al dialogo per sostenere questa forma di espressione. L’appoggio arriva niente meno che dall’amministrazione comunale, assessorato alle politiche giovanili. In cambio del supporto istituzionale, agli appassionati di spray e scritte viene chiesto di presentare uno schizzo del disegno, di limitarsi a colorare edifici autorizzati, che il Comune ha in gestione, fuori dal centro storico e soprattutto mai su muri di palazzi o monumenti storici. Succede dal 2007 con un progetto che si chiama “Graffi a Fe”.

Chi avesse voglia di vedere quello che il gruppo di ragazzi realizza chiamando in aiuto anche street artist di altre città italiane può mettere scarpe comode o, ancora meglio, salire in sella a una bici. Il tour dell’arte di strada scorre ai margini di quella del Rinascimento estense. Le opere più recenti sono quelle del Palapalestre, il palazzetto sportivo di via Tumiati, angolo con Porta Catena. Lì un anno fa – racconta il referente di Area Giovani del Comune, Mario Zappaterra – si realizza il lavoro in collaborazione tra amministrazione cittadina e sezione ferrarese del Coni, il Comitato olimpico nazionale italiano. L’obiettivo: dare vivacità alla zona, abbastanza anonima, e al palazzetto. Tremila euro di investimento tra impalcature, strutture, autogru e vernici e un’indicazione di massima, che è quella di mantenere la creatività in ambito sportivo. Il risultato? Quattro pareti colorate che vedono da un lato due giganteschi pugili e un arbitro, da quello opposto un giocatore di basket, sul retro una sorta di striscia a tema sentimentale, e, sulla facciata d’ingresso, palloni con guantoni, spada da scherma e segni colorati.

Con in tasca un tesserino di autorizzazione del Comune, i graffitari ferraresi nella primavera del 2012 hanno disegnato giganteschi bambini sulle pareti in cemento della scuola elementare Don Milani, via Pacinotti 48. Nell’autunno 2011 il festival “Internazionale” include nel suo programma il loro intervento artistico nell’area del parcheggio di Rampari di San Paolo. Sul grande muro in cemento senza finestre si materializza il personaggio di Doc, lo scienziato visionario protagonista del film “Ritorno al futuro”. Tra gli altri interventi autorizzati: quello del sottopasso di via Verga; il murales della scuola Itis, via Pontegradella 25; la sede di Area Giovani, via Labriola 11; quella del centro di partecipazione giovanile L’Urlo nel quartiere di Barco, via Bentivoglio 215. Nuovi disegni, poi, ogni tanto si sovrappongono e coprono o modificano quelli precedenti in una continua evoluzione.

Oltre a castello, duomo e pampato, Ferrara è anche questo. Muri che si trasformano in un panorama inaspettato per farci guardare il mondo con altri occhi.

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La Peppa Pig: il successo di una famiglia “ideale”

Basta guardarsi intorno, dai negozi di giocattoli, ai supermercati alimentari, fino agli autogrill in autostrada: dovunque il mito della Peppa Pig imperversa: magliette, tazze, zaini, libri, CD, gadget. Alla televisione, sui canali dedicati all’intrattenimento dei piccoli è questo il cartone che riceve maggiore spazio. Peppa Pig è un cartone animato britannico, creato nel 2004 e diretto ad un pubblico di bambini: ogni episodio è di cinque minuti.
Della Peppa sappiamo tutto: ha un padre, una madre, un fratellino, un nonno e una nonna. Ci sono personaggi minori di contorno: un coniglio, un orso, una pecora e molti altri.
Peppa è la figlia maggiore di Papà Pig e Mamma Pig. Frequenta la scuola materna, è simpatica e ubbidiente. Ama giocare con il suo fratellino George, che ha due anni e la passione dei dinosauri. Come la gran parte dei bambini, George non ama le verdure, ma adora le torte al cioccolato; George è timido, ma sa fischiare bene, suona un corno ed è un eccellente pattinatore sul ghiaccio.
La Peppa e il fratellino sono svegli ed educati, pronti a farsi coinvolgere in ogni iniziativa politicamente corretta che i genitori propongano loro, compresa quella della raccolta differenziata o della semina delle verdure nell’orto.
Le situazioni sono quelle della vita quotidiana, con gioie e problemi universali. Tutti i ruoli sono rispettati. Il padre è colui che padroneggia il sapere (risolve equazioni matematiche difficili), ma non sempre ha sufficiente buonsenso nella vita quotidiana; è però un ottimo ballerino, un bravo pittore, un valido batterista e suona la fisarmonica. La madre è una casalinga che lavora da casa tramite il computer. Viene descritta come diligente e attenta – che altre doti dovrebbe avere una madre? Perfettamente pacificata nella doppia presenza – avremmo detto in altri tempi – è una cuoca provetta e sforna deliziosi biscotti e torte di cioccolato. Il nonno è saggio, colto ma anche divertente. Organizza spesso vari giochi e divertimenti per i piccoli ed è abile nel riparare oggetti. Ha la passione per l’astronomia e ha un orto dove coltiva piantine di pomodori e ha alberi di mele. La nonna coltiva l’orto – e perché poi le nonne dovrebbero fare altro, una volta raggiunta un’età compatibile con la pensione? Ama la tranquillità, ha tre galline ed è una appassionata collezionatrice di cappellini. Anche le nonne possono permettersi un tocco di patetica civetteria, si sa!
Un idilliaco quadretto rassicurante, un mondo perfetto, non c’è che dire, in cui tutti sono disposti a cooperare e a trovare soluzioni per i piccoli guai di ogni giorno. Tutti hanno tempo da condividere, non c’è ombra di stanchezza in quella famiglia.
Maialini e maialine, come femmine e maschi di ogni specie, sanno qual è il loro posto nel mondo: i maschi coltivano doti di ingegno e le femmine doti di mitezza e di cura! Sarà questa la ragione del successo del cartone animato? Tante situazioni di vita quotidiana risolte in un idilliaco quadro di giochi e di comprensione reciproca.
Questo mondo “perfetto” mi sembra, in realtà, molto vecchio e stucchevole nella sua pretesa di annullare ogni contraddizione. Eppure, pare che oggi nessuno si ponga più il problema di contrastare gli stereotipi di genere, né con diversi modelli di comportamento e, neppure, con proposte di gioco meno segnate dai luoghi comuni.

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Gestione integrata dei servizi con un occhio ai bisogni e l’altro all’ambiente

Rifiuti e acqua sono comparti strategici in cui prevale l’esigenza di soddisfare bisogni individuali, ma su cui pesano importanti esigenze ambientali collettive connesse all’utilizzo sostenibile delle risorse naturali e dunque riconducibili a linee di politica ambientale.
Le forti implicazioni territoriali di questi due settori sono evidenti così come fondamentale è l’esigenza di ricercare soddisfacenti soluzioni locali. Si tratta di una importante scelta di fondo perché fa prevalere la componente ambientale rispetto a quella del mercato dei servizi pubblici. E’ sentita dunque la necessità di affrontare questo comparto con riguardo all’impatto sull’ambiente e al contempo con modalità di gestione attente all’efficienza produttiva e all’organizzazione industriale. Entrambi i settori risentono infatti di una cronica carenza di servizio e di regolazione dell’offerta; deve dunque essere ricercato un necessario equilibrio tra soddisfazione di bisogni ambientali collettivi ed esigenze di politica industriale. Se da una parte dunque è riconosciuta una reale arretratezza del settore dall’altro lato però complessivamente si deve considerare come il settore sia economicamente interessante e soprattutto socialmente indispensabile. Il forte processo di trasformazione in atto è quindi promosso da spinte marcatamente innovative sia istituzionali che imprenditoriali orientate a favorire la realizzazione di sistemi integrati, di ambiti territoriali omogenei, di sviluppi impiantistici con coinvolgimento industriale.
E’ in crescita comunque la gestione integrata dei servizi energetici ed ambientali sia per i processi di unificazione avvenuti in molte città sia per la costante implementazione delle competenze operative delle aziende pubbliche che nel tempo stanno sviluppando crescenti capacità competitive su un mercato complessivo dei servizi collettivi. La modernizzazione passa infatti attraverso la capacità di accedere a risorse (economiche, tecnologiche, umane) che si originano su mercati sempre più dinamici ed aperti; ai gestori si chiede di realizzare cicli tecnologici sofisticati e di organizzare la filiera. Mentre la competizione non è più quella tra modelli organizzativi (ad esempio pubblico-privato), ma tra filiere tecnologiche, variamente coordinate e integrate, nelle quali pubblico e privato non sono antagonisti, ma funzionali l’uno all’altro. Si sta avviando dunque un contesto altamente dinamico nel quale si mescolano efficacemente molte variabili che vanno dalla efficacia della pianificazione, alla capacità di ottenere consenso, al legame con il territorio, alla capacità organizzativa, a cicli tecnologici sofisticati, alla capacità di aggregare settori contigui (mercato materie seconde, produttori-distributori…), all’accesso a risorse economiche, finanziarie, umane, tecnologiche in un mercato competitivo spesso internazionale. Nel quadro di economie aperte occorre avere una forte capacità di innovazione delle istituzioni e degli strumenti di governo del territori; definizione di progetti di sviluppo, ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati) a livello territoriale.
L’obiettivo è di migliorare l’efficienza economica e la qualità dei servizi idrici integrati e dei servizi di gestione dei rifiuti urbani, insieme.

berna

Il peso dell’italianità

Conosco la città di Berna per lunghe frequentazioni svolte in un numero assai rispettabile di anni. In quella civile città un po’ noiosetta come si può presumere dal suo ruolo di capitale politica della confederazione svizzera ho molti amici e conoscenti che vanno dal detentore della cattedra di letteratura italiana all’Università mio amatissimo giovane collega e allievo e in più, che non fa male, ferrarese! Stefano Prandi. L’amica di una vita Margherita Visentini con cui da tempo immemorabile collaboriamo sulla storia del giardino che insegna al Politecnico di Milano, figlia del ministro Visentini e moglie di un grandissimo ricercatore Angelo Azzi a cui fu affidato un importantissimo istituto di ricerca a Berna . E, tra gli altri conoscenti, altri veri amici tra cui il mio dentista che alla sua morte fu sostituito da una figlia all’avanguardia nella ricerca odontoiatrica Luisa la cui madre Serena, fiorentina, è stata per anni responsabile della Dante Alighieri. Non è per esibire patenti di nobiltà culturali ma per dire che nella civile Svizzera e ancor nella più civile Berna, il sindaco si è lasciato andare seppur, dice lui in un momento di “comicità, che non rinnega, i suoi intollerabili commenti sulla natura e il fisico degli italiani. Non credo che il signor Alexander Tschäppät, sindaco socialista di Berna avrebbe ripetuto le stesse insultanti offese alle cene eleganti dove sarebbero stati presenti i miei amici. E questo è ancora più grave perché i giudizi erano stati pronunciati in uno sketch di un quarto d’ora sul palco di uno spettacolo itinerante: alcuni giudizi? “ Gli italiani e i napoletani? Troppo pigri per lavorare” o che sono tali perché di bassa statura. Ignobile. Il peggio è che non ha ritenuto opportuno ritrattare. Anzi! Sembra quasi che sia stato fatto apposta come prodromo ad una campagna anti-immigrazione. E’ inutile commentare quale sia stata l’odissea dei lavoratori italiani in Svizzera. Libri, film, documenti sono stati già esibiti. E se ora non gli italiani di Svizzera ma gli italiani che sono diventati svizzeri non protestano con dignità e rigore queste parole umilieranno soprattutto la città di Berna dove spero che mister Tschäppät non sarà più ricevuto dalla comunità italiana della città. E io so bene quanto sia importante essere ricevuto nei circoli che contano! Si possono accettare e rovesciare in fatti positivi certi atteggiamenti che danno noia proprio per la loro “elveticità” Ricordo con stupore e incredulità l’episodio che mi coinvolse un giorno con la mia canina Lilla a cui diligentemente avevo fatto fare i bisogni in giardino. Uscì la poverina e incautamente fece pipì vicino ad un albero. Apriti cielo! Signore urlanti mi chiesero minacciosamente come avevo osato non provvedere. Commentando “ i soliti italiani!” Poi ho capito. Quando si portano i bambini a giocare con i cani nei parchi in zona a loro rigorosamente riservata , i bambini sono muniti di carte asciuganti che diligentemente devono usare per assorbire le pipì dei loro compagni di gioco. Potrei commentare “ i soliti svizzeri!” ma il razzismo è cattivo consigliere. Quanta amarezza in tutto questo. E ora che lo scandalo italiano dell’immigrazione sta pian piano esaurendosi non è male ricordare quello che noi abbiamo patito e che ora verrebbe riproposto salvo poi prosperare sull’evasione fiscale dei paradisi svizzeri. Sono soprattutto amareggiato perché non ce lo meritiamo. Ma nella virtuosa Svizzera, nell’elegante Berna il sindaco questo ce lo poteva risparmiare. E se volessi essere snob che è l’unico atteggiamento per me di ricambiare i giudizi incauti direi “ che cattivo gusto!” che per lui sarebbe il massimo dell’offesa, essendo un poveretto in cerca di notorietà.

bradamante

Lo sguardo femminile nel romanzo storico ferrarese

MARTA MALAGUTTI DOMENEGHETTI
a 90 anni dalla nascita

Laureata in Lettere e Filosofia, dopo aver insegnato per molti anni Marta Malagutti Domeneghetti (1923-2011) ha esordito come scrittrice alla bella età di sessantanove anni, pubblicando Sui passi di Marchesella. Cronache ferraresi del XII secolo (1992), il primo degli originali romanzi storici con i quali si è meritata il valore letterario oggi riconosciutole. In questo prediletto ambito autoriale ha in seguito dato alle stampe: Olimpia Morata (1995), Marietta. Una patriota del Risorgimento ferrarese (1996), Cubitosa d’Este. La marchesa degli incantesimi nella Ferrara del XIII secolo (1999), Bianca Maria d’Este e l’enigma di Schifanoia (2003), La vergine e l’unicorno. Polissena d’Este Romei (2006) e Bradamante d’Este e l’infamia di Zenzalino (2009). L’atipicità di questi romanzi storici, tutti dedicati a straordinarie figure femminili, risiede nella struttura letteraria adottata, quella della narrazione in “prima persona”, mediante l’identificazione diretta dell’autrice con la protagonista.
Quantunque, al riguardo, osservi acutamente lo studioso Claudio Cazzola nella sua prefazione a La vergine e l’unicorno. Polissena d’Este Romei: «Sgombriamo immediatamente il campo da un possibile ed insidioso equivoco, quello cioè di ricorrere al nome dell’Autrice e, di conseguenza, giungere all’ovvia e perciò banale spiegazione dell’artificio adottato mediante la identificazione fra le due figure (Polissena e l’Autrice). L’assunto viceversa è un altro, qual è quello di osservare, e descrivere, i fatti con occhi femminili – subalterni per tradizione antropologica e proprio per questo capaci di vedere altro – e nel contempo di svelare, attraverso la scrittura di sé, quanta potenza repressa sia nascosta nelle pieghe del cuore di una donna, quando essa sia costretta dalle convenzioni sociali a subire decisioni altrui, e maschili».
Marta Malagutti Domeneghetti ha scritto vari altri libri, sperimentando diversi generi letterari, in particolare ha pubblicato volumi in forma semi diaristica e sillogi poetiche: Viale per l’infinito (1994), Quando i poeti si innamorano (1995), Cammin… poetando (1996), Il segreto del Verginese (1996), La cà in rosa e àltar culór (1997), Io e la guerra, una scomoda convivenza (1998), Con penna e pennello in giro per l’Europa (1998), A.A.A. Liriche dal mondo (1999), Ferrara. Frammenti di storia in versi (2000, illustrazioni di Rosamaria Benini).
Il suo ultimo romanzo storico è Bradamante d’Este e l’infamia di Zenzalino: quasi un “noir rinascimentale”. Scrive infatti Riccardo Roversi nella nota di copertina: «Bradamante è nome illustre e avventuroso: è infatti l’eroina che compare nell’Orlando innamorato del Boiardo e nell’Orlando furioso dell’Ariosto, nonché un personaggio de Il cavaliere inesistente di Calvino. Ma la Bradamante d’Este qui rievocata – e letterariamente sublimata – da Marta Malagutti Domeneghetti è, insieme alla sorella Marfisa, figlia illegittima di Francesco d’Este […]. Bradamante sposò il conte Ercole Bevilacqua, che in seguito si invaghì della bella Anna Guarini (figlia del poeta Giovan Battista Guarini), la quale nel 1585 si sposò con il conte Ercole Trotti, che la assassinò nel 1598 dopo averla accusata, ingiustamente, di aver intrattenuto una relazione appunto con Ercole, marito di Bradamante. Arte, amore e infamie: sono gli ingredienti di questo giallo storico che avvince, commuove e che narra, quasi in metempsicosi con l’autrice, attraverso l’autentica voce della protagonista: proprio lei, Bradamante».

[Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013]

L’irreprensibile Masotti, il fascio-razzista Hyde

masotti-mussolinimasotti-kyangeApparenza garbata, battuta pronta e spesso tagliente, incedere raffinato, modi signorili. Ma dietro all’affabile dottor Massimo Masotti, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Ferrara e rispettato addetto alle relazioni esterne dei Lions, si cela un mister Hyde apologeta del peggior fascismo, quello condito in salsa razzista.
Così, l’irreprensibile medico dalla sua pagina Facebook esibisce la passione del alter ego per il duce, che in elmetto se la piglia con gli immigrati; e ne mostra la vena goliardica, laddove sbeffeggia il ministro Kyenge o appella con pesante ironia la presidente della Camera.
Scoperta la morbosa nostalgia per il Ventennio del Masotti-Hyde, possiamo ben immaginare a quale dottrina si ispiri il dottore quando, trasognato, ordina ai pazienti di dire ’33…

Leggi anche: Tre interrogativi attorno al caso Masotti

 

evasione-fiscale

“Più controlli e meno tasse”. Intanto gli evasori godono di autorevoli indulgenze

Nonostante i fiumi d’inchiostro versati e i timpani quasi sfondati dal tanto vociare, non è ancora ben chiaro se in Italia ci sia tanta evasione fiscale (sui 200 miliardi di euro) perché le tasse sono alte, oppure l’inverso.
Di certo non sta bene se ad essere comprensivi sul fenomeno sono proprio gli uomini delle istituzioni. Alcuni elogiano il parlare chiaro di certe lingue non di legno, finalmente sintonizzate sul sentire comune.
Il problema è che la politica non dovrebbe lisciare il pelo a quelli che scantonano. Primo, perché coloro che non lo fanno (o che non lo possono fare) fanno la figura dei cornuti e mazziati, il che alla lunga sbriciola, e non unisce, un paese, se proprio si vuole usare la parola responsabilità per quello che vuol dire.
Secondo, perché la politica dovrebbe prendere provvedimenti e parlare di meno. È sconsolante che nel 2013 dopo Cristo, si debba ancora puntualizzare cose che dovrebbero essere l’a-b-c della cultura istituzionale.
Ma torniamo alle tasse. Stando al documento di economia e finanza del governo, in Italia la pressione fiscale nel 2013 è al 44,4 per cento. Lo scrivono Renzo Orsi, Davide Raggi e Francesco Turino su www.lavoce.info e il divario rispetto alla media europea è di almeno cinque punti.
Se non si fosse capito, qui i cattivi siamo noi.
Sembra che qualcuno abbia voluto considerare il quattro il numero perfetto. Andando dritti al dunque, da studi e curve tirate su assi cartesiani emerge che più alte sono le tasse e maggiore la tendenza a non pagarle.
È necessario, quindi, che la pressione fiscale diminuisca. Tanto che, scrivono i tre, chi volesse spingersi oltre tali vertici di spremitura deve sapere che il risultato è addirittura una riduzione del gettito, cioè di quanto entra in cassa.
Fin qui tutto chiaro.
Ma come fare in concreto, visto che in tanti dicono che la pressione deve calare, mentre il risultato è sempre il contrario?
Gli autori dell’articolo Ridurre le tasse si deve prendono in considerazione tre scenari: l’ipotesi abbassamento di due punti percentuali della pressione su famiglie e imprese, l’aumento dei controlli della Guardia di finanza ad aliquote invariate e, infine, un mix di queste due leve.
Conti alla mano, solo la terza opzione garantirebbe il risultato ottimale di non creare buchi nei conti pubblici e nello stesso tempo disincentivare l’evasione, oltre a lasciare in giro più soldi per sostenere consumi e crescita.
Con il primo sistema, infatti, calando semplicemente le tasse bisogna essere consapevoli che si andrebbe incontro inizialmente ad almeno dieci trimestri di minor gettito.
Hai voglia poi a pretendere dall’inquilino del momento a Palazzo Chigi che vada a picchiare i pugni sui tavoli di Bruxelles, se alla domanda come siamo messi col pareggio di bilancio, nel frattempo scritto in Costituzione, si diventa rossi di vergogna.
Nemmeno la strada dei soli controlli sembra dare risultati migliori. Nel breve periodo aumenterebbero in effetti le entrate pubbliche, ma parallelamente diminuirebbero gli euro nelle tasche dei privati. Il risultato finale è che in giro ci sarebbero meno soldi da spendere, l’economia si avviterebbe e alla fine anche lo Stato rimarrebbe in braghe di tela.
Detto così, sembra tutto logico.
Eppure ciò a cui abbiamo assistito in questi mesi fra governo e parlamento è degno del film Profondo rosso, soprattutto per il ragioniere generale dello Stato.
Prima qualcuno ha addirittura promesso agli italiani in campagna elettorale che avrebbe restituito l’Imu 2012.
Come spesso accade, deve essere caduta la linea. Poi c’è stato il tira e molla sull’eliminazione dell’imposta sulla prima casa, con coperture finanziarie che andavano e venivano come i passeggeri di un autobus, e la parallela sostituzione con Tasi, Tari, Trise, Tares e, infine, Iuc.
Almeno due le conseguenze di una manovra i cui stessi genitori hanno detto che sarebbe spettato al parlamento migliorarla nei punti deboli, salvo poi puntare il dito sulle Camere se dopo la raffica di emendamenti nessuno sa più quale sia la testa e la coda.
La prima è il buco che si verrebbe a creare nelle casse dei Comuni dopo questa polka tributaria, con il rischio in più, è stato scritto, di far pagare poco a chi ha tanto e troppo a chi non ha più nemmeno gli occhi per piangere.
La seconda è che cresce la sensazione, in una politica fiscale sempre più simile al gioco delle tre carte, di pagare di più la tassa nuova di quella che è stata appena eliminata con tanto di lieto annuncio dato via etere agli italiani.
Il tutto mentre, da un lato, per settimane si è disquisito sulla ventina di euro in più in busta paga per l’abbassamento del cuneo fiscale e, dall’altro, si viene a sapere che la politica in Italia costa 23 miliardi l’anno, cioè più di 750 euro a cittadino.
Come ha detto una volta un giornalista sportivo: sono cose che fanno male al calcio e allo sport in generale.

Austria, Svezia e Germania leader nel trattamento dei rifiuti ma l’Italia non sfigura

di Mario Sunseri

2.SEGUE – E arriviamo al nostro mondo, che ora forse, dopo aver provato a non guardare fissamente solo a noi stessi, non ci appare più così arretrato nell’affrontare il problema. Europa, Giappone, Corea sono leader nella gestione rifiuti e l’Italia ha molto di cui andare fiera: alcune Regioni hanno i più alti livelli di riciclaggio al mondo, sono attivi numerosi impianti moderni che trattano i rifiuti organici, recuperano energia sia attraverso il trattamento termico che la digestione anaerobica, si raggiungono buoni livelli di riciclaggio degli imballaggi, e sono attivi schemi di responsabilità dei produttori per numerosi tipi di rifiuti, tra cui batterie, oli esausti, veicoli a fine vita, rifiuti elettrici ed elettronici. Con rare eccezioni, i nostri cittadini non devono affrontare i rischi sanitari dei rifiuti abbandonati e i nostri fiumi, città, coste sono in genere liberi dai rifiuti. Ma questo costa: ognuno paga in media circa quasi 200 €/a per garantire questi livelli di sicurezza ma, come il Sud Italia dimostra, non sempre ci riusciamo. Spesso ci si sente chiedere “quale nazione ha il sistema migliore?”. Prima di tutto ci si dovrebbe chiedere cosa si vuole dal ‘sistema’: è più importante il recupero dei materiali per le industrie nazionali o il recupero di calore ed energia per le case e le attività dei cittadini. Vi è però un consenso diffuso tra gli esperti e le industrie del settore sul fatto che nazioni quali Austria, Svezia, Germania abbiano messo in opera sistemi di gestione efficaci: riciclaggio attorno al 50%, recupero energetico attorno al 50%, basso ricorso alla discarica. I rifiuti biodegradabili non sono avviati a discarica, non ci sono abbandoni illegali, i controlli pubblici sono elevati e i rischi sanitari sono controllati e rimangono al di sotto delle soglie stabilite come accettabili.
Un altro tema delicato è il commercio dei rifiuti e in particolare quelli pericolosi. Nel 2007 i rifiuti pericolosi commercializzati nel mondo sono stati 191 milioni di tonnellate, ma in che direzione si sono mossi? La percentuale di rifiuti esportati è correlata direttamente al reddito nazionale: più si è ricchi più si consuma e più si esporta. Le cose cambiano per l’importazione: anche se le nazioni di vecchia industrializzazione, soprattutto quelle come la Germania dotate di impianti di trattamento dei rifiuti pericolosi, importano le quantità maggiori, le nazioni in via di sviluppo importano rifiuti in maniera sproporzionata, 39%, rispetto alla loro percentuale di reddito globale, 22%. E questi sono solo i dati ufficiali, che non riescono a dare conto dei traffici illegali. Il fatto che il 39% dei rifiuti del mondo nel 2007 si è mosso verso paesi non-Ocse, che non sono in grado di gestire adeguatamente un flusso così elevato, indipendentemente dal fatto che siano pericolosi o meno, è indicazione dell’enorme pressione ambientale e sociale esercitata verso nazioni in condizioni di fragilità normativa e economica e prive delle strutture industriali adeguate a trattare i rifiuti pericolosi.
In conclusione il mondo è diventato più ricco e uno dei prezzi pagati sono i nostri rifiuti. Dobbiamo spostare le risorse verso attività più sobrie: ripulire e riordinare. I migliori sistemi di gestione rifiuti e le tecnologie messi alla prova nei paesi industrializzati devono essere resi disponibili a scala globale, per essere adattati alle diverse realtà nazionali. Le risorse messe in campo devono essere raccolte distribuite per rendere efficaci ed efficienti i risultati a livello globale e non solo locale. Un piccolo incremento dell’impegno economico dedicato nei paesi industrializzati comporterebbe risultati enormi dal punto di vista ambientale se utilizzo per migliorare i sistemi di gestione dei rifiuti nei paesi a basso reddito.
Questa è la missione che Iswa si è data e che diviene sempre più urgente al crescere di popolazione, ricchezza e consumi: promuovere una gestione rifiuti sostenibile nel mondo (si veda www.iswa.org e www.atiaiswa.it).

2 – FINE

Leggi la prima parte

Sintesi dell’articolo pubblicato nel magazine Equilibri 79 (rivista pubblicata dal COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati)  “Gestione dei rifiuti urbani e pericolosi: il Pianeta è divisa in tre mondi diversi” scritto da David Newman, il Presidente dell’Associazione ATIA ISWA Italia, Mario Sunseri, membro del Consiglio Direttivo e direttore di www.rifiutilab.it e Simonetta Tunesi, membro del Comitato Tecnico.