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Lo “scandalo” dopo la tragedia: solite domande, solita retorica

Puntuale, dopo la tragedia, viene a galla lo scandalo! A Prato, dietro ai morti, si scopre un distretto intero (una grande area pubblica della città di lavoro e vita sociale…) cresciuta all’insegna dell’illegalità e dello schiavismo. E puntuali si ripropongono le ‘domande-accuse’: dov’erano in questi anni lo Stato di Diritto, la Regione Toscana, il Comune, la politica, la sinistra, il Pd, i sindacati, l’informazione? Diceva il filosofo Ludwig Wittgenstein: “Ecco la roccia contro cui si piega la vanga!” La roccia è questa realtà di fatti durissimi; la vanga sono le ‘chiacchiere’ di una politica retorica, demagogica, parolaia, inconcludente, impotente. Al toscano Renzi e agli altri candidati delle primarie va chiesto: cosa fareste per bonificare questa piaga immonda dello schiavismo del lavoro e dell’illegalità?

Simone Merli

Merli apre alla città: “Nelle liste del Pd vorrei anche gli indipendenti”

“Considerate le drammatiche difficoltà del momento che riguardano chiunque, con gente che perde il lavoro e altra che fatica a trovarlo, problemi per le famiglie da tutti i punti di vista, tagli ai Comuni, mi sembra che la giunta stia facendo bene la sua parte”. Così Simone Merli, segretario cittadino del Pd, respinge le critiche di chi imputa all’Amministrazione comunale un basso profilo. “L’accusa, per tradurla nel gergo calcistico, è che manca lo spunto del numero 10? Beh io dico che oggi il numero 10 è quello che risolve i problemi e credo che Tagliani e la giunta siano riusciti a risolverne buona parte. Per completare l’opera servono altri cinque anni di lavoro, durante i quali magari mettere assieme anche qualche idea che possa essere di slancio. Però questa è una responsabilità che deve essere della città nel suo insieme a cominciare dall’Università”.
C’è un dialogo aperto?
“Pensiamo al teatro Verdi o al progetto Grisù: con il coinvolgimento di professionisti ed esperti sono state fatte cose significative. Però il rapporto deve intensificarsi, divenire prassi. Tutto coloro che vogliono bene a questa città ci mettano competenza e passione, non lascino la giunta da sola ma si rimbocchino le maniche, dicano quello che pensano e diano una mano”.
Quali i fiori all’occhiello di questo primo mandato?
“Essere riusciti a mantenere un livello culturale elevato in queste condizioni è stato importante: significa credere a un investimento che ha dato ricchezza e prestigio alla città. La seconda cosa è la riduzione del debito, troppo spesso considerato un tecnicismo. Invece è la condizione per fare nuove operazione e non lasciare a chi verrà dopo di noi altre passivi da dover sanare. Inoltre si è riusciti a mantenere la capacità di intervento nei servizi sociali, nella scuola e nel comparto dei lavori pubblici”.
Qualche esempio?
“Internazionale, i già citati teatro Verdi e Grisù. Per quanto riguarda servizi sociali e scuola e più difficile indicare cose concrete, perché a qualificarli è il silenzioso ma prezioso lavorio quotidiano degli operatori e delle strutture. Nella scuola però c’è stata finalmente l’apertura del nuovo asilo di via del Salice…”
E cosa invece si attendeva e non è stato fatto?
“Probabilmente ci dovremo impegnare di più per rendere questa città maggiormente attrattiva dal punto di vista imprenditoriale, per creare nuovi posti di lavoro. Avevamo approvato una delibera che introduceva una riduzione dell’Imu per le nuove imprese e per quelle che avessero rilevato aziende fallite, ma il governo Monti ce l’ha bocciata considerando l’intervento al di fuori delle nostre competenze legislative”.
Colgo un pieno allineamento sull’azione della Giunta. Nessuna riserva, nessun distinguo?
“Capisco che può sembrare un atteggiamento tattico o diplomatico, ma la verità è che le decisioni sono precedute da un approfondito confronto, quindi se ci sono elementi controversi vengono affrontati e risolti prima. Non è che un partito debba per forza pubblicamente dissentire per marcare la propria presenza”.
E alla critica del professor Venturi che sostanzialmente imputa alla Giunta di non dispiegare una vera politica della cultura e la sferza a pensare in grande cosa risponde?
“Al mio amico Gianni Venturi dico che è legittima la sua opinione e fa bene a venire allo scoperto per stimolare il confronto, utile a capire se si può fare di più e meglio. Vorremmo riuscire a mettere attorno a un tavolo coloro che hanno idee e proposte da discutere. Con Ferrara 2020 come partito lo stiamo già facendo da un anno e mezzo, ragionando ogni settimana attorno ai vari ambiti della vita cittadina anche con i non iscritti per trovare idee e soluzioni”.
In primavera si vota. Scontata la rielezione di Tagliani?
“Ho imparato che in politica non c’è nulla di scontato. Alla fine della conta se avremo un voto più degli altri avremo vinto! Guai alle sottovalutazioni. Oltretutto il clima sociale è pesante. Però conosciamo a fondo la città e abbiamo le capacità per affrontare i suoi problemi e rispondere alle sue esigenze”.
L’impressione è che l’opposizione, abbastanza lacerata, vi stia dando una mano…
Vero, ma sono anche convinto che l’opposizione fatichi a non condividere l’azione che viene svolta…”.
Siete troppo bravi?
“Diciamo che le cose che si fanno sono sensate e persone responsabili non possono non tenerne conto”.
In tema di alleanze, rispetto a Sel si coglie un atteggiamento ambivalente.
“Con Sel il dialogo è positivo e lo immaginiamo come nostro alleato nel governo della città perché interpreta in modo moderno il proprio patrimonio ideale. Nelle altre espressioni della sinistra vedo un mondo politico superato, c’è rispetto ma non sussistono i presupposti per lavorare insieme”.
La squadra di giunta va bene così o deve essere corretta?
“Ci penserà il sindaco. I partiti è giusto che facciano le loro valutazioni ma la scelta finale spetta a lui. Tagliani ha la capacità di leggere e interpretare quali sono i bisogni: di conseguenza deciderà se serve il contributo di nuove figure o se qualcuno andrà avvicendato”.
A proposito del sindaco, vi ha infastidito quella sua esternazione dei mesi scorsi quando dichiarò che i candidati si sarebbero presentati con la sua maglia? O era concordata?
“La lista del sindaco non ci sarà. Comunque no, l’uscita non era concordata, ma neppure ci ha infastidito. Anzi, io stesso avevo detto qualcosa di analogo in quel periodo. Noi immaginiamo una coalizione fatta da Pd e Sel con l’apporto di espressioni di un mondo civico fatto da saperi, professioni, nuove competenze. Chi ha voglia di mettersi a disposizione della giunta e della città deve trovare spazio. Lo stesso penso per il Pd, dobbiamo dare spazio, anche in lista, agli indipendenti, sto già incontrando figure rappresentative alle quali chiedo la disponibilità di lavorare insieme senza dover aderire organicamente”.
Allargando lo sguardo al quadro nazionale in vista dell’elezione del vostro nuovo segretario, a lei non si può dire d’essere saltato sul carro del (presunto) vincitore, ci si era accomodato già al principio della corsa.
Spalanca le braccia. “Vero, però penso che al di là di qualche opportunismo tanti si siano ricreduti sinceramente su Renzi e credo che lo stesso Renzi in quest’ultimo anno sia cresciuto e maturato politicamente. Personalmente gli avevo suggerito di fare attenzione alle ambiguità dell’idea di rottamazione e al rischio che assumesse un connotato solamente anagrafico. Bisogna guardare ciò che la gente ha fatto, non l’età. Ci sono persone che hanno dato a questo Paese e a questo partito la vita senza chiedere nulla, senza mai avere un incarico. Per fare un esempio di casa nostra, crediamo che di uomini come Giancarlo Ziotti e Luciano Bratti non ci sia più bisogno? Io dico che meritano ogni giorno il nostro grazie”.
Infine un giudizio sul governo Letta. Si sente rappresentato?
“All’epoca dell’insediamento accolsi l’idea delle larghe intese, ma limitata a due obiettivi: interventi decisi immediata per contrastare l’emergenza economica e una nuova legge elettorale per tornare a votare in condizioni diverse. Non sono state fatti né gli uni né l’altra e non credo verranno fatti. E’ un governo nel quale non mi riconosco. Non ho costruito il Pd per arrivare alle larghe intese. Il nuovo centrodestra mi pare prigioniero di vecchie logiche e vecchie sudditanze, d’altronde vent’anni con Berlusconi non te li scrolli di dosso dalla sera alla mattina. Fra loro e noi c’è una differenza fondamentale. Loro hanno un padrone, noi no. E non è poco”.

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Il narratore-pizzaiolo finalista al Premio Strega: “Racconto la vita di paese”

Jeans, felpa con cappuccio, un piercing al sopracciglio sinistro e se gli chiedeste qual è il suo vero mestiere risponderebbe senza pensarci un attimo: “Il pizzaiolo”. E’ lo scrittore Cristiano Cavina, made in Casola Valsenio, classe 1974, incontrato alla presentazione del suo ultimo lavoro: Inutile Tentare Imprigionare Sogni (acronimo di I.T.I.S), uscito recentemente per Marcos Y Marcos. “Non mi piace dire d’essere uno scrittore, un po’ m’imbarazza. In paese sono semplicemente Cristiano, il pizzaiolo” – racconta con assoluta limpidezza e senz’ombra di falsa modestia Cavina, sette libri nel proprio carnet, finalista Premio Strega 2009 con I frutti dimenticati, Premio Castiglioncello e città di Vigevano 2007, e Premi Tondelli e Fenice Europa 2006. Si definisce un narratore, piuttosto: “Le mie storie sono legate al racconto orale: quanto ero bambino i miei nonni litigavano in continuazione ed erano i fatti del passato ad essere rivangati; lo stesso vale per i racconti epici che potevo ascoltare al bar di paese, tra una partita a carte e l’altra. Quelle per me sono Le storie. Per questo mi sento un narratore: metto la mia vita a disposizione dei miei libri”.

Cresciuto insieme alla madre e ai nonni in una colorita vita di paese, Cristiano Cavina proprio non amava andare a scuola ed è di questa spinosa vicenda che racconta nel suo Inutile Tentare Imprigionare Sogni, affidando al giovane Baldo Creonti, il protagonista, una sentitissima verità: “Per certe cose bisogna nascerci. Io non c’ero nato”. Ironico e profondo al tempo stesso, il libro consente al lettore di fare un salto tra i banchi di scuola, quelli dell’I.T.I.S Alberghetti di Imola, e di calarsi nei panni (e nei piccoli e grandi drammi) di un sedicenne che quella scuola proprio non la voleva frequentare. La figura centrale di una madre premurosa ed attenta, i fedeli ritratti dei compagni di scuola, di un primo non corrisposto amore e le caricature di bidelli e professori, a rendere queste pagine tenere e credibili. “Ho sempre saputo che un giorno avrei raccontato di quegli anni e del mio rapporto con la scuola. Volevo celebrare quel periodo della mia vita, dire ai miei ex compagni quanto è stato bello viverlo con loro” – aggiunge spontaneamente Cristiano Cavina. Una spontaneità che mette anche quando racconta dei curiosi episodi in cui, ad esempio, a causa dei suoi jeans e di una storica felpa dei Pearl Jam, una Serena Dandini impegnata ad intervistare i dieci finalisti del Premio Strega 2009 lo scambia per un fonico audio; o della reazione che professori e presidi hanno quando lo scrittore fa visita agli studenti nelle scuole: “Non è il genere di intellettuale che ci aspettavamo” – il commento che arriva puntualmente. E proprio perché impastato della stessa semplicità, è impossibile per il lettore non immaginare in Baldo Creonti, aspirante genio del crimine specializzato in Piani B, un alter ego di Cristiano Cavina che conclude confessando: “I fuori tema e i piani B mi hanno salvato la vita. Uscendo dal seminato, con i miei 9 in italiano fatti di temi creativamente reinterpretati, ho scoperto che da grande volevo scrivere”.

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Un’altra Irlanda (senza i negozietti di souvenir)

DUBLINO – Atterri a Dublino in un piovoso, surprise surprise, pomeriggio di dicembre. Alberi di natale e jingle bells. Esci dal megascalo e trovi ad aspettarti il pullmino verde del “Paddy tour” con l’immancabile lepricorno stampato sul fianco. Emozioni garantite: cliff of moher, hill of Tara, greggi di pecore, suonatori di violini e spettacolino fuori programma di Irish dance. Irish coffee e Standing ovation finale. Tutto molto bello ma anche tutto già immaginato. Torni a casa con un maglione di Aran ed un berretto in tweed. Una miriade di Like, sorrisi e commenti sui social networks. Foto ricordo e souvenirs. Di certo abbastanza global.
Ma c’è un altra Irlanda che incomincia sul “rapido” che da Huston Station ti porta a sud, nella regione del Munster, nella città di Cork. Terribilmente local. Te ne accorgi appena scendi a Kent Station, manca il negozietto dei souvenir e niente farmacia. Do not panick, in compenso troverai il primo pub non appena fuori dalla stazione. L’anonimato di Dublino lascia spazio a ritmi di paese, sei finalmente in Irlanda. Ai locali piace chiamarla anche The real capital, sia per la rivalità con Dublino che per essere stato un centro anti-trattato, l’accordo con il quale l’Inghilterra nel 1921 dava di fatto l’indipendenza all’Irlanda ma manteneva possesso dell’Ulster. Michael Collins, figliol prodigo; pagherà con la vita la firma del trattato proprio nelle campagne di Cork, assassinato in un imboscata l’anno successivo nei pressi di Bandon.
Cork, The rebel city, per la sua convivenza, storicamente mai pacifica con I sudditi di sua maestà è un importante ex polo commerciale, industriale e manifatturiero. l’economia si risolleva durante gli anni ruggenti della Celtic tiger. Call center ed aziende americane spuntano con i funghi. Il mistero della trinità viene momentaneamente sostituito da quello della triangolazione fiscale. Le periferie crescono a dismisura inglobando i villaggi limitrofi. Per rifare il centro il comune si rivolge ad archistar. Molta voglia di global. Ma nonostante tutto irrimediabilmente local. Nella Rebel City esci e ti sembra di fare una vasca in piazza. Stessi ritmi. In mezz’ora hai fatto il giro del centro e non sai più dove andare. Per fortuna c’è sempre un pub dietro l’angolo. Non ci sono zone franche per I turisti, la polvere non e nascosta sotto il tappetto. E forse proprio questo e’ il suo bello.

Il centro cittadino si sviluppa alla fine di un fiordo, secondo porto naturale più esteso al mondo dopo quello di Sidney, attorno ai due maggiori rami del fiume Lee che subito prima di aprirsi la corsa verso il mare si dirama in svariati corsi d’acqua, molti dei quali oggi ricoperti da strade e viali. Passeggi e incontri sempre il fiume. La campagna e il mare sono ancora lontani ma sulle sponde un innumerevole numero di gabbiani, aironi, altri pennuti che la mia ignoranza in ornitologia mi impedisce di identificare. Forse cormorani. Con un po’ di fortuna potresti vedere la foca che abita il fiume (qui aggiungo prova fotografica in quanto non pochi si chiederanno quante pints ho bevuto prima di avere avuto visione di suddetto mammifero…).

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Una foca nel fiume Lee

Continui a camminare per il centro, verso il mare non perdi mai di vista i resti imponenti del vecchio porto, ai lati le zone collinari dei quartieri popolari e della nobiltà che fu. La parte nord, “the north side”, è sicuramente la più interessante con le aree signorili di Sunday’s well e St. Lukes, quartieri residenziali caratterizzati da enormi palazzi dell’800 e di inizio ’900 dove spesso il cocciuto proprietario si ostina ancora a voler abitare, resistendo alla tentazione di trasferirsi nell’anonima periferia. Evitando di conseguenza di trasformare “the family mansion” in un alveare di insalubri monolocali per diseredati come già avvenuto in molte altre aree della città. Questione di tempo. Nel mezzo le aree popolari di Shandon e Blackpool. Cottage con il muschio sui tetti e negozietti improponibili inglobati dalla città. In cinque minuti passi dai campi da cricket e giardini botanici del Mardike ai compro tutto / svendo tutto di Shandon street. Signore distinte a passeggio col cagnolino e personaggi – molto poco rassicuranti – in tuta e catene d’oro al collo. Tutto nello stesso luogo, spazio condiviso di una città che appartiene ancora ai suoi abitanti.

Torni verso il centro ed e d’obbligo un passaggio all’Englih Market, il mercato coperto. Generazioni di macellai, garzoni, banchi del pesce, fruttivendoli. Urla, frenesia, who’s next? how can I help you sir? A volte non devi comperare nulla ma ci passi lo stesso, tanto per guardare. Un vero gioiello e ti chiedi come e possibile che non si riesca a rilanciare anche quello di Ferrara. Ma ancora niente sciccherie o trappoloni per turisti. Everybody’s welcome, certo. Ma il mercato e lì per gli abitanti di Cork. semplicemente per fare la spesa.
Vicoli e buskers agli angoli delle strade. Giorno e notte. Tempo permettendo. Di norma studenti, chitarra, buona voce e buon repertorio. Tutto normale. fenomeni accreditati se ne vedono pochi, saranno tutti in giro per festival internazionali. Una città generosa, che in passato e riuscita ad inglobare vichinghi danesi, ugonotti in fuga da Parigi, ebrei in cerca di fortuna dalla Lituania e che oggi accoglie migliaia di giovani e non da tutto il mondo, Europa, Asia, Africa, America. Forse per la sua natura di città di mare, dove per le vie del centro e normale sentire parlare italiano, francese, spagnolo, lingue slave ed accenti est europei.
Cala la sera e le strade si svuotano. Se ne vanno a casa anche gli strilloni dell’eveningh echo (il giornale cittadino). Cork ama i suoi strilloni, al punto da erigergli una piccola statua nel viale principale, St.Patrick street.

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Il monumento allo strillone

Qualche ora di calma. E riparte la baraonda. Per stomaci forti. I pub si riempiono, alcuni dei quali decisamente meravigliosi. I più belli forse Sin E, Mutton Lane, The Oval. Ma qui francamente c’è l’imbarazzo della scelta. Concerti dal vivo e socialità. Chiacchiere con perfetti sconosciuti fino a notte fonda. E una birra rimane una birra. Ogni volta che provi a chiedergli un glass (la nostra “piccola”) il barista si farà ripetere la richiesta, penserà che forse sei malato (a glass? what wrong with you boy?) o di avere capito male e ti servira lo stesso una pint. Che di norma diviene la prima di una serie, nonostante le buone intenzioni. Il menu è inesistente, probabilmente nascosto da qualche parte c’è un listino prezzi ma personalmente non sono mai riuscito a vederlo.

Non di rado si assiste a scazzottate memorabili. Meglio ricordarsi che si è in Irlanda e mantenere un certo low profile è d’obbligo, tarallucci e vino non sono inclusi nei menù a queste latitudini.
Arrivano le 2 di notte e si chiude bottega. Tutti si riversano in strada, tutti alla stessa ora. File davanti alle friggitorie, pandemonio, scene surreali che cercherai per anni di dimenticare. Invano. lotta per trovare un taxi che ti porti a casa.
La mattina il sole (pioggia permettendo) si leva su Cork. Esci ed in giro non c’è quasi nessuno. Un ultimo ubriaco sta ancora cercando di trascinarsi a casa dopo una notte passata chissà dove. Tra qualche ora ricomincerà il tram tram frenetico di una città che appartiene ancora ai suoi abitanti.

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Linguaggio da Taverna, “meglio chiudere il Senato”

Gli onorevoli Gasparri e Gelmini sono concordi: il fatto che in Senato ci sia una persona come la capogruppo 5 stelle Paola Taverna è un motivo in più per abolire quel ramo del Parlamento. Che ha combinato la senatrice Taverna per fare infuriare i suoi colleghi di Forza Italia? In un comizio di paese ha affermato che è tentata dallo sputazzare Berlusconi. Dissentire dal colorito lessico della Taverna è certamente legittimo.
In Senato e alla Camera in questi anni sono circolati cappi e mortadelle e si sono inscenati atteggiamenti tali far arrossire i padri costituenti e tutti coloro che ancora credono nella dignità delle istituzioni. Ma se questo capita la responsabilità è degli individui. Quando in casa c’è sporco si fa pulizia, non si bombarda la casa per eliminarlo.
D’altra parte l’idea di chiudere un’assemblea democratica perché al suo interno si esprimono opinioni non gradite non è neppure una trovata originale. Qualcuno già ci aveva pensato e lo aveva fatto nel ’25 e il ventennio che ne è seguito non è stato per l’Italia un fulgido esempio di democrazia e libero confronto.

Ferrara vista dai “fuori sede”, una rassicurante bomba inesplosa

di Alessandro Oliva

Rassicurante, tranquilla, a misura d’uomo. Ma anche una bomba inesplosa o “una periferia”, cioè un luogo distante dal palpitare della vita. Ferrara, vista con gli occhi di chi studia qui, appare così, nella sua ambivalente dimensione. Sede universitaria sin dal 1391, da una quindicina d’anni si è consolidata nell’immaginario collettivo come una “città per studenti”, evidentemente attratti da un ateneo che attualmente offre ben 50 corsi di laurea. Gli iscritti si attestano, secondo dati recenti, a 17.961, il 37% dei quali rientra nella categoria dei fuori sede. Ma chi sono i “fuori sede”? Ragazzi e ragazze provenienti da altre località che risiedono più o meno stabilmente a Ferrara per motivi di studio e popolano gli appartamenti del centro storico, riempiono i bar e le biblioteche, si radunano sotto il duomo il mercoledì sera e affollano via San Romano e le enoteche di Carlo Mayr. Sono il cuore giovane della città, una spinta continua alla sua vitalità, uno spunto per rinnovarsi e modificarsi. I fuori sede sì studiano, ma soprattutto vivono Ferrara e vivacizzano la città. E’ una presenza per nulla scontata, corpi che si muovono e occhi originali che osservano.

Forse per questo loro essere fuori contesto, le impressioni che esprimono sul luogo in cui si trovano sono meno banali di quanto ci si potrebbe aspettare. E, pur nella pluralità delle voci, emergono alcuni punti di accordo.
Unanime è, per esempio, il gradimento circa l’ottimo livello di vivibilità di Ferrara, una città “tranquilla e a misura d’uomo”, come dichiara Andrea (21 anni, Medicina, di Belluno, qui da tre anni). Una qualità fondamentale che garantisce, aggiunge Zeno, (22 anni, da due in città per frequentare Medicina), la possibilità di “muoversi agevolmente” e il fatto che ci siano “strutture, dedicate a studenti e giovani in generale, abbastanza centrali e quindi facilmente raggiungibili”.

Ma la realtà è più sfaccettata e mostra anche risvolti un po’ meno positivi. La pur accogliente e paciosa Ferrara non brilla certo per senso dell’accoglienza stando ai racconti degli studenti, specie quelli provenienti dalle regioni più lontane, che da noi trovano accoglienza e integrazione quasi esclusivamente all’interno dell’ambito universitario. Restano, per questo, studenti senza sentirsi pienamente cittadini. La città, anziché essere il primo motore di inclusione e coinvolgimento, delega questo ruolo all’università, al di fuori della quale ci si sente distanti, ai margini di qualcosa di cui si vorrebbe far invece pienamente parte. Per questo Carmelo, catanese iscritto a Biologia, 23 anni dei quali gli ultimi tre trascorsi qui, definisce Ferrara come “una bomba che ha fatto cilecca”; per questo Sara (21 anni, Scienze della Comunicazione, di Lecce, qui da tre anni) dichiara che “in realtà vivere a Ferrara da studentessa fuori sede è un po’ come vivere ai margini di una città, in periferia”. Parole forti, che portano a galla quella che se non è una colpa è sicuramente una mancanza, un’ambivalenza che però ipoteca una possibile evoluzione.
Indubbiamente lo studente fuori sede si trova a Ferrara per studiare. Questo è il suo scopo primario e l’indirizzo del suo presente, che si incarna fisicamente nell’università, perno comune su cui si fondano legami, amicizie e giornate. Però è inevitabile uscire fuori dal guscio, varcare il microcosmo universitario. Nello spazio condiviso della città molti fra gli intervistati dichiarano di sentirsi se non propriamente esclusi quantomeno trascurati. E’ una carenza che ha riflessi variegati: dalla mancanza di un servizio di trasporto pubblico per il CUS, molto difficoltoso da raggiungere soprattutto d’inverno, a insufficienze sul versante comunicativo che limiterebbero la conoscenza degli eventi a quelli di ambito strettamente universitario, trascurando gli altri circuiti cittadini; infine, qualcuno addirittura lamenta atteggiamenti di totale chiusura, che portano – come sottolinea Nicolò, ventunenne bellunese che da un triennio frequenta le aule di Architettura, a considerare “gli studenti che vengono da fuori ‘un cancro’ mentre sono la vera anima di Ferrara”.
Ma il disagio evidentemente è sopportabile perché, pur in questo scenario nebbioso, l’università cresce e nel 2013 ha segnato un incremento di iscrizioni del 4,9%. Più persone che abitano tra le mura estensi, popolano il centro, fanno la spesa nei negozi e nei supermercati, frequentano i bar. “Più persone che – come afferma il ventiduenne veronese Sirio, iscritto a Medicina – si attendono che la città nel week-end offra qualche alternativa al mesto ritorno a casa”.
Per “esplodere” Ferrara dovrà accompagnare la crescita universitaria scrollandosi di dosso il suo strato di polvere. Gli studenti chiamano e attendono risposte, perché a nessuno piace stare in periferia. E tantomeno rimanere dei protagonisti mancati.

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L’uomo dal furgone blu che alimenta il passaparola della solidarietà

di Silvia Poletti

A vederlo si direbbe uno dei tanti furgoni a noleggio che ci sono in circolazione. Ma se ti capita di aggirarlo, invece della scritta “Amico Blu” che ti aspetteresti, ti sorprende un più sobrio e quasi impersonale “Centro di Solidarietà-Carità”. E la cosa curiosa è che una volta che lo hai notato (da quanti anni, magari, senza farci caso?) continui a vederlo sempre, preferibilmente nei tardi pomeriggi della fine del mese, nella canicola come tra i nebbioni.
“Molti ci scambiano per la Caritas – racconta divertito Massimo Travasoni, che del Centro è vice-presidente”, invece anche la Caritas, come un centinaio di altri enti caritativi e di assistenza del nostro territorio, si rivolge a lui per ricevere gli alimenti con cui far funzionare la mensa cittadina e assistere le famiglie.
Questa è una storia che merita di essere raccontata. Uno, perché è quasi sconosciuta ai più. Due, perché ribalta il tradizionale rapporto tra pubblico e privato (ma questo non è così infrequente nel Terzo Settore e si chiama “sussidiarietà”), laddove un’associazione gestita da volontari diventa un soggetto insostituibile, organizzato, capace di offrire servizi anche alla rete territoriale dei servizi sociali.
E tre perché, tra le righe, dimostra che il “come” può essere più importante del “quanto”.
La giornata di Travasoni, di professione bancario, inizia molto presto; se va bene pochi minuti prima dell’apertura della filiale, ma a volte anche alle cinque e mezza di mattina, quando c’è il furgone da caricare per il pomeriggio. Chiuso l’ufficio inizia “il giro”, che si sa quando inizia ma non si sa quando finisce. Via Bologna, Barco, via Oroboni sono i quartieri più battuti; il copione è lo stesso: campanello, consegna del pacco alimentare, due chiacchiere, come va, come stanno i figli, cosa c’è di nuovo. Ma le scene sono tutte diverse: “alcuni ti accolgono in garage, altri non ti fanno entrare in casa per timore che i vicini vedano, ma con altri il rapporto si approfondisce, nascono amicizie che durano anni, si sviluppano reti di aiuto che coinvolgono altre famiglie”.
Un po’ come tornare alle origini, a quel 1997 in cui Travasoni iniziò a seguire una famiglia in difficoltà nel Basso Ferrarese. “A loro ho portato i primi scatoloni di cibo, forniti dal Banco Alimentare di Imola. Poi il passaparola ha fatto il resto e due anni dopo abbiamo fondato, con gli amici di Comunione e Liberazione di Ferrara, il Centro di Solidarietà-Carità. Che, in convenzione con il Banco, distribuiva cibo alle persone in difficoltà e anche agli enti di assistenza, in base al principio dell’aiutare chi aiuta.
E se nel 1999 gli enti erano 30 e le persone raggiunte 3.000, oggi gli enti sono un centinaio e le persone 17mila in totale. Ecco perché l’organizzazione dev’essere ferrea, benché su base completamente volontaria. Nei magazzini – due al Mercato Ortofrutticolo di Ferrara e uno a Comacchio – avviene il confezionamento dei pacchi per le famiglie e la distribuzione agli enti. Il resto si gioca sul rapporto individuale e sull’assunzione di responsabilità: “Al chi ci segnala altre persone in difficoltà chiediamo di farsene carico consegnando loro i pacchi – spiega Travasoni – . Questo ha permesso alla rete di allargarsi, ma sulla base di rapporti di fiducia”. Entrare in casa, scambiare due chiacchiere, chiedere aiuto: sono questi i detonatori più comuni dell’amicizia, e può capitare – e capita – che il cibo diventi anche il pretesto per incontrarsi, per avere qualcosa da aspettare.
“E sai qual è il paradosso? Che entrare così profondamente nella vita delle persone ti dà disagio, perché non puoi rispondere a tutti i bisogni che vedi. Ma allo stesso tempo ti regala una gioia, proprio una letizia… che ti dice per cosa siamo fatti, com’è fatto il cuore dell’uomo. Ci muove l’incontro con il cristianesimo, che ci insegna ad avere lo stesso sguardo di misericordia sull’uomo che ha avuto Cristo. Ci educa, letteralmente, perché ci dà un criterio con cui stare di fronte a tutto”.
Gli alimenti distribuiti dal Centro di solidarietà carità di Ferrara provengono dal Banco alimentare, dalla Comunità europea (tramite il programma Agea, che però terminerà alla fine di quest’anno, sottraendo almeno il 30-40% delle risorse alimentari disponibili), da aziende locali (a Ferrara: Due valli, Mazzoni, Coldiretti, Conserve Italia e alcune aziende agricole) e dalla Colletta alimentare, in programma per sabato 30 novembre in tutti i supermercati di città e provincia.

Voltini castello

Voltini sporchi e bui. E metterci una luce?

Non solo sono sporchi, ma sono anche bui. I voltini del castello sono un passaggio caratteristico nel cuore della città, sormontato dall’antica “via Coperta” che congiunge la fortezza estense con il palazzo Ducale, attuale sede del municipio. E’ l’elemento di cesura e insieme di congiunzione, proprio tramite il varco costituito dai passaggi a volta, fra piazza Savonarola e piazza Castello. Ebbene questo elemento architettonico così rilevante della città storica spicca per trascuratezza. Da sempre, va detto, non da oggi. Sono stati sempre inspiegabilmente lasciati all’incuria, scrostati, ammuffiti, considerati alla stregua del sottoscala di casa, dove si ammonticchiano cose inutili, sormontate da polvere e ragnatele. Addirittura alla notte, complice la totale oscurità in cui versano, si prestano, in funzione di impropri orinatoi, ad alleviare le necessità di ineducati viandanti.
Solo un breve fulgido momento hanno vissuto nella loro storia recente: fu trent’anni fa in occasione della visita di papa Wojtyla. In quell’occasione anche loro, al pari di tutta la città, furono tirati a lucido come mai erano stati. E così, dignitosamente, rimasero sino a quando la pittura prese a scrostarsi e i muri ad ammuffirsi, per tornare ad essere ciò che furono e ciò che attualmente sono. Eppure basterebbe davvero poco per renderli attraenti: un imbianchino e – già che è stata inventata la luce elettrica – magari pure un elettricista: illuminati, la sera donerebbero un tocco di suggestione in più alla piazza e forse dissuaderebbero pure le incursioni degli incontinenti.

Cattani: “Investire per superare la crisi. Carife? Un fallimento politico”

“Dalla crisi si esce se rilanciamo il volano degli investimenti”. Così Luigi Cattani, una vita nel sindacato, immagina la fine del tunnel che ci attraversa: “La soluzione – spiega – non sta certo in una maggiore flessibilità contrattuale, da 15 anni battiamo questa strada e i risultati… si vedono! C’è a monte certamente un problema di ambiguità del quadro di riferimento, 47 normative che disciplinano il mercato del lavoro dentro le quali ci sta tutto e il suo contrario. Ma un conto è semplificare e razionalizzare, altro è avere mano libera come pretenderebbero gli imprenditori per cancellare ogni forma di regolamentazione e seppellire una volta per tutte i contratti collettivi”.
Gli imprenditori però sostengono che la flessibilità favorirebbe una maggiore fluidità anche in ingresso nel mercato del lavoro…
“E infatti la disoccupazione ha raggiunto punte record, specie quella giovanile! Certo, molta parte di responsabilità va ascritta alla crisi. Ma c’è anche una chiave di interpretazione diversa: nonostante l’introduzione di numerose forme di contratti atipici la realtà documenta un aumento medio dell’orario settimanale di lavoro a 47/48 ore. Il lavoro si concentra sugli occupati. Questo significa che la medicina della flessibilità ha fallito clamorosamente il suo obiettivo”.
Resta il fatto che per investire servono i capitali. E le banche nicchiano.
Qui la situazione è al limite della legalità. Gli istituti ricevono denaro con un tasso di interesse dello 0,25% e prestano normalmente al 7/8%. Quando prestano…”
C’è chi immagina che la soluzione sia uscire dall’Euro così, svalutando, si recupera competitività e al contempo, in un regime di autarchia, ci si affranca dai rigidi vincoli alla spesa imposti dall’Unione europea.
“La storia dell’Euro è il solito modo per non affrontare i problemi: l’Italia deve sì rivendicare una maggiore elasticità nei vincoli di spesa dai quali rischia di rimanere strangolata, ma non risolverà i suoi guai isolandosi. Penso piuttosto che la Banca centrale europea, oltre che stampare moneta per il circuito bancario il quale poi la gestisce con le storture indicate, dovrebbe anche stampare moneta immediatamente trasferibile ai cittadini tramite lo Stato”.
In che maniera?
“Per esempio attraverso forme dirette di sostegno o di finanziamento agevolato a progetti. E un pool di banche, debitamente disciplinate, dovrebbero accantonare la propensione commerciale per recuperare quella di servizio e di supporto all’impresa e ai cittadini”.
Come del resto sarebbe nella natura delle banche popolari e delle casse di risparmio, tipo Carife…
“Già, la Carife però, ormai da decenni, ha smesso di fare ciò che lo statuto le imporrebbe. Ha puntato tutto sulle sulle grandi imprese benevise dal potere politico trascurando le piccole e medie”.
E a proposito di Carife, quali sono le ragioni del tracollo?
“Alla base c’è il fallimento di una strategia sbagliata, quella di puntare sull’industria del mattone, indotta dalle intrusioni di una classe politica miope. I crolli della Coop Costruttori e poi della Cir di Mascellani si sono tirati dietro anche la Cassa di risparmio. Paradossalmente, a doversi fare carico del problema in primis sono i lavoratori, con licenziamenti e riduzione dei salari. E poi ci sono gli azionisti, spesso piccoli risparmiatori che hanno investito parte dei loro risparmi in quote che oggi hanno perso gran parte del loro valore”.

1 – SEGUE

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L’importante è rottamare, lo stracciaio fa proseliti

Una volta passava quasi ogni mattina al strazar, lo stracciaio (a Bologna era chiamato, chissà perché, al sulfaner, il solfanaio) e il suo grido riempiva tutta la strada: “a gh’è al strazar donn!” , che traduceva subito “stracciaio!”: è una delle tante figure scomparse, sostituite da aziende più organizzate, ma quel richiamo, ricordo rauco, assieme a quello dell’uomo che vendeva il ghiaccio, “ghiaccio” urlava in tono perentorio, sono rimaste infisse indelebilmente nella memoria di chi un giorno fu giovane: e, tuttavia, il mestiere è rimasto, anzi è diventato una categoria sociale, o, meglio, politica. Oggi c’è chi si definisce “rottamatore”, ma io preferirei chiamarlo ancora stracciaio. Bisogna cambiare, dicono tanti e lasciano tutto così com’è, è più comodo urlare e non far nulla.
Per capire che cosa sia rimasto dell’antico mestiere sono andato in una laterale di via Bologna a cercare tracce di ciò che è stato buttato via: è uno degli ultimi rottamatori, non solo di auto, ma pure di altri oggetti, che la gente non vuole più, anni fa qui trovai un bellissimo cancelletto di ferro battuto per la villetta a schiera che avevo comprato ai lidi. Posso guardare? Ho chiesto al titolare, un signore molto cortese. Faccia pure, ha risposto e così ho cominciato a rovistare tra vecchi mobili ormai macerati dalla pioggia, testate in ferro di letti dei nostri nonni, valige, borsoni e tutta una cianfrusaglia di roba inservibile finché il mio sguardo si è posato su un mucchio di libri buttati lì e ho preso a scartabellare. I primi volumi che mi sono capitati in mano un “Sandokan alla riscossa” di Emilio Salgari, un libro “rosa” per attempate signorine in perenne attesa dell’amore, un romanzo della Deledda e, infine, sotto il mucchio, “Il capitale” di Marx e poi le “lettere dal carcere” di Gramsci, lo storico numero uno di “Ordine Nuovo”, firmato dallo stesso Gramsci con Terracini ,Tasca e Togliatti, i “Canti orfici” di Dino Campana, altre raccolte poetiche di scrittori anche recenti ma dimenticati: guardai stupefatto: “Ah – mi spiegò il titolare che seguiva con attenzione la mia ricerca – tutta roba ormai obliterata”, dimostrando una sapiente conoscenza della lingua. Perché obliterata?, chiesi: “roba dimenticata – rispose – cancellata. Devo sempre portare questa carta inutile al macero ma non ho mai tempo”. Ma perché?, insistei: “la gente vuole cose nuove, ma non ha idee e così butta via tutto, oblitera. Guardi qua, questo sacco contiene le idee da gettare, da rottamare”. Presi in mano il sacco nero della spazzatura, era pesantissimo. E dove le butta?, mi informai. “non so ancora – rispose noncurante – l’importante è rottamare”.

Il virtuoso Errani, l’ambizioso Calvano

Scandalo sperperi in Regione, capitolo auto blu. Paolo Calvano, attuale segretario provinciale pd di Ferrara, si prende la briga (non richiesta) di assumere la difesa del presidente della Regione Vasco Errani. Lo fa attraverso Facebook e cita, a conferma della probità del capo, il caso virtuoso di “quella volta” che il presidente, dopo una nottata di trattative a Roma in difesa dei lavoratori della Berco, rientrò con il veicolo di servizio a Bologna per poter essere puntualmente al mattino a svolgere i suoi compiti istituzionali. Cosa prova questo deamicisiano episodio spot? Nulla sulla moralità di Errani al di là dello specifico episodio; molto sulle ambizioni di Calvano che da tempo punta alla poltrona di segretario regionale del partito (ed Errani è un ottimo sponsor).

ferraraitalia, il nostro punto di vista sulla città e sul mondo

Un citatissimo precetto del giornalismo anglosassone è quello che impone la netta separazione fra fatti e opinioni. Come se fosse possibile! Come se il narratore potesse d’incanto spogliarsi (solo perché lo vuole) della propria soggettività cioè del proprio modo di guardare il mondo, riponendo quasi fossero occhiali, le invisibili lenti mentali che ne condizionano la percezione e ne orientano comprensione e giudizio.
Bene, noi stiamo fuori dai confini della disputa. Il nostro quotidiano infatti non rendiconterà fatti, quindi non pubblicherà notizie in senso proprio, ma opinioni su ciò che accade e sulla realtà che viviamo. Quindi pareri, punti di vista, commenti, riflessioni. Gli avvenimenti della città troveranno rappresentazione nelle inchieste della nostra redazione.
L’obiettivo non è strettamente informare, ma cercare di capire e di comprendere. Lo faremo anche attraverso lo strumento dell’intervista, chiamando in causa personalità autorevoli o comunque esperte degli argomenti e dei temi di volta in volta in trattazione; oppure personaggi in qualche misura emblematici, o rappresentativi di realtà più ampie e complesse.
La scelta della testata “ferraraitalia” è insieme un omaggio al buon giornalismo e un’espressione programmatica. Come il celebre “Milano, italia” di Enrico Deaglio e poi di Gad Lerner ai tempi di tangentopoli assunse la città quale paradigma e specchio di un fenomeno di dimensioni e rilievo generale, così per noi Ferrara sarà il microcosmo in cui il Paese si specchia e al contempo il laboratorio che lancia segnali alla macrorealtà di cui è parte integrante e costituente.

Ai nostri lettori chiediamo comprensione e un po’ di pazienza, specialmente in queste prime fasi di lavoro: ferraraitalia come ogni nuovo prodotto ha necessità di rodarsi e di essere messo a punto strada facendo. Sconteremo inevitabilmente lacune e qualche contrattempo tecnico nonostante l’abilità di chi ci assiste per la parte informatica, gli amici di NetPropaganda. Con il massimo impegno loro e della redazione a tutto cercheremo di ovviare il più rapidamente possibile.

Paris Photo, immagini di contemporanea solitudine

di Virginia Malucelli 

PARIGI – Il novembre parigino è essenzialmente marcato da due cose: dai lunatismi meteorologici dovuti all’incipiente inverno e dall’epidemia di fotoamatori che popola il “mese della fotografia”. Ho avuto la fortuna di accaparrarmi uno dei preziosi biglietti per l’anteprima di Paris Photo (14-17 novembre), un evento internazionale ormai divenuto di culto per gli amanti dell’arte e particolarmente della foto. Giunta alla sua terza edizione, la fiera è ospitata al Grand Palais di Parigi, che con le sue solenni vetrate illumina la piattaforma brulicante di ben 136 gallerie internazionali.
Così inizia la visita: la mia attenzione viene calamitata da una decina di persone che deambulano senza una direzione definita, calice alla mano e conversazione sui massimi sistemi pronta all’uso. Tutt’altro che contemplazione artistica.
Quindi il mio viaggio esplorativo riprende una giusta direzione e debutta sulle prime immagini: riconosco Cindy Sherman, Robert Mapplethorpe, Richard Avedon, vengo stregata dalla varietà degli sguardi sul mondo e dai soggetti deliranti di Diane Arbus. Una tale ricchezza di universi e di visioni e poi… un sentimento di solitudine incalzante. Dai fotografi più conosciuti, ai giovani, ritrovo una sorta di meta-fotografia dell’arte fotografica contemporanea, sempre più pervasa da oggetti e da figure solitarie, figure identificate dall’obiettivo ma astratte dall’ambiente circostante. Come se il fotografo, camera alla mano, volesse estrapolare la fissità di una condizione, mitificarla e mistificarla allo stesso tempo.
La mia attenzione si è poi focalizzata nella scoperta di tre fotografi che in questa galassia dell’universo fotografico autunnale parigino mi hanno colpito in maniera speciale: Sarah Moon, un’artista di esperienza, già molto apprezzata nel campo; Julien Mauve, un giovane talento di Paris Photo 2013 e Julie Blackmon, un colpo di fulmine

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Sarah Moon nel1941 nasce in Francia, nel 1960 diventa modella, nel 1970 realizza le sue prime fotografie di moda, nel 1985 comincia a sviluppare i suoi primi lavori personali nella fotografia e nel cinema.
“E’ la fotografia che mi rivela ciò che ho in mente -dice di se stessa- E nel momento in cui l’osservatore raggiunge il mio stesso pensiero, mi dico che tutto ciò fa parte di dell’inconscio collettivo”.
A lato di soggetti riguardanti la moda e il cinema, l’estetica fotografica di Sarah Moon tende verso temi come la femminilità, l’infanzia, il ricordo e la solitudine e il desiderio di distacco dalla realtà.

 

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Julien Mauve 29 anni, vive a Parigi. Ambasciatore per Sony e membro di « Alpha Team ». Le sue foto parlano della luce. La luce che illumina i dettagli. Dettagli di nature morte contemporanee quasi asettiche. Senza coinvolgimenti emotivi. Le solitudini notturne e la contraddizione della notte illuminata a giorno.

 

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Julie Blackmon (il mio vero colpo di fulmine), nata nel 1966 a Springfield, Missouri. Lavora e vive nel Missouri. I suoi ritratti sono composizioni quasi pittoriche della vita quotidiana. I personaggi e le situazioni che descrive si vestono di un’aura di teatralità, tra la tragicità e la semplicità della vita domestica.

Tre artisti molto diversi che si sono riuniti sotto lo stesso tetto per parlare del nostro mondo attuale, attraversando i temi dell’individuo nei suoi luoghi più segreti e intimi. Un viaggio nella rivelazione di diverse tecniche della fotografia che raccontano pagine di un diario della nostra storia quotidiana.
A lato di “Paris Photo”, in questo mese dedicato alla fotografia, Parigi offre un ventaglio di mostre imperdibili, dalle gallerie d’arte contemporanea alla Maison Européenne de la Photo, una buona occasione per degustare le novità in un clima autunnale bohémien… alla francese insomma !

Magie di un cinema: “Giovane e bella” nel rilanciato Apollo

Un cinema costretto a chiudere perché i proiettori devono essere rinnovati: succede nella piccola multisala Apollo, nel cuore medievale di Ferrara. Apparentemente l’ennesima sconfitta di una sala del centro storico alle prese con le difficoltà di un settore che ha messo al buio i grandi schermi un po’ in tutte le più belle città italiane per ripresentarsi nel formato di sale gigantesche e anonime ai margini metropolitani. Ma a Ferrara, per una volta, l’esito non è quello che – qui come ovunque – sembrava ineluttabile. Una cordata di solidarietà, la scesa in campo di un’imprenditrice centese per portare a termine l’adeguamento tecnologico (con un investimento di circa 200mila euro per i nuovi proiettori digitali) e da questo autunno il cinema più antico della città che riapre i battenti. Con una programmazione multipla di nuove visioni, che nella settimana appena conclusa ha anche avuto il merito di farci vedere un film in perfetta sincronia con i fatti di cronaca più attuali: quelli legati alle minorenni-squillo portate alla ribalta dall’inchiesta di Roma.
Il film è “Giovane e bella” di François Ozon. Dalla piccola sala ferrarese, però, con analogo contrasto con i fatti dominanti, anche su questo tema viene fuori un messaggio in controtendenza, un’opera che racconta una vicenda che potrebbe essere morbosa e che invece – descritta dall’interno – risulta piena di misura, profondità e sfaccettato raziocinio, ben lontana da manie scandalistiche e voyerismo. Versione attualizzata del romanzo di formazione, con la giovane protagonista portatrice della piena bellezza del titolo e dell’età, ma anche con il garbo asciutto e poetico di una cinematografia tipicamente francese, capace di raccontare il dualismo di un animo in crescita, scostante eppure commovente: il contrasto tra l’essere schivi e il mettersi in mostra, tra l’assoluta segretezza e il clamore delle sue azioni, tra la voglia di scoprire il mondo e il disincanto per le contraddizioni della società borghese.
Perché il film dell’Apollo più che rivelarci i retroscena torbidi di ragazzine alla ricerca di griffe e notorietà, sembra essere lo strumento per scardinare i pregiudizi e l’ipocrisia di una società e di una generazione. Uno sguardo che va dentro e non dà risposte. Né vittima né carnefice, la protagonista è piuttosto spettatrice e scardinatrice di un universo sociale privilegiato, progressista e falsamente aperto, dove imperano segreti e bugie di woody-alleniana memoria. Così la sala cinematografica che resiste in controtendenza ci fa riflettere in direzione opposta a quella delle risposte banali, delle formule più o meno freudiane e dei clichè. E la nuova gestione del cinema Apollo dimostra anche di dare continuità alla programmazione che, nella scorsa stagione con la gestione dell’Arci locale, già aveva avuto il merito di portare in città l’altra poetica e illuminante storia di François Ozon, “Nella casa”, altrettanto sorprendente, non scontata ed emozionante nel rappresentare il legame che si crea tra chi scrive e chi legge . Un piccolo cinema che, anziché dare risposte, continua a insinuare dubbi e poesia.