Trump sembra un vincente ma la supremazia USA è già finita
Nel mio articolo precedente (vedi Qui) ho ragionato sull’impostazione di fondo del nuovo imperialismo trumpiano, supportato da un nuovo complesso militare-industriale-informatico ( e finanziario). Preannunciavo che questo ridisegno del mondo è sì molto pericoloso, soprattutto rispetto all’affermazione della tendenza alla guerra e di un regime dittatoriale interno, ma, nello stesso tempo, ha molti punti di debolezza e può essere messo seriamente in discussione. Di questo mi occupo nelle valutazioni che seguono.
Intanto, un primo forte punto di difficoltà del progetto trumpiano è l’idea del ripristino di un’unica grande superpotenza mondiale, gli USA ovviamente, che si incarna bene nell’espressione MAGA (Make America Great Again). In realtà, essa non corrisponde alla realtà del mondo odierno, che, lo si voglia o meno, è contrassegnato da un assetto multipolare.
Deglobalizzazione e multipolarismo
Non solo non c’è un’unica superpotenza, ma neanche un sistema bipolare (USA versus Cina): la realtà è che, dentro il gorgo della globalizzazione, sono cresciute grandi e anche medie potenze, il cui ruolo non può essere ignorato nel governo degli equilibri mondiali. E i fatti reali hanno la testa dura, ben più delle ideologie che esprimono una falsa coscienza e dipingono un mondo capovolto.
Non ci sono solo USA e Cina, ma anche la Russia, l’India, il Brasile, l’Unione Europea (se così si può chiamare), l’Arabia Saudita, l’Iran, Israele, la Turchia e l’elenco potrebbe continuare.
Il tema non è semplicemente l’irruzione nello scenario mondiale dei BRICS, i Paesi guidati da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che peraltro rappresentano il 41,4% del PIL mondiale a parità di potere di acquisto, mentre quello dei Paesi del G7 vale meno del 30% (nel 1990 tale valore era del 52%), anche perché non sono in grado di offrire una politica univoca e tantomeno alternativa nella costruzione di un nuovo ordine globale.
Il punto è che, nella deglobalizzazione, anche singoli Stati assumono ruoli rilevanti: basta pensare alla Turchia, che è contemporaneamente Paese strategico nella Nato e fiero oppositore di Israele e, non casualmente, omaggiato da Trump per la realizzazione, insieme ai Paesi arabi sunniti, della “fragile tregua” a Gaza (come oggi viene definita, con un’incredibile correzione in pochi giorni, dai media mainstream al posto della “pace eterna”). Oppure all’India, che la scellerata politica trumpiana dei dazi è riuscita nel miracolo di farla riavvicinare alla Cina, e che torna adesso ad essere oggetto di attenzione particolare dagli USA.
Insomma, il dato di un mondo multipolare è così forte ed evidenteche la stessa presunta presunta supremazia americana, pragmaticamente, deve venirne a patti. Generando, però, un cortocircuito tra comportamenti concreti e loro rappresentazione (tra realtà ed ideologia) che è più foriera di instabilità e disordine mondiale piuttosto che di un nuovo equilibrio.
L’economia Usa in bilico
Il secondo elemento che mi fa dire che non funziona il progetto di Trump è che esso ha basi molto vulnerabili rispetto alla situazione economica degli Stati Uniti e dello stesso sistema capitalistico, perlomeno quello occidentale, se non addirittura mondiale. Intanto va tenuto presente che l’economia statunitense si trova alle prese con problemi strutturali, quelli derivanti dai cosiddetti “deficit gemelli”, quelli relativi al deficit pubblico e ai conti con l’estero, che danno ragione della parabola discendente del ruolo dominante della sua egemonia e di quella del dollaro nel sistema economico-finanziario del mondo. Gli Stati Uniti soffrono di un deficit pubblico e di un indebitamento con l’estero (il primo superiore a 1,900 miliardi di $, pari al 6,3% del PIL, il secondo arrivato a più di 26.000 miliardi di $) strutturali e crescenti, che vengono ulteriormente aggravati dalle ultime scelte di bilancio pubblico. (Vedi anche questo articolo di Alessio Marchionna su Internazionale) Secondo autorevole analisi elaborate dal Comitato per un bilancio federale responsabile ( CRFB), gli stessi introiti previsti dalla scellerata politica dei dazi imposti da Trump non riusciranno a pareggiare il taglio delle tasse e delle spese introdotte con l’ultima legge di bilancio.
Ancor più dovrebbero far riflettere una serie di processi in corso, che sembrano sempre più assomigliare ai presupposti che diedero origine alla grande crisi sistemica del 2007-2008. Si moltiplicano le forme di “finanza ombra” (shadow banking), quella che agisce al di fuori degli elementi regolatori del sistema bancario classico, così come sta crescendo la bolla finanziaria di Wall Street, gonfiata dalle grandi aziende hitech, impegnate in primo luogo nella corsa all’intelligenza artificiale.
La nuova costruzione arrivata nella finanza ombra è quella delle stablecoin, incentivata dallo stesso Trump. Questo nuova “moneta”, il cui mercato è stimato, secondo Citigroup, possa crescere dagli attuali 260 miliardi di $ ai 3700 miliardi di $ nel 2030, ancorché progettata per mantenere un valore stabile con una valuta reale, solitamente il dollaro, in realtà può essere fonte di forti instabilità e speculazione nel sistema economico-finanziario.
Verso una nuova Grande Crisi?
La stessa esplosione degli investimenti nell’intelligenza artificiale, che nel 2024 sono assommati a 225 miliardi di $ e che molto probabilmente avranno una tendenza analoga nei prossimi anni, sta facendo sorgere molti dubbi sul fatto che avranno ritorni economici corrispondenti (a parte, ahimè, quelli previsti per il riarmo). Altre stime parlano del fatto che finora le “magnifiche sette” ( Nvidia, Microsoft, Alphabet-Google, Apple, Meta, Tesla e Amazon)hanno speso complessivamente 560 miliardi di $ a fronte di utili di soli 35 miliardi. Con il rischio che lo scoppio di un’eventuale bolla delle aziende hitech possa trascinare in una crisi significativa tutta Wall Street, visto che esse rappresentano ormai il 35% del valore della Borsa USA.
Senza contare che, da diverso tempo in qua, si sta registrando un forte disaccoppiamento tra crescita degli indici borsistici e l’andamento occupazionale: nell’ultimo anno Wall Street ha guadagnato il 50%, mentre le richieste di lavoro sono diminuite di circa il 31%. Insomma, ce n’è quanto basta per dire che siamo in presenza di sintomi consistenti per dire che i prossimi anni ci potranno portare ad una nuova Grande Crisi del sistema economico capitalistico che si regge sugli Stati Uniti.
Del resto lì si stanno levando voci sempre più forti nel predire quest’esito: da ultimo, Simon Johnson, premio Nobel per l’economia nel 2024, mette in guardia dal ruolo delle stablecoin, dicendo che esse, un po’ come i subprime nel 2007, sono candidate ad innescare tale crisi, mentre il ceo di JP Morgan avverte che che è probabile che si arrivi ad una “grave correzione del mercato, difficile da prevedere in anticipo, ma che potrebbe verificarsi nei prossimi 6 mesi, come nei prossimi 2 anni”. Un eufemismo per parlare della crisi economico-finanziaria prossima ventura.
Quando le piazze si riempiono
Infine, ma certamente non ultimo in ordine di importanza, un serio ostacolo per l’affermazione delle politiche trumpiane e, più in generale, della destra estrema nel mondo sta nel fatto che, per fortuna, stiamo assistendo ad una nuova fase di mobilitazione sociale importante.
Non c’è solo il movimento di grande rilievo che si è mosso in tutto il mondo per sostenere la causa palestinese e contro il genocidio lì perpetrato da Israele: basta guardare ai 7 milioni di persone che hanno manifestato nei giorni scorsi negli USA contro le politiche neofasciste del King Trump oppure al fatto che, in molti Paesi, dal Marocco al Madagascar, dall’Indonesia al Nepal, sia pur con motivazioni differenti, la generazione Z (pessima definizione, ma che può rendere l’idea per parlare dei cosiddetti nativi digitali) sta prendendo parola. Sono movimenti con caratteristiche diverse, ma che segnalano, da una parte, che è finito un periodo lungo di passività sociale e, dall’altra, che i nuovi strumenti tecnologici che dominano il mondo non soffocano necessariamente le istanze di partecipazione fisica e diretta e che quest’ultima si diffonde su scala globale.
Certo, sono anche movimenti fragili, esposti alla difficoltà di poter durare, sedimentare cultura, produrre politica, con modalità non “classiche” e che non sono facilmente comprensibili utilizzando schemi consolidati. E però, aggrediscono uno dei nodi fondamentali su cui, da sempre, si appoggiano i regimi di destra e autoritari, e cioè la passivizzazione e spoliticizzazione nella società.
Per restringere il campo al nostro Paese, non c’è dubbio che la storia dei movimenti sociali dall’inizio del secolo in qua, è stata contrassegnata dal tentativo di reprimerli o ignorarli, con lo scopo chiaro di renderli marginali, di restringere il loro spazio di allargamento del consenso. In quest’operazione – in specifico nel fatto di ignorarli- purtroppo non si è sottratta nemmeno la “sinistra” politica, che oggi, non a caso, vive una crisi di rappresentanza e deve misurarsi con la giusta autorappresentazione delle persone e della società, come è evidente nelle grandi piazze animate dal nostro movimento a sostegno del popolo palestinese.
Certo, tutto ciò è ancora un embrione, che a me fa dire che siamo solo all’inizio di un percorso che non sarà né breve né facile: il movimento imponente che abbiamo visto in questo periodo ha necessità di ricollocarsi e di costruire sapere collettivo, affrontando il tema della lotta alla guerra e al riarmo, svelando i meccanismi strutturali che stanno anche alla della fragile tregua, e non della pace, che è in atto in Palestina. Così come, a sinistra, occorrerà porsi il tema di una ricostruzione delle forme della politica, capace di porsi nuovamente l’idea, oggi smarrita, di rappresentare le parti deboli e oppresse della società.
Non c’è dubbio però che oggi, con le mobilitazioni dei giorni passati, abbiamo una leva da cui ripartire.
Scriveva, più o meno un secolo fa, un grande pensatore e politico, Antonio Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo, Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Il mondo oggi è assolutamente diverso da quello in cui scriveva Gramsci, e le parole d’ordine dell’istruzione, dell’agitazione e dell’organizzazione vanno pensate in modo inedito, ma continuano ad essere il fulcro di chi intende proporre un’alternativa di società e di sistema.
In copertina: Donald Trump – immagine di Aliseo su licenza Wikimedia Commons
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Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. Due nuovi ospiti al Pontalba Hotel
Il mattino seguente mi alzai più tranquillo. La notta mi aveva aiutato a decidere che le volpi verdi non esistono. Conclusi che il giorno prima mi ero lasciato suggestionare dalla particolarità di quel luogo e dalla stanchezza che provavo. Come aveva detto Camilla “le volpi di quel colore non esistono fino a prova contraria” e io non avevo alcuna prova contraria.
La sera prima, davanti alla pizzeria, mi era sembrato di vedere qualcosa di verde muoversi, come se un piccolo animale mi stesse seguendo, ma sicuramente era autosuggestione. Mi ero fatto impressionare da quei racconti al punto da vedere ciò che non esiste. Una volpe verde che mi seguiva per il paese non era credibile, men che meno da uno come me.
Ero cresciuto in una famiglia di contadini dove si lavorava quotidianamente nei campi e dove tutti erano convinti che la verità è materiale e tangibile come la terra che si coltiva. La puoi toccare, vedere, è sempre uguale a sé stessa, con la terra ti puoi sporcare, divertire, ci puoi fare mattoni e opere d’arte, la puoi sfruttare e guadagnarci soldi. Sta sempre lì, quasi impossibile da spostare, praticamente impossibile da eliminare. La terra è rigorosamente materia dotata di una persistenza e di una inconfutabilità sorprendente, lei c’è.
Ancorato ad una definizione di realtà di quel tipo mi agitava non poco prendere in considerazione l’idea che potessero esistere animali con caratteristiche che nessuno conosceva, ad esempio con il manto verde. Mi dissi che se anche una volpe di quel colore fosse stata davvero avvistata, la spiegazione era terrena e al fenomeno non si dovevano riconoscere attributi di eccessiva stranezza, se non di surrealtà. L’animale si doveva essere strusciato in un’erba gli aveva colorato il manto. Magari, nel frattempo, aveva fatto un bel bagno sotto la pioggia o in un canale e il suo manto era tornato rossiccio. Quello che mi era parso di vedere la sera prima non c’era, era solo autosuggestione.
***
Rincuorato scesi nella hall del Pontalba Hotel. Vidi Erika con le sue labbra rosso fuoco e le chiesi un cappuccio. Presi un piatto e vi misi due fette biscottate, della marmellata all’albicocca, una brioche e una banana. Così avrei preso due piccioni con una fava: la cena precedente che non avevo potuto consumare, il rimborso spese del giornale che comprendeva vitto e alloggio.
Mentre aspettavo il cappuccio chiesi a Erika se conosceva erbe che macchiavano di verde in maniera persistente e lei mi rispose che una di queste era la lavanda selvatica. Ecco svelato l’arcano. Una volpe si era strusciata nella lavanda e il suo manto era rimasto macchiato di verde. L’agitazione, il dolore, la suggestione e l’imprevedibilità della morte della Contessa aveva fatto il resto.
Forse potevo cominciare a scrivere l’articolo per Tresciaone, demolendo la teoria sulla possibile esistenza delle volpi verdi e concentrandomi sulle caratteristiche delle erbe che macchiano in maniera persistente. ‘Giusto, faccio proprio così’ pensai. Un po’ per la fame accumulata che mi fece sembrare tutto appetibile e un po’ per la frenesia scatenata dall’illuminazione creativa che mi avrebbe permesso di scrivere l’articolo per il giornale, finii la colazione velocemente.
Risalii nella mia stanza, aprii la valigia dove il mio pc dormiva nella sua custodia ormai da due giorni. Cosa strana per un giornalista e ancora più per me. Il pc era un prolungamento delle mie mani. Mi permetteva di scrivere velocemente, di cambiare le frasi e correggerle più volte, di impaginare gli articoli, di aggiungere immagini. Un supporto tecnologico importante per chiunque scriva, per me imprescindibile.
La mia esperienza di reporter girovago aveva fatto sì che riducessi all’essenziale ciò che mi dovevo portare appresso nelle trasferte, operando una minuziosa cernita di ogni oggetto utile. Così nella mia valigia c’era sempre il portafoglio, il pc e il telefono, diverse paia di mutande e calze, un maglione e un paio di jeans di riserva, il necessario per la doccia e per farmi la barba, tre pacchetti di fazzoletti di carta una bottiglietta d’acqua, una barretta di cioccolato.
A volte anche una mela. Due spille, una grande e una piccola, un ago, filo e due bottoni, cerotti e un analgesico generico che andava bene un po’ per tutto. Con quell’equipaggiamento me ne andavo in giro ovunque, con l’impressione di avere con me tutto il necessario per sopravvivere. Questo aumentava la sicurezza negli spostamenti e la facilità del riadattamento continuo a nuovi ambienti.
Presi il pc lo estrassi dalla sua custodia blu, lo accesi e aprii una pagina bianca di world. “La morte della contessa Maria Augusta. Aggiornamento da Pontalba” scrissi. Titolo standard, niente stranezze. L’articolo non doveva essere un trafiletto ma riempire mezza pagina del giornale. Quindi potevo prendermela comoda prima di arrivare all’essenziale.
Guardai fuori dalla finestra, c’era ancora la nebbia. Come il giorno prima, una coltre di umidità bianca avvolgeva tutto il paesaggio, rendendo le poche forme visibili sfuocate. Una visione particolare, adatta ai sostenitori dell’esistenza dei fantasmi. Alcuni alberi con i loro magri tronchi e le foglie che si intravedevano qua e là in mezzo al bianco, sembravano proprio dei fantasmi capitati in quel paese alla ricerca del senso della loro presenza.
Come se fossero esistenze in cerca di una solidità, degli esseri fluttuanti con poca personalità e con una veridicità senza rigore. Ecco, gli alberi di Pontalba, immersi nella nebbia, mi facevano esattamente quell’impressione. Dei fantasmi in cerca di un senso del loro esistere, capitati per caso in quel mattino opaco.
***
Riguardai lo schermo del PC, il titolo dell’articolo era lì in attesa. Mi misi al lavoro. “Come già scritto su questo giornale, due mesi fa è morta la contessa Maria Augusta di Pontalba. Molto conosciuta in paese per le sue opere caritatevoli, è stata trovata morta nel suo letto dalla cameriera. Eventi inspiegabili sono associati alla sua dipartita. Si racconta che il mattino in cui è stato rinvenuto il cadavere, il cielo sopra villa Cenaroli, la residenza abituale della contessa, sia diventato verde e che una volpe dello stesso colore sia uscita dalla sua tomba il giorno dell’inumazione.”
Qui mi fermai, cosa aggiungere per ora? Mi tornò in mente Costanza del Re e la strana insistenza con cui alcune persone di Pontalba mi avevano suggerito di parlare con lei della morte della contessa. La giovane donna era infatti amica di Malù, la figlia della defunta. L’avevo incontrata il giorno prima nel negozio di Camilla, l’avrei rivista nel pomeriggio. Una ragazza intorno ai venticinque anni, alta, con dei lunghi capelli neri e gli occhi verdi, delle mani con le dita affusolate. Bella sicuramente, ma non credo fosse quello il motivo per cui mi era stato suggerito di parlare con lei.
Che fare ora? Prima di continuare a scrivere era meglio incontrarla. Spensi in PC e lascia vagare lo sguardo verso i campi. Il verde stava prendendo il sopravvento sul bianco della nebbia. Campi di frumento alto circa dieci centimetri si estendevano a perdita d’occhio da dietro l’albergo fin dove si vedeva il campanile di Santa Capellina. Tutto verde anche lì.
Mi sorpresi a pensare che il verde era il colore dominante di quel paese. In qualche modo lo definiva. Verdi i campi, gli alberi, l’acqua del Lungone, l’abbigliamento delle ragazze, il cielo. Verdi le rane, i ricci delle castagne, le piante di patate coltivate negli orti, le barbe delle rape, il trifoglio. Ecco cosa mi piaceva davvero di quel posto, il suo colore. Un paese verde.
Di solito nella psicologia dei colori, il verde rappresenta l’equilibrio e l’armonia tra la mente, il corpo e l’io emotivo. Si trova al centro dello spettro cromatico e l’occhio non fa alcuna fatica ad individuarlo, rendendolo un colore riposante. Questa sua caratteristica dipende anche dalla sua tonalità e intensità. Curioso. Un colore riposante. Ecco perché le camere operatorie sono verdi così come gli abbigliamenti dei chirurghi. È un colore che non stanca gli occhi, lasciandoli liberi di concentrarsi sulle difficili operazioni che si svolgono su un tavolo operatorio.
Io però non ero un chirurgo ma un povero giornalista di cronaca nera, che di solito veniva mandato a vedere morti, cimiteri, obitori, ospedali, camere mortuarie. Oppure a parlare con avvocati, legali, familiari, testimoni più o meno disponibili e più o meno affidabili. Qualche volta mi sono anche capitate delle morti con strani fenomeni associati, come in quel caso.
***
Ricordo che mi alzai dalla sedia su cui ero seduto, misi in bocca una caramella alla liquirizia e aprii la porta finestra che dava sul balcone della mia camera d’albergo. Uscii e chiamai il mio capo che, per nulla contento del fatto che l’articolo non fosse ancora arrivato in redazione, mi diede dello scansafatiche, dimenticandosi che io ero uno dei suoi migliori reporter e che non poteva permettersi di perdermi, perché avrebbe fatto fatica a trovare un sostituto altrettanto esperto e adattabile, pagandolo quanto pagava me, poco più di un qualunque impiegato.
Il trattamento economico era ingiusto, ma a me serviva quel lavoro e non avevo voglia di cambiarlo. Lui, il grand’uomo di larghe vedute che si professava equo e integerrimo, lo sapeva e ne approfittava. Una storia vecchia come il mondo che posso condividere con molti colleghi. Uno scandalo senza tempo che contraddice qualunque intento di equità professionale.
Aldilà di questo, il mio lavoro mi piaceva. Allora ero giovane e avevo ancora la presunzione di esser utile al progresso dell’umanità. Pensavo di avere un forte fiuto per la cronaca nera che mi avrebbe permesso di diventare il reporter più letto d’Italia. Certo il successo di un giornalista dipende anche dalla qualità del giornale che pubblica i suoi articoli, dalla pagina in cui compaiono, dal giorno in cui vengono pubblicati. È evidente che gli articoli pubblicati di domenica sono molto più letti di quelli pubblicati di lunedì o martedì. Ma tant’è, ero contento lo stesso.
Guardai nel cortile dell’albergo e vidi Erika che stava indicando il parcheggio a dei clienti appena arrivati. Una Ford nera di almeno dieci anni parcheggiò sotto la mia finestra. Ne uscì una coppia di uomini d’affari bene vestita e valigiata, avrei detto dei rappresentanti di detersivi o cosmetici.
Mentre guardavo la scena dall’alto, ebbi l’impressione che dalla tasca destra del cappotto di uno dei due uomini penzolasse qualcosa di verde. Qualcosa di morbido e di peloso. Una coda di volpe! Una piccola volpe verde stava dormendo nella tasca di quel signore appena arrivato chissà da dove.
Per un attimo mi girò la testa. Ora svengo, pensai. Mentre cercavo di mettere a fuoco meglio, il signore mise una mano in tasca, come quando si strizza un fazzoletto per farlo stare in poco spazio, e la volpe verde o quel pelo verde che tale sembrava, sparì all’interno della tasca. Rientrai e mi sedetti sulla sedia davanti al PC.
‘Non posso scrivere proprio niente per ora’ pensai e mi distesi sul letto mettendomi il cuscino sulla testa.
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
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Illuminismo, come è stato possibile estinguere la tua luce? Il progresso, la libertà, la giustizia sociale gettati nel cesso. Le moltitudini che una volta erano classe sociale ed orgoglio, ora abdicano al pensiero facile, all’omologazione, brancolano nell’ignoranza da internet e accusano i pochi di arrogante tracotanza. I potenti senza classe né stile, buzzurri analfabeti che si ergono a dominatori del mondo grazie ai loro conti cifrati.
La violenza della guerra senza regole accettata, lo sdegno per una vetrina frantumata.
Come è possibile, Illuminismo, che tu sia evaporato?
Al tuo posto macerie fumanti, sangue d’innocenti, adoratori di chiese senza Dio, la tragedia che si tramuta in farsa, il teatro degli orrori dove sanguisughe con cravatte ora rosse ora blu sentenziano sul cadavere dell’umanità intera.
Regole d’ingaggio nel dibattito civile sbriciolate come vasellame travolto da elefanti senza volto; la storia non vi assolverà, ma sarà troppo tardi.
E il popolo che fa?
Si arrabatta, qualcuno manifesta, taluni eroi rischiano la vita per gridare in faccia agli aguzzini Giustizia e Libertà. Ma il resto, gli imbelli, la maggioranza silenziosa, vota i criminali che si sono impadroniti del mondo civile, non si ribella nemmeno durante un Genocidio – sotto sotto se la sono cercata, dicono taluni.
Ma dove sei, secolo dei lumi?
Quando la ghigliottina della restaurazione si è reimpossessata della tua luce? Dove sono le folle del quarto stato che con falci e forconi ribaltano l’ordine costituito?
Non riesco a scrollarmi di dosso la crosta dell’apatia con cui gli stregoni, servi dei padroni, mi hanno ricoperto. Deleghiamo la rivolta, siamo troppo “grossi” Comandante, non riusciamo a passare attraverso quella maledetta gola dove i sicari ci stanno aspettando. Come può l’uomo uccidere un suo fratello (cit.).
Nemmeno di fronte alla morte siamo tutti uguali, guerre diverse, diverso peso, un morto amico vale settanta nemici, peggio delle fosse d’ardesia, mostri neri come la pece inghiottono vite come fossero arachidi lanciate nelle gabbie delle scimmie, in uno zoo del 1984.
La verità è menzogna (cit.), i giornalisti uccisi come obiettivi sensibili sono il modus operandi del nulla che invade le praterie di tutte le terre.
Non riesco a sostenere le mie idee, i miei pensieri, contro tutti quelli che si fanno scudo di un telefono a luce viola e che non leggono una pagina di carta dalle elementari, ma si “informano”, “sanno”, hanno mille certezze che ti sbattono in faccia ad ogni sussurro.
Con che armi combattiamo la magniloquenza, con che forza resistiamo a tutto questo guano che ci sommerge, come possiamo emergere dal fango dell’odio? Non conosco le risposte, ho solo domande, non ho certezze ma solo dubbi.
Come è possibile giocare a scacchi con un piccione? Ti guarda strano, poi sale in piedi sulla scacchiera, ribalta i pezzi, scagazza e se ne va tutto impettito.
Illuminismo, quando hai smesso di illuminare il sol dell’avvenir?
Come possiamo permettere di essere governati da esseri aberranti, che quando va bene si crogiolano nell’italico “chiagni e fotti”, mentre alla peggio amplificano per mille il motto del Marchese del Grillo “io so’ io e voi nun siete ‘n cazzo”, dove abbiamo sotterrato le armi dei nostri partigiani?
Troppe domande, nessuna soluzione ed allora mi aggrappo ancora a te, dolce Enrico, per cercare un lume nel buio.
“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.
In copertina: Journéè des tuiles, Alexandre Debelle, wikimedia commons
In futuro, quando penseremo a Gaza:
Alessandro Baricco e Doris Lessing, due visioni a confronto.
C’è un tempo in cui le parole si caricano di un peso che va oltre il loro significato. “Gaza” è una di quelle parole. Da oggi “Gaza” non è soltanto il nome di una striscia di terra, ma un simbolo, un nodo, un confine. Nell’articolo pubblicato su Substack Alessandro Baricco (Qui anche su periscopio:“Gaza e l’agonia del Novecento”) ha scritto che Gaza è diventata “la definizione di un limite”: il punto oltre il quale la nostra umanità si spezza, il luogo in cui la guerra smette di essere una notizia e diventa una domanda etica. “Gaza”, per Baricco, è il nome di un trauma collettivo che ci costringe a ridefinire cosa significhi essere umani.
Ma cosa penseranno di noi, le generazioni future, quando penseranno a Gaza?
È la stessa domanda che si poneva Doris Lessing nella prima delle sue cinque lezioni sulla libertà (Le Prigioni in cui scegliamo di vivere, Minimum fax, 1998) intitolata significativamente In futuro, quando penseranno a noi. Lessing non parlava di Gaza, ma della nostra epoca nel suo insieme: un’epoca che, pur avendo accesso a una conoscenza senza precedenti, continua a ripetere gli stessi errori, a cadere nelle stesse trappole, a cedere alle stesse pulsioni tribali. Per lei, la guerra non è un incidente della storia, ma una componente inestirpabile della natura umana.
Questo articolo nasce proprio dall’incontro – o forse dallo scontro – tra queste due visioni. Da un lato, Baricco, che legge la guerra come un residuo del Novecento, destinato a diventare obsoleto come una macchina da scrivere. Dall’altro, Lessing, che ci mette in guardia contro l’illusione del progresso morale, ricordandoci che la violenza è inscritta nel nostro codice sociale e psicologico.
Due antropologie divergenti, due modi di pensare il futuro, due risposte alla stessa domanda: che cosa resterà di noi, quando penseranno a Gaza?
Nel 1985, in un ciclo di conferenze tenute per la BBC, Doris Lessing pronunciava parole che oggi suonano profetiche. La prima lezione, intitolata “In futuro, quando penseranno a noi”, si apriva proprio con una domanda storica e antropologica al tempo stesso: come verrà giudicata la nostra epoca da chi verrà dopo di noi?
La risposta che Lessing suggeriva era tutt’altro che consolatoria: le future generazioni non ci ricorderanno per i nostri progressi tecnologici o per le nostre dichiarazioni di pace, ma per la nostra incapacità di imparare dalla storia, per la nostra ostinazione a ripetere gli stessi errori, per la nostra cieca obbedienza ai meccanismi del potere e del gruppo.
Per Lessing, la guerra non è un accidente della storia, né un errore politico rimediabile. È una costante antropologica, una pulsione che affonda le radici nella struttura stessa della psiche umana. La sua analisi si muove tra psicologia sociale, storia e letteratura, e approda a una visione disillusa ma lucida: “Siamo creature sociali, e questo ci rende vulnerabili alla pressione del gruppo.” È proprio questa vulnerabilità che ci rende inclini alla violenza, alla polarizzazione, alla costruzione del nemico.
La guerra, in questa prospettiva, non è solo un evento esterno, ma un fenomeno interiore, una forma di regressione collettiva. Lessing osserva come, anche in società democratiche e istruite, si possa facilmente scivolare in dinamiche tribali, in cui il pensiero critico viene sospeso e l’individuo si dissolve nel gruppo. La propaganda, la retorica dell’identità, la paura dell’altro: sono tutti strumenti che attivano meccanismi profondi, ancestrali, che ci riportano a uno stato pre-razionale.
Non c’è, in Lessing, alcuna fiducia ingenua nel progresso. La conoscenza storica, per quanto accessibile, non basta. La cultura non immunizza. “La libertà, se non è accompagnata da una pratica quotidiana di consapevolezza, resta un’illusione”. Ecco perché la sua lezione è anche un appello: imparare a riconoscere le dinamiche del gruppo, a pensare con la propria testa, a coltivare una forma di resistenza interiore.
A differenza di tale visione …psico-sociale quella di Baricco, come anticipato, è più “evolutiva” interpretando la guerra come un’anomalia storica, un residuo di un secolo — il Novecento — che ne ha fatto uno strumento ordinario di governo e di narrazione. La sua ipotesi è che la guerra, come la conosciamo, non appartenga più al nostro tempo. È un linguaggio che non ci rappresenta più, un codice che non sappiamo più leggere, un gesto che non ci somiglia. In questo senso, Gaza non è solo una tragedia, ma anche una rivelazione: ci mostra che non siamo più disposti ad accettare l’inaccettabile.
Nella visione di Baricco, la guerra non è connaturata all’essere umano, ma culturalmente superabile. È un dispositivo che ha avuto senso in un certo contesto storico, ma che oggi appare sempre più dissonante rispetto alla sensibilità contemporanea. Baricco non parla di un’utopia pacifista, ma di una trasformazione antropologica in atto, silenziosa ma profonda. La guerra, dice in filigrana, non è più “nostra”: non ci rappresenta, non ci riguarda, non ci serve.
Questa fiducia nel cambiamento non nasce da un’ingenuità, ma da un’osservazione attenta dei segni del tempo. Baricco coglie un mutamento nel modo in cui le persone reagiscono alle immagini, alle parole, ai racconti di guerra. C’è un senso di disadattamento etico, una crescente incapacità di accettare la violenza come normalità. Gaza, in questo senso, è uno specchio: ci mostra chi siamo diventati, o chi stiamo cercando di diventare.
Se Lessing ci ammoniva sul rischio di ripetere la storia, Baricco ci invita a interromperla. Se per Lessing la guerra è un destino da cui difendersi con consapevolezza, per Baricco è un errore che possiamo smettere di commettere. Due visioni opposte, ma entrambe animate da una domanda radicale: che cosa significa, oggi, restare umani?
Come abbiamo visto le risposte che i due autori offrono non potrebbero essere più distanti, eppure entrambe nascono da un’urgenza etica, da un bisogno di interrogare il presente alla luce di un futuro possibile.
Quella della Lessing, è una visione tragica e disillusa, che non concede scorciatoie: la libertà è una conquista fragile, sempre minacciata dalla nostra tendenza a obbedire, a conformarci, a cercare sicurezza nel branco.
La visione di Baricco invece è evolutiva e fiduciosa, che vede nella sensibilità contemporanea i segni di un cambiamento profondo, forse irreversibile. La guerra non è più “nostra”: è un gesto che non ci somiglia, un errore che possiamo smettere di commettere.
Evidentemente attraverso queste analisi ci confrontiamo con due visioni opposte dell’umano: quella di Doris Lessing, che ci ammonisce sulla persistenza della guerra come tratto costitutivo della nostra specie, e quella di Alessandro Baricco, che intravede nella nostra crescente intolleranza verso la violenza il segno di una trasformazione in atto.
E Gaza come anche Kiev oggi sono domande che ci riguardano da vicino: che cosa resterà di noi, quando le generazioni future penseranno a Gaza a Kiev e a quegli altri luoghi dove oggi si stanno combattendo guerre più silenziose e invisibili?
Resterà la nostra capacità di dire “no”, come auspica Baricco, o la nostra incapacità di imparare, come teme Lessing? Resterà la memoria di un’epoca che ha saputo riconoscere il proprio limite, o l’ennesima testimonianza della nostra cecità collettiva?
In fondo, entrambe le visioni ci chiedono la stessa cosa: non smettere di pensare. Pensare contro il gruppo, come Lessing. Pensare oltre il trauma, come Baricco. Pensare Gaza non come una tragedia lontana, ma come una ferita che ci riguarda, che ci interroga, che ci definisce.
In questo senso raccontare, non solo ciò che sta accadendo ma anche a chi sta accadendo ( a noi tutti!) rappresenta una possibilità.
La possibilità che, un giorno, quando le generazioni future penseranno a Gaza, a Kiev e a noi tutti non ci giudicheranno completamente irresponsabili, indifferenti. Disumani.
Cover: From Gaza, by Jaber Badwen – Wikimedia Commons
Fonte ( www.cdscultura.com) Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore.
Ferrara Film Corto Festival, serata finale e premi dell’ ottava edizione
Si è svolta sabato 25 ottobre al Teatro Sala Estense la Serata Conclusiva e la Cerimonia Di Premiazione dell’VIII edizione del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica”.
La serata si è aperta con il concerto dell’ensemble classico-contemporaneo EFFE String Quartet.
Dal repertorio classico a quello contemporaneo, dal cinema al pop, dal palco della Biennale di Venezia a quello della cerimonia inaugurale dei Mondiali di Sci 2021, attraverso le collaborazioni con Neri Marcorè, Shade, Arturo Brachetti. Un quartetto d’archi con l’anima di una band, per uno spettacolo magnetico e imperdibile.
Premio Giuria Giovani
La targa al miglior corto da parte della GIURIA GIOVANI, formata dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Giosuè Carducci e dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi e del Liceo Artistico Dosso Dossi di Ferrara, è stata consegnata a:
• “LA FEMMINA”, di Nuanda Sheridan
MOTIVAZIONE: Il corto premiato si distingue per l’originalità della sua rappresentazione e per la capacità di comunicare in modo profondo ed emozionante senza ricorrere alle parole, affidandosi unicamente alla forza delle immagini e del suono. Un’opera che affronta un tema attuale, ma al tempo stesso antico, universale, riuscendo a colpire con la sua intensità, la sua sensibilità e la sua capacità di esprimere emozioni autentiche attraverso un linguaggio visivo puro e immediato.
Questi i cortometraggi in concorso, premiati, con le relative motivazioni.
• Menzione Speciale della Giuria Cosa resta, di Francesca Scanu
MOTIVAZIONE: Questo film merita una menzione speciale, per la sincerità con cui affronta il tema del disagio interiore. Tutti abbiamo bisogno di fermarci e ripartire. La scomparsa del cane diventa il pretesto per un percorso di risveglio emotivo, dove il dolore si trasforma lentamente in consapevolezza e voglia di rinascita.
• Menzione Speciale della Giuria al Miglior Corto di Animazione WINNER: Sacrebleu – Chapter 1, di Clement Oberto
MOTIVAZIONE: Il regista, con l’opera presentata conduce lo spettatore attraverso un viaggio trasformativo che fonde realtà e fantasia, esplorando il fragile rapporto con la natura e la necessità di preservare l’ambiente. Per farlo oltre alla ripresa tradizionale sviluppa e ci propone una coinvolgente animazione.
• Targa “Miglior Documentario” WINNER: Crossing the divide, di Eva Zanettin e Raghav Pasricha
MOTIVAZIONE: Crossing the Divide offre una visione commovente e sensibile della filosofia della comunità Baul in India, una tradizione umanistica che da oltre 1.200 anni cerca di superare le divisioni attraverso l’amore, la pace e la conoscenza di sé. Con la sua splendida fotografia, l’approccio sottile e il profondo senso di connessione, il film è particolarmente incisivo nel mondo odierno, caratterizzato da conflitti e profonde divisioni, distinguendosi sia come potente documentario che come silenzioso manifesto per la convivenza.
• Targa “Miglior Fotografia” WINNER: C’è da comprare il latte, di Pierfrancesco Bigazzi (premio a Francesco Lorusso)
MOTIVAZIONE: Per una fotografia capace di trasformare il bianco e nero in materia viva, dove la luce non si limita a illuminare ma diventa memoria, carezza e scomparsa. Attraverso un uso sensibile e rigoroso dei contrasti, il direttore della fotografia riesce a rendere tangibile il tempo che passa e ciò che resta: i corpi, la sabbia, gli oggetti che affiorano come ricordi. Un lavoro che racconta con pudore e profondità la fragilità della memoria e la potenza della luce come ultimo legame tra due anime.
• Targa “Migliore Attore” WINNER: C’è da comprare il latte, di Pierfrancesco Bigazzi (premio a Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati)
MOTIVAZIONE: Targa “Miglior Attore” ad Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati per l’originalità dell’interpretazione silenziosa del rapporto fra due fratelli ed essere riusciti a rappresentare e dare un’immagine toccante all’idea misteriosa, di per sé invisibile, della sensibilità umana.
• Targa “Migliore Attrice” WINNER: Suzanne & Marcelo, di Francesco Alessandro Cogliati (premio a Manuela Mandracchia)
MOTIVAZIONE: Questo film va premiato per l’intensità con cui gli attori riescono a trasmettere un intreccio emotivo profondo e originale. In particolare, a Manuela Mandracchia, giusta e calzante nel gioco fra due anime che trovano consapevolezza nell’ascoltarsi. La sua recitazione all’interno del contenuto, è audace e toccante, capace di sorprendere e far riflettere sull’identità e sull’amore in tutte le sue forme.
Manuela Mandracchia, foto Mattia Malorgio
• Premio Speciale Targa “#CLIMATECHANGE” WINNER: Il custode del lago, di Simone Bressello
MOTIVAZIONE: Premio Speciale #Climatechange per aver raccontato attraverso un protagonista emozionante gli effetti drammatici del cambiamento climatico, unendoli al senso profondo della bellezza, intesa come esigenza irrinunciabile degli esseri umani.
• Premio Speciale Targa “Musica Indie”
WINNER: Touching territory – to play the land, di Fernando Parre
MOTIVAZIONE: Touching Territory ci incoraggia a riflettere sul rapporto tra l’uomo e la natura. Il film affronta i suoni del mondo naturale in modo giocoso, esplorando i “corpi sonori” delle piante, degli oggetti industriali come i rifiuti ingombranti e degli elementi naturali come l’acqua come strumenti musicali. Questi suoni vengono campionati e intrecciati in modo creativo con armonie, producendo brani musicali che vanno oltre i tradizionali paesaggi sonori percussivi e strumentali, distillandoli in
affascinanti esperienze sonore. La giuria riconosce la creatività e l’originalità di questo lavoro musicale e premia il film per la sua eccezionale innovazione sonora.
Premio Speciale Targa “Musica Indie” a Touching territory – to play the land Fernando Parre, foto Mattia Malorgio
• Premio Speciale Targa “Miglior Sceneggiatura” WINNER: Marcello, di Maurizio Lombardi
MOTIVAZIONE: La miglior sceneggiatura va al film “Marcello”, perché racconta in maniera semplice, veritiera e con forza come il cinema possa diventare rifugio, possibilità e rinascita.
Attraverso Marcello, ci ricorda che anche nel caos più profondo, la fantasia può salvare e dare un senso, perché nel cinema tutti trovano un posto. Per chi lo guarda e per chi lo vive.
• Premio principale “Ambiente è Musica” – 300 Euro e targa WINNER: Ceux qui répondent à l’écho, di Alexis Cousineau e Charlotte Gagnon
MOTIVAZIONE: Per la sua capacità di fondere musica, poesia e immagine in un’unica esperienza sensoriale, dove il canto, il corpo umano e la natura si rispondono come voci dello stesso respiro.
Un’opera digitale sperimentale che trasforma la performance in un rituale sonoro e visivo. Un saggio lirico sulla simbiosi tra uomo e ambiente, un’eco che si rifrange tra parola, suono e paesaggio, restituendo alla materia il suo canto primordiale.
• Premio principale “Buona la Prima” – 300 Euro e targa WINNER: La buona condotta, di Francesco Gheghi
MOTIVAZIONE: Premio principale “Buona la prima” a La buona condotta per la compattezza del racconto che riesce con tratti veloci e precisi a delineare un contesto familiare svelando in modo credibile uno scenario inatteso e un’incrinatura perturbante.
• Premio principale “Indieverso” – 300 Euro e targa WINNER: Suzanne & Marcelo, di Francesco Alessandro Cogliati
MOTIVAZIONE: Per la delicatezza con cui esplora l’amore al di là dei confini di genere e dell’identità, restituendo con grazia e verità il mistero di un legame che si rinnova nel gioco e nella metamorfosi. Un film che celebra il diritto di essere molteplici, di riconoscersi e perdersi nell’altro, di trasformarsi per continuare ad amarsi. Con uno sguardo intimo e consapevole, il corto racconta la libertà come atto d’amore e la finzione come spazio di verità.
Le cinque targhe nelle categorie Miglior Documentario, Migliore Attrice, Migliore Attore, Miglior Fotografia e Migliore Sceneggiatura e i due premi speciali nelle categorie #CLIMATECHANGE e MUSICA INDIE sono state consegnate dai membri della GIURIA PROFESSIONALE FFCF 2025 composta da: • Francesca Pirani — Regista e autrice, Presidentessa della Giuria Professionale • Andreas Graf — Musicista e regista • Carlo Magri — Regista documentarista • Alessandro Marchiori Rocca — Regista e direttore della fotografia • Stefano Maurelli — Attore e regista
I premi dei corti vincenti nelle tre categorie principali: INDIEVERSO (300 Euro e targa), BUONA LA PRIMA (300 Euro e targa) e AMBIENTE È MUSICA (300 Euro e targa) sono stati consegnati da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna e dagli atleti e dalle atlete della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco, eccezionalmente presenti durante la serata di premiazione per una collaborazione straordinaria con FITARCO (Federazione Italiana di Tiro con
l’Arco), ovvero:
• Cinzia Noziglia – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – Gruppo Sportivo
Fiamme Oro – Arco Nudo – Pluri-campionessa Mondiale, Europea e Italiana ; Oro ai World
Games 2017 e 2022 e Argento ai World Games 2025
• Simone Barbieri – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo
– Pluri Campione Europeo e Italiano ; Oro ai World Games 2025.
• Alessandra Bigogno – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco
Nudo – Campionessa Europea e Italiana.
I premi nelle tre categorie principali sono opere d’arte uniche e originali, ideate e realizzate a mano
dall’artista contemporaneo Matteo Farolfi — pittore, scultore, alchimista della materia — ed esposte
nel percorso immersivo site-specific AWARENESS, visitabile presso Notorious Cinemas Ferrara dal
21 ottobre al 3 novembre 2025.
PARTNER DELL’OTTAVA EDIZIONE DI FERRARA FILM CORTO FESTIVAL 2025
Organizzato da Ferrara Film Commission APS,
Con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Ferrara,
Con il patrocinio e il sostegno di Comune di Ferrara e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna,
Partner didattici: IIS Giosuè Carducci, IIS Luigi Einaudi, Liceo Artistico Dosso Dossi, Liceo
Scientifico A. Roiti, Blow-Up Academy
Partner scientifico: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara,
Partner organizzativi: Ferrara Musica, Notorious Cinemas – The Experience, Anime Factory, Factory
Grisù, Ferrara la città del cinema, Combo,
Ospitalità ristorazione: Hotel Radisson Ferrara, Hotel Carlton, Locanda della biscia, Pasticceria
Pivati.
Powered by: EFFE Matteo Farolfi, Periscopionline.it, Mami Voice, ESMA Creative Studio.
Festival gemellati: Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, Planetaria – storie che parlano al futuro,
Roma Film Corto, The 48 Hour Film Project, Moscerine Film Festival, Dance On Screen Film
Festival, Premio Folco Quilici – FEDIC
I Masai di Loliondo, brutalmente sfrattati dalle loro terre per fare spazio a una riserva di caccia, vedono la loro battaglia legale naufragare dopo il verdetto della Corte Suprema tanzaniana. La sentenza apre la strada a nuovi sgomberi, mentre in Kenya altre comunità indigene affrontano lotte simili contro riserve di conservazione imposte senza consenso.
«Ci stanno portando via tutto: la nostra terra, la nostra storia, il nostro futuro», denuncia Ole Nadoy, leader della comunità masai di Loliondo. Parole che riecheggiano come un grido di disperazione e resistenza. ù per fare spazio alla riserva di caccia Pololeti. Lo scorso ottobre, la Corte suprema di Dodoma ha respinto la richiesta di rientro nelle loro terre, un verdetto che, secondo l’Oakland Institute, rappresenta un pericoloso precedente per i diritti dei popoli indigeni in Tanzania e oltre. Survival Internationaldenuncia che i Masai non sono stati consultati né risarciti, benché le loro terre fossero legalmente riconosciute.«Le comunità colpite vivevano in villaggi regolarmente registrati secondo il regime fondiario tanzaniano, eppure la Corte ha ritenuto che il loro diritto alla terra fosse secondario rispetto alle esigenze economiche del Paese», riferisce l’organizzazione che difende i popoli indigeni. E ancora: «La decisione rischia di creare un pericoloso precedente, legittimando sfratti forzati di comunità native a favore di progetti governativi legati al turismo e alla conservazione ambientale».
«I motivi su cui si fonda la sentenza», sostengono gli attivisti, «fanno fortemente dubitare dell’indipendenza del potere giudiziario in questo momento storico della Tanzania, Paese ormai ben avviato a diventare un regime autocratico dove la legge non è più uguale per tutti e gli oppositori vengono perseguitati». Vittime della repressione sarebbero anche «i leader masai e quelli delle organizzazioni della società civile che hanno difeso i loro diritti, imprigionati per mesi con accuse pretestuose».
La sentenza e le sue conseguenze
Il tribunale ha motivato la decisione sostenendo che la riserva è necessaria per la conservazione della fauna selvatica (“le riserve di caccia tutelano l’ambiente e l’equilibrio dell’ecosistema – hanno spiegato i giudici – permettendo l’abbattimento degli animali vecchi o in eccesso”), principale fonte di valuta estera del Paese. Tuttavia, la sentenza contraddice un precedente verdetto della stessa Corte suprema del 2023, che aveva dichiarato illegale la creazione della riserva Pololeti proprio perché i Masai non erano stati coinvolti.
Gli attivisti parlano di un grave segnale di deriva autoritaria: «Non solo la giustizia sembra piegata agli interessi economici del governo, ma chi difende i diritti delle comunità indigene viene perseguitato. Leader masai e attivisti della società civile sono stati imprigionati con accuse pretestuose, mentre le forze di sicurezza hanno represso con la violenza le proteste locali». «Il dietrofront evidenzia il peso politico della vicenda e la volontà del governo di piegare le decisioni giudiziarie ai propri interessi economici», chiosano i rappresentanti delle comunità pastorali di Loliondo.
Masai, (Foto di https://www.africarivista.it/)
La battaglia legale – di cui si annunciano nuovi capitoli – è solo l’ultimo risvolto di un’annosa contesa che da molti anni contrappone le autorità di Dodoma ai Masai. Questi ultimi, uno dei gruppi indigeni più noti dell’Africa orientale, vivono nel nord della Tanzania, e nei territori confinanti del Kenya, e sono tradizionalmente pastori nomadi. Il loro stile di vita dipende fortemente dalla possibilità di accedere a vaste aree di pascolo per il bestiame, una risorsa sempre più minacciata dalla pressione dello sviluppo economico e turistico. Nel corso del tempo, il governo tanzaniano ha progressivamente limitato l’accesso dei Masai alle loro terre, sostenendo che le aree in questione sono necessarie per la conservazione della fauna selvatica o lo sviluppo turistico. Uno degli epicentri del conflitto è proprio la regione di Loliondo, al confine con il Parco Nazionale del Serengeti. Il governo tanzaniano ha a lungo cercato di trasformare questa zona in una riserva naturale. E ciò ha comportato lo sfratto forzato di numerose famiglie masai.
Turismo e neocolonialismo
La situazione ha raggiunto un punto critico quando il governo, nel 2022, ha inviato le forze di sicurezza per delimitare 1.500 chilometri quadrati come area protetta, scatenando proteste e scontri con le comunità locali. Decine di attivisti sono stati arrestati, alcuni sono stati costretti all’esilio e molte comunità hanno subito violenze durante gli sgomberi forzati. Le immagini degli scontri hanno suscitato reazioni internazionali, con organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch a denunciare presunte violazioni dei diritti umani, chiedendo alla Tanzania di rispettare gli accordi internazionali sulla tutela dei popoli indigeni.
Il governo giustifica gli sfratti con la necessità di tutelare l’ecosistema, ma i Masai e le organizzazioni per i diritti umani accusano le autorità di usare la conservazione come pretesto per favorire il turismo di lusso e la caccia sportiva. Secondo fonti di stampa, alcune delle terre sottratte sarebbero già state concesse a compagnie straniere legate agli Emirati Arabi, che organizzano safari esclusivi e battute di caccia per clienti facoltosi. La vicenda ha suscitato indignazione internazionale: l’Unione Europea ha condannato duramente l’accaduto, arrivando a sospendere finanziamenti destinati alla conservazione ambientale in Tanzania, mentre la Banca mondiale ha interrotto l’erogazione di fondi per lo sviluppo turistico a causa delle violazioni dei diritti umani.
Lotta senza confini
Le conseguenze del caso di Loliondo si fanno sentire anche oltre confine. Il Kenya ha accolto un numero crescente di Masai in fuga, privati dei loro mezzi di sussistenza. Nel gennaio scorso, la giustizia kenyota ha emesso una sentenza storica, dichiarando illegali le riserve di conservazione create dal governo in collaborazione con il Northern Rangelands Trust (Nrt), un’organizzazione che gestisce milioni di ettari vendendo crediti di carbonio a multinazionali come Meta, Netflix e British Airways. Il tribunale ha appurato che quelle aree sono state istituite senza consultare le comunità locali, in maggioranza di etnia borana, samburu e rendille, alimentando il sospetto che dietro la conservazione si nascondano interessi economici globali a discapito dei popoli indigeni. La missione di Nrt sarebbe, in teoria, quella di istituire riserve comunitarie resilienti, trasformare vite e garantire la pace e la conservazione delle risorse naturali.
A finire sotto accusa è un progetto del valore potenziale di svariati milioni di dollari (l’importo esatto non è noto poiché l’organizzazione non pubblica bilanci finanziari), da tempo criticato dagli attivisti indigeni perché sarebbe stato istituito a danno delle popolazioni locali. La sentenza, in particolare, riguarda un caso intentato da 165 membri delle comunità presenti in quei territori e sancisce che le riserve sono state istituite incostituzionalmente, senza base giuridica. La Corte ha inoltre ordinato che i guardaparco dell’Nrt, armati pesantemente e accusati dai popoli indigeni della zona, lascino quelle riserve.
Interessi stranieri
«La sentenza è anche l’ultima di una serie di stoccate alla credibilità di Verra, il principale organismo utilizzato per verificare e validare i progetti di crediti di carbonio», fa sapere Survival International. «Purtroppo questo fenomeno è lungi dall’essere un problema isolato», fa presente Caroline Pearce, direttrice generale dell’organizzazione. «Troppi programmi di compensazione delle emissioni di carbonio si basano sullo stesso modello obsoleto della “conservazione fortezza” e sostengono di “proteggere” la terra mentre calpestano i diritti dei suoi proprietari indigeni e realizzano ingenti profitti strada facendo».
Gli interessi stranieri nella gestione di quei territori appaiono evidenti. Secondo l’Oakland Institute, dietro la politica tanzaniana sulla conservazione e il turismo si nasconderebbero ingerenze di rilievo, in particolare statunitensi. Un rapporto pubblicato ad aprile da ricercatori californiani (intitolato Pulling Back the Curtain: How the US Drives Tanzania’s War on the Indigenous) ha messo in luce come Washington abbia esercitato un ruolo determinante nell’influenzare le strategie di gestione del territorio in Tanzania, sostenendo progetti finanziati da Usaid a scapito delle comunità locali. E malgrado l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale sia stata praticamente chiusa nei mesi scorsi da Donald Trump, in pochi si illudono che la nuova amministrazione americana imprimerà o favorirà un cambio di rotta nelle politiche ambientali… Mentre il governo di Dodoma prosegue con le politiche di esproprio, i Masai si trovano a combattere una battaglia sempre più difficile per la salvaguardia dei propri diritti e per il controllo delle loro terre ancestrali.
Ferrara Film Corto Festival: essere sempre più giovane per diventare adulto
Questa sera (sabato 25 ottobre) dalle 20.30 la Sala Estense ospiterà la serata conclusiva dell’ottava edizione del Ferrara Film Corto Festival,chiamato “Ambiente è Musica”. Per il programma andate al sito ufficiale. Per qualche impressione personale invece, restate qui.
Ieri, al termine delle proiezioni alla Sala del Refettorio, ho incontrato in rappresentanza di Periscopio le sceneggiatrici, registi, registe e produttori di alcuni dei cortometraggi in rassegna – preferisco chiamarla così perché, nonostante la presenza delle giurie e dei premi, non riesco ad associare all’espressione artistica il concetto di “gara” o “competizione”.
Ho avuto il piacere di parlare a persone di trenta o trentacinque anni davanti ad una platea di persone di venti o venticinque anni. Già solo questa circostanza mi ha scaldato il cuore, o se preferite rinfrescato lo spirito. Ho percepito diverse suggestioni da queste ragazze, ragazzi, cineasti, sceneggiatrici, artisti. Ad esempio, che la percezione della china del riscaldamento globale è molto più presente nei giovani che nei vecchi im-potenti: tra i giovani annovero anche il signor Antonio, Cicerone commosso del lago Fimon ne “Il custode del Lago” di Simone Bressello. Antonio potrebbe avere ottant’anni, ma la sua disperata freschezza lo inscrive a buon titolo nella categoria dei giovani. La stessa acuta e allarmata consapevolezza ho colto in Giorgia Baracco, giovane sceneggiatrice di “Sommersi”, breve drama che fissa una dissennatezza che vede protagonisti due adolescenti, immergendola letteralmente nella furia di un alluvione che si fa tragedia collettiva, senza poter cancellare la tragedia individuale, ma contribuendo a nasconderla alla punizione civile – non a quella della propria coscienza. E poi le gelide e spigolose “Misure” di Marta Capossela, che prima di dirigere corti è stata selezionatrice di modelle per la moda, conosce bene il confine spesso labile tra canone e patologia, e lo rende con effetti disturbanti e profondamente inquietanti. “Cosa resta” di Francesca Scanu non può non commuovere chi ama i cani, creature che ospitiamo nelle nostre case a scopo didattico: ci mostrano come vivere senza insegnarcelo. Mia, che oltre ad essere l’attrice e dea ex machina della storia è il cane di Francesca, muove il mondo dentro e fuori senza fare nulla, semplicemente vivendo secondo il proprio istinto.
Infine non c’era il regista de “La Buona Condotta” , ma il suo produttore, Simone Rossi. Su questo cortometraggio preferisco non dire nulla, tranne una cosa: i genitori che lo vedranno impareranno a dubitare di ogni certezza che pensano di possedere sui loro figli.
Questa è solo una piccola selezione di ciò che è passato in rassegna, e magari nessuno di questi “vincerà” nessun premio, ma è il mio festival. Buona serata finale, e lunga vita.
Photo cover: frame da “La Buona Condotta” di Francesco Gheghi.
Karev Yom, lievito di speranza
Si avvicina il giorno,
E non è giorno e non è notte
[Altissimo che sei] più in alto possibile, più su, più su
fa conoscere che tuo è il giorno, così come la notte
Istituisci dei guardiani per la tua città
tutto il giorno e tutta la notte
Rischiara, illumina, illumina, rischiara
Illumina con la luce del giorno l’oscurità della notte
Karev Yom è canto alla speranza che accompagna il Seder pasquale, la cena rituale ebraica. Una danza, pure, per suscitare e far lievitare ancora la speranza in una pasqua senza tramonto, a venire, pasqua di redenzione e di salvezza, in cui non ci saranno più né giorno né notte, come in quella notte, ombra della luce, che fece uscire dalla schiavitù un popolo, aprendo una via nel mare. Né giorno, né notte è la speranza, lievito di luce.
Lucido fermento
Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall’ombra costellata, l’aria giuoca
sul prato. Quale presenza s’aggira?
Un respiro sensibile fra gli alberi
è passato, una vaga essenza esplosa
volge intorno ai capelli carezzevole,
nel portico una musica riposa.
Ah questa oscura gioia t’è dovuta,
il segreto ti fa più viva, il vento
desto nel rovo sei, sei tu venuta
sull’erba in questo lucido fermento.
Hai varcato la siepe d’avvenire,
sei penetrata qui dove la lucciola
vola rapida a accendersi e a sparire,
sfiora i bersò e lascia intatta la tenebra.
Parla della speranza come di un fermento che riluce anche questa lirica di Mario Luzi in Liriche gotiche (Tutte le poesie, 139). La speranza è soglia che lascia immutata l’oscurità, e tuttavia fa vibrare le fronde, e la luna sente il richiamo della sua silenziosa voce e ritorna a crescere. La speranza è presenza che ti circonda, che varca con te la siepe d’avvenire, come vento che penetra il rovo e passa oltre, come lucciola che lo attraversa accendendosi e spegnendosi, portatrice di un respiro di segreta gioia.
Ci ha ricordato anche David Maria Turoldo che, seminata nei sei giorni della creazione, è la speranza che fermenta e germoglia in essi, prepara lo stelo, su cui fiorirà il settimo giorno, quello del riposo, “giorno per la speranza è la notte”.
Notte: confine e porta
su altra vita.
Di notte è stata creata ogni cosa,
nella oscurità del solco
fermenta e germina lo stelo,
pur se la spiga maturerà – o morirà –
nel sole: e quando
poi compare la luna …
«fu sera e fu mattino, sesto giorno»,
giorno per Iddio è la Notte.
(O sensi miei…Poesie 1948-1988, Rizzoli 1997, 581)
Terre nuove
Dalle terre rare della poesia alle terre nuove dell’immaginazione: si dilata così lo spazio, anche oltre l’orizzonte, al bracconiere di parole, poiché da esse fiorisce un immaginario di universi, immagini che cercano parole nuove, linguaggi rinnovati per quell’esercizio spirituale che è la ricerca di senso del nostro vivere e oltre se stesso.
A condurmi in queste terre nuove è stata la lettura di un documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese presenti in Italia, che nel titolo unisce immagini e parole: Lievito di pace e di speranza. Un testo, come una mietitura in un campo largo, quello ecclesiale, frutto di una seminagione abbondante, volto a raccoglie i frutti del cammino sinodale durato quattro anni che ha visto parrocchie, gruppi comunità, movimenti, interagire in ascolto dentro e fuori le realtà ecclesiali con la città e il paese.
Una raccolta di esperienze, aperture e indicazioni per rinnovare la Chiesa italiana, conformandola al vangelo per renderla sempre più una “chiesa in uscita” ad incontrare la gente, dilatata verso le periferie esistenziali. Il documento raccoglie oltre cento proposte che verranno votate nell’Assemblea sinodale sabato 25 ottobre a Roma da oltre mille delegati da tutta la Penisola. Proposte che, dopo l’approvazione, saranno consegnate ai vescovi italiani affinché abbiano inizio un processo di recezione a base locale.
In un’intervista, Erio Castellucci, vescovo di Modena, che presiede il comitato Cei per il Sinodo, ricorda che «le oltre cento proposte non sono semplicemente accatastate l’una accanto all’altra, ma il tentativo di indicare delle piste di lavoro, in parte nuove e in parte già battute da alcuni».
Alla domanda: «Quale attenzione alle povertà, come raccomanda il Papa nella sua prima Esortazione apostolica Dilexi te?» risponde: «Questa è una delle carenze del documento. La lettura della Dilexi te mi ha persuaso che in questi anni di cammino sinodale sia stata troppo scarsa l’attenzione alle povertà. Alla fine della fase narrativa era emersa da parecchie parti la constatazione che i poveri non si erano coinvolti o non erano stati coinvolti nel percorso sinodale. Quando Leone XIV, sulle orme di papa Francesco, dice che i poveri sono protagonisti e non semplici destinatari, ci aiuta a fare un esame di coscienza serio. Non è populismo, è Vangelo».
Il coraggio di immaginare insieme
Nel documento viene sottolineata l’importanza di nuovi linguaggi, anche digitali e del coraggio dell’immaginare insieme per stabilire relazioni rinnovate dentro e fuori la comunità cristiana. Sono queste le terre nuove che ci stanno di fronte per la nostra itineranza: «non per un semplice lavoro strumentale di adattamento e condiscendenza, ma per un esercizio spirituale di riconoscimento del vissuto umano come luogo teologico, in virtù del principio dell’Incarnazione.
La comunicazione, del resto, è strutturale nella comunità cristiana: l’annuncio avviene sempre in una relazionalità comunicativa, ridefinendo lo spazio e il tempo dell’atto comunicativo. Con sobrietà e competenza, dunque, i cristiani sono chiamati ad abitare tutti gli ambienti di vita in cui si svolge l’esistenza delle persone», n. 33.
Il coraggio di immaginare titolo con cui inizia il n. 34 del documento credo rappresenti l’istanza iniziale e il denominatore comune da tenere sempre presente come stile ed esercizio permanente ogni volta che si vorranno mettere in atto, un poco alla volta le proposte e i necessari adeguamenti alle singole realtà locali.
Si legge: «Consapevole che la sete di interiorità non è meno ardente rispetto ai decenni passati, anche se spesso non si incanala in forme istituzionali, la Chiesa, nel suo servizio al sogno di Dio in atto nella storia, dialoga con il mondo delle arti – dalla pittura alla musica, dalla letteratura al cinema, dalla poesia alla street art al teatro – non per “addomesticarlo”, ma per coltivare una sana inquietudine, farsi provocare dalle sue intuizioni, tenere vivo il desiderio di terre e cieli nuovi, custodire la speranza.
Pertanto, l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte:
a. che le Chiese locali creino spazi di incontro e di confronto, laboratori creativi, percorsi di formazione e di “educazione alla bellezza”, valorizzando le realtà esistenti e favorendone di nuove, anche mediante la concessione di ambienti e finanziamenti;
b. che le Chiese locali attingano ai multiformi linguaggi artistici per sperimentare forme innovative di catechesi e annuncio;
c. che le Chiese locali valorizzino il proprio patrimonio artistico, integrandolo nella pastorale, mediante iniziative stabili rivolte alle nuove generazioni alle famiglie, agli immigrati, ai turisti e formando operatori competenti».
È tempo di immaginare
Anche per la teologia, è venuto il tempo di immaginare, insieme ad una intelligenza comunitaria, perché il futuro è corale. L’immaginazione è fattore di cambiamento, superamento e trasformazione. Ci ha ricordato il card. Henry Newman: «Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni». L’immaginazione «è un invito a scoprire il moto del cuore che, paradossalmente, ha bisogno di partire per poter rimanere, di cambiare per potere essere fedele». Così la teologia è chiamata a dare ascolto anche a logiche non teologiche, aprendo spazi all’interdisciplinarità e transdisciplinarità.
L’immaginazione è lievito e fermentazione che si attiva intrecciando le diverse sensibilità e generi di conoscenza, non per mescolare le metodologie proprie a ciascuna disciplina, ma per creare territori, terre nuove, grammatiche nuove dell’umano di convivialità alla ricerca di una razionalità condivisa.
Sono questi alcuni pensieri raccolti dall’intervento del card. José Tolentino Mendonça al Congresso internazionale del dicembre 2024 a Roma: Eredità e immaginazione organizzato dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, esplicitamente dedicato al “futuro della teologia”.
Nella sua prolusione diceva: «L’immaginazione del cristiano è sguardo critico che riconosce che il mondo non è come dovrebbe essere, che è segnato dal male, dal peccato, dalla sofferenza, ed è bisognoso di redenzione, ma al tempo stesso si dischiude come sguardo rigenerativo che riconosce i segni dell’avvento di questa redenzione, riconosce i sentieri da aprire perché essa si faccia strada nei cuori e nelle menti degli uomini, nelle vicende della storia. È sguardo non puramente contemplativo ma performativo – fa ciò che dice – che profeticamente riconosce che cosa possiamo fare di questo mondo se lo affidiamo alla promessa di salvezza di Dio».
L’immaginazione è impronta originaria del pensiero che mette in gioco il cuore
L’immaginazione mette in gioco il cuore e i sensi. È sensazione visiva che dice e pone relazione all’altro. È percezione di qualcosa che appare. È come un’impronta da fuori che fermenta il dentro. È levatrice di creatività per il venire alla luce del pensiero e delle parole. Non è pura invenzione del soggetto o semplice rappresentazione, riproduzione esteriore del pensiero, ma sua determinazione originaria, benefica ibridazione, meticciato fecondo che innesta visivamente e avvia il processo della coscienza e del conoscere. «La sensazione alla lettera una comunione» (M. Merleau-Ponty).
Scrive Giovanni Cesare Pagazzi: «Se è vero che l’anima pensa sempre, è altrettanto vero che essa non pensa mai senza immagine, sia essa visiva, acustica, tattile, olfattiva e gustativa. L’immaginazione non è né un fatto, né una facoltà accostata alle altre, ma il modo originario in cui, attraverso la sensazione, anima e mondo nascono nello stesso momento: co-nascono. Essa testimonia che il conoscere è il co-nascere dell’anima e del mondo e mostra come la coscienza sia già da sempre un legame sensibile (cum-scientia) con il mondo, con-tatto, con-senso dato al mondo. La libertà acconsente alla pro-vocazione dei sensi circa la sensatezza del mondo», (L’esperienza sensibile di Gesù, in I sensi spirituali. Tra corpo e Spirito, Antonio Montanari (ed.), Glossa, Milano 2012, 308).
Universi diversi fermentano il cuore
Tutto sembra, a guardar la notte, fermo
immobile ogni costellazione e quelle
stelle appena nate negli ammassi
piccole ma già segnate dalle loro masse.
C’è più fermento nel mio cuore quasi
l’universo fosse altro da questo firmamento
fatto di vuoto e tempo, di luce e buio;
qui ogni stella appare una resurrezione
e un anno luce l’inizio di un inizio
l’orbita è tanto aperta da sembrare retta
e ogni battito il grido del silenzio.
(G. Ferrara, Appunti di viaggio di un funambolo muto, Edizioni Tracce, Pescara 2015, 24)
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Mi sono decisa, finalmente. Ho comprato un paio di scarpe rosse. Rosse, col tacco alto, décolleté e, decisamente, molto, molto femminili. Le guardo avvolte nella velina dentro la loro scatola e, soddisfatta, le ripongo sullo scaffale. Aspetto l’occasione giusta.
*2*
Quando sono giù di corda, metto a posto gli armadi. Mi accorgo che sono depressa perché mi prende la smania di fare ordine tra i vestiti. Repulisti: eliminare, fare spazio, selezionare. E così svuoto i cassetti, tolgo tutti i vestiti dalle grucce e, meticolosamente, provo ogni indumento, lo abbino con altri e cerco, con occhio critico, di arrivare a un responso: lo tengo! no, lo elimino! É un’operazione che mi sfinisce. Gli armadi svuotati, poco a poco si riempiono di ogni cosa. Al solito non ho avuto il coraggio di eliminare un bel nulla.
*3*
Sto passando in rassegna i miei vestiti. Non so come passare questo lungo tempo vuoto che ho davanti. Però! Quante cose nuove, mai messe, tenute d’acconto chissà perché. E questa? Apro la scatola. Ah! Le mie scarpe rosse. Le tiro fuori dalla scatola. Quanto le ho desiderate! Mi viene da piangere.
Ho un tumore al seno, sono giovane e lui se ne approfitta per invadere tutto il mio corpo. E sai cosa penso? “Che non ho paura di morire, è che mi dispiace”. Mi dispiace di aver aspettato e perso tante occasioni per indossare le mie scarpe rosse. Mi dispiace soprattutto che non avrò più altre occasioni.
*4*
Non ho più la forza di alzarmi, le terapie mi devastano. La mia è una guerra persa. Adesso, che sono ricresciuti, ho degli strani capelli ricci ricci, sono così magra, due occhi enormi mi guardano allo specchio. Respiro a fatica, il mio naso è sottile e affilato come le mani, sono di carta velina.
Indosso perennemente il pigiama, non è molto glamour! Le ante degli armadi sono aperte e mettono in bella vista i vestiti colorati e di bella foggia che ho collezionato, troppo timida per indossarli.
La seta, i ricami, i volant, le morbide stoffe, il fresco cotone.
Voglio essere bella, bellissima il giorno della mia morte. Voglio sguardi ammirati e invidiosi.
Scelgo il vestito più bello, gli accessori più fashion. Non possono mancare loro, le mie eleganti e molto femminili scarpe rosse.
Non ho più il seno, le mie forme sono sparite, divorate dalla malattia, ma io sono una donna e giovane.
Ho trovato la mia occasione, mi presenterò alla mia cerimonia non con un corpo di cera tirato a lucido, un santino grigio che sa di incenso.
Ci andrò vestita a festa. Mi farò bella e i miei piedi non saranno nudi o dentro tristi pantofole, calzeranno scarpe nuove, rosse, col tacco alto, décolleté e, decisamente, molto, molto femminili.
A mia sorella Claudia oggi che posso ricordare senza piangere.
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Il testo che Giuseppe ha scritto recentemente è pieno di amore verso il suo nipotino, nato nel settembre scorso. La sua lunga detenzione lo ha costretto a rivedere i suoi sbagli di gioventù e a ripensare al modo in cui la propria vita affettiva sia stata condizionata gravemente da quei reati. Nel testo si può notare il suo ravvedimento ed il proposito di veder crescere il proprio nipote in maniera molto diversa dalla sua. Il mettersi nei panni del piccolo, nato da nemmeno un mese, è una bella forma espressiva che aiuta ad esprimere le emozioni. (Mauro Presini)
Dove eravamo rimasti?
di Giuseppe
Tempo fa, in uno dei miei testi pubblicati su Astrolabio, raccontai un aneddoto su come svolgevo la mia routine, su quanto io sia maniaco nelle pulizie, sul mio essere mattiniero. Da qualche mese qualcosa è cambiato nella mia vita: infatti sono diventato nonno e questo è stato un fatto del tutto inaspettato. La mia routine si è modificata: mi alzo al mattino presto e la prima cosa che faccio è guardare le quattro grandi fotografie che ho attaccato al muro della cella; ritraggono il mio piccolo nipotino Andrea.
In due di esse dorme e nelle altre due ha lo sguardo rivolto verso me.
Io immagino che mi dica così:
“Ciao nonno come stai? Tranquillo, adesso ci sono io, tuo nipote. Sai che non ti permetterò di lasciarmi da solo come hai fatto con mamma, perciò pondera bene le mie parole e fai una lunga riflessione. Dicono che una volta eri cattivo e che hai fatto piangere tante persone, però dicono anche che il tuo ravvedimento è sincero, che gli anni di carcere ti hanno portato a questo cambiamento.
Nonno, spero che per te questo sia vero, perché io con te vorrei fare tantissime cose. Non mi dicono anche che sei bravo in cucina; a proposito è da un mese che sono nato e sono stufo di nutrirmi solo con il latte di mamma, vorrei qualcosa di più sostanzioso. Infatti dicono che sei bravo a fare la pizza a fare gli arancini e tantissime altre cose. Bravo nonno, veramente bravo!
Ecco, vorrei che tu fossi presente quando farò i primi passi, vorrei che mi accompagnassi mano nella mano per le vie di Bologna e ai giardini pubblici, nei negozi a fare compere. Spero che, quando vedrò qualcosa che mi piacerà tu, solo guardandomi, capirai che quell’oggetto mi piace, l’acquisterai per me facendomi felice. Poi sorrideremo insieme. Vorrei che fossi un nonno come i tanti milioni di altri nonni: senza misteri. Vorrei che nessuno abbia di te una visione distorta, vorrei che il tuo passato fosse soltanto un brutto ricordo”.
Poi, per un istante, mi alzo e guardo di nuovo le foto appese al muro.
Lui poi prosegue: “Nonno, ma è vero che tu quando sei nato assomigliavi tanto a mamma e a me? Allora è proprio vero quel detto che recita: buon sangue non mente. Non vorrei che la mia vita fosse diversa dalla tua; vorrei che fosse come quella di tutti i bambini di questo mondo. Nonno, da grande non vorrei fermarmi alla scuola dell’obbligo, bensì proseguire con gli studi, laurearmi anche se ancora non so in quale materia. Non vorrei fare ciò che tu non hai voluto fare perché eri preso da una vita scellerata, perciò mi impegnerò io, con tutte le mie forze, per non deluderti. Vedrai, nonno, sarai fiero di me.
Ancora non parlo e non cammino, ma ti prometto che appena potrò, oltre a frequentare la scuola, parteciperò a delle attività sportive, non so se il calcio il tennis o altro, ma l’importante è che io non faccia vitasedentaria. Mi dicono che tu eri bravo a calcio e so perché hai mollato: negli anni 90 hai subito un brutto incidente e i tuoi sogni sono svaniti nel nulla.
Nonno, tu forse lo chiami destino quello che ha fatto in modo che la tua vita dovesse andare a rotoli, perché tu credevi di non avere scelta. Eh no, nonno, ti sbagli. Nella vita c’è sempre un’alternativa; sei tu che non l’hai voluta intraprendere e hai volutocontraccambiare con la stessa moneta che ti ha fatto del male.
Beh, nonno, lasciamo il passato e veniamo a noi: vorrei concludere questa chiacchierata con una bella frase che spero ti piacerà: io sono nato il 4 settembre, lo stesso giorno in cui è nata mamma. Guarda un po’ che combinazione.Se uno volesse programmarlo difficilmente riuscirebbe quindi, per te, questo sarà un giorno particolare indimenticabile! Siamo in due a festeggiare perciò non dimenticarti di noi, perché vorremmo davvero che tu fossi presente per festeggiare con noi il mio primo compleanno.
Nonno ti voglio tanto bene”.
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Riconoscere la musica generata da IA: tecnologia, cultura e diritto
Dalla nascita della generazione musicale automatica, cresce l’esigenza di distinguere i brani prodotti da intelligenze artificiali da quelli composti da esseri umani.
Recenti studi accademici propongono metodi innovativi per il rilevamento, ma restano aperte sfide tecnologiche, culturali e legali.
Negli ultimi tre anni la diffusione di strumenti come Suno AI, Udio-AI Music Creator e altre piattaformedi generazione musicale ha cambiato radicalmente il panorama creativo. Se da un lato queste tecnologie ampliano le possibilità di sperimentazione, dall’altro sollevano un interrogativo cruciale: come distinguere la musica creata da un essere umano da quella generata da un algoritmo?
La questione non è solo tecnica. È culturale, legale e simbolica: riguarda l’autenticità dell’arte,il valore del lavoro musicale e i diritti di autori e ascoltatori.
Sul piano giuridico, la possibilità di distinguere tra musica umana e musica generata da IA apre scenari significativi: dall’Etichettatura obbligatoria per piattaforme come Spotify o YouTube che potrebbero essere tenute a segnalare chiaramente se un brano è generato da IA, alla remunerazione differenziata tra artisti umani e produzioni IA , passando per la tutela dell’identità artistica per difendere la voce come marchio personale.
Culturalmente, si apre anche il dibattito sull’autenticità: ascoltare un brano “sapendo” che è stato generato da un modello cambia la percezione estetica? La capacità di riconoscere l’IA diventa allora non solo una questione tecnica, ma un fatto di coscienza culturale.
Sul piano tecnologicoper riconoscere se un brano è stato sviluppato utilizzando l’intelligenza artificiale, esistono già delle App o siti che danno un buon riscontro.
Attualmente un gruppo di ricercatori ha recentemente pubblicato un paper intitolato “Segment Transformer: AI-Generated Music Detection via Music Structural Analysis” (arXiv, settembre 2025). Lo studio propone un approccio basato sulla scomposizione strutturale della musica: invece di analizzare solo il timbro o la qualità sonora, l’algoritmo cerca elementi ripetitivi e incoerenze nella struttura armonica e melodica che sono tipici della generazione artificiale. L’idea è che l’IA, pur imitando bene le superfici sonore, fatichi ancora a riprodurre la complessità e la varietà interna che spesso caratterizzano un brano umano.
Il riconoscimento della musica generata da IA è oggi una frontiera in movimento: la tecnologia corre veloce, ma la ricerca sta cercando di costruire strumenti di trasparenza.
Il vero nodo non è solo smascherare l’algoritmo, ma decidere quale valore vogliamo attribuire alla creatività umana nell’era delle macchine creative.
La partita, insomma, non si gioca solo tra detector e generatori, ma tra modelli culturali di società: una musica “senza volto” oppure una musica che rivendica la mano, la voce e l’anima di chi la crea, o entrambi, senza distinzione?
Attualmente il copyright sui brani musicali esiste ed è ben regolamentato, non è quindi un problema di copie. In Giappone, per esempio, esistono artisti completamente AI, con regolare contratto con major musicali.
In copertina: immagine Al Music, prodotta dall’autore con Intelligenza Artificiale
Il 21 ottobre, Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (FFCF) ha aperto la sua VIII edizione. Sostenuto e patrocinato dal Comune di Ferrara attraverso gli Assessorati alla Cultura e all’Ambiente, dalla provincia di Ferrara, dalla Regione Emilia-Romagna e dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Appuntamento stasera alle 20:30 presso la Teatro Sala Estense per la SERATA-EVENTO PLANETARIA x FFCF 2025, Performance speciale tratta dallo spettacolo “Conferenze Immaginarie”.
Reading scenico interpretato da Filippo Gentili, ideatore e Direttore Teatrale del progetto, e Giulio Boccaletti, oceanografo, Direttore del CMCC (Centro Mediterraneo per il Cambiamento Climatico) e consulente scientifico di Planetaria. Sul palco, i due daranno voce a un dialogo evocativo tra teatro e scienza, mettendo in relazione contenuti narrativi e riflessioni sui grandi temi della sostenibilità, e proponendo al pubblico un’esperienza culturale immersiva, emozionante e coinvolgente.
Organizzato in collaborazione con PLANETARIA – storie che parlano al futuro, la manifestazione culturale diretta da Stefano Accorsi e gemellata con Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’.
GIULIO BOCCALETTI è Direttore Scientifico della Fondazione CMCC. Fisico di formazione (Università di Bologna) e dottore in Scienze atmosferiche e oceaniche (Princeton, come NASA Fellow), ha svolto ricerca al MIT su circolazione oceanica e turbolenza.
Dopo l’accademia è entrato in McKinsey & Company, dove è diventato partner e co-fondatore della pratica globale sull’acqua, lavorando su strategie di sostenibilità e sicurezza delle risorse naturali per governi e imprese. Successivamente ha ricoperto ruoli di vertice a The Nature Conservancy, guidando programmi idrici in oltre 40 Paesi e diventando Chief Strategy Officer. È stato membro del World Economic Forum, che lo ha nominato Young Global Leader nel 2014. Nel 2020 ha co-fondato Chloris Geospatial, azienda di analisi geospaziale basata su telerilevamento e machine learning. Ha insegnato Strategia per la Terra all’Università di Oxford e collaborato a produzioni teatrali e televisive su temi ambientali. Autore di diversi libri — tra cui Acqua: Una Biografia (2021), Siccità (2023) e Il Futuro della Natura (2025) — pubblicherà nel 2026 The Environmental Republic. Scrive regolarmente per Project Syndicate e Il Foglio.
FILIPPO GENTILI lavora in campo editoriale come autore (L’origine del pessimismo verghiano, Il teatro pirandelliano, L’educazione letteraria), come curatore di testi (la prefazione de L’antisemitismo di Sartre, La malattia mortale di Kirkegaard), e come traduttore (History of Greece per Mondadori). Come sceneggiatore lavora al cinema (I vicerè di Roberto Faenza, Hotel Meina di Carlo Lizzani) e in numerose fiction (tra le altre Capri, Distretto di polizia, Suor Bakhita). Come regista gira il film Sono viva con Giovanna Mezzogiorno e Guido Caprino; scrive, dirige e interpreta Mister Fifty, serie web per il sito del Corriere della Sera. È autore di programmi televisivi (Parole che restano con Stefano Accorsi) e spettacoli teatrali (Winston Churchill con Giuseppe Battiston). Tra il 2021 e il 2024 lavora come drammaturgo de “La Pergola” di Firenze. Dal 2016 al 2024 lavora come Senior Editor della fiction di Stand by me, curando serie televisive come Il nostro generale, Marconi, La ricetta della felicità, per Rai 1. Nel 2024 ha ideato insieme a Stefano Accorsi Planetaria, un progetto cross mediale prodotto da Superhumans, per parlare di cambiamento climatico e sostenibilità unendo arte e scienza. Ne ha curato e scritto gli spettacoli teatrali.
PARTNER DELL’OTTAVA EDIZIONE DI FERRARA FILM CORTO FESTIVAL 2025
Organizzato da Ferrara Film Commission APS, Con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Ferrara, Con il patrocinio e il sostegno di Comune di Ferrara e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, Partner didattici: IIS Giosuè Carducci, IIS Luigi Einaudi, Liceo Artistico Dosso Dossi, Blow-Up Academy. Partner scientifico: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara, Partner organizzativi: Ferrara Musica, Notorious Cinemas – The Experience, Anime Factory, Factory Grisù, Ferrara la città del cinema, Combo, Ospitalità ristorazione: Hotel Radisson Ferrara, Hotel Carlton, Locanda della biscia, Pasticceria Pivati. Powered by: EFFE Matteo Farolfi, Periscopio.it, Mami Voice, ESMA Creative Studio. Festival gemellati: Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, Planetaria – storie che parlano al futuro, Roma Film Corto, The 48 Hour Film Project, Moscerine Film Festival, Dance On Screen Film Festival, Premio Folco Quilici – FEDIC
Prima gli sberleffi, poi le querele, infine le bombe. Perché l’attentato a Sigfrido Ranucci è un attentato contro la democrazia.
Sigfrido Ranucci è un giornalista. Punto. Che questo basti a metterlo pesantemente in pericolo è un segnale estremamente grave. Oggetto di allusioni, sberleffi, accuse di accanimento politico, querele – 176! – ma da venerdì notte è oggetto anche di attentati dinamitardi. Il “salto di qualità” nell’attacco ai giornalisti di cui ha parlato il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli.
Le indagini spero possano dire chi ha messo l’ordigno sotto l’auto del conduttore di Report, e quindi mi devo limitare a fare poche considerazioni.
La prima è che la casa di Sigfrido Ranucci non era presidiata, malgrado nei suoi spostamenti sia sempre scortato. Il Viminale dovrà spiegare il perché di questa vigilanza a corrente alternata.
La seconda considerazione riguarda l’orario, erano le 22.17: l’attentato era potenzialmente mortale, chiunque avrebbe potuto passare nelle vicinanze. Quindi se il morto non era cercato, non era neppure escluso.
La terza considerazione è che a mettere una bomba sotto l’auto di Ranucci non sono stati sicuramente i politici che lo sbeffeggiano e lo accusano di partigianeria, ma proprio loro dovrebbero ragionare su cosa comporta alzare sempre l’asticella dello scontro. Se non si capisce che il compito dei giornalisti è di essere spietati osservatori dei potenti vuol dire che si auspica l’autoritarismo.
E proprio questo è il punto: c’è una tendenza non solo italiana a considerare il giornalismo un fastidioso retaggio della democrazia. L’ultima classifica di Reporter Sans Frontieresfa scendere di tre posizioni, al 49° posto, l’Italia. Per le ragioni che si sono aggravate negli ultimi anni: querele usate come bavaglio e oligopoli editoriali. Poi ci sono ragioni che riguardano proprio Sigfrido Ranucci: minacce e scarsa indipendenza del servizio pubblico dal Governo.
Certo, la categoria dei giornalisti non è perfetta, anzi. Rimodellando una metafora di Gustavo Zagrebelsky si potrebbe dire che è una categoria piena di “tarli” che sfibrano dall’interno la sua credibilità. E sono i migliori alleati di chi a parole offre la sua solidarietà a Sigfrido Ranucci, ma sotto sotto pensa che se l’è cercata.
* Danilo De Biasio Danilo De Biasio è direttore della Fondazione Diritti Umani e, dal 2021, è consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Giornalista, dal 1982 voce storica Radio Popolare, di cui è stato anche direttore dal 2008 al 2012. Ha insegnato Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di massa all’Università Statale di Milano e Giornalismo radiofonico alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi.
Parole a capo «br» Alida Stroili: «Dopo il canto del gallo» e altre poesie
Chi scrive vagabonda su un terreno di cui ha la mappa pressa poco e indicazioni precarie e non ci sono tabelle stradali e tanti territori hanno cambiato nome e altri si sono fusi con nomi nuovi
che non si sono mai sentiti prima e sono inventati apposta così chi scrive può dire “ah, si?”.
Chi scrive ha una sua dimensione piena di figure che non ci sono davanti ma escono dai quadri o saltano giù dalle note musicali sul suo divano ma lui non se ne avvede perché è dentro al suo testo in un passaggio tortuoso sulla cengia di una montagna che ha conosciuto oppure nella notte profonda piena di luce lunare. Tutte le persone evocate lo aspettano, alcune abitavano i quadri di Botero e la casa di chi scrive gli sta stretta. E allora chi scrive dice loro “Gentili signori e signore, non tutti insieme”. Ma le fanciulle di Gauguin parlano solo il samoano stretto.
Chi scrive alle volte è così intento che gli si attacca la cena nelle pentole e la casa sa di bruciaticcio e deve lavare anche le tende e allora dice “Io volevo scrivere sempre e non solo a tempo perso”.
Chi scrive quando legge testi di un altro più bravo più evoluto o più conciso o fantasioso o mirato gli dice “Sei ganzo” allora l’altro gli invia un emoticon di una faccina ridente con un abbraccio che lui non ha mai visto perché ha un cellulare basico che usa a fatica e quando scrive è dentro a un mondo se non antico non proprio contemporaneo e dice “Non mi sento attrezzato per tutto questo wifi”.
*
così, come una carezza di piuma di petto d’uccello, la piuma per gli abbracci dei figli minuscoli quando la notte è fresca e magari piove e si formano gocce sulle estremità di foglie pietose come nelle gronde
così, come una parola sollecita piena di propositi buoni dopo ore di fatica feroce con una voce un po’ roca anche se ha smesso da mo’ di fumare e, allora, è solo di per sé un po’ timida
così, come le righe sul monitor dalla luce fredda come un invito senza responsabilità e tu sei su un palcoscenico e nessuno ti ha messo lì però siamo tutti così, nel bene e nel male
così, come per una preghiera, ad esempio dei vi imploro fatemi più buono di così, però che non sembri superbo rispetto alla innocenza di una corteccia, ad esempio di betulla candida, ma così, come me la ricordo io.
*
C’era una malinconia appesa ad una nuvola
come una specie di broncio da nido disertato
di cespuglio mal potato
di albero capitozzato
e io passavo di sotto e lei mi ha investito
mi ha irrorato
di una specie di profumo amaro
e io ci ho detto “ma perché proprio io che cerco di trovare il gaio?”
e lei ha risposto “ma che brava”.
Poi l’armonia mi è sembrata azzoppata, sbavata.
Eppure,
c’era, nel vento che spirava,
nel tramonto che iniziava..
Solo che mi escludeva.
*
DOPO IL CANTO DEL GALLO
Era un gallo presuntuoso e un silenzio come di peso di treccia
su una testa piccola che guarda oltre l’aia
il verde che sale sulla montagna un poco al giorno fino alla cima arrotondata
raffreddata di pino mugo disteso contro il grigio gioco di nubi
o il rosa pesca dell’alba nel giorno d’oro annunciata una volta sola e basta.
Era un gallo presuntuoso-poteva chiamarsi Napoleone o Wellington-
ma era stato prima Vercingetorige e Attila, e molto più tardi Conte di Cavour.
Era un silenzio come di peso di treccia, vellutato come un muschio appena spuntato,
o tutto foderato d’erba e sotto a ogni foglia multiforme
aveva una sorpresa di differente sensazione
come un gioco dell’oca.
*
LUCI E OMBRE
Ecco, quando il sole di sguincio tramonta
e il davanzale è obliqua linea d’ombra sul muro di fronte
e il segnale stradale è un allungato ovale
ecco, io sento in petto un cuore sfatto d’amore,
di nostalgia, di languore, ma proprio
come un mucchio di foglie sollevate dal vento
e il sangue mi scorre dentro come un’ acqua pazza
di sotterranea sorgente.
*
DOVE VA IL SOLE
Il sole appena andato via,
il riverbero a dondolarsi su foglie nella brezza
a scivolare sui coppi vecchi in una specie di slalom
a scorrere sulle cortecce come in un’ultima carezza
i muri delle case in un tepore a svaporare da tutte le parti
il suo alito caldo a lambire le braccia
e a cingere i fianchi dei passanti
Il sole appena andato via,
il cotto dei mattoni, polpa croccante di cocomero,
biancheggiare di margherite, semafori di fragole matte
per la circolazione di colonne di lumache.
Il sole appena andato via,
a spuntare sui dorsi dei bufali d’acqua
a svegliare risaie
e i buffi monti a cono
che si vedono nelle cartoline.
*
Ero sul fare della sera con le gambe a penzoloni
su di un cambio di stagione.
E non avevo mai avuto sogni,
forse quello di una società migliore,
come tanti altri buoni.
Guardavo come una farfalla tardiva
immagino faccia con i fiori.
Così, nel mio tempo che sfuggiva,
lungo come la muraglia cinese.
Avrei sempre voluto farle compagnia.
E, nel mio tempo, ho voluto bene.
*
Era l’autunno spigoloso di foglie
in un irrimediabile spogliarsi.
In un can can travolgente
che non ho mai capito molto.
Neanche del Moulin Rouge, veramente.
Non sono mai stata a Parigi.
Non so se me ne importi.
E so dirlo in francese.
Foto di Pexels da Pixabay
*
ALIDA STROILI Immigrata, appartenente a minoranza linguistica, libera professionista. Scrivere è lusso essenziale, per e con gratitudine, è meglio. In “Parole a capo” sono uscite altre sue poesie il 13 febbraio e il 3 luglio 2025. Fa parte della Associazione Culturale “Ultimo Rosso”.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopio. Questo che leggete è il 308° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Vite di carta / L’imperatore della gioia e Ocean Vuong
Ho unito con la e titolo e autore del libro: L’imperatore della gioia, uscito in settembre, è infatti una entità separata da Ocean Vuong. Non è di Vuong, ma alla pari; vive in simbiosi con lui, ora. Ed è un libro potente, un ritratto dell’America di oggi scritto con la sensibilità di chi non ha vissutoil sogno americano e nemmeno lo vede oggi intorno a sé. Semmai ci legge e ci descrive gli universi difficili dei fragili, degli svantaggiati, quelli a cui può riuscire di rimanere in equilibrio e resistere alle logiche della sopraffazione.
L’ho portato a casa da Mantova (come ho scritto su questo giornale in Il Festivaletteratura di Mantova e la balena, 10 settembre 2025) e l’ho letto finalmente.
La storia di Hai, che ha solo vent’anni e una buona collezione di sconfitte sulle spalle, si incrocia con quella di Grazina, un’anziana vedova immigrata dalla Lituania che lo salva dal tentativo di buttarsi nel grande fiume e lo porta a casa con sé. Vivendo insieme per alcuni mesi, dal settembre 2009 alla primavera dell’anno dopo, i due sviluppano un legame così profondo che cambia le loro vite.
Si prendono cura l’uno dell’altro. Hai segue Grazina nel decorso della demenza senile da cui è affetta, le dà le medicine, la abbraccia e improvvisa con lei giochi di guerra per esorcizzare il trauma del secondo conflitto mondiale che l’ha segnata.
Grazina, dopo avere distolto Hai dal cercare la morte, lo sostiene e lo rende legittimo a se stesso: lavorando al fast food HomeMarket come cameriere Hai si ricostruisce una seconda possibilità di essere “una brava persona”, “la cosa più difficile di tutte”, dice lei. Soprattutto per chi, come loro, è venuto a vivere in America da posti così lontani, lei dal nord Europa e Hai dal Vietnam, con la madre e la nonna, più la sorella della madre e il piccolo Sony.
A proposito di Grazina, lo scorso settembre Vuong ha risposto a una domanda di Silvia Righi sul palco del Festival a Mantova: nei miei appunti trovo ciò che ha detto di lei. Per il personaggio di Grazina si è ispirato alla nonna di un amico che lo ha ospitato per un po’ mentre studiava all’università, si è ispirato ma senza eccedere nella emulazione, perché “la letteratura deve rispettare i confinietici quando si pone davanti alla vita delle persone, che è sacra”.
Dunque è così che affronta la scrittura un autore di questa levatura, è la sua zappa per fare domande profonde sul mondo, senza giudicare. È uno scavo dentro le cose al quale può assistere il lettore standogli alle spalle, in modo da vedere insieme a lui ciò che viene trovato. A questa ricerca del profondo risulta funzionale l’attitudine del testo a descrivere le persone egli ambienti.
Vuong ha lavorato per tre anni in un fast food, è un ambiente di sfollati, dice, di sudore e sofferenza, di sogni ritardati. Ed è così che ci appare il locale dove Hai lavora, trovando nei colleghi un campionario umano che finisce per assomigliare a una famiglia. La descrizione è cinematografica: dal campo largo delle stanze la parola si abbassa a inquadrare dettagli affilati come schegge, perfino gli odori che emanano le cose, cibi e umori corporei.
È stato chiesto a Vuong se si senta più se stesso quando scrive poesia o prosa. Ha pubblicato, infatti, due raccolte poetiche e ha la docenza di poesia presso la New York University.
Non c’è unadistinzione netta tra prosa e poesia, è stata la risposta, e in questo romanzo si avverte quanto lo scavo linguistico riesca a dare espressione al fondo, quanto le parole, come avviene nella poesia, siano spinte verso il margine dell’abisso.
Le strutture e il lessico sono in controtendenza rispetto allo stile asciutto di tanta narrativa contemporanea: Vuong avverte di avere riutilizzato gli strumenti linguistici del XIX secolo, di averli “lucidati”.
La sua è una scrittura con i merletti, come suggerisce il booktuber Matteo Fumagalli, nonché una una rete di fili che tende a superare la conflittualità dei rapporti tra le persone.
Una forma di resistenza al gap linguistico che tende a separarle, un mezzo per abbattere la incomunicabilità.
Ci sono passi pieni di lirismo, struggenti. E altre parti che spiazzano per la espressività con cui vengono descritte le situazioni: “Nel tardo pomeriggio del primo giorno d’inverno il fischio del treno diretto a Marlborough risuonò nella vita di qualcuno.
Lo si udì dal parcheggio dell’HomeMarket, l’asfalto cosparso di brina mentre le ultime auto ripartivano, le persone all’interno sazie di oli idrogenati e sale iodato dopo essere rimaste tutta la mattina sedute sulla panca di una chiesa, addormentandosi a tratti durante sermoni già sentiti centinaia di volte”.
Dopo la separazione forzata da Grazina, Hai vaga inebetito per la città, è tardo pomeriggio quando arriva in centro: “Tirò fuori il flacone delle pillole color arancio, ne ingollò l’ultima mezza manciata, poi le buttò in un vaso da fiori e proseguì. Gli parve di vedere delle lucciole che già lampeggiavano in un vicolo fra due case, e invidiò le loro risorse interiori”.
Siamo alla fine del romanzo, e Hai ha in testa un caleidoscopio di pensieri e di sentimenti. Nel fondo, sente di capire ogni cosa e di provare un senso del bene che assomiglia al perdono.
Lo invade un senso di leggerezza quando dona i suoi soldi al cugino Sony e va poi a rifugiarsi in un cassonetto dei rifiuti: “L’immondizia non era più solo immondizia – ma una dimostrazione. Dentro il cassonetto, era premuto da ogni lato dal progresso dell’umanità…Trovarsi sdraiato sulla spazzatura era la sensazione più vicina a essere senza peso che avesse mai provato…Era riuscito a buttarsi nell’immondizia, e quell’atto era così completo, così assoluto, da trasmettere una sensazione di pulizia. Lui era un contenitore pieno di contenitori contenuti dallo spazio – e in qualche modo questo lo saziava”.
È lui l’imperatore della gioia?
Nota bibliografica:
Ocean Vuong, L’imperatore della gioia, Guanda, 2005, traduzione di Norman Gobetti
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Nei pressi del complesso Nuova Darsena di Ferrara, lungo le rive del Po di Volano, adiacente allo stabile del Notorious Cinemas, si è consumato un ritrovamento che mescola mistero, arte e una strana sensazione di consapevolezza che aleggia attorno ad esso.
È una storia che affonda le radici nella tradizione del fiume, tra racconti di pescatori e leggende di antiche scoperte, ma con un carattere decisamente moderno.
Era una mattina d’estate, quando un gruppo di pescatori di frodo, intenti a navigare in quelle acque, si imbatterono in qualcosa di inusuale. L’elica del motoscafo si impigliò in una specie di telo, quasi invisibile tra le acque. Dopo aver spento il motore, con molta attenzione, riuscirono a liberare l’elica e a portare a riva quello che sembrava essere un vecchio sudario. Era di una stoffa antica, ma robusta, e sul suo tessuto comparivano strane impronte, come se fosse stato indossato da qualcuno con una specie di involucro protettivo.
Awareness, Matteo Farolfi
Alcuni esperti furono allertati immediatamente, in modo da esaminare le impronte che lo rivestivano, perché questi segni parevano appartenere allo scafandro di un palombaro, sicuramente di un’altra epoca, forse di un certo Teseo, storico inventore e militare italiano; ma l’idea che un simile reperto potesse trovarsi dimenticato in un fiume, affascinò biologi, potamologi, oceanografi, idrografi e persino alcuni alchimisti, che raccontavano di un uomo a cui, secoli prima e durante un’immersione troppo profonda, fosse stata rubata l’anima dagli abitanti degli abissi per poi essere intrappolata nella trama di questo telo che ne avrebbe conservato le sembianze esterne. Un sudario protetto dall’acqua e dal tempo, che risuonava di uno strano eco di guerra.
Un restauratore delle valli del Delta, coinvolto nel processo di recupero, disse che il telo nonostante le apparenze, fosse ancora in buono stato. La stoffa era intatta, pur mostrando segni evidenti di una lunga permanenza nelle acque salate e poi in quelle dolci. Venne poi ripulito e protetto all’interno di una camera iperbarica e trasportato alla soprintendenza.
Furono anche intervistate alcune persone che avevano toccato il sudario, e pare avessero sviluppato una reazione strana, una sensazione di consapevolezza nuova, come un’esperienza fuori dal mondo terreno.
La scoperta del sudario trovò dopo poco la sua strada verso la città estense di Ferrara, nella galleria del cinema presso cui era stato ritrovato. L’idea è che il suo potere, sebbene invisibile, possa risvegliare una percezione più profonda della realtà, come se ogni spettatore dovesse interrogarsi sul significato nascosto della vita, sul tempo che scorre e che porta a galla concetti e verità scomode.
Awareness, Matteo Farolfi
Awareness, Matteo Farolfi
La sua prima esposizione si terrà in occasione dell’ottava edizione del Ferrara Film Corto, un festival di cortometraggi che celebra il cinema e la cultura in tutta la sua essenza, e sarà proprio durante il festival, a fine ottobre, che il Sudarium Estensis, così chiamato, verrà finalmente svelato al pubblico. Il direttore artistico Eugenio Squarcia dichiara che non si tratta solo di un’opera d’arte, ma di una riflessione, un’esperienza visiva e sensoriale che promette di lasciar dentro qualcosa di indimenticabile.
Cos’è, quindi, la strana consapevolezza che sviluppano gli osservatori di fronte a questo manufatto?
La risposta, forse, è nascosta tra le pieghe di quel sudario, che si svela lentamente, come una realtà che non smette mai di affiorare. In fondo, qualsiasi menzogna se confezionata bene può essere spacciata come “realtà”.
Awareness è un progetto artistico di Matteo Farolfi, visitabile dal 21 ottobre al 3 novembre 2025 presso Notorious Cinemas di Ferrara con opening e vernissage alle 18:30 del 21 di ottobre 2025.
Poetica Awareness
Il lavoro di Matteo Farolfi porta l’attenzione sull’esplorazione delle profondità dell’inconscio. Una ricerca del proprio “fondale” del proprio essere, per poi riportare in superficie ciò che si era perso o dimenticato. L’artista identifica nel palombaro e il suo scafandro, un simbolo di chi si inoltra in territori insoliti, spesso alla ricerca di verità scomode o nascoste. É un b-side della psiche umana, che tornando in superficie, porta con sé le intuizioni e aspetti della realtà che erano stati trascurati, e come in tutti i viaggi, questa immersione nella consapevolezza come dice il titolo della mostra, comporta rischi e pericoli. É un artefatto artistico che si immerge nell’interiorità dell’esperienza umana e non.
Matteo Farolfi
Nasce a Ferrara nel 1972, città dove vive e lavora attualmente come graphic designer. Dopo diverse attività artistiche nel settore multimediale, tra cui fonico all’accademia nazionale del cinema di Bologna e speaker radiofonico, decide di sperimentare l’uso di vari materiali e tecniche pittoriche che lo portano verso il neo espressionismo. Si specializza nella tecnica mixed media in cui coesistono pittura e fotografia digitale, un dualismo che diventa pretesto di ricerca e tensione continua, tra la realtà e la percezione che si ha di essa. La sua produzione, all’apparenza molto diversificata sia nelle tematiche affrontate che nelle scelte tecnico-stilistiche, è sottesa da una continua pulsione all’ascolto della materia, nel tentativo di percepirne le mutazioni da lei stessa suggerite. La sua attività espositiva lo ha visto coinvolto in mostre personali e collettive in diverse Gallerie e Istituzioni, sia in Italia che all’estero.
Premio per FFCFC realizzato a mano da Matteo Farolfi
Premio per FFCFC realizzato a mano da Matteo Farolfi
In Italia la libertà di stampa è importante, ma fino ad un certo punto
In Italia, Sigfrido Ranucci, il responsabile della principale (unica?) testata giornalistica pubblica d’inchiesta, Report, viene salutato sotto casa da una bomba che gli fa esplodere l’auto. Vive da anni sotto scorta: non si contano le querele, molte di esse palesemente temerarie, contro di lui. Il mondo politico ed economico interessato dalle inchieste di Report, salvo rarissime eccezioni, ha reagito sempre nello stesso modo: querelando, insultando, screditando, sbeffeggiando, minacciando Ranucci, spesso dagli scranni di un’istituzione. La RAI ha reagito minacciando di chiudere il programma, o più subdolamente di non firmare più le manleve o le polizze di assicurazione.
In Italia, Giorgia Meloni,presidente del consiglio, lascia dopo qualche minuto la conferenza stampa sulla manovra di bilancio piantando in asso tutte le testate. Nello stesso giorno, rilascia al Sole 24 Ore un’intervista esclusiva sulla manovra di bilancio. L’intervista viene pubblicata nello stesso giorno in cui i redattori del Sole 24 Ore si mettono in sciopero precisamente perché il direttore del giornale, Fabio Tamburini, ha affidato l’intervista ad una “collaboratrice esterna”, Maria Latella, facendo uscire il giornale in spregio alla decisione dell’assemblea dei redattori. Si chiama crumiraggio esterno, ed è un comportamento antisindacale, punito dalla legge (d.lgs 81/2015 art.14). Il comitato di redazione testualmente scrive: “si approda a una deriva distopica nella quale gli intervistati si scelgono gli intervistatori con il beneplacito del direttore”. Quel giorno il giornale esce, oltre che con l’intervista a meloni, con diciotto pagine di contenuti probabilmente scritti dall’intelligenza artificiale, giusto per dare un assaggio del possibile futuro.
I giornalisti del Sole 24 Ore sono tuttora in sciopero. Per chi non lo sapesse, l’editore del Sole 24 Ore è Confindustria.
In Italia, tale Incoronata Boccia, attuale capo ufficio stampa Rai, dichiara pubblicamente che non c’è nessuna prova che Israele abbia mitragliato civili a Gaza, più altre amenità sui set cinematografici allestiti dai gazawi. In poche parole ha esplicitato la ragione per la quale, guardando i telegiornali della tv di Stato, non si capisce nulla dello sterminio in atto a Gaza e dell’occupazione violenta in Cisgiordania. Non si deve capire nulla, perché la realtà è troppo imbarazzante per uno Stato, l’Italia, che vende armi a Israele, compra armi da Israele ed ha appaltato la cybersecurity a Israele. Se voglio farmi un quadro più completo di quello che succede in Israele e Palestina, addirittura alcuni giornali israeliani mi aiutano molto più della grande stampa italiana.
In Italia, Bruno Vespa intervista un attivista della Global Sumud Flottilla e afferma: “posso dire che non ve ne fotte niente di portare aiuti alla gente?”. Sì, lui lo può dire. Vespa può dire quello che vuole, al massimo rischia una scritta sull’ascensore di via Teulada.
In Italia, Fanpage pubblica sul web un’inchiesta sulla gioventù di Fratelli d’Italia, realizzata attraverso persone infiltrate tra gli attivisti, in cui emergono razzismo, antisemitismo e fascismo a profusione. La reazione di Meloni è: “infiltrarsi nelle riunioni dei partiti politici è da regime”.
In Italia, se un presidente degli stati uniti ti tratta come una prostituta di lusso, la grande stampa non fiata, né fiata la diretta interessata, che anzi sorride compiaciuta. Se un sindacalista afferma che la diretta interessata si è fatta trattare come una dama di corte, la grande stampa afferma che il sindacalista è un sessista.
In Italia, Roberto Saviano e Rosaria Capacchione sono stati minacciati di morte direttamente in un’aula di tribunale per le loro inchieste sul clan dei Casalesi. La Corte di Appello ha confermato le blande condanne in primo grado: tra un anno i condannati sarebbero liberi (Bidognetti no, ma perché rimarrà in carcere per altri reati).
In Italia, e credo solo in Italia, può accadere che un orgoglioso erede politico dei promulgatori delle leggi razziali, Maurizio Gasparri, depositi in Senato un disegno di legge che intende punire manifestazioni di pensiero contro il sionismo, rendendole equivalenti all’antisemitismo, e promuovere corsi obbligatori di rieducazione filoebraica nelle scuole e università. Manca solo che il ministro fascista della Giustizia Arrigo Solmi, che chiese a tutti i magistrati una dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica per continuare a lavorare, resusciti e chieda ad ogni giudice una dichiarazione di purezza semita.
In Italia, i principali mezzi di informazione su carta stampata sono nelle seguenti mani: Corriere della Sera, Urbano Cairo (anche proprietario de La7); Repubblica, la Stampa -più una galassia di radio- GEDI (famiglia Agnelli); Il Messaggero, il Mattino, Francesco Gaetano Caltagirone (il più potente immobiliarista italiano, grande investitore in Generali); Libero, Il Tempo, Il Giornale, Antonio Angelucci (il più potente proprietario di cliniche private in Italia, parlamentare con il record di assenze). Tra i grandi giornali, l’unico controllato in buona parte dagli stessi giornalisti che vi scrivono è il Fatto Quotidiano. (nb anche “il manifesto” è in mano alla cooperativa dei giornalisti e tecnici stampatori ma stampa meno copie dei sopracitati, le cui vendite peraltro sono in caduta libera, tranne il Fatto che è l’unico a incrementare le copie vendute).
Reporters Sans Frontières stila una classifica annuale della libertà di stampa nel mondo(qui) che si basa sull’analisi di una serie di indicatori: contesto politico, legale, economico, socio-culturale e sicurezza dei giornalisti. In questa classifica, la Norvegia è prima, l’Italia (peggiore tra i paesi occidentali d’Europa) quarantanovesima. Israele è in posizione 112 su 180. Fra le peggiori, in compagnia di Nord Corea e Afghanistan, ci sono Russia e Cina. Cito Anne Bocandè, direttrice di RSF: “Per la prima volta nella storia dell’Indice, la libertà di stampa è al suo minimo storico. Gli attacchi fisici contro i giornalisti sono le violazioni più visibili della libertà di stampa, …ma la pressione economica rappresenta un problema grave e più insidioso” a causa della “…concentrazione della proprietà, alla pressione degli inserzionisti e dei finanziatori, e a un sostegno pubblico limitato, assente o distribuito in modo poco chiaro. I media di oggi lottano tra preservare la propria indipendenza editoriale e garantire la propria sopravvivenza economica…. Quando i media sono in difficoltà finanziarie, vengono trascinati in una corsa per attrarre pubblico a scapito di un’informazione di qualità, e possono cadere preda degli oligarchi e delle autorità pubbliche che cercano di sfruttarli. Quando i giornalisti sono impoveriti, non hanno più i mezzi per resistere ai nemici della stampa: coloro che promuovono la disinformazione e la propaganda”.
Per parafrasare l’ormai celebre motto di un ministro della repubblica, in Italia la stampa libera è come il diritto internazionale, importante ma fino ad un certo punto: fino al punto in cui non rompe le scatole.
Photo cover: prima pagina de La Stampa del 9 luglio 2024, che annuncia il decreto del governo Mussolini sulla censura della libera stampa
Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (FFCF) si prepara ad accogliere la sua VIII edizione. Sostenuto e patrocinato dal Comune di Ferrara attraverso gli Assessorati alla Cultura e all’Ambiente, dalla provincia di Ferrara, dalla Regione Emilia-Romagna e dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna, il festival ha consolidato la sua identità e missione in modo chiaro e moderno.
L’obiettivo primario del festival è quello di esplorare il tema dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature e connotazioni, non limitandosi al discorso relativo al cambiamento climatico, ma considerando l’ambiente anche come luogo di connessione e infinite possibilità.
Accanto alla tematica ambientale, il festival pone particolare attenzione al cinema indipendente e ai suoi giovani autori, nonché all’innovazione come linguaggio delle nuove generazioni.
La rassegna cinematografica è stata presentata in Comune venerdì 17 ottobre 2025 da Marco Gulinelli, assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Eugenio Squarcia, direttore artistico FFCF, Sara Bardella, responsabile eventi FFCF, e Sergio Gessi, presidente Ferrara Film Commission.
“Ferrara è una città ricca di realtà associative culturali – ha affermato nel corso della presentazione in residenza municipale l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli – e oggi presentiamo il prodotto del lavoro di una di queste, l’ottava edizione del Ferrara Film Corto Festival, manifestazione che nasce e si sviluppa con l’obiettivo di promuovere e valorizzare la forma espressiva del cortometraggio. Oggi questa forma d’arte è finalmente riconosciuta come linguaggio dinamico e innovativo nel panorama cinematografico. L’evento ci ha abituati ad una selezione sempre più accurata e di collaborare con opere di grande spessore, opere provenienti da registi affermati ed emergenti italiani e stranieri. E’ un festival ricco di contenuti, ospiti, sorprese, organizzato da un team giovane e preparato nell’arte e nella cultura, che saranno di stimolo per la circolazione di idee durante e dopo le proiezioni con incontri di approfondimento e di formazione. Da sottolineare la presenza di una giuria formata non solo da esperti del settore ma composta anche da studenti di istituti cittadini, un coinvolgimento che dà valore aggiunto alla manifestazione”.
L’VIII edizione del festival si svolgerà, quest’anno, dal 22 al 25 ottobre (con anteprima il 21) nel suggestivo centro storico di Ferrara, città patrimonio dell’umanità UNESCO e “città del cinema” e, come da sua mission, intende anche contribuire a valorizzare e promuovere il territorio ferrarese, offrendo agli ospiti provenienti da tutto il mondo un’esperienza unica, con ricadute positive dal punto di vista economico e turistico.
Durante i cinque giorni di evento, oltre alle proiezioni relative al Contest cinematografico internazionale, che vedranno la partecipazione di registi provenienti da tutto il mondo, saranno organizzati una serie di eventi collaterali e di networking volti a favorire lo scambio di idee ed esperienze, nonché la creazione di collaborazioni future.
Le attività del mattino, ovvero laboratori, incontri e momenti didattici che vedranno il coinvolgimento degli istituti scolastici superiori locali, si terranno presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo, tranne la mattinata del 24 ottobre che verrà organizzata presso la Sala Macchine – Spazio Factory Grisù, in collaborazione con Blow-Up Academy.
Presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo si svolgeranno anche i pomeriggi, dedicati alle proiezioni dei cortometraggi in concorso, coinvolgendo gli studenti degli Istituti di Istruzione Superiore Einaudi, Carducci e Dosso Dossi, che formeranno una speciale “giuria giovani” e valuteranno i film in concorso.
Sono previsti momenti di incontro e dialogo con autori e registi, moderati da uno o più giornalisti appartenenti a testate locali e nazionali, durante i quali si dibatterà dei temi trattati dai cortometraggi, oltre che delle sfide incontrate o delle prospettive future.
Le serate, invece, si terranno presso la Sala Estense, dove si svolgeranno spettacoli e performance musicali, sempre legati alle tematiche del festival. Si alterneranno ospiti e artisti di rilievo culturale e artistico anche europeo, offrendo al pubblico esperienze di grande valore intellettuale.
La serata conclusiva del Festival, sabato 25 ottobre 2025, presso la Sala Estense, rappresenterà un momento di incontro per gli appassionati di cinema, che vedrà la premiazione degli autori vincenti durante una cerimonia dedicata presso il Teatro Sala Estense.
Queste le categorie per la partecipazione al FFCF, con premi in targhe e denaro.
AMBIENTE È MUSICA: Categoria aperta ad autori nazionali e internazionali di qualsiasi età, che dovranno interpretare il tema “Ambiente è Musica”. La categoria è aperta a ogni genere di cortometraggio (max 25 minuti)
BUONA LA PRIMA: Categoria aperta ad autori italiani, o residenti in Italia, di qualsiasi età e dedicata unicamente a opere prime, a tema libero. La categoria è aperta a ogni genere di cortometraggio (max 25 minuti).
INDIEVERSO: Categoria aperta ad ogni genere di cortometraggio, a tema libero, purché di produzione indipendente. La categoria è aperta ad autori nazionali e internazionali di qualsiasi età (max 25 minuti).
La Giuria Professionale di Ferrara Film Corto Festival assegnerà i seguenti premi:
Premio miglior corto ambientale categoria “AMBIENTE È MUSICA”: 300,00 € e targa
Premio miglior corto opera prima categoria “BUONA LA PRIMA”: 300,00 € e targa
Premio miglior corto indipendente categoria “INDIEVERSO”: 300,00 € e targa
Targa premio speciale “#CLIMATECHANGE”, dedicato al cambiamento climatico
Targa premio speciale “MUSICA INDIE” per la miglior colonna sonora indipendente
Targa premio per il miglior documentario
Targa premio per la migliore attrice
Targa premio per il miglior attore
Targa premio per la migliore fotografia
Premio Speciale Targa “Miglior Sceneggiatura”
Targa premio Giuria Giovani per il miglior corto.
Menzione speciale della Giuria
Menzione speciale della Giuria al miglior corto di animazione
Come in passato, l’VIII edizione conta una GIURIA PROFESSIONALE di rilievo, composta da:
Francesca Pirani – Regista e autrice, Presidentessa della Giuria Professionale
Andreas Graf – Musicista e regista
Carlo Magri – Regista documentarista
Alessandro Marchiori Rocca – Regista e direttore della fotografia
Stefano Maurelli – Attore e regista
I premi dei corti vincenti nelle tre categorie principali (INDIEVERSO, BUONA LA PRIMA e AMBIENTE È MUSICA) saranno consegnati da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna e, eccezionalmente, dagli atleti e atlete della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco, eccezionalmente presenti durante la serata di premiazione per una collaborazione straordinaria con FITARCO (Federazione Italiana di Tiro con l’Arco), ovvero Simone Barbieri – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Pluri-Campione Europeo e Italiano; Oro ai World Games 2025; Alessandra Bigogno – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Campionessa Europea e Italiana
Tali tre premi sono opere d’arte uniche e originali, ideate e realizzate a mano dall’artista contemporaneo Matteo Farolfi — pittore, scultore, alchimista della materia — ed esposte nel percorso immersivo site-specific AWARENESS, visitabile presso Notorious Cinemas Ferrara dal 21 ottobre al 3 novembre 2025.
opera Matteo Farolfi
opera Matteo Farolfi
Grazie alla collaborazione con il Liceo G. Carducci, con l’Istituto di Istruzione Superiore L. Einaudi e Dosso Dossi di Ferrara, la Giuria Professionale sarà coadiuvata da una GIURIA GIOVANI d’eccezione, formata da un gruppo di studenti provenienti da entrambe le scuole, il cui compito sarà di frequentare le proiezioni in sala, valutare i film in concorso e attribuire un Premio Speciale dedicato al Miglior Cortometraggio, che verrà consegnato durante la Cerimonia di Premiazione del Festival.
Quest’anno 46 i corti selezionati sulle centinaia dei pervenuti iscritti al concorso, 18 per la categoria “Ambiente è Musica”, 18 in “Indieverso”, 10 in “Buona la prima”. 32 i corti italiani, 14 quelli esteri, 14 paesi in concorso.
Si inizierà MARTEDÌ 21 Ottobre 2025 dalle 15:00 alle 18:00 Sala dell’Arengo · Municipio, con l’INDUSTRY PANEL – STATI GENERALI DEI FESTIVAL DEL CORTO
Tavola rotonda dei festival Indipendenti gemellati con Ferrara Film Corto.
Incontro moderato da Alberto Lazzarini, vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna. Interverranno:
Marco Gulinelli – Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
e i Direttori Artistici dei seguenti Festival:
Andrea Guerra – Luoghi dell’Anima Italian Film Festival (Santarcangelo di Romagna, Italia)
Adriano Squillante, Enzo Bossio, Andrea Starvaggi – Roma Film Corto Festival (Roma, Italia)
Nina Baratta – Moscerine Film Festival (Roma, Italia)
Tania Innamorati, Silvio Leonardo Muccino – 48 Hour Film Project (Roma, Italia)
Filippo Gentili – Planetaria (Firenze, Italia)
Valentina Moar – Dance On Screen Film Festival (Graz, Austria)
Carlo Menegatti – Premio Folco Quilici FEDIC (Comacchio, Italia)
Eugenio Squarcia – Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (Ferrara, Italia)
Inaugurazione e vernissage della mostra “AWARENESS” dell’artista contemporaneo Matteo Farolfi – pittore, scultore, alchimista della materia – dedicata al tema dell’immersione e dell’emersione, dei contrasti ambientali e della consapevolezza derivante dalla ricerca del sé mediante la figura simbolica del palombaro. Introduzione critica di Alessio Falavena.
20:30 – ANTEPRIMA FFCF 2025 – Notorious Cinemas Ferrara – ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, fino ad esaurimento posti
Inaugurazione dell’ottava edizione di FFCF con saluti e introduzione delle autorità comunali e regionali, dei partner organizzativi, della presidenza di Ferrara Film Commission e della Direzione Artistica FFCF.
Proiezione fuori concorso del film di animazione giapponese “JOSÉE, LA TIGRE E I PESCI” (2020 – Giappone – 99’) in collaborazione con Anime Factory e Notorious Cinemas.
MERCOLEDÌ 22 Ottobre 2025
09:30 › 12:30 — DIDATTICA — Sala Ex Refettorio · San Paolo
FLORA — IL CINEMA CORTO TRA INNOVAZIONE E RESISTENZA.
Proiezione del docufilm “Flora” (2023 – Italia – 71’) di Martina De Polo. Produzione COMBO. Distribuzione Lo Scrittoio. Musica del collettivo Rotornoise, con la partecipazione di Vinicio Capossela.
Storia di Flora Monti, originaria di Monterenzio, una delle più giovani staffette partigiane della Resistenza Italiana, che ora ha più di novanta anni e vive a Bologna. Il documentario parla di lei, partigiana bambina nell’Appennino Tosco Emiliano e del viaggio che ha affrontato nel ’44 per arrivare al campo profughi di Cinecittà, dove ha vissuto per sette mesi.
A seguire › Q&A con la regista Martina De Polo, Miguel Gatti (COMBO) e la storica Antonella Guarnieri per un approfondimento dei temi legati al docufilm.
A seguire › Laboratorio didattico tenuto da Miguel Gatti (COMBO) relativo alle innovative tecniche di produzione e distribuzione cinematografiche indipendenti.
13:30 › 19:00 – Sala Ex RefettorioSan Paolo – PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – PRIMO TEMPO
SENZA FIATO (Italia, 15′, “Ambiente è Musica”) di Max Cavalieri
CEUX QUI RÉPONDENT À L’ÉCHO (Canada, 20′, “Ambiente è Musica”)
LA BLATTA E LA FORMICA (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Marco La Ferrara
NEBBIA (Italia, 11′, “Ambiente è Musica”) di Tommaso Diaceri
MONSTER (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Sophia Lassi
CROSSING THE DIVIDE (Italia, 16′, “Ambiente è Musica”) di Eva Zanettin e Raghav Pasricha
23 (Italia, 12′, “Buona la Prima”) di Laura Francesconi
WONDERS OF EVOLUTION (Colombia, 15′, “Ambiente è Musica”) di Francisco A. Ceballos
Intermezzo › Memorial Paolo Micalizzi: critiche di cinema – Incontro dedicato alla memoria di Paolo Micalizzi, critico cinematografico, Direttore Artistico di Ferrara Film Corto Festival nel biennio 2019-2020 e Presidente Onorario dell’associazione Ferrara Film Commission negli anni a seguire. Interverranno: Carlo Magri – Regista documentarista ed esperto di cinema, Alberto Lazzarini – Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – SECONDO TEMPO
LA BUONA CONDOTTA (Italia, 14′, “Buona la Prima”) di Francesco Gheghi
TOUCHING TERRITORY: TO PLAY THE LAND (Brasile, 18′, “Ambiente è Musica”) di Fernando Parre
SUPERBI (Italia, 15′, “Indieverso”) di Nikola Brunelli
THE VOICE OF PLANTS (Italia, 8′, “Ambiente è Musica”) di Daniele Guarnera
EUFEMIA (Polonia, 15′, “Indieverso”) di Jerzy Czachowski
CH LA RECCHIA (Italia, 12′, “Ambiente è Musica”) di Diego Monfredini.
LA FEMMINA (Italia, 15′, “Indieverso”) di Nuanda Sheridan
A seguire › Incontro con gli autori dei film in concorso moderato dal giornalista Nicolas Stochino, La Nuova Ferrara.
20:30 › 23:30 – SERATA-EVENTO – Teatro Sala Estense – ingresso a offerta libera, con prenotazione gratuita obbligatoria fino ad esaurimento posti
Concerto dell’ensemble NOVA ERA – The Rock Soundtrack Experience – Una rock band si unisce a un quartetto d’archi, per legare la vena rock con l’eleganza e la raffinatezza proveniente dall’orchestra classica
GIOVEDÌ 23 Ottobre 2025
09:30 › 12:30 – DIDATTICA – Sala Ex Refettorio San Paolo
Presentazione didattica del libro “L’alba della storia – Una rivoluzione iniziata diecimila anni fa” di Guido Barbujani (2024 – Editori Laterza).
A seguire › Proiezione del cortometraggio “Waterlife” (2020 – Italia – 9’) di Gabriele Fonseca. Con Emiliano Toso, Beatrice Carbone, Luca Giaccio. Una produzione Honoro Film.
A seguire › Q&A con il regista Gabriele Fonseca (regista di numerosi spot pubblicitari, documentari e film istituzionali per The Walt Disney Company Italia, Warner Bros. Italia, Deutsche Bank, Sanrio, Istituto Heartfulness, KPMG e molti altri, fondatore della casa di produzione Honoro Film) e l’interprete Beatrice Carbone, ex ballerina solista del Teatro alla Scala e insegnante di danza, per un approfondimento dei temi legati al cortometraggio.
13:30 › 19:00 – Sala Ex RefettorioSan Paolo – PROIEZIONE FILM IN CONCORSO – PRIMO TEMPO
RISONANZE: SUONI DELLA TERRA (Italia, 12′, “Ambiente è Musica”) di Giorgia Racca e Migi Gilli
C’È DA COMPRARE IL LATTE (Italia, 17′, “Ambiente è Musica”) di Pierfrancesco Bigazzi
THE PRICE OF EUROPE’S PAPER PACKAGING BOOM (Portogallo, 13′, “Ambiente è Musica”) di Juan Maza
THE WAY OF THE ORCHID (Francia, 23′, “Ambiente è Musica”) di Jean-Baptiste Le Hen
INTERNO 18 (Italia, 19′, “Buona la Prima”) di Matteo Lolletti
PHONONAUTA (Italia, 13′, “Ambiente è Musica”) di Stefano De Felici e Federico Mazza
NON QUI, NON ORA, NON IO (Italia, 20′, “Indieverso”) di Lillo Venezia
SHE IS NOT HERE (Iran, 14′, “Indieverso”) di Saeed Seiri
Intermezzo › Anteprima — HOPE: 12 PRAYERS FOR CELLO AND ORCHESTRA — Andreas Graf, violoncello solo. Performance di violoncello solo di Andreas Graf (Membro della Giuria Professionale dell’ottava edizione di Ferrara Film Corto Festival) per la presentazione, in anteprima al pubblico giovane, del progetto “HOPE – 12 Prayers for Cello and Orchestra”, che unisce musica sinfonica, cinema e impegno umanitario. Il progetto sarà presentato per esteso e in forma completa durante la SERATA-EVENTO di Venerdì 24 ottobre presso il Teatro Sala Estense, alle ore 20:30.
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – SECONDO TEMPO
BLUE WHALE (Italia, 15′, “Indieverso”) di Lorenzo Corvino
HERBS (Regno Unito, 11′, “Indieverso”) di Emily Steck
IL NON PIANISTA (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Aria Bodio
AEOLUS (Italia, 11′, “Ambiente è Musica”) di Niccolò Donatini
BUBBLES (Albania, 15′, “Indieverso”) di Meri Dishnica
MATTI LIKE (Italia, 5′, “Indieverso”) di Federico Cavallini
ERANT – A TALE OF AOSTA VALLEY LEGENDS (Italia, 16′, “Buona la Prima”) di Enrico Granzotto
Incontro con gli autori dei film in concorso moderato dal giornalista Alberto Lazzarini, Il Resto del Carlino Ferrara.
20:30 › 23:30 – SERATA-EVENTO – Teatro Sala Estense – ingresso a offerta libera, con prenotazione gratuita obbligatoria fino ad esaurimento posti
PLANETARIA x FFCF 2025 › Performance speciale tratta dallo spettacolo “Conferenze Immaginarie”.
Reading scenico interpretato da Filippo Gentili, ideatore e Direttore Teatrale del progetto, e Giulio Boccaletti, oceanografo, Direttore del CMCC (Centro Mediterraneo per il Cambiamento Climatico) e consulente scientifico di Planetaria. Sul palco, i due daranno voce a un dialogo evocativo tra teatro e scienza, mettendo in relazione contenuti narrativi e riflessioni sui grandi temi della sostenibilità, e proponendo al pubblico un’esperienza culturale immersiva, emozionante e coinvolgente. Organizzato in collaborazione con PLANETARIA – storie che parlano al futuro, la manifestazione culturale diretta da Stefano Accorsi e gemellata con Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica, progetto cross mediale prodotto da Superhumans, per parlare di cambiamento climatico e sostenibilità unendo arte e scienza.
09:30 › 12:00 – DIDATTICA – Sala Macchine · Spazio Factory Grisù
Laboratorio didattico › “Il Volto Nascosto: Masterclass di Make-up Artistico tra Storia e Illusione”, tenuta da Alessandra Barlaam. Masterclass intensiva di due ore che porterà i ragazzi dietro le quinte del make-up artistico, svelando segreti e tecniche che danno vita a personaggi e atmosfere indimenticabili in cinema, teatro, televisione, alta moda. In collaborazione con Blow-Up Academy.
13:30 › 19:00 – Sala Ex Refettorio · San Paolo
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – PRIMO TEMPO
MISURE (Italia, 20′, “Buona la Prima”) di Marta Capossela
SHAME (Libano, 5′, “Indieverso”) di Hadi Moussally
MARCUS & MATHIAS (Italia, 20′, “Indieverso”) di Maurizio Dall’Acqua
PROFONDO NERO (Italia, 3′, “Indieverso”) di Roberto Pili
RAMSES (Italia, 15′, “Indieverso”) di Francesco Dafano
PRAYER OF THE SEA (Germania, 7′, “Ambiente è Musica”) di Martin Gerigk
IO NON DIMENTICO (Italia, 13′, “Indieverso”) di Antonello Murgia
IL CUSTODE DEL LAGO (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Simone Bressello
SUZANNE & MARCELO (Italia, 20′, “Indieverso”) di Francesco Alessandro Cogliati
Intermezzo › Presentazione del libro “Il Rigiocattolo” (2024 – Edizioni Città Nuova) con l’autrice Letizia Palmisano, tra ecologia, ambiente ed economia circolare
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – SECONDO TEMPO
THE PROMPT (Italia, 14′, “Ambiente è Musica”) di Francesco Frisari
MARCELLO (Italia, 20′, “Indieverso”) di Maurizio Lombardi
CAMINO (Spagna, 5′, “Ambiente è Musica”) di Vera Kuznetsova
COSA RESTA (Italia, 5′, “Buona la Prima”) di Francesca Scanu
SACREBLEU – CHAPTER 1 (Stati Uniti d’America, 5′, “Ambiente è Musica”) di Clement Oberto
SOMMERSI (Italia, 18′, “Indieverso”) di Gian Marco Pezzoli
DON’T YOU DARE FILM ME NOW (Stati Uniti d’America, 13′, “Indieverso”) di Cade Featherstone
A seguire › Incontro con gli autori dei film in concorso moderato dal giornalista Nicola Cavallini, Vicedirettore Periscopionline.it.
20:30 › 23:30 – SERATA-EVENTO – Teatro Sala Estense – ingresso a offerta libera, con prenotazione gratuita obbligatoria fino ad esaurimento posti
HOPE: 12 PRAYERS FOR CELLO AND ORCHESTRA — Andreas Graf, violoncello / Evelyne Grandy, pianoforte. Concerto di presentazione in anteprima esclusiva del progetto artistico e umanitario “HOPE: 12 PREGHIERE PER VIOLONCELLO E ORCHESTRA” ideato dal violoncellista e regista svizzero Andreas Graf, anche membro della Giuria Professionale FFCF 2025.
La serata è organizzata in collaborazione con FERRARA MUSICA.
HOPE è un’opera musicale e visiva che unisce musica sinfonica, cinema e impegno sociale in un unico gesto poetico e collettivo. Si tratta di un album composto da dodici brani originali per violoncello e orchestra, ciascuno scritto da un diverso autore attivo nel panorama internazionale della musica da film. Ogni brano è concepito come una “preghiera sonora”, una meditazione musicale sulla speranza e sulla resilienza, interpretata dal violoncello come voce umana e spirituale. Il progetto, realizzato in collaborazione con Save the Children e con la partecipazione della London Symphony Orchestra diretta da Ben Palmer, è stato registrato presso gli iconici Abbey Road Studios di Londra e vedrà la sua uscita ufficiale nel 2026.
IL CONCERTO › Saranno eseguiti i brani “Hope” di Peter Hauser, “Echoes of Eternity” di Sharon Farber, “Farewell” di David Kudell, tratti dall’album di prossima uscita HOPE — e una selezione di brani di Ennio Morricone, Nino Rota, Neville Jason Fahy, Johann Sebastian Bach, Franz Schubert, Maria Theresia von Paradis, Gaetano Donizetti, Robert Schumann, Sergei Rachmaninoff, Felix Mendelssohn e Franz Liszt.
SABATO 25 Ottobre 2025
09:30 › 12:30 — INDUSTRY PANEL — Sala dell’Arengo · Municipio
CINEMA E SOSTENIBILITÀ › CORSO DI FORMAZIONE (CON CREDITI GIORNALISTICI) Realizzato in collaborazione e con il sostegno dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Coordinato da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Interverranno: Alberto Lazzarini, Letizia Palmisano, Marco Gisotti, Alessandra Barlaam, Francesca Pirani, Micol Trinchero, Andreas Graf.
PROGRAMMA DELLA MATTINATA
09:40 › 09:50 – Introduzione – Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna
09:50 › 10:10 – “Il cinema si fa 3 volte sostenibile: dai messaggi dei film, alle produzioni cinematografiche sostenibili alle sale cinematografiche che riducono il proprio impatto ambientale” – Letizia Palmisano, Giornalista ambientale, co-organizzatrice del Green Drop Award
10:10 › 10:30 – “Professioni e competenze green per le industrie culturali” – Marco Gisotti, Direttore Scientifico dell’Osservatorio Spettacolo e Ambiente, autore di “L’ecologia al cinema dai fratelli Lumière alla Marvel in 100 film e 5 percorsi didattici”, Edizioni Ambiente
ECOVISIONI. L’ECOLOGIA AL CINEMA
10:30 › 10:50 – “Bellezza sostenibile: non solo un trend ma un’urgenza” – Alessandra Barlaam, Make-up artist e beauty expert per cinema e TV
10:50 › 11:10 – “Raccontare senza essere predatori” – Francesca Pirani, Regista e autrice, Presidentessa della Giuria Professionale FFCF 2025
11:30 › 11:50 – “Resonance and Resilience: Music as a Force for Human Sustainability” – Andreas Graf, Musicista e regista, fondatore di Epic Lab Media
20:30 › 00:00 – SERATA CONCLUSIVA E CERIMONIA DI PREMIAZIONE – Teatro Sala Estense, ingresso a offerta libera, prenotazione gratuita obbligatoria fino a esaurimento posti
Concerto di apertura dell’ensemble classico-contemporaneo EFFE String Quartet.
Dal repertorio classico a quello contemporaneo, dal cinema al pop, dal palco della Biennale di Venezia a quello della cerimonia inaugurale dei Mondiali di Sci 2021, attraverso le collaborazioni con Neri Marcorè, Shade, Arturo Brachetti. Un quartetto d’archi con l’anima di una band, per uno spettacolo magnetico e imperdibile.
A seguire: Cerimonia di premiazione dei cortometraggi in concorso
Consegna della targa al miglior corto da parte della GIURIA GIOVANI, formata dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Giosuè Carducci e dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi di Ferrara. Consegna delle cinque targhe nelle categorie Miglior Documentario, Migliore Attrice, Migliore Attore, Miglior Fotografia e Migliore Sceneggiatura. Consegna dei due premi speciali (targhe) nelle categorie #CLIMATECHANGE e MUSICA INDIE. I premi saranno consegnati dai membri della GIURIA PROFESSIONALE FFCF 2025 Francesca Pirani (Presidente), Andreas Graf, Carlo Magri, Alessandro Marchiori Rocca e Stefano Maurelli.
Premiazione dei corti vincenti nelle tre categorie principali: INDIEVERSO (300 Euro e targa), BUONA LA PRIMA (300 Euro e targa) e AMBIENTE È MUSICA (300 Euro e targa).
I premi saranno consegnati da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna e dagli atleti e dalle atlete della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco, eccezionalmente presenti durante la serata di premiazione per una collaborazione straordinaria con FITARCO (Federazione Italiana di Tiro con l’Arco), ovvero: Cinzia Noziglia – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – Gruppo Sportivo Fiamme Oro– Arco Nudo – Pluri-campionessa Mondiale, Europea e Italiana; Oro ai World Games 2017 e 2022 e Argento ai World Games 2025; Simone Barbieri – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Pluri-Campione Europeo e Italiano; Oro ai World Games 2025; Alessandra Bigogno – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Campionessa Europea e Italiana
PARTNER DELL’OTTAVA EDIZIONE DI FERRARA FILM CORTO FESTIVAL 2025
Organizzato da Ferrara Film Commission APS, Con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Ferrara, Con il patrocinio e il sostegno di Comune di Ferrara e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna
Partner didattici: IIS Giosuè Carducci, IIS Luigi Einaudi, Blow-Up Academy, Partner scientifico: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara, Partner organizzativi: Ferrara Musica, Notorious Cinemas – The Experience, Anime Factory, Factory Grisù, Ferrara la città del cinema, Combo, Ospitalità ristorazione: Hotel Radisson Ferrara, Hotel Carlton, Locanda della biscia, Pasticceria Pivati, Powered by: EFFE Matteo Farolfi, Periscopio.it, Mami Voice, ESMA Creative Studio
Festival gemellati: Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, Planetaria – storie che parlano al futuro, Roma Film Corto, The 48 Hour Film Project, Moscerine Film Festival, Dance On Screen Film Festival, Premio Folco Quilici – FEDIC
Il prossimo Nobel vada ai piccoli non potenti che cambiano il mondo
Il premio Nobel per la pace sarebbe dovuto andare a quei giornalisti uccisi a Gaza (268) e ai sanitari ammazzati (1320 tra medici e altri sanitari), che hanno mostrato al mondo il genocidio in atto e che hanno portato ad una mobilitazione crescente delle coscienze nell’intero mondo, che alla fine hanno isolato Netanyahu e Trump. Sono state le crescenti manifestazioni in tutto il mondo e non ultima l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, a mostrare che le singole persone possono dare un contributo enorme a modificare gli equilibri che il mainstream assegna solo ai Potenti, ai Governi, alla Forza e al Potere Militare.
La narrazione di questi giorni è che il cessate il fuoco a Gaza è merito solo di Trump e delle “vie della Forza” e che il piano Trump ha avuto successo in quanto si è dimostrato meno deferente a Netanyahu di Biden. Questo è vero in parte: bisogna considerare che è stato Trump a supportare Israele nella distruzione di Gaza e nel genocidio in atto; nulla fa Israele senza l’appoggio degli Stati Uniti.
Trump però si è reso conto ad un certo punto dell’isolamento mondiale non solo di Israele ma anche degli Stati Uniti che lo sostenevano, e ciò avrebbe compromesso gli enormi affari americani coi Paesi Arabi (e non solo). All’Onu si era infatti manifestato alcune settimane prima un plastico isolamento degli Stati Uniti, in cui anche 10 paesi europei (che da anni erano allineati con gli USA) si erano uniti ai già 140 paesi nel mondo allineati a Cina, Russia e Brics e contro Israele e Stati Uniti sulla risoluzione ONU: “Due popoli, due Stati”.
Ci sono poi state nell’ultimo mese le manifestazioni in tutto il mondo e anche crepe all’interno dello stesso movimento MAGA che sostiene Trump, se si pensa che il giovane Charlie Kirk, assassinato astro nascente del movimento MAGA, aveva criticato pubblicamente Trump per l’eccessivo sostegno dato a Netanyahu.
Le stesse prime manifestazioni in Italia non sono state organizzate dai partiti o dai sindacati, e quella enorme del 22 settembre è stata a lungo preparata da piccoli gruppi che nei mesi precedenti avevano protestato, come i portuali di Genova e Livorno che avevano deciso di bloccare container di armi verso Israele nonostante il parere contrario dei sindacati maggioritari.
Cosa ci dice questa vicenda? Che certo conta il ruolo della forza militare (USA), del potere (USA), ma anche il singolo potente (Trump meglio di Biden) e la sua capacità diplomatica di coinvolgere i nemici (i Governi arabi) con cui vuole fare affari e quindi contano gli interessi economici (Trump ha ordinato a Netanyahu di scusarsi in pubblico col sovrano del Qatar, Al Thani, per il bombardamento contro i negoziatori di Hamas).
Fa anche impressione vedere l’ignavia dell’Europa, totalmente assente e impegnata a creare una escalation militare con la Russia, e il ruolo decisivo dei paesi Arabi e della Turchia (paesi, peraltro, canaglia); ma conta anche l’opinione pubblica mondiale, la mobilitazione di quei pochi che sono riusciti nel tempo e con manifestazioni pacifiche a far crescere il dissenso mondiale contro il genocidio in corso a Gaza per opera di Israele e del sodale Trump.
Andare oltre l’indifferenza, contribuire alla mobilitazione, alla protesta serve eccome, anche se all’inizio si è in pochi. Poi, se la causa è giusta, arrivano anche altri, in questo caso milioni di giovani (e non) nel mondo. Certo ha aiutato anche l’estremismo e il delirio di onnipotenza di Netanyahu, ma onore a chi ha manifestato sin dai primi momenti e anche alla Flotilla che ha dimostrato come i “piccoli” possono smuovere le coscienze e i potenti.
Ciò che ha contato per noi italiani non è stato “il ruolo silenzioso del Governo italiano” come ha detto la premier Giorgia Meloni, ma la mobilitazione, le manifestazioni e anche l’iniziativa creativa della Flotilla, così come prima (mesi fa) il blocco delle armi verso Israele dei portuali di Genova e Livorno e, ancor prima, l’informazione al mondo dei giornalisti uccisi a Gaza. Il premio Nobel per la Pace dovrebbe andare a questi “piccoli”, veri portatori di pace e non ai “grandi” che coltivano una cultura di forza, di violenza, di interessi personali e di prevaricazione, ma che possono essere anche condizionati dai “piccoli” che si fanno poi tanti.
Nella storia, da sempre sono singoli individui o piccoli gruppi che poi attivano grandi processi, da Gandhi ai nostri partigiani (erano il 2% degli italiani). Chi conosce il progetto Alborada in Cile per far perdere le elezioni a Pinochet nel 1989 a favore del primo presidente democratico Patricio Aylwin, sa bene che un piccolissimo gruppo di italiani, guidato da Tarcisio Benedetti, delegato sindacale, ex tipografo alla Mondadori, stampando un quotidiano per 6 mesi a Santiago, riuscì a ribaltare per pochi voti la dittatura. La storia fa svolte inaspettate, specie se dal basso ci si mette in moto. Non è vero che siamo sempre piccoli e impotenti.
Photo cover: Barcelona for Gaza, tratta da pressenza.com
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Proprio pensando a una sua eventuale traduzione (traslation) mi è venuto in mente il film di Sofia Coppola , Lost in translation del 2003 che come recita la traduzione del titolo – L’amore tradotto – racconta quello che si perde nella traslation intesa non solo come traduzione, ma anche come traslazione o trasferimento di cose da un luogo ad un altro. Da un tempo ad un altro.
Ma andiamo con ordine.
L’articolo di Baricco, intitolato Gaza, inizia con un incipit programmatico e folgorante:
“Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione.”
Per Baricco dunque oggi Gaza non è più solo un luogo ma un concetto, un simbolo, un confine, tanto che il futuro per il nostro autore è il luogo dove i nomi (e le cose) perdono il loro corpo. Per questa ragione, il compito del narratore dovrebbe essere innanzitutto quello di ridare carne a questi simboli, restituire cioè realtà al linguaggio.
Ma come è evidente c’è un problema di traduzione. C’è una problema di… transizione perché:
“…C’è una falda, e noi ci abitiamo giusto sopra. Da una parte la terra emersa del Novecento, con i suoi valori, i suoi principi e la sua storia tragica. E dall’altra un continente, ancora spesso sommerso, che sta staccandosi dal Novecento, spinto della rivoluzione digitale, motivato dal disprezzo per gli orrori passati e diretto da un’intelligenza di tipo nuovo.”
Ma in questi ultimi anni, anche a nostra insaputa, ci siamo dovuti schierare. Molti di noi si sono, per così dire, trovati schierati, perché non abitavano più il linguaggio del Novecento e, contemporaneamente, non abitavano ancora il linguaggio del futuro. Molti di noi si sono persi nella transizione perché hanno voluto dimenticare (o hanno rimosso) una verità scomoda:
“… non c’è niente di più pericoloso di un animale morente”.
Il Novecento entrato in agonia ha iniziato a infierire con i suoi ultimi colpi di coda, violenti e aggressivi. Lo ha fatto resuscitando una delle sue armi più terribili o meglio una sua vecchia fede (o abitudine): credere nella guerra come soluzione limite praticabile, e pagare con la distruzione e morte dei civili un prezzo accettabile con cui finanziare lo scontro tra gruppi di potere tipicamente novecenteschi.
“Sia l’aggressione russa all’Ucraina sia la guerra tra Hamas e Israele affondano le loro origini in pieno Novecento”.
Nel film di Sofia Coppola Lost in translation, i due protagonisti – un maturo attore in declino e una giovane neolaureata in filosofia – rappresentano, in metafora, la fase di transizione da un mondo vecchio a un mondo nuovo, dove per mondo qui si intende un po’ di tutto: il corpo, il linguaggio e ancora il modo di pensare e persino di provare emozioni.
Questi due “mondi”, nel film della Coppola, si ritrovano ospiti dello stesso hotel a Tokyo e cominciano una spontanea conversazione in cui – con quella tranquillità favorita dall’essere estranei l’uno all’altro – si scambiano pensieri e preoccupazioni, consigliandosi quale sia la strada migliore da intraprendere per essere (o tornare ad essere) felici.
Porre dunque rimedio alle brutture del “mondo” vecchio; riorganizzare le cose per preparare il nuovo “mondo”: questi sono i temi di qualunque confronto epocale. Ma in realtà, nessuno dei due “mondi” detiene tale segreto, così come i protagonisti del film non possono che limitarsi a raccontare le proprie tragedie e speranze personali.
Come dice Baricco il nostro continente è sicuramente vecchio…
“… ma è anche vero che noi – EUROPA – siamo il Novecento e che quindi nessuno lo conosce come noi: dove il Novecento è stato tragedia, e dove è stato meraviglia, noi c’eravamo, più di chiunque altro….”
E dunque quale è un modo “sicuro” per scongiurare il pericolo di perdersi nella… transizione; di trovarsi cioè schierati (a nostra insaputa), costretti a farlo o a “vagabondare” da uno schieramento a un altro?
Comprendere che gli scontri di civiltà, queste transizioni da un mondo vecchio ad uno nuovo (che non vuol dire, per forza di cose, migliore), si decidono in gran parte sulla capacità di narrazione e, ovviamente, sulla propaganda.
Si decidono cioè “… sulla efficacia con cui alcuni riescono a convertire una nebulosa di fatti…” – la distruzione di una città, l’uccisione di centinaia di donne, uomini, bambini, la devastazione di ambienti naturali – “…in storie convincenti e dunque in realtà”.
Purtroppo molte parole dell’ “animale morente” e i toni virili con i quali vengono ancora pronunciate – guerra, riarmo, muri, espulsioni, deportazioni, annessioni – sono incomprensibili e inaccettabili per molti di noi. Per i giovani di sicuro.
Nel finale del film della Coppola i due protagonisti passano un’ultima serata insieme al bar, dove dai loro sguardi e dalle loro parole è ancora evidente la magica alchimia che si è creata tra loro. Bob (il vecchio mondo!) confessa di non voler partire e Charlotte (il nuovo!) gli suggerisce di restare con lei.
La mattina dopo Bob sta per lasciare l’albergo e tra i due avviene un saluto imbarazzato e triste. Ma poi dal taxi verso l’aeroporto Bob rivede Charlotte che cammina per strada. Si ferma, la raggiunge e i due si abbracciano teneramente. Bob le sussurra qualcosa all’orecchio e infine la bacia. Charlotte piange. I due si salutano di nuovo, questa volta felici e senza dire altro.
Un finale pieno di compassione e comprensione reciproca: una perfetta traduzione dell’amoreche, in questa fase così delicata, sarebbe necessaria.
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
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Ben Lerner (Topeka, Kansas,1979) è poeta, romanziere, saggista e critico letterario; ha studiato teoria politica e poesia alla Brown University, dove è stato allievo della poetessa C.D. Wright. La sua opera si distingue per una profonda riflessione sul linguaggio, sulla forma e sull’ideale poetico come tensione irrisolta.
Ha pubblicato raccolte poetiche come Le figure di Lichtenberg (2004), Angle of Yaw (2006), Mean Free Path (2010) e No Art (2016), oltre al saggio Odiare la poesia (2016), che ha avuto grande risonanza internazionale. Come romanziere, è autore di Leaving the Atocha Station (2011), 10:04 (2014), The Topeka School (2019) e recentemente di Luci (2023, edizione italiana Sellerio 2025).
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui le borse Fulbright, Guggenheim e MacArthur, ed è stato finalista del National Book Award. Attualmente insegna letteratura inglese al Brooklyn College di New York, dove è stato nominato Distinguished Professor.
Nel panorama della poesia contemporanea americana, Ben Lerner si distingue per un approccio radicalmente originale: la sua scrittura poetica non è solo forma, ma processo emergente, una dinamica che riflette la complessità del mondo moderno. Le figure di Lichtenberg (Tlon Edizioni, 2017), raccolta d’esordio pubblicata nel 2004, è un esempio emblematico di questa tensione tra struttura e caos, tra desiderio di ordine e consapevolezza del fallimento.
Da un punto di vista scientifico le cosiddette figure di Lichtenberg sono strutture ramificate che si formano quando una scarica elettrica attraversa un materiale isolante. Prendono il nome dal fisico e filosofo tedesco Georg Christoph Lichtenberg, che nel XVIII secolo le osservò per la prima volta. Sono esempi di pattern frattali, figure che a scale diverse ripropongono lo stesso motivo di fondo (auto-similarità), e rappresentano un fenomeno emergente: il risultato di interazioni complesse tra energia, materia e resistenza.
Ben Lerner sceglie questo titolo per evocare la poesia come evento, come scarica che lascia tracce ramificate nella mente del lettore. Ognuno dei 52 sonetti contenuti nella raccolta è una figura di Lichtenberg: breve, intensa, capace di generare forme mentali complesse, che non si lasciano ridurre a un significato univoco.
“Dopo la pubblicazione di queste poesie, il danaro non sarà argomento possibile.
Il danaro sarà un uccello grigio noto per farsi gioco di altri uccelli.
Le stelle saranno aggiustate per tenere conto dell’inflazione
così che i morti possano continuare a vivere nel modo al quale si sono abituati.”
[Le figure di Lichtenberg, pg.51]
La scelta del sonetto, forma chiusa e classica, è già di per sé un gesto provocatorio. Lerner ne scrive cinquantadue, ma li usa come moduli frattali, ripetizioni variate che non cercano la simmetria, bensì la discontinuità interna. Come nei frattali, l’unità si ripete con variazioni, generando un senso di complessità auto-simile.
Nel saggio Odiare la poesia (Sellerio, 2017), Lerner afferma che la poesia è una forma impossibile, sempre deludente rispetto all’ideale. Ma è proprio in questa delusione che si genera qualcosa di nuovo: un evento poetico emergente, che non si lascia ridurre né alla forma né al contenuto.
“La poesia emerge dalla prosa come un’interruzione, una deflagrazione, una promessa non mantenuta.”
“Io stesso la detesto pur avendo organizzato la mia vita sulla poesia. Non considero questo una contraddizione perché la poesia e l’odio per la poesia sono fusi insieme.”
La poesia di Lerner è pensiero incarnato, riflessione sul mondo e sull’atto stesso del poetare. Le sue immagini sono stratificate, le sue parole sono nodi in una rete di significati. La sua scrittura si avvicina alla poesia scientifica, non per i contenuti, ma per la capacità di modellizzare il reale.
“Quando un sogno conveniente comincia a sognare sé stesso,
gli ultimi bambù del vicinato vacillano alla radice.
I bambini fanno l’amore ‘stile esecuzione’,
poi si abbracciano l’un l’altro come momenti di silenzio.”
[Le figure di Lichtenberg, pg.51]
Pierre Teilhard de Chardin
La poesia di Ben Lerner, pur radicata nella contemporaneità americana, sembra risuonare con una visione più ampia, quasi cosmologica. In particolare, si può leggere in filigrana una consonanza con il pensiero di Teilhard de Chardin, il teologo e paleontologo francese che ha formulato l’idea che “tutto ciò che emerge converge”.
Per Teilhard, l’universo è un processo evolutivo in cui la complessità genera coscienza, e la coscienza tende alla convergenza, verso un punto omega. Lerner, da parte sua, descrive la poesia come evento emergente, nato dalla frizione tra prosa e ideale, tra linguaggio e fallimento. Ma questa emergenza non è dispersiva: tende a convergere verso una forma di conoscenza, di consapevolezza, di rivelazione.
In questo senso, ogni sonetto di Le figure di Lichtenberg è una scarica convergente, una figura frattale che non si limita a esplodere, ma organizza il caos in una forma che ci interroga, ci orienta, ci trasforma. La poesia diventa così una forma di convergenza cognitiva, dove il pensiero, il corpo e il linguaggio si incontrano per generare senso.
Con Luci (Sellerio, 2025), Ben Lerner torna a esplorare il confine poroso tra poesia e narrativa, tra discorso pubblico e privato, tra il linguaggio e il suo fallimento. Pubblicato da Sellerio e tradotto da Martina Testa, il libro raccoglie versi e prose scritti negli ultimi quindici anni, alcuni già apparsi su riviste prestigiose come The New Yorker e Paris Review, altri inediti o provenienti da sue opere narrative.
Il testo si presenta come una costellazione di frammenti, dove canzoni, silenzi, effetti sonori e messaggi vocali si intrecciano per riflettere sull’arte, sulla genitorialità, sulla vita quotidiana in un mondo segnato da crisi interconnesse e accelerazione globale. Le parole si dispongono sulla pagina “a cascata”, dando al testo la configurazione di una fuga musicale, una prosa poetica che riflette sul linguaggio e sul suo potere di suggerire, più che di affermare.
“Mi lascio in eredità alla terra, per rinascere dall’erba che amo, ha scritto il poeta, e non è discorso né canto, ma un tratto di prato che sta in mezzo fra i due, delimitato dal nastro della polizia.”
In questo senso, Luci rappresenta una convergenza tra le tensioni che attraversano tutta l’opera di Lerner: il desiderio di dire e l’impossibilità di farlo, la poesia come fallimento e come promessa, la parola come gesto etico e come canto che spacca il vetro. È il punto in cui la sua poetica dell’emergenza si fa coscienza condivisa, dove il linguaggio non è più solo strumento, ma ambiente da abitare.
Una visione che ancora e di più si collega profondamente al pensiero di Teilhard de Chardin: Luci è il luogo dove ciò che emerge – frammenti, voci, memorie – converge in una forma nuova, capace di illuminare il presente e di suggerirci un futuro possibile.
Parole a capo <br> Daniele Ricci: alcune poesie inedite dalla silloge «Lo sguardo immemore»
Dalla sinossi: « Lo sguardo immemore (2023-2024) è lo sguardo del mitico cantore Orfeo che, mentre risale dall’Ade, si volta, nonostante il divieto, per vedere Euridice, per accertarsi che l’ombra della sua amata ci sia ancora. La silloge dunque è anche un omaggio al mito di Orfeo, ma è soprattutto un viaggio negli “inferi” (le zone più oscure, arcane, misteriose e sconosciute, ma anche più vere) di me stesso e del mondo, un “ritorno” (a che cosa e a chi?), un viaggio nell’altrove, nel passato, alla ricerca di una donna, di un’ombra perduta. Un passato e un’attesa che non smette mai di ricordare. E poi c’è il gesto incompreso, lo “sguardo immemore” (di Orfeo o di Euridice?), il “voltarsi indietro” nella risalita, nel “difficile ritorno” alla vita.” »
Là nella casa abbandonata
senza tetto, defenestrata,
dove crescono dentro gli alberi
il vento porta il gelo delle montagne,
rocce parlanti e sentieri di miseria
si affacciano sul vuoto
– tu guardalo soltanto
e ubbidisci al tuo cammino.
Poi scoppia un temporale,
pedali veloce alta sui manubri,
accolta dalla pioggia
ti stendi accanto a me
sul declivio erboso
del nostro darsi nudi al mondo.
Siamo ancora soli
nel tremito delle parole,
per ghiaia bianca
dove l’onda è già stata.
Vicino alla casa
l’erica si piega al vento.
Misuro la gloria degli alberi,
rinasco nella loro voce.
(12 agosto 2023)
*
Dove porta questo viaggio?
S’aggregano le case, s’incrociano le vie,
sono ombre nell’ombra
sferzate dalla bora.
Ho dimenticato il mare,
ho camminato lungo le trincee
senza connessione
senza comprendere il senso…
Il cielo in basso
in alto la terra bagnata
il magma delle parole.
(10-15 ottobre 2023)
*
Quando scrivo non so dove vado,
un’immagine mi cresce dentro
mi cerco e mi trovo a tratti
non mi sento mai del tutto compiuto,
inghiottisco velocemente il fuori
per attingere ad un possibile
irreale
un arcano richiamo
nella verità della pelle.
Cerco la radice del tema
l’alienazione e il grigio delle strade.
La fascinazione del tuo sguardo.
(21 ottobre 2023)
*
Nella grande città
la strada che abbracciati
attraversammo,
l’innocenza dei corpi,
guardarsi a lungo
arrivare al centro del tempo
con un canto
per cercare l’amore.
Il mondo non c’è più,
la curva infinita della corteccia
la bellezza dei nostri passi,
infedeli e immotivate parole
alimentate dal cielo
dal raggio che inghiotte
la collina.
Ci rivedremo presto
e non sei tornata più.
(22 ottobre 2023)
*
Vedo continuamente
sulle pareti della mia stanza
ombre di uomini che,
senza curarsi di me, morirono.
Hanno la mia voce
la mia stessa altezza
le mie mani non ancora ferite,
mani che mi sono sfuggite
e non si danno pace.
Cadono dalla mia bocca,
passano tra le fessure delle persiane
gemiti svuotati di preghiera.
Ubriachi con tatuaggi magici
camminano cantando per la strada,
nel naufragio della ragione
i feriti si confondono
i vagabondi aumentano.
Cercano l’incanto delle parole.
Forse la morte non è diversa
dalla vita.
(5 agosto 2024)
Foto di StockSnap da Pixabay
Daniele Ricci è nato il 21 giugno 1967 a Fano. Originario di Marotta (PU), viene da una famiglia modesta (i suoi genitori erano sarti). Dal 1990 non abita più nel suo paese: per dieci anni, per motivi di studio, ricerche postuniversitarie e docenze, ha vissuto in varie città italiane ed europee; poi, all’inizio del terzo millennio, è tornato nella sua terra e si è stabilito a Fano (PU), dove tuttora vive e insegna al Liceo classico.
I suoi interessi vanno dalle lingue e letterature classiche (si è occupato in particolare di lirica greca arcaica ed alessandrina) alla poesia contemporanea (ha compiuto studi su Ungaretti, Montale, su Umberto Piersanti ed altri poeti marchigiani). Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio (fino alla nascita di sua figlia nel 2006) ha collaborato con alcuni periodici culturali. Nel 1998 ha pubblicato la raccolta di versi Lontananze, con postfazione di Giuseppe Bomprezzi (Montedit) e sue poesie sono comparse in varie antologie e riviste letterarie. Nel 2002 ha conseguito un Master in Poesia Contemporanea presso l’Università di Urbino, organizzato e diretto da Umberto Piersanti, con Gualtiero De Santi, Roberto Galaverni, Katia Migliori e Massimo Raffaeli.
Alla fine del 2022 è uscito il libro di versi Lezione di meraviglia, con prefazione di Marco Ferri (Italic Pequod; già premiato e segnalato in numerosi premi letterari, tra cui premio “Poesia Trasimeno – Città della Pieve 2023” e “Premio letterario Città di Grosseto Amori sui generis – V edizione”; Premio Speciale della Giuria al “Premio Antonia Pozzi – 2024”; premio “Eccellenza” al “Premio Lett. San Domenichino 2023”; finalista al “Premio Tirinnanzi 2023” e secondo classificato al premio “La poesia che canta – VI Edizione”). Alcuni suoi testi, con nota introduttiva di Marco Ferri, sono compresi in Smerilliana N. 25 Anno 2022, pp. 213-224. Nel 2023 è stata pubblicata dalla casa editrice Dialoghi una silloge di vecchie poesie, scritte tra il 1998 e il 2005, dal titolo Il filo del vento, con nota introduttiva di Andrea Angelucci. A marzo del 2024 è uscita per Bertoni Editore una nuova edizione riveduta e ampliata di Lontananze, con nota introduttiva di Gianni Iasimone.
Dal 2024 cura la rassegna di poesia Le poetesse e i poeti salutano la primavera organizzata dal “Circolo Culturale A. Bianchini” di Fano e da gennaio 2025 collabora con il lit-blog Finestre come redattore, curando la rubrica “Da Orfeo all’infinito. Sguardi e incursioni poetiche”. Nel 2025, a febbraio, è uscita per Puntoacapo Editrice la sua nuova raccolta: La macchina da cucire. Geologia del dolore (prima classificata per la cat. “Silloge inedita” al “Premio Switzerland Literary Prize 2023”, segnalata al “37° Premio Lorenzo Montano 2023” e finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2024), con prefazione di Fabrizio Lombardo. Alcuni suoi testi sono compresi in Smerilliana N. 27/II Anno 2025, pp. 57-66.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
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La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopio. Questo che leggete è il 307° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
È stato una performance straordinaria quella che la Compagnia Nazionale di Danza Irlandese ha offerto al Teatro Nuovo di Ferrara la sera del 7 ottobre scorso presentando Rhythm of the dance.
Lo spettacolo è un concentrato spettacolare e travolgente di danze e musica popolari irlandesi: due atti dove un cast di giovani e preparatissimi ballerini e musicisti, con il supporto di tecnologie sceniche, è riuscita a combinare in maniera sapiente melodie dolcissime e ritmo trascinante, passando dal lirismo delle ballate tradizionali alla potenza percussiva dei tipici passi irlandesi, dove il ritmo è scandito dalla percussione alternata della punta e del tacco delle scarpe munite di placchette di metallo.
Questa esplosione di energia contagiosa ha entusiasmato il pubblico, trasportandolo in un viaggio emozionante ed energizzante in cui ogni elemento è stato curato nel dettaglio: dalle coreografie mozzafiato ai suoni ancestrali della musica celtica, dalle atmosfere create da luci suggestive alle scenografie con paesaggi da sogno.
I ballerini sono stati sensazionali; i loro passi incredibilmente veloci, la sincronizzazione e le transizioni fluide in una varietà di formazioni hanno dato vita ad un’opera artistica di una bellezza magnetica. La potenza e l’energia così come la grazia e la precisione della compagnia sono state impressionanti e hanno messo in risalto l’atletismo della danza.
È interessante leggere sul sito della compagnia che la storia della danza irlandese ebbe inizio con l’arrivo dei Celti dall’Europa centrale oltre duemila anni fa. I suoi primi partecipanti furono i Druidi che danzavano durante i rituali religiosi in onore delle loro divinità pagane. Intorno al 400 d.C., furono i contadini a mantenere lo stile pagano di musica e danza.
Le danze in cerchio odierne iniziarono dopo la conquista anglo-normanna nel XII secolo.
Curiosa la figura del maestro di ballo che apparve in Irlanda nel XVIII secolo; esso vagava di villaggio in villaggio per insegnare danza ai contadini. Ogni maestro aveva il suo distretto e non sconfinava mai nel dominio di un altro maestro. Quando si incontravano alle fiere, si sfidavano in gare di ballo che terminavano solo quando un gruppo rimaneva in piedi.
Fino a oltre un secolo fa,la maggior parte delle donne in Irlanda ballava a piedi nudi, il che conferiva loro una grazia e una leggerezza naturali che le ballerine di oggi si sforzano di mantenere. Solo ai primi del novecento le ragazze iniziarono a indossare le scarpe morbide.
Gli uomini lavoravano la terra e quindi indossavano scarpe di cuoio grezzo fatte a mano, leggere e adatte alla danza. I pescatori sulle coste irlandesi indossavano scarpe con la suola di legno e, quando l’insegnamento della musica tradizionale fu proibito, i ritmi delle varie melodie di danza venivano mantenuti battendo le scarpe dure sulle lastre di pietra e sulle piastrelle.
Oggi i ballerini irlandesi moderni indossano “scarpe dure” appositamente realizzate e scarpe morbide. Le ballerine invece, dopo che le calze nere furono proibite dalla Chiesa perché seducenti, passarono ai calzini bianchi che vengono indossati ancora oggi, soprattutto nelle competizioni dove contrastano con le scarpe nere. I collant, tuttavia, hanno lentamente guadagnato popolarità grazie alle rappresentazioni teatrali.
È importante ricordare che il Tip Tap, particolarmente in voga in America negli anni dal 1930 al ’40, deriva proprio dalla contaminazione della danza irlandese con gli zoccoli con un tipo di danza ritmica afroamericana.
Qualcuno ha scritto recentemente che “Ballare è la poesia dei piedi”, mentre già attorno al 500 avanti Cristo il poeta greco Simonide, scriveva che “La danza è una poesia muta e la poesia è una danza parlata.”
Mi chiedo… di quanta poesia avremmo bisogno oggi per coltivare e far crescere quella bellezza che possa rendere più umano questo mondo spietato?
Le foto in copertina e nel testo sono dell’autore.
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