Skip to main content

Manganelli e l’uomo di paglia

Manganelli e l’uomo di paglia

Una triade di tre attori forma il dispositivo narrativo della finzione manganelliana intitolata Dall’inferno: l’io narrante, voce anonima che racconta il moderno viaggio per la salvezza dell’anima nello scontro e negli urti di una condizione dominata dall’inconscio, un cerretano e una «bambola dal sorriso seghettato».

La dinamica tra di loro determina lo svolgersi degli accadimenti e l’andamento narrativo del testo. Un patto suggella la trasformazione della situazione iniziale: la condizione di accidia del soggetto, succube di «un’anima seviziante che vuol esser partorita», tramite un sogno cede il posto ad una dinamica conflittuale di pulsioni, in cui il cerretano compare come «un uomo finto, un manichino, un che di paglia, ritto appoggiato a cosa che non vedo», mentre l’anima tormentosa  diventa una bambola, «una femminetta artificiata inclusa nelle viscere».

 

‘Cerretano’ è parola presente nelle liste lessicali di Daniello Bartoli pubblicate nel 1982.[1] Figura nel campo lessicale del buffone, è un ciarlatano ma anche un ciurmatore, che ha a che fare con la gentaglia e il canagliume, come si addice a chi deve tener a bada le manifestazioni smodate e triviali dell’inconscio.

Quanto alla bambola interiore, è «piccola e non bella, di stoffa, mi pare, ma dura e compatta, è una femmina, e sebbene sia immobile, indovino che questa bambola ha una sua capacità di muoversi, forse grazie a interiori meccanismi, molle e ingranaggi»; il cerretano gliel’ha introdotta nel corpo del «me stesso di paglia».[2]

La raffigurazione della tematica richiama aspetti dei drammi espressionisti, specie di Oskar Kokoschka e del suo Sphinx und Strohman (Sfinge e Uomo di paglia) del 1907, ripreso in seguito in Hiob (Giobbe) nel 1917.

Sfinge e Uomo di paglia è una commedia per automi, che mette in scena l’incapacità dell’uomo di reagire di fronte alla fascinazione femminile e punta sul problema assillante degli equilibri psichici, avvalendosi del topos della vampirizzazione. Pare che Kokoschka si sia ispirato a Olympia, la bambola meccanica dei racconti di E.T.A. Hoffmann, meglio nota attraverso l’operetta di Offenbach.

Che Manganelli abbia conosciuto questo dramma-commedia è ipotesi più che plausibile.[3] Una traduzione italiana fa parte del bel volume sul teatro di Kokoschka, uscito nel 1981 e splendidamente presentato con Note critico-bibliografiche ai testi da Lia Secci.[4]

Il dramma è stato allestito una sola volta nel 1909 al cabaret letterario Fledermaus di Vienna, poi è stato  ripreso nel 1917 da Marcel Janco alla galleria DADA di Zurigo nella nuova versione di Kokoschka e due mesi dopo rappresentato all’Albert-Theater di Dresda insieme a Der brennende Dornbusche (Il roveto ardente,1911) e al più famoso Mörder Hoffnung der Frauen (Assassino speranza delle donne, 1907). Pure quest’ultimo dramma ruota intorno al rapporto conflittuale tra uomo e donna, mettendo in scena due attori camuffati da manichini, non meglio individuati se non come «Uomo» e «Donna».

Ma, spiega Manganelli in Nuovo commento, la futurità di un testo non consiste soltanto nel suo passato; alla prefigurazione, all’eventuale ascendenza di un autore si aggiunge la retroazione esercitata dal lettore, che garantisce la posterità del testo, sviluppando virtualità in esso contenute o trascurate.

Non diceva Borges che ogni scrittore crea i suoi precursori modificando il nostro sguardo sul passato e ogni lettore individua i precursori di un’opera ricreando intorno ad essa uno spazio di affinità e di richiami?[5] E le affinità e i rimandi dal testo di Kokoschka a quello manganelliano e viceversa non mancano.

Quattro i personaggi di Sfinge e Uomo di paglia di cui uno solo è un «uomo vivo mortale» che non a caso incarna la morte. Gli altri tre sono camuffati da burattini che sembrano manovrati dall’interno : il Signor Firdusi (nome che ripete una battuta del personaggio e in tedesco suona Führ du Sie, portala tu) ridotto ad un testone di paglia girevole, cui sono appiccicate braccia e gambe, il Signor Caucciù «uomo-serpente, colto», che si presenta come  un medico ma non praticante, «solo un modesto sacerdote della scienza», e Anima Femminile chiamata «Anima» nella presentazione dell’autore, l’unica a non portare una maschera intera del corpo.

Per un impedimento che gli impedisce di rigirare la testa, il Signor Firdusi non vedrà mai Anima. L’atto unico si caratterizza per gli effetti scenici, per l’apparente nonsense che ricorda il teatro dell’assurdo, per le immagini oniriche e surreali, e una dimensione parodica che si manifesta fin dall’inizio nella lunga battuta disincantata del Signor Firdusi sul rapporto matrimoniale tra coniugi.

A prevalere tuttavia è il grottesco che, appunto, favorisce il gioco dei rimandi come per esempio nella finzione manganelliana la successione degli orecchi che dialogano con il narratore e fanno pensare alla serie dei dieci Signori «vestiti di nero, con cappelli a cilindro, invece delle facce, buchi nei quali appare di tanto in tanto una testa, che dice in fretta una delle seguenti frasi a cui il signore successivo risponde, in modo che il discorso percorre tutta la fila»  come precisato nella didascalia di Kokoschka.[6]

Oppure la figurina di gomma che il Signor Firdusi s’infila al dito e presenta come suo figlio, al quale occorre provvedere una madre che non ha avuto, e la bambola nuda che il cerretano stringe nella mano sinistra.[7] Oppure, l’informazione del narratore manganelliano, quando verso la fine dice: «ritrovo la mia dimensione, sono il fantasma che imita l’uomo», che ha letteralmente il riscontro nella figura di Morte.

Ma sono riscontri puntuali, quel che importa è l’ispirazione generale che riprende il topos della vampirizzazione e lo vivifica nel rapporto di Eros et Thanatos e nel conflitto tra i sessi con la vittoria femminile.

È da rilevare la curiosa coincidenza della scelta di ‘Anima’ come denominazione della particolare  figura femminile del dramma e il nome di Alma Mahler con la quale Kokoschka vivrà una passione tumultuosa dal 1912 al 1914. Dopo la fine del grande amore e la rottura che ne consegue, nel 1918 Kokoschka si era fatto fare da una sarta marionettista una bambola di pezza che riproduceva le fattezze di Alma Mahler in grandezza naturale.

Forse la storia insieme alla figura hoffmanniana di Olympia ha ispirato la bambola gonfiabile e il racconto di Tommaso Landolfi, La moglie di Gogol (ma non c’è stata una moglie di Gogol). Olympia è una soprano e Alma Malher è stata una compositrice di Lieder, che su richiesta del marito Gustav ha dovuto rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. Pare anzi che Gustav Mahler si sia appropriato alcuni suoi Lieder. Ed era noto l’appetito sessuale di Alma. Nel dramma di Kokoschka il conflitto tra uomo e donna si svolge nel registro della spiritualità maschile sopraffatta dalla sessualità femminile.

Alma, poet. ‘anima’, richiama inoltre l’Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas / alma Venus…di Lucrezio che riunisce le due nozioni di fecondazione, creazione e di piacere.

Quanto a Gustav Mahler, Manganelli, ascoltatore maniacale, ricorda che «una sera pensosa, ammorbidita da quella nobilissima battona di Gustav Mahler» sfogliava un’enciclopedia alla ricerca di un protosiberiano perduto, e «Mentre Mahler continuava ad ancheggiare con gli occhi pieni di lacrime, io pensavo al protosiberiano». Ricerca vana, e alla fine «Mahler singhiozza».[8] La caratterizzazione nobilissima battona che continua ad ancheggiare si addice pure alla moglie Alma.

Note:

[1]   La selva delle parole, edizione a cura di Bice Mortara Garavelli, Premessa di Maria Corti, Università di Parma, Regione Emilia-Romagna, Parma 1982, p.180.

[2]    Dall’inferno (Rizzoli, 1985), Milano, Adelphi, 1998, p.20.

[3]     Da non confondere con il film di Pietro Germi L’uomo di paglia del 1958.

[4]     Oskar Kokoschka, Assassino, speranza delle donne Teatro, Introduzione e traduzione di Lia Secci, Serra e Riva Editori, 1981. Una traduzione francese figura nel numero 12 del 2017 dei cahiers de la Maison Antoine Vittez, intitolato Le drame en révolution /  Écritures théâtrales allemandes 1907-1937 e dedicato a Philippe Ivernel, grande specialista del teatro espressionista tedesco.

[5]     Jorge Luis Borges, «Les précurseurs de Kafka» in Enquêtes, Paris, Folio/Essais, 2012, pp. 144-147.

[6]     O.K., Assassino, speranza delle donne cit., pp. 25-26.

[7]     Op.cit. p.20.

[8]     G. Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, pp.169-170. Ascoltatore maniacale, così è definito da Paolo Terni in Giorgio Manganelli, ascoltatore maniacale, Palermo, Sellerio, 2001.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli di Giuditta Isotti Rosowsky  su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Rapporto OMM: Nei prossimi cinque anni temperature a livelli record

Rapporto OMM: Nei prossimi cinque anni temperature a livelli record

Come sottolineato in un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), le previsioni climatiche globali indicano temperature record o prossime al record nei prossimi cinque anni, aumentando i rischi climatici ed esacerbando il loro impatto sulle società, sulle economie e sullo sviluppo sostenibile.
Le previsioni indicano che: c’è una probabilità dell’80% che almeno uno dei prossimi cinque anni supererà il 2024 come anno più caldo mai registrato; c’è l’86% di probabilità che nei prossimi 5 anni si possa avere un aumento della temperatura di oltre 1,5°C rispetto a quella dell’inizio del secolo scorso (periodo 1850-1900); c’è una probabilità del 70% che il riscaldamento medio quinquennale per il periodo 2025-2029 sarà superiore a 1,5°C; il riscaldamento a lungo termine (ossia calcolato in media su decenni) rimarrà al di sotto di 1,5°C.

Il riscaldamento dell’Artico continuerà a superare il riscaldamento medio globale; il riscaldamento dell’Artico nei prossimi cinque lunghi inverni (da novembre a marzo) supererà la media globale di oltre tre volte e mezzo, raggiungendo 2,4 °C in più rispetto alla temperatura media del più recente periodo di riferimento trentennale (1991-2020); per quanto riguarda il ghiaccio marino, per il periodo marzo 2025-2029 vi saranno ulteriori riduzioni della copertura di ghiaccio marino nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Okhotsk; rispetto al periodo di riferimento 1991-2020, il modello delle precipitazioni previsto per i mesi da maggio a settembre nel periodo 2025-2029 suggerisce precipitazioni superiori alla media nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e nella Siberia settentrionale e condizioni più secche della media in Amazzonia; poiché negli ultimi anni, fatta eccezione per il 2023, nell’Asia meridionale si sono registrate precipitazioni superiori alla media, questa tendenza continuerà per tutto il periodo 2025-2029 (anche se questo potrebbe non verificarsi in tutte le stagioni di questo periodo).

Questo rapporto, redatto dal Met Office del Regno Unito, che funge anche da Centro di Riferimento dell’OMM per le Previsioni Climatiche Annuali e Decennali, riassume le previsioni prodotte dai Centri di Produzione Globale dell’OMM e da altri centri collaboratori e fa parte di una serie di prodotti dell’OMM che monitorano scientificamente gli sviluppi climatici e forniscono previsioni utili a orientare il processo decisionale. Un rapporto che ci indica chiaramente che il riscaldamento aumenterà, le ondate di calore diventeranno più dannose, le precipitazioni saranno più estreme, la siccità si farà più intensa, avremo  l’accelerazione dello scioglimento delle calotte glaciali, dei ghiacciai e dei ghiacciai, mentre aumenteranno il riscaldamento degli oceani e l’innalzamento del livello del mare.

Infatti, l’attuale livello di riscaldamento sta già peggiorando le ondate di calore, aumentando gli episodi di precipitazioni estreme e intensificando le siccità, oltre ad accelerare lo scioglimento delle calotte glaciali, dei ghiacci marini e dei ghiacciai e favorendo il riscaldamento degli oceani e l’innalzamento del livello del mare.

Gli ultimi dieci anni sono stati i dieci anni più caldi mai registrati, ha dichiarato il Vice Segretario Generale dell’OMM, Ko Barrett. Purtroppo, questo rapporto dell’OMM non prevede un miglioramento delle condizioni nei prossimi anni, e questo ha conseguenze sempre più negative per le nostre economie, la nostra vita quotidiana, i nostri ecosistemi e il nostro pianeta. Il monitoraggio continuo del clima e la generazione di previsioni corrispondenti sono essenziali per fornire ai decisori strumenti scientifici e dati su cui basare le misure di adattamento“.
Come si ricorderà, con l’Accordo di Parigi (2015), i Paesi si sono impegnati a mantenere l’aumento a lungo termine della temperatura media globale della superficie ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e a proseguire gli sforzi per limitare tale aumento a 1,5 °C e gli scienziati hanno ripetutamente avvertito che il superamento della soglia di riscaldamento di 1,5 °C potrebbe aggravare significativamente gli eventi meteorologici estremi e le conseguenze del cambiamento climatico, e che ogni frazione di grado di riscaldamento conta.

isola-di-calore– Deltapav.it

E alle Isole di calore è dedicata una recente ricerca coordinata dal Cnr-Ibe, in collaborazione con Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che ha quantificato tale fenomeno in Italia, nei diversi capoluoghi di regione. Secondo i risultati raccolti, l’intensità delle isole di calore è strettamente legata alla topografia delle città, oltre che alla presenza di superfici artificiali impermeabili. “Le città con maggiore complessità topografica e più verde nelle aree periferiche (come L’Aquila, Genova, Torino, Trieste e Trento), presentano differenze termiche più accentuate tra le zone centrali e quelle meno urbanizzate. Le città con territori topograficamente più uniformi e prevalentemente di pianura (tra cui Napoli, Milano, Firenze, Roma e la maggior parte dei capoluoghi di regione dell’Italia meridionale) mostrano invece intensità dell’isola di calore più contenute, seppur sempre evidenti, o addirittura situazioni inverse nelle quali la temperatura superficiale del centro città risulta mediamente meno elevata di quella delle zone urbane esterne”, ha sottolineato Marco Morabito, ricercatore del Cnr-Ibe e coordinatore della ricerca.

Molto importante risulta essere la presenza del verde urbano, in particolare degli alberi, che possono svolgere una funzione di mitigazione del fenomeno.I dati analizzati, ha puntualizzato Morabitodimostrano che con un aumento del 5% della copertura arborea a livello comunale si può ridurre la temperatura media superficiale di oltre mezzo grado celsius. Proprio in relazione a questo aspetto, i risultati raggiunti con questo studio possono fornire informazioni strategiche per pianificare interventi di mitigazione climatica mirati, in particolare nelle aree urbane più colpite dal riscaldamento locale o caratterizzate da forti anomalie termiche(https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/13573/isole-di-calore-uno-studio-ne-rileva-l-intensita-in-tutti-i-capoluoghi-di-regione-italiani).

Di fronte a tali scenari appare sempre più urgente investire in un mondo più resiliente, in città molto più verdi, salvaguardando vite umane, cibo, acqua, energia e salute. Secondo la Banca Mondiale, l’accesso universale ai servizi di allerta precoce eviterà perdite di beni per almeno 13 miliardi di dollari e perdite di benessere per 22 miliardi di dollari ogni anno. Un preavviso di sole 24 ore può ridurre i danni causati da tempeste o ondate di calore fino al 30%

Qui per scaricare il Rapporto dell’OMM: https://wmo.int/files/wmo-global-annual-decadal-climate-update-2025-2029

Articolo apparso su pressenza il 12 giugno 2025

In copertina: Foto di Organizzazione meteorologica mondiale

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

La stoffa delle donne /
Nellie giramondo

La stoffa delle donne: Nellie giramondo

Le avventure della nostra giornalista continuano, la troviamo sempre più appassionata, determinata e curiosa  di intraprendere nuove sfide. Il suo desiderio di affermare ed affrancare il ruolo delle donne nella società la spinge, questa volta, a tentare un’impresa alquanto bizzarra ed audace.

Partiamo dal principio. Nellie si era appassionata alla lettura de “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne, padre della fantascienza letteraria moderna. Per lei fu una fonte di ispirazione, che la portò a voler conoscere ed intervistare l’autore. Ancora una volta, grazie alla sua caparbietà, riuscì nel suo intento. Si incontrarono ad Amiens in Francia, oltre a Nellie e Jules Verne erano presenti la moglie di quest’ultimo, Honorine ed un giovane giornalista parigino che fungeva da traduttore. Nellie era molto emozionata e desiderosa di porre a Verne diverse domande, aveva maturato mille curiosità ed era determinata a scrivere un articolo che desse il giusto risalto al famoso romanziere.

In realtà i ruoli di giornalista ed intervistato si ribaltarono o meglio si sovrapposero, in quanto Verne era estremamente incuriosito e lusingato dal progetto di Nellie di sfidare Phileas Fogg (il protagonista immaginario del suo romanzo, per tentare di batterne il record. Infatti la giovane aveva convinto ancora una volta Joseph Pulitzer ad assecondarla nella sua nuova rocambolesca avventura.

Sarebbe partita sola, con un’unica valigia contenente pochi essenziali effetti personali. Avrebbe viaggiato usufruendo di tutte le tipologie di mezzi di trasporto, al fine di compiere il giro del mondo in meno di ottanta giorni. Con grande stupore di Nellie, durante l’intervista, Jules Verne le mostrò una mappa geografica, sulla quale aveva appuntato degli spilli che stavano ad indicare il percorso fatto da Phileas Fogg, accanto a questi, altri segnali di colore diverso per tracciare l’itinerario che avrebbe dovuto compiere Nellie. Questo singolare gesto, stava ad indicare quanto il famoso scrittore fosse sinceramente interessato e desideroso di vedere realizzato ciò che aveva solo immaginato e raccontato nel suo libro. Inoltre le promise che, al suo arrivo alla tappa finale del viaggio, avrebbe ricevuto un telegramma di congratulazioni. Nellie, ancora una volta, sfidando tutti e tutto, soprattutto coloro che ritenevano sconveniente ed inopportuno per una donna viaggiare sola, il 14 novembre del 1889 partì da Hoboken nel New Jersey per il suo viaggio di 40 mila chilometri. Nello stesso istante, un’altra intraprendente giornalista, Elizabeth Bisland, si apprestava a compiere la medesima impresa, con la sola differenza che partì da New York alla volta di San Francisco, nel senso opposto rispetto a Nellie.

“La nostra intrepida reporter viaggia senza la protezione di un uomo”, così titolava il New York World Journal, titolo azzeccatissimo, nato dall’intuito del direttore Pulitzer. Nellie “costretta” dentro ad abiti stile Vittoriano, non certo adatti ad intraprendere un lungo viaggio, si sposta di paese in paese, a bordo di treni, piroscafi, mongolfiere e perfino sul dorso di un asino. Attraversa l’ Atlantico, l’Europa e l’Asia, appuntando minuziosamente sui suoi taccuini, come una sorta di diario di viaggio, tutto ciò che i suoi occhi e la sua sensibilità percepivano.

Sbarcò sulla costa Ovest degli Stati Uniti, per fare rientro a New York, rispettando esattamente le tempistiche che si era prefissata, il 25 Gennaio 1890. Impiegò Settantadue giorni, sei ore, undici minuti e  quattordici secondi. Otto giorni in meno di Phileas Fogg. A Chicago, prima ancora di raggiungere New York, ricevette il graditissimo telegramma : “ Monsieur Jules Verne chiede che il seguente messaggio venga recapitato a Nellie Bly quando toccherà il suolo americano: Il signore e la signora Verne porgono le loro sincere congratulazioni a Nellie Bly per la sua vittoria, nel momento in cui questa intrepida giovane mette piede sul suolo americano. Good luck Nellie Bly”.

L’avventura compiuta da Nellie, la rende famosissima in tutti gli Stati Uniti, questo anche grazie all’attività promozionale di vero e proprio merchandising in stile moderno, messa in atto da Pulitzer, famoso per la sua acutezza negli affari.

Ad ogni tappa del suo viaggio, la Bly , viene accolta calorosamente da folle di persone entusiaste, bande musicali e omaggi di ogni genere. Venne anche ideato, un gioco da tavolo, per celebrare le sue imprese, una sorta di Gioco dell’oca. Inoltre, fu indetta una lotteria, che raggiunse cifre da capogiro, per indovinare il giorno esatto in cui Nellie avrebbe toccato il suolo americano. La sua avventura non fu solo un successo personale e professionale, ma qualcosa di più ampio, sollevò il velo dell’ipocrisia di una società dominata dal genere maschile. Dimostrò con coraggio e profonda convinzione, che non esistono limitazioni e differenze di genere.

“Volevano fare di me una sposa e una madre. Feci di me una donna, una vera giornalista, una pioniera”.

 

Ma la sua voglia di conoscere non finisce qui e lo scoprirete leggendo il prossimo racconto sulle sue nuove avventure…

 

Leggi le altre puntate de La stoffa delle donne di Caterina Orsoni:
07.03.25  La stoffa delle donne
05.04.25 Carmen Mondragon “Occhi color smeraldo”
26.04.25 Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile
21.05.25 
La stoffa delle donne: Nellie Bly, una ragazza orfana e solitaria

Parole a capo
«Per Gaza /2»

«Per Gaza/ 2»

In questo numero di “Parole a Capo” continuiamo a pubblicare altre poesie che parlano del dramma spaventoso di Gaza, scritte ieri e oggi. Sono alcune gocce in un mare in cui c’è un’infinita disperazione per una strage che non conosce fine.

PICCOLE FARFALLE FERITE

Corri piccola farfalla indifesa
corri incontro alla mamma
corri incontro agli amici
fuggi dalla disumanità della guerra
cerca riparo volando tra i fiori del domani
Correte piccole farfalle affamate
unite le vostre ali sino a diventare colombe
inviate al mondo il vostro grido di dolore
svegliate col candore dei vostri animi
questo mondo che pare inerme al genocidio
Scappate piccole farfalle indifese
lasciate scorrere le vostre lacrime
urlate la vostra disperazione
quando
osservando intorno
vedete quel che i bambini non devono vedere
Unitevi in un unico grande canto
fatevi colombe portatrici di messaggi di pace
fuggite dal terrore e dalla paura
unitevi piccole farfalle disperate
il mondo avrà bisogno di voi
quando da farfalle diventerete
donne e uomini
per guidare quel che rimarrà
verso  un futuro senza guerre
Un futuro di pace

(Stefano Peverin)

 

*

Nawal la piccola gazawi
Già di buon mattino
a piedi nudi
era uscita dalla tenda
in strada a raccattare
parole buone e
a mezzogiorno
la fame batteva
sul gran tamburo
dello stomaco
mentre le viscere
le si contorcevano
gorgogliando a vuoto.
In fondo a una tasca
trovò una parola buona
dimenticata
la serbò fino a sera
stremata la succhiò
lentamente
prima di addormentarsi
su un cuscino
di pietra
sotto un cielo
senza stelle.
All’alba era stella
fra le stelle
(Nicoletta Zucchini)
*
 
JEANPAUL SARTRE

Se un bambino venisse ucciso, e i suoi assassini gettassero
il suo corpo nel fango,
lei non proverebbe rabbia? Cosa direbbe?
Io sono un figlio della Palestina,
muoio ogni anno,
vengo ucciso ogni giorno,
ogni ora.
Avanti, guardi bene la varietà di nefandezze,
osservi ogni foto, ogni immagine
la meno orribile è quella del mio sangue che scorre.
Dica qualcosa:
Perché questa improvvisa indifferenza?
Allora, cos’è, non ha niente da dire?
(Salem Jubran)
*

La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.

(Haidar Al Ghazali)

*
*
Se io dovrò morire,
tu dovrai vivere

per raccontare la mia storia
vendere le mie cose
comprare un pezzo di stoffa
e qualche filo
(magari bianco con una lunga coda)
così che un bimbo, da qualche parte a Gaza
mentre fissa il cielo
in attesa di suo padre
– morto all’improvviso senza dire addio
a nessuno
né alla sua pelle
né a se stesso –
veda il mio aquilone
quello che tu hai costruito
volare alto
e pensare, per un attimo, che sia un angelo
a riportare amore.
Se io dovrò morire,
che porti allora una speranza
che la mia fine sia un racconto.
(Rifaat al-Areer)
*
LUCCICANO NEL BUIO
ai bambini palestinesi
Da uno spazio piccolo
sotto una trave crollata,
i loro occhi luccicano.
Giocavano
i tre fratellini
a fare i  soldati, come i grandi.
Poi tanti tuoni
e polvere… e grida…
ora silenzio…
La mamma…non risponde.
La testa fa male.
I loro occhi luccicano.
Tutto è rotto dopo quei tuoni…
La casa non c’è più.
La strada dove giocavano…
Gli uomini urlano
sollevano, chiamano
come per gioco si uccide il nemico.
I loro occhi
luccicano nel buio…
dell’odio.
(Cecilia Bolzani)
*
PER GAZA
Stare al sole
vince l’aria della sera
la stessa aria
che annuncia la morte
che vola.
Sopra i suoni e
i pianti di bambini
che hanno paura
di un’aria
che era solo
loro.
(Giorgio Bolla)
 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 289° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

DOVE ERAVAMO RIMASTI? Una tesi di laurea sul Cinema Boldini

DOVE ERAVAMO RIMASTI?
Una tesi di laurea sul Cinema Boldini

Nel novembre 2024, Barbara Mantovani si è laureata con lode all’Università degli Studi di Ferrara, Corso di Design del Prodotto industriale – Laboratorio in Design del Prodotto e della Comunicazione, con una tesi di ricerca dal titolo “Raccontare il Cinema Boldini. Ipotesi per un archivio digitale come strumento generativo di nuove memorie”. Una ricerca che ha inteso indagare sui tanti aspetti ed interlocutori che interagiscono sul tema “Boldini”. Da aspetti più di carattere generale, di inquadramento come “il cinema come bene culturale”, “il cinema a Ferrara”, a elementi di contesto: “il Cinema Boldini a Ferrara”, sua storia, caratteristiche peculiari, esclusive della sua proposta (es. come cinema d’essai), situazione odierna dei luoghi, degli spazi, stato dei lavori (o meglio) dello stato di perdurante abbandono dei lavori di bonifica e ristrutturazione del Complesso Boldini.
Nella tesi vengono ospitate ampie “finestre di dialogo” con gli spettatori/fruitori del Boldini, interpellati attraverso un questionario che, come vedremo, ha dato risultati estremamente interessanti e ricchi sui desiderata, sui bisogni del pubblico che ha frequentato quegli spazi e sulle potenzialità di allargamento della platea degli interessati.
Le interviste ai testimoni privilegiati del Boldini (fondatori, gestori, personale bibliotecario della cineteca Vigor, ecc.) lasciano spazio a considerazioni su progetti, idee che si interfacciano con una realtà disarmante di abbandono sine die.
Gran parte della restante esposizione della tesi sviluppa un progetto di archivio generativo, con il supporto di elementi mutuati dall’Intelligenza Artificiale (AI).
Il progetto di Archivio Generativo è pensato per integrare ed affiancare il Boldini, rispettando l’immagine visiva, i canali e i touchpoint già creati nel tempo, a cui il nuovo progetto non si sostituisce né si sovrappone in alcun modo” (p. 282, Raccontare il Cinema Boldini…). “La tecnologia assume un ruolo di ‘interprete’ che non riscrive il passato, ma lo rende accessibile in un linguaggio che dialoga con il presente. Essa permette all’archivio di divenire uno spazio culturale fluido, in cui il passato e il presente convivono e generano nuove storie. (…) L’archivio generativo si afferma come un custode di memorie in continua trasformazione, che non solo preserva il passato ma lo riporta in vita, lasciandolo libero di interagire con chiunque vi si accosti” (p. 312, idem).
La proposta cinema del Boldini, fin dagli esordi nella sede di Via Previati 18, ha fornito al pubblico, ai frequentatori l’aggancio in progress delle cartoline.
Tra gli intervistati, in qualità di testimone privilegiato, Alberto Ronchi, parlando delle cartoline, afferma: “E’ stata un’idea vincente, eravamo molto carichi per il progetto e cercavamo di spingerlo con strumenti semplici ma efficaci, cercavamo di scegliere un’immagine che colpisse a prima vista e che portasse a venire poi al cinema” (p.147, idem). Inoltre, Barbara Mantovani scrive che “La precarietà dello spazio fisico, dovuta alla temporanea, ma prolungata, chiusura della sede storica del cinema è stato il motore d’avviamento del progetto della tesi, ma la vera svolta è avvenuta grazie alla ‘scoperta’ del Patrimonio comunicativo che il Boldini conserva, ovvero un archivio di cartoline stampate con immagini di scene cinematografiche, che venivano, e vengono ancora oggi, distribuite per annunciare la programmazione settimanale, le rassegne, le retrospettive e le proiezioni speciali al proprio pubblico.” (p. 204, idem). L’ARCI di Ferrara, sotto la guida di Francesca Audino e Mattia Antico, ha continuato l’attività cinematografica del “Boldo” (così veniva e viene tuttora chiamato da tante persone) portandolo altrove, alla Sala Estense, anche se c’è il limite della non – continuità e della non – esclusività dell’uso della Sala. Le cartoline sono certamente fondamentali nell’economia del progetto di cui stiamo dando notizia in questo articolo ma non raccontano purtroppo con completezza la mole notevole di testate, le numerose annate/raccolte. Sotto la spinta del compianto Angelo Andreotti, alcune bibliotecarie della coop. Le Pagine (da un paio d’anni inglobata in CIDAS) hanno catalogato molto di quel prezioso materiale e lo hanno inserito in OPAC SBN (Online Public Access Catalogue del Servizio Bibliotecario Nazionale) che è il catalogo collettivo online che permette di consultare i cataloghi delle biblioteche italiane che fanno parte del Servizio Bibliotecario Nazionale. Peccato che la possibilità di consultarlo non sia possibile perché tutto è stipato in scatoloni in un deposito in Via Marconi. Due anni fa, grazie al sostegno politico della consigliera comunale Anna Zonari, facemmo un sopralluogo per sincerarci dello stato di conservazione. L’impressione che ne avemmo, nonostante la disponibilità e cortesia di chi ci aprì il deposito, non fu tranquillizzante: umidità, presenza di topi, infiltrazioni dal soffitto. C’è quindi una forte incognita sullo stato di conservazione dei materiali non solo cartacei ma anche audiovisivi. Le stagioni, le diverse temperature non passano solo fuori da quel deposito! Il progetto dell’archivio digitale generativo è importante ma, a mio avviso, è monco senza il riscontro di un ritorno documentale completo di questi oggetti culturali. Gli oggetti culturali archiviati vanno ricontestualizzati per diventare soggetti. Per diventare, o meglio, ritornare ad essere materia viva, portatrice di futuro, volano di ricerche.

LE RISPOSTE DEGLI SPETTATORI DEL BOLDINI
Sono state 360 le persone che hanno risposto al questionario e “il messaggio riferito al futuro del Cinema Boldini arriva forte e unanime: la riapertura della Sala di Via Previati è una priorità e il successo del Boldini, in quanto cinema d’Essai nella città di Ferrara non è messo in discussione (p. 170, idem). La “soluzione”, seppure meritoria ma provvisoria, della Sala Estense non trova il consenso degli intervistati.

ALCUNI CENNI SULLA BIBLIOTECA VIGOR
Nella tesi non vengono riportate le parti del questionario riguardanti la videoteca/biblioteca Vigor, ma emergono spesso accenni, riferimenti a quel luogo come punto di riferimento importante per la crescita di una cultura cinematografica, come aula didattica decentrata. Ricordo le numerose iniziative con le scuole medie e superiori, le rassegne pomeridiane con il Servizio d’Igiene Mentale coordinate da un’educatrice del servizio.
Per diversi anni, c’è stata una proficua collaborazione con l’associazione Feedback con la programmazione serale, a cadenza settimanale, di cicli di film (monografie, retrospettive) e incontri con autori e studiosi del settore cinematografico, nella saletta della Vigor debitamente attrezzata. Questa collaborazione aveva una ricaduta positiva sia sull’aumento dell’utenza alla biblioteca sia sull’arricchimento della documentazione libraria. Poi, in maniera improvvisa, repentina, ho saputo dai responsabili della Feedback che la rinnovata Amministrazione Comunale non aveva confermato la convenzione annuale ma non si sono capite le vere motivazioni di questa improvvisa decisione. La Feedback ha trovato una nuova collocazione presso il Grisù e nessun’altra associazione del settore si è proposta per una collaborazione/convenzione con la Vigor. Sicuramente un passaggio opaco di chi non si è preoccupato delle ricadute su un servizio comunale.
Ovviamente, gli operatori comunali che gestivano la Vigor hanno continuato il loro lavoro di divulgazione ed offerta gratuita della cultura cinematografica.
In conclusione, ringraziando la dott. Mantovani per questa preziosa tesi, mi resta da dire che in Via Previati 18 c’è un fiume infaticabile di calcinacci, detriti che aspettano, con poca speranza, di essere trasportati altrove per ridare a quegli spazi una nuova dimensione vitale, un nuovo significato a quei luoghi pieni di storie e di vissuti.

Vite di carta /
I titoli e i libri, che inganno

Vite di carta. I titoli e i libri, che inganno

Fosse per i titoli, avrei sbagliato strada innumerevoli volte. Credendo di leggere un romanzo storico e trovandomi, invece, dentro un thriller e così via in un fraintendimento più spiazzante dell’altro.

Il titolo in un libro è o vorrebbe essere il suo biglietto da visita. Lavorandoci a scuola con i ragazzi il rapporto tra i due ha fatto costantemente parte dell’analisi di un testo, sia per evidenziare la relazione tra cornice e contenuto, sia per cercare la congruità che ci può essere tra le parole che annunciano una storia e la storia raccontata.

Come per poesia e prosa, in qualunque ambito quest’ultima venga utilizzata come scelta espressiva, il legame che unisce il titolo al suo testo può andare da un massimo di connotazione, e risultare così creativo e sorprendente, al massimo opposto della denotazione indicando con esattezza il contenuto a cui dà l’avvio.

Che delusione scoprire, come hanno ammesso molti degli autori incontrati, che il titolo viene spesso deciso non da loro ma dalla “casa editrice”, così dicono.

Che perdano il patrocinio sull’etichetta del loro libro mi è parsa sempre una sorta di espropriazione. Il titolo è un assolo da non delegare ad altri, spetta a chi si assume la responsabilità della narrazione. In fondo, non può fuggire dalla storia e a lei ritorna, anche quando sembra non richiamarla. Anzi, più è distante più recupera in profondità nella connessione col senso del racconto.

I titoli dei miei testi sono quasi sempre i primi che scrivo, e comunque li modifico di poco se occorre.

Sarà che la scrittura esce da una sorta di comparto nella mia mente, in cui si è già formato quel corpo di parole che poi si srotola come testo. In questo, il titolo è la bussola che ha dentro la sintesi di ciò che intendo dire, la seguo negli spostamenti dentro le parole mentre vengono scritte in ottemperanza a una volontà.

Con ciò dico che amo particolarmente i titoli creativi, mi attirano per il loro suono, per le metafore che contengono, per i riferimenti a cose e personaggi non immediatamente comprensibili, per le promesse che fanno, sia che vengano poi mantenute, sia che no.

Un titolo-capolavoro è La tonsillite di Tarzan di Alfredo Bryce Echenique: forse la sua imperscrutabilità nel rapporto con la vicenda raccontata è insuperabile. Si tratta di una storia d’amore, una storia in cui a narrare della sua donna è il compagno, lei è Tarzan ed è una donna forte che attraversa le burrasche della storia dell’America Latina nell’ultimo trentennio del ‘900.

Per questo può accadere che le si infiammino le tonsille e la sua voce perda di tono, tuttavia insieme a lui, che è il suo compagno a distanza, tiene vivo il loro amore e l’amicizia attraverso la corrispondenza. Si mandano lettere da una capo all’altro del mondo, usando le parole come le liane della foresta per costruire ponti e passaggi.

E così mi piace un titolo come Il libro della pioggia di Martino Gozzi. Apro il libro e accanto al titolo trovo l’immancabile appunto preso con la matita, trovo la pagina o le pagine in cui esso compare. Qui è verso la fine ed è la chiave di volta con cui l’autore esce allo scoperto e dà spiegazione del suo libro, della storia di un’amicizia e di una perdita che lo hanno segnato ma stanno ancora dando senso al carico dell’esistenza.

Penso infine, tra i tantissimi, ad alcuni titoli sulla guerra civile in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 raccontata attraverso la vita delle persone, di chi ha combattuto stando da una parte o dall’altra della Storia.

Ho letto di recente  Se il fuoco ci desidera di Alessandro Carlini e Bambino di Marco Balzano, due libri uniti dalla scelta del periodo storico ma divisi sugli altri fronti.

Il primo è la ricostruzione documentata e rigorosa della vita del patriota Renato Del Din, il primo partigiano della Carnia morto il 25 aprile 1944 durante un’azione contro la caserma fascista di Tolmezzo. Il fuoco che lo chiama è quello dell’azione per liberare la patria dal nazifascismo, come chiarisce il sottotitolo.

Il secondo narra la vita di Mattia Gregori, che negli stessi anni è entrato tra le file degli squadristi triestini e si è distinto per la violenza delle sue azioni. Il soprannome che gli è stato dato per il suo viso da fanciullo, “Bambino” appunto, forma un ossimoro con la crudeltà che gli brucia dentro. Dei personaggi in genere ma prima di tutto di lui l’autore dice: “Sono frutto della mia fantasia”.

Sulla categoria del verosimile che è pilastro di tanta letteratura non è qui il caso di scrivere: la letteratura ha i suoi modi e anche i suoi inganni per accostarsi alla realtà e soprattutto per condividerla con i lettori e farne dialogo.

Importa sottolineare lo svelamento che la lettura dei due libri riserva rispetto al titolo.

Il fuoco che accende Renato era ipotizzabile attraverso il sottotitolo, ma poteva rivelarsi non solo di questo tipo, epico, che lo rende soldato prima del Regio Esercito e poi della Brigata partigiana Osoppo.

Poteva includere il fuoco della passione amorosa che ci ha consegnato la più solida tradizione letteraria della lirica nonché della prosa, come accade al partigiano protagonista di Una questione privata di Beppe Fenoglio.

Di Bambino che dire? Già le pagine iniziali mettono al loro posto il senso che ha: è un nome di battaglia, come Anselmo lo diventa per Renato sulle montagne friulane. Ma chi non aveva pensato a un libro sull’infanzia? Magari scritto con la consulenza di Paolo Crepet?

Nota bibliografica:

  • Alfredo Bryce Echenique, La tonsillite di Tarzan, Guanda, 1999
  • Martino Gozzi, Il libro della pioggia, Bompiani, 2023
  • Alessandro Carlini, Se il fuoco ci desidera. Breve vita di Renato Del Din, che l’8 settembre 1943 scelse la libertà, UTET, 2024
  • Marco Balzano, Bambino, Einaudi, 2024
  • Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, 1987

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

 

Il superfluo indispensabile

Il superfluo indispensabile

Si racconta che nei primi anni Sessanta del Novecento uno scienziato americano si presentò di fronte a un’importante commissione federale per convincere il Governo a finanziare un suo progetto.

La commissione era presieduta da un severo e temutissimo Senatore repubblicano del Rhode Island e dunque lo scienziato visibilmente intimidito cominciò ad esporre il proprio progetto, che riguardava una ricerca di fisica teorica, quando nel bel mezzo della presentazione fu interrotto dal Senatore con questa domanda: «Professore, mi faccia capire una cosa: questo progetto serve a difendere la nostra patria?».

Lo scienziato rimase interdetto per qualche istante e poi soppesando le parole disse: «No! Signor Presidente, ma serve a rendere la nostra patria più degna di essere difesa».

Le cose in fondo non sembrano gran che cambiate perché anche oggi (e non solo negli Stati Uniti), se guardiamo le cose dal punto di vista di un “vecchio repubblicano americano”, non solo la fisica teorica, ma in generale la maggior parte della creazione intellettuale e dell’attività culturale non “serve” a molto. Così come per un economista abituato a misurare il valore o il significato di una civiltà basandosi esclusivamente sul PIL.

Se però la creazione intellettuale e l’attività culturale compresa quella scientifica vengono osservate dal punto di vista di coloro che sono interessati a vivere una vita “degna” di essere vissuta, allora le cose cambiano. In un tale cambio di prospettiva non solo la fisica teorica “serve”, ma anche la letteratura, la poesia e persino il teorema di Pitagora, detto nell’antichità, il ponte degli asini perché serviva a far passare gli esami anche a chi aveva poca voglia di studiare e che magari sarebbe lo stesso riuscito a diventare… Senatore.

“La coltura”, scriveva Gaetano Salvemini, ”è la somma di tutte quelle cognizioni che non rispondono a nessuno scopo pratico, ma che si devono possedere se si vuole essere degli esseri umani e non della macchine specializzate. La coltura è il superfluo indispensabile”.

Questo veniva scritto da Salvemini in Che cosa è la coltura, libro pubblicato da Guanda nel 1954, proprio lo stesso anno in cui Giulio Natta grazie ai suoi studi di stereochimica riuscì a inaugurare la stagione della plastica nostrana o meglio dei polimeri stereospecifici, brevettati poi con il nome commerciale di Moplen, Meraklon, Mopeflan etc…, dotati di così tanta versatilità ed eccellenti proprietà chimiche e meccaniche da venire utilizzati in diversi settori applicativi: da quello automobilistico, all’edilizia, dal biomedicale a tanti altri.

L’invenzione di questi nuovi catalizzatori per la polimerizzazione stereospecifica, poi denominati catalizzatori di Ziegler-Natta, fruttò a Natta e congiuntamente a Ziegler il premio Nobel per la chimica nel 1963.

La produzione industriale su scala mondiale di polipropilene isotattico, il più apprezzato fra i prodotti, si baserà sui successivi brevetti (comunemente noti come brevetti Natta-Montecatini) depositati da Natta a partire dalla metà degli anni 1950, in comproprietà con la Montecatini. Partendo dalla prima produzione di polipropilene a Ferrara nel maggio del 1957, a questa s’ispireranno tutte le altre metodologie di produzione sviluppate da altre imprese.

Il racconto iniziale avrebbe potuto benissimo vedere come protagonisti Giulio Natta e il Presidente di una Commissione istituita appositamente per stabilire se finanziare o meno la costruzione di un impianto di produzione di Moplen, per esempio a Ferrara.

Probabilmente anche in questo caso qualcuno avrebbe rivolto a Natta una domanda dello stesso tenore di quella del Senatore americano: « Professore, mi faccia capire una cosa: ma questo Moplen servirà a difendere la nostra patria?».

E Natta avrebbe potuto benissimo rispondere così (e oggi ancor più di ieri): «No! Signor Presidente, ma serve a rendere la nostra città, la nostra produzione industriale, la chimica del nostro Paese più degni di essere difesi».

Pensare che “ …la somma di tutte quelle cognizioni” (scientifiche, tecnologiche, sindacali, civili e ambientali) acquisite negli anni all’interno del petrolchimico di Ferrara fossero finalizzate solo e esclusivamente a scopi pratici, ci ha fatto perdere di vista il loro reale valore umano e sociale rivolto a favore di una collettività”.

Ma si sa la cultura, anche quella scientifica, se c’è, finisce per risultare sempre superflua, sebbene indispensabile. Proprio come la plastica.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure / Il tram numero fiore

Da poco in libreria, “Il tram numero fiore”, di Guia Risari, edito da Kalandraka, racconta storie incredibili e straordinarie. Quando il ricordo scalda il cuore.

Eccoci qui, nuova stagione (calda), nuova lettura (fresca).

Incontriamo Laura. Una bambina curiosa e spensierata, come quelle che amiamo.

Laura pareva eccentrica: raccontava sempre storie incredibili. Era solo fantasia?

Parlava di un tram dove succedevano cose straordinarie.

Non le credeva nessuno, tranne Omar, spesso silenzioso e malinconico.

“Mi manca casa”, diceva, “mi manca il paese in cui sono nato”.

“Vuoi rivederlo?”, gli chiese un giorno Laura…

“E come?”, rispose lui con gli occhi sbarrati.

“Questo pomeriggio fatti trovare alle tre in punto alla fermata del tram. Andremo insieme”.

Il tram numero fiore, di Guia Risari, immagini Kalandraka
Il tram numero fiore, di Guia Risari, immagini Kalandraka

Quanto grande è il potere dell’amicizia e quanto può fare, è davvero inimmaginabile. A mano di qualcuno si possono fare viaggi veramente incredibili.

Tutto è possibile per chi apre la mente alla fantasia e allo stupore, per chi osa credere.

“Il tram numero fiore” ci offre un viaggio meraviglioso attraverso terra, aria e mare, facendo tappa in luoghi bellissimi e condividendo il posto con insoliti passeggeri ammirati, allegri e pieni di entusiasmo, mentre i sentimenti più cupi svaniscono.

C’è pure una vecchina che assomiglia a un rampicante… E il verde smeraldo dei prati o i fiori color lilla, poi, quanto possono essere belli…

Il tram numero fiore, di Guia Risari, immagini Kalandraka

Così i due bambini protagonisti, Omar e Laura, vivono un’esperienza unica e rafforzano, ora dopo ora, la loro amicizia. Ai confini della realtà, in una dimensione magica e onirica di paesaggi esuberanti, quasi surreali ed esotici. Solari.

Gli autori hanno fatto uno sforzo considerevole per rendere visibili e fruibili concetti come il ricordo, la nostalgia e la felicità nonché un’abilità che ci fa umani: fabulare.

E tutto tramite un mezzo di trasporto cittadino e collettivo, popolare ed elegante. Avvolto da migliaia di farfalle, un bel tram sferragliante arancione che non ha un numero: al suo posto c’è un fiore! Possibile poi che a guidarlo sia un orango?

Leggere per credere.

 

Sfoglia il libro:

 

Guia Risari, milanese, classe 1971, è laureata in Filosofia Morale all’Università Statale di Milano, e si è specializzata in Modern Jewish Studies alla Leeds University. Ha vissuto a lungo in Francia dove ha lavorato come scrittrice, traduttrice e ricercatrice su argomenti riguardanti la letteratura, la sociologia, l’antropologia e le migrazioni. Tornata in Italia dal 2008, ha pubblicato 50 libri per l’infanzia nonché saggi e romanzi. Collabora con diverse case editrici, periodici e gruppi teatrali, oltre a tenere laboratori e corsi.

Pagina web

Federico Delicado è nato a Badajoz, in Spagna, nel 1956. Laureato all’Accademia di Belle Arti di Madrid, nel 1970, inizia a lavorare per la stampa e come operatore audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per l’infanzia. Nel 2014, vince il VII Premio Internazionale Compostela per Albi Illustrati con Ícaro, incluso nella selezione The White Ravens 2015 della Biblioteca per la Gioventù di Monaco di Baviera. Per Kalandraka Italia ha illustrato Un viaggio diverso (BIL, Ibby Italia 2024) e La terra di nessuno (finalista Concorso Illustratori di Cento 2024).

Pagina Instagram

Guia Risari, Il tram numero fiore, illustrazioni di Federico Delicado, Kalandraka Editora, Pontevedra, Spagna, 2025, 32 pp.

 

“I GIOCHI DELLE BANCHE”: GRANDE INTERESSSE DELLE SCUOLE PER  L’EDUCAZIONE ALLA FINANZA ETICA PROMOSSA DAL GIT  DI FERRARA

“I GIOCHI DELLE BANCHE”:
GRANDE INTERESSSE DELLE SCUOLE PER  L’EDUCAZIONE ALLA FINANZA ETICA PROMOSSA DAL GIT  DI FERRARA

Il Gruppo di Iniziativa Territoriale (GIT) dei Soci di Banca Etica conferma il suo impegno per l’educazione finanziaria di studentesse e studenti.

Al termine dell’anno scolastico 2024-2025, fa un bilancio dell’attività svolta. Il GIT ha proposto nelle scuole superiori del territorio ferrarese “I giochi delle banche”, un gioco di ruolo che consente ai ragazzi e alle ragazze di capire non solo come funzionano le banche, ma anche come le scelte dei risparmiatori generino sempre delle conseguenze sulla società e sull’ambiente.

Il gioco, già sperimentato con successo in passato, è stato proposto quest’anno a 24 classi, coinvolgendo circa 500 studenti e studentesse ferraresi di 6 scuole: 3 licei e 3 istituti tecnici.

<<E’ un gioco che ci aiuta a divulgare quella che noi chiamiamo “educazione critica alla finanza”>>, spiega Enrico Calore (Responsabile del GIT); <<Grazie a questo strumento ragazze e ragazzi comprendono come, a seconda delle scelte che ogni risparmiatore compie con il proprio denaro, è possibile orientare la finanza per favorire un’economia che migliora la qualità della nostra vita o, al contrario, per alimentare un modello che favorisce disagio sociale e un impatto ambientale negativo>>.

Il 5 maggio con una conferenza sulle criptovalute, rivolta a 3 classi del Liceo Carducci, si è conclusa l’attività nelle scuole, che riprenderà dal prossimo settembre.

Il GIT di Ferrara è un gruppo di soci di Banca Etica eletto ogni tre anni tra le persone socie della Provincia e composto da persone volontarie impegnate nella promozione di iniziative e attività volte ad accrescere la conoscenza dei temi dell’economia responsabile e della finanza etica.

Dopo l’assemblea nazionale del 17 maggio, che ha visto l’elezione del nuovo Presidente Aldo Soldi, anche il GIT di Ferrara si appresta a svolgere la sua assemblea elettiva dopo l’estate.

Chiunque fosse interessato a collaborare e conoscere meglio la realtà di Banca Etica, può scrivere a git.ferrara@bancaetica.org.

Bill Gates donerà 200 miliardi all’Africa fino al 2045. Nuova filantropia o nuove violazioni dei diritti umani?

Bill Gates donerà 200 miliardi all’Africa fino al 2045. Nuova filantropia o nuove violazioni dei diritti umani?

Un annuncio strabiliante quello fatto da Bill Gates ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, e riportato dalla BBCParlando all’Unione Africana il fondatore di Microsoft e patron della Bill&Melinda Gates Foundation ha comunicato di voler donare da qui al 2045 circa il 99% del suo patrimonio, stimabile intorno ai 200 miliardi di dollari. I tre figli di Bill Gates, Jennifer (28 anni), Rory (25 anni) e Phoebe (22 anni), riceveranno dunque il restante 1% del patrimonio del padre.

Una volta effettuata, la donazione di Gates sarebbe una delle più grandi mai fatte nella storia. Già il celebre investitore Warren Buffett ha promesso di donare dopo la morte il 99,5% del proprio patrimonio, stimato in 160 miliardi di dollari. La differenza potrebbe però farla l’inflazione e le sue oscillazioni da qui a 20 anni, ovvero quando terminerà l’erogazione annunciata da Gates.

La scelta della data non è casuale, essendo prevista per quell’anno la definitiva chiusura della Bill & Melinda Gates Foundation, organizzazione filantropica che veicolerà i finanziamenti verso il continente africano. Un’iniziativa pensata per “poter liberare il potenziale umano dell’Africa”, stando a quello sostenuto dal tycoon miliardario. In questo modo, secondo Bill Gates, “ogni Paese africano dovrebbe essere sulla strada verso la prosperità”.

“La filantropia – ha poi spiegato il miliardario americano – non deve durare per sempre. Deve fare il massimo nel minor tempo possibile, soprattutto quando ci sono vite umane in gioco”“Di recente mi sono impegnato a devolvere il mio patrimonio nei prossimi 20 anni. La maggior parte di quei fondi sarà spesa per aiutarvi ad affrontare le sfide qui in Africa” – ha dichiarato Bill Gates nella sede centrale dell’Unione Africana, provocando l’entusiasmo dei presenti.

I settori su cui si concentrerà l’investimento epocale saranno principalmente sanità e istruzione, senza dimenticare dossier strettamente connessi, come agricoltura e cambiamento climatico.

 

Tre gli obiettivi principali perseguiti dalla Bill & Melinda Gates Foundation, come spiega la BBC“porre fine alle morti prevenibili di madri e bambini, garantire che la prossima generazione cresca senza dover soffrire di malattie infettive mortali e far uscire milioni di persone dalla povertà”.

Ma davvero è così entusiasmante questa dichiarazione di Bill Gates? Davvero siamo così ingenui da poterla definire filantropia globale? Davvero crediamo che la “generosa donazione” di Gates sia una innocua donazione senza finalità politico-economiche?

Bill Gates, con la sua Fondazione influenza l’agenda sanitaria globale e non nega di avere conflitti d’interessi, è leader di programmi di vaccinazione di massa, agendo come stakeholder ed opinion maker nei media.

La verità è che con il potere dei soldi e il filantrocapitalismo (termine esatto), fin dagli anni Novanta Bill Gates è fautore di una ricolonizzazione non solo dell’immaginario ma dell’economia globale. Una ricolonizzazione che è stata ben descritta dalla filosofa, economista, fisica ed ecofemminista indiana Vandana Shiva e ribadita approfonditamente nel libro della ecogiornalista Nicoletta Dentico nel suo libro “Ricchi e buoni, le trame oscure del filantrocapitalismo”.

Gates negli anni ha incentivato l’industrializzazione dell’agricoltura su scala globale attraverso monocolture intensive e utilizzo di pesticidi e OGM; ha monopolizzato l’agenda sanitaria globale rendendo l’OMS completamente dipendente dai suoi finanziamenti spesso incentivando soluzionismi tecnocratici (vaccinazioni di massa) a discapito dei sistemi sanitari territoriali, dei sistemi di cura olistici e della prevenzione primaria; ha avuto la capacità di rigenerare la sua immagine di tycoon digitale della Silicon Valley in una “icona green” che propone il fatidico “nucleare di quarta generazione” e la geoingegneria solare come soluzionismi tecnici al cambiamento climatico; ed ha monopolizzato progetti educativi.

Ad ora il bilancio delle attività della Gates Foundation non è stata così filantropica come si pensava a partire dalla privatizzazione delle istanze più alte del welfare globale, dal fallimento del Progetto Agra in ambito agricolo sempre in Africa e la devastante “Green Revolution” in India – sponsorizzata insieme alla Fondazione Rockfeller – che indusse al suicidio più di 300.000 contadini indiani in più di 30 anni di attività. Per non parlare della devastante epidemia di paralisi flaccida acuta non-polio (NPAFP) che ha paralizzato 490.000 bambini tra il 2000 e il 2017 in India; il caso delle reazioni avverse su circa 14.000 ragazze trattate con iniezioni di Gardasil della casa farmaceutica Merck nel Distretto di Khammam, nello Stato indiano del Telangana; le proteste popolari del 2021 con l’hashtag #ArrestBillGates in India in critica alle attività dell’Ong statunitense PATH (Program for Appropriate Technology in Health)  – finanziata dalla Gates Foundation – che ha somministrato vaccini antipolio per studi clinici non autorizzati, usando i bambini come cavie e quindi violando qualsiasi norma di codice etico; per non dimenticare il finanziamento della Gates Foundation, nel 2010, dello studio di fase 3 del vaccino anti-malarico sperimentale di Glaxo Smith Kline contro la malaria, che portò alla morte di 151 bambini africani e causando gravi effetti avversi, tra cui paralisi e convulsioni febbrili a 1.048 dei 5.949 bambini. : Bill Gates tra vaccinazioni e violazione dei diritti umani nel Sud del Mondo

Innumerevoli altri casi sarebbero da elencare, ma questi bastano per poter affermare che Bill Gates non è stato, non è e non può essere la soluzione per l’Africa, ma al massimo è tra le varie ed innumerevoli cause del suo immobilismo in quanto agente del neocolonialismo contemporaneo occidentale nelle sue più svariate forme.

Bill Gates e la sua Fondazione sono sempre stati al centro di violazioni di diritti umani legati alla somministrazione di vaccinazioni, all’industrializzazione dell’agricoltura e al settore agro-chimico-alimentare, conducendo politiche e prassi colonialiste e razziste in giro per il mondo.

Il filantrocapitalismo di Gates, aprendo nuovi mercati alle grandi corporations, oltre al rischio di conflitti d’interessi, è un pericolo per i diritti umani e il diritto alla salute sacrificati sull’altare del profitto. Bill Gates, a differenza di come lo fa apparire il suo brand, è un nemico del terzomondismo e delle sue istanze.

 

Di seguito alcuni approfondimenti che documentano seriamente i crimini della Gates Foundation e del suo filantrocapitalismo:

Philanthropic Power and Development – Who shapes the agenda?

The Gates Foundation, global health and domination: a republican critique of transnational philanthropy

Developing an agenda for the decolonization of global health

Gated Development – Is the Gates Foundation always a force for good?

Philanthrocapitalism in global health and nutrition: analysis and implications

Colonialist Invasive Surgery within the colony; Global Medical Imperialism within the developing world and in Pakistan during COVID

Rapporto “Gates to a Global Empire” – Gates verso un Impero Globale

“Gates to a Global Empire” Gates verso un Impero Globale – sintesi del rapporto

Gates Ag One: The Recolonisation Of Agriculture

Bill Gates & His Fake Solutions to Climate Change

Bill Gates e le sue false soluzioni ai cambiamenti climatici

La spinta delle Lobby verso il cibo sintetico – False soluzioni che mettono a rischio la salute umana e del pianeta

Niente di nuovo nei nuovi Ogm. Le multinazionali minacciano la nostra sovranità alimentare

Filantropia e sviluppo sostenibile, luci e ombre

L’impero filantrocapitalista di Bill Gates

Le colonie del nostro tempo e il filantrocapitalismo

Da Rockefeller a Gates, l’anima oscura del filantrocapitalismo

Bill Gates si mette a fare il contadino. Ora è il più grande proprietario di terreni agricoli d’America

Riferimenti:
Nicoletta Dentico, Ricchi e buoni, le trame oscure del filantrocapitalismoEmi, 2020
JACOB LEVICH, The Gates Foundation, Ebola, and Global Health Imperialism, September 2015

Questo articolo è uscito sulla agenzia pressenza il 6 giugno 2025

In copertina: Bill Gates – Wikimedia Commons

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Russia: costruire ponti e non muri: intervista all’economista Andrea Gandini

Russia: costruire ponti e non muri
intervista all’economista Andrea Gandini

Redazione di periscopio: Pensi che la guerra in Ucraina finisca presto ?

Andrea Gandini : Non credo. La Russia ha un problema di reclutamento dei giovani, in quanto più procede la guerra più cresce la protesta interna e la spesa militare. Le stime dicono che i morti russi sono almeno 165mila e cresce il costo sia del reclutamento che delle indennità alle famiglie per i caduti. Alcuni esperti avevano stimato che una guerra prolungata sarebbe stata possibile per la Russia solo fino al 2028 a causa del suo calo demografico (che è anche un potente ostacolo ad invadere altre parti dell’Europa). Tuttavia la Russia è ancora più forte dell’Ucraina, ha minori problemi nel reclutamento dell’Ucraina, che ha oltre100mila renitenti, e il disimpegno degli Stati Uniti apre alla Russia la possibilità nel 2025 di conquistare anche quelle aree che le mancano dei 4 oblast che vuole, insieme ovviamente alla Crimea e alla neutralità dell’Ucraina. Solo se avrà queste tre condizioni farà una pace duratura.

Redazione : Pensi che ci siano pericoli di invasione della Russia in altri paesi limitrofi europei?

Non credo. Innanzitutto ha un calo demografico e dissensi interni che non le permettono di fare un’altra guerra. Inoltre Putin non ha mai espresso l’idea d invadere altre zone, mentre ha sempre detto che se la Nato fosse arrivata ai suoi confini la Russia avrebbe reagito. L’ha detto almeno una decina di volte, la prima nel 2007 al convegno sulla sicurezza di Europa e Russia. Basta leggere le autobiografie di Reagan e Goorbaciov (da loro firmate come autentiche) per sapere che c’era un accordo tra galantuomini (americani e russi) per cui dopo il crollo dell’URSS non ci sarebbe stata una espansione della NATO fino ai suoi confini. I Russi sono di tre tipi: i “Grandi Russi” (la Russia attuale), i “Piccoli Russi” (Ucraina) e i “Bianchi Russi” (Bielorussia). L’attuale visione imperiale di Putin non permette che questi Russi siano in conflitto con la Madre Russia.

E sarà così anche in futuro?

Le cose potrebbero cambiare nel dopo Putin (ha 72 anni). Ci sono molti oppositori in Russia e all’estero che si battono per una Russia democratica, pacifica e libera e prima o poi questa via sarà percorsa, ma solo se l’Europa saprà muoversi con diplomazia e intelligenza (che finora non ha avuto). La Russia ha sempre avuto una grande paura di essere invasa. Anche l’accordo tra nazisti e comunisti nel 1939 (Ribbentrop-Molotov) fu fatto perché la Russia aveva paura che Germania e Polonia potessero allearsi e invadere la Russia che ha un territorio sterminato ma una piccola popolazione. Ora è minata dal calo demografico e Putin sa che i tempi per resistere in questa guerra sono limitati (2 anni?). Poi verrebbero a mancare i giovani soldati e troppe alte sarebbero i costi.

Quindi una pace potrebbe essere possibile tra un anno?

Credo di si, sempre se verranno date a Putin le tre cose che vuole: Crimea, 4 oblast, neutralità dell’Ucraina.

Quali sono gli interessi di Trump e cosa farà con la Russia?

Trump eredita un’America allo sfascio e vuole cambiare radicalmente la politica, anche quella estera. Neocon e Democratici volevano un’America gendarme del mondo. Trump sa che non è più possibile. Troppo forte l’opposizione di Cina, Russia e Brics. Gli Stati Uniti hanno perso tutte le guerre fatte negli ultimi 40 anni (dal Vietnam in poi) e sanno che se scendono in guerra con Russia e Cina perderanno ancora. Quindi vogliono fare un accordo a tre lasciando lo spazio “vitale” che la Russia chiede ai suoi confini e tornare a fare affari con la Russia (anche un accordo sulla Groenlandia), sfilare un pò la Russia dal nemico vero (Cina) e usare gli “amici” (Europa, Ucraina, Canada, Messico, Groenlandia) per ottenere benefici per gli Stati Uniti. Coi nemici si può trattare, ma solo dagli amici si può estrarre profitto.

 Il ReArm Europa è una soluzione?

Il ReArm Europa serve solo alla Germania, che ha poco debito pubblico per fare investimenti massicci al fine di tamponare la sua crisi manifatturiera con la distruzione dell’automotive, dovuta sia alla fine dei rapporti con Russia e Cina (voluti dagli americani), sia per l’azzardo del green deal che si è basato troppo su regole e meno su incentivi al cambiamento (le auto elettriche cinesi hanno un costo del 30% inferiore, difficilmente recuperabile).

Esiste un conflitto tra Usa e Germania?

E’ sempre esistito, sin dalla prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti (anglosassoni) non hanno mai voluto un altro capitalismo in lotta per la leadership mondiale. La distruzione dell’impero austro-ungarico era un interesse di inglesi e americani che volevano affermarsi come unica potenza nel XX secolo. Il piano Morgenthau nel dopoguerra voleva impedire alla Germania di risollevarsi (doveva diventare un “campo di patate”). Il fatto è che la 2^ guerra mondiale l’ha vinta anche l’URSS, che è arrivata prima a Berlino, e si è presa i paesi dell’Est Europa. C’era comunque accordo tra russi e americani nel dividere la Germania. E Dominik Leaven ci ha spiegato che ogni volta che i russi si sono sentiti aggrediti, hanno aggredito.

Perché allora gli Stati Uniti hanno permesso la nascita dell’Europa a trazione tedesca?

Perché la UE sarebbe rimasta un mero mercato senza vera unità politica e chi ha dettato le regole è sempre stata la Francia con la sua tecnocrazia. Non è un caso che la Russia veda come nemico in Europa più la Francia che la Germania.

Ma il ReArm sarà usato soprattutto dalla Germania perché hai detto che è quella che ha meno debito.

Il ReArm è stato varato dalla tedesca von der Layen, in accordo col proprio paese, per due ragioni, a mio avviso. La prima per tamponare la crisi della Germania che da due anni è in recessione, da quando è cominciata l’invasione in Ucraina; la seconda perché una Germania militarmente forte terrà testa alla Francia nel prossimo rilancio dell’Europa che potrebbe avvenire dal 2034.

 E perché non prima?

Temo che nel 2029 il centro-sinistra, che ora governa in Europa, perderà le elezioni e questa Europa verrà messa in mora, ma dopo 5 anni di nazionalismi ci si renderà conto che è impossibile competere con Cina e Stati Uniti e risorgerà, credo, una nuova Europa questa volta su basi nuove e come vera statualità e speriamo davvero democratica.

Oggi l’Europa non è democratica?

Pochino direi. E’ diretta da una tecnocrazia franco-tedesca e dalla comunità business, mentre l’unico organo eletto dai cittadini ogni 5 anni (il parlamento) non viene ormai neppure consultato per le decisioni strategiche (vedi ReArm).

Secondo te perché?

Gandini : Una ricerca del prof. Francesco Nicoli (Politecnico di Torino) tra tutti i cittadini europei sul ReArm ha dimostrato che la grande maggioranza degli europei ha idee molto chiare che divergono moltissimo dal ReArm. Vogliono che la spesa attuale per le armi dei singoli Stati non aumenti, che sia usata per costruire un nucleo di esercito europeo o di collaborazione tra Stati e che gli acquisti siano fatti insieme dagli europei e su armamenti prevalentemente europei. E anche molti partiti sono contrari. Se il ReArm fosse proposto al parlamento europeo rischia di essere bocciato.

L’Europa e la Germania torneranno a dialogare con la Russia?

Penso che sia vitale per entrambi, è questione di tempo. Il sogno di De Gaulle era un’Europa che va dall’Atlantico agli Urali. Il disegno è fallito perché c’era una conflittualità tra Francia e Germania e soprattutto tra Germania e USA che hanno sempre ostacolato le ambizioni della Germania. Quando la Germania è diventata una potenza commerciale con accordi con la Russia e Cina, la finanza americana ha cominciato a premere sui politici americani. E’ da lì che nasce l’”abbaiare della Nato alla Russia” (come disse Begoglio). Ma le cose si sono messe male per gli Stati Uniti. La Russia è una potenza indo-pacifica che impensierisce il capitalismo USA e non può fare accordi con la Germania.
Ne “Il Maestro e Margherita”, Bulgakov dice che la più bella città della Russia è Kiev. Nella letteratura c’è il dramma attuale: una guerra tra la provincia dell’impero e l’impero. Nel 1200 si fonda l’antica Russia, poi arrivano i mongoli che seppelliscono tutto. Poi nel 1700 c’è la lotta contro la Svezia di Ivan il Terribile da cui nasce l’impero russo, con dentro la Crimea e l’Ucraina.

Ma nei primi 10 anni del 2000 c’era un’intesa tra UE e Russia.

La UE e USA hanno riconosciuto la Cina, come economia di mercato nel 2001, mentre la Russia solo nel 2011, che dimostra le riserve degli americani sulla Russia e il timore di una nuova alleanza Germania-Russia. Dopo il decennio di Eltsin (1991-2000) in cui il capitalismo americano ha svenduto tutte le risorse russe al capitalismo anglosassone, nasce un rigurgito anti-occidentale che porta a Putin. In quel periodo c’era una parte della stessa finanza americana favorevole a far aderire alla UE e alla Nato la Russia, poi tutto è tramontato.

 Ma tu arrivi a giustificare l’invasione della Russia?

No di certo, ma tutti sanno che i russi l’hanno fatto perché si sentivano minacciati. Basta studiare la storia. Tutto il gruppo dirigente polacco fu sterminato dai russi nel 1939, perché temevano che Germania e Polonia la invadessero. Ciò è stato possibile perché la Russia oggi è difesa da mezzo mondo e dalla Cina. L’errore degli americani è stato pensare che si potesse continuare anche nel secolo XXI a fare il “gendarme del mondo”, a sostenere il diritto internazionale con una mano e con l’altra a invadere l’Iraq, la Libia,…la Russia ha paura di questa mano.

La guerra può finire prima?

 Come ho detto Putin non ha nessuna intenzione di chiudere la guerra finché non avrà la Crimea, le 4 regioni e la neutralità dell’Ucraina. Purtroppo non abbiamo più un ceto politico di livello come fu con Kissinger, Moro, Andreotti, Berlinguer, Craxi (il realismo della politica).
Manca una diplomazia europea che calmi le acque, che mandi messaggi di pacificazione. Come si può pensare di vincere con le sanzioni (che sono contro la Germania e l’Europa stessa) o favorire la pace con il ReArm o sequestrando i beni russi? Non bisogna abbandonare la Russia a una deriva dittatoriale.
A Putin fanno più paura i dissidenti che le sanzioni e chi lotta per una Russia democratica. Putin teme di più l’opinione pubblica russa ed europea che le sanzioni.

Armarsi rischia di aprire la via alla guerra, come avvenne nella prima guerra mondiale. L’Europa si sta scavando la fossa da sola. Nel nuovo ordine mondiale che non sarà più monopolio degli Stati Uniti, potremmo dialogare con tutti, invece così ci tagliamo fuori dal Resto del mondo che non ci capisce e dissente dalle nostre scelte. I russi, peraltro, sono disposti a sacrificarsi per la loro Patria, diversamente da noi occidentali. Per fortuna c’è il Papa che parla di pace e ha ricevuto il rappresentante della Chiesa ucraina di rito cattolico, un segnale. La Chiesa ha ancora una diplomazia (che non appare) ed è quella che conta. Altro che le foto opportunity dei dirigenti europei. Speriamo almeno nel Papa, visto il disastro dell’Europa.

 

Cover: un muro di cemento  incrinato con bandiere dipinte di Stati Uniti, Russia e Ucraina – immagine Vatican News 

Diario in pubblico /
Recital pianistico di Giovanni Bergamasco a Palazzo Roverella

Diario in pubblico. Recital pianistico di Giovanni Bergamasco a Palazzo Roverella

È il momento di scoprire la giovinezza nell’arte e la talentuosità di giovani artisti che si affacciano sulla scena non solo ferrarese. Un merito importante che va riconosciuto all’attività culturale e sociale del Circolo dei Negozianti la benemerita istituzione ora allocata nelle splendide sale di Palazzo Roverella. Così viene annunciato il Concerto che si è svolto il 28 maggio alle 18 nel Salone d’Onore:

«Concerto di un giovane talento nel pomeriggio di oggi al Circolo: la nobile dimora è stata al centro di un Recital pianistico che ha congiunti il suo passato antico rinascimentale con l’aspirazione a una vita futura nel segno della musica ineffabile, sentimento del tempo interiore e ombra delle parole ….una esperienza di alto valore non solo artistico ma anche umano  … Non dimenticare mai l’umanità che è nell’ uomo e nella donna …sembrava questo il messaggio che Giovanni Bergamasco ha offerto alla nostra comune riflessione ….e al pensiero sensibile ….»

Il vicepresidente Riccardo Modestino m’invita alla manifestazione che si svolge in una sala al completo dove incontro tante persone che da tempo non vedevo. Una specie di retour d’antan. Il Presidente del Circolo introduce l’emozionatissimo pianista, elencando il complesso programma nato dalla volontà di esplorare il mare magnum della musica tardo romantica e novecentesca.

Entra il giovane e alto Giovanni che, con aria tra lo spaurito e il fiero, si accosta allo strumento e sembra ormai estraniarsi dalla contingenza terrena per immergersi in un’aurea senza tempo, direbbe il poeta, e trarre dalle note una verità che non ha bisogno di altro che dell’idea che solo l’arte è verità. È conoscenza.

Bergamasco è nato a Bologna il 18 settembre 2008. Vive nella città estense e ha cominciato lo studio del pianoforte all’età di 5anni, A Ferrara è iscritto al Conservatorio Frescobaldi, dove attualmente frequenta il secondo anno del triennio accademico. I premi che ha già accumulato nella sua giovane età sono numerosi così come la frequenza a masterclass importanti con grandi maestri. A soli 12 anni ha tenuto il suo primo recital solistico.

A rendere ancora più straordinario il recital di Bergamasco è la capacità con la quale ha saputo connettere la  potenza esplicativa di alcuni momenti iconici, quale ad esempio la forma dello Scherzo in Chopin, libera da vincoli formali rigidi con l’uso che ne è stato fatto in tante composizioni novecentesche.

Va da sé che sono rimasto veramente entusiasta dei talenti mentali, formali, ma soprattutto a mio avviso etici che il giovane e bravissimo “genio” ha saputo regalarci.

Cover: l’autore con il giovane pianista Giovanni Bergamasco e gli organizzatori dell’evento

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

 

Per certi Versi / Lo dico piano

Lo dico piano

Lo dico piano

lo dico sottovoce
per paura di farmi male

l’anima è di cristallo
la ragione la frantuma

Lo dico piano
lo dico senza voce
per paura di farti male

è complicato vivere
senza una ragione

 

In copertina: Foto di 愚木混株 Cdd20 da Pixabay
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Referendum, ecco perché 5 sì cambiano l’Italia

Referendum, ecco perché 5 sì cambiano l’Italia

Referendum, ecco perché 5 sì cambiano l’Italia

di Daniela Zero (Collettiva)

 

Licenziamenti e reintegro

L’obiettivo è eliminare le disparità di trattamento tra i lavoratori assunti prima e dopo il 7 marzo 2015 in caso di licenziamento illegittimo. Oggi, chi è stato assunto prima di questa data può essere reintegrato, mentre chi è stato assunto dopo ha diritto solo a un indennizzo. L’abrogazione del decreto legislativo n. 23/2015 garantirebbe a tutti lo stesso livello di tutela previsto dalla legge Fornero.

Perché è ancora necessario se la Corte Costituzionale ha già modificato il Jobs Act? Nonostante gli interventi della Corte, la legge Fornero continua a garantire maggiori tutele rispetto al Jobs Act. Ad esempio, chi è licenziato per motivi economici senza una giusta selezione oggi riceve solo un indennizzo, mentre con la legge Fornero avrebbe diritto alla reintegra.

 

Quali sono i principali vantaggi in caso di vittoria del sì? 

  • Stesse tutele per tutti i lavoratori, indipendentemente dalla data di assunzione;
  • Reintegro nei casi di licenziamento disciplinare illegittimo;
  • Maggior tutela nei licenziamenti collettivi;
  • Aumento dell’indennizzo minimo nei casi in cui la reintegra non è prevista.

Licenziamenti e risarcimento

Attualmente, nelle piccole imprese (meno di 16 dipendenti), il risarcimento massimo per un licenziamento illegittimo è limitato a 6 mensilità. Il quesito propone di eliminare questo tetto, permettendo ai giudici di calcolare il risarcimento in base al danno effettivo subito dal lavoratore.

 

Perché questa modifica è importante?

  • Evita risarcimenti inadeguati per chi ha subito un danno economico e personale grave;
  • Permette una valutazione caso per caso, tenendo conto delle condizioni familiari e della situazione del datore di lavoro;
  • Allinea l’Italia alle normative europee, che prevedono un risarcimento integrale.

Lavoro precario

Il quesito dedicato a contrastare il lavoro precario mira a reintrodurre l’obbligo per i datori di lavoro di indicare una giustificazione (causale) anche per le assunzioni a termine inferiori a 12 mesi.

Perché questa modifica è necessaria?

  • Evita l’abuso dei contratti a termine senza motivazione;
  • Protegge i lavoratori dal rischio di precarietà continua;
  • Rafforza il principio che il contratto di lavoro standard deve essere a tempo indeterminato.

Sicurezza sul lavoro

Attualmente in caso di incidenti sul lavoro dovuti a carenze di sicurezza negli appalti, la responsabilità del committente (es. grande azienda) è limitata solo ai rischi “generici” e non a quelli “specifici” dell’appaltatore. Il quesito mira a rendere sempre responsabile il committente, permettendo ai lavoratori e alle loro famiglie di ottenere un risarcimento diretto.

Perché questa modifica è importante? 

  • Evita che i lavoratori e le loro famiglie restino senza risarcimento in caso di gravi incidenti;
  • Impone ai grandi committenti di vigilare sulla sicurezza nei cantieri e negli appalti;
  • Semplifica le cause legali per ottenere il giusto risarcimento.

Cittadinanza

L’obiettivo è modificare le leggi relative all’acquisizione della cittadinanza italiana, rendendo più accessibile la cittadinanza a coloro che, pur vivendo in Italia da lungo tempo, non riescono ad ottenerla per via dei rigidi requisiti attualmente in vigore.

Cosa cambierebbe con una legge nuova?

  • Si riduce il periodo di residenza legale continuativa necessario per richiedere la cittadinanza da 10 a 5 anni;
  • Una volta ottenuta sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni;
  • Una conquista decisiva per molti cittadini di origine straniera che non solo nascono nel nostro Paese ma ci abitano, ci lavorano e contribuiscono alla crescita economica e sociale;
  • L’Italia si allineerebbe ai maggiori Paesi europei che in questo modo promuovono diritti, tutele e opportunità per tutte e tutti.

 

In copertina: allestimento referendum 2022 – IMAGOECONOMICA

 

Restauro e riallestimento Palazzina di Marfisa d’Este. Osservazioni

Restauro e riallestimento Palazzina di Marfisa d’Este. Osservazioni

Giovedì 29 maggio sono stato alla presentazione dei lavori di restauro e riallestimento che hanno coinvolto la Palazzina di Marfisa d’Este. Ho seguito con attenzione le varie esposizioni; non mi so trattenere da qualche osservazione.

La prima, riguarda tutti i relatori: ricoprire un ruolo non significa necessariamente avere le competenze necessarie per esercitarlo. Una lettura dei curricula evidenzia che nessuno di loro ha mai svolto attività di ricerca tali da consentirgli di intervenire con adeguata conoscenza su un tessuto così fragile come era quello della Palazzina di Marfisa d’Este. Il risultato non poteva che essere deludente.

Ricordo che la Cassa di Risparmio di Ferrara finanziò l’intervento affidato alla benemerita associazione Ferrariae Decus: Giuseppe Agnelli presidente chiese a Nino Barbantini l’allestimento, lo seguì in ogni sua fase, dal restauro delle decorazioni pittoriche all’arredo.

La Palazzina viene pensata come ‘modello’ per la conoscenza della Ferrara estense: una guida per riscoprire una età dell’oro che corrisponde, nelle intenzioni, ai due secoli del vicariato estense.

La scelta compiuta dalla Amministrazione non è stata, come a mio parere era doveroso, il recupero della intenzione originaria ma, invece, la sua cancellazione: la Palazzina, persi i caratteri originari, diviene una sezione del museo civico; integra una parte laterale dedicata alla figura di Marfisa d’Este.

Molte sono state le cose non dette; molte le assenze di chi era ed è tenuto a dichiarare il proprio ruolo.

Non è stato detto che la Palazzina era invenzione del ferrarese Nino Barbantini: importante creatore di situazioni, attivo nei musei veneziani, responsabile della mostra sulla pittura del rinascimento nel 1933. Barbantini è scomparso. Gli hanno tolto la cittadinanza?

Non si è detto che nessuno degli arredi esistenti è collegabile a Marfisa; non si è detto che la decorazione pittorica non è dei Filippi (scomparsa negli anni del degrado) ma dei pittori Giuseppe Mazzolani, Augusto Pagliarini, Enrico Maria Giberti, attivi nella prima metà del secolo scorso. Non si è detto della disinvoltura con la quale sono stati tagliati dipinti, tolte indicazioni, inventati significati. Come è successso per la copia della Battaglia delle Amazzoni di Rubens, Fetonte che guida il carro del sole è copia di affresco che raffigura il declinare della giornata verso il tramonto; il Ritratto di dama è  quello di Livia Martinengo dal quale è stata cancellata la legenda.

Non si è detto che parallelamente ai lavori della Marfisa si svolgevano quelli per il Castello di Monselice; un collegamento obbligato che è stato taciuto.

Non si è detto che fine farà l’arazzo con Giuditta e Oloferne, un tempo nella Palazzina.

Non si è parlato di Barbantini creatore di ‘atmosfere’. Lo apprezzava per questa capacità anche Bernard Berenson.

Nessuna citazione per i lavori di chi si era, in passato, occupato della Marfisa; in maniera implicita i risultati venivano dati come frutto dei curatori. In realtà non vi è nessuna nuova acquisizione storico critica: tutto discende dal volume curato nel 1996 da Anna Maria Visser e da un precedente catalogo del 1980.

Manchevole anche la bibliografia: non si è citato il convegno del 2023 dedicato dalla Fondazione Cini a Nino Barbantini, non si sono citati i lavori di Antonella Chiodi, di Kate Driscoll e di altri ancora.

E’ mancata la voce della Ferrariae Decus che pure aveva molti tioli per intervenire. L’assessore ha comunicato un ciclo di conferenze organizzato dalla Associazione. Stupisce che Barbantini non sia indicato come il protagonista, creatore della Palazzina. L’unico intervento previsto è quello di Marcello Toffanello già tenuto al convegno di Monselice. L’Associazione commette parricidio?

E’ mancata la voce della banca. Proprietaria degli arredi è vincolata da una convenzione che prescrive la restituzione ove muti la destinazione della Palazzina. La Banca potrebbe donare tutto al Comune: sarebbe un modo per accentuare la sua non ferraresità e disconoscimento della sua storia. Oltre alla perdita della Cassa di Risparmio è possibile che se ne voglia cancellare anche la presenza in città?.

Molti temi di studio e di ricerca si potrebbero proporre. Non ne sono stati capaci i curatori. Non posso  né voglio farlo io, ridotto ormai a spettatore inincidente.

 

Di Ranieri Varese vedi anche su Periscopio “Palazzina Marfisa d’Este, un patrimonio da non dilapidare”.

In copertina: Augusto Pagliarini (1872-1960), Il  carro di Arianna, (Particolare), Ferrara, Palazzina di Marfisa, sala dei banchetti

Per leggere gli altri interventi di Ranieri Varese su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

AVERE FEGATO (“Mi scappa da ridere, pigliate ‘stu fegato!”)

AVERE FEGATO (“Mi scappa da ridere, pigliate ‘stu fegato!”)

La parola ‘fegato’ è per me ansiogena. Forse perché mi è chiaro che è un organo vitale essenziale per la sopravvivenza. Senza il suo corretto funzionamento la vita non può continuare. Premessa impegnativa, direi.

Gli organi vitali sono cuore, cervello, polmoni, fegato e reni. Pezzi del nostro corpo essenziali di cui va monitorata la funzionalità con impegno e dedizione. Se uno di questi organi si ammala, insorgono problemi di salute fino ad arrivare a diagnosi che possono essere infauste. Con un fegato ammalato, si rischia di morire.

Questa è la consapevolezza che mi fa associare a questa parola uno stato di apprensione sistematico e spiacevole. Quando sento nominare questo organo marrone, posizionato nella parte superiore destra dell’addome, appena sotto il diaframma, mi sento a disagio, come se stesse arrivando da lontano un vento pericoloso che porta appresso la precarietà del vivere. Arriva una corrente gelida che mi trafigge un fianco come un grosso ago.

Purtroppo mi è già capitato di vedere persone morire a causa di questa ghiandola esocrina/endocrina ammalata. Quest’organo bruno, vitale e nascosto, non suscita in me sorrisi come i piedi o i capelli, ma mi coinvolge in riflessioni di tipo più esistenziale che, pur essendo importanti, non sempre rasserenano la vita.

In questo percorso autoriflessivo che ognuno di noi intraprende attraverso i sentieri della vita e anche attraverso le vie tortuose dei suoi pensieri e delle sue emozioni, c’è il senso ultimo di quel che facciamo, del nostro esistere. Come sempre, il significato letterale, personale, simbolico, metaforico e linguistico di una parola si mescola in un tutt’uno gestaltico, suscitando in ciascuno di noi una sorta di reazione emotiva “a valanga” che è tanto unica quanto interessante.

Il fegato è l’organo del nostro corpo che filtra, purifica e trasforma. È un organo fondamentale con molte funzioni. È essenziale per il metabolismo, aiuta a trasformare i nutrienti derivati dal cibo in energia e sostanze utili per l’organismo.  È fondamentale per la detossificazione, filtra e neutralizza sostanze tossiche come alcool, farmaci e prodotti di scarto. Produce la bile, un liquido che aiuta a digerire i grassi.  Accumula riserve, conservando glicogeno. Fa la sintesi delle proteine plasmatiche come l’albumina che regola il colesterolo controllandone i livelli nel sangue.

Davvero importante e impegnativo il suo lavoro, ognuno di noi si augura che lo sappia svolgere al meglio. Anche in questo preciso momento in cui il fegato è al centro dei miei pensieri, mi auguro che stia lavorando con molta efficienza.

Facendo una deviazione dalle funzioni fisiologiche a quelle rappresentative, che sono imprescindibili dal nostro modo di pensare e dal nostro essere umani, possiamo dire che metaforicamente il fegato ha un ruolo essenziale anche per quanto riguarda le nostre emozioni. Lavora in silenzio per non farci scoppiare di rabbia, per non farci avvelenare dal rancore. Ci aiuta a digerire ciò che la mente rifiuta, una ingiustizia subita, una parola tagliente e una sconfitta amara.

Nel suo libro Le maestose rovine di Sferopoli Michele Mari utilizza il fegato di Prometeo come simbolo della sofferenza e della resistenza umana. In questo contesto il fegato diventa un feticcio narrativo, rappresentando la parte dell’essere umano che, pur tormentata, continua a esistere e resistere.

Prometeo, che nell’antica mitologia greca ruba il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini, viene qui utilizzato per sottolineare l’importanza della resistenza, della perseveranza e della ricerca di un significato più profondo anche in situazioni di sofferenza e dolore.

In Memorie da una casa di morti Dostoevskij introduce il narratore con una frase emblematica «Io sono un uomo malato … un uomo cattivo. Credo di essere malato di fegato. Però non capisco una mazza, della mia malattia, e forse non so neanche cos’è che mi fa male».

Questa dichiarazione non solo riflette la condizione fisica del protagonista, ma suggerisce anche una connessione tra malattia fisica e tormento interiore, un tema ricorrente nella straordinaria opera di Dostoevskij.

Memorie da una casa di morti è il racconto dell’esperienza carceraria dell’autore in Siberia. Un’esperienza decisiva nella sua maturazione letteraria.

Condannato a quattro anni di deportazione seguiti da sei di confino, nella colonia penale Dostoevskij si ritrova a toccare con mano il male, non soltanto nella sua forma metafisica, ma anche nella sua espressione più concreta e brutale.

È inoltre in quel periodo che sperimenta la presenza di un abisso incolmabile tra sé, intellettuale nobile, e i detenuti comuni. Nella canzone Don Raffaé, Fabrizio De Andrè usa questo verso: «Mi scappa da ridere, pigliate ‘stu fegato!»

Come spesso succede nel linguaggio napoletano, in questo caso il termine ‘fegato’ è usato in modo ironico e popolare e rappresenta qualcosa da magiare ma anche da “tirar fuori” in senso di sfogo e ribellione.

Il brano denuncia la situazione critica delle carceri italiane negli anni Ottanta e la sottomissione dello Stato al potere della criminalità organizzata, attraverso il racconto dell’interazione tra Pasquale Cafiero, brigadiere dell’allora Corpo degli Agenti di Custodia del carcere di Poggioreale, e il boss camorrista ‘Don Raffaè’ che si trova incarcerato in tale struttura (personaggio che dà il titolo al brano).

La parola ‘fegato’ viene altresì usata in molte frasi di senso comune che ciascuno di noi ha sentito più volte. Bisogna Avere fegato’ per affrontare situazioni difficili senza avere paura. Questo modo di dire risale agli antichi greci che consideravano il fegato la sede delle emozioni e del coraggio. La frase Ha un bel fegato’, descrive qualcuno che è imprudente o sfrontato, capace di compiere azioni audaci senza esitazione.

‘Rodersi il fegato’ segnala che si è tormentati da sentimenti di rabbia, invidia o rancore, al punto da provare un disagio emotivo intenso. Farsi il fegato grosso’ significa diventare più coraggiosi in situazioni difficili o per affrontare delle sfide.

Perfino in alcuni cartoni animati compare sovente la parola fegato usata in modo figurato. «Ci vuole fegato per sfidare Zenigata così!» lo dice Lupin III, un personaggio immaginario, il nipote del leggendario ladro gentiluomo Arsenio Lupin, che diventa il protagonista di una serie di fumetti e cartoni animati di grande successo. Lupin III è un ladro internazionale, celebre per le sue capacità di travestimento, la sua abilità nel maneggiare le armi e il suo spirito di avventura.

Anche in cartoni animati come Ken il guerriero e I cavalieri dello zodiaco si trovano espressioni enfatiche del tipo: «Non hai il fegato per affrontarmi!».

In psicanalisi, il fegato è un simbolo complesso e ricco di significato, che rappresenta la capacità di trasformare, elaborare, gestire e bilanciare le proprie emozioni e i propri conflitti interiori. La sua funzione biologica di trasformazione e purificazione si riflette nella psiche, dove il fegato diventa un simbolo di equilibrio, forza e vitalità.

Insomma, il fegato, sia come organo fisico, sia traslato in qualche sua rappresentazione, viene citato spesso e usato per descrivere situazioni tutt’altro che facili e prevedibili. Anche a me è capitato più volte di usare il termine ‘aver fegato’ per indicare un comportamento particolarmente virtuoso o che mi sembrava degno di essere evidenziato.

Se penso a ciò che assocerei all’espressione “avere fegato” mi viene in mente una persona che dice quello che pensa in una situazione in cui tutti i presenti sono di vedute differenti. Questo atteggiamento permette la rivendicazione della dignità di un pensiero avverso, cosa importante di suo. Tale dignità esiste di diritto a meno che il pensiero manifestato rivendichi posizioni violente o palesemente corrotte.

‘Avere fegato’ lo assocerei anche a chi fa un lavoro particolarmente rischioso. I chirurghi delle zone di guerra, i medici dei reparti di malattie infettive, le OSS delle case di riposo, i poveracci che puliscono i gabinetti delle stazioni dopo che sono passate tifoserie calcistiche estreme. Questi malpagati operai rischiano doppiamente la pelle: perché pulendo i bagni si è a rischio di contagio continuo di malattie e anche perché l’incontro con individui violenti è sempre pericoloso di per sé.

Direi anche che ‘ha fegato’ un insegnante che prova a parlare di democrazia, tolleranza e libertà, un sacerdote che apre un oratorio per bambini in una zona presidiata da qualche cosca mafiosa. Direi inoltre che ‘ha fegato’ un giornalista che scrive quello che pensa, affidando all’etere i suoi pensieri pur sapendo che non a tutti piaceranno.

‘Ha fegato’ una maestra che attraversa la strada con trenta bambini per portarli a vedere il museo civico del Paese, con le sue pietre, terrecotte e ossa rinsecchite di indubbio valore conoscitivo. ‘Ha fegato’ un sindaco di campagna e ‘ha anche fegato’ chi canta a squarciagola sotto la doccia pur sapendo di essere stonato.

Con la preghiera agli stonati di non esagerare con i gorgheggi serali, ringraziamo tutti coloro che ‘hanno così tanto fegato’ da farci pensare che questo mondo può ancora stupire e che ci confermano, con le loro azioni, l’esistenza del coraggio come dimensione auspicabile del vivere.

Il bene esiste finché ci saranno persone che ‘hanno il fegato’ di praticarlo. Un grande fegato, non ammalato.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Catina Balotta su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

INTERVENIRE CONTRO IL MASSACRO A GAZA: FIRMA L’APPELLO

INTERVENIRE CONTRO IL MASSACRO A GAZA

Sono oltre 200.000 le firme raccolte dall’appello “Ora!” perché il governo italiano si attivi per Gaza: l’appello è stato portato all’attenzione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei Ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto per chiedere di non rinnovare il memorandum d’intesa per la collaborazione militare tra Italia e Israele che altrimenti sarà rinnovato automaticamente il prossimo 8 giugno. Oltre a questa richiesta nell’appello ci sono altre quattro richieste urgenti per Gaza: fare pressione sul governo israeliano a consentire l’ingresso di aiuti alla popolazione e la loro distribuzione ai civili, attivarsi con un’azione diplomatica che porti al cessate il fuoco e al rispetto del diritto umanitario internazionale,  interrompere la compravendita di armi da e per Israele, schierarsi a favore della sospensione del trattato di associazione tra Unione Europea e Israele, come già fatto da 17 Paesi europei.

EMERGENCY parteciperà sabato 21 giugno a Roma alla manifestazione nazionale “No guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo’”, promossa da oltre 300 reti, organizzazioni sociali, sindacali, politiche nazionali e locali.

A Gaza EMERGENCY offre da quasi un anno assistenza sanitaria alla popolazione ed è testimone diretta della crisi umanitaria gravissima e senza precedenti in corso in quel territorio: chi non è direttamente colpito dalla violenza delle armi, soffre per la mancanza di cibo, di acqua, di medicinali, di un riparo. Gli aiuti entrati nella Striscia dopo oltre due mesi di sospensione non sono sufficienti per i bisogni della popolazione, che sta morendo sotto le bombe, ma anche di crisi idrica, alimentare e sanitaria. Per questo non è più possibile aspettare che la comunità internazionale faccia sentire la sua voce a difesa dei civili gazawi, ma serve agire “ORA!”.

L’appello “ORA!” è stato lanciato in occasione della Festa della Repubblica perché la Costituzione italiana e l’articolo 11 ci dicono chiaramente che solo la fine della violenza permette libertà e democrazia.

Si può leggere il testo dell’appello e sottoscriverlo al seguente link: ripudia.it 

EMERGENCY

Le voci da dentro /
Il passare del tempo

Le voci da dentro. Il passare del tempo

di Giampaolo

La storia dell’umanità è anche la storia del tentativo di vincere la paura della morte, o – ma forse è la stessa cosa – la dimostrazione di come la nostra esistenza terrena non ci basti.

Del resto, Fernando Pessoa fu estremamente chiaro quando affermò che “la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”. Non basta una sola vita per compiere tutte le azioni che riteniamo giusto effettuare, né per visitare tutti i posti che ci piacciono e meno che mai per conoscere tutte le persone che stimiamo.

Dal canto suo, Umberto Eco ebbe a dire che le persone che non leggono, quando saranno arrivate a settanta anni avranno vissuto solo la propria esistenza. Chi legge, invece, avrà vissuto almeno cinquemila anni, perché la lettura è una forma di immortalità all’indietro.

Questo di Eco è un modo molto laico per tentare di dilatare i confini temporali della propria esistenza: certo, un credente crede che possa essere infinita in avanti, Eco invece pensava che potesse esserlo all’indietro, tuttavia questo non conta più di tanto. Alla base di tutto c’era la non accettazione del limite – cosa a me molto nota – il tentativo di andare comunque al di là di quello che la natura o Dio ci hanno concesso: oltre il nostro tempo, oltre noi stessi.

Ci sono poi le persone estremamente sensibili, le quali vanno tenute in particolare considerazione poiché per esse una sola vita non è sufficiente a pagare tutti i debiti che sentono nei confronti del prossimo. Si tratta di persone che potrebbero accettare la morte solo nell’ipotesi in cui essa servisse a donare un’altra vita a chi amano, quindi soltanto nel caso in cui la propria fine servisse a pagare il più grande dei debiti, quello derivante dall’amore. Un debito enorme – è fin troppo ovvio ricordarlo – proprio perché non monetizzabile, quindi puro e assoluto.

La vita di ognuno di noi è un percorso. Ne erano convinti gli antichi greci (basti pensare al mito di Ulisse, e ci rendiamo conto di quanto ciò sia vero). Loro parlavano di nostoi, nel senso di “viaggi di ritorno”. A mio modo, anche io mi sento Ulisse. Ho iniziato un viaggio, mi sono distanziato, ho attraversato esperienze impegnative e addirittura devastanti.

Tutti ci distanziamo da ciò che siamo quando nasciamo. Io l’ho fatto in maniera particolare, estrema. Ora devo cercare il ritorno, un ritorno pieno di momenti di riflessione, di prese di coscienza sul senso dell’esistenza propria e di quella altrui. Non posso buttare via questo nostos. È il mio per il semplice fatto che mi appartiene, è importante. È imprescindibile.

Ulisse non è stato sempre a Itaca, anzi, ci è stato davvero poco. Eppure Ulisse di Itaca è indiscutibilmente il re. lo sono il re della mia Itaca ed è lì che voglio tornare.

Come suggerisce Kavafis, non avrò paura dei Ciclopi o dei Lestrigoni, tantomeno di Poseidone, imparerò dai dotti e comprerò profumi inebrianti, tenendo sempre in mente Itaca, viaggerò col cuore aperto e a vele spiegate.

Non potrò, tuttavia, dimenticare i lutti, le perdite. La perdita più importante della mia vita, è senza ombra di dubbio quella di mio padre. Un lutto devastante. Spesso immagino di stare a casa, tinteggiare i muri e verniciare porte e finestre. Non ho grandi doti manuali, il risultato del mio lavoro sarebbe tutt’altro che eccellente, però ne sarei contento. Il modo migliore per ricordare mio padre è mantenere viva la casa di cui tanto era orgoglioso, tuttavia, la cambierei giusto un po’.

A dire la verità, ho faticato parecchio a comprendere questo mio concetto.

Il passare del tempo quasi mi obbliga a vedere le cose in modo diverso. Ho cominciato a convincermi che “rispettare” significhi “vivere” e che “conservare” non sia un sinonimo di “mantenere”, bensì che comprenda in sé il concetto di “mutare”.

Ovviamente, non si deve mutare per il gusto di farlo o per affermare una propria visione egoistica. “Mutare” come essere rispettosi, mantenere vivo il ricordo. “Mutare” vuole essere il contrario di “museificare”: un museo è un luogo dove non c’è vita, dove tutto è morto ed è – per così dire – imbalsamato. Un luogo in mutamento è invece un luogo in cui il lavoro di chi è morto viene tenuto vivo, un luogo in cui tutto è utile.

Il lutto quindi, la perdita, l’assenza … Il lutto deve essere prima accettato, poi rielaborato, infine, se tutto dovesse andare bene, riuscire a vivere con l’assenza dell’altro e il vuoto che ti ha lasciato. Nelle persone malinconiche come me, è un po’ più difficile, non impossibile, ma difficile.

I ricordi riaffiorano come saette anche quando non sono io a cercarli, come se il tempo passato si facesse prepotentemente presente, un presente continuo, inflessibile.

Una luce abbagliante che mi fa vedere e sentire tutto: quando mi esortava di vivere nella rettitudine, quando si arrabbiava e mi cacciava da casa, il tavolo dove si pranzava composto da otto persone, il suo tonante “petulare” con un dialetto cavernicolo, la domenica con la schedina, il suo modo di mangiare, di fumare, tutti i suoi detti e proverbi, quel pettinarsi prima di uscire, la scarpa lucida, il fazzoletto ben stirato nel taschino, la sua ipoacusia che non accettava, il suo odore, le sue grida dal balcone del quinto piano, e tante cose ancora.

Non credo si possa arrivare alla conclusione del lavoro del lutto. Penso che il termine non sia mai del tutto possibile, perché la persona perduta, nonostante il lavoro che si può fare, ci lascia un solco indelebile.

Sono addirittura convinto del fatto che la persona perduta non si lasci dimenticare e la nostra stessa vita è fatta di quei resti, dei resti dei nostri innumerevoli lutti.

Più che illuderci che possiamo realizzare una effettiva attuazione del lutto, dovremmo piuttosto pensare che, se c’è una fine del lutto, essa si realizza solo nel riconoscimento della sua impossibilità, vale a dire che, il solo modo di portare a termine un lutto è quello di riconoscere la strutturale incompiutezza.

“Il maestro Bach scrisse una musica che non prevedeva l’esecuzione perché ritenuta musica pura, astratta: ritenne evidentemente opportuno non destinarla né alla voce umana né a qualunque altro strumento. Può sembrare assurdo scrivere una musica che può essere solo letta, tuttavia è un lusso che l’artista e solo lui, può permettersi seppur raramente” (Erri De Luca, Esecuzioni, in Alzaia).

Ecco, quando la mia testa viene riempita dall’immagine, dalla voce e dai momenti passati insieme con la mia famiglia, nel medesimo tempo si realizza la conclusione che mai potrò fare a meno del loro “ascolto”.

I vasi sanguigni, tramite il sistema circolatorio, sono adibiti al trasporto del sangue. I più importanti, sono le arterie. La mia famiglia e le persone a cui voglio bene, rappresentano perfettamente questa meraviglia.

 

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Parole a capo
Loredana Magazzeni: «Nella tempesta presente»

Loredana Magazzeni: «Nella tempesta presente»

L’IMPORTANZA DELLA POESIA

Nel testo Nella tempesta presente sono raccolte opere prodotte nell’arco di quasi trenta anni, alcune già edite in precedenti sillogi, molte, invece, inedite. L’autrice definisce la sua opera come una sorta di “autobiografia poetica” che conserva tuttavia una “sua fantasmatica prossimità con l’oggi”. Siamo di fronte ad una lunga, incessante ricerca della scrittura delle donne (non solo la sua).

Ad esempio nella sezione “La ricerca di senso” la poeta afferma:

scrittura come oggetto potente
ne prendi a piccole dosi
con una sensazione quasi fisica
da contrapporre agli elementi disgreganti
e tutti i fili tornano ad una coerenza

Ma fin dagli anni ‘90 del secolo scorso nella raccolta: “Tempi duri per i viventi” (un gruppo di testi poetici prodotti in seno ai laboratori del Gruppo ‘98 di poesia) troviamo un interessante testo sperimentale in cui la punteggiatura è sostituita da spazi bianchi, da interpretare come pause:

La stagione                 è arrivata
della resa dei conti
non volemmo                  pensare
non vogliamo                 credere
ancora un giro             è possibile
ma che sia di qualche            utilità a tutti noi.
Irrimediabile poesia
che accoglie            ancora            speranza.

Nella silloge “Connessione in epoca Covid-19” nel testo che si intitola “Lallazione,#3” la poeta confida ai lettori la propria necessità di scrivere poesie:

Mia. Rende la vita più mia. Mi libera.
Non mi dà tormento. Mi riprendo.
Sto coi mattoni costruendo. Distruggo.
Riprendo. Scrivi. Scrivi poesie per me.
Scrivi poesie.

Testo nel quale sono evidenti i richiami sonori che, attraverso un gioco di assonanze, allitterazioni e rime interne, amplificano anche il concetto centrale ripetuto nella frase minima: “scrivi poesie”.

La poesia, oltre a far riflettere e, di conseguenza a fare i conti con il passato, può assumere anche una funzione profetica, come Loredana scrive nelle Note in calce al poemetto “Canto di madri ed altri canti” (2005):
Credo a una possibile funzione profetica della poesia. La poesia può farsi strada, andare verso e anticipare. A volte le minoranze hanno anticipato i valori di un’epoca, andando incontro al proprio limite. La poesia può riflettere su questa funzione.

E nella sezione “La ricerca di senso”, (il testo è ripreso anche nella sezione “Officina “ ) l’autrice, fin dalla prima strofa, ribadisce ancora il ruolo fondamentale che assume per lei il testo poetico:

Tutto dentro uno spazio breve
dentro una forza avara di parole
parole vergini a parlare di sé
a restituire solo se stesse/ il loro biglietto da visita.”

ho iniziato con la poesia
smontare l’opera e continuare a smontarla
non innamorarsi troppo / far fiorire i deserti
che reggeva i corpi ed era la garanzia
con questa azione di offesa generosa
un anno sta ferma e un anno ti inonda
in questa terra dell’incontro
ad andare verso i miei morti

(Anche questo testo viene ripreso nella sezione “Officina” nel quale, elaborando la poesia precedente, l’autrice inserisce dei nuovi versi proprio per suggerire come il laboratorio, l’officina poetica continuino incessantemente).

LE PAROLE
Un altro termine che ricorre spesso nei testi della Magazzeni è “parole” la materia prima della poesia, come nel testo “Coro di madri” dove leggiamo:

“vegliano le madri nel silenzio dei corpi
e un occhio trasparente le vede venire lente
verso l’inizio del giorno e tessono bisbigli
che riconosci parole, le parole terrestri
che fanno luce dentro il mattino e sono
sfere di chiarore dentro la pelle sono
il lume che pulsa anche se spento
per la distanza minima accorri!
Madre che guardi nel fondo degli occhi
cristallina per l’acqua
di musica e pane”

Impossibile per me fare una sintesi, estrapolare solo alcuni versi: ho dovuto riportare tutta la poesia per non tradire il tema della voce delle madri mi è molto caro ed è presente anche il alcuni miei testi pubblicati nella mia silloge “Il silenzio si fa musica” (Bertoni, 2025), e dove la mia stessa voce poetica, dopo decenni di silenzio, finalmente trova la sua melodia e diviene, appunto, musica.

Così anche nella raccolta : “Volevo essere Jeanne Hebuterne” (2012), nella sezione “La bambina o serie del colesterolo” le parole possono essere “sassi o carezze”:

Le parole si portano dietro il corpo, pensa a volte
la Bambina. Le sue sono intrise di salsa d’amore.
Ma il corpo deve scrivere o vivere? Pensa la Bambina.
Ma le parole sono sassi o carezze? Si chiede.
Mentre scrive, filtra la vita, produce miele.

Mentre nella raccolta “Volevo essere Jeanne Hebuterne” (2012) ci viene suggerito un altro aspetto molto interessante, che riguarda le “parole selvagge” cioè non addomesticate dalla cultura dominante, molto potenti, istintive, senza filtri e pertanto più autentiche:

“Le parole addomesticate non danno eco
aderiscono alla pelle del mondo
che le espelle ad ogni nuova muta.
Nel silenzio lunga traccia conservano
le parole selvagge, che urlano senza rumore,
le parole senza gabbia, che hanno zampe
e dorsi flessuosi, per correre, per correre l’intera savana
e ancora un po’ più in là.”

LA SORELLANZA

A proposito del tema della “sorellanza”, che attraversa tutta l’opera di Loredana, e sembra suggerire la sintesi della sua ricerca e della sua militanza, si deve sottolineare il fatto che l’autrice ha scritto diverse raccolte ispirate a figure femminili che hanno avuto un destino tragico: Marylin Monroe, Jeanne Hébuterne, Sylivia Plath, Antonia Pozzi: tutte giovani geniali donne morte suicide a causa di un “amore “malato” e depressione.

Mi hanno colpito in particolare i testi, tratti dalla raccolta “Volevo essere Jeanne Hebuterne” (2012),“Sei donna di valore” ,“Noi donne sposate” e “Se serve”:

Sei donna di valore, ma te lo dico in privato
in pubblico mi presentano uomini
poeti, essi hanno il polso della
situazione poetica, si confrontano con altre
cerchie poetiche. Noi ci troviamo in privato
parliamo piccolo. (…)
(…) migliaia di sguardi
che dicono no, non esisti, non esisti,
non tentare di esistere, senza di me.”

“Noi, le sposate, proteggiamo le case.
Non tentiamo di andare in Erasmus
pur avendone voglia.(…)”

Testi forti, provocatori dove, anche con ironia, la poeta porta a riflettere sul condizionamento culturale che, fino alla rivoluzione femminista, ha limitato anche la forma espressiva dei testi scritti da autrici donne.
L’autrice insiste nella continua, incessante, necessaria ricerca di un senso, del significato delle poesie scritte da donne, così si interroga sull’utilità di scrivere poesie e conclude il suo testo con un’affermazione che ha valore universale per tutte le poetesse ed i poeti: La poesia serve a vivere; a non fermarsi a “guardare” da un angolo e ad avere il coraggio di “vedere, di esercitare il proprio senso critico per entrare nella vita essendone protagonisti.

Mi chiedevo ieri se tutto questo
fare poesia, chiedersi se vale, a cosa serve,
chiedevo a voi, (…)
(…) E mi chiedo
se serve ancora (…)
Se serve a sperare , a farsi specchio di giorni
nuovi. Se serve a dire la lingua della madre.
Se serve a scompigliare la partita del
mondo. Se serve a credere, ed anche
un poco a vivere, serve.

 

L’EDUCAZIONE DELLE NUOVE GENERAZIONI 

L’impegno civile e la consapevolezza di quanto l’educazione sia importante per costruire la società del futuro porta la poetessa a scrivere, nella raccolta “Volevo essere Jeanne Hebuterne” (2012) testi di impegno civile , che divengono un’esortazione nei confronti delle nuove generazioni .“Variazioni sulla parola esilio” e “La nuova storia” propongono infatti un punto di vista nuovo attraverso il quale riscrivere la storia, quello squisitamente femminile delle donne e, in particolare, delle madri, capaci di stringere in un materno abbraccio tutta l’umanità che possa sostituire la pace alla violenza.

“Variazioni sulla parola esilio
In duemila ancora oggi davanti alle coste di Lampedusa.
Le navi militari prelevano i profughi. Si attrezzano tendopoli.
Dormono stivati in caserme a centinaia.

Le madri li avevano stretti in un ultimo abbraccio prima di partire.
(…)

Se potessimo insieme pensare e insieme respirare e nutrirci.
Nessuno sarebbe in esilio, la terra il nostro paese.
Ho bisogno di una lingua di poesia che torni a dire tutto questo.
Anche se ho poche parole per dirlo, se dire questo è balbettare parole.”

Ripenseremo i flussi delle migrazioni,
rileggeremo gli esodi,
riscriveremo da capo i libri di storia.
Dimenticheremo le date delle guerre.
Impareremo solo quelle delle paci.
(…)

Testi che concludono la raccolta poetica ed esortano a proseguire con l’impegno intellettuale ed umano la direzione perseguita da Loredana Magazzeni.

Loredana Magazzeni vive a Bologna e si occupa di gender studies, poesia e traduzione. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia (La miracolosa ferita, 2001, Canto alle madri e altri canti, 2005, Premio Buiese Fragilità del bene, 2012, Volevo essere Jeanne Hébuterne, 2012) e curato Dentro la scrittura, interviste a dieci poetesse italiane, Quaderni critici CFR, 2012; le antologie Gatti come angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese (Medusa, 2006, con Andrea Sirotti); Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, 2009 con F. Mormile, B. Porster, Cuore di preda. Poesie contro la violenza alle donne (CFR edizioni, 2012, Premio PontedilegnoPoesia per la poesia sociale, 2013); Sally Read, Punto di rottura (La Vita Felice, 2013, con A. Sirotti). È nella redazione della rivista letteraria «Le Voci della Luna» (Sasso Marconi, Bo) e «Poesia condivisa in Poesia 2.0». Ha partecipato a festival di poesia a Roma, Trieste, Modena, Bologna. Sta svolgendo un Dottorato di Ricerca in Scienze pedagogiche, con particolare attenzione all’educazione di genere. Fa parte del Gruppo ‘98 di Poesia e collabora con la Libreria delle Donne  e la Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. 
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 288° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Aquiloni e coincidenze del Giovane Holden

Aquiloni e coincidenze del Giovane Holden

Se Gesualdo Bufalino potesse riprendere in mano il suo Dizionario dei personaggi di romanzo (Il Saggiatore, 1982), sono sicuro, inserirebbe di diritto, con il giovane Holden Caufield, l’altrettanto giovane Ludovic Fleury, il protagonista del romanzo di Romain Gary Gli aquiloni (Neri Pozza, 2017), il personaggio che parla appunto di esplosioni ed effetti collaterali, e lo fa in uno stile che richiama molto quello del giovane Holden Caufield di J. D. Salinger.
Questi due personaggi di romanzi, distanti circa 30 anni sono in realtà “contemporanei” e ci consentono la scoperta di alcune stravaganti coincidenze che coinvolgono i due autori: Jerome (Jerry) David Salinger e Romain Kacew (Gary).
La prima di queste coincidenze è che entrambi gli autori hanno a che fare con una stessa origine: la comunità ebraica lituana. L’uno (Jerry) per parte del padre nato da una famiglia ebraica di origine lituana e trasferitasi a New York; l’altro (Gary) per nascita, essendo nato a Vilnius nel 1914 e trasferitosi a Nizza, in Francia all’età di 13 anni.
Un’altra coincidenza : quando viene pubblicato The Catcher in the Rye (Il giovane Holden) di Salinger nel 1951, Romain Gary è negli Stati Uniti in qualità di Console generale di Francia. Il suo libro, Les Cerfs-volants (Gli aquiloni) verrà pubblicato solo nel 1980.
Di Salinger e del suo libro più famoso si è detto e scritto tanto, vale quindi solo la pena richiamare questo intreccio artistico biografico.
Nel 1942 Salinger fu sorteggiato per servire sotto le armi con il XII Reggimento di Fanteria degli Stati Uniti e partecipò ad alcune delle più dure battaglie della II Guerra mondiale, tra cui lo sbarco di Utah Beach nel D-day e la battaglia delle Ardenne.
Durante l’avanzata dalla Normandia verso la Germania conobbe Ernest Hemingway al quale sottopose alcune pagine del romanzo che stava scrivendo e che portava con sé nello zaino. Fu quindi assegnato al servizio di controspionaggio nell’ambito del quale interrogò i prigionieri di guerra mettendo a frutto le proprie conoscenze di francese e tedesco. Fu tra i primi ad entrare in uno dei campi di concentramento presso Dachau, esperienza che lo segnò profondamente per tutta la vita e che ha contribuito a trasformarlo nel più grande autore di culto (e occultato) della letteratura americana e mondiale.
Il giovane Holden di Salinger è un americano di 15-16 anni, la stessa età che ha il protagonista del romanzo di Romain Gary, il nostro personaggio degno di comparire nell’ipotetica versione aggiornata del testo di Bufalino.
Ludovic (Ludo) Fleury è un giovane francese che durante lo sbarco in Normandia partecipa attivamente alla Resistenza e… resiste (alla vita? alla morte?) grazie all’amore per Lila e alla passione per gli aquiloni di uno zio “matto”. L’incontro con Lila diventa per Ludo una promessa d’amore che bisogna mantenere a tutti i costi compresi perdere la vita: perdere la ragione, semmai, ma non la ragione di vita.
Il romanzo è la storia di questa promessa, e dell’ostinata fede di Ludo in quell’incontro fatale. Una fede che non viene meno nemmeno nei drammatici anni dell’invasione tedesca della Polonia, in cui Lila e la sua famiglia scompaiono, e Ludo si unisce alla Resistenza in Normandia per salvare il suo villaggio dai nazisti, proteggere gli aquiloni di suo zio e ritrovare la ragazzina biondissima che lo ha guardato severamente, la prima volta, da sotto un cappello di paglia, e continuerà a guardarlo, più dolcemente, fiera del suo nuovo taglio di capelli.
Probabilmente Ludo rappresenta in un certo qual modo la ragione (di vita) per la quale Salinger è riuscito a sopravvivere alle atrocità della Guerra a cui ha assistito: oserei dire, se Bufalino me lo consentisse, che Ludo Fleury è Salinger; ragazzi innamorati della vita e che sanno “dove vanno a finire le anitre quando il lago gela”.
Allo stesso modo mi sentirei di dire che Holden rappresenta la ragione per la quale Gary ha scritto Gli Aquiloni trasferendosi in quell’America degli anni ’50 dopo il ritorno del mondo alla ragione e a nuove ragioni di vita: oserei dire, se Bufalino me lo consentisse, che Holden Caufield è Gary; ragazzi che sperano spaventandosi e che conoscono “l’unico modo di accedere alle cose… Porvi fine.”
Continuiamo allora a parlare di coincidenze.
Anche una corsa inizia con una esplosione, precisamente con un colpo di pistola come quello che un altro dei grandi personaggi di Salinger, Seymour Glass, si esplode in testa nel racconto Un giorno ideale per i Pescibanana.
Seymour in effetti muore (come personaggio) ma, potremmo dire, si reincarna nella vita non solo del suo autore  e dei suoi successivi Franny e Zooey  e Alzate l’architrave carpentieri, ma anche in quella (letteraria) della figlia di Seymour Levov, «lo svedese» della Pastorale americana di Philip Roth e in quella più tragica proprio di Romain Gary che, come Seymour Glass, si tolse realmente la vita con un colpo di pistola nel 1980, anno di (ri)nascita di Ludovic Fleury.
Tutto comincia e forse finisce sempre con una esplosione e «quando c’è una esplosione ci sono sempre degli effetti collaterali. Sembra che l’universo si sia formato così. Ci fu un’esplosione e degli effetti collaterali: le galassie, il sistema solare, la terra… », Salinger, Gary e dei romanzi che devono essere scritti con le loro trame e con i loro personaggi che vivranno per sempre. Venite.
Adesso leggiamo e basta.
Cover: aquiloni violini – Vulandra, Ferrara
Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore
Street for Kids: mobilità urbana a misura di bambine e bambini: la situazione in Italia

Street for Kids: mobilità urbana a misura di bambine e bambini: la situazione in Italia

Street for Kids: mobilità urbana a misura di bambine e bambini: la situazione in Italia

Clean Cities, una coalizione europea di oltre 100 ONG, associazioni ambientaliste, movimenti di base e organizzazioni della società civile che ha come obiettivo una mobilità urbana a zero emissioni entro il 2030, ha lanciato la classifica delle migliori città europee per la mobilità di bambine e bambini, secondo tre indicatori: il numero di strade scolastiche, il numero di piste ciclabili in sede separata e il limite della velocità. La classifica si basa su dati ufficiali raccolti da Clean Cities Campaign in 5 mesi relativi a 36 città (un campione trasversale per posizione geografica, dimensione urbana e approcci alla mobilità) sulla base di tre indicatori strettamente legati ai consigli delle Nazioni Unite e di altri esperti per rendere le città più a misura di bambina e bambino. Il primo indicatore è il numero di “strade scolastiche” presso le scuole primarie, che regolano il traffico per aumentare la sicurezza stradale, ridurre il rumore e migliorare la qualità dell’aria, oltre a favorire il cammino e l’uso della bicicletta da parte dei bambini. Il secondo indicatore è il numero di piste ciclabili: studi dimostrano infatti che i bambini si sentono più sicuri in piste ciclabili fisicamente separate dal traffico. Il terzo indicatore è il limite della velocità in ambito urbano a 30 km/h, che riduce inquinamento e incidenti – una misura supportata da OMS, OCSE e Consiglio Europeo per la Sicurezza dei Trasporti.

A che punto sono le città italiane? Nella classifica complessiva delle città europee, nessuna città italiana rientra nella top 10. Le migliori performance italiane sono: Bologna (16ª), la più virtuosa tra le italiane; Milano (23ª) e Torino (24ª) seguono con posizionamenti discreti. Firenze (29ª) e Roma (32ª) si trovano nella parte bassa della classifica generale. Rispetto ai singoli indicatori l’Italia mostra segnali positivi per quanto riguarda le strade scolastiche, con Milano 2ª a livello europeo. Torino (4ª) e Bologna (11ª) sono ben posizionate. Anche Roma (16ª) mostra progressi, mentre Firenze è in fondo alla classifica, tra le 10 che non hanno nemmeno una strada scolastica. Rispetto a questo indicatore è da tenere in considerazione che la classifica si basa sulla somma di strade scolastiche con chiusure temporanee – quindi con divieti di accesso a traffico motorizzato solo negli orari di ingresso e uscita dalla scuola – e quelle pedonali in modo permanente.
Se consideriamo le pedonalizzazioni definitive, Milano, Roma, Torino e Bologna sono tra le prime dieci della classifica.
Rispetto all’indicazione della moderazione della velocità e del traffico motorizzato, invece, la performance italiana è modesta. La migliore tra le città italiane è ovviamente Bologna (18ª nella classifica generale), prima grande città italiana a diventare Città 30, seguita da Firenze al 24°. Milano è al 30° posto fra le 39 città analizzate, Torino al 31°. Roma (33ª) è ancora molto indietro.

C’è ancora molta strada da fare in questa direzione, considerando i benefici riconosciuti della riduzione della velocità sulla sicurezza stradale, l’inquinamento dell’aria e acustico e la promozione della mobilità attiva. Le città italiane restano ancora molto deboli per quel che riguarda le infrastrutture per la ciclabilità, in sede separata. Roma è tra ultime tre città a livello europeo. Milano, Firenze, Bologna e Torino sono tutte nel gruppo medio-basso, segno che serve un investimento deciso in infrastrutture ciclabili sicure e continue. L’Italia non è nelle posizioni di vertice della classifica generale, ma alcuni segnali sono incoraggianti. Le città con una visione politica più strutturata, risorse stabili e una pianificazione di lungo periodo hanno mostrato risultati coerenti. La moderazione del traffico e della velocità nelle strade in prossimità delle scuole deve essere una priorità, come ricorda la mobilitazione Streets for kids, a beneficio di tutta la collettività, non solo per chi frequenta le scuole. Sono infatti un’opportunità per rendere le città luoghi più sicuri e sani e a misura di persona.

I migliori risultati in tema di strade scolastiche si osservano dove esiste una forte pressione civica dal basso, commenta Anna Becchi (Campaign Lead di Streets for kids)segno che il lavoro dei movimenti dal basso e dei genitori può produrre risultati concreti, soprattutto nel contesto delle strade scolastiche. In Italia, è in città come Milano, Roma e Torino, dove gruppi attivi hanno contribuito a spingere le amministrazioni verso pedonalizzazioni permanenti, che si stanno vedendo maggiori risultati”. Milano ha intrapreso la direzione corretta con la pedonalizzazione delle strade scolastiche.
Con il programma Piazze aperte sono 14 quelle realizzate a fine 2024, a cui si aggiungono anche ampi interventi di allargamento dei marciapiedi in prossimità delle scuole, altri 5 interventi di pedonalizzazione già in fase di realizzazione per il 2025 e le 23 strade car free (in entrata/uscita da scuola).

Ora però, come sottolinea la campagna Streets for kids, è necessario proseguire a ritmo serrato per rispondere il prima possibile alle istanze dei cittadini che dal basso si sono attivati per chiedere strade scolastiche. E serve un indirizzo politico condiviso per accelerare la trasformazione della città, rendendo la comunicazione e pianificazione degli interventi sempre più chiara ed esplicita in tutte le sue fasi. A Roma finora sono state realizzate 15 (12 + 3 nuovissime) strade scolastiche pedonali e 5 temporanee. Questo percorso, iniziato con entusiasmo, ha vissuto una fase di rallentamento per mancanza di fondi. Durante le recentissime inaugurazioni delle strade scolastiche di via Monte Ruggero e di via Rugantino il Sindaco Roberto Gualtieri si è impegnato a completare le 34 strade scolastiche già progettate e realizzarne molte, molte di più. La campagna Streets for kids si augura che sia davvero un impegno a investire con decisione, ascoltare le comunità e rendere le strade scolastiche un tratto distintivo della Roma del futuro.

Qui per approfondire: https://italy.cleancitiescampaign.org/pums-updates/14-5-2025-mobilita-urbana-a-misura-di-bambine-e-bambini-la-situazione-in-italia/

In copertina: foto di di Clean Cities Campaign

Parole e figure – ‘Mi piace’ di Eva Montanari, l’assemblage

Da poco in libreria, l’albo illustrato “Mi piace” di Eva Montanari, pubblicato con Kite edizioni, conduce il lettore in un mondo curioso e colorato. Con un occhio al riuso.

La coloratissima e divertente storia segue le giornate di Sandy, una giovane gazza che inizialmente sembra apprezzare tutto ciò che le viene offerto, ma presto si annoia facilmente. Le piace, si annoia, si annoia e poi, di nuovo, le piace: un intervallo continuo di esitazioni e indecisioni.

La svolta avviene quando Sandy scopre che altri uccellini hanno trasformato gli oggetti da lei scartati in vere e proprie opere artistiche. Che meraviglia!

Inizialmente un po’ gelosa, Sandy decide di riappropriarsi di quegli oggetti, ma si annoia nuovamente. Questo la spinge ad esplorare la propria creatività, ispirandosi agli altri uccelli e dando vita a qualcosa di unico attraverso il riuso di oggetti comuni.

Mi piace…, di Eva Montanari, immagini Kite edizioni

Il libro introduce ai giovani lettori il concetto di assemblage, una corrente artistica che utilizza materiali di recupero per creare nuove opere.

Le illustrazioni sono caratterizzate da colori tenui e contorni sfumati, conferendo movimento e vitalità ai personaggi e agli oggetti rappresentati.

Per scrivere questa storia l’artista si è ispirata agli uccelli giardinieri che vivono in Australia e Nuova Guinea. Sono i più grandi artisti del mondo dei volatili. La loro specialità consiste nel creare vere e propriegallerie d’arte” fatte di ramoscelli, in cui inseriscono le opere realizzate collezionando e assemblando quello che trovano in giro.

Mi piace…, di Eva Montanari, immagini Kite edizioni

Gli uccellini di questa storia hanno nomi di grandi artisti che, come loro, hanno utilizzato la tecnica dell’assemblaggio, come l’uccellino Marcel (Duchamp), che selezionava oggetti quotidiani, poi li firmava e sceglieva un titolo spiritoso, trasformandoli in opere d’arte. Chiamava le sue operegià fatte e, a suo parere, una ruota di bicicletta, uno scolabottiglie e perfino un orinatoio potevano diventare opere d’arte per semplice decisione di un artista.

Oppure c’è l’uccellino Pablo (Picasso), il primo a inserire oggetti nelle sue opere: un pezzo di canapa in una natura morta, un cucchiaino in una scultura o unatesta di toro realizzata con sellino e manubrio di una bicicletta trovata in giro.

Ci sono anche l’uccellina Louise (Nevelson), che assemblava scarti all’interno di scatole, l’uccellino Joseph (Cornell), che collezionava stampe degli argomenti che lo interessavano di più: astronomia, ornitologia, letteratura, balletto, e piccoli oggetti bizzarri che riuniva in “scatole delle meraviglie o l’uccellino Joan (Mirò), che realizzava sculture-oggetto con materiali trovati ovunque.

Mi piace…, di Eva Montanari, immagini Kite edizioni

Le gazze vengono definite “ladre” per la loro presunta predisposizione a impossessarsi di oggetti altrui per nasconderli nei loro nidi caldi, come racconta anche Gioachino Rossini nella sua opera La gazza ladra.

Così la gazza Sandy (Alexander Calder) protagonista si ispira al mondo del circo per ricrearne uno in miniatura, fatto di ritagli di gomma, turaccioli, avanzi di lana, stracci, bottoni, spago e fil di ferro.

E la storia continua. Sempre, con allegria e curiosità.

Il messaggio centrale dell’albo riguarda, quindi, la scoperta del proprio talento e la capacità di trasformare ciò che ci circonda in qualcosa di importante e significativo, sottolineando l’importanza della creatività e del riuso.

Consigliato per bambini dall’età di 3 anni, l’albo offre molti spunti di riflessione anche per gli adulti, affrontando temi come il consumismo e l’importanza di trovare stimoli creativi all’interno di stessi e nella relazione con gli altri.

Da leggere.

Mi piace…, di Eva Montanari, immagini Kite edizioni

Eva Montanari, Mi piace, Kite Edizioni, Padova, 2025, 32 p.

“Vado al seggio ma non voto”, la democrazia come un’opzione

“Vado al seggio ma non voto”, la democrazia come un’opzione

IL SASSOLINO di Stefani Milani

Dopo settimane di silenzio monacale, Giorgia Meloni è finalmente uscita allo scoperto. Durante la cerimonia della Festa della Repubblica, ha svelato il mistero attorno ai referendum dell’8 e 9 giugno: “Vado a votare, ma non ritiro la scheda”, ha sentenziato ai cronisti curiosi, in un trionfo del miglior cerchiobottismo italico. L’equivalente politico del “esco ma non mi diverto” o del “ti amo ma è complicato”.

 

Non esprime un’opinione la Nostra, non dice un sì, non osa un no. Va al seggio ma non si sa perché. Non ritira la scheda, forse neanche saluta. È presente ma sfuggente. C’è, ma non disturba. Un’apparizione più che una posizione. E così, da premier del popolo fiero e deciso, si è fatta sacerdotessa del vago e dell’incomprensibile.

 

Un tempo era diverso. Pasionaria della trasparenza, quella che “non ho paura di dire quel che penso”. Oggi invece si mimetizza nella nebbia del non voto. Sulla precarietà, sul reintegro dei lavoratori, sulla cittadinanza: silenzio stampa. Il suo atto politico più evidente è la sottrazione, togliere senso alle parole, peso alle scelte, sostanza alla leadership.

 

Meloni ha costruito un meccanismo comunicativo infallibile: parla anche quando tace. Il suo “mi reco al seggio ma non voto” è un capolavoro paraculinguistico. Così ognuno ci vede ciò che vuole: chi il coraggio sobrio della statista, chi la solita furbizia d’ordinanza. Intanto la premier delle crociate si ricicla come premier delle opzioni.

 

Se il dito è negli occhi degli italiani, la luna è che il governo considera la partecipazione un inciampo e il referendum un inciucio di sinistra da sabotare con eleganza. Ma la democrazia non è un atto di presenza, né un esercizio di stile. È scegliere, esporsi, rischiare. E se una premier preferisce restare in equilibrio sul nulla allora ha già scelto. Ha scelto se stessa e non il popolo che dice di rappresentare.

Tratto da (Collettiva) 3 giugno 2024

Cover: immagine del Comune di Riccione

Gli Alburni e la metafisica (concreta) di Massimo Cacciari e Mimmo Jodice

Gli Alburni e la metafisica (concreta) di Massimo Cacciari e Mimmo Jodice

Massimo Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi 2023
Mimmo Jodice, Paestum, in The Myth of Mediterranean Sea, Erarta Museum, San Pietroburgo

 

E’ necessario fare emergere uno spazio mentale largo sulla complessità del progetto contemporaneo nella città antica.

Basterà ripercorrere la storia del Chiostro del convento delle ’Trentatrè a Napoli (finanziato con i fondi UE 2001-2007) e ripensare al concetto di efficacia del filosofo Francois Jullien, nel confronto tra Oriente ed Occidente.

Con l’artista Mimmo Jodice oltre a condividere empatia al quadrato, ho condiviso per diversi anni la responsabilità del Laboratorio di fattibilità del Master di progettazione per la città storica della facoltà di Architettura della Federico II, diretto dal professor Ferruccio Izzo. Proprio agli inizi del Master, oltre un ventennio fa, il confronto con alcuni luoghi ancora metafisici della città antica, ha ispirato molti temi  di riprogettazione. I vuoti ed i ruderi, ancora irrisolti della ricostruzione post bellica, hanno incontrato il linguaggio di Mimmo Jodice, che apparì nelle sue conversazioni (lezioni del 2024, vedi via Youtube).

Napoli, monastero delle Trentatrè

Si trattava, allora, di portare Napoli ed i decumani verso una nuova efficacia del progetto, ipotizzando una metamorfosi dei luoghi, da orientare verso una coraggiosa proposta di nuovo nodo urbano plurale a più fini, riconnessi alle voci storiche delle pietre (seguendo la metodologia di Ruskin, Le Pietre di Venezia).
Nessuna delle nostre ipotesi ha superato, allora,  il giudizio di opportunità dei colleghi urbanisti, e nessuno dei progetti del Master ha avuto la promozione a fattibile, per il Comune di Napoli. Le attuali ipotesi in campo hanno sposato il criterio della efficienza formale connessa alla candidatura di progetti.

Per fortuna l’Archivio Jodice troverà una casa e il suo linguaggio vivrà di futuro oltre che di memorie.
Potrà, cosi, emergere la visione di metafisica concreta , cioè di uno spazio mentale largo sulla complessità del progetto contemporaneo nella città storica. Basterà ripercorrere la storia del progetto del Chiostro del convento delle ‘33, finanziato con i fondi UE 2001-2007  e  ripensare al concetto di efficacia del Filosofo Francois Jullien, nel confronto tra Oriente ed Occidente (Il Sole24 Ore). Per Jullien la critica al modello occidentale  del progetto è necessaria, perché si fa troppo ricorso al doing by learning (o modello-teoria pratica- progettuale).

Jodice come Julien, propone le metafore di un pensiero plurale, aperto all’efficacia larga, cioè ad itinerari capaci di guardare alla complessità della città in evoluzione, anche  oggi. La città è mixité, e Napoli ha la necessità di conservare il silenzio ed il vuoto come ricerca, anche nella città storica; questo concetto è oggi in pericolo nella “città storica sommersa” dalla retorica dell’efficienza finanziaria delle rendite in salita, da misurare con il parametro delle nuove presenze.

Il coraggio della metafisica concreta manca come visione futura e una gita di apprendimento sugli Alburni sarà necessaria; bisognerà sostare al km 33 della SS19, La Tevernola, per i suoi trecento anni di storia,  per poi, all’alba, dirigersi verso l’Antece Epigeo e rubare all’artista Jodice la metodologia dello suo sguardo, aiutati dalla luce  che arriva da Oriente.

Questo articolo è già uscito sul blog di informazione economica Salerno Economy

Cover: Mimmo Jodice, Nimes Maison, in The Myth of Mediterranean Sea, Erarta Museum, San Pietroburgo.

“La Gazzetta del cocomero” compie 33 anni
Una conferenza stampa molto speciale

“La Gazzetta del cocomero” compie 33 anni. Una conferenza stampa molto speciale

Giovedì 29 maggio scorso, presso la scuola primaria Bruno Ciari di Cocomaro di Cona, si è svolta una conferenza stampa singolare perché tenuta da quattro bambini di 10/11 anni: Emanuele, Giulia, Giovanni e Lea della classe quinta, in rappresentanza di tutti i bambini e le bambine del plesso.

 

La conferenza stampa è stata organizzata dalla dirigente Magda Iazzetta, dal maestro Mauro Presini e dai bambini e dalle bambine della scuola, con lo scopo di presentare il numero 102 del giornale: La Gazzetta del Cocomero, che nel 2025 ha compiuto 33 anni.

n.102
n.101

Emanuele ha introdotto l’incontro dando il benvenuto ai presenti e anticipando i motivi della conferenza.

Ha spiegato che il numero 102 ha 24 pagine, di cui la sola copertina è su carta colorata mentre il resto è in bianco e nero, così ogni bambino può personalizzare il giornale colorandolo come vuole lui.

Contiene diversi articoli e disegni: è una finestra sul nostro territorio, sugli animali, sul mondo delle api, sulla lana di pecora, sulle favole inventate dai bambini e dalle bambine e sull’immaginazione di una storia alternativa in cui i 7 re di Roma sono diventati altri personaggi, cambiando di poco il loro nome; due re su tutti come esempio: Taccuino Prisco e Tarquinio il Superfluo.

In genere un numero della Gazzetta contiene storie, filastrocche, disegni e altro ancora, scritto e disegnato dai bambini e dalle bambine.

Giulia poi ha raccontato come è nata l’esperienza della Gazzetta del Cocomero.

È nata ormai 33 anni fa, dal maestro Mauro insieme ad Elisa, Francesco, Luca, Andrea, Nicola e Lorenzo, in una terza elementare.

I bambini di quelle classi avrebbero preferito che le loro storie venissero considerate con più attenzione dagli adulti così, insieme, hanno cercato un modo per portar fuori dal loro quaderno personale i loro scritti e i loro disegni.

A quel gruppo è venuta l’idea di raccoglierli in un’unica pubblicazione che avesse una forma ed una dignità tali da poter suscitare interesse anche in altre persone.

Hanno pensato ad un giornale e, subito dopo, hanno deciso che il titolo della testata sarebbe stato La Gazzetta di Cocomaro, dal nome del paese dove si trova la scuola (il cambiamento del nome in La Gazzetta del Cocomero è avvenuto solo parecchio tempo dopo).

L’anno seguente, tutte le classi della scuola hanno iniziato a partecipare al giornale.

Usando i primissimi computer a disposizione, i bambini hanno iniziato a trascrivere i loro testi, a memorizzarli e a stamparli. Sul foglio stampato ci facevano i loro disegni e poi usavano il fotocopiatore per riprodurre le copie necessarie alla diffusione. La parte finale riguardava la fascicolatura che consisteva nel rilegare con un punto metallico i vari fogli.

Per il primo anno hanno fotocopiato a scuola ma poi, con l’aumentare della richiesta, si sono affidati ad una copisteria affrontando anche i primi problemi economici legati ai costi del materiale. L’autotassazione ha risolto inizialmente il problema degli acquisti; successivamente si è ragionato insieme su come recuperare le spese e si è arrivati a far pagare una copia del giornale e, qualche anno più avanti, ad impostare una vera e propria campagna abbonamenti.

Il primo numero uscito nell’ottobre del 1992 aveva 8 pagine; la frequenza delle uscite era trimestrale; poi, negli anni, le pagine sono diventate 16, 24, 32 ed ora sono definitivamente 20, un numero tale da permettere alle cinque classi di avere 4 pagine a disposizione e di far uscire quattro numeri per ogni anno scolastico.

Inoltre, dopo un paio d’anni la Gazzetta è diventata un oggetto di scambio con altre classi che facevano giornali e poi anche un oggetto mediatore per la corrispondenza scolastica con altre classi distribuite sul territorio nazionale.

A poco a poco si è fatta conoscere sempre di più e, visto l’interesse, si è creata la necessità di pensare alla tenuta di un bilancio un po’ più accurato; il tutto curato e gestito dai bambini e dalle bambine.

Giovanni ha parlato di come si svolge la campagna abbonamenti, come ci si occupa del bilancio a scuola e quali sono i tanti incarichi connessi all’organizzazione del giornale. Attualmente gli incarichi sono i seguenti:

ci sono gli addetti alle pubbliche relazioni che raccontano agli esterni l’organizzazione e partecipano alla conferenza stampa; gli addetti agli acquisti che si occupano di andare a comprare il materiale occorrente; i buttadentro che invitano ad entrare in classe, uno alla volta, chi si vuole abbonare;

i cassieri che incassano l’importo da chi si abbona; i filatori che organizzano la fila; i fotografi che documentano le attività; il lettore del tagliando che legge ad alta voce e lentamente ciò che è scritto sul tagliando consegnato da chi si vuole abbonare; gli organizzatori di arredi e di materiali che sistemano i tavoli e le sedie;

lo scrittore di ricevute per abbonati che scrive sul blocchetto delle ricevute i dati di chi si abbona, la cifra versata e poi ne consegna copia all’abbonato; lo scrittore di ricevute per soci che scrive sul blocchetto di ricevute i dati di chi si fa socio dell’associazione i bambini del cocomero, la cifra e poi ne consegna copia all’abbonato;

lo scrittore sul registro abbonati: che scrive sul registro abbonati i dati di chi si abbona; lo scrittore sul registro prima nota che scrive sul registro prima nota i soldi entrati e quelli usciti; lo scrittore sulla tessera socio che scrive sulla tessera socio i dati di chi si fa socio e infine il tesoriere che, insieme al cassiere, controlla i conti e rimborsa chi ha sostenuto spese.

Nella parte finale della conferenza, Lea ha spiegato con precisione quali altri prodotti vengono pubblicati e ha mostrato l’ultimo dei tredici calendari finora stampati e illustrati con i disegni dei bambini.

Copertina “Trovare i tesori dentro le storie”

Ha poi parlato della pubblicazione Trovare tesori dentro le storie che raccoglie racconti, inventati dai bambini e dalle bambine, che parlano di diversità ed inclusione.

Infine ha raccontato della creazione dei quaderni sulla cui copertina sono stati riprodotti disegni liberi dei bambini.

Lea ha specificato che le entrate dalla vendita e dagli abbonamenti alla Gazzetta vanno nella cassa dell’associazione di promozione sociale I bambini del cocomero che si occupa di diffondere la cultura dell’infanzia e di dar voce ai bambini.

Ha poi chiarito che chi fosse interessato ad una copia della Gazzetta può trovarla nelle biblioteche cittadine e nei consultori della città, oppure può andare alla scuola Bruno Ciari o può richiederla telefonando (0532 61071) o scrivendo una mail (lagazzettadelcocomero@gmail.com).

Copertina calendario 2025

Sono seguite alcune domande rivolte ai quattro portavoce; alla domanda se c’è un numero al quale sono più affezionati, hanno concordato tutti che sia stato il numero 100 perché è completamente a colori ed ha un grande significato simbolico.

La Gazzetta del cocomero n. 100

Infine ognuno dei quattro bambini ha spiegato che, fra i cinque anni della loro collaborazione al giornale, quello che preferiscono è quello che stanno vivendo perché li ha coinvolti ancor di più nella gestione diretta del giornale.

La Gazzetta del cocomero n. 102

Chi desidera approfondire la storia della Gazzetta del Cocomero, può vedere e ascoltare il video seguente in cui il sottoscritto ha tenuto una conferenza dal titolo: La gestione di un giornale a scuola: dagli articoli al bilancio sul canale Archibiblio Web TV della Biblioteca Ariostea di Ferrara.

Le fotografie dell’articolo sono state scattate dai due bambini incaricati di fotografare: Michele e Michelangelo

Cover: foto dell’autore

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

 

Per certi Versi / Sete di donna

Sete di donna

Vorrei riportarti
nella curva d’acqua
dove sapevi nuotare
renderti la madre
i tuoi verdi sguardi
mutano nuvole nel petto
sarai tempesta favorevole
nella sete di donna
arido è solo il tempo
nel risarcimento a te dovuto

In copertina: immagine da pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Cinque SI ai referendum dell’8 e 9 Giugno:
perché non sei una merce, perchè non hai paura dei nuovi cittadini

Cinque SI ai referendum dell’8 e 9 Giugno: perché non sei una merce, perché non hai paura dei nuovi cittadini

L’art.1 della Costituzione dichiara che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. I sedicenti riformisti, molti dei quali hanno, da parlamentari o ministri, contribuito a demolire questo principio con leggi che ormai consentono tutto, soffrono di dislessia. Loro l’art.1 lo leggono così: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul datore di lavoro.

Jobs Act

Lavori in un’azienda, che ti ha assunta dopo l’aprile del 2015. Un bel giorno il tuo posto scompare dall’organigramma. L’azienda potrebbe ricollocarti? Sì. Ti ricolloca? No, ti licenzia (magari perché hai la pessima abitudine di fare figli). Quindi il licenziamento è illegittimo? Sì. Cosa prevede il Jobs Act per punire il sopruso? Quattro soldi. Pochi per forza, dal momento che la tua anzianità è bassa e la sanzione (definita non a caso “indennizzo”, non risarcimento) è proporzionata agli anni di servizio. Abolendo il Jobs Act tu puoi chiedere di rientrare in azienda, perché la disciplina che tornerebbe in vigore prevede la reintegra. Ma io non ci ritorno a lavorare in quel posto, manco morta. E’ comprensibile: infatti i casi di reintegra effettiva sono pochi. Ma in questo caso il giudice stabilisce che sei tu, lavoratrice ingiustamente licenziata, a scegliere se essere reintegrata nel posto di lavoro oppure incassare una somma, che però sarà correlata per importo al valore del posto di lavoro perduto. Sarà un risarcimento, non un indennizzo; quindi saranno tanti soldi, non pochi.  Sta qui l’effetto deterrente della facoltà di essere reintegrato. Sei tu, vittima del sopruso, a scegliere tra un giusto risarcimento in denaro o tornare al lavoro nell’azienda che ti ha illegittimamente licenziato. Per il Jobs Act, invece, chi decide la mancia per cacciarti è chi ti licenzia.

Ti ammali. Se ti licenziano prima che scada il tuo periodo di comporto, e il licenziamento è illegittimo, secondo il Jobs Act ti spetta una modesta somma di denaro. Non sei tu, danneggiato, che puoi scegliere tra essere reintegrato in azienda ed essere risarcito con una cifra importante, correlata al danno ingiusto che hai subito. (Tranquillo: non ti scriveranno che ti licenziano perché sei malato, ma ad esempio per “scarso rendimento”).

Lavori in un’azienda per cui viene dichiarato lo stato di crisi, e avviata una procedura di licenziamento collettivo. Secondo i criteri di legge vengono licenziati i più giovani senza carichi familiari e mantenuti in servizio coloro che hanno carichi di famiglia. Se questi criteri vengono violati, ad alcuni licenziati illegittimamente (quelli assunti prima del Jobs Act) spetta il reintegro, ad altri (quelli assunti dopo il Jobs Act) spetta solo un indennizzo in denaro.

Sono solo tre esempi, se ne potrebbero fare tanti altri. Secondo il Jobs Act, chi viola la legge può scegliere il prezzo (basso) per il proprio sopruso. E’ un costo aziendale che l’imprenditore può mettere in preventivo, perché può calcolare in anticipo quanto (poco) gli costerebbe.

 

Piccole imprese

La ricattabilità di una persona sul luogo di lavoro, resa universale dal contratto a “tutele crescenti” – e precarietà costante – del Jobs Act, esiste già prima del Jobs Act nelle imprese con meno di 16 dipendenti. Nelle piccole imprese, un licenziamento ingiusto viene “punito” con al massimo sei mesi di stipendio. Niente valutazione delle capacità economiche dell’impresa, niente valutazione dei carichi familiari della persona licenziata, niente di tutto questo. Il padrone si può liberare di una persona sgradita (magari è brava, ma fa troppi figli) e sa già cosa spende: al massimo 6 mensilità.

 

Contratti a termine

Attualmente non esiste nessun obbligo di motivare perché ti assumono con un contratto a termine fino a 12 mesi, anziché farti un contratto a tempo indeterminato.  Non c’entra il periodo di prova: quello esiste comunque, ed è il periodo nel quale il datore di lavoro può recedere liberamente. Ma non dura un anno. Trovi corretto che un’azienda ti possa lasciare a casa, o possa lasciare a casa tuo figlio, dopo un anno senza alcuna motivazione? Eppure avevi superato il periodo di prova.

Ti piace tutto questo?  Ti sembra adeguato per costruirci sopra un futuro per te o i tuoi figli, un impegno di vita basato sulla certezza di un impiego stabile? Prima di rispondere, vai in banca a chiedere un mutuo: poi torna e dammi la risposta. E comunque, sappi che è la disciplina attuale. Quindi, se vuoi abrogarla, vai a votare tre sì al referendum.

 

Chi critica i referendum sul pacchetto lavoro asserisce che dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentate le assunzioni a tempo indeterminato e diminuite le assunzioni a termine. Un sacco di gente ci vuol far credere che i numeri degli assunti e delle ore lavorate (oltre che quelli sulla misura degli stipendi) migliorino in proporzione alla libertà di licenziare le persone, anziché in relazione alla dinamica del sistema economico e alla produttività delle aziende. Diminuire le tutele per chi lavora (la famosa flessibilità, cioè precarietà) non serve a migliorare i numeri del mercato del lavoro: serve a rendere più ricattabili le persone. Serve ad assimilare il tuo lavoro a  pura merce, da rimpiazzare quando fa comodo al padrone. Hai un lavoro? Ringrazia, e stai zitto e buono. Non ammalarti troppo, non fare troppi figli, non criticare, non alzare la voce, non far valere i tuoi diritti: se lo fai rischi il posto. (E’ questo il “matrimonio” di cui discetta Marattin in tv paragonandolo al rapporto di lavoro: come se marito e moglie fossero sullo stesso piano, come se le dimissioni dell’uno equivalessero al licenziamento dell’altro).

Chi dichiara che i dati sul lavoro sono migliorati dopo il Jobs Act fa un’affermazione azzardata, offensiva e fuorviante. Azzardata, perché non esiste la prova che senza il Jobs Act i dati aggregati sul lavoro (sui quali peraltro ci sarebbe molto da discutere) sarebbero peggiori, a parità di contesto economico. Offensiva per gli stessi datori di lavoro, perché equivale a dire che le imprese assumono solo se possono licenziare liberamente, e illegittimamente, pagando un’oblazione di cui possono calcolare in anticipo il costo. Fuorviante, perché il tema non è il mercato del lavoro, ma che cosa si intende per “lavoro”. Per chi difende le scellerate leggi sul lavoro degli ultimi venticinque anni, le persone che lavorano sono variabili dipendenti non del “mercato”, ma delle scelte del padrone. L’azienda è mia e faccio quello che mi pare. (L’assioma vale per tutti, tranne che per i loro figli, of course. Per i loro figli ci sono le “relazioni”, gli “amici di famiglia”, oppure la successione nell’azienda di papà).

 

Appalti e subappalti, per chi muore sul lavoro il committente non rischia nulla: una vergogna da cancellare

L’obiettivo del quarto quesito è quello di cancellare un comma del decreto 81 del 2008, modificato con l’ultimo decreto Lavoro fino al testo attuale della legge 215 del 2021, che esclude la responsabilità anche del committente in caso di infortunio di un dipendente della ditta appaltatrice o subappaltatrice, quando l’infortunio è causato da “rischi specifici propri delle attività” delle imprese che stanno eseguendo i lavori. Spesso le imprese lucrano sul massimo ribasso del prezzo che strappano alle impresine cui subappaltano lavori vari (nell’edilizia, nei servizi), fregandosene poi se l’impresina risparmia sui presidi di sicurezza e chi ci rimette la vita o la salute è il lavoratore dell’impresina. Cazzi loro: attualmente l’impresa committente può cavarsela in questo modo. Molto comodo: metti il padroncino nelle condizioni di dover risparmiare su tutto per accaparrarsi l’appalto, poi se uno dei loro muore tu, committente, te ne puoi lavare le mani. E’ una delle regole più vergognose del mercato del lavoro, voluta dal governo Meloni. E’ talmente vergognosa che i critici del referendum agitano la muleta rossa sull’art.18 vecchio arnese comunista (peccato che il padre dello Statuto è Gino Giugni, uno degli ultimi socialisti che non tinsero di ludibrio il sostantivo), consigliando la spiaggia al corpo elettorale, ma di questo quesito non parlano mai. E’ una norma che scaturisce, come detto, dal decreto Lavoro del 2023. Una norma che fa talmente schifo che persino i più servili propagandisti del peggior mondo padronale non trovano argomenti per difenderla(tranne l’ineffabile Marattin che anche in questo caso sfida il pudore dicendo che si risolve tutto aumentando i controlli: su chi, se la legge esclude comunque la responsabilità del committente?).

 

La cittadinanza va data a chi è nato e vive in Italia: dieci anni sono troppi.

Secondo la legge in vigore, un adulto straniero, originario di un Paese che non fa parte dell’Unione Europea, deve risiedere legalmente dieci anni in Italia per poter chiedere la cittadinanza italiana.  L’obiettivo del referendum è ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza. Il termine dei dieci anni è tra i più lunghi in Europa. La riduzione a cinque anni del requisito di residenza può indirettamente semplificare anche il percorso per molti minori nati in Italia da genitori stranieri: oggi un minore nato in Italia da genitori non italiani non acquisisce automaticamente la cittadinanza, ma può richiederla al compimento dei diciotto anni se ha risieduto legalmente e ininterrottamente in Italia fino a quel momento. Dieci anni (che poi diventano tredici grazie alla nostra efficiente macchina burocratica) sono la fotografia di un paese che ha paura dei nuovi cittadini, senza capire che sta morendo, perché gli “indigeni di pelle bianca” sono sempre più vecchi. Un bambino nato in Italia, che fa le stesse scuole dei tuoi figli, mangia la pasta, parla italiano e il dialetto veneto, o romanesco, da quando è nato, non è italiano perché i suoi genitori sono stranieri. Gli esempi sono migliaia: basta frequentare le nostre scuole, i nostri quartieri, che sono già molto in anticipo sulla legge. Le nuove generazioni sono già meticce, per fortuna. Particolare non secondario: queste persone (tra cui circa un milione di minorenni) potrebbero essere i cittadini di domani, legittimati a votare.

 

I fascisti e molti sedicenti liberaldemocratici contano sul fatto che se metà dell’elettorato attivo più uno non va a votare, il risultato del referendum non vale. Come se sull’aborto e sul divorzio, chi non era d’accordo avesse fatto propaganda per non andare a votare. Invece andarono tutti a votare e vinse il no all’abrogazione della legge sul divorzio e sull’interruzione volontaria della gravidanza.  Stare a casa è un suggerimento da vigliacchi. Ora, dai fascisti la vigliaccheria uno se l’aspetta. Dagli altri, compresi alcuni parlamentari e cariche istituzionali, addirittura sindacalisti, arriva l’oscena pubblicità dell’indifferenza, del disimpegno. Vai al mare, ti dicono. Tu vai al seggio, e mandali dove si meritano di andare.

 

 

 

Presto di mattina /
Padre Silvio Turazzi, la gioia della missione

Presto di mattina. Padre Silvio Turazzi, la gioia della missione

Alba

Sorge con bianca siepe
intorno a noi il mattino,
come dall’albaspina
stretti in un campo solo Iddio ci vede:
e di pensier migranti
pieno è l’aere sereno;
ecco, col volto pieno
di care luci affetti, ed ecco affanni.
Ah! non più la notturna
tenebra ci separa,
non più nei cuor l’avara
solitudine vive, taciturna.
Noi come creature
di gioia ci cerchiamo,
noi che da Dio non siamo
fatti per esser solo anime oscure.
Quando in braccia fraterne
si calmano le nostre
angosce, quando forse
in avverse, forse d’un provvidente
Amor segno troviamo,
e quell’unico riso
che sempre aleggia in viso
a Dio, quel Dio che vive e in cui crediamo.
(Alba, Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1996, 83-84)

Fare memoria non è soltanto ricordare. Il ricordo stabilisce l’irreversibilità di un confine, dichiara il tramonto. Nella dulcis Iesu memoria si supera la morte, si apre un valico al di là del tramonto, i passi rivolti a quell’Alba che viene e in cui crediamo, comunione ancora, un abbraccio fraterno con chi ci ha preceduto nel segno della fede. E così, affiora oltre la siepe il destino, non di anime morte, quello invece di creature di gioia.

In Memoriam

Padre Silvio Turazzi nasce il 14 agosto 1938 a Stellata di Bondeno (Ferrara). Frequenta il Seminario. Dopo l’ordinazione presbiterale (30 maggio 1964) è stato per due anni Cappellano a Bondeno. Per p. Silvio sono anni importanti, quelli del primo “post-Concilio”.

Dopo due anni di noviziato a Nizza Monferrato, entra nell’Istituto dei Missionari Saveriani. In attesa della destinazione, lavora in Casa madre (Parma) e si dedica all’animazione missionaria e all’attività con Mani Tese. È un tempo di conoscenza e di coinvolgimento nel progetto di Mondialità. Anni in cui approfondisce la spiritualità dell’unità, fortemente segnati dallo spirito conciliare.

L’1 maggio 1969 l’incidente che segna il resto della sua vita: aveva 29 anni. Quindici giorni dopo avrebbe dovuto ricevere il Crocifisso e partire per il Giappone. Egli rimane per circa un anno a Ostia (RM) in un Istituto per la riabilitazione e la gestione della paraplegia. Qui si incontra e vive con tanti altri disabili, soprattutto infortunati sul lavoro; tempo preziosissimo per la sua maturazione e apertura.

Dall’autunno del 1969 al 1975 si stabilisce “missionario” presso l’Acquedotto Felice, condividendo la vita dei baraccati insieme a Paola Muggetti e Edda Colla.

Nel 1975 parte per lo Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo). Nell’aprile del 1994, al peggioramento della situazione all’interno dello Zaire, è testimone del genocidio rwandese che iniziò con l’abbattimento dell’aereo del presidente del Rwanda Habirimana. Una guerra che causerà la morte di milioni di persone, con altrettanti milioni di rifugiati che si riverseranno soprattutto sul vicino Zaire. P. Silvio, Paola e Edda si trovano coinvolti in questa immane tragedia nella città di Goma.

Resta vent’anni a Goma, fino al 1995, e per un’altra decina d’anni vi si reca di frequente. Nel 1998 ha un secondo incidente stradale. Sono gli anni della sua vita a Vicomero (PR). Con Edda, gli amici e con quanti bussano alla sua porta vive la missione come “Fraternità Missionaria”, sulle orme e nello spirito di fratel Charles de Foucauld, piccolo fratello e fratello universale.

Fonda Chiama l’Africa e sostiene la realtà di Muungano-Solidarietà offrendo accoglienza a studenti stranieri (se ne sono laureati 103!). Per le conseguenze del Covid muore il 26 maggio 2022, nel giorno della memoria liturgica di san Filippo Neri, che ho voluto ricordare nell’omelia della celebrazione eucaristica alla chiesa della Madonnina, che riporto qui di seguito.

Missionis gaudium

Missionis gaudium: la gioia della missione viene dall’annuncio del vangelo e, come ci ricordano gli Atti degli Apostoli, viene dal Signore che apre il cuore alla gioia del Vangelo. Come a quella donna di nome Lidia, che ha ricordato la prima lettura degli Atti degli Apostoli, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio. Allo stesso modo il Signore ha aperto il cuore anche a san Filippo Neri e poi a padre Silvio Turazzi di cui oggi ricorre il terzo anniversario della morte proprio nel giorno della memoria dell’apostolo di Roma.

“Pippo bono” come lo chiamavano a Firenze per il suo stile umile e pacifico, allegro e piacevole. Il poeta Johann Wolfgang von Goethe scrisse di lui nel suo Viaggio in Italia definendolo “pensosa giocondità”. Egli è pure ricordato come il “profeta della gioia” da papa Giovanni Paolo II.

Così oggi san Filippo Neri e p. Silvio Turazzi ci conducono a riscoprire la gioia della missione. Entrambi sono stati “lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, premurosi nell’ospitalità” (Rm 12, 12-13).

Vite parallele

Ho notato delle sintonie tra loro. Ambedue, a modo loro, sono stati missionari Urbi et orbi a Roma e nel mondo. San Filippo leggeva le lettere commoventi che venivano a Roma dalle Indie di san Francesco Saverio, missionario gesuita, con la notizia che molte persone aderivano gioiose al vangelo. Così egli si accendeva di gioia e di desiderio fino a voler partire anche lui per le Indie.

Pregò, meditò ed andò a consigliarsi con un santo monaco cistercense, Vincenzo Ghettini, all’Abbazia delle Tre Fontane in Roma. E quel monaco gli disse che “San Giovanni Battista gli aveva rivelato in sogno che per Filippo ‘le Indie erano Roma”! Così Filippo divenne missionario in Roma.

Anche p. Silvio da seminarista leggeva le lettere di san Francesco Saverio. Leggendo i testi di p. Silvio ho riscontrato, in corrispondenza con san Filippo, come loro filo conduttore proprio la grazia, lo stile della gioia come habitus, virtù: semplicità, amicizia, apertura fraterna a tutti e imprevedibile libertà.

Ha scritto: “L’amicizia che fa sentire l’altro fratello, porta, nel rispetto di ciascuno, a comunicare quanto è motivo di gioia. La speranza che suscita la forza e la luce del Vangelo è un evento di gioia destinato a tutta la famiglia di Dio”. Quello che Hans Hurs von Balthasar ha descritto di san Filippo Neri come una persona “al limite ed oltre il limite” coì pure p. Silvio che scriverà un testo dal titolo: “La gioia del limite. Il limite non è fallimento”.

Così come san Filippo, p. Silvio visse gioiosamente in mezzo ai poveri, ai piccoli, agli emarginati in ascolto delle beatitudini che sono il “magistero dei poveri”. E alle beatitudini vi ritornerà spessissimo nei suoi scritti come a culmine e fonte, unitamente a una nuova comprensione del “Padre nostro”.

Vissero entrambi, Filippo e Silvio, il cammino della missione come un sentire mistico, di unione, un cammino di santità nel senso molto profondo intuito da papa Paolo VI: «La santità è un dramma di amore» tra noi e il Cristo, cuore a cuore, dono di sé fino alla fine; è nel più profondo di questo dramma, che scaturisce il mistero pasquale, la vita più forte della morte.

La gioia è nascosta nel gemito

«I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?» (Sal 56,9) e questa la preghiera sacerdotale di p. Silvio: “Purificami Signore, fammi grazia di soffrire se occorre, perché Tu abiti in me e cresca la tua gioia, la gioia vera, sulla terra… Il sacerdozio che porto insieme al battesimo, sia motivo di gioia”.

La gioia: questo tratto come filo conduttore compare fin dai primi scritti in p. Silvio: “Si vive nella misura che si ama: il frutto è la gioia”. Tuttavia non una gioia a buon mercato, ma una gioia a caro, durissimo prezzo.

Basti leggere, con grande turbamento interiore, increduli, il diario di p. Silvio a Goma scritto dal 6 luglio al 14 agosto 1994, durante il genocidio rwandese. “Signore, solo il tuo silenzio crocifisso è risposta al mare di dolore di tanta gente”. Ritornato più volte a Goma nel 2014 scrive: “La pace c’è nel cuore della gente. Grazie Signore! È gioia”.

La gioia è nascosta nel gemito, come ci ricorda S. Agostino: “La nostra lode racchiude gioia, la nostra supplica racchiude gemito” (Commento Sal. 148, 1-2): sistole e diastole della preghiera del cuore. Così è anche per p. Silvio.

Perché la gioia è sempre latente nel respiro della missione; sta in silenzio davanti alla croce; scrive: “È forte il legame tra il calvario di Cristo e il calvario di tanta gente innocente, vittima di quanti cercano il potere”. Ma è pure manifestata nell’annuncio della risurrezione: “Sei vivo! Vivo nella corrente di vita dell’Eterno… nella gioia luminosa del cielo, nella trasparenza di un corpo luminoso. È la Risurrezione. La realtà che spezza l’oscurità, la fragilità della condizione umana”.

E ancora scrive “Gesù proclama un Dio che deve suscitare gioia: Dio è vicino all’uomo nel suo amore… il cuore di colui che ha incontrato Gesù, fa l’esperienza della vicinanza di Dio e in lui esplode la gioia (Zaccheo. Lc.19,1-10). È una grande gioia stare con Gesù davanti al Padre nostro, come Lui ci ha insegnato… La “missione”, in periferia, poi in Congo, da povero quale sono, è stata la gioia che il Signore ha messo nel mio cuore… La missione mi è apparsa come una luce di gioia da condividere. “Gesù è risorto, è vivo!” (Come filo d’erba).

Il gusto della gioia

Scrive p. Silvio presentando il suo progetto di vita e il suo cammino missionario: “La speranza che suscita la forza e la luce del Vangelo è un evento di gioia destinato a tutta la famiglia di Dio; Gesù ha rivelato nell’ombra del mistero il Padre della Vita e la nostra chiamata a partecipare come figli alla sua famiglia” (Progetto di vita).

La gioia e la certezza della sua Presenza. “Andate in tutto il mondo e annunziate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc. 16,15). La gioia e la certezza della sua Presenza. “Andate in tutto il mondo e annunziate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc. 16,15). Per questo la testimonianza ha senso, come tutte le cose vere; essa non è legata all’uditorio, è un canto di riconoscenza, è amicizia che porta a comunicare quanto è motivo di gioia” (Un cammino verso la missione).

«Chi vuol altro che Gesù Cristo, diceva san Filippo, ei non sa quel che si vuole». Sapere Gesù Cristo, ci hanno ricordato Filippo e Silvio, ha il sapore della speranza, il gusto vivo della gioia.

Dice Gesù nel Vangelo di Luca: «Un discepolo non è più grande del maestro; ma ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro» (6,40).

Sento vivamente la conformità di p. Silvio con Colui che lo ha inviato come un Vangelo alle genti e provo a esprimerlo attraverso il sentire di un poeta:

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

O fuggita e pianta e presente gioia
(Giuseppe Ungaretti, Vita d’uomo, 229; 765).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.