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La legge è uguale per tutti…i poveracci

La legge è uguale per tutti…i poveracci

Nel 2002 l’allora Ministro della Giustizia Roberto Castelli fece rimuovere dalle aule dei Tribunali la scritta “La Legge è uguale per tutti”, sostituendola con una molto meno impegnativa: “La giustizia è amministrata nel nome del popolo italiano”.

Il provvedimento aveva un merito indiscusso: l’assoluta chiarezza. E’ evidente che questa storia per cui tutti debbano essere uguali davanti alla Legge non sia gradita alla politica (non soltanto di centrodestra), quindi la rimozione di una scritta così fastidiosa andava letta come un’inequivocabile dichiarazione d’intenti. Perfetta, in questo senso, la frase scelta per sostituirla: altisonante, ma sostanzialmente priva di significato concreto.

La storia insegna che da sempre il potente non vuole essere giudicato. Uno degli elementi distintivi del potere è proprio l’impunità, il sentirsi superiore agli altri. Nei secoli questa tendenza ha raggiunto vette paradossali. Il culmine fu forse la vendita delle indulgenze, fenomeno che caratterizzò la Chiesa cattolica nel XVI secolo. All’epoca la giustizia terrena non era sicuramente un problema per i potenti, ma a loro questo non bastava, quindi gli fu consentito di comprare l’impunità anche nell’aldilà. Esisteva un vero e proprio tariffario, che copriva ogni tipo di peccato: persino l’omicidio, se il “penitente” era disposto a pagare abbastanza, poteva essere cancellato.

Nel mondo moderno l’idea di giustizia differenziata a seconda del peso specifico della persona da giudicare è ufficialmente rifiutata dalla grande maggioranza degli Stati, ma in realtà fa parte del nostro vissuto quotidiano: c’è qualcuno che si sorprende nello scoprire che chi ha la possibilità di pagare i migliori avvocati riesce a farla franca, mentre in galera ci finiscono quasi sempre persone provenienti dai ceti più fragili e poveri?

Ma questo non può bastare a chi pretende di istituzionalizzare le differenze: bisogna fare di più. E da qualche anno, con innegabile coerenza, chi fa le leggi ha come obiettivo fin troppo palese quello di mettere in condizione sé stesso, e i suoi danti causa, di aggirarle. Ne abbiamo viste tante: termini di prescrizione sempre più stringenti, limitazioni alle indagini su specifici reati, avvisi preventivi alle persone da arrestare, ecc…

Dobbiamo riconoscere che stanno lavorando bene, e possiamo dirlo prendendo spunto da alcuni casi di cui si è parlato nelle scorse settimane. Quello di Chiara Ferragni, ad esempio. Gli organi di stampa hanno raccontato che era stata assolta, ma questo non è vero. In realtà non c’è stata assoluzione, perché non c’è stato processo. La Ferragni era accusata di truffa aggravata per aver lasciato credere che acquistando a prezzo maggiorato un pandoro da lei sponsorizzato si potesse destinare in beneficenza parte del ricavato, quando in realtà la somma da devolvere era stata stabilita all’inizio e non aveva alcun legame con le vendite. I suoi bravi (e costosi) avvocati sono riusciti a far derubricare l’accusa da truffa aggravata a truffa semplice. E qui, soprattutto, è stato fatto valere il potere dei soldi. La truffa semplice, a differenza di quella aggravata, può essere perseguita solo se c’è una querela. Che in effetti c’era, perché era stato il Codacons ad inoltrarla, ma è stata ritirata dopo il versamento di una somma significativa (200mila euro) a titolo di risarcimento. E così, nonostante l’innegabile inganno, la Ferragni ne è uscita pulita, arrivando a dichiarare “Avevo fiducia nella giustizia”. Nella giustizia di chi può pagare.

E’ sicuramente dalla parte dei ricchi il concetto di “Giustizia riparativa”, introdotto dalla Ministra Marta Cartabia nel 2022. In estrema sintesi il concetto è questo: chi ha commesso un reato, ma si offre di risarcire le vittime, può evitare di subire condanne penali. La logica è esattamente la stessa della vendita delle indulgenze: puoi pagare? Sei perdonato. Non puoi pagare? Vai all’inferno (o in galera). E’ un istituto nato apparentemente per decongestionare i tribunali, ma che può avere conseguenze aberranti: basti pensare che persino Alessandro Impagnatiello, colpevole di uno dei più efferati femminicidi, si era offerto di risarcire la famiglia della vittima per uscire di prigione. E per fortuna la sua richiesta è stata ritenuta non accoglibile. Chi invece non si è sentito dire di no è Leonardo Apache Larussa, accusato di revenge porn, che ha evitato il processo offrendo alla vittima un risarcimento di 25mila euro. Il paradosso della vicenda è che la Giudice abbia ritenuto congrua l’offerta, nonostante il rifiuto della vittima. Morale della favola: il colpevole se la cava con una somma tutto sommato irrisoria in realazione alle risorse della sua famiglia, la vittima viene umiliata per la seconda volta, e tutto questo avviene “Nel nome del popolo italiano”.

E veniamo alla recente riforma della giustizia, voluta dal Ministro Carlo Nordio. Possiamo affermare che si tratti di un deciso passo in avanti verso una separazione delle carriere, non solo dei giudici ma anche e soprattutto degli imputati, creando le condizioni per cui alcune persone finiscano per essere più uguali di altre?

Il tema è molto tecnico e le opinioni sono controverse. Per questo, visto che sull’argomento saremo chiamati ad esprimerci, può essere una buona idea risalire alla fonte. E chi, meglio di Nordio, può spiegare le finalità della riforma Nordio? E lui lo ha fatto in modo inequivocabile. In un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: “Schlein non capisce che questa riforma gioverebbe anche a loro, se andassero al governo”. Tutto chiaro, no? La riforma serve a questo: ad impedire ai giudici di indagare sui ministri. Ma sempre nel nome del popolo italiano.

Per dirla con Trilussa: “per quer popolo cojone

Photo cover: François Marius Granet, Una contadina compra un’indulgenza (1825) tratta da wikimedia.org

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Luca Copersini

Bancario da oltre 30 anni, ha cominciato subito ad interessarsi di sindacato. Il motivo? Tante cose nel mondo del lavoro non gli piacevano, e voleva provare a cambiarle. Il tempo è passato e le cose che non gli piacciono sono aumentate, ma la voglia di combatterle è rimasta invariata. Il suo modello di riferimento? Wile E. Coyote

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