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Il mio collega drone è un dipendente perfetto

Il mio collega è un drone di fabbricazione turca

di Massimo Argenziano

Diciamolo, il drone è un collega ideale. E un dipendente perfetto: non chiede aumenti, non ha figli da mantenere, non si lamenta per l’aria condizionata rotta, non prende pause, se non per l’alimentazione. Ed è sempre puntuale, non discute e agisce con precisione.

È il dipendente perfetto per un Paese che investe più in armi che in stipendi. Basta abituarsi al ronzio, che poi anche tanti colleghi umani mica sono poco rumorosi, e, soprattutto, bisogna avere l’accortezza di non farlo arrabbiare, MAI.

Immagine KDM Fabrication

Siamo davanti all’ennesimo capolavoro di strategia economica nazionale: mentre le scuole cadono a pezzi, le Università hanno fondi insufficienti, gli ospedali arrancano e perdono posti letto e i contratti pubblici attendono anni per il rinnovo, il Governo trova il tempo – e soprattutto i soldi – per aumentare le spese militari fino al 5% del PIL.

D’altronde, ci sono priorità strategiche e necessità evidenti (pare che a Lisbona i più realisti stiano andando a lezione di russo).

Secondo le stime, serviranno almeno 150 miliardi di euro entro il 2035 per rispettare gli impegni NATO. Il nostro contributo, state certi, è già una cambiale in bianco: è già successo dopo il 2008 con stipendi congelati e contratti rimandati e, si sa, le tradizioni vanno rispettate.

Il Governo è sereno: tanto si aumenta un pochino per volta, e noi, come per la rana di Chomsky nel pentolone scaldato poco alla volta sempre di più, non ci accorgeremo di nulla (se non quando sarà troppo tardi).

Poi, immancabile, è arrivata la comunicazione in stile prodiano: c’è un tesoretto! Probabilmente il dissesto idrogeologico ha portato alla luce qualche pentolone pieno di monete d’oro in fondo all’arcobaleno. Sono prodigi straordinari che ci lasciano con l’espressione di stupore e meraviglia di un bambino (coerentemente a come siamo considerati). Bisognerà abbandonare il piacere dei racconti fantastici se vorremo emanciparci.

Come ha detto Zagrebelsky, “la Costituzione ripudia la guerra”. Ma forse qualcuno ha deciso di ripudiare anche la Costituzione, insieme all’istruzione, alla scuola, all’università pubblica, alla sanità, alla dignità del lavoro e al senno. Si salva la ricerca, soltanto quella che non salva…

Quanti missili valgono l’insegnamento? Quanti caccia per curare un paziente? Quanti sottomarini per i contratti pubblici? Quanta finta meritocrazia dovranno inventarsi per dare aumenti solo all’eccellenza, agli iper-performativi, supereroi modello Marvel, per convincerci che chi vale sale.

Intanto, a salire in alto, agilmente, è il mio collega drone…

In copertina e nel testo: immagini di KDM Fabrication

Le voci da dentro /
Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre
L’Ordine dei giornalisti interviene

Grazie alla gentile concessione del direttore Marco Girardo ripubblichiamo anche su questa rubrica l’articolo di Ilaria Beretta, “Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre. L’Ordine dei giornalisti interviene”, apparso il giorno 11 luglio 2025 sul quotidiano L’Avvenire. Parla di redazioni di giornali in carcere che, fra mille difficoltà, provano ad informare e a creare un ponte fra il dentro e il fuori.

Informa sul fatto che, pochi giorni fa, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha approvato un ordine del giorno importante, proposto da Stefano Pallotta e da Daniela de Robert e che ha per tema la libertà di informazione in carcere. Questo odg recepisce diverse segnalazioni di episodi preoccupanti che si sono verificati in alcuni istituti penitenziari.
(Mauro Presini)

Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre. L’Ordine dei giornalisti interviene

di Ilaria Beretta

Le redazioni dei periodici dei detenuti denunciano divieti di firma, blocchi preventivi e sospensioni sospette. L’Odg: “Sia garantita la libertà di espressione di tutti”. “Ci stanno chiudendo anche la bocca”. È questo l’allarme che arriva da diverse redazioni giornalistiche.

Non dagli uffici con sede e insegna ben visibile in città, come potrebbe essere questa da cui scriviamo, bensì da quelli che si trovano oltre le sbarre in decine di penitenziari italiani. Il giornalismo in carcere ha una lunga storia, cominciata all’inizio degli anni Cinquanta, sia per dare voce ai detenuti sia per informare chi sta fuori della quotidianità in cella spesso ignorata dai grandi media.

Oggi, però, sui giornali dal carcere cala un’ombra nera. Almeno a detta dei detenuti stessi, dei volontari che vi lavorano e del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che nella seduta di mercoledì ha approvato un apposito ordine del giorno che suona come un allarme.

Il carcere in Italia – recita l’Ordine – rischia di allontanarsi dai principi costituzionali e dalla legislazione. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere di recente ha denunciato diversi episodi di ostacoli che sono stati frapposti all’attività dei laboratori di scrittura nelle carceri finalizzata alla pubblicazione di periodici realizzati dalle persone private della libertà”.

Nel concreto i casi segnalati arrivano dalla casa di reclusione di Rebibbia, a Roma, dove si pubblica il giornale Non tutti sanno. Da un giorno all’altro la direzione del penitenziario ha obbligato i redattori detenuti a fare richiesta di un’autorizzazione per potere firmare gli articoli con nome e cognome e solo recentemente il diritto alla firma, completa ed estesa, è stato riconosciuto.

A Lodi la direzione della casa circondariale pretende una lettura preventiva dei testi elaborati dalla redazione di Altre storie – che vengono poi pubblicati dal quotidiano della città Il Cittadino – e di entrare nel merito della scelta degli argomenti da trattare, vietando temi come l’immigrazione o il diritto alla sessualità in carcere.

Nella casa circondariale di Ivrea il giornale La Fenice, edito dall’Associazione Rosse Torri, è stato sospeso per mesi e a giugno chiuso definitivamente per volontà della direzione che ha annullato il progetto, controllato e bloccato i computer e sospeso l’autorizzazione all’ingresso in carcere ai volontari che gestivano il laboratorio.

La motivazione? Secondo quanto trapela, generiche critiche ai volontari che collaborano con i detenuti alla gestione del giornale che, però, recentemente aveva scritto di celle fatiscenti, sovraffollamento, mancanza di acqua calda, griglie alle finestre e muffe alle pareti. Più o meno lo stesso è accaduto a Trento dove si pubblica il giornale Non solo dentro: il direttore responsabile, volontario da oltre dieci anni, è stato messo alla porta dopo l’uscita di pezzi che evidenziavano criticità della realtà penitenziaria locale.

Non solo. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere guidato da Ornella Favero, referente del più storico giornale dal carcere Ristretti Orizzonti, ha denunciato in una lettera aperta le lungaggini che le redazioni dei penitenziari devono affrontare per ottenere permessi di ingresso per materiali giornalistici o intervistati significativi.

Inoltre – secondo il Coordinamento – si è diffusa la tendenza di impedire l’uso di registratori, macchine fotografiche e Internet, persino se in presenza di operatori volontari e nonostante una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del 2015 preveda espressamente la possibilità e il valore dell’uso degli strumenti informatici da parte dei ristretti.

Divieti di firmare gli articoli, censure preventive, lentezze e ostacoli tecnici, espulsioni di volontarie, sospensioni giustificate come “questioni burocratiche” sembrano essere i metodi più comuni per sopire o proprio spegnere progetti nati per dare voce ai detenuti e spazio a storie scomode che si preferirebbe non far uscire.

Per l’Ordine dei giornalisti si tratta di una lesione dei diritti delle persone private della libertà che, oltre all’articolo 21 della Costituzione che stabilisce per tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero, sono tutelati anche dall’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario che prevede la libertà di informazione e di espressione dei ristretti “anche usando gli strumenti di comunicazione disponibili e previsti dal regolamento”.

Perciò il Consiglio promette di vigilare sulla questione e chiede al ministro della Giustizia e al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di “adottare gli opportuni interventi per garantire il pieno diritto alla libera informazione delle persone detenute che partecipano alle attività delle redazioni, coscienti anche della finalità rieducativa che le stesse svolgono in una prospettiva costituzionalmente orientata della pena”.

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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La NATO vuole il 5%, ma già oggi l’Europa spende in armamenti 3 volte più della Russia

Già oggi la NATO nel suo insieme spende dieci volte più della Russia in ambito militare. E se si guarda alla sola Europa — somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito — la spesa militare europea è tre volte superiore a quella russa. Con il 5% supererebbe le sei volte.

Le spese mondiali nel mondo

Il vertice NATO dell’Aja si candida a essere uno spartiacque inquietante: l’obiettivo è quello di raddoppiare la spesa militare degli Stati membri, portandola al 5% del PIL. Un salto gigantesco rispetto all’attuale obiettivo del 2%, già ampiamente contestato da molti settori della società civile pacifista e nonviolenta.

Ma qual è il contesto reale? La NATO nel suo insieme spende dieci volte più della Russia in ambito militare. E se si guarda alla sola Europa — somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito — il confronto è comunque nettamente sbilanciato: la spesa militare europea è tre volte superiore a quella russa.

Se davvero si attuasse l’aumento al 5%, il rapporto salirebbe a sei volte: un’enorme sproporzione, difficile da giustificare anche con la più spregiudicata retorica securitaria. La domanda scomoda che dovremmo porci è: perché si alimenta la percezione di una minaccia esistenziale, quando i dati mostrano già oggi un netto vantaggio militare europeo?

La risposta è dolorosa ma necessaria: per sostenere un progetto così ambizioso (e devastante per le finanze pubbliche) è essenziale instillare paura, alimentare l’idea che l’Europa sia sul punto di essere aggredita.La spesa di Europa, più Gran Bretagna e Canada comparata con quella USA all'interno della Nato

In questo scenario, la verità diviene un ostacolo alla manovra di cambio della percezione pubblica che può poggiarsi solo su una cosa: la disinformazione. Quella disinformazione rimproverata alla Russia diviene ora l’arma fondamentale della Nato per poter convincere un’opinione pubblica tutt’altro che convinta.

L’operazione di disinformazione deve avvenire attraverso l’omissione dell’informazione chiave: il divario schiacciante della spesa militare della Nato che da sola supera la metà della spesa militare mondiale.

L’enorme divario già esistente tra le spese militari europee e quelle russe non deve arrivare all’opinione pubblica, perché l’illusione dell’insicurezza è l’unico collante narrativo di questa corsa al riarmo.

Nel frattempo, l’industria bellica ringrazia. Il business delle armi è il grande vincitore di questo scenario, tra contratti miliardari, lobbisti scatenati e ministri pronti a firmare forniture su forniture. E i cittadini? Pagano il prezzo. Non solo con le tasse, ma con ospedali con code di attesa insostenibili, scuole in difficoltà e servizi pubblici che arretrano. Non ci sono soldi per gli anziani, ma ci sono sempre più fondi per carri armati e jet da combattimento.

 

Intanto il cambiamento climatico avanza e le ondate di calore quest’anno uccideranno diciottomila persone solo in Italia.

Iniziative per la pace

Il modello di sicurezza che ci viene proposto è solo militare e tutto ciò rischia di sfuggire alla consapevolezza sociale e politica.
Come movimento per la pace, non possiamo tacere. Inceppare il meccanismo di questa escalation nella spesa militare è un dovere morale. Dobbiamo smascherare le falsità, denunciare la distorsione delle priorità, e ricordare che la vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla salute pubblica, dall’istruzione, dalla cooperazione internazionale e dalla pace.

Cover: Capi-di-stato-e-di-governo-al-vertice-nato-del-24-e-25-giugno-2026-foto. Copyright Tiberio Barchielli – Flick.jpg

Cinquantasette sonetti scomparsi
Attilio Vecchiatto, Gianni Celati e i “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”

Cinquantasette sonetti scomparsi. Attilio Vecchiatto, Gianni Celati e i “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”

Nel famoso romanzo di Bulgakov, Il maestro e Margherita, una delle frasi più emblematiche è la seguente: «I manoscritti non bruciano». Questa frase è diventata un simbolo di resistenza contro la censura e la repressione.

E dunque vorrei iniziare questo pezzo con una frase simile, «I sonetti non smettono di suonare» per dire che quando un sonetto è ben fatto, seppure scomparso materialmente, si fa sentire lo stesso.

Se poi, come nel caso che sto per raccontare, i sonetti sono 57 e sono stati nascosti o dimenticati, per tanto tempo, in una locanda di Sandon dal Fosso, è chiaro che non potevano restare… inascoltati a lungo.

Nel novembre del1993 un vecchio attore veneto di nome Attilio Vecchiatto, ritornato da una lunga tournée, muore nella suddetta locanda terminando così la sua “rappresentazione” terrena. Era nato nel 1910 e dall’aspetto poteva somigliare a un Charles Marlow invecchiato, o a un Maqroll macilento o, meglio ancora, a un Corto Maltese senza più fiato.

Vecchiatto ha girato il mondo con la moglie Carlotta, ha conosciuto molte persone celebri: Bertolt Brecht, Laurence Olivier, Jeanne Moreau… Ha vissuto e messo in scena opere teatrali in America Latina, a New York, a Parigi. Giunto in Italia nel 1988, non ha mai avuto successo.

Si ricorda una sua unica celebre recita nel Teatro di Rio Saliceto, vicino a Reggio Emilia e si deve a Gianni Celati la “cronaca” di quell’ultimo spettacolo (Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto, Feltrinelli, 1996). Così come si deve, sempre a Gianni Celati, la ricostruzione del ritrovamento dei 57 sonetti di Vecchiatto nella vecchia locanda.

Nel suo libro Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna (Feltrinelli, 2010), Celati immagina Vecchiatto che, dopo tanto girovagare per il mondo, torna nel suo paese. La sua Italia che dovette abbandonare nell’epoca fascista  gli appare come un ricovero di impudenti, «marcio per mancanza di vergogna», un luogo dove l’opulenza seduce e «nasconde il niente», insomma una fogna abbindolata dai furbi. E scrive i suoi sonetti.

Fin dal primo sonetto spunta fuori il «Badalucco infame». Chi è questo personaggio?

Vecchiatto disse chiaramente che non si trattava di Berlusconi, come molti avevano pensato, ma dell’adulto italiano che conosciamo tutti: il furbone che vuol sempre passare davanti agli altri, guadagnare soldi imbrogliando la gente, senza pagare le tasse. Questi sonetti erano stati concepiti per smontare la religione del denaro che dominava ogni altro pensiero, e avevano un obiettivo: “defurbizzare l’Italia“.

Ancora oggi molti credono che Vecchiatto sia un parto della fantasia di Celati. Ma esistono molte persone che l’hanno conosciuto. Ad esempio, nel 1989 Federico Fellini lo voleva come attore nel film Le voci della luna, tratto da un romanzo di Ermanno Cavazzoni. Lo stesso Cavazzoni ne parlò a Celati raccontando che Fellini e Vecchiatto si intendevano molto  bene, ma un giorno Vecchiatto fuggì dal set e non si fece più vedere.

Nel libro di Celati inoltre sono riportate le testimonianze di Enrico De Vivo (ex professore di scuola media) che ha ospitato Attilio e Carlotta, nella sua casa di Angri (SA) fin dal momento in cui bussarono al portone del suo cortile per chiedere qualcosa da mangiare e lo ripagarono con un opuscolo dattiloscritto dal titolo: Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna.

In bella mostra di sé, l’esergo d’apertura dell’opuscolo riportava le seguenti parole di Giordano Bruno: Umbrarum fluctu terras mergente (Una ondata di ombre avvolge le terre…), che Vecchiatto aveva scelto per spiegare  l’idea del filosofo nolano di “…una oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare…”

Era questo il tema di due tra i suoi 57 sonetti , la prima e la seconda Lezione di tenebre.

I 57 sonetti scritti da Vecchiatto sono stati sempre conservati dalla moglie, la quale ricordava  l’esistenza di un grosso quaderno dove il marito continuava instancabilmente a riscrivere, trascrivere e limare questi sonetti perché non… smettessero mai di squillare.

Di quel quaderno si era persa ogni traccia fin quando Enrico De Vivo si mise a cercarlo e riuscì a ritrovarlo nella vecchia locanda di Sandon dal Fosso a una ventina di chilometri da Venezia , dove Vecchiatto si era spento silenziosamente nel novembre del 1993. L’oste della locanda aveva conservato quel quaderno in un cassetto e lo aveva messo da parte in attesa che qualcuno ne rivendicasse la proprietà.

Ecco la prima lezione e la seconda Lezione di tenebre tratte dal quaderno contenente i sonetti di Badalucco: se li sentite suonare ascoltate anche gli altri 55. Ne vale la pena.

Prima lezione di tenebre

Solo di tenebre posso dar lezione,
la chiarezza la lascio a chi è più matto;
non l’ebbi da mio padre in dotazione,
che assai poco mi lasciò di fatto.

Il padre affetto da un male al polmone,
cosa lasciò in eredità a Vecchiatto?
La pioggia che lo bagna e decompone,
il freddo che lo gela e rende sfatto,

le ceneri d’una vaga ambizione
di trovare chissà dove un riscatto
dalla mortale umana condizione,
mentre egli è nella greve gora attratto.

Ma gli lasciò poi anche la tendenza
a viver come tutti d’incoscienza.

Seconda lezione di tenebre

Di tenebre si tace e chi ne parla
è dal consorzio civile isolato,
perché ogni tizio un po’ civilizzato
deve sempre mostrar con la sua ciarla

che sa dov’è la luce. E trascinato
dai discorsi degli altri ( che poi a farla,
la luce, ci pensan poco) può darla
come un dato di fatto assicurato.

Dopo di che ogni furbo che straparla,
con nuovi lumi oscuri come il fato,
succhierà soldi al tizio costernato
dal timore del buio che lo tarla.

Vecchiatto non vuol certo aver ragione,
ma rende omaggio al nostro tenebrone.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Presto di mattina /
A quando una cattedra dei poveri

Poesia in cattedra

Vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, tale è la poesia
che è immortale e povera. La poesia
ritorna come l’aurora e il tramonto.
A volte nelle sere una faccia
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve essere come quello specchio
che ci rivela la nostra propria faccia.
(Arte poetica, in Jorge Luis Borges, Poesie 1923-1976, Milano 1980, 149).

Poesia in cattedra. È stato questo il desiderio di papa Francesco che, ringraziando p. Antonio Spadaro per la pubblicazione dei sui scritti sull’importanza della poesia, con un autografo scriveva: «Caro fratello, viva la poesia! Sono contento che tu abbia raccolto i testi che in questi anni ho scritto sull’importanza della poesia. Mi piacerebbe tanto che la poesia salisse in cattedra nelle nostre Università! Dobbiamo recuperare il gusto per la letteratura nella nostra vita, ma anche nella formazione, altrimenti siamo come un frutto secco. La poesia ci aiuta tutti a essere umani, e oggi ne abbiamo tanto bisogno» (Viva la poesia, Milano, Edizioni Ares, 2025).

Quella tra Jorge Luis Borges e papa Bergoglio è stata un’amicizia nata da un incontro del 1965, quando il futuro papa invitò lo scrittore a tenere alcune lezioni nel collegio in cui insegnava letteratura e scrittura creativa. Bergoglio poi curò anche un volume in cui erano inclusi talune sue opere ancora inedite assieme ai racconti degli alunni.

Non sorprende allora che nel 2024, Francesco indirizza due Lettere, una sulla formazione dei sacerdoti e una ai poeti, nelle quali esprime la sua visione della poesia e della letteratura. «Grazie per il vostro servizio», dice Francesco ai poeti, facendo comprendere come quello della poesia sia un vero e proprio “servizio” alla nostra umanità. Il poeta è porta dell’immaginazione, l’aiuta a superare gli angusti confini dell’io, e ad aprirsi alla realtà complessa e sfaccettata con la «genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti».

La poesia ci aiuta a «immaginare in modo nuovo la nostra vita, la nostra storia e il nostro futuro». E questo vale anche per la nostra esperienza di Dio. L’esperienza che facciamo di lui è «sempre “debordante”: tu non puoi prenderla, la senti e va oltre; è sempre debordante, l’esperienza di Dio, come una vasca dove cade l’acqua di continuo e, dopo un po’, si riempie e l’acqua straripa, deborda.» (https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-03/quo-052/servizio-all-umanita.html)

Debordante pure il mistero di Dio nei poveri, che è stato al centro del suo magistero petrino. Essi «oggi e sempre sono i destinatari privilegiati del Vangelo… Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli… Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società, la loro inclusione sociale…

Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro “la sua prima misericordia”. Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere “gli stessi sentimenti di Gesù” (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto un’opzione per i poveri intesa come una “forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa” (Evangelii Gaudium nn. 48; 186 198)».

Papa Francesco ha voluto così con il suo magistero avviare processi che aprissero le coscienze e l’agire pastorale delle comunità tenute a porsi in ascolto del magistero dei poveri: i poveri ci fanno cristiani.

A quando una cattedra dei poveri?

Jorge Luis Borges si mise in ascolto dei poveri quando nel 1930 scrisse la biografia del poeta criollo Evaristo Carriego (1883-1912) figura popolare dei sobborghi di Buenos Aires, di cui faceva parte il quartiere Palermo all’inizio del secolo: «Credo che egli sia stato il primo spettatore dei nostri quartieri poveri e che, per la storia della nostra poesia, sia questo l’importante. Il primo, cioè lo scopritore, l’inventore» (Evaristo Carriego, in Tutte le Opere, I Meridiani, Mondadori, 2005, 241).

Una cattedra, quella dei poveri, che chiama all’ascolto perché secondo Borges essere poveri comporta «un più immediato possesso della realtà».

Egli scrive: «Ma a ben guardare, è facile notare che i quartieri più poveri sono di solito i più spenti e che vi fiorisce una spaurita dignità. Carriego credeva di avere un debito verso il suo rione povero: debito che lo spirito codardo del tempo traduceva in rancore, ma che lui avvertiva come una forza.

Essere poveri implica un più immediato possesso della realtà, uno scontrarsi con il primo gusto aspro delle cose: modo di conoscere che sembra mancare ai ricchi, come se ogni cosa giungesse loro filtrata. Tanto indebitato verso il suo ambiente si credeva Evaristo Carriego, che in due momenti distinti della sua opera si scusa di scrivere dei versi ad una donna, come se la considerazione della povertà amara dei suoi vicini fosse l’unico impiego lecito del suo destino… Carriego, uomo che della sua vita fece una continua conversazione e un interminabile camminare» (J. L. Borges, Evaristo Carriego, in Tutte le Opere, Mondadori, 2005, 197-203-204).

Alla scuola dei poveri, un atto di coraggio

La cattedra dei poveri è il titolo di un libro scritto da Umberto Vivarelli (1919-1994) frutto di un’esperienza, vissuta nel contatto quotidiano con la povera gente. Lo legava una amicizia profonda a don Primo Mazzolari del quale fu erede spirituale oltre che collaboratore della rivista Adesso, fondata da don Primo nel 1949: «Adesso, non domani… rimandare a domani è neghittosità e vigliaccheria. Adesso è un atto di coraggio».

Il Regno di Dio è fatto di tre cose “immense e piccole” ad un tempo: “il Vangelo, la Chiesa e i Poveri”. Queste tre realtà che costituiscono il mistero del Regno presente nella storia, furono ricordate da p. Umberto Vivarelli in un’omelia su don Primo nel 1959 e riportate sul quindicinale Adesso XI, 9 (1959), 6.

Umberto Vivarelli seguì per vent’anni don Primo e negli anni’50 fu parroco anche nelle nostre terre, in una povera e abbandonata parrocchia della diocesi di Comacchio, a Corte Cascina. A Milano poi negli anni ’70 partecipò con entusiasmo all’associazione Mani Tese e condivise negli ultimi trent’anni con p. Turoldo un lungo periodo di vita comunitaria a Sotto il Monte.

Egli scrisse che se don Primo avesse potuto fare ai suoi parrocchiani l’ultima confidenza del suo cuore sacerdotale e della sua paternità, probabilmente avrebbe ricordato queste tre cose: il Vangelo, la sua gloria; la chiesa, il suo dramma; i poveri, la sua grandezza.

«Ho vissuto a lungo in mezzo alla povera gente: operai, contadini, braccianti, emarginati. È stata una vera grazia. Tanto mi hanno insegnato, assai più di qualsiasi scuola. Se qualcosa ho potuto dare loro non fu che una «sapienza», non certo cultura, che andavo insieme scoprendo e leggendo, dentro la loro vita, la vita del Povero»» (La cattedra dei poveri, CENS srl – Coop. Edizioni Nuova Stampa, Milano 1984, 49).

La cattedra dei poveri

Questa cattedra è itinerante; un luogo non luogo perché è ovunque attorno a noi, quando la si considera all’interno di una dinamica più ampia di relazioni, interrogazioni, e comunicazioni in cui l’altro viene prima di noi, ma è per noi come un messaggero; uno straniero portatore di un senso nascosto, che, se accolto, è capace di riorientare il nostro sguardo sul mondo, sul valore dell’umano e di trasformare la nostra vita aprendola a ciò che le manda. Gli rivela la sua claudicanza.

«Il Popolo di Dio, soprattutto il popolo dei poveri che sono la carne ultima e crocifissa di Cristo nella storia, che posto occupa, che ruolo svolge, quale parola esprime nelle nostre chiese e nelle nostre assemblee? Può concretamente farsi conoscere, può “dirsi” per quanto è, sente, vive, soffre, pensa, spera, vuole? I poveri dovrebbero avere piena cittadinanza almeno al pari di altri – scribi, dottori, presbiteri – se ancora non siamo riusciti a dare loro il primo posto poiché, per diritto evangelico, la gerarchia mondana è capovolta e “gli ultimi sono i primi”.

Non dovremmo meravigliarci e tanto meno scandalizzarci se i poveri, dopo secoli di mutismo imposto e avvilente, non rispettano le regole del gioco quando sono ammessi alla parola. La loro fatica a parlare in fondo è ancora più rispettabile della nostra fatica a farli parlare.

Anzi il compito più urgente e difficile per coloro che da troppo tempo “siedono sulla cattedra” è quello di saper ascoltare i poveri. Dico di più: andare a scuola della loro sofferenza ed esperienza, della loro lotta e delle loro sconfitte, quel carico di umanità e sapienza che è appunto la cultura che ci manca, e sulla quale si potrà costruire la nuova cultura» (La cattedra dei poveri, CENS srl – Coop. Edizioni Nuova Stampa, Milano 1984, 68-69).

Nei poveri, il segreto della speranza

Don Vivarelli ricorderà pure che il manifesto dei poveri sono le beatitudini del Regno. «Benedetti coloro che rifiutano l’idolo del denaro e dello star bene per saper combattere la schiavitù della miseria: essi preparano un futuro di vita e non di morte.

Benedetti coloro che non affidano la pace alla forza militare, né l’onestà al potere della legge, né la giustizia alla rivolta della violenza: preparano una terra non divisa da confini né frantumata da razze e ideologie ma radunata nell’unica fraternità umana…

Benedetti da tutte le generazioni future questi pazzi che non si stancheranno di voler vivere questa follia: saranno gli unici sapienti che rovesceranno i troni dei potenti e glorificheranno gli umiliati e gli offesi… La speranza non è aspettare ma anticipare. I poveri sono coloro che hanno vinto e continuamente vincono la idolatria delle cose; della libertà, del potere. Dentro, come dice Bernanos, essi portano “il segreto della speranza”. Il futuro è veramente Dio che viene attraverso la nostra povertà» (ivi, 78-79; 74).

Al centro della vita pastorale della chiesa i poveri

L’occasione per ridestare questa coscienza potrebbe essere il Convegno che si terrà nella nostra Chiesa diocesana di Ferrara-Comacchio a conclusione del Giubileo della speranza, in corrispondenza della X Giornata mondiale dei poveri, domenica 16 novembre 2025 e che avrà per tema: Sei tu, mio Signore, la mia speranza (Sal 71,5).

Sorprendenti sono stati per me alcuni passaggi del messaggio di papa Leone XIV, che mi sembrano un passo in avanti circa la riflessione sull’importanza dei poveri nella vita pastorale di una chiesa e delle comunità cristiane.

Nel messaggio si sottolinea che i segni di speranza sempre più diventano oggi «le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole». Si ricorda poi che i poveri «non sono un diversivo per la Chiesa, bensì i fratelli e le sorelle più amati, perché ognuno di loro, con la sua esistenza e anche con le parole e la sapienza di cui è portatore, provoca a toccare con mano la verità del Vangelo.

La Giornata mondiale dei poveri intende ricordare alle nostre comunità che i poveri sono al centro dell’intera opera pastorale. Non solo del suo aspetto caritativo, ma ugualmente di ciò che la Chiesa celebra e annuncia. Dio ha assunto la loro povertà per renderci ricchi attraverso le loro voci, le loro storie, i loro volti. Tutte le forme di povertà, nessuna esclusa, sono una chiamata a vivere con concretezza il Vangelo e a offrire segni efficaci di speranza… I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo».

In tale prospettiva i consigli pastorali delle nostre comunità non dovranno forse interrogarsi se i poveri sono al centro delle loro riflessioni, interessi motivandone poi le scelte dell’agire?

Non si dovrà poi riportare questo interrogativo al convegno di novembre per fare discernimento comunitario con la città onde verificare risorse e fragilità, attenzioni e indifferenze circa la presenza dei poveri tra noi?

Quanto mai significativo in tal senso è stato pure il fatto che papa Leone XIV, nell’incontro con i sacerdoti di Roma, (12 giugno 2025) abbia indicato come figure rappresentative della carità pastorale e dello spirito profetico del ministero sacerdotale figure di preti come don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, e don Luigi di Liegro, il fondatore della Caritas italiana nel 1971 e uno degli ispiratori del convegno sui Mali di Roma del 1974.

Il Convegno “Carità e Giustizia nella diocesi di Roma”

Nell’ottobre dell’anno scorso si è ricordato nella diocesi di Roma il 50° anniversario del Convegno Carità e Giustizia nella diocesi di Roma, (1974-2024).

In quegli anni (1971-1975) p. Silvio Turazzi, missionario ferrarese nella RdCongo, viveva, dopo l’incidente che lo aveva costretto in carrozzina, tra i baraccati di Roma all’Acquedotto Felice e a Nuova Ostia. Egli ci ha lasciato un resoconto della situazione e delle lotte per la casa di quel periodo: un ciclostilato di 147 pagine che ora è pubblicato nel Quaderno 55 del Cedoc Sfr.

Erano pure giunte dall’India tra i baraccati le suore di Madre Teresa di Calcutta e altri sacerdoti tra cui don Roberto Sardelli (1935-2019). Il Convegno del 1974 fu preceduto da una Lettera ai cristiani di Roma, scritto da don Roberto con le famiglie nello stile comunitario di don Milani e come don Lorenzo egli fondò la sua Scuola 725, il numero della baracca dell’Acquedotto Felice. Seguirono altre lettere, al Sindaco che fece molto scalpore e una Lettera al vescovo di Roma.

Di nuovo in ascolto, per renderci presenti

Papa Francesco presente alla chiusura del Convegno per il 50° in San Giovanni in Laterano (25 ottobre 2024) disse: «Allora la Chiesa [di Roma] si mise in ascolto delle tante sofferenze che la segnavano, invitando tutti a riflettere sulle responsabilità dei cristiani di fronte ai mali della chiesa, della città, entrando in dialogo con essa e scuotendo la coscienza civile, politica e cristiana di tanti…

Siamo ancora una volta davanti a una triste realtà: anche oggi e ancora oggi sono tante le disuguaglianze e le povertà che colpiscono molti abitanti della città. Non può essere solo dato statistico: sono persone, sono volti di nostri fratelli sorelle, sono storie che ci interpellano: cosa possiamo fare noi?

Ci vuole una rete sociale solidale nella città, per ricucire gli strappi. La chiesa è chiamata ad assumere uno stile che mette al centro coloro che sono segnati dalle diverse povertà: poveri di cibo, poveri di speranza, affamati di giustizia, assetati del futuro, bisognosi di legami veri. Rendiamoci presenti verso i poveri e diventiamo segno della tenerezza di Dio».

Il magistero dei poveri ci ridà al vivo Cristo

Don Roberto Sardelli durante la sua formazione incontrò don Lorenzo Milani e in un soggiorno in Francia approfondì la conoscenza dei preti operai. Nel 1968 fu assegnato alla parrocchia di S. Policarpo accanto alla borgata dell’Acquedotto Felice. Qui scoprì il magistero della chiesa dei poveri.

Così scriveva di questa esperienza: «Questa è la chiesa del silenzio esistente a Roma e alla quale non diamo credito di magistero. Non interpellata, non ascoltata. Ma capace di ridarci il senso della potenza del Signore che si afferma attraverso la debolezza della creatura (1 Cor. 1,20-31)…

Ma quando mi spogliai di ogni privilegio e mi feci povero tra i poveri, ricevetti da questi il più grande servizio che potessi aspettarmi: ascoltai e mi fecero conoscere il giudizio che essi davano su me e sulla chiesa. Mi misero nudo e fui costretto a confidare in Dio là ove credevo di poter fare da me. Questo è il più alto atto del loro magistero. Guai se lo evitassimo per paura» (Lettera ai cristiani di Roma).

Profeta è il povero, è l’uomo che grida amando

A conclusione del documento ciclostilato di p. Silvio Turazzi sta un testo poetico ricapitolativo della sua esperienza vissuta insieme alla gente che abitava nella periferia di Roma: «Ha un valore particolare. È un momento del cammino di un popolo che vuole vivere: è la voce dei poveri che indica una via da seguire».

Una consegna, un impegno anche per noi oggi.

Il popolo continua il suo cammino.
Ascoltare la sua voce, le sue aspirazioni
è sapienza.
Nel cittadino, il figlio di Dio,
è la radice della democrazia.
La fiducia nasce dalla vita stessa.
Il mondo, l’umanità è un cantiere;
l’attrito, il contrasto c’è;
superarlo è possibile: nella fedeltà alla vita.
L’istituzione è un modo di organizzarsi
ha bisogno continuamente
di essere aggiornata
secondo la dinamica dell’uomo.

Fiducia nell’uomo;
Volere la sua pienezza,
volerlo signore della città;
perché il suo cuore
è legato alla vita;
di questo abbiamo bisogno.

Il popolo parla
attraverso la vita:
nel gemito,
nella piazza,
nella lotta.

Il popolo vuole vivere.
Il profeta,
è popolo che ama,
che stimola
a camminare
verso la luce;
è una parola della Vita.

Profeta è il povero
è l’uomo che grida amando;
è la voce della terra;
sono i movimenti
che creano lo Spazio
alla Vita.

Vi sono figli di Dio,
che, nell’ascolto della Vita,
colgono la parola,
la Volontà del Padre.
Non lo conoscono,
lo ‘sentono’
nel sangue.
Essi lottano oggi,
nella Speranza
che prepara il Domani.

La città è spazio della Vita.
Amare la città, il quartiere,
è un modo
di accogliere e di entrare
nella famiglia di Dio.

Una parte
Del popolo di Dio,
i cristiani,
portano nella miseria e nel limite
un Segno
della Sua presenza,

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Piantedosi non gradito in Libia:
Africa settentrionale, l’ennesima polveriera

Piantedosi non gradito in Libia: Africa settentrionale, l’ennesima polveriera

Il ministro italiano degli Interni Piantedosi assieme al suo omologo di Malta e Grecia e al commissario europeo per i migranti sono stati espulsi dalla Cirenaica (Libia) di Haftar come “persone non gradite”. Pare che il motivo sia stato non farsi fotografare insieme al primo ministro della Cirenaica onde evitare una sorta di riconoscimento internazionale.

E’ la conferma di un conflitto in corso non solo tra le due fazioni (Tripoli vs Bengasi, Tripolitania vs Cirenaica) ma anche di Usa-Europa vs Russia-Cina, in cui l’Italia, facendo parte dell’Europa, è pienamente coinvolta. Non è un caso l’incidente tra un aereo tedesco che sorvegliava le navi in transito per lo stretto di Hormuz (sotto tiro degli sciiti Houthi) e una nave cinese che ha usato per la prima volta un laser di disturbo contro l’aereo tedesco con tanto di richiamo all’ambasciatore cinese.

Prove di tensione nel Grande Medio Oriente dove Trump cerca di riprendere un ruolo e dove, nonostante l’apparente “vittoria” di USA/Israele sull’Iran, la situazione è del tutto fluida e instabile, in quanto gli alleati storici sciiti dell’ex URSS sono ancora oggi legati alla Russia; anche perché gli Usa nel 1953, col colpo di Stato della CIA e dei servizi segreti inglesi contro il principe Mossadeq democraticamente eletto (Operazione Ajax), scelsero la fazione sunnita-wahabita anti-sciita. Da allora l’Arabia Saudita è uno Stato profondamente intrecciato con gli interessi americani, che proseguono floridi anche oggi con Trump e gli accordi di Abramo.

Il fatto è che l’Occidente ha perso la sua presa anche sulla Libia che era diventata troppo indipendente con Gheddafi e che americani, inglesi e francesi (facendo uno sgarro questi ultimi agli italiani) hanno fatto fuori nel 2011, pensando con un “regime change” di realizzare una stabilizzazione secondo i canoni comuni dell’Occidente.

La cultura e la stessa diplomazia americane sono state molto ricche e colte nei primi decenni del secondo dopoguerra, anche per l’apporto degli antropologi, e mai avrebbero fatto gli errori che hanno compiuto a partire dalla guerra in Vietnam in poi. Una sottovalutazione di altre culture e modi di vivere che hanno portato, come nel caso libico, ad una incomprensione di culture basate su clan chiusi e tribali che mai avrebbero potuto in breve tempo avere una statualità per come la concepiamo in Europa.

Errori gravi, che hanno prodotto anche il caos libico da cui è sorta la fazione del generale Haftar: che controlla non solo la Cirenaica ma ormai buona parte della Libia, sostenuto dalla Russia e (sotto sotto) dalla Cina come avamposto in quel Grande Medio Oriente dove la Russia, con la Turchia, ha oggi un ruolo maggiore di quello che aveva l’URSS 50 anni fa. La Turchia aveva bloccato Haftar alle porte di Tripoli nel 2021 ma ora ha ripreso il dialogo col generale e venduto droni. Non è un mistero che Haftar voglia conquistare tutta la Libia.

Una Libia che potrebbe riprendere il sogno panarabo di Gheddafi di riunire tutta l’Africa del Nord in un grande mercato unico (con un’unica moneta) ma che potrebbe diventare ora, più che un alleato, un temibile competitor dell’Europa (e dell’Italia in primis), in quanto la Russia (e la Turchia) sono già presenti e la Russia cerca, in varie parti dell’Africa, di sostituire i francesi. Uno scenario che rilancia il ruolo della Russia in Africa e nel Grande Medio Oriente e che è figlio degli infiniti errori della Nato, degli Americani e della ignavia degli italiani nella vicenda dell’uccisione di Gheddafi del 2011.

L’Italia aveva avuto nel secondo dopoguerra, nonostante facesse parte della Nato e stesse agli ordini degli Americani, una politica estera sempre attenta ai Paesi arabi. Una politica che si è andata accentuando in tal senso con la crescita elettorale del PCI e PSI e che è arrivata al suo culmine con l’accordo informale Moro-Berlinguer che portò al governo DC-PSI con l’astensione esterna del PCI. Quello è stato il punto di rottura con gli Stati Uniti che non volevano far entrare il PCI nell’area di governo, e neppure gradivano una politica estera troppo incline agli interessi dei paesi arabi, che stava molto a cuore a Craxi.

L’abbandono della strategia diplomatica italiana intelligente e lungimirante di quegli anni e la successiva sudditanza dell’Italia (e dell’Europa) alla politica estera americana, che aveva abbandonato l’attenzione alle altre culture (che non fossero quella yankee), ha portato alle macerie di oggi e al dilagare della Russia e Cina in Africa.

Solo la stupidità americana poteva immaginare che da una sconfitta di Gheddafi potesse nascere una società “occidentale”, fondata sulla democrazia in un paese come la Libia con molteplici tribù e clan impermeabili alla cultura occidentale e che Gheddafi, mirabilmente, era riuscito a far convivere pacificamente anche perché ampiamente sussidiati coi proventi del petrolio. La Libia era diventata nel 2011 uno dei paesi più ricchi dell’Africa e che più si erano sviluppati secondo i parametri ONU dello sviluppo umano.

Se da un lato l’impero americano non consente alle potenze intermedie alcun ruolo, potrebbe essere che Trump si sia convinto di concedere un piccolo esercito alla Germania, inducendola a sacrificarsi proprio per mitigare le mire turche (e russe) nel Mediterraneo. Il fatto è che la Germania non è una potenza di mare (lo potrebbe essere l’Italia), ma potrebbe, armandosi, diventarla e aiutare gli Stati Uniti a riprendere un ruolo in Africa e nel Grande Medio Oriente. Ma può farlo senza la Russia? La Russia potrebbe svolgere una funzione anti-cinese e, in tal modo, consentire agli Stati Uniti di continuare ad esercitare ancora per molti decenni una leadership mondiale, messa in discussione dalla Cina e dal suo protagonismo nei BRICS. E’ questo che spiega il rapporto riluttante e ondivago di Trump con Putin. In discussione non è tanto l’Ucraina, ma una possibile alleanza degli Stati Uniti con la Russia in funzione anti-Cina. Da qui il grande dubbio, credo, di Trump e degli americani oggi: cooperare o non cooperare con la Russia in funzione anti-cinese?

Purtroppo l’Europa, non costruendo in 25 anni una sua statualità, si è cacciata nelle condizioni peggiori e l’Italia stessa in Libia, con politici di bassa levatura, si è accodata alle scemenze anglosassoni, pensando che essere vassalli fosse più utile al padrone, il quale si ritrova oggi cornuto e mazziato anche per colpa degli yes man, come sanno tanti imprenditori che da vecchi riflettono su alcuni errori che hanno fatto in passato, non trovando nessuno tra i più stretti collaboratori che li aveva avvisati per tempo delle scemenze che stavano facendo. Si veda a tal proposito Leader, giullari e impostori di Kets de Vries (ed. R. Cortina, 1993).

Un grande risiko è in corso sia in Libia che nel Grande Medio oriente e in cui Italia (ed Europa) sono ai margini, nonostante quello che vuol far credere la Meloni col piano Mattei in Africa. L’espulsione del nostro ministro dalla Libia e dell’Europa sarà anche dovuto ad incomprensioni da protocollo, ma nasconde – e in realtà svela – ben altro.

 

 

Photo cover. Immagine di archivio Libia, scuola dell’agricoltura 1914, Tripoli, https://timelessmoon.getarchive.net

La “MAGAficazione” della destra italiana

Se la destra italiana diventa Maga

di Leonardo Bianchi

Fino alla presidenza di Joe Biden, la comunicazione ufficiale della Casa Bianca sui social è sempre stata piuttosto sobria e istituzionale: si limitava a condividere aggiornamenti ufficiali, comunicati stampa e informazioni sul lavoro dell’amministrazione.

In questo secondo mandato di Trump, tuttavia, si è verificato un cambiamento radicale; anche e soprattutto rispetto al suo primo mandato, quando il centro nevralgico della propaganda trumpiana era il profilo personale del presidente su Twitter – e non quello istituzionale.

Ora, per l’appunto, gli account della Casa Bianca sembrano in mano a un’armata di shitposter (utenti che pubblicano contenuti volutamente provocatori) sbucati da imageboard estremiste come 4chan.

Come hanno ricostruito Drew Harwell e Sarah Ellison sul Washington Post, dietro ci sono una dozzina di funzionari tra i 20 e i 30 anni. La loro identità è sconosciuta per motivi di sicurezza, ma è indubbio che siano organici al mondo MAGA e applichino le tecniche comunicative dell’alt-right.

L’obiettivo principale di questa squadra è – per usare un’espressione coniata da Steve Bannon – quello di “sommergere la stanza di merda”. Ossia dominare l’agenda mediatica e creare un “universo informativo parallelo” a colpi di meme xenofobi, post che cavalcano i trend del momento (come le immagini ghiblizzate), repliche di formati virali (come l’espulsione dei migranti in ASMR) e illustrazioni generate dall’intelligenza artificiale – su tutte Trump in versione regale o papale.

Con contenuti di questo genere, ha sottolineato Charlie Warzel su The Atlantic, l’account della Casa Bianca riesce “a replicare il tono sociopatico, gioioso e maligno degli angoli più oscuri di Internet”.

Questa strategia che unisce shitposting, pornografia della crudeltà, attacchi a testa bassa nei confronti dei nemici e ricorso disinvolto alla “sbobba artificiale” generata dall’IA non è però confinata agli Stati Uniti.

Al contrario: anche la comunicazione delle estreme destre europee si sta – diciamo così – “MAGAficando”, in linea con la radicalizzazione delle loro proposte politiche.

La “bestiolina”: la galassia social di Fratelli d’Italia

Ovviamente, l’Italia rientra appieno in questo fenomeno.

Dopotutto, i leader dei due principali partiti di maggioranza – Matteo Salvini e Giorgia Meloni – sono trumpiani della prima ora. La presidente del Consiglio, in particolare, è ospite fissa del CPAC (il più importante raduno dei conservatori statunitensi) e ha sempre avuto un rapporto molto stretto con Steve Bannon.

Prima di arrivare a Palazzo Chigi, il suo approccio comunicativo è rimasto incentrato soprattutto su una cosa: diventare una sorta di meme vivente, in ossequio a quella che Giampietro Mazzoleni e Roberta Bracciale chiamano “memizzazione della politica”.

I suoi profili erano infatti pieni di illustrazioni in stile manga, post ispirati a Game of Thrones o altri prodotti della cultura pop, foto con riferimenti fantasy e tormentoni vari culminati nel famigerato remix satirico “Io sono Giorgia”, che è stato appropriato e rovesciato di senso dallo staff comunicazione.

Quest’ultimo – ribattezzato “bestiolina” da diversi articoli giornalistici, in contrapposizione alla “bestia” salviniana (su cui tornerò) – è guidato Tommaso Longobardi. Il 33enne ha iniziato la sua carriera social nel 2015 con un video virale in cui bruciava la sua laurea in segno di protesta contro l’allora governo Renzi, per poi affermarsi come influencer “gentista” su posizioni decisamente di destra, islamofobe, anti-politicamente corretto e anti-immigrazione.

Dopo aver trascorso un periodo lavorativo alla Casaleggio Associati si è progressivamente avvicinato a Fratelli d’Italia, e nel 2018 è stato nominato responsabile della comunicazione digitale del partito e dei profili di Giorgia Meloni.

Come ha raccontato lui stesso in un’intervista a Fortune Italia, “all’opposizione il livello di comunicazione è decisamente diverso ed è molto legato a una ‘tonalità di battaglia’”. Le dinamiche sono però “parecchio cambiate da quando [Meloni] è diventata premier: ora l’attività è istituzionale, ci sono meno impegni sul territorio e più dentro Palazzo Chigi, quindi il ruolo dei social è più legato a un lavoro da remoto”.

Se questo è vero per il profilo personale di Meloni – che comunque non ha rinunciato ai post di dileggio nei confronti dell’opposizione – il discorso è decisamente diverso per le pagine ufficiali (e non ufficiali) del partito, che hanno svariate centinaia di migliaia di follower spalmati su più piattaforme.

A parte fare propaganda sui provvedimenti del governo, l’attività prediletta dagli account di Fratelli d’Italia è attaccare gli avversari politici con toni non propriamente istituzionali.

Lo scorso 23 maggio, il giorno dell’anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, Roberto Saviano è stato accusato in una card di aver “speculato sulla criminalità” con Gomorra. Nella card in questione il logo della serie veniva indicato come un “esempio da evitare”, mentre il magistrato e il collega Paolo Borsellino erano “esempi da emulare”. Nella didascalia si leggeva: “prendi esempio da chi l’ha combattuta [la mafia], pagando con la vita”.

Più di recente diversi post sono stati dedicati al mancato raggiungimento del quorum al referendum dell’8 e 9 giugno, con tanto di invito a “dare un altro dispiacere alla sinistra” che “si è ridotta male”.

Si sprecano poi gli attacchi alle figure dell’opposizione e della società civile: il segretario della CGIL Maurizio Landini, ad esempio, è definito un “racconta balle”; l’attivista di Mediterranea Luca Casarini è invece indicato come uno che “lucra sui clandestini”.

Anche l’ong Reporter Sans Frontières – che ha certificato l’arretramento della libertà di stampa in Italia, al pari di altri organismi internazionali – sarebbe inaffidabile perché “negli anni [è stata] finanziata da George Soros”, un’eterna fissazione di Meloni e Fratelli d’Italia.

Non mancano neppure le illustrazioni generate con l’IA. In una card celebrativa del decreto sicurezza si vede un uomo (dai vaghi tratti nordafricani) che deruba una signora in metro e successivamente viene arrestato da due carabinieri, perché “prima” della norma si poteva “borseggiare e truffare gli anziani” mentre adesso no.

I toni sono ancora più esasperati nei profili ufficiali di Atreju, il festival di Fratelli d’Italia chiamato come il protagonista del romanzo La storia infinita (nonostante la ripetuta contrarietà di Roman Hocke, agente letterario dello scrittore Michael Ende).

I bersagli preferiti di Atreju sono l’eurodeputata Ilaria Salis, accostata ai “ladri di case”; Roberto Saviano; il linguaggio inclusivo e il “politicamente corretto”; l’attore Elio Germano, reo di aver criticato il governo; e in generale i comunisti, descritti come dei disagiati.

Immancabili sono i meme (come quello di John Travolta che entra spaesato nei seggi vuoti per l’ultimo referendum) e le illustrazioni con l’IA, con Meloni in versione Ghostbusters. Negli ultimi mesi è stato inoltre lanciato il podcast “Radio Atreju” su YouTube: per ora hanno partecipato Bruno Vespa, Marco Rizzo, Tommaso Cerno e Vladimir Luxuria.

A completare il quadro c’è infine la pagina Instagram “Siete dei poveri comunisti” (Sdpc), che ha oltre 110mila follower e prende il nome da una famigerata frase di Silvio Berlusconi pronunciata durante un comizio nel 2009.

Sebbene si presenti come un account “satirico” spontaneo e slegato dall’apparato comunicativo di Fratelli d’Italia, lo stile grafico e i contenuti sono molto (per alcuni troppo) simili a quello dei profili del partito.

Scorrendo il feed si trovano infatti la solita “sbobba artificiale”, clip riprese dalla trasmissione radiofonica La Zanzara e una sequela impressionante di sfottò contro personalità di sinistra – da Elly Schlein al giornalista di Fanpage Saverio Tommasi, che compare in un video in cui gli anonimi gestori della pagina gli chiedono incessantemente se è “anticomunista” mentre sta facendo un servizio sull’ultima edizione di Atreju.

Del resto – come hanno spiegato gli amministratori in un’intervista al Secolo d’Italia con Andrea Moi, il responsabile della comunicazione politica di Fratelli d’Italia – il fine ultimo di Sdpc è quello di mettere in piedi una “contronarrazione” in grado di contrastare una sinistra “ossessionata da TeleMeloni e dal politicamente corretto”.

La Lega di Salvini: dalla “Bestia” ai content creator politici

Per quanto riguarda la Lega, il partito di Matteo Salvini ha intrapreso la strada della trumpizzazione ben prima di Fratelli d’Italia.

Per anni, infatti, la comunicazione social-mediatica leghista è coincisa con la pagina Facebook di Salvini. In quello spazio, ha scritto il giornalista Mauro Munafò, il segretario leghista non era “solo un politico: [era] quel cugino-amico che se la prende con gli immigrati, fotografa sempre quello che mangia, guarda il calcio in tv, e condivide status con domande esistenziali un tanto al chilo.”

I profili social di Salvini si erano progressivamente trasformati in una fabbrica di notizie false (specialmente a tema immigrazione) e teorie del complotto, nonché in un’arma propagandistica da brandire contro gli oppositori – e poco importa che fossero leader politici o semplici cittadini.

Questo approccio ha raggiunto l’apice durante il governo giallo-verde, quando Salvini era ministro dell’interno. Questa strategia è stata elaborata da Luca Morisi, il consulente dietro alla cosiddetta “Bestia” – il nome dato dai giornali al sistema di analisi di dati e gestione dei social leghisti.

Secondo il giornalista Luigi Ambrosio di Radio Popolare, Morisi ha di fatto “importato in Italia il modello dell’alt-right statunitense”, usando i canali digitali per “veicolare un messaggio arrogante, aggressivo, con pochi e semplici frame in cui si individua il nemico da colpire e poi lo si distrugge senza pietà attraverso i social”.

Nel settembre del 2021 Morisi si è però dimesso per ragioni di opportunità politica, poco prima di essere coinvolto in un’indagine per cessione di stupefacenti a due ragazzi con cui aveva passato una serata (la sua posizione è stata poi archiviata).

Da allora la comunicazione leghista è cambiata in maniera piuttosto significativa, focalizzandosi in maniera ancora più ossessiva e monotematica sull’immigrazione: sia le pagine ufficiali che i profili dei singoli politici si sono trasformati in una via di mezzo tra Striscia la Notizia e siti razzisti come Tutti i crimini degli immigrati.

Negli ultimi tempi la Lega ha pure iniziato a utilizzare in maniera massiccia l’intelligenza artificiale generativa. Durante la campagna elettorale per le elezioni europee del 2024 sono stati pubblicati manifesti anti-UE in cui comparivano donne barbute, pietanze a basi d’insetti e persone di fede musulmana che danno fuoco alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

Le pagine ufficiali del partito sono poi piene di casi di cronaca nera con protagonisti immigrati, corredate da immagini fatte con l’IA e volti pixellati in un grottesco tentativo di aumentare il realismo dell’immagine.

Questi contenuti sono palesemente ispirati sia alla destra MAGA che agli alleati tedeschi di Alternative für Deutschland. In un’intervista a Politico, il parlamentare di AfD Norbert Kleinwächter ha detto che attraverso l’IA “non ci limitiamo a descrivere ciò che vogliamo a parole; lo illustriamo e lo facciamo vedere, e a volte ovviamente lo ingigantiamo”.

In altre parole: l’intelligenza artificiale generativa non è soltanto un modo rapido, efficace ed economico di produrre contenuti propagandistici; è anche e soprattutto uno strumento che rende possibile la costruzione visiva di una realtà alternativa.

A tal proposito, all’inizio di giugno il capogruppo leghista al consiglio regionale della Campania, Severino Nappi, ha pubblicato un’immagine fatta con l’IA in cui si vede Ilaria Salis in stato d’arresto tra due poliziotti. Di tutta risposta, l’europarlamentare di Avs ha annunciato di aver querelato il leghista poiché “l’uso di deepfake è un attacco grave e sleale alla verità e alla dignità dell’individuo”.

Lo scorso aprile, invece, l’europarlamentare Silvia Sardone ha ripreso sui propri profili Instagram e TikTok (che hanno rispettivamente 196mila e 351mila follower) un video generato con l’IA in cui si vede una Milano “islamizzata” con il Duomo ornato da stendardi arabeggianti.

Pur concedendo che si tratta di una “rappresentazione estrema” – ossia una visualizzazione della teoria del complotto di Eurabia – la politica ha scritto nella didascalia che “in tanti quartieri [senza specificare quali] ci sono già immagini simili”, invitando i suoi seguaci a dire “no alla sottomissione!”

Non è un caso che sia stata proprio Sardone a pubblicare quella clip: l’eurodeputata fa parte di quella schiera di politici leghisti che sono a cavallo tra news influencercontent creator e inviati di una trasmissione Mediaset.

Un’altra eurodeputata leghista in forte ascesa social-mediatica è Isabella Tovaglieri, che ha oltre 177mila follower su TikTok e ha partecipato all’ultimo CPAC tenutosi in Ungheria. Oltre a ripubblicare in maniera costante i servizi di programmi di Rete4 come Fuori dal coro, la parlamentare cerca di replicare il medesimo formato populista visitando quartieri misti sia in Italia che in Belgio.

In vari post e video, Tovaglieri ha spiegato che quella di Eurabia non è una paranoia islamofoba; è una realtà che “è già a casa nostra” e che “Oriana Fallaci aveva predetto”. Per invertire la tendenza c’è dunque bisogno della “remigrazione”, una nuova parola d’ordine dell’estrema destra globale – da poco adottata dalla Lega – che implica la deportazione forzata dei migranti e dei cittadini di seconda e terza generazione.

Anche l’ex generale Roberto Vannacci ha convintamente abbracciato questo tipo di comunicazione sui social. Su Instagram e TikTok – dove ha più di 310mila e 116mila follower – riproduce i trend del momento per attaccare gli avversari (su tutti Ilaria Salis); pubblica i suoi interventi televisivi e parlamentari; e condivide clip delle sue ospitate in vari podcast.

Seguendo l’esempio di Donald Trump e altri politici di estrema destra, negli ultimi mesi Vannacci è stato invitato da diversi podcast – tra cui quello di Fedez e Mr. Marra – ed è apparso in due video dello youtuber romano Simone Cicalone, specializzato nella caccia ai borseggiatori nella metropolitana di Roma.

Contro il genocidio: lista aggiornata dei prodotti israeliani da boicottare

Contro il genocidio: Guida al boicottaggio di aziende e prodotti

Guida aggiornata di BDS Italia al boicottaggio mirato contro le complicità con Israele

Il movimento BDS ha definito gli obiettivi di boicottaggio e di pressione a livello internazionale contro aziende complici del genocidio e del sistema israeliano di colonialismo, occupazione e apartheid e contro i prodotti israeliani in una guida, che vi invitiamo a consultare. Tuttavia, non tutte le aziende incluse nella guida del movimento BDS internazionale sono presenti in Italia. Quindi BDS Italia ha definito specifici obiettivi di boicottaggio da parte dei consumatori che includono aziende complici e prodotti israeliani presenti nel nostro paese che trovate elencati qui sotto. 

Gli obiettivi di boicottaggio di BDS Italia sono riassunti in questo volantino che vi invitiamo a scaricare e diffondere. 

L’elenco di aziende e prodotti da boicottare è in continuo aggiornamento: nuove campagne vengono avviate contro aziende complici dei crimini di Israele, mentre altre vengono sospese nel caso di vittoria (vedi per esempio quella contro Puma che non ha rinnovato la sua partnership con la Israeli Football Association).

Per questo è importante rimanere aggiornati: iscrivetevi alla nostra newsletter e seguite i nostri canali social FacebookInstagramMastodon.

Il movimento BDS accoglie con favore tutti i boicottaggi di qualsiasi società complice dell’apartheid israeliana e del genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza. Ma le liste con centinaia di marchi che girano sui social media non sono molto utili perché così si rischia di disperdere le forze e di non ottenere risultati. La questione è come rendere i boicottaggi più efficaci e avere un maggiore impatto per fare in modo che le aziende complici rispondano della loro complicità nell’oppressione dei palestinesi.
Il BDS conduce campagne strategiche concentrandosi su un numero limitato di obiettivi per ottenere il massimo impatto

Il movimento BDS utilizza il metodo storicamente vincente dei boicottaggi mirati, concentrando strategicamente l’azione su un numero relativamente ridotto di aziende e prodotti accuratamente selezionati per ottenere il massimo impatto. Sono aziende che giocano un ruolo chiaro e diretto nei crimini di Israele contro i palestinesi, così come nella violazione dei diritti di altri popoli e comunità, e rispetto alle quali c’è una reale possibilità di vittoria. Ogni vittoria del movimento BDS contro un’azienda complice è un monito a tutte le altre.

Il movimento BDS colpisce la complicità, non l’identità. Quando si tratta di aziende israeliane, non essere complici significa non essere coinvolti nell’occupazione militare, nell’apartheid o nel colonialismo d’insediamento di Israele e riconoscere pubblicamente i diritti dei palestinesi ai sensi del diritto internazionale, in primo luogo il diritto al ritorno dei rifugiati in conformità con la risoluzione 194 delle Nazioni Unite. Per quanto ne sappiamo, non esistono aziende israeliane che soddisfino queste condizioni.

Tutte le società internazionali i cui affari con Israele contribuiscono al genocidio, all’apartheid, alla colonizzazione o all’occupazione illegale potrebbero essere complici di gravi violazioni del diritto internazionale e quindi i loro dirigenti e membri del loro consiglio di amministrazione essere ritenuti responsabili. Ciò è particolarmente vero alla luce del parere della Corte internazionale di giustizia di gennaio 2024 sul fatto che Israele sta plausibilmente perpetrando un genocidio a Gaza, nonché del parere consultivo giuridicamente vincolante del 19 luglio che afferma che l’occupazione e il sistema di apartheid di Israele sono illegali.

Di seguito sono elencate le aziende e i prodotti principali obiettivi di boicottaggio dei consumatori in Italia.

Boicotta Carrefour

Carrefour è complice del genocidio. Carrefour-Israele ha sostenuto i soldati israeliani che partecipano al genocidio dei palestinesi a Gaza con doni di pacchi personali, mentre Carrefour Francia ha taciuto su questo fatto. Nel 2022, Carrefour ha stretto una partnership con la società israeliana Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan, entrambi coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese, traendo profitto dall’occupazione illegale. Le prove dimostrano anche che c’è almeno una filiale a marchio Carrefour in un insediamento illegale nei territori palestinesi occupati. Carrefour ha anche ricevuto prestiti da quattro grandi banche israeliane complici e ha stabilito una partnership partnership con sei start-up israeliane complici ad alta tecnologia che si occupano di intelligenza artificiale, sicurezza informatica e altro. Nel 2024, la campagna di boicottaggio, che ha portato alla chiusura dell’intera attività di Carrefour in Giordania e Oman, ha contribuito al crollo drastico dei i profitti netti di Carrefour (meno 50% rispetto al 2023).

Info dettagliate sulla campagna Boicotta Carrefour

TEVA? No, grazie!

Teva è un’azienda farmaceutica israeliana e uno dei maggiori produttori di farmaci generici al mondo. Teva sostiene il genocidio in atto per mano di Israele dall’ottobre 2023, ma ha anche beneficiato per decenni dell’occupazione illegale delle terre palestinesi da parte di Israele, permettendo all’azienda di sfruttare illegalmente il mercato palestinese. Farmaci generici alternativi sono ora molto più disponibili che in passato nella maggior parte dei paesi.
Info dettagliate sulla campagna TEVA? No, grazie!.

Altre aziende e prodotti da boicottare

Hewlett Packard (HP)

Hewlett Packard (HP), che comprende Hewlett Packard Enterprise (HPE) e HP Inc., è un importante sostenitore dell’occupazione israeliana. Attraverso le sue collaborazioni con il Governo, l’esercito, le prigioni e la polizia israeliani, HP fornisce un supporto tecnologico e logistico fondamentale che permette i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, come la costruzione di insediamenti illegali e l’apartheid nei territori palestinesi occupati. HPE sostiene l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione, un pilastro del sistema di apartheid, fornendo tecnologia per le sue banche dati e sistemi informatici. HP Inc (USA) fornisce servizi agli uffici dei leader del genocidio, il premier israeliano Netanyahu e il ministro delle Finanze Smotrich.

Dell

Dell Technologies fornisce server, servizi di manutenzione e attrezzature legati alle forze armate israeliane nell’ambito di un contratto da 150 milioni di dollari per il 2023, finanziato dagli aiuti esteri degli Stati Uniti. Dell è impegnata nella continua pulizia etnica di Israele nei confronti dei palestinesi indigeni, con attività di ricerca e sviluppo nel parco cibernetico nazionale di Israele che cerca di rafforzare gli insediamenti illegali nel Naqab (Negev), sfollando le comunità beduine palestinesi. Un mese dopo l’inizio del genocidio israeliano di Gaza, il fondatore e amministratore delegato Michael Dell ha donato a Israele azioni per 350 milioni di dollari, consolidando ulteriormente la partnership genocida tra Israele e Dell Technologies.

Intel

Nel dicembre 2023, durante il genocidio per mano di Israele a Gaza, Intel ha annunciato che avrebbe investito 25 miliardi di dollari nell’Israele dell’apartheid. Nel giugno 2024, a seguito di prolungate pressioni del BDS, e in risposta soprattutto al rischio finanziario di investire in una #ShutDownNation, il gigante tecnologico ha abbandonato il progetto, secondo i media finanziari israeliani. Per decenni, Intel è stato il più grande investitore internazionale nell’Israele dell’apartheid. Il suo impianto di “Kiryat Gat” è costruito su un terreno all’interno dei confini del villaggio palestinese di Iraq al Manshiya, ripulito etnicamente, raso al suolo e poi sostituito dall’attuale insediamento israeliano. Intel rimane profondamente complice nel fornire risorse di guerra genocida di Israele, pertanto non comprate computer e altri apparati informatici con processori Intel.

Microsoft

Microsoft è forse l’azienda tecnologica più complice dell’occupazione illegale di Israele, del regime di apartheid e del genocidio in corso contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza. Oltre a fornire servizi informatici al sistema carcerario, Microsoft fornisce all’esercito israeliano servizi cloud e AI di Azure che sono cruciali per potenziare e accelerare la guerra genocida di Israele . Gli ampi legami di Microsoft con l’esercito israeliano sono rivelati nelle indagini del Guardian con la pubblicazione israelo-palestinese +972 Magazine. In risposta alla complicità di Microsoft nell’apartheid e nel genocidio israeliano contro i palestinesi, i lavoratori di Microsoft hanno lanciato No Azure for Apartheid, una campagna guidata dai lavoratori stessi che chiede la fine della complicità di Microsoft in gravi violazioni dei diritti umani.

Siemens

Siemens (Germania) è il principale appaltatore dell’Interconnettore Euro-Asia, un cavo elettrico sottomarino Israele-UE progettato per collegare all’Europa le colonie illegali di Israele nei territori palestinesi occupati.In questo modo Siemens sostiene l’occupazione israeliana. Gli elettrodomestici a marchio Siemens sono venduti in tutto il mondo.

AXA

Il gigante assicurativo AXA (Francia) detiene 150,43 milioni di dollari in azioni e obbligazioni di undici società che hanno inviato armi in Israele durante il genocidio contro i palestinesi a Gaza, tra cui Boeing e General Dynamics. Le armi di entrambe le aziende erano direttamente collegate agli attacchi israeliani contro Gaza, agli omicidi di massa, come il bombardamento del campo profughi di Tel al-Sultan a Rafah, il 26 maggio, e il bombardamento del 10 settembre contro i palestinesi che si rifugiavano ad al-Mawasi, che Israele aveva designato come “zona sicura”.

SodaStream 

SodaStream è un’azienda israeliana che è attivamente complice della politica israeliana di sfollamento dei cittadini beduini-palestinesi indigeni dell’attuale Israele nel Naqab (Negev) e ha una lunga storia di discriminazione razziale nei confronti dei lavoratori palestinesi.

RE/MAX

RE/MAX (USA) commercializza e vende proprietà nelle colonie israeliane illegali costruite su terre palestinesi rubate, consentendo così la colonizzazione di Israele della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est.

Disney+

La Disney e la sua filiale Marvel sono complici nel glorificare il regime israeliano di genocidio e apartheid contro i palestinesi indigeniCaptain America: Brave New World della Marvel e della Disney hanno come protagoniste rispettivamente Shira Haas e Gal Gadot, che hanno consapevolmente e inconfutabilmente assunto il ruolo di ambasciatrici culturali di Israele, rappresentando direttamente la propaganda del Israele genocida. Per Capitan America, Marvel e Disney fanno rivivere il personaggio razzista di Ruth Bat-Seraph, la cui storia decennale include il fatto di lavorare per il Mossad. Disney+ è quindi chiaramente coinvolto nel permettere il genocidio di Israele disumanizzando i palestinesi. Annullate o non sottoscrivete l’abbonamento a Disney+!

Reebok 

Dopo il ritiro di Puma e dell’italiana Erreà grazie alla campagna BDS, Reebok è diventato il nuovo sponsor ufficiale dell’Israel Football Association, che include nei suoi campionati ufficiali squadre delle colonie illegali nei territori palestinesi occupati e sostiene il loro mantenimento, contraddicendo il diritto internazionale e il regolamento della FIFA.

McDonalds

L’affiliato israeliano del marchio ha donato pasti e bevande al personale militare israeliano impegnato nel genocidio contro i palestinesi a Gaza e ha promosso questa forma estremamente provocatoria e razzista di complicità sui lsuo canali social media.

Coca-Cola

Coca-Cola Israele gestisce un centro di distribuzione e di refrigerazione regionale nella colonia illegale di Atarot. Inoltre, la sua filiale, Tabor Winery, produce vini provenienti da uve provenienti da vigneti situati su terreni occupati nelle colonie illegali in Cisgiordania e nel Golan siriano. I soldati israeliani che partecipano al genocidio in corso sono stati spesso fotografati con lattine di Coca-Cola, donati loro da vari gruppi che consentono il genocidio. Alternative locali stanno spuntando in tutto il mondo per sostituire Coca-Cola.

Prodotti alimentari israeliani

L’agricoltura israeliana ha sempre giocato un ruolo importante nella colonizzazione della Palestina, sottraendo terra, acqua e altre risorse alle popolazioni indigene e distruggendo l’agricoltura palestinese. Oltre a far parte di un commercio che alimenta l’economia di un sistema di apartheid coloniale, prodotti agricoli (come avocado, datteri, arachidi, melagrane, agrumi, ecc.) e vini israeliani, provengono spesso da colonie illegali su terre palestinesi rubate, anche se etichettati in modo fuorviante come “Made in Israel”. Le aziende israeliane di esportazione di prodotti agricoli, come Mehadrin, Hadiklaim e Carmel-Agrexco, sono tra i principali beneficiari della distruzione dell’agricoltura palestinese e sono complici dell’occupazione illegale e del regime di apartheid. I prodotti agricoli israleinai vengono commercializzati con questi marchi principali: Carmel, King Salomon, Jordan River, Jordan Plains, Ventura.

Boicottate i prodotti israeliani presenti nei negozi e supermercati dove fate acquisti e chiedete ai rivenditori che vengano rimossi dagli scaffali. Controllate le etichette e se non sono chiare chiedete al responsabile del negozio.

Controlla la spesa con Boycat

Il movimento BDS ha stretto una partnership con Boycat, una piattaforma e una applicazione innovativa per lo shopping etico, al fine di consentire alle persone di partecipare in modo più efficace alle campagne BDS mentre fanno la spesa. Al contrario di altre app disponibili, Boycat classifica le aziende in base al livello del loro coinvolgimento nei crimini di Israele e alle priorità del movimento BDS. Ciò consente di concentrarsi sulle campagne strategiche del movimento BDS, imparando come agire concretamente anche contro altre società complici implicate nel genocidio, nell’apartheid e nell’occupazione illegale di Israele.

Scarica la app e controlla gli acquisti per evitare che sostengano il genocidio e l’oppressione dei palestinesi.

Fonte: https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/risorse-bds/2909-guida-al-boicottaggio

Parole a capo
Giada Giordano: poesie inedite

In questo numero di Parole a capo, pubblico volentieri alcune poesie di Giada Giordano tratte da una raccolta ancora inedita ed in fieri. La ringrazio per avermene concesso la pubblicazione.

Forse ci rincontreremo ancora
là sulla riva del mare e ci ricorderà
questo mio averti veduta come in sogno,
di che pasta sono fatti i destini:
miriadi di fili intrecciati tra le dita,
che sembrerà non sia passato un solo giorno
da questo nostro incontro,
ma tu non fingere di non avermi avuto
accanto, di non sapere cosa significhi
l’attesa del giorno, l’odore del buon mirto
invecchiato, come di un amico lontano
che tende la mano per salutarci,
lì dove il maestrale è di casa e il Megonio
saprà di attese di anni e speranze
incustodite in fondo al cuore
che parleranno di te come a me
ai figli di domani, di questa terra, la tua,
questa resa che dà colore ai giorni,
che ci illumina forte sul viso
tra i capelli e gli occhi scuri
verrà come vieni tu dal mare
e sarà il vociare indistinto dei bambini
il gridore dei gabbiani al primo sole
il risolino nei paraggi dei vicini di ombrellone
e sarà inverno con la mareggiata,
le prime nebbie di umidità al mattino
la luce offuscata e tu in penombra, che vieni
nel cammino, come di stella
che si eclissa dietro al sole, o
una speranza timida nel ricordarci.

 

*

 

Lascia che vada incontro la mia voce
che chiarifichi sulla soglia, faccia giorno
sui nostri corpi, come nelle mani
in cui siamo stati, ci ritroverà forse,
per distese che neanche io conosco
velate di malinconia, lì dove vivono
i miei sogni, terra altra che mi abita,
parlerà oltre confine di te e sarà apparente
questo fingersi esuli sulla Terra
questo eterno peregrinare
che potrai dirmi di non conoscere
o credere vicini questi passi
oppure lasciare che gli vada incontro
e amarmi come ti amo
e perdonarmi ancora
questa evanescenza carezzevole
questo lascito che in pochi leggeranno
con il tuo nome e sarà uno scoprirsi
fragili, un dirsi unicamente figli
di questi anni.

 

*

 

Casa avrà il sapore di una terra lontana
forse un’isola, nel crocevia di strade,
vedrà un manipolo di attese colte ieri
come colsi l’eco dei nostri passi
in una terra di confine
questo eterno dirottare verso altre gravità
il mondo, su assi sparsi,
e come immagine, sogno,
l’ombra delle luminarie tra i cipressi
della legna arsa nel camino
il crepitio del fuoco e l’odore
della resina lavata nel mattino
sotto la pioggia un gomitolo di case
tra le prime nebbie e il sole
crepuscolare sarà come la quiete
la radura che tinteggia a notte Roma
che illumina te che mi osservi
e questo dirsi nudi, questo raccontarti
di me, di questo nostro viaggio.

 

*

 

Vivere così in una terra di confine, quasi
le attese di gioventù, sull’uscio, gli anni
e un diario a custodirne, troppo pochi
forse se oggi, madre, tieni a cuore
una manciata di poesie nei vani di una casa,
lì nell’ombra.
Da una finestra che dall’alto guarda, vigile,
il nespolo, la cycas, le piante in fiore,
ed annota la mano su un foglio
come le impressioni da scrivere
per non morire.
Crescono le speranze, la natura intorno
e un profumo inebria di più odori ed agita
le palme al vento, te che lo respiri,
mentre torna a casa come l’immagine, un sogno
di te, di ieri.

 

*

 

Tutta la strada si apre, i giorni si compiono
ti sorprende guardare dall’alto della finestra della
tua camera di bambina la donna che sei, traccia
come una linea il contorno, l’ellittica attorno
la tua figura. Fuori piove. Fine maggio
di sorprese e calda gravità, e l’aria si fa uno scroscio,
una gnagnarella leggera che cade.
Non conosci del domani le attese meno gravide, le
domande. Alle volte ti sorprende come il sottrarre
il peso ai giorni, all’ipocrisia degli altri, alla poesia che sei,
se non altro, anche se non lo sai.
Ti ricorderai dei tuoi otto anni, su quella scrivania,
la sera illuminava l’abat-jour, faceva capolino la mancanza,
un sogno. Dille, raccontale di lei, fa che non dimentichi,
la strada è tracciata, il destino compiuto.

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989. A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi”, indetto dal Comune di Cervia. Nel 2014 viene selezionata per il corso di scrittura creativa indetto da Rai Eri. Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival.
Suoi testi sono apparsi sulle riviste online e cartacee “Atelier online”, “Voce Romana”, “Euterpe”, “Patria e Letteratura”, “Poetarum Silva”, “Our Poetry Archive”, “Galaktica Poetike Atunis”, su “Arcipelago Itaca
blo-mag”, su “L’Astero Rosso, luogo di attenzione e poesia”, su “Fara Poesia”, su “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo, sul “Journal of Italian Translation” dell’Università di New York, sul “Periodico de Poesia” dell’Università del Messico, su “Gradiva. International Journal of Italian Poetry” con sede a New York e su “La Repubblica” di Bari. Un ulteriore componimento poetico figura negli Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani. Alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal Centro Culturale T. Modotti. Un suo testo è apparso in occasione dell’Anniversario di Verso Libero.
Alcuni suoi testi sono stati pubblicati sulla Rivista Internazionale “Il Convivio”.
Ulteriori suoi testi sono apparsi su riviste estere: in Germania, Egitto, Bangladesh, Tagikistan, India, America.
A mio figlio”, una selezione di poesie dedicate al figlio, è apparsa anche su testate giornalistiche online.
È risultata finalista in vari premi di poesia: Tea Poetry 2015, Premio Belli 2016, Premio Mario dell’Arco 2017, Premio Versus Sulmona 2017 e Premio Arcipelago Itaca 2017.
È autrice anche di racconti.
Per la narrativa un suo testo figura sul Periodico di Informazione e di Attualità di Teramo “Navuus”. Si dedica inoltre alla stesura di saggi e di un romanzo.
Ha ricevuto Menzione di Merito per essere tra i migliori Laureati Italiani in Camera dei Deputati dalla Fondazione Italia USA.
Alcuni Estratti di una sua raccolta inedita sono apparsi con nota critica su L’Altrove- appunti di Poesia nel mese di giugno 2025 e su un sito web della SABINA Romana e Reatina e della Campagna Romana il 1 Luglio 2025.

 La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 293° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
E’ possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.

La stoffa delle donne /
Nellie Pink, imprenditrice sociale

La stoffa delle donne.
Nellie Pink, imprenditrice sociale

Nellie Bly Pink

All’apice del successo, Elizabeth, Nellie Bly o Pink come soleva chiamarla la madre (Nellie, era nata femmina, dopo tredici fratelli maschi, fu per la famiglia e per la piccola comunità un tripudio di colore rosa ovunque) decise di prendere una pausa dal giornalismo, per occuparsi della sua vita privata e affettiva.
Si sposa con un attempato ricco uomo d’affari, che ben presto la lascia vedova , Nellie che già aveva affiancato il marito nella gestione delle sue aziende siderurgiche, a questo punto, prende in mano in tutto e per tutto le redini delle aziende.

Indomita come in passato, anche in quest’occasione riesce a fare la differenza, imprime forza e determinazione al suo nuovo lavoro, diventando una pioniera anche nell’ imprenditoria femminile dell’epoca.
Nell’intraprendere questa nuova esperienza, presta particolare attenzione all’equità ed alla giustizia sociale e di genere. Nelle sue fabbriche istituisce ambulatori medici, biblioteche, corsi di alfabetizzazione per gli operai e spazi comuni per l’attività fisica.

Il richiamo alla mente ad Adriano Olivetti risulta molto azzeccato,  come lo potremmo definire oggi, il padre del welfare aziendale, colui che sosteneva che “la fabbrica è per l’uomo e non l’uomo per la fabbrica”.

Purtroppo, non tutti coloro che affiancavano Nellie nella gestione delle società, erano in buona fede. Malauguratamente, a sua insaputa, sottraevano capitali aziendali e fu così, che la giovane imprenditrice, dovette dichiarare bancarotta e rifugiarsi in Svizzera per sfuggire ai creditori.
Nel 1914, con lo scoppio della prima guerra mondiale, Nellie sente forte il richiamo alla sua più grande passione, il giornalismo. Per come ormai abbiamo imparato a conoscerla, non si limita a lavorare dalla scrivania di una redazione, ma bensì dai campi di battaglia,  divenendo una inviata dal fronte per il New York Evening Journal. Ancora una volta, descrive nei suoi articoli, con estremo realismo,  le terribili condizioni in cui versano i soldati, soffre e rischia la vita accanto a loro nelle trincee.
Ebbe anche la sventura di essere arrestata perché scambiata per una spia inglese. Rientrata sana e salva a New York, collabora con il New York Journal, il suo spirito vivido e coraggioso, la conduce questa volta ad occuparsi di donne rimaste vedove e di infanzia abbandonata. Avvalendosi della sua meritata notorietà, denuncia, attraverso i suoi articoli, con maggiore incisività, le ingiustizie e gli sfruttamenti ai quali erano sottoposti i bambini rimasti  orfani.

Muore a 57 anni di polmonite nel 1922, riposa in una modesta tomba nel Woodlawn Cemetery nel Bronx.

Riconoscimenti:

Nellie ha ispirato il personaggio di Ella Kaye nel romanzo “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald

A lei è stata dedicata una Graphic Novel.

Nel 2021 la scultrice Amanda Matthews ha realizzato per Nellie un monumento dal nome “ The girl Puzzle monument”, collocato sull’isola dove sorgeva il manicomio nel quale aveva realizzato la sua sensazionale inchiesta nel 1887.

A lei è dedicato un cratere di Venere.

Leggi le altre puntate de La stoffa delle donne di Caterina Orsoni:
07.03.25  La stoffa delle donne
05.04.25 Carmen Mondragon “Occhi color smeraldo”
26.04.25 Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile
21.05.25
Nellie Bly, una ragazza orfana e solitaria
12.06.25  Nellie giramondo

Gli istriani di Gaza

Gli istriani di Gaza

Non ci vuoi credere? Credici!

Ti pare impossibile? Invece è successo!

Ma è un’idea pazzesca, una battuta, il delirio di un malato di mente? No, è tutto vero, quel  brutto sogno si avvererà! 

Nel  colloquio di ieri l’altro con il suo mentore e protettore Donald Trump, il  premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ritirato fuori il suo progetto totalitario: “Con il presidente americano abbiamo parlato dei paesi africani dove trasferire la popolazione palestinese di Gaza”. Netanyahu è apparso ottimista, la sua idea apparentemente folle, sta guadagnando consensi (quello americano) e silenzi (l’Italia e i paesi europei) e alla fine diventerà realtà.

Trasferire due milioni di palestinesi? Non ci vuoi credere? Credici!

Anche perchè nella storia, lontana e vicina, il trasferimento, o per meglio dire l’esodo forzato, la deportazione di un popolo è già accaduto molte volte. Altre volte un popolo è stato cacciato dalla propria terra madre. La prima immagine che torna alla memoria è quella così italiana dell’ esodo istriano:  350.000 giuliani, istriani, fiumani e dalmati sloggiati con la forza dalla propria terra, dalle loro case, dalla propria storia e trasferiti nei campi profughi italiani. Guardare ancora oggi, a distanza di quasi 80 anni. quelle foto in bianco e nero, ascoltare quelle antiche voci, fa impressione. Eccoli i profughi istriani; chi non è finito nel nero delle foibe ha dovuto lasciare tutto e raggiungere un’Italia straniera.

“Gli istriani di oggi” sono sull’altra sponda del Mediterraneo. Il progetto (non è più un sogno, è un progetto concreto) di Netanyahu è quello di annettere la Striscia di Gaza allo stato ebraico. Vuole altra terra per i suoi coloni e vuole un altro pezzo di mare: 40 chilometri di spiagge da riconvertire in un lussuoso resort turistico: “la riviera di Gaza”, come ha postato due mesi fa Donald Trump. Ma per farlo bisogna sgombrare l’area, eliminare i palestinesi: i bombardamenti non bastano, ci vorrebbe troppo tempo per ucciderli tutti.

E mentre si tratta o si finge di trattare un cessate il fuoco, mentre ascoltiamo inutili appelli alla pace, sotto traccia la “soluzione finale” di Trump e Netanyahu sta prendendo corpo. Sta diventando “la soluzione migliore”, l’operazione chirurgica definitiva.
Quando succederà (e sta già cominciando  a succedere) sarà troppo tardi per opporsi all’espansionismo sionista.

Non riesci a crederci? Credici!

Cover: profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto – foto di toscananovecento.it

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Marghera, Progetto inceneritore di ENI Rewind è stato bocciato. Vittoria del Coordinamento No Inceneritori

Marghera, Progetto inceneritore di ENI Rewind è stato bocciato. Vittoria del Coordinamento No Inceneritori

Eni Rewind nel pomeriggio del 25 giugno ha commentato con una breve nota il parere negativo del comitato tecnico regionale del Veneto per la Valutazione di Impatto Ambientale, che di fatto affossa il progetto del termovalorizzatore, che già aveva avuto un parere negativo dall’Istituto Superiore di Sanità, oltre alla graduale opposizione di diversi comuni e comunità del territorio. «Eni Rewind prende atto della decisione in merito alla bocciatura del progetto per la realizzazione di un impianto per il trattamento dei fanghi di depurazione civile a porto Marghera» scrive all’inizio della nota. Proprio sul fronte del lavoro interviene la Cgil, ricordando che «quello dell’inceneritore a Fusina è sempre stato un progetto irrealizzabile, privo di basi industriali solide e totalmente inadeguato. Eni – dichiarano Daniele Giordano (Cgil Venezia) e Michele Pettenó (Filctem) – ha preso in giro l’intero territorio, presentando una proposta che non aveva alcuna reale prospettiva di rilancio industriale. Questo impianto è servito solo a distogliere l’attenzione dai veri nodi irrisolti, a partire dalla mancanza totale di investimenti e dalla chiusura silenziosa della chimica a Porto Marghera».

L’inceneritore per fanghi di ENI Rewind è stato bocciato e i comitati parlano di una vittoria e di una giornata storica. Il Coordinamento No Inceneritori ha emesso un comunicato stampa il 25 giugno in cui scrive:

“Avevamo promesso a ENI che di qui non sarebbero passati, e non sono passati!
E’ una vittoria importantissima e di portata storica per un territorio che ha pagato un prezzo altissimo, in termini di vite umane perse e di degrado ambientale, a causa di decenni di industrializzazione dissennata, che ha privilegiato il profitto sopra tutto e sopra tutti, creando la diffusa opinione che la popolazione non ha mai voce in capitolo su questioni così importanti.

Qualcuno pensava di poter continuare a sacrificare questo territorio, ma le tante mobilitazioni popolari messe in campo, non ultima la grande manifestazione dell’1 giugno con 5000 persone in piazza un anno fa, il blocco del distributore a Marghera e dell’ENI Store, il grande lavoro di inchiesta , di approfondimento scientifico, di sensibilizzazione svolto in questi anni dai comitati ha sbarrato la strada addirittura a ENI, una delle multinazionali del fossile più potenti al mondo, la stessa che fa accordi con il governo criminale di Israele e con Paesi come la Libia responsabili di torture e di gravi violazioni dei diritti umani .

E’ importante che le argomentazioni del Comitato Tecnico per la valutazione ambientale abbiano riconosciuto l’importanza del principio di precauzione e abbiano accolto i nostri rilievi sulla pericolosità degli inceneritori, impianti insalubri di prima classe, in particolare per quanto riguarda gli impatti ambientali e sanitari derivati dalla inefficace combustione dei PFAS, e per il fatto che questo territorio è già pesantemente inquinato con conseguenze sanitarie intollerabili.

Le istituzioni hanno dovuto piegarsi di fronte alla nostra mobilitazione e.ai pareri determinanti dell’Istituto Superiore di Sanità, che hanno di fatto confermato tutte le osservazioni che già avevamo posto.

Questa sentenza non vale solo per ENI, perché ora il problema della salute, dei PFAS e dell’inquinamento ambientale non potrà più essere ignorato né per l’inceneritore di Veritas, né per quelli di Padova, di Schio, di Verona e di Loreo. Il problema della gestione dei rifiuti, dei fanghi e dei PFAS sono un dato di fatto, ma la soluzione non sta nel creare un problema ancora più grave. E’ necessario aprire al confronto con i comitati, con le associazioni ambientaliste, con le popolazioni, investire in ricerca, e soprattutto assumere come paradigma che la tutela della salute e dell’ambiente vengano prima dei profitti e di ogni altra cosa”.

Il Coordinamento No Inceneritori, forte di questa vittoria ora rilancia:

“E’ necessario bloccare immediatamente la seconda linea di Veritas; chiediamo alla Regione e a ARPAV di avviare studi approfonditi intorno agli inceneritori, con il supporto di CNR e ISPRA, per verificare il livello di contaminazione da PFAS nei suoli, nelle acque, e negli alimenti. Noi non ci fermiamo, Veritas è avvisata. Il nostro territorio non è in vendita, non brucerete il nostro futuro”.

Nonostante ciò però, Eni sembra ancora essere pronta all’attacco e, proprio nella nota, prosegue: «Tali impianti sono infatti previsti nella piano rifiuti della Regione Veneto, ed Eni Rewind ritiene di aver presentato tutta la documentazione tecnica relativa a eventuali impatti sull’ambiente, la sicurezza e la salute. Eni avvierà le opportune riflessioni in merito al rilancio dell’area industriale di Porto Marghera di cui questo impianto era parte rilevante». 

Foto Coordinamento-No-Inceneritore-Fusina

Vedi: https://www.veneziatoday.it/attualita/eni-reazione-bocciatura-inceneritore.html

Cover: foto Eni-Rewind-rendering-progetto-smaltimento-fanghi

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Caldo Killer e crisi climatica

Caldo Killer e crisi climatica

Titolo originale : L’ondata di caldo estremo in Europa

da Redazione di Valigia Blu, 1 luglio 25

Temperature oltre i 40 gradi che di solito si registrano a luglio e agosto, incendi, pericoli per la nostra salute. Una pericolosa ondata di caldo sta colpendo vaste aree dell’Europa. Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna sono tra i paesi che stanno vivendo le condizioni più severe.

In Spagna, a El Granado, nel sud-ovest del paese, sabato scorso il termometro ha sfiorato i 46 gradi. Secondo l’AEMET, l’agenzia meteorologica statale spagnola, se confermato si tratterebbe di una temperatura mai raggiunta nel mese di giugno, superando i 45 °C registrati a Siviglia sessant’anni fa. Anche in Portogallo le temperature sono salite vertiginosamente domenica, raggiungendo i 47 °C a Mora, una città nel centro del paese. In Francia le temperature hanno superato i 41 °C a Céret, nel sud-ovest, prima che violenti temporali si abbattessero su tutto il paese. L’area intorno a Parigi è stata tra le più colpite da grandine e oltre 15.000 fulmini. Météo-France ha affermato che si tratta della 50ª ondata di caldo dal 1947. In Grecia, le temperature hanno superato i 40 °C in molte zone della Grecia, con la massima registrata a Skala, in Messinia, nel Peloponneso meridionale, dove si sono raggiunti i 43 °C. Giovedì è scoppiato un incendio a sud di Atene: sono stati emessi ordini di evacuazione per diverse comunità e chiusi tratti della strada costiera che collega la capitale a Sounion, sede del Tempio di Poseidone. In Italia, il Ministero della Salute ha classificato 17 delle 27 città monitorate sotto allerta calore di massimo livello. A Roma, a Tor Vergata, le temperature hanno superato i 40 °C.

Si ritiene che le temperature estreme abbiano causato almeno tre vittime, tra cui un bambino che sarebbe morto per un colpo di calore mentre si trovava in un’auto nella provincia di Tarragona, in Catalogna, l’1 luglio. A Palermo, in Sicilia, una donna di 53 anni è morta lunedì dopo essere svenuta mentre camminava per strada. Secondo quanto riferito, soffriva di problemi cardiaci. Negli ultimi giorni, in alcune zone d’Italia, i ricoveri nei pronto soccorsi ospedalieri sono aumentati del 15-20%. La maggior parte dei pazienti sono anziani affetti da disidratazione.

Le ondate di calore sono un “killer silenzioso”, scrive Ajit Niranjan sul Guardian. Si stima che il caldo uccida circa mezzo milione di persone ogni anno. E, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno su Lancet Public Health, i decessi causati dal caldo in Europa potrebbero triplicare entro la fine del secolo, con un aumento sproporzionato nei paesi meridionali come Italia, Grecia e Spagna. Eppure, il caldo raramente viene indicato come causa di morte principale perché le temperature estreme vanno a colpire persone fragili affette da altre patologie.

In Italia, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, due centri industriali, hanno annunciato la sospensione del lavoro all’aperto tra le 12,30 e le 16, unendosi ad altre 11 regioni – dalla Liguria nel nord-ovest alla Calabria e alla Sicilia nel sud – che hanno imposto chiusure simili nei giorni scorsi.

Le autorità locali hanno seguito il consiglio dei sindacati dopo la morte di Brahim Ait El Hajjam, un operaio edile di 47 anni, che il 30 giugno è collassato ed è morto mentre lavorava in un cantiere vicino a Bologna, capoluogo dell’Emilia-Romagna. Martedì due operai si sono sentiti male in un cantiere vicino a Vicenza, in Veneto. Uno di loro sarebbe in coma.

I sindacati CGIL Bologna e Fillea CGIL hanno dichiarato in un comunicato: “In attesa di conoscere le reali cause del decesso, è fondamentale, in questo terribile periodo, promuovere una cultura della sicurezza. ”L’emergenza climatica ha chiaramente peggiorato le condizioni di chi lavora ogni giorno all’aperto e le aziende devono dare assoluta priorità alla protezione dei lavoratori”.

In Francia sono state chiuse le scuole dopo la segnalazione dei sindacati del surriscaldamento delle aule.

La causa del caldo persistente è un sistema di alta pressione che si trova sull’Europa occidentale, noto come cupola di calore. Agendo come un coperchio, la cupola intrappola l’aria calda e secca e intensifica il calore nel tempo. Mentre il sistema si sposta verso est, attira anche aria calda dal Nord Africa, accelerando ulteriormente il riscaldamento in tutta la regione.

L’ondata di calore di questi giorni in Europa è uno dei segni che “il continente si sta riscaldando più rapidamente a causa della crisi climaticariporta il Guardian. Sebbene sia difficile collegare singoli eventi meteorologici estremi al cambiamento climatico, le ondate di caldo stanno diventando più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici. Gli scienziati del World Weather Attribution, che analizzano l’influenza dei cambiamenti climatici sugli eventi meteorologici estremi, affermano che le ondate di calore di giugno con tre giorni consecutivi sopra i 28 °C sono diventate circa 10 volte più probabili oggi rispetto all’era preindustriale.

“Il vero problema non sono tanto le temperature oltre la norma quanto l’estremizzazione dei fenomeni”spiega il climatologo Antonello Pasini. “Per esempio, al nord potrebbe esserci un leggero calo di questo anticiclone e potrebbero esserci fenomeni precipitativi estremamente violenti”.

Questa ondata di calore arriva dopo una serie record di temperature estreme, tra cui il marzo più caldo mai registrato in Europa, secondo i rilevamenti del servizio di monitoraggio climatico dell’UE Copernicus. A causa del riscaldamento del pianeta, gli eventi meteorologici estremi, tra cui uragani, siccità, inondazioni e ondate di caldo, sono diventati più frequenti e intensi.

“In qualche modo dobbiamo, da un lato, adattarci a queste situazioni anche perché pur agendo in fretta il clima ha un’inerzia e avremo a che fare con queste condizioni per i prossimi decenni: tutte le città dovrebbero avere dei rifugi climatici per le persone fragili ed economicamente vulnerabili che non hanno luoghi di refrigerazione in modo da evitare l’aggravarsi di patologie e decessi”, spiega ancora Pasini. Ma, soprattutto, aggiunge il climatologo, è fondamentale lavorare sulla mitigazione, ovvero sulle politiche di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera attraverso la transizione a fonti energetiche pulite.

Ma, come ha affermato in un’intervista al Guardian la vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la transizione energetica ed ex ministra dell’Ambiente spagnola, Teresa Ribera, sebbene gli effetti dell’emergenza climatica stiano diventando sempre più evidenti, non ci sono ancora azioni concrete. “La codardia politica sta ostacolando gli sforzi europei per affrontare gli effetti della crisi climatica, proprio mentre il continente è colpito da un’ondata di caldo record”, ha detto Ribera.

Una parte importante del problema, ha aggiunto, è che alcuni partiti politici “continuano a insistere, con veemenza, che il cambiamento climatico non esiste”, oppure affermano che prendere decisioni per adattarsi alle realtà ambientali è troppo costoso. “Mi dispiace, ma sarà molto più costoso se non agiamo”, osserva Ribera. “Lo sappiamo tutti. Non si può dire alla gente che il cambiamento climatico è il grande problema esistenziale della nostra generazione e poi dire: ‘Mi dispiace, non faremo nulla’”.

Secondo Ribera, molti politici sono riluttanti a esporsi o a chiedere azioni concrete per paura di alienarsi i consensi degli elettori, ma negare – o essere incapaci ad affrontare tutte le difficili questioni che pone l’emergenza climatica – non fa altro che contribuire all’attuale mancanza di fiducia nella classe politica.

In copertina: immagine da Icona Clima

Un haiku ci salverà. Forse

Un haiku ci salverà. Forse

Come già aveva raccontato Borges riferendosi alla bomba atomica, anche nel caso dell’intelligenza artificiale mi piacerebbe confidare in… un haiku per salvarci dall’ira degli dei nipponici.

Nel romanzo Cronache di Bustos Domecq scritto insieme a A. Bioy Casares e pubblicato nel 1967, Borges racconta la seguente storia:

“In un autunno, in uno degli autunni del tempo, le divinità dello Shinto si riunirono, non per la prima volta, a Izumo. Si dice che fossero otto milioni, ma sono un uomo molto timido e mi sentirei un po’ sperduto tra tanta gente. Inoltre, non conviene maneggiare cifre inconcepibili. Diciamo che erano otto, giacché l’otto è, in queste isole, di buon augurio.

Erano tristi, ma non lo parevano perché i volti delle divinità sono kanji che non si lasciano decifrare. Sulla verde cima di un colle si sedettero in tondo. Dal loro firmamento o da una pietra o da un fiocco di neve, avevano sorvegliato gli uomini. Una delle divinità disse:

Molti giorni, o molti secoli fa, ci riunimmo qui per creare il Giappone e il mondo. Le acque, i pesci, i sette colori dell’arcobaleno, le generazioni delle piante e degli animali, ci sono riusciti bene. Affinché tante cose non li opprimessero, demmo agli uomini la successione: il giorno plurale e la notte unica.

Concedemmo loro anche il dono di provare alcune variazioni. L’ape continua a ripetere alveari; l’uomo ha immaginato strumenti: l’aratro, la chiave, il caleidoscopio. Ha anche immaginato la spada e l’arte della guerra. Ha appena immaginato un’arma invisibile che può essere la fine della storia. Prima che accada questo fatto insensato, cancelliamo gli uomini.

Si misero a pensarci. Un’altra divinità disse senza imbarazzo:

È vero. Hanno immaginato quella cosa atroce, ma anche questa che sta nello spazio che abbracciano le sue diciassette sillabe.

Le scandì. Erano in un idioma sconosciuto e non potei intenderle.

La divinità maggiore sentenziò:

Che gli uomini perdurino.

Così, per opera di un haiku, la specie umana si salvò.”

Ora però c’è una riflessione da fare a proposito del nostro rapporto con le novità tecnologiche: nel caso della bomba atomica gli inventori di quell’ordigno di morte, quegli scienziati politici e militari che immaginarono gli scempi di Hiroshima e Nagasaki, erano pur sempre appartenenti alla medesima specie degli individui che concepirono un “semplice”  componimento di appena 17 sillabe (un haiku per chi non lo sapesse è una brevissima poesia composta da tre versi di 5,7 e 5 sillabe rispettivamente).

Ma con lintelligenza artificiale sarà possibile aspettarsi la stessa cosa? E, cioè, che la nostra specie potrà sfangarsela grazie a un haiku? E soprattutto “chi” potrebbe scrivere un tale componimento, un essere umano o un chat bot (un robot di conversazione)?

Detto in altro modo: l’Intelligenza Artificiale (IA) sarebbe in grado di scrivere un haiku capace di impietosire le divinità dello Shinto?

Mi viene da rispondere: «Spero di no!»

Se riuscisse a farlo e, per così dire, intenerisse i cuori delle divinità Shinto, verrebbe meno proprio la nostra quintessenza umana, perché se c’è una cosa che non può appartenere alla IA è l’immaginazione, cioè quella connessione profonda tra l’esperienza del poeta e quella del lettore.

Per questo occorrerà che sia un essere umano a scrivere l’haiku della salvezza, perché solo se verrà creato da un lui o da una lei della nostra specie, si potrà salvare (salvaguardare), la nostra stessa insondabile, imperscrutabile , irriproducibile “umanità”, dimostrando che esistiamo effettivamente e che non fingiamo di farlo attraverso delle nostre copie.

Ecco il nocciolo della questione.

L’originale e il sostituto (potremmo anche dire l’analogico e il digitale!) sono compagni che costantemente riappaiono nella nostra storia evolutiva, si pensi solo alla “scrittura” (o alle preistoriche pittografie rupestri:  il bovide disegnato sulla pietra “sta” per l’originale osservato e copiato) o, appunto, alla odierna IA (l’intelligenza della macchina “sta” per quella del “cervello umano”).

Ma mentre la prima operazione conserva un suo carattere di continuità che implica la presenza di tutto l’essere umano (per semplificare: sia la componente razionale che quella irrazionale che indusse Michelangelo a chiedere, tra le lacrime, al suo Mosé «Perché non parli?»), la seconda operazione “incarna” solo una parte “discreta”, quella razionale.

Il padre dell’intelligenza artificiale, Alan Turing, sapeva benissimo che il sistema nervoso non era una macchina a stati discreti anzi precisò : “…in senso stretto non esistono macchine di quel genere. In realtà tutto si muove in modo continuo. Ma ci sono molti generi di macchine che possono UTILMENTE essere considerate come macchine a stati discreti, per esempio il cervello…”

Considerare il cervello una macchina discreta si è dimostrata un’idea immensamente fertile, ma a rigore è un’idea FALSA, per una semplice ragione:

il cervello non è e non potrà mai essere una macchina a stati discreti, ma in varie circostanze e per motivi diversi SIMULA di esserlo e riesce a farlo efficacemente. L’IA dunque non fa altro che simulare un’entità (il cervello umano) colta nell’atto di simulare.

La macchina di Turing, fino alle recenti chat bot, simulano dunque una simulazione, quella che il cervello mette in atto per operare con efficacia entro certi ambiti. Perciò non imita il cervello, ma certe strategie usate dal cervello. Pertanto l’IA è soltanto l’efficientamento di una simulazione già attuata dal cervello.

Per concludere riporto i risultati di un esperimento che ho eseguito personalmente: ho chiesto alla IA di “scrivere un haiku per convincere le divinità dello Shinto (e in generale qualunque dio si voglia credere) a non cancellarci dalla faccia della Terra”.

Ecco il risultato:

Risa nel ruscello — petali danzano lievi, ride anche il sole.
[Copilot, assistente digitale basato su IA]

Ho paragonato poi questo (quasi)-haiku alle 17 sillabe scritte da un haijin in carne, ossa e sistema nervoso (nonché capacità di contarle per bene le sillabe):

Il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna.
[Mizuta Masahide]

Nell’haiku umano il poeta manifesta la “sua” volontà di cercare  in ogni situazione una nuova prospettiva, una nuova bellezza, di conservare, comunque, una labile speranza anche di fronte alla distruzione: per questo invita i suoi simile a fare lo stesso salto immaginativo, cosa che nessuna IA potrà mai fare.

Quale dei due haiku, secondo voi, potrebbe convincere le divinità riunite a Izumo a risparmiarci?

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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FERRARA: AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE UN CONVEGNO SPOT PER IL NUCLEARE

FERRARA: AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE UN CONVEGNO SPOT PER IL NUCLEARE

Si è tornati a parlare di un tema molto in voga negli ultimi tempi mercoledì 11 giugno al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara. Organizzato dall’associazione “Guido Carli” e presenti vari esperti moderati dal capo redattore del Resto del Carlino Cristiano Bendin, si è tenuto l’incontro Il nucleare: tra sostenibilità economica e ambientale, introdotto dagli interventi di Federico Carli, presidente dell’Associazione “Guido Carli”, Alessandro Balboni, vicesindaco di Ferrara e Riccardo Maiarelli, presidente di Fondazione Estense.

Della tecnologia nucleare utilizzata per la produzione di energia ho già trattato in un recente articolo; in esso erano riportate le dichiarazioni di Nicola Armaroli[1] relativamente al DDL Energia del ministro Gilberto Pichetto Fratin, approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri. Armaroli faceva notare che “il nucleare in Italia non si farà” in quanto il DDL “mette nero su bianco che dovranno pagarlo i privati”, e “non esiste un solo paese al mondo in cui il nucleare non sia sussidiato dallo stato, oltre a ciò il testo del decreto prescrive addirittura che le aziende energetiche si facciano carico della gestione dei rifiuti, incluso il deposito geologico”. Ma è difficile pensare, continua Armaroli, che qualcuno possa investire a queste condizioni, anche perché “essendo l’Italia uno dei luoghi più difficili al mondo per fragilità idrogeologica, rischio sismico e vincoli paesaggistici, la localizzazione diventa un rebus”, un problema di assoluta rilevanza.

Detto questo vale la pena illustrare brevemente il senso dell’incontro del Ridotto, che, a mio avviso, è stato sostanzialmente uno spot, come ce ne sono tanti in questi ultimi tempi, in cui si decantano le lodi della tecnologia nucleare. Ciò è suffragato anche dal fatto che i fautori del nucleare si considerano “pragmatici”, mentre chi non è d’accordo e si oppone è considerato portatore di “ideologie”, e questo non solo sul tema in oggetto, ma anche rispetto alle molte tecnologie che sono motivo di contrapposizione tra ambientalisti e fautori della crescita a prescindere, in particolare se ci si riferisce alle cosiddette “rinnovabili”.

Presentare gli intervenuti, tutti personaggi di assoluto livello, sia per le competenze che per i ruoli ricoperti, può servire a capire quanto ho appena sostenuto.

Marco Peruzzi è membro del comitato esecutivo del gruppo EDISON, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, si è occupato principalmente di organizzazione e business, prima in ENI, poi appunto in EDISON dove, dal 2009, ha avviato le attività nel settore dell’efficienza energetica costituendo Edison Energy Solutions e ristrutturato il settore energie rinnovabili. Dal novembre 2019 ricopre la carica di vice-presidente di Elettricità Futura, la principale Associazione della filiera industriale nazionale dell’energia elettrica con oltre il 70% del mercato elettrico italiano e l’obiettivo di promuovere lo sviluppo del settore elettrico italiano nella direzione della transizione energetica. Interessante scorrere il lungo elenco degli associati tra i quali spiccano ENEL, ENI ed EDISON.

Gian Pietro Joime, laurea in Scienze Politiche con specializzazione in economia internazionale, è componente del nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica della presidenza del Consiglio dei Ministri, e docente di economia dell’ambiente e del territorio all’Università telematica G. Marconi. Suggestivo il titolo di un articolo apparso sulla rivista Partecipazione, “La transizione ecologica? È una grande questione industriale (e nazionale)”.

Di Simone Mori si legge vanti grande esperienza nel settore dell’energia e delle infrastrutture, avendo ricoperto ruoli senior in aziende leader del settore energetico. Laureato in Fisica ha conseguito un Master in Business Administration, e, dopo essere stato dirigente ENEL, ha fondato ENEOSIS, di cui è amministratore delegato, una società che fornisce servizi di consulenza integrata, strategica ed organizzativa, in materia di tematiche regolatorie, istituzionali e strategiche nei settori energetico, ambientale e delle infrastrutture, diretti ad imprese, professionisti, persone fisiche e giuridiche, enti pubblici, associazioni e fondazioni. E’ anche docente del corso di Managing the Energy Transition, alla Luiss Guido Carli di Roma.

Pietro Maria Putti invece è AD di Gestore Mercati Energetici (GME), società che è stata costituita dal Gestore dei Servizi Energetici S.p.A., interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali. Il GME svolge le proprie attività nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). E’ docente del corso di Introduzione al Diritto e all’Economia dei Mercati Energetici (laurea magistrale in Ingegneria Energetica) presso l’Università La Sapienza di Roma. E’ stato Vice Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare e membro (fino al 2010) della Commissione di esperti istituita presso il Ministero dello Sviluppo Economico per la riforma della normativa italiana in materia nucleare.

Infine Gian Luca Artizzu Laureato in Scienze Politiche è esperto di gestione e organizzazione aziendale; già manager in Sogin (società pubblica che si occupa dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi), ne è attualmente l’AD.

Dalle brevi descrizioni risultano quindi diverse le competenze legate alla organizzazione aziendale e ai ruoli manageriali, meno a quelle di tipo tecnico.

Venendo ai contributi degli intervenuti, molti di essi, come detto in apertura, sono stati caratterizzati dalla messa in rilievo delle presunte positività del nucleare con affermazioni quali “il nucleare come tema per il futuro del paese, o la “necessità del nucleare per una politica energetica che garantirebbe all’Italia competitività e riuscirebbe ad abbassare i costi dell’energia”, fino alla previsione di un “futuro luminoso per i nostri figli”.
A proposito di futuro vi è stata l’onestà di riconoscere che la maggior parte di noi, ad esclusione dei più giovani, difficilmente potrà vedere realizzate le tanto evocate tecnologie nucleari, anche di nuova generazione (Small Modular Reactors), visti i tempi e i costi di costruzione di questi impianti.

Le accuse di “ideologia” per chi si oppone o non ritiene opportuna, conveniente, o sicura la tecnologia nucleare sono state, come già accennato, il refrain per diversi dei contributi.
Viene il dubbio che ideologico sia chi la pensa diversamente senza minimamente entrare nel merito delle questioni.

L’incontro poi ha visto alcune “narrazioni” molto comuni di questi tempi a cominciare da “la domanda di energia elettrica in Europa (e quindi in Italia) è destinata ad aumentare vertiginosamente”, e “la velocità nella transizione energetica sarà inferiore alle esigenze energetiche”, o anche “le rinnovabili come tecnologie non affidabili, intermittenti, discontinue e non programmabili”, facendo riferimento per questa ultima affermazione al recente blackout spagnolo. Il tutto quasi senza fornire dati a supporto di quanto dichiarato.

Non poteva poi mancare il riferimento alla vicina Francia quale paese visto come “grande produttore di energia elettrica da nucleare”, senza però ricordare la crisi degli anni recenti e i problemi che quel settore sta vivendo. A questo proposito la rivista QualEnergia.it, fonte più che affidabile, nel settembre del 2022 pubblicava un articolo dall’eloquente titolo La Francia nucleare: da esportatore di energia a basso costo a malato d’Europa[2].

Altro contributo sul tema è del luglio 2023 da parte di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale); in https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-a-prova-di-scossa-elettrica-136246, si può leggere che “Tutto è cambiato nel 2022 quando la Francia ha sperimentato diverse crisi simultanee: una crisi idroelettrica con scarsa disponibilità di acqua nei bacini, una crisi di produzione nucleare con 27 reattori su 56 fermi, oltre alla crisi del gas con la Russia, e infine, ma non meno importante, le limitazioni estive al funzionamento delle centrali nucleari a causa delle temperature dell’acqua nei fiumi”. Di qualche settimane fa è invece l’articolo Un guasto a un reattore nucleare in Francia rischia di far schizzare i prezzi dell’energia in Europa, apparso su Europa Today, che tratta le conseguenze di eventuali guasti degli impianti nucleari (https://europa.today.it/economia/guasto-reattore-nucleare-francia-rischio-aumento-prezzi-energia-in-europa.html).

Ovviamente nel poco tempo a disposizione non sarebbe stato possibile sviscerare i tanti aspetti problematici che questa tecnologia presenta; ci si poteva aspettare qualche accenno esplicito al problema, di difficile soluzione, della gestione delle scorie e dei rifiuti radioattivi che derivano dal processo, a quello dei costi e della reperibilità del combustibile, o all’aspetto dello smantellamento degli impianti a fine ciclo, solo per citarne alcuni.

In conclusione credo sia legittimo chiedersi il senso di un incontro su questo tema a Ferrara. Viene da pensare che, nella eventualità di uno sviluppo della tecnologia nucleare, il nostro territorio possa essere tra quelli scelti per la installazione. Ma questo, al di là delle problematiche inerenti alla tecnologia in sé, sarebbe un problema di notevole entità vista la notevole concentrazione di impianti per la produzione di energia, come biogas/biometano e fotovoltaico (a terra o agrivoltaico), che già sono presenti e che si prevede vengano realizzati nella nostra provincia.

Centrale di Caorso. https – //www.arpae.it/it/temi-ambientali/radioattivita/centrale-di-caorso

Note

[1] Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche ed esperto di questioni energetiche

[2] https://www.qualenergia.it/articoli/francia-nucleare-da-esportatore-di-energia-basso-costo-a-malato-europa/

La necessità di forti importazioni di elettricità da tutto il continente sta mettendo in crisi la Francia, ma anche altri paesi europei. Questa situazione, mette non solo la Francia a rischio di improvvisi blackout, ma contribuisce non poco all’aumento generalizzato del prezzo dell’elettricità nel continente, che si era abituato al grande export francese a basso costo per moderare i vari Pun (vedi I problemi strutturali del nucleare francese che inguaiano il mercato elettrico europeo).
I contributi nucleari della Francia sono stati interrotti nel 2022 a causa di prolungate interruzioni della manutenzione e di riduzioni dovute alle condizioni meteorologiche dei fiumi, che hanno portato la disponibilità nucleare francese a livelli record. Nel momento più basso, la disponibilità nucleare della Francia si è attestata intorno al 40% della capacità massima per circa un mese. Questo calo ha portato alcuni critici a mettere in discussione l’affidabilità dell’energia nucleare e il suo ruolo potenziale nella strategia di decarbonizzazione dell’Europa. https://www.catf.us/it/2023/07/2022-french-nuclear-outages-lessons-nuclear-energy-europe/

Cover: Three Mile Island è una centrale nucleate situata sull’omonima isola, vicino a Middletown, Pennsylvania, Usa.  L’incidente di Three Mile Island, verificatosi nel 1979, è stato il più grave incidente nucleare civile nella storia degli Stati Uniti. Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti – http://ma.mbe.doe.gov/me70/history/photos.htm Stato del copyright: identificato sulla pagina del DOE come “foto DOE”, ovvero non protetto da copyright

 

Per leggere gli articoli di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

Per certi Versi /
Sono figlia del vento

Sono figlia del vento

Sono figlia del vento

che asciugava la terra

nei giorni passati a cercare cicale

nel grano maturo

era estate

Sono figlia del vento

che asciuga il lamento

nei giorni passati a cercare parole

nel taglio del sole

è inverno

In copertina: Foto di charlie min kim da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

La corsa al litio. L’oro bianco che divora la vita

La corsa al litio. L’oro bianco che divora la vita

di Pedro Pozas Terrados

Nel cuore del cosiddetto “triangolo del litio”, formato da Argentina, Bolivia e Cile, si trova oltre il 60% delle riserve mondiali di questa risorsa, fondamentale per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei sistemi di accumulo dell’energia rinnovabile. Il litio è stato definito l’oro bianco del XXI secolo, una promessa energetica che, lungi dall’essere pulita e giusta, sta portando a una nuova forma di estrattivismo predatorio.

Per produrre una sola tonnellata di litio sono necessari due milioni di litri d’acqua. Si tratta di una cifra spropositata in regioni dove l’acqua è già scarsa e dove le alte paludi andine, le saline e i fragili ecosistemi dipendono da un equilibrio idrico estremamente sensibile. Ma ben più drammatico è il prezzo umano: ancora una volta, i popoli indigeni sono le vittime invisibili del progresso altrui.

In Cile, le comunità degli Atacameño hanno alzato la voce contro la devastazione delle loro saline ancestrali e la riduzione delle loro fonti di acqua dolce, fondamentali per la vita, l’agricoltura e la loro visione del mondo. In Argentina, i popoli Kolla, Atacama e Likan Antai, tra gli altri, denunciano che i loro territori vengono occupati o venduti senza una consultazione preventiva, libera e informata, violando i diritti sanciti da convenzioni internazionali come la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).

Sotto la pressione delle multinazionali e il discorso della transizione energetica verde, i governi vendono il litio come un futuro rinnovabile. Ma dietro questa facciata, si perpetua il modello coloniale di saccheggio, dove il profitto va lontano e il danno rimane in patria. Le promesse di sviluppo locale si dissolvono in contratti opachi, territori inquinati e corsi d‘acqua secchi.

È ironico che una cosiddetta energia “pulita” nasca da una ferita aperta nella terra. La biodiversità delle saline – fenicotteri andini, microrganismi unici, specie endemiche – sta scomparendo. Il silenzio del deserto è rotto da macchinari, strade e trivellazioni, mentre le voci di coloro che si sono presi cura di questi ecosistemi per secoli vengono ignorate o soppresse.

A cosa serve una batteria pulita se è costruita sull’ingiustizia? Chi definisce che cosa è progresso? E quante volte ancora i popoli indigeni dovranno pagare il prezzo per il futuro di altri?

La transizione energetica non può essere costruita su nuove ingiustizie. Sostituire i combustibili fossili con batterie al litio non è un progresso se si limita a spostarne la vittima: dal pianeta al deserto, dal clima all’acqua, dal petrolio ai popoli indigeni.

Le multinazionali, in combutta con i governi nazionali e provinciali, sono sbarcate nel nord dell’Argentina, del Cile e della Bolivia con la promessa di lavoro e sviluppo. Ma in molti casi i posti di lavoro sono precari, i salari irrisori mentre i contratti firmati ignorano completamente le comunità locali. I veri custodi del territorio non partecipano alle decisioni che lo riguardano.

La Convenzione 169 dell’OIL, ratificata da questi Paesi, richiede la consultazione preventiva, libera e informata delle popolazioni indigene prima che vengano avviati progetti sulle loro terre. Ma questo obbligo legale viene sistematicamente ignorato. La giustizia, quando interviene, di solito arriva tardi e con timore.

Proposte e percorsi alternativi

  1. Consultazione e consenso vincolante: qualsiasi progetto estrattivo deve essere consultato in modo reale e rispettoso con le comunità indigene, garantendo che la loro decisione sia vincolante. Non si tratta di “ informare” le comunità, ma di rispettare la loro autodeterminazione.
  2. Controllo comunitario delle risorse: le comunità dovrebbero possedere e gestire le risorse nei loro territori. Invece di essere emarginate, dovrebbero essere al centro del modello produttivo, con benefici diretti e sostenibili.
  3. Tecnologie alternative: è urgente investire in batterie senza litio basate sul sodio, sul grafene o su altre alternative meno distruttive. Alcune esistono già, ma le pressioni del mercato ne frenano lo sviluppo.
  4. Miniere urbane: il recupero dei metalli dai dispositivi elettronici usati – il cosiddetto “urban mining” – può ridurre significativamente la necessità di sfruttare nuovi territori.
  5. Responsabilità internazionale delle imprese: le imprese che estraggono litio nel Sud Globale devono essere soggette a rigorosi norme internazionali in materia di diritti umani e ambiente, sotto il controllo di organismi indipendenti.
  6. Corridoi bioculturali protetti: escludere le aree sacre, gli ecosistemi fragili e i territori indigeni da qualsiasi sfruttamento. Trasformarli in corridoi di conservazione con il sostegno internazionale.

Nelle comunità Kolla, Atacama, Diaguita e Likan Antai, le nonne insegnano ai bambini a parlare con l’acqua, a prendersi cura della terra come se fosse parte del corpo. Si tratta di popoli che non hanno “risorse”, ma relazioni sacre con il loro ambiente. Vedere il litio come una “risorsa” da estrarre e vendere è una visione estranea, imposta e violenta.

Come è già successo per il petrolio, il coltan e l’oro, la corsa al litio rischia di lasciare una scia di distruzione e di oblio. Ma siamo ancora in tempo per evitare che la storia si ripeta.

Questo “oro bianco”, che abbaglia le grandi potenze e le multinazionali, non deve continuare a macchiare le mani di chi non è mai stato ascoltato. Non ci può essere transizione ecologica senza giustizia climatica, sociale e culturale. E questa giustizia inizia con l’ascolto, il rispetto e la protezione di coloro che da millenni vivono in armonia con la Terra.

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo
Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.

Parole a capo
«Poesie per una strana estate»

Parole a capo <br> «Poesie per una strana estate»

E’ arrivato il caldo
lo sento sottopelle
i pensieri vanno
per non più ritornare
nel mistero dell’altrove
se c’era luce non ti nascondevi
non temevi quella voce
raccontavi il tempo
come un ricordo muto
per me erano gli anni del racconto
ora tu non ci sei
e non c’è nessun racconto
e io divento vecchia
(Rita Bonetti)

 

*

Colonizzatori o colonizzati
È un bimbo che respinge con la mano
verdura che non ama nel piattino
e sputa l’acqua perché ‘naturale’
chiedendo quella con le bollicine
È un bimbo anche colui che raschia il fondo
di un lurido tegame e della vita,
che cerca fra i proiettili e le bombe
un goccio d’acqua e un sacco di farina
Così è da tempo, ieri e ancora prima
Dipende sempre da dove si è nati,
fra i colonizzatori o fra i colonizzati
(Sara Ferraglia)
*
 

LUGLIO

 

Nell’estate matura
quando nei brevi luminosi cieli
notturni Sirio precede e annuncia
la maestà del sole,
luglio riempie i granai e regala
i frutti freschi e dolci che consolano
l’arsura.
Luglio è un padrone di casa vanesio
gli piace
stupire all’insegna dell’eccesso.
Troppe ore di luce troppo intensa
troppo caldi i giorni e troppo
puliti i cieli e nemmeno una nuvola
a contrastare il blu troppo sfacciato.

Luglio divide il tempo della vita.

Da complice
indulgente, sorride
alla giovinezza, la corteggia
e lei si lascia bruciare la pelle
e gode e vola insonne alla stagione
della gioia, al gioco seduttivo
alla scoperta degli amori. Luglio
irride crudele agli anni
che curvano le spalle e fanno incerto
il passo e le mani tremanti.

Un velo ondeggia
sugli occhi stanchi e i ricordi
fanno più male.
I corpi si abbandonano sfiniti
senza toccarsi, senza più carezze.

 

(Marta Casadei)

*

Estate


Le cicale cantano spietate
Dove tutto il resto tace
In questa estate
Di calde luci
Di fresche stelle
Bacio la tua pelle
Bianco nettare
Poi rubo fichi
Bevo vino
Seduta a piedi nudi
Nella vigna
Ma al tramonto
Ebbra
All’improvviso malinconica mi prende
E nulla sembra più bastare
Nulla sembra più
Restare


(Silvia Lanzoni)

*
*
Dove va il sole

Il sole appena andato via,

il riverbero a dondolarsi su foglie nella brezza 
a scivolare sui coppi vecchi in una specie di slalom
a scorrere sulle cortecce come in un’ultima carezza
i muri delle case in un tepore a svaporare da tutte le parti
il suo alito caldo a lambire le braccia 
e a cingere i fianchi dei passanti
Il sole appena andato via,
il cotto dei mattoni, polpa croccante di cocomero,
biancheggiare di margherite, semafori di fragole matte
per la circolazione di colonne di lumache.
Il sole appena andato via,
a spuntare sui dorsi dei bufali d’acqua
a svegliare risaie 
e i buffi monti a cono
che si vedono nelle cartoline.   
 
(Alida Stroili)
*
Estate
Giugno s’è disciolto
nel sole,
ed il tempo ha segnato
i campi:
particole spezzate,
                 rivoltate,
                 fumanti,
sognanti il pane quotidiano.
Pietra farinosa
stelle grillate
contentezza rigata d’aurora.
(Pier Luigi Guerrini)

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 292° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Intervento di Gulala Salih: “sostituire alla guerra i piani di pace e la diplomazia”

Intervento di Gulala Salih: “sostituire alla guerra i piani di pace e la diplomazia”

Gulala Salih: “sostituire alla guerra i piani di pace e la diplomazia”

(Foto di UDIK)

Intervento di Gulala Salih di UDIK alla staffetta partigiana a Mestre.(27.06.25)

Ringrazio l’ANPI per l’invito all’adesione della staffetta partigiana di oggi, sono onorata di essere qui rappresentando udik “unione donne italiane e kurde” in modo particolare come donna kurda, proveniente da una famiglia partigiana che ha lottato da sempre contro il fascismo per la difesa dei diritti di pace e di uguaglianza sociale. Per dare continuità a questa lotta famigliare dopo qualche anno dal mio arrivo e dopo che ho conosciuto meglio la costituzione, il frutto della lotta antifascista e la resistenza partigiana che hanno portato alla liberazione dell’Italia, mi sono iscritta all’ANPI e ci tengo a dire orgogliosamente che è l’unica tessera che possiedo, quindi grazie per questa opportunità.

Da anni ho presente nella mia mente la frase di Eve Merriam “Io sogno di dare alla luce un bambino che chieda: ‘Mamma, che cosa era la guerra?” questo era il mio desiderio e il mio sogno, che i miei figli e la generazione dopo di me non vedessero e non conoscessero la guerra con cui sono nata e cresciuta. Ma purtroppo mi è rimasta anche questa delusione, perché le delusioni sono tante.

Mi stupisce e mi dispiace in questo periodo sentire dire che viviamo un periodo buio, purtroppo l’avete scoperto tardi, perché la guerra, tante guerre erano già in atto, perché il periodo buio c’era già, e noi, popolo kurdo viviamo questo buio già da un secolo, per non dire tutto il Medio Oriente oltre ad altri paesi come la Somalia, lo Yemen, l’Eritrea, venivano ignorati e sono rimasti nell’indifferenza totale dell’Occidente che con la guerra ha disegnato i confini del medio Oriente creando alcuni stati, e oggi sempre con la guerra vuole ridisegnare i confini ed eliminare quello che ha creato.

Tutti questi scenari di guerra non sono mai stati presi seriamente in considerazione o meglio era presa in considerazione la produzione delle armi per poi venderle, è chiaro che la pace metterebbe in crisi la vendita delle armi e l’economia di tanti paesi, e tra queste la nostra Italia.

Quindi il buio e le guerre che ci sono oggi sono il risultato del fallimento della politica dell’Occidente e della Comunità Europea che ancora oggi non ha un progetto di pace, di diritti e di una vera democrazia, non hanno una politica sociale, invece hanno solo la politica dell’economia e ora la politica di riarmare l’Europa che doveva essere garante della pace e la prevenzione dei conflitti in tutto il mondo, difensore dei principi e dei valori comuni: libertà, democrazia e uguaglianza. Ad oggi l’Europa non ci è riuscita. Un’Europa in cui vediamo la destra oscurantista che cerca di togliere diritti, seminare l’odio, la discriminazione e la diseguaglianza sociale.

Abbiamo bisogno e vogliamo un’Europa che sia capace di realizzare e concretizzare i suoi principi e obbiettivi per la quale è nata, che sia capace di sostituire alla guerra i piani di pace e la diplomazia, un Europa che garantisce i diritti del lavoro, la sanità, l’inclusione sociale e l’accoglienza degli immigrati.

Continuerò a impegnarmi e a lavorare con l’ANPI, così lavorerò per l’Europa, ma anche per il mio popolo.

Cover: Gulala Salih, da Buonenotizie.it

Vite di carta /
Galeotto di una vita

Vite di carta. Galeotto di una vita

Senza retorica, il progetto Galeotto fu il libro a cui ho lavorato per quasi vent’anni rappresenta il cuore della mia vita professionale al Liceo Ariosto. Sono stata e sono un’insegnante di Materie letterarie e il Galeotto occupa parte della mia identità.

Nel dire questo non parlo solo di me. Siamo al giorno che precede l’evento di giovedì 26 giugno: alle ventuno nel giardino del Liceo si terrà la terza edizione del Galeotto di sera che chiude un altro anno di vita del Progetto proponendo la presentazione di un libro e del suo autore.

La novità è che quest’anno gli autori siamo noi. E spiego questo noi.

Prima di tutto include l’ospite che arriva da Torino, dove dirige la Scuola Holden: Martino Gozzi. Studente indimenticato di questo Liceo, dove ha realizzato il numero 16 dei Quaderni del Liceo Classico Ariosto – Prima serie scambiando lettere dagli States con i compagni e con l’insegnante di italiano. Faceva l’anno di scuola all’estero e intanto osservava la vita in America e ne parlava alla sua classe. Warehouse, ‘magazzino’, è la parola che ha usato per definire gli USA.

In modo non dissimile li ha ritratti Francesco Costa, il vincitore del Premio Estense 2024, con il suo libro costruito come un puzzle, Frontiera.

Un bel po’ di anni dopo Martino Gozzi viene a festeggiare insieme a studenti e insegnanti almeno due altri traguardi: il suo quarto romanzo, Il libro della pioggia, bellissimo. Viene anche a condividere l’inizio della seconda serie dei Quaderni del Liceo Classico e il volume numero 1 titola Galeotto fu il libro al Liceo Ariosto. I primi vent’anni 2003-2023.

Il noi si completa con le curatrici, Maria Calabrese, Roberta Mori e io, e con Sara Hamado, una ex studentessa del Liceo nonché Galeotta appassionata anche dopo l’uscita da questa scuola e la brillante carriera universitaria. Tre docenti e una studentessa che hanno raccolto i contributi di altri insegnanti e ragazzi sulle loro esperienze dentro al Progetto, in tutto oltre una quarantina di testimonianze.

Martino non poteva mancare: è stato il primo autore invitato a dialogare con i ragazzi sul suo primo romanzo, Una volta mia, nell’anno scolastico 2003.2004.

Come libro per lui Galeotto, che lo aveva segnato nella sua vita di lettore, scelse La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata di Gabriel Garcia Márquez.

Domani sera possiamo immaginare che abbia scelto il nostro Quaderno come libro Galeotto.

Una decina di ragazzi del gruppo ci porranno domande e leggeranno passi dal libro. Mi pare di vedere l’erba dalla parte delle radici ma andiamo pure avanti. Per una volta  dovrò rispondere anziché fare domande.

Spero che leggano alcune delle parole bellissime che ci hanno dedicato gli autori, negli anni. Facevamo percepire la forza della nostra lettura condivisa, il ruolo paritetico di lettori che esercitavamo in libertà e onestà intellettuale. Studenti e docenti.

Spero che colgano e facciano cogliere il senso che a posteriori abbiamo compreso, lavorando al Quaderno. Il senso di una navigazione dentro la letteratura di questi anni e dentro l’immaginario del tempo che viviamo, ma con l’orecchio teso verso il classico e con la voglia di restare in ascolto rispetto al passato.

Ora siamo al giorno successivo.

La malinconia che provo ogni volta quando un evento mi ha appagata mi dice che i ragazzi, bravissimi, hanno animato la conversazione con performance vivaci.  Hanno appeso cartelloni esplicativi agli alberi. Sul mega video allestito accanto a noi scorrono testi e immagini a corredo della presentazione.

E hanno fatto domande, alternando in modo sapiente l’interlocutore. A Martino Gozzi molto è stato chiesto sul suo libro, sulla carriera e sulla vocazione alla scrittura. Hanno scavato nel merito delle regole di composizione e chiesto un suo parere.

A noi quattro a turno le domande hanno permesso di raccontare al numeroso pubblico con quale metodo abbiamo lavorato per incontrare gli scrittori, su quali libri, a volte anche scomodi, abbiamo diretto la nostra attenzione. A quali manifestazioni librarie abbiamo partecipato, permettendoci di ricordare le “audaci imprese” del volontariato a Mantova, o al Salone di Torino.

La malinconia che provo segnala tuttavia qualcosa di irrisolto, che mi frena al di qua del pieno appagamento.  Non sono arrivate le domande che più mi aspettavo e con ciò imparo a occupare il posto dell’ospite che viene interpellato sul proprio libro. Comprendo a distanza di anni perché mai alcuni autori mentre guidavo verso la scuola dopo averli accolti alla stazione si dicessero in ansia. Saprò dare le risposte? Sono davvero così impegnative le domande dei ragazzi del Gruppo Galeotto?

Sono domande libere, che mettono in risalto le diverse prospettive della lettura. A volte, come è accaduto a me, sono spiazzanti. Pongono al centro del discorso un aspetto inatteso, oppure assegnano pesi diversi alle componenti tematiche e formali del testo in questione. Alla sua capacità di fare sintesi e di parlare del mondo.

Se il lettore è un lettore attivo, è questo che può succedere all’autore. Memento.

 

Nota bibliografica:

  • Martino Gozzi, Il libro della pioggia, Bompiani, 2023
  • Gabriel Garcia Márquez, La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata, Mondadori, 2005
  • Roberta Barbieri, Maria Calabrese, Roberta Mori, Galeotto fu il libro al Liceo Ariosto. I primi vent’anni 2003-2023, I Quaderni del Liceo Ariosto – nuova serie, 1, Grafiche Nuova Tipografia – Corbola, 2025

Cover e foto sono dell’autrice e ritraggono momenti della serata del 26 giugno.

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

 

800° Anniversario del Cantico delle Creature: una mostra al Convento del SS.mo Redentore di Giudecca, Venezia

Le voci da dentro /
Un sorriso in carcere

Le voci da dentro. Un sorriso in carcere

di F.

 Fra tutte le attività rieducative che si svolgono presso la Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara, quella della scuola e dell’università è sicuramente una fra le più importanti. In particolare i corsi universitari sono ben organizzati ed i ragazzi ristretti iscritti alle varie facoltà sono seguiti molto bene da tutor che hanno scelto volontariamente di dare un aiuto. Ne scrive per noi un componente della redazione di Astrolabio che ci racconta la sua esperienza, ci parla delle sue aspettative e anticipa le sue intenzioni future.
(Mauro Presini)

 

Molto spesso qui le giornate non trascorrono mai, con mille pensieri che affollano la mente, che cerchi di scambiare con chi trovi nei corridoi delle sezioni, come se fosse il corso di una città di sabato pomeriggio.

Purtroppo spesso sono discorsi che possono ripetersi abitualmente e, per questo, stancanti e non costruttivi.

Altra opportunità dello stare in corridoio sono i vari tavoli che nascono come funghi frequentati dai gruppetti che giocano a carte ma, anche questi, col tempo sono abbastanza stancanti.

Fortunatamente vi sono opportunità, che non solo aiutano a passare il tempo in maniera costruttiva, ma sono un importante arricchimento per la vita al di fuori di qua.

Spesso sono corsi che arricchiscono il lato culturale o religioso, oppure vere e proprie opportunità che possono aiutare conferendo nuove competenze.

Sono corsi che rilasciano dei veri e propri attestati professionali, che aiutano a trovare un lavoro fuori di qua, oppure ad anticiparlo con un’opportunità che riguarda misure alternative, come ad esempio l’articolo 21 con il lavoro esterno oppure la semilibertà o l’affidamento al lavoro.

Oltre ai corsi vi sono poi opportunità inerenti lo studio che aiutano non solo a passare il tempo, ma a completare un percorso formativo non terminato per vari motivi e, in alcuni casi, a riprendere in mano il progetto lavorativo considerato da ragazzi e poi abbandonato.

In questo contesto è ben strutturata un’area pedagogica dove si spazia dai corsi base di alfabetizzazione, alle scuole elementari e medie, fino ad arrivare ad alcuni indirizzi di scuole superiori e addirittura all’università. Personalmente ho deciso di aderire iscrivendomi ed immatricolandomi al corso di laurea triennale in scienze giuridiche, proposto insieme a molti altri corsi e indirizzi dall’Università di Ferrara.

Con diploma di scuole superiori, con corso di laurea conseguito a suo tempo a Bologna in lettere filosofia, questa mia nuova immatricolazione è dovuta al desiderio di un arricchimento personale con eventuale nuova opportunità lavorativa o come integrazione nel mio lavoro, che potrebbe essere arricchito da un grado di professionalità superiore.

La mia iscrizione è dovuta anche alla curiosità che ho sempre avuto, non perché mi trovi qua, per la giurisprudenza e in buona parte per poter avere la mente concentrata su un qualcosa che occupi in maniera costruttiva le mie giornate in attesa di uscire… spero a breve.

L’organizzazione tra l’università ed il carcere è ben strutturata; è coordinata dalle educatrici, dagli appuntati dell’area pedagogica e dalle tutor universitarie coordinata dalla dottoressa Carnevale.

Ogni studente universitario viene affidato ad un tutor per il proprio percorso di studio; le tutor sono dottoresse volontarie che con professionalità, cortesia ed umanità dedicano parte del proprio tempo per gli iscritti reclusi, aiutando a strutturare un metodo di studio che più si confà al corso di studio individualmente scelto.

Per quanto mi riguarda, aspetto per me fondamentale, è poter quotidianamente immergermi nello studio, potendo usufruire delle sale studio messe a disposizione dal carcere in accordo con UNIFE.

Questi spazi sono “rigeneratori” perché, nel silenzio e nella concentrazione assoluta, si può “volare”, studiando due ore al mattino, due ore al pomeriggio, aspetto questo che nelle sezioni non sarebbe possibile da portare avanti, almeno per me.

Nelle sale universitarie, inoltre, sono messi a disposizione molti testi di varie discipline e quelli non disponibili vengono reperiti dalle tutor in facoltà. Un’importante menzione su cui mi pare fondamentale soffermarmi, è la figura degli e delle tutor: giovani dottoresse e dottori che decidono di impegnare un po’ del loro tempo qui con noi. Questo fa di loro delle grandi persone senza preclusioni mentali, sempre con il sorriso e con la buona volontà nel praticare l’altruismo verso il prossimo.

Il percorso legato ai tutor si potrà portare avanti anche fuori di qua, con una guida nello studio che non ti abbandonerà mai, lavorando al tuo fianco per il raggiungimento dei risultati importanti mirati ad un riscatto nella società che potremmo mettere in pratica una volta usciti.

Grazie allora a questo importante progetto, a questa enorme opportunità che ci arricchisce personalmente e crea nuove opportunità lavorative (che, per chi è stato qua, non sono mai troppe) e ci permette di trascorrere le giornate concentrandoci su di un obiettivo importante, potendo studiare in luoghi appropriati che favoriscono la concentrazione massima.

Questo percorso non lo abbandonerò anche quando sarò fuori di qui e cercherò di integrarlo sicuramente con le mie esigenze lavorative.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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La lucida follia di Donald Trump: pericolosa ma perdente

La lucida follia di Donald Trump: pericolosa ma perdente.

Sembra stia prendendo piede una lettura per cui il presidente Trump sia imprevedibile, contradditorio, indeciso, alla fin fine persino pazzo. Oppure “Taco” (Trump always chickens out), un acronimo diffuso da un editorialista del Financial Times, che sembra abbia fatto infuriare il presidente USA, e che viene usato per indicare chi si ritira all’ultimo momento. Così parecchi commentatori sembrano interpretare le oscillazioni nelle scelte di Trump, che un giorno annuncia un certo livello di dazi e il giorno dopo li annulla, oppure dice che vuole negoziare con l’Iran e il giorno dopo procede ad un irresponsabile atto di guerra.

Mi permetto di vederla in modo diverso. A me pare, invece, che, come afferma Polonio nell’Amleto di Shakespeare, “ci sia del metodo nella sua follia”.
Detto in altri termini, Trump introduce una rottura profonda nel paradigma del sistema del panorama politico americano e della presunta supremazia occidentale nel mondo, e lo fa scientemente.
Questa rottura emerge non solo nei confronti delle impostazioni politiche dei democratici americani, ma anche rispetto a quella che era la politica tradizionale del conservatorismo dei Repubblicani statunitensi.

Sul piano internazionale, siamo di fronte ad un superamento dell’idea degli USA come gendarme del mondo per assicurarne la stabilità, approccio che anche nel passato metteva in conto la possibilità di interventi militari preventivi se giudicati finalizzati ad affermare quella prospettiva.
L’idea di fondo, ancora peggiore, che guida la politica trumpiana è quella di un’unilateralismo di carattere imperiale e mercantilista, che significa mettere al primo posto gli interessi nazionali ( il Make America Great Again) e ragionare unicamente in termini di rapporti di forza economico-militari. Non si può che vedere così la suggestione della politica dei dazi o quella relativa agli interventi militari o, ancora, quella di pretendere l’aumento selle spese militari alla cifra folle del 5% sul PIL per gli stati europei.

Sul piano interno e degli assetti istituzionali poi, assistiamo al venir avanti di una logica per cui esiste solo l’autorità del presidente.
Il Congresso degli Stati
Uniti è marginalizzato (non viene interpellato neanche sugli atti di guerra, come nel caso degli attacchi alle centrali nucleari iraniane), il potere giudiziario considerato un intralcio di cui non tenere conto e le forze armate sottoposte ad un comando personale.

Non a caso, tutto ciò si porta dietro una svolta repressiva senza precedenti, sia rivolta nei confronti degli immigrati sia, più in generale, rispetto a tutti i dissenzienti, a partire dalle Università, viste come luogo principe che li produrrebbe. E che si vuole diffondere all’insieme della società: da poco è stata costruita un’ app prodotta da Iceraid, società privata che si propone di affiancare l’Immigration and Customs Enforcement di emanazione governativa nel segnalare gli immigrati irregolari o sospetti a fronte di una retribuzione in criptovalute per gli utenti che svolgono questo “servizio”.

Persino un attento politologo di ispirazione liberaldemocratica come Sergio Fabbrini arriva a concludere che siamo in presenza di una vera e propria autocrazia, di una “repubblica illiberale dove conta solo il presidente”. Parole un po’ forbite e un po’ contorte per non esplicitare che la presidenza Trump, ormai, si avvia a costituire un regime dittatoriale, di ripristino della figura del Sovrano, come giustamente ha evidenziato il significativo movimento di protesta popolare in atto negli Stati Uniti, che si è battezzato No kings Protests.

Sul piano delle politiche economiche e sociali, tutto ciò si traduce in una spinta fortissima alla crescita delle disuguaglianze, come si nota bene nell’ultima legge di bilancio approvata. Lì non solo ritroviamo una classica ed estremizzata impostazione della destra volta alla riduzione delle tasse per i redditi medio-alti e al contemporaneo taglio alla spesa sociale, ma viene sancita, con un massiccio intervento di smantellamento dell’intervento e del personale pubblico, una nuova grande alleanza tra Esecutivo decisionista e il complesso monopolista industrial- militare-informativo, che sta operando una rivoluzione privatizzatrice che ha pochi precedenti. Affidando al secondo i nuovi settori emergenti, dallo spazio alla sicurezza, dall’innovazione tecnologica all’intelligenza artificiale, fino a delineare quasi una nuova forma di governo, di un nuovo intreccio tra politica ed economia che vorrebbe prefigurare il futuro del mondo.

Questo “vasto programma”, questa nuova rivoluzione conservatrice, però, non può funzionare e ho idea che il tempo si incaricherà di dimostrarlo.

 

Gli Stati Uniti non sono più da tempo l’unica superpotenza mondiale, né il cosiddetto Occidente può invocare una sua primazia nel mondo: per dirla in sintesi, basta pensare che il PIL a parità di potere di acquisto dei Brics, i Paesi guidati da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, rappresentano il 41,4% del PIL mondiale, mentre quello dei Paesi del G7 vale meno del 30% (nel 1990 tale valore era del 52%).
Ancor più, gli Stati Uniti soffrono di un deficit pubblico e di un indebitamento con l’estero
( il primo superiore a 1,900 miliardi di $, pari al 6,3% del PIL, il secondo arrivato a più di 26.000 miliardi di $) strutturali e crescenti, che vengono ulteriormente aggravati dalle ultime scelte di bilancio pubblico. A partire dal 2024, la spesa per interessi è risultata pari al 3,1% del pil, quindi superiore a quella per la difesa che è pari al 3%: 881 miliardi di spesa per interessi contro 850 miliardi di dollari di spese militari, entrambe superiori a quelle per l’istruzione.

Nel futuro la situazione peggiorerà: secondo le ultime proiezioni fa sì, del Congressional Budget Office (l’agenzia federale che fornisce i numeri sul bilancio statunitense), nel 2035, la spesa per interessi sarà il 70% in più rispetto alle spese militari: 1.783 contro 1.053 miliardi.
Il peso dei pesanti “deficit gemelli” fa sì, peraltro, che il dollaro progressivamente venga sempre meno riconosciuta come moneta di riferimento per tutti gli scambi commerciali e, di fatto, moneta che governa il mondo. Dentro il mondo dei Brics si levano voci importanti rispetto alla possibilità di mettere in discussione la signoria del dollaro e pensare ad altre alternative per regolare gli interscambi commerciali. Tendenze che è facile pensare possano rafforzarsi nel momento in cui l’imposizione dei dazi diventa inevitabilmente foriera di guerra commerciale.

Accanto al depotenziamento del ruolo di primato economico, le scelte di unilateralismo nei rapporti internazionali determina, com’è purtroppo sotto gli occhi di tutti, in particolare nelle vicende di Gaza e del Medio Oriente, la messa da parte del diritto internazionale e il ricorso alla guerra come strumento normale di regolazione dei conflitti. Ma, anche qui, in una realtà multipolare come quella del mondo di oggi, ciò non porterà a nessun nuovo ordine o equilibrio.

Il punto di fondo, dunque, è che le scelte trumpiane sono destinate a creare non una nuova egemonia, né l’affermazione di un dominio imperiale, ma un grande disordine mondiale sistemico e, che diventa il terreno fertile per la terza guerra mondiale, condotta a pezzi o in modo più diretto. I tentennamenti e le apparenti giravolte di Trump stanno dentro quest’orizzonte, di chi vorrebbe affermare un nuovo dominio di un’unica superpotenza e l’impossibilità di realizzarla in un mondo che strutturalmente non lo consente più.

Qui sta la grande pericolosità della deriva trumpiana e anche la necessità di fermarla.
Sarebbe bene che l’Europa si rendesse conto di questo dato di realtà e non mettesse la testa sotto la sabbia, come sta facendo, e, invece, ragionasse sul fatto di relazionarsi con altri soggetti statuali che avversano l’unilateralismo di Trump. Potendo avvalersi anche del dispiegarsi di un grande movimento di massa europeo contro il riarmo e le guerre, che sta iniziando a delinearsi e di cui abbiamo grande necessità.

Cover: Donald Trump – FILE PHOTO: U.S. President Donald Trump speaks, as he signs executive orders and proclamations in the Oval Office at the White House in Washington, D.C., U.S., April 9, 2025. REUTERS/Nathan Howard/File Photo

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Non sorridete, gli spari sopra sono per voi

Non sorridete, gli spari sopra sono per voi

 

Da molti giorni sento l’esigenza di scrivere, di sfogare la mia rabbia nei confronti dei padroni del mondo, ma non so come farlo. Mi è capitato molte volte di iniziare un file di word, scrivere poche righe, accartocciarmi su me stesso e cancellare tutto. La situazione mondiale e locale, la distruzione di parti di mondo non degne di esistere e l’evaporazione della mia squadra di calcio (SPAL) mi causano un blackout cognitivo che non riesco a sbloccare. Già questo accostamento è irrispettoso nei confronti di chi viene ucciso in coda per un sacco di farina, di chi muore sotto le bombe, delle migliaia di persone a cui viene negata la dignità umana. Forse è pure per questo che non riesco a scrivere, per questo assurdo e ingiusto accostamento.
Vorrei gridare e argomentare il mio antico antiamericanismo, un sentimento limpido, di cui non mi vergogno minimamente, un sentimento che nasce con me. Da bambini io e mio cugino, in Via dell’Assiderato, giocavamo coi soldatini, alla guerra, facevamo mille analisi tecnico tattiche su partite di calcio immaginarie, sognavamo di creare dal nulla una squadra di calcio a partire da vecchie maglie di lana a
manica lunga con lo sponsor Rex Ferrioli. E nei nostri giochi gli americani erano quasi sempre i cattivi, a parte quando giocavamo coi soldatini della seconda guerra mondiale. Un popolo nato da avventurieri europei che in pochi secoli annulla la cultura millenaria delle popolazioni indigene del nuovo mondo. La frontiera, una Colt per ogni americano, la corsa all’Ovest, le guerre nei confronti dei nativi, fino alla soluzione finale del “problema” indiano tra il 1860 ed il 1890, ben descritta nel libro di Dee Brown “Seppellite il mio Cuore a Wounded Knee”. L’ispirazione da cui prese spunto Adolf Hitler nel progettare e realizzare il genocidio degli Ebrei nel corso della seconda guerra mondiale.
Che sia faciloneria nel paragonare diversi genocidi, che sia eccessiva semplicità di analisi per situazioni e periodi storici così lontani e così differenti, tuttavia non ho intenzione di porre limiti ai pensieri che sgorgano da questa tastiera. Poi magari sono sempre in tempo a cancellare tutto. Ma non a ritrattare. Sto dalla parte dei più deboli per vocazione, un missionario ateo che non si muove di un metro dai suoi luoghi natali, un pavido comunista, fuori tempo, fuori dallo spazio, e forse pure fuori di testa.

Ma lasciatemi odiare i bulli. Anche quello è un sentimento che ho dai tempi del cortile di Via Ungarelli, quando ruppi il naso a uno di loro che mi aveva bloccato contro una inferriata, perché ero più piccolo (anagraficamente), oppure ai tempi della naja quando i nonni facevano i fenomeni con noi burbette. Non è un risentimento, non è repulsione, è qualcosa di più, non riesco a sopportare chi, facendosi scudo della propria forza, del proprio potere, dei propri soldi, delle proprie armi, utilizza il mondo per nascondersi e provocare il male agli altri. In questo il Tycoon e il demolitore della mia squadra sono identici, hanno pure intrattenuto rapporti di lavoro a causa di questa loro similitudine. Ma pure il genocida a capo di Israele è un esempio tipico del drogato di potere: forza distruttrice, l’annientamento dei nemici come missione, l’azzeramento di chi non la pensa come loro, la salinizzazione di tutto ciò che rappresenta l’altro. L’opposto contrario di empatia, l’opposto di solidarietà, l’opposto di pietà, l’opposto di essere umano.
Continuo a vergognarmi di paragonare una situazione locale e qualsivoglia tragedia reale, ma la mia provocazione è più forte di me, mi sta prendendo la mano. Ditemi voi, buoni cristiani, credenti nella trinità di Dio, patria e famiglia, in che modo il Nazareno, che non dimentichiamolo era Palestinese, può stare dalla vostra parte? Dalla parte di quell’occidente che nella narrazione comune, totale e totalitaria rappresenta i valori di giustizia, libertà e fraternità, quella stessa parte che in nome suo ha compiuto i peggiori delitti della storia dell’uomo.

Israele, avamposto della democrazia in una terra di barbari (dicono i sedicenti democratici), Israele dove non esiste una opposizione abbastanza forte da porre un freno alla sete di sangue del “popolo eletto”.
Occorre ribellarsi ai bulli, come fece Tano, spesse volte, tra i cortili di borgata, come ha fatto la Curva Ovest nei confronti dell’ avvilente palestrato.

E se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi
Se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi
Non sorridete, gli spari sopra sono per voi

Smettiamo di essere turbati, sgomenti e confusi, cominciamo ad incazzarci proprio, citando il maestro Altan.

 

Cover: Nazareno_Iglesia_de_Mazapil_Zacatecas_- Wikimedia commons

La storia del Golem: una favola moderna

La storia del Golem: una favola moderna

Secondo la Kabbala (volgarizzazione della mistica ebraica) la creazione del mondo è avvenuta per un processo di emanazione di ogni cosa dal nome divino.

Il principio fondamentale di tale concezione mistica considera ogni elemento del creato come derivato dalla composizione e scomposizione dei numeri e delle lettere dell’alfabeto ebraico, in particolare di quelle che compongono il nome di Dio.

La parola è quindi considerata come elemento di base e principio creativo dell’universo.
Questo
si ricollega direttamente al Golem: esso prende vita dal nome di Dio o da altre lettere con valore e significato particolare che gli vengono o scritte in fronte, o scritte su un foglio, o infilate in bocca; col procedimento inverso è possibile invece farlo ‘morire’, togliergli vita e movimento.

Nel XIII secolo esisteva una tradizione che si richiamava al IV secolo A.C. secondo cui il Golem, che aveva scritto in fronte il nome di Dio, prendeva vita aggiungendo ad esso la parola “verità”, cosicché ne risultava la frase “Dio è verità (emeth). Cancellando dalla frase una delle lettere, la aleph, la parola che restava significava “morto” (meth) la frase diventava “Dio è morto” e il Golem diventava inerte.

Sulla base di questi precedenti della tradizione sono sorte nel corso dei secoli diverse leggende, talvolta versioni diverse della stessa leggenda. Nelle sue diverse interpretazioni il Golem è stato ora un fedele servitore domestico e difensore del suo padrone, ora un difensore degli ebrei dalle persecuzioni, per arrivare alle sue derivazioni più moderne: l’automa robotico, o il mostro alla Frankenstein.

“Io sono il Golem”

Il Golem e Robbin Loew ben Bezalei in un disegno di Mikoles Ales (1852-1913)

Sono Il Golem, un gigante d’argilla. Non possiedo intelligenza, sono incapace di pensare e di parlare. In compenso sono dotato di una straordinaria forza e resistenza e so eseguire alla lettera gli ordini del mio creatore.

Sono nato dagli studi di un sapiente europeo Rabbi Löw, il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel che mi ha plasmato dall’argilla. Mi ha risvegliato dalla terra inerte scrivendo dentro ad un pendaglio che mi porto addosso la parola “verità” ( emeth). Purtroppo ciò non era sufficente per farmi provare qualsiasi tipo di emozione, perché ero privo di un’anima e nessuna magia è in grado di fornire un anima.

Rabbi Löw con ll Golem, la sua creatura.

Il mio compito era difendere il mio padrone e il suo popolo da tutti i suoi nemici e distruggerli.

Ma un giorno, fuori dai confini del ghetto, in una delle sortite comandate, ho incontrato una bellissima ragazza, non so cosa mi è successo ( ricordate non ho emozioni) ma ho perso il controllo e ho cominciato a distruggere tutto ciò che incontravo, non solo fuori ma anche dentro il ghetto. Una forza bruta, un senso di ribellione cieca verso tutto, persino verso il mio padrone.

Non riuscivo più a distinguere tra amici e nemici. Non sono stato dotato di libero arbitrio e, senza una volontà saggia, più grande che mi guidasse, non potevo distinguere il bene dal male.

Non era da me ma non riuscivo a fermarmi . Da protettore a devastatore, da servo a tiranno.

Si è scatenata nel ghetto una caccia spietata.

Allora il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel, per riprendere il controllo della situazione, ha deciso di smettere di servirsi dei me, bastava rimuovere il pendaglio contenente la scritta emeth .

Non volevo essere distrutto e così ho difeso strenuamente il mio pendaglio.
Sono scappato finché nel mio girovagare mi sono imbattuto in un gruppo di bambini festosi, non avevano paura di me e si sono avvicinati. Sono stato colto dallo stupore erano così diversi dai miei inseguitori furiosi. Preso da un moto sconosciuto ( si chiama forse innocenza? tenerezza? compassione?) la rabbia e la forza sono venute a mancare, al loro posto, in maniera automatica mi è venuto da alzare con gentilezza verso di me una piccola bambina sorridente. La bimba, continuava a sorridermi, ha afferrato per gioco il pendaglio al mio petto e me lo ha tolto.

Immediatamente e inaspettatamente sono morto.

Così il sortilegio è finito tra il sollievo generale dei rabbini nel frattempo accorsi, pentiti di aver voluto sostituirsi al dio creatore e onnipotente che, solo, dà e toglie la vita.

Il pendaglio è stato preso, sigillato e nascosto. Spero che nessuno lo trovi mai più.

Cover: Reinhard Dietrich, Golem_Judisches_Museum_Worms – Wikimedia Commons

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Per certi Versi / Poi succederà

Per certi Versi / Poi succederà

Poi succederà

E poi succederà qualcosa

che muoverà la terra e il cielo

sprofonderà il senso della ragione

saranno salvi i sentimenti puri

strariperanno le illusioni

sarà come raccogliere rose

in un giardino in fiore

Le spine pungeranno

a far sentire lo scorrere dei giorni

 

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)