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Parole a capo
Cecilia Bolzani: «Il silenzio si fa musica»

Cecilia Bolzani: «Il silenzio si fa musica»

 E’ la silloge poetica d’esordio di Cecilia Bolzani, Bertoni Editore, 2025. Le poesie scorrono piene di musicalità mai appesantite da rischiosi sperimentalismi o costruzioni letterarie indecifrabili. Nella postfazione, Rita Bonetti nota che “Cecilia entra con passi di silenzio nelle nostre stanze per lasciarvi impronte leggere ma indelebili.
La struttura di questa opera prima è scandita dal ritmo di alcune sezioni “tematiche”: “Melodie“; “Dediche” e “Natura sorella“.
L’esordio della prima sezione è lasciato alla poesia riportata sulla copertina: “I miei passi“.

I miei passi

Nel seme posto a dimora.
Nel rosa fiore di pesco.
Nel tramonto dietro i rami del pino.
Nell’azzurro sulle ali del rapace.
Nel silenzio vicino al mare.
Nel bosco alpino.
Nei vicoli freschi del borgo antico.
Negli occhi enigmatici della mia gatta.
Nelle immagini dei naufragi.
Nel fumo nero delle macerie.
Nelle campagne inondate.
Nella musica nelle parole.
Nelle nostre risate…

Libero i miei passi

In questa parte del libro si rincorrono sentimenti, emozioni, ricordi che lasciano trasparire dolori non del tutto sopiti.

Il paese dei balocchi

Suoni calore colore sorrisi:
il paese dei balocchi
ammalia, illude.
Libro nella spirale colorata,
nessuno nota la mia
dissonanza.

Traccia dolce amara

Tempo breve lascia una traccia
dolce amara…
Gli oggetti continuano a parlare.
La stanza muta ci strazia, le parole
rimbalzano, si frangono inutili.

Una bolla oscilla dal cuore alla
mente rinnovando il vuoto.

Si celebrerà la Pasqua
senza campane e senza doni,
Ma la vita che ritorna alla vita,
piano piano mostrerà
il cammino.

La seconda parte contiene numerose “dediche”, pensieri a parti di universo – mondo. Ad esempio agli immigrati morti annegati nel Mediterraneo, ai bambini africani, ai bambini palestinesi, alla giornata della Memoria, ai disastri dell’alluvione in Romagna e alla innegabile capacità di quelle popolazioni di rialzarsi, di reagire, non aspettando aiuti dall’alto che arrivano sempre tardi e insufficienti (“Tieni botta!” e “Colline“).

Colline

Verdi
coltivate
ordinate

Gialle distese
limitate
dal bosco

bianche case
linee seminate
rettangoli fioriti

Vedute
armoniose
laboriose

Orgogliose
come uliveti
vigneti antichi

Ora calanchi
alberi divelti
giù giù…la terra scivola

strada ferrata
sospesa
sul nulla

interrotta
spezzettata
la via di casa

arriva l’acqua!

Natura sorella” impone con forza una realtà sempre più violata e piena di “Squilibri“.

Squilibri

Raffiche, nubi rotolanti pioppi
piegati bianche sfere distruggono.

Il cielo incombe su
strade, passanti, case.
La passeggiata è ora affanno.

Aria, acqua, fulmini
mostrano equilibri e squilibri.

Spazio umano devastato.
La natura ha ripreso il suo posto,
agli umani, colpevoli, che resta?

In “Azzurro vento di Marzo“, la Bolzani conclude con alcuni versi che non concedono repliche. “(…) La forza della natura / affascina, sfida a trovare un senso. / La violenza umana / spaventa, col suo nonsenso.” L’ultima poesia del libro riprende il titolo della silloge. E’ un inno alla gentilezza: “(…) Nel cuore gentile / si annida / l’amore / che scioglie le lacrime. / Un gesto gentile / salva: / è il primo passo / del cammino”.

Cecilia Bolzani è nata a Ravenna, vive a Ferrara dove ha insegnato Lettere in Istituti Secondari. Ha svolto studi letterari e teologici. Nel 2022 ha contribuito a fondare l’Associazione culturale “Ultimo Rosso” di Ferrara di cui ricopre la carica di Vice-Presidente e con la quale ha partecipato agli eventi poetici da essa organizzati a Ferrara ed in altre località emiliane.                                                                     

Foto di Christel da Pixabay

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 290° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Quella cosa chiamata città /
Ferrara città parco o città merce?
Da Vasco Rossi al Central Bosc

Quella cosa chiamata città /
Ferrara città parco o città merce? Da Vasco Rossi al Central Bosc

La settimana scorsa è stata caratterizzata da grandi annunci per il futuro della città. Si è andato dalla diffusione dei due concerti di Vasco Rossi, nel parco urbano, alla presentazione pubblica del “Central Bosc”. Quindi da un lato si annuncia un nuovo parco urbano dalla forte valenza eco-ambientale, a est, dall’altro si reitera, a nord, con ben due eventi programmati per 100.000 persone, la distruzione del parco urbano esistente, compromettendone il suo ruolo culturale, ambientale e paesaggistico.

Sarebbe stato interessante se l’assessore Balboni avesse dichiarato, presentando il “Central Bosc”, che con questa realizzazione si avvia un percorso che ci porterà alla redazione di un Piano del verde, perché siamo fermamente convinti che solo una visione d’insieme dia senso ai singoli interventi e ci permette di misurarne la complessità, integrandoci con il piano della mobilità sostenibile e con tanto altro: ma non l’ha detto.

Del resto, si sa che la natura ha una grande propensione alla colonizzazione (o ricolonizzazione). Quando alcune aree, un tempo costruite e gestite dall’uomo, vengono abbandonate la natura se ne riappropria. Sta capitando anche per le mura ferraresi che da mura possenti, che con il loro colore contrastano il verde dei filari alberati, in lunghi tratti appaiono ricoperte da erbe rampicanti che le nascondono e le corrodono.

Percorrere il vallo delle mura oggi sembra di attraversare un enorme rudere, di ruskiniana memoria, dove il manufatto difensivo appare, in molti tratti, completamente avvolto dalla vegetazione, rafforzando l’idea di abbandono più che di gestione oculata di un bene patrimoniale (le mura) e paesaggistico (il vallo). Vale la pena di ricordare che nel settembre 2020 il sindaco e la sua giunta annunciarono alla città il progetto “1 km di mura all’anno”.

In questi anni Ferrara ha ospitato numerosi dibattiti sull’importanza del verde urbano nelle sue varie forme, si è parlato spesso dell’idea di Ferrara città-parco, si è messo in rilievo il fatto che non vi sia un piano del verde, in grado di coordinare i diversi interventi e le politiche necessarie per valorizzare l’idea di una città-paesaggio incentrata sull’equilibrio che si potrebbe stabile tra aree costruite, campagna e spazi verdi o da rinaturalizzare.

Si sono criticati, giustamente, interventi venduti come azioni di contrasto alle isole di calore, ma che in realtà non lo sono, essendo in gran parte aree pavimentate, come nel caso di Cortevecchia o peggio ancora, nell’intervento urbanisticamente insensato della piazza dei Rampari di San Paolo, a servizio di niente, essendo una superficie lastricata con alberi allineati e strisce di erba secca, a fianco di un parcheggio e senza locali in grado usare la distesa. Tanto valeva fare un “boschetto” associando alberi, arbusti e prato e non una pavimentazione minerale.

Il “Central bosc” è certamente una proposta interessante, emersa da anni, da quando Ferrara era ancora governata da un’altra giunta, in tesi di laurea sulla rigenerazione del settore est della città, così come della darsena, vedremo se e come verrà realizzato.

In realtà, perché una città sia definibile “parco” non è importante concentrarsi solo sulla realizzazione di singoli progetti ma prima di tutto va focalizzata un’idea di insieme, di complessità, in grado di conferirle questo carattere. Insomma, un sistema interagente di spazi non costruiti di varia “natura” (parchi, giardini, viali alberati, aree abbandonate rinaturalizzate, piazze giardino, spazi infrastrutturali rinverditi, valorizzazione e rafforzamento del verde collettivo residenziale e condominiale ecc.), tenuto insieme da una trama verde che si pone anche come servizio ecosistemico di scala urbana e periurbana: questo significa “città-parco”.

Si possono citare tanti esempi reali a noi vicini (Vienna, Lubiana, Friburgo, ecc.) dove il verde supera il 50% dell’area urbana (noi siamo al 30-35%), articolato in giardini, aree forestali periurbane, corridoi verdi ed ecologici tra le case, verde stradale, microgiardini nelle aree più densamente urbanizzate, per contrastare le isole di calore. Inoltre, dall’esperienza di queste città emerge con forza la capacità di gestire questa complessità ambientale, vegetale e patrimoniale, perché le politiche da tempo sono orientate alla riorganizzazione ecosistemica delle aree urbane e questo processo non va solo concepito ma anche gestito.

Si investe sui servizi tecnici per la gestione del verde urbano e la pulizia della città (dunque lavoro specializzato), vengono inoltre promossi orti comunitari di quartiere, progetti educativi nelle scuole. Nel pieno centro di Parigi una delle corti della sede del prestigioso istituto universitario Science Po, è stato trasformato in jardin partagé: un orto collaborativo gestito da studenti, docenti e personale.

Adesso partiranno a Ferrara i restauri del polo universitario storico di via Savonarola, speriamo che emerga una riflessione sulla rigenerazione anche dei giardini e spazi di quel settore integrate alla mobilità sostenibile per renderli di uso pubblico.

In questi mesi, nelle strade della capitale francese numerosi manifesti ricordano continuamente che il comune assume giardinieri per la gestione del verde della città. Una politica del verde non si limita solo al piantare alberi, questo va anche gestito, governato.

Da questo punto di vista (non l’unico) Ferrara sembra essere diventata una “Allegoria del cattivo governo” del verde e non solo per la gestione delle mura, ma in Corso Isonzo i platani ormai entrano nelle finestre degli appartamenti, il verde stradale ha lasciato il posto a superfici rinsecchite, quando si svolgono eventi come festival o mercati nei parchi della città o in darsena abbiamo visto i mezzi meccanici degli espositori stazionare sui prati e non nelle superfici lastricate, anche nel caso delle fiere florovivaistiche a Parco Massari.

Inoltre, gli interventi e le “migliorie” delle strade non sembrano orientati alla captazione delle acque piovane attraverso il verde stradale. Da decenni in molte città europee vengono applicate tecniche di gestione sostenibile delle acque meteoriche, utilizzando aree verdi lungo le strade o nelle rotonde per filtrare e trattenere l’acqua piovana, consentendo il deflusso nelle aree verdi e non nelle superfici asfaltate, anche attraverso il disegno dei cordoli, riducendo così il carico sull’infrastruttura di drenaggio e le dispersioni dell’acqua.

Nel bilancio di previsione di quest’anno non ci sono soldi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del verde, i fondi del PNRR questi temi nemmeno li hanno sfiorati, abbiamo però destinato 8 milioni di denari pubblici per rinnovare l’aviosuperficie, a vantaggio di una esigua minoranza di cittadini.

Sono in attesa che qualcuno mi spieghi la relazione tra la riqualificazione pubblica di un’aviosuperficie (di fatto privata), la resilienza, la transizione ecologica e gli obiettivi della Missione 5: Inclusione e Coesione del PNRR. Se governare significa anche stabilire delle priorità il messaggio è chiaro.

In questi giorni è stato annunciato che grazie alla Nestlé pianteremo 200 alberi (500 in tre anni) e il dove lo decideranno i cittadini: ben 10 mila euro che equivalgono al costo del rifacimento di un bagno di media grandezza. Anche le monetine della Nestlé vanno bene (prendiamo tutto), ma se collocati dentro una strategia, dentro una visione coincidente con un piano del verde, che è ciò che manca.

Tralasciando il verde, credo che il degrado della città sia evidente in tanti indicatori, ne cito solo alcuni. La città è sotto la morsa inquinante di un parco auto vecchio e il PUMS (Piano urbano della mobilità sostenibile) non viene attuato, la pavimentazione di Via Garibaldi sta cedendo sotto il passaggio quotidiano di furgoni, corrieri, auto, taxi. Questi ultimi non possono raggiungere Piazza Sacrati e le aree del centro percorrendo Viale Cavour e idem i corrieri, anziché Via Garibaldi? Tutte le mattine molti furgoni attraversano, spesso a velocità sostenuta, Via Garibaldi per andare da Corso Isonzo a Via Boccacanale di Santo Stefano, perché non entrano da Viale Cavour?

Gli assi centrali del centro storici sono ormai luoghi di conflitto tra pedoni, biciclette, rider che zigzagano tra le persone, furgoni, auto e ognuno ritiene di avere diritto di precedenza. Molte aree verde tra cui il parco urbano sono ormai diventati dei parcheggi grazie alla politica del non controllo. Il non controllo non è una carenza dovuta a mancanza di personale o altro, è una scelta politica.  Ma la democrazia significa rivendicare la propria libertà nel rispetto delle regole o fare ciò che si vuole? Qualcuno dirà: le regole ci sono ma non vengono rispettate dai cittadini, ma il “buon governo” significa anche far rispettare queste regole con autorevolezza (e non autorità).

Altro punto dolente, qualcuno ricorderà sicuramente la città di Leonia -la città dei rifiuti- descritta da Italo Calvino, Ferrara è sulla buona strada per eguagliarla, basta fare un giro per isole ecologiche da Corso Isonzo a Piazzetta Tasso e tante altre (la lista potrebbe essere lunga, per rendersi conto delle condizioni drammatiche della raccolta dei rifiuti in città.

Che ne dice il direttore di Hera che gira l’Italia nei festival green a parlare di città futura, di questo fallimentare sistema di raccolta dei rifiuti? Non interessano soli i dati sulla quantità di riciclo urbano (che andrebbero verificati), ma una valutazione su quello che si vede girando in città, con rifiuti umidi e solidi ammassati attorno ai cassonetti, oggetti abbandonati, strade lerce che nessuno pulisce con metodo e regolarità. Un tempo da noi gli spazzini pulivano tutti i giorni le strade, in molte città europee si continua a farlo ancora oggi.

Infine, gli eventi. I concerti annunciati di Vasco Rossi così come il Ferrara Summer Festival in piazza Ariostea sono figli di una logica “estrattiva” che considera la città come una merce da spremere senza porsi problemi per i disagi arrecati ai cittadini. La “città-merce” è quella che trasforma lo spazio urbano in valore economico, attraverso la rendita fondiaria, gli investimenti immobiliari speculativi, l’attrattività generatrice di overturism, ecc.

Di solito vengono favoriti investitori privati mentre l’uso della città è subordinato alla loro capacità di acquisto e azione e viene ridimensionato il diritto per tutti alla città. I grandi eventi si collocano in questa prospettiva, in particolare quando vengono imposti senza un reale confronto con le varie istanze socioeconomiche e culturali di una città, compresi i suoi cittadini.

Si tratta di un fenomeno che spesso è associato alla gentrificazione, al branding o marketing urbano, alla privatizzazione dello spazio pubblico. Autori come Henri Lefebvre, David Harvey o Sharon Zukin hanno approfondito questi aspetti legati alla produzione capitalistica dello spazio urbano, alle estetiche e politiche urbane neoliberiste che vedono spesso le amministrazioni pubbliche svolgere un ruolo ancillare rispetto alle società finanziarie, imprenditoriali o alle agenzie portatrici di specifici interessi economici come quelle che gestiscono i grandi eventi.

L’idea di “città-merce” è legata ad una pratica di governo orientata al “comando” e si sa che nella cultura maschile, votata al comando, la “dimensione” è sempre stata più importante della “prestazione” (qualitativa e ricca di sfumature) ma le pratiche di governo richiederebbero una maggiore complessità di visione.

Il tour di Vasco Rossi si svolge in gran parte in stadi: perché non a Ferrara visto che abbiamo uno stadio di serie A senza squadra? E l’aeroporto, visto i soldi pubblici che spenderemo, non lo potremmo utilizzare anche per questo evento? Certo che si potrebbe, ma il potere che comanda ha bisogno di rivendicare continuamente la sua autorità e lo fa anche distruggendo i simboli che non gli appartengono e che ritiene antagonisti.

E la cultura che ha espresso il parco urbano Giorgio Bassani non appartiene a questa amministrazione. Quindi la “città merce” si basa su rapporti di potere selettivi che uniscono chi governa e chi è portatore di interessi forti, i cittadini sono esclusi dal tavolo. A loro si raccontano favole green e identitarie; finché la maggioranza dei cittadini ci crede e li vota il potere autoritario si perpetua.

Anche perché gran parte della Ferrara pensante, pensa ad altro.

Cover: girotondo al parco urbano G. Bassani nel 2022

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

Fenditure: Spettacolo al Centro Teatro Universitario di Ferrara. Lunedì 23 giugno 2025, alle ore 21.30


Fenditure

Lunedì 23 giugno 2025, alle ore 21.30,  presso il cortile esterno del Centro Teatro Universitario di Ferrara, con lo spettacolo fenditure (ingresso libero su prenotazione: ctu@unife.it), si conclude il progetto “Il Teatro della Mente nel Teatro del Corpo”, un innovativo progetto di teatro e salute mentale volto a rafforzare le competenze personali e relazionali attraverso i linguaggi scenici e a costruire reti di supporto sociale. Il progetto, avviato nel mese di febbraio con incontri settimanali, culminerà con una dimostrazione pubblica finale, aperta a tutta la cittadinanza. Sarà un’occasione per mostrare il lavoro svolto dai partecipanti e per testimoniare il ruolo del teatro come strumento di benessere e inclusione.

Una Rete di Enti e Finanziamenti per il Benessere
Il progetto “Il Teatro della Mente nel Teatro del Corpo” è il risultato della collaborazione di importanti enti e soggetti del territorio accomunati da un impegno congiunto, sia ideativo che finanziario, attorno ai temi cruciali della salute mentale, del benessere e dell’inclusione sociale. Tra i soggetti promotori: il Centro Teatro Universitario dell’Università di Ferrara, il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda USL di Ferrara, il sindacato SPI Cgil Ferrara, il Comune di Ferrara e il gruppo di auto mutuo aiuto La Formica. A condurre l’intero percorso e a dirigere la restituzione finale sono stati Michalis Traitsis e Patrizia Ninu di Balamòs Teatro. Questa sinergia tra istituzioni universitarie, sanitarie, organizzazioni sindacali, l’amministrazione comunale e realtà del sociale afferma l’importanza di un approccio integrato alla salute mentale, riconoscendo il ruolo fondamentale delle discipline artistiche nel percorso terapeutico e riabilitativo e guardando alla salute e al benessere come beni comuni.

L’utilità del Teatro con Pazienti Psichiatrici
Il teatro si rivela uno strumento estremamente prezioso nel contesto della salute mentale. Attraverso la pratica teatrale, i partecipanti al progetto hanno avuto modo di migliorare significativamente le proprie capacità di comunicazione, osservazione, ascolto, relazione e gestione delle emozioni. Il palcoscenico si pone in una prospettiva pedagogico-formativa come spazio sicuro in cui esplorare nuove identità, superare barriere e sviluppare nuove modalità di interazione con gli altri. Questo approccio favorisce non solo la crescita individuale e collettiva, ma anche la creazione di comunità più aperte e inclusive, protese a contrastare lo stigma associato ai disturbi psichiatrici. Il progetto ha coinvolto attivamente operatori sanitari, studenti del corso di laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica dell’Università di Ferrara, utenti dei servizi, familiari, caregiver e cittadini, secondo un modello integrato e compartecipativo dei percorsi di cura e di promozione sociale. Il progetto “Il Teatro della Mente nel Teatro del Corpo” è un esempio concreto di come l’arte possa essere un potente veicolo per la trasformazione personale e sociale, in grado di favorire il benessere psicologico e sostenere la creazione di legami significativi all’interno della comunità.

fenditure, uno spettacolo teatrale dedicato alla memoria di Giuliano Scabia diretto da: Michalis Traitsis

collaborazione: Patrizia Ninu, foto: Andrea Casari, video: Marco Valentini

con: Rosangela Bueno De Andrade, Enrico Diegoli, Andrea Ferretti, Daniela Libanori, Chiara Marino, Valeria Milani, Alessandro Moroni, Patrizia Ninu, Riccardo Ravani, Elisa Veronesi, Annalisa Vizziello

 

Israele – Iran: per un Medio Oriente libero da armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa

Israele – Iran: per un Medio Oriente libero da armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa

di Giorgio Ferrari
da pressenza del 15.06.2025

Chissà se le lancette del doomsday clock (l’orologio dell’apocalisse) si avvicineranno ancora di più alla mezzanotte dopo che Israele ha dichiarato guerra all’Iran. Comunque sia si può star certi che  Netanyahu, nel sferrare il suo attacco, abbia approfittato del clima bellicista che ha preso piede in Europa e delle conseguenti politiche di riarmo.

Attacco che introduce pericolosissime novità nelle già terribili logiche di guerra che non possono essere sottovalutate ne taciute.

In primo luogo il bombardamento dei siti nucleari iraniani va considerato alla stregua di un vero e proprio attacco atomico, perché nel farlo Israele ha messo in conto che l’uranio lì immagazzinato potesse fuoriuscire dai contenitori e contaminare l’ambiente, tanto più che gran parte di questo uranio è conservato sotto forma di gas (UF6, esafloruro di uranio) che oltre ad essere radioattivo è anche tossico e reagisce con l’acqua.

Questo è uno dei principali motivi per cui i Protocolli aggiuntivi del 1977 della convenzione di Ginevra vietano il bombardamento dei siti nucleari, protocolli che però Israele e Stati Uniti non hanno mai ratificato.

In secondo luogo l’uccisione di sei scienziati iraniani, riportata dagli organi di informazione con un malcelato compiacimento, costituisce un ulteriore passo verso la più completa barbarie: da oggi è lecito uccidere gli scienziati, tanto più se lavorano nel campo del nucleare civile perché, fino a prova contraria, è la stessa IAEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) a certificare con le sue ispezioni che il programma iraniano appartiene a questa sfera di attività.

Qui sorge un inquietante interrogativo sul ruolo svolto dall’IAEA in questa vicenda. Il 12 giugno scorso, cioè il giorno prima dell’attacco ai siti nucleari iraniani, il consiglio direttivo dell’IAEA ha emesso un report in cui si censurava l’operato dell’Iran in quanto non sufficientemente collaborativo nell’esaudire determinate richieste degli ispettori e nel fornire certe informazioni, al punto di scrivere, incidentalmente, che “finché questi aspetti non saranno risolti, l’agenzia non sarà in grado di fornire garanzie che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico.”

Ne è seguita una diffusione mediatica del tutto falsa sintetizzata nella frase “ l’Iran è a un passo dal farsi la bomba”, cosa che Israele ha preso a pretesto per “giustificare” i bombardamenti: l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha dichiarato che l’operazione “Rising Lion” contro le infrastrutture nucleari e missilistiche dell’Iran ha l’obiettivo di eliminare una minaccia esistenziale e immediata per i cittadini di Israele e del mondo intero.

Quello che i mezzi di informazione (e soprattutto Israele) non dicono è che il grado di arricchimento dell’uranio iraniano è al 60% mentre per fabbricare una bomba in grado di esplodere l’arricchimento necessario è per lo meno del 90%, differenza che non è affatto facile da colmare e che richiede molto più tempo di quello impiegato per raggiungere il 60% di arricchimento.

Inoltre il discusso report del 12 giugno scorso è frutto di una forzatura politica imposta al consiglio direttivo IAEA dai rappresentanti di Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Germania (gli stessi paesi a cui Israele ha comunicato in anticipo l’attacco all’Iran), ma con il voto contrario di Russia e Cina, suscitando le proteste dell’Iran che è arrivato ad accusare l’IAEA di collusione con Israele per avergli fornito informazioni relative ai suoi siti nucleari e al personale scientifico addetto al programma.

Dunque la tesi che sta passando e che Israele ha già utilizzato quando bombardò il reattore iraqeno di Osirak nel 1981 e quello siriano di Al-Kibar nel 2007, è quella dell’attacco preventivo per eliminare la minaccia costituita dal programma nucleare iraniano e non c’è nessuno che chieda conto ad Israele del suo arsenale nucleare, di quali inganni e bugie si sia servito -con la complicità della Francia e poi degli Stati Uniti- per fabbricarselo e per usarlo come minaccia, questa sì concreta, verso tutti i paesi arabi, con l’aggravante che in questo caso si da ragione ad un paese (Israele) che non avendo mai aderito al TNP e neppure accettato ispezioni dell’IAEA, ne aggredisce uno che invece queste regole le ha sempre accettate.

Comunque si risolva questa ennesima guerra del Medio Oriente, non si potrà prescindere dall’affrontare e risolvere una volta per tutte la questione delle armi di distruzione di massa presenti in questa area, nucleari chimiche e biologiche.
I paesi occidentali che invocano come un mantra il diritto di Israele a difendersi, sono i maggiori responsabili di questa situazione. Consentendo che Israele sviluppasse segretamente e incondizionatamente il suo programma nucleare, essi hanno dato vita ad una “creatura” che, pur non arrivando ad odiare i suoi creatori come avviene per il mostro di Mary Shelley, è divenuta incontrollabile, proterva e ostile a qualsiasi regola che possa mettere in discussione il monopolio di quella forza che i suoi creatori le hanno irresponsabilmente fornito.

E’ tempo di riparare questo errore, di disinnescare la minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare di Israele, facendo del Medio oriente un’area libera dalle armi nucleari e da ogni altra arma di distruzione di massa.

Facciamo di questo questo programma una bandiera del disarmo, sosteniamo e firmiamo la petizione che chiede al governo italiano di dichiararsi favorevole all’istituzione di questa area in Medio Oriente -come è nelle intenzioni della apposita Conferenza permanente istituita in sede ONU-  e di adoperarsi in sede europea affinché altri paesi facciano altrettanto.

Giorgio Ferrari
Giorgio Ferrari, classe 1944, si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1967 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza. Successivamente ha svolto altri impieghi nel settore esteri dell’Enel in diversi paesi dell’America Latina , medio ed estremo oriente. Nel 1972 entra a far parte del Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni inizia a sviluppare una critica del modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista “rossovivo” e, nel 1977, è tra i fondatori di “Radio Ondarossa”, con la quale collabora tutt’ora. Insieme a Dario Paccino ha scritto “La teppa all’assalto del cielo” i 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto “SCRAM: la fine del nucleare” edito da jaca Book -2011. Scrive sul manifesto ed altre riviste di ecologia ed è consulente scientifico di Isde.

Cover: Islamic_Republic_of_Iran_Army – Wikimedia Commons

Vincenzo Latina. Una costellazione in terra.
Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa

Vincenzo Latina. Una costellazione in terra. Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa

Nell’ambito del Ravenna Festival 2025, venerdì 20 giugno alle ore 17 al Museo Nazionale di Ravenna si inaugura la mostra: Vincenzo Latina. Una costellazione in terra. Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa.
Giardino, teatro e memoriale, il sito è oggi il ricordo di una tragedia attraverso il brulicare della vita. Una mostra al Museo Nazionale di Ravenna nel ripercorre la genesi, il vissuto e i significati odierni.

Vincenzo Latina. Una costellazione in terra – Il memoriale delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa è la toccante mostra dedicata a una delle pagine più cupe della storia recente del nostro Paese, che inaugura venerdì 20 giugno, alle ore 17, al Museo Nazionale di Ravenna.

L’esposizione descrive il progetto di “risanamento” delle cave di pietra nella parte più meridionale dell’isola di Lampedusa, voluto per ricordare le 368 persone, bambini, donne e uomini, che persero la vita nel naufragio avvenuto a mezzo miglio dalla costa dell’isola il 3 ottobre 2013, mentre cercavano di raggiungere l’Europa. Fu un episodio che scosse profondamente le coscienze, perché portò all’opinione pubblica italiana ed europea tutta la durezza ma anche l’ineluttabilità del fenomeno migratorio dal Sud del mondo.

Curata da Gioia Gattamorta, promossa da Ravenna Festival e dall’Istituto Nazionale di Architettura – Sezione Emilia-Romagna, in collaborazione con i Musei nazionali di Ravenna e l’Ordine degli Architetti PPC di Ravenna, con il patrocinio del Comune di Lampedusa e Linosa e il contributo di Botticino Stone District e Rotary Club Valle Sabbia Centenario, l’esposizione itinerante, che ha già toccato le tappe di Roma e Brescia, giunge a Ravenna in occasione del Ravenna Festival 2025.

Opera di Vincenzo Latina, architetto e professore all’Università degli Studi di Catania, completata nel 2019 dopo un lungo iter, il Memoriale è oggi metafora stessa di questo avamposto d’Europa: al contempo meta del turismo per il suo mare prodigioso, e primo approdo per chi dall’Africa cerca una terra dove rifugiarsi per assurgersi infine a memoria di tutte le migliaia di vittime del Mediterraneo.

Memoriale – Barca carbonizzata di uno sbarco posta internamente alla cava Ph Lamberto Rubino

Un progetto composito quello che appare oggi nella mostra, che mette insieme un giardino, un teatro all’aperto e un Memoriale delle Migrazioni. Come in molti suoi progetti, Vincenzo Latina si è messo in ascolto delle voci del luogo: “luogo parlante”, definisce lui stesso lo spazio scavato nella roccia, la cui profondità varia dai due ai quattro metri e mezzo, dove affiorano gli odori e i rumori di un mare che, come recita L’infinito di Giacomo Leopardi, da cui il progetto trae ispirazione, nel pensier mi fingo”, cioè non vedo ma posso vividamente immaginare.

Scrive Latina che «le parole chiave dell’intervento potrebbero essere le seguenti: essenziale, poetico, laconico, sostenibile, accessibile». E in effetti alla poesia il progetto arriva attraverso un estremo sacrificio. L’architettura intesa come ricostruzione, di visioni, di immaginari, di narrazioni, riesce attraverso pochissimi segni a sovrapporsi, a innestarsi sui segni esistenti per renderli eloquenti.

Vincitore del bando aperto dall’Amministrazione comunale di Lampedusa negli ex siti cava tra Cala Francese e Punta Sottile, il progetto ha voluto fin dalle intenzioni essere uno spazio aperto al pubblico destinato a ospitare manifestazioni musicali, teatrali ed eventi culturali, uno spazio dei lampedusani, ma anche un luogo di interesse turistico che fosse espressione delle arti, dello scambio delle idee e infine della conservazione della memoria collettiva.

Il muro della cava, già pregno di cicatrici, è ulteriormente “mitragliato” da 368 fori, di diverso diametro (di 100 e di 50 mm) che ricompongono una “costellazione immaginaria”. Di giorno il monumento si mimetizza con le sue ombre discrete nel palinsesto di tracce incise nei piani verticali e orizzontali della cava. Di notte, in occasione del 3 ottobre, la parete si accende di luci tremule che ricordano quelle degli astri nel cielo. Se il foro è perdita e assenza, di notte le luci diventano presenza e speranza. Una costellazione in terra è un momento di riflessione e partecipazione corale affinché il Mediterraneo possa diventare un mare di Pace.

La mostra espone fotografie della cava leggermente incassata nella roccia, da cui non si vedeva l’orizzonte, trasformata in un’area teatrale all’aperto, opere d’arte che interpretano il Memoriale o che ne fanno parte, di Vincenzo Latina e di altri artisti, testi e video, che aiutano il visitatore a immergersi nel contesto e a comprendere che un nuovo spazio pubblico lì prende vita, immaginato come luogo d’incontro, cultura, festa ma anche di meditazione e di preghiera religiosa e laica aperto a tutti.

Il percorso infine descrive come un’opera di architettura possa comunicare il ricordo di una tragedia attraverso il brulicare della vita.

Memoriale – Area Teatrale ph. Lamberto Rubino
Memoriale – Concerto di Takahiro Yoshikawa in cava a Lampedusa ottobre 2022 Ph. Vincenzo Latina

In occasione dell’inaugurazione portano i saluti istituzionali Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna, Antonio De Rosa, sovrintendente della Fondazione Ravenna Manifestazioni, Luca Frontali, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Ravenna
Gioia Gattamorta, presidente IN/Arch Emilia-Romagna e curatrice della mostra
Serena Ciliani, direttore di sito del Museo Nazionale di Ravenna.

A seguire gli interventi di Carlo Quintelli, professore ordinario dell’Università degli Studi di Parma, dal titolo “Theatrum Memoriae” e di Vincenzo Latina, dal titoloUna costellazione in terra”.

Inaugurazione: venerdì 20 giugno 2025, ore 17:00
Museo Nazionale di Ravenna, Sala del Refettorio – Via San Vitale 17, Ravenna

Programma di inaugurazione

17:00 Saluti istituzionali
Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna
Antonio De Rosa, sovrintendente Fondazione Ravenna Manifestazioni
Luca Frontali, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Ravenna
Gioia Gattamorta, presidente IN/Arch Emilia-Romagna e curatrice della mostra
Serena Ciliani, direttore di sito del Museo Nazionale di Ravenna
17:30 Interventi
Theatrum Memoriae, di Carlo Quintelli, PhD – professore ordinario, Università degli Studi Parma
Una costellazione in terra, di Vincenzo Latina, architetto e professore, Università degli Studi di Catania
La mostra è aperta e visitabile in occasione dell’inaugurazione e a partire dal 21 giugno fino al 21 settembre 2025, nelle giornate di martedì, mercoledì, sabato e domenica, dalle 8:30 alle 14:00; giovedì e venerdì: dalle 8:30 alle 19:30; prima domenica del mese: dalle 8.30 alle 19.30.

Biglietti

Ingresso singolo € 6 (biglietto di ingresso al Museo Nazionale di Ravenna + mostra)
Evento gratuito per gli abbonati (abbonamento annuale € 10, in vendita presso la biglietteria) e per tutte le altre gratuità di Legge.
Biglietteria e prenotazioni prenotazioni@ravennantica.org, tel. 0544 213902
Info: Museo Nazionale di Ravenna mn-ra.comunicazione@cultura.gov.it, tel. 0544 543724

Vincenzo Latina è professore associato di Progettazione Architettonica e Urbana presso l’Università degli Studi di Catania, è stato docente alla Scuola di Architettura di Mendrisio, Università della Svizzera italiana. Autore di numerose pubblicazioni, architetto di fama internazionale, vincitore di numerosi premi tra cui la Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012 e il Premio Architetto Italiano 2015. È autore di pregevoli innesti di architettura contemporanea nei tessuti urbani antichi che gli hanno valso riconoscimenti nazionali ed internazionali per aver coniugato il restauro ambientale, la riqualificazione urbana, la valorizzazione socioculturale e quella economica, tra cui il celebre Padiglione di accesso agli scavi dell’Artemision sull’isola di Ortigia a Siracusa.

 

Parole e figure / Leggere sotto l’ombrellone: Katitzi va in città

ÌLibri da leggere ovunque, a scuola come sotto l’ombrellone. Le avventure della piccola Katitzi parlano di diritti, di crescita e di consapevolezza. Con dolcezza, leggerezza ed armonia.

Uscito a maggio in libreria, edito da Iperborea, Katitzi va in città, della svedese Katarina Taikon, usa l’arte del racconto per rivendicare diritti e far conoscere un popolo.

Katitzi è, infatti una bambina rom, ha ormai undici anni (le sue avventure, però, iniziano da quando ne ha sette) e vive al campo nomadi, composto da tre tende e un carrozzone. Vive, con la sua famiglia, spostandosi di luogo in luogo. Con il timore, sempre, che qualcuno li cacci via. Ha una sorella più grande di nome Lena, tranquilla e obbediente, un fratello, Paul, che lavora con papà Taikon, è una sorella, Rosa, che ha fatto loro da mamma finché non si è sposata e trasferita lontano. La mamma di Paul, Rosa, Lena e Katitzi infatti è morta quando lei era molto piccola. Ora ci sono matrigna e tre fratellastri.

Katitzi, quando non è impegnata a cacciarsi in qualche guaio, anche perché non sa frenare la lingua, la piccola ama sognare ad occhi aperti, esattamente come sanno fare tutti i bambini del mondo. Diventerà un’amata principessa, avrà splendidi vestiti e nelle sale del suo elegante castello risuonerà la più bella musica rom. Magari non mancheranno fiori e delikatessen. Non saranno certo le angherie di una matrigna senza cuore a distruggere i suoi favolosi piani!

Eppure, la vita al campo è diventata troppo difficile, anche per una bimba solare e piena di vita come lei. Così una mattina, Katitzi prende il suo scialle più bello, fa una carezza al piccolo Swing e scappa di casa. Ormai alla sua età non ha paura del mondo e sa benissimo cavartela da sola. Le basta scambiare qualche chiacchiera con il lattaio e leggere la mano, con un po’ di fantasia, a un paio di persone che incontra sul cammino verso Uppsala, dove abita la sua adorata mamì. Katitzi le vuole così bene che è anche disposta a farsi pettinare la sua nuvola di capelli arruffati: e le avventure continuano, con una luce su ingiustizie e diritti dei bambini, senza mai perdere leggerezza e divertimento.

Il libro ha il patrocinio della Sezione italiana di Amnesty International ed è cofinanziato dall’Unione Europea.

“Mi sa che sei troppo piccola per prendermi il futuro”, sussurrò la signora. “Sono bravissima a predire il futuro, ma costo tanto!” disse Katitzi. “Ti darò 50 centesimi e un pezzo di formaggio!”, disse la signora. Le brillavano gli occhi, non vedeva l’ora che cominciasse, evidentemente si era già scordata che la bambina era troppo piccola per predire il futuro”.

Katarina TAIKON (1932-1995), è Una scrittrice svedese di origini romene è stata un’importante attivista e leader del movimento per i diritti civili. Come molti altri rom della sua generazione, è cresciuta in campi nomadi e non ha potuto frequentare la scuola, imparando a leggere e scrivere solo da adulta. Grazie alla sua lotta per migliorare le condizioni del suo popolo, i rom hanno ottenuto gli stessi diritti alla casa e all’istruzione degli svedesi. Convinta che l’unico modo per sconfiggere i pregiudizi fosse rivolgersi ai bambini, ha scritto la famosa serie su Katitzi, basata sulla propria vita. Pubblicati fra il 1969 e il 1980 e diventati anche una serie tv, i libri di Katitzi continuano a parlare al nostro presente a essere letti e amati in tutta la Scandinavia.

Katarina Taikon 1955, web

Joanna HELLGREN (1981) è illustratrice, grafica e fumettista svedese; ha esposto i suoi lavori in Francia, Italia, Olanda, Belgio e Svezia e ha ottenuto diversi riconoscimenti in patria e all’estero per i suoi albi illustrati. Nel 2013 è stata tra i 31 illustratori che hanno rappresentato la Svezia alla Bologna Children’s Book Fair.

La collana Miniborei vi aspetta!

Noi siamo “il fabbricone”

Noi siamo “il fabbricone”

Renato Cubo, “sceneggiatore autore e ogni tanto anche persona” , come lui stesso si presenta, il 24 maggio scorso ha postato su Il Post un articolo dal titolo Io sono la fabbrica: chi volesse può facilmente recuperarlo e dirottare la sua attenzione da qui a …qui: https://www.ilpost.it/2025/05/24/cubo-io-sono-la-fabbrica/.

Chi invece volesse proseguire questa lettura troverà le stesse atmosfere del pezzo di Cubo, rivolte al “fabbricone” di Ferrara: proprio per invogliare a seguire questo mio percorso, senza switchare all’articolo di Cubo, ho intitolato il pezzo NOI SIAMO IL FABBRICONE.

Sono sicuro che il “noi” meglio si adatta all’ “io”: non c’è mai un vettore che punta in un’unica direzione, dalla citta verso il fabbricone o dal fabbricone verso la città, come se fosse un vento che soffia in un verso preciso. Anche i venti, soprattutto di questi tempi, sono turbolenti.

In pianura è difficile guardare dall’alto le cose, ma quando si passa per l’autostrada dal tratto Occhiobello – Ferrara Nord, oppure si guarda su Google Maps – magari non mentre si sta guidando per quel tratto – il polo petrolchimico della nostra città, ci appare in tutta la sua grandezza e “splendore”.

Significa che tutti si possono fare un’idea precisa di ciò che quell’area fuori le mura, a nord della città, (lo stabilimento; il petrolchimico; il polo industriale; il fabbricone), rappresenta per chi lo osserva (sì, potete scegliere la definizione che ritenete più appropriata e realistica).

Sono ormai passati più di 30 anni da quando ho iniziato a lavorare presso il Centro Ricerche Giulio Natta di Ferrara: volutamente non ho inserito questa definizione nella risposta multipla precedente, per accentuare ancora di più la natura caleidoscopica di questo posto e segnalare la distanza che lo allontana da un certo immaginario collettivo: un luogo di produzioni industriali difficilmente viene percepito come un …  motore di Ricerca, come un vero e proprio Centro di Cultura.

Quindi, come si vede, sembrerebbe che io, a differenza di Cubo, mi sia fatta un’idea ben precisa del “fabbricone”.

Sono entrato nel petrolchimico di Ferrara nel ‘90 all’ombra di torri e torce, alcune delle quali oggi sono scomparse: buttate giù perché obsolete, o sostituite dalle più recenti down flares.

Dopo il percorso universitario solitamente si ha un’idea del mondo del lavoro sulla base di ciò che uno vede da studente, ma arrivato qui, oltre al fascino della città di pietra, rimasi altrettanto affascinato e ipnotizzato dallo skyline di questa pseudo Manhattan di ferro e plastica.

Non avevo una posizione netta su cosa l’area industriale potesse rappresentare, nel bene e nel male, per la città e il territorio: venivo da una terra dove le industrie non esistevano e meno che meno esistevano delle aree così vaste occupate da metallo, fuoco, vapori  e pennacchi roventi.

Eppure comprendevo i lati nascosti di questo posto e quelli ancora da scoprire per via di alcune suggestioni che avevo ormai metabolizzate grazie al poeta delle due muse, Leonardo Sinisgalli, il poeta-ingegnere della Civiltà delle Macchine, e grazie ai miei professori delle Università di Salerno e Napoli che avevano collaborato direttamente con Giulio Natta al tempo delle scoperte e invenzioni del Moplen e del Dutral.

Prima che arrivasse la petrolchimica e gli impianti ridisegnassero l’orizzonte della vasta pianura circostante, anche qui c’era poco da fare per guadagnarsi da vivere, proprio come dalle mie parti, nella Lucania che cominciava allora  a sfruttare i suoi giacimenti di gas e petrolio della Val d’Agri. E dunque, in pratica, per me il petrolchimico rappresentava una visione del… futuro quello mio e anche quello della mia regione di provenienza.

Quando si vive in una città con un petrolchimico di queste dimensioni, uno crede di potersene fare un’opinione netta grazie al racconto degli apocalittici  e a quello degli integrati, con i primi a sottolineare sempre e solo gli aspetti negativi del “fabbricone” e i secondi a elogiare tutti e solo gli aspetti positivi di uno dei più importanti siti industriali del Paese.

Si dà per scontato che ognuno debba prendere una posizione: o sei contro la fabbrica che uccide, o sei a favore della fabbrica che dà lavoro. Da questo punto di vista sono la persona meno indicata per fare questo, per dare cioè un giudizio definitivo viste le suggestioni delle quali ho parlato, visto il personale addomesticamento da parte di due muse.

Ma mi considero anche la persona più avvertita su cosa significhi vivere senza un… pharmakon come il “fabbricone” e i suoi prodotti perché, come l’etimologia stessa della parola insegna, se  il….farmaco, in grandi dosi, può trasformarsi in un veleno, in piccole dosi può rappresentare una vera e propria cura.

Fa parte della natura tecnica di Homo (sia faber che sapiens)  fare un uso del “farmaco”, usarlo, cioè, nelle proporzioni giuste, per sfruttarne le sue proprietà benefiche e controllarne il dosaggio per evitare che possa trasformarsi in veleno. Ad esempio l’energia nucleare può “servire” per costruire la bomba, ma anche per curare i tumori; la plastica può “servire” per confezionare esageratamente l’inserto di un giornale, ma anche per trattare una stenosi coronarica con un “semplice” stent.

È evidente che per la città di Ferrara la presenza del polo industriale ha avuto grandi ricadute positive su tutto il territorio: ha fatto crescere in popolazione ed estensione la città; ha offerto possibilità di lavoro a tanti giovani; ha creato le condizioni per far sviluppare l’università; ha avviato percorsi di formazione professionale e di inserimento al lavoro; ha promosso importanti processi sindacali e di sensibilizzazione alla cultura della sicurezza (l’industria chimica è quella meno colpita dagli infortuni sul lavoro) e della crescita di una coscienza ambientale e ambientalista.

Il polo industriale, in qualche modo, ha anche … curato e rimediato.

Ma è innegabile che le cattive notizie fanno sempre più notizia e che dunque al polo industriale vengano addebitate prevalentemente solo gli effetti devastanti del farmaco: deturpazione del paesaggio e dell’ambiente, peggioramento della qualità dell’aria, aumento di malattie dovute all’inquinamento e, conseguentemente, morti per tumore.

In uno scenario … farmacologico quindi potremmo dire che la città si divide grossomodo in queste due fazioni: quella composta da chi parla degli effetti negativi del fabbricone senza esserci mai entrato, e quella composta da chi ci lavora e non ne parla perché non ne ha interesse.

Chi potrebbe fare entrambe le cose soffre evidentemente su due versanti perché non riesce a moderare quelli che “abusano del farmaco”, né riesce a convincere gli altri a curarsi con il giusto dosaggio.

Anche io, come racconta Cubo nel suo articolo,  “…ho conosciuto premi di produzione, rimborsi per le visite mediche, l’ebbrezza di una risposta fulminea della banca alla richiesta di mutuo. Ho visto colleghi trasformarsi in amici e la processione degli operai ai tornelli che strisciavano il badge come fedeli che si bagnano le dita nell’acquasantiera…”

Anche io ho imparato il linguaggio degli impianti, dei macchinari, la storia del sito e le storie dei vecchi operai come fossero leggende, a misurare il tempo in turni, ad attraversare strade deserte quando tutti dormono, a ridere ai pranzi a mensa con i colleghi o a piangere per quelli che sono andati via.

Oggi si parla sempre più di politiche green, transizioni energetiche e digitali, si parla di resilienza, circolarità, sostenibilità. Le decisioni importanti però vengono prese da persone in stanze lontane (il quartier generale della mia azienda è a Houston, i responsabili di Yara sono in Norvegia, le risorse umane di Versalis sono guidate da Roma).

Se anche questo vertice del quadrilatero della chimica padana venisse ridimensionato, non sapremmo come e in che modo riutilizzare gli spazi di questa pseudo Manhattan. Non siamo neppure riusciti a farci carico di quegli 80 ettari già bonificati con gran vanto della politica locale per essere stato il primo sito industriale italiano ad aver realizzato un gran piano di recupero di terreni inquinati.

Allo stesso modo, cioè con lo stesso vanto, oggi viene presentato il progetto di rilancio del petrolchimico cittadino. Quanti di quelli schierati, tra le due fazioni suddette, lo vogliono davvero e in che termini?

Non so se sia stato giusto costruire il “fabbricone” e non so se sia giusto che debba esistere ancora e a tutti i costi. Non so se i giovani (integrati o apocalittici) lo sceglierebbero come potenziale luogo di lavoro. Non so se passando dalla plastica vissuta dalla mia generazione come soluzione per tante applicazioni, alla plastica percepita dalla maggior parte delle persone come principale problema ambientale, ci sarà ancora lo spazio per un posto come questo.

Resta comunque il fatto che le batterie delle prossime automobili elettriche, le tastiere dei nostri strumenti elettronici, i medicinali che prendiamo quando ci fa male la schiena e poi le mascherine, gli stent, le siringhe e i tubi per trasportare acqua e gas, i cavi sottomarini per veicolare i segnali elettrici; tutte queste cose, insomma, continueranno ad essere fatte con la plastica e questa plastica verrà prodotta in posti simili al nostro fabbricone, magari non più situato qui a Ferrara, ma molto più probabilmente in Arabia, in Cina o perché no sulla Luna o su Marte.

Ogni giorno facciamo piccole cose che ci rendono complici o alleati degli apocalittici o degli integrati: ogni caffè fatto con la capsula, ogni indumento sportivo che compriamo, ogni volta che saliamo in macchina invece di prendere la bicicletta; ogni volta che lasciamo cadere a terra una mascherina, un tovagliolo, o che infiliamo una bottiglietta di plastica nel contenitore sbagliato. Ogni giorno cioè potremmo essere “uccisi” o “guariti” dal farmaco.

È facile oggi puntare il dito contro il nostro fabbricone: siamo nell’epoca generalizzati dei “veleni”, da quelli sociali a quelli social.  Ma cosa avremmo fatto noi al posto di chi ha deciso la costruzione del fabbricone? Chi, oggi, risponderebbe al “senatore repubblicano americano” (https://www.cdscultura.com/2025/05/il-superfluo-indispensabile/) che le cose fatte qui nel nostro fabbricone dovrebbero servire a renderlo degno di essere difeso?

Non sono mai stato un integralista progressista né un ambientalista militante. Ho imparato a vivere in questa città con gli apocalittici e gli integrati, in una specie di clessidra contenente una sabbia né completamente avvelenata né completamente sana.

Quando i giovani mi chiedono cosa ne penso del fabbricone cerco di trovare le parole giuste, oneste che loro meritano di ascoltare, vale a dire che viviamo in una città bellissima, che senza il fabbricone si sarebbe spopolata più velocemente di quanto stia accadendo e che se io non mi fossi trasferito qui tra il castello di pietra e la Manhattan di plastica, probabilmente non ci sarebbero neanche le mie figlie.

E che tutto questa indeterminazione, ambiguità, incertezza non mi rende né migliore né peggiore tra quanti restano convintamente e assolutamente apocalittici o integrati.

Ai giovani dico che, in un certo senso, il “fabbricone” siamo tutti noi : quelli che non lo vogliono, quelli che lo difendono e quelli che prima di schierarsi avvertono urgente la responsabilità di conoscere bene le istruzioni d’uso e il dosaggio del pharmakon. E questo è vero per qualunque farmaco, toccherà loro usare.

Cover: il petrolchimico di Ferrara su licenza Creative Commons

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Israele e Palestina, quale futuro?

Israele e Palestina, quale futuro?

di Guido Viale
da pressenza del 1o.06.2025

“Chi vi parla è sionista”, ha detto Gad Lerner in piazza San Giovanni “Quelli della mia famiglia che non sono riusciti a emigrare laggiù, dove sono nati i miei genitori, sono stati sterminati”. Questa verità vale per milioni di ebrei, sia di Israele che della diaspora (come Gad), i cui parenti sono giunti lì per necessità.

A quel luogo li unisce un legame esistenziale e viscerale. Vi erano giunti da profughi, come quelli che anche oggi, ovunque cerchino rifugio, esigono accoglienza, anche se difficile e gravida di possibili inimicizie. Ma a fianco e al di sopra di quella fuga disperata e ineludibile c’era chi la progettava come una guerra di conquista: organizzazioni non dissimili da Hamas in molte delle loro pratiche, che hanno poi costituito il nucleo della costituzione in Stato di quelle prime comunità “socialiste” di profughi, impegnate a costruire un proprio “focolare”, e non uno Stato, insieme a quei loro correligionari che da sempre risiedevano in quelle terre.

Ma da tempo anche ogni palestinese deve contare nella sua famiglia molti parenti sterminati, perché chi si era messo alla testa di quei profughi ebrei in cerca di un domani aveva già deciso di cacciarne e spesso sterminarne gli abitanti autoctoni.

Oggi il mondo intero inorridisce di fronte alla ferocia della strage del 7 ottobre e alla determinazione con cui la dirigenza di Israele cerca di disfarsi dei palestinesi. Ma quella determinazione non è nata il 7 ottobre del 2023, né nel 1967; era insita nella logica coloniale della costituzione in Stato di quella comunità di profughi. Certo, anche allora la convivenza di due comunità rivali era difficile, ma forse meno di quanto lo è diventata adesso; è stata la scelta dei due Stati, allora assai controversa, fatta dall’Assemblea dell’ONU nel 1947, ad aprire la strada a tutto ciò che è successo in seguito.

Oggi la gravità, ma ormai anche la rilevanza planetaria, di ciò che succede a Gaza obbliga tutti – e non solo gli ebrei e i palestinesi – a misurarsi con il problema della convivenza di due comunità così contrapposte senza nascondersi dietro a degli alibi. Il primo dei quali è proprio la continua riproposizione senza più contenuto dei “due popoli, due Stati”: la pretesa di rinchiudere dietro un confine l’ostilità reciproca di quelle due comunità. Troppo frantumati i territori palestinesi non ancora requisiti da Israele, privi di continuità territoriale, di sbocco al mare, di una propria economia, di un’amministrazione decente, uno di essi; troppo forte in campo militare, economico e diplomatico perché il primo non ne sia schiacciato l’altro.

Già con gli accordi di Oslo la ripartizione era iniqua; oggi sarebbe una farsa. Alibi è anche la prospettiva di uno Stato unico, “dal fiume al mare”, da cui gli ebrei venissero cacciati, come pretendono i fondamentalisti islamici e denunciano quelli ebrei: una comunità che si sente a casa lì da 80 anni e più non è né ospite né intrusa.
E’ popolo di quella terra come lo sono coloro, palestinesi o ebrei, che la abitavano anche prima. Meno che mai “dal fiume al mare” può essere la soluzione di uno Stato ebraico, da cui cacciare un po’ alla volta tutti i palestinesi, come hanno continuato a fare per anni, senza dichiararlo, i governanti di Israele, ma che da qualche mese proclamano ormai apertamente. Quindi?

Quindi non resta che la convivenza nel quadro di una confederazione di tante comunità autonome, dai confini mobili, in parte etnicamente delimitate, in parte volontariamente miste, che NON sia uno Stato: cioè, che non ne abbia i connotati che lo definiscono: soprattutto un esercito proprio (nelle mani di chi?) e un’amministrazione unica e che sia sottoposta a una forza di interposizione per un periodo non definito né definibile.

Le condizioni di una prospettiva del genere sono talmente tante e difficili da renderla un vaneggiamento agli occhi dei più, ma ne esistono altre che non siano la sopraffazione definitiva di una parte sull’altra? Parti che non sono Israele e Hamas, ma Stati Uniti e vassalli della Nato da un lato e il mondo arabo e islamico dall’altro. Perché quella partita è mondiale. Ma a quali condizioni?

Innanzitutto, una coalizione internazionale di interposizione che comprenda Stati occidentali e Stati arabi e mediorientali ,che non avrebbero più motivo di fronte uno Stato ebraico e potrebbero accettare la presenza di una vasta comunità autonoma di ebrei, come è stato per centinaia di anni per molti di loro.

Poi il disarmo di entrambe le parti, che per Israele significherebbe la rinuncia al suo potentissimo esercito e al suo arsenale atomico.

Poi il rispetto della risoluzione 194 dell’Onu che prevede il diritto al rientro – necessariamente graduale, su un ampio arco di tempo – di tutti i palestinesi che sono stati cacciati dalle loro terre e dei loro discendenti. Il che comporterebbe, sul lungo periodo, la ricollocazione teorica di oltre 5 milioni di rifugiati e forse più e forse, per “pareggiare” i conti demografici, l’arrivo di altri 5 milioni di ebrei. Insieme agli abitanti attuali, comporterebbe la presenza di circa 20 milioni di abitanti in 26mila chilometri quadrati: più o meno quanto la Sicilia. La tecnologia, in Israele, molto sviluppata, ce la potrebbe fare, ma è una strada davvero in salita. Legata al punto precedente, una redistribuzione equa di terre e risorse, compresa la ricostruzione di Gaza e dei villaggi palestinesi spianati.

Certo è una prospettiva difficile anche solo a pensarla, ma è un modello ineludibile di convivenza tra tutte le comunità oggi in conflitto sullo stesso territorio. Un fenomeno in crescita.

Guido Viale
Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Ha partecipato al movimento degli studenti del ‘68 a Torino e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Si è laureato in filosofia all’università di Torino. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente. Ha svolto studi e ricerche economiche con diverse società e lavorato a progetti di cooperazione in Asia, Africa, Medioriente e America Latina. Ha fatto parte del comitato tecnico scientifico dell’ANPA (oggi ISPRA). Tra le sue pubblicazioni: Un mondo usa e getta, Tutti in taxi, A casa, Governare i rifiuti, Vita e morte dell’automobile, Virtù che cambiano il mondo. Con le edizioni NdA Press di Rimini ha pubblicato: Prove di un mondo diverso, La conversione ecologica, Si può fare e Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti. Con Interno4 edizioni ha pubblicato nel 2017, Slessico Familiare, parole usurate prospettive aperte, un repertorio per i tempi a venire. Sempre con Interno4 Edizioni nel 2018 ha pubblicato l’edizione definitiva e aggiornata del suo importante libro sul ‘68.

In copertina: bandiere Israele e Palestina – immagine UNIPV. News

Per certi Versi / Solitudine

Solitudine

Strisci sul corpo

come un serpente domestico

lenta ricami la pelle

con aghi dalla punta d’ovatta

bruciamo fogli di storie mai scritte

Io cenere e inchiostro

divento tua amante

e amo il tuo assurdo silenzio

 

In copertina: Foto di Mark Mook da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Cittadinanza e lavoro:
oltre la faglia sociale

Cittadinanza e lavoro: oltre la faglia sociale

L’Italia è quel paese nel quale metà circa dei cittadini non paga tutte le tasse che dovrebbe; un terzo dei cittadini non riesce a comprendere e valutare il significato di un testo standard, scritto nella propria lingua madre; un quinto tra politici e colletti bianchi ha la fedina penale sporca. Partiamo quindi dall’assunto che sono molti gli italiani che non potrebbero accedere alla cittadinanza italiana secondo la legge italiana. Diminuire il periodo di residenza in Italia potrebbe consentire a chi invece ha i requisiti di cui sopra (quelli che molti italiani non hanno) di accelerare la cosiddetta sostituzione etnica – ridicola espressione che vorrebbe incutere la paura dell’uomo nero – in un paese, l’Italia, che è il più vecchio d’Europa. Semplicemente, l’Italia ci metterà più tempo di altri a meticciarsi, come è inevitabile e come è già accaduto in altri paesi ex colonialisti: basta guardare quanti colored o ottomani ci sono nelle compagini sportive nazionali di Francia, Germania, Regno Unito(che infatti spesso ci danno la paga). Cittadini il cui lavoro regolare pagherà nel frattempo la pensione degli indigeni francesi, inglesi, tedeschi. Noi italiani no: noi dobbiamo restare di razza pura (e in prospettiva senza i soldi per pagarci la pensione), anche se siamo talmente lunghi da andare dal fenotipo tirolese al paramagrebino, passando per il turco (Vannacci). Visto che si parla di abbreviare i tempi di residenza certificata, tra l’altro, chi evoca lo spettro “clandestini” per osteggiare questa modifica parla di una cosa che non c’entra niente.

L’Italia è quel paese nel quale chi lavora per una ditta che lo manda su un ponteggio senza dispositivi di sicurezza, perché il padrone che le appalta il lavoro vuole risparmiare, se muore sul lavoro è una disgrazia, una fatalità, una tragedia: di cui nessuno risponderà, per cui nessuno risarcirà la famiglia.

L’Italia è quel paese in cui il datore di lavoro conosce in anticipo cosa gli costa disfarsi di una dipendente che fa troppi figli. Un indennizzo, termine che chiarisce perfettamente cosa sia il lavoro per gli inventori del Jobs Act: una pura merce di scambio, sostituibile a piacimento del datore. Grazie al cielo in Italia sopravvive una classe di magistrati con una formazione che risale alla tradizione giuslavorista degli anni settanta, vent’ anni prima che nel cosiddetto centrosinistra imperversasse la moda della flessibilità, ovvero il libero mercato applicato alla vita sociale. Per loro esiste ancora il risarcimento, cioè il giusto prezzo da pagare per aver commesso un abuso. Quando questa generazione di giudici sparirà, così come gli ultimi testimoni della Resistenza, i diritti sul lavoro rischiano la stessa fine: quella di essere battezzati come un trito retaggio del passato, come direbbe la Picierno.

Questi liquidatori a saldo delle tutele delle persone che lavorano (i treu, i sacconi, gli ichino, e loro derivati e garanti politici) sono tra i  responsabili della desertificazione dei diritti nel lavoro, della trasformazione del medesimo in pura merce – con conseguente mercificazione delle persone che lo prestano –  e hanno contribuito all’abbandono di ogni forma di impegno, a partire da quello basico del voto, da parte di troppi disillusi, cornuti, mazziati. La loro filosofia è stata particolarmente nefasta proprio perché ha prodotto lacerazioni e fratture dentro il bacino sociale che in fondo aveva scelto, direttamente o indirettamente, proprio loro quali rappresentanti “scientifici” o politici. Non ne discuto la buona fede, le intenzioni; e ribadisco l’idiozia criminale delle sedicenti Brigate Rosse che, come sempre nella storia di questo paese, ammazzando da vigliacchi hanno fatto il gioco dei padroni, nostrani e stranieri, rendendo per lungo tempo tabù il poter criticare le idee di precarizzazione del lavoro, pena essere considerati dei loro fiancheggiatori. Ma la faglia che questi teorici, spesso prestati alla politica, hanno prodotto ha terremotato il tessuto sociale fino a ridurlo in macerie. Purtroppo chi vuole strumentalizzare ha gioco facile nel dire che il referendum sul lavoro è stato appoggiato dallo stesso partito che detiene la paternità delle pessime norme che si volevano abrogare. E che è tuttora spaccato tra chi vuole voltare pagina e chi la riscriverebbe pari pari. Ma è spaccato al vertice, a Roma. Per fortuna Elly Schlein, a volte accusata di avere una spiccata sensibilità civile ma non sociale, sembra sapere da che parte sta la base. Del resto, alle primarie lei è stata votata da un sacco di gente che non votava più il PD.

Sono almeno trent’anni che la filosofia politica dominante e trasversale precarizza il lavoro attraverso la produzione legislativa, usando il pretesto di aggredire così il tema dell’occupazione. Tuttavia, l’occupazione non è aumentata per effetto di queste norme, se si adotta una serie storica adeguata, che parta dalla fine degli anni novanta, e non solo dal dopo Covid (troppo facile); anche perché alla cosiddetta flessibilità non è stata affiancata una politica di sostegno all’innovazione nelle imprese. Il tema aggredito è stato un altro: rendere le persone insicure e precarie fin dall’inizio e in modo duraturo, quindi ricattabili. Le persone ricattabili e insicure non lottano, non agiscono i loro diritti, e accettano la compressione del salario (altra conseguenza esiziale: adesso si riscopre quanto era importante la scala mobile).  Avere portato a votare su questo tredici milioni di persone, dopo tutto il “fuoco amico” di questi trent’anni, (e dopo la conclusione della parabola organica al governo dell’ attuale Cisl, che mi auguro faccia riflettere molti suoi iscritti) è un fatto che non merita di essere commentato usando le categorie della sconfitta, della vittoria o del fallimento. Se l’ ambiziosa e sfiancante iniziativa referendaria sarà il primo tentativo di saldare ciò che per decenni è stato ridotto in cocci, la considero un raccordo verso l’imbocco di quella “via maestra” che, con disperata e a volte disincantata passione, continua ad imboccare in direzione ostinata e contraria le autostrade percorse dai caterpillar del liberismo.

 

Photo cover: dettaglio della faglia del Monte Vettore, tratta dal sito igag.cnr.it

I SUPPLEMENTARI DELLA COP16 SULLA BIODIVERSITA’ e LA GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA

I SUPPLEMENTARI DELLA COP16 SULLA BIODIVERSITA’ A ROMA E LA GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA, MA ANCHE LE PAROLE GIUSTE, IL FESTIVAL DI GIORNALISMO D’INCHIESTA AMBIENTALE

Da inizio anno diversi sono gli eventi da ricordare per la loro importanza in campo ambientale. Uno è una ricorrenza, la giornata mondiale dell’acqua, l’altro, la parte finale della Cop16 sulla biodiversità che si è tenuta presso la sede romana della FAO dal 25 al 27 febbraio scorsi. Infine il Festival Le Parole Giuste, svoltosi a Roma dal 27 al 29 marzo: tre giorni di dibattiti, workshop, spettacoli, presentazioni di libri, podcast e documentari su crisi climatica, antropocene, conflitti ambientali, inquinamento e altro.

La Cop16 sulla biodiversità

Inizio dalla Cop16 sulla biodiversità ricordando che la sessione principale era iniziata a Cali in Colombia il 21 ottobre 2024, e, il primo di novembre, era terminata con un sostanziale nulla di fatto, tanto da dover tenere una sessione supplementare, quella che appunto si è svolta a Roma a fine febbraio.

La sessione extra della COP16 si è chiusa nella notte del 27 febbraio, dopo che in tarda serata è stato ufficialmente approvato un pacchetto di decisioni chiave che la presidente di COP16 Susana Muhamad ha commentato come muscoli, gambe e braccia date al Quadro Globale per la Biodiversità (il Global Biodiversity Framework o Gbf), che, nel dicembre 2022, era stato adottato alla COP15 di Montreal in Canada e paragonabile all’accordo di Parigi per il clima.

Sul sito di Italian Climate Network[1] si legge che due sono stati i filoni chiave (la finanza e il monitoraggio per misurare il raggiungimento degli obiettivi) su cui si è lavorato in questo negoziato, e quattro i testi negoziali.

Anche nella sessione romana il divario tra paesi più ricchi e paesi in via di sviluppo è rimasto ampio; l’elemento critico, lo stesso su cui la COP16 si era arenata in Colombia, è stato il tema della finanza. La creazione di un nuovo fondo dedicato alla biodiversità oltre al GEF (Global Environment Facility)[2] è stata centro della discussione: considerato necessario da molti paesi in via di sviluppo ha visto l’opposizione di diversi paesi ricchi.

Nella cornice dell’esistente GEF, si è infine deciso di istituire una struttura permanente per il meccanismo finanziario, oltre a “mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Italian Climate Network, analizzando l’andamento della COP16, scrive che “i paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030, a favore dei cosiddetti paesi in via di sviluppo”.

L’altro filone principale su cui si è lavorato a Roma è stato quello del monitoraggio delle misure attuate per la biodiversità; argomento non meno importante di quello finanziario in quanto, come affermato dalla ONLUS nata per affrontare la crisi climatica e assicurare all’Italia un futuro sostenibile, “misurare i progressi compiuti è fondamentale per avere risultati concreti e ottimizzare gli investimenti”.

Utile a fornire quale sia stato il clima dei negoziati la dichiarazione di Jacopo Bencini Presidente di Italian Climate Network: “Con la decisione finale di COP16 si chiude, nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, l’anno della finanza per le due COP clima e biodiversità; il fatto stesso che entrambe le COP, Baku e Cali, siano approdate a decisioni formali sulla mobilitazione finanziaria verso il 2030 lancia un segnale tutto sommato positivo per la sopravvivenza del processo, nonostante uno scenario multilaterale frammentato e ostaggio di dinamiche internazionali sempre più conflittuali.”

E forse proprio per queste motivazioni che si può leggere il giudizio non totalmente positivo sui negoziati di Roma da parte di Legambiente: “sono un accordo in chiaroscuro, con qualche significativo passo avanti ma ancora con molte incertezze ; molte delle risoluzioni appaiono solo come buone intenzioni già evidenziate dalle precedenti COP ma senza ulteriori fatti concreti”.https://www.legambiente.it/news-storie/natura-e-biodiversita/cop-16-raggiunto-accordo-per-la-biodiversita/

Ne è un esempio l’obiettivo di ridurre i sussidi alle attività dannose per la natura di almeno 500 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Questo appare più come una buona intenzione, afferma Legambiente, in quanto “non è stata definita una cornice di riferimento ad azioni concrete che vincolino gli stati a coperture chiare rispetto al taglio di questi sussidi”.

Riguardo al ruolo dell’Italia, aggiunge l’associazione ambientalista, fa notare che gli organi istituzionali “in questa COP16 si sono mostrati del tutto assenti”.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha totalmente sottovalutato l’importanza di questo appuntamento, oltre tutto svolto in casa propria. “Chiediamo un serio impegno per rispettare quanto stabilito in questo vertice internazionale e un’accelerazione nel recuperare anche i ritardi rispetto agli obiettivi 2030 fissati nella Strategia Europea per la biodiversità; tutto ciò, conclude l’associazione, è stato esplicitato anche nelle proposte indirizzate al Governo Meloni e riassunte nell’ultimo Report Natura selvatica a rischio in Italia.[3]

Di tono simile l’intervento di Ferdinando Cotugno su Domani: “Cop16 è stata un pareggio, scrive il giornalista, nell’eterno duello geopolitico tra i blocchi. Se proprio dovessimo cercare un vincitore, sarebbe il blocco Brics. Sono loro ad aver preso in mano il negoziato nei momenti più critici, con la leadership esplicita del Brasile e il lavoro sporco della Russia dietro le quinte, e sono stati sempre loro ad aver fatto la proposta che ha sbloccato l’impasse”.

Anche WWF Italia interviene e commenta i lavori della COP16 scrivendo nel proprio sito (https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/cop16-2-accordo-fondamentale-su-finanza-per-biodiversita-ma-fondi-insufficienti/) che “a Roma, è stata tracciata la via da seguire per istituire un sistema efficace per mobilitare fondi per la Natura, concordando una tabella di marcia da qui al 2030, che include una decisione sulle modalità per gestire il nuovo meccanismo finanziario che dovrà essere adottato nel 2028.” Meccanismo finanziario, continua il comunicato, che, sostenendo l’attuazione a lungo termine della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica in modo equo, sarà in grado di contribuire a supportare le azioni a favore della biodiversità anche oltre il 2030. Tutto ciò è confermato dalla dichiarazione del Global Policy Director del WWF Internazionale, Efraim Gomez: “Le Parti hanno fatto un passo nella giusta direzione. Ci congratuliamo per aver raggiunto questi risultati in un contesto politico globale difficile. C’è consenso su come procedere per mettere in atto gli accordi finanziari necessari per fermare la perdita di biodiversità e ripristinare la natura. Tuttavia, questo accordo non è sufficiente. Ora inizia il vero lavoro. È preoccupante che i Paesi sviluppati non siano ancora sulla buona strada per onorare il loro impegno di mobilitare 20 miliardi di dollari entro il 2025 a favore dei Paesi in via di sviluppo. Investire nella Natura è essenziale per il futuro dell’umanità.”

Nel sito del magazine WIRED[4] si rimarca invece la latitanza dei rappresentanti italiani alla Conferenza (“L’Italia manda un rappresentante del governo solo in extremis. Alla faccia dell’ospitalità, e dell’ambiente”) e, oltre a descriverne i punti salienti, mette in evidenza quanto sia complessa la terminologia e cervellotici i meccanismi di questi consessi, “le mille perifrasi servono a prendere tempo, cautelandosi nei confronti degli (innumerevoli) imprevisti legati al clima politico”. Ed anche in questo caso è stato così, le decisioni chiave infatti – ovvero i dettagli operativi – sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma, e la eventuale possibilità di crearne uno nuovo e separato, sono rimandate alle edizioni 2027 e 2028.

Particolarmente significative, per concludere questa rassegna di opinioni e commenti sulla COP16, le parole di Ferdinando Cotugno[5], dal podcast Areale, dove scrive che il risultato finale, come spesso accade, è un compromesso. “I parametri e le regole del gioco sono esplicitamente quelli chiesti dal sud globale: il fondo (e un nuovo modo di raccogliere e distribuire la finanza per la natura) deve essere «giusto, semplice, veloce, equo, inclusivo e non discriminatorio». Attualmente però questo percorso viene ancora fatto dentro la vecchia struttura – il Global Environmental Facility – quella che fa sentire i paesi ricchi più al sicuro che la biodiversità venga protetta come dicono loro, ma non è detto che sarà così a lungo, né che saranno Europa, Regno Unito, Australia o Canada a dare le carte, mentre gli Usa in questo negoziato sulla biodiversità non sono mai entrati”.

Giornata mondiale dell’acqua

L’altro argomento, come detto in apertura, è quello dell’acqua, declinato attraverso la giornata mondiale celebrata il 22 marzo scorso. Il motto di questa edizione è stato Salviamo i ghiacciai. Ne hanno parlato, intervistati da Elisabetta Tola e Roberto Zicchitella, in una speciale puntata di Radio3 Scienza e Radio3 Mondo[6], Florence Colleoni, glaciologa dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, Andri Magnason, scrittore islandese, autore di Il tempo e l’acqua (Iperborea, 2020), Sara Creta, giornalista e autrice del documentario La bataille du Nil, Stefano Fenoglio, docente di gestione e tutela degli ecosistemi fluviali all’Università di Torino, Simone Garroni, direttore generale di Azione Contro la Fame Italia e Giulio Boccaletti, fisico dell’atmosfera e direttore scientifico del Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

Se per la COP16 le notizie pervenute sono da considerarsi sufficientemente positive, sul tema ACQUA gli interventi nello speciale radiofonico, assieme alle tante informazioni e commenti reperibili nelle pagine web di associazioni ambientaliste e nei siti di informazione più sensibili a questo argomento, descrivono una situazione estremamente preoccupante in ogni angolo del pianeta.

Cominciando dal nostro paese, nel sito di informazione RINNOVABILI[7], è descritto quanto l’Italia sia in un “paradosso idrico”: pur tradizionalmente ricca d’acqua, essa deve fare i conti con infrastrutture obsolete, elevata dispersione idrica e impatti crescenti del cambiamento climatico.

La Giornata Mondiale dell’Acqua ogni anno pone l’attenzione su un tema specifico, che, per il 2025, come già detto, è riferito alla conservazione dei ghiacciai. Dall’acqua di fusione di questi in tutto il mondo, viene sottolineato dalle Nazioni Unite, dipende infatti direttamente la qualità della vita di circa 2 miliardi di persone.

Tornando al caso italiano, RINNOVABILI scrive che “nonostante la gravità della situazione, esiste un divario significativo tra la percezione dei cittadini e la realtà dei consumi. Secondo un sondaggio condotto da GROHE per la Giornata Mondiale dell’Acqua 2025, l’80% degli italiani sottovaluta il proprio consumo domestico di acqua. Se il 28% è convinto di utilizzarne tra 1 e 10 litri al giorno, in realtà la media europea di consumo idrico pro capite si attesta sui 144 litri giornalieri, e i dati Istat mostrano che in Italia l’erogazione media giornaliera pro-capite è stabilmente sopra i 200 litri”.

L’impatto del cambiamento climatico inoltre sta trasformando radicalmente il regime delle precipitazioni in Italia, con un’alternanza sempre più marcata tra periodi di siccità prolungata ed eventi di precipitazione estrema, mettendo a dura prova la capacità di gestione delle risorse idriche a livello nazionale e locale.

Gli eventi meteorologici estremi causati dal cambiamento climatico sono sempre più frequenti, e ciò comporta che “tutti i livelli di governo del territorio, e in particolare le città, devono affrontare sfide crescenti, dal gestire le acque piovane in modo sostenibile per ridurre il rischio di inondazioni ma, al tempo stesso, ottimizzarne il riutilizzo”.

Da consultare la pagina https://www.istat.it/infografiche/giornata-mondiale-dellacqua-2025/, dove, oltre alle utili informazioni contenute nelle infografiche, si trova il link del report Le statistiche dell’Istat sull’acqua. Anni 2020-2024.[8]

Altrettanto utile l’approfondimento nella pagina di FUTURAnetwork[9] – sito di dibattito nato da un’iniziativa dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) – che affronta il pericolo di crisi idriche sempre più gravi in Italia a causa di estremi climatici e infrastrutture inefficienti.

“Il nostro paese, per le sue caratteristiche climatiche, è tra le aree del mondo maggiormente esposte al rischio di siccità”. Secondo il Rapporto ASviS 2024, tra il 2016 e il 2020 il 41,6% del territorio italiano ha vissuto almeno un mese di siccità estrema con gravi conseguenze, tra cui la riduzione della disponibilità di acqua potabile, un calo della produttività agricola e un aumento dei rischi di incendi.

Nelle pagine di https://ambientenonsolo.com/in-europa-il-marzo-piu-caldo-e-il-ghiaccio-marino-invernale-artico-meno-esteso/ di fine aprile scorso si legge come in Europa marzo 2025 sia stato il secondo più caldo a livello mondiale e il ventesimo mese degli ultimi 21 per il quale la temperatura media globale dell’aria superficiale è stata superiore a 1,5°C al di sopra del livello preindustriale.

A proposito della situazione dei ghiacciai invece, sempre il sito Ambientenonsolo, riporta che “il ghiaccio marino artico ha raggiunto a marzo la sua estensione mensile più bassa, 6% al di sotto della media, sulla base dei dati satellitari di 47 anni, e questo segna il quarto mese consecutivo in cui l’estensione del ghiaccio marino ha stabilito un minimo storico per il periodo dell’anno considerato”. Per quanto riguarda quello antartico, questo ha registrato la sua quarta estensione mensile più bassa per marzo, al 24% al di sotto della media.[10]

Meritano una menzione l’incontro del Comitato Milanese Acqua pubblica, che si è tenuto il 25 marzo scorso, dal titolo “Il futuro dell’acqua è nelle nostre mani”, e che ha visto la partecipazione di Duccio Facchini per Altreconomia (https://altreconomia.it/eventi/il-futuro-dellacqua-e-nelle-nostre-mani-incontro-del-comitato-milanese-acqua-pubblica-partecipa-per-altreconomia-duccio-facchini-sul-tema-i-consumi-dacqua-delle-olimpiadi-invernali/) e la mostra fotografica di Sebastião Salgado Ghiacciai.

Le Parole Giuste (https://asud.net/le-parole-giuste-festival-ii-ed/) è una rassegna di tre giorni che si è tenuta a fine marzo a Roma nelle sale di Industrie Fluviali e curata dall’organizzazione ecologista A Sud e dal magazine EconomiaCircolare.com in collaborazione con collettivi di giornaliste e giornalisti e con una rete di partner composta da case editrici, media indipendenti e realtà sociali: un festival di giornalismo d’inchiesta ambientale in cui linguaggi diversi si sono intrecciati per discutere e riflettere sul clima che cambia. Tanti i dibattiti e tanti gli intervenuti, da Luca Mercalli (climatologo e divulgatore scientifico) a Elisa Palazzi (climatologa UNITO), Ferdinando Cotugno (giornalista del quotidiano Domani e scrittore), Francesca Albanese (relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati), fino ad Andrea Baranes (Fondazione Banca Etica). Il lungo l’elenco dei partecipanti è consultabile nella pagina del festival al link sopra riportato. Se risulta impossibile fare una sintesi della tre giorni vale la pena, come esempio per tutti, citare Cultura Sostenibile[11], arte e cultura per la giustizia climatica e sociale, un programma di A Sud (https://asud.net/), EconomiaCircolare.com (https://economiacircolare.com/) e CDCA, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (https://www.cdca.it/) che vuole “ispirare e costruire nel settore culturale una vera e propria leadership creativa climatica, per accompagnare operatrici ed operatori del settore culturale nelle azioni contro la crisi climatica e ambientale”.

Mobilitaria

Per concludere, tra i tantissimi eventi e rapporti sui più diversi argomenti che riguardano le problematiche ambientali, merita porre l’attenzione sulla edizione 2025 del rapporto Mobilitaria, presentata online lo scorso 22 maggio. Il rapporto è realizzato dall’organizzazione non profit Kyoto Club[12] e dall’Istituto Inquinamento Atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IIA) che analizza i dati della mobilità e della qualità dell’aria al 2024 nelle 14 città metropolitane italiane. Al link (https://ambientenonsolo.com/presentato-il-rapporto-mobilitaria-2025/) del blog Ambientenonsolo è possibile seguire il webinar della presentazione del rapporto, mentre alla pagina https://www.kyotoclub.org/it/media-e-documenti/rapporti-e-documenti/2025/05/22/rapporto-mobilitaria-2025/ si può scaricarlo.

 

Note: 

[1] https://www.italiaclima.org/cop16-biodiversita/

[2] Il GEF è una partnership di 18 agenzie – tra cui agenzie delle Nazioni Unite, banche multilaterali di sviluppo, entità nazionali e ONG internazionali – che lavorano con 183 paesi per affrontare le questioni ambientali più impegnative del mondo. https://www.unep.org/about-un-environment/funding-and-partnerships/global-environment-facility

[3] https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/natura-selvatica-a-rischio-in-italia/

[4] https://www.wired.it/article/cop-16-biodiversita-risultati-fondo/

[5] https://www.editorialedomani.it/ambiente/cop-16-biodiversita-roma-risultati-nuovi-equilibri-globali-areale-newsletter-cotugno-cgmlsjjy

[6] https://www.raiplaysound.it/audio/2025/03/Radio3-Scienza-del-21032025-0ae1526f-76bc-4440-9441-cc2a054fa285.html

[7] https://www.rinnovabili.it/clima-e-ambiente/acqua/giornata-mondiale-dellacqua-2025-world-water-day/

[8] https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-statistiche-sullacqua-anni-2020-2024/

[9] https://futuranetwork.eu/focus/533-5566/tra-clima-estremo-e-infrastrutture-inefficienti-litalia-rischia-una-crisi-idrica-sempre-piu-grave

[10] Dati rilevati dal bollettino mensile del Copernicus Climate Change Service (https://climate.copernicus.eu/)

[11] https://asud.net/category/cultura-sostenibile/

[12] Kyoto Club è un’organizzazione non profit, creata nel febbraio del 1999, costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra assunti con il Protocollo di Kyoto, con l’Accordo di Parigi e con il Green Deal europeo.

Kyoto Club promuove iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione nei campi dell’efficienza energetica, dell’utilizzo delle rinnovabili, della riduzione e corretta gestione dei rifiuti, dell’agricoltura e della mobilità sostenibili, in favore della bioeconomia, l’economia verde e circolare.

In copertina: manifesto cop 16 sulla biodiversità, Roma – https://www.renewablematter.eu/cop16-biodiversita-riprendera-a-roma-a-febbraio-2025

Per leggere gli articoli e gli interventi di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Presto di mattina /
Il coraggio della poesia

Presto di mattina. Il coraggio della poesia

Il coraggio della poesia

Seminare idee è il titolo della Iª edizione del Festival Città di Prato tenutasi dal 6 al 8 giugno nel chiostro della chiesa di San Domenico, che ha avuto per tema il Coraggio. E in questo contesto, il coraggio della poesia è stata la riflessione presentata dal poeta e narratore Giuseppe Conte (Imperia 1945) dal titolo: Poesia al cuore dell’uomo.

Conte ritiene che, tra tutte le forme di coraggio, quella che gli ha insegnato la poesia è il coraggio di vivere nell’“ordine dello spirito”. È lo spirito – egli precisa – che ricrea la materia, ed è l’azione dello spirito la fonte del coraggio, lo stesso «Spirito che ci genera/ come uomini e ci dà il canto».

Non è la volontà di potenza ma di conoscenza, di comprensione ospitale: «Eppure anch’io combatto, e prego e costruisco; anch’io ho fatto/ crescere alberi e fiori sulle pagine/ ho portato il marmo greco tra le foreste di querce e vischio e i torrenti in piena dei Celti». Così il mito diventa per il poeta racconto di ciò che di più intimo nasconde ogni uomo in sé.

Ricordando il testo Elegia di Jorge Luis Borges – Al di là della porta un uomo fatto/ di solitudine, di amore e tempo,/ ha appena pianto a Buenos Aires/ su tutte le cose – egli ci mostra con parole sue il coraggio della poesia: «Riconoscere l’abisso di dolore che regna nel mondo, nella storia, nell’anima di ciascuno di noi, di piangerlo e di risolverlo in canto. Non conosco coraggio più intimo e più vero».

E come una risonanza rispondente al testo litanico di Borges I Giusti, Conte scriverà nella sua raccolta poetica sulle Cose che chiedono lacrime: come sentir cantare uomini costretti a partire per una terra straniera», come per «tutta la pietà che non hai provato verso chi soffre e chi muore” e per l’amore che è dato senza misura» (G. Conte, Poesie 1983-2015, Oscar Mondadori, Milano 2015, 305).

Il coraggio della poesia sta nella sua “resistenza” a ogni forma di barbarie, nel continuare a dar voce alle cose che non hanno voce, svelando quelle occultate di proposito, nel rendere visibile l’invisibile nascosto in esse. Resistenza a tenere vive le presenze del sacro sulla terra, nel tenere vivo ciò che altri vorrebbero morto, il coraggio di sfidare la disumanizzazione del mondo.

Poesia è coraggio delle ripartenze e, come Odisseo, mai dismette il remo che cerca attraversando i mari virtù e conoscenza, a far argine ad ogni brutalità. Oltre ogni conoscenza e frontiera anche; poesia è partenza abramitica verso l’ignoto, verso il mare infinito del cielo che è l’umanità viandante, che si svela a se stessa strada facendo, amando il diverso, lo straniero, chi viene a noi da lontano, ed è un Dio che lo manda, sicché in loro si manifesta il Dio che viene ad ogni uomo.

Così il poeta non finirà di “scrivere sul mare” né “di cantare ciò che c’è in lui di estatico, quello che c’è in lui di abissale… scriverò, mare, sulla tua anima a pezzi, di chi ti snatura e ti spopola e ti riscalda fuori misura” (ivi, 359; 363).

Poesia va’ mutando in canto l’abisso delle lacrime

Della poesia infatti le lacrime sono la materia matrice, abissale, sprofondo di dolore; il canto è lo spirito estatico e amante che dispiega l’abbraccio della luce nel suo oscuro grembo, così che da “ferite germogliano fioriture”.

La materia è la madre nostra comune
siamo le zolle di terra da dove scocca
le sue frecce di primavera il papavero
e da dove cresce il grano
siamo l’erba sottile e i rami
giganti del cedro e le foglie del banano,
la materia è la madre, siamo le gocce
della pioggia che benedice e feconda
l’acqua dei fiumi che si può bere
l’acqua salata dell’onda
e della marea, siamo la pietra rocciosa
che strapiomba tra agavi e cactus
la sabbia del deserto tutta rosa
di nebbia e di miraggi.
La materia è la madre nostra comune
in lei siamo fratelli, siamo i raggi
del pianeta Venere, i ghiacci delle comete
le corolle abissali delle nebulose
costellazioni ancora segrete
e quelle dell’Orsa, del Toro, delle Pleiadi.
Lo Spirito che ci genera
come uomini e ci dà il canto
ama la materia e il suo grembo
come l’amò all’inizio, quando
la penetrò con un moto
vorticoso e veloce
finché fu
luce
(da Ferite e fioriture, [Premio Viareggio 2006], ivi, 287).

Poesia: come spirito d’amore nelle cose, sua incarnazione

È questo il tuo miracolo, Amore,
questa violenta volontà di essere
materia che si agita e si muove
e si piega e si mescola e confonde,
l’energia marina del vento,
l’energia aerea delle onde.
È questo il tuo miracolo, Amore,
lo spirito che entra nelle cose
che popola il vuoto di mimose
come fa sui viali liguri Febbraio
(ivi, 287-288)

«Occorre molto coraggio alla poesia per continuare a levare la sua voce, in una realtà sempre più imbarbarita e orrenda. Eppure lo fa. Sa che molti la negano e la disprezzano, come ha denunciato senza sconti Yves Bonnefoy. Eppure continua.

Sa farsi barriera contro la marea montante della barbarie, e ricordarci tutto ciò che è
pertinente all’essenza dell’umano. Ci ricorda di essere liberi, come il mare che vive in continuo movimento ed è specchio dell’infinito. E però anche di essere fraterni, di sentire come la compassione e la pietà siano le disposizioni dell’anima più necessarie e benefiche che ci legano ai nostri simili.

La poesia ha anche il coraggio di indurci al sorriso. Per violento che sia il mondo, lo spazio per sorridere, per un buon esercizio di humour resiste, e si oppone alla violenza più efficacemente di quanto ci si aspetti. La poesia ci insegna a rispettare e soprattutto ad amare il diverso, lo straniero, chi viene a noi da lontano, ed è un Dio che lo manda, come dice la ragazza Nausicaa alle sue ancelle di fronte a Odisseo nudo e naufrago.

Ci insegna a essere sognatori, a occhi aperti, a lasciare che gli altri ci chiamino acchiappanuvole senza conoscere la bellezza dello spettacolo delle nuvole mosse dal vento tra l’oro del sole e l’azzurro del cielo. E, in più, a essere fedeli ai propri sogni, sempre, qualunque sia il prezzo da pagare. E di essere sempre dalla parte dell’Amore, di puntare sempre all’altezza dell’Amore come Dante nel suo percorso dal buio all’assoluto della Luce.

La poesia insegna il coraggio del viaggio iniziatico, il viaggio dello spirito alla ricerca di se stesso e delle proprie origini. La sua passione è la conoscenza. Andare a vedere l’invisibile. Scoprire il senso e le scaturigini del senso. Affrontare il mistero delle cose circumnavigandolo e poi gettandovisi a capofitto dentro, che è il suo più
alto e difficile compito.

La poesia, alla fine, è l’unica tra le attività umane che ha il coraggio di affrontare nel suo canto il mistero del linguaggio. Che forse è il più vicino al mistero supremo, quello di Dio. Del Verbo» (intervento al Festival).

“Gioia sottopelle”, la consolazione della poesia

«La poesia pratica questa sua energia alchemica, e muovendo sempre da una mancanza, da un disagio dell’essere, da una sofferenza produce universi di bellezza e di gioia. La cultura dominante negli anni della mia formazione, attraversata da mode nichiliste, materialiste, desacralizzanti, aveva irriso l’idea della “consolazione”.

Ma da sempre la poesia consola offrendo cibo all’anima sofferente. Non asciuga le lacrime, le lascia scorrere: ma grazie a lei sono gocce di latte, di vino, di miele. Tutto questo richiede ai poeti il coraggio di essere terribilmente se stessi, senza compromessi, mezze verità, autoassoluzioni: di guardare la realtà, quella esterna e quella interiore, dell’anima, consci della propria fragilità, della propria inutilità ma anche della propria capacità di ribellarsi, di dare scandalo» (ivi).

Il poeta girovago, mendicante, ringrazia cantando e quasi danzando l’umile dio dell’alba, il dio che fa partire. Il dio d’ogni esodo, il cui nome si scoprirà solo strada facendo, percorrendo i deserti di disumanità. Egli è colui che vede l’afflizione, ascolta il grido, libera e fa uscire verso un’altra umanità.

E così egli ringrazia per il dono di quella “sragionevole gioia sottopelle” che lo rialza ogni mattina e il tremore di ogni strazio si muta in danza.

Non vedete, non ho niente.
Girovago, mendicante
niente mi è stato dato
di quello che mi spettava
sono stato ferito, deriso
pugnalato, frainteso
e ucciso dove possono
uccidere le parole.
Fratello mi è ogni vinto,
fratello ogni ribelle.
Ho avuto solo da te,
mia vita, questa acuta
sragionevole gioia sottopelle
certe mattine quando appena sveglio
io degli uomini il più misero
io che conosco ogni strazio
un canto alzo
e quasi danzo
e fremo mentre ringrazio
l’umile dio dell’alba
(ivi, 326).

Tu che mi hai dato così spesso al risveglio
Questa voglia di canto,
tu seme, raggio, rugiada di ogni notte
tu fronda verde – luna di ulivo
ramo di mandorlo a marzo
mosto dentro la botte
resta

Tu seme, raggio, rugiada di ogni aurora
(ivi, 284)

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Manganelli e l’uomo di paglia

Manganelli e l’uomo di paglia

Una triade di tre attori forma il dispositivo narrativo della finzione manganelliana intitolata Dall’inferno: l’io narrante, voce anonima che racconta il moderno viaggio per la salvezza dell’anima nello scontro e negli urti di una condizione dominata dall’inconscio, un cerretano e una «bambola dal sorriso seghettato».

La dinamica tra di loro determina lo svolgersi degli accadimenti e l’andamento narrativo del testo. Un patto suggella la trasformazione della situazione iniziale: la condizione di accidia del soggetto, succube di «un’anima seviziante che vuol esser partorita», tramite un sogno cede il posto ad una dinamica conflittuale di pulsioni, in cui il cerretano compare come «un uomo finto, un manichino, un che di paglia, ritto appoggiato a cosa che non vedo», mentre l’anima tormentosa  diventa una bambola, «una femminetta artificiata inclusa nelle viscere».

 

‘Cerretano’ è parola presente nelle liste lessicali di Daniello Bartoli pubblicate nel 1982.[1] Figura nel campo lessicale del buffone, è un ciarlatano ma anche un ciurmatore, che ha a che fare con la gentaglia e il canagliume, come si addice a chi deve tener a bada le manifestazioni smodate e triviali dell’inconscio.

Quanto alla bambola interiore, è «piccola e non bella, di stoffa, mi pare, ma dura e compatta, è una femmina, e sebbene sia immobile, indovino che questa bambola ha una sua capacità di muoversi, forse grazie a interiori meccanismi, molle e ingranaggi»; il cerretano gliel’ha introdotta nel corpo del «me stesso di paglia».[2]

La raffigurazione della tematica richiama aspetti dei drammi espressionisti, specie di Oskar Kokoschka e del suo Sphinx und Strohman (Sfinge e Uomo di paglia) del 1907, ripreso in seguito in Hiob (Giobbe) nel 1917.

Sfinge e Uomo di paglia è una commedia per automi, che mette in scena l’incapacità dell’uomo di reagire di fronte alla fascinazione femminile e punta sul problema assillante degli equilibri psichici, avvalendosi del topos della vampirizzazione. Pare che Kokoschka si sia ispirato a Olympia, la bambola meccanica dei racconti di E.T.A. Hoffmann, meglio nota attraverso l’operetta di Offenbach.

Che Manganelli abbia conosciuto questo dramma-commedia è ipotesi più che plausibile.[3] Una traduzione italiana fa parte del bel volume sul teatro di Kokoschka, uscito nel 1981 e splendidamente presentato con Note critico-bibliografiche ai testi da Lia Secci.[4]

Il dramma è stato allestito una sola volta nel 1909 al cabaret letterario Fledermaus di Vienna, poi è stato  ripreso nel 1917 da Marcel Janco alla galleria DADA di Zurigo nella nuova versione di Kokoschka e due mesi dopo rappresentato all’Albert-Theater di Dresda insieme a Der brennende Dornbusche (Il roveto ardente,1911) e al più famoso Mörder Hoffnung der Frauen (Assassino speranza delle donne, 1907). Pure quest’ultimo dramma ruota intorno al rapporto conflittuale tra uomo e donna, mettendo in scena due attori camuffati da manichini, non meglio individuati se non come «Uomo» e «Donna».

Ma, spiega Manganelli in Nuovo commento, la futurità di un testo non consiste soltanto nel suo passato; alla prefigurazione, all’eventuale ascendenza di un autore si aggiunge la retroazione esercitata dal lettore, che garantisce la posterità del testo, sviluppando virtualità in esso contenute o trascurate.

Non diceva Borges che ogni scrittore crea i suoi precursori modificando il nostro sguardo sul passato e ogni lettore individua i precursori di un’opera ricreando intorno ad essa uno spazio di affinità e di richiami?[5] E le affinità e i rimandi dal testo di Kokoschka a quello manganelliano e viceversa non mancano.

Quattro i personaggi di Sfinge e Uomo di paglia di cui uno solo è un «uomo vivo mortale» che non a caso incarna la morte. Gli altri tre sono camuffati da burattini che sembrano manovrati dall’interno : il Signor Firdusi (nome che ripete una battuta del personaggio e in tedesco suona Führ du Sie, portala tu) ridotto ad un testone di paglia girevole, cui sono appiccicate braccia e gambe, il Signor Caucciù «uomo-serpente, colto», che si presenta come  un medico ma non praticante, «solo un modesto sacerdote della scienza», e Anima Femminile chiamata «Anima» nella presentazione dell’autore, l’unica a non portare una maschera intera del corpo.

Per un impedimento che gli impedisce di rigirare la testa, il Signor Firdusi non vedrà mai Anima. L’atto unico si caratterizza per gli effetti scenici, per l’apparente nonsense che ricorda il teatro dell’assurdo, per le immagini oniriche e surreali, e una dimensione parodica che si manifesta fin dall’inizio nella lunga battuta disincantata del Signor Firdusi sul rapporto matrimoniale tra coniugi.

A prevalere tuttavia è il grottesco che, appunto, favorisce il gioco dei rimandi come per esempio nella finzione manganelliana la successione degli orecchi che dialogano con il narratore e fanno pensare alla serie dei dieci Signori «vestiti di nero, con cappelli a cilindro, invece delle facce, buchi nei quali appare di tanto in tanto una testa, che dice in fretta una delle seguenti frasi a cui il signore successivo risponde, in modo che il discorso percorre tutta la fila»  come precisato nella didascalia di Kokoschka.[6]

Oppure la figurina di gomma che il Signor Firdusi s’infila al dito e presenta come suo figlio, al quale occorre provvedere una madre che non ha avuto, e la bambola nuda che il cerretano stringe nella mano sinistra.[7] Oppure, l’informazione del narratore manganelliano, quando verso la fine dice: «ritrovo la mia dimensione, sono il fantasma che imita l’uomo», che ha letteralmente il riscontro nella figura di Morte.

Ma sono riscontri puntuali, quel che importa è l’ispirazione generale che riprende il topos della vampirizzazione e lo vivifica nel rapporto di Eros et Thanatos e nel conflitto tra i sessi con la vittoria femminile.

È da rilevare la curiosa coincidenza della scelta di ‘Anima’ come denominazione della particolare  figura femminile del dramma e il nome di Alma Mahler con la quale Kokoschka vivrà una passione tumultuosa dal 1912 al 1914. Dopo la fine del grande amore e la rottura che ne consegue, nel 1918 Kokoschka si era fatto fare da una sarta marionettista una bambola di pezza che riproduceva le fattezze di Alma Mahler in grandezza naturale.

Forse la storia insieme alla figura hoffmanniana di Olympia ha ispirato la bambola gonfiabile e il racconto di Tommaso Landolfi, La moglie di Gogol (ma non c’è stata una moglie di Gogol). Olympia è una soprano e Alma Malher è stata una compositrice di Lieder, che su richiesta del marito Gustav ha dovuto rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. Pare anzi che Gustav Mahler si sia appropriato alcuni suoi Lieder. Ed era noto l’appetito sessuale di Alma. Nel dramma di Kokoschka il conflitto tra uomo e donna si svolge nel registro della spiritualità maschile sopraffatta dalla sessualità femminile.

Alma, poet. ‘anima’, richiama inoltre l’Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas / alma Venus…di Lucrezio che riunisce le due nozioni di fecondazione, creazione e di piacere.

Quanto a Gustav Mahler, Manganelli, ascoltatore maniacale, ricorda che «una sera pensosa, ammorbidita da quella nobilissima battona di Gustav Mahler» sfogliava un’enciclopedia alla ricerca di un protosiberiano perduto, e «Mentre Mahler continuava ad ancheggiare con gli occhi pieni di lacrime, io pensavo al protosiberiano». Ricerca vana, e alla fine «Mahler singhiozza».[8] La caratterizzazione nobilissima battona che continua ad ancheggiare si addice pure alla moglie Alma.

Note:

[1]   La selva delle parole, edizione a cura di Bice Mortara Garavelli, Premessa di Maria Corti, Università di Parma, Regione Emilia-Romagna, Parma 1982, p.180.

[2]    Dall’inferno (Rizzoli, 1985), Milano, Adelphi, 1998, p.20.

[3]     Da non confondere con il film di Pietro Germi L’uomo di paglia del 1958.

[4]     Oskar Kokoschka, Assassino, speranza delle donne Teatro, Introduzione e traduzione di Lia Secci, Serra e Riva Editori, 1981. Una traduzione francese figura nel numero 12 del 2017 dei cahiers de la Maison Antoine Vittez, intitolato Le drame en révolution /  Écritures théâtrales allemandes 1907-1937 e dedicato a Philippe Ivernel, grande specialista del teatro espressionista tedesco.

[5]     Jorge Luis Borges, «Les précurseurs de Kafka» in Enquêtes, Paris, Folio/Essais, 2012, pp. 144-147.

[6]     O.K., Assassino, speranza delle donne cit., pp. 25-26.

[7]     Op.cit. p.20.

[8]     G. Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, pp.169-170. Ascoltatore maniacale, così è definito da Paolo Terni in Giorgio Manganelli, ascoltatore maniacale, Palermo, Sellerio, 2001.

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Rapporto OMM: Nei prossimi cinque anni temperature a livelli record

Rapporto OMM: Nei prossimi cinque anni temperature a livelli record

Come sottolineato in un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), le previsioni climatiche globali indicano temperature record o prossime al record nei prossimi cinque anni, aumentando i rischi climatici ed esacerbando il loro impatto sulle società, sulle economie e sullo sviluppo sostenibile.
Le previsioni indicano che: c’è una probabilità dell’80% che almeno uno dei prossimi cinque anni supererà il 2024 come anno più caldo mai registrato; c’è l’86% di probabilità che nei prossimi 5 anni si possa avere un aumento della temperatura di oltre 1,5°C rispetto a quella dell’inizio del secolo scorso (periodo 1850-1900); c’è una probabilità del 70% che il riscaldamento medio quinquennale per il periodo 2025-2029 sarà superiore a 1,5°C; il riscaldamento a lungo termine (ossia calcolato in media su decenni) rimarrà al di sotto di 1,5°C.

Il riscaldamento dell’Artico continuerà a superare il riscaldamento medio globale; il riscaldamento dell’Artico nei prossimi cinque lunghi inverni (da novembre a marzo) supererà la media globale di oltre tre volte e mezzo, raggiungendo 2,4 °C in più rispetto alla temperatura media del più recente periodo di riferimento trentennale (1991-2020); per quanto riguarda il ghiaccio marino, per il periodo marzo 2025-2029 vi saranno ulteriori riduzioni della copertura di ghiaccio marino nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Okhotsk; rispetto al periodo di riferimento 1991-2020, il modello delle precipitazioni previsto per i mesi da maggio a settembre nel periodo 2025-2029 suggerisce precipitazioni superiori alla media nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e nella Siberia settentrionale e condizioni più secche della media in Amazzonia; poiché negli ultimi anni, fatta eccezione per il 2023, nell’Asia meridionale si sono registrate precipitazioni superiori alla media, questa tendenza continuerà per tutto il periodo 2025-2029 (anche se questo potrebbe non verificarsi in tutte le stagioni di questo periodo).

Questo rapporto, redatto dal Met Office del Regno Unito, che funge anche da Centro di Riferimento dell’OMM per le Previsioni Climatiche Annuali e Decennali, riassume le previsioni prodotte dai Centri di Produzione Globale dell’OMM e da altri centri collaboratori e fa parte di una serie di prodotti dell’OMM che monitorano scientificamente gli sviluppi climatici e forniscono previsioni utili a orientare il processo decisionale. Un rapporto che ci indica chiaramente che il riscaldamento aumenterà, le ondate di calore diventeranno più dannose, le precipitazioni saranno più estreme, la siccità si farà più intensa, avremo  l’accelerazione dello scioglimento delle calotte glaciali, dei ghiacciai e dei ghiacciai, mentre aumenteranno il riscaldamento degli oceani e l’innalzamento del livello del mare.

Infatti, l’attuale livello di riscaldamento sta già peggiorando le ondate di calore, aumentando gli episodi di precipitazioni estreme e intensificando le siccità, oltre ad accelerare lo scioglimento delle calotte glaciali, dei ghiacci marini e dei ghiacciai e favorendo il riscaldamento degli oceani e l’innalzamento del livello del mare.

Gli ultimi dieci anni sono stati i dieci anni più caldi mai registrati, ha dichiarato il Vice Segretario Generale dell’OMM, Ko Barrett. Purtroppo, questo rapporto dell’OMM non prevede un miglioramento delle condizioni nei prossimi anni, e questo ha conseguenze sempre più negative per le nostre economie, la nostra vita quotidiana, i nostri ecosistemi e il nostro pianeta. Il monitoraggio continuo del clima e la generazione di previsioni corrispondenti sono essenziali per fornire ai decisori strumenti scientifici e dati su cui basare le misure di adattamento“.
Come si ricorderà, con l’Accordo di Parigi (2015), i Paesi si sono impegnati a mantenere l’aumento a lungo termine della temperatura media globale della superficie ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e a proseguire gli sforzi per limitare tale aumento a 1,5 °C e gli scienziati hanno ripetutamente avvertito che il superamento della soglia di riscaldamento di 1,5 °C potrebbe aggravare significativamente gli eventi meteorologici estremi e le conseguenze del cambiamento climatico, e che ogni frazione di grado di riscaldamento conta.

isola-di-calore– Deltapav.it

E alle Isole di calore è dedicata una recente ricerca coordinata dal Cnr-Ibe, in collaborazione con Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che ha quantificato tale fenomeno in Italia, nei diversi capoluoghi di regione. Secondo i risultati raccolti, l’intensità delle isole di calore è strettamente legata alla topografia delle città, oltre che alla presenza di superfici artificiali impermeabili. “Le città con maggiore complessità topografica e più verde nelle aree periferiche (come L’Aquila, Genova, Torino, Trieste e Trento), presentano differenze termiche più accentuate tra le zone centrali e quelle meno urbanizzate. Le città con territori topograficamente più uniformi e prevalentemente di pianura (tra cui Napoli, Milano, Firenze, Roma e la maggior parte dei capoluoghi di regione dell’Italia meridionale) mostrano invece intensità dell’isola di calore più contenute, seppur sempre evidenti, o addirittura situazioni inverse nelle quali la temperatura superficiale del centro città risulta mediamente meno elevata di quella delle zone urbane esterne”, ha sottolineato Marco Morabito, ricercatore del Cnr-Ibe e coordinatore della ricerca.

Molto importante risulta essere la presenza del verde urbano, in particolare degli alberi, che possono svolgere una funzione di mitigazione del fenomeno.I dati analizzati, ha puntualizzato Morabitodimostrano che con un aumento del 5% della copertura arborea a livello comunale si può ridurre la temperatura media superficiale di oltre mezzo grado celsius. Proprio in relazione a questo aspetto, i risultati raggiunti con questo studio possono fornire informazioni strategiche per pianificare interventi di mitigazione climatica mirati, in particolare nelle aree urbane più colpite dal riscaldamento locale o caratterizzate da forti anomalie termiche(https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/13573/isole-di-calore-uno-studio-ne-rileva-l-intensita-in-tutti-i-capoluoghi-di-regione-italiani).

Di fronte a tali scenari appare sempre più urgente investire in un mondo più resiliente, in città molto più verdi, salvaguardando vite umane, cibo, acqua, energia e salute. Secondo la Banca Mondiale, l’accesso universale ai servizi di allerta precoce eviterà perdite di beni per almeno 13 miliardi di dollari e perdite di benessere per 22 miliardi di dollari ogni anno. Un preavviso di sole 24 ore può ridurre i danni causati da tempeste o ondate di calore fino al 30%

Qui per scaricare il Rapporto dell’OMM: https://wmo.int/files/wmo-global-annual-decadal-climate-update-2025-2029

Articolo apparso su pressenza il 12 giugno 2025

In copertina: Foto di Organizzazione meteorologica mondiale

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La stoffa delle donne /
Nellie giramondo

La stoffa delle donne: Nellie giramondo

Le avventure della nostra giornalista continuano, la troviamo sempre più appassionata, determinata e curiosa  di intraprendere nuove sfide. Il suo desiderio di affermare ed affrancare il ruolo delle donne nella società la spinge, questa volta, a tentare un’impresa alquanto bizzarra ed audace.

Partiamo dal principio. Nellie si era appassionata alla lettura de “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne, padre della fantascienza letteraria moderna. Per lei fu una fonte di ispirazione, che la portò a voler conoscere ed intervistare l’autore. Ancora una volta, grazie alla sua caparbietà, riuscì nel suo intento. Si incontrarono ad Amiens in Francia, oltre a Nellie e Jules Verne erano presenti la moglie di quest’ultimo, Honorine ed un giovane giornalista parigino che fungeva da traduttore. Nellie era molto emozionata e desiderosa di porre a Verne diverse domande, aveva maturato mille curiosità ed era determinata a scrivere un articolo che desse il giusto risalto al famoso romanziere.

In realtà i ruoli di giornalista ed intervistato si ribaltarono o meglio si sovrapposero, in quanto Verne era estremamente incuriosito e lusingato dal progetto di Nellie di sfidare Phileas Fogg (il protagonista immaginario del suo romanzo, per tentare di batterne il record. Infatti la giovane aveva convinto ancora una volta Joseph Pulitzer ad assecondarla nella sua nuova rocambolesca avventura.

Sarebbe partita sola, con un’unica valigia contenente pochi essenziali effetti personali. Avrebbe viaggiato usufruendo di tutte le tipologie di mezzi di trasporto, al fine di compiere il giro del mondo in meno di ottanta giorni. Con grande stupore di Nellie, durante l’intervista, Jules Verne le mostrò una mappa geografica, sulla quale aveva appuntato degli spilli che stavano ad indicare il percorso fatto da Phileas Fogg, accanto a questi, altri segnali di colore diverso per tracciare l’itinerario che avrebbe dovuto compiere Nellie. Questo singolare gesto, stava ad indicare quanto il famoso scrittore fosse sinceramente interessato e desideroso di vedere realizzato ciò che aveva solo immaginato e raccontato nel suo libro. Inoltre le promise che, al suo arrivo alla tappa finale del viaggio, avrebbe ricevuto un telegramma di congratulazioni. Nellie, ancora una volta, sfidando tutti e tutto, soprattutto coloro che ritenevano sconveniente ed inopportuno per una donna viaggiare sola, il 14 novembre del 1889 partì da Hoboken nel New Jersey per il suo viaggio di 40 mila chilometri. Nello stesso istante, un’altra intraprendente giornalista, Elizabeth Bisland, si apprestava a compiere la medesima impresa, con la sola differenza che partì da New York alla volta di San Francisco, nel senso opposto rispetto a Nellie.

“La nostra intrepida reporter viaggia senza la protezione di un uomo”, così titolava il New York World Journal, titolo azzeccatissimo, nato dall’intuito del direttore Pulitzer. Nellie “costretta” dentro ad abiti stile Vittoriano, non certo adatti ad intraprendere un lungo viaggio, si sposta di paese in paese, a bordo di treni, piroscafi, mongolfiere e perfino sul dorso di un asino. Attraversa l’ Atlantico, l’Europa e l’Asia, appuntando minuziosamente sui suoi taccuini, come una sorta di diario di viaggio, tutto ciò che i suoi occhi e la sua sensibilità percepivano.

Sbarcò sulla costa Ovest degli Stati Uniti, per fare rientro a New York, rispettando esattamente le tempistiche che si era prefissata, il 25 Gennaio 1890. Impiegò Settantadue giorni, sei ore, undici minuti e  quattordici secondi. Otto giorni in meno di Phileas Fogg. A Chicago, prima ancora di raggiungere New York, ricevette il graditissimo telegramma : “ Monsieur Jules Verne chiede che il seguente messaggio venga recapitato a Nellie Bly quando toccherà il suolo americano: Il signore e la signora Verne porgono le loro sincere congratulazioni a Nellie Bly per la sua vittoria, nel momento in cui questa intrepida giovane mette piede sul suolo americano. Good luck Nellie Bly”.

L’avventura compiuta da Nellie, la rende famosissima in tutti gli Stati Uniti, questo anche grazie all’attività promozionale di vero e proprio merchandising in stile moderno, messa in atto da Pulitzer, famoso per la sua acutezza negli affari.

Ad ogni tappa del suo viaggio, la Bly , viene accolta calorosamente da folle di persone entusiaste, bande musicali e omaggi di ogni genere. Venne anche ideato, un gioco da tavolo, per celebrare le sue imprese, una sorta di Gioco dell’oca. Inoltre, fu indetta una lotteria, che raggiunse cifre da capogiro, per indovinare il giorno esatto in cui Nellie avrebbe toccato il suolo americano. La sua avventura non fu solo un successo personale e professionale, ma qualcosa di più ampio, sollevò il velo dell’ipocrisia di una società dominata dal genere maschile. Dimostrò con coraggio e profonda convinzione, che non esistono limitazioni e differenze di genere.

“Volevano fare di me una sposa e una madre. Feci di me una donna, una vera giornalista, una pioniera”.

 

Ma la sua voglia di conoscere non finisce qui e lo scoprirete leggendo il prossimo racconto sulle sue nuove avventure…

 

Leggi le altre puntate de La stoffa delle donne di Caterina Orsoni:
07.03.25  La stoffa delle donne
05.04.25 Carmen Mondragon “Occhi color smeraldo”
26.04.25 Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile
21.05.25 
La stoffa delle donne: Nellie Bly, una ragazza orfana e solitaria

Parole a capo
«Per Gaza /2»

«Per Gaza/ 2»

In questo numero di “Parole a Capo” continuiamo a pubblicare altre poesie che parlano del dramma spaventoso di Gaza, scritte ieri e oggi. Sono alcune gocce in un mare in cui c’è un’infinita disperazione per una strage che non conosce fine.

PICCOLE FARFALLE FERITE

Corri piccola farfalla indifesa
corri incontro alla mamma
corri incontro agli amici
fuggi dalla disumanità della guerra
cerca riparo volando tra i fiori del domani
Correte piccole farfalle affamate
unite le vostre ali sino a diventare colombe
inviate al mondo il vostro grido di dolore
svegliate col candore dei vostri animi
questo mondo che pare inerme al genocidio
Scappate piccole farfalle indifese
lasciate scorrere le vostre lacrime
urlate la vostra disperazione
quando
osservando intorno
vedete quel che i bambini non devono vedere
Unitevi in un unico grande canto
fatevi colombe portatrici di messaggi di pace
fuggite dal terrore e dalla paura
unitevi piccole farfalle disperate
il mondo avrà bisogno di voi
quando da farfalle diventerete
donne e uomini
per guidare quel che rimarrà
verso  un futuro senza guerre
Un futuro di pace

(Stefano Peverin)

 

*

Nawal la piccola gazawi
Già di buon mattino
a piedi nudi
era uscita dalla tenda
in strada a raccattare
parole buone e
a mezzogiorno
la fame batteva
sul gran tamburo
dello stomaco
mentre le viscere
le si contorcevano
gorgogliando a vuoto.
In fondo a una tasca
trovò una parola buona
dimenticata
la serbò fino a sera
stremata la succhiò
lentamente
prima di addormentarsi
su un cuscino
di pietra
sotto un cielo
senza stelle.
All’alba era stella
fra le stelle
(Nicoletta Zucchini)
*
 
JEANPAUL SARTRE

Se un bambino venisse ucciso, e i suoi assassini gettassero
il suo corpo nel fango,
lei non proverebbe rabbia? Cosa direbbe?
Io sono un figlio della Palestina,
muoio ogni anno,
vengo ucciso ogni giorno,
ogni ora.
Avanti, guardi bene la varietà di nefandezze,
osservi ogni foto, ogni immagine
la meno orribile è quella del mio sangue che scorre.
Dica qualcosa:
Perché questa improvvisa indifferenza?
Allora, cos’è, non ha niente da dire?
(Salem Jubran)
*

La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.

(Haidar Al Ghazali)

*
*
Se io dovrò morire,
tu dovrai vivere

per raccontare la mia storia
vendere le mie cose
comprare un pezzo di stoffa
e qualche filo
(magari bianco con una lunga coda)
così che un bimbo, da qualche parte a Gaza
mentre fissa il cielo
in attesa di suo padre
– morto all’improvviso senza dire addio
a nessuno
né alla sua pelle
né a se stesso –
veda il mio aquilone
quello che tu hai costruito
volare alto
e pensare, per un attimo, che sia un angelo
a riportare amore.
Se io dovrò morire,
che porti allora una speranza
che la mia fine sia un racconto.
(Rifaat al-Areer)
*
LUCCICANO NEL BUIO
ai bambini palestinesi
Da uno spazio piccolo
sotto una trave crollata,
i loro occhi luccicano.
Giocavano
i tre fratellini
a fare i  soldati, come i grandi.
Poi tanti tuoni
e polvere… e grida…
ora silenzio…
La mamma…non risponde.
La testa fa male.
I loro occhi luccicano.
Tutto è rotto dopo quei tuoni…
La casa non c’è più.
La strada dove giocavano…
Gli uomini urlano
sollevano, chiamano
come per gioco si uccide il nemico.
I loro occhi
luccicano nel buio…
dell’odio.
(Cecilia Bolzani)
*
PER GAZA
Stare al sole
vince l’aria della sera
la stessa aria
che annuncia la morte
che vola.
Sopra i suoni e
i pianti di bambini
che hanno paura
di un’aria
che era solo
loro.
(Giorgio Bolla)
 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 289° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

DOVE ERAVAMO RIMASTI? Una tesi di laurea sul Cinema Boldini

DOVE ERAVAMO RIMASTI?
Una tesi di laurea sul Cinema Boldini

Nel novembre 2024, Barbara Mantovani si è laureata con lode all’Università degli Studi di Ferrara, Corso di Design del Prodotto industriale – Laboratorio in Design del Prodotto e della Comunicazione, con una tesi di ricerca dal titolo “Raccontare il Cinema Boldini. Ipotesi per un archivio digitale come strumento generativo di nuove memorie”. Una ricerca che ha inteso indagare sui tanti aspetti ed interlocutori che interagiscono sul tema “Boldini”. Da aspetti più di carattere generale, di inquadramento come “il cinema come bene culturale”, “il cinema a Ferrara”, a elementi di contesto: “il Cinema Boldini a Ferrara”, sua storia, caratteristiche peculiari, esclusive della sua proposta (es. come cinema d’essai), situazione odierna dei luoghi, degli spazi, stato dei lavori (o meglio) dello stato di perdurante abbandono dei lavori di bonifica e ristrutturazione del Complesso Boldini.
Nella tesi vengono ospitate ampie “finestre di dialogo” con gli spettatori/fruitori del Boldini, interpellati attraverso un questionario che, come vedremo, ha dato risultati estremamente interessanti e ricchi sui desiderata, sui bisogni del pubblico che ha frequentato quegli spazi e sulle potenzialità di allargamento della platea degli interessati.
Le interviste ai testimoni privilegiati del Boldini (fondatori, gestori, personale bibliotecario della cineteca Vigor, ecc.) lasciano spazio a considerazioni su progetti, idee che si interfacciano con una realtà disarmante di abbandono sine die.
Gran parte della restante esposizione della tesi sviluppa un progetto di archivio generativo, con il supporto di elementi mutuati dall’Intelligenza Artificiale (AI).
Il progetto di Archivio Generativo è pensato per integrare ed affiancare il Boldini, rispettando l’immagine visiva, i canali e i touchpoint già creati nel tempo, a cui il nuovo progetto non si sostituisce né si sovrappone in alcun modo” (p. 282, Raccontare il Cinema Boldini…). “La tecnologia assume un ruolo di ‘interprete’ che non riscrive il passato, ma lo rende accessibile in un linguaggio che dialoga con il presente. Essa permette all’archivio di divenire uno spazio culturale fluido, in cui il passato e il presente convivono e generano nuove storie. (…) L’archivio generativo si afferma come un custode di memorie in continua trasformazione, che non solo preserva il passato ma lo riporta in vita, lasciandolo libero di interagire con chiunque vi si accosti” (p. 312, idem).
La proposta cinema del Boldini, fin dagli esordi nella sede di Via Previati 18, ha fornito al pubblico, ai frequentatori l’aggancio in progress delle cartoline.
Tra gli intervistati, in qualità di testimone privilegiato, Alberto Ronchi, parlando delle cartoline, afferma: “E’ stata un’idea vincente, eravamo molto carichi per il progetto e cercavamo di spingerlo con strumenti semplici ma efficaci, cercavamo di scegliere un’immagine che colpisse a prima vista e che portasse a venire poi al cinema” (p.147, idem). Inoltre, Barbara Mantovani scrive che “La precarietà dello spazio fisico, dovuta alla temporanea, ma prolungata, chiusura della sede storica del cinema è stato il motore d’avviamento del progetto della tesi, ma la vera svolta è avvenuta grazie alla ‘scoperta’ del Patrimonio comunicativo che il Boldini conserva, ovvero un archivio di cartoline stampate con immagini di scene cinematografiche, che venivano, e vengono ancora oggi, distribuite per annunciare la programmazione settimanale, le rassegne, le retrospettive e le proiezioni speciali al proprio pubblico.” (p. 204, idem). L’ARCI di Ferrara, sotto la guida di Francesca Audino e Mattia Antico, ha continuato l’attività cinematografica del “Boldo” (così veniva e viene tuttora chiamato da tante persone) portandolo altrove, alla Sala Estense, anche se c’è il limite della non – continuità e della non – esclusività dell’uso della Sala. Le cartoline sono certamente fondamentali nell’economia del progetto di cui stiamo dando notizia in questo articolo ma non raccontano purtroppo con completezza la mole notevole di testate, le numerose annate/raccolte. Sotto la spinta del compianto Angelo Andreotti, alcune bibliotecarie della coop. Le Pagine (da un paio d’anni inglobata in CIDAS) hanno catalogato molto di quel prezioso materiale e lo hanno inserito in OPAC SBN (Online Public Access Catalogue del Servizio Bibliotecario Nazionale) che è il catalogo collettivo online che permette di consultare i cataloghi delle biblioteche italiane che fanno parte del Servizio Bibliotecario Nazionale. Peccato che la possibilità di consultarlo non sia possibile perché tutto è stipato in scatoloni in un deposito in Via Marconi. Due anni fa, grazie al sostegno politico della consigliera comunale Anna Zonari, facemmo un sopralluogo per sincerarci dello stato di conservazione. L’impressione che ne avemmo, nonostante la disponibilità e cortesia di chi ci aprì il deposito, non fu tranquillizzante: umidità, presenza di topi, infiltrazioni dal soffitto. C’è quindi una forte incognita sullo stato di conservazione dei materiali non solo cartacei ma anche audiovisivi. Le stagioni, le diverse temperature non passano solo fuori da quel deposito! Il progetto dell’archivio digitale generativo è importante ma, a mio avviso, è monco senza il riscontro di un ritorno documentale completo di questi oggetti culturali. Gli oggetti culturali archiviati vanno ricontestualizzati per diventare soggetti. Per diventare, o meglio, ritornare ad essere materia viva, portatrice di futuro, volano di ricerche.

LE RISPOSTE DEGLI SPETTATORI DEL BOLDINI
Sono state 360 le persone che hanno risposto al questionario e “il messaggio riferito al futuro del Cinema Boldini arriva forte e unanime: la riapertura della Sala di Via Previati è una priorità e il successo del Boldini, in quanto cinema d’Essai nella città di Ferrara non è messo in discussione (p. 170, idem). La “soluzione”, seppure meritoria ma provvisoria, della Sala Estense non trova il consenso degli intervistati.

ALCUNI CENNI SULLA BIBLIOTECA VIGOR
Nella tesi non vengono riportate le parti del questionario riguardanti la videoteca/biblioteca Vigor, ma emergono spesso accenni, riferimenti a quel luogo come punto di riferimento importante per la crescita di una cultura cinematografica, come aula didattica decentrata. Ricordo le numerose iniziative con le scuole medie e superiori, le rassegne pomeridiane con il Servizio d’Igiene Mentale coordinate da un’educatrice del servizio.
Per diversi anni, c’è stata una proficua collaborazione con l’associazione Feedback con la programmazione serale, a cadenza settimanale, di cicli di film (monografie, retrospettive) e incontri con autori e studiosi del settore cinematografico, nella saletta della Vigor debitamente attrezzata. Questa collaborazione aveva una ricaduta positiva sia sull’aumento dell’utenza alla biblioteca sia sull’arricchimento della documentazione libraria. Poi, in maniera improvvisa, repentina, ho saputo dai responsabili della Feedback che la rinnovata Amministrazione Comunale non aveva confermato la convenzione annuale ma non si sono capite le vere motivazioni di questa improvvisa decisione. La Feedback ha trovato una nuova collocazione presso il Grisù e nessun’altra associazione del settore si è proposta per una collaborazione/convenzione con la Vigor. Sicuramente un passaggio opaco di chi non si è preoccupato delle ricadute su un servizio comunale.
Ovviamente, gli operatori comunali che gestivano la Vigor hanno continuato il loro lavoro di divulgazione ed offerta gratuita della cultura cinematografica.
In conclusione, ringraziando la dott. Mantovani per questa preziosa tesi, mi resta da dire che in Via Previati 18 c’è un fiume infaticabile di calcinacci, detriti che aspettano, con poca speranza, di essere trasportati altrove per ridare a quegli spazi una nuova dimensione vitale, un nuovo significato a quei luoghi pieni di storie e di vissuti.

Vite di carta /
I titoli e i libri, che inganno

Vite di carta. I titoli e i libri, che inganno

Fosse per i titoli, avrei sbagliato strada innumerevoli volte. Credendo di leggere un romanzo storico e trovandomi, invece, dentro un thriller e così via in un fraintendimento più spiazzante dell’altro.

Il titolo in un libro è o vorrebbe essere il suo biglietto da visita. Lavorandoci a scuola con i ragazzi il rapporto tra i due ha fatto costantemente parte dell’analisi di un testo, sia per evidenziare la relazione tra cornice e contenuto, sia per cercare la congruità che ci può essere tra le parole che annunciano una storia e la storia raccontata.

Come per poesia e prosa, in qualunque ambito quest’ultima venga utilizzata come scelta espressiva, il legame che unisce il titolo al suo testo può andare da un massimo di connotazione, e risultare così creativo e sorprendente, al massimo opposto della denotazione indicando con esattezza il contenuto a cui dà l’avvio.

Che delusione scoprire, come hanno ammesso molti degli autori incontrati, che il titolo viene spesso deciso non da loro ma dalla “casa editrice”, così dicono.

Che perdano il patrocinio sull’etichetta del loro libro mi è parsa sempre una sorta di espropriazione. Il titolo è un assolo da non delegare ad altri, spetta a chi si assume la responsabilità della narrazione. In fondo, non può fuggire dalla storia e a lei ritorna, anche quando sembra non richiamarla. Anzi, più è distante più recupera in profondità nella connessione col senso del racconto.

I titoli dei miei testi sono quasi sempre i primi che scrivo, e comunque li modifico di poco se occorre.

Sarà che la scrittura esce da una sorta di comparto nella mia mente, in cui si è già formato quel corpo di parole che poi si srotola come testo. In questo, il titolo è la bussola che ha dentro la sintesi di ciò che intendo dire, la seguo negli spostamenti dentro le parole mentre vengono scritte in ottemperanza a una volontà.

Con ciò dico che amo particolarmente i titoli creativi, mi attirano per il loro suono, per le metafore che contengono, per i riferimenti a cose e personaggi non immediatamente comprensibili, per le promesse che fanno, sia che vengano poi mantenute, sia che no.

Un titolo-capolavoro è La tonsillite di Tarzan di Alfredo Bryce Echenique: forse la sua imperscrutabilità nel rapporto con la vicenda raccontata è insuperabile. Si tratta di una storia d’amore, una storia in cui a narrare della sua donna è il compagno, lei è Tarzan ed è una donna forte che attraversa le burrasche della storia dell’America Latina nell’ultimo trentennio del ‘900.

Per questo può accadere che le si infiammino le tonsille e la sua voce perda di tono, tuttavia insieme a lui, che è il suo compagno a distanza, tiene vivo il loro amore e l’amicizia attraverso la corrispondenza. Si mandano lettere da una capo all’altro del mondo, usando le parole come le liane della foresta per costruire ponti e passaggi.

E così mi piace un titolo come Il libro della pioggia di Martino Gozzi. Apro il libro e accanto al titolo trovo l’immancabile appunto preso con la matita, trovo la pagina o le pagine in cui esso compare. Qui è verso la fine ed è la chiave di volta con cui l’autore esce allo scoperto e dà spiegazione del suo libro, della storia di un’amicizia e di una perdita che lo hanno segnato ma stanno ancora dando senso al carico dell’esistenza.

Penso infine, tra i tantissimi, ad alcuni titoli sulla guerra civile in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 raccontata attraverso la vita delle persone, di chi ha combattuto stando da una parte o dall’altra della Storia.

Ho letto di recente  Se il fuoco ci desidera di Alessandro Carlini e Bambino di Marco Balzano, due libri uniti dalla scelta del periodo storico ma divisi sugli altri fronti.

Il primo è la ricostruzione documentata e rigorosa della vita del patriota Renato Del Din, il primo partigiano della Carnia morto il 25 aprile 1944 durante un’azione contro la caserma fascista di Tolmezzo. Il fuoco che lo chiama è quello dell’azione per liberare la patria dal nazifascismo, come chiarisce il sottotitolo.

Il secondo narra la vita di Mattia Gregori, che negli stessi anni è entrato tra le file degli squadristi triestini e si è distinto per la violenza delle sue azioni. Il soprannome che gli è stato dato per il suo viso da fanciullo, “Bambino” appunto, forma un ossimoro con la crudeltà che gli brucia dentro. Dei personaggi in genere ma prima di tutto di lui l’autore dice: “Sono frutto della mia fantasia”.

Sulla categoria del verosimile che è pilastro di tanta letteratura non è qui il caso di scrivere: la letteratura ha i suoi modi e anche i suoi inganni per accostarsi alla realtà e soprattutto per condividerla con i lettori e farne dialogo.

Importa sottolineare lo svelamento che la lettura dei due libri riserva rispetto al titolo.

Il fuoco che accende Renato era ipotizzabile attraverso il sottotitolo, ma poteva rivelarsi non solo di questo tipo, epico, che lo rende soldato prima del Regio Esercito e poi della Brigata partigiana Osoppo.

Poteva includere il fuoco della passione amorosa che ci ha consegnato la più solida tradizione letteraria della lirica nonché della prosa, come accade al partigiano protagonista di Una questione privata di Beppe Fenoglio.

Di Bambino che dire? Già le pagine iniziali mettono al loro posto il senso che ha: è un nome di battaglia, come Anselmo lo diventa per Renato sulle montagne friulane. Ma chi non aveva pensato a un libro sull’infanzia? Magari scritto con la consulenza di Paolo Crepet?

Nota bibliografica:

  • Alfredo Bryce Echenique, La tonsillite di Tarzan, Guanda, 1999
  • Martino Gozzi, Il libro della pioggia, Bompiani, 2023
  • Alessandro Carlini, Se il fuoco ci desidera. Breve vita di Renato Del Din, che l’8 settembre 1943 scelse la libertà, UTET, 2024
  • Marco Balzano, Bambino, Einaudi, 2024
  • Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, 1987

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

 

Il superfluo indispensabile

Il superfluo indispensabile

Si racconta che nei primi anni Sessanta del Novecento uno scienziato americano si presentò di fronte a un’importante commissione federale per convincere il Governo a finanziare un suo progetto.

La commissione era presieduta da un severo e temutissimo Senatore repubblicano del Rhode Island e dunque lo scienziato visibilmente intimidito cominciò ad esporre il proprio progetto, che riguardava una ricerca di fisica teorica, quando nel bel mezzo della presentazione fu interrotto dal Senatore con questa domanda: «Professore, mi faccia capire una cosa: questo progetto serve a difendere la nostra patria?».

Lo scienziato rimase interdetto per qualche istante e poi soppesando le parole disse: «No! Signor Presidente, ma serve a rendere la nostra patria più degna di essere difesa».

Le cose in fondo non sembrano gran che cambiate perché anche oggi (e non solo negli Stati Uniti), se guardiamo le cose dal punto di vista di un “vecchio repubblicano americano”, non solo la fisica teorica, ma in generale la maggior parte della creazione intellettuale e dell’attività culturale non “serve” a molto. Così come per un economista abituato a misurare il valore o il significato di una civiltà basandosi esclusivamente sul PIL.

Se però la creazione intellettuale e l’attività culturale compresa quella scientifica vengono osservate dal punto di vista di coloro che sono interessati a vivere una vita “degna” di essere vissuta, allora le cose cambiano. In un tale cambio di prospettiva non solo la fisica teorica “serve”, ma anche la letteratura, la poesia e persino il teorema di Pitagora, detto nell’antichità, il ponte degli asini perché serviva a far passare gli esami anche a chi aveva poca voglia di studiare e che magari sarebbe lo stesso riuscito a diventare… Senatore.

“La coltura”, scriveva Gaetano Salvemini, ”è la somma di tutte quelle cognizioni che non rispondono a nessuno scopo pratico, ma che si devono possedere se si vuole essere degli esseri umani e non della macchine specializzate. La coltura è il superfluo indispensabile”.

Questo veniva scritto da Salvemini in Che cosa è la coltura, libro pubblicato da Guanda nel 1954, proprio lo stesso anno in cui Giulio Natta grazie ai suoi studi di stereochimica riuscì a inaugurare la stagione della plastica nostrana o meglio dei polimeri stereospecifici, brevettati poi con il nome commerciale di Moplen, Meraklon, Mopeflan etc…, dotati di così tanta versatilità ed eccellenti proprietà chimiche e meccaniche da venire utilizzati in diversi settori applicativi: da quello automobilistico, all’edilizia, dal biomedicale a tanti altri.

L’invenzione di questi nuovi catalizzatori per la polimerizzazione stereospecifica, poi denominati catalizzatori di Ziegler-Natta, fruttò a Natta e congiuntamente a Ziegler il premio Nobel per la chimica nel 1963.

La produzione industriale su scala mondiale di polipropilene isotattico, il più apprezzato fra i prodotti, si baserà sui successivi brevetti (comunemente noti come brevetti Natta-Montecatini) depositati da Natta a partire dalla metà degli anni 1950, in comproprietà con la Montecatini. Partendo dalla prima produzione di polipropilene a Ferrara nel maggio del 1957, a questa s’ispireranno tutte le altre metodologie di produzione sviluppate da altre imprese.

Il racconto iniziale avrebbe potuto benissimo vedere come protagonisti Giulio Natta e il Presidente di una Commissione istituita appositamente per stabilire se finanziare o meno la costruzione di un impianto di produzione di Moplen, per esempio a Ferrara.

Probabilmente anche in questo caso qualcuno avrebbe rivolto a Natta una domanda dello stesso tenore di quella del Senatore americano: « Professore, mi faccia capire una cosa: ma questo Moplen servirà a difendere la nostra patria?».

E Natta avrebbe potuto benissimo rispondere così (e oggi ancor più di ieri): «No! Signor Presidente, ma serve a rendere la nostra città, la nostra produzione industriale, la chimica del nostro Paese più degni di essere difesi».

Pensare che “ …la somma di tutte quelle cognizioni” (scientifiche, tecnologiche, sindacali, civili e ambientali) acquisite negli anni all’interno del petrolchimico di Ferrara fossero finalizzate solo e esclusivamente a scopi pratici, ci ha fatto perdere di vista il loro reale valore umano e sociale rivolto a favore di una collettività”.

Ma si sa la cultura, anche quella scientifica, se c’è, finisce per risultare sempre superflua, sebbene indispensabile. Proprio come la plastica.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure / Il tram numero fiore

Da poco in libreria, “Il tram numero fiore”, di Guia Risari, edito da Kalandraka, racconta storie incredibili e straordinarie. Quando il ricordo scalda il cuore.

Eccoci qui, nuova stagione (calda), nuova lettura (fresca).

Incontriamo Laura. Una bambina curiosa e spensierata, come quelle che amiamo.

Laura pareva eccentrica: raccontava sempre storie incredibili. Era solo fantasia?

Parlava di un tram dove succedevano cose straordinarie.

Non le credeva nessuno, tranne Omar, spesso silenzioso e malinconico.

“Mi manca casa”, diceva, “mi manca il paese in cui sono nato”.

“Vuoi rivederlo?”, gli chiese un giorno Laura…

“E come?”, rispose lui con gli occhi sbarrati.

“Questo pomeriggio fatti trovare alle tre in punto alla fermata del tram. Andremo insieme”.

Il tram numero fiore, di Guia Risari, immagini Kalandraka
Il tram numero fiore, di Guia Risari, immagini Kalandraka

Quanto grande è il potere dell’amicizia e quanto può fare, è davvero inimmaginabile. A mano di qualcuno si possono fare viaggi veramente incredibili.

Tutto è possibile per chi apre la mente alla fantasia e allo stupore, per chi osa credere.

“Il tram numero fiore” ci offre un viaggio meraviglioso attraverso terra, aria e mare, facendo tappa in luoghi bellissimi e condividendo il posto con insoliti passeggeri ammirati, allegri e pieni di entusiasmo, mentre i sentimenti più cupi svaniscono.

C’è pure una vecchina che assomiglia a un rampicante… E il verde smeraldo dei prati o i fiori color lilla, poi, quanto possono essere belli…

Il tram numero fiore, di Guia Risari, immagini Kalandraka

Così i due bambini protagonisti, Omar e Laura, vivono un’esperienza unica e rafforzano, ora dopo ora, la loro amicizia. Ai confini della realtà, in una dimensione magica e onirica di paesaggi esuberanti, quasi surreali ed esotici. Solari.

Gli autori hanno fatto uno sforzo considerevole per rendere visibili e fruibili concetti come il ricordo, la nostalgia e la felicità nonché un’abilità che ci fa umani: fabulare.

E tutto tramite un mezzo di trasporto cittadino e collettivo, popolare ed elegante. Avvolto da migliaia di farfalle, un bel tram sferragliante arancione che non ha un numero: al suo posto c’è un fiore! Possibile poi che a guidarlo sia un orango?

Leggere per credere.

 

Sfoglia il libro:

 

Guia Risari, milanese, classe 1971, è laureata in Filosofia Morale all’Università Statale di Milano, e si è specializzata in Modern Jewish Studies alla Leeds University. Ha vissuto a lungo in Francia dove ha lavorato come scrittrice, traduttrice e ricercatrice su argomenti riguardanti la letteratura, la sociologia, l’antropologia e le migrazioni. Tornata in Italia dal 2008, ha pubblicato 50 libri per l’infanzia nonché saggi e romanzi. Collabora con diverse case editrici, periodici e gruppi teatrali, oltre a tenere laboratori e corsi.

Pagina web

Federico Delicado è nato a Badajoz, in Spagna, nel 1956. Laureato all’Accademia di Belle Arti di Madrid, nel 1970, inizia a lavorare per la stampa e come operatore audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per l’infanzia. Nel 2014, vince il VII Premio Internazionale Compostela per Albi Illustrati con Ícaro, incluso nella selezione The White Ravens 2015 della Biblioteca per la Gioventù di Monaco di Baviera. Per Kalandraka Italia ha illustrato Un viaggio diverso (BIL, Ibby Italia 2024) e La terra di nessuno (finalista Concorso Illustratori di Cento 2024).

Pagina Instagram

Guia Risari, Il tram numero fiore, illustrazioni di Federico Delicado, Kalandraka Editora, Pontevedra, Spagna, 2025, 32 pp.

 

“I GIOCHI DELLE BANCHE”: GRANDE INTERESSSE DELLE SCUOLE PER  L’EDUCAZIONE ALLA FINANZA ETICA PROMOSSA DAL GIT  DI FERRARA

“I GIOCHI DELLE BANCHE”:
GRANDE INTERESSSE DELLE SCUOLE PER  L’EDUCAZIONE ALLA FINANZA ETICA PROMOSSA DAL GIT  DI FERRARA

Il Gruppo di Iniziativa Territoriale (GIT) dei Soci di Banca Etica conferma il suo impegno per l’educazione finanziaria di studentesse e studenti.

Al termine dell’anno scolastico 2024-2025, fa un bilancio dell’attività svolta. Il GIT ha proposto nelle scuole superiori del territorio ferrarese “I giochi delle banche”, un gioco di ruolo che consente ai ragazzi e alle ragazze di capire non solo come funzionano le banche, ma anche come le scelte dei risparmiatori generino sempre delle conseguenze sulla società e sull’ambiente.

Il gioco, già sperimentato con successo in passato, è stato proposto quest’anno a 24 classi, coinvolgendo circa 500 studenti e studentesse ferraresi di 6 scuole: 3 licei e 3 istituti tecnici.

<<E’ un gioco che ci aiuta a divulgare quella che noi chiamiamo “educazione critica alla finanza”>>, spiega Enrico Calore (Responsabile del GIT); <<Grazie a questo strumento ragazze e ragazzi comprendono come, a seconda delle scelte che ogni risparmiatore compie con il proprio denaro, è possibile orientare la finanza per favorire un’economia che migliora la qualità della nostra vita o, al contrario, per alimentare un modello che favorisce disagio sociale e un impatto ambientale negativo>>.

Il 5 maggio con una conferenza sulle criptovalute, rivolta a 3 classi del Liceo Carducci, si è conclusa l’attività nelle scuole, che riprenderà dal prossimo settembre.

Il GIT di Ferrara è un gruppo di soci di Banca Etica eletto ogni tre anni tra le persone socie della Provincia e composto da persone volontarie impegnate nella promozione di iniziative e attività volte ad accrescere la conoscenza dei temi dell’economia responsabile e della finanza etica.

Dopo l’assemblea nazionale del 17 maggio, che ha visto l’elezione del nuovo Presidente Aldo Soldi, anche il GIT di Ferrara si appresta a svolgere la sua assemblea elettiva dopo l’estate.

Chiunque fosse interessato a collaborare e conoscere meglio la realtà di Banca Etica, può scrivere a git.ferrara@bancaetica.org.

Bill Gates donerà 200 miliardi all’Africa fino al 2045. Nuova filantropia o nuove violazioni dei diritti umani?

Bill Gates donerà 200 miliardi all’Africa fino al 2045. Nuova filantropia o nuove violazioni dei diritti umani?

Un annuncio strabiliante quello fatto da Bill Gates ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, e riportato dalla BBCParlando all’Unione Africana il fondatore di Microsoft e patron della Bill&Melinda Gates Foundation ha comunicato di voler donare da qui al 2045 circa il 99% del suo patrimonio, stimabile intorno ai 200 miliardi di dollari. I tre figli di Bill Gates, Jennifer (28 anni), Rory (25 anni) e Phoebe (22 anni), riceveranno dunque il restante 1% del patrimonio del padre.

Una volta effettuata, la donazione di Gates sarebbe una delle più grandi mai fatte nella storia. Già il celebre investitore Warren Buffett ha promesso di donare dopo la morte il 99,5% del proprio patrimonio, stimato in 160 miliardi di dollari. La differenza potrebbe però farla l’inflazione e le sue oscillazioni da qui a 20 anni, ovvero quando terminerà l’erogazione annunciata da Gates.

La scelta della data non è casuale, essendo prevista per quell’anno la definitiva chiusura della Bill & Melinda Gates Foundation, organizzazione filantropica che veicolerà i finanziamenti verso il continente africano. Un’iniziativa pensata per “poter liberare il potenziale umano dell’Africa”, stando a quello sostenuto dal tycoon miliardario. In questo modo, secondo Bill Gates, “ogni Paese africano dovrebbe essere sulla strada verso la prosperità”.

“La filantropia – ha poi spiegato il miliardario americano – non deve durare per sempre. Deve fare il massimo nel minor tempo possibile, soprattutto quando ci sono vite umane in gioco”“Di recente mi sono impegnato a devolvere il mio patrimonio nei prossimi 20 anni. La maggior parte di quei fondi sarà spesa per aiutarvi ad affrontare le sfide qui in Africa” – ha dichiarato Bill Gates nella sede centrale dell’Unione Africana, provocando l’entusiasmo dei presenti.

I settori su cui si concentrerà l’investimento epocale saranno principalmente sanità e istruzione, senza dimenticare dossier strettamente connessi, come agricoltura e cambiamento climatico.

 

Tre gli obiettivi principali perseguiti dalla Bill & Melinda Gates Foundation, come spiega la BBC“porre fine alle morti prevenibili di madri e bambini, garantire che la prossima generazione cresca senza dover soffrire di malattie infettive mortali e far uscire milioni di persone dalla povertà”.

Ma davvero è così entusiasmante questa dichiarazione di Bill Gates? Davvero siamo così ingenui da poterla definire filantropia globale? Davvero crediamo che la “generosa donazione” di Gates sia una innocua donazione senza finalità politico-economiche?

Bill Gates, con la sua Fondazione influenza l’agenda sanitaria globale e non nega di avere conflitti d’interessi, è leader di programmi di vaccinazione di massa, agendo come stakeholder ed opinion maker nei media.

La verità è che con il potere dei soldi e il filantrocapitalismo (termine esatto), fin dagli anni Novanta Bill Gates è fautore di una ricolonizzazione non solo dell’immaginario ma dell’economia globale. Una ricolonizzazione che è stata ben descritta dalla filosofa, economista, fisica ed ecofemminista indiana Vandana Shiva e ribadita approfonditamente nel libro della ecogiornalista Nicoletta Dentico nel suo libro “Ricchi e buoni, le trame oscure del filantrocapitalismo”.

Gates negli anni ha incentivato l’industrializzazione dell’agricoltura su scala globale attraverso monocolture intensive e utilizzo di pesticidi e OGM; ha monopolizzato l’agenda sanitaria globale rendendo l’OMS completamente dipendente dai suoi finanziamenti spesso incentivando soluzionismi tecnocratici (vaccinazioni di massa) a discapito dei sistemi sanitari territoriali, dei sistemi di cura olistici e della prevenzione primaria; ha avuto la capacità di rigenerare la sua immagine di tycoon digitale della Silicon Valley in una “icona green” che propone il fatidico “nucleare di quarta generazione” e la geoingegneria solare come soluzionismi tecnici al cambiamento climatico; ed ha monopolizzato progetti educativi.

Ad ora il bilancio delle attività della Gates Foundation non è stata così filantropica come si pensava a partire dalla privatizzazione delle istanze più alte del welfare globale, dal fallimento del Progetto Agra in ambito agricolo sempre in Africa e la devastante “Green Revolution” in India – sponsorizzata insieme alla Fondazione Rockfeller – che indusse al suicidio più di 300.000 contadini indiani in più di 30 anni di attività. Per non parlare della devastante epidemia di paralisi flaccida acuta non-polio (NPAFP) che ha paralizzato 490.000 bambini tra il 2000 e il 2017 in India; il caso delle reazioni avverse su circa 14.000 ragazze trattate con iniezioni di Gardasil della casa farmaceutica Merck nel Distretto di Khammam, nello Stato indiano del Telangana; le proteste popolari del 2021 con l’hashtag #ArrestBillGates in India in critica alle attività dell’Ong statunitense PATH (Program for Appropriate Technology in Health)  – finanziata dalla Gates Foundation – che ha somministrato vaccini antipolio per studi clinici non autorizzati, usando i bambini come cavie e quindi violando qualsiasi norma di codice etico; per non dimenticare il finanziamento della Gates Foundation, nel 2010, dello studio di fase 3 del vaccino anti-malarico sperimentale di Glaxo Smith Kline contro la malaria, che portò alla morte di 151 bambini africani e causando gravi effetti avversi, tra cui paralisi e convulsioni febbrili a 1.048 dei 5.949 bambini. : Bill Gates tra vaccinazioni e violazione dei diritti umani nel Sud del Mondo

Innumerevoli altri casi sarebbero da elencare, ma questi bastano per poter affermare che Bill Gates non è stato, non è e non può essere la soluzione per l’Africa, ma al massimo è tra le varie ed innumerevoli cause del suo immobilismo in quanto agente del neocolonialismo contemporaneo occidentale nelle sue più svariate forme.

Bill Gates e la sua Fondazione sono sempre stati al centro di violazioni di diritti umani legati alla somministrazione di vaccinazioni, all’industrializzazione dell’agricoltura e al settore agro-chimico-alimentare, conducendo politiche e prassi colonialiste e razziste in giro per il mondo.

Il filantrocapitalismo di Gates, aprendo nuovi mercati alle grandi corporations, oltre al rischio di conflitti d’interessi, è un pericolo per i diritti umani e il diritto alla salute sacrificati sull’altare del profitto. Bill Gates, a differenza di come lo fa apparire il suo brand, è un nemico del terzomondismo e delle sue istanze.

 

Di seguito alcuni approfondimenti che documentano seriamente i crimini della Gates Foundation e del suo filantrocapitalismo:

Philanthropic Power and Development – Who shapes the agenda?

The Gates Foundation, global health and domination: a republican critique of transnational philanthropy

Developing an agenda for the decolonization of global health

Gated Development – Is the Gates Foundation always a force for good?

Philanthrocapitalism in global health and nutrition: analysis and implications

Colonialist Invasive Surgery within the colony; Global Medical Imperialism within the developing world and in Pakistan during COVID

Rapporto “Gates to a Global Empire” – Gates verso un Impero Globale

“Gates to a Global Empire” Gates verso un Impero Globale – sintesi del rapporto

Gates Ag One: The Recolonisation Of Agriculture

Bill Gates & His Fake Solutions to Climate Change

Bill Gates e le sue false soluzioni ai cambiamenti climatici

La spinta delle Lobby verso il cibo sintetico – False soluzioni che mettono a rischio la salute umana e del pianeta

Niente di nuovo nei nuovi Ogm. Le multinazionali minacciano la nostra sovranità alimentare

Filantropia e sviluppo sostenibile, luci e ombre

L’impero filantrocapitalista di Bill Gates

Le colonie del nostro tempo e il filantrocapitalismo

Da Rockefeller a Gates, l’anima oscura del filantrocapitalismo

Bill Gates si mette a fare il contadino. Ora è il più grande proprietario di terreni agricoli d’America

Riferimenti:
Nicoletta Dentico, Ricchi e buoni, le trame oscure del filantrocapitalismoEmi, 2020
JACOB LEVICH, The Gates Foundation, Ebola, and Global Health Imperialism, September 2015

Questo articolo è uscito sulla agenzia pressenza il 6 giugno 2025

In copertina: Bill Gates – Wikimedia Commons

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Russia: costruire ponti e non muri: intervista all’economista Andrea Gandini

Russia: costruire ponti e non muri
intervista all’economista Andrea Gandini

Redazione di periscopio: Pensi che la guerra in Ucraina finisca presto ?

Andrea Gandini : Non credo. La Russia ha un problema di reclutamento dei giovani, in quanto più procede la guerra più cresce la protesta interna e la spesa militare. Le stime dicono che i morti russi sono almeno 165mila e cresce il costo sia del reclutamento che delle indennità alle famiglie per i caduti. Alcuni esperti avevano stimato che una guerra prolungata sarebbe stata possibile per la Russia solo fino al 2028 a causa del suo calo demografico (che è anche un potente ostacolo ad invadere altre parti dell’Europa). Tuttavia la Russia è ancora più forte dell’Ucraina, ha minori problemi nel reclutamento dell’Ucraina, che ha oltre100mila renitenti, e il disimpegno degli Stati Uniti apre alla Russia la possibilità nel 2025 di conquistare anche quelle aree che le mancano dei 4 oblast che vuole, insieme ovviamente alla Crimea e alla neutralità dell’Ucraina. Solo se avrà queste tre condizioni farà una pace duratura.

Redazione : Pensi che ci siano pericoli di invasione della Russia in altri paesi limitrofi europei?

Non credo. Innanzitutto ha un calo demografico e dissensi interni che non le permettono di fare un’altra guerra. Inoltre Putin non ha mai espresso l’idea d invadere altre zone, mentre ha sempre detto che se la Nato fosse arrivata ai suoi confini la Russia avrebbe reagito. L’ha detto almeno una decina di volte, la prima nel 2007 al convegno sulla sicurezza di Europa e Russia. Basta leggere le autobiografie di Reagan e Goorbaciov (da loro firmate come autentiche) per sapere che c’era un accordo tra galantuomini (americani e russi) per cui dopo il crollo dell’URSS non ci sarebbe stata una espansione della NATO fino ai suoi confini. I Russi sono di tre tipi: i “Grandi Russi” (la Russia attuale), i “Piccoli Russi” (Ucraina) e i “Bianchi Russi” (Bielorussia). L’attuale visione imperiale di Putin non permette che questi Russi siano in conflitto con la Madre Russia.

E sarà così anche in futuro?

Le cose potrebbero cambiare nel dopo Putin (ha 72 anni). Ci sono molti oppositori in Russia e all’estero che si battono per una Russia democratica, pacifica e libera e prima o poi questa via sarà percorsa, ma solo se l’Europa saprà muoversi con diplomazia e intelligenza (che finora non ha avuto). La Russia ha sempre avuto una grande paura di essere invasa. Anche l’accordo tra nazisti e comunisti nel 1939 (Ribbentrop-Molotov) fu fatto perché la Russia aveva paura che Germania e Polonia potessero allearsi e invadere la Russia che ha un territorio sterminato ma una piccola popolazione. Ora è minata dal calo demografico e Putin sa che i tempi per resistere in questa guerra sono limitati (2 anni?). Poi verrebbero a mancare i giovani soldati e troppe alte sarebbero i costi.

Quindi una pace potrebbe essere possibile tra un anno?

Credo di si, sempre se verranno date a Putin le tre cose che vuole: Crimea, 4 oblast, neutralità dell’Ucraina.

Quali sono gli interessi di Trump e cosa farà con la Russia?

Trump eredita un’America allo sfascio e vuole cambiare radicalmente la politica, anche quella estera. Neocon e Democratici volevano un’America gendarme del mondo. Trump sa che non è più possibile. Troppo forte l’opposizione di Cina, Russia e Brics. Gli Stati Uniti hanno perso tutte le guerre fatte negli ultimi 40 anni (dal Vietnam in poi) e sanno che se scendono in guerra con Russia e Cina perderanno ancora. Quindi vogliono fare un accordo a tre lasciando lo spazio “vitale” che la Russia chiede ai suoi confini e tornare a fare affari con la Russia (anche un accordo sulla Groenlandia), sfilare un pò la Russia dal nemico vero (Cina) e usare gli “amici” (Europa, Ucraina, Canada, Messico, Groenlandia) per ottenere benefici per gli Stati Uniti. Coi nemici si può trattare, ma solo dagli amici si può estrarre profitto.

 Il ReArm Europa è una soluzione?

Il ReArm Europa serve solo alla Germania, che ha poco debito pubblico per fare investimenti massicci al fine di tamponare la sua crisi manifatturiera con la distruzione dell’automotive, dovuta sia alla fine dei rapporti con Russia e Cina (voluti dagli americani), sia per l’azzardo del green deal che si è basato troppo su regole e meno su incentivi al cambiamento (le auto elettriche cinesi hanno un costo del 30% inferiore, difficilmente recuperabile).

Esiste un conflitto tra Usa e Germania?

E’ sempre esistito, sin dalla prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti (anglosassoni) non hanno mai voluto un altro capitalismo in lotta per la leadership mondiale. La distruzione dell’impero austro-ungarico era un interesse di inglesi e americani che volevano affermarsi come unica potenza nel XX secolo. Il piano Morgenthau nel dopoguerra voleva impedire alla Germania di risollevarsi (doveva diventare un “campo di patate”). Il fatto è che la 2^ guerra mondiale l’ha vinta anche l’URSS, che è arrivata prima a Berlino, e si è presa i paesi dell’Est Europa. C’era comunque accordo tra russi e americani nel dividere la Germania. E Dominik Leaven ci ha spiegato che ogni volta che i russi si sono sentiti aggrediti, hanno aggredito.

Perché allora gli Stati Uniti hanno permesso la nascita dell’Europa a trazione tedesca?

Perché la UE sarebbe rimasta un mero mercato senza vera unità politica e chi ha dettato le regole è sempre stata la Francia con la sua tecnocrazia. Non è un caso che la Russia veda come nemico in Europa più la Francia che la Germania.

Ma il ReArm sarà usato soprattutto dalla Germania perché hai detto che è quella che ha meno debito.

Il ReArm è stato varato dalla tedesca von der Layen, in accordo col proprio paese, per due ragioni, a mio avviso. La prima per tamponare la crisi della Germania che da due anni è in recessione, da quando è cominciata l’invasione in Ucraina; la seconda perché una Germania militarmente forte terrà testa alla Francia nel prossimo rilancio dell’Europa che potrebbe avvenire dal 2034.

 E perché non prima?

Temo che nel 2029 il centro-sinistra, che ora governa in Europa, perderà le elezioni e questa Europa verrà messa in mora, ma dopo 5 anni di nazionalismi ci si renderà conto che è impossibile competere con Cina e Stati Uniti e risorgerà, credo, una nuova Europa questa volta su basi nuove e come vera statualità e speriamo davvero democratica.

Oggi l’Europa non è democratica?

Pochino direi. E’ diretta da una tecnocrazia franco-tedesca e dalla comunità business, mentre l’unico organo eletto dai cittadini ogni 5 anni (il parlamento) non viene ormai neppure consultato per le decisioni strategiche (vedi ReArm).

Secondo te perché?

Gandini : Una ricerca del prof. Francesco Nicoli (Politecnico di Torino) tra tutti i cittadini europei sul ReArm ha dimostrato che la grande maggioranza degli europei ha idee molto chiare che divergono moltissimo dal ReArm. Vogliono che la spesa attuale per le armi dei singoli Stati non aumenti, che sia usata per costruire un nucleo di esercito europeo o di collaborazione tra Stati e che gli acquisti siano fatti insieme dagli europei e su armamenti prevalentemente europei. E anche molti partiti sono contrari. Se il ReArm fosse proposto al parlamento europeo rischia di essere bocciato.

L’Europa e la Germania torneranno a dialogare con la Russia?

Penso che sia vitale per entrambi, è questione di tempo. Il sogno di De Gaulle era un’Europa che va dall’Atlantico agli Urali. Il disegno è fallito perché c’era una conflittualità tra Francia e Germania e soprattutto tra Germania e USA che hanno sempre ostacolato le ambizioni della Germania. Quando la Germania è diventata una potenza commerciale con accordi con la Russia e Cina, la finanza americana ha cominciato a premere sui politici americani. E’ da lì che nasce l’”abbaiare della Nato alla Russia” (come disse Begoglio). Ma le cose si sono messe male per gli Stati Uniti. La Russia è una potenza indo-pacifica che impensierisce il capitalismo USA e non può fare accordi con la Germania.
Ne “Il Maestro e Margherita”, Bulgakov dice che la più bella città della Russia è Kiev. Nella letteratura c’è il dramma attuale: una guerra tra la provincia dell’impero e l’impero. Nel 1200 si fonda l’antica Russia, poi arrivano i mongoli che seppelliscono tutto. Poi nel 1700 c’è la lotta contro la Svezia di Ivan il Terribile da cui nasce l’impero russo, con dentro la Crimea e l’Ucraina.

Ma nei primi 10 anni del 2000 c’era un’intesa tra UE e Russia.

La UE e USA hanno riconosciuto la Cina, come economia di mercato nel 2001, mentre la Russia solo nel 2011, che dimostra le riserve degli americani sulla Russia e il timore di una nuova alleanza Germania-Russia. Dopo il decennio di Eltsin (1991-2000) in cui il capitalismo americano ha svenduto tutte le risorse russe al capitalismo anglosassone, nasce un rigurgito anti-occidentale che porta a Putin. In quel periodo c’era una parte della stessa finanza americana favorevole a far aderire alla UE e alla Nato la Russia, poi tutto è tramontato.

 Ma tu arrivi a giustificare l’invasione della Russia?

No di certo, ma tutti sanno che i russi l’hanno fatto perché si sentivano minacciati. Basta studiare la storia. Tutto il gruppo dirigente polacco fu sterminato dai russi nel 1939, perché temevano che Germania e Polonia la invadessero. Ciò è stato possibile perché la Russia oggi è difesa da mezzo mondo e dalla Cina. L’errore degli americani è stato pensare che si potesse continuare anche nel secolo XXI a fare il “gendarme del mondo”, a sostenere il diritto internazionale con una mano e con l’altra a invadere l’Iraq, la Libia,…la Russia ha paura di questa mano.

La guerra può finire prima?

 Come ho detto Putin non ha nessuna intenzione di chiudere la guerra finché non avrà la Crimea, le 4 regioni e la neutralità dell’Ucraina. Purtroppo non abbiamo più un ceto politico di livello come fu con Kissinger, Moro, Andreotti, Berlinguer, Craxi (il realismo della politica).
Manca una diplomazia europea che calmi le acque, che mandi messaggi di pacificazione. Come si può pensare di vincere con le sanzioni (che sono contro la Germania e l’Europa stessa) o favorire la pace con il ReArm o sequestrando i beni russi? Non bisogna abbandonare la Russia a una deriva dittatoriale.
A Putin fanno più paura i dissidenti che le sanzioni e chi lotta per una Russia democratica. Putin teme di più l’opinione pubblica russa ed europea che le sanzioni.

Armarsi rischia di aprire la via alla guerra, come avvenne nella prima guerra mondiale. L’Europa si sta scavando la fossa da sola. Nel nuovo ordine mondiale che non sarà più monopolio degli Stati Uniti, potremmo dialogare con tutti, invece così ci tagliamo fuori dal Resto del mondo che non ci capisce e dissente dalle nostre scelte. I russi, peraltro, sono disposti a sacrificarsi per la loro Patria, diversamente da noi occidentali. Per fortuna c’è il Papa che parla di pace e ha ricevuto il rappresentante della Chiesa ucraina di rito cattolico, un segnale. La Chiesa ha ancora una diplomazia (che non appare) ed è quella che conta. Altro che le foto opportunity dei dirigenti europei. Speriamo almeno nel Papa, visto il disastro dell’Europa.

 

Cover: un muro di cemento  incrinato con bandiere dipinte di Stati Uniti, Russia e Ucraina – immagine Vatican News 

Diario in pubblico /
Recital pianistico di Giovanni Bergamasco a Palazzo Roverella

Diario in pubblico. Recital pianistico di Giovanni Bergamasco a Palazzo Roverella

È il momento di scoprire la giovinezza nell’arte e la talentuosità di giovani artisti che si affacciano sulla scena non solo ferrarese. Un merito importante che va riconosciuto all’attività culturale e sociale del Circolo dei Negozianti la benemerita istituzione ora allocata nelle splendide sale di Palazzo Roverella. Così viene annunciato il Concerto che si è svolto il 28 maggio alle 18 nel Salone d’Onore:

«Concerto di un giovane talento nel pomeriggio di oggi al Circolo: la nobile dimora è stata al centro di un Recital pianistico che ha congiunti il suo passato antico rinascimentale con l’aspirazione a una vita futura nel segno della musica ineffabile, sentimento del tempo interiore e ombra delle parole ….una esperienza di alto valore non solo artistico ma anche umano  … Non dimenticare mai l’umanità che è nell’ uomo e nella donna …sembrava questo il messaggio che Giovanni Bergamasco ha offerto alla nostra comune riflessione ….e al pensiero sensibile ….»

Il vicepresidente Riccardo Modestino m’invita alla manifestazione che si svolge in una sala al completo dove incontro tante persone che da tempo non vedevo. Una specie di retour d’antan. Il Presidente del Circolo introduce l’emozionatissimo pianista, elencando il complesso programma nato dalla volontà di esplorare il mare magnum della musica tardo romantica e novecentesca.

Entra il giovane e alto Giovanni che, con aria tra lo spaurito e il fiero, si accosta allo strumento e sembra ormai estraniarsi dalla contingenza terrena per immergersi in un’aurea senza tempo, direbbe il poeta, e trarre dalle note una verità che non ha bisogno di altro che dell’idea che solo l’arte è verità. È conoscenza.

Bergamasco è nato a Bologna il 18 settembre 2008. Vive nella città estense e ha cominciato lo studio del pianoforte all’età di 5anni, A Ferrara è iscritto al Conservatorio Frescobaldi, dove attualmente frequenta il secondo anno del triennio accademico. I premi che ha già accumulato nella sua giovane età sono numerosi così come la frequenza a masterclass importanti con grandi maestri. A soli 12 anni ha tenuto il suo primo recital solistico.

A rendere ancora più straordinario il recital di Bergamasco è la capacità con la quale ha saputo connettere la  potenza esplicativa di alcuni momenti iconici, quale ad esempio la forma dello Scherzo in Chopin, libera da vincoli formali rigidi con l’uso che ne è stato fatto in tante composizioni novecentesche.

Va da sé che sono rimasto veramente entusiasta dei talenti mentali, formali, ma soprattutto a mio avviso etici che il giovane e bravissimo “genio” ha saputo regalarci.

Cover: l’autore con il giovane pianista Giovanni Bergamasco e gli organizzatori dell’evento

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

 

Per certi Versi / Lo dico piano

Lo dico piano

Lo dico piano

lo dico sottovoce
per paura di farmi male

l’anima è di cristallo
la ragione la frantuma

Lo dico piano
lo dico senza voce
per paura di farti male

è complicato vivere
senza una ragione

 

In copertina: Foto di 愚木混株 Cdd20 da Pixabay
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Referendum, ecco perché 5 sì cambiano l’Italia

Referendum, ecco perché 5 sì cambiano l’Italia

Referendum, ecco perché 5 sì cambiano l’Italia

di Daniela Zero (Collettiva)

 

Licenziamenti e reintegro

L’obiettivo è eliminare le disparità di trattamento tra i lavoratori assunti prima e dopo il 7 marzo 2015 in caso di licenziamento illegittimo. Oggi, chi è stato assunto prima di questa data può essere reintegrato, mentre chi è stato assunto dopo ha diritto solo a un indennizzo. L’abrogazione del decreto legislativo n. 23/2015 garantirebbe a tutti lo stesso livello di tutela previsto dalla legge Fornero.

Perché è ancora necessario se la Corte Costituzionale ha già modificato il Jobs Act? Nonostante gli interventi della Corte, la legge Fornero continua a garantire maggiori tutele rispetto al Jobs Act. Ad esempio, chi è licenziato per motivi economici senza una giusta selezione oggi riceve solo un indennizzo, mentre con la legge Fornero avrebbe diritto alla reintegra.

 

Quali sono i principali vantaggi in caso di vittoria del sì? 

  • Stesse tutele per tutti i lavoratori, indipendentemente dalla data di assunzione;
  • Reintegro nei casi di licenziamento disciplinare illegittimo;
  • Maggior tutela nei licenziamenti collettivi;
  • Aumento dell’indennizzo minimo nei casi in cui la reintegra non è prevista.

Licenziamenti e risarcimento

Attualmente, nelle piccole imprese (meno di 16 dipendenti), il risarcimento massimo per un licenziamento illegittimo è limitato a 6 mensilità. Il quesito propone di eliminare questo tetto, permettendo ai giudici di calcolare il risarcimento in base al danno effettivo subito dal lavoratore.

 

Perché questa modifica è importante?

  • Evita risarcimenti inadeguati per chi ha subito un danno economico e personale grave;
  • Permette una valutazione caso per caso, tenendo conto delle condizioni familiari e della situazione del datore di lavoro;
  • Allinea l’Italia alle normative europee, che prevedono un risarcimento integrale.

Lavoro precario

Il quesito dedicato a contrastare il lavoro precario mira a reintrodurre l’obbligo per i datori di lavoro di indicare una giustificazione (causale) anche per le assunzioni a termine inferiori a 12 mesi.

Perché questa modifica è necessaria?

  • Evita l’abuso dei contratti a termine senza motivazione;
  • Protegge i lavoratori dal rischio di precarietà continua;
  • Rafforza il principio che il contratto di lavoro standard deve essere a tempo indeterminato.

Sicurezza sul lavoro

Attualmente in caso di incidenti sul lavoro dovuti a carenze di sicurezza negli appalti, la responsabilità del committente (es. grande azienda) è limitata solo ai rischi “generici” e non a quelli “specifici” dell’appaltatore. Il quesito mira a rendere sempre responsabile il committente, permettendo ai lavoratori e alle loro famiglie di ottenere un risarcimento diretto.

Perché questa modifica è importante? 

  • Evita che i lavoratori e le loro famiglie restino senza risarcimento in caso di gravi incidenti;
  • Impone ai grandi committenti di vigilare sulla sicurezza nei cantieri e negli appalti;
  • Semplifica le cause legali per ottenere il giusto risarcimento.

Cittadinanza

L’obiettivo è modificare le leggi relative all’acquisizione della cittadinanza italiana, rendendo più accessibile la cittadinanza a coloro che, pur vivendo in Italia da lungo tempo, non riescono ad ottenerla per via dei rigidi requisiti attualmente in vigore.

Cosa cambierebbe con una legge nuova?

  • Si riduce il periodo di residenza legale continuativa necessario per richiedere la cittadinanza da 10 a 5 anni;
  • Una volta ottenuta sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni;
  • Una conquista decisiva per molti cittadini di origine straniera che non solo nascono nel nostro Paese ma ci abitano, ci lavorano e contribuiscono alla crescita economica e sociale;
  • L’Italia si allineerebbe ai maggiori Paesi europei che in questo modo promuovono diritti, tutele e opportunità per tutte e tutti.

 

In copertina: allestimento referendum 2022 – IMAGOECONOMICA

 

Restauro e riallestimento Palazzina di Marfisa d’Este. Osservazioni

Restauro e riallestimento Palazzina di Marfisa d’Este. Osservazioni

Giovedì 29 maggio sono stato alla presentazione dei lavori di restauro e riallestimento che hanno coinvolto la Palazzina di Marfisa d’Este. Ho seguito con attenzione le varie esposizioni; non mi so trattenere da qualche osservazione.

La prima, riguarda tutti i relatori: ricoprire un ruolo non significa necessariamente avere le competenze necessarie per esercitarlo. Una lettura dei curricula evidenzia che nessuno di loro ha mai svolto attività di ricerca tali da consentirgli di intervenire con adeguata conoscenza su un tessuto così fragile come era quello della Palazzina di Marfisa d’Este. Il risultato non poteva che essere deludente.

Ricordo che la Cassa di Risparmio di Ferrara finanziò l’intervento affidato alla benemerita associazione Ferrariae Decus: Giuseppe Agnelli presidente chiese a Nino Barbantini l’allestimento, lo seguì in ogni sua fase, dal restauro delle decorazioni pittoriche all’arredo.

La Palazzina viene pensata come ‘modello’ per la conoscenza della Ferrara estense: una guida per riscoprire una età dell’oro che corrisponde, nelle intenzioni, ai due secoli del vicariato estense.

La scelta compiuta dalla Amministrazione non è stata, come a mio parere era doveroso, il recupero della intenzione originaria ma, invece, la sua cancellazione: la Palazzina, persi i caratteri originari, diviene una sezione del museo civico; integra una parte laterale dedicata alla figura di Marfisa d’Este.

Molte sono state le cose non dette; molte le assenze di chi era ed è tenuto a dichiarare il proprio ruolo.

Non è stato detto che la Palazzina era invenzione del ferrarese Nino Barbantini: importante creatore di situazioni, attivo nei musei veneziani, responsabile della mostra sulla pittura del rinascimento nel 1933. Barbantini è scomparso. Gli hanno tolto la cittadinanza?

Non si è detto che nessuno degli arredi esistenti è collegabile a Marfisa; non si è detto che la decorazione pittorica non è dei Filippi (scomparsa negli anni del degrado) ma dei pittori Giuseppe Mazzolani, Augusto Pagliarini, Enrico Maria Giberti, attivi nella prima metà del secolo scorso. Non si è detto della disinvoltura con la quale sono stati tagliati dipinti, tolte indicazioni, inventati significati. Come è successso per la copia della Battaglia delle Amazzoni di Rubens, Fetonte che guida il carro del sole è copia di affresco che raffigura il declinare della giornata verso il tramonto; il Ritratto di dama è  quello di Livia Martinengo dal quale è stata cancellata la legenda.

Non si è detto che parallelamente ai lavori della Marfisa si svolgevano quelli per il Castello di Monselice; un collegamento obbligato che è stato taciuto.

Non si è detto che fine farà l’arazzo con Giuditta e Oloferne, un tempo nella Palazzina.

Non si è parlato di Barbantini creatore di ‘atmosfere’. Lo apprezzava per questa capacità anche Bernard Berenson.

Nessuna citazione per i lavori di chi si era, in passato, occupato della Marfisa; in maniera implicita i risultati venivano dati come frutto dei curatori. In realtà non vi è nessuna nuova acquisizione storico critica: tutto discende dal volume curato nel 1996 da Anna Maria Visser e da un precedente catalogo del 1980.

Manchevole anche la bibliografia: non si è citato il convegno del 2023 dedicato dalla Fondazione Cini a Nino Barbantini, non si sono citati i lavori di Antonella Chiodi, di Kate Driscoll e di altri ancora.

E’ mancata la voce della Ferrariae Decus che pure aveva molti tioli per intervenire. L’assessore ha comunicato un ciclo di conferenze organizzato dalla Associazione. Stupisce che Barbantini non sia indicato come il protagonista, creatore della Palazzina. L’unico intervento previsto è quello di Marcello Toffanello già tenuto al convegno di Monselice. L’Associazione commette parricidio?

E’ mancata la voce della banca. Proprietaria degli arredi è vincolata da una convenzione che prescrive la restituzione ove muti la destinazione della Palazzina. La Banca potrebbe donare tutto al Comune: sarebbe un modo per accentuare la sua non ferraresità e disconoscimento della sua storia. Oltre alla perdita della Cassa di Risparmio è possibile che se ne voglia cancellare anche la presenza in città?.

Molti temi di studio e di ricerca si potrebbero proporre. Non ne sono stati capaci i curatori. Non posso  né voglio farlo io, ridotto ormai a spettatore inincidente.

 

Di Ranieri Varese vedi anche su Periscopio “Palazzina Marfisa d’Este, un patrimonio da non dilapidare”.

In copertina: Augusto Pagliarini (1872-1960), Il  carro di Arianna, (Particolare), Ferrara, Palazzina di Marfisa, sala dei banchetti

Per leggere gli altri interventi di Ranieri Varese su Periscopio clicca sul nome dell’autore