Quando le democrazie occidentali arrestaronoJulian Assange – con l’accusa di aver pubblicato le prove dei crimini di guerra Usa GB NATO in Afghanistan a danno di migliaia di civili inermi – i primi ad esultare furono i giornalisti in carriera, quelli sempre dalla parte del potere che tanto si sono commossi per le favole dei marines buoni e dei talebani cattivi.
Mentre le democrazie occidentali stanno naufragando in Palestina, gli ultimi a salire sulle scialuppe di salvataggio sono ancora loro: i giornalisti in carriera, quelli sempre dalla parte del potere che tanto si commuovono per le favole dei sionisti buoni e dei combattenti di Hamas cattivi.
Le tragedie dei nostri giorni si comprano un tanto al chilo al mercato della realtà e si rivendono a peso d’oro nella mistificazione dei media mainstream.
Ennio Flaiano scriveva: «Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà?».
Dalle guerre israeliane alla Siria, da Bagdad a Kabul, i media che non disturbano nessuno nelle alte camere del potere o che non scomodano le coscienze sopite dei ri-commentatori social, adoperano un unico modus operandi: prendere la pentola, scaldare la brodaglia, mescolare, bollire, ribollire fino a far schiumare menzogne e parole d’ordine.
Mai una ricostruzione storica fedele alla realtà, mai una contestualizzazione, mai un’analisi delle cause. Nemmeno quando a venire arrestati o assassinati sono colleghi e colleghe, altri giornalisti e altre giornaliste, mentre svolgono il proprio lavoro.
Nemmeno quando il numero di giornalisti assassinati a Gaza è superiore al numero totale di giornalisti morti nella guerra civile statunitense, in entrambe le guerre mondiali, nelle guerre di Corea e del Vietnam, compresi i conflitti in Cambogia e Laos, nelle guerre jugoslave degli anni ’90 e 2000 e nella guerra in Afghanistan messe insieme.
I colpevoli? Vittime.
Le vittime? Colpevoli di esserlo.
In copertina: photo opera di Maram Ali
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Diario in pubblico. Instrumentum Regni. La difesa del luogo
La storia insegna che ogni luogo per sopravvivere ha bisogno di essere difeso e in tal modo produce un esercito e armi che lo possano, in caso di pericolo, salvarlo.
Anche il Laido ha prodotto un esercito e le armi difensive, ma mantiene un segreto che si tramanda da generazione in generazione. L’arma è????? Udite! Udite! La Scopa! Poi, come accade in ogni territorio aperto alle innovazioni militari e quindi dotate di ordigni “atomici”, ecco farsi spazio il soffiatore a batteria, che con rumore infernale e sollevando grandi polveroni riduce in cumuli sempre più compatti il nemico, vale a dire gli aghi di pino.
Va da sé che l’esercito è formato dai proprietari e dagli affittuari delle case laidesche, che s’alzano al mattino con la scopa in mano e si coricano con vicini al letto l’arma di tanto valore. Li vedo dal balcone d’osservazione, mentre con aria pensosa spingono gli aghi invadenti in mucchietti, che poi diligentemente stipano in grandi sacchi neri e da qui depositano nei luoghi dei rifiuti, anche questi in via di rinnovamento.
Passano allora, trainati da biciclette, bidoni atti all’uopo e la via viene investita da chiacchere condominiali che ne prescrivono l’uso e la difesa, in quanto se uno viene fatto fuori, il costo del successivo ricade sullo sventurato gladiatore.
Dopo l’irreale silenzio decretato per i giorni ferragostani dalla costruzione del monstrum, il battere ritmico di clave e martelli ci riporta alla forza e al mito di Ercole, che sembra sovrintendere alla novità del luogo, esaltando grattacieli e torri per la gioia e il comfort futuri.
Passeggio per la via principale, avendo come luogo imprescindibile la farmacia e con il segreto intento di giocare con Maia, la star cagnolona che attende umani e pelosi per poter giocare con il frisbee sempre ai suoi piedi. Passano a decine i pelosi i più piccoli dei quali hanno comodi trasporti sulle biciclette o in speciali carrozzini.
Poi, ci si sposta con tanta fatica (almeno per me) sotto il tendone in spiaggia, dove la coppia di amici, soprannominata Giugi dall’incontro dei due nomi, produce una serie di giuggiolate con le carte e i racchettoni, mentre lo zio regista assiste pensoso seduto sulla sua seggiola inviolabile.
Sfoglio i giornali, mentre sempre più l’orrore della guerra aggredisce alla gola chi ancora pensa al diritto etico e civile di poter sentirsi uomini. La Storia implacabile non dà requie e io, con le lacrime dentro, ricordo la mia Elsa di cui il 19 ricorreva la nascita e quando partendo per gli USA negli anni ’80 del secolo scorso apprendevo della sua scomparsa.
Ora mi sorride dalle foto del tempo mentre rileggo i suoi capolavori – primo fra tutti Aracoeli –ricordando antichi tempi, quando la letteratura, la poesia, la cultura formavano giovani e vecchi in un carosello che ora affida solo alle parole il senso della vita.
Chiuderò a breve le stanze del Laido. Riguarderò con affetto i segni del tempo affidati alle cose che ancora mi parlano e mi sorridono, poi, mentalmente mi appresto a chiudere casa, portandomi dietro il sacco nero dei ricordi.
Rapporto 2025 UNDP: buone e cattive notizie dallo Sviluppo Umano nel mondo
Nonostante le guerre e la percezione di un periodo non luminoso come i primi trent’anni gloriosi del dopoguerra, le condizioni di vita, di salute e istruzione migliorano in quasi tutti i 193 paesi del mondo. Lo dice l’ultimo rapporto 2025 sullo Sviluppo Umano che UNDP, una sezione ONU, dopo aver messo in discussione il PIL come unico parametro di sviluppo, associandovi altri due indicatori più veri come speranza di vita e anni di istruzione. L’indice può essere anche corretto in base alle disuguaglianze di reddito e tra uomo-donna.
Si va dunque affermando in tutti i paesi (almeno tra gli studiosi dei vari paesi che collaborano al rapporto, oltre 200) che, al di là di religioni, etnie e modelli di governo (dalle democrazie piene alle dittature), non contano solo i soldi o il produrre, ma salute (quanto si vive) e istruzione e che fondamentali sono la minor disuguaglianza nei redditi e tra uomo e donna.
All’indice mancano altri dati (grado di libertà, diritti delle minoranze,…) di difficile misurabilità ma, nel complesso, l’Indice di Sviluppo Umano è un buon indicatore e ci dice che, nonostante le democrazie siano in ritirata, quasi tutti i paesi stanno migliorando (Qui il testo integrale del Human Development Report 2025)
La tabella sottostante non è corretta per disuguaglianze (è indicato però il valore “aggiustato” per reddito), mentre quella che include anche la discriminazione uomo-donna si trova dopo.
Aggiustando la classifica con disuguaglianza di reddito e di genere (uomo-donna), i paesi europei salgono ai primi posti (1^ Norvegia, Italia 17^), mentre crollano gli Stati Uniti al 47° posto. Noi che ci viviamo sappiamo da secoli che non di solo pane si vive e questa è la ragione per cui si vive meglio in Europa. Poiché l’aspirazione a vivere in un contesto di crescente uguaglianza, salute e istruzione è universale, è da qui che viene il futuro.
L’Italia farebbe ancor meglio se non fosse considerata la disuguaglianza di reddito che la fa retrocedere, mostrando che ha fatto più avanzamenti nel rapporto di genere che non nella disuguaglianza dei redditi (che cresce).
I Paesi che guadagnano più posizioni dal 1990 al 2023 sono però quasi tutti extra europei, forse perché partivano da condizioni più arretrate. La Libia è uno dei pochi a calare nonostante la prosperità crescente che aveva creato dagli anni ’70, in quanto è stata “bombardata” da Inghilterra e Francia per portare la “democrazia”, col consenso degli Usa (che coordinavano via Nato dall’Italia) e quello “sofferto” dell’Italia. Un esempio di quanto fosse finta l’egemonia “gentile” occidentale sul mondo. Tra le peggiori performance ci sono gli Stati Uniti. La montagna di soldi fatta dopo il 2000 è andata a favore di una ristretta élite e quindi l’indice ISU non si muove, a conferma di quanto scritto in passato, che sono un Paese più in crisi di quello che il mainstream ci racconta da anni. Chi ha migliorato di più è la Cina che ha usato la globalizzazione per rafforzarsi ulteriormente.
Se si mettono a confronto il decennio 1990-2000 col ventennio della globalizzazione finanziaria (2000-2023), che è anche quello della nascita della UE, la performance dei paesi occidentali si dimezza rispetto al periodo 1990-2000.
Crescono invece tutti i Paesi Brics e i non allineati.
Tra i paesi UE la performance migliore è della Polonia (e paesi baltici) che hanno usufruito dell’enorme vantaggio di entrare nel 2004 con 100 milioni di lavoratori a basso costo in un mercato ricco e unico senza regole e dove il basso costo del lavoro è stato sfruttato dalle imprese (tedesche, europee e americane) per innalzare i profitti e deprimere i salari delle nazioni ad Ovest.
La stessa Germania più che dimezza la sua performance rispetto al decennio precedente, com’è anche per l’Italia. La Russia ha invece un’ottima performance, dopo il decennio disastroso 1990-2000 in cui era diventata terra di predazione per il capitalismo americano, che è la ragione principale dell’enorme consenso a Putin.
La disuguaglianza interna ai vari Paesi tende a crescere ovunque, facendo abbassare notevolmente l’indice di sviluppo umano. Tutti gli esperti concordano infatti che una società diseguale sfavorisce i cittadini. I Paesi più disuguali perdono fino a un terzo del loro valore nell’indice ISU: SudAfrica -245 (su 721), Bangladesh -203, Brasile -192, Marocco -182, India -169, Nepal -164, Cina -127, Stati Uniti -106. I paesi UE, tra i meno disuguali, perdono meno: Slovacchia (-49) e Ungheria (-51 punti), meno di tutti risentendo ancora dell’esperienza comunista, nonostante siano passati 35 anni, come del resto la Polonia (-89).
L’indice di disuguaglianza (Gini index)attribuito da UNDP all’Italia è 34,8 (più alto è, più c’è disuguaglianza), ma rammento che l’ultima indagine della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie, più accurata delle precedenti, per individuare i reali redditi dei più ricchi e dei più poveri, alza l’indice di Gini da 34,8 a 41,1, come negli Stati Uniti che tanto critichiamo, ma che hanno una tassazione sulle eredità molto più progressista di quella italiana.
L’indice ISUmostra come i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica) stiano crescendo e vogliono trainare tutto il Sud globale. Paesi poco democratici e molto diseguali che migliorano anno dopo anno nei diritti sostanziali come occupazione, istruzione, sanità, salari. E’ probabile che si avviino verso forme più democratiche e meno ineguali sia nei redditi che nel rapporto uomo-donna, come del resto spesso accade quando salari ed occupazione si alzano e com’è avvenuto anche in Occidente. Dal 2009 i Brics si sono organizzati per diventare un’alternativa al dominio mondiale degli Stati Uniti.
Questo scontro geo politico (delle relazioni internazionali) è anche alla base di varie crisi in atto (Ucraina, Gaza, declino della UE, guerra commerciale dei dazi Usa, de-globalizzazione).
I Paesi UE balzano ai primi posti dello Sviluppo Umano ancor più se si considera la pressione ambientale che esercitano sulla Terra. Il modello sociale è infatti meno disuguale ma anche meno impattante di quelli americano e cinese. E’ questa una opportunità enorme per guidare gli altri Paesi, al di là delle critiche sul Green Deal perché il cambio climatico è reale ed è avvertito dai popoli ovunque.
E’ probabile (e ci auguriamo) che tra un anno sia risolta la guerra in Ucraina (e forse quella di Gaza), in quanto, al di là della vulgata che dice che la Russia è in grado di invadere la UE, la stessa Russia soffre di una guerra che si prolunga ed è un problema per un paese di soli 140 milioni di abitanti in declino demografico, con un territorio vastissimo che fatica a rimpiazzare i giovani russi al fronte (anche se meno di quanto avviene per gli ucraini, con soli 28 milioni di abitanti e dove l’ostilità al reclutamento è maggiore).
Nonostante l’apparente vittoria sui dazi di Trump, sta anche tramontando la vulgata dell’America potenza n.1, in quanto soffre di una grave crisi non solo economica (alto deficit commerciale, alto debito pubblico, esigua manifattura), ma sociale (altissima disuguaglianza, paese diviso, crescita di povertà, mancanza di welfare, declino della speranza di vita, caso unico al mondo). La guerra commerciale dei dazi scatenata da Trump non invertirà questo declino, anche perché i BRICS non hanno alcuna intenzione di “dargliela vinta”, come fa la povera UE, convinta che “essere unita nel bene e nel male finchè morte non ci divida” con gli USA, faccia bene.
Nella dissoluzione in corso del dominio USA (verso un multilateralismo), sarà la UE a pagare i prezzi maggiori, omettendo di svolgere la sua missione spirituale nel mondo: quella di “equilibrio” tra i due Golia (USA, Cina), con l’omissione di mettersi a capo di quell’amplissimo fronte di Paesi non allineati che vogliono vivere in pace senza padroni, convinti che per prosperare non ci sia bisogno di stare dalla parte di un impero (come fa la UE).
Ma è vero che si può prosperare senza far parte di una Super potenza in un mondo dove domina il potere (à la Trump o à la Putin o à la Xi Jinping)?g
Si e lo dimostrano proprio i dati sullo Sviluppo Umano.
I paesi che crescono di più da quando è iniziata (1992) la turbo-globalizzazione e l’idea di un dominio liberista del mondo da parte degli Usa con la sconfitta dell’URSS, non sono né i paesi UE, né gli Stati Uniti, ma i Paesi non allineati e i BRICS che vanno costruendo tra loro una rete commerciale alternativa che prima o poi sfocerà anche in un’alleanza militare e in una moneta di riserva mondiale alternativa al dollaro. Per questo c’è chi paventa un mondo meno libero e più ingiusto del Novecento e dei primi 25 anni del XXI secolo. Ne dubito, perché più cresce la prosperità (come sta avvenendo), meno i popoli sono interessati a farsi la guerra e più a cooperare.
Non stare sotto padrone
E un’indicazione anche per il declino UE e dell’Italia in particolare, di cui ha parlato anche Galli della Loggia su Il Corriere della Sera, avvilito per i tanti aspetti declinanti del nostro Paese[1]. Secondo lui sono dovuti alla Politica, alla mancanza di decisioni e alla burocrazia. Non c’è dubbio che i politici di oggi siano meno adeguati di quelli del dopoguerra, ma sono lo specchio (come diceva Gramsci) di una società che è cambiata in senso americano/liberista e “cinese” (tutti più massificati col digitale).
Ma non sarà che ciò che ci fa anche male è stare dentro questa UE e la cultura neo liberista in cui la ricchezza viene requisita da pochi? Venticinque anni di sperimentazione sono un tempo sufficiente per dire se l’esperimento UE ha funzionato e non sembra proprio. Bisogna sperimentare nuove vie finchè siamo in tempo.
Wolfgang Streeck del Max Planck Institutepropone dirifondare la UE partendo da Stati sovrani che cooperino volontariamente tra loro su progetti comuni e che si aprano alla collaborazione anche di altri Paesi non UE non allineati ai Golia.
Il mondo è grande, ha 193 Stati Nazionali (erano solo 99 nel 1960). Nel mondo c’è un grande desiderio di non stare “sotto padrone” e lo dimostra il raddoppio di Stati sovrani alla ricerca di qualcuno che faccia da leader senza voler essere l’Imperatore di turno, ma solo l’allenatore, il coach, in una nuova organizzazione orizzontale e non verticale (come fanno le organizzazioni del futuro) che più che capi cercano allenatori.
Il futuro non sta in una società a piramide inscritta sull’One dollar o sugli accordi di potere tra Trump e Putin e domani Xi Jinping, ma su una crescente uguaglianza dei cittadini all’interno dei paesi e sulla cooperazione orizzontale tra Paesi. Il futuro è questo, il tempo del bullismo andrà a finire. Lo capiremo e ci sveglieremo come chi sbatte il muso contro il muro.
Già oggi alcuni Paesi europei sarebbero naturali candidati a guidare tale processo “orizzontale” dopo guerre su guerre, ma le loro élite (non la maggioranza degli elettori) credono ancora che “stare sotto padrone” sia più comodo che “mettersi in proprio”, perché implica intrapresa e coraggio, come fece l’Italia (ed altri) nel dopoguerra nei famosi “trent’anni gloriosi”.
[1] Forte aumento del debito pubblico (da anni), evasione fiscale altissima, scarsità perenne di investimenti, drammatico restringimento della manifattura, salari fermi da anni e perdita continua di potere d’acquisto, nascita di sempre nuove rendite, qualità sempre più declinante dei servizi pubblici essenziali (ferrovie, strade, ospedali, scuole), diseguaglianze sociali e territoriali crescenti, denatalità più alta d’Europa, emigrazione crescente di cittadini giovani e istruiti, da anni dati scoraggianti sul rendimento scolastico, sempre più poveri, periferie tra le più brutte in Europa e adesso anche il rischio di centri urbani di maggior prestigio sommersi dalla marea devastatrice dei turisti…mentre negli anni ’60 l’Italia cresceva, produceva aveva fabbriche e pullulava di imprenditori. Un paese che sprizzava di intelligenza e desiderio di pensare e fare cose nuove.
Cover: particolare del report 2025 UNDP sullo Sviluppo Umano nel mondo.
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Quando è in gioco la sopravvivenza fisica non ci si può soffermare troppo sul dolore psicologico. Siamo fatti così.
Si piange di fronte alla morte del proprio bambino, di un familiare, di un vicino, ma si deve andare avanti. Quando la fame, la sete, le ferite del corpo chiedono urgenza non c’è tempo per interrogarsi sull’anima. Si deve vivere.
Ma, dopo, quando la tragedia vissuta sembra superata, quando ci sentiamo in salvo, proprio allora la mente ha il tempo di ripercorrere e capire ciò che si è vissuto. Ogni trauma lascia un segno: ferite che si possono rimarginare e lasciano cicatrici, ferite che rimangono aperte, ferite che non si vogliono vedere ma che, quando il controllo vigile si allenta, ripropongono la paura.
Il trauma della guerra è sempre esistito anche quando non aveva nome. I reduci delle guerre, dopo che si erano contati i morti e i feriti e si tentava di ricostruire il tessuto civile, sono stati i soggetti, loro malgrado, delle pionieristiche ricerche scientifiche, neurologiche e psichiatriche che cercavano di capire perchè e quali segni rimanevano inchiodati nella psiche.
Durante e dopo la prima guerra mondiale migliaia di soldati riportarono gravi disturbi mentali, ma non fu subito evidente che la causa fosse aver partecipato alla guerra, perché non si pensava potesse essere un fattore scatenante una psicopatologia. Si coniò allora la definizione hell shock(espressione inglese traducibile in italiano come “shock da granate“). La cura per “gli scemi di guerra”: il manicomio.
Poi lo strazio immane della seconda guerra mondiale. Questa volta la condizione dei soldati fu chiamata “collasso psichiatrico“, “stanchezza da combattimento” o “nevrosi da guerra”. L‘olocausto, la bomba atomica ci hanno fatto capire che il trauma è anche un trauma collettivo: segna profondamente la memoria storica e culturale e influenza la politica, la società e la cultura. Abbiamo anche capito che il trauma è transgenerazionale: gli effetti possono essere trasmessi anche alle generazioni successive, attraverso meccanismi epigenetici e dinamiche familiari, influenzando la loro identità, i loro comportamenti e le loro capacità di affrontare le sfide della vita.
Forse il trauma da guerra più studiato o più famoso, perchè ha originato proteste in tutto il mondo ed è raccontato nelle canzoni e nel cinema è stato il problema sociale americano dei reduci del Vietnam. Molti veterani del Vietnam tornati a casa da anni, ancora erano afflitti da torpore emotivo, instabilità, flashback e rabbia.
Nel 1972 lo psichiatraChaim Shatanconiò il termine “Sindrome post-Vietnam”.
Nel mondo le guerre non si contano più, continuano più o meno conosciute e il trauma si ripete e si amplifica.
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS)
Oggi si parla di Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS),nel 1980 la definizione divenne una diagnosi formale nella terza edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Dodici anni dopo, è stata adottata anche nella Classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La DPTS è unacomplessa sintomatologia che, generalmente, emerge mesi dopo i fatti che ne sono la causa e tende a ripresentarsi o intensificarsi nel tempo, diventando una costante nella vita di chi ne soffre. Si tratta di segnali fisici, psicologici e mentali che interferiscono pesantemente con la sfera privata e sociale, portando spesso allo sviluppo di altri disturbi psichiatrici concomitanti, ansia, depressione, isolamento, fobie – le più varie -, disturbi del sonno e della concentrazione, abuso di farmaci, cibo, alcol o altre sostanze.
In maniera molto generica perchè si parli di DPTS, occorre l’esposizione a un evento traumatico che minaccia la vita o l’integrità fisica di una persona, sé stessi o altri, ed una reazione di paura intensa, impotenza o orrore. Questa reazione emotiva, assolutamente comprensibile nell’accadere dell’evento, si sviluppa come disturbo psichiatrico in seguito. Post, appunto, e gli effetti non è detto che si vedano a breve distanza, ma possono rimanere latenti nella mente risvegliandosi, alle volte improvvisamente, senza segnali premonitori.
Chi ne soffre vive in balia di ricordi intrusivi dell’evento traumatico, flashback, incubi. Manifesta involontariamente risposte reattive psicologiche a stimoli che ricordano il trauma, è in preda ad una apparente inspiegabile irritabilità, ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, problemi del sonno, risposte esagerate alla sorpresa.
Ci si difende evitando costantemente stimoli associati al trauma, come luoghi, persone o situazioni ma il prezzo è una vita condizionata e comunque incerta perchè non si può avere il controllo su ogni cosa.
Dopo l’evento traumatico della guerra si determinano inoltre alterazioni del pensiero, come convinzioni negative su sé stessi o sul mondo, e dell’umore come distacco emotivo, anedonia, depressione.
Se elenchiamo le cause che possono portare alla sindrome da stress post-traumatico ci accorgiamo che sono tante ma sono sempre eventi che causano uno shock profondo. Oltre a fatti tragici che coinvolgono tante persone, oltre le guerre e i genocidi di cui stiamo parlando, ci sono le catastrofi naturali, grossi incidenti automobilistici, navali, aerei, incendi eccetera. Spesso, però, il trauma nasce da drammi isolati, individuali, vissuti in prima persona o ai quali si è solo assistito violenze, come pestaggi e aggressioni, stupri, tentati imicidi, rapine; oppure traumi fisici gravi, inclusi parti drammatici o malattie importanti.
Se il DPTS può colpire ogni persona esposta ad un evento traumatico pensiamo agli effetti imponderabili e devastanti quando il trauma lo vive un bambino, quando predomina l’innocenza, la dipendenza e l’inesperienza della vita, quando non si sono elaborati strumenti per capire uno scenario di guerra, quando le difese psichiche sono le più primitive.
I bambini di Gaza
Pensiamo, oggi, ai bambini di Gaza, ma il discorso sarebbe equivalente e angosciante riferito a tutti i bambini che hanno vissuto o vivono la guerra.
Lo scenario di Gaza mette insieme tutte le tragiche eventualità elencate precedentemente come singole cause e ciò senza soluzione di continuità. A Gaza i bambini vivono quotidianamente tutti i drammi possibili, crescono, se non muoiono, avendo intorno costantemente questo drammatico contesto. Sono vittime e testimoni. Si aggiunge adesso la fame, la sete.
Per molti bambini e bambine sono venuti meno quei fattori protettivi che aiutano a superare il trauma perchè i traumi sono ripetuti, perchè le campagne militari e le azioni di guerra sono ininterrotte; perchè viene meno il sostegno familiare e il supporto sociale. Bambini e adolescenti sono fatti a pezzi oltre che dalle bombe e dai droni, da lutti, malattie, perdita della casa, del gioco, del diritto allo studio, della salute, della necessità di crescere in uno spazio protetto.
Si può capire come lo stress generato dalla paura che si è provata in un dato momento (l’esplosione di una bomba, la minaccia di un soldato armato) è terrore vero e proprio, paralisi o impotenza. Effetti che purtroppo non possono essere superati solo con l’esaurirsi del trauma. Questo, infatti, permane nascosto o mimetizzato nella psiche e si svela dopo un po’ di tempo. Se non riconosciuto e affrontato si radica, si cronicizza e diventa disabilità, disadattamento o una vera malattia psichiatrica.
Tutti i sopravvissuti a qualsiasi trauma, la Shoà, per prima lo insegna, non sono più quelli di prima.
Le voci dei bambini (Fonte Unicef,)
Ghazal, 14 anni proviene da Khuza’ah, nella città orientale di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. È stata costretta ad abbandonare la sua casa con il resto della famiglia il giorno dopo essere stati bombardati. Non è la prima volta che accade: nel 2014 Ghazal è stata costretta a lasciare casa e a vivere da sfollata per 2 anni.
“Non sopporto più di vivere così, non posso vivere rifugiandomi in una scuola, non posso accettare che questo diventi normale per noi” ha detto. “Non voglio che nessuno mi chieda della mia infanzia, io non ho avuto un’infanzia, vivo nel terrore”.
Karim, 15 anni. Nel cuore della devastazione di Tal al-Hawa, a Gaza, Karim osserva il suo quartiere distrutto, tenendo in braccio il suo gatto. “Non lascerei mai Karaz tra le macerie. Lei è l’unica amica che mi sia rimasta, mi prenderò cura di lei” dice. Anche lui fa parte delle centinaia di migliaia di persone sfollate all’interno della Striscia.
Wafaa Jundiah, di Gaza, trasporta boccioni di plastica vuoti per riempirli di acqua potabile per la giornata. “Ho perso la mia casa e i miei due fratelli. Vorrei tornare a casa nostra, anche se le possibilità che torneremo indietro sono poche. Non saremo mai più interi, tutti stanno perdendo i propri cari”.
Salwa Elyan, 8 anni, abbraccia delle bottiglie vuoteDa grande vorrei fare l’infermiera. Spero che la guerra finisca subito. Amo tutti i bambini, non voglio che muoiano come noi.
Le testimonianze di alcune delledonne e madri
Da Save the children: testimonianze di alcune delledonne, madri che sono parte dello staff e si trovanoa Gaza con le loro famiglie.
Samar è madre di tre bambini, tutti hanno meno di sette anni e il più piccolo ne ha solo due.
“Mentre scrivo questo messaggio, mio figlio sta dormendo sulle mie ginocchia, non riesco a lasciarlo solo perché è sempre spaventato. Il mio cuore va a coloro che hanno perso i loro cari e le loro case… Anche noi stiamo aspettando il nostro turno. Viviamo nella costante paura dell’ignoto e le nostre condizioni di vita sono molto difficili (…) Non abbiamo accesso all’acqua potabile e il cibo scarseggia. Non sappiamo nemmeno come faremo a provvedere ai bisogni dei nostri figli. La situazione peggiora di giorno in giorno, perché siamo costretti a comprare la farina a un prezzo quattro volte superiore a quello normale e diventa sempre più difficile trovarla. Abbiamo perso le nostre case e tutti i nostri beni; non sappiamo dove andare. Mi spezza il cuore vedere i bambini affamati e mi sento impotente sapendo di non poter provvedere ai loro bisogni. Lavarsi è diventato un lusso e so che i miei colleghi sfollati nei rifugi pubblici soffrono ancora di più”.
Raida è madre di tre figli, tutti hanno meno di 16 anni, il più piccolo ne ha nove:
“Oggi mia figlia mi ha chiesto delle persone che partono attraverso il valico di Rafah. Le ho spiegato che hanno la cittadinanza di altri Paesi. È corsa a prendere il suo salvadanaio, che conteneva 50 shekel (12 dollari), e mi ha pregato di comprarle una cittadinanza. La situazione è molto difficile. Sono esausta”.
Razan, è nonna di 2 bambini con meno di sei anni. Lavora nel nostro team e ha viaggiato fuori Gaza prima del 7 ottobre e non può tornare dalla sua famiglia:
“Parlo con mia figlia e mi dice che i suoi figli non riescono più a sopportarlo. Urlano in continuazione. Che Dio dia a tutti la pazienza. La situazione è davvero insopportabile. I bambini si esprimono urlando. Anche mia figlia ha paura, vuole che i suoi figli restino accanto a lei. Ha paura che ci sia un attacco aereo mentre loro sono lontani da lei. Ma le ho detto di non limitarli e di cercare di stare sempre con loro. Le ho detto di abbracciali, di parlare e giocare con loro. E se Dio vuole, questa situazione finirà bene”.
La gravità e la durata del trauma, così come la vulnerabilità individuale, possono influenzare lo sviluppo del disturbo.Pensiamo allora all’intera storia del popolo palestinese, dobbiamo partire da molto, molto lontano e arriviamo a questi due ultimi anni di guerra a Gaza, pensiamo alla fragilità dei bambini in età evolutiva che per uno sviluppo sano avrebbero bisogno di una base sicura, circondati da adulti che offrono uno spazio certo, affidabile ma che, invece, a loro volta sono traumatizzati, insicuri e vulnerabili, o non ci sono perchè morti.
Pensiamo alla impossibilità di un bambino di immaginare che non ci sono risposte ai suoi bisogni, che esista la fame, la sete, l’abbandono, non ci sia una casa, che il suo corpo possa essere martoriato.
Vogliamo che questi bambini sopravvivano ma, pur fiduciosi della forza della resilienza che rende capaci di affrontare l’imponderato, cosa ne sarà delle ferite, non solo quelle che il corpo richiama: mutilazioni, disabilità permanenti, la fame, la sete, il dolore, ma le lacerazioni di una crescita senza la protezione dei genitori, della casa, la perdità incolmabile di sentirsi non umani, reietti, rifiuti.
Non si può perdere tempo
Per loro dobbiamo pensare a interventi urgenti adesso, durante e dopo la guerra, per aiutarli a tollerare, integrare, elaborare il loro dolore invisibile. Per recuperare quello che resta della loro infanzia, del loro diritto di giocare, essere amati, avere fiducia nel mondo e nella possibilità di un futuro.
Non si può perdere tempo, perchè, come abbiamo detto, il trauma sperimentato nell’adesso, dopo verrà incapsulato nel profondo della mente, esso, più o meno latente, potrà essere risvegliato e avere un impatto significativo sulla vita futura di adulti. Persone intrappolate dalle conseguenze negative sulla salute mentale e fisica, minate nelle relazioni interpersonali e il senso di sé.
Perdendo anche solo una labile parvenza di routine che per i bambini è contenimento, stabilità e smarrendo anche il valore della propria identità, potrebbe generarsi ulteriore stress e turbamento.
Conosciamo dalla letteratura più recente sull’infanzia abusata come nasca nei bambini una visione distorta del mondo. Ciò può portare a credersi responsabili per l’evento traumatico, alimentando sintomi depressivi come colpa, vergogna, bassa autostima e persino idee suicide, ma anche disregolazone emotiva, problemi cognitivi, sentimenti e comportamenti di rabbia.
Lo sviluppo nell’età evolutiva è un processo dinamico e complesso che coinvolge diverse aree di crescita. È un processo influenzato da fattori biologici, ambientali e relazionali.
Un bambino palestinese già nella fase prenatale incontra molti problemi. Le madri malnutrite, impaurite, che non hanno accesso agli ospedali avranno figli partoriti prematuramente, sotto peso, maggiormente vulnerabili anche nello sviluppo fisico, cognitivo ed emotivo. Queste madri senza cibo, non potranno nutrire i loro neonati al seno, aspetto che non è solo legato all’allattamento in sè ma alla compromissione dello stabilirsi della prima fondamentale esperienza relazionale di fiducia e senso di sicurezza.
Anche successivamente alla nascita, la crescita fisica, affettiva, relazionale sarà dominata dalle condizioni ambientali in cui stanno crescendo.
Lo sviluppo emotivo e relazionale in un contesto inadeguato può alterare la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, stabilire relazioni significative con gli altri e comprendere i sentimenti altrui. Limita lo sviluppo delle competenze sociali, le interazioni con i pari e dal momento che la scuola e la comunità in generale hanno un impatto sullo sviluppo del bambino, pensiamo agli effetti nefasti quando queste realtà sono state brutalmente interrotte, compromesse, distrutte.
Non vogliamo tralasciare l’importanza dei fattori individuali ma, quanto il temperamento, le predisposizioni genetiche saranno influenzate, modificate dalle esperienze individuali in un contesto di guerra, povertà, disintegrazione?
Giotto, La strage degli innocenti, cappella degli Scrovegni
I risutati di uno studio Needs Study:Impact of War in Gaza on Children with Vulnerabilities and Families, condotto dalla Community Training Centre for Crisis Management(CTCCM) di Gaza non lascia dubbi:
il 79% dei bambini di Gaza soffre di incubi
l’87% di loro ha una forte paura;
il 38% riferisce di aver fatto la pipì a letto
il 49% dei genitori assistiti ha dichiarato che le loro figlie/i loro figli credevano che sarebbero morte/i in guerra;
il 96% dei bambini di Gaza ha sentito che la morte era imminente.
In parole povere, ogni singolo bambino di Gaza sente che sta per morire.
Per tutto questo, diventa fondamentalemonitorare lo sviluppo dei bambini allo scopo di individuare precocemente eventuali difficoltà, regressioni a fasi di sviluppo precedenti o ritardi evolutivi. Un intervento tempestivo può fare la differenza nel garantire la salvaguardia o la ripresa di un sano sviluppo. Per fare ciò occorre creare spazi in cui i bambini non siano lasciati a se stessi ma possano riprendere almeno una parvenza di vita normale. Diventa urgente l’aiuto immediato ma anche duraturo nel tempo per creare un senso di comunità dove ci sia la possibilità di essere al riparo per salvarsi la vita, di giocare, di esprimersi.
Sono già in azione molte ONG che si occupano dell’infanzia e degli adolescenti, (quelle più conosciute Unicef,Save the children) ma anche tutte le altre hanno sempre un’attenzione particolare verso i piccoli non solo per gli aspetti strettamente sanitari.
In sostegno all’infanzia di Gaza, in prima linea c’è anche*Solidarietà/Al-Najdah*
Logo dell’associazione Al-Najdah
Al-Najdah è un’associazione di donne di sinistra. È finanziata dalle associazioni di palestinesi e arabi della diaspora in giro per il mondo.
Opera nel campo dell’educazione, della difesa dei diritti delle donne, la protezione dell’infanzia, con corsi scolastici e un giardino di infanzia per accudire gli orfani. Un impegno dal basso, senza condizionamenti e con una forte autonomia. Malgrado tutti i danni subiti, l’associazione ha mantenuto i suoi programmi adattandoli alle nuove situazioni, secondo le potenzialità e disponibilità, partendo dalla realtà della guerra entro la quale i bisogni sono aumentati a causa del genocidio in corso.
Tra le iniziative realizzate vi è la distribuzione dell’acqua potabile tramite un autobotte regalata da un’associazione di sostegno di palestinesi negli USA.Un altro servizio è la fornitura di pasti caldi alle famiglie di sfollati. Recentemente sono state ricostruite le sedi e la strutture operative in tende e capannoni di listelli di legno e plastica. Ma oltre la salvezza del corpo si lavora anche per la salvaguardia della salute mentale. Le Sedi e le strutture stanno lavorando per corsi, laboratori, lezioni, spazi di produzione di manufatti di cucitura e ricami e soprattutto sale gioco per bambini. Attività che occupano centinaia di volontari.
L’ associazione ha dato il via anche ad un progetto di adozione a distanza di bambini e bambine di Gaza.
La campagna Al-Najdah si chiama “Ore Felici per i Bambini di Gaza” tutte le informazioni al link https://www.anbamed.it/2025/03/03/al-najdah-soccorso-sociale-malgrado-le-ferite-in-sostegno-dellinfanzia-a-gaza/
“Per essere realisti bisogna riflettere e agireaffinché non sia negato il diritto all’infanzia, alla socializzazione, al gioco e all’educazione, non sia danneggiato lo sviluppo e, nel lungo periodo, non sia compromessoil futuro stesso di bambini e adolescenti e quello delle società in cui vivranno, sia in tempi di pace che di guerra”
[Maurizio Bonati, Il cronico trauma della guerra, Il Pensiero scientifco editore, 2024]
girotondo dei bimbi palestinesi
In copertina: Trauma-e-ptsd-corso-psicologia-gratuito-istituto-beck
Per leggere gli articoli diGiovanna ToniolisuPeriscopioclicca sul nome dell’autrice
“Il poeta, per quanto profondamente si addentri nell’astratto, resta poeta nel suo profondo, cioè amante e folle. Quando il sentimento arriverà al suo apice, aprirà il cuore e non l’intelletto, e impugnerà la spada e non la penna, e si precipiterà alla finestra e getterà via tutti i rotoli dei versi e dei pensieri e fonderà la vita sull’amore e non sull’idea.”
(Alexandr Alexandrovič Blok)
Casa
Come vorrei
amore Mio
che d’incanto
il mondo si girasse
e dove vivi tu
ci vivessi io
e dove tu ti perdi
mi trovassi io
e quando chiami
risponderti:
sono qui.
Amico mio
*
Notti di sogni
viaggi infiniti
confuse memorie
desideri vividi
tangibili effetti.
Ti chiamo
e tu rispondi
“sono qui”.
La mano sinistra
nella mia
un’altra storia
un’altra vita
un altro mondo.
*
E se dovessi non riconoscermi più
così
d’un tratto.
Potrei pensare di essere un’altra
o altro
potrei credermi una nuvola in cielo
un’alga in mare
un fiore viola cresciuto tra l’asfalto
e non riuscire a raccontarlo.
E se dovessi poi non riuscire a spiegarlo
e se a nessuno poi importasse
e se fosse
che così
credendomi altro
restassi immobile per l’eternità
in un corpo non mio
con una voce in prestito.
Se fosse
qualcuno quaggiù mi riconoscerebbe?
Foto di Sosh da Pixabay
MARZIA VENTURELLI nasce a Modena nel 1968 e inizia a scrivere ai tempi del liceo, ricercando nella scrittura un modo più completo per comunicare stati d’animo ed emozioni. Si laurea in Economia e Commercio e trascorre anni a rincorrere il “mestiere Ideale”, quello che tanto per intenderci non Imbruttisce. Nel 2013 si trasferisce per un lungo periodo in Grecia, dove il lento spiegarsi della vita e dei compiti le restituiscono una visione più ampia e completa della percezione di sé stessa come essere vivente, lontano dalla schiavitù dei ruoli cittadini e dalla necessità di lavorare per vivere. Autrice di Senza Tempo – Poesie del silenzio e dell’anima (2022), ottiene la sua prima menzione d’onore nel 2023 al Premio Nazionale di Poesia L’Arte in Versi dell’Associazione Euterpe di Jesi. Nel 2024 viene premiata al Festival Poesia Trasimeno e nel 2025 al concorso letterario Il Mattone Rosso – Marsciano Book Festival. Ha collaborato alla traduzione di testi poetici per un volume antologico dedicato ai temi del viaggio e della migrazione. Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nell’Agenda Poetica 2025 e nell’antologia Inno al Silenzio 2025, a cura di Bruno Mohrovich per Bertoni Editore.
Marzia scrive di sé: “In labirinti d’inchiostro affino una passione che mi ha permesso di sopravvivere ancorandomi alla poesia anche quando andava tutto male. È suddiviso in tre sezioni che rappresentano tre punti cruciali di crescita introspettiva e sana follia di adattamento a questa vita che corre troppo veloce. Questo libro è il riflesso della mia anima inquieta e sensibile, ed ogni verso nasce dall’esigenza di non lasciare che il tempo cancelli le tracce di un sentimento, di un attimo vissuto intensamente. Uno dei temi ricorrenti in questa raccolta è il senso di appartenenza a un altrove indefinito, la tensione continua tra il desiderio di radicarsi e il bisogno di perdersi, tra la voglia di trovare un senso e l’accettazione dell’irrazionalità della vita. È un viaggio interiore che si nutre di malinconia e di attese, di silenzi e di improvvisi bagliori di luce. Ogni poesia è un piccolo mondo da esplorare, un frammento di vita in cui immergersi, una confessione sussurrata che attende solo di essere ascoltata. La poesia, in fondo, è anche questo: un dialogo senza tempo tra chi scrive e chi legge, un filo invisibile che ci lega e ci rende parte di qualcosa di più sconfinato, di più vero, di più umano.”
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 299° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Un 18enne ucciso dai soldati dell’IDF dopo che i coloni hanno invaso un uliveto e appiccato roghi nei terreni coltivati dai palestinesi.
Questi sono i fatti documentati in un filmato, una serie di fotografie e la cronaca che una troupe della BBC ha inviato da Turmus Ayya, la cittadina in Cisgiordania (governatorato di Ramallah e al-Bireh) dove nel 2014 alla marcia di protesta contro l’occupazione israeliana è morto, soffocato da gas lacrimogeni e colpi delle granate stordenti, l’esponente dell’OLP e dell’Autorità Nazionale Palestinese Ziad Abu Ein.
Da due anni il centro urbano e il suo territorio rurale sono al centro dell’attenzione: scontri violenti nei primi mesi del 2023, quindi già prima del 7 ottobre di quell’anno, e successivamente, nel 2024 e nel 2025, hanno provocato numerose vittime, soprattutto tra palestinesi e anche tra gli israeliani.
Il 18 agosto scorso la troupe della BBC ha documentato l’attacco dei coloni israeliani avvenuto proprio mentre i reporter intervistavano Brahim Hamaiel nell’uliveto che lui coltiva e, prima di lui, coltivato dai suoi genitori e antenati.
Nel proprio reportage, Lucy Williamson e Morgan Gisholt Minard spiegano che, come molti altri in Cisgiordania * , il suo uliveto è bersagliato dai “coloni estremisti” convinti che “uccidere gli alberi e il bestiame palestinesi ucciderà anche l’idea di uno Stato palestinese, costringendo residenti come Brahim ad abbandonare la propria terra”.
Mentre l’agricoltore palestinese stava mostrando loro le piante a cui, nella settimana precedente, i coloni israeliani insediati in un avamposto illegale adiacente al suo terreno avevano spezzato i rami, sono sopraggiunti una dozzina di uomini con il volto coperto e che brandivano dei bastoni.
I reporter inglesi riferiscono:
« Mentre gli uomini mascherati corrono verso di noi, torniamo sulla strada e ci allontaniamo a una distanza di sicurezza.
« Nel giro di pochi minuti, alcuni vicini di Brahim provenienti dalle fattorie e dai villaggi circostanti si radunano con catapulte e pietre per affrontare gli aggressori.
« La vegetazione ai lati della strada viene incendiata e il fumo segnala il luogo dello scontro, mentre i coloni su un quad mettono in fuga una squadra di soccorso che cerca di raggiungere una fattoria in mezzo al campo.
« Questa qui è la routine: i palestinesi che vivono in questi villaggi ci hanno spiegato che attacchi alle loro terre avvengono ogni settimana, sono la tattica usata dai coloni per impossessarsi dei loro terreni, campo per campo.
« La velocità e l’estensione dell’attacco a cui abbiamo assistito sono sbalorditive.
« In poco meno di un’ora decine di coloni si sono sparpagliati sulle colline e li abbiamo visti irrompere in un edificio isolato e dar fuoco a veicoli e case.
« Mentre il pendio alle loro spalle si incendiava e da più punti si levava fumo, i pastori sulla cresta più lontana hanno portato via di corsa le greggi.
« Intanto, i palestinesi che arrivavano da tutta la zona per aiutare i propri vicini hanno trovato la strada bloccata dall’esercito israeliano.
« Nel frattempo l’attacco continuava.
« Venivamo informati che un palestinese era stato picchiato dai coloni e poi i militari ci hanno riferito che da entrambe le parti erano state lanciate pietre, che i palestinesi avevano bruciato dei pneumatici e che quattro civili israeliani avevano ricevuto cure mediche.
« Al posto di blocco abbiamo incontrato Rifa Said Hamail, il cui marito era intrappolato nella loro fattoria attigua all’uliveto di Brahim e da ore circondata dai coloni.
« L’esercito non la lasciava passare e in seguito abbiamo appreso che i coloni avevano incendiato parte della proprietà e che il marito di Rifa era stato colpito con delle pietre e aveva riportato tagli al viso e alla gamba.
« Per tutto il tempo non siamo riusciti a parlare con nessuno dei coloni coinvolti nell’attacco a cui avevamo assistito.
« Invece uno dei volontari delle ambulanze intervenuti ci ha riferito che l’esercito israeliano aveva impedito loro di raggiungere il luogo in cui erano avvenuti gli scontri: “Stavamo andando per cercare di soccorrere dei giovani quando è arrivato l’esercito, che ci ha suonato il clacson e ci ha detto di andarcene. Siamo volontari protetti da giubbotti antiproiettile. Non siamo qui per attaccare o fare del male ai coloni. Vogliamo spegnere gli incendi e curare i feriti. Ma loro [i militari] ci fermano e ci ostacolano”.
« Poco dopo abbiamo appreso che il 18enne Hamdan Abu-Elaya era stato ucciso dai colpi sparati dalle truppe israeliane nel villaggio di al-Mughayyir, a poche miglia dal terreno di Brahim.
« Sua madre ci ha spiegato che era andato a vedere i fuochi accesi dai coloni lì vicino.
« Abbiamo chiesto ai militari israeliani cosa fosse successo e loro ci hanno riferito che i “terroristi” avevano lanciato pietre e molotov contro le truppe e i soldati avevano “risposto con il fuoco per allontanare la minaccia”.
« La settimana scorsa il ministro delle finanze israeliano ed esponente dell’estrema destra Bezalel Smotrich aveva riaffermato l’intenzione di “seppellire l’idea di uno Stato palestinese” annunciando la costruzione di migliaia di nuove unità abitative in un’area di insediamenti della Cisgiordania meridionale.
« Le Nazioni Unite riferiscono che da gennaio a giugno di quest’anno in Cisgiordania 149 palestinesi sono stati uccisi da coloni o soldati israeliani e 9 israeliani negli scontri con palestinesi. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari ha rilevato che tra il 5 e l’11 agosto sono avvenuti almeno 27 attacchi di coloni israeliani contro i palestinesi, 18 famiglie sono state allontanate dalle loro abitazioni e vittime e danni alle proprietà o entrambi sono stati accertati in una 20ina di comunità».
* Invasioni ed espropriazioni dei pascoli e dei terreni agricoli, in particolare degli uliveti, coltivati dai palestinesi in Cisgiordania recentemente sono state denunciate anche dai parroci di Taybeh.
Antigone è un’associazione indipendente che dal 1991, con azioni concrete e campagne culturali, si occupa di garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario, promuovendo una pena che sia in linea con il dettato della Costituzione.
La sua missione è assicurare che le carceri siano luoghi nei quali vi sia il massimo rispetto per la dignità umana, promuovendo la trasparenza, l’umanità e l’equità nel trattamento dei detenuti. Si adoperano per sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni e i professionisti del settore sull’importanza di un sistema penale orientato al reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali e internazionali. Attraverso attività di monitoraggio, ricerca, advocacy e formazione, lavora per costruire una società più giusta, dove i diritti fondamentali siano garantiti a tutti, anche a chi si trova privato della libertà personale.
Ogni anno Antigone pubblica un rapporto sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Di seguito pubblichiamo il rapporto di metà anno.
(Mauro Presini)
Aumentano le persone detenute, peggiorano le condizioni di vita, si moltiplicano le proteste, i suicidi e le segnalazioni di trattamenti inumani.
È questa la fotografia impietosa che offre L’emergenza è adesso, il rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, frutto di 86 visite negli istituti penitenziari italiani effettuate negli ultimi 12 mesi dal nostro Osservatorio.
Al 30 giugno 2025 le persone detenute erano 62.728, in aumento di 1.248 unità rispetto all’anno precedente. A fronte di una capienza regolamentare di 51.276 posti, e con oltre 4.500 letti indisponibili, il tasso di affollamento reale si attesta al 134,3%. In ben 62 istituti il sovraffollamento supera il 150%, e in 8 casi addirittura il 190% – come a San Vittore, Foggia, Lodi e Roma Regina Coeli. Nel 35,3% degli istituti visitati c’erano celle in cui non erano garantiti 3mq a testa di spazio calpestabile.
Mentre il Governo annuncia piani irrealistici e promesse che si ripetono da vent’anni, i numeri smascherano l’assenza di strategie efficaci. Il tanto decantato piano di edilizia penitenziaria prevede 7.000 nuovi posti entro fine anno, ma nell’ultimo anno ne sono stati realizzati appena 42.
Di contro, i posti effettivi disponibili sono diminuiti di 394.
Nel frattempo, la custodia chiusa riguarda oltre il 60% delle persone detenute, costrette a rimanere per ore in celle sovraffollate e bollenti. In piena estate, senza ventilazione adeguata e con accessi limitati all’acqua, la vita quotidiana in carcere è disumana. Le celle raggiungono i 37 gradi, con ventilatori acquistabili solo a pagamento e a numero limitato.
Gravissima anche la situazione nelle carceri minorili, dove si dorme su materassi a terra, mancano le ore d’aria, e l’utilizzo di psicofarmaci è in allarmante crescita. Dopo l’entrata in vigore del Decreto Caivano, gli Istituti Penali per Minorenni hanno visto un aumento del 50% della popolazione detenuta in meno di tre anni. Oggi più del 60% dei ragazzi presenti è ancora in attesa di giudizio. Sono 91 i minorenni trasferiti in istituti per adulti solo nella prima metà del 2025.
Tra i provvedimenti più recenti, il Governo ha approvato un disegno di legge che prevede la detenzione domiciliare in comunità terapeutica per le persone tossico o alcol-dipendenti con pena residua fino a 8 anni. Ma dietro l’apparente apertura si cela un’impostazione sbagliata: la nuova misura sostituisce l’affidamento in prova – già previsto per pene fino a 6 anni – con una forma comunque detentiva.
In pratica, si sacrifica uno strumento più aperto e rieducativo in favore di un altro più restrittivo, escludendo tra l’altro le persone recidive con una pena superiore ai due anni, che rappresentano proprio la parte più fragile e bisognosa di supporto, in un sistema penitenziario dove il 62% dei detenuti è già stato almeno una volta in carcere. Una vera soluzione al problema può venire solo dalla depenalizzazione del consumo di sostanze, e da un rafforzamento delle misure comunitarie e socio-sanitarie.
La condizione sanitaria non è migliore. Il 14,2% delle persone detenute ha una diagnosi psichiatrica grave, e il 21,7% assume stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Ma in 29 istituti il medico non è presente di notte. Manca personale, e anche se i concorsi sono stati banditi, il sovraffollamento rende ogni sforzo insufficiente.
Il disagio si manifesta con numeri allarmanti: 22,3 atti di autolesionismo e 3,2 tentati suicidi ogni 100 detenuti. I suicidi registrati da inizio anno sono 45, un dato altissimo, secondo solo al 2024, l’anno peggiore di sempre. I soggetti più fragili – giovani, persone con disagio psichico, senza fissa dimora – pagano il prezzo più alto.
A fronte di tutto ciò, le misure alternative esistono, ma non vengono applicate abbastanza. Al 30 giugno erano 23.970 le persone con una pena residua sotto i 3 anni: potenzialmente idonee a scontare la pena fuori dal carcere, ma in larga parte dimenticate. Nel frattempo, più di 100.000 persone stanno scontando pene in esecuzione esterna, ma il dato non basta a frenare l’aumento in carcere.
“Antigone denuncia da anni come la detenzione debba essere extrema ratio, non una scorciatoia repressiva. L’attuale Governo, invece, risponde all’emergenza con l’inasprimento delle pene, l’introduzione di nuovi reati, l’illusione di soluzioni edilizie e l’inascolto delle proteste. Il risultato è un sistema penitenziario fuori controllo, che non solo viola i diritti fondamentali, ma tradisce ogni finalità costituzionale della pena, mettendo a dura prova la vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari” dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
Serve una riforma radicale del sistema penitenziario. Antigone aveva già presentato nel 2022 una proposta per un nuovo regolamento, con interventi concreti per migliorare la vita quotidiana delle persone detenute.
Chiediamo:
più possibilità di contatti telefonici e video con l’esterno;
un maggiore utilizzo delle tecnologie digitali;
la drastica riduzione dell’isolamento come strumento disciplinare;
la prevenzione degli abusi;
la promozione della sorveglianza dinamica e di un sistema centrato sul rispetto della dignità umana.
“La vera emergenza è adesso – conclude Gonnella – e non si affronta con nuove carceri, ma con coraggio politico, depenalizzazione, misure alternative credibili e rispetto per la dignità umana”.
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È tempo di categorie, il distillato più puro che traggo dalle letture a ventaglio di questi giorni: tre, a volte quattro libri aperti sul tavolo come vasi comunicanti. Tempo per leggerli, quello abbondante che mi dona il “colpo della Strega” di Ferragosto. Bloccata nei gesti, uso la testa.
Parte tutto da Gli uomini pesce di Wu Ming 1, il libro vasto a cui l’autore ha lavorato per sette anni dandogli lo stesso impianto delDelta del Po che ne è protagonista.
Un romanzo tentacolare, così definito da Marco Belli alla prima presentazione dello scorso autunno a Ferrara, al Grisù. Bacchelliano, aggiungo io, per la portata narrativa del discorso che attinge a un grande corso d’acqua e articola una rete di idee sul mondo (a partire dalla geografia come chiave di lettura della vita sul pianeta, o dal rapporto tra la conoscenza scientifica e le scienze occulte) e sulla scrittura letteraria.
Wu Ming 1, intervistato da Maria Calabrese e Girolamo De Michele in una più recente presentazione alla Biblioteca PopolareGiardino, ha convogliato il discorso sullo scenario della narrazione e dunque sul Territorio Ferrarese di cui è appassionato conoscitore.
È il globo terracqueo, tuttavia, a “mandare le onde”. Lo dico con le parole di Fabio Genovesi e coinvolgo qui la sua scrittura, capace anch’essa di muoversi tra diversi ordini di grandezza e aperta allo scacchiere totale del mondo dal punto di osservazione di un’altra piccola monade, la Versilia.
Dunque un’opera ponderosa Gli uomini pesce, costruita come il meccanismo di un orologio i cui ingranaggi con passo sistematico portano avanti il racconto su più linee di svolgimento e su diversi piani temporali.
Il personaggio che dice io, Antonia Nevi, avanza dentro la storia portando il proprio bagaglio di saperi e di affetti, e soprattutto il suo dolore.
La rotella su cui gira si muove con le altre e dal movimento che si estende ai dentelli delle altre ruote Antonia apprende pezzi di verità: sulla propria famiglia e su di sé, sulla storia italiana dall’ultima guerra a oggi, sulle dinamiche di un territorio delicato e complesso come quello ferrarese, messo in ginocchio dalla siccità terribile del 2022.
Mentre Antonia assembla la biografia di Ilario Nevi, di cui è diventata erede, il romanzo si tinge di giallo costringendola a investigare sul passato dello zio e sulla sua opera di artista e di studioso. Da lì, dall’intellettuale libero ed eccentrico che Ilario è stato, Antonia è chiamata a spingere il proprio sguardo verso orizzonti inattesi: nello spazio, che si dilata fino a uscire dalla Terra, e nel tempo, che recupera ere lontanissime.
Gli uomini pesce è un romanzo epico sulla consapevolezza alla quale l’eroe accede di spaesamento in spaesamento, che gli impone la fatica ai limiti del tollerabile di rileggere da nuovi punti di vista l’ecumene delle proprie conoscenze. Fino alla conclusione lieta di ricomporre la personalità di Antonia e predisporla ad avere un nuovo desiderio, o anche due, come recita la bella frase finale, da esprimere proprio nella notte di San Lorenzo.
Tra le prove più dure da superare c’è il concepire il non-umano in modo nuovo.
Per le considerazioni sul non-umano attingo al saggio bellissimo di Amitav Ghosh, La grande cecità, più volte caldeggiato da Wu Ming 1 come un importante riferimento sul rapporto tra clima perturbato e letteratura, sulla forma romanzesca capace di inglobare “esempi della perturbante intimità della nostra relazione col non-umano”.
Nel tempo abbiamovoltato le spalle al dialogo con le cose e con gli animali, quegli animali di cui Fabio Genovesi nel suo Il calamaro gigante dice che “erano la manifestazione visibile della forza mistica e superiore che da sempre sentiamo esistere sopra di noi… Gli animali erano le nostre divinità. Li ammiravamo, e li dipingevamo sperando di avvicinarci a loro”, come nelle caverne di Lascaux, di Altamira e di Chauvet già quarantamila anni fa.
Ci hanno portato a farlo, dice Gosh, le convinzioni basate sul dualismo cartesiano da cui dovremmo invece staccarci: da una parte sta l’umano a cui appartengono intelligenza e razionalità, dall’altra ogni altro essere a cui le stesse sono negate.
Ora sentiamo più forte che mai la precarietà dell’esistenza umana, siamo preda dello spaesamento che ci porta il cambiamento climatico, il quale “sfida e rifiuta le idee illuministiche…perché suggerisce – anzi dimostra – che forze non-umane sono in grado di influire direttamente sul pensiero umano”.
Il romanzo di Wu Ming 1 risponde alla chiamata del cambiamento che deforma il nostro immaginario: fra i misteri a cui Antonia si accosta il più eclatante riguarda gli esemplari di HomoBracteatus che fin dagli anni Settanta-Ottanta hanno lasciato tracce in vari punti del Delta.
Si tratta di un umanoide anfibio col corpo ricoperto di scaglie dorate, sul quale si sono scatenate leggende straordinarie impastate con la ufologia. C’è di che farne un romanzo di fantascienza, e Gli uomini pesce è anche questo ma non solo questo.
È un’opera visionaria in cui l’ipotesi che il bracteatus sia arrivato dallo spazio, da un paese in cui si erano evoluti i dinosauri, trova posto accanto a una panoramica sulla geografia del Delta di assoluto realismo: idrogeologia, geografia e storia del territorio inquadrano il presente e ipotizzano con competenza il futuro.
Mettono il dito sulle piaghe del territorio e propongono soluzioni.
Il finale della narrazione insiste sul compito che Ilario Nevi ha assegnato alla nipote: se lui in prima persona è stato un aedo senza pubblico, esclusi alcuni intimi amici e sodali, ad Antonia resta il compito di ricostruire una collettività attorno alla salvaguardia del Territorio.
Alla letteratura, pure, resta da seguire una analogo cammino, nella proposta così lucida di Gosh che Wu Ming 1 ha accolto e attivato in questo romanzo.
Nota bibliografica:
Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, 2024
Amitav Ghosh, La grande cecità, BEAT, 2019
Fabio Genovesi, Il calamaro gigante, Feltrinelli, 2021
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
Testimonianze dalla Israele che si oppone al suprematismo dei suoi governanti
La cronaca dalla Palestina occupata si arricchisce giorno per giorno di testimonianze sempre più sconvolgenti. Dopo avere riportato la voce dei medici d’urgenza che hanno prestato servizio a Gaza, gli incontrovertibili testimoni delle atrocità commesse (e subite), tanto più importanti come testimoni in assenza della stampa internazionale, non ammessa, e della stampa locale, assassinata, in questo articolo mi concentro su alcune osservazioni e analisi esclusivamente provenienti da politici, giornalisti e attivisti israeliani.
Nel link sopra, Orly Noy, giornalista israeliana, illustra con raggelante chiarezza quello che Israele intende quando afferma che Hamas usa i civili come “scudi umani”. Israele ha un sistema di intelligenza artificiale che localizza i sospetti terroristi o comunque i suoi obiettivi umani – che spesso l’IA battezza come terroristi sulla base di algoritmi le cui indicazioni vengono assunte senza verifica – e una volta individuati sa sempre dove si trovano. Sa quando sono da soli e quando sono a casa con le loro famiglie. Questo metodo di seguimento ha un nome: “where is daddy?”. Spesso non vengono colpiti quando sono fuori dalle loro case: i cecchini digitali aspettano che siano a casa, e preferiscono bombardarli quando sono lì. In questo modo non fanno fuori solo la loro famiglia, ma tutti gli abitanti del palazzo in cui quella famiglia vive. La domanda sorge spontanea: chi sta usando gli umani incolpevoli come scudi?
Gershon Baskin è un giornalista e attivista ebreo israeliano, nato a New York e immigrato in Israele nel 1978, che ha svolto anche il ruolo di negoziatore per conto di Israele. In una recente intervista comparsa su La Stampa a firma Rula Jebreal, Baskin afferma che Netanyahu ha rifiutato nel 2024 un’offerta di Hamas per liberare tutti gli ostaggi in cambio del ritiro da Gaza e di un governo palestinese civile. Bibi avrebbe accettato un’ipotesi che prevedesse solo una liberazione parziale di ostaggi. Alla domanda “per quale ragione?”, la risposta di Baskin è lapidaria: “perché vuole continuare la guerra”.
Inquesto video, Ehud Barak, che è stato primo ministro di Israele, e Ami Ayalon, che è stato a capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele – quindi non esattamente due pensionati che chiacchierano al bar – confermano quello che numerose ricostruzioni facevano sospettare, ma che detto da loro assume la veste di notizia certa: Netanyahu ha favorito il consolidarsi di Hamas come autorità di Gaza, autorizzando massicce entrate di denaro contante a suo favore provenienti dal Qatar. Ayalon ne spiega anche il motivo: Netanyahu lo ha fatto per dividere i palestinesi di Gaza da quelli della Cisgiordania, dove invece “comanda” l’Autorità Palestinese. La logica era di mettere gli uni contro gli altri ed evitare la saldatura tra palestinesi. Divide et impera.
Nota mia: se c’è una cosa che possiamo constatare con desolazione, è che al di là delle kefiah esibite come simbolo di riscatto in giro per il mondo, una leadership palestinese credibile non esiste da un pezzo, perlomeno a piede libero. L’ultimo leader potenzialmente unificante, Marwān Barghūthī, è in carcere dal 2002, a seguito di una serie di sentenze emesse da tribunali israeliani di cui lui ha contestato la giurisdizione, essendo residente in Cisgiordania. La sua figura era scomparsa dai radar dell’opinione pubblica mainstream: ci ha pensato il fanatico ministro Ben Gvir, con una visita pubblica in carcere tanto tracotante quanto idiota, a fare in modo che i media parlassero nuovamente di lui (che peraltro appare decisamente in cattive condizioni di salute).
Nota mia numero due: siccome Hamas, che gli faceva comodo, gli è sfuggita di mano perché ha coltivato in seno una serpe di violenti vendicatori – cosa che forse poteva essere preventivata, dopo che una popolazione da circa ottant’anni viene espulsa o confinata da un regime di oppressione edificato su base razziale -, Netanyahu adesso non trova di meglio per contrastarla che affidarsi anche ai servigi di un noto criminale e trafficante di droga, Abu Shabab. Come si può leggere su Il Manifesto del 7 giugno scorso (qui), “prima del 7 ottobre, Abu Shabab era stato incarcerato da Hamas con l’accusa di furto e traffico di stupefacenti. È tornato in libertà grazie ai bombardamenti israeliani che hanno distrutto gran parte delle strutture civili di Gaza, comprese le prigioni. Al suo comando ci sarebbero 200-300 uomini, armati di fucili Ak-47 (Kalashnikov) e vestiti con uniformi di una sedicente «Unità antiterrorismo»”. Shabab è un fondamentalista jihadista, che considera Hamas un’organizzazione troppo moderata. Per la serie: il nemico del mio nemico è mio amico. Peccato che di questo passo finisci per ingaggiare come “amici” i peggiori tagliagole della galassia. Quello che è successo in Libano coi maroniti ed i falangisti ed in Afghanistan coi talebani evidentemente non ha insegnato nulla nè a Israele nè agli Stati Uniti.
I palestinesi non esistono
Il doloroso, lucido acume delle denunce ed analisi di sponda israeliana che ho sommariamente riportato, potrebbe trasmettere la sensazione che in Israele stia montando una consapevolezza critica di massa dell’insostenibilità, per la stessa sopravvivenza di Israele come democrazia, di una prospettiva di oppressione, segregazione, apartheid, colonizzazione permanente. A smontare questa speranza, che almeno sul breve periodo somiglia piuttosto a un’illusione, ci pensa Gideon Levy, giornalista israeliano, che sul quotidiano Haaretz riporta (qui) le dichiarazioni “rubate” e trasmesse dall’emittente israeliana Channel 12 del generale Aharon Haliva (che si dimise da capo dell’intelligence all’indomani del 7 ottobre), considerato in Israele un moderato perché critica le posizioni dei falchi fanatici ministri Smotrich e Ben Gvir. Il “moderato” Haliva afferma testualmente: “Per ogni vittima del 7 ottobre 50 palestinesi hanno dovuto morire. Non importa se erano bambini. Non sto parlando di vendetta ma di un messaggio per le generazioni future. Non c’è niente che possiamo fare: periodicamente, hanno bisogno di una Nakba, in modo da sentire il prezzo”. Personalmente non ragionerei in questi termini nemmeno per “rieducare” uno sciame di mosche: in Israele invece ci sono esponenti “moderati” che parlano in questi termini degli arabi. Rammento sempre che, nel dibattito embedded israeliano, i palestinesi letteralmente non esistono, e se qualche suprematista si lascia sfuggire la parola “palestinese” commette una gaffe. Sono arabi, e le parole del generale Haliva chiariscono bene, oltre ogni fraintendimento, la considerazione prevalente di cui godono in Israele gli arabi: membri di una razza inferiore.
La mini rassegna di fatti e misfatti raccontati solo da cittadini israeliani, che da diversi punti di osservazione, alcuni avendo ricoperto ruoli chiave di potere nello Stato di Israele, disvelano il cinismo, la ferocia ma anche la miopia del regime israeliano attuale, mi serve anche per sentirmi confortato dentro questa tragedia. In compagnia (intellettuale e virtuale) anche di tante persone israeliane. Una minoranza dentro Israele, ma significativa. Una fiammella: anche se le manifestazioni di piazza sono sempre più partecipate, esse sono incentrate fondamentalmente sulla sorte degli ostaggi israeliani, e basta. Una fiammella che serve prima di tutto a me, per distinguere bene un governo dal suo popolo. Non è una cosa scontata: anzi, la confusione tra un governo e il suo popolo è proprio la base per consumare sanguinose vendette contro gli innocenti, anziché prendersela con i colpevoli. Tra l’altro, una crescente marea di intollerante e strumentale utilizzo dell’argomento antisemita sta inquinando lo specchio d’acqua della discussione pubblica in Italia, e questo senza che ci sia ancora una legge (ma cova sotto le ceneri) che definisca antisemita ogni critica o manifestazione contro lo Stato di Israele. In questo articolo, abbiamo già avuto modo di confrontare le idee dei “semiti” che sono considerati antisemiti dai fanatici della terra promessa, con le dichiarazioni cieche e le pratiche criminali dei cosiddetti “semiti” al potere, che stanno attirando – loro sì – sull’etnia ebraica sparsa per il mondo l’antisemitismo di ritorno. Considero inaccettabile lo schiacciamento delle opinioni dentro il recinto della “razza”: oltre ai nazisti, ai jihadisti e ai fanatici di ogni bandiera e culto, se c’è qualcuno di razzista sono proprio i suprematisti al potere in Israele. La realtà distopica odierna invece conferisce dignità a confabulazioni che settant’anni fa sarebbero state considerate frutto di una deriva psichiatrica: così abbiamo una parte di opinione pubblica suggestionata dall’idea che nel girone degli infami antiebrei debbano essere collocati alcuni figli dell’Olocausto, e nel girone dei difensori dell’identità ebraica debbano annoverarsi i figli dei redattori del Manifesto della Razza e delle successive leggi razziali. Questo passa il miserabile convento italiano.
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C’è un momento in cui il lamento – anche il lamento sul… lamento -, se troppo a lungo coltivato, smette di essere resistenza e diventa posa. L’articolo di Franco Arminio su Robinson del 27 luglio, dedicato al Festival del Lamento, che si terrà in Calabria a Soveria Mannelli (CZ) dall’ 1 al 4 Agosto, è l’ennesima riproposizione di una poetica del Sud che si nutre di malinconia, di biografie dolenti, di paesi che si svuotano e cuori che si spezzano.
Ma il Sud non può essere sempre proposto o ridotto a un fondale per la poesia, uno stereotipato realismo magico, né un pretesto per la malinconia. Il Sud – e intendiamo i Sud, del mondo, tutti – è una questione politica, economica, culturale. E il lamento, se non si fa gesto collettivo e rivoluzionario, resta estetica dell’impotenza.
Non si tratta quindi di negare il valore antropologico del lamento. Le Lamentazioni di Geremia sono tra le pagine più alte della Bibbia, e in esse il dolore diventa canto, invocazione, resistenza spirituale. Ernesto De Martino, in Sud e magia, ha mostrato come il lamento funebre nelle culture contadine del Mezzogiorno fosse un rito di reintegrazione, un modo per dare forma al caos delle perdite, degli allontanamenti forzati, delle migrazioni.
E persino Philip Roth, con Il lamento di Portnoy, ha trasformato il lamento in una forma di autoanalisi ironica e spietata, capace di mettere a nudo le nevrosi di un’intera generazione.
Lamentarsi, in fondo, è un gesto profondamente umano. È ciò che facciamo quando ci sentiamo traditi (o traditori), abbandonati (o incuranti), impotenti (o spavaldi). È ciò che fanno i nostri genitori, i nostri amici, i nostri paesani. Quelli che restano e quelli che partono da… un’area interna.
E forse è proprio da lì che nasce la nostra prima ribellione: dal fastidio verso chi ci è più vicino, verso chi si lamenta troppo. Ma in quel fastidio c’è anche riconoscimento. Perché, in fondo, ci somigliamo. Perché siamo anche noi, a volte, quelli – io , Arminio, voi – che si lamentano.
Viviamo in un’epoca in cui il lamento è visto come un fallimento. Bisogna essere performanti, presenti, sorridenti. Bisogna mostrarsi vincenti, bon viveur, sempre in forma. Il dolore, la stanchezza, la fragilità non hanno più cittadinanza. E allora sì, forse, un festival del lamento potrebbe avere senso. Ma solo se saprà sottrarsi alla logica dello spettacolo. Solo se saprà restituire dignità a ciò che oggi viene nascosto, silenziato, deriso.
Il problema non è il lamento in sé, ma il suo uso. Quando diventa cifra stilistica, quando si riduce a diario personale, quando si fa narrazione individuale senza sbocco collettivo, allora smette di essere utile. I Sud non sono una somma di casi personali. Sono una storia comune, fatta di sfruttamento, abbandono, ma anche di resistenza, mutualismo, intelligenza diffusa.
Serve allora una critica incarnata, che parta dai corpi, dai territori, dalle lotte. Servono quei Sud che non si piangano addosso, ma che si pensino come soggetto politico. Che rifiutino la narrazione vittimistica e costruiscano alternative. I Sud della prima Università di Italia, quella di Arcavacata di Rende, o dei paesi dell’accoglienza come Riace, quelli della restanza descritti da Vito Teti.
I Sud dove meridionali si nasce e quelli dove si diventa come dice Sandro Abruzzese nel suo ultimo libro (Meridionali si diventa, Rogas Edizioni, 2025), quei Sud che non si accontentano di “entusiasmo e spirito critico”, ma pretendono giustizia, redistribuzione, dignità.
Il lamento, se vuole avere senso, deve diventare rivolta. Solo allora potremo dire, parafrasando Camus: mi lamento, dunque siamo.
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Difficile scrivere stasera. Emozioni ancora vive, gioie e soddisfazioni profonde, d’un valore che non vuole proprio diminuire – non esiste l’inflazione nei sentimenti – si sommano sovrapponendosi e provocando in me un dolce languore, un’onda di risacca che va e viene, portando a galla l’immenso affetto che mi lega a molti dei volontari e dei “ragazzi”, come ci ostiniamo ancora a chiamarli, anche se alcuni hanno oramai quarant’anni. L’unica speranza che ho è di procedere con ordine.
Nel 1998, al termine di un campo vocazionale della Parrocchia dell’Immacolata, in cui ero praticamente ospite ateo e confuso – per niente felice, alla faccia di Carmen Consoli – andai dall’amato e compianto Don Giovanni (anche se allora lo conoscevo appena), con la richiesta di fare volontariato, preferibilmente con i disabili, visto che mi ero appena licenziato da un Centro Educativo Riabilitativo.
Con mio sommo stupore la Parrocchia aveva al suo interno un’associazione specifica, fondata da alcuni ragazzi qualche anno prima, che si occupava di disabilità: il “Calimero”.
Immaginate un gruppo di 30, 40 volontari, singoli o famiglie comunque giovani – o almeno lo eravamo allora – con i relativi figli, d’età variabile fra i 5 anni ed i 14, aggiungete l’assoluta mancanza di timore reverenziale, la capacità di affrontare situazioni difficilissime sdrammatizzando, la voglia di divertirsi e di divertire (i “ragazzi”). Aggiungete un pizzico di sana follia, una ventina di diversamente abili d’ogni tipo, shakerate il tutto e… Voilà, la vacanza “Calimero” è servita, bella fresca e spumeggiante, in un boccale di metallo e ceramica da Oktoberfest.
Anche se oramai brillo per la mia assenza, per anni ho partecipato alle vacanze di Capodanno, Pasqua ed a quelle estive, le più lunghe. È abitudine dell’associazione infatti – oltre a garantire pomeriggi in cui si svolgevano varie attività (musica, psicomotricità e attività ricreative), nonché le uscite del sabato per una pizza tutti assieme (ogni quindici giorni, chi poteva o voleva) – prendere in affitto case vacanze per gruppi o vecchi alberghi dismessi, quasi sempre in località di montagna o di collina, e gestire tutte le attività della giornata, dalla colazione, alle uscite, fino alla cena e al dopocena.
Durante quei giorni sono nate e si sono cementate negli anni, amicizie profonde e durature, nonostante tra di noi, non tutti si frequentino abitualmente gli uni con gli altri. In quelle lunghe giornate, a volte difficili e lunghe, specie per i responsabili, ogni avvenimento, ogni problema, piccolo e grande, veniva affrontato e risolto, grazie alla forza immensa della condivisione.
Eravamo veri e propri “compari” (cum panem), spezzavamo e dividevamo lo stesso pane, ogni giorno, e ne avanzava sempre, proprio come nell’episodio evangelico dei pani e dei pesci (Mc 6, 35-44), che precede e introduce l’istituzione dell’Eucarestia, ognuno di noi raccoglieva più di quanto donasse. È la forza della gratuità e della letizia francescana, e non importava che molti di noi non fossero praticanti: eravamo tutti veri credenti, perché rispettavamo e seguivamo il “comandamento nuovo” (“Che vi amiate gli uni con gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni con gli altri”. Gv 13, 34-35).
Seguendo e trascrivendo il flusso di coscienza dei ricordi, ecco allora un’intera camerata che esce a dormire in corridoio a fronte del mio russare (sic). Mi sveglio, non vedo più nessuno, dico a tutti di rientrare e passo la notte a leggere ed a fumare, alternando passeggiate semi – notturne con alcune volontarie ed una delle nostre “ospiti” che si era svegliata alle quattro del mattino urlando: ‘llazione!!! Colata!!! (colazione e cioccolata). Mentre ero su di una panchina, all’esterno, due volpi mi passano davanti in processione. Qualche ora dopo, verso le sei, prendo l’auto, vado in paese, trovo un forno aperto e compro trenta bomboloni per farmi perdonare.
Ecco ora un viaggio di ritorno interminabile, come la coda sulla Brennero – Modena, passato ad ascoltare M. che, nonostante le difficoltà fisiche e di parola – lievi a dire il vero – costruisce lì per lì, una sorta di poema immaginario sulle nuvole che vede dal finestrino dell’auto.
Un’altra vacanza a Gudon di Chiusa, con il mio amico Massimo che pulisce un tavolo da ping pong verde, in cemento, ma il prodotto usato inizia a decolorarlo e io, piegato in due dalle risate – e memore forse, chissà perché, di qualche partoriente nei vecchi film western – gli urlo: “buttaci dell’acqua calda!”. Lui – purtroppo – mi dà retta e lancia una pentolata d’acqua bollente sul cemento del tavolo che inizia letteralmente a colare vernice verde, mista ad acqua fumante, da tutte le parti.
Ricordi. Preziosi frammenti di vita incisi nella memoria in modo indelebile da essere qui, ora, mentre scrivo. Grazie amici, con o senza l’ ”H” davanti, è soprattutto grazie a voi se oggi posso dire di aver avuto una vita piena e felice. Intanto, quei bambini di allora sono cresciuti, diventando ragazzi straordinari, anche grazie alle uscite ed alle vacanze comunitarie. Sono già adesso il futuro del “Calimero”, tanto che pensando a loro, capaci di raccogliere un eredità così importante, ad ai miei tanti alunni di questi vent’anni di insegnamento, a volte non mi pesa affatto il non aver avuto figli.
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Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. Ritorno a Pontalba
Dopo un mese dalla mia prima presenza in paese e dopo due dalla morte della contessa, tornai a Pontalba. Sia nei bar che nei negozi si parlava ancora del cielo verde sopra la villa il giorno della morte di Maria Augusta, anche se la notizia non faceva più scalpore.
Come tutti gli accadimenti umani, anche i più strani dopo un po’ acquisiscono l’etichetta di ‘passati’ e vengono archiviati come le pagine già lette di un romanzo di racconti, seppur originali. Si erano abituati tutti alla notizia che il cielo era verde sopra Villa Cenaroli il giorno della morte della contessa e, la normalizzazione dell’evento, aveva permesso sia di parlarne sia di dimenticarsene.
La vita degli abitanti di Pontalba procedeva come sempre lenta e curiosa come le sponde del fiume intorno al quale il paese era cresciuto. Il Lungone scorreva, con la sua acqua insidiosa, verso la foce e i pescatori animavano le sue sponde insieme alla vegetazione e alla fauna locale. Un bell’insieme di vita, pensieri, attese e ricordi.
Presi una stanza al Pontalba Hotel, non troppo originale come nome ma adatto al contesto, visto che non esistevano altri alberghi in quel paese e non era necessaria alcuna distinzione da altri posti di pernottamento. Arrivai il 3 marzo, me lo ricordo perché è il giorno del compleanno di mio cugino Armando, e trovai un muro di nebbia fitta e morbida come una cagliata appena fatta. Una poltiglia bianca, densa e impenetrabile.
– Oggi c’è nebbia. Peccato, non si vedono i campi che sono già di un bel verde acceso – così mi disse la signora della reception, una certa Erika dal bel fisico e dalle labbra rosso fuoco. Una ragazza socievole con cui mi intrattenni più volte a chiacchierare. Mi diede una stanza al secondo e ultimo piano dell’albergo. Una bella camera spaziosa con la finestra e il balcone rivolti verso Cominella, la frazione di Pontalba dove è ubicato il santuario di Santa Capellina Assunta.
Appoggiai la mia valigia vicino al letto di ferro e mi sedetti sul materasso per osservare il resto della stanza. Un grande armadio di legno scuro di circa centocinquant’anni e un comodino dello stesso periodo, entrambi verniciati di fresco e ben tenuti. Una scrivania e una sedia di legno laccato e due poltrone ricoperte di un tessuto a strisce color crema e rosa, un tappeto che ricordava il tessuto delle poltrone, uno specchio sopra lo scrittorio.
Il bagno era piccolo, azzurro, con i sanitari e la doccia, un secondo specchio, un asciugacapelli e dei teli di spugna azzurri. Non era un arredamento particolarmente ricercato, ma piacevole e ben tenuto. I teli del bagno erano ripiegati e stirati, le lenzuola del letto tiratissime, il piumino arrotolato verso la parte del letto dove avrebbero potuto riposare i miei piedi.
Sul cuscino era appoggiato un cartoncino con scritto: “benvenuto a Pontalba” e sopra il cartoncino era collocato, un po’ in bilico, un cioccolatino a forma piramidale, assai invitante. Ero di nuovo là. Non so per quale motivo quel posto mi faceva sentire a casa.
Un paese della pianura lombarda, attraversato dal fiume, ricco di vegetazione, con poche case e pochi abitanti, una villa vicino al fiume con un parco magnifico e dei veri Conti che vi abitavano. Tutto lì, un piccolo mondo curioso.
Il mio capo voleva che scrivessi un articolo per TresciaOne sulla morte della contessa Maria Augusta e che indagassi sulla diceria assai bizzarra che dalla sua tomba, il giorno dell’inumazione, fosse uscita una volpe verde. Una vera stranezza, però in paese tanti erano convinti che fosse successo davvero. Si diceva che una volpe verde fosse uscita dalla tomba mentre vi stavano calando la bara per poi dirigersi verso il boschetto vicino, incurante della gente raccolta intorno al feretro per l’ultimo saluto alla morta.
Non solo, la mattina in cui la cameriera aveva trovato la contessa morta, il cielo era diventato verde sopra villa Cenaroli. Ma se per qualche rara congiuntura metereologica può capitare di vedere il cielo verde, una volpe non può diventare improvvisamente verde per poi tornare del suo colore originale.
Quindi perchè Clementina, la cameriera personale della morta, il panettiere e il lattaio avevano visto la volpe di quel colore? era stato lo stato emotivo di quel particolare momento? Forse il cielo verde aveva lasciato nelle loro retine una forte impressione e il colore era stato traslato sulla volpe semplicemente per un fenomeno psichico non del tutto spiegabile, ma nemmeno del tutto sconosciuto, qualcosa che poteva avere a che fare con l’autosuggestione? Ma esistono le volpi verdi? Qualcuno ne ha mai viste?
Il manto delle volpi può essere rossiccio o bianco, non mi risultano malattie volpine che possano alterare questi colori. Però la volpe poteva essersi strusciata in una particolare erba, ci sono erbe che lasciano colore e macchiano. Qui è capitato a tutti di ritrovarsi alla sera con i pantaloni striati di verde. L’animale si era semplicemente rotolato in un’erba particolarmente macchiante?
Insomma, non si sapeva come spiegarsi l’accaduto e il mio capo mi aveva rispedito a Pontalba per indagare. Quando ero stato qui la prima volta, avevo raccolto alcune testimonianze sulla vita di Maria Augusta e diverse persone mi avevano raccontato che il verde smeraldo era il colore preferito della nobildonna, la quale possedeva una magnifica collana di quelle preziose pietre.
Pensando agli smeraldi mi sorpresi a ricordare quando, diversi anni fa, ebbi una fidanzata che mi piaceva particolarmente e per un po’ di tempo pensai di sposarla. Andai in una gioielleria per comprarle un anello con lo smeraldo e scoprii che non avevo i soldi per pagarlo se non facendo un mutuo. Lessi quell’esperienza come un cattivo presagio e dopo un po’, forse condizionato da questi miei retropensieri, interruppi quella relazione che stava cominciando a non convincermi più.
Mentre pensavo alla mia ex che si chiamava Lina e cercavo di mettere in fila le informazioni che avevo già raccolto sull’apparizione della volpe, ero ancora seduto sul materasso della mia stanza d’albergo. Dalla finestra che dava verso Cominella, la nebbia cominciava a diradarsi e si intravvedevano macchie di verde che facevano capolino nel bianco.
Una visione particolare e suggestiva che solo nelle zone d’Italia dove si è avvezzi alla nebbia fitta, si vede. Se ci si concentra sul bianco e la giornata prosegue verso il mezzodì, ad un certo punto compaiono come dal nulla delle sagome prima sfuocate e poi sempre più nitide e si cominciano ad intravvedere piante, case, macchine, persone. Gradualmente le forme si mostrano per quello che sono, emergono dal bianco. Un fenomeno suggestivo e romantico che consiglio come esperienza materiale e spirituale insieme.
Pensando a dove riprendere le mie ricerche per poi scrivere l’articolo sulla morte della contessa, ricordai che mi era stato suggerito da alcuni Pontalbesi con cui avevo parlato un mese prima, di chiedere una spiegazione su quegli strani fenomeni di trasformazione del colore a una certa Costanza Del Re che abitava in via Santoni Rosa e che conosceva Maria Augusta perché era amica di sua figlia Malù.
Mangiai il cioccolatino, feci una doccia veloce, misi un paio di jeans e un maglione di lana nero e scesi nella hall dell’albergo per chiedere a Erika dove e quando trovare Costanza Del Re. Erika mi disse che conosceva Costanza, abitava a poche centinaia di metri da casa sua, in Via Santoni Rosa, la via che ha sull’angolo la forneria di una certa Camilla e che scende verso la parte bassa del paese, dove si ammucchiano le case dei Pontalbesi meno fortunati, perché la zona è a livello del fiume ed è più soggetta ad esondazioni.
La casa di Costanza Del Re rasentava le vecchie mura medioevali di Pontalba. Mi misi in cammino, uscii dall’albergo e mi diressi verso la forneria di Camilla, dove pensavo di fare una tappa prima di andare dalla signora con cui volevo parlare. Da quel che mi aveva detto Erika, il negozio di Camilla e la casa di Costanza erano vicine, una sul cantone della via e l’altra qualche casa più in là, entrando in via Santoni. Di fronte alla Casa dei Del Re c’era quella dei Canali, signori che avevano un’impresa di trebbiatura florida e conosciuta. Mi feci coraggio ed entrai nel negozio.
– Buongiorno – dissi
– Buongiorno – mi rispose una ragazza da dietro il banco. Ecco Camilla, pensai.
– Mi dica – disse.
Per non sembrare inopportuno comprai una lattina di birra e una confezione di crakers.
– Sono un giornalista, sto indagando sugli strani eventi associati alla morte della Contessa Maria Augusta, lei ne sa nulla? –
-Certo, a Pontalba tutti sanno tutto di tutti, bisogna solo discriminare ciò che è vero da ciò che non lo è.
Interessante risposta, come in tutti i paesi del mondo anche qui circolavano sia notizie vere che false e la scommessa giornaliera era quella di riuscire a capire quali appartenevano alla prima categoria e quali alla seconda.
Camilla mi sembrò subito molto consapevole di tutto ciò, il suo lavoro le garantiva un osservatorio di rilievo su quel piccolo lembo di Lombardia. Le dissi della volpe verde e lei mi rispose che alle volpi vedi lei non credeva minimamente e che la gente di Pontalba doveva smettere di inventarsi fesserie. Subito dopo vidi entrare una signora con dei lunghi capelli neri e sentii Camilla dire:
– Ciao Costanza!
‘Ecco Costanza Del Re in persona’ pensai, e mi girai a guardarla. Nonostante la mia decennale esperienza di giornalista e il mio aver registrato eventi e luoghi di ogni genere, rimasi stupito. Gli occhi di Costanza erano di uno strano verde, esattamente come lo era il suo abbigliamento. La giovane era interamente vestita di verde! Io credo alla coincidenza e da quella visione rimasi completamente attratto.
– Questo signore che fa il giornalista, vuole informazioni sulla volpe verde – disse Camilla senza aggiungere altro, perché ciò che aveva detto riassumeva ed esauriva il senso della mia presenza.
Costanza si mise a ridere e poi si girò verso di me e mi disse:
– È capitato nel posto giusto, le volpi vedi esistono solo qui e sono bellissime.
Mi chiesi di quali volpi stesse parlando e per un momento mi sembrò una volpe verde pure lei, bella e furtiva. “Questo paese ha davvero qualcosa di strano” pensai, e così facendo mi cadde dalle mani la lattina di birra e feci un fracasso terribile nel negozio… o almeno così mi sembrò quel giorno.
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Noi viviamo nel paese di Atinamù [1]
Umanità qui non ce n’è quasi più,
sembra ci siam scordati come si fa
a vivere insieme senza aggressività.
Ogni cosa va proprio al contrario
‘sto manicomio non ha dizionario:
della pace non sappiam l’alfabeto,
della guerra impariamo il segreto.
Dicono: le armi sono per far pace
che è come dir l’acqua crea brace.
Il sotto è sopra, il bianco è nero:
ci dicono tutti che il falso è vero.
Basta! Buttiamo pistole e fucili,
facciamo insieme aiuole ed asili.
Distruggiamo le mine e le bombe
e godiamoci il volo delle colombe.
Smontiamo i missili aerospaziali
costruiamo più scuole e ospedali.
Pensa a come sarebbe più bello
sentire di avere più di un fratello;
se vivessimo insieme abbracciati
sentendoci bene, non minacciati;
immagina come sarebbe giusto
se della pace amassimo il gusto.
Questo mondo per adesso non c’è,
però cominciamo a crearlo io e te:
Vedrai, se proviamo succederà
e sarà bello tornare a Umanità.
Noi siamo preziosi cristalli di sale
ognuno diverso, ciascuno uguale;
siamo tutti come gocce di pioggia
l’una all’altra s’unisce, s’appoggia;
siamo tutti come i fiocchi di neve:
se la pace si regala poi si riceve.
[1] Per chi non l’avesse capito Atinamù è il contrario di Umanità
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Israele, il Leviatano che per divorare Amalek mangerà se stesso
Amalek (/ˈæməlɛk/;[1] ebraico biblico: עֲמָלֵק, romanizzato: ʿĂmālēq) è descritto nella Bibbia ebraica come il nemico della nazione degli Israeliti. Il nome “Amalek” può riferirsi ai discendenti di Amalek, nipote di Esaù, o a chiunque vivesse nei loro territori in Canaan, o ai discendenti nordafricani di Cam, figlio di Noè. (Wikipedia)
Lo Stato di Israele nella sua spaventosa veste attuale è una teocrazia democratica, oppure una democrazia teocratica. In quanto tale, è all’avanguardia non solo nelle operazioni di assassinio e mutilazione della popolazione indigena con droni e missili, ma anche nel tentativo di rendere compatibile un sistema giuridico di stampo anglosassone, un apparato giudiziario teoricamente separato dal potere politico e la Torah. La compatibilità risiede in questo: se la Torah dice che devi sterminare tutti i discendenti di Amalek, devi sterminarli, perchè la Torah è la fonte giuridica delle altre norme, la vera costituzione materiale in uno Stato che non ha una Costituzione formale. Quindi nel cestino non va buttato solo il diritto internazionale, che giace appallottolato lì dentro da un pezzo, ma il diritto penale e tutta la teoria della separazione dei poteri, delle prove, del contraddittorio e del giusto processo, sulla quale poggiano tutte quelle che si autodefiniscono democrazie di stampo occidentale, come Israele dichiara di essere. Tutto nel cestino, almeno se stiamo parlando di arabi (non palestinesi: i palestinesi non esistono). Peccato che voler governare secondo il librò di Giosuè, opera di autori ignoti, collocabile attorno al quinto secolo prima di Cristo sulla base prevalentemente di tradizioni orali, sarebbe come se in Italia scrutassimo nelle viscere degli animali come facevano gli aruspici per varare la legge finanziaria, o se in Grecia consultassero l’oracolo di Delfi. Ma Israele rappresenta il popolo eletto, per cui l’apodissi messianica è l’architrave dello Stato.
A proposito di proposizioni apodittiche: quindi, se sei ritratto in una foto assieme a un capo di Hamas, o hai scritto un presunto post di giubilo su telegram (essendo peraltro sotto lo stivale di un regime segregazionista da quando sei nato) sei tu stesso un massacratore di ebrei, travestito da qualcosa, in questo caso da giornalista di Al Jazeera. Quindi noi, un Salvini premiato dagli israeliani e una Meloni che, invece di farlo arrestare, stringe la mano a Netanyahu, massacratore di palestinesi travestito da primo ministro, li dovremmo non dico bombardare – non sono mica arabi – ma almeno mandare alla sbarra come criminali di guerra (quanto alle foto in compagnia di qualche pendaglio da forca, tra tutti e due avrebbero già preso l’ergastolo). Ma noi in Italia siamo garantisti: anzi, se un libico che ci aiuta a gestire il traffico di esseri umani è accusato di stupro di bambini, lo rimandiamo a casa sua con l’aereo di Stato (saremo anche il terzo fornitore di armi di Israele, ma quel minimo di tradizione diplomatica per coltivare buone relazioni con il nord Africa ci è rimasta).
Ma torniamo a Israele, la terra promessa. La Torah va applicata con puntiglio e scrupolo: per me tu sei un terrorista figlio di Amalek, ergo ho il diritto di ammazzare te e tutta la tua troupe, e ho già ammazzato tuo padre, che è pur sempre il padre di un terrorista, quindi ha una culpa in re ipsa – oltre ad essere arabo, che da solo già basterebbe. Giusto per confrontare giornalisti sotto le bombe con giornalisti in sofà, a quale pena bisognerebbe sottoporre i sechi i capezzone le picierno i prado e tutti i difensori di un governo che spara in testa ai bambini e sequestra ai medici in entrata a Gaza tutto il latte artificiale per i neonati? (Ah giusto, paragone inappropriato: a Gaza non esistono giornalisti ma terroristi. A Gaza non esistono palestinesi, ma arabi).
Sì, hai capito bene. Qui e qui puoi ascoltare e vedere le testimonianze (tra le tante) di due medici d’urgenza che, all’ingresso a Gaza, si sono visti sequestrare dalla polizia israeliana tutte le dosi di latte artificiale destinate ai neonati, che portavano con sé. E tutti i colleghi con i quali hanno parlato riferiscono la stessa cosa: il latte artificiale (la cosiddetta baby formula) viene trattenuto dall’esercito, in modo che nemmeno un grammo possa arrivare negli ospedali dove i neonati stanno morendo di fame. C’è bisogno di uno sforzo logico per capire qual è il senso di tutto ciò? Amalek non deve avere discendenti, quindi far morire i discendenti di Amalek non è peccato, ma è giusto, anzi: è santo. La parola di Dio.
Nella storia della specie umana, quando un popolo decide di farsi dettare la legge da Dio, regolarmente quel Dio risulta il peggiore dei criminali, un angelo sterminatore. Quando guardo ciò che sta facendo il governo – e purtroppo lo Stato – di Israele non mi viene in mente dio, ma un Leviatano che nell’ossessione di divorare tutti gli amaleciti finisce per mangiare se stesso. Acquisisce una terribile attualità la lettera aperta che Hannah Arendt, Albert Einstein ed altri ventisei intellettuali ebrei inviarono al New York Times nel dicembre 1948, alcuni mesi dopo la fondazione dello Stato di Israele. In questa lettera mettevano in guardia gli Stati Uniti dal dare credito all’emergente leader ebraico (bielorusso) Menachem Begin, prima della fondazione di Israele a capo di un movimento terrorista suprematista, responsabile tra gli altri del massacro di Deir Yassin, le cui prassi anticiparono quella condotta coloniale e conquistatrice che è diventata la cifra dello Stato e oggi sembra non avere più ostacoli. Si tratta di un documento centrale non solo per la provenienza e l’autorevolezza dei sottoscrittori, ma in quanto profetico della supremazia che la vena messianica e fascista del movimento sionista ha acquisito sull’anima laica e multiculturale, che ormai si esprime prevalentemente attraverso gli intellettuali ebrei che vivono fuori da Israele.
A questo link puoi leggere il testo integrale della lettera.
Per strada non c’è un’anima, solo lui e la sua anima. È una notte di fine inverno, freddissima, senza luna e senza nebbia. I contorni delle cose, le case, gli alberi, i cartelli pubblicitari sembrano ripassati con la china. Il casello di Ferrara sud è chiuso, un incidente dice la radio, un’autobotte rovesciata.
Guarda l’ora sul cruscotto, le due, è ancora in tempo. Tutte le strade portano a Bologna, mancano due ore al suo volo, il check-in chiude alle quattro e un quarto. Niente autostrada, meglio, non gli è mai piaciuto guidare in autostrada, non si vede niente, si parte e si arriva come in un tunnel.
Lascia la Porrettana, la strada che i bolognesi chiamano via Ferrarese e i ferraresi via Bologna, volta a destra e si infila nel lungo rettilineo che conduce a Poggio, la prima stazione dell’antica via Galliera, vede sulla sua sinistra l’antica torre sbrecciata dell’Uccellina.
Spegne la radio. Sua mamma è morta da un anno, un anno esatto. Si è spenta come una candela a fine corsa. Non ha sofferto, si dice sempre così, chissà se è vero. C’era un vecchio prete ad officiare la messa funebre, uno che sua mamma non l’aveva mai vista, aveva fatto un’omelia standard, un mucchio di sciocchezze su quanto era buona e quanto era pia la signora Caterina, e quanto grande fosse la sua fede.
Invece lui sua mamma non l’aveva mai vista pregare, se lo faceva, lo faceva di nascosto e della chiesa cattolica apostolica romana e dei preti aveva una pessima opinione. Forse a Dio ci credeva, ma Dio era decisamente troppo lontano, almeno per lei, meglio Gesù Cristo. Fede o non fede, lei dell’aldilà non se ne occupava e preoccupava, nemmeno a un passo dalla morte aveva perso la sua sublime ironia.
Quando l’aveva interrogata su cosa si aspettava di trovare dall’altra parte: Non ti pare una domanda un po’ prematura, così gli aveva risposto candidamente. Una settimana dopo era già troppo tardi, non parlava più, un pomeriggio aveva chiuso gli occhi e se n’era andata, senza chiedergli il permesso.
Con questo ricordo aveva raggiunto Poggio Renatico. Intanto si era alzato il vento. Nel nero della notte passavano veloci lenzuoli bianchi, arrivavano e sparivano, poi una nebbia opaca occupò tutto il campo visivo. Poco male, pensò, lui non aveva paura della nebbia, la maledizione dell’automobilista per lui non era una maledizione, ci era nato con la nebbia, qui nella bassa padana ci nuotiamo nella nebbia, è come una vecchia zia che ci dà appuntamento ogni inverno, se non arriva ci rimaniamo male.
Rallentò, azionò i tergicristalli, ancora c’era visibilità a una cinquantina di metri. Vide all’ultimo momento il cartello di San Venanzio. Ora la strada descriveva una lunga curva a novanta gradi. La percorse a venti all’ora, dentro un mare di latte sempre più denso; la curva non finiva mai. Ricordava il cartello di San Vincenzo appena finita la curva, ma anche il cartello era scomparso, come se si fosse infilato nella manica di un cappotto.
E ora? Impossibile proseguire. Fermò la macchina sul ciglio della strada e uscì fuori dall’abitacolo. Stese le mani davanti a sé, sparite. Una nebbia così non l’aveva mai vista, era come sperimentare una quarta dimensione. Ma se il suo mondo era scomparso, che mondo era quello? Un mondo opaco, incognito, diverso, opposto, un Altro mondo. C’era da averne paura?
Si incamminò lentamente. In strada non passava nessuno, era solo, avanzava nel niente di niente, attento solo a non deviare dal pezzetto di asfalto sotto i suoi piedi. Guardò il cellulare: nessun segno di vita. L’aveva caricato prima di partire ma ora era spento, provò a spingere qualche tasto, niente da fare, il telefono era morto.
Forse era passata mezz’ora, gli pareva molto di più, e aveva percorso poche decine di metri. Doveva solo camminare, camminare e non perdere la calma, e sarebbe arrivato da qualche parte, ma la calma se n’era già andata. Si sentiva agitato. No, si sentiva spaventato. Come se in quel mondo ci fosse solo lui e dovesse affrontare da solo il niente dell’universo.
D’un tratto vide una luce nella pancia scura della nebbia. Era una luce piccola, rossa, fioca e lontana. Pensò a quel lumicino che brilla nel bosco delle favole. Riprese a camminare, quella luce era la sua meta, la sua salvezza.
Proprio come nella favola, lui camminava, quasi correva ora, ma la lucina rossa sembrava allontanarsi. La strada faceva un’altra curva, la luce era scomparsa, ma infine ritornò a brillare, finalmente più grande, sospesa sopra la linea dei suoi occhi. Era l’insegna al neon di un bar, Biassanot c’era scritto. Per entrare bisognava salire tre gradini di mattoni.
In quel momento, dalla porta a vetri uscì un signore distinto vestito come a un matrimonio, un completo di lino blu, fazzoletto nel taschino della giacca, camicia di seta azzurra e un farfallino rosa. Il signore gli si avvicinò per sussurrargli all’orecchio: Si accomodi pure, le lascio volentieri il mio posto. Fece per dire grazie, ma il signore scese di corsa i gradini sparendo nella nebbia.
Entrò. Il locale era un unico grande stanzone con un pavimento di vecchie tavole di legno, la sala era illuminata da una lampada a soffitto, emetteva una luce rossa, che lasciava la sala in penombra. Nonostante l’ora, doveva essere almeno l’una di notte, il bar era pieno, tutti i tavolini erano occupati, uomini e donne vestiti eleganti, parlavano tutti a voce molto bassa, producendo un brusio di fondo indistinguibile. Si guardò intorno, gli era venuta una gran sete.
In fondo alla sala c’era un lungo bancone. Lo affrontò subito una barista alta e gentile con un completino azzurro cielo: Anche lei questa notte non riesce a dormire? Ha voglia di parlare o di ascoltare una storia? Si accomodi al suo tavolo, qui non serviamo al banco. La barista gli indicò un tavolo in fondo a sinistra, l’unico che aveva ancora una sedia vuota.
E per l’ordinazione? Può ordinare a me, disse la barista. È che sono un po’ scombussolato, si scusò, è una notte strana. Non deve preoccuparsi, tutte le notti sono strane. Vorrei qualcosa di forte, un Americano. Avrà il suo americano, ma ora faccia il bravo, vada a sedersi al suo tavolo, quello là in fondo.
Si accorse che le gambe facevano fatica a sostenerlo, barcollava, colpa di quella piccola avventura, pensò, e della nebbia, la stanchezza, i pensieri. Si diresse al tavolino che gli era stato indicato. Si sedette senza salutare nessuno e chiuse gli occhi; ecco cos’era, era stanco morto.
Forse si era addormentato per qualche secondo, lo svegliarono le voci dei suoi vicini, o forse dormiva ancora. In quel breve sogno aveva riconosciuto la voce di sua madre e una vecchia scena famigliare, era a tavola, aveva dodici anni e arrivava il suo solito rimprovero: Fammi il favore Alberto, guarda, sembri un sacco vuoto, stai composto sulla sedia.
Aprì gli occhi, o forse no; quella voce continuava: Non mi piaci così, hai la barba lunga, i calzoni sporchi, ti sei lasciato andare in questo ultimo anno. Si raddrizzò sulla seggiola e sbatté le mani sui jeans, erano tutti sporchi di terra.
La barista vestita di azzurro gli portò al tavolo il suo cocktail. Era proprio gentile: Signor Alberto si rilassi, sta andando tutto bene. Ma come faceva a conoscere il suo nome? Quella notte le cose strane cominciavano ad essere troppe.
Sorseggiò il suo Americano e finalmente alzò gli occhi e guardò chi gli stava di fronte. Era una signora minuta con un abitino a fiori, tutta china sul piano del tavolo e con in mano un fante di denari. Tutte le altre carte erano distese sul tavolo tra un bicchiere e l’altro.
La signora non badava a niente e nessuno, era totalmente impegnata in quel solitario che alcuni chiamano Lo Zoppo, dove le carte lunghe (Bastoni e Spade) si devono alternare a quelle corte (Denari e Coppe). Con molta fortuna e un po’ di abilità, alla fine tutte le carte devono tornare ordinate nelle case dei quattro semi. Ma Lo Zoppo non è un solitario generoso.
Quasi sempre qualcosa si blocca, i Re sbarrano la strada agli Assi, le carte lunghe non trovano un compagno tra le carte corte, E allora niente da fare, non si può più andare avanti, si raccolgono le carte, si mischia il mazzo e si ricomincia da capo.
Conosceva bene quel gioco. Era il solitario preferito di sua madre, ogni sera prendeva il mazzo e giocava allo Zoppo. Se il solitario non riusciva, sua madre aiutava la fortuna con qualche mossa non consentita dal regolamento, un piccolo imbroglio, un peccato di cui sua madre si autoassolveva. Hai imbrogliato ancora, le diceva, Ma lei rispondeva con un sorriso birichino alle sue proteste.
La signora del bar seduta di fronte a lui barava al gioco proprio come sua madre, usando la stessa furbizia, gli stessi imbrogli. Fu allora che si accorse che la signora col vestito a fiori era proprio sua madre, solo un po’ più giovane di come la ricordava e si meravigliò di non essere sorpreso da quella scoperta.
Era sempre stato convinto che un giorno l’avrebbe rivista e avrebbe di nuovo parlato con lei. Ma lei gli doveva qualche spiegazione. Che ci faceva in questo bar di nottambuli. Non era l’ora del tè e pasticcini, non era il suo posto questo.
Sua madre fece una breve risata: Ma Alberto, questo non è un bar, non te ne sei ancora accorto? Questo è un cinema. Il nostro cinema. Volevi sapere com’era dall’altra parte, e anch’io volevo saperlo. Tutti vorrebbero sapere la stessa cosa. Guardati intorno, qui è come al cinema. E durante l’intervallo ci portano anche qualcosa da bere.
Qui vediamo tutto quello che succede dall’altra parte. Non ci annoiamo mai. Sai, io vedevo anche te, ogni minuto della tua vita. Guardavo ma non riuscivo a sentirti. Il nostro cinema è a colori ma non ha il sonoro. Ti vedevo ma non ti sentivo. Fino all’ultimo, quando guidavi come un cieco nella nebbia.
Ascoltava sua madre senza capire di cosa parlava, cos’era questa storia balzana, cosa c’entrava il cinema, ma intanto sentiva il proprio respiro rallentare la corsa, i muscoli cominciavano a rilassarsi. Quel posto, quel bar o qualsiasi cosa fosse, gli sembrava un luogo sicuro. Si sentiva protetto, come non lo era mai stato. Si, stava bene, c’era un bel calduccio che invitava al sonno.
Ma si riscosse improvvisamente, pensò al suo viaggio, all’auto lasciata in strada, agli amici che lo aspettavano all’aeroporto. Si alzò e si diresse di corsa verso il bancone per pagare il suo cocktail. Ma intanto la luce rossa della sala si era spenta. Ora c’era solo un grande schermo bianco e cominciava la musica. La barista gli parlò sottovoce: Vada al suo posto, sta cominciando il secondo tempo. Vedrà, le piacerà.
In copertina: I nottambuli (Nighthawks) di Edward Hopper
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Presto di mattina. L’Assunta, varcar la soglia e uscire al sole
“È la morte un’aurora” (Turoldo)
Ecco si tendon le braccia le madri,
di gioia il grembo trasale all’anziana:
più del creato ora grandi parole
da quella soglia avvolgono il mondo.
Udì la voce per prima la sterile,
sentì la grazia il bimbo dal ventre:
quale mistero la carne nasconde,
cosa nascondono in seno le madri!
Udì la donna secondo natura,
il figlio invece secondo il mistero:
e tutto fuori appariva normale,
mentre la giovane prese a danzare:
con quale voce cantavi, Maria!
Gli antichi salmi parevan brillare
di luce nuova e fondere i colli,
e tutti i poveri ti odono ancora!
(D.M. Turoldo – G. Ravasi, Opere e giorni del Signore, Paoline, Cinisello B. 1990, 1412).
Canto scaturito dall’incontro di Maria con la cugina Elisabetta, ilMagnificat –sussulto di esultanza per il mistero nascente che le due donne portavano in grembo – lo si può leggere come lo spartito musicale/esistenziale in cui si sviluppa la storia e il distino dell’umanità, sulle note della vicenda del venire di Cristo, abbassato, umiliato nella morte, ed innalzato come uomo nella sua risurrezione. Così l’Assunzione di Maria comincia già con questo inno di esultanza, che diviene per noi un segno di sicura speranza, anticipazione e primizia, come il suo, di un compimento certo dell’umano.
L’Assunzione al cielo o la DormitioMariae (in greco “Koimesis” “sonno” o “dormizione”), così detta presso le chiese orientali, è la forma del suo morire. Dove, direbbe p. Turoldo “la morte è un aurora”, di più «un attimo d’aurora».
Ma la Morte è come varcar la soglia
e uscire al sole.
La Morte, atto d’amore,
ingresso all’universale Presenza…
È la Morte un attimo d’aurora.
che appena dispiega il nero involucro
della notte ai suoi piedi abbandonato…
O fratelli, Cristo si è incarnato
per uscire dalla vita
e assorbire la Morte,
per giudicare la vita da lontano
come una cosa perduta
e mettersi a cercarla.
Egli se n’è andato da Lui
per sentire la gioia del richiamo,
e gustare tutti i giorni
il Suo bacio fulminante.
Egli non ha lasciato più la carne
da quando è nato, d’allora
non ha lasciato un giorno di morire.
(Turoldo, O sensi miei… Poesie 1948-1988, Rizzoli, Milano 1997, 143-144).
Sulle labbra di Maria morente/dormiente l’ultimo sospiro, suo canto ultimo nei versi del suo cantore:
Tu hai voluto nascere, Tu hai scelto la Morte,
o Dio consorte dell’uomo.
Io vorrei morire come l’aurora
disfatta nel sole, come la notte
nell’ aurora, come la luce nella notte.
Sentire così
quanto dev’essere forte
l’abbraccio di Dio che mi ha fatto
per la mia Morte,
per questo spazio ricolmo
solo dal silenzio del Suo Verbo
risucchio di tutte le parole
(ivi, 142).
L’Assunta, donna dello sguardo dal basso
«Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,/ perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1, 47-48). La sua umiltà sta tutta nel suo sguardo dal basso. Lì comincia e da lì si è compiuta tutta la sua vita. L’umiltà, che equivale ad abbassarsi verso qualcuno, permette di assumere la vita nella sua interezza, perché apre lo sguardo sulla realtà più profonda; e poi come il seme nella terra, dalla terra si innalza, ma non più sola.
L’Assunta è allora colei che ha vissuto guardando con gli occhi della fede verso l’alto, ma senza mai distoglierli dal basso, dal soffrire umano. È colei che ha visto chiaramente anche là dove gli altri chiudevano gli occhi: l’umile storia dei poveri di Dio sotto e dentro i grandi eventi e le vicende sconvolgenti o salutari della storia e dei destini umani, e nel Figlio ne ha intravisto il riscatto, il cambio di sorte.
“Lo sguardo dal basso” è un inaspettato assist venutomi dalla lettura di alcune pagine di Resistenza e resa che raccoglie gli scritti della prigionia del pastore protestante e teologo Dietrich Bonhoeffer, scritte dal carcere di Flossenburg dove incontrò la morte per mano dei nazisti il 10 aprile 1945.
Egli scriveva: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi – in una parola: dei sofferenti.
Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vederla grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la riflessione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale», (Lo sguardo dal basso, in Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Queriniana, Brescia 2002, 40).
Senza terreno sotto i piedi
Alla domanda che cosa volesse fare della sua vita, Bonhoeffer rispose: “Imparare a credere” (Lettera del 21 luglio 1994) seguendo Cristo. Perché la fede è sequela, avvia una relazione interpersonale, si connota come peregrinazione e beatitudine.
E il concilio ha evidenziato questo tratto della fede in cammino, proprio in Maria, la peregrinazione della sua fede verso il tesoro nascosto, la perla preziosa: «Così anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, soffrendo profondamente col suo Unigenito», LG 58). Peregrinazioni di madre dietro le peregrinazioni del Figlio, transito della madre nella pasqua del Figlio.
Il terreno viene a mancare sotto i piedi a chi cerca nella fede un fondamento statico. La fede non è un punto inamovibile, un bene di rifugio in cui nascondersi estraniandosi dal resto; né certezza acquisita una volta per tutte. Semmai è itineranza continua, claudicante: l’altro mi manca; è rischiare tutto in avanti nell’altro e in lui sa essere certa la meta e la dimora. Speranza concreta che assume in sé il mistero del portare l’altro, solleva chi è in basso, fa suo tutto il travaglio che comporta il passare da un’umanità divisa e lacerata in frammenti a una pluralità pienamente unita.
La fede calca il sentiero che porta dall’uomo dal cuore doppio, instabile in tutte le sue vie, all’“anthropos téleios” (Bonhoeffer), all’essere umano compiuto che affronta con animo indiviso e compassionevole le frammentazioni, gli sconvolgimenti del mondo coniugando le esigenze di una spiritualità integralmente vissuta senza rinunciare ad una fedeltà alla terra e all’umanità fianco a fianco ad esse.
Suggestiva è allora l’immagine che di questa itineranza dà Bonhoeffer: «Noi ci troviamo nella stessa situazione di chi vuole camminare su un mare di lastre di ghiaccio galleggianti. Costui non può mai fermarsi, non può mai pensare troppo a lungo al prossimo passo, altrimenti gli manca il terreno e sprofonda nell’abisso; appena ha spiccato un salto deve subito pensare al prossimo, e poi ad un altro e ad un altro ancora, sotto di lui l’abisso e davanti, egli lo sa, la terra» (Cit. in A. Gallas, Anthropos téleios. L’itinerario di Bonhoeffer nel conflitto tra cristianesimo e modernità, Queriniana Brescia 1995, 332-333).
Attraverso la Pasqua riceviamo la forza della vita
L’assunzione di Maria è il suo “transitus”, è la sua Ascensione. l’Assunta così significa, ripresenta ed attua in lei lo stesso destino del Figlio: l’itinerario che lega insieme la risurrezione con la sua ascensione.
Annota in una lettera Bonhoeffer: «È da tempo che amo in modo particolare il periodo che intero corre tra la Pasqua e l’Ascensione. Anche qui è in gioco una grande tensione. Come possono gli uomini sopportare tensioni terrene, se non sanno nulla della tensione tra cielo e terra?» (Resistenza e resa, 356).
E alla madre dal carcere (10 aprile 1944) scrive: «È stato sempre molto importante per me il tempo che intercorre tra la Pasqua e l’Ascensione. Il nostro sguardo si dirige già a quest’ultimo evento, ma restano gli impegni, le gioie e i dolori che abbiamo su questa terra, ed è attraverso la Pasqua che riceviamo la forza della vita… preparato alle cose ultime, all’eternità, e tuttavia ben presente agli impegni, alle bellezze e alle pene di questa terra. Solo su questa strada possiamo essere, gli uni di fronte agli altri, del tutto lieti e tranquilli. Vogliamo ricevere, con le mani tese e aperte, ciò che Dio ci dona, e rallegrarcene di tutto cuore; e vogliamo rinunciare con cuore pacifico a ciò che Dio ancora non ci concede o ci toglie» (Resistenza e resa, 356).
Pasqua significa vivere partendo dalla risurrezione
E all’amico Eberhard Bethge scrive: «Pasqua? Il nostro sguardo cade più sul morire che sulla morte. Per noi è più importante come veniamo a capo del morire che non come vinciamo la morte. Socrate ha vinto il morire, Cristo ha vinto la morte. Venire a capo del morire non significa ancora venire a capo della morte. La vittoria sul morire rientra nell’ambito delle possibilità umane, la vittoria sulla morte si chiama resurrezione.
Non è dall’ars moriendi, ma è dalla resurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore. Se un po’ di persone lo credessero veramente e si lasciassero guidare da questo nel loro agire terreno, molte cose cambierebbero. Vivere partendo dalla resurrezione: questo significa Pasqua. Non trovi anche tu che la maggior parte delle persone non sanno a partire da che cosa vivono?» (ivi, 346).
Il Magnificat è come una lettera dell’Assunta anche per noi, in cui canta la sua esperienza di fede attraverso il suo sguardo dal basso, un invito che attraversa le generazioni a fare altrettanto, una porta che apre alla speranza.
Per Bonhoeffer, quando gli giungevano le lettere, era come se si aprisse la porta della prigione. Lo scriveva così ai genitori Karl e Paula: «Il bisogno di gioia è molto grande in questa casa tanto severa, dove non si sente mai ridere – e anche il personale di guardia, con le esperienze che si fanno qui, sembra aver disimparato a farlo – e ogni fonte di gioia, interiore o esteriore, la si sfrutta sino in fondo.
Oggi è la festa dell’Ascensione, un giorno di grande gioia per quanti credono che Cristo governa il mondo e la nostra vita. Il pensiero va a voi tutti, alla Chiesa, ai riti liturgici, cui da tanto tempo sono impedito, ma anche ai molti sconosciuti che in questa casa rimuginano silenziosamente sul loro destino. Questi pensieri e altri simili in fondo costantemente mi trattengono dal dare una qualche importanza alle mie piccole privazioni. Questo sarebbe ingiusto e segno di ingratitudine» (ivi, 86).
“La terra è fatta di cielo”
La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
(F. Pessoa, Una sola moltitudine, v. 1, Adephi, Milano 1979, 161).
Questi versi di Fernando Pessoa (1888-1935), uno dei maggiori poeti di lingua portoghese, paragonato a Luís de Camões (1524 circa – 1580), l’Omero della poesia portoghese, mi hanno fatto riandare a quelli iniziali di p. Turoldo “Ma la Morte è come varcar la soglia/e uscire al sole”.
E ho magnificato la poesia, che anche su questo è riuscita a giocare d’anticipo, ha colto prima del sentire della mia stessa fede la stessa esperienza di quando in montagna portavo i ragazzi lungo le mulattiere in salita, restavo dietro per l’età e per non perdere nessuno.
Quando li vedevo scomparire dietro le curve, più nessuno, né il loro vociare, solo silenzio e il vento tra le foglie, mi dicevo, sono oltre la curva della strada, e mi affrettavo allora – come quella volta di Maria verso la casa di Elisabetta – e al fine li vedevo di nuovo camminare svelti, svelti sul sentiero ancor più ripido verso la cima.
E in quel tempo di assenza, di vuoto, un attimo lunghissimo, pensavo ai miei cari morti e a quelli che mi avevano preceduto nella fede, nel sacrificio e nella fedeltà alla vita e li pensavo così come loro, i ragazzi, oltre la curva della strada.
Beata poesia e il suo poeta, che precorri la fede stessa e la rallegri rincuorandola con il tuo magnificat.
Il “Magnificat” di Pessoa, una teofania
E andando ancora oltre, fiducioso bracconiere tra i versi del poeta, sono rimasto in agguato tra le pagine di Una sola moltitudine. E vagando senza meta ho udito alfine il canto del suo Magnificat. Un testo che a detta della critica va oltre, trascende la moltitudine sparpagliata dell’al di qua dell’esistenza, di ieri e dell’oggi, proteso e disteso verso il domani segretamente atteso come ombra dell’aurora (la scrittrice Dalila Pereira da Costa vi ha intravisto come una “teofania”).
Pessoa nel suo ultimo pensiero, attendendo la morte scriveva: “non so cosa porterà il domani”. Domani, “Il mondo che non vedo” – titola una sua raccolta – e che ne richiama un altro del poeta “Quando mi desterò dall’essere desto?” come se la vita fosse solo un sogno, dormitio, per poi risvegliarsi; così sembrano far pensare anche le ultime parole del suo Magnificat: “Sorridi nel sonno, anima mia!/Sorridi anima mia: sarà giorno!
“Magnificat” di Fernando Pessoa: testo
Quando passerà questa notte interna, l’universo,
e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall’essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Sì, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!
(Ivi, 401).
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Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.
Quando arriva il Ferragosto
per la tristezza non c’è posto;
ai mari, laghi, monti o città
il divertirsi è una necessità.
Se sia giusto così io non lo so
ma sento che c’è chi dice “No”…
È la gente che è nell’ospedale
dove si guarisce stando male,
è la gente chiusa in galera
dove è quasi sempre sera,
sono le persone sui barconi:
rischiano vita ed abbandoni,
sono quelle senza un tetto:
una vita dentro lo zainetto.
Dico io, perché per una volta
non possiamo dire: “Ascolta”
e ci proviamo tutti insieme
a non considerare blasfeme
cose che son da trasformare
se riusciremo noi a cambiare.
Non è facile, io questo lo so,
ma basta coi “Vorrei ma però”.
Se faremo tutti la nostra parte
l’altruismo diventerà un’arte.
Se penseremo pure agli altri
non diventeremo solo scaltri.
Vivendo come essere umani
saremo artigiani del domani!
Dipende da noi, non dai destini,
siamo uomini e non manichini.
A tutti, e non solo a Ferragosto,
auguro un “Buon Contrapposto”.
Per leggere gli articoli diMauro Presinisu Periscopio clicca sul nome dell’autore
“Oggi vi sono parole per vendere, parole per comprare, parole per fare parole, ma sono scarse le parole per pensare” (Gianni Rodari)
Parole a capo <br> Sonia Tri: «Lasciami tutto il tempo per capire» e altre poesie
Lasciami tutto il tempo per capire.
L’energia dei semi di sesamo
di un pane chiaro sconosciuto
e nuvole basse per partire.
Per confondere i capelli bianchi
dell’umanità.
La pronuncia buona delle parole,
mai comprese di ogni dio.
Parlami delle stagioni,
quando trascorrevano leggere,
ed io non mi accorgevo,
di quanto fosse difficile vivere.
Dimmi che non si muore di solitudine
dopo avere sognato tutta la vita,
solo un po’ d’amore.
Dimmi che i rimpianti
non faranno sempre troppo male.
Che c’è ancora tempo per cambiare,
per scoprire che la libertà
ha il colore degli occhi dei bambini.
*
E’ per te che non ascolto
ogni rumore.
Che non seguo ogni direzione
del vento,
quando strilla forte
e tutto il resto
ammutolisce.
Siamo Cosmo nel silenzio,
Tu, io e ogni altra cosa
che esiste.
Nessuna guerra
renderà più forti i silenzi.
Siamo parte di un equilibrio
sconosciuto,
affine soltanto all’amore,
alla bellezza
dell’esistenza
e noi esistiamo.
Ora qui, per caso,
per mia e tua fortuna.
*
Mi piacerebbe
essere pioggia
per sentire la terra
impregnarsi e germogliare
Cadere fitta,
sul mondo.
Nelle notti di primavera,
nelle notti di guerra.
Nei suoi immensi silenzi.
Poi libera sul tuo viso,
sulle tue mani,
sul mare.
*
E ti prometto,
accada ciò che deve accadere,
che sarò sempre
l’anima dei pioppi,
dei giocolieri d’estate,
venuti da lontano.
Il teatro delle donne di ogni tempo,
con gli uomini in guerra
ed il nascondiglio della vita
in grembo.
Sarò sempre nella giustizia
di qualche dio comprensivo
e ti prometto anche che in me,
ci sarà sempre una realtà
più furba dei sogni.
Che non invecchierò mai,
se tu non lo vorrai.
Foto di Roman Grac da Pixabay
Sonia Tri nasce a Pordenone nel 1969. Appassionata di poesia, si cimenta presto nella composizione in versi. Due, le sillogi pubblicate : “Senti come respirano gli alberi” (2013) e “Tutti i colori del cielo a settembre” (2020). Presente in molte antologie, cura la pagina Facebook: “Le parole di Sonia Tri“. In “Parole a Capo” sono state pubblicate poesie di Sonia Tri il 6 giugno 2024, il 19 ottobre 2023, il 17 febbraio 2022 e il 1 luglio 2021.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 298° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Istantanee dalla Palestina di oggi e un’ elegia per i bambini ebrei e palestinesi di domani
Google è un formidabile strumento di ricerca, da usare con un minimo di consapevolezza e mantenendo il gusto per l’approfondimento. Se scrivi “Francesca Albanese” uno dei primi risultati che compare è quello di Govextra, e c’è scritto “sponsorizzato”. Vuol dire che Govextra.gov.il, sito dell’agenzia governativa di Israele che cerca di distruggere la reputazione della Albanese, paga Google perchè la maggior parte della gente legga lo sputtanamento.
Govextra è un sito fantastico, ti invito a visitarlo. L’impronta coloniale si coglie subito dal simpatico sottomenù, questo, curato dal Ministero per l’immigrazione: che ti invita, se sei un ebreo nel mondo che magari sta bene dov’è, a sceglierti il posto giusto dove “tornare alla Terra Promessa” (aliyah), con l’indicazione del numero di insediamenti di immigrati israeliani già presenti per ogni luogo. Tra le opzioni ci sono diverse città israeliane, e fin qui nulla di strano: inoltre però c’è il Golan, che è in Siria; Shomron, che è in Cisgiordania; Ariel, anch’essa in Cisgiordania, presa a colpi di missili e cannoni nel 1967 ma non riconosciuta da nessuno come territorio israeliano. Come se un’agenzia immobiliare ti dicesse “vieni, questa è casa tua, è la tua terra, che aspetti?”. Pensano loro a tutto. Tanto, se la terra è occupata, si trova fuori da Israele e ci vivono altre famiglie, non c’è problema: a farle sloggiare dalle loro case ci pensano i coloni e l’esercito. Tutto questo sul sito ufficiale del governo. (Nota: qualcuno sta iniziando a preoccuparsi anche a Cipro, leggi qui).
Archeologia coloniale
Nonostante tutto, i ragazzi israeliani continuano a farmi sperare. O almeno alcuni ragazzi.
E’ stato postato da un ragazzo bianco, ebreo, residente aTuwani, insediamento palestinese in Cisgiordania, che si vede piombare in casa di notte dei soldati israeliani armati, classico fare gentile, con al seguito dei coloni, che mettono a soqquadro il villaggio con il pretesto che lì un tempo c’era una antica sinagoga e quindi è terra ebraica, da colonizzare. Questo ragazzo spiega come stanno le cose: “se anche fosse vero, perchè assaltare il villaggio di notte con le armi? Se il vostro argomento è che qui gli ebrei non sono al sicuro, mi presento. Ciao, io sono ebreo, vivo qui. La “sicurezza degli ebrei” è una stronzata che Israele usa per colonizzare le terre palestinesi. Ad ogni modo, qui non c’era un’ antica sinagoga. E’ stata designata come tale da un colono “archeologo”, che è una vera e propria professione. I coloni pagano qualcuno per venire, osservare qualcosa e affermare che è di origine ebraica. Normalmente è un cumulo di pietre, ma si tratta di una scusa per rivendicare la proprietà della terra. Se chiedi a un sionista di spiegarti la storia di questi luoghi, sarà come se gli ebrei avessero vissuto qui fino a duemila anni fa, quando furono espulsi e poi non accadde nulla finché non tornarono alla fine del diciannovesimo secolo. Ovviamente non è così, nel frattempo ci sono state dozzine di civiltà che hanno contribuito alla cultura di questa terra. Ma la storiografia israeliana non è interessata a questo, perché il suo interesse è giustificare il progetto coloniale. Questo porta alla distruzione della storia. Ad esempio, nel sito archeologico di Silwan (Gerusalemme sud-est) stanno distruggendo interi strati di dati e manufatti solo per arrivare alla parte ebraica. Ho imparato che la storia, l’antropologia, l’archeologia e le scienze sociali possono essere utilizzate al servizio del progetto coloniale”. Con la sua testimonianza audio e video di 2 minuti, questo ragazzo ebreo ha mostrato la realtà in maniera più lampante di quanto possa fare un reportage o un saggio di storia.
Un’elegia per i bambini ebrei e palestinesi di domani
Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese-statunitense, che tocca le corde più intime dell’ umanità sepolta nei recessi della nostra anestesia. La si può reperire facilmente sul web superando la pigrizia e la sciatteria del nostro cazzeggio inutile. Invitata alcuni mesi fa a Oxford nell’ambito di un dibattito su Israele e Palestina, Susan Abulhawa ha fatto un discorso straziante e altissimo. Qui lo puoi vedere e ascoltare per intero, mentre a questo link puoi leggerlo integralmente. Su youtube ha 26.000 visualizzazioni, mentre dovrebbe averne 260 milioni. Se lo ascolti dalla sua viva voce, cosa che ti consiglio, fa ancora più impressione che leggerlo. Depurato dalle descrizioni più crude e intollerabili, sono irragionevolmente convinto che sarà il testo scolastico sul quale i bambini israeliani, palestinesi, caucasici, africani, asiatici riuniti nella stessa classe studieranno tra vent’anni la storia di questi orrendi mesi, e del tempo che li ha preceduti.
“Non capirete mai la sacralità degli ulivi, che avete tagliato e bruciato per decenni solo per farci dispetto e per spezzarci un po’ di più il cuore. Nessuno nativo di quella terra oserebbe fare una cosa del genere agli ulivi. Nessuno che appartenga a quella regione bombarderebbe o distruggerebbe mai un’eredità antica come Baalbak o Battir, o distruggerebbe antichi cimiteri come voi distruggete i nostri, come il cimitero anglicano a Gerusalemme o il luogo di riposo degli antichi studiosi e guerrieri musulmani a Maamanillah. Coloro che provengono da quella terra non profanano i morti, ecco perché la mia famiglia per secoli è stata custode del cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi, come atto di fede e cura per ciò che sappiamo essere parte della nostra discendenza e della nostra storia…. Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava avreste potuto spazzare via dalla terra. Siamo il suo stesso suolo. Noi siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché tutto ciò è stato nutrito dai nostri corpi e dalle nostre vite nel corso di millenni di continua e ininterrotta abitazione di quel pezzo di terra tra il Giordano e le acque del Mediterraneo, dai nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici, da ogni conquistatore o pellegrino che è venuto e se n’è andato, che si è sposato o ha violentato, amato, ridotto in schiavitù, si è convertito, insediato o ha pregato nella nostra terra lasciando pezzi di sé nei nostri corpi e nella nostra eredità. Le storie leggendarie e tumultuose di quella terra sono letteralmente nel nostro DNA. Non potete ucciderlo o portarvelo via con la propaganda, non importa quale tecnologia di morte usate o quali arsenali di Hollywood e società di media schierate. Un giorno la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera, sarà restaurata alla sua gloria multireligiosa, multietnica e pluralistica, ripristineremo ed estenderemo i treni che vanno dal Cairo a Gaza, a Gerusalemme, Haifa, Tripoli, Beirut, Damasco, Amman, Kuwait, Sanaa e così via, porremo fine alla macchina da guerra sionista-americana di dominazione, espansione, estrazione, inquinamento e saccheggio. … e voi o ve ne andrete, o imparerete finalmente a vivere con gli altri come pari.”
Susan Abulhawa
photo cover tratta da https://www.invictapalestina.org/archives/42302
“Ho vissuto due vite. La prima non l’ho scelta, mi è capitata. Solo adesso, dopo una lunga lotta l’ho addomesticata, riesco a tenerla a bada e mi fa meno paura.”
Così nel prologo del libro “Ero l’uomo della guerra. La mia vita da fabbricante di armi a sminatore” uscito nel 2023 per Laterza.
Incontro l’autore, l’ing. Vito Alfieri Fontana lo scorso 20 luglio, ad una presentazione del suo libro, nel gremitissimo Auditorium di un piccolo comune montano della provincia di Trento, Pellizzano. Ho scoperto l’iniziativa quasi per caso, passando per questo piccolo, ma vivace paesino, durante la mia breve vacanza in Val di Pejo.
Ad intervistare Vito, c’è Emanuela Arcaleni della Rete Insegnanti Italia, poiché la serata si inserisce nel percorso formativo di una Scuola interuniversitaria promossa da diversi Enti, tra cui il Dipartimento di Scienze Cognitive dall’università di Trento, la Cattedra UNESCO della Cattolica di Milano, l’istituto universitario Salesiano di Venezia, il Centro Studi CARE della Cattolica di Piacenza, l’NGO.
Dell’incredibile storia dell’Ing. Fontana, si è parlato e scritto solo qualche anno fa, in concomitanza dell’uscita del libro, ma credo che il nostro presente, così deprimente e negativo, abbia bisogno di ritrovare una bella storia con il suo carico di ottimismo e di speranza.
Vito Alfieri Fontana (foto A. Poggi)
Vito seguiva la costruzione e la progettazione di mine antiuomo nell’azienda di famiglia, la Tecnovar, in Puglia, una delle due aziende italiane che sul finire degli anni Settanta si spartiva il business di questi micidiali ordigni. Come ha ricordato all’inizio del suo intervento, lui stesso aveva progettato la mina TS-50 forse quella più micidiale e innovativa. Quindi la più richiesta, perché poteva entrare in azione anche a distanza di dieci anni dalla posa, mutilando e sfregiando senza pietà chiunque entrasse nelle sue vicinanze.
Il sofferto e travagliato percorso di redenzione da questo destino di morte Vito lo identifica in un preciso momento, nel 1993, quando aveva poco più di quarant’anni.
Suo figlio, che allora ne aveva circa otto, in auto, si trova casualmente a sfogliare uno dei depliant che pubblicizzano le TS-50 e comincia a tempestarlo di domande…
“Papà tu costruisci armi ?”
Alla sua inevitabile risposta affermativa, ecco il primo macigno che si stacca dal suo cuore.
“Perché proprio tu ?! Sei un assassino !!”
Anche se Ludovico, suo figlio, immediatamente si ritrae, spaventato egli stesso dalla gravità di quello che ha detto al padre, il dado è tratto.
Di lì a poco, arriverà la telefonata di Gino Strada, che al rientro da una missione umanitaria in Kurdistan, lo interpella brutalmente:
“Ingegnere, è una carneficina. Bisogna fare qualcosa !” Emergency arriverà dopo, ma la montagna comincia a franare, diventando una valanga inarrestabile quando Don Tonino Bello, con Pax Christi, lo invita ad un dibattito sull’argomento a Bisceglie, nell’ambito di quella campagna per la messa al bando delle mine che di lì a poco raggiungerà il suo obiettivo. Accetta e la discussione diventa inevitabilmente un atto di accusa. Ma come racconta, quando si è attaccati, ci si difende e così fa anche lui. Una domanda però arriva a segno:
“Ma lei cosa sogna la notte ? Che scoppi un’altra guerra per produrre tante mine e guadagnare un sacco di soldi ? Ma che razza di vita è la sua ?”
È la frana. Da allora la decisione è interiormente presa, ma cosa non semplice, va trasformata in atti concreti, contro la contrarietà del padre e con le difficoltà che la chiusura dell’attività pone in termini di posti di lavoro. Erano circa cinquanta i dipendenti della Tecnovar e la sua decisione inevitabilmente li coinvolgeva.
La seconda vita
La riconversione civile, anche se tentata, non è risultata praticabile. I margini operativi dichiara nel corso della serata, sono insostenibili, perché come confessa, il guadagno dell’industria bellica è fuori mercato e dove lavorano dieci operai, nel civile, ci si deve accontentare di uno solo e spesso non è sufficiente, perché la concorrenza al ribasso è la regola. Vito ha però il sostegno della moglie e dei figli. Tutto il contrario di quello che succede in un vecchio film di Alberto Sordi “Finché c’è guerra c’è speranza”del 1974, la cui scena cardine – proiettata durante la presentazione – mostra come la coscienza si possa tacitare pur di continuare a fare la bella vita, visti i margini di profitto che il settore bellico assicura a chi lo frequenta. Lo ricordiamo tutti: “Pecunia non olet”.
È il 1997, anno in cui il Senato italiano ratifica la Convenzione di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo e Nicoletta Dentico, anima della Campagna internazionale che ha portato a questo straordinario risultato viene insignita del Premio Nobel per la Pace. Vito è senza lavoro, quando viene invitato proprio dalla Dentico a partecipare ai lavori conclusivi della Convenzione ad Oslo. La sua esperienza professionale nel settore diventa infatti preziosa per seguire i famosi dettagli in cui si nasconde il Diavolo. Lo rivela lui stesso, raccontando di come la sua conoscenza tecnica abbia scongiurato una serie di “tranelli” normativi che rischiavano di inficiare la scrittura di alcune importanti prescrizioni. La sua seconda vita inizia di lì a poco, nel 1999, quando sente uno spot di INTERSOS che ricerca sminatori per il Kosovo. Il 15 settembre dello stesso anno atterra a Pristina e comincia quella che definisce la sua “terapia”. E’ stato in Bosnia ed in Serbia. Quasi vent’anni a sminare territori fortemente compromessi, restituendo la tranquillità di tornare a vivere nelle proprie case a migliaia di persone. Adesso dorme meglio, ma il peso di quello che ha fatto nella sua prima vita continua a pesare.
L’attualità
Qualcuno dal pubblico gli chiede come giudica la recentissima decisione del Presidente dell’Ucraina di uscire dalla Convenzione di Ottawa, a cui il suo Paese ha aderito a differenza della Federazione Russa, che con Stati Uniti, Cina, Israele e Vietnam sono attualmente gli unici grandi attori internazionali che non l’hanno sottoscritta. Pur riconoscendo la palese asimmetria della situazione e l’utilizzo che la FR sta facendo di questi ordigni micidiali, pensati solo ed esclusivamente per far ‘male’ in modo indiscriminato soprattutto alla popolazione civile, Vito ha ricordato che sul piatto della bilancia da una parte ci sono le regole, ma dall’altra i fondi per lo sminamento. L’Ucraina ne ha fortemente bisogno, perché ci sono vaste aree del paese interessate da questo flagello. Ha raccontato che nella sua attività di sminatore ha trovato mine piazzate nei frigo, negli sciaquoni e via discorrendo. Scelte letali e totalmente amorali, se si vogliono usare queste categorie concettuali. Uscire dalla Convenzione dunque, secondo lui ha un’esclusiva valenza politica. I tempi materialmente sono lunghi e quindi Zelensky punta probabilmente sull’effetto annuncio, come ulteriore estrema forma di pressione internazionale.
Ma la legalità internazionale è ormai in caduta libera. Come conferma, semmai ce ne fosse bisogno, l’uso spregiudicato che si sta facendo della nuova arma che sta soppiantando come amoralità estrema, quello delle mine antiuomo. Sono sicuro che avete già capito che sto parlando dei droni. Ho fatto una domanda specifica su questo argomento a Vito. Gli ho chiesto se la Convenzione di Ottawa o qualche altro Accordo internazionale, prevede una qualche forma di regolamentazione sulla costruzione, la commercializzazione e soprattutto l’uso dei droni a fini bellici. Ci sono discussioni, ma non esiste al momento alcun accordo sui droni in scenari di guerra.
L’argomento è estremamente complesso e vale la pena riprenderlo in altro momento. Con Vito ci siamo lasciati con la promessa che avrei cercato le risorse per invitarlo a Ferrara, perché la sua storia deve essere ancora raccontata.
In copertina: Vito Alfieri Fontana, immagine Vicino/Lontano
QUINDI I DUE CONCERTI AL PARCO URBANO DI FERRARA SONO TUTELA DELL’AMBIENTE?
SCRIVIAMO A LEGAMBIENTE E A VASCO UNA LETTERA COLLETTIVA DI PROTESTA.
Caro Vasco Rossi, Cara Legambiente
Sono felice che a Ripescia sia stato attribuito a un autore tra i più amati in Italia un premio per la cultura della pace e la tutela dell’ambiente, tutti noi fans ne siamo orgogliosi, ma i premi non si vincono con le dichiarazioni , quelle non costa niente farle, ma soprattutto con la coerenza nelle pratiche e nelle azioni che si svolgono nel proprio lavoro, e nei comportamenti individuali, specie quando la persona premiata è assunta a simbolo da tante e tanti, giovani e meno giovani
Per un musicista queste praticano si identificano anche i concerti e con il modo con cui questi si organizzano e nei luoghi dove si svolgono. A Ferrara sono stati programmati e annunciati in pompa magna i due concerti di apertura del Vasco nel Parco urbano Giorgio Bassani di Ferrara. Per chi non lo sa è un parco pubblico ed un un luogo ricco di biodiversità ed ha un valore simbolico forte, usato dai cittadini e non adatto a ospitare eventi che porteranno più di 100.000 persone. Vi è già stato un precedente: il concerto di Brice Springsteen del 2023 che ha coinciso con la prima alluvione in Romagna, viste anche le abbondanti piogge che richiesto di riempire l’area del concerto di paglia per drenare l’impatto dei campi bagnati. Il parco ne è uscito devastato e ancora non si è ripreso. Questa vicenda ormai in Italia è diventata paradossale e riguarda le amministrazioni sia di destra che di sinistra e riguarda l’abuso degli eventi come attività necessarie per il rilancio economico, culturale e internazionale di città e di territori che non sono in grado di pianificare il proprio sviluppo.
La vittima prima di tutto è la città come bene pubblico e di conseguenza il diritto alla città per tutti. La politica devastante degli eventi ad alto impatto musicale sta: determinando la privatizzazione di porzioni ampie della città con vantaggi a favore delle agenzie private che promuovono gli eventi; rende impossibile la vita quotidiana delle persone che abitano attorno ai luoghi degli eventi come nel caso della piazza rinascimentale Ariostea di Ferrara; si danneggiano e si degradano luoghi storico-monumentali; si devastano luoghi ambientalmente delicati quali sono i parchi e i giardini come il parco urbano di Ferrara, il parco reale di Monza, nel parco mediceo di Pratolino o l’esedra di Palazzo Te a Mantova. Luoghi molto diversi ma accomunati dalla delicatezza che può essere patrimoniale o ambientale, associata anche alla biodiversità.
Il tour di Vasco Rossi si svolge in gran parte in stadi: perché non a Ferrara visto che abbiamo uno stadio di serie A senza squadra? E l’aeroporto, visto i soldi pubblici che spenderemo, non lo potremmo utilizzare anche per questo evento? Certo che si potrebbe, ma il potere che comanda ha bisogno di rivendicare continuamente la sua autorità e siccome il Comune di Ferrara ha deciso, stoltamente, di farlo nel parco urbano non si prendono nemmeno in considerazione i rilievi dei cittadini e delle associazioni preoccupate per l’impatto di questi eventi.
Vasco Rossi visto che hai ricevuto un premio per la tutela ambientale questi piccoli problemi te li poni? Sei disposto a discuterne?
AMICI DI LEGAMBIENTE DI FERRARA E DELLA EMILIA-ROMAGNA CHE NE PENSATE DI QUESTO PREMIO E DI QUESTA VICENDA ?
Forse sarebbe opportuno indirizzare una lettera collettiva all’artista, visto che le istituzioni sono sorde ricordandogli che il rapporto tra tutela dell’ambiente e legalità si esercita anche nel rispetto dei diritti di tutti i cittadini, e anche dell’ambiente. Gli spazi per fare concerti non mancano, basta solo la buona volontà.
Cover: Il laghetto del Parco Urbano Bassani a Ferrara (foto Valerio Pazzi)
“Un giorno quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”.
Dopo tre settimane di devastanti bombardamenti su Gaza, Omar El Akkad il 25 ottobre 2023 ha pubblicato queste parole dal tanto valore profetico quanto quello espresso un anno prima da Alpha Blondy in Pompier pyromane (pompiere piromane), una canzone contro la guerra che denuncia la manipolazione delle masse e tutti coloro che, ipocritamente, pretendono di risolvere conflitti che hanno volontariamente creato e dai quali traggono vantaggio.
“Tu vendi le armi che fanno soffrire le nostre anime Tu attizzi le fiamme che spegni con le nostre lacrime. Il padrone dell’universo spezzerà il tuo cuore di pietra. Egli sente le nostre lacrime, egli sente le nostre preghiere. Parli della crisi, ma sei tu la crisi. Bombardi le moschee, bombardi le chiese. Le moschee corrono in aiuto delle chiese Oh!!! Le chiese corrono in soccorso delle moschee. Le Nazioni Unite non sono più credibili !! E le nostre lacrime non sono udibili !!”.
L’ultima puntata del reality Temptation Island è stata seguita da 4 milioni e seicentomila telespettatori, con uno share che ha sfiorato il 33%.
Anch’io faccio parte del cospicuo gruppo, che sta per raggiungere il numero degli italiani caduti in povertà assoluta, che sono circa 6 milioni. Devo ammettere che è stata un’esperienza interessante, a tratti tragica, a tratti di una comicità esilarante.
Per chi si fosse sdegnosamente rifiutato di assistere al “viaggio nei sentimenti” in diretta, riporto brevemente lo schema della trasmissione: alcune coppie in crisi per vari motivi si recano su un’isola dove vengono separati: le fidanzate vanno nel villaggio femminile e i fidanzati in quello maschile con l’assoluta impossibilità di comunicare fra loro. Entrambi i gruppi sono circondati dai “tentatori”; per i maschi ventenni in perizoma di conturbante bellezza, le fidanzate sono invece tentate da giovani maschi palestrati, ipertatuati e galanti. Nei due villaggi giochi, apertivi, feste e piscina rallegrano i fidanzati/e che appaiono ben presto consolarsi della lontananza del partner, circondati come sono da ogni comfort. Il tutto viene ripreso h24 da una telecamera, con l’aggiunta della registrazione di alcune interviste sul partner ai componenti della coppia . Quando viene ripreso qualcosa di compromettente il video viene mostrato alle fidanzate e ai fidanzati.
E qui è scattato l’aspetto tragi-comico della trasmissione: la reazione dei fidanzatinel vedere la partner sedotta, sfiorata se non toccata, abbindolata dal tentatore è stata quasi sempre di una violenza spropositata: tavoli e porte sfasciate, corse all’impazzata sulla spiaggia, urla isteriche e minacce.
Il tutto appariva realmente ridicolo, se non fosse in preoccupante linea di continuità con la ferocia dimostrata da giovani esecutori di recenti femminicidi e stupri.
In sintesi è stata messa in scena la totale mancanza di autocontrollo emotivo maschile di fronte anche solo al rischio dell’infedeltà e del rifiuto femminile. Non una parola su questo da parte del conduttore/moderatore della trasmissione.
La reazione delle fidanzate al contrario è stato quello, altrettanto stereotipato e pericoloso, della negazione: di fronte ai comportamenti “adulterini” del fidanzato, piangevano, non volevano vedere, volevano andarsene.
Un altro aspetto che procurava ilarità, se non facesse realmente piangere, è stato il livello di conoscenza dell’italiano dei partecipanti; alcuni parlavano esclusivamente in un dialetto incomprensibile che avrebbe avuto bisogno dei sottotitoli, altri inventando espressioni bizzarre nel tentativo di parlare un italiano “forbito”, tutti, a parte il conduttore, con scambi linguistici che hanno il solo merito di essere la vera rivincita degli immigrati.
All’analfabetismo linguistico si sono aggiunte alcune perle culturali: un fidanzato, oltre ad aver detto che nessuna donna gli ha mai resistito, si è proclamato terrapiattista, credente nell’esistenza dei dinosauri mai estinti e negazionista sul fatto che l’essere umano sia approdato sulla luna. L’unico dato certo è che neanche la sua maestra gli ha resistito, abbandonandolo alla soglia della terza elementare.
Il livello culturale dimostrato dal reality più seguito dagli italiani conferma i preoccupanti risultati delle prove INVALSI del 2025, che attestano che solo il 60% degli alunni conseguirebbe la sufficienza nella comprensione dei testi scritti al nord, mentre al sud la percentuale scende sotto il 50%.
Senza entrare nel merito se fidanzati e tentatori siano pagati o meno, se la trasmissione sia già preparata, si sa con certezza che rappresenta il trampolino di lancio per avere visibilità ed entrare nel circuito televisivo, ora che l’Italia offre ben poche possibilità di ascesa lavorativa e sociale. Motivo in più per utilizzare criteri di selezione dei concorrenti che rispettino i livelli minimi della decenza, dell’educazione e della cultura in una trasmissione seguita da milioni di italiani.
Cover: Temptation Island: Siria si separa da Davide – immagine di Heute.at
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In un suo recente articolo sul Financial Times, Stuart Kirk lancia una provocazione che merita attenzione: “I numeri non contano più nulla”. La tesi è semplice quanto inquietante: viviamo in un’epoca in cui i dati, pur essendo ovunque, non orientano più le decisioni, non convincono, non generano reazioni proporzionate.
Il numero, da strumento di verità, è diventato simbolo vuoto, ornamento retorico, merce di scambio emotivo: il caso recente dei dazi americani ne è un esempio lampante.
Kirk elenca alcuni esempi emblematici: il debito pubblico statunitense cresce vertiginosamente, ma i mercati restano impassibili; le stime sui droni distrutti in Ucraina oscillano senza suscitare scandalo; le cifre sulla crisi del fentanyl vengono gonfiate senza conseguenze politiche; la valutazione di OpenAI si moltiplica senza che i ricavi la giustifichino. Il numero, insomma, non produce più realtà, ma la simula.
Questa diagnosi, pur centrata sul mondo finanziario e mediatico, apre a una riflessione più ampia: la crisi del numero è la crisi di un intero paradigma conoscitivo. Il dato, che avrebbe dovuto garantire trasparenza e oggettività, si è trasformato in strumento di opacità, in maschera ideologica. Non è più ciò che illumina, ma ciò che nasconde.
E dunque chi pensano di impressionare? Chi credono di poter continuare a convincere i signori (politici in testa) del cosiddetto infotainment?
Davvero si continua a pensare che siamo tutti condizionati o sedotti dal numero di followers o da quello dei downloads? In poche parole: i numeri contano ancora?
La cifra – anche il famigerato numerone detto gooogol (10100) – non riesce più a far presa come una volta. Non cattura. Non innesca alcuna reazione emotiva. Non incuriosisce.
Non conta più.
I morti a Gaza possono arrivare a 100.000. Chi si scandalizza?
I bambini morti per denutrizione oggi sono stati “appena” 21. Chi valuta (valorizza) o percepisce questo dato come UN fatto?
Che valore effettivo hanno oggi 100.000,21, il gooogol?
Zero.
Siamo vissuti e ci siamo “adattati” a un ambiente in cui il dato è stato (e vorrebbe continuare ad essere) la misura di tutte le cose: ogni aspetto dell’esistenza viene macchinalmente tradotto in numeri, e da questi derivano poi grafici, algoritmi con la promessa (o forse l’illusione) di una conoscenza più oggettiva, più precisa, più efficace. Più “utile”.
Ma oggi si avverte un senso diffuso di smarrimento, di disconnessione, di stanchezza. I dati abbondano e ci abbandonano subito, il significato dei numeri sembra sfuggire.
In questo scenario, due pensatori contemporanei – Byung-Chul Han, filosofo della società digitale, e Tim Ingold, antropologo della percezione e dell’abitare – offrono una critica radicale al dominio del dato numerico.
Pur provenendo da ambiti disciplinari differenti, entrambi mettono in discussione l’idea che la realtà possa essere compresa, governata o vissuta attraverso la sola quantificazione.
Nel pensiero di Byung-Chul Han, il dato, nella sua apparente neutralità, diventa lo strumento privilegiato di una nuova forma di controllo: la psicopolitica. Secondo questa analisi ognuno di noi è auto-sfruttato. Si misura, si monitora, si ottimizza. Il dato diventa il linguaggio della performance: passi, battiti, like, produttività, attenzione.
Han denuncia anche l’ideologia della trasparenza, che pretende di rendere tutto visibile, quantificabile, accessibile. Ma ciò che è completamente trasparente è anche piatto, privo di profondità, incapace di generare fiducia o mistero. La trasparenza, lungi dall’essere un valore democratico, diventa un dispositivo di sorveglianza e di conformismo.
Nel suo libro Infocrazia, Han mostra come l’eccesso di informazione non emancipi, ma disorienti. Il dato, isolato dal contesto, perde la sua capacità di orientare l’azione. La verità si dissolve nel rumore. La conoscenza si riduce a gestione dell’informazione, e il pensiero critico viene sostituito da reazioni immediate, da “click”.
Riflettendo su questa smaterializzazione del mondo, Han ci apre lo sguardo su quei simulacri digitali, come i dati appunto, che ci allontanano dal reale, dal corpo, dalla relazione. Il dato, in quanto astrazione, non ci coinvolge, non ci trasforma, è semplicemente un sapere senza esperienza.
E per Han il dominio del datoè il volto contemporaneo del potere: un potere che seduce invece di reprimere, che misura invece di comprendere, che isola invece di connettere. Contro questo dominio, Han invoca un ritorno alla lentezza, alla contemplazione, al corpo, come luoghi di resistenza e di verità.
Tim Ingold, antropologo britannico, ha dedicato gran parte della sua ricerca a mettere in discussione le modalità con cui le scienze sociali e naturali rappresentano il mondo. La sua critica al data-centrismo nasce da una profonda attenzione al modo in cui gli esseri umani vivono, percepiscono e apprendono nel mondo.
Ingold rifiuta l’idea che la conoscenza consista nell’estrazione di informazioni da un oggetto esterno. Al contrario, propone una “dwelling perspective”, una prospettiva dell’abitare, in cui conoscere significa essere coinvolti, immersi, trasformati dalla relazione con ciò che si studia. In questa visione, il sapere non è una mappa, ma un sentiero; non è una rappresentazione, ma un’esperienza.
Uno dei concetti chiave del suo pensiero è quello di linea: la vita non è fatta di punti (come i dati), ma di trame, percorsi, intrecci (meshworks). Le linee sono i segni del movimento, dell’interazione, della crescita. I dati, al contrario, sono statici, isolati, privi di tempo. In questo senso, il data-centrismo è una forma di reificazione, che congela il fluire della vita in istanti misurabili.
Questa visione ha profonde implicazioni per la scienza, l’educazione, la politica. Ingold ci invita a riscoprire la corporeità, la manualità, la lentezza, contro l’astrazione e la velocità del dato. La conoscenza incarnata è una conoscenza che si fa nel fare, che si costruisce nel gesto, che si trasmette nel contatto.
In sintesi, Ingold ci propone una via alternativa alla conoscenza come dominio: una conoscenza situata, relazionale, processuale, che non cerca di possedere il mondo, ma di abitare il suo mistero.
Pur provenendo da tradizioni e discipline differenti, sia Han che Ingold convergono su questo punto essenziale: la conoscenza non può essere separata dal corpo, dal tempo, dalla relazione.
Insieme, Han e Ingold ci offrono una doppia lente per leggere il presente: una che smaschera le illusioni del data-centrismo, l’altra che ci invita a riscoprire la conoscenza come esperienzaincarnata, relazionale, trasformativa.
In un mondo che misura tutto ma non sente più nulla, queste analisi sono un invito a resistere con la lentezza, con la cura, con la parola. A rifiutare la riduzione della vita a dato, e a riscoprire la conoscenza come forma di attenzione, di responsabilità, di trasformazione reciproca.
Perché solo una conoscenza che tocca può ancora salvarci dal dominio del dato e dal gelo di una… intelligenza e una coscienza artificiali.
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Anas Jamal Mahmoud al-Sharif, che la sua polvere si depositi sul male del mondo
Anas Jamal Mahmoud al-Sharif, nato 29 anni fa nel campo profughi di Jabalia è stato, insieme ai chirurghi di guerra ed agli unici giornalisti presenti in Gaza – cioè quelli che già ci vivevano – il giornalista/testimone che ha riportato nelle climatizzate case in piedi del mondo anestetizzato le immagini e voci delle case distrutte nello sterminio che il governo israeliano sta compiendo. On the ground, esattamente in mezzo alle macerie e alla polvere delle bombe. Questo, fino al 10 agosto 2025. Uso il passato prossimo perché da oggi, undici agosto 2025, il corpo di Anas è anch’esso polvere nel deserto, portata dal vento di Gaza. E’ stato polverizzato, dentro la sua tenda montata vicino all’ospedale Al-Shifa, da un aereo israeliano, insieme ad altri quattro colleghi che lavoravano per Al Jazeera.
Gli avevano costruito addosso l’etichetta di militante di Hamas: un po’ come se ogni giornalista occidentale che riportava i fatti da Afghanistan, Iran, Iraq, Libano, Siria, fosse considerato un agente della CIA. Gliela avevano giurata diverse volte, intimandogli di andarsene da Gaza, ma avevano commesso l’errore di ammazzare suo padre malato bombardando la sua casa a Jabalia, a dicembre 2023. Se c’era una possibilità su un milione che Anas decidesse di mettersi in sicurezza uscendo da Gaza (non per paura, ma per salvaguardare la possibilità di continuare a raccontare in futuro), quella possibilità se la sono giocata ammazzando suo padre. A quel punto non gli restava che farlo fuori, cosa che hanno puntualmente fatto. Immagino lui sapesse di avere il tempo contato, ma niente gli ha impedito di continuare a fare reportage in mezzo alle macerie. Nemmeno il fatto di avere due bimbi da riabbracciare fuori da Gaza. A questo link il ricordo di Anas da parte del suo editor di Al Jazeera, rilasciato oggi alla BBC. A questo link il servizio di Al Jazeera con il commento del giornalista, saggista e sociologo di Betlemme Marwan Bishara sull’assassinio di Anas, che lui non esita a definire opera di un primo ministro “bugiardo ed assassino psicopatico”.
E’ forse la prima volta che avere addosso un giubbotto con scritto “PRESS” ti rende un obiettivo, invece di conferirti una protezione. Il governo israeliano ha passato un ulteriore segno oggi. Ed è incredibile quanto poca pressione Israele patisca ancora, nonostante tutti i tabù che infrange. Immagino dipenda dal fatto che il mondo occidentale non riesce a fare i conti con il suo tabù, il suo gigantesco senso di colpa per un Olocausto maturato proprio nel cuore dell’Europa. Certo, ci sono anche i grandi intrecci geopolitici ed economici che rendono il potere israeliano molto più influente sul mondo rispetto a quello che denuncerebbero le sue modeste dimensioni come Stato. Tuttavia, la scura percezione è che, per una volta, tutto questo potere militare ed economico non sia la causa prima dell’intollerabile tolleranza verso il colonialismo messianico e omicida israeliano, quanto piuttosto una mostruosa conseguenza del tabù mai elaborato dell’Olocausto. La prospettiva peggiore immaginabile, è che il mondo stia preparando un futuro nel quale un governo fanatico che si dichiari rappresentante di un popolo perseguitato dalla storia rischia di diventare il prossimo persecutore psichiatrico collettivo di un altro popolo, o di una civiltà. In realtà l’Occidente ha già sofferto i danni di questa follia: a partire dall’11 settembre, a seguire con gli attentati suicidi di stampo islamico. Non c’è proprio niente oggi che faccia sperare in un futuro migliore.
Ai link seguenti alcune testimonianze del lavoro di Anas Jamal Mahmoud al-Sharif. L’esercito israeliano ha appena rivendicato la sua uccisione. Che la sua polvere si depositi sul male del mondo.
Lezioni dalle rovine è un libro di 150 pagine. La durata della lettura non si può stabilire, ma certo interromperla è arduo: questo è un libro che, quando inizi a leggerlo, affonda e compie un’opera dentro di noi.
In copertina c’è una foto dell’autore da giovane, ritratto nel parcheggio di un supermercato: Davide Bregola (Vedi anche su Periscopio), nativo di Bondeno come mia madre. L’editore è Avagliano da Roma, il libro è uscito quattro mesi fa. Nell’aletta posteriore è scritto che si tratta di un memoir, e poi “Conversazioni con Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari, Marosia Castaldi”.
Io, questo libro lo ho letto tre volte. La prima senza quasi fermarmi. La seconda ho fatto segni a matita, la terza ho colorato attorno ai segni. Poi ci ho dormito su. Al risveglio ero certa che Trevisan, Bellintani, Ferrari e Castaldi, e il narratore che di loro scrive – il narratore è sempre un narratore, un’entità narrante, in questo caso è l’autore Davide Bregola, sì, ma anche una sua voce altra – insomma, ciò che sognai è che tutti e cinque avevano scritto e pubblicato una plaquette.
Una plaquette, cioè uno di quei libri di poesia che combattono come ogni libro con lo spazio e il tempo, la composizione, la qualità di carta e caratteri – i costi, insomma – ma in più con il periglio delle poche pagine, della legatura, del discorso poetico. E queste cinque plaquettes – formato lungo, copertina in bristol avorio – stavano dentro il sogno, dentro un sacchetto di tela bianca con la scritta Fosse Venturi Stagionatura Formaggi, Sogliano al Rubicone (FC): è la sacca in cui tengo il mouse quando non lo attacco al portatile, quando non scrivo. Perché io scrivo a mano, oppure mi serve un mouse – il touchpad mi confonde e non lo tocco.
Touchpad, portatile, plaquette – sembreranno roba da cremin, da ragazzi cresciuti a Nutella e skipass, da fighetti, insomma? E leggere tre volte lo stesso libro, di questi tempi, per una zdòra della mia età, sembrerà un privilegio? E avere avuto in regalo un formaggio di fossa? Non cercherò argomentazioni, a favore né contro. Non voglio argomentare. Voglio dire, o più spesso non dire – argomentare, questa volta, no.
Dopo la terza volta che ho letto Lezioni dalle rovine, non ero più sicura che si trattasse di un memoir, e nemmeno di conversazioni. Poi ho sognato le plaquettes, nella sacca di Fosse Venturi, e ora mi sta bene che il libro sia un memoir e che si tratti di conversazioni. Non saprei argomentare su questo passaggio – prima del sogno, dopo il sogno. Lo sento, non lo so.
Il sottotitolo del libro è stampato tra parentesi (Leggere, scrivere, vivere).
E in corsivo e tra parentesi sono i titoli dei quattro capitoli, ciascuno dedicato a uno dei quattro autori. Rispettivamente
(resoconto)
(elaborazione da un’immagine)
(nostri ragni)
(cavi)
Sulla soglia dei quattro capitoli stanno quattro citazioni in exergo, quattro frammenti. Rispettivamente Albert Camus, Iosif Brodskij, Cees Nooteboom e Franz Kafka – un frammento ciascuno. (Solo a me, che sono ferrarese fuori sede, vengono in mente le statue dei quattro santi sul ponte di San Giorgio?)
Un capitolo dopo l’altro appaiono, nel libro, il narratore e attore e regista Vitaliano Trevisan, vicentino; il poeta e scultore e applicato di segreteria Umberto Bellintani, e il suo paese – Gorgo, San Benedetto Po, un nome che è già topografia; il poeta Ivano Ferrari, prima macellaio poi bibliotecario, e custode, da Mantova; la narratrice, pittrice e scultrice, e insegnante di scrittura, Marosia Castaldi da Napoli.
Con loro, il narratore intesse conversazioni.
Cioè: di loro racconta. Dei suoi incontri con loro, racconta. Delle loro scritture, racconta. Con loro parla, a volte, nel libro.
Trevisan e la sua ringhiosa rettitudine, certe presentazioni di suoi libri in città e paesi, asprezze e scazzi, morose, il cane Dean Martin, scritture e rovine;
Berto Bellintani conosciuto in un’antologia, poi in un bar di paese a giocare a carte, ma ancor prima al vernissage di uno scultore di land art, in campagna, tra Mantova e Cremona;
Ivano Ferrari, anche lui conosciuto in antologia, anche lui mantovano, anche lui in disparte, “infastidito da qualsiasi etichetta, norma o cerimoniale”;
Marosia Castaldi e i suoi romanzi, a partire dal libro che lo stesso Bregola le chiese, poi curò e pubblicò per un piccolo editore indipendente, almeno quindici anni fa, e i rari incontri tra loro due, autrice e responsabile di collana, nel ricordo che si sfoca e sfuma.
Nessuno dei quattro capitoli è solo conversazione, incontro, racconto, con un autore o un’autrice. Eppure tutto il libro – centocinquanta pagine – è tramato di racconti, incontri e conversazioni.
C’è infatti il racconto – in frammenti, legati però con un filo invisibile – della vita del narratore: un adolescente che scopre un poeta in un’antologia – un poeta proletario, un poeta della bassa mantovana come lui; che va a scuola in treno, va in biblioteca, poi pensa a quale facoltà iscriversi e a come rinviare il servizio militare; lavora come manutentore elettromeccanico stagionale in una ferrovia locale, lavora nella filiale locale – prossima alla dismissione – di un’industria casearia, in un’agenzia editoriale di provincia, come venditore di libri, come organizzatore di eventi culturali, come responsabile di collana.
Da autore si fissa su temi come verità e felicità, poi si perde; scrive, non scrive, diventa padre, poi scrive questo libro di cui sto dicendo, Lezioni dalle rovine.
C’è la pianura e c’è il Po, in questo libro, e gente che gravita sull’argine, c’è Ferrara città ducale e surreale (e la gente che vive assieme al narratore e attorno a lui, pagine davvero indimenticabili), Mantova citt e c’è la terra in sé, la terra come campagne e paesi, linee ferroviarie e fiumi, canali e strade – la terra lontana dalle città.à ducale e i suoi laghi, il Mincio, e Verona e Cremona e Pesaro…
E ci sono cisterne e binari, officine e valvole e pompe, compagni di lavoro e capireparto, attrezzi e vestiti; e uffici e magazzini e librerie, utilitarie, furgoni e vagoni. E libri. Dagli autori narrati – tre autori e un’autrice, tutti e quattro già morti da anni – alle vite di amici e colleghi e alla lettura, alla scrittura, tutto esonda in tutto. La vita e la lettura e la scrittura, come dice il sottotitolo tra parentesi, stanno assieme. Certo. Mai sono state separate. C’è chi le intende separate, affari suoi.
Poi c’è un capitolo finale: che si intitola
Capitolo fantasma
(la fine)
e qui il narratore si avvicina più che mai all’autore, infatti parla con il tu a Marosia Castaldi: le racconta di sé stesso a cinquant’anni, della sua bambina piccola, della sua vita ora, e dice a Marosia quanto sono importanti i libri di lei, di Marosia. Lei è morta già da anni, ma noi a chi parliamo di noi stessi, della nostra vita?E dei libri importanti, diquesta cosa misteriosa che è la lettura, cioè della vita?
E cosa fanno i poeti se non morire e tornare di qua a parlare, come scrisse Bassani?
E infatti il narratore non si ferma, e nemmeno “passa oltre”: va dentro, più indietro e più oltre, ma dentro un’oltranza. Dice a Marosia di quei romanzi straordinari, i romanzi di Marosia difficili da trovare e impossibili da dimenticare, poi le racconta del suo proprio lavoro: non il lavoro letterario, però, ma il lavoro in una struttura psichiatrica. Racconta delle persone che stanno là, al diurno e in reparto. Poi diventa le loro voci, perché è un narratore. E un autore.
Stupefacente in questo libro è quante cose e persone – oltre a libri, titoli e autori e voci – quanti abiti e tute e scarpe, storie di sesso e compagnie, di lavori e di incontri, di amarezza e allegria, possano stare in centocinquanta pagine. E senza mai perdere il filo. E stupefacente è una qualità del testo che è assieme forma e sostanza – che forse poi capirò meglio, ma ora non so dire che così: non c’è mai autocompiacimento, non sento mai vanità in questo raccontare, in questa voce, in questo libro. C’è leggere, c’è scrivere e c’è vivere. Tra parentesi. C’è aver messo in parentesi tante cose e aver posto attenzione ad altre solo, ma attenzione profonda e spietata. C’è una cosa che mi riempie di stupore: quando il narratore passa al tu, all’improvviso, e parla con uno dei quattro e anche con me, con noi, con chi sta leggendo.
E c’è una cosa che mi fa saltare sulla sedia, ed è quando di colpo, all’improvviso, il narratore dice il suo mondo interno: una riga sopra diceva di un tizio sulla spiaggia del Po, di cefali e canoe; poi va a capo, e all’improvviso ecco “una sensazione di espansione totale”, “un sentimento oceanico”.
Ho messo tra virgolette questi frammenti, i ritagli della sua voce. L’immensità del Po la conosco anch’io, e riconosco quando viene menzionata a titolo strumentale, o retorico, per far tornare i conti del racconto. E grazie a quella visione, quella della pianura e del fiume largo, riconosco quando la scrittura è asservita all’ego, quando gli eventi vengono stirati a modo di tener tutto assieme con un fine, e i personaggi e gli incontri fatti servi dell’io narrante.
E in queste 150 pagine, mai e poi mai ho visto accadere queste cose: perché qui nulla è strumentale a nulla, e tutto sta assieme nella luce, tra le rovine, su una spiaggia fluviale.
E perché due volte, nelle centocinquanta pagine di queste Lezioni, salta fuori che il narratore si era messo, anni fa, a leggere l’Imitazione di Cristo come un manuale di scrittura. Non di scrittura narrativa, non di scrittura creativa. Di scrittura, dice, e basta. (Il corsivo qui è mio. E tra parentesi, lo ho fatto anche io).
In copertina Fiume Po vicino a Ferrara, Foto di Paolo Panni
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