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A pensarci bene

A pensarci bene /
Quando finisce un bluff

A pensarci bene / Quando finisce un bluff

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Per anni ci è stato raccontato che l’Italia, grazie a Giorgia Meloni, aveva ritrovato un ruolo centrale nello scacchiere globale.
Un rapporto “privilegiato” con gli Stati Uniti. Una sintonia personale con Trump. Una leadership rispettata, ascoltata, quasi ammirata.
Oggi sappiamo che era una favoletta.
E neppure particolarmente ben scritta.
Trump, in una intervista al Corriere, ha attaccato frontalmente la presidente del Consiglio con parole secche, sprezzanti, personali: “mi sbagliavo su di lei”, “sono scioccato”, “è inaccettabile”.
Ha accusato il governo italiano di non fare abbastanza, di non allinearsi, di non essere utile. Ha evocato lo spettro della guerra, dell’Iran, della sicurezza europea, arrivando a dipingere l’Italia come un Paese irresponsabile, esposto, quasi sacrificabile.
La Meloni aveva osato (molto timidamente, con un ritardo di oltre 9 ore, quando ormai il segnale politico era passato) prendere le distanze sulle affermazioni di Trump riguardo al Papa.
Nulla di rivoluzionario. Nessuna rottura strategica. Solo il minimo sindacale per non apparire del tutto subalterna.
Tanto è bastato per essere “scaricata”.
Il rapporto “speciale” si rivela per quello che è sempre stato: un rapporto gerarchico. Chi comanda decide, chi segue spera di non essere umiliato in pubblico. Questa volta è andata male.
Il punto politico è devastante.
La Meloni aveva costruito gran parte della sua credibilità sull’idea di essere la “pontiera” tra Europa e mondo trumpiano, la leader che parlava la stessa lingua dei sovranisti globali ma con il badge di governo.
Una scommessa rischiosa, ma presentata come geniale. Oggi quella scommessa è persa.
Ma il punto istituzionale è ancora peggiore.
Quando il presidente degli Stati Uniti può permettersi di parlare dell’Italia come di un Paese che potrebbe “saltare in aria in due minuti”, senza che ciò provochi una crisi diplomatica immediata, senza una reazione ferma, senza una linea condivisa, significa che il problema non è solo la Meloni.
È l’idea stessa di sovranità che questo governo ha svenduto, confondendola con l’obbedienza.
Per anni ci hanno parlato di patriottismo, di orgoglio nazionale, di “prima gli italiani”. Ma quando arriva il momento della verità, quando gli USA trattano l’Italia come un vassallo, restano solo silenzio e imbarazzo.
Nessuna indignazione. Nessuna risposta all’altezza. Solo la speranza che passi in fretta.
Ma questa non è una lite personale.
È la fotografia di un fallimento politico.
L’idea che basti essere “amici” dell’uomo forte di turno per contare qualcosa nel mondo si è sbriciolata in poche frasi.
Non è Trump ad aver tradito la Meloni.
È la Meloni ad aver venduto agli italiani una balla.
Quella di un’Italia rispettata, mentre in realtà veniva semplicemente usata. Finché serviva.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
Cover: 4 gennaio 2025, Il Presidente del consiglio Giorgia Meloni incontra il neoeletto Donald Trump Mar-a-Lago, in Florida.  –  sito ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri 
Fine Vita: è partita la mobilitazione nazionale dell’Associazione Luca Coscioni

Fine Vita: è partita la mobilitazione nazionale dell’Associazione Luca Coscioni

Fine Vita: è partita la mobilitazione nazionale dell’Associazione Luca Coscioni

È partita la mobilitazione nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per chiedere al Governo Meloni il ritiro definitivo della proposta di legge sul fine vita presentata 9 mesi fa – in occasione dell’incontro della Premier col Papa – e da allora all’esame del Senato senza alcun avanzamento.

Fino al 19 aprile, volontarie e volontari saranno presenti con banchetti e iniziative in 80 città in tutte le Regioni italiane, oltre 100 appuntamenti tra piazze, università e luoghi pubblici con l’obiettivo di informare e raccogliere adesioni all’appello pubblico.

Questa proposta di legge dovrebbe essere esaminata in questo mese  e se approvata cancellerebbe i diritti conquistati grazie alle azioni di disobbedienza civile e alla sentenza “Dj Fabo – Cappato” della Corte costituzionale.
In particolare, il testo punta a:
– eliminare il ruolo dei medici del Servizio Sanitario Nazionale, sostituendoli con un Comitato di nomina governativa;
– negare l’aiuto alla morte volontaria a molte persone malate non attaccate a una macchina (anche in casi di malattie oncologiche terminali o patologie neurodegenerative);
– annullare, di fatto, il valore delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (il cosiddetto “testamento biologico”).

“Mentre il Parlamento resta fermo, hanno dichiarato Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretaria nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, è partita la nostra mobilitazione nazionale con oltre 100 iniziative in più di 80 città italiane per chiedere il ritiro definitivo di un testo che indebolisce diritti già riconosciuti. Dopo l’ennesimo rinvio a data da destinarsi del dibattito in Senato, chiediamo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di fare un passo indietro e lasciare il Parlamento libero di discutere una legge che non cancelli i diritti già stabiliti dalla Corte Costituzionale e che garantisca davvero la libertà di scelta delle persone. Se il testo del Governo fosse già stato in vigore, ad esempio, la persona che ha ottenuto l’aiuto alla morte volontaria in Lombardia si sarebbe vista opporre un rifiuto, così come le altre 13 persone che sono finora state aiutate a morire”.

Qualcosa si muove sul versante locale, ove si registra qualche interessante iniziativa per rivendicar regole chiare sul suicidio assistito.  Il Consiglio comunale di Genova, per esempio, ha approvato una mozione, chiedendo così ufficialmente al Consiglio regionale di riprendere il dibattito su “Liberi Subito”, la proposta di legge regionale promossa dall’Associazione Luca Coscioni che punta a stabilire tempi certi e procedure chiare per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, legale in Italia, alla presenza di  condizioni, grazie alla sentenza “Cappato-Antoniani” del 2019.
La mozione, presentata dalla Lista Silvia Salis è stata approvata con 24 voti favorevoli della maggioranza, mentre l’opposizione non ha partecipato al voto. Con questo atto, il Comune di Genova impegna sindaca e Giunta a sostenere la proposta di legge e a portare il tema anche a livello nazionale, ad esempio all’interno dell’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani.

In Toscana, invece, l’11 febbraio 2025 è stata già approvata la legge popolare Liberi Subito per garantire un iter regolamentato per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. La proposta, sostenuta da 10.700 firme raccolte dall’Associazione Luca Coscioni, è stata promulgata come legge il 14 marzo 2025 e pubblicata con il n. 16/2025. La Toscana è stata la prima Regione italiana ad approvare la legge popolare Liberi Subito. Il 17 settembre 2025.

La Sardegna è diventata la seconda Regione italiana ad approvare una legge sul fine vita, dopo la Toscana. Il Consiglio Regionale ha votato la proposta con 32 voti favorevoli, 19 contrari e un’astensione, al termine di un dibattito che ha evidenziato divisioni tra e dentro gli schieramenti. Il 20 novembre 2025, però, il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge sarda n. 26/2025 sostenendo che essa “esula dalle competenze regionali” e viola l’art. 117 della Costituzione su ordinamento civile e penale, LEP e riparto in materia di tutela della salute. Il Governo ha richiamato inoltre l’esistenza in Senato di un testo base nazionale sulla morte medicalmente assistita, affermando che la disciplina non può essere dettata a livello regionale.
“La Corte, hanno dichiarato Filomena Gallo e Marco Cappato, ha confermato che le Regioni possono e devono intervenire per garantire l’attuazione concreta di un diritto già riconosciuto dall’ordinamento costituzionale. L’assenza di una legge regionale continua a generare disuguaglianze, incertezza e mancanza di garanzie sia per i pazienti sia per gli operatori sanitari“.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 204 del 2025, ha affermato, infatti, che in mancanza di una legge statale le decisioni sul fine vita devono comunque trovare attuazione concreta, e che tale attuazione deve avvenire inevitabilmente nel quadro del Servizio Sanitario Nazionale. In materia di suicidio medicalmente assistito, è quindi costituzionalmente legittimo l’intervento regionale volto a disciplinare i profili organizzativi e procedurali di dettaglio nell’ambito della tutela della salute, anche in assenza di una legge statale organica, a patto però che i principi fondamentali siano desumibili dalla legislazione vigente. Quest’ultimo rappresenta un passaggio importantissimo, perché la Corte Costituzionale ha di fatto confermato assetto e impianto della legge regionale

Qui le discussioni sulla morte volontaria medicalmente assistita Regione per Regione: https://www.associazionelucacoscioni.it/notizie/blog/le-discussioni-sulla-morte-volontaria-medicalmente-assistita-regione-per-regione.

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Le voci da dentro.  Lo sportello di orientamento legale per i detenuti della Casa Circondariale di Ferrara

Le voci da dentro /
Lo sportello di orientamento legale per i detenuti della Casa Circondariale di Ferrara

Le voci da dentro.  Lo sportello di orientamento legale per i detenuti della Casa Circondariale di Ferrara

di Sara Hamado

Sara Hamado è una brava ricercatrice dell’Università di Ferrara ed è anche una volontaria dello sportello di orientamento legale extragiudiziale e del Polo Universitario Penitenziario.

Ha scritto questo testo per spiegare di cosa si occupa e perché ha scelto di fare quel che fa. È molto importante il suo impegno, insieme a quello di altri, infatti un gruppo di docenti, ricercatrici e ricercatori, studentesse e studenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, avvocati volontari e operatrici dell’Associazione “L’Altro Diritto” offrono alle persone detenute orientamento legale e supporto alla tutela dei diritti fondamentali, grazie a colloqui, discussioni interdisciplinari, approfondimenti giuridici.

Le attività si svolgono grazie al sostegno e alla collaborazione del personale dell’istituto penitenziario. Contribuiscono alla trattazione dei casi anche docenti e specializzandi di Scienze mediche, per una più efficace tutela del diritto alla salute. Le attività dello Sportello puntano a mettere al servizio della società esterna le conoscenze apprese in ambito accademico e offrono l’occasione per guardare il carcere, e chi vi è ristretto, con occhi diversi.

Nonostante viviamo in un tempo in cui sembra che a molte persone basti qualche slogan ad effetto per farsi un’opinione su temi complessi, è ancora più determinante l’azione continua e coerente di queste persone perché, nel rispetto della nostra Costituzione, aiutano a vedere la realtà con occhi diversi: pensano ad un futuro migliore, lo progettano e lo realizzano con impegno e dedizione.
(Mauro Presini)

 Spiegare il senso delle nostre attività in carcere è assolutamente arduo, per più ragioni. Non c’è, infatti, un unico senso e il mezzo attraverso cui veicolarlo è la parola, che, senza dubbio, è lo strumento più potente sulla Terra, ma, al tempo stesso, sconta una sua dimensione finita e questo, talvolta, impedisce di restituire pienamente il bagaglio di emozioni che un racconto porta con sé.

Con lo “Sportello di orientamento legale”, per noi semplicemente Sportello – gruppo coordinato dalla Prof.ssa Stefania Carnevale e composto da un’anima accademica, studentesca e forense – forniamo gratuitamente pareri alle questioni giuridiche sottoposteci dagli interessati.

Per esserne in grado, è necessario, anzitutto, ascoltare. Farlo, implica immergersi nelle storie, nelle sconfitte, nei dolori altrui. Non sempre si è pronti e non sempre è facile mantenere il giusto distacco e quella lucidità che, come volontarie e operatrici del diritto, siamo chiamate ad avere, per assicurare una risposta consapevole e priva di emotività.

È questo, forse, il primo ponte tra il dentro e il fuori che questa “avventura collettiva”, per usare le parole della Professoressa, crea. Un viaggio complesso e spesso accidentato, durante il quale ci si scontra, senza volerlo, con domande enormi, a volte feroci: quale significato ha la pena? È giusto aiutare chi ha commesso degli errori? Fino a che punto?

Senza fingere una purezza che non mi appartiene, almeno una volta ciascun interrogativo ha attraversato la mia mente, costringendola a riflettere, a dubitare, a scavare tra i miei principi e le mie convinzioni. Queste ombre rimangono impercettibili ai nostri interlocutori, ma la ricerca di una risposta che le dissipi rappresenta, credo, il vero motore propulsivo per continuare questo progetto, ancora e ancora, con la medesima passione.

Personalmente, quest’inquietudine, quando si presenta, viene tacitata dalla consapevolezza che noi maneggiamo, con la cura che gli è dovuta, i diritti dei detenuti che si rivolgono a noi. La prima lezione che lo Sportello insegna, infatti, è proprio questa: i diritti sono materia quantomai viva e tangibile. Non sono declamazioni astratte relegate alla carta. Si intersecano con la vita, in qualche modo riempiendola, e le loro limitazioni la stravolgono.

La nostra stella polare è quindi il diritto e i diritti. Renderli più comprensibili e cercare di farli valere per quanto possiamo e finché possiamo, è la nostra missione. Questo faro è il motivo per il quale il nostro dialogo è aperto a tutti, senza soppesare quanto ha sbagliato chi ci siede di fronte.

Un ulteriore ponte è dato dal nostro angolo visuale privilegiato: guardare il carcere dall’interno, osservarne le storture e le ineguaglianze, comprendere come ogni distinzione tra “noi e loro” sia sciocca, ti plasma. È un progetto che restituisce alla comunità esterna persone capaci di confutare l’immagine perennemente stereotipata del carcere, grazie ad una sensibilità costruita mediante l’esperienza diretta, pur nella consapevolezza che, nonostante l’immedesimazione, non possiamo capire fino in fondo cosa significhi la privazione della libertà.

C’è poi tutto il portato di insegnamenti che in questi anni mi hanno lasciato le persone recluse e anche tutti gli operatori penitenziari con cui ci interfacciamo quotidianamente. Un piccolo scrigno, ricco ed inestimabile, che tengo per me e che è stato ulteriormente riempito dall’incarico di tutorato per gli studenti del Polo Universitario Penitenziario.

Un compito altrettanto stratificato, complesso e assorbente, ove al centro si staglia il diritto allo studio e la volontà dei nostri studenti di porsi obiettivi sempre nuovi. Grazie all’Università possono germogliare infatti occasioni di crescita umana e professionale e si possono superare quei limiti derivanti dalla vita, dalle possibilità o da noi stessi, valicando così quelle vette che all’inizio sembrano irraggiungibili. Supportare il loro impegno e raccoglierne i risultati è davvero emozionante. Prova ne è che, puntualmente, all’esame noi tutor siamo più tesi degli studenti.

Il comune denominatore tra queste due attività è dunque il diritto.

Il diritto di avere diritti, perché la vita scorre comunque, inesorabile, in qualsiasi luogo.

Si riporta a corredo di questo articolo il video che segue:

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/saurabhsinha-41212365/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8444883″>Saurabh Sinha</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8444883″>Pixabay</a>

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Parole e figure / Cose perse

Uscito in libreria a fine marzo con Kite edizioni, “Cose perse” scritto da Paolo Valsecchi e illustrato dallo spagnolo Guridi, racconta di come la perdita, che viviamo quasi tutti solamente come un lutto da evitare, a volte crei lo spazio per ‘qualcosa di nuovo’. 

Ci hanno insegnato che non dobbiamo perdere, mai, a nessun costo e per nessuna ragione, ma se questo alcune volte può essere vero, altre invece è proprio perdendo qualcosa o qualcuno, che si può creare lo spazio per qualcosa di nuovo e inaspettato per la nostra vita. Bisogna andare allora oltre il pensiero unico e aprire altri e inediti orizzonti per la nostra immaginazione, intimamente, profondamente.

L’albo che ci troviamo a sfogliare contiene un dialogo dell’assurdo dal sapore beckettiano, in cui un uomo parla e un altro gli risponde. Sfondo bianco, tratti semplici, una sorta di imbuto arancione che diventa microfono e allo stesso tempo megafono e cappello. I temi di questo illustrato originale? Smarrimento, occasione, legami. E, soprattutto, ascolto.

Le cose perdute diventano pretesto, motore e metafora per la definizione del sé. La perdita può rappresentare mancanza e rimpianto, ma anche inaspettatamente occasione per scoprire che ci si può ritrovare proprio là dove si pensava di essersi smarriti.

Se si è persi, serve ascolto, se non si trova più la strada, si guardi alla meta. La bussola è smarrita? Basta guardare le stelle. La loro luce sarà sufficiente a mostrare la via, il loro riflesso cristallino sulle acque di un lago daranno le indicazioni necessarie.

Per chi non ha più occhiali arriverà ci sarà qualcuno a guidarlo, perdere tempo a volte serve e fa bene. Bello, bellissimo perdere la testa, può essere magico. Ma mai dire o pensare di avere perso la speranza. Mentre perdere la pazienza a volte è necessario (e pure divertente). La ragione no, però, quella no, non va persa davvero, se si perdono il filo del discorso o anche alcune parole, forse non erano poi tanto importanti.

Perdi la voce? Parla con gli occhi (o con le mani). Perdi il sonno? Qualcosa ti preoccupa, ma allora apri gli occhi e sogna. Perso il treno? Ne arriverà un altro.

Perché non ti sei mai perso, sei solo cambiato. Perché ogni perdita può essere anche un’opportunità inattesa. Una nuova occasione. Una nuova visione.

Guarda sempre e solo ciò che resta, ciò che di nuovo è arrivato, ne resterai stupito.

 

Paolo Valsecchi vive e lavora a Lecco dove realizza inchieste, romanzi, opere teatrali e fumetti. Ha pubblicato i romanzi “Piero Nava – Io sono nessuno” (Rizzoli, 2020) e “Una casa di ferro e di vento” (Nord Edizioni, 2024). I suoi racconti hanno ottenuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio Giana Anguissola per la narrativa inedita per ragazzi.

Raúl Nieto Guridi è illustratore e designer sivigliano con esperienza in pubblicità e design grafico. Dal 2010, si è concentrato sull’illustrazione editoriale e la cartellonistica. Ha pubblicato numerosi titoli da autore e coautore nel campo dell’albo illustrato.

Raul Nieto Guridi – Paolo Valsecchi, Cose perse, Kite, Padova, 2026, 44 p.

Per leggere tutti gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Le classi sociali in Italia, a 50 anni dallo studio di Sylos Labini

Le classi sociali in Italia, a 50 anni dallo studio di Sylos Labini

Le classi sociali in Italia, a 50 anni dallo studio di Sylos Labini

Correva l’anno 1974 quando Sylos Labini pubblicò il suo studio sulle classi sociali in Italia che qui riporto per gli anni 1951 e 1971 (coi suoi dati) completati per gli anni successivi con la sua metodologia da Pier Giorgio Ardeni  Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.

Come si può vedere molte cose sono cambiate dal 1971.
La classe operaia è scesa da 9,8 milioni a 5,5 milioni nel 2023, la classe alta (borghesia) è salita da 442mila a 2,6 milioni, la classe media è salita da 8,5 milioni a 15,5 anche se dentro ci sono molti (insegnanti, impiegati, …) che hanno perso status e reddito.

L’Italia è oggi una società più imborghesita (come aveva previsto P.P. Pasolini) e, soprattutto fino al 1990, il capitalismo (come non aveva previsto Marx) ha distribuito agli operai qualcosa di più di un salario di sopravvivenza, per via delle lotte sindacali. Di certo gran parte della popolazione è stata contagiata dalla cultura e ideali consumisti (una bella casa, auto, vacanze, caso mai seconda casa, lo vediamo nella vicenda dei neo rurali). Nulla di più distante dal messaggio del nostro patrono San Francesco che sarà celebrato a sproposito in lungo e in largo.

Con la globalizzazione e il neoliberismo e i mercati aperti (su cui è nata anche la nostra UE nel 1992) la lotta di classe (in Occidente, Usa, Europa,…) è stata ampiamente vinta da imprenditori, banchieri e finanzieri spostando le produzioni là dove il salario era più basso e frantumando tutta la classe operaia.
Si è tornati così al quasi salario di sopravvivenza di cui parlava Marx e ad altissimi profitti. Ciò spiega perché in Italia da 35 anni i salari e i redditi del 73% delle famiglie non crescono, come certifica anche la Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane.

Il reddito medio netto reale (post inflazione) è passato da 35.145 euro del 1987 a 32.384 nel 2020.
Poiché sappiamo che è cresciuta la disuguaglianza e si sono ridotte le protezioni (welfare) e la povertà è triplicata, oggi i poveri, la classe operaia e quella media stanno peggio del 1991 (e non solo per i redditi).
La struttura sociale italiana si è schiacciata per il 73,5% verso il basso (poveri, proletari e classe media bassa) e per il 26,5% verso l’alto. Eppure la lotta di classe sembra scomparsa, come mai?

La classe operaia industriale che trainava le lotte è scesa da 4,6 a 2,6 milioni, si è andata frastagliando in molte più figure professionali e ha perso ruolo politico e sindacale. Son cresciuti i precari (15% degli occupati) che non hanno rappresentanza né politica nè sindacale (molti sono immigrati), frantumati e ipnotizzati dalla cultura liberista del “ci salva da soli” in base ai propri talenti.

La mobilità sociale promossa dalla scuola di massa che aveva svolto un grande ruolo fino al 1990, oggi è bloccata. E’ più facile ottenere un diploma o una laurea, ma è poi più difficile ottenere buoni posti di lavoro ben pagati se sei figlio di operai o povera gente, perché gli occupati nei posti buoni hanno smesso di crescere da 30 anni e chi proviene dalle classi povere o operaie non solo fatica di più a laurearsi o prendersi un dottorato dei figli delle classi agiate, in quanto i genitori lo spingono a lavorare prima possibile e pochi possono essere mantenuti fino a 25-30 anni. Ma poi, una volta diplomato o laureato, faticano ad entrare nei posti “buoni”, perché la borghesia li riserva ai suoi figli usando la forte rete sociale di cui dispone.

Le scuole professionali, dove finiscono i più poveri, sono poi state zavorrate e trasformati in luoghi dove l’apprendimento è un optional per quei sempre più pochi motivati, oltre che luoghi di violenza.

La classe alta (borghesia) non cresce dal 1991 e oggi per ogni occupato ad alta produttività (ben pagato) si formano 3-4 occupati poco pagati, per cui sarà complicato fare a meno degli immigrati. E siamo in attesa delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Intelligenza Artificiale che farà fuori migliaia di posti poco qualificati (sarà più difficile per i giovani trovare lavoro) e vecchi professionisti laureati delle fasce alte.

Ma si dirà: non c’è solo il reddito nella vita. Ma il welfare sta anche peggio e crescono gli svantaggi della modernità. Inoltre una volta gli operai avevano buone reti sociali e una notevole fraternità che oggi è smarrita, a vantaggio delle reti degli imprenditori e professionisti che sono cresciute non solo per vacanze o hobby, ma per piazzare nei posti buoni al vertice (limitati), i loro figli. E ciò spiega la fuga all’estero di moltissimi italiani.

Oggi si parla più di ”ceti” che di “classi“ (che sa troppo di marxista), ma non sono certo sparite anche se sono meno “pure” di un tempo. Gli operai infatti hanno spesso, anche loro (seppure meno delle classi agiate), redditi da “capitale” (dai risparmi, da investimenti in fondi finanziari, circa 15% del loro reddito complessivo). La classe media ha 20-25% di redditi aggiuntivi (non da lavoro), da finanza e affitti (da seconda casa; in Italia sono circa 10 milioni e non sono tutte della classe alta). L’economista Daron Acemoglu la chiama “omoplutia”, cioè operai un po’ proprietari o che hanno la pensione in borsa (come gli americani) per cui sono più ricattabili da come va la finanza (e le borse).

Ma nel complesso per gli italiani le cose vanno peggio di 40 anni fa. La povertà è triplicata, la classe operaia garantita ha per 2/3 salari che non crescono (solo chi ha una buona contrattazione aziendale, non parliamo poi dei precari), sbiadita l’idea che l’emancipazione avvenga con lotte collettive e per ideali. Ognuno lavora per sé. Ma “la talpa scava” e potrebbe succedere, come col referendum, che le cose cambino, quando meno te l’aspetti e le nuvole nere dall’America spingono in tal senso.

Nella tabella che segue ho aggregato per scaglioni di reddito le dichiarazioni Irpef dei redditi del 2024 relative ai redditi 2023 (dipendenti e pensionati) e l’ho completata con i 5 milioni di autonomi (le cui dichiarazioni dei redditi non sono attendibili in quanto c’è un’elevata evasione fiscale) che ho inserito nella borghesia se imprenditori, proprietari e professionisti e, se artigiani e autonomi, ho incluso tutti nella classe media.
Risulta che abbiamo in Italia 27% di poveri (molto più dei dati Istat), 31% di operai, 9% di classe medio-bassa, 15% di classe medio-alta (con tutti gli autonomi) e 12% di borghesia (classe alta).

Trent’anni di briglia sciolta alle imprese e di globalizzazione hanno prodotto in Occidente (non in Cina e in Oriente) questo disastro e la UE è nata nel 1992 con Maastricht su queste premesse. La società dei consumi ha fatto piazza pulita della cultura contadina e operaia e tutti ci sentiamo “ceto medio” borghese (come diceva P.P.Pasolini). Poi ci apprestiamo a celebrare San Francesco (sic).

La conferma che la ricchezza prodotta arricchisce solo un terzo dei cittadini e che la crisi dell’ideologia neoliberista è evidente.
Anche il sonoro NO al referendum è dovuto in buona parte al crescente disagio sociale, alla “puzza” di voglia di guerra che serpeggia anche in Europa e alla coscienza che se la guerra in Iran (e Israele a Gaza, Cisgiordania e Libano) non viene chiusa presto il petrolio andrà alle stelle portandoci tutti in recessione. L’opposizione deve stare però attenta a pensare che siano tutti suoi gli elettori del NO e fare un programma che parli a quel 70% di elettori che aspettano da 35 anni.

Cover: la piramide delle classi sociali, immagine di Rosa Rossa

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Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato

Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato

Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato

Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo “Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto” in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini.

Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonché tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani.

Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo.

Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani.

Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perché fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Terzani inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità.

Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi.

Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Né l’America né la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino.

Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli.

Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo embedded, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute.

Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse.

E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato al Fatto quotidiano l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente:

“Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.”

Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sé stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perché nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più.

La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio.

La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India.

Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo.

La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti.

In realtà Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perché mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale.

Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno.

E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.”

Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono.

Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam.

Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2).

Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause.

Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai.

Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio.

Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti di Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano.

A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale.

Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita contemporanea.

(1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29.
(2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..

Fonti:
Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà
https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/
https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/

Cover: Tiziano Terzani – Foto di www.siracusa-online.it

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Quelle come me

Per certi versi / Quelle come me

Quelle come me

Quelle come me sorridono sempre, ma appena appena, giusto con gli occhi.

Perché anche un sorriso può fare male sulla pelle viva.

 

Quelle come me aspettano un abbraccio. Ogni momento.

Dal risveglio fino a quando scende sera.

 

Chissà che non arrivi, portato da una falena che,

come me, si fa strada nel buio.

 

Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023

 

In copertina: occhi sorridenti – Foto di Milivojevic da Pixnio

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

A pensarci bene / Il custode

A pensarci bene / Il custode

A pensarci bene/ Il custode

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

L’altra sera Bruno Vespa si è alzato in piedi di scatto come un bambino dell’asilo e ha urlato “STIA ZITTO” a un parlamentare dell’opposizione.
Perché il parlamentare ha osato fare una domanda.
In uno studio.
Di un programma che si chiama Porta a Porta.
Che ormai però non è più una porta: è una saracinesca, abbassata sull’opposizione.
Vespa non conduce, custodisce.
Custodisce il governo come si custodisce un vaso Ming: guai a toccarlo, guai a chiedere cosa c’è dentro, guai a far notare che è vuoto.
E quando qualcuno osa dire “Quale riforma avete fatto?” parte l’allarme.
Sirene.
Dito puntato.
Schiuma alla bocca.
“NON GLIELO CONSENTO”.
Che è una frase straordinaria, detta da un dipendente del servizio pubblico.
Pagato da tutti.
Che decide chi può parlare e chi no come se la RAI fosse il salotto di casa sua e gli altri solo ospiti molesti.
È la televisione italiana dell’era Meloni: se non fai domande sei un bravo giornalista, se le fai sei un isterico sovversivo.
Il contraddittorio è diventato un reato di lesa maestà.
La democrazia una fastidiosa interruzione.
E mentre Vespa urla, il governo tace.
Silenzio totale.
Perché il silenzio è la riforma: meno domande, più inchini.
Il giornalismo italiano, oggi, non è schierato: è accovacciato.
Non è servile: è collaborazionista.
Non è cane da guardia: è peluche da divano, con la scritta “state sereni” cucita sulla schiena.
E al centro di tutto, come una Madonna col Bambino ma senza il Bambino, c’è Gioggia.
Mai disturbata.
Mai incalzata.
Mai costretta a spiegare.
Così il servizio da pubblico diventa privato.
Il dibattito diventa monologo vigilato.
E il giornalista non fa più domande: fa il buttafuori.
“Stia zitto” dice il servo.
Una frase rivolta a tutti.
Al telespettatore che ancora crede che chiedere conto al potere sia normale.
Al cittadino che pensa che la RAI sia sua.
A chi non ha ancora capito che, in questo Paese, la verità parla solo se ha il permesso.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
In copertina: Bruno Vespa – foto Wikimedia Commons
i diritti delle donne

I diritti delle donne

I diritti delle donne

I diritti delle donne sono basati sul loro sesso, sul loro sesso biologico e cromosomico. Negare questo significa negare le mutilazioni genitali, negare le discriminazioni subite dalle donne in quanto considerate  il “sesso debole”, negare le discriminazioni subite quando venivano invitate a non fare certi sport o certe attività con la scusa che avrebbero messo a rischio il loro potere riproduttivo, negare le discriminazioni subite nel campo dell’istruzione.

Alle donne era vietato andare in bicicletta, scalare montagne o accedere a corsi universitari in quanto donne. Persino Calamandrei, padre costituente espresse perplessità sulla loro capacità di giudizio a causa della loro fisiologia, (umore troppo legato al loro ciclo), sconsigliando il loro ingresso in magistratura (ingresso che avvenne solo nel 1963).

Dunque fino a poco fa il sesso delle donne era un impedimento a partecipare a pieno titolo a tutte le espressioni sociali pubbliche: studi, lavoro, sport, arte.

Nel campo dello sport penso a Roberta “Bobbi” Gibb, che corse la maratona di Boston nel 1966 senza numero, non ufficialmente, arrivando alla fine senza essere fermata e a  Kathrine Switzer  che nel 1967 partecipò alla marcia di Boston iscrivendosi solo con le sue iniziali (di fatto omettendo il nome femminile), ottenendo il pettorale 261, e nonostante il tentativo da parte di un organizzatore di impedirle di correre, riuscì a finire la gara in 4 ore e 20 minuti, aprendo così all’ammissione delle donne nella maratona di Boston (nel  1972).

Le donne non potevano gareggiare, perché considerate troppo fragili o inabili a resistere così a lungo.

È grazie a donne straordinarie che oggi i pregiudizi sul nostro sesso sono stati in parte abbattuti, ma questo non vuole dire che siamo uguali fisiologicamente agli uomini/maschi (costretta a definirli così a causa del fatto che il sostantivo ‘uomo’ può essere anche usato in modo generico, includendo così di fatto anche le donne).

Oggi la battaglia per l’uguaglianza, attraverso il transumanesimo, però vuole portarci a  credere che le differenze biologiche siano fatti personali e individuali, non esperienze collettive. Essere donna, pur nella sue infinite variazioni, è anche essere parte di una comunità accomunata proprio da esperienze collettive che fanno parte  del suo straordinario sviluppo fisiologico (mestruazioni, gravidanza, potere riproduttivo, piacere sessuale). Esattamente come per i maschi uomini, che a loro volta sono accomunati da esperienze legate al loro sviluppo fisiologico, pur nelle infinite variazioni possibili.

Dunque a differenza di quanto affermano coloro i quali si oppongono alla reintroduzione dei test SRY genetico per avere accesso nella categorie sportive femminili e cioè che è un passo indietro e discriminatorio verso atleti transgender e intersex , il riconoscimento che il sesso biologico determina un’appartenenza è una realtà inalienabile che rimette al centro il concetto di umanità: le donne per troppo tempo sono state definite  esseri umani per difetto.

La verità profonda è che i corpi parlano attraverso la loro biologia (bio-vita, biologia e biografia sono connesse), hanno un loro sapere e sono il ponte che ci lega al nostro senso di esistere, al nostro spirito e che modificarli artificialmente per inserirli a tutti i costi in una della due grandi categorie maschi e femmine volendo cancellarne la biologia, cancella  il potere invisibile ma tangibile che li abita. Il transumanesimo vuole proprio questo: disconnetterci dal nostro potere. Il sesso biologico nonostante tutte le narrazioni transumaniste non si cambia, lo si modifica artificialmente ma non lo si cambia!

Dunque la battaglia delle atlete a difesa della loro categoria non è un atto discriminatorio verso transgender o intersex o altre categorie ma bensì un’azione di autodeterminazione collettiva! Le donne non sono maschi mancati, non si possono definire in funzione dei maschi, sono altro. Hanno loro parole incarnate in un corpo femmina.

Le donne sanno bene, per esperienza ancestrale, quanto il corpo conosca cose che sfuggono alla coscienza individuale ma non a quella collettiva!  Non è un caso che Anna Maria van Shurman, contemporanea di Cartesio, opponesse il suo “sum ergo cogito” al più famoso ma parziale “ergo cogito sum” del filosofo francese.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/jimbo457-27590699/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8972844″>Jim Cramer</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8972844″>Pixabay</a>

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l mondo sarà migliore (se avremo il coraggio di cambiare)

Il mondo sarà migliore (se avremo il coraggio di cambiare)
intervista all’economista Andrea Gandini

Il mondo sarà migliore (se avremo il coraggio di cambiare)

Intervista ad Andrea Gandini

Nei tuoi interventi su Periscopio hai sempre detto che con Donald Trump l’America poteva cambiare passo rispetto alle guerre aperte. Ti sei ricreduto?

Pensavo che Trump, come lui stesso diceva, avesse deciso di venire a patti con la Cina, rinunciando ad una leadership unilaterale del mondo nel XXI secolo, vista la debolezza dei fondamentali economici Usa e la forza crescente della Cina. Così sosteneva in campagna elettorale e il movimento Maga: rinunciare ad dominio completo del mondo e concentrarsi sul proprio paese in gravissima crisi.
Ma con le sortite su Groenlandia, Venezuela e Iran l’idea di dominare il mondo non è venuta meno.

Perché questo cambio di rotta?

Probabilmente si è reso conto che il dollaro (e le criptovalute) vivono una crisi maggiore di quello che pensava e bisogna assolutamente mettere dei controvalori sotto il dollaro, privato dal 1971 dell’oro. E cosa meglio dei petrodollari? Da 50 anni sono il vero controvalore del dollaro insieme ai fondamentali dell’economia americana (saldo estero, debito pubblico, forza della manifattura) che però non ci sono più.

Quindi Trump non è matto come si tende a dire, ma persegue una chiara strategia?

Trump sarà anche demente ma c’è del metodo in questa follia e credo sia stato spinto anche dal deep state USA a proseguire nella tradizione americana. La guerra in Iran fa parte della “predazione” (a basso costo) e chiarire chi comanda nel mondo, anche se questa volta l’azzardo è mortale. Non ha messo in conto una crisi interna.

In che senso?

Una completa vittoria degli Stati Uniti sull’Iran, segnerebbe una svolta enorme a suo favore. Se l’Iran dovesse cambiare regime, passare dalla sfera russo- cinese a quelle americana, garantendo, nel contempo, la sicurezza ai paesi arabi del Golfo e quella supremazia definitiva in Medio Oriente che Israele cerca da 80 anni, farebbero bingo sia lui che Netanyahu. E la Cina dovrebbe rimandare la sua ascesa.

E succederà questo?

Non credo. L’Iran reggerà un tempo sufficiente, ai feroci bombardamenti americani, per determinare uno choc delle borse, uno tsunami anche per l’Europa. Recessione e inflazione metteranno a tappeto per 6 mesi tutte le economie occidentali.
La Cina (insieme alla Russia) farà così il primo decisivo passo verso quel Nuovo Ordine Mondiale su cui lavorano silenziosamente dal 2009. Intanto le loro petroliere passano già per Hormuz.

Anche l’Europa sarà colpita, fino a che punto?

La UE è molto più dipendente degli USA dal petrolio e l’Italia sarà la più colpita, come nel 2008, non potendo contare più sul gas russo. E’ probabile una recessione da maggio a tutto il 2026.

Come potrà reagire l’Europa?

Il colpo sarà tremendo. L’Europa sta capendo quanto dannosa sia l’alleanza con gli Stati Uniti che da sempre perseguono interessi totalmente divergenti da quelli europei.
Questa è anche la ragione per cui nel 2003, dopo i dissensi di Germania e Francia per la guerra in Iraq, gli USA spinsero per un allargamento (dal 2004) ai Baltici e Polonia, oggi i loro più fidi alleati. Paesi come Spagna, Francia, Inghilterra l’hanno capito, tentennano Italia e Germania, mentre i Paesi Baltici e Polonia, paralizzati dalla paura per la Russia, sono totalmente allineati agli USA. Non a caso danno le loro basi per gli attacchi USA sull’Iran così come Macedonia, Kosovo, Bulgaria. Spingono per un ulteriore allargamento UE e si oppongono ad una rifondazione in chiave di autonomia dagli USA, una scelta, a questo punto, inevitabile.

E se la UE non cambia cosa succede?

Che alle elezioni del 2029 vinceranno tutte le destre sovraniste e by by UE per almeno 5 anni.

Pensi che dopo la fine della tregua l’Iran possa essere ancora bombardato e “riportato all’età della pietra”, come diceva Trump, se non accetta le condizioni USA e, a quel punto, cederà? E che Israele riuscirà con i suoi inumani attacchi al Libano, in Cisgiordania e Gaza a piegare i popoli arabi che ancora resistono?

La novità storica del XXI secolo è che nessuna superpotenza può più piegare, come fu nel ‘900 e nei secoli scorsi, una popolazione che è contraria all’invasore. L’Afghanistan lo dimostra, come anche tutte le altre guerre perse degli Usa (ed altri).

E la Russia in Ucraina?

Anche la Russia sa bene che può annettersi solo Crimea e Donbass, cioè le zone russofone. E’ questa una buona notizia nella storia dell’umanità. Vale anche nel caso dell’Iran e dei palestinesi: non possono essere vinti con le bombe.

E’ quindi prevedibile che nel 2027 avremo a che fare con un Nuovo Ordine Mondiale in cui la Cina comincia a svolgere un ruolo di rilievo?

Si, non solo Cina ma anche India e Brasile sono in forte ascesa. La Russia chiuderà la guerra in Ucraina con l’annessione di Crimea e Donbass. Ci avviamo verso un Nuovo Ordine Mondiale e già oggi le banche centrali vendono i titoli del Tesoro USA, il debito federale sfiora i 40mila miliardi e si teme un’inflazione a maggio del 5%.

C’è chi paventa una guerra civile negli Stati Uniti. E’ davvero possibile?

Il rischio esiste. Tutti gli indici dicono che mai come oggi la società americana è divisa in blocchi contrapposti. Il movimento Maga (circa 40 milioni sui 77 che hanno votato Trump) è radicale. La lotta contro gli immigrati mina però la crescita USA e la scarsità di manodopera crea già problemi anche nelle aree rurali pro-Trump. Nella sanità un quarto del personale è straniero e già scarseggia il personale, anche in agricoltura, i prezzi stanno salendo, tutti processi esplosivi…

Chi vincerà le elezioni in Francia nel 2027’

Penso la destra e ciò porterà all’implosione dell’Europa che conosciamo. Il centro-sinistra, se non fa gravi errori, potrebbe vincere invece le elezioni in Italia.

E Cuba come andrà a finire?

La Russia sta portando un pò di petrolio e la Cina i pannelli solari. Se interrompono il lunghissimo embargo Usa e il regime, trincerato in se stesso da troppo tempo, farà aperture, consigliato dalla Cina, su proprietà privata e concorrenza, che faranno contenti gli esuli americani, allora esce dalla crisi.

E’ un mondo migliore o peggiore quello che si annuncia?

Penso un Mondo Migliore. Viene meno il bellicismo americano, piegato dallo chock finanziario che sta arrivando e dalla sconfitta di Trump alle elezioni di mid-term di novembre 2026.
Nel 2027 riprende il commercio internazionale e la crescita di quasi tutti i paesi, specie i più poveri che subiranno nel 2026 il maggior impatto dalla crisi finanziaria americana.
L’Europa dovrà ripensarsi completamente e in Italia avremo forse un Governo di centro-sinistra.
L’arrivo della Cina ci farà bene, com’è stato con la lotta USA-URSS nei primi 30 anni del dopoguerra. Dal timore del comunismo dell’URSS abbiamo avuto (grazie certo anche alle lotte dei lavoratori) un capitalismo dal volto umano, il welfare e i salari sono quasi triplicati. Potrebbe succedere la stessa cosa con la paura della Cina: i nostri salari e il welfare potrebbe rinascere, bisognerà pur dimostrare che il capitalismo è migliore della Cina.

E dell’Europa cosa ne sarà?

 E’ la maggiore criticità. L’Europa dovrà trovare il coraggio di cambiare molte cose, aprirsi alla Cina e alla stessa Russia, fare finalmente gli interessi dei suoi cittadini e non quelli americani e diventare un polo mondiale con un modello di sviluppo centrato sulla libertà, eguaglianza e welfare alternativo sia alla Cina che agli USA.

I giovani (ma direi gran parte dei paesi e dell’umanità) vogliono paradossalmente proprio questo. 

Lo sai che gli economisti quasi sempre sbagliano le previsioni?

Concordo, ma nel 2008 fui uno dei pochi che previde la recessione (l’Annuario CDS e il suo inserto con una grande freccia in giù lo testimoniano) e ora tutti gli indici vanno in quella direzione…quindi azzardo.

Cover: fotogramma dal Film di Susanne Bier “Un mondo migliore”

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Parole a capo
Luca Pizzolitto: “Prima dell’estate e del tuono”. Alcune poesie. Scaffale poetico: Floriana Porta “dialoga” con Emily Dickinson

Parole a capo <br> Luca Pizzolitto: “Prima dell’estate e del tuono”. Alcune poesie. Scaffale poetico: Floriana Porta “dialoga” con Emily Dickinson

Ringrazio Luca Pizzolitto per avermi permesso di pubblicare alcune sue poesie. E’ un “piccolo” libro che s’apre di grandi immagini tra dolore, speranza e desiderio d’infinito.

Dall’introduzione di Gianfranco Lauretano, cogliamo due sollecitazioni “in profondità”. “Pizzolitto raggiunge poesie che oscillano dal vuoto al pieno della luce. Un’attenzione scarna e sostanziale riporta alla superficie inquadrature isolate, spesso neppure fissate in immagine certa, ma solo percepite attraverso il sottilissimo senso dell’anima.” (…) “La voce di un poeta che percorre un deserto all’alba o attraversa una foresta in salita per giungere a un monastero in montagna. Lo sguardo lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente, intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta, così che “la luce dagli occhi scompare”, ma anche “il verde ramo sfida l’inverno”. In queste poesie la parola si fa corpo e viceversa, il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è spazio sacro di resistenza e ripresa.“.

Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo

dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio

madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.

 

*

 

Ora che tutto brucia
e tace la peonia in fiore
ora che i nostri corpi
sono carne senza riparo

– si apre la terra al pianto

tra le mani un volto,
un corpo che non è più il mio.

 

*

 

Nel giardino sotto casa
stanno potando gli alberi

il respiro delle foglie nel sogno
atteso del sale tre dalie in fiore
ottobre è avanzo di luce,
memoria stretta delle mani.

Poso l’orecchio sui tuoi seni stanchi,
bianco tremore d’assenza

si fa a pezzi il cuore nel canto alla vita.

 

*

 

Primavera del silenzio tradito
nella notte di foglie ossessivi pensieri
bussi alla porta che non ha nome
vesti d’oriente la materia scura del mondo,
il solco di luce il vuoto istante che segue l’amore

non fa freddo eppure tremi.

 

*

 

Corpi d’ulivo obliqui nell’acqua
corpi nel vento di marzo
corpi nel sangue, benedetti.

È la bianchezza terribile della morte
è la forma inesatta del cielo

gli anni perduti la rovina di luce
i deserti, le stanche paure.

 

*

 

Lungo il sentiero dei coralli
stringi al legno il lato scarno
del viso, ventre trafitto di madre

fredda fine d’inverno la cena
lasciata a metà – febbraio

insegne al neon, uccelli in volo.

 

*

 

Oggi la rosa sulla pietra d’altare è fuoco,
taglio di lontananza.

Ho guidato fino a sfinirmi fino a perdere
la misura esatta delle cose ho gettato
il cuore nell’acqua sporca del Giordano
ho seppellito il ricordo sulla riva
disabitata del fiume –

qui dove i grilli muoiono soli, nel pudore e nel canto.

 

*

Foto di Chris Horvath da Pixabay

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.
Crocevia dei cammini, Getsemani e Prima dell’estate e del tuono sono i suoi ultimi libri pubblicati, tutti con l’editore peQuod. Del 2025 è la plaquette deserti.
Per la suddetta casa editrice cura la collana di poesia “Portosepolto”. Per i tipi de Ilglomerulodisale quella di plaquette “Amorgos”. Ha fondato il blog poetico “Bottega Portosepolto”.
Collabora con i blog “L’estroverso” e “La poesia e lo spirito”, con le riviste on line “Poesia del nostro tempo” e “Ytali” e con la casa editrice Puntoacapo.

*

 

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

FLORIANA PORTA IN UNA MOSTRA PER I 140 ANNI DALLA MORTE DI EMILY DICKINSON

Per i 140 anni dalla scomparsa della poetessa Emily Dickinson, al Castello Reale di Moncalieri dal 6 marzo al 24 maggio 2026 è visitabile la mostra “Fammi un quadro del sole”. Tra le protagoniste di questo evento, c’è la poeta e pittrice Floriana Porta. La ringraziamo per la sua disponibilità e cortesia.

 

1) Puoi dirci con alcune “parole chiave” come è nato questo progetto e qual è il tuo contributo artistico?

La prima parola chiave che mi viene in mente – e attorno alla quale ruota tutta la mia ricerca artistica e poetica – è “acquerello“. Questo mio progetto artistico trasforma le parole della Dickinson in vere e proprie visioni, fondendo acquerello, carte, inchiostri e frammenti poetici nei sontuosi spazi dell’appartamento della principessa Maria Letizia Bonaparte.

La seconda parola è “blu“. Il blu che ho scelto per identificarla rappresenta, in qualche modo, non solo la sua voce e il suo canto, ma il suo doppio corpo, spirituale e insieme “carnale”. Questo mio blu crea, inoltre, uno spazio visivo dove la parola poetica sembra anche, a tratti, dissolversi nell’aria, evidenziando il legame tra “silenzio” e “rivelazione”, tema tanto caro alla Dickinson. Il corpo è la realtà concreta che subisce il tempo, mentre l’aria è l’elemento in cui la coscienza si espande, trasformandosi e sfuggendo alla mortalità.

La terza parola è “presenza“. Una presenza che colma il vuoto dell’assenza. Una presenza-assenza persistente, costante, viva. Penso che dipingere significhi dare forma a un’assenza.

 

2) La figura di Emily Dickinson è stata da sempre una delle icone magiche centrali per tante generazioni, soprattutto per i giovani di ieri e di oggi. Perché resta così “viva” e presente dopo oltre un secolo e mezzo dalla sua scomparsa?

Perché la sua poesia è stata un’esplorazione, diretta e tagliente, dell’interiorità umana, capace di rispecchiare tutte le emozioni, passate e presenti. E nonostante la vita reclusa, la Dickinson ha trasformato la sua stanza in un vero e proprio “laboratorio” per analizzare l’intensità emotiva, la natura, l’amore, la morte e l’eternità con una modernità davvero sorprendente!


(Creazione di Floriana Porta)

3) A settembre, con Pecore Nere Editorial, uscirà un tuo nuovo libro di poesie “Nel giardino dei tuoi passi”. Possiamo dire che è un dialogo con la Dickinson al di là del tempo ma dove lo spazio è a distanza di fiato?

Direi proprio di sì. Ho immaginato ciò che hanno sfiorato le sue mani, la sua pelle; ho fantasticato sulle erbe e sui profumi inebrianti che le offriva, ogni giorno, il suo giardino; ho, in pratica, ricreato tutto il suo mondo col pennello e con la penna, spaziando dall’infinità del cosmo alle profondità dell’animo umano, trasformando il giardino nel “teatro” della sua esistenza, un “eden” fiorente, rigoglioso, che vive ancora. Credo che il suo giardino sia il punto d’incontro tra l’anima, il tempo e Dio.

 Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha avuto la necessità di scrivere, comporre, disegnare e fotografare. Si presenta con forme espressive di rara intensità e la sua opera – poetica e figurativa – si dispiega fra natura e bellezza, introspezione e sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile ermetico, il suo, lontano dalla retorica e dal sentimentalismo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. Pittrice, poeta, fotografa e illustratrice, si dedica alla fusione tra la parola scritta e la creazione artistica. Ha pubblicato quindici libri, è presente in numerose antologie e collabora con importanti siti e blog culturali. Allieva di Fernando Bibollet e di Antonio Carena, ha frequentato il Liceo Artistico Renato Cottini a Torino e due anni l’Accademia Albertina di Belle Arti sempre nel capoluogo piemontese, sezione Decorazione, guidata da Nino Aimone. Ha esposto i suoi acquerelli e le sue chine in diverse mostre legando la figura femminile alla natura e alla sacralità della bellezza. In “Parole a Capo” sono state pubblicate sue poesie in diverse occasioni: il 15 dicembre 2022; il 29 giugno 2023; l’11 luglio 2024.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "LABORATORI DI SCRITTURA E READING POETICI a cura dell'Associazione Ultimo Rosso con MARIA MANCINO (Maggie) Poetessa e curatrice della collana di poesia "Difettose" della Selvatiche Edizioni SEED Giovedì 16 aprile e lunedì 11 maggio 2026 ore 16 16-18 18 SIAMO TUTTI POETI e NON LO SAPPIAMO ppette proc Incontri singoli, aperti gradita prenotazione Info: annaperdelta@gmail.com tutti,"

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 332° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
La Carovana per l'Ambiente

La Carovana per l’Ambiente

La Carovana per l’Ambiente

L’11 aprile parte un’iniziativa significativa per affrontare le problematiche ambientali e sociali presenti nella nostra Regione.
Per 2 mesi, partendo da Piacenza e attraversando tutti i comuni capoluoghi di provincia e anche altre città, si svilupperà la Carovana sui temi ambientali e sociali promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) e da AMAS (Assemblea Movimenti Ambientali e Sociali Emilia-Romagna), per poi concludersi con un importante convegno regionale il 13 e 14 giugno a Bologna.

La Carovana nasce per rispondere a 2 finalità precise:

la prima è quella di evidenziare i tanti conflitti aperti nella nostra regione, soprattutto sulle questioni ambientali, che hanno troppo spesso poca visibilità e rischiano di apparire frammentati. La Carovana vuole non solo farli emergere e raccontarli – cosa che faremo anche producendo un apposito docufilm che seguirà tutte le tappe-, ma, ancor più, dare forza ad essi, sottolineneando la trama comune che li unisce. Per questo – solo per esemplificare alcuni momenti della Carovana- verranno affrontati i temi della logistica e del consumo di suolo a Piacenza, quelli relativi all’inquinamento atmosferico e alla tutela dell’acqua a Parma, le vicende riguardanti gli allevamenti intensivi e la mobilità a Modena. Nell’area romagnola si approfondiranno le questioni legate ai fenomeni alluvionali e, in specifico a Ravenna, il ruolo negativo del ciclo delle energie fossili, a Ferrara quelle che hanno a che fare con il forte impatto degli impianti di biometano.

Il secondo intento dell’iniziativa è quello di connettere le vertenze presenti nei diversi territori con la discussione inerente le 4 leggi regionali di iniziativa popolare promosse, ancora dal 2022, da RECA e Legambiente Emilia-Romagna e sottoscritte da più di 7000 cittadine e cittadini della regione. Le 4 proposte di legge affrontano nodi fondamentali delle politiche ambientali della Regione, intervenendo sui temi dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti e del consumo di suolo e prefigurando una svolta profonda nelle scelte finora prodotte. Ora, le proposte di legge subirono una prima interruzione nella legislatura scorsa per via della sua interruzione anticipata e poi hanno proseguito il loro iter nella nuova.

In specifico, sono state assegnate alla Commissione Ambiente regionale il 13 aprile del 2025 e da allora giacciono lì, senza che si sia prodotta alcune discussione sulle stesse, che, anzi, non hanno neanche visto la definizione del loro relatore, atto preliminare perché la discussione possa iniziare.
Il 12 agosto finisce l’anno e mezzo entro il quale la normativa regionale prevede che le proposte di legge di iniziativa popolare giungano alla fine del loro percorso, con l’approvazione, la loro modifica o la bocciatura.
Il fatto che non siano ancora state esaminate e che la scadenza finale arrivi a breve la dice lunga sul fatto che
l’attuale maggioranza di governo della Regione ( ma anche la minoranza) non ha alcuna intenzione di recepire l’impostazione di fondo che le contraddistingue.
Scopo della Carovana è dunque anche l’intenzione di riportare all’attenzione della società regionale i loro contenuti e denunciare l’inerzia della politica regionale in proposito, la cui prosopopea sull’importanza della partecipazione va di pari passo con il fatto di non volerla prendere in considerazione e, anzi, di deprimerla.

Il significato della Carovana e del convegno finale, però, va anche al di là di questi due obiettivi immediati. In realtà ciò che sta al fondo e ispira quest’azione è l’idea di dare gambe alla necessità di produrre una svolta radicale nelle politiche ambientali e sociali che animano anche le scelte politiche della nostra Regione.
Non solo abbiamo da lungo tempo alle spalle i fasti del fu modello emiliano, ma anche da noi, ormai, è dominante un paradigma di tipo neoliberista, al massimo temperato, da quello che sopravvive dello Stato sociale, che certamente non ha le caratteristiche di quello portato avanti da una destra volgare e autoritaria, ma che neanche si può considerare alternativo ad esso. Anche qui l’idea di fondo è quello di uno “sviluppo” centrato sulla cosidetta attrattività degli investimenti, sull’incremento della produttività, sul volano delle esportazioni, sacrificando su quest’altare qualità del lavoro e dell’occupazione, rilancio delle protezioni sociali universali, tutela e valorizzazione dell’ambiente. Senza fare i conti con il fatto che questa ricetta non funziona più, che nel mondo pervaso da un nuovo capitalismo finanziario e ipertecnologico aggressivo salta il vecchio compromesso tra capitale e lavoro, addirittura, come profetizza Peter Thiel, figura emblematica di questo nuovo corso, la sua compatibilità con la democrazia. A scanso di ragionamenti che qualcuno potrebbe giudicare astratti, prendo due esempi emblematici. Il primo riguarda il futuro della struttura produttiva della regione, a partire dal settore metalmeccanico, da sempre emblema della stessa. In un mondo sempre più orientato alla guerra, alla spesa per il riarmo e alla conversione verso la produzione bellica ( vedi la Germania, della quale l’Emilia-Romagna costituisce un pilastro importante nella filiera della sua subfornitura), che prospettive ci possono essere di evitare di seguire quella traiettoria, se non mettendo in campo un’opzione completamente diversa da quella sinora dominante?

Il secondo riguarda la transizione ecologica ed energetica: in questo periodo di tempo, la politica regionale sta discutendo di un aggiornamento del Patto per il lavoro e il clima del 2020 e anche la proposta di legge relativa alle aree idonee per l’installazione degli impianti di energia rinnovabile. In entrambe queste vicende, la politica energetica della Regione non si discosta più di tanto dalle scelte che si stanno compiendo a livello nazionale, che attaccano il Green New Deal dell’Unione Europea e prefigurano, nella migliore delle ipotesi una transizione lenta verso le energie rinnovabili e, soprattutto, il fatto che siano gli interessi delle aziende e del mercato a guidarla. Non ci si può muovere, come si sta facendo nei due casi citati sopra, semplicemente in una logica di riduzione del danno, provando a mettere alcuni “paletti” che, però, non sono in grado di contrastare le scelte regressive che provengono dall’impostazione del governo nazionale.

Insomma, non è più rinviabile anche in Emilia-Romagna una discussione di fondo sull’idea di modello produttivo e sociale che si intende perseguire: la pura continuità con l’esistente è destinata a produrre, al massimo, una prospettiva di galleggiamento sulla crisi economica e sociale, se non di vera e propria regressione. Serve, invece, mettere in campo un’alternativa fondata sulla riconversione ecologica dell’economia, supportata da una reale pianificazione partecipata, sulla qualità del lavoro, sulla qualificazione e potenziamento dello stato sociale, sulla difesa dei beni comuni e la valorizzazione dell’ambiente. Anche di questo vogliamo parlare con la Carovana sui temi ambientali e sociali; soprattutto intendiamo mettere in campo conflitto e progetto per dare un contributo importante alla necessità di cambiare la rotta anche in questa regione.

Per leggere gli articoli di Corrado Oddi su Periscopio clicca sul nome dell’autore

vite di carta l'ultimo libro di elisabeth strout raccontami tutto

Vite di carta /
L’ultimo libro di Elizabeth Strout, “Raccontami tutto”

Vite di carta. L’ultimo libro di Elizabeth Strout, Raccontami tutto

Per me potrebbe essere l’ultimo della carriera di scrittrice. Fossi Elizabeth Strout non scriverei altri romanzi dopo Raccontami tutto, a meno di cambiamenti drastici nella scelta del genere narrativo.

In Raccontami tutto viene a piena maturazione la sua narrativa intimista: nei loro incontri Lucy Barton e Olive Kitteridge intrecciano racconti di vite e si scambiano le storie della esistenza di tanti che come loro abitano nel Maine, a Crosby o in altre cittadine, oppure stanno a New York.

Si pongono le domande sul senso della vita. Dànno le loro risposte. Oltre non si potrebbe andare nello scandaglio.

Lucy e Olive riemergono dai racconti e dal romanzo in cui Strout le ha fatte vivere nel ruolo di protagoniste facendole conoscere ai lettori americani e a noi già a partire dal 2009, Olive, e Lucy dal 2016.

Diventano, da capostipiti, le madrine di altre narrazioni dentro questo romanzo e lasciano spazio ad altre voci narranti come Bob Burgess per esperire e mettere sulla pagine altre storie.

Molte sono a carico della narratrice in terza persona, che introduce di volta in volta le situazioni di racconto ma si mantiene vicina ai personaggi mentre parlano, quasi fosse seduta accanto a loro.

Riannoda i fili delle storie avviate in precedenza, richiama alla memoria del lettore i casi già mostrati, ricorda i luoghi e i nomi e introduce i narratori di secondo livello. Quando deve parlare Lucy Barton, che è romanziera, il gioco degli specchi è fatto.

E chissà che la biografia della Strout non abbia tra i pezzi del proprio puzzle alcune delle cose accadute a questi uomini e donne del Maine, tra cui si aggira la narrazione da un anno all’altro di questi ultimi (c’è la guerra in Ucraina a segnalarlo), da una fine estate alla successiva, tra i gialli accesi del foliage lì al nord e i primi aliti di freddo.

Ce li ha mostrati in più serie televisive La signora in giallo: li ha incontrati lungo le strade del suo paesino sul mare Jessica Fletcher, l’autrice di gialli che spesso ci ha fatto quattro chiacchiere, prima di doverli interrogare uno alla volta nel corso delle sue indagini sull’omicidio di turno.

Raccontami tutto riprende questa stessa attitudine allo scambio di notizie di un piccolo ambiente cittadino, si fa romanzo nel momento in cui c’è convergenza tra ciò che viene narrato e ciò che è accaduto, nel senso che sono le storie a dare consistenza ai vissuti, sono le storie a riscattare le “vite ignorate” dentro le rispettive famiglie prima ancora che dentro la comunità.

Basti l’esempio del narrare di Bob, già protagonista insieme ai fratelli Jim e Susan del bellissimo I ragazzi Burgess.  Le cose accadono a Bob come a tutti, tuttavia diventano vere solo quando sono oggetto del racconto che ne fa a Lucy, durante le loro passeggiate, o agli altri che ama.

Sa amare Bob, non sa dirlo bene, ma sa amare. Ama la moglie Margaret e ama moltissimo la sua amica Lucy, ama i suoi fratelli e la gente che ha bisogno. Sa restituire una vita a Matt, il suo cliente ingiustamente accusato di matricidio.

Come Lucy e come Olive sa parlare della vita attraverso le vite raccontate, le rispettive parabole tradotte in parole semplici e dirette, in domande altrettanto dirette.

“La gente, ciascuno con la sua vita” offre il proprio cameo nel racconto: c’è chi ha subito abusi sessuali in famiglia, chi si è mangiato le colpe di altri e chi è stato ricco da sempre. Chi ha la consapevolezza della felicità, evanescente, chi mentre attraversa il dolore si tinge i capelli o li taglia.

La domanda ora è: “Qual è il punto della vita di chiunque?” Ho soppesato le risposte di alcuni di loro, i personaggi dentro il libro con la loro vita di carta.

Olive dice “lavorare sodo e aiutare gli altri”.

Bob abbassa gli occhi su Lucy mentre passeggiano e tra loro oggi ci sono parole inusuali, sghembe. Le dice “che ne dici dell’amore? Non potrebbe essere questo il senso della vita?” La risposta di Lucy mentre rabbrividisce nel vento: “Secondo Solženicyn il punto nella vita sta nella maturità dell’anima”.

Mi viene da prendere la parola per dire che il punto sta nell’equilibrio, così ho sempre creduto. Bob però spazza via le mie parole parlando con rabbia, lui così pacato, mentre si chiede a cosa servano le domande e le risposte sulla vita là dove cadono le bombe, o dove la gente vive sotto le tende vicino alle autostrade o “nei boschi dietro al Walmart”.

Elizabeth Strout ci ha lasciati liberi di dire la nostra, personaggi e lettori alla pari, ma alla fine del libro si riprende la regia del racconto e chiude con Olive mentre fa visita alla sua amica Isabelle. Che spavento aver pensato che se la portasse via la figlia a vivere in un’altra città.

Quale consolazione ci danno le abitudini, quale conforto la quotidianità un po’ più al riparo da eventi e idee piuttosto grandi per la nostra fragilità.

Con questo libro lo scandaglio nel cuore è andato in profondità, ogni personaggio un carotaggio che porta le date della vita e gli strati della geologia dell’esistenza.

Un libro totalmente impregnato della dimensione esistenziale, un libro di fine corsa.

Nota bibliografica:

  • Elizabeth Strout, Raccontami tutto, Einaudi, 2025 (traduzione di Susanna Basso)
  • Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi, 2013 (traduzione di Silvia Castoldi)
  • Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, Fazi, 2009 (traduzione di Silvia Castoldi)
  • Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi, 2006 (traduzione di Susanna Basso)

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/michelle_pitzel-165491/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9053989″>Michelle Pitzel</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9053989″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Trent’anni di Ogm: promesse incompiute e inquinamento

Trent’anni di Ogm: promesse incompiute e inquinamento

Trent’anni di Ogm:
promesse incompiute e inquinamento

Le multinazionali degli Ogm assicuravano raccolti più abbondanti e un uso ridotto di prodotti agrochimici. Non solo: garantivano persino un contributo decisivo contro la fame nel mondo, precisando al contempo che quelle colture non sarebbero finite nei nostri piatti. Chiunque osava sollevare dubbi veniva prontamente archiviato come retrogrado. A trent’anni dall’avvio della coltivazione commerciale su larga scala, nessuna di quelle dichiarazioni si è minimamente verificata. Oggi sono quattro le grandi aziende che controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate. Scrive Silvia Ribeiro, ricercatrice e direttrice per l’America Latina del Gruppo ETC (Action Group on Erosion, Technology and Concentration): “Gli Ogm si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali…”

Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud).

Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“).

Quattro aziende controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate: Bayer (proprietaria di Monsanto), Corteva (nata dalla fusione di DuPont-Pioneer e Dow), Syngenta (di proprietà di Sinochem Holding) e BASF.
Insieme, controllano anche metà del mercato globale delle sementi commerciali e due terzi del mercato degli agrofarmaci (Los diez gigantes de los agronegocios: la concentración corporativa en la alimentación y en la agricultura).

La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela.

Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali.

In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci.

Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows).

Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years).

Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata.

Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM.

Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo.


Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación

Cover: Foto di David Maunsell su Unsplash

La costituzione si può cambiare: ragionando da statisti, non da politicanti

La Costituzione si può cambiare:
ragionando da statisti, non da politicanti

La Costituzione si può cambiare: ragionando da statisti, non da politicanti

Morto un referendum se ne farà un altro? Speriamo proprio di no. O almeno, speriamo che nel caso in cui si rendessero necessarie, le future modifiche alla Costituzione verranno approcciate in modo totalmente diverso.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: la Costituzione si può cambiare. Anzi, per certi versi può essere persino doveroso farlo. Ricordiamoci che stiamo parlando di un complesso di norme scritto quasi 80 anni fa: quanto è diversa l’Italia del 2026 dal quella del 1948? Ovviamente non si può cambiare tutto: i principi di base non invecchiano, e pensare di “aggiornarli” sarebbe folle. Ma è normale che tanti aspetti più operativi, più attinenti al funzionamento dello Stato, nel tempo possano necessitare di manutenzione. Ad essere totalmente sbagliato, nell’ultimo come nei precedenti referendum costituzionali, è stato l’approccio.

Quando si parla di Costituzione ci si riferisce alle regole del gioco, alle norme su cui tutti devono basarsi. E per questo motivo dovrebbero essere regole condivise e approvate insieme, senza distinzione di colore politico. Chi vuole cambiare la Costituzione non dovrebbe pensare a ciò che fa comodo a lui, ma ricordare che quelle modifiche andranno ad impattare sulle prossime generazioni. Ed è qui che sta la gravissima forzatura che abbiamo trovato non soltanto in questo referendum, ma praticamente in tutti i precedenti referendum costituzionali.

Esiste una “via giusta” per cambiare le norme costituzionali, ed è quella che porta ad ottenere una maggioranza di almeno due terzi dei parlamentari, peraltro dopo che tutte le possibili modifiche sono state discusse e ripetutamente votate. Ottenere una maggioranza dei due terzi significherebbe aver trovato soluzioni accettabili per tutti, non solo per un partito o una coalizione. Significherebbe aver ragionato da statisti, non da politicanti.

Una strada, purtroppo, mai perseguita finora. Si preferisce invece una “via breve”, che è quella che abbiamo sperimentato con il referendum di marzo: la maggioranza cambia le norme a suo piacimento, preferibilmente senza permettere il cambiamento di una sola virgola del testo, e poi chiede conferma agli elettori, confidando sul consenso elettorale e sulla mancanza del quorum.

Pensare che la vittoria alle elezioni dia il diritto di modificare liberamente ciò che si vuole, rappresenta un vero atto di prepotenza: “adesso comandiamo noi e facciamo quello che vogliamo”. La democrazia, ovviamente, è un’altra cosa.

Eppure nella tentazione di forzare la mano sono caduti più volte i partiti, senza differenze di colore politico. Ad oggi sono 5 i referendum costituzionali su cui ci siamo pronunciati: due volte hanno avuto esito positivo, tre volte sono stati bocciati. Gli elettori hanno dato l’assenso per la riforma del Titolo V della Costituzione, promossa dal PD, che nel 2001 pensò bene di scimmiottare la Lega Nord alla ricerca di consensi, e per la riduzione dei parlamentari, voluta nel 2020 dal M5S.

Personalmente ho sempre votato contro i referendum costituzionali: inaccettabile per me la forma, la pretesa di voler cambiare le cose con la forza, ma anche la sostanza, dal momento che nessuna delle proposte accolte o respinte sono mai sembrate tali da apportare miglioramenti reali al Paese. Ho votato contro anche alla riduzione dei parlamentari, a mio avviso uno spot che cercava consenso facile ma, ma ancor più facile rendeva il controllo dei parlamentari da parte dei partiti.

Tre i referendum bocciati: il primo fu quello del 2006 voluto da Berlusconi che ci aveva infilato di tutto, dal premierato, alla devolution, alla fine del bicameralismo, aggiungendo una spruzzata di taglio dei parlamentari che torna sempre utile per conquistare la simpatia degli elettori. Poi ci fu la riforma Renzi nel 2016; di nuovo fine del bicameralismo con abolizione del Senato, ancora un pizzico di tagli per acchiappare voti: stavolta sarebbe toccato al CNEL.

E poi arriviamo alla bocciatura subita dal Governo Meloni nei giorni scorsi.

Proviamo a pensare, per un attimo, all’idea di paese che l’attuale governo avrebbe voluto realizzare. Autonomia differenziata, cioè la fine del concetto di Italia una e indivisibile: bocciata dalla Corte Costituzionale prima ancora che dagli elettori. Riforma del CSM, con qualcosa di più del sospetto che si volesse mettere la museruola ai giudici: bocciata dagli elettori. Premierato, cioè l’arrivo di quell’ uomo forte che la Costituzione (sempre lei) cerca in tutti i modi di bilanciare: si spera rinviato a data da destinarsi.

E quel che è peggio, tutto questo sarebbe stato fatto non pensando al bene comune, ma sarebbe stato il frutto di una spartizione tra le tre forze politiche: secessione dei ricchi alla prima, giudici al guinzaglio alla seconda, uomo forte alla terza.

Davvero sarebbe stato un paese migliore di quello attuale? E in base a quale legittimazione il governo riterrebbe di avere dritto di stravolgere il tutto? Chi ha vinto le elezioni ha ottenuto una maggioranza pari al 44% del 64% dei votanti.  Si può pensare che controllando poco più di un quarto dei voti degli Italiani ci si possa arrogare il diritto di stravolgere la struttura del Paese, senza concedere una sola parola a chi vorrebbe proporre alternative differenti? Possiamo dire che si è trattato di un comportamento tra i più arroganti e prepotenti della storia della nostra Repubblica?

La speranza è che la reazione degli elettori, sorprendente ma capace di un NO forte e chiaro contro chi voleva piegare le regole della democrazia a suo piacimento, serva di lezione ad una classe politica che dovrebbe smetterla di considerare la cosa pubblica come un bene di cui disporre a piacimento. Ricordandosi sempre che il migliore, tra tutti i referendum costituzionali, è quello di cui non ci sarà bisogno.

 

Immagine di copertina: Firma della Costituzione nel 1947, wikimedia commons.

Il Bruno Brancher non è morto

Fantasmi / Il Bruno Brancher non è morto

Il Bruno Brancher non è morto
(un racconto)

Se dico che il Bruno Brancher è mai morto, mi assumo in pieno il diritto alla cazzata e quello di aver, nel contempo, sacrosanta la ragione. Certo che il Bruno è morto. Lo stesso…con lui eccome ci parlassi ancora. Più che altro, mi vien facile in verso sera, quando ogni cosa si sfarina e ti ritrovi lì, a rugàr nella pignatta dei ricordi le invisibili presenze. Giusto allora me lo ritrovo; lì, dalle parti della vita dove albergano i fantasmi. Che son tanti per davvero. Nel parlarci o, al contrario, lasciarli marcire; tutta qui la differenza. E allora è bene dire che ci son fantasmi allegri e fantasmi che è meglio girarci alla larga. Il Bruno Brancher è tra quelli che, di vita vera, ne ha fatta tanta per davvero. A chi l’ha conosciuto, frequentato, continua a raccontarla. Ecco perché è un mai morto.

Lui stesso, un giorno griso di quelli che dipingono ad arte gli inverni milanesi, me l’ha voluto con dovizia precisare. Eravamo lì, alla bell’e meglio stravaccati nel vecchio bar della Statale di Via Festa del Perdono, dove, allora, tutti si poteva liberamente entrare e, dalla mattina alla sera, farne più che allegro bivacco. In quel mentre, giusto quello eravamo dietro a fare. Stavamo lì, a bere, raccontarci un po’ di storie. A un certo punto, lui, col suo occhio balogio, contornato da due occhiali spessi un dito, mi fissa, ghigna, poi, con nonchalance, mi butta lì: “…mì moeuri no, car nan!”[1]. Il che, a ben pensarci, va in pari a quel “mi parli no!” resistenziale che, lo Strehler e il Dario Fo in buona coppia, mettevano in bocca al loro milanesone di periferia, quello stesso, per colpa dei fascisti finito in cella a San Vittore. Era la famose canzone del “Ma mì, ma mì, ma mì, quaranta dì, quaranta nòtt…”, cantata dalla Milva, dalla Vanoni, dallo Svampa, da Jannacci e molti altri. Non dal Bruno, però: per via della cattiva balbuzie che mai gli dava tregua; di quel suo litigare con la lingua, di cui sempre ha avuto cruccio. Ecco sì, diciamo pure così: il Bruno non cantava. Mai avrebbe potuto farlo. Lui viveva! Viveva quel che gli altri spesso si prendevano la briga di cantare. Giusto allora dire che, quel “mì moeuri no!”, gli era sortito dalla bocca, quasi fosse un’infantile bestemmia; una sorta di tenace sberleffo contro la vita, di chi si sa figliato dalla sventura…

…Negli anni della guerra, quella che a Milano ha del tutto distrutto o mandato irrimediabilmente in malora il sessanta per cento dei muri abitati e fatto sfollare migliaia di famiglie, il Bruno Brancher diceva fosse nato nelle famose Cinque vie. Vero in parte. E c’è un perché. Il Bruno era sì nato tra quelle strade. Esattamente in una cà de ringhera[2] di via Bocchetto. Lo aveva fatto molto prima, però, di quel che in giro andava a dire. Per l’esattezza, nel 1931. Venutolo a sapere, gliel’ho fatto notare. Lui mi ha risposto che così faceva per due sacrosante ragioni: la prima perché, essendo robusto e bassotto, ergo non facendo a prima vista dar fuori di testa le donne, doveva per forza di cose scortarsi gli anni, così da non sembrare, oltre che malfatto, pure vecchio; la seconda (questa degna della ganga scapigliata di un Prada o di un Tarchetti) a motivo del fatto che…“mì, in guerra, ghe sont semper staa!”[3] Come dargli torto!

Milano com’era

A due passi dal Duomo, un tiro di schioppo dal Cordusio, tra i più antichi rioni milanesi, nel garbuglio di stradine in cerchio a via Santa Marta, a tutte note come le Cinque Vie, si concentrava quella stessa gente meneghina minuta e traffichina, pochi anni addietro dolorosamente cantata dal Delio Tessa, messa in maschera dai Ferravilla e Cletto Arrighi. Era la Milano della Ligera, la povera malavita che, alla va’ là che vai bene, campava di espedienti e che, regolarmente, finiva in gabbia a San Vittor. Con, riguardo le Cinque Vie, una riconosciuta e inveterata particolarità. Nei pressi di via Santa Marta, dai tempi che nessuno più ricordava, era attivo un rinomato bordello, tra i più frequentati di tutta Milano.  Attorno al casòtt, in un rilascio di sensi molli, nel tempo ci si era via via industriati ad aprir osterie e bordelli minori, gli uni, stessa corte, stessa ringhiera, accanto agli altri; così che le Cinque Vie fossero da tutti i milanesi riconosciute come il rione della stravaccata bisboccia. giusto lì, nell’inverno del 31, da padre ignoto e madre prostituta, apre gli occhi il Bruno Brancher…

…Allora, inizi anni ottanta, io ragazzotto perdaball[4], lui con venti tacche di galera tatuate sul braccio di Rebibbia, a San Vittor, altre gabbie nazionali, non di rado ci si beccava alla libreria Calusca di Porta Ticinese o, come lui diceva da buon vecchio milanese,…Porta Cicca. Tra quelle vecchie mura, con quella sua voce da grossista del catarro, mi contava della vita. Attratto dai suburbi meneghini, io ascoltavo…

Bruno Brancher e il Rock n Roll a Milano

…Da piccoletto, sbattuto con la madre in un rione di periferia, più che la scuola, il Bruno diceva di amare quegli orti che, allora, tempestavano di frutta e verdura tutte le rive della città, non ancora fattasi metropoli. Lì, brancava con destrezza quel che natura, a iosa, spesso dispensa ai bisognosi. Non bastava. Gli inverni milanesi, allora davvero micidiali per chi poco aveva in berta[5] (…con neve pressoché perenne da novembre fino a febbraio, la notte non di rado a meno dieci…), non offrivano consigli da buon cittadino. Giocoforza, ci si rangiava. Ne facevano le spese le panchine dei viali, le insegne dei negozi, ancorché artigianali e fatte di buon legno; legno che tutto andava a finire nella stufa di ghisa di casa; la sola che poteva salvarti dal garboeus[6] o, peggio, da quel brutto male che spesso flippàva i polmoni. Giusto in quegli anni, sono cominciati i primi furtarelli d’occasione; più che altro roba da mangiare giù ai mercati o vecchi tricicli, biciclette e arnesi vari da sbolognare clandestini. Da lì, son cominciate le prime rogne con la pula, qualche mese di soggiorno al Beccaria. In quei tempi, dentro in gabbia ragazzino, mi diceva gli fosse insorta la passione di fare il ballerino. Un qualcosa affatto da scartare. Allora, Milano, era pieno zeppo di balere. Ma no, quale balera!..Lui puntava in alto. Il bislacco ghiribizzo lo voleva ballerino di scena. Il Bruno voleva la Scala! Provato ci ha provato. Gli è andata male. La colpa la dava alle sue gambette corte, quelle cotiche sui fianchi che, al volteggio, danno impaccio. Così, per puro caso, quando dalle parti del velodromo Vigorelli, un giorno luma[7] quella bici lucente a completa portata di mano, decide lì per lì di farsi provetto corridore. Non vuole rubarla, o meglio: non è quel che, a prima vista, gli frulla in mente. La prende, veloce di saetta, dalla Bovisa al Giambellino fa il giro di Milano. Poi, la sera, se la mena dritta a casa. L’indomani, nel cortile dove sta, a fargli visita ci son mica i soliti due gendarmi di sua conoscenza. Oh bella!..“La gh’è tutta la questura de Milan!”[8] Per il furto di una bici? Sì. Mica una qualunque!…E’ la bici del Fausto Coppi! Sto fatto, assurto a leggenda negli ambienti della Ligera[9] scapigliata, su tutti i quotidiani lo sbatte in prima pagina.

Uscito di galera, prova a fare il manovale dalle parti del Giambellino. C’è qualcosa che non quadra nella paga che gli danno, così dice; scarsa paga e protervia di chi vuole sempiterno comandare. Allora, manda tutti a quel paese, prende un treno, va su in Belgio. Lì, lo ospita un amico bergamasco, lassù a fare il minatore. Lo fa anche lui. Fino a quando non si becca un malanno nei polmoni. Torna a Milano. Prima cosa, ci sono i vecchi amici da andare a salutare. Gli offrono un lavoro di risulta. Che accetta volentieri. Così, di notte, dai treni degli scali milanesi, si mette a scorticare il piombo e il rame e sgraffignar quintali di carbone. Roba che poi rivende a scarso prezzo. Fa su quei pòch danee[10] che gli bastano alle ciucche, ai tosann[11], alla balera. Ogni tanto, di notte, con l’eterna bicicletta sotto il culo, fa un giretto dalle parti di via Torino, a un tiro di schioppo dal Duomo. Ha la fissa delle scarpe il Bruno, quelle belle di lustro corame. Come già il famoso Luciano Lutring, ma con molta meno fortuna, prende allora d’occhio le vetrine. Qualcuna va giù. Le scarpe, prezzo scontato, le smercia sotto banco alla gente del suo rione. Mai una rapina? Mai! Anche lì, dice, lo impediva il suo essere malnato. Tartagliando di brutto, le sue tronche milanesi gli si allungano all’infinito, di fatto impedendogli il comando perentorio. “…E’ per questo…” giura “…che ho mai fatto una rapina!..Ché quando parlavo…ostia…tucc se metteven a rid[12]!”. Come al solito, da consumato saltimbanco, il Bruno la buttava in vacca. C’era forse di più. Lui appieno incarnava l’etica strampalata della vecchia Ligera: il cui punto d’onore era quello di non usare armi da fuoco, bensì sfangarsela con bislacca destrezza; la mala insomma descritta dal Paolo Valera, quella del Luisin Carcano tassista, dei trani[13], della teppa, de l’Isola e l’Arèna. Ecco, la quadra.

Ma la vita, quella è. Nel seguitare di furti e traffici minori, per accumulo di pena, ecco il nostro impegnarsi in un autentico giro dell’oca delle patrie galere. In una di queste (erano gli anni settanta…), qualcuno gli parla così come a lui, figlio delle sciagure, piace sentire. Lì nasce, come lui stesso si autodefinisce, l’attaccabrighe sociale; quello che, in combutta con le disgrazie del destino, ci assomma l’ingiustizia, lo starsene di sotto, ai margini, fuori dal cancello del bengodi. Forte di questo sua nuova convinzione, testardo com’è, il Bruno Brancher non fa sconti a nessuno. In galera, se la fa con certi detenuti politici, alza la voce, taccagna di brutto, si dà all’aperta rivolta. In certi ambienti fuori dal carcere, il suo nome comincia a girare non poco.

Bruno Brancher, Disamori, Squilibri, 1977

Ad accorgersi di lui, è la Franca Rame che, del curioso personaggio, insieme al Fo, mette nero su bianco una pièce teatrale. Lo incontra, si prende a cuore le gesta da bandito ribelle e…grafomane incallito. Già. Perché, nel frattempo, al Brancher è scattata la molla dello scrittore, ancorché autodidatta. Scrive a casaccio; scrive quel che gli salta per la testa; scrive poesiole, brevi racconti. Li scrive bene. Così, scontata la pena, tornato a Milano, quello si mette in testa di fare. L’amicizia con Franca Rame e Dario Fo, che per lui si spendono generosi, porta a buoni risultati. Del Bruno picaresco, a metà tra il Don Chisciotte e il Lazarillo de Tormes, di sto saltimbanco che ne ha passate di tutti i colori, cominciano a parlarne i giornaloni. Alcuni lo intervistano. E’ così che, nel 1977, esce Disamori, una sorta di rocambolesca biografia, scritta con humour baraccone e nervi a fior di pelle. Gliela pubblica Primo Moroni, anima e corpo della libreria Calusca, in quegli anni un dio in terra tra gli alternativi milanesi. Primo Moroni è uno che conta. Anche lui, con il Brancher è generoso; si spende bene. Disamori ha un grande successo. Ha ottime recensioni. Lo leggono il Nanni Balestrini, l’Umberto Eco, altri del giro. Lo fanno con grande piacere. Disamori vende, vende eccome. Tutto ciò procura al Bruno i danee sufficienti per trovarsi una casa che non faccia schifo; mangiar finalmente due volte al giorno; seguitare a scrivere. In breve tempo pubblicherà altri due suoi lavori: Il potente a pezzi e Mèmore.

Per qualche annetto, negli ambienti di quel Milano che sempre vince, dell’ex galeotto, de quel de la Ligera, cui la letteratura ha cambiato la vita, vanno tutti matti. Lo si invita, lo si corteggia. Di lui, micione spelacchiato, si è infatti innamorata quella Milano versipelle, annoiata e lietamente progressista, che imperversa nelle mode e nei pensieri. Come già la Marchesa Paola Cangiasa (Carlo Porta docet) verso la sua bislacca cagnolina, molte signore dal tratto illuminato nutrono un sincero affetto nei confronti del Bruno Brancher. Lui le lascia fare. Orfano di tutto, ha bisogno di carezze; anche quando le si usa con la stessa disinvoltura con cui, nella Wunderkammer delle sofisticatezze meneghine, si maneggia merce di bizzarra provenienza, un pezzo di raro antiquariato. Perché questo, il Bruno Brancher, è infine diventato. La Milano di quegli anni non è più el sò Milan cencioso e genuino. La vecchia sua Ligera, per quanto di romantico potesse indurre, è via scomparsa. La gent de ona vòlta si è dissolta; dai rioni popolari deportata in mille infami periferie; quelle stesse strade, le Cinque vie, il Ticinese, l’Isola, i navigli e Porta Cicca, ingoiate e stritolate dal nulla in passerella.

E’ per questo che, incontrarlo quel giorno smorto alla Statale, m’è venuta un po’ di rabbia. “…Bruno, vacca bestia, ma perché non ti metti a scrivere in milanese?..”, gli ho buttato lì per lì. E lui: “…Ho scritto delle cose in milanese..sì che j’hoo scrivuu[14]…”. “E perché allora non le pubblichi?..” “…Perché la mia storia l’è bella che finida…ecco perché!..”.

Sì. La sua storia. Che neanche per un pelo poteva discostarsi da quell’altra, più profonda, antica, corale; la storia di un Milano che non c’era più. Questa perdita, al Bruno, puzzava addosso.

Poco dopo, nel semenzaio di altre sopravvenute disgrazie, anche la sua memoria ha cominciato a far cilecca di brutto. Sempre più raramente incontrandolo, diceva si dimenticasse delle cose, degli amici, dei nomi, dei luoghi. Ci scherzava…ma era affatto uno scherzo. Al pari di un mondo scomparso, anche la sua mente, ficcata come un coltello nella cassoeula dell’umana miseria, se ne stava pian piano andando…

Poi, per un bel po’, l’ho visto più. Un giorno, me l’han detto. Povero in canna, senza casa, malato, alcuni amici gli avevano procurato il ricovero in una clinica per smemorati terminali dalle parti di Vercelli. Lì era morto. Stop.

L’ho detto, l’ho ripeto: con lui ci parlo ancora. Quando lo faccio, per dirla col Tessa “…tutta la compagnia morta la se descanta”[15]…se questo può ancora più o meno curare…salvare.

Note :

[1] Io non muoio, caro ragazzo

[2] Casa di ringhiera

[3] Io in guerra ci son sempre stato

[4] stupidotto

[5] tasca

[6] Catarro pernicioso

[7] Adocchia

[8] C’è tutta la questura di Milano

[9] La malavita milanese di un tempo

[10] Pochi soldi

[11] Alle ragazze

[12] Tutti si mettevano a ridere

[13] Osterie popolari

[14] Sì che gli ho scritte

[15] Tutta la compagnia morta si risveglia

In copertina: Bruno Brancher – Da un’intervista di Tonia Cartolano e Omar Schillaci – analisiqualitativa.com

Per leggere gli altri racconti, poesie e articoli di Luigi Balocchi clicca sul nome dell’autore

la pasqua ebraica e quella cristiana

La pasqua ebraica e quella cristiana

La pasqua ebraica e quella cristiana

La pasqua ebraica (pèsach) è una festività che dura otto giorni (sette in Israele) e che ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa. Nella Bibbia ebraica, il nome di Pèsach indica la cena rituale celebrata nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto; i successivi sette giorni vengono chiamati Festa dei Pani non lievitati (o Azzimi), come il pane dei musulmani, per molti aspetti simili più di quanto si creda agli ebrei (anche per le numerose regole) nonostante la feroce guerra che si fanno.

Questa settimana trae origine da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. La pèsach, quindi, segna il principio della primavera ed è anche chiamata “festa della primavera”.

Trae origine da una vicenda del Libro dell’Esodo in cui Dio annuncia al popolo di Israele, ridotto in schiavitù in Egitto, che lo libererà e, dato il rifiuto degli egizi, Dio annuncia la loro punizione con le piaghe d’Egitto e l’uccisione dei primogeniti (“…passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito, uomo o bestia; così farò giustizia…”, Es 12, 12). Dio ordina al popolo di Israele di marcare gli stipiti delle loro porte con del sangue di agnello cosicché “… quand’io vedrò il sangue, passerò oltre, e non vi sarà piaga su di voi…”).

È la prima volta che Dio prende le parti dei deboli (schiavi) in quanto in passato era sempre stato dalla parte di Re e Imperatori, ma si potrà anche cogliere l’aspetto terribile di questo Dio che ammazza i neonati d’Egitto. Spesso nell’Antico testamento ci sono passaggi feroci fino ad essere genocidari dei vinti che, ovviamente, hanno poco a che vedere con la spiritualità o la fraternità. Per questo i templi ebraici avevano all’ingresso un’ampia zona dove si scannavano gli agnelli prima della Pasqua.

San Francesco a Roma per chiedere l’autorizzazione al Papa di predicare, incontrerà un uomo con un agnellino in groppa e, saputo che lo ucciderà, gli darà il suo mantello in cambio di poterlo salvare. Non sapendo come portarsi l’agnellino lo restituirà con la promessa che non l’avrebbe ucciso. Così perde sia il mantello che l’agnello basandosi su una fiducia che, probabilmente, non sarà stata corrisposta.

Durante tutto il periodo della festività non viene consumato dagli ebrei cibo lievitato sostituendo il pane, la pasta e i dolci con le “matzot“ ed altri cibi appositamente preparati senza essere lievitati.

La celebrazione cristiana della Pasqua commemora invece la passione, morte e risurrezione di Gesù, avvenute in concomitanza con la celebrazione ebraica di Pèsach. In quell’anno la Pèsach ebbe luogo di sabato (giorno che per gli ebrei inizia la sera del venerdì) e perciò tuttora la liturgia cristiana della veglia pasquale la sera del sabato santo contiene la lettura degli stessi brani biblici utilizzati dagli ebrei per la Pèsach.

Secondo quanto si legge nel Vangelo di Giovanni e da altri particolari della Passione, sembra che il giorno della morte di Gesù sia corrisposto, per la maggioranza del popolo ebraico del tempo, a quello in cui si immolava l’agnello e si celebrava (alla sera) il primo seder di Pèsach, e perciò al giorno ritenuto essere il 14 di Nisan, che quell’anno cadeva di venerdì.

La Risurrezione, poi, ha avuto luogo “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica immediatamente successiva alla Pèsach, cioè il 16 di Nisan. L’Ultima Cena di Gesù e dei suoi apostoli, caratterizzata dai vangeli sinottici come una cena pasquale, viene consumata la sera del giovedì. Per i cristiani la celebrazione della Pasqua è soprattutto ricordo e gioia per la Risurrezione.

In realtà il cristianesimo non sarebbe una religione ma un “fatto”, la predicazione del Cristo, la sua morte in croce e la Risurrezione. È stata la Chiesa e i suoi seguaci a costruire una mastodontica costruzione organizzativa e gerarchica che per esempio San Francesco contesterà. Voleva che tutto fosse a mò di cerchio e di fratellanza, senza gerarchie come, peraltro, dice il Cristo nei Vangeli.

Anche i primi cristiani vivranno in comunità fraterne, almeno fino a 313 d.C. quando Costantino fece del cristianesimo una religione di Stato. Dopo quella data molti cristiani, inorriditi dalla istituzionalizzazione del cristianesimo, fuggirono in Egitto e nel deserto per una vita monastica, da cui nacque il monachesimo con regole gerarchiche che mai accettò Francesco, favorevole alla “tavola rotonda” (che sarà anche di Re Artù, il primo re che lottò nella storia non per interessi ma per ideali) e alla vita fraterna.

Francesco ricava questa regola (come tutto) dal vangelo “non fatevi chiamare maestro o padre…voi tutti siete fratelli”. Una fraternità che volle estendere oltre i suoi confini agli stessi saraceni (stranieri).

La pasqua cristiana è una festa mobile (a differenza di quella fissa del Natale e si celebra dopo l’equinozio di primavera (21 marzo) nella prima domenica che segue il plenilunio. È sempre prossima alla primavera quando tutta la natura fiorisce e riprende la vita. In quel periodo si celebra anche la morte del corpo e la risurrezione dello spirito (Cristo), come a dare una nuova primavera anche all’Essere Umano, che andrà col suo spirito ben oltre la morte fisica, “sorella morte” per Francesco.

La “folla” (oggi diremmo il “popolo”) aveva salutato Gesù la domenica precedente (delle palme) come un salvatore. Nel vangelo si usa la parola greca “turba”, una folla caotica mossa da curiosità, perché sapevano che Cristo aveva resuscitato Lazzaro e sapevano anche che i “capi”, avevano deciso di farlo fuori.

C’era quindi un osannare che era anche un curiosare come il popolo romano che veniva domato a “panem et circenses”, desideri non troppo dissimili da oggi. Ma ogni tanto anche il “popolo” rinsavisce, come nel recente referendum, e come si intravvede nel dipinto di Piero della Francesca, dove l’ultimo soldato si sta risvegliando.

Cover:  Piero della Francesca, Resurrezione (1463-1465), San Sepolcro – immagine: https://www.artesvelata.it/resurrezione-piero-della-francesca/

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Pasqua di sangue e di speranza

Pizzaballa: una Pasqua di sangue e di speranza

Pizzaballa: una Pasqua di sangue e di speranza

L’ultima Guerra oscura quella immeditatamente precedente. Così il folle attacco all’Iran (folle anche perché non se ne vede un punto di caduta) occupa stabilmente i media e mette la sordina alla guerra in Ucraina, alla cruenta invasione/annessione di Gaza, alla nuova guerra di Israele in Libano, allo scontro fratricida in Libia, alle tensioni in Pakistan… senza contare le altre 60 guerre in corso sparse per il pianeta.

Mentre l’Occupazione Israeliana, tanto illegale quanto feroce, non accenna a finire, ogni giorno si allunga la lista dei morti, 71.000 a Gaza, già 1.500 nel Sud del Libano. Più i milioni di profughi, i morti bambini, di fame o di malattia. Oggi più che mai viviamo una Pasqua di sangue.

Oggi più di ieri, misuriamo tutta la nostra impotenza. Eppure la voglia di pace non può rimanere senza voce. Abbiamo scelto le parole con cui il Cardinale di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa ha chiuso la scorsa Biennale Cinema di Venezia. Parole di Denuncia e di Speranza, perché l’una non può esistere senza l’altra.
(La redazione di Periscopio)

«Carissimi amici e amiche, il Signore vi dia pace.

Un saluto da Gerusalemme, dalla terra santa che sta vivendo, stiamo vivendo, un momento così drammatico, così difficile, così divisivo. Qui per noi ma, come vediamo, anche in tutto il mondo. La cronaca la conoscete, quindi non è necessario che io entri nella cronaca quotidiana e drammatica di quello che stiamo vivendo. Anche le immagini sono molto significative purtroppo. Parlano di distruzione, di morte, di tantissimo dolore.

Uno dei problemi che stiamo vivendo è proprio questo: siamo talmente pieni di dolore che sembra non esserci spazio per il dolore dell’altro. Quello che mi preme dire è che stiamo comunque vivendo anche un clima di odio profondo sempre più radicato dentro le due popolazioni, israeliana e palestinese, che sembra non finire mai.

Lo vediamo nella violenza innanzitutto, ma lo vediamo anche nel linguaggio. Io credo che la violenza a cui stiamo assistendo è anche il risultato di anni di linguaggio violento e de-umanizzante. Se tu de-umanizzi l’altro nel linguaggio, con le parole, creando una cultura, un pensiero che de-umanizza l’altro, poi il passaggio alla violenza fisica e reale è solo questione di tempo. E purtroppo lo stiamo constatando.

Questa guerra deve finire quanto prima, lo sappiamo. Non ha più senso continuare. È tempo di fermare questa deriva. Ma sappiamo che la fine della guerra che auspichiamo, nonostante la cronaca ci parli di altro, che auspichiamo finisca presto, non sarà la fine del conflitto, non segnerà la fine delle ostilità, del dolore che queste ostilità causeranno. Per cui dobbiamo lavorare molto, soprattutto noi credenti e tutti coloro che creano e fanno cultura, creano una narrativa diversa.

Abbiamo lasciato la narrativa ai radicali, agli estremisti di una parte e dell’altra. Dobbiamo invece avere il coraggio di una narrativa, di un linguaggio diverso che apra orizzonti, apra strade nuove. Abbiamo bisogno di nuove prospettive, nuove strade, di nuove idee innanzitutto nel mondo della cultura e del linguaggio, che poi possono arrivare anche alla società e alla politica.

Questo è il mio augurio. Io ci credo, è possibile. Perché ci sono tante persone qui che sono impegnate in questo, e abbiamo bisogno del vostro aiuto. Allora mi auguro che da Venezia, anche da Venezia, possa arrivare un contributo positivo in questo senso. Che ci siano ancora persone nel mondo che ci aiutano a pensare in maniera diversa e portandoci parole e immagini che costruiscano anziché distruggere.

Grazie buon lavoro a tutti voi.»

Cardinale Pierbattista Pizzaballa, capo della Chiesa cattolica in Terra Santa,

Cover: il Cardinal Pierbattista Pizzaballa al Santo Sepolcro, immagine cronachedi.it

Ti accolgo

Per certi versi / Ti accolgo

Ti accolgo

Ti accolgo. Puoi stare in me. Al sicuro. Vieni…

Rannicchiati. Ti faccio tetto con le parole.

 

Ti sono rifugio. Ti tocco i capelli con il fiato.

Ti bacio ogni fatica.

 

Il mio corpo è involucro per custodirti. Per proteggerti.

La mia schiena è tavolo per il tuo cibo.

 

Prometto di non farti mai paura. Di non darti colpa.

Di non farti tremare se non di inesprimibile emozione.

 

Di non toccarti se non con il respiro, con il sudore, il pianto, la saliva.

La punta leggerissima delle dita e dell’anima.

 

Prometto di essere nuda con te, per maggiore verità.

Prometto di venerare la tua imperfezione, le storture, i tuoi abissi.

 

Di riconoscere in te gli alberi immensi e le piccole felci,

il grande mare e i granelli di sale.

 

Mia pietra, spuma. Arancio fiorito. Crepa del terreno.

Mia donna rupe. Mia bambina sabbia.

 

I miei fianchi sono la tua altalena, per spingerti in alto,

farti arrivare al cielo.

 

Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023

 

In copertina: altalena sul mare – Foto di Keegan Divant da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Il calendario dei legami: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.”

Il calendario dei legami: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.”

Il calendario dei legami.
“Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.”

È un detto che ritorna ogni anno, con una familiarità che lo rende quasi invisibile.

Lo si pronuncia senza pensarci, come qualcosa di ovvio.

Eppure non è solo un proverbio.

È una forma di organizzazione dei legami.

Distribuisce i posti, ma soprattutto distribuisce le posizioni del soggetto: da una parte ciò che è dato, dall’altra ciò che sembra scelto.

In questo senso, non descrive semplicemente una consuetudine.

La produce.

La rende naturale.

Natale non chiede.

Assegna.

“Con i tuoi.”

Il legame precede il soggetto.

Non si decide, si eredita.

Non è qualcosa che si costruisce nel momento,

ma qualcosa in cui ci si ritrova già iscritti.

Ed è proprio per questo che espone.

A Natale non si è semplicemente insieme.

Si è implicati.

Dentro una trama di aspettative, di ruoli, di posizioni che tendono a ripresentarsi sempre uguali.

Dentro qualcosa che ha una storia, e che non si lascia facilmente modificare.

È spesso lì, infatti, nei momenti più codificati e ritualizzati, che qualcosa eccede il copione.

Una frase che sfugge.

Un tono che si incrina.

Un silenzio che pesa più del previsto.

Non perché la famiglia sia “il luogo del conflitto”, ma perché è il luogo in cui il soggetto è più preso, più coinvolto, meno schermato.

È il luogo in cui ciò che non funziona nei legami trova più facilmente una via per emergere.

 

Pasqua arriva dopo.

E introduce uno scarto.

“Con chi vuoi.”

Qui il proverbio non assegna.

Autorizza.

Autorizza a uscire dai legami dati, a variare, a spostarsi, a incontrare amici che durante l’anno restano sullo sfondo o ai margini.

Autorizza a costruire combinazioni meno vincolate, meno prevedibili, meno esposte al peso della storia.

In questo senso, non si limita a indicare una possibilità.

La legittima.

Rende più facile scegliere, proprio perché quella scelta è già prevista, già consentita, già inscritta in una forma condivisa.

È come se dicesse: qui puoi.

E questo “puoi” ha un effetto preciso.

Alleggerisce.

Ma allo stesso tempo copre.

Perché scegliere non è mai un atto così lineare.

Non scegliamo da un punto neutro.

Non partiamo da zero.

Scegliamo a partire da ciò che ci ha costituiti, da ciò che abbiamo vissuto, da ciò che nei legami ha lasciato una traccia.

Allora la domanda si impone.

Siamo così sicuri di scegliere davvero con chi trascorrere il nostro tempo?

O è il legame dato — quello da cui proveniamo — a continuare a orientare, in modo più o meno silenzioso, le nostre scelte?

Quando scegliamo,

scegliamo davvero…

o seguiamo traiettorie già tracciate?

E quando prendiamo distanza, ci separiamo davvero  o ripetiamo, sotto altre forme, ciò da cui pensiamo di allontanarci?

Non si tratta di negare la possibilità della scelta, ma di interrogarne le condizioni.

Di chiedersi da dove prende forma ciò che chiamiamo “volere”.

Il proverbio funziona perché tiene insieme tutto questo senza farlo emergere.

Offre un equilibrio rassicurante:

un tempo in cui non si sceglie,

e un tempo in cui si è autorizzati a farlo.

Un tempo dell’appartenenza,

e un tempo della variazione.

E in questo equilibrio il soggetto trova un punto di riposo.

Non deve esporsi troppo alla domanda.

Non deve sapere troppo di ciò che lo determina.

Può muoversi dentro una traccia già data.

Ma è proprio lì che qualcosa resta in sospeso.

Perché il desiderio non coincide mai del tutto con ciò che è consentito volere.

E non si lascia organizzare dal calendario.

E forse la questione non è semplicemente con chi si sta, ma da dove si sceglie di stare.

È lì che il soggetto smette di riposarsi.

Ed è lì che qualcosa, eventualmente, può cominciare.

Cover: https://www.psicologasegantin.it/legami-familiari/

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a Ferrara un aiuto per colmare il divario digitale

A Ferrara un aiuto per colmare il divario digitale

A Ferrara un aiuto per colmare il divario digitale

 

Abbiamo contattato Tommaso Sandri, ventenne imprenditore ferrarese di DigiViva, per la curiosità che ci ha suscitato la descrizione del “business” della neonata azienda – colmare il “digital divide” che colpisce soprattutto persone anziane e sole, tagliandole fuori dall’accesso a servizi fondamentali – in rapporto alla giovane età del titolare. Di seguito, le sue risposte alle domande di Periscopio.     

 

Periscopio: Tommaso, DigiViva si occupa di colmare il cosiddetto “divario digitale”, che colpisce soprattutto persone anziane e sole. A me è subito venuta in mente la scena del film di Ken Loach “Io , Daniel Blake” in cui un lavoratore malato si rapporta con gli uffici pubblici della sanità e previdenza inglese per completare una pratica vitale per il suo futuro, e si trova di fronte un muro di indifferenza e mancanza di empatia del personale, che lo invita a fare tutto tramite le app. Secondo la tua percezione, quanto sono diffuse situazioni simili nel nostro territorio?

Tommaso Sandri: situazioni come quella raccontata in Io, Daniel Blake sono molto più vicine a noi di quanto si pensi. Nel nostro territorio capita ogni giorno. Mi è successo spesso di parlare con persone che si sono recate agli sportelli pubblici o negli uffici postali e si sono sentite completamente abbandonate, ricevono informazioni vaghe, vengono rimbalzate da uno sportello all’altro, oppure gli viene semplicemente detto di chiamare un call center o di fare tutto online perché lì non possono aiutarli. Il problema è che queste persone, spesso anziane, non hanno gli strumenti per farlo. E invece di ricevere un aiuto concreto, si trovano davanti un sistema che dà per scontato che tutti siano autonomi digitalmente e che siano in grado di intuire da soli quali siano le procedure corrette. Il risultato è frustrazione, senso di impotenza e, in molti casi, rinuncia. Io vedo quotidianamente, anche solo all’interno della mia famiglia, persone che smettono di provare ad accedere a servizi fondamentali non perché non esistano, ma perché per loro risultano complicati e nessuno le accompagna davvero nell’utilizzo. Il divario digitale oggi rischia di non essere solo un problema tecnologico, ma rischia di diventare una vera forma di esclusione sociale.

P: leggo sul vostro sito che fate interventi direttamente a domicilio per assistere le persone che hanno problemi tecnici o di comprensione nell’utilizzo dei dispositivi digitali. Hai già un piccolo storico dei principali tipi di assistenza che vi vengono richiesti?

TS: sì, con il brand DigiViva siamo attivi da poco, ma personalmente ho svolto più di 50 interventi nelle province di Ferrara, Bologna e Rovigo negli ultimi mesi. Ho quindi avuto modo, in questo tempo, di individuare delle richieste molto ricorrenti: attivazione e utilizzo di SPID e CIE, configurazione delle app dedicate e accesso ai servizi, accesso al fascicolo sanitario elettronico, tutoraggio e supporto nell’utilizzo , configurazione smartphone e tablet nuovi, trasferimento dati, uso whatsapp, videochiamate per connettersi con i familiari lontani e utilizzo di app base, pagamenti online e sicurezza digitale, utilizzo di app bancarie per effettuare operazioni, configurazione Smart TV e servizi streaming, sintonizzazione canali, collegamenti a internet, supporto con computer, stampanti e connessioni internet. Quello che colpisce è che spesso non si tratta di problemi complessi, molto spesso sono problemi risolvibili in pochi passaggi e pochi minuti, ma questi piccoli blocchi spesso diventano insormontabili senza qualcuno accanto.

P: tu sei giovanissimo, e la tua azienda si occupa di assistenza digitale a persone che io immagino prevalentemente anziane. Un divario anagrafico al servizio della cura del divario digitale. Qual è stata la molla che ti ha spinto a lanciarti, così giovane, in questo progetto? 

TS: la spinta è nata da una cosa molto semplice: vedere da vicino la difficoltà reale delle persone, a partire dalla mia famiglia e dai miei conoscenti. Prima ancora di DigiViva aiutavo già privatamente la mia famiglia, amici di famiglia, conoscenti, persone anziane. Mi sono reso conto che per me erano operazioni banali, ma per loro rappresentavano un ostacolo enorme. Da lì ho capito che non era solo “assistenza tecnica”, ma un vero bisogno sociale.
Dopo aver analizzato attentamente i dati sulla popolazione del nostro territorio e dopo aver capito che la richiesta era alta, ma non esisteva alcun servizio di questo tipo nelle nostre zone, ho deciso di trasformarlo in un servizio strutturato. DigiViva è oggi un marchio registrato che nasce da Note Srl, società con sede a Ferrara che poggia sull’esperienza trentennale di mio padre Nicola nel campo dei servizi di rappresentanza e della vendita. 
Il fatto di essere giovane non è un limite, ma un vantaggio a mio parere, rappresenta proprio il ponte tra due mondi, quello digitale e quello di chi ne è rimasto escluso. Credo infatti, che i giovani che sono nati con questi strumenti siano la generazione più adatta per questo tipo di servizio.

P: qual è l’ambito territoriale entro il quale potete intervenire? E se non è indispensabile un intervento fisico, rispondete anche a chiamate dal territorio italiano che possano risolversi in un’ assistenza da remoto?

TS: operiamo principalmente a domicilio a Ferrara e nei comuni limitrofi, con un particolare focus durante la stagione estiva nei Lidi Ferraresi, dove molte persone si trasferiscono per passare le vacanze. Operiamo principalmente a domicilio perché crediamo che il contatto diretto sia fondamentale per la maggior parte delle operazioni. Entrare nelle case, capire il contesto e spiegare con calma fa tutta la differenza. In un futuro prossimo miro ad espandere i nostri servizi nelle province limitrofe, grazie all’aiuto di partner locali.

Offriamo anche la possibilità da operare da remoto, ma questo tipo di intervento è rivolto spesso verso un target di clientela business, o spesso consulenze di impianti di rete o smart home per famiglie, privati o PMI. Resta sempre aperta a chiunque la possibilità di richiedere un intervento da remoto, tramite una videochiamata su Zoom possiamo risolvere problemi con PC, Smartphone, tablet.

P: hai pensato a modi “non digitali” per pubblicizzare la vostra azienda? Te lo chiedo perché immagino che alcune persone che hanno problemi con il mondo digitale, proprio per questa ragione potrebbero non venire a sapere della vostra esistenza attraverso uno smartphone o un pc…

TS: è una domanda centrale, perché è esattamente il paradosso del nostro lavoro. La risposta è ovviamente si, la nostra campagna pubblicitaria di lancio iniziale è incentrata su strumenti fisici e partnership come primo metodo, affiancata anche da una base di campagna social, principalmente su Facebook.  La nostra campagna di lancio utilizzerà volantini distribuiti sul territorio, presenza in negozi, farmacie e attività locali, tramite esposizione di brochure dedicate, collaborazioni con realtà associative – ad esempio avremo un helpdesk di primo intervento gratuito dedicato, una volta a settimana, presso gli Uffici di Confcommercio a Ferrara e prossimamente anche presso altre realtà sul territorio. Poi: articoli su quotidiani e pubblicità sugli stessi. In una seconda fase avvieremo una campagna locale con cartelloni pubblicitari, pensiline bus, autobus urbani, totem nei centri commerciali. Il passaparola ad oggi è già molto forte. 

 

Cover image tratta dal sito DigiViva.it

DigiViva: contatti stampa e informazioni: DigiViva: https://digiviva.it – info@digiviva.it Note Srl: https://notesrl.com – Via Argenta 69/A, 44124, Ferrara Contatti Diretti: Tommaso Sandri – +39 345 7394004 – tommaso.sandri@notesrl.com

presto di mattina fiore senza difesa

Presto di mattina /
Fiore senza difesa

Presto di mattina. Fiore senza difesa

Fiore senza difesa, celebrare la Pasqua nella vita

«Fiore che il sangue trasforma in nuova fertilità!
Sei più forte della mano che ti recide!
Più duraturo dell’idea che ti definisce!
Più brillante della pittura che ritrae il tuo volto!
Nel mondo, ormai, aumenta la paura di te,
Fiore senza difesa!»
(Carlos Mesters, Fiore senza difesa, trad. Enzo Demarchi, Cittadella 1986, 109).

A Pasqua, nel passante di valico che è stata la sua passione, morte e vita risorta, celebriamo Cristo: il fiore senza difesa che non ha opposto resistenza, non si è tirato indietro; volto disarmato, non ha sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, e agli sfiduciati ha rivolto parole di fedeltà inscritte nell’amore tanto da prevalere sulla morte.

A Pasqua Cristo è fiore disarmato e disarmante. È il nostro fiore, ricorda san Girolamo (347-420), che nelle lettere ricorre più volte a questo simbolismo: «Un virgulto sorgerà dal tronco di Jesse e un fiore verrà su dalle sue radici. Il fiore di tale virgulto è Cristo che dice: “Sono il fiore dei campi e il giglio delle valli”… Andremo a Nazareth per vedervi il fiore (questo è il significato etimologico) della Galilea… Questo fiore, per noi, è stato la morte della morte; ed è morto appunto per questo, per far morire la morte con la sua morte» Girolamo, Le Lettere, vol. 2, Lettera LXXV, Città Nuova, Roma 1962, 197; 297-298, 352.

Per Carlos Mesters, biblista carmelitano, fiori senza difesa sono pure i poveri, gli oppressi, le comunità ecclesiali di base dell’America Latina. Egli si riferisce a loro quando prendono la parola e dànno vita insieme a una lettura popolare della Bibbia.

Il titolo del libro che scrisse proprio per narrare questa esperienza − nata negli anni del post-concilio e delle dittature − quella dei cristiani, dei poveri, contadini operai senza futuro che si erano uniti per cercare un riscatto non solo sociale, ma evangelico nella chiesa, è per l’appunto dare il loro contributo: «una spiegazione della Bibbia a partire dal popolo».

Già il concilio aveva esortato tutti all’assidua lettura della Bibbia per acquisire la “suprema scienza di Gesù Cristo”, sottolineando che l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo perché la Parola di Dio nelle mani riempie il cuore degli uomini (Dei Verbum 25-26).

Dove sono la Parola e il popolo povero, fragile, esposto, lì nasce un fiore

«Mi sono ricordato di una frase di Pablo Neruda – scrive Mesters − che dice più o meno così: “La vita del popolo della terra non si corrompe e non si lascia corrompere, nemmeno quando sia circondata dalla maggiore delle corruzioni”. Penso che abbia ragione. Ma lo penso senza sapere il perché. Forse perché credo che la vita è più forte della morte.

Quando Cristo morì tutto sembrava contaminato, intriso di morte; tutto sembrava senza futuro. Invece, la vita è risorta! In ultima analisi è la fede nella risurrezione che ci fa credere nella forza rigeneratrice e liberatrice di questo popolo debole e senza difesa di fronte al sistema che lo schiaccia, lo avvelena, lo opprime e l’uccide».

La lettura popolare della scrittura significa leggere la Bibbia in un con-testo, non solo quello latinoamericano comunitario, a partire da un pre-testo: la parola di Dio; perché è proprio lì, nel vangelo, che nasce un fiore, dal virgulto di Nazareth.

«Un piccolo fiore senza difesa che mette in discussione tutto ciò che sinora siamo riusciti a sapere dei fiori. Questo fiore fragile e strano non sa nulla dei criteri della nostra logica e chiede una loro riformulazione. Esso rivolge un appello alla logica dicendo: “Riconosci che sono un fiore diverso! Cambia il modo di pensare sui fiori e vieni ad aiutarmi perché possa crescere e sbocciare pienamente. Solo così potrai rallegrarti della bellezza dei miei colori e dell’aroma del mio profumo!”». (ivi, 110-111).

L’umanità senza difesa: “è pure questo il fiore”

I poveri, gli oppressi, prima di ogni determinazione sono da ritenersi l’umanità senza difesa, il fiore disarmato che resiste disarmando. Rappresentato pure nei disegni del libro di Mauro Biani: È questo il fiore, (Ed. People, Busto Arsizio, VA 2021).

Fiore di papavero Papaver rhoeas, fragile, esile e tuttavia eretto, in piedi, flessibile al forte vento, i suoi petali come vele trasparenti e lievi. D’Annunzio, nella poesia La Spica, ne sottolinea la natura selvaggia, spontanea, semente non manipolata da mani d’uomo, portata dall’altrove dentro la vastità del grano, solitario ma visibile anche da lontano tra la messe; lo chiama «papavero ardente, cui l’uom non seminò, in un mannello» (Alcyone).

Posto non sullo sfondo ma dentro l’umanità, apre la corolla sull’azzurro sopra l’umanità, testimone vivo e vivente dell’infinito nel finito. Chiama alla resistenza nel quotidiano, alla difesa dei senza diritti, risveglia la memoria, smaschera chi l’occulta per interesse, per il potere.

La sua umile bellezza trafigge l’indifferenza indicando in essa la possibilità e il richiamo al cambiamento possibile. Per il colore scarlatto, brillante, il papavero significa promessa di riscatto, il sangue versato in difesa della dignità umana non è invano, è semente di vita nuova, processo di trasformazione che sommuove la coscienza personale e collettiva.

Memoria della Pasqua, memoria dei poveri, una memoria sovversiva

Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi.
Sostienici, per favore, nella nostra lotta
per la giustizia, l’amore e la pace.
(Preghiera per la nostra terra, in Laudato si’, n. 246).

Ricordarsi della Pasqua è allora ricordarsi del Dio dei poveri. L’invito viene da un libro pubblicato postumo, con la prefazione di Papa Francesco, dal teologo peruviano Gustavo Gutierrez, figura fondatrice della teologia della liberazione latinoamericana. Una teologia che nasce «da una indignazione etica di fronte alla povertà e alla emarginazione di grandi masse del nostro Continente» (L. Boff); una teologia vissuta e scritta «dal rovescio della storia» (G. Gutiérrez): Vivere e pensare il Dio dei poveri, (BTC 227), a cura di Leo Guardado, Queriniana, Brescia 2025).

Scrive papa Francesco: «Ai nostri giorni si presentano continuamente nuovi volti della povertà che non riusciamo a riconoscere. In questo libro Gustavo insiste su questo punto, perché siamo costantemente tentati di voltare pagina, come se la parte importante del messaggio di Gesù fosse altrove» (ivi, 7).

Una teologia nata dall’ascolto e dal servizio ai senza difesa, perché per Gutierrez il Dio di Gesù Cristo ci interpella e si lascia incontrare nel volto dei poveri, degli esclusi, degli scartati, ed è dalla prospettiva degli ultimi che occorre ripensare la fede, la Chiesa, il nostro modo di vivere.

Questi gli snodi fondamentali del suo pensiero che parte da una domanda sempre risorgente: «Come possiamo parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente?», constatando che «la pratica è sempre più avanti della teoria». È riconoscibile in questa espressione uno dei principi enunciati da papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «la realtà è superiore all’idea», questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica da coloro che l’accolgono. (n. 231).

Ricordarsi dei poveri è ricordarsi del Dio della vita

Questo chiedono gli apostoli della chiesa di Gerusalemme a Paolo e Barnaba dopo aver riconosciuto l’autenticità e la corrispondenza del vangelo di Paolo alle genti con quello rivolto ai cristiani provenienti dal giudaismo. Ed essi tesero loro la destra in segno di comunione e ricorda Paolo: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10).

Questo testo – annota Gutierrez – non è da intendersi solamente come un semplice invito ad aiutare la chiesa di Gerusalemme, che si trovava in grande difficoltà, come se si riducesse a una colletta per i tanti poveri. «L’esegesi più recente allarga l’interpretazione di questo testo e ricorda che «la memoria chiesta a Paolo a Gerusalemme di ricordarsi dei poveri vale per l’intero compito di evangelizzazione… [perché] fare memoria dei poveri è parte essenziale dell’annuncio del Vangelo» (ivi, 260-261).

Il termine povero non va ridotto a una connotazione economica e sociale, ma va compreso come un linguaggio metaforico che si richiama al fatto che Dio in Gesù «si è fatto uno di noi (non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce Fil 2, 6-8) − così diventare povero equivarrebbe a diventare umano vulnerabile per la solidarietà con gli altri…

Il ricordo dei poveri ha profonde antiche radici bibliche: è la memoria del Dio della vita così presente in entrambi i testamenti. L’opzione preferenziale per i poveri nasce da quella memoria e ne parla, manifesta il ruolo che la solidarietà con i poveri deve avere in un oggi permanente nella coscienza e nella pratica della comunità Cristiana» (ivi, 263).

Non c’è vangelo se si rifiutano le situazioni di emarginazione e oblio. Non c’è vangelo senza interrogarsi sugli impoveriti senza contestare le disuguaglianze ed esigere giustizia e promozione umana anche a livello internazionale.

Ci basti essere come un tamerisco a far argine là dove la vita pesa

A Pasqua torna a fiorire il tamerisco o anche detto tamerice. Myricae/ tamerici le chiama Virgilio nelle Bucoliche: «Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici» e le canta poi il Pascoli nella sua raccolta che ne porta il nome e Montale pure: «Nella conca ospitale/ della spiaggia/ non erano che poche case/ di annosi mattoni, scarlatte,/ e scarse capellature/ di tamerici pallide/ più d’ora in ora» (Ossi di seppia).

Anche i suoi fiori, in spighe sottili, così piccoli e fragili, dapprima rosei poi quasi sbiaditi che coprono interamente i rami, da essi scaturiscono, come gocce che in assenza di vento si trasformano in una vera, benefica pioggia, esse valgono a rivelare la vita che fa argine alla violenza del mare e all’arsura della solitudine. Tamerice senza difesa, “salmastra ed arsa” (D’Annunzio) solo tu rinverdisci quando schiara e quando abbuia.

Seguono due testi poetici di Biagio Marin, del quale Claudio Magris in un suo libro ha scritto: «Ti devo tanto di ciò che sono».

E basta un tamarisco – Basta una tamerice, A sol calào

Basta una tamerice
a rivelare la vita
su di un argine grigio,
una tamerice a fiore di un’acqua silenziosa.
Basta di meno:
un ciuffo d’erba fresca tra due zolle,
un fiore fra due pietre cotte dal sole,
un occhio in cielo, di sereno.
Il fango nutre ogni seme:
di quasi nulla ogni terreno si infiora,
ed ogni povertà si indora
nel fiammare del gioioso sole.
(Mino Petazzini, Poesia degli alberi, Luca Sossella ed./ MML srl, Roma 2021, 962).

Tamariso – Tamerice, E tu virdisi

Ti hanno piantato
a difesa di argini
nel paludo desolato
là che la vita pesa.
E tu nel grigio della creta
hai messo le radici,
anche quelle grigie,
a fiore d’ogni marea.
Senza colore il fiore,
come povera gente
che non vale proprio niente,
troppo leggero il profumo.
Sola, mortificata
tu difendi gli isolotti
e gli argini delle rotte
contro il mare arrabbiato.
E tu verdeggi,
umile e sola
per tanti lunghi mesi
a cielo chiaro o sotto il nuvolo.
(ivi, 963)

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/anniesplanet-11372476/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5199366″>Annie</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5199366″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Il gatto e la croce

Il gatto e la croce

Il gatto e la croce 
(un racconto)

Il Cristo era là, sulla croce. Ai piedi l’apostolo che amava, sua madre e la Maddalena, accanto tre soldati romani, un centurione ed una sparuta folla, residuo della moltitudine che aveva accompagnato Gesù al Gòlgota, schernendolo, insultandolo, lanciandogli pietre e sputandogli sulle vesti.

Un gatto, che vagava per il colle, si era aggiunto all’ultimo. Muovendo appena la testa, con il collo teso in avanti, le vibrisse a fremere nell’aria, sentiva gli odori forti del sangue e dell’aceto, del terrore gelido di chi sta per morire. Sentiva la paura senza fine delle tre figure crocifisse, ma in particolare percepiva vibrazioni molto forti provenire da quella più in alto. Si sedette appoggiandosi sulle zampe posteriori, proprio accanto ad un masso, ai piedi della croce centrale. Chinando la testa di lato, più volte, e riportandola eretta, il gatto scrutava quel viso d’uomo stravolto dal dolore atroce della Passione: mai aveva visto un volto simile. Gli sembrò ebbro di felicità e dolore allo stesso tempo.

Subito una corrente di immagini e sensazioni attraversò la sua mente. Sentì in bocca il sapore del latte materno, d’un grosso pezzo di pesce essiccato che aveva preso, di nascosto, da un banco del mercato; udì il dolce miagolio di sua madre, il sussurro delle gatte in amore, e di nuovo sentì il sapore del latte di mucca appena munto, il fresco dell’acqua di fonte. Si leccò una zampa e prese a lavarsi il pelo con lentezza. Il resto delle persone attorno alla croce scomparve, neppure le vedeva più. Si era sempre tenuto alla larga dagli uomini, ma qui, in cima a questo colle, senza nemmeno un filo d’erba, era diverso: non aveva più alcuna paura, si sentiva a suo agio.

Fu allora che, raccolto da terra un pezzetto di legno, iniziò a lanciarlo per aria, facendo ogni possibile capriola o mossa buffa che riusciva a ricordare. Voleva farlo ridere, voleva lenire almeno un poco quel dolore immenso, quella pena così dolce d’amore per l’Umanità intera che poteva soltanto intuire. Ma niente, l’uomo sulla croce non lo guardava nemmeno, e allora, girando più volte su sé stesso, si acciambellò proprio ai piedi di Gesù, appoggiando la schiena robusta al palo infisso nel terreno, ed iniziando a fare le fusa. Più forte, sempre più forte, quasi a voler farsi udire da quell’uomo, che ora sentiva di amare. Erano fusa di gioia vera, perché la vicinanza del Cristo gli dava una sensazione di benessere profondo, quale non aveva mai provato prima per nessuna creatura.

Dall’alto della croce udì provenire alcune parole, e vide le tre figure sotto di essa che si abbracciavano piangendo. D’improvviso la donna più giovane si accorse di lui e si chinò per raccoglierlo, lo prese fra le braccia e lo strinse forte. Il suo corpo era caldo e odorava di freschi profumi speziati, grosse lacrime le scendevano dal viso che appoggiò dolcemente contro il suo dorso, baciandogli più volte la testa.

  • Ti chiamerò Yelid nasha’ – disse la Maddalena.

N.d.a. – in aramaico “ Yelid nasha’ “ significa letteralmente: “Nato da essere umano”.

Cover: Hans Memling, Crocifissione, 1467-1470, esposto in occasione della Pasqua al Museo Diocesano di Milano, immagine ARTE.it

Per leggere gli articoli e i racconti di Stefano Agnelli su Periscopio clicca sul nome dell’autore 

Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte

Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte

Caro Francesco, ho visto che hai ospitato nella mia rubrica l’arte che cura due articoli, uno di Simonetta Sandri “Chagall un artista capace di curare con la bellezza” e l’altro di Daniela Cataldo “Oltre l’oscurità (l’arte e la salute mentale)”.

Entrambi sono assolutamente pertinenti, ma mi hanno fatto venire il dubbio di non avere trasmesso in maniera chiara in cosa consiste la Psicoterapia Psicodinamica a mediazione artistica.

È vero come dice Simonetta Sandri che la fruizione artistica o la contemplazione di opere d’arte, “l’osservazione delle cose belle”, “parlano all’anima”, “portano benessere, conforto, riconoscimento di parti di sè”. Altrettanto vero, come descrive Daniela Cataldo, che l‘arte contribuisce alla salute mentale, che permette ad ognuno di guardare i propri fantasmi.

Ma la psicoterapia di cui parlo è qualcosa di più e di più specifico.

Esiste tutt’ora la convinzione, ed è vera, che l’arte è di per sé curativa. E con questo presupposto possiamo elencare oltre le arti figurative, pittura, scultura, fotografia, tutte le forme artistiche: il teatro, la poesia, la scrittura, la musica, la danza. Tutte queste forme espressive che Periscopio accoglie e che contribuiscono al benessere potrebbero allora essere inserite nella mia rubrica, ma c’è un ma…

L’arte che cura, e forse a questo punto  il titolo andrebbe rivisto, è l’esplicitazione di un preciso lavoro clinico.

L’arte, nella mia professione di terapeuta, cura se c’è una richiesta di aiuto per un disagio o un problema di salute mentale, se c’è uno psicoterapeuta di formazione psicodinamica – psicoanalitica, se c’è un patto terapeutico e se c’è, in questa precisa metodologia, la mediazione nella relazione terapeutica operata dall’arte, terzo fondamentale protagonista di un processo di cambiamento o di miglioramento.

Il nocciolo non è la produzione di un’opera d’arte da mettere in mostra e che ha bisogno di spettatori, non è l’interpretazione anche quella simbolica molto raffinata della psicoanalisi, che può diventare mero esercizio intellettuale, non è la lettura delle opere degli artisti più o meno famosi, più o meno recenti, questa la lasciamo ai critici o agli storici dell’arte, non è metafora, linguaggio poetico che lasciamo ai poeti e agli scrittori, non è messa in scena di contenuti emotivi che lasciamo al teatro.

La Psicoterapia Psicodinamica a mediazione artistica è anche tutto questo, ma le produzioni artistiche appartengono completamente al paziente, sono rappresentazioni  spontanee, uniche, irripetibili che, spesso a livello inconscio, preverbale e laddove le parole non bastano o non ci sono, esprimono, rendono visibili e comprensibili parti di sé attraverso i materiali artistici.

Più dell’opera finale è importante il processo artistico: la scelta dei materiali (pittorici ed extra pittorici che hanno valenze differenti), la modalità nel loro utilizzo (veloce, esitante, dolce, forte, impaziente, infinito…), il coinvolgimento del corpo nella produzione (tensione, postura, concentrazione, modalità a concentrazione corporea, formale simbolica…), la descrizione che il paziente stesso fa di ciò che è avvenuto e di ciò che vede e sente o viene evocato durante e ad opera finita.

Osservatore e testimone è il terapeuta che diviene depositario dei contenuti emersi e che aiuta il paziente  nel dare un significato al proprio prodotto che è una parte di sè, senso non legato a categorie predefinite, ma al codice espressivo che appartiene a quell’unico soggetto, che permette  libere associazioni, fino ad arrivare, ma non è obbligatorio, si pensi a un malato psichiatrico o ad un bambino, ad una versione simbolica dell’esperienza artistica vissuta.

Tutto ciò può avvenire solo in un contesto preciso che è il setting terapeutico, spazio protetto e libero, in un luogo e in un tempo dedicato all’interno di una relazione che è definita da un patto e da un’alleanza terapeutica.

Nella formazione di uno psicoterapeuta espressivo si coniugano la formazione clinica e la sperimentazione in prima persona dell’arte. È obbligatoria un’analisi personale, ma anche lo studio dell’arte. La prima per saper gestire in primis il transfert e il controtransfert, la seconda per capire dal di dentro cosa succede quando si crea.

Poi, ovvio, ci sono modelli teorici, tecniche, autori di riferimento sia della psicologia sia degli artisti che della storia dell’arte, della simbologia, delle neuroscienze, della filosofia, dell’antropologia culturale, eccetera.

Nella Psicoterapia psicodinamica a mediazione artistica c’è tutto quanto messo in luce da Simonetta e da Daniela, ma Arte terapia, laboratori artistici, fruizione dell’arte o sua produzione, tutte cose che contribuiscono al benessere e alla conoscenza di sé, che possono dar spunti di riflessione o creare occasione di insight non sono sufficienti per ricondurli a strumenti clinici.

Per questo ad esempio non ho inserito nella rubrica l’Arte che cura, l’articolo La strage degli innocenti, in questo caso infatti ho usato gli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni come metafora che dava più potenza alla associazione di  quell’evento rappresentato nell’affresco alla contemporanea strage dei bambini di Gaza. Né ho inserito  La storia del Golem che voleva raccontare  del potere sfuggito di mano a Israele diventato  strapotere oggi. Neppure Le scarpe rosse, un racconto, quindi una forma artistica fatta di parole che è metafora dei sentimenti legati alla malattia e alla elaborazione del lutto.

Se occorre una spiegazione dettagliata, con presupposti metodologici, autori di riferimento, storia ed evoluzione della psicoterapia espressiva, bibliografia, e quant’altro si trova tutto nel sito di Art Therapy Italiana di Bologna che è stata la prima scuola italiana che ha avuto il riconoscimento dal MIUR di un corso di specializzazione post laurea in Psicoterapia psicodinamica a mediazione aristica.

Oggi prolificano scuole per diventare arte terapeuti, ci sono altri indirizzi che hanno sdoganato l’arte non solo come modalità preferibile per i bambini, i disabili, il disagio mentale. Finalmente prende sempre più piede anche nei servizi sanitari la ricchezza intrinseca nello sperimentare ogni tipo di arte, ma rimangono i distinguo non indifferenti che ho cercato di mettere in luce, l’arte in questi contesti rimane uno strumento per finalità ricreative, socializzanti, riabilitative.

Personalmente ho fatto laboratori tematici usando l’arte, ma con la consapevolezza che non sono psicoterapia, anche se sono esperienze che fanno risuonare ai partecipanti dinamiche psichiche e problematiche emotive.

Non faccio mostre, i miei lavori sono materiale da portare eventualmente in supervisione. Non ho l’obiettivo di fare mostre con i lavori dei miei pazienti: a meno che non divenga una loro esigenza, non c’è la finalità  che diventino artisti, anche se qualcuno poi continua su questa strada. Avere esperienze artistiche non è un presupposto per iniziare un percorso terapeutico con questa metodologia.

Attingo dalla mia immaginazione e utilizzo e sviluppo la mia creatività per continuare ad essere in contatto con me, capire cosa succede incontrando la propria anima, per rinforzare la mia introspezione e aumentare la mia comprensione di quanto succede nei miei pazienti.

C’è differenza tra la produzione artistica che nasce nella stanza della terapia e l’esigenza spontanea  di creare, di esporre, di avere riconoscimento, di raccontare. 

La descrizione dei libri illustrati nella rubrica “Vite di carta”, i suggestivi acquarelli sui bambini di Gaza di Miriam Cariani (Arte terapeuta), o l’esperienza della redazione di un giornale dentro al carcere, sono tutte esperienze creative importanti,  permettono di incontrare emotivamente e di capire più profondamente un problema, creano spazi di libertà espressiva il che non è poco, ma sviluppare emozioni o raccontare i propri vissuti non è fare interventi clinici con quegli stessi bambini, o con le persone che portano le loro storie.

L’intenzione della  mia rubrica è fare esempi concreti per far capire cosa succede quando psicoanalisi e arte si mettono al servizio di chi chiede aiuto. Sono vignette cliniche e più delle parole sono i lavori artistici che raccontano. E, ancora più di queste, ma attraverso queste, sono le trasformazioni che avvengono nel funzionamento delle persone in una dinamica alle volte inconscia da dentro a fuori e viceversa, di cui sono facilitatore e testimone.

Nella rubrica non descrivo tutto il percorso dei pazienti, sono momenti salienti più o meno felici,  scorci di storie mediate quasi sempre da un linguaggio  narrativo che riconduce ma non è ricostruzione biografica.

I protagonisti sono anonimi, i loro lavori artistici sono condivisi e autorizzati per essere mostrati, lo scopo di raccoglierli in L’arte che cura è quello di dare visibilità e di contribuire a far conoscere la forza trasformativa, la profondità, la conoscenza e il contatto con il mondo interiore che la Psicoterapia psicodinamica a mediazione artistica sa offrire. Ciò anche quando le emozioni vengono percepite prima ancora di essere riconosciute o anche quando non c’è  la capacità di saperle nominare, quando le parole non bastano o non ci sono.

Questa psicoterapia infatti è aperta e tratta gli aspetti pre verbale e pre simbolici, è l’ambito in cui l’estetica non è ingabbiata nel riconoscimento del bello, ma è conoscenza sensitiva, le neuroscienze direbbero incarnata.

La psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte  sa trovare e mettere in luce  l’autenticità di ogni soggetto, permette alle persone di raggiungere la consapevolezza della propria “cifra stilistica” nella rappresentazione del mondo e delle relazioni, sa aiutare ognuno a sentirsi visto (ogni lavoro artistico è una traccia concreta che conferma il mio esserci), a sentirsi degno di amore, perchè la relazione terapeutica è riparativa, è una nuova possibilità di relazione.

Tale relazione aiuta ad avere fiducia di poter trovare il proprio posto nel mondo, è capace di favorire il convivere con le proprie ombre, di credere di essere i principali fautori del proprio destino, di essere individui pieni di risorse, alle volte perse di vista o nuove e di essere compassionevoli verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi grazie al rispecchiamento, il rispetto, la fiducia vissuta nella relazione con  il terapeuta.

Le opere d’arte prodotte in seduta sono le prove visibili e concrete di tutto ciò che è il patrimonio e il funzionamento della nostra psiche e che dirigono la nostra vita; il processo artistico è la prova che è possibile avere coscienza che tutti siamo imperfetti, perfettibili ma unici e bellissimi.

Cover: IMMAGINE DEI CORSI PROPEDEUTICI IPSE

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Appartenenza, condivisione, partecipazione? È il Teatro Civico di Schio, ragazzi!

Il bilancio di sostenibilità è importante, ma c’è chi (ancora) non lo fa perché la sostenibilità fa parte del proprio DNA. Come al Teatro Civico di Schio, “civico” per natura, dalla sua nascita, al suo restauro, fino alla programmazione partecipata. Ne abbiamo parlato con la sua co-direttrice artistica Stefania Dal Cucco

Si è già detto di come la definizione di bilancio di sostenibilità vari da ente a ente culturale, a seconda della sua specificità e della sua mission. L’affermazione è talmente vera che alcune organizzazioni non adottano un documento specifico, parlando unicamente con la propria attività e i suoi impatti. Leggendo vari documenti e studiando chi fa cosa e come, nel mondo della cultura, siamo rimasti incuriositi dal Teatro Civico di Schio, in provincia di Vicenza. Che un bilancio di sostenibilità non ce l’ha.

La pelle delle istituzioni culturali: una muta interessante

Molte istituzioni culturali, oggi, hanno subito una profonda trasformazione rispetto al passato. Non più solamente custodi di sapere e di memoria ma enti chiamati a un risultato. Le cause? Fra queste, la scarsità di risorse pubbliche, l’emergere di nuovi bisogni da parte degli utenti, la concorrenza nel “mercato” del tempo libero, la pressione verso l’efficienza. Non da ultimo, la necessità emergente di produrre esperienze, qualcosa di unico.

Come sottolinea Alex Turrini, in un recente e interessante articolo sul mecenatismo culturale, «alla cultura oggi si chiede un ruolo simile a quello delle scuole: essere istituzioni civiche, cioè luoghi che non solo espongono contenuti, ma tengono insieme una comunità, riparano fratture, creano linguaggi comuni, alimentano fiducia».

Si è perso il senso di appartenenza, impera la solitudine tecnologica che non mette in relazione più nessuno ma isola, le relazioni sociali sono sempre meno, più complesse e frammentate, generazioni e quartieri vivono tra una cortina che separa i marciapiedi.

Il teatro non è più il luogo dove si va acquistando un biglietto, ma uno spazio vivente e vivace che ricompone anche le anime, dove si pensa e si respira insieme.

Per restare a Turrini, «essere istituzione civica non significa aggiungere qualche attività educativa o un progetto di inclusione come appendice, ma ripensare il patto con il pubblico come relazione bidirezionale: non “io produco e tu consumi”, ma “noi ci riconosciamo e co-costruiamo valore. Se la fiducia è un bene, allora va coltivata con istituzioni che la rendano praticabile». Una cura reciproca. Fatta di relazioni. Esattamente la filosofia di Schio.

“Un fatto civico. Il Teatro Civico di Schio e il suo rapporto con la città”

È il titolo della tesi di Laurea Magistrale in Teatro e Arti Performative alla Iuav di Venezia, discussa nel 2024 da Santi Crispo, oggi responsabile della comunicazione del Teatro Civico di Schio, civico di nome e di fatto. Secondo Crispo «la parola “teatro” assume significati diversi in funzione dello sguardo che si sceglie di utilizzare per trattare il concetto: spazio, luogo, disciplina, arte, esperienza, collettività. Ogni persona che utilizza il “teatro” nel proprio linguaggio può includere all’interno della parola stessa una molteplicità di significati». Secondo il direttore artistico del restauro del Civico, l’Architetto Valeriano Pastor, «la vita del teatro ha una ripercussione essenziale nella vita urbana e sollecita momenti di riflessione dei cittadini su sé stessi. È un fatto civile, anzi più semplicemente e più precisamente, un fatto civico».

Il teatro diventa quindi luogo e pratica di cittadinanza, momento cruciale di riflessione.

A Schio, il suo teatro storico di inizio Novecento né è la testimonianza. Fin dal suo percorso partecipativo volto a individuare, insieme ai cittadini, le linee guida del restauro resosi necessario dopo decenni di polvere e abbandono.

La sostenibilità secondo Schio

Studi in scienze della comunicazione all’Università di Padova, Stefania Dal Cucco arriva al Civico di Schio 17 anni fa, tramite il Servizio civile del Comune che la porta a lavorare nei percorsi educativi del teatro. Specializzatasi poi in audience development, fundraising e progettazione partecipata, rimarrà in questa struttura, con entusiasmo, pazienza e dedizione, fino a essersene nominata co-direttrice artistica, insieme a Federico Corona.

«È sempre importante», racconta, «difendere la ricaduta sociale sul territorio delle proprie attività. Il Teatro Civico di Schio, gestito dalla Fondazione Teatro Civico creata nel 1993, non pubblica un Bilancio di sostenibilità nel senso tecnico del termine ma rendiconta il proprio impatto attraverso il Bilancio d’esercizio e una forte attività di progettazione sociale», sottolinea. «Forse, in futuro, potrebbe essere utile prevederlo, ma, ad oggi, il concetto di sostenibilità è embedded nella stessa filosofia del teatro. È vero che le linee strategiche di sostenibilità sono delineate dal consiglio di amministrazione, composto da un presidente e tre consiglieri nominati dal Comune e dall’assemblea dei soci e due dalle aziende socie, cui si aggiungono segretario, revisore e direzione artistica», prosegue. «Ma la sostenibilità qui è intesa principalmente come “impatto sulla comunità e il territorio”, con particolare attenzione al risvolto sociale. Avere un luogo fisico a disposizione, aperto 200 giorni all’anno, ci ha permesso di abitarlo con spettacoli ma anche con tante attività. In questo spazio lo spettatore diventa un cittadino coinvolto, alleato e sostenitore di nuovi percorsi e visioni. E così, un adolescente può essere spettatore, iscritto a un corso di teatro, oppure semplicemente scegliere di trascorrere la pausa pranzo nel foyer del teatro accanto al suo liceo», conclude. Porta aperta ai cittadini, senza barriere.

Qui sostenibilità è, infatti, sinonimo di accessibilità a 360 gradi: culturale (parte della programmazione artistica viene condivisa con le scuole, i beneficiari condividono i loro bisogni e i richiedenti asilo beneficiano di visite guidate del teatro), fisica (il teatro è completamente accessibile e un pantografo a scomparsa permette ad artisti e partecipanti con disabilità di accedere al palcoscenico), ambientale (ci sono stati interventi di efficientamento dell’illuminazione ed è stato recuperato l’antico sistema che sfrutta la “brezza del Pasubio” attraverso le aperture a oblò del soffitto per rinfrescare la sala).

All’inizio fu il “Lotto Zero”

Il restauro del Teatro Civico di Schio è un caso studio affascinante, perché non è stato solo un lavoro di architettura, ma un vero progetto collettivo di rinascita durato quasi vent’anni.

Dopo la chiusura, nel 1968, il teatro era rimasto a lungo tempo in stato di abbandono. La svolta era arrivata grazie a una forte spinta della cittadinanza e di artisti come Marco Paolini e Gabriele Vacis che hanno trasformato il recupero in un “cantiere di idee”. Nel 2004, prima ancora di toccare i mattoni, è stato lanciato il progetto Lotto Zero. Invece di un restauro tradizionale a porte chiuse, il teatro è stato aperto “così com’era” per performance e incontri. L’obiettivo era far riscoprire lo spazio ai cittadini e decidere insieme come dovesse diventare, evitando di trasformarlo in un museo freddo.

«Anche se all’epoca non c’ero», racconta Dal Cucco, «posso tranquillamente dire che il “Lotto Zero” fu un esperimento culturale e sociale unico in Italia. Coinvolse tecnici, direttori artistici, architetti, ingegneri, maestranze assieme a cittadini, artisti e compagnie amatoriali. Si ripartiva da zero. Il progetto aveva scelto di esaltare le cicatrici, perché il valore del teatro risiedeva nella sua anima nuda e nella memoria collettiva della città. Il restauro diventò un atto politico e civile», conclude.

Dopo anni di lavori strutturali (consolidamento, nuovi impianti e messa in sicurezza), il teatro è stato riaperto ufficialmente il 29 marzo 2014. La capienza era ancora limitata (circa 335 posti), poiché il loggione e parte dei palchi non erano agibili. Il tutto con una rigida filosofia conservativa: si è scelto di mantenere il fascino del passato, lasciando visibili le tracce storiche sulle pareti e curando l’acustica con soluzioni moderne ma discrete. Documentato ne I Quaderni del Civico e in vari video e con il contributo, anche economico, di ogni stakeholder, istituzioni (Comune di Schio, Regione Veneto e Ministero della Cultura), settore bancario, fondazioni, privato e cittadini.

L’ultimo grande tassello è iniziato nel 2021, con il restauro del loggione e del secondo ordine di palchi (terzo lotto di lavori). Con la fine di questi interventi, nel 2023, il teatro ha raggiunto la sua piena funzionalità con circa 500 posti. In questo periodo, il progetto “LOVERS innamorarsi di un teatro” ha coinvolto circa 60 cittadini nel processo partecipato che ha contribuito alla stesura della vision del Teatro Civico fino al 2030.

Sostenibilità sociale in primis

Come si diceva, l’impatto sulla comunità è il driver principale del Civico. Da ottobre a maggio, però, il Teatro Civico di Schio propone una stagione di prosa di livello nazionale, ospitando prime regionali, riallestimenti prestigiosi e numerosi artisti e spettacoli premiati UBU. Accanto alla prosa, le proposte musicali intrecciano grandi interpreti e nuovi talenti in un percorso trasversale tra generi. In una rassegna di teatro civile trovano spazio le drammaturgie contemporanee. Per più piccoli e famiglie, spettacoli alla domenica.

«Fra i tanti progetti del Teatro a forte impatto sociale», ci dice Dal Cucco, «e senza voler dare maggior rilievo ad alcuni rispetto ad altri, ci tengo a ricordare “COR(P)O CIVICO”, un’iniziativa focalizzata sull’accessibilità culturale e l’inclusione degli adolescenti. Prevede circa 70 laboratori e percorsi di diversity training per lo staff coinvolto per rendere il teatro uno spazio aperto anche a chi ha bisogni speciali o sensoriali», continua. «Origina da Erasmus+ UN-DUST, un progetto del 2025 che aveva ospitato 25 ragazzi italiani, sloveni e serbi per 10 giorni. Attraverso le arti performative, erano stati affrontati i temi dell’inclusione, dell’accessibilità e della diversità, con il coinvolgimento di artisti professionisti del teatro e della danza», conclude.

«Menzionerei anche la “Rassegna Teatro Scuola”», sottolinea ancora. «Con un’affluenza di circa 8000 studenti all’anno (dai 3 ai 19 anni), il teatro funge da infrastruttura educativa fondamentale per l’Alto Vicentino, con una proposta di quasi 30 spettacoli di compagnie teatrali professionistiche. La scelta degli spettacoli viene fatta all’interno di una commissione di cui fanno parte i professori, anche in base alle loro esigenze didattiche. E poi ricorderei ancora “CAMPUS LAB – officina delle arti”, un progetto di sviluppo di competenze che dal 2017 favorisce occasioni di crescita e partecipazione in ambito teatrale per studentesse e studenti dai 14 ai 19 anni», conclude.

Fra le attività di welfare culturale, “Dance Well ricerca e movimento per il Parkinson”, dal 2016, ospita, ogni giovedì pomeriggio sul palcoscenico del Teatro Civico, “Dance Well”, una pratica artistica di movimento rivolta principalmente, ma non esclusivamente, a persone che vivono con il Parkinson, ideata e promossa dal CSC Casa della Danza del Comune di Bassano del Grappa dove è attiva dal 2013. Da allora, oltre che a Schio, viene praticata, sempre in collaborazione con il Comune di Bassano del Grappa, in altre città italiane: Bergamo, Castelfranco Veneto, Firenze, Milano, Recanati, Roma, Terni, Torino, Verona, Brescia, Prato e Reggio Emilia. Classi si tengono anche ad Amburgo, Vitry sur Seine, Rubaix, Kaunas, Vilnius, Praga, Hong Kong, Kanazawa, Tokyo e Kyoto

“Campus Well costruire relazioni” pone, invece, in dialogo gruppi classe della scuola superiore con il gruppo “Dance Well”, la mattina, in orario scolastico. Attivo dal 2022, è stato premiato come Miglior Progetto di Welfare Culturale del Premio Rete del Dono 2022 e con il prestigioso Leone D’argento Per La Creatività – Biennale di Venezia 2025 , assegnato alla classe 4AF dell’indirizzo artistico dei Licei di Schio Tron Zanella Martini.

Essere sostenibili aiuta il fundraising

Tutto quanto descritto – e il tanto altro che l’operoso e attento Civico realizza, grazie in primis al sostegno del Comune di Schio – ha portato a un forte consolidamento della sua presenza sul territorio. Si è costruita e curata una relazione, fatta di cura, ascolto, attenzione e reciprocità. La comunità intera lo ha sentito. E questo ha molto influito sul sostegno anche economico delle attività del teatro. Singoli cittadini hanno aiutato, molti anche attraverso l’adesione alle campagne di crowdfunding. Una donazione, in fondo – atto di fiducia che va conquistata – è un investimento su un futuro vivibile e più umano. Un passare da “perché aiutarci a cosa facciamo insieme”. Un modello di rigenerazione urbana, dove il fundraising continua attraverso il coinvolgimento diretto delle aziende locali, gli enti territoriali e regionali, le fondazioni bancarie e lo strumento Art Bonus.

«Con la nostra comunità, abbiamo dato forma a un patto che sfida il tempo e regge in esso», dice Dal Cucco, «anche, e soprattutto, attraverso un lavoro attento di cura verso chi dona e il suo patrimonio. La nostra storia comune è stata in grado di parlare a persone che senza di noi non si sarebbero forse mai incontrate, di far incontrare generazioni. Siamo una vera infrastruttura civica e questo è ciò che ci sostiene», conclude.

Una convinzione, allora. Nulla accade, tutto si può organizzare. Bisogna solo esserci.

Immagini Teatro Civico di Schio, cortesia Stefania Dal Cucco, foto Luigi de Frenza

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Parole a capo
Intelligenza Artificiale & Poesia: due contributi da “Pordenonelegge” e due poesie

IA & Poesia

Parole a capo <br> Intelligenza Artificiale & Poesia: due contributi da “Pordenonelegge” e due poesie

Ringrazio Alessandro Canzian per avermi concesso di pubblicare i due contributi critici sulla IA in rapporto alla Poesia.

“Quando la Scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà ai poeti mischiare daccapo le carte”
(Ennio Flaiano)

IA & Poesia

 

L’ultima edizione del Festival Pordenonelegge ha dato ampio spazio a riflessioni e implementazioni pratiche relative all’Intelligenza Artificiale (IA), alla luce della pervasività sempre maggiore che questa tecnologia ha assunto in ogni circuito dell’esistenza, comprese le interrelazioni con il mondo artistico, considerato in tutte le sue forme.

In effetti, non è più possibile parlare di letteratura, cinema, musica o arte senza tenere conto degli impatti, positivi o negativi, dei rischi e delle opportunità che l’IA e i suoi utilizzi stanno portando con sé anche in questi ambiti, rendendo necessari nuovi paradigmi interpretativi e un affinato pensiero critico, indispensabile per districare e valutare un ecosistema ad alto grado di complessità, completamente interconnesso e sempre più lontano dal potere essere analizzato mediante formule semplificatrici e banalizzanti.

In questo contesto, dunque, così sensibile al tema, ha trovato casa il format “Societry. La Società raccontata con la poesia”, da me ideato insieme a Cristina Daglio, Matteo Fantuzzi e Chiara Materazzo nel 2023, qui declinato nello studio del dialogo tra IA e Poesia, partendo da tre prospettive di indagine differenti, quali quella del linguaggio, dell’immagine e della memoria, ponendo di volta in volta a confronto un poeta e un esperto della materia.

Nel primo incontro abbiamo ascoltato Vincenzo Della Mea, professore associato di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni e autore, per la collana Gialla di pordenonelegge – Samuele editore di Clone 2.0, e il ricercatore in Filosofia e Teoria dei Linguaggi Damiano Cantone.

Di seguito i testi che hanno donato per riprendere, anche qui, le loro considerazioni sul tema.

 

Chi è il Clone?

Di Vincenzo Della Mea

Parte del mio lavoro come ricercatore nell’ambito dell’informatica medica si basa sulla sperimentazione di sistemi di intelligenza artificiale (o più propriamente di machine learning) per il supporto alla decisione in ambito medico. Io mi occupo prevalentemente di due aree: le immagini di anatomia patologica, che sono ottenute tramite microscopio, e la codifica di documenti clinici con classificazioni biomediche (grossomodo, dei dizionari di termini specialistici standardizzati).

Nel primo caso, l’obiettivo principale è classificare: capire per esempio quale diagnosi è ottenibile da un’immagine, o che tipo di cellula è ritratta in una porzione di immagine; e compiti derivati, quali per esempio la segmentazione (delineare tutti i nuclei in un’immagine, o le tipologie di tessuti presenti, eccetera). Nel secondo caso, l’obiettivo è tipicamente identificare quali entità (diagnostiche, procedurali, anatomiche, eccetera) sono identificabili dentro un testo clinico, e possibilmente anche a quali sequenze di caratteri corrispondono.

Anche se apparentemente il secondo caso d’uso, relativo al testo, è più vicino all’ambito poetico, l’origine dei miei primi esperimenti di generazione di versi è dovuta alle immagini da microscopio. Infatti erano comparsi i primi sistemi in grado di produrre immagini verosimili, le cosiddette Reti Generative Avversariali (GAN). All’epoca si trattava di immagini relativamente grezze, con numerose allucinazioni, cani e gatti con più di due occhi o mani con sei dita. Così nel 2019, assieme ad un tesista ed un paio di colleghi, ho addestrato una di queste reti su immagini istopatologiche di metastasi, e poi mostrate ad un patologo per vedere se erano realistiche (e lo erano).

Io avevo pubblicato da relativamente poco tempo la raccolta di tutte le mie poesie (Storie Naturali, Raffaelli Editore 2016), con cui avevo deciso di chiudere con un certo tipo di scrittura, e non avevo ancora trovato una strada nuova. Ma esistevano già da un po’ alcuni modelli di reti neurali fatte per generare testo, e anche a seguito dell’esperimento sulle immagini, ho deciso di sperimentare uno di questi modelli, in particolare le Reti Neurali Ricorrenti. Poiché avevo bisogno di testi, ho iniziato a fare a mano ciò che fanno i motori di ricerca automaticamente: ho setacciato il Web, ovviamente sapendo dove andare a parare, per raccogliere poesie di autori italiani, e qualcosa in traduzione. Ad un certo punto ho raccontato del mio esperimento a Mario Turello, un critico letterario udinese appassionato di combinatoria e altre cose peculiari che mi ha accompagnato negli anni nelle mie incursioni tra poesia e informatica, e mi ha regalato una collezione di CD di poesie usciti molti anni fa con il Corriere della Sera. Ho dovuto fare lavoro di reverse engineering per capire come erano codificate nel CD ed ho estratto pure quelle. Con un training set di circa 12000 poesie ho quindi fatto i miei primi addestramenti utilizzando un software open source che semplifica le varie operazioni [https://github.com/minimaxir/textgenrnn/].

Avendo stabilito fin dall’inizio di non ritoccare il prodotto della rete, prima di tutto ho dovuto fare in modo che l’a-capo dei versi e l’a-capo delle strofe fossero presenti e distinti, perché volevo che fossero parte di ciò che la rete doveva apprendere e non qualcosa da determinare a posteriori. Questo l’ho fatto codificando opportunamente i testi con un programmino scritto apposta.

L’esito di quel primo esperimento era molto grezzo: erano versi che presentavano spesso errori sintattici, o anche ortografici. Per gli ultimi ho realizzato un programma che confrontava tutto con un vocabolario italiano, scartando i tesi con errori evidenti. Quelle poesie le ho comunque presentate pubblicamente in un paio di occasioni nel 2019 e 2020 come “Clone 0.9”, ma nel frattempo era comparsa GPT-2, con grande impatto mediatico perché pareva generare testo di ottima qualità.

Diversamente dai modelli più recenti, GPT-2 era addestrata solo inglese, ma era open source, per cui un gruppo di ricercatori pisani aveva riaddestrato la stessa architettura su documenti italiani, ottenendo quindi un modello usabile nella nostra lingua [https://huggingface.co/LorenzoDeMattei/GePpeTto/]. Si noti che i modelli del linguaggio come GPT-2 non sono fatti per rispondere a domande come ChatGPT: sono in grado di generare testo a completamento di un incipit fornito dall’utente, prendendo come contesto ciò che è stato fornito e prodotto in precedenza. Poiché anche il modello italiano era stato messo a disposizione, ho raffinato il suo addestramento sottoponendogli lo stesso training set che avevo usato per il primo esperimento, sempre con un software dello stesso autore del precedente [https://github.com/minimaxir/aitextgen]. L’esito è stato immediatamente superiore, perlomeno dal punto di vista ortografico e sintattico, a meno di qualche errore di concordanza di genere e di tempo. Ho però ripetuto l’addestramento più volte variando la composizione del training set e iterando l’addestramento con sottoinsiemi più ridotti perché, con un contenuto iniziale dominato da poesie relativamente antiche, il linguaggio riprodotto era antiquato. Inoltre, avendo in mente già quella che poi sarebbe diventata la prima sezione del libro, ho anche introdotto testi non poetici relativi a neuroscienze e reti neurali, in modo da introdurre anche del linguaggio relativo all’esperimento stesso.

Da qui a considerare poesie tutto il prodotto però c’era molta strada, fatta essenzialmente controllando e scartando buona parte della produzione. Inoltre il modello ogni tanto restituiva interi versi delle poesie di addestramento, per cui con un altro programma che ho scritto apposta ho confrontato tutti i testi prodotti con quelli di addestramento, scartando quelli che presentavano troppe citazioni esplicite (chiamiamole così…). Dato che c’ero, ho scartato automaticamente i testi troppo lunghi, perché la tenuta sul lungo era scadente. Alla fine, posso stimare il meno del 10% la percentuale di testi che ho ritenuto di inserire nella raccolta, rispetto al totale di quelli generati. Riguardo la generazione, può avvenire in due modi: a partire da un incipit fornito dall’utente, oppure in modo del tutto casuale (dove la prima parola è generata a caso e diventa incipit per quella successiva, e via così). Inoltre, poiché questi sistemi sono probabilistici, è possibile determinare l’”improbabilità” di una generazione con un parametro detto “temperatura”.

In sostanza, il sistema genera ogni volta un insieme di continuazioni candidate da cui pescarne una a caso. Se la temperatura è bassa, solo le parole più probabili in un determinato contesto entrano a far parte dei candidati; se è alta, potranno essere scelte anche parole meno probabili. Io ho sperimentato con temperature diverse, e prima di tutto con la generazione totalmente casuale. Questi esperimenti si ritrovano nelle due sezioni “Predizioni” ed “Alta temperatura”.  La sezione “Il Clone secondo il Clone” è invece ottenuta con degli incipit che ho scelto per stimolare delle risposte in qualche modo introspettive (“Il clone”, “La mia rete”, “Generare poesie”, …). Alla fine ho deciso di mettere questa sezione in apertura perché è una sorta di presentazione della “personalità” del Clone; e probabilmente è il lato più interessante dell’esperimento. Pensando di creare un Clone che fosse più mio, ho provato anche a passargli come incipit i primi versi di alcune mie poesie (quelle de “I sogni della guerra”, che erano comparse anni fa su Nuovi Argomenti), per vedere cosa avrebbe potuto scrivere, ma il risultato non è stato interessante.

Quello che mi preme sottolineare è che la lingua che parliamo, quella che scriviamo con i mezzi correnti produce delle ricadute (poesie in misura di SMS e poi di Tweet, Google poetry, ecc.).

Per me si tratta di situazioni estemporanee che si evolvono con la velocità della tecnologia. Quando nel 2007 con Lietocolle ho curato l’antologia “Verso i bit – Poesia e computer”, l’impressione complessiva che ne ho avuto era di un’adesione tutto sommato superficiale alle novità, a meno di qualche guizzo interessante. Anche il mio Clone parla una lingua tutto sommato “nota”. Semmai, nella prima sezione, è interessante cosa riesce a dire di sé; ma lo fanno molto bene anche i “Ciberneti” di Terzago, le macchine che sono già tra noi e di cui non ci rendiamo conto.

Posso invece riportare di alcuni influssi peculiari nell’ambito della letteratura scientifica. Come è noto anche da notizie recenti sui giornali, c’è chi utilizza ChatGPT per la scrittura di articoli scientifici, prima di tutto per revisionare la lingua, ma anche per riassumere lo stato dell’arte, fare sintesi, ecc. Uno studio ha di recente dimostrato che anche i peer reviewer usano ChatGPT per valutare gli articoli: ed è stato notato perché la frequenza di alcuni aggettivi e avverbi (un po’ pomposi, nello stile di ChatGPT, ed anomali nella scrittura scientifica) è aumentata in modo evidente dopo l’uscita di questi sistemi. Questo è un effetto tangibile di ChatGPT sullo stile di un tipo particolare di scrittura.

Un modello del linguaggio diventa una sorta di grande memoria collettiva da cui si può attingere con rapidità, più di quanto si faccia usualmente con i motori di ricerca (che in fondo condividono la stessa base di testi). Se lo pensiamo come strumento per il poeta, idealmente potrebbe fornire una scorciatoia per l’accesso a testi di vario tipo, ma per il discorso fatto prima sulla questione diritti, non è detto che il modello restituisca intatti i contenuti del suo training set (anzi, di solito proprio no).

Comunque sia, questa grande memoria è collettiva anche nel senso che è spersonalizzata, e al momento non apprende qualcosa dell’utente dalla storia delle sue chat, anche se ChatGPT ha appena introdotto una nuova funzione appunto in questa direzione. Si tratterà di capire come questa nuova memoria fattuale ma discreta e volontaria possa interagire con la memoria umana, e come questo possa portare ad una sorta di ibridazione, ad un vero Clone di noi stessi sotto forma di ciò che decidiamo di affidare alla macchina per essere ricordato (mentre noi ci ricordiamo anche ciò che varrebbe la pena di dimenticare). Da qualche anno in ambito scientifico si usa il termine “digital twin” per indicare la riproduzione digitale di un oggetto, processo o sistema che, grazie ad un continuo interscambio di dati, evolve in parallelo al suo gemello fisico. In ambito biomedico il digital twin è visto come un metodo per predire l’evoluzione della malattia, o la risposta ad un trattamento. Un sistema di IA con qualche forma di memoria in grado di fornire l’individualizzazione del suo comportamento potrebbe effettivamente diventare un nostro gemello digitale almeno dal punto di vista intellettuale.

Il Clone 2.0 da questo punto di vista è un esperimento ancora immaturo. Io ho cercato di raffinare il modello verso i miei gusti e contenuti, ma la tecnologia utilizzata permette fino ad un certo punto di fare ciò che Roberto Cescon mi aveva suggerito, cioè addestrare sulle mie letture e sui miei poeti preferiti e basta. Ciononostante, penso si capisca anche da come ne scrivo, ho una percezione ambivalente del Clone e di ciò che ha scritto. Ho firmato io il libro ma ho dovuto pensarci; sono io l’autore perché la scelta dei testi è in un certo senso dominante rispetto al metodo con cui sono stati scritti; ma ne parlo spesso come se fosse qualcun altro. E questo mi permette anche di mantenere una certa distanza: c’è un io, ma non sono io.

 

Le macchine e la poesia. Una riflessione sui linguaggi artificiali

Di Damiano Cantone

È sensato produrre poesie con l’Intelligenza Artificiale? È sensato non farlo? Capisco lo sconcerto di fronte a un lavoro come Clone 2.0 di Vincenzo Della Mea, l’irritazione e forse la preoccupazione di fronte a quella che – con tutta evidenza – pare un’invasione di campo. D’altra parte, la filosofia ci insegna, fin da Aristotele, che l’uomo è l’“animale dotato di linguaggio”, ovvero che la capacità di parlare, ascoltare e scrivere è connaturata alla nostra essenza e segna un discrimine tra noi e le altre forme di vita.

Fino a pochi decenni fa, parlare di linguaggi artificiali significava riferirsi a sistemi simbolici come la matematica, l’informatica o le lingue costruite a tavolino, come l’Esperanto. Oggi, invece, i linguaggi artificiali sono progettati per simulare il linguaggio umano, al punto che diventa talvolta difficile distinguere un testo prodotto da una persona da uno generato da un software. Questo mutamento ha generato l’idea che i linguaggi artificiali possano competere con quelli naturali, mettendone in discussione il primato.

Il ragionamento, per quanto fallace, si impone da solo: siccome siamo gli unici esseri dotati di linguaggio – finora – allora, se incontro un essere che parla e scrive come me, quello è un essere umano. Capite bene che c’è una differenza sostanziale tra comunicare con le macchine – cosa che non ci pone particolari problemi – e parlare con esse. Da qui prendono forma tutti quegli scenari fantascientifici secondo i quali le macchine sarebbero sul punto di sviluppare una coscienza, diventare intelligenti ed emanciparsi dal nostro controllo.

Tale competizione, tuttavia, poggia su un presupposto problematico: l’idea che il linguaggio sia una capacità biologica innata, paragonabile alla memoria o alla percezione. Ci sentiamo così spossessati di qualcosa di nostro, minacciati nella nostra identità più intima. Vorrei proporvi una prospettiva alternativa, che consiste nel considerare il linguaggio come una tecnologia sociale, ovvero come una pratica costruita collettivamente nel corso dell’evoluzione umana.

Il linguaggio, infatti, non è sempre esistito, ma è il risultato di un processo di innovazione tecnologica giunto a compimento circa 100.000 anni fa. Non è un’invenzione particolarmente antica, se si pensa che la specie Homo è presente sul nostro pianeta da quasi tre milioni di anni. In questa direzione si muovono autori come Michael Tomasello e Daniel Dor, per i quali il linguaggio non risiede “dentro” i parlanti, ma nello spazio intersoggettivo che li collega.

Il linguaggio emerge in stretta continuità con altre tecnologie fondamentali che lo precedono, come la costruzione di utensili, e si sviluppa insieme a pratiche cooperative, rituali, forme di accudimento condiviso e di trasmissione culturale. Non è il cervello ad aver prodotto il linguaggio, ma il linguaggio, come tecnologia sociale, ad aver progressivamente modellato alcune capacità cognitive che gli preesistevano. Si è poi rivelato una tecnologia così efficace da innervare di sé l’intero ambiente di vita degli esseri umani. L’Homo sapiens, l’unica specie di Homo sopravvissuta, ha dovuto adattare le proprie abilità a un mondo sempre più caratterizzato linguisticamente.

In questa prospettiva, il linguaggio si distingue da altri sistemi comunicativi perché permette di istruire l’immaginazione degli interlocutori. Attraverso il linguaggio, gli esseri umani possono condividere esperienze non direttamente vissute, coordinare azioni complesse e trasmettere conoscenze astratte. Proprio per questo il linguaggio non è una tecnologia “multiuso”: risulta spesso insufficiente o inadeguato in contesti che richiedono un apprendimento eminentemente pratico o corporeo, come lo sport o la musica. La sua funzione specifica è quella di rendere comunicabile ciò che non può essere mostrato direttamente.

Come tutte le tecnologie, anche il linguaggio subisce trasformazioni e modificazioni. Pensiamo, ad esempio, a un’innovazione relativamente recente come l’invenzione della scrittura: una tecnologia considerata molto pericolosa già da Platone, che aveva colto con acume il suo potenziale di trasformare radicalmente la cultura e le capacità cognitive degli esseri umani.

Oggi ci troviamo di fronte a una serie di trasformazioni altrettanto epocali. Il rilascio della quinta versione di ChatGPT ha reso evidente come la simulazione del linguaggio naturale sia ormai entrata stabilmente nella vita quotidiana. In parallelo, si sono sviluppate con rapidità crescente le cosiddette Brain–Machine Interfaces (BMI), interfacce cervello-macchina capaci di bypassare il linguaggio simbolico tradizionale e di mettere in comunicazione diretta il pensiero umano con dispositivi artificiali. Tecnologie nate in ambito medico per restituire capacità comunicative a soggetti con gravi disabilità, ma che oggi promettono applicazioni ben più ampie, come dimostrano progetti di ricerca e iniziative industriali di grande visibilità.

Considerare il linguaggio come una tecnologia, e dunque stabilire una linea di continuità tra i primi vocalizzi, la scrittura e i Large Language Models, aiuta anche a comprendere i limiti di questi ultimi. Sistemi come ChatGPT sono in grado di generare testi formalmente coerenti e stilisticamente raffinati grazie all’addestramento su enormi quantità di dati e all’uso di reti neurali di tipo “trasformatore”. Tuttavia, essi operano esclusivamente sul piano statistico e non possiedono una reale competenza linguistico-funzionale: possono emulare il comportamento linguistico umano senza comprendere il contesto.

Questa differenza emerge chiaramente se si considera la distinzione tra competenza linguistica formale e competenza funzionale. La prima riguarda la padronanza delle regole e delle strutture linguistiche; la seconda implica capacità cognitive più ampie, come la conoscenza del mondo, il ragionamento pragmatico e la cognizione sociale. I Large Language Models eccellono nella prima, ma falliscono sistematicamente nella seconda. Per questo motivo, il loro funzionamento richiama il celebre esperimento mentale della “stanza cinese” di Searle: un comportamento linguisticamente corretto non implica comprensione.

In questo senso, parlare di una competizione tra linguaggi naturali e linguaggi artificiali risulta profondamente fuorviante. I due non operano sullo stesso piano né rispondono agli stessi scopi. I linguaggi artificiali, per quanto sofisticati, non emergono da pratiche sociali condivise, non sono il risultato di un’evoluzione culturale incarnata e non partecipano a quella rete di relazioni, intenzioni, aspettative ed esperienze che costituisce il linguaggio umano. Sono strumenti progettati per simulare determinati comportamenti linguistici in contesti specifici, ottimizzati per l’efficienza e la prevedibilità, non per la costruzione di senso condiviso.

I linguaggi naturali, al contrario, non sono semplici sistemi di codifica dell’informazione, ma tecnologie sociali che modellano l’immaginazione, l’identità e le forme di vita di una comunità. Non c’è dunque competizione, perché non c’è sostituibilità: i linguaggi artificiali possono affiancare, estendere o supportare alcune funzioni del linguaggio umano, ma non possono rimpiazzarne il ruolo costitutivo nella vita sociale e cognitiva dell’uomo. Pensare questa relazione in termini di competizione significa proiettare sui linguaggi artificiali una concezione riduttiva del linguaggio naturale, scambiandolo per un mero mezzo di trasmissione dell’informazione anziché per una pratica storicamente e socialmente situata.

Di fronte a questi scenari, appare evidente che il confronto tra linguaggi naturali e linguaggi artificiali non può essere ridotto a una gara di prestazioni. Il linguaggio umano non è solo un mezzo di comunicazione, ma una tecnologia che ha contribuito a costruire l’umano stesso. Comprenderne la natura significa riconoscere che nessuna simulazione, per quanto sofisticata, può sostituire la dimensione sociale, immaginativa e storica da cui il linguaggio trae origine. In tale dimensione nasce la poesia e da essa trae il suo significato. E forse un testo come quello di Vincenzo Della Mea può insegnarci proprio questo: che la poesia non sta dentro questo o quel poeta, in questo o in quel libro, ma in tutti coloro che la praticano.

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*

Ostinata come ogni anno
torna la primavera.
Per ogni guerra un prato in fiore
per ogni violenza una rosa rossa
per ogni tristezza margherite allegre
sbocciano colorate
e dipingono sentieri
che l’inverno dell’anima
avevano reso irriconoscibili.

Fanno ritorno gli uccelli migratori
da terre lontane
perché per nulla al mondo
possono perdersi
lo spettacolo della terra
che rinasce
e dona tregua
pace
agli uomini distratti
vestiti ancora d’inverno.

 

(Emilio Napolitano)

 

*

 

Fuori posto

 

prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.

(Pier Luigi Guerrini)
(da “L’amnistia del silenzio“, Bertoni Editore, 2025)

 

*

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "LABORATORI DI SCRITTURA E READING POETICI a cura dell'Associazione Ultimo Rosso con MARIA MANCINO (Maggie) Poetessa e curatrice della collana di poesia "Difettose" della Selvatiche Edizioni SEED Giovedì 16 aprile e lunedì 11 maggio 2026 ore 16 16-18 18 SIAMO TUTTI POETI e NON LO SAPPIAMO ppette proc Incontri singoli, aperti gradita prenotazione Info: annaperdelta@gmail.com tutti,"

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
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Contrastare l’aumento vertiginoso di immagini di abusi sui minori

Contrastare l’aumento vertiginoso di immagini di abusi sui minori

Contrastare l’aumento vertiginoso di immagini di abusi sui minori

Quasi nove adulti su dieci in Italia, Germania e Polonia ritengono che i loro governi dovrebbero sostenere la proposta di legge dell’UE sugli abusi sessuali sui minori, volta a proteggere i bambini online e a garantire che le aziende tecnologiche possano rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori sui loro siti web e sulle loro piattaforme.
I risultati dell’indagine dell’Internet Watch Foundation (IWF) – una fondazione composta da un team di oltre 80 persone provenienti da diverse discipline, tra cui analisti in prima linea e valutatori della classificazione delle immagini, che dedicano ogni giorno lavorativo alla valutazione di immagini e video di minori vittime di abusi sessuali –  mostrano un picco nelle segnalazioni di materiale confermato di abusi sessuali su minori nel 2025.

L’IWF, la più grande linea di assistenza telefonica europea che lotta per porre fine alla diffusione di immagini di abusi sessuali su minori, chiede ora ai responsabili politici di Germania, Italia e Polonia, sia nel Consiglio dell’UE che nel Parlamento europeo, di contribuire all’approvazione del regolamento UE sugli abusi sessuali su minori (CSAR), a lungo rimandato.

Il sondaggio condotto su oltre 6.000 adulti in Germania, Italia e Polonia mostra che l’88% degli intervistati desidera che i rispettivi governi appoggino la legge ideata per proteggere milioni di bambini europei dagli abusi sessuali online. L’indagine ha inoltre evidenziato che esiste una forte preoccupazione per la diffusione di materiale pedopornografico negli Stati membri intervistati e un forte sostegno alle misure che ne impediscono la distribuzione. §

L’anno scorso, l’IWF ha registrato un numero allarmante di 312.030 segnalazioni contenenti immagini e video di abusi sessuali su minori, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Gli analisti dell’IWF hanno inoltre individuato 3.440 video di abusi sessuali su minori generati dall’intelligenza artificiale nel 2025, ovvero un numero 260 volte superiore rispetto ai 13 video visti nel 2024.
Nello specifico del nostro Paese, più di 8 cittadini italiani su 10 sono favorevoli a una normativa che consenta alle aziende tecnologiche di rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori. La maggior parte degli italiani (87%) si dichiara favorevole a una proposta di legge dell’UE volta a tutelare i minori online e a garantire che le aziende tecnologiche possano rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori sui loro siti e sulle loro piattaforme. Dall’indagine emerge che il pubblico italiano è molto allineato sul regolamento sulla lotta contro l’abuso sessuale su minori, indipendentemente dalla presenza o meno di minori in famiglia, tanto che in entrambi i gruppi più di 9 persone su 10 concordano sulla necessità che il governo italiano sostenga la normativa.

“Da troppo tempo i minori attendono leggi severe che li proteggano dallo sfruttamento sessuale e dalla vittimizzazione ripetuta online, ha sottolineato l’AD di Internet Watch Foundation, Kerry Smith. L’opportunità di affermare l’Europa come paladina mondiale della sicurezza online dei minori è alla portata dell’UE e invitiamo i responsabili politici italiani a contribuire all’approvazione di un regolamento efficace, completo e ambizioso. Non possiamo piegarci alle pressioni di chi si disinteressa della sicurezza e della tutela della vita privata dei minori per il proprio tornaconto. È essenziale che, per rendere l’Europa uno spazio digitale sicuro, le piattaforme e i siti web attuino la tecnologia di cui conosciamo l’efficacia. L’UE non può essere compiacente. Le segnalazioni dell’IWF di immagini di abuso sessuale su minori confermate sono in aumento e abbiamo bisogno di una clausola di revisione obbligatoria che consenta ai legislatori di valutare l’opportunità di introdurre obblighi di rilevazione in futuro, utilizzando le prove raccolte durante la fase volontaria del quadro. Il regolamento deve anche prevedere solide misure di valutazione e attenuazione dei rischi, che dovrebbero imporre alle aziende tecnologiche di bloccare la diffusione del materiale di abuso sessuale su minori noto, garantendo al contempo trasparenza e un controllo indipendente”.

L’IWF esorta i legislatori italiani a contribuire all’approvazione finale del regolamento per la lotta contro l’abuso sessuale su minori senza ulteriori ritardi e a sostenere misure che garantiscano che le aziende tecnologiche fermino la diffusione di materiale di abuso sessuale su minori sulle loro piattaforme. Come minimo, il regolamento deve fornire una base giuridica permanente per la rilevazione volontaria di materiale di abuso sessuale in tutta l’UE. In tema di abusi e maltrattamenti si segnala il progetto WE CARE dell’Associazione Focolare Maria Regina onlus, finanziato da Percorsi Con i Bambini, che propone interventi di sostegno e presa in carico dei minori a rischio o vittime di maltrattamento e delle relative famiglie (https://percorsiconibambini.it/wecare/scheda-progetto/). Nell’ambito del progetto è stato realizzato anche un Vademecum sul maltrattamento minorile, uno strumento pratico pensato per supportare insegnanti, educatori e operatori dei servizi educativi nella prevenzione e nell’intercettazione precoce delle situazioni di rischio. Il Vademecum nasce a seguito della selezione da parte dell’Impresa Sociale Con i Bambini nell’ambito del bando “Ricucire i Sogni”, dedicato agli interventi per la prevenzione e il contrasto della povertà educativa minorile. La pubblicazione è il risultato del lavoro sviluppato all’interno di una rete territoriale ampia e multidisciplinare che coinvolge istituzioni, servizi socio-sanitari, scuola e terzo settore. Il progetto WE CARE, infatti, ha sperimentato negli anni un modello di intervento integrato volto a migliorare l’efficacia delle azioni di tutela dei minorenni e delle loro relazioni familiari, promuovendo una presa in carico globale – educativa, psicologica, sociale e scolastica. L’intensa collaborazione con le scuole partner del progetto ha evidenziato la necessità di fornire agli operatori strumenti concreti per affrontare in modo consapevole e coordinato le situazioni di possibile maltrattamento o disagio.

Qui il vademecum “Prevenzione, tutela e cura dell’età evolutiva: l’esperienza del progetto We Care”: https://www.ibambini.it/uploads/formazione/File/progetti/WE%20CARE/vademecum%20Progetto%20Wecare_compressed.pdf.

Qui per approfondire i dati dell‘Internet Watch Foundation: https://www.iwf.org.uk/news-media/news/strong-public-support-for-eu-child-sexual-abuse-legislation-as-abuse-imagery-rockets/

In copertina: foto IWF

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Gino Paoli. L’enigma dell’amore: ciò che resta

Gino Paoli. L’enigma dell’amore: ciò che resta

Gino Paoli. L’enigma dell’amore: ciò che resta

La morte di Gino Paoli non chiude soltanto una stagione della musica italiana. Riporta alla superficie un’immagine che da decenni continua a inquietare e affascinare: un uomo che si spara al cuore per amore e sopravvive, portando per tutta la vita una pallottola nel petto.

Non è solo un episodio biografico. È una scena che resiste al tempo perché tocca qualcosa che eccede la cronaca.

Questo racconto ha sedimentato, nel tempo, un’immagine potente: quella di un uomo capace di compiere gesti assoluti per amore. Non come modello, ma come figura che interroga.

Da qui prende forma una domanda che non smette di imporsi: che cosa può rappresentare una persona per un’altra, al punto da rendere la vita impensabile senza di lei?

Al centro della vicenda vi è la relazione con Stefania Sandrelli. Ma fermarsi a questo dato rischia di essere fuorviante. Non sappiamo — e non possiamo sapere — che cosa quella relazione sia stata nella sua verità più intima. E soprattutto non sappiamo che cosa quella donna abbia rappresentato per lui.

È qui che, da un punto di vista psicoanalitico, si apre lo spazio dell’enigma.

Nella prospettiva lacaniana, l’oggetto d’amore non coincide mai con la persona reale. Ma questo non autorizza a colmare l’ignoto con interpretazioni arbitrarie. Al contrario, impone una cautela: riconoscere che vi è una dimensione del desiderio che resta opaca, non interamente traducibile.

Il punto non è spiegare, ma circoscrivere il limite della spiegazione.

Il gesto — lo sparo al cuore — può essere avvicinato come il luogo in cui la parola cede. Non necessariamente come volontà di morte, ma come passaggio all’atto: un punto in cui ciò che insiste sul piano psichico non trova più rappresentazione simbolica.

Colpisce la scelta del cuore. Non come simbolo romantico, ma come convergenza di due registri: quello dell’amore e quello della distruzione.

E poi c’è quel resto: la pallottola rimasta nel corpo, troppo rischiosa da rimuovere.

Un dato reale, prima ancora che simbolico. E tuttavia, qualcosa che inevitabilmente introduce una domanda: che cosa significa vivere con un resto?

Gino Paoli ha avuto una vita lunga, piena, attraversata dalla musica e dalle relazioni. Eppure, quella pallottola è rimasta.

Come se qualcosa di quell’esperienza non si fosse mai del tutto chiuso.

Non necessariamente un dolore continuo, ma un resto.

Qualcosa che non si elimina, che non si risolve, ma che si porta con sé.

E tuttavia, ha continuato a vivere, a scrivere, a cantare.

Canzoni come Il cielo in una stanza o Senza fine testimoniano una modalità singolare di trattare l’amore: non come sentimento pacificato, ma come esperienza che sfiora l’illimitato.

La musica, in questo senso, può essere pensata come una forma di trasformazione. Non una soluzione, ma un modo per dare forma a ciò che, altrimenti, resterebbe senza parola.

Ma il punto più interessante non è nella possibilità di comprendere, quanto nella persistenza della domanda.

Che cosa può avere l’altro perché diventi così necessario?

Non in senso romantico, ma psichico.

Non abbiamo risposte definitive. Ed è forse proprio questo il nucleo della questione: l’amore conduce fino a un limite del sapere.

E ritorna allora quell’immagine: un uomo che per amore compie un gesto assoluto.

Non come figura da idealizzare, né come gesto da spiegare.

Ma come ciò che continua a interrogare.

Perché, nell’amore, esiste una zona che sfugge a ogni misura —

e che lascia, inevitabilmente, un resto.

Cover: Gino Paoli – immagine Wikimedia Commons
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