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Global Sumud Flotilla: “Continueremo fino a Gaza, nonostante minacce e attacchi”

Global Sumud Flotilla: “Continueremo fino a Gaza, nonostante minacce e attacchi”

Si è svolta oggi una conferenza stampa online, in cui vari attivisti e sostenitori della Global Sumud Flotilla hanno delineato la situazione attuale, con tutti i suoi pericoli, ma anche le possibilità che si stanno aprendo. Grazie al nostro collaboratore Marcello Prandini, che ha seguito la conferenza stampa su Zoom e alla trascrizione ricevuta, riportiamo una sintesi degli interventi.

Mandla Mandela, nipote di Nelson Mandela

Non illudiamoci: da oltre 70 anni l’entità sionista viola impunemente il diritto internazionale e tutte le convenzioni sui diritti umani. Ora ci intimidiscono con violenza intensificata. Le loro risposte alle precedenti flottiglie sono indicative delle molestie e delle violenze che possiamo aspettarci.

Non ci sorprenderebbe se Israele scegliesse nuovamente la violenza. Questi atti di disperazione non sono diversi da quelli che abbiamo visto nell’ultimo decennio dell’apartheid in Sudafrica.

Questa Global Sumud Flotilla arriva in un momento in cui alcuni governi occidentali iniziano a fare marcia indietro dal loro vergognoso sostegno a Israele, ma nessuno di loro sta davvero fermando il genocidio, la deportazione forzata e lo sfollamento di milioni di persone a Gaza.

Chiediamo a governi, ONG, organizzazioni della società civile, formazioni politiche, istituzioni religiose, agenzie per i diritti umani e a persone di ogni estrazione di esercitare pressioni sull’entità sionista affinché fermi i suoi attacchi violenti e le minacce contro la Global Sumud Flotilla.

Kleoniki Alexopoulou (Grecia)

Voglio esortarvi a non credere a una sola parola della propaganda israeliana.

Oggi, nel contesto internazionale, quando il Parlamento Europeo finalmente ha preso posizione a sostegno della causa palestinese, quando tanti Paesi stanno riconoscendo la Palestina come Stato sovrano, abbiamo l’occasione di rompere l’assedio di Gaza e di segnare una svolta storica.

Non lasceremo passare questa opportunità. Ora siamo nel momento più critico, mentre ci dirigiamo verso Gaza, e dobbiamo essere ancora più disciplinati, impegnati, fiduciosi e persino ottimisti. Noi vinceremo, perché siamo dalla parte giusta.

Varsha Gandigotha (Segretario esecutivo del Gruppo dell’Aja)

È un grande onore parlare ai compagni coraggiosi che navigano verso Gaza. La vostra missione dà speranza in questo momento di disperazione.

Il nostro messaggio è chiaro: non possiamo continuare a fingere che le istituzioni internazionali – Consiglio di Sicurezza, Assemblea Generale, ICJ, ICC – siano sufficienti a fermare le atrocità. Non lo sono.

Stiamo organizzando una Conferenza ministeriale d’emergenza con oltre 31 Stati per fare ciò che state facendo voi in mare: interrompere le esportazioni di armi verso Israele, garantire che gli aiuti arrivino a Gaza, fermare fabbriche e porti che alimentano questo genocidio, e assicurare responsabilità a livello individuale, statale e aziendale per i crimini in corso.

Lamis J. Deek (avvocata palestinese)

Il blocco navale di Gaza non ha basi legali: questo è stato ripetutamente affermato dal diritto internazionale e dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Il controllo israeliano delle acque al largo di Gaza è illegale. Anche nello scenario estremo in cui fossero considerate “acque israeliane”, Israele non potrebbe comunque intercettare imbarcazioni senza basi legittime, giusto processo e proporzionalità.

I termini terrorista e terrorismo perdono significato nel contesto storico che stiamo vivendo e sono un’arma politica usata per criminalizzare tutti i palestinesi.

Yasemin Akar (Germania)

La Global Sumud Flotilla porta solo medicine, cibo, osservatori dei diritti umani, medici, giornalisti, avvocati, parlamentari. Eppure Israele già diffonde voci di minacce alla sicurezza, possibili armi e legami con il terrorismo. Sono bugie riciclate, per giustificare la violenza prima che avvenga.

Questo è il modo in cui si fabbrica il consenso: non solo nei titoli, ma nelle menti delle persone comuni, per accettare l’assedio di Gaza come normale, per giustificare l’uccisione dei civili come “danni collaterali”, per liquidare le richieste di libertà dei palestinesi come estremismo.

Questa missione continuerà, perché i governi non fermano i crimini di Israele. Navighiamo perché l’umanità lo richiede, perché i palestinesi sono nostri fratelli e sorelle, e vale la pena di lottare per loro.

Chiedo a tutti di esigere un passaggio sicuro per la flottiglia e ai governi di smettere di sostenere questo genocidio. Come cittadina tedesca chiedo alla Germania, secondo fornitore di armi di Israele, di interrompere ogni legame con questo genocidio.

Vorrei aggiungere un punto sul ruolo delle navi militari che in questi giorni ci accompagnano. Dobbiamo essere molto chiari: sono i palestinesi ad avere bisogno di protezione.

Questi governi hanno fallito nel proteggere la Palestina e il popolo palestinese. È per questo che queste iniziative prendono vita, è per questo che siamo qui diretti a Gaza. Sì, questa flottiglia ha bisogno di protezione, ma perché Israele rappresenta una minaccia.

Sessione di domande e risposte

  • Sulla continuazione della missione: la flottiglia comprende fino a 50 imbarcazioni, con aiuti umanitari e centinaia di osservatori, giuristi, parlamentari, artisti. Non ci fermeremo più fino a Gaza.
  • Sulle minacce israeliane: siamo consapevoli dei rischi, ma non ci fermeranno. Questi attacchi sono rivolti all’intera comunità internazionale. Noi continueremo perché l’umanità ce lo impone.
  • Sul ruolo della comunità internazionale: servono azioni concrete per interrompere le forniture e i rapporti che alimentano Israele, non solo dichiarazioni.
  • Sul porto alternativo offerto (Cipro): non serve al nostro scopo. La missione non è portare aiuti altrove, ma rompere l’assedio e aprire un corridoio umanitario diretto a Gaza.

Conclusione

La Global Sumud Flotilla ribadisce: continueremo fino a Gaza, nonostante minacce e attacchi. Questa missione è legittima, legale e necessaria. È un atto di solidarietà internazionale per fermare il genocidio, aprire un corridoio umanitario e difendere i diritti del popolo palestinese.

Cover: Global Sumud Flotilla, foto di infopal.it

Presto di mattina /
Immaginazione analogica

Presto di mattina. Immaginazione analogica

Immaginazione analogica

Quiete, maturità impende dal cielo.
Non più io, sono gli alberi felici
che parlano e le rose e le acque vive
nei salti, e le città
sublimi dove salgono i sentieri.
E quest’ora eternamente propizia
che rimane da vivere, nel sole
alta e sempre futura.
(Mario Luzi, Linfe, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 112).

L’immaginazione analogica è la nostra capacità di “fare salti”, stabilire relazioni, intuire, riconoscere, combinare ciò che accomuna immagini, realtà, esperienze, atteggiamenti, situazioni tra loro molto differenti che sembrano così distanti da apparire irraggiungibili, inconciliabili. Quest’ora di grazia è fondamentale nel processo della creatività umana, un invito alla danza.

Il pensiero dei bambini nei primi anni di vita è analogico, saltellante, danzante; balzando da una immagine all’altra vedono l’invisibile ed è forse anche per questo che il Regno dei cieli è dato a loro. Nel passaggio dall’oscurità alla luce, in modo aurorale dunque, essi intuiscono riflessi e trovano la totalità nella disseminazione dei frammenti, vedono corrispondenze tra le divergenze; in ciò che è disconnesso, a poco a poco, riconoscono il legame che li tiene insieme.

L’immaginazione analogica ha la capacità di farci nuovi, svegli; è l’imminente e sospesa linfa della creatività di cui parla il poeta. Eccentrica e policentrica, essa porta lontano da sé: «Non più io», ma l’altro, verso altre cose, regioni e mondi, va saltando di balza in balza incontrando di continuo sentieri aperti o vie di fuga. La sua ora è l’ora sempre propizia, solare, incombente, sempre vitale verso l’in-alto e l’in-avanti.

Essere nuovi come la luce a ogni alba
come il volo degli uccelli
e le gocce di rugiada:
come il volto dell’uomo
come gli occhi dei fanciulli
come l’acqua delle fonti:
vedere
la creazione emergere
dalla notte!
(D. M. Turoldo, Non vi sono fatti precedenti, O sensi miei…1948-1988, Rizzoli, Milano 1994, 352).

Così anch’io, sul presto di mattina, ho provato a fare salti per dilatare l’alba e la sua preghiera, e ritornare a credere nell’infinito coro di ogni cosa, iniziando dall’inno mattutino della liturgia:

Già l’ombra della notte si dilegua,
un’alba nuova sorge all’orizzonte:
con il cuore e la mente salutiamo
il Dio di gloria.

E da lì una spinta, un primo balzo in compagnia del poeta «che ci insegna la parola e ci rapisce» (Carlo Bo).

Rifulge il sole in te
Con l’alba che è risorta.
Può ripiegarmi a credere
Un mare tanto lieto?
(G. Ungaretti, Vita d’uomo, Mondadori, Milano 1996, 322).

Un altro balzo

M’illumino
d’immenso
[con un breve
moto
di sguardo]
(ivi, 65).

Qui la poesia è riportata come era inizialmente e poi connotata da un titolo e con coordinate di tempo e di luogo: Mattina, Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917. Ora nel testo attuale restano solo in due, faccia a faccia, cuore a cuore: l’illuminato e l’immensità, come un fondersi mistico nella luce del singolo e del tutto; diffusiva luce ed ogni cosa ne resta rischiarata.

Una metamorfosi, un vedersi l’immenso nel finito, il frammento nella totalità, il particolare nell’universale. L’infinito per Ungaretti è l’intero mondo che si rispecchia nella luce, una partecipazione vitale all’intero universo in un momento preciso di tempo e di luogo. Un’esperienza di intimità della persona con l’immensità della luce per ogni dove.

E poi un balzo ancora, dei gemiti l’ascolto

Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni moribonde dolcezze
(ivi, 103).

Un balzo alato oltre le mortali ansie

«Il giorno incominciò con il verso di un singolo uccello. Tutti i giorni lo stesso uccello, lo stesso verso. Era come se la piccola creatura annunciasse l’avvicinarsi dell’alba alla sua nidiata. Jacob aprì gli occhi… Nella stalla continuava a regnare l’oscurità, ma il rosso dell’alba splendeva attraverso uno spiraglio della porta.

Jacob si drizzò a sedere e pose termine alla sua ultima porzione di sonno. Ancor prima di lavarsi, aveva mormorato: “Ti ringrazio”, una preghiera che non nomina il nome di Dio e che pertanto può essere pronunciata prima delle abluzioni.

Una vacca si mise in piedi e voltò la testa cornuta, guardando dietro di sé quasi fosse curiosa di vedere in qual modo un uomo iniziava la sua giornata. I grandi occhi dell’animale, quasi tutti pupilla, rispecchiarono il color porpora dell’aurora.

“Buon giorno, Kwiatula”, disse Jacob. “Hai dormito bene, vero? … Spalancò la porta della stalla e vide le montagne susseguirsi nella lontananza. Alcune di quelle cime, dai versanti coperti di foreste, sembravano vicinissime, giganti con verdi barbe. La nebbia che si alzava dai boschi, simile a tenui riccioli, fece sì che Jacob pensasse a Sansone.

Il sole in ascesa nel cielo, lampada celeste, gettava su ogni cosa un acceso splendore. Qua e là un filo di fumo saliva verso l’alto da una vetta, come se le montagne stessero bruciando dentro. Un falco, con le ali tese, planava tranquillo con una strana lentezza, tale da trascendere tutte le ansie terrene; parve a Jacob che l’uccello avesse volato ininterrottamente sin dai tempi della creazione

Volse il viso ad oriente, guardando dritto dinanzi a sé, e recitò le parole sacre. Le balze splendevano nella luce del sole e, non lontano, un vaccaro modulò uno yodel indugiando con la voce su ogni nota risonante di desiderio, quasi che anch’egli fosse tenuto lì in cattività e anelasse a strapparsi alla schiavitù e ad essere nuovamente libero»
(I. B. Singer, Lo schiavo, Longanesi, Milano 1964, 13-14; 16).

Altri due, infine, spiragli di luce, anche se è notte

Al mattino tu ritorni sempre
Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.
(Cesare Pavese, Poesie, Mondadori, Milano 1971, 198).

Per coprire le case e le pietre di verde
– sì che il cielo abbia un senso – bisogna affondare
dentro il buio radici ben nere. Al tornare dell’alba
scorrerebbe la luce fin dentro la terra
come un urto. Ogni sangue sarebbe più vivo:
anche i corpi son fatti di vene nerastre.
E i villani che passano avrebbero un senso
(ivi, 84-85)

Pronti sempre a dar conto della speranza che è in voi

Questo è il compito della teologia: dare ragione del sapere del vangelo per orientare l’esistenza e porla di fronte a una decisione andare verso la vita o la morte. Non è conoscenza fine a se stessa, un intellettualismo, ma ricerca di quel grumo di cielo rappreso nelle viscere umane. Essa interpella la libertà ad allearsi con l’intelligenza della fede, che non è in alternativa o in contrapposizione alla libertà, ma lascia intraversare il dischiudersi possibile dell’incontro tra Dio e l’uomo.

Così a chi vuol dire Dio oggi è chiesto di non estraniarsi da una cultura plurale, di osare l’ascolto di altri linguaggi possibili, altri spazi, per far sorgere e interagire in sé ciò che gli altri portano nel pensare, nel dire e nel vivere. Al multiculturalismo e alla multireligiosità non si può più estraniarsi, né rimandare l’incontro e il confronto con esperienze spirituali di altre tradizioni religiose, neppure con il sentire profondo di ogni persona strada facendo.

Ed è altrettanto vitale per la “teo-logia”, che le sue parole scaturiscano da un’esperienza mistica temuta dai teologi e, per questo, tenuta lontana da loro per tanto tempo. Ma non dovrebbero invece danzare insieme? È giunta l’ora che le sue parole attraversino la notte oscura di una bruciante comunione quella di un mistero di amore. I mistici sono “neve ardente” così Pio XI definì proclamandola santa la mistica carmelitana Teresa Margherita Redi (Arezzo, 15 luglio 1747 – Firenze, 7 marzo 1770).

“La dolcezza della canna da zucchero sta nella giuntura” (Proverbio della Tanzania)

È così che anch’io sento l’immaginazione analogica una presenza salutare, gioiosa, pratica di innesti; una congiunzione e giuntura appunto di accrescimento che apre orizzonti e vie nuove, che collega il passato ed il futuro, la memoria e la speranza come i giunti in una canna da zucchero.

Essa mi offre la possibilità di accedere al mistero cristiano di Dio con linguaggi e modelli che non siano solo della tradizione giudaico-cristiana o della teologia scolastica, ma pure dei mistici e dei poeti e di coloro che amano perdutamente e, nel perdersi, gustano nell’amaro anche la dolcezza degli incontri; sono analogie di immagini prese dalla letteratura, dalla poesia e dagli scritti di altre religioni, o dalle narrazioni e storie sapienziali o tragiche della gente che si incontra strada facendo nella vita quotidiana.

Cercare Dio nascosto nei frammenti

Cercare Dio nei frammenti è cercarlo nelle forme dell’esperienza, anche quelle marginali o in apparenza insignificanti, dei fragili, degli invisibili, dei rinchiusi, degli scartati o dei falliti. Come brandelli di racconti non appena accostati l’uno all’altro, ma tessuti insieme, canovacci come parabole del regno, perché anche in quelli c’è un vangelo nascosto che viene annunciato a noi proprio oggi.

L’unico vangelo, il bel e buon annuncio per tutti, va così considerato non al di fuori, ma disseminato in ogni frammento di umanità dentro e attraverso le diversità particolari e le forme frammentarie, deboli o forti, riuscite o fallite dell’esperienza umana, ascoltati e ospitati in noi. Anche questi frammenti sono abitati da speranza. In essi prende forma colui che ha detto “Avevo fame mi, hai dato da mangiare… straniero mi hai accolto, malato e in carcere e mi hai visitato”. Anche queste sono tutte immagini analogiche, conformi a colui che ricapitola in sé tutti e tutte le cose.

Frammenti sparsi di speranza

Fare teologia in virtù dell’esperienza attraverso il metodo della correlazione e dell’immaginazione analogica è stata proprio la riflessione del teologo statunitense David Tracy (1939-2025) discepolo di Bernard Lonergan (1904-1984) lo studioso gesuita ideatore di un metodo teologo e del suo linguaggio in dialogo con la modernità.

Su questo tracciato Tracy ha sentito così la necessità di sviluppare una teologia aperta, non ripetitiva e non definitiva anche se non priva di rischi. Ha coniugato la tradizione cristiana e la sua rivelazione con le altre tradizioni religiose e con le comuni esperienze della vita nelle sue forme plurali, e tutto questo proprio attraverso il metodo dell’immaginazione analogica.

Così per Tracy: «La teologia è il tentativo di stabilire delle correlazioni reciprocamente critiche tra una interpretazione della tradizione cristiana e una interpretazione della situazione contemporanea» (Concilium, 6/1994, 45).

«È chiarissimo, quello che ora possediamo sono frammenti della nostra eredità e nuovi frammenti di situazioni culturali nuove. E, grazie a questi frammenti particolarissimi, troviamo la speranza di una vera cattolicità come “unità nella diversità”

Allora può darsi che i nostri frammenti – premoderni, moderni e postmoderni – non si limitino a puntellare le nostre rovine, né semplicemente ci aiutino a rimuovere la totalità – tentazioni di pensiero, totalitarie e colonizzanti, provenienti da errate versioni di cattolicità.

Può darsi, invece, che ci ritroviamo con un tipo tutto diverso di speranza: più modesta, più disposta ad ammettere la nostra attuale situazione cattolica policentrica, più onesta nell’insistere che i frammenti sono il nostro possesso migliore e che tutte le forme cattoliche – tutti i frammenti premoderni, moderni e contemporanei – sono la nostra migliore speranza di creare una nuova “unità nella diversità”, degna tanto della grande tradizione pluralistica che del presente ecclesiale policentrico e culturalmente post-eurocentrico» (Frammenti e forme. Universalità e particolarità oggi, in Concilium 3/1997, 178).

Forma Christi

Tracy ricorda che l’auto-rivelazione di Dio in Gesù Cristo, come punto focale della fede e della teologia, dischiude ad un tempo il sé a se stesso, agli altri e al mondo e ne manifesta la loro interrelazione. Ognuna di queste realtà illumina e arricchisce le altre anche con rilievi critici e apre a nuovi significati là dove vi si coglie similitudini, sintonie anche flebili.

Sottolineando la corrispondenza tra la figura di Gesù Cristo e le forme della realtà, egli riconosce che il Risorto non è solo il centro del cosmo e della storia, ma ne è anche la forma, quella che precorre le altre forme e le caratterizza con la sua impronta perché secondo Paolo (Col 1,16-17) tutto è stato creato, donato per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è “il mistico del mondo”, il mistero radicato e rivelato nel Dio indicibile e inconoscibile: l’altro del mondo; e tuttavia è colui che è nel e per il mondo forma plasmatrice di forme e suo futuro.

L’immaginazione analogica consente pure di riconoscere le differenze, così da mettere al centro della teologia l’alterità in senso etico-politico. Il volto dell’altro – direbbe Emmanuel Lévinas – mi interpella e, se riconosciuto, libera dal desiderio di totalità e di manipolazione, aprendo invece della totalità che è immagine chiusa in se stessa, quella dell’infinito, immagine che resta aperta ed apre ad ogni altro infinito possibile, quello di ogni persona e di ogni destino. Lì si fa trovare l’Altro. Così la domanda da porsi prima di ogni altra domanda non sarà: “Dio dove sei?” ma: “fratello, sorella dove sei?”

Vegliare come un pastore il gregge

Interpretando Gilbert Durand (L’immaginazione simbolica, 121) potrei dire che l’immaginazione analogica, è facoltà gioiosa, ma incalzante che provoca l’universo e noi, senza sosta, a vegliare sull’umano che rischia di perdersi in quel sonno che genera lupi.

E quale allora il lavoro del teologo? Il suo sguardo sul mondo? Lo stesso penso di ogni persona in cerca di giustizia. Lo stesso del poeta che scrive:

Il lavoro del poeta

Compito dello sguardo che s’offusca
non è sognare o piangere, è vegliare
come un pastore il gregge, e richiamare
ciò che rischia di perdersi nel sonno.
(Philippe Jaccottet, Il barbagianni. L’ignorante, Einaudi, Torino 1992, 105).

E con Jaccottet, per ora, l’ultimo balzo passeggiando sotto gli alberi:

«Da uno sguardo all’altro, tra un bagliore e il successivo vi erano delle distanze tese come dei fili invisibili, distanze che bisognava percorrere, cammini oscuri che bisognava prendere una buona volta affinché l’intera immagine riflessa nello specchio avesse un senso; e allora quel senso avrebbe forse potuto resistere anche all’alba, all’irruzione del giorno e alla frantumazione stessa dello specchio.

Da un’immagine all’altra scivola il pensiero felicemente, come in sogno. Le invisibili, distanze che bisognava percorrere, cammini oscuri che bisognava prendere una buona volta affinché l’intera immagine riflessa nello specchio avesse un senso; e allora quel senso avrebbe forse potuto resistere anche all’alba, all’irruzione del giorno e alla frantumazione stessa dello specchio.

Le immagini sono come delle porte che si aprono una dopo l’altra, permettono di scoprire nuovi alloggi e mettono in comunicazione focolari che sembravano incompatibili; un animo desideroso di onestà ne trarrebbe così tanta gioia se fossero assolutamente prive di un fondamento reale? Non si dovrebbe pensare piuttosto che, pur restando sempre inverificabili, ci portino verso la verità nascosta attorno a noi o dentro di noi? O anche che ricostruiscano ogni volta nell’animo del sognatore delle chiarezze sempre nuove e sempre da ricomporre?».
(Ph. Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, Milano 2021, 74-75).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Europa infelix: verso il secolo dell’umiliazione?

Europa infelix: verso il secolo dell’umiliazione?

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L’ordine mondiale del XXI secolo non sarà quello della pax americana del XX. La pax romana, che piace tanto agli americani era quella in cui Roma vinceva le guerre così da dominare gli altri popoli, da cui la pax. Ma ora la Cina tesse (dal 2009) la sua tela con la via della seta per porre fine al dominio americano, mettendo in minoranza l’Occidente; a partire dall’ONU dove oggi non siedono più i 51 Stati che diedero vita ad Israele nel 1947 (33 voti a favore, 13 contrari e 10 astenuti), ma ben 193 Paesi, dei quali già 147 hanno riconosciuto la Palestina.

Mancavano solo gli Stati europei per isolare Stati Uniti e Israele: è puntualmente avvenuto il 12 settembre 2025 col voto all’ONU sul riconoscimento di “Due Popoli e Due Stati” che non coinvolga Hamas. Hanno infatti votato a favore 142 paesi (questa volta anche gli europei), 12 astenuti e 10 contrari, tra cui Israele, Stati Uniti, Argentina, Paraguay, Ungheria e altri piccoli come Micronesia, Palau, Nauru, Tonga, Papua Nuova Guinea. Come dire che Cina, Russia e Brics (questa volta anche con gli europei) hanno isolato Stati Uniti e Israele.

Un altro passo della strategia della Cina nel far vedere che la maggioranza del mondo la pensa altrimenti dal Washington consensus. Le democrazie “liberali” europee dovranno porsi il problema di cosa fare se procede la violenza di Israele e Stati Uniti e quando l’autocratica Cina proporrà di integrare in modo democratico gli attuali 5 oligarchi ONU vincitori della 2^ guerra mondiale (Cina, Russia, USA, Inghilterra, Francia), che hanno potere di veto. La partecipazione al governo ONU di altri Paesi immagino sarà in base alla popolazione (dove i BRICS sono maggioritari); oppure il ricco Occidente proporrà come principio il Pil pro-capite o qualche titolo nobiliare?

Un buon argomento per l’Europa per scegliere se continuare a stare nel quadrante sbagliato della storia (servendo gli Stati Uniti) o ri-fondarsi in autonomia, basandosi sul dialogo con tutti i Paesi e Popoli del mondo. Dovrà poi decidere se smettere con la logica di una finta (nana) superpotenza e puntare su un mondo multipolare, sfruttando le differenze nei BRICS (per fortuna enormi, di religione, cultura, interessi…), per cui è improbabile che si passi da un’egemonia unipolare USA a quella della Cina, come fu nel XX secolo.

Ma questo vorrebbe dire avere un’élite UE lungimirante e non minus habens. Vedi l’Alta rappresentante della politica estera UE, Kaja Kallas (dall’Estonia, 1,3 milioni di abitanti), dente avvelenato con la Russia (per vicende che riguardano i suo nonni), che dichiara dopo la parata della Cina (che ha 1,4 miliardi di abitanti) alla commemorazione dell’80° anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale, la “falsa narrativa per cui Russia e Cina sarebbero vincitori della 2^ guerra mondiale… è una novità”.

Pure molti media mainstream occidentali si sono lamentati che nella conferenza SCO tenuta dalla Cina, Xi Jinping abbia omesso di dire che la vittoria dei cinesi sui giapponesi nella seconda guerra mondiale è avvenuta anche per merito degli Stati Uniti. Nel comunicato ufficiale della Parata militare si dice infatti: “Nel 1945, dopo 14 anni di resistenza, la Cina raggiunse la vittoria al prezzo tremendo di 35 milioni di morti militari e civili, 1/3 di tutte le vittime nella 2^ guerra mondiale”.

Federico Rampini dice che “riscrivere la storia è una costante dei regimi autoritari”, anche se ammette che la guerra Pechino l’aveva iniziata già nel 1931 contro il militarismo del Giappone che aveva invaso la Manciuria e che i cinesi erano entrati in guerra già allora contro i giapponesi.

È però vero che i cinesi nel 1945 non stavano vincendo la guerra, nè si sa se l’avrebbero vinta senza gli Stati Uniti che sganciarono le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, pur sapendo che la guerra era vinta, per mandare un messaggio all’URSS. Ma è indubbio che se Russia e Cina fanno parte del Consiglio di sicurezza ONU (con USA, UK e Francia) è perché contribuirono alla vittoria sul nazi-fascismo (e con la maggioranza dei morti).

La frase dalla rappresentante UE Kallas è quindi una falsificazione della storia e un insulto diplomatico senza precedenti a Cina, Russia (e a quel Resto del mondo che li segue) che evidenzia la china drammatica della UE che lavora, anziché per un dialogo con tutti, per uno scontro di civiltà (noi democrazie siamo il Bene, loro autocrazie il Male). Così si spiega l’idea demenziale di vincere la guerra contro la Russia (facendo combattere gli ucraini però), senza capire che possiamo solo perdere e che solo un negoziato potrà porre fine alla guerra.

Oppure si dica esplicitamente che vogliamo fare la guerra nucleare. Anche le parole del nostro Presidente della Repubblica sono discutibili: “la UE non ha mai fatto guerre”. Non essendo un soggetto statuale non può dichiarare alcuna guerra, ma i suoi Stati sono quelli che ne hanno fatte di più, non solo nell’800 e ‘900, ma anche negli ultimi 30 anni: (Yugoslavia 1999, Iran 2003, Libia 2011 , e con la Nato, in molti altri paesi). A proposito di come si riscrive la storia.

Nei manuali di storia italiani delle scuole superiori (in media 2mila facciate) non c’é una pagina che racconti come gli inglesi hanno assoggettato la Cina nella prima guerra dell’oppio (1842), costringendo la dinastia Qing a firmare un trattato che condannava la Cina a più di 100 anni di oppressione straniera e di controllo coloniale sulla politica commerciale.

La Cina fu obbligata ad importare tutto dagli inglesi. Il primo di quelli che gli storici hanno chiamato “trattati ineguali“, in cui le potenze di allora (europee) imposero condizioni unilaterali per cercare di ridurre il loro enorme deficit commerciale. Una storia del tutto simile a quella dei dazi USA oggi imposti al Resto del mondo (UE inclusa) o a quella di Israele che vuole annientare un altro popolo per possedere altro territorio con la fattiva collaborazione degli Usa (e quella degli europei, voltati per non vedere).

Antonia Zimmermann su Politico Europe, facendo riferimento a quel secolo in cui la Cina declinò per imposizioni dell’imperialismo inglese (nei manuali di storia i cinesi lo scrivono), si chiede se non sia iniziato anche per l’Europa “il secolo dell’umiliazione”, vista la sottomissione UE nei recenti accordi con Trump e la decisione UE di non imporre dazi e tasse ai big tech statunitensi.

Ormai tutti parlano di “sottomissione, netta sconfitta, capitolazione ideologica e morale” della UE, mentre von der Leyen ha dichiarato il “più grande accordo di sempre” tra USA e UE, favorito dal pragmatismo di Germania e Italia e che il Financial Times ha definito opportunismo. Un problema gigante per la UE al punto che c’è chi sospetta che si voglia andare in guerra contro la Russia per non perdere la faccia.

L’Europa sta perdendo con la sudditanza agli Stati Uniti, quel ruolo di “ponte” che aveva avuto in passato tra Est e Ovest e tra Nord e Sud, anche con le politiche di Green Deal dove è stata leader mondiale con le varie COP, convincendo anche la Cina. Con le omissioni su Gaza dimostra che il Diritto Internazionale vale solo quando le fa comodo, una perdita di valori che già era palese ma ora è acclarata di fronte a tutto il mondo e ai suoi cittadini.

In questo contesto la UE potrebbe scommettere nel diventare uno dei leader mondiali del Dialogo, della Prosperità, della Libertà e Giustizia per tutti i popoli, che è poi la missione spirituale della vera Europa, delle sue radici cristiane, che, come tali, suggeriscono di dialogare anche con la Russia (cristiana ortodossa), anche se ha infranto il diritto internazionale, come noi del resto (e molte più volte), anziché seguire gli americani nell’idiozia di farci nemici di tutto il resto del mondo, che ora è grande maggioranza.

Capendo che un conto sono i Governi un conto i popoli e che Putin prima o poi scomparirà. Solo questa visione di realtà può indurci alla pace, al dialogo e a quella diplomazia (altro che armi) gettata via colpendo prima di tutto i propri cittadini.

Chi ha avuto non poche responsabilità nella costruzione di questa UE (Draghi, Monti ed altri) ripropone la vecchia ricetta di Stati che rinunciano a pezzi di sovranità per una nuova UE in cui si decida a maggioranza e non all’unanimità, nella difesa comune e nelle tecnologie. Ma ciò significa fermare l’allargamento a Est, come invece vorrebbero gli americani.

Come disse Einstein, “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”. Innanzitutto se si fosse onesti si farebbe una retrospettiva per capire dove si è sbagliato e che l’allargamento del 2004 è stato uno di questi. Prima c’è la Politica e l’Unità, poi il Mercato e la Moneta.

Merz (quello che “Netanyhau sta facendo il lavoro sporco per noi”) avvisa i tedeschi che tra 10 anni il welfare attuale non sarà più sostenibile. Nel 1960 era il 10% del PIL, oggi viaggia attorno al 25%. Il futuro, per lui, è una UE più armata, più tecnologica e più disuguale e con meno welfare. Una UE da incubo.

Zimmermann si chiede se siamo ancora in tempo per evitare un secolo dell’umiliazione. La soluzione è un’altra UE non succube e periferica agli Stati Uniti, o proseguire a piccoli passi con gli investimenti comuni UE (suggeriti dai rapporti Draghi e Letta) che si traducono però nei fatti con riarmi nazionali funzionali al vassallaggio agli USA.

Il futuro degli europei è piuttosto prendere atto che il nostro vecchio imperatore USA è in declino e può solo succhiare il nostro sangue a suo favore. Il futuro mondiale è multipolare e gli europei possono avere un futuro di nuovo prospero se diventano “ponte” con tutti (Brics inclusi) e se ritorna la pace in Europa, negoziando con la Russia, creando quell’”Euroasia a due polmoni” di cui parlavano sia Papa Wojtyla, sia Papa Francesco costruendo un polo futuro alternativo a Cina e Usa.

Spiazziamoli” disse Abantantuono nel film Nirvana di Salvatores. Come? Con Stati federati, come fa la Svizzera da 700 anni, con una piccola difesa e tanti amici. Autonomi dagli Usa, in dialogo con tutti (anche non UE), abbassando i prezzi esorbitanti dell’energia comprata dagli Usa (trappola per le nostre imprese), utilizzando i risparmi per investire nelle nostre aziende, usando le risorse non per un riarmo ma per rafforzare il Welfare, quei diritti sostanziali (salario minimo, welfare, sanità, pensioni, aiuti ai deboli, tassando le eredità dei ricchi), nell’interesse di tutti e non solo dei ceti forti.

Stati che investono sulle nostre imprese e non su quelle degli altri. Se la politica statalista della Cina ha mostrato come si può usare il capitalismo a favore di una prosperità diffusa, a maggior ragione lo possono fare Stati europei che si dichiarano democratici, ma che invece hanno abbandonato da decenni il ruolo dello Stato per ubbidire agli americani, che vendono 500 Boeing made in Usa ai cinesi, nonostante la UE abbia l’Airbus che vola meglio (ma che non possiamo vendere ai cinesi).

Solo un progetto alternativo, fondato sulla realtà e non sugli spettri dell’élite UE, fatto di dialogo con tutti, di pace e più umano può far decollare i paesi europei. Viceversa, si avvicina il secolo dell’umiliazione.

Cover: Europa (figlia di Agenore) rapita da Zeus in forma di toro – Cratere a calice da Paestum

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Bone-02: dalla Cina la rivoluzionaria colla ossea che ripara le fratture in pochi minuti

Bone-02: dalla Cina la rivoluzionaria colla ossea che ripara le fratture in pochi minuti

articolo originale su pressenza del 21.09.2025

In un progresso scientifico senza precedenti nel campo dell’ortopedia, un team di ricercatori cinesi guidato dal dottor Lin Xianfeng nella provincia di Zhejiang ha sviluppato una innovativa colla ossea chiamata Bone-02, in grado di unire frammenti ossei rotti in soli tre minuti senza bisogno di placche metalliche o viti.
Questa colla biomimetica, ispirata alla capacità delle ostriche di aderire saldamente in ambienti umidi, è in grado di fissare le fratture anche in ambienti chirurgici con abbondante presenza di sangue, un compito che fino ad ora rappresentava una grande sfida per le colle mediche.

 

Bone-02 combina composti di calcio e proteine speciali che garantiscono un’unione forte, flessibile e sicura. In test clinici condotti con successo su oltre 150 pazienti, la colla ha mostrato una forza di adesione tale che potrebbe sostituire i tradizionali impianti metallici utilizzati nella fissazione di fratture complesse.

La sua applicazione richiede solo una minima incisione e la colla viene introdotta direttamente nella zona fratturata, sigillando i frammenti oscuri in pochi minuti.
Inoltre, Bone-02 è biodegradabile: viene assorbito naturalmente man mano che la struttura ossea si rigenera, eliminando la necessità di un secondo intervento chirurgico per rimuovere placche o viti, riducendo notevolmente i rischi di infezione e i tempi di recupero.

Le autorità sanitarie cinesi hanno sostenuto lo sviluppo e l’applicazione clinica di Bone-02, con l’intenzione di introdurlo prossimamente nella rete ospedaliera del Paese, consolidandolo come alternativa standard alla chirurgia ortopedica convenzionale. Parallelamente, si sta valutando la sua capacità di produzione industriale per esportare questa tecnologia a livello mondiale, anche se i dettagli della strategia commerciale e della proprietà intellettuale sono ancora in fase di definizione.
Attualmente, la Cina detiene brevetti nazionali e internazionali su Bone-02, bilanciando la protezione tecnologica con piani la cui divulgazione mira a portare benefici alla comunità medica a livello globale.

Questo progresso emergente non solo posiziona la Cina come leader nella biotecnologia medica, ma apre un nuovo capitolo nel trattamento delle fratture a livello mondiale, consentendo interventi minimamente invasivi, rapidi e meno dolorosi, con una prognosi migliore per pazienti di diverse età e condizioni.

In un contesto più ampio, negli ultimi anni la Cina si è affermata come protagonista chiave nell’innovazione biotecnologica applicata alla medicina. Grazie a ingenti investimenti pubblici e privati, al rinnovamento normativo e alla promozione della ricerca scientifica, il Paese ha aumentato in modo esponenziale la produzione di farmaci innovativi, sperimentazioni cliniche e nuove tecnologie, superando in volume e ritmo molte potenze tradizionali.
La biotecnologia cinese si caratterizza per la combinazione di efficienza, riduzione dei costi e rapido sviluppo, con impatti su terapie avanzate come la terapia genica, gli anticorpi monoclonali e l’intersezione con l’intelligenza artificiale per accelerare le scoperte farmacologiche.

Bone-02 è un esempio emblematico di questa avanguardia: un prodotto che, ispirato alla natura e sviluppato con alta tecnologia, potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui il mondo ripara le fratture ossee, a beneficio di milioni di pazienti e del sistema sanitario globale.

Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico.
Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnolo

In copertina: Frattura al polso  (Foto di Alfredo Gastaldelli, Wikimedia Commons)

Focus Istat : Italiani e politica sempre più distanti

Focus Istat : Italiani e politica sempre più distanti

Nell’ultimo decennio, italiani sempre più lontani dalla politica 

Negli ultimi decenni, l’attenzione per la partecipazione politica nelle democrazie consolidate è aumentata a livello internazionale, sia in ambito politico che accademico. Gran parte di questo interesse nasce dalla preoccupazione per la diminuita affluenza elettorale e per la crescente sfiducia nelle istituzioni della democrazia rappresentativa e nei partiti politici.

L’ISTAT in un recente focus [Qui il testo integrale] passa in rassegna alcuni dei principali indicatori ed evidenzia il livello delle diverse forme di partecipazione politica nel nostro Paese nel 2024, individuando i fattori che favoriscono il coinvolgimento nelle varie forme partecipative e i segmenti di popolazione in cui indifferenza e distacco dalla politica sono particolarmente diffusi.

Tra il 2003 e il 2024, si è osservato un calo generalizzato della partecipazione invisibile (informarsi e discutere di politica). Questo trend riguarda uomini e donne, ma con intensità diverse, contribuendo a ridurre le ampie differenze di genere. Nel 2003, ad informarsi con regolarità di politica era il 66,7% degli uomini a fronte del 48,2% delle donne. Nel 2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7 punti per le donne. La differenza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali.

Nonostante la progressiva convergenza nelle forme di partecipazione politica invisibile di uomini e donne, permangono evidenti differenze di genere che vedono gli uomini partecipare più numerosi alla vita politica del Paese. Nel 2024, poco più di due donne su cinque (42,5%), infatti, si informa settimanalmente di politica, contro il 54,1% degli uomini. In particolare, è sull’informazione quotidiana che il gap di genere è più evidente (27,6% degli uomini e 19,0% delle donne).
Ma i livelli più bassi di partecipazione politica invisibile riguardano i giovani fino a 24 anni e, in particolare, i giovanissimi: si informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3% dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6%) dei 18-24enni. A non informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2% e il 35,4%.

La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi: non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%), e quasi quadrupla per quanti hanno al più la licenza media (41,2%). Un trend analogo si osserva in merito al parlare di politica.

La partecipazione politica è poi molto differenziata sul territorio: si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa del Mezzogiorno. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3%) non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord. In particolare Calabria, Sicilia e Campania presentano i livelli più bassi di partecipazione collocandosi ai primi posti per numero di uomini e donne che non si informano e non parlano mai di politica.

É la televisione il canale informativo più utilizzato, anche se rispetto al 2003 l’uso della Tv come fonte di informazione politica è diminuito di quasi 10 punti percentuali (dal 94 all’84,7%). Si è invece dimezzata, passando dal 50,3 al 25,4%, la quota di cittadini che si informano tramite i quotidiani: la maggiore intensità del calo tra gli uomini ha più che dimezzato il divario di genere nell’utilizzo di questo canale informativo: nel 2003 a farvi ricorso era il 56,4% degli uomini e il 43,3% delle donne, percentuali calate rispettivamente al 28,5% e al 22,1% nel 2024.

Ad informarsi infine tramite Internet sono soprattutto gli adulti fino a 44 anni, tra i quali le percentuali superano il 60%. Considerando nell’insieme i canali tradizionali e quelli accessibili tramite Internet, la radio e la tv restano i mezzi principali, utilizzati dall’89,5% della popolazione. Al secondo posto si collocano i quotidiani (cartacei oppure online): 41,7%, utilizzati dal 45,2% dei maschi e dal 38,0% delle donne. A seguire, senza particolari differenze di genere, le fonti informali (amici, parenti, conoscenti, ecc.), indicate da più di un terzo dei rispondenti, i social network, utilizzati da un cittadino su cinque, e le riviste (12,4%).

Degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0%) sono motivati dal disinteresse, più di un quinto (22,8%) dalla sfiducia nella politica. Le differenze di genere sono minime: le donne indicano un po’ più degli uomini il disinteresse (64,3 contro 61,1%) e la constatazione che si tratti di un argomento troppo complicato (9,7% contro 7,5%); gli uomini più delle donne riferiscono di non aver tempo (8,1% a fronte del 6,5%).

In 4 milioni 679mila famiglie, sottolinea l’ISTAT, nessun componente ha parlato o si è informato di politica (17,6% delle famiglie residenti in Italia)”. In particolare, sono circa 7 milioni e mezzo le persone di 14 anni e più che vivono in famiglie pluricomponenti in cui nessuno parla di politica, poco più di 6 milioni vivono in famiglie in cui nessuno se ne informa. In circa un terzo delle famiglie calabresi e siciliane nessun componente di 14 anni e più si informa di politica a fronte di un valore medio del 20,9% e di valori che si aggirano intorno al 14% in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Nel 2024, hanno partecipato ad un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più a fronte del 5,7 e del 6,8% del 2003. Il calo ha riguardato sia gli uomini che le donne, ma con intensità leggermente maggiore per i primi: nella partecipazione a cortei si è passati per gli uomini dall’8,2% al 3,1% e per le donne dal 5,6 al 3,4%. Ne è derivata anche in questo caso una riduzione del gap di genere e una convergenza nei comportamenti di uomini e donne.

Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso invece opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media (es. X/Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, ecc.): erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet, senza significative differenze di genere.

Ancora poco diffusa è, infine, la partecipazione a consultazioni o votazioni online su temi sociali (civici) o politici (es. pianificazione urbana, firmare una petizione), che riguarda l’11,2% degli utenti di Internet, senza rilevanti differenze di genere.

In copertina: immagine da democraziacivile.it

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Parole a capo
Josyel: “Preghiera” e altre poesie

Sembra che oggi scrivere una poesia sulla primavera equivalga a servire il capitalismo. Io non sono un poeta, ma se fosse bella saprei godere di un’opera simile senza riserve. Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l’uomo ha bisogno di pane e di giustizia e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha anche bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio.”
(Albert Camus)

 

PREGHIERA

Ho avuto cura del mio corpo, Signore
come un tempio dimora divina.
Ho scelto con attenzione le scarpe
con le quali lasciare impronte
sui sentieri del mondo.
E ancora, mio Signore
ho sparso petali di gentilezza
ai quattro angoli del pianeta
e chiamato per nome
ogni singolo animale,
fratello di questa avventura.
Ho cantato con la tua voce
la Bellezza del Creato
e contato le stelle del cielo
tutte, più una.
Avrò diritto, o mio Signore
alla ricompensa ultraterrena
con questo mio lieve vivere?
Può bastare la soavità
della gentilezza
a innalzare una mongolfiera?

(inedita)

 

*

IL GIARDINO DELLA MEMORIA
Dedicata alla mia mamma, perché ogni fiore mi porta il ricordo di lei

Si fa sera
nel giardino della mia memoria
Una quiete monumentale
pervade ogni suo anfratto

I ricordi sono vividi
nella loro immobilità
e ogni fiore porta
nel suo nome
la storia di una vita

La luce si fa fioca
sul tempo che ci separa
mentre… mi muovo leggera
senza passo

Fantasma del presente
nel castello del passato

(inedita) 

 

*

IL PESO LIEVE DELLE PICCOLE COSE

Di piccole cose è fatto il mio mondo
di gemme inesplose, di chicchi di neve
ancora da sciogliere
di ghiaia minuta che scrocchia al mio passo.
Di piccole cose si nutre il mio fiato
di coriandoli allegri e briciole per pettirossi
di bava di lumaca nel suo lento avanzare
di gocce di brina sulla soglia del giorno.
Di piccole cose costruisco il futuro
una foglia sul muretto
un angolo del giardino
una lettera nel cassetto.

 
(inedita)
*
CASCATA DI GRILLI
Il suono di una cascata di grilli
come un cielo stellato mi avvolge
in questa calda sera d’estate.
I pensieri scricchiolano al ritmico
orologio del tarlo, nel legno
nelle mie ossa,
nel riverbero di questa notte.
L’oscuro velo del bosco cela
grida metalliche, stridore di unghie
tra preda e predatore
a graffiare la pace di un finto idillio.
Lascio andare i nastri del giudizio
e mi faccio Natura.
Sono volpe e gufo, pigna e fungo
il cinghiale affamato che scava nell’ombra.
Sono i fasci di luna
tra i cespugli delle nubi,
il suono assordante
di una cascata di grilli.
(inedita)
*

La voce boriosa del vento

Sbuffa forte stanotte
il vento,
dà fiato alle trombe
il vecchio brontolone.
La bandiera tesa
in una mano,
il gonfalone
nell’altra.

Urla sbraita
sputa
sparpaglia le carte
sul tavolo d’osteria,
parlando con veemenza.
Mentre fischia
molesto
a sollevar sottane di donna
per strada.

(da “NOTTI DI VERSI INSONNI, diario di veglia”,  Indipendently published, Seconda edizione Maggio 2025)

 

Foto di Michaela  da Pixabay

Josyel nasce all’anagrafe nel 1967 come Giuseppina Locatelli. Laureata in lingue e letterature orientali (Hindi), segue per tutta la vita percorsi artistici. Musica, design e scrittura sono le sue vocazioni. Nel 2020 scopre la poesia ispirata e non l’abbandona più. Attualmente appartiene a due collettivi di scrittori, organizza eventi musicali e letterari, è giurata in vari concorsi.
Friulana di origine e Trentina di adozione, vive la montagna in tutte le sue sfumature e dalla Natura trae ispirazione.
Ha all’attivo la silloge poetica “NOTTI DI VERSI INSONNI, diario di veglia”, giunta alla sua seconda edizione; le sue poesie sono pubblicate anche su svariate antologie mentre alcune inedite sono state premiate in vari concorsi internazionali. In lavorazione la seconda raccolta.
Di recente i suoi versi sono stati fonte di ispirazione per una serie di quadri, esposti a Trento nella mostra collettiva “Versi in-forma” a cura della Galleria Kunst Grenzen.
E’ di prossima pubblicazione un originale audiolibro con alcune poesie selezionate, all’interno di una suite musicale registrata con i battiti binaurali e con strumenti accordati a 432Hz, in collaborazione con lo studioso dei suoni Marino Målima Peiretti.
Link:
Sito: https://collettivolapennadoca.altervista.org/chi-siamo/josyel/
Pagina autore https://www.facebook.com/profile.php?id=100064965961232
Profilo Fb https://www.facebook.com/giusy.elle
Instagram: https://www.instagram.com/ellegiusy/
Canale YouTube: Ricco assortimento di video letture https://www.youtube.com/@Josyel-Notti

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 304° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Nicola Chiaromonte: la questione della Storia (e delle storie)

Nicola Chiaromonte: la questione della Storia (e delle storie)

Nicola Chiaromonte – immagine tratta da “Storia e futuro”

Uno dei temi fondamentali di “ricerca letteraria” di Nicola Chiaromonte è il rapporto tra l’ “uomo” e l’evento, tra ciò che egli crede e ciò che gli accade, in poche parole, la questione della Storia.

Non a caso l’opera più importante  di Chiaromonte tradotta in italiano con il titolo Credere e non credere (Milano, Bompiani, 1971) fu pubblicata prima in inglese con il titolo esplicito The Paradox of History. Stendhal, Tolstoy, Pasternak and others (London, Weidenfeld & Nicolson, 1970).

Il testo è totalmente percorso da una vis polemica contro il bersaglio che ha occupato (o ossessionato) Chiaromonte per tutta la vita: lo storicismo volgare.

Ricordiamo che lo storicismo è un’idea filosofica che afferma che ogni aspetto della realtà umana (dalla conoscenza alla politica) è radicato nel suo contesto storico e quindi può essere compreso studiando le dinamiche e gli eventi che lo avrebbero plasmato: chiara esemplificazione del pensiero meccanicistico incardinato sul principio di “causa-effetto”.

D’altra parte l’espressione “storicismo volgare” usata da Chiaromonte ha come bersaglio Marx, Engels e i loro epigoni  che hanno usato lo storicismo in modo superficiale come un puro e semplice strumento di mediazione culturale per la politica ma senza comprenderne a fondo la sua natura filosofica. Ma al di là del merito della questione, quello che più ci interessa evidenziare è l’originalità del metodo utilizzato da Chiaromonte per una critica allo storicismo tradizionale.

Chiaromonte è convinto che soltanto attraverso la finzione e l’immaginario sia possibile apprendere qualcosa sull’esperienza autentica dell’individuo, pertanto la sua analisi, non avvalendosi di un tradizionale metodo storiografico, non si misura con volumi di storia, né con opere di filosofi, ma solo ed esclusivamente con romanzi.

Solo basandosi su quella specie particolare di verità storica che è la finzione del grande romanzo otto-novecentesco, si può indagare davvero il rapporto uomo-storia, in modo opposto a quanto viene fatto sulla base di versioni ufficiali, documenti (più o meno propagandistici), idee preconcette, scuole di pensiero e… cervelli ideologici.

Il principio di affidarsi ai romanzi viene espresso  in vari passi del Meridiano a lui dedicato del quale si è già detto nel precedente articolo. Per esempio in uno dei suoi saggi più importanti, quello del 1968 sul teatro politico, Chiaromonte scrive:

“… non è possibile rendere il significato vero di un fatto se non si arriva a immaginarlo. I Persiani di Eschilo, le commedie di Aristofane, i drammi storici di Shakespeare, le commedie di Shaw…” ne rappresentano le prove.

Addirittura nei suoi taccuini (1955-1971) editi nel 1995 col titolo Che cosa rimane (il Mulino Edizioni), Chiaromonte è ancora più esplicito quando scrive: “senza l’immagine, la favola, insomma il sogno, la realtà non è nulla” , frase che evidenzia un chiaro riferimento  alla civiltà greca, che ha letteralmente inventato la Bellezza, proprio perché, come sottolinea Chiaromonte, ha “rivelato il vero nell’irreale”.

Per motivi di spazio non potremo qui ripercorrere  l’analisi che Chiaromonte rivolge ai cinque romanzi di Stendhal, Tolstoj, Martin du Gard, Malraux, Pasternak inclusi in Credere e non credere, ma ci limiteremo a riportare la seguente citazione in grado di restituire il senso del metodo di Chiaromonte.

A proposito del protagonista della Certosa di Parma, Chiaromonte scrive:

“Nel descrivere Fabrizio che vaga per i campi alla ricerca della battaglia di Waterloo senza riuscire a trovarla, Stendhal diede forma a una delle grandi intuizioni dei tempi moderni. Era un lampo di pura meraviglia dinanzi al paradosso della storia vissuta. Quell’immagine racchiude un mito il cui senso pregnante nessuna filosofia della storia, nessun Hegel e nessun Marx riusciranno a obliterare…[…] … ci dice che la storia è un miraggio, che agli occhi di un individuo coinvolto in un evento collettivo l’evento stesso, invece di prender forma, si dissolve e sparisce. Al suo posto appare qualcosa d’altro: l’ironia del particolare che revoca in dubbio ogni significato globale e grandioso, il Potere incommensurabile che sovrasta il mondo delle azioni umane. Allora, la più umile e consueta delle realtà quotidiane sembrerà infinitamente più importante della gloria di Napoleone”.

Detto in altre parole secondo Chiaromonte, a dispetto della grande Storia, i protagonisti delle storie, gli eroi di questi romanzi, quando agiscono, lo fanno semplicemente perché sono affascinati non dalla razionalità, ma dall’assurdità della sedicente storia con la S maiuscola. Tutto è aleatorio e imprevedibile: il prorompere degli eventi, l’urto delle forze. L’azione stessa diviene una sorta di allucinazione febbrile.

Non c’è razionalità nella “Storia”, dice Chiaromonte, e ciò che essa in realtà esprime è quello che è del tutto imperscrutabile, invisibile, innominabile o, addirittura, indicibile.

Chi ignora o vuole ignorare questa inafferrabilità dell’evento non può che cadere in inevitabili paradossi, dice Chiaromonte, come ad esempio quello incarnato dalla religione progressista che pone al centro della sua fede un essere supremo “umanizzato”, appositamente costruito con la sostanza stessa degli sforzi umani e deputato ad essere il giudice supremo.

Questo dio dell’ateismo integrale, non può che richiedere una fede assoluta, cieca, una “miscredenza fanatica”, altrettanto dogmatica e implacabile quanto la fede delle religioni tradizionali, e forse anche più.

Un altro paradosso legato alla inafferrabilità dell’evento è quello tipico della cosiddetta società di massa che cominciò a prendere corpo già nei primi anni Sessanta: una forma mostruosa di egomania che genera, allora come ora, una sorta di società apparentemente liquida come oggi la definirebbe Bauman, ma che in effetti è bloccata e costretta a una serie di percorsi obbligati.

L’ immagine plastica di questa società di egomani seriali ai tempi di Chiaromonte era  il volto dell’individuo motorizzato lanciato a tutta velocità dinnanzi a sé; oggi, l’icona rappresentativa potrebbe essere quella dell’ homo “i-phone”, statico davanti al mondo che gli (s)fugge velocemente davanti.

Solo l’arte e la finzione potrebbero esorcizzare questi paradossi. Ed è questa la rivoluzione di Chiaromonte: intuire che la cosiddetta storia con la S grande può essere scritta solo attraverso il romanzo e che dunque la “verità” può essere affidata solo allo sguardo di uno spettatore critico, come Fabrizio di fronte alla grande rappresentazione della Storia napoleonica.

Ci potrà mai essere un “fabrizio” tra le fila degli eserciti attualmente in guerra? Tra i politici seduti nei nostri parlamenti impegnati in sterili combattimenti verbali? C’è in questa realtà contemporanea qualcuno che non si affidi alla fede assoluta di un dio o al mito della grande storia o al racconto semplificato di un neo imperialismo coloniale ?

Sembrerebbe proprio di no e, alla vista, non sembra palesarsi alcun grande romanzo moderno che animi un “nostro fabrizio”, un “protagonista”  cioè che possa indicarci la verità storica di questo innominabile attuale.

La finzione dunque per Chiaromonte non è affatto un’illusione ma “la sola forma d’arte capace di rappresentare l’esistenza umana nella sua verità corporea…” di evento che accade “…e, nella sua realtà ideale, di risposta allo stato del mondo…” (La situazione drammatica, 1960).

Il teatro, i romanzi, “i fabrizi”, sono, per Chiaromonte, modelli per comprendere la vita politica e non solo, perché in fin dei conti la finzione si rivela un vero e proprio paradigma esistenziale in quanto, come ben sapevano i Greci: “vivere è una commedia, o una tragedia, che si recita per gli altri, mai per se stessi” (I confini dell’anima, 1968).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Vite di carta /
Nino, un internato militare italiano

Vite di carta. Nino, un internato militare italiano

Con la recente legge del 13 gennaio 2025 è stata istituita, per la giornata del 20 Settembre di ogni anno, la Giornata dell’internato militare italiano. La data ha un alto valore simbolico, in quanto il 20 settembre 1943 il regime nazista modificò lo stato giuridico dei soldati italiani catturati, che non furono più classificati come prigionieri ma come internati militari, privi di ogni forma di tutela e utilizzati come forza lavoro al servizio dei tedeschi.

Tra loro c’è Nino, il protagonista di La strada giovane, il primo toccante romanzo scritto da Antonio Albanese che è uscito in aprile presso Feltrinelli. La sua è una vita di carta per modo di dire, perché Nino abita le pagine del romanzo con una immediatezza totale, tanto da uscirne come dotato di carne e di ossa.

Avrebbe oltre cento anni, se fosse ancora vivo, ma la legge approvata mesi fa passa sopra la sua testa, tardiva anche se giusta. Ne sarebbe contento, sarebbe contento di vedere riconosciute le sofferenze che ha patito in Austria, nel campo di prigionia dove lo hanno portato i tedeschi dopo l’armistizio del ’43. La fatica, la fame e le botte, la solitudine percepita a ogni passo come lontananza dalla sua famiglia.

Lo sostiene l’amicizia con Lorenzo, che è di Piombino e ha un carattere sanguigno e dolce al tempo stesso. Lo sostengono i sogni, che non sono altro che i ricordi della sua vita a Petralia Soprana, il suo piccolo paese appoggiato nel punto più alto delle Madonie in Sicilia.

Gli arrivano soprattutto i profumi, quello del pane che cuoceva insieme a suo padre, fornaio. L’aroma dei dolci e il profumo di Maria Assunta, che ha sposato pochi giorni prima di partire per la guerra.

Più che sogni sono realtà rivissute, stacchi momentanei dalla sofferenza dei giorni e delle notti vissuti nel campo in Austria, alla mercé della violenza irrazionale perpetrata sui prigionieri.

La “violenza inutile” di cui parla Primo Levi ne I sommersi e i salvati, il suo ultimo libro sui lager nazisti, la violenza sui treni che portano i prigionieri vero il loro destino di morte nei campi, l’offesa al pudore una volta arrivati a destinazione, che comincia dalla nudità totale dei corpi e si perpetua nella fame e nella fatica fisica.

A Nino capitano frequenti punizioni, soprattutto notturne, e allora si è svegliati nel sonno e si devono fare quaranta giri del campo di corsa, prima di tornare in branda per un breve riposo prima dell’alba.

Le punizioni per chi tenta di scappare sono feroci, così Nino pensa che tra pochi giorni è Natale “guardando un uomo bruciare” nel piazzale del campo.

Nino, però, scappa. Trascinato da Lorenzo e con il capo cuoco riesce a evadere dal campo sul furgone delle provviste nella notte del Capodanno 1944.

Di lì in poi, solo la paura di essere preso e riportato indietro a morire, a soli ventidue anni. Ha mille chilometri e anche più da fare a piedi, da un punto imprecisato dell’Austria alla Sicilia. Non ha cognizione esatta della geografia che devono misurare i suoi piedi, così come non ha consapevolezza della Storia che lo ha attraversato, dell’armistizio dell’8 settembre del ’43  di cui ha capito poco, e poi dei tedeschi diventati nemici degli italiani.

I chilometri quasi tutti li percorre da solo, dopo che i due compagni di fuga vengono uccisi, prima il cuoco e poi Lorenzo, mentre chiede aiuto agli abitanti di un casale. Italiani.

“La gente è terrorizzata e feroce” si legge nella quarta di copertina del libro, e Lorenzo lo impara a sue spese mentre avanza verso la sua meta nelle condizioni più impervie. Patisce il freddo e la fame, senza essere mai abbandonato dalla paura che lo ammazza ma lo rende cauto e gli salva la vita.

Trova ferocia e disumanità, con poche eccezioni: verso la fine del viaggio quando arriva a vedere il mare dello Stretto viene aiutato da una coppia di messinesi e si intrufola sul traghetto che lo porta di là, dentro la sua Sicilia.

“Una curva dopo l’altra, su per il ripido pendio, fino a sfiorare il paese, là in alto, arroccato e luminoso nel sole di agosto” avanzano i passi finali di Nino. Casa significa ritrovare la fatica buona della salita, significa sommuovere l’intero paese dove la voce si sparge subito: “Nino Cerami è tornato!”

Ritrovare le stanze dove la madre ignara nel rivederlo sviene, dove accorre scarmigliata Maria Assunta e dalla bottega di fornaio sale il padre. Ritrovare la voce e le parole che nel viaggio Nino ha smarrite per la spossatezza e il terrore di essere ammazzato.

La vita che ora Nino ha davanti a sé è come una giovane strada, “rifatta di fresco”. Ne ha trovato solo un breve tratto durante il viaggio, una strada senza i buchi lasciati dalle bombe che è stata forse un presagio di salvezza. “Era una strada strana”, ora è la sua.

Nota bibliografica:

  • Antonio Albanese, La strada giovane, Feltrinelli, 2025
  • Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986

Cover: Antonio Albanese (Amazon.it)

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Una marea di gente per la Palestina, ma media e politici vedono solo gli scontri

Una marea di gente per la Palestina, ma media e politici vedono solo gli scontri

Dario Lucisano *
articolo originale su L’Indipendente, 23 Settembre 2025

Ieri, 22 settembre, nelle piazze di tutta Italia, si è tenuto lo sciopero generale per la Palestina. Le manifestazioni avevano un obiettivo ben preciso: «bloccare tutto», per mostrare sostegno alla popolazione palestinese. Così è stato: i dimostranti hanno invaso piazze, autostrade, ferrovie, interrotto i servizi e scioperato da lavoro, dando luce a una delle manifestazioni generali più ingenti degli ultimi anni. La manifestazione di cui si è parlato maggiormente è quella di Milano, dove i tentativi di accedere ai binari sono sfociati in scontri con le forze dell’ordine: «Immagini indegne», sostiene la premier Meloni, «delinquenti», chiosa Salvini. Da destra a sinistra, tutto lo spettro della politica ha condannato i moti di «violenza» meneghini, con il sostegno della gran parte del panorama mediatico nazionale. In pochi, tuttavia, si sono concentrati sulle rivendicazioni delle manifestazioni che hanno travolto il Paese, che intendevano denunciare il genocidio palestinese e la complicità del governo italiano.

Lo sciopero generale per la Palestina è iniziato allo scattare della mezzanotte di ieri e ha interessato tutti i settori. In generale, le manifestazioni di ieri sono state talmente diffuse e partecipate che è difficile farne un bilancio completo. I primi presidi sono sorti sin dall’alba. La prima città a mobilitarsi è stata Livorno, dove i portuali si sono radunati alle 6 del mattino presso il Varco Valessini del porto cittadino. Alla provincia toscana ne sono seguite decine di altre, fino a raggiungere 80 presidi in tutto lo Stivale. Oltre a quello di Livorno, i manifestanti hanno bloccato i porti di Ancona, Genova, Marina di Carrara, Salerno e Marghera (Venezia). Le manifestazioni hanno interessato in generale tutto il settore della logistica, con diversi presidi in Toscana, e quello dei trasporti, con scioperi a Milano e occupazioni della metro a Brescia.

Oltre a porti e stazioni urbane, i dimostranti hanno interrotto il traffico stradale: a Firenze, i manifestanti hanno invaso l’autostrada A1, chiudendo il casello di Calenzano; a Genova è stata interrotta la A7, a Pisa è stata occupata la superstrada, e a Roma e a Bologna sono state invase le tangenziali. In diverse città i cortei sono entrati nelle stazioni: a Torino è stato interrotto il traffico sui binari, mentre a Napoli sono stati forzati i cancelli della stazione. Gli studenti liceali e universitari si sono sollevati in tutto il Paese da Bari a Bologna, da Lecce a Milano, per passare da Roma, Torino, Venezia e numerosi altri atenei. Non è chiaro quante persone in totale abbiano partecipato alle varie manifestazioni del Paese, ma il numero sembra aggirarsi sull’ordine delle centinaia di migliaia. In diverse città si parla di presidi e marce partecipati da decine di migliaia di manifestanti: a Roma gli organizzatori hanno stimato la presenza di 100mila persone; a Bologna di 50mila; a Torino di 30mila; altre decine di migliaia sono scese in piazza a Genova, Milano, e Napoli mentre migliaia sono arrivate in Calabria, nelle Marche, in Puglia, nelle isole.

Nonostante la folla oceanica scesa in piazza in tutta Italia, i media e i politici hanno parlato prevalentemente di una manifestazione: quella di Milano. Qui, dopo avere percorso le strade della città da Piazzale Cadorna alla Stazione Centrale, un gruppo di manifestanti ha provato a irrompere all’interno della ferrovia utilizzando ombrelli, transenne, e strumenti di fortuna per sfondare le porte d’ingresso. In seguito alle tensioni sono stati arrestati 11 manifestanti (che si aggiungono agli 8 di Bologna) e feriti 60 agenti. “Quelli che rubano le manifestazioni”, titola Michele Serra su La Repubblica, in un articolo che esordisce con un immancabile riferimento a Putin; «centri sociali e giovani arabi devastano la città», scrive Il Giornale; «vergogna propal», Libero. Il Corriere, invece, dopo aver attribuito la responsabilità degli scontri ai «maranza», preferisce raccontare la storia dell’ottantottenne Luigi e della moglie Anna, bloccati in stazione mentre di sotto «i disordini della manifestazione per Gaza avevano invaso l’atrio».

La maggior parte dei media ha preferito dare risalto agli scontri a Milano come fatto isolatooscurando le ragioni delle manifestazioni: mostrare sostegno al popolo palestinese, denunciare il genocidio in corso a Gaza, e supportare la missione della Global Sumud Flotilla. Questi temi dichiarati sono stati seguiti nel corso di tutta la giornata, in tutte le manifestazioni che hanno investito il Paese, ma, come già successo in occasione della manifestazione nazionale per la Palestina dello scorso aprile, stanno venendo ignorati da politica e media. Ad aprile a dominare la narrazione mediatica erano state le scritte sui muri contro Giorgia Meloni; oggi, invece, lo sono gli scontri in stazione. Lo sciopero generale di ieri è stato una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni, ma nessuno sembra averlo notato. Mentre il genocidio in Palestina viene messo sullo sfondo dai media, lo sciopero segna così una netta spaccatura tra le posizioni della società civile e quelle della politica, che continua a sostenere lo Stato di Israele ignorando le sempre più ingenti mobilitazioni dal basso.

* Dario Lucisano
Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024
Cover: 22 settembre, Sciopero Generale per Gaza, un momento della grande manifestazione di Milano – immagine  da RSI

Parole e figure / Lotte pelomatto, giovane marmotta

Una storia epica nella natura, ricca di suspense e humour, su una giovane marmotta ribelle e la sua rivoluzionaria amicizia con una vipera.

“A volte qualcuno viene mangiato. E’ così e basta.”

Uscito in libreria il 17 settembre con Iperborea, Lotte pelomatto, della finlandese Lena Frölander-Ulf ci porta nel mondo delle marmotte resistenti.

Ribelle, curiosa, ostinata, un po’ egoista ma sempre leale, Lotte appartiene a una colonia di marmotte che vive in una pietraia accanto alla foresta, in un brulicante matriarcato, tenuta in pugno dalle tiranniche vipere, comandate dal generale Codanera.

Lotte ha un amico inseparabile, Pigno, che è un po’ il suo opposto, prudente e riflessivo, abituato a tirarla fuori dai guai.

Ma un giorno si ritrova davanti Zigzag, il figlio di Codanera, che è scappato rifiutando le leggi crudeli del suo clan e ora ha bisogno di aiuto.

Unendosi a Lotte in una rivoluzionaria amicizia, il serpentello le svela un segreto che le vipere si tramandano: c’è stato un tempo in cui le marmotte erano libere e senza paura e tra gli abitanti della pietraia regnava la pace.

Allora non è scontato che siano le vipere a comandare? Le marmotte possono liberarsi? Ma come? Ci sarà una via nuova?

A volte qualcuno viene mangiato ed è una cosa che succede e basta. Ma deve essere sempre così? Chi dice che è sempre stato così e che non si possa cambiare?

In fondo non è male essere testarsi e ribelli e pensare di poter cambiare, anche in piccolo. Questa piccola marmotta forse ci conduce a capire l’importanza della lotta per il riconoscimento delle identità e diversità di tutti.

Lasciatevi travolgere dall’energia di Lotte pelomatto e dei suoi due amici Pigno e Zigzag in un’emozionante saga epica nella natura che parla di inclusione e solidarietà, di giustizia e potere, alla scoperta del mondo misterioso della pietraia, che forse può aiutarci a capire un po’ anche il nostro. Speriamo.

“Perché devono decidere tutto sempre i serpenti?” sibila Lotte piegando le orecchie all’indietro. Pigno esita. “Perché hanno i denti velenosi?”. “Ma non è giusto!”. “No hai ragione. Però è sempre stato così.” “Mi stavo appunto chiedendo, sarà proprio vero che è stato sempre così?”

Incipit in pdf

Lena Frölander-Ulf, scrittrice e illustratrice, vive a Helsinki e scrive sia in svedese che in finlandese. È autrice di numerosi albi e romanzi illustrati per ragazzi, più volte nominati al Finlandia Junior Award e al Runeberg Junior, i premi più prestigiosi del suo paese.

Lena Frölander-Ulf, Lotte pelomatto (Traduzione di Laura Cangemi), Iperborea, Collana i Miniborei, settembre 2025, 224 p. – con il contributo di Europa Creativa Programma “Cultura” dell’Unione Europea

Vent’anni senza Aldro:
iniziative 25-27 settembre 2025

Vent’anni senza Aldro

Quest’anno non è un anniversario qualunque: sono passati 20 anni da quella notte, e sentiamo ancora più forte la responsabilità di tenere viva la memoria di Aldro e di tutte le vittime di abusi di potere in divisa.

Le iniziative non sono solo momenti di ricordo, ma occasioni per ritrovarci, confrontarci e costruire insieme percorsi di giustizia, verità e cambiamento. La partecipazione di ognuno di noi è fondamentale: per dare forza collettiva a questa memoria e trasformarla in impegno vivo.

Vi aspettiamo 💙
#Aldro20

 

Se non ricordi la storia, leggi qui

In copertina: Federico Aldrovandi, foto Abuondiritto Onlus

In USA risorge il Ministero della Guerra, e l’Europa si accoda

In USA risorge il Ministero della Guerra, e l’Europa si accoda

Ci sono, nella storia, atti simbolici che valgono ben di più di tanti discorsi nel segnare un cambio di epoca. Uno di questi mi pare la decisione di Trump, assunta nelle scorse settimane, di cambiare la denominazione di Ministero della Difesa in Ministero della Guerra.
Il ministero della Guerra era esistito negli Stati Uniti dal 1789, praticamente dalla loro fondazione, fino al 1949, quando era stato appunto trasformato in Ministero della Difesa.

Questo passaggio inverso segnala non solo la nuova postura dell’Amministrazione Trump, che vede il mondo costruito unicamente sui rapporti di forza economici e militari, ma anche il fatto che, in buona sostanza, si considera il periodo che è intercorso dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi come una parentesi, una sorta di sospensione temporale in cui ha agito un ordine internazionale basato sulla pace (anche se bisognerebbe discutere molto su questa sbrigativa affermazione) per poi reimmettersi nella carreggiata scontata di una realtà “naturalmente” dominata dalla guerra.

Fa anche orrore che tale visione sia stata assunta dall’Unione Europea, che è ciò che ha sancito il Discorso sullo Stato dell’Unione 2025 pronunciato da Ursula von der Leyen il 10 settembre al Parlamento Europeo, giustificando così la scelta scellerata di fare del riarmo e dell’economia di guerra il pilastro portante della propria politica per i prossimi anni, senza avere la consapevolezza che ciò significa non solo mettere da parte la specificità del modello sociale europeo, ma anche condannarsi alla propria irrilevanza, rassegnarsi al destino di fare la parte del vaso di coccio tra i vasi di ferro costituiti dalle grandi superpotenze, USA e Cina.

un nuovo complesso militare-industriale-informatico

La svolta guerresca di Trump si basa sul rilancio di un nuovo complesso militare-industriale-informatico dipinto come leva positiva per governare il mondo e costruire una prossima fase di sviluppo economico. Anche qui, una svolta emblematica rispetto alla denuncia sul ruolo negativo del complesso militare e industriale svolta dal presidente statunitense, anch’esso repubblicano, Eisenhower nel lontano 1961 con il suo discorso di addio alla presidenza.

La costruzione di questo nuovo complesso militare-industriale-informatico si fonda, da una parte, su un inedito intervento pubblico nell’economia con il governo statunitense che entra, non casualmente, con una quota del 10% nella proprietà della multinazionale statunitense Intel, importante produttore di microchip, e finanzia significativi programmi di sostegno alle aziende hitech. Dall’altra, sulla privatizzazione di settori fondamentali finora appannaggio dell’intervento statale e ora affidati appunto a queste ultime, nonché sui loro grandi progetti di investimento nell’innovazione tecnologica, in primis nell’intelligenza artificiale, che, contemporaneamente, trae alimento e sostiene le applicazioni militari, trasformando le stesse modalità della guerra.

A completare il quadro, emerge poi il ruolo della finanza, e in specifico dei grandi Fondi di investimento, come Blackrock, Vanguard e State Street, che sono grandi azionisti delle più importanti aziende hitech. Per stare, a titolo di esempio, a Meta  (che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp) , Apple e Alphabet (holding che controlla Google), i tre Fondi suddetti ne sono i principali azionisti, con quote che complessivamente assommano tra il 15 e il 20%. Una “grande alleanza” tra Amministrazione Trump e aziende hitech (sostenute dalla finanza), ulteriormente sancita da una recente cena alla Casa Bianca cui hanno partecipato, invitati da Trump, i capi dei colossi americani del settore, da Mark Zuckerberg (Facebook e Meta) a Bill Gates (Microsoft), passando per Sergey Brin (Google), Tim Cook(Apple), Sam Altman (Open AI) e i CEO di Google e Microsoft Pichai e Nadella.
Unici assenti l’ex amico Musk e Bezos,
principale azionista di Amazon e proprietario del Washington Post, entrambi, per ragioni diverse, non del tutto allineati a Trump, a riprova del fatto – e questo rende quest’alleanza ancora più pericolosa – che essa ha anche un collante
ideologico, di adesione, più o meno strumentale, alla visione del mondo di Trump.

Altra figura chiave ed emblematica di quest’intreccio tra economia e politica, forse non invitato alla cena sopra menzionata, perché legato da un vero e proprio rapporto amicale con Trump è quella di Larry Ellison, da poco diventato l’uomo più ricco del mondo, avendo scalzato Musk dal vertice di questa classifica. Ellison è contemporaneamente proprietario di Oracle, importante, anche se meno nota, multinazionale del settore informatico, dell’isola hawaiana di Lanai, trasformata in un laboratorio di turismo esclusivo, e finanziatore del figlio David che ha creato un conglomerato dei media, che raggruppa CBS, MTV e Paramount Pictures. In più, potrebbe diventare essere uno dei nuovi proprietari di TikTok Usa, con il compito primario di avere la gestione cloud dei dati. Un impasto di produzione/servizi hitech e industria dell’entertainment che, oltre a garantire profitti importanti, visto che parliamo di due settori molto redditizi, appare come la nuova frontiera del capitalismo odierno.

Il progetto “Gaza Riviera”

Tutto questo fa immediatamente pensare all’aberrante progetto “Gaza Riviera” messo a punto da Trump e Netanyahu, con l’idea che, dopo averla rasa al suolo e sterminato il popolo palestinese, essa possa diventare, un hub tecnologico e una stazione balneare di lusso (magari “democratizzata” per ospitare anche settori del ceto medio intruppati nella modalità del turismo “mordi e fuggi”).
Per quel che resterà del popolo palestinese, dopo l’occupazione
israeliana iniziata in questi giorni con le divisioni “Fuoco”, “Acciaio” e “Ira”, il progetto prevede la deportazione in enclaves, che saranno veri e propri campi di concentramento, oppure usufruire della mirabolante somma di 5000 dollari per chi “volontariamente” deciderà di espatriare.
Schiavi o mendicanti, figure che ci parlano di questa nuova normalità del capitalismo di questo scorcio del XXI secolo.

La “soluzione finale” per Gaza diventa così una metafora potente del “tecnocapitalismo neofeudale”, che appare come la nuova cifra del capitalismo di questi anni, che ha sostituito la versione del “neoliberismo liberoscambista” dei primi anni 2000. E che non può che basarsi, appunto, sulla guerra e sul pesante restringimento della democrazia, fino ad approdare a forme, più o meno striscianti, di neofascismo. Sul dominio anziché sull’egemonia.

Per fortuna, ci sono molti fattori e spinte che rendono questo ridisegno del mondo debole e ben lungi dall’affermarsi. Ma di ciò ragionerò nel mio prossimo articolo.

( 1. continua)

Cover: Il Pentagono, sede e quartiere generale del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti d’America – immagine Wikimedia Commons

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Numeri /
Gaza in briciole

Gaza in briciole

UNOSAT é il Centro Satellitare delle Nazioni Unite, fornisce analisi satellitari e ha realizzato diversi report sulla distruzione nella Striscia di Gaza.

Dal confronto tra immagini satellitare da maggio 2023 ad aprile 2025, UNOSAT ha identificato 102.067 strutture distrutte, 17.421 strutture gravemente danneggiate, 41.895 strutture moderatamente danneggiate e 31.429 strutture potenzialmente danneggiate, per un totale di 192.812 strutture.

Queste corrispondono a circa il 78% del totale delle strutture nella Striscia di Gaza.

Striscia di Gaza, danni alle Strutture.. mappa UNOSAT

 

Nella prossima mappa, invece, i danni rilevati da UNOSAT sui circa 150 kmq di aree coltivate.

Striscia di Gaza, danni alle aree coltivate, mappa UNOSAT

Per certi Versi / Vuoto

Vuoto

Vuoto come nebbia di valle

schiuma che assorbe lo sguardo

e rimanda silenzio

che l’azzurro corteggia

 

Vuoto come crateri di luna

nidi di versi sospesi

e vacue promesse

venute alla luce bugiarde

 

Vuoto come salti da terra

nello spazio tra invisibili suole

e terriccio di pioggia

dove tutto è permesso che accada

 

In copertina: Foto di hartono subagio da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Hamas, Palestina e il peso delle definizioni

Hamas, Palestina e il peso delle definizioni

Terrorismo da una parte, legittima difesa dall’altra. Così viene raccontato il conflitto israelo-palestinese in Italia e in gran parte dell’Occidente. Ma dietro queste due parole si nasconde forse una scelta politica che orienta l’opinione pubblica e, di riflesso, giustifica forniture di armi e alleanze strategiche?

Hamas vinse elezioni regolari nel 2006, diventando forza politica di governo a Gaza. Da allora, l’organizzazione ha mantenuto il controllo del territorio, tra repressione interna e conflitto con Israele.
Ma in Europa e in Italia poco importa: la definizione di terrorismo” resta intoccabile, come se il voto popolare non avesse mai avuto luogo.

È un marchio che chiude ogni porta: un gruppo terroristico non siede ai negoziati, non governa uno Stato legittimo, non ha voce nella comunità internazionale, e soprattutto non ha voce nella ricostruzione “futura” del paese.

Al contrario, Israele è uno Stato riconosciuto. Ogni sua azione armata viene raccontata come autodifesa, anche quando i raid colpiscono scuole, ospedali e campi profughi. Migliaia di civili palestinesi morti, giornalisti, medici, infermieri e soprattutto bambini, non bastano a mettere in discussione questa cornice: la difesa resta difesa, anche se sproporzionata, anche se devastante.

E allora viene da chiedersi: se gli stessi atti fossero compiuti dalla Palestina riconosciuta come Stato, non sarebbero forse giudicati allo stesso modo?
O la parola “terrorismo” continuerebbe a incatenare un popolo intero?

L’Italia non riconosce lo Stato di Palestina. Una posizione che viene presentata come “prudenza diplomatica”. Non riconoscere significa impedire alla Palestina di esercitare il diritto internazionale alla difesa. Significa legittimare Israele come unico attore sovrano.

Nel frattempo, Roma continua a mantenere rapporti militari con Israele.
Ma quando quelle armi finiscono nei bombardamenti su Gaza, possiamo davvero continuare a raccontarci che si tratta solo di “difesa”?

Le parole non sono neutrali.
Dire
terrorismo” significa chiudere ogni discussione.
Dire “difesa” significa assolvere in partenza.
È un linguaggio che orienta l’opinione pubblica, che plasma titoli di giornale e dichiarazioni politiche. In Italia, la simpatia per il popolo palestinese si scontra con questa gabbia lessicale: ci indigniamo per i razzi su Tel Aviv, ma tentenniamo di fronte alle macerie di Gaza. Parliamo di Genocidio ma facciamo finta di non capire la differenza tra “evacuazione di civili” e “deportazione”.

Il mancato riconoscimento della Palestina non è una cautela, ma una complicità. Mantiene Hamas e tutti i palestinesi nella categoria del terrorismo, anche se eletto; consegna a Israele il monopolio della difesa, anche se agisce da aggressore.

I Palestinesi non sono predestinati a governare il futuro della Palestina, se mai ne avrà uno.
Ogni proposta di ricostruzione attualmente sul tavolo, come quella Arabo-Egiziana da 53 miliardi di dollari, la più condivisa, non prevede il loro coinvolgimento diretto.

 

Cover: Militanti di Hamas a Khan Younis, immagine di Vatican News

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“Semi di pace e di speranza”:
la Giornata diocesana per la custodia del Creato

“Semi di pace e di speranza”: la Giornata diocesana per la custodia del Creato

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato e nel 10° anniversario della pubblicazione dell’Enciclica Laudato Si, presenta l’immagine del seme che “si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro”.

“Semi di Pace e di Speranza” è il tema della giornata di quest’anno, ed è proprio pensando a questo che la Diocesi di Ferrara ne ha previsto la celebrazione il 1° settembre a Monticelli nei pressi di Mesola, dove, nel tardo pomeriggio, è avvenuta la presentazione di due progetti, il Bosco dei Patriarchi e il Frutteto dei Patriarchi, che sono stati ideati e realizzati attraverso l’impegno del Consorzio Uomini di Massenzatica (CUM)[1].

Lavorando con dedizione e con tenerezza – scrive il Papa – si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio”.

Nella foto i relatori che sono intervenuti nella presentazione del progetto. Da sinistra: Carlo Ragazzi, presidente del CUM, Marta Villa, docente di Antropologia all’Università di Trento, don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio per la pastorale per la pace e salvaguardia del creato e Sergio Guidi, presidente dell’Associazione Patriarchi della Natura.

Nella chiesa parrocchiale di Monticelli, presente l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa Gian Carlo Perego, che a fine giornata ha celebrato la messa, dopo una introduzione di don Francesco Viali che ha presentato le finalità dell’iniziativa diocesana, si sono succeduti gli interventi del Presidente del Consorzio Uomini di Massenzatica Carlo Ragazzi, che ha ricordato ai presenti (circa un centinaio) le attività che caratterizzano la realtà del CUM.

Il consorzio fa parte del circuito dei domini collettivi i quali rappresentano quei patrimoni territoriali (come terre, boschi, ecc.) gestiti da comunità. Il Consorzio degli Uomini di Massenzatica, si legge nel sito del CUM ), è una Azienda Agricola Storica e una Proprietà Collettiva di terreno agricolo, che nasce da antichi diritti delle popolazioni locali in esecuzione ad una legge del 1894 sull’ordinamento dei Domini Collettivi nelle Provincie dell’ex Stato Pontificio, diritti  evoluti attraverso i secoli e che, giunti ai giorni nostri, sono stati valorizzati dalla legge 168/2017, “Norme in materia di domini collettivi”.

Dalla gestione dei terreni del CUM traggono parte del loro sostentamento le tre piccole comunità di Massenzatica, Monticelli e Italba nel comune di Mesola in provincia di Ferrara. Il CUM partecipa al progetto A.M.B.I.R.E.- Ampliamento e Miglioramento della Biodiversità negli Agroecosistemi delle Aziende Agricole della Rete Natura 2000 Emiliano-Romagnola ed è finanziato dal FEARS con il contributo dell’Unione Europea.

Il progetto “si inserisce pienamente nelle strategie europee Green Deal, Biodiversità 2030 e Farm to Fork e rappresenta un’opportunità concreta per trasformare la tutela ambientale in un vantaggio competitivo per il settore agricolo, contribuendo alla creazione di una comunità di “Agricoltori custodi della biodiversità” e garantendo benefici duraturi per l’intero territorio regionale”.

Molte altre notizie sul consorzio si possono trovare, come detto, nelle pagine del sito, ma merita in particolare citare Il progetto che ha vinto l’edizione 2018/19 del premio nazionale del paesaggio: “Tra terra e acqua, ‘un altro modo di possedere’. Agricoltura, impresa sociale, paesaggio e sostenibilità per uno spazio identitario in continuo divenire: l’esperienza del Consorzio Uomini di Massenzatica” (https://www.premiopaesaggio.beniculturali.it/premio-paesaggio/il-consorzio-uomini-di-massenzatica-vince-la-ii-edizione-del-premio-nazionale-del-paesaggio/).

Progetto poi inviato al Consiglio d’Europa come candidatura ufficiale dell’Italia per il Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa, il quale, attraverso il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, nell’ottobre del 2019 ha conferito la menzione speciale, valutando le proposte ricevute dalla Giuria Internazionale della 6^ Edizione del Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa.

Sergio Guidi, agronomo, è presidente dell’Associazione Patriarchi della Natura. Ha lavorato presso la sezione ARPAE di Forlì/Cesena come responsabile dell’Unità operativa Biodiversità e come coordinatore di progetti che analizzano gli elementi di criticità e di pregio storico ambientale. Ha ideato la Rete dei Giardini della Biodiversità in Emilia Romagna per la conservazione del germoplasma e per lo studio dei cambiamenti climatici.

Melograno del frutteto dei Patriarchi

Guidi ha presentato i progetti del Bosco dei Patriarchi e del Frutteto dei Patriarchi, veri “semi di pace e di speranza”, che il Consorzio uomini di Massenzatica “ha voluto realizzare per testimoniare la biodiversità di piante antiche e per conservare un prezioso patrimonio genetico capace di resistere al cambiamento climatico”.

“Tanti semi che stanno lentamente crescendo e che manifestano anche l’impegno, la passione per il lavoro agricolo, l’amore per il territorio e diventano il segno di come sia possibile coltivare e custodire questa nostra casa comune, secondo uno stile che diffonde la pace e ravviva la speranza”.

L’associazione Patriarchi della Natura, si legge nelle pagine del sito, al fine di conservare il germoplasma dei grandi patriarchi forestali e da frutto, ha realizzato una rete di vere e proprie banche genetiche, in cui si trovano i gemelli degli alberi più antichi e a rischio di estinzione.

Questi giardini hanno anche l’obiettivo di divulgare e far conoscere questa biodiversità per poterla salvare. La rete ha anche l’importante funzione di permettere lo studio dei cambiamenti climatici attraverso l’analisi delle fasi fenologiche, dall’apertura delle gemme fino alla fine del ciclo vegetativo.

Tra i giardini e i boschi della biodiversità, presenti in varie regioni italiane, vale la pena ricordare il Giardino dei patriarchi lombardi a Milano, quello dei patriarchi d’Italia a Roma sull’Appia antica, e il giardino degli olivi secolari del Parco storico agricolo dell’olivo di Venafro.

L’associazione ha collaborato a realizzare la rete dei frutteti della biodiversità dell‘Emilia Romagna che sono: il Frutteto del Palazzino nel Parco Villa Ghigi di Bologna, la Cattedrale delle Foglie e delle Piante Contadine di Cesenatico, il Giardino del Frutti per non dimenticare di Gattatico (RE), presso il Museo Cervi, il Frutteto degli Estensi di Ferrara, il Sentiero dei Frutti Perduti di Alfero, nel comune di Verghereto (FC), dove sono conservati i frutti antichi di alta quota, i Frutti delle Mura presso la sede ARPAE di Piacenza e l’Orto dei frutti dimenticati del Parco Teodorico di Ravenna.

il frutteto

Ultimo intervento, sul tema dei domini collettivi, prima della visita al frutteto e al bosco quello di Marta Villa, Antropologa dell’Università di Trento dove insegna Antropologia culturale dei domini collettivi e dei territori di vita.

Assieme a Mauro Iob ha curato il volume di recente pubblicazione Domini collettivi: la sfida di quell’altro modo di possedere. Come attraverso la ragione si conserva senza dissipare, nella cui introduzione si può leggere che “i Domini Collettivi e le comunità che curano il territorio naturale senza dissiparlo rappresentano un’alternativa alla proprietà capitalistica e alle visioni neoliberiste di sfruttamento dell’ambiente.

Sono un fenomeno di interesse per le scienze sociali e giuridiche, dove emergono pratiche di cura, economia circolare, patrimonializzazione e appartenenza comunitaria. Sono basate sulla conservazione dei propri Territori di Vita tramite processi decisionali collettivi e partecipativi.”

La coesione sociale, la tutela della biodiversità e l’uso razionale delle risorse contro le minacce di privatizzazione e sfruttamento sono favoriti dal loro modello di autogoverno. Tra i molti argomenti trattati nel corso della sua attività accademica ha affrontato i temi della transizione ecologica e della relazione uomo-ambiente, approfondendo in particolare il mondo dell’agricoltura e del cibo.

A conclusione delle presentazioni è seguita l’interessante e partecipata visita al frutteto e al bosco e la messa presieduta dall’Arcivescovo Gian Carlo Perego. Infine un apprezzatissimo apericena del contadino per terminare un pomeriggio denso di spunti e suggestioni.

Visita al bosco dei Patriarchi

Note

[1] La trasmissione Geo di Raitre ha realizzato un servizio che presenta il Bosco e il Frutteto dei Patriarchi https://www.raiplay.it/video/2024/12/Terre-fertili—Geo—13122024-b51c2d93-409f-4300-9592-cc3dc4386130.html.

In copertina: Il “grande” gelso a Monticelli (FE)

Per leggere gli articoli e gli interventi di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Grandi banche: più fanno utili, più chiudono sportelli.
Una contraddizione solo apparente?

Grandi banche: più fanno utili, più chiudono sportelli. Una contraddizione solo apparente?

 

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista”

La frase pronunciata dall’economista Kenneth Boulding si adatta perfettamente al mondo bancario, i cui dirigenti sono davvero convinti che l’attuale fase di vacche grasse sia destinata a durare per sempre, e che anzi i profitti possano aumentare ogni anno in misura maggiore rispetto agli esercizi precedenti. Bisogna solo stabilire in quale delle due categorie citate si possano classificare i manager bancari.

Il comportamento delle banche è, per molti versi, controintuitivo.

Un ex bancario, da qualche anno in pensione, prima di uscire dal lavoro mi disse: “Sono felice di andarmene: qua non si capisce più niente. Anni fa, quando lavoravi una pratica di fido, per dare l’idea di un’azienda che andava bene dicevi che aveva aperto nuovi stabilimenti e assunto più personale. Oggi un’azienda che annuncia tagli e chiusure vede subito la sua quotazione di borsa schizzare alle stelle. Il mondo si è ribaltato.”

Il buon senso suggerirebbe che un’azienda si espanda quando va bene, e tagli quando ha necessità di ridurre le spese per far quadrare i conti. Le banche continuano trionfanti ad annunciare bilanci record, e contemporaneamente chiudono filiali e tagliano personale. Come si spiega quest’apparente contraddizione?

Quando un’azienda ha uno stabilimento che non produce utili, lo chiude. Su questo non c’è nulla da eccepire. E anche le banche, quando una filiale non produce utili, la chiudono. Il punto è che, quasi sempre, le filiali che vengono chiuse sono comunque in attivo. In qualche caso vanno anche decisamente bene. E allora perché vengono chiuse? Perché la banca sa che chiudendole potrebbe guadagnare di più. Sembra un paradosso, ma non lo è.

Oggi quali sono le persone che vanno in banca? Esiste tutta una fascia di clientela evoluta, capace di fare da sé quasi tutte le operazioni. Si sta diffondendo anche la prassi di effettuare in remoto la richiesta di prestiti e mutui, quindi anche queste esigenze possono essere gestite senza recarsi in filiale. Per questo, la maggioranza di chi si reca allo sportello è costituita da persone anziane o con basso livello culturale, o da stranieri che hanno difficoltà con la lingua (gran parte delle banche hanno le loro app soltanto in italiano), oppure da piccole aziende che non possono permettersi un impiegato che gli curi la contabilità. Quindi chiudere una filiale significa azzerare i costi logistici e di personale, ma mantenere tutta la clientela più “importante”, quella cioè che garantisce i maggiori margini di guadagno: i grossi depositanti, che hanno comunque dei consulenti che continuano a seguirli, e le aziende più rilevanti, alle quali vengono dedicati centri ad hoc. Resta tagliata fuori la fascia meno interessante per la banca, che il più delle volte è anche quella economicamente e socialmente più fragile e più bisognosa di assistenza.

Ma esiste un altro motivo per cui le banche chiudono, ed è di carattere geografico. Sempre di più le banche puntano a concentrare le loro sedi nelle aree che offrono maggiori opportunità di guadagno, abbandonando progressivamente quelle considerate meno floride: anche questo è un modo per accrescere gli indici di redditività. Ciò vuol dire che una filiale può anche produrre risultati eccellenti, ma se si trova in una zona ritenuta poco interessante, la banca la chiuderà comunque. E l’abbandono non è solo una questione topografica: parallelamente alla chiusura degli sportelli si assisterà alla riduzione del credito concesso, in modo particolare, alle piccole imprese.

La questione ha un’evidente rilevanza sociale. Le banche ragionano esclusivamente dal loro punto di vista. Ho assistito personalmente alle presentazione del piano industriale di un importante istituto, il cui amministratore delegato, commentando le chiusure concentrate soprattutto in determinate aree, ha dichiarato: “La banca non può farsi carico di problematiche sociali”. Già, ma allora chi dovrebbe farlo?

Ho già scritto in un precedente articolo di come la Costituzione imponga alla politica precisi obblighi di vigilanza e di tutela sul credito e sul risparmio. Ma su questo la politica italiana, indipendentemente dai partiti, è totalmente assente. I governi che si sono succeduti negli anni sono stati sempre particolarmente benevoli nei confronti delle banche, con generosa concessione di aiuti quando si sono trovate ad avere bisogno, e politiche fiscali decisamente favorevoli. Basti dire che l’aliquota media pagata dalle banche sui tanto vantati utili record è inferiore a quella sostenuta dai loro dipendenti (nonostante la sparata periodica contro le banche da parte di qualche partito politico, che promette tassazioni extra che mai si realizzano). E poi gli Istituti Bancari generosamente regalati, dopo averli “risanati” a spese dei depositanti e della collettività: è quanto è accaduto a Carife, ma anche alle altre banche liquidate ai tempi del Governo Renzi, alla Tercas, alle Banche Venete ecc… Sarebbe stato così assurdo se lo Stato avesse chiesto, in cambio di questi generosi omaggi, che gli istituti beneficiari si impegnassero a fornire servizi essenziali anche nelle zone ritenute di minore interesse?

Il punto è che i rapporti tra soldi e politica sono sempre stati molto stretti, e che fra i due “poteri forti” ci sono da sempre porte girevoli e scambi di poltrone: sono numerosi i casi di ex politici che hanno assunto incarichi significativi nel mondo bancario o di manager di grossi istituti che hanno poi ricoperto importanti ruoli politici.

E quindi le banche continuano a chiudere filiali e ad abbandonare vaste aree del paese, senza che nessuno si preoccupi delle conseguenze. Che vanno dall’impoverimento delle zone rimaste senza sportelli, all’abbandono dei comuni delle aree interne, alla creazione di uno spazio libero nel quale si infilano usurai e criminalità.

E anche questo appare controintuitivo. La responsabilità sociale d’impresa non è solo un concetto astratto, oltre ad essere anch’esso previsto in Costituzione, all’Art. 41. Qualsiasi imprenditore illuminato sa che, se vuole che la sua azienda possa durare nel tempo e continuare a produrre utili in futuro, ha tutto l’interesse a contribuire al benessere del territorio in cui opera. Magari accontentandosi di guadagnare un po’ di meno oggi, per garantirsi la possibilità di continuare a guadagnare domani. Le banche, accecate dalla rincorsa a dividendi sempre più alti nella logica del “tutto e subito”, stanno progressivamente riducendo l’area in cui fare affari. E in un futuro non troppo lontano, quando inevitabilmente la crescita dei loro conti economici diminuirà, potrebbero accorgersi di aver tagliato il ramo su cui stavano sedute.

E chissà se tra qualche anno un manager bancario lancerà una nuova, rivoluzionaria idea: “Perché non riapriamo qualche filiale?”

 

 

Nicola Chiaromonte: il “personaggio” dei romanzi

Nicola Chiaromonte: il “personaggio” dei romanzi. 

Diverse volte mi è capitato di citare Nicola Chiaromonte dando per scontato il fatto che fosse una personalità conosciuta dalla maggior parte dei nostri intellettuali contemporanei se non altro perché compare come “personaggio” in famosi romanzi di Natalia Ginzburg, Saul Bellow e André Malraux.

Ho avuto modo di ricredermi: pochi sanno chi è (stato) Nicola Chiaromonte; e allora vorrei brevemente presentare questa figura di intellettuale moderno ante litteram, che ha meritato un corposo Meridiano Mondadori a cura di Raffaele Manica (Chiaromonte. Lo spettatore critico, Mondadori 2021) reso possibile grazie a Miriam Rosenthal , che si è occupata di riordinare l’archivio e portare alla pubblicazione gli scritti del marito.

Nicola Chiaromonte (Rapolla, 12 luglio 1905 – Roma, 18 gennaio 1972) è stato un saggista e critico teatrale italiano, allievo di Andrea Caffi e amico, tra gli altri, di Albert Camus, Isaiah Berlin, André MalrauxMary McCarthy.

È vero Nicola Chiaromonte è stato anche un antifascista, un esule e combattente nella Guerra di Spagna, ma, prima di tutto, Chiaromonte è stato uno spirito libero e un osservatore mai banale delle cose d’Italia e del mondo.

In diretta continuità con il suo maestro Andrea Caffi, Chiaromonte fu un propugnatore del socialismo libertario, che contrappose alle spinte trotzkiste della rivista Politics di Dwight Macdonald, a cui pure si legò in un sodalizio di amicizia e di frequentazione intellettuale.

Pertanto fu e si definì anche anticomunista nel senso di essere, in generale, contro qualunque spinta totalitaria e avanguardista. Ebbe importanti legami d’amicizia con Hannah Arendt, tra gli altri e con Gaetano Salvemini, insieme al quale collaborò al settimanale italiano a New York, Italia libera.

Fin dal suo ritorno in Italia nel 1951, sperimentò la scomoda sensazione di esule in patria, dovuta al suo rifiuto a sottomettere la cultura alla “fede” politica strettamente legata ai partiti ; per un periodo tenne una rubrica di critica teatrale sulla rivista Il Mondo fondata da Mario Pannunzio.

Nel 1956 fondò con Ignazio Silone la rivista culturale indipendente Tempo presente, che riservò grande attenzione ad autori di notevole spessore.

Le sue posizioni furono improntate all’antitotalitarismo ma, a differenza di Silone, fu senz’altro più utopico; vicino alle posizioni di Albert Camus, teorizzò «la normalità dell’esistenza umana contro l’automatismo catastrofico della Storia».

Nel saggio La guerra fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti (Fazi editore, 2002) la storica e giornalista inglese Frances Stonor Saunders, ipotizza uno stretto legame economico tra la rivista Tempo presente e la  CIA: la Saunders infatti rivela l’appartenenza dei due fondatori alla Congress for Cultural Freedom, un’associazione culturale anticomunista che fungeva da paravento per la CIA  e che era nata per contrastare l’influenza culturale del comunismo in Italia ed in Europa.

È stato comunque accertato che Chiaromonte non fosse a conoscenza di questa attività segreta al pari di altri patrocinatori dell’associazione come Raymond Aron, Bertrand Russell, Karl Jaspers, Benedetto Croce, che furono accusati, insieme a George Orwell, di aver fatto i conferenzieri al soldo della CIA.

Dal gennaio 1967 e fino alla morte, intrattiene una fitta corrispondenza con Melanie von Nagel Mussayassul, amichevolmente chiamata Muska, una monaca benedettina, sul tema della verità.

Quest’uomo, amico di Alberto Moravia, di Albert Camus, di Mary McCarthy, che compare con il suo nome nei romanzi di Natalia Ginzburg e Saul Bellow e con uno pseudonimo in un romanzo di Malraux, questo “personaggio”, circonfuso di un alone di leggenda, continua a restare, e non solo per il grande pubblico, uno sconosciuto.

Come ebbe a scrivere un altro suo grande e famoso amico, il poeta e nobel polacco Czesław Miłosz, egli fu “grande ma non celebre” e così pare essere rimasto.

Uno dei direttori del più noto quotidiano italiano, disse che Chiaromonte gli ricordava il maestro di Virgilio, il poeta Stazio, che così Dante onorò in una famosa terzina del  Purgatorio (XXII, 67-69):

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume retro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte.

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

La regola 3-30-300: per città più verdi e più vivibili: il caso di Ferrara

La regola 3-30-300: per città più verdi e più vivibili: il caso di Ferrara

In questa situazione di emergenza climatica globale, le città si trovano decisamente in prima linea; i picchi estivi sono evoluti da semplice inconveniente a vera e propria emergenza (anche sanitaria), compromettendo la vita quotidiana degli abitanti. Le superfici urbane artificiali (surriscaldate) e l’insufficiente copertura vegetale creano condizioni critiche, generando dei veri e propri microclimi torridi. Per contrastare efficacemente questa problematica di grande complessità, occorre andare oltre le dichiarazioni di principio: è necessario disporre di analisi approfondite, di strumenti innovativi e di una programmazione rigorosa e scientifica, fondata su dati dettagliati, aggiornati e possibilmente aperti.

È qui che entra in gioco un principio urbanistico rivoluzionario, ma incredibilmente intuitivo: la regola 3-30-300 proposta da Cecil Konijnendijk . In Italia si ne è cominciato a parlare a metà del 2023, attraverso articoli divulgativi e pubblicazioni scientifiche; la regola dice che:

  • ciascun cittadino deve avere la possibilità di vedere almeno 3 alberi dalla propria abitazione: recenti ricerche dimostrano l’importanza di avere del verde vicino, soprattutto visibile, per la salute mentale e il benessere. Durante la pandemia di COVID-19, le persone sono state spesso legate alle loro case e hanno attribuito un’importanza ancora maggiore agli alberi vicini e ad altro verde nei giardini e lungo le strade.
  • il 30% della superficie di ogni quartiere deve essere occupata da chioma arborea: gli studi hanno dimostrato un’associazione tra la chioma delle foreste urbane e, ad esempio, un migliore microclima, salute mentale e fisica e forse anche la riduzione dell’inquinamento atmosferico e del rumore.
  • 300 metri dovrebbe essere la distanza massima dal più vicino parco o spazio verde: molti studi hanno evidenziato l’importanza della vicinanza e del facile accesso a spazi verdi di alta qualità che possono essere utilizzati per la ricreazione; viene spesso menzionata una passeggiata sicura di 5 o 10 minuti. L’Ufficio Regionale Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda una distanza massima di 300 metri dallo spazio verde più vicino (di almeno 1 ettaro). Ciò incoraggia l’uso ricreativo dello spazio verde con impatti sulla salute sia fisica che mentale.

Per anni, questi concetti sono stati ridotti a considerazioni soggettive (“più verde, meno verde”) o semplici conteggi di standard urbanistici (“tot metri quadri di verde per abitante”). Oggi, grazie alla tecnologia e a dati sempre più disponibili e dettagliati, possiamo misurare, calcolare e agire con grande precisione per incrementare e migliorare il verde urbano, dove serve.

Dalla teoria alla pratica

Tradurre la regola 3-30-300 in uno strumento operativo richiede un cambio di paradigma. Non basta piantare alberi a caso (o dove è più facile): bisogna partire dal problema, individuare in dettaglio le aree dove intervenire (vulnerabilità, fragilità), e quali azioni di adattamento o di mitigazione intraprendere (es. de-pavimentazione e successiva piantumazione).

È per rispondere a queste domande che, nell’ambito del programma Horizon Europe, è nato il progetto USAGE – Urban Data Space for Green Deal con l’obiettivo di creare insieme di strumenti, algoritmi, regole e accordi per raccogliere, integrare, condividere e analizzare dati da fonti eterogenee:

  • immagini satellitari per mappare le temperature delle superfici
  • rilievi aerei per analizzare con precisione la copertura arborea e la morfologia urbana
  • centraline e per misurare in tempo reale le condizioni climatiche
  • dati da iniziative citizen science, dove i cittadini stessi diventano sensori attivi per misurare le temperature percepite con sensori IoT mobili a basso costo

Per fare un primo calcolo su Ferrara (una delle 4 città pilota del progetto USAGE) abbiamo usato i dati aperti pubblicati dal Comune sul proprio portale open data

Il caso concreto di Ferrara

Ferrara è diventata un laboratorio per dimostrare come l’analisi “3-30-300” funzioni nella pratica. Lo abbiamo testato a Ferrara e altre città europee (es. Graz in Austria) e insieme a ISPRA lo stiamo replicando in 14 Città Metropolitane (portando avanti la ricerca svolta nel 2024 e sul solo tema della prossimità alle aree verdi).

Partiamo dal problema: la mappa seguente mostra gli “hot spot” dell’isola di calore del mese di luglio. Li abbiamo calcolati insieme ai nostri partner dell’unità 3Dom di Fondazione Bruno Kessler (FBK), usando centinaia di immagine termiche da satelliti Landsat nel decennio 2013-2023, per i mesi da aprile a settembre:

"Hot spot" isola calore urbano
Figura 1: “Hot spot isola calore urbano

Non basta infatti prendere una sola immagine a caso, in un anno qualsiasi, e “giocare” con i dati per mostrare dove fa più o meno caldo: occorre analizzare serie temporali con centinaia di immagini su un arco temporale sufficientemente lungo, e possibilmente incrociarle con immagini termiche diurne (e notturne) rilevate da aereo con precisione sub-metrica e con misurazioni delle temperature dell’aria raccolte da volontari.

Il negativo della mappa degli “hot spot” è rappresentato dalla mappa della copertura arborea, cioè le chiome di alberi che ombreggiano e garantiscono altri benefici e servizi eco-sistemici:

Chiome alberi (copertura arborea)
Figura 2: Chiome alberi

Anche in questo caso abbiamo lavorato con FBK per determinare la forma geometrica delle singole chiome (attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale); insieme ad un altro partner di progetto, l’azienda AVT Airborne Sensing Italia, abbiamo usato un secondo algoritmo per stimare le specie arboree (platani, pioppi, querce, robinie, …).

Abbiamo infine i dati delle aree verdi pubbliche, che fortunatamente il Comune di Ferrara gestisce secondo la classificazione prevista da ISTAT:

Aree verdi pubbliche
Figura 3: Aree verdi pubbliche (2024)

Nel caso di Ferrara abbiamo calcolato l’indice 3-30-300 in questo modo:

  • per la visibilità di alberi si parte dalla stima di quante finestre si affacciano su alberi (per la visibilità occorre usare un Digital Surface Model di buon dettaglio, poi si verifica se nei cinquanta metri intorno all’edificio esistono alberi alti e, infine, si misura il verde diffuso utilizzando un indice satellitare che cattura la vegetazione anche quando non è alta (il Normalized Difference Vegetation Index);
  • per la copertura arborea abbiamo calcolato quanta superficie di chiome alberi cade dentro un raggio di 200 metri intorno a ciascun numero civico (indirizzo), distinguendo fra alberi adulti, in grado di fare ombra, ed eventuali sempreverdi che offrono benefici anche nei mesi freddi;
  • per la prossimità alle aree verdi, si calcola la distanza da percorrere su strada dal singolo indirizzo all’ingresso dell’area verde pubblica; per ciascuna area verde vengono considerati diversi fattori come la superficie del parco, la sua tipologia (parco, area verde attrezzata, orto urbano, ecc.) e il bacino di potenziali utilizzatori.

Il risultato è visibile in una serie di mappe (non ancora pubblicate online) che mostrano i tre indicatori (visibilità, copertura, prossimità) a livello di singolo indirizzo residenziale (cioè con almeno un residente registrato all’anagrafe della popolazione):

Indicatore “3”: visibilità alberi
Figura 4: Indicatore “3” – visibilità alberi
Indicatore “30”: percentuale di copertura arborea
Figura 5: Indicatore “30” – percentuale di copertura arborea
Indicatore “300”: prossimità ad aree verdi pubbliche
Figura 6: Indicatore “300” – prossimità aree verdi pubbliche

La mappa finale combina i punteggi dei tre indicatori (con una media ponderata) e assegna a ogni numero civico un valore compreso tra 0 e 1:

Indice composto "3-30-300"
Figura 7: Indice composito “3-30-300”

Il verde scuro segnala indirizzi con il punteggio più alto, il verde chiaro indica condizioni accettabili ma migliorabili, il giallo arancio denuncia carenze in almeno uno degli indicatori, il rosso individua situazioni in cui tutti o quasi tutti i requisiti mancano. Il risultato disegna sfumature continue che mostrano come la qualità del verde diminuisca gradualmente dal centro storico verso l’esterno: il centro, penalizzato da scarsa copertura e vista limitata, mantiene punteggi discreti grazie alla buona accessibilità ai parchi centrali, alcune aree suburbane mature raggiungono valori medio alti per la presenza di giardini e viali alberati nonostante la mancanza di grandi parchi, mentre i quartieri più recenti, poveri di alberi maturi, scivolano verso l’arancio. Le aree rosse evidenziano situazioni che richiedono interventi prioritari: piantare alberi di grande taglia e creare nuovi spazi verdi pubblici (attrezzati) sono le azioni con l’impatto più immediato per il benessere degli abitanti.

Conclusioni

Incrociando l’indice composito “3-30-300” (Figura 7) con i dati sulla popolazione residente, è possibile determinare dove sono necessari interventi di miglioramento del verde urbano:

Aree prioritarie di intervento
Figura 8: Aree prioritarie

Questa mappa mette in evidenza i numeri civici con un basso indice “3-30-300”: ciascun pallino rappresenta un indirizzo e il suo colore cambia in base al numero di abitanti che vi risiedono, indicato nella legenda. I toni gialli contrassegnano casi con pochi residenti (meno di 30), mentre le sfumature arancioni e rosse segnalano civici dove vivono gruppi più numerosi, fino a oltre 110 persone. La concentrazione maggiore di pallini si trova nel cuore della città e lungo i corridoi di espansione verso sud ovest e sud est, rendendo queste zone le priorità assolute per nuovi alberi, spazi verdi aggiuntivi e percorsi pedonali sicuri.

Link utili

Ringraziamenti 

Quanto descritto è il risultato di un lavoro di gruppo svolto in Deda Next con i miei colleghi Marika Ciliberti Luca Giovannini Martina ForconiChiara Savoldi e con il grande supporto di Giovanna Galeota Lanza

In copertina: Alberi e verde urbano (fonte: needpix.com – licenza CC0)

Parole a capo
Anna Pazi: “Il canto del gallo” e altre poesie

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento.

e persistere nel non sapere
qualcosa di importante.

(Wisława Szymborska)

da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009) a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2009

*

 

Lentamente è cambiato tutto
E come accade in questi casi
Ho annullato il passato
Fino a considerare il presente
Un da sempre.
La memoria è narrazione.
È la favola che gli adulti
Raccontano a sé stessi
Quando guardandosi allo specchio
Si scoprono diversi.
È vita divenuta dramma
O parodia
Arricchita all’occorrenza di magia.
È trama costruita per intrecci
Filo su filo, nodo su nodo.
È alveare solo in parte abitato
Fatto di stanze ora vuote ora piene
Dove i ricordi cancellati
Lasciano il letto ai nuovi arrivati,
E i ricordi reinventati
Contendono a quelli dolorosi
Le chiavi di speciali celle
Dalle pareti ricamate di stelle.
La preziosità di questi ambienti
È data dal loro farsi garanti
Di eternità:
Nessun abisso di tristezza
Verrà rimosso
Finché in essi avrà dimora.
Tu abiti
Una di quelle stanze
Un monolocale
Senza utenze:
Non servono queste
A chi vive solo nei ricordi della gente
Ma io continuo a non perdonarti
Per la condanna che mi hai inflitto
Di doverti per il resto della vita
Pagare l’affitto.

 

*

 

Scusa se anche oggi
Mi impedisco di mangiare
Se faccio del mio corpo
Rifiuto da buttare
Nell’immondizia
Indifferenziata:
Temo non sia possibile separare
La sostanza molle della mia pelle
Da quella senza consistenza
Della mia inadeguatezza.
Sono mescolate irreversibilmente
Come il giallo e il blu quando creano il verde.
Scusa se anche oggi
Trascorro il tempo a piangere
Evitando di rispondere
Alle domande
Con le quali cerchi di capirmi.
La verità è che non voglio illuderti
Di riuscirci.
Scusa se anche oggi
Non sono uscita dalla mia stanza
Se ho fatto del mio letto
L’amico perfetto per questo viaggio
Di sola andata verso il nulla
Che mi culla e che mi annienta.
Scusa perché oggi
Ho smesso di credere nel domani
E con fare dimesso
Ho trascinato l’avanzo di corpo
Che mi porto appresso
Alla tavola imbandita
Del pranzo domenicale:
Altare sacrificale
Sul quale per mesi
Mi sono lasciata morire.
Scusa perché oggi
Ho scritto il mio testamento
Lasciandoti in eredità il senso di colpa
Che senza saperlo
Ho nutrito come un figlio dentro il tuo grembo.
Non avrei mai voluto
Costringerti nuovamente alle doglie del parto
Ma ti chiedo adesso -fallo nascere-
Tutto il dolore che serbi dentro.
E se posso infine avanzare altra pretesa
Ti prego di non dargli
Per volontà o distrazione
Il mio nome.

 

*

 

L’amore che posso offrirti
Non è quello dipinto da poeti
Scrittori o cantautori.
Non si nasconde
Nella metafora o nel verso
Nell’ambiguità del verbo.
L’amore che ti riservo
È quello del pescatore solitario
Che sulla riva del lago
Fissa la superficie dell’acqua
E non sa.
Quella mattina ha preparato con cura
Tutto il necessario,
Ha ipotizzato un luogo
Predisposto un piano,
È arrivato sul posto
E senza alcuna pretesa
Si è messo in attesa:
D’un moto d’esistenza
Un’affermazione di presenza
Un esserci
D’un cuore pulsante
Sotto lo specchio opaco
Del suo desiderio.
È questo
Che io ti offro
La fissità del mio corpo
Che aspetta di saperti
Dall’altra parte.

 

*

 

Il castello di ipocrisia
Che abbiamo costruito
Sta crollando.
Il potere fittizio
Ma ostentato
Il potere viziato
Sfamato a colpi di parole
Antiche, nutrienti
Ora annaspa, collassa
Non lascia
Margine di sogno
Un contorno da colorare
Protezione da un avvenire
Che disarciona
E deride.
Siamo un popolo
Di bestie:
è bestia chi attacca
è bestia chi all’angolo
Non può difendersi.
Allora perché
Se tra oppressi e oppressori
Siamo tutti animali
Non ci riconosciamo uguali
Quando ci annientiamo.
Vorrei che mia madre
Mi insegnasse parole nuove
Per dire il mondo che muore
Ma l’uomo ha esaurito
La sua propensione al creare
E si è votato al più soddisfacente
Disfare.

 

*

 

Il canto del gallo
Come il pianto di un bimbo
Ridesta un sonno lieve
Appena accennato al lenzuolo
Che non copre per intero
Ma lascia scoperta
L’angoscia di non sentire
Il richiamo.

 

“Sono Anna Pazi, ho ventisette anni, una laurea magistrale in storia dell’arte e una nascente passione per la scrittura poetica. Dico -nascente- perché scrivo in modo sistematico solo da tre anni, ma è dalla fine delle scuole superiori che racconto a diari e quaderni le mie giornate o i pensieri che le attraversano. Nell’ultimo anno ho partecipato ad alcuni eventi poetici, come Poetry Slam o letture condivise con altri poeti alla Biblioteca Bassani di Ferrara, la mia città. A maggio 2025 ho ricevuto una menzione d’onore nel Concorso di poesia “Trame di borghi”, organizzato dal Comune di Guagnano (Le), che mi ha permesso prima di tutto di confrontarmi con voci nuove e altre storie, e in secondo luogo di scoprire paesaggi meravigliosi della Puglia. Faccio parte dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Continuo a scrivere, nella speranza di trovare parole sempre più precise per definire ciò che vivo e che mi vive attorno. Il mio obiettivo primario è la sintesi, confido molto nell’efficacia del togliere.”

 

Foto di sharkolot da Pixabay

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 303° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Gemellaggio tra Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ e Roma Film Corto, appuntamento a Roma dal 17 al 21 settembre 2025

Il Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ e il Roma Film Corto annunciano il loro gemellaggio a partire dalle edizioni 2026, unendo le rispettive esperienze e visioni per promuovere il cinema breve 

La collaborazione, nata, fin dal 2017, dal desiderio condiviso di valorizzare i giovani talenti, intende favorire lo scambio culturale e ampliare le opportunità di visibilità per autori e opere.

Il gemellaggio prevede una serie di iniziative congiunte, tra cui la promozione incrociata dei rispettivi concorsi, la partecipazione di delegazioni ufficiali ai due festival e la condivisione di opere selezionate. L’obiettivo è creare un ponte tra le due città, Ferrara e Roma, e rafforzare la rete dei festival dedicati al cortometraggio.

Il Roma Film Corto 2025 si svolgerà dal 17 al 21 settembre presso il Cinema Aquila di Roma, uno spazio di riferimento per il cinema indipendente e d’autore nella capitale.

La giornata di premiazione si terrà domenica 21 settembre presso gli studi di Gold TV.

Il Roma Film Corto 2025 presenta un programma ricco e articolato, che si distingue per la varietà delle sezioni in concorso:

Sezioni del Programma in Concorso al Roma Film Corto 2025

  • Concorso generale

Sezione dedicata alle migliori produzioni italiane, con particolare attenzione alle opere di giovani registi emergenti.

  • Prospettive Italia

Sezione dedicata alle migliori produzioni italiane, con particolare attenzione alle opere di giovani registi emergenti.

  • Area Mediterranea

Una selezione di corti provenienti da tutto il mondo, per offrire uno sguardo globale sulle nuove tendenze del cinema breve.

  • Doc e Docufilm

Spazio riservato ai documentari che affrontano temi sociali, culturali e ambientali di attualità.

  • Corti d’animazione

Sezione dedicata ai cortometraggi animati, sia italiani che internazionali, che sperimentano linguaggi e tecniche innovative.

  • Fede, fragilità e impegno solidale

Una categoria speciale per i lavori che trattano argomenti di rilevanza sociale, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su questioni contemporanee.

  • Talenti emergenti e Giovani Autori

Un’opportunità per giovani filmmaker di presentare le proprie opere e confrontarsi con una giuria di esperti.

Il Ferrara Film Corto Festival parteciperà attivamente a queste sezioni, promuovendo la presenza di autori indipendenti, nazionali e internazionali, e favorendo la circolazione delle opere tra i due festival. Il gemellaggio rappresenta un’occasione unica per rafforzare il dialogo tra le comunità artistiche e per sostenere la crescita del cinema indipendente.

In occasione del Roma Film Corto 2025, i rappresentanti del Ferrara Film Corto presenteranno ufficialmente il loro festival nel pomeriggio di sabato 20 settembre, al cinema Aquila di Roma, offrendo al pubblico e agli addetti ai lavori una panoramica sulle attività, le novità e le prospettive della manifestazione ferrarese.

La stessa delegazione sarà presente alla giornata di premiazione, che si terrà domenica 21 settembre presso gli studi di Gold TV, partecipando alle celebrazioni finali e al confronto con gli altri protagonisti del festival.

Il pubblico incontrerà i direttori artistici del Roma Film Corto, Enzo Bossio e Adriano Squillante, il presidente Roberto Petrocchi e il direttore artistico del Ferrara Film Corto Festival, Eugenio Squarcia.

Giurie del Roma Film Corto 2025

Le giurie del Roma Film Corto 2025 sono composte da professionisti del settore cinematografico, critici, registi, attori e personalità della cultura. L’elenco completo delle giurie è disponibile nel PDF allegato sul sito ufficiale del festival.

Le giurie del Ferrara Film Corto Festival verranno annunciate prossimamente.

Entrambi i festival invitano il pubblico, gli autori e gli operatori del settore a partecipare a questa nuova edizione, all’insegna della collaborazione e della passione per il cortometraggio.

 

TABUCCHIANA 5. /
VIAGGIANDO CON LA LETTERATURA

TABUCCHIANA 5. VIAGGIANDO CON LA LETTERATURA

Le goût des îles grecques è il titolo di un piccolo libro pubblicato dal Mercure de France nella collana Le petit mercure. Immaginavo che nella micro-antologia letteraria di passi scelti per illustrare le Cicladi ne avrei trovati soltanto un piccolo numero in grado di intrigarmi davvero, ma il blu intenso del mare, il celeste del cielo, il bianco  e l’azzurro delle case cubiche (un omaggio colorato alla propria bandiera) della copertina avevano ormai catturato il mio sguardo.

E così ho cominciato un viaggio a partire da Omero, Hölderlin, Nerval, Yourcenar… Ma in mente mi sono rimasti i versi dei Jeux du ciel et de l’eau di Ritsos (“Case bianche, tutte bianche, / piastrelle albicocca / persiane blu / cavalli color cannella nel cortile, / e i bianchi nel campo verde / i balconi dorati e il mare”) e soprattutto Cavafis, con la sua Itaca.

L’aveva tradotta in prosa, quella lirica, la grande Marguerite; e ora io indebitamente dal suo francese: “Quando partirai per Itaca augurati che il cammino sia lungo, ricco di imprevisti e esperienze. Non temere né Lestrigoni né Ciclopi, né la collera di Nettuno se non li hai dentro di te, se non è il tuo cuore a porteli davanti. Fai tuoi quanti più puoi di questi stordenti profumi […].

Fa in modo che Itaca ti sia continuamente presente. Il tuo obiettivo finale è arrivarci, ma non abbreviare il viaggio: è preferibile che duri anni e che tu arrivi infine alla tua isola nei giorni della vecchiaia, ricco di tutto quello che hai guadagnato lungo il percorso, senza attendere che fosse Itaca ad arricchirti.

Itaca ti ha regalato il bel viaggio. Senza di lei non ti saresti mai messo in cammino. Non ha ormai più niente da donarti. Anche se la trovi povera, Itaca non ti ha ingannato. Saggio come sei diventato dopo tante esperienze, hai infine compreso cosa Itaca, le tante Itaca, vogliono dire”.

Già, appunto, capire cosa vogliono dire le esperienze della vita mentre si va verso una meta di maturità che non a tutti è dato raggiungere.

Quelle esperienze le aveva raccontate come fonte della sua scrittura uno autore italiano che amava la Grecia e che tra i suoi monti ha ambientato, oltre qualche racconto (compreso anche nell’ultimo libro: Il tempo invecchia in fretta), uno dei suoi romanzi più nuovi e difficili (Tristano muore).

Di Cavafis e delle sue Voci (tradotte in italiano da Margherita Dalmati e Nello Risi) si sarebbe ricordato infatti Antonio Tabucchi nello scegliere l’esergo per uno dei pezzi più belli e perturbanti della sua poetica: Un universo in una sillaba (inserito nella raccolta Autobiografie altrui). Accanto al Montale di Voce giunta con le folaghe, ad accompagnare la storia di un muto dialogo familiare, non a caso ad essere evocato era proprio il poeta greco che non solo in Itaca aveva sciolto nelle lacrime le esperienze, perfino la dolcezza della vita.

Il porto di Chania
Vista sulla baia di Souda dalle alture di Chania

E così la Grecia delle îles grecques, per effetto di memoria involontaria (l’unica che salva il passato, se si segue Proust), mi ha ricondotto a un viaggio a Creta e all’attivazione di un “desiderio triangolare” (Proust docet sempre) che non era stato previsto in partenza. La vera Creta “è cominciata così”[1], con il ricordo di un pope in una povera trattoria in un pomeriggio di festa e con la saudade per Chaniá (la veneziana Canea) proprio mentre l’avevo davanti a me, sia pure velata dalla pioggia.

L’hotel Doma a Chania

Allora non era più soltanto la città vecchia con le sue strade strette, i piccoli ristoranti e il porto, o l’altura soprelevata  con la tomba di Venizélos (ancora venerato per l’unione alla Grecia dell’isola) che dovevo vedere, ma un piccolo albergo sul lungomare di cui parla Antonio Tabucchi nelle sue pagine di viaggi.

L’hotel Doma (al 124 Venizelos St.) è diventato una tappa necessaria, da aggiungere, per effetto di sinestetici translati, alle rocce e grotte disperse per le montagne, ai siti minoici, agli affreschi bizantini, all’arte cicladica, al colore cangiante del mare, agli incredibili aromi delle erbe, ai mulini a vento, agli ulivi giganteschi e vecchissimi, al colore delle margherite e dei papaveri, alla bontà dei cibi, alla gentilezza e cordialità ovunque rivolta dai locali verso chi viene da fuori.

Un edificio che era stato consolato della monarchia austro-ungarica, un luogo da cui nel 1897-1898 era partita una missione di pace (quella pace di cui oggi avremmo tanto bisogno), si è trovato insomma per forza di letteratura e suggestioni connesse sul mio cammino, insieme alla Zorbas beach, ai canti greci, alla casa di El Greco, ai luoghi della resistenza…

In breve, sullo sfondo della Grecia che vedevo, cominciava a scorrere anche quella di un’altra biografia, e quella ritornante nel delirio di Tristano, insieme ai suoi ricordi, ai rimorsi.

Note:

[1] Il sintagma si trova proprio all’inizio del pezzo che Antonio Tabucchi dedica alla sua passione per l’isola e alle amiche dell’Hotel Duma di : Antonio Tabucchi, Dieci anni a Creta, in Id., Viaggi e altri viaggi, a cura di paolo Di Paolo, Milano, Feltrinelli, 2010.

Immagini nel testo e copertina: © Anna Dolfi, 2025

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Palestina: la morte della morte

Palestina: la morte della morte

La condizione di trovarsi a vivere come profughi di guerra, cioè esseri umani strappati e sradicati con le armi dalla propria terra, esprime forse un destino irreversibile che condanna chi lo diviene per la prima volta, a continuare ad esserlo di nuovo, ancora e ancora, e per sempre?

Nessun altro Popolo composto da profughi, figli e figlie di profughi, profughi di profughi… ha così tante ferite incise sulla propria pelle, così tanti numeri di morti da contare, come e quanto quello Palestinese.

Attraverso i tempi, l’attualità della Questione Palestinese è immortale, sembra non finire mai; nel corso del tempo è immorale, perchè sembra non smettere mai di infliggere atroci sofferenze a un popolo colpevole di esserlo, colpevole di esistere e colpevole di resistere.

Attacco, assedio, invasione, occupazione, al pre del crimine è sempre subentrato, per settantotto lunghissimi anni, il post della guerra: fuga, sfollamento, esodo, esilio, martirio, genocidio, dando prova di una forma di sopravvivenza e di resistenza che ha dell’incredibile e del soprannaturale.

Nella città di Gaza e nel resto della Palestina, l’ultima morte rimasta da celebrare è la morte della morte.

Cover: foto tratta dal film Un Chien Andalus di Luis Buñuel e Salvador Dalí 1929

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Immaginario / Quanto vale un abbraccio?

Immaginario /
Quanto vale un abbraccio?

Il tempo di un istante, lo scatto della macchinetta fotografica che cattura una performance artistica come in questo caso. Le donne con i piedi nudi sui sanpietrini di un piccolo paese di montagna, si abbracciano per dare vita a un gesto il cui significato si perde nella notte dei tempi. Un gesto semplice che molti di noi, forse troppi, dimentichiamo di fare. Un abbraccio vale tanto quanto le persone che lo esercitano con frequenza, come un gesto fra tanti che può sembrare perda di significato nella quotidianità, ma che tanto più ne acquista per l’umana abitudine che tali ci rende: umani.

Quanti simboli allora si possono leggere in un quotidiano gesto? Sorellanza, come in questo caso, pace forse, perdonanza in molti. Quando le parole non servono più o non riescono a spiegare, basta un semplice gesto. E poi, quando le parole non servono perché ci sono le bombe, i massacri, gli stupri, la fame a farla da padrone, come è possibile che da tutto ciò possa fiorire questo piccolo gesto che sta perdendo significato nella ripetizione automatica delle nostre vite fatte di intelligenze artificiali? Non può aiutarci l’intelligenza artificiale o umana e neppure le parole, tutta la cultura, la diplomazia, la cautela usata nel non infrangere certi diritti politici, poi va a farsi benedire quando non si esercita più il diritto a essere umani.

Cos’è un semplice abbraccio? Quanto costa ricordare anche metaforicamente di farlo? Evidentemente molto più di qualunque progetto economico per far soldi, nato sulle ceneri di un popolo e di una terra massacrati in nome di un dio, di uno stato di diritto o di un’utopia. D’altronde. più si dà valore ad un oggetto più costa comprarlo, e non è solo l’economia che ce lo insegna, ma da qualche tempo anche l’arte che ci dice quanto vale la famosa merda d’artista di Manzoni. C’è ancora forse un valore che non abbia un costo? Un abbraccio potrebbe insegnarci a dare valore ai gesti senza marchiarli a forza con un prezzo. Rimarrebbe solo il valore semplice che un gesto d’amore più regalare, il benessere che quel calore ci consegna, senza possesso, senza premeditazione. Spontaneo e unico, come solo le umane abitudini possono essere.

In copertina: foto di Ambra Simeone

Charlie Kirk, un omicidio perfetto?

Charlie Kirk, un omicidio perfetto?

Charlie Kirk, 31 anni – influencer cofondatore dell’organizzazione giovanile conservatrice d’estrema destra Turning Point Usa (Tpusa), cristiano evangelico integralista e grande propagandista di Trump – è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante un raduno il 10 settembre in una università dello Utah.  Mentre era sul palco è stato colpito da un proiettile che lo ha raggiunto al collo. Trasportato in ospedale è morto poco dopo.

Il cecchino si dice fosse appostato a 200 MT di distanza. Kirk, giovane esponente della destra radicale, ha aiutato Trump in modo determinante, facendogli prendere i voti necessari per vincere le elezioni, con circa 10/12 milioni di voti portati tramite sit-in in scuole universitarie e college, grazie ai suoi video virali e ad azzeccate campagne di promozione.

“Le armi salvano vite” – diceva Charlie Kirk da convinto sostenitore delle armi, aggiungendo – “Vale la pena accettare qualche morto in più, se questo significa poter esercitare il diritto di avere un’arma per difendere gli altri diritti concessi da Dio”. Fu profetico!

Per anni è stato un costruttore assiduo, sui social media e in tv, di una narrazione tossica, fascista e disumanizzante dell’Altro. Tra le altre: “Se mia figlia di 10 anni fosse stuprata, dovrebbe partorire il bambino”; “I neri stavano meglio quando erano schiavi perché commettevano meno crimini”; “La legge perfetta di Dio dice che i gay andrebbero lapidati a morte”; “I bambini dovrebbero assistere alle esecuzioni pubbliche”; o che le personalità afroamericane famose (come Michelle Obama) “non hanno le capacità cerebrali per essere prese sul serio” e che “hanno rubato il posto ad un bianco”; e che Israele non sta affamando il popolo palestinese.

La sua carriera politica di ideologo di Trump si è fondata sull’odio, sulla banalizzazione, sul tono autoritario, sulla violenza verbale e sulla giustificazione della violenza fisica. Per anni Charlie Kirk ha difeso il modello di società armata, polarizzata, presentando il conflitto come virtù e le armi come “garanzia di libertà”.

Cronache Ribelli, sulle sue pagine social ha scritto: “Da quando Charlie Kirk è stato ucciso chi non esprime pubblico cordoglio, chi non si straccia le vesti, chi non è disposto a colpevolizzarsi per questa morte diventa automaticamente un criminale. Insomma, noi dovremmo provare empatia per un uomo che non aveva empatia per alcuna categoria umana che non fossero i multimiliardari, bianchi e sani.
Per lui le donne stuprate dovevano partorire e stare zitte, i neri stavano meglio quando c’era la schiavitù, i ciechi non possono fare i medici, a Gaza non c’è alcuna crisi umanitaria e nessun crimine. Per gli estremisti come lui i morti sul lavoro non sono violenza, i morti per mancate cure sanitarie non sono violenza, i morti di fame, sete, povertà non sono violenza. Persino i genocidi non sono violenza.
Questa strategia la conosciamo bene. Si basa sulla normalizzazione: se tanta gente muore di lavoro o sul lavoro allora diventa normale. Sulla frammentazione: se la violenza non arriva come un colpo singolo ma a piccole dosi (mancati screening, malattie professionali, precarietà, marginalità, inquinamento) allora non è violenza. Sulla comparazione: di che ti lamenti c’è sempre chi sta peggio di te. Sull’invisibilità della sofferenza delle classi subalterne, che vengono espulse da ogni narrazione mediatica. Noi continuiamo a dire che se la violenza deve essere condannata, allora si cominci da quella sistemica e profonda. (…)”

Una nazione, gli USA, che presenta più di 392 milioni di armi da fuoco in circolazione: numero infinitamente più alto di tutta la popolazione statunitense. Di quale libertà stiamo parlando?

Evidentemente stiamo parlando della “libertà” autoinflitta della popolazione statunitense di rischiare di morire quotidianamente per colpi di arma da fuoco sia di persone “normali” sia di persone mentalmente instabili: una strage silente di 45.000 persone morte per colpi d’arma solo nel 2024.

Ma non è l’unica opzione che sta dietro alla morte di Kirk. Dietro a questo marasma di violenza normalizzata quotidiana e di giustizia a mo’ di Far West, gli USA sono anche la nazione dei complotti: dei complotti veri, non quelli inventi saltuariamente da qualche “complottista da tastiera” o da qualche propagandista di Trump. “Complotti” che abbiamo visto negli ultimi decenni: golpe blandi spacciati per “regime-change” (tentativi terroristici contro Cuba); guerre spacciate per “operazioni di peacekeeping” o “guerre umanitarie” (Iraq, Jugoslavia); interventi e occupazioni militari di suoli esteri spacciati per “esportazione di democrazia, diritti umani e diritti delle donne” (Afghanistan); colpi di Stato neonazisti spacciati per “rivoluzioni” (Euromaidan in Ucraina nel 2014); spacciare per “resistenze” quelle che in realtà sono scontri etnonazionalisti tra eserciti nazionali (conflitto russo-ucraino dal 2022); additare di “terrorismo” le vere resistenze di popolo e le lotte per l’autodeterminazione (Palestina); regime-change violenti spacciati per “rivoluzioni pacifiche” (paesi post-sovietici); omicidi mirati con drone di persone definite “pericolo per la sicurezza degli USA” (funzionari iraniani). Tutte cose che è la storia degli USA a raccontarci, che essi siano governati da Democratici e Repubblicani.

Secondo le indiscrezioni Charlie Kirk negli ultimi mesi aveva cominciato ad essere ingombrante, a denunciare un sistema di controllo eterodiretto sui principali mainstream, a dubitare di Israele, a criticare fortemente le politiche di aggressione dell’entità sionista che prima sosteneva.

Secondo le testimonianze di un amico di lunga data di Charlie Kirk, a The Grayzone (Articolo di Max Blumenthal e Anya Parampil – 12 settembre 2025), fu lo stesso Kirk a rifiutare un’offerta fatta all’inizio di quest’anno dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di organizzare una massiccia nuova iniezione di denaro da parte sionista nella sua organizzazione Turning Point USA.

Nelle settimane precedenti al suo assassinio, avvenuto il 10 settembre, Kirk aveva iniziato a detestare il Primo Ministro israeliano, considerandolo un “bullo”, ha detto la fonte. Kirk era disgustato da ciò a cui aveva assistito all’interno dell’amministrazione Trump, dove Netanyahu cercava di dettare personalmente le decisioni del Presidente in materia di personale e sfruttava risorse israeliane come la miliardaria donatrice Miriam Adelson per tenere la Casa Bianca saldamente sotto il suo controllo.

Secondo l’amico di Kirk, che aveva anche avuto accesso al Presidente Donald Trump e alla sua cerchia ristretta, Kirk aveva fortemente messo in guardia Trump lo scorso giugno dal bombardare l’Iran per conto di Israele. “Charlie è stato l’unico a farlo”, hanno detto, ricordando come Trump “gli abbia urlato contro” in risposta e abbia chiuso adirato la conversazione. La fonte ritiene che l’episodio abbia confermato nella mente di Kirk l’idea che il Presidente degli Stati Uniti fosse caduto sotto il controllo di una potenza straniera maligna e stesse conducendo il suo Paese verso una serie di conflitti disastrosi.

Il mese successivo, Kirk era diventato il bersaglio di una prolungata campagna privata di intimidazione e rabbia smodata da parte di ricchi e potenti alleati di Netanyahu, figure che lui stesso definiva pubblicamente “pezzi grossi” e “personaggi ingerenti” ebrei. “Aveva paura di loro”, ha sottolineato la fonte.

Kirk aveva 18 anni quando lanciò il TPUSA nel 2012. Fin dall’inizio, la sua carriera fu trainata da donatori sionisti, che inondarono la sua giovane organizzazione di denaro attraverso organizzazioni neoconservatrici come il David Horowitz Freedom Center . Nel corso degli anni, ripagò i suoi ricchi sostenitori scatenando un’incessante ondata di diatribe anti-palestinesi e islamofobe , accettando viaggi di propaganda in Israele e bloccando severamente le forze nazionaliste che contestavano il suo sostegno a Israele durante gli eventi del TPUSA. Nell’era Trump, pochi gentili americani si erano dimostrati più preziosi di Charlie Kirk per l’autoproclamato stato ebraico.

Ma mentre l’attacco genocida di Israele alla Striscia di Gaza assediata scatenava una reazione senza precedenti nei circoli di destra di base, dove solo il 24% dei giovani repubblicani ora simpatizza con Israele piuttosto che con i palestinesi, Kirk iniziò a cambiare idea. A volte, seguiva la linea israeliana, diffondendo disinformazione sui bambini decapitati da Hamas il 7 ottobre e negando la carestia imposta alla popolazione di Gaza. Eppure, allo stesso tempo, cedeva alla sua base, chiedendosi ad alta voce se Jeffrey Epstein fosse una risorsa dell’intelligence israeliana, mettendo in dubbio se il governo israeliano avesse permesso che gli attacchi del 7 ottobre proseguissero per promuovere obiettivi politici a lungo termine, e ripetendo a pappagallo narrazioni familiari al suo più accanito critico di destra, lo streamer Nick Fuentes. 

A luglio 2025, al suo Summit d’azione studentesca TPUSA, Kirk ha offerto un forum alla base della destra per sfogare la propria rabbia per l’assedio politico di Israele all’amministrazione Trump. Lì, relatori come gli ex sostenitori di Fox News Tucker Carlson e Megyn Kelly, e il comico ebreo antisionista Dave Smith , hanno denunciato l’assalto sanguinoso di Israele alla Striscia di Gaza assediata, hanno bollato Jeffrey Epstein come una risorsa dell’intelligence israeliana e hanno apertamente schernito miliardari sionisti come Bill Ackman per “averla fatta franca con le truffe” pur non avendo “alcuna competenza”.

Dopo la discussione, Kirk è stato bombardato da messaggi di testo e telefonate infuriate da parte dei ricchi alleati di Netanyahu negli Stati Uniti, compresi molti di coloro che avevano finanziato il TPUSA. Secondo il suo amico di lunga data, i donatori sionisti hanno trattato Kirk con assoluto disprezzo, intimandogli di fatto di tornare sui propri passi. 

“Gli veniva detto cosa non era permesso fare, e questo lo stava facendo impazzire”, ha ricordato l’amico di Kirk. Il leader dei giovani conservatori non solo era alienato dalla natura ostile delle interazioni, ma anche “spaventato” dalle reazioni negative.

Kirk è apparso visibilmente indignato durante un’intervista del 6 agosto con la conduttrice conservatrice Megyn Kelly, mentre discuteva dei messaggi minacciosi che riceveva dai pezzi grossi filo-israeliani. 

In una delle sue ultime interviste, condotte con il principale influencer israeliano negli Stati Uniti, Ben Shapiro, Kirk ha cercato ancora una volta di sollevare la questione della censura nei confronti dei critici di Israele. 

“Un amico mi ha detto, in modo interessante: ‘Charlie, ok, abbiamo respinto i media sul COVID, sui lockdown, sull’Ucraina, sul confine’”, ha detto Kirk a Shapiro il 9 settembre. “Forse dovremmo anche chiederci: i media stanno presentando la verità assoluta quando si tratta di Israele? Solo una domanda!” 

“È caccia al Killer”, così hanno titolato le principali notizie subito dopo l’omicidio di Kirk. Inizialmente non era stato ancora trovato l’assassino, e sempre ovviamente Trump e la sua amministrazione repubblicana hanno subito puntato il dito contro le “sinistre radicali”. Altrettanto ovviamente fin da subito si percepiva che fosse una bugia.

Poi il killer è stato trovato: il capro espiatorio, funzionale per tutte le stagioni e tutte le evenienze. E’ il 22enne Tyler Robinson, che sui proiettili del fucile usato per uccidere Kirk avrebbe inciso lo slogan “Bella ciao, bella ciao ciao ciao” e “Hey, fascista beccati questa!” (hanno riferito le autorità americane in conferenza stampa, confermando l’arresto del 22enne Tyler Robinson), sparando da un tetto al 31enne attivista conservatore. Notizia che potrebbe dare l’impressione di un classico omicidio politico, ma qualcosa risulta dissonante rispetto alla narrazione mainstream.

Robinson è un affiliato al Partito Democratico? O è di “sinistra radicale”? O è appartenente dell’amalgama della “sinistra neoliberale”? No. Robinson, che non ha alcun precedente penale, è un maschio bianco di famiglia repubblicana che vive con la sua famiglia e i suoi due fratelli minori nella contea di Washington, a St. George.

A photo showing Tyler Robinson and an older man sitting at a table eating food. Tyler Robinson wears a blue shirt and black cap, holding chopsticks. The older man wears a black shirt and cap with a visible American flag design. Red and black panels are in the background.

https://x.com/benryanwriter/status/1966651218232832325

I dubbi sono molti e più approfondiamo, più ci sono elementi che avvolgono il caso di mistero. O siamo di fronte ad un caso di omicidio particolare, o stiamo parlando di una società che sta implodendo su stessa e non riesce più a gestire il dissenso nè interno nè esterno.

 

In copertina: Foto di Charlie Kirk con Donald Trump – RSI

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Il tragico epilogo di Charlie Kirk, il WASP integralista che si era permesso di criticare Israele

Il tragico epilogo di Charlie Kirk, il WASP integralista che si era permesso di criticare Israele

 

How the West Was Won and Where It Got Us

In un cinico e febbrile intervento visto scrollando tiktok, una ragazza israeliana bianca, residente in Israele, elenca le nazioni edificate sul confinamento e sterminio delle popolazioni native (fra le tante Stati Uniti, Australia, Sudafrica) e i popoli con l’abitudine storica di colonizzare altre popolazioni con i propri “pionieri” (tra i tanti, gli inglesi e gli olandesi). La ragazza conclude il suo intervento lamentandosi del fatto che, con un passato del genere, il mondo occidentale se la prenda solo con Israele che sta facendo esattamente la stessa cosa.

In questo video di due minuti tratto dal canale Zeteo del giornalista angloamericano Mehdi Hasan, Yanis Varoufakis – ex ministro delle finanze greco ai tempi del cappio finanziario subito ad opera dell’Unione Europea (2015) – citando l’Australia (che conosce bene avendoci vissuto e insegnato) ricorda che gli inglesi arrivarono sulla sua costa sudorientale nel 1798, guardarono il subcontinente, abitato da circa sei milioni di nativi, lo dichiararono “terra di nessuno” e lo occuparono commettendo genocidio ai danni di quelle popolazioni. Lo stesso fecero i tedeschi in Namibia, i francesi in Africa nordoccidentale, gli olandesi in Indonesia. “La terra senza un popolo per un popolo senza terra” è lo slogan usato per eliminare il popolo nativo di quella terra e insediarsi al suo posto. Del resto, “…how was the United States built? It was built by effectively carrying out a massive genocide of Native Americans”.

Franklin Roosevelt (front, second from left) with the Groton football team, 1899 © Bettmann/Getty Images

 

 

C’è una tradizione di pulizia etnica fondata sul suprematismo White Anglo-Saxon Protestant (WASP), di cui lo sterminio che compie adesso Israele è una variante non protestante. Adesso possiamo vedere in streaming l’orrore, ma quando ancora non era possibile, accadeva già che le donne ebree immigrate in Israele dall’Etiopia, le falasha, venissero sterilizzate chimicamente a loro insaputa, con iniezioni di Depo Provera definite “obbligatorie” per entrare in Israele e spacciate per vaccini (leggi qui). Per quale ragione? Perchè erano ebree, ma non bianche. Il problema non è nemmeno di etnia, ma di colore. Il colore sbagliato. I sionisti, in prevalenza ucraini, polacchi, bielorussi, non potevano rischiare di avere ebrei di pelle scura che sopravanzassero la popolazione di ebrei visi pallidi. Dice Ronnie Barkan, attivista ebreo antisionista: “Israele… ha di fatto stabilito un sofisticato sistema a due livelli, che distingue tra “cittadinanza” e “nazionalità” (ebraica, araba, drusa, circassa e molte altre) dei suoi sudditi. Israele consente a tutti i suoi cittadini di partecipare al suo gioco elettorale pseudo-democratico, mentre nega legalmente una lunga lista di diritti a quelli delle “altre” nazionalità. Come tale, un ebreo tedesco che vive a Berlino che non ha mai visitato Israele ha più diritti lì, per legge, di un cittadino israeliano ad Haifa, la cui famiglia palestinese vive lì da generazioni.”

Il rigurgito suprematista wasp negli Stati Uniti ha un sapore molto simile, anche se non uguale. L’America di Trump, che ha il suo braccio “armato” interno nel dipartimento immigrazione (ICE), che gli immigrati non bianchi chiamano “la migra”, sta di fatto aggredendo lo ius soli, sancito dal quattordicesimo emendamento della Costituzione che recita: “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”. Il boss di questo dipartimento è Stephen Miller, di ricca famiglia ebraica, che ha stabilito degli obiettivi di budget molto ambiziosi per la deportazione di immigrati “irregolari”, ovvero non in regola con i documenti. Luca Celada, giornalista con un passato in RAI da corrispondente dagli Stati Uniti, adesso scrive per il Manifesto. Celada vive da molti anni a Los Angeles, megalopoli meticcia per eccellenza (secondo l’ultimo censimento il 47% della popolazione è di origine ispanica e latinoamericana, con prevalenza messicana). In questo articolo, Celada illustra a cosa sta portando il fanatismo in tema di controllo dell’ immigrazione: “In California, primo produttore nazionale, l’agricoltura è un affare da 59 miliardi di dollari e un comparto che impiega 250.000 lavoratori. Secondo le stime ufficiali la metà circa sarebbero immigrati non in regola (in tutto il paese si aggirerebbero sui 350.000), retaggio di un sistema da sempre fondato sullo sfruttamento di una forza lavoro precaria e a buon mercato per i produttori. Il 10 luglio scorso militari mascherati hanno raggiunto la Glass House con colonne di mezzi corazzati e senza presentare mandati di cattura hanno ammanettato e portato via 360 lavoratori impegnati nel raccolto di cannabis (una coltura legale in 24 di 50 stati, ammessa per uso medico in 40 stati). Famigliari e attivisti della rete di autodifesa dei migranti di Ventura County (VC Defensa) accorsi sul posto, sono stati fatto oggetto di lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono seguite scene di panico con famiglie, comprese donne e bambini, in fuga nel fumo, colluttazioni, agenti che rincorrevano braccianti come prede sulle zolle, gettandoli a terra come è ormai procedura, prima di caricarli su furgoni per portarli via”. Queste scene mostrano la cieca insensatezza di un giro di vite che finisce per danneggiare gli stessi grandi produttori agricoli, sfruttatori della manodopera irregolare.

La ribellione di Kirk a Israele

Charlie Kirk, riferimento politico del suprematismo bianco statunitense presso le giovani generazioni, cristiano evangelico che citava i salmi biblici per basare le sue idee politiche, (puoi ammirare qui un florilegio di sue frasi), è appena entrato a far parte di quel “… prezzo accettabile da pagare per difendere il Secondo Emendamento” ; alla luce del suo destino, segnato dallo sparo di uno di quei cittadini di cui Kirk ha strenuamente difeso il diritto di possedere armi, questa rimane la sua affermazione più beffarda, una specie di auto-epitaffio. Quando parlo di un sapore simile, ma non uguale, lasciato in bocca dall’integralismo wasp e da quello israeliano, intendo dire che la matrice del suprematismo bianco incarnato dal trumpismo in America e dal sionismo estremista in Israele è la medesima. Tuttavia, lo sterminio indiscriminato perpetrato a Gaza ha prodotto di recente una divaricazione imprevista un atteggiamento inopinatamente critico di Charlie Kirk (vedi questo video) e di molti “influencer” cristiani evangelici americani, come Tucker Carlson, nei confronti del governo Netanyahu. Questa inchiesta del sito Grayzone racconta, attingendo a una fonte confidenziale definita molto vicina a Trump e Kirk, come Netanyahu avesse offerto una ulteriore, massiccia quantità di denaro all’organizzazione di Kirk, e che il suo rifiuto di accettarla avesse prodotto una reazione di grande disappunto israeliano, reazione che lo aveva spaventato. Nell’articolo la fonte a un certo punto riferisce che “…Kirk era disgustato da ciò a cui aveva assistito all’interno dell’amministrazione Trump, dove Netanyahu cercava di dettare personalmente le decisioni del presidente in merito al personale e sfruttava risorse israeliane come la donatrice miliardaria Miriam Adelson (della cui enorme influenza sulla politica americana puoi leggere qui) per tenere la Casa Bianca saldamente sotto il suo controllo”. In sostanza, Charlie Kirk voleva restare libero di esprimere il suo dissenso verso le azioni del governo israeliano, cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse fatto “comprare” da Netanyahu. Non solo: Kirk avrebbe messo in guardia Trump dal fornire sostegno al bombardamento dell’Iran ad opera di Israele, ricevendone in cambio una reazione rabbiosa di Trump, che avrebbe brutalmente interrotto la conversazione.

Questa frattura tra Kirk da una parte, il cui movimento è nato e cresciuto dal 2012 grazie al massiccio sostegno finanziario dei gruppi sionisti, e il governo israeliano più Trump dall’altra, è forse lo sviluppo più interessante e inquietante legato alla sua tragica vicenda personale. Infatti la grande stampa italiana non ne parla, rimanendo avvitata attorno all’ombelico delle cazzate di meloni e salvini. Invece negli Stati Uniti la vicenda sta montando. Che quello di Kirk fosse un calcolo, dovuto ai sondaggi che davano il suo seguito giovanile fortemente critico verso Israele dopo lo sterminio a Gaza, o che fosse una genuina presa di coscienza dell’impossibilità etica di appoggiare le atrocità commesse da Israele, non lo so: sta di fatto che alcuni grandi finanziatori ebraici di Kirk lo stavano minacciando. Ancora da Grayzone: “Kirk è apparso visibilmente indignato durante un’intervista del 6 agosto con la conduttrice conservatrice Megyn Kelly, mentre discuteva dei messaggi minacciosi che riceveva dai pezzi grossi filo-israeliani. ‘All’improvviso: ‘Oh, Charlie: non è più con noi’. Aspetta un attimo: cosa significa esattamente ‘con noi’? Sono americano, ok? Rappresento questo Paese”, ha spiegato, prima di rivolgersi ai potenti interessi sionisti che lo perseguitavano”. Ma il fatto più eclatante è la excusatio non petita trasmessa l’11 settembre 2025 sul canale americano conservatore Newsmax (qui): intervistato da una compiacente giornalista, Netanyahu afferma che è insensato ipotizzare che Israele abbia potuto uccidere Kirk. Con ciò, legittimando in modo potente la speculazione e piazzandola lui stesso sulla scena mediatica.

Sarà che la storia delle morti eccellenti negli Stati Uniti, dai Presidenti ai senatori ai puttanieri di lusso, si conclude spesso con la fine prematura dell’assassino, oltre che dell’assassinato: Lee Oswald venne ammazzato due giorni dopo aver ucciso Kennedy e il suo assassino, Jack Ruby, morì in carcere di embolia polmonare tre anni dopo; solo chi crede alla Befana può credere alla versione del suicidio in cella di Jeffrey Epstein, e potrei proseguire. Per questo mi viene difficile non cogliere l’ alone sinistro che circonda il futuro di Tyler Robinson, il presunto cecchino di Kirk; così come, per altro verso, non credo in un avvenire tranquillo per chi sa troppe cose sulle trame sessuali di Jeffrey Epstein, l’altro fronte che mette realmente a rischio il futuro politico di Donald Trump, e sul quale lo stesso Kirk aveva fatto domande pubbliche troppo scomode per una giovane promessa allevata e prezzolata dai sionisti. Ho la sensazione che siamo solo all’inizio di una vicenda molto oscura e molto intrigante.

 

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Stefano Benni, la fantasia al potere

Perchè Stefano Benni ci mancherà

Quando muore uno scrittore, un intellettuale, un imprenditore, un uomo di scienza, la frase è sempre la stessa, lo stesso ritornello: “Ci mancherà”. Naturalmente non è così, sono davvero pochi quelli che hanno tracciato un solco, battuto nuove vie, inventato un nuovo mondo. Stefano Benni è uno di quei pochi.

Il panorama  dell’ultimo mezzo secolo della letteratura italiana, e del romanzo in particolare, assomiglia a una tranquilla pianura padana, una strada senza scarti, deviazioni, invenzioni. Dopo il grande Italo Calvino abbiamo letto tanti bravi autori ed autrici (i migliori  Daniele Del Giudice ed Elena Ferrante), ma senza avere mai l’impressione di trovarci di fronte a qualcosa di nuovo. Qualcosa di nuovo arrivò con Stefano Benni.

Già nel suo libro d’esordio nel 1976, Bar Sport, Benni appare subito come uno scrittore anomalo. Nei suoi racconti (alcuni diventati iconici) resuscita il genere comico, scomparso da decenni dal panorama letterario nazionale. La sua scrittura comica, e ancora meglio si vedrà nelle sue prove successive, è assolutamente originale, si serve del registro fantastico, del grottesco, della parodia, della satira. Un vis comica incalzante, che va diretta all’obbiettivo, senza pietà. Ecco ad esempio la poesiola La vispa Teresa scritta dopo il disastro di Cernobyl

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
al volo sorpresa
gentil farfalletta

e tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa
“l’ho presa, l’ho presa”

“l’hai presa, cretina
e bene ti sta
– gridò farfallina
– la radioattività!”

“non sai che nei prati
i più ionizzati
siam noi, poveretti,
i piccoli insetti?”

Confusa e pentita
Teresa arrossì
dischiuse le dita
in sei mesi morì

Se La parodia della Vispa Teresa e le altre Ballate (Feltrinelli, 1991) prendono di mira i rapporti intimi e personali (l’amore, il sesso, l’amicizia, la parentela),  la maggior parte dell’opera di Benni allarga lo sguardo al sociale e anche al politico in senso stretto, pescando direttamente dalla attualità. Sono gli anni in cui Benni inizia la sua collaborazione a il manifesto, con raccontini, poesiole e commenti satirici.

L’avevo incontrato nella sua Bologna per una intervista a Linus. Io ero molto giovane, giornalista alle prime armi, lui uno scrittore già affermato, i suoi libri vendevano centinaia di migliaia di copie. Ricordo che mi ha dedicato tutto un pomeriggio, ricordo la sua passione e anche la sua curiosità verso di me, la mia vita, le mie idee. L’intervistato che si interessa all’intervistatore (vi assicuro, capita di rado). Ci siamo rivisti a Montecchio durante una Festa di Cuore, il settimanale di “resistenza umana”.  Anche allora abbiamo parlato di scrittura e di  impegno sociale.  Il lavoro sulla scrittura: i nomi dei protagonisti e dei toponimi (importantissimi per lui) e l’invenzione di parole: i giochi, le parole composte, i ribaltamenti di senso. E l’impegno sociale: l’invenzione di mondi e di storie con un preciso messaggio politico.

Ecco come si apre La compagnia dei Celestini, uno dei suoi romanzi più riusciti insieme a Comici spaventati guerrieri e Baol:
“Nell’anno 1990 e rotti, nel fiorente stato di Gladonia, nella ricca città di Banessa, nell’elegante quartiere dei Palazzi Vecchi nel misero refettorio dei Padri Zopiloti, erano le sedici e trenta, ora di cena.
La grande statua del Cristo col Colbacco sormontava la fila di orfanelli affamati davanti al cisternone di zuppa fumante.
Il volto livido del Signore sembrava annusare con una certa ripulsa il particolare odore che fraudolenza gastronomica di Don Biffero e alcuni Vegetali Ignoti riuscivano a comporre oggi più nauseabonda che ieri. Era un aroma che gli orfanelli, dopo mesi di tentativi e approssimazioni, avevano così felicemente definito: cimitero di cavoli, peti di zoo, fiato di cagnone.”.

Eccoci catapultati in un’avventura metropolitana. dove una banda di intrepidi orfani, LuciferoAlì e Memorino, fanno parte della Compagnia dei Celestini che raccoglie gli spiriti più belli e gli orfani più meritevoli dell’istituto. Gli unici svaghi per i bambini sono il gioco della pallastrada (il nome spiega tutto) e la speranza di trovare due genitori pronti ad adottarli.  Fuggiranno dall’orfanotrofio e metteranno insieme una squadra di orfani e trovatelli per partecipare al campionato di pallastrada. Durante le loro avventure i ragazzi incontreranno i nove pittori pazzi Pelicorti, i magici gemelli campioni di pallastrada, il re dei famburger Barbablù, il meccanico Finezza, il professor Eraclitus e Mussolardi, l’uomo più ricco e avido del paese di Gladonia. E alla fine c’è la grande e sanguinosa partita contro la quadra dei cattivi al soldo del potere, di cui tralascio l’esito.

Se nella Compagnia dei Celestini i protagonisti sono gli orfani, in Comici spaventati guerrieri  l’avvio della storia è l’omicidio di Leone, ragazzo di “estrema periferia”, reo di aver tentato di rubare dei fiori da regalare ad una ragazza. Partendo dalla periferia un gruppo di ragazzi di strada decidono di scoprire la verità su quel delitto, avventurandosi in una recherche urbana piena di pericoli e di sorprese, mettendo in luce il cinismo e la corruzione degli uomini di potere.

Il paesaggio urbano che ci racconta Benni mette in scena un mondo fantastico ma che rimanda, anzi, ricalca il mondo e l’Italia reale, dove continuano a regnare la diseguaglianza e l’ingiustizia sociale. Ecco l’incipit fulminante di Baol: “È una tranquilla notte di regime. Le guerre sono tutte lontane. Oggi ci sono stati soltanto sette omicidi, tre per sbaglio di persona. L’inquinamento atmosferico è nei limiti della norma. C’è biossido per tutti. Invece non c’è felicità per tutti.”  Anche il protagonista di Baol è un periferico, un emarginato, uno strano mago che passa le notti tra nostalgie e sbronze colossali al bar Apocalypso, ma che si getta a capofitto nella battaglia contro i grandi gerarchi.. 

C ‘è una vibrante passione e molta compassione nelle storie picaresche di Benni che sceglie sempre come eroi gli ultimi, i perdenti, gli esclusi, i vecchi, gli orfani, i ragazzi di periferia. Una “periferia” che non si rassegna e scende in campo contro il “centro”, i privilegi, il potere costituito.
C’è anche molta poesia nella sua sua scrittura funambolica e, come accade spesso nei grandi autori comici, spunta dalle righe una inestinguibile malinconia, una malinconia che nulla toglie al comico e al satirico e che riflette la consapevolezza che nella realtà di questi anni, fuori dal cerchio della favola, gli ultimi rimangono ultimi. E’ il disincanto, il senso di sconfitta che Benni confessa delle sue ultime interviste, ma che è già anticipato da una riga terribile di Comici spaventati guerrieri: “I cittadini sono il più grande ostacolo per una democrazia moderna”

La produzione di Stefano Benni è quasi sterminata,  più di 30 libri, tutti pubblicati da Feltrinelli: romanzi, ballate, raccolte di racconti, testi teatrali… C’è l’imbarazzo della scelta per leggere o rileggere le favole comiche di uno “scrittore fantastico e impegnato”.  E se fosse vero il famoso slogan, se la sua fantasia andasse davvero al potere, vivremmo in un mondo migliore di questo.

Immagine di copertina: illustra la Biografia scritta dallo stesso Stefano Benni,  stefanobenni.it/biografia/

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