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Israele, il Leviatano che per divorare Amalek mangerà se stesso

Israele, il Leviatano che per divorare Amalek mangerà se stesso

 

Amalek (/ˈæməlɛk/;[1] ebraico biblico: עֲמָלֵק‎, romanizzato: ʿĂmālēq) è descritto nella Bibbia ebraica come il nemico della nazione degli Israeliti. Il nome “Amalek” può riferirsi ai discendenti di Amalek, nipote di Esaù, o a chiunque vivesse nei loro territori in Canaan, o ai discendenti nordafricani di Cam, figlio di Noè. (Wikipedia)

Lo Stato di Israele nella sua spaventosa veste attuale è una teocrazia democratica, oppure una democrazia teocratica. In quanto tale, è all’avanguardia non solo nelle operazioni di assassinio e mutilazione della popolazione indigena con droni e missili, ma anche nel tentativo di rendere compatibile un sistema giuridico di stampo anglosassone, un apparato giudiziario teoricamente separato dal potere politico e la Torah. La compatibilità risiede in questo: se la Torah dice che devi sterminare tutti i discendenti di Amalek, devi sterminarli, perchè la Torah è la fonte giuridica delle altre norme, la vera costituzione materiale in uno Stato che non ha una Costituzione formale. Quindi nel cestino non va buttato solo il diritto internazionale, che giace appallottolato lì dentro da un pezzo, ma il diritto penale e tutta la teoria della separazione dei poteri, delle prove, del contraddittorio e del giusto processo, sulla quale poggiano tutte quelle che si autodefiniscono democrazie di stampo occidentale, come Israele dichiara di essere. Tutto nel cestino, almeno se stiamo parlando di arabi (non palestinesi: i palestinesi non esistono). Peccato che voler governare secondo il librò di Giosuè, opera di autori ignoti, collocabile attorno al quinto secolo prima di Cristo sulla base prevalentemente di tradizioni orali, sarebbe come se in Italia scrutassimo nelle viscere degli animali come facevano gli aruspici per varare la legge finanziaria, o se in Grecia consultassero l’oracolo di Delfi. Ma Israele rappresenta il popolo eletto, per cui l’apodissi messianica è l’architrave dello Stato.

A proposito di proposizioni apodittiche: quindi, se sei ritratto in una foto assieme a un capo di Hamas, o hai scritto un presunto post di giubilo su telegram (essendo peraltro sotto lo stivale di un regime segregazionista da quando sei nato) sei tu stesso un massacratore di ebrei, travestito da qualcosa, in questo caso da giornalista di Al Jazeera. Quindi noi, un Salvini premiato dagli israeliani e una Meloni che, invece di farlo arrestare, stringe la mano a Netanyahu, massacratore di palestinesi travestito da primo ministro, li dovremmo non dico bombardare – non sono mica arabi – ma almeno mandare alla sbarra come criminali di guerra (quanto alle foto in compagnia di qualche pendaglio da forca, tra tutti e due avrebbero già preso l’ergastolo). Ma noi in Italia siamo garantisti: anzi, se un libico che ci aiuta a gestire il traffico di esseri umani è accusato di stupro di bambini, lo rimandiamo a casa sua con l’aereo di Stato (saremo anche il terzo fornitore di armi di Israele, ma quel minimo di tradizione diplomatica per coltivare buone relazioni con il nord Africa ci è rimasta).

Ma torniamo a Israele, la terra promessa. La Torah va applicata con puntiglio e scrupolo: per me tu sei un terrorista figlio di Amalek, ergo ho il diritto di ammazzare te e tutta la tua troupe, e ho già ammazzato tuo padre, che è pur sempre il padre di un terrorista, quindi ha una culpa in re ipsa – oltre ad essere arabo, che da solo già basterebbe. Giusto per confrontare giornalisti sotto le bombe con giornalisti in sofà, a quale pena bisognerebbe sottoporre i sechi i capezzone le picierno i prado e tutti i difensori di un governo che spara in testa ai bambini e sequestra ai medici in entrata a Gaza tutto il latte artificiale per i neonati? (Ah giusto, paragone inappropriato: a Gaza non esistono giornalisti ma terroristi. A Gaza non esistono palestinesi, ma arabi).

Sì, hai capito bene. Qui e qui    puoi ascoltare e vedere le testimonianze (tra le tante) di due medici d’urgenza che, all’ingresso a Gaza, si sono visti sequestrare dalla polizia israeliana tutte le dosi di latte artificiale destinate ai neonati, che portavano con sé. E tutti i colleghi con i quali hanno parlato riferiscono la stessa cosa: il latte artificiale (la cosiddetta baby formula) viene trattenuto dall’esercito, in modo che nemmeno un grammo possa arrivare negli ospedali dove i neonati stanno morendo di fame. C’è bisogno di uno sforzo logico per capire qual è il senso di tutto ciò? Amalek non deve avere discendenti, quindi far morire i discendenti di Amalek non è peccato, ma è giusto, anzi: è santo. La parola di Dio.

Nella storia della specie umana, quando un popolo decide di farsi dettare la legge da Dio, regolarmente quel Dio risulta il peggiore dei criminali, un angelo sterminatore. Quando guardo ciò che sta facendo il governo – e purtroppo lo Stato – di Israele non mi viene in mente dio, ma un Leviatano che nell’ossessione di divorare tutti gli amaleciti finisce per mangiare se stesso. Acquisisce una terribile attualità la lettera aperta che Hannah Arendt, Albert Einstein ed altri ventisei intellettuali ebrei inviarono al New York Times nel dicembre 1948, alcuni mesi dopo la fondazione dello Stato di Israele. In questa lettera mettevano in guardia gli Stati Uniti dal dare credito all’emergente leader ebraico (bielorusso) Menachem Begin, prima della fondazione di Israele a capo di un movimento terrorista suprematista, responsabile tra gli altri del massacro di Deir Yassin, le cui prassi anticiparono quella condotta coloniale e conquistatrice che è diventata la cifra dello Stato e oggi sembra non avere più ostacoli. Si tratta di un documento centrale non solo per la provenienza e l’autorevolezza dei sottoscrittori, ma in quanto profetico della supremazia che la vena messianica e fascista del movimento sionista ha acquisito sull’anima laica e multiculturale, che ormai si esprime prevalentemente attraverso gli intellettuali ebrei che vivono fuori da Israele.

A questo link puoi leggere il testo integrale della lettera.

 

Cover image. https://www.deviantart.com/rdj73/art/Biblical-Creature-The-Leviathan-1160319462, Creative commons

 

 

 

COME AL CINEMA
un racconto

COME AL CINEMA
un racconto

Per strada non c’è un’anima, solo lui e la sua anima. È una notte di fine inverno, freddissima, senza luna e senza nebbia. I contorni delle cose, le case, gli alberi, i cartelli pubblicitari sembrano ripassati con la china. Il casello di Ferrara sud è chiuso, un incidente dice la radio, un’autobotte rovesciata.

Guarda l’ora sul cruscotto, le due, è ancora in tempo. Tutte le strade portano a Bologna, mancano due ore al suo volo, il check-in chiude alle quattro e un quarto. Niente autostrada, meglio, non gli è mai piaciuto guidare in autostrada, non si vede niente, si parte e si arriva come in un tunnel.

Lascia la Porrettana, la strada che i bolognesi chiamano via Ferrarese e i ferraresi via Bologna, volta a destra e si infila nel lungo rettilineo che conduce a Poggio, la prima stazione dell’antica via Galliera, vede sulla sua sinistra l’antica torre sbrecciata dell’Uccellina.

Spegne la radio. Sua mamma è morta da un anno, un anno esatto. Si è spenta come una candela a fine corsa. Non ha sofferto, si dice sempre così, chissà se è vero. C’era un vecchio prete ad officiare la messa funebre, uno che sua mamma non l’aveva mai vista, aveva fatto un’omelia standard, un mucchio di sciocchezze su quanto era buona e quanto era pia la signora Caterina, e quanto grande fosse la sua fede.

Invece lui sua mamma non l’aveva mai vista pregare, se lo faceva, lo faceva di nascosto e della chiesa cattolica apostolica romana e dei preti aveva una pessima opinione. Forse a Dio ci credeva, ma Dio era decisamente troppo lontano, almeno per lei, meglio Gesù Cristo. Fede o non fede, lei dell’aldilà non se ne occupava e preoccupava, nemmeno a un passo dalla morte aveva perso la sua sublime ironia.

Quando l’aveva interrogata su cosa si aspettava di trovare dall’altra parte: Non ti pare una domanda un po’ prematura, così gli aveva risposto candidamente. Una settimana dopo era già troppo tardi, non parlava più, un pomeriggio aveva chiuso gli occhi e se n’era andata, senza chiedergli il permesso.

Con questo ricordo aveva raggiunto Poggio Renatico. Intanto si era alzato il vento. Nel nero della notte passavano veloci lenzuoli bianchi, arrivavano e sparivano, poi una nebbia opaca occupò tutto il campo visivo. Poco male, pensò, lui non aveva paura della nebbia, la maledizione dell’automobilista per lui non era una maledizione, ci era nato con la nebbia, qui nella bassa padana ci nuotiamo nella nebbia, è come una vecchia zia che ci dà appuntamento ogni inverno,  se non arriva ci rimaniamo male.

Rallentò, azionò i tergicristalli, ancora c’era visibilità a una cinquantina di metri. Vide all’ultimo momento il cartello di San Venanzio. Ora la strada descriveva una lunga curva a novanta gradi. La percorse a venti all’ora, dentro un mare di latte sempre più denso; la curva non finiva mai. Ricordava il cartello di San Vincenzo appena finita la curva, ma anche il cartello era scomparso, come se si fosse infilato nella manica di un cappotto.

E ora? Impossibile proseguire. Fermò la macchina sul ciglio della strada e uscì fuori dall’abitacolo. Stese le mani davanti a sé, sparite. Una nebbia così non l’aveva mai vista, era come sperimentare una quarta dimensione. Ma se il suo mondo era scomparso, che mondo era quello? Un mondo opaco, incognito, diverso, opposto, un Altro mondo. C’era da averne paura?

Si incamminò lentamente. In strada non passava nessuno, era solo, avanzava nel niente di niente, attento solo a non deviare dal pezzetto di asfalto sotto i suoi piedi. Guardò il cellulare: nessun segno di vita. L’aveva caricato prima di partire ma ora era spento, provò a spingere qualche tasto, niente da fare, il telefono era morto.

Forse era passata mezz’ora, gli pareva molto di più, e aveva percorso poche decine di metri. Doveva solo camminare, camminare e non perdere la calma, e sarebbe arrivato da qualche parte, ma la calma se n’era già andata. Si sentiva agitato. No, si sentiva spaventato. Come se in quel mondo ci fosse solo lui e dovesse affrontare da solo il niente dell’universo.

D’un tratto vide una luce nella pancia scura della nebbia. Era una luce piccola, rossa, fioca e lontana. Pensò a quel lumicino che brilla nel bosco delle favole. Riprese a camminare, quella luce era la sua meta, la sua salvezza.

Proprio come nella favola, lui camminava, quasi correva ora, ma la lucina rossa sembrava allontanarsi. La strada faceva un’altra curva, la luce era scomparsa, ma infine ritornò a brillare, finalmente più grande, sospesa sopra la linea dei suoi occhi. Era l’insegna al neon di un bar, Biassanot c’era scritto. Per entrare bisognava salire tre gradini di mattoni.

In quel momento, dalla porta a vetri uscì un signore distinto vestito come a un matrimonio, un completo di lino blu, fazzoletto nel taschino della giacca, camicia di seta azzurra e un farfallino rosa. Il signore gli si avvicinò per sussurrargli all’orecchio: Si accomodi pure, le lascio volentieri il mio posto. Fece per dire grazie, ma il signore scese di corsa i gradini sparendo nella nebbia.

Entrò. Il locale era un unico grande stanzone con un pavimento di vecchie tavole di legno, la sala era illuminata da una lampada a soffitto, emetteva una luce rossa, che lasciava la sala in penombra. Nonostante l’ora, doveva essere almeno l’una di notte, il bar era pieno, tutti i tavolini erano occupati, uomini e donne vestiti eleganti, parlavano tutti a voce molto bassa, producendo un brusio di fondo indistinguibile. Si guardò intorno, gli era venuta una gran sete.

In fondo alla sala c’era un lungo bancone. Lo affrontò subito una barista alta e gentile con un completino azzurro cielo: Anche lei questa notte non riesce a dormire? Ha voglia di parlare o di ascoltare una storia? Si accomodi al suo tavolo, qui non serviamo al banco. La barista gli indicò un tavolo in fondo a sinistra, l’unico che aveva ancora una sedia vuota.

E per l’ordinazione? Può ordinare a me, disse la barista. È che sono un po’ scombussolato, si scusò, è una notte strana. Non deve preoccuparsi, tutte le notti sono strane. Vorrei qualcosa di forte, un Americano. Avrà il suo americano, ma ora faccia il bravo, vada a sedersi al suo tavolo, quello là in fondo.

Si accorse che le gambe facevano fatica a sostenerlo, barcollava, colpa di quella piccola avventura, pensò, e della nebbia, la stanchezza, i pensieri. Si diresse al tavolino che gli era stato indicato. Si sedette senza salutare nessuno e chiuse gli occhi; ecco cos’era, era stanco morto.

Forse si era addormentato per qualche secondo, lo svegliarono le voci dei suoi vicini, o forse dormiva ancora. In quel breve sogno aveva riconosciuto la voce di sua madre e una vecchia scena famigliare, era a tavola, aveva dodici anni e arrivava il suo solito rimprovero: Fammi il favore Alberto, guarda, sembri un sacco vuoto, stai composto sulla sedia.

Aprì gli occhi, o forse no; quella voce continuava: Non mi piaci così, hai la barba lunga, i calzoni sporchi, ti sei lasciato andare in questo ultimo anno. Si raddrizzò sulla seggiola e sbatté le mani sui jeans, erano tutti sporchi di terra.

La barista vestita di azzurro gli portò al tavolo il suo cocktail. Era proprio gentile: Signor Alberto si rilassi, sta andando tutto bene. Ma come faceva a conoscere il suo nome? Quella notte le cose strane cominciavano ad essere troppe.

Sorseggiò il suo Americano e finalmente alzò gli occhi e guardò chi gli stava di fronte. Era una signora minuta con un abitino a fiori, tutta china sul piano del tavolo e con in mano un fante di denari. Tutte le altre carte erano distese sul tavolo tra un bicchiere e l’altro.

La signora non badava a niente e nessuno, era totalmente impegnata in quel solitario che alcuni chiamano Lo Zoppo, dove le carte lunghe (Bastoni e Spade) si devono alternare a quelle corte (Denari e Coppe). Con molta fortuna e un po’ di abilità, alla fine tutte le carte devono tornare ordinate nelle case dei quattro semi. Ma Lo Zoppo non è un solitario generoso.

Quasi sempre qualcosa si blocca, i Re sbarrano la strada agli Assi, le carte lunghe non trovano un compagno tra le carte corte, E allora niente da fare, non si può più andare avanti, si raccolgono le carte, si mischia il mazzo e si ricomincia da capo.

Conosceva bene quel gioco. Era il solitario preferito di sua madre, ogni sera prendeva il mazzo e giocava allo Zoppo. Se il solitario non riusciva, sua madre aiutava la fortuna con qualche mossa non consentita dal regolamento, un piccolo imbroglio, un peccato di cui sua madre si autoassolveva. Hai imbrogliato ancora, le diceva, Ma lei rispondeva con un sorriso birichino alle sue proteste.

La signora del bar seduta di fronte a lui barava al gioco proprio come sua madre, usando la stessa furbizia, gli stessi imbrogli.  Fu allora che si accorse che la signora col vestito a fiori era proprio sua madre, solo un po’ più giovane di come la ricordava e si meravigliò di non essere sorpreso da quella scoperta.

Era sempre stato convinto che un giorno l’avrebbe rivista e avrebbe di nuovo parlato con lei. Ma lei gli doveva qualche spiegazione. Che ci faceva in questo bar di nottambuli. Non era l’ora del tè e pasticcini, non era il suo posto questo.

Sua madre fece una breve risata: Ma Alberto, questo non è un bar, non te ne sei ancora accorto? Questo è un cinema. Il nostro cinema. Volevi sapere com’era dall’altra parte, e anch’io volevo saperlo. Tutti vorrebbero sapere la stessa cosa. Guardati intorno, qui è come al cinema. E durante l’intervallo ci portano anche qualcosa da bere.

Qui vediamo tutto quello che succede dall’altra parte. Non ci annoiamo mai. Sai, io vedevo anche te, ogni minuto della tua vita. Guardavo ma non riuscivo a sentirti. Il nostro cinema è a colori ma non ha il sonoro. Ti vedevo ma non ti sentivo. Fino all’ultimo, quando guidavi come un cieco nella nebbia.

Ascoltava sua madre senza capire di cosa parlava, cos’era questa storia balzana, cosa c’entrava il cinema, ma intanto sentiva il proprio respiro rallentare la corsa, i muscoli cominciavano a rilassarsi. Quel posto, quel bar o qualsiasi cosa fosse, gli sembrava un luogo sicuro. Si sentiva protetto, come non lo era mai stato. Si, stava bene, c’era un bel calduccio che invitava al sonno.

Ma si riscosse improvvisamente, pensò al suo viaggio, all’auto lasciata in strada, agli amici che lo aspettavano all’aeroporto. Si alzò e si diresse di corsa verso il bancone per pagare il suo cocktail. Ma intanto la luce rossa della sala si era spenta. Ora c’era solo un grande schermo bianco e cominciava la musica. La barista gli parlò sottovoce: Vada al suo posto, sta cominciando il secondo tempo. Vedrà, le piacerà.

In copertina: I nottambuli (Nighthawks)  di Edward Hopper

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Presto di mattina /
L’Assunta, varcar la soglia e uscire al sole

Presto di mattina. L’Assunta, varcar la soglia e uscire al sole

“È la morte un’aurora” (Turoldo)

Ecco si tendon le braccia le madri,
di gioia il grembo trasale all’anziana:
più del creato ora grandi parole
da quella soglia avvolgono il mondo.
Udì la voce per prima la sterile,
sentì la grazia il bimbo dal ventre:
quale mistero la carne nasconde,
cosa nascondono in seno le madri!
Udì la donna secondo natura,
il figlio invece secondo il mistero:
e tutto fuori appariva normale,
mentre la giovane prese a danzare:
con quale voce cantavi, Maria!
Gli antichi salmi parevan brillare
di luce nuova e fondere i colli,
e tutti i poveri ti odono ancora!
(D.M. TuroldoG. Ravasi, Opere e giorni del Signore, Paoline, Cinisello B. 1990, 1412).

Canto scaturito dall’incontro di Maria con la cugina Elisabetta, il Magnificat –sussulto di esultanza per il mistero nascente che le due donne portavano in grembo – lo si può leggere come lo spartito musicale/esistenziale in cui si sviluppa la storia e il distino dell’umanità, sulle note della vicenda del venire di Cristo, abbassato, umiliato nella morte, ed innalzato come uomo nella sua risurrezione. Così l’Assunzione di Maria comincia già con questo inno di esultanza, che diviene per noi un segno di sicura speranza, anticipazione e primizia, come il suo, di un compimento certo dell’umano.

L’Assunzione al cielo o la Dormitio Mariae (in greco “Koimesis” “sonno” o “dormizione”), così detta presso le chiese orientali, è la forma del suo morire. Dove, direbbe p. Turoldo “la morte è un aurora”, di più «un attimo d’aurora».

Ma la Morte è come varcar la soglia
e uscire al sole.
La Morte, atto d’amore,
ingresso all’universale Presenza…
È la Morte un attimo d’aurora.
che appena dispiega il nero involucro
della notte ai suoi piedi abbandonato…
O fratelli, Cristo si è incarnato
per uscire dalla vita
e assorbire la Morte,
per giudicare la vita da lontano
come una cosa perduta
e mettersi a cercarla.
Egli se n’è andato da Lui
per sentire la gioia del richiamo,
e gustare tutti i giorni
il Suo bacio fulminante.
Egli non ha lasciato più la carne
da quando è nato, d’allora
non ha lasciato un giorno di morire.
(Turoldo, O sensi miei… Poesie 1948-1988, Rizzoli, Milano 1997, 143-144).

Sulle labbra di Maria morente/dormiente l’ultimo sospiro, suo canto ultimo nei versi del suo cantore:

Tu hai voluto nascere, Tu hai scelto la Morte,
o Dio consorte dell’uomo.
Io vorrei morire come l’aurora
disfatta nel sole, come la notte
nell’ aurora, come la luce nella notte.
Sentire così
quanto dev’essere forte
l’abbraccio di Dio che mi ha fatto
per la mia Morte,
per questo spazio ricolmo
solo dal silenzio del Suo Verbo
risucchio di tutte le parole
(ivi, 142).

L’Assunta, donna dello sguardo dal basso

«Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,/ perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1, 47-48). La sua umiltà sta tutta nel suo sguardo dal basso. Lì comincia e da lì si è compiuta tutta la sua vita. L’umiltà, che equivale ad abbassarsi verso qualcuno, permette di assumere la vita nella sua interezza, perché apre lo sguardo sulla realtà più profonda; e poi come il seme nella terra, dalla terra si innalza, ma non più sola.

L’Assunta è allora colei che ha vissuto guardando con gli occhi della fede verso l’alto, ma senza mai distoglierli dal basso, dal soffrire umano. È colei che ha visto chiaramente anche là dove gli altri chiudevano gli occhi: l’umile storia dei poveri di Dio sotto e dentro i grandi eventi e le vicende sconvolgenti o salutari della storia e dei destini umani, e nel Figlio ne ha intravisto il riscatto, il cambio di sorte.

“Lo sguardo dal basso” è un inaspettato assist venutomi dalla lettura di alcune pagine di Resistenza e resa che raccoglie gli scritti della prigionia del pastore protestante e teologo Dietrich Bonhoeffer, scritte dal carcere di Flossenburg dove incontrò la morte per mano dei nazisti il 10 aprile 1945.

Egli scriveva: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi – in una parola: dei sofferenti.

Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vederla grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la riflessione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale», (Lo sguardo dal basso, in Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Queriniana, Brescia 2002, 40).

Senza terreno sotto i piedi

Alla domanda che cosa volesse fare della sua vita, Bonhoeffer rispose: “Imparare a credere” (Lettera del 21 luglio 1994) seguendo Cristo. Perché la fede è sequela, avvia una relazione interpersonale, si connota come peregrinazione e beatitudine.

E il concilio ha evidenziato questo tratto della fede in cammino, proprio in Maria, la peregrinazione della sua fede verso il tesoro nascosto, la perla preziosa: «Così anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, soffrendo profondamente col suo Unigenito», LG 58). Peregrinazioni di madre dietro le peregrinazioni del Figlio, transito della madre nella pasqua del Figlio.

Il terreno viene a mancare sotto i piedi a chi cerca nella fede un fondamento statico. La fede non è un punto inamovibile, un bene di rifugio in cui nascondersi estraniandosi dal resto; né certezza acquisita una volta per tutte. Semmai è itineranza continua, claudicante: l’altro mi manca; è rischiare tutto in avanti nell’altro e in lui sa essere certa la meta e la dimora. Speranza concreta che assume in sé il mistero del portare l’altro, solleva chi è in basso, fa suo tutto il travaglio che comporta il passare da un’umanità divisa e lacerata in frammenti a una pluralità pienamente unita.

La fede calca il sentiero che porta dall’uomo dal cuore doppio, instabile in tutte le sue vie, all’“anthropos téleios” (Bonhoeffer), all’essere umano compiuto che affronta con animo indiviso e compassionevole le frammentazioni, gli sconvolgimenti del mondo coniugando le esigenze di una spiritualità integralmente vissuta senza rinunciare ad una fedeltà alla terra e all’umanità fianco a fianco ad esse.

Suggestiva è allora l’immagine che di questa itineranza dà Bonhoeffer: «Noi ci troviamo nella stessa situazione di chi vuole camminare su un mare di lastre di ghiaccio galleggianti. Costui non può mai fermarsi, non può mai pensare troppo a lungo al prossimo passo, altrimenti gli manca il terreno e sprofonda nell’abisso; appena ha spiccato un salto deve subito pensare al prossimo, e poi ad un altro e ad un altro ancora, sotto di lui l’abisso e davanti, egli lo sa, la terra» (Cit. in A. Gallas, Anthropos téleios. L’itinerario di Bonhoeffer nel conflitto tra cristianesimo e modernità, Queriniana Brescia 1995, 332-333).

Attraverso la Pasqua riceviamo la forza della vita

L’assunzione di Maria è il suo “transitus”, è la sua Ascensione. l’Assunta così significa, ripresenta ed attua in lei lo stesso destino del Figlio: l’itinerario che lega insieme la risurrezione con la sua ascensione.

Annota in una lettera Bonhoeffer: «È da tempo che amo in modo particolare il periodo che intero corre tra la Pasqua e l’Ascensione. Anche qui è in gioco una grande tensione. Come possono gli uomini sopportare tensioni terrene, se non sanno nulla della tensione tra cielo e terra?» (Resistenza e resa, 356).

E alla madre dal carcere (10 aprile 1944) scrive: «È stato sempre molto importante per me il tempo che intercorre tra la Pasqua e l’Ascensione. Il nostro sguardo si dirige già a quest’ultimo evento, ma restano gli impegni, le gioie e i dolori che abbiamo su questa terra, ed è attraverso la Pasqua che riceviamo la forza della vita… preparato alle cose ultime, all’eternità, e tuttavia ben presente agli impegni, alle bellezze e alle pene di questa terra. Solo su questa strada possiamo essere, gli uni di fronte agli altri, del tutto lieti e tranquilli. Vogliamo ricevere, con le mani tese e aperte, ciò che Dio ci dona, e rallegrarcene di tutto cuore; e vogliamo rinunciare con cuore pacifico a ciò che Dio ancora non ci concede o ci toglie» (Resistenza e resa, 356).

Pasqua significa vivere partendo dalla risurrezione

E all’amico Eberhard Bethge scrive: «Pasqua? Il nostro sguardo cade più sul morire che sulla morte. Per noi è più importante come veniamo a capo del morire che non come vinciamo la morte. Socrate ha vinto il morire, Cristo ha vinto la morte. Venire a capo del morire non significa ancora venire a capo della morte. La vittoria sul morire rientra nell’ambito delle possibilità umane, la vittoria sulla morte si chiama resurrezione.

Non è dall’ars moriendi, ma è dalla resurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore. Se un po’ di persone lo credessero veramente e si lasciassero guidare da questo nel loro agire terreno, molte cose cambierebbero. Vivere partendo dalla resurrezione: questo significa Pasqua. Non trovi anche tu che la maggior parte delle persone non sanno a partire da che cosa vivono?» (ivi, 346).

Il Magnificat è come una lettera dell’Assunta anche per noi, in cui canta la sua esperienza di fede attraverso il suo sguardo dal basso, un invito che attraversa le generazioni a fare altrettanto, una porta che apre alla speranza.

Per Bonhoeffer, quando gli giungevano le lettere, era come se si aprisse la porta della prigione. Lo scriveva così ai genitori Karl e Paula: «Il bisogno di gioia è molto grande in questa casa tanto severa, dove non si sente mai ridere – e anche il personale di guardia, con le esperienze che si fanno qui, sembra aver disimparato a farlo – e ogni fonte di gioia, interiore o esteriore, la si sfrutta sino in fondo.

Oggi è la festa dell’Ascensione, un giorno di grande gioia per quanti credono che Cristo governa il mondo e la nostra vita. Il pensiero va a voi tutti, alla Chiesa, ai riti liturgici, cui da tanto tempo sono impedito, ma anche ai molti sconosciuti che in questa casa rimuginano silenziosamente sul loro destino. Questi pensieri e altri simili in fondo costantemente mi trattengono dal dare una qualche importanza alle mie piccole privazioni. Questo sarebbe ingiusto e segno di ingratitudine» (ivi, 86).

“La terra è fatta di cielo”

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
(F. Pessoa, Una sola moltitudine, v. 1, Adephi, Milano 1979, 161).

Questi versi di Fernando Pessoa (1888-1935), uno dei maggiori poeti di lingua portoghese, paragonato a Luís de Camões (1524 circa – 1580), l’Omero della poesia portoghese, mi hanno fatto riandare a quelli iniziali di p. Turoldo “Ma la Morte è come varcar la soglia/e uscire al sole”.

E ho magnificato la poesia, che anche su questo è riuscita a giocare d’anticipo, ha colto prima del sentire della mia stessa fede la stessa esperienza di quando in montagna portavo i ragazzi lungo le mulattiere in salita, restavo dietro per l’età e per non perdere nessuno.

Quando li vedevo scomparire dietro le curve, più nessuno, né il loro vociare, solo silenzio e il vento tra le foglie, mi dicevo, sono oltre la curva della strada, e mi affrettavo allora – come quella volta di Maria verso la casa di Elisabetta – e al fine li vedevo di nuovo camminare svelti, svelti sul sentiero ancor più ripido verso la cima.

E in quel tempo di assenza, di vuoto, un attimo lunghissimo, pensavo ai miei cari morti e a quelli che mi avevano preceduto nella fede, nel sacrificio e nella fedeltà alla vita e li pensavo così come loro, i ragazzi, oltre la curva della strada.

Beata poesia e il suo poeta, che precorri la fede stessa e la rallegri rincuorandola con il tuo magnificat.

Il “Magnificat” di Pessoa, una teofania

E andando ancora oltre, fiducioso bracconiere tra i versi del poeta, sono rimasto in agguato tra le pagine di Una sola moltitudine. E vagando senza meta ho udito alfine il canto del suo Magnificat. Un testo che a detta della critica va oltre, trascende la moltitudine sparpagliata dell’al di qua dell’esistenza, di ieri e dell’oggi, proteso e disteso verso il domani segretamente atteso come ombra dell’aurora (la scrittrice Dalila Pereira da Costa vi ha intravisto come una “teofania”).

Pessoa nel suo ultimo pensiero, attendendo la morte scriveva: “non so cosa porterà il domani”. Domani, “Il mondo che non vedo” – titola una sua raccolta – e che ne richiama un altro del poeta “Quando mi desterò dall’essere desto?” come se la vita fosse solo un sogno, dormitio, per poi risvegliarsi; così sembrano far pensare anche le ultime parole del suo Magnificat: “Sorridi nel sonno, anima mia!/Sorridi anima mia: sarà giorno!

 

“Magnificat” di Fernando Pessoa: testo

Quando passerà questa notte interna, l’universo,
e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall’essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Sì, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!
(Ivi, 401).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

FILASTROCCA DEL FERRAGOSTO CONTRAPPOSTO

FILASTROCCA DEL FERRAGOSTO CONTRAPPOSTO

Quando arriva il Ferragosto
per la tristezza non c’è posto;
ai mari, laghi, monti o città
il divertirsi è una necessità.
Se sia giusto così io non lo so
ma sento che c’è chi dice “No”…
È la gente che è nell’ospedale
dove si guarisce stando male,
è la gente chiusa in galera
dove è quasi sempre sera,
sono le persone sui barconi:
rischiano vita ed abbandoni,
sono quelle senza un tetto:
una vita dentro lo zainetto.
Dico io, perché per una volta
non possiamo dire: “Ascolta”
e ci proviamo tutti insieme
a non considerare blasfeme
cose che son da trasformare
se riusciremo noi a cambiare.
Non è facile, io questo lo so,
ma basta coi “Vorrei ma però”.
Se faremo tutti la nostra parte
l’altruismo diventerà un’arte.
Se penseremo pure agli altri
non diventeremo solo scaltri.
Vivendo come essere umani
saremo artigiani del domani!
Dipende da noi, non dai destini,
siamo uomini e non manichini.
A tutti, e non solo a Ferragosto,
auguro un “Buon Contrapposto”.

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole a capo
Sonia Tri: «Lasciami tutto il tempo per capire» e altre poesie

“Oggi vi sono parole per vendere, parole per comprare, parole per fare parole, ma sono scarse le parole per pensare”
(Gianni Rodari)

Parole a capo <br> Sonia Tri: «Lasciami tutto il tempo per capire» e altre poesie

Lasciami tutto il tempo per capire.

L’energia dei semi di sesamo
di un pane chiaro sconosciuto
e nuvole basse per partire.
Per confondere i capelli bianchi
dell’umanità.
La pronuncia buona delle parole,
mai comprese di ogni dio.
Parlami delle stagioni,
quando trascorrevano leggere,
ed io non mi accorgevo,
di quanto fosse difficile vivere.
Dimmi che non si muore di solitudine
dopo avere sognato tutta la vita,
solo un po’ d’amore.
Dimmi che i rimpianti
non faranno sempre troppo male.
Che c’è ancora tempo per cambiare,
per scoprire che la libertà
ha il colore degli occhi dei bambini.

 

*

 

E’ per te che non ascolto
ogni rumore.
Che non seguo ogni direzione
del vento,
quando strilla forte
e tutto il resto
ammutolisce.
Siamo Cosmo nel silenzio,
Tu, io e ogni altra cosa
che esiste.
Nessuna guerra
renderà più forti i silenzi.
Siamo parte di un equilibrio
sconosciuto,
affine soltanto all’amore,
alla bellezza
dell’esistenza
e noi esistiamo.
Ora qui, per caso,
per mia e tua fortuna.

 

*

 

Mi piacerebbe
essere pioggia
per sentire la terra
impregnarsi e germogliare
Cadere fitta,
sul mondo.
Nelle notti di primavera,
nelle notti di guerra.
Nei suoi immensi silenzi.
Poi libera sul tuo viso,
sulle tue mani,
sul mare.

 

*

 

E ti prometto,
accada ciò che deve accadere,
che sarò sempre
l’anima dei pioppi,
dei giocolieri d’estate,
venuti da lontano.
Il teatro delle donne di ogni tempo,
con gli uomini in guerra
ed il nascondiglio della vita
in grembo.
Sarò sempre nella giustizia
di qualche dio comprensivo
e ti prometto anche che in me,
ci sarà sempre una realtà
più furba dei sogni.
Che non invecchierò mai,
se tu non lo vorrai.

 

Foto di Roman Grac da Pixabay

 

Sonia Tri nasce a Pordenone nel 1969. Appassionata di poesia, si cimenta presto nella composizione in versi. Due, le sillogi pubblicate : “Senti come respirano gli alberi” (2013) e “Tutti i colori del cielo a settembre” (2020). Presente in molte antologie, cura la pagina Facebook: “Le parole di Sonia Tri“. In “Parole a Capo” sono state pubblicate poesie di Sonia Tri il 6 giugno 2024, il 19 ottobre 2023, il 17 febbraio 2022 e il 1 luglio 2021.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 298° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Istantanee dalla Palestina di oggi e un’ elegia per i bambini ebrei e palestinesi di domani

Istantanee dalla Palestina di oggi e un’ elegia per i bambini ebrei e palestinesi di domani

Google è un formidabile strumento di ricerca, da usare con un minimo di consapevolezza e mantenendo il gusto per l’approfondimento. Se scrivi “Francesca Albanese” uno dei primi risultati che compare è quello di  Govextra, e c’è scritto “sponsorizzato”. Vuol dire che Govextra.gov.il, sito dell’agenzia governativa di Israele che cerca di distruggere la reputazione della Albanese, paga Google perchè la maggior parte della gente legga lo sputtanamento.

Govextra è un sito fantastico, ti invito a visitarlo. L’impronta coloniale si coglie subito dal simpatico sottomenù, questo, curato dal Ministero per l’immigrazione: che ti invita, se sei un ebreo nel mondo che magari sta bene dov’è, a sceglierti il posto giusto dove “tornare alla Terra Promessa” (aliyah), con l’indicazione del numero di insediamenti di immigrati israeliani già presenti per ogni luogo. Tra le opzioni ci sono diverse città israeliane, e fin qui nulla di strano: inoltre però c’è il Golan, che è in Siria; Shomron, che è in Cisgiordania; Ariel, anch’essa in Cisgiordania, presa a colpi di missili e cannoni nel 1967 ma non riconosciuta da nessuno come territorio israeliano. Come se un’agenzia immobiliare ti dicesse “vieni, questa è casa tua, è la tua terra, che aspetti?”. Pensano loro a tutto. Tanto, se la terra è occupata, si trova fuori da Israele e ci vivono altre famiglie, non c’è problema: a farle sloggiare dalle loro case ci pensano i coloni e l’esercito. Tutto questo sul sito ufficiale del governo. (Nota: qualcuno sta iniziando a preoccuparsi anche a Cipro, leggi qui).

 

Archeologia coloniale

Nonostante tutto, i ragazzi israeliani continuano a farmi sperare. O almeno alcuni ragazzi.

Questo video merita di essere visto.

E’ stato postato da un ragazzo bianco, ebreo, residente a Tuwani, insediamento palestinese in Cisgiordania, che si vede piombare in casa di notte dei soldati israeliani armati, classico fare gentile, con al seguito dei coloni, che mettono a soqquadro il villaggio con il pretesto che lì un tempo c’era una antica sinagoga e quindi è terra ebraica, da colonizzare. Questo ragazzo spiega come stanno le cose: “se anche fosse vero, perchè assaltare il villaggio di notte con le armi? Se il vostro argomento è che qui gli ebrei non sono al sicuro, mi presento. Ciao, io sono ebreo, vivo qui. La “sicurezza degli ebrei” è una stronzata che Israele usa per colonizzare le terre palestinesi. Ad ogni modo, qui non c’era un’ antica sinagoga. E’ stata designata come tale da un colono “archeologo”, che è una vera e propria professione. I coloni pagano qualcuno per venire, osservare qualcosa e affermare che è di origine ebraica. Normalmente è un cumulo di pietre, ma si tratta di una scusa per rivendicare la proprietà della terra. Se chiedi a un sionista di spiegarti la storia di questi luoghi, sarà come se gli ebrei avessero vissuto qui fino a duemila anni fa, quando furono espulsi e poi non accadde nulla finché non tornarono alla fine del diciannovesimo secolo. Ovviamente non è così, nel frattempo ci sono state dozzine di civiltà che hanno contribuito alla cultura di questa terra. Ma la storiografia israeliana non è interessata a questo, perché il suo interesse è giustificare il progetto coloniale. Questo porta alla distruzione della storia. Ad esempio, nel sito archeologico di Silwan (Gerusalemme sud-est) stanno distruggendo interi strati di dati e manufatti solo per arrivare alla parte ebraica. Ho imparato che la storia, l’antropologia, l’archeologia e le scienze sociali possono essere utilizzate al servizio del progetto coloniale”. Con la sua testimonianza audio e video di 2 minuti, questo ragazzo ebreo ha mostrato la realtà in maniera più lampante di quanto possa fare un reportage o un saggio di storia.

 

Un’elegia per i bambini ebrei e palestinesi di domani

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese-statunitense, che tocca le corde più intime dell’ umanità sepolta nei recessi della nostra anestesia. La si può reperire facilmente sul web superando la pigrizia e la sciatteria del nostro cazzeggio inutile. Invitata alcuni mesi fa a Oxford nell’ambito di un dibattito su Israele e Palestina, Susan Abulhawa ha fatto un discorso straziante e altissimo. Qui lo puoi vedere e ascoltare per intero, mentre a questo link puoi leggerlo integralmente. Su youtube ha 26.000 visualizzazioni, mentre dovrebbe averne 260 milioni. Se lo ascolti dalla sua viva voce, cosa che ti consiglio, fa ancora più impressione che leggerlo. Depurato dalle descrizioni più crude e intollerabili, sono irragionevolmente convinto che sarà il testo scolastico sul quale i bambini israeliani, palestinesi, caucasici, africani, asiatici riuniti nella stessa classe studieranno tra vent’anni la storia di questi orrendi mesi, e del tempo che li ha preceduti.

 

“Non capirete mai la sacralità degli ulivi, che avete tagliato e bruciato per decenni solo per farci dispetto e per spezzarci un po’ di più il cuore. Nessuno nativo di quella terra oserebbe fare una cosa del genere agli ulivi. Nessuno che appartenga a quella regione bombarderebbe o distruggerebbe mai un’eredità antica come Baalbak o Battir, o distruggerebbe antichi cimiteri come voi distruggete i nostri, come il cimitero anglicano a Gerusalemme o il luogo di riposo degli antichi studiosi e guerrieri musulmani a Maamanillah. Coloro che provengono da quella terra non profanano i morti, ecco perché la mia famiglia per secoli è stata custode del cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi, come atto di fede e cura per ciò che sappiamo essere parte della nostra discendenza e della nostra storia…. Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava avreste potuto spazzare via dalla terra. Siamo il suo stesso suolo. Noi siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché tutto ciò è stato nutrito dai nostri corpi e dalle nostre vite nel corso di millenni di continua e ininterrotta abitazione di quel pezzo di terra tra il Giordano e le acque del Mediterraneo, dai nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici, da ogni conquistatore o pellegrino che è venuto e se n’è andato, che si è sposato o ha violentato, amato, ridotto in schiavitù, si è convertito, insediato o ha pregato nella nostra terra lasciando pezzi di sé nei nostri corpi e nella nostra eredità. Le storie leggendarie e tumultuose di quella terra sono letteralmente nel nostro DNA. Non potete ucciderlo o portarvelo via con la propaganda, non importa quale tecnologia di morte usate o quali arsenali di Hollywood e società di media schierate. Un giorno la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera, sarà restaurata alla sua gloria multireligiosa, multietnica e pluralistica, ripristineremo ed estenderemo i treni che vanno dal Cairo a Gaza, a Gerusalemme, Haifa, Tripoli, Beirut, Damasco, Amman, Kuwait, Sanaa e così via, porremo fine alla macchina da guerra sionista-americana di dominazione, espansione, estrazione, inquinamento e saccheggio. … e voi o ve ne andrete, o imparerete finalmente a vivere con gli altri come pari.”

Susan Abulhawa

 

photo cover tratta da https://www.invictapalestina.org/archives/42302

Chi è Susan Abulhawa: https://www.anbamed.it/2025/01/01/intervista-a-susan-abu-alhawa/

Sono stato l’uomo della guerra


Sono stato l’uomo della guerra

Ho vissuto due vite. La prima non l’ho scelta, mi è capitata. Solo adesso, dopo una lunga lotta l’ho addomesticata, riesco a tenerla a bada e mi fa meno paura.”

Così nel prologo del libro Ero l’uomo della guerra. La mia vita da fabbricante di armi a sminatore uscito nel 2023 per Laterza.
Incontro l’autore, l’ing. Vito Alfieri Fontana lo scorso 20 luglio, ad una presentazione del suo libro, nel gremitissimo Auditorium di un piccolo comune montano della provincia di Trento, Pellizzano. Ho scoperto l’iniziativa quasi per caso, passando per questo piccolo, ma vivace paesino, durante la mia breve vacanza in Val di Pejo.

Ad intervistare Vito, c’è Emanuela Arcaleni della Rete Insegnanti Italia, poiché la serata si inserisce nel percorso formativo di una Scuola interuniversitaria promossa da diversi Enti, tra cui il Dipartimento di Scienze Cognitive dall’università di Trento, la Cattedra UNESCO della Cattolica di Milano, l’istituto universitario Salesiano di Venezia, il Centro Studi CARE della Cattolica di Piacenza, l’NGO.
Dell’incredibile storia dell’Ing. Fontana, si è parlato e scritto solo qualche anno fa, in concomitanza dell’uscita del libro, ma credo che il nostro presente, così deprimente e negativo, abbia bisogno di ritrovare una bella storia con il suo carico di ottimismo e di speranza.

Vito Alfieri Fontana (foto A. Poggi)

Vito seguiva la costruzione e la progettazione di mine antiuomo nell’azienda di famiglia, la Tecnovar, in Puglia, una delle due aziende italiane che sul finire degli anni Settanta si spartiva il business di questi micidiali ordigni. Come ha ricordato all’inizio del suo intervento, lui stesso aveva progettato la mina TS-50 forse quella più micidiale e innovativa. Quindi la più richiesta, perché poteva entrare in azione anche a distanza di dieci anni dalla posa, mutilando e sfregiando senza pietà chiunque entrasse nelle sue vicinanze.
Il sofferto e travagliato percorso di redenzione da questo destino di morte Vito lo identifica in un preciso momento, nel 1993, quando aveva poco più di quarant’anni.
Suo figlio, che allora ne aveva circa otto, in auto, si trova casualmente a sfogliare uno dei depliant che pubblicizzano le TS-50 e comincia a tempestarlo di domande…

Papà tu costruisci armi ?
Alla sua inevitabile risposta affermativa, ecco il primo macigno che si stacca dal suo cuore.
Perché proprio tu ?! Sei un assassino !!
Anche se Ludovico, suo figlio, immediatamente si ritrae, spaventato egli stesso dalla gravità di quello che ha detto al padre, il dado è tratto.

Di lì a poco, arriverà la telefonata di Gino Strada, che al rientro da una missione umanitaria in Kurdistan, lo interpella brutalmente:
Ingegnere, è una carneficina. Bisogna fare qualcosa !”
Emergency arriverà dopo, ma la montagna comincia a franare, diventando una valanga inarrestabile quando Don Tonino Bello, con Pax Christi, lo invita ad un dibattito sull’argomento a Bisceglie, nell’ambito di quella campagna per la messa al bando delle mine che di lì a poco raggiungerà il suo obiettivo. Accetta e la discussione diventa inevitabilmente un atto di accusa. Ma come racconta, quando si è attaccati, ci si difende e così fa anche lui. Una domanda però arriva a segno:
Ma lei cosa sogna la notte ? Che scoppi un’altra guerra per produrre tante mine e guadagnare un sacco di soldi ? Ma che razza di vita è la sua ?”
È la frana. Da allora la decisione è interiormente presa, ma cosa non semplice, va trasformata in atti concreti, contro la contrarietà del padre e con le difficoltà che la chiusura dell’attività pone in termini di posti di lavoro. Erano circa cinquanta i dipendenti della Tecnovar e la sua decisione inevitabilmente li coinvolgeva.

La seconda vita

La riconversione civile, anche se tentata, non è risultata praticabile. I margini operativi dichiara nel corso della serata, sono insostenibili, perché come confessa, il guadagno dell’industria bellica è fuori mercato e dove lavorano dieci operai, nel civile, ci si deve accontentare di uno solo e spesso non è sufficiente, perché la concorrenza al ribasso è la regola. Vito ha però il sostegno della moglie e dei figli. Tutto il contrario di quello che succede in un vecchio film di Alberto Sordi “Finché c’è guerra c’è speranza” del 1974, la cui scena cardine – proiettata durante la presentazione – mostra come la coscienza si possa tacitare pur di continuare a fare la bella vita, visti i margini di profitto che il settore bellico assicura a chi lo frequenta. Lo ricordiamo tutti: “Pecunia non olet”.
È il 1997, anno in cui il Senato italiano ratifica la Convenzione di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo e Nicoletta Dentico, anima della Campagna internazionale che ha portato a questo straordinario risultato viene insignita del Premio Nobel per la Pace. Vito è senza lavoro, quando viene invitato proprio dalla Dentico a partecipare ai lavori conclusivi della Convenzione ad Oslo. La sua esperienza professionale nel settore diventa infatti preziosa per seguire i famosi dettagli in cui si nasconde il Diavolo. Lo rivela lui stesso, raccontando di come la sua conoscenza tecnica abbia scongiurato una serie di “tranelli” normativi che rischiavano di inficiare la scrittura di alcune importanti prescrizioni. La sua seconda vita inizia di lì a poco, nel 1999, quando sente uno spot di INTERSOS che ricerca sminatori per il Kosovo. Il 15 settembre dello stesso anno atterra a Pristina e comincia quella che definisce la sua “terapia”. E’ stato in Bosnia ed in Serbia. Quasi vent’anni a sminare territori fortemente compromessi, restituendo la tranquillità di tornare a vivere nelle proprie case a migliaia di persone. Adesso dorme meglio, ma il peso di quello che ha fatto nella sua prima vita continua a pesare.

L’attualità

Qualcuno dal pubblico gli chiede come giudica la recentissima decisione del Presidente dell’Ucraina di uscire dalla Convenzione di Ottawa, a cui il suo Paese ha aderito a differenza della Federazione Russa, che con Stati Uniti, Cina, Israele e Vietnam sono attualmente gli unici grandi attori internazionali che non l’hanno sottoscritta. Pur riconoscendo la palese asimmetria della situazione e l’utilizzo che la FR sta facendo di questi ordigni micidiali, pensati solo ed esclusivamente per far ‘male’ in modo indiscriminato soprattutto alla popolazione civile, Vito ha ricordato che sul piatto della bilancia da una parte ci sono le regole, ma dall’altra i fondi per lo sminamento. L’Ucraina ne ha fortemente bisogno, perché ci sono vaste aree del paese interessate da questo flagello. Ha raccontato che nella sua attività di sminatore ha trovato mine piazzate nei frigo, negli sciaquoni e via discorrendo. Scelte letali e totalmente amorali, se si vogliono usare queste categorie concettuali. Uscire dalla Convenzione dunque, secondo lui ha un’esclusiva valenza politica. I tempi materialmente sono lunghi e quindi Zelensky punta probabilmente sull’effetto annuncio, come ulteriore estrema forma di pressione internazionale.

Ma la legalità internazionale è ormai in caduta libera. Come conferma, semmai ce ne fosse bisogno, l’uso spregiudicato che si sta facendo della nuova arma che sta soppiantando come amoralità estrema, quello delle mine antiuomo. Sono sicuro che avete già capito che sto parlando dei droni. Ho fatto una domanda specifica su questo argomento a Vito. Gli ho chiesto se la Convenzione di Ottawa o qualche altro Accordo internazionale, prevede una qualche forma di regolamentazione sulla costruzione, la commercializzazione e soprattutto l’uso dei droni a fini bellici. Ci sono discussioni, ma non esiste al momento alcun accordo sui droni in scenari di guerra.
L’argomento è estremamente complesso e vale la pena riprenderlo in altro momento. Con Vito ci siamo lasciati con la promessa che avrei cercato le risorse per invitarlo a Ferrara, perché la sua storia deve essere ancora raccontata.

In copertina: Vito Alfieri Fontana,  immagine Vicino/Lontano

Vasco Rossi, il premio per la tutela dell’ambiente e i concerti in programma al Parco Urbano

VASCO ROSSI PREMIATO DA LEGAMBIENTE PER LA TUTELA DELL’AMBIENTE

“Sono i valori che condivido” 
Il cantante ha ringraziato con un video sui social: “Sono i valori che condivido”

(Dal Sito ufficiale di Vasco Rossi)

QUINDI I DUE CONCERTI AL PARCO URBANO DI FERRARA SONO  TUTELA DELL’AMBIENTE?

SCRIVIAMO A LEGAMBIENTE E A VASCO UNA LETTERA COLLETTIVA DI PROTESTA.
Caro Vasco Rossi, Cara Legambiente
Sono felice che a Ripescia sia stato attribuito a un autore tra i più amati in Italia un premio per la cultura della pace e la tutela dell’ambiente, tutti noi fans ne siamo orgogliosi, ma i premi non si vincono con le dichiarazioni , quelle non costa niente farle, ma soprattutto con la coerenza nelle pratiche e nelle azioni che si svolgono nel proprio lavoro, e nei comportamenti individuali, specie quando la persona premiata è assunta a simbolo da tante e tanti, giovani e meno giovani
Per un musicista queste praticano si identificano anche i concerti e con il modo con cui questi si organizzano e nei luoghi dove si svolgono. A Ferrara sono stati programmati e annunciati in pompa magna i due concerti di apertura del Vasco nel Parco urbano Giorgio Bassani di Ferrara. Per chi non lo sa è un parco pubblico ed un un luogo ricco di biodiversità ed ha un valore simbolico forte, usato dai cittadini e non adatto a ospitare eventi che porteranno più di 100.000 persone. Vi è già stato un precedente: il concerto di Brice Springsteen del 2023 che ha coinciso con la prima alluvione in Romagna, viste anche le abbondanti piogge che richiesto di riempire l’area del concerto di paglia per drenare l’impatto dei campi bagnati. Il parco ne è uscito devastato e ancora non si è ripreso. Questa vicenda ormai in Italia è diventata paradossale e riguarda le amministrazioni sia di destra che di sinistra e riguarda l’abuso degli eventi come attività necessarie per il rilancio economico, culturale e internazionale di città e di territori che non sono in grado di pianificare il proprio sviluppo.
La vittima prima di tutto è la città come bene pubblico e di conseguenza il diritto alla città per tutti. La politica devastante degli eventi ad alto impatto musicale sta: determinando la privatizzazione di porzioni ampie della città con vantaggi a favore delle agenzie private che promuovono gli eventi; rende impossibile la vita quotidiana delle persone che abitano attorno ai luoghi degli eventi come nel caso della piazza rinascimentale Ariostea di Ferrara; si danneggiano e si degradano luoghi storico-monumentali; si devastano luoghi ambientalmente delicati quali sono i parchi e i giardini come il parco urbano di Ferrara, il parco reale di Monza, nel parco mediceo di Pratolino o l’esedra di Palazzo Te a Mantova. Luoghi molto diversi ma accomunati dalla delicatezza che può essere patrimoniale o ambientale, associata anche alla biodiversità.
Il tour di Vasco Rossi si svolge in gran parte in stadi: perché non a Ferrara visto che abbiamo uno stadio di serie A senza squadra? E l’aeroporto, visto i soldi pubblici che spenderemo, non lo potremmo utilizzare anche per questo evento? Certo che si potrebbe, ma il potere che comanda ha bisogno di rivendicare continuamente la sua autorità e siccome il Comune di Ferrara ha deciso, stoltamente, di farlo nel parco urbano non si prendono nemmeno in considerazione i rilievi dei cittadini e delle associazioni preoccupate per l’impatto di questi eventi.
Vasco Rossi visto che hai ricevuto un premio per la tutela ambientale questi piccoli problemi te li poni? Sei disposto a discuterne?
AMICI DI LEGAMBIENTE DI FERRARA E DELLA EMILIA-ROMAGNA CHE NE PENSATE DI QUESTO PREMIO E DI QUESTA VICENDA ?
Forse sarebbe opportuno indirizzare una lettera collettiva all’artista, visto che le istituzioni sono sorde ricordandogli che il rapporto tra tutela dell’ambiente e legalità si esercita anche nel rispetto dei diritti di tutti i cittadini, e anche dell’ambiente. Gli spazi per fare concerti non mancano, basta solo la buona volontà.
Cover: Il laghetto del Parco Urbano Bassani a Ferrara (foto Valerio Pazzi)

PIROMANI POMPIERI DELLA PALESTINA

PIROMANI POMPIERI DELLA PALESTINA.

“Un giorno quando sarà sicuro,
quando non ci sarà alcun rischio personale
nel chiamare le cose con il loro nome,
quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”.

Dopo tre settimane di devastanti bombardamenti su Gaza, Omar El Akkad il 25 ottobre 2023 ha pubblicato queste parole dal tanto valore profetico quanto quello espresso un anno prima da Alpha Blondy in Pompier pyromane (pompiere piromane), una canzone contro la guerra che denuncia la manipolazione delle masse e tutti coloro che, ipocritamente, pretendono di risolvere conflitti che hanno volontariamente creato e dai quali traggono vantaggio.

“Tu vendi le armi che fanno soffrire le nostre anime
Tu attizzi le fiamme che spegni con le nostre lacrime.
Il padrone dell’universo spezzerà il tuo cuore di pietra.
Egli sente le nostre lacrime, egli sente le nostre preghiere.
Parli della crisi, ma sei tu la crisi.
Bombardi le moschee, bombardi le chiese.
Le moschee corrono in aiuto delle chiese Oh!!! Le chiese corrono in soccorso delle moschee. Le Nazioni Unite non sono più credibili !!
E le nostre lacrime non sono udibili !!”.

L’ultima frontiera del trash televisivo: Temptation Island

L’ultima puntata del reality Temptation Island è stata seguita da 4 milioni e seicentomila telespettatori, con uno share che ha sfiorato il 33%.

Anch’io faccio parte del cospicuo gruppo, che sta per raggiungere il numero degli italiani caduti in povertà assoluta, che sono circa 6 milioni. Devo ammettere che è stata un’esperienza interessante, a tratti tragica, a tratti di una comicità esilarante.

Per chi si fosse sdegnosamente rifiutato di assistere al “viaggio nei sentimenti” in diretta, riporto brevemente lo schema della trasmissione: alcune coppie in crisi per vari motivi si recano su un’isola dove vengono separati: le fidanzate vanno nel villaggio femminile e i fidanzati in quello maschile con l’assoluta impossibilità di comunicare fra loro. Entrambi i gruppi sono circondati dai “tentatori”; per i maschi ventenni in perizoma di conturbante bellezza, le fidanzate sono invece tentate da giovani maschi palestrati, ipertatuati e galanti. Nei due villaggi giochi, apertivi, feste e piscina rallegrano i fidanzati/e che appaiono ben presto consolarsi della lontananza del partner, circondati come sono da ogni comfort. Il tutto viene ripreso h24 da una telecamera, con l’aggiunta della registrazione di alcune interviste sul partner ai componenti della coppia . Quando viene ripreso qualcosa di compromettente il video viene mostrato alle fidanzate e ai fidanzati.

E qui è scattato l’aspetto tragi-comico della trasmissione: la reazione dei fidanzati nel vedere la partner sedotta, sfiorata se non toccata, abbindolata dal tentatore è stata quasi sempre di una violenza spropositata: tavoli e porte sfasciate, corse all’impazzata sulla spiaggia, urla isteriche e minacce.

Il tutto appariva realmente ridicolo, se non fosse in preoccupante linea di continuità con la ferocia dimostrata da giovani esecutori di recenti femminicidi e stupri.
In sintesi è stata messa in scena la totale mancanza di autocontrollo emotivo maschile di fronte anche solo al rischio dell’infedeltà e del rifiuto femminile. Non una parola su questo da parte del conduttore/moderatore della trasmissione.

La reazione delle fidanzate al contrario è stato quello, altrettanto stereotipato e pericoloso, della negazione: di fronte ai comportamenti “adulterini” del fidanzato, piangevano, non volevano vedere, volevano andarsene.

Un altro aspetto che procurava ilarità, se non facesse realmente piangere, è stato il livello di conoscenza dell’italiano dei partecipanti; alcuni parlavano esclusivamente in un dialetto incomprensibile che avrebbe avuto bisogno dei sottotitoli, altri inventando espressioni bizzarre nel tentativo di parlare un italiano “forbito”, tutti, a parte il conduttore, con scambi linguistici che hanno il solo merito di essere la vera rivincita degli immigrati.

All’analfabetismo linguistico si sono aggiunte alcune perle culturali: un fidanzato, oltre ad aver detto che nessuna donna gli ha mai resistito, si è proclamato terrapiattista, credente nell’esistenza dei dinosauri mai estinti e negazionista sul fatto che l’essere umano sia approdato sulla luna. L’unico dato certo è che neanche la sua maestra gli ha resistito, abbandonandolo alla soglia della terza elementare.

Il livello culturale dimostrato dal reality più seguito dagli italiani conferma i preoccupanti risultati delle prove  INVALSI del 2025, che attestano che solo il 60% degli alunni conseguirebbe la sufficienza nella comprensione dei testi scritti al nord, mentre al sud la percentuale scende sotto il 50%.

Senza entrare nel merito se fidanzati e tentatori siano pagati o meno, se la trasmissione sia già preparata, si sa con certezza che rappresenta il trampolino di lancio per avere visibilità ed entrare nel circuito televisivo, ora che l’Italia offre ben poche possibilità di ascesa lavorativa e sociale. Motivo in più per utilizzare criteri di selezione dei concorrenti che rispettino i livelli minimi della decenza, dell’educazione e della cultura in una trasmissione seguita da milioni di italiani.

Cover: Temptation Island: Siria si separa da Davide – immagine di Heute.at

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I numeri non… contano più

I numeri non… contano più

In un suo recente articolo sul Financial Times, Stuart Kirk lancia una provocazione che merita attenzione: “I numeri non contano più nulla”. La tesi è semplice quanto inquietante: viviamo in un’epoca in cui i dati, pur essendo ovunque, non orientano più le decisioni, non convincono, non generano reazioni proporzionate.

Il numero, da strumento di verità, è diventato simbolo vuoto, ornamento retorico, merce di scambio emotivo: il caso recente dei dazi americani ne è un esempio lampante.

Kirk elenca alcuni esempi emblematici: il debito pubblico statunitense cresce vertiginosamente, ma i mercati restano impassibili; le stime sui droni distrutti in Ucraina oscillano senza suscitare scandalo; le cifre sulla crisi del fentanyl vengono gonfiate senza conseguenze politiche; la valutazione di OpenAI si moltiplica senza che i ricavi la giustifichino. Il numero, insomma, non produce più realtà, ma la simula.

Questa diagnosi, pur centrata sul mondo finanziario e mediatico, apre a una riflessione più ampia: la crisi del numero è la crisi di un intero paradigma conoscitivo. Il dato, che avrebbe dovuto garantire trasparenza e oggettività, si è trasformato in strumento di opacità, in maschera ideologica. Non è più ciò che illumina, ma ciò che nasconde.

E dunque chi pensano di impressionare? Chi credono di poter continuare a convincere i signori (politici in testa) del cosiddetto infotainment?

Davvero si continua a pensare che siamo tutti condizionati o sedotti dal numero di followers o da quello dei downloads? In poche parole: i numeri contano ancora?

La cifra – anche il famigerato numerone detto gooogol (10100) – non riesce più a far presa come una volta. Non cattura. Non innesca alcuna reazione emotiva. Non incuriosisce.

Non conta più.

I morti a Gaza possono arrivare a 100.000. Chi si scandalizza?

I bambini morti per denutrizione oggi sono stati “appena” 21. Chi valuta (valorizza) o percepisce questo dato come UN fatto?

Che valore effettivo hanno oggi 100.000,21, il gooogol?

Zero.

Siamo vissuti e ci siamo “adattati” a un ambiente in cui il dato è stato (e vorrebbe continuare ad essere) la misura di tutte le cose: ogni aspetto dell’esistenza viene macchinalmente tradotto in numeri, e da questi derivano poi grafici, algoritmi con la promessa (o forse l’illusione) di una conoscenza più oggettiva, più precisa, più efficace. Più “utile”.

Ma oggi si avverte un senso diffuso di smarrimento, di disconnessione, di stanchezza. I dati abbondano e ci abbandonano subito, il significato dei numeri sembra sfuggire.

In questo scenario, due pensatori contemporanei – Byung-Chul Han, filosofo della società digitale, e Tim Ingold, antropologo della percezione e dell’abitare – offrono una critica radicale al dominio del dato numerico.

Pur provenendo da ambiti disciplinari differenti, entrambi mettono in discussione l’idea che la realtà possa essere compresa, governata o vissuta attraverso la sola quantificazione.

Nel pensiero di Byung-Chul Han, il dato, nella sua apparente neutralità, diventa lo strumento privilegiato di una nuova forma di controllo: la psicopolitica. Secondo questa analisi ognuno di noi è auto-sfruttato. Si misura, si monitora, si ottimizza. Il dato diventa il linguaggio della performance: passi, battiti, like, produttività, attenzione.

Han denuncia anche l’ideologia della trasparenza, che pretende di rendere tutto visibile, quantificabile, accessibile. Ma ciò che è completamente trasparente è anche piatto, privo di profondità, incapace di generare fiducia o mistero. La trasparenza, lungi dall’essere un valore democratico, diventa un dispositivo di sorveglianza e di conformismo.

Nel suo libro Infocrazia, Han mostra come l’eccesso di informazione non emancipi, ma disorienti. Il dato, isolato dal contesto, perde la sua capacità di orientare l’azione. La verità si dissolve nel rumore. La conoscenza si riduce a gestione dell’informazione, e il pensiero critico viene sostituito da reazioni immediate, da “click”.

Riflettendo su questa smaterializzazione del mondo, Han ci apre lo sguardo su quei simulacri digitali, come i dati appunto, che ci allontanano dal reale, dal corpo, dalla relazione. Il dato, in quanto astrazione, non ci coinvolge, non ci trasforma, è  semplicemente un sapere senza esperienza.

E per Han il dominio del dato è il volto contemporaneo del potere: un potere che seduce invece di reprimere, che misura invece di comprendere, che isola invece di connettere. Contro questo dominio, Han invoca un ritorno alla lentezza, alla contemplazione, al corpo, come luoghi di resistenza e di verità.

Tim Ingold, antropologo britannico, ha dedicato gran parte della sua ricerca a mettere in discussione le modalità con cui le scienze sociali e naturali rappresentano il mondo. La sua critica al data-centrismo nasce da una profonda attenzione al modo in cui gli esseri umani vivono, percepiscono e apprendono nel mondo.

Ingold rifiuta l’idea che la conoscenza consista nell’estrazione di informazioni da un oggetto esterno. Al contrario, propone una “dwelling perspective”, una prospettiva dell’abitare, in cui conoscere significa essere coinvolti, immersi, trasformati dalla relazione con ciò che si studia. In questa visione, il sapere non è una mappa, ma un sentiero; non è una rappresentazione, ma un’esperienza.

Uno dei concetti chiave del suo pensiero è quello di linea: la vita non è fatta di punti (come i dati), ma di trame, percorsi, intrecci (meshworks). Le linee sono i segni del movimento, dell’interazione, della crescita. I dati, al contrario, sono statici, isolati, privi di tempo. In questo senso, il data-centrismo è una forma di reificazione, che congela il fluire della vita in istanti misurabili.

Questa visione ha profonde implicazioni per la scienza, l’educazione, la politica. Ingold ci invita a riscoprire la corporeità, la manualità, la lentezza, contro l’astrazione e la velocità del dato. La conoscenza incarnata è una conoscenza che si fa nel fare, che si costruisce nel gesto, che si trasmette nel contatto.

In sintesi, Ingold ci propone una via alternativa alla conoscenza come dominio: una conoscenza situata, relazionale, processuale, che non cerca di possedere il mondo, ma di abitare il suo mistero.

Pur provenendo da tradizioni e discipline differenti, sia Han che Ingold convergono su questo punto essenziale: la conoscenza non può essere separata dal corpo, dal tempo, dalla relazione.

Insieme, Han e Ingold ci offrono una doppia lente per leggere il presente: una che smaschera le illusioni del data-centrismo, l’altra che ci invita a riscoprire la conoscenza come esperienza incarnata, relazionale, trasformativa.

In un mondo che misura tutto ma non sente più nulla, queste analisi sono un invito a resistere con la lentezza, con la cura, con la parola. A rifiutare la riduzione della vita a dato, e a riscoprire la conoscenza come forma di attenzione, di responsabilità, di trasformazione reciproca.

Perché solo una conoscenza che tocca può ancora salvarci dal dominio del dato e dal gelo di una… intelligenza e una coscienza artificiali.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Anas Jamal Mahmoud al-Sharif, che la sua polvere si depositi sul male del mondo

Anas Jamal Mahmoud al-Sharif, che la sua polvere si depositi sul male del mondo

Anas Jamal Mahmoud al-Sharif, nato 29 anni fa nel campo profughi di Jabalia è stato, insieme ai chirurghi di guerra ed agli unici giornalisti presenti in Gaza – cioè quelli che già ci vivevano – il giornalista/testimone che ha riportato nelle climatizzate case in piedi del mondo anestetizzato le immagini e voci delle case distrutte nello sterminio che il governo israeliano sta compiendo. On the ground, esattamente in mezzo alle macerie e alla polvere delle bombe. Questo, fino al 10 agosto 2025.  Uso il passato prossimo perché da oggi, undici agosto 2025, il corpo di Anas è anch’esso polvere nel deserto, portata dal vento di Gaza. E’ stato polverizzato, dentro la sua tenda montata vicino all’ospedale Al-Shifa, da un aereo israeliano, insieme ad altri quattro colleghi che lavoravano per Al Jazeera. 

Gli avevano costruito addosso l’etichetta di militante di Hamas: un po’ come se ogni giornalista occidentale che riportava i fatti da Afghanistan, Iran, Iraq, Libano, Siria, fosse considerato un agente della CIA. Gliela avevano giurata diverse volte, intimandogli di andarsene da Gaza, ma avevano commesso l’errore di ammazzare suo padre malato bombardando la sua casa a Jabalia, a dicembre 2023. Se c’era una possibilità su un milione che Anas decidesse di mettersi in sicurezza uscendo da Gaza (non per paura, ma per salvaguardare la possibilità di continuare a raccontare in futuro), quella possibilità se la sono giocata ammazzando suo padre. A quel punto non gli restava che farlo fuori, cosa che hanno puntualmente fatto. Immagino lui sapesse di avere il tempo contato, ma niente gli ha impedito di continuare a fare reportage in mezzo alle macerie. Nemmeno il fatto di avere due bimbi da riabbracciare fuori da Gaza. A questo link il ricordo di Anas da parte del suo editor di Al Jazeera, rilasciato oggi alla BBC. A questo link il servizio di Al Jazeera con il commento del giornalista, saggista e sociologo di Betlemme Marwan Bishara sull’assassinio di Anas, che lui non esita a definire opera di un primo ministro “bugiardo ed assassino psicopatico”.

E’ forse la prima volta che avere addosso un giubbotto con scritto “PRESS” ti rende un obiettivo, invece di conferirti una protezione. Il governo israeliano ha passato un ulteriore segno oggi. Ed è incredibile quanto poca pressione Israele patisca ancora, nonostante tutti i tabù che infrange. Immagino dipenda dal fatto che il mondo occidentale non riesce a fare i conti con il suo tabù, il suo gigantesco senso di colpa per un Olocausto maturato proprio nel cuore dell’Europa. Certo, ci sono anche i grandi intrecci geopolitici ed economici che rendono il potere israeliano molto più influente sul mondo rispetto a quello che denuncerebbero le sue modeste dimensioni come Stato. Tuttavia, la scura percezione è che, per una volta, tutto questo potere militare ed economico non sia la causa prima dell’intollerabile tolleranza verso il colonialismo messianico e omicida israeliano, quanto piuttosto una mostruosa conseguenza del tabù mai elaborato dell’Olocausto.  La prospettiva peggiore immaginabile, è che il mondo stia preparando un futuro nel quale un governo fanatico che si dichiari rappresentante di un popolo perseguitato dalla storia rischia di diventare il prossimo persecutore psichiatrico collettivo di un altro popolo, o di una civiltà. In realtà l’Occidente ha già sofferto i danni di questa follia: a partire dall’11 settembre, a seguire con gli attentati suicidi di stampo islamico. Non c’è proprio niente oggi che faccia sperare in un futuro migliore.

Ai link seguenti alcune testimonianze del lavoro di Anas Jamal Mahmoud al-Sharif. L’esercito israeliano ha appena rivendicato la sua uccisione. Che la sua polvere si depositi sul male del mondo.

 

photo cover da palestinechronicle.com

“Lezioni dalle rovine”
(Io l’ho letto tre volte)

Lezioni dalle rovine è un libro di 150 pagine. La durata della lettura non si può stabilire, ma certo interromperla è arduo: questo è un libro che, quando inizi a leggerlo, affonda e compie un’opera dentro di noi.

In copertina c’è una foto dell’autore da giovane, ritratto nel parcheggio di un supermercato: Davide Bregola (Vedi anche su Periscopio), nativo di Bondeno come mia madre. L’editore è Avagliano da Roma, il libro è uscito quattro mesi fa. Nell’aletta posteriore è scritto che si tratta di un memoir, e poi “Conversazioni con Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari, Marosia Castaldi”.

Io, questo libro lo ho letto tre volte. La prima senza quasi fermarmi. La seconda ho fatto segni a matita, la terza ho colorato attorno ai segni. Poi ci ho dormito su. Al risveglio ero certa che Trevisan, Bellintani, Ferrari e Castaldi, e il narratore che di loro scrive – il narratore è sempre un narratore, un’entità narrante, in questo caso è l’autore Davide Bregola, sì, ma anche una sua voce altra – insomma, ciò che sognai è che tutti e cinque avevano scritto e pubblicato una plaquette.

Una plaquette, cioè uno di quei libri di poesia che combattono come ogni libro con lo spazio e il tempo, la composizione, la qualità di carta e caratteri – i costi, insomma – ma in più con il periglio delle poche pagine, della legatura, del discorso poetico. E queste cinque plaquettes – formato lungo, copertina in bristol avorio – stavano dentro il sogno, dentro un sacchetto di tela bianca con la scritta Fosse Venturi Stagionatura Formaggi, Sogliano al Rubicone (FC): è la sacca in cui tengo il mouse quando non lo attacco al portatile, quando non scrivo. Perché io scrivo a mano, oppure mi serve un mouse – il touchpad mi confonde e non lo tocco.

Touchpad, portatile, plaquette – sembreranno roba da cremin, da ragazzi cresciuti a Nutella e skipass, da fighetti, insomma? E leggere tre volte lo stesso libro, di questi tempi, per una zdòra della mia età, sembrerà un privilegio? E avere avuto in regalo un formaggio di fossa? Non cercherò argomentazioni, a favore né contro. Non voglio argomentare. Voglio dire, o più spesso non dire – argomentare, questa volta, no.

Dopo la terza volta che ho letto Lezioni dalle rovine, non ero più sicura che si trattasse di un memoir, e nemmeno di conversazioni. Poi ho sognato le plaquettes, nella sacca di Fosse Venturi, e ora mi sta bene che il libro sia un memoir e che si tratti di conversazioni. Non saprei argomentare su questo passaggio – prima del sogno, dopo il sogno. Lo sento, non lo so.

Il sottotitolo del libro è stampato tra parentesi (Leggere, scrivere, vivere).
E in corsivo e tra parentesi sono i titoli dei quattro capitoli, ciascuno dedicato a uno dei quattro autori. Rispettivamente

(resoconto)

(elaborazione da un’immagine)

(nostri ragni)

(cavi)

Sulla soglia dei quattro capitoli stanno quattro citazioni in exergo, quattro  frammenti. Rispettivamente Albert Camus, Iosif Brodskij, Cees Nooteboom e Franz Kafka – un frammento ciascuno. (Solo a me, che sono ferrarese fuori sede, vengono in mente le statue dei quattro santi sul ponte di San Giorgio?)

Un capitolo dopo l’altro appaiono, nel libro, il narratore e attore e regista Vitaliano Trevisan, vicentino; il poeta e scultore e applicato di segreteria Umberto Bellintani, e il suo paese – Gorgo, San Benedetto Po, un nome che è già topografia; il poeta Ivano Ferrari, prima macellaio poi bibliotecario, e custode, da Mantova; la narratrice, pittrice e scultrice, e insegnante di scrittura, Marosia Castaldi da Napoli.

Con loro, il narratore intesse conversazioni.
Cioè: di loro racconta. Dei suoi incontri con loro, racconta. Delle loro scritture, racconta. Con loro parla, a volte, nel libro.
Trevisan e la sua ringhiosa rettitudine, certe presentazioni di suoi libri in città e paesi, asprezze e scazzi, morose, il cane Dean Martin, scritture e rovine;
Berto Bellintani conosciuto in un’antologia, poi in un bar di paese a giocare a carte, ma ancor prima al vernissage di uno scultore di land art, in campagna, tra Mantova e Cremona;
Ivano Ferrari, anche lui conosciuto in antologia, anche lui mantovano, anche lui in disparte, “infastidito da qualsiasi etichetta, norma o cerimoniale”;
Marosia Castaldi e i suoi romanzi, a partire dal libro che lo stesso Bregola le chiese, poi curò e pubblicò per un piccolo editore indipendente, almeno quindici anni fa, e i rari incontri tra loro due, autrice e responsabile di collana, nel ricordo che si sfoca e sfuma.

Nessuno dei quattro capitoli è solo conversazione, incontro, racconto, con un autore o un’autrice. Eppure tutto il libro – centocinquanta pagine – è tramato di racconti, incontri e conversazioni.

C’è infatti il racconto – in frammenti, legati però con un filo invisibile – della vita del narratore: un adolescente che scopre un poeta in un’antologia – un poeta proletario, un poeta della bassa mantovana come lui; che va a scuola in treno, va in biblioteca, poi pensa a quale facoltà iscriversi e a come rinviare il servizio militare; lavora come manutentore elettromeccanico stagionale in una ferrovia locale, lavora nella filiale locale – prossima alla dismissione – di un’industria casearia, in un’agenzia editoriale di provincia, come venditore di libri, come organizzatore di eventi culturali, come responsabile di collana.
Da autore si fissa su temi come verità e felicità, poi si perde; scrive, non scrive, diventa padre, poi scrive questo libro di cui sto dicendo, Lezioni dalle rovine.

C’è la pianura e c’è il Po, in questo libro, e gente che gravita sull’argine, c’è Ferrara città ducale e surreale (e la gente che vive assieme al narratore e attorno a lui, pagine davvero indimenticabili), Mantova citt e c’è la terra in sé, la terra come campagne e paesi, linee ferroviarie e fiumi, canali e strade – la terra lontana dalle città.à ducale e i suoi laghi, il Mincio, e Verona e Cremona e Pesaro

E ci sono cisterne e binari, officine e valvole e pompe, compagni di lavoro e capireparto, attrezzi e vestiti; e uffici e magazzini e librerie, utilitarie, furgoni e vagoni. E libri. Dagli autori narrati – tre autori e un’autrice, tutti e quattro già morti da anni – alle vite di amici e colleghi e alla lettura, alla scrittura, tutto esonda in tutto. La vita e la lettura e la scrittura, come dice il sottotitolo tra parentesi, stanno assieme. Certo. Mai sono state separate. C’è chi le intende separate, affari suoi.

 

Poi c’è un capitolo finale: che si intitola

Capitolo fantasma

(la fine)

e qui il narratore si avvicina più che mai all’autore, infatti parla con il tu a Marosia Castaldi: le racconta di sé stesso a cinquant’anni, della sua bambina piccola, della sua vita ora, e dice a Marosia quanto sono importanti i libri di lei, di Marosia. Lei è morta già da anni, ma noi a chi parliamo di noi stessi, della nostra vita? E dei libri importanti, di questa cosa misteriosa che è la lettura, cioè della vita?
E cosa fanno i poeti se non morire e tornare di qua a parlare, come scrisse Bassani?

E infatti il narratore non si ferma, e nemmeno “passa oltre”: va dentro, più indietro e più oltre, ma dentro un’oltranza. Dice a Marosia di quei romanzi straordinari, i romanzi di Marosia difficili da trovare e impossibili da dimenticare, poi le racconta del suo proprio lavoro: non il lavoro letterario, però, ma il lavoro in una struttura psichiatrica. Racconta delle persone che stanno là, al diurno e in reparto. Poi diventa le loro voci, perché è un narratore. E un autore.

Stupefacente in questo libro è quante cose e persone – oltre a libri, titoli e autori e voci – quanti abiti e tute e scarpe, storie di sesso e compagnie, di lavori e di incontri, di amarezza e allegria, possano stare in centocinquanta pagine.
E senza mai perdere il filo. E stupefacente è una qualità del testo che è assieme forma e sostanza – che forse poi capirò meglio, ma ora non so dire che così: non c’è mai autocompiacimento, non sento mai vanità in questo raccontare, in questa voce, in questo libro. C’è leggere, c’è scrivere e c’è vivere. Tra parentesi. C’è aver messo in parentesi tante cose e aver posto attenzione ad altre solo, ma attenzione profonda e spietata. C’è una cosa che mi riempie di stupore: quando il narratore passa al tu, all’improvviso, e parla con uno dei quattro e anche con me, con noi, con chi sta leggendo.

E c’è una cosa che mi fa saltare sulla sedia, ed è quando di colpo, all’improvviso, il narratore dice il suo mondo interno: una riga sopra diceva di un tizio sulla spiaggia del Po, di cefali e canoe; poi va a capo, e all’improvviso ecco “una sensazione di espansione totale”, “un sentimento oceanico”.

Ho messo tra virgolette questi frammenti, i ritagli della sua voce. L’immensità del Po la conosco anch’io, e riconosco quando viene menzionata a titolo strumentale, o retorico, per far tornare i conti del racconto. E grazie a quella visione, quella della pianura e del fiume largo, riconosco quando la scrittura è asservita all’ego, quando gli eventi vengono stirati a modo di tener tutto assieme con un fine, e i personaggi e gli incontri fatti servi dell’io narrante.
E in queste 150 pagine, mai e poi mai ho visto accadere queste cose: perché qui nulla è strumentale a nulla, e tutto sta assieme nella luce, tra le rovine, su una spiaggia fluviale.

E perché due volte, nelle centocinquanta pagine di queste Lezioni, salta fuori che il narratore si era messo, anni fa, a leggere l’Imitazione di Cristo come un manuale di scrittura. Non di scrittura narrativa, non di scrittura creativa. Di scrittura, dice, e basta. (Il corsivo qui è mio. E tra parentesi, lo ho fatto anche io).

In copertina Fiume Po vicino a Ferrara, Foto di Paolo Panni

Per leggere i contributi di Silvia Tebaldi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

La "nuova" estate, tra caldo torrido e piogge violente

La “nuova” estate, tra caldo torrido e piogge violente

La “nuova” estate, tra caldo torrido e piogge violente

Di Antonello Pasini – Fisico climatologo del Cnr
articolo originale su lavialibera del 6 agosto 2025

Un tempo, l’anticiclone delle Azzorre proteggeva il nostro Paese per quasi tutta la stagione e quando si ritirava, intorno a ferragosto, cominciavano i temporali estivi. Ora il clima si è estremizzato, tra eventi caldi e freddi, come in un punching ball climatico

In un mondo in preda al riscaldamento globale non è difficile aspettarsi temperature superiori a quelle medie dei decenni passati. Ma ogni regione della Terra ha le sue peculiarità e l’Italia non fa eccezione, anzi. Il Mar Mediterraneo è considerato, infatti, un hot spot (un “punto caldo”) per il cambiamento climatico: si risente di un riscaldamento doppio rispetto a quello globale, in parte dovuto a un cambio di circolazione atmosferica, che favorisce eventi di caldo estremi e, al contempo, precipitazioni violente.

Cosa sta accadendo alle nostre estati?

Le osservazioni degli ultimi anni ci mostrano che l’anticiclone delle Azzorre è sostituito sempre più spesso dagli anticicloni africani. Il primo è un cuscinetto di aria stabile e mite che ci protegge dalle perturbazioni che passano al nord Europa e dal forte caldo africano. I secondi, invece, ci portano aria molto più calda dal deserto del Sahara.

Le osservazioni degli ultimi anni ci mostrano che l’anticiclone delle Azzorre è sostituito sempre più spesso dagli anticicloni africani

Il perché accada questa sostituzione è ancora oggetto di studio, ma sembra che il riscaldamento globale di origine antropica abbia fatto espandere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale e al contempo la circolazione si sia messa sempre più spesso lungo le direttrici sud-nord e nord-sud, mentre prima era quasi sempre nella direzione ovest-est. Quest’ultimo fatto pare sia favorito dalla fusione dei ghiacci artici che non consentono più un confinamento continuo sul Polo Nord dell’aria fredda, che ogni tanto scende verso latitudini inferiori.

Il clima estivo in Italia è profondamente cambiato

Un tempo l’anticiclone delle Azzorre ci proteggeva per quasi tutta la stagione e quando si ritirava, intorno a ferragosto, cominciavano i temporali estivi. Adesso, invece, gli anticicloni africani salgono prepotentemente a impulsi di grandi ondate di calore, ma poi talvolta si ritirano, almeno dalla parte settentrionale del Paese, lasciando la strada aperta a correnti più fresche che creano un grande contrasto termico con l’aria calda e umida preesistente in loco, con i suoli caldi e soprattutto con un Mediterraneo molto surriscaldato.

La conseguenza sono i temporali violenti anche a giugno, luglio o inizio agosto, con alluvioni lampo spesso foriere di veri e propri disastri. Insomma, il clima estivo si è quindi  estremizzato: eventi caldi e siccitosi si alternano a eventi più freddi e piogge violente. Come quando il pugile tira un pugno al punching ball e il palloncino gli torna indietro.

Cover: Foto di marian anbu juwan da Pixabay

Per certi Versi / Non sto aspettando nessuno

Non sto aspettando nessuno

Non sto aspettando nessuno

nemmeno il tempo che passa

sto solo guardando il cielo

che piano scivola giù

 

non sto aspettando nessuno

il treno è passato da un po’

ha lasciato l’odore del viaggio

sui caldi binari e nel vento

 

non sto aspettando nessuno

mi basta questo momento

lo schienale di una panchina

e un brivido che mi scorre dentro

 

In copertina: Foto di Christelle Olivier da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Stefano Ferri, pittore: “Cerco i miei colori”

Stefano Ferri, pittore – Ho trovato i miei colori

Stefano è un maestro d’Arte, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, è un pittore ma dice di sé “ero bravo, avevo talento ma riproducevo il codice espressivo degli artisti che mi piacevano”. Non sfonda né come pittore, difficile carriera senza pigmaglioni, e neanche come insegnante. Si accontenta, barcamenandosi per lavorare come tanti, ma sempre continuando a dipingere.

Succede che nella sua vita intorno ai 50 anni, la madre, con cui vive, gli fa notare, lui non ne aveva consapevolezza pare, che ha atteggiamenti “strani”. È preoccupata, lui sa solamente che è sempre più isolato socialmente. Si presenta al servizio territoriale di psichiatria e la diagnosi è schizofrenia.

Me lo racconta quieto, come parlasse di una qualsiasi influenza. Mi rendo conto che la paura di tale evenienza è più nella mia mente che nella realtà dei fatti. Eppure sono un’addetta ai lavori, eppure dovrei saper prendere le distanze dallo stigma, eppure dovrebbe essere nella mia prospettiva il nuovo costrutto di One Health e di One Mental Health.

L’ho conosciuto grazie ad una mostra a S. Bartolo nelle giornate del FAI. Io, che ci ho lavorato, non avevo mai visto il convento nelle sue bellezze architettoniche, solo gli spazi più moderni e nello stupore di quella dimenticata e dismessa bellezza trovo anche una piccola stanza dedicata ai suoi dipinti.

Stefano è di poche parole, parlano per lui le sue tele.

Gli chiedo un’intervista, mi interessa approfondire il suo stile. Spero di non cadere nella retorica del malato psichiatrico talentuoso.

Lo incontro un pomeriggio di maggio, è gentile, la sua casa è piena delle sue opere artistiche. Mi spiega che, dopo la schizofrenia, i farmaci, il ricovero e il progressivo miglioramento, un giorno passeggiando nel centro della città si è accorto di percepire quello che osservava con uno sguardo inaspettato, nuovo. Nuovi colori, colori mai visti, “colori che mi appartengono. Sento di essermi trovato”.

Ecco, da quel momento, i suoi dipinti non sono riproduzioni, anche se belle, sono interpretazione della realtà secondo un codice espressivo che è solo suo.

Stefano non desidera fare mostre, anche se ne ha fatte e, soprattutto, non vuole vendere i suoi lavori. Credo di capire: come si può vendere l’anima?

Ripercorro nella mia mente le correnti artistiche che mi pare possano aiutarmi per una lettura più approfondita. Stefano non si concentra specificatamente sulla riproduzione fedele del mondo esterno come facevano gli Impressionisti ma è vero però che la realtà è il suo imprescindibile modello. Penso allora sia più calzante la corrente degli Espressionisti che cercano di trasmettere reazioni emotive e interiori attraverso l’arte, ma Stefano rimane sulla sua estetica senza volerla caricare emotivamente.  Escludo la definizione di Art Brut, un’arte spontanea, perché qui c’è tecnica, conoscenza, scelta consapevole.

Poi un pensiero malizioso, di nuovo dettato da un pregiudizio relativo ai sintomi che si vivono nelle psicosi e gli effetti degli psicofarmaci. Tali esperienze potrebbero aver determinato una sorta di esplorazione non cercata volutamente ma che avrebbe potuto determinare stati alterati di coscienza e immagini oniriche. A far nascere questa convinzione, probabilmente, ha contribuito la conoscenza di alcuni artisti che dichiaravano che l’artista, quasi per definizione, generalmente, non presenta particolari preclusioni mentali o tabù. Ma di nuovo devo constatare che Stefano preferisce di gran lunga una vita quieta e normale. Stefano non è un’artista che desidera evadere dalle regole dell’arte, le usa e le piega dolcemente al suo progetto artistico. Come fa della sua vita.
Inoltre
, da uno stato di confusione mentale non è scontato che abbia origine l’arte intesa quale espressione di creatività, alle volte, anzi, induce uno stato di paura e di rimozione.

Lo provoco bonariamente ma lui glissa educatamente, non gli piace parlare di questo. Alle mie elucubrazioni ribadisce semplicemente: “ad un certo punto, la realtà mi è apparsa diversa, nuova più intensa”.

Non insisto.

Mi cattura la sua disposizione a reinterpretare la realtà (dipinti dal vero, riproduzioni di cartoline), sono paesaggi, fiori, oggetti esistenti nella loro tangibile concretezza, ma trasformati nella loro estetica. Guardando, sembra di non averli mai visti prima. Originali, unici.

Mi attrae la sua idea deontologica per cui si dipinge per esprimersi, non per fare mercato, si dipinge per raccontarsi e non per accontentare il pubblico o una moda.

No, i suoi quadri non sono in vendita, afferma deciso.

Lui non è in vendita, penso io.

Non sono i soldi o l’affermazione che gli interessano, è sentirsi autentico, in sintonia con il suo essere così come è oggi.

Mi permette di fotografare i suoi lavori artistici, prima quando era “mediocre”, dopo quando la sua anima si è rivelata.

I quadri sono effettivamente ovunque e in ogni stanza, in ogni parete di ogni stanza. Mi sento privilegiata che mi accompagni in questa esplorazione estetica-espressiva.

Non sempre, neppure con il mio lavoro di psicoterapeuta, mi è concesso un simile privilegio.

Guardiamo queste opere più da vicino. Qui sono io che parlo. Parlo di ciò che ha risuonato in me. Stefano è in pace, non c’è da commentare, quello che lui voleva esprimere è nelle sue tele, nelle pennellate, nella scelta dei colori, nell’azzardo surreale dei colori.

Non smetterà di dipingere, ha nuovi progetti per raffigurare la natura, i paesaggi, non tanto le persone. Quelle, se ci si pensa, sono effettivamente più circoscritte, sono quello che sono, magari sono come uno specchio emotivo, ma non lasciano spazio alla metafora universale.

Stefano riproduce fiori, mari, montagne che attraverso il suo pennello diventano luce, colore vivido, potenza, vita, bellezza.

Attualmente ha un po’ di più 60 anni, ne dimostra molti meno, appare sereno, vive con la mamma  che mi ha accolta con cordialità e naturalezza.

Stefano sorride poco e con parsimonia ma sembra in pace. Un uomo che ha trovato la sua dimensione esistenziale e non ha pretese. La sua casa , che raccoglie i suoi lavori artistici, é il suo portfolio ma anche la sua autobiografia.

Spero che il contesto sociale lo risparmi dalla competizione, dal mito dell’essere performante e gli dia la possibilità di vivere con la stessa dignità con cui lui si racconta.

Ci siamo incontrati dopo la scrittura dell’articolo, la stesura finale è quella che abbiamo condiviso. Mi ha dato cortesemente la liberatoria per la pubblicazione dei propri lavori artistici, fiducioso che il suo contributo sarebbe stato utile per la divulgazione delle Arti Terapie e del potere espressivo e curativo, sicuramente per l’anima, dell’ arte in cui entrambi crediamo e siamo testimoni.

L’arte, la sua almeno, non è commercio o il volto positivo, in certa prassi psichiatrica di ciò che, paradossalmente, pur sostenendo il diritto alla stravaganza, alla singolarità di ogni individuo, , argina tutto ciò che può sembrare troppo divergente , inaccettabile, strano, alimentando, indirettamente, lo stigma sociale che pretende di poter definire la normalità.

La produzione artistica di Stefano non è neppure un ritorno, del Perturbante, come lo chiamerebbe Freud, di  qualcosa che sappiamo esiste ma viene rimosso, allontanato dalla consapevolezza, perchè la sua presenza ci rende inquieti.

Stare nel marasma è una conquista, Stefano ci è riuscito, io, come psicoterapeuta e come persona continuo a lavorare per essere capace di non aver paura.

Stefano Ferri: “Cerco i miei colori”. ” I miei colori sono in rapporto con la realtà ma più belli del reale”

Tutte le tele ad olio che illustrano l’articolo sono di Stefano Ferri.
In copertina: Stefano Ferri, Autoritratto dell’artista da giovane.

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice. Oppure visita la sua rubrica L’arte che cura

Mediterranea: Cadenti Armonie
12 agosto 🕡 Dalle ore 18:45 📍 Oasi dell’Alma – Via Traversa 6, Codrea (Ferrara) :

Mediterranea: Cadenti Armonie: una serata insieme.
📅 Martedì 12 agosto
🕡 Dalle ore 18:45
📍 Oasi dell’Alma – Via Traversa 6, Codrea (Ferrara)

Ti aspettiamo per condividere un momento di bellezza, consapevolezza e solidarietà!

Aiutaci a diffondere, inoltrando la locandina alle tue reti e contatti!

Con gratitudine,
Mediterranea Saving Humans – Ferrara

PS ti sei già associato a MEDITERRANEA Saving Humans APS?
Contattaci per tesseramento 2025 (prima iscrizione o rinnovo) quota associativa 10 euro annue
Visita il sito di Mediterranea Saving Humans:
https://mediterranearescue.org/it
Cover: Stelle cadenti – immagine  gratuita da pexsels

Presto di mattina /
L’aurora voglio svegliare

Presto di mattina. L’aurora voglio svegliare

Il Risveglio (“El Desperar”)

 Entra la luce e salgo goffamente
dai sogni fino al sogno condiviso
e le cose riprendono il dovuto
e atteso loro posto, e nel presente
converge soverchiante e vasto il vago
ieri: le secolari migrazioni
dell’uccello e dell’uomo, le legioni
che il ferro dilaniò, Roma e Cartagine.
Ritorna anche la quotidiana storia:
la mia angoscia, il mio viso, la mia sorte.
Ah se quell’altro risveglio, la morte,
mi riservasse un tempo senza memoria
del mio nome e di ciò che sono stato!
Se in quel mattino ci fosse anche oblio!
(Jorge Luis Borges, Poesie 1923-1976, Milano 1980, 177).

Scrive Domenico Porzio nell’introduzione a Tutte le opere di Borges, che i sogni hanno sempre rappresentato per il “bibliotecario argentino”, sia a livello esistenziale, nella quotidianità, sia per la sua scrittura creativa, una parte attiva, un ambiente di meditazione e forza propulsiva.

Tanto che lo commuoveva un testo di J.W. Dunne in cui si diceva che «il sogno è la piccola parte di eternità che l’uomo possiede e che spende ogni notte, giacché sognando può vivere il suo recente passato prossimo futuro:

“Tutto questo il sognatore lo vede con un unico sguardo, come Dio, dalla sua vasta eternità vede tutto il divenire cosmico”. Per i bambini e per i selvaggi i sogni sono forse parti della veglia, nel senso che li confondono con una esperienza realmente vissuta, ma è certo che “per i poeti e i mistici non è impossibile che tutta la veglia sia un sogno”» (ivi, XCIV- XCV).

Così ho pensato che ai bambini, ai selvaggi, ai poeti e ai mistici, è affidato il potere di svegliare l’aurora anche nel cuore della notte, perché per loro il sogno è una veglia e, sognare insieme designa la realtà che inizia, un precorrere, incalzando l’aurora.

Anche Borges, al venire della luce − così interpreto i versi dell’esergo − passa dai sogni al sogno condiviso nel presente; dal risveglio al morire; ma questo è inteso come l’ultimo risveglio, un nuovo mattino che si auspica abitato dall’oblio.

Per lui, infatti, l’oblio è sempre preferibile alla memoria intollerabile del passato cui spera di sottrarsi per sempre: “le secolari migrazioni dell’uccello e dell’uomo, le legioni che il ferro dilaniò, Roma e Cartagine”. Nell’oblio invece si stempera “la quotidiana storia: la mia angoscia, il mio viso, la mia sorte”, (Poesie, 177). Come la morte l’oblio cela enigmi: della morte “Voglio bere il suo cristallino Oblio,/ essere per sempre, ma non essere stato», (ivi, 195).

Un indecifrabile risveglio

Itineranza claudicante, la mia. Tra le sue poesie mi è sembrato di intuire che per Borges l’oblio sia come un nulla mistico, “Io che sono colui che adesso sta cantando/ sarò domani il misterioso, il morto,/ l’abitatore di un magico e deserto/ orbe senza prima né dopo né quando. Così afferma la mistica» (ivi, 195). Ombra in attesa di essere permeata e sopraffatta dalla luce è pure la mistica: un nulla aurorale, dunque, al modo di “lasciare un verso per l’ora triste/ che sul confine del giorno ci attende… e voglio che l’oblio/ restituisca ai giorni la tua leggera ombra (“A un poeta minore del 1899”, ivi, 181).

Per Borges “l’oblio/ è una delle forme della memoria, il suo vago/ l’altra faccia segreta della moneta” (ivi, 257): è el desperar, un inspiegabile, trasparente e finissimo risveglio. Egli, infatti, scrive ancora che “l’oblio, è il modo più povero del mistero”, un velo che tuttavia non lo occulterà per sempre lasciando trasparire alfine la cangiante sua immagine: “Dio o Forse o Nessuno, io ti chiedo la sua inesauribile immagine, non l’oblio”, (ivi, 307).

Forse è l’apparizione dell’inesauribile e di nuovo risorgente immagine della “storia dello spirito umano”, levatrice di ogni risveglio, impulso di ogni movimento, dell’orologio o dell’uccello dormiente che sogna l’aurora, precedendola oltre l’orizzonte.

Così anch’io vado cercando, non senza timore, tra i versi del poeta il nome che non ha nome, una bussola nel gravitare ai confini della sua ombra, quel “Qualcuno o Qualcosa” che senza posa “notte e giorno” va scrivendo con zelo nelle cose il loro senso nascosto e nel groviglio umano della storia il suo sogno da condividere con noi.

Una bussola (Una brùjula)

Tutte le cose sono parole della lingua
in cui Qualcuno o Qualcosa, notte e giorno,
scrive quell’infinito guazzabuglio
che è la storia del mondo. Nel suo vortice
passano Cartagine e Roma, io, tu, lui,
la mia vita che non capisco, quest’agonia
di essere enigma, caso, criptografia
e tutta la discordia di Babele.
Dietro il nome c’è quel che non si nomina;
oggi ho sentito gravitare la sua ombra
su questo ago azzurro, lucido e lieve,
che verso il confine di un mare tende il suo zelo,
con qualcosa di un orologio visto in sogno
e qualcosa di un uccello addormentato che si muove, (ivi, 167).

“Io l’aurora voglio svegliare”

Per il salmista del salmo 57 è un cuore pronto, paratum, come coscienza e decisione, quello capace di svegliare l’aurora: «Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore. Voglio cantare, voglio inneggiare: svégliati, mio cuore, svégliati arpa, cetra, voglio svegliare l’aurora».

È lo stesso cuore dell’amata nel Cantico dei cantici: «Dormivo,/ vegliandomi il cuore l’attesa/ Stropiccio di passi,/ del mio amore al battente», si esprime anche qui lo stato interiore della coscienza che abita e precorre l’attesa dell’incontro», (Ct 5, 2; trad. poetica di A. V. Reali). L’ora del risveglio antelucano è ricordata come immagine della veglia orante; nell’«ora che la sposa di Dio surge a mattinar lo sposo perché l’ami» (Paradiso X, 140-141), Così «io sveglierò l’aurora, non sarà essa a svegliarmi» (trad. di D. Kimchi).

Sveglia l’aurora chi aspetta con impazienza nella notte l’avvento del giorno; chi conosce il desiderio del cuore nell’attesa dell’altro. L’attesa è quel barlume (par-vum- lumen/piccolo lume) che anticipa nella speranza la luce aurorale. Le stesse espressioni le troviamo ripetute nel salmo 108.

San Girolamo coglie l’aspetto cristologico di questo salmo. Cristo stesso è infatti l’intero salterio, il libro di tutte le preghiere che attendono nella notte del mondo. Quel salterio della supplica e della lode cosmiche, salterio che, rinchiuso nel sepolcro, è stato capace il mattino di Pasqua di anticipare e svegliare proprio l’aurora:

«Déstati, salterio e cetra! Perché siete stati fatti, come il cuore, per cantare Dio. È nella luce che si canta Dio ed anche se noi cantiamo di notte, è in piena luce che noi benediciamo Dio… Ma io vedo un senso più profondo. È il Signore stesso che canta: Paratum cor meum, Il mio cuore è pronto! Canta per il presente e per il futuro, per la terra e per il cielo, per gli angeli, per gli uomini. Meglio: egli parla al suo corpo, questo “salterio” che è stato messo nella tomba» (Patrologia Latina, PL 26,1150).

La stessa interpretazione è presente anche in Ruperto di Deutz (PL 169,1484-1485), un monaco del XII sec., che interpreta svegliati con egerthènai uno dei verbi del Nuovo Testamento usati per indicare la risurrezione come “svegliarsi”.

“Missio migrantium”

È un versetto del monumentale salmo alfabetico sulla parola di Dio; quello che è in grado di darci al vivo l’immagine della missione dei migranti: «Precorro l’alba, precedo l’aurora e grido aiuto, spero sulla tua parola, i miei occhi prevengono le veglie, per meditare sulle tue promesse» (119 [118], 147).

Leggendo il messaggio di papa Leone Migranti, missionari di speranza, scritto per il Giubileo dei Migranti che si terrà il 4 e 5 ottobre 2025, mi viene spontaneo aggiungere a coloro cui è indirizzato lo scritto il potere di svegliare l’aurora sull’umanità e nella coscienza delle persone, proprio nel cuore della notte, come i bambini, i selvaggi, i poeti e i mistici, ché i migranti, più di ogni altro, hanno il cuore pronto per mettersi in viaggio, nel cuore il sogno condiviso e l’attesa di «un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani».

Il cuore pronto a svegliare l’aurora della dignità umana rende palese il legame inscindibile tra migrazione e speranza. Tanto che «in un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee».

Il sogno di Dio

Lo troviamo nel capitolo 8 del libro di Zaccaria così lo interpretava e lo chiamava negli incontri biblici con grande convinzione don Francesco Forini. Vi si immagina come, dopo la deportazione del popolo nella città di Sion devasta e vuota, Dio si addormentasse, seduto sulle sue rovine, sognando la città come era prima: le piazze piene di bambini chiassosi presi dai giochi e del parlare degli anziani.

Poi come risvegliandosi d’improvviso tra quelle tristi e mute rovine, ricordandosi del suo amore giurato per sempre, diceva a se stesso che quel sogno non sarebbe restato tale e mutata sarebbe stata tale sorte, dall’esilio al ritorno: «se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi? Oracolo del Signore».

E proprio a questo testo fa riferimento anche papa Leone nel suo messaggio: «Di fronte alle teorie di devastazioni globali e scenari spaventosi, è importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Tale futuro è parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato. Si tratta del futuro messianico anticipato dai profeti:

“Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. […] Ecco il seme della pace: la vite produrrà il suo frutto, la terra darà i suoi prodotti, i cieli daranno la rugiada” (Zc 8,4-5.12). E questo futuro è già iniziato, perché è stato inaugurato da Gesù Cristo (cfr. Mc1,15 e Lc17,21) e noi crediamo e speriamo nella sua piena realizzazione, poiché il Signore mantiene sempre le sue promesse».

Essere ‘civitas pellegrina’, nella città sedentaria e muta

«I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di “sedentarizzazione” e smette di essere civitas peregrina – popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste (Cfr. AgostinoDe civitate Dei, Libro XIV-XVI), essa smette di essere “nel mondo” e diventa “del mondo” (cfr. Gv 15,19)».

Occorre allora che i cristiani e le comunità si lascino evangelizzare da quella che possiamo definire una vera missio migrantium, missione realizzata dai migranti. A fronte della loro testimonianza «anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza. Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria».

Oggi sarai con me

Vi è un testo del vangelo di Luca 23, 39-43, commentato poeticamente da Jorge Luis Borges, che abbozza ancora una volta l’identità di colui che ha il potere di svegliare l’aurora. È colui o coloro, a qualunque nazione o popolo appartengano, che osano prende con sé l’altro/gli altri, vivendogli fianco a fianco, rendendo così reale il sogno condiviso con un Dio che muore accanto a noi. Di questo, mi sembra parli la convinzione di Borges secondo cui «la Storia non permetterà che si estingua la memoria di quella sera”.

LUCA, XXIII

Gentile o ebreo, o soltanto un uomo
il cui volto col tempo si è perduto;
più non riscatteremo dall’oblio
i silenziosi segni del suo nome.
Della clemenza conobbe quel che può
conoscere un bandito che la Giudea
inchioda a una croce. Il suo passato
è ormai inaccessibile. Nel compito
finale di morire crocifisso,
apprese, fra lo scherno della gente,
che chi stava morendo accanto a lui
era Dio, e gli disse ciecamente:
«Ricordati di me quando verrai
nel tuo regno», e la voce inconcepibile
che un giorno giudicherà tutti gli esseri
gli promise, dalla Croce terribile,
il Paradiso. Nient’altro dissero
fino a che giunse la fine. Ma la Storia
non permetterà che si estingua la memoria
di quella sera in cui morirono fianco a fianco.
Oh, amici, l’innocenza di quest’amico
di Gesù Cristo, quel candore che gli fece
chiedere e ottenere il Paradiso
dalle ignominie del castigo
era lo stesso che tante volte nel peccato
lo gettò e nel rischio insanguinato
(ivi, 145).

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Diario in pubblico /
Monogoduria contro Pavlova

Diario in pubblico. Monogoduria contro Pavlova

Chinando il capo e seguendo la transumanza anche quest’anno mi sono recato al Lido-Laido degli Estensi per passare le vacanze(!) in quel luogo sempre più scosso dai lavori che dovrebbero concludersi fra un anno del monstrum, che s’innalza ormai minacciosamente trionfante con i suoi 14 piani di altezza, chiudendo di fatto l’infelice via Zanella, dove ho casa e dai nipoti chiamata, vista la frequente visita dei cani numerosissimi che hanno bisogno di depositare le loro feci, “la via merdaiola”.

L’appartamento è ben tenuto, anche se la solitudine lo rende ancor più triste. Decido di approfittare subito del buon cibo che offre il mio bagno “blu” anche se devo recarmici ad personam. Scelgo i piatti preferiti e tra i dolci m’imbatto in una novità chiamata Monogoduria alla fragola. Squisito e m’inchino a tanta bontà.

Il giorno dopo decidiamo di passare la giornata a Comacchio dove nella trattoria da sempre frequentata tra i dolci m’imbatto nella Pavlova, un dolce di tradizione che vanta una lunga storia. Si dice e si scrive, infatti che nel 1926 a Wellington in Nuova Zelanda un cuoco inventò questo dolce formato da una meringa con al centro la panna montata e adornato da frutta candita per festeggiare la bellissima ballerina Anna Pavlova.

Monogoduria alla fragola
Pavlova

Altri invece suggeriscono che il dolce fu inventato in Australia, dove la bella Pavlova era in tournée nei due paesi oceanici, mentre sembra più realistico che il pasticcere Berth Sachse di un hotel a Perth usasse per omaggiare la ballerina ingredienti avanzati da alcune preparazioni. Resta il fatto che la Pavlova diventò nel tempo un dolce popolare, particolarmente gradito nel periodo estivo.

Una conclusione sembra dunque imporsi, cioè che il vecchietto che scrive dedica il suo tempo a mangiare. Si certo non lo nego, ma devo ricordare che tra i miei iter di lavoro risalta un’attenzione al cibo, indotta anche dal fatto che sono stato membro dell’Accademia della Cucina Italiana e per quella importante organizzazione ho pubblicato testi fondamentali tra cui il Messisbugo il più importante trattato sulla cucina rinascimentale.

Gli sbalzi del tempo meteorologico in questo periodo provocano trombe d’aria che abbattono pini ed altri incidenti. Il mare è infido e le spiagge libere si coprono di divieti di balneazione, così non resta altro che accomodarsi sul balcone per vedere e sentire i comportamenti dei passanti dominati dalla voce stentorea di un vicino di casa che sembra assumere toni da generale Vannacci che consiglia/ordina come posteggiare le macchine e come esibire le piante fiorite comprate al mercato del sabato.

Passeggio la mattina nel viale principale per incontrare Maia, una cagnona stupenda, che vuole con tutti giocare con il frisbee e che viene galantemente ossequiata dai suoi simili. Ospito Benny, sempre più amato, che aspetta con ansia la trasferta mattutina al bar perché sa perfettamente che in quella occasione potrà gustare qualche pezzetto di brioche, poiché il suo cibo mattutino si compone di mezza mela o una carota.

Insomma, il Laido rimane immutato nei suoi ritmi ed io, tra una “monogoduria” e una Pavlova, aspetto che il tempo concluda il suo ciclo. E assieme ai giornali quotidiani leggo Singer poi vado a scambiare due chiacchere “fruttifere” con Luca e infine a degustare la sera la frittura nella trattoria spagnola.

Sic transeunt tempora laidenses.

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Gaza: se tolleri questo, la prossima volta toccherà ai tuoi figli

Gaza: se tolleri questo, la prossima volta toccherà ai tuoi figli

Benjamin Netanyahu (vero cognome Mileikowsky), attuale premier di Israele, nel 2015 ad un congresso sionista disse che Hitler voleva solo espellere gli ebrei, e che fu il mufti di Gerusalemme (massima autorità religiosa sunnita) a dargli l’idea di bruciarli, altrimenti sarebbero arrivati tutti in Palestina. Questo presunto suggerimento a Hitler è stato smentito da fior di storici ebrei, tra cui Yehuda Bauer (da poco scomparso), uno dei principali storici dell’Olocausto, professore a Gerusalemme, di origine cecoslovacca (lui non si cambiò il cognome, a differenza di Bibi), il quale afferma documenti alla mano che fu esattamente il contrario, e che la cosiddetta “soluzione finale” fu concepita dai nazisti prima dell’incontro tra il mufti – sicuramente un odiatore di ebrei –  e Hitler, datato novembre 1941. Questo non significa che Netanyahu sia un negazionista, ma dimostra un utilizzo della storia strumentale alla propria politica coloniale e di occupazione: gli arabi musulmani ci hanno sempre voluti eliminare, ergo noi dobbiamo eliminare loro.

Le origini di una occupazione

Che si tratti di una occupazione e di una colonizzazione non lo dico io. Lo affermano accademici di diritto internazionale. Ralph Wilde dello University College di Londra, alla Corte Internazionale di Giustizia ha rassegnato – per conto della Lega Araba: spero possa essere sdoganata adesso che ha “intimato” ad Hamas di cedere le armi – una articolata prolusione storico-giuridica (la puoi leggere qui) in cui afferma: che alla fine della prima guerra mondiale le persone di origine ebraica in Palestina erano circa l’11% della popolazione ivi residente; che il mandato coloniale britannico sulla Palestina, parte del trattato di Versailles (1919), risultante da una spartizione post bellica con lo sconfitto impero ottomano, prevedeva una autodeterminazione post coloniale della popolazione indigena, in larga maggioranza araba – quindi un unico Statonel 1948, in violazione di questo principio, venne votata dall’Assemblea delle Nazioni Unite l’istituzione dello Stato di Israele su base etnica per il 56% circa del territorio del mandato, e per il restante uno stato arabo soggetto ad una sorta di protettorato internazionale. Cito Ralph Wilde: “Nel 1948, quindi, la Palestina era giuridicamente un unico territorio con un’unica popolazione che godeva del diritto di autodeterminazione su base unitaria.

Ciononostante, nel 1948 fu proclamato uno Stato di Israele specificamente per il popolo ebraico…accompagnato dallo sfollamento forzato di un numero significativo di popolazione palestinese non ebraica, la catastrofe della Nakba. Questa secessione illegale è stata una grave violazione dell’autodeterminazione palestinese. Nonostante questa illegalità, la statualità di Israele è stata riconosciuta e Israele è stato ammesso come membro delle Nazioni Unite. Israele non è la continuazione o il successore legale del Mandato. Questa violazione dell’autodeterminazione palestinese è ancora in corso e irrisolta. Due sono gli elementi chiave: primo, i palestinesi non sfollati dalla terra proclamata di Israele nel ’48 e i loro discendenti sono stati costretti a vivere come cittadini (attualmente sono il 17,2%) di uno Stato concepito per e di un altro gruppo razziale, sotto il dominio di questo gruppo, necessariamente trattati come persone di seconda classe a causa della loro razza. In secondo luogo, i palestinesi sfollati da quella terra e i loro discendenti non possono tornare. Si tratta di gravi violazioni del diritto all’autodeterminazione, del divieto di discriminazione razziale e di apartheid e del diritto al ritorno.” In una intervista rintracciabile su youtube, Wilde, a proposito della reazione israeliana all’attentato del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas, afferma che l’attentato è un atto di autodifesa violenta contro uno Stato aggressore che occupa illegalmente (sempre più) territori dalla sua fondazione. La reazione contro chi si difende non può quindi essere giustificata legalmente come una autodifesa: “There’s no defence against defence”. Cosa desumere da questa ricostruzione?

Il diritto internazionale non esiste

Primo: il “diritto internazionale” è contemporaneamente la più nobile e la più vilipesa costruzione giuridica post bellica. Il diritto internazionale dovrebbe esistere, ma una parte consistente degli Stati lo tratta come quando si bestemmia in chiesa. Come chi bestemmia una divinità ne conferma in qualche modo la possibile esistenza, chi viola sistematicamente il diritto internazionale ne afferma l’esistenza facendone regolarmente strame. Per dirla con Wilde, “gli Stati Uniti, il Regno Unito e lo Zambia hanno suggerito che esiste un quadro giuridico applicabile sui generis: una lex specialis israelo-palestinese. Questa sostituisce in qualche modo le norme di diritto internazionale che determinano la legittimità dell’occupazione. …Questa è la legge come questi stati vorrebbero che fosse, non quella che è. Non ha alcuna base nella risoluzione 242, in Oslo o in altre risoluzioni o accordi. In realtà, si sta invitando a eliminare il funzionamento stesso di alcune delle regole perentorie fondamentali del diritto internazionale.” Immagino la frustrazione, per chi ha costruito la sua vita sulla passione e lo studio del diritto internazionale, di dover ammettere che queste norme non hanno reale effettività.

Secondo: tanto meno la vita reciproca delle nazioni è regolata dal diritto internazionale, tanto più siamo in un’epoca in cui vige la legge del più forte. Questo, ad appena ottant’anni da Hiroshima, è il desolante ed allarmante panorama delle relazioni tra Stati. Vuol dire che l’umanità, una volta toccato il fondo, può scavare per toccarne un altro.

Terzo: anche qualora si sposi appieno la teoria giuridica di Wilde, mettere in discussione l’esistenza dello Stato di Israele adesso equivale a cercare di rimettere il dentifricio nel tubetto una volta spremuto. Non ha senso nemmeno, ormai, riconoscere simbolicamente uno Stato di Palestina che non esiste né esisterà: quello che avrebbe un senso adesso sarebbe mettere in sicurezza e sfamare le persone, assisterle come profughi oppure garantire la loro casa e la loro terra contro ulteriori espansioni, soprattutto in Cisgiordania (mentre scrivo l’ipotesi del criminale governo in carica è quella di sgombrare Gaza dai gazawi, un milione circa di persone).

La possibilità di una coazione a ripetere collettiva

Mi ha molto colpito un articolo scritto dallo psichiatra Luciano Casolari (si può leggere qui), il quale, senza poterlo dimostrare secondo il rigore del metodo scientifico (cosa che lui stesso premette), evoca la suggestione della coazione a ripetere come ragione psicologica collettiva in reazione ad un trauma collettivo, così come Freud la studia e teorizza come reazione individuale ad un trauma individuale. Cito: “il fatto che coloro che hanno subito un tentativo di genocidio lo stiano riproponendo è veramente perturbante. In pratica l’aver subito la Shoah porterebbe un intero popolo a ricercare sicurezza, attraverso la ripetizione, su un altro gruppo etnico. I palestinesi a loro volta si sentono di aver subito la Nakba (catastrofe) con la deportazione dopo la guerra del 1948 e si affidano ai leader estremisti che predicano un analogo destino per i loro nemici. Se queste suggestioni, che ripeto non hanno alcuna validità scientifica, sono verosimili, emerge che il problema israelo-palestinese non è semplicemente una disputa territoriale ma un conflitto simbolico. In quanto tale non si può risolvere con delle frontiere ma solo con la rielaborazione dei traumi di entrambi i popoli. L’unica strategia valida, anche se utopica, che mi viene in mente sarebbe quella di costruire delle scuole in cui i bambini israeliani frequentino assieme ai bambini palestinesi.”

Gli eroi nelle tenebre

 

Immagine nel corpo dell’articolo tratta da https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/14-maggio-1948-nasce-israele/

Photo cover https://www.senzatregua.it/2020/05/15/nakba-la-catastrofe-per-il-popolo-palestinese-che-ancora-oggi-grida-liberta/

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Il “deserto bancario” che avanza: Altri 34 comuni restano senza filiale

Il “deserto bancario” avanza: altri 34 comuni restano senza filiale

Il “deserto bancario” avanza: calano gli organici, chiudono gli sportelli: altri 34 comuni restano senza filiale: sono il 43,2% del totale, con oltre 4,7 milioni di residenti. Friuli Venezia Giulia, Marche, Sicilia, Veneto e Basilicata sono le regioni più colpite. Con la rete di sportelli di Popolare di Sondrio, Bper si colloca al primo posto in Lombardia. Nei primi sei mesi del 2025 le banche italiane hanno chiuso 261 sportelli, un calo dell’1,3% rispetto alla fine del 2024. Il secondo trimestre ha segnato un’accelerazione rispetto al primo, quando le chiusure erano state 95. I tagli alla rete fisica non hanno investito in modo omogeneo le diverse aree del Paese. Le regioni più colpite sono state Friuli Venezia Giulia (- 2,3%), Marche (- 2,3%), Sicilia, Veneto e Basilicata (- 1,9%). È quanto emerge dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulla desertificazione bancaria della Fondazione Fiba di First Cisl, che elabora i dati resi disponibili al 30 giugno 2025 da Banca d’Italia e Istat.

Sulla rete fisica iniziano a manifestarsi gli effetti del risiko bancario: Bper, considerando anche la rete di sportelli di Banca Popolare di Sondrio, diventa la prima realtà in Lombardia (673 sportelli, pari al 17,9% del totale), davanti a Banco Bpm (523, 13,9%), Intesa Sanpaolo e Iccrea (entrambe a 501, 13,4%). Nella più ricca regione italiana circa il 58% delle filiali è ora in mano a quattro soli gruppi: un dato, quest’ultimo, destinato a non subire variazioni significative a causa delle prescrizioni Antitrust rivolte a Bper, alla quale è stata imposta la cessione di soli sei sportelli. Sul piano nazionale, Intesa Sanpaolo resta il primo gruppo per presenza sui territori, ma l’ulteriore calo di sportelli verificatosi nel primo semestre dell’anno (- 141 rispetto a fine 2024) fa sì che il distacco da Iccrea, che nello stesso periodo ha chiuso appena sei filiali, si sia ridotto al minimo (28). Il gruppo Bper, con l’acquisizione di Popolare di Sondrio, sale al quarto posto. Cassa Centrale Banca è al quinto posto, unico gruppo ad aver aperto 9 sportelli nel periodo considerato.

Con gli ultimi 34 comuni rimasti privi di filiali sul loro territorio il numero complessivo è salito a 3.415, pari al 43,2% del totale. Continua ad aumentare anche il numero delle persone che non hanno accesso ai servizi bancari o rischiano di perderlo: rispetto al 31 dicembre 2024 sono oltre 11,2 milioni. Di queste, più di 4,7 milioni (+ 1,8%) vivono in comuni totalmente desertificati; quasi 6,5 milioni (+ 3%) in comuni in via di desertificazione, quelli con un solo sportello. Risulta in crescita, inoltre, il numero delle imprese che hanno la propria sede in comuni desertificati: sono 6.116 in più rispetto al trimestre precedente.

Si confermano anche le dimensioni rilevanti dei centri colpiti dalla desertificazione: sono 13 i comuni sopra i 10mila abitanti privi di sportello, di cui uno ha più di 20mila abitanti (Trentola Ducenta, in provincia di Caserta). Per comprendere la reale portata del fenomeno i dati vanno letti in parallelo a quelli sulla diffusione dell’internet bankingancora modesta: in Italia lo utilizza solo il 55% degli utenti contro una media Ue del 67,2%. Da ciò si evince che la desertificazione bancaria rappresenta un acceleratore dell’esclusione sociale, soprattutto per le fasce anziane della popolazione, penalizzate dal minor livello di competenze digitali (tra i 65 e i 74 anni solo il 33,9% utilizza l’internet banking contro una media Ue del 44,7%).

L’Osservatorio sulla desertificazione bancaria della Fondazione Fiba di First Cisl elabora anche un indicatore (Ipd, Indicatore di desertificazione provinciale) che assegna ad ogni provincia italiana un punteggio sulla base della percentuale, calcolata sui rispettivi totali, del numero di comuni senza sportello o con uno sportello, della popolazione residente, delle imprese con sede legale in detti comuni e della relativa superficie.
La graduatoria che emerge vede a giugno 2025 tra le province meno desertificate la conferma di Barletta-Andria-Trani, Brindisi, Grosseto, Pisa, Ragusa, Ravenna, Reggio Emilia e l’ingresso di Ferrara, che ha beneficiato dell’apertura di una banca di credito cooperativo. Le grandi città si collocano in posizioni più arretrate: Milano è 22°, Roma 38°, Napoli 46°. Sugli ultimi gradini della classifica restano Vibo Valentia e Isernia.

Anche il 2025, sottolinea Riccardo Colombani, Segretario generale nazionale First Cisl, è segnato in profondità dalla desertificazione bancaria. La chiusura degli sportelli non si arresterà nemmeno nella seconda parte dell’anno, almeno considerando le chiusure preannunciate da Intesa Sanpaolo, impegnata a completare il progetto di banca digitale. Sul fronte del risiko, il fallimento dell’Ops lanciata da Unicredit su Banco Bpm, che in base alle prescrizioni dell’Antitrust avrebbe comportato le vendite di filiali a tutela della concorrenza, ha eliminato il rischio di chiusura, molto consistente al Sud, soprattutto in Molise e Sicilia, nella realistica eventualità di mancanza di acquirenti”.

Qui il XIII Report di Fondazione Fiba di First Cisl sulla desertificazione bancaria

In copertina: sportello bancario – da Collettiva

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Per una critica radicale alla perfezione del corpo e alla chirurgia estetica

Il corpo è sempre stato un terreno di scontro, segnato dall’antica visione della paura e del sospetto nei suoi confronti in quanto origine di seduzione, desiderio, sregolatezza, terreno di perdizione, mozione delle pulsioni, sessualità, sensualità carnale, sessualizzazione, qualcosa di incontrollabile, origine di peccato e quindi oggetto di penitenza. “Controllerai i ventri e controllerai le genti” è il motto all’origine di quello che hanno attuato i regimi autoritari e che viviamo anche noi oggi in Occidente tanto con le retoriche allucinanti del natalismo, del familismo, del parto di Stato, degli imbarazzanti Fertility Day quanto sui temi etici riguardanti l’aborto legale, il suicidio assistito e l’eutanasia.

La cristianità, ovvero la cultura sorta intorno al cristianesimo, ha tramandato un’idea rigida del corpo, come una “prigione della nostra anima”, un “sacco di sterco” come lo ha definito Teresa D’Avila, un mero “involucro” da abbandonare quando diventerà inservibile. Questo è stato il pensiero dualistico e gerarchico occidentale, tramandato anche dalla teologia tradizionale cristiana, che differisce totalmente dal cuore del cristianesimo (e dalla mistica cristiana) che si presenta – nonostante tutto – come l’unica, tra le religioni abramitiche, a dare una grande importanza alla corporeità: “Il Verbo si fece carne” si legge nel Vangelo secondo Giovanni (1:14).

Il cristianesimo onora il corpo come principio dell’individualità senza cui l’anima non raggiungerebbe mai la sua pienezza. Come ci ricorda la teologa femminista Teresa Forcades: “Tommaso d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la nostra identità.” – ed aggiungo io, la nostra unicità, la nostra diversità.

Il cristianesimo parla dell’incarnazione di Gesù Cristo e di “resurrezione della carne” nello stesso modo in cui ha posto fine a qualunque iconoclastia, facendo fiorire l’incommensurabile arte nei suoi luoghi di culto fatta di statue carnali, corpi formosi, affreschi di angeli nudi, quadri di corpi nudi eleganti vestiti solo di veli, per non parlare dei corpi straziati e martoriati come San Sebastiano Martire sanguinante attraversato da frecce e Santa Giulia legata ad un palo mentre una forca le raspa il seno. L’arte cristiana, pur essendo in balia contrastante tra la teologia rigorista e il messaggio cristiano, ha esaltato il corpo sia nella sua bellezza sia nella sua crudezza.

Nonostante ciò, la visione patriarcale è quella che ha continuato a vigere nella cristianità come nel capitalismo dei consumi di oggi dove utilitarismo, efficientismo ed apparenza vanno di pari passo con una cultura della competizione, della prestazione, della mercificazione e dello scarto.

Come direbbe Papa Francesco, la cultura dello scarto” è una “cultura della morte”. Ciò che non serve viene scartato, a meno che lo “scartato” si adegui/rispetti/rispecchi precisi canoni e può quindi tornare utile.

Nella visione contemporanea, il corpo è ridotto a merce, oggetto di desiderio, desiderabile e commercializzabile, utilizzabile e usufruibile, discriminato e controllato. Il corpo deve essere prestante secondo precisi canoni/convenzioni di bellezza: esaltato quando “giovane”, scartato quando “vecchio” e recuperabile quando può ancora essere funzionale all’industria dell’immagine, a costo di essere medicalizzato e ritoccato.

Nel 2023 è uscito il film Barbie (Qui l’articolo su Periscopio di Catina Balotta) con protagonista Margot Robbie. Un “film in rosa” che ha incassato cifre astronomiche cercando di “combattere i pregiudizi sulle donne”, venendo addirittura definito assurdamente “femminista” e rivolto all’empowerment femminile. Nulla di più falso e intriso di purplewashing.

Come ha dichiarato giustamente la comica Valentina Persia“Barbie è un fake, un’illusione ottica, una menzogna. La prima che ha fatto bodyshaming a tutte noi, facendoci sentire inadeguate, grasse, povere e poco bionde…. Tutta apparenza e ostentazione, ma guadagnati come?  Chiedetelo a Ken che nel frattempo è sparito perché la signorina in questione gli ha fottuto tutto per fare la bella vita…” – afferma Persia sollevando una polemica.

“Fate una bambola più vicina alle donne vere, quelle che si fanno il mazzo tutto il giorno, quelle donne che sorridono nonostante le chiappe e le tette cadenti, quelle donne che sanno essere donne nonostante siano nate in un corpo maschile, quelle donne che scappano spesso proprio da quel Ken che a differenza tua, invece di donare ville, roulotte o macchine rosa, picchia e picchia forte… Spostati biondina che siamo un esercito!” – concludeva la Persia.

Interessante che a dire queste parole di estrema verità sia stata proprio la Persia che, non accettandosi fisicamente per come era, ha fatto ricorso alla chirurgia estetica.

Il rincorrere le aspettative di questi canoni, nella nostra società attuale, ha preso di mira tutti, uomini e donne. Se Barbie ha fatto danni, ora è Ken a infliggere l’ennesima ansia da prestazione: sempre più ragazzi sono ossessionati dal mito del corpo palestrato, dalla pesistica, dal cross-fit, dal mito del virilismo, dal corpo apparentemente forte e muscoloso, ma in realtà reso tale solo dal gonfiore dato dalla ritenzione di liquidi e dall’assunzione spropositata di creatina in barba a qualunque attenzione per la propria salute.

Anche se questo è un fenomeno in drastico aumento tra gli uomini, ad essere presi di mira sono la vecchiaia e il corpo delle donne attraverso la tossicità di tre strumenti: il photoshop, che ritocca o altera un’immagine di una persona espropriandola delle sue caratteristiche reali; l’intelligenza artificiale, vittima di bias cognitivi legati agli stessi stereotipi ageisti e di genere, oltre che alle norme/convenzioni e canoni di bellezza di cui noi stessi siamo vittima; e la chirurgia estetica, che alimenta un’industria dell’apparenza sulla pelle di migliaia di ragazze, adulte ed anziane, medicalizzandone e colonizzandone il corpo con sostanze chimiche e protesi artificiali per rincorrere canoni desiderabili e irraggiungibili su modello pubblicitario, ma funzionali alla norma vigente.

Il grande psicanalista e filosofo argentino Miguel Benasayag, in Funzionare o esistere?, parla del concetto di plasticità: il vivente deve trasformarsi in un senza-forma iperplastico che si lascia plasmare, contro ogni forma di pensiero complesso.

Nella “cultura dello scarto” gli anziani sono considerati “vecchi”, fuori dal ciclo produttivo, di sviluppo e di consumo e – per questo motivo – “inutili”, “senza funzione”, ovvero che non possono più funzionare.

Lo stesso subiscono le donne a causa delle gravi ed ataviche connotazioni di genere dei canoni di bellezza, stratificati nella nostra cultura e funzionali al desiderio maschile: fino a quando sono giovani, belle, formose, fertili vengono considerate prestanti e utili; ma quando l’età avanza, arrivano la menopausa e le rughe, il corpo subisce degli sbalzi ormonali, ecco che la donna viene considerata non funzionale ad un sistema che – nutrendosi di maschilismo interiorizzato – rincorre il desiderio maschile.

In una società consumistica, come la nostra, che ti obbliga ad inseguire questo flusso senza fine, le persone si sentono spinte ad inseguire il mito dell’eterna giovinezza, per essere utili, e dell’eterna bellezza, per essere prestanti e desiderabili.

È la desacralizzazione dei corpi, come la chiamava Gandhi: il proprio corpo non è più un’entità che unisce spirito e fisico, un mezzo per esprimere i propri principi e per influenzare gli altri, o uno strumento di lotta politica e di resistenza, ma bensì un’immagine tra le altre che spesso viene trasformata plasticamente per compiacere qualcosa di esterno, in funzione degli altri, per trovare una falsa accettazione di Sé nella tendenza perversa di questa società post-moderna o ipermoderna.

Nel marzo 2025, parlando del suo libro Il corpo gioia di Dio (Gabrielli editori) , in una interessantissima intervista di Ritanna Armeni per L’Osservatore Romano contenuta nell’ inserto Donne Chiesa Mondo, Teresa Forcades affermava:

“Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante mutamento. 

L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto riguarda il modo in cui tratta il corpo. (…)

È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo, inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica.”

Spesso, attraverso i canoni di bellezza imposti dal mercato, dalla pubblicità e dalle illusorie manie di perfezione, assistiamo a una prepotente medicalizzazione dei corpi attraverso i più vari rami della chirurgia estetica che, in quanto frutto dei canoni propri delle società patriarcali, si trovano ad avere una forte connotazione di genere che vede nelle donne il bersaglio principale, il consumatore da conquistare fino ad arrivare a interventi chirurgici come la labioplastica, l’intervento di chirurgia estetica che consiste nel taglio delle piccole labbra della vulva per renderle uguali. È così che la medicalizzazione del corpo femminile diventa il braccio armato del nuovo capitalismo cognitivo fondato su omologazione, perfezione, competizione per l’immagine e il conformismo.

Questa mentalità maniacale per la perfezione sta mettendo in serio pericolo anni e anni di conquiste femministe, oltre che la cultura della cura e dell’allattamento nelle giovani ragazze e madri. Purtroppo oggi, l’esterofilia americana dei “corpi perfetti” ha fatto dell’allattamento non più una conquista in nome dei diritti delle donne, dei bambini e della salute di entrambi, ma un qualcosa di “obsoleto”, sostituibile con le nuove tecnologie e con i latti artificiali.

Negli USA il seno è oggetto primariamente sessuale, a causa dell’uso distorto e sessualizzato che ne fanno l’industria cinematografica, l’industria pornografica e la pubblicità televisiva, intrise di eterosessismo.
Spesso ciò porta le donne a non ricorrere all’allattamento naturale proprio per rincorrere i canoni di bellezza introiettati dalla società patriarcale, secondo cui i loro corpi devono essere belli, perfetti, proporzionati ma soprattutto sessualizzati come nelle sfilate di moda e nella pubblicità.

L’arrivo di un bambino e delle sue necessità vengono visti come un fenomeno di degradazione del seno: visione influenzata anche dall’atteggiamento dei partner, che disincentivano le donne all’allattamento per motivi puramente estetici. La donna che allatta deve negoziare continuamente fra un ruolo sessuale e un ruolo materno, generando tensione, stress, difficoltà e ostacolo all’allattamento. Questo, a lungo andare porta culturalmente all’abbandono dell’allattamento, alla perdita della cultura della cura e a trovare la soluzione più semplice: il ricorso ai latti artificiali che fanno gola all’industria.

Sicuramente la televisione, la pubblicità, l’industria cinematografica, il capitalismo cognitivo[1] hanno influito molto – dagli anni del riflusso in poi – a consolidare questi canoni tossici e un ricorso sempre più massivo alla chirurgia estetica.

Attrici di successo, donne dello spettacolo, cantanti, showgirl, modelle, pornostar, ballerine, veline sono state rispettivamente – su modello di Hollywood – le prime a ricorrere alla chirurgia estetica con modificazioni sostanziali del viso, degli zigomi, delle labbra, delle gambe, dei glutei, del seno anche con mastoplastica additiva, dando inizio ad un effetto domino che oggi sembra inarrestabile soprattutto tra le giovani generazioni di ragazze.

Ed ecco la dilagante moda della liposuzione per non parlare del filler in bellissime ragazze giovanissime, delle “labbra a canotto”, del botox, dei precocissimi “nasi da fata” in adolescenti e della ormai decennale guerra alle rughe inaugurata con botulino, acido ialuronico e lifting. Un’epidemia di non-accettazione e alienazione tra le donne, che non riescono ad essere loro stesse a causa delle forti pressioni delle convenzioni sociali, di mercato, e dei canoni tossici di bellezza.

«Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Le ho pagate tutte care. C’ho messo una vita a farmele!» –  è la celebre frase che la grande attrice Anna Magnani disse al suo truccatore parecchi anni fa, quasi ad ironizzare sulla moda dilagante di fermare il tempo, partendo dal trucco fino ad arrivare a ritocchini o interventi chirurgici.

Il concetto di bellezza è associato, nell’immaginario comune, alla giovane età e a una pelle liscia, elastica e luminosa, ma anche il viso di una persona matura esprime bellezza disarmante: la pelle e le rughe sanno raccontare la nostra storia e la nostra evoluzione, che passa attraverso esperienze diverse, disagi, gioie, dolori, lotte quotidiane e successi. Credo che nessuno possa smentire il fascino della cicatrice sul viso di Paola Turci. Come non definire tutto questo, bellezza?

Anna Magnani più di mezzo secolo fa parlava di bodypositive,quando ancora nessuno ne conosceva il significato. Un’estetica, la sua, basata sulla trasformazione dell’unicità in punto di forza, meravigliosamente descritta dalle sue stesse parole:

«Ce metti una vita intera per piacerti, e poi, arrivi alla fine e te rendi conto che te piaci. Che te piaci perché sei tu, e perché per piacerti c’hai messo na vita intera: la tua. Ce metti una vita intera per accorgerti che a chi dovevi piacè, sei piaciuta… E a chi no, mejo così. Ce metti na vita per contà i difetti e riderce sopra, perché so belli, perché so i tuoi. Perché senza tutti quei difetti, e chi saresti? Nessuno.

Quante volte me sò guardata allo specchio e me so vista brutta, terrificante. Co sto nasone, co sti zigomi e tutto il resto. E quando la gente me diceva pe strada “bella Annì! Anvedi quanto sei bona!” io nun capivo e tra me e me pensavo “bella de che?”. Eppure, dopo tanti anni li ho capiti. C’ho messo na vita intera per piacermi. E adesso, quando me sento dì “bella Annì, quanto sei bona!”, ce rido sopra come na matta e lo dico forte, senza vergognarmi, ad alta voce “Anvedi a sto cecato!”».

Sulla stessa lunghezza d’onda la grandissima attrice statunitense Jamie Lee Curtis, 67 anni, vincitrice del premio alla miglior attrice non protagonista per Everything Everywhere All at Once, che in una recente intervista a The Guardian ha dichiarato: «mi sto auto-pensionando da 30 anni. Mi sto preparando a uscire di scena, in modo da non dover soffrire come ha fatto la mia famiglia. Voglio lasciare la festa prima di non essere più invitata».

L’attrice ha avuto infatti la sua serie di ostacoli da affrontare sulla strada verso la fama fin dal suo esordio nel 1978 in Halloween, ma il colpo più duro è arrivato dall’ageismo di Hollywood quando ha assistito al declino della carriera dei suoi celebri genitori, gli attori Tony Curtis e Janet Leigh, in tarda età, a causa del fatto che Hollywood dà valore alla giovinezza sopra ogni altra cosa.

«Ho visto i miei genitori perdere proprio ciò che ha dato loro fama, vita e sostentamento, quando a una certa età il settore li ha rifiutati» – dice Curtis a The Guardian – «Li ho visti raggiungere un successo incredibile per poi vederlo lentamente svanire fino a scomparire. E questo è molto doloroso».

Proprio per questo Curtis non è disposta a rimanere in gioco ricorrendo alla chirurgia estetica. La star ha applaudito pubblicamente la famosa decisione di Pamela Anderson di ridurre il trucco nel 2023, proclamando via Instagram che «La rivoluzione della bellezza naturale è ufficialmente iniziata!».

Curtis afferma di «credere che abbiamo cancellato una o due generazioni di aspetto umano naturale. L’idea che si possa alterare il proprio aspetto attraverso sostanze chimiche, interventi chirurgici, filler, sta sfigurando generazioni di persone, soprattutto donne». Com’è noto, la star ha accettato orgogliosamente i suoi capelli grigi e si è fatta fotografare senza indumenti intimi modellanti o ritocchi, due mosse che hanno aiutato le donne a capire che gli ideali da red carpet sono irraggiungibili come obiettivi quotidiani.

La consapevolezza e la sicurezza di sé espressa, purtroppo non rispecchia quella delle nuove generazioni che –  dopo aver cavalcato per un breve periodo l’onda del bodypositive – sembrano oggi non riuscire a sfondare il muro delle convenzioni, scendendo a compromessi ed aderendo passivamente a canoni vecchi per paura di non essere accettati e di precludersi a varie possibilità anche lavorative e di carriera.

Ciò che mi domando è se veramente c’è consapevolezza di quello che significa sfigurarsi il volto per opportunismo, o perché il mercato lo richiede, o perché il settore lavorativo lo richiede, o perché la convenzione sociale lo richiede, o perché il partner lo richiede, o perché la paura di invecchiare lo richiede, o perché le manie di perfezione lo richiedono. La domanda che sorge è: se non ci fossero tutte queste richieste esterne, voi come vi vorreste? Vi vorreste come siete o vorreste mostrare ciò che non siete?

Mi domando cosa direbbe il grande filosofo Emmanuel Levinas difronte all’attuale modificazione sistematica del “volto”: lui che sul “volto”, inteso come “nudità dell’anima”, ha fondato tutta la sua teoria dell’etica della società. L’essere umano, come lo chiamavano i greci, è sia θάνατον (mortale), ma anche πρόσωπον, il “volto che ho di fronte”: l’essere umano che in relazione con gli esseri umani si riconosce tale.

Per Levinas è nel volto che abbiamo di fronte che è racchiuso il segreto supremo della vita e che mai riusciremo ad afferrare per intero. Mi domando dunque oggi quale impatto possa avere la modificazione del viso. Quanto è difficile “il faccia a faccia con l’altro”, in un mondo che presenta non più “volti”, ma “maschere” (altro significato negativo di πρόσωπον) ricostruite omologate, sformate e trapiantate in un corpo.

La domanda è chi abbiamo di fronte? Cosa nascondono queste maschere? Quale immensa fragilità e vulnerabilità abbiamo di fronte? Quale enorme smarrimento, confusione e perdita del Sé abbiamo di fronte in un mondo nichilistico che punta a somigliare al viso piallato di un avatar digitale piuttosto che ambire, come direbbero gli indù, alla condizione di avatar[2] reale?

La paura della vecchiaia e il voler essere ciò che non si è, aspirando a modelli esterni, è una caratteristica assolutamente occidentale che l’occidentalizzazione ha diffuso nel mondo.

Come direbbe Miguel Benasayag, “la nostra è la prima società che non sa cosa farsene del negativo. Le società ‘non moderne’, non occidentali, incorporano il negativo (inteso in senso generale, cioè la morte, la malattia, la tristezza, in una parola: la perdita) in modo organico, come qualcosa che fa parte del tutto.”

In Occidente reprimiamo il “negativo” perchè lo definiamo tale e non lo concepiamo come parte integrante dei meccanismi di autoregolazione del mondo e della vita. Ecco dunque che ci fa paura la vecchiaia e il fatto di non essere considerati in base a fattori esterni, esattamente come abbiamo paura della morte perché non accettiamo la caducità della vita. Concepiamo cristianamente e scientificamente il tempo come una linea retta infinita, un presente eterno, vivendo come se alcune cose non debbano mai cambiare, non debbano mai finire, per scombussolare la nostra comfort-zone mentale.

“L’uomo, nella sua ricerca di gioia e di felicità, fugge dal proprio Essere, dal proprio Sè, che è la vera fonte di ogni gioia. Si considera molto brutto e noioso perché non è in grado di stabilire un rapporto intimo col proprio Essere. L’uomo cerca la gioia nel denaro, nelle proprietà materiali, nel potere, nell’amore egoista ed infine nella religione, che ugualmente lo attira al di fuori di se. Il problema è: che cosa si deve fare per interiorizzare la propria attenzione? Questo Essere interiore che è la nostra consapevolezza è energia.” – disse Shri Mataji Nirmala Devi in un suo celebre discorso sul Sahaja Yoga.

La medicalizzazione del corpo, il nostro cambiamento fenomenologico, la chirurgia estetica, il rincorrere i modelli di perfezioni irreali e irraggiungibili, la repressione della vecchiaia e la cancellazione del volto nascono dall’alienazione e dalla non-accettazione di Sè perchè non siamo consapevoli della cosa più naturale di tutte: la caducità della vita.

Siamo “volti”; siamo chi siamo; siamo autentici e non copie; siamo coloro che si guardano in faccia e si vedono per quello che sono; siamo il dettaglio che ci contraddistingue. Spesso ci comportiamo da “maschere” per nasconderci, ma non lasciamo che un parte del “negativo” ci totalizzi. Non siamo “maschere”, perchè per ogni cosa che facciamo “ci mettiamo la faccia”.

Altre info:

Note: 

[1] Il capitalismo cognitivo è un concetto che descrive un’evoluzione del capitalismo in cui la produzione di conoscenza e le capacità cognitive diventano elementi centrali per la creazione di valore e l’accumulazione di capitale. In questo contesto, il lavoro non è più limitato alle attività manuali o industriali, ma si estende alla sfera cognitiva, includendo la produzione di idee, informazioni, e competenze.

[2] Nell’induismo, un avatara (in sanscrito) è la discesa di una divinità, in particolare Vishnu o Shiva, sulla Terra in forma fisica, per ristabilire l’ordine cosmico (dharma) e aiutare l’umanità. Gli avatara sono considerati manifestazioni divine che appaiono quando il male minaccia di prevalere sul bene.

In copertina: Foto di Modella creata con l’intelligenza artificiale in una pubblicità su Vogue

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Parole a capo
Giusy Frisina: «Presagi» e altre poesie inedite

Parole a capo <br> Giusy Frisina: «Presagi» e altre poesie inedite

PRESAGI
(versi ispirati dall’Apocalisse di Giovanni)

I
Dal fumo uscirono dalla terra delle cavallette
cui fu dato il potere degli scorpioni…
Egli aveva aperto il pozzo dell’abisso….
E in tenuta di guerra in migliaia si erano schierati –
nei giorni lunghi di Plutone –
negli avamposti delle città senza Europa –
E sbucato dal giorno di Mercurio qualcuno disse basta,
inseguendo il cielo come voce che grida nel deserto –
Ma lo presero per pazzo e lo incatenarono –
E alla marcia della guerra e della pace
si ritrovarono per farsi la guerra
– Mentre il cielo disertore si allontanava –
ancora una volta ignorato e sgomento.

II
L’Angelo mi trasportò – in Spirito –
Su di un alto e grande monte
E mi mostrò una città risplendente
Come cristallino diaspro…
Era la Gerusalemme celeste
Dalle dodici porte e dai dodici angeli
(dodici come i segni dello zodiaco e i pianeti
e gli apostoli e i mesi dell’anno
e come tutto ciò che ruota all’infinito
attorno al Sole irriducibile)
Tre porte a Oriente – dove sorge la luce del Vero
Tre ad Occidente – il tramonto dei Sogni di onnipotenza
Tre a Settentrione – le porte del Sacrificio immane
Tre a Mezzogiorno – il ritorno del Bene
A ogni porta le tre Religioni –
Senza più alcun Tempio
Senza più alcuna guerra –
Se il Tempio è il Signore e l’Agnello
Ma né il Sole né la Luna la illuminano –
Se il Signore è la Luce
E la lampada l’Agnello.

 

*

 

NEL SOGNO DI KIEFER

Incastonato nel tempo,
contempli incantato
la bellezza malata delle rovine
e della distruzione perenne
e dell’infinita rigenerazione –
L’umano sdraiato
nel sonno che germoglia
non fa paura
come il volo di Icaro diventato
ala di guerra –
Ma il volo dell’arcangelo
si perde con la bruciante sconfitta
degli angeli caduti,
nella tempesta luciferina –
O Michele restituisci
la luce annebbiata
e tu Maria, Turris eburnea,
regina dei filosofi,
prega per noi,
se Odino veglia
sulle fumose ceneri
e su ogni disturbata creatura
perché risorga
nell’ultimo giorno
in un tripudio di girasoli.

 

*

 

AZZARDO

Ci sono sere
in cui il cuore si ferma
e la notte sembra l’ultima,
la volta in cui vorresti che il tempo
diventasse attimo 
e incontrasse l’eterno –
Sarebbe come provare il brivido del vuoto
e magari incrociare Dio –
Ma poi non sai come sarebbero
quel volto, quel sorriso
quella carezza sulla pelle
sai solo questo in fondo…
E il resto lo rimandi tra le stelle.

 

*

 

IN BILICO

Si potrebbe annegare
in un mare di basilico
e rincorrere onde di grano –
Ma i letti dei fiumi si prosciugano
mentre il mare avanza…
E chi mai scorgerà il fiore solitario
in un deserto di plastiche?
E chi mai fermerà questa guerra
complice di stermini?
Apocalisse, apocalisse annunciata
nella notte asfissiante
sapremo mai trovare conforto
a questo pianto?
Sapremo mai rimanere in bilico
mentre cadono gli astri?

 

*

 

AMORE UNIVERSALE

 

Armonia e connessione
senza le quali l’Universo 
non reggerebbe un secondo –
malgrado la guerra
figlia del caos
malgrado la morte e il dolore –
l’Amore regge tutto sempre
Se il passato è nel futuro
Il futuro è già arrivato
E lo sguardo di chi è scomparso
È nel mistero di un volto
Che inspiegabilmente ti sorride
qui di fronte a te.
Adesso.

 

Foto di Robert Alvarado da Pixabay

Ringrazio la poetessa Giusy Frisina per avere autorizzato la pubblicazione di queste sue poesie.

Giusy Frisina viene dalla Magna Grecia ma vive a Firenze, dove ha insegnato Filosofia. Ha scritto articoli e racconti nella rivista online Domani Arcoiris TV diretta da Maurizio Chierici, ma ha sempre avuto la passione della poesia. I suoi testi sono presenti nel blog Alla volta di Leucade, diretto da Nazario Pardini, sul sito “La Recherche” e in diverse antologie poetiche. Ha pubblicato le seguenti raccolte: Il canto del desiderio (Edarc,2013), dedicata al cantautore-poeta Leonard Cohen, Onde interne (ilmiolibro, 2013), Dove finisce l’amore (Teseo, 2015), Percorsi effimeri (Aracne, 2016), prima classificata al XIV Premio Internazionale “Voci-Città di Roma, Profughi per sempre (Blu di Prussia, 2019), Sul confine (Blu di Prussia, 2020). Ha inoltre pubblicato un testo teatrale dal titolo: “Il sogno di Marsilio a Firenze” (Aracne, 2016). Nel 2024, per l’Edizione Setteponti è uscita la sua ultima fatica “Luna perduta“.

In “Parole a capo” sono state pubblicate alcune sue poesie il 5 dicembre 2024.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 297° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Formalizzato il gemellaggio tra Riace e Gaza

Riportiamo dalla pagina Facebook di Mimmo Lucano il suo intervento e i commenti di Pino Carella e Luigi De Magistris sull’emozionante cerimonia svoltasi ieri, 5 agosto, per siglare il gemellaggio tra Riace e Gaza.

Mimmo Lucano, sindaco di Riace

Le ragioni, umane e politiche, che mi hanno spinto a formalizzare il legame della comunità riacese con Gaza, non si limitano alle circostanze del momento attuale, alla sola necessità di esprimere con ogni mezzo, morale e materiale, sostegno e solidarietà al popolo di Palestina, stretto nella morsa dei due imperialismi congiunti di Stati Uniti e Israele.

Il 5 agosto, a quasi due anni dall’inizio di quello che vigliaccamente si continua a chiamare conflitto israelo-palestinese, ma che è invero il proseguimento tragico di decenni di oppressione, di esodi forzati, di negazione sistematica dell’identità di un intero popolo, istituiamo un atto che non è e non vuole essere solo simbolico.

Con il gemellaggio tra Riace e Gaza, intendo far risuonare ovunque il senso autentico della mia intenzione politica, cioè generare processi di liberazione, di riscatto e autodeterminazione, e riabilitare la giustizia, perché non sia ridotta e isterilita in ordinamenti e norme, ma strumento per una libertà riconquistata e riconosciuta.

Riace, che ha avuto il coraggio d’incarnare l’utopia dell’uguaglianza, si dichiara testimone del massacro delle decine di migliaia di vittime palestinesi, prende parte al loro dolore, accoglie la sfida di restare umani, usando le parole, che facciamo nostre, di Vittorio Arrigoni.

Nel 2010 fummo l’unico Comune ad accogliere l’appello della Farnesina ad ospitare i profughi palestinesi rimasti senza protezione dopo la caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq.  Li accogliemmo con un applauso. Con noi c’era, quasi per una coincidenza, il regista tedesco Wim Wenders, che anche in quell’occasione usò, come sua consuetudine, la cinepresa come mezzo di espressione artistica, capace di cambiare la prospettiva sul mondo. Quel mondo spaccato nel mezzo di Berlino, da un Occidente che oggi guarda a Israele con complicità, che tenta in ogni modo di mistificare lo sterminio, qui ha dovuto arretrare.

Qui vogliamo scrivere un’altra storia, come già è successo.

Dall’arrivo dei nostri compagni curdi, questo luogo rimosso del meridione d’Italia, inghiottito da politiche discriminatorie, umiliato dallo strapotere mafioso, costretto ad accettare un destino di oblio, ha trovato accanto ai perseguitati della Terra il suo legame profondo, il filo rosso che ci ricongiunge nella lotta.

Ieri sera, nell’ambito di un evento organizzato da riacesi, in collaborazione con l’antropologo calabrese Vito Teti, abbiamo ricordato il documentario “In Calabria” di Vittorio De Seta.

Voglio concludere il mio intervento citando le sue parole, lucide e poetiche, a proposito dell’anima calabrese:

L’anima calabrese ha un’impronta orientale. Qui, cinque secoli fa, quando il loro Paese fu invaso dai Turchi, arrivarono anche gli Albanesi.

Per quanto abbiano sempre dimostrato un forte attaccamento alle tradizioni, e abbiano mantenuto gelosamente la loro lingua, i costumi, il rito greco-ortodosso, hanno convissuto pacificamente con gli abitanti del posto.  

Quando nessuno soffia sul fuoco delle differenze tra i popoli, la gente semplice è portata a vivere in pace“.

Pino Carella:

Gaza e Riace: un gemellaggio di cuori, mani e memoria

Tra i vicoli antichi di Riace, dove il vento sa ancora raccontare storie di accoglienza e speranza, un abbraccio ha attraversato il Mediterraneo. È l’abbraccio tra un borgo che ha fatto dell’umanità una bandiera e una terra martoriata, Gaza, che continua a gridare al mondo la sua sete di pace e dignità.

È qui, nel cuore della Calabria, che è stato siglato un patto che va oltre i confini della geografia: un gemellaggio dell’anima tra Riace e Gaza. Un legame scolpito nella pietra viva della solidarietà, e dipinto nel colore acceso di un murales che racconta una stretta di mano forte, intensa, eterna.

A rappresentare Gaza, Lana Alhaddad, giovane donna che porta nel corpo e nello sguardo le ferite della sua terra. Una sopravvissuta, sì, ma anche un simbolo di resistenza, una voce limpida che parla per chi non può più parlare. Lana ha firmato quel patto al posto del sindaco di Gaza, presente solo con la voce in un collegamento video, perché a Gaza anche un semplice viaggio è un sogno infranto.

Accanto a lei, il Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, con la sua visione limpida, continua a difendere un’idea semplice e rivoluzionaria: che l’umanità viene prima dei confini, prima delle leggi fredde, prima del silenzio complice.

Il murales che oggi colora il borgo è più di un’opera: è memoria e futuro intrecciati, è la narrazione visiva di due mondi lontani che si scoprono fratelli nel dolore e nella speranza. Le mani di Gaza e Riace si stringono sopra macerie, sopra onde di esilio, sopra lacrime che non chiedono vendetta, ma ascolto.

Gaza, con le sue case distrutte e i suoi bambini dagli occhi profondi, ha trovato in Riace una finestra aperta, un luogo dove la tragedia non viene consumata nel silenzio, ma accolta e trasformata in gesto, in parola, in arte.

Questo gemellaggio è un atto d’amore coraggioso, un richiamo al mondo distratto, un segnale che da un piccolo borgo può ancora nascere una luce. Perché dove c’è chi tende la mano, anche la sofferenza più grande trova riparo.

E allora, che il nome di Lana diventi eco. Che la sua storia diventi canto. Che la sua firma resti incisa nel tempo come promessa: mai più soli, mai più dimenticati. Gaza e Riace, unite nel dolore, nella dignità, nella speranza.

Luigi De Magistris

Ieri sera ho assistito presso il consiglio comunale del Comune di Riace all’approvazione del gemellaggio Gaza-Riace. Potente e bellissima iniziativa voluta dal mio amico Mimmo Lucano, sindaco di Riace. Commovente, poi, il collegamento video con il sindaco di Gaza. L’umanità può ancora salvare il mondo. Viva la resistenza palestinese fino alla vittoria. Palestina libera, stop genocidio

In copertina: Foto dalla pagina Facebook di Domenico Lucano

Vite di carta /
Danza con le “Mie magnifiche maestre” di Fabio Genovesi

Vite di carta. Danza con le “Mie magnifiche maestre” di Fabio Genovesi 

Che senso di leggerezza e di pace mi arriva dalla scrittura di Fabio Genovesi, anche da questo suo ultimo libro dedicato alle “donne di casa mia”. Dalla trisnonna Isolina alle zie Gilda e Violetta, a Irene, Benedetta e Azzurra, che parenti non sono, ma a buon diritto fanno parte di quella “famiglia più grande e profonda che non è tenuta insieme dallo scuro appiccicoso del sangue, ma da una colla più intensa e trasparente, che è l’amore”.

Sono amiche della madre, vicine di casa. Ognuna appare in sogno a Fabio nella settimana che precede il suo cinquantesimo compleanno e dalle sette notti in cui rivede ognuna di loro arriva il dono dello stare ancora insieme, arriva il marchio del loro insegnamento volontario o involontario sulla vita.

L’ultima notte Fabio ritrova la nonna Giuseppina: “sono cresciuto con lei, la sua mano nella mia” dice mentre si prepara per lui nella grande radura dentro il bosco del sogno l’incontro finale, il più straordinario.

Non sveliamolo, il lettore deve provare il nostro stesso incanto nell’assistere alla danza che approfitta del silenzio all’intorno, “la canzone più bella di tutte perché tutte le contiene”, e rende bellissimi i due danzatori. E questa bellezza “palpita e schizza ovunque, così intensa che resterà dopo la danza, dopo la musica, dopo noi”.

Il libro trova la sua struttura e il suo ritmo nei sette giorni che precedono il compleanno, nel conto alla rovescia i capitoli titolano da “Meno sette” a “Meno uno” e intorno hanno una miriade di cicale, nel senso che “Cicale” è l’introduzione e “Questo conta, questo canta” conclude il libro ritrovando il loro frinire come sottofondo.

Che bello sentire con quale tenerezza e riconoscenza Fabio accetta il sogno come dimensione vera dell’esistenza e ribalta così l’ordine costituito dalla visione razionale delle cose che tutti rincorriamo. Lo facevano gli antichi, che affidavano ai sogni premonitori la scelta di aprire la battaglia o di fondare una città.

Se non leggerete il libro almeno ascoltate e guardate il filmatino su Youtube che ritrae Fabio in cammino nella sua terra durante la passeggiata quotidiana dal fiume al mare che bagna Forte dei Marmi. In dodici minuti guardando l’obiettivo, cioè noi, lascia fluire le parole sul romanzo, spiega come le zie gli hanno portato in sogno i loro insegnamenti. Dice come sarebbe giusto vivere per immergerci appieno nella meraviglia che è la vita.

Dovremmo fare come la cicala. Ribaltando la favola che la vede come un animale improvvido, al contrario della prudente formica, la cicala per Fabio rappresenta la capacità di canto e di armonia.

Lei sì sa godere dell’estate, si è tenuta nascosta sotto terra per anni e poi insieme a tutte le altre ha saputo che quello era il giorno per inventarsi il volo e uscire a cantare nel coro gigante che va dalla terra al cielo.

Come le zie, che dopo tanto tempo riemergono ogni notte a svelare la loro storia al nipote che si trova sulla soglia dei cinquant’anni e tutto comprende e collaziona in un mosaico di sé che prescinde dallo scorrere del tempo e diventa il presente acronico delle leggi di natura.

Così sono e sono stato fin da piccolissimo, sembra volerci dire l’autore, che più di così non potrebbe coincidere col narratore. Ho esperito tanto in ormai cinquant’anni di vita, eppure ho dentro di me il bambino che ero e i suoi sguardi sul mondo.

Comprendo che Azzurra, che in classe alle elementari era affiancata da “Sostegno” a causa del suo grave handicap, mi ha insegnato a non seguire il gregge degli altri compagni. Come lei anche ora posso dire Bee bee in risposta alle domande preconfezionate che mi rivolge il mondo.

Continuo a seguire le naturalità come coordinata di fondo del vivere.

L’ho scritto anche nel mio Il calamaro gigante quanto sia grigio e secco il mondo in cui ci siamo limitati quando ci siamo staccati dalla pura bellezza dell’universo.

“Abbiamo smesso di danzare, e siamo saliti su una scala. Che ci siamo inventati noi, e quindi non ci porta da nessuna parte, solo ci allontana”. Dagli animali che erano, prima, le nostre divinità, e dalla Natura, che saremmo noi stessi. Ora “ci muoviamo tristi, storditi e goffi, ormai inadatti all’incanto naturale che era nostro,…tanto inadatti da essere dannosi”.

Non stanotte, però, quando la danza danzata nel sogno è la più straordinaria verità.

Nota bibliografica:

  • Fabio Genovesi, Mie magnifiche maestre, Mondadori, 2025
  • Fabio Genovesi, Il calamaro gigante, Feltrinelli, 2021

Cover: La cicala e la formica, disegno realizzato da Chloe, nipote dell’autrice

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Le voci da dentro / L’estate del nostro scontento

Le voci da dentro. L’estate del nostro scontento

Ornella Favero è, dal 1997, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti realizzata nella Casa di Reclusione di Padova. Dal 2015 è presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Ogni anno, organizza nelle scuole attività di sensibilizzazione sui temi del carcere, della legalità e della devianza, attraverso un progetto che si chiama “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere” che coinvolge moltissime scuole superiori del Veneto.
L’elenco delle sue iniziative è ancora molto lungo; io mi fermo qui solo per far capire che di problemi legati al carcere se ne intende a tal punto da fare un’analisi chiara, lucida e, soprattutto, critica del cosiddetto piano carceri appena sfornato dal governo.
Vale la pena leggerlo con attenzione.
(Mauro Presini)

Il piano carceri ormai è diventato una malattia cronica recidivante

di Ornella Favero

L’estate in carcere è il contrario che in libertà: è triste, è soffocante, è angosciante. Ed è funestata dai “piani carcere”, che tornano a prenderci in giro con regolarità disarmante. Ho preso in mano il piano del 2014, ed è praticamente una fotocopia di quello appena presentato dal governo. Che però ha in più alcune definizioni “creative”, il nulla raccontato come se potesse davvero accadere.

Liberazione anticipata, ovvero “te la complico io la vita”

Quanto alla liberazione anticipata, ci viene detto che si “irrobustisce” il profilo informativo, “soprattutto nella prospettiva del massimo aggiornamento delle relazioni del detenuto”. Cioè, spiegateci: “il massimo aggiornamento” significa che i giorni restano sempre gli stessi, ma qualcuno (i magistrati?) ti chiarisce, perdendo tempo ed energie, quello che tutti già sanno, cioè a quanti giorni hai diritto se non fai cazzate e non te li giochi malamente?

Qualcuno poi (il Ministro) ci ha detto che sarebbe un cedimento dello Stato concedere ogni anno due mesi in più di liberazione anticipata per tutte le inutili sofferenze, ristrettezze, violazioni dei diritti subite dalle persone detenute. E se la chiamassimo invece “compensazione”? Quella che l’Europa ci ha chiesto, quando ci ha suggerito che se non sappiamo garantire ai detenuti il rispetto della legge, cerchiamo almeno di dargli qualcosa che “compensi” la dignità trascurata e offesa.

Ma come possiamo noi volontari rispondere alla “macchina da guerra” mediatica e politica che racconta che anticipare l’uscita dal carcere, per persone, già vicine al fine pena, di una manciata di giorni significa mettere a rischio la sicurezza del Paese?

Detenzione differenziata

Chiamasi “detenzione differenziata” il fatto che nel piano carcere sono citati 10.000 detenuti che sembrerebbero “inviabili” alla detenzione domiciliare. Dice il sottosegretario Alfredo Mantovano “Con questo disegno di legge introduciamo un’innovazione importante. Offriamo ai tossicodipendenti e agli alcoldipendenti che hanno commesso reati un’alternativa seria, concreta e verificabile: la detenzione domiciliare in una comunità di recupero”.

Ma l’alternativa seria diventa ben presto la moltiplicazione dei “pani e dei pesci” fatta dal ministro Nordio che parla di far andare in comunità 10.000 tossicodipendenti! “Considerando che il 31% usa sostanze stupefacenti o alcoliche, se solo un terzo partecipasse a questo tipo di programma avremmo una diminuzione di diecimila tossicodipendenti nelle carceri. Questo ridurrebbe in maniera sensibile il sovraffollamento”.

Ma se le carceri sono piene di detenuti tossicodipendenti con due, tre anni di residuo pena, se posti in comunità non è certo facile trovarli, se non si sa chi paghi, se il tanto promesso albo delle comunità non si capisce dove sia finito, a che cosa può servire rendere possibile l’accesso alle comunità non più sotto i sei anni, bensì sotto gli otto anni? Si chiama “detenzione differenziata”, ma differenziata da cosa? Dal fatto che qui la fantasia e l’approssimazione non hanno limiti? (E cosa farà la commissione di valutazione a cui verrà sottoposto il programma terapeutico di ogni detenuto?)

Valorizzazione immobiliare su vasta scala

Le “carceri in centro città o con vista mare”, dice il commissario all’edilizia Marco Doglio, non saranno vendute ma “valorizzate e trasformate”. “Valorizzazione immobiliare” è la nuova, fantasiosa creazione del governo, ti requisisco la cella vista mare e in cambio ti do un container, un prefabbricato modello Albania, l’ultima trovata in fatto di collocazione delle persone detenute in spazi ristretti per dormire, mangiare, forse respirare, non certo per scontare una pena che “tenda alla rieducazione” come chiede la Costituzione.

Domanda: ma quando il commissario dice che “l’approccio è nuovi moduli, ampliamenti, ristrutturazioni e operazioni immobiliari su larga scala”, che cosa sono queste operazioni immobiliari e come dovrebbero fruttare nuovi posti branda? togliendo ai detenuti la vista mare e “vendendola” ai migliori offerenti?

Santo Covid e telefonate

Se non ci fosse stato il Covid, una disgrazia per tutti, ma non per le persone detenute, ora non esisterebbero le videochiamate, introdotte durante la pandemia e che nessuno ha avuto più il coraggio di togliere.

Pareva che finalmente si fosse capito che le telefonate devono essere liberalizzate, come già succede in tanti paesi, perché sono una delle poche forme vere di prevenzione dei suicidi; rafforzare le relazioni, dilatare al massimo gli spazi per gli affetti è infatti forse l’unico modo per far sentire le persone meno sole e isolate. E invece no, troppo lusso, quello che il piano carceri “epocale” concede sono due miserevoli telefonate in più al mese, non c’è neppure il coraggio di fare una piccola riforma a costo zero come la liberalizzazione delle telefonate.

Task Force

Per finire, dovremmo forse sentirci rassicurati dalla creazione di una task force, espressione con cui si indica “un ristretto gruppo di persone, altamente competenti e/o specializzate, con funzioni e compiti specifici al compimento di un’operazione o di uno scopo”, task force che una volta a settimana dovrebbe riunirsi. Per fare cosa?

Come cittadina coinvolta nella vita delle persone detenute a tal punto, che nel mese di luglio entro ancora ogni giorno, con tanti volontari, per garantire una boccata di ossigeno a chi deve vivere questa estate asfissiante in galera, vorrei sapere da chi è composta e cosa farà questa “task force”. Chiedo troppo?

 

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Nuove norme sui conti correnti: i delinquenti gongolano, i bancari rischiano

Nuove norme sui conti correnti: i delinquenti gongolano, i bancari rischiano

La settimana scorsa la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una proposta di legge che prevede l’obbligo per le banche di aprire il conto corrente a chiunque lo richieda, ed il divieto di chiudere unilateralmente i conti in essere.

Un provvedimento apparentemente ineccepibile: è giusto che chi ha avuto problemi in buona fede possa accedere ai servizi bancari. Purtroppo, però, esistono anche soggetti che non sono in buona fede, e che su quel conto hanno bisogno di far passare proventi di attività illecite. Le normative antiriciclaggio ed antiterrorismo impongono responsabilità pesanti in carico alle persone che lavorano in banca: sui rapporti di conto bisogna effettuare costantemente l’ “adeguata verifica”, cioè un controllo continuo, volto ad individuare qualsiasi operazione anche solo potenzialmente sospetta di derivare da eventuali reati per segnalarla e, ove possibile, astenersi dal portarla a termine. La normativa è inflessibile nei confronti di bancarie e bancari: l’omessa segnalazione è punita con multe pesantissime e pene detentive. Sono già diversi i casi di dipendenti di banca che, non essendosi accorti tempestivamente di movimenti anomali sui conti, hanno perso il posto di lavoro e si sono ritrovati davanti al giudice. Per questo motivo, la chiusura di un conto che presenta andamento fortemente anomalo rappresenta, ad oggi, il modo più efficace per tutelare la Banca e chi ci lavora, ma anche per ostacolare la criminalità.

La legge approvata alla Camera prevede che non si possa rifiutare l’apertura ed il mantenimento del conto a nessuno, fermo restando l’obbligo di osservare le disposizioni nazionali ed europee in materia di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”. Un’evidente contraddizione, che speriamo possa essere oggetto di riflessione prima della votazione in Senato, evitando così di emanare una norma sgangherata e che rischia di provocare seri danni, non solo a chi lavora in banca.

Non è la prima volta che la politica assume atteggiamenti bizzarri nei confronti delle banche. Le banche sono soggetti d’interesse pubblico quando rischiano di fallire, quindi è normale salvarle con i soldi dei contribuenti. Diventano però soggetti privati e totalmente intoccabili quando fanno utili record come sta avvenendo ora, e quindi non si possono tassare gli extra-profitti, anche se dovuti ad un rialzo anomalo dei tassi causato da una guerra. Le banche sono libere di decidere le commissioni sui pagamenti pos, in quanto un intervento pubblico rappresenterebbe un’indebita interferenza su attività private. Poi però si procede a mutare la natura di un contratto privatistico come quello di conto corrente, creando una disparità tra i contraenti e lasciando solo ad una delle parti la facoltà di recesso.

Sorprende l’improvvisa attenzione della politica verso coloro che trovano difficoltà ad accendere un conto, quando per anni non si è in alcun modo preoccupata di far sì che anche chi vive nelle aree interne e meno floride possa beneficiare della presenza di una filiale a distanza ragionevole, presso la quale poter aprire un rapporto anche se, per età o limiti culturali, ha difficoltà a farlo online. La desertificazione bancaria è un tema sul quale la politica è colpevolmente assente, peraltro tradendo lo spirito dell’Art. 47 della Costituzione, che considera il Risparmio ed il Credito attività sulle quali la Repubblica dovrebbe avere obblighi di tutela e di controllo.

L’auspicio è che la ritrovata attenzione alle esigenze dei consumatori possa produrre provvedimenti ben più importanti, che puntino l’attenzione sui territori abbandonati dalle banche, il cui declino sembra al momento non essere tra le priorità di chi governa.

 

Luca Copersini
(Segretario Regionale Fisac CGIL Abruzzo Molise)

 

 

photo cover di Marco Vech da Flickr, CC BY 2.0