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FRANCESCA ALBANESE: SANZIONARE E PERSEGUIRE ISRAELE E I SUOI LEADER

Francesca Albanese, relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (ONU) per la Palestina, recentemente sanzionata dagli Stati Uniti per le sue posizioni prese nei confronti di Israele, ha spiegato perché Israele e i suoi leader dovrebbero essere sanzionati e perseguiti per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante i genocidi contro il popolo palestinese nei territori occupati da coloni israeliani.

In una conferenza stampa tenuta a Bogotà, in Colombia, dove Albanese è stata invitata a partecipare alla Conferenza ministeriale internazionale di emergenza sulla Palestina, l’alto funzionario delle Nazioni Unite ha sottolineato che sebbene i crimini di Israele contro la Palestina siano stati sistematicamente portati avanti  per decenni, la realtà attuale mostra in modo ancora più cruda la violenza smisurata e le flagranti violazioni di ogni tipo di diritto e legge.

“Ora vediamo che l’impunità è ancora retorica, non essendo punita con azioni concrete. Questa impunità ha portato alla realtà attuale, che è apocalittica per il popolo di Gaza, nella Cisgiordania occupata, nei quartieri palestinesi devastati, mentre la violenza dei coloni israeliani continua”, ha detto Albanese.

La relatrice ha osservato che la comunità internazionale si è storicamente limitata a condannare in modo “retorico” le occupazioni del territorio palestinese, che sono passate da circa 80 negli anni ’90 a più di 300 oggi.

“In questi decenni sono state condannate l’espansione dei coloni, gli omicidi extragiudiziali, le torture, gli arresti, le forme di punizione collettiva contro i palestinesi, ma senza azioni concrete”, ha affermato Francesca Albanese.

In questo modo, ha sottolineato la relatrice Onu, l’attuale situazione in Palestina è inaccettabile perché si tratta di “un genocidio” contro il popolo palestinese, che affonda le sue radici nelle scelte  della comunità internazionale che a causa della loro inazione “erode il sistema multilaterale” di cui fanno parte i paesi.

Albanese ha ritenuto che l’attuale situazione in Palestina non può essere prolungata più a lungo e per questo motivo le sanzioni contro Israele devono essere imposte immediatamente.

“Dobbiamo capire cosa succede. Ed è che Israele come Stato, le sue politiche e i suoi interessi economici, sono completamente intrecciati con le colonie” installate nei territori occupati. “Ecco perché Israele deve essere sanzionato”, ha affermato.

Inoltre, ha avvertito che la giustizia internazionale deve applicare “misure individuali” contro “i leader israeliani più estremisti”, che devono essere ritenuti responsabili di tutti i crimini contro l’umanità che hanno commesso e, di conseguenza, affrontare la giustizia.

“Per questo motivo, ha sostenuto Albanese, l’embargo sulle armi a livello internazionale contro Israele è ora più che mai “un obbligo”. “È obbligatorio non ritardare più un embargo sulle armi. Si tratta di un obbligo internazionale, non di solidarietà”, ha detto.

Allo stesso modo, ha aggiunto, la comunità internazionale deve essere responsabile e fermare il trasferimento di tutti i tipi di fonti di energia per Israele, che servono ad alimentare i suoi crimini nei territori palestinesi.

Ha inoltre  osservato la relatrice che gli Stati che possiedono porti nel Mediterraneo dovrebbero inviare costantemente barche umanitarie con medici, infermieri, cibo, medicine e latte artificiale, per cercare di ridurre le morti per fame.

Francesca Albanese ha anche fatto riferimento alla decisione dell’Unione europea di non interrompere le relazioni con Israele e ha detto che tale misura la trova “sorprendente” e “triste”, perché nonostante gli israeliani abbiano commesso crimini di guerra e contro l’umanità per più di mezzo secolo, il blocco europeo li sostiene ancora, anche nei momenti di continue violazioni contro la Palestina.

“Il fatto che le relazioni siano state rinnovate di fronte alla distruzione di Gaza segna probabilmente il punto più basso della politica europea, dell’Unione europea”, ha lamentato l’alto funzionario.

Per questo ha sostenuto che la “politica dei doppi standard” da parte dell’UE rispetto alla situazione in Palestina segna anche il tradimento dei valori europei”. “Le madri e i padri fondatori dell’UE si staranno oggi  rivoltando nelle loro tombe”, ha aggiunto Albanese. (RT)

Ora capirete perché Francesca Albanese è stata sanzionata dagli Stati Uniti … non è ammesso esprimere posizioni come le sue su Israele.

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

Cover: Francesca Albanese – immagine su licenza heute.at

Il Papa sotto le bombe di Gaza

Un’altra bomba su Gaza? No, un Papa.

il 19 luglio 1943, esattamente ottantadue anni fa, il grande bombardamento su Roma delle forze aeree alleate. 4.000 bombe sganciate sulla città, almeno 3.000 morti e 11.000 feriti, la metà dei quali, 1.500 morti e 4.000 feriti, solo a San Lorenzo, il quartiere più colpito. Lo stesso giorno Papa Pio XII uscì dal Vaticano e raggiunse San Lorenzo per essere di conforto alle persone colpite dalla tragedia.

Il bombardamento di San Lorenzo, sventrato dalle bombe, i volti dei sopravvissuti, sono stati raccontati più volte in quadri, film. canzoni. E soprattutto la foto di Pio XII, quell’angelo bianco a braccia aperte, è diventata un’immagine simbolo, un’icona della storia italiana: un Papa sotto le bombe che abbraccia il suo popolo.

È di ieri la notizia che, nell’ennesimo bombardamento israeliano è stata colpita anche l’unica parrocchia cattolica di Gaza: altri 3 morti che si aggiungono ai 60.000 palestinesi sterminati, di cui 15.000 bambini. Papa Leone XIV, appresa la notizia, ha detto: “Fermatevi!”. Non esiste una parola più giusta, ma nessuno al mondo, nessun potente, nessun capo di stato dà retta alle parole, alle suppliche, alle invettive di un Pontefice Romano; lo sa bene Papa Francesco che ci ha provato inutilmente per 14 anni.

Occorre cambiare qualcosa. Forse Papa Prevost potrebbe imparare da Pio XII: guardare a Gaza come a San Lorenzo. Leggo che da Roma per raggiungere la Palestina ci vogliono 3 ore e 18 minuti di volo. Con il suo super elicottero bianco il Papa può metterci anche meno a raggiungere Gaza. Abbandoni per qualche giorno le sue ferie di Castel Gandolfo e vada a Gaza di persona (nessuno oserà fermarlo), dove troverà una città completamente rasa al suolo (altro che San Lorenzo), e incontrerà una manciata di cristiani e decine di migliaia di non cristiani, questi e quelli figli di Dio.

Papa Leone Magno (narrant) fermò Attila. Attila era probabilmente meno omicida di Benjamin Netanyahu, quindi anche per Leone XIV fermarlo sembra un’impresa impossibile. Ma se ci si vuol provare veramente, bisogna andare a Gaza. E a Gaza, tra gli sterminati, ripetere quella parola: “Fermatevi!”

Cover: Pio XII a San Lorenzo sotto le bombe – foto L’Avvenire

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Viaggio in Italia. Il mio amico A.

Viaggio in Italia. Il mio amico A.

Ho conosciuto A. nell’estate del 2015, quando faceva il volontario presso la Biblioteca comunale di Zocca, sull’Appennino modenese. Aveva allora 85 anni e camminava a fatica, trascinando un po’ i piedi. Eppure ogni giorno, con una puntualità degna di un treno svizzero, arrivava in perfetto orario e prima di me, ed io, che venivo a piedi come lui, attraversando a piedi il paese, non riuscivo mai ad arrivare per primo, nonostante abitassimo a poca distanza l’uno dall’altro.

Non c’era un obbligo nell’orario, essendo il nostro volontariato puro, non retribuito, inoltre non dovevamo aprire la biblioteca, quindi ognuno di noi due, sceglieva il momento in cui iniziare la mattinata.

Ma per quanto anticipassi il mio ingresso in biblioteca, pur nei limiti d’orario di una vacanza, poiché mi trovavo pur sempre li per riposare, il mio futuro amico arrivava sempre per primo, un po’ come il tormentone, del colore delle magliette del drappello degli esploratori, in Gunny, un vecchio film militarista, ma divertente, con Clint Eastwood.

Il mio amico A. ha diverse malattie invalidanti, di cui mai si lamenta, piuttosto ne parla, con grande tranquillità, ma soprattutto è capace di parlare un po’ tutte le lingue europee, avendo accompagnato per tutta la vita gruppi turistici, per conto del comune di Modena. Ha inoltre una solida – e mai sbandierata – cultura generale, fatta in anni di viaggi e di letture.

Dall’avere percorso in bus (lui lo chiamava ancora “torpedone”), tutta l’Europa e parte del Medio Oriente, deriva invece la sua incredibile capacità di sopravanzare ed integrare qualunque navigatore o schermata di Google Maps. A. conosce strade e percorsi alternativi più veloci di quelli proposti dai moderni strumenti informatici, e sa adattare ed aggiornare qualunque cartina stradale, integrandola con le sue conoscenze ed i suoi ricordi.

Si definiva allora, in quella torrida estate, un po’ umoristicamente, un modesto “impiegato tecnico di concetto”, ovvero la dicitura che i vecchi uffici di collocamento solevano mettere sui cartellini dei periti disoccupati, e lui come me, lo è. Un perito meccanico (mentre io sono chimico), formato in tempi in cui tale diploma valeva, in termini di preparazione, quasi una moderna laurea breve in ingegneria.

Causa naturale predisposizione al sociale e reciproca simpatia, io ed A. siamo diventati da subito ottimi amici, e spesso, la sera – mai dopo le dieci però – si intavolavano lunghe discussioni davanti ad una pizza o ad un caffé. In quei momenti si rivelava tutta la sua allegra gioia di vivere, la sua immensa modestia, vera umiltà che mai giudica, ma piuttosto sorride bonaria.

A. in quelle sere mi ha raccontato, fra le altre cose, dei primissimi viaggi oltre cortina, in Unione Sovietica, stretto nella torretta di un bombardiere bimotore Ilyushin, a cui era stato tolto l’armamento. Ed io che da ragazzino ne studiavo le caratteristiche tecniche, appassionato com’ero di velivoli da combattimento della seconda guerra mondiale, lo invidiavo moltissimo.

A questi racconti, sulle abitudini e la vita sovietica degli anni Cinquanta, il mio amico ha poi aggiunto il dono finale di molti opuscoli e materiale turistico – a dir poco imbarazzante, per l’evidente falsità ideologica – dell’Associazione Italia – Urss, che ancora oggi conservo come fossero reliquie d’un antica chiesa ortodossa.

Ma il tratto che forse interesserà maggiormente i lettori di Rodafà, è la profonda e cristallina fede di A. Mai una volta in tutti questi anni l’ho sentito lamentarsi di qualcuno o di ciò che il Signore gli ha riservato, compresa la recente perdita dell’unico figlio, oramai un maturo signore in età da pensione, che ha comunque lasciato moglie e figli.

Da oramai tre anni, causa gravi problemi circolatori, A. non cammina più: deambula, grazie a quel triste – ma ahimé indispensabile – supporto, che in gergo sanitario è chiamato “girello”, proprio come quello che un tempo usavano i bambini piccoli per muovere i primi passi.

Il mese scorso si è trasferito a Cuneo (dove, come da famosa battuta, Totò ha fatto il militare, diventando così “uomo di mondo”), poiché non ha più nessuno qui in Emilia che lo possa seguire. Mi intristisce pensare che, durante uno degli ultimi pomeriggi trascorsi assieme, nel rincasare A. mi aveva espresso tutto il suo desiderio di tornare, almeno una volta prima di passare a miglior vita, a Rio de Janeiro, sulla spiaggia assolata di Copacabana.

A volte me lo immagino lassù, al Nord, sotto al Pian del Re – dove nasce il fiume Po – al freddo e solo in quella città di montagna, lontano dalle piazze aperte della sua Modena. Nell’immaginare ora quei luoghi, mi aiuta il fatto che, mentre scrivo, fuori impazza un nebbione padano – tropicale quale si potrebbe trovare soltanto in una versione di Amarcord  prodotta da Bollywood.

Credo proprio che prima o poi riempirò una borsa da viaggio di lambrusco DOC e prenderò il primo treno per Cuneo. Per concludere dirò che stare con A., o parlare con lui al telefono è l’unico modo (sic.) in cui sento ancora possibile un futuro, personale o collettivo che sia. Ma soprattutto, lo confesso, “da grande”, vorrei proprio diventare come lui.

Le tappe di Viaggio in Italia di Stefano Agnelli le puoi trovare su Periscopio [Qui]

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Un esame di maturità o una gara di sopravvivenza?

Gli esami oggi: un esame di maturità o una gara di sopravvivenza?

Un appello per una scuola diversa

Mi ha appassionato la vicenda degli studenti e delle studentesse che hanno protestato all’esame di Maturità rifiutando di sostenere il colloquio. Lo hanno fatto per critica un sistema scolastico che ritengono eccessivamente incentrato sui voti, a discapito del loro percorso di crescita quinquennale e dell’impegno costante, che spesso non hanno visto riconosciuto equamente. Sentono che un singolo numero o “pezzo di carta” non possa definire il loro valore. Lamentano inoltre una mancanza di comprensione ed empatia da parte dei docenti, percepiti come interessati solo ai voti e poco disponibili ad affrontare le loro difficoltà umane o a creare uno spazio di dialogo e supporto. La scuola è vista come un ambiente eccessivamente competitivo, che li mette sotto pressione e li spinge a vedere i compagni come rivali. Per questo, chiedono un ripensamento profondo del sistema scolastico e dell’esame di Stato, ispirandosi a modelli stranieri (come quelli del Nord Europa) che riducono la competitività e valorizzano autonomia e spirito critico. La loro protesta è l’espressione di un profondo disagio e richiede una scuola più equa, empatica e focalizzata sulla crescita integrale delle persone.

La reazione del ministro: bocciare

Il ministro Giuseppe Valditara nell’occasione ha fatto i soliti annunci minacciosi di circostanza, che a ben vedere sono inapplicabili se non si cambia la legge. Gli studenti e la studentessa hanno rispettato le regole, tant’è che il ministro non ha potuto rivedere la promozione come sarebbe stato lecito se le formalità non fossero state rispettate. D’altronde il funzionamento dell’Esame di Stato, ora non più di Maturità, è veramente macchinoso e poco rispettoso di una valutazione seria e aderente della preparazione degli studenti e studentesse. Si basa su un accumulo di punti, fino a un massimo di 100, che tende ad essere automatico, con un sistema molto simile a quello di una gara sportiva, dove un errore può costare un risultato.

Scuola e vita un allenamento per la vittoria?

Nei forum su Facebook la maggior parte dei commenti, spesso di insegnanti, ma anche di genitori, ha liquidato la scelta come un gesto da fannulloni scansafatiche. Invece molti esperti e influencer, tra cui Enrico Galiano, hanno sollecitato a considerare seriamente l’appello che questi giovani stanno mandando alla scuola

Lo psichiatra star dei media Paolo Crepet, a questo proposito, censurando il gesto, ha portato l’esempio del tennista Jannik Sinner che “accetta le sconfitte, quindi la valutazione negativa, e va avanti per cercare di migliorare” e che applica il suo impegno costante non per vincere a tutti i costi, ma per “affrontare le sfide senza paura”. L’accusa è di non affrontare la paura e di non accettare le sconfitte. Anche in questo caso mi stupisco della incongruenza nelle dichiarazioni di questo adulto considerato esperto: un esame scolastico non può essere una gara dove vinci o perdi, come in una partita di tennis. E la vita non è una partita di tennis ovviamente. In una partita puoi essere preparatissimo ma puoi perdere. Non può e non deve succedere questo nell’esame finale del percorso scolastico e non può succedere a scuola né nella vita.

La scuola non è una gara, è un percorso di crescita dove si apprende a conoscere se stessi con l’aiuto degli altri, compagni, professori e adulti tutti. Non c’è una meta dove arrivare, non c’è un avversario di cui essere migliore; non si fa tutti lo stesso percorso, ma ognuno, ognuna ha il suo che deve essere una trovato, non esiste a priori. Una scuola che chieda di ripetere quello che gli insegnanti sanno già è una scuola perdente che non prepara allo spirito critico rivendicato da chi condanna gli studenti protestatari e non prepara a un futuro che rinnovi il mondo come abbiamo bisogno.

Una scuola al servizio della comunità ha bisogno dei voti?

Anche i critici, perfino Crepet, riconoscono che nel mondo della scuola non c’è ascolto per gli studenti e le studentesse, a nessuno interessa come stanno. Chiedimi come sto è stata una delle prime grandi indagini in Italia sul disagio psicologico dei giovani al tempo della pandemia: ce ne siamo presto dimenticati. Chi ha protestato si è lamentato che a scuola  si chieda il massimo impegno prestazionale senza interesse per chi si sia e per cosa si stia vivendo. Un ambiente che assomiglia  ad un’azienda che persegua il massimo della produttività e del profitto senza considerare minimamente gli esseri umani che vi operano.

Mi chiedo se sia questo l’interesse della collettività. Si argomenta che tutti noi desideriamo che il medico che ci cura sappia fare il suo lavoro e sia il migliore, ma non si considera se assegnare voti numerici sia il modo migliore per formare bravi professionisti e per far rendere al massimo uno studente o una studentessa.

Esperti come Daniele Novara e Matteo Lancini lo vedono come un sistema obsoleto che ostacola la crescita completa e il benessere degli studenti e propongono invece valutazioni più formative e descrittive.

Provo a sintetizzare, perché molto ci sarebbe da dire.

Il voto semplifica e sminuzza, non cattura la complessità del percorso di apprendimento. Ha un’apparenza di oggettività, ma i criteri di misurazione sono stabiliti dal docente sulla base di quello che ritiene, non si adatta a quello che uno studente o una studentessa può presentare in seguito a un percorso di ricerca personale. Genera ansia, stress e demotivazione, essendo, come si diceva prima, un giudizio insindacabile, immodificabile una volta ricevuto e inserito in una media che calerà ogni volta che si sbaglierà. Si può essere portati a identificarsi con il numero e a confrontarsi non per apprendere l’una dall’altro e migliorare, ma per misurare il proprio valore: questo ovviamente è un’illusione distruttiva, sia per chi ha brutti voti che per chi li ha ottimi. Una volta ricevuto un bel voto, poi, la soddisfazione è raggiunta e non c’è motivo di procedere a nuove esplorazioni, anche perché un numero non offre le indicazioni concrete per migliorare che invece verrebbero date con una valutazione descrittiva dei punti di forza e di quelli carenti.

A chi mancano spirito critico e coraggio?

Le giovani generazioni non hanno più una spinta alla ribellione come è stato in passato: questa protesta l’ho vista come un atto nonviolento di cui si paga il prezzo personalmente. Ritengo ingiusta l’accusa di una scelta di comodo. Accusare di vigliaccheria chi ha fatto un percorso di cinque anni con ottimi risultati enfatizzando il valore di una prova di venti minuti che molto spesso si riduce ad un ridicolo quiz (ho fatto la commissaria interna od esterna per molti anni) mi sembra veramente riduttivo e mi colpisce la mancanza di curiosità e di ascolto, perfino nel momento dell’esame, dove si fa credere che lo studente possa e debba esprimersi pienamente  nella sua individualità.

Mi colpisce che in qualche caso si sia ammesso che il sistema non è adeguato, ma non si è riconosciuto che quindi la protesta è una forma di lotta per cambiare, mentre si è sollecitato ad accettare lo status quo. Io invece vedo il coraggio di esporsi di fronte a un tavolo di adulti che sta per giudicare il tuo valore in una fase unica della tua vita e vedo invece la rassegnazione e la rinuncia da parte di adulti che dovrebbero educare allo spirito critico e coraggio che pretendono. Non escludo che nel contesto dell’esame, dove è richiesto il massimo del rispetto delle formalità, i commissari e le commissarie si siano preoccupati di mantenere la regolarità delle procedure non rendendosi conto di quanto di prezioso stessero perdendo e di quale immagine mediocre stessero offrendo.

 

In copertina: Felice Casorati, Gli scolari, 1927-1928

 

Il tramonto dell’impero americano e l’alba del tecnofeudalesimo

Il tramonto dell’impero americano e l’alba del tecnofeudalesimo

Il tramonto dell’impero americano non è né una buona né una cattiva notizia, in astratto: dipende in quale parte del mondo vivi, a quale classe sociale appartieni. E’ un tramonto scalciante, tribolato e feroce, che affetta in trasversale le persone, le famiglie, le classi, le nazioni, i gruppi etnici. Alcuni staranno meglio in un paese che starà peggio, alcuni staranno peggio in un paese che andrà meglio. Molti sono morti e moriranno durante il lungo trapasso imperiale, e non di morte naturale, ma trascinati al fronte o ammazzati fisicamente, socialmente o economicamente da oligarchie impazzite, preoccupate solo di espandere il loro potere o di non vederlo conculcato.

Donald Trump è il frutto avvelenato dell’albero piantato da Bill Clinton. Non il Clinton avvinto nella prurigine dei blow jobs, ma il Clinton ben più fatale della liberalizzazione totale dei mercati finanziari, della affarizzazione totale del sistema delle banche. Caduta l’Unione Sovietica dieci anni prima, l’illuminato capo dell’impero americano – illuminato immaginiamo dal riflesso del sole sui dollari dei suoi finanziatori –  decide nel 1999 che il locus ideale per l’esercizio della democrazia globale è la Borsa: tutti possono investire in azioni, tutti possono diventare ricchi semplicemente facendo girare dei soldi, anche se non sono capitalisti. Tutti possono trasferire soldi (pochi o tanti, o tantissimi) da un angolo all’altro del pianeta con un click. Un sogno.

Per molti privati, americani ma non solo, il sogno diventa presto un incubo. Quando ci rimettono soldi in Borsa passano da creditori a debitori: il sistema li finanzia per tenere alti i consumi, mettendo a garanzia una casa che, di fatto, è della banca, che ha prestato loro denaro fino all’ultimo centesimo del suo (sopravvalutato) valore. Peccato che una elementare regola del credito sia: non devi guardare al valore della garanzia, ma alla capacità di restituzione di chi finanzi. La bolla scoppia attorno al 2008, quando tantissimi privati non riescono più a pagare le rate del mutuo – mutui spesso nati con tassi bassi ma crescenti. Il mercato viene inondato in breve tempo di centinaia di migliaia di case messe all’asta per rientrare dei crediti inesigibili, il loro prezzo crolla per eccesso di offerta, gli strumenti finanziari – nel frattempo venduti in tutto il mondo tramite le c.d. cartolarizzazioni – che hanno come sottostante i mutui non più pagati non rimborsano più, a loro volta, i sottoscrittori; il banco salta. La crisi finanziaria diventa immediatamente economica. Gli attivi di molte banche crollano: se sei un creditore della banca (o di un titolo di debito che hai comprato presso di lei), rischi che non ti vengano restituiti i soldi. Se sei un debitore della banca, ti chiedono di saldare immediatamente tutto il debito residuo. Se vorresti essere un debitore della banca per finanziare un’impresa, una casa ecc…, non ti prestano i soldi perché quelli che hanno già prestato ad altri non rientrano più (c.d. credit crunch).

Nello stesso periodo, per un mare di soldi che affluiscono negli Stati Uniti – intesi come mercati finanziari, Borsa, società di fondi statunitensi – un mare di imprese escono dagli Stati Uniti. Approfittando della globalizzazione targata Clinton (che per gli standard statunitensi era un politico di sinistra) portano i capitali e le fabbriche dove il lavoro costa meno: Asia, soprattutto, ma anche Sudamerica ed est europeo. Le sedi fiscali invece le spostano in paesi dove non pagano tasse. Quindi: molti statunitensi perdono il lavoro, la base industriale degli Stati Uniti progressivamente si riduce, i consumatori americani iniziano ad acquistare molte merci fabbricate all’estero, perché sono meno costose o perché ormai non esistono alternative. In particolare, assistiamo ad un’ autentica invasione di merci fabbricate in Cina, di cui puoi verificare la potenza semplicemente guardando l’etichetta di fabbricazione su qualunque oggetto acquistato che hai in casa, nel pc, all’orecchio o addosso. E, attenzione: in poco più di trent’anni le “cineserìe” – termine divenuto dispregiativo che definiva una cosa poco costosa ma dozzinale, farlocca, che si rompeva subito – vengono soppiantate da una valanga di oggetti che funzionano, alla portata di tutte le tasche. Noi abbiamo continuato da colonialisti a pensarli e trattarli come quelli delle borsette e delle tute col brand contraffatto, poveri muli da soma senza diritti che lavorano sempre, di notte, a natale, sempre. In realtà nel giro di pochi anni sono stati loro a colonizzare noi con le loro merci. Come consumatori occidentali, noi siamo già da tempo una colonia cinese.

Big Beautiful Bill, un patto col Diavolo

La disperazione economica di milioni di americani prevalentemente bianchi ha condotto al potere Trump – oltre ovviamente ad un mare di denaro a sostegno della sua, va detto poderosa, propaganda. E’ la seconda volta, tra l’altro non consecutiva, che ciò accade. Il primo risultato interno di questa rielezione è il Big Beautiful Bill, una legge di bilancio (della quale si possono leggere le caratteristiche principali qui) definita dalla deputata dem Ocasio-Cortez “a Deal with the Devil”, che demolisce il (già non universale) sistema di assistenza sanitaria pubblica, rende strutturale il taglio di tasse ai più ricchi, finanzia la costruzione di muri contro il Messico, stringe i cordoni della nuova immigrazione e punta all’espulsione di parte di quella già avvenuta. Un omaggio di pancia al suprematismo bianco che redistribuisce il denaro all’incontrario, dai poveri ai ricchi, da Robin Hood allo sceriffo di Nottingham. Non so davvero dire se Trump stia esagerando nel bastonare i “poveri” , dai quali anche è stato eletto. Non so dire se stia esagerando nel colpire le università, nel reprimere con la polizia incappucciata il dissenso, nell’ arricchire a ulteriore dismisura la già smisurata avidità dei padroni di fondi e bigtech, complimentati alla Casa Bianca in diretta dopo aver realizzato milioni di dollari di utile probabilmente a seguito di un insider tip. Non so dire se questa legge di bilancio, che secondo il Congressional budget office aumenterà il già enorme debito pubblico statunitense, lo affosserà per sempre provocando una fuga di capitali dagli Stati Uniti. Non so dire se i dazi sull’enorme quantità di merci importate e consumate dagli americani impenneranno i prezzi fino a far saltare in aria i bilanci familiari della classe media. Non so dire se le nazioni europee si muoveranno in ordine sparso cercando di negoziare dazi ridotti solo per sè, come purtroppo temo, e come sconsiglia Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’Economia, che raccomanda all’Europa di rispondere unita allo schiaffo americano con una tassa selettiva sulle bigtech. Soprattutto, non so dire se questo programma e scenario disegnato da Philip Dick e da George Orwell farà rivoltare gli americani contro il tycoon, lo farà impicciare, destituire, semplicemente sostituire. Non so dirlo, perché già la possibilità di rielezione di Trump dopo il tentativo di colpo di stato a Capitol Hill mi sembrava distopica, esagerata, impossibile, e invece è avvenuta. Trump è un giocatore d’azzardo al quale spesso va bene, per cui fare pronostici sul suo destino è esso stesso pure un azzardo. Quel che è certo è che siamo in prossimità di una scadenza fondamentale:  9.200 (novemiladuecento) miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi, pari a un terzo di tutto il debito e quasi il trenta per cento del Pil statunitense, scadranno nel 2025(si veda qui).

Dal capitalismo al tecnofeudalesimo

Gli effetti del diabolico patto di bilancio potrebbero innescare una rivolta sociale: ma organizzarla in modo da farla diventare organica è una cosa troppo lontana dalla realtà distopica che ha portato Trump al potere, per avere qualche possibilità di attecchire. Invece, se la grande finanza privata e statale fuggisse in massa dagli Stati Uniti, Trump finirebbe nella polvere? Forse è l’unico fatto che potrebbe determinare la sua fine anticipata. Il suo potere potrebbe vacillare davvero solo se gli Stati Uniti venissero abbandonati dagli investitori mondiali che finanziano il suo smisurato debito: in primis la Cina e i grandi fondi. Verrebbe detronizzato (giacché ha già trasformato la presidenza in una specie di reame) non dalla rivoluzione dei sanculotti, ma dalla  “rivoluzione” dei feudatari: anzi, dei ricchi vassalli dei grandi feudatari contemporanei (che sono Amazon, Google, Microsoft e le altre grandi piattaforme), per seguire la definizione di Yanis Varoufakis secondo cui il tecnofeudalesimo del cloud è la evoluzione del capitalismo (leggi qui). Una affermazione di Varoufakis è particolarmente suggestiva in questo senso: “I cloudalist di oggi – proprietari del cloud capital – non si preoccupano nemmeno di produrre qualcosa e di vendere le loro cose. Questo perché hanno sostituito i mercati, non li hanno soltanto monopolizzati.” Quindi, dal profitto alla rendita. Il profitto come strumento della rendita, esponenziale, degli oligopolisti delle piattaforme digitali, che guadagnano perché sono loro stessi diventati il mercato.

Certo, i feudatari hanno prevalentemente nazionalità statunitense, ma la nazionalità per il capitale e per il cloud – feudalesimo non importa: si va dove conviene. L’impero americano è al crepuscolo. Sarà un declino terribile e recalcitrante, ma è già in uno stadio avanzato. Tramonta perché in termini finanziari ha spinto per globalizzare tutto ponendosi solo dal punto di vista della conquista di nuovi mercati, con un duplice risultato: primo, di fare affacciare al balcone del potere economico dei giganti statuali e privati che avrebbero finito, prima o poi, per sottrargli il monopolio della forza; secondo, di accelerare un processo di deindustrializzazione degli Stati Uniti che appare illusorio invertire con la politica dei dazi. L’impero ovviamente vorrebbe conservare il suo potere continuando a finanziare le guerre che gli consentano di controllare i giacimenti della ricchezza: ma per farlo sta usando una violenza vecchia, novecentesca, oltre che bruta. Questa violenza alienerà al vecchio impero anche le simpatie di chi tradizionalmente fa affari con lui: non per ragioni morali, ma perché di fronte alla perdita di potere economico gli amici di sempre si diradano usando il pretesto morale.

Invece, chi usa la violenza in senso neoimperiale, contemporaneo, post novecentesco, si è già sistemato: la Cina possiede, estrae e lavora più del 90 per cento delle terre rare, i metalli fondamentali nella produzione di touchscreen, lampade, hard disk, fibre ottiche e laser, apparecchiature mediche, batterie di auto elettriche, magneti permanenti, sensori elettrici, convertitori catalitici indispensabili per la produzione di tecnologie verdi come turbine eoliche e pannelli fotovoltaici.  Trump vuole invadere, visto che non è capace di comprarla, la ex gelida Groenlandia (territorio danese) che ha giacimenti di terre rare, gas e petrolio a portata di ex impero: ma la Cina è già arrivata anche lì (leggi qui) e ne sta di fatto già controllando da anni le risorse, approfittando del riscaldamento globale che ha reso più agevoli le rotte marine, trasformandole in un nuovo canale di Panama.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parole a capo
Elisa Poletti: «Le parole» e altre poesie

Parole a capo <br> Elisa Poletti: «Le parole» e altre poesie

 

Le parole

 Le parole, sono increspature nelle pieghe delle lenzuola,
sono menzogna, sorridono,
mentre scompaiono allo sguardo stanco
di chi non sente o non comprende.
Le parole vanno e vengono senza soffermarsi nella sintassi,
scavalcano ogni prova letteraria,
sono strumenti di pochi, ma usate da molti senza intuirne il senso
Parole visibili, intellegibili, appaiono sopra nuvole
come visione di un mondo sommerso da una poetica sottile,
sono senza accento si sciolgono in gola,
soffocano e niente resta,
le parole sulla carta scappano dalla scrivania,
si insinuano sul foglio vuoto perdendone il senso
e libere si dipanano nella stanza.

 

(da “Poesie in Indelebili Percezioni” dall’antologia “Schirone“, Aletti Editore, Dicembre  2024)

 

 

*
Vita
Proprio al padre e alla madre
chiedo il segreto della vita che mi hanno dato.
Dove i loro corpi decomposti
hanno il segreto dei ricordi,
che mi assomigliano.
Dove i campi di marzo pieni di viole,
restituivano il loro profumo al nostro passaggio
dove la campagna era immagine,
ricordo giocoso di quel sole ambrato.
C’era poesia, allegria attorno a noi,
c’era molto di più, una sorta di felicità che
permeava la pelle e lasciava i brividi al nostro passaggio.
Ora nella dissolvenza dei corpi resta
il mistero della vita.
(da “Poesie in Indelebili Percezioni” dall’antologia “Schirone“, Aletti Editore, Dicembre  2024)
*
Sogni in divenire 
Io vorrei solo sognare di andare,
non vorrei andare in nessun 
luogo, 
solo la mente mi permette di immaginare. 
La concretezza del viaggio perde il suo fascino,
è meglio 
non partire,
ma restare e 
sognare luoghi immaginati, 
non ci sarà nessuna delusione…
Voglio pensare  ci siano solo luoghi della mente e
non  altri luoghi da vivere.
Ci saranno nuovi viaggi,
ovunque sia il mio  delirio,
il mio silenzio, 
io aspetterò nuovi sogni non sognati
(inedita)
*
Petali Rosa
Ho visto  mani stringersi, erano petali rosa.  
Avevano il sapore  antico, di nuove conquiste.        
 i fiori si dischiudevano al passaggio di una nuova primavera, ma era veramente  primavera?
 O il tempo si era incurvato in una sorta di sospensione, 
la realtà diveniva stantia 
 tutto era  rarefatto,
 ovattato da un silenzio assordante, 
non c’era spazio, tutto era inerte la materia era fluida e la sostanza si inebriava di…odori.
Forse erano dimensioni del tempo dilatato o 
forse era solo metafisica.??..
(inedita)
(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Elisa Poletti (Tresigallo – FE). Da sempre è stata affascinata dalla scrittura e dalla lettura. “Solo negli ultimi anni però ho iniziato a scrivere poesie, quasi per gioco. (…) Sono stata ispirata particolarmente da due poetesse contemporanee come Chandra Candiani e Mariangela Gualtieri“, dice di sé l’autrice. Fa parte dell’Associazione Culturale di poesia “Ultimo Rosso“.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 294° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Violenza, nonviolenza, uso della forza

Violenza, nonviolenza, uso della forza. Viviamo in un mondo sempre più pieno di conflitti: personali, sociali, tra stati, internazionali. In questo momento sembra che i conflitti stiano aumentando e che non ci sia modo di porre fine alla violenza.

Questo sistema, sociale, economico e mentale, dice, magari di contrabbando, che la soluzione alla violenza è la violenza: più controllo, più sistemi di allarme, più leggi repressive rispetto al preteso aumento della delinquenza, per fare un esempio facile.

I movimenti nonviolenti non la pensano così perché, in primo luogo, si interrogano sulla radice ultima della violenza.
Per esempio Pat Patfoort sottolinea come la violenza visibile (la violenza fisica per esempio) sia preceduta da una più crudele violenza invisibile (violenza psicologica, economica, religiosa) e che sia necessario rintracciare il percorso e le concatenazioni che portano all’atto violento. sempre ha definito la violenza come la limitazione dell’intenzionalità umana e che, in questo senso, la violenza fisica sia sono uno degli aspetti di un fenomeno che riguarda l’economia, le relazioni umane, la discriminazione, l’orientamento sessuale, la credenza religiosa.

Un’altra puntualizzazione importante è chiarire che la violenza non è sinonimo di forza e che l’uso della forza, nei suoi molteplici aspetti può perfettamente essere un’azione nonviolenta: la forza di una manifestazione, della disobbedienza civile, dell’interposizione nonviolenta tra due forze violente, lo sciopero, il boicottaggio, la difesa con ogni mezzo a disposizione da un’aggressione (tutte espressioni e lotte che già Aldo Capitini segnalava nel suo Le Tecniche della Nonviolenza, opportunamente ripubblicato da Manni).

A livello sociale esistono enti di vario tipo a cui la società ha demandato l’uso della forza in certe occasioni regolate dalla Legge: questo patto sociale è posto sotto revisione dalla nonviolenza perché ben sappiamo che con la scusa dell’Ordine Pubblico si sono violati e si violano Diritti Umani, si giustificano dittature e stati d’emergenza.

Però sembra ragionevole che con gli opportuni correttivi esistano enti che si occupano legittimamente di esercitare la forza (non la violenza) nelle occasioni opportune: arrestare i ladri, proteggere le persone indifese ecc. Il caro amico Peppe Sini propone sempre un corso di nonviolenza alle Forze dell’Ordine.

Un tema importante riguarda invece quando forze sociali sia opportuno che usino la forza in determinati contesti sociali. L’esempio concreto e storico sono le lotte armate di liberazione dei popoli, le insurrezioni contro i dittatori, le varie forme di Resistenza.

Su questo c’è molta confusione, differenza di opinioni anche tra le persone che si riferiscono alla nonviolenza; anche c’è molto giustificazionismo e un background storico che agisce su ognuno di noi, con i suoi miti (Che Guevara per esempio).

Cominciamo col dire che anche chi usa abitualmente le armi ha una sua etica e delle leggi da seguire, alla fine potrebbe bastare la Convenzione di Ginevra.

Ma l’aspetto da chiarire è se, a partire dal rispetto della Convenzione di Ginevra, un’azione militare possa essere considerata un’azione nonviolenta. Inoltre considerare se, in determinate situazioni, non sarebbe stato possibile una soluzione diversa.

Per esempio molti studiosi nonviolenti hanno sviluppato il concetto di Difesa Popolare Nonviolenta che è un insieme di azioni non armate di resistenza civile, boicottaggio, non collaborazione in cui si difende un territorio o una sovranità popolare senza ricorrere alle armi.
All’inizio dell’invasione russa in Ucraina molti pacifisti si sono chiesti cosa sarebbe successo se invece della risposta armata si fosse proposta una pacifica resistenza passiva, o forme di mediazione o perfino una resa incondizionata: Putin sarebbe veramente arrivato a Kiev? Atlante delle Guerre ha documentato questi tentativi.

Evidentemente nella storia abbiamo una serie di esempi di liberazione del territorio effettuati con l’uso delle armi e i movimenti di liberazione dei popoli rivendicano quegli esempi. In Italia il riferimento è alla Resistenza che ha innegabilmente avuto una parte di lotta militare armata anche se quello non è stato l’unico aspetto.

Al tempo stesso abbiamo esempi contrari di movimenti di liberazione armati che scelsero di abbandonare la lotta armata e scegliere la nonviolenza: il caso storico più significativo è stato quello di Nelson Mandela e dell’African National Congress dove l’abbandono della armi e la scelta della mobilitazione internazionale nonviolenta, del boicottaggio sono risultati vincenti. Un caso attuale di grande importanza è quello di Ocalan e del PKK che, nonostante le avverse condizioni in cui da tanto versa il popolo kurdo, ha deciso di imboccare una via almeno non armata alla risoluzione del conflitto.

Esiste una letteratura denigratoria della nonviolenza che parla di collusione col potere, di giustificazionismo, di posizioni moderate inefficaci, di tradimenti ideali ecc. Si tratta di critiche basate su fatti realmente accaduti ma che mi pare non colgano il tema di fondo: la collusione, la giustificazione, il tradimento possono essere praticati indipendentemente dalla metodologia e dall’adesione morale a una o a un’altra ideologia e, purtroppo, appartengono a tutti i campi; queste pratiche non sono altro che manifestazioni, a volte sottili o dissimulate, di quella violenza di cui stiamo parlando: a maggior ragione spingono a favore di una soluzione nonviolenta che sia integrale, autentica, senza se e senza ma.

Il mondo futuro, un mondo migliore, va costruito con mattoni solidi e coerenti con le aspirazioni che manifestiamo e che sono l’immagine tracciante che ci guida. Uno di questi mattoni, ideali e metodologici, è la nonviolenza, l’altro certamente la centralità e il valore di ogni essere umano.

Articolo originale: Violenza, nonviolenza, uso della forza

In copertina: Simbolo della nonviolenza – Foto di Silvio Vadalá e Sandro Toreti

Vite di carta /
Ancora mi sorprende Teresa Ciabatti con l’ultimo romanzo “Donnaregina”

Vite di carta. Ancora mi sorprende Teresa Ciabatti con l’ultimo romanzo “Donnaregina”

Nel marzo del 2022 Teresa Ciabatti mi scrive questa dedica a pagina 7 di Sembrava bellezza, l’ultimo suo libro di allora uscito un anno prima: “A Roberta, che si è ricreduta! Con gratitudine, Teresa”.

Parto da qui per testimoniare l’effetto che continua a produrmi la lettura di un libro scritto da lei. Deforma le mie percezioni, mi costringe ad aggiornare continuamente la scacchiera di categorie della ricezione letteraria con cui affronto ogni nuovo testo, come un cassetto degli attrezzi necessario alla lettura.

Insomma mi sorprende. Nel 2022 sbarcavo all’incontro con Ciabatti dopo avere letto La più amata, il libro con cui nel 2017 era stata finalista allo Strega, e Sembrava bellezza. Ero rimasta affascinata dalla scrittura, così inusuale, sempre in bilico tra verità e finzione; anzi ero caduta nella trappola del realismo della sua scrittura.

Dunque c’è voluta l’autrice in persona per farmi ricredere, per farmi cercare il fuoco del suo narrare sul piano del gioco letterario.

Gioca pesante anche stavolta la sua scrittura in Donnaregina. Non è tanto la trama del romanzo a dare corpo al libro: una giornalista, che è la voce narrante, intende ravvivare la propria carriera intervistando un boss della camorra che nel corso di una vita mirabolante è stato anche autore di libri, Giuseppe Misso.

Con ciò, dice, “faccia a faccia con una realtà a me sconosciuta…vengo sbalzata verso l’alto, in quanti vorrebbero essere al mio posto”.

Dall’intervista nasce poi l’idea di scrivere un libro su Misso, la sua biografia, e il racconto si dipana tra gli incontri con lui per ricostruirne il vissuto e la stesura degli appunti che la giornalista scrive copiosamente ma in modo caotico. Si inoltra anche dentro le vicende familiari e personali che intanto le accadono.

Viene fuori un accumulo di materiali che mette sulla pagina molte vite: dietro Misso compaiono le donne che ha amato, i figli, i parenti e gli altri boss, tutti tasselli che la narratrice accosta e fa reagire chimicamente per ottenere la persona che lui è stato ed è.

Tradendo l’idea iniziale di voler scrivere “la storia” di Giuseppe Misso, come afferma l’incipit del romanzo.

Dietro la narratrice  vengono fuori il marito, il fratello, l’amica malata e soprattutto la figlia adolescente che vive un momento difficile di depressione.

Dunque il tradimento continua e il libro diventa una nebulosa di storie, non la biografia di uno solo.

Il gioco letterario dà il meglio nel procedere su più piani, lavorando a sbalzo la superficie della pagina. In un continuo alternarsi dei piani temporali, l’io narrante dice ciò che accade e insieme ciò che ne pensa. E insieme ciò che ne avrebbe pensato una versione più giovane di sé.

Scopre aspetti imprevisti della personalità di Misso, l’amore per gli animali, il rapporto difficile col figlio. Indaga su rami collaterali del vissuto, pur sapendo di non avere il suo consenso. Allarga lo sguardo al mondo della camorra, conta quanti sono morti ammazzati da lui, quanti gli anni passati in prigione, quanto il bene fatto al rione Sanità di Napoli, ai bambini soprattutto.

Intanto affronta l’acuirsi della depressione della figlia, affronta la fase terminale della malattia dell’amica, incontra la morte dei suoi genitori per la seconda volta, quando il cimitero di Orbetello viene colpito da una alluvione e le salme vanno traslate altrove.

L’io narrante aggiunge altri piani di interlocuzione, non solo cede la parola a più versioni di sé ma si rivolge a chi legge per condividere il peso degli accadimenti.

Il gioco delle lineette accompagna questo sfagliarsi del racconto: frequentissime, non servono a introdurre il discorso diretto ma sono ascensori in movimento tra i diversi piani di un io che ora si guarda dentro ora scruta l’esterno, va all’indietro oppure in avanti nel tempo, vede col grandangolo le cose oppure punta lo sguardo sui dettagli.

Un esempio fra tanti  dalle prime pagine del libro: la voce narrante ha intervistato il boss, tuttavia il materiale che ha raccolto per scrivere l’intervista non basta e questo va comunicato al giornale: “Scusate – preparo il discorso al caporedattore – io non so come scusarmi – mi immagino argomentare – lui ha parlato solo d’inezie, ma siamo realisti, se non sono riusciti a farlo parlare poliziotti e magistrati…”

Mentre la stesura della biografia di Misso va incontro al suo prevedibile fallimento – a questo ci ha preparati la voce narrante ancora una volta inaffidabile – e il libro non si farà, Donnaregina sembra spostarsi dal suo senso iniziale, dal suo essere una piazza di Napoli, per investire la narrazione. La narratrice, più esattamente.

Lei, la cui voce è esitante, a tratti dubbiosa, a volte bugiarda, sa incantare con il suo sguardo obliquo sul fenomeno storico della camorra, con una ingenuità che assegna più forza allo straniamento. Sa deformare il ritratto di Misso ponendogli domande inusuali e mettendo il luce altro da ciò che lui si aspetta nel suo ruolo di capo storico, cercando la sua umanità.

Lei, l’autrice in persona. Che è più avanti dei suoi personaggi, come ammise in una intervista fatta nel 2021 a Chiara Valerio. E tutti li aggroviglia e li sfalda in più livelli di discorso, come se le interessasse la stratigrafia del personaggio più che la sua capacità di azione nel mondo.

Quale azione, se nella complessità che ci avvolge sono le oscillazioni e le incongruenze dell’io a interessarla ? La fatica di stivare dentro l’abisso che abbiamo dentro realtà e immaginazione, dimensione personale e dimensione politica, passato e presente, grandezza e mediocrità: materiali della vita in sé e della vita pensata che si sovrappongono e si mischiano.

Lo stile di Ciabatti, che vale da solo anche quest’ultimo libro, è il piano su cui si incontrano le forze in campo della narrativa e della vita. Per questo è così spigoloso, tutto un frammento di parole appuntite e di una loro struttura frasale breve. Obliqua.

Nota bibliografica:

  • Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
  • Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, Mondadori, 2021
  • Teresa Ciabatti, Donnaregina, Mondadori, 2025
  • Giuseppe Misso, I leoni di marmo, Arte Tipografica, 2003

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Il mio collega drone è un dipendente perfetto

Il mio collega è un drone di fabbricazione turca

di Massimo Argenziano

Diciamolo, il drone è un collega ideale. E un dipendente perfetto: non chiede aumenti, non ha figli da mantenere, non si lamenta per l’aria condizionata rotta, non prende pause, se non per l’alimentazione. Ed è sempre puntuale, non discute e agisce con precisione.

È il dipendente perfetto per un Paese che investe più in armi che in stipendi. Basta abituarsi al ronzio, che poi anche tanti colleghi umani mica sono poco rumorosi, e, soprattutto, bisogna avere l’accortezza di non farlo arrabbiare, MAI.

Immagine KDM Fabrication

Siamo davanti all’ennesimo capolavoro di strategia economica nazionale: mentre le scuole cadono a pezzi, le Università hanno fondi insufficienti, gli ospedali arrancano e perdono posti letto e i contratti pubblici attendono anni per il rinnovo, il Governo trova il tempo – e soprattutto i soldi – per aumentare le spese militari fino al 5% del PIL.

D’altronde, ci sono priorità strategiche e necessità evidenti (pare che a Lisbona i più realisti stiano andando a lezione di russo).

Secondo le stime, serviranno almeno 150 miliardi di euro entro il 2035 per rispettare gli impegni NATO. Il nostro contributo, state certi, è già una cambiale in bianco: è già successo dopo il 2008 con stipendi congelati e contratti rimandati e, si sa, le tradizioni vanno rispettate.

Il Governo è sereno: tanto si aumenta un pochino per volta, e noi, come per la rana di Chomsky nel pentolone scaldato poco alla volta sempre di più, non ci accorgeremo di nulla (se non quando sarà troppo tardi).

Poi, immancabile, è arrivata la comunicazione in stile prodiano: c’è un tesoretto! Probabilmente il dissesto idrogeologico ha portato alla luce qualche pentolone pieno di monete d’oro in fondo all’arcobaleno. Sono prodigi straordinari che ci lasciano con l’espressione di stupore e meraviglia di un bambino (coerentemente a come siamo considerati). Bisognerà abbandonare il piacere dei racconti fantastici se vorremo emanciparci.

Come ha detto Zagrebelsky, “la Costituzione ripudia la guerra”. Ma forse qualcuno ha deciso di ripudiare anche la Costituzione, insieme all’istruzione, alla scuola, all’università pubblica, alla sanità, alla dignità del lavoro e al senno. Si salva la ricerca, soltanto quella che non salva…

Quanti missili valgono l’insegnamento? Quanti caccia per curare un paziente? Quanti sottomarini per i contratti pubblici? Quanta finta meritocrazia dovranno inventarsi per dare aumenti solo all’eccellenza, agli iper-performativi, supereroi modello Marvel, per convincerci che chi vale sale.

Intanto, a salire in alto, agilmente, è il mio collega drone…

In copertina e nel testo: immagini di KDM Fabrication

Le voci da dentro /
Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre
L’Ordine dei giornalisti interviene

Grazie alla gentile concessione del direttore Marco Girardo ripubblichiamo anche su questa rubrica l’articolo di Ilaria Beretta, “Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre. L’Ordine dei giornalisti interviene”, apparso il giorno 11 luglio 2025 sul quotidiano L’Avvenire. Parla di redazioni di giornali in carcere che, fra mille difficoltà, provano ad informare e a creare un ponte fra il dentro e il fuori.

Informa sul fatto che, pochi giorni fa, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha approvato un ordine del giorno importante, proposto da Stefano Pallotta e da Daniela de Robert e che ha per tema la libertà di informazione in carcere. Questo odg recepisce diverse segnalazioni di episodi preoccupanti che si sono verificati in alcuni istituti penitenziari.
(Mauro Presini)

Censure e ostacoli ai giornali dietro le sbarre. L’Ordine dei giornalisti interviene

di Ilaria Beretta

Le redazioni dei periodici dei detenuti denunciano divieti di firma, blocchi preventivi e sospensioni sospette. L’Odg: “Sia garantita la libertà di espressione di tutti”. “Ci stanno chiudendo anche la bocca”. È questo l’allarme che arriva da diverse redazioni giornalistiche.

Non dagli uffici con sede e insegna ben visibile in città, come potrebbe essere questa da cui scriviamo, bensì da quelli che si trovano oltre le sbarre in decine di penitenziari italiani. Il giornalismo in carcere ha una lunga storia, cominciata all’inizio degli anni Cinquanta, sia per dare voce ai detenuti sia per informare chi sta fuori della quotidianità in cella spesso ignorata dai grandi media.

Oggi, però, sui giornali dal carcere cala un’ombra nera. Almeno a detta dei detenuti stessi, dei volontari che vi lavorano e del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che nella seduta di mercoledì ha approvato un apposito ordine del giorno che suona come un allarme.

Il carcere in Italia – recita l’Ordine – rischia di allontanarsi dai principi costituzionali e dalla legislazione. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere di recente ha denunciato diversi episodi di ostacoli che sono stati frapposti all’attività dei laboratori di scrittura nelle carceri finalizzata alla pubblicazione di periodici realizzati dalle persone private della libertà”.

Nel concreto i casi segnalati arrivano dalla casa di reclusione di Rebibbia, a Roma, dove si pubblica il giornale Non tutti sanno. Da un giorno all’altro la direzione del penitenziario ha obbligato i redattori detenuti a fare richiesta di un’autorizzazione per potere firmare gli articoli con nome e cognome e solo recentemente il diritto alla firma, completa ed estesa, è stato riconosciuto.

A Lodi la direzione della casa circondariale pretende una lettura preventiva dei testi elaborati dalla redazione di Altre storie – che vengono poi pubblicati dal quotidiano della città Il Cittadino – e di entrare nel merito della scelta degli argomenti da trattare, vietando temi come l’immigrazione o il diritto alla sessualità in carcere.

Nella casa circondariale di Ivrea il giornale La Fenice, edito dall’Associazione Rosse Torri, è stato sospeso per mesi e a giugno chiuso definitivamente per volontà della direzione che ha annullato il progetto, controllato e bloccato i computer e sospeso l’autorizzazione all’ingresso in carcere ai volontari che gestivano il laboratorio.

La motivazione? Secondo quanto trapela, generiche critiche ai volontari che collaborano con i detenuti alla gestione del giornale che, però, recentemente aveva scritto di celle fatiscenti, sovraffollamento, mancanza di acqua calda, griglie alle finestre e muffe alle pareti. Più o meno lo stesso è accaduto a Trento dove si pubblica il giornale Non solo dentro: il direttore responsabile, volontario da oltre dieci anni, è stato messo alla porta dopo l’uscita di pezzi che evidenziavano criticità della realtà penitenziaria locale.

Non solo. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere guidato da Ornella Favero, referente del più storico giornale dal carcere Ristretti Orizzonti, ha denunciato in una lettera aperta le lungaggini che le redazioni dei penitenziari devono affrontare per ottenere permessi di ingresso per materiali giornalistici o intervistati significativi.

Inoltre – secondo il Coordinamento – si è diffusa la tendenza di impedire l’uso di registratori, macchine fotografiche e Internet, persino se in presenza di operatori volontari e nonostante una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del 2015 preveda espressamente la possibilità e il valore dell’uso degli strumenti informatici da parte dei ristretti.

Divieti di firmare gli articoli, censure preventive, lentezze e ostacoli tecnici, espulsioni di volontarie, sospensioni giustificate come “questioni burocratiche” sembrano essere i metodi più comuni per sopire o proprio spegnere progetti nati per dare voce ai detenuti e spazio a storie scomode che si preferirebbe non far uscire.

Per l’Ordine dei giornalisti si tratta di una lesione dei diritti delle persone private della libertà che, oltre all’articolo 21 della Costituzione che stabilisce per tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero, sono tutelati anche dall’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario che prevede la libertà di informazione e di espressione dei ristretti “anche usando gli strumenti di comunicazione disponibili e previsti dal regolamento”.

Perciò il Consiglio promette di vigilare sulla questione e chiede al ministro della Giustizia e al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di “adottare gli opportuni interventi per garantire il pieno diritto alla libera informazione delle persone detenute che partecipano alle attività delle redazioni, coscienti anche della finalità rieducativa che le stesse svolgono in una prospettiva costituzionalmente orientata della pena”.

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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La NATO vuole il 5%, ma già oggi l’Europa spende in armamenti 3 volte più della Russia

Già oggi la NATO nel suo insieme spende dieci volte più della Russia in ambito militare. E se si guarda alla sola Europa — somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito — la spesa militare europea è tre volte superiore a quella russa. Con il 5% supererebbe le sei volte.

Le spese mondiali nel mondo

Il vertice NATO dell’Aja si candida a essere uno spartiacque inquietante: l’obiettivo è quello di raddoppiare la spesa militare degli Stati membri, portandola al 5% del PIL. Un salto gigantesco rispetto all’attuale obiettivo del 2%, già ampiamente contestato da molti settori della società civile pacifista e nonviolenta.

Ma qual è il contesto reale? La NATO nel suo insieme spende dieci volte più della Russia in ambito militare. E se si guarda alla sola Europa — somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito — il confronto è comunque nettamente sbilanciato: la spesa militare europea è tre volte superiore a quella russa.

Se davvero si attuasse l’aumento al 5%, il rapporto salirebbe a sei volte: un’enorme sproporzione, difficile da giustificare anche con la più spregiudicata retorica securitaria. La domanda scomoda che dovremmo porci è: perché si alimenta la percezione di una minaccia esistenziale, quando i dati mostrano già oggi un netto vantaggio militare europeo?

La risposta è dolorosa ma necessaria: per sostenere un progetto così ambizioso (e devastante per le finanze pubbliche) è essenziale instillare paura, alimentare l’idea che l’Europa sia sul punto di essere aggredita.La spesa di Europa, più Gran Bretagna e Canada comparata con quella USA all'interno della Nato

In questo scenario, la verità diviene un ostacolo alla manovra di cambio della percezione pubblica che può poggiarsi solo su una cosa: la disinformazione. Quella disinformazione rimproverata alla Russia diviene ora l’arma fondamentale della Nato per poter convincere un’opinione pubblica tutt’altro che convinta.

L’operazione di disinformazione deve avvenire attraverso l’omissione dell’informazione chiave: il divario schiacciante della spesa militare della Nato che da sola supera la metà della spesa militare mondiale.

L’enorme divario già esistente tra le spese militari europee e quelle russe non deve arrivare all’opinione pubblica, perché l’illusione dell’insicurezza è l’unico collante narrativo di questa corsa al riarmo.

Nel frattempo, l’industria bellica ringrazia. Il business delle armi è il grande vincitore di questo scenario, tra contratti miliardari, lobbisti scatenati e ministri pronti a firmare forniture su forniture. E i cittadini? Pagano il prezzo. Non solo con le tasse, ma con ospedali con code di attesa insostenibili, scuole in difficoltà e servizi pubblici che arretrano. Non ci sono soldi per gli anziani, ma ci sono sempre più fondi per carri armati e jet da combattimento.

 

Intanto il cambiamento climatico avanza e le ondate di calore quest’anno uccideranno diciottomila persone solo in Italia.

Iniziative per la pace

Il modello di sicurezza che ci viene proposto è solo militare e tutto ciò rischia di sfuggire alla consapevolezza sociale e politica.
Come movimento per la pace, non possiamo tacere. Inceppare il meccanismo di questa escalation nella spesa militare è un dovere morale. Dobbiamo smascherare le falsità, denunciare la distorsione delle priorità, e ricordare che la vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla salute pubblica, dall’istruzione, dalla cooperazione internazionale e dalla pace.

Cover: Capi-di-stato-e-di-governo-al-vertice-nato-del-24-e-25-giugno-2026-foto. Copyright Tiberio Barchielli – Flick.jpg

Cinquantasette sonetti scomparsi
Attilio Vecchiatto, Gianni Celati e i “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”

Cinquantasette sonetti scomparsi. Attilio Vecchiatto, Gianni Celati e i “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”

Nel famoso romanzo di Bulgakov, Il maestro e Margherita, una delle frasi più emblematiche è la seguente: «I manoscritti non bruciano». Questa frase è diventata un simbolo di resistenza contro la censura e la repressione.

E dunque vorrei iniziare questo pezzo con una frase simile, «I sonetti non smettono di suonare» per dire che quando un sonetto è ben fatto, seppure scomparso materialmente, si fa sentire lo stesso.

Se poi, come nel caso che sto per raccontare, i sonetti sono 57 e sono stati nascosti o dimenticati, per tanto tempo, in una locanda di Sandon dal Fosso, è chiaro che non potevano restare… inascoltati a lungo.

Nel novembre del1993 un vecchio attore veneto di nome Attilio Vecchiatto, ritornato da una lunga tournée, muore nella suddetta locanda terminando così la sua “rappresentazione” terrena. Era nato nel 1910 e dall’aspetto poteva somigliare a un Charles Marlow invecchiato, o a un Maqroll macilento o, meglio ancora, a un Corto Maltese senza più fiato.

Vecchiatto ha girato il mondo con la moglie Carlotta, ha conosciuto molte persone celebri: Bertolt Brecht, Laurence Olivier, Jeanne Moreau… Ha vissuto e messo in scena opere teatrali in America Latina, a New York, a Parigi. Giunto in Italia nel 1988, non ha mai avuto successo.

Si ricorda una sua unica celebre recita nel Teatro di Rio Saliceto, vicino a Reggio Emilia e si deve a Gianni Celati la “cronaca” di quell’ultimo spettacolo (Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto, Feltrinelli, 1996). Così come si deve, sempre a Gianni Celati, la ricostruzione del ritrovamento dei 57 sonetti di Vecchiatto nella vecchia locanda.

Nel suo libro Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna (Feltrinelli, 2010), Celati immagina Vecchiatto che, dopo tanto girovagare per il mondo, torna nel suo paese. La sua Italia che dovette abbandonare nell’epoca fascista  gli appare come un ricovero di impudenti, «marcio per mancanza di vergogna», un luogo dove l’opulenza seduce e «nasconde il niente», insomma una fogna abbindolata dai furbi. E scrive i suoi sonetti.

Fin dal primo sonetto spunta fuori il «Badalucco infame». Chi è questo personaggio?

Vecchiatto disse chiaramente che non si trattava di Berlusconi, come molti avevano pensato, ma dell’adulto italiano che conosciamo tutti: il furbone che vuol sempre passare davanti agli altri, guadagnare soldi imbrogliando la gente, senza pagare le tasse. Questi sonetti erano stati concepiti per smontare la religione del denaro che dominava ogni altro pensiero, e avevano un obiettivo: “defurbizzare l’Italia“.

Ancora oggi molti credono che Vecchiatto sia un parto della fantasia di Celati. Ma esistono molte persone che l’hanno conosciuto. Ad esempio, nel 1989 Federico Fellini lo voleva come attore nel film Le voci della luna, tratto da un romanzo di Ermanno Cavazzoni. Lo stesso Cavazzoni ne parlò a Celati raccontando che Fellini e Vecchiatto si intendevano molto  bene, ma un giorno Vecchiatto fuggì dal set e non si fece più vedere.

Nel libro di Celati inoltre sono riportate le testimonianze di Enrico De Vivo (ex professore di scuola media) che ha ospitato Attilio e Carlotta, nella sua casa di Angri (SA) fin dal momento in cui bussarono al portone del suo cortile per chiedere qualcosa da mangiare e lo ripagarono con un opuscolo dattiloscritto dal titolo: Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna.

In bella mostra di sé, l’esergo d’apertura dell’opuscolo riportava le seguenti parole di Giordano Bruno: Umbrarum fluctu terras mergente (Una ondata di ombre avvolge le terre…), che Vecchiatto aveva scelto per spiegare  l’idea del filosofo nolano di “…una oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare…”

Era questo il tema di due tra i suoi 57 sonetti , la prima e la seconda Lezione di tenebre.

I 57 sonetti scritti da Vecchiatto sono stati sempre conservati dalla moglie, la quale ricordava  l’esistenza di un grosso quaderno dove il marito continuava instancabilmente a riscrivere, trascrivere e limare questi sonetti perché non… smettessero mai di squillare.

Di quel quaderno si era persa ogni traccia fin quando Enrico De Vivo si mise a cercarlo e riuscì a ritrovarlo nella vecchia locanda di Sandon dal Fosso a una ventina di chilometri da Venezia , dove Vecchiatto si era spento silenziosamente nel novembre del 1993. L’oste della locanda aveva conservato quel quaderno in un cassetto e lo aveva messo da parte in attesa che qualcuno ne rivendicasse la proprietà.

Ecco la prima lezione e la seconda Lezione di tenebre tratte dal quaderno contenente i sonetti di Badalucco: se li sentite suonare ascoltate anche gli altri 55. Ne vale la pena.

Prima lezione di tenebre

Solo di tenebre posso dar lezione,
la chiarezza la lascio a chi è più matto;
non l’ebbi da mio padre in dotazione,
che assai poco mi lasciò di fatto.

Il padre affetto da un male al polmone,
cosa lasciò in eredità a Vecchiatto?
La pioggia che lo bagna e decompone,
il freddo che lo gela e rende sfatto,

le ceneri d’una vaga ambizione
di trovare chissà dove un riscatto
dalla mortale umana condizione,
mentre egli è nella greve gora attratto.

Ma gli lasciò poi anche la tendenza
a viver come tutti d’incoscienza.

Seconda lezione di tenebre

Di tenebre si tace e chi ne parla
è dal consorzio civile isolato,
perché ogni tizio un po’ civilizzato
deve sempre mostrar con la sua ciarla

che sa dov’è la luce. E trascinato
dai discorsi degli altri ( che poi a farla,
la luce, ci pensan poco) può darla
come un dato di fatto assicurato.

Dopo di che ogni furbo che straparla,
con nuovi lumi oscuri come il fato,
succhierà soldi al tizio costernato
dal timore del buio che lo tarla.

Vecchiatto non vuol certo aver ragione,
ma rende omaggio al nostro tenebrone.

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Presto di mattina /
A quando una cattedra dei poveri

Poesia in cattedra

Vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, tale è la poesia
che è immortale e povera. La poesia
ritorna come l’aurora e il tramonto.
A volte nelle sere una faccia
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve essere come quello specchio
che ci rivela la nostra propria faccia.
(Arte poetica, in Jorge Luis Borges, Poesie 1923-1976, Milano 1980, 149).

Poesia in cattedra. È stato questo il desiderio di papa Francesco che, ringraziando p. Antonio Spadaro per la pubblicazione dei sui scritti sull’importanza della poesia, con un autografo scriveva: «Caro fratello, viva la poesia! Sono contento che tu abbia raccolto i testi che in questi anni ho scritto sull’importanza della poesia. Mi piacerebbe tanto che la poesia salisse in cattedra nelle nostre Università! Dobbiamo recuperare il gusto per la letteratura nella nostra vita, ma anche nella formazione, altrimenti siamo come un frutto secco. La poesia ci aiuta tutti a essere umani, e oggi ne abbiamo tanto bisogno» (Viva la poesia, Milano, Edizioni Ares, 2025).

Quella tra Jorge Luis Borges e papa Bergoglio è stata un’amicizia nata da un incontro del 1965, quando il futuro papa invitò lo scrittore a tenere alcune lezioni nel collegio in cui insegnava letteratura e scrittura creativa. Bergoglio poi curò anche un volume in cui erano inclusi talune sue opere ancora inedite assieme ai racconti degli alunni.

Non sorprende allora che nel 2024, Francesco indirizza due Lettere, una sulla formazione dei sacerdoti e una ai poeti, nelle quali esprime la sua visione della poesia e della letteratura. «Grazie per il vostro servizio», dice Francesco ai poeti, facendo comprendere come quello della poesia sia un vero e proprio “servizio” alla nostra umanità. Il poeta è porta dell’immaginazione, l’aiuta a superare gli angusti confini dell’io, e ad aprirsi alla realtà complessa e sfaccettata con la «genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti».

La poesia ci aiuta a «immaginare in modo nuovo la nostra vita, la nostra storia e il nostro futuro». E questo vale anche per la nostra esperienza di Dio. L’esperienza che facciamo di lui è «sempre “debordante”: tu non puoi prenderla, la senti e va oltre; è sempre debordante, l’esperienza di Dio, come una vasca dove cade l’acqua di continuo e, dopo un po’, si riempie e l’acqua straripa, deborda.» (https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-03/quo-052/servizio-all-umanita.html)

Debordante pure il mistero di Dio nei poveri, che è stato al centro del suo magistero petrino. Essi «oggi e sempre sono i destinatari privilegiati del Vangelo… Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli… Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società, la loro inclusione sociale…

Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro “la sua prima misericordia”. Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere “gli stessi sentimenti di Gesù” (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto un’opzione per i poveri intesa come una “forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa” (Evangelii Gaudium nn. 48; 186 198)».

Papa Francesco ha voluto così con il suo magistero avviare processi che aprissero le coscienze e l’agire pastorale delle comunità tenute a porsi in ascolto del magistero dei poveri: i poveri ci fanno cristiani.

A quando una cattedra dei poveri?

Jorge Luis Borges si mise in ascolto dei poveri quando nel 1930 scrisse la biografia del poeta criollo Evaristo Carriego (1883-1912) figura popolare dei sobborghi di Buenos Aires, di cui faceva parte il quartiere Palermo all’inizio del secolo: «Credo che egli sia stato il primo spettatore dei nostri quartieri poveri e che, per la storia della nostra poesia, sia questo l’importante. Il primo, cioè lo scopritore, l’inventore» (Evaristo Carriego, in Tutte le Opere, I Meridiani, Mondadori, 2005, 241).

Una cattedra, quella dei poveri, che chiama all’ascolto perché secondo Borges essere poveri comporta «un più immediato possesso della realtà».

Egli scrive: «Ma a ben guardare, è facile notare che i quartieri più poveri sono di solito i più spenti e che vi fiorisce una spaurita dignità. Carriego credeva di avere un debito verso il suo rione povero: debito che lo spirito codardo del tempo traduceva in rancore, ma che lui avvertiva come una forza.

Essere poveri implica un più immediato possesso della realtà, uno scontrarsi con il primo gusto aspro delle cose: modo di conoscere che sembra mancare ai ricchi, come se ogni cosa giungesse loro filtrata. Tanto indebitato verso il suo ambiente si credeva Evaristo Carriego, che in due momenti distinti della sua opera si scusa di scrivere dei versi ad una donna, come se la considerazione della povertà amara dei suoi vicini fosse l’unico impiego lecito del suo destino… Carriego, uomo che della sua vita fece una continua conversazione e un interminabile camminare» (J. L. Borges, Evaristo Carriego, in Tutte le Opere, Mondadori, 2005, 197-203-204).

Alla scuola dei poveri, un atto di coraggio

La cattedra dei poveri è il titolo di un libro scritto da Umberto Vivarelli (1919-1994) frutto di un’esperienza, vissuta nel contatto quotidiano con la povera gente. Lo legava una amicizia profonda a don Primo Mazzolari del quale fu erede spirituale oltre che collaboratore della rivista Adesso, fondata da don Primo nel 1949: «Adesso, non domani… rimandare a domani è neghittosità e vigliaccheria. Adesso è un atto di coraggio».

Il Regno di Dio è fatto di tre cose “immense e piccole” ad un tempo: “il Vangelo, la Chiesa e i Poveri”. Queste tre realtà che costituiscono il mistero del Regno presente nella storia, furono ricordate da p. Umberto Vivarelli in un’omelia su don Primo nel 1959 e riportate sul quindicinale Adesso XI, 9 (1959), 6.

Umberto Vivarelli seguì per vent’anni don Primo e negli anni’50 fu parroco anche nelle nostre terre, in una povera e abbandonata parrocchia della diocesi di Comacchio, a Corte Cascina. A Milano poi negli anni ’70 partecipò con entusiasmo all’associazione Mani Tese e condivise negli ultimi trent’anni con p. Turoldo un lungo periodo di vita comunitaria a Sotto il Monte.

Egli scrisse che se don Primo avesse potuto fare ai suoi parrocchiani l’ultima confidenza del suo cuore sacerdotale e della sua paternità, probabilmente avrebbe ricordato queste tre cose: il Vangelo, la sua gloria; la chiesa, il suo dramma; i poveri, la sua grandezza.

«Ho vissuto a lungo in mezzo alla povera gente: operai, contadini, braccianti, emarginati. È stata una vera grazia. Tanto mi hanno insegnato, assai più di qualsiasi scuola. Se qualcosa ho potuto dare loro non fu che una «sapienza», non certo cultura, che andavo insieme scoprendo e leggendo, dentro la loro vita, la vita del Povero»» (La cattedra dei poveri, CENS srl – Coop. Edizioni Nuova Stampa, Milano 1984, 49).

La cattedra dei poveri

Questa cattedra è itinerante; un luogo non luogo perché è ovunque attorno a noi, quando la si considera all’interno di una dinamica più ampia di relazioni, interrogazioni, e comunicazioni in cui l’altro viene prima di noi, ma è per noi come un messaggero; uno straniero portatore di un senso nascosto, che, se accolto, è capace di riorientare il nostro sguardo sul mondo, sul valore dell’umano e di trasformare la nostra vita aprendola a ciò che le manda. Gli rivela la sua claudicanza.

«Il Popolo di Dio, soprattutto il popolo dei poveri che sono la carne ultima e crocifissa di Cristo nella storia, che posto occupa, che ruolo svolge, quale parola esprime nelle nostre chiese e nelle nostre assemblee? Può concretamente farsi conoscere, può “dirsi” per quanto è, sente, vive, soffre, pensa, spera, vuole? I poveri dovrebbero avere piena cittadinanza almeno al pari di altri – scribi, dottori, presbiteri – se ancora non siamo riusciti a dare loro il primo posto poiché, per diritto evangelico, la gerarchia mondana è capovolta e “gli ultimi sono i primi”.

Non dovremmo meravigliarci e tanto meno scandalizzarci se i poveri, dopo secoli di mutismo imposto e avvilente, non rispettano le regole del gioco quando sono ammessi alla parola. La loro fatica a parlare in fondo è ancora più rispettabile della nostra fatica a farli parlare.

Anzi il compito più urgente e difficile per coloro che da troppo tempo “siedono sulla cattedra” è quello di saper ascoltare i poveri. Dico di più: andare a scuola della loro sofferenza ed esperienza, della loro lotta e delle loro sconfitte, quel carico di umanità e sapienza che è appunto la cultura che ci manca, e sulla quale si potrà costruire la nuova cultura» (La cattedra dei poveri, CENS srl – Coop. Edizioni Nuova Stampa, Milano 1984, 68-69).

Nei poveri, il segreto della speranza

Don Vivarelli ricorderà pure che il manifesto dei poveri sono le beatitudini del Regno. «Benedetti coloro che rifiutano l’idolo del denaro e dello star bene per saper combattere la schiavitù della miseria: essi preparano un futuro di vita e non di morte.

Benedetti coloro che non affidano la pace alla forza militare, né l’onestà al potere della legge, né la giustizia alla rivolta della violenza: preparano una terra non divisa da confini né frantumata da razze e ideologie ma radunata nell’unica fraternità umana…

Benedetti da tutte le generazioni future questi pazzi che non si stancheranno di voler vivere questa follia: saranno gli unici sapienti che rovesceranno i troni dei potenti e glorificheranno gli umiliati e gli offesi… La speranza non è aspettare ma anticipare. I poveri sono coloro che hanno vinto e continuamente vincono la idolatria delle cose; della libertà, del potere. Dentro, come dice Bernanos, essi portano “il segreto della speranza”. Il futuro è veramente Dio che viene attraverso la nostra povertà» (ivi, 78-79; 74).

Al centro della vita pastorale della chiesa i poveri

L’occasione per ridestare questa coscienza potrebbe essere il Convegno che si terrà nella nostra Chiesa diocesana di Ferrara-Comacchio a conclusione del Giubileo della speranza, in corrispondenza della X Giornata mondiale dei poveri, domenica 16 novembre 2025 e che avrà per tema: Sei tu, mio Signore, la mia speranza (Sal 71,5).

Sorprendenti sono stati per me alcuni passaggi del messaggio di papa Leone XIV, che mi sembrano un passo in avanti circa la riflessione sull’importanza dei poveri nella vita pastorale di una chiesa e delle comunità cristiane.

Nel messaggio si sottolinea che i segni di speranza sempre più diventano oggi «le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole». Si ricorda poi che i poveri «non sono un diversivo per la Chiesa, bensì i fratelli e le sorelle più amati, perché ognuno di loro, con la sua esistenza e anche con le parole e la sapienza di cui è portatore, provoca a toccare con mano la verità del Vangelo.

La Giornata mondiale dei poveri intende ricordare alle nostre comunità che i poveri sono al centro dell’intera opera pastorale. Non solo del suo aspetto caritativo, ma ugualmente di ciò che la Chiesa celebra e annuncia. Dio ha assunto la loro povertà per renderci ricchi attraverso le loro voci, le loro storie, i loro volti. Tutte le forme di povertà, nessuna esclusa, sono una chiamata a vivere con concretezza il Vangelo e a offrire segni efficaci di speranza… I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo».

In tale prospettiva i consigli pastorali delle nostre comunità non dovranno forse interrogarsi se i poveri sono al centro delle loro riflessioni, interessi motivandone poi le scelte dell’agire?

Non si dovrà poi riportare questo interrogativo al convegno di novembre per fare discernimento comunitario con la città onde verificare risorse e fragilità, attenzioni e indifferenze circa la presenza dei poveri tra noi?

Quanto mai significativo in tal senso è stato pure il fatto che papa Leone XIV, nell’incontro con i sacerdoti di Roma, (12 giugno 2025) abbia indicato come figure rappresentative della carità pastorale e dello spirito profetico del ministero sacerdotale figure di preti come don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, e don Luigi di Liegro, il fondatore della Caritas italiana nel 1971 e uno degli ispiratori del convegno sui Mali di Roma del 1974.

Il Convegno “Carità e Giustizia nella diocesi di Roma”

Nell’ottobre dell’anno scorso si è ricordato nella diocesi di Roma il 50° anniversario del Convegno Carità e Giustizia nella diocesi di Roma, (1974-2024).

In quegli anni (1971-1975) p. Silvio Turazzi, missionario ferrarese nella RdCongo, viveva, dopo l’incidente che lo aveva costretto in carrozzina, tra i baraccati di Roma all’Acquedotto Felice e a Nuova Ostia. Egli ci ha lasciato un resoconto della situazione e delle lotte per la casa di quel periodo: un ciclostilato di 147 pagine che ora è pubblicato nel Quaderno 55 del Cedoc Sfr.

Erano pure giunte dall’India tra i baraccati le suore di Madre Teresa di Calcutta e altri sacerdoti tra cui don Roberto Sardelli (1935-2019). Il Convegno del 1974 fu preceduto da una Lettera ai cristiani di Roma, scritto da don Roberto con le famiglie nello stile comunitario di don Milani e come don Lorenzo egli fondò la sua Scuola 725, il numero della baracca dell’Acquedotto Felice. Seguirono altre lettere, al Sindaco che fece molto scalpore e una Lettera al vescovo di Roma.

Di nuovo in ascolto, per renderci presenti

Papa Francesco presente alla chiusura del Convegno per il 50° in San Giovanni in Laterano (25 ottobre 2024) disse: «Allora la Chiesa [di Roma] si mise in ascolto delle tante sofferenze che la segnavano, invitando tutti a riflettere sulle responsabilità dei cristiani di fronte ai mali della chiesa, della città, entrando in dialogo con essa e scuotendo la coscienza civile, politica e cristiana di tanti…

Siamo ancora una volta davanti a una triste realtà: anche oggi e ancora oggi sono tante le disuguaglianze e le povertà che colpiscono molti abitanti della città. Non può essere solo dato statistico: sono persone, sono volti di nostri fratelli sorelle, sono storie che ci interpellano: cosa possiamo fare noi?

Ci vuole una rete sociale solidale nella città, per ricucire gli strappi. La chiesa è chiamata ad assumere uno stile che mette al centro coloro che sono segnati dalle diverse povertà: poveri di cibo, poveri di speranza, affamati di giustizia, assetati del futuro, bisognosi di legami veri. Rendiamoci presenti verso i poveri e diventiamo segno della tenerezza di Dio».

Il magistero dei poveri ci ridà al vivo Cristo

Don Roberto Sardelli durante la sua formazione incontrò don Lorenzo Milani e in un soggiorno in Francia approfondì la conoscenza dei preti operai. Nel 1968 fu assegnato alla parrocchia di S. Policarpo accanto alla borgata dell’Acquedotto Felice. Qui scoprì il magistero della chiesa dei poveri.

Così scriveva di questa esperienza: «Questa è la chiesa del silenzio esistente a Roma e alla quale non diamo credito di magistero. Non interpellata, non ascoltata. Ma capace di ridarci il senso della potenza del Signore che si afferma attraverso la debolezza della creatura (1 Cor. 1,20-31)…

Ma quando mi spogliai di ogni privilegio e mi feci povero tra i poveri, ricevetti da questi il più grande servizio che potessi aspettarmi: ascoltai e mi fecero conoscere il giudizio che essi davano su me e sulla chiesa. Mi misero nudo e fui costretto a confidare in Dio là ove credevo di poter fare da me. Questo è il più alto atto del loro magistero. Guai se lo evitassimo per paura» (Lettera ai cristiani di Roma).

Profeta è il povero, è l’uomo che grida amando

A conclusione del documento ciclostilato di p. Silvio Turazzi sta un testo poetico ricapitolativo della sua esperienza vissuta insieme alla gente che abitava nella periferia di Roma: «Ha un valore particolare. È un momento del cammino di un popolo che vuole vivere: è la voce dei poveri che indica una via da seguire».

Una consegna, un impegno anche per noi oggi.

Il popolo continua il suo cammino.
Ascoltare la sua voce, le sue aspirazioni
è sapienza.
Nel cittadino, il figlio di Dio,
è la radice della democrazia.
La fiducia nasce dalla vita stessa.
Il mondo, l’umanità è un cantiere;
l’attrito, il contrasto c’è;
superarlo è possibile: nella fedeltà alla vita.
L’istituzione è un modo di organizzarsi
ha bisogno continuamente
di essere aggiornata
secondo la dinamica dell’uomo.

Fiducia nell’uomo;
Volere la sua pienezza,
volerlo signore della città;
perché il suo cuore
è legato alla vita;
di questo abbiamo bisogno.

Il popolo parla
attraverso la vita:
nel gemito,
nella piazza,
nella lotta.

Il popolo vuole vivere.
Il profeta,
è popolo che ama,
che stimola
a camminare
verso la luce;
è una parola della Vita.

Profeta è il povero
è l’uomo che grida amando;
è la voce della terra;
sono i movimenti
che creano lo Spazio
alla Vita.

Vi sono figli di Dio,
che, nell’ascolto della Vita,
colgono la parola,
la Volontà del Padre.
Non lo conoscono,
lo ‘sentono’
nel sangue.
Essi lottano oggi,
nella Speranza
che prepara il Domani.

La città è spazio della Vita.
Amare la città, il quartiere,
è un modo
di accogliere e di entrare
nella famiglia di Dio.

Una parte
Del popolo di Dio,
i cristiani,
portano nella miseria e nel limite
un Segno
della Sua presenza,

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Piantedosi non gradito in Libia:
Africa settentrionale, l’ennesima polveriera

Piantedosi non gradito in Libia: Africa settentrionale, l’ennesima polveriera

Il ministro italiano degli Interni Piantedosi assieme al suo omologo di Malta e Grecia e al commissario europeo per i migranti sono stati espulsi dalla Cirenaica (Libia) di Haftar come “persone non gradite”. Pare che il motivo sia stato non farsi fotografare insieme al primo ministro della Cirenaica onde evitare una sorta di riconoscimento internazionale.

E’ la conferma di un conflitto in corso non solo tra le due fazioni (Tripoli vs Bengasi, Tripolitania vs Cirenaica) ma anche di Usa-Europa vs Russia-Cina, in cui l’Italia, facendo parte dell’Europa, è pienamente coinvolta. Non è un caso l’incidente tra un aereo tedesco che sorvegliava le navi in transito per lo stretto di Hormuz (sotto tiro degli sciiti Houthi) e una nave cinese che ha usato per la prima volta un laser di disturbo contro l’aereo tedesco con tanto di richiamo all’ambasciatore cinese.

Prove di tensione nel Grande Medio Oriente dove Trump cerca di riprendere un ruolo e dove, nonostante l’apparente “vittoria” di USA/Israele sull’Iran, la situazione è del tutto fluida e instabile, in quanto gli alleati storici sciiti dell’ex URSS sono ancora oggi legati alla Russia; anche perché gli Usa nel 1953, col colpo di Stato della CIA e dei servizi segreti inglesi contro il principe Mossadeq democraticamente eletto (Operazione Ajax), scelsero la fazione sunnita-wahabita anti-sciita. Da allora l’Arabia Saudita è uno Stato profondamente intrecciato con gli interessi americani, che proseguono floridi anche oggi con Trump e gli accordi di Abramo.

Il fatto è che l’Occidente ha perso la sua presa anche sulla Libia che era diventata troppo indipendente con Gheddafi e che americani, inglesi e francesi (facendo uno sgarro questi ultimi agli italiani) hanno fatto fuori nel 2011, pensando con un “regime change” di realizzare una stabilizzazione secondo i canoni comuni dell’Occidente.

La cultura e la stessa diplomazia americane sono state molto ricche e colte nei primi decenni del secondo dopoguerra, anche per l’apporto degli antropologi, e mai avrebbero fatto gli errori che hanno compiuto a partire dalla guerra in Vietnam in poi. Una sottovalutazione di altre culture e modi di vivere che hanno portato, come nel caso libico, ad una incomprensione di culture basate su clan chiusi e tribali che mai avrebbero potuto in breve tempo avere una statualità per come la concepiamo in Europa.

Errori gravi, che hanno prodotto anche il caos libico da cui è sorta la fazione del generale Haftar: che controlla non solo la Cirenaica ma ormai buona parte della Libia, sostenuto dalla Russia e (sotto sotto) dalla Cina come avamposto in quel Grande Medio Oriente dove la Russia, con la Turchia, ha oggi un ruolo maggiore di quello che aveva l’URSS 50 anni fa. La Turchia aveva bloccato Haftar alle porte di Tripoli nel 2021 ma ora ha ripreso il dialogo col generale e venduto droni. Non è un mistero che Haftar voglia conquistare tutta la Libia.

Una Libia che potrebbe riprendere il sogno panarabo di Gheddafi di riunire tutta l’Africa del Nord in un grande mercato unico (con un’unica moneta) ma che potrebbe diventare ora, più che un alleato, un temibile competitor dell’Europa (e dell’Italia in primis), in quanto la Russia (e la Turchia) sono già presenti e la Russia cerca, in varie parti dell’Africa, di sostituire i francesi. Uno scenario che rilancia il ruolo della Russia in Africa e nel Grande Medio Oriente e che è figlio degli infiniti errori della Nato, degli Americani e della ignavia degli italiani nella vicenda dell’uccisione di Gheddafi del 2011.

L’Italia aveva avuto nel secondo dopoguerra, nonostante facesse parte della Nato e stesse agli ordini degli Americani, una politica estera sempre attenta ai Paesi arabi. Una politica che si è andata accentuando in tal senso con la crescita elettorale del PCI e PSI e che è arrivata al suo culmine con l’accordo informale Moro-Berlinguer che portò al governo DC-PSI con l’astensione esterna del PCI. Quello è stato il punto di rottura con gli Stati Uniti che non volevano far entrare il PCI nell’area di governo, e neppure gradivano una politica estera troppo incline agli interessi dei paesi arabi, che stava molto a cuore a Craxi.

L’abbandono della strategia diplomatica italiana intelligente e lungimirante di quegli anni e la successiva sudditanza dell’Italia (e dell’Europa) alla politica estera americana, che aveva abbandonato l’attenzione alle altre culture (che non fossero quella yankee), ha portato alle macerie di oggi e al dilagare della Russia e Cina in Africa.

Solo la stupidità americana poteva immaginare che da una sconfitta di Gheddafi potesse nascere una società “occidentale”, fondata sulla democrazia in un paese come la Libia con molteplici tribù e clan impermeabili alla cultura occidentale e che Gheddafi, mirabilmente, era riuscito a far convivere pacificamente anche perché ampiamente sussidiati coi proventi del petrolio. La Libia era diventata nel 2011 uno dei paesi più ricchi dell’Africa e che più si erano sviluppati secondo i parametri ONU dello sviluppo umano.

Se da un lato l’impero americano non consente alle potenze intermedie alcun ruolo, potrebbe essere che Trump si sia convinto di concedere un piccolo esercito alla Germania, inducendola a sacrificarsi proprio per mitigare le mire turche (e russe) nel Mediterraneo. Il fatto è che la Germania non è una potenza di mare (lo potrebbe essere l’Italia), ma potrebbe, armandosi, diventarla e aiutare gli Stati Uniti a riprendere un ruolo in Africa e nel Grande Medio Oriente. Ma può farlo senza la Russia? La Russia potrebbe svolgere una funzione anti-cinese e, in tal modo, consentire agli Stati Uniti di continuare ad esercitare ancora per molti decenni una leadership mondiale, messa in discussione dalla Cina e dal suo protagonismo nei BRICS. E’ questo che spiega il rapporto riluttante e ondivago di Trump con Putin. In discussione non è tanto l’Ucraina, ma una possibile alleanza degli Stati Uniti con la Russia in funzione anti-Cina. Da qui il grande dubbio, credo, di Trump e degli americani oggi: cooperare o non cooperare con la Russia in funzione anti-cinese?

Purtroppo l’Europa, non costruendo in 25 anni una sua statualità, si è cacciata nelle condizioni peggiori e l’Italia stessa in Libia, con politici di bassa levatura, si è accodata alle scemenze anglosassoni, pensando che essere vassalli fosse più utile al padrone, il quale si ritrova oggi cornuto e mazziato anche per colpa degli yes man, come sanno tanti imprenditori che da vecchi riflettono su alcuni errori che hanno fatto in passato, non trovando nessuno tra i più stretti collaboratori che li aveva avvisati per tempo delle scemenze che stavano facendo. Si veda a tal proposito Leader, giullari e impostori di Kets de Vries (ed. R. Cortina, 1993).

Un grande risiko è in corso sia in Libia che nel Grande Medio oriente e in cui Italia (ed Europa) sono ai margini, nonostante quello che vuol far credere la Meloni col piano Mattei in Africa. L’espulsione del nostro ministro dalla Libia e dell’Europa sarà anche dovuto ad incomprensioni da protocollo, ma nasconde – e in realtà svela – ben altro.

 

 

Photo cover. Immagine di archivio Libia, scuola dell’agricoltura 1914, Tripoli, https://timelessmoon.getarchive.net

La “MAGAficazione” della destra italiana

Se la destra italiana diventa Maga

di Leonardo Bianchi

Fino alla presidenza di Joe Biden, la comunicazione ufficiale della Casa Bianca sui social è sempre stata piuttosto sobria e istituzionale: si limitava a condividere aggiornamenti ufficiali, comunicati stampa e informazioni sul lavoro dell’amministrazione.

In questo secondo mandato di Trump, tuttavia, si è verificato un cambiamento radicale; anche e soprattutto rispetto al suo primo mandato, quando il centro nevralgico della propaganda trumpiana era il profilo personale del presidente su Twitter – e non quello istituzionale.

Ora, per l’appunto, gli account della Casa Bianca sembrano in mano a un’armata di shitposter (utenti che pubblicano contenuti volutamente provocatori) sbucati da imageboard estremiste come 4chan.

Come hanno ricostruito Drew Harwell e Sarah Ellison sul Washington Post, dietro ci sono una dozzina di funzionari tra i 20 e i 30 anni. La loro identità è sconosciuta per motivi di sicurezza, ma è indubbio che siano organici al mondo MAGA e applichino le tecniche comunicative dell’alt-right.

L’obiettivo principale di questa squadra è – per usare un’espressione coniata da Steve Bannon – quello di “sommergere la stanza di merda”. Ossia dominare l’agenda mediatica e creare un “universo informativo parallelo” a colpi di meme xenofobi, post che cavalcano i trend del momento (come le immagini ghiblizzate), repliche di formati virali (come l’espulsione dei migranti in ASMR) e illustrazioni generate dall’intelligenza artificiale – su tutte Trump in versione regale o papale.

Con contenuti di questo genere, ha sottolineato Charlie Warzel su The Atlantic, l’account della Casa Bianca riesce “a replicare il tono sociopatico, gioioso e maligno degli angoli più oscuri di Internet”.

Questa strategia che unisce shitposting, pornografia della crudeltà, attacchi a testa bassa nei confronti dei nemici e ricorso disinvolto alla “sbobba artificiale” generata dall’IA non è però confinata agli Stati Uniti.

Al contrario: anche la comunicazione delle estreme destre europee si sta – diciamo così – “MAGAficando”, in linea con la radicalizzazione delle loro proposte politiche.

La “bestiolina”: la galassia social di Fratelli d’Italia

Ovviamente, l’Italia rientra appieno in questo fenomeno.

Dopotutto, i leader dei due principali partiti di maggioranza – Matteo Salvini e Giorgia Meloni – sono trumpiani della prima ora. La presidente del Consiglio, in particolare, è ospite fissa del CPAC (il più importante raduno dei conservatori statunitensi) e ha sempre avuto un rapporto molto stretto con Steve Bannon.

Prima di arrivare a Palazzo Chigi, il suo approccio comunicativo è rimasto incentrato soprattutto su una cosa: diventare una sorta di meme vivente, in ossequio a quella che Giampietro Mazzoleni e Roberta Bracciale chiamano “memizzazione della politica”.

I suoi profili erano infatti pieni di illustrazioni in stile manga, post ispirati a Game of Thrones o altri prodotti della cultura pop, foto con riferimenti fantasy e tormentoni vari culminati nel famigerato remix satirico “Io sono Giorgia”, che è stato appropriato e rovesciato di senso dallo staff comunicazione.

Quest’ultimo – ribattezzato “bestiolina” da diversi articoli giornalistici, in contrapposizione alla “bestia” salviniana (su cui tornerò) – è guidato Tommaso Longobardi. Il 33enne ha iniziato la sua carriera social nel 2015 con un video virale in cui bruciava la sua laurea in segno di protesta contro l’allora governo Renzi, per poi affermarsi come influencer “gentista” su posizioni decisamente di destra, islamofobe, anti-politicamente corretto e anti-immigrazione.

Dopo aver trascorso un periodo lavorativo alla Casaleggio Associati si è progressivamente avvicinato a Fratelli d’Italia, e nel 2018 è stato nominato responsabile della comunicazione digitale del partito e dei profili di Giorgia Meloni.

Come ha raccontato lui stesso in un’intervista a Fortune Italia, “all’opposizione il livello di comunicazione è decisamente diverso ed è molto legato a una ‘tonalità di battaglia’”. Le dinamiche sono però “parecchio cambiate da quando [Meloni] è diventata premier: ora l’attività è istituzionale, ci sono meno impegni sul territorio e più dentro Palazzo Chigi, quindi il ruolo dei social è più legato a un lavoro da remoto”.

Se questo è vero per il profilo personale di Meloni – che comunque non ha rinunciato ai post di dileggio nei confronti dell’opposizione – il discorso è decisamente diverso per le pagine ufficiali (e non ufficiali) del partito, che hanno svariate centinaia di migliaia di follower spalmati su più piattaforme.

A parte fare propaganda sui provvedimenti del governo, l’attività prediletta dagli account di Fratelli d’Italia è attaccare gli avversari politici con toni non propriamente istituzionali.

Lo scorso 23 maggio, il giorno dell’anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, Roberto Saviano è stato accusato in una card di aver “speculato sulla criminalità” con Gomorra. Nella card in questione il logo della serie veniva indicato come un “esempio da evitare”, mentre il magistrato e il collega Paolo Borsellino erano “esempi da emulare”. Nella didascalia si leggeva: “prendi esempio da chi l’ha combattuta [la mafia], pagando con la vita”.

Più di recente diversi post sono stati dedicati al mancato raggiungimento del quorum al referendum dell’8 e 9 giugno, con tanto di invito a “dare un altro dispiacere alla sinistra” che “si è ridotta male”.

Si sprecano poi gli attacchi alle figure dell’opposizione e della società civile: il segretario della CGIL Maurizio Landini, ad esempio, è definito un “racconta balle”; l’attivista di Mediterranea Luca Casarini è invece indicato come uno che “lucra sui clandestini”.

Anche l’ong Reporter Sans Frontières – che ha certificato l’arretramento della libertà di stampa in Italia, al pari di altri organismi internazionali – sarebbe inaffidabile perché “negli anni [è stata] finanziata da George Soros”, un’eterna fissazione di Meloni e Fratelli d’Italia.

Non mancano neppure le illustrazioni generate con l’IA. In una card celebrativa del decreto sicurezza si vede un uomo (dai vaghi tratti nordafricani) che deruba una signora in metro e successivamente viene arrestato da due carabinieri, perché “prima” della norma si poteva “borseggiare e truffare gli anziani” mentre adesso no.

I toni sono ancora più esasperati nei profili ufficiali di Atreju, il festival di Fratelli d’Italia chiamato come il protagonista del romanzo La storia infinita (nonostante la ripetuta contrarietà di Roman Hocke, agente letterario dello scrittore Michael Ende).

I bersagli preferiti di Atreju sono l’eurodeputata Ilaria Salis, accostata ai “ladri di case”; Roberto Saviano; il linguaggio inclusivo e il “politicamente corretto”; l’attore Elio Germano, reo di aver criticato il governo; e in generale i comunisti, descritti come dei disagiati.

Immancabili sono i meme (come quello di John Travolta che entra spaesato nei seggi vuoti per l’ultimo referendum) e le illustrazioni con l’IA, con Meloni in versione Ghostbusters. Negli ultimi mesi è stato inoltre lanciato il podcast “Radio Atreju” su YouTube: per ora hanno partecipato Bruno Vespa, Marco Rizzo, Tommaso Cerno e Vladimir Luxuria.

A completare il quadro c’è infine la pagina Instagram “Siete dei poveri comunisti” (Sdpc), che ha oltre 110mila follower e prende il nome da una famigerata frase di Silvio Berlusconi pronunciata durante un comizio nel 2009.

Sebbene si presenti come un account “satirico” spontaneo e slegato dall’apparato comunicativo di Fratelli d’Italia, lo stile grafico e i contenuti sono molto (per alcuni troppo) simili a quello dei profili del partito.

Scorrendo il feed si trovano infatti la solita “sbobba artificiale”, clip riprese dalla trasmissione radiofonica La Zanzara e una sequela impressionante di sfottò contro personalità di sinistra – da Elly Schlein al giornalista di Fanpage Saverio Tommasi, che compare in un video in cui gli anonimi gestori della pagina gli chiedono incessantemente se è “anticomunista” mentre sta facendo un servizio sull’ultima edizione di Atreju.

Del resto – come hanno spiegato gli amministratori in un’intervista al Secolo d’Italia con Andrea Moi, il responsabile della comunicazione politica di Fratelli d’Italia – il fine ultimo di Sdpc è quello di mettere in piedi una “contronarrazione” in grado di contrastare una sinistra “ossessionata da TeleMeloni e dal politicamente corretto”.

La Lega di Salvini: dalla “Bestia” ai content creator politici

Per quanto riguarda la Lega, il partito di Matteo Salvini ha intrapreso la strada della trumpizzazione ben prima di Fratelli d’Italia.

Per anni, infatti, la comunicazione social-mediatica leghista è coincisa con la pagina Facebook di Salvini. In quello spazio, ha scritto il giornalista Mauro Munafò, il segretario leghista non era “solo un politico: [era] quel cugino-amico che se la prende con gli immigrati, fotografa sempre quello che mangia, guarda il calcio in tv, e condivide status con domande esistenziali un tanto al chilo.”

I profili social di Salvini si erano progressivamente trasformati in una fabbrica di notizie false (specialmente a tema immigrazione) e teorie del complotto, nonché in un’arma propagandistica da brandire contro gli oppositori – e poco importa che fossero leader politici o semplici cittadini.

Questo approccio ha raggiunto l’apice durante il governo giallo-verde, quando Salvini era ministro dell’interno. Questa strategia è stata elaborata da Luca Morisi, il consulente dietro alla cosiddetta “Bestia” – il nome dato dai giornali al sistema di analisi di dati e gestione dei social leghisti.

Secondo il giornalista Luigi Ambrosio di Radio Popolare, Morisi ha di fatto “importato in Italia il modello dell’alt-right statunitense”, usando i canali digitali per “veicolare un messaggio arrogante, aggressivo, con pochi e semplici frame in cui si individua il nemico da colpire e poi lo si distrugge senza pietà attraverso i social”.

Nel settembre del 2021 Morisi si è però dimesso per ragioni di opportunità politica, poco prima di essere coinvolto in un’indagine per cessione di stupefacenti a due ragazzi con cui aveva passato una serata (la sua posizione è stata poi archiviata).

Da allora la comunicazione leghista è cambiata in maniera piuttosto significativa, focalizzandosi in maniera ancora più ossessiva e monotematica sull’immigrazione: sia le pagine ufficiali che i profili dei singoli politici si sono trasformati in una via di mezzo tra Striscia la Notizia e siti razzisti come Tutti i crimini degli immigrati.

Negli ultimi tempi la Lega ha pure iniziato a utilizzare in maniera massiccia l’intelligenza artificiale generativa. Durante la campagna elettorale per le elezioni europee del 2024 sono stati pubblicati manifesti anti-UE in cui comparivano donne barbute, pietanze a basi d’insetti e persone di fede musulmana che danno fuoco alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

Le pagine ufficiali del partito sono poi piene di casi di cronaca nera con protagonisti immigrati, corredate da immagini fatte con l’IA e volti pixellati in un grottesco tentativo di aumentare il realismo dell’immagine.

Questi contenuti sono palesemente ispirati sia alla destra MAGA che agli alleati tedeschi di Alternative für Deutschland. In un’intervista a Politico, il parlamentare di AfD Norbert Kleinwächter ha detto che attraverso l’IA “non ci limitiamo a descrivere ciò che vogliamo a parole; lo illustriamo e lo facciamo vedere, e a volte ovviamente lo ingigantiamo”.

In altre parole: l’intelligenza artificiale generativa non è soltanto un modo rapido, efficace ed economico di produrre contenuti propagandistici; è anche e soprattutto uno strumento che rende possibile la costruzione visiva di una realtà alternativa.

A tal proposito, all’inizio di giugno il capogruppo leghista al consiglio regionale della Campania, Severino Nappi, ha pubblicato un’immagine fatta con l’IA in cui si vede Ilaria Salis in stato d’arresto tra due poliziotti. Di tutta risposta, l’europarlamentare di Avs ha annunciato di aver querelato il leghista poiché “l’uso di deepfake è un attacco grave e sleale alla verità e alla dignità dell’individuo”.

Lo scorso aprile, invece, l’europarlamentare Silvia Sardone ha ripreso sui propri profili Instagram e TikTok (che hanno rispettivamente 196mila e 351mila follower) un video generato con l’IA in cui si vede una Milano “islamizzata” con il Duomo ornato da stendardi arabeggianti.

Pur concedendo che si tratta di una “rappresentazione estrema” – ossia una visualizzazione della teoria del complotto di Eurabia – la politica ha scritto nella didascalia che “in tanti quartieri [senza specificare quali] ci sono già immagini simili”, invitando i suoi seguaci a dire “no alla sottomissione!”

Non è un caso che sia stata proprio Sardone a pubblicare quella clip: l’eurodeputata fa parte di quella schiera di politici leghisti che sono a cavallo tra news influencercontent creator e inviati di una trasmissione Mediaset.

Un’altra eurodeputata leghista in forte ascesa social-mediatica è Isabella Tovaglieri, che ha oltre 177mila follower su TikTok e ha partecipato all’ultimo CPAC tenutosi in Ungheria. Oltre a ripubblicare in maniera costante i servizi di programmi di Rete4 come Fuori dal coro, la parlamentare cerca di replicare il medesimo formato populista visitando quartieri misti sia in Italia che in Belgio.

In vari post e video, Tovaglieri ha spiegato che quella di Eurabia non è una paranoia islamofoba; è una realtà che “è già a casa nostra” e che “Oriana Fallaci aveva predetto”. Per invertire la tendenza c’è dunque bisogno della “remigrazione”, una nuova parola d’ordine dell’estrema destra globale – da poco adottata dalla Lega – che implica la deportazione forzata dei migranti e dei cittadini di seconda e terza generazione.

Anche l’ex generale Roberto Vannacci ha convintamente abbracciato questo tipo di comunicazione sui social. Su Instagram e TikTok – dove ha più di 310mila e 116mila follower – riproduce i trend del momento per attaccare gli avversari (su tutti Ilaria Salis); pubblica i suoi interventi televisivi e parlamentari; e condivide clip delle sue ospitate in vari podcast.

Seguendo l’esempio di Donald Trump e altri politici di estrema destra, negli ultimi mesi Vannacci è stato invitato da diversi podcast – tra cui quello di Fedez e Mr. Marra – ed è apparso in due video dello youtuber romano Simone Cicalone, specializzato nella caccia ai borseggiatori nella metropolitana di Roma.

Contro il genocidio: lista aggiornata dei prodotti israeliani da boicottare

Contro il genocidio: Guida al boicottaggio di aziende e prodotti

Guida aggiornata di BDS Italia al boicottaggio mirato contro le complicità con Israele

Il movimento BDS ha definito gli obiettivi di boicottaggio e di pressione a livello internazionale contro aziende complici del genocidio e del sistema israeliano di colonialismo, occupazione e apartheid e contro i prodotti israeliani in una guida, che vi invitiamo a consultare. Tuttavia, non tutte le aziende incluse nella guida del movimento BDS internazionale sono presenti in Italia. Quindi BDS Italia ha definito specifici obiettivi di boicottaggio da parte dei consumatori che includono aziende complici e prodotti israeliani presenti nel nostro paese che trovate elencati qui sotto. 

Gli obiettivi di boicottaggio di BDS Italia sono riassunti in questo volantino che vi invitiamo a scaricare e diffondere. 

L’elenco di aziende e prodotti da boicottare è in continuo aggiornamento: nuove campagne vengono avviate contro aziende complici dei crimini di Israele, mentre altre vengono sospese nel caso di vittoria (vedi per esempio quella contro Puma che non ha rinnovato la sua partnership con la Israeli Football Association).

Per questo è importante rimanere aggiornati: iscrivetevi alla nostra newsletter e seguite i nostri canali social FacebookInstagramMastodon.

Il movimento BDS accoglie con favore tutti i boicottaggi di qualsiasi società complice dell’apartheid israeliana e del genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza. Ma le liste con centinaia di marchi che girano sui social media non sono molto utili perché così si rischia di disperdere le forze e di non ottenere risultati. La questione è come rendere i boicottaggi più efficaci e avere un maggiore impatto per fare in modo che le aziende complici rispondano della loro complicità nell’oppressione dei palestinesi.
Il BDS conduce campagne strategiche concentrandosi su un numero limitato di obiettivi per ottenere il massimo impatto

Il movimento BDS utilizza il metodo storicamente vincente dei boicottaggi mirati, concentrando strategicamente l’azione su un numero relativamente ridotto di aziende e prodotti accuratamente selezionati per ottenere il massimo impatto. Sono aziende che giocano un ruolo chiaro e diretto nei crimini di Israele contro i palestinesi, così come nella violazione dei diritti di altri popoli e comunità, e rispetto alle quali c’è una reale possibilità di vittoria. Ogni vittoria del movimento BDS contro un’azienda complice è un monito a tutte le altre.

Il movimento BDS colpisce la complicità, non l’identità. Quando si tratta di aziende israeliane, non essere complici significa non essere coinvolti nell’occupazione militare, nell’apartheid o nel colonialismo d’insediamento di Israele e riconoscere pubblicamente i diritti dei palestinesi ai sensi del diritto internazionale, in primo luogo il diritto al ritorno dei rifugiati in conformità con la risoluzione 194 delle Nazioni Unite. Per quanto ne sappiamo, non esistono aziende israeliane che soddisfino queste condizioni.

Tutte le società internazionali i cui affari con Israele contribuiscono al genocidio, all’apartheid, alla colonizzazione o all’occupazione illegale potrebbero essere complici di gravi violazioni del diritto internazionale e quindi i loro dirigenti e membri del loro consiglio di amministrazione essere ritenuti responsabili. Ciò è particolarmente vero alla luce del parere della Corte internazionale di giustizia di gennaio 2024 sul fatto che Israele sta plausibilmente perpetrando un genocidio a Gaza, nonché del parere consultivo giuridicamente vincolante del 19 luglio che afferma che l’occupazione e il sistema di apartheid di Israele sono illegali.

Di seguito sono elencate le aziende e i prodotti principali obiettivi di boicottaggio dei consumatori in Italia.

Boicotta Carrefour

Carrefour è complice del genocidio. Carrefour-Israele ha sostenuto i soldati israeliani che partecipano al genocidio dei palestinesi a Gaza con doni di pacchi personali, mentre Carrefour Francia ha taciuto su questo fatto. Nel 2022, Carrefour ha stretto una partnership con la società israeliana Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan, entrambi coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese, traendo profitto dall’occupazione illegale. Le prove dimostrano anche che c’è almeno una filiale a marchio Carrefour in un insediamento illegale nei territori palestinesi occupati. Carrefour ha anche ricevuto prestiti da quattro grandi banche israeliane complici e ha stabilito una partnership partnership con sei start-up israeliane complici ad alta tecnologia che si occupano di intelligenza artificiale, sicurezza informatica e altro. Nel 2024, la campagna di boicottaggio, che ha portato alla chiusura dell’intera attività di Carrefour in Giordania e Oman, ha contribuito al crollo drastico dei i profitti netti di Carrefour (meno 50% rispetto al 2023).

Info dettagliate sulla campagna Boicotta Carrefour

TEVA? No, grazie!

Teva è un’azienda farmaceutica israeliana e uno dei maggiori produttori di farmaci generici al mondo. Teva sostiene il genocidio in atto per mano di Israele dall’ottobre 2023, ma ha anche beneficiato per decenni dell’occupazione illegale delle terre palestinesi da parte di Israele, permettendo all’azienda di sfruttare illegalmente il mercato palestinese. Farmaci generici alternativi sono ora molto più disponibili che in passato nella maggior parte dei paesi.
Info dettagliate sulla campagna TEVA? No, grazie!.

Altre aziende e prodotti da boicottare

Hewlett Packard (HP)

Hewlett Packard (HP), che comprende Hewlett Packard Enterprise (HPE) e HP Inc., è un importante sostenitore dell’occupazione israeliana. Attraverso le sue collaborazioni con il Governo, l’esercito, le prigioni e la polizia israeliani, HP fornisce un supporto tecnologico e logistico fondamentale che permette i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, come la costruzione di insediamenti illegali e l’apartheid nei territori palestinesi occupati. HPE sostiene l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione, un pilastro del sistema di apartheid, fornendo tecnologia per le sue banche dati e sistemi informatici. HP Inc (USA) fornisce servizi agli uffici dei leader del genocidio, il premier israeliano Netanyahu e il ministro delle Finanze Smotrich.

Dell

Dell Technologies fornisce server, servizi di manutenzione e attrezzature legati alle forze armate israeliane nell’ambito di un contratto da 150 milioni di dollari per il 2023, finanziato dagli aiuti esteri degli Stati Uniti. Dell è impegnata nella continua pulizia etnica di Israele nei confronti dei palestinesi indigeni, con attività di ricerca e sviluppo nel parco cibernetico nazionale di Israele che cerca di rafforzare gli insediamenti illegali nel Naqab (Negev), sfollando le comunità beduine palestinesi. Un mese dopo l’inizio del genocidio israeliano di Gaza, il fondatore e amministratore delegato Michael Dell ha donato a Israele azioni per 350 milioni di dollari, consolidando ulteriormente la partnership genocida tra Israele e Dell Technologies.

Intel

Nel dicembre 2023, durante il genocidio per mano di Israele a Gaza, Intel ha annunciato che avrebbe investito 25 miliardi di dollari nell’Israele dell’apartheid. Nel giugno 2024, a seguito di prolungate pressioni del BDS, e in risposta soprattutto al rischio finanziario di investire in una #ShutDownNation, il gigante tecnologico ha abbandonato il progetto, secondo i media finanziari israeliani. Per decenni, Intel è stato il più grande investitore internazionale nell’Israele dell’apartheid. Il suo impianto di “Kiryat Gat” è costruito su un terreno all’interno dei confini del villaggio palestinese di Iraq al Manshiya, ripulito etnicamente, raso al suolo e poi sostituito dall’attuale insediamento israeliano. Intel rimane profondamente complice nel fornire risorse di guerra genocida di Israele, pertanto non comprate computer e altri apparati informatici con processori Intel.

Microsoft

Microsoft è forse l’azienda tecnologica più complice dell’occupazione illegale di Israele, del regime di apartheid e del genocidio in corso contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza. Oltre a fornire servizi informatici al sistema carcerario, Microsoft fornisce all’esercito israeliano servizi cloud e AI di Azure che sono cruciali per potenziare e accelerare la guerra genocida di Israele . Gli ampi legami di Microsoft con l’esercito israeliano sono rivelati nelle indagini del Guardian con la pubblicazione israelo-palestinese +972 Magazine. In risposta alla complicità di Microsoft nell’apartheid e nel genocidio israeliano contro i palestinesi, i lavoratori di Microsoft hanno lanciato No Azure for Apartheid, una campagna guidata dai lavoratori stessi che chiede la fine della complicità di Microsoft in gravi violazioni dei diritti umani.

Siemens

Siemens (Germania) è il principale appaltatore dell’Interconnettore Euro-Asia, un cavo elettrico sottomarino Israele-UE progettato per collegare all’Europa le colonie illegali di Israele nei territori palestinesi occupati.In questo modo Siemens sostiene l’occupazione israeliana. Gli elettrodomestici a marchio Siemens sono venduti in tutto il mondo.

AXA

Il gigante assicurativo AXA (Francia) detiene 150,43 milioni di dollari in azioni e obbligazioni di undici società che hanno inviato armi in Israele durante il genocidio contro i palestinesi a Gaza, tra cui Boeing e General Dynamics. Le armi di entrambe le aziende erano direttamente collegate agli attacchi israeliani contro Gaza, agli omicidi di massa, come il bombardamento del campo profughi di Tel al-Sultan a Rafah, il 26 maggio, e il bombardamento del 10 settembre contro i palestinesi che si rifugiavano ad al-Mawasi, che Israele aveva designato come “zona sicura”.

SodaStream 

SodaStream è un’azienda israeliana che è attivamente complice della politica israeliana di sfollamento dei cittadini beduini-palestinesi indigeni dell’attuale Israele nel Naqab (Negev) e ha una lunga storia di discriminazione razziale nei confronti dei lavoratori palestinesi.

RE/MAX

RE/MAX (USA) commercializza e vende proprietà nelle colonie israeliane illegali costruite su terre palestinesi rubate, consentendo così la colonizzazione di Israele della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est.

Disney+

La Disney e la sua filiale Marvel sono complici nel glorificare il regime israeliano di genocidio e apartheid contro i palestinesi indigeniCaptain America: Brave New World della Marvel e della Disney hanno come protagoniste rispettivamente Shira Haas e Gal Gadot, che hanno consapevolmente e inconfutabilmente assunto il ruolo di ambasciatrici culturali di Israele, rappresentando direttamente la propaganda del Israele genocida. Per Capitan America, Marvel e Disney fanno rivivere il personaggio razzista di Ruth Bat-Seraph, la cui storia decennale include il fatto di lavorare per il Mossad. Disney+ è quindi chiaramente coinvolto nel permettere il genocidio di Israele disumanizzando i palestinesi. Annullate o non sottoscrivete l’abbonamento a Disney+!

Reebok 

Dopo il ritiro di Puma e dell’italiana Erreà grazie alla campagna BDS, Reebok è diventato il nuovo sponsor ufficiale dell’Israel Football Association, che include nei suoi campionati ufficiali squadre delle colonie illegali nei territori palestinesi occupati e sostiene il loro mantenimento, contraddicendo il diritto internazionale e il regolamento della FIFA.

McDonalds

L’affiliato israeliano del marchio ha donato pasti e bevande al personale militare israeliano impegnato nel genocidio contro i palestinesi a Gaza e ha promosso questa forma estremamente provocatoria e razzista di complicità sui lsuo canali social media.

Coca-Cola

Coca-Cola Israele gestisce un centro di distribuzione e di refrigerazione regionale nella colonia illegale di Atarot. Inoltre, la sua filiale, Tabor Winery, produce vini provenienti da uve provenienti da vigneti situati su terreni occupati nelle colonie illegali in Cisgiordania e nel Golan siriano. I soldati israeliani che partecipano al genocidio in corso sono stati spesso fotografati con lattine di Coca-Cola, donati loro da vari gruppi che consentono il genocidio. Alternative locali stanno spuntando in tutto il mondo per sostituire Coca-Cola.

Prodotti alimentari israeliani

L’agricoltura israeliana ha sempre giocato un ruolo importante nella colonizzazione della Palestina, sottraendo terra, acqua e altre risorse alle popolazioni indigene e distruggendo l’agricoltura palestinese. Oltre a far parte di un commercio che alimenta l’economia di un sistema di apartheid coloniale, prodotti agricoli (come avocado, datteri, arachidi, melagrane, agrumi, ecc.) e vini israeliani, provengono spesso da colonie illegali su terre palestinesi rubate, anche se etichettati in modo fuorviante come “Made in Israel”. Le aziende israeliane di esportazione di prodotti agricoli, come Mehadrin, Hadiklaim e Carmel-Agrexco, sono tra i principali beneficiari della distruzione dell’agricoltura palestinese e sono complici dell’occupazione illegale e del regime di apartheid. I prodotti agricoli israleinai vengono commercializzati con questi marchi principali: Carmel, King Salomon, Jordan River, Jordan Plains, Ventura.

Boicottate i prodotti israeliani presenti nei negozi e supermercati dove fate acquisti e chiedete ai rivenditori che vengano rimossi dagli scaffali. Controllate le etichette e se non sono chiare chiedete al responsabile del negozio.

Controlla la spesa con Boycat

Il movimento BDS ha stretto una partnership con Boycat, una piattaforma e una applicazione innovativa per lo shopping etico, al fine di consentire alle persone di partecipare in modo più efficace alle campagne BDS mentre fanno la spesa. Al contrario di altre app disponibili, Boycat classifica le aziende in base al livello del loro coinvolgimento nei crimini di Israele e alle priorità del movimento BDS. Ciò consente di concentrarsi sulle campagne strategiche del movimento BDS, imparando come agire concretamente anche contro altre società complici implicate nel genocidio, nell’apartheid e nell’occupazione illegale di Israele.

Scarica la app e controlla gli acquisti per evitare che sostengano il genocidio e l’oppressione dei palestinesi.

Fonte: https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/risorse-bds/2909-guida-al-boicottaggio

Parole a capo
Giada Giordano: poesie inedite

In questo numero di Parole a capo, pubblico volentieri alcune poesie di Giada Giordano tratte da una raccolta ancora inedita ed in fieri. La ringrazio per avermene concesso la pubblicazione.

Forse ci rincontreremo ancora
là sulla riva del mare e ci ricorderà
questo mio averti veduta come in sogno,
di che pasta sono fatti i destini:
miriadi di fili intrecciati tra le dita,
che sembrerà non sia passato un solo giorno
da questo nostro incontro,
ma tu non fingere di non avermi avuto
accanto, di non sapere cosa significhi
l’attesa del giorno, l’odore del buon mirto
invecchiato, come di un amico lontano
che tende la mano per salutarci,
lì dove il maestrale è di casa e il Megonio
saprà di attese di anni e speranze
incustodite in fondo al cuore
che parleranno di te come a me
ai figli di domani, di questa terra, la tua,
questa resa che dà colore ai giorni,
che ci illumina forte sul viso
tra i capelli e gli occhi scuri
verrà come vieni tu dal mare
e sarà il vociare indistinto dei bambini
il gridore dei gabbiani al primo sole
il risolino nei paraggi dei vicini di ombrellone
e sarà inverno con la mareggiata,
le prime nebbie di umidità al mattino
la luce offuscata e tu in penombra, che vieni
nel cammino, come di stella
che si eclissa dietro al sole, o
una speranza timida nel ricordarci.

 

*

 

Lascia che vada incontro la mia voce
che chiarifichi sulla soglia, faccia giorno
sui nostri corpi, come nelle mani
in cui siamo stati, ci ritroverà forse,
per distese che neanche io conosco
velate di malinconia, lì dove vivono
i miei sogni, terra altra che mi abita,
parlerà oltre confine di te e sarà apparente
questo fingersi esuli sulla Terra
questo eterno peregrinare
che potrai dirmi di non conoscere
o credere vicini questi passi
oppure lasciare che gli vada incontro
e amarmi come ti amo
e perdonarmi ancora
questa evanescenza carezzevole
questo lascito che in pochi leggeranno
con il tuo nome e sarà uno scoprirsi
fragili, un dirsi unicamente figli
di questi anni.

 

*

 

Casa avrà il sapore di una terra lontana
forse un’isola, nel crocevia di strade,
vedrà un manipolo di attese colte ieri
come colsi l’eco dei nostri passi
in una terra di confine
questo eterno dirottare verso altre gravità
il mondo, su assi sparsi,
e come immagine, sogno,
l’ombra delle luminarie tra i cipressi
della legna arsa nel camino
il crepitio del fuoco e l’odore
della resina lavata nel mattino
sotto la pioggia un gomitolo di case
tra le prime nebbie e il sole
crepuscolare sarà come la quiete
la radura che tinteggia a notte Roma
che illumina te che mi osservi
e questo dirsi nudi, questo raccontarti
di me, di questo nostro viaggio.

 

*

 

Vivere così in una terra di confine, quasi
le attese di gioventù, sull’uscio, gli anni
e un diario a custodirne, troppo pochi
forse se oggi, madre, tieni a cuore
una manciata di poesie nei vani di una casa,
lì nell’ombra.
Da una finestra che dall’alto guarda, vigile,
il nespolo, la cycas, le piante in fiore,
ed annota la mano su un foglio
come le impressioni da scrivere
per non morire.
Crescono le speranze, la natura intorno
e un profumo inebria di più odori ed agita
le palme al vento, te che lo respiri,
mentre torna a casa come l’immagine, un sogno
di te, di ieri.

 

*

 

Tutta la strada si apre, i giorni si compiono
ti sorprende guardare dall’alto della finestra della
tua camera di bambina la donna che sei, traccia
come una linea il contorno, l’ellittica attorno
la tua figura. Fuori piove. Fine maggio
di sorprese e calda gravità, e l’aria si fa uno scroscio,
una gnagnarella leggera che cade.
Non conosci del domani le attese meno gravide, le
domande. Alle volte ti sorprende come il sottrarre
il peso ai giorni, all’ipocrisia degli altri, alla poesia che sei,
se non altro, anche se non lo sai.
Ti ricorderai dei tuoi otto anni, su quella scrivania,
la sera illuminava l’abat-jour, faceva capolino la mancanza,
un sogno. Dille, raccontale di lei, fa che non dimentichi,
la strada è tracciata, il destino compiuto.

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989. A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi”, indetto dal Comune di Cervia. Nel 2014 viene selezionata per il corso di scrittura creativa indetto da Rai Eri. Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival.
Suoi testi sono apparsi sulle riviste online e cartacee “Atelier online”, “Voce Romana”, “Euterpe”, “Patria e Letteratura”, “Poetarum Silva”, “Our Poetry Archive”, “Galaktica Poetike Atunis”, su “Arcipelago Itaca
blo-mag”, su “L’Astero Rosso, luogo di attenzione e poesia”, su “Fara Poesia”, su “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo, sul “Journal of Italian Translation” dell’Università di New York, sul “Periodico de Poesia” dell’Università del Messico, su “Gradiva. International Journal of Italian Poetry” con sede a New York e su “La Repubblica” di Bari. Un ulteriore componimento poetico figura negli Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani. Alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal Centro Culturale T. Modotti. Un suo testo è apparso in occasione dell’Anniversario di Verso Libero.
Alcuni suoi testi sono stati pubblicati sulla Rivista Internazionale “Il Convivio”.
Ulteriori suoi testi sono apparsi su riviste estere: in Germania, Egitto, Bangladesh, Tagikistan, India, America.
A mio figlio”, una selezione di poesie dedicate al figlio, è apparsa anche su testate giornalistiche online.
È risultata finalista in vari premi di poesia: Tea Poetry 2015, Premio Belli 2016, Premio Mario dell’Arco 2017, Premio Versus Sulmona 2017 e Premio Arcipelago Itaca 2017.
È autrice anche di racconti.
Per la narrativa un suo testo figura sul Periodico di Informazione e di Attualità di Teramo “Navuus”. Si dedica inoltre alla stesura di saggi e di un romanzo.
Ha ricevuto Menzione di Merito per essere tra i migliori Laureati Italiani in Camera dei Deputati dalla Fondazione Italia USA.
Alcuni Estratti di una sua raccolta inedita sono apparsi con nota critica su L’Altrove- appunti di Poesia nel mese di giugno 2025 e su un sito web della SABINA Romana e Reatina e della Campagna Romana il 1 Luglio 2025.

 La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 293° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
E’ possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.

La stoffa delle donne /
Nellie Pink, imprenditrice sociale

La stoffa delle donne.
Nellie Pink, imprenditrice sociale

Nellie Bly Pink

All’apice del successo, Elizabeth, Nellie Bly o Pink come soleva chiamarla la madre (Nellie, era nata femmina, dopo tredici fratelli maschi, fu per la famiglia e per la piccola comunità un tripudio di colore rosa ovunque) decise di prendere una pausa dal giornalismo, per occuparsi della sua vita privata e affettiva.
Si sposa con un attempato ricco uomo d’affari, che ben presto la lascia vedova , Nellie che già aveva affiancato il marito nella gestione delle sue aziende siderurgiche, a questo punto, prende in mano in tutto e per tutto le redini delle aziende.

Indomita come in passato, anche in quest’occasione riesce a fare la differenza, imprime forza e determinazione al suo nuovo lavoro, diventando una pioniera anche nell’ imprenditoria femminile dell’epoca.
Nell’intraprendere questa nuova esperienza, presta particolare attenzione all’equità ed alla giustizia sociale e di genere. Nelle sue fabbriche istituisce ambulatori medici, biblioteche, corsi di alfabetizzazione per gli operai e spazi comuni per l’attività fisica.

Il richiamo alla mente ad Adriano Olivetti risulta molto azzeccato,  come lo potremmo definire oggi, il padre del welfare aziendale, colui che sosteneva che “la fabbrica è per l’uomo e non l’uomo per la fabbrica”.

Purtroppo, non tutti coloro che affiancavano Nellie nella gestione delle società, erano in buona fede. Malauguratamente, a sua insaputa, sottraevano capitali aziendali e fu così, che la giovane imprenditrice, dovette dichiarare bancarotta e rifugiarsi in Svizzera per sfuggire ai creditori.
Nel 1914, con lo scoppio della prima guerra mondiale, Nellie sente forte il richiamo alla sua più grande passione, il giornalismo. Per come ormai abbiamo imparato a conoscerla, non si limita a lavorare dalla scrivania di una redazione, ma bensì dai campi di battaglia,  divenendo una inviata dal fronte per il New York Evening Journal. Ancora una volta, descrive nei suoi articoli, con estremo realismo,  le terribili condizioni in cui versano i soldati, soffre e rischia la vita accanto a loro nelle trincee.
Ebbe anche la sventura di essere arrestata perché scambiata per una spia inglese. Rientrata sana e salva a New York, collabora con il New York Journal, il suo spirito vivido e coraggioso, la conduce questa volta ad occuparsi di donne rimaste vedove e di infanzia abbandonata. Avvalendosi della sua meritata notorietà, denuncia, attraverso i suoi articoli, con maggiore incisività, le ingiustizie e gli sfruttamenti ai quali erano sottoposti i bambini rimasti  orfani.

Muore a 57 anni di polmonite nel 1922, riposa in una modesta tomba nel Woodlawn Cemetery nel Bronx.

Riconoscimenti:

Nellie ha ispirato il personaggio di Ella Kaye nel romanzo “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald

A lei è stata dedicata una Graphic Novel.

Nel 2021 la scultrice Amanda Matthews ha realizzato per Nellie un monumento dal nome “ The girl Puzzle monument”, collocato sull’isola dove sorgeva il manicomio nel quale aveva realizzato la sua sensazionale inchiesta nel 1887.

A lei è dedicato un cratere di Venere.

Leggi le altre puntate de La stoffa delle donne di Caterina Orsoni:
07.03.25  La stoffa delle donne
05.04.25 Carmen Mondragon “Occhi color smeraldo”
26.04.25 Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile
21.05.25
Nellie Bly, una ragazza orfana e solitaria
12.06.25  Nellie giramondo

Gli istriani di Gaza

Gli istriani di Gaza

Non ci vuoi credere? Credici!

Ti pare impossibile? Invece è successo!

Ma è un’idea pazzesca, una battuta, il delirio di un malato di mente? No, è tutto vero, quel  brutto sogno si avvererà! 

Nel  colloquio di ieri l’altro con il suo mentore e protettore Donald Trump, il  premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ritirato fuori il suo progetto totalitario: “Con il presidente americano abbiamo parlato dei paesi africani dove trasferire la popolazione palestinese di Gaza”. Netanyahu è apparso ottimista, la sua idea apparentemente folle, sta guadagnando consensi (quello americano) e silenzi (l’Italia e i paesi europei) e alla fine diventerà realtà.

Trasferire due milioni di palestinesi? Non ci vuoi credere? Credici!

Anche perchè nella storia, lontana e vicina, il trasferimento, o per meglio dire l’esodo forzato, la deportazione di un popolo è già accaduto molte volte. Altre volte un popolo è stato cacciato dalla propria terra madre. La prima immagine che torna alla memoria è quella così italiana dell’ esodo istriano:  350.000 giuliani, istriani, fiumani e dalmati sloggiati con la forza dalla propria terra, dalle loro case, dalla propria storia e trasferiti nei campi profughi italiani. Guardare ancora oggi, a distanza di quasi 80 anni. quelle foto in bianco e nero, ascoltare quelle antiche voci, fa impressione. Eccoli i profughi istriani; chi non è finito nel nero delle foibe ha dovuto lasciare tutto e raggiungere un’Italia straniera.

“Gli istriani di oggi” sono sull’altra sponda del Mediterraneo. Il progetto (non è più un sogno, è un progetto concreto) di Netanyahu è quello di annettere la Striscia di Gaza allo stato ebraico. Vuole altra terra per i suoi coloni e vuole un altro pezzo di mare: 40 chilometri di spiagge da riconvertire in un lussuoso resort turistico: “la riviera di Gaza”, come ha postato due mesi fa Donald Trump. Ma per farlo bisogna sgombrare l’area, eliminare i palestinesi: i bombardamenti non bastano, ci vorrebbe troppo tempo per ucciderli tutti.

E mentre si tratta o si finge di trattare un cessate il fuoco, mentre ascoltiamo inutili appelli alla pace, sotto traccia la “soluzione finale” di Trump e Netanyahu sta prendendo corpo. Sta diventando “la soluzione migliore”, l’operazione chirurgica definitiva.
Quando succederà (e sta già cominciando  a succedere) sarà troppo tardi per opporsi all’espansionismo sionista.

Non riesci a crederci? Credici!

Cover: profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto – foto di toscananovecento.it

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Marghera, Progetto inceneritore di ENI Rewind è stato bocciato. Vittoria del Coordinamento No Inceneritori

Marghera, Progetto inceneritore di ENI Rewind è stato bocciato. Vittoria del Coordinamento No Inceneritori

Eni Rewind nel pomeriggio del 25 giugno ha commentato con una breve nota il parere negativo del comitato tecnico regionale del Veneto per la Valutazione di Impatto Ambientale, che di fatto affossa il progetto del termovalorizzatore, che già aveva avuto un parere negativo dall’Istituto Superiore di Sanità, oltre alla graduale opposizione di diversi comuni e comunità del territorio. «Eni Rewind prende atto della decisione in merito alla bocciatura del progetto per la realizzazione di un impianto per il trattamento dei fanghi di depurazione civile a porto Marghera» scrive all’inizio della nota. Proprio sul fronte del lavoro interviene la Cgil, ricordando che «quello dell’inceneritore a Fusina è sempre stato un progetto irrealizzabile, privo di basi industriali solide e totalmente inadeguato. Eni – dichiarano Daniele Giordano (Cgil Venezia) e Michele Pettenó (Filctem) – ha preso in giro l’intero territorio, presentando una proposta che non aveva alcuna reale prospettiva di rilancio industriale. Questo impianto è servito solo a distogliere l’attenzione dai veri nodi irrisolti, a partire dalla mancanza totale di investimenti e dalla chiusura silenziosa della chimica a Porto Marghera».

L’inceneritore per fanghi di ENI Rewind è stato bocciato e i comitati parlano di una vittoria e di una giornata storica. Il Coordinamento No Inceneritori ha emesso un comunicato stampa il 25 giugno in cui scrive:

“Avevamo promesso a ENI che di qui non sarebbero passati, e non sono passati!
E’ una vittoria importantissima e di portata storica per un territorio che ha pagato un prezzo altissimo, in termini di vite umane perse e di degrado ambientale, a causa di decenni di industrializzazione dissennata, che ha privilegiato il profitto sopra tutto e sopra tutti, creando la diffusa opinione che la popolazione non ha mai voce in capitolo su questioni così importanti.

Qualcuno pensava di poter continuare a sacrificare questo territorio, ma le tante mobilitazioni popolari messe in campo, non ultima la grande manifestazione dell’1 giugno con 5000 persone in piazza un anno fa, il blocco del distributore a Marghera e dell’ENI Store, il grande lavoro di inchiesta , di approfondimento scientifico, di sensibilizzazione svolto in questi anni dai comitati ha sbarrato la strada addirittura a ENI, una delle multinazionali del fossile più potenti al mondo, la stessa che fa accordi con il governo criminale di Israele e con Paesi come la Libia responsabili di torture e di gravi violazioni dei diritti umani .

E’ importante che le argomentazioni del Comitato Tecnico per la valutazione ambientale abbiano riconosciuto l’importanza del principio di precauzione e abbiano accolto i nostri rilievi sulla pericolosità degli inceneritori, impianti insalubri di prima classe, in particolare per quanto riguarda gli impatti ambientali e sanitari derivati dalla inefficace combustione dei PFAS, e per il fatto che questo territorio è già pesantemente inquinato con conseguenze sanitarie intollerabili.

Le istituzioni hanno dovuto piegarsi di fronte alla nostra mobilitazione e.ai pareri determinanti dell’Istituto Superiore di Sanità, che hanno di fatto confermato tutte le osservazioni che già avevamo posto.

Questa sentenza non vale solo per ENI, perché ora il problema della salute, dei PFAS e dell’inquinamento ambientale non potrà più essere ignorato né per l’inceneritore di Veritas, né per quelli di Padova, di Schio, di Verona e di Loreo. Il problema della gestione dei rifiuti, dei fanghi e dei PFAS sono un dato di fatto, ma la soluzione non sta nel creare un problema ancora più grave. E’ necessario aprire al confronto con i comitati, con le associazioni ambientaliste, con le popolazioni, investire in ricerca, e soprattutto assumere come paradigma che la tutela della salute e dell’ambiente vengano prima dei profitti e di ogni altra cosa”.

Il Coordinamento No Inceneritori, forte di questa vittoria ora rilancia:

“E’ necessario bloccare immediatamente la seconda linea di Veritas; chiediamo alla Regione e a ARPAV di avviare studi approfonditi intorno agli inceneritori, con il supporto di CNR e ISPRA, per verificare il livello di contaminazione da PFAS nei suoli, nelle acque, e negli alimenti. Noi non ci fermiamo, Veritas è avvisata. Il nostro territorio non è in vendita, non brucerete il nostro futuro”.

Nonostante ciò però, Eni sembra ancora essere pronta all’attacco e, proprio nella nota, prosegue: «Tali impianti sono infatti previsti nella piano rifiuti della Regione Veneto, ed Eni Rewind ritiene di aver presentato tutta la documentazione tecnica relativa a eventuali impatti sull’ambiente, la sicurezza e la salute. Eni avvierà le opportune riflessioni in merito al rilancio dell’area industriale di Porto Marghera di cui questo impianto era parte rilevante». 

Foto Coordinamento-No-Inceneritore-Fusina

Vedi: https://www.veneziatoday.it/attualita/eni-reazione-bocciatura-inceneritore.html

Cover: foto Eni-Rewind-rendering-progetto-smaltimento-fanghi

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Caldo Killer e crisi climatica

Caldo Killer e crisi climatica

Titolo originale : L’ondata di caldo estremo in Europa

da Redazione di Valigia Blu, 1 luglio 25

Temperature oltre i 40 gradi che di solito si registrano a luglio e agosto, incendi, pericoli per la nostra salute. Una pericolosa ondata di caldo sta colpendo vaste aree dell’Europa. Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna sono tra i paesi che stanno vivendo le condizioni più severe.

In Spagna, a El Granado, nel sud-ovest del paese, sabato scorso il termometro ha sfiorato i 46 gradi. Secondo l’AEMET, l’agenzia meteorologica statale spagnola, se confermato si tratterebbe di una temperatura mai raggiunta nel mese di giugno, superando i 45 °C registrati a Siviglia sessant’anni fa. Anche in Portogallo le temperature sono salite vertiginosamente domenica, raggiungendo i 47 °C a Mora, una città nel centro del paese. In Francia le temperature hanno superato i 41 °C a Céret, nel sud-ovest, prima che violenti temporali si abbattessero su tutto il paese. L’area intorno a Parigi è stata tra le più colpite da grandine e oltre 15.000 fulmini. Météo-France ha affermato che si tratta della 50ª ondata di caldo dal 1947. In Grecia, le temperature hanno superato i 40 °C in molte zone della Grecia, con la massima registrata a Skala, in Messinia, nel Peloponneso meridionale, dove si sono raggiunti i 43 °C. Giovedì è scoppiato un incendio a sud di Atene: sono stati emessi ordini di evacuazione per diverse comunità e chiusi tratti della strada costiera che collega la capitale a Sounion, sede del Tempio di Poseidone. In Italia, il Ministero della Salute ha classificato 17 delle 27 città monitorate sotto allerta calore di massimo livello. A Roma, a Tor Vergata, le temperature hanno superato i 40 °C.

Si ritiene che le temperature estreme abbiano causato almeno tre vittime, tra cui un bambino che sarebbe morto per un colpo di calore mentre si trovava in un’auto nella provincia di Tarragona, in Catalogna, l’1 luglio. A Palermo, in Sicilia, una donna di 53 anni è morta lunedì dopo essere svenuta mentre camminava per strada. Secondo quanto riferito, soffriva di problemi cardiaci. Negli ultimi giorni, in alcune zone d’Italia, i ricoveri nei pronto soccorsi ospedalieri sono aumentati del 15-20%. La maggior parte dei pazienti sono anziani affetti da disidratazione.

Le ondate di calore sono un “killer silenzioso”, scrive Ajit Niranjan sul Guardian. Si stima che il caldo uccida circa mezzo milione di persone ogni anno. E, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno su Lancet Public Health, i decessi causati dal caldo in Europa potrebbero triplicare entro la fine del secolo, con un aumento sproporzionato nei paesi meridionali come Italia, Grecia e Spagna. Eppure, il caldo raramente viene indicato come causa di morte principale perché le temperature estreme vanno a colpire persone fragili affette da altre patologie.

In Italia, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, due centri industriali, hanno annunciato la sospensione del lavoro all’aperto tra le 12,30 e le 16, unendosi ad altre 11 regioni – dalla Liguria nel nord-ovest alla Calabria e alla Sicilia nel sud – che hanno imposto chiusure simili nei giorni scorsi.

Le autorità locali hanno seguito il consiglio dei sindacati dopo la morte di Brahim Ait El Hajjam, un operaio edile di 47 anni, che il 30 giugno è collassato ed è morto mentre lavorava in un cantiere vicino a Bologna, capoluogo dell’Emilia-Romagna. Martedì due operai si sono sentiti male in un cantiere vicino a Vicenza, in Veneto. Uno di loro sarebbe in coma.

I sindacati CGIL Bologna e Fillea CGIL hanno dichiarato in un comunicato: “In attesa di conoscere le reali cause del decesso, è fondamentale, in questo terribile periodo, promuovere una cultura della sicurezza. ”L’emergenza climatica ha chiaramente peggiorato le condizioni di chi lavora ogni giorno all’aperto e le aziende devono dare assoluta priorità alla protezione dei lavoratori”.

In Francia sono state chiuse le scuole dopo la segnalazione dei sindacati del surriscaldamento delle aule.

La causa del caldo persistente è un sistema di alta pressione che si trova sull’Europa occidentale, noto come cupola di calore. Agendo come un coperchio, la cupola intrappola l’aria calda e secca e intensifica il calore nel tempo. Mentre il sistema si sposta verso est, attira anche aria calda dal Nord Africa, accelerando ulteriormente il riscaldamento in tutta la regione.

L’ondata di calore di questi giorni in Europa è uno dei segni che “il continente si sta riscaldando più rapidamente a causa della crisi climaticariporta il Guardian. Sebbene sia difficile collegare singoli eventi meteorologici estremi al cambiamento climatico, le ondate di caldo stanno diventando più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici. Gli scienziati del World Weather Attribution, che analizzano l’influenza dei cambiamenti climatici sugli eventi meteorologici estremi, affermano che le ondate di calore di giugno con tre giorni consecutivi sopra i 28 °C sono diventate circa 10 volte più probabili oggi rispetto all’era preindustriale.

“Il vero problema non sono tanto le temperature oltre la norma quanto l’estremizzazione dei fenomeni”spiega il climatologo Antonello Pasini. “Per esempio, al nord potrebbe esserci un leggero calo di questo anticiclone e potrebbero esserci fenomeni precipitativi estremamente violenti”.

Questa ondata di calore arriva dopo una serie record di temperature estreme, tra cui il marzo più caldo mai registrato in Europa, secondo i rilevamenti del servizio di monitoraggio climatico dell’UE Copernicus. A causa del riscaldamento del pianeta, gli eventi meteorologici estremi, tra cui uragani, siccità, inondazioni e ondate di caldo, sono diventati più frequenti e intensi.

“In qualche modo dobbiamo, da un lato, adattarci a queste situazioni anche perché pur agendo in fretta il clima ha un’inerzia e avremo a che fare con queste condizioni per i prossimi decenni: tutte le città dovrebbero avere dei rifugi climatici per le persone fragili ed economicamente vulnerabili che non hanno luoghi di refrigerazione in modo da evitare l’aggravarsi di patologie e decessi”, spiega ancora Pasini. Ma, soprattutto, aggiunge il climatologo, è fondamentale lavorare sulla mitigazione, ovvero sulle politiche di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera attraverso la transizione a fonti energetiche pulite.

Ma, come ha affermato in un’intervista al Guardian la vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la transizione energetica ed ex ministra dell’Ambiente spagnola, Teresa Ribera, sebbene gli effetti dell’emergenza climatica stiano diventando sempre più evidenti, non ci sono ancora azioni concrete. “La codardia politica sta ostacolando gli sforzi europei per affrontare gli effetti della crisi climatica, proprio mentre il continente è colpito da un’ondata di caldo record”, ha detto Ribera.

Una parte importante del problema, ha aggiunto, è che alcuni partiti politici “continuano a insistere, con veemenza, che il cambiamento climatico non esiste”, oppure affermano che prendere decisioni per adattarsi alle realtà ambientali è troppo costoso. “Mi dispiace, ma sarà molto più costoso se non agiamo”, osserva Ribera. “Lo sappiamo tutti. Non si può dire alla gente che il cambiamento climatico è il grande problema esistenziale della nostra generazione e poi dire: ‘Mi dispiace, non faremo nulla’”.

Secondo Ribera, molti politici sono riluttanti a esporsi o a chiedere azioni concrete per paura di alienarsi i consensi degli elettori, ma negare – o essere incapaci ad affrontare tutte le difficili questioni che pone l’emergenza climatica – non fa altro che contribuire all’attuale mancanza di fiducia nella classe politica.

In copertina: immagine da Icona Clima

Un haiku ci salverà. Forse

Un haiku ci salverà. Forse

Come già aveva raccontato Borges riferendosi alla bomba atomica, anche nel caso dell’intelligenza artificiale mi piacerebbe confidare in… un haiku per salvarci dall’ira degli dei nipponici.

Nel romanzo Cronache di Bustos Domecq scritto insieme a A. Bioy Casares e pubblicato nel 1967, Borges racconta la seguente storia:

“In un autunno, in uno degli autunni del tempo, le divinità dello Shinto si riunirono, non per la prima volta, a Izumo. Si dice che fossero otto milioni, ma sono un uomo molto timido e mi sentirei un po’ sperduto tra tanta gente. Inoltre, non conviene maneggiare cifre inconcepibili. Diciamo che erano otto, giacché l’otto è, in queste isole, di buon augurio.

Erano tristi, ma non lo parevano perché i volti delle divinità sono kanji che non si lasciano decifrare. Sulla verde cima di un colle si sedettero in tondo. Dal loro firmamento o da una pietra o da un fiocco di neve, avevano sorvegliato gli uomini. Una delle divinità disse:

Molti giorni, o molti secoli fa, ci riunimmo qui per creare il Giappone e il mondo. Le acque, i pesci, i sette colori dell’arcobaleno, le generazioni delle piante e degli animali, ci sono riusciti bene. Affinché tante cose non li opprimessero, demmo agli uomini la successione: il giorno plurale e la notte unica.

Concedemmo loro anche il dono di provare alcune variazioni. L’ape continua a ripetere alveari; l’uomo ha immaginato strumenti: l’aratro, la chiave, il caleidoscopio. Ha anche immaginato la spada e l’arte della guerra. Ha appena immaginato un’arma invisibile che può essere la fine della storia. Prima che accada questo fatto insensato, cancelliamo gli uomini.

Si misero a pensarci. Un’altra divinità disse senza imbarazzo:

È vero. Hanno immaginato quella cosa atroce, ma anche questa che sta nello spazio che abbracciano le sue diciassette sillabe.

Le scandì. Erano in un idioma sconosciuto e non potei intenderle.

La divinità maggiore sentenziò:

Che gli uomini perdurino.

Così, per opera di un haiku, la specie umana si salvò.”

Ora però c’è una riflessione da fare a proposito del nostro rapporto con le novità tecnologiche: nel caso della bomba atomica gli inventori di quell’ordigno di morte, quegli scienziati politici e militari che immaginarono gli scempi di Hiroshima e Nagasaki, erano pur sempre appartenenti alla medesima specie degli individui che concepirono un “semplice”  componimento di appena 17 sillabe (un haiku per chi non lo sapesse è una brevissima poesia composta da tre versi di 5,7 e 5 sillabe rispettivamente).

Ma con lintelligenza artificiale sarà possibile aspettarsi la stessa cosa? E, cioè, che la nostra specie potrà sfangarsela grazie a un haiku? E soprattutto “chi” potrebbe scrivere un tale componimento, un essere umano o un chat bot (un robot di conversazione)?

Detto in altro modo: l’Intelligenza Artificiale (IA) sarebbe in grado di scrivere un haiku capace di impietosire le divinità dello Shinto?

Mi viene da rispondere: «Spero di no!»

Se riuscisse a farlo e, per così dire, intenerisse i cuori delle divinità Shinto, verrebbe meno proprio la nostra quintessenza umana, perché se c’è una cosa che non può appartenere alla IA è l’immaginazione, cioè quella connessione profonda tra l’esperienza del poeta e quella del lettore.

Per questo occorrerà che sia un essere umano a scrivere l’haiku della salvezza, perché solo se verrà creato da un lui o da una lei della nostra specie, si potrà salvare (salvaguardare), la nostra stessa insondabile, imperscrutabile , irriproducibile “umanità”, dimostrando che esistiamo effettivamente e che non fingiamo di farlo attraverso delle nostre copie.

Ecco il nocciolo della questione.

L’originale e il sostituto (potremmo anche dire l’analogico e il digitale!) sono compagni che costantemente riappaiono nella nostra storia evolutiva, si pensi solo alla “scrittura” (o alle preistoriche pittografie rupestri:  il bovide disegnato sulla pietra “sta” per l’originale osservato e copiato) o, appunto, alla odierna IA (l’intelligenza della macchina “sta” per quella del “cervello umano”).

Ma mentre la prima operazione conserva un suo carattere di continuità che implica la presenza di tutto l’essere umano (per semplificare: sia la componente razionale che quella irrazionale che indusse Michelangelo a chiedere, tra le lacrime, al suo Mosé «Perché non parli?»), la seconda operazione “incarna” solo una parte “discreta”, quella razionale.

Il padre dell’intelligenza artificiale, Alan Turing, sapeva benissimo che il sistema nervoso non era una macchina a stati discreti anzi precisò : “…in senso stretto non esistono macchine di quel genere. In realtà tutto si muove in modo continuo. Ma ci sono molti generi di macchine che possono UTILMENTE essere considerate come macchine a stati discreti, per esempio il cervello…”

Considerare il cervello una macchina discreta si è dimostrata un’idea immensamente fertile, ma a rigore è un’idea FALSA, per una semplice ragione:

il cervello non è e non potrà mai essere una macchina a stati discreti, ma in varie circostanze e per motivi diversi SIMULA di esserlo e riesce a farlo efficacemente. L’IA dunque non fa altro che simulare un’entità (il cervello umano) colta nell’atto di simulare.

La macchina di Turing, fino alle recenti chat bot, simulano dunque una simulazione, quella che il cervello mette in atto per operare con efficacia entro certi ambiti. Perciò non imita il cervello, ma certe strategie usate dal cervello. Pertanto l’IA è soltanto l’efficientamento di una simulazione già attuata dal cervello.

Per concludere riporto i risultati di un esperimento che ho eseguito personalmente: ho chiesto alla IA di “scrivere un haiku per convincere le divinità dello Shinto (e in generale qualunque dio si voglia credere) a non cancellarci dalla faccia della Terra”.

Ecco il risultato:

Risa nel ruscello — petali danzano lievi, ride anche il sole.
[Copilot, assistente digitale basato su IA]

Ho paragonato poi questo (quasi)-haiku alle 17 sillabe scritte da un haijin in carne, ossa e sistema nervoso (nonché capacità di contarle per bene le sillabe):

Il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna.
[Mizuta Masahide]

Nell’haiku umano il poeta manifesta la “sua” volontà di cercare  in ogni situazione una nuova prospettiva, una nuova bellezza, di conservare, comunque, una labile speranza anche di fronte alla distruzione: per questo invita i suoi simile a fare lo stesso salto immaginativo, cosa che nessuna IA potrà mai fare.

Quale dei due haiku, secondo voi, potrebbe convincere le divinità riunite a Izumo a risparmiarci?

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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FERRARA: AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE UN CONVEGNO SPOT PER IL NUCLEARE

FERRARA: AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE UN CONVEGNO SPOT PER IL NUCLEARE

Si è tornati a parlare di un tema molto in voga negli ultimi tempi mercoledì 11 giugno al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara. Organizzato dall’associazione “Guido Carli” e presenti vari esperti moderati dal capo redattore del Resto del Carlino Cristiano Bendin, si è tenuto l’incontro Il nucleare: tra sostenibilità economica e ambientale, introdotto dagli interventi di Federico Carli, presidente dell’Associazione “Guido Carli”, Alessandro Balboni, vicesindaco di Ferrara e Riccardo Maiarelli, presidente di Fondazione Estense.

Della tecnologia nucleare utilizzata per la produzione di energia ho già trattato in un recente articolo; in esso erano riportate le dichiarazioni di Nicola Armaroli[1] relativamente al DDL Energia del ministro Gilberto Pichetto Fratin, approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri. Armaroli faceva notare che “il nucleare in Italia non si farà” in quanto il DDL “mette nero su bianco che dovranno pagarlo i privati”, e “non esiste un solo paese al mondo in cui il nucleare non sia sussidiato dallo stato, oltre a ciò il testo del decreto prescrive addirittura che le aziende energetiche si facciano carico della gestione dei rifiuti, incluso il deposito geologico”. Ma è difficile pensare, continua Armaroli, che qualcuno possa investire a queste condizioni, anche perché “essendo l’Italia uno dei luoghi più difficili al mondo per fragilità idrogeologica, rischio sismico e vincoli paesaggistici, la localizzazione diventa un rebus”, un problema di assoluta rilevanza.

Detto questo vale la pena illustrare brevemente il senso dell’incontro del Ridotto, che, a mio avviso, è stato sostanzialmente uno spot, come ce ne sono tanti in questi ultimi tempi, in cui si decantano le lodi della tecnologia nucleare. Ciò è suffragato anche dal fatto che i fautori del nucleare si considerano “pragmatici”, mentre chi non è d’accordo e si oppone è considerato portatore di “ideologie”, e questo non solo sul tema in oggetto, ma anche rispetto alle molte tecnologie che sono motivo di contrapposizione tra ambientalisti e fautori della crescita a prescindere, in particolare se ci si riferisce alle cosiddette “rinnovabili”.

Presentare gli intervenuti, tutti personaggi di assoluto livello, sia per le competenze che per i ruoli ricoperti, può servire a capire quanto ho appena sostenuto.

Marco Peruzzi è membro del comitato esecutivo del gruppo EDISON, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, si è occupato principalmente di organizzazione e business, prima in ENI, poi appunto in EDISON dove, dal 2009, ha avviato le attività nel settore dell’efficienza energetica costituendo Edison Energy Solutions e ristrutturato il settore energie rinnovabili. Dal novembre 2019 ricopre la carica di vice-presidente di Elettricità Futura, la principale Associazione della filiera industriale nazionale dell’energia elettrica con oltre il 70% del mercato elettrico italiano e l’obiettivo di promuovere lo sviluppo del settore elettrico italiano nella direzione della transizione energetica. Interessante scorrere il lungo elenco degli associati tra i quali spiccano ENEL, ENI ed EDISON.

Gian Pietro Joime, laurea in Scienze Politiche con specializzazione in economia internazionale, è componente del nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica della presidenza del Consiglio dei Ministri, e docente di economia dell’ambiente e del territorio all’Università telematica G. Marconi. Suggestivo il titolo di un articolo apparso sulla rivista Partecipazione, “La transizione ecologica? È una grande questione industriale (e nazionale)”.

Di Simone Mori si legge vanti grande esperienza nel settore dell’energia e delle infrastrutture, avendo ricoperto ruoli senior in aziende leader del settore energetico. Laureato in Fisica ha conseguito un Master in Business Administration, e, dopo essere stato dirigente ENEL, ha fondato ENEOSIS, di cui è amministratore delegato, una società che fornisce servizi di consulenza integrata, strategica ed organizzativa, in materia di tematiche regolatorie, istituzionali e strategiche nei settori energetico, ambientale e delle infrastrutture, diretti ad imprese, professionisti, persone fisiche e giuridiche, enti pubblici, associazioni e fondazioni. E’ anche docente del corso di Managing the Energy Transition, alla Luiss Guido Carli di Roma.

Pietro Maria Putti invece è AD di Gestore Mercati Energetici (GME), società che è stata costituita dal Gestore dei Servizi Energetici S.p.A., interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali. Il GME svolge le proprie attività nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). E’ docente del corso di Introduzione al Diritto e all’Economia dei Mercati Energetici (laurea magistrale in Ingegneria Energetica) presso l’Università La Sapienza di Roma. E’ stato Vice Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare e membro (fino al 2010) della Commissione di esperti istituita presso il Ministero dello Sviluppo Economico per la riforma della normativa italiana in materia nucleare.

Infine Gian Luca Artizzu Laureato in Scienze Politiche è esperto di gestione e organizzazione aziendale; già manager in Sogin (società pubblica che si occupa dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi), ne è attualmente l’AD.

Dalle brevi descrizioni risultano quindi diverse le competenze legate alla organizzazione aziendale e ai ruoli manageriali, meno a quelle di tipo tecnico.

Venendo ai contributi degli intervenuti, molti di essi, come detto in apertura, sono stati caratterizzati dalla messa in rilievo delle presunte positività del nucleare con affermazioni quali “il nucleare come tema per il futuro del paese, o la “necessità del nucleare per una politica energetica che garantirebbe all’Italia competitività e riuscirebbe ad abbassare i costi dell’energia”, fino alla previsione di un “futuro luminoso per i nostri figli”.
A proposito di futuro vi è stata l’onestà di riconoscere che la maggior parte di noi, ad esclusione dei più giovani, difficilmente potrà vedere realizzate le tanto evocate tecnologie nucleari, anche di nuova generazione (Small Modular Reactors), visti i tempi e i costi di costruzione di questi impianti.

Le accuse di “ideologia” per chi si oppone o non ritiene opportuna, conveniente, o sicura la tecnologia nucleare sono state, come già accennato, il refrain per diversi dei contributi.
Viene il dubbio che ideologico sia chi la pensa diversamente senza minimamente entrare nel merito delle questioni.

L’incontro poi ha visto alcune “narrazioni” molto comuni di questi tempi a cominciare da “la domanda di energia elettrica in Europa (e quindi in Italia) è destinata ad aumentare vertiginosamente”, e “la velocità nella transizione energetica sarà inferiore alle esigenze energetiche”, o anche “le rinnovabili come tecnologie non affidabili, intermittenti, discontinue e non programmabili”, facendo riferimento per questa ultima affermazione al recente blackout spagnolo. Il tutto quasi senza fornire dati a supporto di quanto dichiarato.

Non poteva poi mancare il riferimento alla vicina Francia quale paese visto come “grande produttore di energia elettrica da nucleare”, senza però ricordare la crisi degli anni recenti e i problemi che quel settore sta vivendo. A questo proposito la rivista QualEnergia.it, fonte più che affidabile, nel settembre del 2022 pubblicava un articolo dall’eloquente titolo La Francia nucleare: da esportatore di energia a basso costo a malato d’Europa[2].

Altro contributo sul tema è del luglio 2023 da parte di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale); in https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-a-prova-di-scossa-elettrica-136246, si può leggere che “Tutto è cambiato nel 2022 quando la Francia ha sperimentato diverse crisi simultanee: una crisi idroelettrica con scarsa disponibilità di acqua nei bacini, una crisi di produzione nucleare con 27 reattori su 56 fermi, oltre alla crisi del gas con la Russia, e infine, ma non meno importante, le limitazioni estive al funzionamento delle centrali nucleari a causa delle temperature dell’acqua nei fiumi”. Di qualche settimane fa è invece l’articolo Un guasto a un reattore nucleare in Francia rischia di far schizzare i prezzi dell’energia in Europa, apparso su Europa Today, che tratta le conseguenze di eventuali guasti degli impianti nucleari (https://europa.today.it/economia/guasto-reattore-nucleare-francia-rischio-aumento-prezzi-energia-in-europa.html).

Ovviamente nel poco tempo a disposizione non sarebbe stato possibile sviscerare i tanti aspetti problematici che questa tecnologia presenta; ci si poteva aspettare qualche accenno esplicito al problema, di difficile soluzione, della gestione delle scorie e dei rifiuti radioattivi che derivano dal processo, a quello dei costi e della reperibilità del combustibile, o all’aspetto dello smantellamento degli impianti a fine ciclo, solo per citarne alcuni.

In conclusione credo sia legittimo chiedersi il senso di un incontro su questo tema a Ferrara. Viene da pensare che, nella eventualità di uno sviluppo della tecnologia nucleare, il nostro territorio possa essere tra quelli scelti per la installazione. Ma questo, al di là delle problematiche inerenti alla tecnologia in sé, sarebbe un problema di notevole entità vista la notevole concentrazione di impianti per la produzione di energia, come biogas/biometano e fotovoltaico (a terra o agrivoltaico), che già sono presenti e che si prevede vengano realizzati nella nostra provincia.

Centrale di Caorso. https – //www.arpae.it/it/temi-ambientali/radioattivita/centrale-di-caorso

Note

[1] Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche ed esperto di questioni energetiche

[2] https://www.qualenergia.it/articoli/francia-nucleare-da-esportatore-di-energia-basso-costo-a-malato-europa/

La necessità di forti importazioni di elettricità da tutto il continente sta mettendo in crisi la Francia, ma anche altri paesi europei. Questa situazione, mette non solo la Francia a rischio di improvvisi blackout, ma contribuisce non poco all’aumento generalizzato del prezzo dell’elettricità nel continente, che si era abituato al grande export francese a basso costo per moderare i vari Pun (vedi I problemi strutturali del nucleare francese che inguaiano il mercato elettrico europeo).
I contributi nucleari della Francia sono stati interrotti nel 2022 a causa di prolungate interruzioni della manutenzione e di riduzioni dovute alle condizioni meteorologiche dei fiumi, che hanno portato la disponibilità nucleare francese a livelli record. Nel momento più basso, la disponibilità nucleare della Francia si è attestata intorno al 40% della capacità massima per circa un mese. Questo calo ha portato alcuni critici a mettere in discussione l’affidabilità dell’energia nucleare e il suo ruolo potenziale nella strategia di decarbonizzazione dell’Europa. https://www.catf.us/it/2023/07/2022-french-nuclear-outages-lessons-nuclear-energy-europe/

Cover: Three Mile Island è una centrale nucleate situata sull’omonima isola, vicino a Middletown, Pennsylvania, Usa.  L’incidente di Three Mile Island, verificatosi nel 1979, è stato il più grave incidente nucleare civile nella storia degli Stati Uniti. Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti – http://ma.mbe.doe.gov/me70/history/photos.htm Stato del copyright: identificato sulla pagina del DOE come “foto DOE”, ovvero non protetto da copyright

 

Per leggere gli articoli di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

Per certi Versi /
Sono figlia del vento

Sono figlia del vento

Sono figlia del vento

che asciugava la terra

nei giorni passati a cercare cicale

nel grano maturo

era estate

Sono figlia del vento

che asciuga il lamento

nei giorni passati a cercare parole

nel taglio del sole

è inverno

In copertina: Foto di charlie min kim da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

La corsa al litio. L’oro bianco che divora la vita

La corsa al litio. L’oro bianco che divora la vita

di Pedro Pozas Terrados

Nel cuore del cosiddetto “triangolo del litio”, formato da Argentina, Bolivia e Cile, si trova oltre il 60% delle riserve mondiali di questa risorsa, fondamentale per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei sistemi di accumulo dell’energia rinnovabile. Il litio è stato definito l’oro bianco del XXI secolo, una promessa energetica che, lungi dall’essere pulita e giusta, sta portando a una nuova forma di estrattivismo predatorio.

Per produrre una sola tonnellata di litio sono necessari due milioni di litri d’acqua. Si tratta di una cifra spropositata in regioni dove l’acqua è già scarsa e dove le alte paludi andine, le saline e i fragili ecosistemi dipendono da un equilibrio idrico estremamente sensibile. Ma ben più drammatico è il prezzo umano: ancora una volta, i popoli indigeni sono le vittime invisibili del progresso altrui.

In Cile, le comunità degli Atacameño hanno alzato la voce contro la devastazione delle loro saline ancestrali e la riduzione delle loro fonti di acqua dolce, fondamentali per la vita, l’agricoltura e la loro visione del mondo. In Argentina, i popoli Kolla, Atacama e Likan Antai, tra gli altri, denunciano che i loro territori vengono occupati o venduti senza una consultazione preventiva, libera e informata, violando i diritti sanciti da convenzioni internazionali come la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).

Sotto la pressione delle multinazionali e il discorso della transizione energetica verde, i governi vendono il litio come un futuro rinnovabile. Ma dietro questa facciata, si perpetua il modello coloniale di saccheggio, dove il profitto va lontano e il danno rimane in patria. Le promesse di sviluppo locale si dissolvono in contratti opachi, territori inquinati e corsi d‘acqua secchi.

È ironico che una cosiddetta energia “pulita” nasca da una ferita aperta nella terra. La biodiversità delle saline – fenicotteri andini, microrganismi unici, specie endemiche – sta scomparendo. Il silenzio del deserto è rotto da macchinari, strade e trivellazioni, mentre le voci di coloro che si sono presi cura di questi ecosistemi per secoli vengono ignorate o soppresse.

A cosa serve una batteria pulita se è costruita sull’ingiustizia? Chi definisce che cosa è progresso? E quante volte ancora i popoli indigeni dovranno pagare il prezzo per il futuro di altri?

La transizione energetica non può essere costruita su nuove ingiustizie. Sostituire i combustibili fossili con batterie al litio non è un progresso se si limita a spostarne la vittima: dal pianeta al deserto, dal clima all’acqua, dal petrolio ai popoli indigeni.

Le multinazionali, in combutta con i governi nazionali e provinciali, sono sbarcate nel nord dell’Argentina, del Cile e della Bolivia con la promessa di lavoro e sviluppo. Ma in molti casi i posti di lavoro sono precari, i salari irrisori mentre i contratti firmati ignorano completamente le comunità locali. I veri custodi del territorio non partecipano alle decisioni che lo riguardano.

La Convenzione 169 dell’OIL, ratificata da questi Paesi, richiede la consultazione preventiva, libera e informata delle popolazioni indigene prima che vengano avviati progetti sulle loro terre. Ma questo obbligo legale viene sistematicamente ignorato. La giustizia, quando interviene, di solito arriva tardi e con timore.

Proposte e percorsi alternativi

  1. Consultazione e consenso vincolante: qualsiasi progetto estrattivo deve essere consultato in modo reale e rispettoso con le comunità indigene, garantendo che la loro decisione sia vincolante. Non si tratta di “ informare” le comunità, ma di rispettare la loro autodeterminazione.
  2. Controllo comunitario delle risorse: le comunità dovrebbero possedere e gestire le risorse nei loro territori. Invece di essere emarginate, dovrebbero essere al centro del modello produttivo, con benefici diretti e sostenibili.
  3. Tecnologie alternative: è urgente investire in batterie senza litio basate sul sodio, sul grafene o su altre alternative meno distruttive. Alcune esistono già, ma le pressioni del mercato ne frenano lo sviluppo.
  4. Miniere urbane: il recupero dei metalli dai dispositivi elettronici usati – il cosiddetto “urban mining” – può ridurre significativamente la necessità di sfruttare nuovi territori.
  5. Responsabilità internazionale delle imprese: le imprese che estraggono litio nel Sud Globale devono essere soggette a rigorosi norme internazionali in materia di diritti umani e ambiente, sotto il controllo di organismi indipendenti.
  6. Corridoi bioculturali protetti: escludere le aree sacre, gli ecosistemi fragili e i territori indigeni da qualsiasi sfruttamento. Trasformarli in corridoi di conservazione con il sostegno internazionale.

Nelle comunità Kolla, Atacama, Diaguita e Likan Antai, le nonne insegnano ai bambini a parlare con l’acqua, a prendersi cura della terra come se fosse parte del corpo. Si tratta di popoli che non hanno “risorse”, ma relazioni sacre con il loro ambiente. Vedere il litio come una “risorsa” da estrarre e vendere è una visione estranea, imposta e violenta.

Come è già successo per il petrolio, il coltan e l’oro, la corsa al litio rischia di lasciare una scia di distruzione e di oblio. Ma siamo ancora in tempo per evitare che la storia si ripeta.

Questo “oro bianco”, che abbaglia le grandi potenze e le multinazionali, non deve continuare a macchiare le mani di chi non è mai stato ascoltato. Non ci può essere transizione ecologica senza giustizia climatica, sociale e culturale. E questa giustizia inizia con l’ascolto, il rispetto e la protezione di coloro che da millenni vivono in armonia con la Terra.

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo
Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.