Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? L’ economia attuale ha portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo.
Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte.
Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali. Ma cosa è allora la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere?
Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per guadagnare un salario e permettersi qualche piccolo svago che faccia dimenticare la noia della routine del produci-compra –crepa.
Anche Tiziano Terzani si è soffermato su questo tema con parole molto forti, la libertà non è per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è, secondo me, la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[2]
L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche “Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto”
Questo piccolo libro di Latouche del 2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale maniera di lavorare è per il pensatore francese la condizione indispensabile per uscire da quell’economia moderna che anche Terzani individua come problema.
Oggi – sottolinea Latouche – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli.
E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt.
Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”…
Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di indicarci vie radicalmente diverse.
Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi.
Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm.
Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo, botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione?
E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi.
Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi. Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3].
Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Masanobu Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione.
Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo?
Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale-globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli.
Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso.
Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente, 2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche.
Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura?
Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre secondo Latouche e il suo Lavora meno, lavorare tutti avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro.
Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo(p.29) [4]. L’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, mia grande amica, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato la campagna The Real Economy che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale.
Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73).”Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)”[4].
Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.
Note:
[2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400 intergrato con brani registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr.G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità, Punto di Incontro 2015.
[3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano
[4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023



















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