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presto di mattina la pietra che non ha dimora

Presto di mattina /
La pietra che non ha dimora

Presto di mattina. La pietra che non ha dimora

La pietra che non ha dimora

Sei tu il povero, tu colui che non ha mezzi,
sei tu la pietra, che non ha un suo luogo,
sei tu il lebbroso, lo scacciato,
che va col campanaccio davanti alla città.
Poiché nulla ti appartiene: così poco, come al vento;
la tua nudità, la gloria tua la copre appena;
la veste d’ogni giorno di un bambino abbandonato
e più nobile di lei, ed è come una ricchezza smisurata.
Sei così povero, come la forza di un seme
in una giovane ragazza, che lei nasconderebbe
volentieri,
e stringe i fianchi, così da soffocare
il respiro primo di quel suo diventar madre.
Sei povero, tu: come lo è la pioggia nella primavera
che felice cade sui tetti della città,
e come un desiderio, se un prigioniero lo alimenta
in una cella, sempre senza mondo.
O come i malati, che in un diverso modo si pongono
a giacere, e ne sono felici; come fiori tra i binari,
così tristemente poveri nel folle vento dei viaggi:
e come la mano in cui si piange – tu, così povero …
(Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore, Servitium Ed., Sotto il Monte [BG], 2008, 301).

Nella Premessa all’edizione del Libro d’ore edito dalla Morcelliana di Brescia nel 1950, Cesare Angelini (1886-1976) ha scritto che Rilke «come poeta ci ha insegnato alcune care verità: rassegnarci alla vita umile, depositata nelle piccole cose che ci sono date da vivere; sentirci più umani, cioè più vicini “a tutto l’umano fraterno”, che è pure cristianesimo segreto. E un’altra cosa, non meno bella ci ha insegnato: a riconoscere una grande Presenza: “Dio fermo a tutte le strade”. E il chiarore che sorge esitante da ogni pagina di Rilke, è, forse, e suo malgrado, l’insopprimibile chiarore proprio di Lui, Dio».

In una lettera a Ilse Jahr lo stesso poeta dirà che certi passi del libro sono «un esalazione di Dio dal cuore respirante: il cielo se ne copre ed Egli ricade come pioggia» (ivi, 9).

La pietra che non ha luogo, che non ha dimora, che non trova posto, pietra errante come la Shekhinah, la presenza di Dio in esilio, esule nel mondo, pietra che i costruttori hanno scartata è simile alla parola di Dio, che proprio in ragione dell’essere rifiutata è in grado di andare oltre, di spingersi altrove.

E così, di dimora in dimora, la parola di Dio si diffonde per tutta la terra e risuona tra le genti tutte. Questa pietra di scarto è lo stesso Figlio dell’uomo delle narrazioni evangeliche: «Mentre camminavano, un tale disse a Gesù: – Io verrò con te dovunque andrai. Ma Gesù gli rispose: – Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido, ma il Figlio dell’uomo non ha un posto dove poter riposare» (Lc 9, 56-58).

E tuttavia, questa erranza umile e paziente, come quella del fiume che porta alla luce l’oro nascosto nelle pietre della montagna, si rivela capace di mutare le sorti, di svelare anche il destino della pietra scartata, la sua metamorfosi, il divenire pietra scelta e preziosa agli occhi di Dio, posta a fondamento di future e certe dimore, pietra d’angolo chiamata a unire muri sconnessi per dare stabilità a tutta la casa. Colui a cui tutto manca, mendicante, dal nascosto volto, a lui tutto è dato.

E tutti i poveri, nei rifugi per la notte,
cosa sono innanzi a te – di fronte alla tua pena?
Sono piccole pietre appena, e non macine;
eppure, macinano un po’ di pane.
Ma tu sei quello al quale, più che a tutti, manca
tutto, il mendicante dal nascosto volto;
sei tu la rosa grande della povertà,
l’eterna metamorfosi dell’oro

…

Anche se d’alcuna profondità non ci curassimo,
se nasconde oro una montagna
ma nessuno vuole andarne alla ricerca,
il fiume un giorno lo trarrà alla luce –
lui che cerca tra il silenzio delle pietre,
la pienezza
Anche se noi non lo volessimo
Dio matura
(ivi, 54).

Come un tabernacolo è la dimora del povero, somigliante alla mano di un bambino, come scheggia di cristallo sfuggente, fatta di terra la sua casa e dal suo cielo migrano le stelle.

La casa del povero è come un tabernacolo.
Là l’eterno si tramuta in cibo,
e quando la sera viene, lieve si rivolge
indietro verso sé, con ampio cerchio,
e lentamente su di sé, ricolmo d’ echi, si richiude.
La casa del povero è come la mano del bambino.
Ciò che reclamano gli adulti, non lo prende;
solo un insetto con bizzarre antenne,
la pietra levigata, che viaggiò dentro il ruscello,
la sabbia che scorreva e le conchiglie che suonavano.

…

È come la terra la casa del povero:
la scheggia di un cristallo che sarà,
chiara adesso e adesso buia, nella fuga del cadere;
povera, come la calda povertà di una stalla; –
eppure, vi sono sere: ed essa è tutto,
ed escono da lei tutte le stelle
(ivi, 327).

Certamente il Libro d’ore non è una professione di fede cristologica. Semmai esprime il cercare pellegrino e questionante di Rilke nelle distanze e negli sconfinamenti terrosi, come è il vento, mendicante: «Non ha la terra, per loro, alcuno spazio? Di chi va in cerca il vento?» (ivi, 325); il suo è un cercare dentro all’immanente religiosità la sua trascendente preziosità, il suo segreto e il suo respiro tra il silenzio delle pietre e l’eco di un compimento a venire.

Lo vedi: sono un uomo che va in cerca.
Uno, che si nasconde, andando, dietro
le sue stesse mani – e come un pastore;
(possa tu lo sguardo allontanargli,
che lo confonde: l’occhio dell’estraneo).
Uno che sogna di portarti a compimento,
e che anch’egli assieme a te sarà compiuto
(ivi, 137)

E tuttavia, ai miei occhi, il chiarore cristallino, in profondità abbissali, di queste sue parole, chiaroscuri di una invisibile presenza, mi hanno ricordato il Cristo absconditus, latens deitas et vere latitans del tommasiano Adoro te devote, l’Ascondito in tutti e in tutte le cose.

E come dallo scorrere di un fiume carsico riaffiorato, è venuto alla luce un vangelo, che uno sguardo innamorato, giorno dopo giorno, ha imparato a scorgere in ogni parola poetica, anche la più oscura e tronca, cogliendo anche nella più irta o levigata la scintilla del Verbo che si è fatto umano, che si fa cosmo.

Una pietra singolare

Nel salmo di ringraziamento 118, 22 si legge: la pietra (lithos) scartata dai costruttori, è ora pietra/pinâ eminente. Essa all’inizio della costruzione è stata scartata come non buona, ma poi si rileva di valore eccezionale e viene posta in una posizione eminente, ben visibile, sporgente in fuori. Nel primo Testamento, la pietra “eccellente” o “angolare” indica il Messia davidico con la sua comunità, che aveva nella pietra “roccia” del Monte Sion nel tempio di Gerusalemme la pietra dell’altare.

Nei vangeli sinottici Gesù applica a sé e alla sua comunità questa immagine messianica quando nel piazzale del tempio, davanti alla “pietra” dell’altare dei sacrifici, pronunciò la parabola dei vignaioli omicidi in cui il “Figlio prediletto” viene rigettato, cacciato fuori dalla vigna e ucciso, al modo di Gesù che fuori delle mura di Gerusalemme sarà crocifisso.

L’apostolo Pietro quando scrive la sua lettera alle comunità cristiane perseguitate e disperse nelle province romane dell’Asia Minore ha presente questi riferimenti biblici e scrive: «Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).

Simile, nello splendore, a pietre preziose

La preziosità di questa pietra viene poi descritta nel libro dell’Apocalisse attraverso il simbolismo di diverse pietre preziose, riguardanti Colui che è “simile a un figlio d’’uomo”, il Cristo vittorioso sulla morte e glorioso assiso in trono. Giovanni non descrive le sue sembianze umane, ma la realtà nascosta in esse, paragonandola allo splendore diffuso dalle gemme quando sono attraversate dalla luce: «Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono» (Ap 4,3).

Il diaspro esprime la trasparenza: è pietra cristallina e luminosissima e significa la gloria e la santità stessa di Dio che dimora nell’umanità del Cristo. La cornalina, pietra di un rosso intenso simile al rubino tendente all’arancio brunito, fa da contrappunto al diaspro splendente, ed esprime il colore del sangue e l’intensità del fuoco a significare l’incarnazione e il sacrificio cruento del Figlio dell’uomo.

Se il diaspro è la luce pura e la cornalina è il rosso del sacrificio del Nazzareno, lo smeraldo è la pietra della speranza e simboleggia un arcobaleno di grazia e di misericordia che riconcilia l’intera umanità ed è preludio dei cieli nuovi e della terra nuova in cui stabile sarà la giustizia e la pace.

Anche una nuova città, una nuova umanità, vede Giovanni, la nuova Gerusalemme: «Le fondamenta del muro della città erano adorne d’ogni pietra preziosa; il primo fondamento era di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardonico, il sesto di sardio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista» (Gv 21, 19-20).

Costruttore di dimore

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14, 2-3).

Sono queste le parole di addio di Gesù nell’ultima cena con i suoi amici. Nell’intimità dell’amicizia e promettendo un altro paraclito che starà con loro sempre, egli si manifesta a loro come il costruttore di dimore. Costituisce noi come sua dimora, come egli fu abitato da questo Padre dimorante in lui (Gv 14,10).

«“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”» (Gv 14,23). È il costruttore che si fa dimora, la pietra senza dimora che edifica le pietre scartate: «“Non tu costruirai una casa a me, ma Io, il Signore, costruirò una casa a te”» (2 Sam 7, 11-16).

“Oltre la pietra vive il suo tesoro”

È un’epigrafe che si trova all’esterno della Basilica di San Petronio a Bologna. Ci ricorda che anche le pietre della chiesa sono da amare, tanto quanto le pietre vive che la edificano vale a dire le sue pietre spirituali, non per sé stesse, ma perché sono il segno e la dimora di una presenza nascosta e preziosissima. Presenza che tutta si raccoglie nel tabernacolo, la dimora del pane eucaristico, che in tempi antichi custodiva anche il libro dei vangeli.

Così il pensiero corre al tabernacolo e all’altare di Santa Francesca Romana; ne parlano il Guarini nel suo Compendio Historico… e lo Scalabrini nelle sue Memorie Istoriche … dove illustra l’armonia del capolavoro dell’artista napoletano Giuseppe Ragazzini (1619).

Nel 1954, il restauratore Renzo Biondi di Firenze compilò la seguente attestazione: «Dichiaro che il Tabernacolo e la tarsia dello Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesca Romana in Ferrara è un gioiello per arte e per preziosità di marmi e pietre dure. Soprattutto la porta del Tabernacolo rende il ciborio di detta chiesa uno dei più belli dei lavori in pietre dure esistenti in Italia.

La fascia laterale al Tabernacolo è in onice di Algeri, oggi introvabile. Diaspri di Sicilia lineari, diaspri sanguigni e fioriti, ametiste, pietra rossa di Cipro, lapislazzuli di Siberia, pietra paesina, onici ed altre pietre dure, rare e preziose, si riuniscono in una armoniosa simmetria di linee e di colori, tanto da rendere giustificato il giudizio espresso dal Guarini, storico ferrarese, che dichiara essere il tabernacolo di S. Francesca Romana uno dei più belli d’Italia» (M. Cavallari, La Chiesa di S. Francesca Romana tra fabbrica e storia nella Ferrara dell’Addizione di Borso d’Este, Cartografica artigiana, Ferrara 1995, 22).

L’uomo che ascoltava le pietre

Forse, accade che io vada attraverso vene dure
in aspri monti, solo come lo è un metallo;
e sono così profondo, che non vedo fine
né alcuna lontananza: tutto fu vicino,
e ciò che fu vicino fu di pietra.
Non sono ancora esperto nella pena –
così piccolo mi rende il buio immenso!
Ma Tu lo sei: fatti pesante, irrompi!
Mi si mostri per intero la tua mano
e io a te, con tutto il mio invocare.
(Libro d’ore, 263)

È Michelangelo l’uomo che ascoltava le pietre. Rainer Maria Rilke ne parla in un racconto in cui narra del suo viaggio in Italia a un suo amico paralitico nel libro Le storie del buon Dio. L’ispirazione del testo viene da lontano, poiché nei due viaggi di formazione in Russia che fece con Lou Andreas-Salomé nel 1899-1900, Rilke fu influenzato profondamente dalla spiritualità del monachesimo e del misticismo russi.

Da quell’incontro ne sortì la percezione che il vero, il senso profondo della realtà, non risiedessero tanto dall’intelletto ma nella capacità dell’ascolto, di farsi orecchio, perché anche le realtà più piccole e povere, come la realtà inanimata di una pietra, hanno una voce e una certa partecipazione alla sconfinatezza del mondo dello spirito. È questo anche l’orizzonte in cui prende forma Il libro d’ore, una raccolta lirica composta di tre parti: Il libro della vita monastica; Il libro del pellegrinaggio; Il libro della povertà e della morte, dove l’impoverirsi e il morire divengono il luogo di un nuovo inizio.

Fu quel paesaggio sconfinato, presente ovunque ma infinità intima a tutto, a formare in lui la consapevolezza di un Dio “vicino alla terra”, il cui compimento era tuttavia ancora in divenire. Un Dio vicino da lontano, che il silenzio interiore, come un’apertura mistica, consente di percepire, un viatico per lasciarci raggiungere ed andargli incontro.

Il destino di Michelangelo – «sentiva attraverso il marmo le vene di Dio» – come la vocazione di ogni uomo e donna è quella di liberare Dio dalla pietra che lo racchiude come in un sepolcro, così da dare un volto alla “pietà”, all’invisibile mistero fuori e dentro di sé e fare spazio e liberarne così la sua infinità amorevole proprio ponendosi in ascolto delle pietre scartate per arrivare ad udire e svelare la loro elezione e preziosità; è in esse che Dio si nasconde e lì vuole essere cercato e incontrato.

«In quell’ora molte preghiere stavano arrivando alla terra in cielo. Ma Dio ne riconobbe solo una: la forza di Michelangelo, che come un profumo di vigna saliva lui. Ed egli consentì che essa riempisse ogni altro suo pensiero. Si chinò ancora di più, fino a rintracciare l’uomo intento nel suo lavoro; e al di sopra delle spalle ne scorse le mani assorte in ascolto della pietra. Allora si spaventò: anche le pietre avevano un’anima? Perché quell’uomo rimaneva in ascolto delle pietre?

Ma ecco che le mani si destarono e presero a scavare la pietra come una tomba da cui si levi vacillando un’esile voce morente. “Michelangelo”, gridò Dio in preda all’angoscia. “Chi è nella pietra?” Michelangelo tese l’orecchio; le sue mani tremavano. Poi rispose con voce cupa: “Tu, mio Dio. E chi altri? Ma io non posso giungere sino a te”.

Dio allora comprese che egli era anche nella pietra, e questo lo rese inquieto, dandogli un senso di oppressione. Tutto il cielo era un’unica pietra ed egli, dentro imprigionato, sperava che le mani di Michelangelo lo liberassero; sentiva che si avvicinavano, ma erano ancora lontane.

Il maestro, tuttavia, era di nuovo chino sul suo lavoro. Senza cessa pensava: “Tu sei solo un piccolo masso, e altri potrebbe trovare in te appena un uomo. Ma io qui sento una spalla: è quella di Giuseppe d’ Arimatea; qui è Maria che si china, sento le sue mani tremanti che sostengono Gesù, nostro Signore, appena spirato sulla croce. Se in questo piccolo marmo trovano spazio tre persone, perché non potrei, una volta, portare alla luce da una roccia un’intera razza sopita?”.

E a grandi colpi liberò le tre figure della Pietà; ma non tolse completamente il velo di pietra dai volti, quasi temesse che la loro profonda tristezza si posasse sulle sue mani, paralizzandole. E così fuggì verso un’altra pietra. Ma rinunciava ogni volta a dare a una fronte tutta la sua luce, a una spalla la sua curva più pura; e quando modellava una donna non posava l’ultimo sorriso intorno alle sue labbra, perché la sua bellezza non fosse del tutto tradita.

…

E volse di nuovo i passi verso Firenze. Vide una stella e il campanile del duomo. Intorno ai suoi piedi era sera. D’un tratto, a Porta Romana, esitò. Le due file di case si tesero verso di lui come braccia, in un baleno lo afferrarono e trassero nel cuore della città.

Le strade si facevano sempre più buie ed anguste, e quando ebbe varcato la soglia di casa, si sentì stretto da due mani oscure, cui non poteva sfuggire. Riparò nella sala, e di qua nella stanza bassa, lunga appena due piedi, in cui era solito scrivere. Le pareti gli si strinsero addosso, e fu come se lottassero con la sua infinitezza, per costringerlo nuovamente nella sua vecchia, stretta figura.

Non resistette. Cadde in ginocchio e si lasciò fermare da loro. Avvertiva in sé un’umiltà prima mai conosciuta, come il desiderio di diventare, in qualche modo, più piccolo. E venne una voce. “Michelangelo, chi è in te?”.  L’uomo, nella stretta stanza, – posò la fonte pesante nelle mani, e disse piano:  “Tu, mio Dio. E chi altri?”.

Allora lo spazio si fece vasto intorno a Dio; egli levò liberamente il suo volto che era sopra l’Italia, e si guardò intorno: vide i santi coi loro mantelli e le loro mitre, gli angeli che con i loro canti erravano tra le stelle assetate come con anfore colme di limpidissima acqua sorgiva; e il cielo non aveva più fine.

Il mio amico paralitico levò lo sguardo e lasciò che le nuvole della sera portassero via questo suo sguardo, traverso il cielo. “Dio, dunque, è lassù?”, chiese. Non risposi. Quindi, chinandomi verso di lui: “Ewald, tu pensi che noi siamo quaggiù?”. Ci stringemmo, con affetto, le mani» (Le storie del buon Dio, La Biblioteca Ideale Tascabile, Milano 1995, 56-58).

Cover: Foto di Herbert Aust da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Contro Il business del Nuovo (e Sporco) Nucleare Civile: occorre liberare l’energia dal profitto

Contro Il business del Nuovo (e Sporco) Nucleare Civile: occorre liberare l’energia dal profitto

Contro Il business del Nuovo (e Sporco) Nucleare Civile:
occorre liberare l’energia dal profitto

Giorgia Meloni ha annunciato in Parlamento una proposta di legge per un ritorno al nucleare civile in Italia entro la prossima estate.

In sé non è una novità: è parecchio tempo che si assiste a una campagna di propaganda a favore del ritorno al nucleare civile: campagna basata sulla bellezza e efficienza delle nuove centrali (più piccole e più sicure), sulle rassicurazioni riguardo allo stoccaggio delle scorie, sulla necessità di aumentare la produzione di energia.

La verità è che un serio dibattito sul tema dell’energia è assente dalla pubblica piazza. Come direbbero in coro tutti i movimenti ecologisti: business as usual, ciò che conta è fare soldi.

Il sistema di produzione e distribuzione dell’energia è basato sul concetto che l’energia è un bene da vendere; l’energia in sé e i metodi per produrla; la sostanziale sopravvivenza delle fonti fossili, nonostante tutti i conclamati “effetti collaterali” (CO2, malattie, inquinamento di terreni e falde acquifere ecc.), è dovuta al tremendo business che c’è intorno alla medesima: estrazione, trasporto, trasformazione, consumo e smaltimento: tutte attività altamente lucrative e, in gran parte, nelle mani delle lobbies finanziarie.

Questo circuito malefico produce ricchezza per ogni attore del medesimo. Per questo il sistema si basa su centri di produzione e su un sistema di distribuzione: che il produttore sia fossile, nucleare o perfino centrali elettriche basate su fonti rinnovabili (grandi estensioni fotovoltaiche o parchi eolici giganteschi perfino off shore) non cambia la visione: l’obiettivo è vendere. E in questa visione vediamo cascare perfino amici che si definiscono “ecologisti”.

Le cose sarebbero diverse se cominciassimo a considerare l’energia come un bene comune collegato con il bene comune più grande che abbiamo a disposizione: il pianeta. E, conseguentemente, considerare che il pianeta ha risorse limitate e che, come attestano ogni anno gli studi dell’Overshoot Day, noi ne stiamo abusando.

Se consideriamo l’energia e la sua produzione come bene comune la prima cosa da fare sarebbe curarne l’efficienza: le reti elettriche hanno un livello di dispersione variabile che può superare il 10% e che è proporzionale alla distanza percorsa. Le reti elettriche sono state utili a portare, molti anni fa, la corrente elettrica in ogni casa; sono ancora utili per portare grandi quantità a una fabbrica energivora. Ma la tecnologia attuale consente perfettamente a tutti gli edifici pubblici di essere trasformati in una casa passiva, cioè in un edificio che produce l’energia che consuma; a Bolzano, per esempio,  l’hanno fatto molti anni fa, perché altrove no?

Perché nel fare una casa passiva non si compra più energia da nessuno, finisce l’affare Il famoso criticatissimo superbonus ma molto di più la Legge sulle Comunità Energetiche sono stati tentativi di andare nella direzione del bene comune. Ma della legge sulle Comunità Energetiche non si parla e già alcune holding di profitto stanno provando a vedere se si può lucrare anche lì e stravolgere l’idea che il risparmio, la localizzazione e la condivisione siano la soluzione al problema.

Alla politica bisognerebbe chiedere di pensare, finanziare ed implementare sistemi di liberazione dell’energia dal profitto, cominciando da tutto quello che si può fare direttamente con le proprietà dello Stato. Sarebbe un investimento che, tra l’altro, comporterebbe nel giro di poco tempo un guadagno da parte delle amministrazioni locali e nazionali, così come possono testimoniare coloro che l’hanno fatto, sia nel pubblico che nel privato. Una questione pratica di buon senso.

Ma, come al solito, il tema di fondo è che dovremmo cambiare paradigma e prospettiva e mettere al centro il Bene Comune, l’Essere Umano e la sua casetta blu, velata dalle nubi.

Articolo pubblicato con altro titolo su pressenza il 14.05.2026

Cover: reattore nucleare attivo – immagine su licenza di ohga.it

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Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato

Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato.

Eravamo in molti questa mattina nella Chiesa di Santa Maria in Vado a dare l’ultimo saluto a Gianni Venturi, un intellettuale e un critico di statura internazionale: come non citare i suoi lavori su Canova, su Pavese, su Bassani. Dei suoi studi e dei suoi titoli accademici ne ha scritto pochi giorni fa la sua carissima amica Anna Dolfi nel suo Ricordo impossibile [Vedi qui]

Gianni Venturi, legato a triplo filo alla sua città (un odio e amore perfetto)  è stato anche una figura influente nel panorama (sempre più disabitato) della cultura ferrarese. La sua voce e la sua penna si è levata contro il tentativo di trasformare il Castello Estense in un feudo della famiglia Sgarbi, per la difesa dell’oasi verde del Parco Urbano intitolato a Giorgio Bassani, contro l’ultimo ecomostro cresciuto al Lido degli Estensi e in cento battaglie civili e culturali.
Perché a Gianni piaceva “andare in battaglia”, raccontare e raccontarsi, esporsi, confrontarsi. Ma senza nessuna cattiveria, con la forza delle sue parole esatte e della sua passione. Aveva pochi nemici e moltissimi amici. A questi e a quelli, prima o dopo la tenzone, si avvicinava con un sorriso ed un abbraccio.

Ma Gianni è stato per me, prima di tutto, un amico, le sue telefonate quasi giornaliere per raccontarmi l’ultimo fatto o misfatto cittadino e per annunciarmi l’ultimo Diario in arrivo. Poi, appena pubblicato, un’altra telefonata per chiedere il mio parere.

Il suo primo Diario in  Pubblico su Periscopio porta la data del  29 ottobre 2014. Il titolo, colto e scherzoso da lui stesso proposto: Parigi val bene una messa, Lucrezia no! . Cominciava così: “Arrivo dunque nella ben amata città. E appena scorgo gli alberi dei giardini del Lussemburgo i ricordi si affoltiscono e mi sopraffanno. La giornata è di un grigio neutro e alla svolta di Place de la Sorbonne scatta imperiosa la proustiana memoria involontaria e ricordo la prima Lilla imperiosamente portata dentro una sporta dal mai dimenticato amico Pommier nell’aula dove io, il suo babbo umano, avrebbe blaterato su non mi ricordo chi.”

Da allora, in questi 12 anni, il Diario in Pubblico avrebbe raggiunto e superato le 220 puntate.

Il suo lungo Diario merita un racconto, ma prima un piccolo salto indietro nel tempo, 45 anni o giù di lì. Storia minore si intende…
Avevo 18anni ed ero impegnato nel movimento studentesco e nel farmi crescere i primi peli in faccia. Lui, ne avevo sentito parlare, un intellettuale 40enne di successo, uno studioso già affermato, un ferrarese fedele come può esserlo un carabiniere, ma di vocazione cosmopolita. Allora l’esame di maturità, specie se facevi il Classico, era una cosa serissima, notti in bianco a recuperare il programma.
E Gianni Venturi me lo sono trovato all’orale dall’altra parte del bancone,  era il Commissario Esterno. Il resto della Commissione in silenzio; all’esame ho parlato esclusivamente con lui: di Manzoni e di Gadda (era il mio pezzo forte) e anche, eravamo passati a Storia, della vessata questio tra “guerra di liberazione” e “guerra civile”, per planare (finale a sorpresa) su Piero della Francesca.
Beh, non è andata male – il mio commento fuori dal portone – “quel Venturi sa Tutto di Tutto, è simpatico, quasi buffo, un tipo particolare, un esemplare unico.”

Il carissimo Gianni è sempre rimasto per me un “esemplare unico”, e unico è anche suo Diario dove si intrecciano, si scambiano, si fondono il piano pubblico (i viaggi, le città d’elezione, i convegni, gli spettacoli, gli incontri con uomini e donne celebri)  e la sfera privata, quotidiana, intima.  L’empatia – ha ragione Anna Dolfi – è la cifra che più connota  il suo gesto e il suo cuore. Insieme all’autoironia (merce rarissima nel terzo millennio), la stessa che gli fa confessare spudoratamente di essere un radical chic: avete mai conosciuto qualcuno che ammette di esserlo? Lui sì, così colto e così candido.

In tempo di pandemia Gianni, il viaggiatore cosmopolita, è costretto dal lock down a girare in tondo. Allora si inventa un perfetto alter ego, un criceto. Cosi, sul Diario in Pubblico del 19 aprile 2020  Il passo dei politici visti da un criceto :  

“Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. È un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.”  Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione.”

E il monologo interiore di Gianni-Criceto continua (IL TEMPO DEL CRICETO Ovvero la condizione delle “inascoltate”)

“Non è un caso che l’animale di riferimento, il criceto, abbia trovato buona pubblicità nel pianeta delle donne. Leggo nell’Espresso del 10 maggio titolato Ripartenza (sostantivo al femminile), tutto dedicato alle donne e al loro ruolo così vilipeso, dimenticato e infine maltrattato, storie di ordinaria ingiustizia. Nel primo articolo si parla di Lorenza Neve due lauree e un figlio piccolo, oltre a un compagno in cassa integrazione.
Nativa di Bergamo e domiciliata a Rho milanese per tutto il periodo del lockdown il figlio piccolo non è uscito di casa e Lorenza, madre, impiegata, ha continuato a lavorare in orario d’ufficio (10-18). E ecco il punto che m’interessa: “Vorresti rendere come prima. Ma non ce la fai, sembri un criceto che rincorre il tempo e a ogni giro di ruota ti senti sempre meno all’altezza di quella che eri”.

Sfilano politici di mezza tacca e personaggi televisivi (l’imperdibile riassunto del Sanremo di turno), gli amatissimi cani (i pelosi) e fatti di cronaca dal Belpaese, Cronache estive dal L(a)ido degli Estensi e ricordi di amici antichi o presenti (da Riccardo Muti a Liliana Segre e a tantissimi altri). Scorci di città ad acquarello (Ferrara naturalmente, e Parigi, Firenze, Roma, Venezia… ) e riflessioni su un autore, un concerto, una grande mostra. E sempre con un lessico e uno stile inconfondibile: leggero, ironico, sincero, godibilissimo. Rileggere random qualche puntata del suo Diario in Pubblico è come riportarlo in vita: è lui, tutto intero, sembra ancora sorriderci.

In copertina: Gianni Venturi, curatore con Portia Prebys del Centro Studi Bassaniani, mostra le opere di Giorgio Bassani a Casa Minerbi -Ferrara, 2016

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Che cos’è l’Arterapia, figlia dell’arte e della psicanalisi

Che cos’è l’Arterapia, figlia dell’arte e della psicanalisi

Che cos’è l’Arterapia, figlia dell’arte e della psicanalisi

Ho letto l’articolo di Giovanna Tonioli “Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte” [Vedi Qui],nel quale vengo citata, e vorrei integrare con alcune riflessioni, a partire da alcune esperienze da me compiute in questi anni.

Vorrei intanto operare una distinzione: attività artistiche e culturali, come le mostre, a cui mi sono recentemente dedicata, dedicate ai ritratti di adulti, bambini stranieri e persone provenienti da Gaza, non rientrano nell’ambito dell’arteterapia clinica. Non vi rientrano neppure i laboratori artistici in scuole, associazioni e altri contesti educativi, che pure io stessa in qualche caso ho svolto.

E’ arteterapia invece quella che si pone un obiettivo terapeutico specifico, a partire dalle esigenze, o domande di aiuto, di persone in carne ed ossa.

Ho avuto occasione di condurre interventi di arteterapia in contesti clinici con pazienti, presso l’Ospedale di Cona e in altri contesti protetti. In questi casi ho attivato il setting arteterapeutico e ho operato come arteterapeuta abilitata alla professione.

L’arteterapia presuppone infatti una formazione in psicologia, competenze umanistiche, artistiche e un percorso di analisi della propria persona, condizioni necessarie per essere abilitati alla professione, oltre che una certa esperienza sul campo. Componenti che richiedono anni di studio ed esperienza in campo medico, psicologico, umanistico, comunicativo e relazionale.

Per attivare setting arterapeutici presso l’unità gravi cerebrolesioni dell’ospedale di Cona è stato per me necessario conoscere in primis il profilo medico clinico delle cerebrolesioni acquisite a seguito di trauma encefalico, conoscere la fisiopatologia delle gravi cerebrolesioni, il funzionamento del sistema nervoso, assieme al lavoro svolto dai diversi professionisti attivi per la cura dei pazienti, quindi il programma riabilitativo, i disturbi cognitivi e del comportamento di cui le persone sono affette. Queste conoscenze sono molto importanti per orientare il lavoro dell’arteterapeuta, per scegliere i materiali da utilizzare, adatti alle condizioni dei pazienti, e per lavorare in modo sia  autonomo che in equipe, in ambito sia ospedaliero che fuori dall’ospedale.

Le attività di arteterapia e musicoterapia dovrebbero essere comprese nello stesso programma di riabilitazione, compaiono come attività di cura dei pazienti nella cartella clinica personale, ma purtroppo faticano ad essere attivate per via dei tagli alla sanità. L’arteterapia in ambito clinico, va detto,  si distingue dal lavoro della terapia occupazionale.

Dall’esperienza compiuta in ospedale ho potuto constatare come l’arteterapia possa essere molto efficace, stimoli l’autostima, il valore delle persone, serva per valutare le capacità e potenzialità residue, stimolare e migliorare le funzioni cognitive, mnesiche e attentive, per rilasciare e controllare le emozioni, intervenire sulla ripresa fisica, psicologica e cognitiva e possa essere utile anche nella diagnosi e valutazione dei deficit. L’arteterapia interviene nella capacità di elaborare input sensoriali e nell’organizzazione dei pensieri, e molto altro.

L’arteterapia può essere di aiuto in diversi contesti di cura e l’arteterapeuta deve essere specializzato e abilitato per svolgere questo lavoro sia in ambito clinico che non, nell’ambito di setting sempre comunque protetti.

L’arteterapia medica parte da una concezione umanistica della malattia ed è un’alleata della medicina.

I setting attivati con donne straniere e/o vittime di tratta hanno presupposto anche una conoscenza approfondita delle condizioni e della realtà del mondo migratorio.

Esistono varie forme e linguaggi utilizzati in ambito arteterapeutico che fanno riferimento ad approcci, metodi e tecniche diversi. L’approccio da me adottato è quello umanistico-esperenziale, che ha come riferimenti la psicologia umanistica di Carl Rogers, e coniuga teorie e principi mutuati da S.Freud, C.G.Jung, dalla psicologia della Gestalt, dalla terapia psicodinamica.

L’arteterarapia, figlia dell’arte e della psicanalisi, ha però una sua identità che si costruisce in base proprio al metodo di lavoro.

Il metodo da me impiegato si fonda sulle tre dimensioni comunicative che attengono il piano espressivo, simbolico e analitico/interattivo così come delineato dal pensiero e dall’ insegnamento di Paola Caboara Luzzatto, o ancora dal lavoro condotto da Cathy Malchiodi in ambito medico-clinico.
I materiali che utilizzo sono diversi e scelti in base al paziente, alle persone, alle loro condizioni di salute e agli obiettivi da raggiungere. La conoscenza dei materiali utilizzati e delle tecniche artistiche è fondamentale per l’arterapeuta mentre per il paziente la mancanza di conoscenze in campo artistico non pregiudica gli interventi: l’arterapia non ha come obiettivo la produzione di manufatti eseguiti con competenza ma si concentra sul processo creativo.

L’arteterapia condotta in ambito non medico non persegue finalità meramente socializzanti e ricreative ma aiuta le persone a prendere contatto con la propria interiorità, il proprio mondo interiore, ad esprimere le proprie emozioni, dolori, traumi, sofferenze e schemi del proprio Sé e del proprio modo di funzionare; aiuta a prendere consapevolezza di chi si è e delle proprie potenzialità di cambiamento attuabili per essere più in pace con se stessi e il mondo, con gli altri.

L’arteterapia non interpreta, non legge i manufatti, espressioni, simboli o risposte in base a schemi chiusi o saperi definiti, non giudica, ma guida in punta di piedi la relazione, che si sviluppa per creare fiducia in un setting protetto. Ed è attraverso il processo creativo che l’a.t. può entrare in relazione e comunicazione profonda con il paziente, la persona bambina o adulta, per aiutarlo ad esprimersi, a vedersi, a superare le proprie paure, ansie, traumi e a scegliere il proprio senso di vivere.

Gli elaborati, quando il setting e il processo creativo prevede la creazione di manufatti e immagini,  non sono opere artistiche da mostrare ma da leggere e vivere. È il paziente, alleato con l’arteterapeuta, a scegliere il loro destino.

Tecniche e materiali possono prevedere l’uso dei diversi linguaggi artistici come musica, danza, teatro, fotografia, video, disegno, pittura, scultura e narrazione. La conoscenza del linguaggio, delle tecniche e dei materiali scelti per attivare il setting arteterapeutico da parte dell’arteterapeuta è molto importante.

Le sedute di  arteterapia possono essere condotte individualmente, in coppia,  in gruppo o in modalità di studio aperto.

Oggi vengono pubblicizzati molto spesso brevi corsi per diventare arteterapeuti. Credo che questi percorsi possano essere utili per le persone che vogliono conoscere le potenzialità di questo strumento di cura, ma l’esercizio della professione richiede molto di più, un’abilitazione che comporta anni di studio, sperimentazione ed esperienza sul campo.

In copertina: acquerello di Miriam Cariani

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Il salario “giusto” è solo uno spot. Ma i giovani l'hanno capito

Il salario “giusto” è solo uno spot. E i giovani l’hanno capito

Il salario “giusto” è solo uno spot. E i giovani l’hanno capito

Puntualmente ogni anno il 1° maggio arriva un decreto del Governo che dovrebbe favorire i lavoratori nella loro festa. Quest’anno c’è l’introduzione del salario “giusto”.

Significa che le imprese possono avere gli incentivi pubblici per assumere se applicano i contratti di lavoro “comparativamente più rappresentativi” che sono quasi sempre quelli di Cgil-Cisl-Uil e non quelli pirata.

Bene. Piccolo passettino avanti, ma sono soprattutto le imprese che applicano i contratti pirata che fanno uso del lavoro precario, povero e di part-time in regola a cui si aggiungono in nero altre ore e che non sono certo imprese che assumono. Per cui tutte quelle che applicano contratti pirata continueranno a pagare poco.

Il salario “giusto” non affronta quindi il cuore del problema, cioè quella massa di circa 4 milioni (2,2 secondo la UE) che hanno salari bassi in quanto sfruttano i contratti pirata, quelli da 4, 5, 6, 7 euro all’ora.

Negli altri paesi UE che applicano il salario minimo (22 su 27) tutti sanno che sotto una certa soglia non si può andare ed è una forma di tutela delle fasce povere che sono più facilmente ricattabili e non lo sarebbero se fosse noto “urbi et orbi” che sotto una certa soglia non si può andare.
Poi si potrebbe discutere, come chiede Pietro Ichino, se differenziare questa soglia minima tra Sud e Nord visto che si sa che i salari nel privato al Sud sono più bassi anche del 20% per via del minor costo della vita e delle case (ma non a Napoli).

Per ora chi tutela queste fasce deboli (rider, braccianti, immigrati, guardie giurate, filiera del lusso…) sono i giudici che hanno la facoltà di intervenire per via dell’articolo della nostra Costituzione sulla dignità del lavoro (Art. 4) che possono verificare se la retribuzione sia davvero “sufficiente e proporzionata” (Art. 36) anche quando i contratti sono quelli dei sindacati che in quel settore sono “comparativamente più rappresentativi” (non Cgil-Cisl-Uil) e che pagano poco.
Per esempio il tribunale di Milano che ha disapplicato il contratto sulla Vigilanza privata che era di 5 euro all’ora, anche se era fatto da sindacati “comparativamente più rappresentativi”.

Il fatto è tanto più grave sapendo che l’Italia (fonte OCSE), è l’unica grande economia che ha visto ridursi i salari dell’8% dal 2021 al 2025 in un contesto precedente che già aveva visto stazionari i salari negli ultimi 30 anni. Sempre secondo l’Ocse è il salario minimo che protegge i lavoratori più deboli.

In Inghilterra, per fare un esempio, non si può scendere nel 2026 sotto 12,71 sterline all’ora (al cambio sono 14,8 euro). Come si vede tutti gli anni in aprile il salario minimo viene aumentato spesso anche più dell’inflazione proprio per proteggere quei milioni di lavoratori deboli inglesi che o non hanno la contrattazione o rischiano di essere ricattati dalla mancanza dei sindacati.

Un altro effetto negativo è il fiscal drag (drenaggio fiscale) che aumenta l’imposta per via della sola inflazione, così se il salario cresce e supera lo scaglione di reddito dei 28mila euro annui l’aliquota fiscale sale dal 23% al 35%.

E’ il caso dei salari bassi e medi che nel 2026 perdono da 19 a 168 euro per chi guadagna da 20mila euro a 30mila che è una parte enorme dei dipendenti e pensionati (nonostante e dopo gli incentivi del Governo), mentre un piccolo beneficio l’ha chi guadagna fino a 15mila e più di 35mila.

L’aumento dei salari non può farlo solo il Governo ma certo può aiutare in vari modi:
a ) introducendo un salario minimo di legge da adeguare con l’inflazione come fanno 22 paesi e UK inclusa;
b ) pagando i suoi dipendenti almeno come l’inflazione (invece li paga la metà);
c ) obbligando chi non rinnova i contratti ad aumenti salariali.

Non sarà certo con la propaganda che si potrà risolvere il salario povero.

 

Un’ultima considerazione sull’occupazione che risulta (Istat) in forte crescita negli ultimi anni.
Questa crescita è iniziata nel dopo Covid soprattutto per l’enorme traino del superbonus nell’edilizia, un settore che spinge tutto il resto e che va esaurendosi. Infatti negli ultimi 2 mesi l’occupazione sta calando e a marzo 2026 era 30mila occupati in meno di marzo 2025.

L’aumento dell’occupazione durante i 3 anni e mezzo del Governo Meloni non è stato di 1,2 milioni come viene propagandato, ma di 880mila unità e in termini mensili meno della metà di quello del Governo Draghi (58mila versus 21mila). L’aumento è legato al fatto che gli anziani preferiscono continuare a lavorare piuttosto che andare in pensione, per cui tutto l’incremento riguarda gli over 50 anni, mentre tra i giovani fino a 34 anni l’occupazione non è cresciuta col Governo Meloni e ora sta calando (il che spiega perché chi può va via dall’Italia). Negli ultimi 12 mesi infatti gli occupati fino a 49 anni sono calati di 388mila unità mentre sono ancora cresciuti di 350mila gli over 50 anni.

Infine il monte ore lavorato è stazionario da anni, il che significa che si redistribuisce su una massa maggiore di lavoratori e ciò spiega in parte anche perché i salari calano.

Molta propaganda e pochi fatti e molti giovani l’hanno capito in quanto non guardano la tv ma si informano sui social da cui apprendono le schifezze sui silenzi del Governo sulla Palestina. Ecco perché il “vento” è cambiato come ha capito bene la premier che cerca di correre ai ripari. Di soldi però non ce ne sono più e il PNRR sta finendo. Bisognerebbe andarli a prendere dove sono (ricchi e multinazionali che fanno extraprofitti), ma per questo Governo sono intoccabili. Da qui le prossime contorsioni a cui assisteremo.

In copertina: rider in lotta – immagine da Comune-info

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Kaos in mare aperto

KAOS IN MARE APERTO. L’Europa e lo spazio lasciato vuoto

KAOS IN MARE APERTO.
L’Europa e lo spazio lasciato vuoto

C’è un’immagine che dovrebbe inquietare l’Europa più di quanto non stia facendo: alcune navi civili,  appartenenti alla Global Sumud Flotilla, impegnate a portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese – o a quello che di essa rimane nella sottile striscia di Gaza – sono state assaltate da reparti della marina israeliana in acque cretesi, dunque europee.

Un’azione condotta a centinaia di chilometri dalle coste israeliane, come se la geografia non avesse più alcun valore, come se lo spazio fosse un’estensione indefinita della sovranità di chi possiede la forza per esercitarla.

La cosa più sorprendente non è l’arrembaggio in sé, ma l’indifferenza con cui è stato accolto. Un’indifferenza che rivela una verità più profonda: l’Europa non crede più nella propria geografia. Non crede nei propri confini, nei propri mari, nei propri spazi. E soprattutto non crede più nei popoli che li abitano.

È qui che il pensiero di Roberto Esposito, nella sezione Geopolitica e metafisica di Kaos (il Mulino, 2026) diventa decisivo.

Esposito scrive che oggi, a definire l’essere, non è più il tempo, ma lo spazio.

Una frase che sembra astratta, finché non la si guarda dall’Europa: se l’essere è nello spazio, allora anche il potere si gioca nello spazio. Scrive Esposito:

«…da qualche anno, in filosofia, come in politica, si è cominciato a parlare di spatial turn, alludendo alla nuova centralità dello spazio…» , un centro che fino ad oggi è stato occupato dal tempo.

E continua dicendo: «Dopo che a lungo, categorie temporali come evento, processo…progresso, hanno occupato il campo della riflessione politica, si aspetta che una ricerca su “essere e spazio” subentri a quella, celebre, su “essere e tempo”».

In definitiva lo spazio è diventato un campo di forze, non una superficie da delimitare perché, «…lo spazio politico contemporaneo non è un territorio da tracciare, ma un campo di forze in movimento».

L’arrembaggio in acque cretesi è un esempio perfetto di questa trasformazione: una forza che non riconosce confini, che anticipa la minaccia, che agisce dove può, non dove dovrebbe.

E quello che vediamo è un’Europa che non reagisce, perché non sa più cosa significhi difendere uno spazio, un mare, una comunità.

Il problema è che questa indifferenza o, al massimo, timida reazione, non è più un difetto morale ma una vera e propria prassi politica in risposta a coloro che hanno già …svoltato spazialmente: Trump nei confronti di  Groenlandia, Venezuela, Iran, Cuba(?) e, ovviamente, Putin nei confronti della Ucraina, Transnistria, Georgia, Ungheria e Nethaniau verso Gaza, cis-Giordania e Libano.

Il nostro atteggiamento quello italiano ed europeo è, possiamo dirlo, il sintomo di un continente che ha smarrito la propria relazione con ciò che… contiene, che ha delegato la propria responsabilità e che vive in un tempo amministrato, ma in uno spazio abbandonato.

Esposito direbbe che l’Europa è diventata un luogo senza presenza, un territorio che non riesce più a garantire la propria spazialità. E quando uno spazio non è abitato politicamente, qualcun altro lo abita al suo posto.

Ma l’Europa, il Medio Oriente e il Mediterraneo rappresentano solo il primo teatro di questa  trasformazione.  Il secondo — e forse il più decisivo — è lo Spazio.

La recente ripresa dell’avventura spaziale americana verso la Luna e verso Marte, insieme alla rapidissima accelerazione cinese e di altre potenze (India, Indonesia e Giappone), mostra che la geopolitica sta diventando cosmo-politica nel senso letterale del termine: non più politica del mondo, ma politica del cosmo.

Le orbite, le lune, gli asteroidi, i pianeti stanno diventando nuovi spazi di contesa, nuovi campi di forze.

E ciò che sta accadendo in Israele, nel Golfo Persico, nel Mediterraneo — la sospensione del diritto, la proiezione extraterritoriale della sovranità, l’indifferenza verso i confini — è un’anticipazione di ciò che accadrà nello Spazio.

Se l’Europa non riesce a “difendere” Creta, come potrà difendere la propria “orbita”? Se non sa reagire a un arrembaggio nel proprio mare, come potrebbe reagire a una eventuale contesa sulla Luna?

Se non riconosce i territori abitati dai propri cittadini, come potrà riconoscere la responsabilità verso gli spazi che abiteremo domani?

Il futuro non sarà soltanto geopolitico, ma cosmopolitico e la domanda che l’Europa deve porsi è semplice e radicale: vuole essere un soggetto dello spazio o un oggetto nello spazio?

L’arrembaggio alla Global Sumud Flotilla non è un episodio isolato: è un segnale che ci dice che il potere contemporaneo si muove dove lo spazio è lasciato vuoto.

E che il vuoto, come insegna Esposito, non è mai neutro: è sempre un luogo di forze.

L’Ucraina e l’Europa e poi la Groelandia e prima di essa, il Canada e, ancora, la Palestina, la cis-Giordania, il Libano e il Venezuela, l’Iran, tutti questi spazi sono, per i vecchi e nuovi autocrati… vuoti da riempire.

Lo Spazio lo diventerà presto. La politica, dunque, se vuole sopravvivere, dovrà tornare a pensare lo spazio come forma dell’essere e come la prima e necessaria responsabilità verso chi lo abita.

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

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Parole a capo / Ricordando Gianni Goberti: Alcune poesie da "A due passi da Itaca". La poesia della semplicità senza fronzoli

Parole a capo /
Ricordando Gianni Goberti: Alcune poesie da “A due passi da Itaca”. La poesia della semplicità senza fronzoli

Ricordando Gianni Goberti: Alcune poesie da “A due passi da Itaca”. La poesia della semplicità senza fronzoli.

Ho conosciuto Gianni nei miei ultimi anni di lavoro alla videoteca – biblioteca comunale di cinema “Vigor“. Persona di poche parole, di una grande cultura cinematografica e non solo. Quando riuscivo ad entrare nel suo universo comunicativo, ne uscivo sempre più ricco. A quasi due anni dalla sua scomparsa, pubblico alcune poesie tratte da “A due passi da Itaca” pubblicato nel 1983 per la Casa Editrice Alba.

Nella breve presentazione (sarebbe più appropriato parlare di autopresentazione), Gianni Goberti conclude riferendosi al racconto “Ulisse il meschino” di Jorge Luis Borges e alle parole di Telemaco di fronte al corpo esanime del padre: “non giudicate quest’uomo dal suo aspetto, né da ciò che si disse di lui, né dalle apologie interessate. Giudicatelo dalle sue azioni”.

ANABASI

…partimmo senza rimpianti
in quella sera che incendiava
l’ala delle foglie nei viali di Giugno:
al mio fianco camminava Phobos, il timoroso
in una fila di silenzio
ci seguivano Eros, il dolce, e Ares
nell’orgoglio nero delle sue armi.
Poi, lente e solenni, venivano
come vele nel sole
Demetria e Afrodite
(come furono avare per tutti il viaggio)
…lontana, terribile
nella sua presenza accanita,
minacciosa e muta come una caverna nella notte
ci seguiva Thanatos
la portatrice di falce.

 

*

 

INCONTRO CON NAUSICAA
(canzone dell’amore esaltato)

Spargerà altre risonanze il vento
nel cielo, altre luci splenderanno
ai confini dell’alba
quando i miei pensieri varcheranno
esitanti le soglie del sonno.
Non allungherò la mano aperta, questa sera,
verso il tubetto quasi vuoto
– post coitum, fessus – dormirò
nell’abbandono, nella luce del grano
nella risata d’argento delle tue gambe
nella penombra che sveste la tua anima.
Tutte le cose cantano, quando canta l’uomo
il palo, la tettoia, la pioggia,
la foglia illuminata, la scheggia di ferro,
la crepa nel muro, il fruscìo del lenzuolo,
le unghie del vento sui vetri, cantano
nel silenzio senza tensioni
quando l’alba della mia sigaretta
s’accende sui tuoi capelli
madidi di luna.

 

*

 

SOTTO IL SEGNO DEI GEMELLI

 

Giugno è mese gentile per nascere:
gerani ai balconi e gente nelle strade,
i ragazzi camminano tendendosi per mano
e il vento non ferisce l’ala della rondine.
Non so se è gratitudine o rancore
ciò che provo per voi, pensando a me stesso;
se è così che mi volevate
o se il caso ha gettato i suoi dadi
svolgendo il filo della mia vita:
nascono infidi e tenaci
gli uomini dei Gemelli;
teneri e arroganti come coltelli;
nascono spietati e vili, coraggiosi e miti.
Sfrontati e timidi
quando gli occhi delle donne
mandano singhiozzi di luce.
Sicuri come le pietre, incerti come l’aurora:
io, uomo di incrollabili incertezze,
non contraddicono l’astrologo.

 

*

 

I PROCI

 

Lordarono la mia casa,
sparsero cenere e dolore
in ogni contrada; cento città
si gelarono nell’onda di neri rintocchi.
Lordarono la nostra esistenza
in sibili di ambulanze, cortei di dolore
spari nel primo mattino
(il tepore delle 10 e 25 risucchiato
dallo schianto di quel giorno d’Agosto)
Accesero croci nel buio
e voci attonite nell’eco delle navate;
alte come dardi di tromba
si levarono le voci delle madri.
Lordarono le canzoni dei bambini,
lacerarono le tenere idee dei ragazzi
ma non riuscirono a violare
il candido ventre della mia sposa, la libertà.

 

*

 

CIRCE: L’INGANNO, LA LUSINGA…

 

Chiare luci dell’alba, svegliateli
piano i compagni, dormono ancora:
le dolci voci della pianura
srotolano veli di rugiada al primo sole.
Dormono ancora i compagni
(i cavalli disegnano miracoli nel vento
e i vomeri brillano lontani
come la gola delle donne quando ridono)
sotto i cespugli giacciono abiti e coscienze
e dormono un sonno di creta:
l’inganno, la lusinga: tutto a tutti!
L’illusione: la mela della felicità,
il mazzo con cinque assi:
era fresco il vino oppiato dallo slogan
– l’immaginazione al potere –
è più lunga la strada, più grigia, meno ricca di canti.
Chiare luci dell’alba
svegliateli piano, i compagni, che conservino
un po’ di sogni per la vita.

 

*

Foto di Anna Prosekova da Pixabay

*

Gianni Goberti  ferrarese di nascita, dopo gli studi all’Istituto d’Arte Dosso Dossi è entrato giovanissimo al Centro Ricerche della Montecatini dedicato al Premio Nobel Giulio Natta, dove rimase per 40 anni.
Negli anni 70 esce la sua prima pubblicazione di liriche “Stazione di Provincia”, Rebellato Ed.; successivamente ha pubblicato “Logica del caos”, Forum Quinta Generazione, “A due passi da Itaca”,edizioni Alba e “Fuga dal cielo”, Ed. Schifanoia. Nel 2008, esce la sua prima raccolta di racconti “La sera andavamo al Moka – Storie di ferraresi”, Edizioni Sivieri. E’ stato Presidente del Club Amici dell’Arte. Ha collaborato scrivendo 15 liriche sulle Stazioni della Via Crucis inserite nel libro “La Via Crucis fra storia, devozione e arte”, redatto dalla moglie Margherita Malfaccini, uscito in libreria nell’aprile 2022. E’ scomparso all’età di 89 anni nel 2024. In “Parole a capo” sono uscite alcune sue poesie il 14 aprile 2022.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 337° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Le voci da dentro sempre papà

Le voci da dentro / Sempre papà

Le voci da dentro. Sempre papà

di Nicola Crimaco

 Nicola è un bravo psicologo clinico a Ferrara, specializzato in psicoterapia a orientamento cognitivo-costruttivista.

Crede che un percorso di sostegno psicologico nasca dal desiderio di esplorare le dimensioni del proprio sé perché, a volte, ciò che viviamo somiglia a un racconto rimasto in sospeso, che attende solo di essere ascoltato. Il percorso compiuto insieme diventa allora uno spazio di esplorazione condivisa.

Nicola cura un’attività molto importante all’interno della Casa Circondariale di Ferrara: il progetto “Sempre papà” di cui vi racconta, in sintesi, nel suo testo. Comunque la pensiate, buona lettura

(Mauro Presini)

Il progetto “Sempre Papà” nasce dalla collaborazione tra il Comune di Ferrara e la Casa Circondariale di Ferrara e trova la sua origine all’interno del contesto detentivo, dove la distanza fisica ed emotiva tra genitori e figli/e rischia di indebolire profondamente i legami affettivi.

Il carcere, infatti, non è solo un luogo di pena, ma anche uno spazio in cui è possibile promuovere percorsi di crescita, responsabilizzazione e ricostruzione delle relazioni. Intervenire in questo contesto significa riconoscere che il ruolo genitoriale non si interrompe con la detenzione, ma necessita di essere sostenuto e accompagnato in modo adeguato.

Svolgere attività dedicate alla genitorialità in carcere ha senso perché permette di offrire ai genitori strumenti per mantenere viva la relazione con i propri figli/e, nonostante le difficoltà imposte dalla separazione.

Favorire momenti di confronto, ascolto e condivisione aiuta a rielaborare vissuti complessi, a rafforzare le competenze educative e a promuovere una presenza affettiva significativa, anche a distanza.

La scelta di esserci nasce dalla volontà di contribuire attivamente a questo processo, mettendo al centro la persona e i suoi legami.

Crediamo che sostenere la genitorialità in carcere significhi investire non solo sul benessere dei genitori, ma anche su quello dei figli/e e, più in generale, sulla comunità. Offrire spazi accoglienti e opportunità di relazione all’interno del carcere vuol dire creare condizioni favorevoli per mantenere e rafforzare i legami familiari, riducendo il rischio di fratture irreversibili.

Essere presenti in questo contesto, significa riconoscere il valore delle relazioni affettive come elemento fondamentale nel percorso di cambiamento e reinserimento sociale, e impegnarsi affinché ogni genitore possa continuare a sentirsi tale, anche in una situazione di difficoltà.

Cover: Foto di skalekar1992 da Pixabay

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Numeri / Giovani e politica

Numeri / Giovani e politica

Numeri / Giovani e politica

Nel 2025, il 24,3% dei giovani europei di età compresa tra i 16 e i 29 anni si è impegnato online in questioni civiche o politiche. Ciò include esprimere la propria opinione su temi civici o politici, partecipare a consultazioni online o votare.
In confronto, questo tipo di impegno si attestava solo al 20,2% nell’intera popolazione. E’ quanto  certificano i dati dell’istituto Eurostat, aggiornati ad aprile 2026 e riferiti all’anno 2025.

La partecipazione civica o politica online tra i giovani è risultata più elevata in Slovenia (49,4%), Lettonia (33,3%) e Paesi Bassi (31,3%). Le percentuali più basse si sono registrate in Belgio (12,3%), Repubblica Ceca (14,3%), Svezia e Grecia (entrambe al 16,1%).

In 23 dei 27 paesi dell’UE, i giovani hanno mostrato una maggiore propensione a utilizzare internet per la partecipazione civica o politica rispetto alla popolazione nel suo complesso. Le differenze più marcate sono state registrate in Slovenia (49,4% dei giovani contro il 33,5% della popolazione totale), Lettonia (33,3% contro il 24,2%) e Italia (30,9% contro il 24,5%).

Social media applications on mobile screen 

Per quanto riguarda l’Italia, tale valore (30,9%) risulta considerevolmente superiore alla media europea dei coetanei (24,93%). Un dato questo che assume un significato ancora più profondo se accostato a quello della popolazione complessiva della Penisola, che si ferma al 24,25%. Il divario supera i sei punti percentuali, dimostrando come le ragazze e i ragazzi italiani trovino nella rete lo spazio ideale per esprimere le proprie idee e rivendicazioni.

Si tratta di numeri che evidenziano  una distanza generazionale tra le più alte registrate nel continente. L’Italia si posiziona tra i Paesi con la maggiore differenza percentuale tra l’attivismo dei ragazzi e quello degli adulti, collocandosi subito dopo la Slovenia e la Lettonia. E’ la rete, in buona sostanza, lo strumento per le istanze civiche delle nuove generazioni.

Per quanto riguarda, invece, l’impegno dei giovani nelle istituzioni, in particolare nei Comuni, secondo un recente dossier ANCI, sono 18.006 i giovani amministratori comunali in Italia, pari al 14,3 per cento del totale ma in calo rispetto ai 19.483 del 2025.
In media, in Italia, sono 2,3 per ciascun ente locale. Si tratta  di una presenza significativa, ma in progressiva contrazione. E alquanto disomogenea: il numero assoluto più elevato si registra in Lombardia, mentre la maggiore concentrazione è in Trentino-Alto Adige, con oltre quattro giovani amministratori per Comune.
Si tratta di una presenza più marcata nei piccoli Comuni, che però diminuisce con l’aumentare della popolazione: sotto i 3.000 abitanti rappresentano circa il 16% degli amministratori, mentre nei comuni sopra i 50mila abitanti la quota scende al 10%.

Il dossier mette in luce le difficoltà che incontrano i giovani a raggiungere i ruoli apicali, restando sostanzialmente fermi al ruolo di Consiglieri comunali. I sindaci under 35 sono oggi appena 252, in flessione negli ultimi anni. E mentre gli over 60 sono passati dall’8% nel 2001 a quasi il 26% nel 2026, gli under 36 sono scesi dal 23% al 14%. Gli amministratori locali giovani sono però maggiormente qualificati: il 44% possiede una laurea, mentre tra i non giovani resta significativa la quota con sola licenza media (15%). Anche in questo caso si registra però una disparita di genere, con la prevalenza della componente maschile, anche se tra gli assessori si registra un’inversione con le donne al 51%. Non si riscontrano particolari differenze nell’assegnazione delle deleghe tra giovani e meno giovani, ad eccezione di Casa, Famiglia, Scuola e Politiche sociali e Attività produttive e Sviluppo Economico, che vedono una maggiore concentrazione di giovani assessori.

Non manca nel dossier ANCI qualche curiosità: l’Amministrazione Comunale più giovane è quella del comune di Buttrio (3.878 abitanti) in provincia di Udine, ove 14 tra Assessori e Consiglieri hanno meno di 35 anni; tra i Comuni maggiori, l’Amministrazione Comunale più giovane è quella di Castel Maggior (18.500 abitanti) nella città metropolitana di Bologna. In questo Comune il sindaco Luca Vignoli, il vicesindaco  Maria Vittoria Cassanelli, il Presidente del Consiglio Comunale Matteo Frezzotti ed altri 9 tra Assessori e Consiglieri hanno tutti meno di 35 anni; in generale, sono 68 i Comuni nei quali la metà degli amministratori sono giovani.

I dati Eurostat analizzati in precedenza trovano conferma anche da una ricerca Ipsos, che per conto dell’ANCI  ha fatto invece una fotografia sociologica sui giovani. L’indagine evidenzia come resti forte il senso civico dei giovani italiani: otto giovani su dieci vogliono contribuire al bene comune. Tra le priorità indicate dai giovani vi sono la riduzione delle tasse (38%), incentivi al lavoro stabile (33%) e politiche per stage e tirocini retribuiti (25%). Nel loro insieme, le due ricerche delineano una generazione presente e più preparata anche nelle istituzioni locali, ma che si muove in un contesto segnato da difficoltà economiche, incertezze sul lavoro e una crescente distanza tra aspettative e realtà.

Per scaricare il dossier ANCI e l’indagine IPSOS: Qui

Cover: manifestazione pro Palestina a Londra, 2025 – www.montecruzfoto.org, da EuroNomade

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Parole e figure / Dire di no

Appena uscito in libreria con Kite, “NO”, di Paula Carbonell e Isidro Ferrer, ci mette di fronte a quei no che sono indispensabili

Curioso come mi sia ritrovata a rientrare dal Moscerine Film Festival, un bellissimo Festival che da cinque edizioni si tiene a Roma per registi under 12, dove uno dei cortometraggi premiati si intitolava “No, non ancora”. Se, però, in quel caso, tutta una serie di no non rappresentavano rifiuti ma solo una tappa per riprendersi, nell’attesa dell’occasione e del momento giusti, l’albo “NO”, scritto da Paula Carbonell e illustrato da Isidro Ferrer, da poco in libreria con Kite, è ben altro. Ma pur sempre una negazione.

Sembra che il mondo mi stia dicendo no, non arrenderti, non demordere, non andare, non fare, non dire, non precipitare, non lasciare andare; sembra che l’universo mi stia urlando no e ancora no, mi stia suggerendo che tanti sono i no che ci ritroviamo ad affrontare, che tanti sono i no che ci troviamo a dover dire. A volte accettare. Anche se preferisco dirli.

No alla guerra, No alla violenza, No alla cattiveria, No alle atrocità, No alla sofferenza, No al dolore, No all’insistenza, No all’indifferenza, No all’intolleranza, No all’ignoranza.

No ai botti, no alla fame e alla sete, no alla paura, no alle insidie, no alle sopraffazioni, no al giocare a nascondino, no ai treni che non fanno salire a bordo, no ai buchi neri.

“NO” affronta il tema della guerra attraverso gli occhi dell’infanzia, con una narrazione essenziale e un linguaggio visivo simbolico e potente, capaci di renderne l’assurdità. Senza mani, senza sogni, senza fine.

“NO” è un rifiuto viscerale dell’orrore della guerra nato da un senso di impotenza, dolore, paura e rabbia. Un’opera disturbante, che non ci offre consolazioni facili, ma che ci dice chiaramente che guardare altrove non è un’opzione. Mai.

E allora, NO. Stiamo dalla parte del NO.

Le due parole più brevi e più antiche, sì e no, sono quelle che richiedono maggior riflessione. Pitagora

Paula Carbonell, Isidro Ferrer (illustratore), NO, Kite edizioni, Padova, 2026, 48 p.

Sito web Paula Carbonell

Sito web Isidro Ferrer

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un ricordo impossibile di un amico carissimo in memoria di gianni venturi

Un ricordo impossibile per un amico carissimo
In memoria di Gianni Venturi

Un ricordo impossibile per un amico carissimo.
In memoria di Gianni Venturi

Si può parlare di un amico che si conosce da sempre e che è sempre stato una presenza costante? Come e cosa dire di un persona speciale, di una ‘grande’ persona? Quanto più contava in Gianni Venturi era il suo modo di stare al mondo: nella cultura, nella vita, la sua capacità di empatia, la generosità e la speranza che gli altri potessero assomigliargli in trasparenza e lealtà.

Non basta ricordare i suoi meriti scientifici, gli studi sulla letteratura del Rinascimento, in particolare sui grandi protagonisti della corte estense che avevano fatto grande il nome della sua Ferrara o le ricerche sul neo-classicismo, alle quali ha dedicato libri e importanti edizioni, è nel Novecento (che rientrava solo parzialmente nel percorso previsto dalla sua cattedra di ordinario di Letteratura italiana nell’Università degli Studi di Firenze), che si sarebbero misurate le più grandi passioni.

In primis Pavese (che oltre tutto era stato all’origine di una straordinaria amicizia con i ‘pavesini’: un scelto manipolo studiosi europei – Mutterle, Pertile, Guglielminetti -, come lui dediti al mitico autore del Mestiere di vivere), poi la Morante, di cui aveva amato non solo la scrittura ma il fascino e la personalità.

Studioso di miti (di qui la sua amicizia con Furio Jesi) aveva letto non solo il Pavese fondatore della Collana viola, ma la Morante all’insegna di archetipi e di memorie junghiane (Useppe della Storia e non solo come un “fanciullo divino”). E poi naturalmente Bassani, il grande scrittore che aveva testimoniato nei suoi romanzi l’ignominia della dittatura fascista, delle leggi razziali, dell’Olocausto. Era talmente forte la sua sintonia con quella tragica storia che aveva intrecciato una corrispondenza con Liliana Segre e Edith Bruck mentre favoleggiava di sue possibili origini ebraiche.

gianni venturi agrimensore della parola
Gianni Venturi – marzo 2022 (© Anna Dolfi)

Tra i primi ha studiato con intelligenza e passione i giardini: li frequentava non solo in letteratura (dal Rinascimento a D’Annunzio), ma nella vita (splendidi i bouchets fatti confezionare da fiorai d’élite per l’amata moglie Vittoria, in una casa dove una parte di una grande sala piena di quadri e di libri era riservata a una sorta di giardino/serra domestico), così come l’arte, l’arte tutta, dal Medioevo fino a Morandi, a De Pisis.

Al pari dell’arte figurativa amava la musica. Era appassionato di teatri e di  musicisti: in particolare quelli (a partire dall’allora giovanissimo Riccardo Muti) che frequentavano a Bellosguardo la bellissima villa dove era stato accolto da Patricia Volterra quasi come un figlio adottivo. Ai suoi amici, me compresa, capitava, grazie a lui, di essere invitati a cena in quella casa che dalle colline (care al Foscolo delle Grazie: un altro degli autori amati e studiati da Venturi) guardava verso la città. Sulla tavola piatti raffinati, alle pareti quadri di Canaletto, di Guardi…, e la conversazione di Gianni, spumeggiante, ricca sempre di sapienza, leggerezza e ironia.

Non c’era in lui niente di accademico (per quel che, forse talvolta ingiustamente, il termine contiene di negativo), per questo non era nelle simpatie dei grigi colleghi che ahimè abbondano nelle patrie università, mentre lo seguivano quanti erano capaci di apprezzarne l’estro, il coinvolgimento, e gli studenti. I suoi corsi su Dante (autore amatissimo, sul quale non aveva mai scritto, per una sorta di rispetto ammirato) erano seguiti con passione da italiani e stranieri (americani soprattutto).

Netta e forte anche la sua passione politica, così come l’impegno nelle istituzioni culturali della sua città: la presidenza dell’Istituto di Studi Rinascimentali (Ferrara gli deve gli incontri periodici dell’Europa delle Corti), la co-direzione, assieme a Portia Prebys, del Centro Studi Bassaniani.

A Ferrara ha fatto parte per decenni di istituzioni come Italia nostra e gli Amici dei musei. Credendo con forza al valore divulgativo della cultura aveva stretto forti legami con gli insegnanti dei licei cittadini, per non parlare della sua costante collaborazione a testate giornalistiche dal Il resto del Carlino a Periscopio, offrendo a quest’ultimo, attraverso la sua rubrica Diario in pubblico, anche spaccati di vita cittadina e dintorni (‘Laido’, ovvero Lido degli Estensi, compreso), di critica sociale, frammenti di autobiografia.

Lettore costante e appassionato di romanzi italiani e stranieri, era un frequentatore di librerie (la famosa Seeber di Firenze, il Libraccio di Ferrara) e parlava dei libri con rara intelligenza e acutezza.

Amava le sue città (Ferrara, Firenze, Parigi), le sue cantanti-artiste mito (la Callas, Martha Argerich, Edith Piaf: a riprova dell’estensione difficilmente classificabile delle sue eccellenze), provava un dichiarato fastidio per l’ovvietà, il carrierismo, la mancanza di curiosità e di eleganza. Elegante era sempre, anche nell’abbigliamento, ricercato, ove abbondavano cachemir e berretti/cappelli in tutte le tonalità di blu.

Gianni Venturi a Parigi – novembre 2024 (© Anna Dolfi)

Del lusso parlava scherzando come di una necessità:  nella genealogia nobiliare aveva quantomeno inserito i suoi amati cani: Lilla I, una bastardina teneramente amata, e Lilla II, quest’ultima di pura razza chevalier, sì che non stupisce che un paio di scrittori lo abbiano preso a modello per qualche personaggio dandy protagonista dei loro libri.

Inimitabile, insostituibile, vero. Mi piace ricordare ancora una volta come per lui la cultura entrasse nel quotidiano, facesse parte del vissuto: vitale la cultura alla pari di lui che, poco più di un anno fa, salutava in una sala del Louvre la statua di Amore e Psiche di quel Canova (di cui aveva diretto l’Edizione Nazionale delle Opere) che rincorreva per musei e che amava tanto.

Le fotografie della cover e nel testo sono scattate dall’autrice

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Ferrara neo-estense in mostra: dipinti e disegni dai maestri dell'800 fino a Boldini e Previati

Ferrara neo-estense in mostra:
dipinti e disegni dai maestri dell’800 fino a Boldini e Previati

Ferrara neo-estense in mostra:
dipinti e disegni dai maestri dell’800 fino a Boldini e Previati in corso Porta Reno

Una vita dedicata – o si può ben dire consacrata – alla conoscenza, allo studio e alla continua ricerca intorno all’arte ferrarese, con particolare riguardo all’Otto e Novecento, quella del critico Lucio Scardino che ora dispiega il suo sapere e le sue energie connettendo una quarantina di dipinti e disegni realizzati a Ferrara e provincia tra il 1825 e il 1925. Un secolo intero da rimirare con il senno di cent’anni di distanza nella mostra “Ferrara 1925-1925” visitabile fino a venerdì 22 maggio 2026 negli spazi della Sala Neo Estense dove ha sede Mediolanum, in cima al palazzo di corso Porta Reno 17, dal quale ci si può affacciare direttamente sul Duomo di Ferrara.

 

Veduta di Duomo e campanile da Sala Neo Estense – foto Cristiano Delfini
Particolare di “Progetto per il completamento del Campanile del Duomo ” di Amilcare Barlaam, 1876

I soggetti di quadri e disegni spaziano dalla ritrattistica borghese alle vedute cittadine ed agresti, includendo alcune scene sacre e altre d’impianto letterario-romantico, senza tralasciare esemplari di stile Liberty. In tutto ciò l’esposizione – che mette insieme una selezione di opere tratte da due collezioni private – riesce a dare conto di artisti minori e maggiori. A Giovanni Boldini e Gaetano Previati sono riservati disegni a matita.

Studio per “Leda con il cigno” di Giovanni Boldini
Studio per ‘L’Eroica’, matita su carta di di Gaetano Previati ,1907

L’arte del maestro del Divisionismo Gaetano Previati è testimoniata da uno schizzo su carta, lo “Studio per L’Eroica” (1907) che rivela la maestria con cui l’artista si distingue con l’uso di semplici segni di grafite sulla carta, trasformandoli in una vibrante impennata di cavalli e cavaliere.

Giovanni  Boldini, la cui fama è indissolubilmente legata ai ritratti fluttuanti e luminosi di donne fatali, qui è rappresentato dai suoi schizzi per lo “Studio di Leda con il cigno” (1890 ca). Disegni a che mostrano come un semplice tratto a matita nelle mani del pittore della Belle Époque possa dar forma a corpi e volti resi con segni ondulati e mossi che avvolgono i soggetti in un turbine evocativo.
La mostra in corso aggiunge una nota meno conosciuta al profilo di questo artista celebre e ancor oggi tanto amato e apprezzato a livello internazionale. Scardino affianca infatti la sua produzione a quella del padre, Antonio Boldini, studioso dei quadri del periodo estense, restauratore, ma anche copista di quadri rinascimentali, che si specializzò a mescolare alla maniera antica i colori sulla tavolozza, invecchiando artificialmente le tavole, come la qui esposta “Madonna col Bambino” d’impianto neorinascimentale.
A completare il retroscena della bottega nella quale si è sviluppato mestiere e talento di uno dei pittori ferraresi moderni più noti, è un raro olio su tela a firma del fratello, Pietro Boldini : il “Ritratto di Ermanno Bottoni” (1875).

Le opere sono esposte sulle pareti della Sala Neo Estense in una successione cronologica che parte dalla “Scena sacra” (1825) disegnata da Giuseppe Santi, che Scardino definisce “l’artista bolognese che ha contribuito a svecchiare il gusto ferrarese, traghettandolo verso il neoclassicismo”. Docente di pittura dell’Ateneo ferrarese, dove si formeranno i maggiori pittori e decoratori ferraresi della prima metà dell’800, Santi è autore di decorazioni di spazi pubblici, tra le quali la Tomba dell’Ariosto che si può ammirare nella sede della Biblioteca comunale Ariostea, al primo piano di Palazzo Paradiso.

In chiusura un paio di vedute paesaggistiche, tenebrose e cariche di pathos, di Giuseppe Mentessi: sono il “Casolare di Assisi” e il “Notturno di Assisi” (1918) realizzati ad olio su cartone. Scardino spiega che fanno parte di un suo “ciclo francescano”, esposto a Ferrara nel 1928 ed esemplificativo del “perfetto taglio scenografico caro all’autore, che a Brera insegnava Prospettiva, ossia un tipo di disegno architettonico”.

Un’unica donna tra gli artisti in mostra: è Maria Chailly, presente con il “Ritratto di Maria Valsamis” (1920 ca), versione dark della ritrattistica boldiniana. L’artista è appassionata del mondo orientale e quest’opera la realizzò durante la sua permanenza in Egitto, ritraendo la giovane rampolla di una famiglia di costruttori legati alla realizzazione del Canale di Suez. Scardino spiega che “il ritratto in piedi della ragazza, insieme con qualche eco boldiniana nell’abito mosso e sfrangiato, rivela una fine introspezione psicologica. Maria è ad un tempo malinconica e sottilmente spregiudicata, in linea perfetta con gli umori caratteristici della cosiddetta età del jazz”.

“Ritratto di Maria Valsamis” di Maria Chailly

Maria Chailly tra l’altro, fu allieva di Girolamo Domenichini, figlio di Gaetano Domenichini, rappresentato in mostra da un sorprendente e impietoso “Ritratto di coniugi”. Una rappresentazione che Scardino mette a confronto con la coppia di agricoltori del famoso e ben poco esaltatorio quadro “American Gothic” eseguito settant’anni dopo dall’artista statunitense Grant Wood.

“Ritratto dei coniugi Bottoni” di Gaetano Domenichini, 1862

Merito della rassegna è infatti quello di riuscire a fare collegamenti tra le opere di artisti ferraresi, dentro e fuori ma anche assai lontano dalle Mura cittadine, riportando in luce nomi più e meno altisonanti.

“Ferrara 1925-1925”, Sala Neo Estense, corso Porta Reno 17, Ferrara. Aperto con ingresso libero dal lunedì al venerdì in orari d’ufficio, suonare il campanello o contattare il consulente della sede bancaria al cell. 338 9661447

In copertina: Il critico d’arte ferrarese Lucio Scardino nella  Sala Neo Estense a Ferrara – foto GioM

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MEET THE VENDORS: Momodu Latee

MEET THE VENDORS: Momodu Latee

MEET THE VENDORS: Momodu Latee
Dolori nascosti

Sono una persona molto solitaria. Mi piace starmene per le mie e pensare. Penso alla vita, al futuro, rifletto su come evolvermi e su quali sono i prossimi passi da compiere. Sono abituato a stare da solo, d’altronde lo sono da una vita.

Da quando ho undici anni sono orfano. Ho perso mio padre per una malattia e mia madre per colpa di un incidente. Avevo una sorella, anche lei è morta, dando luce due gemelli. Sono cresciuto da solo, con i miei due nipotini a carico: un maschio e una femmina. Loro sono rimasti in Nigeria e avevano solo dodici anni quando ho lasciato il Paese. Per quanto triste sia la mia storia, non mi piace mostrare il mio dolore alle persone: ognuno ha i propri problemi, per cui non voglio essere pesante riversando i miei sugli altri. D’altra parte, credo anche che non tutti*e meritino di sentire la tua storia, perché alcune persone possono usare la tua vulnerabilità contro di te. È sempre bene capire di chi potersi fidare e comprendere chi ha buone intenzioni.

È strana la vita: penso a quando la mia famiglia era ancora con me e non avevamo i soldi per comprare la carne per festeggiare l’Eid-al-Adha. Ora che me la posso permettere, non ho nessuno con cui condividere la celebrazione. La nostra era una situazione difficile: sono dovuto uscire da scuola in terza elementare, perch. quando mio padre è morto sono stato costretto ad andare a lavorare per aiutare a mantenere mia mamma e mia sorella. Dopo anni mi sono specializzato nel rivestimento di mobili, anche grazie al mio maestro e mentore, Yahya, che mi ha aiutato molto. È anche merito suo se oggi mi trovo qui. Ho imparato ad amare l’Italia, ma a volte vorrei essere rimasto nel mio Paese. È dura.

La cosa più importante per me, però, è che i miei nipoti riescano ad avere una buona educazione e a realizzare i propri sogni. Io non ho avuto nessuno che aiutasse me e per questo non sono potuto andare a scuola. Ho dunque deciso di sostenere loro e continuerò a lavorare per fare in modo che possano avere ciò che io non ho avuto. In realtà vorrei poter aiutare tutti*e gli*le orfani*e, per evitare che passino ciò che ho passato io, per far nascere un sorriso sui loro volti. È uno dei miei sogni più grandi.

Per ora vivo a Bolzano, non ho ancora trovato un lavoro fisso e da qualche mese vendo zebra. A Nova Ponente, uno dei posti in cui opero di solito, ci sono persone che ormai mi conoscono e che sono sempre cos. Gentili con me. D’altronde, la cosa che preferisco di questo Paese è proprio la gente. Anche per questo decido di non farmi definire dal mio dolore e dalle difficoltà: permetterò sempre al mio sorriso di fare capolino, illuminando la mia strada e, chissà, quella di altri.

Permetterò sempre al mio sorriso di fare capolino. Momodu Latee

In copertina: Momodu Latee con in mano il giornale di strada Zebra – Foto © Samia Kaffouf

 

Per conoscere il giornale di strada Zebra e tutte le iniziative di OEW-Organizzazione per Un mondo solidale di Bressanone, consulta il sito: https://oew.org/it/zebra/

Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola "inclusività"

Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola “inclusività”

Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola “inclusività”

La disperazione dei genitori della famiglia nel bosco mi tocca le viscere nel profondo ( viscere conoscenza ancestrale) e sono con loro nel dolore.
Questa vicenda resta un mistero da dipanare perché  davvero non si spiega un allontanamento dai genitori così prolungato e l’incerto ricongiungimento, con le giustificazioni addotte dalla giudice e  da quelle delle assistenti sociali.

Non è logico, non è proporzionato, non è umano. lo dicono in molti , lo dicono anche personalità nel campo della psichiatria, esponenti politici, la garante dell’infanzia, eppure l’accanimento non molla. Oggi sappiamo anche che la figlia grande è ricoverata all’ospedale per una crisi asmatica e alla madre non è permesso starle accanto.

Allora è necessario andare a capire cosa sta succedendo nella nostra società occidentale da tempo.  Ciò che viene chiamata inclusione oggi sta diventando la negazione stessa della realtà.
Ci dicono che le donne sono uomini per difetto: a febbraio la Ue ha approvato il riconoscimento delle donne trans come donne, come se le donne fossero donne per un sentire interno e la loro fisiologia e i loro corpi non contassero nulla sul loro stare nel mondo e sul loro  sentire.
Ci dicono che le madri non sono più madri in quanto partoriscono i loro figli ma lo sono in funzione del loro desiderio di maternità: più desideri una cosa più l’amerai (ma ne siamo sicuri?) al punto che tale desiderio di maternità può anche abitare l’uomo maschio al quale bisogna consentire di vederlo realizzato (maternità surrogata per coppie omosessuali).

Ci dicono che la realtà biologica è complicata, che La madre non è colei che partorisce (anche se la costituzione parla chiaro e afferma mater semper certa est), ma può esserlo la donna che dona l’ovulo perché ci mette dentro il 50% di DNA, e può esserlo un papà che fa da mamma perché si sente tale. Addirittura ci dicono che non possiamo dire che gli uomini non possono rimanere incinti perché ci sono “tante identità” e per non discriminarle bisogna parlare di persone incinte.

Ci dicono che i bambini “non sono dei genitori”  (parole della giudice  del caso della famiglia nel bosco) il che equivale a dire che i bambini non hanno legami particolari  bio-affettivi con chi li ha concepiti. Tutti sappiamo che un essere umano non può essere una proprietà privata di qualcuno ma negare il legame bio affettivo con chi ti genera è innaturale e insano. Ci dicono che è transfobico affermare che i corpi hanno una loro ragione d’essere, che si può cambiare sesso perché il sesso biologico non conta ed  è “assegnato alla nascita” e dunque non è una realtà biologica evidente.

Hanno definito Catherine Trevillon una madre ostativa semplicemente perché crede di sapere quali sono le profonde esigenze dei suoi figli mentre gli assistenti sociali  difendono un modello educativo a loro dire l’ unico efficace per la buona crescita dei bambini.  

Come se tutto il sapere che porta una madre fosse nullo di fronte ai protocolli istituzionali.  E poi, dall’altra parte, ci dicono che è giusto dare La Grazia a una madre adottiva perché deve stare con il figlio malato (salvo appurare quanto poi è emerso da un’inchiesta del Fatto quotidiano), mentre alla madre ostativa (a cui senza un extrema ratio sono stati allontanati tre figli!) viene impedito di stare in ospedale con la figlia malata.
Insomma, ci dicono molte cose che dovrebbero muovere la coscienza umana, farla sobbalzare e invece rimaniamo inermi, attoniti perché le narrazioni si sono così aggrovigliate al punto che se osi dire che non vuoi essere definita Cis donna per permettere alle donne trans di definirsi donne sei transofoba e non aperta a tutti, se dici che gli uomini non possono rimanere incinti neghi l’esistenza di “diverse identità”, se dici che gli sport femminili sono solo per donne biologicamente tali escludi chi “si sente” donna, se dici che la maternità surrogata è una pratica che lede i diritti dei nascituri e delle donne discrimini le coppie che non possono averli, se dici che tra una madre e un figlio c’è un legame  bio-logico (un legame di corpi) che si parlano attraverso la gestazione e che  questo dialogo prosegue anche dopo discrediti la maternità adottiva e discrimini chi una gestazione non la può esperire.

Allora andate a vedere il film The giver 2014, adattamento cinematografico di un romanzo  per ragazzi fantascientifico e distopico  di Lois Lowry del 1993, dove in un futuro imprecisato la società vive in una civiltà perfetta in cui amore, gioia, violenza e crudeltà sono assenti.
È un film che parla di una società che ha perso la memoria e lo ha fatto coscientemente per potere trovare un modello di vita “perfetto”. Solo il donatore, il The Giver, la detiene ancora e il suo compito è quello di passarla a uno solo, un prescelto della comunità, proprio perché non vada del tutto perduta. Ma è da questa memoria tramandata che si scoprirà  che il modello senza memoria è atroce e deumanizzante.

Dunque cancellare la conoscenza bio-logica dei corpi, tagliare per sempre il legame bio- grafico e bio-logico tra madre e figlio non è forse cancellare la memoria delle origini, cancellare il senso stesso di essere umano? Con quali conseguenze?

Questa è la domanda che dovremmo tutti porci, perché sembra davvero che l’Occidente e la sua ideologia “ inclusiva” corra velocemente verso quella società “ perfetta” senza memoria e sembra anche che a certe élite questa ideologia giovi parecchio perché trasforma  fragili , ma potenti, esseri umani in corpi macchine prive di sentimenti e di potere.

Cover: Camminata nel bosco – pexels-photo-1766696

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L'universalismo egualitario cristiano offre un'alternativa alla globalizzazione capitalista

Per certi versi /
Tocca farsi la poesia da sé qui nei ceti bassi

Tocca farsi la poesia da sé qui nei ceti bassi

Tocca farsi la poesia da sé qui nei ceti bassi

Tocca disegnarselo da soli l’arcobaleno

 

Le scarpe vecchie e la carne a poco prezzo

Gli appunti scritti dietro le bollette

 

E l’amore cantato con la radio

A squarciagola

 

Da Nei titoli di coda, Editrice Il Leggio, 2022

 

In copertina: arcobaleno – Pubblic  Domain Pictures 

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Umano, tecnica e la delega totale (Un'enorme occasione persa)

Umano, tecnica e la delega totale
(un’enorme occasione persa)

Umano, tecnica e la delega totale
(un’enorme occasione persa)

Credo che l’essere umano, nei secoli della sua permanenza su questa terra, abbia già espresso il meglio di sé in termini artistici e creativi. Quanto al peggio, sembra non conoscere soglie né saturazione.

Questa affermazione, che può apparire provocatoria o persino pessimistica, non nasce da una nostalgia sterile per un passato idealizzato, né da un giudizio morale sommario sul presente. Essa intende piuttosto formulare un’ipotesi critica: che una parte essenziale dell’energia creativa dell’umano – quella capace di generare forme simboliche, visioni del mondo, linguaggi condivisi – abbia già conosciuto le sue espressioni più alte, mentre la capacità di produrre distruzione, alienazione e auto-svuotamento sembri, al contrario, inesauribile.

L’idea che l’essere umano abbia espresso la parte migliore di sé attraversa in filigrana molta riflessione contemporanea e affonda le radici in una tradizione lunga e stratificata. Non si tratta di una gerarchia semplicistica tra passato e presente, ma della percezione che la spinta creativa originaria dell’umano, abbia oggi mutato direzione.

Secondo questa prospettiva, l’energia creativa non si è estinta, ma è stata progressivamente riconfigurata. Essa converge verso un progetto radicalmente diverso rispetto a quello che ha guidato le grandi stagioni culturali della storia: la costruzione della macchina perfetta. Una macchina che prima agisca al posto dell’uomo, poi pensi al posto dell’uomo e infine – nel paradosso estremo – muoia al posto dell’uomo.

Questo  breve scritto intende esplorare tale ipotesi non come provocazione retorica, ma come chiave interpretativa del presente, intrecciando riferimenti filosofici, antropologici e storico-culturali per interrogare il senso profondo di questa delega totale alla tecnica.

 

La creatività come fondazione del mondo umano

Fin dalle sue prime manifestazioni l’essere umano si distingue non tanto per la capacità di adattamento biologico, quanto per quella simbolica. Le pitture rupestri, i riti funerari, i miti cosmogonici testimoniano un tratto essenziale: l’uomo non si limita a vivere nel mondo, ma lo interpreta, lo reinventa, lo carica di senso.

In questa chiave, i grandi momenti di fioritura culturale – dall’Atene classica alla Cina dei Song, dall’India vedica al Rinascimento europeo – non rappresentano semplici accumuli di conoscenza, bensì salti qualitativi nella comprensione di sé e del cosmo. L’Umanesimo e il Rinascimento, in particolare, pongono l’essere umano al centro non come dominatore assoluto, ma come misura: un essere finito, ma capace di forma, armonia e progetto.

Già in queste epoche, tuttavia, è presente un’ambivalenza: la téchne come estensione della creatività, e insieme, come possibile forma di alienazione.

 

Genealogia della delega: dalla téchne alla sostituzione

Nella Grecia arcaica e classica, la téchne non era un principio autonomo. Era un sapere situato, finito, subordinato a un ordine del mondo che non pretendeva di rifare, ma di accompagnare. Il medico, l’artigiano, il poeta conoscevano i limiti del proprio gesto: la tecnica era un’estensione dell’umano, non la sua eccedenza.

Anche in Platone affiora un’ambiguità decisiva. Nel Fedro, la scrittura viene accusata di indebolire la memoria: una prima forma di delega cognitiva, in cui ciò che nasce per aiutare finisce per sostituire. È un passaggio cruciale, perché mostra come la tecnica non sia mai neutra: modifica la struttura stessa dell’esperienza.

Aristotele distingue la phronesis (sapienza pratica) dalla mera abilità tecnica. La tensione tra creazione e delega è dunque originaria.

 

Modernità e rovesciamento della tecnica

Con la modernità il baricentro si sposta radicalmente. In Bacone, la conoscenza diventa potenza; in Cartesio, la natura è ridotta a res extensa, materiale manipolabile. La tecnica smette di essere un sapere tra i saperi e si trasforma in progetto di dominio. Non è più ciò che l’uomo fa, ma ciò che l’uomo è chiamato a diventare: padrone e possessore della natura. Il Novecento radicalizza questa traiettoria.

Martin Heidegger, nell’importante saggio La questione della tecnica, individua in questo passaggio il cuore del problema. La tecnica moderna non è un insieme di strumenti, ma un modo di svelare il reale (Gestell), che riduce il mondo – e l’uomo stesso – a fondo disponibile. In questa prospettiva, la creatività non scompare: viene assorbita dal sistema tecnico, che la utilizza per perfezionare sé stesso.

La macchina perfetta diventa allora l’opera totale di una civiltà stanca: un capolavoro ingegneristico che prende il posto del capolavoro artistico, un simulacro di trascendenza in un mondo che ha progressivamente smarrito il linguaggio del sacro e della misura.

La tecnologia contemporanea compie infine l’ultimo salto: non si limita a potenziare l’uomo, ma ambisce a sostituirlo.

Per comprendere pienamente la delega contemporanea, possiamo guardare anche a fenomeni concreti: dall’automazione industriale alla gestione algoritmica dei dati personali, fino all’uso crescente di intelligenze artificiali in campo medico o decisionale.

In ciascun caso, la macchina prende il posto dell’uomo in compiti complessi, assorbendo responsabilità e rischi che prima erano vissuti direttamente.

 

Pensare al posto dell’uomo: intelligenza artificiale e delega cognitiva

Il passaggio decisivo avviene quando la delega non riguarda più solo il fare, ma il pensare. L’intelligenza artificiale contemporanea non si limita a eseguire istruzioni: simula processi cognitivi, produce testi, immagini, decisioni.

Hannah Arendt, ne La vita della mente, distingue il pensare dal conoscere e dal calcolare. Il pensiero autentico è attività critica, dialogo interiore, capacità di sospendere l’azione per interrogare il senso.
La macchina, per quanto sofisticata, opera invece per correlazioni e ottimizzazioni. Nel delegare il pensiero si rischia dunque l’atrofia del giudizio.

È la delega totale, ovvero, il processo attraverso cui l’essere umano trasferisce progressivamente alla macchina non solo il fare, ma il decidere, il valutare, il ricordare, il prevedere. Una delega che non riguarda singole funzioni, bensì l’intero arco dell’esperienza. Nella delega totale, l’uomo non abdica per costrizione, ma per desiderio. La macchina promette efficienza, neutralità, sollievo. Solleva dalla fatica del giudizio, dal peso dell’errore, dall’angoscia della scelta. In cambio, chiede solo una cosa: essere riconosciuta come istanza superiore.

Non deleghiamo perché non sappiamo più fare; non sappiamo più fare perché abbiamo delegato.

La delega totale non è una conseguenza dell’impoverimento umano, ma una delle sue cause principali.

Si possono rintracciare paralleli nella riflessione filosofica contemporanea: Hans Jonas, nella sua Responsabilità, ci ricorda che l’azione umana assume proporzioni tali da richiedere un’etica nuova. Günther Anders denuncia la distanza crescente tra capacità produttive e capacità umane di giudizio.

Ci troviamo di fronte, e al tempo stesso dentro, a una manifestazione di tensione antropologica profonda.

 

La macchina che muore al posto nostro

L’orizzonte estremo di questa delega non è la produzione, né l’intelligenza, ma la morte.

La macchina perfetta è quella che, un giorno, prometterà di morire al posto nostro: di assorbire il rischio, il limite, la fine.

Non si tratta necessariamente di immortalità biologica. È qualcosa di più sottile e radicale: l’espulsione simbolica della morte dall’esperienza umana. Algoritmi che decidono al posto nostro, sistemi che prevedono ogni esito, apparati che neutralizzano l’imprevisto: tutto concorre a costruire un mondo in cui la morte non viene affrontata, ma amministrata.

Eppure, senza la possibilità della fine, l’umano perde la propria misura. La mortalità non è un difetto da correggere, ma la condizione stessa del senso. Delegare la morte significa delegare la responsabilità ultima del vivere.

 

Un’enorme occasione persa

L’ “enorme occasione persa” non riguarda un fallimento tecnologico, né l’incapacità dell’essere umano di creare strumenti sempre più complessi ed efficienti. Riguarda qualcosa di più profondo: il modo in cui l’umano ha scelto di rapportarsi alle proprie capacità, e il progressivo venir meno della responsabilità come tratto distintivo dell’agire.

L’essere umano ha avuto – e forse ha ancora – le capacità per orientare la tecnica verso un uso generativo, non sostitutivo. Avrebbe potuto scegliere la cura invece del controllo, il limite invece dell’illimitato, la responsabilità invece dell’automazione morale.

Questa possibilità, in larga parte è stata disattesa. Non per ignoranza, ma per hybris.

Non per mancanza di strumenti, ma per eccesso di fiducia nella loro neutralità.

La tecnica è stata progressivamente caricata del compito di assorbire ciò che l’umano non voleva più sostenere: il rischio, l’errore, il limite, la decisione irreversibile.

L’enorme occasione persa non è tecnologica, ma etica. Etica non nel senso di una contrapposizione astratta tra bene e male, ma come capacità dell’essere umano di restare soggetto e responsabile del proprio agire.

In questo senso, il male non appare come una scelta intenzionale, bensì come un effetto collaterale della delega: ciò che accade quando l’azione viene frammentata, distribuita e amministrata da apparati e procedure che sollevano il soggetto dal peso delle conseguenze.

E le conseguenze non sono solo teoriche: dal controllo sociale algoritmico alla delega di decisioni vitali a sistemi automatizzati, la posta in gioco è concreta. È la capacità dell’uomo di vivere e morire con pienezza, non sostituito da entità che promettono sicurezza senza responsabilità.

Se la tecnica nasce come prolungamento dell’umano, la sua forma attuale sembra indicare un’inversione di segno: non più strumenti per abitare il mondo, ma apparati per sottrarci al peso dell’esistenza. In questo slittamento silenzioso si gioca una delle questioni decisive del nostro tempo.

Forse non stiamo costruendo macchine perché siano migliori di noi. Forse le costruiamo perché non vogliamo più esserlo.

Quando deleghiamo tutto, non restiamo liberi: restiamo vuoti. E una macchina può riempire molti spazi, ma non può abitare una mancanza.

Se un giorno qualcun altro morirà al posto nostro, chi vivrà davvero?

Forse il nostro compito non è creare la macchina perfetta, ma imparare a vivere (finalmente!), a decidere, a finire, con la responsabilità e il coraggio che abbiamo già mostrato nel passato.

In copertina: uomo e automa – Foto di Eleanor Smith da Pixabay

Peter Thiel e Alex Karp di Palantir: i signori della sorveglianza

Peter Thiel e Alex Karp di Palantir: i signori della sorveglianza

Peter Thiel e Alex Karp di Palantir:
i signori della sorveglianza

Nel Signore degli Anelli i Palantir sono le “pietre veggenti” create dagli elfi per comunicare tra loro e scrutare lontano nel tempo e nello spazio. Sono potenti ma anche pericolose se dalle mani del Bene di Gandalf finiscono in quelle del male dello stregone Saruman o di Sauron.
E’ a questo bellissimo racconto che Peter Thiel si è ispirato per chiamare così la sua società Palantir, fondata nel 2003 da alcuni ingegneri di Stanford e su cui ha investito i soldi fatti con PayPal, avendo la vista lunga perché in questo momento Palantir è leader mondiale nella sorveglianza, venduta al Pentagono USA e Israele ma anche ad altri 40 paesi.

Palantir è l’architrave software che controlla l’immigrazione negli Stati Uniti e i terroristi di Hamas e Hezbollah per Israele. Mette insieme tutti i dati raccolto via web (dai telefonini, etc.) ma anche archivi per noi segreti (imposte, dati sanitari, criminalità, pagamenti, facciali,…) in modo da creare profili per ciascuno di noi che ora servono per individuare criminali e domani avversari politici.
Poiché la tecnologia in questo momento è di proprietà di imprese private, il pubblico (polizia, pentagono, governi) accettano di consegnare ad un’azienda privata la supervisione, fuori da ogni controllo democratico, pur di ottenere in cambio vantaggi militari e tecnologici nazionali.

Così le due “democrazie” che oggi dominano militarmente il mondo (USA e Israele) non sembrano affatto diverse dalle democrature o dittature, con una capacità di controllo e manipolazione degli elettori in mano ad aziende private.
Salvini ha appena proposto il permesso di soggiorno a punti per gli immigrati, come la Cina fa da tempo in alcune città ma per i suoi cittadini graduati tra bravi e meno bravi. Palantir fa la stessa cosa e lo ha già sperimentato a Los Angeles e in altre città. Ciascuno ha il suo punteggio e chi supera una certa soglia viene maggiormente monitorato…per prevenire crimini e, domani, “altro”.

Peter Thiel (Wikimedia Commons)

Peter Thiel è tra i pochi imprenditori che ha studiato filosofia, un atipico umanista, che si occupa anche di religione e fa conferenze sull’Anticristo che sarebbe incarnato da chi si batte per misure ambientali che mitighino il cambio climatico, imposte maggiori ai ricchi.
Non capiscono che la democrazia è cosa vecchia e che il mondo deve essere governato dai “migliori”, da innova tecnologicamente senza regole assurde.
Tipi come Thiel che appoggiarono Trump sin dal 2016, quando tutti gli altri imprenditori big tech appoggiavano invece i Democratici.

Alex Karp (Wikimedia-Commons)

Meno si sapeva del suo amico di università Alexander Karp, chiamato a fare il Ceo di Palantir, anche lui laureato in filosofia, poi in legge e con un dottorato in filosofia a Francoforte, in quanto marxista, praticante di Tai Chi, un po’ mistico. A Francoforte la tesi è su Talcott Parsons dove studia anche Habermas.
Karp faceva parte di quel gruppo di ingegneri che aveva avviato Palantir nel 2003, ma qui non vale il mito della classica start up che decolla dal garage, perché conta di più l’assegno di 2 milioni di dollari che ricevono dalla CIA che la userà come suo braccio destro per sviluppare, con altre aziende, le migliori tecnologie.

E’ quindi la CIA che apre a Palantir le porte dei data base segreti della polizia, che contano molto più del denaro. Palantir è il sistema operativo (privato) delle spie americane per risalire a una mole gigantesca di dati (liste passeggeri, biglietti di treni, aerei, flussi di denaro, cambi di sim telefoniche, redditi, multe, chat,…) dove ciascuno tramite l’Intelligenza Artificiale ha un punteggio di potenziale criminalità, sentiment politico, da usarsi anche per orientare le elezioni.
Cose, peraltro, già fatte (Cambridge Analytica,…), mentre secondo i nostri media sarebbero solo i russi che lo fanno. In Italia abbiamo la versione provinciale di società private che si avvalgono del n.2 dei servizi segreti (Del Meo), in pensione a 51 anni (con lauta buona uscita) che fanno spionaggio per usando varie banche dati (anche pubbliche).

Karp a 58 anni (2026) è il più ricco miliardario afroamericano con un patrimonio di 14 miliardi di dollari, figlio di un pediatra ebreo e di un’artista afroamericana socialista, lui stesso si definisce “progressive” (almeno fino al 2025), seppure in rotta con le idee progressiste dei DEM su immigrazione e sicurezza nazionale. Per saperne di più basta leggere il libro appena uscito del giornalista del New York Times Magazine Michel Steinberger “Il filosofo della Valley. Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza” (ed. Foglio, pag. 319, euro 19).
Subito dopo la strage di israeliani del 7 ottobre di Hamas, che ha poi scatenato la furia di Israele (e su cui ha scritto un libro inquietante il giornalista investigativo Franco Fracassi, che adombra che tutta l’operazione sia stata finanziata e favorita dai servizi segreti israeliani, il libro è disponibile solo scrivendogli: franco.fracassi.com), Karp ha dichiarato che “alcuni mali si possono combattere solo con la forza”, ma nella prima versione aveva scritto “solo con la violenza”.

Di certo più guerre ci sono, più remigrazioni ci sono, più Palantir fa soldi a palate. Gli spioni ci sono sempre stati ma la differenza è che i nuovi imprenditori tech sono espliciti nel sostenere visioni autoritarie di governo mondiale da parte loro (“i migliori”), perché il futuro non sta più nella democrazia, ma nella tecnologia, Intelligenza Artificiale & controllo sociale via algoritmi, armi autonome senza uomini. E nel dominino degli Stati Uniti sui nuovi pretendenti (Cina e Brics). Una tesi che si sposa coi nuovi filoni di profitto basati su guerre, armi autonome, droni, sorveglianza e controllo dello spazio.

Questo progetto trova solo un grande ostacolo: la Cina, capace di sviluppare altrettante società competitive nei vari settori. Così come in Medio Oriente è l’Iran l’ostacolo alla “democrazia” di Israele che paradossalmente ha fatto il più grande genocidio della storia ad un popolo (palestinese), dopo quello dei nazisti agli ebrei. Sono infatti ora le nostre due democrazie di “punta” (Usa e Israele) che bombardano e sterminano.
Per questo Thiel e Karp sostengono il “nazionalismo tecnologico” americano per restituire agli Stati Uniti la centralità di potere che stanno perdendo.
Per loro sono gli Stati Uniti il Bene in quanto intrinsecamente superiori alle altre civiltà, e di certo alle democrature e dittature.
Per questo c’è il rifiuto netto di fare affari con Cina e Russia, ma anche l’Europa deve rimanere un protettorato americano. Va bene che si rafforzi, chi si armi ma sempre come vassallo e guai se diventa autonoma. In questo c’è una coerenza con le dottrine di Zbigniew Brezinski (1997), fino al recente documento di Trump sulla Sicurezza Nazionale, la cui storia è ben descritta in un libro appena uscito di Maurizio Boni (Il Vincolo transatlantico, ed. Il Cerchio, 2026, pag. 124 euro 22).
Kissinger, che aveva sollecitato la formazione dell’Unione Europea, era sempre stato ben chiaro che un’Europa sovranazionale avrebbe manifestato interessi propri e ciò non poteva andare bene per gli USA. L‘incompiutezza europea doveva essere un dato non temporaneo ma permanente, in quanto l’unico ordine liberale deve vedere al centro gli Stati Uniti e solo loro.

Da questo punto di vista i nuovi “signori della sorveglianza” sono coerenti con la tradizione neocon per cui si deve passare dalle guerre aperte (che si perdono) alle guerre continue “a pezzi e puntuali”. Nella sua lettera agli azionisti del 2025 Karp scrive: “il nostro interesse è armare gli Stati Uniti, ad assicurare che difesa e intelligence abbiano capacità software molto più letali e precise dei nostri avversari…”. Karp stesso spiega com’è passato da avversario a sostenitore di Trump: per le timidezze dei Democratici su immigrati ed Iran (la dichiarazione è di fine 2025), l’ossessione per il razzismo, il silenzio sull’antisemitismo, l’abbraccio al wokismo che considera una religione pagana. Rompe con la sinistra dopo le proteste sugli attacchi sproporzionati di Israele a Gaza. Il filo di questi ragionamenti porta sempre ad una postura identitaria, patriottica, sovranista che rammenta che “noi stiamo dalla parte giusta, cioè dell’Occidente liberale”.
Il movimento MAGA si abbevera a queste idee che portano diritto al suprematismo bianco, al razzismo e alla guerra permanente nel caso di Netanyahu e “a pezzi con predazioni mirate” per Trump.

Peraltro la volontà di potenza è un tratto caratteristico dell’Occidente che ci portiamo dietro sin dal Medioevo. Per fortuna è sempre rimasto vivo (in alcuni paesi, in alcuni cittadini), uno spirito critico che denuncia la diseguaglianza, la guerra, l’ingiustizia, la cecità quando si cade nell’“illuminismo” di ridurre l’uomo alla sola dimensione economicistica, perdendo per strada l’umanesimo.
L’Occidente ha dato il meglio di sé nell’arte, nella letteratura, nella filosofia e la stesso cristianesimo è agli antipodi di questa volontà di potenza come afferma Papa Leone che aiuta l’Europa a svegliarsi, a capire (lui americano) che la cultura yankee semplificatrice, intollerante e ignara di ogni Altro è, non solo contro l’umanesimo europeo, ma contro tutta l’umanità. Una degenerazione dell’Occidente.

La Francia ha avviato proprie start up che vogliono competere nell’Intelligenza Artificiale coi colossi USA e Cina e trovare una via tecnologica indipendente. Una scelta ragionevole che, prima o poi, metterà in fibrillazione tutta la UE che dovrà decidere se stare al guinzaglio degli USA o favorire quei “campioni” europei capaci di competere. Per favorirli occorrono politiche industriali di scala europea, investimenti pubblici, accordi pubblico-privati, altro che vietare i sussidi nazionali come aiuti di Stato. Politiche che ribaltano la logica del libero scambio, fino ad oggi sempre osannata, e che impongono un intervento pubblico da parte di uno Stato UE sovranazionale che però non c’é.

In copertina: Sorveglianza e violenza algoritmica – immagine su licenza di Geopolitica.info 

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Parole a capo
Rossella Renzi: “Mani”. Alcune poesie

Parole a capo <br> Rossella Renzi: “Mani”. Alcune poesie

«[Apuleio] afferma inoltre che anche
l’anima umana è un demone e che gli
uomini divengono Lari se hanno fatto
del bene, fantasmi o spettri se hanno
fatto del male e che sono considerati dèi
Mani se è incerta la loro qualificazione.»

Agostino di Ippona, La città di Dio

*

Ringrazio Rossella Renzi per avere autorizzato la pubblicazione di alcune poesie di questa sua ultima fatica. Maria Luisa Vezzali, nella lettera pubblicata “in calce” a questa preziosa silloge scrive, “il tuo percorso ha una direzione ben precisa, chiara, che mantiene collegamenti con le raccolte precedenti ma fa un passo in avanti in quel giardino/deserto che è la parola poetica. Vi ho ritrovato i «semi» e anche il modo tutto tuo di usare gli imperativi, con dolcezza ferma, come l’esibizione che le martiri fanno delle loro ferite: «Guarda le mie mani, ho rubato i semi / Volevo piantare il tuo giardino / Diffondere l’odore acre della terra / Una piccola aiuola senza gioia.» Questo testo è forse uno dei più paradigmatici per partire all’esplorazione di questa ultima raccolta. C’è il gioco sulla parola «mani» che trovo profondamente toccante perché con la minuscola sono il nostro modo per relazionarci al mondo, al dolore, all’amore”.

Plasmano vasi d’argilla le mani
per le ceneri dei morti.
A loro resto devota e prego
l’attesa del silenzio
il mio destino inverno.

*

Salute a te, splendore di Bisanzio
salute fiera e audace
Teodora imperatrice
salute alla tua arcana storia.

Ti sveglierai nel tepore del mattino
per quell’attimo lunghissimo
in cui mani gentili
ti sfilano le perle dai capelli.

Saprai accogliere un calore nuovo
riconoscerlo lontano fermento
come raggio d’inverno,

la coppa di vino desiderata
e miele, una manciata di minuti
a scandire la danza nel silenzio.

(Gennaio 2023)

 

*

 

Tornare qui a frugare
il respiro del mare
quell’eterno venire e ripartire
dell’acqua sulla sabbia il suo sfiorare
il verso del mondo senza memoria.
La culla degli insonni
il canto degli amanti.

 

*

 

Tu cerca la purezza in divenire
il punto esatto in cui cucire
le nostre voci, il canto, il vero
il bianco contro il nero.

 

*

 

Continuo a sognare la stagione
dove tutto resta immobile
sotto un velo ghiacciato. È Natale
il calore nel petto, una voce di donna
canta nelle mattine gelate
le arance appena raccolte e spremute.
Noi bambini a spaccare nocciole
seduti, eccitati per così poco
gli occhi spalancati davanti al fuoco.

 

*

 

Siamo ancora libellule
se nel bosco ci sfiorano le ombre
con le ali bambine
quell’odore e una luce verdissima
la scoperta della tana nel tronco
le parole donate al letargo.

 

*

 

I.
Nessuno verrà perdonato
con le ali spiegate in piena luce
e gli occhi a scrutare la bellezza
la minima traccia di una mancanza.

II.
Nessuno verrà perdonato
se il profumo dei tigli è l’assedio
sono artigli che afferrano i polsi
dove non trova scampo il respiro.

III.
Nessuno allora verrà salvato
se manteniamo la giusta distanza
mentre altre vite soccombono
tutti sordi in questo mare di pietra.

 

*

 

Raccontami di giugno
il mese più crudele
l’attesa muta delle mani
il corpo non si muove
sul bianco della pagina
il segno di una lacrima.

 

*

 

Ma dove sono le rondini?
Nel vuoto di primavera accecante
solo i corvi stridono sulle guglie
e la luce taglia la prima pagina.
Voglio svegliarmi nel giardino dei girasoli
respirare lo scarto delle stagioni
bere neve sciolta dalle mani.

 

*

Foto di Manuel da Pixabay

 

*

Rossella Renzi (Conselice – RA). Insegnante, saggista, poetessa, ha pubblicato “I giorni dell’acqua” (L’arcolaio 2009), “Il seme del giorno” (L’arcolaio 2015), “Dare il nome alle cose” (Minerva 2018), “Disadorna” (peQuod 2022), “Mani” (peQuod 2025); il saggio “Dire fare sbocciare“.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 336° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

 

Cuba, Le nuove sanzioni di Trump: “Dopo Teheran ne prenderò il controllo”

Cuba, Le nuove sanzioni di Trump: “Dopo Teheran ne prenderò il controllo”

Cuba, Le nuove sanzioni di Trump:
“Dopo Teheran ne prenderò il controllo”

Mentre a Cuba milioni di cubani sfilavano in tutta l’isola per il 1° maggio e in oltre 6 milioni hanno firmato, da alcune settimane a questa parte, l’appello per la pace e la difesa della patria, Trump, e il suo regime, in un impeto di ira, odio di classe e imperialismo, perché Cuba non si è arresa (delirio trumpiano), ha deciso di firmare un ordine esecutivo contro Cuba con cui amplia le illegali sanzioni e inasprisce El Bloqueo.

Manifestazione del 1° maggio a Cuba guidata dal Presidente di Cuba Miguel Diaz Chanel

Il presidente americano ha rilanciato i suoi propositi di conquista e annuncia nuove sanzioni «contro Cuba che continua a rappresentare una minaccia straordinaria» per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Non contento, si è lasciato andare alle solite dichiarazioni psichiatriche in cui ha delirato che prenderà il governo di Cuba.

Questo ordine esecutivo rappresenta un ulteriore inasprimento della politica di “massima pressione” già riavviata nei mesi precedenti per isolare economicamente l’isola.

L’ordine esecutivo contro Cuba troverà applicazione subito (tempi tecnici permettendo) e prevede di sanzionare:

  • direttamente le istituzioni governative e costituzionali dell’isola;
  • i partner commerciali  dell’isola e affiliati;
  • le istituzioni finanziarie  con l’intento di limitare ulteriormente l’accesso alle risorse finanziarie internazionali;

Sono contenute inoltre  sanzioni sul petrolio diretto a Cuba (già applicato a inizio anno) e nuove restrizioni sui visti, incluse limitazioni specifiche per i medici cubani inviati in missioni all’estero, e sono stati revocati permessi di protezione per migliaia di persone già residenti negli USA.

L’ordine esecutivo limita ulteriormente la capacità di Cuba di operare attraverso il sistema bancario statunitense, bloccando quelle poche e diverse tipologie di transazioni finanziarie che Cuba faceva (pagamenti merci in esenzione alle esenzioni e su licenza del Ministero del Tesoro USA).

Il ministro degli Affari Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha respinto oggi con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti contro il suo Paese, ritenendo che dimostrino la volontà di infliggere, ancora una volta, una punizione collettiva al popolo cubano. In una dichiarazione diffusa tramite il sito web del Ministero degli Affari Esteri (Minrex), Bruno Rodríguez Parrilla ha sottolineato che non è una coincidenza che tali misure siano state annunciate il 1° maggio, lo stesso giorno in cui milioni di cubani sono scesi in piazza per denunciare il blocco statunitense e l’assedio energetico; tali misure sono extraterritoriali e violano la Carta delle Nazioni Unite: gli Stati Uniti non hanno il diritto di imporre azioni contro Cuba, né contro alcun paese o entità terza

Il 2 maggio Trump ha minacciato nuovamente Cuba. Nonostante la scadenza dei 60 giorni previsti dalla legge Usa entro i quali un presidente può condurre operazioni militari senza un voto del Congresso, Donald Trump, nonostante una fragile tregua, va avanti nella guerra contro l’Iran e a rilancia, preannunciando una possibile nuova operazione militare anche a Cuba. “Dopo Teheran prenderò il controllo di Cuba” ha dichiarato infatti il Presidente statunitense durante il suo intervento come relatore principale a una cena privata in Florida. “Mi piace finire prima un lavoro. Forse tornando dal Medio Oriente, una delle portaerei potrebbe fermarsi a Cuba” ha detto Trump un po’ scherzando e un po’ serio nel corso dell’evento, aggiungendo che gli Stati Unti prenderebbero il controllo di Cuba quasi immediatamente.

Il presidente Usa  ha detto di nuovo che sta valutando la possibilità di inviare la portaerei USS Abraham Lincoln a 100 metri dalle coste cubane dopo la soluzione della crisi con l’Iran. “Forse sulla via del ritorno dall’Iran, quando avremo finito quella situazione, se volete farne una dopo l’altra, fermeremo la portaerei Abraham Lincoln, la portaerei più splendida che abbia mai visto. Fermeremo la Abraham Lincoln a un paio di centinaia di yard dalla costa e li guarderemo se vorranno fare qualcosa” – ha detto Trump all’emittente Salem News, parlando di Cuba.

Trump aveva già formulato una minaccia analoga la scorsa settimana. Parole di una gravità inaudita che sottolineano ancora una volta una vera e propria dichiarazione di guerra al diritto internazionale, attraverso la Dottrina Rubio, variante più spietata della Dottrina Monroe.

 

Ulteriori info:

https://www.fanpage.it/esteri/guerra-iran-trump-ignora-il-congresso-e-rilancia-dopo-teheran-prendero-il-controllo-di-cuba/

Cuba nel mirino di Trump: dialogo, minacce e nuova Dottrina Monroe

https://www.rsi.ch/info/mondo/Cuba-torna-nel-mirino-di-Trump–3711993.html

https://www.ilsole24ore.com/art/la-minaccia-trump-cuba-portaerei-usa-100-metri-costa-AIalPDqC

Trump minaccia di inviare una portaerei al largo di Cuba 

Il cappio di Washington su Cuba: l’offensiva le 202di Trump e Rubio tra embargo e minacce di invasione

 

Cover: immagine da Pagine Esteri del 22 aprile 2026
Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

vite di carta ardesia di ruska jorjoliani

Vite di carta /
“Ardesia” di Ruska Jorjoliani

Vite di carta. Ardesia di Ruska Jorjoliani 

Sulla superficie del terreno e sotto, negli strati che vengono scavati, c’è l’ardesia. L’ardesia è come la Georgia che Ruska ha lasciato quando aveva undici anni per stabilirsi da profuga a Palermo.
In uno dei soggiorni a Mestia, la cittadina natale, la narratrice protagonista ha condotto con sé due amici italiani che da turisti hanno già visitato la capitale Tbilisi e ora sono suoi ospiti nella casa di famiglia che ha subito interventi e ristrutturazioni ma ha ancora il tetto in lamiera.

È diventata un B&B, mettendosi al passo con lo sviluppo del turismo che sta galoppando in questi ultimi anni nel paese.

Il romanzo occupa una sola giornata, scavata – è il caso di dirlo – tra le altre della vacanza insieme, ed è una giornata strana. Dedicata allo scavo del terreno un tempo occupato dalla vecchia casa parentale.

Una ruspa affonda la sua mano meccanica sotto terra: tra le prime a uscire sono lastre spezzate di ardesia, ma ancora più in profondità affiorano le ossa del bisnonno della narratrice, sepolto senza una vera tomba in seguito a una morte rimasta misteriosa.

Leggo nelle pagine iniziali che la protagonista è lì con le sue ballerine dorate, adatte a passeggiare più che a partecipare a uno scavo. Tuttavia vuole presenziare alla esumazione del suo avo, pazienza se lo zio non ha potuto informarla per tempo.

Si guarda intorno e lo ascolta parlare, ascolta anche il cugino, il vicino di casa e chi passa e si sofferma a curiosare.

Guarda lontano verso “la cima velata di neve del Tetnuldi” o verso le torri della città, le tornano ricordi dell’infanzia, sente il profumo dei cibi tipici della sua terra. Fa domande per saperne di più sulla vita avventurosa di questo bisnonno di cui intanto affiorano alcune ossa.

O meglio, prima appare “un piccolo teschio bianco”: i resti di un bambino di cui i presenti non sanno dare spiegazione.

Leggo e mi domando se sono di fronte al tema centrale del libro. Di sicuro la sequenza dello scavo si sta facendo lunga e si arricchisce di numerosi flash back sulla storia della famiglia e sul contesto: alcune consuetudini culturali della Georgia e la geografia e la storia di questo paese bellissimo.

Supero la metà del libro, un volumetto di un centinaio di pagine secondo la linea editoriale di Italo Svevo edizioni. Il tema resta ancorato alla fossa che l’escavatore ora ha ingrandito fino a portare alla luce i resti del bisnonno, fino al punto di massima tensione narrativa: il ritrovamento del cranio.

Capisco che di questo è fatto il racconto, restano le pagine bastanti per la conclusione dello scavo e, come in effetti sarà, per la sepoltura dei resti nel cimitero cittadino, sotto una lapide di ardesia. Pena la perdita di ogni bilanciamento nella narrazione.

Mi soffermo a valutare quanto sia particolare la scelta di un soggetto come questo, che ci porta dritti dritti al tema delle radici culturali ritrovate e alla importanza nonché al mistero del punto di partenza genealogico in ogni vita. Riconosco che c’è intensità nella scrittura e c’è un forte attaccamento al mondo dell’infanzia, il rispetto affettuoso per le consuetudini e i riti antichi del paese natale, visti con gli occhi consapevoli di che come l’autrice vive tra due mondi.

Sento intorno a me giudizi lusinghieri su questo terzo romanzo che Jorjoliani ha scritto in un ottimo italiano – la sua lingua madre per la scrittura – come ammette lei stessa. Sono piaciuti a tal punto la storia e i richiami al contesto culturale da far sembrare il libro troppo breve.

A me è sembrato troppo espanso e lungo per un soggetto così, che si presta semmai alla durata di un racconto.

Dissentire tuttavia mi dà disagio. Possibile che in tutte le occasioni di confronto nei numerosi gruppi di lettura io continui a sentire la carenza di analisi sulla forma narrativa?

Stasera si è detto del buon livello espressivo, dell’italiano che Jorjoliani padroneggia così bene. È già qualcosa.

Perché non sento dire nulla sulla grammatica del testo? Sulla distribuzione dei contenuti e sulla tenuta narrativa, per esempio. A me è parso che ci siano alcuni cali di tensione del racconto, nell’alternarsi tra le sequenze sullo scavo, in cui accadono i ritrovamenti delle ossa sepolte, e le digressioni culturali e storico-geografiche. Le sequenze poggiano una sull’altra con qualche momento di vuoto narrativo.

Mi allineo al coro o segnalo questo che secondo me è un limite del libro?

Intervengo e parlo con animosità (maledetta timidezza). Poi mi rispondo sul perché io insista a dare risalto agli aspetti formali dei libri.

Perché la letteratura nel suo specifico lo richiede e anzi in tempi come questi può farsi baluardo dell’osservanza formale. Quello a cui non sembra più dare peso la comunicazione pubblica, specie quella politica, fatta di slogan e imprecisioni e inesattezze. Fatta di frasi a effetto, di sciatteria e violenza verbale.

In letteratura la forma non è tanto il vestito che riveste il contenuto, quanto lo strato semantico di superficie che dà espressione agli strati profondi della significazione e li mette in circolo nell’universo comunicativo. La forma è intrisa della sostanza, la forma è sostanza.

Nota bibliografica:

  • Ruska Jorjoliani, Ardesia, Italo Svevo Edizioni, 2025

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/images/search/georgia/, autore alexeybabichO

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

A pensarci bene / Il partigiano divisivo 

A pensarci bene / Il partigiano divisivo 

A pensarci bene /
Il partigiano divisivo 

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Delia è una cantante italiana emersa dal circuito dei talent show.
Il 1 maggio 2026, sul palco del Concertone, ha deciso di cantare “Bella ciao”.
Fin qui, nulla di particolarmente inedito.
Però Delia ha un colpo di genio: modifica il testo, così “partigiano” diventa “essere umano”.
Una riscrittura ideologica, fatta con la delicatezza di un escavatore in un cimitero.
Partigiano è una parola precisa.
“Sporca” di storia.
Scomoda.
Ha fatto scelte, preso botte, sparato, disobbedito, rischiato la fucilazione.
Essere umano invece non disturba e infatti non serve a niente.
Essere umano va bene ovunque: sui bigliettini dei Baci Perugina, sui post di Instagram, sulle magliette vendute a 29,90 euro al concerto.
Essere umano non prende posizione.
Non combatte.
Non sceglie.
Non dà fastidio a nessuno, soprattutto a chi quel fastidio dovrebbe provarlo.
Ma “Bella ciao” non è una canzone sull’umanità.
È una canzone sulla Resistenza.
È un inno antifascista, non un mantra motivazionale.
Cambiare quella parola significa dire “Sì ok la libertà, però senza esagerare con la storia”.
È l’equivalente musicale di affermare “Condanniamo ogni estremismo, anche quello di chi combatteva il nazifascismo.”
Un capolavoro da Italia meloniana.
“Bella ciao” si canta uguale in tutto il mondo.
Nelle piazze, nelle rivolte, sotto i manganelli.
Nei momenti bui.
È un orgoglio italiano esportato: una canzone che dice chiaramente da che parte stai.
Delia la prende e la rende “accettabile” per i post fascisti.
La spunta dei denti.
La trasforma in un peluche etico.
Non più un canto “che divide” ma una ninna nanna che può piacere a tutti, anche a chi con quella storia non ha mai fatto i conti.
E tutto questo mentre la destra sfascia il Paese, mentre il revisionismo storico dilaga, mentre l’antifascismo viene trattato come un’opinione da combattere.
In questo contesto, togliere “partigiano” non è ingenuo: è una scelta politica precisa.
Delia, non stai “allargando il messaggio”, stai eliminando il bersaglio.
Te lo scrivo anche in siciliano:
“Bella ciao” un è to’.
È di chi c’era.
Di chi è morto.
E di chi la canta ancora oggi sapendo perché.
Cambiarne il testo per “sentirsi più inclusivi” è come riscrivere l’epitaffio di una lapide perché la morte mette qualcuno a disagio.
Se vuoi cantare dell’essere umano, scrivine una tua.
“Bella ciao” parla di PARTIGIANI.
E fa benissimo così.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
Cover: I partigiani del battaglione Orsato a Conco. aprile 1945 –  foto su licenza  PICRYL 
Il Scevernenco

Il Scevernenco

Il Scevernenco

Il Scevernenco. Lo chiamavano proprio così Giorgio Scerbanenco. Storpiandogli il nome o, meglio, adattando il suono straniero alla lingua nativa (il lombardo…). Lo stesso, in quegli anni, accadeva col Robert Mìciu, il Bur Lincàster, il Lèn Delòn, ed altri foresti di pregio. Buffa quell’innocenza fonetica che s’impigriva sulle labbra dei giovani operari che, dai nebbiosi paeselli della provincia, alle sei del mattino, si ammucchiavano verso la Pozzi Ginori di Corsico, la Brown Boveri del Corvetto, le vetrerie sparse tra il Giambellino e il Lorenteggio.
Leggevano st’incolti lombardi. Tra loro nessuno che avesse superato la terza d’avviamento, nessuno che non parlasse in dialetto, leggevano eccome. Tra le dita consunte dai coloranti chimici, le unghie smangiate dagli oli di risulta, fin ridurla a una tarlàcca pastrugnàvano quella stranissima copertina colore blu cobalto, giallo allucinato, verdegris[1]. Tinte industriali, che facevano il paio con quanto, in fabbrica otto ore più il cottimo se non anche gli straordinari, si andava ogni dì a rimirare. Sì, una ben strana copertina: e quell’uomo solitario, in ombra? Sullo sfondo quel grattacielo? Di uomini così, di così alti grattacieli, Milano nebbio/rabbiosa ne era ormai strapiena.

L’assillo nel trà giò[2] i muri vecchi, azzannare prati e fossi, per far posto alla città infinita, disegnava l’avamposto spaziale di quel nulla riempito di merce che, in ogni dove, a pieni polmoni si andava ad odorare. Su quel ponte sospeso tra ciò che era stato e l’altrove assoluto si affollavano proletari paisani. Ed è così che il Giorgio Scerbanenco, come il Mìciu e il lincàster, si storpiava ne ‘l Scevernenco. Perché se davvero esiste una Storia Sociale del Giallo nessuno come lui ha colto l’andazzo dei tempi. Tempi infausti.

Per me di certo. Perché il papà, io e tanti come me, lo vedevo mai. Colpa dei turni in quel cazzo di fabbrica a cottimo spietato, del lugubre richiamo delle sirene che tutto quel mondo imponeva a quotidiana raccolta. Era la terra lombarda che stava scoprendo la virtù del Durban’s e le molle del Permaflex. A tutti serviva un bel sorriso e saltà in pee[3] belli freschi e riposati.
Per fà che ròba? Per sorridere alla fabbrica, darci dentro sul lavoro fino all’ultimo sangue. Questo era il diktat del potere industriale. Rid e laurà…ridere e lavorare. E allora perché quella scarògna fatto uomo del Duca Lamberti, giusto quell’enorme profeta uscito dalla penna del Scevernenco, le sue storie funeree e desolate, spopolava tra i giovani operai della metà anni sessanta? Perché, ostia? Perché di lì a poco sarebbe scoppiata la bomba. Attenzione!..La geometrica potenza del fato (e in esso della Storia…) mai nulla lascia al caso!

Giorgio Scerbanenko/co muore il 27 ottobre del 1969. Dopo una manciata di giorni, il 12 dicembre, sui corpi dei diciassette morti di Piazza Fontana, verrà scritta un’altra storia. Che nulla più avrà a che fare coi delinquentelli della periferia milanese, i consunti dalla lue, gli alcolizzati, i viziosi patologici, gli invertiti, le poverette in malasorte che battono per strada. El Scevernenco l’è mòrt![4]
La strage di Piazza Fontana cambia tutto. Dalla bile corrosa del motore produttivo, il miracolo economico dei sessanta con Milano capofila, si vomita di tutto; tutto quello che prima era dei Durban’s, dei Permaflex, delle Mivar, Zoppas, Ignis, Fiat e Maserati, sbocca all’improvviso nel de profundis di un annuncio clamoroso: avete avuto il boom? Ora, beccatevi la bomba! Il cancro dello Sviluppo ha partorito il mostro. D’un tratto, il sorriso scola, sbava, si fa sangue e putridume. Tutto di un colpo, la fabbrica basta più. Non è più il tempio della felicità coatta. La Classe la va puu in paradis![5] Dai venti piani di forati e cemento di Cinisello, ai muretti della Comasina, dalla Martesana al naviglio ticinese, la merce è entrata fitta fitta giù nel sangue. Il suo è un ritmo da delirio collettivo.

L’acciaio si fa piombo, mira, sparo, chiave inglese da pestare sul cranio di quello che ti passa lì per caso. Si ingozzano le strade di urla, di blindati, lacrimogeni e camionette. Toccasse allora di rileggere la quadrilogia del Duca Lamberti più le avventure criminali della Milano calibro 9, di quella Milano sbranata dagli anni settanta, certo non se ne riconoscerebbe il volto. Tutto, nel giro di boia di qualche mese, anno, è cambiato. Nella metropoli del Giorgio Scerbanenco, di certi figuri, non v’è la minima traccia; non v’è traccia dei truci sanbabilini, i cupissimi katanga, di P38 e Hazet 36, di trame segrete, servizi deviati, nutrie in vario modo politicizzate. Il suo crimine è del tutto privato, periferico, marginale, dimesso, diremmo esistenziale.
E’ un male silente, rugginoso, che s’annida sprofondato tra le crepe dei novissimi palazzoni popolari, le ultime, cadenti, ringhiere, il borghese che più piccolo non si può, il proletario sradicato, il lombardo già contadino, il terrone allucinato, lo spurgo di un sesso che puzza di sfogo estremo. E’ il male celato/negato dall’euforia del boom economico: lo scarto, il pus, di una quotidiana abitudine al vivere di merda. Lì, proprio lì. Nella Milano del boom che impazza e che strabilia.

In quel immenso divertimentificio innalzato sul fordismo (neoschiavista?..) del cottimo, delle ormai inarrestabili catene di montaggio, quel retorico ottimismo che ingolfa le vetrine, gli scaffali dei neonati supermarket, c’è chi guarda dentro fitto nel surplus della tanta, sterminata, merce prodotta; dentro l’etica beata del plusvalore. C’è chi guarda oltre. Alla fine. Allo schianto. E lo fa da cronista attento, amorevole e spietato, ancorché analfabeta politico, senza nessun rimando ai gangli sociali, la varia rattatuja[6] di un sistema incancrenito. Lo fa da scrittore innocente. Da volpe che fiuta l’aria, il vento dove tira, scova la preda, la segue, la fa sua. A far così, Il Scervenenko ci aveva già tentato con il personaggio di Arthur Jelling, l’archivista di Boston a caccia di criminali. Quella sua prima volta a zappar fogli su fogli…gli era andata male. Agli inizi degli anni quaranta, in pieno fascismo e a guerra inoltrata, per delitti commessi dall’altra parte del mondo da gente con nomi assai bislacchi, a Milano, non si aveva proprio la testa. C’era ben altro a cui pensare. Col Duca Lamberti, l’ex medico, l’ex galeotto, scopertosi investigatore, no. I quattro romanzi che lo vedono protagonista hanno un successo clamoroso. Nel Milano del boom tutto stava ormai andando per il meglio; tutto filava liscio. Lavoro per tutti, la lavatrice in cà, la tele a rate col divano in similpelle. La notte era passata? Certo. Nessuno la vedeva più. I neon delle réclame l’avevano sconfitta, per sempre uccisa…

…E allora perché ai giovani proletari della provincia, ghe piaseven inscì tanto[7] le storie nerocrude del Scevernenco, dai più, dagli eterni fighetta, allora considerato quale un sottoprodotto da sottocultura? Sì. Piaceva proprio a loro. Che venivano dai cortili, dalle ringhiere; dalle case accanto ai fossi, quegli stessi dove non per caso, da nanin,[8] nell’albe grise della guerra civile, avevano visto galleggiare i fucilati dalla Muti.
Loro sapevano del male, della scarògna, del venir munti come bestie da lavoro; ma ancor di più sapevano che il cairoeu, il verme, te lo trovi tutto a un colpo di sorpresa dentro la mela, quella che par la pussee lustra.[9] Scava, scava, dagli il tempo, il verme non perdona…finché in mano ti resta solo il marcio. Loro sì che avevano capito. Fiutavano il vento, intuivano l’inganno. Sapevano che il boom, la bomba quella vera, prima o poi sarebbe scoppiata. Glielo si fosse chiesto, forse lì per lì ti avrebbero finanche spiattellato i nomi degli esecutori, dei mandanti, dei complici morali. Senza ovviamente averne le prove…era nell’aria. Leggendo il Scevernenco…

 

Note:

[1]  Verdegrigio

[2] Buttar giù

[3] Saltar in piedi

[4] E’ morto

[5] La classe non va più in paradiso

[6] Pattume

[7] Piacevano così tanto

[8] Bambini

[9] La più buona

Tutte le immagini, compresa quella di copertina, sono tratte dalla pagina Facebook

Io Vendo: Lucky Aitebesunun 

Io Vendo: Lucky Aitebesunun 

Io Vendo: Lucky Aitebesunun 
Lontani da casa, uniti dal destino

La mia vita in Italia mi rende felice, perché ho la fortuna di avere accanto mia moglie e i miei figli. Cerco ogni giorno di dare loro il meglio, affinché possano avere una vita serena e meno travagliata della mia.

Un giorno ho deciso di intraprendere il lungo viaggio con la speranza di avere una vita migliore in Europa. Tutti verrebbero qui se ne avessero la possibilità, perché nel nostro Paese non ci sentiamo liberi. In Europa, invece, si può uscire a qualsiasi ora senza temere per la propria sicurezza. Tuttavia, anche se i video e le foto pubblicate sui social da chi era già arrivato facevano sembrare tutto una passeggiata, il viaggio è stato molto complicato. Prima di arrivare in Italia ho passato sei mesi in Libia, lavorando e aspettando il momento giusto per continuare la traversata. Bisognava avere pazienza perché il percorso è pieno di rischi, come per esempio il mare mosso. Molti, invece di attendere condizioni favorevoli, avevano fretta di raggiungere l’Europa e sono annegati.

Nel 2018, tre anni dopo il mio arrivo a Reggio Emilia, passeggiando per strada ho visto un volto familiare: era una ragazza originaria del mio stesso paese in Nigeria. Aveva bisogno di aiuto, perché non aveva una dimora e viveva per strada. Non ho esitato un secondo e le ho trovato un appartamento nelle vicinanze. Questa ragazza ora è mia moglie, e io non smetterò mai di credere che sia stato Dio ad unirci. Dopo qualche tempo, abbiamo deciso di trasferirci in Francia. Abbiamo trascorso sei anni a Marsiglia, dove sono nati i nostri due bambini: il più grande ha sei anni, la piccola tre. In Francia, però – a differenza dell’Italia – con un permesso di soggiorno per richiesta asilo non è consentito lavorare, almeno per i primi sei mesi. Riuscivo a trovare solo impieghi precari e, una volta scaduto il permesso di soggiorno, la polizia ci ha cacciato dall’appartamento. Così abbiamo deciso di tornare in Italia, questa volta a Bolzano, dove viviamo ancora oggi.

Ciò che spero per il mio futuro? Vorrei un lavoro stabile e sicuro, dare a mio figlio la possibilità di giocare a calcio – sperando che possa arrivare a un buon livello – e a mia figlia l’opportunità di studiare. Inoltre, vorrei ottenere un permesso di soggiorno che mi permetta di tornare in Nigeria per rivedere i miei genitori e gli altri parenti. Il mio percorso non è stato facile. Ma sono forte, fisicamente e mentalmente, e sono pronto a fare qualsiasi lavoro. Per me, per mia moglie e per i miei bambini.

È stato Dio a farmi incontrare mia moglie.

Voglio dare il meglio ai miei due figli e offrire a loro una vita felice.

Lucky Aitebesunun 

Cover: Lucky Aitebesunun  – foto Giulia Fuchs

Zebra è un giornale di strada, che offre ogni anno a circa 60 persone in condizioni di marginalità un’attività dignitosa e la possibilità di ottenere un piccolo guadagno. I contenuti del giornale sono elaborati dalla redazione e da un gruppo di volontari*e appassionati*e, che vanno alla ricerca di storie incoraggianti, persone speciali e argomenti di carattere sociale e politico, affrontati con uno sguardo al tempo stesso critico e costruttivo. Il giornale di strada zebra. è indipendente, bilingue e la sua redazione si trova a Bressanone.
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lo splendore del buddhadharma

Lo splendore del Buddhadharma

Lo splendore del Buddhadharma

Riflessioni a margine della conferenza di Raffaella Arrobbio nel ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”

Nel 1985, ancora giovane e in cerca di orientamenti, mi capitò tra le mani un volumetto di un gesuita giapponese, Kakichi Kadowaki, Lo Zen e la Bibbia. Ricordo lo stupore con cui lessi l’episodio in cui l’autore racconta di essere stato invitato dall’allora professore Joseph Ratzinger a tenere una conferenza su Zen e cristianesimo ai suoi studenti. Non era un aneddoto erudito: era la prova che un dialogo autentico tra tradizioni spirituali non nasce dalle teorie, ma da un’esperienza condivisa.

Il cuore del libro non stava nelle comparazioni dottrinali, ma in un’intuizione semplice e radicale: la profonda somiglianza tra i sesshin zen e gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. Non nelle parole, ma nel metodo. Non nelle idee, ma nella forma dell’attenzione che entrambi coltivano. Una strada per “passare in mezzo”, come suggerisce l’etimologia stessa di metodo: un attraversamento, non un confronto.

Da allora ho sempre pensato che il vero terreno del dialogo interreligioso — soprattutto tra cristianesimo e buddhismo — non sia la teologia comparata, ma la pratica. Il modo in cui ci si dispone, ci si raccoglie, ci si apre. Il modo in cui si guarda.

È con questa memoria che ho ascoltato la conferenza di Raffaella Arrobbio, Lo splendore del Buddhadharma, nell’ambito del ciclo Incontri con la Spiritualità applicata, organizzato con la consueta cura e lungimiranza da Marcello Girone Daloli (https://www.youtube.com/watch?v=iyapU43Mi6Q).

Raffaella Arrobbio — studiosa di buddhismo, praticante di lunga data, autrice del volume Fratelli spirituali (Gabrielli Editore, 2023) dedicato ai punti di contatto tra tradizioni contemplative — ha riportato il Dharma alla sua radice esperienziale. La sua voce, sobria e precisa, sembrava nascere da un ascolto precedente, come se il parlare fosse già meditazione.

Il punto sul quale ha più insistito è proprio quello che considero decisivo: la Visione Attenta. Non un’attenzione psicologica, non un esercizio di concentrazione, ma una qualità dello sguardo che si fa presenza, disponibilità, apertura. Una forma di cura.

E qui la memoria è corsa a Simone Weil, a quella parola greca che lei amava: prosoché, l’attenzione; così vicina a proseuché, la preghiera. Weil lo scrive con una chiarezza che non ammette repliche:

“L’attenzione al suo grado più elevato è la medesima cosa della preghiera.”

È esattamente questo il punto in cui Zen e cristianesimo, Buddhadharma e mistica occidentale, si toccano: nel metodo, non nella dottrina. Nel modo in cui si coltiva lo sguardo, non nel contenuto delle credenze: la fiducia, per così dire, sboccia e si irrobustisce nel metodo, nell’attraversamento.

Il ciclo ideato da Girone Daloli porta nel titolo una tensione fertile: spiritualità applicata. Arrobbio lo ha colto con precisione: applicare la spiritualità non significa “usarla”, ma incarnarla. Lasciarla filtrare nelle scelte, nei conflitti, nelle relazioni, persino nelle nostre fragilità.

Il Buddhadharma, in questa prospettiva, non è un altrove esotico, ma un modo di abitare il presente. Un esercizio di lucidità e compassione che non elude il dolore, ma lo attraversa per trasformarlo.

Il termine splendore, nel titolo della conferenza, non è retorico. Arrobbio lo ha restituito nella sua accezione più sobria: lo splendore come chiarezza, come qualità della mente che vede senza distorsioni. Non un bagliore mistico, ma una luce che si fa strada nella complessità dell’esistenza.

In un tempo in cui la spiritualità rischia di ridursi a consumo emotivo o a tecnica di benessere, la sua voce ha riportato il Dharma alla sua radice: un cammino che richiede disciplina, gentilezza e un coraggio interiore che non ha nulla di spettacolare.

Se c’è un punto in cui la conferenza di Arrobbio ha trovato la sua risonanza più profonda, è nella sua insistenza su un fatto semplice e ineludibile: la sofferenza è universale. Non appartiene a una cultura, a una religione, a un’epoca. È la condizione umana stessa. Ed è da lì che ogni autentico cammino spirituale prende avvio.

È qui che le figure di Siddharta Gautama e Francesco d’Assisi si incontrano, ben oltre ogni confronto dottrinale. Entrambi partono da un urto con la sofferenza:

Siddharta, uscendo dal palazzo, incontra la vecchiaia, la malattia, la morte.

Francesco, nella sua giovinezza inquieta, si scontra con la guerra, la prigionia, la malattia, la disillusione.

In entrambi i casi, la sofferenza non è un incidente, ma una rivelazione. È ciò che spezza l’incantesimo dell’io e apre lo spazio per una domanda radicale: come si vive davvero?

Non “come si sopravvive”, ma come si vive in modo da non essere più schiacciati dal dolore del mondo.

Siddharta risponde con la via del Risveglio: osservare la sofferenza, comprenderne l’origine, scioglierne le radici attraverso la pratica dell’attenzione e della compassione.

Francesco risponde con la via della minorità: spogliarsi di tutto ciò che alimenta l’illusione dell’io, farsi povero tra i poveri, trasformare la sofferenza in fraternità universale.

Due risposte, due metodi apparentemente diversi, certo. Ma la dinamica è la stessa: la sofferenza diventa il  luogo della trasformazione. Non è un ostacolo, ma un varco. Non è una condanna, ma un invito.

Ed è qui che ritorna, secondo me, il tema centrale che sta alla base di qualunque “dialogo” inter-religioso, ma diciamo pure solo RELIGIOSO: il metodo; l’attraversarsi; l’io ti vedo di una tribù del Sud Africa, come ricordato dalla Arrobbio.

Perché ciò che accomuna Siddharta e Francesco non è ciò che pensano, ma ciò che fanno. Non le loro dottrine, ma le loro pratiche.

Siddharta propone un metodo di attenzione: osservare, respirare, vedere il reale, che è il trauma della realtà che ci illudiamo di conoscere.

Francesco propone un metodo di spoliazione: lasciare andare, alleggerirsi, farsi trasparente all’amore (“Obbedienza alla gravità. Massimo peccato”, direbbe la Weil).

Entrambi, in fondo, insegnano a non reagire automaticamente alla sofferenza, ma a trasformarla in consapevolezza e in dono.

È ciò che Arrobbio ha chiamato Visione Attenta, e che Simone Weil ha espresso con parole che sembrano scritte per entrambi e che ripetiamo ancora:

“L’attenzione al suo grado più elevato è la medesima cosa della preghiera.”

Nel celebrare gli 800 anni dalla morte di Francesco, forse il gesto più fecondo non è confrontare dottrine, ma riconoscere che Francesco e Siddharta hanno indicato la stessa direzione: la sofferenza non si elimina, si attraversa. E la si attraversa con un metodo.

Per Siddharta, la meditazione. Per Francesco, la minorità. Per entrambi, l’attenzione come forma di amore.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Iran: impiccati due attivisti per i diritti umani. Le ultime parole

Iran: impiccati due attivisti per i diritti umani. Le ultime parole

Iran: impiccati due attivisti per i diritti umani. Le ultime parole.

di Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)

La condanna a morte di Naser Bakrzadeh, che nei giorni scorsi aveva lanciato un messaggio dal carcere alla comunità internazionale chiedendo un intervento per fermare la sua esecuzione e dichiarando di essere stato condannato a morte solo perché curdo e sunnita, e di Yaqoub Karimpour, precedentemente condannati per “spionaggio a favore di Israele”, è stata eseguita segretamente nella prigione centrale di Urmia.

Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw, all’alba di oggi, sabato 2 maggio 2026, Naser Bakrzadeh, 26 anni, e Yaqoub Karimpour sono stati impiccati nella prigione centrale di Urmia. L’agenzia di stampa governativa “Mehr” ha confermato ufficialmente l’esecuzione delle condanne.

Naser Bakrzadeh, prigioniero politico di 26 anni originario di Urmia, era stato sottoposto a gravi torture per estorcere confessioni forzate ed era stato condannato a morte dal Tribunale Rivoluzionario con l’accusa di “spionaggio a favore di Israele”. La sua condanna era stata confermata per la terza volta dalla Corte Suprema in un processo accelerato durato solo dieci giorni.

Yaqoub Karimpour, laureato in diritto, originario di Miandoab, di etnia turca e praticante della religione Yarsan, era stato arrestato durante la guerra di dodici giorni tra Iran e Israele. Era stato condannato a morte dalla Prima Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Urmia con l’accusa di “corruzione sulla terra” attraverso “spionaggio a favore di Israele”. Per esercitare pressione su di lui, le autorità di sicurezza avevano arrestato anche sua moglie, Saboura Lotfi.

L’organizzazione per i diritti umani Hengaw ha definito queste esecuzioni come omicidi di Stato e una totale violazione degli standard internazionali di un processo equo. Le condanne sono state eseguite nonostante i fascicoli fossero pieni di ambiguità legali e le confessioni fossero state ottenute sotto tortura. Hengaw ha inoltre espresso profonda preoccupazione per la situazione di Mihrab Abdollahzadeh, trasferito contemporaneamente ai due detenuti in una località sconosciuta.

Si sottolinea l’urgenza e la necessità di una seria reazione della comunità internazionale alla nuova ondata di esecuzioni politiche in Iran. La prosecuzione di queste esecuzioni, in un contesto di tensioni regionali, indica l’uso della pena di morte da parte della Repubblica Islamica come strumento per creare paura e intimidazione tra i cittadini.

È tempo che il mondo, politici, associazioni e organizzazioni per i diritti umani, così come i cittadini allarghi lo sguardo. Guerra, occupazione, dittatura, ingiustizia e genocidio non riguardano un solo luogo. Ucraina, Afghanistan e molte altre guerre come anche la questione curda sono cadute nell’oblio. Oggi si parla della guerra tra America, Israele e Iran, ma troppo spesso si ignora la sorte dei giovani in Iran, che vengono incarcerati, uccisi o impiccati, così come la fame che colpisce bambini, donne e anziani.

È necessario superare visioni parziali e condannare tutte le violazioni dei diritti umani, ovunque avvengano. Occorre scendere in piazza anche contro la dittatura in Iran, sostenere le madri che perdono i loro figli a causa dell’ingiustizia e risvegliare una coscienza collettiva su tutte queste questioni. È necessario intervenire contro tutte le forme di genocidio: è ora di togliere i paraocchi e ampliare la propria visione.

Le ultime parole e l’appello di Naser nel carcere della morte:

“Mi chiamo Naser Bakrzadeh, sono un prigioniero politico curdo condannato a morte per impiccagione; state ascoltando la mia voce dalla prigione centrale di Urmia — forse questa sarà la mia ultima voce.
L’impiccagione non è qualcosa con cui una persona possa convivere facilmente; questa condanna non ha distrutto solo la mia vita, ma anche quella della mia famiglia, gettando un’ombra di paura e ingiustizia su tutti noi.
Ho 26 anni, sono figlio di Mullah Mansur e fratello di due sorelle più giovani. A 23 anni, quando ero nel pieno dei miei sogni e delle mie speranze per la vita, sono stato arrestato, in un paese dove la voce del dissenso può portare alla condanna a morte.
Vi chiedo di non restare indifferenti; oggi è il mio turno, ma se il silenzio continua, domani potrebbe essere il turno di chiunque altro. L’impiccagione non è solo la fine della vita di una persona; è il segno di un regime che, invece di ascoltare le voci, le soffoca e le riduce al silenzio.”

Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)

da pressenza del 2 maggio 2026

Cover: condannati a morte iraniani – immagine UDIK

Per certi versi / La radura

Per certi versi / La radura

La radura

Oggi, il dottore

mi ha mostrato la radura

Ho sostato

Dimenticato il bosco fitto

L’intrico

 

Mi sono seduta

Sugli alberi abbattuti

Dal vento che io sono

Dalla mia tempesta

 

Guardavo in alto

Quel brandello di spazio

Di grigio tra i rami

 

Ho provato il desiderio

Di chiamarlo cielo

 

IN SEDUTA. PICCOLA PSICOTERAPIA DEL CUORE, PUNTOACAPO 2026

 

In copertina: radura con il sole – Foto di Nowaja da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Alex Zanardi, il mio eroe

Alex Zanardi, il mio eroe

Alex Zanardi, il mio eroe

Seguivo a occhi spalancati Alex Zanardi, la sua infinita voglia di vivere, di correre, di competere.
Ecco, io che non ho mai creduto agli eroi, ecco, pensavo, lui è un eroe. Il mio eroe.
Un eroe così vicino, nato a Bologna e cresciuto a Castelmaggiore, il padre Dino idraulico la mamma Anna sarta.
Alex, come succede a emiliani e romagnoli, era saganato per i motori, voleva salirci sul motor, voleva provare la velocità. Ma dove poteva arrivare con una famiglia cosi? E invece Alex ci è arrivato, perfino in formula 1, territorio di miliardi e di figli di papà.
Mi piaceva la faccia di Alex, una faccia antica, il suo naso storto, mi ricordava il Gino Bartali di Paolo Conte.
Al battesimo gli avevano dato un gran nome, Alessandro Leone Zanardi, ma è stato Alex per sempre.
Dopo le vittorie in automobile, dopo il tragico incidente che nel 20o1 lo spezzò in due,  dopo una serie infinita di operazioni, Alex ha ripreso a correre: campione di handbike, una pioggia di medaglie, ai mondiali e alle olimpiadi.
Dice in un intervista. “Non sono Superman, ma solo un ottimista”,
Un altro incidente lo mette definitivamente al tappeto. O forse no, credo che il suo ottimismo l’abbia accompagnato anche in questi ultimi terribili anni.
O così voglio pensarlo. Un eroe comune, così vicino a noi e cosi lontano dalla fabbrica di eroi che la cronaca sforna tutti i giorni.
Come negli anni ’20, quando gli italiani guardavano a occhi spalancati Maciste, il gigante buono che veniva dal popolo e combatteva ogni torto e vinceva ogni nemico.

In copertina: Alex Zanardi nel 2019 – foto Wikimedia Commons

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