Presto di mattina /
La pietra che non ha dimora
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Presto di mattina. La pietra che non ha dimora
La pietra che non ha dimora
Sei tu il povero, tu colui che non ha mezzi,
sei tu la pietra, che non ha un suo luogo,
sei tu il lebbroso, lo scacciato,
che va col campanaccio davanti alla città.
Poiché nulla ti appartiene: così poco, come al vento;
la tua nudità, la gloria tua la copre appena;
la veste d’ogni giorno di un bambino abbandonato
e più nobile di lei, ed è come una ricchezza smisurata.
Sei così povero, come la forza di un seme
in una giovane ragazza, che lei nasconderebbe
volentieri,
e stringe i fianchi, così da soffocare
il respiro primo di quel suo diventar madre.
Sei povero, tu: come lo è la pioggia nella primavera
che felice cade sui tetti della città,
e come un desiderio, se un prigioniero lo alimenta
in una cella, sempre senza mondo.
O come i malati, che in un diverso modo si pongono
a giacere, e ne sono felici; come fiori tra i binari,
così tristemente poveri nel folle vento dei viaggi:
e come la mano in cui si piange – tu, così povero …
(Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore, Servitium Ed., Sotto il Monte [BG], 2008, 301).
Nella Premessa all’edizione del Libro d’ore edito dalla Morcelliana di Brescia nel 1950, Cesare Angelini (1886-1976) ha scritto che Rilke «come poeta ci ha insegnato alcune care verità: rassegnarci alla vita umile, depositata nelle piccole cose che ci sono date da vivere; sentirci più umani, cioè più vicini “a tutto l’umano fraterno”, che è pure cristianesimo segreto. E un’altra cosa, non meno bella ci ha insegnato: a riconoscere una grande Presenza: “Dio fermo a tutte le strade”. E il chiarore che sorge esitante da ogni pagina di Rilke, è, forse, e suo malgrado, l’insopprimibile chiarore proprio di Lui, Dio».
In una lettera a Ilse Jahr lo stesso poeta dirà che certi passi del libro sono «un esalazione di Dio dal cuore respirante: il cielo se ne copre ed Egli ricade come pioggia» (ivi, 9).
La pietra che non ha luogo, che non ha dimora, che non trova posto, pietra errante come la Shekhinah, la presenza di Dio in esilio, esule nel mondo, pietra che i costruttori hanno scartata è simile alla parola di Dio, che proprio in ragione dell’essere rifiutata è in grado di andare oltre, di spingersi altrove.
E così, di dimora in dimora, la parola di Dio si diffonde per tutta la terra e risuona tra le genti tutte. Questa pietra di scarto è lo stesso Figlio dell’uomo delle narrazioni evangeliche: «Mentre camminavano, un tale disse a Gesù: – Io verrò con te dovunque andrai. Ma Gesù gli rispose: – Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido, ma il Figlio dell’uomo non ha un posto dove poter riposare» (Lc 9, 56-58).
E tuttavia, questa erranza umile e paziente, come quella del fiume che porta alla luce l’oro nascosto nelle pietre della montagna, si rivela capace di mutare le sorti, di svelare anche il destino della pietra scartata, la sua metamorfosi, il divenire pietra scelta e preziosa agli occhi di Dio, posta a fondamento di future e certe dimore, pietra d’angolo chiamata a unire muri sconnessi per dare stabilità a tutta la casa. Colui a cui tutto manca, mendicante, dal nascosto volto, a lui tutto è dato.
E tutti i poveri, nei rifugi per la notte,
cosa sono innanzi a te – di fronte alla tua pena?
Sono piccole pietre appena, e non macine;
eppure, macinano un po’ di pane.
Ma tu sei quello al quale, più che a tutti, manca
tutto, il mendicante dal nascosto volto;
sei tu la rosa grande della povertà,
l’eterna metamorfosi dell’oro
…
Anche se d’alcuna profondità non ci curassimo,
se nasconde oro una montagna
ma nessuno vuole andarne alla ricerca,
il fiume un giorno lo trarrà alla luce –
lui che cerca tra il silenzio delle pietre,
la pienezza
Anche se noi non lo volessimo
Dio matura
(ivi, 54).
Come un tabernacolo è la dimora del povero, somigliante alla mano di un bambino, come scheggia di cristallo sfuggente, fatta di terra la sua casa e dal suo cielo migrano le stelle.
La casa del povero è come un tabernacolo.
Là l’eterno si tramuta in cibo,
e quando la sera viene, lieve si rivolge
indietro verso sé, con ampio cerchio,
e lentamente su di sé, ricolmo d’ echi, si richiude.
La casa del povero è come la mano del bambino.
Ciò che reclamano gli adulti, non lo prende;
solo un insetto con bizzarre antenne,
la pietra levigata, che viaggiò dentro il ruscello,
la sabbia che scorreva e le conchiglie che suonavano.
…
È come la terra la casa del povero:
la scheggia di un cristallo che sarà,
chiara adesso e adesso buia, nella fuga del cadere;
povera, come la calda povertà di una stalla; –
eppure, vi sono sere: ed essa è tutto,
ed escono da lei tutte le stelle
(ivi, 327).
Certamente il Libro d’ore non è una professione di fede cristologica. Semmai esprime il cercare pellegrino e questionante di Rilke nelle distanze e negli sconfinamenti terrosi, come è il vento, mendicante: «Non ha la terra, per loro, alcuno spazio? Di chi va in cerca il vento?» (ivi, 325); il suo è un cercare dentro all’immanente religiosità la sua trascendente preziosità, il suo segreto e il suo respiro tra il silenzio delle pietre e l’eco di un compimento a venire.
Lo vedi: sono un uomo che va in cerca.
Uno, che si nasconde, andando, dietro
le sue stesse mani – e come un pastore;
(possa tu lo sguardo allontanargli,
che lo confonde: l’occhio dell’estraneo).
Uno che sogna di portarti a compimento,
e che anch’egli assieme a te sarà compiuto
(ivi, 137)
E tuttavia, ai miei occhi, il chiarore cristallino, in profondità abbissali, di queste sue parole, chiaroscuri di una invisibile presenza, mi hanno ricordato il Cristo absconditus, latens deitas et vere latitans del tommasiano Adoro te devote, l’Ascondito in tutti e in tutte le cose.
E come dallo scorrere di un fiume carsico riaffiorato, è venuto alla luce un vangelo, che uno sguardo innamorato, giorno dopo giorno, ha imparato a scorgere in ogni parola poetica, anche la più oscura e tronca, cogliendo anche nella più irta o levigata la scintilla del Verbo che si è fatto umano, che si fa cosmo.
Una pietra singolare
Nel salmo di ringraziamento 118, 22 si legge: la pietra (lithos) scartata dai costruttori, è ora pietra/pinâ eminente. Essa all’inizio della costruzione è stata scartata come non buona, ma poi si rileva di valore eccezionale e viene posta in una posizione eminente, ben visibile, sporgente in fuori. Nel primo Testamento, la pietra “eccellente” o “angolare” indica il Messia davidico con la sua comunità, che aveva nella pietra “roccia” del Monte Sion nel tempio di Gerusalemme la pietra dell’altare.
Nei vangeli sinottici Gesù applica a sé e alla sua comunità questa immagine messianica quando nel piazzale del tempio, davanti alla “pietra” dell’altare dei sacrifici, pronunciò la parabola dei vignaioli omicidi in cui il “Figlio prediletto” viene rigettato, cacciato fuori dalla vigna e ucciso, al modo di Gesù che fuori delle mura di Gerusalemme sarà crocifisso.
L’apostolo Pietro quando scrive la sua lettera alle comunità cristiane perseguitate e disperse nelle province romane dell’Asia Minore ha presente questi riferimenti biblici e scrive: «Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).
Simile, nello splendore, a pietre preziose
La preziosità di questa pietra viene poi descritta nel libro dell’Apocalisse attraverso il simbolismo di diverse pietre preziose, riguardanti Colui che è “simile a un figlio d’’uomo”, il Cristo vittorioso sulla morte e glorioso assiso in trono. Giovanni non descrive le sue sembianze umane, ma la realtà nascosta in esse, paragonandola allo splendore diffuso dalle gemme quando sono attraversate dalla luce: «Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono» (Ap 4,3).
Il diaspro esprime la trasparenza: è pietra cristallina e luminosissima e significa la gloria e la santità stessa di Dio che dimora nell’umanità del Cristo. La cornalina, pietra di un rosso intenso simile al rubino tendente all’arancio brunito, fa da contrappunto al diaspro splendente, ed esprime il colore del sangue e l’intensità del fuoco a significare l’incarnazione e il sacrificio cruento del Figlio dell’uomo.
Se il diaspro è la luce pura e la cornalina è il rosso del sacrificio del Nazzareno, lo smeraldo è la pietra della speranza e simboleggia un arcobaleno di grazia e di misericordia che riconcilia l’intera umanità ed è preludio dei cieli nuovi e della terra nuova in cui stabile sarà la giustizia e la pace.
Anche una nuova città, una nuova umanità, vede Giovanni, la nuova Gerusalemme: «Le fondamenta del muro della città erano adorne d’ogni pietra preziosa; il primo fondamento era di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardonico, il sesto di sardio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista» (Gv 21, 19-20).
Costruttore di dimore
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14, 2-3).
Sono queste le parole di addio di Gesù nell’ultima cena con i suoi amici. Nell’intimità dell’amicizia e promettendo un altro paraclito che starà con loro sempre, egli si manifesta a loro come il costruttore di dimore. Costituisce noi come sua dimora, come egli fu abitato da questo Padre dimorante in lui (Gv 14,10).
«“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”» (Gv 14,23). È il costruttore che si fa dimora, la pietra senza dimora che edifica le pietre scartate: «“Non tu costruirai una casa a me, ma Io, il Signore, costruirò una casa a te”» (2 Sam 7, 11-16).
“Oltre la pietra vive il suo tesoro”
È un’epigrafe che si trova all’esterno della Basilica di San Petronio a Bologna. Ci ricorda che anche le pietre della chiesa sono da amare, tanto quanto le pietre vive che la edificano vale a dire le sue pietre spirituali, non per sé stesse, ma perché sono il segno e la dimora di una presenza nascosta e preziosissima. Presenza che tutta si raccoglie nel tabernacolo, la dimora del pane eucaristico, che in tempi antichi custodiva anche il libro dei vangeli.
Così il pensiero corre al tabernacolo e all’altare di Santa Francesca Romana; ne parlano il Guarini nel suo Compendio Historico… e lo Scalabrini nelle sue Memorie Istoriche … dove illustra l’armonia del capolavoro dell’artista napoletano Giuseppe Ragazzini (1619).
Nel 1954, il restauratore Renzo Biondi di Firenze compilò la seguente attestazione: «Dichiaro che il Tabernacolo e la tarsia dello Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesca Romana in Ferrara è un gioiello per arte e per preziosità di marmi e pietre dure. Soprattutto la porta del Tabernacolo rende il ciborio di detta chiesa uno dei più belli dei lavori in pietre dure esistenti in Italia.
La fascia laterale al Tabernacolo è in onice di Algeri, oggi introvabile. Diaspri di Sicilia lineari, diaspri sanguigni e fioriti, ametiste, pietra rossa di Cipro, lapislazzuli di Siberia, pietra paesina, onici ed altre pietre dure, rare e preziose, si riuniscono in una armoniosa simmetria di linee e di colori, tanto da rendere giustificato il giudizio espresso dal Guarini, storico ferrarese, che dichiara essere il tabernacolo di S. Francesca Romana uno dei più belli d’Italia» (M. Cavallari, La Chiesa di S. Francesca Romana tra fabbrica e storia nella Ferrara dell’Addizione di Borso d’Este, Cartografica artigiana, Ferrara 1995, 22).
L’uomo che ascoltava le pietre
Forse, accade che io vada attraverso vene dure
in aspri monti, solo come lo è un metallo;
e sono così profondo, che non vedo fine
né alcuna lontananza: tutto fu vicino,
e ciò che fu vicino fu di pietra.
Non sono ancora esperto nella pena –
così piccolo mi rende il buio immenso!
Ma Tu lo sei: fatti pesante, irrompi!
Mi si mostri per intero la tua mano
e io a te, con tutto il mio invocare.
(Libro d’ore, 263)
È Michelangelo l’uomo che ascoltava le pietre. Rainer Maria Rilke ne parla in un racconto in cui narra del suo viaggio in Italia a un suo amico paralitico nel libro Le storie del buon Dio. L’ispirazione del testo viene da lontano, poiché nei due viaggi di formazione in Russia che fece con Lou Andreas-Salomé nel 1899-1900, Rilke fu influenzato profondamente dalla spiritualità del monachesimo e del misticismo russi.
Da quell’incontro ne sortì la percezione che il vero, il senso profondo della realtà, non risiedessero tanto dall’intelletto ma nella capacità dell’ascolto, di farsi orecchio, perché anche le realtà più piccole e povere, come la realtà inanimata di una pietra, hanno una voce e una certa partecipazione alla sconfinatezza del mondo dello spirito. È questo anche l’orizzonte in cui prende forma Il libro d’ore, una raccolta lirica composta di tre parti: Il libro della vita monastica; Il libro del pellegrinaggio; Il libro della povertà e della morte, dove l’impoverirsi e il morire divengono il luogo di un nuovo inizio.
Fu quel paesaggio sconfinato, presente ovunque ma infinità intima a tutto, a formare in lui la consapevolezza di un Dio “vicino alla terra”, il cui compimento era tuttavia ancora in divenire. Un Dio vicino da lontano, che il silenzio interiore, come un’apertura mistica, consente di percepire, un viatico per lasciarci raggiungere ed andargli incontro.
Il destino di Michelangelo – «sentiva attraverso il marmo le vene di Dio» – come la vocazione di ogni uomo e donna è quella di liberare Dio dalla pietra che lo racchiude come in un sepolcro, così da dare un volto alla “pietà”, all’invisibile mistero fuori e dentro di sé e fare spazio e liberarne così la sua infinità amorevole proprio ponendosi in ascolto delle pietre scartate per arrivare ad udire e svelare la loro elezione e preziosità; è in esse che Dio si nasconde e lì vuole essere cercato e incontrato.
«In quell’ora molte preghiere stavano arrivando alla terra in cielo. Ma Dio ne riconobbe solo una: la forza di Michelangelo, che come un profumo di vigna saliva lui. Ed egli consentì che essa riempisse ogni altro suo pensiero. Si chinò ancora di più, fino a rintracciare l’uomo intento nel suo lavoro; e al di sopra delle spalle ne scorse le mani assorte in ascolto della pietra. Allora si spaventò: anche le pietre avevano un’anima? Perché quell’uomo rimaneva in ascolto delle pietre?
Ma ecco che le mani si destarono e presero a scavare la pietra come una tomba da cui si levi vacillando un’esile voce morente. “Michelangelo”, gridò Dio in preda all’angoscia. “Chi è nella pietra?” Michelangelo tese l’orecchio; le sue mani tremavano. Poi rispose con voce cupa: “Tu, mio Dio. E chi altri? Ma io non posso giungere sino a te”.
Dio allora comprese che egli era anche nella pietra, e questo lo rese inquieto, dandogli un senso di oppressione. Tutto il cielo era un’unica pietra ed egli, dentro imprigionato, sperava che le mani di Michelangelo lo liberassero; sentiva che si avvicinavano, ma erano ancora lontane.
Il maestro, tuttavia, era di nuovo chino sul suo lavoro. Senza cessa pensava: “Tu sei solo un piccolo masso, e altri potrebbe trovare in te appena un uomo. Ma io qui sento una spalla: è quella di Giuseppe d’ Arimatea; qui è Maria che si china, sento le sue mani tremanti che sostengono Gesù, nostro Signore, appena spirato sulla croce. Se in questo piccolo marmo trovano spazio tre persone, perché non potrei, una volta, portare alla luce da una roccia un’intera razza sopita?”.
E a grandi colpi liberò le tre figure della Pietà; ma non tolse completamente il velo di pietra dai volti, quasi temesse che la loro profonda tristezza si posasse sulle sue mani, paralizzandole. E così fuggì verso un’altra pietra. Ma rinunciava ogni volta a dare a una fronte tutta la sua luce, a una spalla la sua curva più pura; e quando modellava una donna non posava l’ultimo sorriso intorno alle sue labbra, perché la sua bellezza non fosse del tutto tradita.
…
E volse di nuovo i passi verso Firenze. Vide una stella e il campanile del duomo. Intorno ai suoi piedi era sera. D’un tratto, a Porta Romana, esitò. Le due file di case si tesero verso di lui come braccia, in un baleno lo afferrarono e trassero nel cuore della città.
Le strade si facevano sempre più buie ed anguste, e quando ebbe varcato la soglia di casa, si sentì stretto da due mani oscure, cui non poteva sfuggire. Riparò nella sala, e di qua nella stanza bassa, lunga appena due piedi, in cui era solito scrivere. Le pareti gli si strinsero addosso, e fu come se lottassero con la sua infinitezza, per costringerlo nuovamente nella sua vecchia, stretta figura.
Non resistette. Cadde in ginocchio e si lasciò fermare da loro. Avvertiva in sé un’umiltà prima mai conosciuta, come il desiderio di diventare, in qualche modo, più piccolo. E venne una voce. “Michelangelo, chi è in te?”. L’uomo, nella stretta stanza, – posò la fonte pesante nelle mani, e disse piano: “Tu, mio Dio. E chi altri?”.
Allora lo spazio si fece vasto intorno a Dio; egli levò liberamente il suo volto che era sopra l’Italia, e si guardò intorno: vide i santi coi loro mantelli e le loro mitre, gli angeli che con i loro canti erravano tra le stelle assetate come con anfore colme di limpidissima acqua sorgiva; e il cielo non aveva più fine.
Il mio amico paralitico levò lo sguardo e lasciò che le nuvole della sera portassero via questo suo sguardo, traverso il cielo. “Dio, dunque, è lassù?”, chiese. Non risposi. Quindi, chinandomi verso di lui: “Ewald, tu pensi che noi siamo quaggiù?”. Ci stringemmo, con affetto, le mani» (Le storie del buon Dio, La Biblioteca Ideale Tascabile, Milano 1995, 56-58).
Cover: Foto di Herbert Aust da Pixabay
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