Un ricordo impossibile per un amico carissimo
In memoria di Gianni Venturi
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Un ricordo impossibile per un amico carissimo.
In memoria di Gianni Venturi
Si può parlare di un amico che si conosce da sempre e che è sempre stato una presenza costante? Come e cosa dire di un persona speciale, di una ‘grande’ persona? Quanto più contava in Gianni Venturi era il suo modo di stare al mondo: nella cultura, nella vita, la sua capacità di empatia, la generosità e la speranza che gli altri potessero assomigliargli in trasparenza e lealtà.
Non basta ricordare i suoi meriti scientifici, gli studi sulla letteratura del Rinascimento, in particolare sui grandi protagonisti della corte estense che avevano fatto grande il nome della sua Ferrara o le ricerche sul neo-classicismo, alle quali ha dedicato libri e importanti edizioni, è nel Novecento (che rientrava solo parzialmente nel percorso previsto dalla sua cattedra di ordinario di Letteratura italiana nell’Università degli Studi di Firenze), che si sarebbero misurate le più grandi passioni.
In primis Pavese (che oltre tutto era stato all’origine di una straordinaria amicizia con i ‘pavesini’: un scelto manipolo studiosi europei – Mutterle, Pertile, Guglielminetti -, come lui dediti al mitico autore del Mestiere di vivere), poi la Morante, di cui aveva amato non solo la scrittura ma il fascino e la personalità.
Studioso di miti (di qui la sua amicizia con Furio Jesi) aveva letto non solo il Pavese fondatore della Collana viola, ma la Morante all’insegna di archetipi e di memorie junghiane (Useppe della Storia e non solo come un “fanciullo divino”). E poi naturalmente Bassani, il grande scrittore che aveva testimoniato nei suoi romanzi l’ignominia della dittatura fascista, delle leggi razziali, dell’Olocausto. Era talmente forte la sua sintonia con quella tragica storia che aveva intrecciato una corrispondenza con Liliana Segre e Edith Bruck mentre favoleggiava di sue possibili origini ebraiche.
Tra i primi ha studiato con intelligenza e passione i giardini: li frequentava non solo in letteratura (dal Rinascimento a D’Annunzio), ma nella vita (splendidi i bouchets fatti confezionare da fiorai d’élite per l’amata moglie Vittoria, in una casa dove una parte di una grande sala piena di quadri e di libri era riservata a una sorta di giardino/serra domestico), così come l’arte, l’arte tutta, dal Medioevo fino a Morandi, a De Pisis.
Al pari dell’arte figurativa amava la musica. Era appassionato di teatri e di musicisti: in particolare quelli (a partire dall’allora giovanissimo Riccardo Muti) che frequentavano a Bellosguardo, la bellissima villa dove era stato accolto da Patricia Volterra quasi come un figlio adottivo. Ai suoi amici, me compresa, capitava, grazie a lui, di essere invitati a cena in quella casa che dalle colline (care al Foscolo delle Grazie: un altro degli autori amati e studiati da Venturi) guardava verso la città. Sulla tavola piatti raffinati, alle pareti quadri di Canaletto, di Guardi…, e la conversazione di Gianni, spumeggiante, ricca sempre di sapienza, leggerezza e ironia.
Non c’era in lui niente di accademico (per quel che, forse talvolta ingiustamente, il termine contiene di negativo), per questo non era nelle simpatie dei grigi colleghi che ahimè abbondano nelle patrie università, mentre lo seguivano quanti erano capaci di apprezzarne l’estro, il coinvolgimento, e gli studenti. I suoi corsi su Dante (autore amatissimo, sul quale non aveva mai scritto, per una sorta di rispetto ammirato) erano seguiti con passione da italiani e stranieri (americani soprattutto).
Netta e forte anche la sua passione politica, così come l’impegno nelle istituzioni culturali della sua città: la presidenza dell’Istituto di Studi Rinascimentali (Ferrara gli deve gli incontri periodici dell’Europa delle Corti), la co-direzione, assieme a Portia Prebys, del Centro Studi Bassaniani.
A Ferrara ha fatto parte per decenni di istituzioni come Italia nostra e gli Amici dei musei. Credendo con forza al valore divulgativo della cultura aveva stretto forti legami con gli insegnanti dei licei cittadini, per non parlare della sua costante collaborazione a testate giornalistiche dal Il resto del Carlino a Periscopio, offrendo a quest’ultimo, attraverso la sua rubrica Diario in pubblico, anche spaccati di vita cittadina e dintorni (‘Laido’, ovvero Lido degli Estensi, compreso), di critica sociale, frammenti di autobiografia.
Lettore costante e appassionato di romanzi italiani e stranieri, era un frequentatore di librerie (la famosa Seeber di Firenze, il Libraccio di Ferrara) e parlava dei libri con rara intelligenza e acutezza.
Amava le sue città (Ferrara, Firenze, Parigi), le sue cantanti-artiste mito (la Callas, Martha Argerich, Edith Piaf: a riprova dell’estensione difficilmente classificabile delle sue eccellenze), provava un dichiarato fastidio per l’ovvietà, il carrierismo, la mancanza di curiosità e di eleganza. Elegante era sempre, anche nell’abbigliamento, ricercato, ove abbondavano cachemir e berretti/cappelli in tutte le tonalità di blu.
Del lusso parlava scherzando come di una necessità: nella genealogia nobiliare aveva quantomeno inserito i suoi amati cani: Lilla I, una bastardina teneramente amata, e Lilla II, quest’ultima di pura razza chevalier, sì che non stupisce che un paio di scrittori lo abbiano preso a modello per qualche personaggio dandy protagonista dei loro libri.
Inimitabile, insostituibile, vero. Mi piace ricordare ancora una volta come per lui la cultura entrasse nel quotidiano, facesse parte del vissuto: vitale la cultura alla pari di lui che, poco più di un anno fa, salutava in una sala del Louvre la statua di Amore e Psiche di quel Canova (di cui aveva diretto l’Edizione Nazionale delle Opere) che rincorreva per musei e che amava tanto.
Le fotografie della cover e nel testo sono scattate dall’autrice
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Alcuni anni fa Venturi tenne all’Istituto Einaudi una lezione sui “giardini”, illustrata visivamente con fotografie e diapositive da lui scattate durante i tanti viaggi. Alle rigorose notazioni storiche e tipologiche su origini, sviluppi, finalità e significati dei giardini europei, Venturi aggiungeva curiosità, aneddoti, riferimenti al presente che tenevano desta l’attenzione degli studenti raccolti in aula magna, e ancor più quella di noi docenti che avevamo accompagnato le classi. Nessuna distanza “accademica”, anzi: ricerca di dialogo, con un uso dell’ironia che “avvicinava”, anziché distanziare. Mi dispiace, ora, di non aver approfondito la sua conoscenza.
Un bellissimo ricordo
Le bellissime parole di Anna Dolfi accompagneranno quanti hanno avuto la ventura di conoscere ed amare in Gianni Venturi l’intelligenza, la cultura dello studioso e la generosità dell’amico e collega, non come struggente ricordo ma come splendida lezione di una vita meditata e goduta di un mondo che ogni volta finisce («Chaque fois unique la fin du monde», proprio come ha scritto Derrida).