Parole a capo / Un poemetto di Cristina Simoncini e un ricordo di Mariella Bettarini scritto da Elisa Donzelli
Un poemetto inedito di Cristina Simoncini e un ricordo di Mariella Bettarini
ADDIO A MARIELLA BETTARINI (Firenze 1942- Firenze 2026) Non ha avuto la gloria di molti uomini della poesia del secondo Novecento. Non c’è altra parola per darne spiegazione che una parola retorica: “ingiustamente” non ha avuto la stessa attenzione. Mariella Bettarini ha rappresentato molto più di altri e altre la voce che ha “giurato guerra alla guerra” attraverso l’azione della poesia. E ha visibilmente rappresentato un’epoca domandandosi in quell’epoca da donna, e domandando a uomini e donne, “Chi è il poeta?“. Non solo secondo l’idea che ce ne ha restituito “Il pubblico della poesia”, oggi la sola antologia, o quasi, iconizzata (epigonizzata) dagli studi e dai poeti stessi per leggere quel tempo.
Mariella sarà al centro di una antologia che uscirà a mia cura con più di altre 100 voci di poeti (almeno 40 di poete/esse) tra pochi mesi per lo Specchio Mondadori. Ne era onorata e felice, persino stupita. Perché era una che non ha mai giocato a fare la sacerdotessa, o a fare la parte della poetessa oracolare o impegnata. Mi ha aiutata moltissimo per ciò che poteva e ricordava a ritrovare i suoi infiniti materiali sparsi e i suoi materiali inizieranno a ricircolare a partire da questo libro.
Noi tutti le dobbiamo per l’azione e la diffusione artistica, politica e della bellezza della poesia. Perché aveva quanto più cervello e nettezza nelle scelte che aveva compiuto da “Salvo imprevisti” (fondata con Silvia Batisti nel 1973) alla collaborazione a circa 160 giornali e riviste. Soprattutto per la sua poesia che sapevano essere il cuore della sua azione almeno Frabotta, Porta, Cordelli, Manacorda, Luperini, Cucchi, Borsellino, Cecchi, Siti, Kemeny, Majorino, Lunetta, Fortini. Fortini anche, sì, che come tutti loro ha scritto su di lei, e che qualche volta la aveva anche “ingiustamente” snobbata. Poi intelligente come era recuperando e vergognandosene.
Ciao Mariella, grazie.
ELISA DONZELLI
Nel 2006, la Bettarini diceva di sé “Vivo e lavoro a Firenze (dove fino al ’92 ho insegnato nelle scuole elementari), città dove sono nata il 31 gennaio 1942. Dopo una parentesi torinese negli anni dell’infanzia e un doloroso soggiorno di tredici anni a Roma, e dopo corroboranti esperienze nella mia città natale (la città di La Pira e di don Milani, di padre Balducci e dell’Isolotto: le mie radici), nel 1973, in un postsessantotto colmo di disperate speranze, con alcuni amici scrittori diedi vita a “Salvo imprevisti”, quadrimestrale (12/11/06), fascicoli monografici dedicati a temi come “Cultura e meridione”, “Donne e cultura”, “Dopo il sessantotto”, Pasolini, “Poesia e inconscio”, “I bambini/la poesia”, “Poesia e teatro”, “Poesia e follia”, “Del tradurre”, ecc: Ho, infatti, sempre sentito strettissimamente connessa la mia ricerca etico-estetica con il rovello, la ricerca, l’esperienza etico-culturale di altre persone (prima che poeti/scrittori), in una comunitaria, non competitiva passione insieme letteraria e sociale.
Dal 1992 “Salvo imprevisti” si chiama “L’area di Broca”, semestrale che privilegia temi scientifico/conoscitivi, oltre che letterari. Intanto, dal 1961 scrivevo molto, soprattutto poesia (ma anche prosa creativa e critica: recensioni prefazioni, brevi saggi), leggevo moltissimo, traducevo la Weil, partecipavo attivamente, su fogli e riviste, al dibattito in corso sui sempre difficili rapporti tra letteratura e società.
Da allora ad oggi ho pubblicato ventisei titoli di poesia, sette tra libri e plaquettes di narrativa,due di saggistica (sulla condizione della donna e la sessualità nel 1978 e nell’80 una serie di interviste a 33 poeti di varie generazioni); ho partecipato a dibattiti, letture pubbliche, convegni, ecc. Poiché credo nella cooperazione culturale (e amo profondamente la scrittura degli altri), sono sempre stata contraria ai premi letterari. Così, dal 1984, in questa linea di intensa partecipazione e collaborazione, assieme a Gabriella Maleti (che ne è stata l’ideatrice) curo la piccola Editrice Gazebo, che ha collane di scrittura creativa e critica. Nel 1996, con i genitori di Alice Sturiale, ho curato Il libro di Alice (ripubblicato da Rizzoli nel 1997).
Oggi (inizi del 2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/”naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio.”
(Poemetto inedito di Cristina Simoncini)
IN CAMPAGNA
1.
Col gesto affonda un semicerchio
nel verde, la bimba impugna la falce
e fa lo stesso, l’erba raccolta in grembo
sfamerà i conigli, lei ha imparato
ad aprire la gabbia – mentre i musetti
la osservano, impauriti.
2.
Il baffo di vernice sulle ali
dei polli che becchettano nell’aia
è il magro segno della proprietà.
Osservando l’altalena che oscilla
sghemba sull’area, il fotogramma si alza
e si abbassa mostrando la mescolanza
dei volatili, il vagare a vuoto
dell’ultima gente di campagna.
3.
Si sporge sui covoni di fieno
e guarda suo cugino che ridendo
si è tuffato in basso, sembra un burattino,
è settembre, forse, ancora caldo,
odore di animali e la paura che arrivi
lui, una nuvola d’ira, il forcone,
la distanza dall’infanzia non si colma.
4.
Scappa fino alla recinzione elettrica,
la affascina il grugnito, focalizza
i margini del bosco, il filo spinato,
sa che non deve avvicinarsi,
grida il suo nome, è arrivato a riprenderla,
forse uno sculaccione, non ricorda
non ha mai avuto le gambe così piccole,
come se tutto lì intorno la annientasse.
Quanto la trascina percepire
il reale come tale, un vento di cose.
La lontananza, non volere niente.
5.
Si sporge – le mani
sulla rete – è preoccupata
le ali spuntate la rendono più docile.
È andato a riprenderla.
Ora le sta davanti famelico
la bocca asciutta dalla rabbia
una solenne onnipotenza
alza il braccio e configge
la tortora con forza sul selciato
un ventaglio di sangue si diffonde
la testa sconfitta ciondola a lato
l’urlo ghiacciato nella bambina
si articola in vuoto cocciuto
i passi sembrano cadere
da una cornice di lentezza.
6.
È legato alla quercia da una corda,
domestico vuol dire a disposizione.
Qualcuno va su, a turno
– gli adulti all’oscuro –
provare ad allungare la ciotola,
nel caldo afoso dell’estate dire
Non più di lì, non tradire il confine.
Invece se n’è andato,
nessuno a casa intendeva accudirlo,
pensavano che già ci sono i figli.
7.
Lei, i passi, sembrano far strada
a una punta di disagio. Lo noti dalla foto.
Ad esempio, il vestito della donna
non c’entra niente con l’occasione.
L’erba secca da lontano ricorda
la savana, lui fischia a un cardellino
mentre la bimba sfodera bastone
e sguardo da esploratrice,
stanno distanti e in fondo pensano
che quello sia un mortorio, da dimenticare.
Cristina Simoncini è nata a San Giovanni Valdarno (Arezzo) nel 1966. Vive a Terranuova Bracciolini. Ha pubblicato poesie su riviste cartacee (Il Foglio Clandestino, Nova), su alcune antologie e su molti spazi virtuali (tra le quali Avamposto, Limina Mundi, Larosainpiu, Circolare Poesia). Linea di mira (Pietre Vive Editore, 2025) è la sua prima opera poetica. In “Parole a capo” sono state pubblicate alcune sue poesie il 6 aprile 2023.
Ringrazio Cristina Simoncini per avermi autorizzato la pubblicazione.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesiaParole a capocurata da Pier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 353° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Il grande scacchiere non mente. Una possibile mappa per leggere il conflitto in Ucraina
C’è una domanda che i nostri media raramente si pongono con la dovuta serietà: “perché il conflitto tra Russia ed Ucraina?” (Ne avevo parlato su Periscopio appena scoppiato il conflitto Qui). La risposta mainstream, semplificando, oscilla tra psicologia del tiranno (‘Putin è pazzo’, ‘Putin è malvagio’) e retorica dei blocchi (‘democrazie buone: noi, contro autocrazie cattive, loro’).
Entrambe le letture hanno un difetto strutturale: sono morali, non analitiche. Spiegano, o meglio dichiarano, chi ha torto e dunque chi ha ragione, non cosa sta succedendo. Per capire cosa sta succedendo davvero occorre rispolverare due dottrine geopolitiche vecchie di un secolo che, lungi dall’essere reliquie accademiche, continuano a orientare i calcoli delle potenze sullo scacchiere globale.
Si chiamano “teoria dello scontro tra potenze di terra e di mare” e “teoria dell’Heartland”. Usarle come lenti d’ingrandimento non significa giustificare nulla. Significa provare a capire.
La terra contro il mare: una guerra di civiltà prima che di eserciti
Carl Schmitt, giurista e teorico politico tedesco (1888–1985), elaborò in Terra e Mare (1942) una delle intuizioni più dirompenti del pensiero geopolitico novecentesco: la storia universale è, nella sua struttura profonda, la storia di una contesa tra potenze di terra e potenze di mare. Non si tratta semplicemente di geografia fisica, ma di una divergenza di civiltà, di modi di organizzare il potere, il commercio, il diritto, l’identità collettiva.
Le potenze di terra — Schmitt le chiama Tellurokrat — fondano il proprio ordine sulla stabilità territoriale, sulla continuità, sulla gerarchia radicata nel suolo. Il loro universo valoriale è quello del confine fisico, della sovranità forte, del controllo dell’entroterra.
Le tellurokrat pensano in termini di profondità strategica e di blocchi continentali. La Russia zarista, l’Unione Sovietica, la Russia di Putin sono, in questa chiave, l’incarnazione moderna della potenza tellurocratica per eccellenza.
Le potenze di mare — le Talassokrat— costruiscono il loro dominio sulla mobilità, sul commercio, sulla fluidità delle rotte oceaniche. Il loro diritto è il diritto commerciale internazionale; il loro spazio è l’oceano, aperto e indifferente ai confini. Gran Bretagna prima, Stati Uniti poi, sono le potenze talassocratiche per antonomasia.
La NATO, in questa lettura, non è un’alleanza difensiva nata dalla paura sovietica: è lo strumento geopolitico con cui la potenza marittima ha esteso il proprio controllo fin dentro il continente eurasiatico, agganciando l’Europa (prima occidentale, oggi tutta) alla propria orbita e comprimendo progressivamente lo spazio di manovra della potenza tellurocratica russa.
La contesa, per Schmitt, non è risolvibile attraverso la diplomazia ordinaria, perché non è un conflitto di interessi: è uno scontro tra ontologie politiche diverse, tra modi radicalmente differenti di concepire l’ordine del mondo. Ogni allargamento della NATO verso est, in questa prospettiva, non è un’espansione difensiva di uno spazio democratico: è l’avanzata della potenza marittima nel cuore del continente, verso ciò che la Russia percepisce come il proprio spazio vitale — termine geopolitico, non morale.
L’Heartland: chi controlla il cuore del mondo, controlla il mondo
Nel 1904, il geografo britannico Halford John Mackinder (1861–1947) presentò alla Royal Geographical Society un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna: The Geographical Pivot of History. La tesi centrale è sintetizzata in una formula lapidaria, diventata celebre:
“Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda la World-Island; chi governa la World-Island comanda il mondo”.
Per Mackinder, la massa continentale euro-asiatica-africana — che chiama World-Island, l’isola-mondo — è il cuore geopolitico del pianeta (Qui) Al centro di questa massa si trova l’Heartland, il “cuore della terra”: una vasta regione interna che corrisponde approssimativamente all’odierna Russia centro-asiatica, alle steppe kazake, e a parte dell’Europa orientale.
È una regione inaccessibile alle potenze navali: i suoi fiumi non sfociano in mari aperti (in oceani) i suoi confini interni non possono essere raggiunti dalla flotta militare di nessuna potenza marittima. Chi controlla l’Heartland dispone di risorse naturali immense, di una profondità territoriale inespugnabile, e della capacità di proiettare forza in tutte le direzioni del continente.
L’Ucraina, in questa cartografia del potere, occupa una posizione di rilevanza assoluta. È il lembo occidentale dell’Heartland, il margine dove la massa continentale incontra l’Europa e il Mar Nero.
Non a caso Mackinder, già nel 1919, scriveva che una Ucraina indipendente (con Polonia, Bielorussia e repubbliche del Caucaso a far da stati cuscinetto controllati) era un contrappeso essenziale alla potenza russa — e che una Russia che avesse avuto il pieno controllo di quelle terre (oggi l’Ucraina) avrebbe ricostituito il pieno controllo sull’Heartland, con conseguenze per l’equilibrio mondiale difficili da contenere.
Era il 1919. Quasi esattamente un secolo dopo, le parole di Mackinder sembrano scritte per descrivere il presente.
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter e uno degli architetti della strategia americana post-Guerra Fredda, riprendeva esplicitamente Mackinder nel suo The Grand Chessboard (1997): “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico”. Non un’opinione, ma una deduzione quasi geometrica dalla teoria dell’Heartland.
Il conflitto russo-ucraino come caso di scuola geopolitico
Integriamo ora le due dottrine e applichiamole al conflitto in corso. Ciò che emerge è una lettura strutturale che non sostituisce il diritto internazionale, né assolve provocatore e aggressore, ma consente di capire la logica profonda degli attori — una logica che prescinde dalle dichiarazioni ufficiali e dagli appelli morali; una logica che funziona a prescindere da chi governa il Cremlino o da chi comanda a Londra o a Whashington.
Dal punto di vista della teoria schmittiana: l’allargamento della NATO dall’Elba fino ai confini russi — dodici paesi dell’ex blocco orientale tra il 1999 e il 2004, con dichiarazioni di disponibilità all’ingresso di Georgia e Ucraina nel 2008 — è percepito dalla Russia non come un’alleanza difensiva di stati sovrani, ma come l’avanzata della potenza marittima nel cuore del continente.
Non importa se questa percezione sia fondata o strumentale: è la percezione che guida i calcoli strategici. Come scriveva George Kennan nel 1997, uno degli architetti della dottrina del contenimento americano: L’allargamento della NATO è un errore tragico. Nessuno ha capito la sensibilità russa (vedi Qui). Kennan non era un filorusso: era un analista geopolitico della migliore tradizione realista americana.
Dal punto di vista della teoria dell’Heartland: un’Ucraina integrata nella NATO significherebbe che la potenza marittima (gli Stati Uniti e i loro alleati europei) giunge fisicamente ai confini dell’Heartland, con capacità missilistiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.
Per la Russia, questo non è un rischio calcolabile: è una minaccia esistenziale. Esattamente come gli Stati Uniti considerarono inaccettabile la presenza di missili sovietici a Cuba nel 1962 — a novanta miglia dalle proprie coste — la Russia considera inaccettabile la prospettiva di infrastrutture militari NATO sull’ex territorio sovietico.
L’analogia con Cuba è volutamente provocatoria, ma non irragionevole: la usano tanto i critici della NATO quanto diplomatici occidentali in pensione come Henry Kissinger, che fino alla sua morte ha sostenuto che “l’Ucraina dovrebbe accettare la neutralità come condizione per la pace” (vedi Qui). Non perché la Russia abbia ragione, ma perché la geopolitica non funziona a ragioni: funziona a rapporti di forza e a percezioni di minaccia.
Nulla di questo giustifica gli eccessi di uno stato di guerra (non dichiarata), l’invasione, la distruzione di città e infrastrutture, le vittime civili da entrambe le parti, le violazioni del diritto internazionale. La spiegazione non è la giustificazione: confonderle è l’errore intellettuale più comune nel dibattito pubblico.
Ma pensare che la Russia abbia invaso le regioni a maggioranza russofona dell’Ucraina solo perché Putin è un autocrate pericoloso, che vorrebbe addirittura conquistare l’Europa (!) — e che il problema si esaurisca lì — è una semplificazione consolatoria,che impedisce di capire perché questo conflitto non si risolverà con la disfatta militare di uno dei contendenti, e perché qualsiasi accordo di pace durevole dovrà necessariamente fare i conti con la geografia, prima ancora che con la storia.
Pensare contro il pregiudizio indotto
Ovviamente le dottrine di Schmitt e Mackinder non sono verità rivelate. Sono strumenti analitici: lenti che, applicate al presente, permettono di vedere strutture che la narrazione dominante tende a oscurare. Ci dicono che il conflitto russo-ucraino non è nato il 24 febbraio 2022, non è stato scatenato dalla rivoluzione orchestrata di Maidan del 2013-14, dalle annessioni russe e dai successivi scontri nel Donbass tra nazionalisti ucraini e separatisti russofoni, ma ha radici lunghe che affondano nel secolo scorso, radicate nella competizione tra potenzeper il controllo dell’Heartlandeurasiatico.
Il mainstream mediatico e politico occidentale ci propone invece una storia con buoni (eroi) e cattivi chiaramente identificati, dove la guerra è l’irrazionale follia di un uomo solo contro una comunità di democrazie. È una storia rassicurante, facile da comunicare, utile per mobilitare consenso e giustificare il grande riarmo in vista della guerra che verrà. È anche, come ogni semplificazione, parzialmente cieca: non vede la struttura, non vede la lunga durata, non vede la razionalità — per quanto criminale — degli attori in gioco.
Pensare in modo non scontato non significa essere neutrali. Significa rifiutare il pregiudizio indotto — quella nebbia cognitiva che ci fa scambiare la narrazione del potere per la realtà del mondo. Mackinder e Schmitt ci invitano a guardare la mappa prima di leggere i giornali; ci ricordano che raramente la mappa ha torto e che, conoscendola, forse, anche noi cittadini possiamo fare qualcosa prima che gli eventi ci travolgano.
Il nuovo patto UE sull’immigrazione entrato in funzione il 12 giugno 2026 prevede più controlli e procedure più rapide alle frontiere (max 12 settimane) di rimpatrio per chi non ha diritto di asilo e più redistribuzione e assistenza UE ai Paesi maggiormente sotto pressione (Italia, Grecia, Spagna,…). Da un lato ci sono maggiori garanzie per chi ha diritto di asilo (comuni per tutti i paesi UE e registrazione dei movimenti con Eurodac), dall’altro più rapidi rimpatri per chi non ha diritto.
I cosiddetti dublinanti (Accordo di Dublino del 1990: irregolari richiedenti asilo che sbarcano in un paese UE e poi vanno in un altro) possono però ora essere riportati nel primo paese di arrivo UE. Essendo l’Italia quello dove ne arrivano di più, Eurostat stima che l’Italia potrebbe doversi riprendere circa 24mila irregolari (11mila solo dalla Germania e mille dalla Svizzera). Entrambi i paesi l’hanno già richiesto e altri 5 hanno detto che lo faranno (Austria, Olanda, Finlandia, Svezia, Irlanda) e altri si aggiungeranno.
Lo fanno perché sperano di accrescere in patria i consensi elettorali come destre, in quanto dal 2021 al 2026 gli irregolari in Europa sono sbarcati soprattutto in Italia (35% sul totale) anche se poi si sono spostati altrove.
Meloni considera valida questa modifica dell’Accordo di Dublino, che prevede più solidarietà obbligatoria UE in caso di forte pressione, ma prevede anche che un migrante possa essere riportato nella nazione UE di primo approdo solo dopo il 12 giugno 2026 (gli altri no). Come questo nuovo Patto UE possa essere una vittoria dell’Italia è un mistero. E’ vero che gli sbarchi (irregolari) sono in calo, ma l’Italia ne ha sempre il doppio della Spagna e Grecia e il Nuovo Patto UE (c’è già chi vuole solo pagare anziché tenerseli) accrescerà il conflitto tra paesi (e partiti sovranisti) che useranno i migranti l’uno contro l’altro.
Altra questione è l’”invasione” di Ceuta (un pezzo del Marocco che è Spagna, residuo coloniale) da parte di 72mila marocchini, i quali sono stati manipolati dal Marocco stesso e da servizi segreti via social che volevano mettere in difficoltà la Spagna in quanto governata dal socialista Sanchez odiato da Trump, Israele e dal re del Marocco. Quest’ultimo (che ha appena dedicato una autostrada a Trump) lo odia perchè Sanchez ha dato credito di nuovo alla rivendicazione dei saharawi, appoggiati dall’Algeria, che vogliono l’autodeterminazione di un’area del Marocco e su cui l’ONU stesso aveva promesso un referendum. (vedi anche il mio articolo).
In realtà più che un flusso migratorio a Ceuta c’è stato un flash mob geopolitico organizzato a tavolino e 70mila dei 72mila sono già rientrati in Marocco. E anche qualora riuscissero ad arrivare nella Spagna continentale (che dista 34 km. di mare) non potrebbero avere la cittadinanza che è quella che serve per circolare nella UE (Schengen).
Chiudere le frontiere è quindi una misura del tutto propagandistica, in quanto ne potrebbero arrivare in Italia nei prossimi mesi al massimo un centinaio, meno di quanti ne arrivano ogni mattina sulle coste siciliane (la media giornaliera del 2026 è 80 al giorno; 167 nel 2025, 145 nel 2024).
Gli sbarchi (irregolari) sono in calo nella UE dal 2023 al 2026 e in Spagna e Grecia sono da sempre la metà dell’Italia. La Spagna ha deciso di regolarizzare (non di dare la cittadinanza che consentirebbe la libera circolazione nella UE, come afferma erroneamente il Ministro Tajani) mezzo milione di irregolari che già lavoravano e si erano integrati in Spagna (per 2/3 latino americani) e di far arrivare rilevanti flussi regolari (tripli degli anni precedenti) in treno e aereo, al fine di avere lavoratori in regola (richiesti dalle imprese) che pagano le imposte e non fanno concorrenza sleale ad altri lavoratori e imprese.
L’alternativa a regolarizzare è far rimanere senza diritti e con lavoro nero gli immigrati (321mila in Italia, nel 2024 fonte Ismu; erano 458mila nel 2022, sono diminuiti in quanto migrati altrove nella UE) favorendo piccoli padroncini e caporalato senza alcun vantaggio per lo Stato e le imprese leali. Peraltro, è stata proprio la regolarizzazione che ha favorito la crescita del PIL spagnolo che viaggia dal 2022 a velocità tripla dell’Italia.
La scelta migliore per l’immigrazione è da sempre quella di organizzare flussi regolari e programmati, ma non come fa l’Italia col click day che ne ha fatti arrivare 56.600 sui 452mila programmati (12,8% nei tre anni dal 2023 al 2025). Misure del tutto farraginose, sballate, su cui operano trafficanti e mafie con una complice inefficienza dello Stato, richieste che partono in febbraio e che le prefetture autorizzano in agosto come l’assunzione di braccianti che dovrebbero lavorare da maggio (!).
Così il governo Meloni continua a programmare 497.550 ingressi nei prossimi 3 anni (2026-2028) sapendo però che ne arriveranno (se va bene) 50-60mila, causando così gravissimi problemi alle imprese e favorendo caporalato, mafie e arrivi irregolari e mantenendo un bel bacino di 321mila irregolari, con la scusa che se si fa un condono ne arrivano altri (quelli fiscali per gli italiani invece vanno bene). Perché lo fa? Ogni epoca ha il suo capro espiatorio…ai lettori la risposta.
Photo Cover: Ceuta, licenza wikimedia commons
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Vite di carta. Tre ciotole, l’ultimo romanzo di Michela Murgia
Beato gruppo di lettura che me l’ha messo tra le mani, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi. Sono passati tre anni dalla scomparsa di Michela Murgia ed è un tempo giusto per riprendere a leggerla, lontano dal chiasso emotivo sollevato da lei che finisce di vivere.
Mi è sembrata una immersione nella vita la lettura dei dodici racconti che Murgia ha scritto al tempo del Covid, un romanzo corale in cui ci sono personaggi che escono da un racconto e riappaiono in uno successivo formando ramificazioni narrative.
Uscito nella primavera del 2023, il libro ci immerge negli spazi di Roma nei primi anni venti di questo millennio. I protagonisti sono colti nel grembo diuna loro giornata particolare, sovversiva: sullo sfondo restano i modi di vita che hanno costruito, mentre un elemento inatteso, perturbatore, sfalda in loro ogni sicurezza.
Il tempo diventa una categoria fondamentale nei racconti perché mette a fuoco un segmento di vita brevissimo per ogni protagonista, ma è il momento che destabilizza, il delta (Δ) dell’esistenza, e pertanto struttura la narrazione tra il dire cosa c’era prima nella vita di ognuno e cosa interviene dopo.
Ho preso carta e matita per tabularli tutti e dodici: come indicatori ho messo il titolo e il relativo protagonista con due parole sulla sua vicenda e il tipo di narratore: 36 caselle che ho riempito per mettere a fuoco una narrazione così esperta delle cose della vita da non lasciarsi facilmente imbrigliare.
Non mi potevo abbandonare, leggere e basta. Avvertivo le connessioni tra le storie, le dovevo rendere visibili con i tratti di matita, volevo cerchiare i personaggi che ricompaiono, come accade del dottore che nel primo racconto, Espressione intraducibile, deve dire alla paziente che ha un brutto male e in Volto non riconosciuto, il sesto, è tra le mura di casa a collezionare dei pretoriani in miniatura facendone dei feticci.
Attratta dai personaggi come se fossero persone, né più e né meno della donna che in Cartone animato compera il cartonato di Park Jimin e lo tratta come un interlocutore delle sue giornate, pur avendo un marito e un figlio.
Narratore interno ed esterno si alternano, ma nel libro prevale la voce narrante che dice io e che ci immette nel suo mondo senza protagonismo, si direbbe per la sola esigenza di condividere quel suo pezzo di vita che è contenuto nelle pagine.
A questo punto la tabella che ho riempito salta, mi è servita per darmi una configurazione del narrato ma ora sono oltre. Sento le voci di chi dai testi mi ha parlato e mi pare che pulsi la vita in questi uomini e donne posti di fronte a un amore che finisce, a una malattia grave, a un lutto, fosse anche quello di un animale come accade nel bellissimo Fossa comune.
Persone come siamo tutti che per non andare in pezzi davanti al dolore creano piccole abitudini da rispettare ogni giorno, come nutrirsi del cibo contenuto in Tre ciotole. Cercano di darsi consistenza e capacità di controllo, quel tanto che basta a tentare di risarcirsi per ciò che è stato loro tolto.
Soli davanti alla Túχη, mi piace chiamare la sorte col nome che le davano i Greci. Superati i concetti di responsabilità, colpa, errori di scelta.
Messa da parte anche l’idea di vecchiaia in senso biologico, i personaggi del libro sono tutti a buon punto del guado. Arrivati in una fase della vita in cui le scelte che hanno fatto li determinano e in varia misura li opprimono. Alle prese con la difficoltà di comunicare, in bilico tra il detto e il non detto anche nel rapporto con chi vive loro accanto.
Ho detto personaggi, mi sono dovuta correggere, ora aggiungo surrogati di personaggi, come gli abiti che indossano o le sagome di cartone oppure le statuine, che ora parlano tutti insieme e io mi sento sempre più della partita.
Mi attiranoi vestiti. La protagonista del racconto iniziale, quella che apprende dal medico di avere un carcinoma e lo chiama col nome coreano am, si è vestita per l’occasione con un cappotto dal taglio particolare. Il suo armadio è “un deposito di armi” con cui affronta l’agone quotidiano delle relazioni sociali. I vestiti per lei sono come maschere, forme da assumere come impalcature chefiniscono per dare sostanza.
Nel racconto finale, Cambio di stagione, “i vestiti appesi agli alberi si muovevano al vento come spiriti inquieti” , con volute più o meno accentuate a seconda del tessuto lieve, come le sete, oppure pesante come il velluto o la lana cotta. Tutti insieme sembravano “un bosco di spettri, infestato dai resti di tutte le donne che la defunta aveva provato a essere prima di andarsene“.
La defunta viene ricordata così dalla sorella che ha organizzato un pranzo per gli amici che la frequentavano, una quarantina di intervenuti, e ha donato a ciascuno un abito. Un modo di essere di lei, ognuno una muta “del serpenteche era stata sua sorella, velenosa e calda, piena di spire”.
E sono i dem a lanciare la nuova campagna in vista delle prossime elezioni.
Al di qua e al di là dell’atlantico, politici e politiche che si definiscono“ progressisti” fanno da gran cassa al mercato dei corpi e dei pezzi di corpo.
Da alcuni giorni, sui giornali, si leggono interviste a testimonial come Alexandra Ocasio-Cortez, senatrice Dem americana, che afferma di volere il controllo sul proprio desiderio di maternità e dunque congela gli ovuli, o alla consigliera PD Pelucchi che confessa di non sapere se vorrà figli , se li vorrà, certamente li vuole o da sola o con una donna (dimenticando che non basta un ovocita per fare un figlio), ma nel frattempo per non rischiare, soffre di endometriosi e dunque ha una riserva di ovuli più bassa, si assicura il capitale in una banca di ovociti.
Renzi che, spudoratamente – tanto lui è un maschio e mica dovrà imbottirsi di ormoni per favorire la produzione di più ovuli fino quasi a far scoppiare un ovario – invita a pensare a una proposta di legge per rendere gratuito il social freezing per le “ giovani donn“ tra 35 e i 38 anni.
Il Pd propone: un bonus fino a 3.000 euro per congelare gli ovuli alle donne under 40 (non per tutte le under 40 ovviamente, la legge fisserebbe limiti precisi). Peccato che congelare gli ovuli possa arrivare a costare fino a 7.000 euro e comunque non è un’assicurazione sulla maternità; gli ovociti di una 38 enne non sono come quelli di una 25enne (e qui si apre una nuova buona altra fetta di mercato).
Soldi nostri, soldi dei contribuenti per sostenere tutto questo, senza rivelare che tra un ovocita crioconservato e un futuro bambino c’è un lungo processo artificiale in cui tutto deve funzionare bene. Basta che un solo passaggio si inceppi e la catena industriale si blocca.
I corpi non sono macchine, i corpi sono viventi e sono senzienti, e oggi, oserei dire, sanno più delle nostre menti; menti ormai manipolate dalle narrazioni pro “progresso”.
Il logos domina, da tempo, in modo talmente sbilanciato sul sapere intuitivo, che sono riusciti a farci credere che il progresso sia tutto collegato alla riproduzione artificiale, perché renderà libere le donne dall’orologio biologico (falso), perché le renderà ricche (si venderanno ovuli giovani e caucasici), renderà le società “più sane” perché faremo i figli “perfetti”(oggi è anche sdoganato il concetto di esame genetico dell’embrione – un tempo si chiamava selezione eugenetica).
Diminuiranno i rischi nelle gravidanze subaffittando corpi di donne che hanno già mostrato di essere abili alla gravidanza, o addirittura si utilizzeranno corpi di donne morte cerebralmente come madri surrogate – ipotesi di una professoressa dell’università di Oslo (Anna Smajdor) – e ovviamente per l’economia, perché si apriranno nuovi mercati.
Per non parlare di tutte le categorie che si dicono pronte a costruire “nuove famiglie”; nuovi diritti crescono sotto il cappello della giustizia sociale, trasformando la realtà in narrazioni funzionali agli interessi di questo nuovo mercato e di chi lo controlla.
Non fraintendetemi, la mia posizione netta contro la narrazione del diritto alla riproduzione (avere un figlio non è un diritto!) non è una posizione insensibile alle sofferenze di chi non riesce o non può averli.
La mia posizione è così netta, contro questa orribile propaganda del mercato dei corpi , perché per me ormai è evidente il disegno che l’élite globalista vuole portare a termine. La pandemia lo ha mostrato benissimo. Il potere si esercita sul popolo se lo si rende fragile, spaventato, e convinto che è costituito di tante unità tutte uguali ma separate fra loro.
Se lo si convince che siamo macchine tutte uguali, tutti facili prede di virus, di malattie, di rischi per la sopravvivenza (badate bene: sopravvivere non vivere), tutti a rischio infertilità, a cui è vendibile la soluzione dall’esterno, allora lo controlli completamente.
Si chiama Transumanesimo. Ci hanno insegnato a temere i nostri corpi, a temere i nostri geni. Da anni insegnano alle giovani donne a temere i loro corpi, mentre compiono l’atto più naturale e fisiologico che esista: portare alla luce un bambino o una bambina.
Il social freezing non è che l’ennesima narrazione che parte da questa prospettiva omologante e meccanicista, esattamente come lo è stata la narrazione del vaccino contro il covid.
Nella storia non si era mai somministrato un farmaco sperimentale uguale per tutte le età e per tutti i generi, e certamente mai lo si era suggerito alle donne incinte, ma durante la pandemia è stato caldamente consigliato -surrettiziamente reso obbligatorio – a tutti senza alcune distinzione di età e di stato.
“Più vaccinati più liberi” era lo slogan,” il vaccino è libertà di andare a scuola di fare sport….” tuonava Letta da un palco PD. Oggi “social freezing gratuito, più libertà per tutte!” e lo sappiamo la libertà diventa un ottimo brand, in questi tempi, se passa, prima di tutto, attraverso il sostegno alla liberazione delle Donne.
Mi addolora che la parte politica nella quale per anni mi sono riconosciuta sia proprio quella che sostiene da decenni questa narrazione e dunque quell’élite malvagia, definita filantropica, che ha un bisogno disperato del mercato dei corpi e dei pezzi di corpo, per sopravvivere. Ma dopo la pandemia non mi stupisce affatto. È un tradimento politico che non dimenticherò.
L’unica via per raggiungere i giovani e sperare in un loro risveglio, in una ribellione profonda e autentica, è quella di ricordargli che i loro corpi sono potenti, che i corpi parlano una lingua ancestrale e che, se la sapranno ascoltare, non li tradirà e li guiderà presto fuori da questo tempo burrascoso e confuso restituendo all’umanità il suo vero potere, quello di essere UMANI.
Le voci da dentro / 1 Ottobre: La città incontra il carcere (Quarta edizione)
Nel nostro Paese ci sono 190 istituti carcerari per adulti, 17 istituti carcerari per minori e un carcere militare. In Italia, sono 37 i giornali che si realizzano in carcere; di queste testate 29 sono registrate ed hanno un direttore responsabile. Fra queste c’è Astrolabio, il giornale della Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara.
Astrolabio propone un incontro
Giovedì 1 ottobre 2026, nell’ambito del programma “Intanto a Ferrara” del Festival di Internazionale, presso la Casa Circondariale di via Arginone 327 si terrà la quarta edizione dell’iniziativa, aperta al pubblico, dal titolo “LA CITTÀ INCONTRA IL CARCERE”.
Lo scopo Lo scopo dell’incontro è quello di creare ponti fra il dentro e il fuori, di favorire occasioni di comunicazione, di superare i pregiudizi e di far conoscere il giornale del carcere Astrolabio che, come tanti altri progetti di valenza sociale, è finanziato dal Comune di Ferrara attraverso le risorse del fondo sociale regionale.
Il programma Il programma è il seguente: Dalle ore 16,30 alle ore 18,30 il comitato di redazione del giornale Astrolabio, formato da persone ristrette ed un curatore, incontreranno la cittadinanza.
Coordinerà l’incontro Filippo Vendemmiati, giornalista e regista già autore del film “Meno male è lunedì” girato nella casa circondariale di Bologna.
Durante l’incontro chiunque potrà intervenire, interagire e partecipare attivamente alla discussione.
Modalità di partecipazione
Per partecipare all’incontro in carcere è obbligatorio prenotarsi entro il 18 settembre 2026, inviando una e-mail a giornaleastrolabio@gmail.com indicando: nome e cognome, luogo e data di nascita ed allegando la scansione leggibile della carta di identità.
Si chiede ai partecipanti che lo desiderano di inviare, nella stessa mail, una domanda da rivolgere alle persone della redazione che non sia riferita al reato commesso. Le più significative saranno prese in considerazione durante l’incontro.
Si ricorda che l’ingresso alla Casa Circondariale è consentito ai maggiori di 18 anni incensurati e non è permesso ai parenti dei detenuti reclusi nel carcere di Ferrara.
Vista la capienza della sala, potranno entrare al massimo 60 persone.
In caso di sovrannumero, la precedenza sarà data ai primi 60 nuovi iscritti che invieranno la richiesta di partecipazione.
Qualche giorno dopo il 18 settembre, verrà inviata via mail una comunicazione della conferma di accesso all’iniziativa, della condotta da tenere, degli oggetti vietati, degli orari di ritrovo e di quelli di ingresso.
Informazioni
L’ingresso è libero. I giornalisti, i fotografi ed i video operatori sono invitati.
L’immagine di apertura
Il disegno, gentilmente concessoci da Fabieke, un writer professionista, declina benissimo la metafora del ponte che collega la “città di dentro” che vive dietro i muri del carcere, dove ci sono storie, creatività, voglia di crescere e di comunicare e la “città di fuori” che cammina per le strade e vive la comunità, ma spesso non sa nemmeno di quella parte nascosta accanto a lei e non immagina neppure che le due realtà possano integrarsi.
È un’immagine molto importante perché rappresenta un sogno; infatti gli amici dell’Avoc di Bologna e del Coordinamento Carcere del Quartiere Navilevogliono costruire un ponte tra queste due realtà e vogliono farlo attraverso l’arte.
Vogliono ingrandire quell’immagine su un murales di 6 metri per 3, sotto il cavalcavia di via Ferrarese nel quartiere Navile a Bologna.
Vogliono realizzare il progetto con i detenuti della Dozza di Bologna, dopo un periodo di formazione insieme a un artista professionista.
Per realizzare questo ponte di colori che unisca la città di fuori alla città di dentro hanno bisogno di circa 6.000 euro entro la fine di settembre. Quindi hanno bisogno di ognuno di noi, del nostro piccolo o grande contributo per fare di quel sogno un progetto concreto.
Sostieni anche tu il progetto perché ogni contributo è un mattone per realizzare quel ponte che significa empatia, speranza, umanità e futuro migliore per tutti noi. Grazie per il tuo sostegno.
Per maggiori informazioni e per versare clicca qui: https://www.ideaginger.it/progetti/un-ponte-di-colore-tra-carcere-e-citta.html#tab_sostenitori
In copertina: Disegno di Fabieke.
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Il dannoso impatto dell’accordo con l’Albania sui diritti delle persone.
Un Report di Amnesty International
L’accordo tra Italia e Albania per l’esternalizzazione della detenzione di persone migranti e richiedenti asilo sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani di queste persone. È quanto sottolinea Amnesty International in una ricerca pubblicata a poche settimane di distanza dai fatti di Ceuta, che hanno messo in evidenza i pericoli insiti nelle politiche migratorie dell’Unione europea, da tempo basate sull’esclusione e sul confinamento.
La ricerca, intitolata Italia: la detenzione extraterritoriale delle persone migranti e gli obblighi in materia di diritti umani, esamina l’accordo del 2023 che ha istituito due centri in Albania gestiti dalle autorità italiane. Tale accordo ha comportato il trasferimento forzato e il trattenimento di centinaia di persone, con un accesso fortemente limitato all’assistenza legale.
Le condizioni detentive e il grave costo umano delle politiche di esternalizzazione dell’Italia potrebbero aver contribuito a indurre alcune persone detenute a compiere atti di autolesionismo o a tentare il suicidio.
“Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 – evidenzia Amnesty International – sulla base dell’accordo, l’Italia ha svolto tre operazioni in mare e trasferito 74 persone direttamente dalle acque internazionali in Albania. Dopo numerose sentenze di tribunali italiani che non avevano convalidato il trattenimento di queste persone, l’Italia ha cessato i trasferimenti.
Nel marzo 2025, tuttavia, il governo italiano ha modificato l’accordo per consentire la detenzione in Albania di persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia. A seguito di ciò, negli ultimi 15 mesi centinaia (si ritiene oltre 500) uomini prevalentemente razzializzati sono stati forzatamente trasferiti nel centro di detenzione di Gjadër.
In questo centro, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, sono stati registrati 42 ‘eventi critici’, tra cui due tentate impiccagioni, una protesta in cui tre persone hanno riportato ferite da schegge di vetro e vari casi di autolesionismo.
Il governo italiano ha ostacolato il monitoraggio indipendente dell’attuazione dell’accordo, anche attraverso restrizioni ai controlli parlamentari e aggirando le normali procedure legislative. Limitando l’accesso e la supervisione di osservatori indipendenti sui diritti umani, cosa accada nei centri di detenzione in Albania rimane largamente avvolto dal segreto”.
Benché le persone detenute in Albania ricadano sotto la giurisdizione italiana, la loro distanza fisica dall’Italia e il limitato accesso ad avvocati, a giudici e ad altre misure di garanzia compromettono significativamente l’efficacia del diritto d’asilo e l’accesso alla giustizia.
Un avvocato intervistato da Amnesty Internationalha affermato di non essere stato in grado di conferire col suo cliente prima di un’udienza d’asilo e di non aver avuto sufficiente tempo per preparare in modo adeguato la difesa. A suo parere, il fatto che sui verbali delle udienze d’asilo siano riportate risposte a monosillabi è segno che le persone si sentissero intimidite.
I tribunali italiani e la Corte di giustizia dell’Unione europea hanno giudicato incompatibili con le norme dell’Unione europea le leggi e le prassi italiane circa la gestione delle richieste d’asilo da parte di persone provenienti da paesi designati “sicuri” dall’Italia, a causa della cui designazione si applicano procedure accelerate d’esame. Hanno anche stabilito che non vi sono sufficienti salvaguardie a disposizione delle persone richiedenti asilo.
Nonostante una serie di sentenze dei tribunali italiani che hanno ordinato il ritorno in libertà delle persone detenute in Albania, il governo italiano ha proseguito ad applicare l’accordo. Ha cercato di limitare le verifiche dei tribunali sulla designazione dei “Paesi sicuri”, ricorrendo alla decretazione d’urgenza, senza spiegare i motivi di questo indebolimento dello stato di diritto. Le persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia e qui già detenute vengono anche sottoposte a trasferimenti extraterritoriali illegali, non previsti dalle norme italiane ed europee.
Come si ricorderà, l’accordo Italia-Albania è entrato in vigore il 23 febbraio 2024 con validità di cinque anni e conseguente rinnovo automatico. Per la sua attuazione, il governo italiano risulta abbia previsto oltre 670 milioni di spesa fino al 2028.
Poiché il ministero dell’Interno italiano, citando motivi di sicurezza e di ordine pubblico, ha negato ad Amnesty International di visitare i centri di detenzione in Albania, la ricerca si è basata sulla corrispondenza con lo stesso ministero, sulla revisione di atti giudiziari, su informazioni condivise con la rete della società civile Tavolo asilo e immigrazione, su relazioni di parlamentari e difensori civici e su interviste con agenzie delle Nazioni Unite e con due avvocati di persone detenute a Gjadër.
Lo scorso giugno una delegazione di Amnesty International Italia ha percorso via mare la rotta da Brindisi a Shëngjin a bordo di un’imbarcazione della cooperativa transfemminista e popolare Seasters. L’iniziativa, che ha ripercorso il tragitto utilizzato per il trasferimento dei migranti nell’hotspot in Albania, ha visto anche la partecipazione dell’artista Laika, presente a bordo con una sua opera.
Federico García Lorca: disobbedire alla pesantezza
Il poeta e drammaturgo Federico García Lorca fu ucciso dai franchisti a Viznar, poco lontano da Granada, il 19 agosto 1936 – questa la data ufficiale. Aveva solo trentotto anni, essendo nato il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros. A novant’anni di distanza, sappiamo relativamente poco di ciò che sia realmente successo. Il certificato di morte scritto solo quattro anni dopo è un documento palesemente ipocrita: «Deceduto nel mese di agosto del 1936 in conseguenza di ferite prodotte da cause di guerra». Ma la fossa comune in cui il suo corpo è stato gettato non è mai stata individuata.
Simone Weil, ne Il peso e la grazia, scrive: «Obbedienza alla pesantezza. Il massimo peccato».
Si trova nel frammento in cui Weil analizza la “pesantezza” come legge naturale dell’anima — una forza che trascina verso il basso, verso la reazione, verso la meccanicità — e che solo la grazia può interrompere.
In quel contesto, “obbedire alla pesantezza” significa cedere alla forza che ci fa reagire meccanicamente, a quella forza che ferisce, giudica, offende. È una forza contraria all’attenzione, alla leggerezza e, appunto, alla grazia.
È una frase che mi accompagna da anni, che ho usato come esergo e fil rouge nella mia quarta raccolta poetica e che oggi riconosco essere la chiave perfetta per raccontare il mio incontro con Federico García Lorca e, più in generale, con la poesia. Perché se la pesantezza è il peccato, la poesia — quella vera — è la grazia che salva.
La poesia è “l’ape che vola” nella sera, la levità che ti porta in alto, il gesto che è indice di libertà.
Il mio incontro con Lorca avvenne così: avevo quindici anni, quando un giovane sindacalista — uno di quelli che parlano come se il mondo fosse ancora (o sempre) aggiustabile — mi regalò i due volumi dell’opera completa del poeta di Granada.
Non era un gesto calcolato. Era un dono impulsivo, quasi distratto, come se avesse voluto condividere un segreto senza sapere che stava consegnandomi una (e alla)… vita.
In quelle pagine trovai immagini e voci che non ho più dimenticato: una lumachina pacifica borghese della strada, un’ape che vola nell’aria dolce, una formichina agonizzante che avverte la sera immensa, una voce che dice: “Ecco chi viene a portarmi su una stella.”
Non voglio riportare il verso integralmente: andarlo a cercare tra le poesie di Lorca è già di per sé un modo di esorcizzare quella obbedienza della quale parla la Weil. Di proposito quindi non lo riporto, ma posso provare a raccontare quello che ha fatto a me.
Come si sa, nella poesia di Lorca la natura non è mai semplice scenario ma è destino, presagio, linguaggio. Gli animali diventano figure dell’anima, i colori sono veri e propri stati emotivi, e le stagioni cicli temporali interiori.
La sua è una poetica della metamorfosi: ciò che è piccolo diventa cosmico, ciò che è quotidiano diventa simbolo, la ferita diventa canto. L’immagine dell’ape che vola nella sera immensa e della formichina agonizzante appartiene a questa logica. Cosicché la natura diventa rivelazione: l’ape non è un insetto ma un messaggero; la formichina è espressione di una condizione umana e la stella è una via d’uscita.
Da adolescente, quelle immagini mi hanno insegnato che la poesia non è un semplice ornamento perché quelle parole non erano solo suoni ma gesti, gesti concreti.
Quando sei piccolo, schiacciato, senza forze, arriva un’ape — una immagine, un suono ritmato, un simbolo — e ti porta altrove, ti solleva per salvarti e ti restituisce un nuovo respiro.
Lorca non è rimasto confinato nella mia adolescenza. La sua voce ha continuato a risuonare nei miei anni, nei miei studi, nelle mie scelte, nelle mie ferite. È diventato un compagno di strada, una presenza discreta ma costante. È anche il motivo per cui, molti anni dopo, quando ho scritto una poesia dedicata a José Mujica, ho sentito il bisogno di usare alcuni versi di Lorca. Non come citazione ornamentale, ma come innesto vitale: la sua voce poteva illuminare un’altra storia, un’altra lotta, un’altra forma di tenerezza politica. Lorca, in quel testo, non era un riferimento: era un alleato.
La presenza di Lorca nella cultura contemporanea è sorprendentemente vasta. La sua influenza attraversa la poesia ispanoamericana, il teatro del Novecento, la musica popolare e colta, la narrativa simbolica, la cultura della memoria. Lorca è diventato una costellazione: un punto di riferimento che non si esaurisce nella sua biografia tragica, ma continua a generare forme, immagini, linguaggi.
Nel 2011, quando Leonard Cohen ricevette il Premio Principe delle Asturie, pronunciò un discorso che è diventato una piccola lezione di poetica. Ringraziò la Spagna non solo per avergli dato la chitarra, ma per avergli dato Federico Garcia Lorca.
Disse che senza Lorca molte delle sue canzoni non sarebbero mai nate, che la sua voce — quella voce profonda, scavata, quasi rabbinica — era stata plasmata anche dal poeta di Granada. «Potrei dirvi di quando da giovane ancora adolescente…studiando i poeti inglesi non riuscivo proprio a sentire la mia voce. Quando iniziai a leggere i testi di Lorca, sebbene tradotti, fu solo allora che iniziai a percepire una voce» – raccontò Cohen e che fu solo grazie alla compagnia di quella voce «…[che riuscii] a conoscere la mia voce…
Anno dopo anno, compresi che questa voce mi trasmetteva anche delle istruzioni. Quali erano queste istruzioni? Mai soffrire inutilmente, e se qualcuno vuole affrontare l’inevitabile caduta a cui tutti siamo destinati, deve farlo sempre con dignità e stile» e, aggiungerei, con leggerezza.
E mentre lo ascoltavo, ho pensato al mio amico sindacalista, ai miei quindici anni, alla formichina agonizzante, all’ ape che ci porta su una stella. Ho pensato che anche per me Lorca è stato questo: una stella che avrebbe brillato per tutta la vita e che avrebbe reso così comprensibile quell’esergo weiliano.
Non bisogna mai…obbedire alla pesantezza ed è proprio nei momenti più difficili della nostra esistenza che bisogna affinare quell’attenzione tanto cara a Simone Weil e ascoltare nella sera immensa il ronzio dell’…ape che si avvicina e convintamente dire: “Ecco chi viene a portarmi su una stella”.
In copertina: Settembre 1931. Inaugurazione della prima biblioteca pubblica a Fuente Vaqueros, una cittadina nella Vega di Granada. Federico García Lorca, il poeta più famoso a livello internazionale dell’epoca e nato proprio a Fuente Vaqueros, iniziò il suo discorso con la voce rotta dall’emozione: «Innanzitutto, devo dirvi che non parlo, leggo». – immagine da ciceronegranada.com
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Archeologia militare e tesori segreti di Palestina
Il 23 novembre 1947Eleazar L. Sukenik, docente di archeologia ed epigrafia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, ricevette una telefonata da un amico armeno, mercante di antichità nella città vecchia, che richiedeva un incontro urgente per una faccenda delicata.
In quei giorni la tensione era alta, ebrei e arabi erano sul piede di guerra e aspettavano da un momento all’altro l’annuncio della spartizione del paese da parte dell’O.N.U. per iniziare a combattere.
L’iter per la richiesta del lasciapassare necessario per attraversare lo sbarramento militare da una zona all’altra, avrebbe richiesto alcuni giorni, pertanto l’incontro fu preliminare ed ebbe luogo clandestinamente il 25 novembre, alla Porta di Giaffa.
Quil’armeno raccontò di aver ricevuto la visita di un mercante arabo di Betlemme che era andato a portargli frammenti scritti di una pergamena di cui voleva stimare il valore, provenienti da un recente ritrovamento fatto nei pressi del Mar Morto.
Aveva portato con sé uno di quei pezzi che riuscì a mostrargli attraverso il muro di filo spinato che divideva in due settori la Città Santa.
Eliezer Sukenik, 1951, ph. creative commons
Il prof. Eleazar L. Sukenik, nell’osservarli, li trovò del tutto simili alle iscrizioni funerarie ebraiche incise su pietra del I secolo d.C, ma fino a quel giorno non aveva mai visto l’ebraico scritto con inchiostro su pergamena.
Due giorni dopo l’armeno gli ritelefonò per informarlo che aveva ottenuto nuovi frammenti e nuove informazioni sulla loro appartenenza ad un unico grande rotolo.
Il prof. Sukenik, che nel frattempo aveva ottenuto il lasciapassare, si recò il giorno stesso dal suo amico, li analizzò e si dichiarò disposto ad incontrare il più presto possibile il mercante arabo, per acquistare, tramite la sua mediazione, il rotolo completo da cui provenivano quei frammenti.
E così, il giorno dopo, furono ricevuti a Betlemme da un calzolaio appassionato di antiquariato, Halil Iskandar Shahin detto Kando, che gli vendette non uno, ma ben tre rotoli e molti altri frammenti.
Sukenik ripartì per Gerusalemme avvolgendo i tre rotoli e i frammenti in carta di giornale e, appena rientrato, corse a studiarli, rendendosi immediatamente conto che si trattava del sensazionale ritrovamento dei più antichi manoscritti ebraici conosciuti sino ad allora: il Libro degli Inni, una raccolta di salmi biblici riferiti all’Antico Testamento; un primo rotolo del Commentario Biblico di Isaia e La Regola della Guerra.
A differenza degli altri che trattavano argomenti religiosi e incompleti, quest’ultimo rotolo, La Regola della Guerra, gli apparve come un vero e proprio poema letterario che raccontava di una guerra, una grande guerra combattuta tra forze del bene contro forze del male, proprio mentre la radio annunciava l’adozione della risoluzione di spartizione della Palestina per la creazione di uno stato ebraico e, di conseguenza, l’inizio della guerra.
A quel punto le coincidenze che lo avevano condotto alla “scoperta archeologica del secolo” gli dovettero apparire chiare: quello che aveva decifrato, tradotto e letto per primo, era il testo integrale di un rotolo di manoscritti poi conosciuto come il Libro della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre, cioè con il nome con cui lui lo rinominò a partire da quel giorno.
Intuì anche che gli autori avrebbero potuto essere stati gli adepti di una delle sette messianiche più estremiste vissute nella Giudea tra il secondo secolo a.C. e il primo secolo d.C., quella degli Esseni di Qumran, ma quello che non avrebbe potuto certo immaginare era come, proprio in quei luoghi, l’avventura moderna dei manoscritti fosse già cominciata qualche tempo prima, per puro caso.
Le rovine di Qumran nel Deserto di Giudea – foto Franco Ferioli
Le rovine di Qumran giacciono nell’impietosa siccità del Deserto di Giudea, sulla sommità di una falesia di calcare rossastro che sovrasta di 350 metri la costa nord occidentale del Mar Morto e prendono il nome da un torrente stagionale, lo uadi Qumran, che scava un profondo canyon le cui pareti presentano numerose cavità e grotte naturali.
Negli anni ’40, gli unici frequentatori del luogo erano pastori nomadi beduini delle famiglie Ta’amireh, che vi si recavano saltuariamente per brevi periodi primaverili dell’anno, al seguito delle loro greggi, in cerca di pascoli.
La caccia al tesoro di Qumran
Mohamad ed Dhib – Mohamad il Lupo – mentre il resto del suo gregge si trovava nei dintorni di Qumran, era alla ricerca di una capra smarrita sul fianco della falesia. Vide un’alta apertura nella roccia: vi lanciò dentro un sasso e sentì rumore di cocci rotti.
Era l’apertura di una grotta, si inoltrò e dentro vi trovò otto giare chiuse con il coperchio, una delle quali contenente tre rotoli di pergamena coperti di scritture, uno grande e due più piccoli, che poi raccolse e portò all’accampamento.
Nessuno seppe cosa farsene e dopo alcune settimane intervenne uno zio che portò tutto a Betlemme dove un calzolaio arabo appassionato di antiquariato, Halil Iskandar Shahin detto Kando, comprò tutto per cinque dollari.
Nessuno a Betlemme fu in grado di decifrare la scrittura e così Kando, che era un cristiano della Chiesa Siriana, credendo si trattasse di siriaco antico, pensò bene di portare i rotoli al suo parroco che li sottopose all’Arcivescovo Mar Athanasius Yeshua Samuel, del convento di San Marco di Gerusalemme, che li visionò e comprò immediatamente.
Kando aveva contattato altri antiquari della Città Vecchia, incluso l’armeno amico di Sukenik, mentre la grotta di Qumran veniva rivisitata e ispezionata minuziosamente dagli scopritori Ta’amireh, che, pochi giorni dopo gli portarono alcune giare, numerosi frammenti e altri quattro rotoli interi, quelli cioè che furono ceduti, tutti tranne uno, a Sukenik.
Questi primi episodi della caccia al tesoro di Qumran crearono un enorme scalpore e un’enorme attesa nella società israeliana.
Mentre Sukenik procedeva nello studio dei rotoli in suo possesso per giungere all’attesissima prima pubblicazione dei risultati, Mar Samuel, dopo essersi recato con i rotoli ad Antiochia e a Beirut, alla fine del gennaio 1948 si rivolse anche all’Università Ebraica di Gerusalemme e, di fatto, al prof. Sukenik, che venne ufficialmente autorizzato a prenderne in visione soltanto tre per pochissimi giorni.
Fino al 6 febbraio, Sukenik ebbe davanti agli occhi la parte mancante del tesoro di Qumran, ma non gli riuscì né di trattenerla né di acquistarla, perché l’arcivescovo siriaco li affidò interamente, il 18 febbraio, all’American School of Oriental Research di Gerusalemme e alla perizia di due studiosi nordamericani, John C. Trever e William H. Brownlee che furono anche autorizzati a fotografarli per primi e a inviare le foto negli USA.
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato d’Israele e l’indomani gli eserciti di Egitto Siria, e Giordania, sostenuti da contingenti libanesi e iracheni, partirono all’attacco.
Il 16 Mar Samuel uscì illeso dal bombardamento del Monastero di San Marco, raccolse i rotoli e li porto con sé negli Stati Uniti, dove si rifugiò. La guerra Arabo Israeliana finì con una tregua nel luglio del 1948 e la zona di Qumran, come Gerusalemme Est e la Cisgiordania, venne mantenuta sotto il controllo delle forze giordane.
Alla fine del gennaio 1949 la grotta di Mohamad il Lupo fu individuata dal capitano belga dell’O.N.U. Philippe Lippens insieme ad altri ufficiali della Legione Araba e battezzata “grotta 1 di Qumran”.
Un primo scavo della “grotta 1 di Qumran” venne condotto tra il 15 febbraio e il 5 marzo 1949 da un pool di istituzioni internazionali composto dal Dipartimento delle Antichità di Giordania, L’Ecole Biblique et Archeologique Francaise di Gerusalemme e il Palestine Archeological Museum di Gerusalemme poi coadiuvato dall’American School of Oriental Research.
A partire dagli anni ‘50 iniziarono le pubblicazioni delle traduzioni di Sukenik, divenute dei best sellers, e alla fine del 1951 si svolse la prima campagna di scavi sul sito archeologico di Qumran.
Secondo uno schema tattico che si ripresenterà inalterato per tutti gli anni a seguire, proprio mentre era in corso la prima campagna, furono ancora i Ta’amireh a rifornire il mercato clandestino delle antichità di Gerusalemme con nuovi manoscritti scoperti in alcune grotte del uadi Murabba’at, poco più a sud di Qumran.
Gli archeologi allora si dirigono verso il wadi Murabba’at e subito dopo i Ta’amireh ritornano a Qumran e scoprono vicino alla “grotta 1” un’altra grotta di manoscritti che verrà detta la “grotta 2”.
Gli archeologi vi accorrono a loro volta e dal 10 al 29 marzo 1952, esaminano passo a passo la falesia di Qumran per otto chilometri senza lasciarvi, a loro dire, nessuna apertura inesplorata: più di quaranta vani vengono ispezionati, ma viene scoperta solo una nuova grotta ricca di manoscritti, la “grotta 3” che custodiva anche il preziosissimo Rotolo di Rame.
Deserto di Giudea, Cisgiordania – foto Franco Ferioli
Il Rotolo di Rame
Il Rotolo di Rame, rinvenuto diviso in due parti arrotolate separatamente e appoggiate l’una sull’altra contro la parete rocciosa della “grotta 3 di Qumran”, è un documento straordinario per molti motivi.
Nella vasta collezione libraria di Qumran è l’unico rotolo non scritto, ma inciso su rame e proprio per questo, quando fu scoperto, il 20 marzo 1952, dopo quasi duemila anni di età, la corrosione era talmente avanzata da renderlo completamente mineralizzato e illeggibile.
Tali condizioni consentirono solo esami superficiali e per tre anni rimase chiuso, in tutti i sensi, nel vasto repertorio di ritrovamenti conservati nel Palestine Archaelogical Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, in via Solimano, di fronte ai Bastioni della porta di Erode, nel settore est della Città Vecchia di Gerusalemme, in attesa che venisse trovato il modo per poterlo srotolare senza arrecare ulteriori danni.
Lungo e complesso fu pertanto il lavoro di recupero, che venne svolto in due fasi, a partire dal 1955, prima in Inghilterra, poi in Francia.
Presso il College of Technology di Manchesteri due volumi vennero tagliati in lamelle, ottenendo 23 strisce incurvate corrispondenti alle dodici colonne del testo e numerose schegge: ciò permise di capire che il rotolo era composto da tre fogli di rame fissati l’uno all’altro ed era lungo 228 cm, alto 30 e spesso meno di un millimetro.
Poi venne pulito e ricomposto giustapponendo i pezzi e le schegge, mediante l’applicazione di strisce di rinforzo.
Alla fine di questa prima fase venne analizzato, studiato, fotografato ed esposto in pezzi distaccati in una apposita bacheca del Museo Archeologico Nazionale di Giordania, divenendo il principale punto di attrazione di Amman fino al novembre del 1993, quando fu di nuovo necessario intervenire per garantirne lo stato di conservazione.
Sotto gli sguardi di migliaia di visitatori, le colle e le resine applicate a Manchester si erano deteriorate e nei laboratori parigini Velectra della Compagnie Electricitè de France, vennero ripulite con un bagno alcolico e bloccato l’avanzamento della corrosione con applicazioni di resine protettive e reversibili.
Il rotolo venne infine rifotografato, digitalizzato, radiografato, riprodotto su rame in copia conforme mediante galvanoplastica e salvato dal tempo. L’unico studioso che ebbe modo di seguire il lavoro iniziale svolto a Manchester e di ricopiare direttamente il testo mano a mano che veniva ripulito, fu J. M. Allegro, ma lo studio e la pubblicazione ufficiale, che avvenne sei anni dopo nel 1962, fu affidata a J. T. Milik.
Le due versioni coincisero tra loro e coincisero anche con quella espressa di getto dal prof. Karl Georg Kuhn, studioso tedesco di teologia e lingue antiche, che in precedenza fu tra i primi a decifrare quanto era riuscito a leggere solo sugli strati esterni: si trattava di una lista di nascondigli segreti di tesori sepolti in Palestina.
I nascondigli erano 64, sparsi per tutta la Giudea: nell’area del Mar Morto, intorno a Qumran, Masada, Gerico, nonché a sud e a est di Gerusalemme, nella valle del Cedron e in Samaria.
Forniva indicazioni e direzioni geografiche molto precise da seguire per ritrovare luoghi quali tombe, sorgenti, cisterne, grotte, cascate, che custodivano grandi tesori: essenze e pietre preziose riposte in vasi pregiati, vesti sacerdotali, oggetti di culto, offerte votive, argento e oro per migliaia e migliaia di talenti; solo i metalli preziosi, se sommati, sarebbero arrivati a pesare 65 tonnellate di argento e 26 tonnellate d’oro:
A Horebbeh, nella valle di Acor, sotto i gradini che vanno verso oriente, a quaranta cubiti: cofano d’argento, il cui peso totale è di diciassette talenti.
Nel monumento funebre di Ben-Rabbah da Shalisha: cento lingotti d’oro.
Nella grande cisterna del recinto del piccolo peristilio, turata da una pietra bucata, in un angolo del fondo di fronte all’apertura superiore: novecento talenti.
Nella grotta, casa del vecchio maestro, nel terzo ridotto: sessantacinque lingotti d’oro.
Nel recinto del… sotto l’angolo meridionale a nove cubiti vasi d’argento e d’oro, sono i vasi di offerte di prelevamento, tazze, coppe, patere, ampolle: totale seicentonove.
Tra le due tamerici della valle di Acon, nel mezzo, scava tre cubiti: qui ci sono due marmitte piene d’argento.
Nella fessura di Secaca, a oriente della vasca di Salomone: vasi delle offerte di prelevamento.
Lì vicinissimo da sopra del canale di Salomone in direzione del grande masso di pietra, a sessanta cubiti scava tre cubiti: ventitré talenti d’argento.
Nessuno sa chi sia stato a incidere il Rotolo di Rame, l’autore è rimasto e rimarrà anonimo.
E forse lo stile dato a questo libro, cioè quello di un elenco, non poteva nemmeno consentire di esprimere velleità letterarie da parte di un vero e proprio autore, quanto semmai le abilità tecniche e artigianali di uno scriba o di un amanuense.
Oltretutto dalla lettura emersero anche le difficoltà che incontrò nell’incidere con un bulino i caratteri aramaici di una scrittura incerta, poco uniforme, che presentava numerosi errori e correzioni, ma è interessante notare come la sua personalità sia emersa, comunque e inaspettatamente, solo in un preciso punto:
Nell’acquedotto che fiancheggia la strada a oriente di Bet Hatsor, a oriente di Hazor: vasi di offerte di prelevamento e libri. Non appropriartene!
Per poi continuare ancora la stesura del lungo elenco, così via, fino quasi alla fine:
Alla cascata presso Kefar Nebo, a oriente, circa, dal suo sbocco; scava sette cubiti: nove talenti.
Nella caverna che si trova a settentrione dell’ingresso della gola di Bet Tamar, nel terreno pietroso di Garpela: tutto ciò che vi si trova è cosa consacrata.
Nella vasca della valle di Giobbe, sul lato occidentale, si trova una pietra fermata da due grappe; essa è all’ingresso: trecento talenti d’oro e venti vasi incatramati.
Sul monte Gazirim, sotto i gradini della caverna superiore: un cofano con tutto il suo contenuto e sessanta talenti d’argento.
All’orifizio della fontana di Bet-Sham: vasi d’argento e vasi d’oro, sono i vasi delle offerte di prelevamento: il totale dell’argento è di seicento talenti.
È sorprendente che l’autore sia giunto a porre il proprio unico intervento, sotto forma di quel monito diretto – Non appropriartene! – proprio nell’unico luogo dove il tesoro non è più solo costituito da vasi preziosi, scrigni, argento e oro, ma anche da libri.
E lo è ancor di più come l’autore abbia posto alla fine, come ultimo tesoro, un altro libro ancora: cioè una copia di questo stesso rotolo. Le ultime righe del testo menzionavano infatti un nascondiglio che proteggeva una copia di questa lista, arricchita da maggiori particolari:
Nella caverna della roccia levigata a settentrione di Kholit, aperta verso settentrione al cui ingresso vi sono delle tombe: una copia di questo scritto con la spiegazione, le misure e un inventario completo oggetto per oggetto.
Di questa copia non venne mai data la notizia del suo ritrovamento, nè conferme sulla veridicità dei nascondigli o notizie su eventuali ricerche svolte in loco.
Emile Puech fu il terzo qumranista a studiare il Rotolo di Rame non appena terminò la seconda fase di restauro: il suo lavoro accertò l’appartenenza del rotolo alla Comunità Essena di Qumran e ridusse da 64 a 60 il numero complessivo di nascondigli, accorpandone alcuni tra loro che giudicò concomitanti, ma non eliminò l’ultimo di questi, il più importante, quello cioè che rivelava dove era riposta la copia gemella del Rotolo di Rame.
Nessuno ha mai messo in dubbio l’attendibilità delle traduzioni e la veridicità del documento e si è disquisito sul fatto che un testo cosi asciutto, benché ricco di nuovi vocaboli, non potesse in alcun modo presentare trabocchetti, giochi di parole o stratagemmi atti a fuorviare deliberatamente il lettore.
I dubbi sorsero sul significato di questo scritto e sulla chiave di lettura da adottare per la comprensione di un impianto così articolato e suddiviso in due parti.
Il Rotolo di Rame mantiene uno schema fisso di elencazione che fornisce scarse informazioni relative alla provenienza e alla giustificazione dei tesori: la sua copia era una copia complementare che includeva anche i dettagli mancanti sulla ‘spiegazione’, sulle ‘misure’ dei tesori inventariati ‘oggetto per oggetto’?
Il Rotolo di Rame, la più straordinaria mappa di tesori mai trovata, era da considerarsi come un “negativo” o un “calco” dell’altro suo rotolo gemello?
E chissà poi se ‘nella caverna della roccia levigata a settentrione di Kholit, aperta verso settentrione al cui ingresso vi sono delle tombe’ l’ultimo tesoro elencato nella copia sarebbe coinciso con il Rotolo di Rame della “grotta 3 di Qumran” ?!
Se così fosse, si tratterebbe di uno straordinario virtuosismo da parte di un grande autore che, in tal modo, sarebbe riuscito per primo a donarci una figura linguistica, quella del chiasmo, applicandola in maniera magistrale all’intera struttura letteraria della sua opera di antico scrittore, custode dei grandi tesori segreti di Palestina.
Deserto di Giudea, Cisgiordania – foto Franco Ferioli
In luglio-settembre 1952 le famiglie beduine Ta’amireh offrono papiri nabatei e frammenti di pergamene bibliche dei Profeti Minori scritte in aramaico e greco; poi scoprono a Khirbet Mird, ammassati in una camera sotterranea di un monastero che gli scritti bizantini che chiamano Kastellion o Marda, manoscritti redatti in greco, in cristo-palestinese (dialetto aramaico di epoca bizantina) e in arabo; poi scoprono una nuova grotta; la “grotta 4” e la storia del ritrovamento è favolosa tanto quella della “grotta 1”.
Un vecchio nonno della tribù raccontò un suo ricordo di gioventù: andando a caccia nella regione di Qumran, disse che era sulle tracce di una pernice ferita, che si sottrasse alla sua vista e alla sua presa cadendo in una cavità. Egli allora si infilò nell’anfratto dove riuscì a catturarla e dove notò che erano deposti una lampada ad olio di terracotta e dei cocci di vasellame. I giovani beduini si diressero immediatamente verso il luogo indicato, lo trovarono, scavarono e videro affiorare migliaia di reperti.
Gli archeologi tentarono di localizzare la caverna e di carpirne l’ubicazione, padre Roland de Vaux, direttore dell’Ecole Biblique Francaise di Gerusalemme, riuscì ad avvertire la polizia di Gerico, che intervenne sul posto e subito dopo, accompagnato dal suo collaboratore Jozef Milik, si recò in loco, penetrò nella grotta attraverso un cunicolo e rinvenne, sotto uno strato di polvere e fango secco, un manoscritto che riconobbe immediatamente essere il Libro di Enoc.
La disputa infinita tra guardie e ladri si protrae così, colpo su colpo, fino alla grotta 11 e oltre la metà degli anni ’50 (estate del 1956) quando la grande quantità di documenti estratti dai beduini venne acquistata dal Palestine Archaeological Museum di Gerusalemme, dal Governo Giordano, dalla Biblioteca Vaticana, dalle università Mc Gill di Montreal Canada, di Manchester Gran Bretagna, di Heidelberg Germania; dal Mc Cormick Theological Seminary di Chicago USA, e si venne quindi a creare una equipe internazionale di studiosi che incluse anche il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, la Catholic University di Washington e il Jesus College di Oxford.
Senza mezzi termini, la scoperta dei Rotoli del Mar Morto divenne la scoperta del secolo, di importanza e interesse mondiale.
Il 1 giugno del 1954 apparve questo annuncio sul Wall Street Journal di New York:
” Quattro rotoli del Mar Morto Manoscritti biblici risalenti perlomeno all’anno 200 d.C, sono in vendita. Potrebbe essere un ideale dono privato o collettivo per un’istituzione culturale o religiosa.”
L’unico che rispose attraverso un intermediario, per non lasciare apparire il filo diretto con Israele, fu anche il solo acquirente e l’unica persona al mondo in grado di sapere con certezza che si trattava di un patrimonio di inestimabile valore che comprendeva il Commentario di Abacuc, La Regola della Comunità, un libro apocrifo della Genesi e il Manoscritto di Isaia, il più antico esemplare integrale della Bibbia mai conosciuto.
Si trattava di Ygael Yadin, archeologo direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Israeliano, il quale, secondo una consuetudine non rara e ammessa in Israele, aveva cambiato il proprio cognome di origine famigliare – Sukenik – con un cognome ebraico -Yadin -: Ygael (Sukenik) Yadin figlio primogenito del prof. Elehazar Sukenik, deceduto appena un anno prima.
Quattro anni dopo Ygael Yadin ricomparve sulla scena e, dopo aver comperato da un anonimo nordamericano un frammento di Qumran appartenente al rotolo biblico dei Salmi, venne a conoscenza dell’esistenza di un ultimo rotolo nelle mani di un privato arabo.
Gliene era stato recapitato un frammento e sapeva che era disponibile sul mercato clandestino; le trattative per l’acquisto, condotte da intermediari, non sortirono però alcun esito.
Nel giugno 1967, alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni, Israele ebbe la meglio sulle forze giordane, facendole arretrare ad est oltre il Giordano e stabilì il proprio controllo sia su Gerusalemme Est che sulla WestBank. In tal modo ottenne, come il più ricco dei bottini archeologici di guerra, il Palestine Archaelogical Museum di Gerusalemme e il controllo diretto dei siti del Mar Morto.
In concomitanza con questi eventi, Ygael Yadin ottenne dal governo israeliano un incarico speciale per ricercare il mercante arabo che aveva fornito all’americano anonimo il frammento. Il tenente colonnello dei servizi segreti israeliani, Shelomoh Goren, rabbino capo dell’esercito, venne messo a disposizione di Yadin ed ebbe inizio una missione segreta.
Una task force, appena giunta a Betlemme l’8 giugno con le avanguardie dell’esercito, rintraccia il ricettatore arabo, lo contatta e lo induce a consegnare alle Autorità Militari Israeliane il contenuto di una scatola da scarpe e di una confezione di sigari.
Per la legislazione giordana come per quella israeliana tutto il materiale archeologico è proprietà dello Stato e nessun privato può accampare su di esso diritti di proprietà.
Forti di questa norma, gli agenti israeliani, portarono a termine la missione recandosi a colpo sicuro e irrompendo in casa di Halil Iskandar Shalim, detto Kando.
Il 22 ottobre 1967, nel corso di un convegno internazionale che vedeva riuniti a Gerusalemme un gran numero di studiosi provenienti da ogni parte del mondo, l’archeologo Ygael Yadin annunciò ufficialmente la scoperta di un nuovo rotolo proveniente da Qumran: la scatola di scarpe conteneva il Rotolo del Tempio, la confezione di sigari dei frammenti strappati.
La provenienza precisa, cioè la grotta, non venne rivelata; fu invece reso pubblico e svelato tutto l’intreccio di circostanze segrete che portarono all’esito finale, creando un ennesimo clamore mediatico, che sancì la fine della caccia al tesoro di Qumran. Era l’ultimo rotolo, quello che mancava dal conto totale, e dove poteva mai essere trovato?
Al momento dell’irruzione degli ufficiali israeliani, Kando ricevette un documento legale che gli consentì di definire la conclusiva vendita allo stato di Israele nel luglio del 1969 per 250.000 shekels.
Dalle lettere di Tell el-Amarna scoperte da contadini nel 1887, all’iscrizione di Shilo scoperta da fanciulli nel 1880, dalla Stele di Mesha scoperta da beduini nel 1868, fino alla scoperta nel 1929 dell’antica Ugarit e nel 1945 dei codici di Nag Hammadi ad opera di agricoltori, pare un destino che le più sorprendenti scoperte archeologiche mediorientali siano state fatte fuori dalla cerchia di ricercatori e studiosi competenti.
Per tanti motivi di carattere storico, etnico, politico, religioso ed economico – ma fino ad ora mai di carattere militare – sono tutte avvenute nell’ambito del traffico internazionale del mercato nero delle antichità, tramite governi e istituzioni internazionali.
Con la scoperta del secolo avvenuta a Qumran e con l’acquisizione pressocchè completa dei Rotoli del Mar Morto, la fonte della conoscenza biblica iniziò da allora ad essere schierata sul fronte delle guerre israeliane, ispirando strategie di conduzione militare e rinvigorendo una vecchia branca internazionale – l’archeologia di guerra – con l’innesco di un corposo ramo regionale mediorientale in continuo sviluppo: l’archeologia militare israelopalestinese.
A dispetto del detto popolare: “Co Rovigo no me intrigo” che invita a tenersi a debita distanza da quella città, io nel tempo mi sono “intrigato” parecchio con Rovigo e col Polesine.
Sono 39 anni che seguo il Deltablues Festival: è uno dei migliori d’Italia perché ha visto sul palco i migliori musicisti di questo genere musicale che a me piace molto.
A Rovigo vado spesso a vedere le partite di rugby di una delle squadre più forti in Italia che milita nella Serie A Élite: da ex giocatore continuo a seguire lo sport più costituzionale di tutti.
Come appassionato di fotografia, le mostre di foto e di quadri che si tengono a Palazzo Roverella sono scelte con cura, ricche di contenuti interessanti e ben presentate.
Al Di Meola
Quando ho bisogno di fare qualche risonanza magnetica vado a Rovigo o in provincia dove, senza troppe lungaggini, trovo macchine all’avanguardia gestite da personale gentile.
Da alcuni anni seguo con interesse Tra ville e giardini, un’iniziativa ricchissima di itinerari di musica, teatro e arti performative che si tiene nelle ville e nelle piazze del Polesine. Mi sembra un bell’intrigarsi per un ferrarese bastardo geneticamente come me, che vive a sud di Rovigo… del resto “Si è sempre meridionali di qualcuno”, come scriveva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista.
Fra le varie iniziative di quest’anno nell’ambito della rassegna Tra Ville e Giardini ormai alla ventisettesima edizione, martedì 18 agosto ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto di uno dei migliori chitarristi al mondo: Al Di Meola, considerato tra i più grandi virtuosi viventi, maestro della jazz fusion, chitarrista dalla grazia sublime e dal lirismo evocativo.
Al Di Meola si è affermato negli anni ’70 come pioniere del jazz-rock e membro dei Return to Forever, gruppo storico di Chick Corea. In seguito, ha consolidato la sua reputazione affermandosi con dischi come Elegant Gypsy del 1977 e Splendido Hotel del 1980.
Oltre ai tour in trio con chitarristi stellari come John McLaughlin e Paco de Lucia, Di Meola ha collaborato a progetti con molti artisti importanti come Larry Coryell, Steve Winwood, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Gonzalo Rubalcaba, Jaco Pastorius, Les Paul, Jean-Luc Ponty, Steve Vai, Frank Zappa, Luciano Pavarotti, Paul Simon, Phil Collins, Santana, Milton Nascimento, Egberto Gismonti, Jimmy Page, Tony Williams, Stanley Clarke, Stevie Wonder e molti altri.
Recentemente ha continuato ad ampliare il suo sound e a bilanciare le sue radici fusion con incursioni nel flamenco spagnolo e nel tango argentino, così come nelle tradizioni mediorientali, nordafricane e afro-cubane.
In occasione di questo tour acustico, Al Di Meola ha scelto come compagni di viaggio Peo Alfonsi, chitarrista italiano di fama internazionale, e Sergio Martinez, percussionista cubano capace di fondere ritmi e tradizioni provenienti da culture diverse.
Il loro concerto è stato davvero molto bello, suggestivo, in armonia col posto: incantevole! Al Di Meola è capace di creare un sound meraviglioso suonando con una naturalezza ed una calma impressionanti come se fosse un tutt’uno con la sua chitarra.
Il suo è uno stile unico, capace di incarnare perfettamente le influenze musicali provenienti da tutto il mondo: jazz, rock, latin, flamenco e world music.
Le chitarre Di Meola e Alfonsi si sono incontrate molto spesso, intrecciando un dialogo musicale fatto di arpeggi, rincorse e improvvise accelerazioni, fino a momenti di grande passione ed energia. Sergio Martinez ha accompagnato i due, creando un tessuto ritmico affascinante e prezioso.
Il concerto si è caratterizzato per l’eleganza, per le dinamiche curate e per una narrazione musicale che ha attraversato culture e generi diversi. Alle spalle dei musicisti, un grande schermo ha aggiunto un secondo racconto alla serata, una sorta di “colonna visiva” che ha accompagnato quella sonora eseguita dai tre musicisti; infatti, per ogni brano veniva proiettato un filmato dedicato: paesaggi e immagini di città legate alla sua storia personale e artistica, fotografie della sua famiglia, incontri con musicisti e personalità del mondo della cultura, quadri, paesaggi esotici ed onirici.
Un pubblico attento ed estasiato, che ha gremito il giardino, ha ascoltato con attenzione ed ha ringraziato per ogni brano con applausi convinti, calorosi e a scena aperta.
Nelle due ore di concerto Al Di Meola ha eseguito brani vecchi e nuovi, ha arrangiato stupendamente pezzi di altri e ha reso omaggio a vari artisti.
Questa la scaletta della serata; fra parentesi il titolo dell’album in cui è presente il pezzo:
Azzurra (One of these nights) Fandango (Twentyfour) Because e In my life sono un tributo ai Beatles e a John Lennon (All Your Life: A Tribute to the Beatles) Ava’s Dance in the Moonlight (Twentyfour), dedicata alla figlia più giovane Cafè 1930 (Di Meola Plays Piazzolla) composto originariamente da Astor Piazzolla This way before (Orange and blue) Vizzini (The infinite desire), dedicata ad Andrea Vizzini, un noto pittore siciliano Eden (Twentyfour) Turquoise (Consequence of Chaos) Double concert (The grande passion) di Astor Piazzolla
Bis Infinite desire (The infinite desire), registrata in studio con la partecipazione di Pino Daniele, Herbie Hancock e Steve
Vai. Sound of silence (Midsummer Night in Sardinia), originariamente inciso insieme al cantante sardo Andrea Parodi (ex Tazenda) col titolo Deo Ti Gheria Maria. Mediterranean Sundance (Elegant Gipsy), il suo pezzo più conosciuto.
Al termine dello spettacolo, Al Di Meola ha inoltre rivolto al pubblico un messaggio a sostegno diEmergency, letto volontariamente in italiano: in questi tempi di indifferenza mi sembra che sia una cosa bella ed importante da parte di un’artista.
Visto che al pomeriggio in carcere un ragazzo della redazione diAstrolabio che suona la chitarra, una volta saputo che andavo al concerto di Al Di Meola, mi aveva chiesto se riuscivo a portargli un suo autografo, alla fine del concerto sono andato da lui e gli ho detto nel mio inglese scassato: “Al, thank you for the wonderful emotions you’ve given us! Can I have your autograph for a friend who’s in prison?”
Lui: “In prison?????” ed io: “Yes, but he’s a good guy and he’s a big fan of yours” (vedi traduzione in fondo).
Sorriso finale da parte sua, poi ha firmato il mio quadernetto e ci siamo stretti la mano reciprocamente. A volte non c’è bisogno di troppe parole per intendersi.
Agli appassionati raccomando calorosamente la prossima data comoda in cui Al Di Meola si esibirà ancora in trio acustico: il 28 ottobre al Teatro delle Celebrazioni nell’ambito del Bologna Jazz Festival.
Comunque la pensiate, ne varrà sicuramente la pena.
Traduzione del dialogo in inglese:
IO: Grazie Al per le meravigliose emozioni che ci hai regalato. Potrei avere un tuo autografo per un amico che è in carcere?
AL: In carcere????? IO: Sì, ma è un bravo ragazzo e un tuo grande ammiratore.
Cover: foto di Mauro Presini
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Periscopio ripubblica questo articolo, in origine uscito su La Voce di Ferrara- Comacchio
La mutazione genetica del Ferrara Buskers Festival: dalla libertà alle transenne
«Un altro mondo è ancora possibile, vieni a sentire come suona»: così recitava l’invito per la conferenza stampa di presentazione del Ferrara Buskers Festival (FBF) 2026 con il lancio dell’iniziativa “Eco-Jungle”. Slogan che ne richiama un altro, quello del grande movimento di protesta e d’alternativa altermondialista contro il G8 di Genova del 2001.
Mi chiedo cosa ci sia d’alternativo nel proporre, anche quest’anno, il buskers festival a pagamento quando per sua natura dovrebbe essere libero e gratuito. Cosa ci sia d’alternativo nella privatizzazione di un evento e del centro storico per giorni, sequestrato con tanto di vigilantes privati a controllarne i varchi d’accesso. Ogni giorno, per entrare nell’area occupata dal festival, bisognerà sborsare 12 euro, con abbonamento per cinque sere a 25 euro (ingresso gratuito per under 13 e persone con disabilità). È la quinta volta che accade a Ferrara, dopo le edizioni del 2020, 2021, 2024 e 2025.
D’altronde, nel 2024 in un’intervista a Ferrara TodayRebecca Bottoni, direttrice artistica del FBF, giustificava anche in questo modo l’introduzione del biglietto a pagamento: «Serve un pubblico che sia realmente interessato: gli 11 euro sono il prezzo minimo per evitare che la gente sia distratta»…
Fuori tutti, iniziano i Buskers
Per cinque giorni, dal 26 al 30 agosto (con il 23 a Comacchio), il centro viene ripulito oltre che dai residenti, dai passanti e dai “senza nome”: i rom che chiedono la questua suonando la fisarmonica, i senza tetto, i mendicanti di ogni tipo, i venditori ambulanti, gli anziani, i disabili e le famiglie che amano godersi il centro prima o dopo cena, senza dover consumare e spendere nulla.
«Il tuo contributo [il costo del biglietto d’ingresso] – recita un reel pubblicitario del FBF sui social – ti rende parte della comunità che da quasi quattro decenni custodisce l’ultimo territorio selvaggio della creatività. Proteggi un patrimonio culturale unico senza proprietari o padroni». «L’ultimo territorio selvaggio della creatività», «senza proprietari o padroni»: una retorica ammantata di spirito libertario per coprire un approccio commerciale.
Retorica che porta gli organizzatori (si veda il comunicato stampa di marzo 2026) a dire che l’introduzione di un biglietto a pagamento «non ha penalizzato ma bensì conferito un forte valore agli artisti e alle loro performance». Come se il valore di un busker dipendesse dal prezzo per accedere all’evento…
Dal Festival al brand
Il lato economico è sempre più il motore principale del festival: infatti, come da anni ripetono gli organizzatori, per essere competitivi con le tante rassegne simili, per non farsi “rubare” gli artisti da queste, è concesso metterli in un recinto nel quale entri solo se sborsi soldi. A ulteriore conferma della profonda anima commerciale del Ferrara Buskers Festival, a luglio 2025 Rebecca Bottoni è stata eletta presidente di “Imprese Cultura Confcommercio”.
Come riporta il Carlino Ferrara, il consigliere Federico D’Anneo ha presentato così l’obiettivo della nuova creatura: «Sarà quello di far capire alle imprese il ruolo fondamentale sociale ma anche economico delle associazioni culturali, un vero e proprio volàno». Ecco a cosa servono arte e cultura, buskers festival compreso: a far da «volàno» alle (poche) attività economiche del centro. Visione, questa, totalmente sposata dall’Amministrazione comunale in carica, e non solo.
Sempre Rebecca Bottoni aveva aggiunto che «il nostro brand è molto forte». Più chiaro di così: il festival dei musicisti di strada ridotto a un marchio commerciale. D’altronde, durante la conferenza stampa si è parlato più delle associazioni di categoria che degli artisti. E sul sito di CNA Ferrara nella brochure intitolata «Perché fare Brand Integration con il Buskers Festival» è scritto: «Puntare sulla cultura: un investimento che conviene». Piena logica neoliberista. E poco oltre: «Cresce l’interesse delle imprese per la cultura, come leva di marketing e reputazione aziendale», oltre che per l’«affermazione del brand».
Così viene spiegato, senza giri di parole, qual è il senso della “cultura” per le associazioni di categoria: aumentare i clienti, quindi i profitti. Punto. Nessun contenuto che elevi lo spirito della persona e delle comunità. Che sia l’arte rinascimentale, i buskers o Marilyn Manson, l’unica cosa che importa è che porti soldi, e a pochi.
Gratis nell’outlet, a pagamento in città
Se il busking è stato ormai totalmente introiettato nella logica consumistica, non stupisce la scelta di anticipare la rassegna 2026…in un outlet. Il 16 luglio, il 30 luglio e il 6 agosto, infatti, il FBF si è svolto al Castel Guelfo The Style Outlets. «Un assaggio dell’atmosfera che si respirerà dal 26 al 30 agosto 2026 a Ferrara»: invito, questo, che smaschera la volontà di ridurre quel bene comune rappresentato dal centro cittadino in un mero luogo commerciale, sempre più accessibile solo a chi consuma. Mancano, infatti, sempre più, spazi e dimensioni dove ritrovarsi senza dover spendere. Da luogo ai margini della città, il Centro commerciale la città l’ha trasformata a propria immagine e somiglianza.
E, tornando all’outlet, si crea l’ennesimo paradosso per cui in uno spazio pubblico (la piazza di Ferrara) entri al FBF se paghi, mentre in un centro commerciale no. Così, quest’ultimo – vera e propria città di cartone – lo si legittima maggiormente rispetto a un centro storico Unesco.
Soldi pubblici, acqua quasi
Di certo, però, non scarseggiano i finanziamenti pubblici: nel 2025 il Festival ha ricevuto oltre 216mila euro di contributi, di cui 44.200 dalla Regione, 110mila dal Comune di Ferrara, 19.500 dal Comune di Comacchio e 42.271 dal Ministero della Cultura. Senza contare l’art bonus: al 22 luglio scorso, a partire dal 2021, sono registrati 60mila e 200 euro di erogazioni liberali.
E dal 2019 l’incarico per la consulenza tecnica per la gestione spazi e progetti sicurezza è assegnato allo Studio Sigfrida. Compenso anno 2025: euro 6832. Studio Sigfrida che ha quasi “l’esclusiva” negli eventi cittadini, essendo o essendo stato incaricato anche per l’incendio del Castello la notte di Capodanno, Ferrara sotto le stelle, Festival Internazionale, i concerti di Vasco Rossi e Ferrara Summer Festival.
In seguito alle critiche registrate un anno fa, gli organizzatori del FBF han deciso per alcune “concessioni”: «al festival – ha spiegato Rebecca Bottoni – è possibile accedere con la propria borraccia, e questa non è scontata come scelta, dato che normalmente ai concerti non si può». In estate, una scelta scontata viene presentata come una gentilezza da parte di chi ha affittato il cuore della nostra città. Inoltre – c’è scritto sul sito del FBF – la borraccia si può ricaricare gratis solo fino a 0,6 litri. E dove? Alla Sorgente Urbana del Gruppo Hera in piazza Trento e Trieste. Ora è tutto più chiaro: si concede ai paganti di poter entrare con una propria borraccia per favorire Hera, main partner del festival.
Ma cos’è davvero Hera? Lo spiegano Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica Ferrara nel presentare (nel 2025) una petizione per la gestione pubblica dell’acqua a Ferrara e provincia: «Hera è una società per azioni quotata in Borsa, a proprietà mista tra soggetti privati e pubblici […] e adesso i privati detengono la maggioranza assoluta delle azioni, pari al 54,2%», quindi Hera persegue «interessi aziendali finalizzati ad aumentare i propri profitti e distribuire lauti dividendi ai soci privati e pubblici, non a produrre un servizio pubblico efficiente e ambientalmente orientato».
Nel 2023 Hera per i vari servizi che svolge (acqua, rifiuti, gas e luce) e nell’insieme dei territori in cui è insediata, «ha realizzato profitti per circa 375 milioni di € e distribuito dividendi per 205 milioni di €, in crescita progressiva rispetto agli ultimi anni».
Hera che, inoltre, ha fatto diventare l’ingresso al festival…una lotteria: «Con #genHERAZIONI, fino al 23 agosto puoi giocare e provare a vincere uno dei 150 ingressi per il Ferrara Buskers Festival…», recitava una mail promozionale.
E a proposito di ingressi, è Ticketmaster a gestire l’acquisto on line dei biglietti. Ma lo scorso aprile il sito del Wall Street Journal spiegava come un tribunale federale di New York «ha stabilito che Live Nation [la più potente società al mondo nell’organizzazione e promozione di eventi musicali] ha monopolizzato illegalmente il mercato dei biglietti per i principali concerti negli Stati Uniti, una vittoria per un gruppo di stati che l’accusavano di applicare prezzi eccessivi agli appassionati di musica e di fare pressioni sui locali affinché utilizzassero il suo servizio dominante, Ticketmaster». Per ulteriori approfondimenti si legga la parte conclusiva di questo nostro articolo.
La privatizzazione degli spazi e dei locali
Ieri sera, 26 agosto, ho notato che una nota pizzeria su corso Martiri della libertà, di fronte al duomo, aveva i due punti d’accesso al locale sul marciapiede sbarrati da altrettante transenne gialle. Indagando, ho capito il motivo. Versando 500 euro+iva al FBF, i locali e i negozi (dentro o fuori l’area buskers) potevano diventare partner ufficiali del festival, con tutti i privilegi annessi (ad es. in termini di visibilità). Altrimenti, i gestori dei locali o negozi avrebbero potuto acquistare un massimo di 10 biglietti d’ingresso al festival al giorno a 6 euro per alcuni dei propri clienti.
I gestori della pizzeria di fronte al duomo non hanno accettato, per una questione di principio, nessuna delle due proposte. Risultato? L’accesso al locale è stato transennato per fare in modo che vi possano accedere solo coloro che hanno prenotato un tavolo (e questi sono “scortati” al locale, e ritorno, da un volontario del festival), non permettendo quindi a chi si trova in piazza per il festival di potervi accedere liberamente.
«Le critiche che negli ultimi tre anni ho ricevuto per il FBF non fanno danni a me ma all’intera città»: così ha detto Rebecca Bottoni nella sopracitata conferenza stampa. Per gli organizzatori, quindi, è scontata la totale identificazione tra il festival e Ferrara. E già questo è opinabile. Ma ancor più grave è il tentativo di liquidare ogni minima critica come ingiusta. Insomma, chi critica il FBF sarebbe nemico della città, a prescindere dal contenuto della critica, e quindi – ci chiediamo – andrebbe trattato come un “disfattista”, un “nemico della patria” in tempo di guerra?
In difesa di un bene comune
Insomma, è da anni che gli organizzatori del Ferrara Buskers Festival e i loro sostenitori economici e istituzionali ci vogliono convincere che privatizzare il busking e la piazza siano due cose normali, naturali, anzi positive per tutte/i. L’esatto contrario di come, fino al 2020, ci han presentato il FBF. Una totale mistificazione della realtà, uno stravolgimento del senso del busking e della logica del bene comune: logica che si è perduta, demonizzata come «danno per la città», rappresentata come pretesa di pochi, come bizzarra idea di chi non ama né i buskers né Ferrara.
Contro le acritiche standing ovation, chi scrive si schiera – invece – con coloro che in quelle transenne e in quei tornelli vedono esclusione, non apertura; profitti di pochi, non condivisione collettiva; mercificazione, non libertà. Torniamo a un Buskers Festival più semplice e accessibile: è quello che molti, compreso il sottoscritto, han conosciuto e amato fin da bambini.
Virginia, una scrittrice amata, odiata, non capita
Virginia Woolf, perché?
Perché è una di quelle rare intelligenze che sembrano vivere contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.
Virginia attraversa questi stadi del tempo in un fluire continuo che la eternizza rendendola sempre attuale. A più di ottant’anni dalla sua morte, Virginia continua a suscitare entusiasmo, polemiche, interpretazioni contrastanti, è celebrata nelle università, citata nei movimenti femministi, discussa dagli psicologi, amata dai lettori più esigenti e, nello stesso tempo, respinta da chi la considera troppo difficile, troppo elitaria, troppo distante dalla realtà.
Sta di fatto che, per comprendere davvero Virginia Woolf, bisogna innanzi tutto accettare una sfida: rinunciare alle etichette, questo perché Virginia ha cambiato il modo di pensare.
Virginia aveva già individuato il cuore del problema su cui si incentra il femminismo, prima ancora che la parola assumesse il suo significato moderno e cioè l’assenza di libertà per le donne.
Quando nel 1929 pubblica Una stanza tutta per sé(A Room of One’s Own)non chiede privilegi per le donne, ma qualcosa di infinitamente più rivoluzionario: il diritto di pensare.
Secondo Virginia, una donna può diventare davvero creativa soltanto se possiede due cose apparentemente semplici: indipendenza economica e uno spazio personale.
Due condizioni che per secoli erano state negate. La sua riflessione non nasce dalla rabbia contro gli uomini, ma dalla osservazione disincantata della storia. Se le donne non hanno scritto grandi opere non è perché mancassero di talento, ma perché erano state private delle condizioni necessarie per svilupparlo.
Virginia Woolf combatte il patriarcato senza trasformare gli uomini nel nemico assoluto. Combatte una cultura che limita ogni individuo, uomini compresi. E questa modernità la rende ancora attuale.
Milioni di donne hanno trovato nelle sue pagine qualcosa che nessuno aveva mai espresso prima con tanta precisione: non soltanto la discriminazione sociale, ma il peso invisibile delle aspettative, il senso di colpa, il desiderio di essere sè stesse, l’intelligenza soffocata dalle convenzioni.
Anche molti uomini si sono riconosciuti nella sua analisi dell’identità, della fragilità e della solitudine, ed è per questo che il suo pubblico continua ad allargarsi ed ogni generazione trova nella sua opera nuove domande.
Dunque, Virginia si presenta al suo pubblico come autore rivoluzionario, ed ogni autore davvero rivoluzionario produce inevitabilmente resistenze. Perché? Perché nelle sue opere Virginia non offre consolazioni. Non racconta storie lineari. Non costruisce eroi. Non propone verità definitive, bensì mette continuamente il lettore davanti alla complessità della mente umana, e per questo molti critici del suo tempo la giudicarono incomprensibile, snob, aristocratica.
Alcune femministe della seconda metà del Novecento la giudicarono troppo legata alla propria condizione borghese, incapace di comprendere le difficoltà delle donne appartenenti alle classi popolari. Insomma, ogni generazione ha trovato un motivo per contestarla e questo dimostra certamente quanto fosse difficile incasellarla.
Virginia paga dunque un prezzo, il prezzo della originalità. Incontra per questo un destino comune a molti grandi innovatori: essere semplificati. Virginia Woolf viene spesso ricordata soltanto attraverso due immagini: la scrittrice che si suicida e la femminista. Entrambe sono vere, ma entrambe sono insufficienti. La sua opera è enormemente più ampia.
Virginia è stata una straordinaria sperimentatrice della forma narrativa inventando nuove tecniche per rappresentare il flusso della coscienza individuale e trasformando il tempo psicologico in protagonista del romanzo, ha inoltre mostrato come la memoria modifichi continuamente il presente. Nei suoi romanzi gli avvenimenti esteriori diventano meno importanti delle emozioni interiori e questa non è una scelta estetica, bensì una nuovaidea di essere umano.
La finalità che si propone scrivendo non è quella di intrattenere i lettori, ma di cambiare il modo in cui noi guardiamo noi stessi. Virginia parla dunque al nostro tempo, il XXI secolo. In che modo?
Parla della costruzione dell’identità, parla dell’ansia, parla della salute mentale, del rapporto tra individuo e società, della condizione femminile, del tempo che sfugge, dell’impossibilità di conoscere completamente gli altri, temi che oggi riempiono conferenze, podcast e saggi, e che erano già presenti nella sua narrativa cento anni fa.
Romanzi come Mrs. Dalloway,Gita al faro (To the Lighthouse) e Le onde (The Waves) non sono semplicemente capolavori della letteratura inglese, sono laboratori della coscienza, in quanto ogni rilettura porta alla scoperta di significati nuovi. Volere ridurre Virginia Woolf a un’icona femminista significa privarla della sua vera dimensione che è una dimensione universale.
La sua vera battaglia riguarda infatti la libertà della mente, la possibilità di vivere senza maschere, il diritto di essere complessi, di cambiare, di dubitare, di non adattarsi alle aspettative imposte dalla società. È una lezione che riguarda ogni essere umano.
Nell’articolo si parla del fatto che nel secondo Congresso Nazionale dell’Associazione italiana di Ostetricia (organizzato da Opoct -ordine della professione ostetrica di Catania e Provincia) , che si terrà a Riccione il 3/4 ottobre prossimo, è prevista una sessione dal titolo “ Se a partorire non è una madre: panoramica su gravidanza, parto e allattamento nella comunità Trans* ”.
La critica contenuta nell’articolo non vuole essere una polemica politica ma sostanziale. Come dice giustamente Monica, l’arte medica e la cura deve essere sempre diretta a ogni persona , qualunque sia il suo rapporto con il proprio corpo, qualunque sia l’intendimento verso il proprio genere, qualunque sia il percorso di transizione intrapreso , qualunque sia lo “stato anagrafico” registrato.
Resta però un fatto sostanziale che non può essere considerato marginale : “la medicina non può rinunciare alle parole che descrivono la realtà “ (parole di Monica), in nome dell’inclusività, perché così facendo non solo si cancellano le donne e la realtà biologica dei loro corpi ma si cancella la parola radice di tutte le parole: la parola MADRE, con il risultato che ad essere cancellato a livello simbolico è il senso stesso di essere umano e la verità scientifica sul sesso biologico (non esiste essere umano nato da uomo).
Ora, come giustamente riporta Monica, il fatto che a cancellare la parola MADRE (madre di tutte le parole) e la parola Donna, definita nel documento “persona con utero”, siano le ostetriche, rende tutto ancora più inquietante e distopico.
Il programma del convegno (riconosciuto dal ministero della salute) si apre con l’impegno di fornire crediti formativi per l’insegnamento di nuove terapie “tra cui la magnetoterapia, la laser terapia, le radiofrequenze etc”, però il primo giorno è tutto dedicato alla questioni della cura ostetricia verso la comunità LGBTQIA a partire dalla prospettiva irreale che il sesso biologico è “assegnato alla nascita” .
Dunque le stesse ostetriche dell’associazione sembrano non riconoscere il dato oggettivo che il sesso biologico è dimoformico, che senza maschio e femmina la riproduzione non è possibile, che il sesso biologico non si cambia.
Il sesso biologico si può camuffare; si può ingannare il corpo con ormoni del sesso opposto ma il dato biologico alla nascita resta un dato perpetuo.
O si diventa farmaco dipendenti per tutta la vita o il corpo tornerà a riconoscere sempre la sua realtà biologica e a funzionare secondo quella specifica realtà biologica ( e infatti la “non madre “ del titolo della sessione, se non erro, è una donna che ha mantenuto i suoi organi riproduttivi e che sospende la cura di transizione a uomo) .
Quindi la domanda è: se la medicina inizia a rinunciare alla parole che descrivono la realtà oggettiva cosa succederà nel campo della cura?
E che impatto ha questo stravolgimento del senso delle parole sulle nuove generazioni, sullo sviluppo di concetti elementari e fondamentali, dati dall’osservazione ma interpretati con parole fuorvianti dagli adulti, nei bambini?
Da anni mi occupo di maternità surrogata, una pratica a mio avviso aberrante, lesiva della dignità delle donne e dei bambini e da anni denuncio l’uso improprio delle parole che vengono usate per promuoverla come cosa buona e giusta.
Questa prospettiva mi ha portato a guardare con occhio critico a molte narrazioni in cui viene volutamente trasformato il senso delle parole per renderle funzionali a pratiche mediche che un tempo erano considerate pura eugenetica e che oggi ci vengono vendute come pratiche di “giustizia sociale”.
Ne parlo nel pamphlet “ PACHA MAMA” ,Giannini editore 2024i per chi volesse approfondire.
Di fronte poi a programmi come questo sono sempre più convinta del lavoro di attivista che compio da anni scrivendo articoli e libri dedicati alla riscoperta del senso profondo di maternità e del senso stesso di essere umano; uno sforzo nel quale oltre a cercare di disvelare il senso opaco di certe narrazioni cerco di raggiungere “la pancia” delle nuove generazioni richiamandomi a un linguaggio ancestrale indelebile (“Il mio nome è Maria Maddalena”, Marlin editore).
Ultimo sforzo in questo senso è “La soglia dell’umanità, lettera a mia figlia adolescente. sex matters!.” un piccolo libro illustrato bilingue Italiano/ inglese, sul tema delicato ma molto attuale del sesso biologico e della sua importanza per le donne; un piccolo libro che racconta alle giovani donne come il corpo incarnato femminile porti con se una conoscenza unica, indelebile e ancestrale.
È una lettera rivolta alle ragazze adolescenti perché, oggi, stare dentro la complessità della realtà senza però perdere la ragionevolezza delle evidenze semplici e fondamentali è diventata una impresa eroica.
Cover: L’immagine mostra un albero genealogico linguistico che illustra come la parola per “madre” derivi da un’unica radice comune proto-indoeuropea (*méh₂tēr) nelle varie lingue della famiglia. Da Facebook
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La nostra è una civiltà superiore. Lo dicono le nostre radici cristiane. Esistono testi che, pur essendo considerati libri sacri, incitano alla guerra santa, con frasi terribili, tipo:
“Ma delle città di questi popoli, non iscampar la vita ad alcun’anima vivente;anzi del tutto distruggi quei popoli acciocchè non v’insegnino a far secondo tutte le loro abbominazioni che hanno usate inverso i loro iddii”
La Bibbia, il testo dal quale traiamo le nostre radici cristiane, poggia su valori non discutibili: la vita umana, tanto per cominciare, è sacra. “Non uccidere” è un comandamento che non sembra prestarsi ad interpretazioni.
Tuttavia, ogni regola ha le sue eccezioni: e quindi anche la volontà divina non sembrerebbe così ferrea, prevedendo una serie di situazioni in cui uccidere non è solo accettabile, ma diventa doveroso. Andiamole a vedere.
Uccidi le streghe(Esodo, 22:18)
Indicazione che purtroppo è stata seguita per secoli
Uccidi gli adulteri (Levitico 20:10)
Un uomo che avesse avuto rapporti con la moglie di un altro dovrebbe essere ucciso insieme alla donna.
Uccidi i blasfemi(Levitico 24:14-16)
Buona parte della popolazione del Veneto dovrebbe essere lapidata.
Uccidi i falsi profeti (Zaccaria 13:3) e gli indovini (Levitico 20:27)
Un’indicazione che avrebbe almeno un innegabile aspetto positivo: la scomparsa di tante idiozie che si leggono sui social
Uccidi i figli dei peccatori (Isaia 14:21) e i figli che non rispettano i genitori (Esodo 21:17 e Marco 7:10)
L’intera umanità meriterebbe lo sterminio?
Uccidi gli omosessuali(Levitico 20:13, Romani 1:26-32)
Indicazione che in molti condividerebbero anche oggi
Uccidi i non credenti (2 Cronache 15:13)
In tanti saremmo a rischio
Uccidi ogni estraneo che si avvicini ad una chiesa (Numeri 1:48-51)
Immaginiamo questa norma applicata nelle località affollate da turisti
Uccidi chi lavora di sabato (Esodo 31:15) Disposizione invecchiata malissimo in un mondo in cui si lavora di sabato, di domenica, di giorno e di notte
Uccidi ogni sposa che non sia vergine (Deuteronomio 22:21) Oggi fa sorridere, ma quante donne nel corso dei secoli hanno avuto la vita distrutta per non essere arrivate illibate al matrimonio?
Uccidi i non Ebrei (Deuteronomio 20:16-17) Dio ordina agli Israeliti di non lasciare in vita alcun essere vivente che occupa le città che ha destinato loro in eredità, disponendone lo sterminio completo. Su questo punto tornerò a breve.
E infine, per chiudere in bellezza:
Uccidi chi uccide qualcuno (Levitico 24:17)
La stessa ricerca si può fare su altri temi: ad esempio la rappresentazione delle donne, che per la Bibbia sono il simbolo della tentazione e del peccato, devono essere sottomesse al marito ed in generale sono considerate creature inferiori.
Com’è possibile che il testo sacro sul quale – secondo alcuni – dovrebbe fondarsi la nostra civiltà, presenti affermazioni così spaventose?
La nostra è una civiltà superiore?
Per rispondere, dovremmo prima di tutto chiederci cosa sia davvero la Bibbia.
Per chi crede, si tratta di una serie di testi ispirati, o addirittura dettati da Dio agli uomini. Non dimentichiamo che la religione cristiana si autodefinisce una religione “rivelata”, cioè basata direttamente su insegnamenti arrivati da Dio, al pari dell’Islam e dell’Ebraismo che rivendicano a loro volta l’origine divina dei loro insegnamenti.
Per chi volesse avere un approccio più storico e razionale la Bibbia, o quantomeno l’Antico Testamento, è una serie di scritti che coprono un periodo storico di oltre mille anni, i più antichi dei quali risalgono a quasi 3.500 anni fa. Sono testi che riflettono il modo di pensare degli uomini di allora, in un mondo in cui i valori erano molto diversi da quelli attuali, e convinzioni che oggi troviamo aberranti rappresentavano la normalità.
Sono scritti che hanno, al netto di quello che può essere il valore religioso, sul quale sarebbe giusto lasciare ognuno libero di pensarla come vuole, un fine politico: lo scopo era dimostrare che il popolo israelitico era il popolo eletto da Dio, che Dio aveva donato loro la terra promessa, e che starci era il loro diritto. Il tutto inquadrato in un’epoca in cui le guerre tra popoli erano la normalità, e ad affermarsi era solo la legge del più forte.
Dovrebbero essere storie vecchie di millenni: e invece, proprio sulla base di quanto scritto sulla Bibbia (o Tanakh per gli ebrei), il governo israeliano rivendica il suo diritto di scacciare e sterminare i Palestinesi.
A pensarci bene, la questione appare paradossale, e anche un po’ ridicola. Immagino un dialogo di questo genere:
“Gli Israeliani sono gli unici ad avere il diritto di vivere nella Terra Promessa” “E chi lo ha detto?”
“Lo ha detto Dio” “E perché lo avrebbe detto?”
“Perché gli Ebrei sono il popolo eletto” “E dove sta scritto?”
“Sta scritto nella Bibbia” “E chi l’ha scritta la Bibbia?”
“Gli israeliti”
Ci sarebbe da ridere, se non fosse tutto drammaticamente reale.
Oggi molte delle indicazioni bibliche ci appaiono folli e del tutto inattuabili: peccato che quasi nessuno colga la contraddizione tra la loro presunta origine divina e la presenza di indicazioni così totalmente inaccettabili. O, più probabilmente, molto spesso in tanti non conoscono i testi ai quali dichiarano di ispirarsi.
Chi parla di valori cristiani come fondamento dell’Europa il problema non se lo pone minimamente: anzi, in molti casi sembra non rifiutare del tutto anche i passaggi più inammissibili: pensiamo al rifiuto dell’omosessualità, allo scacciare chi professa una religione diversa, ad una concezione della donna che dovrebbe tornare ad essere l’ ”angelo del focolare” dando priorità alla famiglia e tornando al suo ruolo di “riproduttrice”. Logiche, peraltro, paradossalmente simili a quelle dell’Islam, che invece viene presentato come il male assoluto.
Davvero questi sono i valori fondanti della nostra presunta “civiltà superiore”? Spero di no. Sicuramente non sono i miei.
P.S. Quasi dimenticavo. Anche il brano iniziale, che incita alla guerra santa ed allo sterminio totale degli infedeli, è tratto dalla Bibbia: Deuteronomio 20:16-18
Parole a capo <br> Laura Serluca: Poesie edite ed inedite
Parole a capo /
Laura Serluca: Poesie edite ed inedite
“Quattro alberi in un solitario acro di terreno, Senza alcun disegno, Ordine o azione apparente, Si mantengono Il sole al mattino li incontra, Il vento, Il confinante più vicino che hanno È Dio Il campo dà loro un posto, Gli alberi a lui l’attenzione di chi passa, Di un’ombra, o di uno scoiattolo, O magari di un ragazzo. Quale titolo abbiano nell’ordine naturale Quale piano, Individualmente, affrettino o ritardino Non si sa.”
(Emily Dickinson)
Per Eride che conduce
il serpente nella mia testa
lode a Ipno
che giace nel mio grembo.
Ho visto del diaspro rosso
in tutto l’oro dei quadri di Klimt
e una corolla di dalia sulla faccia
della Dickinson, guardiana di radici e rami.
L’ha deciso Algiz,
la più benevola di tutte le rune
a Oriente il Sole tramonta.
(inedito)
*
A tacere era l’agitarsi
di ali di rondine
a disorientarle la boscaglia
della falsa porta
l’isteria di una scappatoia
a sbeccare la mia schiena
e strascinarla fino al cielo
al variare del disegno divino
– polpa di Larice
e avventurina verde – accade
di rinnovare in aurora questi occhi,
spiantarmi da lontani volti
fino a rendermi forestiera
sulla soglia della porta dell’Orizzonte.
(Da “Sono stata via cent’anni”)
*
Roghi e dimenticanze a vociare nella voliera, interrare confetti
lenzuola e malanimo, scolorire magie e insolenze
incanalarle in traiettorie irraggiate di lucori – sei stato risarcito dal buio –
la gloriosa Papessa si sporge
nel vuoto e nell’oltre gentile,
– sono spoglia a pulsare nell’azzurrità –
la Giustizia avventuriera
l’ho scoperta tremula a gemmare
e dissolversi in tintura madre di salice, versarsi
nella pellicola cristallina,
rimuovere strofinando
marciare sulla Bilancia, lingue gravide
a sconcertare, in una tinozza l’iride
e la tigre bianca, in tre albe ho figliato la spada.
(Da “Sono stata via cent’anni”)
*
Sono aspra e legnosa, satura
del tuo esercito di narcisi
e delle mareggiate in controluce
a grondare un minuscolo Dio: – a schiarirlo sono barbagli
di salsedine a fiocchi
che puntellano il cielo – nel casolare
la corona dell’Imperatrice e gigli rosa
a incorniciarmi le caviglie.
L’ho imparato in volo.
Della tua musa azzurre talee.
Laura Serluca nasce ad Ariano Irpino nel 1984. Si laurea in Sociologia curriculum Comunicazione e mass media presso l’Università degli studi Federico II di Napoli. Si è poi specializzata in Mediazione interculturale. Lavora come Sociologa e coordinatrice nel settore dei Servizi Sociali. Collabora per la sezione arte- cultura di diverse testate giornalistiche online. Ha scritto una prima silloge poetica dal titolo “Magenta” e il suo nome compare anche nell’antologia “Invasione poetica ‘22” per Tempra Edizioni, un progetto che coinvolge diversi poeti irpini e intellettuali che incrementano e tutelano il patrimonio letterario meridionale. La sua ultima raccolta di Poesia dal titolo” Sono stata via cent’anni” è stata pubblicata per la collana Plenilunio, diretta da Emanuela Sica e firmata Delta 3 Edizioni. È proprio con una di queste poesie che è stata ufficialmente tra i finalisti del Premio Letterario Nazionale “Aurea Nox – L’Oro della Coscienza” tenutosi a Chiaravalle Centrale.
Ringrazio Laura Serluca per avermi autorizzato la pubblicazione di alcune sue poesie.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesiaParole a capocurata da Pier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.Questo che leggete è il 352° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Il titolo del post è il titolo della bella poesia scritta da una ragazza detenuta nella Casa Circondariale di Lecce che ha vinto il Premio Afrodite conquistando la giuria e il pubblico di Santa Caterina di Nardò. Hanno ritirato il premio la Garante dei Diritti delle persone private di libertà personale per la città di Lecce, Maria Mancarella, insieme a Eleonora Rosato, coordinatrice del progetto “Libere di leggere” del carcere di Borgo San Nicola. Maria Mancarella ha evidenziato: “Questa poesia dimostra come, anche nei luoghi della privazione della libertà, possano nascere parole capaci di interrogare la coscienza collettiva e di parlare a tutti, al di là delle condizioni personali di chi le ha scritte. La scrittura, la lettura e l’arte sono strumenti fondamentali nei percorsi riabilitativi in carcere”. Le poesie vincitrici sono incise su ceramica e verranno installate sul lungomare di Santa Caterina di Nardò, dando vita al Lungomare dei Poeti. Di seguito il testo della poesia. Comunque la pensiate, buona lettura (Mauro Presini)
Ave Maria piena di rabbia il sole sorge, mi sveglio all’alba sezione femminile rimpianti senza fine la vita mia in mano alla follia reiterazione la tua prigione rabbia e rancore nostra alimentazione. Ave Maria piena di rabbia la notte è lunga in questa gabbia il silenzio è un’utopia chiudi il blindo amica mia la notte è lunga per chi ha l’insonnia c’è chi prende le gocce e non si vergogna sezione psichiatrica mai pensato in vita mia. Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia.
Foto di copertina di Mauro Presini. I fiori di carta sono stati realizzati da una persona detenuta nella Casa Circondariale di Ferrara.
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Il popolo di ricambio. Immigrazione, cittadinanza e crisi del patto fiduciario
C’è una domanda che il dibattito pubblico italiano evita con cura quasi professionale: perché i partiti che si dicono eredi della classe operaia spingono con tanta insistenza su ius scholae, flussi crescenti e naturalizzazioni accelerate, proprio mentre quella classe operaia che fu la loro ragion d’essere ha smesso da tempo di votarli?
La risposta più comoda è che si tratti di generosità morale, di diritti universali, di battaglia di civiltà. Quella più scomoda, ma più coerente con i dati, è che si tratti anche di un calcolo elettorale preciso: la ricerca di un nuovo elettorato che sostituisca quello perduto.
I numeri del riallineamento di classe sono ormai difficili da ignorare. Le rilevazioni ITANES e Ipsos degli ultimi anni fotografano un Partito Democratico che aumenta di dieci punti percentuali il consenso, passando dalla classe operaia al ceto medio-alto, mentre Fratelli d’Italia e Lega intercettano proprio quegli operai e impiegati che un tempo erano lo zoccolo duro della sinistra italiana.
Alle Europee 2024 alcune rilevazioni stimano che oltre tre italiani su quattro in difficoltà economica non hanno votato affatto. È il fenomeno che l’economista Thomas Piketty ha chiamato altrove “sinistra bramina” un partito progressista che, perso il proprio popolo, diventa il partito dei laureati, della “classe creativa” descritta dal sociologo Richard Florida, dei dirigenti, del ceto colto e urbano. Un partito alla ricerca di numeri e dunque di votanti.
Un partito che perde il proprio bacino storico ha due strade:
1) recuperarlo, affrontando il costoso e doloroso lavoro di ricostruire un rapporto con un elettorato che si sente tradito sul lavoro, sui salari, sulla sicurezza;
oppure 2) trovarne uno nuovo, più semplice da mobilitare.
Cinque milioni e mezzo di residenti stranieri,popolazione giovane in un paese che invecchia, sostanzialmente esclusi dal voto, ma potenzialmente inseribili attraverso una riforma della cittadinanza, sono — in termini di puro calcolo, spogliato di ogni retorica — un bacino elettorale vasto ed enormemente più promettente di un “proletariato” vecchio che ha già votato altrove nei precedenti turni elettorali (Per completezza e con le dovute cautele, va aggiunto che oltre a questi, ci sono circa 2,6 milioni di naturalizzati che già votano; inoltre, tra i 5,5 milioni di stranieri residenti, i cittadini non UE che sono circa 4 milioni non hanno nessun diritto di voto; mentre 1,5 milioni di provenienza UE possono votare ad elezioni comunali ed europee. Tenuto conto di tutto il numero complessivo dell’intero bacino è stimabile in circa 8 milioni di persone).
Non serve immaginare stanze fumose e cinismo consapevole nei singoli dirigenti: basta la logica strutturale che Robert Michelsdescriveva già un secolo fa, quando mostrava come ogni organizzazione politica tenda, per pura necessità di sopravvivenza, a convergere verso gli interessi che la tengono in vita, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
C’è poi un secondo beneficio, meno discusso ma altrettanto reale: la “causa migrante” permette a un partito che ha perso il proprio referente materiale storico dicontinuare a raccontarsi come forza degli ultimi, dei fragili, delle minoranze escluse e sfruttate; insomma, di restare, retoricamente, “dalla parte giusta della storia” senza dover attraversare la revisione più dolorosa, quella sul proprio rapporto ormai logoro con il mondo del lavoro manuale italiano. È un’operazione di coerenza identitaria oltre che di ingegneria elettorale.
Da questo doppio calcolo identitario ed elettorale, discende un secondo problema, più delicato e decisamente più dannoso. Chi costruisce la propria identità politica sulla difesa sistematica del “migrante” finisce per praticare una sospensione selettiva del giudizio: mobilitazione immediata, spesso prima ancora che un processo sia celebrato, quando il migrante è vittima (vedi il recente ‘caso Fakir’ a Bologna); silenzio imbarazzato, minimizzazione, ricerca affannosa di attenuanti sociologiche e psicologiche, quando il migrante è autore di reato.
È un meccanismo speculare, su scala diversa, a quello praticato dalla destra quando presume la colpevolezza collettiva (dei migranti, islamici etc.) prima che siano acclarati i fatti specifici. Sono due patologie identiche nella struttura: sostituire il giudizio sul singolo con l’appartenenza alla categoria.
Il problema non è annullare la lettura strutturale della devianza, che resta scientificamente fondata: l’irregolarità giuridica, la marginalità economica, l’assenza di rete sociale spiegano buona parte della sovra-rappresentazione straniera nelle carceri italiane, oggi al 31,5% (fonte DAP) a fronte di una presenza sul territorio del 9,4% (5,56 milioni: fonte ISTAT). Ma spiegazione strutturale e responsabilità individuale sono piani distinti, e tenerli insieme senza farli collassare l’uno nell’altro è precisamente ciò che la retorica della difesa a prescindere non riesce a fare.
Il risultato è un logoramento silenzioso di quello che i sociologi chiamano patto fiduciario: la fiducia diffusa che la legge si applichi allo stesso modo a tutti, indipendentemente da chi la invoca. A tale riguardo Max Weber ci ricorda che l’obbedienza volontaria all’ordine legale, non la coercizione, è il vero fondamento della tenuta dell’ordine sociale. Ogni erosione percepita di questa uguaglianza mina la fonte stessa della legittimità della pratica giudiziaria e dunque dello Stato.
C’è infine un paradosso che chi pratica questa difesa acritica raramente considera. In Italia vivono e lavorano milioni di persone di origine straniera che nulla hanno a che spartire con la criminalità: braccianti, badanti, infermieri, imprenditori, artigiani, operai regolari che nel 2024 hanno prodotto 177 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9 per cento della ricchezza nazionale (fonte: Fondazione L. Moressa), con punte del 16-18 per cento in agricoltura ed edilizia — settori che l’Italia, da sola, non è più in grado di sostenere.
Sono esattamente le comunità — penso ai lavoratori cinesi, filippini, a tante famiglie rumene e ucraine ben radicate — che presentano i tassi di detenzione più bassi in assoluto, segno che dove l’integrazione economica funziona la devianza si riduce drasticamente.
Eppure ogni narrazione che minimizza sistematicamente i reati commessi dalla componente minoritaria, spesso concentrata proprio nell’area dell’irregolarità, finisce per fondere agli occhi dell’opinione pubblica queste popolazioni radicalmente diverse in un’unica categoria indistinta. È un meccanismo di stigmatizzazione per associazione ben noto alla sociologia della devianza: il paradosso è chesia proprio la difesa acritica della categoria, in particolare di chi delinque, a produrre lo stigma collettivo che dice di voler combattere.
Il lavoro, per gran parte del Novecento, è stato il principio ordinatore attorno a cui si organizzava il conflitto politico e si ricomponeva, faticosamente, la solidarietà sociale. Quel principio si è indebolito, e l’identità — nazionale, etnica, religiosa ma anche di ogni autoproclamata minoranza — ne sta prendendo il posto per tutti gli schieramenti, non solo per chi ne fa bandiera dichiarata.
Costruire la propria base elettorale su un’operazione percepita come sostituzione demografica, indipendentemente da quanto sia fondata la percezione, significa giocare esattamente sul terreno più incendiario disponibile in un’epoca in cui quel terreno, non più quello economico, è diventato il principale campo di contesa politica (vediQui per una spiegazione di questo processo).
Non è un discorso sulla generosità o sulla sua assenza. È un discorso sul prezzo, pagato da tutti — migranti onesti compresi — di un calcolo che si maschera da principio e di una retorica che si presenta come verità comprovata.
Cover: Bandiera Pd. – foto Antonio Pinna, ilmiogiornale.net su licenza Creative Commons
Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore
Sono passati tre giorni e tre notti e di Groel nessuna traccia. Belfa e i fratellini sono preoccupati, non è affatto normale tutto ciò.
Groel dove sei? Ormai è un pensiero fisso per tutti quanti.
Al tramonto, finalmente, Belfa decide d’andare a cercarlo. «Belfa, fatti aiutare! In due abbiamo più probabilità di trovarlo.» dice Adriel, il più grande dei fratellini.
«No Adriel, mentre sono fuori devi occuparti degli altri!»
«Ma Belfa, se la possono cavare anche da soli!»
«Lo sai bene che non è così. Fai come ho detto! All’alba sarò già tornata.» taglia corto Belfa.
Il bosco tutt’attorno è vasto e profondo, non è facile trovare qualcuno dentro quel groviglio vegetale.
Belfa lo sa bene, ma conosce il bosco come nessun altro ed è maestra nel seguire le tracce al buio. Poi ogni creatura della notte, all’occorrenza, le verrà senz’altro in aiuto.
«Mi raccomando, tenete chiuse porte e finestre mentre sono via!» dice Belfa sulla soglia prima di uscire. «E non aprite a
nessuno per nessuna ragione!»
«Stai tranquilla Belfa, metto tutti a letto e aspetto il tuo ritorno leggendo un libro.» la rassicura Adriel.
Belfa dà un’ultima occhiata ai fratellini e se ne va chiudendo la porta dietro di sé.
Come d’abitudine, Belfa fa un giro intorno alla casa per captare le tracce odorose.
Stavolta però un giro solo non basta, deve farne diversi. Dopo tre giorni l’aria ha rimescolato le carte, le tracce si sono rarefatte e serve massima concentrazione.
Al quarto giro si ferma: ecco l’odore di Groel finalmente! È tenue ma preciso, è impossibile sbagliarsi, la pista è quella giusta. Adesso basta seguire la scia, è sufficiente restare concentrati lasciandosi guidare dall’odore.
La direzione porta proprio nel bosco oltre il sentiero. Lì la vegetazione è più fitta, gli alberi secolari sono così vicini che i rami s’attorcigliano e i tronchi quasi si toccano. La volta di fogliame crea una barriera talmente spessa che la luce non riesce a filtrare nemmeno nelle ore più assolate. Gran parte del sottobosco è come l’interno di una galleria in cui l’oscurità prevale sulla luce per tutto l’arco della giornata. L’umidità è densa e il freddo è pungente. Belfa segue la traccia e sorride: è proprio questo l’ambiente che più gradisce.
Le ore notturne passano veloci. Tra poco l’alba di un nuovo giorno inizierà a schiarire l’orizzonte oltre il confine orientale della valle. Belfa ha seguito l’odore di Groel per parecchie miglia senza trovarlo e decide a malincuore di tornare. Deve raggiungere casa sua prima che spunti il sole, sarebbe un bel guaio se non facesse in tempo.
Affretta il passo. Finché il buio la protegge è al sicuro, ma la cosa non durerà a lungo. S’accorge infatti che l’ambiente intorno inizia a farsi più nitido, le ombre s’attenuano e i contorni degli alberi sono sempre più marcati così come il terreno comincia a rivelare tutti i suoi particolari. È l’effetto subdolo della luce che si sta lentamente insinuando nell’oscurità, dissolvendola, soffocandola sotto un velo etereo ma implacabile.
Belfa lo sa e si mette a correre. Forse può ancora farcela ad arrivare a casa prima di farsi lambire dai primi raggi di sole e scottarsi.
Belfa è quasi arrivata. Davanti a sé, oltre il groviglio di rami e tronchi, già intravede la casa dei fratellini a margine del bosco. Purtroppo il sole rosso e fiammeggiante dell’alba fa capolino all’orizzonte, e adesso Belfa sente sulla pelle il bruciore dei suoi raggi.
Mancano pochi metri. Belfa fa un lungo respiro, poi trattiene il fiato e si lancia come un fulmine verso l’ingresso. Vede che la porta è aperta e all’interno c’è Adriel ad attenderla nell’oscurità, ha in mano una coperta e la sta incitando.
«Corri Belfa, corri, forza dai!» le grida.
Pochi secondi bastano a Belfa per attraversare il tratto di radura assolata che divide il bosco dalla casa. Un ultimo balzo ed è dentro, in salvo.
Adriel l’avvolge con la coperta e richiude in fretta la porta. L’odore di carne bruciata sveglia i fratellini che si precipitano giù dalle scale allarmati. Belfa è sfinita e dolorante. La sua pelle, di nuovo protetta dall’oscurità all’interno delle mura domestiche, smette di sfrigolare. In un attimo le piaghe e le bolle delle bruciature si rimarginano e scompaiono.
Ma c’è mancato poco. Qualche secondo in più in balìa della luce e Belfa si sarebbe trasformata in un tizzone ardente, e in quel caso non ci sarebbe stato più nulla da fare.
Belfa dà un’occhiata ai fratellini. «Beh che c’è? Come mai vi siete alzati?» chiede.
«Abbiamo sentito odore di bruciato…» risponde Crippel.
«Ci siamo preoccupati e siamo corsi giù a vedere.» gli fa eco Rakiel
«Tornate su a dormire! Non è successo niente… di giorno si dorme, lo sapete.» ordina Belfa, ormai perfettamente guarita dalle bruciature.
I fratellini, senza dir più nulla, tornano nelle loro stanze.
Belfa si gira verso Adriel e gli rende la coperta.
«Mentre eri fuori a cercarlo, è tornato Groel.» rivela Adriel.
«Tornato? E dov’è adesso?» domanda lei.
«Quando gli ho detto che lo cercavi è uscito di nuovo per raggiungerti…» spiega il giovane. «Strano che non vi siate incontrati.»
«Ormai è tardi. Per uscire dal bosco dovrà aspettare il tramonto. Finché il sole non scompare starà riparato da qualche parte.» conclude Belfa visibilmente contrariata. «Ti ha detto perché è stato via tutto questo tempo?»
«Sì, è rimasto nascosto. Ha incrociato degli uomini armati che si aggiravano nel bosco. Lo hanno inseguito, volevano catturarlo…» racconta Adriel. «È riuscito a seminarli ma sentiva ancora il loro odore. Ha capito che erano vicini e lo stavano cercando, così si è nascosto finché l’odore non è svanito.»
Un piacevole brivido corre lungo la cresta dorsale di Belfa. L’idea di così tanti uomini che si aggirano nel bosco, così teneri e inconsapevoli del pericolo, un po’ la eccita. L’unica preoccupazione è data dalle loro armi, anche se non si è mai avuta notizia di un lamantis ucciso dall’arma di un cacciatore.
Il vero rischio è farsi sorprendere dalla luce…
La luce, l’unica cosa veramente letale per creature come lei.
Per fortuna, presto o tardi, arriva sempre il buio a dare un po’ di conforto.
Lotta alla crisi climatica: disobbedienza civile ultima via?
di Marisandra Lizzi
Lo dichiaro, mi irritava il gesto di una persona che lancia del pomodoro su una teca o imbratta dei monumenti, per quanto in modo non irreparabile. Poi ho deciso di approfondire le ragioni e provare a capire. Ho parlato a lungo con mia figlia ventenne, attivista per il clima, Carlotta Sarina in arte Lotta che, presentandomi i suoi amici attivisti di Extinction Rebellion, Fridays for Future, Ultima Generazione, mi ha fatto riflettere. Ho parlato con loro, sono andata ai loro incontri, ho provato a togliermi di dosso il peso della presunzione della verità, dell’approccio giudicante e sono rimasta letteralmente senza parole per la profondità delle loro idee, per la loro capacità di fare rete, per l’apertura al confronto e per la loro incredibile capacità di comunicare e di informarsi.
Il mio approccio iniziale è stato quello di una persona che si occupa professionalmente di comunicazione e quindi immaginavo di poterli aiutare a comunicare, mettendo a disposizione la mia esperienza. Un approccio un po’ paternalistico che ho man mano smorzato fino a spegnere del tutto perché non solo sono scesa dalla cattedra, ma ho anche capito che erano loro a insegnare a me moltissimo. Ho iniziato a rendermi conto che, nella maggior parte dei casi, la narrazione che i media facevano di queste azioni era assolutamente fuorviante. Ho iniziato a chiedermi se si trattasse di colpa o di dolo.
Non voglio entrare nel merito di questa distinzione perché dovrei avere fonti che in questo momento non ho. Quello che mi piacerebbe fare, è dare loro voce. Ho proprio bisogno che il mondo dei benpensanti come me, abituati a salire in cattedra con la matita rosso-blu in mano, si fermi un attimo e scenda dal piedistallo, si metta semplicemente in ascolto, presti una profonda attenzione alla loro voce. Così, mentre con il team di Mirandola Comunicazione abbiamo iniziato a mandare loro articoli di Valigia Blu, Il Tascabile e di altri giornali, da loro ricevevo link di approfondimento a strategie di comunicazione di Extinction Rebellion UK che stava organizzando il Big One a Londra, articoli, post e moltissimi video. Sono andata alle loro riunioni e sono entrata nelle loro chat di aggiornamento dei gruppi stampa. Tra i vari materiali ricevuti, forse per vicinanza generazionale, ho sentito l’esigenza di trascrivere parola per parola un video di BarbaSofia dal titolo “Imbrattatori di quadri: vandali, idioti o profeti?” perché non mi pareva di poter esprimere meglio di come aveva fatto lui quello che provavo. Con mio grande piacere Arianna Ciccone mi ha chiesto di poterlo pubblicare su Valigia Blu.
Da quello scambio è nata l’idea di organizzare al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia un momento di confronto su come il giornalismo stia trattando la crisi climatica. Se ne è parlato in diversi incontri, qui vi racconto quello che si è svolto il 21 aprile dal titolo “Lotta alla crisi climatica: disobbedienza civile, ultima via?”
È emersa una profonda unità di intenti con approcci volutamente molto differenti tra loro. Per la prima volta nella storia stiamo affrontando un problema che mette a rischio l’esistenza dell’intera umanità. Tattiche diverse per paese e per movimento, ma un unico fine. Per la prima volta nella storia la causa riguarda l’intera umanità e per la prima volta ha una data di scadenza. Secondo gli scienziati, infatti, il punto di non ritorno è calcolato dal cosiddetto “orologio climatico” che mostra la velocità con la quale il pianeta si sta avvicinando all’aumento di 1,5°C del riscaldamento globale, alle attuali tendenze delle emissioni. Se le emissioni continuano ad aumentare, la data in cui raggiungeremo 1,5 °C si avvicinerà; se le emissioni diminuiscono, la data di 1,5 °C si allontanerà. Alla data del 25 aprile 2023, il Climate Clock segna che mancano 6 anni e 87 giorni.
Prima di ora non si è mai combattuta una lotta per salvare l’intera umanità con una data di scadenza e con un monitoraggio costante che indica il tempo che manca al punto di non ritorno. Per questo motivo, forse, la strategia che è emersa da questo confronto è quella di tentarne diverse, in contemporanea, tutte quelle che si possono immaginare. Qualsiasi strategia dovesse avere la meglio, sarà il bene di tutti. Se ne fallisse una, non importa perché ci sono le altre a continuare il percorso. Se tutte dovessero fallire, sarà la fine della vita sul pianeta. Una sorta di dilemma del prigioniero planetario. Perché l’unica certezza è che non esiste un Pianeta B. Il nostro è l’unico e il solo. Provare ogni strada in contemporanea per diversificare il rischio e sperare che una di queste possa vincere è l’unica strategia possibile. Questo in massima sintesi quanto è emerso da questo bellissimo panel.
In collegamento doveva esserci anche Vanessa Nakate, la prima attivista climatica ugandese e fondatrice del Rise Up Movement che purtroppo non stava bene e ha quindi inviato un messaggio scritto che è stato letto da Gabriele Zagni. In collegamento da Londra c’era anche Lotta, mia figlia, ma questa è un’altra bellissima storia che racconterò in un’altra occasione.
Valentina Petrini ha aperto i lavori sottolineando che da Calenda a Cacciari “questi attivisti non sono molto tollerati e, nel migliore dei casi, vengono definiti eco-vandali”.
Per facilitare la comprensione della loro profondità e della loro diversa unità, vi riporto i pensieri trascrivendo le loro parole non in forma di dialogo, ma come se si trattasse di brevi speech singoli.
Vanessa Nakate
Vanessa Nakate è una delle più note attiviste per il clima al mondo, è la prima attivista ugandese a battersi contro la crisi climatica nel suo paese, si è unita alla protesta dei Fridays for Future a ventisei anni e proprio il 20 aprile 2023 (il giorno prima di questo incontro) ha ricevuto una delle più alte onorificenze in tema di attivismo da parte della rivista Time il 2023 Earth Award. Qui la trascrizione (tradotta in italiano) del messaggio inviato al Festival:
“Mi dispiace molto di non potermi unire a voi questa sera. Purtroppo non mi sento bene, ma sono con voi nello spirito. Le comunità vulnerabili del Sud globale sono in prima linea nella crisi climatica, ma raramente sono sulle prime pagine. Abbiamo bisogno di persone che lavorano nei media che raccontino le storie di coloro che non hanno alcuna responsabilità riguardo a questa crisi climatica, ma che stanno già soffrendo per il suo impatto devastante. Vi prego di condividere le loro storie. Vi prego di condividerle in lungo e in largo, in ogni luogo. Rendete impossibile ai nostri leader di ignorare l’ingiustizia. Rendete impossibile ai nostri leader di voltare le spalle a coloro che cercano disperatamente sicurezza. Rendete impossibile ai nostri leader di negare o rimandare. Quando saremo riusciti a condividere un numero sufficiente di queste storie, la gente riempirà le strade e costringerà i nostri leader ad agire. Ci credo nel profondo del mio cuore. Quindi vi supplico, andate ad ascoltare coloro che stanno soffrendo e raccontate le loro storie. Vi auguro il meglio per la conversazione che state per svolgere al Festival internazionale del giornalismo di Perugia. È la conversazione più importante che possiate intrattenere. Grazie a tutti.
Vanessa”
Gianluca Esposito (Extinction Rebellion Italia)
“Proprio oggi a Londra si è aperta una lunga sessione di mobilitazione che si concluderà lunedì 24 aprile, oggi abbiamo superato le cinquantamila persone, ho avuto la conferma dei numeri. Sono previste molte più persone per questo weekend. [Alla data del 25 aprile i dati dicono che a Londra sono scese in piazza oltre 60 mila persone secondo XR mobilitate da oltre 200 organizzazioni].
Ci sono stati oggi sedici picchetti di fronte a tutti i ministeri, quindi sedici zone hanno visto gruppi di migliaia di persone partecipare e diffondere il loro messaggio davanti al ministero della sanità, al ministero dell’ecologia, dell’agricoltura. C’è stato un picchetto in ogni zona.
XR in ogni stato sta portando avanti differenti strategie perché il movimento è in fasi diverse. In Inghilterra hanno deciso di spostare la disruption, indirizzandola direttamente contro il governo e le industrie inquinanti, multinazionali e banche che investono nel fossile. È stato un cambio strategico per il fatto che hanno raccolto moltissimi feedback nel corso degli anni. Nei primi anni XR UK ha puntato a far scendere in strada le persone che erano pronte a farlo (up-standers), che semplicemente aspettavano una chiamata, quindi le azioni che facevano avevano come target il governo, ma il target comunicativo erano le persone già predisposte a scendere in campo. Poi nel tempo hanno cercato di cambiare strategia per parlare a tutte quelle fasce di persone, che sono più neutrali sulla questione o magari addirittura passive. Hanno modificato l’approccio e spostato la disruption solo sulle sedi del potere. E difatti oggi ci siamo trovati, nonostante la pioggia questa mattina, in cinquantamila persone. Oltre duecento altre associazioni hanno partecipato, questo è un inizio di quello che è chiamato il ‘movimento dei movimenti’.
Per quanto riguarda i media, secondo l’Osservatorio di Pavia [analizzando l’ultimo quadrimestre, n.d.r.] del 2022, prendendo a campione le 5 testate e le 3 emittenti televisive italiane più importanti, è emerso che solo 96 servizi su 14.000 (sic!) parlano di crisi climatica e solo 2 articoli su 600 parlano delle aziende fossili come responsabili della crisi climatica. Nessuno sta parlando della crisi climatica che è la crisi più grande del nostro secolo e nessuno sta dichiarando chi sono i colpevoli. Gli attivisti sono costretti a fare disobbedienza civile per portare al centro del pubblico dibattito l’emergenza in cui siamo. Se non crei un problema, non ti ascolta nessuno. Nel documento strategico di XR UK si legge che per arrivare allo sciopero globale per il clima che si sta svolgendo a Londra hanno dovuto fare tutto quello che hanno fatto prima, hanno dovuto bloccare l’intera capitale. Non è che hanno cambiato strategia, questo è soltanto un diverso step evolutivo. In Italia non siamo ancora a questo punto. Ognuno di noi sta portando avanti strategie diverse che non vanno in contrasto. Quello che porta Ultima Generazione come tipo di dirompenza non va in contrasto con il lavoro che fa XR. Io scelgo il metodo di XR, ma questo non vuole dire che gli altri hanno torto e io ragione. I governi applicano da sempre il divide et impera. I media non fanno altro che stare al loro gioco, mettendo un movimento contro l’altro, dividendo le persone perché più siamo divisi più è facile controllare le persone. La forza qui in Inghilterra è data dal fatto che ad attivarsi ci sono persone di ogni età. Vorrei che anche in Italia fosse così per evitare che talvolta in TV si veda quell’atteggiamento paternalistico di alcuni giornalisti e politici che ci prendono per ragazzi come se il problema fosse solo nostro. Il problema non è nostro, riguarda tutti. L’eterogeneità rafforza i movimenti. Di fronte a proteste non violente si attiva mediamente il quadruplo delle persone. Ogni volta che si è raggiunto il 3,5% della popolazione statisticamente si è visto che si sono raggiunti gli obiettivi. Questo è il nostro target.
Vi porto l’esempio di un giornalista George Monbiot del Guardian che nel 2019 ha scelto di sedersi in strada e farsi arrestare.
Non bisogna mai non fare qualcosa per paura di essere odiati. Il nostro obiettivo non è piacere, ma fare la cosa giusta. Se siamo in emergenza, dobbiamo agire come “se la verità fosse reale”. Un paradosso in questa citazione di XR perché la verità è reale, la realtà è vera, ma se questa è la realtà bisogna agire. Oggi non è percepita, quindi le persone agiscono come se non ci fosse l’emergenza. Lo stile di XR è di essere spietatamente strategici, ossia stravolgere i luoghi comuni. Ad esempio qui in Inghilterra, talvolta, a fare azioni come imbrattare le vetrine sono donne tra i 40 e gli 80 anni perché è importante stupire, ma è anche importante che il pubblico si riconosca nelle persone che compiono quegli atti. È importante essere giusti. L’importante è che le persone vedano che quelle persone sono come loro e vi si riconoscano”.
Gianluca Esposito è un attivista che dal 2018 fa parte di Extinction Rebellion. Studia facilitazione, organizza esperienze di relazione autentica nella “natura” con gruppi di persone, svolge attività di formazione sulle strategie nonviolente e sulla resistenza civile. Dopo l’incontro mi ha mandato un vocale da Londra per concludere il suo pensiero che era rimasto in sospeso.
“È molto rischioso che siano, talvolta, gli stessi media a criminalizzare gli attivisti, stando al gioco di chi vuole dividere e polarizzare invece di disegnarci come persone preoccupate per la sopravvivenza della specie umana. Questo è molto pericoloso, va considerato ed è qualcosa su cui dobbiamo veramente porre l’attenzione. In Inghilterra hanno provato due volte nel corso degli anni a mettere XR all’interno dei gruppi terroristici. Il Governo ha provato a fare questa mossa, solo che il lavoro di mobilitazione di tutta la società civile fatto prima, persone comuni, nonni, mamme, persone di ogni età, ha permesso di indurre il Guardian a denunciare pubblicamente il tentativo del Governo di criminalizzare gli attivisti. In conseguenza di ciò, XR non è stato più considerato un “movimento terrorista”. In Italia non abbiamo fatto questo lavoro di preparazione, stiamo vivendo esattamente il contrario: XR é partito, poi c’è stato il Covid che ha pesantemente rallentato tutto lo slancio, alcune persone sono uscite dal nostro movimento per fondare Ultima Generazione, alzando tantissimo il rischio legale senza però aver fatto un lavoro di mobilitazione di massa prima. Senza questa preparazione è un pericolo perché ora i media stanno usando la narrativa negativa e il governo sta inasprendo le leggi. Senza aver fatto una mobilitazione di massa, questo rischia di portare gli attivisti alla criminalizzazione e reinserirli nella lista di terroristi e quindi a disintegrare tutta la possibilità di mobilitare altre persone. Lo trovo rischioso. Vorrei fare un appello a tutti i giornalisti per invitarli a creare delle narrative comuni che non ci dipingano come super eroi o criminali, ma come persone normali (potenzialmente di tutte le età) preoccupate perché siamo in emergenza e la politica non sta facendo nulla di quello che sarebbe urgente fare. Umanizzare le persone che scelgono di agire e invitare le persone a prendere posizione, perché altrimenti è la fine. Un conto è la repressione in un contesto dove l’ingiustizia è ampiamente percepita dalla popolazione, ma purtroppo l’emergenza climatica, almeno in Italia, non è ancora percepita come ingiusta. Ai tempi di Martin Luther King, le persone scendevano in strada proprio per il profondo senso di ingiustizia che provavano a seguito dell’arresto dei loro leader. Bisogna essere strategici. Non basta essere disposti ad andare in carcere perché siamo tutti animati da una sincera passione e dalla disponibilità al sacrificio ma è importante chiedersi se queste nostre azioni sono strategiche e portano a raggiungere l’obiettivo atteso. Questa è l’unica cosa importante. Che lo raggiungiamo noi o gli altri gruppi, poco importa.”
Simone Ficicchia (Ultima Generazione)
“Noi non siamo qui per dare i bollini di legittimità alle tattiche che usano gli altri movimenti, perché quello lo lasciamo fare al giornalismo in Italia. Quindi va benissimo quello che fa XR, va benissimo quello che fa Fridays, l’importante è andare avanti uniti in questa lotta perché il nemico sono i governi che non stanno agendo, sono i governi che stanno buttando miliardi di tasse dei cittadini nell’industria fossile. Diciamo che il ragionamento che c’è stato dietro a questo si basa su tanti elementi, uno di questi è che l’Italia è indietro tre o quattro anni rispetto a tutto questo. Quindi il discorso di XR viene dopo aver fatto anni di blocchi stradali. Hanno iniziato prima, hanno sperimentato molto di più di noi e quindi sono in una fase diversa che non può essere paragonata alla nostra. Si è arrivati a bloccare Londra, ad avere comunque centinaia di migliaia di persone in strada che prendevano dei rischi legali elevati. Un sacrificio molto alto per delle richieste concrete così come sta facendo in questo momento Ultima Generazione in Italia. E lo facciamo semplicemente per il fatto che dobbiamo cercare tutti i metodi possibili per salvare il salvabile: la situazione è critica, lo sappiamo da anni, da trenta, quarant’anni parliamo di cambiamento climatico, adesso finalmente parliamo di crisi climatica, perché cambiamento climatico è un termine sbagliatissimo, che ci dà un’idea di neutralità della cosa, non è un cambiamento graduale, niente affatto, è una crisi, è un collasso. Questo dare consapevolezza alle persone, sensibilizzare e portare magari anche tante persone in piazza non ha funzionato sulle politiche dei governi, che continuano a non spostarsi di un millimetro. Da quando facciamo le conferenze dagli anni Novanta, le emissioni globali hanno continuato a salire e quindi si devono cercare sempre nuovi modi, non sarà mai qualcosa di definitivo. Ultima Generazione non è la soluzione da sola, sta portando qualcosa che in Italia non c’era, che sembrava mancasse, non sarà perfetto, ma dobbiamo provare ogni possibile via. Sbagliamo, ma non possiamo permetterci di fermarci, proprio perché dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per salvare il nostro futuro, quello dei nostri figli, ma anche quello dei nostri genitori per quanto mi riguarda, perché sono cose che stiamo già vedendo. Siamo davanti a disastri che stiamo registrando già oggi, già in Italia, già in questi giorni, quindi non si può parlare solo del futuro, ma anche del presente.
La nostra disobbedienza civile viene dalla stessa forza di persone che sentono la necessità di fare qualcosa di fronte a una profonda ingiustizia. La crisi climatica, prima di tutto, è una grande ingiustizia. Nasce dall’impossibilità di stare fermi. Peggiorare tutti gli ambiti in cui già vediamo ingiustizie sul lavoro, nell’economia. Non ci sarebbe bisogno della disobbidienza civile, noi eviteremmo volentieri di fare quello che facciamo, di svegliarci una mattina e bloccare le strade o imbrattare i monumenti, se i politici avessero fatto il proprio lavoro negli scorsi decenni o se i media avessero fatto il loro lavoro negli ultimi decenni”.
Classe 2002, Simone Ficicchia è un attivista di Ultima Generazione che ha partecipato a numerose campagne (tra cui “Non paghiamo il fossile”) e dimostrazioni di disobbedienza civile nonviolenta. A seguito di azioni come l’essersi incollato al vetro della Primavera di Botticelli agli Uffizi o aver lanciato della vernice lavabile alla Scala di Milano, Ficicchia ha ricevuto una richiesta di Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, poi rigettata dal Tribunale di Milano.
“Ci rendiamo conto che non è colpa loro, ma del sistema in cui sono costretti a lavorare. E sì, io sono pronto ad andare in carcere. Ognuno e ognuna di noi dovrebbe essere pronto ad andare in carcere se gli si prospetta un futuro in cui stanno scomparendo i laghi e i fiumi. Non si tratta di eventi naturali, ma esistono responsabilità politiche dei Governi che agiscono in modo criminale o dei media che hanno il dovere di informare e non lo fanno. La cornice è questa, i criminali non sono le persone che decidono di agire, ma sono le persone che non stanno agendo per le cose giuste.
Quindi la disobbedienza civile come metodo si collega a quei momenti del passato, in cui la popolazione ha reagito in maniera non violenta, facendo delle azioni molto semplici, ripetibili. Non stiamo parlando di qualcosa di organizzato da gruppi terroristici o che prevede una difficoltà particolare: stiamo parlando di qualcosa di molto semplice, mettere a disposizione i propri corpi, bloccando la quotidianità, fermando questo pensiero che ci porta a dare la priorità a quei venti minuti di ritardo al lavoro piuttosto che al fatto che questo lavoro fra dieci anni potrebbe non esserci più.
Quello che stiamo riscontrando è che dei cambiamenti si avvertono. C’è maggiore conversazione sul tema, un aumento delle donazioni per pagare le spese legali e l’organizzazione delle azioni.
C’è un motivo per cui non puliamo la fontana invece che imbrattarla. Sono le persone comuni che devono partire dall’indignazione, è questo sentimento che muove l’azione non il dato scientifico sul cambiamento climatico perché non ci importerà mai nulla finché non ne vediamo l’effetto. È l’indignazione di vedere qualcosa che ci spaventa, perché all’indignazione segue la curiosità di capirne le ragioni: è una reazione puramente emotiva quella che ti fa scendere in campo. Questo è una parte fondamentale ed è il motivo per cui con queste azioni, per quanto antipatiche, riusciamo a parlare a tutti e a tutte. Non piacciamo ma questo non è l’obiettivo della disobbedienza civile. Martin Luther King è morto, essendo l’uomo più odiato d’America. Le suffragette sono state odiate e adesso diamo per scontato il fatto che il voto alle donne sia una cosa normale”.
Ester Barel (Fridays for Future)
Ester Barel, 20 anni, studia Giurisprudenza a Milano. Fa parte di Fridays For Future fin dai primi cortei nel 2019. Nel 2023 è diventata una delle portavoce nazionali di FFF Italia.
“Ci confrontiamo molto tra noi e lo facciamo sempre usando il plurale perché non esiste la soluzione alla crisi climatica e non esistendo una risposta possono esistere solamente moltissimi modi per arrivare a plurime risposte, a plurime soluzioni. Fridays for Future ha fatto la scelta di collegarsi alla parola collettività, di pensare sempre che chiunque possa dare un contributo a questa lotta e quindi sceglie delle forme che permettano a chiunque di dare un proprio apporto. Ci siamo dati il ruolo di connettere le lotte legate a quella della crisi climatica. Pensiamo a quanto in Italia si senta parlare della crisi climatica e della transizione energetica come un rischio, un grave pericolo per chi lavora. Questo ricatto per cui o hai un futuro oppure scegli di lavorare alle condizioni di oggi, non lo possiamo accettare e tramite la pratica di riempire le piazze i venerdì, di fatto lavoriamo tutto l’anno tramite il coinvolgimento di altre parti della società civile. Siamo scesi in piazza con il collettivo di fabbrica della GKN, una fabbrica che era leader nel settore dell’automotive e che doveva essere completamente delocalizzata, è stata occupata e ha sviluppato un piano di riconversione. Quindi noi non vogliamo e non possiamo più permetterci di pensare al mondo del lavoro in un modo che non è sostenibile e scegliamo di fornire noi un’alternativa, dato che dall’alto non arriva. Noi abbiamo approcciato questa lotta, siamo scesi in piazza con queste persone e questo è possibile perché utilizziamo determinati metodi. Questo non significa che non ci siano altri obiettivi o altre modalità, altrettanto valide, altrettanto necessarie.
Sicuramente all’interno del nostro movimento c’è stato un cambiamento frutto di riflessioni interne. Si è passati da domandare ai Governi: “How dare you?” ossia “Come vi permettete?” chiedendo a loro di fare qualcosa ad affermare che “la soluzione siamo noi”. La soluzione siamo noi, la soluzione la conosciamo, la vogliamo e la stiamo creando. Cerchiamo di offrire noi un’alternativa, visto che dall’alto non arriva. Anche a livello italiano, abbiamo scelto di concentrarci molto di più nel costruire noi un’altra possibilità, un modo per trovare una soluzione che parta dalle persone. Molti gruppi in tutto il mondo vanno verso la direzione di considerare le persone al centro delle soluzioni. Greta non coordina. Greta non si pone da leader per Fridays. Lo è stata mediaticamente per l’impatto che ha generato la sua storia, ma Fridays funziona attraverso dei gruppi locali grazie al fortissimo rapporto con i territori. Solo chi abita una certa zona conoscerà il modo migliore per affrontare i problemi e sviluppare soluzioni per la propria area. Primo tra tutti quello dell’agricoltura che è già toccata oggi dalla crisi idrica.
In Fridays for Future sono quattro anni che riempiamo le piazze. Lo so anch’io che non basta, ma dire che non basta non significa che sia una cosa sbagliata. Sappiamo che è aumentata l’attenzione al tema. Il fatto che ci sia così tanto greenwashing significa che è aumentata la consapevolezza sul tema. Non basta. Lo sappiamo. Il fatto che i Governi abbiano iniziato a parlarne è un risultato, ma non è abbastanza. Siamo consapevoli di questo percorso. Ci siamo chiesti come attivarci e abbiamo scelto di partire dai territori, dalla quotidianità di ognuno, dai lavori di tutti. Ci sono due grandi scioperi all’anno, ma si fa attivismo tutto l’anno. Riguarda tutti. Secondo l’ISTAT queste ondate di calore hanno ucciso in Italia il 20% delle persone in più rispetto alla scorsa estate. Non ne hanno parlato molto. Non è una questione di futuro perché parlare di futuro è un privilegio. In Uganda dove vive Vanessa la crisi è adesso, noi stiamo già iniziando a vedere degli effetti. L’ecologia non è nata oggi. Le nostre azioni servono ad attivare i territori e lo facciamo in modo diverso da Ultima Generazione e XR perché sappiamo che serve attivare tutti e se qualcuno non condivide il loro metodo possono scegliere il nostro, chi non capisce il nostro può entrare dal loro, servono tutti i metodi possibili. Serve attivarsi e far attivare la popolazione. Noi abbiamo sperimentato l’attenzione mediatica. Sappiamo che è un grande rischio dover sempre aspettare che te la diano perché si tende a dover sempre rincarare la dose per fare notizia, ma non è detto che quello che fai sia utile per far comprendere la situazione alle persone a cui ti rivolgi. Il nostro target sono le persone che vogliamo siano parte attiva della soluzione. Se agiamo solo per fare notizia, solo per andare in TV in prima serata, magari non siamo utili a passare il nostro messaggio alle persone che ascoltano da casa. Dipende dagli obiettivi. Gli obiettivi sono talmente tanti che non esiste una sola risposta. Servono tutte, perché è urgente, serve che di tutte queste, almeno una funzioni.
Se doveste andare via con una cosa e dimenticarvi tutto il resto di quello che vi ho detto, andate via ricordando di dire a chi vi chiede quale sia la cosa più sostenibile che si possa fare: “Non pensarti come un individuo, non pensarti da solo, da sola: le persone, gli esseri umani non sono nate, non sono nati, non sono arrivati, non sono arrivate qui pensandosi da soli e da sole. L’impotenza nasce dal fatto che cresciamo, pensando che da soli e da sole siamo autosufficienti: questa cosa non è vera, non è vero che esiste un pianeta ed esistiamo noi, esiste un ecosistema; non è vero che c’è una crisi ambientale, c’è una crisi climatica che è una crisi sociale, che parte da una crisi delle relazioni, che sono relazioni con gli altri esseri viventi, umani inclusi, e che include le risorse naturali.”
La divulgazione non basta più
L’unità che si respira da queste diversità di approccio è incredibile. Esiste una sintonia fortissima tra loro, pur nelle strategie completamente diverse che scelgono di sperimentare e di portare avanti. Tutti e tre gli attivisti sembrano concordi nell’affermare che chiunque vinca, vince per tutti, se uno perde non importa ma se dovessero perdere tutti, è la fine di ognuno di noi, dall’operaio al magnate, dal politico al giornalista. Un’unità nella diversità che è certamente una grande lezione e che lascia intravedere una speranza nel futuro.
Noi giornalisti e comunicatori abbiamo una grande responsabilità nel raccontare questa crisi. Non aspettiamo, non rimandiamo, scendiamo in campo. Non c’è più tempo. Accogliamo l’appello degli attivisti e rendiamo impossibile ai nostri leader di ignorare l’ingiustizia. Rendiamo impossibile ai nostri leader di voltare le spalle a coloro che cercano disperatamente sicurezza. Rendiamo impossibile ai nostri leader di negare o rimandare. Andiamo ad ascoltare coloro che stanno soffrendo e raccontiamo le loro storie.
“La divulgazione non basta più – scrive Telmo Pievani nella prefazione di ‘Siamo tutti Greta’ di Sara Moraca ed Elisa Palazzi – “Bisogna coinvolgere, partecipare alla stessa avventura di conoscenza e di denuncia. Un linguaggio solo, quello dei numeri e dei modelli, non è sufficiente. Bisogna mescolare la scienza con le arti, con la musica, con il teatro, con il cinema, con la letteratura. Gli scrittori devono aiutarci a trovare le parole, le metafore, la temperatura poetica per unire emozioni negative e positive e far capire che non è solo una questione di innegabili fatti, ma di valori”.
Cover: L’immagine riproduce “No Future”, un celebre murale realizzato dal celebre artista di strada britannico Banksy a Southampton nel 2010.
(Articolo pubblicato dal sito Valigiablu del 2 maggio 2023)
A FONTANIGORDA, NEI LUOGHI DELLA POESIA GIOVANILE DI GIORGIO CAPRONI
Nei pressi di Fontanigorda (foto di Anna Dolfi)
“Lascerò così Genova: entrerò nella tenebra”. Così Giorgio Caproni in una lirica del Passaggio d’Enea. In realtà, se si lascia Genova in auto, non è la tenebra che ci attende, ma, terminato il tratto di autostrada, la perigliosa Statale 45, “una strada tortuosa. / Erta”, tipica delle zone della Val Trebbia. In Res amissa il poeta la trasforma in un percorso quasi infernale, inquietante: fondo dissestato, frane, e dovunque segnali di allerta.
Ma perché, nell’attesa di cosa? Dei boschi forse, nei quali risuonano in versi gli spari del Franco cacciatore, del Conte di Kenhüller, là dove il paesaggio aspro della terra ligure si fa “specchio ustorio” dell’inquieta, colpevole coscienza contemporanea della quale il nostro Caproni si è fatto cantore, alla pari di altri grandi interpreti del Novecento.
Fontanigorda, lungo il sentiero poetico Caproni (foto di Anna Dolfi).
A questo pensavo mentre in realtà il nostro viaggio procedeva con grande tranquillità grazie alla guida sicura del colto e gentile sindaco della cittadina che era la nostra meta: il piccolo centro il cui nome figura nel titolo della seconda raccolta di Caproni in virtù di un’aia sulla quale luci, colori e risa continuano grazie alla poesia a fondere nel ballo gli ardori giovanili con l’“amaro aroma” di una “sera silvana”.
A nutrire l’amarezza (rafforzata dalla sinestesia dell’anagramma: amaro/aroma) – un’amarezza che si sarebbe prolungata nel tempo (con relativo rimorso) – c’era, sottotraccia, non solo la storia privata dell’autore (che in Val Trebbia aveva vissuto il trauma della perdita e del lutto conseguente), ma anche il presentimento (valga evocare la capacità profetica della poesia) di quanto sarebbe successo negli anni bui della guerra e della Resistenza, passati proprio tra quelle montagne.
D’altronde per Caproni ogni paesaggio ‘parla’ un suo singolare alfabeto, divenendo in qualche modo – perduti sulla pagina i segni della realtà ispiratrice – uno “stato d’animo dominante”, una sorta di correlativo oggettivo dell’affettività. Il paesaggio ‘nutre’ per lui la parola, così come la nutre quanto caratterizza le città che dominano nelle sue raccolte:
Livorno, percorsa da ventilate fanciulle, da biciclette, dalla sagoma sfuggente della mitica, stilnovistica Annina a cui il figlio-fidanzato indirizza una sorta di ballata calcantiana; la Genova verticale, dalle “severe e slogate architetture”, cantata nei versi di un’inarrestabile preghiera-litania, con i bar, le funicolari, i cantieri, il porto, l’angiporto e le sue tentazioni, le distruzioni, la guerra.
La durezza di Genova, i dislivelli, i terrazzamenti della regione, tradotti nel paesaggio aspro, desolato che nutre la parola disadorna, essenziale, di Montale e dei poeti della linea ligustica attraversano la poesia caproniana. Trasformano perfino i balli di Fontanigorda, che nascondono dentro il loro “breve fuoco” quanto non è altro che “sovrapposta allegria”.
Non è un caso che per Caproni sullo sfondo della Val Trebbia siano sempre gli occhi morenti di Olga Franzoni a dominare con la loro “madreperla / di lacrime” che cancella il paese e accompagna un tramonto scandito da un canto basso “sopra l’acqua che passa” ricordando la fine. Proprio quel paesaggio con gli anni si riempirà di buio, di silenzio, di assenza (così in Lasciando Loco, da Il muro della terra): l’io poeta vi si aggirerà sgomento, perduta ormai, oltre alla certezza, la speranza anche dell’esistenza del divino.
D’altronde là dove “la vita stagna […] senza spinta di tempo. Il tempo /senza spinta di vita”, non si può chiedere niente, visto che nulla resta là dove uno stregone benevolo (!) oppone un inesorabile “Non chieder più […] Non sei della tribù, / Hai sbagliato foresta” e il capotreno intima proditoriamente la discesa, ormai concluso il viaggio (Disdetta: E ora che avevo cominciato / a capire il paesaggio: «Si scende,» dice il capotreno. / «È finito il viaggio»).
Come dire che il paesaggio (alias la vita) scompare/finisce proprio quando per l’io cominciava ad essere possibile la sua comprensione, mentre continuerà ad esistere _ se non distrutto nel frattempo dalla dissennatezza umana – il mondo colorato che l’io non potrà abitare più.
L’ultimo monito/testamento dettato dalla magnanimità del poeta a cui non è dato il futuro non potrà allora che essere, in versicoli quasi ecologici, l’invito a non uccidere il mare, il vento, il paesaggio e ciò che vi vive e lo nutre (“Come / potrebbe tornare a essere bella, / scomparso l’uomo, la terra”), salvando, insieme al resto, anche le foreste, il verde, l’acqua della Trebbia e della sua valle.
Sul greto del Trebbia in località Due Ponti (foto di Anna Dolfi)
A Fontanigorda, il 1° agosto, con la partecipazione di Mauro e Silvana Caproni e la collaborazione dell’Associazione Fontamici, si è tenuta l’annuale giornata in ricordo del poeta.
Fisiognomica: l’arte di leggere ciò che non si vede (più)
Una volta un vecchio giudice mi raccontò che, prima ancora di ascoltare le parole di imputati e testimoni, osservava i loro volti, non per decidere sull’affidabilità o meno di quello che avrebbero detto — sapeva bene che la fisiognomica non è una scienza — ma per indovinare (to guess) la postura morale di chi aveva davanti.
Rifacendosi alla sua esperienza raccontava che «…è vero, il volto non dice la verità ma ne dice insospettabilmente almeno una: come ciascuno di noi si presenta al mondo».
È un gesto antico, quasi premoderno, cercare nel volto un indizio di sincerità, di paura, di arroganza o di difesa. Un gesto che oggi potremmo considerare ingenuo, ma che rivela una cosa semplice: quando non sappiamo chi abbiamo di fronte, cerchiamo più o meno inconsciamente dei segni. E, evidentemente, quando ci disponiamo noi stessi di fronte a qualcuno, “rilasciamo” inconsciamente segni analoghi.
Il vecchio giudice non cercava la verità assoluta ma solo una piccola indicazione; come quella che cerchiamo noi con una persona che incontriamo per la prima volta.
Franco Battiato, nel suo album del 1988, Fisiognomica, prende questa antica arte e la trasforma in una metafora. Ricordiamo brevemente che fu Johann Kaspar Lavater (1741–1801), pastore zwingliano di Zurigo, a introdurre nella sua opera Physiognomische Fragmente (1775–78), questo metodo pseudoscientifico di rivelare il carattere attraverso il volto.
A Battiato non interessa propriamente questo tipo di pseudoscienza ereditata da Aristotele e codificata da Lavater: la sua attenzione è tutta rivolta al volto come soglia tra umano e divino, come superficie dove affiora ciò che non si può dire. Il volto diventa una mappa dell’anima, ma una mappa incompleta, che richiede ascolto, intuizione, silenzio.
In questo senso, il giudice e Battiato si toccano: entrambi cercano un oltre nel volto. Uno per orientarsi nel caos del giudizio; l’altro per orientarsi nel caos dell’esistenza.
Come più volte abbiamo ricordato Charles Sanders Peirce chiamava abduzione — o guessing — la capacità di formulare ipotesi plausibili a partire da segni minimi. Non è deduzione, non è induzione: è un salto interpretativo, un’intuizione razionale che si affina con l’esperienza.
Il volto, in questa prospettiva, è un campo perfetto per l’abduzione: una piega di tensione, un sorriso che non arriva agli occhi, una rigidità improvvisa, una espressione trattenuta sono minimi dettagli che rivelano una verità.
Chiunque di noi, senza saperlo, pratica una forma di guessing non per giudicare la colpevolezza o l’innocenza di qualcuno, ma per indovinare, diciamo così, una postura morale, un indizio di sincerità o di menzogna. E Peirce direbbe che il vecchio giudice non è da ritenersi un ingenuo, ma un vero e proprio interprete del mondo.
Abbiamo già detto che Carlo Ginzburg, nel celebre saggio del 1979 Spie. Radici di un paradigma indiziario, mostra come Morelli, Freud e Sherlock Holmes condividano la stessa postura epistemologica del vecchio giudice (e di Battiato): cercare la verità nei dettagli marginali, negli indizi, nei segni minimi.
Il paradigma indiziario è una forma di conoscenza che non pretende di essere definitiva, ma che sa orientarsi nel caos di un volto segnato dalle esperienze della vita o da espressioni impercettibili e apparentemente insignificanti.
La fisiognomica — quella simbolica, non quella pseudoscientifica — trova qui il suo posto: non come scienza del volto, ma come arte di leggere indizi. Il volto diventa un testo indiziario, un luogo dove si depositano micro-espressioni, posture, maschere, difese. Un campo di tensioni che chiede interpretazione.
Se mettiamo insieme Peirce, Ginzburg e Battiato, otteniamo una triade sorprendente: Peirce ci offre il metodo, l’abduzione, il guessing; Ginzburg ci offre la postura epistemologica, il paradigma indiziario e Battiato ci offre la metafora spirituale, il volto come soglia dell’anima.
E il vecchio giudice rappresenta in effetti la sintesi di questo sapere antico, intuitivo, indiziario.
Qui entriamo nella questione più delicata: possiamo usare la fisiognomica per intuire la meschinità, l’ipocrisia, la grettezza? Per decifrare cioè il retropensiero di una espressione? Il carattere reale di una esibizione? Quanto ne avremmo bisogno oggi per non lasciarci abbindolare dalla propaganda, dalla incoerenza, dalle strumentalizzazioni del “discorso pubblico” e, soprattutto, politico!
Non per giudicare questo o quello sia chiaro, ma per cogliere la postura morale, il modo in cui qualcuno abita il proprio volto fisico e manifesta così il suo vero pensiero, il suo vero volto morale.
Peirce direbbe che questo è un uso legittimo dell’abduzione: formare ipotesi interpretative a partire da segni minimi. Ginzburg direbbe che è un esercizio del paradigma indiziario: leggere ciò che non è detto, ciò che sfugge, ciò che si nasconde nei dettagli. Battiato direbbe che è un gesto spirituale: un tentativo di vedere oltre la superficie. Il volto non rivela la verità, ma rivela una tensione verso la verità.
Per rendere tutto questo più vivo e pratico, propongo un breve gioco fisiognomico: non per giudicare le persone, ma per dimostrare come reagiamo ai volti del potere.
Ecco una breve galleria di volti noti analizzati fisiognomicamente:
uno sguardo tipico del gambler e un volto come maschera di potenza non vi fa pensare, per esempio, a Donald Trump?
E per esempio uno sguardo acuto da stratega, volto controllato da una fredda rigidità non vi fa pensare a Vladimir Putin?
E che dire di personaggi da sempre discussi e discutibili e tornati recentemente alla ribalta, come per esempio Valter Lavitola con il suo sguardo da falso ingenuo e un volto apparentemente inespressivo e pur tuttavia ambiguo?
L’ostinata e accentuata apparizione, sulla ribalta del mondo, di giornaliste e giornalisti, commentatrici e commentatori, politici di ogni calibro inviterebbero ad un uso più frequente consapevole e mirato di questa “arte” della fisiognomica.
Non si tratterà di stabilire, lo ripetiamo, se “questo è buono, quest’altro è cattivo”, ma convincersi che dopo tutto anche il volto è un linguaggio e che noi, come il giudice, come Battiato, come Peirce, come Ginzburg, continuiamo a leggerlo — anche quando non ce ne accorgiamo.
Credo che il modo migliore per concludere questo excursus nella fisiognomica sia dare la parola a un premio Nobel, la scrittrice persiana-rodesiana-britannica Dorris Lessing.
C’è infatti un romanzo in cui la Lessing, già immersa nel sufismo, sembra essere toccata dalla stessa intuizione del giudice, di Battiato, di Peirce e di Ginzburg: il volto come indizio.
In Shikasta del 1979, gli emissari di Canopus osservano gli esseri umani non per ciò che dicono, ma per ciò che mostrano. Johor annota che «…il volto degli uomini mostrava ciò che le parole non dicevano…»: una frase che potrebbe essere il manifesto di ogni fisiognomica simbolica.
Lessing descrive il volto come una superficie attraversata da correnti morali,da tensioni invisibili, da lampi di verità che sfuggono al controllo. È una fisiognomica spirituale, non pseudoscientifica: un’arte di leggere le micro-espressioni come indizi, come tracce, come segnali di un movimento interiore.
E quel volto… è volto a rivelare un campo di forze, un luogo dove l’anima lascia impronte; quel volto è una… maschera che mostra più di quanto si cerchi di rappresentare sul “palco”.
E forse oggi è questa la capacità che viene a mancare: abbindolati dal chiacchiericcio, dal rumore social e dalla propaganda, non sappiamo più metterci uno di fronte all’altro per guardarci negli occhi, cogliere segni comuni e… riconoscerci nel bene e nel male.
Alle nove e venti del mattino avevamo già parlato di guerra, siccità, intelligenza artificiale, pensioni, arbitri, zanzare e tradimenti coniugali. Alle nove e ventidue era scoppiata una discussione sul prezzo delle granite. Alle nove e venticinque nessuno ricordava più la guerra.
Era agosto.
Il lido si chiamava Odissea Beach. Centosessanta ombrelloni disposti in file tanto precise da far sembrare il Mediterraneo un accessorio del catasto.
Prima fila, seconda fila, terza fila, zona relax, zona family, area smoking, area no smoking, area cani, area bambini, area bambini senza cani e, immaginavo, da qualche parte anche un’area per chi desiderava semplicemente stare in pace.
Non l’avevo trovata.
Ero arrivato alle otto e quaranta con una borsa, un libro e l’illusione di non fare niente. Gli altri erano arrivati con materassini, pinne, palette, racchettoni, tre cambi di costume, integratori di sali minerali, auricolari, creme protezione cinquanta, trenta e «questa la metto solo sulle gambe», come se una giornata al mare richiedesse ormai una preparazione logistica.
Al mio fianco una coppia impiegò più di venti minuti a sistemarsi. Lui piantò il portacellulare nella sabbia. Lei dispose sul lettino un telo, un cuscino cervicale, uno spruzzino refrigerante e un piccolo ventilatore USB. Poi si sdraiarono entrambi, esausti.
«Adesso non mi muovo più», disse lui.
Mantenne la promessa per quasi quattro ore.
Il mare era a quindici metri, ma sembrava un’ipotesi teorica.
Ogni tanto qualcuno si alzava, arrivava fino alla battigia, immergeva un piede e tornava indietro.
«È calda.»
«Troppo?»
«Forse.»
«Allora dopo.»
Il “dopo” era la vera unità di misura dell’estate.
Dopo facciamo il bagno. Dopo prendiamo il caffè. Dopo leggiamo. Dopo parliamo. Dopo ci rilassiamo.
Nel frattempo facevamo altro.
Soprattutto commentavamo.
Il signore dell’ombrellone 84, che alle nove sembrava un pensionato in vacanza, alle nove e dieci era diventato esperto di geopolitica.
Aveva letto il titolo di un articolo e, risparmiandosi il fastidio del testo sottostante, aveva già individuato responsabilità, conseguenze e soluzione.
«Questi non capiscono niente.»
Non specificò chi.
Nessuno glielo chiese.
Sua moglie, intanto, guardava un video su una dieta miracolosa.
«Il problema è il glutine.»
Dall’ombrellone 83 intervenne una signora con un cappello di paglia enorme.
«A mia cugina il glutine non faceva niente. Era il lattosio.»
«Dipende dal metabolismo», sentenziò il geopolitico.
In meno di tre minuti aveva cambiato specializzazione.
Sul telefono mi arrivavano notifiche ininterrotte. Un ministro aveva detto una cosa. Un attore ne aveva detta un’altra. Un cantante aveva cancellato una frase e poi spiegato perché l’aveva cancellata. Una coppia famosa, che ignorava fosse una coppia, non era più una coppia.
Un esperto invitava alla prudenza. Un altro invitava a diffidare degli esperti.
Sotto ogni notizia, migliaia di persone scrivevano “vergogna”, “finalmente qualcuno lo dice”, “informatevi”, “sveglia!”
Verso le dieci comparve una barca all’orizzonte.
Piccola, bianca, lenta.
La notò un bambino, quello dell’ombrellone davanti al mio.
«Papà, dove va quella barca?»
Il padre non alzò gli occhi.
«Un attimo.»
Stava scrivendo qualcosa sul telefono.
Il bambino aspettò.
La barca continuò ad andare.
«Papà.»
«Che c’è?»
«La barca.»
L’uomo guardò finalmente il mare, ma ormai non capì quale.
«Eh, una barca.»
Poi abbassò di nuovo la testa.
Il bambino rimase a guardarla ancora un po’, quindi prese la paletta e tornò alla sabbia.
A mezzogiorno il caldo diventò serio. Un caldo fermo, ottuso, che sembrava avere abolito qualsiasi possibilità di iniziativa. Perfino le cicale ridussero il servizio.
Gli esseri umani si adagiarono sui lettini in pose da museo archeologico.
Un ragazzo passò gridando:
«Cocco! Cocco bello!»
Nessuno rispose.
Ripassò.
«Cocco fresco!»
La signora del cappello sollevò appena due dita.
Il ragazzo si avvicinò.
«Quanto costa?»
Glielo disse.
Lei abbassò le dita.
«L’anno scorso costava meno.»
«L’anno scorso ero più giovane pure io», rispose lui.
E ripartì.
Alle dodici e venti l’altoparlante annunciò l’aperitivo.
«Gentili ospiti, vi aspettiamo al chiringuito per il nostro Odissea Spritz Party. DJ set, finger food e special guest.»
Non si capiva chi fosse lo special guest. In agosto siamo tutti special guest di qualcosa.
Quasi tutti si alzarono contemporaneamente.
Io rimasi sotto l’ombrellone.
Ripresi il libro che avevo portato e scoprii di essere ancora a pagina undici.
Lessi tre righe. Il telefono vibrò. Continuai a leggere. Vibrò di nuovo. Lo girai a faccia in giù. Guardai il mare. La barca bianca era più lontana.
Passava il bagnino. Lo chiamai.
«Sai di chi è quella barca?»
Strizzò gli occhi.
«Quella? Si chiama Ulisse.»
«La barca?»
«Sì. Esce quasi tutte le mattine.»
«E dove va?»
Mi guardò.
«In mare.»
Non aveva torto.
«E poi torna?»
«Se trova posto.»
«Posto dove?»
«Al pontile. Hanno tolto degli ormeggi.»
Pensai che con un ufficio tecnico comunale efficiente anche Omero avrebbe risparmiato parecchi versi.
Poco dopo tornarono gli altri dall’aperitivo. Erano più accaldati, più rumorosi e molto soddisfatti di essersi rilassati.
Il geopolitico aveva bevuto due spritz ed era passato alla filosofia.
«Il problema è che oggi la gente non ha più valori.»
«Verissimo», disse la signora del lattosio, fotografando il bicchiere.
«Siamo diventati schiavi.»
«Assolutamente.»
«Del sistema.»
«Quale sistema?»
Ci fu una breve esitazione.
«Il sistema.»
Bastò.
«Hai visto il gasolio?»
«Quasi due e quaranta al servito.»
«Una rapina. Non si può più andare avanti così.»
Lo disse un uomo mentre controllava sul telefono l’app della macchina, parcheggiata a cinquanta metri, per accendere il climatizzatore prima di salirci.
«Io infatti sto pensando di cambiarla.»
«Con una più piccola?»
Mi guardò come se avessi proposto il calesse.
«No. È uscito il modello nuovo.»
Oltre la recinzione del lido, sotto il sole, riposavano SUV, crossover e automobili grandi abbastanza da sembrare seconde case. Anche loro, probabilmente, aspettavano settembre.
Alle tredici e trenta mangiammo.
Insalate, focacce, frutta già tagliata, piatti arrivati dal bar in contenitori compostabili dall’aria molto responsabile.
Per quaranta minuti nessuno parlò di attualità.
Poi arrivò il caffè.
Questa volta toccò all’intelligenza artificiale.
«Tra poco farà tutto lei.»
«Già lo fa.»
«Scrive pure i libri.»
«Eh, ma si vede.»
«Io me ne accorgo subito.»
«Anch’io.»
Chiesi come.
Il geopolitico mi guardò con una certa pietà
«Si sente.»
Non osai chiedere altro.
Alle quattordici e dodici successe la cosa più grave della giornata.
Saltò la rete.
All’inizio ognuno pensò che il problema fosse il proprio telefono.
Cominciò così il rito contemporaneo dell’uomo abbandonato dalla tecnologia: modalità aereo, modalità normale, spegni il Wi-Fi, riaccendi il Wi-Fi, guarda le tacche, alza il telefono verso il cielo.
Nel giro di due minuti una domanda percorse tutto il lido.
«Anche a te?»
«Niente.»
«Zero.»
«A me una tacca.»
«Ma non carica.»
Il geopolitico andò personalmente alla reception.
Tornò qualche minuto dopo.
«Stanno riavviando il router.»
La notizia si diffuse rapidamente.
Poi non accadde niente.
E quello fu il momento più strano della giornata.
La signora col cappello si accorse che suo marito aveva cambiato costume.
Due adolescenti, non sapendo bene che cosa fare delle mani, guardarono il mare e decisero di entrarci.
Un uomo chiese alla moglie se voleva un caffè.
Lei lo fissò per qualche secondo.
Il bambino dell’ombrellone davanti indicò di nuovo l’orizzonte.
«Papà, la barca è ancora là.»
Questa volta il padre guardò davvero.
«È molto lontana.»
«Dove va?»
L’uomo rimase in silenzio.
«Non lo so.»
Fu la prima risposta sincera della giornata.
Poi il Wi-Fi tornò.
Ce ne accorgemmo quasi tutti nello stesso momento.
Le teste si abbassarono.
Il mondo aveva ripreso a esistere.
Alle due e mezza il lido entrò nella fase più seria della giornata: l’assopimento.
I telefoni scivolarono sui petti. Le bocche si aprirono appena. Le discussioni rimasero sospese senza conclusione e nessuno parve soffrirne.
Mi alzai.
Andai verso l’acqua.
Era calda, come avevano detto. Entrai lentamente.
Dietro di me cento persone riposavano sotto cento ombrelloni, ciascuna convinta di essersi presa una pausa dalla propria vita e ciascuna con la propria vita intera a pochi centimetri dalla mano.
Il bambino mi raggiunse.
«L’hai vista anche tu?»
«La barca?»
«Sì.»
«L’ho vista.»
«Dove va?»
Ci pensai.
«Forse a Itaca.»
«Dov’è?»
«Lontano.»
«Quanto?»
«Non lo so.»
Il bambino si tuffò
Rimasi con l’acqua alla vita a cercare la barca.
Era ormai soltanto un punto.
Alle mie spalle l’altoparlante tornò a gracchiare.
«Ricordiamo ai gentili ospiti che presso la reception sono aperte le prenotazioni per il nuovo Itaca Resort & Spa: camere vista mare, piscina panoramica, percorso benessere e formula all inclusive. Perché il vero viaggio è ritrovare sé stessi.»
Mi voltai.
Sulla recinzione del lido c’era un manifesto che non avevo notato.
ITACA RESORT & SPA
IL TUO RITORNO COMINCIA QUI
Più sotto:
Wi-Fi in tutta la struttura.
Il bambino riemerse.
«Che guardi?»
Indicai il manifesto.
«Itaca.»
«È quella?»
«Pare di sì.»
Guardammo di nuovo verso il largo.
La barca non si vedeva più.
Forse era troppo lontana. Forse il caldo confondeva la linea dell’orizzonte.
Forse aveva già cambiato rotta.
Dal lido arrivò una raffica di suonerie.
Qualcuno, da qualche parte, aveva detto qualcosa.
Tra poco avremmo saputo tutti cosa pensarne.
Uscii dall’acqua e tornai sotto l’ombrellone. Il telefono era ancora lì, a faccia in giù.
Se Ulisse fosse arrivato davvero a Itaca, sarebbe stato meglio avvertirlo.
La prima volta che sono stato al mercato che non c’è, e capirete poi perché l’ho ribattezzato così, fu cinque anni fa, nel mio quartiere. Non mi sembrava vero che fra i palazzi fatiscenti di periferia, tutti in fila sparsi come balene spiaggiate in decomposizione, vi fossero d’improvviso, a contrasto, così tante bancarelle colorate, colme delle merci più svariate, dalle olive allo zenzero, dai guanti ai cappelli, fino al pesce fresco ed a montagnole di ogni tipo di verdura dall’equilibrio instabile.
Mi immersi subito in quel via vai di signore e signori di mezz’età che facevano la spesa beati, lontano dal grigio e dal nero del cemento e dell’asfalto dei centri commerciali.
Nessuna musica era diffusa in sottofondo, nessuna pavimentazione di marmo extralucido, ma soltanto banchi e ombrelloni, immersi nel vocio pressoché continuo dei venditori che, in tutti i dialetti della penisola, promuovevano la loro mercanzia. Naturalmente comprai anch’io: un melone retinato e profumatissimo, del prosciutto dolce di Parma, un cartoccio enorme di carta oleata zeppo di olive ripiene, e persino una pasmina verde acqua, abbastanza lunga, in cotone leggero.
Svuotai il portafoglio in poco tempo, tanto il turbinio di voci e colori mi aveva eccitato, portandomi ad uno stato di esaltazione.
Notai con piacere che, attorno a me tutti sorridevano e si salutavano. Una vecchina, curva e baffuta, aveva acquistato un’enorme anguria e la portava tra le braccia senza sforzo apparente. Lasciai soddisfatto la zona del mercato, e mi accinsi a rientrare nel mio minuscolo appartamento – con vista sul canale di scolo, cementato e inquinato – quando, controllando il portafoglio per contare i pochi spiccioli che mi erano rimasti, mi accorsi che conteneva esattamente la stessa cifra di quando ero uscito di casa quella mattina.
Ebbi un sussulto di meraviglia, eppure ero sicuro di aver pagato tutta la merce acquistata. Ero quasi arrivato a casa, ma tornai immediatamente sui miei passi, e quasi correndo tornai al mercato.
Girai l’angolo, entrando nella via dove poco fa avevo fatto la spesa e… Niente! Non c’era più nessun mercato! La strada era come sempre un andirivieni di tram e di automobili, con due file delle stesse parcheggiate ai lati della strada. Guardai per terra, in cerca degli inevitabili rifiuti che un mercato rionale lascia quando tutti se ne vanno; niente, neanche un pezzo di carta. Del resto era impossibile che in soli cinque minuti d’orologio un intero mercato, con almeno cinquanta bancarelle, fosse scomparso nel nulla.
Rimasi a lungo incerto sul da farsi, eppure stringevo ancora in mano le varie buste di plastica contenenti i miei recentissimi acquisti, non poteva trattarsi di un’allucinazione. Nel dubbio assaggiai le olive, favolose, poi il prosciutto, dolcissimo e saporito. Mentre masticavo dubbioso e un po’ spaventato, l’occhio mi cadde su di un foglietto colorato, per terra, proprio accanto ai miei piedi. Lo raccolsi, iniziai a leggerlo e diceva così:
C O M P L I M E N T I !
Lei è stato scelto fra migliaia di persone per diventare cliente fisso del mercato di “Humilitate”.
Ecco le date e i luoghi di questo evento, dove chi è di buon cuore come lei, sarà’ sempre benvenuto.
Seguiva un elenco di date e luoghi, dal quale si capiva che il mercato era itinerante, e si svolgeva soltanto due volte a settimana nei quartieri di Roma.
Inutile dirlo, grazie al prezioso depliant, iniziai a frequentare assiduamente il mercato e, in effetti, dopo alcune volte, notai che vi era sempre la stessa gente: tutti prescelti dunque. L’unico svantaggio, come appresi quasi subito, è che ti era concesso un giro soltanto, poi l’intero mercato spariva.
Come questo avvenga non lo so. Ho provato diverse volte a girare la domanda, con le dovute cautele, ai gestori delle bancarelle, ma ho avuto in cambio soltanto enigmatici sorrisi, nessuna risposta.
Domani sarà giorno di mercato, questa volta a San Lorenzo fuori le mura, ma a dire il vero non mi preoccupo più della stranezza dell’avvenimento, anzi, è divenuto uno dei giorni più belli della settimana, visto che oramai ci conosciamo tutti, e trascorriamo ore piacevoli in chiacchiere leggere e rinfrancanti. È come ritrovare vecchi amici, tutte persone straordinarie con le quali esiste già un legame. Quale sia e perché, credo non stia a me scoprirlo, per cui lascio volentieri a voi gli Ipermercati ed i centri commerciali, dove le persone non si guardano nemmeno, e, se possono, si passano pure davanti l’un l’altro, rubandosi anche il carrello vuoto. A noi – misteriosi eletti involontari – il vantaggio di ritrovarci fra cari amici e soprattutto di non spendere più quasi nulla delle nostre magre pensioni.
A PIEDI e col cuore leggero mi avvio sulla strada aperta,
In buona salute, libero, il mondo davanti a me,
Davanti a me il lungo sentiero bruno che porta ovunque
mi piaccia.
…
Tu, strada che imbocco guardandomi intorno, non credo
tu sia tutto quello che c’è,
Credo ci sia anche molto che non si vede.
Ecco la profonda lezione dell’accoglienza, che non è
predilezione né disconoscimento,
Il nero dalla testa lanosa, il malfattore, il malato, l’analfabeta
non vengono disconosciuti;
Passano, anch’io passo, tutto passa, nessuno può essere
interdetto,
Nessuno verrà respinto, nessuno mi sarà meno caro.
Tu, aria che mi dai il fiato per parlare!…
Tu, luce che avvolgi me e ogni cosa…
Voi, sentieri tracciati fra le buche ai bordi delle strade!
Credo che in voi ci siano esistenze latenti, non viste, tanto
mi siete cari.
…
Allons! chiunque voi siate venite in viaggio con me!
Viaggiando con me trovate ciò che non stanca mai.
La terra non stanca mai,
La terra è rude, silenziosa, a prima vista incomprensibile,
la Natura è rude e incomprensibile a prima vista,
Non scoraggiatevi, insistete, ci sono cose divine ben celate,
Giuro che ci sono cose divine più belle di quanto le parole
non possano dire.
Allons! non dobbiamo fermarci qui,
Per deliziose che siano queste provviste accumulate, per comoda
che sia questa dimora, non ci possiamo restare,
Per riparato che sia questo porto e per calme che siano
queste acque non ci possiamo ancorare qui,
Per gradita che sia l’ospitalità offerta ci è permesso di goderne
solo per poco.
Allons! verso ciò che è senza fine com’era senza principio,
Pronti a molto patire, marce di giorno, riposo di notte,
A profondere tutto nel viaggio cui tendono, e nei giorni
e nelle notti cui tendono,
A profonderli di nuovo in altre e superiori partenze,
Senza guardare a niente, da una parte o dall’altra, che non
si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza concepire alcun tempo, per quanto distante, che
non si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza guardare su e giù per una strada che non si apra
in attesa di voi, che, per quanto lunga, non si apra
in attesa di voi
…
Allons! la strada è di fronte a noi!
È sicura – l’ho provata – l’ho sentita sotto i piedi – non
lasciarti trattenere!
(Walt Whitman, Foglie d’erba, I Meridiani, Mondadori, Milano 2017, 351; 343; 353)
Let’s go! Allons! Andiamo!
Papa Leone ai giovani che ad Assisi lo scorso 6 agosto hanno partecipato al GO! Franciscan Youth Meeting 2026 nell’omelia per la festa della Trasfigurazione li ha così esortati: «Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go!».
Queste parole sono risuonate come un invito a partire. Anzi suggeriscono il canto come buona compagnia: “Canta e cammina. Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti! direbbe Agostino (Discorso, 256). Così ho pensato di introdurre le parole del papa con un testo poetico di W. Whitman, (1819-1892) Canto della strada aperta.
La scelta di usare il verbo francese al posto di quello inglese corrisponde a una precisa scelta stilistica e di pensiero: nobilitare il verso poetico con una lingua che richiamasse principi di democrazia, libertà, uguaglianza, che fosse lievito di cambiamento e trasformazione. In questo testo, del resto il poeta non rivolge un invito a un’allegra camminata, ma un appello pressante, una chiamata ad aprirsi e camminare la strada alla libertà e fraternità universali, invito non solo agli americani, ma all’umanità intera.
Se per il curatore e traduttore Mario Corona può essere considerato «il manifesto della libera vita americana al maschile. Nomade, svincolata da ogni norma, consuetudine o conformismo» (ivi, 1412); tuttavia nell’intera opera di Foglie d’erba approfondita da Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica vengono a convergere due voci: il bardo d’America e quella dell’inquietudine pascaliana, la voce di chi si scopre esistenzialmente posto tra spensieratezza, ardimento e solitudine, tra il nulla e l’infinito, il reale e l’ideale, tra il già e il non ancora.
«I versi di Foglie d’erba attestano, se ben letti, l’attesa di una visione, il tendere inesausto verso una novità radicale, la profezia di un rapporto pieno tra l’uomo e la sua terra, di una fratellanza radicale tra gli uomini, di una laboriosità maestosa che sia reale con-creazione del mondo, l’attesa di una parola «vera» che dica la realtà e non resti solamente appesa a fantasie…
Non è dunque un altro Whitman quello che scrive: è lo stesso poeta entusiasta e fiducioso nell’evoluzione, ma dopo aver conosciuto il dolore collettivo della guerra e quello personale della paralisi. (Così egli) è capace anche di riconoscere il volto di Cristo in un giovane colpito a morte» (ivi, 7 giugno 2003, 3671, 440; 441-442).
UNA SCENA nell’accampamento sul far del giorno grigio
e fosco,
Mentre dalla mia tenda emergo molto presto senza aver
dormito,
Mentre lento cammino nell’aria bella fresca sul viottolo
lungo la tenda dell’ospedale,
Tre forme vedo giacere in barella, giacere là fuori senza
cure,
Su ciascuna è distesa la coperta, una grande coperta di 5
lana marroncina,
Grigia e greve coperta, che tutto avvolge e copre.
Curioso mi soffermo in silenzio,
Poi con dita leggere dal volto del più vicino sollevo appena
la coperta;
…
Poi al terzo – un volto né giovane né vecchio, calmissimo,
d’un bell’avorio giallo-bianco;
Giovane, credo di conoscerti – credo che questo volto sia
il volto stesso del Cristo,
Morto e divino e fratello di tutti, che qui di nuovo giace
(Fili d’erba, 705).
La Trasfigurazione è la gemma nascosta, Pasqua germinale anche in noi
GEMME non viste, infinite, ben nascoste,
Sotto la neve e il ghiaccio, sotto il buio, centimetro su
Centimetro
Germinali, squisite, in ricami delicati, microscopiche,
non nate,
Come bimbi nei grembi, latenti, ripiegate, compatte,
dormienti;
Milioni di milioni e miliardi di miliardi, in attesa,
(Sulla terra e nel mare – nell’universo – nelle stelle su
nei cieli),
Premono lente, avanzano decise, senza tregua dandosi
una forma,
Ed altre ancora, di continuo, sempre di più, stanno in
attesa
(ivi, 1257; 1259).
Trasfigurazione di Gesù sul monte esprime cambiamento, metamorfosi appunto, e movimento. Episodio posto sul cammino di Gesù, il suo esodo, il movimento con i suoi verso la sua Pasqua. Non a caso gli Ortodossi la chiamano Pasqua dell’estate. È la gemma nascosta nel Nazareno, Figlio dell’Uomo e pure latente come una maternità in ogni vita, dove una moltitudine è in attesa.
Così papa Leone ai Giovani: «Carissimi, la festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione.
Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa – noi diremmo: senza sconti – e la vita di Gesù è ricominciata in loro. Siamo arrivati qui per capire dove va la storia e dove stiamo andando noi. Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada».
Allons! verso ciò che è senza fine com’era senza principio,
Pronti a molto patire, marce di giorno, riposo di notte,
A profondere tutto nel viaggio cui tendono, e nei giorni
e nelle notti cui tendono,
A profonderli di nuovo in altre e superiori partenze,
Senza guardare a niente, da una parte o dall’altra, che non
si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza concepire alcun tempo, per quanto distante, che
non si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza guardare su e giù per una strada che non si apra
in attesa di voi, che, per quanto lunga, non si apra
in attesa di voi
…
Allons! la strada è di fronte a noi!
È sicura – l’ho provata – l’ho sentita sotto i piedi – non
lasciarti trattenere!
(Canto della strada aperta, 359; 365)
Andare verso ciò che è senza fine com’era senza principio è «osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai.
In questo senso, all’inizio della mia prima Enciclica ho suggerito che «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.
Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”» (Magnifica humanitas, 1).
La vita in mezzo ai poveri, là mi troverete
La dinamica del vangelo come quella della gemma nascosta della Trasfigurazione non è una dinamica di conservazione, ma è una dinamica di movimento – metamorfosi è detta in greco – verso un cambiamento radicale, uno sguardo che ci orienta, ci converte ai più poveri, chiama ad una “conversatio cum pauperibus”,la vita in mezzo ai poveri, come affermava papa Francesco, andando verso coloro che vengono sfruttati come semplici risorse produttive, là dove la dignità umana è negata.
Così papa Leone: «Ebbene, cari giovani, osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro – Go! – è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci.
Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio. Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi, ci ha messi in guardia dalla “tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore.
Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano” (Francesco, Evangelii gaudium, 270).
«Se subito non mi trovi non scoraggiarti,
Se non mi trovi in un posto cercami in un altro,
In qualche posto mi sono fermato e t’attendo»
(Foglied’erba, 213).