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Le voci da dentro / Invece del Carcere: promuovere e istituire luoghi di accoglienza esterni

Le voci da dentro / Invece del Carcere:
promuovere e istituire luoghi di accoglienza esterni

Le voci da dentro / Invece del Carcere:
promuovere e istituire luoghi di accoglienza esterni al carcere

di Domenico Bedin

L’autore di questa lettera, della quale condivido l’analisi e le proposte, non ha bisogno di una presentazione particolare; per lui parlano le innumerevoli persone che ha aiutato nel corso di tutti gli anni del suo impegno sociale, i tanti progetti che ha realizzato sul territorio e la lucidità con cui vede il futuro, non solo della nostra città
Fra gli obiettivi di
Viale K odv, l’associazione che presiede, nata ormai 34 anni fa, c’è scritto: “Intendiamo adoperarci affinché ciascun uomo veda rispettato il “diritto al futuro” e cioè alla sussistenza, alla salute, al lavoro, all’istruzione, all’informazione – a qualunque etnia, religione, genere, credo politico appartenga. Crediamo in una partecipazione attiva alle responsabilità civili.” Fra le varie forme di contrasto alla povertà estrema e di emarginazione sociale Viale K si occupa di mensa e beni di prima necessità, di accoglienza e percorsi di inserimento sociale, di didattica e attività interculturali, di centro di ascolto e di consulenza legale.
In questo articolo, già apparso sulla stampa locale, Domenico fa un ragionamento interessante e condivisibile sulle pene alternative alla carcerazione con la finalità di promuovere e istituire luoghi di accoglienza esterni al carcere.
Per dovere di informazione, riporto che cosa si intende quando si parla di pene sostitutive della reclusione e dell’arresto. Queste sono disciplinate dal Capo III della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), e sono le seguenti:
– la semilibertà sostitutiva;
– la detenzione domiciliare sostitutiva;
– il lavoro di pubblica utilità sostitutivo;
– La pena pecuniaria sostitutiva.
La semilibertà sostitutiva e la detenzione domiciliare sostitutiva possono essere applicate dal giudice in caso di condanna alla reclusione o all’arresto non superiori a quattro anni.
Il lavoro di pubblica utilità sostitutivo può essere applicato dal giudice in caso di condanna alla reclusione o all’arresto non superiori a tre anni.
La pena pecuniaria sostitutiva può essere applicata dal giudice in caso di condanna alla reclusione o all’arresto non superiori a un anno.
Comunque la pensiate, buona lettura.
(Mauro Presini)

Lettera aperta

Da anni ormai la Pena può essere scontata in varie forme.
Molti reati si pagano senza andare in carcere. La detenzione in un carcere è necessaria per molti reati gravi ma verso la fine della pena, sotto i quattro anni, si può accedere a misure alternative. Semilibertà, detenzione domiciliare, affidamento in prova ai servizi sociali...

Molti detenuti che non hanno riferimenti esterni restano chiusi fino all’ultimo giorno. Così non si prepara il reinserimento sociale aumentando il rischio di recidiva e le carceri restano intasate.

Sento che il Ministero della Giustizia, dalle parole del Sottosegretario il Senatore Balboni, si sta impegnando molto nel costruire nuovi padiglioni anche nella Casa Circondariale di Ferrara insieme ad un adeguamento del personale.

Mi permetto di insistere sulla necessità di promuovere e istituire, se necessario, luoghi di accoglienza esterni al carcere. Infatti, per esempio, anche a Ferrara più di cento detenuti potrebbero uscire dal muro se ci fossero case o comunità di accoglienza disponibili.
Lo stesso si può dire di quelle persone in attesa di processo che spesso passano anni in carcere prima di finire l’iter giudiziario.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione perché da una parte si conferma la necessità di far scontare la pena in maniera giusta e proporzionata, dall’altra si possono mettere in campo modi e luoghi più adatti alle situazioni.
Questo sistema inoltre valorizzerebbe molto di più il territorio, per esempio favorendo inserimenti lavorativi delle persone che vogliono ricominciare.

Anche economicamente favorire la presenza di comunità rieducative nei territori sarebbe vantaggioso perché, come si sa, il costo pro capite di un detenuto in carcere supera i 150 euro al giorno.

Costituendo realtà che prevedono l’auto finanziamento attraverso le attività lavorative si ridurrebbe la spesa a 30 euro il giorno… in più le persone sarebbero impegnate e non resterebbero inattive.

Il Ministero della Giustizia ha aperto dei bandi per reperire centri e comunità per attuare questa rivoluzione ma bisogna che tutti insieme ci impegniamo a realizzarle superando la mentalità che recita…”metterli dentro e buttare via la chiave”.

Cover: La foto di Domenico Bedin è stata scattata da: Mauro Presini

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Vite di carta. Mostruosa mente Medea

Vite di carta /
“Mostruosa mente” Medea

Vite di carta. Mostruosa mente Medea

A volte mi concedo di ribellarmi alla tabella di marcia delle letture che mi sono data. In questo caso anziché prendere in mano il primo dei quattro saggi finalisti del Premio Estense 2026 – pensavo di partire con L’altro Garibaldi di Virman Cusenza – ho preso a sfogliare il romanzo di Mauro Mazza uscito nell’aprile del 2025, il cui titolo gioca sulla ambiguità tra la pronuncia di Mostruosa mente, che la fa sembrare una parola sola, e la forma scritta che separa l’aggettivo dal nome.

In copertina il ritratto di Joseph Goebbels, il gerarca più vicino a Hitler, e di sua moglie Magda: donna geniale e diabolica come lui, sostenitrice del Führer e a lui solidale fino all’ultimo minuto di vita, pur se pervasa da dubbi drammatici sul destino dei propri figli.

Mi viene consegnato, per di più, Madri e figli di Theodor Kallifatides e un’occhiata la do, giusto per rendermi conto di come è scritto l’incipit. L’autore, che narra in prima persona, sta per lasciare la Svezia dove vive da molti anni per volare ad Atene a far visita alla madre anziana.

Due libri così lontani tra loro, quello di Mazza che intende raccontare la fine del nazionalsocialismo e questo di Kallifatides che insieme alla madre compie un viaggio nella memoria famigliare.

Mi sorprende, quindi, incontrare in entrambi la voce di Medea che ci arriva dal V secolo a.C., dalla omonima tragedia di Euripide e si insedia fin dalle prime pagine seminando il dubbio.

Si domanda l’autore greco, mentre ancora attende il suo volo all’aeroporto di Stoccolma: “È possibile vivere senza sapere chi sono Medea e Giasone?” Senza le radici del nostro essere nel mondo? Dovrà raccontarne la storia ai nipoti, prima ancora di tradurre per loro le memorie di suo padre e parlare di storie famigliari. Lo sorregge la convinzione che vivere senza Medea si può, come dicono, ma è meglio dubitarne.

Mauro Mazza rivela in una intervista di avere studiato a lungo la vita di Goebbels e di avere trovato altrettanto straordinaria la moglie Magda, capace di uccidere i propri figli dentro al bunker in cui anche Hitler si era tolto la vita nell’aprile del 1945, con i Russi ormai padroni di Berlino.

Per evitare la cattura da parte delle truppe sovietiche anche i Goebbels hanno stabilito di togliere la vita ai loro bambini prima che a se stessi, senza abbandonare il bunker in cui hanno trascorso le ultime settimane di vita insieme a Hitler e alle famiglie di alti gerarchi del Reich.

Senza che Joseph mostri alcun tentennamento né alcuna riserva nei riguardi del Führer, mentre Magda è preda di dubbi angosciosi. Sente le proprie pesanti responsabilità per avergli obbedito “senza mai avanzare una critica una riflessione un’obiezione che gli suggerisse altre soluzioni o vie diverse da percorrere”. Il suo istinto di madre cerca una via d’uscita per i figli, poi la certezza di esporli alla vendetta del mondo si aggiunge alle tante bugie che ha detto a se stessa costringendosi a obbedire al sogno smisurato di grandezza per il Reich.

“Tutto è deciso perché tutto è inevitabile ormai… E ora io mi avvio per la strada più miseranda; per un’altra, anche più miseranda avvierò i miei figli. Che io li saluti per l’ultima volta…” Potrebbero essere le parole pronunciate da Magda, in realtà a pronunciarle è Medea mentre si accinge all’atto esiziale.

Mazza ha posto in esergo al suo romanzo il passo finale della tragedia che le racchiude, e a me lettrice è sembrato di dover cogliere questa suggestione che lega per la loro due donne così complesse, dilemmatiche.

La Medea che ci arriva dal mito antico è “creatura di passioni e di istinti” che la rendono, secondo le parole di Raffaele Cantarella, “una forza di natura allo stato essenziale, che la ragione serve soltanto a rendere consapevolmente feroce” nel tramare la vendetta più lugubre contro il marito Giasone che l’ha ripudiata ed è padre dei suoi figli.

Vero è che nelle pagine iniziali del suo libro Kallifatides ha in mente una Medea giovane che non ha ancora incontrato Giasone, una “principessa dai capelli scuri che corre per i magnifici giardini” che suo padre Eete, re della Colchide, ha fatto costruire a Gemoura, nella regione di Trebisonda sul Mar Nero in cui era nato il nonno dello scrittore.

La domanda resta tuttavia la stessa: “Come farò a spiegare ai miei nipoti il fragile filo che legava il loro bisnonno al suo mondo, quando non sanno nemmeno chi fossero Medea e Giasone, quando non hanno mai sentito parlare del Vello d’oro e degli Argonauti?”

Posso pensare che per analogia Mauro Mazza abbia ritenuto di dover indagare sulla storia più recente del nazionalismo in risposta a un interesse personale oltre che professionale come giornalista, e che condivida con Kallifatides la convinzione che l’unica cosa che abbiamo veramente è il nostro passato. 

Posso pensare che abbia incontrato a sorpresa nella figura diabolica e materna di Magda il migliore ossimoro, capace di mostrare dall’interno la follia incarnata da Hitler. Ciò spiegherebbe la scelta formale di assumere il punto di vista di lei nel farsi voce narrante. E anche la modalità del discorso come flusso di coscienza.

Un flusso di parole libero di espandersi tra la memoria degli anni felici per Magda, divenuta donna di potere come moglie di Goebbels e come prediletta del Führer, esibita come modello di moglie e madre della perfetta razza ariana.

Un flusso libero anche di tornare costantemente al tragico presente della clausura nel bunker a Berlino, nella attesa piena di angoscia della catastrofe finale: le frasi sono prive di punteggiatura e si susseguono con frequenti stacchi, come se fosse concesso ai pensieri di Magda solo un respiro corto e franto, mentre emicrania e altri dolori la costringono a stare al buio.

Il buio, proprio lui. Magda lo impone ai suoi bambini facendoli morire col veleno mentre dormono. Obbedisce a un disegno che viene da fuori di lei.

Medea pugnala i figli avuti da Giasone con le proprie mani, il furore le viene da dentro.

Mi chiedo se sia possibile vivere senza conoscere entrambe, Magda e Medea. Si può, come dicono, ma è meglio dubitarne.

Nota bibliografica:

  • Mauro Mazza, Mostruosa mente, Fazi Editore, 2025
  • Theodor Kallifatides, Madri e figli, Voland, 2024

Cover: Foto di Jacques GAIMARD da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Reddito Minimo Universale: parte la raccolta firme per introdurlo in UE

Reddito Minimo Universale: parte la raccolta firme per introdurlo in UE

Reddito Minimo Universale: parte la raccolta firme per introdurlo in UE

Il reddito di base (chiamato anche reddito di cittadinanza universale, o reddito minimo universale, o reddito di base incondizionato, o reddito incondizionato di base, o reddito universale di base, o reddito di base universaleè un’erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata o non effettuata (dunque viene erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati), dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, ed erogato durante tutta la vita del soggetto.

In altre parole, il reddito di base potrebbe essere una misura aggiuntiva, e non sostitutiva, alle forme di assistenza sociale e welfare state attualmente in vigore.

La prima proposta di una politica monetaria universale e incondizionata molto simile a quella del reddito di base si trova nel libro La giustizia agraria, pubblicato nel 1795 dal filosofo illuminista britannico Thomas Paine (1), nel quale si proponeva di risolvere il problema della povertà dilagante in Francia con la creazione di una tassa di accesso alla proprietà fondiaria, costituendo un fondo poi equamente ripartito tra tutti i cittadini nel seguente modo. L’autore sostenne la causa contro l’ingiusto equilibrio tra cittadini e proprietari terrieri dell’epoca, pensando che il governo dovesse creare un reddito di base.

Anche Joseph Charlier propose – partendo da posizioni del filosofo francese François Marie Charles Fourier che ispirò la fondazione della comunità socialista utopista chiamata La Reunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas – un sistema di protezione sociale del tutto simile alla proposta contemporanea di Basic Income (2).

Sicuramente tra i più importanti teorizzatori del reddito incondizionato di base vi è il filosofo belga Philippe Van Parijs il quale, durante un soggiorno di ricerca a Oxford, conobbe Gerald Cohen, fondatore del marxismo analitico, disciplina alla quale Van Parijs ha dedicato diversi anni insieme ai membri del September Group, più informalmente chiamato “No-Bullshit Marxism Group”.

Le sue ricerche sull’argomento portarono a scrivere l’opera Marxism Recycled (1993) in cui prende atto di una rivoluzione nella teoria di classe, con il passaggio dall’opposizione capitalista-proletaria a un’opposizione operai-disoccupati, difendendo una transizione dal capitalismo all’ideale comunista attraverso l’istituzione di un’indennità universale pagata a ciascun individuo incondizionatamente durante tutta la sua vita.

Quest’ultima idea costituirà il cuore della sua opera principale, Real Freedom for All (1995) che, sotto l’ispirazione di John Rawls e Ronald Dworkin, in particolare, fornisce un contributo originale alle teorie della giustizia. Partendo dal duplice presupposto che la libertà è un valore fondamentale e che le nostre società capitaliste sono piene di disuguaglianze ingiustificabili, egli dispiega la sua concezione di giustizia sociale: la difesa di una libertà reale e uguale per tutti attraverso l’istituzione, sulla scala politica più ampia possibile, di un reddito di base individuale e incondizionato, destinato in particolare:

  • 1 – liberare i disoccupati dalla trappola della povertà causata dagli attuali sistemi di compensazione per l’assenza di lavoro;
  • 2 – migliorare le condizioni dei lavoratori aumentando il potere contrattuale dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro;
  • 3 – incoraggiare il lavoro indipendente, l’innovazione e l’assunzione di rischi;
  • 4 – liberare le casalinghe dalla dipendenza finanziaria dai mariti.

Nel libro Il reddito minimo universale (3) Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, per i quali il reddito di base è: «un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite». Le diverse proposte distinguono tra un reddito versato a partire dalla maggiore età da uno a cui si è titolati dalla nascita.

Le fonti distinguono il reddito di base dal reddito minimo garantito (4): tale reddito minimo verrebbe devoluto solo a chi è in età lavorativa e con un ammontare che varia in funzione dell’età stessa, con la clausola che il reddito di cui si disponga sia inferiore ad una determinata soglia ritenuta di povertà.

Il reddito incondizionato di base si basa sull’assunto critico quanto scontato che ogni essere umano – tralasciando i credi personali o collettivi – non ha la colpa di nascere e, come tale, la sua esistenza non deve essere incentrata sul sopravvivere rincorrendo il tempo, ma deve essere fondata sul diritto di vivere consapevolmente il mondo.

Solo per per il fatto di vivere, ogni essere umano ha diritto ad una forma di sussistenza base che lo possa salvare dalla fame con il fine di garantire una vita dignitosa: teoria esplicitata anche dal nostro Natale Salvo nel libro La rivoluzione copernicana chiamata reddito di base. Si tratta solo di cambiare un paradigma: dal lavorare per necessità al lavorare per piacere”, edito da Multimage nel 2019, secondo cui il reddito universale di base senza condizioni sarebbe un diritto umano.

Non è un caso infatti che le sue basi giuridiche si troverebbero nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, trattato dell’ONU del 1966 ad oggi vigente e ratificato da quasi tutti i Paesi del mondo, il quale stabilisce, nell’art. 11, il diritto alla «libertà dalla fame» e a un tenore di vita per sé e la propria famiglia «che includa una alimentazione, alloggio e vestiario adeguati». Similmente, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (diritto alla vita, alla dignità, all’integrità):

Articolo 34 – Sicurezza sociale e assistenza sociale

  1. L’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia, oltre che in caso di perdita del posto di lavoro, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali.
  2. Ogni individuo che risieda o si sposti legalmente all’interno dell’Unione ha diritto alle prestazioni di sicurezza sociale e ai benefici sociali conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.
  3. Al fine di lottare contro l’esclusione sociale e la povertà, l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali.

Un altro tema che il reddito di base tocca è quello dei Bullshit Jobs, ovvero quei lavori privi di senso che generano alienazione, psicologicamente distruttivi e spesso associati al mantra della prestazione, della competizione e dell’etica del lavoro che collegano il lavoro stesso ad una questione futile di autostima.

Nel 2013, il grandissimo ed originalissimo antropologo anarchico David Graeber pubblicò un saggio sulla rivista Strike, intitolato Sul fenomeno dei lavori inutili, in cui sosteneva l’inutilità di molti lavori moderni, soprattutto in settori come finanza, diritto, risorse umane, relazioni pubbliche e consulenza. Il saggio divenne molto popolare, raggiungendo oltre un milione di visualizzazioni e causando il blocco del sito web dell’editore, la rivista radicale Strike! Successivamente, il saggio è stato tradotto in 12 lingue.

Nel libro Bullshit Jobs, pubblicato nel maggio 2018, Graeber raccolse centinaia di testimonianze sostenendo che oltre la metà del lavori esistenti fossero inutili, analizzandone il danno sociale. Graeber credeva che l’associazione del lavoro con la sofferenza virtuosa fosse un fatto recente nella storia umana, proponendo sindacati e reddito di base universale come una possibile soluzione.

Nella società, Graeber attribuisce all’etica del lavoro puritano-capitalista il ruolo di aver trasformato il lavoro nel capitalismo in un “obbligo religioso”. Afferma che i lavoratori non hanno beneficiato degli aumenti di produttività sotto forma di una riduzione dell’orario di lavoro perché, come norma sociale, ritengono che il lavoro determini il loro valore personale, anche se lo trovano inutile. Graeber descrive questo circolo vizioso come “profonda violenza psicologica” e “una ferita nella nostra anima collettiva”.

Come possibile soluzione, Graeber propone l’implementazione di un reddito di base universale, ovvero un sussidio che garantisca una vita dignitosa, erogato a tutti senza alcuna condizione, permettendo alle persone di lavorare secondo le proprie preferenze.

L’autore ritiene che il modo più produttivo di lavorare segua un ciclo naturale umano di intensificazione e rallentamento, poiché agricoltori, pescatori, guerrieri e scrittori adattano la loro intensità lavorativa in base alle necessità di produttività, e non a un orario di lavoro standard, che può apparire arbitrario rispetto ai cicli di produttività.

Graeber sostiene che il tempo risparmiato, evitando lavori inutili, potrebbe essere impiegato per dedicarsi ad attività creative, contribuendo così a un miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva.

Per quanto il reddito di base venga spesso raccontato come un’utopia, in realtà in questi ultimi vent’anni ha fatto molto discutere a livello internazionale. In Italia è stata una posizione da sempre espresse negli ambienti della sinistra antagonista, anarchica e libertaria, ma raggiunse il largo pubblico nel 2009 con le proposte dei MeetUp di Beppe Grillo e del MoVimento 5 Stelle, oltre che con l’approvazione del reddito di cittadinanza sotto il governo Conte I in vigore in Italia dal gennaio 2019 al gennaio 2024.

Il 5 giugno 2016, i cittadini svizzeri si sono espressi tramite votazione referendaria popolare federale sul reddito incondizionato di base. L’iniziativa, che suggeriva un importo indicativo di 2.500 franchi al mese per ogni adulto, è stata respinta dal 77% dei votanti e da tutti i Cantoni.

Negli ultimi anni sono state lanciate nuove petizioni e iniziative popolari volte a sostituire l’attuale sistema di welfare (inclusa l’assistenza sociale) con un reddito universale che garantisca un’esistenza dignitosa. La base di discussione più recente prevede un assegno di circa 2.000 franchi per gli adulti e 700 franchi per i figli, ma tali misure sono ancora in fase di dibattito accademico e politico.

    Il 15 maggio 2020, la Commissione Europea aveva accettato di registrare un iniziativa dei cittadini europei (ICE) a livello dell’intera unione, di un reddito di base (Unconditional Basic Income). A novembre 2020, la Commissione Europea aveva accettato l’iniziativa dal titolo Avvio dell’introduzione di un reddito di base incondizionato in tutta l’UE, ma purtroppo questa iniziativa non è andata a buon fine.

    Nel febbraio 2026 – sotto la presidenza della ecosocialista Catherine Martina Ann Connolly – l’Irlanda è diventato il primo Paese europeo a introdurre in modo permanente un reddito di base per gli artisti e per chi lavora nel settore creativo. A partire da settembre 2026, il programma Basic Income for the Arts (BIA) garantirà 325 euro a settimana a circa 2.200 persone. La misura è stata inserita nella Legge di Bilancio 2026 approvata dal governo.
    L’iniziativa, voluta dal ministro della Cultura Patrick O’Donovan, ha rappresentato una svolta storica per le politiche culturali europee. Per la prima volta, la stabilità economica di chi lavora nell’arte viene riconosciuta come condizione essenziale per la libertà creativa. Il reddito di base per gli artisti sarà incondizionato, tassato in base alla situazione personale e compatibile con altri strumenti di welfare.
    L’obiettivo è riconoscere il valore sociale ed economico del lavoro creativo, spesso caratterizzato da precarietà e discontinuità. Il nuovo reddito di base Basic Income for the Arts, lanciato dal governo di Dublino nel 2022 come esperimento sociale volto a sostenere gli artisti messi a dura prova dalla pandemia causata dal dilagare della Covid, ha assunto una valenza permanente nel tentativo di alleviare l’insicurezza finanziaria nel settore artistico-culturale, affermandosi come grande successo e diventando esempio per tutti i Paesi UE.

    E’ notizia recente di questi giorni che la Commissione Europea ha registrato una nuova iniziativa dei cittadina europei (5) per chiedere l’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato in tutta l’Unione. L’iniziativa si intitola Introduzione del reddito di base incondizionato (UBI) in tutta l’UE e chiede a Bruxelles di compiere i passaggi giuridici necessari per aiutare gli Stati membri ad adottare una misura stabile di reddito garantito.

    La registrazione, decisa il 7 luglio 2026, ha aperto la strada alla raccolta firme. Per ora la Commissione Europea ha riconosciuto l’ammissibilità giuridica dell’iniziativa, ma la valutazione sul merito arriverà solo in una fase successiva, nel caso in cui la raccolta firme raggiunga il traguardo previsto, ovvero 1 milione di firme almeno 7 paesi. È comunque un segnale davvero importante.

    Gli organizzatori dell’iniziativa ritengono che con i rapidi sviluppi dell’intelligenza artificiale e della robotica, vi sia l’urgente necessità di dissociare i nostri mezzi di sussistenza dalla capacità di vendere la nostra forza lavoro, poiché presto avremo una situazione in cui non ci saranno abbastanza posti di lavoro per noi”.

    Gli organizzatori chiedono pertanto “alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e giuridiche che possano contribuire all’introduzione dell’UBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri lavorino all’introduzione dell’UBI”. Solo allora la Commissione sarà chiamata a esaminare la proposta e a decidere se intervenire.

    Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica rende sempre più urgente separare la sopravvivenza delle persone dalla sola possibilità di vendere la propria forza lavoro:

    Un reddito di base permetterà a ognuno di noi di condurre una vita dignitosa e contribuirà a creare una società più equa. Al giorno d’oggi ci sono più posti di lavoro non retribuiti (spesso svolti da donne) che retribuiti e nel settore della manodopera retribuita esistono numerosi impieghi inutili e privi di senso (“bullshit jobs”) che non apportano alcun beneficio alla società. Spesso questi impieghi dipendono dalla creazione di una penuria artificiale e determinano una notevole impronta ecologica.

    Chiediamo pertanto alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito.”

    Il reddito di base universale e incondizionato torna così dentro il dibattito europeo nel momento in cui l’automazione promette più produttività, più efficienza ed inevitabilmente più profitti. A chi va tutta questa ricchezza? Solo alle piattaforme, ai grandi fondi, alle aziende tecnologiche? Oppure una parte può tornare ai cittadini, che ogni giorno producono dati, consumo, conoscenza, relazioni e valore?

    Secondo i promotori dell’iniziativa, il reddito di base incondizionato è definito dai seguenti quattro criteri:

    “Universale: l’RBI è corrisposto a tutti, perché non possono esserci due diverse discipline per coloro che vivono nello stesso luogo. È versato senza una valutazione delle risorse individuali e non è soggetto a limiti di reddito, risparmio o patrimonio. Ogni persona, indipendentemente dall’età, dal ceto, dalla cittadinanza, dal luogo di residenza, dalla professione, ecc., ha il diritto di ricevere tale prestazione. Rivendichiamo pertanto un reddito di base incondizionato e garantito in tutta l’UE.

    Individuale: chiunque ha diritto all’RBI su base individuale, poiché si tratta dell’unico modo per garantire la privacy e impedire il controllo sulle persone. L’RBI deve essere indipendente dallo stato civile, dalle forme di convivenza o dalla configurazione familiare, oppure dal reddito o patrimonio di altri conviventi o familiari. Ciò consente ai singoli di decidere in autonomia.

    Incondizionato: in quanto diritto umano e giuridico, il reddito di base incondizionato non è soggetto a nessuna condizione preliminare, che sia l’obbligo di svolgere un’attività lavorativa retribuita, di dimostrare la volontà di lavorare, di svolgere un lavoro socialmente utile o di comportarsi secondo ruoli di genere predefiniti.

    Sufficiente: l’importo dovrebbe consentire un tenore di vita dignitoso, corrispondente alle norme sociali e culturali del paese interessato. Dovrebbe prevenire la povertà materiale e offrire l’opportunità di partecipare alla vita sociale. Ciò significa che l’importo netto del reddito di base incondizionato dovrebbe essere almeno superiore alla soglia di povertà secondo le norme dell’UE, vale a dire corrispondere al 60% del cosiddetto reddito medio netto equivalente nazionale. Nei paesi in cui i redditi sono per lo più bassi e, di conseguenza, anche il reddito medio non è alto, per determinare l’importo del reddito di base si dovrebbe utilizzare un valore di riferimento alternativo (ad esempio un paniere di beni e servizi), al fine di garantire una vita dignitosa, la sicurezza materiale e la piena partecipazione alla vita sociale.”

    Il reddito di base viene spesso raccontato come un’utopia, ma forse l’utopia è continuare a pensare che il lavoro salariato possa reggere da solo una società in cui le macchine imparano, producono e spazzano via milioni di lavori. Se il lavoro cambia, deve cambiare anche il modo in cui distribuiamo sicurezza, spendiamo il nostro tempo e garantiamo la nostra dignità.

    Note:

    (1) T. Paine, «La giustizia agraria» (1795), in Idem, I diritto dell’uomo e altri scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1978, pag. 341-361

    (2) J. Cunliffe, G. Erreygers, «The Enigmatic Legacy of Charles Fourier: Joseph Charlier and Basic Income», History of Political Economy 2001, 33 (3), pag. 459–484

    (3) P. Van Parijs, Y. Vanderborght, Il reddito minimo universale, Egea, Milano 2006, 5; C. Del Bò Un reddito per tutti. Un’introduzione al basic income, Ibis, Como-Pavia 2004, 13-18

    (4) La differenza quindi tra reddito minimo garantito e il reddito di base è data dal fatto che quest’ultimo s’intende come universale e illimitato nel tempo. Inoltre il reddito minimo garantito non è necessariamente offerto su base individuale, ma spesso nell’individuazione dei beneficiari tiene conto dei redditi dell’intero nucleo familiare. Inoltre, gli schemi di reddito minimo garantito diffusi attualmente in Europa richiedono l’accertamento della situazione economica e l’attiva ricerca di un lavoro da parte del beneficiario. Al contrario, è parte della definizione di reddito di base sia la mancanza di controllo delle risorse che di una qualunque richiesta di contropartita (è quindi escluso ad esempio l’obbligo di vagliare proposte di lavoro fornite da enti preposti, quanto ovviamente il doverle eventualmente accettare).
    (Aa.Vv., Reddito minimo garantito. Un progetto necessario e possibile, EGA – Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012)

    (5) Lo strumento dell’Iniziativa dei cittadini europei nasce dal Trattato di Lisbona ed è operativo dal 2012; da allora la Commissione ha registrato 132 iniziative.

    Cover: Reddito Universale Europeo (dal Blog di Beppe Grillo)

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    Palestina Israele: vecchie narrazioni e nuove storie

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    Palestina e Israele tra mito e storiografia

    Quando alla fine degli anni Ottanta per la prima volta fu possibile accedere agli archivi del mandato britannico sulla Palestina, durato dal 1920 al 1948, e a quelli israeliani relativi alla guerra del 1947-1949 che aveva portato alla proclamazione dello Stato di Israele, la storia di quel periodo iniziò ad apparire molto diversa dalla narrazione intrisa di spirito patriottico e purezza di ideali che veniva raccontata in Israele e insegnata nelle scuole.
    Tre libri pubblicati nel biennio 1986-’87 (1949 The first Israelis di Tom Segev, The Birth of Israel. Myths and Realities di Simha Flapan e The Birth of the Palestinian Refugees Problem di Benny Morris) diedero il via a un grande processo di revisione storica che ribaltava la tradizionale narrativa sionista sulle origini di Israele.

    A questi si aggiunsero, l’anno successivo, Collusion across the Jordan di Avi Shlaim e Britain and the Arab-Israeli Conflict di Ilan Pappé.

    Ne nacque un dibattito molto acceso e polemico, perché le nuove letture storiche mettevano in discussione i miti che fino a quel momento gli storici sionisti avevano costruito sulla nascita di Israele e sui suoi rapporti con la popolazione araba della Palestina.

    Dalle fonti, al contrario di quello che si era sempre raccontato e insegnato, emergeva che non era vero che i palestinesi arabi avessero abbandonato volontariamente le loro case; non era vero che tutti gli Stati arabi intendessero espellere gli ebrei dalla Palestina e che l’invasione araba avessero reso la guerra inevitabile; non era vero che Israele si fosse battuto contro l’intero mondo arabo e che poi avesse ricercato la pace senza avere risposta da nessun leader arabo.

    Apparve invece chiaro che, fin dall’inizio, il progetto sionista consisteva nell’occupazione di tutta la Palestina per realizzarvi una colonia di insediamento e che la scia di violenze che accompagnarono l’avanzata delle organizzazioni paramilitari prima e dell’esercito israeliano poi, allora e in tutti gli anni seguenti, aveva il chiaro obiettivo di espellere e di sopprimere tutta la popolazione araba.

    Oggettività e responsabilità non sono moneta di scambio

    Dalle fonti del dopoguerra sono emerse chiare anche le responsabilità degli Stati occidentali nella realizzazione dello Stato di Israele. Questo, infatti, sembrò a tutti un buon modo per risolvere il problema di dove collocare gli ebrei sopravvissuti alla shoah che non era possibile rimandare nei paesi d’origine, e in questo modo attenuare il senso di colpa che il mondo occidentale implicitamente provava per quel terribile sterminio. Ma nessuno si preoccupò di considerare le conseguenze che sarebbero sorte per il popolo che viveva da secoli in quell’area.

    Ovviamente gli storici sionisti rifiutarono immediatamente questa ricostruzione del periodo perché demoliva la loro storiografia ufficiale che veniva accusata di essere di parte, imposta per fini propagandistici e nazionalisti, scritta in modo da presentare gli ebrei come vittime innocenti e gli arabi come aggressori sanguinari.

    Molti intellettuali e politici reagirono accusando la nuova storiografia di mettere in discussione le basi stesse dello Stato e di fare propaganda a favore della causa palestinese, ma le nuove ricostruzioni storiche erano inconfutabili perché studiate e prodotte in maniera scientifica e sistematica sulla base di ampie ricerche d’archivio o basate su testimonianze dirette fornite dai protagonisti, ovvero da quei comandanti militari che si assunsero le responsabilidi stragi compiute contro la popolazione civile palestinese, come la più tristemente nota, avvenuta il 9 aprile del 1948 nel villaggio palestinese di Deir Yassin, dove vennero massacrati a sangue freddo centinaia di uomini, donne e bambini.

    Nel suo libro intitolato The Revolt: Story of the Irgun (Dell Publishing, New York 1978) Menachem Begin, poi eletto Primo Ministro di Israele dal 1977 al 1983 e Premio Nobel per la Pace nel 1978, descrive le azioni terroristiche condotte sotto il suo comando con una minuziosa profusione di particolari agghiaccianti, ammettendo di essere il responsabile di questo eccidio e sostenendo che “…se non avessimo vinto a Deir Yassin lo Stato di Israele non esisterebbe”.

    Se le accuse rivolte alla “nuova storiografia” avevano una motivazione politica e ideologica ed erano disposte a negare l’evidenza, altre critiche, pur senza contestare i risultati delle ricerche, vennero sollevate sulla metodologia storiografica.

    Gli intellettuali palestinesi hanno sottolineato il fatto che i “nuovi storici”, hanno fatto ricorso solo a fonti israeliane o inglesi, hanno colpevolmente sottovalutato la monumentale espressione del pensiero di Edward Said espresso nei testi Orientalismo(Pantheon Books, 1978) e La questione palestinese (Random House, 1979) e non hanno potuto tener conto della documentazione palestinese, dato che molti archivi palestinesi, come l’Institute of Palestinian Studies a Beirut, il Palestinian Film Archive e la Orient House a Gerusalemme, vennero distrutti, confiscati e saccheggiati dalle autorità israeliane.

    Il filone storiografico palestinese è rimasto per anni inascoltato escludendo di fatto i Palestinesi dalla storia della Palestina.

    Ciò ha alimentato le accuse di “colonizzazione della storia” e ha avviato una proficua collaborazione tra storici israeliani e palestinesi, intrapresa dallo stesso Pappè, riscontrabile nel volume Parlare con il nemico: narrazioni palestinesi e israeliane a confronto, pubblicato nel 2004 in collaborazione con il sociologo palestinese Jamil Hilal.
    Anche due opere dello storico profugo palestinese in Siria Maher Charif – Storia del pensiero politico palestinese e I nodi irrisolti del pensiero arabo hanno preso in esame il modo in cui i palestinesi nel corso di un secolo hanno pensato sé stessi, gli ebrei e gli altri arabi.

    Non si può negare che la revisione degli scopi e delle modalità che hanno portato alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 sia stato il punto di partenza per quegli storici che preferiscono chiamarsi “post-sionisti”. Ma gli eventi di quegli anni devono essere visti come il punto focale di un processo iniziato decenni prima e che è continuato poi per altri decenni fino a oggi con conseguenze non solo politiche e istituzionali, ma anche economiche, sociali e culturali sia per l’area mediorientale che per il mondo intero.

    Per questo la riflessione iniziata negli anni Ottanta sul conflitto tra israeliani e palestinesi è continuata negli anni seguenti e non ha avuto solo un carattere storiografico o accademico, ma anche etico-politico perché ha messo in discussione l’identità nazionale israeliana, le sue basi sioniste, i concetti di cittadinanza e di democrazia. Negli anni, altre discipline come la sociologia, la scienza della politica, la letteratura, la filosofia, il diritto, l’economia, hanno contribuito ad alimentare questo dibattito.

    Anche l’archeologia è servita alla revisione post-sionista dopo che dagli anni Cinquanta e dalla “scoperta del secolo” dei Manoscritti del Mar Morto, le ricerche archeologiche per trovare le tracce degli eventi biblici erano diventate una passione pubblica e una mania militare.

    Nel 1965 venne inaugurato nel Giardino del Museo di Israele, sul viale Ruppin, vicino alla sede del Parlamento e lo si chiamò Centro Samuel e Jean H.Gottesman per i Manoscritti Biblici, ma a partire dal 2001, quando cioè vi furono trasferiti i Manoscritti del Mar Morto, è conosciuto come il Santuario del Libro e da allora è una delle visite turistiche più frequentate di Gerusalemme.

    La parte più importante della collezione qui esposta divenne patrimonio israeliano come il più ricco dei bottini archeologici di guerra mai ottenuti, alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni, dopo che l’esercito israeliano ottenne il controllo diretto sia dei siti del Mar Morto, sia delle collezioni conservatnel settore est di Gerusalemme nel Palestine Archaelogical Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, ubicato in via Solimano, nei pressi della porta di Erode, dove sin dalla fine degli anni Quaranta vennero man mano depositati tutti i ritrovamenti archeologici, non solo cartacei, effettuati a Qumran e nelle sue vicinanze.

    Non solo il nuovo Stato, ma anche gli immigrati in Israele volevano trovare legami concreti fra il proprio presente e il passato, dato che tutti davano per scontato che la Bibbia fosse un testo storico sull’origine del loro popolo. D’altra parte, era su questa convinzione che lo Stato di Israele rivendicava il diritto di occupare la Palestina.

    Ma tutto quello che è emerso dagli scavi nei siti di cui parlano le Sacre Scritture è risultato radicalmente diverso da ciò che racconta la Bibbia. L’archeologo Zeev Herzog, uno dei più noti professori alla Facoltà di archeologia di Tel Aviv, in numerosi libri e articoli ha dovuto ammettere che i risultati scientifici mostrano chiaramente che la Bibbia non è un testo storico contemporaneo agli eventi narrati, ma è una compilazione di racconti popolari scritta, modificata e riscritta con una motivazione teologica da autori dell’epoca persiana o ellenistica.

    Scrive Herzog: “Così abbiamo scavato e scavato. Ma lentamente sono cominciate ad apparire le prime contraddizioni. E alla fine tutti questi scavi ci hanno rivelato che gli israeliti non erano mai stati in Egitto, non avevano mai vagato nel deserto, né avevano conquistato militarmente la terra per poi consegnarla alle Dodici tribù d’Israele. Nessuno degli eventi centrali della storia degli israeliti veniva corroborato da quello che trovavamo”.

    Persino l’Esodo e il grande Regno di Davide e Salomone, che sono alla base delle rivendicazioni degli ebrei sulla Palestina, secondo l’archeologo non hanno trovato riscontro negli scavi e, dice sempre Herzog: “(…) non è che non abbiamo trovato nulla perché magari abbiamo scavato nel posto sbagliato. Abbiamo trovato una quantità di materiale che ci dimostra come al tempo di Davide e Salomone Gerusalemme non fosse che un grosso villaggio, dove non c’era né un tempio centrale né un palazzo reale.

    Davide e Salomone erano capi di regni tribali che controllavano piccole aree, Davide a Hebron e Salomone a Gerusalemme. Ciò non significa, ovviamente, che il racconto biblico sia privo di spessore storico, perché aiuta a comprendere il contesto storico in cui è nato; però non può essere preso come fondamento per le attuali rivendicazioni sulla Palestina”.

    Figli di una stessa terra, ma figli di un Dio minore

    Ancora più rivoluzionario è il libro di Shlomo Sand, uscito nel 2008, “L’invenzione del popolo ebraico”, perché la tesi centrale dell’autore è che gli ebrei non sono un popolo con un’unica origine etnica in quanto discendenti tutti dalla Diaspora della Palestina. Al contrario, dimostra che le comunità ebree si sono formate con processi di conversione tra le popolazioni che vivevano nell’Impero Romano precristiano, nell’Africa del Nord e nel territorio cazaro dell’Asia centrale.

    Docente di Storia Contemporanea all’Università di Tel Aviv, Sand divenne oggetto di una valanga di accuse e di insulti in Israele quando pubblicò il libro che nega che gli ebrei siano un popolo con un’origine comune unita da legami di sangue. A suo avviso, lo “Stato ebraico di Israele” – lungi dall’essere la concretizzazione del sogno nazionale di una comunità etnica con più di 4.000 anni – fu invece reso possibile da una falsificazione della storia stimolata, nel XIX secolo, da intellettuali come Theodor Herzl.

    Mentre accademici israeliti insistono nel sostenere che gli ebrei sono un popolo con uno specifico DNA, Sand, fondandosi su una documentazione esaustiva, rifiuta questa tesi priva di fondamento scientifico. Non vi sono ponti biologici tra gli antichi abitanti dei regni di Giudea e di Israele e gli ebrei attuali.

    L’immaginario si è nutrito del mito etnico, le cui radici affondano nella Bibbia, scritta tra il VI e il II secolo a.C., che comincia con l’invenzione del “popolo eletto” e con la terra promessa di Canaan.
    Non ha fondamento l’interminabile viaggio di Mosè e del suo popolo verso la Terra Santa e la sua successiva conquista.

    La mitologia degli esili successivi, diffusasi nei secoli, finì per acquisire l’apparenza di verità storica. In realtà fu modellata e ampliata dai pionieri del sionismo.
    Le espulsioni di massa di ebrei da parte degli assiri sono un’invenzione. Non se ne trova traccia consultando le fonti attendibili, anche il grande esilio di Babilonia è falso come quello delle grandi diaspore. Quando Nabucodonosor conquistò Gerusalemme distrusse il Tempio ed espulse dalla città una parte delle élites.

    Ma allora Babilonia era la città di residenza di una numerosa comunità ebraica. Fu essa a costituire il nucleo dei rabbini che parlavano l’aramaico e introdussero importanti riforme nella religione di Mosè. E’ importante notare che soltanto una piccola minoranza di questa comunità andò in Giudea quando l’imperatore persiano Ciro conquistò Gerusalemme nel VI secolo a. C..

    Quando i centri della cultura ebraica di Babilonia si disgregarono gli ebrei emigrarono a Bagdad; non verso la “Terra Santa”.

    Sand dedica un’attenzione speciale agli “esili” come miti fondatori dell’identità etnica. Le due “espulsioni” degli ebrei nel periodo romano, la prima con Tito e la seconda con Adriano, che avrebbero costituito il motore della grande diaspora, sono oggetto di una profonda riflessione dello storico israeliano.

    I giovani imparano nelle scuole che “la nazione ebraica” fu esiliata dai Romani dopo la distruzione del secondo Tempio da parte di Tito, e successivamente, da parte di Adriano nel 132.
    Ma basterebbe il testo fantasioso di Flavio Giuseppe, che testimonia la rivolta degli zeloti, per togliere credibilità all’attuale versione ufficiale. A suo parere, i romani massacrarono circa 110.000 ebrei e ne arrestarono 97.000. Questo avvenne in un’epoca in cui la popolazione totale della Galilea – a detta degli odierni demografi – era molto inferiore al mezzo milione.

    Gli scavi archeologici degli ultimi decenni a Gerusalemme e in Cisgiordania hanno sollevato molti problemi insuperabili agli accademici sionisti che spiegano la storia del popolo ebraico prendendo come riferimenti infallibili la Torah e la parola dei Patriarchi.
    Ma le smentite dell’archeologia turbano gli storici; è provato che Gerico era poco più di un villaggio, senza le poderose mura che la Bibbia cita.

    Le rivelazioni sulle città di Canaan hanno allarmato anche i rabbini. L’archeologia moderna ha seppellito il discorso dell’antropologia sociale religiosa. A Gerusalemme non sono state trovate vestigia delle grandiose costruzioni che, secondo il Libro, la trasformarono nel decimo secolo a. C., l’epoca dorata di Davide e Salomone, nella città monumentale del “popolo di Dio” che abbagliava quanti la conoscevano. Né palazzi, né mura, né ceramiche di qualità. L’utilizzo della tecnologia del carbonio 14 ha consentito di arrivare ad una conclusione: i grandi edifici della regione Nord non furono costruiti all’epoca di Salomone.

    “Non esiste in realtà nessuna traccia – scrive Shlomo Sand – relativa all’esistenza di questo re leggendario la cui ricchezza è descritta nella Bibbia in termini paragonabili solo ai poderosi regni di Babilonia e di Persia”.
    Se un’entità politica è esistita nella Giudea del X secolo a. C., può solo essere stata un microregno tribale e Gerusalemme soltanto una piccola città fortificata.
    È altrettanto significativo che nessun documento egiziano faccia riferimento alla “conquista” da parte degli ebrei di Canaan, territorio che allora apparteneva al faraone.

    La storiografia ufficiale israelita, nell’erigere a dogma la purezza della razza, attribuisce alle successive diaspore la formazione di comunità ebraiche in decine di paesi.

    La Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele del 14 maggio 1948 afferma che gli ebrei furono obbligati nel corso dei secoli a tentare di ritornare al paese dei loro antenati. Si tratta di una grossolana menzogna che falsifica la Storia. La grande diaspora è un’invenzione. Dopo la distruzione di Gerusalemme e la costruzione di Aelia Capitolina (nome latino dato da Adriano a Gerusalemme)   solamente una piccola minoranza della popolazione fu espulsa. La maggior parte di essa rimase nel paese.

    Qual è dunque l’origine degli antenati dei nove milioni di ebrei, oggi esistenti al di fuori di Israele? Rispondendo a questa domanda, il libro di Shlomo Sand ha distrutto anche il mito della purezza della razza di etnia ebraica. Un’abbondante documentazione raccolta da storici di prestigio mondiale rivela che nei primi secoli della nostra era ci furono massicce conversioni al giudaismo in Europa, in Asia e in Africa. Tre delle quali furono particolarmente importanti e mettono a disagio i teologi israeliti.

    Il Corano dice che Maometto incontrò a Medina, durante la sua fuga dalla Mecca, grandi tribù giudaiche con le quali entrò in conflitto e finì per espellerle. Ma non chiarisce che nell’estremo sud della penisola arabica, nell’attuale Yemen, il regno di Hymar adottò il giudaismo come religione ufficiale. Nel settimo secolo, l’Islam si insediò nella regione ma, dopo tredici secoli, quando si formò lo Stato d’Israele, decine di migliaia di yemeniti parlavano arabo continuando a professare la religione giudaica. La maggioranza emigrò in Israele dove, attualmente, è discriminata.

    Il giudaismo affonda le radici anche nell’Impero Romano. La questione risvegliò l’attenzione dello storico Dione Cassio e del poeta Giovenale. In Cirenaica, la rivolta degli ebrei della città di Cirene ha richiesto la mobilitazione di diverse legioni per combatterla. Però fu soprattutto nell’estremità occidentale dell’Africa che si verificarono conversioni in massa alla religione rabbinica.

    Una parte considerevole delle popolazioni berbere aderì al giudaismo e ad esse si deve la sua introduzione in Andalusia. Furono questi magrebini coloro che difesero nella penisola iberica il giudaismo, i pioneri dei sefarditi che, dopo l’espulsione dalla Spagna e dal Portogallo, si esiliarono in diversi paesi europei, nell’Africa musulmana e in Turchia.

    Molto importante per le sue conseguenze fu la conversione al giudaismo dei Khazari, un popolo nomade turcofono, imparentato con gli unni, che proveniva dall’Altai e si stabilì, nel IV secolo, nelle steppe del basso Volga. I Khazari, che accettavano di buon grado anche il cristianesimo, costruirono un potente stato giudaico, alleato di Bisanzio nelle lotte dell’Impero Romano d’Oriente contro i Persiani Sassanidi.

    Questo dimenticato impero medievale occupava un’area enorme, dal Volga alla Crimea e dal Don all’attuale Uzbekistan. Scomparve dalla storia nel secolo tredicesimo, quando i Mongoli invasero l’Europa distruggendo tutto al loro passaggio. Migliaia di Khazari, fuggendo dalle Orde del condottiero Batu Khan, si dispersero per l’Europa Orientale.

    Grandi storici medievalisti francesi come Ernest Renan e Marc Bloch e lo scrittore ungaro-inglese Arthur Koestler identificano nei khazari gli antenati degli askenaziti le cui comunità in Polonia, in Russia e in Romania hanno svolto un ruolo cruciale nella colonizzazione giudaica della Palestina.

    Gli ebrei sono il frutto di una catena di incroci. Chi attribuisce loro identità e cultura proprie, nonché fedeltà a una tradizione religiosa radicata, falsifica la Storia.

    Anche la poesia è servita alla revisione post-sionista, ricoprendo un ruolo prodromico fondamentale per giungere a una forma di comprensione reciproca e di pacificazione in quella terra divisa e martoriata.

    Un soldato sogna giglibianchi è una poesia di uno dei cantori della Resistenza palestinese, Mahmoud Darwish,scritta dopo la guerra dei sei giorni del 1967, quando in 130 ore di guerra, Israele sconfisse Egitto, Giordania e Siria e conquistò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan, triplicando il proprio territorio.

    È una conversazione tra un soldato israeliano e l’oratore, il cui nome è appunto Mahmoud, raccontata in prima persona attraverso citazioni e discorsi riportati. Circa metà della poesia è composta dal discorso del soldato israeliano: 59 dei 118 versi ispirati, tradotti in ebraico e dedicati all’amico di vecchia data Shlomo Sand durante una visita di Darwish a Sand da Haifa a Tel Aviv:

    Un soldato sogna di bianchi gigli

    Egli sogna, mi ha detto, bianchi gigli
    sopra un ramo di ulivo
    dentro il cuore di fronde della notte.
    Sogna, dice, un uccello,
    un germoglio di limone.
    Al suo sogno però non sa dar senso

    perché capisce solo

    ciò che sente al contatto e all’olfatto.

    Capisce, mi dice, che la patria
    è il caffè preparato da sua madre
    che la patria è il ritorno nella sera.
    E la terra?” Gli ho chiesto.
    La terra, dice lui, non la conosco,
    non credo sia, come dicono le poesie,
    la mia vera pelle, il vero battito del mio cuore.
    Forse sì , all’improvviso, una volta l’ho vista:

    una strada, i giornali, una bottega.

    Gli ho chiesto ma tu l’ami?
    Mi ha risposto: L’amore
    è una breve fuga,
    un bicchiere di vino, un’avventura.
    Per la terra moriresti?
    Mi ha detto di no
    L’unico legame che mi lega a questa terra
    è un articolo infuocato, un discorso bruciante.
    Mi hanno insegnato ad innamorarmi
    dell’amore per la mia terra
    però il suo cuore,
    il suo cuore non è il mio.
    Non sento in lei crescere l’erba,
    non ne percepisco le radici,
    non conosco la sua fioritura.
    Ma dunque come è stato questo amore?
    Un amore pungente come il sole, fitto di nostalgia?
    Mi ha risposto: Un amore
    fatto con il fucile
    un ritorno di feste da antiche rovine,
    un silenzio di immagine sbiadita
    svuotata dal tempo che non più lei.
    Mi ha parlato poi del momento dell’addio,
    di sua madre che piangeva in silenzio
    mentre andava via
    in qualche posto al fronte.
    E di come la voce angosciata di sua madre
    scavava sotto la sua pelle un sogno nuovo:
    Oh! Se nascessero colombe al Ministero della Difesa!
    Oh! Se succedesse!
    Fumò un poco, poi disse
    come fuggendo da un pantano di sangue:
    Io sogno bianchi gigli,
    un ramo di ulivo,
    un uccello che abbracci il mattino
    su di un ramo fiorito di limone.
    E cosa hai visto?
    Ho visto quello che ho fatto,
    bossi rossi esplosi nella sabbia,
    nei petti e nei ventri.
    Quanti ne hai uccisi? Ho chiesto.
    E’ difficile contarli:
    ma ecco qui una medaglia.
    Gli ho chiesto allora di dirmi
    di qualcuno che ha ucciso.
    Si sistemò a sedere
    e giocherellò con un giornale sgualcito,
    mi parlò come se cantasse:
    come una tenda che collassa sulle pietre
    in un abbraccio di stelle in frantumi,
    una corona di sangue sulla fronte
    nessuna medaglia sul petto
    perché non era un soldato,
    forse un contadino, forse un operaio
    o forse un venditore
    un venditore ambulante.
    Come una tenda è caduto sulla terra ed è morto.
    Le sue braccia tese, due aridi ruscelli,
    e mentre gli cercavo dentro la tasca il nome,
    ho trovato due fotografie:
    una della moglie e l’altra delle sua piccola figlia.
    Eri triste? gli ho chiesto.
    Zittendomi mi ha detto
    Mahmud, amico mio, la tristezza è un uccello bianco
    che non vola sui campi di battaglia
    e per i soldati è peccato soffrire:
    laggiù sputavo fuoco,
    seminavo rovina,
    laggiù ero uno strumento
    che voleva fare del mondo un uccello nero.
    Dopo, mi ha parlato del suo primo amore,
    di una strada lontana,
    della sua reazione alla guerra,
    dell’eroismo rilanciato dalle radio e dalla stampa.
    E quando ha nascosto nel fazzoletto la sua tosse gli ho chiesto
    ci incontreremo?
    In città lontane, mi rispose.
    Quando gli ho versato il quarto bicchiere
    gli ho chiesto: Se vai via, che ne sarà della tua terra?
    Lasciamo stare, mi ha risposto
    Io, sogno bianchi gigli
    di una strada di canto,
    e una casa di luce,
    e voglio un cuore buono
    che non sia pieno di fucili,
    e un giorno intero di sole,
    e non un un attimo folle
    d’una vittoria fascista.
    Voglio un bimbo che all’alba sorrida
    non un pezzo di ferro di questi strumenti di guerra.
    Son venuto per vivere il sole che sorge,
    non quello che tramonta.
    Non ho voglia di morire
    di combattere donne e bambini
    facendo guardia alle vigne
    custodendo i pozzi
    per i ricchi del petrolio.
    Mi ha salutato perché
    cercava i bianchi gigli
    e un uccello che va incontro al mattino
    su di un ramo di ulivo
    perché riusciva a capire le cose
    solo come chi le tocca e le annusa.
    Capiva solo che la patria
    è il sapore del caffè
    preparato da sua madre,
    e un ritorno sicuro la sera.
    Mahmoud Darwish

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    Voglio sparare anch'io

    Voglio sparare anch’io

    Voglio sparare anch’io

    La cronaca di questi giorni ci dice che sono tanti gli Italiani convinti che sia giusto farsi giustizia da sé. Tanti Italiani pensano che sia legittimo inseguire una persona, spararle alle spalle e prenderla a calci in testa mentre è a terra, morente (qui il video della esecuzione dei rapinatori nel caso Roggero).

    Sono gli stessi che difendono a spada tratta i valori cristiani, ma non quelli di “Ama il prossimo tuo” e “Porgi l’altra guancia”: no, quella è roba da femminucce. Anche la religione deve adeguarsi ai valori del moderno maschio italico: vigoroso, spavaldo, con il crocefisso d’oro in bella vista sul petto villoso ma pronto a difendere in tutti i modi la famiglia, e soprattutto “la roba” di verghiana memoria. Ricordando sempre che noi siamo la civiltà superiore, quella che spara ai ladri: non come quei selvaggi dei “mussulmani” (scritto tassativamente con due esse), che si limitano a tagliargli le mani. (NdR i rapinatori uccisi dal signor Roggero erano italiani).

    Inizialmente tutto questo mi lasciava perplesso, ma siccome il popolo la pensa in questo modo, e il popolo ha sempre ragione, alla fine mi sono convinto: voglio sparare anch’io.

    Questa storia della pena di morte autogestita, senza perdere tempo con processi e tribunali, alla fine è molto più rapida ed efficace. Mi hai fatto un torto? Ti sparo. E chi è che decide se effettivamente ho subito un torto? Chi decide se ho ragione? Ma io, ovviamente. Chi ha la pistola decide.

    Ma quali sono i casi in cui davvero ho il diritto di sparare? In effetti un minimo di proporzionalità deve esserci. E quindi facciamo un po’ di ipotesi. Per la rapina non ci sono dubbi: ho il diritto di inseguire i rapinatori per strada, sparargli alla schiena, infierire crudelmente su di loro. Hai scelto di fare il rapinatore, devi accettare i rischi del mestiere. E se il furto avviene senza armi? Se invece della rapina subisco un’intrusione in casa? Anche lì pochi dubbi: “Se entri in casa mia esci steso”. Per fortuna abbiamo ideologi che ci chiariscono come deve andare il mondo.

    Cosa fare con un borseggiatore, uno che infila le mani dentro una borsetta o nelle tasche di una persona ignara che viaggia sull’autobus? Direi che cambia poco: stai comunque violando la mia proprietà, quindi due colpi e secco, lì sul marciapiede.

    Se ho il diritto di sparare ad un borseggiatore, perché non dovrei farlo con chi mi ruba molto di più, ma lo fa in modo meno vistoso? Certo che posso: e quindi fuoco sugli evasori fiscali, sui corrotti e sui corruttori. E magari anche sui raccomandati, e su chi li raccomanda. Che bello! Mi sento già meglio.

    Questa giustizia autogestita merita di essere allargata: e quindi sparerei volentieri agli addetti ai call center truffaldini, quelli che mi bombardano di chiamate a tutte le ore. In fondo se lo meritano visto che stanno cercando di fregarmi; e poi che pace, una volta eliminati quegli scocciatori! Vogliamo parlare di quelli che ti rigano la macchina e scappano senza lasciare un biglietto? Tutto sta ad individuarli, ma poi una bella pallottola in mezzo agli occhi se la meritano tutta. E già che ci siamo, che rabbia per quelli che non ti danno la precedenza, ti tagliano la strada e poi ti mandano anche a quel paese! Una pistola non basta più, bisogna portare una carabina in macchina.

    Come comportarsi se uno straniero si ferma in mezzo alla strada e blocca il traffico? Forse lì la pistola è eccessiva, ma saltargli addosso e rifilargli una scarica di pugni si può, come abbiamo visto nei giorni scorsi. Però dovrei avere il fisico palestrato, e non ce l’ho: e quindi due colpi e non se ne parla più.

    Che meraviglia, un mondo in cui posso eliminare tutti quelli che non mi piacciono, un mondo in cui sono io a decidere chi ha diritto di restare e chi deve togliersi dai piedi. “Un bel mondo sol con l’odio, ma senza l’amore” scriveva Jannacci.

    In tutto questo, ho solo un piccolo dubbio: e se fossi io quello che non piace agli altri? Ma no, cosa vado a pensare? Io sono dalla parte dei buoni.

    PS il testo è volutamente paradossale, estremizzando l’idea di società che – facendo leva sugli istinti primordiali delle persone –  ci viene proposta da alcuni politici. Viviamo in uno Stato di diritto, in cui l’idea che qualcuno si faccia giustizia da solo basterebbe a sovvertire l’intero sistema. Allo stesso tempo, in uno Stato di diritto un onesto commerciante dovrebbe poter svolgere la sua attività beneficiando di una tutela adeguata da parte dello Stato, senza l’incubo di essere sequestrato e minacciato con tutta la sua famiglia. L’impulso alla reazione rabbiosa e violenta è radicato nell’animo umano, ma accettare che la soluzione sia diventare più delinquenti dei delinquenti significherebbe vivere in un mondo dominato dalla paura e dalla legge del più forte.

    LC

    Cover: Foto di paulsaa da Pixabay

    Per leggere gli altri articoli di Luca Copersini clicca sul nome dell’autore

    Hic manemibus optime (un racconto)

    Hic manemibus optime
    (un raccontino)

    Hic manemibus optime
    (un raccontino)

    “Non ti pare di esagerare Olimpia?”

    “Perché? ”

    “Non sei troppo piccola per cominciare a comandare? Anzi, se vogliamo proprio essere precisi, tu ancora non ci sei. Insomma, per me ci sei, ma per tutti gli altri non ancora.”

    “Che vuol dire non ci sono?. Ci sono eccome, sono qui con te: stiamo parlando no?”

    “Voglio dire che sei ancora a metà strada. Non hai ancora un nome: il tuo nome. Non hai neppure una data di nascita.”

    “Ah, quella? Quella non mi interessa.”

    “Come non ti interessa? Questa è proprio bella. Vuoi dire che hai deciso di non nascere? E hai deciso tu, da sola, senza neppure consultarmi?

    “Sei arrabbiata con me? Mi sgridi ancora prima di nascere?”

    “No, questo no. Come faccio ad arrabbiarmi con te?”

    “Dunque vedi, cerca di ragionare un attimo, non stiamo bene insieme noi due? Che ci manca per essere felici? Niente. E se vogliamo essere precisi, come dici tu che hai una mentalità scientifica, se stiamo così bene qui perché mai dobbiamo andarci a cercare delle rogne?”

    “Ho capito bene? Hai detto “rogne”? Ma chi cavolo ti ha insegnato a parlare in questo modo?”

    “Lo sai benissimo. Mi hai insegnato tu. Io parlo solo con te.”

    “Vabbè, mi sarà scappata qualche parola di troppo. Ma torniamo al punto.  Devi sapere che là fuori c’è un mucchio di gente che ti aspetta. Lo sai questo?”

    “Lo so perché me lo dici tu. Ma io qui sto benissimo. C’è un bel calduccio. Si mangia bene. Si dorme bene. E quando mi sveglio posso fare una nuotatina.”

    “Sei un bel tipo tu, ma non sei curiosa di conoscere il mondo?”.

    “Sei tu che sei un bel tipo. Qui ci sei tu, a me questo basta e avanza!”

    “E il resto del mondo?”

    “Ma qui c’è già il mondo, tutto il mondo, il tuo e il mio.”

    “Oddio. Quindi tu sei a posto così?”

    “Hic manemibus optime.”

    “La saccentina, adesso parli anche in latino…”

    “Sarebbe Tito Livio e significa: qui staremo da dio! Non c’è un posto migliore di questo.”

    “Dipende dai punti di vista. Ti faccio notare, che là fuori ad aspettare c’è anche tuo padre. Non hai voglia di conoscerlo?”.

    “Questo sì”

    “E quindi?”

    “E quindi fai venire dentro anche lui. Come dice il proverbio? Dove si mangia in due, si mangia anche in tre.”

    “Oddio! Sai cosa sei?”

    “Certo: la tua amatissima figlia.”

    “A parte questo. Tu sei una irresponsabile. Anche se, devo ammetterlo, hai delle idee piuttosto originali.”

    “Veramente mamma c’è anche un altro problema.”

    “Dimmi.”

    “C’è che ho paura che dall’altra parte ci sia parecchio freddo. E un mucchio di difficoltà da affrontare. Non riesco nemmeno a immaginarle, ma ho sognato montagne lunghissime da scalare e mari enormi da cavalcare”.

    “Si dice montagne “altissime” non lunghissime. E i mari si attraversano. Se mai sono i cavalli che si cavalcano.”

    “Cominci già a correggermi i confetti?”

    “Ahahah. Che c’entrano adesso i confetti? Volevi dire i compiti?”

    “D’accordo, mi mancano ancora un po’ di parole.”

    “No cara, ti manca il mondo. Sei simpatica, lo ammetto, ma molto ma molto ignorante. Piuttosto, ti ho già detto che tuo papà ti ha preparato una sorpresa?”

    “Cos’è una sorpresa?”

    “E’ una cosa a cui non pensavi proprio, ma che appena la vedi capisci che ce l’avevi già nel cuore.”

    “Allora mi interessa. Dimmi di questa sorpresa.”

    “Non posso.”

    “Come non puoi?”

    “Una sorpresa non si svela. Altrimenti finisce la sorpresa.”

    “Dammi qualche … come si dice? …. uffa, mi manca anche questa parola.  Però sii buona, dimmi qualcosa della sorpresa. Cioè non dirmi la sorpresa, ma dimmi qualcosa che le si avvicini almeno un poco.”

    “Posso dirti… che ci ha messo più di un mese a prepararla?”

    “E poi? Così è troppo poco.”

    “Non posso dirti il nome vero della sorpresa. ”

    “Me l’hai già detto. Una sorpresa è una fregatura  Una bella fregatura, ecco cos’è una sorpresa.”

    “Se sei tanto curiosa, un modo ci sarebbe.”

    “Sono curiosa! Per colpa tua. Parli, ci giri attorno e non mi dici niente.”

    “E’ un modo semplicissimo. Vieni fuori e vai a vedere la sorpresa.”

    “E’ l’unico modo?”

    “Non so, sicuramente è il modo più diretto. Il più intelligente.”

    “Sai, è bello avere una mamma intelligente.”

    “Evviva, hai già cominciato a prendermi in giro. Intelligente e stop?”

    “Nooo mamma. Intelligente, ma anche buona e bella e bionda e simpatica e sorridente e…”

    “Basta basta basta. Può bastare, tu sarai tutto questo ma moltiplicato per dieci alla terza.”

    “Dieci alla terza?”

    “Numeri. Anche i numeri sono una sorpresa. E i colori? Il vento? Una palla che rimbalza? Ci sono milioni di sorprese pronte per te. E molte persone che ti aspettano e già ti amano, ancora prima di aver visto quanto sei bella.  Andiamo ora, ti è passata la paura?”

    “Non so di cosa parli, ma almeno mi è venuta la voglia. Come funziona questa cosa, il passaggio voglio dire, il parto, come lo chiamate voi?”

    “Veramente anche per me è la prima volta. Ma credo che tu debba… Devi fare un piccolo salto, un tuffo, una capriola. Ecco, concentrati, facciamolo insieme, io e te.”

    “Va bene. Sono prontissima. Ma non è che tu mi lasci sul più bello? Non facciamo scherzi mamma.”

     

    Pochi minuti dopo, con drammatica naturalezza, ripetendo per la sua prima volta un percorso millenario e incontrando lo stupore degli astanti, la bambina Olimpia atterrava sul pianeta Terra.

     

    In copertina: Monterchi, Piero della Francesca, Madonna del parto (1450-1465 circa), particolare – arstlife.com 

    Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore.

    Per certi versi / Dove ti nascondevi da bambina?

    Per certi versi /
    Dove ti nascondevi da bambina?

    Dove ti nascondevi da bambina?

    Dove ti nascondevi da bambina?

    Quale stanza ti era casa per le lacrime?

    Che nomi hanno le tue ferite?

     

    Quanto mio buio vuoi che ti consegni per imparare i sentieri scuri.

    Per riuscire a vedere le tue stelle?

     

    Ti poso sul tavolo parole così piccole che stanno in una tazzina da caffè

    Ti abbraccio da sorella senza luce

    Che sa la tenerezza

    Che sa l’attesa del bene

     

    Che ha una chiave intrisa di sangue

    Per aprire le porte serrate dei nostri cuori fragili

    e fortissimi

     

    Anna 9 – 19

    (Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

     

    In copertina: Foto di Angel Luciano su Unsplash

    Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

    "Shine On You Crazy Diamond", la poesia dei Pink Floyd brilla come un diamante

    “Shine On You Crazy Diamond”, la poesia dei Pink Floyd brilla come un diamante

    “Shine On You Crazy Diamond”, 
    la poesia dei Pink Floyd brilla come un diamante

    Andiamo ad accarezzare un autentico capolavoro della musica mondiale. La Genesi Sonora di un Diamante Eterno.
    “Shine On You Crazy Diamond” dei PINK FLOYD
    ​Esistono opere musicali che non si limitano a occupare il tempo, ma lo creano, dilatandolo fino a trasformare il silenzio in una materia viva, pulsante e in perenne movimento. Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd non è semplicemente una canzone di quasi mezz’ora, nella totalità delle sue sezioni; è una cattedrale liquida, un viaggio transpersonale in cui l’assenza umana si fa presenza attraverso la vibrazione pura.
    Affrontare un brano di tale portata significa comprendere come l’arte possa catturare il flusso vitale dell’anima, traducendo lo strazio della perdita in una traiettoria cosmica che si espande all’infinito. Il brano si comporta come un organismo biologico: nasce da un soffio primordiale, si sviluppa attraverso tensioni contrastanti e trova la sua catarsi in un’esplosione di luce che rifiuta qualsiasi staticità.
    L’inizio della canzone è un’aurora cosmica primordiale. Quel tappeto di sintetizzatori e l’accordo di dita sui calici di cristallo creano un vuoto apparente, che in realtà è densissimo di energia latente. È lo spirito che aleggia sulle acque prima della creazione.
    Poi, dal nulla, emerge il pianto della chitarra di David Gilmour: quattro note tese, sospese nell’etere, che agiscono come una scossa elettrica su un corpo inanimato.
    Syd Barret (su licenza Flickr.com)

    Questo celebre “tema di Syd” non è una semplice intuizione melodica, ma un vettore di forza che squarcia il velo dell’inerzia. In quel preciso istante, la distanza tra l’immobilità dello spazio e l’urgenza del sentimento umano si annulla. La musica si muove, respira, soffre e si rigenera, dimostrando che una composizione di quasi ventisette minuti è pura arte quando riesce a trasformare la durata temporale in uno spazio interiore dove l’ascoltatore sperimenta la metamorfosi della materia sonora.​

    Il testo della canzone interviene quando l’anima dello strumento ha già preparato il terreno emotivo, evocando lo spettro luminoso del “diamante pazzo”, ovvero Syd Barrett, il fondatore perduto nei labirinti della propria mente. Le parole sono scolpite con una delicatezza geometrica e una devastante forza poetica:
    Remember when you were young, you shone like the sun.
    (Ricorda quando eri giovane, splendevi come il sole.)
    ​Shine on you crazy diamond.
    (Continua a brillare, tu pazzo diamante.)
    ​Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky.
    (Ora c’è uno sguardo nei tuoi occhi, come buchi neri nel cielo.)
    La poesia del testo risiede tutta in questa dialettica tra il massimo della forza vitale — il sole — e il collasso assoluto della materia — il buco nero. Non c’è rassegnazione, ma una spinta perpetua al movimento spirituale. Dire a qualcuno che è diventato un buco nero nel cielo significa riconoscere che la sua energia, sebbene invisibile o distruttiva, è ancora immensa, magnetica, capace di curvare lo spazio-tempo della memoria. Il canto di Roger Waters, aspro e teatrale, si muove su questa linea di demarcazione, implorando l’amico perduto di continuare a irradiare ogni elemento con la sua folle luce.
    ​La struttura monumentale del brano si articola come un dramma in più atti, giustificando ogni singolo secondo della sua estensione attraverso tre dinamiche fondamentali:
    • ​La dilatazione del respiro: La traccia rifiuta la fretta della civiltà moderna. Si prende i suoi spazi per permettere all’ascoltatore di percepirsi su una frequenza interiore, dove ogni transizione armonica diventa un evento epocale.
    • ​Il contrasto delle forze: Il brano vive del continuo scontro tra la freddezza geometrica dei sintetizzatori di Richard Wright e il calore viscerale, quasi biologico, degli assoli di chitarra e del sassofono di Dick Parry, che irrompe nella seconda metà come un grido di carne e sangue.
    ​La circolarità evolutiva: Non si torna mai al punto di partenza nello stesso modo. Quando i temi musicali si ripetono, portano con sé il peso e la ricchezza del viaggio già compiuto, trasformando la ripetizione in una spirale ascendente di consapevolezza.
    Verso la fine della prima parte (la sezione V), il ritmo rallenta, il tempo si frantuma e subentra un groove ipnotico, quasi industriale, che traghetta l’ascoltatore verso una dimensione diversa. La transizione non è mai brusca, ma fluida come il passaggio dall’acqua allo stato gassoso.
    I Pink Floyd hanno compreso che l’arte totale non risiede nella perfezione di una melodia di tre minuti, ma nella capacità di coreografare le correnti invisibili dell’emozione umana. Shine On You Crazy Diamond rimane un monumento all’energia che non muore, ma cambia forma: un’opera d’arte assoluta che ci ricorda come, anche nel vuoto più oscuro del cosmo o della mente, l’imperativo resti sempre lo stesso: continuare a brillare.

    David Gilmour – Shine On You Crazy Diamond (Live At Pompeii)
    10 mag 2019
    (QUI) BUON ASCOLTO!

     

    Cover: Shine On You Crazy Diamond –  su licenza Flickr.com 
    maternita surrogata per un ecosocialismo che rispetti la vita sempre

    MATERNITA’ SURROGATA
    Per un ecosocialismo che rispetti la vita (sempre)

    MATERNITA’ SURROGATA. Per un ecosocialismo che rispetti la vita (sempre)

    È inutile lottare ogni giorno per relazioni e stili di vita alternativi alla logica liberista se poi proprio in uno degli aspetti più intimi, “sacri” e belli della vita – la relazione madre/nascituro – ci si affida proprio al mercato e al profitto. Su questo riflette Luana Zanella nel suo recente libro La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme (Moretti&Vitali ed., 2026), dedicato alla pratica inumana della maternità surrogata (detta anche “utero in affitto” o “gestazione per altri”).

    Luana Zanella, femminista ed ecologista, è deputata di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra), vicepresidente della Commissione XII Affari sociali della Camera dei deputati e segretaria della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Non è l’unica femminista contro l’utero in affitto: in Italia, lo sono anche le donne di RadFem, Udi, Arcilesbica e molte altre (si veda, ad esempio, questo appello internazionale>), o personalità come Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, oltre naturalmente al mondo cattolico.

    CHE COS’È LA MATERNITÀ SURROGATA

    La maternità surrogata è una tecnica di procreazione assistita nella quale una donna (la madre surrogata) porta a termine una gravidanza “su commissione” di altri. Fra la madre surrogata e la coppia (etero o omosessuale) o il singolo che richiede la surrogazione è presente un contratto commerciale di diritto privato. Di solito si utilizzano i gameti (ovociti e spermatozoi) della coppia richiedente, a volte i gameti di altri donatori.

    Il contratto rende la madre surrogata totalmente legata per 9 mesi agli acquirenti, che comprano non solo una parte del suo corpo (già di per sé qualcosa di gravissimo), ma l’intera sua persona, imponendole per contratto limiti e divieti di ogni tipo: si pensi, ad esempio, al fatto che le viene consigliato o proibito di accarezzarsi il ventre durante la gravidanza; o al fatto che, nel caso di morte dei committenti, il nascituro non rimarrebbe comunque a lei.

    LE LEGGI, DALL’ITALIA AL MONDO

    La maternità surrogata è legale in alcuni Paesi del mondo ed è vietata in gran parte d’Europa, inclusa l’Italia (grazie alla legge 40/2004), dove dal 2024 è considerata un “reato universale” perseguibile anche se commesso all’estero.

    Fra i Paesi noti in questo mercato svettano Ucraina, India, Thailandia e Nepal (Paesi dove donne proletarie e sottoproletarie accettano questa pratica per mera sopravvivenza), ma la pratica è legale anche in otto stati USA (soprattutto California) e in Russia.

    Lo scorso ottobre, alla IV Conferenza mondiale sulle donne svoltasi presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York vi è stata la presentazione del Rapporto contro l’utero in affitto redatto dalla giordana Reem Alsalem (relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne e le ragazze). E la Convenzione Internazionale di Oviedo sui Diritti dell’uomo e la biomedicina (1997), all’art. 21 recita: «Il corpo umano e le sue parti non devono essere, in quanto tali, fonte di profitto» (principio che dovrebbe valere per ogni aspetto del sistema capitalistico).

    UNA ROTTURA VIOLENTA

    «Come si può giustificare la rottura programmata e violenta della relazione madre-creatura, al momento del parto, quando invochiamo per i cuccioli dei nostri animali di affezione un periodo adeguato di svezzamento?», scrive Zanella nel suo libro. Il corpo della madre surrogata non sarà mai «un contenitore neutro, ininfluente e passivo».

    Tanti e consolidati sono ormai gli studi sulla profonda relazione madre-nascituro in gravidanza: «Il feto – scrive Elena Stella, psicologa e psicoterapeuta – vive in un intenso scambio di relazioni sensoriali con la mamma e accanto ad esse vi è una continua interazione non solo nutrizionale ma anche biochimica ed immunoendocrinologica attraverso la placenta (…). Il bambino in utero percepisce già le emozioni della madre e tra di loro si crea pian piano una comunicazione che avviene non soltanto per via ormonale, ma anche per via empatica e ne costituisce la base relazionale futura».

    Eppure, la madre surrogata per nove mesi deve prendersi cura in ogni modo del bimbo che porta in grembo e al tempo stesso – come spiega la femminista svedese Kajsa Ekis Ekman nel libro Essere ed essere comprate (Meltemi ed., 2024) – «deve creare una distanza tra sé e il suo corpo, tra sé e il bambino che porta in grembo, perché deve sempre fare una distinzione tra ciò che è il suo essere e ciò che viene comprato. Deve avere a cuore il bambino ma non affezionarsi a lui».

    «PUOI SCEGLIERE SESSO, RAZZA E INTELLIGENZA»: VIAGGIO NEI SITI DELLE AGENZIE

    Ho indagato sui siti web di alcune fra le più potenti agenzie che fan profitti con la maternità surrogata, per riportare le loro stesse parole. Pinnacle Fertility, agenzia statunitense, sul proprio portale spiega: «la nostra agenzia accetta solo madri surrogate disposte a seguire le raccomandazioni mediche, inclusa l’interruzione di gravidanza se necessaria». Tradotto: se i committenti sceglieranno l’aborto, la madre surrogata difficilmente potrà rifiutarsi (anche se la questione è discussa a livello legale).

    Inoltre, la donatrice degli ovuli si può scegliere da un vero e proprio catalogo: sul sito di Gest Life (agenzia statunitense molto presente anche in Europa) è scritto: «i futuri genitori possono selezionare caratteristiche specifiche, come l’aspetto fisico, la storia familiare e l’istruzione». Sullo stesso sito troviamo un altro punto intitolato “Puoi avere anche un bambino intelligente – Tecnologie avanzate per avere un ‘superbambino’”.

    «Le tecniche di riproduzione assistita – è scritto – hanno fatto grandi progressi, permettendo oggi di aumentare le probabilità di avere un bambino sano, con un rischio inferiore di sviluppare malattie in futuro e con un potenziale intellettivo superiore alla media». Il paragone con l’eugenetica nazista non mi pare eccessivo.

    Ma non è l’unico caso, anzi: con BioTexCom (agenzia ucraina), nel piano VIP (il più oneroso, 64900 euro) la «selezione del sesso» è «inclusa», grazie alla fecondazione in vitro, e così la «race»: molte sono «europeoid», tipologia razziale superata. E nella pagina dedicata alla scelta delle donatrici, rivolgendosi alle future madri committenti, è scritto: dopo il parto, «solo tu decidi come comportarti con tuo figlio e se rivelargli il segreto della sua nascita. Esiste un approccio europeo secondo il quale la donazione di ovuli è di fatto equivalente alla donazione di sangue o di rene» (!).

    Stesso discorso sul sito di Feskov, altra agenzia ucraina: «Selezioniamo attentamente donatori che siano il più fenotipicamente simili alla futura madre, al fine di preservare tutte le sue caratteristiche intrinseche: tonalità della pelle, forma degli occhi, colore dei capelli».

    PER UN ECOSOCIALISMO CHE RISPETTI LA VITA (SEMPRE)

    La borghesia «non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato “pagamento in contanti” (…). Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio (…), ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di soldi». Queste, sono frasi che Marx ed Engels incisero nel loro Manifesto del Partito Comunista del 1848. Sembrano scritte ora.

    Ci troviamo, infatti, di fronte sia a uno stadio della lotta di classe da parte dei padroni – che considerano la riproduzione e l’affettività terreno di estrattivismo -, sia di fronte a un nuovo tentativo di controllo patriarcale sul corpo delle donne. «In questo momento – scrive Luana Zanella nel suo libro -, l’appropriazione da parte del capitalismo neoliberista si rivolge soprattutto al percorso della maternità e della fecondità, sia fisica che mentale».

    Il ricorso alla maternità surrogata inteso come diritto inalienabile pone, sempre secondo la deputata di AVS, «un ostacolo rilevante alla capacità di lettura disincantata e lucida del mercato globale e delle forze materiali che vi agiscono», e trascura «il fatto che il corpo femminile rappresenta uno dei territori privilegiati della neocolonizzazione biocapitalistica. Il tentativo mai dismesso di riappropriazione e controllo del corpo fecondo femminile trova nell’organizzazione internazionale della maternità surrogata l’occasione storica per asservire la capacità riproduttiva delle donne alle esigenze di un mercato redditizio e in espansione».

    Il neoliberismo ha varcato l’ultima soglia: la vita nel suo nascere e l’intimità della donna sono diventate merci, oggetto di un contratto commerciale. A questo libro (faccio una parentesi) manca solo un passaggio: se centrale è l’inviolabilità del corpo femminile e della relazione tra madre e nascituro, allora va messo in discussione anche l’aborto.

    Tornando all’utero in affitto, il sacrosanto desiderio di maternità/paternità deve riscoprire il limite invalicabile del corpo e della vita come indisponibili alle logiche del mercato e del profitto. Nessuna lotta anticapitalista, nessuna alternativa al neoliberismo può prescindere da ciò. Nessun ecosocialismo può accettare la compravendita dei bambini e delle madri. La lotta di classe inizia anche nel grembo materno.

    «Tutto quello che resta di semplicemente desiderabile, non sarà più nella disponibilità delle persone perché avrà un prezzo di mercato o dovrà essere regolato secondo i rapporti di forza».
    (Luisa Muraro, in L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola ed., 2016)

    Cover: Foto di Tumisu da Pixabay

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    il silenzio che aiuta il riarmo

    IL SILENZIO CHE AIUTA IL RIARMO

    IL SILENZIO CHE AIUTA IL RIARMO
    Il silenzio su Gaza non è separabile dal processo di riarmo che attraversa l’Europa

    di Sara Gandini e Paolo Bartolini

    Per medici e giornalisti il rischio di morte nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli di fronte ai quali si rimane senza parole. Lo abbiamo dimostrato, dati alla mano, nel nostro studio pubblicato a inizio 2026 sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press (Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 202324).

    Medici e operatori sanitari, proprio come i giornalisti, non sono stati semplici vittime collaterali della guerra, ma categorie prese di mira anche se dovrebbero essere tra quelle più protette.

    Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan nel nord della Striscia di Gaza, è diventato il simbolo di questa tragedia. È stato arrestato nel dicembre 2024 durante l’operazione militare che ha portato alla chiusura dell’ultimo ospedale ancora funzionante nell’area nord di Gaza. Era noto perché aveva denunciato la grave malnutrizione infantile causata dalla guerra. Organizzazioni per i diritti umani e associazioni mediche israeliane e internazionali si sono attivate per denunciare le sue condizioni di detenzione e chiederne la liberazione.

    La vicenda di Abu Safiya non riguarda soltanto Gaza. Riguarda anche noi. Riguarda il silenzio delle istituzioni occidentali di fronte alla distruzione di ospedali, all’attacco contro personale sanitario e giornalisti e alla progressiva normalizzazione della guerra come strumento ordinario della politica internazionale.

    È in questo contesto che diventa necessario interrogarsi sulle scelte che l’Europa e l’Italia stanno compiendo.
    Gaza non rappresenta infatti una tragedia lontana da noi, ma uno specchio dei nodi critici che stanno prendendo forma anche nel nostro continente: l’affermarsi della violenza organizzata come orizzonte permanente, la marginalizzazione del diritto internazionale e il progressivo spostamento di risorse dalla tutela della vita (sanità, istruzione, welfare) agli apparati militari.

    Il silenzio di fronte alla distruzione del sistema sanitario palestinese non è separabile dal processo di riarmo che attraversa l’Europa.

    Alla luce di tutto questo, si avvicina, con passi pesanti e carichi di angoscia, il 2027: anno di future elezioni in Italia. Invece di correre ai ripari e di tutelare i cittadini rilanciando sanità e servizi, rianimando welfare e sostegni al reddito, i nostri governanti sono travolti dal mito della “difesa” e dalla relativa propaganda che ha già individuato il Nemico alle porte.

    Il pericolo di un conflitto diretto con la Russia aumenta, mentre nel frattempo l’economia si riconverte non in senso ecologico, ma bellico.

    Di fronte a questo scenario, riteniamo necessario che dal basso giunga un segnale forte ai partiti e alle coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni.

    Come già ribadito da altri, riteniamo importante chiarire che non voteremo nessuna forza o alleanza che non espliciti chiaramente nel proprio programma quattro punti fondamentali: no al riarmo; diplomazia per risolvere il conflitto in Ucraina e stop all’invio di armi; lotta alle diseguaglianze e ridistribuzione della ricchezza; rilancio della sanità pubblica, della medicina territoriale e tutela dei beni comuni.

    La tragedia palestinese ci mostra in maniera estrema dove conduce la subordinazione della politica alle logiche militari e alla ragion di Stato. Per questo il nostro rifiuto del riarmo non nasce da un generico pacifismo, ma dall’osservazione concreta di ciò che accade quando il diritto umanitario viene sacrificato agli interessi geopolitici.

    Sono aspetti dirimenti e non negoziabili, che toccano gli italiani e, con particolare riguardo, la classe lavoratrice, i ceti medi impoveriti e i ceti popolari. Sappiamo infatti che le emergenze del nostro tempo – sanitaria, ecoclimatica, geopolitica… – colpiscono soprattutto i soggetti sociali più fragili, poveri e privi di tutele.

    Ce ne siamo accorti con il fenomeno Covid-19, che in effetti sarebbe corretto denominare “sindemia”, per sottolineare la distribuzione asimmetrica in termini socio-economici dei danni dovuti alla circolazione del virus e della gestione della pandemia.

    Stesso discorso per il disastro ambientale e il surriscaldamento del pianeta (a cui contribuisce anche lo scriteriato uso di armi che sta incendiando il mondo da alcuni anni).

    Cover: Foto di RaniRamli da Pixabay

     

    Il segreto degli Esseni : spiritualità, profezia e "socialismo" della comunità che si ritirò ad Qumran

    Il segreto degli Esseni :
    spiritualità, profezia e “socialismo” della comunità che si ritirò ad Qumran

    Il segreto degli Esseni:
    spiritualità, profezia e “socialismo” della comunità che si ritirò ad Qumran

    Il Santuario del Libro di Gerusalemme

    Nel 1965, quando venne inaugurato nel Giardino del Museo di Israele, a Gerusalemme, sul viale Ruppin, vicino alla sede del Parlamento, lo si chiamò Centro Samuel e Jean H.Gottesman per i manoscritti biblici, ma a partire dal 2001, quando cioè vi furono trasferiti i Manoscritti del Mar Morto, è meglio conosciuto come il Santuario del Libro.

    Struttura e architettura del santuario

    Affascinante esempio di architettura moderna, fortemente simbolica, è costituito da un edificio circolare di basalto nero su cui poggia un’ampia cupola bianca che ingrandisce fedelmente la forma dei coperchi delle antiche giare contenenti i rotoli dei manoscritti ritrovati nelle grotte di Qumran.
    Se si raggiunge il suo interno, sotto quel coperchio dai corrugamenti concentrici, come se fosse stato modellato dalle dita di un gigante, si riceve l’impressione, voluta dagli architetti nordamericani Fredrick Kiesler e Armand Bartos, di addentrarsi dentro a una di quelle giare dove la parola scritta ha dimorato per migliaia di anni.

    Gerusalemme, Santuario del Libro – foto gratuita da it.dreamstime.com

    Quando poi, terminata quella che è una delle visite turistiche più frequentate di Gerusalemme, si esce e si rompe l’incantesimo, i giochi di rifrazione della luce prodotti dai getti d’acqua delle fontane che bagnano la sua candida superficie esterna, rendono il Shrine of the Book simile a un disco solare carico di energia.

    La parte più importante della collezione qui esposta, di cui Israele entrò in possesso nel 1967 come bottino di guerra, era stata fino ad allora conservata nel Palestine Archeological Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, ubicato nel settore est di Gerusalemme, in via Solimano, di fronte ai Bastioni della Città Vecchia nei pressi della porta di Erode, dove sin dalla fine degli anni Quaranta vennero man mano depositati tutti i ritrovamenti archeologici effettuati a Qumran e nelle sue vicinanze, che però vennero resi accessibili solo a gruppi ristretti di ricercatori e non al grande pubblico.

    Il ritrovamento di quel tesoro, una biblioteca di 800 testi scritti tra il 250 a.C circa e il 68 d.C in aramaico, ebraico e greco, fu il risultato di una delle più appassionanti e incredibili avventure archeologiche della storia e una scoperta dal potenziale culturale enorme perché permise di ripercorrere, attraverso la lettura diretta della parola scritta, le linee del pensiero filosofico e religioso di società-chiave vissute all’origine della nostra era, capaci di influenzare la storia di tutto il genere umano fino ai nostri giorni attraverso concetti di sconcertante attualità.

    “Certamente ogni nazione odia l’ingiustizia e in mezzo ad esse questa cammina; sicuramente dalla bocca di ogni popolo la verità è predicata, ma c’è lingua o idioma che la mantiene?
    Qual è il popolo che non abbia oppresso un altro?
    Dov’è la nazione che desidera essere trattata ingiustamente dal più forte e chi desidera vedere i suoi beni strappati con l’iniquità?”
    (cit. Libro dei Segreti)

    Esseni e contemporaneità

    Quando gli Esseni, gli aderenti alla setta giudaica che si ritirò a vivere a Qumran dove prosperò per quasi due secoli prima di venire soppressa dall’esercito romano, riflettevano su queste tematiche trascrivendole sui rotoli di pergamena, lo scenario storico era molto simile a quello attuale e il loro pensiero era innanzitutto il pensiero di chi era costretto a vivere dominato e sfruttato nella Judaea Capta – la Giudea soggiogata – di quei tempi.

    Le grotte della regione desertica di Qumran sulla riva del Mar Morto dove si installò la comunità essena (Foto Wikimedia Commons)

    All’inizio dell’era cristiana e nella storia dell’ebraismo questo è stato periodo effervescente, agitato da controversie e da visioni religiose, politiche e sociali molto contrastanti.
    Nel Nuovo Testamento sono menzionati gli scribi, i farisei, i sadducei, i samaritani, gli erodiani, gli zeloti, i sicari, i discepoli di Giovanni Battista, e la Giudea abbondava di figure, gruppi e sette come gli Esseni, che ci hanno raccontato la vita così come veniva vissuta duemila anni fa e come possiamo vederla immutata anche noi, oggi, in Palestina/Israele: una sequenza di ingiustizie, violenze, tumulti, rivolte, ribellioni, conflitti e guerre.

    Come loro anche altre sette, di fronte allo schiacciante peso della dominazione imperiale romana di quei tempi, si interrogarono su cosa significasse essere fedeli a Dio e ai suoi princìpi in una situazione come quella dell’ingiustizia imposta dalla dominazione religiosa, economica e militare.
    Altre sette, come la loro, decisero di ritirarsi a vivere in totale isolamento nel deserto, lontano da tutto e da tutti, inserendosi in quel grande filone della spiritualità che identifica il deserto come luogo lontano dall’uomo ma vicino a dio e dove dunque la vita può fiorire e perpetrarsi secondo leggi e comandamenti sacri.

    All’interno di questo ampio mosaico, gli Esseni vennero tradizionalmente ritenuti veggenti, in grado di prevedere il futuro, ”essendo istruiti fin dalla fanciullezza nei sacri libri, nelle varie forme di purificazione e negli aforismi dei profeti”.
    Ne diedero prova inconfutabile e leggendaria il giorno lontano in cui Erode, quando era ancora bambino, venne avvicinato da un adulto, Menachem l’Esseno, che gli conferì la profezia della sua vita:

    “Tu sarai re e governerai felicemente…ma dimenticherai pietà e giustizia.”

    Come effetto della loro svolta mistica e della rinuncia al mondo, gli Esseni iniziarono ad essere considerati prototipo dei santi, uomini tesi verso le più alte vette della perfezione, ispirati da una grande visione filosofica, teologica e religiosa e guidati da un sorprendente atteggiamento sia verso il mondo, che li rese famosi già ai loro tempi, sia verso il futuro, che li rese atti a primeggiare nella profezia, che i filosofi antichi e Platone consideravano la più nobile delle arti.
    Essi ritenevano di appartenere all’ultima generazione di uomini sulla terra e che La Fine dei giorni si stesse avvicinando; il medesimo timore nel quale vivono anche oggi molti di noi:

    “Avverrà quando i grembi della giustizia verranno chiusi “…la malvagità sarà mandata in esilio dalla giustizia, così come la tenebra è cacciata dalla luce. E come il fumo svanisce e non c’è più, così la malvagità svanirà per sempre e la giustizia sarà manifestata come il sole in mezzo al firmamento e chi si fa sostenitore dei misteri dell’ingiustizia non sarà più e la conoscenza colmerà l’universo e non vi sarà mai più la follia.”
     (cit. Libro dei Segreti)

    Un forte desiderio di giustizia diede loro la forza di sopportare tormenti e sofferenze, di reagire, di rigenerarsi e di predisporsi alla salvezza eterna.

    “Dio, negli arcani della sua intelligenza e nella sapienza della sua gloria, ha concesso un tempo determinato all’esistenza dell’ingiustizia: nel tempo stabilito egli la sterminerà per sempre. Allora la verità apparirà per sempre nel mondo che si era contaminato sulle vie dell’empietà sotto l’impero dell’ingiustizia.
    Con la sua verità, Dio allora vaglierà tutte le azioni dell’uomo e monderà alcuni figli dell’uomo eliminando ogni spirito di ingiustizia dalle viscere della loro carne e purificandoli nello spirito santo da tutte le opere empie, aspergerà su di essi lo spirito di verità come acqua lustrale (a purificazione) da ogni abominio menzognero nel quale si erano contaminati a opera dello spirito impuro. Così ammaestrerà i giusti nella conoscenza dell’Altissimo e insegnerà la sapienza dei figli del cielo, la cui via è perfetta.
    Poiché Dio li ha scelti per un patto eterno, sarà loro tutta la gloria di Adamo. Non vi sarà più ingiustizia, ogni opera fallace diverrà una vergogna”

    (cit. Regola della Comunità)

    Il fondatore della setta, quel Maestro di Giustizia di cui non conosciamo il nome, al quale “Dio ha dato il discernimento perché possa interpretare i segreti delle parole dei suoi servi, i profeti”, era un sacerdote definito “povero e bisognoso”, che la maggior parte degli studiosi identifica con il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, discendente della stirpe di Sadoq, che, in carica dal 159, fu usurpato del suo incarico nel 152 a.C.

    La partenza del Maestro per l’esilio e gli echi della persecuzione religiosa emergono da una colonna del Rotolo degli Inni:

    “Essi hanno sedotto il tuo popolo con parole ingannevoli, interpreti di menzogna, l’hanno fuorviato: si rovinarono per mancanza d’intelligenza, perché…le loro azioni sono follia, giacchè divennero spregevoli a sé stessi e poiché mi scacciarono dalla mia terra come un uccello dal suo nido.
    Tutti i miei vicini e parenti furono allontanati da me, mi ritennero come uno strumento inetto.
    Essi, interpreti d’inganno e veggenti di menzogna, hanno escogitato contro di me progetti di Belilal permutando la tua legge, che hai scritto nel mio cuore, con parole seduttrici per il tuo popolo: hanno trattenuto dagli assetati la bevanda della conoscenza, alla loro sete hanno fatto bere aceto…”.

    Alcuni fedeli accompagnarono il Maestro alla cittadella fortificata di Sokoka, antico nome dell’odierna Qumran, dove morì forse nel 110 a.C. e in questo primo periodo, un passo del Commentario di Abacuc, riporta che durante una festa del Kippur (il giorno di “espiazione”) Il Sacerdote Empio, cioè l’usurpatore Gionata Maccabeo e i suoi alleati, assediarono Il Maestro di Giustizia e i suoi primi seguaci, senza tuttavia riuscire a colpirli.

    Le grandi idee di fondo che il Maestro di Giustizia è riuscito a consegnare al mondo dopo la sua fuga fisica e spirituale da Gerusalemme sono due: la dottrina della predestinazione, il cui concetto base consiste nel ritenere che tutto fosse predeterminato da Dio e immodificabile da parte dell’uomo; e la fede nel dualismo, che distingue il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo.

    Nel gruppo di rifugiati di Qumran emerse l’idea che l’uomo non può che vivere “nella sfera della colpa peccaminosa” poiché è, per sua stessa natura, fondamentalmente impuro e malvagio, ma l’uomo giusto, l’eletto, creato dal fango e che solo il soffio dello spirito lo anima donandogli la vita, può, attraverso lo spirito, elevarsi oltre l’impurità della materia:

    “In una sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le origini dell’ingiustizia.
    In mano al principe delle luci è l’impero su tutti i figli della giustizia: essi camminano sulle vie della luce.
    E in mano all’angelo della tenebra è tutto l’impero sui figli dell’ingiustizia: essi camminano sulle vie della tenebra.
    Dall’angelo della tenebra (derivano) le aberrazioni di tutti i figli della giustizia, tutti i loro peccati, le loro iniquità, la loro colpa, le loro azioni perverse sotto l’effetto del suo impero in conformità dei misteri di Dio fino al tempo da lui stabilito; tutti i loro flagelli e i periodi delle loro avversità sono sotto l’impero della sua ostilità; e tutti gli spiriti della sua sorte sono intenti a far incespicare i figli della luce.
    Ma il Dio d’Israele e l’angelo della verità soccorrono tutti i figli della luce.
    (cit. Regola della guerra).

    Predestinazione, dualismo, risposte e idee rivoluzionarie

    Per mezzo della predestinazione della vita dell’uomo sulla terra, del dualismo che divide gli uomini in figli della luce e figli delle tenebre e dello spirito che eleva l’eletto dalla sua condizione materiale, gli Esseni non solo diedero risposte a sentimenti umani molto concreti e universalmente condivisi, ma svilupparono anche idee rivoluzionarie che misero in pratica organizzando quella che possiamo ritenere la prima società di tipo comunista di cui ci sia giunta notizia.

    La Yahad (comunità) di Qumran – è così che la setta si autodenominava – si stabilì nella zona del Mar Morto vicino alle sorgenti di Ain Gedi e di Ain Freshkah e nelle rovine della fortezza di Sokoka, che riedificò e ripopolò.
    Qumran è il nome arabo moderno di questo sito, ma si ritiene che il suo nome antico, precedente l’arrivo dei sacerdoti ebrei in fuga dal Tempio di Gerusalemme, oltre a Sokoka, sia stato Ir Hammelah, la Città del Sale, e che identificasse una delle cinque città della Pentopoli del Deserto menzionate nel Libro di Giosuè.

    Sulle sponde del Mare di Sale, in questa Città del Sale, da alcuni ritenuta persino la mai identificata Gomorra, dimorarono per primi e a lungo i sacerdoti di un culto antichissimo che risale al tempo dei tempi, basato su un calendario non rivelato e consacrato alla primordiale divinità egizia di Ammone, considerato Dio Creatore dell’Universo.
    Qui, in un contesto di isolamento simile a quello dei rifugiati politici o a quello dei monaci, gli adepti si dedicarono alla coltivazione di palmeti, alla produzione di miele di dattero, alla lavorazione della terra, all’artigianato e a una febbrile attività sociale, spirituale, intellettuale e…letteraria.

    Molto è stato detto sui motivi che indussero gli Esseni a depositare nelle profondità delle grotte della falesia dello Uadi Qumran i propri scritti, ritenendole luoghi sicuri e invisibili, al riparo dai predatori e dal tempo.

    Ad eccezione della storia dei popoli della Mesopotamia, degli Ittiti, dei Fenici e degli antichi Egizi, i cui documenti letterari sono giunti fino a noi su tavolette d’argilla o incise su pietra, mai si era avuta una scoperta così sensazionale e mai i semitisti si erano trovati di fronte a documenti appartenenti a un’epoca gravida di eventi di portata universale come la perdita dell’indipendenza nazionale del popolo ebraico da una parte e la nascita del cristianesimo dall’altra.
    Secondo Plinio, essi erano considerati come un gruppo che aveva abbandonato le vanità di questo mondo, si era elevato sulle cose materiali, aveva conseguito una conoscenza mistica e aveva rinunciato ai lussi che erano una delle piaghe del mondo antico. Dione Crisostomo li definì “un’intera città di gente felice vicino al Mar Morto”; Filone scrisse che la loro vita era “perfetta e la più felice che ci sia”.

    Il loro socialismo fu un fenomeno unico tra gli ebrei di quel tempo.
    I membri della comunità, qualche migliaio di persone, accettavano la comunione dei beni e negavano la proprietà privata, dal momento che era loro convinzione che questo costume avesse caratterizzato l’umanità prima della corruzione e del degrado.
    Per i Saggi, qualsiasi accumulo di ricchezza, qualsiasi figura di uomo ricco, è oggetto di sospetto e di disprezzo mentre il povero deve essere curato e aiutato, poichè l’indigenza è una condizione da correggere. Erano antimperialisti e antinazionalisti: espressero forti condanne dello sfruttamento del popolo anche da parte degli “ultimi sacerdoti di Gerusalemme” che “ammassano i beni delle nazioni”.

    L’elezione democratica dei supervisori e ispettori, cui era demandata la gestione dei beni e l’amministrazione delle proprietà comuni, così come l’accettazione dei membri e la collocazione di ciascuno nel suo ruolo, era comunitaria e comunitario era il consumo quotidiano dei pasti, che avveniva in silenzio, con una sola portata e pane, dopo che era stato preparato dai sacerdoti come un vero e proprio atto sacrificale, preceduto e seguito da una preghiera.

    Potevano scegliere liberamente di non sposarsi, ma se decidevano di farlo, “per essere fecondi e moltiplicarsi” il maschio doveva aver superato l’età di vent’anni, la coppia poteva vivere un tempo di fidanzamento fino a quando la donna rimaneva incinta, durante la gravidanza il marito doveva rispettare l’astinenza, ammettevano solo la monogamia e il divorzio era proibito.

    Era vietata l’accettazione di doni senza il consenso dei superiori, erano chiamati volontari quelli che oggi si potrebbero definire candidati, i quali vivevano per un certo periodo all’interno della setta prima di essere poi accolti come membri effettivi.
    Secondo i ritmi scanditi dal proprio ancestrale calendario, tenevano periodici raduni generali nel corso dei quali era proibito stare zitti, in quanto tutti dovevano pronunciarsi.

    Scrittura e metodi di conservazione del sapere

    Poi fecero ancora di più: pulirono le pelli dei montoni dai peli e dal grasso immergendole nelle acque salate del Mar Morto, le essiccarono per poterle lisciare con la pietra, conciare e tagliare in fogli di pergamena di diverso formato e vi scrissero sopra con l’inchiostro.
    Scrissero tantissimo, quanto più poterono: prima sul recto della pagina, la parte cioè pulita dal pelo, per poi, giunti alla fine, continuare a scrivere anche sul verso, il lato della carne.
    Raccolsero i fogli di pergamena, li cucirono con fili di lino, li arrotolarono fermandoli con stringhe, deposero i rotoli nelle giare e, come loro ultimo gesto, li nascosero nelle grotte, affidandoli alla custodia del tempo futuro, visto che il tempo presente stava per finire.

    Ascetismo, organizzazione comunitaria, consapevolezza sociale: la setta, auto-isolandosi, sviluppò idee rivoluzionarie a tutto tondo: si trattava non solo del rifiuto di ciò che di peggio esiste al mondo, ma anche del desiderio della sua totale distruzione.

    Il Manoscritto della Regola della Guerra è uno dei documenti più preziosi esposti nel fulcro del Santuario del Libro di Gerusalemme. Viene proposto al pubblico come “Rotolo della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre”, cioè con il titolo con cui è stato rinominato subito dopo che la data, il luogo e i protagonisti del suo riconoscimento, avevano dato il via alla caccia al tesoro di Qumran e all’epopea della scoperta archeologica del secolo con i Rotoli del Mar Morto.
    E’ sorprendente nella forma, nel contenuto e nella forma data al contenuto: un documento di quasi tre metri di lunghezza, costituito da cinque fogli in pelle cuciti insieme verso la fine del II secolo a.C., scritto come un racconto utopico e immaginario a carattere messianico per descrivere la guerra finale che avverrà alla fine dell’era terrestre dell’umanità.
    Ricchissimo di dettagli di argomento militare sulle strategie e sugli armamenti (fionde, lance, giavellotti, spade, arpioni, scudi), unità militari (fanteria leggera, pesante e cavalleria) e nondimeno di una lista di preghiere adeguate da pronunciare in ogni situazione bellica, (vigilia della battaglia, basso morale delle truppe, vittorie, sconfitte), lo potremmo definire il primo poema a noi pervenuto basato sul tema della guerra santa, e sul concetto dualista delle forze del bene che combattono e vincono contro quelle del male.

    Contraddizioni e domande aperte

    Alla fine di una guerra protrattasi per quarant’anni, dopo sei battaglie concluse in pari alternanza di vittorie e sconfitte, I Figli della Luce ottengono il risolutivo aiuto di Dio e conseguono la vittoria finale su tutti i loro tenebrosi nemici: gli empi sacerdoti, l’impero romano, le nazioni pagane.

    A partire dall’alba di quel giorno in cui scrissero di averli visti giacere a terra tutti morti e insepolti nei loro accampamenti dopo l’intervento diretto di Dio e dei suoi angeli, questa immagine è rimasta qualcosa di rivoluzionario che non ha mai più smesso di apparire agli occhi della storia umana e continua a porci di fronte alla formulazione di un duplice dubbio: come poteva una pacifica setta di proto-monaci quasi santi, incapace di arrecar danno ad alcuno, mirare ad ergersi non solo sull’intera terra di Israele ma anche sul mondo intero?
    Fino a che punto può risultare lecito convincersi che nel darci quell’immagine volessero annunciare, per primi e per sempre, non un lieto fine, ma la fine logica, inevitabile, auspicabile, – impossibile da non prevedere e da non profetizzare – di ogni sistema di vita corrotto, violento, lontano e contrario alla giustizia umana e divina?

    Gli Esseni sono il segreto meglio custodito del cristianesimo?

    Cover: Lo studio dei rotoli del mar morto – immagine di  archeologiaimmaginidelpassato

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    abitiamo ancora il nostro corpo

    ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO?

    ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO?
    Mai così visibile. Forse mai così poco abitato.

    Viviamo nel secolo del corpo.

    Non c’è mai stata un’epoca che lo abbia osservato tanto. Ne registriamo il battito, il sonno, i passi, la glicemia, il colesterolo. Lo fotografiamo, lo alleniamo, lo correggiamo, lo affidiamo a dispositivi che ne monitorano ogni variazione. Conosciamo il suo funzionamento con una precisione che nessun’altra generazione avrebbe potuto immaginare.

    Eppure, proprio mentre il corpo diventa sempre più visibile, chi lo abita sembra diventare sempre più invisibile.

    È il paradosso del nostro tempo.

    Sappiamo leggere un referto con maggiore familiarità di quanto sappiamo leggere ciò che ci accade. Forse conosciamo sempre meglio il funzionamento dell’organismo e sempre meno l’esperienza di vivere in un corpo.

    Il corpo non è soltanto un organismo.

    È il luogo attraverso cui facciamo esperienza del mondo, degli altri, del desiderio e del tempo.

    Forse non è un caso se, proprio mentre cresce l’attenzione verso il corpo, aumentano anche le sofferenze che trovano nel corpo la loro scena: i disturbi alimentari, l’ossessione per l’immagine, la paura dell’invecchiamento, la difficoltà di riconoscersi in un corpo che cambia, che si ammala, che non corrisponde più all’idea che avevamo di noi stessi.

    Forse non siamo diventati più capaci di abitare il corpo.

    Siamo diventati sempre più impegnati a renderlo prevedibile.

    Lo misuriamo, lo correggiamo, lo alleniamo, lo sorvegliamo, come se bastasse conoscerne ogni parametro per sentirci finalmente al sicuro.

    Ma questa ricerca incessante di padronanza dice forse qualcosa che va oltre il corpo stesso.

    Dice del nostro rapporto con l’incertezza.

    Con la fragilità.

    Con tutto ciò che non dipende da noi.

    Tentare di dominare il corpo diventa, allora, un modo per arginare l’angoscia che nasce dall’impossibilità di governare completamente la vita. Come se, riuscendo a controllare il peso, l’età, le prestazioni, gli esami clinici o l’immagine riflessa nello specchio, potessimo mettere al riparo anche il nostro futuro, la malattia, la perdita, il tempo che passa.

    Eppure il corpo continua ostinatamente a ricordarci che non tutto è disponibile alla nostra volontà.

    C’è sempre qualcosa che eccede ogni tentativo di padronanza. Qualcosa che si sottrae ai nostri calcoli e ricorda che la vita di un corpo non si lascia ridurre ai numeri, alle immagini o alle prestazioni.

    È forse proprio questa eccedenza a renderlo così difficile da abitare.

    Eppure questa domanda non appartiene soltanto al nostro tempo.

    Nel Charmide, Platone racconta di un antico medico proveniente dalla Tracia che rimprovera i medici greci di voler guarire gli occhi senza la testa, la testa senza il corpo e il corpo senza l’anima. Da questo insegnamento emerge un’intuizione destinata ad attraversare i secoli: non si può curare il corpo senza prendersi cura anche dell’anima.

    Non è un invito a contrapporre la medicina a una visione spirituale dell’uomo.

    È il richiamo a non dimenticare che la malattia non coincide mai completamente con ciò che gli esami riescono a mostrare.

    Due persone possono ricevere la stessa diagnosi, la stessa prognosi e la stessa terapia.

    E vivere esperienze radicalmente diverse.

    La malattia può essere la stessa.

    La sofferenza non lo è mai.

    La rivoluzione di Freud non consiste nell’aver trovato una nuova spiegazione del sintomo, ma nell’aver cambiato la domanda.

    Non più:

    «Che cos’ha questo corpo?»

    Ma:

    «Chi soffre?»

    Con Freud il sintomo smette di essere soltanto qualcosa da eliminare.

    Diventa qualcosa da ascoltare e da decifrare.

    Perché custodisce un senso che il soggetto non conosce fino in fondo.

    Là dove l’illusione della padronanza si incrina, il sintomo comincia a parlare.

    Per questo il sintomo non è semplicemente un difetto da correggere.

    È il segno che l’essere umano non coincide mai completamente con ciò che sa di sé, con ciò che decide o con ciò che vorrebbe essere.

    Ogni sofferenza, qualunque sia la sua origine, entra nella vita di qualcuno e modifica il suo rapporto con il corpo, con gli altri, con il desiderio e con il tempo.

    La psicoanalisi non si contrappone alla medicina.

    Ricorda, piuttosto, che nessuna TAC, nessuna risonanza magnetica, nessun esame del sangue potranno mai rispondere alla domanda che, prima o poi, attraversa ogni esistenza.

    Che cosa significa, per me, vivere in questo corpo?

    È una domanda che non nasce con la malattia.

    Ci accompagna quando siamo adolescenti e fatichiamo a riconoscerci, quando ci innamoriamo, quando diventiamo genitori, quando il tempo modifica il volto che lo specchio ci restituisce, quando il corpo smette di corrispondere all’immagine che avevamo di noi stessi.

    Forse il problema non è che oggi ascoltiamo troppo poco il corpo.

    Forse accade il contrario.

    Lo osserviamo.

    Lo analizziamo.

    Lo misuriamo.

    Lo ottimizziamo.

    Cerchiamo continuamente di renderlo pradroneggiabile.

    Ma nessuna strategia riuscirà mai a eliminare del tutto quella parte dell’esperienza umana che sfugge alla nostra padronanza.

    Ed è proprio lì, dove il controllo si arresta e qualcosa continua a sfuggire, che prende forma la domanda più importante.

    Chi abita quel corpo?

    Forse è questa la straordinaria attualità dell’intuizione di Platone.

    Non ricordarci che esiste un’anima separata dal corpo.

    Ma ricordarci che un corpo non è mai soltanto un organismo da osservare, misurare o riparare.

    È sempre il corpo di qualcuno.

    Di una persona che desidera, che soffre, che ama, che teme, che cerca un senso alla propria esperienza.

    Forse abitare il proprio corpo non significa riuscire finalmente a dominarlo.

    Significa poterci vivere, accettando che qualcosa continuerà sempre a sfuggire alla nostra volontà.

    Ed è proprio in quello scarto che, forse, ciascuno di noi incontra la parte più autentica di sé.

    Cover: Foto di Mo da Pixabay

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    Parole a capo /
    Sonia Vannozzi: “Tracce Diafane”. Alcune poesie

    …Qualcuno/ più sensibile/ ci sorriderà su / un momento / poi tornerà / a macellare i sogni / sull’altare della / sopravvivenza.”

    Parole a capo /
    Sonia Vannozzi: “Tracce Diafane”. Alcune poesie

     

    Felicità

    Ben cosa strana
    è la felicità

    è ciò che più
    inconsapevole è al mondo.

    Sulle nostre occhiaie
    trasparente serpeggia
    e lascia
    una traccia diafana
    come bava di lumaca

    solo dopo
    ne vedi
    il percorso.

    Una scia che non si trova
    se piove delle nostre
    lacrime;
    neppure anni di riflessione
    possono mostrarne la potenza.

    Perché
    non c’è gloria
    nella felicità.

    Possiamo solo sperare
    che distratti uscendo
    di casa nella
    penombra calda
    di un mattino
    si riveli traslucida
    quella traccia benedetta
    intermittente incostante.

    Qualcuno
    più sensibile
    ci sorriderà su
    un momento

    poi tornerà
    a macellare i sogni
    sull’altare della
    sopravvivenza.

     

    *

     

    Cielo d’asfalto

    Le parole
    si son lasciate
    cadere
    la loro cenere
    su questo cielo
    bagnato d’asfalto.

    D’euforia l’eco
    è passato
    e dei pianti
    non importa
    più a nessuno.

     

    *

     

    Estate

    Una brezza leggera
    portava assolata
    nella strada deserta
    un trascinarsi di risate
    passi e sguaiato sudore.

    L’ho sentita arrivare
    questa estate che brucia
    di una solitudine
    che basta a sé stessa.

     

    *

     

    L’aquilone

    (scrivere una poesia in un giorno qualunque)

    Volevo far volare alto
    il mio aquilone di parole
    fiero tra le nuvole
    ma il suo filo sottile
    si è srotolato uscendo
    rimbalzando su ogni
    gradino

    ha inseguito matto
    due placidi cani
    si è incagliato nei colori
    di un semaforo difettoso
    finendo sul cruscotto
    delle macchine
    in sorpasso.

    Trascinato
    sulle scale in ufficio
    ha aspettato quieto
    che evaporassero un poco
    la rabbia
    la tristezza
    e la mia quotidiana
    inadattabilità.

    Poi via fino a casa
    dove le cose si ammucchiano
    e anche le parole.

    Quando ormai lettera per lettera
    si è sparso stanco
    come un puzzle sul pavimento
    ecco lo vedo d’improvviso
    aquilone libero
    nei tuoi occhi.
    E’ questo il tuo regalo al mio giorno:
    il suono di una risata
    che fulgida basta
    a comprendere la vita.

     

    *

    Vetro

    So bene
    che ho un guscio
    sottilissimo.

    Un punto di rottura
    che un abbraccio
    uno sguardo
    una foglia
    potrebbero scalfire.

    Un batuffolo tagliente
    che non puoi stringere in un palmo
    perchè s’infrangerebbe
    nell’incontro con la pelle.

    Una biglia ubriaca
    in un percorso curvo
    tracciato col dito
    da un bimbo svogliato.

    E’ di vetro e io non riesco
    a proteggere
    questa assurda e spaventosa
    trasparenza
    che rotola nel mondo.

     

    *

    Nella postfazione, Claudio Ardigò scrive che “Tracce Diafane” è “una silloge vissuta con grande intensità emotiva nella partecipazione alla vita. (…) Una vita che diventa una realtà- sogno affascinante, nei tratti essenziali e significativi che Sonia cattura, distilla negli alambicchi del suo cadattere“.

    Sonia Vannozzi (1982), lavora in Toscana come Digital Marketing Specialist ed esprime il suo lato creativo come illustratrice e poetessa. Sonia ha creato il logo dell’Associazione Licenza Poetica nel 2017 e ha collaborato con la stessa con diverse illustrazioni, visibili sul profilo www.behance.net/Sonia Vannozzi. Per Monica “Moka” Zanon ha scritto la prefazione del libro di poesie “L’orso logorroico“. Con Moka ha scritto il romanzo di fantascienza “Lo spazio buio dei segreti” (Le Mezzelane Casa Editrice, 2022). “Tracce Diafane” (Il Babi Editore, 2023) è il suo esordio poetico.

     

    Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
    Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
    La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
    La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 346° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

     

    Cover: zephylwer0-dragon by Pixabay

    domani si va in campagna

    Domani si va in campagna

    Domani si va in campagna

    di Francesca Bubba

    La frase che da bambina temevo più di ogni castigo era «Domani si va in campagna». Mio padre la pronunciava la sera con insindacabile naturalezza che non ammetteva repliche, perché non era una proposta ma un bollettino. Ricordo che la mattina mi svegliavo prima di tutti, con l’angoscia nel petto perché odiavo profondamente quelle giornate, quella vita.

    Partivamo che il cielo aveva ancora addosso la notte, e si partiva tutti, perché nella mia famiglia i bambini in campagna non si portavano per fargli prendere aria, si portavano perché due mani in più erano due mani in più. Perché mio padre voleva insegnarci a occuparci della terra perché convinto che quella sapienza fosse un’eredità preziosa e che un giorno ci sarebbe tornata utile.

    E anche perché voleva che noi figli ci appassionassimo a quel mondo, e gli strumenti che aveva lo inducevano a pensare che certe cose man mano che le fai poi finiscono per piacerti. Con me non funzionò. Anzi, sortì l’effetto opposto.

    Raccoglievo le olive finché le braccia diventavano di qualcun altro, toglievo pietre dai solchi, reggevo sacchi, passavo attrezzi, facevo la spola con l’acqua, lavavo i pomodori, piantavo le patate, infilavo per giorni interi la carne del maiale nel suo stesso intestino per fare i salumi. Oggi il maiale non lo mangio e non ne sopporto nemmeno l’odore.

    Mia nonna mi diceva: canta mentre lavori che il tempo ti vola. Io cantavo ma il tempo era inchiodato, non passava mai. Intanto, mentre odiavo e odiavo quelle giornate, qualcosa la imparavo. Imparavo i trucchi della semina, i tempi del raccolto, la forma e l’odore che deve avere la verdura vera, ma più di tutto imparavo la contabilità spietata delle annate.

    Per la famiglia di mio padre, contadina da generazioni, persone per cui la terra non è mai stata una metafora, la campagna non era un luogo dell’anima, era un’economia. Tra quei filari nessuno ha mai parlato di riconnessione con la natura. La natura era un datore di lavoro lunatico, che non pagava mai in tempo e certe
    volte non pagava affatto.

    Altro che madre natura. L’ho già scritto che la odiavo, lo so, ma ci torno perché quel sentimento è stato importante e, stranamente, fruttifero.

    Più della sveglia al buio, odiavo la terra sotto le unghie che non andava via nemmeno con lo spazzolino, odiavo l’odore del verderame, odiavo la schiena che a otto anni non dovrebbe ancora sapere di esistere. Odiavo mentire alle mie amiche, il lunedì mattina, e raccontare che avevo trascorso la domenica al centro commerciale o l’estate in vacanza fuori, perché mi vergognavo della terra.

    E mi ero fatta una promessa, avevo giurato a me stessa che avrei fatto di tutto affinché le mie unghie sarebbero rimaste pulite per sempre. Sono cresciuta e la promessa l’ho mantenuta, grazie ai miei genitori, che in
    quegli anni invece mi sembravano volermi incatenare alla terra. Grazie a loro sono diventata quello che nella mia famiglia si indicava come il traguardo massimo: una che lavora al coperto, con le mani sulle tastiere, al caldo d’inverno e al fresco d’estate, con la pioggia solo dietro i vetri e le stagioni ridotte a guardaroba.

    La campagna la guardavo con colpa, perché mio padre continua a lavorare la terra a cui ha dedicato tutta la sua vita pensando di lasciarla a noi, e nessuno di noi figli vive in Calabria e può curarsene.

    Nel frattempo, però, è successo qualcosa che mio padre, in qualche modo, aveva previsto: la natura è tornata, e lo ha fatto nel linguaggio approssimativo di oggi, passando attraverso i trend. I feed si sono riempiti di ritorni alla natura, con orti dorati, galline con il nome, cesti di vimini, tutorial di semina eseguiti con la manicure intatta. Il trend mette in scena la fatica della mia famiglia trasformata in estetica, macchiettizzando la necessità, oggi riconfezionata come lifestyle.

    E io, dall’altro lato dello schermo, ho guardato da subito tutto questo con rabbia viscerale. Mi sembrava l’ennesimo scippo ai danni dei poveri: ci avevano tolto anche la fatica, per rivendercela come esperienza. La campagna della mia infanzia era necessità con addosso un paesaggio, mentre quella dei feed è un paesaggio con addosso una scelta.

    Poi, però, ho cercato di andare a fondo a questo sentimento e, forse, pure a fondo a questa tendenza, invece che liquidarla come l’ennesimo scempio. Mi sono chiesta, come faccio per ogni cosa, cosa di buono si può recuperare da tutto questo.
    Cos’ha di buono la frase “domani si va in campagna” e cos’ha di buono questo feed?

    La risposta ha a che fare con la natura e l’intreccio alla cultura della prevaricazione che affligge il tempo che abitiamo.
    La terra è l’ultimo interlocutore rimasto che non si può convincere: non risponde ai solleciti, non teme le recensioni negative, le shitstorm, le minacce, i rimborsi, non ha un servizio clienti.

    Se piove per un mese, si aspetta. Se non piove per mesi, si aspetta ancora. E aspettando si impara la differenza tra ciò che dipende da noi e ciò su cui non abbiamo margine di azione. Ci si allena, con la terra, a disabituarci a prevaricare.

    Viviamo dentro un tempo che ci ha promesso il controllo di tutto, riceviamo il pacco domani entro le tredici, pretendiamo la risposta whatsapp della nostra amica immediatamente, altrimenti quell’amica non ci vuole abbastanza bene e allora “sai che c’è? Stattene da sola, io penso a me”, pretendiamo il corpo ottimizzato, persino il meteo ridotto a notifica.
    Guardiamo con orrore e totale impreparazione l’imprevisto, ma ancor più l’imprevedibile.

    Viviamo dentro un tempo disgraziato che tratta l’attesa come un disservizio e il limite come un affronto.
    Ma un’umanità che non incontra mai un no strutturale, un no che non si può scavalcare, minacciare, comprare, recensire, diventa un’umanità che i no non li rispetta più, nemmeno quando provengono dalle persone.

    Perché la prevaricazione è una lingua, e la si impara esercitandosi su qualunque corpo: sui fiumi raddrizzati e poi sulle schiene, sui terreni spremuti e poi sui lavoratori, sulle stagioni forzate e poi sulle donne, sui figli, su chiunque abbia la colpa di non essere arrendevole quanto vorremmo.

    La terra, invece, allena all’opposto. Forse se oggi ci misurassimo ogni giorno con qualcosa che non si piega impareremmo, piano piano, a non piegare. Se accettassimo il no del cielo ci scopriremmo più capaci di accettare il no di una persona. Chi ha visto marcire un raccolto fatto a regola d’arte sa che fare tutto giusto non dà diritto a niente: e questa, che sembra una cattiva notizia, è l’inizio dell’umiltà, che è la manutenzione ordinaria dei rapporti umani.

    Non è un caso, credo, che la campagna sia l’unico posto dove la parola resa significa due cose insieme: quello che il campo decide di darti e quello che tu impari a fare.

    Sulla scia di questa sorta di illuminazione, ho riletto mio padre.

    Da bambina credevo che mi stesse rubando le domeniche e l’infanzia. Oggi credo che stesse provando, con i mezzi che aveva, quindi senza le parole, perché a mio padre le parole non le ha date nessuno, gli hanno dato le braccia, a consegnarmi davvero un’eredità preziosa, solo che forse non era la sapienza sul raccolto, era una postura.

    Forse la mia tendenza di cercare il buono in ogni anfratto non è slegato da quelle domeniche in cui, dato che il tempo doveva passare, sceglievo di cantare solo le mie canzoni preferite, le più belle che conoscevo. E così un po’ di buono c’era.

    Non guardo più con odio chi torna alla natura con il cesto di vimini e la luce giusta. Lo so che problematizzare un’estetica è facile, ben più difficile è accorgersi di quello che, sotto l’estetica, ci sta chiamando tutti. Perché forse a quella terra stiamo tornando per una ragione che faremmo bene a mettere a fuoco: per i fallimenti, e non per i raccolti riusciti.

    Per la resa.

    Vorrei che i miei figli imparassero che esiste qualcosa che non si comanda, e che si può amarla lo stesso. Anzi, che si può amare soltanto ciò che non si comanda. Vale per la terra ma vale, soprattutto, per le persone.

    Un mese fa, durante la settimana di ferie che abbiamo trascorso dai miei genitori, in Calabria, il mio compagno è andato nei campi con mio padre ogni giorno e mi sono riscoperta contenta di questo. Contenta di come sapevano coinvolgere il mio primogenito, senza l’obbligo che ha caratterizzato la mia infanzia, perché mio padre ha saputo mettersi in discussione e in ascolto, e ha imparato che si può disimparare un linguaggio.

    La genitorialità è, più di tutto, una faccenda di restituzione, alla fine. E, quando non lascia scie di distruzione, è quasi sempre un fatto commovente.

    Fuori, mentre chiudo questa newsletter, il cielo non promette niente, e va bene così.

    Domani si va in campagna.

    Cover: Foto di Yves Bernardi da Pixabay

    I residenti liberano Piazza Ariostea: ma Ferrara non cambierà a colpi di sentenze

    I residenti liberano Piazza Ariostea:
    ma Ferrara non cambierà a colpi di sentenze

    I residenti liberano Piazza Ariostea: ma Ferrara non cambierà a colpi di sentenze

    sciò. – Voce espressiva, per lo più ripetuta (sciò sciò), usata per scacciare i polli o altri animali e anche, in tono scherz., per allontanare persone (Treccani)

     

    La giunta che governa il Comune di Ferrara, guidata dal sindaco Alan Fabbri, ha fatto l’abbonamento alle sconfitte in tribunale.

    Ha perso sui criteri per fare le graduatorie di accesso alle case popolari, o Edilizia Residenziale Pubblica (qui)

    Il Sindaco ha perso contro il direttore di Estense.com, che aveva querelato per diffamazione (qui)

    Ha perso contro i residenti di Piazza Ariostea, che hanno adito il TAR in via cautelare per i pesanti disagi che il casino dei concerti provoca alla loro vita e a quella dei loro cari (qui)

    Eppure il Sindaco scrive che ha vinto, come puoi leggere qui. “The show must go on”, quindi avanti coi decibel e i pinzini.

    Non è mica vero, ovviamente. Fabbri (o il suo comunicatore) scrive che ha vinto lui perchè il TAR gli ha fatto il favore di non mandargli in vacca il restante programma del Summer Festival per il 2026, anche se ha già imposto restrizioni di volume e orario. Una scelta di buon senso, per non costringere le casse comunali a farsi carico anche delle penali da pagare agli organizzatori dei concerti. In dialetto ferrarese, si direbbe che l’usta del TAR ha prevalso sui senz’usta della Giunta, che facevano urlare le chitarre heavy metal dentro i tinelli e i timpani dei residenti fino a notte fonda. Sciò mast go on, ma dal 2027, sciò da Piazza Ariostea.

    Però, attento. Il sollievo tuo e dei cittadini che guardano la statua di Ariosto dai loro balconi, potrebbe diventare il gorgo nel quale affoga definitivamente una certa idea di Parco Urbano, almeno nella sua funzione principale di addizione verde. Il Parco Bassani infatti potrebbe diventare, oltre che la casa di aironi bianchi, garzette, germani reali, gazze, cornacchie, picchi verdi, tarabusini, rondini, balestrucci, volpi, lepri, ricci e tassi, anche la residency stabile dei jovanotti, vaschi rossi, ligabue, tiziani ferri, boss americani e ultimi italiani.

    Ho già chiarito in più occasioni (ad esempio, qui qui) cosa penso dell’idea di fare cose giganti nei posti sbagliati, e dell’importanza del senso del limite, del quale peraltro sia a destra che a sinistra si fa strame senza battere ciglio.

    Ciò premesso, concentrare i mega eventi al Parco Urbano genererebbe uno scandalo? Sarebbe l’abbattimento di un tabù? No. Non più, ormai. Ci sono grandi parchi in Europa – anche meno estesi del Parco Bassani – che ospitano regolarmente festival musicali. Aggiungo che la vulgata che mi è capitato di raccogliere sul concerto di Vasco Rossi ha parlato di un’organizzazione pressoché impeccabile.  E se il malumore maturato in Piazza Ariostea dovesse trascinarsi dietro anche la piazza Trento Trieste e la Darsena e sfociare in contenziosi, che probabilmente in punta di diritto il Comune perderebbe, avanzerebbe prepotente l’ipotesi che il Parco Bassani diventi il mega contenitore in cui far confluire tutte le mega fiere preconfezionate che questa Giunta ha deciso di ospitare.

    Intendiamoci: i residenti di zona Piazza Ariostea hanno ragioni da vendere. In genere poi, come emerge dalle sentenze già emesse, le occasioni per fare le pulci al disprezzo per le regole di questa amministrazione sono numerose, ed è probabile che non siano affatto terminate (vedi Fondazione Sgarbi o caso Amsef). Sotto questo aspetto, l’amministrazione attuale non potrebbe essere messa peggio, avendo come principale avversario in Consiglio Comunale l’avvocato Fabio Anselmo.

    Tuttavia, temo una possibile eterogenesi dei fini: da una causa vinta con le migliori intenzioni, quelle di togliersi dalla padella del frizi e magna e della baldunara notturna, si rischia di cadere nella brace di un’addizione verde che potrebbe diventare grigia, a furia di tir, cavi, inquinamento acustico e circentes.

    Il motivo è semplice: i tribunali si pronunciano su una questione specifica. Sulle conseguenze indirette di quella sentenza non sono competenti. Lì ci deve pensare chi amministra, o chi si propone di farlo. Per questo, tra le reazioni alla vittoria dei residenti di Ariostea, ho apprezzato quella del gruppo consiliare de La Comune (qui), che parla di una città non amministrabile a compartimenti stagni, il che necessita di una pianificazione degli eventi che tenga conto sia degli impatti ambientali sia delle ricadute economiche e commerciali.

    In effetti sia Ascom che Federazione Pubblici Esercizi non hanno sollevato una preoccupazione banale: l’hanno semplicemente inserita all’interno del contesto dato, quello di un’amministrazione che favorisce l’afflusso di denaro e affari commerciali nell’unico modo che conosce: ospitando eventi che richiamino in città il maggior numero di persone possibili, senza farsi troppi problemi.

    Per scongiurare il rischio che l’addizione verde di Ferrara si trasformi nella stabile residency di Michelle Hunziker e i suoi derivati, le opposizioni in consiglio comunale lascino pure a Fabio Anselmo quello che sa fare meglio: mettere all’indice gli abusi del potere. Ma non basterà: occorrerà fare un altro passo in avanti, progettare e proporre una città che faccia venire la voglia di partecipare a tanta più gente. Solo attraverso un percorso di partecipazione e coinvolgimento collettivo in una diversa idea di città, infatti, sarà possibile che quelle ventimila persone che non votano più ritrovino un briciolo di fiducia nel fatto che votare possa servire, di nuovo, a qualcosa.

     

     

    Foto di copertina tratta da wikipedia

     

    Per leggere gli altri articoli di Nicola Cavallini clicca sul nome dell’autore

     

     

     

    In difesa degli alberi

    In difesa degli alberi

    In difesa degli alberi

    di Maurizio Fantoni Minnella
    Tratto da La Bottega del Barbieri del 10 Luglio 2026 

    Nella Città Giardino – Varese, per chi non lo sapesse – il vasto e storico patrimonio arboreo che insiste su aree residenziali private viene abitualmente percepito come un bene condiviso dall’intera cittadinanza, in quanto bene monumentale, artefice di fondali urbani suggestivi, portatore di ossigeno e di ombra. In altre parole elemento irrinunciabile del paesaggio di ogni città, paese o villaggio.

    Eppure viene via via sempre più materializzandosi la convinzione che i vecchi alberi (i monumentalia come è solito chiamarli l’agronomo Daniele Zanzi, nato e cresciuto nella Città Giardino e da anni impegnato nella loro salvaguardia) siano ormai giunti al capolinea, che abbiano concluso il loro ciclo vitale e dunque la loro specifica, duplice funzione di abbellimento e di salubrità.

    In altre parole, essi verrebbero percepiti come ostili, come un vero e proprio pericolo per l’incolumità delle persone, specialmente se in prossimità di strade e viali pubblici, sia dalle istituzioni che dagli stessi cittadini privati. Ed è proprio da quest’ultima categoria che è partita recentemente una nuova, aspra polemica.

    L’annuncio dell’abbattimento di cinque cedri secolari (con più di cento anni sulle spalle), da parte del proprietario di una villa urbana in fase di vendita, ha subito suscitato l’indignazione dei cittadini più sensibili al problema degli alberi in città sfociata in una raccolta di oltre mille firme rivelatasi poi inutile: infatti, i primi due cedri sono stati scrupolosamente abbattuti con la totale approvazione dell’Assessorato al Verde Pubblico della Città Giardino.

    Lo stesso che poche settimane prima inaugurerà in gran pompa un giardino pubblico sorto sulla completa distruzione di un altro preesistente tardo ottocentesco, secondo il nuovo canone del sodalizio plastica/cemento, laddove la natura svolge un ruolo secondario, di puro decorativismo caricaturale, dove lo sport e i giochi per l’infanzia hanno sostituito la pace e il silenzio dell’erba sotto gli alberi, segnando definitivamente la morte dell’ombra come sollievo alla calura e della vera natura dei giardini.

    Un disastro annunciato, scientemente preparato e messo in atto con la complicità di funzionari pubblici compiacenti e designer sprovvisti di talento e di fantasia.

    Forte delle garanzie ottenute dalla perizia di un agronomo (peraltro non confrontata con una seconda perizia) sulla pericolosità dei cedri, il proprietario mette in atto una curiosa provocazione: egli si mostra disposto a donare i tre cedri superstiti, ma dal destino segnato, e il terreno annesso che li contiene, al fautore della raccolta di firme (reo di avere agitato le acque popolari), anch’egli agronomo di professione, con lo scopo evidente di verificare se quest’ultimo sia in grado di assumersi una responsabilità declinata dal proprietario stesso con l’abbattimento.

    Se la risposta a tale provocazione fosse il silenzio, allora avrebbe vinto il proprietario dei cinque cedri nel riuscire a dimostrare che di fronte a una responsabilità concreta, parole e firme contano assai meno delle azioni. Al contrario rifiutare in toto quella provocazione significherebbe rimandarla al mittente inchiodandolo alla propria responsabilità civica nell’abbattimento degli alberi.

    Il caso dei cinque cedri non può che ragionevolmente apparire come un pericoloso precedente per il destino vegetazionale delle città (ma ancora di più per la Città Giardino).

    Se infatti si applicasse il principio dell’abbattimento indiscriminato per ogni albero monumentale inscritto nel territorio urbano, seguendo poi la logica perversa dell’emulazione, (pubblico e privati complici del “misfatto verde”), perderemmo di sicuro una parte rilevante di natura urbana originata dallo sviluppo residenziale a cavallo tra ‘800 e ‘900, quando al corpo di villa necessitava un corredo arboreo degno del prestigio del proprietario o della famiglia.

    Per questo l’agronomo sopra citato avanza la seguente proposta: istituire un garante per la tutela dell’ambiente e del patrimonio arboreo cittadino, ribadendo come il vero tema non sia soltanto la sorte di questi alberi, ma la necessità di aprire una riflessione sul concetto di rischio zero, sulle responsabilità dei proprietari e sul ruolo che il Comune dovrebbe assumere come garante del patrimonio arboreo cittadino. Un esempio, questo, che potrebbe essere esteso all’intero paese.

    Vi è inoltre un’altra ragione, forse più sottile e sfuggente, in grado di spiegare lo stato dei giardini di vecchio sedimento, ed è una ragione estetica, oggi divenuta dominante, che potremmo definire di neo-monumentalismo. All’albero-monumento verrebbe a contrapporsi la residenza-monumento, che secondo un canone ascrivibile agli anni ’20-’40 del secolo scorso, imporrebbe l’elemento di facciata come il solo a dominare lo spazio del giardino, ossia il corpo del fabbricato civile o residenziale di cui, in tal modo verrebbe esaltata l’imponenza volumetrica.

    Sono, dunque, i nuovi designer (chiamarli architetti dei giardini sarebbe troppo generoso!) a dettare il nuovo stile prosciugato di ombra, colore e anima. Dietro la dominante del bianco e del grigio, la prosopopea dell’autorappresentazione della nuova ricchezza.

    Per quanto tempo ancora, parliamo di anni, forse di qualche decennio, la Città giardino sarà in grado di conservare la sua fama di città di giardini o ancora, di “città in un giardino”? Non lo sappiamo.

    Per altro verso, per quanto tempo le nostre città storiche potranno conservare la propria identità urbana in una società in cui il cosiddetto “capitalismo estetico” (termine usato dal sociologo Vanni Codeluppi in un suo recente volume), propugnatore di un mercato della bellezza, esteso al paradigma collettivo (l’uso strumentale degli spazi come piazze, strade, musei, luoghi di fruizione pubblica) e a quello individuale (spazi privati di abitazione), tenderebbe a uniformare gli spazi e i luoghi ritenuti “artistici” come merci?

    È già in atto un processo di questo tipo che tenderebbe a trasformare i luoghi reali in luoghi di rappresentazione nel nome di un’equivoca idea di bellezza.

    Prepariamoci ad immaginare una generazione pronta ad ammirare il falso credendolo vero, che tenderà a confondere la bellezza per il suo fantasma. E gli alberi? Saranno sempre di più comparse sbiadite in una messinscena della vita reale.

    Note

    • Vanni Codeluppi, Megamodernità, Editori Laterza, Bari 2026

    Cover: Foto di KarinKarin da Pixabay

    l'italia che resiste: la competitività dei nostri distretti industriali

    L’Italia che resiste: la competitività dei nostri distretti industriali

    L’Italia che resiste: la competitività dei nostri distretti industriali

    Nel triennio 2023-2025 i distretti industriali italiani hanno mantenuto una competitività elevata grazie alla tenuta dei dati di commercio estero, nonostante un rallentamento della crescita.

    È quanto emerge dalla diciottesima edizione del Rapporto annuale “Economia e finanza dei distretti industriali, a cura del Research Department di Intesa Sanpaolo, che offre una fotografia aggiornata dello stato di salute delle imprese distrettuali italiane.

    L’analisi dei bilanci di 22.557 imprese distrettuali mette in luce come, dopo il balzo del biennio 2021-22, il fatturato sia sceso lievemente nel biennio successivo, collocandosi nel 2024 intorno ai 343 miliardi di euro. I livelli del fatturato delle imprese dei distretti si collocano su livelli abbondantemente superiori a quelli del 2019 (+16,6%). La redditività si è mantenuta su livelli elevati, collocandosi all’8% nel 2024, solo di poco inferiore al massimo toccato nel 2023. Le stime relative al 2025 mostrano una sostanziale tenuta economico-reddituale.

    È proseguito il rafforzamento patrimoniale, con l’incidenza del patrimonio netto sul passivo salita nel 2024 al 36,6%, 2,6 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente e addirittura 6,3 punti sopra la percentuale del 2021. Il miglioramento ha caratterizzato tutte le classi dimensionali e le filiere settoriali. Le disponibilità liquide, pur riducendosi, sono rimaste su livelli elevati (pari al 9% dell’attivo): sono risorse cruciali per autofinanziare gli investimenti futuri, affrontare le incertezze e i rischi dello scenario.

    Nel 2025, al netto dei flussi del distretto orafo di Arezzo (che nel 2024 aveva registrato un balzo dell’export verso la Turchia, poi rientrato), l’export distrettuale ha mostrato un progresso del +0,9%. È poi rimasto su valori storicamente elevati l’avanzo commerciale, pari a 97,4 miliardi di euro, l’85% circa del surplus del manifatturiero italiano.

    La sostanziale tenuta dell’export distrettuale non era scontata in un contesto di grandi turbolenze e di discontinuità della politica commerciale americana. È stata premiata la prontezza delle imprese nel rivedere la geografia dell’export, cogliendo le opportunità presenti in mercati come gli Emirati Arabi Uniti, la Polonia e la Spagna, che sono i tre Paesi in cui l’export dei distretti è cresciuto di più in valore nel 2025.

    La diversificazione dei nostri mercati di sbocco potrà trarre beneficio dai nuovi accordi commerciali tra Unione Europea e Mercosur, India, Australia e Messico. In particolare, la limitata incidenza del Mercosur sull’export totale dei distretti suggerisce l’esistenza di un ampio potenziale di crescita, soprattutto per quei territori e quelle filiere che già mostrano una presenza, seppur contenuta, nell’area.

    Nel tempo è cresciuto il ruolo delle imprese di dimensioni medie e grandi. Le grandi imprese rappresentano quasi il 60% del fatturato complessivo; se si considerano anche le medie imprese si sale all’83%. Attorno a questo nucleo di aziende capofila di più grandi dimensioni sono attive numerose imprese piccole e micro.

    L’approfondimento realizzato sugli approvvigionamenti delle maison della moda evidenzia come gran parte dei loro acquisti siano concentrati nei distretti italiani della filiera, dove sono presenti relazioni di prossimità di carattere strategico (attive cioè da più tempo in modo continuativo).

    Molti distretti sono poi fortemente integrati negli ecosistemi territoriali di riferimento: sembra, ad esempio, emergere una relazione tra i mercati di sbocco del distretto delle calzature sportive e Sportsystem di Montebelluna e la provenienza dei visitatori turistici delle Dolomiti.

    È rimasta alta però la dispersione dei risultati, in particolare tra le micro-imprese. Anche in questa edizione del Rapporto si è messo in evidenza un nucleo di imprese definite champion in base alle loro performance nel periodo 2022-24: sono il 7% del totale, ben rappresentate in ogni settore e territorio. Sono molto attive in termini di internazionalizzazione e innovazione e più propense a utilizzare il cognome della famiglia nella ragione sociale.

    Emerge in particolare un gruppo di aziende virtuose, in grado di rafforzare la produttività, accrescere l’occupazione e innalzare i salari. Queste imprese, oltre a mostrare un’evoluzione di gran lunga migliore del fatturato, vedono una presenza più numerosa di realtà di medie e grandi dimensioni, forti anche di un miglior posizionamento strategico.

    L’analisi mostra con chiarezza che la presenza di giovani nei consigli di amministrazione si associa a percorsi di crescita più dinamici e a una maggiore propensione a investire in qualità, sostenibilità e asset immateriali. Il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo in cui il passaggio generazionale può rappresentare un driver di competitività.

    Il Rapporto offre evidenza dei vantaggi competitivi offerti dai distretti agli imprenditori under 35. Per le imprese giovanili operare nei distretti si associa a migliori aspettative di crescita, a una maggiore propensione all’export e agli investimenti green, a minori difficoltà di approvvigionamento e a un più agevole accesso a risorse professionali e competenze.

    Nella classifica dei migliori 20 distretti rappresentate tutte le macroaree geografiche italiane e tutti i settori ad alta intensità distrettuale, dai Dolci di Alba e Cuneo al Legno e all’arredamento dell’Alto Adige, dall’Oreficeria di Valenza, alla Meccatronica dell’Alto Adige, dai Vini e distillati del bresciano, alla Gomma del Sebino Bergamasco, fino all’Abbigliamento nord abruzzese o al Marmo e granito di Valpolicella. Spiccano le realtà del Nord-Est (che conta 9 distretti) e i distretti agroalimentari (7), seguiti da meccanica, sistema casa e moda (ciascuno con 3).

    Cover: Foto di Janusz Walczak da Pixabay

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    Viandanti a mani vuote: passeggiata nell’opera di Gilbert Kruft

    Viandanti a mani vuote: passeggiata nell’opera di Gilbert Kruft
    Un dialogo sulla vacuità delle forme

    Viandanti a mani vuote: passeggiata nell’opera di Gilbert Kruft.
    Un dialogo sulla vacuità delle forme.

    Con  il poemetto: Das kleine Bronzegedicht von Gilbert Kruft

    di Giuseppe Ferrara e Glauco Saba

    1 – Tempo e Arte

    Per inoltrarci nell’officina creativa di Gilbert Kruft, dove i luccichii bronzei delle opere dell’artista filtrano tra le persone presenti, vorrei cominciare da una famosa storiella cinese riportata da Italo Calvino nella sua  lezione americana sulla Rapidità.

    È una storiella che parla di arte e tempo e del loro rapporto così caro a Gilbert che a tale proposito diceva: «…bisognerebbe prendersi il tempo di riflettere sull’interdipendenza di questi due elementi, tempo e arte: il rapporto e l’influenza fra i due hanno per me un effetto affascinante e illuminante» [da Gilbert Kruft. Il bronzo che pensa, Catalogo a cura di A. Boschi, S. Kruft, S. Pelle, 2018].

    Ecco la breve storiella:

    «Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. L’imperatore gli chiese di disegnare un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. L’imperatore glieli accordò.

    Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto». Si parla qui di un dono che consente un’arte istantanea o di una capacità tecnica acquisita nel tempo?

    Verrebbe da dire in un unico aforisma che “numerosi sono quelli che si impegnano a preparare la rivoluzione. Rari, rarissimi, quelli che, prima di prepararla, se ne vogliono rendere degni”.

    In qualche misura, in qualche anfratto irrazionale o inconscio del mio essere, queste due cose, la storiella e l’aforisma, sono rappresentazioni metaforiche dell’Arte di Gilbert Kruft, perché hanno a che fare con il passaggio dalla rapidità all’esattezza e con il possesso di una tecnica all’altezza dell’arte.

    Il bronzo che pensa, come recita il sottotitolo del catalogo dedicato a Kruft, non può usare un linguaggio approssimativo, casuale e sbadato e, evidentemente non potrà “scegliere”, per esprimersi, un uomo approssimativo casuale e sbadato, ma qualcuno, appunto, che avesse dedicato tempo alla sua arte e arte al suo tempo.

    Infatti è ancora Calvino a ricordarci che la malattia del linguaggio – di qualunque linguaggio espressivo –  si manifesta sempre “…come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza…” come un automatismo che riduce la lingua alle sue forme più generiche, anonime, astratte, diluendo i significati e smussando le punte espressive…”, spegnendo ogni scintilla che dovrebbe sprizzare dall’incontro-scontro di un bronzo e di un uomo che pensano. Di una tecnica (Arte) e di nuove circostanze (Tempo).

    vengo dal centro
    che meraviglia! Una
    mano nuda –

    “Dopo aver guardato un’opera” –  insegnava J. Berger – “lascio il museo o la galleria in cui è esposta e mi metto a passeggiare fino a entrare nell’atelier in cui è stata creata. Parlo tra me e me e mi rivolgo all’artista che forse conosco o che non ho mai incontrato di persona. Ogni tanto c’è una visione che lascia tutti e due a bocca aperta – come capita davanti a una rivelazione”.

    È questo un percorso che i poeti viandanti i cosiddetti haijin (scrittori di haiku) conoscono bene stazionando da sempre per così dire nell’atelier dell’Artista (chiunque o qualunque cosa sia). Avverto così che quelle mani protese delle opere di Gilbert Kruft sono una rivalsa dell’aptico sull’ottico, del tocco sullo sguardo e che un “ viandante” deve ridursi, durante il cammino, a … materia plasmabile.

    la vita di un artista
    è una forma di ecosofia
    l’immersione in un’emergenza creativa
    lui diventa garante del genere,
    l’ anello di specie sconosciute
    nei tempi mancanti indietro e davanti
    e lascia in eredità l’opera presente
    che continua a farsi e sfarsi
    e che procederà dopo aver preceduto
    per rivelazioni e illuminazioni

    Scrive Gilbert: «La frase di Beuysogni uomo è un artista” si appoggia su un grave errore e su una ciarlataneria e si giustifica con il postulato di dare all’osservatore un “impulso mentale”. In questo caso è come se l’artista aspettasse che fosse il suo pubblico a realizzare o terminare la sua opera…»

    «…Qui sbagliano Beuys e i suoi seguaci perché, parlando per metafore, “ nessuno va alla Scala per cantare le arie da sé , oppure ad un’esposizione per terminare, per mezzo della provocazione artistica e grazie alla propria capacità personale, le opere esposte”…

    L’arte è la visualizzazione dello spirituale invisibile nella fattispecie per mezzo dell’artista e non dell’osservatore. Naturalmente quest’ultimo sviluppa un’attività mentale  – NdA:  direi senti-mentale – se è stimolato da un’opera, ma sarà sempre l’intensità e la qualità formale dell’espressione artistica a condizionare questa attività».

    Ed è qui che facciamo il nostro incontro con “quel campo di tensione”, direi quel vuoto quantistico pieno di tutto:  di contrasti tra lineamenti, forme, proporzioni e strutture che aspettano “solo” di essere armonizzati. È questa comunicazione di contrasti che mi ha toccato!

    Ed è vero, non è l’osservatore a “continuare le opere” ma è l’artista che continua a toccarci e a plasmarci attraverso la sua poiesis. A mani nude o, se preferite, a mani “piene” di una moltitudine di contrasti in cerca di armonizzazione e, quindi, di fatto, a mani vuote.

    2 – Guardare. Toccare

    La parola aptico deriva dal greco haptikós  che significa “capace di toccare”, dal verbo háptō, “tocco”. Indica la capacità di venire in contatto con “qualcosa” (soltanto solido? Mah!) e che conosciamo tutti facendo uso di quel “tocco” ogni giorno, più volte al giorno, usando la tastiera di un PC o di uno smartphone.

    L’aptico è una funzione della pelle e costituisce il mutuo contatto tra noi e l’ambiente: quel tocco riguarda un riconoscimento attraverso il tatto o se si vuole di una conoscenza che si coglierebbe non attraverso un processo di osservazione a distanza, ma per immersione

    nel vecchio stagno
    una rana si tuffa
    rumore d’acqua
    [M. Bashō]

     L’atteggiamento aptico è trans-sensoriale essendo un sentire/pensare (per questo un senti-mento) complessivo e unitario. Tuttavia poiché noi occidentali siamo portati culturalmente a narrarci e narrare per opposizioni duali, può essere utile evidenziare le differenze “metaforiche” tra tattile e retinico anche perché il pensiero occidentale ha quasi sempre utilizzato la visione come… misura delle cose in senso analitico e oggettivo.

    Nella ricerca di una conoscenza oggettuale (si pensi alle serie scultoree di Kruft intitolate: Le tre forme del respiro umano o Le tre forme dell’ego e quelle dell’identità), il “gusto ottico”, quasi automaticamente, isola e analizza gli elementi secondo un metodo riduzionista e grazie all’ “educazione” estetica dell’osservatore. Il “gusto aptico”, invece, percepisce il processo lungo il quale emergono tutti gli elementi (interni e esterni) quali possibilità non isolate o isolabili.

    Aptico è un’attitudine complessiva al percepire con; è un modo di sentire/pensare integrale che cresce e si sviluppa , istante dopo istante, e che chiamiamo esperienza: partecipazione a ciò in cui siamo immersi e viviamo in modo da corrispondervi. L’aptico è così una postura nei confronti del mondo, sensibile e mentale, che si impegna ad avvicinare ogni dualismo polare fino a mostrarne l’illusorietà.

    La Depressione, l’Euforia e l’Equilibrio delle Tre forme del respiro umano sono anche il dubbio (l’interrogarsi), la passione (il bruciare), la calma (il “riflettere”). Percepire in modo aptico significa quindi accostare i processi, sentirli-pensarli, prima della loro scissione duale. Il bronzo dubita perché è depresso e viceversa: è depresso perché dubita! Il bronzo brucia perché è freddo. Il bronzo riflette perché è opaco. E viceversa. E viceversa.

    E noi dubitiamo, bruciamo e “riflettiamo” … con il bronzo.

    In questo senso la proposta dell’aptico va così molto al di là dell’idea di un “tatto oltre la mano”, un’ idea che invece è sostanziale al gusto ottico inteso quale spazio in cui l’occhio tocca ciò che vede. Il gusto aptico si sente mentre si gusta, l’opera la tocchi mentre ti tocca, in altri termini è una partecipazione consapevole a entrambi i processi di “produzione”: quello dell’artista e quello dell’osservatore.

    Camminando a mani nude
    traccio un percorso e procedo
    e precedo per tracciare un percorso.

     Sento il paesaggio che mi attraversa
    quello che formo passando,
    l’osservo e mi osserva.

     Vacuità nella vacuità
    Si svuota quello che si riempie
    Converge tutto ciò che emerge

    Gilbert stesso sembra rivelarci da dove provenga questo gusto aptico della e per la sua opera: «A un interessato amico dell’arte è da consigliare lo studio della nostra società, cominciando da sé stessoL’arte è una necessità interna dell’uomo, come la sua sessualità. È una forza troppo elementare per essere condizionata a lungo termine dal di fuori, sia dal mercato che da un’ideologia politica…

    Come la nostra società vive sempre più intensamente nel e per mezzo del momento,… io non avevo più bisogno di oggetti trovati ma riscoprivo la già studiata anatomia muscolare. In essa trovavo quella ricchezza della forma libera che mi permetteva qualsiasi combinazione desiderata, con una naturalezza sorprendente nell’espressione corporea accompagnata dalla precisione della forma pura, che mi permetteva [cioè] un elemento essenziale nella scultura: l’estetica»

    Ed è con questo vocabolario aptico, l’umana lingua corporea, che Gilbert si è concentrato e ha scritto su quello che lo interessava di più, nel profondo: la parte irrazionale dell’uomo, quella immateriale.

    Chiamiamola pure, spirito. O, se preferite, inconscio. E se la chiamassimo vuoto?

     3 – Substantia e Sūnyatā

    Lo haiku è una poesia costruita intorno alla ‘vacuità’, al vuoto: un vuoto che permette la sua concentrazione. Se nel mondo occidentale il vuoto è stato identificato con il nulla, nel mondo cinese e giapponese corrisponde invece a quella parte assente che permette al pieno di esistere. È un elemento fondante per tutta la cultura giapponese: è la parte interna ed esterna della tazza da tè che ne permette l’esistenza e la funzione; è lo spazio bianco della pagina che riempiamo con l’inchiostro in calligrafia; è lo spazio sottratto dalla presenza di una statua.

    Il vuoto, nello haiku, è silenzio.

    Si capisce da qui che per parlare di vuoto bisogna ricorrere alla… sostanza che è di certo il concetto fondamentale del pensiero occidentale. Il verbo latino substare (letteralmente stare sotto) da cui deriva substantia, significa anche resistere, sostenere. Stare viene inoltre usato nel senso di ritenersi, affermarsi tenere testa. Le parole stato, statua appartengono alla stessa famiglia linguistica e derivano più propriamente dal greco stasis  che non significa solo “stare”, ma anche rivolta , insurrezione, conflitto, discordia e partito.

    Qualunque sostanza, anche il bronzo quindi, pensa perché “parla” e parla perché “pensa” e lo fa attraverso un movimento di separazione e distinzione. La sostanza infatti non è concepita per un’apertura ma per una chiusura.

    Sūnyatā (in sanscrito: vacuità) è il concetto centrale del buddhismo e per molti aspetti è opposto a quello di sostanza. Sūnyatā indica un movimento di espropriazione, svuota cioè chi o cosa si ostina a restare chiuso/a in sé stesso/a. Nel campo della vacuità nulla si condensa e permane in una massiccia presenza: le forme presenti emanano una singolare assenza.

    Le figure di Gilbert Kruft paiono ritirarsi nell’infinita vastità di uno sfondo e, come si sa, l’inversione figura-sfondo è l’arbitro unico della percezione umana.

    Nessuna opera di Gilbert manifesta qualcosa di definitivo. Niente si impone; niente si delimita, si chiude in sé. Chi osserva si ferma (e si afferma) perché la statua comincia a fluire: bronzo e sangue si abbracciano.

    hanno spogliato
    statue colonne marmi
    il cuore è nudo

    In un famoso sutra di Dōgen  si parla di un singolare paesaggio del vuoto in cui azzurre montagne scorrono. Nella sua tecnica artistica, la fusione  a cera persa, Gilbert ha a che fare molte volte con il vuoto e quindi un discorso sulle sue statue che scorrono, parimenti alle montagne di Dōgen, risulterebbe metaforico solo sul piano del pensiero sostanzialistico occidentale.

    In effetti la statua non cammina come un viandante (o un visitatore dell’atelier) ma la statua è il visitatore, il viandante. Sul piano della vacuità ogni opera di Gilbert non si chiude ostinatamente in sé stessa (in modo sostanzialistico), ma cammina con il … viandante. Persino nel viandante perché è il viandante.

    Come ammonisce Dōgen “…solo un uomo dall’intelligenza grossolana dubita che “le azzurre montagne camminano”. Ed è solo per un’ inadeguata  esperienza che restiamo stupiti per l’espressione “montagne che scorrono” o per quella di “statue che toccano” o che cantano, fanno sesso, dubitano. Statue che affermano chi sono per affermare chi siamo e continuano a parlare nel silenzio come fanno gli haiku.

    Le statue che toccano di Gilbert, come le montagne che scorrono di Dōgen, rappresentano una visione ordinaria della vacuità, in cui le cose stanno fra loro in un rapporto di reciproca compenetrazione.

    Si potrebbe dire: il vuoto è lo strato profondo, l’invisibile spazio di respiro delle forme. Il vuoto le immerge in una specie di assenza. Ma questa assenza fa emergere il vuoto, convergendolo in presenze singolari quali montagne o statue. Il vuoto è dunque forma.

    Il centro cavo del “bronzo”, quindi, la sua vacuità non è un semplice risultato. Non si tratta cioè del fatto che le pareti della scultura lascino un vuoto, precedentemente pieno di cera, inteso come un luogo non occupato da nulla. È piuttosto il vuoto a far nascere intorno a sé le pareti.

    Il vuoto è, per così dire, più antico delle pareti. Il vuoto è quest’ “anima originaria” così remota e precedente a tutto ciò che è senza precedenti persino al tempo e allo spazio, alla luce e al buio, al silenzio e alla musica. È un’anima che si irraggia nella figura e che… figura nell’irraggiamento di un arte sapiente, quella che disegna il granchio perfetto di Chuang-Tzu; quella che scrive l’haiku perenne di Mātsuō Bashō.

    Un’arte che riempie il…  vuoto di Gilbert Kruft, il vuoto dei viandanti. Un’Arte che (ci) riempie tutti di Tutto.

    Das kleine Bronzegedicht von Gilbert Kruft

    a Sandra Kruft Zanotti

    Tra tutte l’arti non ne conosco altre
    Della più nobile che richiede il fuoco
    Invito alla lotta fra sostanza e forma
    L’ardore che riaggrega rame e stagno
    Che ogni corpo cavo dalla cera svuota
    E in me riunisce Giove e il dio Vulcano.

    Naturale è l’artificio umano
    E son, per mio artificio, naturale.
    Deus sive natura: è tutto qua.
    Se blue eyes Oppy è figlio delle stelle
    La stella è figlia di cotanto figlio
    La vita fonde genesi e il suo fine.

    Le prime leghe bronzee persiane
    Conservano il tempo nelle forme
    E fissano i regimi dei cronotopi
    A istituire, dopo la pietra, l’ Età
    Prima del ferro sorta in ogni dove
    A Creta, in Cina, Accadia e India.

    Raffinati tripodi d’arte fusoria,
    Versatoi della dinastia Shang,
    Ricoperti dalla patina agognata
    Da antiquari cinesi d’Era Volgare
    Le fibbie, gli ornamenti d’Odisseo
    E degli eroi della Grecia omerica.

    Fu mutata nelle forme l’arte antica
    Con le sedie, gli sgabelli e i candelabri,
    D’ Ercolano e di Pompei, salvati dal Vesuvio
    Come il mare di Riace salvò i suoi Bronzi
    E poc’altro sulle coste di Cutro e loro dintorni.
    A censire, Plinio il Vecchio arrivò primo

    Le specie di metallifere effusioni
    Dalle deliache passando alle corinzie
    A quelle tirreniche ed eginetiche
    Bronzo che scorre solo nel fuoco
    E per l’ardore si presta ad animare
    Il corpo cavo di qualunque forma.

    Reco e Teodoro dall’isola di Samo
    Casa d’Apollo e del quadrato d’oro
    Furono i primi alchimisti e maghi
    A transitar dal fuoco riverberi di rame
    Di stupore celeste incandescente
    Simili a lapilli in festa sotto cieli stagni.

    E nella Schedula diversarum artium
    Il monaco Teofilo versò il vocabulum
    Per tradurre fiamme in stelle fisse
    Le rinomanze in onoranze e grazie
    Opere di piccolo formato crebbero
    S’aprirono portali oltre i celesti spazi

    Grazie ad ante mirabili di Duomi e Battisteri
    Lievi come ali spiegate a cogliere
    Intramontabili tramonti e illune notti
    Riflessi su sbalzi d’aureole e d’ali d’angeli
    Dalla punta della spada di Perseo
    Alla punta dei rettili ricciuti di Medusa.

    Fu la fusione della cera a ing(e|o)losire il bronzo
    Paradossale effetto del tenero sul duro
    Della vacuità di un fiore sulla terra cotta
    Di opere sottili e vuote su altre supponenti e piene
    Così che allo spogliarsi della sostanza
    Si rivestiva nuovamente un cuore

    Le mani che stai osservando sono le mie
    E ciò che tocco senza vedere è quella cera
    Che modellavo e ricoprivo secondo forma
    Con un sottile strato di terra riluttante
    Tapas – l’ardore – il tempo, la temperatura
    Fanno il resto: la cera è persa, la terra indura!

    Ecco che il vuoto prima del cronotopo è pronto
    Per fare posto alla fusione di pensiero e bronzo.
    Ad ardore spento e tempo ritrovato
    Lo spessore del vacuo in sostanza viene dato
    E tiene testa, s’erge, si ferma e sta su ciò
    Che l’ha creato e su chi, come te, fermo l’osserva.

    Tutto quello che abbiamo è questo:
    Un tocco che umanamente plasma
    La cera dell’emozione e lesto la riveste
    Del sentimento annidato nelle menti
    Siamo solo viandanti a mani vuote
    In attesa di una fiamma che ci affermi.

    In copertina: Museo Kruft, Bologna – immagine libera da diritti

    Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

    Se io fossi un segno di punteggiatura, quale vorrei essere?

    Se fossi un segno di punteggiatura, quale vorrei essere?

    Le voci da dentro /
    Se fossi un segno di punteggiatura, quale vorrei essere?

    di Giampiero

    “Quando scrivo mi sento vivo, mi sento libero” è la scritta che c’è sopra una stanza nell’area pedagogica del carcere di Ferrara dove facciamo gli incontri di redazione di “Astrolabio”, il giornale del Carcere di Ferrara. Il nostro giornale. I primi anni che frequentavo la redazione, quell’espressione mi suonava strana poi, leggendo i vari testi delle persone che ho conosciuto, ho capito meglio cosa poteva rappresentare la potenza della scrittura per una persona ristretta: una testimonianza, una riflessione, un racconto, una liberazione, un’immagine, un guardarsi dentro, un mettersi a nudo, un volo fuori.
    Ci sono vari modi di scrivere per raccontarsi e quello che ha scelto Giampiero è originale e creativo. Troverà sicuramente spazio all’interno della rubrica “Fantasia tra le sbarre” che inaugureremo a partire dal prossimo numero di Astrolabio ma ora lo anticipo in questa rubrica.
    (Mauro Presini)

    Beh, io non vorrei mai essere un punto che chiude il discorso, non consente il confronto e chiude la bocca all’interlocutore: “punto e basta!”
    Il punto è arrogante, saccente, autoreferenziale e presuntuoso.
    È la negazione assoluta dell’empatia dell’inclusione, è antisociale e ragiona sulla base di preconcetti che lui considera assiomi.

    Per il punto tutto è bianco o nero, non esistono sfumature, né possibilità che lui sia in errore: impossibile! In sintesi, il punto è la quintessenza della stupidità umana, convinta del proprio sapere, quella porzione di società umana che non capirà mai l’importanza di avere coscienza, quella di riconoscere i limiti del proprio sapere, né comprenderà mai il concetto del sapere di non sapere che stimola l’intelletto a ragionare fuori da schemi preconcetti.

    Io dunque non vorrei mai essere un punto ma nemmeno vorrei essere una virgola: povera virgola di cui pochi avvertono la presenza, scambiandola spesso per uno scarabocchio accidentale, ma ancora meno persone fruiscono dei suoi servigi. Ora poiché le lettere si scrivono al computer, la virgola crea un nuovo imbarazzo anche ai pochissimi che ne comprendono l’importanza: eh sì, perché subito sorge il dubbio su dove va a posto lo spazio (sempre che uno spazio debba esserci): prima della virgola? Dopo la virgola? Sia prima che dopo? No, questo viene escluso quasi sempre perché attribuisce alla virgola un’evidenza eccessiva, un’importanza che nemmeno il punto ha.
    Mai e poi mai vorrei essere un punto virgola, un ibrido, né carne né pesce, un soggetto misconosciuto e più. Il lettore arriva lì e si ferma indeciso, non comprendendo il senso di quel segno così anomalo e allora fa finta di nulla e procede come se non ci fosse alcuna punteggiatura e pensa “la prossima volta questo qui si decide e sceglie o punto o virgola”, anziché un simile trespolo e poi perché non virgola punto?

    Poi c’è il professore, maestro di tuttologia: il duepunti!
    Fulgido esempio di pubblica utilità, il duepunti dissipa ogni nostra ignoranza! I
    n un brano leggiamo termini complessi come “onomatopeico”, “organolettico” o “ipocondriaco”? Nessun problema: subito a seguire troviamo il dotto duepunti che ci svela l’arcano significato.

    Io però non vorrei essere nemmeno il duepunti perché spesso si lascia fuorviare dalla consapevolezza della propria cultura e capita che scambi una sua interpretazione o un’opinione soggettiva per verità assoluta. E così anche se tutti si accorgono del duepunti, molti lo guardano con sospetto, temendone capacità affabulatorie.
    Restano il punto interrogativo e quello esclamativo, fra i quali oscilla la mia personalità. Vedo nel punto interrogativo l’esplicita manifestazione di curiosità intellettuale, virtù che vorrei possedere: mi piacerebbe davvero riuscire a stimolare le mie sinapsi continuamente, ponendomi sempre nuove domande su tutto lo scibile. Il punto esclamativo d’altronde rappresenta il mio animo entusiasta e la mia indole empatica: mi piacerebbe coinvolgere tutti in ogni processo cognitivo che appare interessante e potrebbe essere fonte di maturazione intellettuale. A qualsiasi livello.

    In conclusione, penso che dovrò coniare una nuova punteggiatura: il punto interrogativo esclamatorio?!

    Fantasia tra le sbarre

    Immagine di copertina e nel testo realizzate con un software gratuito di intelligenza artificiale da Mauro Presini.

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    Per certi versi / Scegli una mia parola e mettila in tasca

    Per certi versi /
    Scegli una mia parola e mettila in tasca

    Scegli una mia parola e mettila in tasca

    Scegli una mia parola e mettila in tasca

    Come una castagna contro il raffreddore

    Come una conchiglia per riascoltare il mare

    Un sasso, per fermare i fogli

    Una pigna, da decorare per Natale.

     

    Prendi, dai… Metti nella tasca una mia parola

    Conservarla. Non farla morire

    Serve a me, per non scomparire

    Che certi giorni il silenzio mi impaura

    Tienila tu, abbine cura.

     

    (Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

     

    In copertina: Foto di Emanuela Caiello da Pixabay

    Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

    Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo

    Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo

    Il libro prima del libro:
    quando la polemica decide ciò che leggeremo

     Il caso esploso intorno a Michele Mari durante il tour del Premio Strega contiene almeno due questioni diverse, che sarebbe opportuno non confondere. La prima riguarda alcune frasi su Michela Murgia attribuite allo scrittore durante un trasferimento dei finalisti verso Bisceglie, in Puglia. Secondo la ricostruzione apparsa sulla stampa, Mari avrebbe collegato l’intransigenza pubblica dell’autrice anche al suo aspetto fisico. Teresa Ciabatti, presente alla conversazione, avrebbe reagito duramente. Mari ha negato di aver definito Murgia «brutta», pur scusandosi per le parole che potevano avere ferito Ciabatti e offeso la memoria della scrittrice.

    La seconda questione, forse più ampia, riguarda ciò che è accaduto dopo: per alcuni giorni non si è parlato del romanzo di Mari, ma della possibilità che il suo autore fosse escluso dal premio.

    La Fondazione Bellonci ha preso le distanze dalle espressioni riportate dalla stampa, affermando che ogni parola denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone sono incompatibili con lo spirito del Premio Strega. Ha poi confermato la permanenza del libro nella sestina finale, precisando che il regolamento non consentiva di escluderlo nelle circostanze contestate.

    È una posizione ragionevole, ma non risolve del tutto il problema. Anzi, lo rende più evidente.

    Possiamo ancora separare un libro dal comportamento del suo autore? E soprattutto: lo facciamo davvero?

    In teoria un premio letterario dovrebbe giudicare la qualità di un’opera: la scrittura, la costruzione narrativa, la lingua, la capacità di interpretare il proprio tempo o di sottrarsi ad esso. Non dovrebbe premiare il carattere più gradevole, l’autore più irreprensibile o la biografia più conforme ai valori dominanti.

    Un grande romanzo può essere scritto da una persona discutibile; una persona moralmente esemplare può produrre un libro mediocre. Confondere i due piani significa trasformare la critica letteraria in una certificazione etica.

    Eppure il mercato editoriale contemporaneo sembra procedere nella direzione opposta.

    Prima ancora che un libro arrivi nelle mani dei lettori, viene costruito tutto ciò che dovrà circondarlo: la storia personale dell’autore, il suo posizionamento politico, le dichiarazioni pubbliche, la presenza sui social, le amicizie, le polemiche, persino le avversioni.
    Il libro non è più soltanto un testo. Diventa il punto terminale di una narrazione precedente, spesso più efficace e immediatamente spendibile di quella contenuta nelle sue pagine.

    È il libro prima del libro.

    Il lettore viene raggiunto da una quantità di giudizi preliminari. Gli viene detto che l’opera è necessaria, scandalosa, coraggiosa, divisiva, destinata a suscitare discussioni. Gli viene suggerito da quale parte collocarsi prima ancora di averne letto la prima riga. Il romanzo arriva quando il processo è già cominciato: preceduto da fascette, anticipazioni, interviste, classifiche, recensioni ravvicinate, controversie e appartenenze editoriali.

    Il caso Mari rende questo meccanismo particolarmente visibile. Le parole attribuitegli possono essere legittimamente giudicate gravi, senza che sia necessario minimizzarle in nome dell’autonomia dell’arte. Ma un conto è criticare quelle parole; un altro è stabilire che debbano produrre automaticamente la squalifica del romanzo. La prima è una valutazione pubblica e morale. La seconda trasformerebbe il premio in un tribunale chiamato a decidere quali comportamenti siano compatibili con la partecipazione a una competizione letteraria.

    Dove dovrebbe passare, allora, il confine? Una frase offensiva comporta l’esclusione? Un’opinione politica controversa? Un comportamento privato? Una vicenda giudiziaria? E chi dovrebbe esercitare questo potere: l’organizzazione del premio, la giuria, l’editore, i lettori?

    Il rischio è che si affermi una forma di selezione preventiva nella quale il valore dell’opera diventa soltanto uno dei criteri, e non sempre il principale.

    Lo scrittore è chiamato a offrire, insieme al libro, una figura pubblica riconoscibile e rassicurante. Deve rappresentare qualcosa, incarnare una posizione, occupare uno spazio mediatico. Non basta più scrivere bene: occorre essere narrativamente presentabili.

    Naturalmente non esiste un diritto dell’autore a essere sottratto alle conseguenze delle proprie parole. Chi interviene pubblicamente accetta di essere discusso, contestato e persino abbandonato dai propri lettori. Ma la libertà del lettore di non acquistare un libro è diversa dal potere di un’istituzione culturale di espellerlo da una competizione. Nel primo caso agisce una coscienza individuale; nel secondo si stabilisce un precedente e si introduce, anche senza volerlo, un criterio di ammissibilità morale.

    La decisione della Fondazione Bellonci non assolve Michele Mari, perché non era questo il suo compito. Riconduce però la questione al terreno sul quale un premio dovrebbe esercitare la propria funzione: le opere.

    Saranno i giurati a stabilire se I convitati di pietra meriti di vincere (alla fine Mari risulterà vincitore, n.d.r.). Potranno essere influenzati dalla polemica, come inevitabilmente accade a ogni essere umano, ma formalmente dovranno pronunciarsi sul romanzo.

    Resta una domanda più inquietante. Dopo tutto ciò che è stato scritto, quanti leggeranno davvero il libro senza avere già deciso che cosa pensarne?

    È forse questo il punto più fragile della cultura contemporanea. Non la mancanza di libri, ma la difficoltà di incontrarli prima che siano ricoperti dalle opinioni degli altri. Non l’assenza di giudizio, ma il suo anticipo. Leggiamo opere che ci arrivano già condannate o consacrate, accompagnate da una reputazione che finisce per sostituire il confronto con la pagina.

    Il libro dovrebbe venire prima. Sempre più spesso, invece, arriva per ultimo.

    Cover: Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026 con il romanzo “I Convitati di Pietra” – foto su licenza Wikimedia Commons

    Per leggere gli articoli, le poesie e i racconti di Francesco D’Angiò clicca sul nome dell’autore.

    Presto di mattina. Scrivere, un atto di svelamento e di verità

    Presto di mattina /
    Scrivere, un atto di svelamento e di verità

    Presto di mattina /
    Scrivere, un atto di svelamento e di verità

    In occasione del centenario di fondazione della Libreria Editrice Vaticana, papa Leone in continuità con il pensiero di papa Francesco, ricevendo un gruppo di poeti e romanzieri di tutto il mondo, ha ricordato che c’è bisogno degli scrittori, della loro immaginazione per creare «spazi di libertà e di autenticità».

    «Scrivere — nel modo in cui voi lo fate — è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. “La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere” (Magnifica humanitas, 25). Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti».

    Scrivere un gesto di umanità

    «Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità… Nelle letterature si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: “Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.S. Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità.

    Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia” (Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, 34)».

    Il profilo della verità è un mosaico

    Chi scrive storie, narra di personaggi, si immedesima in essi, libera le emozioni, le fa condividere, mostra prospettive, soluzioni a problemi, percorsi che smascherano atteggiamenti di disumanità: «In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera».

    Scrivere, nello scavo d’umanità, ci fa prossimi del mistero

    «Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie. «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» (Liberi sotto la grazia, Città del Vaticano 2026, 83)».

    Su questo sentire insieme con gli occhi dell’altro, chi scrive cerca la profondità dell’altro e lo svela. Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo, scrittore, saggista, regista, presente all’evento, ha detto: “Ciò che mi ha colpito nel discorso di Leone XIV sono stati due punti: l’empatia e il mosaico. Ci ha detto che, credenti o meno, siamo artefici dell’empatia, poiché scrivere una storia significa incarnare una moltitudine di personaggi e avvicinare il lettore a tutti questi personaggi. E quindi, scrivere significa avvicinarsi agli altri, significa renderli vivi e prendersi cura di loro”.

    La seconda immagine che si è fissata nella mente del noto autore è quella del mosaico: “Uno scrittore mette insieme piccole pietre come in un mosaico per creare un grande disegno, che è un romanzo o un’opera teatrale. E in effetti, ciò che conta per noi sono le relazioni, mostrare le relazioni in una storia. E così ci ha mostrato che il cuore di ciò che facciamo è, in fin dei conti, in totale sintonia con il Vangelo. Ne sono rimasto toccato, illuminato, e penso che anche uno scrittore non credente si riconosca in questo discorso”.

    Attraverso la scrittura un percorso che aiuta a riconciliarsi

    Così pure lo scrittore e romanziere Assaf Gavron (in italiano: La mia storia, la tua storia, Mondadori 2009) che ha raccontato il confitto tra israeliani e palestinesi in diverse opere ha commentato: «Il discorso mi è piaciuto molto. Mi ha reso orgoglioso di essere uno scrittore. Di avere l’opportunità di diffondere la verità e parlare dei lati positivi della natura umana.

    Io faccio quello che posso per diffondere la mia verità, umanità e pace. Gli scrittori scrivono ciò che vogliono e non sono automaticamente rappresentanti di qualcosa. Ma allo stesso tempo hanno la possibilità di avere un’influenza. Specialmente in zone di conflitto, come quella in cui vivo, scrivere libri è un modo di promuovere la comprensione reciproca. Di spingere per la riconciliazione».

    La verità si dice in molti modi

    Così è pure l’essere, secondo Aristotele: si dà e si dice nella pluralità. A me sembra allora che la forma della verità sia simile all’arcobaleno: dall’interazione dei raggi solari con le gocce d’acqua si ha una scomposizione e dispersione della luce, una rifrazione secondo le differenti frequenze d’onda, così da incolore essa diviene una scala multicolore che va dal violetto al rosso.

    La verità, come la luce, è un dono per tutti coloro che l’accolgono in quanto tale, e se la paragoniamo alla luce la scopriamo una e molteplice; siamo ogni volta stupiti al rivelarsi del suo differente, cangiante e incredibile cromatismo, un cono di luce che poi dalla dispersione passa ad una successiva unificazione, così nella scrittura si rifrange e si raccoglie pure tutto lo spettro dei colori e delle verità d’uomo nell’iridescente segreto della loro unità.

    Spesso per scorgere l’arcobaleno della verità bisogna prima aver attraversato una tempesta, l’oscurità della lotta, umiliati dall’inganno e dalle sue manipolazioni. E se ci si avvicina troppo, per afferrarlo, per possederlo, esso scompare. Come l’arcobaleno la verità all’improvviso ci attira, ci stupisce ogni volta tanto che sentiamo l’insopprimibile bisogno come quando vediamo l’iride, di gridarla a tutti dalle finestre e dai balconi, dai tetti in giù.

    Chi è uno scrittore? “Un uomo che vive e fa vivere la verità”

    «Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità …» (Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, Mondadori, Milano 1985, 117).

    E così non ho potuto fare a meno di pensare, tra gli altri, a Leonardo Sciascia, al suo modo di intendere la verità, e grazie al libro intervista della giornalista francese Marcelle Padovani La Sicilia come metafora, Mondadori, del 1979, ho avuto l’opportunità di uno sguardo insieme panoramico e sintetico della sua opera letteraria.

    Vi si scopre come la letteratura possa diventare uno strumento di critica impietosa, senza sconti del potere in tutte le sue forme e collusioni, anche religiose. L’Isola diventa come una lente d’ingrandimento per interpretare le derive della democrazia, della giustizia e dell’oppressione. Il lavoro dello scrittore come smascheramento dell’ambiguità tra potere e illegalità, e le logiche mafiose che non restano confinate localmente, ma si allungano come tentacoli di piovra in tutto il paese.

    «C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno.

    Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose», (ivi, 78).

    L’ottimismo della scrittura

    Certamente Leonardo Sciascia fu segnato da pessimismo ereditato dalla sua terra, ma vissuto con lucidità e razionalità, sfiducia per l’immobilismo dello status quo così da rendere incerto, lontano un futuro; amarezza anche per la continua e dilagante corruzione generativa di immobilità omertosa, di stupidità e menzogna istituzionali.

    Ma in lui non vi fu un atteggiamento rassegnato. Da Moravia aveva preso l’espressione “ottimismo della scrittura”; il vero pessimismo sarebbe stato, per lui, rinunciare a scrivere, smettere di denunciare anche con storie del passato per smascherare le trame ancora attuali; uno scrivere di sopraffazione per risvegliare e far vivere gli altri. Un consumarsi scrivendo (vivir disviviendo). Questo il suo impegno civile di denuncia affidato ai lettori, che attende un riscatto d’umanità.

    Una metamorfosi: dalla “scrittura-inganno” alla “scrittura-verità”

    La verità dello scrittore è il titoletto che nel libro intervista introduce una serie di domande sul suo modo e sul senso dello scrivere di Sciascia e le sue fonti.

    «In casa mia si è sempre respirato un infinito rispetto per le cose della scrittura, un rispetto e una paura tipici del mondo contadino. Per il contadino, la scrittura non è forse per forza di cose inganno, impostura e falsificazione? Amo ricordare un indovinello che dice:

    “Bianca campagna, nera semenza, l’uomo che la fa, sempre la pensa”. La “bianca campagna” è il foglio di carta, la “nera semenza” la scrittura, “l’uomo che la fa” chi scrive e che deve sempre star sul chi vive pensando a quel che scrive, a quel che ha scritto. Si tratta di un indovinello della mia regione il cui vero messaggio è in realtà questo: la scrittura è importante per chi sa farla, ancora di più per chi non la sa fare, non la sa vedere, non la sa leggere.

    Dalla scrittura-inganno qual era per il contadino e qual è stata per me stesso, sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è…

    Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che sì dicesse: “Ha contraddetto e si è contraddetto”, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante “anime morte”, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano» (ivi, 87-88).

    «Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità»

    In Sciascia la ricerca della verità prese le distanze dal concetto di letteratura impegnata (intervista di James Dauphiné); era più legato alla concezione illuministica che a quella umanistica. Sono verità e giustizia dell’illuminismo giuridico che nella sua narrativa di denuncia vengono declinandosi per raccontare la verità. Dire la verità è gesto etico rivolto a smascherare la menzogna, perché attraverso di essa venga per contrasto alla luce il vero, e attraverso l’uso del paradosso, della finzione e dell’ironia s’intravveda l’inganno dietro le maschere del potere.

    Lo scrittore Leonardo Sciascia non ha visto nel potere qualcosa di diabolico, ma l’ottuso avversario della libertà dell’uomo, e il suo lavoro di scrittore come una lotta per liberare la verità: «Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità» (ivi, 84).

    Per questo, nel suo impegno di scrittore, egli si è adoperato affinché «all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia… Vorrei fondare, o veder fondare, uno stato democratico capace di attuare la Costituzione. Allora sì che potrei patrocinare un movimento: lealista costituzionale. Perché la Costituzione italiana ha forse qualche difetto, ma rappresenta la miglior carta delle libertà che il popolo italiano abbia avuto finora» (ivi, 116-117)

    “La Sicilia, il suo cuore”, 1952

    In questa poesia giovanile Sciascia dipinge tutto l’amore e l’amarezza, l’attaccamento e la tormentata solitudine per la sua terra. Al dinamismo del quadro di Chagall Moi et le village (Io e il villaggio) affollato di figure, che l’ha ispirata, corrisponde l’immobilismo di una terra desolata, colta come da uno sguardo perso nel vuoto, senza orizzonte. Non una memoria che ridesti nostalgie, ma la fissità e un’asprezza dei luoghi che si trasmette anche alle nuvole addensate e rapprese come bianco caglio, che rispecchia il volto del suo paese Racalmuto.

    Corvi e pioggia, un comune destino di digradante apatia; autunno senza vendemmia; la filigrana dei rari alberi come incisi su greti amari; il nero delle stoppie graffia la luce, riverbero oscuro di una miseria economica, culturale, religiosa in quel suo tempo; un silenzio incrinato dalla paura che divora ogni gemito nel suo affiorare, subito lo sprofonda nel melmoso cuore delle fonti.

    Così la verità non sta nel racconto di un’isola culla dei miti mediterranei: la dura e cruda realtà sociale della sua terra è la verità orfana di ogni consolazione, ma non di uno scrittore.

    È qui il poeta, ascolta e scrive; ascolta la sua Sicilia com’essa qui ascolta la sua vita.

    «Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
    dentro l’immobile occhio del bue.
    Non un lento carosello di immagini,
    una raggiera di nostalgie: soltanto
    queste nuvole accagliate,
    i corvi che discendono lenti;
    e le stoppie bruciate, i radi alberi
    che s’incidono come filigrane.

    Un miope specchio di pena, un greve destino
    di piogge: tanto lontana è l’estate
    che qui distese la sua calda nudità
    squamosa di luce – e tanto diverso
    l’annuncio dell’autunno,
    senza le voci della vendemmia.

    Il silenzio è vorace sulle cose.
    S’incrina, se il flauto di canna
    tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.

    Gli antichi a questa luce non risero,
    strozzata dalle nuvole, che geme
    sui prati stenti, sui greti aspri,
    nell’occhio melmoso delle fonti;
    le ninfe inseguite
    qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
    non nutrirono frutti agli eroi.

    Qui la Sicilia ascolta la sua vita.»
    (Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore. Favole della dittatura, Adelphi, Milano 1997, 11).

    Cover: Foto di Jordan Garner da Pixabay

    Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

    25 anni dopo. A Genova per riaprire il futuro

    25 anni dopo. A Genova per riaprire il futuro

    Un intervento di Marco Bersani, coordinatore nazionale di Attac Italia, in vista della Assemblea Nazionale del 18 luglio 2026 a Genova. 

    Genova prima di Genova

    Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore.

    Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda.

    Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta.

    Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia.

    Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia.

    Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti.

    Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”.

    A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia.

    Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse.

    Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista.

    Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale.

    Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue.

    Genova durante e dopo

    Genova segnò la discesa in campo di una nuova generazione che, dentro il movimento dei movimenti, si riconobbe come una pluralità di storie individuali, di lotte collettive, di culture differenti unita dalla contestazione del modello liberista e dall’affermazione della stretta necessità di un radicale cambiamento in direzione della partecipazione diretta e dal basso per la costruzione di un’alternativa di società.

    Quel movimento allo stato nascente dovette immediatamente convivere con due sentimenti opposti: l’entusiasmo dell’emersione e del riconoscimento reciproco e la ferita dell’enorme violenza scatenata contro di esso fino alla perdita di Carlo Giuliani. Dovette cioè affrontare il lutto nello stesso momento in cui sperimentava la gioia e fu costretto, come chiunque incontra la morte in una stagione prematura, a crescere in fretta.

    Contrariamente a quanto comunemente si pensa, quell’enorme ondata di violenza non ha fermato il movimento. La repressione aveva un preciso scopo: rompere il patto di collaborazione fra diversi, ovvero spaventare e far tornare a casa le anime più strettamente pacifiste e non violente, spingendo nel contempo le anime più antagoniste alla radicalizzazione delle pratiche.

    Non ci riuscì, perché, nonostante il trauma, quel movimento crebbe e l’anno successivo, portò a Firenze oltre un milione di persone al Forum Sociale Europeo di novembre.

    Non solo. Mentre nel frattempo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York del settembre 2001, gli Stati Uniti di Bush scatenarono la fase della “guerra globale permanente”, quel movimento creò il fronte “Fermiamo la guerra”, ancora più ampio dell’arco di forze che aveva costruito la contestazione al G8 di Genova (per fare solo un esempio, mentre a Genova c’era la Fiom ma non la Cgil, dentro il coordinamento “Fermiamo la guerra” la Cgil partecipò direttamente).

    Fu esattamente su questo versante che quel movimento -nonostante la più grande manifestazione mondiale contro la guerra realizzata nel febbraio 2003 – non riuscì a incidere e progressivamente perse la speranza dell’assalto al cielo e della possibilità di un cambiamento reale dello stato di cose presenti.

     Il ritorno a casa (con lo zaino)

    Il movimento altermondialista aveva un enorme pregio, legato alla sua immediata dimensione internazionale, ma anche il difetto di un insufficiente radicamento territoriale e insediamento nei luoghi di lavoro e delle relazioni sociali.

    Il ritorno a casa dopo il tentato assalto al cielo non fu solo la presa d’atto del non essere riusciti a incidere nel nuovo ordine dettato dalla guerra globale permanente, fu anche un’immersione progressiva nei rispettivi territori di appartenenza dentro i quali si esprimevano, in dimensione proporzionale, le stesse dinamiche di conflitto.

    Fu come se le attiviste e gli attivisti fossero rientrati nei territori di appartenenza ma con uno zainetto di esperienze sulle spalle da provare a sperimentare nelle realtà locali.

    L’attenzione al globale proseguì, basti pensare alla riuscita campagna del 2005 contro la direttiva europea Bolkestein che liberalizzava i diritti del lavoro e la gestione dei servizi pubblici o a quella, altrettanto riuscita dieci anni più tardi, contro il Trattato Ttip di libero commercio fra Stati Uniti e Ue. Ma erano battaglie “specifiche” e difensive, senza l’orizzonte del cambiamento globale che aveva animato la stagione altermondialista.

    In compenso, la sapienza collettiva e la postura convergente fra diversi, apprese a Genova, costituirono l’humus per la costruzione di vertenze territoriali e ambientali altrettanto radicali.

    Paradigmatica fu l’esperienza del movimento per l’acqua che nel corso di alcuni anni riuscì nella costruzione di una partecipazione diffusa e reticolare mai vista in quelle dimensioni, mettendo in connessione decine di conflitti territoriali dentro un percorso di convergenza nazionale, che riuscì a produrre una legge d’iniziativa popolare, sottoscritta da 406mila persone, tre grandi manifestazioni nazionali e una vittoria referendaria totalmente costruita dal basso che portò 27 milioni di persone a votare per l’acqua bene comune e per la sua gestione pubblica e partecipativa.

    Oggi sappiamo come quell’esperienza non fu un’emanazione diretta di Genova, ma sappiamo anche che senza l’esperienza di Genova non sarebbe probabilmente nata.

    Avevamo ragione noi

    La mancata attuazione dell’esito referendario fu l’epifania della nuova fase del capitalismo finanziarizzato, che, con la crisi dei mutui subprime negli Usa del 2007-2008, precipitata in Europa come crisi del debito pubblico sovrano nel 2011, apriva la strada al progressivo collasso della favola liberista del mercato come unico regolatore sociale e del conseguente benessere per tutte e tutti.

    Da quel momento, la favola da condividere si tramutò nell’incubo da imporre, a dispetto di qualunque riflessione razionale. Se privato smetteva di essere bello, doveva comunque essere obbligatorio e ineluttabile. Se il consenso non era più garantito, sarebbe bastata e avanzata la rassegnazione.

    E’ da quel decennio ai giorni nostri che si sperimentano concretamente le grandi ragioni del movimento altermondialista: tutte le conseguenze della globalizzazione liberista, paventate allora dal movimento dei movimenti con consapevolezza e precisione, si sono puntualmente realizzate, anche se forse quel movimento non ne aveva intuito fino in fondo la drammaticità.

    Oggi, 25 anni dopo Genova, il modello capitalistico è immerso in una pluralità di nodi giunti contemporaneamente al pettine. Viviamo un’epoca tremenda, che rende molto ardua l’idea di un cambiamento sociale e che rischia di anestetizzarne persino l’immaginazione.

    La guerra -quella combattuta, quella preparata, quella auspicata- è divenuta parte delle nostre vite e della dimensione economica, sociale e geopolitica.

    La corsa agli armamenti prosegue come se non ci fosse un domani e intanto lo pregiudica, sottraendo ricchezza collettiva, beni comuni, diritti sociali.

    L’ampiezza della disuguaglianza sociale non ha precedenti nella storia dell’umanità e, soprattutto, ha smesso da tempo di essere considerata un problema, divenendo il fisiologico esito del dominio del più forte sul più debole.

    La crisi ecologica, moltiplicata dalla crisi climatica in corso, obbliga a confrontarsi non più solo con la finitezza dell’esistenza individuale, ma, per la prima volta nella storia, anche con la possibile finitudine della specie umana sul pianeta.

    I nuovi re della finanza pervadono l’economia, la società, la natura e la vita stessa delle persone ed espropriano la democrazia, facendo riemergere spinte autoritarie, vecchi totalitarismi e nuovi fascismi.

    E la solitudine competitiva sembra essere l’unico orizzonte per le persone, dentro un’esistenza pensata come individuale, performativa, meritocratica e in eterna concorrenza con quella delle altre e degli altri. Per vincere o per tentare almeno di non soccombere.

    Parrebbe non ci sia scampo, né via d’uscita. E che non vi sia futuro pensabile, ma solo una sopravvivenza quotidiana scandita da emergenze senza soluzione di continuità, intrisa di panico, malinconia, quando non di rancore.

    A Genova avevamo ragione, ma non riuscimmo ad affrontare un problema tanto semplice, quanto insormontabile: la ragione non basta, se non cammina sulle gambe e non pulsa nei cuori di una società in movimento.

    Le faglie aperte dalle mobilitazioni sociali

    Eppure, se guardiamo il mondo da un diverso punto di vista, ci accorgiamo che oggi il modello capitalistico non è mai stato così in difficoltà e che la ferocia che dimostra è direttamente proporzionale alla propria debolezza.

    Non sa infatti come affrontare alcuno dei profondissimi nodi da esso stesso creati e giunti al pettine contemporaneamente: non può fare a meno di esacerbare la disuguaglianza sociale, non può abbandonare il consunto mito della crescita, è costretto a sostenere l’economia producendo enormi bolle finanziarie, non ha alcuna risposta per la crisi ecologica e climatica.

    Sa che non può garantire alcuna felicità alle persone, ma che deve solo spaventarle per ottenere rassegnazione. Sa che, non potendo più risolvere alcuno dei problemi che ha creato, deve prepararsi a contenere ogni risveglio sociale, a reprimere ogni conflitto, per evitare l’apertura di faglie che possano terremotare la fragilità intrinseca della propria struttura.

    E, in questo ultimo anno, diverse faglie si sono aperte e le piazze del nostro Paese (e non solo) hanno mandato segnali importanti di ripresa del conflitto sociale: dalle mobilitazioni contro l’autoritarismo dei Decreti Sicurezza alle manifestazioni contro guerra, riarmo e genocidio fino alla vera e propria esplosione dell’autunno scorso, quando, contro il genocidio in atto in Palestina, è salpata la Global Sumud Flotilla, una coalizione internazionale di piccole imbarcazioni che ha deciso di forzare il blocco illegale imposto da Israele, provocando una mobilitazione senza precedenti dei cosiddetti “equipaggi di terra”. Una serie incessante di manifestazioni ha attraversato l’intero Paese e, all’insegna del «blocchiamo tutto» ha occupato porti, stazioni, autostrade, tangenziali fino al doppio sciopero generale del 22 settembre e del 3 ottobre 2025 (quest’ultimo, unitario tra sindacati di base e Cgil).

    Alcune caratteristiche di novità sono emerse dentro questa stagione di mobilitazioni.

    La prima è relativa alla fortissima presenza di giovanissime e giovanissimiuna vera e propria nuova generazione in campo, che, nell’abominio di quanto Israele stava producendo a Gaza, ha riconosciuto il tema universale dell’ingiustizia, che, per quanto in Palestina assumesse livelli intollerabili, con le dovute proporzioni non era diversa da quella sperimentata quotidianamente, dentro una vita e un futuro precario.

    Soprattutto, era divenuta evidente tanto la fine di ogni limite al dominio e alla guerra dei forti contro i deboli, quanto l’inanità degli Organismi internazionali e degli Stati nell’impedire quanto stava accadendo; e che dunque, a quel punto, dovessero essere le persone e i loro corpi ad agire direttamente, chi salpando in mare su cinquanta ‘gusci di noce’, chi sedendosi sui binari della stazione del più remoto paesino, chi bloccando il transito di armi alla banchina del porto.

    La seconda caratteristica è stata la consapevolezza di come la nuova cifra del capitalismo non contemplasse più la democrazia (per quanto più formale che sostanziale) fra i propri orpelli, ma avesse la necessità di imporre il proprio insostenibile modello solo attraverso il dominio, l’autoritarismo, la guerra.

    Questa consapevolezza ha permesso un nuovo intreccio fra i contenuti anticapitalisti delle precedenti stagioni di grandi lotte (dagli anni ’70 del Novecento alle mobilitazioni altermondialiste di inizio millennio) e le istanze di lotta della nuova generazione.

    Oggi è molto più chiara e diffusa l’idea che il capitalismo sia il problema, tanto nelle maree transfemministe, quanto dentro i mondi dell’ecologismo e dell’economia solidale.

    No Kings per convergere e insorgere

    Un importante elemento messo in campo dentro le mobilitazioni sociali dell’ultimo anno è stata la consapevolezza della necessità della convergenza fra le lotte, le culture, le pratiche e le esperienze in campo. Perché mettersi insieme serve a costruire le condizioni per l’espressione di movimenti di massa, unica possibilità che si ha per fermare la deriva del modello capitalistico.

    Ma anche perché, essendo il capitalismo diventato pervasivo, ogni faglia prodotta da una lotta ’specifica‘ dice una parte di verità e deve compartecipare alla costruzione dell’alternativa di società. Per dirla in una battuta, serve una rivoluzione (dunque, movimenti di massa) per produrre una società della cura, ma nessuna rivoluzione riuscirà se non avrà come obiettivo e paradigma la cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta).

    Proprio l’attenzione alla convergenza ha portato nell’autunno scorso alla nascita di un nuovo spazio politico, culturale e sociale condiviso, che abbiamo denominato No Kings, anche sull’onda delle mobilitazioni che negli Usa hanno visto la ribellione delle città alle politiche di deportazione degli stranieri messe in campo dal governo Trump.

    Lo spazio No Kings nasce dalla riflessione sul dominio come unica categoria delle relazioni di potere e, nel dichiarare il proprio antagonismo a tutti i re della finanza, del fossile, della guerra, dell’autoritarismo politico, considera la ferocia degli stessi come segno proporzionale della loro debolezza, e prova a prefigurare tanto la resistenza dentro la società quanto la costruzione, qui e ora, di pratiche ed esperienze che rendano possibile immaginare l’orizzonte e rendere credibile l’alternativa di società.

    Perché se il modello capitalistico ha trascinato il mondo dentro una guerra permanente per il controllo delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, sostituendo ogni forma di democrazia con l’affermazione del dominio, la transizione globale non ha un percorso già predeterminato, né un esito già precostituito, come dimostra la crescita enorme del dissenso, delle lotte, delle rivolte e la loro capacità di mettersi in rete e di costruire larghe coalizioni dal basso.

    Lo spazio di convergenza No Kings si è dato appuntamento per una grande assemblea in presenza il 18 luglio 2026 a Genova, nel corso degli appuntamenti e incontri per il 25ennale dalle mobilitazioni contro il G8. Non sarà un omaggio alla memoria, bensì la conferma di un filo rosso tra chi allora, dopo tre decenni di liberismo, riapriva il futuro al grido di «Un altro mondo è possibile» e chi oggi, quando tutte le contraddizioni della globalizzazione liberista denunciate dal movimento altermondialista sono venute a galla, dice a gran voce «Un altro mondo è necessario» e guarda alla costruzione di un’alternativa di società, come unica possibilità contro la barbarie.

     

    SPAZIO-CIDIO Come Israele ha rubato una Terra non sua

    SPAZIO-CIDIO
    Come Israele ha rubato una Terra non sua

    SPAZIO-CIDIO
    Come Israele ha rubato una Terra non sua

    La ricostruzione puntuale dell’azione progressiva di confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione.

    Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

    Premessa

    Il 27 giugno 2026 Il Post pubblica un articolo intitolato “Come Israele sta colonizzando il nord della Cisgiordania”. Il pezzo racconta come il governo Netanyahu stia riportando insediamenti israeliani in un’area che nel 2005 era stata sgomberata per poi diventare la più grande zona a presenza continua palestinese dell’intera regione. La lettura dell’articolo risulta difficile senza una chiave interpretativa. Quella chiave ha un nome preciso: spazio-cidio.

    Ciò che il giornale descrive come attualità – l’abrogazione del “piano di disimpegno” nel 2023, le 14 nuove colonie approvate nel 2025, la costruzione di strade che attraversano l’Area A per interrompere la continuità dell’abitato palestinese, le operazioni militari nel campo di Jenin condotte con le stesse tattiche usate a Gaza – non sono fatti isolati né risposte contingenti a emergenze di sicurezza. Sono la manifestazione contemporanea di un processo lungo, pianificato e coerente: la trasformazione dello spazio come strumento di cancellazione dei luoghi e di tutti quei legami emotivi, affettivi, sentimentali (“umani”, si potrebbe riassumere) che generano nel tempo comunità e senso di appartenenza.

    Il testo che segue riprende la presentazione sviluppata da Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini a Ostellato, lo scorso 13 giugno 2026, in occasione della tappa di “100 Porti 100 Città”. Le riflessioni ricostruiscono il concetto di spazio-cidio nel tempo, utilizzando come dispositivo di analisi i testi di Eyal Weizman e Ilan Pappè e riportando i fatti a partire degli anni precedenti alla Nakba del 1948, all’invasione Cisgiordania del 1967, alla “scacchiera” degli accordi di Oslo fino a Gaza e al Libano. L’articolo del Post è solo l’ultima pagina di una storia che non ha mai smesso di essere scritta.

    Spazio-cidio: come si cancella un territorio

    C’è una parola che, più di altre, aiuta a leggere ciò che accade da decenni nei territori palestinesi: spazio-cidio. La conia il sociologo Sari Hanafi in un saggio del 2012 (Explaining spacio-cide in the Palestinian territory) per indicare un meccanismo preciso: confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione. Non un singolo evento, ma un processo: lungo, lento, pianificato. L’architetto israeliano Eyal Weizman, nel suo libro del 2007 “Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation” (tradotto nell’edizione italiana del 2022 “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”), distingue due tipi di trasformazione che agiscono insieme. Da un lato la violenza spettacolare (bombe, missili, bulldozer) che cattura l’attenzione dei media. Dall’altro avvenimenti più lenti e consequenziali: l’occupazione illegittima e pervasiva, la costruzione di edifici, strade, tunnel, non meno aggressivi e devastanti. La colonizzazione, scrive Weizman, si attua “attraverso la modellazione dello spazio, in una costante dialettica di costruzione e distruzione”.

    Una mappa preparata in anticipo

    Per capire quanto sia stato “pianificato” questo processo si rivela efficace tornare indietro, agli anni Quaranta. Lo storico israeliano Ilan Pappè, nel suo La pulizia etnica della Palestina, ricostruisce come l’Haganah avesse avviato già allora i cosiddetti Village Files: schedature dettagliate dei villaggi arabi, complete di fotografie aeree e rilievi sul terreno (un lavoro ben documentato nel 2019 dalla studiosa Rona Sela in “Scouting Palestinian Territory 1940-1948: Haganah Village Files, Aerial Photos and Surveys”). In una lettera al Jewish National Fund del 1940, il geografo e storico Ben-Zion Luria scriveva quanto sarebbe stato utile «avere un registro dettagliato di tutti i villaggi arabi», perché ciò avrebbe «grandemente aiutato la redenzione della terra e la liberazione del paese». La “mappa”, in altre parole, esisteva prima della guerra.

    Palestinian refugees stream from Palestine on the road to Lebanon on November 4, 1948 (AP Photo – Jim Pringle). Flickr via Wikimedia Commons

    Il risultato arriva con la Nakba del 1948: secondo l’archivio Palestine Remembered438 villaggi e città palestinesi vengono evacuati e distrutti. La proporzione dell’espropriazione è impressionante: il 78% della Palestina mandataria diventa Israele nel 1948, contro il 52% previsto dal piano di partizione dell’ONU. Circa 714.000 palestinesi perdono le proprie terre; la superficie posseduta dagli arabi crolla dell’87%, da 570.000 a meno di 77.000 ettari nel giro di pochi anni. Non è solo perdita: è anche acquisizione. Come documenta Leah Temper in “Creating Facts on the Ground”, il 95% degli oliveti israeliani nasce su terre arabe espropriate, e già nel 1949 l’olio d’oliva è la terza voce dell’export israeliano.

    Cancellare la memoria, non solo il suolo

    Alla sottrazione materiale del territorio se ne accompagna una simbolica. È il punto su cui insiste Pappè: la toponomastica palestinese viene sostituita da riferimenti biblici, mentre le foreste piantate dal Jewish National Fund crescono sopra le rovine dei villaggi palestinesi spopolati. Il JNF (ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale con poteri para-statali, fondato nel 1901 per comprare e sviluppare terra in Palestina favorendo l’insediamento ebraico) ha piantato, dalla sua nascita, oltre 240 milioni di alberi e generato più di mille parchi. Nel 2007 possedeva il 13% della superficie fondiaria israeliana. Incrociando le mappe storiche di Palestine Remembered con quelle attuali di OpenStreetMap, si può osservare il meccanismo all’opera: dove c’erano villaggi, oggi ci sono boschi e nuovi nomi. La frammentazione dello spazio, scrive Pappè, trasforma la geografia in strumento politico di sostituzione.

    La Cisgiordania a scacchiera

    Il capitolo successivo è la Cisgiordania, divisa dagli accordi di Oslo in tre aree. Come ricorda l’organizzazione Anera, l’Area A (circa il 18%) è sotto pieno controllo dell’Autorità Palestinese e comprende le principali città (Ramallah, Betlemme, Nablus, Jenin). L’Area B (circa il 22%) ha controllo civile palestinese ma sicurezza congiunta. L’Area C, il 60% del territorio, è sotto pieno controllo civile e militare israeliano: un territorio continuo che include tutti gli insediamenti, le basi militari e gran parte delle terre agricole più fertili.

    I numeri elaborati da Peace Now sulla base dei propri rilievi GIS restituiscono la fisionomia di questa colonizzazione. A fronte di 997 città e villaggi palestinesi distribuiti su 478 km², gli insediamenti israeliani sono 427 su 190 km². Non si tratta solo di centri abitati: 164 sono residenziali, 120 sono avamposti, 121 agricoli, 14 industriali, oltre a strutture turistiche e a un nuovo insediamento pianificato di quasi 10 km² (piano E1). La crescita è costante: +13% di media annua nel numero degli insediamenti dal 1967 al 2024. E la prossimità è studiata: più della metà degli insediamenti israeliani è a meno di un chilometro e praticamente tutti gli insediamenti (il 98%) si trovano a meno di 5 km da una comunità palestinese. C’è anche una dimensione verticale, che Weizman aveva analizzato per primo: confrontando i dati di Peace Now con quelli dell’orografia di Open Topography, scopriamo che 4 insediamenti su 10 sorgono ad almeno 50 metri di quota sopra il villaggio palestinese più vicino. Il controllo passa anche dall’altitudine che, integrata da un principio insediativo organizzato per permettere a tutte le case di avere comunque una vista libera verso quanto accade ai piedi della collina, garantisce il maggior controllo visivo possibile. Entro siffatto approccio architettonico e urbanistico, il concetto di panorama viene sostituito da quello di guardianìa. Ogni singola casa diventa, di fatto, appendice di una configurazione militare.

    Al 2022, secondo il Consiglio ONU per i Diritti Umani700.000 coloni vivono illegalmente tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Lo stesso organismo ha documentato 3.372 incidenti violenti da parte di coloni tra il 2012 e il 2022, con 1.222 palestinesi feriti.

    Muri, demolizioni, acqua

    Alla logica dell’insediamento si aggiunge quella della separazione. Complessivamente, stima Weizman, circa il 40% della Cisgiordania è occupato da infrastrutture israeliane. La barriera costruita lungo il confine con Israele raggiunge, secondo i dati di UN OCHA711 km (al 2019): 70 di cemento, 445 di rete metallica, il resto non definito. Per Leah Temper la barriera ha “alienato” oltre 12.000 ettari, separato 51 comunità dalle proprie terre, sradicato più di 100.000 alberi. E c’è la questione idrica, forse la più sistematica: l’85% dell’acqua degli acquiferi della Cisgiordania è utilizzato da Israele, mentre i palestinesi irrigano il 6% dei terreni contro il 70% dei coloni.

    Parallelamente avanzano le demolizioni. L’Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD) conta 55.000 strutture demolite dal 1967, riconducibili a tre categorie: mancanza di permessi edilizi (circa l’80% dei casi), demolizioni punitive, operazioni militari. Sia i dati di OCHA che quelli dell’organizzazione israeliana B’Tselem confermano che il “permesso negato” è il dispositivo amministrativo più usato (un’arma burocratica oltre che fisica).

    Gaza: dal ritiro alla devastazione

    Anche Gaza rientra in questa grammatica dello spazio. Weizman ricorda un episodio rivelatore: nel 2005, in vista del ritiro dalla Striscia di Gaza, il governo israeliano decide che gli edifici civili israeliani presenti nei 21 insediamenti sarebbero stati distrutti prima del ritiro israeliano, anziché lasciarli ai palestinesi. La costruzione e la distruzione come due facce dello stesso gesto, del medesimo obiettivo.

    Diciotto anni dopo, su quel territorio di 365 km² abitato da circa due milioni di persone, la guerra seguita al 7 ottobre 2023 ha prodotto cifre che le agenzie umanitarie faticano persino ad aggiornare. Secondo il Situation Report #222 dell’UNRWA, tra l’ottobre 2023 e il maggio 2026 si contano oltre 72.700 morti e 172.500 feriti; il 90% della popolazione, secondo OCHA, risulta sfollato. L’impatto sui più piccoli è documentato da ACAPS4.000 bambini dispersi o sepolti sotto le macerie e 17.000 non accompagnati o separati a fine 2024.

    C’è poi una guerra parallela, quella alle risorse e all’istruzione. Il rapporto Oxfam ripreso da Scienza & Pace parla di una riduzione dell’84% nella fornitura di acqua, del 100% dei depositi idrici distrutti, di 4,74 litri d’acqua al giorno per persona, contro i 15 fissati come minimo d’emergenza dallo standard Sphere di ONU, OMS e Croce Rossa. Sul fronte scolastico, l’UNICEF stima il 97% delle scuole distrutte o danneggiate; secondo l’agenzia WAFA sono stati uccisi 18.489 studenti e 970 tra insegnanti e personale. ACAPS aggiunge che tutte e 12 le università di Gaza sono state colpite e che 625.000 bambini sono senza istruzione da oltre un anno. È ciò che alcuni hanno definito scolasticidio. Senza per forza farsi prendere dal demone delle definizioni (e dei relativi suffissi), di fatto la programmazione della distruzione in atto da parte del governo israeliano riguarda ogni dispositivo basico di civiltà.

    Oltre il confine: il Libano

    La stessa logica si estende al Libano. Il rapporto del CNRS libanese sull’offensiva israeliana del 2023-2024 documenta 14.775 attacchi1,2 milioni di sfollati, 812 incendi causati da fosforo bianco, 5.000 ettari di copertura forestale distrutti, oltre 54.000 ettari di terre agricole colpite, migliaia di ettari di frutteti e oliveti rasi al suolo. Il costo stimato dei danni supera i 25 miliardi di dollari. Anche qui la terra (i boschi, gli ulivi, i campi) è bersaglio quanto le persone.

    Un disegno, non una sequenza di emergenze

    A tenere insieme questi capitoli (1948, la Cisgiordania a scacchiera, le foreste sui villaggi, Gaza, il Libano) è proprio l’idea di spazio-cidio: una trasformazione dello spazio condotta nel tempo, fatta di mappe disegnate in anticipo, di cemento e di nomi cancellati. Non è una lettura di parte: nel marzo 2025, il rapporto A/HRC/58/73 dell’OHCHR afferma che «le politiche e le pratiche di Israele, incluse il mantenimento e l’espansione degli insediamenti, equivalgono all’annessione di ampie parti del territorio palestinese occupato». Persino un documento della CIA del 1986 sul controllo della terra in Cisgiordania, declassificato nel 2011, registrava già allora la natura strutturale del fenomeno.

    La conclusione che emerge è netta: ciò che appare come una sequenza di emergenze è, in realtà, un processo coerente e proprio per questo va guardato nel suo insieme. Architettura degli spazi e urbanistica dei territori diventano discipline al servizio di un programma preciso, finalizzato alla sottrazione di suolo e risorse e alla progressiva cancellazione di luoghi, comunità, memoria e applicato sui tre livelli in sezione che costituiscono ogni habitat: nel sottosuolo, attraverso l’accaparramento della risorsa acqua e il controllo sistematico dei sottoservizi; sul suolo, attraverso l’interruzione dei collegamenti infrastrutturali tra gli insediamenti palestinesi, il posizionamento privilegiato e al di fuori delle regole degli abitati israeliani e la costellazione di barriere, dogane e check points con cui ogni flusso di persone viene quotidianamente ritardato, disarticolato, dissuaso dall’esercito israeliano; sopra il suolo e nel cielo, con i più avanzati mezzi tecnologici di controllo e di attacco, accompagnando gli aerei con radar, droni, sensori.

    pdf le slide che avevamo presentato a metà giugno e che ti avevo anticipato … c’è modo di metterle a disposizione in download

    Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

    Guarda il PDF con Immagini e Slide

    In copertina: Insediamenti israeliani in Cisgiordania – Foto PERLAPACE.IT

    Il tiro a segno sui bambini palestinesi

    Il tiro a segno sui bambini palestinesi

    Il tiro a segno sui bambini palestinesi

    In Italia e nel resto del mondo esiste una moltitudine di premi giornalistici: non passa quasi giorno senza leggere notizie di giornalisti premiati, anche perché si tratta di auto-celebrazioni che gli organi di stampa si concedono volentieri. Dall’altra parte ci sono sponsor generosi, che finanziando questi premi si garantiscono una certa benevolenza nel trattamento che viene loro riservato dai media.

    Un mare di riconoscimenti dunque, spesso non esattamente così prestigiosi.

    Nessuno invece ci ha parlato del più importante premio giornalistico europeo, l‘European Press Prize 2026 (European Press Prize) assegnato a Lisbona nel mese di giugno, probabilmente a causa del contenuto scioccante dell’inchiesta alla quale è stato attribuito. Ad essere insigniti del premio sono stati due giornalisti olandesi che, per conto del quotidiano De Volks, hanno pubblicato un reportage agghiacciante, dal titolo What the wounds are telling us (“Cosa ci dicono le ferite”).

    Per oltre due mesi Maud Effting e William Feenstra, questi i nomi dei giornalisti premiati, hanno raccolto materiale documentando 114 casi di bambini uccisi a Gaza dal fuoco di cecchini israeliani. Bambini morti non a causa degli “effetti collaterali” di missili e bombardamenti, ma uccisi da un singolo colpo di fucile alla testa o al torace. Bambini presi di mira deliberatamente da cecchini che volevano uccidere proprio loro. Storie supportate da radiografie, cartelle cliniche, referti medici: quindi non contestabili.

    Volendo si può leggere l’articolo cliccando su questo link. Avviso: il reportage è corredato d’immagini francamente difficili da sopportare.

    Perché la stampa italiana non ha parlato di questa inchiesta, che pure ha avuto la massima risonanza a livello continentale? Davvero la notizia di soldati che deliberatamente prendono di mira i bambini viene considerata poco rilevante?

    C’è un’altra notizia quasi del tutto ignorata dalla stampa italiana. L’ONU, nonostante le intimidazioni (basti pensare alla persecuzione subita da Francesca Albanese), ha certificato l’uccisione di 20.179 bambini e il ferimento di altri 44.143, ma non si è limitata a questo. Nei giorni scorsi, una commissione indipendente ha dichiarato che gli omicidi di bambini “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza” (Link qui).

    Tradotto in modo più chiaro: sparare ai bambini serve a cancellare il futuro dei Gazawi, eliminando un’intera generazione e privando di qualsiasi prospettiva futura gli abitanti della Striscia.
    Se questo non è un genocidio, cosa può essere definito come tale?

    E allora, ecco che diventa evidente la ragione del silenzio dei media italiani su due notizie a dir poco sconvolgenti.

    Sono mesi che il comportamento di Israele viene presentato come una risposta, forse un po’ esagerata, ma legittima rispetto a un attacco terroristico. La stessa Meloni parlò di reazione “oltre il criterio di proporzionalità” (cfr. qui), lasciando intendere che le morti di innocenti fossero, entro certi limiti, accettabili.

    Alcuni esponenti politici sono arrivati a giustificare le uccisioni di bambini in quanto figli di terroristi, e quindi futuri terroristi anch’essi (Elena Donazzan, denunciata, al Parlamento europeo disse: “I bimbi di Gaza sono figli di terroristi, coraggiose le azioni di Israele” ). Tutti gli orrori commessi nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, venivano presentati come “normali” operazioni nell’ambito di una guerra difensiva.

    E invece non era vero niente. Non c’è una guerra. O magari c’è stata, ma solo nelle fasi iniziali. Quello che ne è seguito è un progetto sistematico volto all’eliminazione totale di un popolo, che non si può chiamare in altro modo se non genocidio. E l’uccisione deliberata dei bambini, per quanto orribile possa essere, è un modo tremendamente efficace per metterlo in atto.

    La verità è questa, e allora si capisce perché non può essere raccontata. Perché smentirebbe oltre due anni di narrazione governativa. Perché ci costringerebbe ad ammettere che di questa azione criminale siamo stati complici: moralmente, continuando a negare la realtà per evitare che l’indignazione montasse, e materialmente, visto che tra le armi che sono servite ad assassinare i bambini palestinesi ce n’erano sicuramente alcune arrivate dall’Italia.

    Una verità talmente pesante da essere difficile da credere e da accettare: quindi meglio tacerla.
    E invece no. Invece è importantissimo che quanto accaduto si sappia.

    “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

    Così scriveva Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E purtroppo, aveva ragione.

    Cover photo free licensed (wikimedia.commons), provided by UNESCO (unesco.org) as part of a GLAM-Wiki partnership.

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