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Le storie di Costanza /
Alla caccia della VOLPE VERDE. Incognite

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Incognite

Ripensai a ciò che era accaduto nelle ore precedenti. Uno dei clienti appena arrivati al Pontalba Hotel aveva in tasca un fazzoletto da naso verde fatto con una stoffa morbida o con un ciuffo di pelo tinto. Forse, con molta più fantasia, nella tasca poteva starci pigiata una coda di volpe verde.

Dovevo prendere tempo e comporre un articolo per Tresciaone. Pensai che invece di una intera pagina potevo scrivere un trafiletto di aggiornamento. Avrei scritto l’articolo di fondo quando avessi avuto più notizie. Estrassi il mio PC dalla sua fodera, lo accesi con la mia impronta digitale, riaprii il file word dove avevo cominciato a scrivere il giorno prima e mi rimisi a pensare a come comporre l’articolo.

Alla fine, ripresi ciò che avevo già scritto in precedenza e aggiunsi qualche notizia in più.

«Come già scritto su questo giornale, due mesi fa è morta la contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana di Pontalba. Molto conosciuta in paese per le sue opere caritatevoli, è stata trovata morta nel suo letto dalla cameriera. Eventi inspiegabili sono associati alla sua dipartita. Si racconta che il mattino in cui è stato rinvenuto il cadavere, il cielo sopra villa Cenaroli, la residenza abituale della contessa, sia diventato verde e che una volpe dello stesso colore sia uscita dalla sua tomba il giorno dell’inumazione.

In paese si parla ancora dell’accaduto e le idee a riguardo sono contrastanti. C’è chi è convinto che queste dicerie possano avere un fondamento e chi le ritiene delle assurdità. Le prime persone incontrate sono di vedute molto differenti, mentre sui documenti ufficiali del Comune e della Parrocchia non si trova alcuna nota che accenni a queste manifestazioni. Nei prossimi giorni troverete altri aggiornamenti su queste stesse pagine – Pim (Pietro Moroni).»

Rilessi velocemente, salvai il file, mi collegai ad internet e inviai le dieci righe alla redazione di Tresciaone. Sicuramente il mio capo non sarebbe stato contento, ma il trafiletto serviva a tenerlo buono ancora un po’. Non so per quanto, forse qualche ora, o nella migliore delle ipotesi, un paio di giorni. Comunque fosse, un po’ di tempo l’avevo guadagnato.

Prima di andare a pranzo lessi tutte le mail arrivate, sia quelle professionali che quelle personali. Tra queste ultime ne trovai una di mia sorella Danila che mi annunciava di essere incinta. Con il suo stile sempre molto sobrio la mail riportava le seguenti frasi:

«Ciao Pim, sono incinta di tre mesi. Quindi fra circa sei mesi diventi zio. Non so ancora se sarà maschio o femmina, ma per me e Dario non fa nessuna differenza, spero non la faccia nemmeno per te. Dalla prima ecografia il bambino risulta sano e vispo, quindi tutto ok. Spero tu sia contento della notizia. Comunque, preparati, perché fra poco dovrai trovare almeno una briciola di tempo per fare lo zio. Un caro saluto. A presto. Danila

Ecco una notizia inaspettata e inedita … stavo per diventare zio, una novità davvero bella affidata ad una mail quasi anonima. Nello stile di Danila, sempre molto telegrafico. Aveva ragione, avrei dovuto trovare una piccola porzione di tempo per il mio nipotino. Non avevo mai tempo per nessuno, nemmeno per i miei parenti più stretti. Quando riflettevo su questo aspetto della mia vita, mi sentivo un verme, uno di quegli esseri inutili che sembrano più automi che persone vere dotate di sentimenti e di aspirazioni amorevoli, dedicate e intense.

Pensando al bambino in arrivo, mi dimenticai per poco della volpe verde e, sapendo che a Danila piacevano le mie poesie mi accinsi a scrivergliene una che si intitolava Bambino, per poi mandargliela e dimostrarle che ero emozionato dalla notizia e la consideravo improntante.

Scrivere una poesia non è mai una cosa semplice, possono volerci molte ore, se non addirittura giorni. È impegnativo. Le parole non arrivano quando servono, o arrivano tutte insieme e sembrano lì solo per fare confusione. Cerchi di dire qualcosa di vero, ma ogni frase sembra già detta, ogni immagine sembra vecchia. Poi ti siedi, ascolti l’aria che respiri, ricominci. A volte pensi che sarebbe meglio cancellare tutto. E poi senza sapere il perché, una riga resta – e ti sembra abbastanza per scrivere ancora.

Intanto era diventata l’una, dopo due ore di parole scritte e cancellate, di rime trovate e perse, di un senso cercato e solo approssimato, la mia poesia per Danila era pronta.

BAMBINO (PER DANILA)

Corre la luce
tra mani che spifferano sogni,
scivola sul viso
e si ferma negli occhi.

Ride del vento,
parla con le nuvole,
costruisce città
fatte d’aria e di cielo.

Si muove piano
sul ciglio del tempo,
conta le strade
e sogna un cammino.

Ogni cosa è un inizio,
ogni sasso una luna,
ogni passo
un universo che nasce.

Non chiede domani,
non conosce confini,
abbraccia l’adesso,
tutto.

E quando dorme,
il silenzio lo guarda,
attento,
come chi veglia
sul sogno che fa.

Spedii la poesia a Danila affidandola ad un anonimo messaggio di posta. Avrei dovuto mandarle un mazzo di fiori, ma in quel momento non avevo il tempo di cercare il fiorista e scegliere delle rose o delle orchidee adatte alla situazione. Quindi mi limitai a scriverle.

«Ciao cara sorella, sono molto contento della notizia, questa poesia è per il mio nipotino, chissà se quando sarà grande gli piacerà, per ora spero piaccia a te Aggiunsi varie altre frasi che poi cancellai e, alla fine, la poesia rimase il perno del messaggio e il senso della mia emozione per la novità. “Speriamo che apprezzi modi e forma” pensai. Invia la mail e spensi il PC.

Il trafiletto per il giornale era andato, la poesia per Danila pure.

Era ora di scendere a pranzo. Feci la doccia e mi misi jeans e maglione, un paio di calze di lana spessa, scarpe con i lacci e le suole di gomma. Presi la giacca vento rossa e il mio zaino nero milleusi. Uscii dalla camera e andai dritto all’ascensore che portava alla hall dell’albergo. Erika stava versando da bere a un cliente e Giulia, l’impiegata, parlava al telefono per fissare una prenotazione di chissà chi.

Entrambe mi salutarono con la mano. Aspettai che finissero le loro attività e chiesi se la pizzeria era aperta anche a pranzo. Erika, che nel frattempo aveva riempito il bicchiere del cliente assetato, mi rispose di sì, la pizzeria Bella mia era aperta e Amed, il pizzaiolo, stava preparando gli impasti per il pranzo. Ottimo pensai, vado là.

Poi mi venne in mente di chiedere ad Erika della Storia della Volpe Verde (così ormai chiamavo tra me e me l’insieme degli strani eventi associati alla morte della contessa Cenaroli). Lei mi guardò dritto negli occhi senza dire nulla, come se stesse riflettendo su quanto le avevo chiesto.

Forse era stupita che glielo chiedessi, sapeva che ero un giornalista di Tresciaone, ma penso non avesse ancora capito il vero motivo per cui mi trovavo a Pontalba. Allora aggiunsi: «Sono qui inviato dal mio giornale per indagare sulla morte della contessa Maria Augusta e sugli strani eventi associati alla sua morte tutti caratterizzati dalla presenza di strane manifestazioni color verde» dissi per riassumere il senso della mia presenza, contestualizzando la domanda che le avevo appena posto.

«La volpe verde interessa anche ai giornalisti … perfino da Trescia siete venuti fin qui per questo …»

«Sono – le dissi – Sono venuto solo io». Nessuna risposta, non spostò le sue sopracciglia di un millimetro. Sembrava pensierosa. Mi guardava con un misto di sorpresa e preoccupazione intensa. Stava sicuramente soppesando le mie parole. Come se ci fosse qualcosa che poteva dirmi, ma non sapeva se farlo o no.

Non doveva essere una informazione da poco se la decisione di comunicarmela necessitava di una riflessione e forse anche di un confronto con qualcun’altro. Sicuramente si fidava poco di me, ma questo non era poi così strano, non mi conosceva, potevo essere uno di quei giornalisti in cerca di pettegolezzi o di gossip.

Però doveva sapere che Tresciaone era un giornale serio. Anche a Pontalba si leggeva prevalentemente quello, nella hall dell’albergo ne avevo visto una copia a disposizione dei clienti. Non si fidava proprio di me, del resto perché avrebbe dovuto farlo. Non sapeva da dove venivo, cosa pensavo delle donne, del senso della vita e della morte, il mio senso del dovere, le innumerevoli volte in cui mi ero cacciato nei guai per scoprire qualcosa, la mia insaziabile voglia di verità.

Nessuno mi conosceva in quel paese né come persona né tantomeno come giornalista. Spesso non firmavo gli articoli con il mio nome per intero ma solo con la sigla Pim, come è usuale tra i reporter di nera. Quindi ero di fatto un’incognita, un giornalista piombato tra la gente di quel paese senza conoscerne le dinamiche, i modi usuali con cui stavano insieme o da soli, con cui si fidavano di qualcuno o di nessuno, il modo in cui le nuove persone venivano studiate e posizionate su un continuum che andava dal “forse affidabile” a “abbastanza affidabile” a “sicuramente affidabile”.

Magari la stessa Erika non aveva sufficienti informazioni per pensare che io fossi serio, attendibile, uno che, tra l’altro, non rivelava mai le sue fonti. La serietà di una testata e dei suoi professionisti è una variabile essenziale per il buon funzionamento di un giornale e per la qualità della vita di tutti coloro che vi lavorano, fattorini compresi. Senza serietà, per un giornale che vuole raccontare gli eventi importanti della vita comunitaria c’è poco da fare, muore subito. Una copertina di carta colorata si dimentica immediatamente, la foto degli innamorati di turno pure, anche se sono belli e griffatissimi, è tanto uguale.

«Vabbè – dissi a Erika che continuava a guardarmi sospettosa – parleremo della volpe verde con più calma nei prossimi giorni. Ora devo andare in pizzeria a magiare qualcosa e poi mi devo preparare per l’incontro con Costanza Del Re che mi ha invitato per il tè».

“Costanza Del Re…” ripeté a bassa voce Erika. “La conosco bene. Abita vicino ai miei suoceri. Due dei suoi tre nipoti erano amici dei miei figli. Quando erano piccoli giocavano sempre insieme”. La guardai sperando che continuasse a raccontarmi qualcosa. Magari attraverso la rievocazione di qualche vicenda familiare si apriva una breccia nel suo muro di protezione. Ma Erika non aggiunse altro e dopo poco si girò per salutare un cliente che era nel frattempo sopraggiunto in albergo.

Rimasi lì un attimo a guardare dalla finestra la strada che passava davanti all’albergo. Una strada lunga, dritta e grigia dove non si vedevano passanti, ma solo automobili che sfrecciavano per andare chissà dove, guidate da chissà chi. Le incognite sono proprio una caratteristica del mondo in cui viviamo. Ogni giorno se ne verificano tante e spesso, presi dalla frenesia della vita quotidiana, non abbiamo neanche il tempo di renderci conto che sono tali, delle vere e proprie pozze di buio.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/no-longer-here-19203/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>No-longer-here</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>Pixabay</a>

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI: LE ADESIONI CRESCONO

OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI: LE ADESIONI CRESCONO

La spesa per il riarmo supera i 32 miliardi di euro e aumenta di oltre il 20% rispetto alle ultime due leggi di bilancio. Nel 2026 arriverà a 32,4 miliardi, con una crescita di oltre 1,1 miliardi rispetto al 2025. In dieci anni la spesa militare è cresciuta di 12,5 miliardi (+63,8%).
Mai come oggi l’Italia investe così tanto in armamenti e così poco in diritti.

A Ferrara, nel ventunesimo anno della nostra Campagna di obiezione alle spese militari registriamo 205 adesioni per un totale di 5.060 euro di contributi di pace. Un trend crescente a dire il vero ma che quest’anno ha aumentato significativamente il numero dei nuovi aderenti.

Forse proprio a causa delle guerre che ci attorniano, la campagna portata avanti a Ferrara dal nodo locale della Rete Lilliput, ha avuto un nuovo impulso.
Promossa da Lega Obiettori di Coscienza (L.O.C.), Lega Disarmo Unilaterale (L.D.U.), Disarmisti esigenti, WILPF Italia, la Campagna OSM fa parte di quella Rete di movimenti che non si arrendono al pensiero dominante della Difesa armata.

Ogni anno, da tutta Italia, i moduli di adesione alla campagna spediti al Presidente della  Repubblica, chiedono la riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali, il riconoscimento legale della opzione fiscale che dia la possibilità ai cittadini di indirizzare le proprie tasse verso la costruzione di una difesa alternativa civile e nonviolenta, il cambiamento del sistema di difesa offensivo realizzando una struttura per la difesa civile non armata.

In attesa di una legge che ci permetta di agire in sede di dichiarazione dei redditi noi obiettori anticipiamo quanto vorremmo detrarre dalle tasse per sostenere un progetto di pace.
La somma di 5.060 euro è stata appena inviata, come da anni, alla Fondazione Alexander Langer Stiftung- Onlus per il sostegno al progetto “Adopt Srebrenica” che da dopo il conflitto nei Balcani agisce per il recupero della memoria del genocidio (avvenuto nel 1995) e per ristabilire le relazioni  “umane” tra le persone delle diverse etnie. Il difficile lavoro dei reduci di Srebrenica dovrebbe ricordarci che oltre l’orrore della guerra c’è un dopo che è altrettanto spaventoso.

La raccolta del contributo, per quanto possa sembrare modesto testimonia la volontà degli obiettori di voler devolvere la quota della loro futura detrazione fiscale a sostegno dei progetti di pace ed è diventata essenziale per il mantenimento dell’attività di Adopt Srebrenica.
E’ dunque molto importante essere riusciti ancora una volta a raccogliere una cifra che consentirà ai ragazzi superstiti di Srebrenica di continuare la loro difficile opera di ricostruzione del tessuto sociale devastato dalle guerre etniche, attraverso il lavoro “Centro di documentazione della
memoria”.
Chi volesse saperne di più può scrivere utilizzando la mail davide.scaglianti@alice.it

Davide Scaglianti per
Rete Lilliput Ferrara

Cover: Progetto Adopt Srebrenica: il futuro poggia sulle fondamenta del passato -Fonte Balkan Diskurs

Parole a capo
Vincenzo Russo: «All’ingresso del giardino» e altre poesie

Parole a capo <br> Vincenzo Russo: «All’ingresso del giardino» e altre poesie

Le poesie,  che pongo questa settimana all’attenzione di chi legge questa rubrica, rivelano a mio giudizio una crescita nell’espressione poetica di Vincenzo Russo. La conferma di questo mio pensiero credo la si possa trovare, in particolare, nelle liriche “Il coraggio sottile del ramo”, “Ai giorni di silenzi” (…Alle rincorse che non fanno rumore/ alle mete raggiunte in punta di cuore), nelle parole semplici che bucano le indifferenze della vita in “Grandezza nel poco”. (PLG)

 

Il coraggio sottile del ramo

 

C’è aria gelida.
Per strada, ancora un po’ di neve
dei giorni che non vogliono passare.
Da un’asola del muro
spunta un ramo solitario,
magro come un pensiero ostinato,
con poche foglie rimaste
per distrazione o coraggio.
Il vento le convince una a una,
le prende senza fretta,
le porta via
come promesse sussurrate
che non hanno trovato casa.
Il muro resta,
freddo e antico.
Il ramo trema,
ma insiste.
E nel silenzio d’inverno
la vita fa questo:
si sporge appena,
resiste al gelo,
impara a lasciare andare.

 

*

 

Ai giorni di silenzi

Ai giorni di silenzi,
di pensieri che sfiorano l’alba
e speranze posate leggere
sul bordo del domani.

Agli sguardi che parlano piano,
ai sorrisi che nascono senza chiedere nulla,
agli incontri che riconoscono l’anima
prima ancora del volto.

Alle rincorse che non fanno rumore,
alle mete raggiunte in punta di cuore,
ai passi incerti che pure avanzano
come preghiere in cammino.

Al cuore che si sfuma nei colori delle lacrime,
nelle ombre dell’ansia,
nei sospiri che tremano
e nei sogni che resistono.

All’amore, paradigma di vita,
che accende e consola,
che lascia impronte di luce
anche nei giorni più stanchi.

Al bene che vibra sottopelle,
alle emozioni in ogni loro declinazione,
che ci fanno vivi, fragili, immensi —
umani, fino in fondo.

 

*

 

Brindo alle donne coraggiose

Brindo alle donne coraggiose,
che portano il mondo negli occhi,
e non temono il vento né il giudizio,
perché conoscono la forza del cuore.

Brindo alle madri, sentinelle dell’amore,
che vegliano nel silenzio della notte,
che stringono la vita tra le braccia,
difendendo un sogno, un respiro, un domani.

Brindo alle mogli, compagne leali,
che conoscono l’arte del rispetto,
che costruiscono pace con gesti gentili
e parole che curano come carezze.

Brindo alle donne tutte,
a chi cade e si rialza,
a chi ama senza misura,
a chi cammina fiera, anche da sola.

Perché in ogni donna vive un canto antico,
un fuoco che non si spegne,
una promessa al mondo:
essere vita, anche nel dolore.

 

*

 

All’ingresso del giardino

Entra piano,
non serve bussare.
Qui il vento conosce il tuo nome
prima ancora che tu lo ricordi.

Togli le scarpe del rumore,
lascia fuori i pensieri stanchi.
Ogni fiore che vedi
è nato da un verso che ha pregato in silenzio.

Non cercare risposte,
né domande da sciogliere tra i rami.
Siediti accanto alla luce
e ascolta ciò che non ha voce.

Questo giardino non ti parla,
ti ascolta.
E ti riconosce
anche quando tu ti sei dimenticato

 

*

 

Grandezza nel poco

Non è ciò che hai
a farti luce nel mondo,
ma ciò che accendi dentro
quando tutto sembra spento.

Puoi avere mani vuote,
ma se stringono speranza
diventano fiumi che nutrono
terre aride di sogni.

Non serve oro né corona
a chi porta nel cuore il sole —
basta un passo sincero,
una parola che scalda,
un gesto che cura.

Perché la vera grandezza
non si pesa col possesso,
ma con la forza di restare
puri,
umani,
vivi,
anche con poco.

 

Vincenzo Russo nasce ad Aversa l’8 marzo 1966. Nel luglio del 1990 si trasferisce a Ferrara, dove tuttora vive. È qui che le radici del Sud si intrecciano con una nuova terra e con una nuova stagione della sua vita, senza però spegnere la scintilla che fin da ragazzo lo spinge a scrivere: la poesia come urgenza dell’anima.
Le sue prime parole, appuntate di getto su fogli consumati, nascono da un bisogno profondo: dare forma a emozioni, inquietudini e nostalgie; raccontare l’amore e le fragilità; custodire la memoria del dolore e della speranza.
Laureato in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, affianca alla sua attività lavorativa un intenso impegno culturale, convinto che la scrittura non sia soltanto espressione personale, ma anche strumento di condivisione, incontro e solidarietà.

Nel 2021 la poesia Messaggio d’amore sospeso si classifica al 9° posto al concorso “La Panchina dei Versi” promosso da Aletti Editore, entrando a far parte dell’antologia dedicata.
Nel 2022 pubblica il suo primo libro di poesie, Quando il cuore sfugge, destinando i proventi a un progetto solidale a favore di associazioni locali. Da quel momento la sua scrittura diventa sempre più strumento di connessione, incontro e resistenza umana. Ne sono testimonianza i progetti collettivi che cura e promuove: dal fotolibro “Poeti al trivio – Dissonanze” (2023, con Rita Consiglio e Nicola Corrado) alla rassegna internazionale “Fantasie Tricolori”, che porta alla pubblicazione dell’omonima antologia contenente sei sue liriche inedite.
Nel 2024 organizza la prima edizione della rassegna poetica “Il Giardino dei Versi”, uno spazio aperto e sensibile dove parole, volti e storie si incontrano tra poesia e vita. Nello stesso anno, con la poesia “Auschwitz”, ottiene il 4° posto al concorso internazionale “Un cuore, una voce”, a conferma della sua capacità di affrontare temi profondi con delicatezza e verità.
Il 2 giugno riceve dal Prefetto di Ferrara l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per il suo impegno culturale e solidale.
Nel 2025 realizza la seconda edizione de Il Giardino dei Versi. In febbraio pubblica Ritorni, una raccolta poetica dal respiro intimo e autobiografico, che segna un punto di arrivo ma anche un nuovo inizio.
In novembre coordina “Il Giardino dei Poeti”, un progetto che dà vita a un luogo dell’anima, uno spazio senza confini in cui venticinque autori si raccontano in stile giornalistico, lasciando che le parole diventino radici, foglie e silenzi.
Pubblica “Il tempo dentro”, un libro nato dall’incontro tra memoria e immaginazione: cento racconti brevi, cento piccole lanterne capaci di illuminare emozioni che tutti abbiamo vissuto, sfiorato o solo sognato. Il 1° dicembre Radio 24, emittente de Il Sole 24 Ore, dedica al primo capitolo del libro – Il pane nel lavatoio – una puntata della rubrica matteocacciaracconta, dal titolo Pane secco.
È membro del Collettivo poetico “Ultimo Rosso”, con cui condivide l’idea della poesia come gesto civile, capace di smuovere coscienze e creare legami.
In “Parole a capo” sono state pubblicate diverse poesie di Vincenzo Russo. In particolare il 31 marzo 2022; l’8 giugno 2023 e il 18 aprile 2024.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 320° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Vite di carta /
La bellissima canzone di Achille

Vite di carta. La bellissima canzone di Achille

Sono arrivata in fondo e a meno di tre pagine dalla fine avevo un nodo alla gola, che all’ultima pagina si è fatto lacrime. La canzone di Achille di Madeline Miller è il racconto incantevole dell’umanità per come l’hanno vissuta l’eroe Achille, l’aristos achaion della guerra di Troia, e il suo amatissimo compagno Patroclo. Achille, figlio del re Peleo e della ninfa Teti, dunque un semidio. Patroclo, un principe esiliato e umbratile, poco capace di combattere.

In due, una potenza di umana predilezione per quanto si amano l’un l’altro, per quanto godono di ogni giorno vissuto insieme da un’età all’altra, da un punto dell’Egeo all’altro.

Si amano nella vita di pace e quando la guerra che con gli altri Greci vanno a combattere a Troia li espone alle logiche della grandezza degli eroi, l’uno cerca fino in fondo la salvezza dell’altro e il suo onore. Fino alla morte, fino alle loro ceneri mischiate sotto lo stesso mausoleo che rimane a risplendere sulla spiaggia di Troia, anche quando le navi achee ripartono per il ritorno a casa.

La storia del conflitto greco-troiano è noto dal grandioso poema omerico Iliade, e nel racconto di Miller, mirabilmente tradotto da Curtoni e Parolini, la vicenda viene nel complesso rispettata.

Il valore aggiunto nel libro della scrittrice di Boston sta nell’aver lasciato che la voce narrante appartenesse a Patroclo, al suo sguardo innamorato rivolto alle fattezze di Achille, ai minuscoli dettagli della sua pelle e della voce, alla velocità superumana dei suoi movimenti. Alla sua aura di giovane bellissimo e aggraziato, dai capelli come oro.

La voce di Patroclo è una continua diminutio di sé al cospetto della grandezza di Achille, fin da quando all’età di dieci anni è stato esiliato a Ftia presso il re Peleo, padre di Achille. A Ftia Patroclo diviene amico del principe, che l’ha prescelto tra i tanti adolescenti che si addestrano alle armi, ospiti di Peleo, e lo fa dormire nella sua stessa stanza.

Quando Achille e Patroclo si trasferiscono sul monte Pelio presso la caverna di quarzo rosa del centauro Chirone “che insegna agli uomini”, la parte migliore della loro adolescenza si svolge lì, nell’idillio della vita secondo natura, nell’avvicendarsi delle stagioni e degli apprendimenti a cui li accosta il maestro. Sono regole della vita pratica e sono storie di eroi e di uomini.

Restano con lui fino a sedici anni e imparano ad amarsi e a concepire un futuro che li tenga uniti. Non conta la tenace avversione di Teti, madre di Achille, verso Patroclo. L’unicità che questi riveste per Achille l’ha ben compresa e accettata Chirone, ma Teti ha in mente un altro ordine di grandezza per il figlio.

Lo vorrebbe trasformato in divinità, non può accettare che Achille parta per Troia a conquistare da umano il massimo dell’onore tra gli uomini in qualità di aristos achaion, disprezza Patroclo che non sa combattere e non salverà Achille, nemmeno morendo con addosso la sua armatura.

Cosa attiri Achille della figura di Patroclo non sappiamo. Patroclo stesso, che racconta, non sembra poterlo sapere. La predilezione verso di lui è data ed è totale. La sua per Achille è semplicemente ragione di vita. Tanto che, come sappiamo dall’Iliade, va a combattere al posto suo indossandone l’armatura per porre rimedio al contrasto con Agamennone e per salvare la cara Briseide, la schiava contesa.

Ciò che mi commuove in questo epilogo della guerra e della vita dei due giovani, che dopo i dieci anni trascorsi a Troia si sono fatti uomini vicini alla trentina, è che sanno guardare in faccia il proprio destino.

Achille nei modi che sono noti, puntando a conquistare morendo una gloria immortale e versando a fiumi il sangue dei Troiani che ha ucciso. Patroclo stando nelle retrovie a curare i feriti e andando a combattere solo se Achille sente il bisogno di averlo accanto.

Patroclo finisce il suo racconto quando è già morto per mano di Ettore. Morto, ma non ancora arrivato nell’Ade in quanto gli mancano ancora una degna sepoltura e un nome sulla tomba. La prima arriva quando anche Achille viene ucciso dalla freccia fedifraga di Paride e dopo la pira vengono mescolate le ceneri sue e dell’amico, secondo la sua volontà.

Sotto il marmo bianco del mausoleo che i Greci edificano sulla spiaggia di Troia prima di ripartire, Achille e Patroclo sono insieme per sempre.

Il lettore si è intanto accorto che al compagno di Achille è appartenuta una umanità straordinaria: l’ha dimostrata andando a combattere per rimediare agli eccessi di superbia di Achille, non prima di avergliela rimarcata apertamente.

L’allievo straordinario di Chirone, bravo nel canto e nel suonare la lira, amico della natura e della naturalità, il più veloce di tutti nel manovrare le armi, il figlio della dea, si è ora lasciato travolgere dalla fame di onore quanto e più di Agamennone, la cui hubris ha già procurato la pestilenza nell’accampamento greco.

Come dire che il meglio di noi può appartenere alla giovinezza, alla adolescenza, prima dell’ingresso nel mondo adulto.

L’umanità di Patroclo, così piccola agli occhi di Teti, sa essere ancora più grande quando le parla presso la tomba che lei visita ogni giorno. Le rimprovera di avere amato più di Achille stesso suo figlio, il crudele giovane Pirro, le rimprovera che la fama di Achille dipenda dalla crudeltà con cui ha ucciso Ettore e Troilo e gli altri Troiani: “Forse, tra gli dei certe cose passano per virtù. Ma che gloria c’è nel togliere una vita?… Lascia che ciò che si racconta di lui sia qualcosa di più.”

Che cosa di più? chiede Teti. “Quando ha restituito a Priamo il corpo di Ettore, dico. Questo dovrebbe essere ricordato. Il suo talento con la lira. La sua bellissima voce…Le ragazze. Che prendeva come bottino perché non dovessero soffrire nelle mani di altri re”.

A Teti, cui non è riuscito di fare del proprio figlio un dio, resta un gesto: incidere sulla pietra il nome di Patroclo, così che possa raggiungere Achille nell’Ade.

Nota bibliografica:

  • Madeline Miller, La canzone di Achille, Sonzogno, 2013 ( traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/eroe%20greco%20achille/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Se gli europei (che lavorano) sono insoddisfatti

Se gli europei (che lavorano) sono insoddisfatti

Gallup ha mostrato come nel 1935 i due principali problemi per gli americani fossero la disoccupazione e il budget nazionale e nel 2025 le politiche interne del Governo e l’immigrazione. Si è passati da problemi economici a problemi di politica interna (come anche l’inflazione e la disunità della Nazione). Ciò spiega molto di Trump e dell’America di oggi, ma anche dell’Italia, dove il consenso al Governo Meloni dopo 3 anni è intatto.

James Vance (vicepresidente USA) ha detto che il vanto degli Stati Uniti è che sono una nazione cristiana. Zohram Mamdani neo sindaco Dem a New York, musulmano, giura sul Corano. Meloni e Trump sono contro gli immigrati, i Dem a favore. I valori e i temi interni premiano le destre e spingono i giganteschi problemi socio-economici in secondo piano. Forse per questo non cambia il consenso al Governo Meloni.

Viviamo una nuova era dove la forza, più che il diritto, spinge verso nuovi equilibri mondiali. Ma non è vero, come ci racconta la retorica mainstream, che prima era tutto “democrazia e diritto internazionale”. L’Europa (e l’Italia, visto il patrono che ha) potrebbe essere più francescana e dare l’esempio, come invitava a fare il frate che abbracciò l’estrema povertà. Vuole un mondo “con rimedi che sappiano meno di muffa”?
Scrive Violante: “Riesamini i suoi limiti per superarli. Una politica onesta sull’immigrazione, riduca le disuguaglianze, accresca i salari (e quello minimo), curi l’istruzione non solo per i ceti urbani e progressisti, difenda il diritto internazionale (di tutti aggiungo io), si munisca di grandi valori (in cui la spiritualità o l’etica non può mancare, aggiungo io) per respingere una laicità che si esaurisce nel relativismo”. Manca la sanità e una tassazione progressiva (a partire dall’eredità oltre un milione di patrimonio), ma c’è quasi tutto.

Gallup (news.gallup) ci dice anche che i lavoratori dipendenti in Europa non sono affatto contenti. Lo sono di più nelle democrature o dittature e in USA. Com’è possibile se in Europa salari, libertà e diritti sono migliori (a parte USA)? Perché probabilmente chi lavora si aspetta di più da società ricche.

I dipendenti che si sentono attivamene impegnati nel proprio lavoro e come tali soddisfatti sono in Italia solo il 10% (erano il 14% dieci anni fa).

L’Italia ha una delle peggiori posizioni in Europa. Solo in Francia, Spagna e Polonia i dipendenti dicono di stare peggio e che sono peggiorati come Italia e Germania negli ultimi 15 anni. In Nord Europa si sta meglio, specie in Svezia dove le cose sono migliorate.

Ma anche in Romania e Ungheria. Meglio di noi dicono di stare i dipendenti in tutti i paesi Brics e ancora di più negli Stati Uniti, dove i dati sono migliorati, come anche in Cina e India e pure in Russia (nonostante la guerra). Gallup usa dati rigorosi e non è sospettabile di truccare i dati.

Basterebbe guardare la distribuzione in Italia tra profitti e salari per capirlo ma, come abbiamo detto, si vota non solo sull’economia ma anche sull’immigrazione e le politiche del Governo (interne ma anche il riarmo che ha poi effetti interni) e qui “casca l’asino”.

Allarme rosso quindi per i paesi europei e specie per i big: Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, dove i Governi dicono che tutto va bene, mentre chi lavora come dipendente (ed è la maggioranza) non la pensa affatto così. Il fondatore George Gallup (1901-1984) amava dire: “La democrazia si basa sulla volontà del popolo, ma qualcuno dovrebbe andarla a scoprire”.

Negli Stati Uniti gli “impegnati” sono il triplo dell’Italia, ma le cose non vanno bene neppure lì. Alla domanda se si è soddisfatti della direzione in cui procede il proprio paese (Fonte: Gallup, Americans End Year in Gloomy Mood), solo il 24% degli americani risponde affermativamente e sono 20 anni che le cose vanno più o meno così, mentre negli anni ’80 e ’90 andavano meglio.

Insomma, molta inquietudine nel mondo nel 2026; e chi vota guarda al portafoglio ma anche ai grandi valori e a questioni che hanno effetti sulla politica interna.

La continuazione della guerra

La continuazione della guerra

La polizia si muove nella logica degli eserciti: ecco il nesso tra il Minnesota, il Venezuela e le nostre strade. In nome della sicurezza, interna e internazionale

Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese.

Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale.
In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense.

La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare.
Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico.
Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.

In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.

Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degradodispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.

Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.

Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente.

Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.

Parafrasando Von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.

Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era.

Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera. In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.

Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo.
La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, che la crisi si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali.
Riusciremo a fermarci in tempo?

*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).

Esiste la pace giusta?

Esiste la pace giusta?

“La guerra in Ucraina potrà concludersi solo con una pace giusta”

Abbiamo sentito pronunciare tante volte queste parole dai più alti vertici dell’Unione Europea, da diversi Capi di Stato del nostro continente e, in Italia, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ma che cos’è la “pace giusta”? Chi decide se è giusta? Come si fa a concludere una guerra con una pace che entrambi i contendenti considerino “giusta”?

Ma soprattutto, è mai esistita una pace giusta?

La regione dell’Alto Adige, coincidente con la Provincia Autonoma di Bolzano, è entrata a far parte del Regno d’Italia del 1920, a seguito degli accordi di pace stipulati al termine della Prima Guerra Mondiale. Come mai fu annessa all’Italia? Era stata occupata illegittimamente dagli Austriaci?

In realtà no. L’Alto Adige, o Sud Tirolo, entrò a far parte del Sacro Romano Impero fin dal 5° secolo D.C. Fin da allora è stato un territorio linguisticamente e culturalmente germanico, annesso ai possedimenti degli Asburgo a partire dal 1363.

E allora, perché dopo la Prima Guerra Mondiale passò all’Italia? Perché alla fine di una guerra non c’è una pace giusta: c’è la pace che i vincitori impongono agli sconfitti. L’Italia aveva vinto la guerra, l’Austria l’aveva persa, quindi l’Italia si prendeva dei pezzi di Austria.

Alla stessa data l’Italia si appropriò di altri territori appartenenti all’Impero Austro-Ungarico: la penisola istriana, oggi divisa tra Slovenia e Croazia, divenne italiana. Fu un’annessione molto più problematica, mal digerita dai locali, che si concluse in modo drammatico con la tragedia delle foibe.

A ben guardare, l’intero trattato di Versailles, che pose fine alla prima guerra mondiale, fu un capolavoro di ingiustizia, principalmente finalizzato ad umiliare la Germania, che causò una rabbia ed una voglia di riscatto tali da generare la nascita del nazismo e la Seconda Guerra Mondiale. Anche il successivo trattato di Parigi del 1947, che chiuse il secondo conflitto mondiale, fu vissuto nel nostro paese come profondamente iniquo, causando l’esodo di centinaia di migliaia di italiani e una perdita di sovranità per l’Italia.

Senza voler tornare all’antichità, quando gli sconfitti in guerra erano attesi da saccheggi e riduzione in schiavitù, possiamo notare che anche in epoca moderna non è mai esistita una pace giusta. Potremmo prendere innumerevoli esempi. Pensiamo all’Afghanistan, che dopo oltre 20 anni di occupazione statunitense è stato abbandonato al suo destino, ed è ritornato nelle mani dei Talebani. Pensiamo alla Libia, bombardata dalla Nato e poi lasciata spaccata, in balia delle guerre tribali. Potremmo pensare al Venezuela: quale potrebbe essere la pace giusta immaginata da Trump dopo l’aggressione dei giorni scorsi? Uno stato fantoccio che svende il suo petrolio agli USA?

Pensiamo, infine, all'”accordo di pace” firmato tra Israele e Palestina lo scorso mese di ottobre. Non è una pace giusta; non è neanche una vera pace, perché i Palestinesi continuano a morire. Ma il pessimo accordo ha comunque portato ad una drastica riduzione delle uccisioni, quindi è molto meglio che ci sia stato. E questo ci impone di riflettere su cosa significhi davvero cercare la pace.

Sostenere che la pace si insegua attraverso la forza ed il riarmo equivale a spingere per la guerra eterna. Se non si può arrivare ad una pace giusta – e non succede praticamente mai – bisogna cercare la pace possibile, tenendo saldamente il contatto con la realtà e pensando che il risparmio delle vite umane debba essere prioritario su tutto il resto.

Torniamo alla guerra tra Russia e Ucraina. Senza entrare nel merito del conflitto, possiamo tranquillamente sostenere che la guerra sia destinata a concludersi con la vittoria della Russia (e degli Stati Uniti) e la sconfitta dell’Ucraina (e dell’Unione Europea). Il concetto è ben chiaro a Zelensky, passato dal divieto assoluto di trattative con la Russia, inserito a suo tempo in Costituzione, all’accettazione di sacrifici e rinunce che con il passare dei mesi si fanno sempre più pesanti.

Eppure, ogni ipotesi di accordo avanzata da Russi e Ucraini, con l’immancabile supervisione degli Stati Uniti, viene immancabilmente affossata dai vari Von Der Leyen, Kallas, Macron, Meloni…

“Vogliamo una pace giusta”.

Che è un modo per dire che vogliono che la guerra prosegua, anche se questo comporterà la morte di tanti altri Ucraini e Russi, e porterà probabilmente ad una pace ancor meno giusta in futuro. Parafrasando il vecchio detto romano, si potrebbe dire: “Se vuoi la guerra, pretendi una pace giusta”.

E con questo gioco di prestigio, con questo fingere di volere una cosa per ottenere l’esatto contrario, si rifiuta la pace possibile e si porta avanti una guerra sempre più insensata.

Tornano alla mente i motti immaginati da George Orwell nel suo romanzo 1984, parole che oggi suonano sinistramente profetiche:

“La guerra è pace”

“La libertà è schiavitù”

“L’ignoranza è forza”

 

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Il Governo spinge a trasferire il TFR da INPS ai Fondi pensione:
un altro scellerato spostamento di risorse dalla produzione alla finanza

Il Governo spinge a trasferire il TFR da INPS ai Fondi pensione: un altro scellerato spostamento di risorse dalla produzione alla finanza

Sono 7 milioni su 24 i lavoratori che hanno scelto di tutelare il proprio TFR (cioè la liquidazione) non più tramite l’INPS (lo Stato italiano), ma tramite i fondi “complementari” che sono finanziari, anche se “gestiti” anche dai sindacati della propria categoria.

Fino al 1993 ciò non era possibile. La liquidazione dei lavoratori era garantita dallo Stato che ancora oggi la tutela con un interesse annuo fisso dell’1,5% più il 75% dell’inflazione (3,1% la rendita annua degli ultimi 10 anni, che è superiore a quella dell’80% dei fondi pensione – in media dal 2,3 al 2,9%-, tranne quelli azionari che sono però molto a rischio). Lo Stato fa inoltre pagare ai fondi un’imposta fiscale minore di quella che paga lui (un vero paradosso in cui lo Stato tifa contro se stesso e a favore della finanza). Il motivo per cui spesso i fondi finanziari hanno rendimenti peggiori del TFR statale è che sono gravati da elevate commissioni dei gestori, che vogliono essere pagati profumatamente dalla loro gestione (così come in America le spese amministrative della sanità privata sono enormi).

Poiché si tratta di una gestione finanziaria è non solo costosa ma anche rischiosa per i lavoratori. Là dove i rendimenti sono migliori (non sempre) cosa succede se c’è una crash delle borse? Dal crash del 2008 (che nessuno previde, tranne Roubinì e pochi altri tra cui noi, che lo scrivemmo con un anno di anticipo) ad oggi l’indebitamento delle banche centrali degli Stati e dei fondi privati finanziari è salito a 50 volte il PIL mondiale. Mai il debito fu così gigantesco nella storia…tutti tranquilli?

Per quale ragione dunque un Governo che proclama di essere dalla parte della Patria e della Famiglia, vuole favorire i fondi finanziari (internazionali, spesso americani) sapendo che, trasferendo questi fondi dalle Imprese alla Finanza, priva le imprese italiane di una fonte di liquidità importante (17 miliardi è il TFR in possesso alle imprese), specie ora che il credito nelle piccole e medie imprese è sempre meno concesso e sempre più oneroso?

Il primo obiettivo è che spera (ed è probabile) un maggior acquisto da parte dei Fondi pensione dei titoli (BTP) emessi dal Tesoro italiano per finanziare il debito pubblico dello Stato.

Il secondo obiettivo è favorire la lobby della finanza che potrà contare (se tutti i neo assunti dal luglio 2026 dovessero aderire) su 500 milioni in più all’anno.

Il terzo (e più importante) è creare gradualmente (tutte le fregature iniziano lentamente) le condizioni (come negli Stati Uniti e in altri paesi europei) affinchè ci siano sempre più dipendenti che vivono non solo del loro lavoro ma anche del Capitale: o perché hanno il loro TFR che dipende dall’andamento della borsa, o perché hanno una seconda casa che affittano (caso mai con Airb&b); così mettono in difficoltà gli altri lavoratori che cercano una casa in affitto in città dove lavorano, rompendo una relazione di fratellanza che ha sempre caratterizzato la classe operaia.

Branko Milanovic chiama questo nuovo fenomeno, che si sta rafforzando in Europa ed è molto avanti negli Stati Unti, omoplutia (dal greco), cioè Ricchezza che deriva sia dal Lavoro che dal Capitale, in modo da indebolire la classe operaia e la cultura della fratellanza.

Sindacati e partiti di sinistra non si sono resi conto, quando hanno accettato la previdenza complementare nel 1993 –Governo tecnico Ciampi e poi riforma del Governo Dini nel 1995, non a caso con la fine della prima Repubblica – che, favorendo i Fondi pensione, si mettevano nelle mani di “padroni” peggiori delle precedenti famiglie imprenditoriali, in quanto per accrescere i rendimenti finanziari (dei TFR), i Fondi spolpavano aziende (dove stavano altri lavoratori che venivano licenziati o a cui si riducevano i salari) al fine di aumentare i profitti in modo da avere migliori rendimenti dei Fondi pensione.

E in effetti nei primi 10 anni fu così: alti rendimenti (mai più visti però). Una forma di “cannibalismo” tra umani, in quanto il rendimento dei titoli per essere elevato e garantire buone pensioni, avveniva a scapito dei colleghi destinati a perdere il lavoro o veder ridimensionato il salario. E oggi tutti esperti e zitti con salari bassi.

E’ il capitalismo finanziario, bellezza! …che sposta sempre più la fonte del reddito dall’economia reale a quella finanziaria. E cosa fanno infatti ¾ dei figli di quei bravi imprenditori italiani che hanno investito e creato valore e posti di lavoro per 40 anni e che oggi ereditano l’azienda? Vivono dei grandi capitali ereditati a causa della mancanza di una imposta di successione decente sull’eredità (come almeno c’è in Usa, Regno Unito, Germania e Francia) e vendono l’azienda ai Fondi finanziari, rimpicciolendo un’Italia che non sa fare più impresa. Anche l’ILVA sta per essere ceduta ai soliti fondi finanziari americani.

Un ulteriore colpo alle piccole e medie imprese italiane, che sono da decenni una ricchezza dell’Italia e che riceveranno un altro colpo perdendo liquidità e dove i dipendenti che hanno scelto i Fondi pensione (nonostante anni di propaganda) sono meno del 10%, mentre nelle grandi imprese l’adesione sale anche all’80%. L’obiettivo è individualizzare anche queste piccole comunità lavorative, colpendole ancor più. Un altro passo verso la teoria (errata) che chiede alle piccole imprese italiane di diventare medie o grandi (cioè vendere) o scomparire.

Il paradosso è che la proposta viene da chi dice di difendere la Patria e la Famiglia. Mentre in realtà si spingono i lavoratori (e le stesse imprese) a dipendere sempre più dalla finanza. Un virus che si è esteso anche a sinistra.

Fu Beniamino Andreatta (doroteo DC) a imporre il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, in Inghilterra il laburista Tony Blair nel 1996 ad attuarlo e così il democratico Bill Clinton nel 1999 concesse a tutte le banche di speculare (con l’impegno di salvarle se fallivano), avviando la grande globalizzazione che ha immiserito milioni di famiglie operaie (americane e italiane). L’esatto contrario di quello che fece il presidente Roosevelt (sempre democratico) che nel 1933 introdusse la legge che divideva le banche d’affari da quelle (sane) commerciali. Americani molto diversi tra loro.

Piccola nota finale: più la finanza cresce, più cresce la lobby ebraica negli Stati Uniti che ha sempre orientato la politica estera. E si vede dalla mattanza di Netanyahu a Gaza che non si ferma. I nostri piccoli comportamenti (sommati) si trasmettono molto lontano da noi (“effetto farfalla”).

Per certi versi / Mi piace il fuoco

Mi piace il fuoco

Mi piace il fuoco

Pinocchio del mio cuore

Venero la fiamma

Mio bugiardo, mentitore.

 

Ed amo te

d’amore infinito

Canaglia adorata

Farabutto smarrito.

 

Scaldiamoci entrambi

Accendiamolo insieme

Ascoltiamo avvinghiati

La legna che geme.

 

Lì, cuore a cuore

Nella luna d’inverno

Se il naso non ti cresce

Sarà amore eterno.

(inedito)

 

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Gli spari sopra / Una prosa di rabbia

Una prosa di rabbia

Il tallone di ferro opera incontrastato nel mondo senza più una barriera, un rifugio, un’isola galleggiante per i derelitti. Gli sfruttatori, i potenti, i dominatori del mondo, dove l’unica religione è il denaro, dove il denaro è l’unica religione, dove i confini diventano sacri, dove i popoli non hanno terra, dove i diritti sono per pochi. I potenti uccidono senza limiti, senza pietà, la giustizia è a pagamento, il più forte se la compra. Non esistono contrappesi, ma solo appesi, con l’unica colpa di essere vivi e non conformi ai canoni. Evangelici corrotti, timorati di Dio che per diritto celeste riportano in vita il terzo impero, divenendone il quarto. Sfruttati e oppressi, sfruttano e opprimono genti ancora più oppresse, schiavi del capitale e tronchi di legno che votano per l’ascia, convinti che il manico possa essere dalla loro parte. Timidi, timorati, pavidi e riformisti, alla ricerca del metodo per raggiungere il potere non rappresentando nulla e nessuno, alla ricerca del consenso della metà, della metà, della metà degli elettori. Eletti, senza meriti e né merito, impongono il loro volere a menti ottuse, piatte, senza parole e né cultura. Genti che si vantano di non leggere, di non studiare, ma che si sfregano indice e pollice per fatturare. Il tempo per la vita, per lo sport, per lo studio, schiacciato dai turni, sulla ruota del criceto, che gira, gira, gira, fino a quando il criceto muore. E poi padroni e poi frontiere, genocidi di cui non si può parlare, genocidi camuffati con altri nomi, governi di assassini, bombe contro fionde, barche che affondano nel silenzio generale, generali medioevali col seguito di zombie senza testa, attratti dal luccichio delle stellette. Progressisti in fase di regresso, talmente impauriti di essere tacciati di socialismo da divenire i primi servi del capitale. Capitalismo criminale, che non può mai essere messo in discussione, mai e per nessuna ragione, un unico modello, un’unica idea di mondo, il progresso verso l’implosione di un sistema che ha al suo interno il gene della propria autodistruzione. L’utopia uccisa, il sol dell’avvenire spento, il sogno irraggiungibile senza i soldi, il pragmatismo della ragione soffoca la speranza di una generazione. Ma voi dove siete, dove eravate, che state facendo per noi? E noi, cosa stiamo facendo per tornare a galla, per respirare, per di nuovo sognare un mondo diverso? Forse nulla, forse nemmeno noi esistiamo più, forse avete davvero già vinto.

Ma no, non mi avete convinto.

In copertina: Foto di Diego Rios da Pixabay

Per leggere tutti gl articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni clicca sul nome dell’autore.

Venezuela, la distruzione del diritto internazionale

Venezuela, la distruzione del diritto internazionale

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Per Marina Castellaneta, Università di Bari, gli Usa hanno usato la forza contro un Paese sovrano. Troppo debole la reazione dell’Europa

Come si può definire quello che è successo a Caracas?

È una flagrante violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. Hanno violato l’articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite. È un salto in negativo di qualità nelle violazioni del diritto internazionale, perché si rende evidente un uso sfrenato del potere da parte dell’amministrazione statunitense, che non soltanto ha colpito, ha usato la forza contro un Paese sovrano, ma per di più ha sequestrato il capo di Stato e lo hanno portato negli Stati Uniti. Quindi siamo sicuramente in presenza di una violazione del divieto dell’uso della forza, del divieto di non ingerenza negli affari interni. Insomma, le violazioni sono fragranti e manifeste, davvero molto gravi proprio perché non rispettano minimamente la sovranità dello Stato. E, al netto di tutte le atrocità eventualmente commesse da Maduro che naturalmente vanno condannate, i modi per punire gli autori di crimini non sono questi.

Sostanzialmente nessuna, probabilmente è diverso il fine, l’obiettivo dell’aggressione della Russia all’Ucraina è l’acquisizione territoriale mentre quella con l’uso della forza da parte degli Stati Uniti al Venezuela non ha come scopo un’acquisizione territoriale ma è l’imposizione di chi deve governare quel paese. In ogni caso, sono tutte e due delle violazioni, sono crimini perché si tratta appunto di aggressioni in contrasto con il diritto internazionale.

Il motivo dell’attacco sarebbe quello di colpire il narcotraffico internazionale e il terrorismo, ma questi sono crimini che possono essere giudicati da un tribunale nazionale? Non bisognerebbe fare ricorso al tribunale internazionale?

È possibile che uno stato eserciti per alcuni crimini anche la giurisdizione universale.

Anche nei confronti di un capo di Stato?

La questione è un po’ discutibile, alcuni sostengono che nei confronti di capi di stato viga il principio dell’immunità fino a quando sono in carica, altri ritengono che rispetto ad alcuni crimini questo principio verrebbe meno. Credo però che il punto importante sia proprio quello che tutto diventa illegittimo, anche qualora si sostenesse che si può giudicare un capo di stato estero, per le modalità con le quali è stato effettuato l’arresto. In realtà non si tratta di arresto ma di sequestro, e quindi naturalmente questo rende in qualsiasi tribunale tutto illegittimo. Ripeto, gli Stati Uniti hanno una legislazione interna che permette l’esercizio di una giurisdizione “universale” nel caso di alcuni reati, come terrorismo o narcotraffico. Ma ciò che è profondamente illegittimo è proprio la modalità con la quale è stato sequestrato Maduro.

Professoressa, se mettiamo insieme l’attacco russo all’Ucraina, quanto sta accadendo e continua ad accadere in Medio Oriente tra Israele e Palestina, e oggi l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela, il diritto internazionale come sta?

Sta proprio male. Anche perché coloro che rispettano lo stato di diritto, faccio riferimento all’Unione Europea e ai paesi europei, rispetto a quanto sta accadendo hanno delle reazioni piuttosto singolari. Nel caso dell’Ucraina, correttamente, hanno condannato la Russia per l’aggressione. In questo caso le prime reazioni sono state molto tenui. Si afferma che occorre tenere sotto controllo la situazione e si chiede il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, però non si parla espressamente di una flagrante violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. D’altra parte se si legge il documento National Security Strategy degli Usa, quello approvato e reso pubblico nel dicembre 2025, ci si rende conto che si sta attuando quanto lì c’era scritto, anche il cosiddetto corollario Trump alla dottrina Monroe. Quella dell’altra notte non è una mossa avventata ma l’esito di una strategia precisa.

Ma il mondo a questo punto è più sicuro o più insicuro? Insomma, “80 anni di pace”, sono stati garantiti proprio dall’affermarsi del diritto internazionale nazionale.

Il mondo è una polveriera perché c’è una grande violazione del diritto internazionale, attuata proprio degli stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mi riferisco in particolare a Stati Uniti e Russia. Anche in passato ci sono state delle violazioni, ma non di questa portata e non di paesi così “rilevanti”. Negli ultimi anni, si assiste a una accettazione della violazione del divieto dell’uso della forza. Questo è il punto vero, è passato il concetto che il divieto dell’uso della forza non è più un divieto così intangibile come lo era fino a qualche anno fa. E le reazioni internazionali alle violazioni, soprattutto in quest’ultimo caso, sono veramente molto tenui. Insomma, quasi rimpiangiamo il periodo della guerra fredda dove almeno c’’ra un equilibrio fra le due superpotenze. Oggi, invece, le due superpotenze sono alleate nella distruzione del diritto internazionale.

Giornalista con interessi nel campo della comunicazione politica, economica, sociale e del lavoro. Giornalista parlamentare dal 2016 e per oltre 10 anni redattrice di RadioArticolo1. È attenta alle tematiche dell’emancipazione femminile. Ha collaborato alla stesura dell’«Agenda ottomarzo», al bimestrale «Leggendaria» e al mensile «Noi donne» e ha pubblicato Il tempo della maternità (1993). Per Donzelli ha curato, con Altero Frigerio, Lavorare è una parola (2020), Pubblico è meglio (2021). Per Strisciarossa, nel 2023 ha collaborato alla stesura di Facciamo Pace.

Questa intervista è apparsa su Collettiva il 3 gennaio 2026

Cover: Bandiere USA e Venezuela – immagine ISPI  licenza Creative Commons

 

DOLLAR TRUMP THE FIRST

DOLLAR TRUMP THE FIRST

ROMA, 14 Maggio 2037

Buongiorno a tutti voi, cari Websudditi.

Apriamo questa diretta in WorldStreaming dalla Basilica di San Pietro in Roma, dove tra poco più di quaranta Cryptovaluti Dollar Trump sarà incoronato Imperatore d’Occidente, con il nome di  Supreme Dollar Trump the First, da Papa Micetto XIV.

Ricordiamo nell’attesa le tappe salienti che hanno portato al glorioso regno di Trump the First.

2026Conquista di Venezuela e Groenlandia.

2028 – Innesto cibernetico della coscienza del Nostro Sommo Imperatore in un corpo artificiale, alimentato al dentifricio, grazie agli studi sul Transumanesimo del Nostro amatissimo King of Scientist, Elon Musk. Tale Innesto ha reso il Supremo Dollar Trump First immortale, degno cioé di regnare su tutta l’Umanità, donandogli anche un alito sempre fresco e profumato.

2029 – Nascita del Permanent Web Entertainment. Ogni uomo, donna e bambino del pianeta viene dotato di un collegamento neuronale diretto con la rete, dalla quale arrivano continui input all’obbedienza, alla Pace e allo Spritz con patatine al lime e pepe rosa.

2030 – Abolizione della Costituzione Americana, e nascita della Holy True Trumponarchy, che regna nel Sacro nome di Dio e del Dollaro su tutta la Nazione, ribatezzata per l’occasione American Kingdome. Emanazione della Nuova Carta d’Obbedienza che sancisce i doveri ineluttabili dei sudditi americani nei confronti del loro paese e di King Dollar Trump. Abolizione del Congresso, della Corte suprema e di tutte le Giurie federali, sostituite con l’Ordalia e il Guidrigildo longobardo per i reati minori. Reintroduzione della schiavitù per tutti i sudditi, ad eccezione di quelli dalla pelle bianca. Alle stelle il prezzo della candeggina che, come è noto, protegge anche dal Covid.

2034 – Accordi di Mar-a-lago. Vladimir Putin e Xi Jinping accettano la supremazia di Dollar Trump the First sull’Occidente, in cambio del riconoscimento di importanti nuove acquisizioni territoriali. Alla Russia vanno tutti i territori dell’ex Unione Sovietica, più la quota di minoranza della pizzeria al taglio O’ Scugnizzo, mentre la Cina acquista Taiwan, il Giappone, le due Coree, tutta l’Asia e metà Gianni Togni. L’Africa viene assegnata con una partita ad Acchiappa la talpa. Putin la vince facile. Netanyahu, a forza di uggiolare fuori dalla porta, rotolandosi nell’erba, ottiene la Palestina, tutto il Medio Oriente e un collare antipulci.

2035 – L’Unione Europea accetta di entrare nell’American Kingdome. Contraria solo Giorgia Meloni che voleva essere incoronata Regina, ma la proposta di Palazzo Chigi è andata a… rotoloni.

Cover: Donald Trump – Burgercyborg (L’immagine fornita è un’immagine generata dall’intelligenza artificiale (AI) utilizzando un modello generativo di intelligenza artificiale (AI) chiamato Stable Diffusion identificabile dalla filigrana “stablediffusionweb.com” in basso a destra 

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Dipartimento di Giustizia USA: “Il Cartel de los Soles non è un gruppo reale”

Dipartimento di Giustizia USA: “Il Cartel de los Soles non è un gruppo reale”

A ottobre 2025, in un articolo su pressenza dal titolo Cartel de los Soles, la menzogna del “narco-Stato” come giustificazione di guerra contro il Venezuela approfondivo il tema del narcotraffico e come l’accusa verso il Venezuela e il governo bolivariano fosse una farsa architettata ad hoc come giustificazione di guerra. Cosa che si è verificata in modo agghiacciante e disarmante il 3 gennaio 2026, con la conseguente cattura del Presidente Nicolás Maduro Moros.

Justice Dept. Drops Claim That Venezuela’s ‘Cartel de los Soles’ Is an Actual Group

Last year, before capturing President Nicolás Maduro, the Trump administration designated a Venezuelan slang term for drug corruption in the military as a terrorist organization and said he led it.
Qualche giorno prima della sua cattura, i media mainstream occidentali hanno “dimenticato” di dare un’altra notizia molto importante, che invece è stata lanciata dal New York TimesIl Dipartimento di Giustizia ha ritirato l’affermazione secondo cui Nicolas Maduro sarebbe a capo di un’organizzazione terroristica dedita al narcotraffico: affermazione promossa l’anno scorso dall’amministrazione Trump per gettare le basi per rimuovere Maduro dal potere in Venezuela, accusandolo di essere a capo di un cartello della droga chiamato “Cartel de los Soles”.
Tale affermazione risale a un atto d’accusa del 2020, redatto dal Dipartimento di Giustizia, nei confronti di Maduro. Nel luglio 2025, copiandone il testo, il Dipartimento del Tesoro ha designato il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio, Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Trump, ha ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso.
Gli esperti di criminalità e narcotici latinoamericani hanno affermato che si tratta in realtà di un’affermazione dubbia sul presidente Nicolás Maduro, un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli anni ’90, per indicare i funzionari corrotti dal narcotraffico.
Sabato, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un atto d’accusa riscritto che sembrava tacitamente ammettere la questione. In sostanza, i pubblici ministeri hanno continuato ad accusare Maduro di aver partecipato a un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ma hanno abbandonato l’affermazione che il “Cartel de los Soles” fosse un’organizzazione reale. L’atto d’accusa rivisto afferma invece che si riferisce a un “sistema clientelare” e a una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro proveniente dal narcotraffico: nuova accusa forzata, anch’essa di dubbia origine.

Mentre la vecchia accusa fa riferimento 32 volte al “Cartel de los Soles” e descrive il signor Maduro come il suo leader, la nuova lo menziona due volte e afferma che lui, come il suo predecessore, il presidente Hugo Chávez, ha partecipato, perpetuato e protetto questo sistema clientelare. Secondo la nuova accusa, quelli che sarebbero i profitti derivanti dal traffico di droga e dalla protezione dei partner del narcotraffico “derivano a funzionari civili, militari e dell’intelligence corrotti, che operano in un sistema clientelare gestito da chi sta al vertice, denominato Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, in riferimento all’insegna del sole appesa alle uniformi degli alti funzionari militari venezuelani” – si legge nel nuovo atto d’accusa.

Si tratta di accuse pesanti che nulla hanno a che fare con la realtà. I governi di Hugo Chavez si sono contraddistinti per la lotta al narcotraffico, sull’onda di quella che è stata la ferrea e intransigente lotta intrapresa ormai da decenni dal socialismo cubano contro la droga che periodicamente viene ribadita. Basta recarsi in Venezuela per vedere con i propri occhi il lavoro anti-droga da parte della Polizia Bolivariana negli aeroporti. Più volte in passato agenti DEA e FBI hanno espresso ammirazione verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha sempre seguito il modello anti-droga cubano inaugurato da Fidel Castro in persona attraverso cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali.

La ritirata dell’accusa mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno. Elizabeth Dickinson , vicedirettrice per l’America Latina presso l’International Crisis Group, ha affermato che la rappresentazione del Cartel de los Soles contenuta nella nuova accusa era “esattamente fedele alla realtà”, a differenza dell’iterazione del 2020: “Penso che il nuovo atto d’accusa sia corretto, ma le designazioni sono ancora lontane dalla realtà” – ha affermato – “Le designazioni non devono essere provate in tribunale, ed è questa la differenza. Chiaramente, sapevano di non poterlo provare in tribunale”.
Oltre a confermare che il “Cartel de los Soles” era una bufala, ciò mette ancora più in crisi la credibilità e la serietà della modalità azione statunitense, volti sempre più a celare i loro interesse geopolitici con giustificazioni senza prove.

Tuttavia, Rubio ha nuovamente fatto riferimento al Cartel de los Soles come a un vero e proprio cartello in un’intervista rilasciata domenica al programma “Meet the Press” della NBC, un giorno dopo che l’atto d’accusa rivisto era stato reso pubblico. “Continueremo a riservarci il diritto di colpire le navi della droga che trasportano droga verso gli Stati Uniti, gestite da organizzazioni criminali transnazionali, tra cui il Cartel de los Soles”, ha affermato. “Naturalmente, il loro leader, il leader di quel cartello, è ora in custodia cautelare negli Stati Uniti e sta affrontando la giustizia statunitense nel Distretto Meridionale di New York. E questo è Nicolás Maduro”.

E’ giusto ricordare che la valutazione annuale della minaccia nazionale alla droga della Drug Enforcement Administration, che elenca le principali organizzazioni dedite al traffico di droga, non ha mai menzionato il “Cartel de los Soles”. Né lo ha fatto il Rapporto annuale sulla droga dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine.

Eppure l’atto d’accusa del 2020, che delineava una lunga narrazione di una cospirazione durata anni, dipingeva il “Cartel de los Soles” come un’organizzazione dedita al narcotraffico guidata da Maduro, affermando che il gruppo aveva intrapreso azioni come la fornitura di armi alle FARC, un gruppo ribelle marxista in Colombia che ha finanziato le sue attività militanti con il narcotraffico, e il tentativo di “inondare” gli Stati Uniti di cocaina “come arma”. Tutte accuse senza uno straccio di prova fattuale.

La stesura dell’atto d’accusa del 2020 è stata supervisionata da Emil Bove III, allora procuratore dell’unità antiterrorismo e narcotici internazionali di New York. Bove ha guidato il Dipartimento di Giustizia nei primi mesi della seconda amministrazione Trump e ha avuto un mandato turbolento, che ha incluso il licenziamento di decine di funzionari e l’archiviazione delle accuse di corruzione contro Eric Adams, allora sindaco di New York. Trump ha poi nominato Bove a un incarico a vita presso una corte d’appello federale .

Mentre gli esperti di criminalità e narcotici latinoamericani hanno elogiato la correzione riguardante il Cartel de los Soles, alcuni hanno anche criticato altri aspetti dell’atto di accusa rivisto. Ad esempio, l’atto d’accusa ha aggiunto come imputato – e presunto complice di Maduro – il capo di una banda carceraria venezuelana chiamata Tren de Aragua. Il collegamento descritto nell’atto d’accusa è sottile: si dice solo che il capo della banda, in alcune telefonate del 2019 con qualcuno che riteneva fosse un funzionario venezuelano, aveva offerto servizi di scorta per proteggere i carichi di droga che transitavano per il Venezuela.

L’anno scorso, il signor Trump ha dichiarato che il signor Maduro stava dirigendo le attività di Tren de Aragua, nonostante l’intelligence statunitense creda il contrario.

Jeremy McDermott, co-fondatore di InSight Crime, un think tank latinoamericano specializzato in criminalità e sicurezza, ha affermato che l’inclusione del leader del Tren de Aragua tra gli imputati di cospirazione con Maduro in un’organizzazione per il traffico di droga “riflette la retorica del presidente Trump”, ma è fuorviante. Ha sottolineato l’analisi del suo think tank sul Tren de Aragua, secondo cui la banda non possiede importanti spedizioni di cocaina.

Cover: La taglia su Maduro come capo del Cartel de los Soles – immagine da YouTube

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Parole a capo
Evento Collettivo ” Visioni d’artista – stalking “. La partecipazione di Ultimo Rosso.

Parole a capo <br> Evento Collettivo ” Visioni d’artista – stalking “. La partecipazione di Ultimo Rosso.

Dal 14 al 21 Dicembre 2025, nella Sala delle Bifore della Delizia Estense di Belriguardo a Voghiera (FE), si è svolto un importante evento sulla tematica dello stalking. Una collettiva di arte contemporanea che ha coinvolto numerosi artisti che, attraverso la propria forma espressiva, hanno affrontato la tematica dello stalking. Le ideatrici del progetto sono state la pittrice Chiara Bignardi, direttrice artistica SAMeC – Sezione Arte Moderna e Contemporanea – a Belriguardo; l’attrice, fotografa e modella Ericka Bunches e la pittrice Eleonora Lestrange.

Il progetto ha inteso continuare a mantenere alta l’attenzione sull’argomento attraverso l’arte, ma anche per offrire vicinanza a persone che ne siano direttamente o indirettamente colpite e abbiano il desiderio di partecipare. Tutti gli artisti sono stati invitati in forma totalmente gratuita.

Durante il vernissage del 14 Dicembre ha partecipato la poetessa Anna Rita Boccafogli dell’ Associazione Ultimo Rosso  che ha proposto la lettura di alcune poesie scritte appositamente per l’occasione. Segnaliamo inoltre Matteo Pazzi, autore, poeta e ricercatore instancabile di bellezza che ha dato il suo contributo offrendo (attraverso la voce di Chiara Bignardi) una sua speciale opera poetica. Durante la giornata conclusiva del 21 dicembre sono state lette opere poetiche sul tema di Cecilia Bolzani e Roberto Dall’Olio dell’ Associazione Ultimo Rosso. E’ intervenuto anche il Presidente dell’omonima associazione Pier Luigi Guerrini.

Gli eventi brevemente descritti, hanno l’obiettivo di inaugurare un ciclo annuale di incontri artistici collettivi, in cui gli artisti potranno manifestare, con la loro creatività, un ponte tra temi sociali e di attualità ed arte contemporanea, sempre nell’ambito del format “Visioni d’Artista”.

Pubblichiamo di seguito le poesie lette nella giornata conclusiva del 21 dicembre.

Lui. Stalker. La debolezza della violenza

Non è possibile che ora proprio tu
mi dica che non vuoi vedermi più!
Tu che dicevi un tempo di amarmi
adesso invece sei decisa a lasciarmi.

Senza di me tu non sei proprio niente!
Quanto mi offende quel tono arrogante
quando mi urli di starti distante:
mi fai ridicolo davanti alla gente.

Io, che ti ho presa nella mia vita
e tu ora dici che vuoi sia finita!
Ma io lo so che sei mia o di nessuno,
dovrai capirlo sennò non ti perdono.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

Lei. La forza della dignità

Ho ancora i brividi appena ci penso,
dove ho trovato il coraggio non so,
ma quella volta era troppo davvero:
trovai la forza per dirti di no!

Ora ti penti e mi chiedi perdono,
dici che mi ami e non stai senza me,
che come donna ho bisogno di un uomo:
non lascerai che io fugga da te!

Ma non temere, so stare da sola
e ora distinguo l’amore cos’è:
non un padrone ma un cuore che vola,
rispetta, libera, sogna con me.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

Specchio

 

Ancora lui
oggi trenta chiamate
un martello sul capo
ogni squillo una schiaffo
un piede sulla testa

Ancora lui
dietro la porta
a sibilare il suo amore
vibra il guinzaglio
davanti alla finestra chiusa

Ancora lui
specchio a se stesso
un gatto e la sua coda
bava vischiosa
urla strozzate
scompaio a me stessa

Ancora lui
la sua sagoma in attesa
sotto il lampione
ha portato fiori
ragni velenosi

Ancora,
ancora,
ancora.

Affilo le unghie:
non servono parole,
le sole che ode son sue.

Ma fischietti, mazze, amici,
flash abbaglianti, spray urticanti,
a volte la Polizia,
sempre la forza mia,
solo mia.

 

(Cecilia Bolzani)

 

*

 

Dedicata a lei

 

Il cuore non mente
non vuole
il pronome mio
di un altro cuore
vuole la verità
la mente
invece
mente
può mentire
l’uomo
trangugia la falsità.

Mia mia mia
la Mariposa
il cuore arido
crepa
muore la rosa.

 

(Roberto Dall’Olio)

 

Le poesie pubblicate sono tutte inedite e ringrazio per l’autorizzazione.

Foto di Artie_Navarre da Pixabay

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 319° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

 

Lasciamo stare la legge della giungla:
è l’avidità umana a governare il mondo

Lasciamo stare la legge della giungla: è l’avidità umana a governare il mondo

Chi ha dedicato la sua vita allo studio del diritto internazionale, diventandone magari uno specialista, oscilla in questi ultimi anni tra il sarcasmo e la disperazione. Direi che fa del sarcasmo per non suicidarsi. Del resto, come ci si può sentire sapendo che la passione di una vita di studio è stata dedicata ad una disciplina che non conta nulla?

Hai voglia a prendere per il culo (come fa il prof. Guido Saraceni) l’analfabetismo reale dei cretini che parlano di libertà restituita ad un paese oppresso, o l’analfabetismo simulato dei giornalisti che parlano di “arresto” del capo di stato di un paese sovrano. E’ disperazione travestita da sarcasmo. Maduro non è stato arrestato per capi d’accusa mossigli ai sensi del diritto internazionale. Quello nel caso dovrebbe accadere a Netanyahu, sul cui capo pende un’incriminazione della Corte Penale Internazionale, ma Netanyahu invece vola liberamente solcando i cieli del pianeta perché nessun capo di stato si permette di dare esecuzione all’ordine di arresto. Le accuse a Maduro sono costruite dalla procura federale degli Stati Uniti:  cospirazione per narco-terrorismo, cospirazione per l’importazione e la distribuzione di cocaina, produzione e traffico di stupefacenti destinati al mercato statunitense, uso e possesso di mitragliatrici e ordigni esplosivi in relazione alle attività di narcotraffico.

Non esiste un mandato di cattura internazionale per Maduro. Sarebbe come se la procura generale del Messico costruisse un’accusa penale contro il governo degli Stati Uniti per remigrazione forzata e illegale in Messico di centinaia di migliaia di cittadini statunitensi di origine messicana, e su questa base “arrestasse” Trump con un blitz armato a Mar-a-Lago, o magari a Capitol Hill.

Ma il Messico è un paese che è stato colonizzato. Gli Stati Uniti sono una nazione che colonizza, e si percepiscono come un impero. Chi si percepisce come impero non ha bisogno del diritto internazionale, che anzi considera un fastidioso inciampo. Il suo costruire una cornice pseudogiuridica al rapimento di un capo di Stato serve a nutrire quel minimo di propaganda da dare in pasto ai telegiornali dei pensionati, delle casalinghe e dei ragazzini: così Maduro è un dittatore e Trump è un cowboy che pulisce il mondo dal crimine e dalla droga. Serve a nutrire la maggioranza silenziosa, che parla di geopolitica a tavola come sopra, tra una fetta di salame e un cappelletto.

Gli Stati Uniti rifiutano di riconoscere come legittimo il governo Maduro, in quanto per loro sarebbe stato eletto con brogli (per tutto il periodo “incriminato”, compreso l’interim di Guaidò, si legga ad esempio qui). Ergo: se un governo per noi non è legittimo, rapirne il capo non viola secondo noi la sovranità di uno stato, anzi fa giustizia di un usurpatore (se il suo territorio è pieno di risorse naturali da sfruttare, beninteso). Questo assunto sembra essere, nel caso venezuelano, farina del sacco di Marco Rubio, Segretario di Stato USA, avvocato di Miami nato da cubani esuli (ma non durante il castrismo, bensì durante la precedente dittatura di Batista).

La dottrina Donroe

Trump ha rispolverato la “dottrina Monroe”, enunciata ab origine dal presidente USA James Monroe nel 1823. Monroe dichiarò che i paesi latino americani non sarebbero più potuti essere oggetto di mire da parte dei grandi stati coloniali europei, a partire dalla Spagna. Al tempo, questa affermazione poteva suonare addirittura come una sorta di “protettorato” nordamericano nei confronti delle istanze dei paesi del Centro e Sudamerica di emancipazione dalle colonie europee, e in generale dalle mire dell’Europa, in cui la Restaurazione aveva unito alcune potenze nella cosiddetta Santa Alleanza. In realtà, al tempo la dichiarazione di Monroe era piuttosto un modo per allearsi con la potenza coloniale per antonomasia, la Gran Bretagna (che non aderì alla Santa Alleanza) in funzione antieuropea, ovvero in funzione anti russa e tedesca (Prussia e Austria, allora). Da allora, la dottrina Monroe è stata piegata alle ciniche esigenze del momento, diventando sinonimo di “l’America agli Stati Uniti”, con i paesi vicini anzi, con l’intero continente americano assunto all’interno di quello che viene definito “cortile di casa”: dove la casa ovviamente è quella degli yankees.  Quindi Guatemala, Cuba, Brasile, Cile, Argentina, Nicaragua, Panama, la famigerata operazione Condor (leggi qui). L’unica parentesi nell’applicazione della “dottrina Monroe” si è verificata durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, proprio quando potevano sussistere ragioni oggettive per richiamarvisi, in quanto i sovietici installarono basi missilistiche a Cuba, a un centinaio di miglia dalle coste statunitensi. L’assennatezza di Kennedy e Kruschev in quei frangenti evitò lo scoppio di un’altra guerra mondiale: invece di applicare la dottrina Monroe, Kennedy (fortunatamente per i destini del mondo) preferì dedicarsi a Marilyn Monroe.

La dottrina Monroe in salsa trumpiana è meno ipocrita. La sua brutalità non viene camuffata dietro concetti come “esportazione della democrazia”. Il riferimento pseudo-giuridico al traffico di droga e alla illegittimità del governo Maduro è un paravento che non gli interessa nemmeno enfatizzare (del resto, Trump ha appena concesso la grazia al presidente dell’Honduras che era stato condannato alla bellezza di 45 anni per narcotraffico). Trump stesso nella conferenza stampa di domenica scorsa non ha avuto il minimo problema a dire che quello che interessa agli Stati Uniti è “riprenderci il nostro petrolio”: ovvero riconsegnare alle corporation statunitensi la gestione dell’industria petrolifera venezuelana, nazionalizzata a partire dal 1976.

Non mi avventuro nell’impresa di ipotizzare parallelismi, similitudini o differenze strutturali tra la dottrina Donroe e la dottrina Putin, ossia la scelta russa di combattere militarmente chi “abbaia alle porte” di casa sua. La cosa che posso definire “dato oggettivo” è la cartina dei paesi Nato nel 1991, e quella dei paesi Nato nel 2022 (nota: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, alla Nato si è aggiunta anche la Finlandia, che nella cartina non è ancora rossa).

Anche un bimbo capisce, guardandole, che la Nato si sta espandendo fino ai confini russi con una dinamica sostanzialmente priva di contrappesi, dal momento che il Patto di Varsavia, nato nel 1955 in contrapposizione alla Nato (il Patto Atlantico è del 1949), non esiste più da 35 anni.  Certo, la Russia si è ripresa la Crimea e con la forza il Donbass che, dal punto di vista etnico, linguistico e culturale – posto che la storia politica e militare per nostra fortuna ha preso un’altra strada – è come se l’Austria (immaginandola di nuovo impero austroungarico) si riprendesse l’Alto Adige. Non faccio parallelismi, anche perché mi vengono più naturali le differenze: non ci sono basi militari russe in Venezuela, in Messico, in Canada, in Groenlandia, mentre la Russia è letteralmente accerchiata, sul suo versante occidentale, da basi Nato.

 

Dalla Via della Seta alla Via delle Bombe

Tuttavia, l’operazione Maduro ha più rilevanza nei confronti della Cina che della Russia. E’ la Cina la principale destinataria dell’esibizione di forza ed efficienza del blitz venezuelano. Aldilà dello schiaffo in faccia dell’ avere rapito Maduro a distanza di alcune ore dalla visita in Venezuela del governo cinese ( “Ringrazio Xi Jinping per il suo sostegno fraterno”, dice Maduro prima di salutare Qiu Xiaoqi, inviato speciale della Cina per l’America Latina. Qualche ora dopo, Maduro viene catturato dagli statunitensi), l’operazione contiene alcuni messaggi a tutti i governi latinoamericani non allineati:

-se pensavate che la Cina vi proteggesse anche militarmente, questo è il vostro livello di protezione

-se intrattenete i vostri principali rapporti commerciali con la Cina, sappiate che la vostra economia può collassare

-se intrattenete rapporti indiretti con la Cina (es. Cuba, che importa la maggior parte del suo fabbisogno di petrolio dal Venezuela) sappiate che la vostra economia collasserà per effetto del collasso del vostro fornitore principale

Questo genere di avvertimenti non riguarda, tra l’altro, solo il cortile di casa degli yankees. Riguarda ad esempio la Nigeria, lo stato africano che ha stretto di recente pesanti accordi commerciali con la Cina: petrolio, gas e litio (alla Cina) in cambio di tecnologia, addestramento militare e, soprattutto, infrastrutture (alla Nigeria). A Natale gli USA hanno sferrato attacchi militari a (così dichiarate) basi dell’ISIS in Nigeria per difendere la comunità cristiana locale: operazione che serve a Trump sicuramente in termini di recupero dell’elettorato evangelico cristiano statunitense, inquietato dal pantano epsteiniano nel quale il presidente si dibatte; ma che serve anche a spostare gli equilibri strategici contro la Cina e a favore degli Stati Uniti. E’ come se lo sceriffo del pianeta Trump dicesse al governo nigeriano: se volete protezione ed efficienza militare, dovete rivolgervi a noi.

Riguarda la Groenlandia, territorio danese vicinissimo al Canada, che Trump dichiara dover essere statunitense per ragioni di “sicurezza nazionale”, e che – afferma lui – è “circondata da navi cinesi e russe”. Anche in questo caso la ragione è duplice, strategica ed economica: non è detto che le navi cinesi e russe che battono le rotte artiche lo facciano o lo faranno solo per ragioni commerciali; e non è detto che lo scioglimento dei ghiacci continui a rendere impossibile o antieconomico, com’è stato finora, ogni intrapresa di sfruttamento dei giacimenti di metallo e terre rare. Da Greenland a Greedland.  Un dettaglio, che aggiunge una vena di paradosso alla distopia: la Groenlandia fa parte della Nato.

Riguarda Taiwan (o Repubblica di Cina), isola separata dalla Repubblica Popolare Cinese non solo dal mare, ma da una guerra civile mai realmente cessata; isola piena di armi statunitensi e anche di basi USA, anche se non fa parte formalmente della Nato. Lì il messaggio è ancora più diretto: se provate a invadere o annettere Taiwan, è come se invadeste un pezzo di Stati Uniti. Che poi sarebbe speculare a quello che la CIA provò a fare contro Castro alla Baia dei Porci, fallendo, nel 1961.

Riguarda l‘Iran. Le ridicole frasi in lingua farsi del tipo “non fate giochetti con Trump, è un uomo d’azione” sembrano preparare il terreno ad un attacco congiunto con Israele, già tentato con scarso successo alcuni mesi fa. Anche se la situazione iraniana non può essere paragonata a quella venezuelana – nel senso che un cambio di regime in Iran potrebbe aprire un ciclo di instabilità in Medio Oriente dagli sviluppi ancor più imprevedibili – è innegabile che l’operazione Maduro ha trasmesso un’immagine di grande efficienza e potenza, almeno in termini di rappresentazione simbolica.

 

Greed is good

E’ altrettanto innegabile che i vaticini sul fatto che Trump si sarebbe concentrato sugli affari interni e non avrebbe aperto nuovi fronti di guerra (come peraltro lui stesso affermava) si stanno rivelando sbagliati. E’ innegabile però che la strategia della Casa Bianca sul tema “geopolitica” sia cambiata. Sulle motivazioni del cambio di strategia, trovo persuasiva l’analisi dell’economista e storico Alessandro Volpi, che cito testualmente: “L’elezione di Trump ha scatenato una guerra finanziaria all’interno del capitalismo Usa fra i “padroni del mondo”, le Big Three, grandi monopoliste del risparmio globale e grandi azioniste delle Borse americane (e delle società petrolifere), e la finanza legata al presidente, da Ellison, a Musk, a Thiel, a Bessent e Lutnick. Questa tensione interna minacciava la tenuta del debito federale, della bolla finanziaria, del dollaro, mettendo a nudo tutte le criticità strutturali dell’economia a stelle e strisce. La scelta dei dazi e il tentativo di reindustrializzare gli Usa non stanno funzionando e rischiano di far perdere consensi a Trump in vista delle elezioni di midterm, così come non sembra percorribile, a queste condizioni, la nuova creazione di dollari o l’abbattimento dei tassi della Fed e tantomeno le stable coin. Così la guerra finanziaria diventa tradizionale guerra militare per la conquista delle risorse, per la difesa del primato energetico e per l’imposizione al resto del mondo del pagamento della profonda crisi americana: una strategia che può mettere d’accordo le due anime del capitalismo finanziario americano, può soddisfare il complesso militare-industriale e i boss dell’energia e magari anche della droga. Il punto vero è però capire fino a quando la Cina potrà accettare tutto questo perché il “nuovo” Trump pare andare oltre anche l’ordine multipolare”. 

In conclusione: il diritto internazionale attualmente è materiale per gli studiosi di storia contemporanea, più che per i giuristi, lo dico con mestizia. Tuttavia, smettiamola di parlare della “legge della giungla”. La legge della giungla si fonda sull’istinto di sopravvivenza: uccido la preda perché devo mangiare, mi difendo dal predatore per non diventare il suo cibo. La legge che vige è quella del potere umano, strettamente influenzato da una brama eminentemente di specie, che non saprei se connaturata all’homo sapiens o al sapiens sapiens: greed.  Avidità. Un concetto ben espresso dal sociologo brasiliano Emir Sader: “Se una scimmia accumulasse più banane di quante ne può mangiare, mentre la maggioranza delle altre scimmie muore di fame, gli scienziati studierebbero questa scimmia per scoprire cosa diavolo le stia succedendo. Quando a farlo sono gli umani, li mettiamo sulla copertina di Forbes”.

 

 

Immagine di copertina wikimedia commons

 

Le voci da dentro / Ho preso un caffè con un ragazzo uscito dal carcere

Le voci da dentro. Ho preso un caffè con un ragazzo uscito dal carcere

I panettoni che ho regalato e che ho mangiato quest’anno li ho comprati alla Pasticceria Giotto che lavora nel carcere “Due Palazzi” di Padova, fianco a fianco con le persone detenute. La qualità è, come sempre, eccellente e, confesso, che anche il torrone non è affatto male.

L’obiettivo della Cooperativa che gestisce la pasticceria è che il lavoro in carcere sia un ponte tra il mondo fuori e dentro, uno strumento riabilitativo concreto, un luogo dove mettersi alla prova prima di tornare in società. Fino ad oggi più di 200 detenuti sono stati guidati in un percorso formativo e professionalizzante nell’arte pasticceria.

“Seconda Occasione” è la rubrica mensile di Pasticceria Giotto che racconta la vita nel laboratorio di pasticceria del carcere di Padova. Ricevo regolarmente la loro newsletter dalla quale ho tratto questo post che trovo davvero interessante.

Seconda occasione

(Mauro Presini)

“Abito in una trifamiliare. Sotto c’è una signora anziana, sopra c’era mio nonno. Io sono stato dentro diciotto mesi. Potrei dire un anno e mezzo, ma forse contare i mesi rende più l’idea di quanto mi sia sembrato infinito il tempo. Diciotto mesi non sono nulla, ma in quei diciotto mesi entrambi i miei nonni se ne sono andati.”

Avevamo parlato del più e del meno finché non è arrivato il mio caffè, dopodiché ha cominciato a raccontarmela per davvero la sua esperienza in carcere. Forse ha aspettato per educazione.

Non mi guarda mai negli occhi, tiene lo sguardo fisso verso la finestra, come se non potesse perdersi un secondo di ciò che accade fuori.
Non capisco se si vergogni, se sia intimorito, non sa che io lo sono più di lui, che ho paura di usare una parola sbagliata e interrompere il momento. Balbetto, mi impappino, lui per fortuna continua a guardare fuori. Fuori non succede praticamente nulla che io possa notare, ed è questo il punto credo. Me lo chiarisce lui: Mi era mancata questa normalità.

Soffio sul caffè perché non riesco a berlo se è bollente, ma è anche una scusa per tenermi occupato mentre mi racconta che aveva il terrore di finire in carcere e alla fine però ci è finito lo stesso, come se fosse una cosa inevitabile, una cosa che prima o poi ti capita se non stai attento.

Mi racconta che ha iniziato in Pasticceria durante la campagna natalizia, in logistica. È stato spostato in laboratorio alla produzione quando era il momento delle colombe. Non gli importava tanto quale fosse la mansione, voleva solo passarci più tempo possibile, per averne il meno possibile da solo per pensare. Avrebbe rifiutato volentieri il giorno di riposo. Rifiutava il rapporto coi colleghi detenuti, preferendo quello coi maestri pasticceri.

Preparazione dei panettoni

Ci sono tante persone in carcere che non vedono l’ora di farti pesare di non essere normale. Loro non lo facevano.
All’improvviso smette di guardare fuori e mi guarda. È lì che ingoio il caffè prendendomi il rischio di bruciarmi il palato. È freddo in realtà, è passato più tempo di quello che credevo.
I suoi ricordi si fanno più duri, in un’espressione che sembra ricalcare la rabbia che ha provato dentro. Li chiama sempre “loro”, ci tiene a tracciare una linea e mettercisi al di qua.

“Ho passato tutto il mio periodo di detenzione a evitare i problemi, che possono venire fuori da ogni situazione. Ti testano, vogliono vedere se stai con loro o coi maestri pasticceri. Se provi a dare confidenza a qualcuno sei finito. Così sei lasciato a te stesso, sei un numero di matricola, e invece magari non sei come chi lì dentro ci sta dieci anni, esce e poi rientra, non ha un progetto. Ma lo puoi diventare se ti distrai. Lì dentro peggiori. È il sistema che ti rende così. Non c’è niente di riabilitativo e rieducativo, lì dentro è una scuola di criminalità.

Prima di ascoltarlo, immaginavo il lavoro in carcere come un’opportunità, come un modo di passare il tempo, come una fonte di stipendio. Tutto bellissimo. Ma dalle parole di A. capisco che c’è molto di più dietro. Mi dice “non lavoravo sentendomi degli occhi addosso, lo facevo per me. Perché se non ti aggrappi a una cosa normale come lavorare sei perduto.
“Io ho dovuto accettare di essere in carcere, ma solo quello. Se ti ci abitui, se stabilisci una routine, se inizi a sentirtici a casa, non ne esci più.”

Il mio tempo con A. è scaduto, adesso attacca il suo turno. Non ci siamo seduti in un bar qualsiasi. Siamo nel bar dove l’hanno assunto con l’intercessione della pasticceria del carcere, grazie al suo percorso lì dentro. Lo ringrazio, mi ringrazia, non saprei nemmeno di che; lo vedo poi che si precipita nel retro del negozio per cambiarsi. Non è in ritardo, la sua sembra proprio impazienza di avere un progetto, di vivere la normalità che ha sospeso per diciotto mesi.

Io avrei voglia di un altro caffè, di bermelo da solo, di farci caso al fatto che bermi un caffè da solo non mi abbia mai angosciato.

Cover e immagini nel testo tratte dalla newsletter di “Seconda Occasione”

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Trump e il Venezuela

Trump e il Venezuela

Per quanto sia criticabile e orribile (e lo è) il regime di Maduro, l’intervento di forza e neo-coloniale di Trump è indifendibile. Arrestando Maduro e la moglie per narcotraffico, si vanta di un’azione di forza con pochi costi e molti vantaggi economici (petrolio), ma si prende un rischio enorme, in quanto non si sa come andrà a finire.
Trump dice che saranno gli USA a governare la transizione, il che fa intendere che sarà insieme alla vicepresidente Deley Rodriguez e all’esercito che, insieme alla milizia popolare, si dice conti su 5-6 milioni di affiliati.

Trump non esclude di usare “boots on the ground(Militari sul campo) per affermare quella che è stata chiamata la dottrina Donroe (Donald+Monroe) e cioè che l’America Latina è il “cortile di casa” Usa che nessuno può toccare (messaggio alla Cina).

Ciò riporterebbe gli Usa ai tempi della ”esportazione della democrazia” (in realtà conquiste per interessi): Libia, Iraq, Afghanistan, Belgrado, Vietnam, minando il movimento MAGA nato anche per impedire che ciò continuasse ad accadere.

Una svolta sorprendente e che rafforza la Russia (vs Ucraina) e la Cina (vs Taiwan).

Non si sa come avverrà la transizione. La legge prevede che entro un mese si vada ad elezioni, che potrebbero essere vinte da un candidato chavezista, sotto la spinta patriottica che potrebbe rafforzarsi per l’ingerenza americana (coloniale) per impossessarsi del petrolio. Il rapporto ONU sulle droghe aveva già mostrato che i paesi narcotrafficanti sono Colombia, Guatemala, Messico, Perù e Ecuador e che solo il 5% della droga colombiana passa per il Venezuela.
L’ex presidente dell’Honduras Hernandez, condannato in Usa a 45 anni di galera per i suoi legami col capo dei narcos messicani, è stato, peraltro, graziato da Trump.

Trump stesso ammette (qui la differenza coi precedenti presidenti USA) che il vero interesse è la più ampia fonte di giacimento al mondo di petrolio e che saranno gli americani a gestire le infrastrutture per produrre più petrolio e recuperare furti (?) di risorse petrolifere fatte in passato a danno degli americani, con le nazionalizzazioni (che sono in realtà nelle disponibilità di legge del Venezuela).

Gli USA gestiranno anche la transizione politica (non dice mai democratica). Il che fa pensare che ci sarà un lungo periodo di instabilità e violenza, specie se gli americani, com’è pure possibile, saranno costretti a intervenire direttamente in mancanza di una rivolta popolare contro il regime di Maduro (che per ora non si vede).

Se dovesse succedere saranno seri problemi col movimento MAGA che ha sostenuto Trump il cui primo obiettivo era “mai più guerre in cui gli USA sono coinvolti”. Può essere che a spingere Trump sia stato Mario Rubio, figlio di esuli cubani, che ha il dente avvelenato contro Cuba, Colombia e Venezuela. Oppure il crollo nei consensi scesi a fine anno al 39% dal 49% del gennaio scorso (più bassi del Trump I e di Biden) dopo un anno.

E’ probabile che al Consiglio di sicurezza dell’ONU gli Stati Uniti rimarranno quasi isolati (col sostegno di pochi e di Israele), che si ampli il consenso a favore di Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa (BRICS) e che alcuni degli Stati europei (tra cui l’Italia) facciano la figura barbina di astenersi o appoggiare gli Usa mostrando, ancora una volta al Resto del mondo (che è maggioranza da tempo), di avere un doppio standard sulle questioni internazionali e una credibilità ormai scesa a zero.

La svolta di Trump conferma che gli Stati Uniti non sono così cambiati come si diceva, che gli interessi e la forza prevalgono (come in passato) sul diritto internazionale. L’azione è un chiaro messaggio contro la presenza della Cina in America Latina, considerata di nuovo “il cortile di casa” americano.

La UE si indebolisce nel difendere l’Ucraina e, domani, la Groenlandia, se Trump dovesse intervenire, come pure è possibile, dopo questo atto di forza. La UE si limita a dire che “siamo a fianco del popolo venezuelano verso la transizione democratica” (ma non condanna USA). Nata per armonizzare il mondo, per costruirsi terzo polo tra Cina e USA, è finita per supportare gli americani, auto privandosi di autonomia. La stessa Italia, pur alleata e nella NATO, ha sempre avuto una sua politica estera autonoma con De Gasperi, Andreotti, Moro, Craxi, Berlinguer fino al 1992.

La Cina dichiara “l’uso sfacciato della forza contro uno stato sovrano”. Condannerà la violazione del diritto internazionale USA in sede ONU e non farà più di tanto.
Sa di perdere qualche soldo in Venezuela (e un partner), ma di aumentare il suo rango a livello internazionale, in attesa che anche Trump tramonti, insieme al declino economico americano (ed europeo), in modo da mettere sul tavolo, al momento giusto, le sue (notevoli) carte, che avranno effetti devastanti sui paesi alleati agli USA (europei), se non cambieranno, come è prevedibile, la loro postura e non creeranno quella statualità e rango che è mancata all’Europa per far piacere (paradossalmente) all’alleato americano.

Si profila un mondo dove il diritto internazionale declina (non ha mai goduto di grande favore) a favore della forza di USA, Russia e Cina.
Ma non è detto che il secolo XXI sia quello della forza bruta, quando esagera può rivoltarsi contro. Data l’ignavia della UE non ci resta che sperare negli Stati non allineati a Cina e USA, come Brasile e India (pur parte dei BRICS).

Facciamo un altro passo verso la 3^ guerra mondiale. Per ora la prudenza cinese non ci avvicina. Nelle arti marziali (orientali) la forza viene usata contro chi la sferra e la storia a volte (speriamo) ha svolte impreviste.

Cover: Trump e Maduro – immagine Heute At su licenza Creative Commons

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Dipingere con le parole: la mostra “Grafemi” alla MLB gallery con 5 artisti di nazionalità ed età diverse

Dipingere con le parole: alla MLB gallery 5 artisti di nazionalità ed età diverse in mostra con “Grafemi”

I grafemi sono i segni grafici che riproducono i suoni delle parole attraverso un simbolo. Un termine che mette quindi insieme figura e scrittura e che dà il titolo alla nuova mostra di arte contemporanea allestita a Ferrara nella home-gallery di Maria Livia Brunelli. La rassegna “Grafemi” raccoglie opere dove il tema dei segni di scrittura è usato come elemento di composizione da alcuni artisti assai differenti per origini ed età anagrafica, ma accomunati proprio dall’uso della grafia come parte integrante dell’opera figurativa. In questa chiave  sono accostati i lavori dell’esposizione nella galleria-dimora che si trova nel centro storico di Ferrara, a metà tra il Castello Estense e il palazzo dei Diamanti.

MLB Gallery in corso Ercole I d’Este
Locandina della mostra “Grafemi” – foto GioM

Le opere spaziano da alcuni maestri dell’arte di avanguardia come Maria Lai (Nuoro 1919 – 2013) e Dadamaino (Milano 1930 – 2004) fino all’opera del concittadino artista-ingegnere Marcello Carrà (Ferrara, 1976), passando per la pittrice tedesca Irma Blank (Celle, Germania, 1934 – Milano 2023) e il pittore francese di origine polacca Roman Opalka (Hocquincourt, Francia, 1931 – Chieti, 6 agosto 2011) che ha dedicato tutta la vita a dipingere i numeri a partire dall’uno per arrivare fino a oltre 5 milioni e mezzo.

Maria Livia Brunelli illustra la mostra “Grafemi” – foto GioM

Artista nota per la performance che ha coinvolto l’intero paese natale e per le sue opere d’arte fatte con stoffa e fili, Maria Lai è rappresentata dai suoi caratteristici libri cuciti. Le parole sono mimate da segni di filo scuro che riproducono una calligrafia illeggibile, o meglio – come spiega la gallerista – “una calligrafia nella quale Maria Lai diceva che ognuno poteva leggere ciò che preferiva. Lei da bambina era dislessica e non riusciva a decifrare le parole. Poi, con l’arte, ha trasformato questa difficoltà in un’opportunità”. Una di queste opere è qui esposta per la prima volta al pubblico e rappresenta “La leggenda della Jana operosa”. Un collage di stoffa e fili dove si susseguono scene di immaginarie fate che vengono iniziate all’arte del cucito e “a tenere per mano l’ombra”. Il lavoro, realizzato nel 1992, è un prezioso prestito di Maria Elvira Ciusa, una delle amiche e collaboratrici più strette dell’artista sarda.

Maria Lai – libro cucito alla mostra “Grafemi”

Dadamaino, pseudonimo di Edoarda Emilia Maino, è un’artista italiana che ha contribuito ai movimenti dell’avanguardia artistica milanese degli anni Cinquanta con le sue ricerche geometrico-percettive. In esposizione c’è una sua opera a segni fluttuanti in bianco e nero “Passo dopo passo” (mordente su poliestere, 1989) che Maria Livia descrive come “rappresentazione metaforica del destino biologico ed esistenziale delle persone che si incontrano, si amano, si allontanano, cambiando costantemente flussi di relazioni ed emozioni”. Sulla superficie trasparente del poliestere, il mordente segna tratti più o meno scuri che creano linee ondivaghe, a simulare il movimento incessante dei rapporti che possono segnare lo spazio di un’esistenza.

“Passo dopo passo” di Dadamaino (mordente su poliestere, 1989) dal ciclo ‘Il movimento delle cose’

Nell’esemplare esposto di “Trascrizioni” di Irma Blank (inchiostro su acetato, 1975), il libro è l’oggetto al centro della rappresentazione. Non è però il volume a cui ci hanno abituato i trompe l’oeil storici, come quello celeberrimo di Giuseppe Maria Crespi che a inizio del ‘700 riproduceva gli scaffali di una libreria!

Il trompe l’oeil di Giuseppe Maria Crespi custodito al Museo della Musica di Bologna – da Wikipedia

Il libro della Blanck è tratteggiato nel suo aspetto tecnico, interno,  riprodotto come immagine pagina per pagina, ma privato del contenuto specifico. Le parole sono infatti disegnate tramite un tracciato indecifrabile, inserito nella struttura compositiva dei fogli, mantenendo il ritmo delle righe, la disciplina della gabbia tipografica. “Il gesto – si legge nella descrizione in mostra – diventa ripetuto, meditativo, totalizzante. Un corpo a corpo con la superficie, dove il tempo diventa parte dell’opera e il segno, tracciato in uno stato quasi meditativo, conduce a una dimensione spirituale nutrita di silenzio e concentrazione. Una calligrafia interiore dal sapore metafisico”.

“Trascrizioni” di Irma Blank ( inchiostro su acetato, 1975)
Particolare dell’opera di Irma Blank

Marcello Carrà – che ha debuttato nel mondo dell’arte con i suoi insetti meticolosamente disegnati a penna bic su fogli di grandi dimensioni – qui espone una serie di lavori dove la parola è sempre parte integrante della composizione. Brani tratti da “Il Giardino dei Finzi Contini” servono, ad esempio, a tracciare lo sfondo di un trittico di soggetti floreali.

Fiori di Marcello Carrà
su ispirazione del romanzo
Il Giardino dei Finzi Contini

In un’altra sua opera, l’intero romanzo “Olga” di Chiara Zocchi è trascritto in modo da lasciare un perfetto cerchio bianco al centro del lungo rettangolo, denso dei caratteri calligrafici del libro. “Quel punto centrale è il simbolo del vuoto interiore che pervade la protagonista della storia”, spiega l’artista.

“Olga” di Marcello Carrà
Particolare dell’opera sulla locandina

Il quadro più recente di Carrà che c’è in mostra porta il titolo del libro di Truman Capote “In cold blood” (A sangue freddo) e usa la scrittura per una minuziosa descrizione figurativa. Le parole di fatto sono impiegate come il tratto nero più o meno fitto sulle incisioni: i caratteri in grassetto creano le parti più scure e quelli normali e via via più fini delineano le sfumature. Con la scrittura utilizzata al posto del segno inciso su lastra.

“In cold blood” di Marcello Carrà – penna su carta applicata su legno
Particolare dell’opera, 2025 – foto GioM

Il testo scritto con punta di penna più o meno fine va ad illustrare una tavola apparecchiata attorno alla quale siedono madre, padre, bambina e bambino in un’atmosfera da America anni Cinquanta. Il titolo dà un significato contrastante alla rappresentazione – che è poi quella del romanzo – per chi avesse voglia di leggere il disegno riga per riga, che riproduce tutto il testo, in lingua originale, di A sangue freddo di Truman Capote. L’immagine è infatti quella di una felice famiglia americana davanti a una ricca colazione d’oltre oceano, eppure allude a uno dei delitti più efferati, reso celebre dal romanziere statunitense nella sua narrazione basata sul quadruplice omicidio realmente accaduto nella provincia americana alla fine degli anni Cinquanta.
Le sagome dei personaggi che alludono ai protagonisti (nonché vittime) del romanzo sono rese graficamente attraverso le parole stesse di Capote, modificando lo spessore dei pennini a seconda dell’intensità chiaroscurale delle campiture.

Un viaggio, dunque, tra le parole scritte ad arte per decifrare i temi della vita e dei suoi contrasti di chiaro e scuro, sole e ombra, conoscenza e mistero.

“GRAFEMI. Da Irma Blank a Maria Lai, da Dadamaino a Opalka e Marcello Carrà”, MLB Gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara, 20 dicembre 2025 – 12 aprile 2026. Visite guidate gratuite dalle 15 alle 19 con prenotazione telefonica al cell. 346 7953757

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PARIGI, SULLE TRACCE DEL TEMPO

PARIGI, SULLE TRACCE DEL TEMPO                                                                  

Non so se sia il fascino lontano dell’Ungaretti francese, quello della Guerre, con una lirica dedicata ad Apollinaire scomparso proprio nel giorno in cui, terminato il primo conflitto mondiale, per le strade di Parigi si gridava à mort Guillaume (“en souvenir del la mort que nous avons accompagnée / en nous elle bondit hurle / et retombe / en souvenir de fleurs enterrées”); se sia per i versi sulla malinconia di fredde serate nelle quali era un ‘colore di pianto’ a muovere e sfumare il paesaggio davanti agli occhi del poeta, flâneur notturno sul lungo Senna; certo è che la mia passione per quella città credo sia cominciata proprio da lì. Dal numero 5 della rue de Carmes, “appassito vicolo in discesa” frequentato da Mohammed Sceab, l’amico arabo che non aveva saputo sciogliere “il canto del suo abbandono”, dalla Rouche e dalla Montparnasse dell’École de Paris, da quell’insieme di artisti geniali venuti da ogni parte d’Europa, destinati per lo più a morire giovani di stenti, o per l’intolleranza e la guerra,

Per molti oggi non è facile immaginare la vita genialoide e bohémienne che si svolgeva intorno al carrefour Vavin tra La RotondeLe Dôme, La Coupole,.., eppure, per chi è capace di muoversi tra le soglie e ha un cuore che “batte al centro / di Parigi”, “nel cuore / del cuore di Parigi” (per citare i versi di un altro poeta, Giorgio Caproni, che ha dedicato alla città dove è nata la grande poesia europea una piccola e incantevole raccolta dal titolo Erba francese) è come se in controluce o in sovrimpressione fosse in qualche modo sempre presente anche quel mondo.

Non c’è bisogno neppure di ricorrere al passaggio dell’auto d’epoca che Woody Allen  in Midnight in Paris fa arrivare fino al numero 27 della Rue de Fleurus, dove Gertrude Stein riuniva con profetica intuizione quanti in letteratura e nelle arti figurative avrebbero segnato la prima metà del secolo scorso.

Basta guardare con attenzione gli edifici II Impero del boulevard e le basse e semplici case delle strade vicine, osservare gli ateliers dalle grandi vetrate frequenti nel XIV arrondissement fino a Villa Seurat, farsi prendere dal fascino dei luoghi e dei nomi. In rue Campagne Première (una traversa del boulevard du Montparnasse, a pochi passi dalla Closerie de Lilas), dove Giuseppe Ungaretti abitò a partire dalla fine degli anni Dieci con la giovane moglie Jeanne Dupoix, di ateliers d’artists ce n’erano, a credere alla plaque commemorativa posta a lato del n. 9, quasi un centinaio.

Ingresso del n. 9 rue Campagne première (© Anna Dolfi)

Di sicuro in quell’articolato complesso a inizio secolo aveva vissuto il giovane Rainer Maria Rilke, vi era stato Rodin; Ungaretti deve avervi incontrato non solo Apollinaire, ma De Chirico, Picasso… Ai primi del Novecento al 13 bis viveva il pittore e incisore Bernard Naudin, all’angolo del Passage d’Enfer (che da Campagne Première porta al boulevard Raspail) il fotografo Eugene Atget.

Passage d’enfer (© Anna Dolfi)

Quasi in fondo alla strada, accanto a uno splendido edificio primo Novecento, l’hotel Istria ricorda ancora che nel clima effervescente degli anni Venti le sue stanze erano frequentate da Francis Picabia, Marcel Duchamp, Man Rey, Kiki de Montparnasse, Tristan Zara, Vladimir Majakovskij…, Elsa Triolet, la mitica Elsa, che in Il ne m’est Paris que d’Elsa Aragon avrebbe celebrato mentre usciva dall’hotel illuminando con la sua presenza tutta la via.

Nella seconda metà del secolo di rue Campagne Première si sarebbe ricordato Jean-Luc Godard che, nella scena finale di À bout de souffle (film manifesto della nouvelle vague), vi avrebbe fatto cadere sotto i colpi della polizia il suo protagonista, Jean-Paul Belmondo.

Belmondo nell’ultima scena di A’ bout du souffle (© Anna Dolfi)

Insomma, se il passato porta con sé lo struggimento per quanto è perduto, prendendo in prestito il titolo di un bel libro di fotografie di Brassaï commentate da Patrick Modiano uscito da Hoëbeke nel 1990, si potrebbe parlare a buon diritto di un prolungato effetto Paris tendresse. In quel caso a raccontare una Parigi quotidiana di brasserie e bistro, di portinaie, suonatori di fisarmonica, giocatori di bocce, prostitute e macrò… erano delle fotografie.

E fotografie, sia pure di altro genere, si trovano nei romanzi di Modiano: ma sappiamo che la chambre claire (splendido titolo per un indimenticabile libro di Roland Barthes) conserva l’ultima testimonianza di quanto è esistito o di cui si sono smarrite le tracce. Per questo ogni scatto alimenta e nutre domande, contiene una storia sconosciuta che relativamente al momento fissato nell’immagine riguarda non solo il passato ma anche un futuro di cui non sappiamo e non sapremo mai niente.

Modiano, spesso a partire da fotografie, da lettere ritrovate, da frammenti di giornale ripescati per caso in camere d’albergo o in appartamenti abbandonati, ha ripercorso nei suoi libri una città attraversata dalle ombre del tempo dell’Occupazione.

Ci ha parlato di sbandati, di apatridi, di falliti, di balordi vissuti tra il mercato nero e la delazione che pure esercitano una strana fascinazione su protagonisti adolescenti tormentati dal desiderio di sapere e dalla nostalgia lasciata in loro da una sorta di genetica orfanità. Giovani che cercano di scoprire qualcosa della generazione che li ha preceduti, delle cui colpe portano un non meglio precisato rimorso, e che ripercorrono quartieri scomparsi mentre una memoria intermittente li riconduce sulle tracce di vicende irrisolte e di un’infanzia perduta.

Intorno una Parigi notturna (per lo più da rive droite) percorsa da un’umanità in fuga non troppo dissimile da quella che si intravede in Automne à Berlin di Joseph Roth, singolare libro non a caso apparso in traduzione francese nel 2000 con una premessa di Patrick Modiano. Insomma il nostro autore (a cui è andato nel 2014 un meritato Premio Nobel per la Letteratura) ha sempre posto Parigi al centro dei suoi romanzi affidando alla inconfondibile petite musique della sua prosa la nostalgia per un mondo scomparso.

Ma la rive gauche che tanto mi intriga, i suoi personaggi la percorrono di rado, a meno che non si tratti degli spazi più a sud: il boulevard Jourdan, i dintorni del Parc Montsouris, della città universitaria… Arriva adesso, a inserirla a pieno diritto nella ricerca, nel percorso di Modiano, un nuovo libro (70bis entrée des artistes, Paris, Gallimard, 2025), scritto in collaborazione con un giovane musicista (Christian Mazzalai). Non si tratta di un romanzo, piuttosto di un cahier di appunti fuori formato, di una raccolta di brevi schede corredata da fotografie, che riesce però, a dispetto della stringatezza, a restituire assieme e tramite minuscoli pezzi di cronaca, il sapore di un’epoca.

Non ho resistito, appena acquistato il libro, a percorrere più di una volta rue Nostre-Dame de Champs tentando di vedere cosa si nasconde davvero dietro il cancello del 70bis, sperando, se non di incontrare l’autore, che pure deve esserci passato parecchie volte per interrogare il passato, almeno di vedere il vero ingresso di quell’affollato complesso di ateliers dove, nell’arco di tempo che va dal II impero agli anni Sessanta del Novecento, sono passati almeno duecento artisti.

Alcuni per rimanervi a lungo, altri per salutare soltanto qualcuno (il caso di Proust, in visita a un pittore americano che gli avrebbe ispirato la figura di Elstir…). Tanti personaggi originali (tra questi il cowboy che scorrazzava a cavallo per quello che all’epoca non era che un “Chemin Erbu”, un sentiero di campagna nel ‘village’ di Monparnasse); molte donne, per lo più straniere, che venivano dalla Scandinavia o dal sud America attirate dalla vivacità del quartiere, dai teatri, dalla musica, dall’ebrezza della libertà…

Di tutti Modiano ricostruisce, a partire dai pochi dati disponibili, la storia, scruta i luoghi, le fotografie. Ad emergere è uno strano, ininterrotto corteo di ombre. Pittori, scultori, artisti dai nomi mitici (Courbet, Camille Claudel…), grandi scrittori e poeti (Stevenson, George Sand, Hemingway…, Ezra Pound, Eliot…), autori di feuilleton (Xavier de Montépin…), musicisti (Berlioz, Rossini…), assieme ad altri oggi completamente dimenticati.

Tante presenze che si incrociano, si perdono… Se gli anni, i volti si confondono, se i dati mancano o hanno bisogno di essere completati, a guidare la ricerca può essere perfino l’annuario Didot-Bottin, ‘telegrafico’ elenco dei pittori e scultori che abitavano la rue Notre-Dame de Champs nell’ultimo decennio del Novecento. In quel repertorio se ne trovano schedati una sessantina, altri sono stati rintracciati tramite avvisi per ricerche di lavoro (le strisce di giornale che tanto sarebbero piaciute anche a Christian Boltanski), altri ancora perché citati in atti giudiziari, in lettere. Modiano, spingendosi indietro nel tempo, tenta di rintracciarli tutti, con quella pietas che, nutrendo i suoi quesiti, accompagna il desiderio di salvare tutto quanto un tempo ha avuto spazio nel mondo…

Mentre si chiede instancabilmente cosa succedeva in quegli anni, in quei decenni al 70 bis, il nostro scrittore allarga progressivamente il cerchio della ricerca fino allo studio di Zadkine in rue d’Assas e, dall’altra parte del boulevard, fino al Museo Bourdelle, dove si era costituita l’Académie de la Grande Chaumière, fino alla Torre di Montparnasse, la cui costruzione nei primi anni Settanta aveva stravolto il quartiere con la sua stazione ferroviaria, frequentata da passeggeri frettolosi e da gente che non abita più la ville.

Paris change! mais rien dans ma mélancolie / N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs, / Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie / Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs”, aveva scritto Baudelaire in una delle sue liriche più famose. Mai come oggi, mentre sono sulle tracce di Modiano, quelle parole mi sono sembrate profetiche, non solo per Parigi ma per tutte le grandi ‘capitali’ intellettuali d’Europa. Modiano, da parte sua, in singolare sintonia con la malinconia di Le Cygne, chiude il suo libro domandandosi per quanto tempo ancora ci si ricorderà di quegli indirizzi, di quel mondo, ed eleva un ultimo, commovente epitaffio, oltre i luoghi, a quei nomi, a quell’umanità, e al numero che l’ha vista passare…, il 70 bis rue des artistes.

Immagini nel testo e copertina (al 70bis): © Anna Dolfi

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Per certi versi / Io vorrei ballare lento

Io vorrei ballare un lento

Anche qui, in questa stanza da ridipingere

Sotto stelle comprate dai cinesi

Senza “amore” scritto in copertina


Solo noi

Le mani allacciate

La testa sulla tua spalla

Ondeggiando


Venti. Trenta gocce

Un lunghissimo sorso di jazz

 

Cover: Foto di Bernard-Verougstraete da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

 

Presto di mattina /
Sotto l’albero di Matteo

Presto di mattina. Sotto l’albero di Matteo

Scrivere, un atto di comunità

In un articolo del 1950 Dorothy Day – giornalista e attivista sociale e pacifista statunitense che nel 1933 fondò assieme al contadino francese Peter Maurin prima un giornale e poi il Movimento dei Lavoratori Cattolici – spiega il perché dell’importanza dalla scrittura: «Scrivere è un atto di comunità. È una lettera che serve a confortare, a consolare, ad aiutare, a consigliare da parte nostra e a chiedere da parte vostra. Fa parte dell’associazione umana che ci lega. È un’espressione dell’amore e dell’interesse che abbiamo gli uni verso gli altri» (Jim Forest, Doroty Day. Una biografia, Libreria Editrice Vaticana; Jaca – Book, Milano 2011, 119-120).

La scrittura deve portare ad agire e il giornalismo deve essere capace di parlare alle persone reali, a eventi reali in una dimensione spirituale. Scrittrice d’inchiesta aveva sempre con sé un quaderno ove appuntava i propri pensieri con la stessa naturalezza – come annota il suo biografo – con cui respirava. Scrive di lei Jim Forst: «Dorothy amava le parole, godeva di come si potessero cucire insieme per far cambiare le stagioni, saltare attraverso lo spazio e il tempo o semplicemente descrivere le cose quotidiane che trovava più attraenti», (ivi, 25).

La sua è una scrittura “rivoluzionaria” oltreché comunitaria: «abbiamo bisogno di una rivoluzione che cominci adesso… Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce fino a quando non saremo messi a tacere – e anche allora, in prigione o in campo di concentramento, dovremo ancora esprimerci» (Giulia Galeotti, “Siamo una rivoluzione”. Vita di Dorothy Day, Jaca Book, Milano 2021, 9; 259».

Ma per lei scrivere era anche un atto di amore, una forma di preghiera: «Scriviamo in risposta a ciò che ci sta a cuore, a ciò che riteniamo importante, a ciò che vogliamo condividere con gli altri. (…) Qual è la distinzione tra scrivere e fare ciò che alcune persone fanno? Ognuno è un atto. Entrambi possono essere parte della risposta di una persona, una risposta etica al mondo», (ivi, 270).

Cose nuove e cose antiche

Lo scrivere come un atto di comunità, come una tessitura esistenziale di vite e eventi intimamente connessi. Tutto ciò mi ha fatto pensare all’evangelista Matteo, lo scriba esperto di scrittura, lettura e contabilità, il cui vangelo ci accompagnerà nel nuovo anno ogni domenica. Lo ha composto modellando l’esistenza di Gesù sulla Torà mosaica, la legge di Mosè, i primi cinque libri della Bibbia ebraica.

Gesù messia è per lui la Torà vivente, che Egli salvaguarda, ridandole fondamento e pienezza di rivelazione. Come nuovo Mosè, Gesù insegna il grande comandamento da cui dipendono sia la Torà che i Profeti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso». (Mt 22, 36-39). Un insegnamento che prelude al dono della sua vita: una nuova alleanza nel suo sangue versato che riconcilia perdonando (Mt 26, 28).

Matteo dispone e sviluppa così l’insegnamento di Gesù in cinque grandi discorsi: le beatitudini dal monte; il discorso missionario; quello delle parabole del Regno, il discorso comunitario e quello escatologico della venuta del regno di Dio.

Nel suo vangelo Matteo inserisce queste parole di Gesù come rivolte anche a se stesso: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matteo 13,51-52). L’espressione “Cose nuove e cose antiche” (il Vangelo, la Legge e i Profeti), si riferisce al fatto che Matteo, che scrive per una comunità di giudeo-cristiani, attraverso citazioni, dette di compimento, intende mostrare come in Gesù le promesse antiche, la legge stessa di Mosè, le profezie messianiche hanno trovato pieno adempimento in lui.

Con voi tutti i giorni per tessere il vangelo tra la gente

Salvaguardare l’antico nel nuovo intimamente connessi è la premura di Matteo: quella di non perdere nulla delle scritture ebraiche declinandole nella vita del Figlio di Dio. Così la sua scrittura diviene un’opera di tessitura tra le promesse di Dio e il loro compimento in Gesù, un atto di ospitalità nelle parole nuove delle parole antiche.

Da uno sguardo complessivo gli studiosi hanno notato la grande inclusione tra l’inizio e la fine del suo vangelo. “Con” è preposizione di relazione, le espressioni “con noi”, “con voi”, “in mezzo a voi” strutturano anche l’itinerario e l’intreccio testuale del suo vangelo che declina come tema dominante l’impegno etico.

Ciò nondimeno il vangelo di Matteo non può essere assimilato a una semplice raccolta di insegnamenti e norme etiche. Tutto è visto alla luce della svolta pasquale, dell’esistenza concretissima del Nazareno, umiliato e crocifisso, della fede in lui che genera la sequela dei discepoli e la loro missione di annuncio del Risorto alle genti. L’intreccio strettissimo tra passato e presente della storia di salvezza, la tessitura tra memoria e proclamazione del vangelo della risurrezione, fanno di Gesù non solo un maestro o un legislatore ma il salvatore: il suo nome Gesù significa Dio salva, è salvezza del suo popolo (Mt, 1, 21).

Il biblista Alberto di Mello, a proposito di questo, evidenzia con altri: «la grande inclusione tra il nome di Emmanuele dato a Gesù secondo la profezia di Isaia, che è spiegato come significante “Dio con noi” (1,23), e la promessa rivolta ai discepoli dal Risorto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20)» (Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon, Mangano [TO] 2025, 40).

Così questa inclusione tra l’inizio e la fine, presuppone che vi sia una struttura testuale convergente in un centro, le parabole del regno e, negli stessi vangeli dell’infanzia vi è una prefigurazione di quelli della passione e della Pasqua. Nella storia di Gesù e nella sua itineranza dentro e fuori le strade della Palestina, dall’Egitto a Nazareth, dalla Galilea a Gerusalemme, Matteo fa rivivere la storia dell’esodo, la pasqua ebraica, l’itineranza nel deserto verso la terra promessa. Così Gesù realizza nel testo matteano anche la promessa di Dio per bocca del profeta di Osea che dice: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,15).

Adempiere ogni giustizia

Al battesimo presso il fiume Giordano, Matteo indica che fin dall’inizio tutto il ministero e l’insegnamento di Gesù, in fila con i peccatori per essere battezzato da Giovanni, sono posti sotto il segno della giustizia. Egli è venuto infatti ad adempiere ogni giustizia e al Battista che vorrebbe trattenerlo Gesù risponde: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15).

Una giustizia che non consiste nell’osservanza formale, esteriore della legge mosaica, ma comporta e chiede un’adesione totale del cuore, della vita alla parola di Dio. L’ipocrisia sta agli antipodi della giustizia e Gesù citerà il profeta Isaia dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15, 8).

La giustizia richiede unità e integrità del cuore, piena corrispondenza tra il “dire” e il “fare”. Si tratta di una giustizia profondamente intrecciata con la misericordia e la compassione, così come testimonia la parabola del giudizio finale di Matteo che indica i giusti come coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, visitato i carcerati, ospitato gli stranieri, assistito gli ammalati.

Una giustizia sovrabbondante

Ci fa notare ancora Alberto di Mello nel suo commento a Matteo «che il verbo “compiere” (pleroo) viene usato da Matteo in due sensi: per realizzare nella vita di Gesù le profezie dell’AT (citazioni di compimento); oppure per radicalizzare le esigenze della Torà (discorso della montagna). In questo caso, entrambi i sensi sono presenti, perché “compiere ogni giustizia” non si contrappone a “compiere l’ingiustizia” ma a “compiere una giustizia parziale”, non tutta la giustizia» (ivi, 98). «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 5,20).

Per essere annunciatori del Regno di Dio, i discepoli sono allora chiamati a una giustizia più grande, quella che ricorre, come parola chiave, nel discorso del monte introdotto dalle Beatitudini. Essa ha valore di fedeltà, coerenza della nostra obbedienza alla parola di Dio e alla giustizia secondo il Regno. Il discorso passa poi dalle beatitudini all’invito a una “giustizia più abbondante”, più radicale rispetto a quella della Torà veterotestamentaria.

Non v’è da temere. Per non sentire le beatitudini e tutto il discorso del monte fuori dalla nostra portata, impossibile da vivere, il discepolo deve vedere prima di tutto nelle beatitudini la stessa vita esemplare di Gesù. La giustizia abbondante è lui. La grazia oltre ogni misura è lui, riversata nelle sue relazioni con la gente e donata ai suoi amici. Le beatitudini altro non sono che la sua vita e la grazia del Padre suo esondante verso l’umanità.

Come al Giordano in fila con i peccatori così è lui che dobbiamo vedere in fila con i poveri, all’ultimo posto, con gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, con quelli che non hanno un cuore doppio, che praticano la pace e subiscono ingiustizia per la causa dell’uomo e la sua dignità.

Una giustizia ristretta

La parabola dei lavoratori della vigna, dove si viene accolti al lavoro anche all’ultima ora, ricevendo comunque lo stesso salario pattuito dal fattore con i primi, suscitando le loro mormorazioni, è il testo più rappresentativo di questa giustizia superiore, non commisurativa perché legata ai bisogni anziché ai meriti. È la “misura traboccante” di Dio, che si scontra fortemente con l’aspettativa e la logica umana.

Il padrone della vigna rispondendo a uno degli operai della prima ora, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io buono?» (Mt 20, 13-15).

Giustizia ristretta è amare il prossimo e odiare il nemico con diceva la Torà. In Gesù dobbiamo vedere quella sovrabbondante di colui che ama i nemici e prega per loro, al pari del Padre suo e nostro che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 43). Come lui è l’invito di Gesù ai suoi amici.

La regola d’oro

La misura per il discepolo è il maestro. E per raggiungerla egli propone, per rapportarsi con giustizia agli altri, di tenere come misura se stessi. Questa è la regola d’oro di Matteo da cui partire; le parole di Gesù: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (7, 12).

Gesù è così la misura del discepolo: «Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi» (7, 1-2). Giustizia stretta è quella calcolatrice, che impone rigidezze agli altri, chi la praticherà riceverà una misura stretta. Ad una giustizia superiore di apertura e di dono corrisponderà invece quella sovrabbondante del Padre la cui misura è una smisuratezza incommensurabile.

«Entrate per la porta stretta. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,13-14). È Gesù la porta stretta, quella di una giustizia come amore sovrabbondante, quella della sua passione di amore irreversibile che ha ribaltato la porta chiusa della morte.

Sotto l’albero di Matteo

Una giustizia senza amore è ingannatrice e rapace; è come un albero sradicato, decaduto: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Dai loro frutti dunque li riconoscerete» (Mt 7,15-20).

Ci ha ricordato Romano Guardini che «un albero è una cosa primordiale; pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!» (Diario, Morcelliana, Brescia 1983, 113). Così mi sono domandato quale potrebbe essere l’albero in grado di rappresentare il vangelo di Matteo?

In riferimento al discorso comunitario di Matteo e a quello parabolico, ho pensato al tiglio/tilia. Il nome botanico deriva dal greco ptilon (“ala”) o ptileia (“olmo”), per le sue foglie che vicine al fiore lo proteggono e poi fanno da ala ai frutti quando vengono portati via dal vento. In archeologia è una sottile lamina d’oro o argento che riveste statue e oggetti. Scrive del tiglio Mario Rigoni Stern ne L’Alboreto selvatico: «Il tiglio era anche chiamato ‘albero di giustizia’ perché attorno ad esso si riunivano i saggi a sentenziare» (Einaudi, Torino 1991, 36).

In una poesia di Franco Arminio il senso è ancora più esplicito:

Il tiglio di Rocca San Felice
non è al centro della piazza,
è la piazza stessa.
Fuori dalla sua ombra
il paese è già periferia.
(Cedi la strada agli alberi, in Poesia degli alberi, Luca Sossella editore/ MML srl, Lavis [TN], 2022, 984)

Piantato nella piazza centrale dei villaggi e delle città dell’Europa centrale e settentrionale, il tiglio era considerato albero della comunità perché simboleggiava la coesione sociale, la protezione e l’unità di una collettività. Sotto questo albero testuale Matteo scrive per la sua comunità e lì trova coesione la tradizione giudeo-cristiana, l’antico e il nuovo, unitamente alle aspirazioni alla giustizia e la vita dei “gentili”, i pagani e quelli di fuori, neocomunitari.

Matteo: vangelo dell’universalità

Nel vangelo di Matteo ci si può riferire pure ad un altro albero come simbolo della dinamica universalistica che lo anima: l’apertura della salvezza anche ai non ebrei, ai pagani, agli stranieri, “molti da oriente e occidente siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli” (8, 11). Un’accoglienza e un’ospitalità universale per tutte le genti.

Già da subito il vangelo si apre con una genealogia di Gesù che inizia chiamandolo figlio di Davide, suo discendente, ma al contempo egli è detto pure figlio di Abramo, il padre di tutti i credenti. Così l’universalismo, già presente nei profeti, ora è portato a compimento con la nascita di Gesù. Così le promesse di Dio non restano un privilegio di pochi, ma si allagano a tutti i popoli.

La genealogia di Gesù è strutturata in tre tappe, ognuna composta da 14 generazione. Tutto ciò indica una perfezione numerica: 14 è il doppio di 7 (il numero della perfezione) e tre serie di 14 indicano che la storia in Gesù ha raggiunto la sua pienezza definitiva. È una genealogia inclusiva, senza frontiere, sottintende l’universalismo della salvezza; meticciata poi, una mescolanza di culture e popoli.

In essa stranieri e irregolari secondo la legge e quattro donne entrate nella storia di salvezza, nella discendenza, per la loro fede, fino a giungere a Maria, colei che ha creduto alla Parola. Pensiamo poi ai Magi venuti dall’Oriente nei racconti dell’infanzia. E ancora a Gesù rabbi degli sconfinamenti anche esistenziali; l’universalismo nel grande mandato finale dopo la risurrezione, ai discepoli: un vangelo da portare a tutti i popoli.

Figlio dell’uomo

Anche il titolo con cui Gesù amava designare sé stesso abitualmente, Figlio dell’uomo, ha una connotazione di singolarità e universalità insieme. Ispirato alla visione apocalittica di Daniele 7,13 è rimodellato da Gesù sulla sua persona; dice di colui che è qui tra noi con la sua umiltà e povertà: “il Figlio dell’uomo non ha neppure un sasso dove posare il capo” (8,20); egli è il Figlio dell’uomo sofferente ricordato negli annunci della passione, “venuto per servire e dare la vita per tutti” (20,28).

Nello stesso tempo tuttavia Gesù è il Veniente da Dio, il Figlio dell’uomo glorioso seduto su un trono di gloria che verrà nel tempo ultimo a dare compimento alla storia. Così nella figura del Figlio dell’uomo vengono a coincidere colui che è il più alto presso Dio come nella visione di Daniele e al contempo colui che più di tutti si è anche abbassato, impastato di umanità al punto di identificarsi con gli uomini più sofferenti: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero forestiero mi hai accolto, prigioniero e malato visitato… tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cfr. 25,31-46).

Matteo non tralascia infine, nel suo vangelo, di narrarci degli incontri di Gesù proprio con i lontani e gli esclusi, gli emarginati e quelli che non hanno alcuna appartenenza al popolo di Israele ma vi dimorano ai margini, esaltandone soprattutto la grandezza della loro fede: il centurione romano (8); la donna cananea (15); la chiamata stessa di Matteo e il pranzo con i peccatori (9,9-13); l’incontro con gli indemoniati (8,28-34); con i malati, i lebbrosi, le donne, i bambini.

L’albero dello straniero

Per questa apertura e accoglienza all’altro, allo straniero accolto, il vangelo di Matteo potrebbe essere ancora rappresentato dall’albero del noce, sia per l’etimologia che per il suo simbolismo cristologico e mistico.

L’espressione “lo straniero tra noi” la troviamo nel nome inglese del noce, detto “Walnut”; in antico inglese, la radice wal- significava “straniero” Wales (Galles): la terra degli “stranieri” (per gli Anglosassoni) e “Nut” (hnutu), significa semplicemente frutto con guscio. I Romani la chiamarono “wal-hnutu”, ovvero la “noce che viene dagli stranieri”. La noce allora diventa il frutto che viene da fuori, ma che ora è qui con noi. La noce divisibile in due parti tiene uniti due mondi, così come la genealogia meticciata proposta da Matteo tiene insieme la radice ebraica e l’innesto universale.

Il noce «ama la luce, predilige i terreni profondi, freschi e fertili. Albero socievole ma non da bosco perché l’ombra densa lo farebbe deperire; per questo lo troviamo accosto alle case, nelle alberature campestri, nelle vallicelle, nei campi o nei pascoli» (Rigoni Stern, ivi, 77). Così è similmente dell’albero genealogico di Matteo che si espande: parte da un seme piccolo (Abramo) e viene progressivamente alla luce, generazione dopo generazione e diventa un’ombra di luce, una dimora sotto cui possono riposare tutti i popoli.

«Sono scesa nel giardino delle noci»

Il riferimento biblico alla noce lo troviamo nel Cantico dei Cantici 6, 11; dice l’amata: «Sono scesa nel giardino delle noci, per vedere i germogli della valle, per osservare se la vite era fiorita e i melograni erano in fiore», che ispirerà la letteratura dei spirituali medievali. Già sant’Agostino nel Sermone 112 indicava la noce come simbolo di Cristo. Il mallo sta per la carne di Gesù, la sua umanità; il guscio allude alla croce e al suo patire, il gheriglio alla sua divinità.

Nel XII secolo, Ugo di San Vittore (1096–1141), riprende il simbolismo di Agostino a partire dal commento al Cantico, 6,11: «La noce è Cristo. Il mallo della noce è amaro: così la carne di Cristo fu amara nella passione. Il guscio della noce è duro: così la croce di Cristo fu dura nella morte. Il gheriglio della noce è dolce: così la divinità di Cristo è dolce nella beatitudine». Per il monaco Ugo il simbolismo della noce ci insegna pure a leggere le Scritture, dove la corteccia è il senso letterale del testo, il gheriglio il senso spirituale a cui si giunge rompendo il guscio attraverso la meditazione, l’orazione, la contemplazione, l’azione che guideranno mediante la fede all’incontro con il Cristo.

Ode all’albero, antico simulacro,
che nell’eterno silenzio s’alza,
custode d’ombre e di segreti arcani,
tra le brume d’un giorno immobile.
Le sue fronde s’intrecciano al cielo,
ricami d’ebano e foglie cerulee,
dove il vento, spirito errante,
sussurra ballate dimenticate. …
Oh, albero di noci, ieratico e muto,
scolpito nei miti, avvolto nel mistero,
sei il portale d’un mondo lontano,
dove l’anima sfiora l’infinito.
(Maurizio Trapasso: https://www.aphorism.it/poesie/l-albero-di-noci/).

Non temere di prendere con te le Beatitudini, facendolo vedrai la Sua vivente Icona e a te correranno le sue parole.

Nel suo testo Il Figlio dell’uomo, (Tutte le poesie e i racconti, Newton Compton editori, ebook, Roma 2012, 161), Kahlil Gibran poeta libanese (1883-1931) fa parlare i personaggi del vangelo, tra cui Matteo, proprio sulle Beatitudini e sul Padre nostro.

«Un giorno, nel tempo del raccolto, Gesù ci chiamò a sé sulle colline, insieme ad altri compagni. La terra spandeva fragranze e, come nel giorno delle nozze la figlia di un sovrano, risplendeva di tutte le sue gemme. Il cielo era il suo sposo.

Gesù sedette in mezzo a noi.

E Gesù disse: “Beati i sereni in spirito.

Beati coloro che non sono schiavi delle ricchezze, perché saranno liberi.

Beati coloro che serbano memoria della loro pena, perché nella pena attendono la gioia.

Beati coloro che hanno fame di verità e di bellezza, perché la loro fame porterà pane, ed acqua fresca la loro sete.

Beati i miti, perché dalla loro mitezza saranno consolati.

Beati i puri di cuore, perché saranno una cosa sola con Dio.

Beati i misericordiosi, perché avranno in sorte la misericordia.

Beati coloro che operano per la pace, perché il loro spirito dimorerà al di sopra della battaglia, ed essi trasformeranno il cimitero dei poveri in un giardino.

Beati coloro che sono inseguiti, perché avranno ali e veloci saranno i loro piedi.

Esultate e rallegratevi in cuore, perché avete trovato il regno dei cieli dentro di voi

… Alla fine parlai; e dissi: “Vorrei pregare, ora. Ma la mia lingua è pesante. Insegnami Tu a farlo”. E Gesù disse: “Quando desideri pregare, lascia che sia la tua fede a pronunciare le parole. Ecco, la mia fede ora mi induce a pregare così: Padre nostro che sei in terra e in cielo, sia santificato il Tuo nome. Sia fatta la Tua volontà, in terra e in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Perdonaci nella Tua misericordia, elargiscici il dono di saperci perdonare l’un l’altro. Guidaci sino a Te, e nell’oscurità tendici dall’alto la Tua mano. Perché Tuo è il regno, e in Te è la nostra potenza e il nostro compimento».

Stava calando la sera e Gesù si incamminò giù dalle colline, e noi tutti lo seguimmo. E mentre lo seguivo, io ripetevo la Sua preghiera, e tutto ciò che aveva detto mi tornava alla mente: perché sapevo che le parole, cadute quel giorno come fiocchi di neve, erano destinate a posarsi e a farsi resistenti come cristalli, e che le ali che si erano librate sopra il nostro capo avrebbero scosso la terra come zoccoli di ferro» (ivi, 161-162).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/schuetz-mediendesign-608937/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=970451″>Christoph Schütz</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=970451″>Pixabay</a>

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VIVERE CON I PIEDI NELL’ACQUA.
Il villaggio di Timbulsloko e la distruzione della costa di Giava

VIVERE CON I PIEDI NELL’ACQUA.
Il villaggio di Timbulsloko e la distruzione della costa di Giava.

Le immagini[1] di una festa tra le donne del villaggio di Timbulsloko trasmettono gioia. I loro sorrisi spontanei sembrano sereni, soprattutto se si pensa che queste donne, e l’intera comunità, vivono costantemente, ogni giorno, con i piedi nell’acqua. Timbulsloko è un villaggio costiero indonesiano, sull’isola di Giava, a quattrocento chilometri a est di Jakarta, che sta sprofondando a causa dell’innalzamento del mare, delle maree e della subsidenza del terreno. Anche così si manifestano i cambiamenti climatici nelle aree povere del pianeta, dove la resilienza significa letteralmente cercare di “restare a galla”, basandosi sulle proprie forze e sulla condivisione di esperienze, come ci rammenta il neuropsicatria Boris Cyrulnik.

Timbulsloko, un momento di festa serale, ARTE

L’Indonesia è uno dei paesi ad alto rischio, a causa delle inondazioni fluviali e marine che colpiscono le aree urbanizzate, prodotte dall’innalzamento del livello del mare. Il paese ha ottantamila chilometri di coste e diciassettemila isole, dove vivono numerose comunità in territori deltizi con quote del suolo molto basse. Una popolazione in gran parte marginale, come quella che abita la megalopoli Jakarta, capitale del paese per la quale è in corso un controverso progetto di delocalizzazione nella foresta del Borneo.

In contesti di tale natura non ci sono Nature Based Solutions (NBS) che tengano, se non si cambia la tendenza all’irrigidimento delle coste attraverso barriere e dighe. Se non cambiano i modelli di intervento che privilegiano le soluzioni più rapide e dunque più rigide ma più semplici e si continua a urbanizzare territori fragili come quelli dell’isola di Giava.
Progettare con la natura (questo è il senso delle NBS) significa prendere in conto anche i tempi della sedimentazione fisica e culturale e promuovere politiche territoriali e ambientali in controtendenza con quanto fatto finora. La soluzione non potrà essere solo tecnica, presuppone chiare scelte politiche sui modelli di futuro da perseguire.

Timbulsloko vista zenitale del villaggio -GOOGLE EARTH

A livello governativo si è proposto di evacuare gli abitanti, ma la comunità, in quel villaggio, ha i propri affetti e ricordi. Tra questi vi sono anche i luoghi della memoria collettiva, come il cimitero che sta scomparendo sotto l’effetto dell’innalzamento delle acque, e che gli uomini del villaggio, con caparbietà e arte dell’arrangiarsi, cercano di mettere in salvo.

La quotidianità a Timbulsloko è pesante perché rappresenta una situazione che noi, pensando ai nostri territori deltizi a rischio d’inondazione, potremmo individuare come un futuro possibile; ma per loro questo futuro è già reale. Non è l’effetto di un evento improvviso, ma un processo lento, continuo e irreversibile, che si poteva certamente prevedere, del quale eravamo già stati messi in guardia, ma che si è scontrato – e lo fa tuttora – con politiche e politici incapaci di assumere la complessità dei tempi presenti attraverso forme adeguate di pianificazione e di previsione.

Timbulsloko, interno domestico – ARTE

Le immagini del villaggio mostrano un insediamento completamente in balia di acque divenute permanenti. In passato era un territorio fertile, ricco di risaie, ma anche ricco di mangrovie, distrutte per favorire lo sfruttamento del suolo, l’acquacoltura e l’insediamento umano. Le mangrovie costituiscono un ambiente ricco di relazioni ecologiche, un sistema dinamico che svolge funzioni fondamentali: contenitore di biodiversità, protezione dei terreni retrostanti dalle mareggiate, trattenimento dei sedimenti necessari per consolidare la costa.

Timbulsloko, interno domestico – ARTE

Se ridotte a relitti, a seguito di azioni di disboscamento o trasformate in tambak (territori bonificati, in malese-indonesiano), queste foreste acquatiche perdono la loro efficacia e scompaiono. Molti villaggi si sono ampliati o sono nati su terreni un tempo occupati da loro. Tale scomparsa consente alle onde di raggiungere più rapidamente la terra, poiché i sedimenti non vengono trattenuti, causando l’arretramento della costa. Le mangrovie non scompaiono a causa dell’avanzamento del mare, ma per effetto del disboscamento umano; pertanto, la loro eliminazione facilita l’ingressione marina. A partire dagli anni Ottanta, settecentocinquantamila ettari di foresta di mangrovia sono stati distrutti per creare bacini di acquacoltura nei tratti sedimentari più bassi della costa.

Per contrastare l’erosione costiera si sono costruite dighe che hanno peggiorato la situazione, riducendo l’apporto di sedimenti e quindi la difesa naturale. Se a questi fenomeni si aggiunge la subsidenza, generata dalla pratica diffusa della captazione capillare dell’acqua di falda, si chiariscono le ragioni dell’allagamento del villaggio di Timbulsloko.
La costa della reggenza di Demak, nella provincia di Giava Centrale, dove è sorto il villaggio, è di carattere deltizio, quindi, è giovane; il suolo è morbido, composto da argille e limi, e l’estrazione prolungata dell’acqua sotterranea ne provoca un abbassamento stimabile tra uno e due metri ogni dieci anni.

Nel villaggio allagato, la vita quotidiana inizia con i piedi nell’acqua e, nel corso dei decenni, i lavori più frequenti sono stati quelli di rialzare i pavimenti, costruendo tavolati di legno all’interno di edifici per lo più in muratura. Le maree alte, normalmente due al giorno, non sono estreme come nell’oceano Atlantico, e questo conferma che l’allagamento del villaggio e delle case è ormai la regola quotidiana.

Timbulsloko la riparazione del cimitero – ARTE

I problemi drammatici da affrontare sono determinati da scelte di sviluppo sconsiderate, che non si sono interrogate sui loro possibili effetti. L’acquacoltura è certamente una delle cause della vulnerabilità dei territori costieri di Giava e del Demak: Un’acquacoltura ad alto rendimento economico e dunque ecologicamente devastante, anche a causa del massiccio uso di pesticidi, che non ha arricchito le popolazioni locali, essendo controllata da società economico-finanziarie esterne. La distruzione delle mangrovie e la costruzione di un paesaggio di bacini irrigiditi da arginature di terra hanno alterato le dinamiche sedimentarie, favorendo la progressione del mare.

Timbulsloko e gli altri villaggi costieri dell’area di Demak si configurano come insediamenti a nastro, urbanizzazioni lineari cresciute lungo un argine che un tempo attraversava, in direzione del mare, bacini di acquacoltura e risaie. Oggi la parte più prossima al mare appare, anche a una vista zenitale, completamente coperta dall’acqua, che lascia intravedere le sfumate geometrie dei campi e i minuscoli relitti di ciò che resta, dove un tempo le ampie fasce di mangrovia proteggevano la terra dal mare.
Si tratta di case basse, di un solo piano, in mattoni, organizzate lungo canali delimitati da massicciate di pietra coperte da terra costipata e trattenute da palizzate di legno e bambù, quindi facilmente erodibili. Il fenomeno erosivo era già chiaramente evidente nel 2003, probabilmente causato da diversi fattori: oltre che dalla diffusione degli stagni per la “coltivazione” di pesci e gamberetti, dall’irrigidimento delle strutture portuali della città di Semarang che, insieme alle dighe, costruite parallele alla costa, hanno influenzato i processi di sedimentazione fluviale, riducendo l’apporto di sabbia.

Come spesso accade, gli interventi per bloccare l’erosione costiera risultano contraddittori. Da un lato si continua con l’irrigidimento attraverso strutture in cemento che, nel lungo periodo, aggravano il problema; dall’altro si è tentata la riforestazione con le mangrovie, che tuttavia faticano a ricostituire un sistema coeso quando l’equilibrio sedimentario è compromesso, riuscendo, se va bene, a consolidarsi in alcune situazioni protette come frammenti isolati.

La vita quotidiana di questi villaggi è quindi anfibia, e lo è soprattutto all’interno delle abitazioni, dove l’acqua è una presenza costante che condiziona l’organizzazione di tutte le attività domestiche, più che all’esterno, poiché le “strade” del villaggio sono trasformate in passerelle di legno, regolarmente rialzate secondo le necessità. Si fa colazione, si prepara la cena, si conversa e si guarda la televisione sempre con i piedi nell’acqua. Diversi villaggi della regione sono stati evacuati; in altri si resiste, sempre più sfiduciati. A Timbulsloko, fino a qualche anno fa, vivevano circa centocinquanta famiglie: coltivavano riso, poi divennero allevatori di pesce, ma anche questo mercato è presto entrato in crisi. Oggi l’intera struttura urbana e sociale del villaggio è cancellata: la strada principale, le aree commerciali che erano anche luoghi di socialità, i parchi e i giardini.

Le riflessioni di Amitav Ghosh qui prendono forma e diventano luoghi che raccontano storie vere. Gli effetti del colonialismo, dello sfruttamento ambientale e del capitalismo estrattivo sono alla base della storia di questo e di molti altri villaggi.
Una violenza che a Giava si manifesta attraverso la distruzione delle mangrovie, l’irrigidimento di territori mutevoli e anfibi e la cancellazione di economie e culture locali per generare profitti a breve termine, lasciando, a chi resta, macerie e una difficile ricostruzione. C’è chi produce il rischio e chi ne abita le conseguenze, e a quest’ultimo si chiede anche di essere resiliente.

Si ritorna così allo snaturamento di grandi categorie come sostenibilità o resilienza, utilizzate ipocritamente dal neoliberalismo coloniale per giustificare nuove forme di rapina del territorio[2]. Se la resilienza diventa uno dei fondamenti di una politica territoriale, questo non può avvenire attraverso uno spostamento di responsabilità: da chi ha determinato, con azioni interessate e sbagliate, un processo di erosione costiera, a chi – la popolazione locale – deve farsi carico delle conseguenze, rialzando le case, convivendo con l’acqua e reinventandosi una socialità. Come cercano di fare le donne nella festa del villaggio di Timbulsloko, le cui risate non cancellano lo sguardo sconsolato di chi sta perdendo la propria vita.

[1] Le immagini a corredo dell’articolo sono fotogrammi del reportage della televisione ARTE: “Indonesia a villege threatened by floods”.

[2] Una riflessione sul tema della insostenibilità della sostenibilità in un articolo sul Giornale dell’Architettura: https://ilgiornaledellarchitettura.com/2025/11/18/sostenibilita-retorica-del-capitalismo/

In copertina: Timbulsloko, attivita di pesca – ARTE

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole a capo / Luigi Balocchi: "Som nassuu" e altre poesie

Parole a capo / Luigi Balocchi: “Som nassuu” e altre poesie

Parole a capo:

“La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai del comune.”
(Giacomo Leopardi, Zibaldone)

Così scriveva negli anni Venti dell’Ottocento Leopardi, lui, campione della lingua italiana, riconosceva la ricchezza dei dialetti, “un alfabeto di suoni più ricco assai del comune“. Oggi, dopo duecento anni, e dopo un secolo e mezzo dall’Unità, dopo tre rivoluzioni industriali planetarie, dopo l’avvento dei medium di massa (la critica di Pasolini alla Televisione ), dopo tutta la modernità e il conformismo in cui siamo immersi, i dialetti hanno resistito. Sia come lingua parlata, anche se da un numero limitato di persone,  sia come lingua scritta, nella poesia in vernacolo in particolare.

Le poesie nel dialetto di Mortara01 – anche se l’autore avverte che ogni paese della Lomellina presenta varianti e differenze – non sono (o non sono solo) il ricordo e il rimpianto di una cultura contadina scomparsa, distrutta dalla velocità e dalla dimenticanza della industrializzazione. Scrive Luigi Balocchi in esergo al suo libretto di cui pubblico più sotto alcune liriche:

“La lingua locale, il dialetto, è un’arma di lotta contro la globalizzazione che vuole distruggere le culture particolari e, in buona sostanza, l’autentico spirito creativo dell’uomo. Tutto ciò che è Universale è un crimine contro l’uomo.”.

 

Som nassuu 

Al trenta de giugn

hoo vist ‘l coo d’on nimal

streppaa de la su’ cruppia.

Chi l’è che som mì?

Brusi, usmi, vosi,

ché mai puu, den’, gha tornaruu.

Sono nato
Il trenta di giugno/ ho visto la testa di un maiale strappata dalla sua greppia./ Chi sono io?/ Brucio, annuso, urlo/che mai più, dentro, tornerò.

 

 

On sass

On sass  faj ‘me ‘n coeur hoo trovaa sta bassura in scòss

a Tesinn

che biutt menevi i òss in de la niada de quan’ sevi

domà ‘n fiurin.

Un sasso
Un sasso a forma di cuore ho trovato questo pomeriggio in grembo/ al Ticino/ mentre nudo portavo le ossa nella nidiata di quand’ero/ solo un bambino.

 

 

Bià

A gh’è nient de fà per quel ciel chì che ‘l sa

derva a l’improvis d’ona lus che bòrla giù

in quell puss che ciami coeur e l’è fidigh,

sangh, disgrazi, ris e rògn; e tutt quell che

chì gh’è staj, i vecc, i amour, i mur, la bissa,

al praa e ‘l mergòn; e a la fin, i oeucc quej tu,

che ma guarden, voeuren ben, già ma manden

dà via ‘l cuu. Nient de fà se queschì l’è ‘l nòst

paes, cont i gatt che sa rampeghen e la fòssa,

stemm allegher, che sa derva sutta a i pee.

La fossa di Bià
Non c’è niente da fare per questo cielo che si/ apre all’improvviso d’una luce che precipita/ in quel pozzo che chiamo cuore ed è fegato, sangue,/ disgrazie, riso e tribolazioni; e tutto ciò che qui è stato,/ i vecchi, gli amori, i muri, la biscia, il prato, il granturco;/ e infine, gli occhi quegli tuoi, che mi guardano, voglion bene,/ già mi mandano a dar via il culo. Niente da fare se/ questo è il nostro paese con i gatti che si arrampicano/ e la fossa, stiamo allegri, che si apre sotto i piedi.

 

 

Fiurin

E anmu la Terra quella grama sutta i pee la ferguja che gh’hoo in man

e la scender chì in del piatt.

L’è de teppa nebbia inverna, de anida e sgolgiòn

quell fiaa chì strengiuu cont i dent.

Chì gh’è den’al mè biccer?

On fiurin che ‘l s’è sconduu,

Bambino
E ancora la terra cattiva sotto i piedi la briciola che ho in mano/ e la cenere nel piatto./ E’ di muschio nebbia inverno, di anitra e airone/ è il respiro serrato tra i denti./ Chi c’è dentro al bicchiere?/ Un bambino che si è nascosto./

 

 

 Giù Tesinn

 Tesinn spantega lus cont i òss compagn di frasch

 geròn miròld e litta cip ciap la gibigianna.

 Tesin nòst’ bamburin

 e quej ch’hinn chì passaa, i gent i padr’ i fioeu,

 chì tucc rugà in del sangh, chì den’ desmentegaa,

 strengiuu den’chì in del fiaa.


Giù a Ticino

Ticino che semina luce con le ossa fraterne alle foglie/ ghiaioni bisce d’acqua e sabbia cip ciap il riverbero del sole!/ Ticino nostro ombelico/ e coloro di qui passati, le genti i padri i figli,/ qui tutti rimestati nel sangue, qui dentro dimenticati,/ stretti avvinti al respiro./

 

 

 Terra den’

Cont i mè trii cart in man

al gatt lì ‘dree ‘l cantòn a usmà ‘l cicin

che resta d’on gutt de vin trasaa

sti poori mè pacciam che den’ gh’è milla ann

chì rèsti a viv anmu col ratt ch’el ma remuga

on gram tocchel de pan.

La m’è vansaa sta Terra grama che ‘l vent l’è ‘dree streppà.

La terra dentro
Con le mie tre carte in mano/ il gatto che annusa quel poco/ rimasto di un goccio di vino sprecato/ queste povere cianfrusaglie colme di mille anni/ qui resto ancora a vivere con il topo che mi mangiucchia/ un vecchio pezzo di pane/. A me resta questa terra cattiva che il vento sta strappando./

 

Genar

Ma pias l’inverna perché l’amour al foeugh con foeura

al frecc che ‘l sgagna i òss ma l’han mostraa i nòst vecc

e ‘l teatrin del vin do’ che i facc hin mascher russ saltaa

foeura del miracul de vess chì intorna a ‘n taul, che del legn,

del mergasc, del rampat e sbattet lì su a gamb ‘vert, al gh’ha

i memòri. Cramento al frecc can che feva! Ta ‘l sa rigòrdet

che temp de luff? De quel foeugh là, tì, ta see anmu ‘n quejcòss?

Gennaio
Mi piace l’inverno, perché l’amore al fuoco con fuori/ il freddo che morde le ossa me l’hanno insegnato i nostri vecchi/ e il teatrino del vino dove le facce sono maschere rosse sortite/ dal miracolo d’essere qui attorno a un tavolo che del legno,/ delle stoppie, dell’afferrarti e sbatterti lì su a gambe aperte, ha/ le memorie. Caspita il freddo che faceva! Te lo ricordi/ che tempo da lupi? Sai ancora qualcosa, tu, di quel fuoco?

 

Luigi Balocchi
Nasce il 30 Giugno 1961 a Mortara In Lomellina. Nel 2007, pubblica per Meridiano Zero -Il Diavolo Custode-, romanzo sulla vita e le gesta del bandito Sante Pollastro. Nel 2010, pubblica con Mursia il romanzo -Un cattivo Maestro-; nel 2018, per la GoWare -Il Morso del Lupo-. Nel 2016 pubblica per Puntoacapo la raccolta poetica -Atti di Devozione-. Del 2022 è la raccolta -Coeur Scorbatt-, in lombardo, con la quale, per la sezione dialettale, vince la XL edizione del premio di poesia “Giuseppe Tirinnanzi” di Legnano. Nel 2024, per Manni editori, pubblica -Barlicch Barlòcch, poesie dell’eros lombardo-. Ha collaborato con le riviste letterarie Niederngasse e Redness. Attualmente, collabora con Terra Insubre, rivista dell’omonima associazione culturale.

Tra le voci più originali della letteratura in lingua lombarda, suoi scritti trovano spazio su Il Segnale, Atelier, Nazione Indiana.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 318° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Cover: cultura contadina, lavorazione del maiale, immagine da vivo in Lomellina

Il desiderio non si “programma”: perché i buoni propositi non bastano

Il desiderio non si “programma”: perché i buoni propositi non bastano

A fine anno ci sediamo a stilare buoni propositi e elenchi di traguardi. Ma il soggetto non coincide mai con ciò che promette di voler fare, e il desiderio non si lascia schedare né controllare.

Puntualmente, si ripete lo stesso rituale: bilanci, conti simbolici, e soprattutto liste. Liste di buoni propositi per l’anno che verrà, e sempre più spesso liste di ciò che si è concluso nell’anno che se ne va.

Oggi, questo rito ha trovato un’ulteriore amplificazione: i social media. Pubblicare ciò che si è fatto, condividere ciò che si intende fare, non è più solo un conto simbolico con sé stessi, ma un appello alla piazza virtuale, un invito al plauso, al consenso, al riconoscimento. L’atto di rendere pubblico il bilancio personale trasforma la riflessione in performance, e l’introspezione in vetrina.

Osserviamo la struttura di questo rito: non è solo una pratica organizzativa, è un tentativo illusorio di far coincidere l’Io con ciò che desidera, un tentativo destinato a fallire già in partenza.

I buoni propositi, come le diete, sono fallimentari a monte. Non perché manchi volontà o disciplina, ma perché partono da un presupposto falso: il desiderio non si può regolamentare per decreto. La dieta promette controllo sul corpo, il buon proposito promette controllo sul tempo, sulle abitudini, su ciò che saremo. Entrambi funzionano come illusioni rassicuranti: producono un ideale, impongono una norma e lasciano il soggetto solo con la colpa quando inevitabilmente fallisce.

Anche l’elenco dei risultati ottenuti non è innocente: serve a costruire continuità dove il soggetto è, per struttura, discontinuo. Serve a dire: sono coerente, ho portato a termine, ho tenuto il punto. Tuttavia, ciò che è stato fatto non coincide necessariamente con ciò che il soggetto desiderava davvero. Può capitare che i risultati coincidano con i veri desideri del soggetto, e in quel caso si vive la soddisfazione di un allineamento autentico tra azione e desiderio. Ma anche allora, i buoni propositi restano un’illusione: non garantiscono controllo né continuità, perché il desiderio resta libero, imprevedibile, e spesso agisce al di là delle liste o delle promesse che ci autoimponiamo.
In altre parole, realizzare ciò che si desidera non equivale a rispettare un progetto prestabilito: il desiderio non si programma.

Il bilancio, se ha un senso, non è una contabilità morale né un esercizio di autoassoluzione. È piuttosto una lettura delle ripetizioni: che cosa torna, anno dopo anno, anche quando diciamo di voler cambiare? Dove insistiamo? Dove falliamo sempre allo stesso modo?

Mettere al lavoro il desiderio significa osservare cosa ci attraversa davvero, riconoscere pulsioni, inclinazioni, intuizioni che non rientrano nelle checklist, e usarle come guida. Non si tratta di stilare liste perfette, ma di dare spazio a ciò che muove realmente il soggetto, anche se disorganizzato, fragile o imprevedibile.

Accettare l’incompiutezza, l’incoerenza, gli inciampi non è una resa: è lì, proprio in quelle zone non lineari, che si possono creare esperienze uniche e straordinarie. Come mostrano i percorsi analitici, è nell’osservare e attraversare ciò che resiste, ciò che disturba e ciò che non rientra nei programmi, che il desiderio prende forma concreta e si trasforma in qualcosa di originale.

Le liste e i buoni propositi rischiano di diventare allodole, lucide e appariscenti, ma vuote: ci distraggono da ciò che davvero ci chiama. Invece, osservare il desiderio significa trasformare frustrazione e attesa in motore, mettere energia là dove conta, e lasciare che il percorso emerga dal contatto reale con ciò che ci attraversa.

Meno liste. Meno diete del desiderio. Meno promesse a un Io ideale che non reggerà.
E più attenzione a ciò che non si lascia mettere in ordine. Più coraggio di seguire ciò che ci attraversa, anche quando non appare organizzato o “socialmente riconosciuto”.

Più cura nel coltivare il desiderio reale, nel lasciarlo agire, trasformarlo in azione concreta, accogliendo l’incompiutezza, gli inciampi e le incoerenze come elementi creativi anziché ostacoli.

Il vero atto sovversivo di fine anno non è dire cosa farò o cosa ho fatto, ma interrogarsi seriamente su chi sta parlando quando sentiamo il bisogno di elencarlo, e su come possiamo mettere quel desiderio concreto al centro, trasformandolo in azione invece che in vuoto rituale.

Il resto, come sempre, verrà da sé. O non verrà affatto.

Cover: Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

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Infanzie. Un racconto di Natale

Infanzie. Un racconto di Natale

“C’era una volta cento anni fa un bambino come te, Thomas, appena un po’ più piccolo. Va bene se la storia ve la racconto così, come si fa con le fiabe?”

“Ok, nonna” risponde l’interpellato. Sua sorella Chloe fa sì con la testa.

Nel periodo del Natale 1925, quando mio padre abitava in una grande casa di campagna con la sua grande famiglia, era appena nato il suo fratellino e ogni giorno gli era permesso vederlo solo per pochi minuti. Entrava curioso nella stanza dei genitori, dove mia nonna Paolina occupava il lettone per riprendersi dalla fatica del parto e allattava il piccolo Lamberto. Erano i momenti più misteriosi delle sue giornate: il bimbo nuovo e la pelle bianca di sua madre emanavano un profumo così dolce da farlo sentire in pace.

Il resto della giornata era invece pieno di cose avventurose da fare. Perché? Perché era caduta la neve e lui fin dal mattino scalpitava per uscire in cortile a giocare e a dare il tormento al nonno Vito, ora tirandogli tutte le palle di neve del mondo, ora chiedendogli in mille modi come stavano gli animali con quel freddo. Come si riparava dal gelo il maiale, dove dormivano le galline e se le mucche ancora facevano il latte.

Scivolare sul ghiaccio, quello sì era uno sport divertente”.

“Aveva i pattini come i miei, nonna?” domanda Chloe.

“No, niente pattini. A quel tempo non si usava, dovevano bastare le scarpe di tutti i giorni per lanciarsi sulle lastre che il ghiaccio formava intorno alla casa, o addirittura lungo i fossi ghiacciati. Avete presente il canale che passa vicino al vostro giardino? Immaginatelo completamente bianco, bianchi i cespugli che ci sono sulle sponde e bianca la superficie. Liscia liscia e lucente se un raggio di sole sfuggito alla nebbia arriva a colpirla”.

“Bello! Anche tuo papà andava a lezione di parkour? Io ci vado al giovedì e so già arrampicarmi sulle porte e il maestro presto ci insegna a lanciarci da molto in alto” mi interrompe Thomas.

“Nemmeno questo faceva. Era un bambino come tutti, giocava con le cose della natura. Trovava sassolini rotondi da lanciare e acchiappare al volo a due a due, oppure pietruzzze colorate, correva nei campi a raccogliere bastoni che diventavano spade e lance nella sua fantasia, giocava con gli animali. Le famiglie allora erano povere e la povertà è come un vestito stretto che ci copre appena.

Aveva il mangiare, questo sì, ma giocattoli non ce n’erano in casa”.

“Poteva scrivere una letterina a Babbo Natale e farsi portare tanti giochi!” dicono entrambi, parola più parola meno.

Rido. Però la verità devo dirla: “Babbo Natale? Non lo ha mai nominato, quando mi parlava della sua infanzia. Parlava della Vecchia, quella sì. La Befana dei bambini che arrivava a mettere qualcosa dentro ai camini delle case viaggiando su una scopa volante, veloce e brutta come un fantasma. Tanto che i bambini avevano paura di vederla, anche se la aspettavano da tanto, anche se faticavano a dormire nella notte fatale. Guai alzarsi prima che ci fosse la luce del mattino. Facevano come fate voi, che vi girate nel letto per l’emozione di aspettare un’ultima notte i doni che avete richiesto”.

“Però lei li portava i giocattoli!” insistono.

“Portava una calza riempita con qualche biscotto, uno o due mandarini. Una volta che l’annata era stata scarsa mio padre trovò solo delle patate bollite…e per la sua felicità una fionda fatta col legno che gli aveva preparato di nascosto il solito nonno Vito. Si allenò per tutta la primavera e l’estate a colpire bersagli sempre più piccoli, ma mai gli animali che per lui erano degli amici fedeli”.

Chloe sgrana gli occhi e poi qualcosa la distrae, il momento per la mia storia è passato. Lei e Thomas riprendono il gioco che hanno iniziato poco fa. Anche loro hanno animali a casa, e li amano. Il grande cane corso, i mici dal lungo pelo d’argento e le tartarughe di terra che in questi mesi freddi ma senza più neve dormono nelle loro tane.

Sorrido da sola ripensando a come si è espresso Thomas circa un mese fa quando ha scritto la sua letterina a Babbo Natale. Sono passati cento anni dall’infanzia di mio padre e come nella fiaba della Bella Addormentata la siepe di rovi attorno al suo palazzo si è dissolta e il principe ha potuto raggiungerla e baciarla. E vivere per sempre con lei e con l’intero palazzo in prosperità.

“Caro Babbo Natale, quest’anno ti voglio chiedere una macchina nuova per mamma e papà e per me una moto da cross, vera! Col motore e con un casco nero e arancione. Per la macchina puoi lasciare le chiavi sul tavolo sotto il portico. Per la moto, per favore, non ti dimenticare di lasciare la scheda tecnica”.

Cover: Foto di Sabine Kroschel da Pixabay

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