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Tania Chimenti: "Che malinconia la fedeltà dei pinguini" e altre poesie inedite

Parole a capo
Tania Chimenti: “Che malinconia la fedeltà dei pinguini” e altre poesie inedite

A ogni sorpresa siamo preparati. Solo le cose quotidiane ci cascano addosso come calamità naturali.
(Stanisław Jerzy Lec)

 

Tania Chimenti: “Che malinconia la fedeltà dei pinguini” e altre poesie inedite

(Ringrazio Tania Chimenti per avermi concesso di pubblicare alcune sue poesie inedite)

L’amore e la sua negazione
sono eclissi di tutto
hanno verbi che strappano
senza presagio di durata.
Scendono fino
a stringere
lacci sulle caviglie
e insistono su legamenti,
muscoli e nervi.
Non ci sono aggettivi,
gli articoli sono indeterminativi.
Quando il sangue
non sgorga più,
la necrosi del disamore
intinge i grigi tessuti.
Qualcuno, chiunque o nessuno
potrebbe forse fare qualcosa?
Qui è l’intuito che frana.

 

*

 

Che malinconia la fedeltà dei pinguini:
hanno ali che trascinano a terra
come automi silenziosi
lavoratori stanchi
in fila davanti alla timbratrice,
immolati alla devozione per l’azienda.
Così impigriti al mattino
scivoliamo nella vestaglia,
svogliati andiamo in cucina
a preparare il primo caffè,
ciabattando con pantofole larghe
come pagaie affondate nel pavimento,
spinti in avanti da un’unica
ostinata direzione di marcia.
A guardarci dall’esterno
nessuno penserebbe mai
che abbiamo passato la serata
sul sito Inps a simulare
la data della pensione.
Tutta la vita a fingere una missione!
sperando forse, all’ultimo giorno,
nel miracolo di una felicità colta al volo.

 

*

 

Sgabello Bolmen, plastica Ikea,
dove sedevi a fumare sul balcone.
Scarpe da ginnastica, parallele;
il vetro della finestra, pulito.
L’anziana che accudivi
pareva felice, mentre tendeva
le sue calze sullo stendino.
Ti distraevi il tempo d’una sigaretta:
piccole abitudini degli occhi.
Avrei voluto guardarmi
con la tua prospettiva,
la tua dirimpettaia che con lo sguardo
ti richiamava al dovere.
Da qualche giorno la tapparella
resta abbassata.
La morte, più di noi,
anticipa i suoi doveri.

 

*

 

Dopo il giorno zero ogni vita
divora sabbia e la chiama pane,
scava nel vuoto, ma senza fame.

 

*

 

Non è previsto un verso per il volo
L’ala è sempre ala
Anche se la leggi al contrario

oggi mi sono schiantata
sulla Terra
ho invertito
La retorica del volo

 

*

 

Quando piange il mare
le onde vedo giunte
in una preghiera
che non so più fare.
Da bambina la maestra
se piangevo mi diceva
che avrei riempito il mare.
Ora che non temo più l’iperbole
confesso che è un peccato
riempire chi è già di suo
colmo d’azzurro.

*

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*

Tania Chimenti È nata a Bari nel 1968. Da sempre legata alla sua città natale, è qui che ha completato gli studi scientifici e conseguito la laurea in Giurisprudenza. Ha partecipato a diversi concorsi ricevendo menzioni di merito e le sue liriche sono presenti in alcune antologie. Ha pubblicato la sua prima silloge poetica “Abbracciami Cielo” (Wip, Bari, 2023) e la seconda “Versi orfani di ignoto destinatario” (Macabor, Cosenza, 2024). In Parole a Capo sono state pubblicate altre poesie di Tania Chimenti il 15 agosto 2024 e il 16 novembre 2023.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 340° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Gli spari sopra / Porto la camicia nera, perché mi sfila

Gli spari sopra / Porto la camicia nera, perché mi sfina

Porto la camicia nera, perché mi sfina

Il sorriso infame di chi è certo della propria impunità di fronte al mondo, di fronte al proprio popolo e di fronte a Dio, perché sa che Dio lo vuole, perché lui e loro sono gli eletti. Esseri superiori che decidono con un click il come, il quando e il dove. Qualche sussulto nel mondo civile da parte di alcuni governanti, timidi sussurri, nessuna presa di posizione forte. Anzi, si creano decreti per tutelare il reato di antisemitismo, si parla di razzismo al contrario, ci sono ancora gli amici che innalzano la bandiera contro i cattivi. Al rovescio, la colpa è di chi manifesta, quelli dei centri sociali sempre pronti a fare perdere la sinistra che conta e ancora peggio gli attivisti della Flotilla, arrivisti che mettono il loro ego su di una barchetta in mezzo al mare, pronti a frignare appena vengono assaltati in acque internazionali. Poi i proiettili, sono di gomma, cosa credete, mica sono criminali, sono occidentali, come noi, sono democratici, come noi.

Ma non lo sapete che fatica fanno a proteggersi? Sono contornati da terroristi e allora li combattono, li sterminano, perché è nel loro diritto, con quello che hanno subito. Non è genocidio, non è pulizia etnica, si difendono, radono al suolo per nettezza urbana e civile, addirittura chiamano i condannati per sapere dove preferiscono esplodere, in famiglia, tra la folla o lontano da occhi indiscreti. E ditemi voi se non è correttezza questa, sono un esercito infallibile, mica criminali. Il mondo guarda e guarda e guarda, si indigna, ma loro non sono mica russi, loro sono amici nostri, sono evoluti in un medio oriente di bruti, su una terra che è loro per diritto divino.

Ma Gesù non era palestinese? Ma che ci importa degli impostori, un giorno il Messia arriverà sulla terra e ci darà una mano a fare la guerra.

E’ fatica scrivere senza nominare nomi, cognomi e coordinate geografiche, difficile sputare parole che abbiano un senso compiuto, in questo mondo evoluto. Dobbiamo agire, respirare, parlare, arrabbiarci sì, ma con moderazione. Occorre avere i conti a posto, i sogni, le utopie sono robe da comunisti, voi avete perso è la storia che lo dice. Dobbiamo essere riformisti, liberali e democratici, anglosassoni, freddi nel decidere i numeri. Dimmelo tu, con che soldi vuoi fare la rivoluzione, non c’è nemmeno più il carbone.

Anticapitalista? Ma che vuol dire, come ti permetti di ricorrere ancora ‘ste cazzate da figli dei fiori, diventa moderno, impara a essere un moderato, che poi nessuno sa più che cosa vuole dire.

Lo sai abbiamo avversari, non nemici, noi siamo diversi, ma non troppo, non siamo neppure uguali, abbiamo la superiorità intellettuale, loro sono dei buzzurri.

E questo è vero.

Ma intanto laggiù si continua a morire, la contabilità dei morti è ferma a prima della tregua, ma intanto si muore lo stesso, però non sono le bombe, non è colpa nostra, noi siamo l’esercito di Dio, mica crudeli assassini. Che c’entriamo noi se muoiono di malattie? Mica abbiamo bombardato tutti gli ospedali, ce ne sarà pure qualcuno che funziona.

No!

E vabbè, i terroristi sono dappertutto e noi li scoviamo, non gli diamo tregua. Noi siamo i padroni e i prigionieri li trattiamo come ci pare, chiaro? E che c’entra il diritto internazionale, noi siamo ciò che siamo e voi siete feccia, puzzolente e verminescente. Indossiamo la camicia nera, perché ci sfila e ci sta pure bene. Attento sai. non ci chiamare nazisti, perché poi ti denuncio per antisemitismo, lo dice pure Del Rio, noi siamo figli di Dio.

Oriente e occidente legati tra loro da due religioni diverse, ma noi siamo biondi, mica mori e scuri, abbiamo la pelle bianca come la Luna anche quaggiù, con un po’ di fortuna ci proteggiamo dai raggi del sole, siamo protetti dalla morte del diritto internazionale. Le Nazioni Unite le muoviamo con un dito, siamo amici del Presidente col ciuffo biondo, pedofilo, misogino, con meno cultura di un pollo, ma un grande condottiero, il nocchiero della civiltà occidentale. Ma si quella civiltà che è in guerra perenne da due secoli, quella civiltà esportata dall’Europa alle Americhe con appena cento milioni di morti, distribuiti però in quattro secoli, non azzardatevi a chiamarlo genocidio dei nativi, quelli erano dei barbari e pure schivi.

E io comincio ad avere paura, spero che mai un giorno diverrò come voi, spero di rimanere così, fuori dal tempo, fuori dal mondo, avulso dalla contabilità di amministratore di condominio. Voglio potervi dire mi fate ribrezzo, voglio poter rivendicare di essere ciò che sono, non sono un liberale, moderato e riformista, sono un comunista.

Forse ho perso, forse ho fallito, non vincerò, ma non sarò mai come volete voi.

In copertina: Soldato israeliano con ebreo ortodosso – Foto di Levi Meir Clancy su Unsplash

Per leggere tutti gl articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni clicca sul nome dell’autore.

Il fiume di Londra

ll fiume di Londra

Il fiume di Londra

Due manifestazioni contrapposte lo stello giorno: senza incidenti

Un fiume di gente, si è riversato lungo il grande viale della South Kensington  a Londra il 16 maggio per sfilare lungo Piccadily Street e terminare nella piazza di Pall Mall.

La manifestazione organizzata dal movimento Pro-Palestina dal titolo Nakba 78: March for Palestine – United against Tommy Robinson & the far-right” rievocava tristi eventi storici del passato e un nuovo pericolo politico sociale che si sta facendo strada UK: la ultradestra campeggiata da Tommy Robinson.

Nakba 78 sta ad indicare gli anni che sono trascorsi dalla La Nakba (la “catastrofe”) che ebbe luogo in Palestina quando circa 750.000 palestinesi furono costretti ad evacuare per volontà  delle forze israelite durante la prima guerra arabo-israeliana tra il 1947 e il 1949, in concomitanza con la creazione dello Stato di Israele.

La manifestazione è stata partecipata da decine di migliaia di persone (300.000 secondo gli organizzatori, 15.000 secondo le stime della polizia). Al raduno finale hanno fatto seguito interventi dei politici e della società civile. Fra tutti ha attirato l’attenzione dei numerosi partecipanti gli interventi di Jeremy Corbi e Diane Abbott.

Diane Abbott, prima donna di colore ad essere stata eletta nel parlamento britannico nel 1987 fra le fila del partito laburista si è conquistata l’appellativo di “Madre della Casa dei Comuni” per la longevità del suo incarico politico come MP.

La Abbott, nel comizio di chiusura della manifestazione, ha dichiarato che “tutti i cittadini hanno un nemico comune rappresentato dall’ultradestra. Una destra insidiosa, cinica  e razzista contro la gente di colore, contro i mussulmani e antisemitica. Dobbiamo stare insieme per combattere conto il razzismo, conto il fascismo e contro l’antisemitismo”

Jeremy Corbyn fondatore del nuovo partito “Your Party” ha invece criticato aspramente il governo attuale labourista e avanzando l’auspicio di un cambiamento sulle politiche internazionali e politiche sociali “Se il governo cambierà, se cambieremo il leader non dobbiamo focalizzare la nostra attenzione solo sulla personalità della nuova figura ma sui contenuti programmatici”. E a riguardo dell’ultradestra ha dichiarato “la politica della ultradestra ha la funzione di dividere il popolo, ma il loro odio non costruisce le case, non edifica gli ospedali e non è di aiuto a coloro che vivono in strada. Solo un cambiamento nella visione economica e sociale e nella politica internazionale potranno farci ritrovare la capacità di trovare una unità del paese.

La seconda parte del titolo della manifestazione (‘Contro Tommy Robinson’) fa riferimento in modo particolare alla urgenza di opporre resistenza al nuovo movimento politico della ultradestra che si stanno facendo strada in UK  intriso violenti valori politici razzisti e campeggiato da Tommy Robinson.

Nel pomeriggio del 16 maggio a Londra in contemporanea si svolgeva anche una manifestazione indetta proprio dal movimento “Unite the Kingdom” campeggiato da Robinson, manifestazione che è terminata nella piazza del parlamento Westminster. Fonti ufficiali hanno registrato una adesione di circa 50.000–60.000 persone.

Londra si è così trasformata in una città percorsa da una marea di gente felice di ostentare le diverse bandiera di appartenenza politica. Non si sono registrati scontri fra le diverse fazioni anche grazie al fatto che la polizia metropolitana ha dispiegato circa 4.000 agenti, droni, cavalli ed elicotteri per evitare scontri.

La scalata al successo di Tommy Robinson

Ma chi è il nuovo leader che riesce a radunare oltre 50.000 persone nonostante non sia a capo di nessun partito?
Tommy Robinson è principalmente conosciuto come fondatore e leader della English Defence League (EDL), un movimento nato nel 2009 contro quella che definisce “islamizzazione” del Regno Unito. Nel corso degli anni ha avuto anche legami con altri gruppi politici: il British Freedom (dagli stranieri) Party, il movimento Pegida UK (in assonanza con il gruppo nazista tedesco), e un coinvolgimento con il British National Party, partico fortemente di destra.

Ma Robinson oltre ad essere una figura pubblica britannica nota per le sue campagne contro l’islam e per il suo coinvolgimento in movimenti nazionalisti e anti-immigrazione, nel corso degli anni è stato al centro di numerose controversie legali e giudiziarie che hanno contribuito a costruire la sua reputazione di personaggio “fuori legge” agli occhi di molti osservatori e istituzioni britanniche.

E’ stato arrestato e condannato in varie occasioni per aggressione, frode finanziaria, violazione dell’ordine pubblico e oltraggio alla corte. Numerose sono state gli episodi in cui Robinson è stato anche coinvolto in episodi di violenza legati a manifestazioni politiche e disordini pubblici. Nel 2005 aveva ricevuto una condanna per aggressione ai danni di un agente di polizia fuori servizio. Successivamente fu incarcerato anche per aver utilizzato un passaporto falso per entrare negli Stati Uniti.

Robinson è stato inoltre bandito o sospeso da diverse piattaforme digitali per violazioni delle policy contro l’hate speech. Organizzazioni antifasciste e osservatori politici lo considerano una figura simbolica dell’estrema destra populista britannica contemporanea a ragione del suo incitamento all’odio religioso e per la diffusione di contenuti islamofobi. Alcuni suoi discorsi hanno contribuito a creare tensioni sociali e a diffondere ostilità verso le comunità islamiche.

Così si spiega la grande partecipazione della popolazione britannica alla manifestazione per contrastare questo movimento razzista che sta proliferando all’interno della società britannica.

Cover: Londra, la grande manifestazione Pro-Palestina del 16 maggio 2024 – Foto di Maria Teresa Antoniozzi

Per leggere gli altri articoli di Maria Teresa Antoniozzi clicca sul nome dell’autrice.

L'eroe di cui possiamo fare a meno

L’eroe di cui possiamo fare a meno

L’eroe di cui possiamo fare a meno

Sareste in grado di individuare il nome della persona che ha scritto queste parole deliranti?

“Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato.”

 Difficile, vero? Proviamo con un’altra frase, dello stesso autore, che consente di individuare il periodo storico al quale facciamo riferimento:

“Abbiamo udito, in questi giorni, in seguito alla totale eliminazione degli ebrei dalle scuole italiane, qualche timido lamento. L’operazione chirurgica è stata pronta e spietata; e qualche animuccia debole se ne è spaurita.”

 Sono frasi tratte da un articolo pubblicato il 21 ottobre 1938 sull’orribile rivista La Difesa della Razza” che durante il periodo fascista affermava la superiorità della razza italica su tutte le altre, e quindi la necessità di una vera e propria pulizia etnica. Per ora non rivelerò il nome dell’autore, che di quella rivista era il Segretario di Redazione: chi volesse può leggere l’articolo originale, messo a disposizione nell’archivio storico del Senato, può trovarlo a questo link.

La stessa persona che aveva scritto quell’articolo la ritroviamo qualche anno dopo nel ruolo di Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare della Repubblica Sociale Italiana. In questo ruolo risulta essere il firmatario di una disposizione datata 17 maggio 1944, con la quale si ordinava la fucilazione alla schiena per tutti quei partigiani che non si fossero costituiti consegnando le armi. Questa è la copia di uno dei manifesti che pubblicizzavano la disposizione.

Si tratta di una riproduzione un po’ sbiadita di una vecchia foto, ma la firma è riconoscibile senza problemi: è quella di Giorgio Almirante. Questo documento fu recuperato e pubblicato nel 1971 da  L’Unità e il Manifesto, subito denunciati da Almirante per diffamazione: non voleva, evidentemente, che riemergessero i suoi peccati di gioventù. Il processo durò 7 anni, e si concluse con l’assoluzione dei quotidiani: il documento era autentico.

Lo stesso Almirante, nel frattempo fondatore del Movimento Sociale Italiano ed eletto in parlamento, si trovò coinvolto in un’altra vicenda poco limpida. Nel 1972, a Peteano (GO), un attentato dinamitardo posto in atto da terroristi di estrema destra causò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri due (qui). Almirante fu accusato di favoreggiamento, reato per il quale la Procura di Roma ottenne l’autorizzazione a procedere dal Parlamento, ma non fu mai processato a causa di un’amnistia che estinse il reato.

Lo scorso 22 maggio si è celebrato l’anniversario della morte di Giorgio Almirante, occasione per una sorta di santificazione postuma. Queste le parole con cui è stato ricordato da alcuni leader politici di centrodestra.

Giorgia Meloni: “di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto”. (La forza delle idee: abbiamo visto quali fossero le sue idee. L’amore per l’Italia, che amava a tal punto da far fucilare chi, a differenza sua, si batteva per liberarla dalla dominazione tedesca. La dignità e il rispetto che riconosceva a chi faceva fucilare alla schiena).

Ignazio La Russa: “L’unica accusa vera: l’essersi mostrato non contrario all’antisemitismo”

( Sic… Peraltro, Almirante non era semplicemente “non contrario”: Almirante era uno dei teorici e dei più accaniti sostenitori delle leggi razziali).

Bertolt Brecht scrisse “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Non so se il popolo italiano abbia bisogno di eroi: so per certo che di eroi come Almirante possiamo tranquillamente fare a meno.

Immagine di copertina wikimedia.commons

Per leggere gli altri articoli di Luca Copersini clicca sul nome dell’autore

Parole e figure / La festa più bella

Anche gli esseri più piccoli possono realizzare grandi cose

“La festa più bella” di Guia Risari e Richolly Rosazza, appena uscito in libreria con Kite edizioni, ci porta nel cuore di un bosco fiorito e colorato e sempre molto indaffarato.

Tutti corrono, sono operosi, non c’è tempo da perdere in ozio o divertimento alcuno. Ci si deve procurare il cibo, quindi correre correre è la parola d’ordine, esattamente come nel mondo di noi umani. Una cieca obbedienza a questa legge non scritta.

Ma nel bosco che non si ferma basta la voce gentile di una piccola e spensierata coccinella per fermare il tempo: lei sei ferma a guardare il paesaggio, ha ancora l’animo gentile di chi vede la bellezza intorno a sé e la sa riconoscere. Ci vorrebbe un’idea.. lei ha così tanta voglia di ballare e festeggiare il mondo. Api, scarabei e grilli percepiscono.

la festa più bella

Gli animali interrompono la corsa quotidiana, fiutano nell’aria la promessa di qualcosa di unico. Così, tra polline, miele e frutti raccolti, inizia un’allegra marcia verso una radura con lo stagno pronto a trasformarsi nel palcoscenico di una magica festa.

È un corteo festoso quello cui presto si uniscono lepri e porcospini, non si sente la fatica del cammino, anche se la strada è calda e polverosa. Arrivano anche le volpi, i daini e i cinghiali, ognuno porta con sé qualcosa da sgranocchiare. A una festa non si può certo andare a zampe vuote. Possono mancare lupi e orsi? Non li si può far sentire soli. E poi l’orso porta con sé tanti bei lamponi rossi. Accorrono tassi, ghiandaie e scoiattoli con le loro nocciole, arrivano anche i serpenti, le lucertole e le salamandre. Alla radura il gruppetto rumoroso viene raggiunto da un cigno e da uno stormo di anatre vocianti. Le formiche parlano con i cinghiali, i lupi ridono con i porcospini, l’orso fa amicizia con il cigno. Nessuna barriera, nessun ostacolo, nessuna diversità. Tutti insieme appassionatamente. Solo tanta voglia di parlare, conoscersi e rispettarsi. Spensieratamente.

L’aria è leggera, il vento accarezza i volti, il sole caldo brilla fra le foglie sulle squame, sulla pelle, sulle piume, sulle pellicce, nessuno ha più voglia di correre e di accumulare.

E poi si balla. La festa, che bella festa, nessuno vuole perdersela. Durerà fino al mattino.

Applausi e vive congratulazioni alla piccola, tenace, sorridente e commossa coccinella che ha avuto quella brillante idea, per lei era la festa più bella che avesse mai visto.

Perché anche i piccoli possono fare cose grandi.

la festa più bella

Guia Risari vive a Torino. Si è laureata in Filosofia morale e ha proseguito gli studi in Inghilterra, specializzandosi in ebraistica moderna, per poi approfondire la Letteratura comparata in Francia, dove ha soggiornato collaborando con importanti università. Autrice versatile, pubblica opere di taglio surrealista, testi teatrali, libri per l’infanzia, saggi, poesie e narrativa. Conduce laboratori, conferenze e corsi dedicati alla scrittura e alla lettura.

Richolly Rosazza è nato in Ancash, Perù nel 1981. Nel 2005, si è laureato come professore d’arte all’Accademia d’Arte di Huaraz, capitale delle Ande Peruviane. Oggetto della sua ricerca artistica è da sempre il mondo infantile, in particolare l’abilità della mente creativa, propria dei bambini, che riesce a trasformare tutto in gioco. Dal 2007, vive in Italia, a Lecco, dove lavora come pittore e illustratore. Nel 2012, è stato Illustratore dell’anno per il Calendario di Città del sole. Nel 2013, le sue illustrazioni sono state selezionate per la Mostra Illustratori alla Bologna Children’s Books Fair.

Guia Risari (autore), Richolly Rosazza (illustratore), La festa più bella, Kite edizioni, Padova, 2026, 32 p.

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Dall'Egemonia al Dominio: ma Trump e il vecchio capitalismo americano sono al capolinea

Dall’Egemonia al Dominio:
ma Trump e il vecchio capitalismo americano sono al capolinea

Dall’Egemonia al Dominio:
ma Trump e il vecchio capitalismo americano sono al capolinea

E’ sempre più evidente che la strategia MAGA ( Make America Great Again) di Trump non funziona, non solo per il mondo, ma neanche per gli stessi Stati Uniti. A distanza di più di un anno dalla sua elezione, il bilancio delle politiche di Trump non può che dirsi decisamente deludente.

Sul piano politico, non si ricorda una fase in cui gli Stati Uniti siano stati così isolati nel contesto internazionale e incapaci di costruire o, semplicemente, di mantenere alleanze con altri Stati. Basta pensare al fatto che anche l’UE, nonostante un atteggiamento iniziale di subalternità a Trump, ha dovuto prendere atto che ci sono ben pochi margini di collaborazione con Washington, che la stessa Meloni è stata costretta – non l’ha certo scelto lei- a smarcarsi dal Presidente americano, dopo il risultato referendario a l’attacco al Papa, che persino un alleato storico per gli USA come l’Arabia Saudita ha compreso che non può appiattirsi sulle scelte trumpiane.

Il punto è che Trump, con la sua logica basata esclusivamente sui rapporti di forza, pensa che gli “alleati” debbano semplicemente essere obbedienti e vassalli, non certamente soggetti con cui intrattenere, se non relazioni paritarie, perlomeno discussioni in cui possono essere presenti diversi punti di vista.

Sul piano economico per gli Stati Uniti le cose vanno ancora peggio: non solo i fenomeni congiunturali danno segnali negativi, con l’inflazione interna che ad aprile arriva ad aprile al 3,8%, il livello più alto degli ultimi 3 anni, e la benzina si attesta a 4,50 dollari al gallone, sopra la soglia dei 4 dollari che viene considerata psicologicamente poco tollerabile dai consumatori americani.
Soprattutto, dal punto di vista strutturale, si assiste ad un aggravamento dei già seri problemi che da diverso tempo attagliano la situazione economica americana: la politica dei dazi non funziona; il deficit pubblico peggiora.

A partire proprio dall’ultimo bilancio approvato che stanzia circa 1000 miliardi di dollari per la “difesa” senza coperture adeguate nonostante i tagli alle spese sociali, e con stime che parlano di una sua crescita nei prossimi 10 anni di quasi 7000 mld di dollari, di cui circa 5800 dovuti alle spese militari; persiste il forte disavanzo commerciale, su cui si innesta l’innalzamento dei rendimenti per collocare i titoli di stato americani; persino il dollaro viene messo in discussione come unica moneta internazionalmente riconosciuta negli scambi commerciali.

Gli unici fattori “positivi” sembrano essere l’andamento di Borsa, che continua a lievitare, e gli investimenti nell’Intelligenza Artificiale, che però rischiano di essere poggiati su una grande “bolla finanziaria” e con ritorni economici assai incerti. Insomma, è la finanza che la fa da padrona e che è la vera leva su cui scommette Trump.

Poi, anche sul piano militare, non si può dire che la strategia trumpiana vada da molte parti: da questo punto di vista, è emblematica la guerra con l’Iran, che, al di là del fatto si possa realizzare una fragile tregua o che essa possa riprendere, non solo non ha fiaccato il regime iraniano, ma ha messo in luce che non potrà portare ad una situazione stabilizzata e favorevole agli USA, né in Medio Oriente, né nel mondo. Soprattutto perché, come è stato acutamente osservato da Ugo Tramballi sul Sole 24 Ore, a proposito dei conflitti in Ucraina e in Iran, “ i più forti non riescono a battere i più deboli. Per i primi l’obiettivo è la conquista totale; ai secondi basta sopravvivere”. In questo aiutati, quasi paradossalmente, dal nuovo corso della guerra del XXI secolo basata sull’utilizzo delle tecnologie più avanzate, in particolare quella del drone supportato dall’IA, per cui il loro basso costo annullano la differenza di potere militare.

Lo Shaled 136 iraniano vola per 1200 miglia al prezzo di 50.000 dollari, mentre il Patriot Usa che dovrebbe abbatterlo costa 3 milioni di dollari e ha riserve limitate. Il tutto costruisce una situazione per cui, al dunque, non c’è alternativa tra diplomazia o guerra senza fine e senza sbocchi.

Occorre, però, andare più a fondo per capire come si è arrivati a questo stato di cose.
Il punto decisivo è che gli Stati Uniti non sono più in grado di svolgere il ruolo di Stato guida del mondo e di centro fondamentale del capitalismo, esprimendo una reale egemonia nei confronti degli altri Paesi, intendendo questo concetto in senso gramsciamo, cioè l’esercizio del potere attraverso il consenso e il riconoscimento della propria funzione come “universale” e “naturale”.

E allora, sempre seguendo Gramsci, all’egemonia si sostituisce il dominio, l’idea di affermare il proprio potere semplicemente con la forza e la coercizione, da cui deriva strutturalmente la spinta guerrafondaia di Trump.
Peraltro, questa perdita di egemonia è una vicenda complessa e si snoda ormai da lungo tempo: in realtà, essa inizia a manifestarsi già nel corso degli anni ‘70 del secolo scorso, quando il modello di capitalismo fordista-keynesiano inizia ad entrare in crisi, quando la produzione di beni di consumo di massa, con la crescita salariale e lo sviluppo del Welfare, non riesce più a garantire margini di profitto adeguati all’accumulazione capitalistica. Da qui prende corpo la risposta neoliberista, inaugurata dalla Thatcher e da Reagan negli anni ‘80, per cui si tratta di diminuire i costi di produzione, riducendo il reddito che va al lavoro e inaugurando la globalizzazione per andare a produrre dove è maggiormente conveniente, aumentare a dismisura la mercificazione di tutte le attività umane, soprattutto ricorrere alla finanza per produrre profitti.

La finanziarizzazione diventa progressivamente il baricentro con cui si produce la ricchezza. Come ha spiegato l’economista marxista Giovanni Arrighi, autore troppo sottovalutato, nel libro quasi profetico, che risale al 1994, “ Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo”, quando la finanziarizzazione prende il sopravvento sulla produzione materiale, è un segnale dell’inizio del declino della potenza dominante di quella fase capitalistica e del passaggio ad un’altra economia capitalistica emergente.

E quello che è successo nei secoli passati per i cicli sistemici di accumulazione incentrati dapprima da Genova, poi dai Paesi Bassi e infine dalla Gran Bretagna, per poi approdare agli Stati Uniti con il XX secolo. La finanziarizzazione dell’economia, ben lungi dal risolvere alla radice i problemi dell’accumulazione capitalistica, nel medio periodo genera instabilità e poi una vera e propria “crisi terminale”, quella cui abbiamo assistito nel 2007-2008.

Contemporaneamente, la globalizzazione ha fatto diventare la Cina dapprima “la fabbrica del mondo” e ora anche la potenza tendenzialmente all’avanguardia (e in aperto conflitto con gli USA. Al di là della rappresentazione ammaestrata dell’incontro tra Xi Jinping e Trump delle settimane scorse). La Cina incarna
La Cina rappresenta una nuova e peculiare fase dello sviluppo capitalistico, in un inedito intreccio tra ruolo dello Stato e mercato.

Questa globalizzazione, sia detto per inciso, anziché produrre ricchezza diffusa, opportunità per tutti ed espansione della democrazia, come era stato favoleggiato, ha prodotto in tutto l’Occidente “avanzato” nuove disuguaglianze, peggioramento delle condizioni dei ceti più deboli e anche regimi che assomigliano, a partire dagli Stati Uniti, alle autocrazie, sorretti anche da spinte reazionarie da parti consistenti della popolazione.

Ora, di fronte a questo scenario, rimane da chiedersi se e come si può contrastare la deriva regressiva che è sotto gli occhi di tutti, che, in questa fase, produce guerre e disordine mondiale. Il ragionamento, anche qui, sarebbe lungo e complesso e, dunque, mi limito ad avanzare alcune suggestioni.
La prima è che, comunque, viviamo in un mondo multipolare, che non può essere ridotto al ruolo delle 2 grandi superpotenze, USA e Cina. Il mondo, per fortuna, pullula anche di medie potenze, tra cui possiamo iscrivere la stessa Europa, il Brasile, l’India, nonché, soprattutto nel prossimo futuro, Stati importanti in Asia, come l’Indonesia, e in Africa, dal Sudafrica alla Nigeria.

Forse la costruzione di un’alleanza tra le “medie potenze”, come suggerito ultimamente dal premier canadese Carney, potrebbe rappresentare un’utile indicazione per modificare l’attuale deriva del mondo. A patto, però, che si decida di non inseguire la logica dei rapporti di forza, dando priorità al riarmo e alla “difesa”.
Si dovrebbe, invece, avere la consapevolezza che solo la centralità della diplomazia e della risoluzione pacifica dei conflitti, assieme al fatto di tratteggiare una traiettoria di modello sociale e produttivo imperniato su priorità non segnate dalla centralità del profitto, può consentire un’inversione di rotta. Ma anche per questo, non si sfugge alla constatazione che solo una forte mobilitazione sociale e popolare, come ha evidenziato la Global Sumud Flottilla,  in primis in Europa, capace di opporsi al riarmo, all’autoritarismo e, invece, di affermare l’idea della “società della cura”, può rendere credibile tale possibilità. Segnali che si può percorrere questa strada ce ne sono, a noi la capacità di rafforzarli e renderli concreti.ù

In copertina: il sogno di Donald Trump – Foto di Igor Omilaev su Unsplash

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il soffio di leopardi

Il “Soffio” di Leopardi

Il “Soffio” di Leopardi

Tante cose arrivano dall’Oriente, per mare, per terra ma prima di tutto attraverso il vento.

Ci sono notti, sulle colline marchigiane, in cui quel vento, proveniente da est, sembra parlare e potrebbe spingere un poeta a scrivere e, in egual modo, un esploratore a partire.

Non è un vento forte: è un soffio, appena un sospiro, che passa tra le foglie, sfiora i muri delle case, scivola sulle bianche strade. Chi cammina tra queste notti potrebbe avvertire una strana sensazione, quella di un grande vuoto che vibra, accoglie e che respira quasi come se il mondo delle cose – e che, pertanto, definiamo reale – non fosse pieno ma cavo.

È facile, in un momento così, immaginare un giovane che, verso il tramonto, esce in silenzio dalla casa del padre. Un giovane che non porta con sé nulla, se non il proprio corpo fragile e l’embrione di una domanda che sta cercando di formulare al meglio. Pare vederlo quel giovane, camminare verso un colle per un ultimo e interminabile saluto, come se quel luogo fosse un tempio e quella siepe, lì davanti, il suo altare.

Si ferma, ascolta, guarda. E allora accade: il visibile si apre, il limite si dissolve, il mondo diventa un mare senza rive tanto che quell’addio e persino un naufragio potrebbero risultare più sopportabili.

Quella sera non è scritta in nessun libro. Eppure potrebbe essere proprio l’alba che seguirà a quella notte a far nascere ‘tutta la poesia’ di Giacomo Leopardi.

Forse è per questo che, ancora oggi, chi entra nel Palazzo Leopardi di Recanati, con il passo giusto – non quello del visitatore, ma quello del pellegrino laico – avverte qualcosa che non si può spiegare.

Non è nostalgia, non è devozione, non è neppure ammirazione. È un impulso silenzioso: lasciare una traccia, un segno minimo, un frammento della propria voce in quel luogo che ha custodito la voce del giovane Giacomo. Non per essere ricordati, ma per saldare un debito.

Molti compiono questo gesto senza dirlo: infilare un biglietto tra i libri, appoggiare un pensiero su un davanzale, affidare una parola al silenzio della biblioteca.

Come se quel luogo fosse uno spazio sacro dove la presenza del poeta non è memoria, ma soffio ancora vivo.

È da questo respiro, da questo soffio che comincia il nostro cammino.

***

Giacomo Leopardi non conosceva il Taoismo. Non aveva letto Laozi, né Zhuangzi, né l’I Ching. Eppure la sua poesia vibra della stessa sostanza presente nei testi taoisti: quel Vuoto, quel Soffio che è dissoluzione dell’io.

Non è un Oriente saputo quello di Leopardi ma un Oriente – inconsapevolmente – vissuto.

A ben pensarci come Siddharta o Francesco d’Assisi, anche Leopardi compie lo stesso gesto fondativo: lascia la casa del padre per cercare una verità che non consola, ma che istintivamente è avvertita come qualcosa che possa salvare o almeno quietare.

La casa di Monaldo è un mondo chiuso, fatto di un sapere accumulato, di un ordine che pretende di spiegare tutto per fronteggiare il caos. Uscirne significa abbandonare l’illusione; non aggiungere altro a quello che si ha, ma cominciare a togliere: beni, conoscenze, riti, obblighi.

Non conquistare, ma liberarsi da tutto quel ‘conosciuto’ e abbandonarsi alla vita.

Il giovane Leopardi comprende che la verità non è nel possesso, ma nel distacco.

La sofferenza, a cominciare dal dolore fisico, forse potrebbe essere la porta della consapevolezza, un punto di trasformazione: quanto è vicina questa intuizione a quelle che hanno condotto Siddharta e Francesco a varcare questa stessa porta!

La sofferenza e il dolore sono i nodi di quello stesso soffio che ha scosso le vite degli altri due giovani e anche per Leopardi, contrario a una dialettica del bene contro il male – retaggio “selvaggio” della sua educazione cattolica – comincia a profilarsi un asse di pensiero diverso, dove il dolore non è un incidente ma la condizione che permette di intravedere una quiete tra… l’infinita vanità del tutto, come recita l’ultimo verso di A se stesso.

È  questo verso un semplice richiamo al Qohélet mediorientale? Non potrebbe piuttosto essere una sorta di aforisma dal sapore orientale? E se, appunto, non fosse un lamento ma una vera e propria testimonianza di lucidità?  La prima ‘verità’ che apre alla conoscenza del Sé.

E che dire delle poesie dedicate alla luna, veri e propri esempi di esercizi contemplativi. La luna che non è simbolo ma presenza, anzi il volto visibile del vuoto.

«Che fai tu, luna, in ciel?» 

Questa domanda potrebbe essere considerata taoista nella sua essenza: non chiede spiegazioni, chiede relazione.

Il poeta, saggista e calligrafo cinese naturalizzato in Francia, François Cheng, nelle sue Cinque meditazioni sulla bellezza, parla del soffio del vuoto mediano come un di un vero e proprio luogo di gestazione.

La cosmologia cinese” – scrive Cheng – “è basata sull’idea di Soffio, che costituisce al tempo stesso una realtà materiale e spirituale. A partire da questa idea di Soffio, i primi pensatori hanno formulato una concezione unitaria e organica dell’universo in cui tutto si trova connesso e collegato. Il Soffio primordiale… continua ad animare tutti gli esseri collegandoli all’interno di una gigantesca rete di intrecci e generazioni

I cinesi si riferivano ad essa con il nome di Tao (o Via) e all’interno di questa Via la natura del Soffio e il suo ritmo sono ternari, nel senso che il Soffio originario si divide in tre tipi che agiscono sincronicamente, un soffio costruttivo, uno distruttivo e per l’appunto, un soffio del Vuoto mediano che agisce costruttivamente sul soffio distruttivo e distruttivamente su quello costruttivo.

I Greci chiamavano tutto questo chaos

Leopardi lo chiama infinito.

***

Nel Canto notturno del pastore errante dell’Asia, Leopardi raggiunge una forma di sapienza che ricorda i testi taoisti e buddhisti.

Il pastore non cerca risposte. Cerca un modo di stare al mondo.

«Che vuol dir questa solitudine immensa?»

Questo verso è quasi un ‘sutra del… mistero’. È una domanda che non attende risposta. Sembra quasi che tanto la luna che il pastore errante parlino lo stesso linguaggio: il pastore nel suo breve vagare si perde nel labirinto della…Via  e la luna nel suo corso immortale pare seguire delle regole precise che, se conosciute, potrebbero dare un senso a tante domande:

«Che fa l’aria infinita, e quel profondo/Infinito seren? che vuol dire questa/Solitudine immensa? Ed io chi sono?/ Così meco ragiono…

È il riconoscimento che la Vita (come è facile passare da vita a Via!) è mistero, e che il mistero non va risolto, ma abitato proprio come quel soffio, quel vuoto mediano che ci abita.

Nel Tao, il centro della Vita/Via è il Soffio. Non è spirito, non è materia: è ciò che li attraversa entrambi.

Leopardi, pur senza conoscere il Tao, ne sembra intuire la ‘logica’ profonda: la Vita/Via è un soffio che passa, un’onda che si alza e si ritrae, un infinito che si apre e si richiude, tanto che in quello che potremmo definire il suo sutra della dissoluzione – E il naufragar m’è dolce in questo mare” – il poeta non parla di annientamento ma parla, appunto, di un abbandono dell’io al ritmo più grande del mondo.

Leopardi non ha fondato scuole; non ha predicato dottrine; non ha offerto consolazioni. Eppure, da quanto abbiamo detto, potrebbe essere letto come un maestro spirituale sui generis: un maestro che insegna la lucidità, la compassione, la stretta connessione tra siepi, colli, cieli e mari.

Il suo cammino – dal dolore al Soffio, dalla siepe all’infinito, dall’io al Vuoto – è un cammino che parla ancora e sembra dirci non come essere felici ma come diventare consapevoli e vivere lungo la Via sia la vita del pastore errante dell’Asia, che quella estrinseca degli uccelli, o, perché no? anche quella della luna nel cielo infinito o della ginestra alle pendici del Vesevo fiammeggiante.

È un processo interiore che richiede minore attaccamento alla propria vita e alla vanità del tutto (soffio distruttivo) e una totale presenza e consapevolezza della Vita/Via qui e ora (soffio creativo).

Cover: Foto di Ludwig Bickel da Pixabay

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Inizio ad aspettarti mille ore prima

Per certi versi /
Inizio ad aspettarti mille ore prima

Inizio ad aspettarti mille ore prima

Inizio ad aspettarti mille ore prima

Preparo l’universo

Apparecchio il cielo

Spolvero il giardino

Pettino i pensieri

Riordino le mie paure

 

Quando te ne vai

Attorno tutto si scompiglia

È un disordine di nuvole

Un’incuria di rami

L’aria è disadorna

 

Io mi aggrappo agli attimi

Parlo. Parlo da sola

Prendo la mano alla luna

Dipingo una nuova attesa

[Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023]

 

In copertina: Foto di Florian Schindler su Unsplash

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

DIVENTERAI UOMO Il maschile contemporaneo tra crisi, immagini e ricerca di identità

DIVENTERAI UOMO
Il maschile contemporaneo tra crisi, immagini e ricerca di identità

DIVENTERAI UOMO
Il maschile contemporaneo tra crisi, immagini e ricerca di identità

Il libro di Leonardo Mendolicchio (Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità, Mondadori, 2026) arriva in un momento storico in cui il maschile sembra oscillare continuamente tra due estremi: da una parte la caricatura dell’uomo duro, performativo e competitivo; dall’altra un maschile smarrito, fragile e spesso privo di strumenti simbolici per dirsi.

Uno degli aspetti più interessanti del testo è proprio questo: non prova a salvare un modello di uomo né a restaurare nostalgicamente figure del passato, ma interroga cosa significhi oggi costruire un’identità maschile in un tempo in cui molte coordinate tradizionali sono entrate in crisi.

Che cosa trasmette oggi un padre?
Esiste ancora qualcosa capace di sostenere simbolicamente il passaggio verso l’età adulta?
E soprattutto: si diventa uomini per identificazione, per opposizione, per conquista oppure attraversando mancanze, fratture e separazioni?

La cosiddetta “crisi del maschile” non riguarda soltanto gli uomini, ma più in generale il crollo delle identificazioni tradizionali che per lungo tempo hanno organizzato i rapporti tra le generazioni.

Ma il libro ha suscitato in me anche una riflessione ulteriore e forse più scomoda.

Oggi il discorso pubblico parla continuamente di patriarcato. Eppure il termine stesso, etimologicamente, rimanda al “potere del padre”. La domanda allora diventa inevitabile: viviamo davvero ancora in un’epoca dominata dalla funzione paterna oppure assistiamo sempre più spesso alla sua difficoltà?

Perché nella clinica contemporanea non incontro soltanto figure paterne autoritarie o caricature del potere maschile, ma quelli che potremmo definire “padri orsacchiotto”: padri che faticano a sostenere il limite, spaventati dal conflitto con i figli, continuamente impegnati a essere accudenti, comprensivi, rassicuranti, quasi amicali.

Figure paterne che oscillano tra presenza affettiva e difficoltà a incarnare una funzione separativa.

Questo non significa auspicare nostalgicamente il ritorno del padre autoritario del passato. Significa piuttosto interrogarsi con maggiore complessità su ciò che oggi chiamiamo “patriarcato”, evitando letture troppo lineari o ideologiche.

Anche perché esiste un ulteriore paradosso.

Oggi si parla moltissimo della fragilità del maschile e molto meno della fatica contemporanea del femminile.
Come se il femminile venisse automaticamente pensato come più evoluto, più consapevole, più libero.

Eppure nella clinica non incontro affatto questo.

Incontro spesso donne schiacciate da richieste contraddittorie: essere autonome senza perdere la desiderabilità, forti senza smettere di accudire, realizzate senza rinunciare a sostenere tutto.

E forse il paradosso più interessante è proprio questo: l’attenzione continua al maschile — perfino quando lo critica o lo accusa — rischia talvolta di mantenerlo comunque al centro della scena. Come se anche la crisi del maschile finisse, paradossalmente, per confermarne ancora la centralità simbolica.

Oggi ai ragazzi viene chiesto di essere contemporaneamente forti e sensibili, performanti ma emotivamente disponibili, sicuri ma non aggressivi, autonomi ma costantemente confermati dallo sguardo dell’altro. Una tensione spesso contraddittoria che produce effetti profondi nella costruzione dell’identità e del desiderio.

Nella clinica contemporanea si incontrano infatti adolescenti e giovani uomini immersi nelle immagini, nelle performance e nei modelli di visibilità, ma con sempre meno riferimenti simbolici stabili. Ragazzi che oscillano tra grandiosità e fragilità estrema, tra acting out e ritiro, tra corpo esibito e corpo anestetizzato.

In questo scenario il sintomo sembra interrogare una questione centrale: come abitare il proprio desiderio senza trasformarsi in una maschera.

Anche il titolo scelto da Mendolicchio, Diventerai uomo, appare particolarmente significativo. È una frase che contiene insieme promessa, attesa e imperativo. Ma chi può pronunciarla oggi? E con quale peso?

Perché quella frase non produce sempre apertura. Talvolta genera angoscia, vergogna, senso di inadeguatezza, la percezione di non essere mai abbastanza rispetto alle richieste contemporanee.

Uno dei temi affrontati durante la presentazione ha riguardato anche il rapporto tra crescita e immagine. Oggi molti passaggi verso l’età adulta sembrano avvenire meno attraverso rituali simbolici condivisi e sempre più attraverso il corpo, il rischio, gli acting, le dipendenze o la ricerca esasperata di riconoscimento.

In questo senso il libro evita semplificazioni ideologiche e formule riduttive. Anche espressioni oggi molto diffuse nel discorso pubblico, come “mascolinità tossica”, rischiano talvolta di appiattire fenomeni estremamente complessi, trasformando il disagio contemporaneo in etichette immediate.

Il testo di Mendolicchio prova invece ad attraversare queste contraddizioni senza rifugiarsi né nella nostalgia del passato né nelle polarizzazioni ideologiche del presente.

Perché forse una delle questioni più urgenti oggi non riguarda soltanto il maschile, ma più radicalmente la difficoltà contemporanea di costruire un’identità senza ridursi a un’immagine.

Ogni essere umano prova infatti a trovare un’uscita dal proprio labirinto soggettivo. Ma la soggettività non segue mai percorsi lineari: è fatta di identificazioni, ferite, desideri, cadute e trasformazioni.

Ed è forse questo che il libro di Mendolicchio prova a ricordare: crescere un figlio, accompagnare un adolescente, o persino comprendere sé stessi significa accettare che l’umano non possa essere ridotto a formule semplici, identità perfette o modelli validi per tutti.

Perché ogni soggetto resta, inevitabilmente, un percorso singolare.

Cover: padre e figlio – Foto di Willo da Pixabay

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presto di mattina. magnifica humanitas

Presto di mattina /
“Magnifica humanitas”

Presto di mattina. “Magnifica humanitas”

Magnifica Humanitas”

«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto».

Magnifica Humanitas è l’incipit con cui inizia la prima lettera enciclica di Papa Leone XIV, firmata il 15 maggio nell’anniversario della Rerum novarum (1891) di Leone XIII e resa pubblica lo scorso lunedì 25. Consiste nella riflessione “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Alla presentazione assisteva anche Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, azienda statunitense attiva nel campo delle nuove tecnologie, e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’IA

Nell’occasione papa Prevost ha detto: «Magnifica humanitas è nata dall’ascoltare come fece Leone XIII. Ho ascoltato scienziati e ingegneri che lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con tenacia norme eque; genitori e insegnanti profondamente preoccupati del futuro delle generazioni più giovani».

Un’Enciclica sociale in tutto e per tutto e, come al tempo di Leone XIII le res novae si riferivano alla rivoluzione industriale, oggi le “cose nuove” sono i «progressi della tecnica» legati alla «digitalizzazione», all’«intelligenza artificiale», alla «robotica» nuove ricchezze che generano «trasformazioni a volte drammatiche nella «magnifica umanità».

L’enciclica non vuole essere un documento programmatico, ma un testo di indirizzo che traccia coordinate, percorsi, contesto per orientarsi dentro questo universo procedendo con umanità, alla ricerca del bene comune, riconoscendo le potenzialità, ma anche i pericoli di questa rivoluzione digitale considerata da papa Prevost come la quarta rivoluzione industriale.

Nel discorso in sala stampa ha detto: «Mi sono giunte anche altre voci molto preoccupanti, riguardo a sistemi d’armi sempre più autonomi, che praticamente nessun uomo e nessun governo può davvero controllare. Sento racconti molto preoccupanti di algoritmi che possono bloccare l’accesso alle cure sanitarie, al lavoro e alla sicurezza sulla base di dati inquinati da pregiudizi e ingiustizia. E ho sentito il silenzio di coloro che non hanno voce quando vengono prese le decisioni, decisioni che rischiano di generare nuove forme di esclusione e di sofferenza».

Disarmare la disumanità che genera disuguaglianza

Disarmare: una parola che sta a cuore al papa fin dall’inizio del suo ministero pastorale. Disarmare significa liberare l’intelligenza artificiale da logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione, divisione e morte.

«Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.

Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale».

Disarmare, però, non basta. Dobbiamo costruire

È con la forza del seme e non del sasso che si disarma la disumanità. Occorre allora far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. È questo l’invito ad essere costruttori, non come architetti di Babele, ma di reti solidali, ponendo al centro delle proprie scelte le pietre scartate che per il Vangelo sono pietre preziose, pietre angolari per la costruzione di una magnifica umanità:

«far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore».

Magnificare dice “fare grande”. Fare ancora grande l’umanità ferita per la via dell’umiltà e della cura delle persone, salvaguardando la loro dignità e il loro ambiente, la loro storia. Quale differenza di prospettive dispiega l’umanesimo del vangelo a fronte della volontà di potenza di coloro che attraverso la violenza e il potere vogliono fare ancora grande solamente qualcuno, una parte d’umanità, un’élite, a scapito del resto, con stile fraudolento, arrogante ed empio.

Il tempo saprà smascherare l’insensatezza di costoro, li riconosceremo dai loro frutti, ma già ora vediamo bene la differenza tra quelli che seminano solo sassi, pietre roventi, morte sulla terra, tra la gente, da coloro che continuano a seminare il buon seme di umanità rischiando la libertà e la vita per gli altri.

Con chi e come stiamo costruendo nel grande cantiere del nostro tempo

Quello di papa Leone è così un appello accorato a fare scelte contro corrente: «non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, – il ricostruttore di Gerusalemme, delle mura e delle sue porte nel V secolo a.C. – preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr. Sal 85,11).

Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono…

Oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio. Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello, (la magnifica umanità). Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni».

“Magnificat”

Da subito il titolo dell’enciclica mi sembrò riecheggiare il canto del Magnificat e leggendo poi il testo ne ho avuto conferma; la lettera infatti nella conclusione commenta il canto di Maria. Scelta per la sua umiltà a divenire madre di Gesù scopre che Dio costruisce dal basso, con gli ultimi, l’umanità nuova.

Così scrive papa Prevost: «D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. … Dio si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare “i superbi, i potenti e i ricchi”.

Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi. Maria indirizza il nostro sguardo sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati, educandoci ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti… Così diventa poetessa e profetessa della redenzione, perché dalle sue labbra sgorga l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat».

Il Magnificat dice no alla volontà di potenza con espressioni a dir poco sovversive: «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote». Una consapevolezza certa e una contestazione contro la fascinazione del potere spinto fino all’estrema violenza, il potere che genera la guerra.

Il sentire di Maria nel sentire dei poeti

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria
che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.

Germogliava in lei luce
come se in lei in piena notte
venisse improvvisamente il giorno.
Ed era così piena della voce di Lui
che Maria a tratti diventava grande
come una montagna,
e aveva davanti a sé
il Sinai e il Calvario,
ed era ancora più grande di loro,
di queste montagne ardenti
oltre le quali lei poneva
il grande messaggio d’amore
che si chiamava Vita.
(A.Merini, Magnificat, Un incontro con Maria, Frassinelli, Torino 2008, 12; 18-19).

Magnificat

Come una sorgente il cui mormorio
Rende più vasto il silenzio,
Il suo canto illumina l’immensa
Limpidezza della notte.
Avendo gettato la sua rete
Nel più profondo della distanza,
La sua umiltà raccoglie
Gli splendori del Paraclito,
E riporta nelle sue maglie
Una stella che palpita
Nel più intimo lontano
E il cui segreto accorda,
Signore, la tua misericordia
Fino alle porte del mattino.
(P. Emmanuel, Evangeliaire, Du Seuil, Paris 1961, 47)

Ogni cosa nascente, ogni cosa
maturante Maria vede
congiunta con quel mondo di bontà,
con quella maternità della natura.
L’esultanza di ciascuna specie
ci delizia e ci rammenta
come ella in sé accolto
magnificò il Signore…
Un’estasi in tutta la materna terra dice
a Maria che ricordi quanto fu lieta,
finché Cristo nacque e quanto
esultò in Dio suo salvatore.
(G. M. Hopkins, Poesie, Guanda, Parma 1952, 71-73)

O Madre mia dolcissima Maria,
fa’ che dal mio Miserere
io intoni il tuo Magnificat.
(C. Rebora, Le poesie, Garzanti, Milano 1994, 436).

Cover: su Licenza Wikimedia Commons By Lula Oficial https://www.flickr.com/photos/157736962@N05/54851452841/, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=191776377 

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la vita spericolata degli amministratori locali

La vita spericolata degli amministratori locali

“Voglio una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film”

Vasco Rossi

La vita spericolata degli amministratori locali

Vietato abortire, vietato divorziare, vietato sposarsi avendo lo stesso sesso, vietato adottare avendo lo stesso sesso, vietato fare educazione sessuale a scuola, vietato morire quando la sofferenza è insopportabile, vietato drogarsi, vietato migrare, vietato criticare uno stato che ammazza i bambini.

A volte succede che sindaci e assessori, supportati dalla vena politica bigotto fascistoide che nel nostro dopoguerra ha sempre sostenuto  il divieto di ciò che è civile, e sempre reclamato il permesso di ciò che è incivile  – tipo non pagare le tasse a “Roma ladrona” o fregarsi 49 milioni di contributi elettorali – incappino in uno dei loro divieti. Il divieto di guidare completamente fradici, nella fattispecie. Una nemesi. E’ andata bene, ed è l’unica cosa che scrivo senza ironia.

Capita a tutti di fare cazzate nella vita, infatti il punto non è questo. Un paio di ficchetti in un fosso li ho fatti anch’io, diffido dei censori e mi insospettiscono talvolta anche gli astemi. Magari la prossima volta evitate di far finta di niente, sperando che il comando dei graduati intervenuto sul luogo del tuffo non faccia trapelare nulla. Magari non fate i fenomeni della responsabilità verso le istituzioni solo dopo che la notizia trapela, vostro malgrado.

Visto che adesso a Ferrara arriva Vasco Rossi, probabile che abbiate voluto sperimentare il brivido della vita spericolata. A Ferrara si dice “vat a lugàr” (vatti a nascondere), ma l’espressione viene rivolta a chi fa una figura di merda, non a chi tenta di nascondere (cuaciar) qualcosa. Altrimenti, più che di vita spericolata, si tratta di vita paraculata. Poi a fine concerto forse ci troveremo tutti come le star a bere del whisky al Roxy Bar: ecco, magari la prossima volta almeno lasciate perdere le campagne sull’educazione stradale.(qui).

E poi però capita che un sindaco, che come sappiamo ha una parte della fanbase popolata da gentleman che scrivono sui social frasi tipo “Federico Aldrovandi era un drogato del cazzo”, “Stefano Cucchi era un tossico e se l’è cercata”, si abbassi al loro livello, ma quello più basso proprio, tirando fuori in Consiglio Comunale una vicenda privata che riguarda un figlio per schizzare di fango il padre di quel figlio.

E allora capisco fino in fondo il senso di quella frase che gira tra gli adepti del sindaco: “lui è uno di noi, è uno come noi”. Personalmente sono sollevato di non essere uno di voi, di non essere come voi.

Foto cover wikimedia.commons

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A pensarci bene / Il Genocidio e l'errore di Erri De Luca

A pensarci bene /
Il Genocidio e l’errore di Erri De Luca

A pensarci bene /
Il Genocidio e l’errore di Erri De Luca

di Antonio Micciulli*

Massacro e strage descrivono eventi: uccisioni di massa, anche ripetute, anche atroci.

Genocidio è invece una categoria del diritto internazionale, definita dalla Convenzione ONU del 1948: non indica solo quante persone muoiono, ma perché e come muoiono.
Dalla pagina Facebook di Erri De Luca
Il genocidio riguarda l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e l’insieme delle politiche che producono quella distruzione: uccisioni, ma anche condizioni di vita incompatibili con la sopravvivenza, fame, assenza di cure, distruzione sistemica di infrastrutture civili, negazione di assistenza.
Genocidio non è un sinonimo più “energico”: è il nome di una fattispecie precisa, che attiva obblighi legali, responsabilità statali, competenze delle corti internazionali.
Usare massacro o strage serve a descrivere l’orrore.
Usare genocidio significa che quell’orrore risponde a criteri giuridici specifici, criteri su cui oggi si stanno pronunciando giuristi, ONG, commissioni indipendenti e tribunali internazionali.
Discutere di genocidio non serve a “alzare il volume”. Serve a stabilire responsabilità, doveri e limiti invalicabili.
Negare la legittimità stessa di questa discussione non è sobrietà linguistica: è una presa di posizione politica.
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Cresciuto con una forte passione per il cinema, Micciulli muove i primi passi nel mondo dei media giovanissimo, collaborando come redattore con le più importanti riviste del settore videoludico. Dopo le esperienze da giornalista nell’editoria nazionale, autore tv RAI e speaker radiofonico per Radio Italia Network, decide di dedicarsi completamente alla settima arte. Il suo debutto dietro la macchina da presa avviene con il cortometraggio “Piccolo Manuale di Strategia e Tattica Militare”, del quale firma soggetto, sceneggiatura e regia. Il cortometraggio raccoglie attenzione e riconoscimenti, partecipando ad oltre 40 festival internazionali (fra cui il Torino Film Festival). Nel 2011 realizza il suo primo lungometraggio, “Tempo di Reazione”, come regista e sceneggiatore. Distribuito dalla 20th Century Fox, il film esplora dinamiche sociali e simboliche in un contesto claustrofobico, consolidando la sua voce autoriale nel panorama del cinema indipendente italiano. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie “Innumerevoli Ombre” e la celebre “Figures in Action”, serie cult con milioni di visualizzazioni. Parallelamente Micciulli intensifica il suo impegno professionale collaborando a vari progetti cinematografici. Tra i suoi contributi più recenti figura il film “Santa Guerra” (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore. Il film è stato selezionato in festival internazionali ottenendo molti riconoscimenti, prima di approdare su Amazon Prime Video. 

Parole e figure / Ospiti inattesi

Uscito da poco in libreria con Kite edizioni, “Ospiti inattesi”, di Luca Tortolini e Alice Bonora stringe l’occhio all’amicizia e alle sorprese di una festicciola improvvisata

Quante volte, da piccolini, abbiamo immaginato cosa fare se i genitori sono fuori. Mangiare caramelle o dolcetti proibiti, guardare un cartone animato alla tv fuori dall’orario stabilito, sfogliare un libro che doveva aspettare domani, colorare un albo con tanti scarabocchi, tirarsi le palline di carta, costruire un aeroplanino con il giornale del nonno, salire in soffitta a cercare una vecchia scatola, aprire la gabbia del pappagallino, fare uno scherzetto telefonico o giocare con un peluche o una macchinina che se ne stanno lassù in alto. Qualche marachella di qua e di là. Sogno proibito e, talora, very dangerous.

Se poi è l’ora della merenda, si potrebbe organizzare una bella festicciola, di quelle improvvisate, con tanti amici colorati e sorridenti. Basta essere un po’ fuori dagli schemi.

ospiti in attesa

Eccoci allora in una giornata come tante: qualcuno bussa alla porta, fra un tè, biscotti e tanti pasticcini. Sorpresa, sorpresa. Arrivano tutti senza invito, ma c’è sempre un posto a tavola per gli amici. Basta aggiungerlo. E poi la dispensa è grande e nutrita. Basta aprirla.

Ecco allora accomodarsi un leone morbido dalla folta e lucida criniera, un orso spavaldo con un grande vaso di miele e tante piccole api intorno, e poi un canguro, un rinoceronte, un castoro, una scimmia, un gruppo che si allarga, affamato di frittelle e mai sazio che presto si trasforma in una esuberante, disastrosa e improbabile compagnia di giochi.

Un salto in giardino e una visita al museo, fra fantasia, colori, realtà e immaginazione. È la logica dell’infanzia, divertimento puro e spensieratissimo. Il potere della fantasia.

Si leggono tante storie, i libri sono sempre un’avventura meravigliosa. C’è anche il tempo per schiacciare un pisolino tutti insieme, vicini vicini, magari abbracciati. Senza far rumore.

Con la ricomparsa inattesa del resto della famiglia (che confusione, si deve mettere subito tutto a posto !!!), la fantasia non riesce però a disperdersi completamente. Quanto era bello tutto, la luce… Si vorrebbe continuare quella festa, per sempre, senza pensieri.

Finché tutto torna silenziosamente al suo posto, lasciando dietro di sé il piacere di ciò che è accaduto. Perché quello che accade nella vita (e nella mente) è sempre una sorpresa.

ospiti in attesa

Luca Tortolini è nato nel 1980 e vive a Macerata; è uno scrittore e sceneggiatore. Ha studiato al DAMS di Roma Tre. Si occupa anche di educazione e promozione della lettura.

Alice Bonora è illustratrice e grafica freelance, crea illustrazioni per bambini e adulti e grafiche per piccoli o grandi progetti.

Luca Tortolini (autore), Alice Bonora (illustratore), Ospiti inattesi, Kite, Padova, 2026, 32 p.

 

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Prove InFALSI: sull'incidente e l'intervento in Consiglio di Alan Fabbri

Prove InFALSI:
sull’incidente e l’intervento in Consiglio di Alan Fabbri

Prove InFALSI:
sull’incidente e l’intervento in Consiglio di Alan Fabbri

Cari studenti e care studentesse, dopo che qualche settimane fa vi siete sottoposti alle prove INVALSI, oggi vi sottoporrete alle prove InFALSI.

La prova è una comprensione del testo letto dal sindaco di Ferrara Alan Fabbri nel Consiglio Comunale del 27/5/2026 per giustificare il comportamento suo e dell’assessore Francesca Savini dopo l’incidente stradale del 4 maggio, uscito sulla stampa 5 giorni dopo grazie a Estense.Com.

Leggete con attenzione il seguente testo, diviso in quattro parti, e poi rispondete alle domande.

PARTE PRIMA

“L’auto coinvolta nell’incidente non era di mia proprietà ma dell’ex assessore Savini, che appariva in condizioni idonee alla guida.”

DOMANDA N° 1

Se il Sindaco ha giudicato le condizioni dell’assessore “idonee alla guida” si chiede: quali potevano essere le condizioni del Sindaco per giudicare idonee quelle dell’assessore Savini visto che, alle 19 circa, è risultata positiva all’alcol test con un tasso 3 volte superiore a quello normale (corrispondente, più o meno, a 4 bicchieri di vino da 125 ml con gradazione alcolica di 12° e un superalcolico da 40 ml)?

  1. Il Sindaco era in ottime condizioni perché lui non beve ma si disseta.
  2. Il Sindaco è astemio, lo dicono in tutte le birrerie.
  3. Il Sindaco beve solo la birra Pitona i cui 4,8 gradi non sono alcolici ma rappresentano l’angolo bottiglia-bocca da assumere per berla a collo.
  4. Il Sindaco si concentra solo sull’apparire in condizione… ma anche sullo sparire al momento giusto.

PARTE SECONDA

“Anche dai verbali redatti dai carabinieri e dagli operatori sanitari accorsi in loco non risultano alterazioni psicofisiche e, allo stato attuale, non esiste alcuna correlazione accertata fra il sinistro e l’esito dell’alcol test, sul quale sono ancora in corso verifiche.”

DOMANDA N° 2

Se non risultano correlazioni accertate fra il sinistro e l’esito dell’alcoltest si chiede: perché, come riportano i giornali, è scattato per l’assessore Savini il ritiro della patente, la denuncia per guida in stato di ebbrezza ed il sequestro del veicolo con successiva confisca?

  1. I carabinieri sono comunisti.
  2. La polizia stradale è filopalestinese.
  3. L’alcol test è stato alterato dai medici cubani.
  4. L’albero, contro il quale si è schiantata la macchina, è dei “Verdi”.

PARTE TERZA

“Fortunatamente entrambi siamo usciti illesi dall’incidente e, dopo alcune lievi medicazioni sul posto, non si è reso necessario alcun ulteriore intervento sanitario. Infatti, nei giorni successivi ho continuato regolarmente a svolgere il mio ruolo istituzionale, partecipando anche a eventi pubblici.”

DOMANDA N° 3

Se le due persone coinvolte non avessero avuto importanti incarichi istituzionali nel Comune di Ferrara si chiede: si sarebbe reso necessario un ulteriore intervento sanitario?

  1. Sicuramente sì, un TSO se i due fossero stati di sinistra.
  2. Sicuramente sì, una colonscopia per verificare la super fortuna avuta nel non aver provocato danni a se stessi e ad altri.
  3. Sicuramente sì, perché solo quelli della Lega sono duri, forti e inossidabili.
  4. No, perché nessuno si è fatto la bua…son bastati due bacini sulla fronte.

PARTE QUARTA

“Proprio per rispetto di quest’aula del ruolo dei consiglieri comunali, lascio ora l’assemblea affinché ciascuno possa esprimersi sulla richiesta di dimissioni in piena libertà e senza alcun condizionamento”.

DOMANDA N° 4

Se c’è stato rispetto per l’aula del Consiglio Comunale, piena libertà e non c’è stato condizionamento si chiede: perché prima di uscire dall’aula il Sindaco ha lasciato sui banchi dell’opposizione un articolo di giornale di 5 anni fa che si riferiva all’arresto del figlio del consigliere di opposizione Fabio Anselmo?

  1. Perché il Sindaco si è sbagliato e voleva lasciare all’opposizione i biglietti omaggio per il prossimo concerto di Tony Pitony con tanto di birra Pitona in omaggio.
  2. Perché il Sindaco, avendo i superpoteri da BravoAlan, può fare quel che vuole.
  3. Perché così Ferrara ci guadagna in visibilità.
  4. Perché il Sindaco è responsabile e sa affrontare le discussioni democraticamente.
il testo della lettera che Alan Fabbri ha messo come primo commento del suo post su Facebook

P.S.
Che ci si creda o no, non c’è nessuna intenzione da parte mia di strumentalizzare la vicenda dell’incidente del sindaco e dell’assessore che, finora, non ho mai commentato pubblicamente. Ma quello che è successo  al Consiglio Comunale è di una bassezza, di una viltà, di uno squallore infimo.

È detestabile che chi ha responsabilità istituzionali non chiarisca e, addirittura, usi mezzi pessimi di “bassa lega” per deviare l’attenzione dal clamore mediatico suscitato per via di un tasso alcolico 3 volte superiore alla media riscontrato in un assessore della Lega che sta continuando a fare la sua convinta battaglia contro le persone che si mettono al volante ubriache.

Mi rimane l’ironia per sopravvivere a questi tempi neri di ignoranza e di maleducazione insopportabile perché, dai commenti che leggo, certi supporter leghisti riescono incredibilmente a giustificare l’ingiustificabile.

Mi consola, ipocritamente e solo un po’, il fatto di essere un “bastardo geneticamente” cioè di non essere del tutto ferrarese.

In un clima dove ormai la vergogna non esiste più in chi riveste ruoli pubblici, a me scappa da vergognarmi dei rappresentanti istituzionali della mia città, che purtroppo tali restano anche se non li ho mai votati.

Cover: immagine di Mauro Presini realizzata da Gpt4

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Parole a capo
Luciana Calli: “Poesie social”

Parole a capo <br> Luciana Calli: “Poesie social”

 

Oggi, ho abbandonato
una lacrima
sotto le braccia aperte
del melo.
Da troppo tempo –
nascosta tra le ciglia –
si nutriva di ieri
e di ombre sbiadite.
L’ho lasciata cadere
piano
s’un tenero filo d’erba,
che s’è inchinato
– grato per quella
goccia lucente –
e l’ha cullata.

Oggi, con un sorriso –
seppur timido –
ho chiesto al melo
d’insegnarmi
la pazienza.

 

*

 

Le ciliegie quasi mature, l’erba
lucida di maggio, la strada stretta
di ghiaia bianca e rosa, i papaveri
tesi al sole tra il grano ancora verde
la mano grande che teneva la mia
e la voce calma di nonno che narrava
– ancora una volta – la favola bella
del chicco di grano che diventa pane.

*

 

S’inseguono l’un l’altro
i giorni
come parole d’una favola.
Parole scritte con l’anima
inchiostro di sogni
ferite, lacrime, vittorie.
Parole sussurrate
con cuore deluso, straziato
che continua ad amare
che sempre ricomincia da capo.
Parole urlate piano
che passano veloci
indifferenti a tutto
lasciando un velo di emozioni
uno scrigno di ricordi
un giardino di rose mai nate.

*

 

È difficile trovare la pace
se le lacrime sono nel cuore
se la tristezza s’annida tra i capelli
se l’alito del male sfiora i fianchi
e copre i colori belli della vita.
Eppure ancora sorrido
quando d’azzurro s’illumina il cielo
e l’alba bacia piano gli occhi.
Sbirciando tra lembi di nubi
intreccio sogni e speranze
per giorni dorati, da stringere forte
da chiudere con il cerchio perfetto
d’un abbraccio infinito.
E ancora m’illudo
che il cielo si possa toccare.

*

 

Di rose fiorite e sopite
questo giorno che cade finito
questo giorno ormai vecchio e vissuto
questo giorno pregno di luminarie e ghirlande
che su ogni porta e terrazza brillano a festa.
In quest’aria umida e natalizia
di dolcezza e malinconia gremita
manca più che mai quella mano leggera
che scorreva piano il rosario tra le dita
e sfiorava ogni statuina con fede antica.

*

 

Ascolta il brusio del vento:
racconta di fili d’erba piegati
di rigagnoli violati
di figli strappati
di sangue e orrore
racconta di case distrutte
di terra bruciata
di gente disperata
di fiori gettati nel fango
sussurra di bombe e fucili
di lampi violenti
di nera polvere
che chiude l’aria e tutto copre.
In silente dolore, anche il cielo
ascolta. Sente lezzo di guerra
e piange – sa, che manca l’amore.

*

Foto di Ralphs_Fotos da Pixabay

 

*

Luciana Calli è una poetessa e autrice italiana contemporanea. Molto attiva nel panorama letterario indipendente, le sue opere sono state lette e musicate in varie rassegne culturali. Pubblica spesso sue liriche su Facebook. La ringrazio per avermi concesso di pubblicare sue poesie su “Parole a Capo”.
Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 339° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Elsa Morante, Mussolini e lo specchio italiano

Elsa Morante, Mussolini e lo specchio italiano

Elsa Morante, Mussolini e lo specchio italiano

Partiamo da una pagina di diario di Elsa Morante, datata Roma, 1° maggio 1945, due giorni dopo la morte del Duce, poi pubblicata postuma nel 1988 in Paragone Letteratura e nei Meridiani Mondadori. In quelle righe Morante consegna un giudizio durissimo su Mussolini, ma il suo bersaglio non è soltanto il dittatore.  Scrive Elsa Morante: «Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosiffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto. […] Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe […] rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo […]. In Italia, fu il Duce».

La scrittrice vede in Mussolini anche il prodotto riconoscibile di un’Italia disposta a preferire il forte al giusto, il tornaconto al dovere, la convenienza privata alla dignità collettiva. Non assolve il popolo italiano consegnando ogni responsabilità al tiranno. Al contrario, pone una domanda più scomoda: quale rapporto esiste tra una comunità e il potere che essa accetta, subisce, invoca o premia?

La forza di quella riflessione sta proprio qui. Mussolini, nella lettura di Morante, non è solo un’eccezione mostruosa precipitata sulla storia d’Italia. È uno specchio deformante, ma non falso: l’immagine ingrandita di vizi collettivi, debolezze morali, opportunismi privati elevati a comportamento pubblico. L’uomo incline alla recita, alla vanità, alla semplificazione brutale del potere diventa così non soltanto un capo politico, ma un sintomo. Il sintomo di un Paese disposto a scambiare la giustizia con la forza, la serietà con l’enfasi, la responsabilità con l’adesione opportunistica.

È da questo punto che la riflessione di Morante continua a riguardarci. Perché caduto il fascismo, non è caduta automaticamente la tentazione italiana di affidarsi al furbo, al forte, al mediatore di interessi, all’uomo capace di promettere protezione, scorciatoie, appartenenza. La Repubblica ha restituito diritti, istituzioni, pluralismo, libertà.
Ma nessuna forma politica, da sola, garantisce la maturità civile di un popolo. La democrazia può offrire strumenti; non può sostituirsi alla coscienza di chi li usa.

Dal dopoguerra a oggi, il rapporto degli italiani con la propria classe dirigente è rimasto spesso ambiguo. Da un lato la denuncia, l’indignazione, la condanna della corruzione, del trasformismo, dell’incompetenza. Dall’altro una tolleranza quasi domestica verso gli stessi difetti, quando producono vantaggio, protezione, riconoscimento, promessa di salvezza individuale. Abbiamo chiesto politici migliori, ma non sempre siamo stati disposti a essere cittadini più esigenti.

Il politico, in molti casi, non è stato giudicato per coerenza, visione, senso dello Stato, disciplina morale. È stato giudicato per utilità. Per prossimità. Per capacità di rappresentare un interesse, una categoria, una paura, un rancore, una convenienza. Più che servitore della cosa pubblica, è diventato spesso intermediario tra il cittadino e il beneficio possibile: un favore, una nomina, una protezione, una deroga, una promessa.

In questo scambio, il cittadino rischia di tornare suddito senza accorgersene.

Conserva il diritto di voto, ma perde l’idea del bene comune. Critica il potere, ma lo cerca quando può essergli utile. Invoca legalità, ma pretende eccezioni. Condanna il privilegio, ma sogna di esserne ammesso. È qui che la riflessione di Elsa Morante si fa ancora più scomoda: non perché autorizzi generalizzazioni facili sugli italiani, ma perché costringe a guardare la zona grigia in cui responsabilità individuale e costume collettivo si alimentano a vicenda.

La categoria dei politici e dei politicanti non nasce infatti nel vuoto. Prospera dove trova ascolto, indulgenza, convenienza.
Il trasformista ha bisogno di un pubblico che dimentichi. Il demagogo ha bisogno di un pubblico che preferisca la semplificazione alla complessità. Il corrotto ha bisogno di una società che condanni la corruzione in astratto, ma la relativizzi quando diventa utile. Il mediocre ha bisogno di una platea disposta a confondere la presenza scenica con la statura.

Da questo punto di vista, il problema italiano non è soltanto la qualità della classe dirigente. È il patto non scritto che spesso la sostiene. Un patto fatto di sfiducia e dipendenza, di disprezzo e necessità, di indignazione pubblica e adattamento privato. Si dice: “sono tutti uguali”, e intanto si continua a scegliere chi promette il vantaggio più immediato. Si invoca il cambiamento, ma si premia chi conosce meglio le vecchie abitudini.

Elsa Morante (Store Norske Leksikon)

Morante vedeva in Mussolini un esempio estremo, ma non isolato, di questa relazione malata tra carattere nazionale e potere. Non tutto, naturalmente, è rimasto identico. L’Italia repubblicana ha conosciuto grandezze civili, lotte democratiche, conquiste sociali, figure politiche di alta dignità. Sarebbe ingiusto cancellarle. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che certi meccanismi profondi siano scomparsi.

Forse la vera domanda non è se abbiamo avuto politici peggiori di noi. La domanda è se, in troppe stagioni della nostra storia, non abbiamo accettato politici abbastanza simili alle nostre indulgenze.

Elsa Morante ci lascia davanti a questo nodo: il potere non è mai soltanto ciò che domina una società; è anche ciò che una società, consapevolmente o meno, rende possibile.

Per questo il suo giudizio su Mussolini continua a bruciare. Non perché appartenga soltanto al passato, ma perché ci chiede se lo specchio sia stato davvero infranto. O se, in modo più semplice, abbiamo imparato a cambiarne la cornice, a modernizzarne il linguaggio, a sostituire i volti, lasciando intatto l’antico vizio di preferire, quando conviene, il tornaconto al dovere.

 

Cover: Benito Mussolini – foto su licenza della Word History Encyclopedia

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Rapporto Istat: un'Italia più povera e più fragile

Rapporto Istat: un’Italia più povera e più fragile

Rapporto Istat: un’Italia più povera e più fragile

Il Rapporto annuale dell’Istat [Qui] segnala che nel 2025 il PIL cresce solo di +0,5% (rispetto a +0,9% del 2023 e +0,8% del 2024). Saremo ultimi in Europa poi nel 2026 e, probabilmente, in recessione in autunno con un’alta inflazione ed energia più costosa. Molti italiani, manipolati dalla propaganda, pensano che la causa dei nostri mali siano gli immigrati. Ma basta guardare ciò che è successo in Spagna per rendersi conto che è il contrario.
Scrive Istat: “Il maggiore dinamismo dei consumi delle famiglie in Spagna rispetto a quelli italiani è riconducibile sia a fattori demografi ci sia a una crescita sostenuta dei redditi reali. L’aumento della popolazione spagnola tra i 15 e i 64 anni (+4,6% tra il 2022 e il 2025) è stato infatti superiore a quello italiano (+1,6%), trainato dalla forte espansione degli stranieri regolari (+22,3%; nello stesso periodo, +4,6% in Italia). Tale componente ha ampliato la base produttiva e alimentato la domanda interna, generando un effetto cumulativo tra l’offerta di lavoro e i consumi. In Spagna, i redditi reali aumentano notevolmente nel periodo 2022-2025 (+14,8%), mentre in Italia la loro crescita appare più debole e irregolare (+3,3% nello stesso periodo; ma -8,6% sul 2019).”

L’Italia paga i più alti prezzi dell’energia e la manifattura segna un crollo produttivo sul 2018 (-7,4%; -38% automotive; -14% chimica; -700mila occupati sul 2007, good jobs evaporati). Solo la Germania fa peggio di noi. Bassi investimenti in ricerca e sviluppo (1,5% vs 1,5% Spagna, 2,2% Francia, 3,1% Germania), vendita di molte imprese ad azionisti stranieri, calo dei salari.
Il PNRR sta dimostrando l’inefficacia di programmi centralizzati da fare in fretta su regole UE che favoriscono sempre i grandi operatori. Da notare l’alta percentuale di occupati a bassa istruzione dell’Italia… chi farà questi lavori senza immigrati? Il blocco nell’arrivo di immigrati regolari (180mila all’anno dovrebbero arrivare, ma ne arriva il 10%) fa si che le imprese mantengono al lavoro gli over 50, che sono quelli che infatti crescono tra gli occupati (non i nostri giovani).

L’occupazione che cresce di “mille posti al giornodurante il Governo Meloni è cresciuta in realtà di 707 posti e, se confrontata con quella del Governo Draghi (da febbraio 2021 a ottobre 2022), è solo un terzo. E’ poi avvenuta in settori a debole valore aggiunto (commercio, turismo,…) in un paese che ha il più basso tasso di occupazione nella UE (Italia 62%, Francia 70%, Germania 78%, Spagna 68%). E potrebbe fermarsi nei prossimi mesi. La Spagna cresce 4 volte l’Italia.

Regge solo l’export e l’occupazione (ma in settori a debole valore aggiunto) e non si è fatto più debito pubblico. Latitano però gli investimenti dei privati (che fanno cassa vendendo all’estero), sia quelli pubblici che si affidano alle virtù del “libero mercato”.
Gli effetti sono l’aumento dei redditi solo dei più abbienti e così la disuguaglianza cresce.

Il ceto medio raggruppato tra il 75% della mediana dei redditi e il 200% (61% delle famiglie) vede gli adulti tra 30 anni e 46 anni peggiorare la loro condizione nel 27% dei casi e migliorarle nel 25%. L’aumento di valore viene trasferito ad una piccola élite, mentre il resto degli abitanti peggiora. Invecchiamento e denatalità spingono il Paese in condizioni di crescente vulnerabilità.

Il Corriere della Sera per non deprimere i suoi lettori sull’Annuario Statistico riporta l’andamento dei redditi delle famiglie a prezzi correnti tra il 2014 e il 2024 che non considerano l’inflazione. Istat divide in 4 grandi gruppi:
A ) A rischio povertà (18,6% del totale) con meno del 60% della mediana[1],
B ) Meno abbienti (11,5%) con un reddito del 60-75% sulla mediana,
C ) Ceto medio (61%) tra il 75 e 200% della mediana,
D ) Abbienti (oltre il 200% della mediana, 8,5%).

Mettendo insieme poi un “ceto medio” così gigantesco (61% delle famiglie) sembra che tutte le famiglie del ceto medio migliorino e pubblica un bel grafico che fa vedere come il ceto medio italiano abbia aumentato il reddito negli ultimi 10 anni del 37%. Boom!

Il Corriere ha fior di economisti e sa bene la differenza tra prezzi correnti e costanti. Questi ultimi tengono conto dell’aumento dei prezzi e fanno scendere l’aumento dal 37% al 10%. Comunque si potrà dire +10% non è male. L’Istat però avverte che la spesa media della famiglia è calata del 5,6% se si deflaziona. Non so che deflatori abbiano usato, ma se si calcola l’inflazione media il calo è -7,6%. Ma ciò significa che il reddito non è aumentato: difficile infatti pensare che con un reddito che cresce, calino i consumi.

Parrebbe quindi che negli ultimi 10 anni le famiglie povere (18,6%) stiano meglio. Ma questi dati contrastano totalmente col risultato di altre indagini (Cgil, Caritas, Acli,…) e anche con l’indagine sulle famiglie che svolge Banca d’Italia, che per accuratezza del campione è più attendibile. Essa ci dice che l’indice di Gini in Italia è in forte aumento: non è 36,1 come si credeva in passato ma ben 41,1, cioè il livello monstre degli Stati Uniti.

Due anni fa Istat pubblicò i redditi (vedi figure sotto) relativi (la prima) agli ultimi 20 anni (2003-2023), la seconda per decile (10% di famiglie) del 2022. Come si potrà notare tutti i redditi da lavoro (sia dipendente che autonomo) e da capitale sono in calo, ma nella media i ricchi si ritagliano sempre una quota che cresce per loro. Stabili le pensioni. La figura considera i valori a prezzi costanti, ecco perché si vedono i cali. Se fossero correnti sarebbero in aumento.

Per quanto poi riguarda la ricchezza netta Bankitalia divide le famiglie in tre macro gruppi:
1. i più poveri, cioè quel 50% delle famiglie italiane che stanno sotto la mediana (0-50),
2. quelle abbienti (il vero ceto medio 50-90)
3. il 10% più ricco (90-100).
Ebbene le più povere hanno subito un calo del patrimonio nazionale dal 2011 al 2022 da 8,7% a 7,8%, in calo anche il ceto medio, mentre il 5% ricco è salito dal 40% al 47%, facendo salire l’Indice di Gini per la ricchezza da 0,67 a 0,71.

Nel confronto internazionale (a parità di potere d’acquisto, ppp) la Germania ha la metà delle famiglie (quelle più povere) messe peggio delle italiane. Ciò è dovuto al fatto che le famiglie povere tedesche non hanno case di proprietà, a differenza degli italiani (anche se di modesto valore) e questo alza la nostra ricchezza.

Questi dati ci dicono che i redditi sono aumentati per le classi abbienti e diminuiti per quelle a rischio povertà. Ciò è dovuto ai paradisi fiscali, a norme per cui un italiano può risiedere a Montecarlo senza pagare imposte, all’imposta sull’eredità per cui chi eredita oltre un milione di euro paga solo del 4%, che le plusvalenze finanziarie sono tassate meno del lavoro, con condoni fiscali in modo da favorire chi pianifica di non pagare le imposte.

Il grande problema è dove va l’Italia? (e la UE?)
Una delle poche visioni (green deal) è stato abbandonato sperando di accontentare le nostre imprese che nel frattempo fanno accordi (per non scomparire) coi cinesi. L’Italia si salverà sempre col turismo e la cultura, ma saremo più poveri.

Note:
[1] La mediana è un indice di posizione che rappresenta il valore centrale, divide i dati a metà: il 50% dei valori risulta inferiore o uguale alla mediana e il restante 50% risulta superiore o uguale.

Cover: Foto di Ferdinand Herndler da Pixabay

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l'incubo di simone cattaneo

L’incubo di Simone Cattaneo

L’incubo di Simone Cattaneo

La vecchia strega di Buccinasco, obesa cartomante, taglia il mazzo, sfarina re, regine, pezzenti, rovine e impiccati, infine, eterno sospiro, emette l’infausta sentenza. “… Te morirai!.. Sicuro!.. A ventisette anni…”. “…Ma io… – fa lui – …Mi sa che oramai ne ho un pezzo in là dei trenta…”. “…Allora, vedi?… Di cosa ti lamenti?… Sei un uomo fortunato!…”.

Simone Cattaneo si alza, paga; ma quel che gli può uscir di berta [1] sono ragni che, dai palazzoni della torrida periferia padana, da tutte le sorgenti ormai inaridite, si sono infilati tra quelle sue dita grimate da vino e gintonic, lisergiche pastiglie, tette d’accatto, bave di amici consunti, suicide discariche umane.

“… Ma qualche donna?…  – insiste il poeta –    “…Dico…una donna?… Che magari ci possa ancora far qualcosa di bello… insieme…”. “… Te la sai la lezione, Simone. Oramai, l’hai davvero imparata…” gli risponde la megera. “…Lo hai pure scritto… le donne che hai amato davvero, non le hai mai incontrate!..”. “È vero… vero…” si strazia un sorriso. “…Mi ricordo ancora della carne. La loro. L’ho sognata tante di quelle volte. Ora, invece, son finito che dormo con degli scheletri di pesce…”. “… I Caraibi son lontani, Simone…”. “… Sì, troppo lontani…e io non ho più nessuna voglia: né di andarci né di restare…”.

Simone Cattaneo ha sete. Fa un cald bèstia a Buccinasch, enòrm, deserta, periferia de Milan. L’estate tropical/padana non ha più la scusa degli aviti pergolati di osteria, la quiete accanto ai fossi, l’arcana tiritera del dialetto, fisarmonica e chitarra. Tutto è ormai dissolto, scomparso. Come una piena, la città infinita ha tutto travolto. “La memoria del sangue –  scrive il Simone – non cicatrizza alcuna ferita”. Già. L’è inscì. Di sangue, da queste parti goticolombarde, ne è rimasto assai poco: ed è grasso di bitume, sfavillante verderame industriale, soldi che han fretta di far soldi, sballo crudele, coca a valanga, incubi e svacco. Dei Lombardi in Rivolta [2] s’è perso il seme. Ora…“Arrivano stranieri bramosi di niente…” scrive il Simone. Qui vengono per diventare come noi… pesg de num [3].

*****

Ed ecco: la porta della stanza d’un botto si apre! “Guarda chi è venuta a trovarti…” fa la strega. Simone sgrana gli occhi. E’ una ragazza in poppa al suo seno di silicone. Con “… un crocefisso appeso nell’elastico alto delle mutandine…” balla, strambàlla, ficca il pelo sotto il naso del poeta. Il poeta chiude gli occhi, usma [4], tocca, palpa, il nerbo si fa duro. La sola cosa che in fondo ormai gli conti, la figa, è a portata di mano. Ma ecco che splaf! Nel mentre la mano si allunga, una valanga di carne inonda la stanza. Son Re, regine, pezzenti, suicidi e impiccati…torce di rudo [5] accese la notte.

“Ehi voi!..” fa loro il Simone “… Albanesi, criminali o calabresi, bruciatela pure questa nuova Milano di Averna e cambiali!..”. E, per carità: nessuna visione parametaprospetticaNewCityLife and Coca! Milan l’è quell che l’è: un sorriso scolato al gusto di gin, un campo magnetico che fonde l’umore. “… Indossare un cappello con nonchalance e sfilare in un ristorante con un completo di Armani…”, ecco cos’è Milano, ecco quello che ci vorrebbe! Ché così voglion tutti! “… Salute, soldi e belle fighe!…” Palestre e discoteche!.. E tu Simone, tu Simone Cattaneo, dimmi: cos’è che vuoi?.. “…Oramai son troppo vecchio anche per questo! Non ho soldi e la botta è finita…”

…(…Chiamo l’Elena Cattaneo, la mia amisa poetessa che sta dalle parti di Brianza. “…M’è venuta in mente una cosa, Elena…” le dico. “Cosa?…”. “… Il Simone Cattaneo, il poeta, stava di casa a Saronno, no?..”. “… Sì, a Saronno…”. “… Qua e là ha scritto per filo e per segno di quello che sta intorno a Milano. La periferia di Milano… di Solaro, di Buccinasco, e poi su, su, su fin quasi ai laghi. E sai di che cosa mi sono accorto?… Che Saronno è proprio nel centro!..”. “…In centro dove?..”. “… L’è lì, nel centro del triangolo de la mòrt!… Milano/Monza/Varese… cioè… òstia… non lo dico io… son dati ufficiali… non scherzo Elena! Lì, ci sono quasi cinquecento morti all’anno!!! Il 5% ogni 100.000 abitanti che si ammazza. Hai capito, Ele?… Quella zona, in sto cazzo di paese, è la capitale del PIL… e dei suicidi!!!” “Ehe…” “Oh…” “Ah…” “Beh…”)…

*****

La vecchia strega di Buccinasco ritira i tarocchi, digrigna la dentiera. “Basta Simone!…” Urla “Qui è un macello!… È troppo!.. Perché, Simone, hai portato tutti sti fantasmi dentro a casa mia?… Ricevo un cliente per volta, io!…”. Sa più cosa dire Simone il poeta. Fino a poco tempo addietro scriveva. È tutto lì, dentro i suoi fogli zappati a fatica. Ed ora… puff… è tutto finito. Da un po’ non scrive più. Una parola dietro l’altra, proprio non ce la fa. Che dire? “… Non è colpa mia!… – urla il Simone alla strega.

“… Oramai, sti stronzi mi seguono dappertutto! Dove vado mi vengono dietro! Me ne libero più! Dovrei fare qualcosa, qualcosa… ma sentire una vecchia canzone alla radio e poi ringiovanire di dieci anni non serve a nulla. E’ un saldo di fine stagione dieci Tavor da un ml e due litri di vino bianco non fanno più la differenza è solo un vapore che ti assale alle spalle: è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno! Ormai l’alba crolla e il cielo si dissangua in feroci miraggi

La stanza ormai è stracolma. L’incubo del poeta straborda. A migliaia ci son dentro. Secche le ossa dei bambini del Burkina Faso, fusi i polmoni d’acciaio, malati, appestati, Mercedes, magnaccia, mafiosi, spari e cambiali, gin con la menta, denti d’oro strappati, coca e Sviluppo, moltitudini grise…“…Città irreale… sotta la nèbbia vuncia d’on alba d’inverna, ona calchera de gent la sghiava al metrò de Cadorna, a Corsich, Rogored, a Bust e Saronn, inscì tanta…[6] “… ch’io mai avrei creduto che Morte tanta n’avesse disfatta”.

Silentium!!! – urla a tutti il Simone. “La cosa per me finisce qui! SILENTIUM!!!”

La voce del poeta è un petardo. Riduce la calca al silenzio. Si quietano i fantasmi, gli spettri. Tra loro si alza un ometto, gli occhiali montati di un oro dimesso, la marsina inattuale. Con grazia, tetra, si rivolge al Simone. “… Te me cognosset no, car fioeu, ma mì cognossi tì.” [7] “Chi sei?..”. “… Il Delio Tessa, il poeta, ecco chi sono”. “… Che vuoi, Delio? Per me è finita…”. “…Sì, el soo. Sont chì pròppi per quest [8]. Ti vorrei accompagnare…” “… Davvero? E dove?..”. “… Te non lo sai, ma è tutta la vita che ti sto dietro…”.

Il Simone gonfia i muscoli, tira il fiato. Ci vuol tutto il fisico di un ex-atleta come lui (box, football, scassati campetti e ring in riva alla metropoli)… sì… ci vuol tutto il suo coraggio per farla finita, uscire di scena alla grande così come ha deciso ormai di fare. “… Vegn, vegn con mì…” [9] gli sussurra il Tessa “… te foo vedè ona ròba [10]…”. Tra il carnaio putrefatto, il Simone si fa strada. Punta il balcone. Ci arriva a fatica. Gli manca il fiato.

Varda!..” dice il Tessa “…Tutto quello che hai scritto è intorno a te!…”

“… Dimmi allora un’ultima cosa, Delio. Dimmene solo una. Poi, lo giuro, che per sempre vado fuori dai coglioni…”.

“…Te la dico sì: a grann e a raccol tirom a carettà ch’el se impocciacca el mond de prepotent e de cagoni. [11] Ma la carretta tira più. E adesso… Simone… ti tocca davvero andare…”…

…(??? “…Cazzo Elena, a l’han tiraa su col cugiarin! [12] Ha fatto un volo delle madonna, il Simone!..” “…Voleva tutto, aveva niente…”. “Ehe…”. “Già…”. “… La famosa linea lombarda…”. “… Che finisce dritta a testa in giù…”. “… Elena!… Voglio scriverci qualcosa su sto Simone… devo…”. “Cosa?…”. “… Lo so, l’è dura. Evitare le solite cazzate, gli italici piagnistei! Saronno, Milano, Varese, il PIL, i suicidi… vorrei scrivere qualcosa di nuovo… poor fioeu, poor Simone…”. “Ehe…”. “Boh…”. “Già…”.)…

Simone Cattaneo (1974-2009) t’el chì[13]

Note

[1] tasca

[2] “I lombardi in rivolta. Da Carlo Maria Maggi a Carlo Emilio Gadda.” -1984-  Opera del filologo Dante Isella.

[3] Peggio di noi

[4] Annusa

[5] Immondizia

[6] Tra la nebbia sudicia di un’alba di inverno, una folla informe scivolava al metrò di Cadorna, a Corsico, Rogoredo, a Busto e Saronno, così tanta…

[7] Non mi conosci, caro ragazzo, ma io conosco te.

[8] Sì, lo so. Sono giusto qui per questo.

[9] Vieni, vieni con me.

[10] Ti faccio vedere una cosa.

[11] “Tra guai e angosce tiriamo la carretta, mente il mondo si insudicia di prepotenti e vigliacchi.” Da – La poesia dell’Olga – Delio Tessa, Milano 1932.

[12] L’hanno raccolto a pezzi.

[13] Eccolo.

Cover: https://www.pangea.news/chi-siamo/

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Libertà. reclusione

Le voci da dentro / La maratona di lettura in carcere

Le voci da dentro. La maratona di lettura in carcere

Venerdì 15 maggio 2026, presso la sala utilizzata per le attività teatrali musicali e culturali della Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara, si è svolta una maratona di lettura organizzata dall’Associazione Amici della Biblioteca Comunale Ariostea, dal Comune di Ferrara e dalla Casa Circondariale stessa.

le voci da dentro. la maratona di lettura in carcere
La Biblioteca della Casa circondariale di Ferrara (foto di Mauro Presini)

Per i non addetti ai lavori, una maratona di lettura si concretizza in una serie di letture scelte ed eseguite dai partecipanti sulla base di un argomento definito dagli organizzatori. Il tempo a disposizione dei vari lettori è solitamente di 5 minuti a testa.

Quella di quest’anno è stata la quarta edizione ed aveva per titolo: “Chiamale se vuoi emozioni”.

Alla maratona di lettura in carcere hanno partecipato più di una cinquantina di persone fra quelle ristrette ed i volontari e, considerato il contesto, la partecipazione può essere considerata molto buona.

La maggior parte delle letture sono state scelte da libri conosciuti: Le otto montagne, Il gabbiano Jonathan Livingstone, Cuore nero, Il giorno prima della felicità, Sempre con me, Il vento giallo, Vedere l’alba dentro l’imbrunire e molti altri ancora.

A chi si chiedesse a cosa serve una maratona di lettura in carcere, propongo una serie di ragioni: la lettura emoziona e fa emozionare, condividerla fa star bene, aiuta a mettersi nei panni degli altri, invita ad un viaggio interiore, fa vivere altre vite, facilità l’immaginazione, serve per pensare, riflettere, imparare, guardarsi allo specchio e ti dà una mano se vuoi cambiare.

Fra le persone detenute che hanno dato un taglio personale alla loro lettura vale la pena ricordare Claudio, che ha letto alcuni passaggi del libro commentandolo e proponendo suoi interrogativi senza fornire interpretazioni scontate.

Ivan, invece, ha preferito leggere un suo pensiero commovente sulle condizioni che sta vivendo e sul desiderio di libertà.

Ettore mi aveva anticipato che avrebbe recitato a memoria la poesia di Totò, ’a livella, ma, purtroppo per noi e fortunatamente per lui, non ha potuto partecipare, perché il giorno prima è andato in “articolo 21”, cioè ha ottenuto un beneficio previsto dall’Ordinamento Penitenziario che permette ai detenuti di lavorare di giorno all’esterno del carcere e di rientrare la sera, come parte del loro percorso di reinserimento sociale.

Da ultimo, mi piace riportare qui il testo di Giampiero, che si è distinto per la creatività, perché ha creato un gioiello di tautogramma, molto apprezzato dal pubblico, che sintetizza perfettamente lo stato d’animo delle persone che vivono in condizione di detenzione.

Per chi non lo sapesse, il tautogramma è un testo che contiene solo parole che iniziano con la stessa iniziale; nel nostro caso, è la lettera “D” della parola “Detenuto”.

Si intitola Dominare destini.

Detenuti,
demoni dannati,
drammi del destino dispensano dolore
dentro,
dove distruggono domani,
distribuendo disillusioni,
dividendo disadattati da delitti.
Dai!
Difendiamoci dalla deteriorità della detenzione,
delimitiamo danni delle disperazioni
dimenticandole;
dimostriamo duttilità d’animo!
Dannazione!
Dobbiamo davvero dissolvere distanze!
Dialoghiamo dominando differenze,
disfacendoci delle divisioni.
Dirigiamoci dunque
dove dimenticata dolcezza
debellerà demoni dentro.
Dopodiché,
doniamoci differente destino
dentro dimore dove
desideri diversi dissiperanno dolori.

Tutte le emozioni condivise durante la maratona di lettura sono state vissute con grande intensità, sia da parte dei lettori che degli ascoltatori.

Mi è sembrato quindi opportuno chiudere questo breve articolo sulla maratona di lettura con l’esercizio di stile sopraffino di Giampiero, che può insegnare molto ai tanti che non credono nelle seconde occasioni e nella cultura come opportunità di cambiamento.

A tal scopo anticipo che, a partire dal prossimo numero di Astrolabio, il giornale del carcere di Ferrara, inaugureremo la rubrica Fantasia tra le sbarre.

A chiunque voglia rispondere “per le rime”, buona partecipazione.

Cover: “Cercando libertà”, disegno di un detenuto nella casa circondariale di Ferrara. 

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L’uso della tecnologia per le persone anziane. Pin e Puk non sono due scoiattoli 

L’USO DELLA TECNOLOGIA PER LE PERSONE ANZIANE
PIN E PUK NON SONO DUE SCOIATTOLI

L’uso della tecnologia per le persone anziane. Pin e Puk non sono due scoiattoli 

Per le persone anziane, l’avvento della tecnologia non ha semplificato la vita, ma ha trasformato la quotidianità in una complicata corsa a ostacoli. Azioni un tempo automatiche, come pagare una bolletta o ritirare un farmaco, oggi richiedono competenze digitali che molti di loro semplicemente non possiedono, creando un profondo senso di esclusione e frustrazione.

Il primo grande scoglio è rappresentato dalla burocrazia e dalla sanità digitale. Lo SPID e la Carta d’Identità Elettronica, nati per velocizzare i servizi pubblici, sono diventati barriere d’accesso difficili da superare. Per un anziano, l’idea che per entrare nel proprio Fascicolo Sanitario serva un codice temporaneo OTP che scade in trenta secondi genera come minimo ansia. Le password si dimenticano, gli account si bloccano e la gestione delle ricette elettroniche via SMS esclude chi possiede ancora vecchi telefoni a tasti. Così, anche leggere il referto di un’analisi diventa un’impresa che richiede l’aiuto di figli, nipoti o vicini di casa.

Anche la gestione economica domestica è diventata una fonte di stress. Con la progressiva scomparsa dei bollettini cartacei e la digitalizzazione delle banche, molti anziani si sentono smarriti. Le applicazioni di home banking cambiano spesso grafica e layout, disorientando chi memorizza i passaggi in modo visivo. Questo costringe molti di loro a recarsi fisicamente agli sportelli, affrontando file e pagando commissioni più alte pur di avere la sicurezza di una ricevuta di carta stampata tra le mani.

A questo scenario già complesso si aggiunge il pericolo costante delle truffe digitali, oggi diventate sofisticate e quasi invisibili. Gli anziani sono i bersagli preferiti di malintenzionati che utilizzano SMS ingannevoli o messaggi WhatsApp che simulano richieste d’aiuto da parte di finti figli o parenti.

I loghi delle banche o di Poste Italiane vengono clonati alla perfezione e i messaggi giocano sempre sulla paura e sull’urgenza, minacciando il blocco del conto corrente. Senza gli strumenti culturali per riconoscere un link malevolo, cadere in queste trappole è purtroppo facile, con conseguenze economiche e psicologiche importanti.

Dal punto di vista delle politiche sociali, la digitalizzazione forzata rappresenta una involuzione della tutela dei diritti delle persone fragili. La transizione tecnologica ha di fatto catapultato le fasce più vulnerabili della popolazione in un’arena digitale complicata, privandole degli strumenti necessari per comprendere i nuovi meccanismi e difendersi dai rischi della rete.

Si consuma così un paradosso sistemico: proprio i cittadini che necessitano della massima protezione vengono lasciati a sé stessi davanti a uno schermo e a un problema da risolvere. Uno Stato sociale degno di questo nome ha tra i suoi cardini irrinunciabili il dovere di proteggere i più deboli e garantire l’accessibilità universale ai servizi essenziali, ma quando la tecnologia diventa un prerequisito obbligatorio, la burocrazia smette di servire il cittadino e si trasforma in un fattore di disuguaglianza ed esclusione.

Si consuma così un paradosso privo di ogni giustificazione logica e morale, proprio le fasce di popolazione che avrebbero diritto a maggiori tutele, bonus e agevolazioni sociosanitarie, ne rimangono irrimediabilmente escluse. Questa privazione non deriva da una mancanza di requisiti, ma dall’impossibilità oggettiva di districarsi tra le procedure telematiche necessarie per richiederli. In molti casi, la mancanza di un canale informativo diretto fa sì che gli anziani ignorino persino l’esistenza di tali benefici, convincendosi che ogni prestazione sanitaria o sociale sia ormai a pagamento.

In questo vuoto istituzionale, il nucleo familiare assume un ruolo centrale: i figli e i nipoti – ormai rari e sporadici come rose in pieno inverno – si trasformano negli unici, involontari garanti di diritti fondamentali. Prestazioni costituzionalmente garantite, che la politica non si sognerebbe mai di abolire per via legislativa, vengono così di fatto cancellate nei fatti dall’invalicabile barriera di una password, lasciando i più soli privi di difese.

Facciamo un esempio, un dramma che si consuma davanti a un computer, per un’operazione banale, scaricare un referto medico. Tua madre non ha lo SPID. Per farlo, serve un numero di cellulare che lei non possiede e che si rifiuta di avere, rivendicando con orgoglio il diritto a una vita analogica.

Pur di risolvere la situazione, decidi di usare il tuo numero, accettando il rischio latente di mandare in confusione i tuoi stessi dati sanitari. Poi serve una mail: la tua è già associata ad altri servizi, quindi ne crei una nuova, dal nulla. Per questa nuova mail inventi una password sul momento, una sequenza astratta di lettere e cifre che scrivi su un foglietto. Lo consegni a tua madre, ma lei lo perde nel giro di un’ora perché, per la sua mente, quell’insieme di caratteri non ha alcun significato.

A quel punto si avvia il calvario del recupero credenziali. Generi una seconda password, compili un secondo foglietto e tua madre comincia a guardarti con sospetto. Cerchi di spiegarle cos’è una password e, per eccesso di zelo, le dici che per sicurezza andrebbe cambiata ogni mese. Lei ti fissa, sempre più allibita e distante da questo mondo alieno. Alla fine, ti arrendi, decidi che la password la custodirai tu, la salvi da qualche parte sul tuo telefono e speri solo di non dimenticarla, diventando ufficialmente il guardiano invisibile dei suoi diritti.

E avanti così, ogni singolo giorno, in un’arena digitale dove la tutela dei dati personali sembra paradossalmente diminuire all’aumentare di codici, cifre e algoritmi. L’apice del labirinto burocratico si raggiunge con i codici PIN e PUK — che, nonostante i nomi, non sono affatto due simpatici scoiattoli dei cartoni animati, ma spietati guardiani d’accesso.

La vera complicanza del sistema sta nella modalità di consegna: una metà del codice arriva per posta cartacea, l’altra via e-mail, oppure ti viene consegnata allo sportello da un funzionario pubblico frustrato fino all’inverosimile, che maledice insieme a te tutti gli utenti del mondo. A quel punto, basta un attimo di distrazione, sbagli a trascriverli, scambi la prima metà del PIN con la seconda del PUK, e il dramma si è consumato. Il sistema si blocca. Da quel momento in poi, l’accesso è negato per sempre, e tu rimani fuori dal tuo stesso intento e da quello di tua madre che ti eri prefisso di garantire.

Per invertire questa tendenza ed evitare che l’innovazione si traduca in esclusione, è urgente implementare soluzioni concrete che rimettano al centro la persona. Da un lato, lo Stato e gli enti locali devono garantire il mantenimento di canali fisici alternativi e di sportelli di prossimità sul territorio, dove personale qualificato possa guidare i cittadini meno tecnologici nello svolgimento delle pratiche. Gli uffici devono essere senza barriere architettoniche, senza necessità di prenotazione on-line (perché altrimenti si ritorna nel circuito appena descritto) e dotati di personale preparato a intrattenere scambi operativi con persone fragili.

Dall’altro, è fondamentale investire in percorsi di alfabetizzazione informatica su misura per la terza età, focalizzati sia sull’uso pratico dei dispositivi, che sulla sicurezza. Solo affiancando alla digitalizzazione dei servizi un’efficace rete di facilitatori digitali e di tutoraggio familiare sarà possibile restituire autonomia ai cittadini più fragili, trasformando la tecnologia da barriera insormontabile a reale strumento di cittadinanza attiva.

Va inoltre specificato che gli strumenti tecnologici e le modalità di accesso protette non costituiscono una barriera per tutti i cittadini. Al contrario, per i nativi digitali queste piattaforme rappresentano la normalità quotidiana, canali fluidi e ormai imprescindibili per gestire l’intrattenimento, i rapporti professionali e le relazioni con la rete di protezione sociale, che in questo modo si rivela spesso efficace e ampiamente accessibile.

Tuttavia, i nativi digitali appartengono a fasce di popolazione giovani, dinamiche, efficienti e flessibili nell’adattarsi ai continui mutamenti tecnologici. Di conseguenza, non sono certamente loro a rientrare in quelle categorie vulnerabili che richiedono tutele prioritarie e interventi di salvaguardia da parte dello Stato.

Questo paradosso sistematico trova una solida chiave di lettura nelle tesi del sociologo Manuel Castells, che già all’inizio degli anni duemila, nella sua celebre pubblicazione The Internet Galaxy: Reflections on the Internet, Business, and Society (2001), analizzava i rischi profondi della transizione verso quella che definiva la “società in rete”.

Secondo il sociologo, la rete non rappresenta un semplice strumento tecnologico, ma l’infrastruttura stessa su cui si regge e si organizza la vita moderna, dai servizi pubblici ai rapporti economici. Castells avverte che in un simile contesto l’esclusione digitale non può più essere liquidata come un semplice disagio passeggero. Al contrario, essa si trasforma in una condanna all’invisibilità sociale.

Quando lo Stato sposta le sue funzioni vitali — come la sanità o la previdenza — esclusivamente online, chi non possiede i mezzi o le competenze per connettersi viene sistematicamente scollegato dai flussi della comunità. Per la terza età, dunque, il divario digitale non è solo una questione di alfabetizzazione informatica, ma diventa una vera e propria perdita dei diritti civili fondamentali, in cui l’incapacità di usare uno schermo coincide drammaticamente con l’esclusione dall’esercizio della propria cittadinanza.

Nella speranza che il sistema sociale si riassesti raddrizzando le falangi estreme di questo disuso sistemico e ingiusto, per non rischiare una definitiva esclusione sociale a causa di un blocco di sicurezza improvviso, l’unica vera scialuppa di salvataggio per la terza età resta il caro vecchio Post-it giallo attaccato sul frigorifero.

Lì, scritto rigorosamente a penna per non farsi tracciare dagli algoritmi, giace l’unico database analogico a prova di hacker: una sfilza di codici indecifrabili e password impenetrabili che, quasi per legge di natura, seguono tutti lo stesso identico schema di sicurezza generazionale, ossia il nome del primo nipote e poi del secondo, e poi del terzo, scritti in maiuscolo e seguiti, immancabilmente, dalla loro data di nascita. E per chi non ha nipoti restano le date di nascita di cani, gatti e canarini.

Evviva quindi i Post-it anche nelle varianti rosa pallido, verde sbiadito e azzurro cielo, li attacchi sul frigorifero e il giorno dopo li trovi ancora lì.

Cover: Foto di Chris0223 da Pixabay

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LA MEMORIA TRADITA: quel nastro rosso con un numero sul polso

LA MEMORIA TRADITA:
quel nastro rosso con un numero sul polso

LA MEMORIA TRADITA:
quel nastro rosso con un numero sul polso

Roma, Fiumicino. Il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto scende dall’aereo insieme ad altre 430 persone, tutte espulse da Israele e fermate sulla nave della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. E invece di parlare subito, alza il polso, mostrando un braccialetto rosso che riporta un numero di matricola.

“Me lo hanno messo in Israele” dice. “Come a loro piace fare.”

Non si tratta del braccialetto turistico di una spiaggia. Parla del braccialetto che viene assegnato quando si viene trattati non come attivisti o passeggeri, ma come oggetti contati: un numero, un codice, un uomo ridotto a cifra.

La memoria del ghetto

La domanda che brucia è dove abbiamo già visto questa scena. A Varsavia, nel ghetto, liquidato a tappe a partire dall’estate del 1942 con deportazioni verso Treblinka. Dove si timbravano i fogli, si contavano i corpi e si assegnavano numeri. A Theresienstadt, il ghetto modello della propaganda nazista da cui partivano i convogli per Auschwitz-Birkenau.
Anche lì: registri, matricole, bracciali e liste. Il delirio burocratico dello sterminio.

Oggi non siamo in un ghetto, ma la tecnica è identica: fermare in massa, deportare collettivamente e marchiare con un numero. Senza processo, senza distinzione, con la sola colpa di essere considerati nemici.

Il paradosso che fa male è che Israele è nato dalla memoria della Shoah. I suoi fondatori portavano sulla pelle, spesso fisicamente, i numeri tatuati dai nazisti. Per decenni quella memoria è stata uno scudo morale: mai più, per nessuno. E invece oggi un ministro israeliano applica la stessa logica sui presunti fiancheggiatori di Hamas.

Ma facciamo chiarezza: anche se lo fossero tutti — e non lo sono, perché la flottiglia era civile — il numero sul braccio non è sicurezza. È umiliazione. È la riproduzione esatta di un gesto che il popolo ebraico ha denunciato per settant’anni come il marchio dell’inumano.

La sindrome dei numeri

C’è una spiegazione psicologica, se vogliamo: la cosiddetta ‘sindrome di Stoccolma, ovvero la vittima che interiorizza i metodi del proprio carnefice. Ma qui siamo di fronte alla più lunga sindrome di Stoccolma della storia. Israele, da vittima dei numeri tatuati, impara dai propri aguzzini come si incide un codice sul polso di un uomo e poi lo restituisce ai propri nemici. Non è una giustificazione, è una diagnosi.

Non è Auschwitz, sia chiaro. Non stiamo dicendo che il braccialetto rosso di Fiumicino sia uguale alla lama rovente del lager, sarebbe falso e offensivo. Ma stiamo dicendo che la stessa grammatica della disumanizzazione — il numero, la cancellazione del nome, il corpo ridotto a inventario — è stata replicata in Israele nel 2025. E chi la applica dovrebbe essere il primo a riconoscerla, perché i suoi nonni l’hanno subita sulla loro pelle.

Chiudiamo con Primo Levi. Lui non scriveva per i giornali, scriveva per chi sopravvive e per chi dovrebbe ricordare. Nello storico scritto Se questo è un uomo leggiamo:

«Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.»

Oggi quell’uomo non muore nel fango, ma gli mettono un numero sul polso prima di buttarlo fuori dal paese. Lo contano, lo archiviano, lo espellono come un pacco. E il governo che sventola la bandiera con la stella di Davide — quella stessa stella che nei ghetti nazisti era obbligatoria — dovrebbe forse chiedersi se sta facendo ai nemici quello che è stato fatto a loro.

Perché la risposta, guardando il braccialetto rosso di Carotenuto, è una sola: sì.

E questo non è antisemitismo: è la memoria che urla contro chi l’ha tradita.

In copertina: La stella gialla che i nazisti imposero agli ebrei – immagine di Scuola e Memoria 

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presto di mattina. magnifica humanitas

Lo stile di Leone XIV nel segno della pace e della giustizia

Lo stile di Leone XIV nel segno della pace e della giustizia.
In occasione della pubblicazione della sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”

A poco più di un anno di distanza dal conclave che lo ha eletto papa l’8 maggio 2025 e alla vigilia dell’uscita della sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, il 25 maggio prossimo, si susseguono le analisi sul senso, contenuto e stile di Leone XIV.

Fra le tante, mi pare tuttora centrata quella scritta da Marcello Neri l’anno scorso (Usa: Chiesa e Nazione al tempo di Leone XIV, Settimananews.it, 11 agosto 2025).

Un primo elemento che funziona come utile chiave di lettura dell’elezione di Robert Francis Prevost, è la scelta del conclave di individuare gli Stati Uniti d’America come tema dirimente.

Sono bastate solo quattro votazioni al collegio più numeroso e composito della storia (133 cardinali da 70 paesi diversi), che fino ad allora aveva avuto in pratica zero occasioni di conoscersi, per dare un volto a un tema di rilevanza geopolitica.

In un tempo caratterizzato dal disfacimento di un ordine mondiale, la Chiesa cattolica, spesso nota per la lentezza millenaria del suo passo, è riuscita a decidere in modo tempestivo su un punto cruciale dell’attuale emergenza planetaria.

Non solo, ma dimostrando da questo punto di vista di saper stare al passo coi tempi, è sembrata anche proporsi nei prossimi anni come un punto di riferimento, in quella che il suo predecessore, Francesco, aveva inteso non come semplice epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca.

A un anno di distanza i fatti sembrano confermare quella scelta del conclave.

Le parole usate da Gianfranco Brunelli sul secondo mandato presidenziale di Donald Trump ne sono una sintesi drammatica.

«L’alleanza con Putin sul destino dell’Ucraina; la guerra dei dazi come messaggio identitario; le pretese sulla Groenlandia; le minacce al Canada; la violazione della sovranità venezuelana per acquisire il controllo sul petrolio, mantenendo al potere lo stesso regime dittatoriale; il disprezzo per l’Unione Europea e la Gran Bretagna, storici alleati; il disinvestimento sulla Nato; il fastidio per le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali; l’appoggio incondizionato al Governo israeliano di Netanyahu sullo scempio di Gaza, gli insediamenti illegali dei coloni di Cisgiordania, la Guerra in Libano; e, da ultimo, la guerra ingiustificata in Iran: sono solo alcune delle scelte di una Presidenza che ha demolito ogni equilibrio geopolitico precedente, innescando un processo di distruzione dell’Occidente.

Non meno problematica – continua il direttore de Il Regno – è la sua amministrazione per quello che riguarda le sorti interne della democrazia americana: la riduzione del ruolo del Congresso; la messa in questione degli equilibri tra i poteri costituzionali; la repressione dell’ICE nei confronti dell’immigrazione fuori dal controllo federale

A conferma, poi, del legame tra disegno imperiale e torsione autoritaria sul fronte interno in atto negli Usa, basterebbe leggere le riflessioni di Mario Del Pero nel suo Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump (2025).

In che modo, quindi, papa Leone XIV rappresenterebbe una scelta particolarmente interessante in un contesto da far tremare le vene ai polsi?

Qui si arriva a un secondo elemento altrettanto significativo, peraltro strettamente collegato con il primo.

Se c’è un tratto distintivo di papa Prevost, è il tema della pace e della giustizia.

Già le sue prime parole da pontefice sono state per una “pace disarmata e disarmante”.

In secondo luogo, egli stesso ha motivato la scelta del nome del proprio pontificato in riferimento a Leone XIII, inventore della dottrina sociale con l’enciclica Rerum Novarum (1891).

Per anni il discorso sociale della Chiesa è stato fortemente centrato sulla sfera della morale personale, con il duplice intento di marcare e definire, da un lato, il confine di appartenenza intra ecclesiale e, dall’altro, imbastire e consolidare alleanze politiche nel nome della conformità a quell’ortodossia, anche a costo di vistosi scivoloni sul piano della coerenza.

Un baricentro teologico e pastorale che, se ha caratterizzato in generale il magistero di papi, cardinali e vescovi, fino alla codifica dei principi non negoziabili, negli Usa ha assunto la piegatura di una vera e propria carta d’identità per un cattolicesimo fra i più influenti.

Se a riequilibrare l’accento del discorso sociale sui temi della giustizia e della pace è un papa argentino che francescanamente rimette al centro i poveri, gli ultimi e gli esclusi, è un conto, ma se la stessa identica cosa la fa un papa statunitense, allora la musica cambia.

Gli attriti, se non gli scontri, con papa Bergoglio sono stati metabolizzati dal cattolicesimo e dai vescovi statunitensi come una voce esterna, latinoamericana.

Ma ora quel messaggio di radicalità evangelica inclusivo di pace e giustizia viene da un figlio di quella stessa terra statunitense (e nello stesso tempo panamericana, visti i suoi trascorsi missionari in Perù) e sta avendo i primi effetti di breccia, a partire dall’affiorare di alcune voci di vescovi della conferenza episcopale a Stelle e Strisce.

Un esempio è la correzione alla lettura esclusivista dell’Ordo amoris di Sant’Agostino da parte del vicepresidente Usa convertito al cattolicesimo, J. D. Vance, nel senso di amare prima i nostri. Una correzione piovuta nel febbraio 2025 dall’allora cardinale Prevost, agostiniano, a conferma della linea inclusiva di papa Francesco: “Gesù non ci chiede di razionare il nostro amore per gli altri”.

Un altro elemento di riflessione è quasi paradossale.

Se per lungo tempo la Santa Sede ha guardato con una certa diffidenza i cattolici Oltreoceano, fedeli elettori della democrazia Usa, ora le posizioni paiono invertirsi, di fronte alle torsioni in senso autoritario di quella stessa democrazia.

Si sa che più della maggioranza dei cattolici statunitensi hanno votato Trump alle ultime elezioni presidenziali.

Ora, se queste considerazioni non sono campate in aria, occorrerà attendere l’esito di quelle di metà mandato il prossimo novembre.

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L'ultimo soldato del Grappa

L’ultimo soldato del Grappa
(un racconto)

L’ultimo soldato del Grappa
(un racconto)

Pensare di scrivere qualcosa di nuovo è un’illusione o una menzogna. Si scrive per ripetere, per riflettere parole già lette, per rimettere in circolo pensieri entrati dentro di noi e che non ci abbandonano. Così questo racconto del sottosuolo deve molto al romanzo “La penultima verità di Philip K. Dick, al racconto “La guerra invernale nel Tibet” di Dürrenmatt e a “La tanadi Kafka. La preghiera al lettore è di leggerli (o rileggerli) solo dopo aver affrontato questo mio imperfetto racconto.

Cara Mamma, da quasi otto anni non ricevo notizie tue e nessuna di amici e parenti. Non so più niente di quanto succede nel mondo di sopra, la radiolina è muta anche se la tengo ancora in tasca dei pantaloni aspettando un suo impossibile risveglio. State tutti bene?  Siete ancora a Bologna? Ma c’è ancora Bologna o è solo un cumulo di macerie? Il mio recapito è sempre lo stesso, la posta qui sotto non arriva più, ma tu prova lo stesso, prendi in mano la penna, sulla busta scrivi Soldato Ultimo Nappa, IV Corpo d’Armata, Reggimento d’Artiglieria Cadorna, 12° Battaglione, Ottava Compagnia del Grappa. Io sono qui, al Livello 37, dentro il Monte Grappa.

Io non ci pensavo di fare il soldato. Dormivo beato. Quella notte faccio un sogno, stavo alla finestra con i gomiti appoggiati al davanzale e guardavo in su il cielo e le stelle. In quel cielo scendevano delle strisce luminose in un perfetto silenzio. Era uno spettacolo, non avevo mai visto fuochi artificiali così belli, diversi dagli altri, che invece di salire verso l’alto, scendevano dalla cima del cielo verso terra. Mi sono svegliato e ho sentito gli scoppi, dappertutto, l’orrendo terremoto della Guerra H. Sarebbe stata la guerra finale, dove si perdeva o si vinceva per sempre, senza possibilità di rivincita. Una guerra, come ci fu detto dal primo giorno, che si sarebbe combattuta non sopra, ma sotto terra.

L’impianto di areazione va sempre peggio, dal bocchettone esce poca aria e sempre più polvere. La posta pneumatica funziona ancora ma niente lettere dall’esterno, solo gli ordini del comando. Ieri mattina il nostro tenente ci ha detto di tenerci pronti. Il Livello 37 non sembra più una postazione sicura, anche se siamo a 98 metri dalla superficie. Il nemico, così ha detto il tenente, si sarebbe dotato di nuovissime bombe di profondità e anche il Livello 37 può finire distrutto. Qui però non sentiamo nessuna esplosione, solo terra, freddo e silenzio. Il tenente, che è uomo pratico e di esperienza, ci ha promesso un nuovo alloggiamento, forse addirittura quel Livello 61 che i nostri genieri hanno appena scavato e che tutti considerano irraggiungibile.

Ho ascoltato la storia del mio commilitone Federico De Rose, il riservista calabrese arrivato qua sotto un anno dopo di me. Lui c’era durante la battaglia di superficie, ha visto con i suoi occhi la Guerra H, il cielo che diventava rosso e poi viola e poi bianco. Metà del suo viso è bruciato e le sue parole si inceppano di continuo, parla nel suo dialetto e non è facile capire la storia che mi vuole raccontare. Lassù, dice il De Rose, il cielo è bianco come il latte, ma l’aria non ha il sapore del latte, ma di catrame. La terra e le macerie si sono fuse formando un unico mantello di vetro. Ecco cosa era diventato il nostro bel pianeta. Così, dice il De Rose, ho avuto la fortuna di essere spedito quaggiù, perché il Complesso Militare Sotterraneo del Grappa è rimasto l’unico luogo sicuro. In superficie, ripete De Rose, è tutto morto, e solo sotto, sempre più sotto, c’è la salvezza. Credo alle parole del mio compagno, ma io la superficie la sogno tutte le notti.

Stanotte ho sognato un ricordo lontano: camminavo con mio padre sulla groppa verde del Monte Grappa. Avevo 8 anni e salivo con mio padre il monte santo, lui camminava e io correvo. C’era un largo sentiero nel bosco, il sole tra gli alberi, a destra una vecchia cava abbandonata, a sinistra l’azzurra vallata del Brenta. Non era una gita, o era una gita speciale, mio padre mi portava sul Grappa per andare a trovare il nonno Ultimo. Ultimo, proprio come me, morto assieme a migliaia di fanti nella seconda battaglia del Grappa. La cima non sembrava arrivare mai, lassù c’era il grande ossario dei caduti.

Cara mamma oggi è il giorno del tuo compleanno, ma è difficile misurare il tempo, il mio orologio ha smesso di funzionare e quaggiù non è possibile distinguere il giorno dalla notte. Oggi è il 14 gennaio o forse no, ma poco importa se ho sbagliato il calcolo, ti mando i miei auguri sperando tu possa riceverli. Qui al Livello 61 la nostra compagnia si è assottigliata. Ogni giorno e ogni notte qualcuno dà di matto, urla, si rotola per terra e gli esce la bava dalla bocca. Allora arriva una barella e lo portano in infermeria o non so dove. Non sappiamo dove sia e se esista ancora l’infermeria, forse è ancora più sotto, nel cuore profondo della montagna, ma dall’infermeria nessuno ritorna mai al suo posto, nessuno torna alla Ottava Compagnia di stanza al Livello 61.

Negli ultimi tempi abbiamo perso anche il nostro bravo tenente, e anche il caporale, forse almeno uno di loro tornerà, ma adesso la nostra compagnia è formata solo di soldati semplici. A comandare il Livello 61 abbiamo eletto il soldato Ennio Maini, il più anziano tra noi, alto e forte come una quercia. Ci siamo contati, siamo solo in 67, mio dio, all’inizio della guerra eravamo in 600. E non per colpa del nemico, siamo morti per pazzia, o per il freddo, o per stanchezza. In tanti si sono ammalati a forza di mangiare scatolette avariate, o hanno preso il morbo del sacchetto, la malattia mortale della profondità. Ti cresce un sacchetto tutto attorno al fegato e il fegato muore, si secca come una foglia secca.

Ma dov’è la tomba del nonno Ultimo? A un certo punto gli alberi sono finiti, siamo in cima, mio padre mi indica l’ossario. Che sembra una grande nave, una balena bianca arenata su una spiaggia d’erba. Il nonno Ultimo dovrebbe essere lì, insieme a tutti gli altri, dice mio padre, ma forse non c’è, se vuoi pregare, prega per tutti. C’è freddo dentro l’ossario e fiori tutti di plastica. Sono arrabbiato, deluso. Ma c’è o non c’è il nonno Ultimo? Magari tuo nonno è stato così intelligente da scappare. Forse il nonno era un disertore, ma Cadorna li fucilava tutti i disertori. E i resti di un disertore non hanno un posto nell’ossario.  Il sole era alto quando abbiamo cominciato a scendere. Cambiava il verde degli alberi. Alla fine siamo arrivati tra gli ulivi. Sotto gli ulivi c’era un’erba tenera. Una capra si è avvicinata curiosa di noi. Mio padre le andò più vicino e lei si lasciò catturare, così la legammo a una corda e venne con noi.

Poco fa ci ha raggiunto un graduato con una tuta bianca immacolata. Sembrava un angelo o un fantasma. Noi, sporchi e sudati, ci ha fatto impressione. Ma in quale tunnel abitava quel graduato? Come faceva ad essere così pulito? Ha tirato fuori un biglietto dalla tasca e ci ha letto a voce alta il messaggio del Comando Supremo Militare. Ma era una cosa che avevamo già sentito: “Soldati, la guerra sta finendo, il nemico si ritira, ancora pochi mesi ci separano da una grande vittoria”. Abbiamo chiesto spiegazioni ma il fantasma bianco aveva una gran fretta, ci ha fatto vedere il timbro e la firma sotto il messaggio del Comandante in Capo e non ha aggiunto una parola. Si è rimesso in tasca il foglietto ed è corso via. È stato allora che il soldato De Rose si è messo a urlare. Non ci credo, ha urlato De Rose, non credo più a nessuno, nemmeno al generale, o il generale è un bugiardo, oppure quel generale non esiste proprio, è morto pure lui. Chissà da dove arrivava quel messaggio, chissà dov’era la cabina di comando, sopra o sotto il nostro tunnel? o addirittura in superficie, in cima alla montagna, dove il Comandante in Capo, il Generalissimo, guardava il nemico negli occhi. Ma noi il nemico non l’avevamo mai visto. In 8 anni non avevamo sparato un colpo.

Ieri il tunnel del Livello 61 è stato chiuso, La Ottava Compagnia o quel che ne restava, è stata trasferita più in basso, nel famoso Livello 99, nelle viscere della montagna, talmente in fondo che sotto di noi non ci sono più gallerie, solo terra e roccia calcarea. Secondo una voce corrente il Livello 99 corrisponde quindi al Livello Zero, così infatti lo chiamiamo noi che lo abitiamo. Siamo rimasti in 18, più 2 moribondi, più due enormi gattoni bianchi che ci siamo portati dalla nostra postazione precedente. Il loro nome è Gatto Uno e Gatto Due. Non sono due mascotte, fanno parte a pieno titolo della nostra Compagnia. Sono due gattoni bianchi in piena salute, belli grassi, a differenza di noi soldati effettivi che diventiamo sempre più magri e più deboli. Gatto Uno e Gatto Due sono la nostra difesa, fanno quello che devono fare e lo fanno bene. Appena la luce gialla del tunnel si spegne, dopo aver traballato per qualche minuto (per ragioni di economia o per un arcano arbitrio che alla truppa vuole concedere solo 4 ore di luce) i due gatti albini affrontano il buio e incominciano la loro meticolosa ispezione, percorrono avanti e indietro tutto il tunnel, visitano ogni anfratto, corrono, annusano, raspano e si avventano sulla preda. Quando torna la luce, attorno a noi ci sono sempre una decina di ratti sventrati, allora Gatto Uno e Gatto Due si sdraiano accanto a noi e si addormentano.

Sopra le divise lacere abbiamo messo una giacca a vento e sopra la giacca a vento un pesante cappotto di lana, ma tutta questa armatura, e gli scarponi, i guanti imbottiti, i passamontagna non sono sufficienti a vincere il freddo polare che abbiamo trovato al Livello 99. Più ci inabissiamo, più il gelo prende possesso dei nostri corpi. Durante le poche ore di luce camminiamo di continuo, percorriamo avanti e indietro la galleria. Nel buio dormiamo abbracciati in un grande mucchio. Ma siamo sfiniti. 10 di noi non ce l’hanno fatta, ora siamo solo in 8. L’unica speranza è un ordine di servizio che ci liberi. Basta, vogliamo un po’ di caldo per scaldarci le ossa, vogliamo rivedere l’erba, gli alberi, il sole, la pioggia. I dispacci del Comando continuano ad arrivare, il tubo della posta pneumatica vibra e sputa fuori una capsula grigia. Ma è un nastro che gira a vuoto, il messaggio si ripete, lo stesso testo, la stessa firma del generale, la stessa promessa di una imminente vittoria.

Quando si è accesa la luce gialla abbiamo trovato Gatto 1 morto sventrato e Gatto 2 vivo ma malandato e sanguinante, pieno di morsi di ratto. I ratti si erano moltiplicati e avevano vinto la battaglia. Ora lavoravano anche con la luce, non avevano più paura. Dopo un po’ ci siamo accorti che Gatto 2 era sparito, aveva abbandonato la Compagnia. Ho pensato che per istinto doveva aver cercato la salvezza salendo verso la superficie. Forse era l’unica buona idea da seguire.  Abbiamo sentito il soffio rauco della posta pneumatica. Sembrava stanca anche lei. Il nostro caro veterano Maini ha aperto la capsula e ha letto il messaggio a voce alta. Era un testo brevissimo, perentorio, tutto a lettere maiuscole, come per alludere a un pericolo imminente. L’ordine recitava: SPOSTARSI AL LIVELLO 117. Quindi non era vero che il Livello 99 era l’ultimo, che sotto di noi c’era solo la nuda roccia, c’erano altri livelli, altre scale, altre gallerie. E forse nemmeno al Livello 117 avremo toccato il fondo, qualcuno avrebbe scavato per noi un buco ancora più profondo.

Cara mamma, non so cosa direbbe il babbo, ma ieri mi sono rifiutato di eseguire un ordine. Tecnicamente ora sono un disertore, proprio come il nonno Ultimo. Quando tutti i miei commilitoni si sono alzati in piedi e si sono messi in fila dietro il veterano Maini, io sono rimasto seduto. Mi hanno chiamato più volte prima di iniziare a scendere le strette scalette di terra, uno dietro l’altro, Maini il veterano e nostro comandante, Buzzoni, De Rose, Nagliati, Scagnolari, Vallieri, Cardinali. Li ho guardati uno per uno i miei cari compagni e ognuno di loro mi ha salutato con un cenno del capo. Non li rivedrò più da questa parte del mondo. E mentre loro scendevano verso il basso io ho preso la strada opposta.

Ho affrontato di corsa la prima scala illuminata da rade lampadine ad acetilene, facevo qualche gradino e si accendeva una nuova lampadina. Sotto i miei piedi tornava il buio. Salivo. Le scale non salivano in linea retta, ma compivano ampi giri apparentemente senza senso. Arrivavo a un livello superiore, percorrevo una nuova galleria, vuota e pulita come il fondo di un barile. Non vedevo morti né armi, non avevano lasciato nemmeno un cappello o un fazzoletto. Cercavo almeno un fantasma, lo spettro di un ricordo, chiamavo a voce alta – Dove siete? Venite fuori!  Niente, correvo nel silenzio e nel vuoto.

Cara mamma, non puoi immaginare quanto è profondo il Monte Grappa. Scendere è troppo facile, basta obbedire a un ordine e scendi sempre più giù. Il difficile è quando devi risalire, quando sei solo e senti che non ce la fai, non sai cosa troverai, non sai se c’è davvero una fine, se lassù troverai la luce o un altro inferno. Ora però, dopo mille scale, con il fiatone e le gambe di laccia (le chiamavi così mamma, “gambe di laccia”), sento di essere vicino al fondo, al fondo che è la mia cima, vicino a una fine che è il mio principio, il principio dove tutto è cominciato, quando qualcuno mi ha cacciato dentro questo pozzo scuro.

Le scale adesso sono meno strette, meno ripide, le gallerie più larghe, più alte, intonacate di fresco, pitturate a calce. Questi dovevano essere i locali che ospitavano il comando di divisione, gli alti ufficiali che se la passavano molto meglio della truppa. Ma non c’era nessun ufficiale, nessuno di nessuno, tutto vuoto. Allora mi è montata una gran rabbia e ho gridato – Dove sei Generale, dove sei scappato? Niente, era uscito fuori per affrontare il nemico all’arma bianca? Ma allora perché non ha avvertito l’Ottava Compagnia? Perché ci ha dimenticati nel buco freddo alla montagna?

Il grande tunnel del Livello 1 è appena sotto la superfice, solo cinque metri di terra e sei già fuori. Stavo con le orecchie tese per sentire gli scoppi delle esplosioni, i colpi dei mortai, il sibilo di un caccia in picchiata, il fischio leggero di un drone, aspettavo un suono, un suono qualunque, ma non sentivo nulla. Sembrava il luogo dei morti. Allora ho imboccato l’ultima scala, sono salito fino all’ultimo gradino, sopra la mia testa c’era una botola d’acciaio con impresso lo stemma del reggimento. Ho afferrato con la mano destra la botola di acciaio e mi sono fermato. Ho contato fino a dieci, fino a cento, senza il coraggio di aprirla. Mi sono seduto e senza accorgermi ho preso sonno. Ho fatto sempre quel sogno, il Monte Grappa nel vento di primavera. È stato un suono a svegliarmi, leggero, persistente, quasi allegro. Ho attaccato l’orecchio alla botola, veniva da là, da sopra, ho giurato che fossero gocce. Sul Monte Grappa pioveva.

Alti debiti:
– l’incontro con la capra viene direttamente da La casa di Hilde di Francesco De Gregori.
– La Guerra H è evocata nel Dottor Futuro di Philip K. Dick.
– Anche il “morbo del sacchetto” come sindrome letale della profondità viene da un’intuizione de La penultima verità di Dick, anche se nel mio racconto viene associato a una diversa patologia.

In copertina: Sacrario Militare di Cima Grappa –  immagine del sito del Ministero della Difesa

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Per certi versi / Usiamo parole troppo grandi

Per certi versi /
Usiamo parole troppo grandi

Usiamo parole troppo grandi

Usiamo parole troppo grandi.

Forse perché ci servono grandi scudi.

Ma le parole troppo grandi fanno troppa ombra.

Oscurano il resto. Il vero.

Occupano un sacco di spazio nella mente e poi non c’è più posto per accorgersi del piccolo.

Cancellano il dettaglio, che forse è ciò che poi ci salva, perché è più facile appiglio.

Unicità. Rivelazione.

 

Così, per me, amore è nel dono di un cespo d’insalata appena colto.

Bellezza è nella bambola goffa che abbracciavo da bambina.

Pace è nella grazia del perdono di chi ha alzato la sua mano su di me,

per sua diversa sofferenza.

Dolore è nel belato dell’agnello allontanato dalla madre.

Dio è nella candela accesa davanti alle assenze.

 

Non raccogliamo parole troppo grandi.

Solo quelle che possiamo portare nel palmo della mano.

Con cura. Con responsabilità.

Senza farle cadere.

Piccole e preziose. Come una lacrima o un fiore di zafferano.

 

[Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023]

 

In copertina: Foto di Leopictures da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Gli spari sopra / Capitalismo criminale

Gli spari sopra / Capitalismo criminale

Capitalismo criminale

Capitalismo criminale
dollari, petrolio,
testi sacri e protostoria
ti nutri del sangue dei popoli.
Sei un serpente costrittore
senza cuore
decidi quali vite sono degne
e quali no.
Dall’oriente all’occidente
dal nord al sud
tutti uniti nelle stesse banche
gli imperi sacri scavano le fosse.
Muri, fili spinati, droni
bombe, omicidi mirati
effetti collaterali
giocavano con bambole di pezza.
Schiavi del capitale
cantano le lodi delle loro catene,
ultimi affamati delle briciole
sputano sentenze.
Continuate a credere
nei valori d’occidente
continuate a odiare
chi vi chiedono di odiare.
Dal fiume fino al mare
alla ricerca dell’arma nucleare
macerie sull’umanità
sepolta da un impero criminale.
Vi nascondete dietro a Dio
quando il vostro ego
è superiore al suo
testi sacri e oppio dei popoli.
Guadagno, profitto, schiavitù
un giorno i popoli si uniranno
e spazzeranno via ogni tiranno
nella luce ancor fioca, di uno spettro traballante.

In copertina: immagine di Andrea Stöckel – publicadomainpictures.net

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Scrivere nel tempo del battito di ciglia

Scrivere nel tempo del battito di ciglia

Scrivere nel tempo del battito di ciglia. Riflessione sulla scrittura creativa, i lettori e ciò che ancora merita di durare

Ci sono domande che tornano ogni volta che una pagina resta aperta davanti a noi. Non chiedono soltanto se abbiamo qualcosa da dire, ma se esista ancora qualcuno disposto ad ascoltare. Scrivere, oggi, nel pieno di questo terzo millennio rapido, esposto, febbrile, significa forse accettare una contraddizione: dare tempo a ciò che nasce in un mondo che sembra non averne più.

Tutto appare, tutto circola, tutto si consuma. Una frase, un pensiero, una poesia, persino una confessione profonda vengono affidati agli strumenti della fruizione immediata, ai social, alle bacheche, agli schermi che scorrono sotto le dita. Ma quegli stessi strumenti che promettono visibilità possiedono spesso la rapidità di un battito di ciglia a occhi chiusi. Mostrano e cancellano. Accendono e disperdono. Espongono ciò che scriviamo per poi lasciarlo svanire dopo pochi attimi, inghiottito da altro, da tutti, da nessuno.

E allora la domanda diventa inevitabile: per chi scriviamo? O forse, ancora più radicalmente: per cosa scriviamo?

Io non so dare una risposta definitiva. So però che mi sento davvero al mio posto quasi soltanto quando creo un personaggio, quando seguo il filo di una storia, quando provo a dare forma a un articolo, quando accolgo il primo verso di una poesia e resto in ascolto degli altri che potrebbero venire.

In quei momenti la scrittura non è un mestiere soltanto, né una posa, né una richiesta di attenzione. È una condizione interiore. È il modo in cui qualcosa, dentro di me, smette per un poco di essere disordine e diventa voce.

Forse scriviamo prima di tutto per questo: non per essere immediatamente visti, ma per non lasciare che tutto resti informe. Scriviamo perché la vita, senza una lingua capace di trattenerla, rischia di passare, come passano le immagini sugli schermi: senza peso, senza memoria, senza durata. Eppure non possiamo fingere che il mondo intorno sia rimasto lo stesso. La scrittura creativa, oggi, abita un tempo che sembra ostile alla sua stessa natura.

Scrivere richiede attesa, sedimentazione, ascolto. Richiede il coraggio di restare dentro una frase anche quando non arriva subito, di seguire un personaggio dove ancora non sappiamo, di accettare che una poesia nasca talvolta da un solo verso e poi rimanga sospesa, muta, finché non trova la sua prosecuzione. Tutto questo appartiene a una dimensione lenta, quasi inattuale.

Il presente, invece, sembra chiedere il contrario. Chiede rapidità, presenza continua, reazione immediata. Non basta scrivere: bisogna apparire. Non basta pensare: bisogna pubblicare. Non basta pubblicare: bisogna essere visti prima che il flusso successivo cancelli il precedente.

La parola, che per sua vocazione dovrebbe restare, viene spesso consegnata a un meccanismo che la trasforma in passaggio, in frammento, in traccia provvisoria. Non si tratta di demonizzare gli strumenti del nostro tempo. Sarebbe troppo facile, e forse anche ingiusto.

I social, le piattaforme, gli spazi digitali hanno permesso a molte voci di uscire dall’isolamento, di trovare interlocutori, lettori, affinità impreviste. Hanno aperto luoghi dove prima c’erano silenzi, distanze, porte chiuse. Anche una poesia pubblicata su una bacheca può raggiungere qualcuno nel momento esatto in cui quella persona aveva bisogno di leggerla. Anche un pensiero affidato alla rete può depositarsi nella memoria di uno sconosciuto.

Il problema, semmai, è un altro: cosa accade alla scrittura quando il luogo che la ospita le impone la logica della sparizione? Cosa resta di un testo quando nasce già dentro la sua possibile rimozione? E cosa accade a chi scrive, se finisce per misurare il valore di una pagina non sulla sua necessità interiore, ma sulla sua immediata capacità di ottenere consenso? Qui la scrittura creativa incontra forse il suo punto più fragile e più decisivo.

Perché scrivere non significa soltanto produrre contenuti. Questa è una delle parole più povere e più pericolose del nostro tempo: contenuto. Dentro questa parola può finire tutto, e proprio per questo tutto rischia di perdere differenza. Un verso, una fotografia, una confessione, una notizia, una battuta, una tragedia, un annuncio pubblicitario: ogni cosa diventa contenuto, qualcosa da immettere nel flusso, da consumare, da sostituire.

Ma la scrittura, quando è davvero tale, non nasce per riempire uno spazio vuoto tra due distrazioni. Nasce da una necessità più oscura e più paziente. Nasce perché qualcosa chiede forma. Un dolore, una memoria, una visione, una colpa, una domanda, un amore, una ferita, una gioia rarissima. Nasce perché la realtà, da sola, non basta a spiegare ciò che viviamo. Occorre trasfigurarla, interrogarla, darle un voce ulteriore.

In questo senso, la scrittura creativa conserva ancora una funzione profonda. Non forse quella, illusoria, di cambiare il mondo in modo immediato. Ma quella, più silenziosa e resistente, di impedire che il mondo venga ridotto soltanto alla sua superficie. Scrivere significa scendere sotto ciò che appare. Significa sospettare che dietro ogni gesto ci sia una storia, dietro ogni volto una zona d’ombra, dietro ogni silenzio una lingua ancora non trovata.

Un personaggio inventato, se nasce davvero, non è mai soltanto inventato. Porta con sé frammenti di persone conosciute, temute, amate, perdute. Porta ciò che abbiamo capito e ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio di capire. Per questo, quando scriviamo storie, non stiamo semplicemente fabbricando trame. Stiamo mettendo ordine nel caos dell’esperienza. Stiamo creando una stanza dove il dolore può essere guardato senza esserne immediatamente travolti.

La poesia, poi, compie forse un gesto ancora più estremo. Accoglie pochissimo e pretende che quel poco basti. Un verso può contenere più tempo di una cronaca intera. Una parola, se è quella necessaria, può aprire una crepa nella superficie compatta dei giorni. In un’epoca che moltiplica le parole fino a renderle intercambiabili, la poesia ricorda che non tutte le parole si equivalgono. Alcune restano. Alcune feriscono. Alcune salvano, anche senza promettere salvezza.

E allora torna, quasi con malinconia sorridente, la manzoniana speranza dei venticinque lettori. Venticinque: un numero minimo, domestico, quasi confidenziale. Un numero che oggi, nell’epoca delle visualizzazioni, delle condivisioni, delle metriche pubbliche e private, potrebbe sembrare ridicolo.

Che cosa sono venticinque lettori dentro una civiltà che conta tutto, misura tutto, espone tutto? Eppure quei venticinque lettori, proprio perché pochi, ci ricordano qualcosa di essenziale: la letteratura non nasce necessariamente per la folla. Nasce per qualcuno. Per una coscienza capace di fermarsi. Per un lettore che non attraversa la pagina come attraversa una notizia qualsiasi, ma vi entra, vi resta, la porta con sé.

Forse il problema non è avere pochi lettori. Il vero problema è non avere più lettori, ma soltanto passanti. Presenze che ci sfiorano, approvano, scorrono, dimenticano. La scrittura, invece, ha bisogno di essere abitata. Non chiede soltanto occhi, ma tempo. Non chiede soltanto consenso, ma attenzione.
Già: almeno quelli erano venticinque.

Resta allora un’altra domanda, forse ancora più inquieta: quali saranno i classici da consegnare alle generazioni future? E ci saranno ancora classici, se tutto nasce già come presente assoluto, come attualità da sostituire con altra attualità? Ci saranno ancora opere capaci di attraversare il tempo, oppure il tempo stesso sarà diventato troppo frammentato per permettere a qualcosa di durare?

Non è una domanda retorica. Ogni epoca ha creduto, in qualche modo, di essere minacciata dalla propria fine. Ogni generazione ha temuto che qualcosa di essenziale andasse perduto. Ma la nostra sembra vivere una condizione particolare: non soltanto produce moltissimo, ma dimentica con una velocità quasi pari alla produzione.

Scriviamo, pubblichiamo, archiviamo, cancelliamo, ricominciamo. Lasciamo tracce ovunque, eppure sembriamo avere sempre meno memoria. Forse i classici futuri non saranno necessariamente le opere più visibili, né quelle più celebrate nel momento della loro apparizione. Potrebbero essere, come spesso è accaduto, libri capaci di restare in disparte prima di essere riconosciuti. Opere non perfettamente allineate al proprio tempo, proprio perché più profonde del proprio tempo. Testi capaci di custodire una domanda umana che non si esaurisce con la stagione in cui è stata formulata.

Un classico, in fondo, non è soltanto un libro che resiste. È un libro che continua a interrogarci quando il mondo che lo ha prodotto non esiste più. È una voce che sopravvive alla propria occasione. È una forma che resta disponibile per nuove solitudini, nuovi dolori, nuove intelligenze. Ma perché esistano classici futuri, devono esistere anche lettori futuri. E qui la domanda diventa più ampia, quasi vertiginosa.

Quali generazioni verranno dopo di noi? Con quale rapporto con la parola, con la memoria, con il silenzio? Sapranno ancora sostare davanti a una pagina senza sentirla come una perdita di tempo? Sapranno ancora riconoscere che non tutto ciò che è lento è inutile, che non tutto ciò che non si consuma subito è vecchio?

Forse non possiamo saperlo. Forse chi scrive deve accettare di lavorare senza garanzie. Nessuno può assicurargli che ciò che mette sulla pagina troverà il suo lettore, il suo tempo, la sua durata. Nessuno può promettergli che una storia non verrà inghiottita dall’indifferenza, che una poesia non resterà sospesa nel vuoto, che un pensiero non passerà inosservato tra migliaia di altri pensieri.

Eppure si continua a scrivere. Si continua perché, a un certo punto, la domanda “per chi?” non basta più. O forse si allarga. Scriviamo per chi verrà, se verrà. Per chi saprà riconoscersi in una frase senza conoscerci. Per chi troverà in un personaggio inventato qualcosa della propria vita reale. Per chi, leggendo un verso, avrà la sensazione che una parte muta di sé sia stata finalmente pronunciata.

Ma scriviamo anche per ciò che non vogliamo perdere. Per trattenere una voce, un volto, una stagione, un’infanzia, una ferita. Per opporci, con strumenti fragili, alla dispersione. Per dire che una vita non è soltanto la somma dei suoi fatti, ma anche il racconto che tenta di comprenderli.

In questo terzo millennio così rapido, fugace, effimero, la scrittura creativa può sembrare un gesto marginale. Ma non tutto ciò che è marginale è inutile. A volte è proprio ai margini che qualcosa si conserva. A volte è fuori dal centro del rumore che una parola riesce ancora a respirare.

Scrivere, allora, significa continuare a credere che qualcosa meriti di durare, anche quando tutto sembra organizzato per scomparire.

E forse basterebbe questo. Anche per uno solo di quei venticinque lettori.
Anche per uno soltanto.

Cover: Foto di Bruno da Pixabay