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La foresta che cresce e l’albero che cade.
Storia di un’olimpiade tra gloria e odio social

La foresta che cresce e l’albero che cade. Storia di un’olimpiade tra gloria e odio social

Come tutti sanno, le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono state uno spettacolo importante, basti pensare al numero di medaglie vinte e di prestazioni eccellenti che l’Italia ha saputo esprimere. La nostra nazionale ha dimostrato una notevole bravura, conquistando medaglie in quasi tutte le discipline, dallo short track allo sci, passando per snowboard, pattinaggio, slittino, curling e biathlon.

Questo successo è il frutto non solo del fattore campo e del calore del pubblico di casa, ma anche del lavoro congiunto di un’eccellenza tecnica invisibile come quella di medici, fisioterapisti, allenatori, specialisti dei materiali (ad es. gli esperti nella preparazione delle lame per pattini e slitte), nutrizionisti e altri ancora, che hanno lavorato al meglio.

Lo spettacolo è stato all’altezza delle aspettative, con una successione incalzante di premiazioni spesso accompagnate dalle note dell’Inno di Mameli. L’evento ha goduto di una risonanza mediatica straordinaria, le emittenti nazionali hanno trasmesso quasi ogni gara in diretta, mentre la stampa e i canali social hanno garantito una copertura costante, aggiornando le testate cartacee e i portali online praticamente in tempo reale.

Il ruolo dei social in queste Olimpiadi merita una seria riflessione. Non si tratta di demonizzarli o censurarli, dato che rappresentano uno strumento di libertà e partecipazione unico, ma di riconoscerne i limiti. Se da un lato sono una risorsa, dall’altro sono stati proprio loro la cassa di risonanza per le espressioni di odio e la volgarità più becera, mostrandoci il peggio del comportamento umano durante la più importante festa dello sport.

Diversi atleti sono stati oggetto di polemiche proprio sui social, fino ad arrivare ad attacchi privi di senso che manifestano un odio non giustificato dalla prestazione dell’atleta, ma da un atteggiamento degli autori dei post pieno di odio e invidia. Spesso, la ferocia di questi commenti non ha nulla a che fare con i risultati in gara, ma riflette esclusivamente l’atteggiamento tossico degli utenti, mossi da un’invidia insensata e da una cattiveria gratuita.

Ad esempio, l’atleta tedesca Vanessa Voigt (Biathlon) è stata sommersa di insulti sui social dopo aver mancato il podio in una gara decisiva. La situazione è stata talmente grave da spingerla a “spegnere i social” e allontanarsi temporaneamente dal web per preservare la propria salute mentale.

Lo Statunitense Ilia Malinin (Pattinaggio di figura), dopo una prestazione al di sotto delle aspettative, ha denunciato un’ondata di odio online e una pressione psicologica insostenibile derivante dai commenti dei fan. La sciatrice polacca Pola Bełtowska (Salto con gli sci) è stata “massacrata” dai follower dopo un errore tecnico durante un salto.

Gli atleti della nazionale canadese di Curling sono diventati protagonista di meme e video virali contenenti insulti a causa di presunte scorrettezze durante le gare. I tredici atleti russi ammessi a gareggiare sotto bandiera neutrale sono stati bersaglio di critiche e polemiche costanti sulle piattaforme social a causa del contesto geopolitico.

Sconcerta osservare quanto odio possa generarsi attorno a una prestazione sportiva, un sentimento che ignora la natura stessa dello sport. Un atleta, anche il più straordinario, resta un essere umano soggetto a mille variabili e non può garantire l’eccellenza in ogni istante.

Arrivare alle Olimpiadi è già di per sé un traguardo che testimonia un grande talento sportivo. Al di là del risultato finale, si dovrebbe imparare a riconoscere il percorso intrapreso, un lungo cammino fatto di anni vissuti lontano da casa, allenamenti costanti, infortuni e rinunce. Ogni atleta olimpico porta con sé una storia impegnativa che merita rispetto, a prescindere dal metallo della medaglia, dal risultato in classifica, dai possibili sbagli che a chiunque possono capitare.

Come è diventato evidente soprattutto in queste ultime settimane, l’odio sui social verso gli atleti olimpici nasce da un complesso intreccio di meccanismi psicologici e dinamiche sociali proprie delle piattaforme digitali. Lo schermo crea una barriera fisica che riduce l’empatia verso l’atleta. L’utente non percepisce il dolore reale causato dalle proprie parole, sentendosi libero di ignorare le normali regole di convivenza civile, si può così parlare di “Disinibizione Tossica Online”.

John Suler è lo psicologo più autorevole su questo specifico tema. Ha introdotto il concetto di “disinibizione tossica” nel 2004 con un celebre articolo accademico e lo ha poi approfondito nel suo libro fondamentale Psychology of the Digital Age (2016), citato spesso in italiano come Psicologia dell’era digitale. Suler spiega che utilizzando piattaforme online le persone dicono e fanno cose che non farebbero mai di persona. La disinibizione tossica è quindi quella tendenza a insultare, criticare aspramente o minacciare, causata da fattori come l’anonimato, l’invisibilità (non vedere la reazione dell’altro) e l’asincronia (il ritardo tra l’invio del messaggio e la risposta).

Molti confondono l’invisibilità con l’anonimato, ma per Suler sono meccanismi diversi. Anche se si usa il proprio nome e profilo, il fatto che non ci si possa guardare negli occhi, cambia la dinamica. Quando si scrive sui social a qualcuno, non si vede la sua espressione ferita, il suo disappunto o il suo disagio. Senza il feedback visivo, si disattiva la nostra naturale capacità di provare empatia. Ci si sente protetti da una specie di scudo fisico. Suler spiega che è come se si potesse dire qualunque cosa senza dover sopportare lo sguardo dell’altro, questo dà il coraggio di essere molto più aggressivi, o stranamente intimi, di quanto non saremmo di persona.

L’asincronia riguarda invece il tempo. A differenza di una conversazione verbale, nello scambio online non c’è bisogno di rispondere subito. Questo crea l’effetto “mordi e fuggi”. Si può lanciare un commento d’odio, un insulto pesante o una critica feroce e poi semplicemente chiudere l’app e “scappare” dalla conversazione.

Non dovendo affrontare la reazione immediata della vittima, l’“insultatore” non percepisce la gravità delle sue azioni. Il post diventa come un messaggio in una bottiglia lanciato nel mare. Una volta inviato, per chi lo ha scritto smette quasi di esistere, anche se per chi lo riceve il dolore è reale.

Inoltre, alcuni utenti scaricano sugli atleti le proprie insoddisfazioni personali attraverso una proiezione della frustrazione. Il fallimento di un campione olimpico viene vissuto come un tradimento di un’aspettativa, trasformando la delusione sportiva in rabbia diretta. Gli sportivi di alto livello vengono spesso deumanizzati e visti come “superuomini” o macchine da prestazione, dimenticando la loro vulnerabilità umana. Questo porta a considerare legittimo l’attacco feroce in caso di errore.

Oltre alle determinanti psicologiche, esistono fattori di natura sociale altrettanto significativi. Sebbene tale distinzione possa apparire superflua in un’ottica di mera condanna del comportamento, diventa fondamentale quando l’obiettivo è elaborare strategie di contrasto mirate.

Durante le Olimpiadi, lo sport diventa un simbolo di identità nazionale. Un errore di un atleta è percepito come un danno al prestigio di un intero Paese, innescando attacchi da parte di “tifosi” che vedono la critica violenta come una forma di attaccamento alla loro Nazione.

In Sport e aggressività (2001), Elias e Dunning spiegano che lo sport moderno non elimina la violenza, ma la trasforma attraverso un processo di “raffinamento”. La distinzione tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è si basa su alcuni pilastri fondamentali, tra i quali la distinzione tra “violenza legittima”, che si manifesta in capo attraverso le regole del gioco e la “violenza illegittima”, che rompe la cornice della “simulazione” per diventare reale, come nel caso del tifo tossico.

Quando il tifoso smette di vedere la gara sportiva come una “finzione ludica” e la vive come una minaccia alla propria identità (o a quella della nazione, come nel caso delle Olimpiadi), scatta una “de-civilizzazione”. Se l’atleta fallisce, il tifoso tossico non vede l’errore come una criticità tecnica, ma come un attacco al prestigio del suo Paese. In questo caso, l’aggressività non è più incanalata dalle regole del gioco, ma esplode in attacchi verbali o fisici che Elias definisce come un “ritorno a stati sociali meno civilizzati”.

Oltre a questa importante componente, resta il fatto che tutti i mezzi di comunicazione, social compresi, riflettono e amplificano tensioni sociali. Le atlete sono colpite da sessismo e commenti sul corpo, mentre gli atleti di minoranze etniche subiscono attacchi razzisti. Durante i giochi olimpici si è anche registrato un aumento del volume di scommesse sportive. Gli scommettitori, che perdono denaro a causa di un risultato imprevisto, spesso reagiscono insultando e minacciando direttamente gli atleti coinvolti.

Infine, la possibilità di utilizzare profili anonimi protegge l’aggressore dalle conseguenze legali e sociali, mentre la struttura dei social può anche premiare i contenuti provocatori con maggiore visibilità (like e condivisioni), incentivando indirettamente l’hate speech. Alla luce di queste dinamiche, emerge chiaramente come gli atleti debbano imparare a schermarsi dalle offese social, evitando di dare risonanza a critiche distruttive che sono, purtroppo, tanto prevedibili quanto scontate nel contesto digitale odierno. Invece di farsi logorare dall’odio, la loro attenzione deve spostarsi sul massimizzare la soddisfazione che deriva dal supporto dei veri appassionati.

Come insegna il grande maestro di pallavolo Julio Velasco, la chiave del successo mentale non sta nel farsi abbattere dalle componenti negative, ma nel valorizzare ed esaltare quelle positive. È fondamentale ricordare che la tifoseria tossica, per quanto aggressiva, rappresenta solo una minoranza rumorosa. Al contrario, il vero tifoso — quello che ama lo sport e rispetta l’atleta — agisce spesso in silenzio, ma costituisce la stragrande maggioranza della popolazione.

Proprio come recita la celebre frase: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”, il compito dell’atleta (e della società) è imparare a non essere sordi al fruscio della foresta a causa dello schianto di un singolo albero. Nella foresta che cresce c’è il futuro dello sport nazionale e di una comunità di persone che sa esprimere civiltà.

Credo infine, per concludere, che si possano estendere queste riflessioni a tutto il mondo dello sport, incluso quello non agonistico. Penso, ad esempio, a mio nipote P. che, giocando a calcio in una squadra dilettantistica, rischia anche lui di trovarsi esposto agli insulti di una tifoseria tossica. Questi tipi di aggressioni gratuite non dipendono dai meriti o dagli errori in campo, ma dal solo fatto di praticare uno sport. Quindi avanti senza indugi, mettendocela tutta e riempiendo il cuore dei veri sportivi di immagini indimenticabili.

BIBLIOGRAFIA

  • Norbert Elias, Eric Dunning(2001), “Sport e aggressività” Il Mulino.
  • John Suler (2016), “Psychology of the Digital Age” Rider University, New Jersey.
  • Julio Velasco (2026) “Gracias a la vida. Un’autobiografia”, Feltrinelli.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/blazarus-3078403/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1584741″>BLazarus</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1584741″>Pixabay</a>

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Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

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