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Quando l’amore diventa debito: la pericolosa retorica della fusione madre-figlio

Quando l’amore diventa debito:
la pericolosa retorica della fusione madre-figlio.

Che cosa stiamo dicendo, oggi, quando parliamo di amore tra genitori e figli?

E quale idea di crescita trasmettiamo quando rappresentiamo la vicinanza come condizione di sopravvivenza?

Mi è apparso sui social un post che riporta l’immagine di una madre e una figlia adolescente abbracciate strette strette. I volti sono accostati, quasi sovrapposti. La postura non suggerisce soltanto affetto: suggerisce continuità, assenza di scarto, quasi una coincidenza tra i due corpi.

La scritta sottostante la foto afferma:
«Uno studio dimostra che più tempo trascorri con tua madre, più a lungo lei vivrà».

Non rilancio l’immagine né la fonte. Ciò che merita attenzione è la struttura del messaggio.

Non si tratta di un semplice invito alla vicinanza. Viene introdotto un nesso causale preciso: la vita della madre dipenderebbe dalla presenza del figlio. La sopravvivenza dell’Altro viene posta in relazione diretta con la disponibilità del soggetto.

Che cosa implica, simbolicamente, una simile affermazione?

Quale posizione assegna al figlio?

Può un soggetto costruire la propria autonomia se l’allontanamento è implicitamente associato a un rischio per l’altro?

L’amore viene trasformato in garanzia vitale. La relazione diventa condizione di sopravvivenza. Si insinua così un dispositivo silenzioso ma potente: separarsi non è più un passaggio naturale della crescita, ma una potenziale minaccia.

In questa logica, l’autonomia può essere vissuta come colpa. L’indipendenza come abbandono. Il movimento verso l’esterno come sottrazione.

Non è un caso isolato. Questa idealizzazione della continuità assoluta attraversa molte narrazioni contemporanee sulla genitorialità.
Talvolta, anche alcune indicazioni divulgative — per esempio attorno al tema dell’allattamento prolungato — vengono presentate non solo come scelta possibile, ma come misura della qualità del legame. Non è la pratica in sé a essere in discussione, bensì la cornice simbolica in cui viene collocata: quando la durata diventa prova d’amore, quando il mantenimento della fusione viene implicitamente valorizzato rispetto alla progressiva differenziazione, il rischio è di confondere il bisogno con il vincolo.

Ogni processo di crescita implica una differenziazione. Diventare adulti significa poter non coincidere con l’altro, non essere il suo sostegno necessario, non farsi carico della sua esistenza. Significa riconoscere che l’altro vive della propria responsabilità.

Quando si suggerisce che il tempo trascorso insieme prolunghi la vita di una madre, si introduce un debito simbolico: io vivo perché tu resti. È un debito che non può essere saldato, perché non riguarda un gesto, ma l’essere stesso del soggetto.

Va però fatta una distinzione. Diventare adulti, autonomi, implica sempre il riconoscimento verso i genitori di un debito simbolico: ci hanno dato la vita, anche se non l’abbiamo chiesta. Questo è un dato strutturale dell’esistenza, non un ricatto affettivo. Ma cosa diversa è utilizzare quel debito come leva nella relazione, trasformarlo in argomento implicito contro la separazione.
Se non distinguiamo questi due piani, rischiamo di confondere ciò che fonda la possibilità di crescere con ciò che può invece ostacolarla.

Quali effetti produce, nel tempo, una narrazione di questo tipo?

Favorisce legami liberi o consolida dipendenze?

Aiuta a costruire adulti capaci di relazioni paritarie o rafforza legami fondati sulla paura di perdere?

Un legame che non ammette separazione non genera autonomia. Genera cattura.

E dove non si costruiscono soggetti distinti, ma identità dipendenti, la relazione rischia di trasformarsi in controllo, paura della perdita, difficoltà a tollerare l’alterità.

Se vogliamo parlare seriamente di prevenzione — non solo della violenza esplicita, ma delle sue radici culturali e affettive — dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro il valore della separazione come condizione dell’amore, non come sua negazione.

Nessun figlio può essere posto nella posizione di garante della vita di un genitore.

L’amore che sostiene è quello che consente di andare via senza trasformare l’assenza in colpa.

In copertina: Gustav Klimt, Le tre età della donna, 1905 – particolare
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Chiara Baratelli

È psicoanalista, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, di questioni legate all’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.

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