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Delrio, o del reo

Delrio, o del reo

rio1 agg. e s. m. [lat. reus: v. reo1], poet. – 1. agg. Reo, colpevole; soprattutto negli usi fig., avverso, perverso, malvagio: 

(Treccani)

 

Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le stime più attendibili (ma senz’altro approssimate per difetto) dei civili palestinesi ammazzati nella striscia di Gaza dall’esercito israeliano, a partire dall’8 ottobre fino ad oggi, parlano di circa 60.000 persone, tra cui circa 20.000 bambini. Il governo  israeliano conserva la maggioranza alla Knesset grazie all’appoggio determinante dei partiti fascisti che esprimono i ministri Smotrich e BenGvir, i quali teorizzano apertamente la pulizia etnica dei palestinesi, peraltro dichiarati un popolo inesistente – curioso caso di schizofrenia del pensiero: desidero eliminare ciò che non esiste.

Cosa Nostra, secondo stime del 2015 della Camera dei Deputati, conta 2.500 affiliati, più decine di migliaia di reinvestitori nella finanza, nell’imprenditoria, corrotti nella politica e fiancheggiatori nelle famiglie, al punto che non è più possibile separare l’economia legale da quella illegale. Facciamo che, così come a Gaza non è possibile distinguere un terrorista da un civile  – la cui versione più hard di alcuni generali dell’IDF è non ci sono innocenti a Gaza – altrettanto a Palermo e in Sicilia occidentale non è facile distinguere una famiglia mafiosa da una pulita, un imprenditore sano da uno compromesso, un politico onesto da uno pagato dalle cosche, un cittadino da un criminale.

Mettiamo che, per effetto di questa enorme difficoltà di separare i buoni dai cattivi, lo Stato italiano decida di radere al suolo Palermo. Seicentomila abitanti, decine di migliaia di bambini (potenziali mafiosi, una volta adolescenti: definisci bambino), un patrimonio umano, architettonico e culturale unico al mondo, dal barocco all’arabo normanno, al liberty. Mettiamo che un decimo della popolazione di Palermo venga assassinato, che il resto della popolazione venga ridotto alla fame, che la Palermo che conosciamo venga ridotta a un cumulo di macerie fumiganti e tossiche, sotto le quali giacciono i cadaveri di almeno tanti palermitani quanti quelli ufficialmente uccisi. Tutto questo in nome del supremo interesse della Nazione: estirpare il cancro della mafia. Laddove non ci sono riusciti due tra i pochi eroi civili di questo strano, pavido paese, ci riusciranno le bombe. 

Mettiamo che un manipolo di deputati molto progressisti, preoccupato per l’ondata di indignazione contro il governo italiano responsabile di questo crimine contro l’umanità, decida allora di proporre una legge per cui dichiarare che questo Stato italiano è criminale, dichiarare che questo Stato pianifica ed esegue lo sterminio indiscriminato, dichiarare e manifestare il proprio odio civile per degli assassini di massa e di Stato, diventa un reato. Il reato di anti-italianismo.

Anti-italianismo fa ridere, vero? E’ qualcosa di grottesco, di assurdo, anche se ha una sorta di retrogusto vintage britannico (Mussolini venne definito in un fumetto inglese del 1938 “Musso the wop”, ovvero Mussolini lo sbruffone). Esprimere un’opinione di radicale avversione contro uno Stato che ammazza in maniera indiscriminata civili, diventerebbe quindi un reato. Se non fosse un’idea fascista, ci sarebbe da seppellire chi la propone sotto una gragnuola di risate. Anzi, ci sarebbe da ridere perché per fortuna si tratterebbe di una boutade, di un’invenzione, del parto di una fantasia distopica. Ma non lo è. Se il tuo Stato è uno Stato assassino e tu sei un cittadino di quello Stato, magari sei uno di quelli che si vergogna del proprio Stato che agisce come un criminale seriale, tranquillo: se qualcuno inveirà contro il tuo Stato criminale sarà imputato di anti-italianismo, circostanza che ti farà sentire protetto e fiero di essere italiano. Attento però: se da italiano ti permetterai di accusare il tuo Stato di essere omicida, anche tu sarai un reo: reo di essere anti-italiano. 

Eh, ma è diverso. E’ un parallelo che non regge. Il disegno di legge Delrio non punisce chi critica il governo israeliano, ma chi sostiene che Israele sia uno stato razzista.

Ah. Quindi dire che Israele è uno stato razzista significa essere antisemiti. Quindi affermare che il Sudafrica prima di Mandela, colonizzato da una minoranza bianca che governava la maggioranza di colore con leggi razziste, era uno Stato razzista, equivale ad essere anti-sudafricani. E’ un ragionamento che rovescia su chi critica i razzisti l’accusa di razzismo, facendo diventare l’accusa ai razzisti un reato d’opinione, paragonato a un crimine d’odio. Ma grazie di cuore, Graziano Delrio. Cito un rapporto di Amnesty International:“…i palestinesi non possono effettivamente fare contratti di locazione sull’80% dei terreni di stato israeliani a seguito di requisizioni razziste di terreni e di una rete di leggi discriminatorie sull’assegnazione delle terre, di piani edilizi e di regolamenti urbanistici locali. …La situazione nella regione del Negev/Naqab, nel sud di Israele, è un esempio di come le politiche di pianificazione e i piani edilizi israeliani escludano intenzionalmente i palestinesi. Dal 1948 le autorità israeliane hanno adottato varie politiche per “giudaicizzare” il Negev/Naqab, incluso designare ampie aree come riserve naturali o zone di tiro militari, e stabilendo obiettivi per aumentare la popolazione ebraica. Attualmente trentacinque villaggi beduini, casa per circa 68 000 persone, sono “non riconosciuti” da Israele: questo significa che non sono collegati alla fornitura elettrica e idrica nazionale e ripetutamente prese di mira per la demolizione. Poiché i villaggi non hanno uno status ufficiale, i loro abitanti subiscono inoltre limitazioni nella partecipazione politica e sono esclusi dal sistema sanitario e educativo. Queste condizioni hanno costretto molti a lasciare le proprie case e i villaggi, ciò che costituisce trasferimenti forzati…. Ai palestinesi residenti in Israele viene negata la nazionalità, creando una differenziazione giuridica rispetto agli ebrei israeliani. In Cisgiordania e a Gaza, dove Israele controlla i registri anagrafici dal 1967, i palestinesi non hanno alcuna cittadinanza e molti sono considerati apolidi e devono quindi chiedere documenti di identità all’esercito israeliano per vivere e lavorare nei territori. I rifugiati palestinesi e i loro discendenti, sfollati nelle guerre del 1947-1949 e del 1967, continuano a vedersi negato il diritto al ritorno nel loro precedente luogo di residenza. I palestinesi della annessa Gerusalemme Est hanno un permesso permanente di residenza invece della cittadinanza – anche se questo status è permanente solo sulla carta. Dal 1967 più di 14’000 palestinesi si sono visti revocare la residenza a discrezione del Ministero dell’Interno, risultante nel loro trasferimento forzato al di fuori della città.” Se vuoi consultare il testo integrale,   Leggi qui. 

Quindi i casi sono due: o si fa finta che Israele non sia uno stato razzista, per evitare di essere un reo, per Graziano Delrio e i suoi epigoni; oppure si afferma che Israele è uno stato razzista, e si finirà denunciati, grazie al molto progressista Delrio, assieme ad Amnesty International, assieme ad Omer Bartov, assieme a Norman Finkelstein, assieme ad Anna Foa, assieme a Gideon Levy, assieme a David Grossmann. Tutti ebrei. Ed assieme alle centinaia di cittadini che in Germania e nel Regno Unito vengono malmenati e arrestati dalla polizia per il reato di denuncia di un genocidio. Personalmente preferisco essere un reo in compagnia di gente perbene, che essere in compagnia delle idee di Delrio.

Photo cover: Ted Eytan, licenza https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0

 

 

La Flotilla dei bambini

La Flotilla dei bambini 

Successo delle Lettere di pace. L’iniziativa va fino al termine dell’anno scolastico

La Flotilla dei bambini del mondo sta navigando a gonfie vele. Ad oggi sono centinaia le Lettere di Pace inviate ai politici dalle scuole italiane e straniere.

L’iniziativa è stata promossa dal Gruppo Educazione alla pace e alla nonviolenza del Movimento di Cooperazione Educativa, con la partecipazione di oltre 40 associazioni nel mondo, aderenti alla Federazione Internazionale dei Movimenti di Scuola Moderna (Fimem) e ha già coinvolto molti insegnanti, dalle scuole dell’Infanzia alle scuole superiori.

I docenti si sono fatti educatori per la Pace, guidando bambine e bambini, ragazze e ragazzi ad interrogarsi su guerre e conflitti armati, a pensare sul da farsi con la “messa in mare” delle Lettere di Pace. L’idea di scrivere lettere ai politici e ai potenti della Terra è stata accolta con entusiasmo dagli studenti; le scrivanie di importanti presidenti di organismi Internazionali, nazionali ed europei sono state inondate dalle lettere, con osservazioni e proposte su come si possa raggiungere la Pace nel mondo.

Utilizzando la scrittura collettiva, le classi hanno scritto ai politici che amministrano il loro territorio e ad importanti esponenti della politica nazionale e internazionale. Sono state spedite lettere anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a Sua Santità Papa Leone XIV. Per questo gli organizzatori pensano di chiedere loro di ricevere gli allievi.

Il Presidente della CEI, Cardinale Matteo Zuppi, ha incoraggiato i promotori a proseguire su questa strada, per garantire il diritto di bambini e ragazzi ad esprimersi sulla Pace e la Guerra e su tutte le questioni che li riguardano. Con questa iniziativa possono farlo! Nell’invito alle classi a partecipare si legge:

“Fermare le guerre non è facile ma abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce; la pace si comincia a costruire a scuola imparando ad ascoltare, a parlarsi e a risolvere i piccoli conflitti rispettando l’altro. Se in molti spedirete le lettere, se i giornali e le TV ne parleranno, allora i politici potranno capire che il futuro che immaginano i bambini e le bambine del mondo si chiama: Pace.”

Nonostante la nascita dell’Unione Europea e dell’Onu, quali strumenti di Pace, viviamo una realtà sconvolta da guerre, che troncano la speranza di vita e i sogni di tante persone e dove parlare di disarmo sembra un’utopia.

Per questo diviene centrale il compito delle scuole di Educare alla Pace, alle relazioni nonviolente, improntate alla ricerca della giustizia.

Attraverso la didattica democratica e cooperativa, nelle classi si discute, ci si confronta, si analizzano e approfondiscono questioni di vita vera, a cui ciascuno può contribuire con passione ed entusiasmo.

Vista la grande partecipazione, l’iniziativa viene prorogata sino al termine dell’anno scolastico. Le classi potranno comunicare ancora la propria adesione scrivendo e inviando poi copia delle lettere spedite a: educationpaix@mce-fimem.it

I materiali di supporto alle attività didattiche si trovano nell’area dedicata del sito www.mce-fimem.it .

Nel prossimo futuro continuerà anche il progetto nazionale ed internazionale “Facciamo la pace a…” , con il quale bambini/e e ragazzi/e sono invitati a costruire la pace ove vivono; a casa, a scuola, con gli amici, attraverso la gestione nonviolenta dei contrasti, dei piccoli conflitti, per iniziare a contribuire alla costruzione nonviolenta di un mondo più equo e più giusto.

A cura del Gruppo Nazionale di Ricerca Educazione alla Pace e alla Nonviolenza del Movimento di Cooperazione Educativa

Il coordinatore: Roberto Lovattini

Il pane nel lavatoio

Il pane nel lavatoio

Aversa, inverno del 1943

Anna aveva quattordici anni, ma ne dimostrava dieci. Magra come un fuscello, con le ginocchia sempre sbucciate e i capelli raccolti alla meglio sotto un fazzoletto stinto, era una delle tante bambine diventate grandi troppo in fretta. La guerra, ad Aversa, non era fatta di bombe ogni giorno, ma era peggio: era fame, silenzio, attesa e occhi sempre aperti. Era il rumore dei camion tedeschi per le strade e il vuoto della dispensa in casa.
Il padre era morto in Africa, dicevano. Nessuno l’aveva visto cadere, solo una lettera arrivata mesi dopo, scritta da un ufficiale che parlava di “onore” e “patria”. La madre lavorava quando trovava qualcosa, spesso raccattava legna o andava nelle campagne a chiedere un tozzo di qualcosa in cambio di panni lavati, puliti o rattoppati.
Anna, per aiutare, andava dalle suore. Quelle del convento di Sant’Agostino, che accoglievano orfane e cucinavano minestre con l’odore della speranza. In cambio di qualche ora al lavatoio, le davano un pezzo di pane duro. “‘Nu filone piccolo”, lo chiamavano. Ma per Anna era un tesoro. Lo prendeva con le mani tremanti e lo infilava nel seno, tra la pelle e la sottoveste, per non farselo portare via da nessuno. Lo conservava caldo con il suo corpo.
Il lavatoio del convento era una stanza fredda, umida, con le vasche di pietra scura, sempre piene d’acqua gelata. Le suore portavano lenzuola, camicie, sottane da pulire. Anna strofinava con il sapone di cenere, con le mani rosse e screpolate. Le unghie rotte, i piedi gonfi. Ma non diceva nulla. Sapeva che solo lavorando avrebbe potuto guadagnarsi quel pane.
Quel giorno, un lunedì, pioveva. La pioggia batteva sui vetri, e il cielo era basso. Anna aveva finito quasi tutto il bucato. Si chinò per prendere una coperta spessa, la sollevò e cominciò a sviolinare, come diceva la suora anziana, strofinando con forza per far uscire la schiuma.
Fu allora che accadde.
Sentì uno scivolare. Un tonfo sordo. Si voltò e vide il filone — il suo pane — galleggiare nella vasca, tra la schiuma e i panni sporchi.
Per un attimo rimase ferma. Il cuore le batteva forte. Il pane era tutto quello che aveva.
Lo tirò su subito, con le mani. Era zuppo, molle, con qualche filo di sapone attaccato. Aveva l’odore delle lenzuola sporche, del freddo, dell’acqua stagnante. Lo strizzò tra le mani, come se potesse cavarne ancora qualcosa di buono. Poi si guardò intorno.
Nessuno la stava osservando.
E allora, lo addentò.
Lo morse con rabbia, con dignità, con dolore e fame. Lo mangiò tutto, un morso dopo l’altro, anche se il sapore era amaro, anche se sapeva di lavandaio, di suora, di miseria. Le scendevano le lacrime — non capiva se dal freddo, dalla vergogna o dalla fame che non si fermava mai.
Passarono gli anni. La guerra finì, come finiscono tutte le guerre: tardi, male, e lasciando dietro chi non ce l’ha fatta.
Anna crebbe. Si sposò, in seconde nozze, con un tranviere vedovo, ebbe due figli. Ma quel pane, il pane caduto nel lavatoio, non lo dimenticò mai.
Ogni volta che qualcuno si lamentava del pranzo, ogni volta che buttavano via una crosta troppo dura, lei stringeva i denti e diceva:
“Io una volta ho mangiato il pane lavato nel sapone. E non me ne sono mai pentita.”
E nessuno rideva. Perché nei suoi occhi c’era qualcosa che nessun tempo poteva cancellare: la fame, e l’orgoglio di non essersi mai arresa.
In copertina: Lavatoio antico pubblico Sant’Agata sui due Golfi:  immagine Wikimedia Commons

Edgar Morin: Lo spettro russo e il degrado delle democrazie

Lo spettro russo e il degrado delle democrazie

di Edgar Morin *
Insensibilmente l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca.

È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza.

Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo.

Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta «una» dopo la mondializzazione pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo.

Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi.

Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichila tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale. Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo.

È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali.

La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerra, la pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (Neutralità protetta? Integrazione nell’Unione europea?).
Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin.

Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione.
Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli. La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato.

I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario.

Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation.

Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura Putiniana.
Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana.
E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa?

Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari.

Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio.
Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Edgar Morin *
Centoquattro anni compiuti l’8 luglio, il sociologo, filosofo e saggista francese di origine ebraica Edgar Nahoum, che ha poi preferito il cognome Morin (scelto durante la Resistenza) è uno dei massimi intellettuali contemporanei. Iniziatore del «pensiero complesso», cui ha dedicato un suo monumentale saggio, ideatore del concetto della «policrisi», fondatore della transdisciplinarietà, la sua ricerca spazia dalla filosofia alla politologia, dalla sociologia del cinema all’epistemologia delle scienze umane fino all’ecologia. Ci ha fatto avere questo articolo originale e inedito che pubblichiamo con grande piacere.

(pubblicato da “il manifesto” del 28 novembre 2025)

Cover: Edgar Morin a Porto Alegre nel 2011 – immagine Wikimedia Commons

Per certi Versi / Formula

Formula

 

Disegno ombre

sul foglio a quadretti

è il tuo volto

 

persa in una formula

irrisolvibile

non ti volti

 

io invece m’innamoro

dei tuoi capelli

che conto

dal banco di dietro

 

vorrei che ti girassi

 

In copertina: Foto di Luisella Planeta LOVE PEACE 💛💙 da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Eppure Elly Schlein

 

Eppure Elly Schlein

Ho ascoltato tante volte Elly Schlein: dal vivo, in tv, nei comizi, in radio, sui social. Dice sempre le cose giuste, le dice bene, con competenza, pacatezza e decisione.
Ma non arriva. Non arriva perché quando parla nessuno la ascolta, nel senso che nessuno la prende sul serio. Non la prendono sul serio i giornalisti che la intervistano e la interrompono in continuazione come se stesse dicendo cose poco interessanti; non la prende sul serio, soprattutto, il cittadino che si trova a sentire le sue parole e senza seguirne il senso le chiama “solite supercazzole”.

Il pensiero immediato della maggior parte della gente quando compare o viene anche solo nominata Elly Schlein è reso bene da chi, subito spazientito, dice: “ancora il PD?” O, peggio, Elly chi, la comunista che paga 300€ all’ora per l’armocromista? Cosa vuoi che ne sappia di chi non arriva alla fine del mese? O, peggio ancora, “che brutta, ‘sta dentona, sembra Sandro Tonali”. Tutti modi gretti e antichi come il mondo per ridurre la donna a oggetto di scherno e eliminare così dall’orizzonte delle possibilità che possa avere e esprimere un pensiero sensato, indipendentemente dall’aspetto (tra l’altro, per me – e non solo per me – Schlein è bellissima, ma cosa conta?!) e dal censo (anche Matteotti era ricchissimo, e questo non gli ha impedito di difendere i braccianti con passione e coraggio senza pari, di morire ammazzato, per loro e per gli ideali socialisti in cui credeva).

Eppure Elly Schlein, appena eletta segretaria, con grande coraggio, ha fatto quello per cui era stata votata in massa, dagli iscritti e dai simpatizzanti, che vedevano in lei una speranza (oggi in parte tradita, in parte delusa) che il PD diventasse, finalmente, un partito di sinistra (cosa che non può diventare, non completamente): ha preso le distanze da ciò che il PD era stato prima di lei e che lei aveva fieramente combattuto, fino a restituire la tessera in polemica contro provvedimenti ingiusti (e che ancora il PD paga per la perdita di consenso che naturalmente generarono: quando la sinistra fa la destra perde sempre voti, perché tra l’originale e la fotocopia si preferisce sempre l’originale), provvedimenti che hanno ristretto i diritti dei lavoratori, come il Jobs Act di Renzi, o hanno reso l’Italia complice, criminale e assassina, delle torture e del massacro di decine di migliaia di esseri umani in fuga dalle loro terre, ovvero il Memorandum Italia-Libia di Minniti.

Eppure Elly Schlein non ha completato quel processo di cambiamento interno al partito che pure aveva annunciato, che pure aveva cominciato.

Si era parlato addirittura di cambiare nome, forse anche simbolo. Sarebbe stato giustissimo, dico di più, fondamentale. Lo è ancora. Il PD, nel nome e nel simbolo, si porta dietro lo stigma di tutto quello che è stato, da Veltroni in poi (il partito del “ma anche”, che contiene al suo interno ogni posizione e il suo contrario, quindi un partito inaffidabile, inevitabilmente poco credibile, con una proposta politica poco chiara e scarsamente identificabile, data dall’impossibilità di operare continuamente una sintesi tra posizioni politiche agli antipodi), lo stigma per tutto quello che ha fatto e, soprattutto, per tutto quello che non ha fatto quando avrebbe potuto, cioè ogni volta che è andato al governo (non ha abolito la Bossi-Fini, non ha fatto una legge sul conflitto si interessi, non ha liberato la RAI dai condizionamenti di partito, non ha fatto gli investimenti che sarebbero necessari in salari, sanità, istruzione, trasporti pubblici, transizione ecologica ecc.). Il PD, insomma, è universalmente riconosciuto come un partito inaffidabile, perché privo di una linea chiara, il cui unico obiettivo sembra essere il raggiungimento del potere fine a sé stesso, non per cambiare veramente le cose, come a un partito progressista sarebbe invece richiesto di fare.

Eppure Elly Schlein, quella linea, al partito, ha cercato di darla. Netta, chiarissima, imperniata su pochi punti ben definiti, con proposte concrete e esposte con precisione, senza essere vaghi, generici, senza fermarsi agli slogan, pur necessari, talvolta, per brevità:

1) difesa della sanità e dell’istruzione pubbliche
2) salario minimo garantito per combattere il lavoro povero (“perché al di sotto di un certo stipendio non è lavoro ma sfruttamento”)
3) diminuzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio per liberare il tempo della vita mangiato dal lavoro. Il tempo, il bene più prezioso che abbiamo. Il tempo impagabile e che pure, per sopravvivere, dobbiamo vendere in cambio di un salario.
4) congedo parentale paritario di 5 mesi per madre e padre, in modo da togliere alle donne le incombenze su tutto il lavoro famigliare e permettere anche ai papà (misura di civiltà minima proprio) di passare più tempo con i figli. Tempo che oggi viene sottratto dal lavoro.
5) legge sulla cittadinanza per smettere di trattare gli italiani discendenti da immigrati come italiani di serie B, con meno diritti degli altri, dei compagni di scuola, di calcio, di band musicale.

Proposte di sinistra ma che qualunque cittadino non privilegiato e non in malafede vedrebbe di buon occhio. Proposte, direi, di semplice realizzazione di ciò che è detto nella Costituzione, tra i principi fondamentali che ispirano la nostra Repubblica. Proposte a cui Elly Schlein e chi la segue ha cercato di dare seguito con la presentazione di provvedimenti in parlamento, puntualmente affossati dalla Destra al potere.

Eppure Elly Schlein ha abbandonato ogni illusione del PD a lei precedente di bastare a sé stesso, di avere vocazione maggioritaria. Si è detta testardamente unitaria e alle parole ha fatto seguire i fatti: ricerca di alleanze in tutto il campo progressista senza preclusioni per nessuno, mai una polemica con gli alleati o i potenziali tali (che non sono stati altrettanto rispettosi e intelligenti, vero Conte? Vero Renzi? Vero Calenda?) per evitare accuratamente quello che si era stati sempre prima di Elly Schlein: litigiosi, divisi su tutto, già in crisi prima ancora di governare, insieme solo per andare contro qualcuno.

Eppure Elly Schlein è oggi prigioniera, come ogni segretario prima di lei, delle maledette correnti del PD, che ne hanno minato la figura fin dal principio e lavorano dal giorno uno per sfiancarla e sostituirla appena possibile (Silvia Salis, che sembra bravissima anche lei, già allertata da un pezzo).

Eppure Elly Schlein per tenere unito il partito, deve mordersi la lingua e attenuare ogni giorno, nelle sue dichiarazioni, le posizioni che sente nel cuore e che sarebbero ben più radicali, ancora più nette. E così sembra che anche il suo PD balbetti e sia contraddittorio, quindi ancora una volta poco credibile, almeno su certi temi: sull’Ucraina (siamo pacifisti o siamo per l’invio di armi?), sulla Palestina (troppo tardiva la condanna di Israele, tardiva e dunque apparsa dettata da ragioni di opportunismo e capitalizzazione del consenso, perché arrivata solo in corrispondenza con le manifestazioni oceaniche che hanno colorato per settimane tutte le piazze italiane di rosso, nero, bianco e verde gridando STOP AL GENOCIDIO!)

Eppure Elly Schlein non è il problema, il problema (nostro e di Elly Schlein) è il PD. Perché si porta appresso dalla nascita il peccato originale che consiste nell’aver voluto realizzare in un partito il compromesso storico di Moro e Berlinguer, venendo meno al principio che il partito, lo dice il nome, deve tutelare gli interessi di una parte della società, non di tutte le parti contemporaneamente, come vorrebbe fare il PD con lavoratori e industriali, sfruttati e sfruttatori, ambientalisti e predoni dell’ambiente per proprio guadagno.
Il PD, unendo quel che restava dei due partiti di massa, la DC e il PCI, ha solo assommato in sé i peggiori difetti dell’una (il correntismo) e dell’altro (la nomenklatura), senza però aver ereditato né i pregi dell’una né i pregi dell’altro.

L’unica cosa che è rimasta (dal PCI, soprattutto, ma anche dalla DC) e che permette al PD di non essere ancora scomparso e anzi di essere, nonostante gli errori a ripetizione della sua classe dirigente, ancora solidamente il secondo partito più votato in Italia (in molti luoghi ancora il primo), è la sua organizzazione capillare, con migliaia di volontari (commoventi per costanza e fede) in tutta Italia, dalla grande città al più minuscolo paesino. In questo senso, con la Lega ridotta ai minimi termini dal disastroso duo Salvini-Vannacci che le ha fatto perdere quasi del tutto le specificità che ne costituivano la forza (ovvero il radicamento sul territorio – al Nord – e la buona pratica di amministratori), il PD è oggi l’unico partito strutturato in Italia. E questo si vede. Questa è la sua unica, vera forza.

Era già evidente, ma me ne sono reso conto come mai prima quando mi sono candidato con una piccola lista civica (malamente) autogestita: il PD ha una capacità di spostare e gestire pacchetti consistenti di voti che nessun partito in Italia ha. Se decidono che uno dei loro va eletto, cioè che deve andare, per esempio, in consiglio comunale, telecomandano i voti di preferenza su quella figura, in una sorta di distorsione (legale direi, nella maggior parte dei casi) della libera competizione democratica. Ci sanno fare, insomma, eleggono i loro, quelli scelti prima nelle riunioni, non quelli che i cittadini decidono liberamente.

Questa eredità schiaccia Elly Schlein, che risulta frenata dalle correnti, alcune che la sostengono (quelle al potere in questo momento), altre che le remano contro e lavorano per fiaccarla e sostituirla, per farla fuori appena perderà qualche elezione in maniera clamorosa (Silvia Salis, bravissima, come dicevamo, almeno per efficacia comunicativa, è già pronta da tempo).

Eppure Elly Schein è diventata segretaria del PD da outsider totale (“ancora una volta, non ci hanno viste arrivare”, disse appena eletta, citando il titolo del libro della studiosa Lisa Levenstein “They didn’t see us coming – La storia nascosta del femminismo negli anni 90″) con tutto l’establishment (Franceschini escluso, vecchia volpe democristiana!) schierato con Bonaccini,  non per reale convinzione, ma semplicemente perché era lui in quel momento il cavallo vincente, su cui puntare per mantenere posizioni di potere dentro e fuori il partito o per scalare nelle gerarchie. (Naturalmente, come sempre, una volta eletta Schlein tutti i bonacciniani si sono finti schleiniani convinti…)

Eppure anche lì Elly Schlein aveva dimostrato la sua intelligenza, le sue capacità, la sua indole unificatrice: ha offerto subito la presidenza del partito a Bonaccini, che pure l’aveva osteggiata in tutti i modi, nonostante fosse stata la sua vice in Regione, e pensava di vincere in carrozza, borioso e tracotante com’è sempre stato.

Eppure Elly Schlein non ha mai governato.
Sarebbe ora di darle una chance, nonostante il PD.
E di lasciarla libera, libera di essere radicale e di sinistra come vorrebbe, sul modello di quegli esponenti del socialismo del Terzo millennio che ci sono in giro per il mondo e che a Elly Schlein fanno brillare gli occhi, ogni volta che ne parla, rendendo ancora più evidente quella bellezza che solo gli stolti non riescono a vedere: Pedro Sanchez in Spagna, Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani negli Stati Uniti. Tutte speranze, come Elly Schlein, di un’Europa senza sovranisti, di un’America senza Trump.

 

Photo cover: riproduzione del murales di TvBoy dopo la vittoria di Schlein alle primarie

Presto di mattina /
Chiesa e mondo sulle stese strade, prossimi ai poveri

Presto di mattina. Chiesa e mondo sulle stese strade, prossimi ai poveri

«Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi» (A. Casati, Sconfinamenti. Passeggiando tra le parole, Qiqajon Magnano BI, 2024, 43).

La città, un presepe vivente

Tenda di Dio
sua calda dimora
è la carne vivente
dell’uomo, sua immagine.
Asino e bue
siamo tutti, Signore,
muso dietro muso,
a fissare il mistero
Mistero di ruvida
e povera paglia
e giorni senza luce,
droghe senza speranza.
Essere, mio Dio,
asino e bue
col fiato sospeso
a godere il mistero.
Noi siamo, Signore,
il tuo vivente presepe,
siamo la paglia
su cui coricarti ancora.
(https://pensierilenti.wordpress.com/2011/12/25/tenda-di-dio-don-angelo-casati/).

Sento la città come un vero presepe vivente, così come percepisco anche la nostra chiesa in essa rivolta al mistero che è chiamata a portare e custodire: “la carne vivente dell’umanità” tenda e dimora di Colui che viene anche ora in giorni senza luce, senza speranza, un mistero di ruvida e povera paglia. «Apertura, accoglienza, ma anche cammino insieme, ricerca di chi è lontano o si è allontanato. Chiesa e mondo sulle strade, prossimi ai poveri» (G. Carlo Perego, Lettera pastorale, 2025).

Ho pensato allora che il servizio/ministero della nostra chiesa tra la gente in questo presepe vivente, che accade tutti i giorni nella nostra città, potrebbe ben coincidere con quello assolto nei presepi di cartapesta dall’asino e dal bue.

Anche se tiene gli occhi bassi, l’asino è intelligenza, memoria, pazienza tenace, forza e resistenza, stabilità su terreni impervi e aridi, affidabilità, socievolezza, cavalcatura plebea, votata a portare buone notizie anziché conquistare.

Il bue, docilità e mansuetudine nascosti nel suo corpo massiccio e imponente, è pacato anche se è forte e possente e ama lavorare con altri suoi simili, due a due come discepoli per condividere la fatica di rivoltare la terra alla luce e predisporla al seme, da cui sgorgherà la gioia delle messi mature. Il suo ruminare il cibo è simile al meditare la parola di Dio dei monaci; il suo respiro fumante nel freddo riscalda il povero e sale come fragrante incenso a lode di Dio.

L’asino e il bue, così prossimi all’uomo, ai poveri e loro solidali, hanno tenuto il Povero accanto e poi nel cuore e con il fiato sospeso, così da gioire del suo mistero. Nei loro panni la nostra Chiesa aprirà ancora il vangelo cercandovi e trovandovi mitezza e umiltà di cuore, tenacia e pazienza, ostinazione di amore che cambia le sorti; sacrificio e consolazione creativa accanto ai poveri, agli afflitti, a coloro che hanno fame e sete di giustizia, al fianco, dei miti, dei semplici, degli ultimi dei pacifici e dei calpestati nella loro dignità e nei diritti in lotta per il loro riscatto.

Ritroverà così la sua vocazione originaria e più radicale, quella rappresentata proprio nel presepe dall’angelo che annuncia ai pastori una grande gioia e il dono della pace agli uomini amati da Dio. È l’angelo degli sconfinamenti quello del presepe, colui che dal cielo travalica sulla terra per sconfinare oltre la morte. Egli è lo stesso dell’annuncio alle donne presso la tomba vuota: “Non è qui, è risorto”.

La città, un presepe degli sconfinamenti, il luogo dell’altro

Anche una chiesa sinodale è una chiesa che sconfina nella città e oltre, perché Gesù è un Rabbi degli sconfinamenti e il suo vangelo non conosce frontiere. Così la lettera pastorale del vescovo mi sembra indirizzarci a praticare questo stile di Gesù: da Betlemme all’Egitto, da lì a Nazaret, dalla Galilea alla Giudea sconfinando attraverso la Samaria. Oltre i confini d’Israele nei territori della Decapoli e poi a Gerusalemme e sconfinando per morire fuori le sue mura.

Sconfinare non è facile, si incontrano resistenze, durezze anche mortali. Ma negli sconfinamenti è il nuovo di Dio che si manifesta, la sua vita che riaffiora. «Sconfinare comporta una fatica, l’ha patita anche Gesù. Per che cosa mai Gesù è stato messo in croce, se non perché sconfinava? Il suo messaggio, la sua buona notizia, dava un volto umano a Dio: rompeva immobilismi, faceva camminare gli storpi, apriva gli occhi ai ciechi. Per un sistema che vuole i sudditi immobili e ciechi era un pericolo pubblico.

Il Dio di Gesù Cristo, il Dio che vediamo e tocchiamo in lui, è il Dio dello sconfinamento… Pensavano di averlo fermato. Ha sconfinato. Nella risurrezione. Sconfina lo Spirito, dice Gesù, ma sconfinano anche i credenti in lui… Mi rimane a volte nel cuore un’immagine, quella delle imbarcazioni in rada. Niente regata, non soffia il vento, vele afflosciate. Se siamo fermi, sempre allo stesso punto, sempre attorcigliati alla stessa riva, non sarà perché non fiutiamo il vento, da dove spira e dove va, e non gli facciamo spazio» (Angelo Casati, Gesù, un rabbi che sconfina, La Rivista del Clero Italiano, 3 /2018, 222-223; 225; 227).

Sconfinare per grazia è anche un prendere corpo

«Sconfinare, ma anche prendere corpo. Dono dello Spirito è pure il prendere forma di una comunità vera, dove l’unità viene dall’invisibile ma si traduce nel visibile, quasi come una conseguenza ineludibile» (A. Casati, Sconfinamenti. 73).

E allora mi viene la domanda:

Tu, chiesa che cosa dici di te stessa?

È l’interrogativo affiorato leggendo la lettera pastorale del vescovo Gian Carlo scritta a tutta la comunità ecclesiale per il prossimo triennio pastorale 2025-2028: Che siano tutti uno. Cammino pastorale e visita pastorale. Il vescovo sente l’urgenza in questo tempo di trasformazione delle nostre realtà pastorali e comunitarie, nel solco del sinodo di tutta la chiesa, l’urgenza di un cambiamento, che ci interroghiamo tutti di nuovo sulla nostra identità che non è statica, monolitica, uniforme, ma poliedrica direbbe papa Francesco, radicata e dinamica, organica e vitale.

Si tratta di accompagnare le nostre comunità verso le unità pastorali e intraprendere un cammino di riforma – “ecclesia semper reformanda” ricorda il vescovo – verso un nuovo stile di annuncio del vangelo, un nuovo modo di vivere insieme, di prestare attenzione ai poveri, di educazione alla pace e alla non violenza, mediante nuove ministerialità e corresponsabilità. Così il Sinodo costituisce un’opportunità di cambiamento, «un atto di ulteriore ricezione del Concilio, ne prolunga l’ispirazione e ne rilancia per il mondo di oggi la forza profetica».

L’interrogativo: “chiesa chi sei? … che dici di te stessa?” è stata anche la domanda che si era posta Poalo VI in quel passante di valico che è stato il Concilio Vaticano II (1962-1965) e poi ripresa dal card. belga Léon Joseph Suenens all’inizio del dibattito sulla Costituzione conciliare Lumen gentium sul mistero e realtà della chiesa germe e inizio del regno (Lg 5). C’è una chiesa che ancora non c’è, ancora da scoprire, da cercare e poi da vivere, da edificare a partire dalle sue radici, ritornando alle sorgenti, “ressourcement” (ritorno alle fonti) direbbe il concilio, sempre quelle del suo mistero di amore.

“Tu, chiesa, che cosa vuoi fare di te stessa? Un vangelo vivente tra la gente?”

Per dare una risposta il vescovo Gian Carlo nella lettera è partito dalla parola di Dio, “dal cuore del vangelo”, direbbe papa Francesco, da un testo del vangelo di Giovanni sulla preghiera di Gesù: «Che siano tutti uno; che, come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato… e che li ami come hai amato me» (Gv 17,21-23).

La lettera apre su ciò che la chiesa ha di più intimo, la sua relazione amorosa e di unione al Cristo e al Padre suo. Essa invita a fissare lo sguardo su ciò che è essenziale nella chiesa: l’essere una e unita al Cristo e così poter offrire una testimonianza attendibile perché la gente creda. La lettera ci situa così, da subito, coram Christo, cuore a cuore, interiormente rivolti alla sorgente da cui la chiesa è scaturita: il costato trafitto del Figlio amato, provvidenza di amore ai popoli e alle genti. Rivolti alla sorgente sì, ma estroversi poi a seguirne il corso, il suo fluire per dissetare le terre aride e i viventi.

Iniziare con l’interrogarsi sulla chiesa non significa allora giocare in casa, chiudersi dentro, disinteressarsi del mondo, ma uscire fuori, andargli incontro con la luce di Cristo, sapendo bene che la chiesa sta a Cristo come la luce della luna sta a quella del sole. La luce delle genti è il Cristo che si riflette sul volto della Chiesa. Essa vive di relazione all’altro non di autoreferenzialità, dà conto di sé e del suo dono solo aprendo l’orizzonte delle sue relazioni ad altri orizzonti di umanità, aprendosi alla luce del suo sole.

Noi come servi, non padroni della chiesa

Anche la vita al suo interno (ab intra) è esperienza di relazionalità e, dunque, di sempre nuova apertura all’altro e ricerca dell’altro. Il suo tessuto umano e spirituale si connotano nell’esercizio della ministerialità come servizio alla comunione e della fraternità nella corresponsabilità per l’annuncio del vangelo.

Così scrive il vescovo Gian Carlo: nella chiesa «conoscenza e amore si intrecciano, verità e carità si richiamano in continuazione, agostinianamente: Caritas in veritate. Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale sono uniti dallo stesso desiderio di conoscere, incontrare il Signore e, al tempo stesso, di amare Dio e i fratelli, nella verità e nella carità, assumendo insieme la condizione di ‘servi’ e non di ‘padroni’ della Chiesa.

La ministerialità diventerà così una forma particolare di corresponsabilità, a cui tutti i fedeli sono chiamati a cui tutti i fedeli sono chiamati e, al tempo stesso, strumento per costruire comunione». Mi piace ricordare anche la lettera pastorale post-conciliare del vescovo Natale Mosconi che citando S. Agostino diceva: «L’amore della Verità non faceva abbandonare la verità dell’amore».

Con occhi che guardano avanti e dietro

Se infatti la chiesa si volge al passato, guarda dietro sé stessa è per fedeltà al presente, per vivere l’oggi della salvezza, proiettandosi verso il futuro. Scriveva il vescovo Filippo Franceschi che traghettò il concilio da noi: “Pellegrina nel mondo, la Chiesa deve conservare integra la fedeltà alle sue origini, ma deve, nondimeno, saper guardare davanti a sé con fiducia, e saper rispondere alle sollecitazioni o provocazioni che le vengono dall’uomo, dalla storia, dalla cultura.

La Chiesa, come diceva s. Bernardo, deve essere ante et retro oculata, (con occhi che guardano avanti e dietro). La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti”. Ma non è forse stessa l’eucaristia, memoriale, attuazione e evento prognostico del suo stesso mistero? «L’eucaristia fa la chiesa ed essa fa l’eucaristia» (Y. M. Congar). Essa celebra, modula e vive il mistero della gratitudine e della gratuità.

Come “lievito nella pasta”

Così la lettera del vescovo è una lettera “in uscita”, con stile sinodale di ascolto, partecipazione e servizio, non solo perché nell’ultima parte parla della visita pastorale del vescovo Gian Carlo “in uscita” per incontrare le comunità cristiane a partire dalla periferia della diocesi per arrivare poi alla città, ma proprio perché ricordandoci le note qualificanti della chiesa ci dice che essa non è per sé stessa e non vive per sé stessa, ma per l’annuncio del vangelo ai poveri.

Egli scrive: «È un cammino missionario e di annuncio che non può e non deve sognare “una riedizione pura e semplice della cristianità, ormai definitivamente tramontata” oppure “una postura ecclesiale adatta alla società di oggi”, creando “tensioni e incomprensioni dannose per la comunione e la missione”. È invece un cammino che, come lievito nella pasta (cfr. Mt 13, 33; Lc 13,20-21), riesce a rendere le nostre comunità/unità pastorali capaci di regalare segni, parole e gesti che creano comunione, con l’attenzione preferenziale ai poveri, a chi soffre, ai lontani».

A immagine del vangelo uno e quadriforme i suoi tratti essenziali

Nella lettera si approfondiscono come al suo ordito, le quattro linee qualificanti la chiesa: Unità, un dono da costruire; Santità, il cammino delle beatitudini; Cattolicità, nessuno escluso, nessun lontano; L’apostolicità, in comunione con i primi testimoni del vangelo.

Mi vengono in mente per esplicitare queste quattro note che caratterizzano la chiesa come popolo di Dio in cammino, i criteri o principi con cui papa Francesco nella Evangelii gaudium ha delineato il processo per attuare ed avanzare nella costruzione di “un popolo in pace, giustizia e fraternità”.

Unità: «L’unità prevale sul conflitto. Questo criterio evangelico ci ricorda che Cristo ha unificato tutto in Sé: cielo e terra, Dio e uomo, tempo ed eternità, carne e spirito, persona e società. Il segno distintivo di questa unità e riconciliazione di tutto in Sé è la pace. Cristo «è la nostra pace» (Ef 2,14). L’annuncio di pace non è quello di un armistizio negoziato, ma la convinzione che l’unità dello Spirito armonizza tutte le diversità. Supera qualsiasi conflitto in una nuova, promettente sintesi. La diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una “diversità riconciliata”».

Santità: «La realtà è più importante dell’idea. Santità nei fatti e nella vita. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: “In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio” (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo».

Cattolicità: «Il tutto è superiore alla parte. Anche tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia».

Apostolicità: «Il tempo è superiore allo spazio. Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr. Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr. Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

Il coraggio della creatività, come apertura e ricerca

Si richiede così il coraggio dell’immaginazione e della creatività: «Apertura, accoglienza, ma anche cammino insieme, ricerca di chi è lontano o si è allontanato. La nostra Chiesa, impegnata nel cammino condiviso delle nostre comunità/unità pastorali, deve essere aperta: alle nuove comunità di altra lingua, unite dalla stessa Eucaristia; agli studenti, ai lavoratori, alle famiglie che provengono da altre Chiese locali dell’Italia e del mondo.

Ogni chiusura non rigenera una città, ma neppure una Chiesa. Non solo una Chiesa aperta, ma una Chiesa che ricerca: ricerca la pecorella smarrita, chi è lontano o si è allontanato, talvolta anche per colpa nostra, per le nostre parole, il nostro stile di vita. L’umiltà di andare incontro alle persone e non solo di aspettarle è condividere lo stile di Gesù che “passò in mezzo a loro facendo del bene” (At 10,34)».

L’umiltà di navigare a vista

«Chiesa e mondo: sulle stesse strade, prossimi ai poveri» non poteva essere più corrispondente al sentire del nostro vescovo il quale ha scelto quale motto episcopale l’incipit della costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Si legge all’inizio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».  Così non solo coram Christo ma coram Mundo.

Sarebbe bello che al termine di questo triennio alla domanda: che cosa ha fatto la Chiesa di Ferrara-Comacchio in questi tre anni? Ci fosse la stessa risposta che diede Paolo VI che definì il Concilio alla sua chiusura «un triplice atto di amore: verso Dio, verso la Chiesa, verso la umanità». Così si interrogava e rispondeva alla domanda: «Quando il Concilio sarà davanti alla storia futura e gli uomini si domanderanno: «Che cosa faceva la Chiesa cattolica in quel momento al Concilio? Amava, sarà la risposta. Amava con cuore pastorale».

E apro
alla fatica degli immigrati,
sudore ignoto
alla città che ignara
dorme…
E noi
non sappiamo.
A ferirmi,
ora che vedo,
sono putrelle di ferro
nero
fatte rossastre da fatica
scaricate da camion in sosta.
E noi
non sappiamo
corpi tesi
all’estremo inarcamento
visi contratti
vite da schiavi.
E noi
non sappiamo.
Vado nella città
ma ho putrelle negli occhi.
Non le rimuove
l’aria fine
insperata
di questo mattino
di luglio.
E noi
non sappiamo.
(A. Casati, Sconfinamenti. (49-50).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/arttower-5337/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=51318″>Brigitte Werner</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=51318″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

A proposito di acqua pubblica: lettera aperta ai Sindaci del Basso Ferrarese

A proposito di acqua pubblica

Lettera aperta


Al Sindaco di Codigoro
Al Sindaco di Comacchio
Al Sindaco di Copparo
Al Sindaco di Fiscaglia
Al Sindaco di Goro
Al Sindaco di Jolanda di Savoia
Al Sindaco di Lagosanto
Al Sindaco di Mesola
Al Sindaco di Ostellato
Al Sindaco di Riva del Po
Al Sindaco di Tresignana

Vi scriviamo in quanto siete i sindaci dei Comuni proprietari di CADF SpA (Consorzio Acque Delta Ferrarese), l’azienda a totale proprietà pubblica che gestisce il servizio idrico nei vostri Comuni.

Come è noto, alla fine del 2027 scadrà la concessione del servizio idrico a CADF, così come anche negli altri Comuni in provincia di Ferrara, in cui la gestione del servizio idrico è affidata a Hera Ferrara. La fine del 2027 può apparire una data lontana, ma, in realtà, la decisione sul futuro del servizio idrico in tutta la provincia di Ferrara arriverà presumibilmente nel prossimo anno o nei primi mesi del 2027. E’ quindi importante iniziare a discutere, anche pubblicamente, di tale vicenda. Per quanto ci riguarda, non abbiamo alcun dubbio sul fatto che una gestione pubblica, come quella di CADF, è decisamente migliore di quelle di carattere privatistico, come Hera Ferrara, che mettono al centro la realizzazione di profitti e dividendi piuttosto che la scelta di fornire un servizio efficace per i cittadini.

Questa convinzione deriva intanto da considerazioni di ordine generale. L’acqua è bene comune per eccellenza, diritto umano universale e su di essa, e sulla sua gestione, non pensiamo si possano realizzare profitti. A maggior ragione, nella situazione che stiamo vivendo, di crisi ecologica e ambientale, che fa sì che il tema della preservazione e del risparmio di una risorsa naturale e finita, com’è appunto l’acqua, sia assolutamente fondamentale.
In più, ci sono i risultati concreti di CADF e Hera Ferrara, che avvalorano questa valutazione: CADF presenta tariffe più basse rispetto ad Hera Ferrara, produce investimenti procapite più alti, ha perdite idriche lineari inferiori.

Ci sono, insomma, tutte le ragioni per sostenere che il futuro del servizio idrico nella provincia di Ferrara guardi alla soluzione della gestione pubblica e non ad una di carattere privatistico.
A partire da qui, vi chiediamo di farvi parti in causa fattiva di tale prospettiva, anche interloquendo in modo più ravvicinato con le nostre Associazioni, che si occupano da lungo tempo del tema dei beni comuni e della loro tutela. Ciò significa, nel momento in cui fosse confermato che, alla luce della legislazione attuale, alla scadenza delle concessioni, occorre procedere alla costituzione di un unico soggetto che gestisca il servizio idrico in tutta la provincia di Ferrara e una volta svolte le necessarie verifiche di tale orientamento, lavorare perché CADF possa perlomeno continuare a gestire il servizio idrico nel proprio perimetro di riferimento oppure possa candidarsi ad essere il soggetto che gestisce il servizio stesso in tutta la provincia di Ferrara.
Del resto, ciò sta succedendo in altri territori del Paese: pensiamo a Cuneo, dove si sta mettendo in campo la scelta di arrivare ad un unico soggetto gestore a totale proprietà pubblica oppure, per stare più vicino a noi, a Parma, che vive una situazione simile a quella della provincia di Ferrara, dove un’azienda a totale capitale pubblico, Emiliambiente SpA, che opera in una parte della suddetta provincia, si sta proponendo come soggetto gestore unico del servizio idrico in tutto il territorio provinciale. Senza dimenticare quello che è in corso nell’ATO di Firenze, Prato e Pistoia, dove, anche grazie all’iniziativa dei movimenti per l’acqua e per i beni comuni, culminata nel referendum cittadino che si è svolto ad Empoli, si sta abbandonando l’ipotesi negativa di una multiutility da quotare in Borsa per scegliere, invece, la strada di una società pubblica “in house”.

Ricordiamo queste vicende non solo per rendere evidente come la battaglia per l’acqua pubblica sia ancora molto presente nel Paese, ma anche per far presente che vive ancora la sensibilità che, nel 2011, portò la maggioranza assoluta dei cittadini italiani ad esprimersi per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Che, dunque, andare in questa direzione significa anche dare una risposta positiva a quell’importante responso democratico.

Certi che vorrete cogliere e interloquire con la sostanza dei convincimenti che abbiamo espresso, e che pensiamo siano da voi condivisi, ci attendiamo  di poter dar seguito al confronto tra noi e, soprattutto, con le cittadine e i cittadini del nostro territorio.

FORUM FERRRARA PARTECIPATA
RETE GIUSTIZIA CLIMATICA FERRARA

Cover: immagine comunivirtuosi.org

Lady Be: mosaici pop dalla plastica, in un mondo di ricordi

L’arte dai rifiuti da tempo fa parlare, un mondo curioso. Incontro con Lady Be.

A colpire subito, il colore, che irrompe, tumultuoso e vivace, nelle opere della giovane pavese Letizia Lanzarotti, in arte Lady Be. Un tributo ai Beatles.

“Sono appassionata ai Beatles, li ascolto da sempre”, ci racconta, “e poi mi serviva un nome arte internazionale, perché ho iniziato ad esporre soprattutto all’estero, Parigi, Bruxelles e New York, uno pseudonimo facile da ricordare, come insegna l’immediatezza della cultura pop. Mi piace molto la visione della vita di affidarsi, di lasciar andare le cose così come vanno, di lasciar succedere”, conclude. E quella canzone iconica è tutto questo.

Beatles serie Emersi, oggetti, smalto e resina su tavola, 60 x 60 cm l’uno, foto Lady Be
Paul Mc Cartney, 2019, oggetti e resina su tavola, 80 x 80 cm, foto Lady Be

L’opera di Lady Be non è solo riciclo creativo, ma un’esplosione di emozioni che porta a una profonda riflessione sulla nostra epoca – mala tempora currunt – sul consumo e il valore delle cose, quello che ormai si è perso o si dà per scontato.

L’artista dà nuova vita a materiali plastici di scarto trasformandoli in veri e propri mosaici pop che raffigurano icone della cultura e personaggi della storia.  E lo fa con estro, creatività, ironia, empatia e curiosità. Dando vita a nuovi ricordi, a ricordi che si trasformano, che cambiano a seconda di ogni spettatore.

Ha elaborato una tecnica originale: l’“eco-mosaico”, dove i pezzi di plastica vanno a sostituire i tradizionali tasselli del mosaico. Sono opere realizzate con oggetti quotidiani trovati nei mercatini, sulle spiagge o nelle scuole e catalogati per forma e colore – dai tappi di Coca Cola ai bottoni e a pezzi di bigiotteria – che diventano vere e proprie pennellate su basi disegnate a mano. “Sono partita dalla tecnica della pittura, quindi le pennellate di colore si ritrovano nel mosaico che è, invece, di per sé legato alla natura dell’oggetto”, spiega Lady Be. “Il materiale povero viene messo insieme e recupera un suo significato, un suo valore, nell’opera che va a comporre”, conclude.

Ha iniziato, nel 2009, con Marylin Monroe, “l’opera cui sono maggiormente legata, perché, oltre ad essere la prima, conteneva i miei ricordi più preziosi”, racconta. “Si tratta di un mosaico di 150×150 cm realizzato con materiali accumulati durante la mia infanzia e adolescenza e conservati con cura negli anni. Raccoglievo in scatole tutto ciò che non volevo buttare, involucri di make up o di creme, smalti, pennarelli, piccoli giochi cui era affezionata e li dividevo per colore, per creare armonia. Mi facevano stare bene e pensare al passato da conservare, una sorta di diario. Poi è arrivato l’aspetto ecologico. Non c’era più solo il ricordo ma anche la collettività che lo raccogliesse per me. Da qui la voglia di dare una seconda vita ad oggetti vissuti dalle singole persone”, conclude.

Perché tutto ha avuto una vita precedente e viene dai luoghi più diversi del mondo. Nulla va perduto, ma, uniti i pezzi con estro ed arte, diventa un unicum che riceve nuova vita.

Molti materiali arrivano anche dalle spiagge. L’attenzione alla plastica era necessaria, la più resistente al degrado naturale e quindi con un rilevante impatto ambientale. E poi Lady Be ama lavorare immersa nella natura e fare lunghe passeggiate

Madonna, 2023, oggetti e resina su tavola, 80 x 80 cm, foto Lady Be
David Bowie, 2020, oggetti e resina su tavola, 80 x 80 cm, foto Lady Be

L’ispirazione arriva dalla pop art, accesa e brillante, ma anche dalla sua vita e dal rispetto per l’ambiente, oltre che dalla musica, che ama moltissimo. Dopo Marilyn Monroe, Lady Be ha dato vita a centinaia di volti iconici: da Gandhi Coco Chanel, David Bowie, Anna Frank,  Salvador Dalì, Lady Diana, fino a Madre Teresa di Calcutta, Papa Francesco, i Beatles e a ritratti su commissione.

Anche nel caso di questa poliedrica artistica, c’è un’importante dimensione sociale. Basti guardare alla sua Barbie tumefatta in cui raffigura il volto perfetto di una Barbie sfigurato da ematomi e ferite: un occhio livido, il labbro sanguinante. Un colpo al cuore.

Si è parlato molto di quest’opera a denuncia della violenza sulle donne, esposta anche a Montecitorio e nell’ex studio di Piero Manzoni a Milano, commentata anche da Vittorio Sgarbi. “Per realizzare questa opera”, ci racconta, “ho utilizzato diversi materiali come capelli e faccia di vecchie bambole, pezzi di plastica e oggetti di bigiotteria tagliati e ri-assemblati. I capelli di teste diverse a testimoniare le tante donne, di tutte le classi sociali. Ho scelto la Barbie perché tutti la conoscono, un ideale di bellezza e perfezione”, continua, “un personaggio iconico che dimostra come la violenza può toccare tutte, anche quelle dal volto perfetto. Un fenomeno da denunciare, da chiunque e ovunque”, conclude.

Barbie Tumefatta, 2016, oggetti e resina su tavola, 97 x 114 cm , foto Lady Be

E poi, durante l’emergenza Covid, la decisione di partecipare, con il suo lavoro, alla raccolta fondi #VinciamoNoi, organizzata sulla piattaforma Charity Stars, in favore degli ospedali Sacco di Milano, Spallanzani di Roma e il policlinico San Matteo di Pavia oltre che della Croce Rossa. La sua opera Infermiera con l’orecchino di perla è stata battuta a 6500 €, importo donato agli ospedali e alla Croce Rossa.

A seguire, tanto impegno sociale. L’asta per l’Ucraina, l’esposizione presso la promoteca del Campidoglio del ritratto eco-sostenibile del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, realizzato con i giovani Utenti del distretto 6 del Dipartimento di Salute Mentale Asl Roma 2 o l’iniziativa delle Pigotte d’artista per UNICEF. O le scarpette rosse portate in Parlamento in occasione della recente giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La lista è lunga.

Ad aspettarla, ora, Madrid, a inizio maggio, con un’esposizione presso la Galleria Espacio Jovellanos, la Biennale di Barcellona, a fine Ottobre, al Museo Europeo di Arte Moderna, e l’esposizione permanente di sue 12 opere dedicate alla musica, al Terminal 1 dell’aeroporto di Malpensa, presenti dal 2019.

Un importante monito all’empatia, alla necessità di combattere il consumismo, l’accumulo irrefrenabile e lo spreco di un “usa e getta” che non si confronta con un mondo dove mancano sempre più risorse e dove, per molti, provare a sopravvivere è la regola. Con grande attenzione all’implacabile marine litter, ma non solo.

Foto, cortesia Lady Be, Immagine in evidenza “Scarpette rosse” portate in Parlamento in occasione della recente giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

 

Campbell: merda per i poveri

Campbell: merda per i poveri

E meno male che il cliente è al centro dell’azienda. Parola loro, non nostra. “Mettiamo il consumatore al centro di tutto quello che facciamo. È così che abbiamo costruito fiducia per quasi 150 anni”, scriveva orgogliosa la Campbell qualche anno fa, spiegando perché appoggiava le etichette sugli OGM e come difendeva il diritto delle persone a sapere cosa c’è nel piatto.Poi, molti comunicati dopo e parecchie lattine vendute in più, salta fuori un audio. In quella registrazione, allegata a una causa civile in Michigan, la voce che l’azienda stessa riconoscerà come quella di Martin Bally, vicepresidente dell’area IT, non sembra esattamente ossessionata dall’idea di “mettere il consumatore al centro”. Le zuppe Campbell diventanohighly processed food for poor people”, cibo altamente processato per poveri, e soprattutto “shit for fucking poor people. Who buys our shit? I don’t buy Campbell’s products anymore”. Merda per poveri del cazzo. Chi compra la nostra merda? Io i prodotti Campbell non li compro più.

È lo stesso marchio che, nei documenti ufficiali, racconta di voler portare “qualità, valore e sicurezza alle masse”, di avere da sempre il consumatore come stella polare, di lavorare per “make food people love”, fare cibo che le persone amano. Nel file audio, però, l’amore per il consumatore si traduce in un’altra lingua: quella che si usa quando si parla dei poveri convinti a cucinarsi una cena in 5 minuti col microonde.

Columns of the Royal Scottish Academy portico in Edinburgh decorated with Andy Warhol’s Campbell Soup Can

La scena, a raccontarla, sembra scritta da uno sceneggiatore con un dente avvelenato contro gli uffici del personale di mezzo mondo.

Novembre 2024, riunione in remoto. Da una parte del monitor c’è Martin Bally, vicepresidente e capo della sicurezza informatica di Campbell’s: non un cuoco, non un nutrizionista, ma uno che dovrebbe occuparsi di hacker e firewall.

Dall’altra un analista di sicurezza, Robert Garza, assunto da poco, che crede di dover discutere di lavoro e prospettive. E invece si ritrova a fare da pubblico a una lunga tirata del capo sui prodotti dell’azienda, sui poveri che li comprano, sui colleghi indiani, sugli edibles alla marijuana che lui stesso, sostiene Garza, consumerebbe con una certa disinvoltura.

A un certo punto, racconta Garza, scatta l’istinto di sopravvivenza del sottoposto moderno: il dito va sul tasto “rec”. Da quel momento tutto viene registrato.
Nella registrazione, finita poi nella causa civile in Michigan e nelle mani di vari media statunitensi, si sente il dirigente ripetere le stesse frasi sulle “highly processed food for poor people” e sulla “shit for fucking poor people” già citate, in un crescendo che sembra fatto apposta per titoli e meme.

È un raro momento di sincerità: il manager che prende le distanze dal cibo che gli paga lo stipendio, dichiarando di non toccarlo nemmeno con la forchetta dei poveri. Non contento, secondo la denuncia, aggiunge che quel pollo sarebbe “bioengineered meat”, roba uscita da una stampante 3D.
Il tutto in mezzo a commenti razzisti sui colleghi di origine indiana, considerati incapaci di pensare con la loro testa. Cibo di merda per poveri, colleghi di merda per pregiudizio, e al centro lui, la coscienza critica del capitalismo da lattina.

“Pubblicità degli anni ’60 – su rivista Campbell’s Soup (USA)”  – by ChowKaiDeng is licensed under CC BY-NC 2.0.

La storia salta fuori solo mesi dopo. Garza sostiene di aver segnalato internamente quelle frasi a gennaio 2025. Dopo circa tre settimane, il licenziamento. Lui parla di ritorsione per aver denunciato un ambiente razzista e un dirigente fuori controllo. L’azienda contesta, parla di altre ragioni. La verità giuridica la stabilirà un tribunale, nel frattempo Garza resta senza lavoro e porta in causa Campbell’s, Bally e il suo diretto superiore. E il file audio, nato per autodifesa, diventa prova centrale del caso e detonatore mediatico.

Quando la registrazione arriva a una tv locale di Detroit e poi ai giornali nazionali, Campbell’s reagisce secondo protocollo. Prima mette Bally “in congedo”, in quella zona grigia dove i manager problematici vengono parcheggiati mentre gli avvocati contano fino a dieci. Poi, vista la tempesta, riconosce che la voce nel file è proprio la sua, lo scarica, annuncia che “non è più dipendente dell’azienda” e definisce quelle parole “volgari, offensive e false”, soprattutto quando parla di pollo ingegnerizzato e stampanti 3D.

Su questo, l’azienda si affanna a precisare: il pollo è vero, al cento per cento, viene da fornitori approvati dal Dipartimento dell’Agricoltura, nessuna carne coltivata in laboratorio, nessuna tecnologia fantascientifica nel barattolo. Il messaggio è semplice: il problema non è il contenuto della lattina, è il contenuto del dirigente.

È la grande religione della mela marcia.
Quando un manager apre bocca e fa uscire quello che doveva restare confinato ai cinici pensieri di corridoio, l’azienda lo isola come un virus.
Non è il sistema che tratta i poveri come un mercato di serie B a cui rifilare cibo ultra-processato a poco prezzo. È lui, il singolo cretino, che a differenza degli altri ha dimenticato la prima regola: non dirlo mai così, non dirlo in una registrazione.

Intanto la politica, che non perde mai l’occasione di fare campagna su ogni pezzo di carne, reale o immaginaria, sente l’odore del sangue. In Florida, dove è stata vietata la carne coltivata in laboratorio, il procuratore generale annuncia un’indagine sulla Campbell’s, citando proprio le frasi del dirigente sulla “bioengineered meat” e il pollo da stampante 3D, come se in quell’ora di sproloquio di un responsabile IT ci fosse la verità rivelata sulle filiere alimentari.

Campbell’s si ritrova così stritolata fra due narrative ugualmente tossiche: quella del manager che esagera e quella della politica che sfrutta l’esagerazione per confermare la propria crociata.
In mezzo, di nuovo, i poveri veri, che continueranno a mangiare quello che trovano sugli scaffali del discount, con o senza etichetta “bioengineered”.

Perché è di questo che si parla, sotto i comunicati stampa e le querele minacciate. Di un’intera architettura economica che considera i poveri un target e non un’emergenza. Chi ha poche decine di dollari a settimana per mangiare non sceglie tra bistrò e cucina molecolare: sceglie tra scaffali di prodotti a lunga conservazione, offerte, promozioni, coupon. Le periferie sono piene di supermercati dove il fresco costa più del tempo che non hai, e il cibo in lattina è la soluzione logica per orari impossibili, doppio lavoro, salari insufficienti. In quel segmento di mercato, il confine fra “buono” e “accettabile” è dettato dal margine di profitto, non dalla dignità del piatto.

Il dirigente che parla di “merda per poveri” non inventa nulla. Mette solo in chiaro la gerarchia non scritta: c’è il cibo per chi può permettersi di pensare al gusto e alla salute, e c’è il cibo per chi deve solo sopravvivere a fine mese. La domanda vera non è se quel pollo venga davvero soffiato da una stampante 3D, come in un incubo techno-trash, ma su chi si regge questa dieta di massa.
Finché esisterà un mercato di “prodotti per poveri” costruito sull’idea che le loro papille gustative valgono meno, che i loro stomaci sono destinazione naturale di ciò che il resto del mondo non mangerebbe, la frase “cibo di merda per poveri” resterà lì, pronta a scappare dalla bocca del prossimo dirigente in overconfidence.

 

Piero Manzoni, Merda d’artista, 1961 – foto Flickr

Piero Manzoni, nel 1961, inscatolava direttamente la Merda d’artista e almeno sull’etichetta era onesto. Andy Warhol, l’anno dopo, con le lattine Campbell ci faceva un’icona pop: la zuppa industriale elevata ad arte, appesa nei musei come simbolo dell’America che mangia in serie. Campbell invece tiene un piede in ogni barattolo: nelle gallerie è la lattina glamour di Warhol, nelle riunioni interne il suo dirigente parla di “merda per poveri”, ma sulle etichette continua a chiamarla “food people love”.
Alla fine, tra Manzoni, Warhol e Campbell, l’unico che non prende in giro il pubblico è quello che la merda l’ha scritta davvero sulla scatola.

 

(*) Articolo originale diogenenotizie.com 1 dicembre 2025: “Campbell, “merda per i poveri” e povertà di un’azienda”

Cover: Andy Wharol, Campbell’s Soup Cans, MoMA New  York – foto da Flickr

Parole a capo /
Convivio poetico

Parole a capo: Convivio poetico

Mercoledì 26 novembre, alla Galleria del Carbone a Ferrara, si è svolto un incontro a più voci di poete e poeti che hanno pubblicato con la casa editrice Bertoni. Era presente il curatore di collana Bruno Mohorovich. Lucia Boni ha fatto gli onori di casa e ha introdotto un argomento delicato ed importante all’interno dell’universo poesia: scrittura, editoria, distribuzione: il ruolo del curatore.

Le domande erano (e sono) tante e le risposte, com’è ovvio che sia, plurime e ricche di esperienze personali. “Perché si scrive?”, “Per chi si scrive?”, “Chi ti pubblica?”, “Chi ti trova?”, “L’editore ti viene a cercare o sei tu che lo cerchi?”, “Cosa si spende per pubblicare?”, “Quali sono i rapporti con il curatore?”. Ci sono tanti approcci col mondo dell’editoria che possono anche non comportare un rapporto diretto col curatore (ad es. l’autoproduzione). Si è sviluppato un dibattito che ha interessato anche come l’editoria si relaziona con gli autori che vogliono pubblicare. Può succedere che l’autore/autrice si trovi di fronte a proposte che ne possono snaturare il desiderio di riuscire a rendere partecipi gli altri attraverso la propria scrittura.

L’editoria a pagamento EAP (in inglese vanity press), ad esempio, è un fenomeno controverso e molto dipende dai servizi editoriali offerti o meno all’aspirante autore/autrice a fronte del contributo richiesto. Ad esempio editing, correzioni testuali che portino il dattiloscritto al meglio delle proprie potenzialità, presentazioni dell’opera pubblicata, partecipazione a fiere del libro e ad eventi culturali in genere, distribuzione in librerie, presenza o meno del codice ISBN. Mohorovich ha esposto la “filosofia editoriale” della Bertoni dove l’attenzione a non ricadere nel fattore speculativo è molto presente. Il rapporto tra il curatore e l’editore dev’essere di reciproca fiducia così come quello con l’autore/autrice.
Un rapporto che implica ascolto reciproco delle esigenze e una poesia che comunichi qualcosa di significativo. Nel momento della scrittura il poeta si esprime in modo palese o implicito e dice cosa intende per poesia, cioè usa una sorta di meta-linguaggio poetico che si raccorda al desiderio che le sue parole, il suono, il ritmo, le pause di silenzio arrivino a chi legge in modo puntuale ma soprattutto autentico. Si è detto che è come un mettersi a nudo. A questo proposito, Lucia Boni ha individuato due chiavi: l’Intento, accanto o prima dell’Auspicio per indagare sulle espressioni del mai univoco senso che si può  dare all’arte della parola. Attraverso l’utilizzo di alcune parole chiave come “auspicio”, “silenzio”, Lucia Boni ha connesso i testi di alcune delle pubblicazioni presenti, stimolando la scelta di alcune letture.

L’incontro è stato voluto dalla Associazione “Città di Ferrara” che gestisce la Galleria del Carbone, luogo espositivo che programma momenti culturali di interazione tra le diverse espressioni artistiche. La Galleria del Carbone, con la collaborazione dell’Associazione Culturale “Ultimo Rosso”, si impegna ad organizzare altri incontri – confronti, allargando la cerchia  degli autori, editori e lettori.
Di seguito, diamo i testi poetici letti durante l’incontro.

Porti la luce
alle donne palestinesi

Vivi!
Vai nel mondo.
Questi muri mi soffocano
io rimango qui.
Ma tu vai,
apriti alla vita.
Bimba mia
porta con te
la forza di tua madre,
il coraggio delle donne.

Piangi,
piangi forte!
Chiamali
che vengano a salvarti!
Io rimango qui,
sotto la casa crollata.
Ma tu…
sei nata dall’amore
nell’ora più buia.
Cerchi solo aria
pura, sana.
Chiedi solo pace,
per poter crescere…

Piangi,
piangi forte!
Ogni respiro è vita…
Tuo padre ti cerca
insegnali a non odiare…
Sei la speranza
nel domani.

Ora vai: sarai luce!

 

(CECILIA BOLZANI)

 

*

 

Street poetry

ricoprite di poesia
i portici imbrattati di sgorbi
i pali dei lampioni feriti
i muri dei cessi pubblici
i cestini stradali

rivestite di rime
le insegne sbiadite dei bar
le saracinesche dei negozi morti
le colonnine dei carburanti fai da te
i portoni dismessi

seminate di versi
i banconi dei take away
i tavolini degli aperitivi
gli ingressi degli alberghi a ore
gli uffici interinali

appendete canti
alle grucce del lavasecco
ai fili dei terrazzi dove nessuno stende più
agli alberi dimenticati delle periferie
alle altalene mute

gettate nell’aria semi di parole
fate risuonare l’alfabeto
di melodie vergate nei diari dell’anima!

 

(RITA BONETTI)

 

*

 

Mi chiedo

 

Mi chiedo guardandoti
come vada vissuto l’amore
il nostro.
Ti accorgi del suo frugare continuo
il rumore che fanno
certezze e pieghe
delle nostre imperfezioni?

Mi chiedo cosa sarebbe
l’amore con i nostri baci.
Si appoggerebbe alle nubi
come lussureggiante pianta di fagiolo gigante.

Mi chiedo
sedendomi
sopra le tue ginocchia
quale biglietto abbiamo timbrato
alla stazione del nostro incontro.

E intanto
mentre penso
e ti guardo
ti guardo mentre tu pensi
tutto continua
nella banalità rassicurante
delle cose che accadono
Si stacca una foglia da ficus
una folata di vento sposta la tenda
L’acqua per la pasta inizia il suo bollore

Mi chiedo
Tirando una piega della tovaglia
se l’amore possa conoscere
Il gridarlo
Per non essere dimenticato.

Schiarisco voce e intenti e
chiarisco a tutti i presenti
I lettori
Gli assenti se son pronti
a tapparsi le orecchie o lasciarsi andare

all’impeto della mia gioia
Ti amooooooooo
Ecco
Per un momento
un istante
Tutto l’odio che si aggira
Nella stanza del mondo
L’ho spento.

 

(LIDIA CALZOLARI)

 

*

 

Provinciale

 

Su questi sassi malfermi
riparto il ricordo,
la nebbia degli anni
imbevuti di futuro,
ingenue vite ripiene d’amore.

La piazza s’affaccia al sole
e San Giorgio lancia sfide
a draghi di ben altra mole.
Il fianco degli Adelardi
è imbevuto di vino, piscio e ciotoli
vocianti, sudati
ma l’isola che cercavo
s’è sempre nascosta.

Lo so, non è mai tempo di sosta.

Anche i sassi sono cambiati,
rimessi in sesto
per improbabili chiusure di testo.

Ferrara, piccola città
incolpevole solo a metà.

Anche i sassi sono cambiati,
generazioni bruciate
all’imbarazzato sapore della morte.
Un sacrificio non richiesto
di una città che non ha fermato
tra le dita
troppe vite in fuga
troppe fughe oltre la vita.

 

(PIER LUIGI GUERRINI)

 

*

Sogno

 

Mi aprivi la porta
ed avevi vent’anni, se mai li ha avuti.
Galoppava musica da dietro le tue spalle,
come fuoco divampa dalle stanze aperte in buona fede, cercando salvezza. Mostravi denti bianchi, più che un  sorriso.
Ma occorre essere allenati per discernere la assetata crudità del vero dalla gelida bellezza di quel che appare.
Molto più morbido è crogiolarsi nel bagliore di una primavera tiepidamente assolata.
Quindi siamo rimasti sulla soglia, in bilico sulle parole non dette, come in  una danza scaltra di scimmie.

 

 

(FRANCESCA TOTARO)

 

*

Malanni di stagione ( ? )
Segno
della decadenza
,dei
tempi,
del
lento
imputridirsi
che
esala
miasmi
da
cloache
avite,
il
silenzioso
grido
disperato
di
chi
muore
immolato
sulla
(moderna)
ara
catodica
[ … ]
Dalle
gonfie
pance
denutrite,
ai
corpi
martoriati
da
esplosioni
tra
un intermezzo,
un pasto,
e un altro
( … )
con l’opinabile
opzione
di variare
scena
( od opinione ).
Indifferenza
( … )
E’ questo
il vero
sottile
male
che
corrode,
che
ci uccide,
inconsciamente.
(ENRICO TRIBBIOLI)

*

 

E se dovessi non riconoscermi più
così
d’un tratto.
Potrei pensare di essere un’altra
o altro
potrei credermi una nuvola in cielo
un’alga in mare
un fiore viola cresciuto tra l’asfalto
e non riuscire a raccontarlo.
E se dovessi poi non riuscire a spiegarlo
e se a nessuno poi importasse
e se fosse che così
credendomi altro
restassi immobile per l’eternità
in un corpo non mio
con una voce in prestito.
Se fosse
qualcuno quaggiù mi riconoscerebbe?
(MARZIA VENTURELLI)
Ringrazio Lucia Boni e Cecilia Bolzani per aver collaborato alla stesura dell’articolo.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 314° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Seconda mano: crolla la spesa delle famiglie in Italia

Seconda mano

Crolla la spesa delle famiglie in Italia nel 2024: -10,5% sul 2020

Istat ha pubblicato i consumi delle famiglie nel 2024 e 2023. Un confronto con gli anni 2020-2021 a prezzi costanti, considerando l’inflazione, ci dice che la spesa media si una famiglia italiana è scesa da 2.328 euro mensili del 2020 ai 2.161 del 2024 (-7,2%), ma se si considera quella mediana, dove si colloca il 50esimo percentile (giusto in mezzo) il calo è ancora maggiore (-10,5%), in quanto a crescere sono stati solo i consumi del 15% delle famiglie più ricche che alzano la media, mentre per le altre i consumi reali calano.
A crescere sono pranzi e cene fuori casa, alloggi, trasporti, comunicazioni e interventi sulla casa. Tutto il resto cala.

La conseguenza è che si risparmia su tutto e poiché “non tutto il male viene per nuocere”, nel caso dell’abbigliamento e calzature (la spesa reale è scesa da 88 euro al mese a 80) una gran parte dei cittadini ricorre ad abiti di seconda mano.

Sono soprattutto i giovani che comprano (e vendono) di seconda mano.
Nei negozi sono calati i clienti che risparmiano in abiti per comprare caso mai l’ultimo modello iPhone. Uno studio su 400 ragazzi nati tra il 1997 e il 2012 delle Università Bocconi e Sannio (età media 22 anni) dice che scelgono l’usato nei negozi di seconda mano, nei mercatini che è anche un modo per socializzare e divertirsi, oppure on line su Vinted o Walapop dove con 50 euro compri 10 abiti.
Vinted è nata in Francia è ha accumulato 75 milioni di utenti, di cui 11 in Italia. Poi c’è Marketplace, piattaforma di Meta, mercatini virtuali dove puoi vendere e comprare.

Ogni anno nel mondo si producono 100 miliardi di vestiti e 92 tonnellate finiscono in discarica o a mare.

In copertina: abiti usati – Foto di salutfromparis da Pixabay

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Siamo dei fantasmi

Siamo dei fantasmi

Siamo dei fantasmi, non ci volete vedere. Siamo dei non morti che camminano nel fango, l’acqua in alcune tende ci arriva fino a sopra le caviglie. I miei fratellini piangono, i morti giacciono sotto a montagne di cemento e ferro. Ora che sta arrivando l’inverno, la polvere e il caldo soffocante hanno lasciato spazio al freddo, al gelo e all’acqua. Cosa è peggio? Decidete voi.

Ma non preoccupatevi, non è un genocidio, non siamo ancora tutti morti, non ci sono camini o forni, ci sono solo le bombe e le macerie, la fame e la sete, siamo dei non vivi. Voi la chiamate tregua, ma la voglia di morire dei bambini per voi è normale?

Fra poco per voi sarà Natale, festeggerete un Palestinese nato al freddo e al gelo in una mangiatoia, beato lui, noi non abbiamo nemmeno quella. Per il mondo non siamo nessuno, non siamo un popolo, non abbiamo diritti, non abbiamo una terra, né uno stato, né una città, forse nemmeno rappresentanti.

L’ONU oltre un anno fa ha detto che Gaza era un posto invivibile, non adatto alla vita umana, pensate voi come è ora. Gli aiuti sono fermi ai valichi, quegli stessi valichi che voi ritenevate agibili da mesi, ma che non lo sono da mai.

Parlate di democrazia, parlate di umanità, parlate di diritti alla difesa e alla vita: venite a trascorrere il Natale quaggiù da noi, guardatevi intorno e continuate a difendere l’indifendibile, continuate a piangere lacrime finte, continuate ad armare i nostri aguzzini. Sono vostri fratelli? Sono occidentali a presidio del medio oriente? E noi chi siamo? Vite indegne di essere vissute, colpevoli del crimine di essere vivi. Ma non preoccupatevi, quaggiù da noi non nasce più nessuno, muoiono e basta. Ma no, tranquilli, non è un genocidio, è una estinzione graduale, un po’ le bombe, un po’ la fame, un po’ le malattie, ma non preoccupatevi noi la storia non la dimentichiamo. E voi siete sicuri di conoscere la storia anche fuori dai confini del vostro mondo? Aggressori, aggrediti, occupanti, diritto alla difesa e alla vita, siete sicuri di sapere incasellare queste parole nel muro giusto?

Vostri artisti dicevano di non volere essere delle altre pietre nel muro. Noi non abbiamo più muri, solo pietre.

Quante domande vorrei farvi, quante immagini vorrei vedeste, ma è meglio di no, restate al caldo, sotto le vostre coperte a quadri, votate i vostri gentili rappresentanti, che fingono di parlare per voi, continuate a credere che il vostro mondo è il migliore che esiste, che la vostra superiorità vi è data dal cielo.

Noi intanto continuiamo a non vivere, i più fortunati. Gli altri a poco a poco diventano fango, in modo che nemmeno da lontano voi possiate vedere del fumo. Così non vi viene in mente quello che è già accaduto, a casa vostra, il secolo scorso.

E di tutto ciò che è accaduto noi non abbiamo colpa, ma nonostante questo ne paghiamo le eterne conseguenze.

Ora vi saluto, vado a vedere se nella mia tenda c’è ancora qualcuno che respira.

 

Cover photo wikimedia commons

 

La porta lasciata socchiusa: l’arte di sparire e il silenzio che prende il posto della parola

La porta lasciata socchiusa: l’arte di sparire e il silenzio che prende il posto della parola

Accade che il percorso analitico si interrompa senza un vero atto di parola: c’è chi smette di presentarsi, chi lascia soltanto un messaggio stringato, chi si ritrae senza mettere in gioco un’elaborazione del punto in cui si trova.

Queste uscite silenziose — che evitano l’incontro, la parola rivolta, il passo soggettivo — segnalano quanto sia complesso sostenere la responsabilità del proprio dire, soprattutto quando l’analisi comincia a toccare ciò che nel soggetto resta più opaco.

Ogni interruzione porta una verità singolare, e andrebbe interrogata nella sua specificità. Eppure, alcune costanti emergono. Una delle più evidenti riguarda il momento in cui il lavoro analitico comincia a incidere sul godimento: quando la parola pronunciata produce un leggero taglio nella modalità di sostenersi nel sintomo, quando l’Altro analitico smette di funzionare come garanzia e qualcosa dell’identificazione inizia a vacillare. È spesso qui che si attivano movimenti di fuga: passaggi all’atto, abbandoni improvvisi, ritiri che non si articolano.

Sottrarsi all’analisi, in questi casi, equivale a sottrarsi al punto stesso dove la verità soggettiva fa sentire la sua esigenza.

Ma c’è anche un’altra logica, più velata ma non meno determinante. L’interruzione brusca può diventare una difesa contro la separazione dal luogo analitico, soprattutto quando quel luogo ha inciso profondamente nella vita psichica del soggetto.

Sparire, lasciare un vuoto di parola, interrompere senza salutare può apparire come un modo per non affrontare il lutto legato alla conclusione di un legame che ha contato. È una modalità paradossale di attaccamento: non si dice addio proprio perché si teme che l’addio operi un taglio reale.

E qui si inserisce un elemento che appartiene anche al discorso sociale contemporaneo: il ghosting come modalità relazionale diffusa.

La sparizione improvvisa, il ritiro senza spiegazioni, l’interruzione del legame senza un atto di parola non sono solo gesti individuali; sono forme che l’Altro sociale offre come possibili soluzioni. In un contesto in cui il ghosting è diventato un modo di evitare la responsabilità del dire e del separarsi, non sorprende che questa stessa logica entri nella stanza d’analisi. Il soggetto ripete, anche lì, ciò che circola nel discorso dell’epoca: la fuga come risposta al punto di impasse, la scomparsa come equivalente dell’atto.

E tuttavia, è proprio lì — nel momento in cui la parola potrebbe farsi atto, assumere il proprio peso, produrre un taglio soggettivo — che si misura l’etica della psicoanalisi. Non si tratta di trattenere nessuno, ma di rendere possibile un luogo in cui la separazione possa essere detta, non agita; attraversata, non evitata.

L’analisi trova la sua necessità nel fare esistere un discorso in cui non sia il silenzio a decidere, ma la parola quando diventa gesto, responsabilità, scelta.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/k_khanh96-18424544/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5595562″>k_khanh96</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5595562″>Pixabay</a>

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Da Ferrara alla Tanzania. Il 12 dicembre la Cena di Natale dell’IBO per i bambini con disabilità

Da Ferrara alla Tanzania.
la Cena di Natale dell’IBO per i bambini con disabilità

L’inclusione scolastica dei bambini con disabilità è difficile nel nostro Paese, immaginarsi in Africa.

Nei distretti rurali e non solo, dove ci sono 80 alunni e un solo insegnante, stigmi sociali isolano i bambini dalla comunità e prima ancora dalla propria famiglia.

In Tanzania, nella Regione di Iringa, l’organizzazione di volontariato internazionale IBO Italia è impegnata dal 2018 nelle attività educative, formative e di sensibilizzazione che creano le condizioni per l’inclusione scolastica dei bambini con disabilità.

In questi anni, da quando l’associazione si è accreditata nel Paese e ha creato una propria sede, sono stati realizzati interventi in 70 scuole; 300 bambini con disabilità hanno ricevuto cure, assistenza e ausili; 400 persone tra insegnanti e personale scolastico hanno ricevuto formazione specifica. Oltre a questo, sono stati realizzati supporti didattici; costruito ex novo, in collaborazione gli insegnanti locali, un sistema di valutazione delle disabilità non solo fisiche ma anche cognitive; il tutto continuando sempre a fare attività di sensibilizzazione (anche con radio, cinema, teatro sociale) per 5.000 studenti e 10.000 membri nelle comunità locali.

Un lavoro silenzioso e paziente, che pezzo dopo pezzo (grazie a progetti finanziati da enti e Fondazioni, in collaborazione con altre ONG e associazioni locali) cambia ogni giorno la vita dei bambini con disabilità ma anche il volto delle scuole: perché lavorare per i più fragili aumenta il benessere di tutti.

Ad esempio, sono stati realizzati bagni accessibili, laddove erano inesistenti, con grande disagio da parte soprattutto delle bambine. E’ stato migliorato l’accesso all’acqua potabile: il 21 novembre è stato inaugurato un pozzo sotto la pioggia battente, pioggia che è stata salutata come una benedizione. Si sta iniziando a creare orti per produrre cibo e promuovere un’alimentazione sana, con laboratori inclusivi che offrono ai bambini con disabilità la possibilità di lavorare al fianco degli altri bambini.
Una campagna di fundraising “Sport contro la fame” è stata lanciata il 25 novembre alla FAO promossa da FOCSIV in collaborazione con il CSI (Centro Sportivo Italiano) per realizzare orti in 3 scuole di 3 distretti di Iringa. E’ importante garantire un pasto a scuola a tutti i bambini, perché le scuole chiedono un contributo alle famiglie (che viene spesso dato in natura) e mangiano solo i bambini delle famiglie che possono darlo.

Da settembre 2025 si è concluso il progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e per portare avanti il lavoro IBO Italia sta attivando diverse azioni di fundraising, rivolte a privati cittadini sensibili, aziende, fondazioni. La continuità degli interventi nei contesti della cooperazione internazionale è una sfida importante, data la difficoltà di reperire risorse per coprire la presenza degli operatori in loco e i costi di struttura.  IBO Italia con impegno, grazie alla professionalità dello staff, è riuscita a intercettare risorse per le progettualità da fonti pubbliche (nel 2024 circa l’82% delle entrate), ma rimane il problema della sostenibilità economica del “presidio” in Tanzania, che a questi interventi “una tantum” danno continuità e garanzia di sopravvivenza.

Per questo, la tradizionale Cena di Natale di IBO, da sempre un bel momento di comunità per Ferrara, sarà dedicata al reperimento di risorse per la Tanzania.

Siamo fiduciosi che la risposta della comunità ferrarese sia più che positiva: ci stiamo impegnando al massimo grazie al lavoro dei nostri volontari, di tutte le età: per cucinare del buon cibo, abbinando ai piatti dei buoni vini (a IBO c’è un gruppo di appassionati enologi, n.d.r.), per organizzare una serata piacevole da condividere con parenti, amici e colleghi.

Per chi non conosce la storica associazione, nata in Belgio nel 1953 e approdata a Ferrara nel 1994, sarà l’occasione per scoprire le sue molteplici attività internazionali, oltre che presso le scuole e presso la sede di Via Boschetto, uno spazio di comunità interculturale dove è possibile partecipare  agli “eventi a Casa IBO”: scambio vestiti, cene interculturali, proiezioni cinematografiche, incontri con i volontari, cene e degustazioni di vino in fundraising.

Allora…Vi aspettiamo il 12 dicembre presso la sede della Contrada di San Giacomo in via Ortigara 14.

Info e prenotazioni:
https://iboitalia.org/12-dicembre-cena-di-natale/

 

IBO Italia

IBO Italia e una organizzazione di volontariato di Ferrara, gestisce la mobilità giovanile in ambito volontariato, mediante esperienze di breve, media e lunga durata, in Italia e all’estero, per giovani dai 14 ai 17 anni e dai 18 ai 30 anni. Espleta questa funzione mediante campi di volontariato, Servizio Civile Universale, Corpo Europeo di Solidarietà (Programma ESC) e scambi giovanili. E’ impegnata inoltre nel campo della cooperazione internazionale.

Dal 1953 nasce con la mission del volontariato come strumento di solidarietà e condivisione. IBO è l’acronimo fiammingo di “Internationale Bouworde” che significa “Soci Costruttori Internazionali”, in quanto si occupava di ricostruire case destinate ai profughi della Seconda Guerra Mondiale.

Ha sede principale in Via Boschetto 1 dove gestisce Casa IBO, un luogo che oltre a essere uffici è anche una residenza per volontari di diversa provenienza e un punto di aggregazione e di riferimento per la comunità dove vengono organizzate molteplici iniziative aperte al pubblico esterno.

 

In copertina: IBO Italia, Tanzania inclusione di bambini disabili.

Parole e figure / Sentieri – Strenne Natalizie

Appena uscito in libreria con Kite, ‘Sentieri’, di Guia Risari, è un’opera poetica che racconta il cammino come scoperta di sé e incontro con l’altro. Un racconto-regalo di cui abbiamo davvero bisogno.

A volte, lotto contro il vento
e sfido il tempo col mio corpo.

Poi mi fermo ad ascoltare
le note del silenzio,
che scivolano sulla mia pelle umida.

Penetro in una foresta
sconosciuta
e guardo
tra gli alberi e le nuvole
il disegno dell’orizzonte.

Inizia così una storia costruita attraverso frammenti suggestivi e immagini bellissime che si alternano tra momenti di solitudine e di condivisione. Un libro dedicato “alla strada che ognuno deve percorrere per ritrovare sé stesso e l’altro”.

Siamo di fronte a un albo davvero unico, magico, uno dei più belli pubblicati recentemente, un’intensa e delicata riflessione sul rapporto con la natura e sui legami profondi che uniscono ogni persona al mondo che la circonda quando ci si concede il tempo di osservare, ascoltare e sentire davvero. Una perla preziosa.

Ci sono l’incontro-scontro con il vento, quello che spesso ci sferza il viso e ci viene (in)contro e la fatica di pedalare controcorrente. E, poi, la foresta sconosciuta in cui ci ritroviamo, che può essere intricata e ostile ma anche piena di magia.

‘Sentieri’, di Guia Risari, immagini Kite

Essere temerari è una meravigliosa scoperta. Un modo di riappacificarsi con il mondo e di tenergli testa, quando serve. Tutto è vita.

Il lago, poi, nasconde migliaia di segreti e storie, basta guardarlo per immaginarle o ritrovarle. Non è difficile se si usa la fantasia e lo si vuole sorprendere.

E’ bello imparare a perdersi tutti in giorni per strada, perché sempre la si ritrova. Basta guardare il cielo e una finestra illuminata per provare a non voltarsi indietro.

La stessa scala porta sempre in luoghi diversi, basta saperla salire e scendere, guardando avanti e sorridendo anche degli inciampi. In fondo, c’è un giardino fiorito e verdeggiante con qualche lucciola e quattro amici che aspettano per ascoltare. Chissà poi dove porta quel sentiero e chi si potrà mai incontrare o reincontrare…

‘Sentieri’, di Guia Risari, immagini Kite

Le foglie cadono e scricchiolano, gli animali bisbigliano e osservano, le meraviglie ci attendono, basta saperle vedere ed ascoltare. Seguiamole e basta. Ci indicheranno loro la strada. Con accanto chi c’era e ci sarà sempre, chi non c’è più ma c’è. Chi ci sarà.

Viaggiando accanto, i nostri passi accarezzeranno il mondo. Perché da soli si ha un po’ di paura, il buio spaventa, bisogna sapersi ascoltare. Saper riposare e riprendere fiato all’ombra di un albero centenario che tanto ha visto e compreso. Saper cantare sotto il cielo immobile e terso. E allora, ogni nube, scomparirà.

Il mondo ascolta, lo sa fare bene, da ogni fiore nasce luce.

Il bianco infinito calma pensieri e animi, accoglie orme che ci indicano la via.

In fondo, i sentieri per perdersi e ritrovarsi sono infiniti. Con noi stessi ad attenderci.

Da regalare, a Natale, e sempre.

Sentieri Risari
‘Sentieri’, di Guia Risari, immagini Kite

 Guia Risari vive a Torino. Laureatasi in Filosofia morale, ha proseguito gli studi in Inghilterra, specializzandosi in ebraistica moderna, per poi approfondire la Letteratura comparata in Francia, dove ha soggiornato collaborando con importanti università. Autrice versatile, pubblica opere di taglio surrealista, testi teatrali, libri per l’infanzia, saggi, poesie e narrativa. Conduce laboratori, conferenze e corsi dedicati alla scrittura e alla lettura.

Andrea Calisi, dopo gli studi artistici, ha iniziato a lavorare in una cooperativa sociale svolgendo laboratori creativi di Art therapy in una struttura semiresidenziale per ragazzi schizofrenici. Si trasferisce a Roma, dove intensifica le collaborazioni come illustratore e grafico. Ha lavorato per importanti studi di moda, per l’Arci Nazionale, per il magazine D la Repubblica delle Donne, il supplemento culturale Alias del Manifesto, WWF, Regione Lazio, Touring Club Italiano, Università di Siena, Universal Music e importanti case editrici.

Guia Risari, Sentieri, illustrazioni di Andrea Calisi, Kite, Padova, 2025, 40 pp.

‘Sentieri’, di Guia Risari, immagini Kite

L’energia nascosta nei rifiuti e… nella letteratura

L’energia nascosta nei rifiuti e… nella letteratura

In uno dei suoi racconti giovanili più enigmatici e profetici l’autore americano Thomas Pynchon invitava a riflettere su un concetto che va ben oltre la termodinamica.

L’entropia è un concetto che ha a che fare con la seconda legge della termodinamica ed è, in poche parole, funzione di stato che misura il grado di disordine ed inefficienza in un sistema chiuso. Per Thomas Pynchon questo concetto di fisica è una metafora dell’esistenza, della vita dei protagonisti del suo racconto Entropy, scritto nel 1960.

Thomas Pynchon, Entropia e altri racconti, Edizioni e/o, 1988

La storia racconta la vita di due coppie che vivono nello stesso condominio: una delle due coppie è totalmente aperta agli scambi e il loro… disordine è in costante aumento e senza freni. L’altra coppia rappresenta invece un sistema chiuso: i due si occupano di un piccolo orticello all’interno del proprio appartamento, sforzandosi di essere quasi autosufficiente

Anche questa coppia però, come la prima, non riuscirà a combattere l’avanzata instancabile dell’aumento entropico e così entrambe le coppie andranno, inevitabilmente, incontro al caos.

Entropia ha segnato la svolta della letteratura contemporanea statunitense verso le tematiche della scienza e della fisica quantistica.

L’entropia, per lo scrittore americano, non è solo la misura del disordine o della perdita di energia in un sistema chiuso, ma diventa metafora della civiltà dei consumi, del suo spreco sistematico e della sua incapacità di vedere nei rifiuti una risorsa.

In un mondo dove le materie prime si avviano verso l’esaurimento, Pynchon, già allora, suggeriva una via alternativa: imparare a leggere l’energia residua nei materiali scartati, a riconoscere il potenziale nascosto nei rifiuti. E invitava a superare la visione lineare del consumo e ad abbracciare una logica circolare, dove il riciclo non è solo un gesto etico, ma una necessità epistemologica e culturale.

Oggi lo sappiamo bene: riciclo chimico vuol dire sia rigenerare la materia che recuperare l’energia.

Se il riciclo meccanico si limita a separare, triturare e rifondere i materiali, il riciclo chimico interviene sulla struttura molecolare dei rifiuti, trasformandoli in nuove materie prime. È una forma di “alchimia industriale” che, come già suggeriva Pynchon nel suo racconto, cerca di invertire il corso del disordine, recuperando l’energia latente nei materiali scartati.

In Italia, diverse realtà industriali stanno investendo in questo tipo di tecnologie, con progetti innovativi e sostenibili:

LyondellBasell – Ferrara: impianto pilota MoReTec® basato su pirolisi rapida per trasformare rifiuti plastici in oli sintetici.

Versalis – Mantova: tecnologia Hoop® per trattare rifiuti plastici eterogenei e produrre materia prima per packaging.

Plasta Rei – Cisterna di Latina: modello brevettato di riciclo chimico “short-loop” per plastiche non riciclabili.

Circular Materials – Padova: tecnologia SWAP (Supercritical Water-based Advanced Precipitation) con acqua supercritica per estrarre metalli strategici da rifiuti industriali.

PolimeRES – Isernia: impianto di pirolisi modulare per plastiche miste, in collaborazione con BlueAlp.

Aliplast – Treviso: sistema Closed Loop per recuperare film plastici e produrre materiali riciclati ad alte prestazioni.

Questi esempi dimostrano come il riciclo chimico possa diventare un pilastro dell’economia circolare italiana, contribuendo alla decarbonizzazione, alla riduzione della dipendenza dalle materie prime vergini e alla valorizzazione dei rifiuti complessi. Si tratta di un tentativo concreto di recuperare l’energia dispersa, trasformando il rifiuto in risorsa e il caos in ordine.

Recuperare l’energia dei rifiuti significa recuperare anche una parte della nostra responsabilità collettiva. In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla scarsità di risorse, il messaggio di Pynchon risuona con forza: non possiamo più permetterci di ignorare ciò che scartiamo. Ogni rifiuto è una storia incompiuta, un frammento di energia che attende di essere riattivato.

La letteratura contemporanea ha spesso affrontato il tema del consumo, dello spreco e dell’entropia sociale. Don DeLillo, in opere come Underworld, esplora il destino dei rifiuti e il loro impatto sulla memoria collettiva.

David Foster Wallace, con il suo sguardo ironico e profondo, ha indagato l’accumulo compulsivo e il sovraccarico informativo come forme di inquinamento mentale. Dave Eggers e Ben Lerner hanno riflettuto sull’ansia ecologica e sull’incapacità della società di gestire i propri “scarti”.

Questi autori, come Pynchon, ci invitano a ripensare il concetto di scarto: non come fine, ma come possibilità. Il riciclo, meccanico o chimico, è il gesto che trasforma la fine in un nuovo inizio. È un atto di rigenerazione materiale e simbolica, che ci permette di immaginare un futuro dove l’entropia non è destino, ma sfida da affrontare con intelligenza e creatività.

In questo contesto, è fondamentale riconoscere il ruolo unico che la letteratura può svolgere nella comunicazione dei temi ambientali. A differenza degli articoli tecnici, spesso accessibili solo agli addetti ai lavori, e a differenza degli slogan che rischiano di semplificare e banalizzare concetti complessi, la letteratura offre uno spazio di riflessione profonda e sfumata.

Attraverso la narrazione è possibile tradurre le tensioni ecologiche e sociali in esperienze intime e condivisibili. Perché anche la scienza e la tecnologia – come la storia –  non sono solo eventi che accadono ma eventi che accadono a qualcuno, che possono coinvolgere tanti e addirittura minacciare altre specie e l’intero pianeta.

Anche in questo caso, come quello già ampiamente illustrato da Chiaromonte a proposito della Storia, il romanzo può diventare un ponte tra Scienza e coscienza collettiva, capace di veicolare idee complesse con chiarezza e aggirare le pericolose trappole tese dalla ignoranza  e dalle fake news.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/ermaf62-5401910/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2324335″>Ermanno Ferrarini</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2324335″>Pixabay</a>

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Il supermercato che gioca a guardie e ladri:
il ladro è finto, il licenziamento è vero

Il supermercato che gioca a guardie e ladri: il ladro è finto, il licenziamento è vero

Da bambino giocavo a mosca cieca, palla avvelenata, bandiera, figurine. Adesso si gioca a chi ammazza più gente per finta su uno screen, o a chi corre su un circuito ed esce di strada morendo per finta, o a chi compra con soldi finti giocatori per la squadra finta che gareggia nel campionato finto, o Fantacalcio. Nei giochi veri, la parola chiave è finto. La finzione è parte necessaria del gioco. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Il poker, se metti in palio denaro vero, non è un gioco, perché puoi perdere un sacco di soldi.  Si chiama anche “gioco d’azzardo”, dove la parola chiave è azzardo. Uno sport quando diventa professione non è più un gioco: se perdi guadagni poco, la carriera si ferma, e ti devi trovare altro da fare per campare.

L’antropologo Gregory Bateson (cito Wikipedia) “individua l’essenza del gioco nel suo essere metalinguaggio: dato che i giochi sono qualcosa che “non è quello che sembra”, perché un’attività ludica sia veramente tale ogni giocatore deve poter affermare: “Questo è un gioco”, cioè ci deve essere la consapevolezza che l’azione è fittizia e che “meta-comunica” questa sua finzione. La metacomunicazione, quindi, per Bateson serve per rivelare la natura del “come se” del gioco, e la sua creazione di un mondo irreale in cui azioni fittizie simulano azioni reali”.

Ho giocato anche a guardie e ladri. Se il compagno della tua squadra ti toccava correndo, da prigioniero tornavi libero, ma non esisteva nessuna prigione: era solo una finzione del gioco. Al supermercato Pam Panorama di Campi Bisenzio l’azienda ha deciso che mantenere o perdere il posto di lavoro vero dipende dal “gioco del carrello”. Cito Fabio Giomi, il lavoratore della Pam di Campi Bisenzio (all’interno del centro commerciale I Gigli), cassiere d’ esperienza che, leggo, aveva addirittura ricevuto dei premi, diventato protagonista mediatico del “gioco”:

“Si è presentato in cassa un ispettore fingendosi un normale cliente. Nella spesa aveva nascosto una serie di articoli minuscoli, addirittura nelle fessure laterali delle confezioni di birra da 15 lattine. Gli oggetti erano molto piccoli: lacci per capelli, matite per gli occhi, maschere per il viso e altro. Finito il test mi ha detto che avrei dovuto rompere la scatola per controllare bene dentro. Mi disse che volendo, con questo sistema mi avrebbe “rubato l’anima” e che questa cosa avrebbe avuto delle conseguenze. Difatti mi è arrivata una lettera di contestazione a cui ho risposto spiegando le mie ragioni. Poi è arrivata la sanzione disciplinare che è stata massima: licenziamento in tronco per giusta causa”.

Capito? Uno stronzo di ispettore (non intendo usarli come sinonimi, quindi distinguo), travestito da cliente, nasconde dei prodotti piccoli dentro delle casse di birra, e se non li trovi mentre passi allo scanner la spesa vieni licenziato per “omesso controllo”. Immagina di essere un cassiere che blocca ogni cliente per controllare minuziosamente se non ha nascosto qualcosa dentro qualcos’altro: il modo migliore per spingere l’azienda ad eliminarti e sostituirti con una macchina perchè rallenti il traffico e gli incassi calano; però contemporaneamente se non ti accorgi del finto furto vieni licenziato. Questo non è un gioco: è una trappola per fregarti il lavoro, lo stipendio, la vita, e per diminuire il numero di quelli da licenziare collettivamente – decisione che peraltro l’azienda ha già preso, annunciando la chiusura del punto vendita e il licenziamento di tutti quelli che ci lavorano, 45 persone.

Campi Bisenzio è diventata una specie di Triangolo delle Bermuda del lavoro: invece di sparire navi e aerei, spariscono i lavoratori. Il comune toscano è infatti anche la sede della GKN, fabbrica meccanica chiusa e tenuta aperta artificialmente da un manipolo di lavoratori autoorganizzati che resistono alla dismissione del sito, ai licenziamenti, alla stanchezza e alla disperazione. Con un tessuto così degradato si può anche credere alla direzione di Pam Panorama, quando lamenta furti e taccheggi nei suoi punti vendita al punto da rilevare ammanchi per un controvalore (immagino complessivo) di 30 milioni di euro. Quello a cui non si può credere è che il test del carrello sia il modo per fronteggiare il fenomeno. Più banalmente, e cinicamente: Campi Bisenzio è in caduta verticale dei redditi, con pochi soldi in tasca la gente si arrangia come può, bisogna pur mangiare qualcosa quindi i microfurti aumentano e gli incassi calano, Pam fa i suoi conti e decide di licenziare le persone e chiudere. A conferma peraltro che il fenomeno non è locale, Filcams CGIL Toscana denuncia che negli ultimi dieci anni gli addetti di Pam in regione sono passati da quattromila a mille.

Queste lacerazioni nel tessuto sociale si producono di norma nel silenzio dei mezzi di informazione. Quando i media se ne occupano è perché sono incuriositi dalle modalità del sopruso, e vi individuano un tratto folkloristico da sfruttare per vendere copie: un licenziamento comunicato via whatsapp la sera prima, o durante una riunione da remoto, oppure costruito con una trappola. Quello che deve colpire, che deve destare un misto tra sorpresa e indignazione, non è tanto il fatto che una persona perda il suo lavoro, quanto l’audacia o l’arroganza dei modi. E’ un meccanismo del quale io stesso sono ingranaggio: questo articolo prende appunto le mosse dalla “trappola del carrello”.

Per un verso questa arroganza, che reintroduce in misura generale il “nutum“, cioè il cenno del capo del padrone per liberarsi di una persona, ristabilisce quel diritto di recesso reciproco che presuppone un concetto puramente privatistico, piatto, astratto del rapporto tra lavoro e capitale. Un concetto esemplificato dal nostro ineffabile Marattin quando, per spiegare la bontà del jobs act, lo paragonò al divorzio, dicendo in tv che quando una delle due persone non sta più bene nel rapporto, è giusto concedere una separazione.

D’altro canto, quando questa spiccitudine dei modi verrà sdoganata mediaticamente e non farà più notizia, arriverà a compimento la parabola regressiva del concetto di lavoro: da strumento della propria emancipazione sociale, come sta scritto nella nostra Costituzione, a puro scambio fintamente simmetrico tra manodopera e salario, che avviene in un vacuum di apparenti pari opportunità.

 

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GRANDE TEATRO E VOCI TRA GLI ALBERI

GRANDE TEATRO E VOCI TRA GLI ALBERI

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

Così l’incipit dell’Autopsicografia di Fernando Pessoa nella traduzione di Antonio Tabucchi. Inutile dire che si può facilmente sostituire poeta con attore, con clown, per sentire subito echeggiare un risata in grado di nascondere lacrime. L’artista saltimbanco, quale che sia la sua declinazione, si muove infatti con leggerezza sull’abisso (ne ha scritto Jean Starobinski in un libro da ricordare: Ritratto dell’artista da saltimbanco), quasi dimentico della fragilità che ben nascosta deve pure avere dentro di sé.

Insomma, senza lacrime il suo messaggio ci arriva accompagnato soltanto da bravura, da lucidità, da coraggio. Esattamente quelle che si sono viste in questi giorni in un magnifico spettacolo andato in scena alla Pergola con la regia di Massimo Popolizio.

In primo piano Umberto Orsini, straordinario interprete di se stesso e non solo che, alla fine di una luminosa carriera, nel camerino di uno spoglio teatro, rappresentando l’attesa dell’ingresso in palcoscenico del marito abbandonato nel Temporale di Strindberg, offre al pubblico, in una totale mimesi di realtà e finzione, una sorta di duplice mise en abîme. Quella del teatro che si riverbera sulla vita, offrendole situazioni, battute, ivi compresa la coscienza della fine; quella di una biografia (presente, passata) che mentre si mostra e si ripercorre si trasforma in teatro, accompagnata da un ironico disincanto.

Bastano alcune coincidenze tra i due testi per alimentare il gioco di specchi: la presenza dell’uomo del ghiaccio e della giovane guardarobiera sia nella realtà fittiva della rappresentazione di oggi (Prima del temporale) che nella finzione drammatica a cui si collega (Il temporale); i tuoni ‘reali’ di una giornata scura a cui corrispondono ‘figuralmente’ quelli di una piovosa, letterariamente lontana estate svedese.

Più assordanti, certo, questi ultimi, affidata com’è la loro trasposizione all’inesperienza dei rumoristi, mentre più marcata e diffusa è la critica sulle trasformazioni del mondo che una vecchiaia più pronunciata consente di rimarcare nella nuova pièce con una sorta di amaro, impaziente, ma perfino benevolo sorriso.

Giacché se nel testo da camera stindberghiano il protagonista ha paura della vita e preferisce rifugiarsi in una solitaria clausura, Orsini, nel suo sold out (titolo del libro all’origine dell’attuale rappresentazione nel quale, con una felice espressione, il successo sotteso a ogni ‘teatro esaurito’ finisce per coincidere con la conclusione di una vita da cui non si può che restare fuori, finito ormai il tempo che era stato concesso), non interrompe i rapporti non solo con i ricordi, ma con i compagni di lavoro: le comparse che ruotano intorno a lui sul palcoscenico, mantiene intatte partecipazione e empatia, mentre osserva e valuta il presente consapevole che le gocce d’acqua si stanno progressivamente sciogliendo, insomma che il ghiaccio è ormai quasi esaurito.

Una vita pienamente vissuta (quella di Orsini) è accostata a una vita strozzata (quella del funzionario in pensione del testo di inizio Novecento), l’una e l’altra nell’incanto del teatro e nella scelta di un’opera che a dispetto di tutto è tra le meno gridate e crudeli di Strindberg, priva com’è degli eccessi della follia o della spinta misogina che in altre porta alla tragedia. Infatti nel Temporale di Strindberg la pratica della noluntas ha attenuato tutto ed è con il poco di vita che resta che si fanno i conti, scegliendo di spengerla rimanendo lontano dalle passioni.

Per passare ad altro, pur restando nel campo della letteratura svedese, lo stesso tono equilibrato, sommesso, colpisce se si legge un libro appena uscito dall’editore Crocetti che offre una scelta, felicissima, di tre voci poetiche femminili contemporanee. Queste poetiche Voci di donne dal Nord che la curatrice e traduttrice, Cristina Lombardi, propone come le più originali e significative che possano arrivare oggi da Stoccolma e della Svezia settentrionale, sono un giusto contrappunto – si potrebbe dire – alla crudeltà delle donne di Strindberg.

Nate tra il ’47 e l’80, Eva Ström, Ann Jäderlund, Linnea Axelsson, dopo una solida formazione umanistica, letteraria e artistica, accanto a un’avviata carriera professionale, hanno portato nei loro versi l’amore per la natura, l’attenzione all’interiorità, la capacità di dar voce a quanto è normalmente trascurato in ogni paese, in particolare nella loro terra.

Se la più giovane Axelsson si lancia in una sorta di poema epico che dà voce alle popolazioni lapponi (i Sami) e a una storia dimenticata di un nord Europa costretto al nomadismo tra renne, pioggia e ghiaccio che stanno fitti nello “zaino / del cuore” per colpa di frontiere colpevolmente chiuse, Eva Ström ci restituisce la natura vivente, ‘sacra’, di un paesaggio fatto di distese di alberi (sicomori, castagni, salici, tigli, pioppi, betulle, faggi, ontani, aceri, pini, cipressi, frassini, querce…) che negli anni del Covid hanno offerto una sorta di contrappunto all’asfissia lenta che aveva colpito il mondo.

Proprio da loro sembra poter arrivare salvezza. Non è un caso che il bosco si animi, parli, diventi un luogo di rifugio per gli umani.

Sarà allora a Dafne (prototipo di ogni auspicata metamorfosi contro la violenza) che si indirizzerà una poesia in grado di “illuminare da lontano, anche attraverso la notte d’inverno”, mentre il baobab (l’albero capovolto dall’invidia di Dio) diviene simbolo della conoscenza (“nessuno ha braccia sufficienti ad abbracciarla ma l’acqua vi scorre dentro”) e ogni sogno non è altro che desiderio di fusione con ciò che sta accanto e sopra di noi (“prego ogni sera […] / di poter viaggiare in lungo e largo / per cieli stellati e sorvolare fiumi […]. Rido nel sonno e sento le galassie precipitarsi su di me / creo ogni notte questi ammassi di stelle per me stessa / e ci volo in mezzo con intrepida gioia”).

In effetti, se la scienza non sa dare risposte, non rimane che rifugiarsi nei sogni e nell’accettazione dell’alternanza di vita e morte, del lento, fatale ritorno a un’origine che prelude rinascita, nell’adeguamento alla scansione ‘sacra’ e necessaria dei ritmi della natura. Anche in questo gli alberi dovrebbero esserci maestri, già che “devono essere potati perché nuovi germogli possano spuntare e / riempirsi di nuova linfa”. Solo da loro può nascere anche la liberazione del viaggio, quello che porta verso le ultime Ebridi, giacché se davvero si desidera “la trasformazione che si compie / in viaggio […] / se davvero è così in nessun altro modo, se proprio è così, / se è così, / allora [… si è] spento le luci di casa / e [… si è] già in viaggio”.

D’altronde, lo ricordava il Paul Celan posto in esergo a una lirica di Ann Jäderlung, “Una stella ha certo ancora luce”; una luce che si può tentare di seguire mentre il sole muore se si sceglie di volare in sogno attivando così lo specchio/specchio, ovvero la luce che “da un grande schermo si riversa / sul pavimento e / si espande”. Esattamente come “quando la vita se ne va” e “Ogni corpo / gravato dal suo peso. Si libera / dal corpo reale. / Ed entra nell’altro”, mentre “l’acqua si scioglie nel /vetro l’acqua / si scioglie da dentro / nel vetro sottile”.

Per leggere gli articoli di Anna Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Le voci da dentro / Lettera aperta al Direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento

Le voci da dentro. Lettera aperta al Direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento

 Riprendiamo e pubblichiamo una lettera scritta da Ornella Favero, coordinatrice di Ristretti Orizzonti, per la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. È indirizzata Direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento, dottor Ernesto Napolillo, ed è un invito ad incontrare i rappresentanti delle associazioni che fanno volontariato in carcere e a conoscere l’approccio che hanno nei confronti della responsabilizzazione delle persone detenute. È un invito non casuale che segue alcuni provvedimenti restrittivi emanati di recenti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
(Mauro Presini)

Gentile dottor Napolillo, Lei è stato di recente nella Casa di reclusione di Padova e ha visto un carcere dove, pur nelle difficoltà del sovraffollamento, si cerca con la collaborazione di tutti di rispettare il mandato costituzionale, cioè di garantire a più detenuti possibile di non entrare in carcere e uscirne a fine pena come sono entrati, ma di fare un percorso realmente rieducativo, che significa crescere culturalmente, mettere in discussione le proprie scelte passate, avere voglia di fare i conti con la sofferenza provocata dai reati, nelle vittime ma anche nei famigliari delle stesse persone detenute.

Quando noi volontari raccontiamo alla società civile (le scuole, e non solo) dove nascono le scelte sbagliate, che poi portano le persone in carcere, lo facciamo perché riteniamo, e nell’esperienza di questi anni le migliaia di studenti e insegnanti che abbiamo incontrato ce lo confermano, che dal carcere si può fare autentica prevenzione.

Ma se il carcere diventerà essenzialmente quella segregazione, di cui ha parlato lei, non solo non si riuscirà a fare nessuna prevenzione, non si riuscirà a “salvare” nessun ragazzo giovane dal rischio di rovinarsi la vita e finire in galera, ma non si riuscirà neppure a creare più sicurezza per la società, perché da quel carcere “segregante” usciranno a fine pena, dal momento che prima o poi la pena per quasi tutti finisce, non delle persone più responsabili, ma delle bombe a orologeria, caricate di rabbia e pronte ad esplodere.

Le assicuriamo che a noi le regole piacciono, e nel confronto e nella delicata attività rieducativa che noi volontari portiamo avanti le poniamo al centro delle nostre azioni, ma le regole che sono state di recente fissate per qualsiasi iniziativa culturale, per qualsiasi attività “trattamentale” che avvenga in carcere sono così macchinose, che rischiano di portare alla paralisi qualsiasi istituto di pena che le debba applicare.

Pensi al paradosso della Casa di reclusione di Padova: per la presenza di una piccola sezione di Alta Sicurezza di una ventina di detenuti, gli altri 650 detenuti comuni dovranno sottostare a regole che rischiano di distruggere qualsiasi progettualità.

La burocrazia infatti, quando è ossessivamente tesa al controllo, impedisce qualsiasi cambiamento e qualsiasi crescita culturale, Ebbene, non è esagerato dire che in queste nuove disposizioni si può riconoscere proprio quella burocrazia, che è in grado di paralizzare qualsiasi iniziativa.

La circolare di recente emanata ha effetti penalizzanti per tutte le nostre attività, che dovrebbero piuttosto potersi ispirare a quelle regole penitenziarie europee, che sostengono tra l’altro che “la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”.

Quello che invece succede è che:

  • viene scoraggiata la società civile dall’assumersi il compito, che le è riconosciuto dalla Costituzione, di promuovere la rieducazione delle persone detenute;
  • viene così compromesso un rapporto di fiducia che da sempre è risorsa e supporto per le stesse Istituzioni
  • si rischia che aumentino enormemente autolesionismi, tentati suicidi, suicidi, aggressioni, proteste, comportamenti violenti, che segnalano quanto sono poco umane e poco dignitose le condizioni di vita nelle carceri;
  • il reato di rivolta penitenziaria, che punisce con pene fino a otto anni di carcere il detenuto che disobbedisce anche in forma nonviolenta agli ordini impartiti, provocherà più conflitti, più pene e più carcere per tutte quelle persone detenute, e sono tante, così disperate che non hanno nulla da perdere.

Siamo certi che non interessa a nessuno tornare a carceri dove il conflitto, l’aggressività, la rabbia la fanno da padroni.

Allora, per parlare di questi temi, la invitiamo a incontrare i rappresentanti delle nostre associazioni e ad aprire un dialogo. E se ha un po’ di tempo ci piacerebbe anche che partecipasse a un incontro in carcere tra le scuole e le persone detenute: si potrà così rendere conto che è da lì che bisognerebbe partire, dalla responsabilizzazione delle persone detenute, è quella la sfida vera e coraggiosa per dare un senso alle pene.

Agnese Moro, una donna straordinaria vittima di un reato atroce come l’uccisione del padre, ci ha detto più volte che NON VUOLE BUTTARE VIA NESSUNO, e sono tante le vittime di reati che come lei si sono rese conto che il carcere “cattivo”, la pena del “marcire in galera fino all’ultimo giorno” sono un male che produce soltanto altro male. E segregare le persone vuol dire solo buttarle via. Grazie dell’attenzione, siamo sicuri che accetterà il nostro invito

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/markolovric-1547694/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1125539″>Marko Lovric</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1125539″>Pixabay</a>

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Patto per il lavoro e il clima: perchè la Regione evita una discussione aperta?

Patto per il lavoro e il clima: perchè la Regione evita una discussione aperta?

Un fantasma si aggira nelle stanze della Regione Emilia-Romagna. Mi riferisco alla bozza di aggiornamento del Patto per il lavoro e il clima  (Vedi testo integrale in PDF)

La Regione approdò al Patto per il lavoro e il clima alla fine del 2020, con la sottoscrizione delle principali categorie e soggetti economico-sociali (Confindustria e sindacati confederali in primis), Comuni e Province, Università e Legambiente regionale, che peraltro ritirò la sua adesione nel 2023.
L’unica realtà coinvolta nella discussione dell’epoca che non condivise e non firmò il testo fu RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna), soggetto che raggruppa più di 80 tra Associazioni e Comitati attivi nel territorio regionale sui temi ambientali.

La discussione che si sta sviluppando su tale bozza e si vorrebbe concludere in tempi rapidi, entro la metà di dicembre, in termini autoreferenziali tra i soggetti firmatari del Patto del 2020, ed escludendo chi, come RECA, aveva dissentito e a cui non è stato inviato il testo.

Già questo è un dato rilevante, che la dice lunga sull’idea di partecipazione democratica che alberga nella nostra Regione e che risulta ancor più grave alla luce degli impegni che il presidente della Giunta De Pascale aveva assunto con RECA in un incontro svolto all’inizio di questa legislatura. In quell’incontro era stata espressa l’intenzione di coinvolgere tutti i soggetti, anche di chi esprime opinioni diverse, dicendo, anzi, che andava fatto in proposito ben di più rispetto alla Giunta precedente. Probabilmente l’attuale presidente della Giunta, proveniente da una città portuale, è avvezzo alle famose promesse avanzate dai marinai!

Per certi versi, è ancora più inquietante notare che il confronto in atto avviene senza aver prodotto nessun bilancio del Patto realizzato nel 2020. Nelle intenzioni, quel progetto voleva riconfermare il ruolo di regione apripista, all’avanguardia nelle politiche sociali e ambientali, riproponendo un’idea di modello sociale e produttivo cui l’intero Paese poteva guardare e al quale ispirarsi. Assumendo l’idea del contrasto al cambiamento climatico e della transizione ecologica come nuovo paradigma da affiancare a quello della promozione dei diritti del lavoro, di quelli sociali e civili.
Ebbene, a 5 anni di distanza, sarebbe necessario riflettere sul fatto che le condizioni ambientali e climatiche sono peggiorate anche nella nostra regione – basta pensare alle alluvioni del 2023 e 2024 o al dato del consumo di suolo che nel 2024 ha visto la nostra regione come quella che più l’ha incrementato – e anche che la situazione di chi lavora e dei ceti più deboli è andata indietro, con l’aumento del lavoro “povero” e della precarietà, la diminuzione del reddito, l’innalzamento delle situazioni di povertà.

Questa non volontà di produrre un ragionamento su ciò che è successo si porta poi dietro, nella nuova bozza, una serie di analisi e giudizi completamente avulsi dalla realtà che stiamo vivendo e assolutamente sbagliati. Lì si parla, per descrivere la nuova fase inaugurata dalla presidenza Trump, come del passaggio dalla “globalizzazione senza attriti” ad una “globalizzazione condizionata”. E ancora si avanza una valutazione per cui “nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2025, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sottolineato l’urgenza di rafforzare le politiche europee su alcuni fronti strategici: sicurezza, neutralità climatica, autonomia energetica, casa accessibile, qualità del lavoro. Ha rilanciato il programma per un’industria europea più competitiva e ribadito la necessità di garantire che la transizione ecologica sia anche una transizione giusta e inclusiva”.

A me pare che proprio non si colga la drammatica realtà che si sta imponendo nel mondo odierno, che è il prodotto congiunto del tentativo di affermare, con la forza e al di fuori del diritto internazionale, una nuova egemonia “imperiale” degli Stati Uniti e un inedito protagonismo di una realtà multipolare, che non è esente anch’esso di velleità di dominio, e di un decadimento dell’Europa, che abbandona il proprio modello sociale per prefigurare un’idea di sviluppo guidata dall’economia di guerra.

Non siamo in una fase di “globalizzazione condizionata”, ma di un pesante scontro commerciale e del risorgere dei nazionalismi, che si traduce nel ricorso alla guerra come normale regolamentazione dei conflitti internazionali. Nè si può sottacere che la svolta dell’Unione Europea, e della Germania in primo luogo, teorizzata proprio con il discorso della von der Lyen nel settembre scorso, si caratterizza in modo inequivocabile per pensare che il futuro dell’Unione Europea sta nel competere con gli USA e la Cina nel riarmo e nella conversione dell’apparato industriale, oggi in crisi, verso l’industria bellica.

La Regione sembra non voler capacitarsi di tutto ciò, presenta una visione edulcorata della situazione in atto, molto probabilmente perché, altrimenti, dovrebbe mettere in discussione i capisaldi di fondo su cui intende muoversi e che, invece, avrebbero la necessità di un ripensamento profondo.
In particolare, si continua a voler ignorare che il cosiddetto “modello emiliano” è alla nostra spalle da un bel po’ di tempo in qua, essendo venuti meno i suoi pilastri di fondo: un tessuto produttivo fondato sulle piccole e medie imprese, uno Stato sociale in espansione, una larga partecipazione alla vita politica e sociale, innestata su un blocco sociale coeso ed egemonizzato dalla sinistra. Questi stessi pilastri, peraltro, sono ancor più insidiati dalle trasformazioni in corso e da quelle che è prevedibile arriveranno: dalla finanziarizzazione dell’economia alle politiche di austerità, dal crescere dell’individualismo fino al riorientamento verso la conversione bellica della struttura produttiva, visto – detto un po’ sbrigativamente – la sua relazione stretta con l’economia tedesca, soprattutto nel settore metalmeccanico.

Non a caso, questa “incomprensione” genera, da una parte, la riproposizione di politiche che appaiono sempre più usurate, a partire dall’idea di una forte crescita economica quantitativa, e dall’altra uno scarto sempre più marcato tra enunciazioni di principio e scelte che si praticano concretamente. Questo ultimo dato, che era stato alla base della mancata firma di RECA al Patto per il lavoro e il clima del 2020, è ulteriormente evidente nella bozza di aggiornamento di cui stiamo parlando.

Per stare alle politiche ambientali, mi limito solo ad alcuni esempi:
– si continuano ad avanzare contenuti che sembrano utili a tutelare la risorsa acqua, ad affermare l’idea dell’economia circolare nel ciclo dei rifiuti;
– a promuovere una mobilità sostenibile nel momento stesso in cui le politiche concrete vanno nella direzione della privatizzazione dell’acqua;
– ad incrementare la produzione dei rifiuti, ad andare avanti con le grandi opere, che comportano forte consumo di suolo e incentivano il traffico veicolare privato su strada.

Sulla transizione energetica, viene riproposto l’obiettivo di coprire i consumi finali di energia elettrica con le fonti rinnovabili al 2035, ma senza che esso venga supportato da una credibile pianificazione degli interventi che lo rendano possibile. E intanto si prosegue sostenendo l’economia del fossile, come nel caso del rigassificatore e del progetto di cattura e storaggio della CO2 di Ravenna e in quello del metanodotto della “linea Adriatica”.

Infine, non si può sottacere quella che è una vera e propria perla della bozza. Mi riferisco al fatto che, nella parte finale si trova scritto un vero e proprio panegirico del ruolo della partecipazione. Tra le varie affermazioni “positive”, si legge anche che “rilievo va riconosciuto alle associazioni ecologiste, ai movimenti civici e giovanili impegnati nella lotta ai cambiamenti climatici e per la giustizia ambientale: le loro competenze, la capacità di mobilitazione e la visione anticipatrice rappresentano oggi risorse preziose per l’intera comunità regionale”.
Peccato che non si trovi il modo di fare riferimento alle proposte di legge di iniziativa popolare, in specifico a quelle sui temi ambientali (acqua, rifiuti, energia e consumo di suolo) che RECA e Legambiente regionale hanno presentato ancora nel 2022, sostenute da più di 7000 cittadini emiliano-romagnoli, e che continuano a non essere discusse. Infatti, esse non passarono alla discussione in Aula nel 2024, perché la legislatura regionale si interruppe anticipatamente. Il loro iter è ripreso con la nuova legislatura e, nonostante vari confronti con i capigruppo regionali di maggioranza, tuttora non si è realizzata alcuna discussione nelle sedi competenti, né nella Commissione Ambiente e tantomeno nell’Aula legislativa.
Siamo di fronte ad un vero e proprio “vulnus” democratico, ad un atteggiamento che, volutamente, mette tra parentesi l’iniziativa dei cittadini e delle Associazioni di rappresentanza, svilendone il loro ruolo nel promuovere la partecipazione, salvo il fatto di lamentarsi, solo per un giorno, quello successivo alle votazioni, che l’astensionismo cresce sempre di più!

Insomma, siamo ben lontani dal vedere la svolta nelle politiche ambientali e sociali di cui abbisogna anche la nostra regione. Non bisogna però darsi per vinti, ma avere la consapevolezza che solo la mobilitazione dal basso può provare ad invertire questa tendenza, può mettere in discussione il “muro di gomma” che separa i cittadini dalla rappresentanza istituzionale, come si è visto in questi ultimi mesi con la grande reazione contro il genocidio a Gaza e contro le politiche di riarmo.

Cover: immagine dal video della Regione per la campagna di comunicazione dal titolo:”L’Emilia-Romagna progetta un futuro diverso, Per tutti, nessuno escluso” .

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La famiglia che vive nei boschi e la nostra paura della differenza: oltre il clamore, come ascoltare senza giudicare

La famiglia che vive nei boschi e la nostra paura della differenza: oltre il clamore, come ascoltare senza giudicare

Riflessioni laiche su una vicenda che divide e interroga

La storia della famiglia che vive nei boschi dell’Abruzzo — padre, madre e tre figli — è arrivata sulla scena pubblica con il fragore tipico di ciò che tocca l’infanzia, le scelte di vita non convenzionali e l’intervento dei servizi sociali. Un avvelenamento da funghi, la corsa in ospedale, le prime verifiche e poi l’allontanamento dei bambini, ora ospitati in una casa famiglia insieme alla madre, con il padre libero di vederli quando desidera.

Come spesso accade, la notizia è stata posta in modo da creare schieramenti: da un lato chi difende la libertà di una scelta di vita alternativa, dall’altro chi invoca la protezione dei minori. Ma la realtà è più complessa delle opposte tifoserie.

Chi decide che cosa è “buono” per un bambino?

Chi può dire quando un genitore svolge adeguatamente il proprio compito?

E su quali criteri?

Non esiste un modello unico di famiglia “giusta”: esistono funzioni — cura, protezione, contenimento emotivo — che possono essere esercitate in contesti molto diversi. La vita nei boschi può apparire radicale o disturbante, ma ciò che conta, per uno sviluppo psichico sano, è se il bambino si sente sostenuto, ascoltato e protetto.

Un dato che disturba la narrazione: bambini sereni

Nelle prime valutazioni, gli operatori hanno riscontrato bambini sereni, non spaventati, non in stato di angoscia. È un elemento importante, quasi stonato rispetto alla narrazione polarizzata che si è imposta.

La serenità non elimina i problemi, ma indica che il legame con i genitori ha una qualità affettiva significativa.

La domanda allora si sposta:

se lo stato interno dei bambini appare buono, quale rischio esatto si sta tentando di prevenire?

L’allontanamento: protezione o trauma aggiuntivo?

L’ingresso in una casa famiglia, pur con la madre presente e con la possibilità per il padre di vederli liberamente, rappresenta comunque una frattura. Ogni allontanamento introduce discontinuità e una forma di sospensione: “perché ora non posso più stare dove sono sempre stato?”. È una domanda che ogni bambino si pone, anche quando gli adulti fanno del proprio meglio per proteggerlo.

Era davvero inevitabile arrivare a questa misura?

L’avvelenamento da funghi può accadere in qualsiasi famiglia: urbana, rurale, istruita, inconsapevole. È stato un campanello d’allarme, ma non è automaticamente la prova di un’incapacità genitoriale.

Una società che fatica con la differenza

Forse questa vicenda dice più delle nostre ansie collettive che della famiglia coinvolta.

Viviamo in una società che fatica a tollerare forme di vita fuori dal registro dominante. E quando ciò che è atipico riguarda i bambini, l’ansia aumenta: scatta il bisogno di ricondurre tutto a un modello rassicurante, riconoscibile, standard.

Eppure, si potrebbe allora domandare:

che dire di quei genitori che espongono i loro figli sui social, monetizzando la loro immagine, chiedendo loro di recitare, sorridere, posare, commentare, diventare piccoli personaggi pubblici prima ancora di capire cosa significhi essere guardati?

Che dire dei bambini coinvolti in video virali, sfide, messaggi promozionali, dove la loro intimità diventa contenuto?

Sono forme di vita considerate “normali”, spesso accolte con leggerezza o addirittura con simpatia. Eppure sollevano interrogativi profondi sulla protezione dell’infanzia, sul diritto alla riservatezza, sull’uso — o lo sfruttamento — dell’immagine del minore.

Non si tratta di condannare, ma di riconoscere la asimmetria dei nostri giudizi: ciò che è culturalmente familiare ci sembra accettabile; ciò che è diverso, immediatamente sospetto.

Nel rumore della polarizzazione, i bambini rischiano di scomparire due volte: sia quando vengono idealizzati come vittime, sia quando vengono normalizzati come piccoli protagonisti mediatici.

Lavoro di ascolto e mediazione: la via rimossa dal dibattito

Se la tutela dell’infanzia è davvero il fine, allora la strada dovrebbe essere un’altra:

fare un lavoro di ascolto reale, capace di includere i genitori, di comprendere le loro ragioni e la loro visione del mondo, di cogliere lo stile di vita che hanno scelto e le risorse che possiedono.

Solo da lì può nascere una vera mediazione: modi concreti per permettere ai bambini di crescere nel loro ambiente — o in una versione più sicura dello stesso — senza essere costretti ad abbandonarlo.

Supporti esterni, presenze educative, regole di monitoraggio, sostegni pratici: ci sono molte forme attraverso cui una comunità può aiutare senza punire, affiancare senza imporre.

La tutela non dovrebbe essere una scelta binaria tra “lasciar fare” e “separare”, ma un lavoro di costruzione delicata, cucita sulle vite reali, non sui modelli astratti.

Interrogativi che restano aperti

Questa vicenda non chiede una sentenza, ma domande più profonde:

Sappiamo distinguere tra ciò che ci inquieta e ciò che mette realmente a rischio un minore?

Sappiamo ascoltare senza cercare di normalizzare?

Sappiamo costruire mediazioni invece di imporre soluzioni drastiche?

Possiamo immaginare che proteggere significhi anche custodire i legami che funzionano?

E siamo sicuri che ciò che appare “normale” sia per forza più sano di ciò che appare “diverso”?

Forse il compito più difficile è proprio questo: non giudicare subito, ma ascoltare davvero.

E ricordare che la protezione dell’infanzia non si esercita dividendo il mondo in buoni e cattivi, ma cercando — insieme — gli spazi in cui i bambini possano crescere senza perdere ciò che per loro è casa.

Cover : Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/alanajordan-25247407/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9172374″>Alana Jordan</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9172374″>Pixabay</a>
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Tecnocrazia e famiglia nel bosco

Tecnocrazia e famiglia nel bosco

Ieri mi è successo un fatto che voglio raccontare. Ero al parco con il mio cane, chiacchieravo con altre donne. Parlavamo della morte delle gemelle Kessler e discutevamo del fatto che molto dietro alla pratica del suicidio assistito e dell’eutanasia, ci lasciava perplesse. La tanto ventilata autodeterminazione e libertà, parole che volano alte ogni volta che si parla di questi argomenti, non possono essere usate a strumento di propaganda. Scegliere di togliersi la vita ha un impatto forte sulla società.

Tutte consapevoli che il tema è delicato e che tocca corde profonde di sofferenza ci interrogavamo però sul fatto che dietro a queste pratiche c’è comunque un mercato. Io ho azzardato e ho proprio parlato di mercato dei corpi, del fatto che per legiferare su questo si devono trattare i corpi come da tempo trattiamo la natura, come se fossero inanimati.

E ho parlato del mercato dei corpi e dei pezzi di corpo riferendomi anche alla propaganda dell’utero in affitto oggi definita eufemisticamente gestazione per altri  e alla “donazione” di ovuli e sperma. Forse la morte confezionata con un farmaco letale, un medico che te la inietta e un avvocato che certifica che tutto è stato fatto secondo la legge (in realtà secondo una sentenza perché in Germania la legge non c’è ancora), non fa parte del sistema mercato? Non è forse un contratto che sancisce l’intrecciarsi di queste personalità professionali?

Si era avvicinato da poco un signore che spesso arriva al parco con il suo cane. Ci ascoltava in silenzio. Poi alla mia affermazione che c’è un mercato dei corpi e di pezzi di corpo è sbottato violentemente dicendo “la deve smettere di dire cavolate, queste sono chiacchiere da bar e di questo può parlare solo chi è competente”. Sono rimasta in silenzio per pochi secondi, si rivolgeva a me? mi sono chiesta, e perché con tanta violenza?

Non sono una che sta zitta e, quando mi sono ripresa dallo stupore, ho ribattuto che sui temi di morte e vita tutti possiamo esprimere le nostre opinioni e che queste mie riflessioni non erano fatte alla leggera. Si è allontanato senza più dire nulla. Le altre signore sono rimaste basite dalla violenza verbale con la quale mi aveva aggredito e mi hanno confessato che il signore è un giudice in pensione. Mi sono dovuta trattenere dal rincorrerlo e mordermi la lingua per non dirgli che ero felice che fosse in pensione perché così non potrà più intimidire alcuno in quel modo.

Certamente, senza volere, con le mie parole, ho risvegliato una sofferenza che lo ha spinto a reagire così, ma quello che mi ha fa accapponare è l’arroganza di alcuni che pensano che ci siano cittadini di serie A e di serie B. Quelli competenti (A) in materia, quelli specializzati sono loro che devono scegliere per il bene di tutti.  Si chiama tecnocrazia. E a me fa davvero paura.

Solo pochi anni fa ci siamo trovati ad affrontare la stessa situazione. Se avevi dubbi sul farmaco/vaccino covid eri un ‘anti-scienza’. Certi scienziati avevano la verità in tasca e denigravano quelli che si ponevano dei dubbi. Discutere era impossibile. Lo Stato decideva sul tuo corpo pena l’esclusione dalla società, l’impossibilità di lavorare, di accedere nei luoghi pubblici etc. O stavi con loro o eri un disertore, un sorcio e non vado oltre etc. La stessa magistratura è stata silente, dimenticando che la Costituzione nell’articolo 32, 2 e 21 mette al centro proprio l’autodeterminazione che è invalicabile; il Codice di Norimberga poi era diventato carta straccia.

Oggi riguardo alla famiglia nel bosco succede la stessa cosa. Si possono portare via dei bambini dal loro ambiente e strapparli ai genitori naturali solo perché alcuni hanno deciso che l’unico modo per crescerli sani e buoni è quello omologato, quello della scolarizzazione di Stato. Se non hai l’acqua corrente e il riscaldamento non li ami, vuoi il loro male. Se scegli per loro la relazione con la natura e non quella sociale non li ami.

Ma quale follia sta prendendo questi giudici? O, sarebbe meglio dire, questi tecnocrati che vogliono omologare tutti e inserirli in protocolli schedabili? Cosa sta spingendo le persone a credere che solo quelli preparati in certi campi hanno diritto di parola e tutti gli altri devono stare zitti? Se sei analfabeta allora sei privo di qualsiasi intelligenza? Ma da quando? Solo perché sai leggere non è detto che tu sappia avere relazioni sane.

Ma da quando siamo diventati così incapaci di discernimento al punto che non vediamo tutti i paradossi che il nostro mondo “primo” sta producendo?  Un medico che inietta un farmaco letale ad esempio. E da quando non riusciamo più a vedere che questo sistema ci sta portando diritti verso il totalitarismo? Altro che democrazia.

Dietro a tutto questo, ormai mi chiedo se non ci sia una regia che vuole privarci della nostra umanità, della nostra intelligenza intuitiva, del nostro senso. Perché è di questo che stiamo parlando della cancellazione dell’umanità per come l’abbiamo conosciuta, della compassione, della intelligenza emotiva e intuitiva a favore degli algoritmi delle macchine (ben confezionati da chi vuole avviarci in una certa direzione) che governeranno il nostro vivere sociale.

Spero che la voce antica dei nostri corpi urli la verità ai più e metta un freno a questa deriva totalitaria vestita a festa e agghindata con su scritto parole ormai vuote di significato: libertà, giustizia, amore, inclusione, diversità.

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Maximilian Kasy: «Possiamo proteggere la privacy dagli algoritmi di I.A. solo collettivamente»

Maximilian Kasy: «Possiamo proteggere la privacy dagli algoritmi di I.A. solo collettivamente»

«Immaginate di candidarvi per un posto di lavoro. Sapete di essere un candidato promettente con un curriculum eccellente. Ma non ricevete nemmeno una risposta. Forse lo intuite: per la preselezione dei candidati viene utilizzato un algoritmo di intelligenza artificiale. Ha deciso che rappresentate un rischio troppo grande. Forse l’algoritmo è giunto alla conclusione che non siete adatti alla cultura aziendale o che in futuro potreste comportarvi in modo tale da causare attriti, ad esempio aderendo a un sindacato o mettendo su famiglia. Non avete alcuna possibilità di comprendere il suo ragionamento o di contestarlo».

Il professor Maximilian Kasy illustra così quanto già oggi siamo in balia degli algoritmi di IA. Kasy è professore di economia all’Università di Oxford e autore del libro «The Means of Prediction: How AI Really Works (and Who Benefits)». In italiano: «La capacità di prevedere: come funziona davvero l’IA (e chi ne trae vantaggio)».

Maximilian Kasy, Professor of Economics University of Oxford (Foto di tratta da YouTube)

Kasy avverte che gli algoritmi dell’I.A. potrebbero privarci del nostro lavoro, della nostra felicità e della nostra libertà, e persino costarci la vita.

«È inutile preoccuparsi di proteggere la propria privacy digitale, anche se si mantengono riservati la maggior parte dei dettagli personali, si evita di esprimere la propria opinione online e si impedisce alle app e ai siti web di tracciare la propria attività. All’intelligenza artificiale bastano i pochi dettagli che ha su di voi per prevedere come vi comporterete sul lavoro. Si basa su modelli che ha appreso da innumerevoli altre persone come voi». Kasy ha fatto questa triste constatazione in un articolo pubblicato sul New York Times.

Concretamente, potrebbe funzionare così: le banche non utilizzano i clic individuali, ma algoritmi appositamente progettati per decidere chi ottiene un prestito. La loro IA ha imparato dai precedenti mutuatari e può quindi prevedere chi potrebbe trovarsi in mora.

Oppure le autorità di polizia inseriscono negli algoritmi dati raccolti nel corso di anni su attività criminali e arresti per consentire un «lavoro di polizia preventiva».

Anche le piattaforme dei social media utilizzano non solo i clic individuali, ma anche quelli collettivi per decidere quali notizie – o disinformazioni – mostrare agli utenti. La riservatezza dei nostri dati personali offre poca protezione. L’intelligenza artificiale non ha bisogno di sapere cosa ha fatto una persona. Deve solo sapere cosa hanno fatto persone come lei prima di lei.

Gli iPhone di Apple, ad esempio, sono dotati di algoritmi che raccolgono informazioni sul comportamento e sulle tendenze degli utenti senza mai rivelare quali dati provengono da quale telefono. Anche se i dati personali degli individui fossero protetti, i modelli nei dati rimarrebbero invariati. E questi modelli sarebbero sufficienti per prevedere il comportamento individuale con una certa precisione.

L’azienda tecnologica Palantir sta sviluppando un sistema di intelligenza artificiale chiamato ImmigrationOS per l’autorità federale tedesca responsabile dell’immigrazione e delle dogane. Il suo scopo è quello di identificare e rintracciare le persone da espellere, combinando e analizzando molte fonti di dati, tra cui la previdenza sociale, l’ufficio della motorizzazione civile, l’ufficio delle imposte, i lettori di targhe e le attività relative ai passaporti. ImmigrationOS aggira così l’ostacolo rappresentato dalla privacy differenziale.

Anche senza sapere chi sia una persona, l’algoritmo è in grado di prevedere i quartieri, i luoghi di lavoro e le scuole in cui è più probabile che si trovino gli immigrati privi di documenti.
Secondo quanto riportato, algoritmi di intelligenza artificiale chiamati Lavender e Where’s Daddy? sono stati utilizzati in modo simile per aiutare l’esercito israeliano a determinare e localizzare gli obiettivi dei bombardamenti a Gaza.

«È necessario un controllo collettivo»

Il professor Kasy conclude che non è più possibile proteggere la propria privacy individualmente: «Dobbiamo piuttosto esercitare un controllo collettivo su tutti i nostri dati per determinare se vengono utilizzati a nostro vantaggio o svantaggio».

Kasy fa un’analogia con il cambiamento climatico: le emissioni di una singola persona non modificano il clima, ma le emissioni di tutte le persone insieme distruggono il pianeta. Ciò che conta sono le emissioni complessive.

Allo stesso modo, la trasmissione dei dati di una singola persona sembra insignificante, ma la trasmissione dei dati di tutte le persone – e l’incarico all’IA di prendere decisioni sulla base di questi dati – cambia la società.

Il fatto che tutti mettano a disposizione i propri dati per addestrare l’IA è fantastico se siamo d’accordo con gli obiettivi che sono stati fissati per l’IA. Tuttavia, non è così fantastico se non siamo d’accordo con questi obiettivi.

Trasparenza e partecipazione

Sono necessarie istituzioni e leggi per dare voce alle persone interessate dagli algoritmi di IA, che devono poter decidere come vengono progettati questi algoritmi e quali risultati devono raggiungere.

Il primo passo è la trasparenza, afferma Kasy. Analogamente ai requisiti di rendicontazione finanziaria delle imprese, le aziende e le autorità che utilizzano l’IA dovrebbero essere obbligate a rendere pubblici i propri obiettivi e ciò che i loro algoritmi dovrebbero massimizzare: ad esempio, il numero di clic sugli annunci sui social media, l’assunzione di lavoratori che non aderiscono a un sindacato, l’affidabilità creditizia o il numero di espulsioni di migranti.

Il secondo passo è la partecipazione. Le persone i cui dati vengono utilizzati per addestrare gli algoritmi – e le cui vite sono influenzate da questi algoritmi – dovrebbero poter partecipare alle decisioni relative alla definizione dei loro obiettivi. Analogamente a una giuria composta da pari che discute un processo civile o penale e emette una sentenza collettiva, potremmo istituire assemblee cittadine in cui un gruppo di persone selezionate a caso discute e decide gli obiettivi appropriati per gli algoritmi.

Ciò potrebbe significare che i dipendenti di un’azienda discutono dell’uso dell’IA sul posto di lavoro o che un’assemblea cittadina esamina gli obiettivi degli strumenti di polizia preventiva prima che questi vengano utilizzati dalle autorità.
Questi sono i tipi di controlli democratici che potrebbero conciliare l’IA con il bene pubblico. Oggi sono di proprietà privata.

Il futuro dell’IA non sarà determinato da algoritmi più intelligenti o chip più veloci. Dipenderà piuttosto da chi controlla i dati e dai valori e dagli interessi che guidano le macchine.
Se vogliamo un’IA al servizio del pubblico, è il pubblico che deve decidere a cosa deve servire.

Maximilian Kasy: «The Means of Prediction: How AI Really Works (and Who Benefits)», University of Chicago Press, 2025

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Educazione sessuo-affettiva nelle scuole: il tabù italiano

Educazione sessuo-affettiva nelle scuole: il tabù italiano

L’Italia è rimasta uno degli ultimi paesi europei in cui l’educazione affettiva e sessuale non è compresa obbligatoriamente nei programmi scolastici, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Romania e Polonia.

Ritardo non di poco conto se si prende atto che in Svezia è stata introdotta nel 1955, in Germania e Danimarca nel 1970, in Francia nel 1973, solo per elencare i più avanzati, mentre la Spagna introduce l’obbligatorietà nel 2022. Prima di analizzare gli argomenti a favore di tale “educazione scolastica” viene spontaneo chiedere le motivazioni di un ostruzionismo di così lunga durata da parte di un Paese come l’Italia, fondatore dell’UE ,che dovrebbe condividerne i valori fondamentali.

Una prima risposta la fornisce l’ex- femminista Eugenia Roccella, ora ministra della Famiglia, che dichiara che in Svezia i tassi di femminicidio sono superiori a quelli italiani, nonostante l’educazione sessuale obbligatoria (fenomeno denominato “paradosso nordico”).

La sua dichiarazione dimostra la rimozione totale della interpretazione femminista del femminicidio, che lo mette piuttosto in relazione al grado di emancipazione e indipendenza femminile, non tollerato da parte maschile per la perdita secca di potere (libertà di scelta femminile).

Ancora più esplicita nel limitare la portata dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è stata l’approvazione in commissione Cultura della Camera, il 16 ottobre, dell’emendamento presentato dalla Lega al DDL Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico, che vieta a “figure esterne” e “attivisti ideologizzati” di svolgere attività didattiche riguardanti l’educazione sessuo- affettiva… il tema può essere affrontato solo da un punto di vista biologico e riproduttivo. A chiarimento ulteriore il ministro dell’istruzione Valditara ha specificato che i bambini non devono affrontare temi legati all’identità di genere, non devono essere indottrinati secondo le “teorie gender”.

Questa posizione, che ha l’unico pregio di chiarire le motivazioni di una tale accanita resistenza, ha sollevato critiche e obiezioni, non solo da parte delle opposizioni, ma anche e soprattutto delle figure professionali presumibilmente coinvolte nell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

Il dissenso è stato espresso degli Ordini degli psicologi di otto regioni (Emilia Romagna, Campania, Lazio, Abruzzo, Veneto, Puglia, Basilicata e Sicilia) per il danno recato a bambini, bambine e adolescenti nel loro sviluppo sessuale, affettivo e relazionale negando loro l’accesso a informazioni e conoscenze inerenti la realtà circostante.

Aggiungerei che l’emendamento risulta estremamente offensivo nei confronti di professionisti (psicologi, sessuologi, ma anche insegnanti) che evitano accuratamente “indottrinamenti”, generalizzazioni e specialmente ogni forma di essenzialismo (la femmina è così per natura, il maschio è così per natura) rivolgendosi a individui incarnati, unici, collocati storicamente, socialmente e geograficamente.

Secondo Save the Children, Unesco e OMS i programmi di educazione sessuale e affettiva sono finalizzati a  “promuovere la conoscenza e la consapevolezza delle proprie emozioni per riconoscerle e imparare a gestirle”.

Il crescente numero di episodi di violenza giovanile provenienti da famiglie non disfunzionali, gli efferati femminicidi messi in atto da giovanissimi “bravi ragazzi”, gli stupri collettivi di medievale memoria, attestano chiaramente come la prima agenzia educativa, la famiglia,  sia spesso all’oscuro delle problematiche affettive e relazionali dei propri figli e non abbia la capacità concreta di aiutarli.

Se la seconda agenzia educativa, la scuola, non integra con contenuti puntuali e aggiornati, non aiuta i giovani a conoscere e gestire il groviglio di emozioni che caratterizza la pubertà e l’adolescenza, giocoforza lo spazio vacante viene occupato da due “esperti” non invitati: la pornografia e i social, con gli esiti diseducativi che possiamo constatare. In confronto la conoscenza della teoria gender ha la pericolosità di un film di Walt Disney.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/dimhou-5987327/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3575167″>Dim Hou</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3575167″>Pixabay</a>

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