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Per ricordare Gianni Venturi

Per ricordare Gianni Venturi

La scomparsa improvvisa di Gianni Venturi, avvenuta nel maggio di quest’anno, ha suscitato profondo sgomento in tutti quanti (amici, allievi, colleghi…) lo  frequentavano apprezzandone la cultura, l’intelligenza, la generosità, lo straordinario savoir vivre,

Da qui la decisione di ritrovarsi a Ferrara (la sua città, una città profondamente amata, di cui seguiva anche negli ultimi anni con passione la vita culturale e politica, dopo avere collaborato per decenni fattivamente a non poche delle sue attività culturali) per ricordarlo insieme nel pomeriggio del 17 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Comunale Ariostea.

Si tratterà di un incontro informale, come Gianni avrebbe probabilmente gradito. L’obiettivo è riunire familiari, colleghi, allievi, amici, quanti lo hanno stimato e gli hanno voluto bene per raccontare qualcosa di lui, condividere ricordi e testimonianze.
Sarà un modo per far conoscere tra loro i suoi amici e per  provare quanto continui e continuerà ad essere  presente tra noi.

L’APPUNTAMENTO
Giovedì 17 settembre 2026 alle ore 16.30
Sala Agnelli della Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara

Venezia, Woman unknown

Venezia, Woman unknown

Venezia, Woman unknown

È terminato il 12 settembre l’83esima mostra del cinema di Venezia al Lido di Venezia.

Il Leone d’Oro è stato vinto dal film Woman Unknown di  May el-Toukhy, unica regista donna fra i film in concorso, al suo terzo lungometraggio. La regista danese di origini egiziane May el-Toukhy, ha conquistato il Leone d’Oro, imponendo i temi della memoria, delle disuguaglianze e della condizione femminile.

May el-Toukhy è l’ottava regista donna a conquistare il Leone d’Oro. Il film, ambientato nell’immediato dopo guerra nella Danimarca del 1945, narra di una società che, dietro l’entusiasmo collettivo per la liberazione dal nemico nazista, nutre rancore e desiderio di vendetta verso i colpevoli.

Le donne che avevano avuto relazioni sentimentali con i tedeschi, durante il periodo di occupazione nazista, diventano uno dei principali capri espiatori, situazione che si è ripetuta in tutti i paesi europei.

La protagonista Marie, interpretata da Mathilde Arcel, è cameriera e tata al servizio di un vedovo ricco industriale, Christian, interpretato da Carsten Bjornlund.

Il ruolo lavorativo della cameriera e tata si tramuta di notte in amante del ricco industriale.

Prestazioni sessuali che garantiranno alla donna il ruolo di futura moglie del padrone di casa.

Ma in questo periodo del dopoguerra, quando i dolori causati dalla guerra e il senso di vendetta sono ancora molto vivi, le donne saranno coloro che pagheranno un caro prezzo per aver ceduto a sentimentalismi con soldati tedeschi. E il passato torna a presentare il conto anche a Marie.

Durante l’occupazione tedesca, infatti, Marie aveva avuto una relazione con un soldato tedesco. In un clima di vendetta i sentimenti e la sessualità delle donne vengono trasformati in una questione di onore nazionale, e quindi quella relazione diventa una colpa impossibile da cancellare.

Una colpa che la società si sente il diritto di giudicare mentre le collaborazioni finanziarie operate dagli uomini non subiscono nessun tipo di valutazione e giudizio. Solo la donna è soggetta a giudizio e valutazioni di colpevolezza. Marie è un personaggio complesso che pur di sopravvivere e di conquistare una vita diversa sarà capace di compiere scelte discutibili.

Ma il messaggio principale che la regista mi ha trasmesso è che la vita di Marie viene definita dal suo rapporto con gli uomini mentre la sua identità scompare, non ha nessuna importanza. Una donna può, quindi essere giudicata senza amai essere realmente conosciuta.

Allora El-Toukhy, nel narrarci il passato, ci parla del presente: come la persecuzione delle donne nel dopoguerra non rappresenta altro che la volontà della società di controllare il corpo femminile e di stabilire quale comportamento sia accettabile. Condizione di giudizio che ancora oggi avvolge la figura femminile.

Per il suo ruolo da protagonista, Mathilde Arcel è stata premiata dalla giuria con la Coppa Volpi per la migliore attrice.

 

In copertina: Mathilde Arcel mostra il Leone d’Oro per il film “Woman unknown” (“La donna sconosciuta”) – foto Srpske Novine su licenza Wikimedia Commons

Per leggere gli altri articoli di Maria Teresa Antoniozzi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice.

Le macerie non bastano. Una lettura delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt

Le macerie non bastano
Una lettura delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt

Le macerie non bastano. Una lettura delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt

A Dessau c’è ancora il Bauhaus. L’edificio è lì, nella sua essenzialità, a ricordare una delle esperienze artistiche più importanti del Novecento e insieme una Germania che il nazismo volle cancellare. Nel 1932, su richiesta del Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, il consiglio comunale di Dessau ne decretò la chiusura. L’esperienza proseguì per pochi mesi a Berlino, fino allo scioglimento definitivo nel 1933. Quasi un secolo dopo il Bauhaus è tornato al centro di uno scontro politico: l’AfD della Sassonia-Anhalt ne ha contestato l’eredità modernista e ha proposto di sostituire lo slogan del Land, “Think Modern”, con “Think German”.

È difficile trovare un’immagine migliore per leggere ciò che è accaduto il 6 settembre.

Alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, contro il 17,2 della CDU. Cinque anni fa era al 20,8. Ha conquistato 39 degli 83 seggi del Landtag, fermandosi a tre dalla maggioranza assoluta. L’affluenza ha raggiunto il 77,8 per cento. Non si può dunque spiegare il risultato con il disinteresse degli elettori. Gli elettori sono andati alle urne. E quasi uno su due ha scelto l’AfD.

La Germania aveva già oltrepassato una soglia importante. Nel settembre del 2024 l’AfD, con il 32,8 per cento in Turingia, era diventata la prima formazione di estrema destra a vincere un’elezione regionale tedesca dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle federali del 2025 aveva poi raggiunto il 20,8 per cento, il doppio rispetto a quattro anni prima. Il voto della Sassonia-Anhalt dice quindi che non siamo più davanti a un episodio isolato.

Ma spiegare tutto con l’ideologia sarebbe troppo semplice.

Le svolte politiche radicali raramente nascono nel vuoto. Il nazismo non conquistò la Germania soltanto per la forza della propria propaganda. Trovò terreno fertile in un Paese uscito sconfitto dalla prima guerra mondiale, segnato dalle conseguenze di Versailles e poi travolto dalla Grande depressione, dalla disoccupazione di massa e dalla crisi della Repubblica di Weimar.

L’Italia fascista arrivò al proprio punto di rottura attraverso una storia diversa: era tra i vincitori della guerra, ma il dopoguerra portò inflazione, conflitti sociali, disoccupazione, paura della rivoluzione, sfiducia nello Stato liberale e il mito della “vittoria mutilata”.

Quelle condizioni non produssero automaticamente due dittature. La storia non funziona come un esperimento di laboratorio in cui, date le stesse premesse, segue sempre lo stesso risultato. Ma paura, impoverimento, perdita di status e crisi delle istituzioni possono rendere più persuasive le promesse di ordine, appartenenza e restaurazione.

È qui che il confronto con il presente diventa utile, purché non diventi un’equazione.

La Germania del 2026 non è quella del 1933. Dispone di istituzioni solide, di una Corte costituzionale, di un sistema federale di contrappesi ed è inserita nell’Unione Europea. La CDU continua inoltre a escludere una coalizione con l’AfD. Cercare nel presente la copia esatta del passato sarebbe storicamente sbagliato.

Più interessante è osservare ciò che cambia forma.

In Sassonia-Anhalt pesano il costo della vita, l’insicurezza economica, le preoccupazioni per le pensioni, lo spopolamento e una persistente percezione di distanza tra Est e Ovest. A queste si aggiungono l’insoddisfazione verso Berlino, il rapporto con la Russia, la guerra in Ucraina e l’immigrazione. Quest’ultima può diventare il punto in cui confluiscono inquietudini che nascono anche altrove. Non necessariamente la causa unica del disagio, ma il luogo politico sul quale è più facile scaricarlo.

Quando un problema ha molte cause, indicare un responsabile riconoscibile è sempre più semplice che spiegarne la complessità.

C’è poi un paradosso che riguarda direttamente la sinistra europea. Lavoro, salari, protezione sociale, disuguaglianza, paura dell’impoverimento sono state per gran parte del Novecento alcune delle sue ragioni fondamentali. Eppure una parte dell’elettorato popolare non sembra più riconoscerla come il luogo naturale della propria rappresentanza. Alle elezioni federali del 2025 l’AfD è risultata la prima forza tra gli operai, mentre la SPD, nata storicamente dentro il movimento dei lavoratori, ha perso terreno proprio in quella fascia.

Non significa che gli operai siano diventati improvvisamente di estrema destra. Significa piuttosto che il disagio ha cambiato linguaggio politico.

La difficoltà economica può essere raccontata come una questione di salari, distribuzione della ricchezza e servizi pubblici. Oppure può essere tradotta in identità, confini, immigrazione, sicurezza. Quando chi dovrebbe rappresentare una domanda sociale non riesce più a darle una risposta convincente, resta aperto lo spazio per chi riesce almeno a darle un nome. E spesso anche un colpevole.

È forse questo il punto che riguarda più da vicino l’Europa.

Per decenni abbiamo pensato alla memoria come a un anticorpo. Chi aveva conosciuto la guerra, le deportazioni, le città distrutte, Auschwitz, non aveva bisogno di immaginare cosa potesse accadere quando una democrazia comincia a considerarsi al sicuro da sé stessa. Poi l’esperienza è diventata memoria. E la memoria, con il passare delle generazioni, è diventata storia.

La domanda è che cosa accade quando il passato continua a essere conosciuto ma smette di fare paura.

La Germania ha costruito dopo la guerra una cultura della memoria profondamente radicata nelle proprie istituzioni. Sarebbe ingiusto sostenere che abbia fallito. Ma nessuna memoria garantisce l’immunità.

Forse abbiamo commesso un errore nel cercare il passato soltanto nelle sue vecchie sembianze. Il 1933 non tornerà. Il 1933 appartiene al 1933.

La questione è se una democrazia sappia riconoscere ciò che cambia forma prima che diventi normale.

Per questo il Bauhaus di Dessau è qualcosa di più di uno sfondo suggestivo. Sta ancora lì a ricordare che ciò che sembra acquisito può tornare a essere discusso, contestato, rimesso dentro una battaglia sull’identità di un Paese.

Le macerie della guerra sono state rimosse da molto tempo.

Quelle della storia sono rimaste.

Pensavamo che bastassero.

Forse no.

Cover: Dessau-Bauhaus su licenza Wikimedia Commons

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Francesco D’Angiò clicca sul nome dell’autore

Il colpevole perfetto
Demonizzazione, odio politico e paradossi del progressismo identitario

Il colpevole perfetto. Demonizzazione, odio politico e paradossi del progressismo identitario

C’è un paradosso al cuore del progressismo identitario contemporaneo, quello che trova espressione forte in certi aspetti della cosiddetta ideologia woke recentemente quasi ripudiata da una parte della sinistra politica (vedi Qui). Un paradosso che merita attenzione non come curiosità intellettuale, ma come segnale d’allarme per la tenuta (di quel che resta) della vita democratica.

Una parte molto rumorosa seppure minoritaria del movimento progressista, che si definisce erede dell’Illuminismo e campione universale dei diritti, ha individuato un nemico malevolo, un colpevole perfetto — il maschio bianco eterosessuale espressione del patriarcato occidentale — e, su questo nemico, ha scaricato un rancore  politico di intensità storica inusitata. Un rancore che, analizzato con gli strumenti della sociologia, della  psicologia sociale e della storia, segue schemi già visti, con esiti purtroppo già conosciuti.

Un bersaglio preciso: non il potente, ma il vicino di casa

La prima anomalia è nella scelta del bersaglio. Il “maschio bianco eterosessuale” demonizzato non è Larry Fink di BlackRock, né il CEO di Goldman Sachs, né il grande imprenditore che finanzia le fondazioni progressiste. Questi sono, spesso, alleati e finanziatori dell’agenda identitaria. Il bersaglio reale (restando in Italia) è l’artigiano bergamasco, il contadino che vive della sua piccola impresa agricola, l’operaio veneto, il contadino del Sud, il piccolo commerciante, il gestore del ristorante, il padre di famiglia cattolico praticante, il leghista di periferia, l’anziano maschio che frequenta il bar del paese (vedi Qui).

Questa precisione del bersaglio non è accidentale. Riproduce una logica che Thorstein Veblen  già un secolo fa avrebbe riconosciuto facilmente: le classi dominanti usano la cultura per disciplinare le classi subalterne, non per regolare se stesse.

La moralizzazione progressista si abbatte con forza sui comportamenti, i linguaggi, le identità delle “classi popolari” — ritenute rozze, ignoranti, irredimibili : “quelli che non hanno studiato”— mentre lascia intatta la struttura economica che produce quella rozzezza. Il “patriarcato” da abbattere è stranamente quello della classe media, dei ceti popolari, del bianco impoverito e per questo rancoroso, non quello di chi lo finanzia.

Pierre Bourdieu chiamava questo meccanismo violenza simbolica: l’arbitrario culturale di una classe si presenta come universale e naturale  e, chi lo rifiuta, appare non come portatore di una cultura diversa, da rispettare, ma come moralmente inferiore. La stigmatizzazione del “maschio bianco” delle classi popolari è, nei fatti, il modo in cui un ceto medio-alto progressista esercita il dominio culturale su chi già subisce quello economico.

“Fascista” come categoria ontologica: la teologizzazione del nemico

Il secondo elemento che merita un’ analisi è l’uso del termine “fascista” così spesso associato dai soliti noti a quello di maschio bianco eterosessuale e a quello altrettanto infamante di “razzista”. L’epiteto “fascista!” è tornato di gran moda: diffuso nei media mainstream, lanciato dagli influencer woke quasi come sinonimo di “maschio bianco eterosessuale“, urlato e scagliato contro chiunque osi dissentire dalla vulgata del progressismo identitario nelle piazze, ribadito perfino negli interventi di parlamentari ed eletti a cariche pubbliche; il termine non è più usato come categoria storica ma come categoria ontologica, come sinonimo di male assoluto.

Come categoria storica, “fascismo” descrive un fenomeno politico delimitato: il PNF, le grandi opere pubbliche del regime, le leggi razziali, la guerra, i sogni coloniali, la violenza squadrista. È verificabile, falsificabile, storicizzabile. Invece, come categoria ontologica, “fascista”  non descrive: condanna senza appello. Chi è fascista non lo è per ciò che fa, ma per ciò che è. E ciò che è non può cambiare: non c’è redenzione possibile, non c’è confessione sufficiente, non c’è azione che muti “l’essere fascista”.

Questa trasformazione semantica non è affatto innocua. Contiene una logica politica precisa: ciò che è male assoluto, per sua natura ontologica, non rientra nel perimetro dei diritti democratici.

Lo slogan “il fascismo non è un’opinione, è un crimine” — ripetuto pubblicamente, anche da figure istituzionali — afferma esplicitamente che una categoria di persone (che sembra oggi assai numerosa solamente perchè l’inquisizione sedicente progressista li scova nei luoghi più insospettabili) è fuori dal regime del diritto. Non si dialoga con il male assoluto. Non lo si tutela. Non ci si impegna a rispettarne la dignità. Lo si combatte, in qualunque mezzo e con ogni mezzo necessario (Qui)

Esiste in questo un’ironia storica precisa. Umberto Eco, nel suo saggio sull’Ur-Fascismo (Il fascismo eterno, 1997), identificò tra i tratti del pensiero fascista il pensiero qualitativo che non tollera l’ambiguità, che divide il mondo in puramente buono e assolutamente malvagio. Lo stile cognitivo con cui sedicenti democratici combattono il “fascismo” riproduce esattamente la struttura mentale che si pretende di combattere.

Come ebbe a dire Leonardo Sciascia: “Il più bell’esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dare del fascista a chi fascista non è”.

La struttura psicologica: meccanismi di difesa collettivi

Come è possibile che persone istruite, razionali, spesso appartenenti a una classe agiata non scorgano le contraddizioni di questa posizione? La risposta non sta certo nella stupidità ma, almeno in parte, in alcuni processi indagati dalla psicologia sociale e ben radicati nella psicologia profonda di ognuno di noi occidentali. L’intelligenza può essere reclutata dalla psiche a difesa di ciò che la psiche non vuole vedere.

Il primo meccanismo è la dissonanza cognitiva e la sua risoluzione. La donna bianca colta che denuncia il privilegio bianco vive una tensione insostenibile: sono ciò che combatto. La risoluzione è elegante: “sono diversa dagli altri bianchi perché sono consapevole del mio privilegio”. La consapevolezza diventa il meccanismo di esonero dalla colpa senza richiedere – si badi bene – alcuna rinuncia materiale. Si confessa il peccato senza fare penitenza — anzi, la confessione pubblica è essa stessa la penitenza sufficiente. È la struttura dell’indulgenza medievale aggiornata.

Il secondo è la proiezione nel senso freudiano preciso: si attribuisce all’esterno ciò che non si può riconoscere nell’interno. Chi vive e lavora in strutture patriarcali, ne beneficia, le riproduce inconsciamente, non può sopportare questo riconoscimento. La soluzione psichica è proiettare il patriarcato sul capro espiatorio esterno: lui è il patriarca, io lo combatto. Quanto più veemente è l’accusa esterna, tanto meno lavoro interno è necessario.

Il terzo è la scissione descritta da Melanie Klein: il mondo diviso in assolutamente buono e assolutamente cattivo, perché la psiche non regge l’ambiguità. Il “maschio bianco”, “il fascista”, “il razzista”, diventa il contenitore di tutto il male che non si riesce a riconoscere in sé. Operazione psichicamente efficiente, cognitivamente catastrofica: impedisce infatti qualsiasi contatto reale con la complessità.

Eric Hoffer, nel suo studio sui movimenti di massa The True Believer (1951), mostrò che il fanatismo non attrae le persone perché hanno qualcosa da guadagnare, ma perché hanno un sé da cui fuggire. Il fanatismo offre identità, certezza morale, comunità di fratelli, il permesso di odiare in nome del bene. L’intensità dell’adesione è proporzionale non alla forza della causa, ma alla fragilità del sé che cerca rifugio in essa. Ammettiamolo: questo è un rischio che corre ognuno di noi.

La logica interna dell’odio: il male assoluto giustifica tutto

L’odio politico che troppo spesso viene messo in scena nelle piazze, il rancore che scorre sui social, l’odio che attraversa non solo alcuni movimenti che riempiono le piazze e anima le frange più politicizzate del femminismo e del progressismo identitaria (malgrado lo slogan love is love), ma anche quote non trascurabili dei partiti di sinistra  — la veemenza, l’intransigenza, il ricorso a slogan violenti mutuati dagli anni di piombo — non è irrazionale se si comprende bene la premessa precedente. È la conseguenza paradossalmente logica di una credenza genuina: se quello è il male assoluto, l’odio è la risposta razionale e moralmente obbligatoria.

Si tratta di un’equazione perversa che impronta lo sguardo di certa sinistra verso la destra etichettata come “fascista” e – specularmente –  di certa destra verso la sinistra etichettata come “comunista”. 

Nella storia del pensiero morale e religioso, il concetto di male assoluto ha sempre prodotto le stesse conseguenze pratiche. Non si dialoga con il diavolo: lo si esorcizza. Non si convertono gli eretici: li si brucia. Non si rieduca il nemico di classe: lo si elimina.

Philip Zimbardo, nel suo The Lucifer Effect, ha mostrato sperimentalmente come la deindividuazione dell’altro — la sua riduzione a categoria malevola — sia condizione sufficiente perché persone normali compiano atti atroci.

Questo percorso di de-umanizzazione collettiva ha fasi storicamente riconoscibili: prima si attribuisce all’altro una natura categoriale malevola; poi si rimuove la sua individualità; quindi si producono metafore patologiche; infine, si giustifica l’eliminazione come igiene o autodifesa.

In Italia, oggi, non siamo certo alla fase finale, ma le fasi precedenti sono riconoscibili e documentabili. Gli slogan che negano il diritto all’esistenza avanzano nella direzione dell’eliminazione come categoria concettuale, anche quando il proponente non ne trae consapevolmente le conclusioni pratiche. Attenzione perché le parole spesso anticipano e precedono i fatti.

Il paradosso di Adorno: l’autoritarismo contro se stesso

Theodor W. Adorno e i colleghi dell’Institut für Sozialforschung (la celebre Scuola di Francoforte) negli anni Cinquanta identificarono la personalità autoritaria — i tratti psicologici che predispongono al fascismo: pensiero binario, intolleranza all’ambiguità, sottomissione all’autorità del gruppo, aggressività verso i devianti, categorizzazione rigida per appartenenza demografica.

Quegli stessi tratti – per 70 anni attribuiti “scientificamente” alla destra e al maschio bianco rappresentante del patriarcato –  sono oggi, purtroppo, riconoscibili chiaramente anche nelle frange più veementi del progressismo identitario. Il pensiero binario buoni/fascisti, l’intolleranza assoluta per chi devia dalla linea, la sottomissione cognitiva alle gerarchie ideologiche, l’aggressività verso chi osa esprimere dissenso, la vigilanza ossessiva sul vocabolario usato dagli altri  — sono caratteristiche strutturali del movimento che si definisce antifascista per eccellenza.

Questo non significa – ovviamente – che siano fascisti nel senso storico del termine. Significa, come hanno ricordato sopra Adorno ed Eco, che la struttura psicologica che produce il fascismo non è esclusiva di nessun campo politico e che chi la esibisce più vistosamente è spesso chi meno se ne rende conto. Il combattente contro il drago può acquisirne la forma senza accorgersene.

La colpa ereditaria: un vero e proprio attacco all’Illuminismo

C’è un ulteriore elemento che trasforma la critica politica in minaccia strutturale a quel che resta della democrazia: l’attribuzione di una colpa ereditaria, intergenerazionale, non emendabile attraverso le azioni individuali. Non sei colpevole per ciò che fai ma per ciò che sei. Non c’è atto che possa cambiare la condanna, perché la condanna precede qualsiasi atto.

Questa struttura è antitetica all’Illuminismo che tutto il progressismo dichiara di incarnare. Locke, Kant, Beccaria avevano costruito l’intera modernità politica sul principio che la responsabilità è individuale e riguarda le azioni, non le appartenenze. Non sei colpevole per ciò che sono stati i tuoi genitori, non puoi essere punito per ciò a cui appartieni. Era la rottura radicale con il sistema feudale e con la trasmissione ereditaria del disonore.

Certo eccesso del sistema woke reintroduce esattamente ciò che l’Illuminismo aveva abolito: una colpa ereditaria, trasmessa per nascita, legata all’appartenenza di razza e sesso: l’essere appunto bianco e maschio eterosessuale. Non è la deriva della modernità: è la sua negazione nella struttura, pur mantenendone il vocabolario.

Il rischio democratico: il confine che non si può attraversare

La Costituzione italiana (che ricordiamolo, vieta la ricostruzione del disciolto partito fascista) è nata da chi aveva visto dove portava la logica della de-umanizzazione politica. L’articolo 3 non è decorativo: garantisce uguale dignità a tutti i cittadini “senza distinzione di opinioni politiche”. Questo include chi ha opinioni che troviamo ripugnanti. Non perché quelle opinioni siano buone, ma perché il principio di dignità non può essere condizionale senza autodistruggersi.

Il confine democratico non è tra le idee giuste e quelle sbagliate. È tra chi accetta le regole del conflitto civile — argomentare, convincere, votare, perdere e riprovare — e chi le rifiuta. Chiunque sostenga che una categoria di persone è ontologicamente al di fuori di questo perimetro sta attaccando non l’avversario, ma il cuore della democrazia stessa. E lo fa sempre in nome di qualcosa di buono: la giustizia, l’antifascismo, i diritti. Questo è stato sempre il metodo.

La cosa più inquietante non è l’odio in sé — l’odio politico è antico quanto la politica. La cosa più inquietante è che questo odio goda di copertura istituzionale, mediatica e accademica; che chi lo esprime non venga marginalizzato come estremista ma amplificato come coraggioso; che slogan violenti risuonino in manifestazioni senza la minima reazione delle istituzioni; che rappresentanti eletti li ripetano in sedi pubbliche senza conseguenze. Quando il sistema di controllo sociale smette di sanzionare la deumanizzazione di qualsiasi categoria, il confine verso la violenza diventa una questione di opportunità più che di principio.

Conclusione. Un richiamo allo spirito della democrazia

La democrazia è il sistema politico che si regge su una premessa antropologica precisa: ogni essere umano, anche il mio avversario più radicale, possiede una dignità irriducibile che lo rende degno non di accordo, ma di rispetto come persona. Non si condivide tutto con l’avversario democratico — si condivide il perimetro dentro cui il conflitto è possibile senza diventare sterminio.

Quando una parte del campo politico — da qualunque direzione venga — smette di riconoscere all’avversario questa dignità minima; quando lo trasforma da portatore di idee sbagliate a incarnazione del male assoluto; quando nega la sua appartenenza al consorzio umano e al perimetro dei diritti: non sta soltanto sbagliando politicamente. Sta attaccando il fondamento stesso su cui la democrazia si regge.

Il rischio non è astratto. L’Italia ha già vissuto cosa accade quando una parte del campo politico viene convinta che l’altra sia ontologicamente fuori dal consorzio umano. Gli anni di piombo non sono nati dal niente: sono nati da un terreno culturale in cui la violenza contro il nemico (vedi Qui per comprendere il meccanismo) già stata semanticamente autorizzata molto prima che diventasse fisica.

Riconoscere questo pattern — con lucidità, senza isterismi e senza l’ipocrisia simmetrica di chi lo usa per negare ogni critica legittima e giusta al patriarcato reale o al razzismo reale — è il primo atto di una responsabilità democratica disponibile. Non è una posizione di parte: è la difesa del campo entro cui qualsiasi posizione può essere giocata.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Islanda e Sassonia: due fulmini in un'Europa in tempesta

Islanda e Sassonia: due fulmini in un’Europa in tempesta

Islanda e Sassonia: due fulmini in un’Europa in tempesta

La piccola, ricca isola di 400mila islandesi non vuol far parte dell’Europa (52,8%), nonostante, e forse proprio perché, già goda della libera circolazione delle persone (Shengen è attivo dal 1991), ha liberi scambi con la UE, fa parte della NATO anche se non ha alcun esercito (una Svizzera nordica).

La maggioranza non vuole le regole UE, che i pescherecci europei sfruttino il suo pesce, si tiene la sua moneta e i giovani ancor più hanno votato No (18 ai 29 al 60%) temendo di essere trascinati in una guerra tra “titani” (USA-UE vs Russia-Cina).

L’offerta politica di una UE senza sovranità (e un tantino bellicista) non attrae chi vede nel proprio Stato una comunità ben definita da storia, cultura, lingua, tradizioni e aperta come l’Islanda.

Ogni volta che si chiede ai cittadini di stare nella UE si perde. Rimangono favorevoli i richiedenti balcanici (e Ucraina), paesi poveri che sperano nei benefici UE (che verranno tolti ad altri) e nella delocalizzazione di imprese UE nelle loro zone a minor costo del lavoro.

Purtroppo il voto islandese e in Sassonia, dove AFD è salita al 44%, non sono incidenti di percorso, se pensiamo alla crisi in atto.

Volkswagen licenzia 110mila operai e ridimensiona la sua produzione da 12 milioni a 9 di auto, di cui metà proprio in Germania, ma anche la crisi Ilva come le altre 150 crisi industriali in Italia dicono la stessa cosa: il ridimensionamento delle due principali manifatture (Germania e Italia), a cui la UE risponde con un loro rilancio al 2030 senza investire un euro.

O la UE cambia nel giro di 2-3 anni e diventa una cosa seria, comunità di democrazie nazionali cooperative, o con l’attuale architettura, si sfascia.

Come mai questa Europa, che doveva essere “faro” dell’umanità e mediatore tra Stati Uniti e Oriente, si è persa per strada?
Perché ha scelto di allinearsi agli americani anche in un tempo in cui, con Trump, gli Stati Uniti hanno accelerato la perdita del loro lato A (democratico), facendo valere quello B della violenza che, peraltro, hanno sempre avuto?

Siamo ancora all’ieri, cioè al tempo del colonialismo e della superiorità della civiltà occidentale sul Resto del mondo.

Se osserviamo gli ultimi 100 anni si notano alcuni fatti eclatanti.
Nel Novecento l’Europa era il centro del mondo (per tecnologia, cultura, benessere). I suoi eserciti avevano dominato il mondo per 5 secoli e si sono sempre combattuti per avere l’egemonia del mondo e conquistare il centro dell’Europa, allora centro del mondo. In ballo c’erano materie prime, spezie, schiavi conquistati con vele e cannoni (la via violenta per arricchirsi).

Da queste guerre è emerso infine l’impero anglosassone, vittorioso nella prima guerra mondiale sugli imperi tedesco e austro-ungarico. Già allora ci fu un’intesa tra Inghilterra e Stati Uniti (entrati in guerra nel 1918) per dare la spallata finale agli imperi “centrali”.

Impero anglosassone poi consolidatosi alla fine della 2^ guerra mondiale, ma con la scomoda presenza dell’URSS che aveva contribuito in modo determinante alla vittoria sul nazismo coi suoi 27 milioni di morti.

Poi abbiamo avuto il bipolarismo USA-URSS da cui è uscito vittorioso l’impero americano nel 1991 col crollo dell’URSS.

Ci si aspettava che il vincitore americano diventasse il dominus del mondo ma, lungimirante coi perdenti, lasciasse i loro usi e costumi e quelle forme di vita non assimilabili all’Occidente. ma anche ai consumi e a quell’individualismo su cui si basa, ma l’hybris (superbia, desiderio di potenza), che spesso annebbia la vista dei vincenti, portò nel decennio 1991-1999 alla distruzione della Russia, assimilandola non solo alla produzione capitalistica, ma anche alla civilizzazione occidentale.

Putin è l’effetto a questa volontà occidentale di distruzione della Russia.

Dal 2001, con la nascita della UE e fino al 2008 (crisi dei sub prime USA), si stava profilando quello che Solov’ev, filosofo e poeta russo, aveva profetizzato:
“il Male ultimo come mimica seducente. L’Anticristo sarà osannato dalle masse, verrà accolto come Salvatore dell’intera umanità. Una Collettività ignara di aver ceduto al sommo inganno della ragione (della Tecnica), accecata da un mare di buon senso dove però risiede un vuoto senza ritorno”.

Chi è oggi il Male assoluto oggi per la UE? La Russia.

Eppure per Dostoevskij per sconfiggere il Male era necessario l’incontro tra Europa e Russia in modo che il respiro dei popoli potesse usare entrambi i polmoni delle due civiltà finalmente affratellate, che l’Anticristo vuole separare e lasciare senza fiato.

La nascita dell’Europa nel 2001 fu segnata da nobili auspici dopo 50 anni di pace in Europa (ma guerre americane ovunque) e fu potente l’impulso dell’ostpolitick sia dei fondatori che dei primi protagonisti e per ultima della Merkel.

Ma l’amicizia con la Russia era una minaccia troppo temibile per l’imperatore americano, tanto più che cominciava a profilarsi un nuovo “titano” (la Cina) a cui la brama di profitto dei singoli americani aveva imprudentemente ceduto la fabbricazione di tecnologie.

Per cui il vecchio imperatore Usa decretò che “questo matrimonio (tra Germania e Russia) non s’ha da fare”…un filo rosso alla base della politica anglosassone degli ultimi 120 anni, come s’era ben capito sin dal 1914-18 quando venne distrutto dagli anglosassoni l’impero tedesco, il cui “errore” fu quello di voler partecipare al bottino coloniale.

Così l’Europa, l’unico potenziale “titano” che avrebbe potuto federarsi e diventare un arcipelago buono, stella polare per Cina e USA, stemperando i loro vizi (quello dell’orda cinese che annulla l’individuo e quello individualistico americano che annulla la comunità), è stata spinta a metamorfosarsi nel suo doppio e, come serva degli americani, a ritornare alla sua ombra bellicista che vuole distruggere se stessa e la Russia, facendo, ahimè, gli interessi di Usa e Cina.

La Russia, spinta anche lei nella zona d’ombra, si appoggia così anziché all’Europa, al nuovo, imprevisto “titano” Cina. Sa che non potrà essere vinta, in quanto, se invasa, ha annunciato che userà le armi nucleari, così come non è in grado di vincere la UE.

L’esito sarà quindi una guerra che dura, che sfibra entrambi, impoverisce i popoli e distrugge i due polmoni fino a rimanere senza fiato. Il fine occulto è potenziare i “titani” (USA e Cina).
Può finire prima con la conquista dell’intero Donbass da parte russa (ancora 3 mesi, un anno?), sapendo che non può reggere una guerra così autodistruttiva.

Sulle ceneri della reciproca autodistruzione (UE e Russia),che narra di essere neutra, ma vuole essere osannata dalle masse  avanza spedito il nuovo potere: il capitalismo tech americano che vuole disfarsi della democrazia e dei diritti (miti dei deboli), e vuole un impero guidato da una élite tecnologica (non più da politici) che è controllabile e vuol distruggere la politica, per diventare lei imperatrice di una società dove gli individui sono liberi di consumare ma incapaci di organizzarsi.

Il fine occulto è prendersi la politica e il potere. Questo è il vero fascismo (tech) in atto, non quello rural provinciale di Mussolini su cui bisticciano sovente sinistra e destra nostrane.

D’altro canto avanza l’orda cinese che, con la sua potenza tecnologica, si erge sovrana e temibile e che sarà più capace degli oligarchi americani a distribuire ricchezza alla propria orda-massa.

Per questo può imporsi sugli americani e sul Resto di un mondo che si farà più multipolare.

E l’Europa? Potrà anche allargarsi anche a 35, come mero mercato, ma sarà sempre microcefala e impotente, con cittadini più poveri, finché, chissà, un giorno lontano scoprirà la sua missione spirituale, ora smarrita, dove non sono le armi il “nuovo principe federatore”, ma la pace, la convivenza tra i popoli che possono produrre in modo capitalistico, ma conservando usi e costumi propri e rispettandosi l’un l’altro.

Il tempo delle invasioni da parte di super potenze sta finendo e sarà sempre meno possibile in un mondo multipolare con più “titani”.

Vale per Usa, Cina, Russia (domani India) e per Israele, caduto nell’abisso del suo doppio col sionismo e l’apartheid, la “civiltà” occidentale in Medio Oriente (sic).

Forse solo dai piccoli (Svizzera, Islanda, movimenti dal basso…), da una nuova Europa e soprattutto dal multilateralismo potrà sorgere un futuro ordine mondiale meno instabile e guerrafondaio di quello che abbiamo vissuto, più rispettoso delle singole nazioni.

Cover: Foto di Terry McGraw da Pixabay

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Il bambino delle Alpi

Il bambino delle Alpi

Il bambino delle Alpi

Appena arrivata sulle Alpi, in vacanza come molte altre migliaia di persone. Le Dolomiti sono un luogo dell’anima nonostante il turismo d’assalto ad agosto. Lì esco da me, ritornando alla me più vera. Amo il mare, sono nata sul mare, non potrei vivere senza, ma la montagna mi permette di pensare, di sentire, di riconnettermi. La fotografia è libertà, se fosse un lavoro non ci sarebbero altri scatti, solo occhi che si chiudono a baionetta, trovata l’inquadratura migliore. Altre volte è puro inconscio. Come il mare amo la scrittura, ma la fotografia mi permette di guardare oltre le parole, oltre i pensieri. Mare, montagna, scrittura, fotografia. Ma tutto questo oggi si chiude su una figura, un bambino biondo austriaco o tedesco più probabilmente. Lui cattura lo sguardo più delle maestose montagne intorno, lui esplora un montarozzo, poco più lontano da mamma e papà.

Il caschetto composto e liscio, fluisce come il ricordo di un’acconciatura anni 80, i miei cugini la portavano, più o meno alla sua stessa età, segno di una mescolanza italo-americana. Poi la mente si sposta, sei lì Eugenio. Sei un ragazzo e io ti ho visto bimbo negli occhi di tuo padre. Un messaggio è arrivato tagliente come un coltello nel cuore delle vacanze. Un risveglio brusco e il dolore, lo stomaco che si rivolta. Sei su quella piccola montagnola di ciottoli e polvere Eugenio, di spalle passeggi su questo paradiso naturale con il sole che ti bacia i capelli. Ti conoscevo poco, conosco chi ti ha amato e chi ti ama anche dopo i tagli e la tua partenza inaspettata. 

Quante vite si spezzano sulla strada. Quanti ragazzi e ragazze di venti anni, diventano mazzi di fiori, foto, peluche appoggiati sui cigli dei marciapiedi. Sui guard rail gli striscioni con le scritte, ricordo e monito, come quelli delle partite di calcetto dove giocavi con gli amici. Gli stessi che si riuniscono per piangere insieme e ridere per i tuoi scherzi passati. Un panino al McDonald ti ha tradito, “andiamo e torniamo subito” avevi detto a loro. C’è anche la paura di salire di nuovo su quei motorini, si che c’è, ma quella paura proteggerà tutti i tuoi amici dopo di te.

L’odore della resina dei grossi tronchi e gli abeti martoriati in inverno per le industrie del legname, si confondono con la gomma bruciata sull’asfalto. Le altezze che sfidi “bambino delle Alpi” sono le stesse profondità che affronti Eugenio nel mare che ti ha visto bambino, carico di salsedine.

Il coraggio del tuo cammino sul paradiso della Valle di Braies è lo stesso che vedevo nei tuoi occhi, la vita con la leggerezza e la freschezza del tuoi anni.

Metto insieme mare e montagna, fotografia e scrittura, il bene e il male, i tuoi sorrisi e il dolore. Hai lasciato l’asfalto per sempre con cosa lo hai sostituito quel maledetto, con gli abissi del mare o le altezze delle montagne? 

Cover: foto di Ambra Simeone

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Per certi versi / Oggi mi stavo per frantumare

Per certi versi /
Oggi mi stavo per frantumare

Oggi mi stavo per frantumare

 

Oggi mi stavo per frantumare

 

Ho sentito il mio vetro

tendersi in spasmo sottilissimo

 

Ho temuto un alito di vento

Il cadere di una foglia

Il tocco di un pensiero

 

Mi spezzo, pensavo

Ora esplodo in minuscole schegge

 

E quasi piangevo per la paura

Per la certezza

 

Trenta gocce

Il prezzo dell’integrità

 

Del trattenere ancora un poco

questo equilibrio trasparente

 

IN SEDUTA. PICCOLA PSICOTERAPIA DEL CUORE, PUNTOACAPO 2026

 

In copertina: Foto di Luis Wilker WilkerNet da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Siccità (che ferma le centrali nucleari) e incendi: due facce della stessa medaglia

Siccità (che ferma le centrali nucleari) e incendi: due facce della stessa medaglia

Siccità (che ferma le centrali nucleari) e incendi: due facce della stessa medaglia

Nel sito della testata EnergiaOltre del 20 agosto un articolo di Antonino Neri tratta una questione molto delicata e importante, relativamente alla convocazione d’urgenza da parte della Commissione Europea di una riunione straordinaria per discutere le eventuali chiusure delle centrali nucleari a causa della siccità presente in molti paesi dove sono funzionanti questi impianti.

L’incontro del Gruppo di Coordinamento per l’Elettricità, con i Paesi dell’Unione Europea, la Rete europea dei gestori dei sistemi di trasmissione (ENTSO-e), i centri di coordinamento regionali competenti e il Segretariato della Comunità dell’Energia, è stato convocato per martedì 25 agosto per discutere della sicurezza dell’approvvigionamento di energia elettrica nell’Europa centrale e sudorientale.

“Nelle ultime settimane – scrive Neri – la siccità e le temperature eccezionalmente elevate hanno portato i livelli del Danubio su valori molto bassi, con effetti significativi sulla produzione elettrica europea. Il caso più evidente è quello dell’Ungheria, dove la centrale nucleare di Paks utilizza l’acqua del Danubio per il raffreddamento.”

Ma anche il caso della Romania risulta particolarmente preoccupante. “Ancora più grave la situazione alla centrale di Cernavoda, continua l’articolo, dove il primo reattore era stato fermato già a fine luglio, mentre il 13 agosto è stato avviato lo spegnimento controllato del secondo, perché il livello del Danubio era sceso sotto la soglia necessaria per garantire un adeguato raffreddamento.”

Le conseguenze degli eventi climatici di questa estate rovente sono che “il paese è rimasto temporaneamente senza produzione nucleare, nonostante Cernavoda rappresenti normalmente circa il 20% della generazione elettrica nazionale”. La Romania, si afferma, ha dovuto compensare il calo di produzione energetica con importazioni da altre fonti.

Negli stessi giorni un altro caso, riportato dal Corriere della Sera, tratta della centrale di Gravelines, la più grande dell’Europa occidentale, posizionata lungo la costa sul Canale della Manica tra Calais e Dunkerque. La centrale è costituita da diversi reattori messi in crisi a causa delle altissime temperature di questi mesi, le quali hanno modificato i delicati equilibri che ne garantiscono il funzionamento.

“Cause diverse e del tutto originali – scrive il Corriere – hanno costretto allo spegnimento di alcuni reattori (sembra tre secondo Euronews, della centrale). Già era accaduto la prima volta un anno fa con le medesime modalità.” A causa delle alte temperature ambientali le acque di fiume o del mare entrano già tiepide nell’impianto, rendendo meno efficiente lo scambio termico e riducendo l’efficienza dello stesso.

“Ma l’aumento delle temperature – continua il Corriere – può causare il riscaldamento della temperatura dell’acqua e favorire la proliferazione del plancton e degli organismi di cui si nutrono le meduse, che accelerano i loro cicli vitali e prolungano la stagione riproduttiva.

In Francia è accaduto che una eccessiva concentrazione di meduse vicino alla riva dell’oceano – dovuta sia all’innalzamento delle temperature atmosferiche che dell’acqua calda scaricata dagli impianti di raffreddamento della centrale e ad altre cause – ha intasato le pompe di aspirazione che, pompando milioni di litri d’acqua marina al minuto quando intere colonie di meduse si avvicinano alla costa a causa delle correnti o dei venti, finiscono facilmente nei canali artificiali di prelievo delle centrali e vengono risucchiate bloccando le pompe con una poltiglia gelatinosa. E se l’acqua non passa più, le pompe vanno in sofferenza e i sistemi di sicurezza spengono i reattori per evitare pericolosi surriscaldamenti”.

Secondo Euronews la Francia, per cause dovute a “vincoli ambientali” o a “cause esterne legate all’ambiente”, ha registrato nella prima quindicina di agosto un deficit di oltre il 20% della propria capacità di produzione di elettricità di origine nucleare, in totale 13 reattori sui 57 del parco nucleare francese ne sono stati coinvolti: un nuovo record di indisponibilità.

Interessanti considerazioni sugli eventi descritti vengono dal sito di CUENEWS, un network editoriale tecnico-scientifico fondato nel 2014 come Close-up Engineering, dove l’articolo Siccità in Europa 2026: fiumi in secca e centrali ferme, a firma di Carolina Valdinosi si occupa della siccità in Europa di questa estate riferendosi in particolare al nostro Po, il cui livello è sceso al di sotto del record del 2022, del Danubio ai minimi storici e degli impianti nucleari fermi in Ungheria e Francia.

Se le notizie sulle fermate o le difficoltà degli impianti nucleari in diverse parti d’Europa sono state in primo piano sui media italiani ed europei (ad esempio El Pais, come riportato dal settimanale Internazionale del 21 agosto scorso), l’articolo di CueNews affronta la questione in modo più completo. Si legge infatti che “la siccità in Europa del 2026 ha smesso da settimane di essere una questione agricola. È diventata un vincolo di esercizio per il sistema elettrico, e riguarda contemporaneamente idroelettrico, nucleare e trasporto delle materie prime energetiche”.

L’articolo citato inizia descrivendo lo stratagemma utilizzato i primi di agosto (un’esplosione programmata) per far arrivare più acqua ai sistemi di raffreddamento dell’impianto messi a dura prova dalla siccità. “Un intervento di questo tipo – continua l’articolo – dice molto sul punto in cui è arrivata l’estate europea: per tenere in funzione un reattore si è scelto di modificare fisicamente il fondo del secondo fiume più lungo del continente”.

Il testo, che vale la pena leggere per intero, parla anche dei problemi di casa nostra, a iniziare ovviamente del sistema idrico del bacino Padano. In uno speciale di Sky TG24 di fine luglio – Po, peggiora lo stato di siccità: oltre 100 Comuni del Nord in difficoltà idrica – veniva evidenziato che “il livello di siccità del fiume diventa «alto», come emerso dall’ultima riunione dell’Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici. L’allarme quindi si alza per l’intero bacino padano, in particolare per le forniture di acqua potabile”.

Altre fonti, mettendo in luce quanto il sistema idrico italiano sia “fragile”, hanno elencato almeno quattro elementi che vanno in tal senso, a cominciare dalle perdite che superano del doppio la media dell’Unione Europea, poi i consumi pro-capite che superano la media Europea del 35%, ma anche che solo il 5% dell’acqua depurata è destinato al riutilizzo, rispetto al 20% della media UE e infine come il prezzo dell’acqua potabile sia del 30% inferiore rispetto alla media dell’Unione e le tariffe di autoprelievo agricolo/industriale (circa 0,04 €/m3) siano inadeguate a stimolare comportamenti virtuosi di consumo.

Il punto critico in Italia è perciò il bacino padano, in quanto “cuore” della capacità idroelettrica nazionale. “Secondo i dati dell’Osservatorio sugli utilizzi idrici dell’area del Po – viene scritto nell’articolo di CueNews – a Cremona il fiume ha una portata di 193 metri cubi al secondo contro una media di 602, e la scarsità riguarda anche i laghi prealpini che lo alimentano, in particolare il Lago Maggiore”.

Quest’anno “i livelli hanno superato il record negativo della siccità del 2022, e la centrale idroelettrica di Isola Serafini, pochi chilometri a sudovest di Cremona, ha sospeso la produzione dopo essere già stata spenta a inizio luglio e poi riattivata”.

La fotografia più netta, argomenta il network, arriva dal programma europeo di osservazione della Terra con le immagini Copernicus Sentinel 2 acquisite tra l’1 e il 3 agosto 2026, le quali mostrano livelli idrici eccezionalmente bassi lungo i tratti di quattro dei maggiori fiumi europei: il Po vicino a Cremona, la Loira all’altezza di Saumur, il Reno nei pressi di Boppard e il Danubio. Il centro europeo segnala che la situazione del Po sta esercitando una pressione crescente su irrigazione, produzione idroelettrica e disponibilità di acqua dolce.

Gli incendi sono gli altri eventi catastrofici legati all’aumento delle temperature e alla siccità. Il 17 agosto scorso l’articolo apparso sul quotidiano La Stampa e dal titolo più che eloquente, Settantamila ettari andati in fumo: l’estate nera dell’Italia che brucia, e riferendosi al report del WWF, ripreso anche da ANSA, descriveva la situazione degli incendi più estremi in Italia e richiamava alla necessità di urgenti interventi di prevenzione rispetto ad una situazione anno dopo anno sempre peggiore, con il cambiamento climatico che funziona da acceleratore.

Gli ettari andati a fuoco, che, ovviamente, non sono un fenomeno di oggi, hanno visto un aumento del 133% rispetto alla media degli ultimi venti anni, con quasi un terzo dei roghi che ha interessato aree protette. “La situazione, negli ultimi anni profondamente diversa che nel recente passato, denuncia il report WWF, è ancora più grave nel resto d’Europa: in Spagna sono già bruciati 219.000 ettari, in Francia 91.000, con decine di vittime e oltre 300.000 persone costrette ad abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni.”
(vedi anche: https://www.wwf.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/e-stata-la-mano-delluomo-cambiare-strategia-per-prevenire-gli-incendi-estremi/).

Complessivamente in Europa, a causa del cambiamento climatico che rende più frequenti e intensi gli eventi estremi, sono già andati in fumo circa 435.000 ettari, 100.000 in più dello stesso periodo del 2025, il peggiore degli ultimi venti anni in Europa, che ha visto in tale periodo un totale di più di un milione di ettari bruciati: ma oltre alle alte temperature e alla mancanza di piogge, quali effetti del cambiamento climatico, si aggiunge come elemento peggiorativo la gestione non adeguata dei territori.

Di questa grave emergenza ambientale ne parlano anche ISPRA, in una pagina del proprio sito aggiornata al 28 luglio scorso, e ASviS dando notizia della strategia europea contro gli incendi boschivi, ma anche il dossier di UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) che tratta il tema degli incendi boschivi dal punto di vista della prevenzione, organizzazione e gestione forestale.

Immagine di copertina: Foto di Tharushi Jayawardana da Pixabay

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“Dio lo renderà possibile”

“Dio lo renderà possibile”

Peter Olurombi era pastore in Nigeria. Poi è stato costretto a fuggire. A zebra. racconta della donna che lo ha cresciuto, della chiesa che guidava e della speranza di poter un giorno riunire la sua famiglia in Italia.

Da bambino vendevo cherosene insieme a mia nonna. È stata lei a crescermi. Mio padre era morto presto e mia madre non c’era. Erano gli anni Ottanta, riempivamo bottiglie di birra con il cherosene per le lampade e le trasportavamo in ceste, andando di casa in casa come lattai. Mia nonna era una donna cristiana, di fede profonda. Non era mai andata a scuola, eppure sapeva leggere la Bibbia nella nostra lingua madre, lo yoruba. Ogni mattina e ogni sera ci insegnava a pregare. Più tardi ho frequentato una scuola pastorale e sono diventato evangelista. Dopo qualche anno, mi è stata affidata una comunità della Christ Apostolic Church a Ibadan, la città dove sono cresciuto.

La chiesa era piena di musica: strumenti, cori e gospel. Essere pastore mi dava un profondo senso di responsabilità. La gente si fidava di me, veniva a raccontarmi la propria vita, a confessare i propri peccati. Pregavamo insieme e offrivo consigli. Anche fuori dalla chiesa cercavo di aiutare. Il mio lavoro principale era il commercio del legname e andava bene. Ma in Nigeria molte persone fanno fatica a guadagnarsi da vivere. Quando vedevo qualcuno che aveva voglia di lavorare, cristiano o no, prestavo soldi senza interessi per aiutarlo ad andare avanti.

In quegli anni non mi mancava nulla. Avevo un lavoro, una casa, una macchina e una famiglia. Non avrei mai pensato di lasciare la Nigeria. Poi, però, un grave problema nella mia chiesa ha messo la mia vita in pericolo. È una vicenda di cui non posso parlare, ma non avevo una scelta: sono dovuto fuggire. Non ho avuto nemmeno il tempo di salutare. Solo quando sono arrivato in Italia ho potuto chiamare mia moglie per dirle che ero vivo. È successo meno di due anni fa. La cosa più dolorosa è stata lasciare la mia famiglia. Oggi i miei figli hanno 21, 18 e 12 anni. Il mio desiderio è portarli tutti qui e sono convinto che Dio lo renderà possibile.

Oggi ho una sistemazione provvisoria e faccio lavori saltuari. Ricominciare da zero in un altro Paese non è semplice, così accetto ogni opportunità che mi permette di andare avanti. Spero che un giorno riuscirò a ricostruirmi una vita autonoma. Nel tempo libero frequento una chiesa a Bolzano. Anche lì si canta e si suona come in Nigeria, e questo mi fa sentire ancora un po’ a casa. Forse, quando parlerò bene l’italiano, potrò tornare a fare il pastore. Non è una strada facile, la mia storia lo dimostra. Ma se Dio vorrà che continui a percorrerla, lo farò.

Zitat im Text: La cosa più dolorosa è stata lasciare la mia famiglia.

Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare al mio Dio finché esisto. (Salmo 104)

PETER OLUROMBI

Testo trascritto da Matthias Fleischmann

In copertina: Peter Olurombi, Foto Peter per Zebra

Periscopio ospita la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori.

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra 
In tedesco: www.oew.org/zebra

 

 

Ascoltare è consentire che accada qualcosa in noi

Ascoltare è consentire che accada qualcosa in noi

Ascoltare è consentire che accada qualcosa in noi

C’è una bella differenza tra udire ed ascoltare. Una differenza pari a quella di confondere una incapacità di ascolto con un difetto di udito.

Cercherò di parlarne qui nel complicato tentativo di mostrare come questa differenza incida tanto nel comprendere una contestazione fatta di fischi e “boo” indistinti, quanto una poesia fatta di parole e suoni precisi.

In una sua famosa poesia, Il fusto di pioggia il poeta Seamus Heaney affida ad una bellissima immagine la seguente scoperta: la materia non è muta; attende solo un orecchio capace di farne affiorare la voce.

Il fusto di pioggia

Capovolgi il fusto e quello che succede
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
Ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua, poi lo scuoti di nuovo leggermente

ed ecco un diminuendo che corre per le sue scale
come una grondaia gemente. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’erba e margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che succede

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso riascolta.

[da The Spirit Level, Faber faber 2001]

Quando il fusto secco di cactus viene capovolto piovono semi e grani custoditi al suo interno e scrosciano sulle fibre simili alle gocce di un acquazzone. La poesia termina con un “E adesso riascolta” che non è un invito a ripetere meccanicamente un gesto, cioè a rileggere la poesia, perché un …suono (un fischio, un verso poetico) non si possiede mai interamente, per quanti sforzi si possano fare e, di sicuro, già la seconda volta è diversa dalla prima.

Ascoltare dunque significa, prima di ogni altra cosa, accettare questa fragile durata, l’effimero accadere nel tempo di qualcosa che svanisce mentre si offre, un qualcosa che chiede come un’eco d’essere seguita.

Se ci pensiamo la vita stessa comincia così: abitiamo le voci di altri prima di cominciare a parlare. E pur non comprendendo le parole ne avvertiamo un ritmo, una vicinanza, uno… scroscio.

Cosicché potremmo dire che ognuno di noi “non prende mai per primo la parola” ma viene (ri)chiamato da essa. La lingua che diciamo nostra è in fondo un suono che viene da altrove e ogni cosa che udiamo e ascoltiamo conserva, anche quando lo dimentichiamo, questa dipendenza possiamo dire originaria.

Nella poesia tutto questo è fondamento perché mai, come nella poesia, si avverte e si sottolinea la differenza tra udire e ascoltare. Come scrive Ottavio Di Grazia nel domenicale de Il Quotidiano del Sud: «…il rumore entra nell’orecchio senza chiedere permesso; l’ascolto fa posto. Non è semplice passività, ma attenzione, pazienza, discernimento…». Così si può udire tutto – fischi, versi, fruscii nel bosco, scrosci di acqua, esplosioni di bombe… – senza ascoltare nulla.

Parrà strano ma anche farsi un’idea sul riscaldamento globale/cambiamento climatico è questione di… ascolto. Ascoltare non coincide con la funzione di un organo e non ha a che fare con i disturbi dell’udito. Ascoltare è un modo di essere presenti.

Fare in modo di tornare ad esserlo, presenti, è un compito della poesia.

Una delle prime verità dell’ascolto è quella di concedere tempo a ciò che accade: non comprendiamo davvero una voce (un fischio, una poesia etc…) se non la accompagniamo fino alla fine, in modo tale che il corpo stesso diventi cassa di risonanza e venga toccato.

Come scrive ancora Di Grazia «…Nell’ascolto il mondo non è soltanto ciò che abbiamo di fronte, ma ciò che ci raggiunge e continua a vibrare in noi quando la fonte del suono è ormai lontana».

Tutto questo è preceduto da una precisa idea di con-versazione, qualcosa cioè che non è governato interamente da chi vi partecipa (poeta-lettore, attore-pubblico, politico-popolo…) ma da un vero e proprio movimento che può condurre entrambe le parti da qualche “altra parte”.

E questo accade soltanto quando non si ascolta per preparare una replica ma per esporsi alla possibilità che quel “fischio”, quella “parola” abbia ragione contro di noi. Solo così ascoltare conserva o recupera una dimensione etica e politica: «…una comunità non è tale perché tutti parlano nello stesso modo, ma perché le differenze possono entrare in rapporto senza essere cancellate».

La democrazia non vive soltanto del diritto di parola o, come avrebbe detto Sandro Pertini, di “…libero fischio in libero Stato”; la democrazia ha bisogno che il fischio, la parola possa giungere a qualcuno.

Proprio come la parola poetica.

Quello che voglio dire è che può esistere anche un ascolto “colpevole”: quello che obbedisce alla menzogna, che si lascia affascinare dall’odio, che si lascia abbindolare, nel caso della poesia, dal sentimentalismo e (ancora) dalla rima cuore/dolore. Ma un cuore che veramente ascolta è capace di distinguere perché ha rinunciato alla presunzione di sapere prima di avere… udito.

La poesia educa proprio a questo: consente che qualcosa accada in noi senza provenire da noi. La poesia ci chiede di perdere il privilegio dell’ultima parola, di lasciare che un dubbio resti aperto e che una voce anche remota o passata come quella di Seamus Heaney continui a risuonare e continuare a dire: “E adesso riascolta”.

 

Cover: Foto di AniaPM da Pixabay

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A pensarci bene / Tutti i segreti del 7 ottobre

A pensarci bene / Tutti i segreti del 7 ottobre

A pensarci bene /
Tutti i segreti del 7 ottobre

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla pagina Facebook con il consenso dell’autore)

Secondo una nuova inchiesta del giornale israeliano Haaretz, dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu ha ricevuto personalmente da Mohammed bin Zayed (presidente degli Emirati Arabi Uniti) un avvertimento esplicito: Yahya Sinwar sta preparando una grande operazione contro Israele.
Netanyahu la definisce “una menzogna assoluta”, pur essendo una notizia confermata da numerose fonti di alto livello, documenti e registrazioni.
Ma anche togliendo dal tavolo la telefonata degli Emirati, rimane una quantità di materiale precedente all’attacco semplicemente impressionante.
Partiamo come sempre dall’inizio.
Nel 2022 l’intelligence israeliana entra in possesso di un documento [Qui l’articolo del NYT del 2 dicembre 2023] successivamente soprannominato “Jericho Wall” (Mura di Gerico).
Il documento descrive un’operazione di sfondamento della barriera, attacchi simultanei alle basi israeliane, infiltrazioni, assalti ai centri abitati e cattura di ostaggi.
È un piano operativo.
La corrispondenza generale è talmente forte che oggi nessuno può seriamente sostenere che Israele non sapesse che Hamas stava elaborando l’idea di una grande incursione oltre la barriera.
Nel luglio 2023 una giovane analista della Unità 8200 (il gigantesco apparato israeliano di intelligence elettronica) confronta un’esercitazione di Hamas con il piano “Mura di Gerico”.
La somiglianza è impressionante.
L’analista avverte i suoi superiori che Hamas non si sta semplicemente addestrando genericamente: si sta esercitando sulle componenti del piano.
Il suo giudizio viene respinto.
Nel settembre 2023 gli apparati israeliani producono un documento che descrive una possibile grande invasione, stimando che Hamas potrebbe catturare fino a 250 ostaggi.
Il 7 ottobre gli ostaggi portati a Gaza sono 251.
Quel documento non arriva ai vertici israeliani, secondo le ricostruzioni disponibili.
Non stiamo parlando di un agente solitario che intuisce tutto. Stiamo parlando di una catena istituzionale nella quale informazioni vengono raccolte, analizzate, discusse e poi spariscono nel nulla.
E i soldati sul confine?
Per mesi le osservatrici israeliane incaricate di sorvegliare Gaza segnalano attività anomale.
Uomini che studiano la barriera.
Esercitazioni.
Attività vicino alle telecamere e alle torrette.
Alcune di loro raccontano successivamente di aver segnalato ai superiori che qualcosa è cambiato, ma non vengono ascoltate.
Il 27 settembre 2023 (dieci giorni prima dell’attacco), il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed telefona personalmente a Netanyahu.
Una telefonata di circa 45 minuti.
Il messaggio è estremamente preciso: Yahya Sinwar sta preparando una grande operazione contro Israele.
Bin Zayed è preoccupato che l’operazione possa destabilizzare l’intera regione e compromettere gli Accordi di Abramo.
Netanyahu risponde in sostanza che Israele è preparato e che la minaccia principale proviene dalla Cisgiordania.
Il 1 ottobre 2023, sei giorni prima dell’attacco, arriva un altro elemento.
Secondo le ricostruzioni pubblicate in Israele, Ronen Bar (il capo dello Shin Bet) discute della minaccia rappresentata da Sinwar. Bar chiede di autorizzare operazioni contro Hamas.
Il 7 ottobre alle 6.29 del mattino, Benjamin Netanyahu viene informato che l’attacco è in corso.
Questo dato è confermato dalla cronologia resa pubblica dal suo stesso ufficio.
Netanyahu non parla direttamente con Herzi Halevi (il capo di Stato maggiore dell’esercito) fino a circa le 9:45.
L’ufficio del primo ministro ha confermato che il contatto diretto arriva più di tre ore dopo l’inizio dell’attacco.
Mentre quelle tre ore passano, uomini armati entrano nei kibbutz israeliani.
Tutto questo meriterebbe un’inchiesta pubblica, indipendente, con accesso ai documenti classificati, alle registrazioni delle comunicazioni, ai rapporti dell’intelligence e alle testimonianze dei responsabili.
Perché Israele continua a non volerla?
Uno Stato che ha subito il più grave attacco alla propria popolazione in decenni dovrebbe voler sapere tutto.
Chi era informato?
Quando è stato informato?
Chi ha preso le decisioni?
Perché la frontiera era così vulnerabile?
Sono domande normali in qualsiasi democrazia.
In Israele invece la richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente diventa una battaglia politica.
Eppure dopo un evento come quello del 7 ottobre un governo democratico non dovrebbe avere paura della verità.
Dovrebbe pretenderla.
Cover: Benjamin Netanyahu a Davos il 14 gennaio 2023 – foto di flickr.com con licenza Creative Commons
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.
Il vino americano nelle botti di Gramsci

Il vino americano nelle botti di Gramsci

Il vino americano nelle botti di Gramsci

Ovvero: come l’America ha conquistato due volte l’Italia — prima con le armi e i dollari, poi con le piattaforme digitali e la gestione dei sentimenti — e perché capirlo aiuta a leggere le tensioni identitarie di oggi.

Giusto 6 anni fa, nell’estate del 2020, mentre in America bruciavano le strade di Minneapolis dopo la morte di George Floyd, cortei con cartelli scritti in inglese sono comparsi a Milano, Roma, Torino nel giro di pochi giorni. Slogan nati a ottomila chilometri di distanza sono stati tradotti più che adattati e si sono materializzati nelle piazze italiane senza passare da nessun filtro riconoscibile: nessun intellettuale-mediatore, nessuna casa editrice, nessun dibattito redazionale. Solo una piattaforma digitale che ha fatto viaggiare un’informazione codificata come un’emozione da un continente all’altro in tempo reale.

Questo episodio circoscritto illumina un processo molto più lungo e meno visibile, che attraversa l’intera storia della Repubblica: la progressiva americanizzazione della cultura popolare e politica italiana e, in particolare, di quella sinistra che per almeno cinquant’anni si è pensata come l’argine più solido all’egemonia statunitense in Europa.

Capire come e perché questo sia accaduto — non per denunciarlo né per rivendicarlo, ma appunto, per comprenderlo — aiuta a leggere fenomeni apparentemente slegati che oggi animano il dibattito pubblico: dal linguaggio dei diritti alla crisi della rappresentanza, dal politicamente corretto alla cultura woke, dalle polemiche identitarie alla grande difficoltà della sinistra nel riuscire a parlare ancora alle classi popolari.

Due americanizzazioni, non una

Prima di seguire il filo che porta al presente, va sfatata un’idea superficiale: che l’americanizzazione sia un fenomeno recente e che riguardi soprattutto il polo progressista. In realtà l’Italia repubblicana nasce già dentro l’orbita americana e la prima a farne esperienza diretta (o a trarne beneficio, a seconda dei punti di vista) è la Democrazia Cristiana.

Il Piano Marshall, il sostegno statunitense, oggi ampiamente documentato dagli storici, alle elezioni del 1948, la collocazione nella NATO, le intromissioni in alcuni degli accadimenti più oscuri della Prima Repubblica: tutto conferma che non è azzardato affermare che il partito che guiderà l’Italia per quasi mezzo secolo nasce come alleato diretto di Washington, prima ancora che come grande partito di massa cattolico.

È un dettaglio importante: l’America non “arriva” tardi nella Sinistra italiana per osmosi culturale. È l’Italia intera sconfitta rovinosamente, fin dal dopoguerra, a muoversi dentro un campo di forza a guida (anglo) americana.

Quello che cambia nei decenni successivi non è la relazione di fondo, ma il registro con cui l’egemonia si esercita: prima influenza politico-militare diretta sul blocco sedicente moderato (influenza ancora ben presente come mostra la posizione geopolitica dell’attuale governo di centro-destra chiaramente asservita agli interessi USA a prescindere da chi li governa), poi — molto più tardi — influenza culturale e simbolica sul blocco progressista.

Una sinistra abituata a vincere in cultura ma non a governare

Per capire perché la sinistra italiana sviluppi un rapporto così particolare con la dimensione culturale, bisogna guardare alla condizione paradossale in cui vive per oltre quarant’anni. Il Partito Comunista Italiano (PCI) è stato, negli anni della guerra fredda, il più forte d’Occidente: pienamente legittimato dal voto popolare, radicato nei territori, capace di governare comuni e regioni.

Ma è restato sistematicamente escluso dal governo nazionale, secondo quella che gli scienziati politici hanno chiamato la conventio ad excludendum, la convenzione informale e mai scritta che tiene il PCI fuori dall’esecutivo per l’intera durata della prima Repubblica.

Giorgio Galli (Qui una mia intervista di qualche anno fa) ha descritto questo assetto come un “bipartitismo imperfetto“: un sistema con due grandi partiti, con due grandi narrazioni (rispettivamente bianca e rossa), ma senza alternanza reale, perché uno dei due è condannato all’opposizione a prescindere dal consenso che raccoglie.

Di fronte a questo blocco, la strategia comunista non è improvvisata: affonda le radici nel pensiero di Antonio Gramsci. Se non si può conquistare lo Stato, si conquista la società civile: le scuole, i giornali, il cinema, l’università, l’immaginario collettivo. È una scelta obbligata che si traduce in un’egemonia culturale, che diventa, nel tempo, un’abitudine di lungo periodo: la sinistra italiana impara a giocare la partita sul terreno simbolico-culturale ben prima di “scoprire l’America DEM”, non a causa dell’America.

1989-1994: il doppio crollo

Il 12 novembre 1989, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, il segretario del PCI Achille Occhetto annunciava in una sezione di Bologna (la famosa Bolognina) l’intenzione di sciogliere il partito e fondare una nuova formazione. È l’inizio di un processo che si conclude il 3 febbraio 1991 al congresso di Rimini, quando la mozione di scioglimento passa con 807 voti favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti: nasce il Partito Democratico della Sinistra (PDS), simbolo la quercia, la falce e il martello ridotti a un piccolo emblema alla base del tronco.

Nel giro di pochissimi anni il PCI perde due cose insieme: l’ancoraggio internazionale — l’Unione Sovietica, che gli forniva quella che i politologi chiamano la “formula politica”, cioè la giustificazione ideologica del proprio ruolo — e, con Tangentopoli e Mani Pulite tra il 1992 e il 1994, l’intero sistema dei partiti della prima Repubblica entro cui era incardinato.

Alcuni hanno tentato di leggere questo passaggio come un ricambio di classe dirigente. In realtà, empiricamente, il ricambio è parziale: molti dei protagonisti della seconda Repubblica sono gli stessi attori riconvertiti, non una classe dirigente nuova salita dal basso con nuove idee e nuove prospettive. Quello che davvero manca, a metà degli anni Novanta, non è un nuovo gruppo dirigente, è una nuova formula, una nuova giustificazione pubblica, da trovare in fretta.

Un partito compra un modello già collaudato

È in questo vuoto che si inserisce la genesi del Partito Democratico, fondato il 14 ottobre 2007 dalla fusione tra i Democratici di Sinistra e la Margherita. Ma il processo comincia prima, con un episodio che ha un valore quasi simbolico: le primarie del 16 ottobre 2005, con cui la coalizione dell’Unione sceglie Romano Prodi come candidato premier.

Oltre quattro milioni e trecentomila italiani votano in un formato — i gazebo, lo spoglio pubblico, la mobilitazione popolare attorno a un rito elettorale extra-istituzionale — importato direttamente dal sistema delle primarie statunitensi, fino a quel momento sconosciuto alla politica italiana.

Non è un semplice dettaglio folkloristico. È la prima manifestazione visibile di un fenomeno più ampio, che si può descrivere con un’immagine tratta dalla biologia: quando due specie non imparentate affrontano la stessa pressione ambientale, spesso sviluppano soluzioni simili: è il principio dell’evoluzione convergente, lo stesso che spiega perché l’occhio si sia sviluppato in modo simile nei calamari e nei vertebrati, pur partendo da storie evolutive del tutto separate.

Il Partito Democratico americano e la sinistra post-comunista italiana affrontano, con circa vent’anni di scarto, lo stesso problema: come restare un partito progressista quando la base operaia, lavoratrice, si assottiglia e il progetto di redistribuzione economica perde credibilità. I DEM (democratici americani) lo risolvono, tra gli anni Settanta e la presidenza Clinton (1993-2001), spostando progressivamente il baricentro dalla “politica di classe” alla “Politica Identitaria”.

Quando la sinistra italiana affronta lo stesso vuoto, senza più Unione Sovietica, senza più una classe operaia coesa e senza il tempo per elaborare una soluzione originale, non deve inventare un modello nuovo: può importarlo già pronto dagli USA.

Come notava il sociologo Luciano Pellicani il cambiamento del PCI dopo il crollo del muro è stato reattivo: cambia il contenuto ideologico ma resta intatta la burocrazia, l’abitudine ereditata dalla lunga stagione dell’opposizione, a giocare la partita sul piano culturale e simbolico. È in quella forma già pronta che viene versato a piene mani il contenuto americano. Il vino americano versato nelle botti preparate da Antonio Gramsci.

Una generazione cresciuta senza traduttori

C’è un secondo elemento, più recente, che accelera il processo: il modo in cui cambia la mediazione culturale tra Stati Uniti e Italia anche per effetto del  soft power esercitato dai primi sulla seconda. L’americanizzazione degli anni Cinquanta-Ottanta, sostenuta dalla retorica dei “liberatori”, passava attraverso filtri riconoscibili: il cinema doppiato e talvolta riscritto, l’editoria che traduceva e contestualizzava, la televisione pubblica che selezionava e adattava. Esisteva, insomma, uno strato di mediatori professionali. Soprattutto una consistente quota di popolazione era nata ed era socializzata sotto il fascismo e prima del fascismo.

Le piattaforme digitali degli ultimi quindici anni eliminano in gran parte questo strato: contenuti, linguaggi ed emozioni arrivano in tempo reale (via social), senza passare da nessuna cornice esplicativa nazionale. E si rivolgono ad una popolazione italiana ormai nata e socializzata quasi totalmente sotto l’egemonia geopolitica e culturale americana.

Il sociologo britannico David Voas ha mostrato che la secolarizzazione delle società occidentali non avviene per conversione improvvisa, ma per trasmissione intergenerazionale decrescente: ogni generazione eredita, in media, un po’ meno fede religiosa di quella precedente, in un’erosione lenta e costante più che in una rottura brusca.

È un modello che si può applicare, per analogia, anche alla trasmissione dell’identità culturale nazionale: i ventenni di oggi non “diventano” americani per conversione improvvisa, ereditano semplicemente, generazione dopo generazione, una porzione minore della cultura nazionale di riferimento e una porzione maggiore di quella globale a matrice anglofona rispetto ai loro genitori. E il vuoto lasciato dalla fede in declino e dall’ideologia (sia essa religiosa o laica) è, non a caso, terreno fertile per nuove strutture di senso che arrivano a colmarlo.

Categorie che arrivano fuori misura

È in questo contesto che va collocata la parte più delicata del nostro discorso: l’importazione, insieme ai prodotti culturali e al linguaggio, di conflitti nati altrove. Per la precisione il punto rilevante non è che l’Italia importi problemi che non ha: sarebbe un errata semplificazione.

È che importa categorie elaborate altrove per rispondere a una storia specifica, quella americana (lo sterminio dei nativi, la schiavitù, la segregazione razziale legale, il movimento per i diritti civili etc.)  e le applica a una stratificazione sociale che in Italia si è storicamente organizzata su assi molto diversi: il divario tra Nord e Sud, la cittadinanza giuridica, la migrazione interna, e, solo negli ultimi decenni, l’immigrazione e l’integrazione delle seconde generazioni di origine migratoria.

Non a caso l’Italia non dispone nemmeno dell’infrastruttura statistica per pensare in termini razziali all’americana: la Costituzione repubblicana, per reazione esplicita alle leggi razziali del fascismo, evita deliberatamente la classificazione etnico-razziale nei dati pubblici. Il lessico importato atterra così su un vuoto empirico, e il dibattito che ne segue si svolge più nel registro morale e narrativo che in quello quantitativo su cui si era costruito, negli Stati Uniti, il dibattito originario.

Similmente per le battaglie sui diritti delle persone LGBTQ+ per le quali il modello normativo è più continentale europeo che americano: ciò che è specificamente statunitense non è tanto la sostanza giuridica, quanto il registro discorsivo (il vocabolario identitario, l’estetica del coming-out come narrazione mediatica, il linguaggio politically correct della diversità oggi diffuso in università e aziende) un’influenza simbolica (americana) più che una convergenza legale.

E, venendo alla cronaca di questi giorni, il ridimensionamento della cultura Woke arrivato inaspettatamente dalla sinistra italiana che per decenni ne aveva fatto la propria bandiera, giunto – guarda caso –  appena dopo che i progressisti DEM americani ne avevano dichiarato l’inadeguatezza e i limiti, conferma l’analisi.

Il vuoto che chiede di essere riempito

Resta da spiegare perché queste importazioni attecchiscano con tanta forza, e non restino confinate ad una minoranza militante. Una possibile chiave è quella indicata, in prospettive diverse, da Émile Durkheim e dall’antropologo americano Ernest Becker: le società hanno bisogno strutturale di un sacro condiviso, di riti collettivi e di un senso di appartenenza che trascenda l’individuo.

Quando la religione tradizionale arretra sulla spinta della secolarizzazione, quel bisogno non scompare ma cerca un nuovo contenitore. Le cause identitarie importate dagli Stati Uniti offrono, insieme al loro contenuto politico, anche una struttura quasi religiosa già pronta: una nozione di colpa condivisa, un percorso di conversione personale, riti collettivi come la piazza e l’hashtag.

Non è cinismo osservarlo: è la stessa dinamica, applicata a un caso concreto, che le scienze sociali descrivono da oltre un secolo a proposito di ogni epoca di secolarizzazione accelerata.

Un’ipotesi, non un verdetto definitivo

Questa lettura va temperata con alcuni limiti espliciti per evitare indebite semplificazioni. Il primo: l’americanizzazione va intesa come un acceleratore e un vettore disponibile, non come la causa unica ed efficiente di tutto ciò che è accaduto e sta accadendo in Italia.

La secolarizzazione italiana avrebbe avuto comunque una sua dinamica autonoma — che riguarda, a velocità diverse, l’intera Europa che fu cristiana e cattolica. Il crollo della natalità, la deindustrializzazione, l’armonizzazione giuridica imposta dal diritto europeo agiscono indipendentemente da Washington e dalla Silicon Valley.

Il secondo limite riguarda il rischio, di vedere solamente, un’America che “impone” deliberatamente un modello culturale ad altri paesi. Il meccanismo più plausibile è diverso e più prosaico: non solo un disegno generale di egemonia, ma anche e soprattutto forze reali e tuttavia non pianificate — un capitalismo delle piattaforme che si espande per convenienza economica, una cultura del consumo che si diffonde perché funziona, non perché qualcuno la progetti a tavolino — che vengono poi cavalcate opportunisticamente da attori specifici: partiti in cerca di una nuova legittimazione, piattaforme in cerca di attenzione e ricavi.

Nessuno, in questo schema, disegna a tavolino il risultato aggregato finale; molti, però, lo sfruttano una volta che si manifesta.

Tornando alla piazza del 2020 da cui siamo partiti (e per analogia agli accadimenti di luglio a Bologna): quei cortei non erano né un’imposizione dall’alto né una scelta arbitraria e priva di senso. Erano, più semplicemente, il punto visibile di un processo iniziato settant’anni prima, con un armistizio, una guerra civile e un piano di aiuti economici e proseguito, di decennio in decennio, per vie sempre meno mediate e sempre più veloci.

Capirlo non significa giudicarlo. Significa avere uno strumento in più per leggere l’Italia di oggi.

Cover: Foto di David Peterson da Pixabay

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Parole a capo / Mirella Vercelli: Poesie inedite

Parole a capo /
Mirella Vercelli: Poesie inedite

Parole a capo <br>  Mirella Vercelli: Poesie inedite.

Parole a capo /
Mirella Vercelli: Poesie inedite

Le poesie che vengono pubblicate in questo numero di Parole a capo sono inedite. Ringrazio l’autrice per aver autorizzato la pubblicazione.

 

C’era una pace piccola di giorni
di luminosi affetti
e in tutte le stagioni i fiori
del piccolo giardino che era
la tua casa

c’era la vita, la nostra vita
che nonostante tutto
scorreva nel suo verso giusto.

 

*

 

Notte luna lama
che recide il giorno

assolo prolungato di civetta

 

*

 

La grande bocca che mi mangia il tempo
ha spesso volti nuovi

ma sempre alla fine resta
un piatto vuoto

 

*

 

Rivoglio
i baci seminati
lo scrigno degli abbracci
le lucciole negli occhi
delle notti che vi ho amato

di tanto incendio che ci ha consumato
quanta cenere fredda!

 

*

 

Stupida urgenza di un inutile dire
imperfetto sbagliato

in quale coro vuoi che faccia eco
una voce che non sa cantare?

 

*

 

Da che straordinaria aridità del tempo
polvere di noi dispersa si è rappresa

ed è rinato, timido impacciato
il bene che non si era mai perduto

con occhi vecchi si guarda, appena nato
ricordo su ricordo si rivede

crescere

 

*

 

Il cigolante abbrivio mattutino
fa muta ogni altra voce

solo tempo che preme

quel vizio di passare,
il suo inconfondibile rumore

 

*

 

Dal freddo strinato sul ramo
ancora acerbo t’ingannò
bugiardo un sole

ed ora invochi marzo traditore
per maturare, frutto di febbraio
povero amore

 

*

 

Stanotte la pioggia –

sulla sabbia bagnata lascerai
orme profonde

ti affaccerai alla riva e il mugolio
darà al tuo giorno solide certezze

amico caro, che non lo sai
ma per baciarti mi farei schiuma

sulla punta dell’onda

 

Foto di Yann LECOINTRE da Pixabay

 

Mirella Vercelli è nata a Grottazzolina, nelle Marche, nel 1959; risiede da qualche anno a Sant’Elpidio a Mare, sulla sponda opposta del Tenna, attraversato come fosse il Rubicone. Ha pubblicato nel 2017: Racconti 1978-2016 per Aras Edizioni e nel 2020 Luce piena per peQuod. Suoi racconti e versi sono compresi in diverse antologie e riviste, stampate e on line. Nel 2023 ha pubblicato “La solitudine del passo“, edizioni peQuod. A novembre 2026 uscirà “Il vento per migrare” nella collana Portosepolto curata da Luca Pizzolitto per peQuod. Il 17 aprile 2025 sono state pubblicate altre poesie di Mirella Vercelli in “Parole a capo”.

 

LO SCAFFALE POETICO

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 354° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Il mare a 33 gradi

Il mare a 33 gradi

Il mare a 33 gradi

Trentatré virgola venti. È la temperatura massima dell’acqua registrata il 31 luglio alla stazione di Bocca Scanno, nella Sacca di Goro (FE).

Nello stesso periodo le alte temperature, la scarsa circolazione dell’acqua e la carenza di ossigeno hanno contribuito al deterioramento delle condizioni ambientali della laguna. A luglio Confcooperative Agroalimentare e Pesca aveva segnalato perdite fino al 90 per cento delle vongole.

A fine agosto è arrivato un altro allarme, questa volta dagli allevamenti di cozze in mare tra Goro e Porto Garibaldi.

Il monitoraggio della stessa organizzazione ha rilevato che le temperature eccezionalmente elevate dell’acqua e l’anossia hanno compromesso oltre il 90 per cento del prodotto presente negli impianti, compreso il seme necessario alla produzione successiva.

Sono due episodi distinti e circoscritti, legati a settori produttivi specifici e, proprio per questo, capaci a prima vista di suscitare l’interesse soltanto di una parte limitata di persone. Potrebbero sembrare incidenti di percorso, come tanti altri che si verificano in varie parti del Paese.

Ma quando situazioni analoghe, senza essere sovrapponibili, in territori e settori anche lontani tra loro, cominciano a mettere in luce la stessa vulnerabilità, considerarle soltanto eccezioni rischia di farci perdere il punto.

Il punto, però, non riguarda soltanto vongole e cozze.

C’è una convinzione che diamo quasi sempre per scontata: che il futuro, pur restando incerto, assomigli abbastanza al passato da poter essere previsto.

Un agricoltore sceglie cosa coltivare, un pescatore avvia un ciclo di allevamento, un’impresa decide se investire perché tutti, in modi diversi, confidano in una certa continuità delle cose.

Non sappiamo che tempo farà il 17 giugno dell’anno prossimo, ma sappiamo – o credevamo di sapere – entro quali limiti può muoversi una stagione.

È questa prevedibilità imperfetta a permetterci di programmare.

Abbiamo costruito interi sistemi su questa fiducia. I calendari agricoli, le infrastrutture, le assicurazioni, perfino il prezzo di molte cose incorporano l’idea che ciò che è accaduto abbastanza spesso nel passato dica qualcosa di utile sul futuro. Quando quella relazione si indebolisce, non salta soltanto una previsione: aumenta il costo dell’incertezza.

Il clima non è soltanto lo sfondo in cui si muove l’economia. È una delle sue premesse.

Per questo ciò che sta accadendo nel Ferrarese racconta qualcosa di più di una crisi della molluschicoltura.

Da anni discutiamo del cambiamento climatico attraverso medie globali, soglie e date lontane: un grado e mezzo, due gradi, 2030, 2050. Numeri indispensabili, ma dotati, per chi non li studia, di una strana capacità anestetica. Il futuro è un luogo comodo nel quale sistemare ciò che non vogliamo ancora considerare presente.

Il 2050 consente di preoccuparsi senza cambiare programma.

Trentatré virgola venti molto meno.

Non perché un singolo valore registrato nella Sacca possa spiegare da solo il cambiamento climatico. Sarebbe una scorciatoia. Gli ecosistemi lagunari sono complessi e gli stessi rilievi ambientali indicano una combinazione di fattori.

Ma proprio questa complessità mostra quanto fragile possa diventare un equilibrio quando cambiano le condizioni sulle quali un’attività ha imparato a contare.

A cambiare non è soltanto una temperatura. Cambiano le probabilità.

Un mestiere conserva lo stesso nome, le barche sono ancora le stesse, gli allevamenti stanno nello stesso mare. Eppure diventa più difficile stabilire quando iniziare un ciclo, quanto investirvi, quale parte della stagione considerare affidabile, quanto rischio assumersi. Ciò che ieri  poteva essere trattato come un’eccezione entra lentamente nei conti.

Pensiamo alla crisi climatica soprattutto come a una successione di disastri: alluvioni, incendi, siccità, ondate di calore. Gli eventi estremi si vedono, producono immagini, durano alcuni giorni e conquistano i telegiornali.

Molto meno spettacolare è la perdita graduale della prevedibilità.

Eppure una società vive anche di questo. Della possibilità di immaginare ragionevolmente ciò che verrà dopo.

Lo mostra con particolare evidenza proprio ciò che è accaduto alle cozze tra Goro e Porto Garibaldi. La perdita non riguarda soltanto il prodotto presente negli allevamenti, ma anche parte del seme destinato al ciclo successivo.

Il seme ha qualcosa di quasi brutale nella sua semplicità: è una promessa.

Lo si mette in acqua perché si presuppone che esista un dopo e che quel dopo conservi condizioni sufficienti perché possa crescere.

Quando muore, non scompare soltanto ciò che c’è. Scompare una parte di ciò che si era previsto ci sarebbe stato.

Il conto, secondo Confcooperative, supera già i cinquanta milioni di euro di danni diretti e potrebbe crescere proprio per la perdita delle produzioni future. È una stima dell’organizzazione di settore, non una contabilità definitiva. Ma serve a ricordare che il clima, prima o poi, arriva anche nei bilanci.

E non riguarda soltanto chi lavora sul mare.

Lo stesso problema si affaccia nell’agricoltura, nella gestione dell’acqua, nelle città che devono reggere temperature per le quali non erano state pensate, nelle infrastrutture, nelle assicurazioni. Non cambia tutto nello stesso momento.

Cambia, prima di tutto, ciò che potevamo dare per scontato. E quando cambia la probabilità delle cose, il problema non è soltanto superare una stagione difficile. È capire su quali basi progettare quella successiva.

Forse è per questo che anche la parola emergenza comincia a starci stretta.

Un’emergenza arriva, viene affrontata e finisce. Presuppone una normalità dalla quale ci si allontana e alla quale, prima o poi, si ritorna.

Ma che cosa accade quando è proprio la normalità a spostarsi?

A Goro questa domanda ha già una forma concreta: le vongole che non arrivano alla raccolta, il seme delle cozze destinato al ciclo successivo, i conti che bisogna rifare.

Non sappiamo quale sarà la temperatura dell’acqua nella Sacca di Goro fra dieci anni. Né una singola estate basta, da sola, a raccontare il futuro.

Sappiamo però quale temperatura è stata registrata a Bocca Scanno il 31 luglio 2026.

Trentatré virgola venti.

E questa volta non era una previsione.

In copertina: Sacca di Goro, Parco del Delta del Po (foto di: Archivio Ente Parchi e Biodiversità Delta del Po) – 

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CellaMusica, il rock che unisce detenuti e comunità esterna

CellaMusica, il rock che unisce detenuti e comunità esterna

Le voci da dentro. CellaMusica, il rock che unisce detenuti e comunità esterna

La musica può attraversare anche i muri più alti. Può mettere insieme persone che, in carcere, hanno ruoli diversi e spesso vivono su lati opposti: detenuti, agenti, educatori, volontari e musicisti.

La storia di CellaMusica, nata nel carcere di Siena, racconta proprio questo: come una passione condivisa possa diventare occasione di incontro, di espressione e di cambiamento. Un’esperienza in cui, almeno per il tempo di una canzone, le distanze si accorciano e la musica riesce davvero a uscire oltre le sbarre.

Grazie a questo fantastico incontro fra detenuti, agenti della polizia penitenziaria e personale si è concretizzata l’idea di una rock band e successivamente anche la realizzazione di un bel CD dal titolo “InnocentEvasione” (che ho ricevuto proprio qualche giorno fa). È un disco bellissimo dove i testi dei brani originali sono intensi ed emozionanti, gli arrangiamenti sono ottimi e le cover sono eseguite con personalità e gusto.

Trascrivo dalle note di copertina del CD: “Non era scontato che qualche centinaio di persone si appassionasse alla nostra causa e ci regalasse dei soldi per realizzarla. La campagna di raccolta fondi è andata ben oltre le nostre speranze. E così ci siamo potuti permettere una produzione la più professionale possibile.

Cella Musica, la rock band della Casa Circondariale di Siena, è nata da un’idea di un agente di Polizia Penitenziaria con la passione della chitarra e da una batterista che lavora all’interno dell’istituto come responsabile della somministrazione del viso e della spesa. In breve tempo si sono aggregati molti detenuti con passioni e competenze musicali, canora, poetiche oltre all’insegnante del laboratorio di musica.

Il gruppo ha cominciato a creare prima un vasto repertorio di cover e in seguito gli inediti, nati dalla penna e dal cuore dei vari componenti. Ciò ha permesso di avere un repertorio vasto al quale attingono ogni volta che si fanno spettacoli nella sala teatro del carcere.

Da tutto questo nasce InnocentEvasione, un disco che mescola le più ispirate canzoni scritte dai detenuti con un omaggio del rapper senese per eccellenza e cinque grandi successi della musica italiana e sudamericana. Ora la musica può veramente volare oltre le mura.
Laboratorio teatrale: Ugo Giulio Louini e Eleonora Scricciolo
Laboratorio musicale: Sara Ceccarelli e Andrea Castelli”

L’articolo di Ivana Di Giugno del 10 Febbraio 2026 che qui riportiamo per intero ringraziando l’Ufficio Stampa del Ministero della Giustizia per la gentile concessione, racconta bene come una sinergia simile abbia portato ad una serie di risultati molto positivi in termini rieducazione, inclusione ma soprattutto di speranza.
(Mauro Presini)

Il primo pezzo è stata una cover, Zombie, dei Cranberries, nata per voce femminile, ma interpretata da un detenuto. Lo ricorda Giancarlo Battista, assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria del carcere di Siena, che risponde a Laura Valdesi per La Nazione del 6 gennaio 2026.

L’agente racconta che, nell’istituto penitenziario, un laboratorio musicale per le persone ristrette ha dato vita a un gruppo rock in cui agenti e detenuti suonano insieme.

Si chiama CellaMusica, un nome ideato dallo stesso Battista, che, da addetto alla sorveglianza del corso, all’interno del carcere, ne ha poi seguito le lezioni. Dal confronto con Maria Iosè Massafra, educatrice della Casa Circondariale Santo Spirito, e con Valentina Moffa, operatrice dell’istituto penitenziario e batterista, è nata l’idea di creare una vera e propria band musicale. Un secondo membro della polizia penitenziaria, Francesco Petteruti, si è unito successivamente, seguendo il gruppo anche all’esterno. E al primo, piccolo, nucleo di detenuti se ne sono aggiunti altri.

Dal 2022, anno della costituzione dell’originale ensemble, unico nel panorama nazionale, CellaMusica si è fatto notare in diverse occasioni, inizialmente negli spettacoli realizzati all’interno del carcere e offerti alla comunità esterna, poi nelle esibizioni fuori dall’istituto.

“La forza dell’iniziativa sta in questo: loro sono dentro, ma la musica esce”, racconta Sara Ceccarelli, coordinatrice del laboratorio per i detenuti dal 2023, che, nella band, suona il flauto.

L’attività trattamentale della musica in carcere, progetto continuativo dell’istituto penitenziario di Siena, introdotto, nel 2021, per consentire a chi è privato della libertà di esprimere le proprie abilità e il proprio talento, si è trasformata in un’esperienza artistica di rilievo, che ha visto il gruppo protagonista di eventi culturali significativi.

Il laboratorio è stato organizzato, sin dall’inizio, grazie alla collaborazione dell’associazione laLut, centro di ricerca e produzione teatrale, coordinato da Ugogiulio Lurini.

Come racconta a gNews Massafra, responsabile dell’area trattamentale dell’istituto penitenziario, il corso “veniva condotto inizialmente da Tommaso Taurisano – chitarrista e maestro di musica – e coinvolgeva circa dieci-dodici detenuti, tutti appartenenti al circuito di media sicurezza”.

Tra i componenti originari della band, oltre a Giancarlo Battista, alla chitarra elettrica, e a Valentina Moffa, alla batteria, c’erano Adrian, al basso, e Daniel, voce e tastierista della band.

Come ci spiega ancora Massafra, essendo un complesso rappresentato prevalentemente da persone recluse, la band ha visto cambiare spesso i suoi componenti, trattandosi di persone ristrette in una casa circondariale, dunque con un ricambio frequente dei detenuti.

Attualmente il gruppo conta undici elementi, tra operatori e volontari penitenziari, professionisti del settore musicale, detenuti ed ex detenuti. Nonostante il carattere fluido della composizione del gruppo, ogni elemento ha il proprio ruolo, vantando specifiche competenze ed esperienze.

Il progetto si è evoluto nell’iniziativa InnocentEvasione, promossa da Lurini, e sostenuta dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, organizzazione no-profit, che nel 2024 ha finanziato la campagna di raccolta fondi, sviluppata anche grazie all’intervento di FeelCrowd.

Per questa attività l’ente filantropico ha elargito mille euro e, grazie ad un elevato numero di donatori, la raccolta ha consentito di arrivare a seimila. Con quanto ricavato dalla “colletta” si è proceduto a finanziare la produzione di un disco, composto dalle composizioni del gruppo, nonché la promozione dello stesso.

L’incisione, di livello tecnico elevato, così da permetterne la diffusione oltre i confini locali, è avvenuta presso il teatro del carcere e in una sala professionale di registrazione, il Gorilla Punch Studio di Damiano Magliozzi.
A un certo punto del progetto, all’ensemble si è unito un musicista della rock band italo-inglese Silver Horses, Andrea Castelli, il quale ha fornito un importante contributo nel coordinamento del gruppo e nella realizzazione del CD.

Oggi l’attività di CellaMusica si sviluppa attraverso due percorsi paralleli: “un doppio binario”, spiega l’educatrice, “quello interno, con i detenuti che non possono ancora accedere a misure alternative o premiali, che provano e si esibiscono nel teatro dell’istituto, e quello esterno, composto dagli ex detenuti, attualmente in misura alternativa, che provano e si esibiscono negli eventi esterni”.

Il progetto poggia sul potere inclusivo della musica. “Il mio lavoro comporta il far rispettare le regole nel carcere. Però, quando si entra in teatro, si azzera tutto. Siamo molte persone che condividono la stessa passione, la musica”, spiega, ancora, Giancarlo Battista a Laura Valdesi. E il sogno che accomuna i partecipanti del gruppo è “arrivare, magari, dal Santo Spirito a Sanremo”, dichiara.

Il comandante del carcere, Marco Innocenti, responsabile della sicurezza e della polizia penitenziaria, dichiara a gNews come “tutte le attività trattamentali trovino il loro fondamento nell’equilibrio con la questione custodiale, garantita dalla costante presenza, professionalità e dedizione degli agenti; è proprio grazie a tale impegno, volto a mantenere ordine e rispetto delle regole, che progetti come CellaMusica possono svilupparsi in un contesto protetto, capace di coniugare osmoticamente sicurezza e rieducazione”.

Il repertorio comprende sia cover – brani rock o rielaborati in chiave rock – che canzoni originali. Tra le composizioni create dalla band, un ruolo particolare riveste C’è la musica, una sorta di inno del gruppo. “Racconta la nostra storia, le emozioni”, dichiara l’agente alla giornalista. “L’ha scritta e musicata mio fratello, che suona più strumenti”, continua Battista.

Tra le prime performance di CellaMusica, la diretta radiofonica dalla Casa Circondariale di Siena, nell’ottobre 2022, in occasione della sesta edizione di Metamorfosi, rassegna promossa da laLut e incentrata sul teatro sociale, parte del festival Siena città aperta. Erano gli esordi di una carriera ininterrotta.

Il 2025 è stato un anno particolarmente significativo per il gruppo. Tra gli altri eventi, la sua performance, il 13 aprile 2025, in seno alla quinta edizione di Cento canti per Siena, che ha visto anche la partecipazione dei detenuti della Casa di Reclusione di San Gimignano.  In occasione della maratona di lettura integrale e popolare della Commedia di Dante, organizzata presso il Complesso Museale di Santa Maria della Scala, Lurini ha proposto alla rockband di esibirsi in uno spettacolo.

Fuori si prova alla Corte dei Miracoli, associazione che accoglie progetti del territorio in campo artistico, culturale e sociale. Da alcuni mesi partecipa alle attività esterne anche Ernesto Luongo, uno dei vocalist del gruppo, ex detenuto, libero dall’11 luglio scorso, con esperienza in ambito teatrale.

“È stato come rinascere, un nuovo battesimo”, racconta a Laura Valdesi a proposito dell’esibizione del gruppo, il 12 novembre 2025, al Teatro della Pergola di Firenze, dove, per la prima volta, CellaMusica ha presentato dal vivo la performance musicale InnocentEvasione. Il debutto è avvenuto in occasione della giornata inaugurale dell’undicesima edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere Destini Incrociati.

Pensando alla sua partecipazione al laboratorio di musica all’interno del penitenziario, Luongo fa riferimento alla ricerca di un benessere compromesso dallo stato di detenzione: “avevo bisogno di scaricare le energie negative che ti riempiono stando in carcere”, riconosce. Un’esperienza salutare, ma portata avanti con difficoltà. “Riuscire a gestire, da detenuto, un rapporto con una figura della polizia penitenziaria, ma anche di un volontario che viene da fuori…non sai come comportarti, non conosci i limiti”, ammette.

È la musica, anche per Luongo, ad abbattere le barriere tra detenuti, personale penitenziario, e professionisti esterni: il complesso musicale, per lui, è “come un mosaico fatto di pezzi diversi, che insieme formano qualcosa di unico”. Il punto di partenza è sempre il carcere, le storie e le emozioni di chi vive la detenzione proiettandosi oltre le sbarre. “Ora sono uscito io, domani altri; magari io lascerò il posto ad altri ancora. Il cuore dei CellaMusica è lì. Noi siamo il megafono”, conclude Luongo.

CellaMusica rappresenta un esempio perfettamente riuscito di collaborazione fra istituzioni e comunità esterna, rendendo concreta l’opera di riabilitazione dei detenuti.

All’interno del carcere il progetto ha trovato sempre un clima favorevole, e il sostegno di tutto il personale. Il direttore dell’istituto penitenziario, Graziano Pujia, ricorda come il progetto abbia preso il via prima del suo insediamento, e sottolinea di aver voluto fortemente incoraggiare i partecipanti del gruppo a continuare a sognare.

La musica, l’arte, ancora una volta, consentono di creare una breccia nelle mura, fisiche e mentali, del carcere. “Sono attività che aiutano a recuperare un rapporto con la normalità”, sottolinea Massafra, il funzionario giuridico pedagogico che segue il progetto sin dalla sua ideazione. “È un aspetto importante, perché oltre a scontare la pena, possono utilizzare questo tempo per imparare cose nuove, in vista del reinserimento nella società”, conclude.

Foto di copertina presa dall’articolo di Ivana Di Giugno gentilmente concessoci

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la rivoluzione po di supergulp (ebbene si maledetto carter hai vinto anche stavolta

La rivoluzione POP di SUPERGULP
(“Ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”)

La rivoluzione POP di SUPERGULP
(“Ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”)

Il 31.08.2026 ci ha lasciato Guido De Maria, uno degli ideatori del programma televisivo Supergulp. Per chi non c’era ancora e anche per quei pochi “maturi” che non se lo ricordano, “Supergulp! I fumetti in TV” è stato uno dei più importanti fenomeni di trasformazione mediale nell’Italia degli anni Settanta.

Ideata da Guido De Maria e Giancarlo Governi, la trasmissione andò in onda nel 1972 come “Gulp!”, per poi diventare negli anni successivi “Supergulp! I fumetti in TV”, consacrandosi così come uno dei più importanti programma di tendenza. Fu trasmessa dal 1977 al 1981 su RAI2 in prima serata con indici di gradimento altissimi (fino all’83%).

La trasmissione consisteva in un’innovativa formula che, invece di trasmettere i classici cartoni animati, portava sul piccolo schermo i fumetti veri e propri così come apparivano sulla carta, “animandoli” attraverso un linguaggio totalmente inedito.

I conduttori ufficiali nello studio televisivo, anch’esso disegnato a cartoni, erano il celebre trio di detective composto da Nick Carter, Patsy e Ten, le cui storie aprivano e chiudevano ogni puntata. Solo nella primissima puntata sperimentale del 1972 (quando lo show si chiamava ancora solo Gulp!) ci fu una breve introduzione umana affidata ai comici Cochi e Renato.

Inoltre, dalla seconda stagione fece la sua comparsa il pupazzo animato Giumbolo, che cantava la sigla finale e interagiva con il pubblico. I “cartoni” o meglio, i fumetti in TV, che sono diventati famosi grazie alla trasmissione, si dividono in tre filoni:

  • I grandi classici italiani e d’autore. Alan Ford e il Gruppo TNT, Sturmtruppen, Lupo Alberto, Corto Maltese e Cocco Bill;
  • I Supereroi americani della Marvel. L’Uomo Ragno-Spider Man, I Fantastici Quattro (Mr. Fantastic, la Donna Invisibile, la Torcia Umana, la Cosa), Il Mitico Thor;
  • I successi internazionali come Tintin, il giovane reporter belga creato da Hergé, sempre accompagnato dal cagnolino Milù e dal Capitano Haddock.

Credo che in molti ricordino la frase tormentone di Nick Carter che recitava così: “Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”.

Al di là dell’effetto nostalgia, Supergulp! ha segnato una svolta cruciale per l’Italia dell’epoca, la trasmissione ha infatti guidato il passaggio da una televisione tradizionale a una più moderna civiltà dell’immagine, anticipando i linguaggi della cultura pop contemporanea.

Fino agli anni Settanta, il fumetto in Italia ha dovuto fare i conti con un profondo pregiudizio intellettuale. Veniva liquidato sbrigativamente come una lettura “per ragazzi”, spesso accusato di essere diseducativo o, nel migliore dei casi, declassato a mera sub-letteratura d’evasione.

L’arrivo di Supergulp! ha scardinato questa visione attraverso una vera e propria operazione di legittimazione istituzionale. Portando le “nuvole parlanti” in prima serata sul servizio pubblico televisivo, la RAI ha ribaltato una gerarchia culturale. Autori di avanguardia, di satira sociale o di graphic novel ante litteram – come Bonvi con il suo Sturmtruppen, Hugo Pratt con Corto Maltese, Silver con Lupo Alberto e Max Bunker con Alan Ford – si trovarono improvvisamente inseriti nello stesso prestigioso palinsesto che ospitava i grandi quiz o il teatro d’autore.

Questo passaggio ha innescato una profonda democratizzazione estetica. La trasmissione ha funzionato come un potente agente di socializzazione, distribuendo ad un pubblico vasto e transgenerazionale – capace di unire genitori e figli davanti allo schermo – codici visivi, stili grafici e narrazioni complesse che fino a quel momento erano rimasti confinati nelle edicole o nelle nicchie degli appassionati.

Sotto la lente della sociologia dei media, Supergulp! si configura come un sorprendente esperimento di “rimediazione” ante litteram. La grande intuizione del programma fu quella di rifiutare la grammatica dei cartoni animati tradizionali per inventare una formula inedita, quella del fumetto in TV.

La scelta si basava sul rigoroso mantenimento del codice espressivo d’origine. Le immagini sulla tela catodica rimanevano fisse, o venivano animate soltanto attraverso micromovimenti della telecamera e zoom mirati. I balloon, le classiche nuvolette con i testi, non venivano cancellati, ma restavano impressi sullo schermo, letti ad alta voce dai doppiatori nell’istante esatto della loro comparsa.

Questo cortocircuito visivo creava un’inedita dinamica tra il gesto della lettura e lo schermo televisivo. Invece di cullare lo spettatore nella passività tipica del mezzo televisivo, la trasmissione lo forzava a mantenere l’atteggiamento attivo e attento richiesto dalla pagina stampata, fondendo mirabilmente l’oralità della TV con la testualità della carta.

In questo modo, lo show finì per anticipare molte delle dinamiche culturali dell’epoca Postmoderna. Mescolando la serialità pop e industriale dei supereroi americani della Marvel con la raffinatezza del fumetto d’autore europeo, Supergulp! diede vita ad una ricchissima miscela espressiva, precorrendo quella frammentazione e contaminazione dei linguaggi che avrebbe dominato il panorama mediatico degli anni Ottanta.

Se si analizza il panorama televisivo italiano di quegli anni, la cosiddetta “Paleotelevisione” si presentava come un sistema rigidamente controllato dall’apparato politico dell’epoca. Eppure, proprio attraverso le maglie apparentemente leggere di Supergulp!, riuscirono a farsi evidenti visioni del mondo profondamente ironiche, ciniche e destrutturanti, capaci di essere specchio delle gravi tensioni sociali degli Anni di Piombo.

Un esempio di questo disincanto era rappresentato dalle storie di Alan Ford. Le avventure del Gruppo TNT incarnavano una feroce satira del capitalismo e della miseria, sia materiale sia morale, che era bizzarramente in sintonia con la crisi economica e le incertezze del periodo.

Parallelamente, il graffiante antimilitarismo dello Sturmtruppen di Bonvi demitizzava l’autorità, la burocrazia e la logica della guerra, intercettando con precisione i sentimenti pacifisti e i fermenti della contestazione giovanile che infiammava le piazze.

Persino la parodia delle istituzioni trovava spazio nello show grazie a Nick Carter. Insieme ai suoi fidi assistenti Patsy e Ten, il celebre detective metteva in scena la caricatura del poliziesco rassicurante. La risoluzione di ogni caso non celebrava il trionfo dell’ordine costituito, ma si risolveva immancabilmente nello smascheramento del trasformista Stanislao Moulinsky. Dietro il celebre tormentone “Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”, la trasmissione traduceva la complessità e le finzioni della realtà sociale in un sottile gioco di simulacri, inganni e maschere.

Questo processo di emancipazione trova una sponda teorica fondamentale nelle analisi del sociologo Sergio Brancato. Nel suo testo Sociologia del fumetto pubblicato nel 2025, lo studioso evidenzia come il fumetto non sia mai stato un semplice intrattenimento infantile, quanto piuttosto un sofisticato linguaggio della modernità, dotato di una complessa grammatica visiva.

Secondo Brancato, l’esperimento di Supergulp! ha avuto il merito storico di abbattere la barriera artificiale tra “cultura alta” e “cultura bassa”, dimostrando al grande pubblico televisivo che le nuvolette potevano narrare le contraddizioni e le inquietudini del mondo contemporaneo con la stessa dignità delle arti tradizionali. Facendo convergere la pagina stampata con il mezzo audiovisivo, la trasmissione non ha tradito il fumetto, ma lo ha fatto entrare in perfetta risonanza con i ritmi e le frequenze della nascente cultura di massa italiana.

L’incredibile impatto emotivo e la familiarità che il pubblico ha sviluppato con i personaggi di Supergulp! trovano anche una profonda spiegazione scientifica nelle teorie psicanalitiche di Carl Gustav Jung (1875-1961). Nella sua celebre opera Gli archetipi dell’inconscio collettivo del 1934, lo psicanalista svizzero teorizza l’esistenza di simboli, immagini e modelli di comportamento universali ed ereditari, comuni a tutte le culture e a tutte le epoche storiche, che risiedono nella parte più profonda della psiche umana.

I personaggi presentati nella trasmissione – dai supereroi della Marvel ai detective fino alle parodie – non sono altro che la moderna reincarnazione di questi antichi archetipi. Nick Carter incarna l’archetipo dell’Eroe e del ricercatore di verità, mentre il suo eterno rivale Stanislao Moulinsky rappresenta in modo perfetto l’archetipo del “Trickster” (il Burlone o l’Impostore), colui che usa i travestimenti, l’inganno e il cambio di identità per sovvertire le regole e sfidare l’ordine costituito.

Secondo la lettura psicanalitica, la televisione degli anni Settanta, proiettando queste figure fisse nelle case degli italiani, ha risvegliato questi simboli universali, permettendo al pubblico di proiettare sul teleschermo le proprie tensioni, le paure e i desideri inconsci tipici di un’epoca complessa.

Se poi ne faccio una questione puramente personale, ciò che riaffiora con maggiore forza nella mia memoria di bambina sono proprio le storie del Gruppo TNT , perché quelle avventure strampalate mi divertivano terribilmente. Oggi, allontanandomi per un attimo dai meta-pensieri e dalle analisi sociologiche sull’impatto culturale del programma, quello che mi resta è la bellezza nuova e dirompente di quei fumetti portati in TV.

Resta il divertimento puro che quel gruppo sgangherato sapeva suscitare, capace di sorprendere ogni volta con le sue trame assurde e i suoi personaggi fantasiosi. Quell’universo, nato dal genio di Max Bunker e dai disegni inconfondibili di Magnus, poggiava su una satira ferocissima e grottesca, totalmente priva di buonismo.

Il Gruppo TNT non era altro che una sgangherata agenzia investigativa segreta, con sede in un decrepito negozio di fiori a New York e composta da agenti perennemente affamati, straccioni e sottopagati. Al vertice della piramide dominava il Numero Uno, un vecchissimo paralitico cinico e avido che intascava puntualmente tutte le ricompense, lasciando ai suoi sottoposti solo le briciole.

Accanto a lui si muovevano figure memorabili e surreali: il dandy decadente Conte Oliver, il collerico Bob Rock con il suo iconico nasone, il pigro Grunfcon le sue strambe e precarie invenzioni belliche d’epoca, e infine il candido Alan Ford, l’unico ingenuo e idealista sperduto in mezzo a quella manica di cinici.

Ciò che rendeva quelle storie straordinarie era il totale ribaltamento della retorica classica dello spionaggio alla James Bond. Nel Gruppo TNT non c’era spazio per eroi perfetti, gadget ipertecnologici o lussi sfrenati, c’era solo una comica e quotidiana lotta per la pura sopravvivenza materiale. Persino i nemici che il gruppo TNT si trovava ad affrontare erano paradossali quanto loro, a partire dall’indimenticabile Superciuk, il bizzarro supercriminale netturbino che rubava ai poveri per dare ai ricchi, la cui arma più letale era una micidiale zaffata alcolica a base di vino scadente.

A cinquant’anni di distanza, tra algoritmi imperanti e flussi digitali iper-dinamici, credo che la vera lezione eversiva dei fumetti in TV sia racchiusa proprio in quella fissa, spiazzante staticità: la dimostrazione che per catturare l’immaginario non servono effetti speciali da milioni di dollari, ma la forza rivoluzionaria di un’idea parlante. “Ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”

Cover: Foto di Soraia Sofia Geraldes da Pixabay

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la cronaca nera e il razzismo bianco della destra

La cronaca nera e il razzismo bianco

La cronaca nera e il razzismo bianco

 

Portomaggiore, provincia di Ferrara, metà agosto:

una famiglia marocchina ivi residente ha un alterco, sfociato in zuffa, con una residente italiana che passa davanti a casa loro con il suo cane. La donna sembra avere avuto la peggio, al pronto soccorso le danno quattro punti e venti giorni di prognosi. Anche l’uomo di origine marocchina però querela la donna, perché la donna lo avrebbe provocato e nella zuffa avrebbe preso botte anche la sua bimba di pochi mesi. Immediatamente appreso della vicenda, e prima di conoscere dettagli sull’effettiva dinamica dei fatti, il parlamentare ferrarese Mauro Malaguti, di Fratelli d’Italia, fa una interrogazione parlamentare (…) e organizza una (sparuta) manifestazione a Portomaggiore, a sostegno della donna. (leggi qui e qui). 

 

Ferrara, fine agosto. Cito dalla pagina facebook del sindaco Alan Fabbri:

“Questa mattina intorno alle 9.30 un uomo sui 40 anni, di nazionalità tunisina, non residente a Ferrara, che gode di protezione internazionale, è entrato in Comune in evidente stato di agitazione, urlando e chiedendo “casa, cibo e sigarette”, oltre a volermi incontrare personalmente.
Dal rapporto degli operatori di sicurezza del Comune si evince che l’uomo si comportava in maniera pericolosa e, infatti, per fermarlo è stato necessario l’intervento di 4 agenti della Polizia di Stato e 2 della Polizia Locale.
… Ho sentito quindi la Questura per spiegare questa situazione, pericolosa per tutti, non solo per i dipendenti, ma anche per i cittadini e i turisti che visitano il Palazzo Ducale, e mi è stato comunicato che gli è stato notificato un foglio di via e che quindi dovrà lasciare la città…”
(post integrale sulla pagina fb del sindaco)

 

Ferrara, quartiere Barco, fine maggio:

Samanta Zironi viene accoltellata in casa, con ogni probabilità dal compagno italiano, che all’inizio inscena un improbabile suicidio della donna. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook. (tra i vari articoli, leggi qui)

 

Aarau, Svizzera, qualche giorno fa:

durante un rave party, un cittadino svizzero, per ragioni ancora ignote, apre il fuoco sulla folla e uccide una ragazza italiana di origini rom. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook.

 

Camponogara,  Venezia, ferragosto:

un italiano strangola la ex compagna (che lo aveva denunciato più volte per molestie) e poi si toglie la vita. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook.

 

Trebisacce, Cosenza, ferragosto:

un maschio italiano massacra di botte la compagna, abbandonata in fin di vita davanti al pronto soccorso, poi purtroppo morirà. Lui si dà alla fuga. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook.

 

Fontana Candida, Roma, qualche giorno fa:

un italiano accoltella la ex moglie a casa di lei e fugge con il figlio, dopo averla mollata al pronto soccorso. Per fortuna i colpi non sono stati mortali. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook.

 

Barberino del Mugello, inizio settembre:

un maschio italiano attende la ex compagna nel di lei garage, la carica a forza nel bagagliaio dell’auto, arriva in autostrada, la uccide, la getta giù da un viadotto e poi si lancia nel vuoto. Lei al telefono aveva chiamato la polizia, che non è arrivata in tempo per salvarle la vita. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook.

E mi sono limitato alla cronaca nera di agosto e inizio settembre.

Spero siamo tutti d’accordo sul fatto che la gravità dei primi due episodi “ferraresi” – Portomaggiore e Palazzo del Comune – è nettamente inferiore rispetto agli episodi tragici citati di seguito, incluso quello del quartiere Barco. Nei primi due casi abbiamo: una persona che si comporta in modo arrogante; una bega di paese. Negli altri abbiamo donne che vengono ammazzate dal marito o ex compagno. Una anche a Ferrara. Due semplici domande: se il protagonista dell’episodio fosse stato un italiano, il Sindaco ci avrebbe fatto un post? Se a Portomaggiore la lite fosse stata tra italiani, Malaguti avrebbe organizzato una manifestazione?

La reazione politica della destra ferrarese si vede solo in presenza di marocchini in lite con un’italiana e tunisini che chiedono “casa, cibo e sigarette” nel palazzo del Comune. Sugli italiani che ammazzano le donne, compreso a Ferrara, silenzio della destra. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna manifestazione, nessun post su facebook. Del resto un generale fascista in pensione, che si candiderà alle prossime elezioni, afferma che il femminicidio non esiste: leggi qui.

Che cos’è la destra, cos’è la sinistra?

Se lo chiedeva ironicamente Giorgio Gaber.

La destra fa interrogazioni parlamentari, indice manifestazioni, scrive post su facebook solo quando in episodi di cronaca nera sono coinvolte persone non italiane (a meno che siano vittime).

Quando c’è di mezzo un nero, un arabo, un musulmano, un africano, chi dà fastidio, chi delinque è la categoria: i neri, gli africani, i musulmani, gli arabi. Quando ad ammazzare è un bianco di stirpe italica, improvvisamente siamo di fronte a una tragedia individuale.

(foto di balilla tratta dagli archivi della famiglia Riggio, Unknown Photographer. Uploaded by Fabio Sappino.  Copyright holder has published this content under the following license: Creative Commons Attribution-ShareAlike).

 

Uomini che odiano le donne, dicendo di amarle, al punto da togliere loro la vita. Uomini italiani, spesso padri di famiglia.  In questi casi, per la silenziosa destra non siamo di fronte a un fenomeno con profonde radici sociali e culturali. Del resto, come dice il generale in pensione, il femminicidio non esiste.

Questo modo di pensare sfocia in atti pubblici o in fragorosi silenzi, come quelli del parlamentare ferrarese o del sindaco di Ferrara, e denota l’abitudine di appiccicare un’ etichetta che diventa stigma nei confronti di presunte “razze” – che geneticamente non esistono – etnie, culture, religioni, tradizioni considerate in quanto tali brodo di coltura delle condotte devianti o semplicemente sgradite tenute da loro membri. Figuriamoci quando qualcuno di loro delinque.

Invece, quando si parla di italiani che ammazzano donne (oppure uccidono a sangue freddo rapinatori), questo habitus mentale non sfiora nemmeno la mente sociologicamente raffinata di alcuni nostri politici di razza. Purché sia bianca.

 

Cover image public domain

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CULO AL CALDO

CULO AL CALDO. Una lettura sotto l’ombrellone e un invito

CULO AL CALDO.
Una lettura sotto l’ombrellone e un invito

Durante questa estate che fatica a terminare, climaticamente parlando, ho letto CULO AL CALDO, il nuovo libro scritto a quattro mani da Adriano Benocci e Sandro Fracasso, pubblicato da Effigi. La presentazione è organizzata per giovedì 10 settembre alle 18.30 presso la Biblioteca Popolare Giardino, al Grattacielo, ne parleremo con gli autori e con chi vorrà essere presente.

Qui qualche anticipazione (poco spoiler).

Per chiarezza, questa raccolta di storie non tratta di riscaldamento globale, almeno non direttamente. Le vite dei personaggi, che sono persone vere per come mi dicono gli autori, sono rimaste vistosamente incagliate negli ingranaggi della nostra società e fanno da lubrificante umano per lo scorrere fluido dell’esistenza di chi ha invece il “culo al caldo”. Si tratta di un racconto irriverente, politicamente scorretto, infuso di parresia quanto di scurrilità. Una denuncia bella e buona di un sistema economico e sociale basato su iniquità e insensatezza.

Una lettura amara ma non vinta. Mi sono trovata a rincorrere le storie dei tanti accartocciati dalla vita, a rileggere interi paragrafi per poter ridere di tutta l’assurdità delle situazioni: l’ironia qui è uno strumento per tenere stretto chi legge, fra amianto “per uso personale”, “vasi vecchi coi disegnini” dissotterrati malamente, ricordini di rientro da Medjugorje, “Maremma come fosse l’America”, “tossici salutisti” e “esecuzioni sommarie dell’italiano”.

Come si può immaginare, ho fatto il tifo per la popolosa classe degli oppressi e provato un certo disgusto per gli oppressori: i lavoratori dell’autonoleggio Velluto Viaggi, quelli della cooperativa edile La Cardarella e della cooperativa di raccolta rifiuti Sppp, non sono quasi mai regolarmente assunti e/o pagati, a volte non hanno nemmeno un permesso di soggiorno, per alcuni il luogo di lavoro è anche alloggio permanente, un rifugio. Tutti condividono un Esperanto fatto di terminologia tecnica e divinità, frutto di luoghi di lavoro infelici quanto di sentimenti e bisogni umanissimi.
A tutti è stato fatto credere  che al mondo ci fosse qualcuno di migliore e qualcuno di peggiore, e che loro fossero in questa seconda schiera. E noi da che parte stiamo?

Eppure credo che si intraveda la verità. Mi sono persa nel racconto di infanzie lente e soleggiate, fra lombrichi e sassaie, fatte di cibo saporito e gratis; e poi gli orti “simpatici”, il richiamo dei boschi, le mamme e le nonne che “anticipano i bisogni” dei figli. Un paradiso, seguito dall’inferno.
Il finale non è garantito, questa forse è l’unica possibile salvezza. 

Ringrazio di cuore la BPG che ci ospita, creando un contesto più che consonante rispetto ai racconti che andremo a sgranare.

Cover: Diego Rivera, Campesino, 1941

Per leggere gli altri articoli di Marcella Ravaglia clicca sul nome dell’autrice.

Il Liberalismo è in crisi. C’è qualcosa dopo?

Il Liberalismo è in crisi. C’è qualcosa dopo?

Il Liberalismo è in crisi. C’è qualcosa dopo?

I più noti studiosi liberali non solo italiani come Ernesto Galli della Loggia, Goffredo Buccini, etc. sono allarmati perché nelle nostre democrazie occidentali è in corso una polarizzazione elettorale verso le estreme, definite populismi. Gli elettori sono stregati da personaggi e proposte poco credibili, si è formato un “vuoto al centro”, quel centro che consentì nel dopoguerra a molti partiti di prosperare (DC per esempio).

Eppure l’analisi della situazione che fanno potrebbero aiutarli a trovare le soluzioni. Sentiamo cosa scrive sul Corriere della Sera del 12 agosto 2026 Galli della Loggia:

“Il contraccolpo sulle società europee è stato brutale. Nello spazio di tre decenni (1990-2025) perdono lo slancio economico-produttivo precedente, le economie appaiono sempre più dominate dalla finanza e dai servizi, la popolazione invecchia mentre aumenta il fenomeno, per molte di esse nuovo, di una immigrazione incontrollata.

Contemporaneamente cresce al loro interno il divario sociale e l’emarginazione, mentre dappertutto i sistemi di istruzione perdono capacità di formazione, di selezione e di promozione, e il Welfare stenta sempre di più a tener dietro alle crescenti necessità del sistema…

Declina la fiducia nel futuro, la natalità crolla, mutano in peggio i valori nello spirito pubblico, i legami sociali (famigliare, religioso, nazionale) si allentano fino a svanire. Eguale sorte tocca al vincolo associativo, i sindacati diventano l’ombra di se stessi. All’individuo sembra restare solo la dimensione del consumo che alimenta la sua solitudine… nei giovani declina in misura impressionante il rapporto con la lettura e la scrittura ideativa sempre più insidiata dall’intelligenza artificiale.

Si respira un senso di stanchezza, di disillusione, di difficoltà a mettere in cantiere iniziative importanti. S’indebolisce la speranza nella possibilità di realizzazione personale ma aumenta in pari misura l’idea dell’illimitatezza dei propri diritti in quanto individui singoli. Crolla infine la fiducia nell’azione collettiva e negli strumenti della politica… nella fase storica della globalizzazione tende a disintegrarsi e a dissolversi il mondo morale della democrazia europea”.

Galli della Loggia indica poi nella morte di Dio (del cristianesimo) e nella fine dell’attrazione della cultura liberale e socialdemocratica la crisi attuale. Ma cosa l’ha colpita al cuore? Cos’é cambiato in profondità in nei paesi occidentali (Usa inclusi) col crollo del comunismo (1991), la fine della guerra fredda (che guarda caso fa finire anche la crescita dei salari in Italia)?

La crisi economica e anche quella morale (individualismo vs comunità) hanno eroso la base sociale delle liberal democrazie, da cui sono sorti i “populismi” che sono una richiesta (per quanto confusa) di cambiamento radicale.

Ma perché questa crisi se negli ultimi decenni è continuata la crescita della ricchezza? La globalizzazione ha portato alle stelle le disuguaglianze e ha distrutto le comunità, dov’é rimasto un singolo sempre più povero, con meno relazioni sociali ma libero di consumare. Cioè una liberal democrazia svuotata di diritti sostanziali e di reale partecipazione, ma che propone sempre più diritti formali e una vita virtuale, mentre le cosiddette autocrazie hanno accresciuto salari e diritti sostanziali (Cina inclusa).

Come poi non vedere la graduale perdita di ruolo degli Stati e il crescente potere di alcune multinazionali (big tech, big pharma, colossi bancari ed energetici, grande finanza,…) che impongono le principali scelte agli Stati. Chi, se non questi colossi privati, decidono i nostri prossimi consumi, dove investire, come predare i beni collettivi residui (spazio, terre, mari…), ridimensionando gli Stati nella loro sovranità (anche fiscale).

Il caso più clamoroso è proprio l’Europa che, nata per opporsi a questi processi, è riuscita a far scomparire sia le singole sovranità dei suoi Stati membri che la sua, lasciando praterie al libero mercato. Neppure gli Stati Uniti o gli altri paesi occidentali e tantomeno Cina e Russia l’hanno fatto.

Le nuove élite ricche occidentali si sentono oggi del tutto avulse dalle proprie comunità e hanno costruito reti di relazione tra loro (esterne alle proprie comunità delle quali se ne infischiano), mentre si sono estinte quelle dei poveri e degli operai un tempo floride.

Siamo al polo opposto di imprenditori come Olivetti e Marzotto, che lavoravano per il bene comune, per le loro comunità, e la fabbrica era in funzione della città, con asili, case (anche di riposo), assistenza sanitaria, con differenziali salariali al massimo di 1 a 10 e dove l’imperativo era non licenziare nessuno. Valdagno e Ivrea sono oggi residui novecenteschi e lo sport più diffuso è l’evasione fiscale (abbellito, talvolta, da fondazioni private) altro che dar valore alla propria comunità.

Ma se questi sono i risultati dell’ultimo liberismo, perché gli elettori dovrebbero continuare a votarlo? Per masochismo? Non è strano che cerchino un’alternativa e gonfino il “nuovo”: Renzi nel 2014 (41%), M5S nel 2018 (32%), Meloni (33%). Chi la spara più grossa accresce i consensi.

Vannacci propone di avere solo il 4% di migranti (quindi remigrare oltre 3 milioni di attuali stranieri che sono il capro espiatorio di oggi), Farage aveva detto che dopo la Brexit si sarebbero risparmiati 350 milioni di spese sanitarie alla settimana (a Brexit compiuta ammise che scherzava), Mélenchon in Francia propone la pensione a 60 anni (anziché i 64 di Macron). Afd ha intanto conquistato il primo Land in Germania col 40% dei voti.

Eppure ci sarebbe un modo per superare il liberismo o anche solo rivitalizzarlo. Usare gli incrementi di ricchezza del nuovo capitalismo finanziario, distribuendoli a tutti. Servirebbe anche altro perché la crisi è soprattutto morale e di civiltà (tornando all’umanesimo), ma intanto si potrebbe partire dai soldi.

In Cina Cxmt la più grande azienda di chip memorie dram ha deciso di distribuire a tutti i suoi 20mila dipendenti il 40% dell’incremento di borsa (ora vale 400 miliardi), per cui tutti i suoi dipendenti sono diventati di colpo milionari. L’imprenditore proprietario lo ha fatto “spontaneamente” pensando che avrebbe fatto piacere al Partito comunista e che non sarebbe finito come Jack Ma (già Ceo Alibaba, rimosso nel momento in cui ha quotato in una borsa estera la sua azienda, pensando solo per sé à la occidentale).

È una misura poco liberal e molto “autoritaria”, ma in fondo non ha fatto la stessa cosa lo Stato italiano coi cinesi in Pirelli? Volendo esistono anche nei paesi liberal modalità democratiche (dalla golden share alla distribuzione degli utili a cittadini e dipendenti) che farebbero crescere le comunità.

Il fondo norvegese pensionistico statale Norges fondato nel 1990, che amministra 2.380 miliardi di dollari che provengono dall’estrazione di gas e petrolio del Mare del Nord, ha comunicato che nei primi 6 mesi del 2026 ha guadagnato altri 160 miliardi (+4-5% il rendimento annuo). I 5,5 milioni di norvegesi (anche il più povero) possono contare quindi su un patrimonio di almeno 400mila dollari. Un modo in cui lo Stato socializza i profitti, mentre da noi “si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti”.

Lo Stato Norvegia ha deciso che una parte del profitto del fondo statale Norges finanzia il 25% del welfare (pensioni, sanità, istruzione,…) e il 72% degli investimenti in azioni sono fatte su rigide linee guida (escluse aziende che inquinano, che producono armi o tabacco, violano diritti umani…).

Dunque anche il capitalismo può essere addomesticato ed è questo che chiedono gli elettori a quel “centro” che una volta queste cose le faceva (almeno in parte, come appunto la DC). Se i nostri centri liberal non le fanno più si rivolgeranno alle offerte politiche che promettono “mari e monti”, anche se poi troveranno probabilmente pianure assolate, clima infuocato e grandi data center.

Ma ci sono anche speranze come quelle 200 aziende che in Europa vogliono replicare il modello Olivetti e Marzotto (steward ownership), politici come il sindaco di New York Mamdami che vuole tassare le seconde case dei ricchi, Burnham che vuole ridurre le disuguaglianze sociali e ridare ruolo allo Stato nell’economia e chi in Italia vuole riportare l’imposta sulle eredità com’è da sempre in Germania, Francia o Inghilterra e Stati Uniti (non proprio paesi comunisti).

Si potrebbe poi avere un’unica agenzia nazionale dell’energia (come la Norvegia, già abbiamo ENI ed ENEL) in modo da ridurre le bollette anziché 850 utility di libero mercato e uno Stato che investe (insieme ai privati) nelle tecnologie strategiche, in modo che lo sviluppo sia indirizzato dove conviene a cittadini e i cui profitti siano a vantaggio dei molti e non dei pochi.

Ma certo questo non è un modo moderato o centrista di cercare voti anche se sarebbe liberalismo dal volto umano. Quello che cercano gli elettori che, se non viene offerto, cercano altrove, a costo di trovare bufale. Ma la responsabilità è dei partiti di centro e dell’attuale liberismo, che si è trasformato in oligarchia, potere e profitto dei pochi verso i molti con la scusa del libero mercato e dei liberi diritti.

Il paradosso non sono i crescenti consensi dei socialisti democratici negli Stati Uniti, ma che gli stessi Maga cominciano a criticare questo capitalismo (visto che l’età dell’oro promessa da Trump non arriva) al punto che, sebbene Trump riduca le tasse ai ricchi, almeno usa lo Stato nella politica industriale.

Cover: Foto di Antonio Garcia Prats da Pixabay

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Banche, dipendenti e clienti sotto pressione

Banche, dipendenti e clienti sotto pressione

Banche, dipendenti e clienti sotto pressione

Per chi lavora in banca, quella delle pressioni commerciali è la questione più urgente, quella che peggiora enormemente la qualità di vita causando stress, ansia, depressione, insonnia.

Una questione che apparentemente non riguarda i clienti delle banche, ma la realtà è ben diversa.

Nella vendita di prodotti finanziari e assicurativi, le normative Mifid e Ivass pongono al primo posto il cliente e le sue esigenze, dando un’importanza fondamentale all’ascolto e alla consulenza. La vendita di prodotti d’investimento e di polizze assicurative ha come presupposto la preventiva compilazione di questionari, il cui scopo è la conoscenza del cliente e delle sue specifiche esigenze, in modo da individuare i prodotti più adatti e limitare a quelli la proposta commerciale. Il cliente dev’essere il punto di partenza.

Le banche adottano un approccio diametralmente opposto. Ogni anno i CdA decidono a tavolino quale dovrà essere l’obiettivo da conseguire. Ogni anno si decide di quanto dovranno aumentare i dividendi e l’utile netto, e da lì si procede alla pianificazione delle attività. Si parte quindi dal risultato, che diventa così una variabile indipendente, lasciando il cliente e le sue esigenze come punto di arrivo.

Sulla base dei risultati previsti si programmano i prodotti da vendere, sia per quanto riguarda gli investimenti che per il ramo assicurativo, si determinano gli obiettivi di vendita per ogni filiale e quindi si ripartiscono per ogni singolo gestore. Non è raro assistere a riunioni in cui si fa riferimento a determinati prodotti assicurativi “chiedendo” ad ogni singolo consulente di piazzare un certo numero di “pezzi” ogni settimana. E’ proprio così che li chiamano: “pezzi”.

Prima di andare avanti è necessario fare una importante considerazione. I prodotti finanziari e assicurativi commercializzati dalle banche sono soggetti a preventiva autorizzazione e successivi controlli da parte della autorità competenti (Consob, Banca d’Italia, Ivass). In banca non si rischia di incorrere in truffe come quelle che invece possono capitare sottoscrivendo prodotti analoghi online, o tramite finti promotori finanziari.

Quando si parla di investimenti non ce n’è uno “migliore” o “peggiore” in senso assoluto: il fatto che esista una moltitudine di proposte, molto diverse tra loro, dimostra la necessità di trovare la soluzione più adatta ad ogni investitore. Ogni prodotto è a suo modo valido, ma dovrebbe essere proposto tenendo conto di una serie di fattori quali l’età del cliente, le sue conoscenze in materia, la sua capacità di reagire ad andamenti negativi e così via.

Quando si passa dalla consulenza alla logica dei “pezzi” da piazzare, il rischio che si corre è paragonabile a quello di andare in un negozio di abbigliamento e trovare un commesso che ci consiglierà un paio di pantaloni rimasti in giacenza da tempo, facendoci credere che la taglia ed il modello siano perfetti per noi, quando in realtà il suo unico scopo è toglierli dal magazzino. Usciremo dal negozio indossando un capo magari di alta qualità, che starebbe benissimo ad altri, ma che su di noi produce l’effetto clown.

Il consulente, pressato da “richieste” non esattamente cortesi, ribadite in modo martellante nell’arco della giornata e che molto spesso sconfinano in minacce velate di demansionamenti o trasferimenti, si troverà spesso costretto a consigliare prodotti che, sebbene validi in termini assoluti, potrebbero non rappresentare la soluzione ideale per la persona che hanno di fronte. Questo vale per gli investimenti, ma vale analogamente per le polizze, visto che le esigenze di copertura variano per ogni persona a seconda di età, reddito, stato familiare, ecc…

La sostanza della questione sta tutta qui: in banca si rischia di vedersi proporre qualcosa non perché sia calato sulle nostre esigenze, ma perché si tratta di uno dei “pezzi” da piazzare. Ed evidentemente non è un problema di poco conto (La questione era stata affrontata su Periscopio in questo articolo: Bancari e clienti di tutto il mondo, unitevi – Periscopionline.it – l’informazione verticale ).

Il tema è stato oggetto di diversi interventi nel tentativo di arginarlo. Nel settore bancario è stato sottoscritto nel 2017 un protocollo tra Sindacati di settore ed ABI (qui il testo). A seguito delle continue sollecitazioni sindacali fu costituita anche una Commissione Parlamentare d’inchiesta che portò, nel 2022, al risultato che di solito producono le Commissioni Parlamentari d’inchiesta: tante dichiarazioni di principio, ma nulla di concreto.

Il modus operandi adottato dalle banche paga: non è un caso se ad ogni semestre riescono ad annunciare la realizzazione di un utile record, “il migliore della storia”, almeno fino al semestre seguente.

Ed inseguendo una corsa al profitto che ritengono evidentemente inarrestabile, le banche si stanno trasformando: sempre meno credito – in modo particolare alle piccole imprese con le quali si guadagna meno – , sempre più ricavi da commissioni (ne avevo parlato nell’ articolo Le banche non hanno più voglia di fare le banche – Periscopionline.it – l’informazione verticale ).  (immagine licenza kuraplan.com)

La stessa logica del profitto deciso a tavolino e da far crescere oltre misura è quella che porta al progressivo abbandono di territori ritenuti “meno profittevoli”, con conseguente perdita di servizi e riduzione del credito, ed alle mega operazioni di fusioni tra banche. Sappiamo che nei prossimi mesi il sistema bancario italiano sarà di nuovo stravolto. Sappiamo che l’unico fine di tali operazioni è la massimizzazione degli utili attraverso il taglio – o, come dicono i banchieri, la “razionalizzazione” – dei costi. Sappiamo che, a differenza di quanto proclamato ai quattro venti, a trarre benefici da tali fusioni saranno solo gli azionisti e i super manager: come sempre avvenuto in passato non ne deriverà nulla di buono per dipendenti, clienti o territori.

Sarebbe lecito aspettarsi dai politici un’attenzione maggiore, la stessa che mettono in campo quando sono prontissimi ad intervenire per orientare o addirittura bloccare operazioni societarie non gradite. Ma se si tratta di disturbare le banche e andare in qualche modo ad ostacolare l’inarrestabile corsa dei profitti verso l’infinito ed oltre, improvvisamente sembrano non accorgersi di nulla.

E nel frattempo è in continua crescita il numero di imprese piccole o piccolissime che chiudono, anche a causa della difficoltà di ottenere finanziamenti.

Cover image under creativecommons license

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Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie

Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie

Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie

Diciannove giorni. 5.400 chilometri.

A raccontarli così sembrano numeri. In realtà, dentro quei chilometri ci sono mondi. E c’è tutto ciò che, una volta tornati, non sappiamo bene dove mettere.

Siamo partiti da Ventimiglia per arrivare a Carcassonne, poi Rocamadour, La Rochelle, Mont-Saint-Michel, Carnac, Brantôme, Sarlat-la-Canéda, Rennes-le-Château, Montpellier, Avignone e infine Sestri Levante.

Una lunga traiettoria tra Francia e Italia, dal Mediterraneo all’Atlantico e ritorno, attraversando montagne, campagne, coste e città, cambiando continuamente paesaggio, clima, casa e orizzonte.

Le fotografie sistemano il viaggio in una sequenza ordinata e conservano ciò che abbiamo visto. Ma forse la parte più importante comincia dove la fotografia non riesce ad arrivare.

Abbiamo navigato su un fiume sotterraneo, dentro una grotta a 103 metri di profondità. Siamo scesi nel ventre della terra, là dove la luce scompare e il tempo sembra essersi fermato.

Poi abbiamo camminato accanto alle bertucce e, inevitabilmente, ho finito per osservarle come osservo gli esseri umani. Le ho viste litigare. Fare pace. Cercarsi. Allontanarsi. Proteggersi. Ho osservato i piccoli muoversi in una comunità nella quale la cura non appartiene esclusivamente alla madre, ma circola. Gli altri intervengono, sorvegliano, partecipano.

Guardandole ho pensato che forse, quando qualcuno ci dà della ‘bertuccia’, dovremmo smettere di considerarla necessariamente un’offesa. Potrebbe persino essere un complimento. Il legame non significa assenza di conflitto. Le bertucce litigano, ma si può protestare, allontanarsi e poi tornare. Una distinzione che noi esseri umani qualche volta sembriamo dimenticare.

Abbiamo attraversato borghi medievali nei quali ti aspetti un cavaliere in armatura e paesini così abbarbicati sulla roccia da richiedere qualche parentela con gli stambecchi. Abbiamo inseguito castelli, abbazie, leggende e tracce dei Templari, perché nei nostri viaggi cerchiamo sempre anche ciò che non c’è più.

E poi Mont-Saint-Michel.

Di alcuni luoghi abbiamo visto così tante immagini da rischiare di trovarli già consumati dalla loro rappresentazione. Mont-Saint-Michel ha prodotto in me l’effetto opposto.

Non siamo arrivati nel momento della massima marea, quando diventa davvero un’isola. Eppure basta il movimento dell’acqua intorno alle mura perché il paesaggio cambi. Poi si entra e l’orizzonte scompare: restano pietra, scale, passaggi, salite, discese, viuzze labirintiche. Un luogo che sembra costruito più dall’immaginazione che dagli uomini.

Ma tra le immagini rimaste più impresse ce n’è una meno spettacolare.
Siamo entrati nelle antiche prigioni e lì sono state le pareti a raccontare.
Sulla roccia sono ancora visibili le incisioni dei detenuti: piccoli simulacri, scene di navigazione, figure, segni, riferimenti alle persone amate. Tracce lasciate da uomini ai quali era stato sottratto quasi tutto.

Perché incidere una nave quando non si può andare da nessuna parte? Perché rappresentare qualcuno che si ama quando non può essere raggiunto?
Forse proprio per questo.

Quando il corpo è rinchiuso, l’immaginazione continua a cercare un altrove. Quando la presenza dell’altro è impossibile, se ne traccia il segno. Come se incidere qualcosa sulla pietra fosse un modo per opporsi alla propria scomparsa.

Sono stato qui.
Ho amato qualcuno.
Ho immaginato ancora un altrove.

L’essere umano lascia tracce da sempre: scrive, incide, conserva, fotografa, racconta. Non soltanto per ricordare, ma per affermare che il proprio passaggio ha prodotto un segno.

È questo che mi affascina dei luoghi: non soltanto ciò che mostrano, ma ciò che trattengono. Le tracce degli uomini sulle pietre e quelle che i luoghi, senza che ce ne accorgiamo, imprimono dentro di noi.

Viaggiare, del resto, ha qualcosa di profondamente psicoanalitico.

Non perché ogni viaggio debba diventare un “percorso interiore”, ma perché viaggiare significa accettare di perdere temporaneamente le proprie coordinate.

Per qualche giorno si abita una vita che non è la propria. Si dorme in case diverse, si guarda il mondo da finestre di sconosciuti, si percorrono strade senza conoscerne il nome. Un quartiere diventa “casa” per qualche notte e la mattina della partenza torna a essere il luogo di qualcun altro.

Cambiano paesaggio, clima, odori, ritmo delle giornate. E si incrina una delle nostre illusioni preferite: poter controllare ciò che accadrà.

Il viaggio introduce l’imprevisto.
Una strada chiusa, un luogo che ci delude, un altro dal quale non vorremmo più andare via. Il caldo, la fame nel momento sbagliato. Qualcuno che non è mai pronto e qualcun altro che vorrebbe essere già partito.

E quando si viaggia insieme, a spostarsi non sono soltanto i corpi. Si muovono anche i legami.

Diciannove giorni insieme costruiscono una piccola geografia affettiva. Ci sono le risate, gli scazzi, la stanchezza, le attese. L’entusiasmo di qualcuno davanti a qualcosa che agli altri interessa pochissimo. Ci si aspetta, ci si perde, ci si rincorre, ci si irrita, si cede, si ricomincia.

Il viaggio rende evidente ciò che nella quotidianità possiamo dimenticare: l’altro non coincide con noi, non ha necessariamente i nostri desideri, i nostri tempi, la nostra direzione.
Eppure si continua insieme. Forse il legame è anche questo: fare strada senza pretendere che l’altro percorra ogni metro esattamente come noi.

Torniamo con milioni di diapositive nella testa: colori, odori, pietre, acqua, leggende, caldo, stanchezza, incontri. E con moltissimo lasciato indietro.
Luoghi che non siamo riusciti a raggiungere. Deviazioni che non abbiamo fatto. Porte trovate chiuse. Strade che avrebbero portato altrove.

Forse un viaggio ha bisogno anche di una parte incompiuta.
Viviamo in un tempo che ci spinge a completare tutto: vedere, fotografare, non perdere nulla. Il desiderio funziona diversamente: ha bisogno che qualcosa sfugga.

Se vedessimo tutto, se arrivassimo ovunque, se nessuna strada rimanesse inesplorata, non avremmo più nessuna ragione per tornare. È ciò che manca a impedire che l’esperienza si chiuda definitivamente. Forse per questo ogni viaggio finito contiene già, silenziosamente, il successivo.

Adesso comincia un’altra vacanza. Quella sedentaria.
Staremo fermi nel solito villaggio a Jesolo, diventato negli anni un luogo familiare. Tornarci assomiglia un po’ a quando si andava a trovare i parenti lontani: conosci la strada, i luoghi, le persone, le abitudini.

Dopo tanti giorni trascorsi a cercare l’altrove, scegliamo volontariamente il già conosciuto.
Perché abbiamo bisogno di entrambi: dell’altrove, che ci sposta, e del familiare, che ci permette di riconoscerci.

Partire e tornare. Scoprire e riconoscere. Perdersi e ritrovarsi.

Le fotografie conserveranno borghi, grotte, castelli, mare. Ma non una risata in macchina, una frase diventata tormentone, un silenzio, un’attesa, uno scazzo già dimenticato, una deviazione imprevista. Non possono fotografare ciò che accade a un legame mentre attraversa un luogo.

Forse è questo che riportiamo a casa: non soltanto ciò che abbiamo visto, ma ciò che ci ha attraversati mentre guardavamo.

Quello che non entra nelle fotografie non scompare.
A volte è precisamente ciò che resta.
Ora dovrei stare ferma.
Dovrei.

Ma conoscendomi, anche nel luogo più familiare troverò qualcosa da vedere, cercare, organizzare o inventare.

Del resto, lo sguardo non va in vacanza.

Nemmeno io.

Cover (Mont Saint Michelle) e fotografie del viaggio nel testo scattate dall’autrice-

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Per certi versi / Meticolosamente

Per certi versi / Meticolosamente

Meticolosamente

Meticolosamente
lui spegne ogni mia luce
Il mio splendore

Pazientemente
Mi scaccia poi dal buio
Il mio rifugio

Imparo così a vivere l’invisibile
Ad orientarmi con il cuore
A fare esistere, dell’universo, solo ciò che riesco a dire
A sentire forte ciò che credo di sentire
A creare, plasmando in vero i miei pensieri

Ogni mattino, io accendo stelle
A notte, apro le mani
a voli di farfalle diurne

E cavalco desideri impetuosi come onde
nell’oscurità che svela
Che nasconde

IN SEDUTA. PICCOLA PSICOTERAPIA DEL CUORE, PUNTOACAPO 2026

 

In copertina: Onde notturne, Foto di Pexels da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

GIORGIA MELONI vs MUSSOLINI quando anche l'aritmetica fa paura

GIORGIA MELONI vs MUSSOLINI
quando anche l’aritmetica fa paura

GIORGIA MELONI vs MUSSOLINI
quando anche l’aritmetica fa paura

Ieri Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia erano in festa. Da ieri, dice lei, il suo è il governo più longevo d’Italia: 1413 giorni, uno in più del governo Berlusconi.
Non è dato sapere quanto seguiteranno complimenti e festeggiamenti, certo è che ogni giorno che passa Meloni si lascerà sempre più indietro il Cavaliere. Ma cosa abbia combinato la Destra al potere in questi quattro anni e mezzo è sotto i nostri occhi: un’Italia impoverita, arrabbiata, impaurita.

Ammettiamo pure che stare al governo più di tutti gli altri sia un traguardo, non politico, tantomeno etico, ma sicuramente aritmetico,  ma Giorgia Meloni mente sapendo di mentire. Molto più bravo di lei, primo in classifica con enorme vantaggio, c’è il Governo di Benito Mussolini: incaricato appena dopo la Marcia su Roma da re Vittorio Emanuele III  e durò ininterrottamente (ne sanno qualcosa gli italiani) dal 31 ottobre 1922 al 27 luglio 1943 quando viene sfiduciato dal medesimo re Sciaboletta.

Riassumendo: Governo Mussolini = 7.572 giorni, Governo Meloni = 1.413 giorni. Non c’è proprio partita.

Questo fino ad oggi. Ma lasciamo perdere per un attimo i contenuti, le riforme promesse e mancate, la pressione fiscale e gli italiani alla canna del gas (letteralmente). Sono proprio i numeri che dovrebbero far paura, perché Giorgia, a Bari l’ha gridato a squarciagola, è convintissima di farsi eleggere di nuovo nel 2027 e bissare il suo Governo. Anzi, non ha nemmeno nascosto che le piacerebbe succedere a Mattarella alla Presidenza della Repubblica.

Fate una botta di conti: 5 anni di questa legislatura, più altri 2 da Premier per arrivare al 2029, più altri 7 da Presidente.  Fanno 14 anni. Se riesce a bissare l’incarico di Mattarella arriva a 21 anni al potere. 1 anno più del Mascellone, che uscirebbe definitivamente dal Guinness dei primati.

Non erano ancora finiti gli anni 60. Quel giorno era il 1 maggio. Avevo 8 anni e giravo con due amichetti per il quartiere. Niente macchine. Al piano terra di una casa, appeso all’inferriata, leggo un cartello, grossi caratteri neri di vernice: “Sono fascista e io oggi non faccio festa”. Torno a casa e chiedo spiegazioni a mio padre: “E’ il signor Mattoni, l’idraulico, un’ottima persona, purtroppo la pensa così”.

50 anni dopo, il nuovo fascismo che avanza non ha il volto rassicurante del signor Mattoni, ma quello dell’ex generale Vannacci, che sulla scia dell’Ultradestra tedesca, arriverà (è la mia previsione) al 15%. Ma in fondo Vannacci è solo una variante minore, il problema è Giorgia Meloni, seduta su un trono, governante e nullafacente.
Il problema è l’aritmerica, sono i numeri, il pallottoliere dei giorni che continua a girare.

Forse però gli italiani hanno imparato a diffidare dai lunghi governi. Stabili e Disastrosi. Forse di uno ne hanno avuto abbastanza

Cover: Caricatura di Benito Mussolini – immagine klimbim2014.wordpress.com

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Presto di mattina. Quo vadis humanitas?

Presto di mattina /
Quo vadis humanitas?

Presto di mattina. Quo vadis humanitas?

“Dove stai andando ora, Magnifica humanitas?”

«Frodo era silenzioso. Anche lui fissava le giravolte della strada, come se le vedesse per la prima volta. Improvvisamente disse ad alta voce, ma come a sé stesso:

La Via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita via avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo.
Rincorrendola con piedi alati
Sin all’incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa».
…

«Frodo, dicci dove stai andando ora. Vediamo un’ombra di paura sulla tua anima» (J.R.R. Tolkien, Il Signore degli anelli, Rusconi, Milano 1984, 111; 119).

È questa la domanda che Gildor e gli altri elfi esuli dalle “Terre Immortali” gli rivolgono mentre, segretamente, stanno andando al Gran Burrone per mettere al sicuro l’anello.

Il viaggio dell’hobbit della Terra di Mezzo che viene narrato da Tolkien in questo romanzo che unisce fantasy, mitologia ed epica può ben rappresentare anche il viaggio dell’umanità in cammino e riproporre l’interrogativo: “dove stai andando?”.

E subito veniamo messi di fronte a un paradosso e a una sfida, una scelta che proprio oggi sembra così inattuale, risibile, improponibile: che cioè il futuro del mondo, il destino dell’umanità passino attraverso i piccoli, i miti, i coraggiosi che non temono di rischiare la vita affrontando la malvagità non con le armi che il male stesso ha forgiato.

Amicizia e sincerità, umiltà e fede, pietà e perdono, sacrificio e grazia, alleanza e lealtà, faranno ben sperare in una riuscita dell’impresa. E sarà proprio nel vuoto e nello sprofondo delle difficoltà che si troverà la via d’uscita della grazia, non già come un miracolo o una magia, ma come permanente e operante atto di amore.

L’umanità si edifica e si compirà non potenziandosi solamente, ma amando, prendendosi cura, facendo alleanze, unendo nella diversità. Ubunto (in lingua Zulu e Xhosa) significa “Umanità verso gli altri”; non ci si salva da soli è il leitmotiv del romanzo dove la realizzazione dell’umano avviene attraverso relazioni di empatia, il comporsi delle diversità in una solidarietà fino al sacrificio.

«Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli» (ivi, 83). Distruggere, sottomettere per dominare è invece il desiderio e l’agire dei tiranni, il potere è il loro tesoro: l’anello smaniato. Anche oggi sperimentiamo il primato della forza sul diritto, della falsità sulla verità, della morte sulla vita. Sono tra noi ancora Sauron di Mordor, l’oscuro Signore della Terra di Mezzo, e Saruman che si lasciò corrompere dalla brama di potere anziché combatterlo con la sua magia bianca.

Per contro, eroiche sono le parole di Sam verso l’amico Frodo quando giunsero verso gli oscuri pendii del monte Fato. Parole che dicono amore fraterno, devozione, lealtà fino alla fine; uno stile di vita anche oggi praticato da tanti uomini e donne sconosciuti, disseminati sui mari e nelle terre di mezzo del pianeta:

«Sam lo guardò, piangendo in fondo al cuore, ma non sgorgarono lacrime dai suoi occhi asciutti e arrossati. “Ho detto che l’avrei portato in braccio, dovessi rompermi la schiena” – mormorò – “e sono pronto a farlo! “Coraggio, signor Frodo!”, gridò. “Non posso portare io l’Anello, ma posso trasportare voi ed esso insieme. Alzatevi! Suvvia, signor Frodo, caro! Sam vi porterà in groppa. Ditegli dove deve andare, e lui vi andrà», (ivi, 1123).

«E poi dove andrò? Nessuno lo sa»:
l’umanità un grande fiume, noi i suoi affluenti

Pipino, uno dei quattro hobbit della compagnia dell’anello, all’inizio dell’impresa così commenta la canzone di Frodo: «“Sembrano versi del vecchio Bilbo” (lo zio di Frodo) disse Pipino. “Oppure è una tua imitazione? Non molto incoraggiante, comunque”. “Non lo so”, rispose Frodo. “Mi sono venuti così alla mente, ad un tratto, come se li stessi creando io: ma è possibile che li abbia sentiti tanto tempo fa.

Certo mi ricordano molto il Bilbo degli ultimi anni prima della partenza. Diceva spesso che la Via è unica, ed è come un grande fiume: le sue sorgenti si trovano davanti ad ogni soglia, ed ogni sentiero ne è l’affluente. “È pericoloso ed impegnativo uscire di casa, Frodo”, mi ripeteva sempre. “Cammini per la strada e, se non fai attenzione, chissà fin dove sei trascinato» (ivi, 111).

Ancora, verso la fine del viaggio, ritorna sempre di nuovo l’interrogativo sulla direzione del cammino quale metafora di quello che ancora attende l’umanità. Sam e Frodo sono pronti all’arrampicata finale al monte Fato: Frodo «aprì gli occhi ed emise un respiro. Era più facile respirare lassù oltre le fetide esalazioni che stagnavano nella pianura. “Grazie, Sam”, bisbigliò affannosamente. “Quanta strada rimane da fare?”. “Non lo so” – disse Sam – “perché non so dove stiamo andando”» (ivi, 1124).

Vivere il presente apre prospettive e vie nel futuro ancora ignoto. È solo questo tempo presente l’unico momento decisivo per mutare le sorti, per prendere coscienza del mondo in cui viviamo e agire responsabilmente, a partire dalle piccole cose, dai piccoli. Frodo, Aragorn o Sam non scelgono la propria epoca, né cercano la propria missione. Si lasciano scegliere, rispondono alla chiamata, alla sfida del proprio tempo e la vivono come la loro vocazione.

Il momento presente ti chiama, l’oggi chiede di non voltarti dall’altra parte rinchiudendoti nella nostalgia o disperdendoti nell’incantesimo evanescente del futuro: «“Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo. “Anch’io” – annuì Gandalf – “Come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato», (ivi, 84).

«In tre si è compagnia», così il tempo vissuto come amicizia dischiude la via. Sorprende pure il legame di fiducia e reciproco affidamento, pur nella diversità e la precedente ostilità tra le loro etnie, tra un elfo, Legolas, e il nano Gimli entrambi divenuti amici nella compagnia dell’anello: “È un bosco vecchio e impregnato di ricordi. Sarei stato felice qui, se fossi giunto in tempo di pace”.

“Più che probabile”, replicò Gimli. “Tu sei un Elfo dei Boschi, e comunque tutte le varietà di Elfi sono gente strana. Eppure mi dai un certo conforto. Dove vai tu, andrò anch’io. Ma tieni l’arco a portata di mano, mentre io allenterò la mia ascia nella cinta. Non per usarla contro gli alberi”, soggiunse velocemente, levando lo sguardo verso l’albero che li sovrastava… Andiamo» (ivi, 599).

Una piccola scintilla, due mondi si intrecciano

All’inizio una piccola scintilla quasi impercettibile ma affiorante alla coscienza, il guizzo di luce di una sinapsi, di un contatto tra due cellule celebrali, quella congiunzione da cui poi nascono i pensieri e i sentimenti. Due ambiti, due idee, due immagini apparentemente estranei, lontani tra loro, si sono messi così a comunicare e a trovare punti in comune, esponendosi ed espandendosi l’uno nell’altro nella mente: il cerchio magico della letteratura e quello spirituale ellittico della teologia.

Un poco come l’incontro tra Legolas, che tradotto significa Verdefoglia, principe degli elfi del Bosco Alto, e il nano guerriero Gimli il cui nome significa Fuoco: opposti che s’incontrano. Ora qui la letteratura tiene la parte dell’elfo Legolas e la teologia quella del nano Gimli, memore di Bernardo di Chartres, citato da Giovanni di Salisbury nel suo Metalogicon (III, 4): «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti».

Così è accaduto, non so come, un mattino presto, che si intrecciassero sulla soglia di casa mia l’orizzonte letterario de Il Signore degli anelli e quello teologico del documento Quo vadis humanitas? della Commissione Teologica internazionale.

«Quo vadis, humanitas?»

Il documento della CTI si prefigge di «Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano» e riportare al centro della riflessione antropologica gli interrogativi sullo sviluppo umano, e di conseguenza sull’identità, dignità e destino umani.

Si è voluto far interagire l’antropologia cristiana con le trasformazioni tecnologiche contemporanee riconoscendone certamente il valore ma al tempo stesso ricordare pure che uno sviluppo senza etica, senza spiritualità può finire per asservire l’umano alla tecnica.

Nel testo vengono analizzate le teorie del transumanesimo e del postumanesimo secolare, vedendovi nella loro radicalizzazione ideologica una sottomissione della libertà e marginalizzazione della dignità umana che tende a un superamento se non addirittura a una sostituzione dell’uomo con la tecnologia.

Si ricorda così che la vera umanizzazione non può scaturire dal semplice potenziamento tecnologico, dalla svalutazione dell’umano e dalla manipolazione o ibridazione biologica e tecnologica del corpo. È invece dalla riscoperta continua di una vocazione di amore interpersonale, comunitario, dal lasciarsi amare amando, dal lasciarsi accogliere accogliendo che prende consistenza il processo di umanizzazione.

Aprendosi pure a quel di più di amore inesauribile, misterioso, ineffabile che muove il sole e le altre stelle, che provoca, sostiene, consola l’inquietudine, il desiderio, l’aspirazione del cuore umano e incalza il suo buon agire, chiama a una responsabilità condivisa, non elitaria né oligarchica, ma aperta verso l’intera umanità integrando le diversità dei popoli e percepita come luogo della libertà, che si affida all’altro nella reciprocità del dono.

L’identità umana nasce da una vocazione che coinvolge il cuore

L’identità autentica nasce da una vocazione e dal riconoscimento dell’altro; percorre la via delle relazioni del cuore, è un dono che si riceve, non ci si fa da soli, si attua dall’incontro. È un processo di rivelazione di noi stessi attraverso gli altri; la si accresce ospitando la loro diversità come una ricchezza che trafigge e che trasforma.

Ne Il Signore degli Anelli l’identità non è già data, ma è in costruzione: costituisce un percorso di trasformazione. Si evolve attraverso la prova del potere che sgretola l’identità, spersonalizza e frantuma l’individuo quando lo si usa per dominare e sottomettere e non come servizio di amore (Gollum senza più identità totalmente sottomesso al potere dell’anello, il suo tesoro).

L’identità matura poi attraverso il radicamento in una famiglia, in una comunità, attraverso la lotta tra la propria essenza e la corruzione, sfuggendo alla menzogna, mostrando così come i più deboli possano ridefinire e ricostruire il proprio destino.

Il bambino come paradigma dell’umano, immagine della gratuità

Il documento della CTI dedica un passaggio importante al bambino come chiave interpretativa dell’umano: «La cultura oggi dominante non è sufficientemente attenta al fatto che “si nasce”, e il transumanesimo, e ancora di più il postumanesimo, dimenticano che l’essere umano è anzitutto figlio e quindi bambino, che si scopre generato e donato a sé stesso nell’avventura meravigliosa di essere e di crescere…

Il bambino è segno dell’umano filiale inteso come il dimorare in una pienezza: proprio perché non è gettato nell’esistenza, ma accolto e circondato dalle cure parentali, il bambino non si deve conquistare in uno sforzo di sviluppo continuo, ma si riceve in atteggiamento di gratitudine. Il bambino non è un vuoto da riempire, ma una pienezza donata e promessa, da accompagnare nell’avventura di dare forma all’esistenza nelle esperienze della vita.

L’identità filiale è oggetto di riconoscimento mediato dalle cure familiari nella casa: in questo spazio di vita la passività del provenire è la condizione della libertà di agire, e la dipendenza dall’amore è la condizione dell’autonomia. Per questo la ragione si sviluppa nel bambino sullo sfondo di un’originaria unità della realtà, come articolazione dell’essere, del bene e del bello. Il pensiero ha una radice affettiva nella sua origine.

Questa condizione è da ritrovare, e non da superare, in uno scambio nel quale il bambino si riceve dall’amore dei genitori e questi riscoprono con lui il loro essere figli. Il desiderio di potenziare l’umano, dunque, dovrà concentrarsi meno sul programmare un transumano che vada oltre l’essere (stati) bambini, per cercare piuttosto di garantire a ogni famiglia le condizioni sociali ed economiche per accogliere e accompagnare questo miracolo dell’inizio, in un contesto di vita favorevole alla nascita e alla crescita dei figli» nn. 95; 88-89.

Ne Il Signore degli anelli gli hobbit, gli abitanti della Contea, possono rappresentare tutto il potenziale, le dinamiche, i valori che troviamo nei bambini: piccoli in un mondo di grandi, dallo sguardo limpido, innocente, privi di ambizione, generosi e proprio perché piccoli e umili sono chiamati ad essere protagonisti della storia, quelli che da ultimi saranno i primi. L’ultimo capoverso del documento titola: La sfida dei poveri, come un invito ad essere noi umili sentinelle, strenuamente vigilanti sulle «conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi».

Umanismo integrale

Voltato l’angolo forse ci aspetta
Un ignoto portale o una strada stretta;
Se purtroppo oggi tirar oltre dobbiamo,
Può darsi che domani questa strada facciamo,
Prendendo sentieri nascosti
Che portano alla Luna o al Sole.
Mela, spina, noce, prugna,
Fateli passare! Fateli passare!
(Tolkien, 116).

Per Jacques Maritain Umanesimo integrale — il suo saggio del 1936 — significava una visione dell’umano fondata sulla dignità della persona, radicato nel personalismo comunitario che situa l’umano nella sua totalità spirituale e corporea, rifiutando sia l’individualismo borghese sia i totalitarismi del Novecento e ricordando che l’orizzonte ultimo dell’umanità non è circoscritto a quello terreste e cosmico, ma proteso in una trascendenza più che umana, divina.

Il termine Ultra-umano del gesuita scienziato Pierre Teilhard de Chardin, connesso con quello di cosmogenesi, rappresenta la meta finale di un processo di amorizzazione, evolutivo di differenziazione, spirituale, unitivo e mistico, il culmine di una comunione interpersonale e collettiva con il Cristo evolutore, cosmico e universale. A questa prospettiva il documento della CTI aggiunge un ulteriore aspetto circa l’umanesimo integrale affermando che «la vera umanizzazione dell’uomo raggiunge il vertice nella sua divinizzazione gratuita, cioè nell’amicizia e nella comunione con Dio» n. 147.

Il termine divinizzazione, tema centrale della teologia e spiritualità patristica viene intrepretato poi nel documento con un’immagine più familiare, meno teologica, ma fino a un certo punto: quella dantesca del Transumanar.

«La corretta accezione di questo “andare oltre” proprio dell’umano si ritrova nel “transumanar” espresso da Dante nel primo Canto del Paradiso, come in altre modalità dell’esperienza della “divinizzazione”, effetto dell’unione intima con Dio per grazia piuttosto che prodotto di tecniche umane più o meno elaborate:

“Solo grazie a quest’incontro — o reincontro — con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani, quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi, perché raggiungiamo il nostro essere più vero”.

A questo livello del discorso si potrà misurare la profonda distanza che esiste tra il sogno di “diventare come dèi” (cf. Gen 3, 4 La Torre di Babele) di certo transumanesimo o postumanesimo e il dono della “divinizzazione” intesa come partecipazione alla vita divina nell’umanità trasfigurata dei figli di Dio in Cristo» n. 24.

Un fiume carsico scorre accanto al grande fiume dell’umanità

Ne Il Signore degli anelli, anche se non viene usata una terminologia religiosa, la narrazione sottende una struttura teologica che rivela non solo il movimento di trascendenza dell’umano in un oltre più che umano, trasfigurato (le Terre Immortali), ma sottende altresì una forma di superamento mistico della condizione umana, che conduce a un altrove già presente e operante, straordinariamente nuovo, un dono, originario che si accompagna, rende solidali i diversi, vicini i lontani in compagnia del divino umanato, della sua grazia facendoli partecipi della sua impresa si salvazione.

Così il Transumanar di Dante e la divinizzazione, come presenza del mistero di Dio nella vita umana, propri della spiritualità e mistica patristica, sono come latenti ed emergenti nel e dal testo di Tolkien, sotterranei come un fiume carsico che attraversa tutta la narrazione.

“Cambierò davanti a loro le tenebre in luce” (Is 42, 16)

A questo proposito si può richiamare l’episodio della trasfigurazione di Gandalf il grigio, la guida spirituale della compagnia dell’anello. La sua rinascita dopo la morte nella lotta contro il Balrog lo ha trasformato, da limitato nel tempo e nello spazio a trasversale ad essi. Una trasfigurazione che gli ha mutato il nome in Gandalf il bianco.

«Il vecchio fu più rapido di lui. Saltò in piedi, e con un balzo salì su di una grande roccia. lvi si eresse improvvisamente, giganteggiando. Il cappuccio e gli stracci grigi giacevano in terra, e le bianche vesti brillavano… Lo guardarono tutti stupefatti. La sua capigliatura al sole era candida come neve, e la sua veste bianca e splendente; gli occhi sotto le folte sopracciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere.

Paralizzati dalla meraviglia, dalla gioia e dal timore, rimasero senza parole… [Legolas, Gimli e Aragon gridarono] “Gandalf”.  “Sì, era questo il nome. Io ero Gandalf. Discese dalla roccia e raccolse la cappa grigia, avvolgendosela poi intorno alle spalle: e parve che il sole splendente di poco prima fosse ora di nuovo nascosto dalle nubi» (ivi, 603).

La partenza di Frodo dai Ponti Grigi verso le Terre Immortali

Anche Frodo può ricordarci la trasformazione interiore, e con essa l’ascesa mistica dell’umanità attraverso un combattimento spirituale, la notte oscura dello spirito in cui entrò anche lui quando salì sul Monte Fato con l’anello. Così pure al suo ritorno alla contea, con profonde ferite ma vittorioso, egli era come trasparente, un altro agli occhi de degli hobbit della contea, egli non apparteneva più a se stesso; ormai il suo ego era stato annullato accettando la sofferenza per il bene altrui, era stato liberato da tutto ciò che in lui era inautentico; era divenuto nonviolento, contrario alle armi, risparmiando la vita perfino a Saruman. Uomo di pace e portatore di pace egli avrà accesso così alle Terre Immorali.

«“Ebbene, cari amici, qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: ‘Non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male”. Allora Frodo baciò Merry e Pipino e per ultimo Sam, e salì a bordo; le vele furono issate, il vento soffiò, e lentamente la nave scivolò via lungo il grigio estuario; e la luce della fiala di Galadriel che Frodo teneva alta scintillò e svanì.

La nave veleggiò nell’Alto Mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una fresca fragranza, e udì dei canti giungere da oltre i frutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba» (ivi, 11225-1226).

Voltato l’angolo forse ancor si trova
Un ignoto portale o una strada nuova;
Spesso ho tirato oltre, ma chissà,
Finalmente il giorno giungerà,
E sarò condotto dalla fortuna
A est del Sole, ad ovest della Luna
(ivi, 1223).

Cover: Foto di artandmusic909 da Pixabay

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Oltre la Sorellanza. Perché le donne continuano a ferire altre donne?

Oltre la Sorellanza
Perché le donne continuano a ferire altre donne?

Oltre la Sorellanza.
Perché le donne continuano a ferire altre donne?

La domanda è scomoda. Ed è proprio per questo che va posta.

Per decenni il femminismo ha insegnato a noi donne a riconoscere la violenza esercitata dagli uomini. Ha dato un nome alla discriminazione, alla disparità salariale, alla violenza domestica, alle molestie, agli stereotipi.

È stata una rivoluzione culturale prima ancora che politica. Essendo donna, e quindi immersa in questa non facile situazione, ritengo sia necessario avere il coraggio di affrontare  altro aspetti, meno discussi e forse ancora più delicati.

Le donne hanno davvero imparato a essere solidali tra loro? La risposta, se vogliamo essere onesti, non può essere un semplice sì.

La lezione del femminismo è stata davvero assimilata?

In parte sì. Le donne studiano, lavorano, guidano aziende, governi, università. Molte hanno acquisito una consapevolezza che le loro madri e le loro nonne non avevano potuto sviluppare.

Il linguaggio della parità è entrato nella società e parole come “patriarcato”, “sessismo”, “violenza di genere” fanno ormai parte del dibattito pubblico.

Ma una conquista culturale non coincide automaticamente con una trasformazione interiore. Molte donne hanno imparato a riconoscere le ingiustizie quando provengono dagli uomini. Molto meno quando arrivano da un’altra donna. Ed è qui che il femminismo sembra essersi fermato.

La violenza che non lascia lividi. Esiste una violenza femminile contro le donne che non è sempre  evidente e raramente fa notizia, quasi mai viene denunciata.

È la violenza dello sguardo che giudica, della collega che ostacola, della madre che educa la figlia alla competizione invece che alla fiducia, della professionista che umilia una giovane appena arrivata, della donna che considera un’altra donna una rivale prima ancora di conoscerla.

È la violenza delle esclusioni, delle maldicenze, dell’invidia, del sarcasmo, dell’umiliazione sociale, del pettegolezzo usato come arma, della delegittimazione sistematica. È una violenza che non lascia segni sul corpo, ma può produrre ferite profonde nell’identità.

Perché accade?

Perché nessuno nasce immune dalla cultura nella quale vive. Per secoli a noi donne è stato insegnato che il nostro valore dipendesse dall’essere più belle, più desiderabili, più giovani, più brave, più devote, più madri, più mogli, più perfette delle altre e in una società che offriva pochi spazi di potere al femminile, ogni conquista sembrava possibile solo sottraendola a qualcun’altra.

Così la competizione è diventata un’abitudine. La rivalità è stata normalizzata. L’invidia è stata persino romanticizzata o celebrata attraverso l’uso dei mass media.

Il patriarcato non produce soltanto dominio maschile. Produce anche donne che finiscono, inconsapevolmente, per riprodurne i meccanismi contro altre donne. Questo fenomeno è stato descritto da numerose studiose come “misoginia interiorizzata“: l’assorbimento di pregiudizi e gerarchie che portano le donne a giudicare più severamente le altre donne che gli uomini.

La ricerca contemporanea sottolinea inoltre che la solidarietà femminile non nasce automaticamente dall’appartenenza allo stesso genere, ma richiede un lavoro continuo di riconoscimento reciproco e di rispetto delle differenze.

La falsa idea della “sorellanza”

Per molto tempo si è parlato di “sorellanza” come se fosse un sentimento naturale. Non lo è. Essere donne non significa automaticamente comprendersi.

Le donne possono essere solidali, ma possono anche essere spietate. Possono proteggersi oppure distruggersi. La solidarietà non nasce dal sesso biologico. Nasce dall’etica.

Il giudizio tra donne

Le donne continuano a giudicarsi con una severità impressionante. La madre lavoratrice viene criticata. La madre casalinga viene criticata. La donna senza figli viene criticata. La donna troppo elegante. Quella trascurata. Quella giovane. Quella anziana. Quella ricca. Quella povera. Quella colta. Quella semplice.

Sembra esistere sempre un tribunale invisibile nel quale ogni donna viene processata da altre donne. Come se nessuna fosse mai abbastanza.

Anche le differenze sociali dividono

Esiste poi un’altra frattura, spesso ignorata. Le donne appartenenti a classi sociali differenti fanno fatica a riconoscersi.

La donna privilegiata rischia di non comprendere le difficoltà economiche di chi vive con uno stipendio precario. La donna istruita può guardare con paternalismo chi ha avuto meno opportunità. La donna benestante può non vedere il lavoro invisibile della collaboratrice domestica, della cassiera, della badante, della donna migrante.

Ma anche il contrario è possibile. Il risentimento sociale può trasformarsi in disprezzo verso chi viene percepita come privilegiata. Così il dialogo lascia il posto al sospetto e la solidarietà si dissolve.

Che cosa dobbiamo ancora imparare noi donne?

Forse la lezione più difficile. Che il rispetto non consiste nel pretendere che tutte siamo uguali. Consiste nell’accettare che ogni donna abbia una storia diversa.

Una madre non vale più di una donna senza figli. Una manager non vale più di un’operaia. Una donna istruita non vale più di una donna che ha potuto studiare meno. Una donna occidentale non comprende automaticamente l’esperienza di una donna migrante. Una giovane non comprende quella di un’anziana.

Una donna libera oggi non dovrebbe dimenticare il prezzo pagato da chi quella libertà l’ha conquistata. Il femminismo del XXI secolo dovrà forse smettere di chiedere soltanto agli uomini di cambiare, dovrà chiedere anche alle donne di interrogarsi su come guardano, parlano e trattano le altre donne.

La vera rivoluzione

La vera emancipazione non sarà completa finché una donna continuerà a sentirsi più al sicuro nel giudicare un’altra donna che nel sostenerla.

La solidarietà, infatti, non significa essere sempre d’accordo. Significa riconoscere nell’altra una persona degna di rispetto, anche quando è diversa da noi, quando ha fatto scelte che non condividiamo, quando appartiene a un’altra classe sociale, a un’altra cultura o a un’altra generazione.

Il femminismo ha aperto la strada alla libertà. Ora resta da percorrere il tratto più difficile: trasformare quella libertà in una cultura del rispetto reciproco. Perché una società sarà davvero più giusta non quando le donne avranno conquistato gli stessi diritti degli uomini, ma quando avranno imparato a non diventare, l’una per l’altra, il primo ostacolo alla libertà dell’altra.

Cover: sorellanza, immagine da Humans

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L’INASPETTATO PRESENTE Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo

L’INASPETTATO PRESENTE
Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo

L’INASPETTATO PRESENTE
Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo

Ci sono persone che entrano nella geografia della nostra vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Non perché le abbiamo cercate, ma perché qualcosa, tra noi e loro, accade.

Lei la incontro a Jesolo da sei anni.

Viene dal Senegal e trascorre qui i mesi estivi, da giugno a settembre. Lavora sulla spiaggia, fa le trecce. All’inizio le faceva alle mie bambine. Tre anni fa le ha fatte anche a me. È cominciata così, dentro uno di quei gesti ordinari che sembrano destinati a esaurirsi nel momento in cui avvengono.

E invece no.

Da allora, ogni estate, ci ritroviamo. Ci riconosciamo, parliamo, ci raccontiamo qualcosa del tempo trascorso dall’ultima volta. Piccoli frammenti di vita che, anno dopo anno, hanno trasformato una casualità in qualcosa che assomiglia a un legame.

Ma una consuetudine non è una certezza.

Quest’anno lei è partita dal Senegal portando con sé un regalo per me, senza sapere se mi avrebbe trovata ancora qui.

Forse immaginava che sarei tornata. Forse lo sperava. Ma non poteva saperlo, perché non me lo aveva chiesto.

Ed è proprio questo particolare ad avermi colpita più di ogni altro.

Significa che io ero già nel suo pensiero. Che da qualche parte, lontano da Jesolo e da quella spiaggia sulla quale ogni estate ci ritroviamo, dentro un’altra quotidianità, lei si è ricordata di me.

Il regalo è un portaoggetti intrecciato a mano da sua sorella, coloratissimo, con i colori della sua terra.

Per me ha un valore enorme.

Il suo valore sta nella storia che porta con sé e soprattutto nel gesto che lo precede. È qualcosa che appartiene al suo mondo, alla sua famiglia, alla sua terra, e che lei ha scelto di consegnare a me. Quasi a lasciare qui una parte di sé perché io possa averla accanto durante l’anno e, guardandola, pensare a lei. Come se già non lo facessi.

Un dono non è mai soltanto ciò che abbiamo tra le mani.
Qualcuno lo ha intrecciato in Senegal. Lei lo ha scelto per me e gli ha fatto attraversare migliaia di chilometri senza avere la certezza che avrebbe raggiunto la sua destinataria.

Quando me lo ha consegnato mi sono commossa.

Perché il valore di un dono autentico non si misura con il suo prezzo. Si misura con il posto che abbiamo occupato nella mente di qualcuno prima ancora di riceverlo.

Un regalo, quando è davvero un regalo, dice qualcosa di molto semplice: ti ho pensata quando non c’eri.

E forse non esiste definizione più essenziale del legame.

Mi sono chiesta allora che cosa, in questi sei anni, avesse costruito tutto questo.

Non c’è stato un momento preciso. Nessun evento straordinario. Ci sono stati tanti piccoli gesti.

Tra questi ce n’è uno al quale ho pensato subito: ogni anno le faccio gli auguri per il suo compleanno.

Può sembrare poco. Per me non lo è.

Al compleanno ho sempre attribuito un significato particolare. È la data nella quale qualcuno è venuto al mondo e ricordarla significa, almeno per me, qualcosa che va oltre una formula di cortesia. Significa dire all’altro: mi ricordo di te. La tua esistenza non è passata inosservata. Hai occupato un posto nella mia memoria anche mentre eravamo lontani.

Non posso sapere quanto abbia contato né voglio costruire una spiegazione certa per un gesto che è bello proprio perché non ha bisogno di essere spiegato. Ma mi piace pensare che anche questo sia entrato, insieme alle parole, ai sorrisi e a ciò che negli anni ci siamo raccontate, nella trama silenziosa di questa relazione.

Perché i legami spesso si costruiscono esattamente lì: nelle cose apparentemente minime.

Nel ricordarsi. Nel riconoscersi. Nel prestare attenzione. Nel vedere una persona anziché semplicemente incrociarla.

C’è una differenza enorme tra guardare qualcuno e vederlo. Possiamo incrociare molte persone senza che lascino alcun segno e possiamo trascorrere poco tempo con qualcuno per accorgerci, magari molto dopo, che qualcosa è rimasto.

Non sempre ciò che diamo viene raccolto. Possiamo offrire attenzione, presenza, parole e non ricevere alcuna restituzione. E possiamo invece compiere un gesto che a noi sembra minuscolo e scoprire, molto tempo dopo, che qualcuno lo aveva custodito.

Perché alcune persone sanno raccogliere.

Raccolgono una parola, un’attenzione, un compleanno ricordato, un sorriso. Ma soprattutto raccolgono qualcosa di molto più difficile da definire: l’essere state viste.

Lei avrebbe potuto restare, per me, “la signora che fa le trecce sulla spiaggia”.

Io avrei potuto restare, per lei, una delle tante persone conosciute durante una stagione di lavoro.

Invece siamo diventate qualcosa di diverso: due persone che si riconoscono.

E quando qualcuno si sente visto, qualche volta qualcosa di quel riconoscimento ritorna.

Non nello stesso modo e non nello stesso momento. La restituzione autentica non è un conto da pareggiare: nasce perché ciò che abbiamo ricevuto ha prodotto in noi il desiderio di rispondere.

Quest’anno quella risposta, per me, ha preso la forma di un contenitore coloratissimo arrivato dal Senegal.

Guardandolo vedo un viaggio, delle mani che lo hanno intrecciato, una donna che ha deciso di metterlo in valigia per me.

E vedo soprattutto quel margine di incertezza che rende il gesto ancora più prezioso: non sapeva se mi avrebbe trovata.

Sei anni fa c’erano semplicemente una donna che faceva le trecce su una spiaggia di Jesolo e un’altra donna che portava lì le proprie bambine.

Oggi c’è qualcosa fatto dalle mani di una sorella che non conosco, scelto per me dall’altra parte del mare e arrivato fino a qui nell’incertezza persino di poter essere consegnato.

In mezzo ci sono sei estati.

Parole, sorrisi, racconti, compleanni, partenze e ritorni. C’è memoria.

E c’è quella cosa impalpabile che chiamiamo legame e che spesso continuiamo a cercare nei grandi gesti mentre nasce, quasi sempre, dall’accumularsi di quelli piccoli.

Forse è proprio questo che rende preziose alcune relazioni: non quanto tempo trascorriamo con qualcuno, non quanto siano formalmente definite, neppure quanto le nostre vite si assomiglino.

Conta ciò che riusciamo a lasciare l’uno nell’altro.

Qualcosa può essere prezioso perché è raro o costoso. Oppure può diventare inestimabile perché qualcuno, a migliaia di chilometri di distanza, lo ha guardato e ha pensato proprio a noi.

E allora non possediamo semplicemente ciò che abbiamo ricevuto.
Custodiamo il pensiero che lo ha accompagnato.

Possiamo attraversare luoghi meravigliosi, collezionare fotografie, riempire la vita di esperienze.

Ma alla fine, quando qualcosa riesce davvero a raggiungerci, quasi sempre c’è un volto.

Forse perché i luoghi diventano importanti per chi vi abbiamo incontrato. Le cose per chi ce le ha donate. I ricordi per chi li ha abitati insieme a noi.

Cover: Un incontro in spiaggia a  Jesolo.

Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, su Periscopio clicca sul nome dell’autrice.

Cosa portiamo a casa da Bonn? I negoziati intermedi in preparazione alla COP31 sul clima

Cosa portiamo a casa da Bonn?
I negoziati intermedi in preparazione alla COP31 sul clima

Cosa portiamo a casa da Bonn?
I negoziati intermedi in preparazione alla COP31 sul clima

Poco più di due mesi fa, il 18 giugno a Bonn, si sono ufficialmente chiusi i negoziati intermedi in preparazione alla COP31 sul clima, in programma a novembre in Turchia.

Il network italiaclima.org, nato nel 2011 per affrontare la crisi climatica e assicurare un futuro sostenibile a noi e alle prossime generazioni, è tra i pochi a fornire informazioni su questo importante appuntamento (https://www.italiaclima.org/cop31-aspettative/) nel quasi completo disinteresse dei media italiani.

Tra le prime considerazioni che si trovano nella sintesi che il network pubblica si sostiene che la “COP31 è percepita dai Paesi come il “momento decisivo per passare all’implementazione concreta dell’Accordo di Parigi”, ponendo in primo piano l’obiettivo relativo al lancio del secondo Global Stocktake (GST) e alla necessità di chiudere il gap sull’adattamento”.

Il Global Stocktake (o Bilancio Globale) è il meccanismo chiave dell’Accordo di Parigi e consiste in una valutazione periodica globale dei progressi compiuti per raggiungere gli obiettivi climatici, in particolare limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali.

Successivamente si dice come sia “emersa, in modo trasversale tra i Paesi partecipanti e sui diversi tavoli di lavoro, la necessità di attribuire maggiore centralità alla finanza nei prossimi negoziati considerandola un elemento essenziale per rendere attuabili gli obiettivi concordati”, e infine che i “Paesi riaffermano l’impegno nel multilateralismo e lo considerano cruciale per accelerare la transizione energetica e mantenere l’obiettivo di 1,5°C”.

Sally Box, vicepresidente dei negoziati e capo negoziatrice per la COP31, continua il rapporto di Italian Climate, ha dichiarato che “l’Australia intende lavorare su tutti gli elementi del negoziato, facendo leva sui risultati della COP30 e cooperando con Brasile e Turchia per accelerare l’attuazione a livello globale e preparare le basi per il secondo Global Stocktake (GST) attraverso un processo inclusivo e trasparente”.

La delegazione del Network che ha seguito i negoziati sul clima da Bonn scrive che le due settimane di lavori sono state segnate “da una forte frustrazione collettiva”, culminata nella serata del 18 giugno, quando all’ultimo minuto dell’ultimo giorno non è stato trovato un accordo sulla creazione di una taskforce sul Global Goal on Adaptation, che comunque sarebbe stata una soluzione di compromesso.

Dai negoziati una sola vera eccezione positiva: il tavolo negoziale sulla giusta transizione, l’unico, in due settimane di lavori, capace di avanzare concretamente grazie all’approvazione di un testo preliminare verso COP31”.

Altro elemento importante che scaturisce dall’articolo è il risalto dato “alla rapidità con cui i governi mobilitano risorse finanziarie per il settore militare e per la gestione delle crisi geopolitiche, in contrasto allo stallo e alla frammentazione che continuano a frenare lo stanziamento di risorse (materiali e politiche) per i cambiamenti climatici, la cui urgenza non può essere messa sempre in secondo piano rispetto alla contingenza geopolitica, anzi: ne fa parte”.

I principali temi negoziali trattati nelle settimane di Bonn sono stati la Giusta Transizione, il tavolo negoziale che ha fatto i passi avanti più concreti, l’Adattamento, il Global Goal on Adaptation (GGA), che si è trovato a un bivio dato dal fatto che il negoziato di Belém (COP30) avrebbe dovuto passare dalla costruzione dell’architettura all’attuazione pratica, ma a Bonn si è visto quanto sia difficile fare il passo successivo.

Segue la Mitigazione, uno dei dossier più controversi e tesi, come si è visto in questi negoziati intermedi.

Sul quarto tema, il Global Stocktake (Bilancio Globale), Il dato forse più positivo è arrivato dal Segretariato UNFCCC : il 90% dei nuovi obiettivi climatici nazionali (NDC) presentati tra giugno 2024 e giugno 2026 dichiara, almeno verbalmente, di basarsi sul primo Global Stocktake (GST1).

È un segnale utile politicamente, ma non basta a garantire il funzionamento del meccanismo. Soprattutto resta da capire se nel registro ONU mancano all’appello ancora 53 obiettivi climatici nazionali, nonostante la scadenza fosse a febbraio 2025 e i richiami al GST nei piani nazionali siano un vero cambio di rotta o una formula di rito.

Infine il tema della Finanza Climatica che vede contrapporsi visioni distanti, con divisioni che attraversano lo stesso fronte dei Paesi in via di sviluppo.

Tra le poche fonti di informazioni che hanno riportato notizie su questi negoziati vi è GreenMe (testata giornalistica online d’informazione e di opinione su tematiche green), dove, all’articolo di Riccardo Liguori I negoziati climatici di Bonn sono stati un fallimento: ecco cosa (non) si è deciso  si afferma come “i negoziati intermedi dell’ONU si arenano sui dossier più delicati. Avanti solo la Giusta Transizione.”

Il giudizio che viene dato sui lavori di Bonn non è certo lusinghiero. “Più che preparare la strada verso la COP31, i negoziati climatici intermedi di Bonn hanno fotografato lo stato del multilateralismo climatico nel 2026: un sistema che continua a produrre dialogo e compromessi, ma che fatica sempre di più a trasformare gli impegni in decisioni operative”.

Nel sito di Materia Rinnovabile (versione italiana di Renewable Matter, magazine bimestrale di approfondimento di argomenti inerenti la transizione economica circolare), Jacopo Bencini, nell’articolo Clima, a Bonn si assaggia la durezza del post-negoziato scrive che “le sessioni preparatorie di COP31 si chiudono con pochi progressi e molte tensioni su adattamento, mitigazione e finanza climatica, mentre l’attuazione mette alla prova gli impegni assunti negli anni scorsi”.

Anche Huffington Post è tra i pochi a dare notizia dei negoziati. Il 19 giugno, il giorno successivo alla chiusura, ne parla sul proprio sito Alfredo De Girolamo, con toni simili ai precedenti, nell’articolo Comincia male la strada verso Cop31 a Bonn: un negoziato troppo frammentato e prudente si dice che “la «diplomazia dei piccoli passi» non riesce a tenere il passo con la velocità del riscaldamento globale.
A novembre in Turchia si dovrà dimostrare che gli obiettivi di Parigi sono ancora raggiungibili, non con dichiarazioni ma con azioni concrete”.

Questa breve rassegna farebbe pensare a una realtà tutta in negativo; fortunatamente non è così: una notizia del giugno scorso apre a un po’ di ottimismo. È quella riguardante la transizione ecologica del nostro paese e che fa ben sperare nei negoziati della prossima COP.

La riporta il sito della testata digitale Ambientenonsolo nell’articolo A maggio rinnovabili al 52,8% della domanda elettrica italiana: il solare guida la transizione, dove viene messo in evidenza come le fonti rinnovabili confermino un ruolo ormai centrale nel coprire il fabbisogno energetico nazionale. Ma questo tema, che merita commenti e argomentazioni appropriate, conviene venga approfondito in modo adeguato in altro articolo.

Immagine di copertina: Foto di Pete Linforth da Pixabay

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