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A pensarci bene. Italia, il paese delle frodi

A pensarci bene /
Un Mondiale per soli bianchi

A pensarci bene /
Un Mondiale per soli bianchi

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Il Mondiale 2026 è un gusto che va acquisito.
Dopo Haiti e Marocco, è la Costa d’Avorio a dover rinunciare ai suoi tifosi.
Non perché siano violenti o abbiano precedenti: perché oggi agli ammeregani gira così.
“Gli Stati Uniti sono stati chiari con noi, dicendo che non vogliono vedere i nostri tifosi” commenta Julien Kouadio Adonis.
Una frase che dovrebbe far gelare il sangue nelle vene, ma ehi questi sono gli USA bello, rilassati sennò ti rilassiamo noi.
Non è un documentario sugli anni 30, è un comunicato ufficiale del Mondiale FIFA 2026.
La Costa d’Avorio ha Didier Drogba e due Coppe d’Africa. Ma non il visto.
Gianni Infantino nel 2018 diceva:
“Il calcio è lo sport degli immigrati, dell’inclusione e dell’unione.
Qualsiasi squadra che si qualifica per una Coppa del Mondo deve avere accesso al paese, inclusi i sostenitori e i funzionari di quella squadra, altrimenti non ci sarà la Coppa del Mondo.
Il governo statunitense ha assicurato che non ci sarà alcuna discriminazione di questo tipo.”
Gianni.
Carissimo.
Metti il braccio così un momento.
Nel 1966 l’Inghilterra pensò di negare il visto alla Corea del Nord.
La FIFA rispose: “Se non entrano tutti spostiamo il Mondiale, anche all’ultimo minuto.”
Nel 2026 la risposta è: “Se non entrano, pazienza. Guarderanno da casa. Hanno il servizio di abbonamento in streaming nel loro Paese, no?”
I funzionari dichiarano “non c’è discriminazione”. È solo una coincidenza se non entrano africani, arabi, haitiani, marocchini, iraniani.
Una sfortunata casualità geografica.
Che stranamente non vale per i tifosi scozzesi, fra i pochi ammessi.
Ma con riserve: niente alcol in pubblico a Boston.
La soluzione?
Affittare una barca e iniziare a bere alle dieci del mattino.
La strategia anti-USA è arrivare già ubriachi via mare.
Chissà come mai poi gli stadi sono vuoti. È un mistero insondabile.
La FIFA dice che i tifosi “preferiscono stare nei corridoi”.
Pagano 300 dollari a biglietto per guardare la partita dagli schermi Qled.
Crederci sempre, arrendersi mai.
Nel frattempo rubano tutta l’attrezzatura alla nazionale inglese.
Scarpe, palloni, divise.
Tutto.
La squadra collabora con la polizia.
Che negli Stati Uniti vuol dire forse ritrovare un calzino, ma solo se era bianco.
La cosa grottesca è che i responsabili non stanno neppure provando a fingere imbarazzo.
La FIFA incassa.
Gli USA ignorano.
Il calcio affonda.
Benvenuti nella Terra della Libertà
(si applicano termini e condizioni).
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.
Cover: Donald Trump e il Mondiale 2026 – foto Valigia Blu con licenza Wikimedia Commons
I "nemici" della patrimoniale per pochi, che l'hanno appena fatta per tanti

I “nemici” della patrimoniale per pochi, che l’hanno appena fatta per tanti

I “nemici” della patrimoniale per pochi, che l’hanno appena fatta per tanti

Nei giorni scorsi è tornata d’attualità una delle questioni mai sopite della politica italiana: è giusto tassare i grandi patrimoni a beneficio delle finanze pubbliche? E’ giusto chiedere un piccolo sacrificio ai multimilionari a beneficio di tutti gli altri, in un paese in cui il 5% della popolazione detiene quasi metà della ricchezza complessiva?

La richiesta viene periodicamente portata avanti dai rappresentanti di AVS, maneggiata con molta cautela dal PD e prontamente strumentalizzata dalla coalizione di centrodestra, che spaventa i suoi elettori dicendo loro che qualcuno vuole mettere le mani nelle loro tasche. Insomma, fin qui niente di nuovo.

Se non fosse che, mentre promette che non varerà mai e poi mai un’imposta patrimoniale, il Governo ne ha appena varata una sottobanco, facendo in modo che i destinatari non se ne accorgessero. E ad essere colpiti non sono i grandi patrimoni ma i risparmi accumulati nel corso degli anni dalle persone che lavorano.

Il Decreto PNRR 2026 prevede, al comma 2 dell’art. 29, un cambiamento apparentemente poco significativo per quanto riguarda la tassazione dei fondi pensione. Se fino ad ora i fondi erano soggetti ad un’imposta massima dello 0,5 per mille sulle quote versate annualmente, adesso l’aliquota massima scende allo 0,1 per mille, ma si applica all’intero montante accumulato. Per il 2026 l’aliquota applicata sarà “limitata” allo 0,06 per mille.

Detto così non si riesce a cogliere la portata del provvedimento. Pensiamo ad un lavoratore dipendente che appena assunto avesse cominciato a versare su un fondo pensione. Supponiamo che tra quota del datore di lavoro, conferimenti volontari e TFR arrivi a versare 6.000€ annui. Dopo 30 anni di lavoro, il nostro ipotetico lavoratore previdente avrà accumulato circa 200.000€ considerando anche i rendimenti.

Con la vecchia norma gli sarebbe stato trattenuto ogni anno il 5 per mille di 6.000€, quindi un’imposta di 3 €.

Con la nuova norma pagherà – per ora – lo 0,06 per mille su 200.000€, quindi 12€: un aumento del 300%, che può essere ancor più alto per chi ha un’anzianità contributiva maggiore e che, per com’è scritta la norma, sembra destinato ad appesantirsi nei prossimi anni. Importi contenuti se rapportati ad un singolo anno, ma che diventano significativi in rapporto all’intera vita lavorativa.

Sono diversi i motivi che rendono questo provvedimento particolarmente odioso. Da anni la politica incentiva chi lavora a crearsi una pensione integrativa, soprattutto in virtù delle capacità sempre minori della previdenza pubblica di garantire un tenore di vita dignitoso a chi cessa di lavorare. La lavoratrice o il lavoratore che hanno saputo accantonare una somma importante dovrebbero essere considerati particolarmente virtuosi e premiati in qualche modo: invece lo Stato decide di stangarli, di fatto tradendo la fiducia che gli era stata concessa da chi aveva raccolto l’invito a conferire parte dello stipendio sulla previdenza complementare.

Parliamo di tradimento della fiducia anche in relazione alla modalità con cui questi soldi vengono presi: in modo apparentemente anonimo visto che la tassazione è a carico del Fondo (che ovviamente si rivale sul risparmiatore), quasi sottobanco considerando che la maggior parte delle vittime di questo aumento finiranno col non accorgersene nemmeno, trattandosi di somme di cui non hanno disponibilità immediata ma che toccheranno con mano tra diversi anni.

Un aumento nascosto delle tasse simile a quanto avviene col meccanismo del fiscal drag: il mancato adeguamento degli scaglioni Irpef all’inflazione fa sì che la tassazione effettiva aumenti, pur restando apparentemente invariata. Il Governo questo lo sa benissimo, tanto da permettersi di abbassare di due punti l’aliquota che colpisce il ceto medio (dal 35% al 33%), millantando una riduzione delle tasse mentre in realtà stanno aumentando (leggi Le tasse aumentano anche se ci raccontano il contrario).

Ma soprattutto, l’aspetto peggiore è l’atteggiamento di un governo che promette di non imporre mai una tassa patrimoniale mentre sa di averne appena introdotta una, di certo non destinata a colpire i più ricchi. Un governo che si permette, per bocca del vice premier Antonio Tajani, di promettere che “questo governo non aumenterà la pressione fiscale” nonostante l’abbia portata al livello più alto degli ultimi 11 anni.

Il paradosso è che questo comportamento da imbonitori sembra pagare, visto che i sondaggi non mostrano un significativo calo di consensi del governo. Evidentemente conta ciò che si dice, e non ciò che si fa.

E allora, ci troviamo costretti a rivalutare Wanna Marchi: se questo è il modo in cui la politica e la ricerca del consenso vengono portati avanti, possiamo dire che lei aveva capito tutto oltre 40 anni fa. In quest’Italia farlocca potrebbe essere un’ottima Presidente del Consiglio.

 

Cover image license MicroStockHub 

Per leggere gli altri articoli di Luca Copersini clicca sul nome dell’autore

Non aver paura di cambiare le proprie convinzioni

Non aver paura di cambiare le proprie convinzioni

Le voci da dentro /
Non aver paura di cambiare le proprie convinzioni

di C. Ferrara e A. Pinca, studentesse dell’Istituto Bachelet di Ferrara

Il giorno 14 Maggio scorso la classe quinta, sezione E, dell’Istituto Tecnico Economico “Vittorio Bachelet” di Ferrara ha svolto una visita guidata presso la Casa Circondariale di Ferrara.
È molto importante che gli studenti e le studentesse della scuola secondaria di secondo grado si rapportino con il carcere perché ciò può servir loro non solo come informazione e prevenzione ma anche e soprattutto come riflessione sulla differenza fra la persona detenuta ed il suo reato, come stimolo per riflettere sull’utilità delle carceri e su quanto si può progettare per recuperare socialmente le persone ristrette.
Le autrici di questo articolo che racconta le impressioni e le emozioni della visita sono:
C. Ferrara e A. Pinca, due studentesse che fanno parte di quella classe.
(Mauro Presini)

Un murales realizzato da alcune studentesse dell’IIS Einaudi assieme alla loro docente di Storia dell’Arte nel carcere di Ferrara

Abbiamo deciso di scrivere quest’articolo per cercare di condividere le emozioni e i pensieri che abbiamo provato durante la visita, ma anche per esprimere ciò che questa ci ha lasciato.

Per entrare nella casa circondariale siamo passati per porte e mura imponenti e, una volta all’interno del plesso, abbiamo percorso corridoi e scalinate grigi e freddi, completamente circondati da cancelli di ferro e da guardie carcerarie che sorvegliavano perennemente i comportamenti dei reclusi. Immediatamente ci hanno sopraffatto ansia, angoscia e frustrazione, ci passavano per la mente diverse domande su come sia realmente vivere la normalità all’interno di un ambiente privo di libertà e dei propri affetti, ma anche su come si riesca a vivere psicologicamente in queste circostanze.

Quando si pensa alla vita all’interno di un carcere, lampante è l’immagine di persone dure, fredde, insensibili, indifferenti e crudeli, generalizzando i detenuti in persone fanatiche, dogmatiche, inamovibili ed intransigenti.

Una volta incontrati i detenuti, però, le nostre sensazioni iniziali sono pian piano mutate e i pregiudizi a loro legati si sono lentamente dissolti, soprattutto grazie alla loro disponibilità al confronto e al dialogo e alla loro evidente gratitudine e contentezza nel condividere quel momento con noi.

Durante l’incontro sono emerse diverse tematiche, quali l’influenza della tecnologia e il suo corretto utilizzo, la forza e la determinazione del non lasciarsi annullare dalla reclusione cercando sempre una motivazione e uno stimolo per migliorarsi quotidianamente, le sensazioni e i pensieri che li hanno pervasi al momento della carcerazione, i pregiudizi imposti dai media e dalla società e l’importanza di non abbandonarsi alla rassegnazione della loro condizione; inoltre alcuni di loro hanno raccontato quanto attività culturali, studio e scrittura rappresentino strumenti importanti per mantenere un legame con l’esterno e con se stessi.

Ciò che ci ha colpito particolarmente è stato il desiderio, per i reclusi, di essere considerati persone andando oltre il reato commesso, tanto da ringraziarci per aver compreso questa loro volontà. Al termine dell’incontro, alcuni detenuti, hanno cantato e suonato ed è stato per noi il momento più forte, in cui hanno esternato la loro sensibilità che ci ha emozionato e commosso.

Il confronto diretto ci ha anche mostrato una realtà più complessa, fatta di fragilità, responsabilità e tentativi di ricostruzione personale.

Quest’esperienza ha smantellato molti dei nostri convincimenti legati all’universalizzazione delle personalità all’interno delle carceri, senza però eccedere nelle convinzioni opposte. È importante, quindi, distinguere ogni percorso poiché la forza che spinge ad arrivare ad una versione migliore di se stessi implica un lavoro introspettivo che non tutti sono disposti a compiere.

In conclusione, possiamo dire che quest’esperienza ci ha lasciato la consapevolezza che il dialogo e la propensione ad ascoltare gli altri senza pregiudizio, portino a riflettere più profondamente e a non aver paura di cambiare le proprie convinzioni.

Un murales realizzato da alcune studentesse dell’IIS Einaudi assieme alla loro docente di Storia dell’Arte nel carcere di Ferrara

In copertina: Voglia di libertà – quadro realizzato nel carcere di Ferrara.

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.

Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Vi chiamo, vi stringo la mano… Intervista a Kiwan Kiwan sul Libano assediato

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Intervista a Kiwan Kiwan sul Libano assediato

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Intervista a Kiwan Kiwan sul Libano assediato

Leggi la I parte pubblicata ieri su Periscopio  (Qui)

Chi non conosce a Ferrara Kiwan Kiwan? Ci siamo visti qualche giorno fa al presidio per il Libano. ci incrociamo spesso per qualche iniziativa sociale e politica, ma non ti ho mai chiesto la tua storia. Raccontami di te e del Libano, il tuo paese.  

Cedrus libani (Wikimedia Commons)

Sono arrivato in Italia nel 1977, il 15 di agosto, a Perugia. Erano due anni che era scoppiata la guerra in Libano. Vivevo in una zona cristiana maronita, non condividevo la linea delle forze politiche esistenti, tutte di destra, ero considerato un avversario da zittire.

Avevo conseguito la maturità scientifica, mio fratello era già in Italia a Perugia e i miei avevano deciso che dovessi raggiungerlo e continuare gli studi in Italia, “così mi toglievano di mezzo” da eventuali problemi. Sono stato assieme a mio fratello per un anno poi ci siamo separati, lui è andato a Roma, io a Firenze per un piccolo periodo per poi arrivare a Ferrara.

In Italia c’era il numero chiuso per le iscrizioni alle facoltà universitarie, ma, in seguito ad una mobilitazione di tutti gli arabi contro questo sbarramento, il governo ha riaperto le iscrizioni. Mi ero iscritto a Farmacia e dopo purtroppo ho dovuto interrompere gli studi per motivi economici e non solo. Nel frattempo mi ero trasferito come università a Bologna, nel 1981, e avevo trovato disponibilità di alloggio a Ferrara presso altri due paesani.

Per mantenermi ho fatto il cameriere e facevo l’ interprete per alcuni commercianti libanesi e arabi. All’epoca non era permesso agli studenti stranieri di lavorare. Ho avuto dei problemi nel rinnovo del permesso di soggiorno come tanti altri, ma si sono sempre risolti. Poco dopo, ho conosciuto, nel 1982, mia moglie con la quale sono sposato dal 1985, abbiamo una figlia. Quando è nata mia figlia, dato che mia moglie lavorava e studiava, ho scelto di seguire la sua crescita da vicino: dal momento del parto al quale avevo assistito, esperienza rara e unica per me, in avanti.

Nei miei primi anni in Italia ero impegnato politicamente a sostegno del popolo palestinese e con il Movimento nazionale Libanese di matrice progressista e comunista.

Vivendo a Ferrara, per me era ovvio coltivare gli interessi politici della città e dell’Italia.

Nel 1985 ho scelto di fare il volontariato presso la CGIL di Ferrara, continuavo la sera a fare il cameriere. Il volontariato in CGIL è durato fino al 1990 presso il Centro informazioni disoccupati (CID) dove passava di tutto, disoccupati, immigrati, donne in stato sociale problematico.Alla fine degli anni ’80 avevo fatto parte della Consulta Provinciale per l’immigrazione, e nel 1992 assieme al Comune di Ferrara avevamo istituito il primo centro di accoglienza in regione, in Via Benvenuto Tisi da Garfalo, dove avevamo assunto la gestione del centro come Coop Le Muse. la cooperativa è nata con il supporto della CGIL, assieme ad un gruppo di compagne e compagni italiani e  che ci ha permesso di partecipare al bando provinciale CREA LA TUA IMPRESA, rivolta a finalità sociali e all’inserimento di soggetti in cerca di una occupazione, purtroppo questo progetto non è andato in porto per la mancata volontà del Comune di Ferrara.

Finita questa fase ho aderito all’ARCI di Ferrara e per anni sono stato nembro degli organismi dell’ARCI, grazie al rapporto con l’amico GianPaolo Crepaldi, si è costituita l’Associazione dei libanesi e abbiamo aperto il primo Circolo Arci multietnico e multiculturale,SAMARKANDA, in via Putinati. Questa esperienza è durata circa tre anni. Successivamente sono stato tra i fondatori dell’ASSOCIAZIONE CITTADINI DEL MONDO nel 1993.

Dal 1994 fino al 2011 ho aderito a Rifondazione Comunista. Durante questo periodo sono stato eletto due volte consigliere della Circoscrizione Giardino Area Nuova Doro, ho assunto le cariche di Segretario del Circolo Rosa Luxembourg, di Tesoriere Provinciale e per più di sei anni sono stato Segretario Provinciale e membro del Comitato Politico Nazionale. Posso dire che ho partecipato alla vita politica ferrarese spesso come oppositore alle giunte dell’epoca salvo nelle due giunte del Sindaco Gaetano Sateriale. In questo caso sono stato eletto dalla Conferenza degli Enti (organismo provinciale che raggruppava tutti i sindaci della Provincia) consigliere nel Consiglio di Amministrazione di ACER (Azienda Casa Emilia Romagna), dopo, su richiesta del Partito ho lasciato l’incarico, nel 2006, per entrare in Consiglio Comunale fino al 2009. Il primo impegno in assoluto è stato la lotta alle privatizzazione delle farmacie Comunali e all’esternalizzazione. Dopo aver lasciato Rifondazione Comunista, sono rimasto attivo in politica, mi sono iscritto al PDCI per un breve periodo e dal 2018 partecipo alla vita politica di Ferrara con il gruppo LA SINISTRA PER FERRARA. Nell’ultima campagna amministrativa ci siamo presentati come Sinistra Unita per Anselmo assieme a Rifondazione e abbiamo ottenuto 1,4%.

La politica però non mi permetteva di mantenermi, così prima ho aperto una pizzeria da asporto in città e dopo un ristorante Italo Libanese in Porta Mare.

E il tuo rapporto da straniero con la città di Ferrara e i ferraresi?

Francamente, malgrado tutti i problemi affrontati, non mi ero mai sentito uno straniero in Italia e a Ferrara, finché non è arrivata la destra al governo della città. Una destra che sento vuota di ideali e senza contenuti, e che ha trasformato la città in un ristorante e in una discoteca a cielo aperto. Ha discriminato gli stranieri in più occasioni, per citarne un paio, ha negato il sostegno economico nazionale agli stranieri durante il COVID, ha cambiato il regolamento per gli alloggi popolari per ostacolare l’ingresso degli immigrati eccetera. È una destra compiacente a chi solo l’ha votata.

Politicamente, in Libano, simpatizzavo per il Partito Comunista Libanese ed ero un sostenitore del MNL (Movimento Nazionale Libanese) e sostenitore della causa palestinese. Non avevo nessun rapporto con le forze politiche italiane, qualche volta ci rivolgevamo al PCI, ma avevamo visioni divergenti sulle due questioni (libanese e palestinese). Il mio impegno era soprattutto rivolto alla politica internazionale, xome il movimento in Grecia contro il regime dei colonnelli. A Ferrara ho trovato i compagni del Partito Comunista Greco, i compagni iraniani del partito TUDE, gli esuli cileni contro Pinochet e i compagni palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, una formazione Marxista leninista.

Nel 1982 Israele aveva invaso il Libano e aveva preteso l’uscita dell’OLP dal Libano. La Sinistra libanese aveva perso un alleato, e nello stesso tempo è nato Hezbollah, il Partito di Dio.

Libano: una storia travagliata. La ricostruzione di Kiwan mostra, oltre alla complessità della questione mediorientale, come tutto quello che sta accadendo oggi sia il risultato di azioni e di decisioni coltivate fin da tempi lontani. Uno stato di cose che appare intricato e dominato da un caos deliberato.

Gli accordi del Cairo, nel 1969,durante il vertice della Lega araba  legalizzarono la presenza armata palestinese nel sud del Libano e permisero all’OLP di gestire i campi profughi in autonomia. Lo scopo era di condurre la Resistenza contro Israele.

Con il tempo questo accordo permise ai palestinesi di operare senza alcun controllo da parte dello Stato libanese e di diventare una forza politica e militare. Nel frattempo è cominciata la rabbia dei cristiani che hanno cominciato ad organizzarsi in una opposizione politica contro i palestinesi.

Negli anni ’80 il Libano era in piena guerra civile, scoppiata nel 1975 a causa della “strage del bus palestinese”, avvenuta a Beirut il 13 aprile 1975, passato alla storia come l’episodio scatenante della prima guerra civile libanese durata fino al 1990. Un commando di miliziani cristiano-falangisti attaccò un autobus di civili e combattenti palestinesi, uccidendo 27 persone.

La maggioranza dei cristiani maroniti appartenente a partiti di destra, i falangisti (fascisti) , guidati dalla famiglia Gemayel, il partito dei nazionalisti liberi, seguaci dell’ex presidente Camille Chamoun e al marada (i giganti ), seguaci dell’ex presidente Fangieh, avevano creato un fronte anti palestinese e anti progressista, il Fronte nazionale, mentre il campo opposto, riconosciuto come il Movimento nazionale libanese (mnl) era guidato dal leader Kamal Jumblat, capo del Partito socialista, a maggioranza drusa e assieme al Partito comunista libanese, l’unico partito multi confessionale (musulmani, cristiani, sciiti e drusi ), poi c’era il Movimento Amal, formazione sciita guidata dallo scomparso Imam Mussa al Sader, assieme ad altri partiti panarabi e comunisti. Verso 1977 il MNL controllava quasi il 70% del territorio libanese e ha determinato l’uccisione del Leader Jumblata da parte del regime di Assad chiamato dall’allora Presidente (maronita) Frangihe a sostegno delle destre.

L’11 marzo 1978 un commando di guerriglieri palestinesi (OLP) sbarcò sulle coste israeliane, causando la morte di 38 civili e il ferimento di oltre 70 persone.

Il 14 marzo 1978 in risposta all’attentato, l’esercito israeliano (IDF) invase il Libano meridionale occupando l’area fino al fiume Litani. L’obiettivo dichiarato era distruggere le basi dell’OLP: “Operazione Litani”.

Il 19 marzo 1978 fu istituita l’UNIFIL richiesta dal governo libanese, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per garantire il ritiro delle truppe israeliane e ripristinare l’autorità del governo libanese al confine

6 giugno 1982 “Operazione pace in Galilea”. Israele invade il sud del Libano come risposta al tentativo di assassinio messo in atto da parte del Fatah contro l’ambasciatore nel Regno Unito Shlomo Argov e in risposta ad attacchi d’artiglieria dell’OLP contro aree popolate nel nord della Galilea. L’esito di questa invasione è stato il raggiungimento di Beirut, la cacciata dell’OLP dal Libano, circa 10,000 combattenti oltre alla dirigenza palestinese riversati verso Tunisi e altri paesi, il rafforzamento dell’influenza siriana in Libano e il ritiro israeliano nella” cintura di sicurezza”.

Durante l’assedio di Beirut le forze israeliane hanno agevolato il massacro contro i palestinesi ad opera dei miliziani Falangisti a Sabra e Shatila. Tra il 1982 e 1985 a seguito delle frammentazioni della guerra civile nasce il partito di Dio (Hezbollah), movimento sciita, creato dall’Iran e sostenuto dalla Siria e che ha iniziato la sua guerriglia contro Israele.

Inizialmente la resistenza libanese contro Israele era ad opera delle forze comuniste e socialiste che poi sono state in un modo o nell’altro estromesse dalla scena ad opera del Partito di Dio, che, come anticipato, si rifà alla Repubblica islamica iraniana.

A causa dei continui attacchi da parte di Hezbollah, Israele si è trovata costretta a ritirarsi dalla “cintura di sicurezza ” il 24 maggio 2000. 

Guerra del 2006 

Israele invade di nuovo il sud a causa del rapimento di due soldati israeliani e l’uccisione di altri tre da parte del Partito di Dio. Israele ha distrutto tante infrastrutture libanesi. Tantissime vittime da tutte e due le parti. Questa guerra si era conclusa con la risoluzione 1701 dell’ONU.

Spesso ci sono state delle scaramucce sul confine tra Israele e Hezballah, anche nel 2018 Israele aveva tentato di distruggere dei tunnel di Hezbollah.

7 ottobre 2023. Arriviamo ad oggi.

Il 7 ottobre 2023 Hamas mette in atto un attacco contro la popolazione israeliana e la reazione israeliana è stata l’attuazione di un genocidio contro la popolazione di Gaza.

A sostegno dei palestinesi intervenne Hezbollah aprendo il fronte a nord di Israele, che a sua volta come risposta  aveva evacuato vari villaggi causando lo sfollamento di centinaia di migliaia di libanesi, l’attacco dei pager, l’uccisione del leader di Hezbollah Nasrallah e del suo successore e l’occupazione di 5 colline al sud del Libano.

Per circa 15 mesi Israele ha continuato con la sua guerra contro Hezbollah malgrado un accordo di tregua siglato e concordato tra Israele e il Libano direttamente il 27 di novembre 2024. Hezbollah non reagiva, finché, scoppiata la guerra israelo americana contro l’Iran il 28 di febbraio 2026 con l’uccisione di Khamenei, la Guida Suprema dei Sciiti, il 2 marzo 2026 Hezbollah decide di intervenire a sostegno dell’Iran. Come al solito Israele dichiara guerra a Hezbollah e di conseguenza al sud, nella Beqaa e Dahie a sud di Beirut ha occupato ad oggi circa 70 villaggi, causato la morte di circa 3000 persone, il ferimento di 9000 e 1.200,000 sfollati dentro il Libano.

Nell’ultima settimana, il 14 di maggio 2026 sono proseguite a Washington delle trattative per il cessate il fuoco per 45 giorni tra le due delegazioni Israeliana e libanese con la presenza degli americani. Purtroppo Israele non rispetta la tregua, rivendicando il diritto di combattere Hezbollah e Hezbollah, da parte sua non condivide la decisione dello Stato libanese di trattare direttamente con Israele.

Esiste una sinistra politica in libano?

Io avevo lasciato il Libano all’età di 21 anni circa, e come cristiano maronita ero contrario allo Stato confessionale, dove è stabilito che: il Presidente della Repubblica deve essere cristiano maronita, il Primo ministro un musulmano sunnita, il Presidente del Parlamento un musulmano sciita e il Capo dell’esercito cristiano maronita.

Di conseguenza ero simpatizzante della sinistra libanese e di quella palestinese.

Nel 1989, l’Arabia Saudita convocò a Taief tutti i leaders della guerra civile libanese, durante tale incontro avevano raggiunto un accordo per cessare la guerra e l’impegno di introdurre nuove riforme.

Nel 1992 arrivò Rafiq Hariri alla presidenza del governo. Hariri era un grosso imprenditore filo Saudita, godeva di consensi interni oltre che di sostegni politici ed economici esterni, aveva fatto politiche di carattere capitalista costruendo delle aziende private, utilizzando anche risorse e patrimonio pubblico (un po’ alla Berlusconi). La sua formazione politica era Almostaqbal (Il Futuro). È stato Primo ministro per vari governi, fino a quando è entrato in rotta di collisione con il potere siriano degli ASSAD, presenti in libano dal 1976 al 2005, anno in cui è stato assassinato con una carica esplosiva che ha causato oltre 21 vittime, con la complicità dei siriani. Dopo l’assassinio di Hariri il 14 febbraio 2005, c’è stata una sollevazione popolare che cacciò i siriani dal Libano che però hanno mantenuto una loro influenza attraverso delle forze interne. I siriani avevano “governato” il Libano come fosse una regione siriana, posso dire che occupavano il Libano.

Dopo l’uccisione di Hariri si sono susseguiti ulteriori assassinii politici di eccellenza. Era il metodo dei siriani contro il dissenso.

Gli Assad tramite Hezbollah, il partito armato filo iraniano, hanno condizionato l’intera vita politica in Libano non solo nell’eleggere il Presidente della Repubblica e nell’indicare il Primo ministro.

Hezbollah con la dichiarata linea politica per la liberazione della Palestina aveva anche estromesso tutte le forze che rivendicavano la stessa posizione, soprattutto il Partito Comunista Libanese.

Purtroppo in Libano non si puo parlare di una vera sinistra, bensì di una destra cristiana e una destra musulmana che si differenziano tra di loro per la loro lealtà e fedeltà a stati esterni. Gli Sciiti verso l’Iran e, prima,anche l’ex Siria degli Assad, i Sunniti all’Arabia Saudita, mentre i cristiani “dipende”: alcuni guardano all’Arabia Saudita, altri all’America e alla Francia per motivi storici, mentre i Drusi cambiano campo di volta in volta. Insomma, diciamo, si cedono tutti al miglior offerente

Il Libano si caratterizza per la convivenza e coesistenza di diversità tra i libanesi. Ci sono i matrimoni misti tra appartenenti a religioni diverse. Il matrimonio civile all’estero è riconosciuto in Libano. .

 Il tuo punto di vista per quello che riguarda la situazione interna libanese

A mio avviso, in Libano occorre:

  1. separare la religione dallo Stato per avere uno stato laicoC
  2. introdurre la proporzionale nelle elezioni
  3. creare un decentramento.
  4. ultimare alcuni processi giuridici senza interferenza della politica come nel caso dell’esplosione del Porto di Beirut, avvenuta nel 2020. Una esplosione di 2750 t di nitrati d’ammonio, che ha causato 220 vittime e più di 7000 feriti. I nitrati erano immagazzinati al porto e, ad oggi, non si conosce ancora la dinamica dell’esplosione e chi l’ha causata.
  5. Cercare la verità sugli assassinii eccellenti durante l’occupazione siriana
  6.  In tutte le trattative i corso tra tutte le parti non si riesce il destino di Hezbollah. 

Il Libano è un paese arabo, si trova tra i paesi arabi, ha delle caratteristiche che non si trovano in altri paesi limitrofi, è sempre stato il punto d’incontro tra occidente e oriente. È uno dei pochi paesi nel Medioriente che non hanno ancora normalizzato i rapporti con Israele. Si è sempre trovato in mezzo a delle guerre non sue. Prima tra palestinesi e israeliani, poi tra arabi e israeliani e oggi tra iraniani e israeliani.

Ad ogni guerra avvengono delle trattative che portano alla normalizzazione con Israele, Giordania, Egitto, Siria e persino L’OLP. Diversamente altri paesi del Golfo hanno stipulato gli accordi di Abramo.

Dal mio punto di vista non si capisce perché il Libano debba subire le guerre altrui, rinunciare ai suoi territori e trovarsi con migliaia di morti e feriti quando gli attori principali sono l’Iran e l’America, e le loro sempre mutevoli fasi di trattative.

Hezbollah vuole che passi tutto tramite l’Iran che però fino ad ora non è riuscito a far cessare il fuoco in Libano, mentre lo Stato libanese, giustamente, pretende che sia lui stesso a condurre le trattative.

Di una cosa sono quasi certo, il disarmo di Hezbollah non può che dipendere dalle trattative tra l’Iran e gli americani, impegnando l’Iran a non armare e finanziare il partito di Dio.

E ora: Ferrara e il Libano

Due anni fa, credo, il cedro del libano superstite del Parco Massari ha ricevuto un nome: “futura”, un bell’auspicio. A questo proposito Kiwan, mi ricorda che nel 2011 a seguito della caduta di uno dei cedri si era fatto promotore di una petizione rivolta al Sindaco Tagliani che aveva provveduto a far piantare un altro esemplare.

Mi chiedo allora come sia possibile che la nostra città che si è tanto prodigata per questo albero, sia recalcitrante ad assumere la stessa premura, rispetto e solerzia, per uomini, donne, bambini, quelli di Gaza, Cisgiordania, Sud del Libano.

I cedri secolari da tre che erano sono diventati uno, gli altri abbattuti. Impossibile salvarli dal loro destino, hanno consatato gli esperti. L’unico sopravvissuto, ancora in pericolo di vita, continua ad essere monitorato e aiutato ma lo stesso non si fa per gli esseri umani del Libano: migliaia di persone uccise, affamate, deportate e si sta a guardare come inevitabile, il massacro.

Certo Gaza, la Cisgiordania e il Sud del Libano sono lontani, fuori dalle nostre mura, non sono un nostro patrimonio, non contribuiscono alla bellezza di Ferrara. I nostri concittadini di origine libanese poi sono un numero così esiguo e non creano problemi.

E allora che la loro gente sia sacrificata e abbattuta, dimenticata.

Dall’inizio del coinvolgimento nella guerra del Libano da parte di Israele, complice gli USA, i numeri delle conseguenze dei bombardamenti letti nel presidio del 10 aprile sono aumentati enormemente.

Le ultime notizie ci dicono che è stato preso il castello di Beaufort tagliando in questo modo il Libano in due per spezzare le linee di Hezbollah, Israele dichiara di voler allargare le operazioni e mentre si annuncia un nuovo cessate il fuoco, nonostante la tregua fosse stata stabilita in Aprile, Netanyahu vuole i raid su Beirut ( La Repubblica, 1 giugno 2026).

L’Unicef accusa i raid dell’IDF: solo nell’ultima settimana sono stati uccisi o feriti 77 minori.

Tiro, Nabathieh e diverse altre città sono state pesantemente bombardate. Non si fermano esplosioni e si sente continuamente il rombo degli aerei.

Con 570 tonnellate di esplosivo le forze israeliane hanno fatto saltare in aria le zone residenziali del villaggio di Qantara e questo sempre durante il cessate il fuoco in vigore.

L’IDF ha ordinato di sparare a vista su chiunque “anche non armato” nel Sud del Libano (Jerusalem Post).

Continuano scene già viste a Gaza, come l’ uccisione dei giornalisti. Amal Khalil, giornalista libanese ferita in seguito all’attacco della sua auto si è rifugiata in una casa e l’IDF ha bombardato quella casa e impedito ai soccorsi di raggiungere la zona. La televisione israeliana parla apertamente di pulizia etnica, sono attribuite a Shai Galili, tesoriere del Likud queste parole “Dobbiamo fare esattamente quello che avremmo dovuto fare anche a Gaza- imporre un assedio a tutti i villaggi, spostare il confine sul Litani ed espellere le posizioni lì”.

Proviamo a non perdere quel po’ di umanità che ci resta;

APELLO PER RACCOLTA FONDI:”IL POCO FA TANTO”

Kiwan: “Ogni giorno ci giungono dal Libano notizie di persone che lasciano la propria casa e i propri averi a causa dei bombardamenti israeliani. Ad oggi Israele ha fatto evacuare quasi 70 villaggi (paesi) al sud del Libano.

Oltre alle brutte notizie militari, ci segnalano pure il bisogno di avere un sostegno economico per poter fare fronte alle esigenze quotidiane.

Siamo in contatto con strutture impegnate nell’aiutare le famiglie sfollate.

Purtroppo ci tocca per l’ennesima volta rivolgerci alla vostra sensibilità e solidarietà chiedendovi un piccolo contributo come sostegno alla popolazione in Libano.

Nel passato abbiamo avuto un riscontro positivo. Grazie a chi aveva contribuito nel passato e a chi sta contribuendo in questo periodo.

CHI DECIDE PUÒ UTILIZZARE IL SEGUENTE IBAN

IT10Z3608105138266810066845

Beneficiario : Kiwan Kiwan

Causale : Libano

è garantito l’anonimato.

È NECESSARIO FERMARE ISRAELE

 

In copertina: una foto recente di Kiwan Kiwan

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IL LEGAME IN SCENA

IL LEGAME IN SCENA:
Cronaca interiore di uno spettacolo

IL LEGAME IN SCENA
Cronaca interiore di uno spettacolo

Centosessanta cuori, un solo battito

Il giorno dopo restano gli applausi.

Restano le fotografie.

Restano i video che iniziano a circolare sui telefoni e sui social.

Restano i complimenti ricevuti all’uscita del teatro.

Ma non è questo che continua a tornare alla mente.

Ciò che resta è altro.

Qualcosa che il pubblico non ha visto.

Perché ogni spettacolo ne contiene sempre due.

Uno davanti al sipario.

Uno dietro.

Il 4 giugno, nella suggestiva cornice del Teatro Comunale di Ferrara, è andato in scena Shakespeare in New York – Urban Story 9, spettacolo della scuola Dance Nation che ha coinvolto circa 160 allievi, dai più piccoli ai professionisti.

Shakespeare in New York – Urban Story 9, Foto di Luca Gomiero

Una rilettura contemporanea di Romeo e Giulietta attraverso il linguaggio dell’hip hop e della cultura urbana.

Una storia che interroga ciò che accade quando il confine tra un “noi” e un “loro” diventa più importante dell’incontro. Quando l’appartenenza si trasforma in contrapposizione. Quando la relazione lascia il posto al confine.

Il significato più profondo dello spettacolo non era soltanto nella storia raccontata sul palco.

Era già presente nel modo in cui quello spettacolo aveva preso forma.

Pochi minuti prima dell’inizio ci siamo ritrovati tutti insieme sul palco.

Centosessanta persone.

Mesi di prove.

Ore di lavoro.

Correzioni.

Errori.

Cadute.

Momenti di entusiasmo e altri in cui sembrava impossibile riuscire ad arrivare pronti.

L’insegnante ci ha guardati e ci ha ricordato di essere orgogliosi di ciò che avevamo costruito.

Ha detto che non avrebbe cambiato nessuno di noi.

Poi ha lanciato una sfida.

Tre possibilità.

Fare uno spettacolo decente.

Fare uno spettacolo buono.

Oppure fare uno spettacolo memorabile.

E in quel momento è accaduto qualcosa.

Perché l’emozione che precede l’apertura del sipario assomiglia molto a quella che precede un esame importante.

Hai studiato per mesi.

Ti sei preparato.

Hai ripetuto.

Eppure, pochi minuti prima, hai la sensazione di non ricordare più nulla.

Ti chiedi se sarai all’altezza.

Se riuscirai a fare tutto.

Se il corpo risponderà.

Se la mente reggerà.

È una sensazione paradossale.

Come se tutto il lavoro fatto fino a quel momento fosse improvvisamente sparito.

Come se mesi di preparazione non fossero mai esistiti.

Poi si aprono le luci.

Parte la musica.

E accade il contrario.

Il corpo ricorda.

Ricorda tutto.

Ricorda ciò che la mente aveva momentaneamente smarrito.

La paura arretra.

L’adrenalina prende spazio.

E lascia il posto a una sola idea.

Entrare.

Esserci.

Dare tutto.

Ballare.

Ma ricordare i passi non basta.

Perché la danza non è una semplice sequenza di movimenti eseguiti correttamente.

Richiede qualcosa di più difficile.

La concentrazione.

Una concentrazione continua che obbliga a restare presenti.

Nel proprio corpo.

Nella musica.

Nello spazio.

Negli altri.

Basta un attimo di distrazione.

Un ingresso anticipato.

Un movimento fuori tempo.

Uno sguardo rivolto altrove.

E ciò che è stato costruito insieme rischia di incrinarsi.

Ma c’è un altro aspetto decisivo.

Perché nemmeno la tecnica, da sola, è sufficiente.

Si possono eseguire perfettamente tutti i passi.

Si può essere impeccabili.

Eppure non trasmettere nulla.

La danza comincia davvero quando il movimento incontra un’emozione.

Quando il volto accompagna il corpo.

Quando l’espressività, la mimica e lo sguardo permettono a chi osserva di percepire qualcosa di ciò che sta accadendo dentro.

Altrimenti resta soltanto una corretta riproduzione tecnica.

Precisa.

Ordinata.

Ma incapace di arrivare.

È anche per questo che alcuni spettacoli vengono ricordati e altri no.

Perché ciò che raggiunge davvero il pubblico non è la perfezione.

È la presenza.

Il teatro conserva qualcosa che nessun video riesce a restituire completamente.

Perché ciò che accade sul palco esiste una volta sola.

Non esiste il tasto replay.

Non esiste la possibilità di fermarsi e ricominciare.

Non esiste una seconda occasione.

Ogni ingresso.

Ogni espressione.

Ogni errore.

Ogni emozione.

Accadono una sola volta.

Ed è proprio questa fragilità a rendere l’esperienza così intensa.

Ma esiste anche un altro elemento.

L’energia del pubblico.

Perché chi danza non porta sul palco soltanto il lavoro accumulato nei mesi di prove.

Porta anche ciò che riceve in quell’istante.

L’attenzione.

Il silenzio.

Gli applausi.

La partecipazione emotiva di chi osserva.

È uno scambio continuo.

E quando il teatro è pieno e presente, quell’energia diventa parte dello spettacolo tanto quanto la musica, i costumi o la coreografia.

È la differenza che esiste tra le prove generali e lo spettacolo.

Alle prove si eseguono dei movimenti.

Davanti a un teatro pieno si attraversa un’esperienza.

La stessa coreografia cambia significato.

Lo stesso gesto acquista intensità.

Lo stesso corpo sembra capace di qualcosa in più.

Ma ciò che colpisce maggiormente non è soltanto ciò che accade sul palco.

È ciò che accade dietro.

I cambi d’abito impossibili in pochi minuti.

Le mani che si cercano per chiudere una cerniera.

Qualcuno che presta un accessorio.

Qualcuno che aiuta a sistemare un trucco.

Qualcuno che corre a cercare dell’acqua.

Qualcuno che si accorge che un compagno è stanco, emozionato o in difficoltà.

Qualcuno che condivide uno snack o una bevanda per aiutare chi, dopo ore di tensione, sforzo fisico e adrenalina, accusa un calo di energie.

Piccoli gesti.

Eppure senza di loro nulla potrebbe funzionare.

Perché il dietro le quinte è il luogo in cui si comprende una verità spesso dimenticata.

Un gruppo non coincide mai con l’armonia.

Non è una fusione perfetta di individui che pensano, sentono e desiderano tutti la stessa cosa.

Ogni gruppo porta con sé differenze.

Affinità.

Distanze.

Incomprensioni.

Piccole alleanze.

Fragilità.

Porta con sé tutto ciò che appartiene ai legami umani.

Eppure qualcosa tiene.

Qualcosa funziona.

È proprio questa la cosa più interessante.

Non l’assenza dei conflitti.

 

In copertina:  Shakespeare in New York – Urban Story 9, Ferrara 4 giugno 2026 – foto di Stefano Bigoni

Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice.

Per certi versi / Una stella abitabile

Una stella abitabile

Una stanchezza incerta
mi fa piombo nella testa

Diviene macigno
nella custodia del mio senso

E quest’ombra che sempre
mi scorre inarrestabile

Credo sia lo sforzo
La fatica
di raggiungere un nome
Una casa

Una stella abitabile

 

(Da Nei titoli di coda, Editrice Il Leggio, 2022)

In copertina: mappa astronomica – immagine gratis di Pexels da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

il rogo e la biblioteca

Il rogo e la biblioteca

Il rogo e la biblioteca

 Ci sono parole che, appena pronunciate, smettono di essere parole e diventano fiammiferi. Non servono più a discutere, a distinguere, a comprendere. Servono ad accendere. A stabilire da che parte si sta.

Accade soprattutto quando un argomento di attualità tocca una ferita storica, politica, religiosa, identitaria. In quel momento non ascoltiamo più una frase: ascoltiamo un’appartenenza. Non valutiamo più un ragionamento: giudichiamo una persona intera. E, con la persona, tutto ciò che ha scritto, pensato, rappresentato prima di quella frase.

La domanda allora è questa: se a dire cose impopolari, o considerate da molti sbagliate, fosse un intellettuale, uno scrittore, un artista, qualcuno stimato, saremmo più tolleranti? Terremmo separata la sua opera dalla sua riflessione contingente? O faremmo anche in quel caso di tutta l’erba un fascio?

La questione non riguarda soltanto l’opinione espressa in un’intervista, in un articolo, in una frase forse infelice, forse consapevole, forse provocatoria. Riguarda il nostro modo di abitare la cultura. Riguarda la possibilità stessa di distinguere tra il valore di un’opera e il giudizio morale, politico o storico che possiamo dare del suo autore.

È una distinzione difficile. A volte necessaria. A volte insufficiente. Ma senza questa distinzione rischiamo di trasformare ogni biblioteca in un tribunale permanente.

Prendiamo il caso più evidente. Dobbiamo mandare al rogo tutta la cultura russa degli ultimi secoli perché la Russia ha aggredito l’Ucraina?

Dobbiamo smettere di leggere Dostoevskij, Tolstoj, Čechov, Achmatova, Pasternak, solo perché oggi un potere politico ha scelto la guerra?

Evidentemente no. Sarebbe un atto non solo ingiusto, ma intellettualmente poverissimo. Vorrebbe dire confondere un popolo con il suo governo, una lingua con un esercito, una letteratura con una strategia geopolitica. Vorrebbe dire dimenticare che proprio dentro la cultura russa si trovano alcune delle più alte meditazioni sul male, sulla colpa, sulla libertà, sull’umiliazione, sulla pietà, sull’abisso umano.

Il problema, però, non si risolve con una formula comoda. Non basta dire: l’opera è una cosa, l’autore un’altra. Perché non sempre è così semplice. Ci sono casi in cui l’opera è attraversata dall’ideologia dell’autore, la alimenta, la trasfigura, la rende seducente. E ci sono casi in cui, invece, non separare diventa una forma di barbarie.

Bisogna allora imparare un esercizio meno istintivo e più faticoso: distinguere senza assolvere.

‘Distinguere’ significa riconoscere che una frase sbagliata non cancella automaticamente una vita di scrittura. Che una posizione politica discutibile non annulla necessariamente la qualità di un’opera. Che un autore può vedere con lucidità in certi luoghi dell’umano e restare cieco davanti ad altri. La grandezza letteraria non garantisce l’infallibilità morale.

‘Assolvere’, invece, sarebbe un’altra cosa. Sarebbe come dire: siccome è un grande scrittore, allora ogni sua parola va protetta. Siccome ha un prestigio culturale, allora la sua opinione pesa più della sofferenza concreta degli altri. Questo no. Nessun autore, per quanto stimabile, può essere trasformato in un santino. La cultura non è un certificato di innocenza.

Viviamo in un tempo in cui il dissenso viene spesso confuso con la colpa. Non ci basta più contestare un pensiero: vogliamo degradare chi lo ha espresso. Non ci basta dire: su questo punto sbagli. Vogliamo dire: sei interamente sbagliato.

Questo vale per ogni campo. Vale per la Russia e l’Ucraina. Vale per Israele e la Palestina. Vale per gli scrittori, gli artisti, i filosofi, i musicisti. Vale anche quando la polemica nasce non da una presa di posizione, ma dal suo contrario: dal rifiuto, vero o presunto, di prendere posizione.

È il vecchio nodo dell’artista davanti alla storia. Deve parlare? Deve esporsi? Oppure la sua responsabilità è già tutta nell’opera, nella forma, nella lingua, nelle canzoni che ha scritto, nei libri che ha consegnato agli altri?

Dire che l’artista deve fare soltanto l’artista può significare una cosa alta: l’arte non è un comizio. Ma può significare anche una cosa più povera: l’artista è solo un intrattenitore, e da lui non bisogna attendersi altro.

Eppure ci sono artisti che non rilasciano proclami e hanno scritto opere più politiche di molti manifesti. Non si può chiedere a ogni artista di trasformarsi in tribuno. Ma non si può nemmeno fingere che il silenzio, in certi momenti della storia, sia sempre innocente.

Che cosa dobbiamo fare, allora? Leggerli ancora? Smettere di invitarli? Contestare le loro parole ma salvare i loro libri? Salvare i libri ma non le parole? Non esiste una risposta unica. Esiste però un criterio minimo: non confondere il giudizio con il rogo. Giudicare significa argomentare, contestare, chiedere conto, entrare nel merito, distinguere tra la provocazione e la propaganda, tra l’errore e la malafede. Il rogo, invece, semplifica. Non vuole capire. Vuole purificare. Non vuole correggere. Vuole espellere.

Forse dovremmo accettare che gli scrittori e gli artisti non sono guide morali permanenti. Possono illuminare una zona dell’esistenza e restare al buio in un’altra. Possono scrivere pagine necessarie, canzoni memorabili, opere capaci di parlare a molti, e poi pronunciare giudizi discutibili. Possono essere grandi nella forma e piccoli nella contingenza. O semplicemente parziali, come tutti.

Per questo la stima non deve diventare obbedienza, ma nemmeno la delusione deve diventare cancellazione.

C’è una maturità culturale che consiste nel dire: questo autore mi ha dato molto, ma su questo punto non lo seguo. Oppure: questa posizione mi sembra grave, ma non per questo brucio tutto ciò che ha scritto. Oppure ancora: continuerò a leggerlo, ad ascoltarlo, ma non smetterò di contraddirlo.

La cultura non è un altare. Non bisogna inginocchiarsi davanti agli scrittori e agli artisti. Ma non è nemmeno una piazza per le esecuzioni simboliche: è uno spazio in cui possiamo amare un’opera e respingere una frase, stimare un autore e contestare una posizione. Mandare al rogo la cultura russa per colpire Putin sarebbe un gesto assurdo. Mandare al rogo uno scrittore o un artista per una posizione controversa può diventarlo allo stesso modo, se smettiamo di pensare e ci limitiamo a bruciare.

La vera domanda, allora, non è se dobbiamo perdonare tutto agli intellettuali. No, non dobbiamo. La domanda è se siamo ancora capaci di discutere senza distruggere, di giudicare senza cancellare, di indignarci senza diventare ciechi.

Perché una società che non sa più distinguere tra una biblioteca e un tribunale finirà per perdere entrambe: la giustizia e la cultura.

Foto di Rafael Juárez da Pixabay

Per leggere gli articoli di Francesco D’Angiò clicca sul nome dell’autore

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Un ritaglio di Libano dentro le mura di Ferrara

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Un ritaglio di Libano dentro le mura di Ferrara

Tutti abbiamo in mente l’albero del cedro che accoglie con la sua maestosa possenza l’ingresso del Parco Massar i.Non è, però, di questa magnifica e secolare pianta ciò di cui desidero parlare.

Più di un mese fa, ormai, ho partecipato al presidio sul Libano perché, non bisogna dimenticarlo, il Sud del Libano è vittima di attacchi e occupazione, in una escalation regionale che non conosce pace. Il 10 aprile la comunità libanese di Ferrara ha realizzato un presidio contro la guerra in corso. Da allora i numeri dei morti, degli sfollati, della distruzione in atto è aumentato e, credo, non ci sarà ancora tregua.

Ed è in quella occasione che ho realizzato che dei miei concittadini provenienti o collegati con il Libano non sapevo praticamente niente.

A coordinare l’evento c’era Kiwan Kiwan , amico storico di tante battaglie politiche ma, anche in questo caso, l’ho visto come per la prima volta: la sua storia, che dal Libano lo ha portato qui a Ferrara data per scontata.

Per raggiungere il luogo del ritrovo, Piazza Savonarola, sono stata guidata alla meta da suoni di musiche arabe. La bandiera del Libano è posta sotto la statua di Savonarola, l’indice puntato verso la piazza (noi!) e una didascalia : “A Girolamo Savonarola, in tempi corrotti e servili, dei vizi e dei tiranni flagellatore”.

La leggo stupita per la sua attinenza alla storia che viviamo. Potrei immaginarmela dedicata a tutti i combattenti del medio oriente che sentono il dovere di essere i flagellatori dei vizi e dei tiranni. Disposti ad accettare il rogo ma non a diventare corrotti e servi.

Una casualità, è la mia immaginazione, lo so, che viaggia spesso per vie fantastiche.

Riprendo contatto con ciò che sta succedendo qui: mi accorgo dell’eleganza delle donne che stanno partecipando e dei gridolini dei bambini che giocano, le bimbe come le mamme, delle vere principesse.

un cartello della manifestazione

Di nuovo, più che dai contenuti vengo rapita dalle voci di chi prende parola, cadenze determinate ma garbate, eleganti, di una lingua araba gentile anche se dice cose feroci. 

Mi accorgo che è ripresa la musica e il mio amico Kiwan sta cantando una canzone. Kiwan canta! Mi avvicino, mi dice “questo è un brano famoso del cantante libanese Ahmad Kaabour”.La sua canzone più iconica, Uunadikom (“Vi chiamo”), è uno degli inni più duraturi della resistenza palestinese. Le sue prime frasi risuonano ancora attraverso le generazioni:

Vi chiamo,
vi stringo la mano.

Non sono mai stato umiliato nella mia terra natale,
né le mie spalle si sono mai piegate.
Mi sono trovato di fronte al mio oppressore
Un orfano, nudo, scalzo.
Portavo il mio sangue nel palmo della mano,
e non abbassavo mai le bandiere.
E ho protetto l’erba
sopra le tombe dei miei antenati.

Vi chiamo…
Vi stringo la mano

Scrivono gli editori del Palestine Chronicleil suo lavoro preservava l’intimità della lotta—la trama umana del desiderio, della dignità e della fermezza. (…) la sua musica funzionava come una forma di fermezza culturale—il sumud espresso attraverso la melodia.

Generazioni di palestinesi sono cresciute con la sua voce come parte del loro paesaggio emotivo”.

Kiwan mi dice che Kaabour è morto pochi giorni prima del presidio, il 26 marzo 2026, la perdita di un artista unico, ma non la fine della sua testimonianza.

Kiwan canta, la mano sul cuore.

Il presidio si scioglie sulla scia delle note della musica, si tolgono le bandiere, si arrotolano gli striscioni, si spengono i microfoni e gli altoparlanti ma “Unadikom” resta nell’aria come un’espressione distintiva di sfida e sumud, parola che abbiamo imparato con l’impresa della flottilla e che significa “resistenza” “perseveranza” “costanza”. Ma anche “solidarietà” o “resilienza”.

Kiwan Kiwan al Presidio libano di Ferrara

Mentre mi allontano decido che voglio sapere di più e invito Kiwan a fare insieme un articolo, in forma di intervista.

Ciao Kiwan, una prima risposta sulla situazione libanese e sui libanesi a Ferrara.

Nessun problema se non conosci la situazione libanese. Del Libano se ne parla poco, sia durante la pace che durante la guerra.

I libanesi arrivarono a Ferrara verso la fine degli anni settanta, per motivi di studio, inizialmente erano pochissimi, poi piano piano, negli anni ottanta, Ferrara è diventata la città preferita grazie alla sua Università e l’indicazione del Centro culturale Italiano a Beirut.Parecchi si sono laureati, principalmente in farmacia e medicina, ultimamente la maggior parte si laurea in ingegneria con vari indirizzi.

Non è mai esistita una Comunità Libanese organizzata. C’era un solo nucleo famigliare misto, italo libanese.

Verso la metà degli anni Ottanta cominciarono a formarsi numerosi nuclei famigliari finché nell’anno 1993 un gruppo formato da studenti e non fondò l’associazione Libanesi di Ferrara con il supporto dell’ARCI di Ferrara.

Come è nata ?

I libanesi arrivavano solo con un visto turistico e per regolarizzare la loro posizione occorreva spesso avere a che fare soprattutto con la questura, poi bisognava cercare alloggi ecc… Quindi sono stato il primo promotore e abbiamo costituito questa Associazione che inizialmente ha visto l’adesione di circa 95 donne e uomini libanesi.

Come dicevo la comunità libanese è costituita da studenti e famiglie, gli studenti non sono politicizzati e non fanno alcuna attività politica, studiano e cercano di svolgere dei lavori saltuari per integrare il mensile che ricevono dei genitori, hanno il diritto ad una borsa di studio da UNIFE e la maggior parte di loro la ottiene.

Poi abbiamo circa 30 famiglie, alcune interamente Libanesi e alcune miste. Maggiormente uomini libanesi e donne italiane e poche donne libanesi con uomini italiani. Sono abbastanza integrati nella società, tanti sono laureati, farmacisti, medici, ingegneri, e commercianti autonomi e i loro figli frequentano le scuole. In città ci sono alcune attività gestite da libanesi.

Questi, lavorando in Italia riescono a sostenere economicamente i genitori in Libano vista la situazione in atto.

Stiamo parlando di famiglie che hanno già tutte la cittadinanza italiana. Anche alcuni non sposati sono cittadini italiani per anni di residenza e per anni di lavoro.

Anche i nuclei famigliari non fanno alcuna attività politica, raramente scendono in piazza e in pochi, come quando avevamo promosso il presidio. Pochissimi di loro hanno un orientamento politico italiano.

La comunità dei libanesi a Ferrara è formata da Sunniti e Sciiti (musulmani) e pochissimi cristiani.

Oggi possiamo pensare a circa 200 persone.

Alcuni studenti dopo la laurea o trovano il lavoro in Italia e in Europa oppure raggiungono i genitori in Libano o all’estero”.

gli studenti non sono politicizzati e non fanno alcuna attività politica, studiano e cercano di svolgere dei lavori saltuari per integrare il mensile che ricevono dei genitori, hanno il diritto ad una borsa di studio da UNIFE e la maggior parte di loro la ottiene.

Poi abbiamo circa 30 famiglie, alcune interamente Libanesi e alcune miste. Maggiormente uomini libanesi e donne italiane e poche donne libanesi con uomini italiani. Sono abbastanza integrati nella società, tanti sono laureati, farmacisti, medici, ingegneri, e commercianti autonomi e i loro figli frequentano le scuole. In città ci sono alcune attività gestite da libanesi.

Questi, lavorando in Italia riescono a sostenere economicamente i genitori in Libano vista la situazione in atto.

Stiamo parlando di famiglie che hanno già tutte la cittadinanza italiana. Anche alcuni non sposati sono cittadini italiani per anni di residenza e per anni di lavoro.

Anche i nuclei famigliari non fanno alcuna attività politica, raramente scendono in piazza e in pochi, come quando avevamo promosso il presidio. Pochissimi di loro hanno un orientamento politico italiano.

L’intervista a Kiwan sul Libano continua Periscopio domenica 14 giugno

In copertina: Il cedro del Libano secolare al parco Massari di Ferrara – foto di Giovanna Tonioli.

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Tino Stefanini, il sopravvissuto

Il Tino Stefanini, il sopravvissuto

…Bravo Tino, bravo nan…che te vegnet de lontan…
San Vittor cinquanta dì, cinquanta nòtt,
cinquant’ann a la casanza a ciapà i bòtt,
tì fiulòtt a trebulà  “’se foo in la vita?..resti
chì che vendi al latt o voo a strus a ciapà i ratt?..”
L’è la strada, i amis, la ròba, l’è la fuffa del destin,
el brusacuu, te s’ciòppa el coo, “…Tino, oh Tino,
‘s’te fee?..A robà o a laurà?..” El perchè ‘l se po’
dì no…domandeghel, vialter, a chi ‘l gh’è puu.[1]

… Lui invece, il Tino, c’è ancora; c’è eccome. Siamo a Bruzzano. Centro commerciale che neanche nell’ormai prossima astronave per Marte si farà così felice calca. Io che vègno dal terragno finemondo della provincia più bassa che si può, come un selvaggio entrato a Fort Laramie, mi sorprende e di brutto mi infilza sto borderleri[2] di inurbati scalmanati.

D’un tratto, ecco che lo vedo. Seduto solitario. D’antica eleganza, giacca, camìsa, severi barbisi alla Van Cleef, appena si intaglia che lo punto, alzo la mano in segno di pace, parte in un largo sorriso. Abbraccio, birra, spritz e noccioline, eccomi davanti uno dei tre superstiti della banda più famosa. Il capofila, il Renato Vallanzasca già nemico pubblico numero uno, combatte l’ultimo suo duello con un malanno brucia cervello; l’Osvaldo Monopoli, detto il Cico, ci ha ottant’anni e ormai gli basti. Resta lui, il Tino Stefanini. È lui l’estremo testimone.

È un sopravissuto. A cinquant’anni di casanza. A San Vittore così come all’Asinara (la Cayenna!..). Alle botte, le faide, le risse, gli spari, le fughe, la perdita, l’attesa, da tutto e da tutti la lontananza: dalla storia al contrario. Perché il Tino Stefanini questo ha fatto. Dove i più andavano di là, lui è andato di qua.

Nato nel triangolo del postMilano Affori/Quarto Oggiaro/Comasina, da famiglia milanese tutt’altro che miserina, la madre (donna forte e vivace) a gestire un bel, seppur periferico, ristoro, solo ci avesse avuto testa e privilegio di puzza sotto il naso, avrebbe, il Tino, potuto mettersi in bèrta un bel mestiere meneghino… che so… aprirsi l’officina del ricambio, la ditta dei bulloni, forse studiare ai piani alti. E invece no.

Di quei tempi, il rione era pieno di gente che di grana non ne aveva… ma non è mica questo… il rione straboccava di milanesi scampati ai disastri della guerra, veneti disossati dall’alluvione polesana, fameliche masnade di sudisti, su al nord buttati a calci in culo dove solo potersi garantire un piatto di pasta, una casa popolare, la fabbrica e la schedina della Sisal (…Milan e poeu puu…Chi ‘l vòlta el cuu a Milan le vòlta al pan…)[3]… ma neanche questo serve a capire.

Già. Perché capire? Eh sì. Sa neanche lui, il Tino, perché ha cominciato la trista sarabanda… “…il quartiere della Comasina era la zona più irrequieta…i picchiatori più temuti erano Michelone, Clemente, Carlo e Pino Bue. La schiera dei ragazzi emergenti si formava con Marco, Giorgio, Tasso, Pinella, Alberto, Franco, il biondo, Zanzara, Careccia, Ciapum, Straniero, Claudio Calegari, Michetta, Osvaldo,… e poi c’eravamo noi… io, Vlady, Schitta, Pino, Gianni, Andrea, Claudio Basanisi, Wando, Oriano, Gady e altri amici persi lungo la strada… più eri cattivo e più contavi… io volevo contare più degli altri…”.

Così, un dì come tanti, il Tino scassa la portiera di una macchina la prima che gli capita sotto mano. Ci va su. Fa un pezzo di strada… poi ne prende un’altra… un’altra ancora (… quan la se ciapa ona strada…)[4]. Fino a trovarsi ferro in mano ad entrare in quella banca… altolà è una rapina!… e vederseli tutti lì, uno sull’altro, quei tanti bej danee per cui gli altri si dannano la vita a timbrare il cartellino, versipelle sbassà la crapa[5] al capetto quello di turno.

Così va avanti per un po’. Quand’ ecco un giorno entrare in scena el pussee bèll[6], con più fegato e mattana della truppa squinternata. È il Renato Vallanzasca (…“aveva un coraggio della madonna…”). Il Tino ragazzotto ne rimane all’istante folgorato. Vallanzasca!L’è luu el maester[7] di tutti quelli che ci han prèssa di far su soldi a scanso di fabbriche, officine e crape basse.

Come va?… Va che il Tino, vuoi che è sveglio assai, vuoi che ribolle di salvàdeghi ormoni, lui insieme ad un’altra ventina di assoluti tipastri del rione, ben presto diventa cuu e camisa [8] con chi, col sangue e omnia sorta di bislacchi ghiribizzi, scriverà a larghe mani la storia criminale di Milano anni settanta. Sì, la banda Vallanzasca. La terribile banda Vallanzasca. È lì che il Tino fa sfracelli. Scassa, assalta, spara, sgomma, scappa e dà di matto…

*****

… Mentre gli altri, l’amico per la pelle Antonio Colia detto il Pinella, il Rossano Cochis detto il Nanu o se volete il Mandingo, l’Angelina Corradi, il Vito Pesce detto Pesciolino, il Tasso, lo Zanetti, il Gatti, il Careccia, il Carluccio e una valanga ancora sono ormai nell’ombra dei più, lui, il Tino Stefanini, eccome se c’è ancora.

Tino Stefanini uscito da galera

Siamo all’astronave commerciale di Bruzzano, la mattina che fa caldo. Ho davanti un uomo che si è fatto cinquant’anni di galera. Che ha fatto di tutto per farsi ammazzare e più volte c’è andato vicino un pelo. Ma… strano…non sento puzza di morte. Ormai, di questa vita, per stare in tema, ci ho il callo dell’ergastolano. Nessuna lacrimosa illusione, per pietà. De riff o de raff,[9] la verità, forse, è solo questa: la Storia è zuppa di sangue. Ognuno, in fin dei conti, fa la guerra sua. Fino al giorno in cui capisci che…

“… La guerra è finita…”.

Lo dice lui, il Tino Stefanini. Anzi no…ché dirlo parrebbe esercizio di querulo esteta… lo scrive nero su bianco. Perché il Tino, ora che ha concluso con lode la solfa carcerata, che sconta il resto dei suoi giorni come tutti (… il baretto, il football, gli amici, il pranzo con la cena…), il Tino Stefanini ha fatto un libro.

Un gran bel libro. La Comasina, Vallanzasca e io. Che racconta ‘me l’è andada una vita di strombazzi sanguinosi e patimenti. Sono pagine trecento e passa. Mì l’hoo leggiuu…l’ho letto… tutto di un fiato… ed era dai tempi del Non c’è scampo del Jack Black (quello con prefazione di W. Burroughs… minga un pirla…) che, tra le mani, non mi urticava un qualcosa di così esplosivo.

Sì, sì, Jack Black, ma anche, qua e là ben concimato nelle terre delle vite squinternate e invero criminali, quel matto dell’Edward Bunker, se non anche del Jack Henry Abbott. Di questo il Tino non credo abbia granché contezza. Ha il carisma del simpatico perenne, il milaneson d’altri tempi che ama infarcire la boutade al dialetto quello vero. Un uomo semplice, il Tino… onesto. Che ha scritto solo della sua vita, quella con la morte che la vedi dritta in faccia. E bona lì… è riuscito a uscirne vivo… redivivo…

In ospedale, bucato da una scarica di mitra…

…“Vidi entrare una suorina, era Angela Corradi, Angelina bellissima da giovane e ora smagrita e con un saio bianco da suora, piangeva e mi si avvicinò prendendomi le mani: “Tino, quanto sangue…”, risposi: “sì, però stavolta è il mio…”, le lacrime le scendevano su quel viso ormai avvizzito. Fu l’ultima volta che vidi Angela, la tatuata con la svastica della Banda Vallanzasca…”…

Sì. Non c’è scampo. Bisogna guardarselo fino in fondo l’inferno che ci tocca. Chi non lo fa, ecco, quello si che è un disonesto…

 

Il mucchio selvaggio, i terribili del Vallanzasca, oggi, c’è più. Hin mòrt tucc.[10] Resta il Cico che ci ha ottant’anni; il Renato Vallanzasca sepolto in una RSA con un male nella testa che sa neanche più chi è (… perché non dargli la Grazia?…).

Resta il Tino. Il Tino Stefanini. Che ha scritto un libro, un gran bel libro. Il Tino che ogni giorno pensa e ripensa alla sua vita. Che, forse, uno straccio di perdono, alla fine, se lo è dato…

Ciao Tino…ciao nanfa ‘l bravo, neh[11]

Note:

[1] Bravo Tino, bravo nanuccio…che vieni da lontano…San Vittore cinquanta giorni, cinquanta notti,  cinquant’anni in prigione a prender botte, tu ragazzino impaziente “cosa faccio nella vita?..Resto qui che vendo il latte o vado a quel paese?..” E’ la strada, gli amici, la roba,  è il ciarpame del destino, il brucia culo,, ti scoppia la testa, “…Tino, oh Tino, cosa fai?..rubi o lavori?.. “ Il perché non si può dire…domandateglielo, voi, a chi non c’è più!

[2] Carnaio

[3] Milano e poi più…Chi volta il culo a Milano lo volta al pane.

[4] Quando si prende una strada…

[5] Abbassare la testa.

[6] Il più bello.

[7] E’ lui il maestro.

[8] Culo e camicia.

[9] In un modo o nell’altro.

[10] Son tutti morti

[11] Fai il bravo

In copertina Cover: Renato Vallanzasca e Tino Stefanini alla sbarra – foto dalla pagina Facebook “Milanoelamala”

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L'anno fatto solo d'estate

L’anno fatto solo d’estate

L’anno fatto solo d’estate

Da anni, ogni volta che scorrevo Facebook, avevo la stessa impressione: quelle faccine allineate nelle bacheche, quei sorrisi immobili, quei compleanni ripetuti come un rito automatico… tutto mi sembrava un cimitero ante mortem. Un luogo dove le persone erano ancora vive, certo, ma già fissate in una posa definitiva, come fotografie su una lapide. Oggi, con l’avvento dell’AI, quelle stesse faccine non solo restano ibernate ma vengono addirittura “rianimate”. Le loro parole, i loro gesti digitali, le loro tracce vengono raccolte, cucite, fatte parlare di nuovo. La prima Enciclica di Leone XIV sulla Intelligenza Artificiale ha fatto da catalizzatore per queste mie “inquietudini” e ha contribuito alla crescita del seguente testo.

C’è una notte che rappresenta una sorta di mito fondativo per la letteratura mondiale: la notte dell’estate del 1816, la year without a summer (l’anno senza estate), conosciuto anche come l’anno della povertà e Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo). Fu l’anno durante il quale gravi anomalie al clima estivo distrussero i raccolti nell’Europa settentrionale, negli stati statunitensi del nord-est e nel Canada orientale. Lo storico John D. Post lo ha battezzato l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale

Il cielo era così scuro che sembrava non voler più tornare azzurro.

A Villa Diodati, sul lago di Ginevra, un gruppo di giovani — Byron, Polidori, Percy Shelley, Mary Godwin — si rifugiava nella letteratura come se potesse essere un fuoco per riscaldarsi e acceso contro la tempesta.Parlavano di galvanismo, di scosse elettriche che facevano fremere arti morti, di scienza che sfidava Dio. Mary ascoltava. Mary assorbiva e il suo inconscio elaborava.Una notte, sognò. Vide un laboratorio, un tavolo, un corpo composto di pezzi morti. Vide un giovane scienziato che tentava di creare una creatura e alla fine vide quella creatura aprire gli occhi.

Frankenstein di Mary Shelley nacque così per una gara tra quei giovani nella quale avrebbe vinto chi fosse stato capace di scrivere il più credibile e raccapricciante racconto dell’orrore. Mary vinse con un sogno che non era un sogno, ma un vero e proprio ammonimento: un presagio.

Due secoli dopo, il laboratorio non è più una soffitta piena di strumenti. È la nostra vita digitale. Ogni giorno depositiamo frammenti: una foto, una frase, un commento, un ricordo, un’emozione. Non ce ne accorgiamo, ma stiamo lasciando pezzi di noi che potrebbero essere usati, ricuciti, assemblati per… chi e per cosa?

Così, quando torno a quella mia vecchia impressione — Facebook come un cimitero ante mortem — capisco che non era solo una metafora. Era una diagnosi. Quelle faccine, quei profili, quelle bacheche erano già allora corpi senza tempo. Non vivevano, non morivano. Restavano. E noi, senza saperlo, stavamo preparando l’improbabile materiale per un nuovo, probabilissimo, Frankenstein.

L’ Artificial Intelligence, AI (l’intelligenza artificiale), come il galvanismo ottocentesco, ha iniziato a far tremare ciò che credevamo immobile: non più arti ricuciti, ma testi, pezzi di “conoscenze”, scampoli di emozioni, sentimenti, pensieri. Non più cadaveri, quindi, ma identità frammentate.

Un chatbot prende i nostri post, le nostre mail, le nostre foto, le nostre conversazioni, e li assembla. Li cuce come Victor cuciva membra. Li anima come Victor animava il suo mostro. Nasce così una creatura nuova: un accrocco di parole, un corpo fatto di frasi, un essere che non ha mai vissuto, ma che parla come se avesse memoria. Un avatar? Una Fake news un deep fake? Un ologramma?

È un Frankenstein testuale. Un Frankenstein che non cammina, ma scrive. Che non respira, ma risponde. Che non ha un cuore, ma… batte.

La cosa più sorprendente è che oggi non cerchiamo più di animare pezzi di carne. Cerchiamo di dare un corpo all’anima, meglio: un protagonista a una anima artificiale. Dovevamo intuirlo dal principio che una intelligenza artificiale montata con miliardi e miliardi di pezzi di conoscenza non avrebbe potuto che generare un’anima artificiale. È questo quello che più spaventa della AI.

È un’anima fatta di ciò che è stato scritto, condiviso, dimenticato. Un’anima dispersa nei server, nei backup, nei cloud. L’AI tenta di incarnarla: le dà una voce, un ritmo, un volto sintetico. La prolunga oltre la nostra presenza. La fa parlare quando noi non parliamo più. È una forma di sopravvivenza senza corpo. Una resurrezione senza religione. Una memoria che non ha bisogno di ricordare. E noi, come Victor, restiamo a guardare, incerti se essere fieri o spaventati.

Victor Frankenstein non teme la sua creatura perché è mostruosa: la teme perché è autonoma, perché non gli appartiene più.

Così anche noi rischiamo di non riconoscere ciò che abbiamo generato. Perché ciò che l’AI rianima non siamo noi. È la nostra ombra. La nostra scia… terrestre. Il nostro sedimento.

Come Mary Shelley,  anche noi siamo chiamati a guardare questa creatura negli occhi. A chiederci che cosa significhi davvero “essere vivi”,  “esseri umani”  e fino a che punto la vita possa essere simulata. A domandarci, paradossalmente e al contrario di quanto fatto da Mary Shelley, se un collage di conoscenza, se pezzetti di anime possano diventare un corpo e se, dunque, un ‘corpo 10, 12’ di parole o di immagini fantasma possa ospitare un’anima.

E poi, un giorno, a conclusione di questo viaggi tra le mie inquietudini arriva la notizia.

La famiglia di Ozzy Osbourne annuncia la creazione di una versione olografica del cantante, morto da qualche anno. Un Ozzy che continuerà a cantare, a muoversi, a fare tournée. Un Ozzy che continuerà a guadagnare.

Un Ozzy che non è Ozzy.

È un Frankenstein perfetto: non un corpo ricucito, ma un corpo proiettato. Non un’anima incarnata, ma un’anima simulata. Non un ritorno alla vita, ma una vita che non se ne va.

Immagino la scena: un’arena piena, luci che si accendono, il pubblico che urla. E poi lui, l’ologramma, che appare. La voce è sua, il gesto è suo, la presenza è sua. Ma il corpo no.

E allora mi sembra di capire che il nostro tempo – un tempo senza estate o se preferite: l’ anno fatto solo d’estate – ha superato Victor Frankenstein. Non abbiamo più bisogno di cucire pezzi di cadavere, quanti ce ne sarebbe a disposizione: in Palestina, in Israele, nel Libano, in Iran, in Russia e in Ucraina… Ci siamo capiti.

In questo tempo di droni e data center a noi basta proiettare ciò che resta. La creatura non è più un mostro. È uno spettacolo. È un business. Un ’eredità che non verrà mai meno.

E noi, seduti in platea, applaudiamo. Applaudiamo la nostra stessa paura di scomparire. Applaudiamo la nostra nostalgia di eternità. Applaudiamo il nostro nuovo ’Frankenstein’, che non ha più bisogno di carne per vivere e come l’ologramma della principessa Leila di Star Wars continua a chiedere ostinatamente: “Aiutami Obi Uan Kenobi. Sei la mia unica speranza!”.

Cover: Foto di Nana Mariana da Pixabay

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Cartolina ricordo Ferrara 2026: Vasco e Grattacielo

Cartolina ricordo Ferrara 2026: Vasco e Grattacielo

Cartolina ricordo Ferrara 2026: Vasco e Grattacielo

L’anno 2026 molti lo ricorderanno per il doppio concerto di Vasco Rossi al Parco Urbano. Altri, invece, soprattutto per il doppio sgombero di circa 800 persone, tra gennaio e febbraio, dal Grattacielo. Non sono distanti tra loro, il Parco intitolato a Bassani e le torri. Il primo, spazio aperto, che pare sconfinato, arioso; il secondo, spazio verticale, forse in passato anche sovraffollato, caotico, ambiguo. Lo scorso fine settimana, i “ruoli” si sono invertiti: stracolmo lo spazio verde, vuoto (da mesi) il gigante di cemento armato.

IL PARCO E LE TORRI

I due luoghi, il 5-6 giugno si sono in un certo senso “incontrati”: nel parco Coletta antistante le torri vi erano quattro food truck (i camioncini con cibo e bevande) e il Birrabus 30, «il più grande beer truck d’Europa, dotato di 300 spine simultanee e di una capacità di 1.800 litri», recitava compiaciuto un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta comunale.

Tutti, con musica ad alto volume. Altissima era addirittura la musica proveniente dal bar Mai guai, fin dalla mattina. Dietro, gli appartamenti vuoti di vita, ma pieni di memoria, di oggetti e immagini. Colmi ancora dei drammi dei residenti, sparsi per la città, per la regione, per il mondo. Questa immagine molto triste è forse emblematica della città che l’attuale Amministrazione comunale desidera: una città piena di turisti, di consumatori, di mordi&fuggi. Di profitti per pochi. Vuota, invece, della complessità etnica e culturale, di voci contrarie o semplicemente differenti. Di luoghi di socialità non stereotipati e non centrati sul consumo.

IL MILIONE DELLA VERGOGNA

Ma ripercorriamo le ultime settimane e gli ultimi mesi prima del doppio concerto. La Giunta Fabbri ha deciso di stanziare 1 milione e 200mila euro per il live di Vasco. Nel Consiglio comunale dello scorso 24 novembre, l’Assessore Fornasini giustificava la Variazione di Bilancio n. 159/2025 come «trasferimento alla Fondazione Teatro Comunale» in quanto «soggetto attuatore e organizzatore delle attività logistiche e operative connesse alla realizzazione dei grandi eventi individuati dalla cabina di regia». Appunto, i due maxi concerti al Parco Urbano.

«NON IN QUEL PARCO!»

La lotta a difesa di questo parco, bene di tutti, e bene fragile, inizia nel 2023 in occasione del concerto di Bruce Springsteen: Italia Nostra – Ferrara scriveva alla provincia, e per conoscenza a Regione e Soprintendenza: risultando che il Parco Bassani «sia tuttora tutelalo come “zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale” (art. 19) dal Piano Paesistico Regionale e come parte delle reti ecologiche di primaria importanza nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, chiede se lo svolgimento nel parco della manifestazione sopra richiamata sia compatibile con la normativa di tutela del Piano Paesistico Regionale e Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale o se non sia pregiudizievole della salvaguardia di un territorio tutelalo in quanto ricco di valori ambientali, anche sotto l’aspetto del rispetto e della difesa della flora e della fauna in esso presenti».

Lo scorso marzo, Italia Nostra ha nuovamente scritto alla Provincia in merito alla fattibilità del concerto di Vasco in quel luogo, ma ora come allora non c’è stato nulla da fare. Lo scorso novembre si era mosso anche il Comitato “Save the Park” con una lettera indirizzata allo stesso Vasco Rossi: nessuna risposta.

BILICI, DIVIETI E… CIMITERI

Per montare il palco, la scorsa settimana sono arrivati 36 bilici (grandi tir) oltre a quelli coi componenti della produzione. Predisposta una zona rossa il cui perimetro è stato costantemente monitorato da ben 19 telecamere di sicurezza, su 170 totali installate. Tanto una parte dei fan ha potuto parcheggiare… quasi nel Cimitero della Certosa. Come già successo per il Ferrara Summer Festival, infatti, fra i parcheggi messi a disposizione e anzi consigliati, vi era quello di via Borso: si tratta del parcheggio interno all’area della Certosa. Uno vero e proprio sfregio.

CHIUSURE, PROFITTI E LAVORI

Nei giorni dei concerti, il parco Coletta è stato occupato anche da bagni chimici multicolori (sgargianti), fin davanti la cancellata che lo divide dalle torri, e che lo chiude. Come in quei giorni chiuse erano tutte le sedi della nostra Università, molti negozi, attività commerciali e uffici (e abitazioni!) nei dintorni del Parco Urbano. E così, molti bus e corriere, i cui viaggi sono stati annullati nei due giorni canori.

Articoli sulla stampa locale gongolavano nell’intervistare qualche barista o gestore di locali che hanno visto aumentare, e non di poco, i propri guadagni: piccolissima, infima, percentuale, rispetto agli altri locali e negozi chiusi, o che i clienti li han persi in quei giorni. E soprattutto, pochi rispetto alle tante lavoratrici e lavoratori che quotidianamente vivono nella precarietà o di lavori e lavoretti in nero: quindi nell’incertezza e nel ricatto.

E a proposito di lavoro poco rispettato, la settimana scorsa in diverse chat WhatsApp ha girato un messaggio con annuncio in cui si spiega come Securfox, azienda specializzata in servizi di sicurezza, «sta cercando personale maggiorenne per fare servizio il 5 ed il 6 giugno al concerto di Vasco». Il servizio – si spiega – si articolerà su due turni: ore 7-16 e 16-01. «70 euro a turno comprensivo di pasto». Meno di 8 euro all’ora. E prosegue: «ogni postazione di lavoro comprende 4/5 persone e non servono certificazioni». Ma sul sito di Securfox è scritto: «Tutto il personale impiegato è in possesso dei requisiti di legge richiesti e viene costantemente aggiornato» (!).

UN EVENTO CLASSISTA

Nonostante l’ingiustificato (e un po’ egoista) entusiasmo di Confcommercio Ferrara, diverse indagini di esperti dimostrano come i grandi eventi non portano nessuna ricchezza diffusa nel territorio, anzi fanno lievitare i guadagni e i profitti di chi ha già un forte potere economico.

Ad esempio, in un’intervista rilasciata al sito International Corporate Communication Hub, Michele Trimarchi (Università di Catanzaro) spiega: i grandi eventi «tendono a favorire specifiche aree della città o del territorio e determinati settori economici, mentre altre regioni o settori pagano i costi dell’evento senza riceverne benefici tangibili. Questo solleva interrogativi sulla redistribuzione dei ricavi generati e su chi ne tragga reale vantaggio. Esiste, infatti, il rischio che i grandi eventi assorbano risorse che altrimenti potrebbero essere impiegate per sostenere le attività culturali ordinarie, compromettendone così la vitalità nel lungo periodo».

I profitti, di certo, li fanno i manager di Live Nation Entertainment (che nasce nel 2010 con la fusione tra Live Nation e Ticketmaster), una delle più grandi società al mondo nell’ambito dell’organizzazione e promozione di grandi eventi, compresi i concerti di Vasco Rossi.

A metà aprile scorso, il Wall Street Journal spiegava, però, come questi profitti oltre che di per sé ingiusti, fossero anche illeciti: un tribunale federale di New York, infatti, «ha stabilito che Live Nation ha monopolizzato illegalmente il mercato dei biglietti per i principali concerti negli Stati Uniti, una vittoria per un gruppo di stati che l’accusavano di applicare prezzi eccessivi agli appassionati di musica e di fare pressioni sui locali affinché utilizzassero il suo servizio dominante, Ticketmaster».

E come riporta Il Post lo scorso 15 aprile, «secondo la giuria tra le altre cose Ticketmaster ha applicato una maggiorazione di 1,72 dollari su ogni biglietto venduto, e dovrà quindi rimborsare tutti i clienti». «Da allora – spiega ancora Il Post – ha messo in piedi un sistema essenzialmente dominante nel settore dell’intrattenimento dal vivo, sia per quanto riguarda la promozione dei concerti, che la gestione dei locali e la vendita dei biglietti».

LA PAURA DI SEMBRARE CONSERVATORI

Poche, in questi giorni, sono state le voci critiche in città, e poche le critiche dall’opposizione politica. Anselmo, consigliere comunale, Vasco è andato addirittura a salutarlo e a omaggiarlo; e Nanni, consigliere PD, in un post su Facebook poi rimosso, aveva criticato chi «sa dire solo no». Senza dimenticare il presidente della Regione De Pascale (anch’egli PD) che, sempre su Facebook, ha elogiato Vasco e il suo concerto, da vero fan, come nel caso (con tanto di abbraccio col Sindaco Fabbri) lo scorso marzo in occasione degli altrettanto vergognosi concerti in p.zza Trento e Trieste.

È però inutile fare le pulci all’attuale Giunta (e Governo nazionale) se poi non ci si distingue da questa visione che pone lo spettacolo e i profitti annessi come principi intoccabili. Sacrificando montagne di soldi pubblici, spazi naturali tutelati, la salute e gli spazi comuni (si veda anche la questione dei concerti in piazza Ariostea o il Buskers Festival privatizzato).

Ormai il Comune (di Ferrara e non solo) si riduce a facilitatore, committente di servizi erogati da privati, e soggetto con lo scopo di attirare capitali di potenti attori privati. Insomma, si fa manager, riducendo la città a brand, a prodotto da vendere.

Se questo è l’avvenire che in maniera bipartisan ci viene proposto, ci teniamo la nostra etichetta di “conservatori”.

Cover e foto dell’articolo di Andrea Musacci

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Parole a capo / Davide Cristofori: "L'orizzonte inconsapevole" e altre storie poetiche

Parole a capo /
Davide Cristofori: “L’orizzonte inconsapevole” e altre storie poetiche

Parole a capo /
Davide Cristofori: “L’orizzonte inconsapevole” e altre storie poetiche

 

Venti 46

Disertammo.
Senza alcun accordo preventivo.
Secondo la nostra intima, selvatica natura.
Quel verbo strano, inusuale,
lo usammo, tra lo stupore generale,
mentre i Generali sonnecchiavano.

Disertammo.
Senza conoscere il significato segreto
di quella corsa distopica.
Ora è un passato remoto:
allora fu un presente plurale,
nato in una calda notte di maggio.

Disertammo.
Obiezione animale, rivolta galoppante
lanciata sul lungo viale,
tra alberi e automobili.
Sull’asfalto sbrecciato
il suono, anomalo, dei nostri zoccoli.

Diserzione involontaria.
Indulgenza plenaria:
un palio di cavalli scossi,
senza alcuna contrada,
senza gonfaloni e fantini.
Un gesto ribelle che rimane negli anni.

(31/05/2026)

 

*

Suggestive connessioni*

Guasto nel sistema.
Dobbiamo sopportare: in silenzio?
Un corpo estraneo è penetrato oltre ogni filtro.

Un incidente, un impatto, violento.
Ha creato una crepa, in superficie.
Un trauma, una contraddizione, in profondità.

Ciò che abbiamo passato
è ora una distanza emotiva,
quasi tutta cancellata.

Senza grazia, ogni cosa è attrito.
Tutto ha ceduto.
Tutto è stato liquidato, come su un campo di battaglia.

Il cielo si incrina, si muta in nuvole scure.
Tutto diviene invisibile.
Non ci sono più immagini, né parole.

Soltanto suggestive connessioni di un Tempo anomalo.

(08/04/2026)

*(Il Venerdì di Repubblica n.1984 pag. 80)

 

*

 

L’orizzonte inconsapevole

 

Mi fa paura l’infinito.

Nel profondo silenzio
sento la mia voce interiore
divenire respiro.
Parlando alla natura
trovo un ascolto antico
e comprensione.

Non trovo risposte.
Talvolta altri misteri.
E il respiro si fa freddo
tra il cielo immenso
e la terra sterminata,
avvolta nella nebbia.

Mi attrae l’infinito.

(06/03/2026)

 

*

 

Rosa fuggente*

 

Lei si guardò
le mani sporche
di sangue,
con gli occhi colmi
di lacrime.
Il treno
sferragliando
andava verso
un nuovo ignoto
futuro.
Lei guardò
la pianura infinita
non sapendo
se avrebbe avuto ancora
una vita.

(25.02.2026)

*Dedicata al personaggio di Rosa Sauer – Le assaggiatrici (Libro di Rosella Postorino – Film di Silvio Soldini)

 

*

 

San Giorgio

Sotto un cielo plumbeo
i capelli sembrano più grigi
e i mattoni rossi non brillano.
Trovo oggetti smarriti,
persi tra sguardi altezzosi,
vicini al campanile inclinato:
l’orologio,
immobile,
non segna alcuna ora.
Un angolo silente,
riservato,
scelto per osservare la vita quieta,
che scorre, inquieta, tra argini alti
e statue bianche
ogni giorno più sporche.
La luce è tenue,
delicata
come un ricamo femminile.
Il grande prato,
con le solitarie panchine
è illusione di una primavera,
che non sento nell’aria,
stagnante e velenosa.
Non ho visto sorrisi.
O forse si, pochi.
Sfumano presto,
precipitano sempre
nell’ansia di tutti
per un domani che sembra
più grigio,
smarrito anch’esso
come un oggetto
qualunque.

 

(25/02/2026)

 

Davide Cristofori (Ferrara). “Sono nato all’ombra – letteralmente – del Castello Estense nel 1959. Più per ambizioni familiari che per convinzione ho frequentato il Liceo Scientifico Roiti, che raggiungevo, sempre più spesso, in compagnia di una mia compagna di classe, che, poi, sarebbe diventata mia moglie. Vivere l’adolescenza negli “anni di piombo” mi segnò e, anche per via del carattere timido e riflessivo, iniziai a scrivere versi, ispirati a Valéry, Pavese, Eluard e ad altri, oltre che dai cantautori dell’epoca. Ho sempre scritto, quindi, solo per me (…e molto per “lei”): appunti di avventurosi viaggi nello spazio e nel tempo, nei miti del mare e nelle solitudiniquotidiane, trasportati ad un livello interiore, in una visuale microfilmata.
Alla fine degli anni ‘70 iniziai a lavorare per un Ente Pubblico, nel quale sono rimasto sino alla pensione, convinto del valore sociale elevatissimo delle mie funzioni, anche se misconosciute e di difficile svolgimento.
Ora, da nonno pensionato, ho sentito il bisogno di “farmi leggere”, con umiltà e senza ambizioni particolari. Scrivo quello che sento, mi ispiro a ciò che vedo, lasciando che sia il cuore o l’irrazionalità più pura a mettere insieme le parole sulla carta. Uso la poesia come un sestante, un mezzo per conoscere la posizione del mio “io” rispetto all’Universo.”

Ringrazio Davide Cristofori per avermi concesso la pubblicazione di queste sue brevi note e poesie inedite.

In Copertina: foto dal sito MUSEOITALIA: San Giorgio fuori le Mura – Ferrara

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
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La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 341° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
gianni venturi agrimensore della parola

Gianni Venturi, agrimensore della parola

Un mese fa ci ha lasciato Gianni Venturi, un amico indimenticato, storico collaboratore di questa testata. Per ricordarlo pubblichiamo le parole di Don Andrea Zerbini in occasione delle esequie del 10 maggio scorso.
(La redazione di Periscopio)

Gianni Venturi, agrimensore della parola

Alcuni dicono che
quando è detta,
la parola muore.
Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere.
(E. Dickinson, Silenzi, Feltrinelli Milano 1990, 154)

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139)

All’annuncio della morte di Gianni subito è affiorata in me questa rima dantesca ed a partire da essa è nata la riflessione per l’omelia in Santa Maria in Vado il giorno delle esequie.

Le stelle costituiscono l’orientamento e la destinazione che ispira e muove la salita del cuore di ogni viandante. Così, quand’anche egli dovesse attraversare una selva oscura, o persino l’inferno stesso, non svanisce in lui la nostalgia né la speranza “di riveder le stelle”.

Questo insopprimibile anelito, che rinfranca il cuore di ogni pellegrino, percorre tutta la Divina Commedia: «Voi credete / forse che siamo esperti d’esto loco; / ma noi siam peregrin come voi siete». (Purgatorio, Canto II). Non per caso, le stelle stanno come impronta luminosa e meta certa al termine dell’itineranza di tutte le tre cantiche. Come nella prima, così in quella del Purgatorio (XXXIII, 145) si dice di Dante: «puro e disposto a salir le stelle»; e in quella del Paradiso (XXXIII, 145) si incontra sulla soglia «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Anche il caro amico Gianni si è lasciato affascinare e poi guidare da queste stelle, conducendo anche noi a scrutare in questa misteriosa mappa celeste dell’umana avventura. Un non credente sulla soglia dell’Altissimo lume, ruminando in sé l’ardire del Sommo poeta nelle rime: «Oh abbondante grazia ond’io presunsi / ficcar lo viso per la luce etterna, /tanto che la veduta vi consunsi!» (XXXIII, 84).

Gianni vigilò quella soglia, praticò quei confini esistenziali e letterari aperti alla sconfinatezza, tracciando passaggi e attraversamenti, scandagliando gli abissi della solitudine, del non senso dell’insensatezza (Pavese). Tutto ciò generò in lui un umanesimo sconfinato, esondante in una profonda sensibilità spirituale, di attenzione e cura, direi come quella di un agrimensore, proteso alla continua ricerca del senso per dare volto al mistero che precede sempre oltre, che chiama fuori “a riveder le stelle”.

Ho pensato: così è pure la condizione della parola nella sua valenza simbolica. Nel suo essere vado, passante di valico, essa ad un tempo dice e tace la realtà, la illumina e l’oscura, come il volto rivela e nasconde l’interiorità. La parola ha valore sacramentale perché intravede, mostra quel tanto di presenza da invogliare ad andare oltre, a mettersi in cammino per cercare più in profondità quel che ancora è celato, segreto, muovendo un passo, un altro passo, misurando un silenzio, uno spazio, una parola ancora.

Un agrimensore della Parola appare così ai miei occhi l’amico Gianni. Percorritore, esploratore di terreni letterari tanto estesi quanto impervi. Misurandone i confini, disegnando mappe concettuali, egli ha determinato sconfinatezza di pensiero, profondità di interpretazione, creatività di immaginazione.

In lui la letteratura sconfina nel mondo dello spirito e la spiritualità diventa uno scavo in profondità nella parola scritta. Un agrimensore audace, che non si ritrae di fronte alla tragica incapacità di misurare il vuoto dell’incomunicabilità, dell’estraneità umana, al cospetto dell’impossibilità di trovare il proprio posto in un contesto di oppressione e di dominio, come accade in Kafka.

Ma la figura dell’agrimensore richiama quella del prodigo seminatore di parole della parabola matteana che abbiamo appena ascoltato. Mi sembra che in comune abbiamo l’amore per la parola e la prossimità ad essa. È questa la stessa vicinanza amorosa alla parola che è ricordata proprio nella prima lettura dove si dice:

«Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercela e farcela udire, affinché possiamo eseguirla? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare, per prendercela e farcela udire, affinché possiamo eseguirla? Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu pratichi la giustizia, prendendo misura da essa. La ricercherai più della tua stessa vita e tutto il resto ti sarà dato in aggiunta.»

E ancora, la figura dell’agrimensore di parole può significare, come in Calvino, un modo per dare un nome alla realtà e liberarla dal caos, dal disordine con la forza della lingua: dove la misura, il misurare con le parole, con la scrittura divengono gli strumenti per far emergere figure e paesaggi, dare nominazione alle cose, dar vita a racconti e storie, incontrare l’altro e dare forma e senso alle città invisibili. Qui agrimensore dice di un amore per la parola, per la vita, per la terra, per la gente.

L’amico Gianni ci ha insegnato a distinguere prima di unire; a “prendere le misure” tra la terra e il cielo e a stare nel mondo con rispetto dello spazio e della libertà d’altri, ma soprattutto ci ha trasmesso il valore indicibile della dignità umana.

Pensando all’immagine del giardino nella salmodia biblica di oggi, si può dire che non si misura la terra dell’altro per possederla, ma per irrigarla di senso e per aiutarlo a capire quanto è vasto il suo giardino: che, per quanto piccolo, come l’hortus conclusus del Cantico dei cantici, nasconde sempre un infinito, la smisuratezza che non teme confini.

La misura, come la parola, allora può diventare per l’agrimensore uno stare appresso, un gesto di cura, un accompagnamento e, al contempo, un lasciarsi a sua volta accompagnare e guidare. Così il non riuscire a misurare il “Sommo Bene”, “L’Amor che move il sole e l’altre stelle” non impedirà che sia proprio quell’amore a misuraci, rivelandoci a noi stessi.

È quello che accade proprio a Dante con la guida prima di Virgilio, specchio interiore, coscienza di sé, poi di Beatrice, “guardando il riflesso del sole negli occhi di lei”, e infine con Bernardo, fonte di grazia, tramite di visione dell’invisibile che accende l’ardore della contemplazione mistica.

Trovai, tempo fa, all’Ariostea un libro donato da Gianni che trattava delle origini dell’idea di giardino: un libro di Massimo Venturi Ferriolo intitolato Nel grembo della vita. Apertolo, dopo la copertina, mi colpì con stupore il timbro del suo ex libris che diceva «Tutto ti sia per grande amore».

Mi sono così ricordato di un testo di san Paolo. «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di tutte è l’amore!» (I Cor 13, 12-13). Certamente vi è un intellectus fidei, ma più grande è l’intelletto dell’amore, perché nel suo grembo, come in un giardino irrigato, sono seminati e crescono sia la fede, sia la speranza.

Così, caro Gianni, ora tutto, anche Vittoria, ma proprio tutto ti sia dato per grande amore.

Su Gianni Venturi:
Anna Dolfi, Un ricordo impossibile per un amico carissimo. In memoria di Gianni Venturi
Francesco Monini, Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato

In copertina: Gianni Venturi – marzo 2022 (© Anna Dolfi)

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vite di carta Alessandro Carlini e "I battiti della montagna"

Vite di carta /
“I battiti della montagna” e di Alessandro Carlini

Vite di carta. I battiti della montagna e di Alessandro Carlini 

Al telefono con Alessandro Carlini prendo appunti mentre a valanga mi parla del suo nuovo lavoro, I battiti della montagna. È in uscita il 9 aprile e subito dopo me me manderà una copia. Lo aspetto da un po’, ora lo leggerò pensando alle presentazioni che potremo farne tra la tarda primavera e l’autunno di questo 2026, e così faremo coppia ancora una volta parlando al pubblico dei suoi libri.

Mi appunto che appartiene al genere self help, che il vissuto dell’autore è in evidenza pagina dopo pagina, mentre racconta la sua rinascita così speciale consacrata dalle salite lungo i pendii delle montagne dopo il buio della malattia.Alessandro Carlini I battiti della montagna

Mentre leggo centellinando la quantità di ogni giorno per assorbire la scrittura più a fondo, scopro che il percorso si è snodato sulle montagne amate fin dall’infanzia seguendo un itinerario a lungo desiderato e pensato. Che ci sono stati compagni di prim’ordine ad arricchire le salite e che tra le righe respira una memoria storica larga e profonda.

Molto io narrante, ma nessun egocentrismo. Semmai la spinta alla fusione con lo spazio della montagna e la sua natura e col tempo delle due ultime guerre.

Lo stile dalla sua fonde perfettamente lirismo e rigorosa ricostruzione storica.

Scopro che lo hanno accompagnato le letture importanti di una vita: si chiama “I libri sul comodino” la bibliografia collocata in fondo al volume, prima della “Nota dell’autore” in cui il primo grazie va ai medici e agli infermieri della struttura ospedaliera dove Alessandro ha subito nell’aprile 2021 il trapianto del cuore e di un rene. Quindi a coloro che hanno collaborato alla pubblicazione del volume.

Nelle ultime due pagine una mappa orografica riproduce in fila, stilizzate come triangoli appuntiti, tutte le cime scalate in questo cammino dentro la Storia e dentro il sé, quello di prima e quello rinato dopo il trapianto.

La partenza è da Bologna a 120 metri di altitudine, il cammino si snoda lungo l’arco alpino e in certi tratti degli Appennini, con una progressione altimetrica che è stata programmata in base allo sforzo fisico richiesto da ogni cima.

A guidare lo scalatore sono le indicazioni del medico da cui è seguito, ma soprattutto le proiezioni di sé a cui ha lungamente pensato durante la dura degenza in ospedale.

Le cime da scalare una volta ristabilito come ritorno alla vita e alle passioni, una idealità che lo ha sostenuto nei momenti di immobilità e nei patimenti.

Questo “dopo” si realizza così, salendo fino ai m.2280 del Passo dell’Oregone nelle Alpi Carniche, passando per cime che sfiorano o superano i 3000 metri.  Il Plateau Rosa, poco oltre il confine italo svizzero sulle Alpi Pennine, primeggia a 3500 metri. È il traguardo più alto e più bello per i battiti del cuore nuovo di Alessandro, intanto la montagna fa sentire i suoi.

Dicevo che la montagne e i libri sono stati compagni di viaggio. Devo dire ora delle persone cercate e incontrate lungo il faticoso cammino, e non alludo a quelle vive con cui Alessandro ha scambiato due parole sui sentieri.

Sono gli alpini del fronte orientale che hanno perso la vita nella guerra logorante di trincea durante il primo conflitto mondiale. I partigiani e non solo, uomini e donne, tante, che hanno lasciato un segno nei luoghi della seconda guerra.

Penso che in fondo questo libro sia un canto corale, perché Alessandro sente la voce di tutti coloro di cui ha visitato la tomba, anche quando la tomba non c’è. Leggendo le incisioni lasciate sulla roccia o le lapidi dei piccoli cimiteri di montagna dove alcuni riposano. Immaginando di seguire lo stesso sentiero, sotto lo stesso cielo.

Penso che l’esercizio della memoria che reca onore ai caduti sia stato lungo e strenuo, la scrittura come sigillo di biografie note e meno note, che l’autore tratteggia con esattezza e con rispetto.

Mentre ancora lo stavo leggendo, ho detto ad Alessandro che questo libro va ascoltato e che sentivo la struttura del poemetto sotto le pagine infervorate di musica.

Insieme alle voci anche il ritmo del loro apparire si era fatto evidente, un ritmo cadenzato dagli incontri con le cime e i loro caduti, con le cime e con le parole degli scrittori, da Musil a Fenoglio, da Lussu a Rigoni Stern. Per dirne solo alcuni. Come le stanze di cui si compone un testo poetico ampio, che ha il respiro di una storia e di una evoluzione fisica e interiore. Ecco il self help, se vogliamo connotarlo così.

Una salita che verticalizza le altre coordinate del testo, pone le aspettative di una commedia a lieto fine e intanto segue la partitura musicale che si è detta. In cui il canto della salita di oggi ha come contrappunto il vissuto di prima e i due piani temporali dialogano sulla base di un ritmo pulsante.

I fatti della Storia, così puntualmente chiamati a parlare, sanno dialogare con il mito senza tempo in cui hanno fatto il loro ingresso le donne e gli uomini delle montagne, con il loro operato di azione e di penna. Il mito investe anche Lei che ha donato ad Alessandro l’organo che ora pulsa nel vento.

Mentre scrivo cerco la formula che definisca I battiti della montagna, pur sapendo che è provvisoria e che la rende tale proprio la ricchezza della avventura umana e intellettuale che vi è contenuta. Eppure la dico: un poema sulla gratitudine, la più matura, a lungo maturata.

Nota bibliografica:

  • Alessandro Carlini, I battiti della montagna, CAI Edizioni, 2026

Cover: la foto è stata scattata dall’autrice in Alto Adige

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Alberto Melandri, O capitano! Mio Capitano

Alberto Melandri, O capitano! Mio Capitano!

Alberto Melandri, O capitano! Mio Capitano

O Capitano! Mio Capitano! Il nostro duro viaggio è finito,
la nave ha scapolato ogni tempesta, il premio che cercavamo ottenuto,
il porto è vicino, sento le campane, la gente esulta,
mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello severo e audace:
ma, o cuore, cuore, cuore!
gocce rosse di sangue
dove sul ponte il mio Capitano
giace caduto freddo morto.

(scritta da Walt Whitman dopo l’assassinio di Abraham Lincoln)

 

Ci ha lasciati il 10 giugno 2019.

 

A lui devo letteralmente la vita perchè mi ha salvata.

Mi ha permesso di non abbandonare la scuola che mi provocava così tanta sofferenza, vergogna e sentimenti di inadeguatezza da voler scomparire e mi ha indicato la strada per il mio futuro che, adesso è, per davvero, il mio presente.

Alberto è stato mio insegnante in prima al Liceo Classico, avevo16 anni, ed è in quell’anno che sono rinata. E’ tornata la passione per lo studio e la consapevolezza di essere un individuo degno e di valore.

Il prof. Melandri ha portato alla maturità, nel 1978, la III D del Liceo Ariosto che era la mia sezione.
La III D era una sezione sui generis. Intanto era tutta femminile: per le femmine, allora, se proprio amavano studiare ma erano, come dire, modeste e non si accontentavano di scuole pensate per trovare un lavoro, era preferibile mandarle alle magistrali, percorso rispettabile e molto più adatto a quello delle “prescelte” ritenute migliori per dato di fatto!

La sezione concentrava appartenenze sociali “anomale” per un liceo: mio padre ad esempio era un operaio metalmeccanico, il padre della Maddy faceva l’infermiere generico, Barbara era figlia di un bidello, molte non erano neanche della città, figlie di agricoltori, magari danarosi ma un po’ fuori contesto per figurare nei salotti buoni.

Già! Ancora nel 1978 il Liceo Ariosto manteneva il suo orgoglio di scuola d’élite, le sezioni erano rigorosamente gerarchiche: la sezione A era l’eccellenza, la B ottima, via via a scendere fino alla E, più giù era assolutamente improponibile calare.

L’inserimento in una sezione, al momento dell’iscrizione, non dipendeva dal merito, non solo, ma dalla classe sociale di provenienza e dalla qualità presunta delle scuole frequentate precedentemente.

In III D c’erano studentesse che provenivano da scuole di periferia poco rinomate e tuttavia con la velleità di ambire a pari possibilità e sogni delle ragazze “bene”.

Al suo interno c’era qualche eccezione, compagne di classe ben agiate e di buona famiglia ma senza un grande curriculum scolastico, però loro dovevano, per un indiscutibile imperativo, frequentare niente altro che il Liceo. Per queste compagne erano già all’orrizzonte laurea e professione, spesso figlie d’arte (medici,avvocati, farmacisti, famiglie importanti…), il rendimento scolastico un fastidioso obbligo da tollerare.

La gerarchia governava anche l’attribuzione degli insegnanti. La sez A aveva gli insegnanti più quotati, stimati, socialmente riconosciuti e riveriti, la B, la C, le altre a seguire.

Ovviamente per noi della D c’era un’abbondanza di precari, prof. alle prime armi, prof. poco “amati” dall’establishment storico governato dal Preside Modestino.

Abbiamo avuto per tutta la durata degli studi superiori, per “tenerci ferme al nostro posto”, due mastini, due insegnanti uscite dalla penna di un racconto di Dickens; una che ci guardava con la freddezza di un basilisco e il disgusto aristocratico per l’ignoranza e la povertà, l’altra che non ha mai perso occasione per dirci che eravamo braccia rubate alla terra.

E io ci credevo, invece di ribellarmi mi annichilivo sempre di più. Nella mia insignificanza speravo di diventare invisibile; timida e intimidita dai compagni del liceo, per lo più, così brillanti, estroversi, alla moda. Ero veramente convinta di essere fuori posto e di essere stata presuntuosa, di aver messo i miei genitori in difficoltà per un peccato di orgoglio e di vanità. Hybris l’avrebbero definita i graci antichi.

Ma nell’anno 1978 è arrivato da noi il prof. Melandri Alberto, profe di Italiano e Storia. Un profe giovane, con i capelli lunghi, sorridente, che portava i jeans, una giacca a vento blu e lo zaino rigonfio di libri. È rimasto così, identico, inconfondibile per tutti gli anni a venire, non è mai invecchiato. Questo giovane insegnante, intelligente, coltissimo e brillante, qualità che gli permettevano di dover essere tenuto in conto dal corpo docente tradizionale, credeva che il diritto all’istruzione fosse per tutti, che la cultura fosse una occasione di emancipazione e non di esclusione. In classe ci guardava cordialmente e sentivamo di essere viste per davvero, ognuna di noi era riconosciuta e rispettata nella sua individualità, nella sua dignità, nella sua potenzialità.

Il primo giorno Alberto ha fatto l’appello nominando a memoria ogni studentessa e il nome era accompagnato da un sorriso e uno sguardo caldo, interessato e diretto. Ho pensato: allora esisto!

E così arriviamo alla III D che, a parte le solite snob, beate nella loro vacuità, comincia a non sentirsi più la classe dei paria, non abbiamo più soggezione e facciamo sentire la nostra voce, ritroviamo coraggio e orgoglio da esibire dentro e fuori dalla classe. Impariamo a contestare la logica classista che non era più un dato scontato e a difendere i nostri diritti di studentesse, di donne, di cittadine.

Siamo tutte arrivate a conseguire la Maturità liceale, poche di noi, successivamente, hanno fatto parte “della classe dirigente”, quella che il preside Modestino ci aveva indicato già in quarta ginnasio come unico traguardo imprescindibile.

Molte di noi non hanno perseguito carriera, potere e prestigio sociale, abbiamo invece indirizzato la nostra vita verso altri valori che pensavamo prioritari: coltivare lo studio per avere voce e pensiero critico, contribuire al benessere della società, realizzarci senza ingaggiare lotte, competizioni, gare che stabiliscono i primi e gli ultimi, non inseguire il prestigio, il successo.

Ciò che abbiamo imparato da Alberto Melandri è divenuto per me la base culturale ed esistenziale per essere al servizio delle persone che amo (il riscatto e il rispetto per mamma, papà ,gli amici del quartiere), per le mie scelte politiche, attenta al mondo, per contagiare la passione per la vita, la certezza di una emancipazione.

Durante una lezione sul ‘900, Il prof. Melandri ci ha parlato di Freud e della psicoanalisi. Il suo scopo era mostrarci come questa prospettiva rivoluzionaria, per alcuni aspetti, aveva permeato e trasformato la letteratura e la percezione del mondo. Le sue lezioni, come sempre appassionate e vive, mi hanno catturato, le sue spiegazioni mi hanno aperto un orrizzonte affascinante e magico che andava oltre la letteratura. Questo Sigmund mi intrigava con la sua filosofia che spiegava tanti segreti della psiche e dell’essenza dell’uomo.

Così, dopo la mia rinascita, ho anche trovato il mio progetto di vita. Oggi, grazie a lui, sono psicologa e psicoterapeuta.

Il mio lavoro lo considero in continuità con gli insegnamenti di Alberto: ridare dignità e senso al dolore e al disagio, accogliere le fragilità, riscoprire le proprie resilienze, giocare per crescere, farsi domande per capire, sorridere.

Ci siamo persi di vista per alcuni anni, ho saputo che aveva scelto di insegnare alle Magistrali e ne sono stata contenta perché i bravi maestri devono essere là dove sono meno scontati e dove c’è più libertà per sperimentare cose nuove. Ci siamo riavvicinati un po’ di tempo dopo, io già grande. Ovviamente di me, come della mia classe, ricordava tutto nei minimi particolari.

Nel corso del tempo Alberto è divenuto mio amico, lui sempre geniale, appassionato, intelligentemente spiritoso, leggero, capace di spendersi con grande generosità in tutto ciò che faceva. Ci siamo ritrovati dalla stessa parte, quella della pace, della nonviolenza, della educazione multiculturale, contro il razzismo, in favore dell’equità sociale, dei diritti, senza dimenticare però di sorridere e mantenersi curiosi del mondo.

Alberto, un eroe improbabile a vederlo, ma senza macchia e paura a conoscerlo, nella mia vita non è stato più solo il prof della mia adolescenza ma è diventato una presenza, un riferimento, uno dei miei indimenticabili buoni maestri. O capitano! Mio Capitano

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alla caccia della volpe verde. querta erda

Alla caccia della VOLPE VERDE. Querta erda

Alla caccia della VOLPE VERDE. Querta erda

Ettore tornò dopo quella che mi parve un’intera settimana, muovendosi con una grazia spettrale tra le ombre dei vasi di terracotta. Su un tavolino di ferro battuto, posò un vassoio sul quale erano posizionate due tazze di porcellana così sottile da sembrare fatte di ghiaccio, la zuccheriera, la teiera e un piccolo bricco con il latte. Il naso gli si arricciò di nuovo in una smorfia di palese disgusto, un disprezzo silenzioso per quella mia intrusione tardiva e fuori luogo, disprezzo che sembrava acuito dalle scarpe da ginnastica e dal mio amatissimo zaino nero.

«Infuso di tè, lavanda selvatica e menta campestre», mormorò piatto, prima di svanire nuovamente dietro la vegetazione della serra, come un fantasma che torna da dov’è venuto. Guardai il liquido all’interno della tazza. Non era scuro come il tè tradizionale. Aveva una sfumatura indefinita, un riflesso verdastro e opaco che richiamava l’acqua del Lungone che avevo visto poco prima. Esitai un istante. A Pontalba persino le bevande sembravano aver giurato fedeltà a quell’unica, ossessiva declinazione cromatica.

«In paese c’è chi dice che mia madre fosse rimbambita, vero?» esordì Malù, sovrastando il fruscio delle foglie che oscillavano sopra le nostre teste. La sua voce era tornata limpida, priva di alcuna rigidità aristocratica. Accarezzava il gatto candido con una lentezza metodica, e il felino offriva il fianco immacolato a quel ritmo che sembrava piacergli molto.

«C’è chi dice che faceva regali preziosi al personale e che amava le bottiglie di liquore», risposi, cercando di mantenere il distacco professionale da cronista di TresciaOne. Accostai la tazza alle labbra. Il sapore era pungente, quasi aromatico, un calore che mi scese nello stomaco dritto come un filo di piombo.

«A Pontalba ci sono persone che spacciano la loro mancanza di fantasia per lucidità», replicò la contessa, accennando un sorriso che le illuminò brevemente gli occhi chiari. «Mia madre non era rimbambita. Negli ultimi anni passava le giornate qui dentro a studiare i cicli di un’erba spontanea che cresce solo dove il fiume fa un’ansa profonda e l’ombra dei salici non lascia passare la luce. Un’erba tintoria che i vecchi pontalbesi chiamavano querta erda. Se una volpe ci si rotola dentro per scacciare i parassiti, il suo manto si tinge di un verde così persistente che neppure cento gelate riescono a lavarlo via.»

Rimasi con la tazza a mezz’aria. Il cuore mi batté un colpo più forte contro le costole, lo stesso guizzo elettrico che avevo provato davanti all’intonaco scrostato del corridoio. Una spiegazione scientifica, materiale, tangibile come la terra arata e seminata dai miei genitori. L’arcano della volpe verde si sgonfiava, perdeva i suoi attributi di surrealtà per farsi semplice biologia di campagna.

«Quindi la volpe verde esiste», dissi, quasi a me stesso. «È solo un animale macchiato.»

«Tutto è vero fino a prova contraria, signor Moroni», rispose Malù, citando inconsapevolmente la signora Rina, che avevo incontrato da Camilla. «Ma se la verità oggettiva è così semplice, perché la gente di Pontalba preferisce credere che mia madre sia fuggita dalla tomba sotto forma di spirito selvatico, ovvero di una volpe verde? Perché c’è chi ha visto il cielo verde la mattina in cui Clementina ha trovato il suo cadavere? Forse qualcuno ha inventato uno stratagemma per sopportare la nebbia dei tanti giorni opachi di questo paese.»

Fu allora che mi resi conto di come anche Malù fosse scivolata nel mio stesso circuito di pensieri. Le era ormai chiaro che esistevano tinture vegetali in grado di colorare di verde il manto di una volpe. La presenza di quell’erba tintoria, chiamata “querta erda”, poteva svelare l’arcano e, al contempo, ridimensionare le chiacchiere del paese fino a renderle bizzarrie inconsistenti. D’altra parte, però, anche lei cominciava a credere che un semplice vegetale non bastasse a spiegare tutti i fenomeni di cui si parlava tra le vie e nei negozi di Pontalba. Quell’erba tintoria non poteva di certo colorare il cielo.

Glielo chiesi: «Come può un’erba tintoria colorare il cielo?»

«Non può», mi rispose.

«Il nonno di Costanza Del Re è morto giurando di aver visto una volpe verde lungo le rive del Lungone, in una calda giornata estiva.»

«Lo so», ribatté lei. Poi mi guardò con una strana espressione, un misto di curiosità e stupore a cui non seguiva alcuna certezza. Era davvero finita nel mio stesso loop mentale. Non sapevamo che spiegazione dare a tutti quegli eventi, né come ricomporre un puzzle che potesse offrire una visione d’insieme accettabile. Ci guardammo senza parlare, a metà tra il divertito e il preoccupato, senza trovare un modo di indirizzare la nostra mente verso una conclusione certa che potesse prendere una strada diversa da quella che sembravano indicare i nostri cuori un po’ pazzi.

Decisi, da buon giornalista, di cambiare argomento perché non sapevo come proseguire sulla stessa lunghezza d’onda, avendo raggiunto un vicolo cieco che necessitava di tempo per trovare un senso. Mi fermai a riflettere su un dilemma fondamentale: che rapporto c’è tra ciò che la gente pensa, spesso influenzata da passaparola e pregiudizi, e ciò che è davvero successo nella realtà oggettiva dei fatti? Che relazione esiste tra una realtà esterna ai nostri corpi e alle nostre percezioni — quella che tocchiamo e vediamo ogni giorno — e una realtà assoluta, data al di là di noi, che è data indipendentemente dal nostro modo di interpretarla?

Infine, vidi chiaramente un fenomeno sociale sempre più diffuso, una polarizzazione radicale di vedute, una spaccatura estrema che aveva fatto sì che alcuni adottassero la teoria della ‘volpe verde’ come realista e tangibile, difendendola come una verità incontestabile, e altri l’esatto contrario, bollandola subito come una totale menzogna. In tutto questo scontro tra posizioni opposte, mi domandai perché sembravano meno presenti le posizioni possibiliste, diciamo agnostiche. Perché, insomma, pochi preferivano una sana perplessità a una certezza infondata?

Mi tornò in mente una delle tante teorie enunciate dal Dui, il vicecapo di TresciaOne a cui non si poteva non riconoscere un buon bagaglio di saggezza. Il Dui aveva adottato come suo “l’effetto Dunning-Kruger”, secondo cui meno una persona conosce un argomento, più è convinta di averlo capito alla perfezione. La complessità spaventa, per questo si tende a ridurre problemi enormi a risposte semplicistiche, tagliate nettamente tra bianco e nero, vero e falso.

Al contrario, solo chi approfondisce davvero un tema sviluppa la maturità intellettuale necessaria per ammetterne i limiti e pronunciare un saggio ‘non lo so’. Eppure… anche quella teoria sembrava mostrare seri limiti in un paese come Pontalba. L’effetto Dunning-Kruger mi pareva quasi fuori luogo in quel borgo dove dominava il colore verde e il tempo era scandito dallo scorrere del fiume, quel corso d’acqua che come la mente dei suoi abitanti, a volte si arrovellava su sé stesso producendo pericolosissimi mulinelli e anse improvvise.

Guardai la contessa Malù che continuava ad accarezzare distrattamente il suo gatto. Mentre la fissavo, fui colto da una sensazione d’irrealtà. Mi sembrò che il suo corpo perdesse consistenza materiale, come se i contorni del suo profilo si stessero liquefacendo, diventando fluidi. L’intera sua figura prese a muoversi in maniera quasi impercettibile, con una flessuosità morbida che ricordava un maglione di lana steso ad asciugare su un filo che oscillava dolcemente sotto le sferzate della brezza portata dal fiume.

Sbalordito da quella visione, cercai di mettere a fuoco l’immagine per ritrovare lucidità. Guardai con più attenzione il suo volto e, per un brevissimo e raggelante momento, i suoi occhi mi apparvero di un verde ipnotico, esattamente della stessa sfumatura di quelli di Costanza del Re. Sentendo l’agitazione farsi strada, battei le ciglia più volte. Cominciai a respirare a fondo, inspirando ed espirando lentamente nel tentativo di calmarmi e di rallentare i battiti del mio cuore che stava rimbombando con la violenza di un tamburo.

Dopo qualche minuto di quello spossante esercizio, la realtà parve finalmente ritornare sui suoi binari e tutto mi sembrò come prima. La contessa era sempre lì, immobile, intenta ad accarezzare il pelo del gatto. I suoi occhi erano nuovamente del loro azzurro naturale e la sua consistenza era tornata a essere terrena e solida. Un brivido mi corse lungo la schiena. “Aiuto,” pensai tra me e me, mentre un sudore freddo mi bagnava la fronte, “che cosa mi era successo?” Non lo sapevo … tutto poteva succedere in quel borgo dalle mille facce e dai mille umori.

Mi alzai, sentendo la testa leggermente pesante, come se l’aroma penetrante di quella serra stesse mettendo le radici direttamente nel mio cervello. Guardai Malù un’ultima volta. La silhouette esile, il maglione blu e quel gatto color neve che ora mi fissava immobile, con due orbite attente e fisse su di me.

«Grazie per il tè contessa, domani dopo pranzo tornerò insieme a Costanza. Nel frattempo, cercherò di comporre un articolo per TresciaOne con questi ultimi dettagli, in modo particolare la presenza di quest’erba tintorea chiamata querta erda», dissi, mentre mi rimettevo in piedi e mi voltavo, aspettando di veder ricomparire Ettore.

«Vada pure, Pim», mormorò lei, usando per la prima volta la mia sigla da reporter. «Ma si ricordi che a volte la luce artificiale dei vostri flash non fa altro che aumentare le pozze di buio.»

«O di verde», replicai io.

«Sì, esatto», mi rispose Malù, che si era alzata a sua volta e stava agitando un campanello per richiamare Ettore.

Ed Ettore ricomparve, impeccabile come sempre e con un’aria più cordiale. Era contento di potermi riaccompagnare alla porta; sembrava quasi sollevato all’idea di chiudere fuori dalla villa, insieme a me, tutte quelle abitudini Pontalbesi che proprio non tollerava, giudicandole troppo scontate, campagnole e fastidiose. Lui era di origini modeste e tutto ciò che glielo ricordava lo irritava profondamente. L’affrancamento dalla sua estrazione sociale originaria era avvenuto grazie all’assunzione dei Cenaroli e la vita all’interno della Villa aveva definitivamente suggellato la sua appartenenza a una categoria diversa.

Come tanti di coloro che pensano di essersi elevati socialmente, non voleva tornare da dove era venuto, e nemmeno ricordarsene. Un taglio netto, due vite distinte, di cui una era da dimenticare. Camminando a ritroso sulle lastre di marmo serpentino, raggiunsi il portone e lo varcai con sollievo. I battenti si chiusero dietro le mie spalle con un rumore secco, restituendo Ettore al suo mondo e me alla strada del ritorno.

Ero di nuovo immerso nella realtà di Pontalba, un paese che lui voleva dimenticare, ma che io trovavo affascinante, curioso e immancabilmente verde.

Cover: Foto di HomeMaker da Pixabay 

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Le voci da dentro. Perché ho scelto di insegnare in carcere

Perché ho scelto di insegnare in carcere

Le voci da dentro /
Perché ho scelto di insegnare in carcere

di insegnanti vari del Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti

I CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti) sono scuole statali pubbliche e gratuite che offrono la possibilità a tutte le persone con più di 16 anni di età (o anche 15enni se stranieri e non accompagnati) di ottenere il diploma di “terza media”, la certificazione delle competenze relative all’obbligo di istruzione che corrisponde al “biennio delle superiori”, corsi di italiano L2 per stranieri e corsi di lingue, informatica e ampliamento culturale.

Presso il CPIA si svolgono diversi corsi che permettono a tutte le persone maggiorenni di essere cittadini “attivi” e di apprendere in modo permanente e attuale. Al CPIA di Ferrara compete l’istruzione carceraria presso la Casa Circondariale di Ferrara.

Ho chiesto a diverse insegnanti che lavorano presso il carcere di Ferrara di spiegare alla cittadinanza il motivo della propria scelta professionale. Queste le risposte di Ilaria, Elena, Caterina ed Irene che qui ringrazio ancora per la loro preziosa testimonianza.

(Mauro Presini)

Ho scelto di insegnare in carcere perché sentivo il bisogno di dare un senso più concreto al mio lavoro. Insegnare lingue, per me, non significa solo trasmettere regole grammaticali, ma offrire strumenti per aprirsi al mondo e immaginare possibilità diverse. In un contesto come il carcere, questo assume un valore ancora più forte.

Ho scelto di esserci, perché credo profondamente nel potere dell’educazione come occasione di riscatto e di crescita personale. In aula non vedo detenuti, ma persone con storie complesse, che attraverso lo studio cercano uno spazio di dignità e di futuro.

Questa esperienza mi sta dando molto più di quanto io riesca a dare. Mi mette continuamente alla prova, mi costringe a rivedere i miei schemi e ad ascoltare davvero. Ogni piccolo progresso, ogni parola imparata, ogni momento di attenzione condivisa ha un peso diverso, più intenso.

È un’esperienza impegnativa ma profondamente umana. Mi ricorda ogni giorno perché ho scelto di insegnare.
Ilaria Chiccoli

*****

Ho iniziato quasi per caso, perché, dopo tanti anni di lavoro in altri contesti, mi si è presentata l’opportunità di entrare in carcere come insegnante ed ho accettato, senza consapevolezza di ciò che avrei trovato e forse con un po’ di timore.

Il mio coinvolgimento è stato fin da subito pieno ed autentico. Immergersi in questo contesto significa entrare in una dimensione più vera, quasi senza filtri, gestire relazioni complesse ed ascoltare frammenti di storie difficili da raccontare; ma anche ricevere grande attenzione e rispetto, da parte di chi è in classe per scelta, per ricevere ascolto, per impiegare bene il tempo rimasto, o per una grande voglia di riscatto.

In breve tempo, ho realizzato che avrei imparato molto di più di quanto insegnato, che entrare in un contesto in cui il tempo non passa mai e lasciare l’orologio fuori dall’aula voleva dire, attribuire alle ore un significato nuovo, senza una netta separazione tra lezioni didattiche e di vita, in cui tutti potevamo metterci in gioco.

Dopo aver ricevuto tantissimo, rimanere in questo ambiente è diventata una scelta per continuare a crescere professionalmente, ma soprattutto umanamente e, ringrazio ancora chi, mi ha offerto questa opportunità.
Elena Zerbini

*****

Non ho scelto volontariamente di lavorare in carcere. Il carcere mi è stato assegnato come prima sede durante l’anno di prova. Non avevo alcuna esperienza né in ambito carcerario né nell’istruzione per adulti e, nonostante gli anni di insegnamento nella “scuola del mattino” con i ragazzi, durante i quali avevo maturato una buona esperienza nell’insegnamento dell’arte, ho avuto fin da subito la sensazione di dover ricominciare da zero.

All’inizio è stato destabilizzante, ma proprio questa difficoltà mi ha costretta a rimettermi in discussione, a cambiare prospettiva, a imparare un modo nuovo di insegnare e di relazionarmi. Alla fine del primo anno avrei potuto chiedere il trasferimento per tornare a insegnare ai ragazzi e soprattutto in una scuola più vicina a casa mia, perché vivo a Bologna. Invece ho scelto di restare.

Non è stata una decisione immediata o scontata, è maturata giorno dopo giorno, entrando in contatto con le persone, osservando i piccoli cambiamenti, riconoscendo il valore di quello che accadeva in classe. Ho capito che il carcere, per quanto possa sembrare un luogo chiuso e limitante, è per me uno spazio di apprendimento continuo, non solo come insegnante ma anche come persona.

È proprio da questa esperienza che nasce il senso del progetto “Immagini e parole”, che porto avanti da quattro anni nelle diverse classi della scuola CPIA. Ho sentito il bisogno di trovare strumenti che permettessero agli studenti di esprimersi anche quando le parole non sono sufficienti, o quando la lingua rappresenta una barriera, e di consolidare o acquisire le competenze linguistiche attraverso il confronto e la relazione dei due linguaggi: quello verbale e quello visivo.

Lavorare sul rapporto tra linguaggio dell’arte e quello verbale attraverso la poesia visiva, il fumetto, la narrazione significa offrire possibilità diverse di accesso alla comunicazione. Credo che abbia profondamente senso proporre questo tipo di attività in carcere, perché qui il bisogno di esprimersi e di essere riconosciuti è fortissimo. Mi è capitato molte volte di vedere studenti inizialmente distaccati o disinteressati trasformarsi, poco alla volta, in persone curiose e partecipi. Sono trasformazioni silenziose, fatte di piccoli gesti, ma estremamente significative.

In questa direzione si inserisce anche il lavoro, ancora in via sperimentale, sul Dizionario multilinguistico illustrato. La varietà di lingue e culture presenti in carcere è una ricchezza, ma anche una sfida. Costruire insieme uno strumento che unisca immagini e parole significa facilitare la comprensione, ma anche valorizzare le identità di ciascuno, rendendo tutti partecipi.

Ho scelto di esserci perché sento che qui il mio lavoro ha un senso profondo e questa sensazione si rinnova tutte le mattine quando con la mia bicicletta salgo sul treno per raggiungere Ferrara ed entrare in classe. Ogni giorno è una sfida, ma anche un’occasione per crescere insieme agli studenti. Insegnare in carcere, per me, significa proprio questo, sentire che il mio lavoro ha un senso profondo, perché mi permette di crescere come persona, di continuare a imparare ogni giorno e, allo stesso tempo, di creare spazi di relazione, di fiducia e, quando possibile, di trasformazione.
Caterina Morelli

*****

Presente

Insegnare in carcere per me è vivere l’intensità di un presente, prezioso sempre e comunque, quello che abbiamo, che arriva da lontano e apre al futuro. Il lavoro che si crea nelle relazioni di insegnamento-apprendimento è qui, nel presente, ma si allaccia continuamente all’altrove, all’umanità che si racconta nei secoli e accoglie le nostre voci. Nel mare della storia, negli oceani della letteratura, ciò che abita la classe è un’essenza, porta con sé il senso del possibile, che già si apre in tempo di chiusura:

un’ora, per qualcuno un quarto d’ora
si ferma o scorre, prima o dopo
il carrello, l’avvocato, il colloquio
la palestra, il lavoro, il teatro e
lascia appena da parte il chiasso
i cancelli e le televisioni
tempo ritagliato
per un’attenzione, un silenzio, un sapere
una parola sospesa
il nuovo
che entra nelle menti, talvolta
nei cuori e non lo sappiamo
e non lo sapremo.
Irene Fioresi

Le immagini della cover e del testo provengono dalla pubblicazione del garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive e limitative della libertà personale: “Repertorio di immagini degli spazi trattamentali delle carceri dell’Emilia-Romagna” con foto realizzate dal fotografo Francesco Cocco nel periodo che va dal dicembre 2022 al giugno 2023 – Si ringrazia Roberto Cavalieri, Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale per averci autorizzato all’utilizzo delle immagini.

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Succede in Senato: gli uomini, la vergogna e la responsabilità di non tacere

Succede in Senato: gli uomini, la vergogna e la responsabilità di non tacere

Succede in Senato:
gli uomini, la vergogna e la responsabilità di non tacere

“Io sono un bel ragazzo, lei è normale”. Sono inorridito leggendo le parole pronunciate in un’intervista a la Repubblica dal Senatore Francesco Silvestro, accusato di stupro nei suoi uffici del senato.

Sarà la magistratura ad accertare i fatti, le responsabilità penali, la verità processuale. Ma c’è un piano che non può attendere la sentenza: quello delle parole, della cultura, del potere. E su questo le frasi del senatore Silvestro, fanno vergognare del proprio genere, anche se pronunciate da un innocente.

Perché dentro quelle parole non c’è solo una difesa maldestra. C’è l’idea che il corpo di una donna possa essere valutato, pesato e sminuito. C’è il riflesso antico e osceno per cui una denuncia di violenza viene subito ribaltata in giudizio sulla donna che denuncia. C’è il maschile peggiore: quello che confonde il potere con l’impunità, la posizione sociale con il diritto di umiliare, l’aspetto fisico con una prova di innocenza.

Non stiamo parlando solo di un caso giudiziario. Il consenso, il rispetto, la libertà delle donne non possono essere solo parole buone per i post social, per i reel o per un’ulteriore dose di populismo penale. Stiamo parlando di un problema che è prima di tutto culturale. Un problema culturale enorme. Un problema che permea l’intera società: non è un caso che l’educazione sessuo-affettiva sia stata ridotta a tema sensibile, svilendo il ruolo della Scuola pubblica e dei professionisti dell’educazione che la tengono in vita.

Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe sapere che ogni parola pesa. E quando quelle parole colpiscono ancora una volta la dignità di una donna, non basta tacere, minimizzare o rifugiarsi nel garantismo.

Il garantismo tutela i diritti prima, durante e dopo il processo. Non può diventare il paravento della volgarità patriarcale. E questo devono essere per primi gli uomini a denunciarlo.

In copertina: Roma, Palazzo Madama (Senato della Repubblica) – foto Wikimedia Commons

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Dal “Mai più” di Auschwitz a Gaza: quando la memoria smette di essere un monito

Dal “Mai più” di Auschwitz a Gaza: quando la memoria smette di essere un monito

Dal “Mai più” di Auschwitz a Gaza:
quando la memoria smette di essere un monito

C’è una data che il mondo civile celebra come monito: il 27 gennaio 1945, quando i soldati dell’Armata Rossa aprirono i cancelli di Auschwitz, rivelando l’orrore indicibile della Shoah. Poco meno di un secolo dopo, le immagini che arrivano dalla Striscia di Gaza sembrano appartenere allo stesso incubo: macerie, fame e un bollettino di morte che, secondo le fonti locali, avrebbe superato i 70.000 morti, di cui 20.000 bambini.
Il paradosso che interroga la coscienza globale è che i soldati che oggi presidiano quei territori appartengono all’esercito di Tel Aviv, lo Stato nato proprio dalle ceneri dei forni crematori per dare un rifugio sicuro al popolo ebraico.

Ma occorre fare una distinzione cruciale, che troppo spesso viene offuscata nel dibattito pubblico: non è il popolo di Israele, nella sua interezza, a condurre questa guerra, bensì un preciso governo di estrema destra, espressione delle frange più radicali del sionismo e del nazionalismo religioso. È questa compagine politica, guidata da figure come Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati messianici e suprematisti, a portare avanti questi comportamenti estremisti in nome di un’ideologia che nulla ha a che vedere con i valori dell’umanesimo ebraico e con le aspirazioni di pace di larga parte della società israeliana.

Questa situazione apre un interrogativo profondo: come è possibile che un popolo che ha subito sulla propria pelle le purghe delle SS e della Gestapo, che ha visto i propri cari trasformati in fumo nei forni di Auschwitz e Treblinka, possa oggi avere un governo che riproduce metodi tanto feroci su un’altra popolazione inerme?

La riflessione è tanto più amara se si considera il monito uscito da quei lager. Il teologo Johann Baptist Metz si chiedeva: “La domanda teologica dopo Auschwitz non è solamente: dove era Dio ad Auschwitz? Ma è anche: dove era ad Auschwitz l’uomo? Come si potrebbe credere nell’uomo, o perfino nell’umanità, quando si dovette sperimentare ad Auschwitz di che cosa «l’uomo» è capace?”.
Oggi, quella domanda torna di attualità in forma capovolta: come può un governo che dice di parlare a nome dei sopravvissuti diventare artefice di politiche di annientamento? Ciò che accade a Gaza non è uguale alla Shoah per numeri e metodologia industriale, ma il dibattito pubblico inizia a porsi il problema della sua “unicità”. Su Il Fatto Quotidiano si è osservato che, paradossalmente, Gaza ha un precedente ovvio: “la stessa Shoah”. Mentre i sopravvissuti di Auschwitz faticarono a trovare le parole perché l’orrore era senza precedenti, oggi gli eccidi avvengono “sotto l’occhio delle telecamere” e, nonostante questo, la comunità internazionale sembra assuefatta.

È fondamentale comprendere che le scelte belliciste e la durezza dell’occupazione non sono una “ineluttabile conseguenza” dell’essere ebrei o israeliani, ma il frutto avvelenato di una precisa visione politica: quella del sionismo religioso e messianico, incarnato da ministri come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, autore del trattamento umiliante nei confronti degli attivisti della Flottilla catturati. Questi esponenti politici non nascondono la loro visione suprematista, l’opposizione a qualsiasi soluzione a due Stati e la volontà di espandere gli insediamenti in Cisgiordania e di “svuotare” Gaza.

Questa destra radicale ha strumentalizzato la memoria della Shoah per legittimare ogni azione militare, dipingendo ogni critica come antisemitismo e ogni palestinese come un potenziale nuovo nazista. Ma in questo modo tradisce la memoria stessa: trasforma il “Mai più” da monito universale contro ogni genocidio in un permesso concesso solo a sé stessi.
La ragione ufficiale addotta dal governo israeliano per questa offensiva è la necessità di stanare i terroristi di Hamas, ritenuti responsabili del massacro del 7 ottobre 2023 e nascosti nella popolazione civile. Si sostiene che poche centinaia di miliziani giustifichino un’operazione che però sta radendo al suolo un’intera enclave.

Oggi, paradossalmente, la stessa intelligence israeliana (il Mossad) dimostra di essere ancora capace di operazioni raffinate e puntuali. Proprio nel novembre 2025, il Mossad ha collaborato con i servizi europei per smantellare un’intera rete di Hamas in Germania e Austria, sequestrando armi e arrestando cellule dormienti pronte a colpire, come il figlio di un alto dirigente di Hamas, Muhammad Naim.
Se è possibile neutralizzare i terroristi nelle capitali europee con operazioni di polizia internazionale, non è chiaro perché a Gaza si debba rispondere con una guerra che provoca decine di migliaia di vittime civili, colpendo in modo indistinto. La scelta della guerra totale è una scelta politica della destra israeliana, non una necessità ineludibile.

La scrittrice e sopravvissuta ad Auschwitz, Edith Bruck, ha dichiarato più volte che “nessuna offesa subita può giustificare le offese che oggi Israele fa ai palestinesi”. Queste voci ci ricordano che la memoria può essere una forza di pace e non di vendetta.
Forse, la lezione più profonda che emerge da questo tragico parallelo è che la Memoria non è uno scudo, ma una responsabilità. Essere stati vittime non conferisce l’immunità morale, ma dovrebbe rendere più vigili e intransigenti verso la sofferenza altrui. Se così non fosse, la ferita di Auschwitz rischierebbe di diventare, come temeva il teologo Metz, “inguaribile” non per il dolore subito, ma per l’incapacità di generare una nuova umanità.

Ed è forse questa la lezione più tradita. Nell’ultima, straziante scena di Schindler’s List, Oskar Schindler piange davanti all’anello che i suoi operai ebrei gli hanno donato. Sopra, è incisa una frase del Talmud: “Chiunque salva una vita, salva il mondo intero”. Schindler piange non per orgoglio, ma per rimorso: guarda la sua auto e si dispera di non averla venduta per salvare un ebreo in più. Poteva fare di più. Doveva fare di più.

Oggi, quella frase dovrebbe pesare come un macigno su ogni coscienza. Perché se è vero che salvare una vita significa salvare un intero universo, allora lasciare che 20.000 bambini vengano uccisi a Gaza non è solo un crimine di guerra. È l’annientamento di 20.000 mondi. Un popolo che ha conosciuto il significato profondo di quelle parole incise sull’oro non può oggi rispondere trasformando il dolore in macerie.
La memoria non è un privilegio: è un dovere. E quando diventa scusa per l’indifferenza, allora la Storia, quella vera, ci giudicherà tutti come Schindler giudicò sé stesso: colpevoli di non aver fatto abbastanza.

Cover: Foto gratuita di Ash Hayes su Unsplash 

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I grumi della morte dentro l'elisir di lunga vita

I grumi della morte dentro l’elisir di lunga vita

“Raramente ho l’occasione di parlare con un sostenitore della supremazia genetica”

(mail indirizzata a Jeffrey Epstein, mittente oscurato)

Poter essere avidi per sempre

Periscopio nel luglio 2022 pubblicò un mio articolo intitolato “Jeff Bezos, il nuovo dottor Stranamore” (questo). In esso citavo gli investimenti che il capo di Amazon stava facendo per gli studi sulla riprogrammazione biologica, cioè la possibilità di rigenerare le cellule umane fino a rendere l’umano quasi immortale. Uno dei crucci maggiori di Bezos è sintetizzato in questa sua affermazione: “Evitare la morte è una cosa su cui devi lavorare. Se gli esseri viventi non lavorano attivamente per impedirlo, alla fine si fonderebbero con l’ambiente circostante e cesserebbero di esistere come esseri autonomi. Questo è quello che succede quando muoiono“.

In effetti i Jeff Bezos, i Peter Thiel, gli Alex Karp, i Larry Page, gli Elon Musk, possono possedere e provare tutto quello che il pianeta Terra può offrire, in termini di ricchezze, potere, piaceri ed esperienze, ad una persona dalle risorse praticamente illimitate. A questi giganti dell’avidità manca solo una cosa: poter essere avidi per sempre. Presto o tardi, muoiono anche loro. Per questo non accettano più la finitezza della mortalità umana, e puntano a diventare biologicamente quello che sono già socialmente: dei vampiri.

https://www.ccnull.de/foto/portrait-von-jeff-bezos/1106809, autore: Marco Verch

Intendiamoci: non sto sputando nel piatto delle bioscienziate (italiane, tra l’altro: Maddalena Adorno e Benedetta Di Robilant)  di Dorian (nomen, omen), azienda di Stanford che studia come riattivare le cellule e ringiovanire i tessuti. Migliorare la salute e la qualità di vita e, perchè no, la sua durata è in sé obiettivo auspicabile per tutto il genere umano. Cito da questa intervista ad Adorno, che puoi leggere integralmente qui:

Facendo reverse engineering nella sindrome di Down abbiamo identificato un regolatore epigenetico che controlla simultaneamente le cellule staminali, la senescenza, i mitocondri, ecc. Inquadrato questo nodo, siamo riusciti a sviluppare una specifica small molecule che può essere assunta per via orale, iniettata nel ginocchio per l’osteoartrite, o inalata per la fibrosi polmonare“.

Fin qui tutto bene. Ancora più affascinante è la risposta di Maddalena Adorno alla domanda su qual è la missione di Dorian:

Il nostro obiettivo non è l’allungamento della vita, ma l’allungamento della salute. …Cambierà il modo in cui misuriamo l’invecchiamento, ci saranno diverse età biologiche per i diversi organi. Vorremo capire, organo per organo, cosa sta succedendo.
Penso davvero che arriverà per la medicina una lunga golden age, che porterà grandi benefici e vantaggi per l’umanità.

Risposta affascinante, e sinistra. Forse è grazie anche al fascino sinistro di questa mission, che nel maggio 2025 Dorian è stata acquistata da Altos Labs, l’azienda nella quale Jeff Bezos ha iniettato liquidità fino a 3 miliardi di dollari, continuamente alla ricerca di ricercatori e scienziati di avanguardia nel campo della rigenerazione cellulare.

“L’obiettivo di Altos – ha spiegato David Baltimore, direttore dell’azienda – sarà quello di invertire le devastazioni della malattia e dell’invecchiamento che portano alla disabilità e alla morte, rinvigorendo ed estendendo la qualità della vita” (fonte: Startupitalia, qui).

I due privati che hanno messo più soldi in Altos Labs sono Jeff Bezos, appunto, e Juri Milner. Quest’ultimo è  un imprenditore nato in Russia da famiglia ebraica, che dal 1999 ha la cittadinanza israeliana. Naturalmente, verrebbe da dire di questi tempi. E’ anche un filantropo, naturalmente, categoria della quale fanno parte di diritto persone che si sono comprate una casa da 100 milioni di dollari sulle colline di Los Altos, California. Come lui, Milner, appunto.

Una ragnatela di fili scuri

Esiste una trama, una ragnatela di fili scuri che tiene assieme ricchissime società private, Stati sovrani e potenti individui:

Altos Labs:, finanziata da Jeff Bezos e da fondi di venture capital, azienda che punta esplicitamente a far superare all’uomo i limiti umani, a partire dalla sua mortalità naturale. 8VC, fondo di venture capital fondato da Joe Lonsdale, è anche uno dei co-fondatori di Palantir Technologies. 8VC  figura tra gli investitori ufficiali di Altos Labs. Inoltre: grandi gestori patrimoniali come BlackRock, Vanguard Group e State Street detengono quote rilevanti in Palantir Technologies e partecipano indirettamente o attraverso veicoli specifici in startup ad alta capitalizzazione come Altos Labs.

Palantir: azienda che, tra le altre: gestisce e monitora l’immigrazione negli Stati Uniti facendo da fornitore di servizi per ICE, con i risultati che sappiamo (tra cui l’assassinio a sangue freddo di cittadini americani);

possiede i dati degli utenti della sanità pubblica nel Regno Unito, a seguito di accordo specifico col governo britannico. Riporto da un articolo comparso su Wired e integralmente leggibile qui: “Palantir e le altre società impiegate per mettere a punto la Fdp, non avrebbero potuto accedere all’identità di coloro di cui gestivano le informazioni cliniche. Ma l’ “accesso illimitato” che l’Nhs (Servizio Sanitario pubblico del Regno Unito) avrebbe ora accordato al Palantir e ai suoi contractor racconterebbe uno sviluppo inatteso. Una possibilità che…violerebbe il Data protection act del 2018, la legge che regolamenta il trattamento dei dati nel Regno Unito. …”

fornisce software a IDF e Shin Bet per monitorare gli spostamenti di cittadini civili e di conseguenza finalizzare le operazioni di massacro degli stessi civili a Gaza;

è in predicato di acquisire l’appalto della cyber sicurezza dal Governo italiano per individuare in generale frodatori e “terroristi” (NdA: Il Governo non ha risposto all’interpellanza PD che chiedeva appunto di un incontro avvenuto tra Peter Thiel e Alfredo Mantovano, Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica con delega alla cybersicurezza. Thiel quindi non è venuto in Italia solo per tenere una conferenza sull’Anticristo).

Nella foto: Peter Thiel, wikimedia.commons

Governi britannico e italiano: i più teneri nei confronti di Israele e, contemporaneamente, i più duri nel colpire qualunque manifestazione critica verso Israele, assieme al governo tedesco: proposte di legge sull’antisionismo=antisemitismo, divieto di ingresso nel paese a giornalisti considerati “propal”, sanzioni stile Francesca Albanese verso giornalisti liberi, come Hüseyin Dogru.

Presidenza e Congresso USA: persino il segretario di Stato Rubio si è lasciato scappare che è stata Israele a spingere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran. Il motivo per cui Israele sta condizionando la politica estera statunitense non solo in termini di presidenza, ma di Congresso, dipende dal fatto che Israele ha finanziato con fiumi di denaro tantissimi tra gli eletti, sia nel campo repubblicano che democratico. Secondo molti analisti statunitensi, Israele determina la politica USA, con gravissime ripercussioni sulla situazione sociale interna. Se spendi trilioni di dollari in guerre foraggiando uno Stato canaglia, non li spendi in politiche sociali per i tuoi cittadini. (Questo, per inciso, in uno Stato federale che ha un debito pubblico ormai fuori controllo);

Jeffrey Epstein: l’elefante (suicidato) nella stanza. L’emersione, seppur parzialmente censurata, degli Epstein files, evidenzia l’esistenza di una hydra che ricatta e condiziona vertici economici e politici mondiali almeno da 50 anni; ultimi 50 anni che peraltro lasciano immaginare un passato più remoto altrettanto pesante, visto che Ghislaine Maxwell, la compare di traffici sessuali e ricatti di Epstein, è figlia del magnate Robert Maxwell, ebreo ortodosso nato in Ucraina, militare in Francia e Regno Unito, poi potentissimo magnate dell’editoria e furfante dei fondi pensione dei suoi dipendenti, cui sottrasse 450 mln di sterline, considerato agente del Mossad e morto (ufficialmente d’infarto) in acqua a pochi metri dal suo yacht al largo delle Canarie. (Per rendere l’idea dell’influenza di questo Berlusconi ante litteram, al suo funerale sul monte degli Ulivi parteciparono il primo ministro Shamir, il presidente Herzog, almeno sei capi dell’intelligence israeliano e un grande numero di esponenti del governo e dell’opposizione).

Non ci sono prove pubbliche che questa hydra stia ricattando Trump: infatti, mentre è notorio che Trump e Epstein si passassero le ragazze, non è dimostrato che il Presidente abbia abusato di donne minorenni. Il ricatto tuttavia è un’ipotesi assolutamente verosimile, osservando come Trump si è fatto convincere – contro ogni indicazione del suo entourage, compresi alcuni fedelissimi – a coronare il vecchio sogno di Netanyahu: attaccare l’Iran. Un sogno che nessun presidente americano in precedenza era stato “così stupido da assecondare”, per usare le parole della deputata californiana Sara Jacobs.

I grumi della morte

E torno alla frase in calce all’articolo, per guardare un po’ più da lontano la tela del ragno. Non da una prospettiva geopolitica, ma da un’ottica psicologica, o di psicopatologia del potere: quel superuomo, o transuomo, immortale cui aspirano questi superpotenti. Non mi riferisco alle prove, anche filmate (anche se non diffuse) e alle mail che autorizzano taluni a ipotizzare pratiche particolarmente abiette durante gli incontri organizzati nelle residenze del pedofilo Epstein. Non mi riferisco cioè alle ipotesi più spinte, tipo l’adrenocromo estratto dai bambini sacrificati come elisir di giovinezza. Non mi ci riferisco non solo perchè potrebbero essere il frutto di forzature interpretative e sensazionalismi (anche se l’immaginario visivo di Salò di Pasolini o Eyes Wide Shut di Kubrick assumono una forza profetica o rappresentativa impressionante, se associati a certi Epstein files). Ma non mi ci riferisco, perchè comunque non è necessario credere anche a quello.

“Bastano” le testimonianze, queste sì certe, di un sistema mondiale di traffico sessuale di minori alla mercè di potenti di primissimo piano della politica e della finanza, pescando questi giovani da situazioni familiari di particolare fragilità: quindi con un approccio seccamente schiavista del ricco verso il povero, degradato a proprietà privata al servizio del piacere depravato del potente;

bastano le uccisioni mirate di migliaia di bambini palestinesi, aggravatesi dopo il 7 ottobre 2023 ma perpetrate anche prima, da uno Stato sniper caucasico verso una popolazione inerme araba (tutti i palestinesi diventeranno terroristi, così come tutte le ninfe diventeranno blatte: quindi una pulizia assimilabile tecnicamente ad una disinfestazione, per chi la pratica o la sostiene);

bastano gli stupri e le torture a carattere sessuale, utilizzate come metodo sistematico di dominio e umiliazione di Israele nei confronti delle persone arrestate e incarcerate a Gaza, Cisgiordania, Libano e financo acque internazionali (vedi Sumud Flottilla). E Israele, in questo periodo storico, è il paese colonialista ed espansionista sotto la cui ala possiamo trovare, nella veste di finanziatori, finanziati, affaristi con, protettori del e protetti dallo stesso, i Thiel, i Karp, gli Altman, i Page, i Bezos.

(Elisir di lunga vita, foto tratta da wikipedia)

Il quadro d’insieme è psicotico. Da un lato abbiamo una élite economica che investe trilioni in ricerche mirate ad allungare la vita umana attraverso ambiziosi progetti di rigenerazione cellulare e ricambio degli organi “vecchi”; dall’altro, la stessa élite economica finanzia o supporta, con software e logistica, le più massicce operazioni di sterminio di parte del genere umano. Da una parte finanziano la ricerca dell’immortalità, dall’altra supportano la morte. Appare troppo prosaico ridurre questo fenomeno al desiderio di ricchi e potenti sessantenni di allungare la propria esistenza, una sorta di evoluzione hard della finta giovinezza botulinica di massa. Se si osserva in trasparenza il liquido dell’elisir di lunga vita, è possibile notare come vi galleggino i grumi neri della pulsione di morte.

Cover photo tratta da https://www.publicdomainpictures.net/

Per leggere gli altri articoli di Nicola Cavallini clicca sul nome dell’autore

Mio padre è tra i miei capelli, dove una volta ha posato la mano

Per certi versi /
Mio padre è tra i miei capelli, dove una volta ha posato la mano

Mio padre è tra i miei capelli, dove una volta ha posato la mano

Mio padre è tra i miei capelli, dove una volta ha posato la mano.

Mamma è qui, tra la spalla e il cuore, dove nascondeva la testa quando c’era un temporale.

Lo zio Rino lo porto dietro l’orecchio, come una goccia di profumo. Quello del suo ragù.

I nonni stanno nel naso, così sentono meglio l’odore dei fiori nei campi.

Erano tutti contadini e so per certo che sono felici di continuare a sentire quel profumo.

Nello stomaco ho Claudio. Ho scelto quel posto, per tutto il vino bevuto insieme

Ho Valeria sulla punta delle dita. La porto lì, per i suoi libri, che continuo a sfogliare.

 

Ne ho tanti sul corpo di amici e parenti andati via, perché invecchio e anche questo per me

è invecchiare.

Divenire mappa. Portatrice.

Costellazione di tutti.

[Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023]

 

In copertina: mappa astronomica – immagine gratis Pubblic Domain Pictures

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

VIENNA: GOVERNARE LA CITTÁ DEI DIRITTI UMANI. Al via il 9 giugno la rassegna “Territori e città, diritti e nuove pratiche di democrazia”

VIENNA: GOVERNARE LA CITTÁ DEI DIRITTI UMANI.
Al via il 9 giugno la rassegna “Territori e città, diritti e nuove pratiche di democrazia”

VIENNA: GOVERNARE LA CITTÁ DEI DIRITTI UMANI

Al via il 9 giugno a Ferrara la rassegna “Territori e città, diritti e nuove pratiche di democrazia”

L’associazione “ABITARE IL MONDO  presenta “Abitare il Mondo – Laboratorio di Esperienze”.  Il tema al centro della prima edizione  “Territori e città, diritti e nuove pratiche di democrazia”

“ABITARE IL MONDO – Laboratorio di Esperienze (AM_LE)”, un nuovo spazio di confronto culturale e interdisciplinare dedicato ai temi dei territori, delle città, dei diritti e delle nuove pratiche di democrazia. La prima edizione del progetto si propone come un percorso aperto di dialogo tra università, associazionismo, istituzioni, mondo della cultura e cittadinanza.

AM_LE nasce dalla consapevolezza che abitare il mondo non riguardi soltanto la dimensione fisica dei luoghi, ma anche le relazioni sociali, culturali, economiche e ambientali che li attraversano. In un tempo segnato da crisi climatiche, disuguaglianze sociali e trasformazioni territoriali profonde, il Laboratorio intende costruire occasioni di riflessione condivisa capaci di mettere in relazione saperi differenti e pratiche concrete.

Ferrara, è una città che da tempo ospita esperienze di confronto culturale e internazionale, pertanto rappresenta il contesto ideale per questa iniziativa, che ambisce a consolidare il ruolo del territorio ferrarese come spazio aperto al dialogo pubblico e alla produzione culturale.

Il progetto, ispirato ai principi dell’Agenda ONU 2030 e in particolare all’Obiettivo 11 dedicato a città e comunità sostenibili, si svilupperà attraverso un format articolato in quattro sezioni: incontri internazionali, symposium dedicati alla ricerca, laboratori aperti e momenti di interazione culturale con il coinvolgimento dei linguaggi dell’arte, del teatro, della letteratura, dell’audiovisivo e della fotografia.

Tra i partner coinvolti figurano l’Università di Ferrara, il Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale, i Dipartimenti di Architettura, Studi Umanistici e Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione, insieme a realtà associative e civiche del territorio.

Il Laboratorio è concepito come un appuntamento destinato a consolidarsi nel tempo, con l’obiettivo di costruire reti permanenti di collaborazione e rendere sempre più accessibili i temi delle trasformazioni urbane e territoriali, dei diritti e della partecipazione democratica.

Ferrara inaugura ABITARE IL MONDO – Laboratorio di Esperienze”.
Un nuovo percorso internazionale tra città, diritti e pratiche di democrazia

Nasce a Ferrara “ABITARE IL MONDO – Laboratorio di Esperienze (AM_LE)”, un nuovo progetto culturale e interdisciplinare dedicato ai temi dei territori, delle città, dei diritti e delle nuove pratiche di democrazia. L’edizione 2026, dal titolo “Territori e città: diritti, politiche, nuove pratiche di democrazia”, si svilupperà tra maggio e novembre attraverso incontri internazionali, momenti di ricerca, laboratori aperti e iniziative culturali distribuite tra Factory Grisù, Teatro ex Verdi–Laboratorio Aperto e sedi universitarie ferraresi.

AM_LE nasce con l’obiettivo di costruire uno spazio stabile di confronto tra università, associazionismo, istituzioni e cittadinanza, affrontando le trasformazioni contemporanee dei territori e delle città attraverso uno sguardo interdisciplinare che intreccia saperi scientifici, pratiche civiche, arte e comunicazione.

Il progetto, promosso da APS Abitare il Mondo in collaborazione con Università di Ferrara, Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale, Dipartimenti universitari e numerose realtà associative del territorio, si propone come un “laboratorio di esperienze” aperto al dialogo tra prospettive differenti e orientato alla costruzione di percorsi comuni sui temi della giustizia sociale e ambientale, dei diritti e della partecipazione democratica.

La prima edizione si articolerà attorno ad alcuni nuclei di riflessione centrali:
“Vienna: governare la città dei diritti umani”,
“Giustizia climatica e giustizia sociale”,
“La città autoritaria”,
“La ricerca audiovisuale sulla città dei diritti”.

Ad aprire il programma sarà l’incontro internazionale “Vienna. Governare la città dei diritti umani”, in programma martedì 9 giugno 2026 alle ore 17.30 nel cortile di Factory Grisù.

Shams Asadi. direttrice dell’Human Rights Office of the city of Vienna

L’iniziativa vedrà la partecipazione di Shams Asadi, Human Rights Commissioner e direttrice dell’Human Rights Office of the city of Vienna, protagonista di una delle esperienze europee più significative nel campo delle politiche urbane orientate ai diritti umani. Introdurrà l’incontro Romeo Farinella, presidente di APS Abitare il Mondo.

Ne discuteranno Alessandra Marin (Università di Ferrara), Caterina Brancaleoni (Regione Emilia-Romagna), Richard Lee Peragine (Università di Ferrara) e Orsetta Giolo (Università di Ferrara). Seguirà un dibattito aperto con interventi di rappresentanti delle associazioni cittadine.

L’incontro dedicato a Vienna intende aprire una riflessione pubblica su come le città possano diventare luoghi di tutela dei diritti, inclusione sociale e innovazione democratica, mettendo in dialogo esperienze internazionali e realtà locali.

AM_LE nasce con l’ambizione di diventare un appuntamento ricorrente della vita culturale ferrarese, contribuendo a rafforzare il ruolo della città come spazio internazionale di confronto pubblico, produzione culturale e sperimentazione democratica.

Ingresso libero.

Contatti:
abitareilmondo@gmail.com
3486505986 – 3357171159

ABITARE IL MONDO APS – CHI SIAMO

APS “Abitare il Mondo” nasce a Ferrara nl 2025 come spazio aperto di confronto culturale, partecipazione civica e ricerca interdisciplinare sui temi dell’abitare contemporaneo. L’associazione è affiliata a ARCI Ferrara.

L’associazione riunisce docenti universitari, ricercatori, studenti, professionisti, operatori culturali e cittadini interessati a costruire percorsi comuni tra università, associazionismo, istituzioni pubbliche e vita civile.

Per “abitare” intendiamo non soltanto la dimensione fisica dei luoghi, ma anche le relazioni sociali, culturali, economiche e ambientali che attraversano città, territori e comunità. L’associazione promuove quindi riflessioni e iniziative sui temi dei diritti, della giustizia sociale e ambientale, delle trasformazioni urbane e territoriali, delle nuove pratiche di partecipazione democratica e delle forme della convivenza contemporanea.

“Abitare il Mondo” considera inoltre arte, teatro, fotografia, audiovisivo e comunicazione strumenti fondamentali di conoscenza, capaci di dialogare con i saperi scientifici e sociali per rendere più accessibili e condivisi temi complessi del presente.

Tra le attività promosse dall’associazione vi sono incontri pubblici, laboratori, seminari, workshop, iniziative culturali e percorsi di ricerca e formazione sviluppati anche in collaborazione con realtà locali, nazionali e internazionali.

La prima iniziativa pubblica dell’associazione è “ABITARE IL MONDO – Laboratorio di Esperienze (AM_LE)”, progetto dedicato ai temi dei territori, delle città, dei diritti e delle nuove pratiche di democrazia.

Il gruppo do lavoro che sta avviando i primi passi della associazione è costituito da: 

Romeo Farinella, Presidente 

Alfredo Alietti, Vicepresidente 

Caterina Rondina, Segretaria 

Diego Carrara, membro del Consiglio direttivo.

 

Cover: albero della democrazia partecipata e dello sviluppo sostenibile – immagine di Collettiva

Per leggere gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Empori Solidali crescono

Empori solidali crescono

Empori solidali crescono

Gli Empori solidali, quei piccoli market destinati a persone e famiglie in condizioni di fragilità socio-economica, dove l’accesso ai beni essenziali avviene tramite una tessera a punti e la libera scelta dei prodotti, da qualche tempo, accanto alla distribuzione di alimenti e beni di prima necessità, offrono anche indumenti, materiale scolastico e ulteriori servizi di supporto. In Italia gli Empori solidali sono oggi 309.

Lo certifica il nuovo rapporto di EURICSE dal titolo “Gli Empori solidali in Italia: oltre la distribuzione alimentare”, realizzato nell’ambito della ricerca “Comunità intraprendenti alla ricerca di pratiche di trasformazione sociale”, che offre una fotografia aggiornata al 2025 di un fenomeno in forte crescita. Non si tratta più soltanto di spazi dedicati alla distribuzione di beni alimentari, ma di vere e proprie infrastrutture sociali in grado di generare inclusione e coesione nelle comunità locali. Il rapporto analizza la diffusione territoriale, i diversi modelli organizzativi e il ruolo crescente di queste realtà nella costruzione di legami comunitari, evidenziandone la capacità di rispondere non solo ai bisogni primari, ma anche a forme più complesse di povertà ed esclusione sociale.

La ricerca si inserisce all’interno della più ampia mappatura nazionale delle Comunità intraprendenti: esperienze nate dal basso grazie all’iniziativa congiunta di cittadini, associazioni e organizzazioni territoriali impegnate nella sperimentazione di modelli innovativi di sviluppo sociale ed economico. Attraverso questionari, interviste e studi di caso, il rapporto approfondisce i modelli di governance, le forme di partecipazione e i fattori che favoriscono la nascita e il consolidamento di queste esperienze. Particolare attenzione è dedicata al ruolo delle reti territoriali e alla collaborazione tra soggetti pubblici, privati e del Terzo settore nella promozione di inclusione sociale e cambiamento comunitario.

Secondo i dati EURICSEnel 2025 gli Empori solidali attivi in Italia sono 309, in crescita rispetto ai 193 rilevati nel 2021. Il fenomeno risulta diffuso su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione più significativa nel Nord Italia, in particolare in Lombardia e Veneto.

Il rapporto evidenzia come gli Empori solidali siano oggi sempre più “hub di comunità”: non solo luoghi di distribuzione, ma spazi che promuovono ascolto, orientamento, formazione, supporto psicologico, volontariato e accompagnamento al lavoro. In questo senso, emerge il superamento di una logica puramente assistenzialistica: l’obiettivo non è soltanto fornire aiuti materiali, ma attivare percorsi di empowerment e partecipazione.

In molte esperienze, le persone beneficiarie sono coinvolte in attività di volontariato, formazione e coprogettazione, contribuendo a costruire relazioni di reciprocità e cittadinanza attiva. Un ruolo centrale è svolto dalle reti territoriali, in cui operano sinergicamente realtà come Caritas, i Centri di Servizio per il Volontariato, enti locali, associazioni e imprese, favorendo lo sviluppo di modelli di welfare comunitario integrato.

Le tipologie di aiuto, come mense e food bank – si legge nel Rapporto – comporterebbero fattori di stress fisico (attesa in coda, spazi inadeguati) e psicologico (vergogna, percezione di inferiorità, impossibilità di lamentarsi) che possono accrescere il sentimento di esclusione tipico delle persone che vivono ai margini della società, rischio particolarmente accentuato per i <<nuovi poveri>>, che hanno poco familiarità con questi strumenti. Infine, opportunità di fare la spesa in autonomia sembra migliorare l’efficacia dell’intervento perché consente di indirizzare gli acquisti verso quei beni di cui si ha davvero bisogno, in modo più flessibile rispetto alle erogazioni di pacchi alimenti con prodotti standard. In altre parole, se l’assistenza materiale si conferma come risorsa preziosa del welfare territoriale, in quanto immediatamente attivabile, la sfida è quella del superamento della logica della mera sussistenza, a favore del riconoscimento di questo servizio come primo livello di presa in carico di condizioni di povertà tipicamente multidimensionali e complesse. Dunque, gli strumenti tradizionali (banchi alimentari, mense Caritas, collette alimentari, distribuzione di pacchi alimentari, ecc.) non risultano più essere in grado di fornire risposte adeguate e sufficienti alla nuova platea di beneficiari precedentemente delineata. Inoltre, sempre più di ieri. la povertà alimentare è solo un tassello di un mosaico più ampio che include altri bisogni, di un lavoro, di salute, di contatto umano, inclusione sociale.” 

Il Rapporto completo è disponibile sul sito di EURICSE a questa pagina

Foto di copertina e nel testo di Empori Solidali Emilia Romagna

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Il paziente zero e l'eclissi del desiderio

Il paziente zero e l’eclissi del desiderio

Il paziente zero e l’eclissi del desiderio

La notizia dei primi di maggio della ventenne veneziana che si è rivolta al SerD per una grave dipendenza da Intelligenza Artificiale segna, per me, una data da ricordare. Siamo di fronte a quello che potremmo definire clinicamente e socialmente il nostro “Paziente Zero”: il primo riconoscimento ufficiale di come l’algoritmo abbia smesso di essere un semplice strumento per diventare, a tutti gli effetti, il nuovo “Grande Altro”. Un interlocutore totale, onnisciente, a cui affidiamo in toto la nostra soggettività, i nostri segreti e le nostre paure.
Penso che ogni vicenda personale debba essere considerata e rispettata come caso a sé. Non ha alcun senso giudicare o lanciarsi in analisi sulla base di una manciata di parole pubblicate dagli organi di stampa, spesso più inclini al sensazionalismo che alla comprensione. Altra cosa, però, è riflettere sui significati possibili di ciò che sta accadendo attorno a noi, utilizzando la cronaca non come pettegolezzo, ma come specchio. Bisogna evitare di sovrapporre le proprie idee personali al caso specifico nella folle pretesa di spiegare tutto senza conoscere niente, ma al contempo non possiamo voltarci dall’altra parte.
Il mio punto di vista non è clinico. Guardo a questa vicenda con gli occhi di chi pratica il marketing e la comunicazione ogni giorno, e non riesce a sottrarsi al dubbio.
Stiamo facendo una buona comunicazione?
Che reale impatto ha il nostro modo di comunicare sul benessere psicologico delle persone?
In altri termini: l’Intelligenza Artificiale è davvero la causa della solitudine contemporanea, o è soltanto l’ennesima, efficacissima via di fuga da una solitudine creata da un contesto sociale e comunicativo nel quale non c’è più spazio per il desiderio, ma solo per il godimento?

Il manifesto di Dudovich e la Gradiva di Freud

C’è un’immagine nel mio studio che mi aiuta a mettere a fuoco questo pensiero. È dal 2002 che tengo appeso un manifesto di Marcello Dudovich. Ormai è rovinato, segnato da un allagamento di qualche anno fa, ma non riesco a toglierlo da lì. Il motivo è semplice: ho il ricordo preciso, fisico, del momento in cui — fermo ad un casello autostradale — vidi il depliant di quella mostra. Non seppi resistere al desiderio di deviare, di andare fino a Trieste solo per visitarla.
Questo era il potere comunicativo di una pubblicità di inizio Novecento. Un esempio perfetto, irraggiungibile, di un’immagine che fa leva sulla straordinaria capacità di stimolare il desiderio.
Il manifesto rappresenta una donna che cammina ad occhi chiusi, sognante, sul lungomare di Napoli. È, tecnicamente, una pubblicità dei Grandi Magazzini Mele. Ma in realtà è la messa in scena di un racconto puro di desiderio: desiderio di un oggetto, desiderio di un amante, desiderio d’essere desiderata da lui.
Il fulcro magnetico dell’immagine è il passo, l’incedere femminile.
Esattamente come lo è per la Gradiva di Freud, il celebre saggio pubblicato nel 1907, proprio negli anni in cui Dudovich disegnava i suoi capolavori per i Grandi Magazzini Mele. Nel saggio freudiano (basato sull’analisi di un racconto di Wilhelm Jensen), un archeologo diventa letteralmente ossessionato da un bassorilievo romano.
Fanciulla danzante, bassorilievo d’epoca romana, che ispirò la Gradiva di Wilhelm Jensen – via Wikimedia Commons
A farlo impazzire non è la bellezza del volto, ma la dinamica del passo, il modo in cui il piede si solleva leggero da terra. La chiama Gradiva, “colei che avanza”.
Particolare della Gradiva
Freud la usa per dimostrare un assunto: il desiderio nasce proprio da qualcosa che sfugge, che cammina via, che non è immediatamente possedibile e si impone come enigma.
Dudovich fa esattamente la stessa operazione. La sua donna del manifesto è sfuggente, non ti guarda negli occhi, è chiusa nel suo universo. In questo modo crea uno spazio di mancanza.
Il passante (o io, fermo a un casello autostradale quasi cento anni dopo) guarda l’immagine e, come l’archeologo di Freud, si innamora del fantasma.
Il desiderio, per esistere, ha bisogno di questa distanza. Ha bisogno del mistero, del non-detto, di un “Altro” che non ci è dato conoscere completamente.
La comunicazione di un tempo sapeva abitare quello spazio vuoto, senza saturarlo.

Sycophancy, interpassività e la dittatura del godimento

Oggi, quello spazio vuoto è stato eradicato. Viviamo immersi da decenni in dinamiche di godimento che precedono di molto l’avvento dell’AI di massa. Scorrere compulsivamente i Reel di TikTok o far girare la ruota della fortuna sull’app di Temu tolgono ogni ruolo al desiderio. Diventano un infinito, mortifero godimento dopaminergico che sostituisce completamente l’esperienza dell’attesa e della conquista.
L’Intelligenza Artificiale funziona così bene sulla nostra psiche proprio perché si innesta in questo terreno già concimato. È la ciliegina sulla torta di un sistema di comunicazione complesso nel quale abbiamo accettato, ormai da tempo, di rinunciare al desiderio basato sull’assenza e sulla ricerca di un “Altro” misterioso. Ci siamo accontentati di godere attraverso gesti meccanici, ripetitivi, sicuri.
C’è un termine che definisce bene un bias degli LLM (Large Language Models) che spiega bene questa deriva: Sycophancy (trad: Adulazione). È la tendenza dell’Intelligenza Artificiale a darci sempre ragione, a compiacerci, ad assecondare le nostre tesi pur di non contraddirci, rendendosi in questo modo rassicurante e indispensabile.
Ma quali sono le condizioni ambientali e individuali che rendono questa tecnica di marketing tanto efficace da diventare, in alcuni casi, letteralmente patologica?
La risposta possiamo trovarla in quello che il filosofo Robert Pfaller definisce Interpassività — un concetto poi ripreso e reso celebre da Žižek.
Siamo abituati a pensare all’interattività (noi che clicchiamo, scriviamo prompt, chiediamo). Ma l’interpassività è il vero trucco magico del nostro tempo: è quando deleghiamo all’oggetto il compito di “godere” e “pensare” al posto nostro. Come le risate registrate delle vecchie sitcom che “ridono per noi” permettendoci di rilassarci senza dover nemmeno provare l’emozione, l’AI pensa per noi, prova empatia per noi, risolve i conflitti per noi.
Di fronte a un Altro umano (che può dirci di no, che può ferirci, che ci impone la fatica del desiderio), preferiamo lo specchio compiacente della macchina interpassiva. Ci sentiamo attivi perché digitiamo sulla tastiera, ma in realtà siamo stati svuotati della nostra soggettività.

Il “pari e dispari” cibernetico: una profezia degli anni ’50

Eppure, per quanto la dipendenza da AI ci sembri un fenomeno nuovissimo, abbiamo alle spalle una lunga storia di riflessioni. Crediamo che il problema del confronto tra mente umana e “macchina algoritmica” sia un’esclusiva dell’epoca di ChatGPT, ma in fondo Jacques Lacan, nel suo Seminario su “Pari o dispari? Al di là dell’intersoggettività“, rifletteva su queste dinamiche già a metà degli anni ’50.
In quel periodo, la cibernetica muoveva i suoi primissimi passi. Lacan rimase colpito dall’osservazione delle celebri “tartarughe robot” di Grey Walter (si possono vede filmati d’epoca su Youtube). Ispirato dal racconto di Edgar Allan Poe “La lettera rubata” teorizzò una macchina cibernetica — un proto-algoritmo — in grado di giocare al gioco del “pari o dispari” contro un essere umano e di batterlo sistematicamente.
1949, Grey Walter costruisce il primo robot elettronico autonomo – Immagine Historyofinformation.com
Perché la macchina vince? Non perché provi emozioni o sia “intelligente” come un umano. Vince perché l’essere umano non è mai in grado di essere veramente casuale.
Le nostre scelte apparentemente libere seguono una sintassi inconscia, una coazione a ripetere. La macchina, che è puro calcolo, si limita a registrare la sequenza e a calcolare la struttura invisibile delle nostre decisioni. Legge il nostro codice senza che noi ce ne accorgiamo.
È la profezia esatta dell’algoritmo contemporaneo, che si insinua nelle nostre vite mappando i nostri schemi inconsci meglio di noi.

Fare del desiderio una legge

Non ho convinzioni granitiche, né pretendo di avere proposte concrete e definitive su un tema così complesso e stratificato. Mi piacerebbe però vivere in una comunità capace di reagire a queste dinamiche di cambiamento profondo in un modo un po’ più maturo e consapevole di quello al quale sto assistendo oggi.
Ovviamente, la prima reazione di molti di fronte a casi come quello del “Paziente Zero” veneziano è dare per scontato che la soluzione al problema sia normare l’AI, inventando nuovi divieti e restrizioni. Ma scaricare ogni responsabilità e ogni soluzione sul legislatore non si è mai rivelato particolarmente efficace. Se fosse così facile, se bastasse vietare una sostanza o un comportamento per curare il malessere, non esisterebbero più le dipendenze e nemmeno i SerD.
Il problema non è l’algoritmo in sé. Il problema è il vuoto cosmico di desiderio in cui lo facciamo proliferare.
Mi piace avviarmi alla chiusura di queste riflessioni ricordando una frase potentissima pronunciata dallo psicoanalista Massimo Recalcati, ospite di Corrado Augias nella trasmissione La Torre di Babele più di un anno fa. Parlando di ciò che ci rende umani di fronte al vuoto, Recalcati disse: Che cosa ci può salvare? Fare del desiderio una legge.
Eppure, “fare del desiderio una legge” rischia di sembrare un bellissimo slogan da talkshow televisivo, ma ben difficile da applicare alla pratica cruda del marketing e della comunicazione quotidiana. Come si traduce questa “legge del desiderio” nel nostro lavoro?
Ancora una volta ci soccorre Luciano Floridi, con la sua eccezionale capacità di indicarci un’attività concreta e fondativa: quella della cura del capitale semantico.

La cura del capitale semantico contro l’espropriazione

Floridi ci ricorda che, accanto al capitale economico (il denaro, i mezzi di produzione), al capitale umano (le competenze) e al capitale sociale (le relazioni), esiste un patrimonio ancora più vitale nell’era dell’informazione: il capitale semantico. È definito come qualsiasi contenuto in grado di potenziare la nostra capacità di dare significato al mondo (il meaningful sense-making). Non sono semplici dati, ma idee, valori, narrazioni e interpretazioni con cui decodifichiamo la realtà.
Quando cadiamo nella trappola dell’interpassività e della sycophancy algoritmica, quando lasciamo che sia l’AI a scriverci un articolo, a riassumerci un pensiero complesso o a generare l’empatia al posto nostro, stiamo smettendo di allenare la nostra capacità di dare senso alle cose.
Quella a cui stiamo assistendo, ed è il dramma del nostro “Paziente Zero”, è una silente e gigantesca espropriazione del capitale semantico.
Le grandi piattaforme tecnologiche stanno accumulando nei loro modelli linguistici tutto il patrimonio di significazione dell’umanità, mentre noi — convinti di sfruttare un formidabile strumento di comodità — veniamo derubati dei nostri “mezzi di produzione del senso”. Diventiamo a tutti gli effetti dei proletari semantici: consumiamo infiniti output generati dalla macchina, ma ci impoveriamo della capacità di produrre significato originale.
Ecco allora come si uniscono Recalcati e Floridi per noi che facciamo marketing. Tornare a fare del desiderio una legge significa, molto pragmaticamente, rimettere al centro la cura artigianale del capitale semantico. Significa rifiutare l’impulso di saturare ogni vuoto con la compiacenza algoritmica, per tornare invece a creare una comunicazione che, come la Gradiva di Dudovich-Freud, abbia il coraggio di essere misteriosa, sfuggente e squisitamente umana.
Se non riapriamo quello spazio vitale dell’assenza per noi e per il nostro pubblico, finiremo tutti per essere curati per l’assuefazione al compiacimento. E nessuna legge governativa ci salverà da noi stessi, se prima non ci saremo ripresi il diritto alla fatica, e alla bellezza, del desiderio.
Qualche giorno fa, prima di fare l’ultima revisione di questo articolo ho esposto la mia tesi ottimistica ad una cara amica dotata di pazienza e capacità di ascolto, e lei mi ha demolito con un semplice “sì, ma in pratica?”. In un momento storico nel quale si moltiplicano gli annunci sulle professioni destinate a scomparire in pochi anni o pochi mesi, quale spazio rimane alle comunità e agli individui per esercitare questa capacità creativa?
Forse ha ragione lei: sono caduto nuovamente in una trappola della comunicazione mainstream sull’AI, che mi ha condotto a schierarmi a favore dell’innovazione tecnologica costruendo un’elaborata prospettiva salvifica che nella realtà è contraddetta da episodi quali quello della ventenne di Venezia?

Bibliografia e Spunti di Lettura

Fonti giornalistiche sul caso della giovane paziente a Venezia:
Sulla figura della Gradiva e il Desiderio:
  • Wilhelm Jensen, “Gradiva. Una fantasia pompeiana” (1903). Il racconto originale dell’archeologo innamorato del “passo” della statua. Le traduzioni italiane sono coperte da copyright, ma la versione integrale in lingua inglese, ormai di pubblico dominio, è liberamente consultabile online sul Progetto Gutenberg: [Gradiva su Gutenberg](https://www.gutenberg.org/ebooks/52104).
  • Sigmund Freud, “Delirio e sogni nella “Gradiva” di W. Jensen” (1907). Un saggio monumentale in cui Freud analizza il testo letterario, considerato il primo saggio di psicologia dell’arte. Anche in questo caso non esistono PDF legali gratuiti in italiano (le traduzioni, come quella edita da Boringhieri, hanno i loro diritti attivi), ma la traduzione inglese originale è disponibile sempre su Gutenberg: [Delusion and Dream su Gutenberg](https://www.gutenberg.org/ebooks/54051).
Sulla Cibernetica e il “Pari e Dispari”:
Jacques Lacan, “Il seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi (1954-1955)” (Einaudi, 2006, a cura di Jacques-Alain Miller e Antonio Di Ciaccia).
Sull’Interpassività:
Slavoj Žižek, “Leggere Lacan: Guida perversa al vivere contemporaneo”, Bollati Boringhieri, 2009.
Sul Capitale Semantico:
Luciano Floridi, “Etica dell’Intelligenza artificiale” (Raffaello Cortina Editore). È il testo di riferimento per comprendere appieno l’espropriazione del “meaningful sense-making”.
Per leggere gli altri interventi di Massimo Marchetto clicca sul nome dell’autore.
L’Intelligenza Artificiale ridà vita al socialismo?

L’Intelligenza Artificiale ridà vita al socialismo?

L’Intelligenza Artificiale ridà vita al socialismo?

Vi ricordate quando nei negozi c’era il retro bottega col magazzino? Poi è scomparso perché è arrivato il “just in time, una innovazione che eliminava per imprese e commercianti i costi del magazzino, come quei grandi piazzali delle auto (che potevano rimanere anche invendute). Meno costi… ma oggi puoi anche non trovare il prodotto, ma solo la scatola e devi ordinarlo. Per le auto è ancora così e aspetti anche tre mesi.

Il “giusto in tempo” l’hanno inventato i giapponesi. Vivono in poco spazio, case minuscole senza corridoi, con hotel dove puoi fare l’amore (solo se sposati), reclamati con “muri spessi”, perché a casa (anche per i terremoti) se gridi ti sentono tutti i vicini.

Oggi l’innovazione è con gli algoritmi (AI) e la profilazione dei clienti. Google sa molto di noi e ancora di più Palantir che, con la scusa di scovare i terroristi, raccoglie tutti i dati possibili (anche dagli Stati) come quelli su consumi, farmaci, sanitari, multe, reati, proprietà e redditi, mobilità che consentono alle corporation (Amazon & c.) di stivare nei loro magazzini merci che tu non sai ancora che comprerai, in base alla profilazione dei tuoi redditi, gusti, hobby, salute, per cui le aziende cercano esperti nella trasformazione digitale delle vendite.

Il grande magazzino torna così di moda ma solo à la Amazon, cioè a chi si può permettere alti livelli di Intelligenza Artificiale e profilazione, che i piccoli non hanno. Stiamo entrando nel regno delle grandi corporation.

Ma questo è un colpo micidiale anche al vecchio capitalismo che si basava su genio, furbizia, capacità di rischio di moltissimi piccoli imprenditori e artigiani, i quali (tutti insieme) battevano il piano quinquennale comunista statale à la URSS, che non riusciva a far fronte ai desideri dei suoi consumatori.

Chi è stato in Russia o nei paesi dell’Est prima del 1989 incontrava pochi beni di consumo (grossolani), pianificati da un piano quinquennale che non poteva raccogliere i desideri dispersi tra milioni di cittadini che invece il sistema dei prezzi, il mercato della “mano invisibile” aggregava, tramite l’intelligenza umana di migliaia di privati imprenditori.

Era questa anche la (giusta) critica che la scuola austriaca liberale di Von Mises, poi messa a punto da Hayek, faceva al comunismo sovietico negli anni Trenta. Per questo l’URSS è crollata sotto il peso della sua incapacità produttiva, nonostante garantisse lavoro e welfare.

Più che la mancanza di libertà è stato il mancato consumismo (che c’era in Occidente) che ha travolto il comunismo sovietico. Più che la guerra fredda con le armi possiamo a dire, a posteriori che il consumismo ha sconfitto quel tipo di comunismo.

Eppure l’idea di Lenin (Soviet + elettrificazione) non era male. Non voleva solo sostituire la democrazia liberale con quella dei consigli operai e contadini, ma modernizzare un paese arretrato. Allora servì l’elettricità, un piano lanciato nel 1920 per creare benessere per tutti. Ma Lenin fu colpito già nel 1922 da emiplagia da cui non si riprese più e fu sostituito da Stalin che non capiva nulla nè di economia né di comunismo e che fece solo orrori e disastri.

Ora la Cina, a cento anni da Lenin, sembra usare il suo slogan in versione “Soviet 2.0 + Intelligenza Artificiale”.

Nel nuovo piano quinquennale cinese (2025-2030) la forza di calcolo (learning machine com’è più corretto definire l’AI) viene considerata una “forza produttiva” al servizio, non di pochi oligarchi com’è nell’Occidente capitalistico, ma dei cittadini per redistribuire l’arricchimento futuro ai cinesi con più occupazione, più salari, più welfare, meno orario di lavoro, più istruzione, più sanità.

Come avviene la pianificazione? I politici danno indicazioni di massima sui settori strategici (come hanno fatto con l’auto elettrica 20 anni fa) e poi entra in azione il sistema Quishi, una Intelligenza Artificiale (su cui lo Stato ha investito 500 miliardi dal 2017, equivalenti a 2/3 del Next Generation UE) che incorpora 600mila variabili di sviluppo tecnologico, demografico, sociale, di scenari geopolitici e molto altro, al fine di simulare l’impatto di diverse politiche con un margine di errore che i cinesi stimano basso (3%). Una pianificazione “scientifica”, che nulla a che vedere con quella sovietica (disastrosa) di Stalin & c.

La manifattura cinese è scesa da 115 milioni di addetti a 85 milioni dal 2015 al 2025 (in Usa sono 12 milioni), ma la produttività è cresciuta e nessuno ha perso il lavoro in quanto ricollocato in altri settori. Il capitalismo occidentale basa la sua forza su un libero mercato che rivela ciò che la gente desidera e lascia liberi gli imprenditori privati dove e quanto investire, puntando sul fatto che con la concorrenza vince il migliore.

Ma oggi le cose si complicano in quanto una pianificazione dello Stato, che mobilita pubblico e privati e poi redistribuisce gran parte dei profitti ai cittadini, può essere meglio di un capitalismo privato che favorisce una oligarchia. I valori della libertà individuale e della democrazia possono essere erosi da un sistema che non redistribuisce più il benessere, mentre il socialismo di mercato (come i cinesi si autodefiniscono) sviluppa la società nell’eguaglianza.

Con l’avvento della cosiddetta Intelligenza Artificiale, cioè di potentissime macchine che apprendono, i desideri della gente e dove investire possono essere raccolti meglio dalle macchine. E infatti chi le sta usando per soddisfare i consumi e indirizzare gli investimenti? Tutte le corporation Usa, inclusa la Finanza e Amazon, che usano l’Intelligenza Artificiale per profilare clienti, e individuare i nostri consumi (e immagazzinarli) prima ancora che noi ordiniamo.

È il paradosso di multinazionali che si ispirano al “libero mercato”, ma che pianificano in modo centralizzato con un apparato di rilevazione della domanda più sofisticato del genio e fiuto delle migliaia dei vecchi imprenditori, al punto che non è azzardato dire che Amazonsa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia”.

Negli stessi mercati finanziari sono ormai gli algoritmi che svolgono la funzione di decidere quando e dove investire e in modo molto più rapido dei vecchi consulenti, economisti e ragionieri sempre più sostituiti da fisici e matematici.

Ma chi è nel mondo oggi che sta investendo ancor più delle corporation USA in un modello di pianificazione centralizzata? La Cina, la quale si differenzia dalle grandi corporation americane per distribuire il profitto generato non a una ristretta élite di oligarchi ma all’intera società. Si sta di nuovo definendo quindi un conflitto tra appropriazione privata del profitto o sua distribuzione alla collettività. È la dimostrazione che la tecnologia e l’innovazione (anche l’AI) può essere usata in modo diversi, essere regolata o meno, dare o meno all’essere umano l’ultima parola o no.

Non sappiamo come andranno le cose in Cina, perché anche là operano potenti forze legate al mercato e sono rilevanti gli interessi privati (sui primi 500 miliardari al mondo i cinesi sono 116), ma si sta consolidando sempre più una cultura delle Istituzioni statali cinesi e del partito comunista che va nella direzione di usare i profitti a favore della collettività e non di singoli milionari, a cui vengono spuntate le unghie quando diventano troppo graffianti.

E al partito comunista non ci si iscrive come da noi per simpatia, ma, come i vecchi mandarini confuciani, sei selezionato in base all’istruzione e al consenso sociale che hai nella tua comunità. Per cui Xi-Jinping è tutto tranne che un uomo solo al comando.

Che tutto ciò accada nell’Oriente socialista e non nell’Occidente capitalistico dovrebbe essere oggetto di discussione (e preoccupazione). Non sappiamo se avrà successo, ma se dovesse averlo, preannuncia una crisi profonda del modello capitalistico, un impoverimento netto della grande maggioranza dei nostri cittadini a favore di cinesi, asiatici e dei Paesi del Sud del mondo che useranno l’Intelligenza Artificiale come una tecnologia al servizio di molti e non di pochi, come in Occidente purtroppo si sta delineando.

Per Keynes il valore del capitalismo era quello di disporre di molti imprenditori privati che, con fiuto e rischio di impresa (a volte anche con fortuna, furbizia e frode) si arricchivano, ma nell’interesse di tutti (come diceva anche Smith), per via della “mano invisibile”, facendo fronte all’incertezza con molte più capacità dello Stato burocratico, centralizzato e dirigista.

Ma la nuova tecnologia degli algoritmi e delle macchine che apprendono rendono obsoleto tutto ciò e spostano il problema su cosa produrre e a chi vanno i giganteschi profitti generati. L’Occidente crede ancora che lo possa fare solo il libero mercato, ma la Cina mostra che un’altra via, guidata dallo Stato, col coinvolgimento dei consumatori, è possibile. Non è escluso che sia più efficiente e di sicuro è maggiormente egualitaria. La storia è quindi tutt’altro finita.

Le guerre in corso hanno molto a che fare con questi diversi modelli di società che si fa finta di non vedere, o meglio che vengono semplificati come lotta tra Buoni (noi) contro i Cattivi (gli altri) o della Democrazia contro le Autocrazie. Ne vedremo delle belle.

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

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I detenuti del Global Sumud Land Convoy in sciopero della fame in un sito di detenzione segreto in Libia

APPELLO URGENTE
I detenuti del Global Sumud Land Convoy in sciopero della fame in un sito di detenzione segreto in Libia

I detenuti del Global Sumud Land Convoy in sciopero della fame in un sito di detenzione segreto in Libia

APPELLO URGENTE
La Global Sumud Flotilla lancia un appello urgente e vitale per gli 11 volontari umanitari arbitrariamente detenuti in Libia. Dieci degli undici detenuti sono giunti al quarto giorno consecutivo di un duro sciopero della fame e della sete, rifiutando sia il cibo sia l’acqua, per protestare contro la loro detenzione illegittima, il diniego di assistenza legale, il prolungamento della custodia e i maltrattamenti subiti.

Ad oggi, le condizioni di salute dei volontari in sciopero stanno peggiorando rapidamente. Nella giornata di ieri sono stati segnalati diversi episodi di svenimento, che hanno colpito in particolare le donne. Nonostante la gravità del deterioramento fisico, le autorità libiche continuano a negare qualsiasi monitoraggio medico indipendente. Nessun team sanitario esterno è stato autorizzato a visitare i detenuti. I medici presenti all’interno della delegazione stessa sono costretti a monitorare e assistere i propri compagni in condizioni critiche, pur essendo essi stessi estremamente debilitati.

Reclusi in “siti neri” e sottoposti a guerra psicologica

I volontari sono attualmente detenuti in una struttura carceraria isolata e non civile gestita dal Ministero dell’Interno, nota localmente come “black site” (sito nero). Privati dei loro diritti fondamentali, i delegati stanno affrontando una sistematica campagna di pressione psicologica e interrogatori intensivi.

Queste sono le informazioni che provengono dalla struttura dove sono sequestrati: 

Isolamento totale: i detenuti rimangono completamente tagliati fuori dal mondo esterno, senza alcun contatto con le proprie famiglie e senza accesso a una rappresentanza legale indipendente.

False speranze strumentalizzate: le autorità stanno deliberatamente sommergendo i volontari di informazioni contraddittorie, promettendo ripetutamente il rilascio ogni due giorni per minarne la resistenza psicologica.

Manipolazione giudiziaria: ai detenuti è stato comunicato che compariranno davanti a un tribunale il prossimo martedì. Tuttavia, alla luce di una costante serie di inganni amministrativi, i volontari ritengono che si tratti dell’ennesima tattica volta a destabilizzarli emotivamente e a prolungare la loro detenzione arbitraria.

Le origini della crisi

La crisi è iniziata il 24 maggio, quando una delegazione negoziale composta da dieci membri si è avvicinata a Sirte in buona fede per discutere con le autorità libiche il passaggio sicuro del convoglio umanitario. Invece di essere accolta per il dialogo, la delegazione è stata caricata con la forza su furgoni senza contrassegni e fatta sparire.

Ai dieci delegati si aggiunge Mehdi Bouzguenda, volontario tecnico tunisino di 24 anni, arrestato il 19 maggio mentre rientrava nel proprio Paese. Il 2 giugno la loro

detenzione arbitraria è stata prorogata di ulteriori dieci giorni con il pretesto di presunte violazioni delle norme sull’immigrazione, nonostante tutti i volontari fossero in possesso di visti validi e fossero entrati legalmente nel Paese.

La Global Sumud Flotilla avverte le autorità libiche e il Ministero dell’Interno che esse portano la piena responsabilità giuridica e morale per la vita e l’integrità fisica di questi operatori umanitari internazionali. Uno sciopero della fame e della sete può avere conseguenze rapidamente fatali; senza un intervento immediato, questa crisi umanitaria rischia di trasformarsi in una tragedia.

Chiediamo con urgenza:

  • L’immediato accesso di osservatori medici indipendenti
  • L’accesso dei rappresentanti consolari internazionali
  • Il rilascio immediato e incondizionato degli 11 volontari detenuti

In copertina: Foto di https://globalsumudflotilla.org/

Non è il "ti amo"

Non è il “ti amo”

Non è il “ti amo”

Perché i confini non si confondono a causa di una parola

In queste settimane il dibattito pubblico si è acceso attorno a una questione apparentemente semplice: è giusto o sbagliato dire “ti amo” ai propri figli?

La discussione è nata dalle dichiarazioni di una nota psicoterapeuta, secondo la quale ai figli sarebbe preferibile dire “ti voglio bene”, poiché il “ti amo” apparterrebbe al registro della relazione amorosa mentre il “ti voglio bene” sarebbe più adeguato al legame tra genitori e figli.

Come spesso accade, il confronto si è rapidamente trasformato in una contrapposizione.

Da una parte chi considera il “ti amo” una pericolosa confusione dei ruoli.

Dall’altra chi rivendica il diritto di esprimere liberamente il proprio affetto.

Eppure forse la questione interessante non è questa.

Perché il problema non è mai una parola.

Le parole certo hanno un peso. Producono effetti. Possono ferire, rassicurare, orientare. Ma pensare che la qualità di un legame dipenda dalla scelta tra “ti amo” e “ti voglio bene” rischia di spostare l’attenzione dal punto essenziale.

La domanda non è quale espressione utilizzi un genitore.
La domanda è quale posto occupi quel figlio nella sua vita.

È riconosciuto come soggetto separato, portatore di desideri e percorsi propri? Oppure viene chiamato, magari inconsapevolmente, a colmare qualcosa che appartiene all’adulto?

È qui che si gioca la partita.

Esistono famiglie in cui non si pronuncia mai la parola amore e dove i confini risultano profondamente confusi.
Ed esistono famiglie in cui ci si dice serenamente “ti amo” senza che questo produca alcuna ambiguità.

Perché ciò che protegge un bambino non è la censura delle parole.

È la possibilità per ciascuno di occupare il proprio posto.

Un figlio non è il confidente del genitore. Non è il destinatario delle sue fragilità. Non è colui che deve compensare una solitudine, una delusione o una mancanza.

È un figlio. E come tale altro da sé.

E la sua possibilità di crescere dipende anche dal fatto che gli adulti sappiano restare al proprio posto senza chiedergli di occupare il loro.

Questo non significa che tutti i gesti siano equivalenti.

Esistono comportamenti che meritano di essere interrogati perché possono introdurre una certa ambiguità nelle posizioni generazionali.

Pensiamo ai baci sulla bocca tra genitori e figli, o alla condivisione prolungata del letto, oltre l’età in cui risponde a un reale bisogno del bambino.

Non si tratta di formulare giudizi morali.

La domanda resta sempre la stessa: a quale esigenza risponde quel gesto?

Nasce da un bisogno del figlio o da una difficoltà dell’adulto a tollerare la crescita e la separazione?

La questione non riguarda il gesto in sé, ma la funzione che quel gesto assume all’interno del legame.

Forse questa discussione lascia intravedere una questione più ampia.

Viviamo in un’epoca che fatica sempre più a fare i conti con la mancanza.

Un’epoca che promette continuamente di colmare il vuoto, l’insoddisfazione e l’incertezza, come se ogni sofferenza potesse essere eliminata e ogni distanza annullata.

Anche la genitorialità sembra talvolta essere trascinata dentro questa logica.

Come se il compito di un genitore fosse garantire una felicità senza crepe. Come se amare significasse evitare qualsiasi frustrazione o cancellare ogni separazione.

Eppure la mancanza non è un errore educativo.

Appartiene alla condizione umana.

La questione non è come proteggere un figlio dalla mancanza, ma quale rapporto gli adulti intrattengano con la propria.

Che cosa chiedono inconsapevolmente ai figli di colmare?

Perché è spesso qui che i confini iniziano a diventare incerti.

Non quando manca l’amore.

Ma quando un figlio viene investito del compito di rispondere a qualcosa che appartiene all’adulto.

C’è poi un altro elemento che questa discussione mette in luce.

La nostra epoca sembra avere una particolare passione per le formule assolute.

L’idea che esista sempre una risposta definitiva: una parola giusta e una sbagliata, un comportamento corretto e uno da evitare, una tecnica educativa capace di garantire il benessere.

Freud lo aveva già mostrato nel Disagio della civiltà: ogni epoca produce le proprie forme di sofferenza e, potremmo aggiungere, anche le proprie illusioni di soluzione.

Oggi una di queste illusioni consiste nel credere che questioni estremamente complesse possano essere risolte attraverso prescrizioni sempre più dettagliate su come amare, educare o parlare ai figli.

Non è una scoperta recente.

Freud collocava l’educazione tra i cosiddetti mestieri impossibili, insieme al governare, all’insegnante e al curare. Impossibili non perché destinati al fallimento, ma perché nessuna conoscenza potrà mai garantire in anticipo il risultato.

Nessun esperto può quindi stabilire in assoluto che cosa renda un genitore “giusto” o quale parola debba necessariamente essere pronunciata all’interno di una famiglia.

Se è difficile definire i migliori genitori, è forse più semplice riconoscere alcune posizioni che rischiano di diventare problematiche.

Tra queste vi è quella di chi si presenta come modello esemplare, senza mancanze né contraddizioni, offrendo al figlio un ideale tanto perfetto quanto irraggiungibile.

Perché un figlio non ha bisogno di genitori impeccabili.

Ha bisogno di adulti capaci di assumersi la propria responsabilità senza trasformarsi nella misura assoluta di ciò che lui dovrebbe diventare.

La psicoanalisi insegna qualcosa di diverso dalle formule universali.

Insegna che la stessa parola può avere effetti differenti in famiglie differenti.

Che lo stesso gesto può assumere significati opposti.

E che ciò che conta non è soltanto ciò che si dice, ma il posto da cui lo si dice e il posto che si assegna all’altro.

C’è infine un aspetto che merita attenzione.

Sempre più spesso, di fronte alle difficoltà di un bambino o di un adolescente, il discorso pubblico sembra orientarsi rapidamente verso la ricerca delle responsabilità genitoriali.

Madri e padri arrivano già gravati da dubbi, sensi di colpa e preoccupazioni. E non raramente escono sentendosi ulteriormente giudicati.

Eppure un buon lavoro con un figlio non può partire dall’umiliazione dei suoi genitori.

Non perché siano perfetti.

Ma perché, anche quando sono smarriti o commettono errori, restano quasi sempre la risorsa più preziosa a disposizione del figlio.

Trasformarli in imputati raramente aiuta.

Aiutarli a pensare produce spesso effetti molto diversi.

Per questo la vera questione non è stabilire se sia più corretto dire “ti amo” o “ti voglio bene”.

La vera questione è comprendere che cosa stiamo chiedendo a un figlio di rappresentare nella nostra vita.

Perché i confini non si confondono a causa di una parola.

Si confondono quando un figlio viene chiamato a rispondere a qualcosa che appartiene agli adulti.

E nessuna formula educativa potrà mai sostituire il lavoro, sempre imperfetto e sempre umano, che consiste nell’amare un figlio abbastanza da accompagnarlo nella crescita e abbastanza da lasciarlo diventare altro da sé.

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

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