8 marzo: l’equivoco dell’identità femminile
8 marzo: l’equivoco dell’identità femminile
Ogni 8 marzo si ripete lo stesso rituale. E proprio per questo rischiamo di non vederlo più.
Mimose, statistiche sulla violenza e sulle disuguaglianze, post indignati sui social, campagne sull’empowerment femminile. Un copione ormai perfettamente riconoscibile.
Vale la pena ricordare che l’origine di questa giornata non ha nulla di celebrativo. Nasce dalle lotte delle lavoratrici e da tragedie che hanno segnato la storia del lavoro femminile. È il ricordo concreto di condizioni di sfruttamento e ingiustizia che per molto tempo hanno colpito soprattutto le donne.
Proprio per questo colpisce un certo paradosso del presente: l’idea di concentrare la celebrazione delle donne in un solo giorno dell’anno.
Come se il resto del calendario fosse neutrale. O, per dirla con una punta di ironia, come se gli uomini non avessero bisogno di una giornata dedicata perché, in fondo, occupano già tutte le altre.
Ma accanto alla funzione di memoria storica, l’8 marzo produce spesso anche un altro effetto, più silenzioso: la costruzione di un’immagine standardizzata del femminile.
Nel discorso pubblico si parla continuamente della donna: la donna nella storia, la donna nel lavoro, la donna nella società.
Il problema è che questa figura al singolare finisce facilmente per trasformarsi in un’astrazione.
Non esiste “la donna”. Esistono donne, una per una. Con storie, desideri, contraddizioni, scelte e impasse che non coincidono mai perfettamente con le narrazioni collettive.
Il femminile, forse più di ogni altra esperienza umana, resiste alla tentazione delle definizioni universali.
Eppure il discorso pubblico sembra avere bisogno proprio di questo: una figura semplice, riconoscibile, rappresentativa. Una figura che possa parlare per tutte.
Così, quasi senza accorgercene, si producono modelli: la donna forte, la donna indipendente, la donna resiliente, la donna che rompe il soffitto di cristallo, la donna che riesce a conciliare tutto. Figure che funzionano bene nei discorsi pubblici e nelle campagne simboliche.
Il problema non è che queste immagini esistano. Il problema è quando finiscono per diventare standard.
Ogni standard, anche quando nasce con buone intenzioni, finisce per funzionare come un nuovo ideale dell’Io.
Quando il femminile viene raccontato come se esistesse una forma riconoscibile e condivisa dell’essere donna.
Ma la realtà è molto meno ordinata.
Nella vita reale non esiste un’esperienza femminile unica. Non esiste un’identità capace di contenere la molteplicità delle vite, delle scelte e dei desideri.
C’è sempre qualcosa che sfugge.
Per questo ogni epoca continua a produrre nuove immagini della donna: la madre, la musa, la tentatrice, la donna emancipata, la guerriera contemporanea. Tentativi comprensibili di fissare una figura stabile.
Ma quella stabilità non regge mai davvero.
Perché la soggettività non è una categoria collettiva. Non è un’identità da indossare. È qualcosa che ogni individuo deve inventare nel corso della propria vita.
E questo vale per le donne come per gli uomini.
Forse allora il modo più interessante di attraversare l’8 marzo sarebbe proprio questo: sospendere per un momento la produzione incessante di immagini della donna. Smettere di cercare un modello che possa rappresentarle tutte.
E lasciare spazio alle donne reali. Contraddittorie, singolari, imprevedibili. Donne che non coincidono perfettamente con nessun modello.
E se questo manda in crisi la fabbrica rassicurante delle narrazioni — quelle della vittima e quelle dell’eroina — forse non è una cattiva notizia.
Dopotutto la psicoanalisi, fin dall’inizio, non è mai stata molto interessata alle consolazioni collettive.
Cover. Donne diverse – immagine da Lo Spessore
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Grazie 🌹
Grazie dell’ interessante e stimolante riflessione . Condivido pienamente
Grazie dell’ interessante riflessione . Condivido pienamente
Concordo ❤️