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Parole a capo
Nadia Scappini: “per vertigine di cielo”. Alcune poesie

Parole a capo <br> Nadia Scappini: “per vertigine di cielo”. Alcune poesie

L’incipit di questa bella silloge di Nadia Scappini è quasi un programma di vita in questo mondo sottosopra. La ringrazio per la condivisione della sua ultima fatica.

 

di alberi e nostalgia

scrivo per contrastare chi assassina
i sogni, per dare un ordine alle cose
come ai calzini nel cassetto, al quotidiano
mezzo letto aperto sopra i libri nella quiete
bianca del salotto
scrivo nella pietà di una preghiera che spunta
dal deserto a colmare la distanza quando frana
ogni certezza nel ripetersi di un gesto

 

*

non disertare l’appuntamento
                                   col mare

di questo bosco chiaro

vedi, è un altare
dove celebrare i vortici
del sogno veritiero
che sorprende l’alba

 

*

 

percorrere con le dita le nervature
di una foglia frastagliata       finita
a terra per il troppo pulsare

sapere d’improvviso la sua pena

accade ogni tanto anche a me

 

*

 

apri le dita a conca quando
li abbracci perché più forte salga
dalle vene la preghiera al Cielo
dove, tra gli alti rami, già s’intravvede
il colore del perdono

 

*

 

è cosa buona, sappilo, che i piedi
non s’attacchino alle orme dei passi
sopra le foglie umide nel bosco

sarebbe una prigione

 

*

 

abbraccia quel tronco vivo
quando senti che ti chiama
abbraccialo anche se la circonferenza
è troppo ampia

fermati           fidati            prendi tempo
abbandonati alle rughe della corteccia
ascoltane il respiro               loro sanno

appoggiati al suo battito fino a combaciare
lascia la carreggiata la via diritta
                                                           delira

sai che per ritrovarsi bisogna chiudere gli occhi
perdersi nella radura lasciare che ci abiti l’infinito?

 

*

 

ascoltali uno ad uno amando di ciascuno
il segreto le misteriose sillabe il sussurro
che non scorda il passo e non ferisce
il sospiro di ogni spaccatura

le radici canale dove fluisce la memoria

 

*

nel palmo delle mani curvate a nido
raccolgo dalla roccia l’acqua sorgiva
in fretta la spargo a ristoro degli esili
rami di pino intrecciati a campanule
viola posate sul piano di quel capitello
ormai sbrecciato dove d’estate amo
sostare

basta in fondo il tempo di un sorriso
per incrociare lo sguardo mite di quella
Madonna contadina dalla veste azzurra
mezzo cancellata

sta lì per noi,
passanti frettolosi, ad ascoltare a benedire
aprendo per ciascuno una piega

*

 

                                                              chiedono tempo la bellezza
                                                              orecchio fine i sussurri di ogni amore

sta la mia Itaca tra le robinie e gli olmi nella corte di Giacciano*
sul tronco del rosmarino ormai storto          quasi grigio e resistente
sta dove il bosco è distesa di grano ardente rassegnata al taglio necessario

sta dove ogni alba è resurrezione e turgore nel tramestio di lucertole
e grilli di tortore accorte, precise, che lasciano andare dai rami più
alti frammenti di stecchi e radici          inadatti ai prossimi nidi

sta nei vitigni antichi salvati da vittorio per la sacra liturgia del vino
nei cespugli di piccole rose arrese lungo le strade sterrate a chi,
distratto, le ignora e scorrazza lasciandosi dietro spirali di polvere bianca

sta tra i giovani pioppeti a lato dei poderi dove insieme abbiamo
consumato l’estate dell’ottantadue tenendoci per mano sulle bici
ormai vintage un poco arrugginite                    attenti a non cadere

*Giacciano è un piccolo paese dell’Alto Polesine in provincia di
Rovigo, dove sono le radici della mia famiglia paterna

*

Foto di Michael da Pixabay

*

Nadia Scappini, di famiglia veneta, è nata a Bagno di Romagna (Forlì) nel 1949 e vive a Trento. Tra i titoli più recenti di poesia La luna nuda (Travenbook, 2007), Il ruvido mistero (Ancora, 2008), Un’ora perfetta (Aragno, 2015), Come dire dell’amore (Moretti&Vitali, 2019), sul fianco del mattino (pequod, 2024), per vertigine di cielo (ilglomerulodisale, 2025). (I suoi romanzi: Le ciliegie sotto il tavolo (Marietti, 2012, Premio Asti d’Appello 2012), Sonia e il poeta (Il Vicolo, 2016). Ha pubblicato un saggio su preghiera e poesia: E tuttavia Ti cerco” (Ancora, 2008) e un saggio/narrazione su cibo e convivialità Limone ruffiano (Il Vicolo, 2016). Si occupa di promozione culturale, scrittura e critica collaborando con la pagina culturale di alcuni quotidiani locali e con riviste nazionali. Ha organizzato convegni e seminari di studio su poesia e mito e su temi di attualità del giornalismo.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 324° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Militarismo in declino

Il pianeta non è in pace ma nel mondo lo strumento militare è in declino

Il militarismo, all’opposto di quel che si scrive, si è ridotto non solo in Europa ma in quasi tutto il mondo dopo la 2^ guerra mondiale. Parrà strano ma i dati sono inconfutabili. Bombardati dalle notizie sull’Ucraina e Gaza il più prestigioso e indipendente centro di studi sulle armi (Sipri) ci dice che le guerre sono diminuite tra il 40% e l’80% negli ultimi 40 anni. Crisi che sembravano senza uscita in Colombia, Sierra Leone, Nord Irlanda, Liberia, Angola, Perù-Ecuador sono finite o in via di soluzione. Per la prima volta nella storia Europa (con l’eccezione Ucraina), le due Americhe, l’Asia orientale sono senza guerra e ospitano il 60% della popolazione mondiale.

Come mai? I paesi occidentali (Europa e Stati Uniti) che sono stati gli unici che per 500 anni hanno invaso e colonizzato, si sono convinti che non conviene più fare “guerre aperte” per tre buone ragioni: a) sono costose e si perdono perché gli aggrediti sanno difendersi con le unghie e coi denti (come hanno mostrato i talebani anche se poveri di tutto); b) è vero che l’ONU conta sempre meno, ma l’emergere di nuovi paesi mostra come col multilateralismo già in atto chi viola il diritto internazionale paga dei prezzi sia economici che di autorevolezza; c) Russia e Cina, al di là della vulgata che li vuole aggressori, non sono intenzionati a fare la guerra a nessuno. La Russia vuole ri affermarsi come super potenza dopo l’umiliazione subita dagli Stati Uniti nel decennio 1991-99 quando fu trasformata in una paria col 40% dei suoi cittadini in povertà estrema e dallo sgarbo subito dall’Europa e Nato nel procedere ad inglobare ucraina e Georgia, nonostante i suoi numerosi avvertimenti. Sa che vince sul terreno e non si fermerà finchè non avrà conquistato tutto il Donbass, ma sa anche che solo conquistare quest’area pur russofona, comporta un prezzo enorme che non è in grado di sostenere un’altra volta nei prossimi 20 anni.

La Cina non solo non ha mai avuto una politica di espansione territoriale (Tibet e Taiwan escluse che sono però al suo confine, come il Donbass è ai confini della Russia), ma la sua strategia nazionale è di invasione commerciale non militare. Lo stesso Israele che persegue lo sterminio dei palestinesi, troverà prima che poi, una coalizione internazionale che lo fermerà in questo delirio, in quanto il mondo, per quanto sia indifferente, non accetta violenze protratte di tal livello e, per quanto sia spudoratamente coloniale, la strategia di Trump, entra in conflitto con lo sterminio di un popolo.

Un’altra ragione è che più i paesi si arricchiscono e diventano istruiti, com’è stato anche per l’Europa, meno facile è per i Governi (che vogliono stare al potere) reclutare giovani per andare al fronte e morire in guerre che, se di invasione, si trasformano in autentica macelleria. E altrettanto crescenti sono le proteste delle popolazioni quando escono dalla miseria e dall’ignoranza. In sostanza i processi di incivilimento in atto in tutto il mondo, largamente certificati dall’Agenzia Unpd dell’ONU, favoriscono che il mondo diventi prima o poi senza guerre.

La guerra in Ucraina e lo sterminio in corso a Gaza (e Cisgiordania) sono, in questo contesto, un’eccezione, ma sono alte le probabilità che esse cessino a breve. La stessa spesa militare pur cresciuta in valore assoluto, se si rapporta (più correttamente al Pil che cresce) sta calando (2,1% del PIl mondiale). Solo 6 paesi al mondo sono oltre questo livello (tutti occidentali, tranne Russia e Arabia Saudita). Appare quindi stupefacente che la “pacifica e buona” Europa voglia ora andare al 3,5% e forse al 5%.

Spesa militare, Fonte Sipri, 2024

Anche le “mattane” di Trump (Iran, Venezuela, Groenlandia) sono disgustose “predazioni mirate”, ma meglio dell’era delle guerre aperte americane o dei numerosi cambi di regime (spesso sostenute anche dai “buoni” Democratici) degli ultimi 50 anni e avrà non pochi problemi col “suo cortile di casa” latino-americano ora esteso alla Groenlandia.

La Russia che l’élite UE vede come “la minaccia”, si sgonfierà del tutto dopo la pace in Ucraina, capendo che ha sbagliato bersaglio. La Cina che tutti dicono invaderà Taiwan, aspetta pazientemente che sia riconosciuta la sua sovranità su questa provincia (cinese ai suoi confini) e, del resto, ha un passato di non invasione nei suoi 2mila anni.

La propaganda sulla “guerra che verrà” (tutta europea) è per dimostrare ai suoi cittadini riluttanti la bontà di un riarmo (demenziale) da 800 miliardi che l’élite UE sa bene è aborrita, anche perché tutte le guerre degli ultimi 50 anni (Ucraina inclusa) dimostrano che, quando una popolazione non condivide le mire dell’aggressore, è impossibile tenere quel territorio a lungo. Persino i talebani, male armati, sono riusciti a cacciare prima gli inglesi, poi i russi, poi l’intera NATO.

Anche Israele che non vuole affatto “Due Stati, due popoli” e continua a colonizzare la Cisgiordania, dove ha occupato il 42% delle terre, nel totale sprezzo di quel diritto internazionale che la UE dice a parole di difendere contro la Russia (ma che non vale contro Israele), prima o poi verrà fermato dagli Arabi & Trump più interessati a fare affari che sterminare un popolo.

Le “logiche imperiali” di Russia e Stati Uniti, così oggi declamate, sono poca cosa rispetto a quelle europee e poi americane dell’Ottocento e Novecento e la pace nel mondo, ogni anno che passa, è sempre più apprezzata, anche se l’ONU pare ha perso un ruolo determinante che era però anche plasmato dal dominio unipolare americano. Nulla esclude che dopo i guadagni di potere di Russia e Cina (post Ucraina e post Gaza) nell’ambito internazionale, si riveda una ONU meno occidentale e americano e più coerente coi nuovi equilibri che sii andranno a formare, anche se a noi occidentali piacevano più quelli passati quando contavamo di più.

La guerra è stata per secoli il motore della politica internazionale occidentale, ma bisogna riconoscere che dopo la 2^ guerra mondiale e la decolonizzazione, il miglioramento è stato immenso e oggi la stragrande maggioranza dell’umanità ripudia la guerra, com’è scritto anche nella nostra Costituzione. Nel mondo i soldati sono diminuiti da 29 milioni del 1987 ai 20 del 2025 (nonostante l’aumento in Ucraina, Russia, Israele), ma in rapporto alla popolazione mondiale sono scesi da 0,6% a 0,2%. Gli Stati Uniti hanno condotto molte guerre aperte dal 1970 ad oggi, ma si sono convinti che non conviene più farle (meglio l’idea di Trump di predare con pochi costi alcuni paesi, anche via dazi). Popolazioni povere e poco armate (come i talebani) contrarie agli invasori, hanno dimostrato quanto costoso e perdente sia nel lungo periodo. Si stima che gli Usa abbiano speso per le guerre aperte dopo l’11 settembre 2001 da 8 a 10mila miliardi, tutte finanziate a debito (esploso a 35mila miliardi, passando dal 55% del Pil del 2000 al 123% del 2024). Una delle ragioni della crisi Usa è proprio questo debito militare tossico che ha impoverito gli americani e oggi obbliga lo Stato a pagare ogni anno mille miliardi di soli interessi sul debito accumulato, cifra superiore anche alla stessa spesa militare e che Trump vorrebbe ancora aumentare.

E’ famoso quello che disse il segretario alla difesa Usa Gates nel 2011 ai cadetti dell’Accademia di West Point: “chi consigliasse al Presidente di inviare di nuovo un grande esercito americano di terra in Asia o nel Medio Oriente o in Africa dovrebbe essere sottoposto a un esame del cervello”.

La guerra in Ucraina ha mostrato che tutti i vecchi sistemi d’arma (aerei F-35, carri armati, navi, portaerei,…) sono costosi ed obsoleti, facilmente neutralizzabili da droni e missili. La Cina, per esempio, con un missile da un milione di euro può affondare una portaerei USA da 10 miliardi, per cui tutte le simulazioni fatte dal Pentagono su una guerra convenzionale USA-Cina per Taiwan, portano ad una sconfitta americana, trattandosi di una zona di confine con la Cina. Per sostenere poi una guerra per molto tempo, occorre una manifattura solida che oggi esiste solo in Cina, la quale produce il 35% della manifattura mondiale contro il 10% di quella Usa.

In sostanza il militarismo sta scemando e la Cina non ha affatto intenzione di fare la guerra agli USA, la sua strategia, che origina dalla cultura confuciana (non espansionismo), è semmai quella commerciale e per fare la guerra bisogna essere in due.

Storici come M.Eisner[1] hanno calcolato come sia cambiata negli ultimi 5 secoli la violenza privata (omicidi ogni 100mila abitanti), passando dai 50 all’anno nel Quattrocento, a poco più di 20 nel Cinquecento, a 5 nel tardo Ottocento e a 1 nell’ultimo secolo. Uno dei cambiamenti maggiori è apparso inosservato perché avvenuto lentamente. Oggi le società, nonostante gli allarmi continui, sono molto più sicure del passato. Da notare che questo fenomeno ha riguardato l’Occidente perché in Cina anche 500 anni fa gli omicidi erano bassi come lo sono oggi per il controllo delle famiglie, la cultura confuciana che ha consentito un’impronta “leggera” dello Stato imperiale.

Ecco perché non è azzardato pensare che con la pace Ucraina-Russia (giugno 2026?), si potrebbe aprire una fase di ridimensionamento del militarismo nel mondo che contrasta con una gestione di cooperazione multilaterale nuova del mondo fondata sul diritto. In tal senso appare completamente sbagliata la scelta dell’élite UE di puntare su un riarmo che spinge i più forti ad una escalation.

La UE potrebbe invece essere la prima a proporre al mondo la via del dialogo e del disarmo (pur avendo una propria difesa minima), come si pensava fosse nella sua missione spirituale originaria, dimostrando al Resto del mondo che è davvero cambiata rispetto alle guerre mondiali che ha scatenato nell’Ottocento e Novecento. Il premer del Canada Mark Carney a Davos ha indicato la via: “Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questa è la missione delle potenze medie, che hanno di più da perdere da un mondo di fortezze e di più da guadagnare da un mondo di cooperazione genuina. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi”.

[1] Modernization, Self Control and Lethal Violence: the long term dynamics of European Homicide Rates in Theoretical Perspective, British Journal of Criminology, vol. 41, 2001.

Cover: Propaganda militarista in Corea del Nord – immagine Wikimedia Commons

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“Cronache da un paese interrotto. Il diario del prof Roberto Cirelli in Palestina


Ripubblichiamo la recensione di Eleonora Graziani al volume di Roberto Cirelli “Cronache di un paese interrotto. Diario di un prof in Palestina” (Gemma edizioni, 2026). In queste settimane il libro è stato presentato a Ferrara e in diverse altre realtà, riscuotendo un grande interesse.
Un interesse tale che, dopo l’appuntamento di Gennaio, a Ferrara è in programma per il 13 Febbraio una seconda presentazione nei locali di Viale K, l’associazione che sta ospitando gli sfollati del Grattacielo: non una coincidenza ma un collegamento preciso tra la tragedia palestinese e la triste vicenda cittadina. Sarà proprio Domenico Bedin, presidente di Vilale K a dialogare con l’autore.
(Francesco Monini)

Cronache da un paese interrotto.
Diario di un prof in Palestina.

Il libro, come sintetizzato nel titolo, riporta l’esperienza di un insegnante all’estero, selezionato dal Ministero degli Affari Esteri attraverso un concorso, con l’obiettivo di diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. La destinazione del professor Cirelli è l’università palestinese di Birzeit, a nord di Ramallah. La durata del mandato è dal 2017 al 2023, terminato pochi giorni prima dell’attentato del 7 ottobre. Una scelta coraggiosa da parte della Farnesina, che istituisce da anni il ruolo di lettore di italiano in un’università palestinese,  nonostante i tempi a dir poco drammatici per la Palestina, ma coraggiosa anche per il docente che accetta il mandato, esponendosi a pericoli ormai tristemente prevedibili.

L’autore stesso riporta l’identikit fatto dallo scrittore David Lodge di questo tipo di docente, ritratto che mi  ha molto divertito perchè faccio parte anch’io della categoria, essendo stata assegnata dal ministero per quattro anni all’istituto comprensivo di Asmara, in Eritrea:
«Vagavo tra due mondi, uno perduto, e uno che aspettava di nascere»
.«Io credo che noi cerchiamo intensità di esperienza. Sappiamo che non è più possibile trovarla a casa, ma abbiamo sempre la speranza  di trovarla all’estero».

Ma a volte l’esperienza assume i contorni di una realtà crudele e l’intensità trasborda nel dolore, prima di tutto per i propri alunni e le loro famiglie costretti a vivere un’immeritata e precoce perdita di innocenza.

Ritorni e ti accorgi che qualcosa si è spezzato dentro e  la ferita continua a sanguinare.

Il libro è composto di trentotto brevi capitoli che narrano incontri ed episodi avvenuti all’università e/o durante la permanenza in Palestina, descritti con attenzione, rispetto e amore per una cultura diversa dalla nostra, con la  presenza costante, purtroppo, dei soprusi perpetrati dagli israeliani.

Uno dei temi ricorrenti è la ricerca di un’interculturalità autentica, che scambi l’apprendimento della lingua e della cultura italiana con la cultura e gli usi palestinesi, ricca di storia, musica, danze, ricette a noi sconosciute.

Uno degli stereotipi  occidentali che l’autore riesce perlomeno ad incrinare nel lettore è quello del popolo palestinese come un popolo ignorante, deprivato negli anni della possibilità di celebrare la propria storia, le proprie tradizioni e la propria memoria. Nonostante l’occupazione dei coloni, ogni episodio al contrario mette in luce la grande preparazione culturale dei giovani palestinesi, anche rispetto alla cultura occidentale. Soprattutto la loro ormai famosa Sumud, resistenza o resilienza, che consiste innanzitutto in una grande dignità individuale e collettiva di fronte a chi non li ha mai riconosciuti, e che ha progettato, con il successivo genocidio di Gaza, il loro sterminio.

Un paese che si abitua a vivere quotidianamente con queste brutture… ma la vita che va avanti nonostante tutto è una inevitabile forma di resistenza.(pag.225) scrive l’autore.

Un altro stereotipo contestato dal libro è quello del mondo musulmano catalogato in blocco come fondamentalistadisposto solo a fare la jihad islamica e a combattere il cristianesimo occidentale: L’israeliano medio, che purtroppo molto frequentemente ha una mentalità colonialista, si sente normalmente superiore al suo vicino arabo, considerato inferiore in quanto arretrato culturalmente e incapace addirittura di autodeterminarsi.(pag.251).

Il libro, nei diversi racconti di episodi e incontri da cui spesso scaturiscono amicizie delicate e profonde, ci restituisce invece l’immagine di un mondo musulmano estremamente variegato, dove ciascuno vive la propria identità  in modo singolare, più o meno aderente alla pratica prescritta dalla religione, nello stesso modo in cui i cattolici  interpretano soggettivamente la propria appartenenza ad un paese cattolico.

Anche la spinosa questione dell’obbligo del velo per le donne, viene sfatata dalla diversità di atteggiamento delle giovani studentesse dell’università di Birzeit: …c’erano quelle vestite all’occidentale, con jeans attillati e magliette colorate, che contemporaneamente portavano il velo, poi c’erano quelle  che non portavano l’hijab… perchè erano musulmane ma non credevano nella necessità di portare il velo, e non erano poche. (pag.257). L’autore prende posizione sulla questione sottolinenando come la scelta di portare il velo o meno debba essere completamente autonoma e libera, senza pressioni esterne in un senso o nell’altro.

Lo sguardo onesto e trasparente di Roberto Cirelli osserva con la stessa equità il mondo israeliano, conosciuto da vicino in quanto residente prevalentemente a Gerusalemme Est. Gerusalemme, nel suo insieme, è abitata per il 60% da israeliani e il 40% da palestinesi.
Nonostante la legittima richiesta di risiedere a Ramallah, vicino al luogo di lavoro, il consolato ha rifiutato la richiesta senza dare troppe spiegazioni. In sintesi l’equilibrismo governativo italiano acconsente che i docenti lavorino in Palestina, ma con l’obbligo di risiedere in Israele.

Oltre alla residenza, il primo anno di mandato comprendeva alcune ore di insegnamento presso una scuola italiana  a Gerusalemme ovest, dove tutti gli studenti erano ebrei. Da questo periodo scaturisce il Diario minimo di un prof. in Israele, un piccolo libro che la casa editrice Gemma ha sapientemente inserito nel testo, come libro nel libro, con altri caratteri e altra impaginatura. Questa scelta editoriale aiuta il lettore ad orientarsi nei numerosi riferimenti storico-geografici che rendono la lettura impegnativa, nonostante la scrittura immediata e efficace dell’autore.

Dal diario emerge un mondo israeliano variegato: ebrei mizrahì, cosiddetti ebrei arabi, provenienti da Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia, Etiopia e Maghreb, ebrei aschenaziti, provenienti dall’Europa centrale, ultraortodossi, ebrei di sinistra, o che si considerano tali. Su tutti, al di là della vicinanza o lontananza dalle scelte criminali del governo, grava una grande diffidenza verso i palestinesi, materializzata nello shunk, il materiale biologico puzzolente che la polizia spara ovunque sui palestinesi che protestano.

Molti ebrei hanno un doppio passaporto, spesso, oltre a quello israeliano, anche quello del paese di origine. Lo stesso diritto che invece è negato ai palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948. Tutto il libro è d’altronde permeato del tema dell’occupazione, della nostalgia struggente dei palestinesi, dell’odio feroce dei coloni israeliani.
Nonostante il dolore, Roberto Cirelli riesce a far sue le parole di un bosniaco nei confronti dei serbi: Non esistono popoli cattivi. Esistono solo leader cattivi (pag.214).
Nell’escalation di ingiustizie e orrori viste dall’autore il libro ricorda l’assassinio di Shireen Abu Akleh, prima studentessa e poi sua collega dell’università di Birzeit, l’11 maggio 2022 a Jenin, uccisa da un cecchino israeliano.

Giornalista amatissima dai palestinesi, riportava in arabo e in inglese le notizie dalla Cisgiordania per il canale televisivo Al Jazeera. A lei è stato negato anche il  funerale, fra l’altro cristiano, per la presenza di bandiere palestinesi nel corteo e canti in lingua araba.
Penso che questo sia stato il momento più tragico per il professor Cirelli, che infatti scrive di aver avuto un crollo, anche fisico, dopo aver assistito a tanta crudeltà.

Concludo questa recensione con l’amarezza del senno di poi, citando le parole dell’autore su Gaza: La striscia di Gaza poteva e doveva essere un luogo normale da visitare, dove poter studiare  e incontrarsi fra giovani, ma veniva continuamente occupato, isolato, penalizzato. E ora persino distrutto (pag. 278).

Il 6 gennaio  il raid israeliano all’università di Bir Zeit, con un bilancio di 41 feriti e giornalisti arrestati, rende l’idea di una violenza senza limiti, né rispetto dell’istruzione e dell’informazione. Come scritto nel retro copertina del libro: Se si uccide l’istruzione si uccide una nazione.

Il prof. Roberto Cirelli con i suoi studenti dell’università palestinese di Birzeit


Il volume:
Roberto Cirelli, Cronache da un paese interrotto. Diario  di  un  prof. in Palestina, Gemma edizioni, 459 pagine, € 20
Prefazione tratta da un’intervista con Luisa Morgantini, presidente di Assopace, europarlamentare dal 1999 al 2009, vicepresidente del parlamento europeo dal 2007 al 2009.

Nota bene: I diritti d’autore di questo libro sono destinati ad Assopace Palestina, un’associazione di volontari con 13 gruppi territoriali in Italia che dal 2009 sostengono la Palestina con azioni non violente.

Roberto Cirelli Sta raccogliendo le firme per la Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in considerazione della violazione dei diritti umani da parte di Israele e 0rganizza viaggi di conoscenza e sostegno al popolo palestinese.

 

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Vite di carta /
Mai avrei creduto che “Due” mi divertisse tanto

Vite di carta. Mai avrei creduto che Due mi divertisse tanto

Due mi guarda dal tavolo della narrativa recente alla Biblioteca del mio paese e mi fa scattare nella mente l’altro titolo, Due di due di Andrea De Carlo, grande libro in cui ho trovato la bellezza dello sguardo sghembo che hanno sulla vita Mario e Guido, due amici straordinari.

Dunque Due mi finisce tra le mani, l’ha pubblicato nel 2024 Enrico Brizzi e non posso non vedere subito che è il sequel di Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

Sono a casa e lo ripongo sul tavolo dello studio, cerco il suo antecedente nello scaffale delle letture scolastiche e lo trovo. Quanti ricordi ad avere tra le mani il Jack Frusciante del 1994,  trent’anni esatti fa.

Apro Due giusto per dare un’occhiata e mi scappano lette quaranta pagine, sono divertita dal pastiche linguistico e dal tessuto lessicale di ogni pagina, per questo non riesco a fermarmi.

Ritrovo il vecchio Alex e la sua famiglia, formata da madre, padre e fratello minore, cioè  “mutter, Cancelliere, frère de lait”. Ritrovo nonna Pina, che lo chiama “‘Lessandro”, e gli amici come Alex malati di musica rock, c’è di nuovo il Liceo Caimani di Bologna e parti di Bologna. Qui però il mondo si è spalancato per Aidi che è partita per l’America e per Alex che può passare l’estate girando l’Europa con l’interrail, premiato dai parens a causa della depressione in cui è caduto senza Aidi vicino.

Lo leggo per intero, si deve essere capito, e resto catturata dalla tenuta espressiva che riempie trecento pagine di questa seconda puntata del romanzo di formazione del giovane “Girardengo” bolognese, da sommare alle pagine della prima.

Alcuni innesti narrativi rendono i due romanzi come vasi comunicanti: insieme raccontano la storia di Alex e Aidi fra la primavera del 1992 e l’estate del 1993, quando i due teenagers bolognesi, che si frequentano da poche sentimentalissime settimane, si devono separare perché Aidi va a fare in Pennsylvania un anno di liceo.

Nell’anno di lontananza finisce che compiono separatamente 18 anni, finisce che la loro affinità viene destabilizzata da esperienze impensate e i due maturano senza più la consuetudine di parlarsi, stando in due continenti diversi.

La narrazione in Due è più stratificata: per Alex la voce narrante in terza persona mostra dall’esterno le sue giornate, pur ricorrendo di frequente al discorso indiretto libero che riproduce il linguaggio giovanile dell”ex roccioso tutto sgretolè” ora che è solo.

Spesso intervengono le parti di diario in cui prende la parola Alex stesso: siamo nell’ “archivio magnetico del signor Alex D.” e sentiamo dalla sua voce il grumo di dolore che lo ha “esaurito”.

Per Aidi l’andamento è solo diaristico: leggiamo le pagine in corsivo delle sue notazioni sugli States, sulla gente e i riti scolastici, soprattutto i suoi pensieri e il magma della vita interiore in cui la vita negli States rimane sostanzialmente un corpo estraneo.

Sono pagine a montaggio alternato rispetto alle parti dedicate ad Alex, a volte Aidi si rivolge al diario per raccontare le sue giornate americane, a volte scrive ad Alex come se fosse lì vicino a lei. Sono pochi i testi delle lettere effettivamente spedite all’indirizzo di lui a Bologna.

Il suo linguaggio resta riflessivo, le scelte lessicali cercano la precisione nel delineare persone e paesaggi, le situazioni di ogni giorno suscitano sentimenti e riflessioni puntualmente messi sulla carta.

“Era tutto territorio irochese, quando la Pennsylvania era ancora frontiera e la nostra cittadina era soltanto un fortino in pietra. Strano vivere sulla terra che apparteneva a un altro popolo, averlo scacciato sempre più in là per far largo alle coltivazioni, alle industrie e alle ferrovie”.

Quello di Alex, invece, esplode di metafore attinte ai lessici più disparati e si crogiola nel gergo giovanile.

Un esempio, quando soffre di gelosia al pensiero di Aidi lontana circondata da ragazzi americani: “Avranno gioco facile a ben figurare, rispetto al tenero nullafacente made in Bo, i quarterback mascelluti e costanti nel training, i poetici bifolchi verniciatori di staccionate, persino i redattori efebi delle rivistine scolastiche. I’m just a jealous guy? Pane al pane: solo a figurarmela dialogare con quei tangheri mi brucia lo stomaco”.

In entrambi non mancano esplosioni di registro colto, cosa che facevo notare in classe durante le discussioni sul Jack Frusciante, e allora si andava a cercare il poeta E.E.Cummings, oppure si rileggeva qualche passo de Il giovane Holden di J.D.Salinger e di Due di due, i libri richiamati con forza dai protagonisti. Holden, che Alex chiama “il buon Caulfield”, rimane anche ora il suo alter ego, colui che aveva invitato il nostro a non affezionarsi a nessuno, inutilmente.

Era la parte di lavoro che mi dava soddisfazione: avevo accettato, e con me le colleghe, di leggere nelle classi un libro proposto dagli studenti. Li avevo ascoltati quando sceglievano di esporre parti dal linguaggio irriverente e ora rispondevo a questa piccola sfida andando a fondo nel tessuto linguistico.

Intanto ero piacevolmente sorpresa nel trovarlo meno superficiale del previsto, con una buona rete intertestuale e tanti libri di poesia e di narrativa richiamati da Alex e Aidi come puntelli identitari nelle loro conversazioni.

Nel sequel del Jack Frusciante anche la situazione internazionale dei primi anni ’90 occupa uno spazio più ampio, soprattutto Alex ne ha una consapevolezza non superficiale.

Come va a finire la sua storia con Aidi? Il finale è prevedibile: lei torna a Bologna e corre al Liceo Caimani, mentre Alex finisce l’orale dell’esame di maturità. Si incontrano “immortali due volte” sotto i portici della scuola in una chiusa narrativa che non poteva essere più bolognese di così.

Ancora una volta il linguaggio salva il romanzo da un finale zuccheroso: nell’attimo in cui i due ritrovano la certezza del presente le loro parole sono già sature di futuro. E il futuro richiede un punto interrogativo: “dentro il lampo di una speranza da ragazzo domandò tremante, a un soffio dalle labbra di lei”.

Nota bibliografica:

  • Enrico Brizzi, Due, HarperCollins, 2024
  • Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Transeuropa, 1994
  • J.D.Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 1951 (traduzione di Adriana Motti)
  • Andrea De Carlo, Due di due, Mondadori, 1989

Cover: Foto di Marion Cremer da Pixabay  <a href=”https://pixabay.com/it/users/marion_22-20524599/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7364680″>Marion Cremer</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7364680″>Pixabay</a>

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Il club dei laidi con la carta Platinum

Il club dei laidi con la carta Platinum

Vorrei con tutte le forze che Rousseau avesse avuto ragione nell’affermare che l’essere umano era per natura buono. Mi piacerebbe credere che sia stato l’avvento della proprietà privata, della civiltà, a rovinarlo. Tornare al buon selvaggio, ammesso che sia mai esistito, appare in ogni caso impossibile (i nativi che sono sopravvissuti alle colonizzazioni e ai massacri non sono più né selvaggi né buoni).  Molto più probabile, di questi tempi, che un paio di esplosioni atomiche cancellino dalla Terra all’istante qualche centinaio di migliaia di persone, e ne facciano ammalare dieci volte tanto.  La specie umana comunque non avrebbe più le caratteristiche per tornare ad adattarsi ad uno stato di natura, qualunque cosa voglia dire. Mentre forse la natura potrebbe fare a meno della specie umana, ma questo è un altro discorso.

Siccome la realtà non la tollero più, provo a rifugiarmi nell’arte. Per trovare sollievo però dovrei individuare un’espressione artistica che mi trasportasse in una dimensione aliena, che non contemplasse la specie umana. Non necessariamente un’ altra galassia: andrebbe bene anche uno Chagall ma senza le persone, con solo gli asini e le capre e le pecore.

 

L’anarchia del potere

E’ incredibile che Pier Paolo Pasolini abbia concepito e girato “Salò o le 120 giornate di Sodoma” nel 1975. E’ incredibile non tanto perché ha anticipato di 50 anni i contenuti più disturbanti degli Epstein files, non tanto per la capacità predittiva su come sarebbero andate le cose, quanto perché sapeva come stavano già andando le cose. E siamo negli anni settanta, che nell’immaginario collettivo sono gli anni delle manifestazioni studentesche, del diritto al divorzio, all’interruzione di gravidanza, dello Statuto dei Lavoratori; ma anche gli anni di piombo, quelli in cui alcuni utili idioti sedicenti “rivoluzionari” sono stati usati, consapevolmente o inconsapevolmente, per reprimere e soffocare nel sangue la progressione civile e sociale in atto. Pasolini, che già al tempo dichiarava di non avere più alcuna speranza, disse che “Salò” era un film sull’anarchia del potere. In effetti, la profonda depravazione dei potenti, come la si evince dai contenuti pubblicati dall’archivio di Epstein, è il correlato di un potere esercitato in modo arbitrario, senza alcuna regola esterna o interiore a indirizzarlo: nessuna legge, nessuna morale. Salò è il pretesto usato per collocare il set dentro un periodo storico dato, ma il fascismo mostrato da Pasolini non è il fascismo storico, ma quello ontologico del potereStanley Kubrick invece in “Eyes wide shut” del 1999 non mostra quello che immagina, sembra mostrare quello che sa, talmente è didascalica la parte finale del film con il party segreto, le maschere, la sottomissione, i sacrifici umani, e soprattutto la capacità di ricatto.

La vivisezione degli umani poveri serve agli umani ricchi

L’ex ministro delle finanze greco, economista ed attivista Yanis Varoufakis ha riferito di un colloquio con un ex tecnico di Palantir, la big tech del controllo che lavora per i governi statunitense, in supporto ad ICE, e israeliano, in supporto al genocidio della popolazione palestinese. Il professionista, riferisce Varoufakis, (puoi guardarlo qui) gli dice che i terribili bombardamenti di Gaza sono dal punto di vista tecnologico “eccitanti”, perchè i movimenti delle persone in fuga coi loro smartphone forniscono loro una miriade di informazioni in unità di tempo da raccogliere e far elaborare dagli algoritmi di Palantir. A che scopo? Allo scopo di vendere al Servizio Sanitario Britannico un software, rilasciato attraverso il cloud di Amazon AWS, che permette agli ospedali di organizzare in maniera efficiente i soccorsi e gestire il panico durante le situazioni di emergenza: ad esempio, un grave incidente stradale. Sembra l’ esemplificazione di un chiaro intento sociale, economico e “scientifico”, analogo alla vivisezione: utilizzare i reietti umani (non individui, ma intere popolazioni) come cavie di un laboratorio planetario che serve a vendere prodotti efficienti al mondo ricco e civile, in modo da salvargli la vita o renderla più piacevole. Un mondo preferibilmente bianco, ma va bene anche bruno e con la ghutra in testa, purché abbia soldi da investire in svaghi di lusso (la Riviera di Gaza eretta sui cadaveri dei bambini palestinesi) o salute e sicurezza (la gestione delle emergenze sanitarie e l’individuazione ed eliminazione dei “terroristi”). Varoufakis conclude l’aneddoto dicendo che questa classe di potenti non è immorale: è amorale, cioè sprovvista di un sistema etico.

Uno storico dell’antichità potrebbe dire che questo genere di depravazione e corruzione dei costumi è sempre avvenuto negli imperi e in genere nei potentati, laici ed ecclesiastici; e che il fatto di cercare analogie coi sacrifici umani e infantili del passato e con cerimonie sacrificali ributtanti o terrificanti del Centroamerica o dell’ antica Grecia o della Roma imperiale non faccia che confermare la circolarità della storia. Sono d’accordo.  E a questo punto mi faccio una domanda: tutta la storia della filosofia, l’elaborazione sull’etica,  gli imperativi categorici, i Socrate, gli Hegel, valgono solo per i comuni mortali come noi? Perché migliaia di anni di filosofia e morale hanno alfine inculcato in ognuno di noi l’idea di quello che giusto e di quello che è sbagliato, al punto che quando facciamo qualcosa di sbagliato siamo consapevoli che era sbagliato? Perché mi arriva la sensazione che questi soggetti siano aldilà del bene e del male, privi di un qualunque codice morale, e che questo gli permetta quindi di farla pure franca non solo davanti alla giustizia umana, ma di fronte alla loro “coscienza”? Forse non è nemmeno corretto chiedersi se queste persone abbiano una coscienza. Del resto, se non hai coordinate morali, figurati se per te vale lo specismo in base al quale non puoi mangiare carne di un tuo simile (il tabù del cannibalismo) ma non hai nessun problema a mangiare carne di animali ammazzati per finire sulla tua tavola. Se per un potente completamente amorale lo specismo non vale, vale solo il piacere e gli eventuali “benefici” del consumo. Quindi non escludo che certi “quarti” della sfera umana siano percepiti come gustosi e funzionali alla loro salute, come parrebbe da certe raggelanti testimonianze.

 

Pedofilia e capitale

Sotto il profilo psichiatrico, spesso il pedofilo è uno che ha subito abusi da bambino. E’ una giustificazione, o una esimente in termini penali? Assolutamente no. Attenzione, però: sta cominciando a circolare la proposta di abbassare l’età del “consenso” – come se essere stuprata o stuprato a 16 anni invece che a 19 introducesse un tema di consenso tacito che merita di essere retrocesso fino all’ inizio dell’età puberale (che in alcune femmine può avere un esordio a 8 o 9 anni, per essere chiari). La rete di persone che godono di contenuti violenti su bambini o preadolescenti è interclassista e molto più estesa di quanto appare dagli Epstein files, e riproduce il meccanismo del consumo nella società capitalista: chi ha meno possibilità si deve accontentare di consumare pornografia infantile o di abusare di un familiare (un figlio, un nipote, l’infante di un amico), chi ha qualche possibilità economica fa turismo sessuale, chi ricopre un ruolo di vertice abusa della merce migliore alle Virgin Islands (curioso nome). Ciò che accomuna questa varia umanità che disumanizza l’oggetto della propria violenza è una pulsione di morte. Ciò che trovo invece peculiare nei potenti che violentano e (forse) ammazzano bambini è una sorta di tedio del tutto: una ricerca, indubbiamente disperata, di un piacere privo di piacere, di chi avendo a disposizione tutto non prova più piacere per nulla, a meno che non abbia il pregio dell’esclusività criminale: un club dei laidi con la carta Platinum.

Il fango schizza addosso a chi è già bruciato

Chi diventa troppo pericoloso per il sistema perché sa troppe cose, al limite viene suicidato (vedi Epstein). Ghislaine Maxwell resta in vita fino a che lo scambio “bocca chiusa vs. condizioni carcerarie alberghiere” (pilates, pet therapy, internet illimitato) regge.

La rete del potere profondo (che a questo punto esiste eccome, complottisti o meno) ti mantiene impunito fino a che servi: quando non servi più, a quel punto vieni esposto al ludibrio come specchietto per le allodole, ma perché sei già obsoleto.

In termini di amministrazione statunitense attuale: Kash Patel continua a fare il capo dell’FBI (finchè Trump è presidente) se racconta, come ha fatto ieri, che non ci sono prove del fatto che Epstein trafficasse minori per i suoi amici Vip, ma solo per sè. Ma Patel è un morto che cammina, perché il suo capo è fottuto. Trump viene già sporcato di fango dalle rivelazioni perché non ha futuro. Israele e suo cognato Jared Kushner stanno già preparando il dopo Trump. Se Trump si leva di mezzo senza tentare un colpo di stato con il sergente Hartman  o i Village People al seguito, è una buona notizia, in sè. Il problema è che il mondo non si sta sbarazzando di Netanyahu e soprattutto non si sta sbarazzando della lobby sionista e dell’AIPAC. Israele si sta già riorganizzando per foraggiare il prossimo cavallo, ripulendo la sua reputazione o non esponendolo. Difficile credere che i file di Epstein pubblicati stiano esponendo tutti i potenti coinvolti in varia misura. Non dimentichiamo che i files sono in mano al Dipartimento di Giustizia di Pam Bondi, messa lì da Trump, che sta cercando disperatamente di mettere in vetrina i nomi che possono essere sacrificati perché sono ormai fuori dal giro (Clinton, Gates), oppure perché sono bruciati per il prossimo futuro (il suo capo). Anche i Rubio e i Vance secondo me sono bruciati. Fino a che si tratta della portavoce Leavitt (che non farà mai la giornalista se non in Fox) o del deficiente suprematista Miller passi, ma quando Rubio e Vance dalla loro posizione giustificano il tardo para-demente Trump con argomenti ridicoli, si stanno autoescludendo da un futuro politico di primo piano. Lo scandalo sessuale serve a fare una piazza pulita di tipo gattopardesco, per spianare il terreno ad un candidato presidente (e una rete di candidati al Congresso) moralmente presentabile, ma che in politica estera continui a fare quello che vuole Israele. Ed è questo l’aspetto più drammatico: Israele attualmente è sionista e suprematista nella sua maggioranza, non solo dell’establishment ma della popolazione. E’ uno stato estremista, coloniale, aggressivo, economicamente potente, e ha una ossessione nonché una specializzazione per il controllo che gli consente di condizionare, comprare o ricattare le persone.

 

 

 

Cover: Bosch, Hieronymus – The Garden of Earthly Delights, right panel- commons.wikimedia.org

Parole e figure / Le avventure di Bonifè

Il Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara porta nelle scuole la bella storia illustrata “Le avventure di BoniFè” realizzato da Maria Elena Bacilieri e Veronica Cestari per sensibilizzare i più piccoli alle caratteristiche del territorio in cui vivono. Lo abbiamo riscoperto.

Il volume “Le avventure di BoniFè” realizzato da Maria Elena Bacilieri e Veronica Cestari è del 2024, ma nel 2025 ha girato per varie scuole del territorio.

L’albo ha visto la luce nell’ambito del progetto STRENGTH, finanziato dal Programma Interreg Italia-Croazia, che ha come obiettivo principale l’elaborazione di una strategia per migliorare la capacità di far fronte ai rischi naturali e ai cambiamenti climatici, per ridurre future perdite e danni.

Le avventure di BoniFè

“Questo albo illustrato – ha detto Maria Elena Bacilieri, che lavora al Consorzio dal 2024 – nasce dall’esigenza di avvicinare i più piccoli a questo mondo che ha un’importanza straordinaria per il territorio. Ho provato a raccontare a mia figlia, in rima, cosa fa un’idrovora, un concetto difficile per una bambina di tre anni e che così è arrivato in maniera chiara e diretta. Grazie alla collaborazione con Martina Berneschi e Barbara Leonardi, il libro è stato illustrato da Veronica Cestari, che è riuscita a raccontare in maniera perfetta questa storia che verrà utilizzata per la didattica nelle scuole, nel corso dei numerosi progetti di divulgazione che il Consorzio organizza durante l’anno”.

I delicati disegni sono di Veronica Cestari, che oggi si occupa di graphic design e digital marketing – sempre, però, con la passione per l’illustrazione per l’infanzia – e che ricorda i suoi anni al Dosso Dossi, quando i professori avevano portato la sua classe a visitare le idrovore. In quegli anni lei e i suoi compagni avevano lavorato sul logo del Consorzio, quasi un messaggio premonitore, un destino.

Illustrare Le avventure di BoniFè le ha permesso di spiegare agli studenti, dalla primaria alle secondarie di primo grado, quanto sia importante proteggere l’ambiente e il territorio in cui si vive, prendersene cura con attenzione e dedizione.

BoniFè è, allora, un elefantino curioso e intelligente che, camminando su due zampe, sperimenta soluzioni per gli umani abitanti di un territorio vicino al fiume e al mare.

Blu con due grandi orecchie, quel grazioso, buffo e simpatico animaletto non si ferma mai, né in autunno né in inverno. E nemmeno in primavera o in estate. Rametti, foglie, foreste e fiumi, tutta la Natura gli vuole bene e coopera con lui, quando serve. Non si annoia di certo, in perenne movimento e con mille idee.

Con la sua proboscide aspira acqua dal fiume per distribuirla allegramente sulla terra colpita dalla siccità, al fine di far crescere alberi, frutta e verdura dai mille colori e sapori. Le goccioline danzano come ballerine… Se l’acqua è troppa, invece, perché il cielo da azzurro e sereno cambia in un baleno e allora piove molto molto ma davvero molto, eccolo pronto ad aspirarla da campi e paesi e la mandarle verso il fiume, perché da lì confluisca al mare. C’è anche Bonilandia da salvare… Un’idrovora da inventare.  I campi possono diventare fertili in pianura e arricchirsi di frutta e verdura. Si può fare allora festa, mangiare fragole, giocare e scherzare tutti insieme.

Una maniera divertente e arguta per spiegare ai bambini le fragilità e le importanti necessità di un territorio. Un grande merito per il Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara, che, dal 2009, si occupa dell’attività idraulica di irrigazione e scolo delle acque della Provincia, per mezzo della complessa rete di canali e di impianti di bonifica.

Bella la chiusura del libro, con un frase di Marcel Proust: “Un vero viaggio non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”.

Maria Elena Bacilieri e Veronica Cestari , Le avventure di BoniFè, Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara, 2024

Video Telestense

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Senza maschera

Essere visti senza maschera: il paradosso della visibilità contemporanea

Esiste un silenzio che non nasce dalla mancanza di pensiero, ma dal suo eccesso: un silenzio denso di osservazione, di misura e di attesa.

È il silenzio di chi non si riconosce nei rituali pubblici del consenso, nelle parole automatiche del “senso comune”, in quella grammatica emotiva pronta all’uso che si attiva nei momenti di esposizione collettiva: la morte, il dolore, la celebrazione.
Non si ritira, questo silenzio, ma scruta, valuta la distanza tra ciò che si dice e ciò che si sente davvero.

Oggi la visibilità viene spesso confusa con valore. Chi parla di più, chi rassicura, chi semplifica tende a essere percepito come autorevole, anche se tale percezione non coincide necessariamente con profondità o autenticità del pensiero. La condivisione non garantisce né qualità né intensità.
Accanto a questo, esiste un sapere più silenzioso, meno esibibile, che nasce dall’intuizione clinica, dall’esperienza incarnata, dal contatto reale con ambivalenza, conflitto e contraddizione, un sapere che, come accade in una psicoanalisi orientata all’ascolto e alla profondità, non consola, non semplifica, non offre risposte preconfezionate, ma apre il pensiero e il sentire a nuove dimensioni, generando uno spazio dove interrogare l’invisibile, il non detto e l’indicibile.

Gli schemi di pensiero comunemente accettati — quelli seguiti senza mettere in crisi le proprie convinzioni — rischiano di trasformarsi in un linguaggio adattivo: posizioni che non espongono, non disturbano, non mettono in crisi; parole che funzionano perché già condivise, non perché davvero pensate. In questo senso, non sono autentiche: sono adattive.

Per chi possiede una competenza più intuitiva, più profonda, ma meno visibile, il disagio non nasce dall’invidia né dal desiderio di riconoscimento, bensì dall’etica del pensiero stesso. Nasce dal constatare che ciò che è superficiale viene premiato, mentre la complessità resta ai margini; dal percepire che, per essere visibili, spesso sembra necessario indossare una maschera che tradisce il proprio modo di pensare e sentire, una maschera che normalizza, semplifica e addomestica l’intensità dell’esperienza.

Il nodo non è scegliere tra invisibilità e compromesso. Esiste una terza via, più faticosa ma possibile: trovare una forma che non sia maschera. Una forma che non semplifichi ciò che è complesso, che non renda digeribile ciò che è disturbante, che non trasformi il pensiero in slogan.

Essere visti senza perdere integrità significa accettare una visibilità selettiva, non massificata; significa parlare non a tutti, ma a chi può reggere la tensione del pensiero; significa rinunciare al consenso immediato per restare fedeli a un pensiero che non nasce per piacere, ma per essere vero, per sostenere la propria coerenza etica e intellettuale.

In un tempo che chiede continuamente di esporsi, forse l’atto più radicale è questo: non adattarsi al linguaggio dominante, ma creare il proprio. Anche a costo di essere meno riconosciuti, anche a costo di arrivare più tardi. Perché ciò che non è autentico passa rapidamente; ciò che è integro, invece, prima o poi trova risonanza.

Cover: immagine Il discrimine

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GLIFOSATO E MERCOSUR: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA?

GLIFOSATO E MERCOSUR: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA?

A inizio dello scorso dicembre due notizie di un certo rilievo hanno riguardato il settore agricolo, italiano e non solo.

La prima è quella relativa al ritiro – da parte della rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology –  dello studio pubblicato 25 anni fa secondo cui il potente erbicida, glifosato o glifosate, commercializzato dalla multinazionale Monsanto Company con il nome di Roundup, non era dannoso. Secondo lo studio infatti “non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino”.[1]

GLIFOSATO E MERCOSUR: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA?
Confezioni di Roundup glifosato

L’articolo, scritto a quanto sembra utilizzando solo studi realizzati dalla Monsanto e ignorando altri studi di segno contrario, è stato ritirato dopo che i ricercatori Alexander Kaurov e Naomi Oreskes hanno scoperto che, negli anni, è stato citato da centinaia di ricerche successive, addirittura più di 800 volte.[2] Martin van Den Berg, il caporedattore della rivista che lo pubblicò, spiegando i motivi della scelta, dichiara che “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”.

Viene da chiedersi se tutto ciò possa significare la fine della lunga controversia che negli ultimi decenni ha riguardato questa sostanza ampiamente utilizzata nelle pratiche agricole in ogni parte del globo. Difficile dirlo oggi, a così poco tempo dal ritiro dello studio. Certo è che, scrive Luisiana Gaita nell’articolo del Fatto Quotidiano citato in nota, Martin van Den Berg solleva diverse criticità relativamente alla vicenda della pubblicazione di un quarto di secolo fa, a iniziare dalla “mancanza di trasparenza” data da “documenti ed e-mail inviate da dipendenti della Monsanto e venuti alla luce negli ultimi anni i quali suggerirebbero che gli autori dell’articolo non erano gli unici responsabili della scrittura del suo contenuto, e che gli stessi dipendenti della multinazionale potrebbero aver contribuito alla scrittura del testo senza essere citati come coautori”. Ma anche, aggiunge il caporedattore della rivista, delle “serie preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”.

Dalla data di pubblicazione fino a pochi mesi fa – è dello scorso novembre scorso la decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha stabilito che la Commissione Ue non può concedere proroghe in modo automatico, in caso di ritardi nel processo di rivalutazione, delle autorizzazioni per i pesticidi -, lo studio è stato utilizzato per ignorare o contestare sia le centinaia di studi che suggeriscono o dimostrano la pericolosità della sostanza, che i verdetti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nel 2015 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità classificava il glifosato come un «probabile cancerogeno per l’uomo» e una monografia pubblicata lo stesso anno su The Lancet Oncology metteva in evidenza l’elevata probabilità che l’erbicida causasse il cancro negli animali, mentre sull’uomo era certo il rapporto causa-effetto solo per il linfoma non-Hodgkin.

“Giunge così a conclusione – scrive Agnese Codignola sul Fatto Alimentare dell’11/12/2025 – a otto anni dallo scandalo dei cosiddetti Monsanto Papers (i documenti segreti nei quali era già scritto tutto quello che occorreva sapere), almeno la parte scientifica della spinosa vicenda, perché da ora in avanti nessuno potrà più sfruttare quelle conclusioni inaffidabili per difendere l’erbicida ignorando le centinaia di studi che suggeriscono o dimostrano la pericolosità della sostanza, oltre ai verdetti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”.
“La problematica, mette in rilievo l’articolo Marcia indietro sul glifosato![3], e che non riguarda soltanto il glifosato, ma l’intero sistema di autorizzazione dei pesticidi, degli additivi e delle altre sostanze chimiche”. E conclude chiedendosi se ne terranno conto le autorità competenti.

Infine, per concludere, vale la pena ricordare l’accesa polemica che nel dicembre del 2017 ha visto protagonista la senatrice a vita Elena Cattaneo, la quale, in una nota pubblicata dal quotidiano La Repubblica l’1 dicembre di quell’anno, assumeva una decisa difesa del glifosate elencandone pregi e proprietà per gli usi a scopo agricolo e non solo (diserbo strade, ferrovie, prati e giardini), travalicando sia il suo ruolo di scienziata che quello di componente di un organo di rappresentanza politica come il Senato, e che, oltretutto, non perse occasione per denigrare pesantemente le pratiche dell’”agricoltura biologica”, in quegli anni in crescita per importanza a livello produttivo e commerciale. Svariate furono le risposte alle “tesi” della senatrice in difesa dell’erbicida, a cominciare da quella dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE), fino a quelle di diverse associazioni ambientaliste, epidemiologi ed esperti di cancerogenesi ambientale[4], senza dimenticare le articolate e approfondite considerazioni del prof. Stefano Bocchi, docente di Agronomia all’Università di Milano.

Leader dell’Ue e dei Paesi del Mercosur per la firma dell’accordo commerciale UE‑Mercosur ad Asunción, Paraguay, il 17 gennaio 2026. Credit: EPA/Juan Pablo Pino.

L’altra importante questione che ha coinvolto gli agricoltori e il mondo agricolo è quella dell’accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e il mercato comune sudamericano Mercosur[5], accordo  che dovrebbe consentire all’UE di esportare più automobili, macchinari, vini e alcolici verso l’America Latina, facilitando al contempo l’ingresso in Europa di carne bovina, pollame, zucchero, riso, miele e soia sudamericani. L’accordo, le cui trattative durano da circa 25 anni, a metà gennaio sembravano arrivate a conclusione, visto che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen era in Sudamerica il 17 per la firma dell’intesa. Ma la situazione risulta a tutt’oggi, e almeno dallo scorso settembre, molto mutevole sia per le proteste del mondo agricolo che per le prese di posizione contrarie di diversi europarlamentari.[6]

A riprova di ciò, a pochi giorni dalla firma della ratifica dell’accordo, è il blocco dello stesso da parte del Parlamento europeo che, con pochissimi voti di scarto (334 i voti a favore, 324 quelli contrari e 11 le astensioni), ha approvato la richiesta di rinvio del testo alla Corte di Giustizia Europea per verificarne la compatibilità con i trattati.

Tra le delegazioni italiane quelle di Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Forza Italia si sono opposte al rinvio ai giudici UE, mentre Lega, Movimento 5 Stelle e AVS si sono espresse a favore[7].

A fermare l’intesa tra l’UE e i paesi latino-americani (forse anche per più di un anno del trattato che crea una delle più grandi zone di libero scambio al mondo) un fronte, oltre che differenziato, trasversale ai gruppi politici. Gli eurodeputati di Francia, Romania, Polonia e Grecia sono stati in larga misura favorevoli al rinvio, mentre il fronte del sostegno al Mercosur, contrario al ricorso ai giudici, è stato rappresentato principalmente dagli eurodeputati di Italia, Germania e Spagna.

Sostenendo che le importazioni del Mercosur avrebbero creato una concorrenza sleale per i propri agricoltori, scrive la testata di informazione online EuroNews, la Francia è il paese che ha guidato per anni e con più decisione l’opposizione all’accordo, anche quando si stavano delineando le posizioni dei vari paesi alla vigilia della decisione finale e del viaggio in Brasile di Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio Europeo António Costa per la firma dell’accordo, inizialmente previsto per il 20 dicembre, ma poi slittato al 17 gennaio.

Parigi chiedeva, continua l’articolo di EuroNews, “forti clausole di salvaguardia per proteggere il mercato UE dalle perturbazioni che deriverebbero dall’aumento delle importazioni e disposizioni di reciprocità per garantire che i Paesi del Mercosur rispettino gli stessi standard di produzione degli europei”. Anche i Paesi che si oppongono all’accordo, ma che hanno appoggiato le garanzie presentate dalla Commissione l’8 ottobre per monitorare il mercato dell’UE, hanno sostenuto che nel caso l’intesa prosegua, essenziale sarà una forte protezione del mercato. Il 16 dicembre, in seguito alle prese di posizione specialmente dei paesi oppositori, il Parlamento Europeo ha adottato l’introduzione di una clausola di salvaguardia[8] per l’accordo UE-Mercosur allo scopo di evitare che le importazioni danneggino il settore agricolo europeo e la salute dei consumatori.[9]

Scrive Europatoday che “la mossa che ha permesso alla presidente della Commissione UE di ottenere il via libera all’intesa da parte dell’Italia (la premier Meloni, assieme al presidente francese, si era sempre opposta e la firma dell’accordo più volte era stata rinviata proprio per il rifiuto netto dell’Italia) è stata la promessa di più fondi da subito a sostegno del settore agricolo”[10].

Giorgia Meloni ha messo quindi da parte le tante perplessità dopo che Bruxelles ha dichiarato di modificare la sua proposta di bilancio per il periodo 2028-2034 per consentire agli agricoltori un accesso anticipato a circa 45 miliardi di euro, misura che si somma ad altre riforme a sostegno dell’industria agricola europea.

Questi fondi verranno mobilitati immediatamente per sostenere gli agricoltori e si aggiungeranno ad altri 6,3 miliardi per fare fronte alle difficoltà e per stabilizzare i mercati agricoli.

In estrema sintesi la descrizione di quanto avvenuto negli ultimi mesi tra proteste degli agricoltori e discussioni al Parlamento Europeo relativamente a questo importante accordo commerciale.

C’è però chi si chiede, quali saranno i costi della sospensione dell’accordo commerciale Ue-Mercosur a causa dell’invio del testo alla Corte di Giustizia Europea e con un verdetto definitivo che potrebbe arrivare forse fra due anni.[11]

Intanto è notizia di questi giorni la chiusura dei negoziati per un accordo di libero scambio tra Ue e India, il quale prevede la drastica riduzione, e in alcuni casi l’eliminazione, di gran parte delle tariffe oggi in vigore e sarà, per quanto dichiarato da Confagricoltura, un’importante occasione per le imprese agricole italiane ed europee.

Un approfondimento recente sui temi degli accordi con Mercosur e con l’India si trova nella pagina del sito di EuroNews (https://it.euronews.com/my-europe/2026/01/29/mercosur-india-e-ue-le-ambizioni-commerciali-incontrano-resistenza-politica-nel-ring), che riporta il video del dibattito degli eurodeputati Jörgen Warborn (PPE) e Ciaran Mullooly (Renew Europe).

Note:

[1] Glifosato, ritirato dopo 25 anni lo studio diventato “pietra miliare” che difendeva l’erbicida Roundup, Luisiana Gaita, Il Fatto Quotidiano, 8.12.2025. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/08/glifosato-studio-ritirato-monsanto-news/8220341/.

[2] Per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Glifosato; https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/vero-glifosato-un-erbicida-diffuso-mondo-cancerogeno.

[3] https://www.suoloesalute.it/ritiro-studio-glifosato-2000-monsanto/.

[4] https://www.scienzainrete.it/articolo/lettera-elena-cattaneo-sul-glifosato/annibale-biggeri-franco-merletti-benedetto-terracini.

[5] In spagnolo Mercado Común del Sur, in portoghese Mercado Comum do Sul, Mercosur è un blocco commerciale sudamericano fondato nel 1991 per promuovere l’integrazione economica, la libera circolazione di beni, servizi e fattori produttivi, e l’adozione di una politica commerciale comune. Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay i paesi fondatori a cui si è aggiunto il Venezuela, che ha visto però sospesa la partecipazione, mentre la Bolivia è in fase di adesione a pieno titolo, e altri paesi come Cile, Colombia, Ecuador e Perù sono Stati associati.

[6] https://www.coldiretti.it/economia/mercosur-accordo-ancora-insoddisfacente-servono-reciprocita-e-piu-controlli.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/03/accordo-ue-mercosur-governo-meloni-coldiretti-news/8114353/.

https://terraevita.edagricole.it/featured/mercosur-passo-avanti-bruxelles-vince-perde/?utm_term=1426981+-+https%3A//terraevita.edagricole.it/featured/mercosur-passo-avanti-bruxelles-vince-perde/&utm_campaign=Campagne+B-NBM+Terra+e+Vita+%28TV%29+-+TV_daily_20250905&utm_medium=email&utm_source=MagNews&utm_content=182237+-+90116+%282025-09-05%29.

[7] https://www.eunews.it/2026/01/21/a-strasburgo-festeggiano-gli-agricoltori-laccordo-ue-mercosur-finira-davanti-alla-corte-di-giustizia/.

[8] https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20251211IPR32162/mercosur-il-pe-sostiene-le-misure-di-salvaguardia-per-proteggere-l-agricoltura.

[9] “Esportiamo pesticidi che sono vietati nell’Ue, per poi farli tornare nei nostri piatti attraverso il cibo importato” ha dichiarato l’europarlamentare francese Manon Aubry, co-leader della Sinistra al Parlamento europeo.

https://it.euronews.com/my-europe/2026/01/28/mercosur-laccordo-commerciale-aprira-le-porte-agli-alimenti-tossici-in-ue.

[10] https://europa.today.it/unione-europea/ue-45-miliardi-agricoltori-meloni-mercosur.html.

[11] https://lavoce.info/archives/110117/quanto-costa-lo-stop-allaccordo-ue-mercosur/.

Cover: Diserbo con glifosato

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Per certi versi /
Maddalena carissima

Maddalena carissima

Maddalena carissima

Maddalena di fango

Svegliati

Profumati

Alza la testa

A questa notte benedetta

A questa stella inattesa

 

Prendi il filo rosso, Maddalena

Passalo come una spugna tra i seni

Come un balsamo tra le cosce ferite

Sugli occhi

I capelli. Le labbra

 

Tienilo saldo, Maddalena

Da polso a polso

Lui verrà a risarcire

Ogni grido del tuo ventre

Ogni scherno

Percossa

 

Maddalena carissima

Maddalena di loto

Alza il viso

Non tremare

Canta

Dall’altro capo del destino

il tuo amore oggi

rinascerà per te

(inedito)

 

Cover: Foto Albe e associati

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Polonia, frontiera d’Europa: dal cuore di tenebra al cuore resistente

Polonia, frontiera d’Europa: dal cuore di tenebra al cuore resistente

Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla coscienza. La Polonia è uno di questi. Paolo Rumiz, nelle sue recenti riflessioni sulla pagina culturale di Repubblica, invita a guardare l’Europa non dal suo centro sfocato, ma dai suoi margini incandescenti. È lì, dice, che la storia pulsa ancora, che la memoria non è stata addomesticata, che il futuro si annuncia con il passo pesante delle minacce e quello leggero delle speranze.

La Polonia è un confine che non separa, ma rivela. Un luogo dove l’Europa ha conosciuto il suo abisso e dove oggi potrebbe ritrovare la propria voce.

Nella visione di Rumiz, i confini non sono linee, ma ferite e aperture. Sono punti in cui l’identità europea si è formata attraverso scontri, migrazioni, contaminazioni. La Polonia, sospesa tra Occidente e Oriente, tra cattolicesimo e ortodossia, tra imperi che l’hanno spartita e popoli che l’hanno attraversata, è la sintesi vivente di questa condizione.

È un paese che ha imparato a esistere nella precarietà, a custodire la propria cultura come si custodisce una fiamma in mezzo al vento. E proprio per questo, oggi, è un osservatorio privilegiato per capire l’Europa che verrà.

Nessun luogo come la Polonia ha incarnato la tragedia del XX secolo. Fu lì che la Seconda guerra mondiale iniziò. Fu lì che il nazismo dispiegò la sua macchina di sterminio. Fu lì che il totalitarismo sovietico impose il suo gelo ideologico.

Varsavia, città martire, fu rasa al suolo e poi ricostruita come un atto di fede. Le campagne polacche furono teatro di deportazioni, fucilazioni, campi di sterminio. La popolazione visse tra due fuochi, schiacciata da potenze che consideravano quella terra solo un territorio da occupare, non una nazione da rispettare.

È da questo trauma che nasce la definizione di “cuore di tenebra”: un luogo dove l’Europa ha visto il proprio volto più oscuro.

Il poeta polacco Czesław Miłosz, nel suo discorso per il Nobel e nella poesia Figli d’Europa, ha dato forma poetica a questa esperienza. Parla di un continente diviso, dove l’Est ha conosciuto una storia che l’Ovest non ha voluto vedere. Parla di generazioni cresciute tra rovine, costrette a imparare troppo presto il linguaggio della paura e della sopravvivenza. Parla di una giovinezza segnata da ciò che lui definisce “la conoscenza del male”, una conoscenza che non è astratta, ma vissuta sulla pelle.

In Figli d’Europa, Miłosz evoca una generazione che ha perso l’innocenza, che ha visto la civiltà crollare e ha dovuto reinventare il senso stesso dell’umano. È una poesia che non accusa, ma testimonia. Che non giudica, ma ricorda. Che non consola, ma illumina.

Eppure, in quella voce ferita, c’è una forza che non si spegne: la convinzione che la cultura, la memoria e la parola poetica possano ancora salvare qualcosa dell’umano.

Oggi la Polonia vive una nuova stagione di frontiera. È il primo paese dell’Unione Europea esposto ai venti di guerra provenienti da Est. È il luogo che ha accolto milioni di profughi ucraini, spesso senza clamore, come si accoglie un vicino in pericolo. È una società che, pur attraversata da tensioni politiche, conserva una memoria storica che la rende vigile, attenta, reattiva.

Rumiz vede in questa postura un segnale per l’intera Europa: la consapevolezza che la pace non è un dato, ma una conquista quotidiana. Che la libertà non è un’abitudine, ma un impegno. Che la storia non è un museo, ma un avvertimento.

La Polonia, da “cuore di tenebra”, diventa così cuore resistente.

Rumiz, viaggiatore dell’anima europea, e Miłosz, poeta dell’altra Europa, convergono su un punto essenziale: l’Europa si salva solo se ascolta i suoi confini.

Rumiz lo dice oggi con la geografia: i margini sono più veri del centro.

Miłosz lo diceva con la poesia: la sofferenza dell’Est è un monito morale.

La Polonia è il luogo dove queste due verità si incontrano. È un paese che ha conosciuto la distruzione e ha scelto la ricostruzione. Che ha visto il male e ha scelto la memoria. Che ha subito l’oppressione e ha scelto la libertà.

Forse è questo che la Polonia può insegnare oggi all’Europa: che la storia non è un peso, ma una responsabilità. Che la memoria non è un esercizio, ma una difesa. Che la speranza non nasce dall’ingenuità, ma dalla lucidità.

Miłosz, parlando ai “figli d’Europa”, ricordava che la nostra identità non è fatta solo di conquiste, ma anche di ferite. Rumiz, osservando la Polonia di oggi, ci ricorda che proprio da quelle ferite può nascere una nuova forza.

Se l’Europa vuole ritrovare se stessa, deve tornare a guardare verso Est. Lì, dove la storia brucia ancora. Lì, dove la memoria non è stata dimenticata. Lì, dove la Polonia continua a essere ciò che è sempre stata: una frontiera che resiste, una coscienza che parla, un cuore che non deve smettere di battere per “questa” e ancora un’altra Europa.

Cover: Foto di Piotr da Pixabay

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Retroscena della pace (futura) in Ucraina

Retroscena della pace (futura) in Ucraina

Siamo ad un punto di svolta della storia con l’avvio (dopo 4 anni di guerra) di negoziati di pace tra USA e Russia sull’Ucraina. Al di là dei tempi (non immediati) e della modifica di alcuni punti (diversi tra UE e USA), a un accordo si arriverà in quanto l’Ucraina (come scriviamo da 3 anni) sa che deve scegliere tra accettare una sconfitta oggi o una disfatta ben maggiore domani. Lo dice anche l’ex portavoce di Zelenskj Iuliia Mendel: “Molti di coloro che si oppongono a ogni proposta di pace non hanno idea di cosa stia accadendo in prima linea…”.

L’Ucraina non solo non riesce a vincere sul campo ma ogni mese che passa perde territori e uomini. La Russia ha sempre detto che non vuole la NATO alle porte di casa e il tempo amplia la sua vittoria. E la UE sa che senza gli USA può solo limitare danni, morti e perdite di territori.

La pace è benvenuta ma anche temuta perchè ridisegnerà i rapporti di forza mondiali che sono rimasti congelati per 80 anni, dal 1945 al 1991 in termini bi-polari (USA-URSS) e poi a dominio unipolare USA dopo il 1991. Per capire perché la UE teme la pace e gli Stati Uniti spingono l’Ucraina ad una pace a favore della Russia occorre inquadrarla nel contesto mondiale.

La Russia ha investito, dopo il cambio di governo a Kyev nel 2014 (pro USA/UE) e la rottura dei rapporti con la UE (che pure aveva coltivato dal 2001 al 2014), nel multipolarismo Brics con Cina, India, Brasile in chiave anti-USA. Ma in un mondo multipolare dove l’ascesa della Cina è dirompente, Russia e USA sono le uniche a rimetterci.
Gli Stati Uniti di Trump hanno preso atto del fallimento della strategia dei precedenti presidenti (Bush, Obama, Biden), di usare la guerra aperta (soldati sul terreno) per indebolire altri Paesi (e la Russia in particolare), e ha imboccato un’altra strada.

Per gli USA l’Ucraina è sacrificabile per tornare ad una sorta di Nuova Yalta (bi-polare) in cui a contare nel mondo siano soprattutto Washington e Mosca, per tentare di ridimensionare Pechino che viene (giustamente) considerata la più temibile aspirante alla prossima leaderhip mondiale, non solo per il successo del suo modello socio-economico (socialismo di mercato vs capitalismo neo liberale), ma anche perchè è preferito dai più grandi paesi ex coloniali (India, Brasile, Sudafrica, Vietnam, Indonesia,…) e di gran parte del Sud globale.

L’uso degli Stati Uniti della forza bruta per fare affari e predare è indice del suo “tramonto”.

Ciò spiega perché sia impossibile modificare per Zelenskj e la UE i punti chiave che portano alla pace (territori conquistati dalla Russia, in particolare Donbass, neutralità dell’Ucraina e nessun suo ingresso nella NATO). Non perché Zelensky sia indebolito dagli scandali, ma per l’impossibilità di una vittoria militare e sapendo che proseguire la guerra “giusta”, significa perdere altri territori.

La sconfitta maggiore non è però dell’Ucraina, che comunque perderà territori che sono sempre stati russofoni (Crimea e Donbass) e avrà solide garanzie di sicurezza, ma delle élite UE e di sovranità (Macron in Francia e Starmer in Inghilterra), abituate a vincere le guerre e che, sconfitti, rischiano di perdere (anche per questo) le prossime elezioni.

Ciò spiega perché sia furiosa la propaganda dell’élite UE contro qualsiasi piano Trump definito ora “pazzo”, ora “di potenze imperiali”, ora “contro il diritto internazionale”, pur sapendo che gli equilibri mondiali (come la storia scritta) e le relative Istituzioni mondiali che oggi ci governano (ONU, WTO, Banca Mondiale, FMI, Unesco, OMS,…) sono sempre state dettate dai vincitori (dagli USA). Ecco perchè il diritto internazionale non vale sempre (Israele, Siria, Kosovo, Libia, Iraq, Iran, Afghanistan, Vietnam, etc.).

La politica di potenza è, peraltro, tipica dell’Occidente (ancora oggi l’estone Kallas, alta rappresentante della UE, nega in patria diritti sostanziali alla minoranza russa, pari al 21%), ma è sempre stato così. Gli europei è dal 1492 che invadono, colonizzano, schiavizzano il Resto del mondo.

Non si tratta di essere anti-occidentali ma obiettivi. I russi ricordano bene che sono stati aggrediti da eserciti occidentali nel 1941, 1915, 1812, 1709, 1619. La Cina fu costretta a firmare trattati definiti “ineguali da tutti gli storici con le potenze occidentali (Usa, Inghilterra e Francia) a seguito della sconfitta militare nella prima Guerra dell’oppio (1839-1842), scatenata dagli inglesi per fare profitti con l’oppio a costo di distruggere la popolazione cinese (il Fentanyl in Usa sembra un contrappasso), ma vietato in patria.
Fatti che ci si guarda bene dal raccontare nei nostri manuali di storia. Accordi, imposti con la forza, che hanno obbligato la Cina a cedere Hong Kong, concedendo alle potenze straniere privilegi commerciali, legali ed extraterritoriali per 150 anni.

Gli Stati Uniti (con Trump) si sono resi conto che l’ascesa della Cina (dal 2001) è la vera minaccia alla leadership americana nel XXI secolo, paradossalmente per le opportunità che le furono offerte dall’avidità di profitti delle loro multinazionali (& finanza) con l’ingresso nel WTO della Cina e la scelta della globalizzazione.

Le alleanze create da Cina e Russia coi Brics nel 2009, sono state avviate contro il dominio unipolare del capitalismo neo liberale americano, la cui crisi si manifesta con un deficit commerciale spaventoso (mille miliardi di dollari all’anno), un debito pubblico alle stelle (35-38mila miliardi, 124% del PIL USA) e la desertificazione della manifattura americana per stare ai fondamentali economici per non dire della dissoluzione sociale in corso. Ma è il modello capitalistico liberale che è in profonda crisi in quanto non riesce, a differenza della Cina, a creare prosperità diffusa, tantomeno a sradicare la povertà.

Trump sta cercando di rimediare al disastro di 30 anni di globalizzazione che hanno indebolito l’America (complici i suoi predecessori presidenti), con una nuova politica interna ed estera in cui spera (con mercantilismo, monopoli e nuovi accordi, anche con la Russia) di rifare una Nuova Yalta e fare di nuovo Great l’America. Ciò implica una fase di transizione in cui è consapevole di dover negoziare coi “nuovi potenti” (Cina, Russia, India, Arabi,…) e possibilmente dividerli.

Così si spiegano i dazi (mercantilismo), il tentativo di re-industrializzare l’America, nuovi monopoli di Intelligenza Artificiale, le cripto valute, predazioni mirate meno onerose delle guerre (dazi, Venezuela, Groenlandia,…), sperando in tal modo di ridurre il deficit commerciale, il debito pubblico (e quello privato dei fondi finanziari) cresciuti a livelli pericolosi (50 volte il pil  mondiale) e ridare prosperità agli americani.

Si può dubitare che queste politiche neo-mercantilistiche, monopoliste, di re-industrializzazione, finanziarie e di predazione abbiano successo, ma di certo Trump e i suoi collaboratori sono consapevoli che senza un accordo con la Russia, gli Stati Uniti vanno ad uno scontro frontale con la Cina in cui rischiano di perdere, data la debolezza attuale, più ampia di quel che si dice.

Ciò ha cambiato radicalmente la politica estera degli USA verso la Russia. Si è abbandonata l’idea dell’espansione americana per via di guerre e dell’allargamento della NATO ad Est, al fine di indebolire la Russia, così come si era cercato di fare nel 1991-1999 (con liberalismo e democrazia in Russia) e dopo il 2014 con un cambio di regime, e con l’allargamento ad Est (e UE dal 2004), promettendo all’Ucraina (e Georgia) di entrare nella NATO.

La UE, priva dell’alleato USA (che anzi la picchia), si trova del tutto spiazzata, dopo aver seguito per 25 anni i dettami USA di costruirsi solo come grande mercato e non anche come Stato. Paralizzata dall’architettura istituzionale che si è data (o spinta a darsi), è indebolita proprio dall’allargamento a Est che incorpora  paesi con interessi completamente diversi.
La UE è in sostanza una “grande finzione” che propone ora ai singoli Stati un rilancio per via militare, l’opposto delle sue idealità originarie, sperando che abbia effetti anche sulla sua manifattura semidistrutta da globalizzazione e liberismo (come quella americana), pur sapendo che al 2030 (quando l’armamento della Germania sarà a buon punto, l’unico in grande stile) sarà troppo tardi per incidere sugli accordi USA-Russia sull’Ucraina.

Ciò che è in gioco non sono quindi tanto la pace futura in Ucraina e e quella tra UE e Russia (che non ha alcun interesse ad invadere altri Paesi e non credo ci saranno problemi ad avere garanzie di sicurezza per la UE), ma il Nuovo Ordine Mondiale da cui discendono le future condizioni socio-economiche dei cittadini (salari, occupazione, redditi) nei rispettivi Paesi, perché è evidente che i “vincitori” (Russia e USA) avranno dei vantaggi sugli sconfitti (Ucraina e UE), mentre la Cina continua a crescere.

Anche l’amministrazione dei territori di Crimea e Donbass non porrà rilevanti problemi, essendo zone russofone e quindi ben disposte al Governo della Russia. Del resto i cittadini dell’italiano Südtirol non avrebbero avuto alcun problema (anzi) se fossero finiti sotto l’Austria, essendo cittadini di lingua tedesca.

La pace in Ucraina segnerà, pertanto, la prima grande sconfitta della UE e dell’Inghilterra (dopo due vittorie nelle guerre mondiali) e delle loro élite attuali con effetti sul futuro dei suoi cittadini, che potrebbero subire nei prossimi anni cedimenti nel tenore di vita e occupazione, a favore di americani, russi, cinesi, indiani, brasiliani e del “Resto del mondo”.

Solo cambiando la politica estera della UE (dopo la pace in Ucraina che speriamo arrivi a breve) si potrà contrastare l’impoverimento che segue le sconfitte militari. E ciò pone il problema di diventare indipendenti dagli Stati Uniti e mantenere un equo commercio con la Cina (che l’ex alleato Usa non vuole).

Così si spiega l’isteria, la rabbia e lo stato confusionale delle élite UE che si “ribella al Nuovo Mondo che avanza” e che le trova, per la prima volta, tutte insieme (Inghilterra, Francia etc.) dal lato dei perdenti. Ma far finta di non vedere il “Mondo che avanza (Cina & the Rest)” già crea e creerà guai anche a Italia e Germania.

Se l’Europa si fosse costruita dal 2001 in poi come “terzo polo” tra Cina e USA, avrebbe evitato di diventare un mero mercato, si sarebbe data una sovranità a costo di limitare l’allargamento ad altri Paesi ad EST, (quanto piaceva all’America questo ruolo di non Stato della UE!). In tale contesto sarebbe stato normale un dialogo anche con la Russia e ciò avrebbe evitato l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e l’ascesa del trumpismo in USA. Avrebbe significato politiche negoziali coi Brics, con un ruolo dello Stato (o UE) che evitasse di cedere tecnologie strategiche (come invece avviene nel liberismo), avrebbe difeso salari e redditi con politiche di crescita della Domanda interna, potenziamento del welfare.

In sostanza quelle politiche keynesiane in cui c’è uno Stato sovrano che svolge un ruolo strategico nelle politiche sia industriali che di welfare, come l’Italia e altri paesi hanno fatto dal 1945 al 1978 (pur essendo leali alleati degli Stati Uniti) e che spiegano quei 30 anni gloriosi in cui ci fu il miracolo economico dell’Italia, assurta a 4^ potenza mondiale nel 1980.

Oggi che le politiche UE liberiste e senza sovranità statuale sprofondano sotto il peso non dell’invasione russa dell’Ucraina, ma del nostro capitalismo, sarebbe importante seguire il messaggio che Canada e Brasile mandano alle medie potenze (UE inclusa) di come far fronte insieme a chi si fa beffe del diritto internazionale.

Ma nuove alleanze (post americane) ancorché necessarie, non sono sufficienti a riportare la prosperità diffusa nell’Occidente se rimangono nell’ambito del capitalismo liberale. Dalla Cina (e altre culture) vengono enormi suggerimenti di come uno Stato possa guidare gli interessi privati degli imprenditori (garantendo proprietà privata e libero  mercato) nell’interesse però di tutti i cittadini.
I cinesi lo chiamano “socialismo di mercato, gli occidentali “capitalismo di Stato“, ma hanno ragione i cinesi.
Curvare le forze enormi del capitalismo privato nell’interesse generale è possibile ed è l’unica via che dà prosperità e pace.

La pace in Ucraina, ancorché non giusta, apre a nuove speranze e prospettive migliori per tutta l’umanità e, nell’immediato per ucraini e russi.

La Cina sarà il nuovo leader o co-leader del XXI secolo. E’ l’unico grande paese che ha dimostrato di saper rispondere a gigantesche sfide (come povertà, prosperità, innovazione tecnologica). La UE e le medie potenze nel mondo ne avranno grandi benefici se dialogheranno con una Cina che sarà sempre meno autoritaria in un nuovo ordine mondiale post-americano.

Viceversa sarà “pianto e stridor di denti” e i nostri nipoti assisteranno al tramonto del capitalismo liberista e alla nascita di nuove forme produttive che integrano Stato e libero mercato per dare più prosperità.

Smith e Marx avevano scritto sull’importanza dello Stato nell’usare il capitalismo come leva di sviluppo, ma non avevano immaginato che sarebbero stati i cinesi a realizzarlo.

Cover: immagine di LIBERI OLTRE LE ILLUSIONI

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GRATTACIELO, I NODI VENGONO AL PETTINE

GRATTACIELO, I NODI VENGONO AL PETTINE

Leggo oggi sul Resto del Carlino un illuminante articolo di Nic Bianchi, che di fatto smaschera e smonta anche buona parte della narrazione del sindaco Fabbri. Se è vero che da almeno tre decenni le due torri (e mezza) sono state aggredite da un degrado sociale ed economico _ a spese di tanti bravi e onesti condomini _, emerge dall’inchiesta giornalistica che nel 2023 la Procura aveva stabilito che il Comune avrebbe potuto intervenire per sanare, o almeno tamponare, la situazione.
Nel 2023, non dunque durante i mandati di Soffritti, di Gaetano Sateriale o di Tiziano Tagliani: se durante le loro legislatura la questione Grattacielo non è stata affrontata _ usiamo un eufemismo _ con la dovuta grinta, anche tre anni fa il Comune avrebbe potuto agire con una somma in fondo esigua, salvo rivalersi poi legittimamente sui proprietari degli immobili.
Parliamo, leggo sempre nell’articolo di Bianchi, di 60.000 euro: poco più o poco meno di quanto stanziato ai privati per organizzare concerti _ tra cui quello di Amii Stewart _ nel parco ‘rinato’. E comunque una cifra enormemente inferiore a quanto versato da società pubbliche a soggetti privati per l’affitto del palco del Summer Festival, o per altri eventi (sempre prevalentemente privati).
Ma allora a Ferrara ci sono privati di serie A e privati di serie B? A guardare il bellissimo video di Paolo Bertazza ‘Nodi‘ _ che solo qualche miserabile coglione può denigrare _ parrebbe. E la vicenda del Grattacielo si prospetta come una eloquente cartina di tornasole.
Sia chiaro: non difendo il sostanziale immobilismo e l’inerzia di quanti, nei decenni, hanno lasciato che la situazione del Grattacielo degenerasse. Nessuno è esente: sindaci, tecnici, amministratori condominiali, altri enti, e soprattutto tanti indifferenti. Ero ancora a Telestense, negli anni ’80, quando arrivarono i primi spacciatori e prostitute; quando, per un principio di incendio in una torre, percepimmo l’estrema fragilità della sicurezza; quando la speculazione di alcuni e ben noti accaparratori accelerò i problemi di convivenza, e di natura economica. Ma assieme a questo, ho conosciuto (e conosco) bravissime persone che hanno difeso sempre l’integrità morale e il ‘sogno’ del Grattacielo com’era, le loro case, la loro identità.
Il video di Bertazza, al proposito, è illuminante. Il Grattacielo non era, e non è, solo un covo di malfattori e desperados, come per molti da anni è comodo ritenere.
Oggi però consiglio di soffermarsi sull’articolo di Nic Bianchi: e in particolare il consiglio va a chi, in questi giorni, ha avuto parole disumane, incomprensibili (se non per faziosità politica), intollerabili. A chi si chiama fuori, dicendo che ogni responsabilità affonda in un passato remoto.
Ricordiamo la data: 2023.
In copertina: il grattacielo – immagine museoferrara

30 MINUTI

30 MINUTI
Un racconto vero

[Dedicato agli sfollati del Grattacielo]

E’ il tempo che ci è stato concesso per accedere alle nostre case nel grattacielo e prendere gli effetti personali. Non è stato facile e solo dopo estenuanti attese telefoniche sono riuscito a prenotarmi per salire al ventesimo piano della torre B del grattacielo dove c’è la mia casa, dove ci sono tutti i ricordi di una vita, o almeno di ciò che ne rimane. Sono passati giorni ormai da quella terribile notte in cui è cambiato tutto per me.

Entro nel grattacielo accompagnato da un vigile del fuoco, è buio tanto buio, mi assale l’odore acre di fumo e con l’odore riaffiora anche la paura.

Inizio la mia ascesa, sempre in compagnia del vigile del fuoco che mi illumina il tragitto, un gradino dopo l’altro raggiungo il sesto piano, il cuore batte forte, forse a causa del fatto che sono un po’ sovrappeso o forse perché non avrò il tempo per raccogliere tutte le mie cose. Mi fermo un istante per riposare, i minuti passano veloci, troppo veloci, riprendo la mia salita, mi restano solo 25 MINUTI. Sono ormai arrivato al decimo piano, 22 MINUTI – qui abitavano dei miei amici, chissà dove sono adesso? Ci conoscevamo tutti nella torre B, parlavamo lingue diverse, mangiavamo cibi differenti ma ci univa l’essere tutti stranieri in questa città che accoglie e respinge al tempo stesso. Quindicesimo piano, la fatica della salita si fa sentire sempre più, non posso però fermarmi, mancano solo cinque piani e mi rimangono solamente 19 MINUTI.

Eccomi arrivato al ventesimo piano, fatico ad infilare le chiavi nella serratura, le mani mi tremano, 18 MINUTI – apro la porta, tutto è rimasto come quella dannata notte di fumo e fiamme. Dovrei essere felice di poter rientrare nella mia casa, ma so che è solamente per pochi minuti, il tempo stretto necessario per raccogliere poche cose da portare non so dove. Sono sempre più disorientato, avevo passato la notte precedente insonne ad elencare nella mia mente tutto quello che avrei dovuto prendere, documenti, medicine, vestiti, ma come posso ricordarmi tutto? I minuti passano inesorabili ed io sono sempre più confuso. Dimenticherò sicuramente qualcosa, chissà quando e soprattutto se mai potrò tornare a prenderla. Mi aggiro per le stanze, sono smarrito e non ricordo più dove avevo riposto la foto di mia madre che vorrei portare con me, ma il tempo è scaduto, il vigile del fuoco mi dice che purtroppo dobbiamo scendere perché ci sono altre persone al piano terra che attendono di salire. Per un istante volgo lo sguardo verso la finestra, tante volte ho guardato Ferrara addormentarsi e svegliarsi, mai come in quei momenti la sentivo tanto mia.

Inizia la discesa, ho riempito due gradi borse, quelle robuste del supermercato ed uno zaino che porto sulle spalle. Chiudere la porta dietro di me è stato dolorosissimo, ho lasciato lì parte della mia vita. La salita è stata faticosissima ma la discesa lo è ancora di più, mi fa male il petto, è un dolore a me sconosciuto che mi angoscia e toglie il respiro, il peso che sto portando si fa sempre più opprimente, mi sento un moderno Enea che scende negli inferi guidato dalla Sibilla.

Sono certo di essermi dimenticato qualcosa, passo in rassegna tutto ciò che avevo elencato la notte precedente ma ormai è troppo tardi, il tempo a mia disposizione è ampiamente scaduto.  30 MINUTI per mettere la mia vita in una borsa per la spesa… e dimenticare la foto di mia madre al ventesimo piano. 30 dannati minuti!

Cover: Scale, Foto di cafepubmasters da Pixabay

La legge è uguale per tutti…i poveracci

La legge è uguale per tutti…i poveracci

Nel 2002 l’allora Ministro della Giustizia Roberto Castelli fece rimuovere dalle aule dei Tribunali la scritta “La Legge è uguale per tutti”, sostituendola con una molto meno impegnativa: “La giustizia è amministrata nel nome del popolo italiano”.

Il provvedimento aveva un merito indiscusso: l’assoluta chiarezza. E’ evidente che questa storia per cui tutti debbano essere uguali davanti alla Legge non sia gradita alla politica (non soltanto di centrodestra), quindi la rimozione di una scritta così fastidiosa andava letta come un’inequivocabile dichiarazione d’intenti. Perfetta, in questo senso, la frase scelta per sostituirla: altisonante, ma sostanzialmente priva di significato concreto.

La storia insegna che da sempre il potente non vuole essere giudicato. Uno degli elementi distintivi del potere è proprio l’impunità, il sentirsi superiore agli altri. Nei secoli questa tendenza ha raggiunto vette paradossali. Il culmine fu forse la vendita delle indulgenze, fenomeno che caratterizzò la Chiesa cattolica nel XVI secolo. All’epoca la giustizia terrena non era sicuramente un problema per i potenti, ma a loro questo non bastava, quindi gli fu consentito di comprare l’impunità anche nell’aldilà. Esisteva un vero e proprio tariffario, che copriva ogni tipo di peccato: persino l’omicidio, se il “penitente” era disposto a pagare abbastanza, poteva essere cancellato.

Nel mondo moderno l’idea di giustizia differenziata a seconda del peso specifico della persona da giudicare è ufficialmente rifiutata dalla grande maggioranza degli Stati, ma in realtà fa parte del nostro vissuto quotidiano: c’è qualcuno che si sorprende nello scoprire che chi ha la possibilità di pagare i migliori avvocati riesce a farla franca, mentre in galera ci finiscono quasi sempre persone provenienti dai ceti più fragili e poveri?

Ma questo non può bastare a chi pretende di istituzionalizzare le differenze: bisogna fare di più. E da qualche anno, con innegabile coerenza, chi fa le leggi ha come obiettivo fin troppo palese quello di mettere in condizione sé stesso, e i suoi danti causa, di aggirarle. Ne abbiamo viste tante: termini di prescrizione sempre più stringenti, limitazioni alle indagini su specifici reati, avvisi preventivi alle persone da arrestare, ecc…

Dobbiamo riconoscere che stanno lavorando bene, e possiamo dirlo prendendo spunto da alcuni casi di cui si è parlato nelle scorse settimane. Quello di Chiara Ferragni, ad esempio. Gli organi di stampa hanno raccontato che era stata assolta, ma questo non è vero. In realtà non c’è stata assoluzione, perché non c’è stato processo. La Ferragni era accusata di truffa aggravata per aver lasciato credere che acquistando a prezzo maggiorato un pandoro da lei sponsorizzato si potesse destinare in beneficenza parte del ricavato, quando in realtà la somma da devolvere era stata stabilita all’inizio e non aveva alcun legame con le vendite. I suoi bravi (e costosi) avvocati sono riusciti a far derubricare l’accusa da truffa aggravata a truffa semplice. E qui, soprattutto, è stato fatto valere il potere dei soldi. La truffa semplice, a differenza di quella aggravata, può essere perseguita solo se c’è una querela. Che in effetti c’era, perché era stato il Codacons ad inoltrarla, ma è stata ritirata dopo il versamento di una somma significativa (200mila euro) a titolo di risarcimento. E così, nonostante l’innegabile inganno, la Ferragni ne è uscita pulita, arrivando a dichiarare “Avevo fiducia nella giustizia”. Nella giustizia di chi può pagare.

E’ sicuramente dalla parte dei ricchi il concetto di “Giustizia riparativa”, introdotto dalla Ministra Marta Cartabia nel 2022. In estrema sintesi il concetto è questo: chi ha commesso un reato, ma si offre di risarcire le vittime, può evitare di subire condanne penali. La logica è esattamente la stessa della vendita delle indulgenze: puoi pagare? Sei perdonato. Non puoi pagare? Vai all’inferno (o in galera). E’ un istituto nato apparentemente per decongestionare i tribunali, ma che può avere conseguenze aberranti: basti pensare che persino Alessandro Impagnatiello, colpevole di uno dei più efferati femminicidi, si era offerto di risarcire la famiglia della vittima per uscire di prigione. E per fortuna la sua richiesta è stata ritenuta non accoglibile. Chi invece non si è sentito dire di no è Leonardo Apache Larussa, accusato di revenge porn, che ha evitato il processo offrendo alla vittima un risarcimento di 25mila euro. Il paradosso della vicenda è che la Giudice abbia ritenuto congrua l’offerta, nonostante il rifiuto della vittima. Morale della favola: il colpevole se la cava con una somma tutto sommato irrisoria in realazione alle risorse della sua famiglia, la vittima viene umiliata per la seconda volta, e tutto questo avviene “Nel nome del popolo italiano”.

E veniamo alla recente riforma della giustizia, voluta dal Ministro Carlo Nordio. Possiamo affermare che si tratti di un deciso passo in avanti verso una separazione delle carriere, non solo dei giudici ma anche e soprattutto degli imputati, creando le condizioni per cui alcune persone finiscano per essere più uguali di altre?

Il tema è molto tecnico e le opinioni sono controverse. Per questo, visto che sull’argomento saremo chiamati ad esprimerci, può essere una buona idea risalire alla fonte. E chi, meglio di Nordio, può spiegare le finalità della riforma Nordio? E lui lo ha fatto in modo inequivocabile. In un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: “Schlein non capisce che questa riforma gioverebbe anche a loro, se andassero al governo”. Tutto chiaro, no? La riforma serve a questo: ad impedire ai giudici di indagare sui ministri. Ma sempre nel nome del popolo italiano.

Per dirla con Trilussa: “per quer popolo cojone

Photo cover: François Marius Granet, Una contadina compra un’indulgenza (1825) tratta da wikimedia.org

Impariamo ad attraversare la notte

Impariamo ad attraversare la notte

Cari amici,

Per quasi trent’anni Ferrara è stata la mia seconda casa. In quel periodo la mia residenza principale era sempre Monaco di Baviera, ma ogni volta che potevo andavo a Ferrara.

Ho anche scritto alcuni articoli per “Periscopio” (precedentemente “Ferraraitalia”). Negli uffici della redazione ho anche partecipato alcune volte a conferenze Zoom con membri di “Reporter senza frontiere” e dell’ONG di Monaco “Giornalisti aiutano giornalisti”, di cui coordino con altri amici i progetti di aiuto a giornalisti in regioni di guerra e di crisi in tutto il mondo. Purtroppo il numero di queste regioni non è diminuito negli ultimi anni.
Desidero ringraziare di cuore la redazione di “Periscopio” per la collegialità e la solidarietà dimostrate.

Non sono pessimista e confido nella forza delle persone che oggi in Italia, in Germania, in tutti i paesi europei e anche in tutto il mondo si oppongono all’autoritarismo e al militarismo in ogni sua forma. Purtroppo, però, bisogna riconoscere che ci aspettano tempi bui e “ci aiutano coloro che hanno imparato ad attraversare la notte” (Ernesto Sabato, scrittore argentino).

Questo motto della nostra ONG “I giornalisti aiutano i giornalisti” è forse un buon motto anche per ‘Periscopio’. Spero che potremo rimanere in contatto in questo senso.

Addio Ferrara bella, la nostra seconda patria, dove ho incontrato amici meravigliosi rappresentanti di un Italia che amiamo.

Carlo

In copertina: Ferrara di notte, la città medievale –  immagine da Paesi on line

Parole a capo
Roberto Dall’Olio: Poesie per Tequila, una gatta speciale

Parole a capo <br> Roberto Dall’Olio: Poesie per Tequila, una gatta speciale

“Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza far rumore.”
(Ernest Hemingway)

 

Quando si dice che la poesia non si fa racconto quotidiano, viaggia troppo in alto, guarda troppo lontano, ci si sbaglia di grosso, il ricordo ci cade addosso e ci invita a rimboccarci le parole.
Roberto Dall’Olio m’ha donato questo libriccino che parla di sé, di momenti di vita quotidiana tra le mura domestiche intrecciati con quelli di Tequila, la “sua” gatta nera.
Il virgolettato é d’obbligo quando si parla di gatti. Sono anarchici per natura, indipendenti, affettuosi quando vogliono loro, un po’ ruffiani e utilitaristi.

Quando abitavo in un pezzetto di campagna, dentro la periferia di una piccola città (una Ferrara a caso), hanno frequentato la mia casa numerosi gatti. Siamo arrivati a tredici o forse più. In gran parte trovatelli, qualcuno portava i segni di lotte, scontri cruenti per la conquista o difesa del territorio.

Ricordo Fumino, senza un occhio, che si faceva accarezzare raramente, poi c’era il grande gatto saggio, dal pelo fitto e dalla voce autorevole, rispettato da tutti gli altri. Ricordo gli ultimi giorni della sua vita. Era stato colpito da un’auto sulla vicina Via Bologna e si era accovacciato tra alcuni gradini di una fioriera proprio di fronte alla porta di casa. Non si lasciava toccare, soffriva in silenzio, non mangiava. Poi, un mattino è scomparso. Mio padre lo trovò in un terreno vicino, sotto un arbusto, senza vita. Prese una scatola da scarpe e lo adagiò con cura. Poi lo seppellì in silenzio e con qualche lacrima.

Ma tornando a “La Tequila nera e altre poesie feline“, Giuliano Ladolfi Editore, gennaio 2026, le parole poetiche sgusciano, sgorgano copiose, precise, piene di vita. Un’opera suddivisa in tre parti. Nella prima parte le poesie sono incentrate sul rapporto di Dall’Olio con la gatta, nella seconda parte si parla di altri animali domestici e/o selvaggi, nella terza la scrittura poetica si concentra al rapporto uomo – animali. “Un lessico a portata di cuore (…) un affetto lirico che fa scorrere veloce e affascinante la lettura; composizioni brevi, musicali, ben ritmate, epigrammi miniaturali che trasmettono integra atmosfere di luogo e di tempo” come scrive Evaristo Seghetta Andreoli nella prefazione.

Eccone alcuni esempi.

Non penserai mica
Di prenderla in braccio
Senza che lei
Lo voglia…
Ma poi non viene
In braccio
Non è un peluche
Con l’uomo
Senza l’uomo

E non ha letto
Né Morin
Né Latouche

*

A volte
Salta
Sul computer
E pigia
Tastiera
Succede
Un po’ tutto
Poi la musica
La carta
Si posa
Sui libri
le mie parole
Segue
Leggera
mariposa

*

I gatti
Sono degli artisti
Sono degli imprevedibili
Abitudinari
Per dormire
Scovano i loro
Posti
Alcuni li abbandonano
Per mesi
Anni
Poi una mattina
Cerco i calzini
Nella cesta
Che calda…
Che pesante…

Sento la Tequila
Che mi saluta
E le sue fusa
Da elefante

*

Luxi
La micia soriana
E’ morta
Vicino a me
Anzi accanto
Sul divano
Col suo pudore
Immenso
La sua dolcezza
La sua nobile
Fierezza
Nella morte
Ha posato
Sulle mie gambe
Il capo
Spirato

*

La sentenza della micia

Alla micia
Chiederei
La Sua sentenza
Sulla vita
Ma si avvale
Della facoltà
Di non rispondere
Chiederei allora
Cosa pensa
Degli esseri umani

Vivono come se
Tutto fosse morto”

La sentenza
Mi trafigge
Il cuore
Il cuore
soffrigge

 

Foto di Eduardo Vieira da Pixabay

Roberto Dall’Olio (1965). Docente di filosofia e pubblicista letterario. Bolognese da sempre ancora prima di nascervi. È nomade cosmopolita. Scrisse poesie da anni otto circa. E non smise più. Pubblica libri in versi. Ritiene la poesia una forma di stoviglia, detta alla Gozzano. Ah, poeti di riferimento: Italiani: Roberto Roversi mio maestro e amico Antonia Pozzi Alfonso Gatto Guido Gozzano Stranieri: Neruda Lorca Salinas Yanez Piznik Brecht Prevert Plath Sexton Seifert Cvetaeva Ritsos Pasternak Saffo. Ha pubblicato il saggio Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (Meridiana, 2000). Altri saggi, poesie e articoli sono apparsi su riviste, giornali e blog. Numerose le pubblicazioni in poesia a partire da Per questo sono rinato (Pendragon, 2005, nota di R. Roversi) fino a Un loden senza inverno. Poesie per mio padre (Pendragon, 2023). La Tequila nera e altre poesie feline (Giuliano Ladolfi Editore, 2026) è la sua ultima fatica poetica. In “Parole a capo” segnaliamo alcune tra le tante uscite: 12 febbraio 2025; 21 settembre 2023; 1 settembre 2022; 2 settembre 2021; 8 agosto 2020. Inoltre le tante poesie pubblicate nella rubrica domenicale “Per certi versi” che Dall’Olio ha condotto per diversi anni su Periscopio. Attualmente collabora con «Inchiestaonline», «ValoreLavoro» e con la rivista «Atelier». E’ socio dell’Associazione culturale APS “Ultimo Rosso”.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 323° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

La Destra alle prese con la vanità di Vannacci: una mini-scissione che può far molto male

La Destra alle prese con la vanità di Vannacci: una mini-scissione che può far molto male

Si vedrà presto quale consistenza potrà avere questa operazione. I primi sondaggi attestavano di recente il partito di Vannacci un po’ sotto al due per cento. Poca, pochissima cosa nel panorama politico nazionale, ma abbastanza per creare un piccolo terremoto nell’attuale maggioranza di governo. A cominciare, naturalmente, dalla Lega, già penalizzata in tutte le più recenti elezioni dopo i fasti del governo giallo-verde.

E si vedrà se a risponderne sarà alla fine chiamato il leader Matteo Salvini che aveva nominato il generale tra i suoi vice, nonostante la contrarietà di molti dirigenti di primo piano: ma c’è da dubitarne, visto che neppure il tracollo elettorale dal 34 all’8 per cento è bastato perché il gruppo dirigente optasse per un cambio di cavallo. Il segretario comunque ha reagito con parole dure: “Pensavo avesse il senso dell’onore…”.

Ma il danno rischia di riflettersi sull’intera destra che sostiene il governo. Il vantaggio nei confronti del centrosinistra – a stare ai sondaggi – si è alquanto ridotto e perdere un paio di punti di percentuale può essere molto pericoloso per la coalizione di Giorgia Meloni. A meno che non si finisca per associare all’alleanza anche la lista del generale: scenario alquanto improbabile, anche perché sarebbe uno sgarbo imperdonabile nei confronti della Lega, già sotto schiaffo.

Non deve comunque trarre in inganno la spiegazione data da Vannacci al suo gesto: “Non è più tempo di linguaggi moderati”. Lo strappo verso l’estrema destra non ha infatti nulla a che fare con una presunta cautela del Carroccio e dell’esecutivo. Al contrario. Il generale – che si è reso ridicolo in tutto il mondo con la sua polemica con la pallavolista Paola Egonu per i suoi tratti somatici considerati poco italiani – in qualche modo è stato in piena sintonia con la destra al governo su molti temi – dall’immigrazione alla sicurezza, al filo-trumpismo senza se e senza ma – e con il suo ex segretario anche sul filo-putinismo e sull’ostilità nei confronti della resistenza ucraina.

A muoverlo sembra più che altro un crescendo di vanità e di auto-considerazione, dopo il successo editoriale del suo libro sul “mondo al contrario”. Replicarlo in politica, però, è tutt’altro che semplice e Vannacci rischia di uscirne con le ossa rotte. Poco male se a pagare il prezzo di una scissione sarà per una volta la destra. E comunque – come si usa dire in questi casi – ce ne faremo una ragione.

Cover: L’ex generale Roberto Vannacci – immagine Wikimedia Commons

 

Quando la propaganda bellicista arriva nelle scuole

La propaganda bellica sta ormai penetrando ogni strato della società civile e il fenomeno della militarizzazione delle scuole è ormai fuori controllo. E’ necessario che la scuola si faccia portavoce di valori di pace e che la guerra venga mostrata per ciò che è: morte e distruzione.

Le immagini di guerra e i video provenienti direttamente dal fronte inondano ormai i feed dei nostri social media e le prime pagine di ogni testata giornalistica. Gli ultimi dati forniti dal Centre for Strategic and International Studies (CSIS) parlano di quasi due milioni di soldati uccisi, feriti o dispersi dall’inizio della guerra in Ucraina.

Dal 7 ottobre 2023 abbiamo assistito a un genocidio compiuto da Israele a Gaza sotto i nostri occhi, con testimonianze, immagini e video di quanto stava accadendo disponibili su ogni piattaforma online. Bambini e civili uccisi a sangue freddo mentre raccoglievano i pochissimi aiuti umanitari che riuscivano ad arrivare, immortalati dagli obiettivi dei reporter che hanno reso queste immagini accessibili al mondo intero.

Questi sono solo due esempi tra i più di 56 conflitti attualmente in corso nel mondo, il numero più alto mai registrato dalla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgono circa 92 Paesi e causano oltre 100 milioni di sfollati.

In questo contesto si inserisce la nuova propaganda bellicista portata avanti dai governi e dagli stati maggiori europei, che culmina nel piano ReArm Europe, con cui l’Unione Europea ha deciso di stanziare 800 miliardi di euro per il potenziamento del settore militare. Una spesa giustificata dall’apparente presenza di un nemico ormai alle porte.

Mentre le azioni delle principali aziende produttrici di armi schizzano alle stelle, il dilemma fondamentale rimane uno: armiamoci, ma chi parte?

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha affermato che ci troviamo nella “fase peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale” ed è proprio in questo contesto che, legittimati dalla narrazione del “nemico alle porte”, i principali governi europei stanno riportando nel dibattito pubblico il tema della reintroduzione della leva militare, seppur nella maggior parte dei casi in forma volontaria.

L’equazione, d’altronde, non risulta complessa: più armi, più uomini pronti a combattere.

In questo quadro trova perfettamente posto la nuova propaganda bellicista all’interno delle scuole italiane di ogni ordine e grado e la costante e crescente militarizzazione degli spazi civili, con particolare attenzione proprio alle scuole, luogo ideale per reclutare giovani leve.

Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole “le scuole stanno sempre più diventando terreno di conquista di un’ideologia bellicista e di controllo securitario che si fa spazio attraverso l’intervento diretto delle forze armate (in particolare italiane e statunitensi), declinato in una miriade di iniziative tese a promuovere la carriera militare in Italia e all’estero e a presentare le forze armate e le forze di sicurezza come risolutive di problematiche che appartengono alla società civile.”

Si registra in particolare un preoccupante aumento delle attività interne agli istituti scolastici, come i PCTO (ex alternanza scuola-lavoro), progetti di orientamento e protocolli di intesa firmati da rappresentanti dell’Esercito con il Ministero dell’Istruzione, gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali e le singole scuole.

Quando la propaganda bellicista arriva nelle scuole
Striscione a una manifestazione pacifista, Italia ripudia la guerra – foto di Roberto Zanotto

La realtà cruda della guerra, oggi inaccettabile per l’opinione pubblica almeno a casa nostra, viene mascherata e nascosta agli studenti, contribuendo così a una normalizzazione della violenza bellica e a un’immagine edulcorata e mistificata della guerra.

È necessario quindi contrastare questa narrazione militarista e bellicista portata avanti dalle Forze Armate e dai governi europei, ribadendo che la scuola è un’istituzione che promuove i valori della pace, della solidarietà, dello sviluppo della capacità critica e dell’autodeterminazione.

Per combattere questo fenomeno e promuovere valori opposti di pace e disarmo, è indispensabile costruire all’interno degli spazi scolastici iniziative di confronto, di autogestione e di dialogo su tematiche di attualità, oltre a momenti di approfondimento sulle guerre in corso, mostrandole non più come un gioco di strategia, ma facendo emergere le tragedie e la morte che portano con sé.

In copertina: Manifesto inglese che invita al reclutamento nell’esercito per la Grande Guerra

La scuola non è vostra. È di tutti!

La scuola non è vostra. È di tutti!

Qualche giorno fa, davanti a diversi istituti scolastici anche della nostra città, i giovani fascisti di Azione Studentesca hanno preparato e distribuito un volantino intitolato “La scuola è nostra”.
Lo scopo dichiarato, come vi si può leggere, è quello di “… creare un rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana”.
Nel volantino c’è un QrCode (un codice a risposta rapida) che rimanda ad un questionario con sei domande, precedute dalla richiesta dei dati personali (nome, cognome, provincia, istituto, classe).

Le domande sono le seguenti:
Quali sono le condizioni dal punto di vista strutturale della tua scuola?
Quali sono le principali problematiche?
La tua classe andrà in gita quest’anno?
Se no, per quale motivo?
Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?
Descrivi uno dei casi più eclatanti”.

Il volantino ha creato molte polemiche. Diversi partiti e sindacati hanno preso posizione accusando gli autori di compiere un’azione anticostituzionale e di voler schedare i professori di sinistra.
Il responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha difeso i suoi giovani camerati mentre il ministro leghista Giuseppe Valditara sempre attento a bacchettare, non si è ancora sentito.
Io, qui, vorrei provare a commentare a modo mio, rivolgendomi direttamente ai ragazzi e alle ragazze di Azione Studentesca.

Prima di tutto, iniziamo dal titolo del vostro volantino: “La scuola è nostra”.
Partite male perché vi sbagliate di grosso; la scuola non è vostra perché “La scuola è di tutti”, come riporta il titolo dell’ottimo libro del mio amico Girolamo De Michele, che vi consiglio calorosamente di leggere.

Avete presente la Costituzione (sì lo so che voi ed i vostri camerati adulti non la sopportate perché è nata dalla resistenza antifascista ma…) la nostra scuola “aperta a tutti” nasce da lì.
La scuola non è vostra perché: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Il tentativo di farla vostra vi è già riuscito nel ventennio di cui siete nostalgici. Quella scuola era vostra perché irregimentava, riproduceva le disparita sociali, non prevedeva il confronto, focalizzava la sua opera solo sulla trasmissione di informazioni, non differenziava la didattica, poneva enfasi spropositata sui voti e sulla competizione, era completamente separata dalla realtà, non affrontava temi e problemi difficili, non vedeva l’altro come una risorsa, era una scuola xenofoba e razzista che non garantiva un ambiente democratico.
Non so se vi sarebbe piaciuta davvero.

Andiamo avanti col proposito dichiarato nel vostro volantino: “Creare un rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana”.
Vi chiedo: per verificare la situazione della scuola italiana, è questo il vostro metodo, sono questi i vostri strumenti, sono tutte lì le vostre domande?

Per come la vedo io, la situazione della scuola italiana è complessa, difficile, paradossale e anche tragica, ma non è certo con quelle poche banali domande che si possono evidenziare le sue carenze, le sue difficoltà, le sue qualità e le sue potenzialità.
Anche i bambini delle scuole primarie sarebbero in grado di farsi domande più qualificate.

Vi chiedo ancora: per voi gli indicatori per verificare la situazione della scuola sono soltanto l’aspetto strutturale, l’organizzazione delle gite e la presenza di professori di sinistra?
Se lo pensate davvero siete molto più infantili di quanto già vi facessi. Dovreste sapere che per tentare di valutare una scuola gli indicatori sono moltissimi.

Solo per citarne alcuni: il numero totale degli alunni, la presenza o meno di alunni con disabilità, gli spazi a disposizione, i tempi scolastici, le progettualità, la continuità del personale docente e ata, il rapporto col territorio, i servizi offerti, l’entità dei finanziamenti ricevuti, la qualità dell’inclusione, l’orario di apertura dell’istituto, le sperimentazioni in atto, le modalità di valutazione, la formazione, gli aggiornamenti e potrei continuare per molte altre righe.

Ma che ve lo dico a fare visto che penso che quelle due domande sulle strutture e sulle gite servissero soltanto a gettare un po’ di fumo in modo che, nel questionario, risaltasse predominante l’unica domanda che a voi interessava.
Vi chiedo quindi: perché avete aggiunto la parola “di sinistra” dopo “professori”?
Se ne deduce che la cosa grave per voi non è che i professori possano far propaganda a scuola ma che essi siano “di sinistra”.

Vi chiedo inoltre: perché non avete dichiarato subito che l’unico vostro intento era quello di schedare i professori di sinistra?
Da bravi antidemocratici decisionisti avreste potuto farlo.

La verità è che lo scopo macroscopico del vostro volantino, unito al silenzio del ministro dell’istruzione e del merito Valditara (che si tratti di silenzio assenso), è quello di intimidire tutti i docenti, in modo che abbiano seri problemi ad affrontare argomenti legati al fascismo e all’antifascismo, alla resistenza, alla liberazione, alla giornata della memoria, all’inclusione (guarda caso i vostri anziani di riferimento ricominciano a parlare di classi differenziali), ma anche all’affettività (vedi divieto ministeriale di trattare certi temi legati all’educazione sessuale), alle relazioni e ai tanti temi che l’attualità offre (e qui gli esempi potrebbero essere tanti.

Ad esempio, nel settembre scorso l’Ufficio Scolastico regionale del Lazio aveva inviato una comunicazione riservata alle scuole di quella regione in cui vietava di fatto le discussioni in classe o negli organi collegiali sul genocidio palestinese).

Io, che a scuola ci sono entrato quando avevo 5 anni e ci sono uscito a 67, ho imparato molte cose e maturato diverse convinzioni.
Fra queste, che è normale che gli insegnanti facciano politica a scuola, occupandosi della loro polis che è la comunità classe, a cominciare dalla disposizione dei banchi, per continuare con molte altre attività fra le quali, ad esempio, il modo di proporre le lezioni e la condivisione di qualsiasi argomento di attualità di interesse comune.

Sono infatti competenze di interesse scolastico il sapersi esprimere degli studenti e delle studentesse, riuscire a parlare, ascoltare, confrontarsi, discutere, dissentire, mediare, rispettare, partecipare.
Anche i docenti che non parlano di attualità con i loro studenti fanno una scelta politica: quella di non lasciare spazio alla discussione, di non rispettare i propri studenti, di non farli partecipare e di non favorire il confronto che è alla base della vita democratica.

Il volantino di Azione Studentesca

Il far politica non è la stessa cosa del far propaganda, perché la prima intende governare, elaborare idee e cercare il consenso attraverso il confronto democratico, la gestione del bene comune, la mediazione; mentre la propaganda cerca di condizionare l’opinione degli altri manipolandola; in pratica è un tentativo deliberato e sistematico di modellare percezioni, manipolare informazioni e indirizzare il comportamento altrui al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi l’ha messa in atto.

L’aver fatto “di tutta l’erba un fascio” senza distinguere fra politica e propaganda, come lascia intuire il vostro volantino, è quindi un’operazione semanticamente sbagliata e politicamente ingenua ma soprattutto è la dimostrazione evidente che la propaganda l’avete fatta voi di Azione Studentesca, strumentalizzando gli studenti per indicargli la sola soluzione obbligata che avete immaginato: la colpa dei disastri della scuola italiana è dei professori di sinistra.

Il “vostro manipolare informazioni e indirizzare il comportamento altrui al fine di ottenere una risposta che favorisca i vostri intenti” è qualcosa di così squallido che non è giustificato nemmeno dalla vostra giovane età e dalla vostra inesperienza.

Concludo ricordandovi che lo scopo della scuola della Costituzione è di formare cittadini consapevoli, critici e attivi, capaci di partecipare alla società e affrontare le sfide del mondo contemporaneo attraverso l’acquisizione di conoscenze, abilità e competenze.

Ho grande fiducia nell’educazione quindi mi auguro che, nel vostro percorso di studio e di vita, possiate incontrare professori bravi che riescano a farvi venir voglia di togliervi quei paraocchi neri che avete davanti agli occhi, per vedere finalmente la realtà nella sua stupenda complessità e con i suoi molteplici colori.

In copertina: particolare del volantino distribuito da Azione Studentesca

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure / La vicina di casa

Esce in libreria, con Iperborea, La vicina di casa, di Kęstutis Kasparavičius, un divertente albo in cui la paura e l’attrazione per l’ignoto si fanno gioco e meraviglia e tutto è possibile in nome della gentilezza

Avevamo già recensito il suo Storie a strisce, oggi il grande illustratore lituano Kęstutis Kasparavičius, torna con altre avventure dei suoi animali antropomorfi, più umani degli uomini, questa volta un coniglio. Uno dei classici della letteratura baltica per ragazzi.

Il coniglietto Rosinello, bianco bianco ma con il nasino rosa e l’impeccabile gilet, ha una grande paura dei serpenti. In realtà non ne ha mai visto uno, e forse è proprio per questo che ha paura. Spesso si ha paura di ciò che non si conosce. L’ignoto.

Quando scopre di avere una nuova vicina di casa, appena arrivata con le sue ingombranti valigie, vuole incontrarla e darle il benvenuto, ma è appena uscita. O meglio, una parte di lei sta ancora uscendo mentre l’altra ha già svoltato l’angolo. È davvero lunga…

Rosinello, salterellando qua e là, comincia a inseguire quella lunghissima, sgargiante e misteriosa signora, che striscia lungo la strada, su per un albero, giù per un tombino, dentro e fuori da un autobus, tra chi scappa, chi la cavalca, chi ne è impaurito e chi affascinato, ma dove sta andando?

Destinazione misteriosa, ma dolce. Intanto, il coniglietto, durante il suo incalzante tragitto, incontrerà tanti amici: la ranocchia Gragrà, la volpe Scheggia, il corvo Gracchio, il picchio Tuctuc, la cicogna Alessandro. E poi. È davvero incredibile quella coda della frusciante, simpatica ed elegante serpentessa, che si intrufola in ogni anfratto ed è sempre in ritardo. Arriva sempre dopo, perennemente per ultima.

Un racconto colorato, originale, divertente e leggero, da leggersi in ogni momento della giornata. Meglio se su una comoda e avvolgente poltrona, con una calda copertina e una tisana profumata e fumante. Magari con pure qualche pasticcino…

Kęstutis KASPARAVIČIUS è il grande padre degli illustratori lituani e uno degli autori più rappresentativi del suo paese. Più volte candidato all’Astrid Lindgren Memorial Award, le sue opere hanno ottenuto i più prestigiosi riconoscimenti internazionali e sono state inserite nella IBBY Honour List e nei White Ravens.

Kęstutis Kasparavičius, La vicina di casa, Iperborea, Milano, 2026, 32 p.

Immagini ufficio stampa Iperborea

Per leggere tutti gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell’Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini (https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans – il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

Ufficio Stampa Mediterranea Saving Humans

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 2.
Il rogo e dopo?

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 2. Il rogo e dopo?

IL ROGO

Pur disattendendo, in gran parte, tutta la normativa di sicurezza del caso, il grattacielo a parte pochi e isolati casi ha miracolosamente retto dalla sua costruzione fino all’11 gennaio di quest’anno. Nella notte di questa data scoppia l’incendio e centinaia di persone hanno sfiorato la tragedia che, a ragione, possiamo dire annunciata. Le prime verifiche indicavano come probabile origine del rogo il vano contatori dell’edificio. L’incendio ha interessato il piano interrato della torre B, provocando una densa coltre di fumo che ha rapidamente invaso l’intera struttura, rendendo l’aria irrespirabile anche ai piani superiori.

Sono iniziate subito le operazioni di bonifica dell’edificio. L’incendio ha compromesso tutti gli impianti elettrici della Torre B, parte delle strutture, il vano scala, fortemente interessato dai fumi, e le condizioni igienico-sanitarie generali. La Torre B non era minimamente riutilizzabile, priva di luce e gas.

Il Comune di Ferrara si è fatto carico della prima accoglienza delle persone evacuate, con particolare attenzione ad anziani e persone con gravi disabilità. Si è costituito un tavolo tecnico che già nella stessa giornata si è riunito in Prefettura per coordinare le operazioni di emergenza.

DOPO IL ROGO

Il sindaco Alan Fabbri posta un messaggio per fare il punto della situazione sul caso dell’incendio al Grattacielo.

In queste ore stiamo andando avanti con le operazioni di bonifica degli appartamenti interessati. Sono circa 60 quelli coinvolti; per una trentina non è ancora stato possibile ricostruire con certezza il numero di occupanti.
Stiamo procedendo a contattare i proprietari e, se necessario, verrà utilizzata la forza pubblica con l’ausilio di operatori sanitari per accedere agli alloggi e verificare che non vi sia rimasto nessuno all’interno.

Nel frattempo continua l’accoglienza al Palapalestre, dove sono già presenti circa 80 persone per la notte, con ulteriori arrivi in corso. I numeri sono in aumento e abbiamo trovato soluzioni aggiuntive per rafforzare i posti letto disponibili qualora ve ne fosse bisogno.
Domattina, una volta completate le prime fasi di bonifica, sarà consentito il recupero di oggetti personali e medicinali dagli appartamenti, esclusivamente sotto supervisione e con la presenza delle forze dell’ordine, per garantire la sicurezza ed evitare sciacallaggi.
Resta attiva la Farmacia Comunale 1 per la fornitura di farmaci e omogeneizzati.
Grazie come sempre a tutti coloro che questa notte saranno al lavoro per gestire l’emergenza”.

Sui social, in risposta al post del Sindaco, pochi i commenti di solidarietà agli sfollati, moltissimi gli elogi per l’operato del primo cittadino che meglio di così non poteva fare nell’immediato. Fabbri si sente in una botte di ferro: ha agito come da regolamento, peccato non si rilevi una umana vicinanza ai propri cittadini. Parole dalle quali non si evince una sincera volontà di prendersi cura, e preoccuparsi profondamente del benessere di una parte della sua città.

La forma è salva, ma non traspaiono le importanti responsabilità etiche ed umane nei confronti della popolazione. Un sindaco deve agire per il bene collettivo, che in questo caso vorrebbbe dire mettere in campo le sue funzioni di mediazione tra i componenti della Giunta, quelli che lo sostengono e quelli di opposizione, tenendo in considerazione le varie parti sociali, come Sindacati, Associazioni di Categoria, imprenditori, commercianti ed eventuali comitati di cittadini.

Dopo pochi giorni dall’incendio, il Sindaco decide che l’emergenza e la sistemazione al Palasport non possono essere mantenute, ha dato una settimana di tempo, la scadenza è il 18 febbraio, per trovare una sistemazione alternativa a carico dei cittadini colpiti da questa catastrofe.

Gli inquilini del grattacielo hanno avuto il lusso di una intera settimana di tempo per trovare una soluzione. C’è chi si è spostato nella Torre A da amici e parenti, chi ha trovato un alloggio temporaneo e chi ancora non sa dove andare.

Dopo il rimedio provvisorio del Palapalestre, i residenti del condominio rischiano di rimanere senza un alloggio. È stato chiesto per questo più tempo, ma inesorabilmente il 18 gennaio entro le 15 il Palapalestre deve essere liberato.

Per fortuna, no anzi per senso civico, di coscienza viva e di appartenenza ad una comunità, si sono mobilitati i volontari e grazie a Bedin dell’associazione Viale K, affiancati da Cittadini del Mondo si è trovata, in tempi brevissimi ma indispensabili, una nuova soluzione, anch’essa purtroppo destinata ad essere provvisoria. Domenico Bedin ha messo a disposizione i propri spazi per garantire un tetto a circa cinquanta persone: gli uomini sono stati accolti negli ambienti utilizzati dall’associazione Cittadini del Mondo, mentre le donne sono state trasferite in un’altra struttura di viale Po. La Protezione civile ha fornito all’associazione le brandine utilizzate al Palapalestre.

Merita un commento capire chi sono i 200 sfollati per togliere di mezzo i tanti pregiudizi che hanno accompagnato l’immagine del grattacielo: ci sono inquilini che pagano regolarmente l’affitto, lavoratrici e lavoratori con contratti regolari, studenti, persone che non hanno alcuna responsabilità rispetto alle inadempienze che in questi anni hanno riguardato il complesso del grattacielo. Molti svolgono lavori poveri che non permettono di trovare abitazioni alternative, soprattutto se pensiamo quanto sia costoso il mercato ferrarese.

Gli sfollati della torre B sono, per chi conosce la struttura di Viale K, negli spazi sopra il Mantello, 10 persone per camerata, brandine, lenzuola e coperte come detto della protezione civile. Ma con 3 bagni senza doccia nè bidè per 60 persone. Si aggiunge a questo che non sanno dove mangiare. Le scorte alimentari portate dai cittadini sono scatolame, niente possibilità di un pasto caldo. È impensabile che si possa restare in questa situazione per più di pochi giorni.

Data la gravità del problema, in attesa che le istituzioni si muovano senza trincerarsi dietro allo slogan “quello che il comune doveva fare lo ha fatto”, sapendo che per simili evenienze solo l’attivazione dell’amministrazione può dare sollievo a chi da un giorno all’altro si è trovato sfollato, trovare soldi e realizzare concertazioni tra i servizi comunali, ma anche regionali, è nato, per una riduzione del danno, il Comitato Torre B, che cerca di offrire risposte non solo organizzative, seppure indispensabili (pasti, ecc) ma anche di sostegno politico e legale.

Occorre entrare nel merito dei singoli casi: per capire i diversi problemi e dare risposte personalizzate e pertinenti; per capire le cause; per capire quali percorsi anche economici si possano attivare.

Anche di fronte a questa situazione i social rispecchiano diverse anime: “Che se li portino a casa loro” (riferito ai volontari, e posso confermare che lo hanno fatto), “che chiedano a loro i soldi invece che a noi contribuenti” (e posso garantire che è stato fatto). E poi sempre gli osanna al Sindaco che non sbaglia mai.

Certamente la gestione dell’emergenza non deve ricadere esclusivamente sul Comune ma il Comune non può sottrarsi dal prendere in carico i suoi cittadini in un momento di grande difficoltà e non può di fatto scaricare sulle singole persone o sul solo volontariato un’emergenza di grande portata per la città, soprattutto per le responsabilità diffuse che abbiamo cercato di illustrare.

Da domani il Palapalestre torna ad essere nelle disponibilità della collettività per eventi sportivi e allenamenti

Riporto un intervento sentito ad una assemblea «Sono residente e proprietario di un appartamento al Grattacielo – ha spiegato Filippo –. Un investimento dei miei genitori e adesso non abbiamo la più pallida idea di quello che sarà. Una situazione che non può e non deve essere accettata, in particolar modo per i tanti che non hanno alternative».

«Il Comune continua a dire che siamo dei privati e per questo motivo dobbiamo arrangiarci. Il punto è che anche chi ha le possibilità non trova alloggi. Abbiamo bisogno di risposte, di incontri, di sapere quello che sarà. Siamo cittadini di questa città, paghiamo le tasse e viviamo un momento difficile…». Lo dice un cittadino che vota Lega, ma anche in questo caso non ho letto parole di comprensione tra i suoi rappresentanti di lista.

I gruppi di minoranza, consigliere e consiglieri comunali, presidenti dei gruppi consiliari, hanno reagito attraverso i loro strumenti, ad esempio hanno inviato una richiesta formale e urgente al Prefetto di Ferrara e al Sindaco per chiedere la proroga della fase emergenziale e delle misure di accoglienza attualmente in essere e sono previste mozioni e interrogazioni al Sindaco.

Personalmente mi ha però lasciata perplessa il confuso comportamento del Pd che esprime la propria partecipazione alla causa, ma fa un passo indietro quando suggerisce che schierarsi al presidio del 18 gennaio (giorno dello sgombero dal Palapalestre) con il volontariato e gli inquilini del quartiere possa essere foriero di disordini e violenza. Una deduzione che chissà come è nata, ma che porta amarezza per l’atteggiamento molto più che prudente e i preconcetti di cui suo malgrado si fa portatore.

Fin dal primo momento il Pd si è attivato in tutte le sedi istituzionali e politiche per la tutela delle persone sfollate dalla Torre B del Grattacielo – si legge in una nota – Tuttavia, nelle ultime ore sono emersi elementi che non garantiscono più un quadro di piena serenità e sicurezza per le persone ospitate al Palapalestre: non vogliamo che iniziative nate con intenti legittimi possano degenerare in situazioni di tensione”.

Manifestzione pro sfollati - foto di Andrea Firrincielli
Manifestzione pro sfollati – foto di Andrea Firrincielli

In realtà durante quella dimostrazione, animata dalla richiesta pacifica di soluzioni (“Insistiamo nella ricerca di una soluzione per gli sfollati dall’incendio della torre B del grattacielo”) è filato tutto liscio, anche perché già in tarda mattinata l’associazione Viale K aveva comunicato la sua intenzione per niente bellicista o di contrasto alle istituzioni di trovare una soluzione concreta: “Portiamo solidarietà, rispetto e dignità per tutte le persone coinvolte in questa tragedia”.

AL PEGGIO NON C’È FINE

Dalla notte dell’incendio si sono succeduti molti interventi sui giornali da parte delle forze politiche per richiedere nuove e auspicabili prese di posizione dal Comune, eppure pur inneggiando a non perdere la buona occasione di poter essere una città veramente equa e solidale tutti si sono accusati reciprocamente di usare una disgrazia umana a scopi propagandistici e invece di unire le forze si sono schierati per farsi ritorsioni vecchie e nuove.

Un esempio eclatante esce perfino dalle mura cittadine. Titola Il Resto del Carlino del 19 gen 2026: Polemica a distanza Cucchi-Fabbri. “La senatrice critica l’amministrazione per “aver abbandonato persone fragili, polverizzando la loro vita” porterà una “Interrogazione in parlamento”. Il sindaco: “È solo propaganda. Abbiamo dato supporto a chi era in difficoltà, nonostante non fosse nostra responsabilità”.

Nel frattempo, mentre ci si fa la guerra per avere ragione, i problemi non trovano soluzione ma precipitano ulteriormente. Il Comune di Ferrara, città patrimonio del’umanità, ma solo quello fatto di cose, sul suo sito il 22 gennaio comunica: “Grattacielo di Ferrara, dichiarate inagibili tutte le Torri con efficacia immediata.

Sono state firmate oggi dal Sindaco di Ferrara Alan Fabbri, e pubblicate sull’Albo Pretorio, le due ordinanze in merito alla Torre A e alla Torre C del Grattacielo (…), per grave pericolo per la pubblica e privata incolumità, fino al completo ripristino delle condizioni di sicurezza antincendio e impiantistica, come risultante anche dall’ultimo verbale del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco (del 19 gennaio 2026), condotto a seguito di sopralluoghi tecnici (13–15 gennaio 2026).

Questa ultima ordinanza è anche l’ultima elencata nel consiglio di lunedi 26 gennaio commentata come gesto di coraggio e responsabilità doverosa da parte di tutta la maggioranza e spirito di solidarietà per la pesante posizione del loro capofila.

Nello specifico, viene ordinato agli occupanti il divieto immediato di accesso e di permanenza negli appartamenti, nelle cantine e nelle parti comuni, estendendo l’inagibilità non solo alla Torre B, ma a tutte le parti dell’edificio. Viene ordinata inoltre l’esecuzione di tutte le opere di messa in sicurezza del fabbricato entro 30 giorni dalla notifica dell’ordinanza. Saranno staccate tutte le utenze (acqua, luce, gas).

L’ordinanza sarà notificata ai proprietari, ai conduttori e all’amministratore di condominio, che a loro volta dovranno informare immediatamente tutti gli occupanti delle due Torri interessate (…), sono responsabili penalmente, civilmente e patrimonialmente in caso di omissioni. In caso di inottemperanza, si provvederà a denuncia all’Autorità giudiziaria per violazione dell’art. 650 c.p. (Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità).

E così, adesso, siamo a circa 500 persone sfollate. Il Comune non cambia tono, il problema rimane dei diretti interessati, il suo compito è quello di ordinare e di far ubbidire.

Dopo la riesumazione di verbali, dossier, documenti e altre carte sulla annosa situazione del grattacielo si ripropone il ping pong sulle responsabilità e sui doveri disattesi, ma di nuovo su come provvedere alle persone in termini concreti di aiuto rimane il vuoto.

Un futuro macabro che porterà malcontento e disagi non solo ai protagonisti, perchè la loro esistenza di persone, una folla, si colloca nelle complesse dinamiche della città. Ferrara, forse bella da cartolina e selfie della gita di un giorno che non inquadrano però il suo declino in termini di qualità di vita: occupazione, casa, diseguaglianze, povertà, educazione, benessere e salute.

C’è una canzone di Irene Grandi che parla di un amore assoluto.

Bruci la città
E crolli il grattacielo
Bruci la città
O viva nel terrore
Nel giro di due ore
Svanisca tutto quanto
Svanisca tutto il resto (…)

Parafrasando: se questo è l’amore che chi governa prova per la sua città preferisco non essere oggetto della sua passione.

MA LA STORIA CONTINUA

Continua, almeno per ora, la  irresponsabile chiusura del Sindaco di Ferrara verso cittadini considerati di serie B. E continua l’onda di solidarietà e di lotta. Il prossimo appuntamento è proprio oggi, 3 febbraio alle ore 18,00

Cover: Ricovero degli sfollati presso il Palapalestre. Dopo soli 4 giorni i locali verranno sgomberati.

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Stefano Massini in scena con “Mein Kampf”: il potere delle parole

In scena al Teatro Comunale di Ferrara, il monologo “Mein Kampf “di Stefano Massini è un turbinio di emozioni. Applausi, tutti in piedi. L’artista, adattando per il teatro passaggi del testo di Hitler porta al pubblico i deliri di un dittatore, alla ricerca delle motivazioni più profonde che possono trascinare le masse. In nome della conoscenza. E perché ricordare è l’antidoto.

Conoscere il male serve a evitare che si ripeta. Come Primo Levi, anche Stefano Massini, primo attore italiano a essersi aggiudicato un Tony Award (l’Oscar del teatro americano), ne è fortemente convinto. Senza questa certezza, avrebbe difficilmente potuto effettuare una biopsia così precisa di un testo ‘maledetto’, proibito in Germania fino al 2016.

Ammettiamo che, prima di andare a vedere lo spettacolo, siamo andati a cercare e leggere il testo che Massini ha pubblicato con Einaudi, nel 2024: “Mein Kampf, da Adolf Hitler”, scritto in versi sciolti. L’idea dell’adattamento è venuta a Massini circa due decenni fa, come racconta in un’intervista, durante una lezione di Luca Ronconi attorno al Riccardo III shakespeariano e si è concretizzata nel 2024, con il debutto al Piccolo Teatro di Milano, ad oltre cent’anni dall’uscita di quel libro. Per anni Massini ha incrociato la prima stesura del libro manifesto con i materiali delle Conversazioni di Hitler a tavola” raccolte da Henry Picker, Heinrich Heim e Martin Bormann.

Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini

A far da prologo alle elucubrazioni di Hitler, Massini immagina che un uomo, a guerra finita, incontri in una libreria lo scrittore Emil Erich Kästner, al quale, durante il nazismo, fu vietato di scrivere i suoi libri per ragazzi – storie di ladri, avventure e inseguimenti – e che fu obbligato ad assistere ai roghi dei libri proibiti, fra cui i suoi. Era il 10 maggio 1933, a Opernplatz, nel quartiere Mitte di Berlino. Emil aveva 34 anni.

I nazisti, caro signore, erano un libro”, dice Emil, “niente sarebbe stato com’è stato, milioni di morti sarebbero vivi e milioni di libri non sarebbero cenere se un ragazzo di nome Adolf chiuso in una cella a Landsberg non avesse scritto quel libro. Crede lei che le parole siano solo inchiostro? Nossignore, sono fatti. Le parole sono sempre fatti. E non v’è cosa, fra gli esseri umani che non prenda forma lì insospettabilmente lì dalle parole”.

E da qui, in piedi su una pagina inclinata bianca luminosa e abbagliante, immersa nel buio, Massini, la macchia d’inchiostro, si trasforma, lasciando immaginare chi è.

Stefano Massini, foto Filippo Manzini

Quel giovane delirante ha un’ossessione: non vuole diventare un impiegato. Il timore, sopra ogni cosa, della nullità, della trasparenza e dell’irrilevanza.

“Ogni minimo soffio d’aria in me, ogni fremito, ogni sussulto, ogni angolo, per quanto remoto della carne di cui sono fatto, ogni parola contenuta in ogni mio singolo pensiero, ogni lettera che compone il mio nome mi conferma che non voglio diventare un impiegato”.

Ci tornano in mente le parole dell’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli che, nel 1938, fu accompagnatore, suo malgrado, di Mussolini e Hitler durante la visita di quest’ultimo in Italia, in particolare lungo la passeggiata archeologica romana e nei musei di Firenze. Tra le varie cose, Bandinelli aveva annotato sul suo taccuino, poi pubblicato, che Hitler sembrava un controllore del tram. L’immagine di un essere dimesso restava.

Da dove si inizia, per cambiare a Storia? Da dove si inizia, per cambiare tutto?”.

Questa la domanda incalzante del giovane Hitler, la domanda di ogni giorno, ininterrotta e distinta. Allo sfinimento, come allo sfinimento era quel “non voglio diventare un impiegato”.

La scelta deliberata e totale di non accettare una vita ordinaria è il primo passo verso l’ossessione di potere. Il percorso ha, allora, inizio.

Stefani Massini, foto Filippo Manzini

Dall’abbandono del tanto detestato paese natale, Braunau sull’Inn, fino alle strade di Vienna e Monaco, vivendo con 100 marchi al mese dipingendo per strada ritratti per i passanti e solo quando non piove. Si crede un artista, non lo è. Disprezza i poveri, quelli come lui che sono ai margini, si vede circondato da una società in cui nove individui su dieci sono “inaccettabilmente/arresi alla normalità”. Cerca il riscatto, vuole far parte di un’umanità di eletti. Per questo si arruola volontario a 25 anni durante la guerra mondiale che per lui non è fonte di morte e distruzione ma di selezione. Perché la guerra è selezione. Sopravvivono gli eletti.

Le folle vanno risvegliate. “Che aspettate ad alzarvi?” dice al popolo tedesco, “cosa diamine vi trattiene? Cosa vi lega mani e piedi? Eppure… Sareste una massa determinata, imbattibile, se solo osaste, se solo tentaste, se solo voleste”.

Anche la mimica e la gestualità sempre più concitata di un artista straordinario come Massini accompagnano le idee di un invasato che diventano farneticazioni.

Quell’uomo respinto dal mondo vuole farsi ascoltare, a tutti i costi, in tutti i modi. Vuole il suo nome sui manifesti. A caratteri cubitali.

Siamo di fronte a un confronto con la storia, ci sono alcuni inquietanti eco e ritorni che fanno tremare i polsi. Immenso il potere delle parole, di un linguaggio che parla a pancia e cuore, prima che alla testa, che cavalca le paure di un popolo disorientato, che trova un nemico che s’intrufola nella società.

Siamo davvero impermeabili, oggi, all’ascesa dal basso dei profeti della rabbia?

E allora, un monito: ricordare, ricordare e ricordare.

Capire il meccanismo è l’unico antidoto al suo replicarsi.

Perché, anche in un mondo che si sgretola, le parole non vanno mai accettate passivamente. Le parole, quale potere…

Mein Kampf, di e con Stefano Massini, da Adolf Hitler, scene Paolo Di Benedetto, luci Manuel Frenda, costumi Micol Joanka Medda, ambienti sonori Andrea Baggio, produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana. Durata 80 minuti

Immagini cortesia Ufficio Stampa Teatro Comunale di Ferrara, credits Filippo Manzini

Per leggere tutti gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Progetto “Il teatro e il benessere”: al via la IX edizione

Progetto “Il teatro e il benessere”: al via la IX edizione

Giovedì 5 febbraio 2026, alle ore 16.00, presso il Centro Teatro Universitario di Ferrara (via Savonarola 19), ci sarà la presentazione della nona edizione (febbraio – giugno 2026) del progetto “Il teatro e il benessere, un progetto teatrale a cura di Balamòs Teatro APS rivolto a persone con malattie neurodegenerative, care givers familiari e non, operatori socio sanitari, studenti universitari, promosso dall’assessorato alle politiche socio sanitarie del Comune di Ferrara, in collaborazione con il Centro Teatro Universitario.

il progetto “Il teatro e il benessere” è diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro APS con la collaborazione artistica di Patrizia Ninu. Foto: Andrea Casari, video: Marco Valentini

Il progetto “Il teatro e il benessere” è un’innovativa esperienza di laboratorio teatrale, un percorso fisico ed emotivo all’interno del quale poter esprimere sensazioni, emozioni e pensieri legati al lavoro di cura, sia dal punto di vista del curante che dell’assistito. Il progetto è attivo dal 2015 ed è condotto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro, che oltre all’attività di produzione di eventi performativi e progetti pedagogici specifici in ambito teatrale, conduce da anni laboratori in collaborazione con Patrizia Ninu, educatrice professionale, negli istituti penitenziari, nelle scuole di tutti i gradi, nel Centro Teatro Universitario di Ferrara, nell’ambito del disagio fisico e psichico, nei quartieri degradati, nelle comunità di recupero tossicodipendenti.

La finalità del progetto “Il teatro e il benessere” è creare una condizione di benessere per tutti, con la possibilità di esportare sul territorio e di condividere i benefici del fare teatro con tutta la comunità. Per un teatro di benessere, continuativo, diffuso, quotidiano e per tutti.

Sotto: alcuni momenti del laboratorio teatrale dell’edizione 2025 del progetto – Foto di Andrea Casari

Il laboratorio è gratuito, info: 328 8120452 – info@balamosteatro.org

In copertina: un momento del laboratorio “Il teatro e il benessere”  2025, VIII edizione – Foto Andrea Casari

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 1.
Prima del rogo

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 1. Prima del rogo

Quest’anno Ferrara per l’anno nuovo ha visto due eventi speciali.

Il primo è il suo evento simbolo, l’Incendio del Castello, un incendio atteso, che vede la città partecipare cantando e ballando, “all’insegna dell’energia e della condivisione”. Data l’imponenza dell’evento e la consuetudine negli anni era previsto ed è stato attuato un piano sicurezza consono e collaudato.

Ma c’è stato un secondo evento di grande portata. Un altro incendio, non previsto ma prevedibile, che si è sviluppato alla base della Torre B, in via Felisatti, in prossimità della stazione ferroviaria. In questo caso le persone, circa 200, non hanno festeggiato allegramente e si sono trovate al centro di un piano non di sicurezza, ma di emergenza. Le persone sono state evacuate all’alba dell’11 gennaio dai Vigili del fuoco. Sono state 19 le persone trasportate in pronto soccorso, nessuna in pericolo di vita.

PRIMA DEL ROGO

Il complesso era nato già all’insegna di alcuni problemi. Fin dal momento della costruzione – il grattacielo è stato progettato agli inizi degli anni ’50 – ci furono numerosi intoppi: ci si trovò a mettere giù le fondamenta in un terreno argilloso e fragile (problema risolto con nuove fondazioni). Inoltre la vicinanza alla stazione trasmetteva vibrazioni causate dal passaggio dei treni (problema ovviamente che è sempre rimasto).

Anche la destinazione d’uso è stata quantomeno confusa: da una parte lo scopo di offrire abitazioni di prezzo accessibile al ceto medio-basso, si era nel periodo del boom edilizio, per cui la rapida crescita demografica, le migliorate condizioni economiche e sociali, l’aumento del reddito per abitante e i bassi tassi d’interesse consentirono a molti l’accesso al credito ed ai mutui fondiari ed edilizi. Contemporaneamente, per la modernità dell’architettura, abitare al grattacielo era considerato prestigioso e contemporaneo e ha attirato fino agli anni Ottanta famiglie, avvocati, docenti e professionisti.

Negli anni ’80, Ferrara viveva una fase di consolidamento economico e di una prosperità diffusa anche se più lenta nella sua espansione, il valore aggiuntivo del panorama di molti appartamenti, il punto strategico (la vicinanza alla stazione ferroviaria e al centro) rendevano l’immobile appetibile per molti.

Da un punto di vista architettonico, estetico, i commenti erano i più disparati: per alcuni un fiore all’occhiello all’insegna della modernità che dava lustro alla città; per altri un edificio pretenzioso ed estraneo all’urbanistica di Ferrara.

Il grattacielo però non nasceva con i requisiti di sicurezza che erano stati sanciti attraverso diverse normative chiave per gli edifici in Italia: norme antisismiche introdotte dagli anni ’70-’80 (Legge 64/74, classificazione 1981), la sicurezza antincendio specifica per abitazioni risalente al DM 16 maggio 1987, n. 246.

Da questo puto di vista si sono protratti nel tempo fino ad oggi inadempienze, ritardi e chissà cosa, compreso il Testo Unico Edilizia (DPR 380/2001) che aveva armonizzato le norme, con aggiornamenti costanti, incluso il recente D.M. 25/01/2019.

Ma siamo a conoscenza se ci sono stati gli adeguamenti richiesti dalla legge? Gli amministratori, i proprietari e gli inquilini dell’epoca erano informati? Si sono conformati? Ci sono stati controlli in quegli anni? Nascono forti dubbi per spiegare la tanta incuria accumulata negli anni fino all’evento finale catastrofico.

Sui quotidiani di questi giorni si fa riferimento a verbali dei Vigili del fuoco risalenti al 2017, un mucchio di tempo prima dell’incidente quindi.

Già negli anni Novanta per il grattacielo iniziava una fase complessa. Aumentarono le persone in difficoltà, che sceglievano il grattacielo come dimora dati i prezzi abbordabili, ma le spese condominiali, per la situazione spesso precaria dei condomini, non erano onorate, idem le utenze. Alcuni cominciarono a non pagare neppure l’affitto ma, cosa che non si capisce, cosa faceva l’amministratore e come agivano i fornitori di gas, luce e acqua?

Cominciarono da parte dei proprietari le vendite degli appartamenti, molti, interessati da un mutuo, finirono ipotecati e quindi nelle mani delle banche. Il valore degli alloggi subì un crollo, gli appartamenti si svalutatarono e l’area cadde progressivamente nel degrado. C’erano già perciò molti fattori che indicavano la necessità di un recupero e di un investimento di riqualificazione.

Inoltre la zona diventò progressivamente scenario di criminalità, spaccio e prostituzione. Non è chiaro però come sia avvenuto questo declino, come mai si fossero concentrati proprio lì tanti problemi sociali, quali interessi ha perseguito il mercato immobiliare, quali politiche sociali ed economiche non si sono attuate agli esordi di un’area sempre più problematica. Sembrerebbe che tutti facessero da spettatori. O forse il grattacielo ha avuto la sfortuna di sostituire altri ricettacoli di problemi che dovevano essere allontanati dal centro città?

Un confronto per capire meglio. Dalla fine degli anni ’80, Piazza Verdi, sia il teatro – immobile di proprietà privata – che le zone limitrofe, preda di un progressivo deterioramento, anch’esse centro di spaccio e di insicurezza, hanno visto nel gennaio del 1999 l’interesse e quindi l’acquisito di immobili da parte del Comune di Ferrara per avviare l’opera di recupero del complesso da riconvertire. Cosa ha permesso che tale quartiere fosse liberato da tossicodipendenti e spaccio e divenisse destinatario di opere di riqualificazione urbana?

Nel giugno del 2019 Piazza Verdi da brutto parcheggio è diventata una piazza aperta, punto di aggregazione. L’allora sindaco uscente Tagliani afferma in un intervista “tutto può cambiare”. Ma se è stata possibile questa doverosa trasformazione qualitativa, come mai non ci si è posti il problema di un altro quartiere, certo meno centrale, ma per lo meno altrettanto a rischio?

Il grattacielo non è il centro storico, gioiello delle belle arti e del turismo, ma l’istantanea della stazione è il primo biglietto da visita che la città offre.

Tagliani afferma su estense.com del 23 gennaio del 2026 che nel 2018 era riuscito a raggiungere un’intesa con gli abitanti del condominio del grattacielo e che “venne presentato un progetto con il parere dei Vigili del Fuoco (prot 5710del 22/05/2018/) e fu rilasciata l’ordinanza del 10/07/2018; l’iter e il controllo dell’adempimento di tale ordinanza erano onere del sindaco, dei Vigili del Fuoco e del Prefetto in via sostitutiva.” L’ultima lettera di verifica risale al marzo 2019.

Dal giugno 2019 a Ferrara il Sindaco è Fabbri, che non ha portato scelte di governo della città necessarie al problema del grattacielo. A fianco del primo cittadino in quel periodo l’incarico come Assessore con deleghe al Decoro Urbano, Edilizia, Frazioni, Manutenzione Strade, Mobilità, Palio, Patrimonio, Rigenerazione Urbana, Sicurezza, Urbanistica era Nicola Lodi (insediato il 21 giugno 2019, ha concluso il suo incarico il 17 febbraio 2025).

Non mi dilungo sulla sua triste uscita, lo menziono perchè, come si legge sul sito del Comune di Ferrara, si presenta in questo modo: “Il mio obiettivo principale è sempre stata la sicurezza.(..) Da anni mi batto per riportare il territorio ad uno stato sicuro e decoroso (…) le progettualità messe in campo durante il nostro mandato sono riuscite in pochi mesi a debellare il fenomeno della mafia nigeriana, arrivando sulle pagine della stampa nazionale. Oggi raccogliamo consensi per la politica del fare, quella politica dell’ascolto concreto”.

Ma vediamo come commentavano questo “ascolto concreto” i comitati dei residenti del quartiere Gad, oltre il contrasto dello spaccio chiedevano il potenziamento dell’illuminazione pubblica e l’installazione “tra le 5 e le 6 telecamere all’anno in aggiunta a quelle esistenti”. L’associazione residenti Gad chiedeva di affrontare il nuovo esodo di immigrati che “anche questa volta non potrà pagare la Gad”.

Il comitato chiedeva anche un rilancio del commercio e sottolineava che il degrado del quartiere colpiva i residenti e il valore delle loro case. Si sentono arrabbiati, alcuni hanno dovuto lasciare la propria casa “che ora non vale neanche 20000 euro(Roberto Zaramella del Comitato 2013, telestense 4 marzo 2014). Insieme a lui chi può fugge e salva il salvabile. Conosco persone che hanno agito in questo modo prima dell’inevitabile che poi si è avverato.

Rimane consolidato il dato che i problemi partivano dai decenni precedenti, come si accennava prima già intorno agli anni novanta, e fino ad oggi è continuata ad esistere una mancanza di attenzione e coerenza nelle azioni di tutela di questa parte di cittadini, che si è sempre più esacerbata.

Nel consiglio comunale del 26 gennaio il Sindaco Fabbri ha ricostruito a livello cronologico tutto quanto possiede un valore documentale (https://www.youtube.com/watch?v=ybq2BG1-Zgk) per capire cosa (non) si è fatto e ovviamente per difendere le sue decisioni di questi giorni, che sono l’ultimo atto di questa brutta vicenda. L’elenco di decine di pagine sbalordisce perchè permette di toccare con mano quanto tempo è stato procrastinato e quanti verbali e segnalazioni sono rimaste a impolverarsi in cassetti riaperti solo in questi giorni.

Credo sia opportuna una osservazione relativa alla qualità dei pochi ed insufficienti interventi pensati ed alcuni anche concretizzati. La stragrande maggioranza, specie nelle ultime due consigliature, hanno messo in primo piano la sicurezza nel senso di controllo e repressione del contesto deviante “pericoloso” della zona Gad attraverso le forze dell’ordine. É arrivato anche l’esercito e come pendolare posso affermare che vedere i militari armati e la camionetta in sosta o di ronda aumentava di molto la preoccupazione, perchè condizionava la percezione di essere in un luogo dove vigeva il coprifuoco e da cui scappare velocemente.

Il Senatore Alberto Balboni nel 2019 (Il Resto del Carlino del 24 febbraio) aveva proposto alle sei associazioni che rappresentano i cittadini del Gad: Daspo urbano e vigili armatiQui serve ciò che ha fatto il sindaco Giuliani per New York: ripartire dalle finestre rotte”(..) prima di tutto però è necessario un cambiamento culturale”.

Siamo in piena propaganda per le elezioni amministrative: dopo le elezioni vinte dal centro destra, non sono state aggiustate le finestre rotte, figurarsi i contatori, gli allacciamenti, le misure di sicurezza. Gli interventi di controllo e dell’esercito invece si sono consolidati.

Se il cambio culturale era inteso come essere contro i migranti, rinforzare barriere ai cittadini disagiati, espellere quelli problematici, pulire la zona dai senza tetto, la direzione è stata assolutamente coerente.

Peccato che salvaguardare l’apparenza, tutto è pulito e in ordine, non riduce ma nasconde e sposta i problemi in altre zone della città e crea una escalation di conflittualità in un gioco infinito a guardie e ladri.

Abbiamo dovuto aspettare fino agli anni Duemila perchè il Grattacielo diventasse scenario di differenti dinamiche urbane: iniziative culturali, progetti sociali e spazi di integrazione si sono costituiti come deterrenti agli episodi problematici. Negli ultimi anni la riqualificazione del parco Coletta, così come l’apertura della Biblioteca popolare Giardino, del circolo Officina Meca e, recentemente, di un bar, hanno contribuito a migliorare la situazione attraverso un presidio costante di cittadinanza attiva che, palesemente, è stata il vero cambio di rotta, più che i soli interventi di sicurezza.

Ci sono stati progetti anche negli anni precedenti, ad esempio quelli della coop Camelot coordinata dal Comune di Ferrara. Nata nel 1999, tra le sue finalità si occupava della gestione dell’emergenza migranti all’interno del Piano benessere sociale e sanitario.

Possiamo mettere a confronto due visioni differenti, togliere di mezzo le persone sgradite versus aiutare le persone vulnerabili caso per caso, accoglierle e accompagnarle ad una integrazione nel tessuto della città, impedendo in tal modo che fossero risucchiate nel circuito antisociale.

Data una veste nuova al quartiere attraverso quanto descritto sopra, sono rimaste nel tempo però le difficoltà legate alla gestione condominiale, aspetto complesso ed anche confuso che non aiuta di certo a capire le responsabilità dei vari attori: inquilini, Comune. proprietari, amministratori di condominio.

Attualmente, per la Torre B si stima che il 60% degli alloggi fosse occupato da immigrati di diverse etnie, mentre nel restante 40% troviamo italiani; cifre in continua variazione per la natura dinamica della componente immigrata che abita il palazzo. Stimare che gli autoctoni sono 40% dovrebbe smentire la quantità di pregiudizi razziali che accompagnano i commenti, specie sui social, ma tant’è… la zona del GAD è ormai per definizione degradata, insicura, violenta. Dai social molti commenti si possono riassumere come “se lo sono cercati” “non si meritano niente”.

[continua]

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Democrazia, la strada maestra verso la tirannide

Democrazia, la strada maestra verso la tirannide

 

Alex Pretti era un infermiere trentasettenne di terapia intensiva che viveva a Minneapolis.  Nel suo curriculum vantava dieci anni di esperienza nell’assistenza ai veterani di guerra. E’ stato ammazzato a sangue freddo mentre filmava con lo smartphone “agenti” federali che molestavano private cittadine, probabilmente sue vicine di casa, e cercava di proteggerne una senza armi in mano. Non metterò il link al suo assassinio a sangue freddo ad opera di sei microcefali, arruolati senza addestramento nella polizia privata di Trump chiamata ICE. Tanto lo hai potuto guardare dappertutto, e mi dà il voltastomaco ogni volta che provo a rivederlo. Non so se, quando la rabbia viene rimpiazzata dalla nausea, sia un buon segno. Forse è l’anticamera dell’insensibilità.

Alex Pretti è un eroe involontario del tempo postumano. Non occorre infatti “voler fare l’eroe” per esserlo: basta comportarsi da essere umano, in un contesto postumano. Tutta la letteratura scientifica e artistica sugli umanoidi – a partire dal prototipo dell’automa di Leonardo da Vinci passando per Maria di Metropolis, per i replicanti in Blade Runner, per I, Robot di Asimov fino alla recente Sophia, robot androide che risponde in modo articolato e assume espressioni facciali “umane” – si basa sul progressivo avvicinamento di un robot ad un essere umano, ma restando nel campo dei robot.

Dall’umanoide al robottoide

Nel mondo postumano che ha reso datata ogni fantascienza, impossibile ogni satira, con l’eccezione del kolossal ecologico Avatar, parabola antiimperialista e pro-nativi dentro uno straordinario (e ridondante) spettacolo di effetti speciali, l’umanoide è stato soppiantato dal robottoide. Il tratto che accomuna i robottoidi è la totale assenza di empatia e compassione per il proprio simile. Come se il robottoide, che comunque proviene dalla specie umana, non riconoscesse l’umano come proprio simile e agisse come un gigantesco anticorpo, che vuole espellere il corpo estraneo.  Abbiamo i robottoidi con tratti geniali, che denotano un quoziente intellettivo elevato seppur votato all’avidità: Elon Musk, che sarebbe capace di distruggere l’habitat di Pandora anche foderandola di veicoli elettrici, o Jeff Bezos, che dopo aver inquinato Venezia col suo ridicolo jet set catering le dona un nichelino per l’ospitalità. Poi abbiamo i robottoidi nei quali anche la corteccia prefrontale è poco sviluppata. Il risultato è Pete Hegseth, un bambolotto ibrido tra big jim e ken: ha un pulsante sulla schiena, lo premi e lui dice frasi idiote. Oppure Gregory nazitrench Bovino, l’ex capo dell’ICE, il cui cognome suscita battute ingenerose per i bovini. Una caricatura del sergente Hartman di Full Metal Jacket, il che prova l’impossibilità della satira: Bovino non era caricaturizzabile, essendo lui stesso la caricatura di una caricatura.  Quanto a umane divenute bambole di cera, la metamorfosi è completa in Kristi Noem, che non ha più espressioni facciali a causa dell’abuso di botox.

La specie umana, prima di diventare completamente postumana, contiene ancora in sè le vette, come Alex Pretti, e gli abissi, come Greg Bovino, come Kristi Noem, come Steven Miller, uno psicolabile razzista già dall’università. Come Kash Patel, che dava dei corrotti all’FBI fino a che non ne è diventato direttore, oscurando buona parte dei files di Epstein. Purtroppo gli abissi sono sempre più densamente popolati: ci sono i manovali del crimine di Stato a libro paga; seguono gli indifferenti, la gran massa degli indifferenti, senza i quali questa discesa sul piano inclinato sarebbe impossibile. E poi ci sono i malvagi senzienti: i Vance e i Rubio, gente che sa benissimo di che pasta è fatto il magnate, che ha dichiarato in passato di che pasta era fatto il magnate, e che adesso non solo ha prostituito il cervello in cambio del denaro e del potere, ma sta provando a muovere i fili del magnate, il burattino più potente del pianeta, approfittando dei suoi problemi cognitivi. Ma stanno giocando col fuoco: da un lato, il fuoco di una guerra civile e di un conflitto mondiale; dall’altro, il fuoco delle loro carriere. A compromettersi troppo con il vecchio pedofilo rischiano la fine dei filistei alla caduta di Sansone, cosa che peraltro auguro loro di cuore.

Remigrazione uguale repressione

La macabra ironia che avviluppa come un manto nero gli attuali Stati Uniti d’America ha dimensioni ben più vaste del Minnesota: è grande quanto la Federazione, essendo connaturata all’origine stessa degli Stati Uniti. Basti ricordare che la dichiarazione d’Indipendenza del 1776 è opera di un gruppo di immigrati inglesi che si vollero affrancare dal dominio coloniale della madrepatria. Il nonno di George Washington era inglese. Tutte le famiglie wasp degli Stati Uniti sono discendenti di immigrati, prevalentemente britannici. Donald Trump è nipote di un tedesco e figlio di una scozzese. Che una nazione nata in questo modo dia la caccia agli immigrati, quando i cacciatori sono i primi immigrati, è un’ assurdità concettuale normalizzata che avrebbe messo in difficoltà Eugene Ionesco. Nel frattempo la chiusura del cerchio è arrivata anche prima del previsto: quando la caccia è indiscriminata e dilettantesca, infatti, hai voglia a mettere nel mirino i messicani, i cubani, i portoricani, gli africani. Prima o poi finisci per ammazzare uno dei tuoi. Bianchi che ammazzano bianchi.  Una guerra civile in piena regola, in cui l’elemento razziale non è più una discriminante. (leggi anche qui)

L’occupazione via ICE dei territori di quegli Stati che non avevano premiato Trump alle ultime elezioni, tra cui il Minnesota, accusato di essere uno stato corrotto e truffaldino, non è solo legata all’immigrazione. I motivi sono diventati chiari quando Pam Bondi, procuratrice federale capo, ha chiesto ufficialmente al governatore del Minnesota Tim Walz di concedere al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti tre cose: l’accesso agli elenchi di registrazione degli elettori; l’accesso ai registri dei programmi di assistenza sociale statali; l’abrogazione delle politiche delle “città santuario”, cosiddette perché si rifiutano di cooperare con lo Stato federale sul perseguimento e deportazione degli immigrati irregolari. Bondi ha espressamente subordinato la fine dei disordini in Minnesota all’ottenimento di questi dati, il che mostra senza ipocrisia, in puro stile trumpiano, quali sono le ragioni e gli scopi della prepotenza federale: intimidire e condizionare le elezioni di midterm a novembre 2026, che rischiano di far perdere a Trump e ai suoi scherani la maggioranza al Congresso (Camera o Senato o entrambi). Per Trump, da gennaio 2021 le elezioni sono truccate, quando non vince lui. Quindi, siccome le probabilità che non vinca stavolta sono elevate, sta preparando il terreno in via preventiva e successiva. Preventivamente, mantenendo la milizia privatizzata ICE sui territori, per creare o fingere disordini o brogli durante le urne, soprattutto se il Minnesota non consentirà di fargli depurare in anticipo le liste dei votanti. Successivamente, per invocare la legge marziale a causa dei disordini, creati o narrati. L’Insurrection Act è l’unica arma “legale” rimasta a Trump per non perdere il potere. Lo ha già detto lui stesso: se perdo le elezioni di novembre, mi metterannno sotto impeachment. 

Democrazia, la strada maestra verso la tirannide

La frase sembra una provocazione, ma non lo è. Più che altro è un paradosso. Se tutto questo accade nella cosiddetta “democrazia più grande del mondo”, tutto questo dimostra, una volta di più, che la democrazia può diventare autocrazia o tirannide e lo fa di norma attraverso modalità formalmente “democratiche”, affiancate in parallelo da prepotenza, propaganda e paura.  E’ successo nel 1933 in Germania, nel 1924 in Italia. La democrazia sostanziale è fragile perché i suoi meccanismi di garanzia si fondano su un patto di fiducia e libertà. Quando fiducia e libertà vengono sostituite da violenza e paura, restano le regole formali ma è come se della democrazia restasse il simulacro: dentro, non c’è più niente. E’ per questo che la difesa della democrazia non passa solo attraverso le regole: passa attraverso il presidio fisico dei territori, compresi i luoghi istituzionali. Del resto, chi controlla un territorio ha il potere su quel territorio: che sia un’organizzazione criminale o che sia uno stato eletto, che sia un cartello della droga oppure una rete di cittadini non violenti, ma presenti.

 

Cover photo wikimedia commons

 

Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta

Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta.

Continua anche nel nostro territorio la battaglia tra chi pensa che i beni comuni vadano sottratti alle logiche di mercato e gestiti attraverso la modalità dell’intervento pubblico, partecipato dai lavoratori e dai cittadini, e chi, invece, spinge per la loro privatizzazione e perché siano trattati alla stregua di qualunque bene economico.

Non c’è bisogno di sottolineare come, dietro a questi approcci opposti, ci siano idee alternative di modello sociale e di ruolo della cittadinanza.

Nel comune di Ferrara, nell’ultimo anno, sulla base di un chiaro orientamento della giunta di destra che ritiene che il mercato sia il regolatore indiscusso degli assetti sociali e della stessa conformazione della città, è stata confermata la privatizzazione del servizio di gestione dei rifiuti urbani e decisa la messa sul mercato del servizio funerario finora gestito dall’azienda pubblica AMSEF.
Nel primo caso, dopo che la concessione era scaduta da parecchi anni e Hera continuava la gestione del servizio rifiuti in proroga, si è deciso il 28 luglio di procedere all’indizione di una nuova gara, con il risultato più che scontato che sarà appannaggio del gestore uscente HERA, mentre, per il servizio funerario, il 19 dicembre, è stato sancita la vendita totale dell’azienda pubblica, con un vero e proprio colpo di mano, visto che tra l’annuncio di quest’orientamento e il voto in Consiglio Comunale sono passati una decina di giorni. Ho riportato, anche un po’ pedantemente le date in cui si sono formalmente definite con il voto in Consiglio Comunale queste scelte, perché, in sé, sono già simboliche del fatto di voler tenere lontano la partecipazione delle persone, di discutere quando l’attenzione della cittadinanza è meno avvertita, nonostante le mobilitazioni che, a più riprese, si sono prodotte su tali questioni.

La partita sulle privatizzazioni è comunque più che mai aperta. Avanzo questa valutazione soprattutto a partire dal fatto che, prossimamente, si dovrà prendere in considerazione il futuro del servizio idrico in tutta la provincia di Ferrara. Infatti, alla fine del 2027, scadranno le concessione del servizio idrico, sia quella di HERA spa, che serve il Comune di Ferrara e altri Comuni, prevalentemente dell’Alto Ferrarese, ma non solo ( Argenta, Bondeno, Cento, Ferrara, Masi Torello, Mirabello, Poggio Renatico, Portomaggiore, Sant’Agostino, Terre del Reno, Vigarano, Voghiera), sia quella di CADF, azienda a totale capitale pubblico, che interviene nei Comuni del Basso Ferrarese ( Codigoro, Comacchio, Copparo, Fiscaglia, Goro, Jolanda di Savoia, Lagosanto, Mesola, Ostellato, Riva del Po, Tresignana).

Ora, sulla base delle normative esistenti, a quell’epoca, si tratterà di individuare un unico soggetto che gestirà il servizio idrico a livello provinciale, se non interverrà una deroga – peraltro improbabile, in particolare per i vincoli che derivano dalla legislazione nazionale e regionale. Detto in altri termini, ci troveremo di fronte all’alternativa tra arrivare ad una completa privatizzazione del servizio idrico nel territorio provinciale, passando attraverso una gara “fasulla” che darà in mano ad HERA tutta la gestione del servizio idrico in provincia, oppure realizzare una gestione pubblica in tutta la provincia, facendo capo all’azienda pubblica CADF, che potrebbe estendersi in tale direzione, anche avvalendosi dell’apporto di ACOSEA Impianti srl, altra azienda pubblica che possiede le reti del servizio idrico del Comune di Ferrara e di altri Comuni dell’Alto Ferrarese.

La scadenza della fine del 2027 potrebbe apparire lontana, ma in realtà le scelte che guardano a tale scadenza si compiranno già quest’anno.
Se, come ritengo necessario, si ha l’intenzione di procedere verso la costituzione di un’unica società pubblica che gestisce il servizio idrico in tutto il territorio provinciale, occorre essere consapevoli che si tratta di un’operazione complessa, che ha bisogno di muovere i suoi passi già a partire dai prossimi mesi.

Le ragioni che militano a favore di questa scelta sono almeno tre.

La prima è che l’acqua, e il servizio idrico che la rende disponibile ai cittadini, è bene comune per eccellenza. Bene comune nel senso che essi sono quelli che appartengono “a tutti e nessuno”, quelli su cui si fonda la convivenza umana e sociale, che garantiscono diritti fondamentali e universali. Poi, l’acqua è risorsa essenziale per la vita, limitata in natura, da preservare necessariamente per le future generazioni. Già a partire da qui è evidente che essa, e la sua gestione, non può essere consegnata al mercato, alla logica della domanda e dell’offerta, e tantomeno alla finanza e alla Borsa.

In secondo luogo, non si può non ragionare sul cambiamento climatico in corso. Gli studi scientifici più accreditati parlano del fatto che nei prossimi 5 anni si supererà il limite critico dell’innalzamento della temperatura di 1,5° fissato con la Conferenza di Parigi del 2015 e che, invece, le tendenze in atto segnalano che, senza un’adeguata inversione di rotta, entro la fine del secolo l’aumento della temperatura del pianeta rischia di arrivare a 2,5°. È sotto gli occhi di tutti che ciò sta già determinando l’alternarsi, sempre più violento, di fenomeni siccitosi e alluvionali, il progressivo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari, più in generale una vera e propria crisi idrica che interessa tutto il globo. È evidente, dunque, che si tratta di mettere in campo, a tutti i livelli, azioni e iniziative finalizzate a tutelare e salvaguardare l’acqua, la sua qualità e un utilizzo capace di risparmiarla. 

Terzo motivo: scegliere la strada della ripubblicizzazione del servizio idrico significa anche rispettare l’esito del referendum sull’acqua pubblica del 2011. Il responso lì arrivato, per quanto disatteso e contraddetto da tutti i governi che si sono succeduti da quel momento, è stato molto chiaro, visto che la maggioranza assoluta dei cittadini si era espresso per sottrarre l’acqua dal mercato e procedere verso la ripubblicizzazione del servizio idrico, e non può essere ignorato nelle scelte che si compiono anche a livello territoriale.

Oltre a questi ragionamenti di carattere generale, la stessa esperienza di HERA Ferrara e CADF ci dice che la gestione pubblica realizza risultati decisamente più utili per l’interesse collettivo rispetto a chi, come le grandi multiutility, è orientato soprattutto a realizzare profitti e distribuire dividendi ai soci privati e pubblici.
Solo per esemplificare il gruppo Hera ha presentato da poco il proprio piano industriale traguardato al 2029 e negli obiettivi che sono stati sbandierati spicca quello
del  rialzo della politica del dividendo: si prevede di proporre al Consiglio di Amministrazione la distribuzione di un dividendo di 16 centesimi di euro per azione, in aumento del 6,7% rispetto alla cedola di competenza 2024 pagata nel 2025 e rispetto alle previsioni del precedente Piano industriale (15,5 centesimi).

A supporto delle considerazioni sviluppate sui risultati di CADF e Hera Ferrara, basta guardare al fatto che la prima presenta tariffe inferiori rispetto alla seconda, che gli investimenti procapite sono superiori e lo stesso dicasi per le perdite idriche, misurate sulla base dell’estensione della rete idrica.

Insomma, ci sono tutte le ragioni per costruire un’iniziativa forte per arrivare alla ripubblicizzazione del servizio idrico anche nella nostra provincia. Forum Ferrara Partecipata sta predisponendo una campagna per andare in questa direzione. Certamente, per essere efficace, avrà bisogno dell’apporto di tante persone e soggetti sociali e politici, di quel popolo dell’acqua che fu il protagonista della vittoria referendaria del 2011 e che può tornare a farsi sentire anche a Ferrara.

Cover: cartelli durante una manifestazione per l’Acqua pubblica 

Per leggere gli articoli di Corrado Oddi su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Per certi versi / A domani

A domani

A domani

Tra venti giorni

Sette mesi

 

Ti giunga la missiva

Telefonami

 

Mille ore in diligenza

L’acqua ai cavalli

L’intercity

 

In quell’hotel a Place du Tertre

All’Abbazia di Morimondo

Nella stanza 48, proprio lì, sulla Statale

 

Ella

Io

 

Cambia nulla, amur

Ho le guance in fiamme

Come cent’anni fa

 

Ho voglia di stringerti

Come per sempre

 

(inedito)

In copertina: lettera antica con mongolfiera e zeppelin – Foto di Dorothe Wouters da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini