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Alla caccia della volpe verde. Occhi

Alla caccia della volpe verde. Occhi

Alla caccia della volpe verde. Occhi

La tazzina vuota del secondo caffè era appoggiata sul tavolo di ferro battuto. La guardavo come si guarda un oggetto dimenticato su una spiaggia dopo che la marea si è ritirata. A Pontalba il tempo non scorreva, dondolava. Si depositava sui tetti delle case, sulle sponde del Lungone e dentro i miei pensieri come quella nebbia lattiginosa che la mattina nascondeva i campi per poi restituirli, a mezzogiorno, di un verde ancora più intenso.

Erika era tornata dietro il bancone della reception. Da lontano, il rosso fuoco delle sue labbra sembrava l’unica nota discordante in quell’universo dominato dalle mille tonalità del verde. Mi aveva dato del sonnambulo e forse aveva ragione. Ma non era il sonnambulismo di chi cammina nel sonno per paura della notte, era piuttosto la condizione di chi ha finalmente trovato una fessura nella realtà e ha deciso di infilarci un piede per vedere cosa c’è dall’altra parte.

L’efficiente reporter di TresciaOne, quello che misurava il mondo con il rigore dei verbali di polizia e la fretta delle scadenze tipografiche, era rimasto chiuso dentro la custodia del mio PC.
Al suo posto c’era un uomo che provava una strana, quasi commovente gratitudine per il fatto di essere lì, seduto su una sedia, ad ascoltare il silenzio. Sentivo i polpastrelli ancora caldi per le parole digitate il giorno prima.

L’articolo sulla ‘querta erda’ era in viaggio verso la redazione. Immaginai il mio capo, nel suo ufficio affollato di cactus spinosi, mentre leggeva le mie righe sulle aurore boreali della pianura padana e sulle volpi color smeraldo. Forse avrebbe infranto un pugno sulla scrivania, forse avrebbe chiamato il Dui per chiedergli se fossi impazzito. Forse il Dui avrebbe fatto un ghirigoro con i suoi pochi capelli, avrebbe spruzzato un po’ di lacca e avrebbe sorriso, dicendo che la campagna fa brutti scherzi.

Ma in quel momento, la redazione di TresciaOne mi sembrava distante anni luce, un ricordo di un libro già letto, esattamente come Miranda per il Dui o la contessa Maria Augusta per gli abitanti di Pontalba. Estrassi il telefono dalla tasca per controllare se ci fossero messaggi di mia sorella Danila. Nulla.

Il mio nipotino stava crescendo in un silenzio perfetto, a tre mesi di distanza dal mondo, protetto e invisibile, proprio come i segreti di Villa Cenaroli. Pensai che la vita, in fondo, fa sempre così, si nasconde per un po’ nel buio prima di esplodere in superficie. Guardai l’orologio. Le dodici e trenta. Tra mezz’ora avrei dovuto incontrare Costanza Del Re per il pranzo che le avevo promesso. Malù ci aveva invitato a Villa Cenaroli e il mio precedente intento di mangiare solo con Costanza, era svanito.

Mi alzai a fatica, come se il mio corpo avesse assunto la stessa densità della terra di Pontalba. Non provavo più l’ansia del cronista, costretto a fare domande, eliminare i finti testimoni e scoprire la verità oggettiva. In quel momento, mi interessava piuttosto sapere se gli occhi di Malù fossero azzurri o verdi, o se la volpe uscita dal loculo fosse un miracolo, oppure un semplice animale con il pelo macchiato d’erba. Erano queste le cose che volevo scoprire, anche se non sapevo bene il perché.

Mentre rientravo in albergo, vidi passare in bicicletta la signora Francesca con i suoi capelli tinti di lilla. Abitava nei paraggi dell’albergo e, essendo una donna molto socievole, aveva trovato subito il modo di attaccare bottone con me. Avevo così scoperto che quel colore era il frutto di una tinta sbagliata. Nel tentativo di coprire i capelli grigi, se li era ritrovati lilla.

Ridendo, mi aveva raccontato che alle sue nipoti quel pasticcio era piaciuto così tanto da convincerla a tenersi sulla testa quel curioso colore. La salutai con la mano e lei ricambiò il gesto. Doveva andare di fretta, perché non rallentò la corsa della bicicletta nemmeno per un istante, sfrecciando via sulla sua sella.

Volevo tornare da Costanza Del Re in via Santoni Rosa, guardare il sole di mezzogiorno che faceva sparire le ombre e lasciarmi guidare di nuovo verso i pavimenti di marmo serpentino della Villa.

«Se ne va, signor Moroni?» mi chiese Erika mentre passavo davanti alla hall.
«Vado a pranzo a Villa Cenaroli», risposi senza fermarmi, regalandole un sorriso distratto.
Lei non aggiunse altro, ma la sentii ridacchiare a bassa voce.

Forse a Pontalba erano abituati a vedere i forestieri trasformarsi nel giro di pochi giorni. L’aria di quel mezzogiorno era calda e solida. La nebbia era del tutto sparita, lasciando il posto a una luce meridiana così nitida da far sembrare ogni casa, ogni albero e ogni passante, come ritagliati con le forbici e incollati sopra un immenso foglio di cartoncino azzurro e verde.

Mi incamminai verso il minimarket di Camilla. Mentre le mie scarpe da ginnastica battevano pigramente sull’asfalto, mi sorpresi a desiderare — per la prima volta da quando facevo questo mestiere — che la mia indagine non arrivasse subito a una conclusione. Finché c’era un mistero da inseguire, potevo restare in una sorta di sonnambulismo leggero. Era uno stato di sospensione che mi allontanava dall’inesorabile e crudele incedere degli eventi di cronaca nera, a cui ormai da troppo tempo prestavo il mio cervello e la mia penna.

Rifeci la strada verso il centro del paese. Passai davanti alla pizzeria Bella Mia, alla sede del Comune e di nuovo davanti alla bottega di Camilla. Sbirciando dentro la finestra del negozio, si potevano vedere tutti i salami e i prosciutti in fila nel grande banco frigo. Vidi, dietro il bancone, la sagoma di Camilla. La salutai con un cenno della mano e lei ricambiò.

Poi svoltai in via Santoni Rosa, con l’ansia di imbattermi ancora in Albertino Canali e nella sua requisitoria. Per fortuna la strada era libera, nessun energumeno stava sorvegliando in quel momento il Civico 21. Suonai e subito vidi dirigersi verso di me Costanza Del Re, anche quel giorno interamente vestita di verde. Mi stava aspettando. Le chiesi per quale motivo si vestisse sempre di quel colore e lei mi rispose che «chi indossa il verde non ha nulla da confessare, ma molto da ricordare».

La sua non era una giustificazione, era una provocazione diretta alla mia penna e al mio taccuino. Mi fissò intensamente, quasi a voler sfidare la mia capacità di investigatore. La scelta di quel colore non era un caso, era un filo conduttore che ci legava strettamente, un simulacro del mistero nel quale ci stavamo addentrando.

Ci incamminammo verso la villa, io le camminavo a fianco. La guardai di sottecchi, rischiando lo strabismo, pensando a quanto fosse bella. Alla fine, le chiesi: «Ma tu, tra aurore boreali, volpi verdi, maggiordomi evanescenti, marmo serpentino, gatti onnipresenti e questo colore verde che domina il paese, cosa ne pensi? È normale che sia così? Da come si comportano gli abitanti di questo posto direi di sì, o comunque per loro è più naturale di quanto lo sarebbe in quasi tutti gli altri paesi del mondo. Lo fanno per abitudine, per soddisfazione, o per spirito di originalità? Perché?».

Costanza non si fermò, né distolse lo sguardo dal sentiero che conduceva alla Villa. Un piccolo sorriso ironico le piegò l’angolo della bocca, mentre il tessuto verde del suo cappotto frusciava a ogni passo. «Voi giornalisti di città cercate sempre una logica lineare, una spiegazione da stampare in prima pagina», esordì, la voce calma ma ferma.

«La verità è che questo paese non segue le vostre regole. Le aurore boreali e il marmo serpentino erano qui prima di noi, e i gatti… beh, i gatti sanno semplicemente da che parte stare. Non è follia e non è un bizzarro spirito di originalità. È una forma di protezione. Chi vive qui impara presto che per non impazzire di fronte a ciò che non si può spiegare, bisogna accoglierlo, farlo proprio. Farlo diventare parte del paesaggio.»

Si fermò di colpo davanti al grande portone di legno della villa, voltandosi finalmente verso di me. I suoi occhi sembrarono riflettere le ombre degli alberi circostanti. Erano di un verde scuro, attraversati da bagliori più chiari, come se un filo di luce filtrasse tra le fronde. «La luce degli alberi negli occhi di una donna», pensai, e quel bizzarro senso di sonnambulismo bussò di nuovo ai miei sensi.

Intanto Costanza continuava a parlare: «E per quanto riguarda me e i miei abiti… diciamo che preferisco confondermi con le anomalie di questo posto, piuttosto che uscirne schiacciata. Ma dimmi, hai davvero così paura di ciò che non riesci a catalogare nel tuo taccuino? Di ciò che non segue una logica rigorosa e lineare? Dove sta, secondo te, la bellezza? È nella favola o nella storia?».

Ci si ricongiungeva così, come in un circuito senza uscita, ai racconti della gente di Pontalba, alle narrazioni più o meno vere che rappresentavano il cuore pulsante di quel paese e che ne riempivano la vita di suspense e curiosità. Suonai al portone di Villa Cenaroli, lasciando che il rintocco svanisse nel silenzio. Decisi di non aggiungere altro, evitando di cercare una risposta impegnativa o forzata a quanto Costanza mi aveva appena detto.

Come prevedibile, la porta si aprì e pochi istanti dopo la figura impeccabile del maggiordomo Ettore si stagliò sulla soglia, composto nella sua rigida divisa. «Buongiorno», dissi per rompere il ghiaccio, «come va oggi?». «Esattamente come ieri», mi rispose Ettore. Il tono era freddo, decisamente poco socievole. Poi, scostandosi di lato per lasciarmi passare, aggiunse con distacco: «La Contessa vi aspetta per pranzo, quindi seguitemi».

Entrammo nell’ampio ingresso, dove il pavimento in marmo serpentino ci accolse con il riflesso delle sue venature aristocratiche e imprevedibili. Quella scacchiera a quadri bianchi e verdi era di una bellezza magnetica; catturava lo sguardo degli ospiti in modo quasi ipnotico, incollando i piedi a quel terreno e gli occhi a quel lungo corridoio.

Mentre camminavamo l’uno dietro l’altro nel silenzio della dimora, accorciai le distanze e chiesi a bruciapelo a Ettore: «Lei cosa ne pensa della volpe verde, dell’aurora verde, di Maria Augusta e dei segreti che nasconde questa villa?».

Ettore si arrestò di colpo. Per un brevissimo istante, la sua maschera di impeccabile distacco parve incrinarsi. Non si voltò a guardarmi, ma la sua voce scese di un’ottava, diventando un sussurro gelido: «Ci sono cose, signor Moroni, che il marmo di questa villa ha seppellito. E i segreti, se restano tali, è solo perché chi ha provato a svelarli ha smesso di parlare. La Contessa la attende. Non la faccia aspettare con inutili fantasie».

Mentre riflettevo su quell’enigmatica e gelida risposta di Ettore, la mia attenzione venne catturata da un movimento improvviso di Costanza. La vidi compiere una specie di scatto, un giro a novanta gradi su sé stessa, per poi bloccarsi di colpo. Rimase immobile, con lo sguardo fisso e quasi ipnotizzato su uno degli affreschi che decoravano la parete. «Cosa succede?», le chiesi, avvicinandomi di un passo e rompendo la cappa di silenzio che era calata tra noi.

Lei non si voltò. Con un filo di voce, in un sussurro appena percettibile che sembrava quasi un segreto confessato a sé stessa, mi rispose: «Mentre camminavo… con la coda dell’occhio mi è sembrato di vedere una volpe. O comunque qualcosa di verde, una scia che si muoveva rapida proprio lì, sulla parete. Ma credo sia solo suggestione. In fondo, chiunque entri in questa villa finisce per averne qualcuna».

Rimasi del tutto stupefatto, raggelato da quelle parole. Avvertii un brivido salirmi lungo la schiena. «Ieri è successa la stessa cosa anche a me», le risposi, usando lo stesso tono basso e confidenziale che lei aveva usato con me, quasi avessi paura che le pareti stesse potessero ascoltarci.

Ci guardammo in silenzio per qualche istante, e fu in quel millesimo di secondo che il mio stupore aumentò a dismisura, trasformandosi in una vertigine. Gli occhi di Costanza non erano più del loro solito colore: le iridi verdi erano svanite, sostituite da un azzurro intenso, vivido e lucente. Erano gli stessi occhi della contessa Malù.

Mi sentii di nuovo completamente sconvolto, sopraffatto da un senso di irrealtà. Senza quasi rendermene conto, cercai di avvicinarmi al suo volto, sporgendomi in avanti per guardare quel colore più da vicino, come per cercare una spiegazione logica a quel prodigio.

«Ma cosa fai?», mi chiese lei, ritraendosi appena, sorpresa e vagamente infastidita da quella mia improvvisa intrusione. «Guardo gli occhi di Malù dentro i tuoi», le dissi, con una voce alterata. La guardai di nuovo, sbattendo le palpebre. Ma l’incantesimo era già rotto. Le sue iridi erano tornate a essere del loro consueto verde scuro, profondo e opaco ma con dei riflessi dorati. Non c’era più traccia di quell’azzurro ultraterreno.

L’agitazione crebbe dentro di me a dismisura e, insieme all’ansia, aumentò anche una curiosità morbosa, quasi febbrile, per tutto ciò che stava accadendo in quel paese e, soprattutto, tra le mura di quella villa incantata.

Un’unica domanda continuava a battere nella mia testa come un martello: di chi erano, in realtà, quegli occhi meravigliosi e inquietanti? Di Costanza o di Malù?

Cover: Foto di Barbara A Lane da Pixabay

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Cooming Soon in Libreria – Una parodia

Cooming soon in Libreria – Una parodia

Cooming Soon in Libreria – Una parodia

L’Editrice Fascio Littorio ha recentemente arricchito il proprio catalogo, in vista del salone del libro di Cinisello Balsamo, con alcune interessanti novità in campo editoriale:

  • Roberto Vannacci, Piccola guida illustrata al patriarcato mediterraneo, in tiratura limitata di due sole copie autografate con la X (Mas).
  • Matteo Renzi, Campo largo o campo minato?, con dragamine americano della WWII in omaggio.
  • Antonio Tajani, Donne tu tu tuu, in cerca di guai, con prefazione di Bruttina Gonnalunga e kit robotico: Costruisci il tuo angelo del focolare in allegato.
  • Matteo Salvini, Bolli & bolliti. 101 ricette per sfigurare ovunque, non solo in cucina, con cartella esattoriale dell’Agenzia delle Entrate in Appendice.
  • Giorgia Meloni, Vestivamo alla musulmana, collezione “Night On Islamabad” autunno-inverno 2027 a cura di Dolce & Padania, prefazione di Daniela Santanché.
  • Benjamin Netanyahu, Baciami sciocco! Le mie folli avances non corrisposte a Yasser Arafat, in allegato poster 120×60 di Ben-Gvr nudo con la sua maîtresse
  • Donald Trump, Dancing in Hormuz whit the Houtis, Audiolibro in formato mp3 contenete 36 ore di Y.M.C.A. in loop e continue imprecazioni del Presidente degli Stati Uniti.
  • Alice Weidel, Heil Hinkel!, mille modi per fare il saluto nazista senza essere notati. In omaggio la carta geografica della Grande Tomania.
  • Vladimir Putin, Oppositori, questi sconosciuti, manuale per la gestione democratica del dissenso, in collaborazione con il KGB. In Appendice dieci ricette originali di Lucrezia Borgia.
  • Elon Musk, Le mie esplosioni, breve storia dei lanci spaziali di Space X, con modellino di razzo Spielberg e candelotto di dinamite in omaggio.

Cover: Trump, Putin e Meloni – Immagine generata con Imgcreator AI

Per leggere gli articoli, i racconti e le parodie di Stefano Agnelli su Periscopio clicca sul nome dell’autore. 

Per certi versi / Oggi, il dottore

Per certi versi / Oggi, il dottore

Oggi, il dottore

Oggi, il dottore

mi ha mostrato la radura

Ho sostato

Dimenticato il bosco fitto

L’intrico

 

Mi sono seduta

Sugli alberi abbattuti

Dal vento che io sono

Dalla mia tempesta

 

Guardavo in alto

Quel brandello di spazio

Di grigio tra i rami

 

Ho provato il desiderio

Di chiamarlo cielo

 

IN SEDUTA. PICCOLA PSICOTERAPIA DEL CUORE, PUNTOACAPO 2026

 

In copertina: Foto di Ruth Becerro da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

L’Italia vista dalla Dozza: un piccolo gioiello nato in carcere

L’Italia vista dalla Dozza: un piccolo gioiello nato in carcere

Le voci da dentro. L’Italia vista dalla Dozza:
un piccolo gioiello nato in carcere.

di Maria Caterina Bombarda

Da diversi anni entro in carcere come persona libera.
Ogni volta che varco quella porta lascio fuori qualcosa: la fretta, le abitudini di tutti i giorni, le mie certezze. E ogni volta, quando esco, mi porto dietro qualcosa che prima non avevo.

Una parola. Una storia. Un pensiero. A volte anche una domanda che continua a girarmi in testa.
In questi anni ho imparato che il carcere è un luogo difficile da raccontare. Perché è facile parlare del carcere. Molto più difficile è fermarsi ad ascoltare le persone che ci vivono.

Non significa dimenticare quello che è successo o le responsabilità di chi sta scontando una pena. Significa, semplicemente, ricordarsi che dietro la parola “detenuto” c’è una persona. Una persona che può avere sbagliato, che sta pagando per i propri errori, ma che continua ad avere pensieri, paure, desideri e speranze.

Per questo, quando mi è capitata tra le mani L’Italia vista dalla Dozza, ho pensato che quelle pagine meritassero di uscire dalle mura del carcere.

Tredici persone detenute hanno preso matite, parole e idee e hanno provato a raccontare l’Italia dal loro punto di vista.
Leggendo, mi sono ritrovato ancora una volta davanti a una cosa che in carcere ho imparato a conoscere bene: spesso ciò che ci divide è molto meno di ciò che ci unisce.

Loro parlano dell’Italia che vorrebbero. Parlano di scuola, cultura, sanità, futuro. Parlano delle contraddizioni del nostro Paese. Ma, soprattutto, parlano del desiderio di avere una possibilità e di poter immaginare un domani diverso.
Sono pensieri che potremmo trovare anche fuori da un carcere.

Ed è forse proprio questo che mi ha colpito di più.

Perché quando ascolti davvero una persona, quando lasci da parte per un momento il muro, la divisa, la condanna e tutto ciò che ci fa sentire diversi, può capitare di scoprire che dall’altra parte ci sono domande molto simili alle nostre.
In fondo, anche chi è dentro guarda fuori.

Guarda l’Italia, pensa al futuro, si chiede come potrebbe essere una società migliore.
Questa piccola fanzine nasce da lì: dalla voglia di raccontare, ma anche dalla voglia di essere ascoltati. Io penso che valga la pena ascoltarla.

Non perché chi vive in carcere abbia necessariamente qualcosa di più importante da dire rispetto agli altri.
Ma perché ogni volta che ascoltiamo una voce che normalmente non sentiamo, allarghiamo un po’ il nostro modo di guardare il mondo.

E forse, dopo tanti anni trascorsi entrando e uscendo da un carcere, è proprio questa la cosa più importante che ho imparato: per capire davvero qualcuno, qualche volta, bisogna avere il coraggio di provare a guardare il mondo dalla sua parte del muro.
Comunque la pensiate buona lettura dell’articolo scritta da Maria Caterina Bombarda, Presidente di A.Vo.C. Bologna (Associazione Volontari Carcere ODV).
(Mauro Presini)

Ci sono storie che vale la pena leggere. E ci sono sguardi che vale la pena ascoltare.
“L’Italia vista dalla Dozza” è una piccola, bellissima fanzine a fumetti nata all’interno della Casa circondariale di Bologna “Rocco d’Amato”, grazie a un laboratorio di fumetto promosso da AVOC nell’ambito di Estate Dozza 2026. SCARICA IL PDF

L’Italia vista dalla Dozza, Prima pagina, Agosto 2026

Il laboratorio si è svolto dal 24 al 28 agosto e ha coinvolto 13 persone detenute, che sono diventate autrici e autori di questa pubblicazione: hanno scritto i testi, immaginato le storie e realizzato i disegni, mettendo in queste pagine il proprio punto di vista sull’Italia, sul presente e soprattutto sul futuro.

Un lavoro essenziale, nato con strumenti semplici, ma capace di restituire uno sguardo sorprendentemente ricco, ironico, lucido e profondamente umano.
Un grazie di cuore va ai conduttori del collettivo di graphic journalism C.R.E.P.E, che hanno accompagnato il laboratorio, e alla docente Selva Oscura, per la conduzione in aula e per aver contribuito a trasformare idee, parole e immagini in una pubblicazione che oggi possiamo condividere.

Un’Italia vista da dentro

Leggere L’Italia vista dalla Dozza significa entrare in contatto con uno sguardo che spesso rimane nascosto.
E forse proprio per questo questa piccola fanzine ci interroga.
Perché, pagina dopo pagina, ci accorgiamo che dietro le sbarre, al di là delle storie personali e delle vicende che hanno portato ciascuno a scontare una pena, ci sono persone che condividono con tutti noi desideri e preoccupazioni molto semplici e profondi.

La ricerca di un futuro possibile.

Il desiderio di costruire il proprio avvenire.
La speranza di vivere in un Paese nel quale l’istruzione non sia in declino, ma continui a essere considerata una delle fondamenta della società.

L’idea che le risorse pubbliche possano essere investite nella cultura, nella scuola e nella sanità, oltre che in altri ambiti che oggi occupano una parte importante del dibattito pubblico.

L’Italia vista dalla Dozza, pagina 5, Agosto 2026

E poi c’è la consapevolezza, forse ancora più sorprendente, che l’Italia, con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, rimane un Paese straordinario: un luogo fatto di differenze, culture, persone e storie che possono incontrarsi e rendere la nostra società più interessante e più ricca.
Uno sguardo che, alla fine, sembra ricordarci una cosa molto semplice: gli obiettivi a cui aspiriamo non sono poi così diversi.
Anche chi sta scontando una pena desidera stare meglio, avere una possibilità, poter immaginare un domani, vivere in una società che funzioni e che sappia investire nel futuro.

Il valore di dare voce

Per AVOC, questo laboratorio rappresenta anche questo: creare occasioni di espressione, relazione e partecipazione dentro il carcere, costruendo piccoli ponti tra ciò che accade dentro e ciò che accade fuori.
Perché il carcere non è un mondo separato dal resto della società. È parte della nostra comunità. E ascoltare le persone che lo abitano significa anche provare a conoscere meglio una parte di realtà che spesso rimane invisibile.

L’Italia vista dalla Dozza, pagina 6, Agosto 2026

L’Italia vista dalla Dozza è un piccolo oggetto editoriale, ma porta con sé una domanda grande: quale futuro vogliamo costruire insieme?
Per questo vi invitiamo davvero a leggerla.
Non soltanto per scoprire il talento e la creatività delle 13 persone detenute che l’hanno realizzata, ma per lasciarvi sorprendere dal fatto che, dietro prospettive e percorsi di vita molto diversi, esiste un terreno comune fatto di desideri, speranze e bisogni profondamente umani.

Un piccolo gioiello nato in carcere, che dal carcere prova a guardare il Paese e a restituirgli il proprio sguardo.
Buona lettura.

Foto di copertina: “Autoritratti degli autori” (da “L’Italia vista dalla Dozza”).

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di
Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore
Nazionalizzare l'intelligenza artificiale?

Nazionalizzare l’Intelligenza Artificiale?

Nazionalizzare l’Intelligenza Artificiale?

Per primo è stato Alex Karp  il Ceo di Palantir Technologies  a proporre di nazionalizzare le aziende americane di Intelligenza Artificiale (idea poi ripresa da Severgnini, editorialista del Corriere della Sera).

Strano questo Karp, con studi sul comunismo a Francoforte, che si dichiarava di sinistra, praticante Tai chi, contro il fascismo e Trump e ora uno dei suoi sostenitori, che ha detto che i primi contratti con la Casa Bianca per usare il software per il controllo sugli immigrati (via ICE) sono avvenuti con Obama e non con Trump e che c’era accordo perché l’infrastruttura privata Palantir diventasse un bene pubblico al di là di chi governava gli Stati Uniti.

Il suo capo è quel Peter Thiel che immagina che gli Stati Uniti siano una tecnocrazia, guidata solo dagli innovatori tech. 13 dipendenti si sono licenziati nel 2025 (su 3mila) per queste idee folli e un software di spionaggio (a proposito degli haker russi…) in uso in Israele, Ucraina e altri 30 paesi occidentali, Italia inclusa (con sede alla Garbatella di Roma) e che ha fatto le sue prime prove al tempo del Covid, tracciando tutti gli americani (chissà per quali motivi?).

I gravi incidenti avvenuti negli ultimi mesi nell’AI hanno chiarito agli stessi imprenditori americani (7 monopolisti) che l’AI potrebbe causare gravissimi danni all’umanità, come un attacco al sistema bancario che paralizzi i pagamenti con le carte di credito di tutto l’Occidente, bloccando l’economia di più Paesi occidentali, oppure innescando un attacco militare contro Russia o Cina, sulla base di false informazioni (come quelle che circolano da anni) e che potrebbe coinvolgere anche l’Europa.

Federico Fubini, editorialista del Corriere della Sera, dice che le preoccupazioni dei Tecno monopolisti nascerebbero non tanto da questi timori, ma dall’insostenibilità finanziaria delle big tech che si sono impegnate a investimenti giganteschi (facendo debiti).

Ma con l’arrivo della Cina (la concorrenza) i giganteschi profitti immaginati (al tempo del dominio unipolare) potrebbero non esserci, perché, ironia della storia e del capitalismo finanziario, l’AI delle aziende cinesi (indietro di soli 6 mesi sulle americane), faranno cadere i prezzi alti inseriti nei cash flow analysis di quei 7 big tech che si credevano monopolisti, con conseguente crollo di borsa, distruzione di migliaia di miliardi di risparmi di milioni di occidentali e delle loro pensioni (a capitalizzazione). Insomma una bella crisi con molti più soldi che svaporano rispetto a quella già tosta del 2007-8.

Indizi?

Si, se già oggi gli americani acquistano sempre più l’AI cinese  – DeepSeek-V4.1 o KimiK3 – che costa 10 volte meno di quelle di Anthropic e Open AI. In parte gli ingegneri cinesi hanno copiato i modelli americani, come racconta Riccardo Luna, interrogando i loro modelli per estrarne i segreti. In parte sono semplicemente molto bravi e determinati e soprattutto 5 volte quelli americani.

Lo stesso Louis Mosley di Palantir UK dice: “E’ questione di tempo, forse un paio di anni, prima che Huawei arrivi sul mercato con chip per l’intelligenza artificiale almeno altrettanto buoni di quelli di Nvidia; ma molto meno cari”.

Andrea Pili, CEO di una azienda di AI italiana (Xference) dice: “L’AI come è concepita oggi dalle Big Tech non è sostenibile. Ci si vuole fermare prima che sia l’infrastruttura a farlo. L’open source (sul modello cinese, ndr) è la base sulla quale sviluppare la vera innovazione“.

Se ciò avviene la Cina determina negli Stati Uniti uno choc 3.0. Lo choc 1.0 riguardò 20 anni fa la produzione di beni a basso prezzo che, grazie proprio all’avidità e relativa delocalizzazione delle imprese Usa in Cina, produsse la distruzione della manifattura made in USA. Lo choc 2.0 è in corso con la sostituzione di molti beni ad alto contenuto tecnologico e delle auto americane ed europee con quelle cinesi. Lo choc 3.0 sarà quello dell’Intelligenza Artificiale.

A quel punto il pil Usa crollerà e gli americani si impoveriranno (compresi i Maga e il ceto medio già in via di dissoluzione). Non a caso crescono i parlamentari socialist nei DEM Usa. E per noi europei? Non tutto il male viene per nuocere.

Con USA-Cina potrebbe ripresentarsi la situazione della guerra fredda USA-URSS, in cui i paesi occidentali dovettero dimostrare che si stava meglio che nel comunismo. Fu allora infatti (1948-1992) che fiorirono tutti i nostri attuali diritti, crebbero i salari, si introdussero le pensioni. La “concorrenza” obbligava a distribuire i profitti. Col crollo dell’URSS e l’idea di essere i soli (USA+Israele) a dominare il mondo è ripresa la disuguaglianza e la regressione dei diritti sostanziali.

Sant’Agostino lo chiamava Katéchon, un freno all’antiCristo.

Cina e Brics stanno infatti minando il dominio americano che è poi la causa dell’anarchia, della forza sul diritto internazionale e della crisi di una Europa fattasi serva degli americani e più liberista del Re (Usa).

La guerra per procura in Ucraina fa parte di questo disegno, ma dopo le ultime sanzioni alla Russia (che colpiscono anche aziende cinesi), ora la Cina risponde con sanzioni a 14 aziende UE (di cui 2 italiane). Cominciano i dolori del non più giovane Werther/UE.

Prima l’élite UE capisce che con la Cina (e la Russia) bisogna dialogare, che bisogna diventare indipendenti dagli Stati Uniti, che il futuro sarà un equilibrio multipolare, che l’eurocentrismo è finito, che bisogna costruire un vero Stato UE, finirla con un allargamento continuo che favorisce solo il libero mercato e i capitali e non i suoi cittadini, prima limiteremo i danni. Perché i danni arriveranno e saranno notevoli.

Il paradosso è che ci si appella ad una forma di socialismo (la nazionalizzazione), tipica della Cina e che gli Stati Uniti imitano, peraltro, da decenni sulle tecnologie strategiche, mentre la vecchia UE non solo non può farlo (in quanto senza Stato federale), ma ha abbandonato l’intervento dello Stato nei settori strategici (AI, energia, manifatture, innovazioni,…) come “ferri vecchi” in nome del libero mercato.

Chissà perché l’ultimo libro di Daron Acemoglu si intitola Che cosa è successo alla democrazia liberale?
La democrazia liberale non ha saputo più coniugare i profitti con la prosperità di tutti e quei tutti non votano più né centro né sinistra. Il modello liberale è ammuffito. Bisogna mettere mano a qualcosa di nuovo che non è il nazismo né il comunismo, né il liberalismo. La storia non è finita.

Cover: Foto di Tung Nguyen da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Un'emozione senza fiato, un tonfo nel cuore. In memoria di Andrea Moretti 

Un’emozione senza fiato, un tonfo nel cuore.
In memoria di Andrea Moretti 

Un’emozione senza fiato, un tonfo nel cuore.
In memoria di Andrea Moretti 

E’ sera , le ore sono passate anche oggi  in un magazzino, 

in un cantiere, dietro una scrivania, nel Colosseo, guardarlo in alta quota il Colosseo, deve essere un’emozione senza fiato, un tonfo nel cuore.

La  fune regge le emozioni anche i carichi pesanti, si trascina anche quelli di casa, 

le confezioni d’acqua nel baule, 

le camicie bianche da portare in lavanderia, dopo il turno. 

Dicono il lavoro nobilita l’uomo e la donna , a me pare che debilita. 

Fai il lavoro che ti piace  

e non lavorerai più nella vita, 

e se poi non torni più a casa? forse il senso e’ questo! 

chi lo dice a mamma e papà?

 

Mi sento debilitata, mi accomodo sul divano, 

cambio canale.

 

Chissà se aveva un cane.

Gestazione per altri: una terza via contro ogni integralismo

Gestazione per altri: una terza via contro ogni integralismo

Gestazione per altri: una terza via contro ogni integralismo

Periscopio ospita in questo articolo una articolata riflessione sulla maternità surrogata, vista dalla prospettiva di una persona che ha fatto questo percorso nelle vesti di genitore intenzionale.
[La redazione]

“A volte non c’è nulla di più complesso o edificante del disgusto o della paranoia a guidare le posizioni integraliste contro la GPA, ma accorgersene può essere difficile perché di solito sono camuffate da giusta rabbia femminista o da forme di pietà, oppure formulate nel linguaggio socialista della solidarietà”.
(Sophie Lewis, Surrogata universale. Rovesciamo la famiglia, Fandango Libri 2025, p. 79).

Negli ultimi decenni del Novecento, lo sviluppo delle tecnologie riproduttive ha separato la gestazione dalla maternità genetica e la riproduzione dall’atto sessuale. Oggi la gestazione per altri (GPA) si struttura come un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA) che riguarda divers* soggett*: i genitori intenzionali (coppie o singole persone), eventuali donator*/fornitor* di gameti e la persona gestante che porta avanti la gravidanza, al termine della quale affiderà l* bambin* ai primi senza assumere la responsabilità genitoriale.

La varietà dei termini usati per definire la GPA – in Italia si usa, in ambito scientifico e giuridico, maternità surrogata, a livello internazionale surrogacy, sino alle inconciliabili locuzioni utero in affitto e gravidanza solidale — riflette le profonde divergenze presenti nel dibattito pubblico in merito alle implicazioni etiche, culturali, politiche e giuridiche della pratica. Per interpretare questa ricezione polarizzata, Corinna Guerzoni1 ricorre al concetto antropologico di anomalia culturale: la GPA “mette in discussione una serie di assunti dati per scontato (…) relativamente alla famiglia, ma soprattutto alla maternità (…) due delle strutture più fondamentali della società occidentale contemporanea”2 e pertanto viene trattata come un’aberrazione da condannare o un’eccezionalità da incorporare all’interno di valori riconosciuti o rassicuranti.

La GPA è praticata a livello globale in modi assai differenti: ci sono Paesi in cui è vietata, altri in cui è regolamentata da normative specifiche, altri in cui è permessa, in assenza di norme dedicate, nella forma c.d. solidale, altri che ammettono la pratica anche nella forma c.d. commerciale3. Le disparità normative tra i vari Paesi hanno reso la GPA un fenomeno transnazionale riservato a chi possiede le risorse economiche per affrontarlo. Nei Paesi con un divieto assoluto, come l’Italia, questa mobilità ha prodotto complessi nodi giuridici circa il riconoscimento degli atti di nascita esteri che attribuiscono la genitorialità ai genitori intenzionali e non alla persona gestante.

All’interno dell’economia neoliberista, questa frammentazione normativa accentua le dinamiche di sfruttamento, esponendo a maggiori vulnerabilità le persone già marginalizzate per classe, genere ed etnia. L’approccio proibizionista, anziché tutelarle, si rivela controproducente: “vietare la GPA sradica, isola e criminalizza le lavoratrici gestanti, le spinge nella clandestinità e spesso le obbliga a spostarsi in altri paesi (…) lontano dalle proprie reti di supporto”4.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo lascia agli Stati che aderiscono al Consiglio d’Europa un margine di discrezionalità sulla GPA, vincolandoli al riconoscimento della filiazione in presenza di un legame genetico col minore. L’Italia, fermo restando il divieto di GPA previsto dalla Legge 40/20045, ha recentemente esteso, con la Legge 169/20246, la punibilità7 ai cittadini italiani che vi ricorrono all’estero, anche in Paesi in cui la pratica è legale: una misura criticata per profili di incostituzionalità, contrasto con il diritto europeo e internazionale, sproporzione delle pene e potenziale lesione del preminente interesse del minore.

Se l’orientamento della Corte EDU resta ancorato all’essenzialismo genetico — in contrasto con la logica della PMA dove prevale il principio dell’intenzionalità — la legge italiana rimane ferma ad una visione patologizzante dell’infertilità e alla difesa della famiglia tradizionale. Inoltre il nostro ordinamento, escludendo le persone singole e coppie dello stesso sesso dall’accesso alle tecniche di PMA e all’istituto dell’adozione, stigmatizza e delegittima le relazioni di cura e i legami familiari o genitoriali non ricadenti in un modello eteronormativo naturalizzato8.

Oltre la dicotomia tra mercato e solidarietà

Eppure, le aspirazioni genitoriali di chi sceglie la GPA non differiscono da quelle di chi accede, anche nel nostro Paese, ad altre forme di PMA. La peculiarità della GPA, anziché risposte viscerali o proibizioniste, richiederebbe una regolamentazione capace di tutelare tutte le persone coinvolte: non per sancire un inesistente diritto al figlio ad ogni costo, ma per fissare condizioni e limiti entro cui tale pratica possa considerarsi ammissibile9.

Nel suo volume Gestazione per altre – Oltre la dicotomia tra mercato e solidarietà (Editrice Clinamen, 2025), Emma Capulli, ricercatrice e docente presso l’Università di Bologna, propone un modello di regolamentazione10 della GPA fondata su un’analisi tripartita del fenomeno: “quella etico-filosofica e bioetica di derivazione femminista, centrata su relazionalità e vulnerabilità; giusfilosofica e biogiuridica, che combina la critica giusfemminista al neoliberalismo e un approccio dal basso ai diritti fondamentali; infine, critica e politico-economica, che colloca la GPA nel più ampio biomercato globale”11.

Capulli evidenzia come “la regolazione della GPA non possa essere compresa soltanto nel linguaggio dei diritti, ma richieda una lettura interdisciplinare che relazioni il discorso biogiuridico con l’analisi etico-filosofica ed il contributo della letteratura sociopsicologica e antropologica” . L’obiettivo è quello di superare le dicotomie dell’attuale dibattito pubblico sulla GPA – dono/mercato, scelta/sfruttamento, divieto/libertà – non tanto per “riconoscere diritti individuali, (…) [quanto per] permettere lo sviluppo di relazioni positive, ribilanciando le asimmetrie di potere esistenti” e definendo tutele concrete.

Nel dibattito attuale sulla GPA, è possibile individuare due visioni contrapposte quanto fallaci:

  • la difesa dell’indisponibilità del vincolo gravidanza-maternità, riconducibile a credenze culturali, di matrice giudaico-cristiana o ancorate al principio mater semper certa est, che lo considerano “sacro”, “naturale” o “universale”. Si ritiene “che esista un legame corporeo-nutritivo-emotivo tra persona gestante e feto che possa essere interpretato in termini universali (…). Pertanto, l’interruzione del legame dopo il parto comporta una frattura (…) una violenza verso il bambino e la persona che lo ha partorito (…) [che] invisibilizza la differenza sessuale e la specificità del ruolo femminile nella riproduzione”. Capulli obietta come “la letteratura abbia ampiamente rilevato la natura culturalmente costruita della credenza per cui sia normale (…) maturare un sentimento materno verso il feto prima e il bambino poi”, evidenziando quei “percorsi di GPA vissuti come modalità di autoaffermazione all’interno di progetti relazionali condivisi” che non può essere ricondotta a falsa coscienza o a manipolazione psicologica. In questa direzione, Sophie Lewis sostiene che vi sia “ampio spazio (…) per abbracciare un’etica femminista di sinistra in cui i legami madre-figlio possono essere più facilmente interrotti, ceduti e moltiplicati” .
  • la visione laica e liberale, presente anche nel choice feminism, che tende a “valorizzare la libertà di scelta della persona gestante come decisione razionale”, espressione di autonomia o di empowerment individuale. Capulli ne individua un limite storico, dovuto ad “una nozione astratta e disincarnata di soggetto (…) coincidente con l’uomo, bianco, eterosessuale di classe media (…) la quale ha invisibilizzato le corporeità a esso non conformi”, nel suo “disinteresse per gravidanza e parto (…) [considerando] concepimento e aborto come atti svincolati dal processo gestazionale”. Capulli propone di superare questa nozione astratta di soggetto “proponendo una riflessione che valorizza la corporeità, la relazionalità, la vulnerabilità e l’interdipendenza che caratterizzano sia le soggettività che il loro esercizio di autonomia”.

Sebbene la gravidanza comporti una relazione con il feto e risvolti epigenetici, “il modo in cui questa relazione viene vissuta, riconosciuta e nominata varia sensibilmente in base alla persona coinvolta, al contesto sociale e affettivo e alle emozioni e rappresentazioni che la accompagnano” . Nella GPA, “la relazione tra persona gestante e genitori intenzionali [ha] un ruolo fondamentale nel definire l’esperienza” e pertanto “la scelta di una persona di portare avanti una gravidanza senza manifestare sentimenti materni o volere assumere la genitorialità del nato, non coincide necessariamente con un annichilimento del sé o della propria storia personale”.

Gestazione per altri: una terza via contro ogni integralismo
Raja Segar under license Creative Commons

Tuttavia, l’autodeterminazione della persona gestante “non può essere formulata senza considerare la specificità dell’esperienza di gravidanza”, non in senso essenzialista ma in quanto concretamente “la volontà della persona gestante inizia a formarsi al momento dell’accordo e si costruisce e si consolida progressivamente”. Per questo occorre garantirle sia “il diritto di aborto (…) quanto il diritto di revocare il proprio consenso (…) al termine dell’esperienza. Non riconoscere tale diritto esporrebbe alla critica di ridurre l’autodeterminazione a un principio meramente individualistico ed astratto”. Poiché il percorso di GPA passa attraverso il corpo della persona gestante, “è la sua autonomia a essere prioritaria (…) anche quando ciò comporti una limitazione sostanziale delle aspettative degli aspiranti genitori”. Il consenso di questi ultimi dovrebbe “essere oggetto di revoca solo prima dell’inizio della gravidanza, ma non una volta che l’embrione è stato trasferito in utero (…) per garantire una maggior tutela alle parti ritenute più vulnerabili, quindi alla persona gestante e il bambino” .

Sul piano giuridico, Capulli esplora la non contraddizione tra la GPA e l’ordinamento: “poiché l’ordinamento già reputa lecita l’assunzione di responsabilità genitoriale in assenza del legame gestazionale (adozione), la medesima liceità dovrebbe valere, per coerenza sistemica, anche per la GPA”30. Inoltre, essendo già garantito il parto in anonimato, “non è possibile rilevare un disvalore intrinseco nella possibilità di portare avanti una gravidanza senza assumere la genitorialità del nato.”

Sulla determinazione della genitorialità, Capulli predilige un modello ex ante che riconosce fin dalla nascita il legame legale tra il nascituro e i genitori intenzionali, bilanciato dalla facoltà di revoca del consenso riservata alla persona gestante. Riguardo alla tutela del* nat* da GPA, Capulli evidenzia che “i temuti danni della GPA per i bambini non sono ad oggi confermati dagli studi empirici (…) almeno nei contesti dei Paesi occidentali” dove sono state condotte le ricerche. Inoltre, la trasparenza sulle proprie origini — comunicando a* figl* con gradualità, il prima possibile, ogni informazione rilevante nella costruzione della loro biografia — è direttamente associata a esiti psicologici migliori.

L’analisi di Capulli inquadra la GPA “nel contesto neoliberale contemporaneo (…) di capitalizzazione della vita (…) ovvero di messa a valore in termini economici della vita biologica e dell’intera esistenza” , adottando la prospettiva di Melinda Cooper e Catherine Waldby. Le due studiose hanno descritto il passaggio dal modello economico fordista, in cui il lavoro riproduttivo era svolto gratuitamente dalle donne all’interno dello spazio domestico privato – e integrato da un sistema di welfare pubblico – al modello post-fordista, fondato sulla generale precarizzazione del lavoro, sull’esternalizzazione e mercificazione delle attività di cura – oltre che sulla progressiva riduzione dello stato sociale.

In questa cornice storica il progresso tecnico-scientifico ha favorito la nascita di un “biomercato globale della fertilità, fondato sulla tradizionale divisione sessuale del lavoro ma alimentato da logiche neoliberali”, situato spesso al di fuori di “un sistema terapeutico ben regolamentato e statalizzato – come nel caso del dono di organi e di sangue – (…) grazie ad agenzie private transnazionali” che offrono on-line, ai genitori intenzionali, prestazioni esagerate da strategie di marketing e informazioni spesso inaffidabili, prive di garanzie di attendibilità e oggettività. All’interno di questo sistema, “le persone gestanti sono collocate in una posizione subordinata nelle gerarchie di genere, coloniali e socioeconomiche”.

Sebbene le tecnologie riproduttive offrano potenzialità emancipatorie rispetto ai vincoli biologici, alle disuguaglianze di genere e ai modelli familiari tradizionali, esse rischiano di consolidare le disparità economiche e i rapporti di forza dominanti: “la percorribilità etica della GPA non può essere affrontata senza considerare il ruolo assunto dal mercato nella sua regolazione e rispetto all’esercizio degli interessi a essa sottesi – siano essi quelli riproduttivi dei genitori intenzionali o quelli di autodeterminazione della persona gestante”. Capulli ritiene che nessuno dei due modelli regolamentari attualmente più diffusi, quello c.d. solidale e quello c.d. commerciale, possano superare le criticità insite nel biomercato della riproduzione:

  • Il modello c.d. solidale esclude compensi in nome dell’altruismo e del dono ma rischia di “riarticola[re] (…) schemi oppressivi e subordinanti (…) secondo i quali le donne sono naturalmente predisposte alla cura nella dimensione affettiva e privata, considerata (…) estranea alla violenza e alla coercizione”. Questo modello, prevedendo per la persona gestante “non una retribuzione per il proprio lavoro, ma una compensazione volta a risarcire le perdite e i mancati guadagni (…) viene criticato perché si traduce de facto in uno scambio commerciale” , mentre le attività legate ai servizi legali, medici e d’intermediazione trarrebbero comunque profitto dal carattere oblativo (non ritenuto produttivo) del lavoro gestazionale;
  • Il modello c.d. commerciale (o meglio GPA retribuita) riconosce un compenso “per l’attività corporea, emotiva e relazionale svolta durante la gravidanza”. Tale impostazione solleva obiezioni sulla reificazione/mercificazione del corpo gestante, e sul rischio che il contratto configuri la vendita di un* neonat*. Su quest’ultimo aspetto, Capulli evidenzia che “la critica di compravendita sarebbe fondata solo se il pagamento fosse subordinato all’esito positivo della gravidanza o modulato in base alle caratteristiche del bambino.” Per il resto, l’autrice ritiene che “non vi siano solide argomentazioni per considerare la riproduzione come eccezionale o essenzialmente diversa da altre forme di lavoro umano” . Non sarebbe perciò “il carattere identitario o relazionale di un’esperienza a determinarne, di per sé, l’indisponibilità economica”.

Di conseguenza, “la componente relazione, affettiva e corporea presente nella gravidanza (…) va(…) problematizzata all’interno della generale diffusione di un paradigma neoliberale di lavoro” , analizzando “le criticità legate al lavoro riproduttivo (…) congiuntamente a quelle del lavoro su piattaforma, nei call center, del lavoro sessuale o delle professioni di cura, spostando l’attenzione sulle dinamiche di dominio e sfruttamento che segnano il mercato del lavoro”. Nel Sud globale, ad esempio, la GPA ha offerto un’alternativa a impieghi più usuranti o pericolosi (come la badante, la bracciante agricola o l’operaia tessile); l’obiettivo diventa quindi “migliorare le condizioni di lavoro delle persone gestanti, piuttosto che erigere la dignità umana come baluardo a difesa delle roccaforti della sessualità e della gestazione, lasciando che l’impero neoliberale consumi altrove la propria avanzata”. Nella prospettiva di Sophie Lewis, “considerare la GPA come lavoro (…) apre all’idea che le lavoratrici della surrogazione possano negoziare, sabotare e scioperare”. In generale, “rendere visibile il lavoro della riproduzione sociale (…) non è affatto un fine in sé”ed intendere la gestazione come lavoro equivale piuttosto a descrivere “un processo di assalto alla società salariale” che “vuole smascherare quanto è ridicolo che sia il lavoro a determinare la spartizione dei mezzi di sopravvivenza”.

Gli accordi/contratti tra genitori intenzionali e persone gestanti si rivelano utili poiché la GPA costituisce “una dinamica relazionale complessa, che vede la convergenza di numerosi interessi, diritti da tutelare e bilanciare e di possibili conflitti.“  Tali strumenti, risultando in molti ordinamenti non enforceable, impongono di concentrarsi sulla “definizione delle prestazioni legittimamente includibili nel contratto, piuttosto che sulla presenza o assenza di una retribuzione”, dovendo accertarsi se, “nella scelta rispetto ad altre forme di lavoro e di messa a valore del corpo”, sia intervenuta “l’esistenza di strutture economiche, sociali e culturali in grado di sostenerla” ed idonee a riequilibrare “i rapporti di potere asimmetrici che attraversano pratiche come la GPA” al pari di altre forme di lavoro.

Regolamentare la GPA

In contrapposizione alla “situazione nei Paesi del Sud globale, in cui la pratica si colloca tra la sopravvivenza e l’abuso criminale” , si cita spesso quella “europea o statunitense, dove le persone gestanti dispongono di adeguata istruzione, informazione e potere contrattuale” . Tuttavia un’analisi critica rivela come anche i modelli occidentali possano presentare problematicità, laddove i contratti impongano vincoli stringenti sul comportamento della donna o impediscono la revoca del consenso dopo il parto. Una parte della dottrina, approvando questi contratti soggetti ad esecuzione in forma specifica, sostiene che negare a una donna la capacità di scegliere in autonomia un percorso di GPA riproponga i pregiudizi paternalistici che storicamente ne hanno ostacolato l’emancipazione economica e sociale. Questa impostazione di matrice neoliberale, tramite una radicalizzazione del principio volenti non fit iniuria, trascura le condizioni materiali ed incarnate delle persone gestanti, sulle quali scarica i rischi fisici e psicologici del percorso, oscurando le disuguaglianze di genere e delegittimando gli strumenti pubblici di tutela dei diritti fondamentali.

Per “superare la dicotomia che vede vulnerabilità e autonomia come reciprocamente escludenti e che qualifica le persone gestanti o come vittime o come libere imprenditrici”, Capulli propone che “non sia la presenza o meno di una retribuzione (…) a segnare la percorribilità etica e giuridica della pratica, quanto piuttosto le condizioni concrete in cui essa si svolge” . Da qui scaturisce la proposta di una “GPA relazionale e retribuita” compatibile con i principi costituzionali italiani. In questa cornice, “la tutela dell’autodeterminazione e della dignità della persona gestante non dovrebbe essere ricondotta alla gratuità, bensì al riconoscimento di diritti – come il diritto di abortire e quello di revocare il consenso anche dopo la nascita – senza che l’esercizio degli stessi possa condurre a pretese risarcitorie (…) [per permettere di] far coesistere la natura sociale della pratica” rendendo “l’aspetto economico esplicito ma recessivo rispetto alla tutela dell’autonomia di tutte le soggettività e delle relazioni volte alla realizzazione di un progetto genitoriale”.

La proposta di Capulli si fonda su una gestione rigorosamente pubblica della pratica, limitando l’intervento di cliniche e intermediari privati, al fine di proteggere le vulnerabilità e presidiare i diritti fondamentali. Si prevedono processi normativi e decisionali dal basso, capaci di accogliere le istanze delle persone coinvolte in un’ottica di rinegoziazione continua. Tale approccio partecipativo si estende all’accesso e al controllo delle stesse tecnologie riproduttive, quali “fenomeni sociali, e quindi come strumenti che è possibile trasformare attraverso la lotta collettiva” .

Regolamentare la GPA potrebbe essere l’occasione per affrontare politicamente l’interdipendenza tra cura, riproduzione e lavoro, la ridistribuzione di tempi e risorse, e l’allargamento delle reti di sostegno alla riproduzione socio-biologica. Indagando criticamente come si sviluppa oggi il desiderio di genitorialità, per superarne le logiche patriarcali e neoliberali (oltre che abiliste e coloniali), regolamentare “la GPA può rappresentare un’opportunità per ripensare la famiglia quale un nucleo biologico/genetico basato su un diritto individuale a essere genitori in favore di una prospettiva che valorizza, invece, la formazione di reti di cura e responsabilità condivisa”.

Nuove declinazioni contemporanee — famiglie allargate, elettive, coparentali, reti intergenerazionali, comunità di vicinato e di mutuo-aiuto — testimoniano tanto il bisogno di entrare in una relazione vivibile di cura (anche attraverso la riproduzione biologica) quanto la fatica e l’isolamento di chi cerca di fare, nonostante tutto, famiglia. Considerandola come unità ri/produttiva del sistema capitalista, alcun* ne prospettano la fine, l’abolizione o il rovesciamento, nell’ambito della lotta contro lo sfruttamento e la distruzione della vita (umana e non umana) perpetrate dal sistema capitalista, eterocispatriarcale e coloniale. Si concorda con loro almeno nel considerare con sospetto chi, ancora oggi come a suo tempo Friedrich Engels, ritiene di potere rimandare “l’ordinamento dei rapporti sessuali [a] dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica”.

Se mancano le parole per definire nuove parentele e relazioni di cura — così come per definire appieno il ruolo della persona gestante nell’ambito della GPA — dall’altro si stanno già sperimentando nuove famiglie e immaginando mondi altrettanto rinnovati. Nel romanzo di Marge Piercy Donna sul filo del tempo (1976), alla cupa realtà vissuta dalla protagonista, una donna razzializzata e psichiatrizzata con una vita segnata da abusi e violenze, si contrappone un futuro radicalmente egualitario, ecologista e privo di barriere di genere: una comunità del futuro che si riproduce tramite l’ectogenesi per liberarsi dal vincolo della differenza sessuale (e, attraverso la manipolazione genetica, anche della razza), modifica ormonalmente i maschi per farli allattare, collettivizza cura ed educazione del* bambin*, prevedendo per ognun* tre madri (di qualsiasi genere, non legat* tra loro da relazioni sentimentali), lasciando tutt* liber* di transitare tra i generi. A questa modalità riproduttiva si affianca una società democratica organizzata in piccoli villaggi agrari autogestiti, altamente tecnologici ma perfettamente integrati con l’ambiente e il territorio, dove non esistono denaro, classi sociali né proprietà privata.

Nonostante sia forse “più facile immaginare la fine del capitalismo che la fine della famiglia”11, l’abolizione dello stato di cose presenti dovrà passare anche attraverso forme di genitorialità politica, responsabilità collettiva ed egualitarismo della cura che attuino una “riproduzione contro-sociale ovvero (…) una riproduzione sociale che si oppone alla riproduzione del sociale così com’è”12. Una parte di questa lotta piena di speranza passa anche attraverso nuove, oggi forse appena riconoscibili, eppure già pensabili e possibili, pratiche di GPA.

 

Immagine di copertina: imagerawpixel

 

Note:

1 Corinna Guerzoni, Urban Nothdurfter, Luca Trappolin (a cura di), “Genitorialità queer in Italia – Filiazione, relazioni familiari, percorsi di legittimazione”, Mondadori Università, 2024. In particolare si vedano i capitoli 4.2, 4.3 e 6.

2 Ivi, p. 63.

3 Per una panoramica normativa in materia di GPA dei Paesi che consentono l’accesso a tale pratica, per legge ovvero in assenza di una disciplina specifica, a quali requisiti, e dei Paesi che invece negano tale accesso, può essere utile consultare il sito dell’”Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS” al seguente link: https://www.associazionelucacoscioni.it/mappa-leggi-gpa.

4 Sophie Lewis, “Surrogata universale. Rovesciamo la famiglia”, Fandango libri, 2025, p. 12.

5 LEGGE 19 febbraio 2004, n. 40 Norme in materia di procreazione medicalmente assistita. (GU Serie Generale n.45 del 24-02-2004. Entrata in vigore: 10/03/2004.

6 LEGGE 4 novembre 2024, n. 169 Modifica all’articolo 12 della legge 19 febbraio 2004, n. 40, in materia di perseguibilità del reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da cittadino italiano. (GU Serie Generale n.270 del 18-11-2024). Entrata in vigore: 03/12/2024.

7 Con pene previste da tre mesi a due anni di reclusione e multa da 600.000 a un milione di euro.

8 Per una coppia di uomini gay cisgender, non può pertanto dirsi una libera scelta quella di intraprendere un percorso di GPA all’estero per diventare genitori.

9 L’attivismo LGBTQIA+ e la condivisione tra pari hanno guidato la mia personale esperienza di un percorso di GPA svolto in Ontario (Canada), concluso nel 2022 e caratterizzato dai seguenti principi: accesso universale senza discriminazioni per orientamento sessuale o identità di genere, riconoscimento della genitorialità basato sull’intenzione e non sul legame genetico, senza la necessità di adozione; piena tutela dei diritti della persona gestante — inclusi il diritto di aborto e di revoca del consenso alla rinuncia alla genitorialità fino alla nascita del* bambin*; possibilità di un rapporto aperto e duraturo con tutte le persone coinvolte (la donatrice di ovociti e la persona gestante). L’All Families Are Equal Act del 2016, vigente in Ontario, è consultabile ai link: https://www.ontario.ca/laws/statute/s16023; https://www.ola.org/en/legislative-business/bills/parliament-41/session-2/bill-28. Sulla legislazione canadese si può consultare il link: https://www.canada.ca/en/health-canada/services/drugs-health-products/biologics-radiopharmaceuticals-genetic-therapies/legislation-guidelines/assisted-human-reproduction.html.

10 Altre proposte di regolamentazione consultabili on-line che non è possibile analizzare in questa sede ma trovano comunque spazio nel testo di E. Capulli sono lo schema di progetto di legge “Disposizioni in materia di regolamentazione delle surrogazione di maternità” elaborato da Articolo 29 (https://www.articolo29.it/2018/il-sasso-nello-stagno-uno-schema-di-disegno-di-legge-di-articolo29-per-la-regolamentazione-della-surrogazione-di-maternita/) e la proposta di legge “Disciplina della gravidanza solidale e altruistica”, n. 3016, presentata alla Camera il 13 aprile 2021 promossa in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni (https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/fecondazione-assistita/gravidanza-solidale-per-altri).

11 S. Lewis, “Surrogata universale”, p. 224.

12 H. Hester, Xenofemminismo, p. 69.

A pensarci bene / La Russia ci attacca! ma è solo una fake

A pensarci bene / La Russia ci attacca! ma è solo una fake

A pensarci bene /
La Russia ci attacca! ma è solo una fake

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla pagina Facebook con il consenso dell’autore)

Ieri mattina agli italiani è stato raccontato che la Russia starebbe preparando attacchi con droni contro Italia, Francia e Spagna.
Una storia che ha tutti gli ingredienti per incendiare l’opinione pubblica: Mosca, navi mercantili, container pieni di droni, il Mediterraneo, la parola “escalation”.
Ma quando si comincia a scavare, la storia traballa.
Partiamo come sempre dai fatti.
La notizia nasce da El Mundo. Non da un comunicato CIA o da un rapporto dell’intelligence statunitense reso pubblico e neppure dalla NATO.
Nasce da un articolo di giornale.
El Mundo sostiene che l’intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su una possibile operazione russa e le avrebbe condivise con i governi europei.
Per i dettagli più concreti (i droni Gerbera, le navi, i container, il lancio dal mare) il giornale cita una fonte anonima vicina al ministero della Difesa lituano.
Nel giro di poche ore, tutto questo diventa “la CIA avverte”, “la Russia prepara attacchi”, “Mosca vuole colpire l’Europa”.
John Ratcliffe (direttore della CIA) è andato a Mosca il 25 agosto.
La CBS ha riferito che durante quel viaggio Ratcliffe avrebbe avvertito Mosca di non attaccare i Paesi NATO.
Sempre la CBS aveva anche riferito il 7 agosto di valutazioni dell’intelligence statunitense su possibili azioni russe ibride o difficilmente attribuibili.
Da questi elementi è stata costruita una narrazione molto specifica: droni, navi, Mediterraneo, Italia-Francia-Spagna.
Derivano tutti da una serie di articoli che si citano l’un l’altro, senza fonti.
In pratica, la moltiplicazione delle ripetizioni è diventata la moltiplicazione delle prove.
L’ANSA riporta che l’Italia non ha ricevuto alcun alert relativo a questi presunti attacchi, né attraverso i canali operativi, né quelli di intelligence, diplomatici o militari.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto dice che l’allarme riportato da El Mundo non trova conferma e aggiunge che, in tempi già “difficili” e “nervosi”, non serve altra “benzina sul fuoco”.
E allora perché il titolo è “la Russia prepara attacchi contro Italia, Francia e Spagna” ? (RaiNews, Sky Tg24, Tgcom24, Corriere della sera)
Perché è infinitamente più forte.
“Una fonte anonima riferisce di un possibile scenario che le autorità italiane non confermano” non terrorizza nessuno.
I giornalisti seri dovrebbero intervenire per difendere il lettore.
Perché i cittadini non devono essere costretti a scegliere tra “credere alla CIA” o “credere alla Russia”, ma essere informati su fatti che è possibile verificare.
Dalla fragilità di questa notizia ovviamente non segue che ogni minaccia sia inventata.
La possibilità di attività ibride, sabotaggi, cyberattacchi o provocazioni è un tema reale.
Ma è criminale trasformare un’ipotesi in una certezza alzando il volume.
Il pubblico non può e non deve diventare un bambino da spaventare.
Deve potersi informare sulla base dei fatti, non sulla base di una fotografia emotiva costruita dal sistema mediatico.
Perché quando si comincia a usare la paura come sostituto della prova, la democrazia perde i pezzi.
Non importa se è necessaria per giustificare più armi, più sanzioni, più spesa militare, più sicurezza, più controllo o semplicemente una determinata linea politica.
Chi beneficia della trasformazione di un’ipotesi d’intelligence in una notizia allarmistica?
E soprattutto chi ha interesse a far percepire l’Europa come permanentemente sull’orlo di un attacco?
Perché esiste una differenza enorme fra informare il Paese che esiste un rischio e costruire nell’opinione pubblica la sensazione che l’attacco sia dietro l’angolo.
Se ad oggi non sappiamo nulla di questo presunto attacco, allora la frase corretta è semplicemente questa:
“Non lo sappiamo”.
Cover: Attacco aereo, foto CUBE con licenza Wikimedia Commons
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.
La polpetta avvelenata servita a scuola

La polpetta avvelenata servita a scuola

La polpetta avvelenata servita a scuola

“Polpetta avvelenata“ lanciata sulla scuola è la definizione che Massimo Cacciari e altri sessanta docenti universitari hanno usato per commentare le linee guida per l’insegnamento della filosofia nei licei a partire dal prossimo anno scolastico.

La petizione, che ha ormai raggiunto quasi 30.000 firmatari, specifica che il “fantasioso progetto di egemonia culturale che un governo in ritirata, a legislatura quasi finita. ha partorito, ha coinvolto un numero limitatissimo di esperti, nominati, ovviamente, dal Ministero“.

Anche in non addetti ai lavori, comunque, sono inorriditi sulla vera e propria sparizione dai programmi di Baruch Spinoza, Gottfried Leibniz, Karl Marx,  Antonio Gramsci .

Spariti anche Fichte e Shelling, salvato solo Hegel come portavoce dell’idealismo tedesco.

Raffaello, La scuola di Atene, Musei Vaticani (foto Wikimedia Commons)

Ancora più’ ridicola della sparizione è la raccomandazione di riduzione dello studio di alcuni filosofi, che rivela l’abisso di ignoranza dei compilatori delle linee guida: è concesso di studiare un filosofo a scelta fra Hobbes, Locke e Rousseau, come se fossero intercambiabili, mentre Hobbes parte dallo Stato assoluto governato dal Leviatano e Locke arriva ad elaborare la divisione dei poteri dello stato moderno.

Ma il capolavoro culturale della commissione che ha elaborato  i programmi è il trattamento del grande Kant: siccome scrive La Critica della  ragion pura, La critica della ragion pratica, e la critica del giudizio, per gli esperti è uno che critica tutto, quindi i professori di devono limitare a spiegare l’idea di “critica”.

Anche dopo le legittime rimostranze di filosofi affermati, studenti e professori di filosofia e le conseguenti revisioni del ministero rimangono  ad oggi del tutto esclusi Antonio Gramsci, Michel Foucalt, Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Jürgen Habermas, John Rawls.

Eliminate del tutto le uniche due filosofe citate dai manuali: Hannah Arendt e Simone Weil . 

Sull’eliminazione delle filosofe non c’è da stupirsi, da sempre ignorate anche dai filosofi stessi, come nel caso delle americane Judith Butler e Nancy Frazer (quest’ultima con l’ulteriore difetto  di essere marxista oltre ad essere donna), mai studiate a scuola e poco conosciute in Italia.

Quello che veramente indigna è l’eliminazione arbitraria di grandi pensatori come Gramsci, Foucalt, Habermas, Derrida, oltre ai grandi filosofi classici, dimostrando un provincialismo e una superficialità culturale sorprendente.

Cosa ci resta da studiare allora?

Una non ulteriormente specificata filosofia dell’ottocento italiano (il più famoso è Carlo Cattaneo), Croce e Gentile come new entry nei programmi, ma specialmente il nuovo metodo di studio riduce lo studio del manuale e introduce il debate filosofico su temi come libertà, parità, merito, famiglia, proprietà privata.

Oltre all’orrore di quella che Cacciari definisce giustamente “temeraria esclusione dai programmi di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia”, mi limito ad aggiungere, nella mia modesta esperienza di insegnante di filosofia, che per fare il debate filosofico in classe la filosofia la devi conoscere e anche molto bene, per non scadere nei luoghi comuni e nelle banalità del sentito dire.

È una metodologia già adottata nei licei francesi mutuata dalla disputatio medievale, incentrata sulla discussione di una quaestio proposta dall’insegnante, che gli studenti devono risolvere filosoficamente, utilizzando cioè regole e linguaggio dell’epistemologia filosofica.

Non mi sembra che si possa adottare senza la conoscenza dei concetti di base della filosofia, dei principali autori e del dibattito filosofico contemporaneo.

 

Non mi resta che invitare i lettori a firmare l’appello su change.org:

DIFENDIAMO L’INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA A SCUOLA [Clicca qui]

Cover: Pieter Paul Rubens, Eraclito il filosofo che piange, particolare – foto Gretast Greeks

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Il galateo e l’educazione

Educarci all’educazione
Perché salutare uno sconosciuto che non incontreremo mai più?

Educarci all’educazione .
Perché salutare uno sconosciuto che non incontreremo mai più?

Capita, sulle strade di campagna, di vedere passare gruppi di cicloturisti. Alcuni salutano: un cenno della mano, un buongiorno detto quasi senza rallentare. Altri passano senza alzare lo sguardo.

Mi è capitato più volte di notare una differenza: gli stranieri salutano spesso, gli italiani molto meno.

Non vuol dire naturalmente che gli uni siano educati e gli altri no. Sarebbe una conclusione troppo comoda. Però quel gesto resta e qualche domanda la pone.

Perché salutare uno sconosciuto che probabilmente non incontreremo mai più?

In apparenza non serve a nulla. Non cambia una giornata e non crea un rapporto. Eppure fino a qualche tempo fa veniva quasi naturale farlo.

Da qui si potrebbe cominciare a parlare di educazione.

Non del galateo, delle posate disposte nel modo giusto o delle formule che per decenni hanno regolato i rapporti. Una parte di quel mondo era fatta di convenzioni, distanze sociali, gerarchie. Il bambino che dava del lei all’adulto, l’uomo che si alzava quando entrava una signora, il vestito adatto a ogni occasione. Erano regole precise, spesso rigidissime. Non tutto ciò che abbiamo lasciato indietro merita nostalgia.

Il punto è capire se, insieme alle formalità, abbiamo cominciato a considerare superfluo anche altro.

Salutare entrando in un negozio. Ringraziare. Aspettare che qualcuno finisca di parlare. Tenere una porta aperta per chi arriva subito dopo. Abbassare la voce quando ci sono altre persone.

Per molto tempo abbiamo chiamato tutto questo educazione. Oggi non è sempre chiaro se a questi gesti venga ancora riconosciuto un valore o se appartengano ormai a un repertorio un po’ antiquato, da tirare fuori quando serve.

Tolte le regole più esteriori, l’educazione potrebbe essere qualcosa di semplice: accorgersi degli altri.

Qui il confine fra forma e sostanza è meno netto di quanto sembri. Un buongiorno è una formula. Anche un grazie lo è. Ma una formula non è per forza vuota. A volte è il modo più semplice per far capire all’altro che ci siamo accorti di lui. Smettere di togliersi il cappello entrando in una stanza non cambia molto.

Smettere di salutare o di ascoltare chi parla cambia qualcosa. Non perché esista un codice eterno delle buone maniere, ma perché anche i rapporti più brevi hanno bisogno di un minimo di attenzione.

C’è anche un equivoco da evitare. L’educazione non coincide con l’istruzione e nemmeno con l’appartenenza a una certa classe sociale. Per molto tempo le buone maniere hanno funzionato anche come un segno di distinzione: sapere come stare a tavola, come rivolgersi a una persona, quali formule usare. Si può conoscere bene quel codice e avere pochissimo riguardo per gli altri; si può anche ignorarlo quasi del tutto ed essere attenti a chi si ha davanti.

Non basta quindi sapere quali siano le regole. Conta anche il modo in cui ci comportiamo quando nessuno ci chiede di rispettarle.

Capita di vedere persone impeccabili con il medico, il professore, il dirigente e, poco dopo, sgarbate con chi serve al tavolo o sta dietro un bancone. Le buone maniere, in questi casi, non sono scomparse: vengono usate secondo convenienza. Più facilmente spariscono quando siamo anonimi, nel traffico, in una coda, sui social, nei luoghi in cui è improbabile incontrarsi di nuovo.

Ci diciamo anche che oggi siamo più spontanei, più diretti, che è meglio dire ciò che si pensa piuttosto che nascondersi dietro formule di cortesia.

In parte è vero. Molte vecchie regole servivano a mascherare rapporti tutt’altro che rispettosi. Si poteva essere formalmente irreprensibili e profondamente arroganti. Ma la spontaneità non risolve tutto.

Dire tutto quello che passa per la testa, interrompere continuamente o alzare la voce non significa necessariamente essere più autentici. A volte significa soltanto non porsi il problema di chi abbiamo davanti.

In fondo, molti gesti di educazione chiedono solo questo: limitarsi un poco perché c’è anche qualcun altro.

Una società non è regolata soltanto dalle leggi. Ci sono molti comportamenti che nessuna norma vieta. Possiamo parlare al telefono ad alta voce in una sala d’attesa, entrare senza salutare, non ringraziare, rispondere male senza commettere alcuna infrazione.

Nessuno ci obbliga a fare diversamente. Ed è forse proprio in questo spazio, dove non esiste un obbligo, che l’educazione conserva un senso.

Non rende automaticamente migliori. Una persona educatissima può essere egoista, falsa, persino crudele. Sarebbe ingenuo pensare il contrario.

Ma questo non rende inutile il riguardo per gli altri.

Forse abbiamo avuto fretta di liberarci di certe forme perché le sentivamo vecchie e, nel farlo, non sempre abbiamo distinto ciò che era soltanto convenzione da ciò che invece aiutava a vivere insieme.

Torno allora a quei ciclisti.

Non per stabilire che gli stranieri siano più educati degli italiani. Un saluto visto lungo una strada non dimostra nulla del genere.

Resta una persona che passa, incrocia per pochi secondi un’altra persona e alza la mano.

Non serve a nulla. Eppure lo fa.

Cover: Foto di 👀 Mabel Amber, who will one day da Pixabay

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Parole a capo /
Eleonora Mori: “Una teoria” e altre poesie

Parole a capo / <br> Eleonora Mori: “Una teoria” e altre poesie

Parole a capo /
Eleonora Mori: “Una teoria” e altre poesie

Una teoria
Scrivo una poesia che mostra una teoria.
La teoria è questa:
prendi fiato e mangia una pesca.
Dopo la pesca, riparti da te stessa.
Crea una nuova routine, o comunque un nuovo modo per dire “sono qui”.
Senza la fame, la gioia si sente. Tutta la preoccupazione forse si distende.
Abbi fiducia, anima mia:
dopo la pesca, leggerai la tua poesia.

*

Coraggiosa

Ti chiedo di essere gentile,
senza bisogno di esprimere.
È sufficiente essere, sorridere.
Guarda verso l’alto,
ma non come se ti mancasse il
fiato, semplicemente come se ci fosse il
cielo al posto del prato.
Sei coraggiosa quando insisti,
quando cerchi nel fieno l’unico
pelo.

 

*

 

Hai presente?

Hai presente sbagliare e poi
ricominciare?
Il grido del lupo che non sa
abbaiare.
La goccia leggera
prima del buio,
prima della sera.
Questo invece si chiama sereno,
un po’ come il cielo,
come quando ammettiamo il vero
anche se nessuno è sincero.

Lo senti questo mistero?
Il mondo ne è pieno.

 *

Trovami

Parole dolci per noi che non
sentiamo.
Sotto un manto di speranza,
attendiamo l’arrivo della stella,
chiedendo aiuto ai passanti.
Possiamo sbrigarci a creare un Dio
che non c’è.

Potrebbe essere difficile trovarmi,
se non guardi bene.

 

*

 

Maledizione

Una poesia d’amore,
che ti soffi qualcosa sul cuore.
Che ti tenga sveglio con tormento
Un po’ che ti mastichi quando soffia il vento
Che sia una maledizione
non soltanto una mia opinione
Dolce è il mio sentire
devastante è il tuo avvenire.

 

Eleonora Mori, di origini bresciane, nasce a Manerbio nel 1994 e ha sempre lavorato in ambienti artistici e creativi, ma è nella poesia che ha radici profonde. Uno spazio condiviso e trasmesso da suo nonno, che la vedeva come antidoto alla vita. Ha pubblicato a ottobre del 2025 la sua prima raccolta di poesie, L’ombra masticata, edita da Edizioni La Gru.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’ IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 356° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
 Cover: Milky – way
Ultimi contro penultimi

Ultimi contro penultimi

Ultimi contro penultimi

“Il più grande inganno che il diavolo abbia mai fatto è stato quello di convincere il mondo che non esiste”
(Charles Baudelaire)

Qualche giorno fa, entrando in farmacia, ho visto una signora che, piangendo, stava parlando con la farmacista. La donna, non giovanissima, raccontava di essere una rifugiata ucraina, fuggita dalla guerra e ospitata in città. Tra le lacrime si sfogava per la sua condizione: “Non ho più niente”. Immediatamente ho provato uno slancio di simpatia e affetto.

Poi però ha proseguito: ”Per avere un piatto di pasta devo fare la fila con quegli africani schifosi”. Mi ha gelato.

Lei è una rifugiata. Lei è scappata dalla guerra. Lei ha perso tutto e chiede comprensione. Quegli altri sono africani schifosi. Con quella frase ha evidenziato tutte le contraddizioni e l’ipocrisia del momento storico che stiamo vivendo.

Allo scoppio della guerra in Ucraina si è scatenata la gara di solidarietà: chi non sarebbe stato pronto ad accogliere bambini biondi e con gli occhi azzurri e le loro mamme dalla pelle candida? Giustamente li abbiamo fatti arrivare in aereo, accogliendoli con tutti gli onori. Nel frattempo gli altri, quelli schifosi, quelli che la guerra in casa ce l’hanno da decenni, per avere una speranza di futuro devono attraversare il deserto e il mare, rischiando la morte e in tantissimi casi trovandola, puntando ad essere stipati in centri accoglienza, in condizioni assai problematiche (in qualche caso – molto raro a dire il vero – deportati in Albania).

“Non possiamo accoglierli tutti”. Questo sarebbe anche vero, ammesso che tutte le persone che arrivano da altri paesi volessero restare in Italia. E nella maggior parte dei casi non è così. Ma accettando la tesi del non poterli accogliere tutti, ecco che allora facciamo la cernita: bianchi e biondi sì, neri e schifosi no. Come si fa a negare l’ipocrisia di questo ragionamento?

C’è una riflessione più profonda da fare. La strategia di convincere i poveri, i deboli, che la colpa della loro condizione è di chi sta peggio di loro sembra purtroppo funzionare sempre, senza eccezioni. Così, i colpevoli della condizione misera della donna ucraina non sono i folli (da entrambe le parti) che hanno in tutti i modi alimentato la guerra con la Russia, non sono quelli che hanno sistematicamente boicottato i negoziati per arrivare alla pace, né quelli che fanno di tutto per alimentare il conflitto e farlo durare più a lungo possibile in modo da guadagnare sulla vendita di armi. No, i colpevoli, i nemici, quelli con cui prendersela sono gli africani. Gli schifosi africani – che pure stanno condividendo la sua sorte – sono quelli con cui prendersela.

E’ inutile negarlo: anche se non lo ammettono, sono tantissimi a guardare con occhi diversi i disperati che arrivano in Italia a seconda del loro colore e della loro provenienza. Non voglio chiamarlo necessariamente razzismo, perché la questione è sicuramente più complessa. Resta il fatto che coloro che gestiscono il potere politico ed economico, che fanno in modo di tenere bassi i nostri stipendi, ci allontanano la pensione, tolgono soldi a scuole e sanità, lasciano aumentare la pressione fiscale, appoggiano guerre con le quali non avremmo nulla a che fare in base ad interessi miliardari a scapito delle persone comuni, sono sicuramente i veri colpevoli delle nostre difficoltà, dei sacrifici e delle rinunce che sempre più spesso siamo costretti a fare. (vedi QUI il celebre discorso del giovane candidato al congresso USA James Talarico).

Eppure sono riusciti a convincerci a prendercela non con loro, ma con chi sta peggio di noi. E lo hanno fatto talmente bene da riuscirci anche con chi sta vivendo in condizioni disperate a causa delle loro guerre, quelle sì schifose.

 

Photo cover free copyright unsplash: bambini afroamericani e bianchi 

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Per ricordare e festeggiare Gian Pietro Testa Letture per il 90° anniversario del grande giornalista: Biblioteca Ariostea, giovedì 24/9 ore 17

Per ricordare e festeggiare Gian Pietro Testa
Letture per il 90° anniversario del grande giornalista: Biblioteca Ariostea, giovedì 24/9 ore 17

Per ricordare e festeggiare Gian Pietro Testa

Letture per il 90° anniversario del grande giornalista:
Biblioteca Ariostea, giovedì 24 settembre, ore 17:00

Festeggiare Gian Pietro Testa leggendo brani dei suoi libri, pezzi dei suoi articoli e delle sue poesie è una cosa che gli piacerebbe moltissimo. Perché per Gianni la scrittura era vita e ripercorrerla la tiene viva e vicina a noi. Tutte le forme di espressività per lui erano manifestazioni vitali, o meglio: un modo di stare al mondo, di esprimersi, di dire la sua, di sentirsi vivo e partecipe, sempre in prima linea, impegnato e interessato.

Ecco allora che l’appuntamento in programma per il giorno del suo compleanno, giovedì 24 settembre 2026, nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea (via Scienze 17, Ferrara), diventa un bel modo di ricordarlo e di fare risuonare la sua voce, ancora presente tra di noi in questo 24 settembre in cui ricorrono i 90 anni della nascita.

A organizzare questo momento è stata Riccarda Dalbuoni, giornalista addetta stampa del Comune di Occhiobello, amica ed estimatrice di Testa. La sua idea è stata quella di chiamare a raccolta le voci di chi lo ha amato e apprezzato, facendo tesoro delle sue meravigliose e sempre rinnovate lezioni di giornalismo, per condividerle con tutte le persone che lo hanno stimato e che gli hanno voluto bene.

Per festeggiarlo l’invito è a partecipare a un breve incontro di racconto e letture, in programma per domani (giovedì 24 settembre 2026) alle 17:00 intitolato “Il peso della parola. Scritti giornalistici, poetici e narrativi di Gian Pietro Testa”. Il pomeriggio sarà occasione per ricordare il suo modo investigativo e battagliero di fare giornalismo, ma anche la vena sarcastica e tagliente della sua prosa e quella, inaspettatamente ascetica e spirituale, della poesia. Sperando di riuscire a trasmettere la sua sensibilità, l’ironia e quella vena malinconica e struggente dei versi.

Tre anni dopo la sua scomparsa, è bello che ci sia sempre chi ha voglia di dedicare energie e pensieri per portare avanti la memoria e i messaggi di cui ha riempito giornali, libri, ma anche quadri, tele, incontri e discorsi.

Per me Gian Pietro è stato maestro e amico dai tempi della scuola di giornalismo che fondò, a Bologna, sotto l’egida di Regione e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna. Un’impresa realizzata sotto la sua spinta incessante a voler comunicare nel migliore dei modi e a promuovere una professionalità fatta di rigore ed entusiasmo, abnegazione e volontà di conoscere, indagare, diffondere. Con un’attenzione, che non è mai venuta meno, per la precisione, l’asciuttezza e l’esattezza delle parole. Le sue lezioni si basavano sull’assenza di fronzoli e di tutti quegli aggettivi ridondanti, di quei modi di dire burocratici, poco comprensibili,  di maniera, che ne fanno un maestro più che mai attuale per chi ama scrivere e per chi, poi, può apprezzare quel leggere!

Da quando Testa è morto – nel gennaio del 2023 – chi l’ha conosciuto, apprezzato e beneamato ha potuto ricordarlo ogni anno. Due mostre sono state rese possibili dalla disponibilità di suo figlio Enrico e dei familiari e amici a fare esporre i quadri che per tutta una vita ha dipinto come attività collaterale alla scrittura. La mostra Gian Pietro Testa, il giornalista che amava dipingere si è tenuta a Ferrara dal 2 al 20 marzo 2024 alla Idearte Gallery (ProArt) in via Terranuova 41, a Ferrara. “Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte” è stata, l’anno successivo, l’esposizione di quadri, volumi, pagine di giornali e oggetti personali (come la macchina da scrivere e la tavolozza) allestita dal 24 novembre all’8 dicembre 2025 nella sala espositiva del Sistema Museale di Ateneo di UniFe, a Palazzo Turchi di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara.

L’evento in Biblioteca Ariostea di Ferrara ha ottenuto il patrocinio del Comune di Ferrara, Ordine dei giornalisti Emilia Romagna e Assostampa Ferrara. Ingresso libero e contributi ben accolti.

In copertina: Gian Pietro Testa alla sua scrivania nella casa di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti). Nelle altri immagini la locandina e l’ingresso della Biblioteca Ariostea a Ferrara

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In mezzo scorre il Fiume. Per una cartografia dei luoghi invisibili

In mezzo scorre il Fiume. Per una cartografia dei luoghi invisibili

Il Po come set cinematografico

Alcune persone amiche passate di qua a Ravalle, meditando sul paesaggio, hanno trovato analogie o termini di paragone tra il Fiume Po e il Fiume Niger.
Altre tra il Po e il Mekong.
Altre ancora tra il Po e il Giordano.

Passeggiare sull’argine, scendere a riva o salire a bordo del barcone, consente di vivere momenti di fluidità percettiva e sempre riaffiorano alla mente, come isole nella corrente, ricordi, sensazioni e riflessioni geografiche, ecologiche, storiche, economiche, sociali, riconducibili a una infinità di filoni narrativi: archeologia, antropologia, letteratura, poesia, musica, teatro, fotografia, cinema…

Il fiume, patrimonio ancestrale, è un punto nodale di esistenza: ognuno di noi non può dimenticare i contatti che avuto con il fiume, con il suo aspetto, con le sue acque e le sue genti. 

Quando ci si incontra lungo questa via dell’acqua che scorre, è impossibile non sentirsi attratti e coinvolti dalla malìa di questo prezioso luogo della geografia della memoria. 

Qui, ognuno di noi può vedere le stesse cose che vedono altri, ma in quel suo modo specifico e personale, potrà vederle soltanto lui o lei.

Il Cinema come luogo della memoria 

A Ravalle in località Sabbioni, a 13 km di ciclovie e strade provinciali per chi proviene da Ferrara, Bondeno, Pontelagoscuro o Santa Maria Maddalena, sopravvive un vecchio cinema, un gioiello d’altri tempi, oggi sede di un progetto sociale aperto a tutti coloro che desiderino farlo rinascere a due passi dall’argine Riva Destra Po, negli stessi paesaggi fluviali e golenali che il regista ferrarese Michelangelo Antonioni iniziò a documentare nel 1943 nel suo primo lavoro “Gente del Po” e che nel 1957 scelse per ambientare le sequenze iniziali del film “Il Grido”.

Quando il fregio del cinema è ben esposto al sole si intravvede che la decorazione è composta da due scritte sovrapposte. 

Una è sicuramente TEATRO BALBO scritta nero su bianco, come tutte le scritte sui muri di propaganda fascista, nei tardi Anni Venti/inizio Anni Trenta, cioè subito dopo la costruzione in stile neo-romano e la sua messa in funzione come piccola sala di provincia. 

L’altra scritta potrebbe essere CASA DEL POPOLO, e in questo caso, secondo le testimonianze raccolte dai residenti più anziani, sarebbe stata sovrapposta nei giorni successivi il 25 Aprile 1945 con vernici di colore rosso, oggi non più visibili.

Edificato come cinema-teatro, nel corso del tempo è stato usato come sala da ballo, deposito di farina per il mulino sorto al suo fianco, officina meccanica e garage.

Fu dirigendo la cinepresa sugli argini del Po che Antonioni riuscì a trasformare in immagini le sue intuizioni di giovane regista: per Antonioni  il Po assumeva, nella sua vastità e nelle sue dure condizioni di vita, aspetti di paesaggio estremo, quasi africano. 

Il suo primo documentario ritraeva la vita quotidiana di intere famiglie di braccianti agricoli che formavano delle comunità seminomadi galleggianti. Vivevano dentro a convogli di grandi barconi, trainati da un rimorchiatore, e attraccavano presso la riva che richiedeva manodopera stagionale per i lavori agricoli da svolgere nei campi di canapa e frumento posti al di qua e al di là degli argini, nel Polesine rodigino e nelle valli del Basso Ferrarese. 

Di quei convogli non è oggi rimasto quasi nulla, ma subito dopo aver percorso la salita di via Robissa e fatto due passi o due pedalate sul tratto di ciclabile FE20 intitolato a Gino Bartali,   si possono raggiungere barconi galleggianti frequentati da persone che con il fiume continuano ad avere un rapporto quotidiano.

Il territorio comprensivo del Comune di Ferrara e di Bondeno denominato Riva Destra Po è un percorso naturalistico di eccellenza: in località Ravalle-Porporana-Salvatonica-San Biagio la confluenza del fiume Panaro come ultimo affluente e l’immissione del canale artificiale Cavo Napoleonico, determinano una delle più suggestive connotazioni paesaggistiche alla vastità delle acque del Grande Fiume poco prima che si ramifichi nel Delta.

La complessità di un tale contesto ambientale idrogeologico e la bellezza paesaggistica di questo ecosistema fluviale è riconosciuta come unica in Italia e in Europa, ma queste località hanno oggi, come caratteristica peculiare, quella di essere in continuo e progressivo declino demografico, registrando condizioni di spopolamento, isolamento, fragilità sociale e carenza di servizi. 

L’urgenza di agire a favore della conservazione della memoria popolare, della storia, cultura, usi, costumi, tradizioni, arti, mestieri, saperi e sapori che rischiano di andare via via dispersi e dimenticati, si sta traducendo nel recupero di luoghi dimenticati, dismessi o abbandonati e nell’ambientazione di eventi culturali e ricreativi aperti a tutti.

Un Po di Neorealismo

Per la filmografia italiana dei primi anni ’40, la scoperta del paesaggio del Po è stato uno degli elementi essenziali nella formazione di un cinema diverso e innovativo, lontano dai moduli di cartapesta di Cinecittà.
“
Vorremmo –scriveva nel 1939 Michelangelo Antonioni- una pellicola avente a protagonista il Po, nella quale non il folclore destasse l’interesse, ma lo spirito, cioè un insieme di elementi morali e psicologici”.

Quattro anni più tardi, il regista ferrarese realizzò “Gente del Po”, un viaggio nel quotidiano che ha come protagonista il paesaggio del fiume e la sua gente comune. In contemporanea, a pochi chilometri di distanza, Luchino Visconti ambientò il suo primo film “Ossessione” considerato uno dei capostipiti del Neorealismo.

Nell’articolo “Per un film sul fiume Po”, pubblicato nella rivista Cinema n.68, Michelangelo Antonioni affermava: “Questa è la mia sola presunzione: di avere imboccato da solo la strada del neorealismo. Eravamo nel ’43. Visconti girava Ossessione sulle rive del Po, e sempre sul Po, a pochi chilometri di distanza, io giravo il mio primo documentario. 

Il Po di Volano appartiene al paesaggio della mia infanzia. Il Po a quello della mia giovinezza. Gli uomini che passavano sull’argine trascinando i barconi con una fune a passo lento, cadenzato, e più tardi gli stessi barconi trascinati in convoglio da un rimorchiatore, con le donne intente a cucinare, gli uomini al timone, le galline, i panni stesi, vere case ambulanti, commoventi. Erano immagini di un mondo del quale prendevo coscienza a poco a poco.

Accadeva questo: quel paesaggio che fino ad allora era stato un paesaggio di cose, fermo e solitario, l’acqua fangosa e piena di gorghi, i filari di pioppi che si perdevano nella nebbia, l’Isola Bianca in mezzo al fiume a Pontelagoscuro che rompeva la corrente in due, quel paesaggio si muoveva, si popolava di persone e si rinvigoriva. Le stesse cose reclamavano un’attenzione diversa, una suggestione diversa. Guardandole in modo nuovo, me ne impadronivo. Cominciavo a capire il mondo attraverso l’immagine, capivo l’immagine. La sua forza, il suo mistero. Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa. Così è nato Gente del Po. Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte da lì.”

Si direbbe che ci siano momenti dello sviluppo sociale di un Paese in cui certe condizioni di esistenza e certe contraddizioni sociali si possono cogliere dall’immagine in maniera immediata e possono essere portatrici di una loro spontanea forza poetica. Questa è sicuramente una delle lezioni del Neorealismo italiano impartito a più voci e a più riprese proprio qui, e non a caso, sugli argini e nei margini del Grande Fiume. 

Ma oltre a ciò, in Gente del Po e ne Il Grido la realtà di un paesaggio padano e ferrarese è l’elemento fondamentale entro cui i personaggi vivono recando i segni dei suoi riflessi, come in una sorta di autoritratto socio-ambientale collettivo. Lo sguardo di Michelangelo Antonioni, per sua stessa ammissione, si è collaudato, costruito e formato qui, soffermandosi attento sui nostri paesaggi fluviali così “africani” nella loro vastità e durezza di vita.

Ad un primo sguardo il Po sembra un fiume piatto, calmo e placido, ma è un equivoco che nasce dal fatto che è molto ampio, come un piccolo mare attraversato da lunghi ponti, chiuso da ripide sponde e protetto da alti argini.

Il suo carattere torrentizio produce forti correnti e vorticosi gorghi, l’alternanza dei periodi di piena e di secca fa’ sì che dai fondali emergano isole alluvionali o che le ondate di piena lo colmino fino ai margini, trascinando a valle enormi quantità di fango e detriti vegetali galleggianti. Questo forte impatto visivo produce uno spaesamento orientativo che inizialmente tranquillizza e rasserena, ma che poi si trasforma in un’ indefinibile sensazione di irrequietezza perchè in realtà e’ un fiume insidioso, infido, duro, sempre mutevole e incombente, dai forti contrasti. 

Anche la vita della Gente del Po è sempre stata dura e contrastata.

Sono state queste particolari condizioni di vita ad ispirare opere che a cominciare dai primi anni del dopoguerra hanno impresso nel nostro immaginario collettivo i tratti caratteristici di uomini e donne straordinari, inseriti in un paesaggio dominato dalle acque.

Cartografia dei luoghi Invisibili

La rassegna “In mezzo scorre il fiume” seconda edizione 2026, partirà da Ravalle venerdì 25 settembre con la presentazione e avvio di un progetto specifico che prevede incontri, teatro, cinema e musica dal vivo, a cura di Officina Teatrale A_ctuar e Comitato Genti del Po.

24 ottobre: un pomeriggio a Ravalle, un tramonto sul PO e molte cose da non perdere
Itinerari, spettacoli site specific e incontri lungo le sponde del fiume Po

É un progetto di immaginazione collettiva che indaga memorie e territorio per ripensare decisioni, ruoli, vulnerabilità e possibilità; uno spazio di dialogo tra le Arti e il paesaggio; un laboratorio di cartografia non turistica; una rete viva a cui possono aderire cittadine e cittadini di tutte le età, associazioni, artiste e artisti. 

programma completo, adesioni e prenotazioni all’indirizzo:
www.officinateatraleactuar.it/post/in-mezzo-scorre-il-fiume-1


In copertina: Il cinemino “il Grido” di Ravalle recentemente restaurato – foto Lauro Casoni.

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore

FEDERICO GARCÍA LORCA, UN POETA MITO TRA BODINI E MACRÍ

FEDERICO GARCÍA LORCA, UN POETA MITO TRA BODINI E MACRÍ

Federico García Lorca, un poeta mito tra Bodini e Macrí

La Spagna, come l’Italia, ha avuto un grande, grandissimo Novecento poetico. Un Novecento in parte segnato, nei due paesi, sia pure in modo diverso, dalla dittatura, dalla guerra, dalla difficoltà perfino di praticare senza rischio la poesia.

In Spagna tutto assunse immediatamente, con lo stesso avvio della guerra civile, una dimensione tragica: un triennio di stragi e il regime assolutista che ne seguì mostrarono poi all’Europa a cosa aveva condotto quella lotta fratricida con la conseguente privazione della libertà destinata a durare decenni.

Per molti giovani intellettuali italiani nati/cresciuti negli anni Dieci e Venti e ancora non impegnati politicamente quel drammatico evento fu l’occasione per una presa di coscienza e per un distanziamento graduale dal regime. La notizia della morte di Lorca, circolata clandestinamente e spesso in ritardo, produsse un effetto choc e ben presto Lorca e la sua opera ne divennero un simbolo.

Basta pensare a quel che accadde in Toscana, a Firenze, nel cuore di quella che sarebbe diventata la terza generazione della nostra poesia. Lorca venne conosciuto dai giovani fondatori, teorici, autori dell’ermetismo fiorentino che si identificavano nel binomio letteratura come vita (tra questi Bo, Macrí, Luzi, Bigongiari, Parronchi…) grazie alle letture che, nel corso degli incontri giornalieri alle Giubbe rosse, ne faceva un ligure appena un po’ più anziano di loro, Carlo Bo.

Nessun dubbio c’era, già allora, sull’importanza del poeta assassinato e sullo scandalo/orrore della sua morte. A inserire Lorca in un precoce e profetico panorama della poesia spagnola, in particolare della generazione del ’27 (o del ’25, come avrebbe preferito chiamarla Macrí) d’altronde aveva già provveduto anni prima l’antologia Poesía española 1915-1931 curata nel 1932 da Gerardo Diego. Quel libro, che aveva proposto, tra gli altri, testi di Unamuno, Manuel e Antonio Machado, Pedro Salinas, Federico García Lorca, Jorge Guillén, Dámaso Alonso, Rafael Alberti…, era ben conosciuto da Eugenio Montale:  da una lettera a Bodini sappiamo che Macrí glielo chiese in prestito nel dicembre del 1940.

Nello stesso mese di quell’anno, terminata a Firenze l’università e tornato nella “fossa dei leccesi” (come l’avrebbe chiamata), Vittorio Bodini scriverà a Macrí sollecitando un incontro. Confinati dal lavoro (Macrí) o dalla sua mancanza (Bodini) nel loro Sud odiosamato, i due, che non si erano conosciuti nella città toscana, divennero subito amici, si scrivevano praticamente ogni giorno, si incontravano, collaborando e progettando riviste, discutendo di poesia e di traduzione.

La letteratura spagnola era al centro dei loro interessi, in particolare il Novecento, e in quello naturalmente il grande Federico. Se ne disputavano i testi, spartendosi il lavoro senza curarsi troppo delle traduzioni di Carlo Bo (del ’40-’41) sulle quali – benché fosse un caro amico – già allora avanzavano riserve. Macrí scriverà infatti a Bodini nel settembre del ‘45:

“Quanto a Lorca, traducilo pure […]. Il mio Lorca che uscirà dalla Santa Radegonda di Milano comprende le poesie non tradotte da Bo, più il Llanto metricamente tradotto. È chiaro (se sai come traduce […]) che puoi tradurre alcuni poemi di Bo, che poi sono i più belli”.

La passione era tale che in seguito, e non solo su Lorca, ci sarebbe stata tra loro perfino qualche tensione per aggiudicarsi le traduzioni. Né la cosa stupisce se si pensa al fascino esercitato complessivamente dal mondo ispanico, dagli autori del Siglo de Oro e del Novecento.

In particolare li intrigava Lorca che, per coincidenza di strutture genetiche, di categorie generali, ancora prima di conoscerla direttamente rendeva sintonica al Sud una terra come quella andalusa, “tutto il giorno infuocata, incornata dal sole”, antica, con testimonianze preistoriche e pozzi di serpi, superstizioni, fatture, angoscia e ossessione di sesso e di morte. Una terra di finestre, balconi, donne brune, vasi di fiori, gerani, e una luna a brillare lontana su tutto.

Anche in assenza di dichiarate coincidenze basta leggere Bodini per trovare consonanze con il mondo andaluso: basti pensare a come trasformi in flamenco una canzone intraudita che gli pare gridare la sofferenza di esistere.

La sua Spagna, quella dei racconti del ’47 (Capo d’anno a Puerta del Sol, Introduzione al flamenco, Banderillas de fuego) nasce per altro fin dall’inizio come quella lorchiana nella coscienza della deformazione, della surrealtà. È una Spagna viva e morta, reale e fantastica, angelica e demoniaca, mediata dalle immagini, dalle figure, dalle maschere del Prado, fatta presente all’Europa per forza di Goya, di Picasso, di Lorca. La gitana che Bodini racconta di avere incontrato nel suo viaggio in terra di Spagna sarà vibrante di duende come quella celebrata da Lorca, che non a caso Bodini ricorderà nella sua Introduzione ai poeti surrealisti spagnoli.

L’inquietudine di Bodini, l’inquietudine dei suoi personaggi (penso in particolare al racconto Il duello del Contino Danilo, con un protagonista che in qualche modo gli somigliava) si sarebbe potuta calmare soltanto con la vincita sul tavolo da gioco, con il raggiungimento di quel duende che – Lorca docet – non è appannaggio soltanto della danza e del canto e che può/deve iniziare anche con una discesa agli inferi seguita dal silenzio e dal mèlos.

“Verdadero estilo vivo”, “espiritu oculto de la dolorida España” di Lorca, anima nascosta e viva del tragico Sud, il duende sarebbe stato per il contino Danilo e per il suo autore l’unica posta vera in gioco al tavolo delle carte.

La storia di quel desiderio talvolta tradito, il rimorso per la sua dilazione, la presenza del rischio avrebbero accompagnato, così come per Lorca (“el duende no llega si no ve posibilidad de muerte”), l’esistenza di colui a cui è stato dato un termine, un plazo di tempo da vivere, e che su quella scadenza misura ciò che non si potrà più fare.

Ad accompagnare la perdita delle possibilità di futuro non potrà esserci che la disincantata lucidità e leggerezza del vinto/vincitore Danilo:

“[…] sentiva che la perdita vera sarebbe stata quella del grande banco della sua vita, che comprendeva viaggi e paesi sconosciuti, incontri straordinari, libri da leggere o libri che avrebbe forse scritto […]”

o il pianto di Lorca che, nella suggestiva introduzione di Bodini al Teatro, accompagna la propria morte con il lamento per le sue opere perdute, per sempre vietate alla poesia:

“Piangeva dunque il poeta per l’irrimediabile perdita di quel dono, per i tesori della poesia che sarebbe caduta sordamente inespressa sotto quell’immotivata scarica di fucileria, mentre lo portavano a morire contro un muro bianco”.

Il compianto, il Llanto por Ignacio Sánchez Mejías sarebbe divenuto, spostato l’orario della morte all’alba, anche quello per il suo cantore. Federico come Ignazio: ambedue giovani e pieni di vita, emblema di un paese amato. Sulla versione di quel Llanto si sarebbero intrecciate le traduzioni, sarebbero scoppiate polemiche (si pensi a quella tra Sciascia e Macrí, che avrebbe coinvolto in difesa di quest’ultimo anche Giorgio Caproni).

Lorca dunque, e la Spagna. Bodini sarebbe arrivato a Madrid alla fine del ’47, stordito e affascinato da un mondo tanto diverso e pieno di vita. Macrí lo avrebbe raggiunto per qualche giorno nell’ottobre del ’48. Quell’esperienza lo avrebbe profondamente turbato e commosso.

Macrí si era insomma calato in quel mondo che solo un anno prima, nel luglio ’47, l’amico Vittorio lo rimproverava di non conoscere (“Sono meravigliato della temerarietà con cui parli e scrivi di Lorca senza conoscere il flamenco”), aveva capito in loco la disperazione da cui scaturiva il cante jondo, il significato profondo di sfida con la morte insito nel rito/spettacolo della corrida (al proposito non si possono dimenticare, accanto al celebre Llanto, le splendide pagine di Lorca su Juego y teoría del duende), aveva capito anche il fascino e rischio insito nella vita condotta dall’amico, dopo la perturbante esperienza di una  “juerga di 13 ore (tredici ore!) dalle dieci di sera alle undici di mattina con gitani, facchini e scaricatori di porto per varie taverne d’ogni tipo, in un flusso eracliteo di canti, balli e manzanilla”.. E non avrebbe scordato niente.

Il clima ispanico sperimentato a Madrid in quel primo viaggio, insieme ai palmizi, agli olivi, ai gerani dell’Andalusia di Lorca, sarebbe tornato nella sua lettura postuma dei versi di Bodini grazie alla felicissima formula di “Salento ispanizzato” e di “Spagna salentinizzata” usata a commento di poesie ove a dominare sono i cieli bassi di una terra scabra, assolata, sulla quale non “passa un sogno”.

Quasi che solo dalla geometrica essenzialità del paesaggio del Sud potesse nascere, in un poeta come Bodini generato e condannato a quelle terre, una parola antilirica, “senza musica”, capace di declinare il mondo (si pensi a “Sostantivi e le capre senza musica”); una parola bidimensionale, astratta (al pari del paesaggio, essenzializzato e ricondotto alle sue linee portanti), una parola priva di agganci e luoghi di rifugio (“La pianura mirare a perdita d’occhi, / senza case, senz’alberi, senza una lettera: / livello di un’assenza”).

Detto questo Lorca e la Spagna sarebbero state al centro anche di un sopito risentimento che avrebbe contribuito a motivare tra i due amici fraterni una temporanea ma lunga e sofferta distanza. Nel progettato preambolo alle sue poesie steso da Macrí, Bodini si risente proprio per l’accostamento stabilito con il grande poeta spagnolo. Gli avrebbe replicato infatti nel gennaio del 1950:

“Parli molto di Lorca […] scriveranno su un giornale a rotocalco articoli dal titolo: Il Lorca italiano vive a Lecce. È ciò giusto? Sarebbe giusto? Ammetto che vi è per fatale necessità di paesaggio una coincidenza nella dissonanza luce-sogno […]  Sud è un poemetto oggettivo, incontro (dici bene, casuale) con la volontà d’un paesaggio. Ecco la coincidenza con l’Andalusia lorchiana, e giustificato il riferimento. Ma che significa insistere sulle mie presunte strutture lorchiane? E citi Calle del Pez: forse perché c’è una chitarra?”

Sosteneva così l’originalità anche dall’amato modello lorchiano delle sue “case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado” e dell’ “arso terriccio” su cui, in liriche quasi testamentarie, avrebbe dichiarato di voler versare, in una sorta di cupio dissolvi, il whisky di una morte sui cui “l’oscenità canticchia assassinata” (“Se bere un whisky è versarlo sull’arso terriccio della propria tomba […]”: Night II).

In copertina: cover del disco Ricordi del 1960 del Compianto per Ignazio
In copertina e nel testo foto dell’autrice.

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La Suggestione degli Inizi: Monterosso, l'alba e dopo

La Suggestione degli Inizi: Monterosso, l’alba e dopo

La Suggestione degli Inizi: Monterosso, l’alba e dopo

Adoro seguire il movimento del sole, all’alba e al tramonto. Sono due passaggi che sembrano parlare lingue opposte: il tramonto raccoglie ciò che è stato, mentre l’alba contiene ciò che ancora non ha preso forma. L’uno torna sul giorno trascorso, l’altra apre un tempo nel quale qualcosa comincia ad accadere.

Stamattina ho voluto vedere l’alba a Monterosso, uno dei luoghi che mi sono più cari. Un paese che custodisce la mia infanzia, la mia adolescenza e legami che resistono al tempo e nel tempo. Tornare in un luogo simile non significa semplicemente ritrovare ciò che si è lasciato. I luoghi dell’infanzia non rimangono immobili ad aspettarci: cambiano mentre cambiamo noi e, ogni volta che vi facciamo ritorno, ci restituiscono qualcosa che riconosciamo e qualcosa che, invece, ci appare irrimediabilmente perduto.

Forse è proprio questo a renderli così importanti. Non ci riportano indietro, ma ci permettono di misurare la distanza tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. Il paesaggio sembra lo stesso, ma non sono più gli stessi gli occhi con cui lo guardiamo.

All’alba Monterosso si risveglia lentamente. Alcuni turisti partono, altri arrivano trascinando valigie lungo le strade ancora semivuote. Sulla spiaggia striminzita c’è già chi occupa il proprio posto, prima che, nel giro di poche ore, ogni centimetro venga conquistato. Qualcuno è già in acqua e si gode la calma del mare, prima che altre persone ne trasformino il ritmo e i suoni.

C’è chi fa sport dentro una cornice particolarmente suggestiva: chi corre, chi nuota e chi semplicemente cammina, come me, cercando di cogliere ogni sfumatura di ciò che cambia. Lo sguardo si ferma sulle increspature del mare, segue il profilo della montagna che sembra sprofondare nell’acqua, si perde all’orizzonte.

I bagnini cominciano ad aprire gli ombrelloni. Il sole illumina una parte dopo l’altra, come se restituisse progressivamente le cose alla vita. Per un po’ si sente soprattutto il rumore delle onde; poi quel suono viene lentamente coperto dai passi, dalle voci, dalle serrande dei negozi che si alzano, dai mezzi che scaricano merci. Il giorno prende piede e il paese, minuto dopo minuto, cambia volto.

Mi colpisce sempre questo passaggio. Non c’è un istante preciso nel quale la notte finisce e il giorno comincia. Esiste piuttosto una zona incerta, un tempo di mezzo nel quale il buio non è ancora scomparso e la luce non ha ancora occupato tutto. È forse questo il tratto più interessante dell’alba: non la retorica del nuovo inizio, secondo la quale sarebbe sufficiente voltare pagina per cancellare quanto è accaduto, ma la possibilità di osservare una trasformazione mentre avviene.

Siamo abituati a riconoscere i cambiamenti soltanto quando il loro esito è già visibile: una relazione finisce, una decisione viene presa, un nuovo progetto ha finalmente un nome. Più difficile è vedere la trasformazione nel suo farsi, quando ciò che era non è ancora scomparso e ciò che sarà non si è ancora definito.

Anche nella vita psichica i cambiamenti raramente si presentano come svolte nette. Non ci svegliamo improvvisamente diversi, liberati da ciò che ci ha fatti soffrire. Il passato non scompare quando qualcosa ricomincia: come la notte nell’alba, rimane sullo sfondo. Può però essere ripreso, interrogato e collocato diversamente nella nostra storia.

È questa, forse, una delle trasformazioni più profonde: non modificare ciò che è accaduto, impresa impossibile, ma cambiare il posto che occupa dentro di noi. Un’esperienza può appartenere alla nostra storia senza determinarne ogni pagina successiva. Una perdita rimane tale, ma può smettere di coincidere con l’intero orizzonte dell’esistenza.

Ricominciare non significa allora ripartire da zero. Significa poter dare un’altra forma a ciò che c’è stato. L’alba non cancella la notte: nasce proprio dalla sua trasformazione.

Mentre cammino incrocio persone delle quali colgo soltanto frammenti di discorsi. Qualcuno racconta un problema amoroso, una discussione familiare o una lite con un’amica. Le parole arrivano per pochi istanti e subito si perdono alle mie spalle. Intuisco che, mentre il paesaggio muta sotto la luce, anche molte vite stanno attraversando passaggi dei quali dall’esterno non si vede quasi nulla.

Le trasformazioni più importanti non producono sempre un’immagine immediatamente riconoscibile. Possono procedere attraverso esitazioni, ripetizioni e apparenti immobilità. Anche quando sembra che nulla cambi, qualcosa può essersi già mosso: una domanda formulata diversamente, una certezza che comincia a incrinarsi, una parola nuova al posto di quella ripetuta da sempre.

Intanto Monterosso si riempie. Gli abitanti, pur sapendo che il turismo rappresenta la principale risorsa del paese, appaiono sempre più privati dei propri spazi e stremati dalla quantità di persone che lo attraversano. La bellezza attira, ma rischia di modificare un luogo fino a renderlo estraneo a chi lo abita.

Esiste una differenza tra attraversare un luogo e viverlo. Il turista cerca l’immagine da trattenere; chi vi abita fa i conti con gli spazi occupati, il rumore e la fatica di riconoscere come proprio un paese esposto allo sguardo degli altri. Non tutte le trasformazioni sono una conquista: alcune aprono possibilità, altre consumano lentamente ciò che pretendono di celebrare.

Prima dell’arrivo della folla, il paese non è ancora diventato l’immagine che tanti vengono a cercare. In quelle prime ore convivono le sue diverse anime: il luogo dei ricordi e quello del turismo, la casa di chi vi abita e la meta di chi arriva, il borgo silenzioso e quello che tra poco sarà gremito.

È bello osservare i volti sorpresi dei turisti davanti a un simile spettacolo naturale. Guardano il mare, la montagna e le case colorate ammassate le une sulle altre. Da lontano ci si domanda come sia possibile passare in mezzo a quell’intreccio; poi, una volta entrati, si aprono vie, viuzze, archi e negozi.

Le Cinque Terre sono anche questo: luoghi che sembrano non avere spazio e che, una volta dentro, continuano ad aprirne. Anche lo sguardo si trasforma: ciò che da lontano appariva compatto rivela passaggi e prospettive impreviste.

Continuo a camminare mentre il sole sale e Monterosso diventa il paese affollato che tutti conoscono. Ciò che ho visto poco prima non scompare, ma arretra, coperto dal pieno del giorno. Rimane come una trama meno visibile.

Forse amo l’alba proprio per questo. Non perché prometta ingenuamente che tutto sarà diverso e nemmeno perché consenta di dimenticare ciò che è stato. L’alba mostra che la luce non arriva tutta insieme, che ogni trasformazione richiede un tempo e che persino ciò che sembra immobile viene continuamente ridisegnato.

Ci ricorda che non diventiamo altro da noi da un momento all’altro. Cambiamo per passaggi quasi impercettibili, mentre qualcosa resta e qualcos’altro assume lentamente una forma nuova. Prima che il giorno prenda piede, esiste un breve tempo nel quale questa trasformazione diventa visibile. Basta fermarsi a guardarla.

In copertina e nel testo: Monterosso, scatti di Chiara Baratelli

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La società che ha esternalizzato l'amore

La società che ha esternalizzato l’amore

La società che ha esternalizzato l’amore

Come una civiltà ha trasferito il comandamento più esigente del cristianesimo – “ama il prossimo tuo come te stesso” – dal cuore alle istituzioni e che cosa resta quando le istituzioni non ce la fanno più.

C’è un gesto minimo che quasi tutti abbiamo compiuto e c’è un pensiero che spesso lo accompagna. Il gesto: passare accanto a chi chiede (magari l’elemosina all’ingresso del supermercato, fuori da una chiesa, sotto un portico) e tirare dritto. Il pensiero, che arriva a volte, prima ancora della decisione e la rende indolore: non è affar mio, se ne dovrebbero occuparse i servizi sociali (vedi su questo un mio articolo: Qui). Non è cinismo. È qualcosa di molto più interessante, e di molto più profondo: è un trasferimento di competenza. Quel gesto contiene, in miniatura, la storia morale di un’intera civiltà: la nostra.

Il cristianesimo, attraverso il Vangelo, aveva formulato una richiesta scandalosa nella sua semplicità: cambia il tuo cuore, e comincia da chi ti è accanto adesso, comincia dal tuo prossimo. Non era una politica sociale: era un’operazione sulla persona, faticosa, non delegabile, senza indicatori di risultato. L’Occidente ha preso quella richiesta e l’ha tradotta: dal cuore alla legge, dal gesto al servizio, dalla conversione alla riforma. Chiamiamo questa operazione esternalizzazione dell’agape. E la cosa decisiva da capire, prima di qualunque approfondimento e giudizio, è che da noi ha funzionato.

La traduzione riuscita

Va detto subito e senza sconti, perché è la premessa di ogni successivo ragionamento: il welfare pubblico è la più vasta operazione di carità mai realizzata nella storia umana. Nessuna elemosina, nessuna confraternita, nessuna carità privata ha mai protetto dalla malattia, dalla vecchiaia e dalla miseria una frazione paragonabile di popolazione. La struttura ha fatto, per scala e per continuità, ciò che l’interiorità da sola non poteva fare. Chi rimpiange la beneficenza al posto della sanità e dell’assistenza pubblica non sta difendendo il Vangelo: sta difendendo il privilegio di scegliere chi meriti aiuto e chi no.

Il punto non è dunque che la traduzione sia stata sbagliata; è stata una conquista civile pur con tutti i suoi limiti. È che è stata integrale, esclusiva. Ha spostato tutto, senza lasciare nulla al punto di partenza. Ha trasferito tutto dall’interno (personale) all’esterno (sociale). E questo trasferimento totale ha prodotto effetti che – probabilmente – nessuno aveva messo in conto.

Il primo lo si vede già nel vocabolario. Misericordia, prossimo, dignità, amore, carità, ultimi, accoglienza, perdono, poveri: sono parole nate per descrivere un movimento interiore, mentre oggi le usiamo quasi esclusivamente per descrivere politiche pubbliche, servizi sociali e ONG.

L’Occidente (e l’Italia in particolare), non possiede un altro lessico morale, nemmeno la parte più laica e anticlericale di esso, che, quando vuole indignarsi, attinge senza saperlo al deposito che dichiara di aver superato. In un certo senso il progressismo contemporaneo non ha inventato il proprio vocabolario: lo ha ereditato da un morto di cui non riconosce la successione.

Paradossalmente, quasi nessuno in Occidente sa indignarsi in una lingua che non sia, in origine, cristiana: anche chi non crede, quando prova pietà, parla ancora aramaico tradotto.

Cosa si perde nella traduzione

Tre cose vanno perse in questo processo di traslazione dall’interno all’esterno e nessuna delle tre vuol essere un recupero nostalgico.

La prima è il volto del prossimo. Il dono, in ogni società umana studiata finora, crea un legame: chi riceve è debitore, chi dà è esposto, e, da quello squilibrio, nasce una relazione che dura. La prestazione no. La prestazione è pulita, neutra: l’assistito non deve nulla a nessuno, l’operatore non rischia nulla, il contribuente non incontra nessuno.

È un enorme progresso in termini di diritti — l’aiuto non dipende più dall’umore del benefattore — ma è una perdita secca in termini di legame sociale. Alla fine della catena non c’è nessuna relazione, e soprattutto nessuno si è trasformato: né chi ha dato né chi ha ricevuto.

La seconda è l’esonero dalla responsabilità. Se la struttura è competente, io sono in regola. Ho pagato le tasse, ho votato bene, ho firmato la petizione: la mia parte è fatta. La delega non produce solo efficienza, produce una sorta di innocenza — e l’innocenza è una condizione morale molto più comoda della responsabilità. È questa la ragione per cui l’esternalizzazione ha avuto un successo così travolgente anche fra chi non ha mai creduto: non chiedeva di essere migliori, chiedeva di essere organizzati.

La terza è la sorgente. Una struttura di solidarietà consuma un capitale morale che non produce. Il funzionario che si prende cura davvero, l’infermiere che resta dieci minuti in più, l’insegnante che vede il ragazzo e non la classe: nessuna procedura genera questi comportamenti, e nessuna procedura funziona senza di essi. La disponibilità personale è il carburante invisibile del sistema pubblico. La si è data per scontata per almeno due generazioni, perché la produceva un mondo che ora non c’è più.

Il vocabolario che si irrigidisce

Qui accade qualcosa che forse nessuno aveva previsto e che è un nodo particolarmente importante per il nostro ragionamento. Un’etica dell’amore separata dalla sua sorgente interiore, personale, non diventa più laica e più mite. Diventa più giuridica e più punitiva.

La ragione di questo è strutturale, non caratteriale. La conversione del cuore (che si fonda sempre sulla libertà) ha una sanzione interna: il rimorso, la vergogna davanti a se stessi, la possibilità del perdono; la voce della coscienza come direbbero i cattolici credenti. Sono meccanismi lenti, individuali, riparativi.

Quando l’interiorità viene rimossa, l’unica sanzione disponibile diventa quella esterna: la norma, la sospensione, la gogna, la condanna politically correct. L’amore del prossimo, che nessun tribunale può imporre, si trasforma, nelle sue forme esteriori, in un obbligo che ogni tribunale può verificare — e l’obbligo, per sua natura, genera trasgressori.

È così che una morale nata per liberare produce, nel giro di poche generazioni, il clima moralistico più soffocante dell’Occidente contemporaneo: processi pubblici sommari, colpe imprescrittibili, assenza totale di dispositivi di riparazione. In termini cattolici penso si possa dire così: abbiamo tenuto il peccato e buttato via la confessione.

C’è poi un secondo effetto: quando la struttura dell’amore esternalizzato entra in affanno — liste d’attesa, servizi sociali sotto organico, welfare in contrazione, tagli — non torna il gesto personale: resta il vuoto. Anzi, resta qualcosa di peggio. La richiesta di aiuto di chi mi sta accanto mi arriva come un’irritazione, perché mi ricorda un obbligo che credevo di aver ceduto per contratto. È una delle radici, poco esplorate, del rancore orizzontale: chiediamo al vicino di non esistere, perché non abbiamo più né la struttura che se ne occupava né il gesto che l’aveva preceduta.

Il moralismo contemporaneo non è affatto un eccesso di morale. È ciò che resta di una morale a cui è stato tolto il cuore e lasciato solo il codice.

Riaprire la sorgente

A fronte di questo non c’è alcun ritorno indietro da proporre e diffidare di chi lo propone è già un esercizio critico. Smantellare le strutture per riscoprire la carità sarebbe una crudeltà travestita da spiritualità. Ma esiste un’operazione diversa, e concreta: rimettere in funzione il livello intermedio che l’esternalizzazione ha saltato a piè pari.

Fra l’individuo che si commuove (e pratica personalmente relazioni d’amore) e lo Stato sociale che eroga, c’è sempre stato un piano intermedio: il vicinato, il condominio, la parrocchia come luogo prima che come dottrina, la piccola cooperativa, la rete di mutuo aiuto, l’associazione di quartiere.

È il livello in cui la prestazione ha ancora un volto e il gesto ha ancora una scala. È il solo posto in cui le due cose che abbiamo separato — l’efficacia della struttura e la trasformazione delle persone — tornano a stare insieme. Il principio è antico e ha un nome preciso: ciò che può essere fatto dal livello più prossimo non deve essere avocato dal livello superiore.

Non è nostalgia comunitaria: è ingegneria sociale ed è l’unico modo noto perché un sistema di solidarietà si rigeneri invece di consumarsi. Questo principio implica necessariamente recuperare personalmente la sorgente interiore dell’amore.

Da qui discende un criterio semplice, applicabile domani mattina da chiunque, credente o no. Ogni volta che deleghiamo, la domanda non è chi dovrebbe occuparsene, ma: qual è la parte non delegabile che resta a me? Non è molto. Un nome imparato, una spesa portata su per le scale, dieci minuti che non erano previsti, un sorriso, un saluto e una parola a chi chiede l’elemosina. Sono gesti che non risolvono niente a livello di sistema — e che sono l’unica cosa capace di rigenerare il sistema, perché producono la sostanza umana di cui il sistema si nutre senza saperla fabbricare.

Una civiltà può esternalizzare la giustizia, la cura, la protezione. Non può esternalizzare la disponibilità a compierle. Quella o si coltiva, o si spegne; e quando finisce, si scopre che nessuna procedura tecnica la poteva sostituire.

Cover: Foto di Wagner da Pixabay 

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Perché i “poveri” non votano sinistra

Perché i “poveri” non votano sinistra

«Bandiera rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli». Il verso di Pasolini conserva intatta la sua forza perché rovescia la retorica della bandiera: per tornare a significare qualcosa deve ridiventare povera, essere restituita alle mani di coloro per i quali era nata.

È anche un modo per interrogare l’allontanamento della sinistra dai mondi popolari e la sostituzione, troppo spesso, del conflitto sociale con una rappresentazione morale della società. Dovremmo ripartire da qui quando discutiamo del perché operai, poveri, abitanti delle periferie o persone con titoli di studio più bassi non votino più a sinistra.

Spesso la risposta è già implicita nella domanda: non comprendono i propri interessi, sono manipolabili dalla propaganda, non hanno gli strumenti culturali necessari. Una spiegazione rassicurante perché attribuisce la sconfitta agli elettori anziché interrogare la politica che li ha perduti. C’è in questo atteggiamento una supponenza che è parte essenziale del problema. L’elettore che vota a destra «non ha capito», quello che non vota «fa il gioco della destra», chi esprime rabbia o sfiducia deve essere educato alla scelta corretta. Una sinistra che ha perduto ampi settori popolari pretende così di spiegare loro perché sbagliano a non riconoscersi più in essa. Che siano invece gli ultimi ad avere compreso qualcosa della trasformazione della sinistra viene raramente preso sul serio.

Istruzione e condizione sociale, del resto, non sono variabili indipendenti. Chi nasce povero, vive in un territorio deprivato e frequenta scuole impoverite dispone di opportunità formative inferiori. Combattere questa diseguaglianza dovrebbe essere una ragione storica della sinistra. La lotta di classe dovrebbe essere contro l’ignoranza, non contro gli ignoranti; contro la povertà, non contro i poveri.

Bisogna allora rovesciare la prospettiva. Gli ultimi non si sono allontanati dalla sinistra perché improvvisamente sono diventati culturalmente arretrati. Una parte della sinistra si è allontanata dagli ultimi quando ha cessato di rappresentarne gli interessi materiali, assumendo il mercato come orizzonte invalicabile e accompagnando privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e ridimensionamento dello Stato sociale.

È cambiato anche il riferimento sociale: maggiore attenzione ai ceti urbani istruiti e relativamente protetti, minore capacità di stare dentro il lavoro manuale, le periferie, la disoccupazione e il lavoro povero.
Una madre disoccupata che aspetta inutilmente da anni un asilo nido non ha bisogno di un dottorato per sapere che una promessa è stata tradita. Né un precario deve conoscere la storia del neoliberismo per accorgersi che il salario non basta.
Quando arretrano scuola, sanità e welfare, chi possiede reddito può acquistare privatamente almeno una parte di ciò che perde; per chi vive nella povertà significa rinunciare. Il tradimento pesa ancora di più quando proviene da chi aveva costruito la propria legittimità politica sull’estensione dei diritti sociali.

La destra approfitta di questa frattura senza risolverla. Propone politiche destinate ad aggravarla, ma possiede una capacità che una parte della sinistra ha perduto: intercetta il malessere, poi lo manipola e gli assegna un nemico. Trasforma l’insicurezza sociale in paura del migrante, la perdita di status in rancore, l’impoverimento in domanda di ordine. Offre appartenenza dove non offre redistribuzione e protezione simbolica dove non offre protezione sociale.

Una parte della sinistra ha risposto aggiungendo alla distanza sociale una distanza morale. Il povero che vota a destra diventa arretrato, chi usa un linguaggio rozzo culturalmente inadeguato. L’astensionista viene rimproverato perché favorirebbe le destre. Ma quando l’astensione assume dimensioni di massa è un fatto politico da comprendere, non un comportamento da condannare. Se milioni di persone ritengono che nessuna delle alternative disponibili possa cambiare concretamente la loro vita, accusarle di irresponsabilità civica significa rifiutarsi di interrogare la crisi della rappresentanza.

A questa postura si accompagna l’adesione di settori progressisti al giustizialismo e al panpenalismo. Una sinistra nata per interrogare le cause sociali della marginalità e del conflitto ha finito troppo spesso per condividere l’idea che alla complessità sociale si possa rispondere con nuovi reati, pene più severe, carcere e dispositivi di sicurezza.

La cultura della trasformazione lascia così spazio a una legalità separata dalla giustizia sociale, utilizzata come criterio morale per distinguere rispettabili e devianti, meritevoli e immeritevoli. Moralismo e giustizialismo appartengono alla stessa rinuncia politica. Se non si trasformano le condizioni che producono un problema, diventa più semplice giudicare gli individui che lo incarnano.
Se non si combatte la povertà, si colpevolizza il povero; se non si comprendono le ragioni dell’astensione, si accusa l’astensionista
; se non si interviene sulle cause della marginalità, si invoca più sicurezza. Il conflitto cede il posto al processo, l’analisi dei rapporti di potere alla ricerca del colpevole, la trasformazione alla punizione. Una cultura che continua a definirsi progressista finisce così per condividere con la destra una parte decisiva della sua grammatica politica.

Questo non significa giustificare razzismo, sessismo o discriminazioni quando provengono dai ceti popolari. Significa comprendere che combattere un’idea reazionaria non equivale a disprezzare la persona che la esprime e che dietro determinate paure possono esserci contraddizioni materiali sulle quali la politica deve intervenire. L’emancipazione non nasce dalla superiorità morale di chi pretende di educare gli altri, ma dalla costruzione collettiva di condizioni differenti di esistenza.

La società, intanto, è cambiata ancora. Il lavoro povero si è esteso, la sicurezza di una parte del ceto medio si è consumata, i giovani vivono una precarietà permanente. Dentro la working class contemporanea stanno insieme chi lavora e chi il lavoro non riesce a trovarlo, il precario, il rider, la giovane madre, il migrante, chi vive nelle aree interne e chi nelle periferie. Una composizione frantumata e spesso privata dei luoghi nei quali riconoscere come collettiva una condizione vissuta individualmente.

Qui ritroviamo il significato dell’invocazione pasoliniana. Far ridiventare la bandiera uno straccio non significa restaurare il Novecento, ma restituire alla politica una collocazione sociale: tornare negli asili che non ci sono, nelle scuole impoverite, negli ospedali delle liste d’attesa, nei luoghi di lavoro dove il salario non consente più di vivere, nei quartieri dove l’unica presenza visibile dello Stato è quella oppressiva delle forze dell’ordine.

Non si tratta quindi di trovare parole più semplici con cui spiegare ai poveri perché dovrebbero tornare a votare a sinistra: sarebbe ancora la stessa supponenza. Bisogna ricostruire le condizioni materiali e politiche perché possano riconoscere nella partecipazione collettiva uno strumento utile alla propria vita.

Finché la sinistra continuerà a chiedersi che cosa non abbiano capito gli ultimi, invece di domandarsi che cosa essa abbia smesso di capire delle loro vite, continuerà a perdere. Pasolini chiedeva alla bandiera di perdere le proprie glorie e tornare nelle mani del più povero. Forse il problema è ancora questo: non convincere il più povero a tornare sotto la nostra bandiera, ma costruire una politica per cui quella bandiera possa tornare ad appartenergli.

Cover: pasto in mensa –  Foto di dasadasaman da Pixabay

Italo di Sabato*
è coordinatore dell’Osservatorio Repressione. Ha curato da ultimo, con Livio Pepino, il volume “Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la ‘sicurezza’” (Altreconomia, 2025), promosso da Osservatorio Repressione e Volere la Luna.
Ci può essere sviluppo senza immigrati?

Ci può essere sviluppo senza immigrati?

Ci può essere sviluppo senza immigrati?

Paolo Costa, della segreteria di Macondo, mi ha segnalato un interessante contributo di alcuni economisti di orientamento progressista, tra cui il premio Nobel Daron Acemoglu, che ha pubblicato un paper nel luglio 2026 (Baby Busts and Growth Booms), in cui sostengono che
“il declino secolare dei tassi di natalità a livello globale negli ultimi 70 anni ha si rallentato la crescita demografica, innalzato l’età media e rimodellato i mercati del lavoro e la macroeconomia, ma non ha ridotto la crescita del PIL, la domanda aggregata, la produttività per lavoratore, i salari o i brevetti.

Contrariamente alla diffusa convinzione che queste tendenze ostacolino la crescita economica, abbiamo riscontrato che tassi di natalità più bassi sono associati a una maggiore crescita del PIL per adulto in età lavorativa in tutti i paesi e a una maggiore crescita salariale nelle aree metropolitane degli Stati Uniti, senza alcun impatto negativo sul PIL aggregato o sui redditi.

Questi modelli non sono spiegati dal miglioramento del livello di istruzione, dall’aumento della partecipazione femminile alla forza lavoro, dal declino dell’importanza dell’agricoltura o dai meccanismi neoclassici di Solow.

Sosteniamo che riflettano la risposta endogena, volta al risparmio di manodopera, della tecnologia alla scarsità di lavoratori più giovani. In linea con questa interpretazione, i paesi e le regioni con tassi di natalità più bassi presentano un maggior numero di brevetti che consentono il risparmio di manodopera e una crescente attività nel settore dell’alta tecnologia.

Si osserva inoltre una maggiore crescita della produttività totale dei fattori (PTF) in tutti i paesi e settori. Sfruttando le variazioni tra paesi nel numero di morti militari e civili durante la Seconda Guerra Mondiale, scopriamo che è stato il declino della popolazione più giovane, piuttosto che la dimensione della popolazione in sé, il fattore determinante dei nostri risultati”.

Daron Acemoglu, 2016 (ph. Wikimedia Commons).

Acemoglu  formalizza il meccanismo attraverso il quale la scarsità di lavoro influenza la direzione del cambiamento tecnologico, dimostrando che l’impatto sull’innovazione marginale dipende dal fatto che il cambiamento tecnologico sia un risparmio di lavoro o un complemento al lavoro.

Quando la tecnologia è un risparmio di lavoro, la scarsità incoraggia il progresso tecnologico, come ipotizzato da Habakkuk e Allen; quando è un complemento al lavoro, la scarsità scoraggia l’innovazione. Basandosi su questo quadro concettuale, Acemoglu e Restrepo (2022) sviluppano un modello di automazione e dimostrano che l’invecchiamento porta a una più rapida adozione delle tecnologie di automazione.

Utilizzando dati transnazionali e transfrontalieri, forniscono prove dettagliate del fatto che l‘invecchiamento è associato a una più rapida adozione di robot e altre tecnologie di automazione, con effetti particolarmente pronunciati nei settori che impiegano un’alta percentuale di lavoratori più giovani e di mezza età.

Questo quadro concettuale razionalizza una serie di risultati, sia precedenti che successivi. Clemens et al. (2018) dimostrano che la riduzione dell’offerta di lavoratori giovani e meno istruiti (a causa delle restrizioni all’immigrazione) induce l’adozione di tecnologie agricole più meccanizzate.

Numerosi altri studi rilevano che la scarsità o gli alti prezzi dei fattori produttivi chiave portano a uno sviluppo o a un’adozione tecnologica più rapidi. Gli autori ammettono però che “a nostra conoscenza, nessun lavoro precedente documenta empiricamente il notevole aumento a lungo termine del reddito per lavoratore che accompagna il calo dei tassi di natalità.
I due studi più strettamente correlati sono quelli di Li e Zhang (2007) e di Acemoglu e Restrepo (2017). Li e Zhang (2007) dimostrano che la politica del figlio unico in Cina, applicata solo alla maggioranza etnica Han, ha stimolato una crescita più rapida tra il 1978 e il 1998 nelle province con una maggiore maggioranza Han. Il loro studio non esplora i meccanismi ed è limitato a un breve intervallo di tempo e all’insieme intrinsecamente piccolo (28) di province cinesi”.

In linea con i nostri risultati, Acemoglu e Restrepo (2017) dimostrano che l’invecchiamento della popolazione tra il 1990 e il 2015 non è associato a una crescita più lenta nei vari paesi. Tuttavia, dato il loro periodo di campionamento precedente, non osservano il forte aumento del PIL per lavoratore che noi documentiamo. Nessuno dei due studi sviluppa le più ampie evidenze transnazionali e transfrontaliere in materia di brevetti, riallocazione settoriale e produttività, attraverso le quali colleghiamo la scarsità di lavoro alla tecnologia che consente di risparmiare manodopera.

Le nostre considerazioni

Mescolare i dati delle nazioni emergenti con le ricche occidentali (tutte in calo di natalità) porta a conclusioni sbagliate. Se da un lato è vero che il calo della natalità (e dei giovani) aumenta l’automazione, innovazioni, brevetti, a far lavorare più a lungo anziani e donne, non è vero che si nota in coincidenza col calo della natalità, una crescita del PIL Anzi, in tutte le economie emergenti (USA e Italia incluse) il Pil cala e molto.

Il PIL è cresciuto solo nelle economie emergenti in crescita demografica (ed è rimasto alto anche negli Stati Uniti proprio per la forte immigrazione) e su ciò si basano le valutazioni delle più importanti istituzioni economiche al mondo e della maggioranza degli economisti, per cui, non a caso, ora si parla di stagnazione secolare.

Dacemoglu e altri ammettono di non considerare nel loro studio proprio i flussi migratori che negli Stati Uniti (per esempio) hanno accresciuto la popolazione in modo enorme negli ultimi 60 anni (+78%, 4 volte più dell’Italia +21%).

Non considerano i flussi migratori perché –dicono- che in generale i migranti vanno verso le zone prospere.
E’ vero, ma come non vedere che proprio l’enorme afflusso di migranti in USA ha irrobustito la crescita della domanda aggregata, del PIL, delle innovazioni (Musk stesso è un sudafricano) e la produttività per lavoratore.

Se l’Italia avesse avuto lo stesso flusso netto migratorio degli USA avrebbe oggi 110 milioni di abitanti anziché 59, per far capire quanto sia stata rilevante l’immigrazione negli Stati Uniti, che ha contribuito alla sua straordinaria crescita.

Anche i dati recenti della Spagna mostrano che nel momento in cui aumenta l’immigrazione (dal 2022) il PIL esplode e diventa 2-3 volte quello della media UE e dell’Italia. Il Governo Meloni farebbe a meno dei migranti ma, costretto dalle imprese, pianifica mezzo milione di ingressi nei prossimi tre anni. Ci sarà un motivo.

La differenza tra Spagna e Italia è che la Spagna ha avuto solo l’8,4% di immigrati irregolari negli ultimi 5 anni, mentre l’Italia quasi il 40%.

L’ideale è una immigrazione regolare che eviti la concorrenza tra lavoratori producendo bassi salari per sfruttamento di irregolari senza diritti. Se l’immigrazione avviene in base al reale fabbisogno delle imprese, essa incrementa tutti i fattori (PIL, produttività per lavoratore, salari e sostiene il welfare, la spesa pubblica per pensioni, sanità e scuole).

Inoltre non va trascurata che è spesso anche la diversità culturale che favorisce l’innovazione (dallo sport alle imprese). Nel mondo occidentale non esistono paesi senza immigrati e ovunque cresce. Dove non ci sono (Cina, Russia,…) è perché ci sono migrazioni interne. La Cina usa, per esempio, circa 100 milioni di ex contadini che si inurbano illegalmente (sono quindi senza diritti, in Cina non ci si può spostare senza autorizzazione) che sono sfruttati dalle imprese, come fa l’Italia con l’immigrazione irregolare.

L’Italia è, peraltro, la dimostrazione che una bassa natalità non sempre favorisce la produttività del lavoro. Da noi la produttività è crollata proprio da quando (1992) la natalità è crollata, tantomeno siamo leader nell’innovazione, in automazione o uso dei robot ed è stata semmai la pandemia che ha spinto la digitalizzazione.

Sviluppo senza immigrati potrebbe esserci a due condizioni:  a) che i cittadini decidano di ridurre i loro consumi, salari, ma anche (avendo meno entrate) tutte le spese pubbliche (pensioni, sanità e istruzione, etc.); b) sostituire la mancanza di giovani autoctoni con enormi automazioni in tutti i settori.

Se così fosse in futuro saranno proprio i paesi a più forte denatalità a crescere perché saranno i più innovativi, introdurranno automazioni e robot, faranno lavorare anziani per più tempo e tutte le donne. Quindi come Italia, secondo lo studio di Acemoglu & c, possiamo stare tranquilli.

In conclusione è vero che quando c’è scarsità di giovani e cala la natalità crescono automazione, innovazione e potrebbe crescere la produttività del lavoro e i salari, ma non è automatico. L’Italia lo dimostra.

Inoltre altri studi mostrano che se mancano troppi giovani (ed è anche il caso dell’Italia) le imprese si spostano altrove dove i giovani ci sono e poiché accanto ad un lavoratore ad alta qualificazione e produttività si creano altri 3-4 occupati a bassa e media qualificazione e non qualificati (che puliscono, danno da mangiare, trasportano, fanno case, etc.), si dà il caso che mancando i nostri giovani, siano quasi sempre immigrati. E ciò spinge la crescita.

Certo è che l’immigrazione irregolare abbassa i salari e scoraggia l’innovazione e solo una immigrazione regolare consentirà ai paesi ricchi di rimanere tali, se no non si capirebbe perché, per esempio, le multinazionali Usa (che hanno il 40% di professional immigrati), siano contrarie al blocco dell’immigrazione di Trump.
E, a parte i professional, chi pulirà, chi trasporterà i pacchi, chi svolgerà i molti lavori non qualificati? Verrà tutto automatizzato? In parte lo sarà, ma per molti servizi servono (e sono anche più utili per la qualità della vita di tutti) gli umani. Non a caso i ricchi usano solo umani e non robot.

Non credo realistico un mondo alla Vannacci col 4% max di immigrati sulla popolazione autoctona, per quanta automazione si faccia. Intanto noi non riusciamo ad aprire le case di comunità perché non abbiamo medici e infermieri e un’agricoltura tutta meccanizzata, priva di contadini, non sarà nè biologica nè sana, né capace di manutenere i territori.

Le previsioni Eurostat al 2050 indicano che la UE perderà il 10% della sua popolazione (452 milioni nel 2025) e l’Italia il 16% (quasi 10 milioni).  Solo 3 regioni saranno in crescita (Trentino, Emilia-Romagna, Lombardia) tutto il resto calerà. Le mie stime indicano che per mantenere solo gli attuali occupati sarà necessario assumere un quarto di immigrati.

Automazione e AI potranno ridurre questo fabbisogno ma andrà comunque crescendo rispetto ad oggi. Non credo ci siano alternative ad una immigrazione regolare.

Per questo dobbiamo cambiare profondamente le leggi attuali. Daron Acemoglu è sempre stimolante, ma che ci possa essere sviluppo senza immigrati ne dubito (del resto anche lui non lo dice) e per ora in Occidente non ci sono paesi che l’hanno fatto.

Cover: robot banco e robot nero, immagine easy-peasy.ai su licenza creative commons

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Per certi versi / Tu non sapevi che cosa cercare

Per certi versi /
Tu non sapevi che cosa cercare

Tu non sapevi che cosa cercare

Tu non sapevi che cosa cercare

Se verde o azzurro

Di prato o di mare

Non sapevi l’aspetto

Non sapevi l’odore

Non sapevi nulla tu, dell’amore

 

Se è freddo o bollente

Se neve oppur fuoco

Con quali parole

Se canto o se gioco

Se spiga di campo o riva di mare

Nulla sapevi tu, dell’amare

 

Tu non sapevi, soltanto sognavi

e ad ogni sogno, poi, t’ingannavi

Se perla o delfino

Se rovo o betulla

Tu, del tuo cuore, non sapevi ancor nulla

 

(La figlia e la Luna, Editrice Il Leggio, 2025)

 

In copertina: farfalla in un campo di grano, Foto di G.C. da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Oriana Fallaci nell’era digitale: una voce del XX secolo davanti alle inquietudini del nostro presente

Oriana Fallaci nell’era digitale:
una voce del XX secolo davanti alle inquietudini del nostro presente

Oriana Fallaci nell’era digitale:
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na voce del XX secolo davanti alle inquietudini del nostro presente

Immagino Oriana Fallaci davanti a uno smartphone.

Guerre trasmesse in diretta, politici ridotti a slogan, influencer che commentano la realtà, immagini generate dall’intelligenza artificiale, milioni di persone che discutono furiosamente di ciò che spesso conoscono soltanto attraverso uno schermo.

Che cosa ne penserebbe? Non posso saperlo. Forse più interessante è chiedersi perché una giornalista del Novecento continui a interrogarci nel XXI secolo.

Sappiamo che Oriana Fallaci apparteneva a un giornalismo fondato sulla presenza: andare nei luoghi della storia, incontrare i protagonisti, rischiare, interrogare, osservare.

Il nostro tempo ha invece trasformato il rapporto con la realtà: non siamo più costretti ad andare verso il mondo, perché è il mondo a entrare continuamente nelle nostre case.

Abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma questo non significa di fatto possedere una maggiore capacità di comprenderle. Ed è qui, a mio parere, che la sua figura diventa attuale in un confronto critico con il presente. Sappiamo che la scrittura di Oriana Fallaci era attraversata dalla rabbia: una rabbia individuale, polemica, talvolta persino scomoda, ma legata alla responsabilità di chi metteva in gioco il proprio nome e la propria esperienza.

Oggi la rabbia è diventata una delle principali forme di comunicazione digitale. L’indignazione, la provocazione e il conflitto attirano attenzione molto più facilmente della complessità della realtà.

L’algoritmo premia ciò che suscita una reazione immediata: più un contenuto divide, più facilmente esso circola. Posso allora dire che Oriana Fallaci aveva trasformato la rabbia in scrittura mentre l’algoritmo ha trasformato la rabbia in visibilità.

La differenza, ad ogni buon conto, è decisiva. La sua rabbia nasceva dal confronto con la realtà; la nostra può nascere da una realtà già selezionata, filtrata e amplificata dagli stessi strumenti attraverso i quali la conosciamo.

Questo meccanismo riguarda anche la libertà di espressione. Mai come oggi abbiamo avuto la possibilità di parlare pubblicamente e tuttavia sembra diventato sempre più difficile ascoltare chi non appartiene al nostro stesso gruppo di opinione.

La libertà rischia così di ridursi alla possibilità di esprimere ciò che già pensiamo, mentre diminuisce la disponibilità a mettere in discussione le nostre convinzioni. Si tratta di una vera e propria crisi della realtà condivisa che porta necessariamente al problema della verità.

Non viviamo più soltanto nell’epoca delle fake news. Viviamo in un’epoca nella quale persone diverse possono abitare sistemi informativi completamente differenti. Gli algoritmi tendono a mostrarci ciò che conferma i nostri interessi e le nostre convinzioni, in tal modo, progressivamente, ciò che vediamo finisce per assomigliare a ciò che già pensiamo.

La diretta conseguenza non è soltanto la disinformazione, ma la difficoltà di costruire una realtà condivisa.

L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore elemento di complessità: immagini, video, voci e quant’ altro possono essere creati o manipolati con una facilità crescente.

La domanda ‘orwelliana’ che scaturisce necessariamente non è più soltanto “questa notizia è vera?” ma “come posso sapere che ciò che vedo è realmente accaduto?”.

Per una giornalista come Oriana Fallaci, che aveva costruito una parte della propria autorevolezza sulla testimonianza diretta, sarebbe una trasformazione radicale. Oriana Fallaci non aveva previsto il nostro tempo, ma aveva intercettato alcune delle sue inquietudini: la crisi dell’identità, il rapporto conflittuale tra culture, la fragilità dell’Occidente, la difficoltà di difendere le proprie convinzioni senza trasformarle in dogmi.

Alcune delle sue domande sono ancora attuali ma non lo sono tutte le sue risposte. Ed è proprio per questo che leggerla oggi può essere interessante: non per stabilire se “avesse ragione”, ma per discutere con lei.

Oriana Fallaci Self portrait Rolleiflex (Ph. Picryl, Wilimedia Commons)

Certamente l’eredità più importante di Oriana Fallaci concerne il rapporto tra individuo, parola e responsabilità. In un mondo nel quale possiamo commentare tutto, cancellare ciò che abbiamo scritto, nasconderci dietro uno schermo e persino affidare a un’intelligenza artificiale la produzione delle nostre parole, la sua figura pone una domanda scomoda: quanto siamo disposti ad assumerci la responsabilità di ciò che diciamo?

La questione è ancora più profonda perché riguarda anche il nostro bisogno di appartenenza. Siamo continuamente connessi, ma spesso cerchiamo negli altri conferme della nostra identità. Abbiamo paura non soltanto di sbagliare, ma di essere esclusi. Per questo ci circondiamo di persone che pensano come noi, di informazioni che ci confermano, di opinioni che non ci costringono a cambiare.

Oriana Fallaci rappresentava invece, nel bene e nel male, la solitudine dell’individuo che decide di esporsi. Ed è forse questa la ragione per cui continua a disturbare.

Non perché possieda ancora tutte le risposte, ma perché ci ricorda che pensare liberamente significa anche rischiare di essere soli. La domanda è se noi, immersi in un mondo nel quale l’algoritmo decide continuamente che cosa mostrarci, abbiamo ancora il coraggio di ascoltare una voce diversa dalla nostra. E, soprattutto, se abbiamo ancora il coraggio di contraddirla, perché la libertà non consiste soltanto nel poter parlare, comincia quando siamo capaci di pensare contro ciò che tutti ci stanno dicendo — compreso ciò che ci piacerebbe sentirci dire.

In copertina: Oriana Fallaci ritratta al lavoro nel suo studio di Lamole, nel Chianti – foto gettuimages, Giannella Chanel su licenza Creative Commons

Per leggere gli altri articoli di Lidia Grandi clicca sul nome dell’autrice.

Presto di mattina. Crescere, la guerra

Presto di mattina /
Crescere, la guerra

Presto di mattina. Crescere, la guerra

Crescere, la guerra

Quando passo per via Mazzini, preso dalla fretta e poi dall’incertezza se proseguire dritto per la via o svoltare all’incrocio con lo sguardo all’Ariostea, a volte mi ritornano le parole dette a Pietro dopo la pesca notturna e le reti vuote: “Prendi il largo e getta le reti”, e sapendo come andò a finire quella volta, mi arrischio fiducioso alla soglia della biblioteca, pescatore in un mare di libri vivi.

Nelle acque mosse del via vai dell’entrata dove sono gli scaffali delle novità, ciò che conta non è tanto la bravura del pescatore nel gettare la rete; piuttosto sta nel lasciarsi prendere dal libro stesso, quasi fosse lui il pescatore a voler infilzarti al suo amo, attirandoti anche solo con l’esca di un titolo che disorienta, misterioso interrogativo: Crescere, la guerra. E ti fermi e affiora la domanda: “Cosa nascondi?” e “cosa vuoi dirmi?”.

È questo il titolo della prima raccolta poetica di Francesca Mannocchi, giornalista, collaboratrice con diversi canali televisivi e testate giornalistiche come inviata di guerra. Lo sguardo oltre i confini, “dentro” ai conflitti di oggi e di ieri, che soffocano le persone da troppo tempo, dove «la notte è illuminata di spine» – come la sua vita del resto segnata intimamente e corporalmente dalla sclerosi multipla – nei luoghi in cui «le parole diventano come azioni» rendendo così la sua poesia “militante”, sovversiva.

Non solo inviata sul campo, ma una combattente disarmata imbracciando solo “l’Arpione della memoria”: «Mi chiedo: esiste, in chi ascolta,/ un punto dove la mia voce possa posarsi?/ Un arpione,/ minuscolo e nascosto,/ che trattenga la memoria prima che si disperda». Per sapere non basta guardare: «perché si vede sempre/ da un luogo/ e si racconta sempre/ da una ferita./ La propria: dunque l’altrui» (Crescere, la guerra, Einaudi, Torino 2026, 4-5).

Descrive bene questa situazione esistenziale il poeta Percy Bysshe Shelley (1792-1822) quando dice della poesia: «sia che cali il suo drappo istoriato, o che apra il cupo sipario della vita sullo spettacolo delle cose, in ambedue i casi essa crea per noi un essere nel nostro essere… Ci costringe a sentire ciò che percepiamo, e ad immaginare ciò che conosciamo» (In difesa della poesia, Mimesis, Milano-Udine 2013, 35).

“Una svolta di respiro” (Celan) è così la virgola del titolo,
spazio di attenzione che trattiene prima di passare oltre

È una virgola essenziale per marcare polarità oppositive, per accorgersi dell’antitesi il crescere e la guerra, un piccolo amo, congiunzione che unisce separando per non restare indifferenti, al di fuori di questo dramma.

In un’intervista è la stessa Mannocchi che ne spiega il titolo. Un minuscolo segno come la virgola posta tra le due parole rappresenta un sospiro, una pausa di respiro per elaborare il peso di ciò che si sta raccontando. Il titolo vuol indicare poi com’è la crescita dei bambini nei conflitti e come poter continuare tra le macerie e i traumi psicologici del dopoguerra provando a rialzarsi e a crescere.

Ha il senso infine di come i conflitti nascano, si sviluppino e si ingigantiscano nell’ombra, per poi squarciare la terra e dilaniare le persone, alimentati da trame di menzogna, di omissioni volute, di prepotenza inaudita; nutrite dal disinteresse pure, dall’indifferenza di tanti, di troppi, la verità ridotta ad etichetta: così «il male che non si elimina/ si attraversa./ La luce che non redime l’ombra/ la accompagna» (Crescere, 10).

Forse il male non è il contrario del bene,
ma la sua ombra.
Forse il vostro Dio ha lasciato per voi
e per tutti
una spina nel fianco del creato.
Per ricordarci che la grazia è un equilibrio instabile,
una fiamma
che brucia solo se incontra il vento.
(ivi, 11).

Come a dire che la grazia, come una fiamma, tanto più è offesa, tormentata dal vento in lotta con lei tanto più si anima, si fa vera e risplende. Così è la conoscenza di ciò che accade e che ci inquieta, ma ci tiene vivi nella memoria piuttosto di un sapere senza vita come cenere quieta. Scrive Michelangelo nelle Rime: «Come fiamma più cresce più contesa/ dal vento, ogni virtù che ’l cielo esalta/ tanto più splende quant’è più offesa» (Laterza, Bari, 1960, r 48).

Voi gente di solo giorno non sapete cos’è la notte

Samya, figlia senza infanzia
Io non vi chiamo
fratelli.
Non vi chiamo
liberatori.
Vi chiamo
spettatori.
E l’arena sono io…
Io so cos’è la notte.
La notte è un ventre dove le bambine imparano a tacere,
e le donne a non sognare più…
Voi siete stati qui,
ma non ci avete mai viste…
Voi non avete liberato
nessuno.
Avete solo allargato la gabbia.
Avete scambiato il vostro sguardo
per la mia libertà,
la vostra commozione per giustizia.
Avete creduto che il mondo
cominciasse con la vostra lingua,
che la libertà
fosse una merce da distribuire
come pane.
Ma la libertà non è un dono e non si presta.
La libertà si partorisce con dolore,
si scava come un pozzo nella roccia…
Siete voi che non sapete più guardare la ferita,
che non sapete più dare nome al male,
che vi lavate le mani
come se la vergogna fosse polvere…
Siete voi che chiamate «pace» l’oblio,
che chiamate «civiltà» la distanza.
Io non vi condanno.
No.
Siete la mia ombra che si crede luce,
la mia gabbia che si chiama aiuto…

La libertà, per voi,
è scegliere.
Per noi,
è resistere.
Per voi,
è dire tutto.
Per noi,
è sopravvivere al silenzio
(ivi, 21-24)

Memoria e parole come soglia per custodire il dolore, reclama responsabilità

Leggo nell’editoriale della redazione in quarta di copertina del libro: «E la memoria non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere. La poesia diventa allora soglia: il luogo in cui il dolore non viene spiegato, ma custodito; non redento, ma assunto come responsabilità. E scrivere significa non mentire, fare spazio all’altro, accettando che la ferita sia parte della forma».

Dopo la malattia è questa per Francesca Mannocchi la paura di perderla: «Domando a matita sul taccuino: perché ho così tanta paura di dimenticare? Rispondo a matita sul taccuino: perché la memoria è la mia storia, la mia storia è il mio passato, il mio passato è origine e destinazione. Aggiungo e poi cancello il punto interrogativo: È origine e destinazione? È origine e destinazione» (Bianco è il colore del danno, Einaudi, Torino, 2021, 119).

La sua poesia interroga il lettore, lo provoca a prendere posizione, a fare un passo verso, a tenere aperta la domanda su cosa sia umano e il suo contrario, a sostenere lo sguardo delle vittime, perché ciò che ci ferisce tiene desta la nostra umanità. In un’altra intervista affermava che con il suo lavoro di inviata di guerra è stata costretta a guardare in faccia l’orrore e tuttavia non ha mai smesso di continuare a credere negli esseri umani: «Non credo in Dio. Ma sono ostinatamente fiduciosa nell’essere umano».

Aspettare, abitare, restare

Un giorno ho domandato a Shahab:
«Cosa resta quando la libertà cade?»
E lui ha risposto: «Resta la pazienza».
Allora ho capito che la vera fede
non è credere,
è aspettare.

…

Abitare
è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
potesse trattenere il vento,
che un fuoco
potesse addomesticare la notte,
che una porta
potesse difendere la promessa del mattino.
Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.
La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:
«lo sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».
La guerra non distrugge le case.
Disfa l’idea di casa.
Spezza il verbo che ci fonda:
Resto, quindi sono.

…

Abitare in guerra
è dire:
«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».
È l’atto politico più nudo,
resistere con i gesti:
con le mani che lavano,
con il pane che manca,
con il corpo che insiste sulla terra.
Abitare è dire alla violenza:
«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».
Abitare
è la prima forma di fede.
Restare
è la seconda.
(Crescere, guerra, 10-11; 38; 42)

Contro parole, a far argine all’oblio

Le parole sono semi.
Ma non tutti i semi sanno la primavera.
In questa terra,
molte parole sopravvivono
solo come spine…
Parole che tagliano la lingua,
che confondono il dolore con la colpa.
Parole che non interrogano,
parole che non chiedono: chi sei?
ma decidono: tu non sei…
La parola è un confine:
o custodisce
o cancella.
Ogni parola che diamo al mondo
si scrive sulla carne di qualcuno.
E il corpo non dimentica
ciò che la lingua
finge
di non vedere
(ivi, 51; 54).

Lo scenario di una guerra a pezzi riaffiora da questo testo; le parole come relitti galleggianti di un naufragio di umanità, nascondono e fanno affiorare volti e storie.

Gaza, Afghanistan, Siria e altri luoghi attraversati dalla violenza e dalla sua lunga coda entrano dentro le parole della poesia come materia viva: volti corpi, case, famiglie, parole dette e parole mancanti.

Le parole nascono dalla relazione, con lo sguardo. Le parole di Francesca sono un tutt’uno con il suo sguardo, sono soglia nell’incontro dei volti, prendono forma dal suo aver visto: un vedere che è insieme un vedersi e guardare se stessi.

E se un giorno mi chiederanno:
«Che cosa hai visto?»
Io risponderò:
«Ho visto il volto dell’Altro,
e nel suo volto
ho riconosciuto il mio».
(ivi, 3-4)

Disumanità genera l’invisibilità dei volti; Dio dimora nelle rovine di quel che resta di un volto, un nulla che resta, anche lui sfigurato, a chiedere conto ancora: “dov’è tuo fratello?”.

Il volto interroga prima della voce:
Che cosa hai fatto della tua libertà?
Che cosa hai custodito dell’umano?
Ogni volto che incontro
le stesse domande.
C’è un punto in cui la visione si spezza.
Non guardi più
sei guardata.
Non nomini più
sei nominata.
È lì che nasce l’etica.
Nel volto dell’Altro che dice non uccidere
prima del pensiero,
prima della lingua,
prima del nome che portiamo addosso.
Ma il mio Dio non ha volto.
Ho visto volti che non erano più volti.
Corpi di bambini.
Stanze d’ospedale senza luce.
Un uomo che solleva una coperta
e sotto non c’è un viso:
c’è una domanda.
Cos’è l’umano
quando il volto scompare?
Mi dico:
Non giustificarti.
Non filosofare.
Il volto dell’Altro
mi chiede chi sono.
Il volto dell’Altro
Guarda.
Resta.
Taci.
Scrivi.
è la mia misura del mondo.
E la guerra
– la guerra! –
è l’abdicazione di quella misura.
Io parlo,
ma la voce si frantuma.
Ogni sillaba inciampa.
Parlo …
e la parola mi sembra bestemmia.
Ci chiediamo se Dio abiti ancora il mondo.
lo credo che abiti nelle rovine del volto.
Nel gesto della madre che scava
e chiama il figlio per nome.
Nella mano che copre un viso
come se potesse proteggerlo ancora.
Dio – o ciò che ne resta –
è quel residuo di volto
che ancora ci reclama.
Il volto mi ha mostrato
che l’amore
non è sentimento,
ma responsabilità.
Che la compassione
non è un gesto,
ma la sua durata.
Che la verità
è un esercizio quotidiano
Ogni volto è un Altro
che mi supera
e mi convoca.
Mi chiede conto
non un possesso.
della mia stessa esistenza.
Davanti a quei corpi
ho sentito la voce muta dell’obbligo:
Non giustificarti.
Non filosofare.
Resta.
Lascia che faccia male.
Scrivi.
Se chiudo gli occhi, li vedo ancora.
Volti senza forma,
mani tese,
bocche spalancate.
Non come immagini di morte,
ma come le ultime sillabe
di una lingua in cui la parola
è prestito,
è debito,
è custodia
(ivi, 17-20).

Non chiediamo al futuro
una memoria museale,
ma una memoria viva, sporca.
Che continui a ferire quando serve.
Che non consoli, ma obblighi.
L’infinito nel volto dell’Altro:
quel richiamo che non si esaurisce,
che ci tiene desti.
Che ci faccia restare nella nostra vergogna
finché non diventi coscienza
(ivi, 68-69).

Sui banchi di scuola

Questi testi di Francesca Mannocchi non sono cronaca, ma raccontano la guerra. Narrando la vita che resiste, raccontano la sopravvivenza, una sfida alla lingua e alle parole che non sanno fino in fondo esprimere l’indicibile dell’orrore.

Nel suo libro Lo sguardo oltre il confine, De Agostini, Novara 2022, Francesca Mannocchi, per spiegare ai ragazzi i conflitti di oggi fa riferimento a una canzone di Mercedes Sosa (1935-2009) cantora popular, attivista argentina contro la dittatura, simbolo della lotta per la pace e i diritti civili nella sua terra: Sobreviviendo per descrivere la condizione psicologica e sociale dei profughi e dei superstiti delle guerre.

Per Francesca pensare la pace significa osservare il cammino lento del dopo di tutti i conflitti: significa «esercitarsi a immaginare il tempo nello spazio di una, due generazioni a venire.

La pace non è (solo) la transitoria quiete dell’oggi quando smettono di cadere bombe dal cielo, la pace è soprattutto la duratura stabilità del domani, che non può che costruirsi integrando gli esclusi, educando alla riconciliazione, consegnando strumenti per discernere il bene dal male. Non può, dunque, che iniziare sui banchi di scuola». (Pensare la pace arduo ma possibile, in Vita e pensiero, 6/2022, 20-21)

Sobreviviendo

Mi hanno chiesto come vivevo, mi hanno chiesto.
“Sopravvivendo”, ho detto, “sopravvivendo”.
Ho una poesia scritta più di mille volte,
in essa ripeto sempre che finché qualcuno
proporrà la morte su questa terra
e si fabbricheranno armi per la guerra,
io calpesterò questi campi sopravvivendo.
Tutti di fronte al pericolo, sopravvivendo,
tristi e raminghi uomini, sopravvivendo,
sopravvivendo, sopravvivendo…
È da tanto che non rido come un tempo,
e dire che io ridevo come un cardellino!
Ho una certa memoria che mi ferisce
e non riesco a dimenticare ciò che è successo a Hiroshima.
Quanta tragedia su questa terra!
Oggi che voglio ridere, riesco a malapena a farlo,
non ho più la risata di un cardellino.
Tanta miseria su questa terra!
Tutti di fronte al pericolo, sopravvivendo,
tristi e raminghi uomini, sopravvivendo,
sopravvivendo, sopravvivendo…
Se mi chiedessero cosa spero dal mondo,
dirò che spero che non sia così violento.
Voglio che l’uomo sappia che non ha il diritto
di rubare l’aria che l’altro ha nel petto.
E che il colore della pelle non conta affatto,
e che il pianeta sia di tutti e per tutti.
Tutti di fronte al pericolo, sopravvivendo,
tristi e raminghi uomini, sopravvivendo,
sopravvivendo, sopravvivendo…

Cover: Foto di abdulla alyaqoob da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

35 poeti "Tra la Via Emilia e il Nordest" il 20 settembre il reading di Ultimo Rosso a San Lazzaro

35 poeti “Tra la Via Emilia e il Nordest”
il 20 settembre il reading di Ultimo Rosso a San Lazzaro

35 poeti “Tra la Via Emilia e il Nordest”
il 20 settembre a San Lazzaro il reading di Ultimo Rosso

Poesie di pianura e non solo…
evento a  cura di Pier Luigi Guerrini e Rita Bonetti

Ultimo Rosso” è nato come collettivo poetico con una cifra originale: leggere la poesia tra la gente, scendendo da ogni piedistallo. Siamo nati così e abbiamo conquistato amiche ed amici della poesia anche fuori Ferrara. Il nome è nato pensando al caratteristico cotto di molte piazze e case del centro della nostra piccola città di provincia. Poi, è innegabile per noi il riferimento alla libertà, alla voglia di anarchia nello scrivere, alla rivoluzione (oggi un po’ fuori moda).
Accanto ai numerosi reading (spesso a tema: il silenzio, la solitudine, la natura, la pace, contro tutte le guerre), abbiamo organizzato numerose presentazioni di libri appoggiandoci spesso alla Galleria del Carbone di Ferrara.

La gioia di fare, di proporre progetti dedicati alla poesia ci ha portato ad esplorare ambiti molto diversi fra loro: dalle numerose mostre foto – poetiche al laboratorio di scrittura nel carcere di Ferrara, dalla collaborazione col coro SonArte per la giornata contro la violenza alle donne ai laboratori di scrittura creativa con Maria Mancino “Maggie”, dal “concorso senza premi” per finanziare un Comune della Romagna colpito dall’alluvione in collaborazione col giornale online “Periscopio” alle letture dei poeti sui marciapiedi delle strade di Ferrara. 

“La poesia è roronda”, il reading di Ultimo Rosso alla Rotonda Foschini di Ferrara

Crediamo che ci sia ancora molto bisogno di sperimentare nella/con la parola. Un bisogno di pensiero differente! Crediamo in una parola fatta di suoni larghi, sintetici, di spazi/silenzi, di corse al rallentatore, di istantanee da rischiare anche  dovessero uscire “sfuocate”. Una parola errante che pretenda un futuro di incontro e di pace.

“Una domenica in settembre…”
Eccoci quindi all’evento di domenica 20 settembre– reading  dal sapore vagamente gucciniano “Tra la Via Emilia e il Nordest: poesie di pianura e non solo” a cui hanno aderito 35 poeti di Bologna, Imola, Ferrara, Modena, Faenza…
Trovarsi, incontrarsi fisicamente, superare le molte amicizie virtuali, social, ci è sembrato importante, ci è parso un qualcosa di utile, bello, di apertura ad una comunicazione futura più vera, orizzontale, con meno fronzoli. Certamente dei reading, degli incontri se ne fanno tanti ma per noi non se ne fanno abbastanza. Senza darci troppe arie da primi della classe, vogliamo provare a dare forma ad un piccolo cenacolo poetico. C’è il desiderio di accomunare, di incrociare le nostre di-versi-tà, le nostre differenze.

La scelta del Circolo ARCI San Lazzaro è stata dettata da più di un motivo. Innanzitutto, per il sapore di ospitalità che si percepisce, poi per la collocazione “strategica” tra diversi territori contigui tra l’Emilia, il Veneto ed altro. Il nostro auspicio e impegno è che questa idea, questo piccolo seme cresca e continui nel tempo.

Scriveva Iosif Brodskij: “la poesia è anche l’arte più democratica – comincia sempre da zero. In un certo senso, il poeta è davvero come un uccello che canta senza guardare al ramo su cui si posa, qualunque sia il ramo, sperando che ci sia qualcuno ad ascoltarlo, anche se sono soltanto le foglie”.

Il reading:
Domenica 20 settembre 2026 – dalle ore 16 alle ore 19 – al Circolo ARCI San Lazzaro di Savena (Bo) via Bellaria 7 

Come arrivarci:
in auto autostrada uscita San Lazzaro di Savena poi Tangenziale uscita 12
in treno Stazione Centrale autobus n.36 da Piazza XX Settembre e scendere fermata Hospice Seragnoli poi circa 7 minuti a piedi

Info e contatti: 3391551226

Per saperne di più:
dal sito ufficiale del Comune di San Lazzaro di Savena
Pagina Facebook Ass. “Ultimo Rosso”
Periscopio : intervista al presidente di Ultimo Rosso

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.

L’ingegner Gadda, Giobbe e la Storia Naturale

L’ingegner Gadda, Giobbe e la Storia Naturale

Quando ho visto le immagini della gigantesca inondazione che ha travolto, con onde alte sei metri, villaggi, ponti e infrastrutture al confine tra Nepal e Tibet mi sono tornate alla mente le parole che nell’Antico Testamento, Dio rivolge a Giobbe:

“Dov’eri tu quando io mettevo le fondamenta della Terra? Dillo, se hai tanta sapienza! Chi ha fissato le sue proporzioni… e chi ha teso su essa la corda per misurare? Dove sono fissati i suoi pilastri?…dimmelo se sei tanto intelligente!… Chi ha chiuso tra due porte il mare quando usciva impetuoso dal seno materno, quando lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura e gli ho fissato un limite e gli ho messo un chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde»?…”

Mi è parso davvero di veder crollare i pilastri di antichi ghiacciai che precipitando a valle hanno spazzato via in un baleno tutte le più audaci costruzioni degli uomini su questo spicchio di Terra;

ho distintamente avvertito quanto fossero state superate quelle proporzioni ben fissate di e quanto fossero state oltrepassate le linee sapientemente misurate e mi è sembrato di riascoltare ancora una volta le lamentazioni e le parole disperate di Giobbe.

Come è noto nel Libro di Giobbe, Dio risponde all’uomo con una vera e propria lezione di historia naturalis che dura per ben tre capitoli.

Ma che bisogno c’era – ci si domanda – di una simile lezione che spazia dall’astronomia alla geologia dalla meteorologia alla biologia? E perché mai questa lunga lezione cosmologica dovrebbe costituire un rimedio contro la comprensibile indignazione del povero Giobbe “messo a dura prova” dal suo Creatore per una “semplice” scommessa con il demonio?

E in fin dei conti questa grande catastrofe “naturale” nella valle del Tibet non scatena in ognuno di noi un giobbe che si sente indignato e tradito dalla natura, quello stesso giobbe che fino a poco tempo prima della catastrofe si sentiva grato e orgoglioso di vivere in quella specie di paradiso terrestre?

Se c’è nella letteratura italiana un autore che si è fatto carico di dipanare questo groviglio di euforia, indignazione e malinconia questi è, senza dubbio, l’ingegnere Carlo Emilio Gadda.

E forse è proprio grazie al suo aiuto che riusciremo a spiegare perché nel racconto biblico Dio ricorre alla Storia Naturale per dare una risposta a tanto…dolore.

Nell’opera letteraria di Gadda, come è stato già ben riportato in un bellissimo articolo dell’italianista Carla Benedetti (https://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/filosofia/benedettistorianaturale.php), la storia naturale non è un semplice tema, ma qualcosa di più: essa rappresenta una vera e propria prospettiva sul mondo capace di tradurre le “…tonalità emotive e i peculiari registri” dell’autore.

Tutta l’opera di Gadda infatti pullula di elementi del mondo naturale: minerali, piante, animali, nuvole. A questi elementi vanno poi aggiunti le rovine e i ruderi di una storia remota di cui si è persa memoria.

Tutti questi pezzi di storia naturale vengono descritti da Gadda con dovizia di particolari e con scientifica meticolosità, impregnandosi talvolta di un senso di mistero e di una evidente simbologia (p.es. «popolo degli alberi» quale simbolo di una società solidale e saggia; le «formiche», simbolo di continuità, specialmente nel senso di «flusso delle generazioni»; il «cuculo», voce del dolore delle generazioni).

Gli elementi del mondo naturale ricorrono nella pagina di Gadda con una frequenza non paragonabile a quella di nessun altro scrittore contemporaneo. Ma l’elenco non finisce qui perché accanto alle piante, agli animali, alle pietre, e alle rovine, dobbiamo collocare anche l’uomo con le sue attività, descritte da Gadda come dei veri e propri pezzi di questa storia naturale.

L’uomo viene visto all’interno di una storia che è innanzitutto biologica e diciamolo subito, per il nostro ingegnere, soprattutto darwiniana.

Ma non c’è soltanto questo. La visione naturalistica che Gadda ha dell’uomo va ben al di là dei problemi dell’evoluzione e della genetica e, come dice la Benedetti, va “… anche al di là di quella «natura interna dell’uomo» che sono le pulsioni libidiche…”.

Basta prendere ad esempio l’immagine del «cammino delle generazioni», alla quale Gadda si riferisce frequentemente nelle sue opere, un cammino ininterrotto che sovrasta la morte degli individui, e che tramanda non solo geni ma anche pensieri e speranze, ad altri individui che a loro volta moriranno.

E la Benedetti qui sottolinea che “…Persino le opere degli uomini, quelle che dovrebbero costituire la storia specificamente umana, la storia culturale (di solito contrapposta alla natura), le invenzioni, persino la tecnologia, vengono visti da Gadda come mirabili elaborati della natura, della natura operosa che è nell’uomo, volta alle imprese, talvolta anche disperate…”.

È lo stesso Gadda a esplicitare chiaramente nella Meditazione milanese (Garzanti, 2002) che la storia degli uomini tutta è natura:

«Una centrale telefonica automatica; una stazione radio […] non son men reale natura che il sulfuroso vulcano, o l’arido greto del torrente, o lo sterco delle bestie quadrupedi, o bipedi. Quei fatti della invenzione son fatti e son dunque natura: ché la mente disegnatrice è natura, e la storia degli uomini tutta è natura…».

Per Gadda la distinzione natura/cultura non esiste.

La storia naturale funziona in Gadda come una sorta di sistema di riferimento, tale che quando le cose descritte e i fatti narrati cadono sotto di esso, come per una magica trasformazione canonica che mette il sole al centro del sistema solare, le traiettorie caotiche si mutano in cerchi ed ellissi e nella pagina come nel cosmo si aprono dei… «varchi inattesi ai pensieri di Dio e del diavolo» dice Gadda nel suo saggio su L’ultimo libro di Gianna Manzini ( in Saggi, giornali, favole e altri scritti, volume I, a cura di Liliana Orlando, Clelia Martignoni e Dante Isella, Milano, Garzanti, 1991).

Ovviamente questo Dio a cui l’osservazione della natura sempre rimanda altro non è che una figura del pensiero, che ha una sua utilità etica, oltre che epistemologica: capace cioè di ricordare all’individuo la parzialità del suo punto di vista, e di emendarla, spingendolo a quel riferire e collegare di cui Gadda parla in quello stesso saggio.

Il pensiero calcolante, la razionalità finalizzata, l’utilitarismo sono atteggiamenti che portano a collegare e a ricondurre ogni cosa a una catena di eventi regolati da cause e effetti, che la coscienza può controllare, interpretare, spiegare; ma è proprio da questo che scaturisce il loro aspetto negativo: queste forme di pensiero si muovono su archi parziali – con conseguenze che potrebbero essere, a più o meno breve termine, dannose per la Vita stessa.

Contro la follia di questa ragione parziale, contro l’eccesso di finalità dovrebbe operare ciò che l’antropologo e cibernetico Gregory Bateson chiamava l’«integrazione psichica» che per l’organismo è una vera e propria necessità: essa lo difende dai rischi che derivano dall’irrigidimento dei punti di vista. Giacché la vita – con le sue «ragioni profonde», direbbe Gadda – mal si accorda – sia biologicamente che epistemologicamente – con le parzialità caparbie.

Per giungere alle conclusioni anche il dolore per Gadda, è particolarità meschina, amaro frutto dell’umana ignoranza: giacché sfugge all’uomo la comprensione di quei nessi che fanno sì che ciò che gli appare un male sia, dal punto di vista della totalità, un bene.

La percezione dell’Io dolorante e oltraggiato è perciò una percezione oscura, inadeguata, sporcata da quelle passioni che Spinoza avrebbe classificato tra le più negative: ira, odio, risentimento, sdegno, rimorso, amarezza. Che poi sono anche gli umori tipici dei personaggi dell’opera gaddiana.

E torniamo così allora alla domanda iniziale:
perché Dio risponde a Giobbe con una lunga lezione di Storia Naturale
che spazia dall’astronomia alla geologia dalla meteorologia alla biologia e per estensione, potremmo dire, al cambiamento climatico attuale (quello che presumibilmente ha provocato il crollo del ghiacciaio tra Nepal e Tibet)?

E perché mai questa lunga lezione cosmologica dovrebbe costituire un rimedio contro la comprensibile indignazione dei “poveri giobbe vessati” da un destino cinico e baro? E perché mai questa lezione di Scienze Naturali dovrebbe costituire per noi tutti (anche per i negazionisti, per gli analfabeti scientifici, per gli ignoranti di biologia evoluzionistica) una inequivocabile EVIDENZA di quello che sta accadendo e dell’urgenza di un cambio di sistema di riferimento?

Forse perché l’osservazione del mondo naturale, della sua complessità di nessi e strette interrelazioni, riposiziona ognuno di noi, come ci ha spiegato Gadda, nella giusta prospettiva come una semplice e (in)significante parte della Vita del tutto, e perché questo contribuisce a correggere la nostra assurda pretesa di spiegare, controllare e governare il mondo a partire dal punto di vista antropocentrico, calcolante, razionale e utilitaristico.

Il punto di vista della Storia Naturale ha il pregio di produrre sia un acquietamento momentaneo delle passioni negative e sia quella necessaria integrazione psichica, paragonabile alla saggezza, che fa scrivere a Gadda: «la natura è un po’ sempre una “prova dell’esistenza di Dio”».

In copertina: Carlo Emilio Gadda, Rodrigo Gurgel da frammentirivista.it

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Parole a capo / Fabio Vallieri: Poesie e Haiku

Parole a capo /
Fabio Vallieri: Poesie e Haiku

Parole a capo /
Fabio Vallieri: Poesie e Haiku

Da “Come Ruggine“
.
Io sono dove s’apre
desueto l’orizzonte chino
del girasole,
dove sfugge al suolo
l’onda pieghevole del suono.
Nulla più giace tacito e uguale,
solo morte che rabbocca
anditi e stanze vuote
d’oggi
che mi è acerbo
anche solo pensare.
…
Pallide impronte del clima
come ruggine che crolla
cede ai metalli alle leghe
                                       sono
nel taglio d’una scossa
tracciata da livide luci
dove s’annidano testuggini
le nostre case le nostre
                                      forse sfiorate.
Ed io non so cos’aspettarmi.

*

da “L’Urto“
.
Quanta nebbia o coltre occorre
a saturare il gelo schiuso
dalla spinta, l’urto
o, propriamente, la caduta.
..
La distanza che annulla e divora
magnolie appesantite nel terriccio
le tue ossa sfuggite in tacito accordo
senza più corpo, struttura implosa.
L’esito del rifiuto è una boccata
irrespirabile, la tomba ne è il luogo
la forma deforme della fame.
…
La radura coi barbagianni solitari,
le zolle illuminate dai trattori cabinati
mentre le prime nebbie rabbuiano.
Invocavamo secche o polveriere
luoghi in disuso, prosciugati appena
ma qui tutto avanza.
Nel vortice febbrile e irrisolto dell’attesa
la frontiera appare come un confine incerto,
la mappatura di valichi e trincee
solo accantonata.

*

 

Haiku (inediti)
haiku 1
L’aria fendeva
come la lama dei pattini
il ghiaccio.
haiku 2
E tu cammini
falciando l’ombra a metà.
Luna che cola.
haiku 3
Deriva d’archi
il battito di ciglia,
lana di vetro.
Fabio Vallieri è nato a Ferrara nel 1971. Lavora nello stabilimento Petrolchimico ferrarese.
Ha vinto, per la poesia, il Premio “Granaglione” (Bo) 1996, il Premio “Dante città di Ferrara” 1997, il Premio “Gianfranco Rossi” 2001. E’ stato segnalato al Premio “Riverart” città di Venezia 1994. E’ stato incluso nell’Opera Comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta (Borgomanero, Atelier 1999).
Di “Come Ruggine”, sua opera prima, ne hanno parlato Sandro Montalto, “Il Segnale” n.56(2000); Giuliano Ladolfi, “Atelier” n.11(1998), Giorgio Manacorda, Annuario di Poesia 2002-2003 (Roma, Castelvecchi) e ancora Sandro Montalto nel volume, Tradizione e Ricerca nella Poesia Contemporanea (Novi Ligure, Joker 2008).
Di “L’Urto”(Ladolfi Editore) 2011, sua opera seconda, ha ricevuto una segnalazione di merito al Premio “Antonio Guerriero” Civetta di Minerva (Starze di Summonte, Avellino 2013). Una selezione di testi tratti da “l’Urto” è comparsa sul numero 16 della rivista “Versodove”. Suoi testi sono stati pubblicati sulla rivista “Atelier”.Nel 2013, assieme al cantautore Simone Beghi, ha dato vita al progetto TETRO dando alle stampe il cd autoprodotto “Dissonanze Armoniche d’Urto” proponendolo in più occasioni in set live anche presso la “Resistenza”, Circolo Culturale e Sociale ferrarese.
Cutter(ciò che si insinua), Puntoacapo Editrice, terza opera, viene edito nel marzo 2023 con una prefazione di Fabrizio Lombardo.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’ IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 355° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
LA SCUOLA CHE FA LA DIFFERENZA

LA SCUOLA CHE FA LA DIFFERENZA

LA SCUOLA CHE FA LA DIFFERENZA

La scuola è iniziata. Le aule hanno ripreso a riempirsi di voci, passi, attese, esitazioni. Sono tornati i quaderni ancora intatti, gli orari da imparare, i nomi nuovi, i compagni ritrovati. Ma l’inizio di un anno scolastico non coincide soltanto con il suono della prima campanella. Ogni vero inizio avviene quando qualcuno incontra una parola che lo riguarda, una domanda che non aveva ancora saputo formulare, uno sguardo capace di riconoscerlo là dove lui stesso non riesce ancora a vedersi.

La scuola è il luogo nel quale una società consegna alle nuove generazioni il sapere costruito prima del loro arrivo. Ma trasmettere non significa trasferire nozioni da una mente piena a una ancora vuota. Nessun ragazzo è un contenitore da riempire e nessun insegnante è soltanto il depositario di risposte corrette. Ciò che passa dall’uno all’altro è anche il modo in cui un adulto abita ciò che insegna, la capacità di mostrare che una poesia, un teorema o una pagina di storia possono ancora accendere qualcosa.

Si può dimenticare una data, confondere una formula, perdere una definizione. Più difficilmente si dimentica la luce negli occhi di chi ci ha fatto sentire che conoscere non serve soltanto a superare una verifica, ma ad allargare il mondo. La passione non si prescrive: passa quando il sapere diventa vivo nella voce di chi lo offre. Un insegnante non può sapere quale seme attecchirà, né quando; può però continuare a seminare.

Ai ragazzi, invece, la scuola dovrebbe permettere di conservare la curiosità per ciò che ancora non conoscono. In un tempo che pretende risposte immediate e offre l’illusione che tutto sia disponibile con un gesto, imparare significa anche sostare davanti a ciò che sfugge. Accettare di non sapere, di non capire subito, di dover tornare su una frase o attraversare la fatica di un problema. Il vuoto non è sempre una mancanza da colmare in fretta: può essere lo spazio dal quale nasce una domanda autentica. E una domanda che appartiene davvero a chi la pone vale più di molte risposte ripetute senza desiderio.

La scuola dovrebbe custodire questo intervallo tra il non sapere e la scoperta: un tempo nel quale sbagliare senza essere identificati con il proprio errore, cambiare idea, tentare senza avere già la certezza di riuscire. Il voto misura una prestazione circoscritta; non può dire tutto di un soggetto. Un ragazzo non coincide con la sua media, con la sua rapidità o con la facilità con cui parla davanti agli altri. C’è chi comprende in silenzio, chi ha bisogno di più tempo, chi trova una via laterale.

Entrare in una classe significa entrare in uno spazio comune senza cessare di essere singolari. È questa una delle sfide più alte della scuola: costruire un’appartenenza che non chieda a nessuno di cancellare la propria particolarità. Non si tratta di rendere tutti uguali, ma di fare in modo che le differenze non si trasformino in gerarchie. Ogni ragazzo dovrebbe poter trovare il proprio posto senza essere costretto a somigliare agli altri per meritarselo.

Anche le storture, allora, acquistano un altro significato. Chi ha stabilito quale sia la forma perfettamente diritta alla quale ogni bambino dovrebbe adeguarsi? Ciò che appare eccentrico, fragile, dissonante o fuori misura può diventare, se accolto, il punto dal quale una persona inventa il proprio modo di stare al mondo. Valorizzare una stortura non significa negare una difficoltà o rinunciare ad aiutare chi soffre. Significa non ridurre nessuno alla sua difficoltà, non fare della diagnosi un’identità, non scambiare l’uniformità per inclusione. Talvolta è proprio da ciò che non si lascia normalizzare che nasce una risorsa inattesa.

La scuola non dovrebbe limitarsi a tollerare le differenze, come se fossero un ostacolo inevitabile, ma permettere loro di diventare una ricchezza per il gruppo. Chi procede più lentamente può insegnare ad attendere; chi guarda da una prospettiva insolita può aprire una strada che gli altri non vedevano. La classe diventa educativa quando il limite dell’altro non diminuisce il proprio valore e il talento di un compagno non rappresenta una minaccia.

È qui che solidarietà e collaborazione smettono di essere parole scritte nei progetti e diventano esperienze. Non si impara a essere solidali attraverso una definizione, ma facendo posto a chi rischia di restare ai margini, chiedendo aiuto senza vergogna, offrendo ciò che si sa senza usarlo per prevalere. Collaborare significa scoprire che esistono risultati ai quali si arriva soltanto insieme e che il successo di uno non deve coincidere con la sconfitta di un altro.

Tutto questo non riguarda soltanto insegnanti e studenti. La scuola è fatta da ogni persona che la abita: dirigenti, educatori, personale amministrativo, collaboratori scolastici, famiglie. Ognuno partecipa al clima che un ragazzo respira entrando. C’è chi apre una porta, chi rende possibile il lavoro degli altri, chi intercetta un silenzio o riconosce una difficoltà prima che venga detta. Nessun ruolo è secondario quando contribuisce a far sentire qualcuno atteso e non soltanto registrato.

Ogni adulto può limitarsi a esercitare una funzione oppure scegliere di esserci davvero. A volte bastano un saluto, uno sguardo non distratto, una parola pronunciata al momento giusto. Sono gesti che non compaiono nei programmi e non sono misurabili, ma possono incidere sull’immagine che un ragazzo costruisce di sé. Si cresce incontrando adulti capaci di porre limiti senza umiliare, di correggere senza schiacciare, di riconoscere senza etichettare.

La scuola non deve proteggere i ragazzi da ogni frustrazione. Crescere richiede l’incontro con il limite, la responsabilità e la fatica necessaria a dare forma a un desiderio. Ma il limite è educativo soltanto quando introduce alla realtà senza spegnere la possibilità. Dire che non tutto è possibile significa aiutare ciascuno a cercare il proprio modo e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Forse è questo ciò che i ragazzi dovrebbero incontrare a scuola: non soltanto materie, regole e valutazioni, ma adulti credibili, compagni con cui misurarsi senza annientarsi, parole capaci di nominare il mondo e silenzi nei quali ascoltare ciò che comincia a prendere forma. Dovrebbero poter essere particolari senza per questo essere lasciati soli, avere la libertà di fare domande e la possibilità di scoprire che il sapere non chiude la vita dentro risposte definitive, ma la rende più ampia.

La scuola è iniziata. L’augurio è che sappia essere, per chiunque la attraversi, non una macchina che seleziona chi si adatta meglio, ma una comunità capace di fare spazio. Che gli insegnanti continuino a far ardere il fuoco della propria passione; che gli studenti mantengano viva la curiosità per ciò che resta da scoprire; che tutti coloro che fanno parte del mondo scolastico ricordino quanto può pesare, nel bene e nel male, il modo in cui guardano un ragazzo.

Educare non significa riempire e imparare non significa accumulare. Significa permettere che nell’incontro avvenga un passaggio: da una generazione all’altra, da una voce a un ascolto, da ciò che già sappiamo a ciò che ancora possiamo diventare. È un passaggio che nessun voto potrà misurare, ma che può continuare ad ardere molto tempo dopo il suono dell’ultima campanella.

In copertina: Ragazzi, Foto di Pexels da Pixabay

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vite di carta Amitav Gosh a Festivaletteratura edizione 2026

Vite di carta /
Trent’anni di Festivaletteratura

Vite di carta. Trent’anni di Festivaletteratura

Mantova, edizione 2026, la numero trenta. Il Festival è troppo ricco di eventi perché il trenta rischi di trasformarsi in un mantra vagamente ossessivo, eppure lo sto ritrovando in più postazioni come una sorta di filo conduttore. Penso non solo alla tenda dei libri, dove c’è il punto di raccolta dei racconti lunghi trenta parole, che ognuno può scrivere sul suo rapporto col Festival e partecipare così alla “antologia all’aria aperta”.

“Una sfida alla grande comunità di lettori e lettrici, autori e autrici” che seguono il Festival edizione dopo edizione, come recita il programma a pagina 93. Dopo che a pagina 91 è stata usata tutta l’ironia del caso per dare un nome a questa tipologia di umani che cammina per le strade di Mantova ogni settembre, che siede su sedie e sgabelli per ascoltare e pensare e qualche volta intervenire: è l’Homo festivalensis. Dal 1997 ne fanno parte tantissimi individui di mezza età, tanti giovani, un po’ meno gli over 60 come me.

Penso alla mostra dedicata a Ippolito Nievo alla Biblioteca Teresiana, un gioiello che nei giorni del Festival ne mette in mostra altri. Sono le carte manoscritte e le principali edizioni a stampa delle opere di Nievo, che mettono in luce i tanti generi della sua scrittura, dai racconti alle poesie alle opere per il teatro. Mi soffermo davanti a I Capuani, la tragedia pubblicata in bella edizione per la prima volta nel 1914 dall’editore Carabba di Lanciano. Un’opera postuma, come del resto Le confessioni di un italiano, che uscirono nel 1867, sei anni dopo la morte dell’autore.

Esco con la sensazione di Nievo come uomo di penna, un enfant prodige della letteratura, e come uomo d’azione, un giovane garibaldino la cui vita si è inabissata col piroscafo Ercole durante la navigazione verso Napoli al rientro da una missione in Sicilia da poco conquistata dall’impresa dei Mille.

Poi gli autori. Li ho selezionati con fatica entro il mare dei 360 eventi in programma, e con il solito senso della perdita verso gli altri a cui non ho potuto accedere. Beato streaming che me ne regala qualcun altro da oggi in poi, qui a casa con i piedi doloranti e la testa ancora in festa.

Ne indico alcuni veramente speciali che sul programma trovo alla pagina Stranieri nel mondo. Li ho scelti per interesse e solo a posteriori capisco che sono stati inseriti tutti nel “quadrante intraeuropeo” della letteratura; sono il francese Olivier Guez, il nederlandese Tommy Wieringa e il greco Theodor Kallifatides.

Scopro di avere fatto un’incursione, e che incursione, nelle “connessioni internazionali” in cui ha posto lo scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh.

Alla grande, dico. Tutti stranieri, come straniere sono le voci di Paola Caridi, Lucio Caracciolo, Monsignor Matteo Zuppi, Simone Pieranni e Francesco Costa che ho pure ascoltato in questi giorni mantovani. Stranieri nell’accezione di erranti, di giornalisti e scrittori il cui racconto è fatto di “transizioni e passaggi”, la cui geografia di vita è mobile e attraversa confini seguendo mappe articolate.

Sono mappe linguistiche e valoriali che li scaraventano in mezzo alle guerre portando un messaggio di pace, come nel caso di Mons. Zuppi. Oppure in paesi tormentati come l’area palestinese o dentro i colossi del mondo d’oggi, la Cina e gli USA.

Riesco a trascrivere nei miei appunti dei tasselli delle loro mappe: scrivo quando Caracciolo dice che andrebbe ritrovato più coraggio, più senso di responsabilità nello stare dentro alle dinamiche internazionali e che per lui la pace vale più della verità, delle verità parziali dei contendenti.

Sta cercando insieme a Caridi e Zuppi di definirla in rapporto ai conflitti che ci sono nel mondo. Di sottolineare quanto non occorrano soluzioni militari ma politiche , quanto serva il dialogo al posto delle armi sempre più sofisticate costruite utilizzando l’AI.

Come non sia facile definirla, dice Caridi, dal momento che non abbiamo avuto rispetto della Terra. Un’idea che è cara anche ad Amitav Ghosh, questa che ci mette in conto di avere trascurato il non umano: ambiente, piante, animali. Uomini, alla fine.amitav ghosh l'occhio fantasma

Mi colpisce di Olivier Gaez l’idea che ha dell’ Europa come sua patria e come per sé e i suoi personaggi la vita sia una fuga, prima di tutto da stereotipi e identità posticce. L’idea di ironia e tenerezza unite per affrontare il mondo.

Dell’ultimo romanzo di Tommy Wieringa, Nirvana, sento parlare come di un grande libro che ruota intorno a tre generazioni di una potente famiglia, il cui passato oscuro affonda le radici nella seconda guerra mondiale.

Il potere, la ricchezza basata sulla estrazione di idrocarburi, il cambiamento climatico costituiscono i temi centrali del libro, a cui Wieringa affida il messaggio  di una letteratura pronta alla speranza e disposta a incentivare l’azione.

Di Theodor Kallifatides, che volevo conoscere dopo avere letto il suo recente Madri e figli, mi ha incantato la tenerezza della voce. La pacatezza con cui ha nominato la Grecia e la Svezia, le sue due patrie. La propria identità arricchita dal sentirsi a casa in due diverse parti del mondo.

Tengo per ultimo Amitav Ghosh, di cui vorrò leggere il romanzo più recente, L’occhio fantasma. Un romanzo che affronta il tema della reincarnazione, o meglio della memoria del mondo incontrato in una vita precedente che hanno i bambini.

niccolò ammaniti il custodeNoto che anche nel recente Il custode di  Niccolò Ammaniti  trova posto il tema dell’inesplicabile nella vita. L’autore ne ha parlato nell’evento di venerdì in Castello. Per aggiungere che come il suo protagonista bambino si prende cura di un “essere” che ha in casa, così può dirsi della letteratura che è custode del nostro passato.

Una coincidenza? Intanto è uno stimolo a leggere entrambi i libri cercandovi la frontiera a cui è giunto il pensiero dei due autori.

Quanto a Ghosh, sento di dover scoprire come si saldano La grande cecità e quest’ultimo romanzo, in apparenza tanto diversi: forse in quel “cambiare la propria coscienza” che si richiede all’uomo oggi per abbracciare altri mondi. Fino ad includere l’inesplicabile e la dimensione del mito.

Dice Ghosh che non la preghiera, non la meditazione gli offre l’accesso ad altri mondi, la scrittura è ciò che gli fa cambiare la coscienza.

Li sento alla tv o nella rete, ma qui li vedo. Hanno corpi e in particolare volti che mi fa bene scoprire. Sono le menti che voglio conoscere, a cui qui attacco il corpo e mi sento a casa dentro al genere Homo. Meglio Homo legens.

Nota bibliografica:

  • Olivier Guez, Le rivoluzioni di Jacques Koskas, La nave di Teseo, 2026
  • Tommy Wieringa, Nirvana, Iperborea, 2025
  • Theodor Kallifatides, Madri e figli, Voland, 2026
  • Amitav Ghosh, L’occhio fantasma, Einaudi, 2026
  • Niccolò Ammaniti, Il custode, Einaudi, 2026
  • Francesco Costa, Come se ne esce, Mondadori, 2026
  • Simone Pieranni, Lo specchio americano, Mondadori, 2026

Cover: Foto scattata dall’autrice ad Amitav Ghosh durante l’evento n.197

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