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Il gatto e la croce

Il gatto e la croce

Il gatto e la croce 
(un racconto)

Il Cristo era là, sulla croce. Ai piedi l’apostolo che amava, sua madre e la Maddalena, accanto tre soldati romani, un centurione ed una sparuta folla, residuo della moltitudine che aveva accompagnato Gesù al Gòlgota, schernendolo, insultandolo, lanciandogli pietre e sputandogli sulle vesti.

Un gatto, che vagava per il colle, si era aggiunto all’ultimo. Muovendo appena la testa, con il collo teso in avanti, le vibrisse a fremere nell’aria, sentiva gli odori forti del sangue e dell’aceto, del terrore gelido di chi sta per morire. Sentiva la paura senza fine delle tre figure crocifisse, ma in particolare percepiva vibrazioni molto forti provenire da quella più in alto. Si sedette appoggiandosi sulle zampe posteriori, proprio accanto ad un masso, ai piedi della croce centrale. Chinando la testa di lato, più volte, e riportandola eretta, il gatto scrutava quel viso d’uomo stravolto dal dolore atroce della Passione: mai aveva visto un volto simile. Gli sembrò ebbro di felicità e dolore allo stesso tempo.

Subito una corrente di immagini e sensazioni attraversò la sua mente. Sentì in bocca il sapore del latte materno, d’un grosso pezzo di pesce essiccato che aveva preso, di nascosto, da un banco del mercato; udì il dolce miagolio di sua madre, il sussurro delle gatte in amore, e di nuovo sentì il sapore del latte di mucca appena munto, il fresco dell’acqua di fonte. Si leccò una zampa e prese a lavarsi il pelo con lentezza. Il resto delle persone attorno alla croce scomparve, neppure le vedeva più. Si era sempre tenuto alla larga dagli uomini, ma qui, in cima a questo colle, senza nemmeno un filo d’erba, era diverso: non aveva più alcuna paura, si sentiva a suo agio.

Fu allora che, raccolto da terra un pezzetto di legno, iniziò a lanciarlo per aria, facendo ogni possibile capriola o mossa buffa che riusciva a ricordare. Voleva farlo ridere, voleva lenire almeno un poco quel dolore immenso, quella pena così dolce d’amore per l’Umanità intera che poteva soltanto intuire. Ma niente, l’uomo sulla croce non lo guardava nemmeno, e allora, girando più volte su sé stesso, si acciambellò proprio ai piedi di Gesù, appoggiando la schiena robusta al palo infisso nel terreno, ed iniziando a fare le fusa. Più forte, sempre più forte, quasi a voler farsi udire da quell’uomo, che ora sentiva di amare. Erano fusa di gioia vera, perché la vicinanza del Cristo gli dava una sensazione di benessere profondo, quale non aveva mai provato prima per nessuna creatura.

Dall’alto della croce udì provenire alcune parole, e vide le tre figure sotto di essa che si abbracciavano piangendo. D’improvviso la donna più giovane si accorse di lui e si chinò per raccoglierlo, lo prese fra le braccia e lo strinse forte. Il suo corpo era caldo e odorava di freschi profumi speziati, grosse lacrime le scendevano dal viso che appoggiò dolcemente contro il suo dorso, baciandogli più volte la testa.

  • Ti chiamerò Yelid nasha’ – disse la Maddalena.

N.d.a. – in aramaico “ Yelid nasha’ “ significa letteralmente: “Nato da essere umano”.

Cover: Hans Memling, Crocifissione, 1467-1470, esposto in occasione della Pasqua al Museo Diocesano di Milano, immagine ARTE.it

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Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte

Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte

Caro Francesco, ho visto che hai ospitato nella mia rubrica l’arte che cura due articoli, uno di Simonetta Sandri “Chagall un artista capace di curare con la bellezza” e l’altro di Daniela Cataldo “Oltre l’oscurità (l’arte e la salute mentale)”.

Entrambi sono assolutamente pertinenti, ma mi hanno fatto venire il dubbio di non avere trasmesso in maniera chiara in cosa consiste la Psicoterapia Psicodinamica a mediazione artistica.

È vero come dice Simonetta Sandri che la fruizione artistica o la contemplazione di opere d’arte, “l’osservazione delle cose belle”, “parlano all’anima”, “portano benessere, conforto, riconoscimento di parti di sè”. Altrettanto vero, come descrive Daniela Cataldo, che l‘arte contribuisce alla salute mentale, che permette ad ognuno di guardare i propri fantasmi.

Ma la psicoterapia di cui parlo è qualcosa di più e di più specifico.

Esiste tutt’ora la convinzione, ed è vera, che l’arte è di per sé curativa. E con questo presupposto possiamo elencare oltre le arti figurative, pittura, scultura, fotografia, tutte le forme artistiche: il teatro, la poesia, la scrittura, la musica, la danza. Tutte queste forme espressive che Periscopio accoglie e che contribuiscono al benessere potrebbero allora essere inserite nella mia rubrica, ma c’è un ma…

L’arte che cura, e forse a questo punto  il titolo andrebbe rivisto, è l’esplicitazione di un preciso lavoro clinico.

L’arte, nella mia professione di terapeuta, cura se c’è una richiesta di aiuto per un disagio o un problema di salute mentale, se c’è uno psicoterapeuta di formazione psicodinamica – psicoanalitica, se c’è un patto terapeutico e se c’è, in questa precisa metodologia, la mediazione nella relazione terapeutica operata dall’arte, terzo fondamentale protagonista di un processo di cambiamento o di miglioramento.

Il nocciolo non è la produzione di un’opera d’arte da mettere in mostra e che ha bisogno di spettatori, non è l’interpretazione anche quella simbolica molto raffinata della psicoanalisi, che può diventare mero esercizio intellettuale, non è la lettura delle opere degli artisti più o meno famosi, più o meno recenti, questa la lasciamo ai critici o agli storici dell’arte, non è metafora, linguaggio poetico che lasciamo ai poeti e agli scrittori, non è messa in scena di contenuti emotivi che lasciamo al teatro.

La Psicoterapia Psicodinamica a mediazione artistica è anche tutto questo, ma le produzioni artistiche appartengono completamente al paziente, sono rappresentazioni  spontanee, uniche, irripetibili che, spesso a livello inconscio, preverbale e laddove le parole non bastano o non ci sono, esprimono, rendono visibili e comprensibili parti di sé attraverso i materiali artistici.

Più dell’opera finale è importante il processo artistico: la scelta dei materiali (pittorici ed extra pittorici che hanno valenze differenti), la modalità nel loro utilizzo (veloce, esitante, dolce, forte, impaziente, infinito…), il coinvolgimento del corpo nella produzione (tensione, postura, concentrazione, modalità a concentrazione corporea, formale simbolica…), la descrizione che il paziente stesso fa di ciò che è avvenuto e di ciò che vede e sente o viene evocato durante e ad opera finita.

Osservatore e testimone è il terapeuta che diviene depositario dei contenuti emersi e che aiuta il paziente  nel dare un significato al proprio prodotto che è una parte di sè, senso non legato a categorie predefinite, ma al codice espressivo che appartiene a quell’unico soggetto, che permette  libere associazioni, fino ad arrivare, ma non è obbligatorio, si pensi a un malato psichiatrico o ad un bambino, ad una versione simbolica dell’esperienza artistica vissuta.

Tutto ciò può avvenire solo in un contesto preciso che è il setting terapeutico, spazio protetto e libero, in un luogo e in un tempo dedicato all’interno di una relazione che è definita da un patto e da un’alleanza terapeutica.

Nella formazione di uno psicoterapeuta espressivo si coniugano la formazione clinica e la sperimentazione in prima persona dell’arte. È obbligatoria un’analisi personale, ma anche lo studio dell’arte. La prima per saper gestire in primis il transfert e il controtransfert, la seconda per capire dal di dentro cosa succede quando si crea.

Poi, ovvio, ci sono modelli teorici, tecniche, autori di riferimento sia della psicologia sia degli artisti che della storia dell’arte, della simbologia, delle neuroscienze, della filosofia, dell’antropologia culturale, eccetera.

Nella Psicoterapia psicodinamica a mediazione artistica c’è tutto quanto messo in luce da Simonetta e da Daniela, ma Arte terapia, laboratori artistici, fruizione dell’arte o sua produzione, tutte cose che contribuiscono al benessere e alla conoscenza di sé, che possono dar spunti di riflessione o creare occasione di insight non sono sufficienti per ricondurli a strumenti clinici.

Per questo ad esempio non ho inserito nella rubrica l’Arte che cura, l’articolo La strage degli innocenti, in questo caso infatti ho usato gli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni come metafora che dava più potenza alla associazione di  quell’evento rappresentato nell’affresco alla contemporanea strage dei bambini di Gaza. Né ho inserito  La storia del Golem che voleva raccontare  del potere sfuggito di mano a Israele diventato  strapotere oggi. Neppure Le scarpe rosse, un racconto, quindi una forma artistica fatta di parole che è metafora dei sentimenti legati alla malattia e alla elaborazione del lutto.

Se occorre una spiegazione dettagliata, con presupposti metodologici, autori di riferimento, storia ed evoluzione della psicoterapia espressiva, bibliografia, e quant’altro si trova tutto nel sito di Art Therapy Italiana di Bologna che è stata la prima scuola italiana che ha avuto il riconoscimento dal MIUR di un corso di specializzazione post laurea in Psicoterapia psicodinamica a mediazione aristica.

Oggi prolificano scuole per diventare arte terapeuti, ci sono altri indirizzi che hanno sdoganato l’arte non solo come modalità preferibile per i bambini, i disabili, il disagio mentale. Finalmente prende sempre più piede anche nei servizi sanitari la ricchezza intrinseca nello sperimentare ogni tipo di arte, ma rimangono i distinguo non indifferenti che ho cercato di mettere in luce, l’arte in questi contesti rimane uno strumento per finalità ricreative, socializzanti, riabilitative.

Personalmente ho fatto laboratori tematici usando l’arte, ma con la consapevolezza che non sono psicoterapia, anche se sono esperienze che fanno risuonare ai partecipanti dinamiche psichiche e problematiche emotive.

Non faccio mostre, i miei lavori sono materiale da portare eventualmente in supervisione. Non ho l’obiettivo di fare mostre con i lavori dei miei pazienti: a meno che non divenga una loro esigenza, non c’è la finalità  che diventino artisti, anche se qualcuno poi continua su questa strada. Avere esperienze artistiche non è un presupposto per iniziare un percorso terapeutico con questa metodologia.

Attingo dalla mia immaginazione e utilizzo e sviluppo la mia creatività per continuare ad essere in contatto con me, capire cosa succede incontrando la propria anima, per rinforzare la mia introspezione e aumentare la mia comprensione di quanto succede nei miei pazienti.

C’è differenza tra la produzione artistica che nasce nella stanza della terapia e l’esigenza spontanea  di creare, di esporre, di avere riconoscimento, di raccontare. 

La descrizione dei libri illustrati nella rubrica “Vite di carta”, i suggestivi acquarelli sui bambini di Gaza di Miriam Cariani (Arte terapeuta), o l’esperienza della redazione di un giornale dentro al carcere, sono tutte esperienze creative importanti,  permettono di incontrare emotivamente e di capire più profondamente un problema, creano spazi di libertà espressiva il che non è poco, ma sviluppare emozioni o raccontare i propri vissuti non è fare interventi clinici con quegli stessi bambini, o con le persone che portano le loro storie.

L’intenzione della  mia rubrica è fare esempi concreti per far capire cosa succede quando psicoanalisi e arte si mettono al servizio di chi chiede aiuto. Sono vignette cliniche e più delle parole sono i lavori artistici che raccontano. E, ancora più di queste, ma attraverso queste, sono le trasformazioni che avvengono nel funzionamento delle persone in una dinamica alle volte inconscia da dentro a fuori e viceversa, di cui sono facilitatore e testimone.

Nella rubrica non descrivo tutto il percorso dei pazienti, sono momenti salienti più o meno felici,  scorci di storie mediate quasi sempre da un linguaggio  narrativo che riconduce ma non è ricostruzione biografica.

I protagonisti sono anonimi, i loro lavori artistici sono condivisi e autorizzati per essere mostrati, lo scopo di raccoglierli in L’arte che cura è quello di dare visibilità e di contribuire a far conoscere la forza trasformativa, la profondità, la conoscenza e il contatto con il mondo interiore che la Psicoterapia psicodinamica a mediazione artistica sa offrire. Ciò anche quando le emozioni vengono percepite prima ancora di essere riconosciute o anche quando non c’è  la capacità di saperle nominare, quando le parole non bastano o non ci sono.

Questa psicoterapia infatti è aperta e tratta gli aspetti pre verbale e pre simbolici, è l’ambito in cui l’estetica non è ingabbiata nel riconoscimento del bello, ma è conoscenza sensitiva, le neuroscienze direbbero incarnata.

La psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte  sa trovare e mettere in luce  l’autenticità di ogni soggetto, permette alle persone di raggiungere la consapevolezza della propria “cifra stilistica” nella rappresentazione del mondo e delle relazioni, sa aiutare ognuno a sentirsi visto (ogni lavoro artistico è una traccia concreta che conferma il mio esserci), a sentirsi degno di amore, perchè la relazione terapeutica è riparativa, è una nuova possibilità di relazione.

Tale relazione aiuta ad avere fiducia di poter trovare il proprio posto nel mondo, è capace di favorire il convivere con le proprie ombre, di credere di essere i principali fautori del proprio destino, di essere individui pieni di risorse, alle volte perse di vista o nuove e di essere compassionevoli verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi grazie al rispecchiamento, il rispetto, la fiducia vissuta nella relazione con  il terapeuta.

Le opere d’arte prodotte in seduta sono le prove visibili e concrete di tutto ciò che è il patrimonio e il funzionamento della nostra psiche e che dirigono la nostra vita; il processo artistico è la prova che è possibile avere coscienza che tutti siamo imperfetti, perfettibili ma unici e bellissimi.

Cover: IMMAGINE DEI CORSI PROPEDEUTICI IPSE

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Appartenenza, condivisione, partecipazione? È il Teatro Civico di Schio, ragazzi!

Il bilancio di sostenibilità è importante, ma c’è chi (ancora) non lo fa perché la sostenibilità fa parte del proprio DNA. Come al Teatro Civico di Schio, “civico” per natura, dalla sua nascita, al suo restauro, fino alla programmazione partecipata. Ne abbiamo parlato con la sua co-direttrice artistica Stefania Dal Cucco

Si è già detto di come la definizione di bilancio di sostenibilità vari da ente a ente culturale, a seconda della sua specificità e della sua mission. L’affermazione è talmente vera che alcune organizzazioni non adottano un documento specifico, parlando unicamente con la propria attività e i suoi impatti. Leggendo vari documenti e studiando chi fa cosa e come, nel mondo della cultura, siamo rimasti incuriositi dal Teatro Civico di Schio, in provincia di Vicenza. Che un bilancio di sostenibilità non ce l’ha.

La pelle delle istituzioni culturali: una muta interessante

Molte istituzioni culturali, oggi, hanno subito una profonda trasformazione rispetto al passato. Non più solamente custodi di sapere e di memoria ma enti chiamati a un risultato. Le cause? Fra queste, la scarsità di risorse pubbliche, l’emergere di nuovi bisogni da parte degli utenti, la concorrenza nel “mercato” del tempo libero, la pressione verso l’efficienza. Non da ultimo, la necessità emergente di produrre esperienze, qualcosa di unico.

Come sottolinea Alex Turrini, in un recente e interessante articolo sul mecenatismo culturale, «alla cultura oggi si chiede un ruolo simile a quello delle scuole: essere istituzioni civiche, cioè luoghi che non solo espongono contenuti, ma tengono insieme una comunità, riparano fratture, creano linguaggi comuni, alimentano fiducia».

Si è perso il senso di appartenenza, impera la solitudine tecnologica che non mette in relazione più nessuno ma isola, le relazioni sociali sono sempre meno, più complesse e frammentate, generazioni e quartieri vivono tra una cortina che separa i marciapiedi.

Il teatro non è più il luogo dove si va acquistando un biglietto, ma uno spazio vivente e vivace che ricompone anche le anime, dove si pensa e si respira insieme.

Per restare a Turrini, «essere istituzione civica non significa aggiungere qualche attività educativa o un progetto di inclusione come appendice, ma ripensare il patto con il pubblico come relazione bidirezionale: non “io produco e tu consumi”, ma “noi ci riconosciamo e co-costruiamo valore. Se la fiducia è un bene, allora va coltivata con istituzioni che la rendano praticabile». Una cura reciproca. Fatta di relazioni. Esattamente la filosofia di Schio.

“Un fatto civico. Il Teatro Civico di Schio e il suo rapporto con la città”

È il titolo della tesi di Laurea Magistrale in Teatro e Arti Performative alla Iuav di Venezia, discussa nel 2024 da Santi Crispo, oggi responsabile della comunicazione del Teatro Civico di Schio, civico di nome e di fatto. Secondo Crispo «la parola “teatro” assume significati diversi in funzione dello sguardo che si sceglie di utilizzare per trattare il concetto: spazio, luogo, disciplina, arte, esperienza, collettività. Ogni persona che utilizza il “teatro” nel proprio linguaggio può includere all’interno della parola stessa una molteplicità di significati». Secondo il direttore artistico del restauro del Civico, l’Architetto Valeriano Pastor, «la vita del teatro ha una ripercussione essenziale nella vita urbana e sollecita momenti di riflessione dei cittadini su sé stessi. È un fatto civile, anzi più semplicemente e più precisamente, un fatto civico».

Il teatro diventa quindi luogo e pratica di cittadinanza, momento cruciale di riflessione.

A Schio, il suo teatro storico di inizio Novecento né è la testimonianza. Fin dal suo percorso partecipativo volto a individuare, insieme ai cittadini, le linee guida del restauro resosi necessario dopo decenni di polvere e abbandono.

La sostenibilità secondo Schio

Studi in scienze della comunicazione all’Università di Padova, Stefania Dal Cucco arriva al Civico di Schio 17 anni fa, tramite il Servizio civile del Comune che la porta a lavorare nei percorsi educativi del teatro. Specializzatasi poi in audience development, fundraising e progettazione partecipata, rimarrà in questa struttura, con entusiasmo, pazienza e dedizione, fino a essersene nominata co-direttrice artistica, insieme a Federico Corona.

«È sempre importante», racconta, «difendere la ricaduta sociale sul territorio delle proprie attività. Il Teatro Civico di Schio, gestito dalla Fondazione Teatro Civico creata nel 1993, non pubblica un Bilancio di sostenibilità nel senso tecnico del termine ma rendiconta il proprio impatto attraverso il Bilancio d’esercizio e una forte attività di progettazione sociale», sottolinea. «Forse, in futuro, potrebbe essere utile prevederlo, ma, ad oggi, il concetto di sostenibilità è embedded nella stessa filosofia del teatro. È vero che le linee strategiche di sostenibilità sono delineate dal consiglio di amministrazione, composto da un presidente e tre consiglieri nominati dal Comune e dall’assemblea dei soci e due dalle aziende socie, cui si aggiungono segretario, revisore e direzione artistica», prosegue. «Ma la sostenibilità qui è intesa principalmente come “impatto sulla comunità e il territorio”, con particolare attenzione al risvolto sociale. Avere un luogo fisico a disposizione, aperto 200 giorni all’anno, ci ha permesso di abitarlo con spettacoli ma anche con tante attività. In questo spazio lo spettatore diventa un cittadino coinvolto, alleato e sostenitore di nuovi percorsi e visioni. E così, un adolescente può essere spettatore, iscritto a un corso di teatro, oppure semplicemente scegliere di trascorrere la pausa pranzo nel foyer del teatro accanto al suo liceo», conclude. Porta aperta ai cittadini, senza barriere.

Qui sostenibilità è, infatti, sinonimo di accessibilità a 360 gradi: culturale (parte della programmazione artistica viene condivisa con le scuole, i beneficiari condividono i loro bisogni e i richiedenti asilo beneficiano di visite guidate del teatro), fisica (il teatro è completamente accessibile e un pantografo a scomparsa permette ad artisti e partecipanti con disabilità di accedere al palcoscenico), ambientale (ci sono stati interventi di efficientamento dell’illuminazione ed è stato recuperato l’antico sistema che sfrutta la “brezza del Pasubio” attraverso le aperture a oblò del soffitto per rinfrescare la sala).

All’inizio fu il “Lotto Zero”

Il restauro del Teatro Civico di Schio è un caso studio affascinante, perché non è stato solo un lavoro di architettura, ma un vero progetto collettivo di rinascita durato quasi vent’anni.

Dopo la chiusura, nel 1968, il teatro era rimasto a lungo tempo in stato di abbandono. La svolta era arrivata grazie a una forte spinta della cittadinanza e di artisti come Marco Paolini e Gabriele Vacis che hanno trasformato il recupero in un “cantiere di idee”. Nel 2004, prima ancora di toccare i mattoni, è stato lanciato il progetto Lotto Zero. Invece di un restauro tradizionale a porte chiuse, il teatro è stato aperto “così com’era” per performance e incontri. L’obiettivo era far riscoprire lo spazio ai cittadini e decidere insieme come dovesse diventare, evitando di trasformarlo in un museo freddo.

«Anche se all’epoca non c’ero», racconta Dal Cucco, «posso tranquillamente dire che il “Lotto Zero” fu un esperimento culturale e sociale unico in Italia. Coinvolse tecnici, direttori artistici, architetti, ingegneri, maestranze assieme a cittadini, artisti e compagnie amatoriali. Si ripartiva da zero. Il progetto aveva scelto di esaltare le cicatrici, perché il valore del teatro risiedeva nella sua anima nuda e nella memoria collettiva della città. Il restauro diventò un atto politico e civile», conclude.

Dopo anni di lavori strutturali (consolidamento, nuovi impianti e messa in sicurezza), il teatro è stato riaperto ufficialmente il 29 marzo 2014. La capienza era ancora limitata (circa 335 posti), poiché il loggione e parte dei palchi non erano agibili. Il tutto con una rigida filosofia conservativa: si è scelto di mantenere il fascino del passato, lasciando visibili le tracce storiche sulle pareti e curando l’acustica con soluzioni moderne ma discrete. Documentato ne I Quaderni del Civico e in vari video e con il contributo, anche economico, di ogni stakeholder, istituzioni (Comune di Schio, Regione Veneto e Ministero della Cultura), settore bancario, fondazioni, privato e cittadini.

L’ultimo grande tassello è iniziato nel 2021, con il restauro del loggione e del secondo ordine di palchi (terzo lotto di lavori). Con la fine di questi interventi, nel 2023, il teatro ha raggiunto la sua piena funzionalità con circa 500 posti. In questo periodo, il progetto “LOVERS innamorarsi di un teatro” ha coinvolto circa 60 cittadini nel processo partecipato che ha contribuito alla stesura della vision del Teatro Civico fino al 2030.

Sostenibilità sociale in primis

Come si diceva, l’impatto sulla comunità è il driver principale del Civico. Da ottobre a maggio, però, il Teatro Civico di Schio propone una stagione di prosa di livello nazionale, ospitando prime regionali, riallestimenti prestigiosi e numerosi artisti e spettacoli premiati UBU. Accanto alla prosa, le proposte musicali intrecciano grandi interpreti e nuovi talenti in un percorso trasversale tra generi. In una rassegna di teatro civile trovano spazio le drammaturgie contemporanee. Per più piccoli e famiglie, spettacoli alla domenica.

«Fra i tanti progetti del Teatro a forte impatto sociale», ci dice Dal Cucco, «e senza voler dare maggior rilievo ad alcuni rispetto ad altri, ci tengo a ricordare “COR(P)O CIVICO”, un’iniziativa focalizzata sull’accessibilità culturale e l’inclusione degli adolescenti. Prevede circa 70 laboratori e percorsi di diversity training per lo staff coinvolto per rendere il teatro uno spazio aperto anche a chi ha bisogni speciali o sensoriali», continua. «Origina da Erasmus+ UN-DUST, un progetto del 2025 che aveva ospitato 25 ragazzi italiani, sloveni e serbi per 10 giorni. Attraverso le arti performative, erano stati affrontati i temi dell’inclusione, dell’accessibilità e della diversità, con il coinvolgimento di artisti professionisti del teatro e della danza», conclude.

«Menzionerei anche la “Rassegna Teatro Scuola», sottolinea ancora. «Con un’affluenza di circa 8000 studenti all’anno (dai 3 ai 19 anni), il teatro funge da infrastruttura educativa fondamentale per l’Alto Vicentino, con una proposta di quasi 30 spettacoli di compagnie teatrali professionistiche. La scelta degli spettacoli viene fatta all’interno di una commissione di cui fanno parte i professori, anche in base alle loro esigenze didattiche. E poi ricorderei ancora “CAMPUS LAB – officina delle arti”, un progetto di sviluppo di competenze che dal 2017 favorisce occasioni di crescita e partecipazione in ambito teatrale per studentesse e studenti dai 14 ai 19 anni», conclude.

Fra le attività di welfare culturale,Dance Well ricerca e movimento per il Parkinson”, dal 2016, ospita, ogni giovedì pomeriggio sul palcoscenico del Teatro Civico, “Dance Well”, una pratica artistica di movimento rivolta principalmente, ma non esclusivamente, a persone che vivono con il Parkinson, ideata e promossa dal CSC Casa della Danza del Comune di Bassano del Grappa dove è attiva dal 2013. Da allora, oltre che a Schio, viene praticata, sempre in collaborazione con il Comune di Bassano del Grappa, in altre città italiane: Bergamo, Castelfranco Veneto, Firenze, Milano, Recanati, Roma, Terni, Torino, Verona, Brescia, Prato e Reggio Emilia. Classi si tengono anche ad Amburgo, Vitry sur Seine, Rubaix, Kaunas, Vilnius, Praga, Hong Kong, Kanazawa, Tokyo e Kyoto

“Campus Well costruire relazioni” pone, invece, in dialogo gruppi classe della scuola superiore con il gruppo “Dance Well”, la mattina, in orario scolastico. Attivo dal 2022, è stato premiato come Miglior Progetto di Welfare Culturale del Premio Rete del Dono 2022 e con il prestigioso Leone D’argento Per La Creatività – Biennale di Venezia 2025 , assegnato alla classe 4AF dell’indirizzo artistico dei Licei di Schio Tron Zanella Martini.

Essere sostenibili aiuta il fundraising

Tutto quanto descritto – e il tanto altro che l’operoso e attento Civico realizza, grazie in primis al sostegno del Comune di Schio – ha portato a un forte consolidamento della sua presenza sul territorio. Si è costruita e curata una relazione, fatta di cura, ascolto, attenzione e reciprocità. La comunità intera lo ha sentito. E questo ha molto influito sul sostegno anche economico delle attività del teatro. Singoli cittadini hanno aiutato, molti anche attraverso l’adesione alle campagne di crowdfunding. Una donazione, in fondo – atto di fiducia che va conquistata – è un investimento su un futuro vivibile e più umano. Un passare da “perché aiutarci a cosa facciamo insieme”. Un modello di rigenerazione urbana, dove il fundraising continua attraverso il coinvolgimento diretto delle aziende locali, gli enti territoriali e regionali, le fondazioni bancarie e lo strumento Art Bonus.

«Con la nostra comunità, abbiamo dato forma a un patto che sfida il tempo e regge in esso», dice Dal Cucco, «anche, e soprattutto, attraverso un lavoro attento di cura verso chi dona e il suo patrimonio. La nostra storia comune è stata in grado di parlare a persone che senza di noi non si sarebbero forse mai incontrate, di far incontrare generazioni. Siamo una vera infrastruttura civica e questo è ciò che ci sostiene», conclude.

Una convinzione, allora. Nulla accade, tutto si può organizzare. Bisogna solo esserci.

Immagini Teatro Civico di Schio, cortesia Stefania Dal Cucco, foto Luigi de Frenza

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Parole a capo
Intelligenza Artificiale & Poesia: due contributi da “Pordenonelegge” e due poesie

IA & Poesia

Parole a capo <br> Intelligenza Artificiale & Poesia: due contributi da “Pordenonelegge” e due poesie

Ringrazio Alessandro Canzian per avermi concesso di pubblicare i due contributi critici sulla IA in rapporto alla Poesia.

Quando la Scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà ai poeti mischiare daccapo le carte
(Ennio Flaiano)

IA & Poesia

 

L’ultima edizione del Festival Pordenonelegge ha dato ampio spazio a riflessioni e implementazioni pratiche relative all’Intelligenza Artificiale (IA), alla luce della pervasività sempre maggiore che questa tecnologia ha assunto in ogni circuito dell’esistenza, comprese le interrelazioni con il mondo artistico, considerato in tutte le sue forme.

In effetti, non è più possibile parlare di letteratura, cinema, musica o arte senza tenere conto degli impatti, positivi o negativi, dei rischi e delle opportunità che l’IA e i suoi utilizzi stanno portando con sé anche in questi ambiti, rendendo necessari nuovi paradigmi interpretativi e un affinato pensiero critico, indispensabile per districare e valutare un ecosistema ad alto grado di complessità, completamente interconnesso e sempre più lontano dal potere essere analizzato mediante formule semplificatrici e banalizzanti.

In questo contesto, dunque, così sensibile al tema, ha trovato casa il format “Societry. La Società raccontata con la poesia”, da me ideato insieme a Cristina Daglio, Matteo Fantuzzi e Chiara Materazzo nel 2023, qui declinato nello studio del dialogo tra IA e Poesia, partendo da tre prospettive di indagine differenti, quali quella del linguaggio, dell’immagine e della memoria, ponendo di volta in volta a confronto un poeta e un esperto della materia.

Nel primo incontro abbiamo ascoltato Vincenzo Della Mea, professore associato di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni e autore, per la collana Gialla di pordenonelegge – Samuele editore di Clone 2.0, e il ricercatore in Filosofia e Teoria dei Linguaggi Damiano Cantone.

Di seguito i testi che hanno donato per riprendere, anche qui, le loro considerazioni sul tema.

 

Chi è il Clone?

Di Vincenzo Della Mea

Parte del mio lavoro come ricercatore nell’ambito dell’informatica medica si basa sulla sperimentazione di sistemi di intelligenza artificiale (o più propriamente di machine learning) per il supporto alla decisione in ambito medico. Io mi occupo prevalentemente di due aree: le immagini di anatomia patologica, che sono ottenute tramite microscopio, e la codifica di documenti clinici con classificazioni biomediche (grossomodo, dei dizionari di termini specialistici standardizzati).

Nel primo caso, l’obiettivo principale è classificare: capire per esempio quale diagnosi è ottenibile da un’immagine, o che tipo di cellula è ritratta in una porzione di immagine; e compiti derivati, quali per esempio la segmentazione (delineare tutti i nuclei in un’immagine, o le tipologie di tessuti presenti, eccetera). Nel secondo caso, l’obiettivo è tipicamente identificare quali entità (diagnostiche, procedurali, anatomiche, eccetera) sono identificabili dentro un testo clinico, e possibilmente anche a quali sequenze di caratteri corrispondono.

Anche se apparentemente il secondo caso d’uso, relativo al testo, è più vicino all’ambito poetico, l’origine dei miei primi esperimenti di generazione di versi è dovuta alle immagini da microscopio. Infatti erano comparsi i primi sistemi in grado di produrre immagini verosimili, le cosiddette Reti Generative Avversariali (GAN). All’epoca si trattava di immagini relativamente grezze, con numerose allucinazioni, cani e gatti con più di due occhi o mani con sei dita. Così nel 2019, assieme ad un tesista ed un paio di colleghi, ho addestrato una di queste reti su immagini istopatologiche di metastasi, e poi mostrate ad un patologo per vedere se erano realistiche (e lo erano).

Io avevo pubblicato da relativamente poco tempo la raccolta di tutte le mie poesie (Storie Naturali, Raffaelli Editore 2016), con cui avevo deciso di chiudere con un certo tipo di scrittura, e non avevo ancora trovato una strada nuova. Ma esistevano già da un po’ alcuni modelli di reti neurali fatte per generare testo, e anche a seguito dell’esperimento sulle immagini, ho deciso di sperimentare uno di questi modelli, in particolare le Reti Neurali Ricorrenti. Poiché avevo bisogno di testi, ho iniziato a fare a mano ciò che fanno i motori di ricerca automaticamente: ho setacciato il Web, ovviamente sapendo dove andare a parare, per raccogliere poesie di autori italiani, e qualcosa in traduzione. Ad un certo punto ho raccontato del mio esperimento a Mario Turello, un critico letterario udinese appassionato di combinatoria e altre cose peculiari che mi ha accompagnato negli anni nelle mie incursioni tra poesia e informatica, e mi ha regalato una collezione di CD di poesie usciti molti anni fa con il Corriere della Sera. Ho dovuto fare lavoro di reverse engineering per capire come erano codificate nel CD ed ho estratto pure quelle. Con un training set di circa 12000 poesie ho quindi fatto i miei primi addestramenti utilizzando un software open source che semplifica le varie operazioni [https://github.com/minimaxir/textgenrnn/].

Avendo stabilito fin dall’inizio di non ritoccare il prodotto della rete, prima di tutto ho dovuto fare in modo che l’a-capo dei versi e l’a-capo delle strofe fossero presenti e distinti, perché volevo che fossero parte di ciò che la rete doveva apprendere e non qualcosa da determinare a posteriori. Questo l’ho fatto codificando opportunamente i testi con un programmino scritto apposta.

L’esito di quel primo esperimento era molto grezzo: erano versi che presentavano spesso errori sintattici, o anche ortografici. Per gli ultimi ho realizzato un programma che confrontava tutto con un vocabolario italiano, scartando i tesi con errori evidenti. Quelle poesie le ho comunque presentate pubblicamente in un paio di occasioni nel 2019 e 2020 come “Clone 0.9”, ma nel frattempo era comparsa GPT-2, con grande impatto mediatico perché pareva generare testo di ottima qualità.

Diversamente dai modelli più recenti, GPT-2 era addestrata solo inglese, ma era open source, per cui un gruppo di ricercatori pisani aveva riaddestrato la stessa architettura su documenti italiani, ottenendo quindi un modello usabile nella nostra lingua [https://huggingface.co/LorenzoDeMattei/GePpeTto/]. Si noti che i modelli del linguaggio come GPT-2 non sono fatti per rispondere a domande come ChatGPT: sono in grado di generare testo a completamento di un incipit fornito dall’utente, prendendo come contesto ciò che è stato fornito e prodotto in precedenza. Poiché anche il modello italiano era stato messo a disposizione, ho raffinato il suo addestramento sottoponendogli lo stesso training set che avevo usato per il primo esperimento, sempre con un software dello stesso autore del precedente [https://github.com/minimaxir/aitextgen]. L’esito è stato immediatamente superiore, perlomeno dal punto di vista ortografico e sintattico, a meno di qualche errore di concordanza di genere e di tempo. Ho però ripetuto l’addestramento più volte variando la composizione del training set e iterando l’addestramento con sottoinsiemi più ridotti perché, con un contenuto iniziale dominato da poesie relativamente antiche, il linguaggio riprodotto era antiquato. Inoltre, avendo in mente già quella che poi sarebbe diventata la prima sezione del libro, ho anche introdotto testi non poetici relativi a neuroscienze e reti neurali, in modo da introdurre anche del linguaggio relativo all’esperimento stesso.

Da qui a considerare poesie tutto il prodotto però c’era molta strada, fatta essenzialmente controllando e scartando buona parte della produzione. Inoltre il modello ogni tanto restituiva interi versi delle poesie di addestramento, per cui con un altro programma che ho scritto apposta ho confrontato tutti i testi prodotti con quelli di addestramento, scartando quelli che presentavano troppe citazioni esplicite (chiamiamole così…). Dato che c’ero, ho scartato automaticamente i testi troppo lunghi, perché la tenuta sul lungo era scadente. Alla fine, posso stimare il meno del 10% la percentuale di testi che ho ritenuto di inserire nella raccolta, rispetto al totale di quelli generati. Riguardo la generazione, può avvenire in due modi: a partire da un incipit fornito dall’utente, oppure in modo del tutto casuale (dove la prima parola è generata a caso e diventa incipit per quella successiva, e via così). Inoltre, poiché questi sistemi sono probabilistici, è possibile determinare l’”improbabilità” di una generazione con un parametro detto “temperatura”.

In sostanza, il sistema genera ogni volta un insieme di continuazioni candidate da cui pescarne una a caso. Se la temperatura è bassa, solo le parole più probabili in un determinato contesto entrano a far parte dei candidati; se è alta, potranno essere scelte anche parole meno probabili. Io ho sperimentato con temperature diverse, e prima di tutto con la generazione totalmente casuale. Questi esperimenti si ritrovano nelle due sezioni “Predizioni” ed “Alta temperatura”.  La sezione “Il Clone secondo il Clone” è invece ottenuta con degli incipit che ho scelto per stimolare delle risposte in qualche modo introspettive (“Il clone”, “La mia rete”, “Generare poesie”, …). Alla fine ho deciso di mettere questa sezione in apertura perché è una sorta di presentazione della “personalità” del Clone; e probabilmente è il lato più interessante dell’esperimento. Pensando di creare un Clone che fosse più mio, ho provato anche a passargli come incipit i primi versi di alcune mie poesie (quelle de “I sogni della guerra”, che erano comparse anni fa su Nuovi Argomenti), per vedere cosa avrebbe potuto scrivere, ma il risultato non è stato interessante.

Quello che mi preme sottolineare è che la lingua che parliamo, quella che scriviamo con i mezzi correnti produce delle ricadute (poesie in misura di SMS e poi di Tweet, Google poetry, ecc.).

Per me si tratta di situazioni estemporanee che si evolvono con la velocità della tecnologia. Quando nel 2007 con Lietocolle ho curato l’antologia “Verso i bit – Poesia e computer”, l’impressione complessiva che ne ho avuto era di un’adesione tutto sommato superficiale alle novità, a meno di qualche guizzo interessante. Anche il mio Clone parla una lingua tutto sommato “nota”. Semmai, nella prima sezione, è interessante cosa riesce a dire di sé; ma lo fanno molto bene anche i “Ciberneti” di Terzago, le macchine che sono già tra noi e di cui non ci rendiamo conto.

Posso invece riportare di alcuni influssi peculiari nell’ambito della letteratura scientifica. Come è noto anche da notizie recenti sui giornali, c’è chi utilizza ChatGPT per la scrittura di articoli scientifici, prima di tutto per revisionare la lingua, ma anche per riassumere lo stato dell’arte, fare sintesi, ecc. Uno studio ha di recente dimostrato che anche i peer reviewer usano ChatGPT per valutare gli articoli: ed è stato notato perché la frequenza di alcuni aggettivi e avverbi (un po’ pomposi, nello stile di ChatGPT, ed anomali nella scrittura scientifica) è aumentata in modo evidente dopo l’uscita di questi sistemi. Questo è un effetto tangibile di ChatGPT sullo stile di un tipo particolare di scrittura.

Un modello del linguaggio diventa una sorta di grande memoria collettiva da cui si può attingere con rapidità, più di quanto si faccia usualmente con i motori di ricerca (che in fondo condividono la stessa base di testi). Se lo pensiamo come strumento per il poeta, idealmente potrebbe fornire una scorciatoia per l’accesso a testi di vario tipo, ma per il discorso fatto prima sulla questione diritti, non è detto che il modello restituisca intatti i contenuti del suo training set (anzi, di solito proprio no).

Comunque sia, questa grande memoria è collettiva anche nel senso che è spersonalizzata, e al momento non apprende qualcosa dell’utente dalla storia delle sue chat, anche se ChatGPT ha appena introdotto una nuova funzione appunto in questa direzione. Si tratterà di capire come questa nuova memoria fattuale ma discreta e volontaria possa interagire con la memoria umana, e come questo possa portare ad una sorta di ibridazione, ad un vero Clone di noi stessi sotto forma di ciò che decidiamo di affidare alla macchina per essere ricordato (mentre noi ci ricordiamo anche ciò che varrebbe la pena di dimenticare). Da qualche anno in ambito scientifico si usa il termine “digital twin” per indicare la riproduzione digitale di un oggetto, processo o sistema che, grazie ad un continuo interscambio di dati, evolve in parallelo al suo gemello fisico. In ambito biomedico il digital twin è visto come un metodo per predire l’evoluzione della malattia, o la risposta ad un trattamento. Un sistema di IA con qualche forma di memoria in grado di fornire l’individualizzazione del suo comportamento potrebbe effettivamente diventare un nostro gemello digitale almeno dal punto di vista intellettuale.

Il Clone 2.0 da questo punto di vista è un esperimento ancora immaturo. Io ho cercato di raffinare il modello verso i miei gusti e contenuti, ma la tecnologia utilizzata permette fino ad un certo punto di fare ciò che Roberto Cescon mi aveva suggerito, cioè addestrare sulle mie letture e sui miei poeti preferiti e basta. Ciononostante, penso si capisca anche da come ne scrivo, ho una percezione ambivalente del Clone e di ciò che ha scritto. Ho firmato io il libro ma ho dovuto pensarci; sono io l’autore perché la scelta dei testi è in un certo senso dominante rispetto al metodo con cui sono stati scritti; ma ne parlo spesso come se fosse qualcun altro. E questo mi permette anche di mantenere una certa distanza: c’è un io, ma non sono io.

 

Le macchine e la poesia. Una riflessione sui linguaggi artificiali

Di Damiano Cantone

È sensato produrre poesie con l’Intelligenza Artificiale? È sensato non farlo? Capisco lo sconcerto di fronte a un lavoro come Clone 2.0 di Vincenzo Della Mea, l’irritazione e forse la preoccupazione di fronte a quella che – con tutta evidenza – pare un’invasione di campo. D’altra parte, la filosofia ci insegna, fin da Aristotele, che l’uomo è l’“animale dotato di linguaggio”, ovvero che la capacità di parlare, ascoltare e scrivere è connaturata alla nostra essenza e segna un discrimine tra noi e le altre forme di vita.

Fino a pochi decenni fa, parlare di linguaggi artificiali significava riferirsi a sistemi simbolici come la matematica, l’informatica o le lingue costruite a tavolino, come l’Esperanto. Oggi, invece, i linguaggi artificiali sono progettati per simulare il linguaggio umano, al punto che diventa talvolta difficile distinguere un testo prodotto da una persona da uno generato da un software. Questo mutamento ha generato l’idea che i linguaggi artificiali possano competere con quelli naturali, mettendone in discussione il primato.

Il ragionamento, per quanto fallace, si impone da solo: siccome siamo gli unici esseri dotati di linguaggio – finora – allora, se incontro un essere che parla e scrive come me, quello è un essere umano. Capite bene che c’è una differenza sostanziale tra comunicare con le macchine – cosa che non ci pone particolari problemi – e parlare con esse. Da qui prendono forma tutti quegli scenari fantascientifici secondo i quali le macchine sarebbero sul punto di sviluppare una coscienza, diventare intelligenti ed emanciparsi dal nostro controllo.

Tale competizione, tuttavia, poggia su un presupposto problematico: l’idea che il linguaggio sia una capacità biologica innata, paragonabile alla memoria o alla percezione. Ci sentiamo così spossessati di qualcosa di nostro, minacciati nella nostra identità più intima. Vorrei proporvi una prospettiva alternativa, che consiste nel considerare il linguaggio come una tecnologia sociale, ovvero come una pratica costruita collettivamente nel corso dell’evoluzione umana.

Il linguaggio, infatti, non è sempre esistito, ma è il risultato di un processo di innovazione tecnologica giunto a compimento circa 100.000 anni fa. Non è un’invenzione particolarmente antica, se si pensa che la specie Homo è presente sul nostro pianeta da quasi tre milioni di anni. In questa direzione si muovono autori come Michael Tomasello e Daniel Dor, per i quali il linguaggio non risiede “dentro” i parlanti, ma nello spazio intersoggettivo che li collega.

Il linguaggio emerge in stretta continuità con altre tecnologie fondamentali che lo precedono, come la costruzione di utensili, e si sviluppa insieme a pratiche cooperative, rituali, forme di accudimento condiviso e di trasmissione culturale. Non è il cervello ad aver prodotto il linguaggio, ma il linguaggio, come tecnologia sociale, ad aver progressivamente modellato alcune capacità cognitive che gli preesistevano. Si è poi rivelato una tecnologia così efficace da innervare di sé l’intero ambiente di vita degli esseri umani. L’Homo sapiens, l’unica specie di Homo sopravvissuta, ha dovuto adattare le proprie abilità a un mondo sempre più caratterizzato linguisticamente.

In questa prospettiva, il linguaggio si distingue da altri sistemi comunicativi perché permette di istruire l’immaginazione degli interlocutori. Attraverso il linguaggio, gli esseri umani possono condividere esperienze non direttamente vissute, coordinare azioni complesse e trasmettere conoscenze astratte. Proprio per questo il linguaggio non è una tecnologia “multiuso”: risulta spesso insufficiente o inadeguato in contesti che richiedono un apprendimento eminentemente pratico o corporeo, come lo sport o la musica. La sua funzione specifica è quella di rendere comunicabile ciò che non può essere mostrato direttamente.

Come tutte le tecnologie, anche il linguaggio subisce trasformazioni e modificazioni. Pensiamo, ad esempio, a un’innovazione relativamente recente come l’invenzione della scrittura: una tecnologia considerata molto pericolosa già da Platone, che aveva colto con acume il suo potenziale di trasformare radicalmente la cultura e le capacità cognitive degli esseri umani.

Oggi ci troviamo di fronte a una serie di trasformazioni altrettanto epocali. Il rilascio della quinta versione di ChatGPT ha reso evidente come la simulazione del linguaggio naturale sia ormai entrata stabilmente nella vita quotidiana. In parallelo, si sono sviluppate con rapidità crescente le cosiddette Brain–Machine Interfaces (BMI), interfacce cervello-macchina capaci di bypassare il linguaggio simbolico tradizionale e di mettere in comunicazione diretta il pensiero umano con dispositivi artificiali. Tecnologie nate in ambito medico per restituire capacità comunicative a soggetti con gravi disabilità, ma che oggi promettono applicazioni ben più ampie, come dimostrano progetti di ricerca e iniziative industriali di grande visibilità.

Considerare il linguaggio come una tecnologia, e dunque stabilire una linea di continuità tra i primi vocalizzi, la scrittura e i Large Language Models, aiuta anche a comprendere i limiti di questi ultimi. Sistemi come ChatGPT sono in grado di generare testi formalmente coerenti e stilisticamente raffinati grazie all’addestramento su enormi quantità di dati e all’uso di reti neurali di tipo “trasformatore”. Tuttavia, essi operano esclusivamente sul piano statistico e non possiedono una reale competenza linguistico-funzionale: possono emulare il comportamento linguistico umano senza comprendere il contesto.

Questa differenza emerge chiaramente se si considera la distinzione tra competenza linguistica formale e competenza funzionale. La prima riguarda la padronanza delle regole e delle strutture linguistiche; la seconda implica capacità cognitive più ampie, come la conoscenza del mondo, il ragionamento pragmatico e la cognizione sociale. I Large Language Models eccellono nella prima, ma falliscono sistematicamente nella seconda. Per questo motivo, il loro funzionamento richiama il celebre esperimento mentale della “stanza cinese” di Searle: un comportamento linguisticamente corretto non implica comprensione.

In questo senso, parlare di una competizione tra linguaggi naturali e linguaggi artificiali risulta profondamente fuorviante. I due non operano sullo stesso piano né rispondono agli stessi scopi. I linguaggi artificiali, per quanto sofisticati, non emergono da pratiche sociali condivise, non sono il risultato di un’evoluzione culturale incarnata e non partecipano a quella rete di relazioni, intenzioni, aspettative ed esperienze che costituisce il linguaggio umano. Sono strumenti progettati per simulare determinati comportamenti linguistici in contesti specifici, ottimizzati per l’efficienza e la prevedibilità, non per la costruzione di senso condiviso.

I linguaggi naturali, al contrario, non sono semplici sistemi di codifica dell’informazione, ma tecnologie sociali che modellano l’immaginazione, l’identità e le forme di vita di una comunità. Non c’è dunque competizione, perché non c’è sostituibilità: i linguaggi artificiali possono affiancare, estendere o supportare alcune funzioni del linguaggio umano, ma non possono rimpiazzarne il ruolo costitutivo nella vita sociale e cognitiva dell’uomo. Pensare questa relazione in termini di competizione significa proiettare sui linguaggi artificiali una concezione riduttiva del linguaggio naturale, scambiandolo per un mero mezzo di trasmissione dell’informazione anziché per una pratica storicamente e socialmente situata.

Di fronte a questi scenari, appare evidente che il confronto tra linguaggi naturali e linguaggi artificiali non può essere ridotto a una gara di prestazioni. Il linguaggio umano non è solo un mezzo di comunicazione, ma una tecnologia che ha contribuito a costruire l’umano stesso. Comprenderne la natura significa riconoscere che nessuna simulazione, per quanto sofisticata, può sostituire la dimensione sociale, immaginativa e storica da cui il linguaggio trae origine. In tale dimensione nasce la poesia e da essa trae il suo significato. E forse un testo come quello di Vincenzo Della Mea può insegnarci proprio questo: che la poesia non sta dentro questo o quel poeta, in questo o in quel libro, ma in tutti coloro che la praticano.

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*

Ostinata come ogni anno
torna la primavera.
Per ogni guerra un prato in fiore
per ogni violenza una rosa rossa
per ogni tristezza margherite allegre
sbocciano colorate
e dipingono sentieri
che l’inverno dell’anima
avevano reso irriconoscibili.

Fanno ritorno gli uccelli migratori
da terre lontane
perché per nulla al mondo
possono perdersi
lo spettacolo della terra
che rinasce
e dona tregua
pace
agli uomini distratti
vestiti ancora d’inverno.

 

(Emilio Napolitano)

 

*

 

Fuori posto

 

prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.

(Pier Luigi Guerrini)
(da “L’amnistia del silenzio“, Bertoni Editore, 2025)

 

*

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "LABORATORI DI SCRITTURA E READING POETICI a cura dell'Associazione Ultimo Rosso con MARIA MANCINO (Maggie) Poetessa e curatrice della collana di poesia "Difettose" della Selvatiche Edizioni SEED Giovedì 16 aprile e lunedì 11 maggio 2026 ore 16 16-18 18 SIAMO TUTTI POETI e NON LO SAPPIAMO ppette proc Incontri singoli, aperti gradita prenotazione Info: annaperdelta@gmail.com tutti,"

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
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La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 331° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Contrastare l’aumento vertiginoso di immagini di abusi sui minori

Contrastare l’aumento vertiginoso di immagini di abusi sui minori

Contrastare l’aumento vertiginoso di immagini di abusi sui minori

Quasi nove adulti su dieci in Italia, Germania e Polonia ritengono che i loro governi dovrebbero sostenere la proposta di legge dell’UE sugli abusi sessuali sui minori, volta a proteggere i bambini online e a garantire che le aziende tecnologiche possano rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori sui loro siti web e sulle loro piattaforme.
I risultati dell’indagine dell’Internet Watch Foundation (IWF) – una fondazione composta da un team di oltre 80 persone provenienti da diverse discipline, tra cui analisti in prima linea e valutatori della classificazione delle immagini, che dedicano ogni giorno lavorativo alla valutazione di immagini e video di minori vittime di abusi sessuali –  mostrano un picco nelle segnalazioni di materiale confermato di abusi sessuali su minori nel 2025.

L’IWF, la più grande linea di assistenza telefonica europea che lotta per porre fine alla diffusione di immagini di abusi sessuali su minori, chiede ora ai responsabili politici di Germania, Italia e Polonia, sia nel Consiglio dell’UE che nel Parlamento europeo, di contribuire all’approvazione del regolamento UE sugli abusi sessuali su minori (CSAR), a lungo rimandato.

Il sondaggio condotto su oltre 6.000 adulti in Germania, Italia e Polonia mostra che l’88% degli intervistati desidera che i rispettivi governi appoggino la legge ideata per proteggere milioni di bambini europei dagli abusi sessuali online. L’indagine ha inoltre evidenziato che esiste una forte preoccupazione per la diffusione di materiale pedopornografico negli Stati membri intervistati e un forte sostegno alle misure che ne impediscono la distribuzione. §

L’anno scorso, l’IWF ha registrato un numero allarmante di 312.030 segnalazioni contenenti immagini e video di abusi sessuali su minori, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Gli analisti dell’IWF hanno inoltre individuato 3.440 video di abusi sessuali su minori generati dall’intelligenza artificiale nel 2025, ovvero un numero 260 volte superiore rispetto ai 13 video visti nel 2024.
Nello specifico del nostro Paese, più di 8 cittadini italiani su 10 sono favorevoli a una normativa che consenta alle aziende tecnologiche di rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori. La maggior parte degli italiani (87%) si dichiara favorevole a una proposta di legge dell’UE volta a tutelare i minori online e a garantire che le aziende tecnologiche possano rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori sui loro siti e sulle loro piattaforme. Dall’indagine emerge che il pubblico italiano è molto allineato sul regolamento sulla lotta contro l’abuso sessuale su minori, indipendentemente dalla presenza o meno di minori in famiglia, tanto che in entrambi i gruppi più di 9 persone su 10 concordano sulla necessità che il governo italiano sostenga la normativa.

Da troppo tempo i minori attendono leggi severe che li proteggano dallo sfruttamento sessuale e dalla vittimizzazione ripetuta online, ha sottolineato l’AD di Internet Watch FoundationKerry SmithL’opportunità di affermare l’Europa come paladina mondiale della sicurezza online dei minori è alla portata dell’UE e invitiamo i responsabili politici italiani a contribuire all’approvazione di un regolamento efficace, completo e ambizioso. Non possiamo piegarci alle pressioni di chi si disinteressa della sicurezza e della tutela della vita privata dei minori per il proprio tornaconto. È essenziale che, per rendere l’Europa uno spazio digitale sicuro, le piattaforme e i siti web attuino la tecnologia di cui conosciamo l’efficaciaL’UE non può essere compiacente. Le segnalazioni dell’IWF di immagini di abuso sessuale su minori confermate sono in aumento e abbiamo bisogno di una clausola di revisione obbligatoria che consenta ai legislatori di valutare l’opportunità di introdurre obblighi di rilevazione in futuro, utilizzando le prove raccolte durante la fase volontaria del quadro. Il regolamento deve anche prevedere solide misure di valutazione e attenuazione dei rischi, che dovrebbero imporre alle aziende tecnologiche di bloccare la diffusione del materiale di abuso sessuale su minori noto, garantendo al contempo trasparenza e un controllo indipendente”.

L’IWF esorta i legislatori italiani a contribuire all’approvazione finale del regolamento per la lotta contro l’abuso sessuale su minori senza ulteriori ritardi e a sostenere misure che garantiscano che le aziende tecnologiche fermino la diffusione di materiale di abuso sessuale su minori sulle loro piattaforme. Come minimo, il regolamento deve fornire una base giuridica permanente per la rilevazione volontaria di materiale di abuso sessuale in tutta l’UE. In tema di abusi e maltrattamenti si segnala il progetto WE CARE dell’Associazione Focolare Maria Regina onlus, finanziato da Percorsi Con i Bambini, che propone interventi di sostegno e presa in carico dei minori a rischio o vittime di maltrattamento e delle relative famiglie (https://percorsiconibambini.it/wecare/scheda-progetto/). Nell’ambito del progetto è stato realizzato anche un Vademecum sul maltrattamento minorile, uno strumento pratico pensato per supportare insegnanti, educatori e operatori dei servizi educativi nella prevenzione e nell’intercettazione precoce delle situazioni di rischio. Il Vademecum nasce a seguito della selezione da parte dell’Impresa Sociale Con i Bambini nell’ambito del bando “Ricucire i Sogni”, dedicato agli interventi per la prevenzione e il contrasto della povertà educativa minorile. La pubblicazione è il risultato del lavoro sviluppato all’interno di una rete territoriale ampia e multidisciplinare che coinvolge istituzioni, servizi socio-sanitari, scuola e terzo settore. Il progetto WE CARE, infatti, ha sperimentato negli anni un modello di intervento integrato volto a migliorare l’efficacia delle azioni di tutela dei minorenni e delle loro relazioni familiari, promuovendo una presa in carico globale – educativa, psicologica, sociale e scolastica. L’intensa collaborazione con le scuole partner del progetto ha evidenziato la necessità di fornire agli operatori strumenti concreti per affrontare in modo consapevole e coordinato le situazioni di possibile maltrattamento o disagio.

Qui il vademecum “Prevenzione, tutela e cura dell’età evolutiva: l’esperienza del progetto We Care”: https://www.ibambini.it/uploads/formazione/File/progetti/WE%20CARE/vademecum%20Progetto%20Wecare_compressed.pdf.

Qui per approfondire i dati dell‘Internet Watch Foundation: https://www.iwf.org.uk/news-media/news/strong-public-support-for-eu-child-sexual-abuse-legislation-as-abuse-imagery-rockets/

In copertina: foto IWF

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Gino Paoli. L’enigma dell’amore: ciò che resta

Gino Paoli. L’enigma dell’amore: ciò che resta

Gino Paoli. L’enigma dell’amore: ciò che resta

La morte di Gino Paoli non chiude soltanto una stagione della musica italiana. Riporta alla superficie un’immagine che da decenni continua a inquietare e affascinare: un uomo che si spara al cuore per amore e sopravvive, portando per tutta la vita una pallottola nel petto.

Non è solo un episodio biografico. È una scena che resiste al tempo perché tocca qualcosa che eccede la cronaca.

Questo racconto ha sedimentato, nel tempo, un’immagine potente: quella di un uomo capace di compiere gesti assoluti per amore. Non come modello, ma come figura che interroga.

Da qui prende forma una domanda che non smette di imporsi: che cosa può rappresentare una persona per un’altra, al punto da rendere la vita impensabile senza di lei?

Al centro della vicenda vi è la relazione con Stefania Sandrelli. Ma fermarsi a questo dato rischia di essere fuorviante. Non sappiamo — e non possiamo sapere — che cosa quella relazione sia stata nella sua verità più intima. E soprattutto non sappiamo che cosa quella donna abbia rappresentato per lui.

È qui che, da un punto di vista psicoanalitico, si apre lo spazio dell’enigma.

Nella prospettiva lacaniana, l’oggetto d’amore non coincide mai con la persona reale. Ma questo non autorizza a colmare l’ignoto con interpretazioni arbitrarie. Al contrario, impone una cautela: riconoscere che vi è una dimensione del desiderio che resta opaca, non interamente traducibile.

Il punto non è spiegare, ma circoscrivere il limite della spiegazione.

Il gesto — lo sparo al cuore — può essere avvicinato come il luogo in cui la parola cede. Non necessariamente come volontà di morte, ma come passaggio all’atto: un punto in cui ciò che insiste sul piano psichico non trova più rappresentazione simbolica.

Colpisce la scelta del cuore. Non come simbolo romantico, ma come convergenza di due registri: quello dell’amore e quello della distruzione.

E poi c’è quel resto: la pallottola rimasta nel corpo, troppo rischiosa da rimuovere.

Un dato reale, prima ancora che simbolico. E tuttavia, qualcosa che inevitabilmente introduce una domanda: che cosa significa vivere con un resto?

Gino Paoli ha avuto una vita lunga, piena, attraversata dalla musica e dalle relazioni. Eppure, quella pallottola è rimasta.

Come se qualcosa di quell’esperienza non si fosse mai del tutto chiuso.

Non necessariamente un dolore continuo, ma un resto.

Qualcosa che non si elimina, che non si risolve, ma che si porta con sé.

E tuttavia, ha continuato a vivere, a scrivere, a cantare.

Canzoni come Il cielo in una stanza o Senza fine testimoniano una modalità singolare di trattare l’amore: non come sentimento pacificato, ma come esperienza che sfiora l’illimitato.

La musica, in questo senso, può essere pensata come una forma di trasformazione. Non una soluzione, ma un modo per dare forma a ciò che, altrimenti, resterebbe senza parola.

Ma il punto più interessante non è nella possibilità di comprendere, quanto nella persistenza della domanda.

Che cosa può avere l’altro perché diventi così necessario?

Non in senso romantico, ma psichico.

Non abbiamo risposte definitive. Ed è forse proprio questo il nucleo della questione: l’amore conduce fino a un limite del sapere.

E ritorna allora quell’immagine: un uomo che per amore compie un gesto assoluto.

Non come figura da idealizzare, né come gesto da spiegare.

Ma come ciò che continua a interrogare.

Perché, nell’amore, esiste una zona che sfugge a ogni misura —

e che lascia, inevitabilmente, un resto.

Cover: Gino Paoli – immagine Wikimedia Commons
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice
La sorpresa del NO: un nuovo protagonismo oltre il moderatismo della Sinistra

La sorpresa del NO: un nuovo protagonismo oltre il moderatismo della Sinistra

La sorpresa del NO:
un nuovo protagonismo oltre il moderatismo della Sinistra

Nessuno se lo aspettava, né la destra ma neppure i partiti di sinistra, che ci sarebbe stata una così forte partecipazione e dei giovani in particolare. Come mai?

Samo in una fase di “stati nascenti” che, a volte arrivano inaspettati, ma frutto di un accumulo per ingiustizie varie negli ultimi anni, che possono cambiare la direzione della storia. Il neoliberismo si è imposto nel mondo occidentale dopo quei primi 30 anni gloriosi (1945-1975) che hanno portato in Italia e in Europa (Stati Uniti inclusi), uno sviluppo eccezionale unito alla crescita dell’uguaglianza. E’ in quegli anni che si ottengono riforme importantissime: scuola, sanità, pensioni universali, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori.
I salari in Italia in quei 30 anni sono cresciuti del 250%. Poi con Thatcher e Reagan arriva la gelata, che è continuata fino ad oggi con la globalizzazione: “La società non esiste, esistono solo gli individui”.

Ma questo modello di capitalismo predatorio che produce disuguaglianze e ingiustizie (sia dei lavoratori interni che dei paesi esterni) non regge più, sia sul piano climatico che della prosperità condivisa.
I giovani vedono che le promesse di prosperità non vengono mantenute e si va sempre più verso forme autoritarie.

Ci sbagliavamo sui giovani

Noi vecchi pensavamo che i giovani, digitalizzati e individualizzati, fossero stati a tal punto manipolati da sparire dalla società per ritirarsi nell’individualismo. E invece ci sbagliavamo. Per la verità, qualche sentore dell’errore era arrivato. Ricordate le grandi manifestazioni pro-Pal? Erano nate non dai partiti di sinistra, ma da un insieme di associazioni e movimenti. I primi a bloccare le armi verso Israele sono stati i portuali di Livorno dei Cobas nell’estate del 2025, che si sono scontrati con Cgil-Cisl-Uil, che non volevano scioperi così estremi. Quanto ai cortei pro-Pal: a Trento (dove vivo, ma immagino anche altrove) non si era mai vista negli ultimi 20 anni una partecipazione così ampia (20mila persone) e il corteo era guidato da associazioni e movimenti; solo in seconda fila stavano i sindacati tradizionali.

Anche a Ferrara

Anche nel ’68-69 a Ferrara al petrolchimico chi guidò le lotte furono un gruppo di tecnici (la maggior parte iscritti alla Cisl, alcuni alla Cgil) che non facevano parte della commissione interna. Erano in gran parte tecnici di valore e riconosciuti per competenza e quindi inattaccabili (Pino Foschi, Sergio Foschi, Bruno Zannoni, Roberto Flammini, Saverio De Bartolo, Sante, Donino,…). Erano visti dai lavoratori come naturali “guide” del movimento.
Anche allora i partiti e i sindacati tradizionali, senza voler togliere nulla al loro valore, erano rimasti spiazzati da questi “nuovi” che avevano parole e idee che trascinavano e che non erano le loro. I fondatori del CDS vennero da quel nucleo indomito.

Un nuovo protagonismo 

Anche oggi credo si sia entrati in un fase simile. Non si può considerare la vittoria del NO solo come quella dei partiti di sinistra, ma di quella parte della società civile che ha smesso da tempo di votare per partiti che non la rappresentano, la stessa che soffre del disagio della povertà crescente, della precarietà del lavoro, di servizi inadeguati per la scuola e la salute, che appare “silenziosa” solo per chi non vuole ascoltarla, che ha manifestato contro il genocidio a Gaza, contro il riarmo, il razzismo, la violenza contro le donne, l’attacco a molti diritti civili faticosamente conquistati.

Fino a ieri si pensava che un certo moderatismo avrebbe allargato il campo del centro-sinistra. Ora io credo che occorra ascoltare e tradurre in programma la radicalità che serpeggia.

Sono in gran parte giovani, collegati alle reti mondiali (via digitale), su cui pesa l’assenza di futuro, che si oppongono allo sdoganamento della cattiveria del potere e dei Governi, al trionfo della legge del più forte contro gli stessi organismi internazionali nati per la difesa dei diritti umani. Un movimento che si era già espresso in ottobre nelle piazze della Flottilla, che ha partecipato ai Fridays for Future e altre azioni sull’emergenza climatica.

Ovviamente qualsiasi movimento nascente non può fare a meno per sempre dei partiti, ma questi devono ascoltare ciò che emerge dalla società civile. La destra ha pensato di poter contare su un crescente disinteresse per le questioni civili e pubbliche, spinta dall’imborghesimento e dal consumismo, ma oggi scopriamo che non è così.
Ci sono soggetti nuovi e imprevisti di cui tener conto, movimenti che si oppongono a spinte autoritarie e che chiedono alla politica di sviluppare un nuovo umanesimo e non logiche autoritarie. Temi come la lotta contro le guerre, contro il riarmo, a favore del clima, della parità di genere, di un salario minimo, di una scuola e sanità che funzionino per tutti, di case con affitti decenti e di lavori con salari dignitosi tornano. Ben scavato vecchia talpa.

In copertina: manifestazione pro gaza – immagine su licenza da L’Indipendente.31

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Parole e figure / L’universo delicato di Yael Frankel in “Care piccole muse”

Uscito in libreria il 30 marzo, con Kite edizioni, “Care piccole muse”, dell’argentina Yael Frankel, ci porta nel mondo della creatività che vuole essere libero e leggero

Stile iconico, fatto di linee essenziali, testi brevi, palette cromatiche ridotte e molto spazio chiaro puntellinato per esplorare un tema astratto come l’ispirazione, “Care piccole muse” ci porta nel mondo magico e silenzioso di Lia. O almeno che lei vorrebbe silenzioso.

care piccole muse

Lia disegna. È completamente assorta in ciò che sta facendo e non parla mai. A parlare sono invece le muse. Non divinità classiche ma piccoli momenti, silenzi, animaletti, oggetti che possono nascondersi in una tazza di tè, in un filo d’erba o nel modo in cui cade la luce. Petulanti, invadenti, sempre lì a suggerire, a dare pareri non richiesti su foglie o nuvolette da aggiungere, colori da integrare, radici da inserire, forme da rimodellare.

Osservano, commentano, interpretano. Avanzano ipotesi su ciò che Lia starebbe cercando di fare, su dove il disegno la stia portando, su quale “ispirazione” la stia guidando. Le loro voci si sovrappongono, costruiscono narrazioni, attribuiscono significati. Ma sbagliano. Perché Lia sta facendo qualcos’altro. Sta semplicemente disegnando.

Un albo che mette in discussione l’idea stessa di ispirazione come forza esterna, mitizzata e necessaria, che parla di fiducia nel processo creativo.

Un cammino dove si è liberi, e che rende liberi, dove non si tollerano consigli e interferenze. Dove le piccole muse sono gentilmente invitate a restare fuori dalla porta.

Un libro perfetto per chiunque stia cercando qualcosa, un’idea, una soluzione, una parola, e si sente bloccato: ricorda che la bellezza è già lì, va solo riconosciuta. Spesso da soli.

care piccole muse

Yael Frankel vive a Buenos Aires in Argentina, dove lavora come grafica e illustratrice. Nel 2013, è stata selezionata per il catalogo “México Iberoamerican Illustration”. Nel 2014, è stata selezionata per il “Sharjah Children’s reading festival exhibition”, per il “Ukranie Cow Design festival” e il “Portugal Illustration Festival”. Nel 2016, è stata selezionata al Bologna children’s book fair, Italia. Vince il “Premio de Ilustración Fundación SM Argentina” 2015.

Yael Frankel, Care piccole muse, Kite edizioni, Padova, 2026, 40 p.

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Dalla sologamia al poliamore all’anarchia relazionale o viceversa

Dalla sologamia al poliamore all’anarchia relazionale o viceversa

Dalla sologamia al poliamore all’anarchia relazionale o viceversa

Nel dizionario Treccani viene inserito nel 2025 il sostantivo femminile “sologamia”,  un neologismo che è la traduzione italiana della parola inglese sologamy, termine che sembra risalire al 1993 e che significa letteralmentesposarsi con se stessi”.

Molto diffuso in Giappone, dove ci sono anche “agenzie matrimoniali” specializzate, e ovviamente negli Stati Uniti, ciò che appare uno scherzo nella sua semantica surreale ha invece un grande riscontro mediatico anche nei nostri giornali e specialmente sui social. Frequentissimi infatti sul web i consigli di psicologi che raccomandano amore e fedeltà eterna alla propria persona e post di persone che esaltano la bellezza dello stare da soli, senza legami significativi se non con se stessi.

In Italia la recente diffusione del fenomeno è legato soprattutto alla performancie di Elena Ketra (pseudenonimo di Elena Pizzato) che nel 2024 pubblica il libro “Sologamia, L’arte di sposare se stessa” edizioni Exibart, che riporta nel quarto di copertina  anche la formula che suggella l’unione: «Prometto che mi amerò e mi prenderò cura di me, che non permetterò a nessuno di fermarmi o farmi del male, che mi batterò sempre per difendere le mie idee e la mia libertà, che mi basterò e che non mi lascerò mai solə».

Appare molto significativa la declinazione al femminile di questo simbolico matrimonio, forse sottintendendo che gli appartenenti al genere maschile l’hanno sempre tacitamente praticato e non hanno bisogno di formalizzarlo. Indubbiamente, anche alla luce della permanenza di un numero più o meno stabile di femminicidi, l’accento, nella promessa nuziale, di una strategia difensiva rispetto al male che ti può fare “l’altro”, appare una chiara decisione di mettere dei solidi confini personali nelle relazioni.

La sologamia, configurandosi come matrimonio, come si evince dalla derivazione dalla parola greca γαμία, derivato di γαμέω ‘sposare’, è monogamica, ma non esclude a priori altre relazioni, da concordare ovviamente al proprio interno.  

Il neologismo non prende in considerazione l’Eros platonico, descritto, specialmente nel Simposio, come un poveraccio, essendo  figlio di Poros (bisogno, stratagemma) e Penia (povertà). Non è un dio, ma una forza vitale e filosofica che desidera incessantemente ciò che gli manca, in particolare la bellezza e la sapienza.

La  forza e imprevedibilità dell’ “Amore” viene invece ripresa e moltiplicata nel poliamore, struttura relazionale, di cui si è già scritto qui, che prevede la possibilità di intrattenere una molteplicità di relazioni, purchè consensuali.

Chiamato anche non monogamia etica è molto seguito dai giovani (non si sa quanto praticato nei fatti), essendo un modello relazionale che, nella sua razionalità, salva la forza dirompente e vitale di Eros, evitandone le sue caratteristiche distruttive. L’eticità del poliamore consiste nell’evitare il tradimento del partner, includendolo, almeno formalmente, nella nuova rete di relazioni che si va costruendo e dandogli a sua volta la possibilità di fare altrettanto.

Si configura in vari modelli: nella maggior parte dei casi è gerarchico, cioè con un rapporto principale ed altri secondari, spesso riservando la sfera sessuale esclusivamente al partner principale. In altre parole anche nel poliamore , mentre c’è la disponibilità a condividere con altri l’affettività del partner, permane una forte reticenza a dividere con altri l’intimità sessuale.

Questo avviene per il principio di assoluta reciprocità che caratterizza il poliamore, per cui ogni componente può, almeno in teoria, adottare gli stessi comportamenti degli altri. Dichiarare di avere altre relazioni evita la non eticità dell’inganno, del sotterfugio, della menzogna, ma non esenta il partner dalla sofferenza della fine della esclusività amorosa.

La difficoltà è maggiore quando un partner passa dalla monogamia al poliamore, presumibilmente perchè si innamora di un’altra persona e non vuole rinunciare a quella precedente. Il fatto di dichiararlo sinceramente e sdoganarlo come poliamore evita la meschinità dell’ipocrisia, ma non la sofferenza di chi si trova ad affrontare una nuova configurazione del rapporto e il senso di abbandono che ne consegue.

In altre parole, se il criterio che guida l’etica relazionale è quello di non offendere la dignità dell’altro e salvaguardare il  benessere del rapporto non sempre tutto può e deve essere detto: la sincerità assoluta fa parte della sfera personale della coppia, che ne contratta l’importanza e la necessità.

La riuscita del poliamore è più frequente quando i componenti condividono i valori di una comunità, di un gruppo politico, di una famiglia allargata. Il background culturale comune e le esperienze condivise facilitano l’adesione ad un modello relazionale diverso, basato sulla pluralità, la reciprocità e l’apertura, pur nell’estrema razionalizzazione di diritti e doveri reciproci.

L’anarchia relazionale, ormai nipote dell’ingenua e fallimentare coppia aperta degli anni 70, chiude il cerchio e supera con un balzo la monogamia e il poliamore; i suoi concetti portanti sono stati messi nero su bianco dall’attivista queer svedese Andie Nordgren nel 2006.

Riassunta brevemente l’anarchia relazionale non basa le relazioni sul “diritto”, ma sul rispetto dell’indipendenza e autodeterminazione degli altri, oltre che, ovviamente, di se stessi. Non implica necessariamente avere più partner, ma il rifiuto di ingabbiare la relazione in una definizione che inevitabilmente esercita un potere sugli altri e su di sè.

Le relazioni amicali hanno la stessa importanza di quelle amorose e familiari, senza un bisogno specifico di regole. Le leggi vigenti spingono al contrario a scegliere un solo partner, stabilendo una gerarchia nei rapporti che invece sono sempre caratterizzati da un’unicità che non permette di classificare, separare o confrontare persone  e relazioni.

A tal proposito riporto le parole di Michela Murgia:

«Una società moderna, dinamica e plurale dovrebbe strutturare i suoi rapporti di affidabilità a prescindere dai legami di sangue e considerarsi tanto più evoluta quanto più l’affidabilità si estende a chi è estraneo al gruppo familiare. Le società familiste, fatte di tribù e di clan applicano invece il concetto di bene e di male solo all’interno delle loro strutture di parentela riconosciute, dove il “noi” della consanguineità è contrapposto a un “loro” senza legami biologici, e definisce la categoria dell’estraneo come qualcuno a cui si può invece fare qualunque cosa.» (Dare la vita, ed. Rizzoli, 2024).

Il numero di coloro che adottano i principi dell’anarchia relazionale è incalcolabile, sfuggente per natura alle ricorrenti rilevazioni ISTAT su matrimoni, separazioni, divorzi e natalità. A fronte di una società consumista che continua a investire sui prodotti per la festa della mamma e del papà, di un’istituzione scolastica che continua a propinare ai bambini la leggenda della famiglia del “Mulino bianco”, ignorando e imbarazzando i bambini provenienti da famiglie monogenitoriali e famiglie Arcobaleno, l’anarchia relazionale, il poliamore e la sologamia sembrano di fatto invisibili a livello politico e sociale.

Chi per vari motivi è a contatto con i giovani, la cosiddetta generazione Z, sa che è invece un tema seguitissimo dalle nuove generazioni e intercettato dall’Accademia a livello sociologico, filosofico, psicologico, oltre che, come si è visto, filologico.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/stocksnap-894430/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2608145″>StockSnap</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2608145″>Pixabay</a>

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Etruria

Etruria

Etruria

Sul finire dell’Estate, che oggi si allunga oramai a coprire l’autunno, mentre camminavo attorno a Montepulciano, mi imbattei in una casa abbandonata. Il tetto sembrava ancora intatto, i muri sbrecciati e bassi, mentre le finestre erano piccole e non avevano né vetro, né telaio che potesse reggerlo.

Mi avvicinai per vedere meglio. La porta era accostata, all’interno una tavola male in arnese, tre sedie polverose e malandate mostravano il loro ventre sfatto di paglia giallognola. Il sole faticava a illuminare tutta la stanza, a causa delle due sole finestre ai lati dell’ingresso. Assi e pezzi di mobili erano sparsi un po’ ovunque sul pavimento, accatastati contro i muri, quasi a rinforzarne lo stato solido d’un tempo.

Scostai una sedia e sedetti a lungo quel pomeriggio, mentre il lucore chiarissimo delle prime ore meridiane, lasciava il posto a un cielo spesso e nuvoloso. Non piovve, ed io mi addormentai.

Una voce di giovane donna cantava piano, solo per me. Udivo ogni parola, ma non comprendevo quella lingua dai suoni rotondi e armoniosi, eppure sapevo che la canzone raccontava d’una guerra atroce e lontana, oltre il fiume e le colline, al di là del mare. Molti guerrieri erano partiti dall’Etruria per un antico voto d’alleanza tra popoli. Pochi erano tornati, carichi di doni. La grande città era finalmente caduta.

Per molti anni cinta d’assedio, aveva mura spesse e alte, porte robuste e ben difese. Eppure vi furono pianti e grida quella notte, fiamme e morte fra la gente entro quelle stesse mura, ignara d’una sorte tanto avversa. Così avevano voluto gli Dei capricciosi, coloro che reggevano il destino dell’uomo, capaci d’ascoltare suppliche, accettando fumi di grasso animale, per poi mutar d’improvviso parere, annientando una città intera in una sola notte, tra liti e capricci divini. Dei ingrati e crudeli, verrà il giorno in cui ai vostri nomi spetterà soltanto l’oblio. Perché voi non amate l’uomo, che lasciate al filo delle Parche, al fato crudele. Esistete soltanto perché molti vi credono, pensano a voi, ma Dio riprenderà a sé le vostre vite fittizie e lo farà con il sacrificio di sé stesso incarnato, fattosi uomo.

Stasera non è ancora il suo tempo, è tempo di piangere i defunti e di far festa per chi è tornato a rivedere moglie e figli. Che inizi il banchetto funebre, siedano le donne accanto agli uomini, uniti entrambi dal vino speziato che inebria, suonino i musici e si portino le carni ben arrostite alla fiamma, i frutti più maturi della terra, i formaggi di pecora si tolgano dalla grotta, dov’erano a stagionare. Verrà un tempo nuovo per l’uomo, la fatica e il dolore gli resteranno accanto, assieme all’odio e alla guerra che genera vedove e morte, ma nascerà una nuova speranza in lui. Potrà cambiare le spade in aratri, se soltanto lo vorrà, volgere il ferro spietato in strumento di pane, un pane nuovo, che darà la Vita eterna a chi ne mangia.

Dimmi o Velthur Spurinna, corrisponde a verità ciò che vedo?

Verrà un tempo nuovo, ma non stasera. Facciamo festa dunque, che sia un tempo di Pace tra i popoli, anche se noi non lo vedremo.

Cover: guerriero sconfitto, immagine da Il giornale Off

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Spesso immagino di tornare in via dei Lamponi 4

Per certi versi /
Spesso immagino di tornare in via dei Lamponi 4

Spesso immagino di tornare in via dei Lamponi 4

Spesso immagino di tornare in via dei Lamponi 4.

Dopo cinquant’anni suonare il campanello e chiedere:

“Buongiorno, permesso… Voi non mi conoscete.

Posso dormire un po’ qui?”

 

Certo, non ci saranno più il mio lettino ai piedi di quello dei miei genitori

la catinella che raccoglieva l’acqua dal tetto rotto, la stufa a legna.

Non importa.

 

Mi basterebbe sdraiarmi sul pavimento e stare lì, occhi chiusi.

Vedere se tornano le voci.

Ritrovare il mio nome. Quella che ero.

 

“Casa” è quel luogo. Lì ero ancora intatta.

Chi ci abita ora, lo sente quel canto di bambina?

Le vuole un po’ di bene?

 

Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023

 

In copertina: cameretta – Foto di Dean Moriarty da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Dove il limite non tiene: l’atto al posto della parola

Dove il limite non tiene: l’atto al posto della parola

Dove il limite non tiene: l’atto al posto della parola

Un ragazzo di tredici anni accoltella la propria insegnante. Non è solo un fatto di cronaca. È il punto in cui la parola non ha più tenuto.

Di fronte a un gesto così, la tentazione è immediata: condannare, spiegare in fretta, cercare un colpevole. Ma la violenza, da sola, non spiega nulla. Ciò che interroga davvero è il passaggio — quel momento preciso in cui qualcosa che avrebbe potuto essere detto, pensato, trattenuto, diventa invece azione.

Da una prospettiva lacaniana, il soggetto si costituisce nel linguaggio e attraverso il limite. Il limite non è una semplice regola imposta dall’esterno, ma ciò che rende possibile abitare il desiderio senza esserne travolti. È un “no” che struttura, che orienta, che introduce alla mancanza. Quando questo limite non si costruisce — perché assente, incoerente o vissuto come arbitrario — la frustrazione non trova argini. E ciò che non entra nel simbolico ritorna nel reale.

A tredici anni, questo passaggio è particolarmente fragile. Il gesto violento non è mai solo impulsività. È un corto circuito: tra ciò che si prova e ciò che si può dire, tra l’intensità dell’affetto e la povertà degli strumenti per trattarlo.
Rabbia, vergogna, umiliazione non trovano parola e allora si trasformano in atto. In quel momento, l’altro non è più un soggetto, ma un ostacolo. E l’atto prende il posto della parola.

La questione dell’autorità si iscrive esattamente qui. L’autorità, perché sia tale, non può essere solo esercizio di potere. Deve essere riconosciuta, deve avere consistenza simbolica.
Quando è fragile, intermittente o percepita come umiliante, non produce limite ma reazione. Non orienta, ma provoca. E allora il “no” non struttura: viene rifiutato, sfidato, aggirato.

È per questo che la risposta puramente repressiva rischia di essere una falsa soluzione. Più controllo, più rigidità, più sanzione: sono interventi che possono contenere un comportamento, ma non costruiscono un limite interno. Il simbolico non si impone. Senza un lavoro sul senso, sulla relazione, sulla possibilità di parola, la repressione resta esterna — e ciò che resta esterno, prima o poi, cede.

Allo stesso tempo, è necessario mantenere uno sguardo rigoroso sulla scena in cui il gesto è avvenuto, senza scivolare in attribuzioni semplicistiche.
Non sappiamo quale tipo di relazione si fosse costruita tra questo ragazzo e la sua insegnante, né quale posizione ciascuno occupasse in quel legame. Porre questa domanda non significa, in alcun modo, colpevolizzare l’insegnante o attenuare la gravità dell’accaduto. Significa riconoscere che ogni relazione educativa è un campo complesso, attraversato da dinamiche, da transfert, da punti di rottura.

È nella relazione che il limite può diventare esperienza, e non solo imposizione. Quando questo spazio si incrina, il conflitto rischia di non trovare più vie simboliche. E quando il simbolico viene meno, resta il reale dell’atto.

La domanda allora cambia. Non è più soltanto “perché lo ha fatto” o “come punire”. È: quale esperienza del limite è stata possibile per questo ragazzo? Dove ha potuto incontrare una parola capace di nominare ciò che provava? Quali adulti hanno potuto reggere, contenere, tradurre?

Un gesto così non nasce dal nulla. Nasce dove il linguaggio non ha tenuto, dove il limite non si è costruito, dove l’autorità non è stata esperienza simbolica ma presenza vuota o assente.

Quando un adolescente passa all’atto, non smette semplicemente di rispettare una regola. Sta parlando, ma senza parole.

E se continuiamo a rispondere solo con il controllo e la repressione, rischiamo di confermare proprio ciò che è mancato: uno spazio in cui la parola possa esistere.

Perché il punto non è eliminare il sintomo, ma comprenderne la logica. E riaprire, là dove si è chiuso, il passaggio fondamentale: quello dalla violenza alla parola.

cover: immagine Padre Stefano Liberti

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presto di mattina poesia in umbra lucis

Presto di mattina /
Poesia, in umbra lucis

Presto di mattina. Poesia, in umbra lucis

Poesia, in umbra lucis

La poesia è “ombra della luce”. Essa è quella terra di mezzo, attraversamento sull’abisso invalicabile tra tenebra e luce. Ma come l’ombra non esite senza luce, così la poesia, anche nel silenzio più cupo, non è mai senza la parola: è filo d’ago trafiggente che ricuce la distanza e ricompone il tessuto degli affetti dilaniati.

È quanto ricordava José Tolentino de Mendonça, in una conferenza presso La Civiltà Cattolica nel 2023, sul potere di guarigione della parola poetica: «La parola poetica è una parola capace di ricucire le ferite dei cuori, le ferite del mondo. Sono parole capaci di riconciliare, perché una delle funzioni dei poeti è offrire parole per quel lavoro di guarigione di cui tutti gli uomini e le donne hanno bisogno» [qui].

È stato con questo filo d’Arianna che mi sono avventurato, non senza timore prima e grande turbamento poi, in quel labirinto di pagine e parole poetiche un tempo sotterrate nei boschi attorno al “Campo dei Corvi”, come veniva denominato il lager femminile di Ravensbrück  a pochi chilometri da Berlino, attivo dal 1939 al 1945. Parole recluse, silenziate, affogate, atterrite, interrate, ma sempre affioranti e poi ritrovate e fatte uscire dall’ombra, portate alla luce, risuonate in quei boschi cui era stato detto in un silenzio supplice: “boschi cantate per noi”.

Boschi cantate per noi

Il libro Boschi cantate per me (Società per l’enciclopedia delle donne aps, Milano 2024) è un’antologia poetica con testo originale a fronte e un saggio sulla Memoria di Ravensbrück, a cura di Anna Paola Moretti. Ella scrive:

«Frutto di un lavoro di ricerca durato oltre dieci anni, il volume è nato dal desiderio di “far uscire dall’ombra la deportazione femminile rimasta a lungo trascurata” e vuol favorire una storia della deportazione non separata dalle parole delle testimoni. Inoltre dalle poesie del lager emerge un universo simbolico opposto alla violenza e al desiderio di potere…

La poesia diventa un tramite per continuare a fare memoria della storia comune, accogliendo il lascito più significativo delle deportate: pratiche di resistenza all’annientamento, soluzioni inventate per sopravvivere in un ostinato volersi umane» (ivi, 13-14).

Le autrici dei testi poetici, tra cui tre anonime, sono appartenenti a cinquanta nazionalità. La gran parte erano “Triangoli rossi”, deportate politiche della resistenza antinazista nei vari paesi occupati. Un atto di cura è stato pure l’aver dedicato ad ogni autrice una scheda biografica come un tirar fuori dall’ombra non solo le parole ma le loro identità e storie. Nel 1959 fu aperto il Memoriale Nazionale di Ravensbrück. Si stima che le deportate furono 130mila provenienti da quaranta nazioni diverse, di esse ne morirono oltre 90mila.

Se le opere artistiche
sono state create e vissute,
se le donne hanno pensato
in modo indipendente e creativo,
se i bisogni di altre
sono stati notati, sentiti e accolti,
ciò significa
che gli autori del sistema
dei campi criminali
non sono riusciti a sopprimere l’umanità.
Urszula Winska (ivi, 6).

Il campo dei corvi

Il vento soffia piangendo sulla pianura
Neri corvi sul platano
sulla pianura abbandonata del nord ..
Solo grigio fin su nel cielo,
il tempo aleggia immobile nell’aria.
Quando il grigio mattino tenderà
di nuovo le mani alla sera?
Il vento soffia sulla pianura,
pesanti, pesanti sono le nostre catene,
Sole, casa, libertà – sogni ardenti
solo terra straniera – gelo nel cuore …
Sul platano corvi neri
nel nero capannone nel campo
migliaia siamo noi sepolte vive.
(Katja Spurova, Il vento soffia piangendo sulla pianura, ivi, 113).

Più avanti dovrò ricordare
questi cupi tempi d’orrore
con mente fredda, e senza odio,
tuttavia con franco rigore.
Questo triste e brutto paesaggio,
dei corvi le eterne picchiate,
le baracche sulla palude,
nere come tombe e gelate.
E queste donne infagottate
con sporchi cenci e carta straccia,
le povere gambe che ballano
durante l’appello fiaccante.
Le liti a colpi di pignatte,
a colpi di secchio o di pugni,
le bocche contratte che tremano
se tarda l’arrivo del rancio.
Queste “colpevoli” tuffate
nell’acqua sozza delle vasche,
le gialle membra rosicchiate
da piaghe e grandi ulcere a chiazze.
L’odiosa tosse, a perdifiato,
e questo sguardo disperato
rivolto alla terra lontana,
o mio Dio, riportaci a casa.
Più avanti dovrò ricordare …
(Micheline Maurel, “Più avanti dovrò ricordare”, ivi, 117).

«Solo il linguaggio poetico può dare la misura di quello che abbiamo vissuto» (Charlotte Delbo, ivi, 347)

A scrivere questo pensiero è stata Charlotte Delbo, matricola n. 26007. Condivise la sua deportazione anche con due italiane, che furono per lei amiche importanti: Vittoria Nenni, che morì a Birkenau, e poi a Ravensbrück Lidia Beccaria Rolfì. Fu liberata dalla Croce Rossa svedese il 23 aprile 1945.

Nel 2023 con la collaborazione della nostra università, Dipartimento di Studi Umanistici, è uscito il libro di Isabella Mattazzi, La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l’esperienza concentrazionaria, Mimesis, Sesto San Giovanni [MI] 2023).

Se il filosofo Theodor W. Adorno pensava che fosse un atto di barbarie scrivere poesie dopo Auschwitz, altri presero una posizione contraria. Tra essi Elie Wiesel e anche Primo Levi, il quale affermava che la sua esperienza era speculare a quella di Adorno: «mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro […]. In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz» (Boschi cantate, 344).

Anche la Delbo era di questo pensiero quando scriveva: «Per essere ascoltati e capiti non basta dire ciò che è stato, ma bisogna raccontarlo bene e catturare l’attenzione del lettore […] Non volevo informare. […] Quello che volevo ottenere è una più profonda informazione, inattuale, cioè più duratura, quella che farebbe sentire la verità della tragedia restituendo l’emozione e l’orrore. […] Più che render conto, volevo dare a vedere… Mi servo della letteratura come di “un’arma”, uno strumento per portare “il destinatario a interrogarsi sulla propria esistenza” e “il linguaggio della poesia è l’arma più efficace» (ivi, 347)”.

In questo vi era corrispondenza con il pensiero di Hanna Arendt: «la poesia è un linguaggio comunicativo che rende possibile il ponte tra l’io e il tu, rende possibile il noi, formato dai singoli; mantenendo con concisione e potenza la partecipazione affettiva e la distanza. La poesia testimonia senza saturare e, continuando a richiedere partecipazione sempre nuova e attenta, mantiene la memoria come un work in progress che continua a far vivere la storia» (ivi, 348).

Che cos’è la poesia?

Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!
Coprimi acqua,
boschi cantate per me!
(Zofia Gorska, ivi 101).

Il testo di Zofia Gorska poeta e scrittrice polacca naturalizzata francese ha suggerito il titolo della raccolta delle poesie sotterrate nella foresta attorno a Ravensbrück. Si domanda: «”Che cos’è la poesia? È quello che qualcuno ha saputo mettere in parole che altri condividono. Lei parla a loro nome. È una parola che aiuta a sopravvivere. Collettiva. Rimata e ritmata il più possibile per aiutare la memorizzazione, per arrivare da un Blocco all’altro e oltre il filo spinato. In modo che il mondo sappia dopo di noi.

Rima e ritmo esistono anche per la bellezza, ma soprattutto per ragioni mnemoniche, come all’inizio, come al tempo dei bardi. La poesia è ciò che ripeti senza muovere le labbra, rimanendo in piedi durante appelli punitivi che durano ore. Accorcia i tempi. Ti permette di non sussultare nella fila quando l’eco della fucilazione attraversa il muro e il posto vuoto accanto a te è ancora caldo» (ivi, 332-333).

Qui il cielo è straniero: come posso pregare?
Come posso chiamare Dio, come commuoverlo?
M’hanno trafitto i piedi, e anche le mani.
M’hanno sottratto il corpo e tolto l’anima.
Qui il cielo è straniero, immensamente freddo,
nessuna nube tende le mani verso le mie tempie,
com’è difficile dire addio, com’è difficile dimenticare
quelle altre nubi purpuree, celesti e lilla.
Com’è difficile dimenticare, com’è difficile accettare
uno spazio che incombe, che ogni giorno s’ingrossa,
un cielo che freddo si alza e freddo tramonta,
e sotto il quale sarebbe così tremendo morire …
(Gorska, Quarantena, ivi, 93).

Magda Hollander Lafon, che svolse lavori pesanti in vari kommandi, inclusa la produzione di parti per il caccia a reazione, e riuscì a fuggire durante una marcia della morte nascondendosi nella foresta, scrive: «abbiamo mantenuto la mente acuta, recitando poesie l’un l’altra finché non abbiamo dimenticato dove eravamo. Ci siamo sentite come se fossimo in un altro universo. Attraverso la poesia e la musica, abbiamo portato la speranza sempre più avanti nei nostri cuori. Abbiamo dato il nostro pane per un pezzo di carta, una matita per lasciare un segno e per salvare gli altri da questo orrore» (ivi, 332).

Zefiro gentile,
vieni in fretta,
non lasciare che l’estate svanisca…
rinfresca le sue guance infuocate,
e asciuga le righe di sudore,
e fa’ che il cielo azzurro
rifletta la sua tonalità impeccabile
sulla terra scura,
e solleva sulle tue ali
il pesante sospiro
dell’anima.
Porta sollievo a chi soffre
a chi, inerme, come foglia che cade
nella morsa dell’autunno
invoca il tuo aiuto,
e squarcia le ombre scure
dell’anima,
non permettere al dolore
di prevalere.
(Magda Mosez in Herzberger, Consolazione, ivi, 219)

Magda e la sua famiglia furono deportate ad Auschwitz, dove la maggior parte di loro morì. Magda, diciottenne, fu spedita ai lavori forzati a Brema, mentre la città subiva i bombardamenti delle forze alleate. Nel marzo 1945 fu trasferita nel KL di Bergen-Belsen e fu obbligata a smaltire le migliaia di cadaveri accumulati dentro e intorno alle baracche. Fu trovata morente tra i cadaveri da un soldato britannico il 15 aprile 1945 e portata in ospedale. Quando alla fine del 1945 ritornò a Cluj, dov’era nata, iniziò la scuola di medicina, in cui conobbe Eugene Herzberger che sposò nel 1947.

La fede come la poesia è una via in umbra lucis

«Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte». È questo un versetto dell’inno conclusivo delle lodi ed ogni mattina recitandolo vado sempre a modificarlo: “nelle tenebre e nell’ombra della luce”.

Molti, molti anni fa in montagna con il campo dei ragazzi mi ero attardato lungo il sentiero per ritrovare il silenzio e pregare ad alta voce, perché sentissero anche gli alberi del bosco e le nuvole sovrastanti. Ad un tratto mi si avvicinò un forestiero e si fermò ad ascoltare, cercai allora di soffocare la voce nel silenzio, ma lui mi disse: “continua pure così”. Arrivato al versetto citato mi interruppe e mi disse: “non dire nell’ombra della morte, ma dì nell’ombra dalla luce, l’ombra infatti non è mai senza la luce, così anche nella notte più oscura la fede non è mai priva della luce del vangelo, insieme alle sue tenebre”.

Nel vangelo i discepoli, anche quelli di oggi, hanno imparato questa fede in umbra lucis dalle donne: da Maria quando unse i piedi di Gesù con olio profumato riconoscendolo come il messia sofferente, da quelle piangenti in via crucis; dalla Veronica soccorrente il suo volto tumefatto, la testa incoronata sanguinante; dalle donne sotto la croce nel tramonto del venerdì, le stesse andate poi presto al sepolcro il mattino dopo con olii aromatici per ungere il corpo morto; da Maria di Magdala che cercava smarrita lo smarrito, nell’oscurità del sepolcro il suo maestro e lui aprì in un giardino gli occhi umbratili della sua fede alla luce del suo volto, fu come un sole che sorge a illuminare l’ombra della morte: ex umbra lucis.

L’abbandonarsi degli abbandonati

Domani è la domenica delle palme, l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Per essa entriamo nella settimana di Passione, ma è un invito oggi, attraverso quella passione, a entrare nella passione del mondo. C’è una dimensione della Passione di Gesù che sorpassa il tempo, in uscita, presente e solidale con tutte le infinite passioni di oggi. Entrambe ci raggiungono e sono da riconoscere, assumere personalmente perché la passione di Gesù continua nelle passioni delle sue sorelle e fratelli, per divenire una divenuta, una passione-con generativa di com-passione.

È nell’abbandonarsi degli abbandonati che continua anche oggi a levarsi quel grido del Figlio pure lui in tenebris et in umbra lucis, il suo grido: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?” che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15:34).

Ed è con questo spirito che ho camminato la lunga poesia di Micheline Mathilde Geneviève Maurel: La Passione secondo Ravensbrück scritta dopo aver ascoltato la Passione secondo San Matteo di J.S. Bach, il 2 aprile 1950, Domenica delle Palme.

Mio Dio, vorrei dire due parole
e perdonami se saranno dure
perché è stato duro
ciò che vado a raccontarti.
Per aver ascoltato la Passione di Gesù
di Gesù che ha sofferto pochi giorni ed è morto
e da allora non soffre più.
Ecco:
c’erano donne
e c’erano anche uomini
ma ti parlerò delle donne
perché è una storia che conosco meglio.
C’erano donne e ce n’erano a migliaia
ma la cosa era uguale per ognuna.
Quando le ho conosciute
ognuna era stata insultata e picchiata
colpita in testa in faccia e dappertutto
fino al sangue
ognuna aveva i capelli strappati a manciate
e le mani torte e spesso anche bruciate.
C’erano donne
e ovviamente non tutte erano figlie di Dio
nemmeno figlie di Maria
non tutte avevano scommesso sul Regno dei Cieli
ma lavorato per il loro paese o per il loro partito
o per il loro uomo.

Ma dei soldati sono venuti a prenderle
e le hanno condotte fuori
le hanno portate in branco alla stazione
e le hanno spinte dentro carri bestiame
e i carri hanno corso verso nord
per due giorni, tre giorni o più
con queste donne
ammassate in piedi senza aria senza acqua senza pane
le vecchie le giovani quelle che erano malate quelle che erano
incinte
e così pigiate
che molte già sono morte dentro i vagoni
e quei corpi sono rimasti con gli altri
sotto i piedi delle vive
che soffrivano ancora.
Alla fine i vagoni si sono fermati, li hanno aperti
e le donne sono scese
le hanno colpite in faccia, le hanno insultate
le hanno spinte a bastonate per strada
cariche delle loro valigie
e dei corpi delle morte
Hanno incespicato sulle pietre e molte sono cadute.
E queste donne sono arrivate nel luogo chiamato Ravensbrück.
Un enorme cancello si è aperto davanti a loro.
Sono entrate in fila per cinque,
E contro di loro i carcerieri sguinzagliavano i cani
se smettevano di lavorare.

E Ravensbrück non è in Galilea ma nella Germania del Nord.
Queste donne erano malate e nessuno le ha curate,
quelle che erano paralitiche sono state portate alla camera a gas
e bruciate,
quelle che morivano sono state bruciate.
quelle che non erano morte
continuavano a lavorare
dalla prima alla dodicesima ora
piene di ulcere e sterco
ogni giorno insultate, colpite
e cadevano più volte al giorno.
E molte morivano ogni giorno
e le altre dovevano spogliarle e portare i loro corpi al forno.
E questo non è durato tre ore, né tre giorni, né quaranta giorni
ma mesi e anni
e anni …
…E queste donne sono rimaste in patria o in altri paesi
con il loro corpo malato, la loro debolezza, la loro memoria.
Il venerdì santo alla nona ora
Gesù è morto e non ha più sofferto.
Queste donne oggi, mio Dio, soffrono ancora
queste donne hanno ancora fame, hanno ancora freddo
e sono abbandonate e piangono.
Mio Dio queste donne sono qui davanti a te in ginocchio
e rimirano Gesù seduto alla tua destra
in gloria.
E a te queste donne gridano le parole che lui ti ha gridato:
Mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Ecco mio Dio ciò che volevo dire.

La scrittrice e giornalista inglese Sarah Helm nel suo libro di Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück, il campo di concentramento nazista per sole donne (Newton Compton editori 2015, 720 pagine) ha raccontato la storia di del lager a partire dai dettagli della vita quotidiana e ricostruendo le biografie delle prigioniere, delle guardie, dei medici del campo attraverso le loro testimonianze e le loro storie. Significativo il titolo originale If this is a Woman, che richiama Primo Levi, e la traduzione italiana ricorda il film del regista Wenders appunto Il cielo sopra l’inferno. La narrazione inizia con le parole di Primo Levi:

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/reflex_production-26016661/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7136446″>Roman Kogomachenko</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7136446″>Pixabay</a>

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Evviva La Costituzione! Ma un referendum non fa primavera

Evviva La Costituzione! Ma un referendum non fa primavera

Evviva La Costituzione! Ma un referendum non fa primavera

Non era un risultato scontato. Anzi, negli ultimi giorni di campagna, quando Giorgia è scesa in campo con la sua aurea di imbattibilità e le sue bugie velenose sembrava che il Sì alla Riforma Nordio avrebbe prevalso anche se di misura. È andata diversamente ed è stata una sorpresa per tutti, di una e dell’altra parte.

– Prima di tutto una grande affluenza al voto, quasi il 60%, dieci punti sopra le ultime Europee.
– Dentro i votanti, altra sorpresa, spiccano i giovani dai 18 ai 35 anni. Due giovani su tre hanno votato, e per farlo, i fuori sede hanno fatto miracoli e centinaia di chilometri.
– Terza sorpresa, la più grande, la vittoria schiacciante dei NO, con 7 punti e mezzo di scarto e 2 milioni di voti in più del SI’.

Detto questo, al netto dell’euforia dei sostenitori del NO e della cocente quanto malcelata delusione dei sostenitori del SI’, è importante capire (e molti commentatori l’hanno rilevato)  che se lo scontro referendario ha visto schierati da una parte il Centrodestra unito e dall’altra il Centrosinistra con qualche defezione (Azione, Italia Viva e frange del PD), la grande vittoria del NO (14,5 milioni di voti) non coincide con la vittoria dei partiti di opposizione. Certo, per PD, 5Stelle e AVS l’esito referendario è una iniezione di fiducia dopo 4 anni di bocconi amari, ma la marea dei NO – ripeto: non prevista e forse imprevedibile – non finisce automaticamente nei forzieri dei partiti di opposizione.

Un Referendum è cosa ben diversa dalle Elezioni Politiche.  Lo è sempre stato anche in passato, e lo è oggi il referendum sulla giustizia, o sulla separazione delle carriere, comunque lo si voglia chiamare. Di conseguenza, i voti che sono finiti nelle urne referendarie non possono essere spesi direttamente nella prossima campagna elettorale.

È questo il vero punto dirimente che stava alla base del referendum, il punto che ha mobilitato e convinto tanta gente a votare NO, comprese molte persone che da anni avevano scelto l’astensionismo. Chi ha votato NO ha votato per difendere la Costituzione, e per battere una deriva in atto, e non da oggi, che limita o confonde le garanzie e l’autonomia dei poteri. Si è votato NO, almeno in molti lo hanno fatto, anche contro le politiche del governo in carica, e per avversione o semplice stanchezza verso lo stile autocratico e nepotista inaugurato da Giorgia Meloni.

Tutti gli altri elementi, parlo del contenuto specifico del quesito referendario (separazione delle carriere, sdoppiamento del CSM, sorteggio dei giudici, ecc. ) sono rimasti in secondo piano. E non perchè (come ha detto puntualmente qualcuno) “gli italiani non hanno capito”, “non hanno studiato la lezione”, o perchè i promotori della riforma non sono stati abbastanza bravi a spiegare il quesito.

Gli italiani, invece, hanno capito perfettamente quale era la posta in gioco:

– punto primo la difesa della Costituzione (uno dei pochi tesori superstiti),
– punto secondo  l‘insofferenza verso la Meloni e la sua Italia egoista e trumpiana.

Questa volta – è successo altre volte nella storia della Repubblica – gli italiani si sono dimostrati più intelligenti e più lungimiranti della classe politica.

Si tratta ora di capire se il messaggio radicale lanciato da 14,5 milioni di NO verrà raccolto dai partiti di opposizione.
Fra poco più di un anno avremo la risposta. Per ora, e appena dopo la vittoria referendaria, sono ripresi alla luce del sole i messaggi, gli assaggi (non ancora le trattative) tra i partiti maggiori del tribolato Campo Largo. Si tratta di accordarsi su come presentarsi alle elezioni del 2027: Conte ripropone le Primarie, Schlein fa una mezza marcia indietro.

Dopo il voto referendario, per salvare la faccia, Giorgia Meloni ha deciso un (piccolo?) terremoto e ha fatto dimettere, prima Andrea Delmastro, poi Giusi Bartolozzi, infine, anche se malvolentieri, Daniela Santanchè. Carlo Nordio (dal cui ministero dipendevano sia Delmastro sia Bartolozzi) invece resta al suo posto, anche perchè la sua posizione è troppo legata a quella del Presidente del Consiglio.

L’opposizione chiede a gran voce le dimissioni di tutto il governo e si dice pronta alle elezioni anticipate (anche se è tutt’altro che pronta). Ma le Dimissioni non verranno, perchè Meloni le ha negate in anticipo e perchè oggi non le convengono: le basta fare un po’ di pulizia e sperare in una prossima generosa finanziaria.

L’unica indicazione che circola come una parola magica negli stati maggiori dei partiti di opposizione è: facciamo le primarie. Confesso che le primarie non mi sono mai piaciute tanto. Da subito, da quanto le propose Veltroni l’americano, presto sparito a fabbricare libri e documentari.

Perchè le primarie, invece di incoronare un leader, possono essere il teatro di scontri e divisioni intestine.

Ma insomma, magari le primarie non sono sbagliate in sé (anche se in passato non sono mancati i giochetti sottobanco), ma il punto è se le primarie siano davvero il toccasana, e soprattutto se siano una scelta adeguata nella situazione attuale. Possono diventare un campo di battaglia per  2, 3, 4, 5 concorrenti e lasciar per aria i contenuti.

Dovrebbero battezzare il leader, il candidato che sfiderà Giorgia Meloni. Ma è come partire dalla coda invece che dalla testa. Su cosa il vincitore delle primarie (più o meno acciaccato) sfiderà Giorgia Meloni e il Centrodestra? Con quale programma, su quali priorità, su quali obiettivi?

Prima di pensare alla leadership – e magari continuare a parlarne per mesi e mesi –  sarebbe necessario scrivere nero su bianco che cosa farebbe il Centrosinistra se vincesse le elezioni e andasse al governo. Prima il programma?  Tutti lo dicono, ma nessuno ha il coraggio di farlo questo programma di legislatura. E solo un programma chiaro, conciso, radicale può convincere il grande popolo del NO a votare per il Campo Largo.

Cosa metterci nel programma? I temi sono tutti sul tappeto, ma in questi anni l’opposizione si è occupata più di fare le pulci al governo (nulla ottenendo se non un po’ di clamore), piuttosto che promuovere e sviluppare obbiettivi ritenuti da alcuni troppo “rivoluzionari”. Eppure è esattamente questo che vogliono gli italiani del NO e i giovani in particolare. Hanno difeso la Costituzione e ora vogliono applicarla. Vogliono un “nuovo inizio”.

Ecco di seguito alcuni temi e obbiettivi che potrebbero e dovrebbero essere al centro di un programma di alternativa. Sono, a ben guardare, argomenti che la Sinistra non ha mai affrontato e proposto in modo chiaro. Per paura, per tatticismo, per incapacità di pensare al nuovo.

  • Ius Soli (era una promessa di Bersani prima di essere impallinato da Grillo)
  • Istituzione del Salario Minimo
  • Abolizione del Jobs Act e difesa dello Statuto dei Lavoratori
  • Patrimoniale e Tassazione dei Superprofitti
  • Misure di sostegno alla povertà e all’accoglienza
  • Stop ai finanziamenti per il riarmo europeo
  • Rilancio della Sanità Pubblica e nuove corpose assunzioni
  • Fine della aziendalizzazione della scuola pubblica
  • Politica estera centrata sul Mediterraneo, la cooperazione e la pace
  • ridare potere al Parlamento contro lo strapotere del Governo

Quando finiranno i festeggiamenti per il NO e per le dimissioni di questo o quel sottosegretario. le forze di opposizione dovranno armarsi di coraggio e preparare un programma di alto profilo. Se invece si infileranno subito nelle alchimie e nei conteggi delle primarie si perderanno mesi preziosi. Il governo e Giorgia Meloni ha incassato una sconfitta, ma resta forte e maggioritario nel Paese. Senza un programma capace di infiammare le coscienze e le intelligenze, le Elezioni Politiche segneranno un’altra vittoria delle Destre.

Poi, solo dopo il programma, si potrà parlare del leader dello schieramento di opposizione. Che forse può essere individuato fuori dal torneo delle primarie, ma rivolgendosi a figure di prestigio ed esperienza apprezzate da tutti gli elettori progressisti. Faccio solo due Nomi: Pier Luigi Bersani e Rosy Bindy.

Cover: 2 giugno 1946 il Referendum Monarchia Repubblica – da Collettiva

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L' 8 marzo lotto tutto l'anno

L’ 8 marzo lotto tutto l’anno

L’ 8 marzo lotto tutto l’anno

Il ruolo e le funzioni del rito sono ampiamente approfonditi dall’antropologia, psicologia sociale, scienze cognitive, economia comportamentale, psicoanalisi e dalle neuroscienze. Il rito è complesso da studiare, perché coinvolge la collettività in esperienze di forte impatto spirituale o percezione di appartenenza, restando fortemente ancorato al contesto socioculturale di riferimento.

Ci sono riti religiosi, ci sono rituali famigliari, di passaggio, ricorrenze politiche e tutti sopravvivono perchè hanno un valore simbolico, indicano un sentimento di profonda identificazione provato da una persona nei confronti di un gruppo, sottolineano eventi dal forte impatto sociale o politico, sono fondati su una imprescindibile influenza evocativa ed emotiva perchè la costruzione dell’identità di ognuno di noi deriva prima di tutto dai legami sociali e dal nostro riconoscimento nella società stessa.

Vale quanto sopra anche per quanto riguarda la giornata dell’8 marzo dedicata alle donne. Non si tratta con questa riproposizione tradizionale di omologare la figura della donna a modelli o stereotipi, si tratta di continuare a tenere alta l’attenzione ai pregiudizi, alle diseguaglianze che le donne subiscono in molti campi.

La questione riguarda, assolutamente, le donne reali, ma purtroppo non si risolve togliendo di mezzo modelli semplicistici, modelli che spesso sono prodotti da una mentalità maschilista che può appartenere anche a quelle donne che li hanno internalizzati e che non si accorgono che le ingabbiano.

Ogni donna è una donna a sé ma, se alcune esperienze sono ripetute e diventano norma che condiziona la vita di tante, allora diventano anche un fatto sociale, politico collettivo. Non una di meno, Donna pace e libertà e prima di loro UDI, Donne e giustizia persino le suffraggette lo dimostrano.

Se questa giornata è stata svuotata del suo significato di solidarietà e di ricerca di autonomia e di uguaglianza, uguaglianza che non vuol dire azzerare le differenze, le specificità individuali e di genere che definiscono ogni individuo nella sua appartenenza identitaria, nella sua rappresentazione di sé e dei suoi progetti specifici di realizzazione, lo dobbiamo al fatto che la giornata della donna, come tante altre ricorrenze è stata assorbita dal mercato e i suoi simboli sono diventati merce da consumare.

I rituali servono a mantenere memoria, sono occasioni per interrogarsi, confrontarsi e spingere al cambiamento.

Ogni singola donna è un soggetto reale che vive in un contesto altrettanto reale e se questo contesto è ingiusto, prepotente, iniquo ritengo fondamentale che essa si unisca ad altre donne ed uomini e si ribelli, rivendichi a voce alta i suoi diritti. Pretenda di essere rispettata, di poter contare, di potersi realizzare, di poter scegliere liberamente come essere.

Per ora, spesso, una donna deve fare scelte obbligate, si pensi ai problemi per conciliare famiglia e lavoro, carriera e maternità, doveri parentali e tempo per sé, dover adattarsi a disparità di trattamento economico e lavorativo, avere paura di andarsene da relazioni patologiche per non rimanere senza una casa o per problemi finanziari.

Le conquiste femminili dal voto universale, al diritto alla interruzione di gravidanza, al divorzio, alla riforma del diritto di famiglia, al riconoscimento del valore in campo scientifico, culturale lo si deve non solo a singole eroine ma all’unione di tante e combattive donne comuni che non si sono arrese.

Non arretrano quando le si vuole fermare e non si fanno fregare dalla cena a lume di candela, dai cioccolatini e dalle ormai costosissime mimose e sono sagge nel sapere che la loro emancipazione femminile è legata a doppia mandata all’emancipazione degli uomini, sdoganati anche loro dai luoghi comuni maschili, capaci di rinunciare al loro potere inteso come forza, sopruso, possesso, oggettivazione sessuale del corpo femminile.

La psicoanalisi fatta da donne deve e ha dato molto al femminismo, le protagoniste hanno permesso di mettere in discussione l’assimetria tra femminile e maschile annunciata come assioma. Come in tanti altri campi, le grandi “madri” sono rimaste per troppo tempo nell’ombra, pur avendo avuto un ruolo fondante in quella che è stata la pratica che ha rivoluzionato l’approccio alla salute mentale e alla cura dei disturbi psicopatologici tra l’Ottocento e il Novecento e che continua ancora.

La psicologia, come molti altri campi della scienza, è stata dominata per decenni dagli uomini. Nomi come Sigmund Freud, B.F. Skinner, John B. Watson, Carl Rogers e Carl Gustav Jung, tra gli altri, sono i più noti.

La predominanza di pensatori maschi nelle liste dei pionieri nella storia della psicologia ci porta a pensare che le donne si mantennero distanti da questa scienza, quando in realtà non è così. Si stima che nei primi anni del 1900, 1 psicologo su 10 negli Stati Uniti fosse donna.

Tuttavia, molte di queste psicologhe dovettero affrontare una notevole discriminazione semplicemente perché erano donne. A molte di loro non fu permesso studiare con gli uomini, vennero negati titoli ottenuti legittimamente o risultò difficile ottenere delle posizioni accademiche che permettessero di investigare e pubblicare. Ecco perché molte delle loro voci vennero messe a tacere.

Ma anche così, furono molte le donne che cambiarono la psicologia grazie al loro contributo, e anche grazie alla loro determinazione a passare attraverso situazioni di discriminazione a causa del genere. Queste donne meritano di essere riconosciute per il loro lavoro pionieristico. Varrebbe la pena e me lo ripropongo, di rendere loro omaggio dedicando a tutte, anche quelle da cui differisco per metodo, un altro meritato 8 marzo, anche se poi non sarà propriamente l’8 marzo perchè “l’8 marzo lotto tutto l’anno”.

Ne ricordo solo alcune.

Anna Freud in barba ad un padre tanto ingombrante si è imposta nello studio che ha individuato i meccanismi di difesa e ha dato il via alla psicoanalisi infantile.

Mary Whiton Calkins. Harvard le rifiutò il titolo per essere donna. Tuttavia, divenne la prima presidente donna della American Psychological Association. Durante la sua carriera divenne famosa per il suo lavoro nell’area dell’auto-aiuto.

Mary Ainsworth La sua ricerca sui legami tra madre e figlio ebbe un’enorme influenza negli studi successivi sugli stili di attaccamento e su come questi contribuiscono al comportamento futuro.

Karen Horney. La sua confutazione delle idee di Freud contribuì a focalizzare l’attenzione sulla psicologia femminile. La sua teoria secondo cui le persone sono in grado di assumere una responsabilità personale nella propria salute mentale è tra i suoi molti contributi.

Melanie Klein. Attualmente, la psicoanalisi kleiniana è una delle principali scuole di pensiero nel campo della psicoanalisi.

Magda B. Arnold pose le basi per le teorie delle emozioni inquadrate nel cognitivismo.

Il nome di Eleanor Maccoby è legato alla psicologia dello sviluppo. Il suo lavoro sulle differenze sessuali ebbe un ruolo importante nella nostra attuale comprensione di tematiche come la socializzazione, le influenze biologiche nelle differenze sessuali e i ruoli di genere.

Virginia Satir fu una delle primissime psicologhe che definì la terapia familiare, dette vita a una teoria che avrebbe influenzato in modo significativo la psicoterapia di approccio sistemico-relazionale, e anche la tradizione umanistica della psicologia clinica.

Mamie Phipps Clark è diventata la prima donna di colore a conseguire una laurea presso la Columbia University nonostante le sfide e i pregiudizi significativi legati sia alla sua razza che al suo genere. La sua ricerca sull’identità razziale e sull’autostima ha giocato un ruolo fondamentale nell’aprire la strada a ulteriori studi sul concetto di sé all’interno delle comunità di minoranza.

La lista non si esaurisce con loro e difetta dei contributi contemporanei di cui varrà la pena scrivere. Queste erano donne speciali ma il loro lavoro non era finalizzato ad essere maestre o eroine, vittime del sistema, è stato semmai un contributo appassionato a tutte le donne, meglio, a tutte prese una per una.

Non facevano girotondi come gioiosamente si facevano nelle piazze negli anni settanta, nè sapevano della tradizione della mimosa, ma indubbiamente la giornata della donna è loro come per tutte e non va demonizzata come una questione di storia superata e che si vuole, forse non a caso, banalizzare.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=281474″>Gerd Altmann</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=281474″>Pixabay</a>

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L’OTTO MARZO SI FESTEGGIA CANTANDO INSIEME

L’OTTO MARZO SI FESTEGGIA CANTANDO INSIEME

L’OTTO MARZO SI FESTEGGIA CANTANDO INSIEME

Le pareti rosso scuro della bella Sala Convitto di Factory Grisù hanno fatto da cornice, domenica 8 marzo, ai canti e suoni di uno stimolante Laboratorio sulla vocalità che il Coro Femminile e il Piccolo Ensemble SONARTE hanno organizzato in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

la locandina
le cartelline del laboratorio

L’invito è stato accolto da più di una trentina di donne, di varie età, alcune di origine straniera, pochissime con esperienze corali o musicali in genere. La maestra Sonia Mireya Pico Diaz, affiancata da Marco Tassinari alle percussioni e da un buon numero di coriste delle due formazioni dell’Associazione, ha proposto tre brani polifonici (un quarto conteneva la bella cartellina offerta alle iscritte, ma non c’è stato il tempo), preceduti da una serie di interessanti esercizi per il risveglio muscolare e il riscaldamento e suggerimenti utilissimi per la corretta respirazione.

aspettando il laboratorio

Due “Melodie” dell’educatore e musicista statunitense Edwin Elias Gordon, autore della Music Learning Theory che descrive l’apprendimento musicale in modo simile a quello del linguaggio materno. La Melodia 1 – Africa e la Melodia 2Suoni arabi hanno consentito alle partecipanti al laboratorio di immergersi in atmosfere di suoni molto particolari, riprodotti a tre voci, con buoni effetti sonori. Il terzo brano, Si Si Kumbalé, canzone popolare africana, ha offerto la possibilità di dar vita a sonorità affascinanti, intrecciate al ritmo del djembé.

Non sono mancate, a completamento delle suggestioni musicali, stimolanti letture, intimamente legate a temi forti e gentili, proposte da alcune delle partecipanti. Zelima ha letto la prefazione al romanzo Il canto dei cuori ribelli, un articolo che racconta la vicenda di una donna indiana che ha fatto causa ai fratelli che le hanno ucciso il marito: «minuta e riservata, la signora Mustafa ha un contegno remissivo che nasconde una volontà di ferro…incoraggiata dalla sua avvocata, ha accettato di essere intervistata nella speranza che il suo coraggio spingerà altre donne indiane ad affrontare i loro carnefici…».

Elvira e la sua vicina hanno dato voce a Gioconda Belli, Consigli per una donna forte… di cui mi piace riportare gli ultimi versi: «Proteggi, dà rifugio, però prima proteggi te stessa. Mantieni le distanze. Costruisciti. Abbi cura di te. Conserva il tuo Potere.  Difendilo. Fallo per te. Te lo chiedo in nome di tutte noi».

Daniela ci ha regalato un profondo testo tratto da Donne. Resistenza. Libertà. Storie di ventuno donne afgane in lotta per la vita, di cui trascrivo l’incipit: «Sono una donna. Una delle tante. Una di quelle dell’Oriente in guerra. Quell’Oriente sempre più lontano. Quello di cui raramente si parla in tivù. Quello dei numeri e mai dei nomi. Quello che parla solo al maschile. E che non ha più un volto femminile. Quello del buio imposto alle donne. E del silenzio a cui sono costrette le loro voci. Quello dei matrimoni mai voluti e delle spose ancora bambine…»

Ospiti speciali, due giovani suore, Kristina e Yulita, delle “Serve di Maria di Galeazza”. Accompagnate dalla tastiera, ci hanno dedicato (e noi l’abbiamo intonata con loro) una canzone popolare della loro Indonesia: INA RO Donna: noi vogliamo mantenere e rispettare questa promessa, l’impegno del cuore e dell’anima per vivere la nostra identità di donne.

Kristina e Yulita

Il laboratorio è parte integrante di un progetto che Sonarte ha intitolato CORALITÀ ITINERANTE, tre laboratori rivolti prevalentemente alle donne e ai ragazzi e alle ragazze delle scuole secondarie di primo e secondo grado. È previsto anche il coinvolgimento di alcune associazioni di volontariato che operano nel territorio ferrarese per l’inserimento e l’integrazione delle donne straniere.

La finalità principale dei laboratori è quella di incentivare i partecipanti a scoprire il valore del canto corale attraverso l’esecuzione di brani polifonici appartenenti sia al repertorio tradizionale italiano che alle tradizioni culturali europee ed extraeuropee di facile e media esecuzione, con o senza accompagnamento strumentale; tutte le attività proposte mirano a favorire sia la scoperta della propria voce che l’utilizzo del corpo come strumento sonoro.

Ed è quello che abbiamo sperimentato e scoperto nel laboratorio di domenica 8 marzo!

Cover e immagini nel testo realizzate dall’autrice

Per leggere gli articoli di Maria Calabrese su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole a capo
Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili”. Alcune poesie

Parole a capo <br> Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili”. Alcune poesie

 

Natale
Non ho voglia di tuffarmi/ in un gomitolo di strade./ Ho tanta stanchezza/ sulle spalle./ Lasciatemi così/ come una cosa posata/ in un angolo/ e dimenticata./  Qui non si sente altro/  che il caldo buono./  Sto con le quattro capriole /  di fumo del focolare.
(Giuseppe Ungaretti)

Ringrazio la poetessa Carolina Anna Falbo di avermi autorizzato la pubblicazione di alcune Sue poesie.

 

Col nostro senso della perdita

 

Tutto un contrattempo.
Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza.
Distrarre il desiderio.
La piena retorica degli incontri.
Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà.
Infanzia delle azioni.
Retorica denudata.
Respirare è un compromesso.
Buffo muoversi,
siamo sempre guardati.
Occhi di rapace.
È questa la conoscenza?
Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante
che non decifro, perché è un prodigio e io no.
Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina.
Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine
così tante volte percepita.
Necessariamente amara nella posa del mio aspetto
a pazientare
per imperfezione di pianto.

 

*

 

A Filosofia, un giorno, un tavolo

 

Le parole per esautorare le persone:
per noia di replicazione
è previsto non levarci le gambe dal prossimo giro.
Scrivere non evoca
nel tempo dei gigli di clausura.
Il sapore del rovescio dell’evidenza.
Carezze e pugni senza differenza nella fatica di tenere lo iato.
Gli oblii profondi divengon mutazioni (due volte).
Il giardino bagnato si stende in sillaba di silenzio,
colpito da tutte le apparenze.
Troppo il dolore tra le parti.
La colpa a non parlare d’amore.
La struttura del discorso ha sparpagliato ogni cosa,
resto sola a spaventarmi di occhi.
Non immetto entro parola alcun altro,
né io.
Sto ad appiattire sul tavolo la colpa del disagio,
il torpido tempo
per orrore di scadute cose.
Colmo di fine,
già trascorsa paura.

 

*

 

Complicazione

 

C’è un certo disagio nell’orrore lampante che precede l’inchiostro.
Una complicazione in slabbrata impasse.
L’ansia di tempo.
L’affanno degli occhi,
che ci scappi di mano l’istante perplesso,
che è quando posso comprendere.
Non mi ritrovo nemmeno un pronome
per l’evidenza del sonno degli altri.
L’arroganza di me che sfinisce,
e sfinisce il sopruso
che è sottotitolo ad ogni particola
di tempo che arriva,
quando non c’è sogno di me,
incorrotta e riflessa.
Aspetto dunque la prossima replicazione,
ma per metafisica di variazione
mi concentro sullo sbuffo del caffè
alle ore 3.
E risento di maniera
a tener la bocca d’altri chiusa,
nel segreto del dispetto
che io sento nell’udire
il tuo sonno disconnesso
dalla veglia che si secca
nelle rughe dell’aspetto,
che è mio e non pretende
la chiave che lo sbalzi.
Il sonno con cui avvolgo
la cattiva mia intenzione:
di essere vegliata
ad occhi spalancati.

 

*

 

Fiore

 

Aver perso la memoria
è un conteggio che non torna nell’economia del divenire.
Grembo,
covo di cose nere.
L’isteria del riflesso altero.
Immota bile piange.
Si contano qui le gocce.

 

*

 

M.

 

Il boccone che ti tolsi
non lo so se poi lo involsi
in un rantolo di panna,
nell’orrore della manna,
negli errori del buondì.
Il boccone che ti tolsi
era aneddoto di sfida,
era bianco ed era panna,
era soffice e silente
fino a non vedere il dente
che mi tolsi per scongiuro.
E così infine abiuro,
abiuro il modo e la maniera,
la calma erta a storia,
il bromo e il saluto,
l’esperimento vano
delle imposte della veglia.
Il maschio e l’acciarino,
l’accendino e il coltello,
nel cromo dell’altura,
dove ti vedo di nuca
e sei nera e sei silente
e non parli
e non spergiuri
ma ti fissi e ti rovesci
e lì sillabi il tuo senso
le altre facce del rumore.

 

*

 

Ho finito per farmi bastare

 

Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole – nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia
della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che marcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.

*

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*

Carolina Anna Falbo nasce a Torino. Studia Pianoforte per sette anni in Conservatorio a Cosenza. Consegue la Maturità Classica con 100/100. Si laurea con lode in Lettere moderne all’Università di Pisa, con una tesi dal titolo “Fisionomie socioculturali della solitudine“. Nel 2015 la suddetta tesi diviene libro edito dalla Fondazione Mario Luzi Editore, previa prima segnalazione al Concorso internazionale Mario Luzi, nella sezione Magna cum laude. Nel 2020 consegue con lode il Diploma di specializzazione in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi in Economia dell’arte indagante il rapporto tra gli oggetti d’arte e il pubblico di fruitori. Nel 2022 consegue un Master in Mestieri dell’Editoria presso l’Università IULM a Milano. Attualmente frequenta il corso di specializzazione TFA per insegnante di sostegno. Vive a Pisa e a La Spezia. Nel 2025 ha pubblicato “La distrazione che ci rende dissimili“, Controluna Edizioni.

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 330° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Dal monopattinense al selfomane: “Horripilante!”, un libro per ridere e riflettere sui mostri contemporanei
Presentazione del volume venerdì 27 marzo alla libreria La Pazienza

Dal monopattinense al selfomane: ¡Horripilante!”, un libro per ridere e riflettere sui mostri contemporanei. Presentazione del volume venerdì 27 marzo alle 18 alla libreria La Pazienza. Con gli autori Marcello Carrà e Andrea Musacci dialogherà la giornalista Stefania Andreotti

Chi di noi non ha provato il sobbalzo di vedersi tagliare la strada da un passante che il monopattino aveva trasformato in un razzo sparato in mezzo ai pedoni? E non è forse capitato ad ognuno – almeno una volta – il disagio di trovarsi a condividere forzatamente le confidenze e i resoconti di vicini di scompartimento ferroviario, di ombrellone o anche solo di strada, che al cellulare raccontavano tutti i dettagli della loro vita?

L’Imbrattatore Ecologico
L’Aperitivomane
Lo scrollatore – disegni di Marcello Carrà

I mostri che costellano il nostro mondo hanno tante forme. E la tecnologia sembra aver potenziato le loro mostruose capacità. Se ne sono accorti due attenti osservatori: l’artista-ingegnere virtuoso del disegno a penna, Marcello Carrà, e il giornalista con una particolare passione per l’arte e i temi dell’umanità Andrea Musacci.

Così, giorno dopo giorno, i due autori hanno osservato, scrutato e condiviso un accurato elenco dei loro mostri contemporanei, portatori di fastidio fisico e spirituale. L’artista Carrà li ha identificati con il suo caratteristico tratto a Bic, tanto dettagliato quanto ironicamente visionario. E il giornalista li ha definiti con una penna ironica e pungente, che va in profondità e illumina in maniera liberatoria tanti sassolini che turbano la quiete senza riuscire, tante volte, a dare loro un nome e quindi a poterli identificare ed espellere.

Ne è uscito fuori un prontuario godibilissimo da leggere e da guardare, che fa ridere e riflettere. Perché il volume ¡Horripilante! dedicato a 30 (+1) creature orribili del quotidiano con le illustrazioni di Marcello Carrà e i testi e le definizioni di Andrea Musacci si può rivelare una lettura divertente e catartica. Quasi uno strumento di sollievo, liberatorio da tanti fastidi repressi, oltre che di riflessioni lievi, ironiche, taglienti.

Marcello Carrà e Andrea Musacci con il libro (foto GioM)

Un volume che è pure un’occasione di autocritica per andare a stanare quel pezzetto di mostro che si può infilare dentro ognuno di noi. Alzi la mano chi non è stato tentato almeno da un selfie auto-incensante o dallo sprofondo negli abissi di serie tv e videogame. Un monito a non abbassare la guardia e a non cedere all’abitudine e all’ondata che attraversa i momenti quotidiani. Perché la mostruosità contemporanea può travolgerci tutti, al pari del monopattinense, del selfomane seriale, dello speculatore e del bullo.

“Abbiamo voluto fare un libro ironico, corrosivo ma non moralistico”, sottolinea Andrea Musacci. Perché può generare mostri anche un’eccessiva sicurezza su ciò che è giusto e ciò che non lo è”.

L’illustratore Marcello Carrà e il giornalista Andrea Musacci – foto GioM

Scherzo e leggerezza restano così i fili conduttori di un libro che dà un nome e una forma ad attitudini tanto diffuse quanto insopportabili. ¡Horripilante! è una raccolta che fa pensare, ma che resta soprattutto giocosa e spassosa. Per stare in guardia, ricordando di non alzare troppo la cresta, perché si può rischiare di diventare, a nostra volta, “horripilanti”.

Un lavoro, insomma, basato su ironia, ma anche tanta autoironia, di cui sarà bello poter ascoltare direttamente la storia e le ragioni dai suoi autori Carrà e Musacci in dialogo con la giornalista Stefania Andreotti.

La presentazione ufficiale è in programma per venerdì 27 marzo 2026 alle 18:00 presso la libreria La Pazienza, via de’ Romei 38 – Ferrara

Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

vite di carta ben il quinto figlio

Vite di carta /
Ben, il quinto figlio

Vite di carta. Ben, il quinto figlio

Ben. Si legge Il quinto figlio di Doris Lessing e ci si riempie la mente di questo nome, ripetuto più e più volte nel corso della narrazione come una anafora che scandisce i passi di un cammino tragico. Una storia che si impone per ciò che accade, lo stile al servizio dei contenuti.

Ben indica la crasi tra il prima e il dopo nella famiglia che Harriet e David Lovatt sposandosi hanno voluto numerosa, con tanti bambini e una grande casa aperta a parenti e amici. La loro è una scelta fortemente tradizionale nella Londra degli anni Sessanta, le gravidanze così ravvicinate di Harriet fanno scuotere la testa ai suoi genitori e ai suoceri, ma tant’è.

I periodi di vacanza sono un’occasione per accogliere nella grande casa fuori città fino a  una trentina di ospiti e per tutti l’atmosfera idilliaca della famiglia ha un effetto rilassante, nonostante la presenza dei quattro bambini Luc, Helen, Jane e Paul nati dai Lovatt a poca distanza l’uno dall’altro, e di altri cuginetti o figli di amici.

A causa delle continue gravidanze Harriet è provata fisicamente, ma si sente felice ed è determinata a proseguire fino ad averne otto.

Il conto, però, si ferma a cinque quando arriva Ben.

Ben si preannuncia immediatamente diverso,  il feto si muove fin dalle prime settimane e crescendo scalcia sempre di più impedendo di giorno e di notte ad Harriet di riposare.

Un mese prima della scadenza nasce “un vero lottatore”, così esclama il ginecologo, un bambino di quasi cinque chili a cui Harriet guarda con apprensione. Non lo si può definire un bel bambino, “anzi, non sembrava affatto un bambino” ai suoi occhi di madre straniata per la fatica e per il rapporto di forza col feto che è durato ben otto mesi.

Ho letto ai miei nipoti la descrizione fisica di Ben e l’inizio della storia familiare dei Lovatt e loro hanno disegnato una casa immensa e collocato in basso nel foglio i suoi abitanti, escludendo i genitori e mettendo in fila i figli come birilli, Ben piccolo piccolo, imbozzolato e giallastro.

Non ho continuato il racconto, non sanno quindi che Ben con la sua forza malvagia ha spezzato l’idillio familiare dei Lovatt, ha finito per suscitare paura e repulsione nei fratelli e nei parenti; sono finite le vacanze trascorse in gruppo nella grande casa.

Col tempo gli altri figli sono andati a vivere altrove, in collegio o dai parenti. David si è buttato nel lavoro facendosi vedere in casa sempre meno.

La diaspora della famiglia basta già da sola a sollevare mille domande e così è stato nel gruppo di lettura a cui ho partecipato di recente. Mai discussione fu più ricca di perplessità e dubbi, di un accavallarsi di punti di vista sui ruoli dei genitori, dei parenti stretti, sulla società investita dalla provocazione del “diverso”.

Sulle caratteristiche cognitive di Ben, su quelle affettive. Sugli amici a cui si lega quando è adolescente, un gruppo di emarginati che vivono di spacconate e anche di furti.

Harriet li fa entrare nella grande casa, li osserva e osserva il mistero di Ben, per lei non ancora risolto. Le è rimasto solo lui e a lui è rimasta legata da un sentimento che non può chiamarsi amore materno, semmai resilienza.

Li rende simili la solitudine. Credo che sia la solitudine di Harriet il fuoco della narrazione: nessuno come lei conosce la natura aliena del suo quinto bambino. Alla consapevolezza corrisponde il senso di colpa per averlo generato e nessuno sa o vuole alleviarlo per lei e con lei. I medici e gli insegnanti non vedono in Ben alcuna diversità e respingono ogni tentativo di Harriet di far cadere il velo, la fanno sentire una madre sbagliata il cui amore ipercritico va quanto meno dimensionato.

Perfino David le rimprovera di avere sacrificato il resto della famiglia a Ben. Ben che per un periodo era stato in un istituto per diversi e lei è andata a riprenderselo e lo ha riportato a casa, pur sapendo di spezzare per la seconda volta l’armonia familiare.

La solitudine di Harriet è l’inevitabile punto di arrivo dello strabismo di queste dinamiche: disapprovata se non ama il figlio di un amore convenzionale, disapprovata perché non lo ha lasciato morire rinchiuso in istituto e ancora lo segue e lo scruta a oltranza nella quotidianità, chiedendosi a cosa sta pensando e come vede il mondo.

È sempre di Harriet il tentativo di spiegazione sulla diversità di Ben. Se gli altri della famiglia riescono solo ad averne paura, se docenti e specialisti non rilevano alcuna diversità patologica, Harriet affonda lo sguardo negli occhi opachi del figlio e pensa di trovarci i tratti di una razza umana estinta, di un’era antropologicamente lontana.

“Ben non ti fa pensare…che tutta quella gente che è vissuta sulla terra, quegli esseri così diversi, siano sepolti dentro di noi, da qualche parte?” chiede e si chiede.

A fianco di Harriet la volontà precisa dell’autrice, che ha sentito il bisogno di riscrivere il romanzo e caricarlo di una provocazione più cruda. Portando “alle estreme conseguenze” la risposta alla domanda che è all’origine di tutto: “Se nel ventesimo secolo venisse al mondo un elfo, una creatura di un’altra epoca?

Nota bibliografica:

  • Doris Lessing, Il quinto figlio, Feltrinelli, 1988 (traduzione di Mariagiulia Castagnone)

Cover: disegno di Chloe e Thomas a cui nonna Robi ha raccontato la parte iniziale della storia contenuta nel libro

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

NO: la parola che difende ciò che conta

NO: la parola che difende ciò che conta

NO: la parola che difende ciò che conta

Aspettavo come tutti l’esito del voto al referendum e riflettevo sulla vita democratica di un Paese, in cui una piccola parolina può diventare un bivio. Accade ogni volta che siamo chiamati a votare per un referendum, e accade soprattutto quando il quesito tocca la struttura stessa della nostra convivenza civile.

Il referendum sulla separazione delle carriere ci chiedeva di scegliere tra un “sì” che promette “semplificazioni” e un “no” che difende equilibri delicati. Un “no” che nasce dalla consapevolezza che la giustizia non è un meccanismo da smontare e rimontare con leggerezza. Un “no” che si fonda sulla protezione di un principio: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Pertanto è un “no” che non chiude, ma custodisce.

Ed è proprio da qui che vale la pena partire: dal valore profondo di questa piccola parola che, quando serve, diventa un argine, un gesto di responsabilità

Viviamo in un’epoca che celebra il consenso, la disponibilità, l’adattamento. Dire “sì” è facile, rassicurante, quasi automatico. Dire “no” richiede invece un atto di coscienza. Significa assumersi il peso della scelta, accettare l’impopolarità, difendere un principio anche quando la corrente va altrove.

Il “no” è un confine. E i confini, in democrazia, non sono muri ma garanzie.

Permettetemi quindi un breve excursus tra alcuni famosi “no” della letteratura che hanno fatto anche la storia e che hanno plasmato la coscienza collettiva.

La letteratura ci ha regalato alcuni dei rifiuti più potenti mai pronunciati. Rifiuti che non distruggono, ma illuminano. Rifiuti che non negano, ma affermano.

Il “No, grazie!” di Cyrano

Nel celebre monologo di Rostand, Cyrano rifiuta protezioni, favori, scorciatoie. Il suo “no” è un atto di fierezza: meglio perdere restando integri che vincere tradendo sé stessi. È un rifiuto che non isola, ma eleva. Ricordate?

Orsù che dovrei fare?

Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,

e dell’edera a guisa che dell’olmo tutore

accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,

arrampicarmi invece di salir per forza?

No, grazie!

 

Dedicar com’usa ogni ghiottone,

dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone

pur di veder al fine le labbra di un potente

schiudersi in un sorriso benigno e promettente?

No, grazie!

[…]

 

E che dire del famoso preferirei di nodi Bartleby lo scrivano melvilliano?

In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro che gli è stato assegnato ma, a un certo punto, si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo capo con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to“). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase: preferirei di no.

 

Con quella frase ripetuta come un mantra il mite scrivano di Melville oppone alla prevaricazione una resistenza silenziosa. Non urla, non spiega, non combatte. Semplicemente si sottrae. Quel “preferirei di no” è un rifiuto che disarma perché non è aggressivo: è un’affermazione di dignità in un sistema che vorrebbe ridurre l’individuo a funzione.

Poi ci sono alcuni no pronunciati a costo della vita come quello del poeta russo Osip Mandel’štam

Il poeta disse “no” a Stalin con una poesia. Una poesia che ritraeva il dittatore con immagini feroci, irridenti, imperdonabili. Quel “no” gli costò tutto: la libertà, la salute, la vita. Eppure, proprio per questo, resta uno dei rifiuti più luminosi del Novecento. La parola che non si piega al potere.

 

Viviamo senza sentire sotto di noi il paese

a dieci passi le nostre voci sono già belle e sperse

e dovunque ci sia spazio per quattro chiacchiere

si dà una mezza conversazioncina

là ti ricordano il montanaro del Cremlino

le sue tozze dita come vermi grassi

come pesi di ghisa le sue parole esatte

se la ridono gli occhioni di blatta

e rilucono i gambali dei suoi stivali.

 

Attorno una masnada di gerarchi dal collo fino

i favori di mezzi uomini sono il suo trastullo

chi fischia, chi miagola, chi frigna

lui solo spauracchio e picchia

un decreto dopo l’altro elargisce come ferro di cavallo

a chi nell’inguine, a chi in fronte, a chi nell’occhio

o al sopracciglio

è una pacchia ogni esitazione che decreta

e un largo petto di osseta.

[novembre 1933]

E per finire ricordiamo il “no” della poetessa polacca Wislawa Szymborska, che nel suo discorso per il Nobel, rivendica il valore del dubbio che fa dire “non so”, un no coscienzioso ed educato. Il suo “non so” è un rifiuto gentile ma radicale: no alle certezze assolute, no ai dogmi, no alle risposte prefabbricate. È un “no” che apre, che invita a cercare, che mantiene vivo il pensiero.

In tutti questi esempi, il rifiuto non è mai sterile. È un atto che produce senso, che genera possibilità, che difende qualcosa di fragile e prezioso.

Così è anche per il referendum. Dire “no” non significa opporsi al cambiamento, ma rifiutare un cambiamento che rischia di indebolire un equilibrio costituzionale già messo alla prova. Significa credere che la giustizia non sia un terreno da plasmare secondo umori del momento, ma un pilastro da proteggere con cura.

Forse dovremmo reimparare a usare ed osare questa piccola parola senza timore. Dovremmo insegnarla ai bambini, praticarla da adulti, rispettarla negli altri. Perché un “no” ben detto non è un muro innalzato per paura di ipotetici nemici ma una rete resistente che potrebbe salvarci da pericolose cadute.

Cover: immagine di Fondazione della Libertà per il Bene Comune

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Parole e figure / Il Viaggio pericoloso

Esce per la prima volta in Italia un gioiello artistico e letterario del 1977. “Il Viaggio pericoloso” è l’ultimo albo illustrato di Tove Jansson sulla magica Valle dei Mumin

Sola e annoiata in un caldo giorno d’estate, Susanna sogna di vivere pericoli e avventure, quando si ritrova in mano un paio di occhiali e se li mette. Di colpo è catapultata in un viaggio attraverso una foresta di mangrovie, un vulcano in eruzione, una tempesta di ghiaccio… Ma nella fuga a lei si uniscono nuovi amici, mentre alla paura subentra il gusto della scoperta, della libertà, della condivisione.

E se il mondo intorno a lei è diventato una minaccia, c’è una valle magnifica, popolata da una comunità variopinta e curiosa, che accoglie con gioia ogni nuovo arrivato.

Nel buio più profondo, ci sono sempre una luce e una speranza. Una via di uscita.

Un libro in rima, divertente e originale, perdendosi nel verde.

D’altra parte, ci piacciono davvero questi Mumin. Li abbiamo già incontrati.

Tove Jansson (1914-2001)

Padre scultore e madre illustratrice, cresce tra una vivace casa-atelier di Helsinki e un solitario e avventuroso isolotto dell’arcipelago finlandese. Il mondo d’arte e fantasia dell’infanzia nutre la sua vocazione di pittrice, vignettista e scrittrice e le ispira la serie di libri sui Mumin, oggi un classico di culto noto e amato in tutto il mondo. Con lo stesso spirito, ironico e poetico, acuto e dissacrante, si è rivolta anche agli adulti.

Tove Jansson, Il viaggio pericoloso, Traduzione di Laura Cangemi, Iperborea (collana I Miniborei), Milano, 2026, 32 p.

IL MONDO DI TOVE

Dal 20 marzo è disponibile sulle principali piattaforme audio gratuite TOVE. Vita e opere di Tove Jansson,un podcast in quattro episodi dedicato alla scrittrice, illustratrice e artista finlandese. È scritto e realizzato da Laura Pezzino, prodotto da Iperborea e cofinanziato dall’Unione Europea. Intervengono: Emilia Lodigiani, Francesca Mignemi, Sara Poma, Luca Scarlini, Emilio Varrà e Noemi Vola. Sound designer: Paolo Corleoni.

“La storia di Tove Jansson, una persona che nella vita ha amato soprattutto  creare e costruire, è una storia di trame, di disegni, di madri, di eredità, di nonne e di nipoti”. Laura Pezzino

Immagini ufficio stampa Iperborea

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Iran, new Vietnam? Perchè le democrazie liberali stanno perdendo

Iran, new Vietnam? Perchè le democrazie liberali stanno perdendo

Iran, new Vietnam:
Perchè le democrazie liberali stanno perdendo

Se in Iran, Venezuela e Cuba lo sviluppo umano cresce più che negli Stati Uniti da 40 anni

Più procede l’aggressione di Israele&USA all’Iran, più le potenze emergenti dei BRICS (Cina, Russia, India, Brasile, SudAfrica) osservano silenziose ma non indifferenti il tramonto occidentale.

Si sono unite dal 2009 (nonostante dissensi tra loro) per ridimensionare il dominio militare ed economico degli Stati Uniti nel mondo, che origina dalla prima guerra mondiale e a cui l’Europa (ahimé) ha legato i suoi destini la quale, nonostante gli “aiuti” di Trump a svegliarsi, vaga sonnambula e, come dice anche il nostro ministro degli esteri Tajani, “L’Europa non ha una posizione e l’Italia ha la posizione della UE”.

I nostri commentatori mainstream hanno subito gioito di come le scorribande USA in Siria, Venezuela e Iran togliessero a Russia e Cina preziosi alleati, senza rendersi conto che nel Nuovo Mondo è impossibile imporre dall’alto dei cieli (bombardando) la democrazia liberale.

Michele Serra ha fatto notare che “gli americani sembrano fortunati: dovunque vanno per esportare la democrazia, trovano il petrolio”. E’ probabile che l’aggressione all’Iran fallisca e si faccia un ulteriore passo verso quel Nuovo Ordine Mondiale che non è la logica della forza bruta (come tutti ora dicono) in cui saremmo caduti dopo 80 anni di pace, ma lo svelamento di una logica predatoria che c’era anche prima, solo che era camuffata dalla “pax americana”.

Un misto di guerre, finanza e disuguaglianza sociale che più procede, più diventa disgustosa per l’umanità, dal momento che di colonie ce ne sono sempre meno e crescono i paesi non allineati all’ideologia liberale occidentale (all’ONU erano 50 nel 1945 e sono oggi 193) che stanno migliorando anno dopo anno le condizioni di vita dei loro cittadini.

Non è vero, infatti, che oggi il mondo è peggiore di 40 anni fa. Tutti gli indicatori sullo sviluppo umano di UNDP (speranza di vita, reddito per abitante, anni di scuola,…), agenzia indipendente dell’ONU, partecipata da centinaia di studiosi di oltre 100 paesi, mostra un costante e netto miglioramento delle condizioni di vita proprio nei paesi poveri e a medio reddito, quasi tutte autocrazie e non democrazie liberali.

Paradossalmente sono le democrazie liberali che faticano ad avanzare, mentre la cosiddetta più “grande democrazia al mondo” (Stati Uniti) cresce poco e in alcuni aspetti fondamentali cala (speranza di vita), in quanto sono 70 i milioni dei suoi cittadini che non hanno accesso alle cure sanitarie in quanto poveri.
Il fatto è che ‘”c’è del marcio in Danimarca” e la ricchezza prodotta avvantaggia solo il 20% della popolazione in Occidente. Il che non significa che non ci siano grandi predatori (come Trump), ma è in continuità coi decenni precedenti, solo che lo fa alla luce del sole.

La speranza dei nostri “democratici” è che, con la sconfitta di Trump al mid term o nel 2028 (che ci auguriamo anche noi), si torni a quel mondo “sereno” dove il mondo occidentale può continuare a fare affari. Ma non sarà così (Trump o non Trump), perché le popolazioni (sia in Occidente che nel Resto del mondo) non stanno bene con un capitalismo predatorio che produce disuguaglianza e povertà nella maggioranza dei suoi stessi cittadini, ancorché “democrazie liberali”.

Walter Veltroni sostiene che nel mondo solo l’8% della popolazione abita in democrazie liberali e che questa quota si sta riducendo, quindi le cose vanno male. Ma non considera che tutti gli studi (UNDP in testa) dicono invece che negli ultimi 80 anni le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione mondiale sono nettamente migliorate, anche se vivono sotto autocrazie o democrature.

Come mai? Perché si riduce la democrazia liberale ai diritti formali (libere elezioni, indipendenza della magistratura, libertà di parola e opposizione), tralasciando quelli sostanziali (lavoro, eguaglianza, casa, salute, scuola, pensione) che crescono molto di più di quelli formali e che sono quelli che interessano (nelle prime fasi dello sviluppo) alla gente comune.

Il caso più evidente è la Cina (autocrazia) che ha eliminato in 17 anni 850 milioni di poveri, arricchito 500 milioni di cinesi e si avvia a diventare leader nelle tecnologie più avanzate, mentre nella democrazia liberale USA si è ridotta la speranza di vita, cresciuta la miseria, peggiorate per la maggioranza le condizioni di vita, nonostante crescano i miliardari e il PIL.

A forza di pensare che il nemico erano “gli altri” (Cina, Russia,…) abbiamo scoperto che il vero nemico è in casa nostra (Usa).

L’Europa, finora, è stata succube degli Stati Uniti e, continua ad esserlo, infliggendosi non solo danni economici (inflazione, indebolimento della manifattura e dei servizi avanzati, allargamento di mercato senza Statualità), ma morali (l’odio crescente del Resto del mondo) partecipando a guerre israelo-americane che la danneggiano, buttando alle ortiche il rango morale che si era costruita dopo le aggressioni coloniali da cui originò la stessa prima guerra mondiale, dovuta al timore “dell’imperialismo anglo-francese di un imperialismo tedesco che rivendicava uno spazio nella spartizione del mondo coloniale” (Luciano Canfora, Storia del suffragio universale,  gennaio 2026,pag.98) e non per i patriottismi (serbo o tedesco) che la vulgata ci ha proposto per decenni.

Due dettagli indicano il mondo che verrà (sempre meno America First). Volkswagen ha annunciato che taglierà non i 35 mila posti concordati coi sindacati in Germania a fine 2024, ma 50mila entro il 2030 per aumentare investimenti e far tornare i profitti dal 4 all’8-10% dei ricavi. Un livello che la preserva da fughe verso la finanza (che ha quei rendimenti). E dove farà questi investimenti? Soprattutto in Cina (che è il suo primo mercato con 2,7 milioni di auto vendute) con auto elettriche 100% made in Cina (dimezzando i costi rispetto a quelli dell’Europa) e poi investirà negli Stati Uniti per produrre là auto oggi importate (ed evitare i dazi), dimostrando che la logica UE (democrazia liberale) del “capitalismo senza Stato” porta là dove si fanno i maggiori profitti.

L’altro dettaglio riguarda i dazi di Trump, pur messi in discussione dalla Corte suprema USA (ma che difficilmente saranno rimborsati agli importatori americani che hanno protestato). Quanto ha guadagnato lo Stato Usa dai dazi di Trump in un anno? Le entrate doganali sono passate da 334 miliardi del 2024 a 1.285 miliardi negli ultimi 12 mesi: una cifra stratosferica, con cui Trump finanzia la riduzione delle tasse ai ricchi americani, mentre l’inflazione si è ridotta dal 3% al 2,7%: il contrario di quanto dicevano gli “esperti” economisti mainstream.

Come mai? Da un lato si doveva dare addosso a Trump, dall’altro difendere l’ideologia del libero scambio (viva la “scienza” economica). Lungi da me voler difendere Trump, ma la verità va sempre detta anche se non va nella direzione sperata.

Se la UE decide che l’olio della Tunisia (3,5 euro al litro) non può più essere importato nella UE perché non ha gli stessi standard di qualità dell’olio italiano o spagnolo e distrugge le coltivazioni dei nostri agricoltori, forse si capisce meglio l’ostilità al Mercosur e perché i dazi non sono per definizione una castroneria.
Bisogna infatti discernere, anche se si è a favore del “libero scambio”, e tutelare le produzioni che sono strategiche per un paese (come agricoltura ed altre), come fanno da decenni anche USA e Cina.

Siamo invasi da molta propaganda e altrettanta ideologia per farci ubbidienti. Così ci vorrebbe la narrazione dominante che nel futuro vede solo le democrazie liberali, mentre probabilmente la storia andrà ancora avanti e potremmo scoprire che dopo comunismo, nazismo e liberalismo, c’è qualcosa di meglio.

In copertina: soldato con drone – Pagina Facebook di Radio 3 Scienza

 

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“C'era una volta”

“C’era una volta”

“C’era una volta” 

Fu un attimo. Ogni uomo sulla Terra vide il riverbero del cielo che si squarciava in quella parte d’America, ed una luce pura e intensa illuminò il neonato, mantenendolo sollevato dal suolo. S’udì un suono d’una bellezza irripetibile e tutti guardarono in alto, cercando le scie dei missili. Con sommo stupore, da ogni punto del pianeta da cui si potevano vedere le traiettorie dei missili, fu chiaro che questi stavano procedendo in linea retta, evitando così di ricadere al suolo. L’Umanità era salva, le micidiali testate nucleari viaggiavano come per miracolo verso lo spazio, oltre l’atmosfera terrestre, dove sarebbero potute anche esplodere, senza creare troppi danni, o continuare in linea retta quasi all’infinito.

Oggi c’è chi crede che a fermare la caduta dei missili, riprogrammandoli, furono gli hacker di Anonymus o addirittura ogni singolo hacker del pianeta, ciò spiegherebbe – dicono – anche il silenzio del web, e che quanto successo in quella città del Nord America, altro non fosse che una sorta di allucinazione collettiva. Ma secondo me il Creatore ci ha graziato e protetto ancora una volta. Lo ha fatto spesso nel corso della Storia, ma l’uomo non se n’è quasi mai accorto.

– Che dici Alistar, ti è piaciuta questa vecchissima storia? 
– Moltissimo nonno. Certo che nell’Antichità erano proprio stupidi-
– Non ci pensare, quel tempo è finito oramai. Adesso dormi che è tardi-

L’oblò in transvetro n. 7650 dell’Astronave generazionale Kiev si polarizzò rapidamente e nella cabina passeggeri si fece più buio, Alistar non vide più le sue amate stelle e si addormentò profondamente.

In copertina: astronave – immagine generata da Brinmacen AI – Foto di Travis Anderson da Pixabay

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Una guerra senza vittoria

Una guerra senza vittoria

Una guerra senza vittoria:
quali potrebbero essere le conseguenze del conflitto tra USA, Israele e Iran

Le sirene ululano nelle città, i missili solcano il cielo notturno, i droni ronzano sopra le nostre teste e il fumo si alza dagli edifici in rovina. Le telecamere riprendono le scie luminose dei razzi nel cielo, che a volte sembrano fuochi d’artificio agli occhi di chi osserva da lontano. Eppure, dietro quelle immagini drammatiche si nasconde una realtà cupa: la distruzione di vite umane, di città e dell’idea stessa di progresso che il 21° secolo pretende di rappresentare.

Il confronto in corso che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase di escalation. Gli scambi di missili e droni sono diventati frequenti e la pressione psicologica causata da allarmi e bombardamenti costanti è entrata a far parte della vita quotidiana dei civili. Il costo umano – bambini che piangono, famiglie spaventate che si precipitano nei rifugi e città che vivono all’ombra dell’incertezza – ci ricorda che la guerra moderna, nonostante la sua tecnologia avanzata, produce ancora la stessa antica tragedia.

Lo scacchiere di una guerra che si allarga – cartina da Limes

Nelle ultime settimane si è inasprita anche la retorica politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e altri leader americani hanno lanciato severi moniti e minacce con l’intento di costringere l’Iran alla resa. Tuttavia, anziché fare marcia indietro, l’Iran sembra aver irrigidito la propria posizione. Le informazioni disponibili indicano che gli attacchi missilistici iraniani si sono estesi a diverse città israeliane, mettendo a dura prova i sistemi di difesa aerea di Israele. Anche le reti di difesa missilistica più sofisticate incontrano dei limiti quando devono affrontare attacchi prolungati e su larga scala.

Ciò solleva una questione fondamentale sulla natura della guerra moderna: se nessuna delle due parti è disposta ad arrendersi, cosa significa in realtà “vittoria”?

Da tempo Israele fa affidamento sulla propria superiorità tecnologica e sul forte sostegno occidentale per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, un conflitto prolungato esercita un’enorme pressione su qualsiasi paese, indipendentemente dalla sua potenza militare. Se la guerra dovesse protrarsi e il sostegno esterno diventasse incerto, Israele potrebbe trovarsi ad affrontare gravi sfide strategiche ed economiche.

D’altra parte, anche l’Iran sta correndo un rischio enorme. Un confronto prolungato sia con Israele che con gli Stati Uniti potrebbe esporlo a una devastante rappresaglia militare e a gravi conseguenze economiche. La strategia dell’Iran sembra basarsi sulla resilienza: assorbire la pressione continuando a dimostrare che non può essere facilmente costretto alla resa.

La prospettiva più spaventosa in questo conflitto è l’escalation a livello nucleare. Se la guerra dovesse arrivare al punto in cui si prendesse anche solo in considerazione l’uso di armi nucleari o radioattive, le conseguenze sarebbero catastrofiche non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero. La distruzione anche di una sola grande città provocherebbe crisi umanitarie, politiche e ambientali che potrebbero protrarsi per generazioni.

Un altro scenario possibile è il ritiro degli americani. Se gli Stati Uniti decidessero che i costi del conflitto superano i benefici strategici e si ritirassero dal coinvolgimento diretto, Israele potrebbe trovarsi in una posizione molto più vulnerabile. Un simile sviluppo ridisegnerebbe gli equilibri strategici in Medio Oriente.

Allo stesso tempo, una guerra prolungata potrebbe imporre pesanti oneri finanziari e politici agli stessi Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno già dimostrato come i conflitti di lunga durata possano mettere a dura prova anche la più grande economia e potenza militare del mondo. Un nuovo e prolungato confronto in Medio Oriente potrebbe aggravare le divisioni interne e accelerare i dibattiti sul ruolo globale dell’America.

In definitiva, questo conflitto potrebbe non avere un chiaro vincitore sul piano militare. Potrebbe invece trasformare il panorama geopolitico della regione e forse segnare un cambiamento nelle dinamiche di potere globali. Le vere vittime, tuttavia, rimarranno le persone comuni: coloro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro in una guerra alimentata da ambizioni politiche e calcoli strategici.

La storia dimostra ripetutamente che le guerre iniziano con il linguaggio della vittoria, ma spesso finiscono con la realtà dell’esaurimento. La domanda urgente oggi non è chi si arrenderà, ma se i leader mondiali troveranno la saggezza necessaria per prevenire una catastrofe che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente – e l’ordine globale – per i decenni a venire.

Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Quadri

LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. QUADRI

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Quadri 

Mi ritrovai così all’interno di via Santoni Rosa 21. L’ingresso dava direttamente su un ampio soggiorno, arredato con un divano giallo a fiori, due poltrone abbinate e un piccolo divano a due posti in velluto rosa antico. C’erano poi due tavoli, due credenze e un’imponente libreria ricolma di libri di ogni dimensione e colore. Pur non riuscendo a leggere i titoli dalla porta, l’impressione era quella di una grande varietà. Narrativa moderna, classici, storia, biologia e voluminosi cataloghi d’arte. Una collezione di rilievo che testimoniava la curiosità intellettuale degli abitanti di quella casa.

«Prego, si accomodi» mi disse Costanza, mentre mi guardava indugiare sulla porta senza sapere esattamente cosa fare, «mi dia la sua giacca».

Mi tolsi la giacca, la porsi alla ragazza e mi sedetti su una delle due poltrone gialle. La tappezzeria era un po’ sbiadita e logora, ma si adattava perfettamente a quella stanza dal sapore antico e accogliente. Le grandi finestre illuminavano l’ambiente in modo non uniforme perché il percorso dei raggi di luce veniva interrotto qua e là dai mobili.

Vidi alle pareti dei quadri con visi di donna molto espressivi, dipinti con colori acrilici intensi e ben accostati. L’interessante universo cromatico e l’armonia dell’insieme balzavano immediatamente all’occhio. Erano sicuramente quadri realizzati da un pittore di talento, non lasciavano indifferenti, catturavano l’attenzione all’istante.

«Che belli questi quadri, chi li ha fatti?» chiesi

«Mio padre, Umberto Del Re. Ora è nel suo studio che sta dipingendo. Se vuole dopo può passare a salutarlo.»

«Grazie», risposi «davvero belli». Poi proseguii senza troppi preamboli: «Mi chiamo Pietro Moroni, sono un giornalista di Tresciaone e mi trovo qui per indagare sugli strani accadimenti associati alla morte della Contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana. Mi riferisco al cielo verde sopra Villa Cenaroli la mattina in cui la cameriera ha rinvenuto il corpo della defunta e al fatto che, il giorno dell’inumazione, si dice sia uscita una volpe verde dal loculo aperto per deporvi la bara».

«Sì, sì. Chiaro», disse Costanza, mettendosi poi a fissare pensierosa il muro sopra la mia testa. Tutte le pareti della stanza erano di un bianco candido, compresa la superficie su cui indugiavano gli occhi di quella ragazza dai modi gentili. Stava guardando la parete, forse riflettendo sulla mia domanda o sulle possibili risposte che avrebbe potuto darmi.

Così anch’io mi ritrovai a fissare la parete, e il bianco smise di essere una semplice colore. Divenne una specie di nebbia chiara che inghiottiva la stanza, portandomi lontano. Mi vidi a scivolare su una schiuma lattiginosa, senza bussola, dove la mia domanda e la sua risposta non erano che ancore distanti. Era un vuoto accogliente, una pagina non ancora scritta su cui si poteva proiettare il profilo di un paese visitato solo in parte, con le sue case basse vicine le une alle altre e i vicoli silenziosi in attesa di passi che li calpestassero, o l’eco di una conversazione che non avevamo ancora avuto il tempo di iniziare.

Nella stanza regnava il bianco, interrotto solo dal verde del vestito di Costanza e dal riflesso boschivo di una volpe che qualcuno giurava di aver intravisto. Due colori intensi che parevano sciogliersi l’uno nell’altro in quel momento sospeso, denso di attesa e di segreti. In quell’incontro, il bianco offriva lo spazio infinito per un inizio, mentre il verde vi infondeva una vitalità enigmatica, trasformando un luogo vuoto in un frammento di quotidianità.

«E se fosse la Contessa, tornata tra noi nelle spoglie di una volpe? Quello era il suo colore preferito, se avesse potuto scegliere la tinta della sua nuova pelle, non v’è dubbio che sarebbe stata quella». Costanza lo disse d’improvviso, distogliendo lo sguardo dalla parete per posarlo, quasi distrattamente, sul mio ginocchio.

Un po’ per l’irruzione repentina che quella frase aveva provocato nel flusso delle mie meditazioni e un po’ per la stranezza di quello che era appena stato detto, mi venne da ridere.

«Ma cosa sta dicendo? Che la Contessa potrebbe essersi reincarnata? Io non credo alla reincarnazione», dissi.

«Però crede all’esistenza della volpe verde o, comunque, non esclude che una volpe verde possa esistere. Giusto?»

Mi resi conto in quel momento che ci stavamo dando del “lei”.

«Possiamo darci del tu? Abbiamo più o meno la stessa età», dissi. Il “lei” era diventato improvvisamente una pelle secca da cui liberarsi con urgenza. Nel bel mezzo di quella conversazione così strana e unica, la forma impersonale mi parve un orpello inutile, da eliminare come si elimina ciò che non è essenziale quando si condivide lo sforzo estremo di trovare la verità.

«Eppure, credi all’esistenza della volpe verde o, quantomeno, non escludi che possa esistere davvero. Non è così?», insistette Costanza, passando con naturalezza al “tu”.

«Non saprei, sto ancora cercando di orientarmi. Sono un reporter di cronaca nera e non mi era mai capitata una storia simile. Ho parlato con Camilla, con i clienti del negozio, con le ragazze del Pontalba Hotel e persino con il pizzaiolo, molti di loro mi hanno suggerito di rivolgermi a te. Mi chiedo perché.»

«Sono un’amica di Malù, la figlia di Maria Augusta. Frequento la villa da sempre.»

«Sì, questo lo sapevo.»

«Per questo ti hanno detto di cercare me. Io però non ero presente al funerale di Maria Augusta, ero al mare, non ho visto nulla con i miei occhi.»

«Ti andrebbe di aiutarmi a fare luce su questa strana vicenda?», le chiesi allora a bruciapelo.

«Perché no?», rispose lei, tornando a fissare il muro bianco alle mie spalle.

Dopo quel “perché no?”, il silenzio tornò a scandire il tempo, interrotto solo dal ronzio lontano di Pontalba che faticava a entrare in quella stanza. Costanza non aggiunse altro, ma il suo sguardo ritornò incollato alla parete, come se stesse leggendo una mappa invisibile tracciata sull’intonaco. Restammo così per qualche istante, sospesi tra il desiderio di risposte e il timore di ciò che avremmo potuto scoprire scoperchiando il passato della Villa.

Il tempo delle congetture fu bruscamente interrotto da un clic metallico. La porta ruotò sui cardini e un gatto arancione, muovendosi con una grazia aristocratica, fece il suo ingresso nel soggiorno. Eccolo, pensai subito, il gatto che avevo visto nascosto tra le ortensie.

«Ti presento Giove», disse Costanza. Si alzò per prenderlo tra le braccia, richiudendo poi l’uscio alle sue spalle.

«Ma come ha fatto a entrare?» chiesi sorpreso.

«Sa aprire le porte da solo, si aggrappa alla maniglia con tutto il suo peso finché non scatta l’apertura», spiegò lei con un sorriso divertito. «I gatti di questa casa hanno qualcosa di magico, anche se non sono verdi. Forse è per questo che qui nulla sembra davvero impossibile, proprio come nulla appare del tutto certo».

«È vero», risposi.  In quel luogo, i confini tra il possibile e l’assurdo sembravano essersi dissolti. Nella stanza i colori vibravano con una tale forza da darmi l’improvvisa, quasi vertiginosa impressione di essere scivolato dentro uno dei quadri acrilici appesi alle pareti. Era come se la realtà stessa avesse perso la sua consistenza solida per farsi pigmento e pennellata.

Il verde dominava ogni cosa, declinato in mille sfumature. C’era lo smeraldo della volpe, il verde selvaggio e profondo dei campi di Pontalba che pareva filtrare dalle finestre, quello più morbido dell’abito di Costanza. Tutto quell’universo vegetale sembrava fluttuare nel bianco delle pareti, un vuoto perfetto che non isolava i soggetti, ma ne esaltava la vividezza.

In quel gioco di contrasti, l’arancione del gatto Giove irrompeva come una fiamma improvvisa, una macchia di calore che completava l’opera. Erano colori intensi, brillanti, di una bellezza così sfacciata da sembrare quasi magici. Mi sentivo parte di una tela appena finita, dove tutto era ancora fresco, vibrante e straordinariamente vivo.

«Devo tornare ai miei doveri e scrivere l’articolo per Tresciaone» pensai con rammarico.

Poi, rompendo il silenzio, mi rivolsi a Costanza «Devo scrivere un pezzo sulla Volpe Verde per il giornale per il quale lavoro, ma non so davvero da dove cominciare. Mi daresti una mano con qualche informazione utile?»

«Certamente», rispose lei con un cenno sollecito.

«Mia nonna Annabella, la madre di mio padre, raccontava sempre che a Pontalba le volpi verdi sono sempre esistite. Diceva che suo padre Pietro, il mio bisnonno, ne aveva incontrata una tanti anni fa. Era andato a pescare lungo le sponde del fiume in un caldo giorno di maggio. Dopo aver pescato una ventina di pescigatto, si era concesso un momento di sosta, immerso nel silenzio assoluto dell’argine. All’improvviso, un fruscio tra le canne alla sua destra lo aveva fatto sussultare. Voltandosi, aveva visto una volpe dal manto color smeraldo che si intrufolava rapida tra i salici bassi.

Quando tornò a casa e raccontò l’accaduto, sua moglie scoppiò in una risata fragorosa: «Hai preso un colpo di sole! Vai a lavarti, che ai pescigatto ci penso io. Li pulisco e li friggo da sola. Ma se non ti senti bene mentre ti lavi, chiamami perché hai preso molto sole in testa».

Costanza fece una piccola pausa, persa nel ricordo di quella storia familiare. «Il bisnonno Pietro non ritrattò mai la sua versione», aggiunse poi a voce bassa, «giurò fino all’ultimo giorno che quel verde non fosse un gioco di luce, ma il colore autentico di una volpe che correva a nascondersi tra i salici.»

«Raccontami meglio questa storia», le dissi. Mentre la ascoltavo, mi sorpresi a riflettere su come una narrazione, quando viene condivisa e creduta da molti, finisca per acquisire una parvenza di verità, anche in totale assenza di prove. Quella leggenda, già radicata nell’identità del paese, conferiva alla strana creatura una dimensione reale che, almeno a livello culturale, era indiscutibile. La volpe verde non era più solo un’allucinazione, ma un pezzo di storia pontalbese.

Continuai così ad ascoltare il racconto di Costanza, divertito e affascinato da una vicenda che, nella sua assurdità, evidenziava qualcosa di profondamente umano.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/hansuan_fabregas-2902307/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7517525″>HANSUAN FABREGAS</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7517525″>Pixabay</a>

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Coltivo con cura il dubbio

Per certi versi / Coltivo con cura il dubbio

Coltivo con cura il dubbio

Coltivo con cura il dubbio

L’incertezza


Non so chi sono, né quale sia il mio senso

 

Tuttavia, cerco di amare questa titubanza

Proteggo questa perfetta esitazione

 

La osservo e la considero parte essenziale del tutto

Necessaria alla compassione con cui ricopro ogni attimo

Ogni soffio minimo di vita

 

Benedico questa esistenza fragilissima

Questa mia essenza minuscola e confusa

 

Questo smarrirmi ogni momento nel nulla

Nel tutto che non so

 

Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023

 

In copertina: scambio ferroviario – Foto di José David Castillo Arias da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola

Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola

Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola

A volte capita, nella vita, di fare incontri … antichi. Così quando mi è successo di “ascoltare “per la prima volta Andrea Zerbini (Don Andrea) – era una… mattina, presto, ne sono sicuro – ho colto subito il pregio e la rarità di questo “ritrovamento”: ascoltandolo e leggendolo ebbi subito l’impressione di trovarmi di fronte a un… rabdomante della Parola.

E quindi non è un caso che oggi, dopo aver letto il suo ultimo Presto di mattina dal titolo Il rabdomante della pace, non potevo non ricordare quella mia prima impressione e non dedicare ad Andrea questa amichevole testimonianza.

Come un rabdomante autentico che non cerca l’acqua direttamente, ma ciò che l’acqua fa segretamente, così Andrea non si affida all’evidenza ma agli effetti secondari: ai ciottoli, per così dire, più lisci che raccontano il passaggio dell’acqua, ai cuori che si fanno meno duri perché qualcosa li ha sfiorati, ai terreni che custodiscono un segreto che non si vede ma insiste.

In questo, Don Andrea non è solo. Una poetessa americana, scomparsa nel 2019, Mary Oliver, con la sua attenzione radicale al mondo vivente, è al pari di Andrea, un’altra rabdomante: percepisce la parola non come dottrina ma come vibrazione, come un movimento che ammorbidisce il cuore e lo rende più attento all’altro, più permeabile al mistero. Anche lei riconosce l’invisibile dai suoi segni minimi: un animale che si ferma, una foglia che trema, un silenzio che cambia qualità.

E poi c’è Teilhard de Chardin, paleontologo e mistico, che cercava Dio nelle pieghe della materia, nelle stratificazioni del tempo geologico. Anche lui rabdomante, ma di un’altra profondità: quella in cui il paesaggio stesso diventa rivelazione, dove ogni roccia è una memoria e ogni fossile un indizio di un disegno più grande. Per lui il segreto non è sopra, ma sotto: nelle forze che spingono la vita verso la complessità, verso la coscienza, verso il fuoco.

Così, questo omaggio ad Andrea Zerbini può essere letto come un incontro tra tre forme di rabdomanzia: quella pastorale e umana di Don Andrea, quella poetica e naturale di Mary Oliver, quella cosmica e terrestre di Teilhard. Tutti e tre, a loro modo, avvertono la (e sulla) stessa cosa: la sorgente invisibile che scorre sotto le parole, sotto i gesti, sotto la storia, e che si lascia riconoscere solo da chi ha imparato a leggere i segni minimi, le tracce laterali, i piccoli miracoli che non fanno rumore.

Ci sono parole che cercano di spiegare il mondo, e parole che invece lo ascoltano. Le prime vogliono interpretare, ordinare, definire. Le seconde si avvicinano in punta di piedi, come chi entra in una stanza già abitata. Le parole di Don Andrea appartengono a questa seconda specie rara: non pretendono di dire la verità sul mondo, ma di lasciarsi sorprendere da ciò che il mondo ha da dire.

Nella sua rubrica Presto di Mattina, Don Andrea non commenta la realtà: la ascolta. E ciò che ci restituisce è sempre una meraviglia, una piccola epifania, un frammento di luce che non viene da lui, ma dal mondo stesso. È una postura spirituale che ricorda da vicino quella di Mary Oliver, che ha fatto dell’attenzione una forma di preghiera, e quella di Teilhard de Chardin, il gesuita che vedeva nella materia una continua rivelazione.

C’è un’ora del giorno in cui la fede non ha bisogno di essere spiegata: basta guardare. È l’ora in cui Don Andrea, nella sua rubrica, ci invita a un gesto semplice e radicale: aprire gli occhi. Le sue parole non cercano di convincere, ma di risvegliare. Sono finestre, non argomentazioni. E in questo gesto di apertura risuona una parentela profonda con Mary Oliver, e Teilhard de Chardin.

Tre voci, tre mondi, un’unica intuizione: la fede nasce dall’attenzione.

Mary Oliver ha scritto: “Non so esattamente cosa sia una preghiera. So come prestare attenzione” (da The Summer Day). È una dichiarazione che potrebbe essere la chiave di volta dell’intero suo lavoro. Per Oliver, la preghiera non è un atto separato dalla vita: è un modo di stare nel mondo, di lasciarsi toccare da ciò che accade.

Nelle sue poesie, la natura non è mai sfondo, ma interlocutrice. Un’oca selvatica, un cervo, un filo d’erba diventano maestri spirituali. In The Summer Day, dopo aver contemplato una cavalletta che le si posa sulla mano, la poetessa conclude con una domanda che è quasi un esame di coscienza:

Dimmi che intendi fare con la tua unica, selvaggia e preziosa vita?

È una domanda che Don Andrea sembra rilanciare ogni mattina, quando invita i lettori a riconoscere la preziosità del quotidiano. Le sue meditazioni sono spesso attraversate da un gesto simile: fermarsi, osservare, lasciarsi sorprendere. Come se dicesse: “La vita è già un Vangelo, se la guardi bene.”

Se Mary Oliver porta la spiritualità nel bosco, Teilhard de Chardin la porta nel cosmo. Il gesuita francese, spesso osteggiato dalla Chiesa del suo tempo, ha immaginato un cristianesimo in cui la creazione non è un evento passato, ma un processo in via di realizzazione. La materia non è ostacolo allo spirito, ma suo veicolo. Il mondo non è un teatro, ma un “corpo” in cui Dio si lascia intravedere.

In Il Fenomeno Umano, Teilhard scrive che l’universo è “in tensione verso un centro di amore”, e che ogni creatura, anche la più piccola, partecipa di questa evoluzione spirituale. La sua visione è una teologia della relazione: tutto è connesso, tutto è in cammino, tutto è chiamato a diventare luce.

Don Andrea, che ha studiato Teilhard con passione, porta questa intuizione nella vita quotidiana. Le sue meditazioni mattutine sono teilhardiane nel senso più profondo: vedono il divino non fuori dal mondo, ma dentro il mondo, nelle sue pieghe, nei suoi gesti minimi, nelle sue fragilità.

Sbaglierò, ma trovo che tra la Oliver e Teilhard, Don Andrea è il ponte vivente. Della poetessa americana incarna la capacità di ascoltare la natura come maestra spirituale; dal gesuita, la visione cosmica di un mondo in cui tutto è in evoluzione verso l’amore.

In Wild Geese, Oliver scrive:

Devi solo lasciare che il morbido animale del tuo corpo ami ciò che ama”.

È un invito alla misericordia verso sé stessi, alla riconciliazione con la propria natura. Teilhard avrebbe sorriso: per lui, l’umano non è chiamato a negare la propria corporeità, ma a trasfigurarla. Don Andrea, nelle sue meditazioni, sembra dire la stessa cosa: la fede non è una fuga dal mondo, ma un modo più profondo di abitarlo.

La rubrica Presto di Mattina è una liturgia dell’alba. Ogni mattino è un nuovo inizio, un nuovo fiat lux. Mary Oliver ha scritto molte poesie che cominciano all’alba: la luce che cresce, un animale che si muove, un gesto che si compie. In quelle immagini c’è una teologia implicita: la creazione continua.

Teilhard lo dice esplicitamente: “La creazione non è finita; continua ancora e sempre.” Don Andrea lo avverte come un esperto rabdomante: ogni mattina è un invito a ricominciare a cercare la sorgente a credere che anche oggi è qui da qualche parte intorno a noi.

Forse è questo il dono più grande di un rabdomante della Parola: convincerci della sorgente invisibile che ci passa sotto, farci sentire che c’è sempre un mattino che inizia, e che proprio per questo, bisogna stare in silenzio, e attentamente in ascolto. Mary Oliver, con la sua poesia, e Teilhard, con la sua visione cosmica, camminano accanto ad Andrea come due compagni di viaggio inattesi. Tutti e tre, a modo loro, ci insegnano che la fede è un atto di fiducia nel mondo, un lasciarsi sorprendere, un dire sì alla vita che ci viene incontro.

E allora, io ringrazio questi presti di mattina, nei quali posso ascoltare la voce di Don Andrea come si ascolta un canto d’alba: non per capire tutto, ma per lasciarmi toccare. Perché, come scrive Oliver, “la vita è almeno questo: essere pronti a essere stupiti”.

Grazie Andrea, dello stupore.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/stevesmith1955-26012431/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7051403″>Steve Smith</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7051403″>Pixabay</a>

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