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1.111 giorni… di un pessimo governo

1.111 giorni… di un pessimo governo

Dopo più di 3 anni in cui è in carica il governo Meloni, vale la pena svolgere alcune considerazioni sulle scelte che esso ha compiuto e sulle prospettive che stanno di fronte a noi.

La politica estera

Per provare a fare una sintetica panoramica, si può dire che in politica estera il governo di destra si sta muovendo dentro una logica di accompagnamento e subalternità alle scelte di Trump e di un certo equilibrismo all’interno dell’Unione Europea, ma provando – sempre in sintonia con Trump- a far avanzare un’idea di Europa delle nazioni, al di fuori di qualunque approccio che guardi al suo rafforzamento come soggetto politico ed economico unitario.

Basta riflettere sul fatto che, nel cosiddetto Board of Peace per Gaza, l’Italia siede come “osservatore”, in completo sfregio del dettato costituzionale, in compagnia solo di Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Cipro con riferimento all’insieme degli Stati europei. Oppure, che il tanto celebrato e enfatizzato asse italiano-tedesco si risolve, in realtà, in una sorta di accodamento alla Germania, assecondando quest’ultima, sul piano politico, nel suo tentativo di creare una nuova maggioranza europea basato sui Popolari e la destra “presentabile” (sic!) e, sul piano economico, a candidarsi come subfornitrice della struttura produttiva tedesca, volta a rilanciare il riarmo e la conversione verso l’industria bellica.

La politica economica e sociale

Sul piano delle politiche economiche e sociali, il governo Meloni procede seguendo una linea di galleggiamento dell’esistente, con risultati decisamente poco brillanti e che segnano un peggioramento delle condizioni di vita e lavoro di gran parte della popolazione: la crescita è quasi ferma, la produzione industriale cala, i salari ristagnano quando non vanno indietro rispetto all’andamento inflazionistico.
La stessa crescita occupazionale è legata in grande parte alla permanenza al lavoro degli ultracinquantenni, dovuta alla controriforma delle pensioni derivante ancora dalla legge Fornero, che non è stata modificata, e al rilancio di settori “poveri”, come il turismo e il commercio, che, peraltro, generano occupazione precaria e a basso reddito.

La repressione del dissenso

Dove, invece, il governo ha accelerato lo si riscontra sul terreno della gestione del consenso e della repressione delle voci che lo contrastano. Qui, anche grazie al controllo dell’apparato mediatico, vediamo all’opera, con una certa abilità, da una parte, un tentativo di costruire una narrazione che fa leva sulla “rinascita” dell’Italia e sul rafforzamento delle paure e delle difficoltà del vivere quotidiano, incitando all’individualismo e alle rottura sociale. Un impasto che mette insieme, in sequenza, esaltazione del ruolo nazionale alle Olimpiadi e spettacolo del festival di Sanremo, amplificazione del fenomeno migratorio e della criminalità diffusa, derubricati soprattutto come questioni di “cronaca nera”, innalzamento del conflitto sociale e della sua rappresentazione.

Dall’altra parte, è in campo una stretta feroce nei confronti di chi dissente: non solo i decreti “sicurezza”, ma una serie di azioni
di carattere intimidatorio che vogliono essere segnali ben precisi in questa direzione.
Abbiamo visto, nell’arco di pochi giorni, l’iniziativa promossa dalla lista di destra per far denunciare gli insegnanti reputati di sinistra, con un’idea di costruire una vera e propria lista di proscrizione, siamo passati attraverso gli avvisi di garanzia per i medici di Ravenna, con metodi inaccettabili, per non aver certificato l’idoneità di 34 immigrati stranieri a essere deportati ad un Centro di Permanenza per il Rimpatrio.

Non c’è bisogno di richiamare l’attacco ai magistrati “ politicizzati”, di cui ogni giorno abbiamo testimonianza.

Soprattutto quel che colpisce è il tentativo di attaccare e delegittimare ogni iniziativa di mobilitazione e protesta: arrivano denunce per molti attivisti che hanno partecipato alle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e persino avvisi di garanzia – caso inedito ma proprio per questo ancora più allarmante – agli organizzatori dei sindacati metalmeccanici di Bologna per aver bloccato la tangenziale nel giugno scorso per sollecitare il rinnovo del loro contratto nazionale.

Il punto più alto di quest’intenzione è stato messo in campo dopo la manifestazione di Torino del 31 gennaio a sostegno del centro sociale Askatasuna: lì si è preso spunto dagli scontri verificatosi al termine di un imponente corteo e dall’inaccettabile aggressione ad un agente di polizia per compiere un salto di qualità.
Sul banco degli imputati, sono stati messi non gli aggressori, ma tutti i manifestanti.
Il ministro Piantedosi, intervenendo alla Camera il 3 febbraio, ha parlato non solo di una “sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”, ma ha detto esplicitamente che è bene uscire da “un’ulteriore ipocrisia riguardante la presunta differenza e distanza tra questi delinquenti e la gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici”. A rafforzare ulteriormente questa tesi aberrante, ci ha pensato la stessa Giorgia Meloni, dichiarando che “c’è un problema di mentalità sbagliata, serve un approccio più duro da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza dei cittadini”. Concetto in qualche modo confermato, nel momento in cui la stessa Presidente del Consiglio ha avuto modo di affermare che chi ha manifestato contro gli spechi e l’insostenibilità ambientale delle Olimpiadi sono “nemici dell’Italia e degli italiani”.

Insomma, è evidente che la cifra su cui il governo e la destra punta è quella della spoliticizzazione della società, del restringimento dei poteri autonomi e di controllo, a partire dalla magistratura, e della repressione del dissenso. E va riconosciuto che su questo terreno, ben di più che su quello della politica estera e delle politiche economiche e sociali, gode di un reale possibilità di tenuta del proprio consenso.

Il cammino dell’opposizione

Detto in altri termini, quello che si vuole evitare è la partecipazione e la mobilitazione sociale e politica, che viene individuata dalla destra come il vero ingrediente che può metterlo in discussione. Ben di più dell’opposizione politica che si dimostra complessivamente inadeguata a fronteggiarla. Non perché, come dice una vulgata tanto semplicistica quanto inefficace, sarebbe poco unita o incapace di esprimere una leadership condivisa, ma, in realtà, per il fatto che si presenta poco credibile agli occhi delle persone per costituire una reale alternativa alla destra.
Sul piano delle politiche economiche e sociali, è ancora fresco il ricordo di tanti anni di scelte dettate dalla logica dell’austerità che hanno contraddistinto l’esperienza dei governi tecnici e di centro-sinistra e lo scostamento attuale dalle stesse risulta essere troppo timido e percepito soprattutto come frutto di una logica di schieramento piuttosto che di una linea chiara di alternativa a quelle politiche.
Per certi versi, lo stesso si può dire dell’impostazione rispetto alla politica estera e nei confronti dell’UE, dove la giusta contrapposizione all’impostazione guerrafondaia e di rottura del diritto internazionale non sembra poggiare su un’altrettanta chiara visione di nuova collocazione e alleanze internazionali, se non di una riproposizione desueta della diversità di un modello sociale europeo, che in realtà non esiste più e, soprattutto, non ha prospettive solide.

Non parliamo poi dei temi dell’immigrazione e della sicurezza, dove la mancanza di pensiero e progetto alternativo si traduce contemporaneamente e in modo ondivago, tra subalternità alla narrazione della destra e assenza di voce.

L’ opposizione sociale

Potrebbe andar meglio guardando comunque ad un’opposizione sociale, dei movimenti e di una sinistra sociale diffusa, che continua ad essere vitale e presente, come abbiamo visto in diverse occasioni, a partire dal grande movimento di sostegno alla istanze sacrosante del popolo palestinese.
Anche qui, però, non si possono nascondere i limiti presenti: la difficoltà di dare continuità all’iniziativa e di collocarla in un quadro di proposte complessivamente alternative, un’eccessiva frammentazione del proprio dispiegarsi, soprattutto una non compiuta elaborazione dei termini dello scontro in corso. In particolare, rimane non del tutto sciolto il nodo relativo al fatto di sviluppare appieno la consapevolezza che esistono le risorse e le energie nella società per mettere in campo un’opposizione sociale diffusa e popolare, radicata nei territori e capace di porsi in una logica maggioritaria.

Rompendo lo schema per cui la lettura delle forze in campo si riduce al recinto della contrapposizione tra antagonismo e destra neofascista e sottraendosi al circolo vizioso della spirale, che il governo vuole appositamente alimentare, tra violenza minoritaria e repressione. Non si tratta, qui, di ripercorrere discussioni un po’ stantie e superate, figlie di altri tempi, ma di assumere fino in fondo, come propria esplicita collocazione, la scelta di costruire uno schieramento largo, che si esprime con un’opposizione pacifica e determinata, vista come la forma più adeguata per stare in campo nel contesto dato, come ci hanno dimostrato efficacemente le iniziative promosse dalla Sumud Flottilla e dalla città di Minneapolis contro Trump.

C’è molto lavoro da fare, sia in termini di ricostruzione di un pensiero e di un orizzonte strategico, sia nello stare in campo nelle battaglie immediate. Per intanto, costruire una forte iniziativa per far affermare il NO nella legge costituzionale contro i giudici, facendo emergere sia il contrasto a sottomettere il potere giuridico a quello politico sia il disegno di carattere autoritario generale da cui promana, può essere un buon punto di ripartenza.

In copertina: la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Tajani e Salvini – IMAGOECONOMICA da Collettiva

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Corrado Oddi

Attivista sociale. Si occupa in particolare di beni comuni, vocazione maturata anche in una lunga esperienza sindacale a tempo pieno, dal 1982 al 2014, ricoprendo diversi incarichi a Bologna e a livello nazionale nella CGIL. E’ stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2006 e tra i promotori dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011, tema cui rimane particolarmente legato. Che, peraltro, non gli impedisce di interessarsi e scrivere sugli altri beni comuni, dall’ambiente all’energia, dal ciclo dei rifiuti alla conoscenza. E anche di economia politica, suo primo amore e oggetto di studio.

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