Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. Verso la villa
“Il bisnonno Pietro era andato a pescare lungo le sponde del fiume. Voltandosi all’improvviso, aveva visto una volpe dal manto color smeraldo che si intrufolava tra i salici bassi. Restò convinto fino alla morte che quel verde non fosse un gioco di luce, ma il colore autentico di una volpe che correva a nascondersi.”
Mentre ascoltavo Costanza rievocare quella vecchia leggenda familiare, sentii un brivido di curiosità che mi scivolava giù per la schiena come un cubetto di ghiaccio in pieno agosto. Decisi in quel momento che il primo articolo per Tresciaone non avrebbe trattato solo le misteriose congiunture associate alla morte della Contessa Maria Augusta, ma che si sarebbe concentrato anche sulle dicerie collocabili molto prima, legate alla prima apparizione della volpe verde a Pontalba.
Mi misi a osservare Costanza, era lei la parte viva di quella storia, il filo conduttore di una vicenda sospesa tra realtà e mito, tutta declinata in un’unica, ossessiva sfumatura di colore.
Lei tacque bruscamente, interrompendo il racconto con la stessa improvvisa decisione con cui lo aveva iniziato, e rimase a fissarmi con i suoi occhi vivaci.
«Una storia singolare quella di questo tuo bisnonno, come tutte quelle che gravitano intorno alla volpe verde» commentai, rompendo il silenzio.
«Già, ma non è detto che in tutto questo ci sia qualcosa di soprannaturale» ribatté lei, quasi a voler ridimensionare il mistero. «Potrebbe essere un’erba tintoria, una strana rifrazione del sole al tramonto o un riflesso del fiume che inganna l’occhio, tingendo di smeraldo una volpe dalla pelliccia rossiccia.»
«Vero» ammisi «però è singolare che sia accaduto più volte proprio qui, in questo triangolo di terra lombarda stretto tra le anse del fiume e invaso da una vegetazione così rigogliosa da sembrare quasi magica.»
«Oppure…» continuò lei, socchiudendo gli occhi, «forse una mutazione genetica ha alterato il pigmento del manto di una famiglia di volpi che continua a riprodursi in isolamento proprio qui, tra i salici.»
«Questa sarebbe una notizia strabiliante, un caso scientifico» le dissi, dubbioso sulla sostenibilità di quest’ultima ipotesi.
Lei mi rivolse un sorriso enigmatico, un mix di divertimento e muta attesa che mi lasciò interdetto per un istante.
«Resterò in zona ancora per qualche giorno» ripresi, cercando di avere un tono disinvolto. «Ti posso invitare a pranzo domani? Magari, dopo, potresti farmi da guida a Villa Cenaroli per conoscere i suoi attuali abitanti.»
«Si» rispose lei con una nota di divertimento nella voce. «Attualmente alla Villa risiedono la Contessa Malù, figlia di Maria Augusta, la cameriera Serafina, una cuoca che conosce i segreti delle ricette Pontalbesi, un giardiniere silenzioso e un maggiordomo giovanissimo, Ettore. Pur avendo appena vent’anni, Ettore è unuomo d’altri tempi. Si muove con una grazia cerimoniosa, quasi maniacale nel rispetto del bon ton e dei cliché che il suo ruolo impone.
La Villa è un gioiello architettonico, piena di stanze dai soffitti stuccati e con pareti affrescate che colpiscono per la loro eleganza. Ogni camera ha il suo camino di marmo. Il tutto è immerso in un parco immenso, dove alberi secolari offrono ombra a stagni che sono il rifugio per anatre, aironi, tartarughe e mille altre piccole creature che popolano quel regno senza tempo.»
Poi Costanza smise di parlare e io feci di sì con la testa, senza sapere cosa altro aggiungere e pensando che di nuovo la vegetazione rigogliosa di quel posto e il suo colore d’elezione, irrompevano nella conversazione con una prepotenza unica. Costanza sembrava non aver più nulla da dire, guardava il muro bianco, fissando un punto preciso dietro la mia testa che io ovviamente non potevo vedere visto che si trovava esattamente dietro i miei capelli, in una specie di camera buia irreversibile.
Allora decisi che il nostro primo incontro volgeva al termine. Mi alzai, le sorrisi, le porsi la mano e mi avviai verso il cancello verde della casa. Chissà dove si era nascosto nel frattempo il gatto arancione. Mentre riattraversavo il cortile a ritroso, il bianco accecante del soggiorno di Costanza sembrava essersi trasferito sotto le mie palpebre, lasciandomi una strana scia luminosa negli occhi.
L’aria esterna, carica di quell’umidità tipica dei pomeriggi che non sanno se sfociare in pioggia o in nebbia, mi aiutò a riprendere contatto con la realtà. Risalii per via Santoni Rosa, girai a sinistra, passai davanti al negozio di Camilla, poi girai a destra e passai davanti al Comune e alla pizzeria e infine mi avviai verso l’albergo.
Il Pontalba Hotel mi accolse con il suo solito odore di cera per pavimenti e buon caffè. Salii gli scalini a due a due come facevo quando ero sovrappensiero, entrai nella mia stanza e mi sedetti alla scrivania, davanti al mio PC. Il viso di Costanza, i quadri di Umberto Del Re e quella folle immagine della volpe verde sembravano bruciare la tastiera sulla quale stavo cercando di scrivere.
Avevo l’impressione che sotto i tasti ci fossero delle fiammelle di metano pronte a divorarmi le dita. Nonostante questa strana sensazione, il mio dovere di cronista ebbe il sopravvento e cominciai a scrivere. Il rumore delle mie dita sui tasti iniziò a riempire il silenzio della camera, scandendo il ritmo di un mistero che profumava di leggenda e di pigmenti acrilici. E così scrissi:
DALL’INVIATO A PONTALBA — PIETRO MORONI (PIM)
IL SEGRETO COLOR SMERALDO. TRA IL BIANCO DELLE PARETI E L’OMBRA DI UNA VOLPE
Ci sono storie che non iniziano nei tribunali o tra i rapporti della polizia, ma tra i riflessi di un manto di volpe e il silenzio di un soggiorno che brilla di luce bianca. Il caso della Contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana, caratterizzato dalla leggenda di un cielo color smeraldo il giorno della sua morte e dall’uscita di una volpe verde dal loculo dell’inumazione, si arricchisce oggi di un capitolo che sfida la logica più lineare.
In via Santoni Rosa 21 abita Costanza Del Re, amica della figlia della defunta e custode di una notizia sorprendente. Il suo bisnonno morì continto di aver visto una volpe verde sulle sponde del Lungone, il fiume che attraversa Pontalba. Da allora il tempo sembra essersi fermato.
Nella casa di Costanza, tra divani giallo a fiori e librerie ricolme di cataloghi d’arte, la figura di Maria Augusta non è un ricordo funebre, ma una presenza palpabile. È il verde, il suo colore preferito, a legare i fatti di Villa Cenaroli alla casa dei Del Re. Un legame che va oltre la semplice conoscenza e che sfocia in una suggestione che scuote l’intera comunità, la volpe verde.
Dal loculo aperto, dicono i testimoni, è fuggito un animale dal colore impossibile. Coincidenza? Allucinazione collettiva? O forse, come suggerisce con uno sguardo enigmatico la figlia del pittore, la Contessa ha trovato un modo per non abbandonare queste terre, trasformando la sua nobiltà in una pelliccia selvatica e inafferrabile?
Mentre la polizia ha già chiuso il caso come non interessante, noi cerchiamo tracce di colore. Perché se è vero che la verità dipende dalla luce che la colpisce, quella che illumina oggi questa vicenda è di un verde bellissimo, come un bosco che nasconde i suoi segreti più misteriosi.
Il loculo da cui è uscita una volpe verde non è solo un enigma per gli amanti del soprannaturale, è una falda aperta nel tessuto di questa terra. Se la volpe verde sia davvero un animale esistente o l’ennesimo atto di una strana storia, vedremo. Nel frattempo, noi di Tresciaone continueremo a seguire la scia di quel colore misterioso, consapevoli che a volte, per vedere la verità, bisogna avere il coraggio di guardare nel buio con gli occhi di una civetta.
Chiusi l’articolo e lo spedii alla redazione di Tresciaone dove avrebbero provveduto a impaginarlo e mandarlo in stampa. Tirai un sospiro di sollievo, se non altro avevo fatto il mio dovere e mi sarebbe arrivato anche per quel mese, lo stipendio. C’era davvero poco da scherzare con un capo come il mio. Spensi il PC e lo rinfilai nella sua fodera rossa. Sentivo il bisogno di aria, di quell’aria di Pontalba che profumava di vegetazione e di fiori di oleandro.
Uscii di nuovo dall’Hotel e m’incamminai verso le sponde del Lungone, volevo andare verso quella zona del paese dove il paesaggio sembrava voler essere la coreografia ideale dei racconti di Costanza. Il crepuscolo stava inghiottendo il paese, trasformando i campi in un quadro dalle tinte scure. Il fiume sembrava un nastro di grafite liquida che si snodava pigramente. I salici piangenti con i loro rami contorti somigliavano a dei vecchi curvi, intenti a lavarsi i capelli nell’acqua.
Non c’era un alito di vento. L’aria era immobile, satura di quell’odore di terra bagnata e foglie che rappresentava, e rappresenta tutt’ora, il respiro profondo della campagna lombarda in primavera.
Man mano che mi avvicinavo a Villa Cenaroli, la vegetazione si faceva più fitta, quasi aggressiva. I pioppi, altissimi e spettrali, si stagliavano contro un cielo che conservava ancora una striscia di violetto livido all’orizzonte. Poi, d’improvviso, la nebbia iniziò a salire dal fiume, una coltre lattiginosa che si sfilacciava tra i tronchi, avvolgendo il cancello ormai vicino.
La Villa apparve d’un tratto, come un miraggio di pietra tra le ombre degli alberi. Le sue finestre illuminate parevano buchi dorati scavati nel fianco di un gigante addormentato. Il parco circostante era un trionfo di simmetrie perdute, con siepi che il tempo aveva trasformato in labirinti informi e stagni neri come l’inchiostro, sulla cui superficie galleggiavano foglie simili a barche abbandonate. In quel silenzio, interrotto solo dal grido lontano di un animale, ogni ombra tra le radici assumeva i contorni di una volpe o di un fantasma.
«Il fiume è profondo stasera, signor Moroni, e i segreti che trascina pesano ben più dell’acqua. Mi segua, la prego. La Contessa Malù non ama far attendere la notte.»
Rimasi immobile, raggelato dal suono di quella voce. Poi, dall’oscurità quasi assoluta, emerse un volto cereo. Apparteneva a un uomo che, con gesti misurati, stava aprendo il cancello in ferro del parco. Non era un fantasma, ma una creatura in carne e ossa, per quanto l’aspetto restasse spettrale.
«E lei chi sarebbe? Come… come faceva a sapere che ero qui?» riuscii finalmente a balbettare.
«Sono Ettore, il maggiordomo dei Conti Cenaroli. Una telecamera sorveglia l’ingresso e rimanda le immagini alla foresteria. L’ho vista aggirarsi nel buio e ho intuito subito la sua identità. La Contessa ed io ne abbiamo parlato appena un’ora fa con Costanza Del Re, la descrizione che ci ha fornito coincide perfettamente con l’uomo che ho visto sul monitor, cioè lei.
Qui c’è un giornalista di Tresciaone che ronza intorno alla proprietà in modo un po’ troppo invadente, non trova? Ma mi dica, cosa le è saltato in mente di venire qui a quest’ora? Non si rende conto del pericolo? Scivolare nel fiume, inciampare tra i tronchi, cadere in un fosso… muoversi qui di notte è un azzardo. Comunque, venga con me. La Contessa Malù non dorme, la può ricevere.»
Non potei fare altro che seguirlo. Ero attraversato da un’agitazione tale da non riuscire a pronunciare una sola parola, né a formulare un pensiero che avesse anche solo un briciolo di razionalità.
Ti ribelli a me
come fossi l’ostacolo del tuo esser libera.
Nell’opporti su quel mio consigliare
mi disorienti e ti dai un bel da fare
nel chiudere la porta lasciandomi aspettare.
Su quel disappunto dove non posso arretrare
per il troppo bene e per come ti voglio amare
sembra cadere il mondo e non mi lasci più parlare.
Figlio o figlia che tu sia
incrocio le braccia e ti accarezzo con il pensiero
guardo da lontano
dove stai andando e cosa stai facendo.
Spiarti non è il mio intento, ma solo aiutarti,
se arrivasse mai quel momento.
Ti sono madre ti sono amica
sono la donna sul quale stare
a cui puoi credere, che mai ti farei del male.
I muri son di carta, gli abissi non son profondi
e i giorni non son così distanti.
Incrocio le braccia e ti accarezzo con il pensiero,
aspetto il mio giorno, quando nel riscoprirti serena,
mi ritroverai accanto
con una mano posata sul tuo fianco.
Perché tu non lo sapevi
ma stavi cadendo, ed io ti stavo sorreggendo.
Figlio o figlia che tu sia
sei la parte irrinunciabile, indistruttibile,
di quell’anima mia.
*
Quel coso capitato per caso
È passato silenzioso nessuno se ne è accorto.
Piccolo quasi invisibile apparentemente innocuo
quell’incredibile coso.
Lo hanno chiamato Trisomia 21
ed io d’istinto mi sono chiesta…
come si chiama?
“Cromosoma”.
Un cromosoma in più, che ti ha tolto così tanto
cambiando i lineamenti del tuo volto,
il corpo che sarebbe stato altro
e non solo quello.
Sei stato la montagna più alta della mia vita
scalarla, una grande fatica.
Con nessuno che mi abbia detto:
è la cosa più bella che potrai vivere
la devi solo capire.
Ho imparato da sola quanto sono stata fortunata
e giù da quella montagna non sono mai caduta.
Ringrazio quel coso capitato per caso.
Con te al mio fianco è stato come correre nel vento,
dentro al tuo universo ho vissuto il mio tempo
non toccando mai il fondo.
Perché tu, sei stato tutto il mio mondo.
*
Donna per eccellenza
Ti ho visto crescere, cambiare, farti male,
ma mai rinunciare.
Ti ho guardata quando stremata dalle fatiche
hai scritto
di tutte quelle ingiustizie
con la matita dell’amore
perché tutto si potesse cancellare.
Una donna che non si è mai risparmiata,
piuttosto
piegata su sé stessa,
ad allungar la mano
per un qualsiasi essere umano.
Ti ho visto mettere il rossetto e piangere a dirotto
ma all’angolo dell’occhio
un sorriso nascosto.
Ci sono e ci sono stati uomini
che si sono immedesimati, vestiti, innamorati,
della tua femminilità,
ma continua a cullarti la luna
tu,
non assomigli a nessuna.
Con i tuoi torti con le tue virtù
sei il mal d’amore che colpisce il cuore
che riesce a cambiare l’intera esistenza
di chi ti vuole amare.
Donna per eccellenza e nessuna forma di vita
che possa farne senza.
La più bella cosa che ci sia mai stata
ecco cosa pensava Dio
quando ti ha creata.
*
Semmai t’incontrassi
Semmai t’incontrassi ti riconoscerei dai passi
dalle rughe delle tue mani
e dai malinconici tramonti dei tuoi occhi.
Celata nella mia corazza
dietro l’abito che vesto
scruterei di nascosto
l’aria che ti porti appresso
per comprendere quanto sei cambiato
da quando ti ho lasciato.
Se i tuoi gusti sono gli stessi se ami ancora i gatti
e dipingi quadri astratti.
Se ti sei sposato o innamorato
e se mi hai perdonato.
Con te parlerei del tempo cercando nel tuo sguardo
qualcosa di profondo
che mi dica, che ancora ti sconvolgo.
Semmai t’incontrassi
vorrei accadesse a settembre
con le giornate più corte, le arie meno calde,
ed i colori dell’autunno alle soglie.
Con noi che ci guardiamo e ci tocchiamo senza farlo
disperatamente innamorati
come non lo siamo mai stati.
*
Sei la mia bambina
Ti sfioro dolcemente la fronte
lasciandoti un bacio
uno di quelli che non ti ho mai dato.
Sei la mia bambina cresciuta da allora,
così indifesa ora.
Ti sussurro all’orecchio
cose che non ti ho mai detto
ma che ti ho lasciato in ogni mio abbraccio.
Per non turbar il tuo sonno così addormentato
ti ho messo un vestito
non copre i segni sul collo che ti han ferito
ma è il tuo preferito.
L’animo con il quale ti guardo
è il lamento di ogni parte del mio corpo
che mi sta lasciando.
Con una carezza scivolo sulla tua pelle
perché fievole mi arrivi
il calore umano
che sento morir sotto la mia mano.
A quell’uomo che ti ha spento il sorriso
vorrei gli arrivasse solo mezzo respiro
e al momento di dormire
sentirsi soffocare e piangere dal male.
Forse, potrebbe capire, quel che mi resta del mio vivere
*
Immagine di Cachi, Albero da frutta, Foglia caduta. Uso gratuito. di Maluberg persimmons.
*
Valeria Rossi (Argenta prov. di Ferrara), sposata con tre figli. Ha presenziato come giudice in concorsi letterari riguardanti le istituzioni scolastiche. Inoltre ha partecipato a vari concorsi letterari ed è comparsa su diverse antologie. Eccone alcune: Verrà il mattino e avrà un tuo verso (2012) Aletti Editore; Umane transumanze (2014) de Comporre Edizioni; L’indice delle esistenze. La diversità (2014) Aletti Editore; Il lungo percorso della mia poesia (2016) Limina Mentis Edizioni; nel 2023 ha pubblicato Dove ti porta la poesia (Center copy).
LO SCAFFALE POETICO
Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.
Poco più di un mese fa, su Poetrydream, il blog di Antonio Spagnuolo, è stata pubblicata la recensione del mio volume di poesie.
sabato 14 marzo 2026 SEGNALAZIONE VOLUMI = PIER LUIGI GUERRINI
********************************** Pier Luigi Guerrini: “L’amnistia del silenzio” – Ed. Bertoni 2025 – pag. 60 – € 15,00
In prefazione Rita Bonetti scrive: “Il viaggio tra queste pagine colme di vita, sofferenza, gioia, visione e immaginazione poetica, non è da me definitivamente archiviato come un ricordo tra i ricordi. È, anzi, un punto di partenza per il seguito di quell’esplorazione dei sentieri complessi della vita che non deve essere mai interrotto. Nell’opera di Guerrini, infatti, sembrerebbe affiorare l’insistenza con la quale ogni mistero della natura umana debba essere indagato, in questo caso con l’uso della parola più adeguata e con l’uso di un cuore pronto ad alzare il sipario al mondo e sul mondo.”
L’emozione che suscita la poesia allora è come una trafittura piacevole che cerca di risvegliare sentimenti e interrogativi, o ancora meraviglie e illusioni, o ancora memorie e desideri.
In questo panorama multicolore ecco anche il gioco acrobatico della parola:
FUORI POSTO
prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
Pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.
*
Un breve ma intenso percorso emotivo che ruota intorno al sentimento di estraneità e di disarmonia dell’io rispetto al mondo. Fin dai primi versi si avverte una tensione sonora e semantica: “prova parvo privo di voce / trova torva trave di croce”. L’accumulo di allitterazioni e assonanze (soprattutto con le consonanti p, t e v) crea un effetto quasi martellante, che restituisce la fatica dell’espressione e la difficoltà del soggetto poetico a trovare una voce autentica. Il riferimento alla “trave di croce” introduce un’immagine di peso e di sofferenza che richiama implicitamente una dimensione sacrificale.
Anche il paesaggio naturale assume un valore simbolico: la “selva”, la “rupe” e le “acque pure” delineano un ambiente aspro, quasi primordiale, in cui l’illusione si dissolve e rimane soltanto l’attesa di una possibile purificazione. Il verso “Pasqua si prende il silenzio / tutto per sé” suggerisce una sospensione sacrale: la Pasqua, momento di rinascita nella tradizione cristiana, qui appare invece come un tempo di silenzio assoluto, quasi sottratto all’uomo. Il soggetto resta dunque escluso anche dalla promessa di redenzione. L’io poetico entra in scena in modo diretto: “traverso di fango / mi chino e piango”. Il fango è simbolo di caduta e di umiliazione, ma anche di una condizione terrena da cui non si riesce a sollevarsi. Il sangue e la “pietà grondante” evocano ancora un immaginario cristologico, accentuando la dimensione dolorosa dell’esperienza. Tuttavia il cielo “non è disposto / a rincorrere” l’uomo: il divino rimane distante, indifferente alla condizione umana. In tutta la silloge, Guerrini si distingue per una scrittura fortemente fonica e concentrata, in cui il lavoro sulle allitterazioni e sulle rime interne svolge un ruolo fondamentale nella costruzione del senso. Le immagini naturali e religiose si intrecciano in un breve percorso simbolico che conduce dalla metafora alla vertigine esistenziale, dal mistero alla incredulità. La sua scrittura appare così come una meditazione sull’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo, sospeso tra desiderio di redenzione e la consapevolezza di una irriducibile distanza dal sacro, sospeso tra il sacrificio per il lavoro fisico ed il divertimento sotteso alle frasi.
“il freddo dirada le parole come il passero in cerca di sole. i pensieri accavallati s’inseguono, si trovano, si scontrano, s’illudono, si scontano ai saldi di stagione.”
* ANTONIO SPAGNUOLO
*
Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 334° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Su La disperanza di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo
C’è una parola che sembra uscita da un laboratorio di distillazione poetica, una parola che non esisteva e che grazie principalmente allo scrittore colombiano Alvaro Mutise oggi a Franco Marcoaldi non potrà più essere ignorata. Questa parola è disperanza.
Non disperazione, non speranza, ma qualcosa che sta nel mezzo, come un ponte sospeso tra due rive che non si toccano più.
Marcoaldi — narratore e poeta di versi che spesso oscillano tra l’illuminazione improvvisa e la malinconia sottile — ha sempre avuto un talento particolare per nominare ciò che sfugge. Nei suoi libri precedenti, da A mosca cieca a Il mondo sia lodato, si intravedeva già un barlume di questa postura: una fiducia ferita, un’attenzione vigile, una forma di resistenza quieta.
Il sentimento della disperanza, dunque, non nasce oggi ma oggi, semplicemente, ritrova il nome e un autore che gli rendono giustizia.
Chi ha incontrato la disperanza prima ancora che Marcoaldi ne scrivesse antropologicamente e letterariamente, l’ha forse riconosciuta nel personaggio più enigmatico di Álvaro Mutis: Maqroll il gabbiere.
Maqroll, apparentemente alter ego di Mutis, non è un personaggio che spera e non dispera: è solo qualcuno che continua.
È un Ulisse stanco, un viaggiatore che sa che ogni porto è provvisorio. Mutis lo descrive come un uomo che “non si aspetta più nulla, e proprio per questo è aperto a tutto”. È la definizione perfetta della disperanza: un sentimento che non (si) illude, ma non “chiede” di arrendersi a una ipotetica soluzione “esterna”.
Fin dall’inizio Marcoaldi tira in ballo il nostro Giorgio Caproni, il poeta che ha trasformato la domanda in un destino. E infatti Caproni non ha mai creduto nella speranza come consolazione.
Figure come il suo Enea (in Il passaggio d’Enea) o il “viaggiatore cerimonioso” incarnano l’uomo moderno che attraversa il deserto del reale.
Il famoso verso: Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito,
sintetizza questo restare/viaggiare in una terra senza meta.
La disperanza di Marcoaldi sembra dialogare con questa tensione di Giorgio Caproni: non una risposta, ma un modo di stare nel mondo senza smettere di interrogarsi.
E a me, uomo geneticamente e culturalmente del Sud – meglio sarebbe dire dei multisud!- è venuto naturale e del tutto spontaneo pensare alla Sicilia, con le sue stratificazioni storico-geografiche – greca, araba, normanna, ebraica, spagnola, borbonica- e le sue continue invasioni.
Perché a me, uomo geneticamente e culturalmente dei multisud, risulterebbe innaturale e del tutto paradossale non comprendere che gli enea del nostro tempo, i viaggiatori cerimoniosi del mondo attuale, sono, siamo in realtà, tutti noi, a cominciare, storicamente, dai capoverdiani, continuando con gli italiani e gli europei e i sudamericani, per finire poi agli attuali migranti della Terra, compresi coloro che si credono stanziali e appartenenti, senza mai dubitarne, a “quel proprio posto” del quale si sentono unici proprietari.
Questi multisud, questa grande sicilia del pianeta, ha imparato a sopravvivere alle onde lunghe della storia e ha, per così dire, distillato in un proverbio – citato da molti autori siciliani tra i quali cantori come Franco Battiato e Olivia Sellerio – una filosofia intera:
“Calati juncu ca passa la china.” [Piegati, giunco, finché passa la piena.]
Questa non è rassegnazione. È saggezza medio-orientale (se non proprio orientale) trapiantata, guarda caso, nella Grande Isola.
L’espressione rappresenta una reale consapevolezza: la rigidità spezza, mentre la flessibilità salva. L’espressione è disperanza allo stato puro: non opporsi alla tempesta, ma non farsi spezzare.
Nel suo libro, Marcoaldi non costruisce un trattato, né un manifesto. La sua è una scrittura che procede per lampi, per intuizioni, per piccole epifanie quotidiane tanto che la disperanza, da sentimento si trasforma in atmosfera, in clima.
Diventa cioè il nuovo equilibrio climatico in questo sovvertimento di clima dove la speranza è diventata un bene di lusso e la disperazione un’abitudine troppo comoda. Marcoaldi sembra dirci: non credete a chi vi chiede ottimismo a tutti i costi, ma non cedete nemmeno al fascino cupo del disincanto totale.
La disperanza è l’equilibrio instabile, ma fertile per questi tempi di cambiamento.
C’è una parte del libro – forse la più politica ma senza alcun cedimento allo slogan – in cui la disperanza sembra parlare direttamente ai giovani. I giovani italiani, spesso trattati come un problema, un fastidio, una categoria da correggere o compatire, vivono immersi nella disperanza senza saperlo.
Non credono più alle narrazioni salvifiche. Non si fidano delle istituzioni. Non aspettano il futuro: lo costruiscono a pezzi, con ostinazione, con ironia, con fragilità.
Eppure non sono disperati. Sono lucidi, i nostri giovani, tanto da comprendere che la ragione è lo strumento preferito dai pessimisti e la sua imitazione AI è invece lo strumento preferito dai tricksters. Sono mobili i nostri giovani, tanto da non “pensare” la migrazione come un problema esistenziale per sé e tanto meno per una…”nazione”.
Vogliamo dirlo? I nostri giovani sono giunchi che si piegano ma non si spezzano. La disperanza è il loro modo di stare nel mondo: un modo che gli adulti faticano a comprendere perché non rientra nelle categorie tradizionali.
Questo, signore e signori, non è nichilismo. Non è rassegnazione. È una forma nuova di vitalità, più prudente, più intelligente, più adattiva.
Forse, a pensarci bene, la disperanza non è soltanto un sentimento da leggere nella Summa poetica, o nella trilogia di Maqroll il gabbiere, ma è un vero e proprio status da rendere in performance in… presenza.
Me ne sono accorto al Village di Ferrara, fin dalla prima serata, quando ho scelto di aprire il mio percorso della disperanza proprio con Bomb di Gregory Corso. Una poesia che è un ordigno, certo, ma anche un atto d’amore verso il mondo che si ostina a distruggersi. Corso, come tutta la beat generation, viveva già allora in questa terra di mezzo: un luogo dove la lucidità non cancella il desiderio, ma il desiderio può cancellare la lucidità.
Da lì, la strada (anche quella di Kerouac, di Snyder, di Dylan etc…) si è fatta naturale.
Ho continuato con Fabrizio De André e la sua Smisurata preghiera, forse uno dei più alti inni alla disperanza mai scritti in Italia. Una preghiera senza fede, una supplica senza destinatario, un atto di resistenza poetica per “chi viaggia in direzione ostinata e contraria”.
Non è forse questo il cuore della disperanza? Non arrendersi, ma nemmeno illudersi. Continuare a camminare.
Poi è arrivata Mary Oliver, l’ecopoetessa statunitense che ha trasformato la natura in una forma di meditazione attiva. La sua poesia Tecumseh – che evoca il ritorno di un capo indiano scomparso – è un invito a non smettere di cercare ciò che sembra perduto. Oliver non parla mai di speranza, eppure ogni suo verso è un’apertura, una fenditura nella notte.
Anche questo è disperanza: la capacità di vedere un sentiero dove gli altri vedono solo rovi o tombe.
E così, serata dopo serata, mi sono accorto che la disperanza non era soltanto un tema letterario, ma un filo rosso che attraversava tutto ciò che portavo sul palco. Un sentimento che non consola, ma accompagna.
Che non salva, ma orienta.
E allora, per chiudere questo ideale percorso permettetemi di evocare un eroe di carta che incarna e mostra la disperanza meglio di chiunque altro: Corto Maltese. Il marinaio senza patria, l’avventuriero senza missione, l’uomo che attraversa il mondo senza mai appartenere del tutto a nessun luogo. Corto non spera e non dispera: naviga.
Come Maqroll, come Caproni, come Marcoaldi, come i giovani di oggi. Come tutti noi, quando siamo sinceri.
Corto Maltese è il volto romantico di questo sentimento nuevo: la libertà di chi sa che il mondo non sarà mai come lo vorremmo, ma che proprio per questo vale la pena attraversarlo.
E forse, alla fine, la disperanza si riduce proprio a un modo di tenere la rotta anche quando la bussola impazzisce. Un modo di piegarsi, giunco, mentre la piena passa.
Quel modo che i nostri giovani hanno già imparato a fare proprio e che imperterriti ci mostrano magari andando tutti insieme a votare, a dispetto dei giudizi e delle incredulità dei pessimisti e dei tricksters di turno. A dispetto di una piena troppo piena di niente.
“Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza”: comincia così il capolavoro di Giovanni Verga uscito nel 1881 che lessi da adolescente, priva di qualunque prerequisito sull’autore e sulla ambientazione del romanzo. Ne rimasi piano piano incantata. All’epoca anche le mie giornate erano fatte di spazi paesani misurabili, battuti e ribattuti passandoci a piedi o con la bici. Non mi lasciai allontanare dalla parlata siciliana che Verga immette nel racconto, la trovai familiare, adatta alla vita di una comunità piccola di paese che poggia sui riti di un tempo circolare.
Sono tornata ad Aci Trezza in questi giorni, la testa coperta per resistere al vento ancora fresco in un aprile di altalene meteo. La testa coperta e il cuore altrove: ho guardato i faraglioni stando sulla riva sassosa e nera della roccia dell’Etna, ho condiviso i commenti del mio gruppo sul bellissimo panorama, sul colore del mare e sulla sua spuma candida.
Ma il cuore intanto ha recuperato i nomi del romanzo: Padron ‘Ntoni, il figlio Bastianazzo e la moglie Maruzza, i figli ‘Ntoni col nome del nonno, Mena, Luca, Alessi e Lia. Il carico dei lupini perduto sul mare in tempesta dalla barca dei Malavoglia, la Provvidenza. La miseria arrivata da questa disgrazia e la perdita di Bastianazzo morto in mare.
Mi tornano il nome di compare Alfio che discorreva con la Mena e il loro matrimonio che non si può più fare ora che per lei non c’è più dote. La casa del nespolo che viene venduta per affrontare i debiti contratti dopo la disgrazia. I paesani coi loro soprannomi che sparlano di ogni cosa e persona e tutto stigmatizzano.
“Adesso – continua la prima pagina del romanzo – i Malavoglia che erano così numerosi pure ad Aci Castello e a Ognina sono soltanto “quelli della casa del nespolo, e della Provvidenzach’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla“.
La storia è quella della famiglia che cade in disgrazia non solo per il naufragio della barca ma anche per l’impatto con la Storia a cui è costretta dalla leva nell’esercito del neonato Regno d’Italia . ‘Ntoni va soldato nel 1863 e torna stravolto per l’impatto col mondo moderno; tre anni dopo suo fratello Luca muore a Lissa nel corso della terza guerra d’indipendenza.
Negli anni che seguono la casa viene venduta per poter pagare i debiti, muore il nonno ‘Ntoni e muore Maruzza, il giovane ‘Ntoni si riduce a vivere all’osteria del paese, senza avere né arte né parte; la Mena resta nubile e Lia si perde a sua volta andando a vivere a Catania.
Nella lotta per il progresso economico, per avere la loro roba al sole, i Malavoglia risultano vinti.I Vinti è il ciclo di cinque romanzi rimasto incompleto a cui si è lungamente dedicato lo scrittore, una sorta di affresco sulla lotta dell’uomo per l’esistenza e per il progresso, gradino dopo gradino, dalle “prime irrequietudini pel benessere” ne I Malavoglia a L’uomo di lusso sul punto più alto della scala sociale.
Dove approda il pessimismo della scrittura verghiana, in quella sua distanza dal trionfalismo dei positivisti, in quel voler rappresentare gli esclusi dalla “fiumana del progresso”, dove approda il pessimismo si trova la tenacia del personaggio Alessi.
La resilienza di Alessi, oggi con un inappuntabile maquillage linguistico la chiameremmo così, riesce infine a riscattare la casa del nespolo e l’ideale atavico della famiglia. Sul ballatoio possono giocare i bambini che sono nati dal matrimonio con una brava ragazza del paese, la Nunziata.
Arrivo ad Aci Trezza in una mattina di luce e siamo nel 2026. Tutto appare cambiato sotto la cappa del maquillage turistico, eppure col cuore indietreggio e incontro le parole del romanzo. Do alle cose i nomi che faccio uscire dal libro, borbotto sottovoce pezzi della storia che vi è contenuta.
Propongo di andare a cercare la casa del nespolo e fatti pochi metri risalendo dal mare un cartello marrone la indica lungo una stradetta a scalinata. La raggiungo ma non entro, ogni slancio mi è tolto dalla scritta “museo” con orari di visita e tour organizzati in paese e sul mare.
Non entro perché non è la casa del nespolo, manca il ballatoio e c’è un piano in più.
Mi tengo le parole del libro, grazie. Mi ci rifugio senza cercare altro, né luoghi né edifici. La voce della letteratura mi offre su un piatto d’oro un tempo non contemporaneo a questo, ma non è una fuga, non lo è mai.
Nota bibliografica:
Giovanni Verga, I Malavoglia, Feltrinelli, 2014
Cover: foto scattata dall’autrice sul lungomare di Aci Trezza
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L’esito del Primo Turno presidenziale, di domenica 12 aprile, è ancora in forse a seguito del caos elettorale che costretto il governo a prolungare l’apertura dei seggi fino al giorno successivo in alcune zone di Lima. Al momento, è sicura di raggiungere il ballottaggio Keiko Fujimori, mentre si disputano il secondo posto Rafael López Aliaga, anch’esso di estrema destra, e Roberto Sánchez, sinistra, attualmente in leggero vantaggio.
Dopo il primo turno delle presidenziali peruviane, tenutesi lo scorso 12 aprile, l’unica cosa certa, ad oggi, è che Keiko Fujimori, figlia di Alberto “el Chino” Fujimori, prima con poco più del 17% dei consensi, andrà al ballottaggio del prossimo 7 giugno. La sua è una storia caratterizzata dalla costante invocazione del pugno duro all’insegna dell’autoritarismo.
Seguono, a poca distanza, Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima ed estimatore di Donald Trump, Javier Milei e Nayib Bukele, dei quali spera di replicare lo stesso exploit politico, e Roberto Sánchez (Juntos por el Perú, sinistra).Quest’ultimo, ritenuto l’erede dell’ex presidente Pedro Castillo, sarebbe al momento in lieve vantaggio sull’esponente di estrema destra per guadagnarsi il secondo turno, ma la situazione può cambiare da un momento all’altro.
Almeno fino a qualche giorno fa sembrava invece certo il ballottaggio in seno all’estrema destra tra Keiko Fujimori e Rafael López Aliaga. Le votazioni sono state caratterizzate da diverse irregolaritàe gestite con molta approssimazione, tanto che, a seguito di problematiche di vario tipo, l’orario di chiusura delle urne è stato posticipato alle 18 di lunedì scorso. Sono stati oltre cinquantamila, infatti, i cittadini che, nella zona sud della capitale Lima, non hanno potuto votare per il ritardo nell’apertura di 211 seggi dovuto, secondo l’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe), a problemi nella distribuzione del materiale elettorale. A pagare è stato uno dei dirigenti dell’impresa a cui lo stesso Onpe aveva delegato l’organizzazione logistica del voto, arrestato dalla polizia.
La frammentazione della rappresentanza politica, che ha portato ad aspirare alla presidenza del paese ben 35 candidati, è il sintomo del caos in cui versa il Perù, nonché sinonimo di un paese totalmente alla deriva. Dalla scheda elettorale più grande che gli elettori abbiano mai avuto, spiccano anche, tra gli altri, il comico Carlos Álvarez, che ha guadagnato poco meno del 10% delle preferenze salendo agli onori della cronaca in qualità di imitatore della presidenta golpista Dina Boluarte r Alfonso López Chau (Ahora Nación, centrosinistra).
Come previsto, nessuno dei candidati si è avvicinato al 20% dei voti in elezioni segnate da una evidente e altrettanto prevedibile atomizzazione dei pretendenti alla presidenza, frutto della disillusione, della mancanza di fiducia degli elettori e di una instabilità seguita alla destituzione diPedro Castillo, avvenuta 4 anni fa, nel 2022, dopo che, poche ore prima aveva annunciato lo scioglimento del Congresso e il voto anticipato nel giorno in cui i deputati avrebbero dovuto votare il suo impeachment con l’accusa di corruzione a seguito di una persecuzione giudiziaria iniziata fin dai primi mesi della sua presidenza. Furono i suoi stessi ministri a rassegnare le dimissioni mentre le opposizioni parlavano di auto-golpe. La destituzione fu votata con 101 voti a favore contro due.
Dopo Castillo sono venuti Dina Boluarte, travolta dalle accuse di corruzione nell’ambito del cosiddetto Rolexgate e il cui governo è stato caratterizzato da una violentissima repressione delle organizzazioni popolari e José Jerí. La parabola discendente di quest’ultimo, a sua volta alla guida del paese per soli 4 mesi, dallo scorso ottobre, era iniziata in piene festività natalizie: era infatti il 26 dicembre quando aveva incontrato in un ristorante di Lima l’imprenditore cinese Zhihua Yang. L’intenzione del presidente, destituito ad ampia maggioranza dal Parlamento per traffico di influenze, era quella di mantenere del tutto riservato l’appuntamento con l’imprenditore, ma pur essendo entrato nel locale con un cappuccio in testa allo scopo di non essere riconosciuto, era stato tradito dalle telecamere.
Fino al 28 luglio, quando il paese avrà un nuovo presidente, ci sarà, in qualità di traghettatore, José María Balcázar, l’ottavo mandatario negli ultimi dieci anni.
È in questo contesto che l’estrema destra, prima del temporaneo e sorprendente sorpasso di Roberto Sánchez su Rafael López Aliaga, sperava di portare due suoi esponenti al ballottaggio (Keiko Fujimori è al 4° tentativo di guadagnare la presidenza del paese) poiché, anche prima della presidenza Castillo, l’instabilità politica l’aveva fatta da padrona.Nel 2018 Pedro Pablo Kuczynski non riuscì a concludere il mandato.Do po di lui, per brevi periodi, si alternarono Martín Vizcarra, Manuel Merino, rimasto in carica per meno di tre giorni, e Francisco Sagasti, tutti fortemente contestati, al pari di Dina Boluarte, da imponenti manifestazioni popolari.
Keiko Fujimori(Fuerza Popular) e Rafael López Aliaga(Renovación Popular)si erano presentati entrambi come alfieri della repressioni, come se già il fujimorismo non l’avesse adottata sotto “el Chino”, macchiatosi di crimini di lesa umanità, sterilizzazioni forzate delle donne indigene, massacri gratuiti e numerosi episodi di corruzione. Albertio Fujimori se ne è andato l’ 11 settembre 2024 all’età di 86 anni, senza mai chiedere scusa, anzi. Per lui l’allora presidenta Dina Boluarte aveva dichiarato il lutto nazionale, un ulteriore insulto alla memoria ed una prepotente rivendicazione dei delitti come una modalità di agire politico che non riconosce i diritti umani.
Sono in molti, tra i politologi, ad aver previsto nei giorni precedenti al voto che la maggioranza, assai relativa, degli elettori avrebbe finito per spostarsi verso le destre radicali che, peraltro, pur avendo cercato di presentarsi come anti-sistema, con tutta evidenza non lo sono, visto che entrambi i contendenti sono da tempo in politica. Non è un caso che il salvadoregno Bukele sia uno dei presidenti latinoamericani maggiormente ammirati dai peruviani.
Rafael López Aliaga, che ama definirsi il “Trump’ limeño”, esponente dell’Opus Dei e apertamente schierato con i movimenti Pro-Vita, ha già dichiarato che, in caso di mancato raggiungimento del ballottaggio, non riconoscerà il risultato delle urne. Arrivato terzo alle presidenziali del 2021, aveva deciso di non ricandidarsi alla guida della capitale proprio per puntare alla presidenza del paese tramite slogan assai simili a quelli di Bukele. ll suo principale cavallo di battaglia, in campagna elettorale, è stato rappresentato dalla minaccia di costruire carceri nelle zone più remote dell’Amazzonia peruviana per combattere la criminalità organizzata, promettendo perfino la fucilazione dei suoi esponenti di spicco.
Il mancato raggiungimento del ballottaggio, per lui, rappresenterebbe un fallimento totale, soprattutto perché Roberto Sánchez, se riuscisse davvero a raggiungere il secondo turno, è espressione di quel voto rurale e indio che Aliaga disprezza.
Aldilà delle posizioni dei singoli candidati, il caos elettorale peruviano è sintomo di una classe politica completamente sfiduciata dalla cittadinanza, dove la dispersione del voto è tale che, chiunque divenga presidente, sarà in ogni caso espressione di una crisi politica irreversibile.
In questo contesto, emerge inoltre la differenza nell’espressione del voto tra Lima, dove la maggioranza dei voti è andata alle destre, e l’interno del paese, dove a raccogliere più consensi sono stati i candidati di sinistra, per quanto presentatisi divisi in almeno quattro formule presidenziali e arrivati all’appuntamento elettorale in maniera assai confusa. Al contrario, a destra come a sinistra (dove una candidatura unica sarebbe riuscita probabilmente a guadagnare almeno il 30% dei voti) hanno prevalso le logiche personalistiche su quelle politico-ideologiche.
Gli analisti politici hanno definito gli oltre trenta anni di neoliberismo peruviano come il principale responsabile di una crisi politica persistente di cui è frutto anche la fallimentare gestione del processo elettorale contro il quale, alcuni dei candidati sconfitti, presenteranno sicuramente ricorso.
Nel frattempo, in attesa del verdetto finale che uscirà dalle urne, i peruviani restano con il fiato sospeso.
David Lifodi *
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l’Università di Siena. Nel mio lavoro “ufficioso” collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina.
Il Nuovo Ordine Mondiale arriverà. Per adesso regna il Caos
Non è escluso che il 2026 finisca come il 2008, con una profonda recessione. Dall’inizio del Covid sono passati appena 6 anni. Quando un impero che scende (USA) non accetta che un altro (Cina) salga, la guerra è inevitabile. Ma non quella aperta che gli USA sanno di perdere, ma quella “a pezzi” di cui parlò profeticamente Papa Francesco. Rimango convinto che Trump non sia demente, ma cerchi di portare avanti un piano (demenziale) per predare risorse e non far crollare il dollaro; chi si oppone diventa nemico.
Non c’è però possibilità di successo perché troppo debole è l’economia americana e troppo forti (e ora anche alleati) i Brics. E per la stessa UE, finchè non prenderà atto che il mondo è cambiato e si sta de-occidentalizzando, sarà “pianto e stridor di denti”, con crescente immiserimento dei suoi cittadini.
Per il Fondo Monetario, se la guerra in Iran si fermasse adesso, il Pil in Italia crescerebbe dello 0,5%, ma è improbabile che ciò accada e a maggio vedremo già l’inflazione alzarsi in piedi, il dollaro e le borse vacillare. Ne stanno approfittando la Cina e la Russia, e la guerra finirà col far pagare il dazio per Hormuz (fissato ora a 2 milioni di dollari per petroliera) in yuan digitale o criptovalute.
Può essere anche che Trump accetti il dazio (se va in parte agli Usa), essendo in bolletta e dovendo uscire da una guerra disastrosa in cui si è cacciato. Dal 2023 i paesi arabi del Golfo accettano in quantità crescenti pagamenti in yuan dalla Cina e la Francia ha spostato proprio questa settimana 129 tonnellate di oro dagli Usa a Parigi (abbiamo preso in giro la Meloni ma faremmo bene a farlo anche noi). La Cina ha avviato un sistema di pagamento internazionale (CIPS) alternativo a quello dominante americano (SWIFT) e da gennaio a marzo 2026 i pagamenti internazionali su quel circuito sono raddoppiati (da 2.580 miliardi di dollari a 5mila).
Ormai sono molteplici i segnali dell’erosione del dollaro. La Cina dal 1° maggio blocca le esportazioni di acido solforico e frena quelle di nickel e rame. La Russia ha vietato l’export di elio (3° produttore dopo Usa e Qatar) che serve ai microchip e risonanza magnetica. La Cina vuole accreditarsi come il saggio contro quel matto di Trump.
il Minsky moment si avvicina
E si avvicina il Minsky moment, quel momento in cui avviene una svolta radicale che sarà sia geopolitica che di Nuovo Ordine Mondiale. E’ penoso (e anche ridicolo) leggere sui nostri media invettive contro l’Iran che vuol far pagare un dazio a chi passa sullo stretto di Hormuz, in nome della sacra libertà di navigazione, come se non fosse da secoli che i paesi occidentali (UK e USA in primis) fanno pagare dazi al resto del mondo e come se Trump non avesse introdotto un anno fa una raffica di dazi contro tutti.
Al solito la “libertà” viene invocata solo quando sono in pericolo i nostri affari…e il resto del mondo “registra” il fare occidentale (doppio standard, lingua biforcuta) non solo degli Stati Uniti ma dell’Europa. Vedremo quando la UE si sveglierà a forza di strattonate di Trump. Intanto è tutto uno spiegare le mosse di Trump come se fosse solo un demente, bugiardo e cialtrone. Sarà anche vero ma si nascondono le ragioni profonde della debolezza degli Stati Uniti, che sono alla radice delle sue mattane.
Già abbiamo scritto che nel 1° anno Trump non è riuscito coi dazi a mitigare il disastroso deficit commerciale, così come il debito pubblico ormai stellare. Il dollaro si va svalutando sull’euro (1,18) e l’occupazione manifatturiera cala ancora (-75mila negli ultimi 12 mesi).
L’economia Usa, al di là delle borse che ancora volano (ma vedremo tra un mese o due), è sempre più debole e chi sta così gioca all’azzardo, come attaccare l’Iran o il Papa americano, pur sapendo che ci sono 92 milioni di iraniani e 50 milioni di cattolici americani.
Questi segnali c’erano anche prima della guerra in Iran. Il tasso di Occupazione USA, che era 61,1% nel 2019, crollato col Covid nel 2020, ha ripreso a salire nel 2022 fino al 60,4% del novembre 2023. Poi è rimasto stabile (era 60,1% in gennaio 2025 all’insediamento di Trump) ed infine ha ripreso a calare (anche negli ultimi 15 mesi di Trump 2) ed è oggi al 59,2%.
In valore assoluto è cresciuto quasi sempre per la fortissima immigrazione, ma si noterà che negli ultimi 15 mesi l’occupazione si è fermata e comunque il dato che conta è il tasso di Occupazione (Occupati su Popolazione 20-64 anni), che cala.
Nel primo anno di Trump 2 l’occupazione cresce poco (368mila unità +0,23%), a differenza degli anni di Biden, a conferma che l’età dell’”oro”, come voleva far credere Trump, non è iniziata.
Nella manifattura l’occupazione è scesa tra marzo 2025 e marzo 2026 di 75mila unità, a conferma che per re- industrializzare l’America ci vorranno anni. Un problema grande come una casa anche per l’Europa che ora si accorge che la sua manifattura è troppo debole e corre ai ripari varando una direttiva UE per tornare nella manifattura dal 17% degli occupati al 20% (ma i buoi sono già usciti dalla stalla…).
Aver decretato troppo presto (sia in Usa che in UE) la fine della manifattura e l’arrivo delle magnifiche sorti e progressive dell’Intelligenza Artificiale ha fatto dimenticare che l’AI si applica soprattutto alla Manifattura, il settore dove sono alti i salari e la produttività, tranne quelli dei professional che così migrano nella finanza.
Ma torniamo all’occupazione della nostra America. Dove cresce? Solo in pochi settori terziari: accoglienza e ospitalità (+150mila), altri servizi (+53mila) e sanità ed educazione (+773mila). Altrove è tutto un calare (edilizia esclusa, +44mila). Dunque tutta la crescita è dovuta alla sola sanità e assistenza sociale.
Come mai è cresciuta così tanto? Gli Stati Uniti sono diventati socialisti e allargano il loro welfare pubblico? No, perché tutta la sanità è privata. Se cresce vuol dire che le polizze assicurative di quei 270 milioni di americani che le pagano (70 milioni sono poveri e non se le possono permettere) stanno crescendo. Come mai?
Lo spiega uno studio di D. Autor e M. Duggan (A Fiscal Crisis Unfolding) che ha appurato che l’80% degli americani adulti non anziani sta avendo un numero crescente di malattie mentali o fisiche inabilitanti dovute a 3 fattori: 1) le leggi che hanno abbassato la soglia per ottenere i benefici per lavoratori con mal di schiena, artrite, malattie mentali; 2) benefit fiscali per i disabili che hanno incentivato i lavoratori a chiedere i sussidi; 3) un aumento delle donne lavoratrici che ha ampliato le richieste.
In sostanza anche in America c’è una crescita costante dei fabbisogni sanitari in una popolazione che è sempre più anziana, sempre più obesa (20% sul totale, max al mondo) con 89 kg. in media (+ 7 kg. a testa in 20 anni), che fa crescere la spesa anche se il welfare americano (che è solo per over 65 anni) non è certo come quello europeo.
Vale quindi quello che ha scritto Emmanuel Todd in “La sconfitta dell’Occidente” (ed. Fazi, 2024), cioè che il PIL USA è sopravvalutato, in quanto la produzione fisica reale di merci e servizi è una piccola percentuale del PIL totale che viene gonfiato da servizi, come appunto la sanità, dove gli stipendi sono doppi/tripli di quelli europei. Ma non è aumentando le retribuzioni di sanitari, avvocati e finanzieri che i Paesi crescono. E’ una finzione contabile che copre la dipendenza degli Stati Uniti dal resto del mondo, e che si manifesta con un deficit commerciale enorme ed un altrettanto enorme debito pubblico.
La globalizzazione, orchestrata paradossalmente proprio dagli Stati Uniti, ha minato la sua egemonia industriale e le stesse armi oggi hanno bisogno non solo delle terre rare cinesi ma anche di una manifattura che le produca, ma che è stata delocalizzata in Asia. Ovviamente l’America non è al tappeto, ha gas, petrolio, le big tech dell’Intelligenza Artificiale e una colossale armata navale dispiegata in 190 paesi del mondo. Ma fatica sempre più a stare in piedi a causa della Cina (e della Russia) che le tolgono la terra sotto i piedi.
Si potrà notare che negli Stati Uniti l’occupazione di sanità e scuola sul totale occupati è maggiore dell’Italia (17,1% vs 15%), ma sul PIL pesa molto di più in quanto la sola sanità pesa per il 18,8% contro il 6% dell’Italia. Non essendo possibile valutare i prezzi dei servizi si calcano per il PIL i costi che in America sono in termini reali doppi/tripli dei nostri, essendo là gli stipendi reali del personale (infermieri, medici,…) doppi-tripli dei nostri, e maggiore l’occupazione amministrativa, in quanto le assicurazioni comportano una quota enorme di contese coi clienti, curate da impiegati e avvocati.
Occupazione e remigrazione
I MAGA vorrebbero rinunciare all’immigrazione di massa per una “remigrazione” che anche da noi fa proseliti, ma se. l’occupazione Usa è salita dai 57 milioni del 1950 ai 163 del 2026, è dovuta tutta alla crescita della popolazione dovuta agli immigrati (da 151 milioni ai 347). E’ come se l’Italia fosse salita dai 46 milioni del 1950 a 110 di oggi. La crescita non è dovuta ai tassi di fecondità americani (1,6 figli per donna) che sono poco più alti di quelli italiani (1,2), ma ad una costante immigrazione di massa.
Trump e Maga vogliono farne a meno. Ma come faranno le migliaia di multinazionali? Nelle big tech i professional sono per il 40% stranieri, gli STEM workers il 25% (di cui un terzo indiani). Come farà America ad essere GREAT senza di loro? E come farà senza i milioni di non qualificati che puliscono le città, i cessi, portano il sushi a casa e fanno la manutenzione del paese a basso costo? Mistero.
Nell’inverno demografico dell’Occidente avrà un futuro solo chi saprà gestire una immigrazione legale ed ordinata. Senza immigrati o con una immigrazione illegale di massa sarà catastrofe. Chi non vuole immigrati deve spiegare come pagherà le pensioni, la sanità e i molti sussidi di cui godiamo in Occidente. Cosa succederà quando non avremo più lavoratori nativi sufficienti a pagare imposte e contributi?
Dopo anni in cui al posto delle merci si stampavano dollari è arrivato Trump a dire: “se facciamo guerra alla Cina, dopo il primo mese dobbiamo chiedere a loro di darci le munizioni…”. Da qui nasce l’idea di riportare la manifattura a casa e predare quel che si può nel mondo e più dagli amici che dai nemici (secondo un vecchio adagio). La Cina lo sa e aspetta in silenzio, com’è nella cultura confuciana più che comunista, di cui sono impregnati i “mandarini” che governano.
Idem fa la Russia, che aspetta che la UE si sveni nel finanziare la vittoria impossibile di Zelensky, l’ultimo amico della Meloni. Altro che età dell’oro promessa da Trump. Quella che si profila (senza immigrati, senza manifattura, senza il privilegio esorbitante del dollaro, con enormi deficit commerciale e di debito pubblico) è l’età della scarsità. Ma non solo per gli americani: a ruota ci siamo noi europei, trasformati in una plebe che vive del lavoro cinese e del resto del mondo (paesi che non hanno problemi di immigrazione nei prossimi 20 anni).
Corporate America è più debole di quanto non si dica e le politiche predatorie di Trump non sono solo follia, ma un tentativo disperato di portare a casa risorse che oggi il dollaro non ha e di cui ha necessità. Chi pensava (UE) di avere un grande capo (seppure solo al comando) si ritrova con un pugno di mosche e dovrà ripensarsi nel mondo.
Cover:Yann Caradec su licenza creativecommons
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Ma io dico, voi, si proprio voi, mica ci siete nati alla fine degli anni ’60 in borgata, anzi forse neppure sapete che esistono (esistevano?) le borgate. Quelle zone non troppo lontane dal centro che si assomigliavano un po’ tutte, ognuna con le sue peculiarità e differenze, ognuna con una polvere popolare dove pure i respiri erano proletari.
Ecco in una di quelle borgate, a meno di tre chilometri dal centro storico sono nato io, siamo nati noi, tra la fine dei ’60 e gli inizi degli anni ’70. Ne ho già scritto troppo, ma ancora non ho finito e vorrei brevemente parlare dei superstiti, dei sopravvissuti, dei bambini di quegli anni, che a 5 anni già bazzicavano in cortile da soli e che hanno conosciuto prima la strada che l’asilo. Pochi, pochissimi premi Nobel, ma moltissimi premi di partecipazione, con superamento di prove degne del reparto psichiatrico infantile di Aguscello.
I covi, i nidi dove nuvole di pescegattini creavano il loro biotopo erano i cortili, un dedalo di cortili, divisi da reti, cancelli, muri, tutti assolutamente valicabili e assaltabili. Lo spirito di corpo era talmente presente che il campanilismo era tra palazzo e palazzo, tra balcone e balcone, era un continuo tutti noi, contro tutti loro, dove il loro e il noi si modificava giornalmente.
Lotte, guerre, prove di coraggio e il pallone, ma di quello ho già parlato troppo e mi ci soffermerò poco, mentre vorrei parlarvi dei riti di passaggio e delle battaglie, più vere che simulate.
Prove di coraggio:
Il nostro palazzo aveva un passo carraio che dava accesso al cortile interno dove c’erano i garage. Ecco quel passo carraio aveva un fondo di pavimentazione simil industriale rilevata dal piano campagna di alcuni centimetri, pochi ma sufficienti al rito. La prova consisteva nello sdraiarsi a pancia in su proprio su quel piccolo scalino, il bacino dell’iniziato doveva stare giusto sul dislivello. Il maestro di cerimonia doveva tenere le gambe stese del neofita dalle caviglie, mentre il “capro” doveva starsene il più rilassato possibile nella sua scomoda posizione. Senza nessuna formula di rito e soprattutto senza preavviso, il maestro tirava a sé l’iniziando con un con un breve strattone. L’iniziato normalmente gemendo dal dolore si alzava con il marchio sulla schiena di due puntini arrossati o sanguinanti. Il rito era completato, il bambino era diventato a tutti gli effetti un adepto. Ignoranza? Tanta. Possibilità di farsi male sul serio? Si certo, ma senza rischio non c’è divertimento, si pensava allora, quando eravamo immortali.
Un’altra prova, diciamo più canonica, ma non meno ebete era saltare stando in piedi dalla copertura di un garage e planare sulla ghiaia del cortile. Rischio di farsi male? Tanto. Divertimento? Pure tanto. Mille erano le variabili, il tetto esempio poteva essere lo stesso, ma la zona di lancio no, mi ricordo di un salto da seduto a scavalcare una cancellata e atterraggio sul fondo in un cortile asfaltato ad una altezza non inferiore ai tre metri. Oppure il lancio, in notturna sempre dalla copertura di un garage, ad aggrapparsi ad un cristo “stendi panni”, con semi volteggio e atterraggio alla Yuri Chechi. Non ci credete? Beh chiedete a chi c’era.
Quello di sfidare i grandi, stuzzicarli e poi scappare era un grande divertimento, bastava non farsi prendere, e nel caso di “torture” mai parlare.
Battaglie, guerre e combattimenti:
Partirei in assoluto dalla più idiota e pericolosa, la battaglia con le cambrette. Non sapete cosa sono le cambrette? Ecco, sono chiodi a piegati ad u a due teste, utilizzate in quegli anni per fissare al muro cavetti elettrici o telefonici privi di canalina o tubi. Materiale che ogni papà aveva nella cassetta degli attrezzi. Bene, prendete ora un elastico di quelli gialli non più grande di dieci centimetri, create due asole alle due estremità? Fatto? E ora colla vinilica a go-go … no, non c’entra un cazzo, ma mi era venuto un Art Attack. Quindi creata l’arma, per meglio dire la fionda, inserite le estremità sul pollice e sull’indice e prendete la cambretta. E ora? E ora tiratela contro i nemici, tra balcone e balcone, tra cortile e balcone, tra cortile e cortile. Abbiamo smesso, quando su “consiglio” degli adulti dopo il ferimento di uno di noi con una cambretta conficcata nel sopracciglio, ci fu gentilmente richiesto di ficcarci i chiodini dove non batte il sole e smetterla. Obbedimmo.
Guerre tra cortili, innumerevoli e cruente. Il nostro era un cortile asfaltato, quello dirimpetto invece era ghiaiato. In pratica era come se le armate di Vega attaccassero San Marino; quindi la strategia militare era sempre la stessa, per i primi quindi minuti i più sprezzanti o ignoranti (io ero sempre in prima linea) dovevano sfottere in campo aperto gli avversari, in modo da farsi prendere a sassate. Quando anche il nostro cortile era ricoperto dalle munizioni avversarie, cominciava il contrattacco e spesso l’invasione, scavalcando una cancellata di ferro arrugginita che in caso di ferita occorrevano undici antitetaniche per evitare infezioni. Zuffa e rientro alla base, più o meno integri.
Le armi potevano variare, al posto dei sassi i fiondini, elastici creati con fette di camere d’aria per biciclette, oppure Bolas, l’arma finale. Per creare una Bolas occorreva una catena di fiondini di 30-40 cm, poi, si rivestiva una palla di carta arrotolata e pressata sempre con rondelle di camere d’aria e la si fissava alla catena e l’arma era fatta. I killer al posto della carta mettevano un sasso col diametro di 5 – 6 cm, ma lì si parla di professionisti del crimine ed è meglio sorvolare.
La cerbottana o ciri. C’era gente che aveva talmente dimestichezza con l’attrezzo che i nativi dell’Amazzonia venivano ad imparare la tecnica nel mio cortile. Intanto, la ciri del tabaccaio o del Bazar era roba da pivelli ricchi, noi utilizzavamo le aste delle bandierine della Spal, che altro non erano che tubo in plastica RK per elettricisti. La misura giusta era quaranta cm, alcuni coi polmoni di Samanta Fox utilizzavano anche pezzature più lunghe. Le munizioni erano le pirole, in diverse varianti, semplici, alla veneziana o con spillo in punta. Si tagliavano strisce di fogli di quadernone di 4 cm per 20, ancora meglio se la carta era patinata, tipo “Gente”, “Panorama” o “Sorrisi e Canzoni”, cinquanta sessanta strisce erano il quantitativo giusto per andare in battaglia tranquilli di non restare senza munizioni. Il tempo che ci mettevamo per arrotolare, caricare, tagliare le eccedenze e soffiare era inferiore a quello che ci metteva Bob Marley a rollare un joint. Le variabili, come dicevo sopra erano: la pirola semplice, con punta affusolata, alla veneziana con punta ripiegata e rileccata per aumentare il danno e quella con lo spillo … vedasi le Bolas col sasso, per professionisti del crimine, e quindi non descrivibili.
Arrampicata “sportiva” o raccolta del pallone in qualsiasi condizioni. Per qualsiasi condizioni intendo proprio qualsiasi. A me è capitato di arrampicarmi sui balconi del primo piano, abbastanza di frequente, ero già un metro e ottanta a dodici anni (li poi sono rimasto), e quindi con una buona elevazione quale avevo mi attaccavo alla soletta del terrazzo e a forza di braccia mi ergevo oltre il parapetto a raccogliere il boccio. Mi è pure capitato, più di una volta di arrampicarmi al secondo piano, raccogliere il pallone e salvare la giornata di un nugolo di ragazzini. Il balcone del secondo piano era il mio, mi sarebbe bastato suonare e la nonna mi avrebbe buttato il pallone, ma come avrei fatto a dare mostra della mia immane ignoranza alla banda di ciroli di cui io ero il comandante supremo? Anche i tubi delle grondaie erano appigli idonei per arrampicare. Cancellate, muri, reti divisorie, per salvare il pallone si rischiava la vita, no, non è una metafora, si affrontavano cani a due teste e orchi buca palloni. Perché quel super Tele o quel Tango erano il centro del nostro mondo.
Non finirò mai di scrivere di quel mondo antico, forse perché non riesco a scrivere d’altro o forse perché ne ho una nostalgia bastarda e molti, anche attempati, non sanno di cosa parlo.
Foto di copertina wikimedia commons
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Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto all’Unione Europea di allontanarsi da Israele, sostenendo che Tel Aviv non rispetta più i diritti umani e il diritto internazionale.
La proposta è che l’UE ritiri l’Accordo di associazione UE-Israele, che è alla base delle relazioni commerciali e politiche tra l’Unione e Tel Aviv dal 2000.
Non una dichiarazione generica, ma una proposta politica concreta che arriverà martedì sul tavolo dei ministri degli Esteri europei.
È una presa di posizione netta, rara e per questo scomoda. Ma è anche una presa di posizione necessaria.
In cosa consiste l’accordo UE-Israele?
In breve, l’Unione Europea tratta Israele come un partner privilegiato, gli garantisce vantaggi commerciali, cooperazione scientifica, dialogo politico rafforzato.
In cambio chiede una cosa fondamentale: il rispetto dei diritti umani.
Questo non è un dettaglio scritto in piccolo. È il cuore dell’accordo stesso. Senza quel rispetto, l’accordo perde senso.
Qui arriva la domanda che Sánchez pone con brutalità politica: può l’UE continuare a considerare Israele un partner mentre Gaza viene devastata, i civili muoiono a migliaia, gli aiuti umanitari vengono ostacolati e il diritto internazionale ignorato?
Da anni Israele gode di una sorta di immunità politica in Europa. Condanne verbali, “preoccupazioni”, “inviti alla moderazione”.
Ma nei fatti, nulla cambia: gli accordi restano intatti, le relazioni continuano come se nulla fosse.
Sánchez rompe questo schema. Dice una cosa semplice e comprensibile a chiunque: se violi sistematicamente i diritti umani, non puoi essere trattato come un partner affidabile.
Vale per la Russia, perché non dovrebbe valere anche per Israele?
Criticare il governo israeliano significa rifiutare l’idea che tutto sia permesso, che ogni azione militare sia giustificabile, che le vittime civili siano un “effetto collaterale” accettabile.
Sánchez non parla da ideologo. Parla da capo di governo che richiama l’Europa ai suoi stessi principi: legalità internazionale, tutela dei civili, rifiuto delle punizioni collettive.
La proposta spagnola mette l’UE davanti a una scelta che non può più rimandare. Continuare con l’ipocrisia, oppure ammettere che i valori europei non possono essere selettivi. Non possono valere solo quando è politicamente conveniente.
Sospendere l’accordo non ferma da solo il genocidio. Ma manda un messaggio chiarissimo: l’Europa non è complice. Il rispetto dei diritti umani non è uno slogan, ma una condizione reale.
Questa posizione dà fastidio perché rompe equilibri e costringe governi a prendere posizione. Perché smaschera anni di doppio standard. E perché dimostra che un leader europeo può ancora dire: “Basta”.
In un’Europa incerta, Pedro Sánchez sceglie il coraggio politico. E lo fa parlando una lingua che tutti possono capire: quella della responsabilità.
Se l’Unione Europea non è capace di sospendere un accordo quando i suoi valori vengono calpestati sotto le bombe, allora a cosa servono quei valori?
È questa la domanda che Sánchez pone. Una domanda che riguarda tutti noi.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
Nella cala tranquilla
Scintilla,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?
…
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
…
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
…
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
Come un cristallo.
(G. D’annunzio, L’onda, Alcyone, Mondadori, Milano 1988, 178-179).
La Pasqua somiglia, ai miei occhi, come un abissale e oscuro sprofondarsi d’onda non senza il suo innalzarsi per l’incalzante vento d’oriente. Mai l’uno senza l’altro: movimento d’onda.
L’onda è il mare, e il mare si è fatto piccolo nell’onda come il Cristo nella sua Pasqua. La Parola di Dio, come un mare, si è abbreviata, e da mare si è fatta onda, parola d’uomo, per raggiungere la riva di un’umanità terrosa.
Gesù a Pasqua è così: onda di misericordia, scrive il diacono e poeta Efrem il Siro: «Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità. Siano rese grazie alla sorgente d’onda inviata per la nostra propiziazione… La tua misericordia, nel tuo giorno, ci ha inondato, mio Signore. Facci conoscere il tuo giorno più di tutti gli altri giorni!… Dio, nella sua misericordia, si è chinato ed è sceso, per mescolare la sua clemenza alle acque». (Efrem Siro, Inni sulla Natività e sull’Epifania, Paoline, Milano 2003; 148-149; 165; 473).
In questo movimento il mare non è diminuito, né l’onda ha perso la sua consustanzialità marina: il mare è l’onda.
Di fede n fede come onda da onda, il vangelo migrante
Credere a Pasqua è riconoscere l’altro come degno di fede, affidabile nella prossimità, che custodisce e accompagna senza prevaricare. Questo è quanto sperimenta Tommaso che aveva chiesto di vedere del Risorto, non la gloria, ma i segni gloriosi del suo “esistere per” e del suo patire, quelli dei chiodi nelle mani, nei piedi, la ferita del costato.
Egli domandava di ritrovare quell’umanità di Dio che in Gesù aveva condiviso tutto con gli ultimi, gli oppressi, gli abbandonati. Egli riconosce che la sua presenza è ancora lì con loro ed anche coloro che verranno dopo potranno dire come lui la loro fede: “sei tu Signore ti riconosco”.
Pasqua è così: quel movimento che sempre incalza la nostra fede, un movimento di fede in fede a partire da Gerusalemme, dalle donne al sepolcro, da Tommaso e poi da tutti coloro che “non hanno visto ma hanno creduto”; quelli che hanno riconosciuto la presenza del Risorto là dove si rialza chi è caduto, si cura chi è ferito, si ospita lo straniero, dovunque si continua a spezzare il pane sulla mensa della propria vita, come aveva fatto lui con loro.
Pasqua è quel movimento operante come l’onda, non solo nella sua verticalità profonda, ma pure nella sua orizzontalità, il suo incalzare avanzando, che abbraccia, nel presente, memoria e futuro: sull’orizzonte del mare nasce sempre una nuova onda. La Pasqua e il suo annuncio – «So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto» – sono ciò che continuamente ci fa partire e da bocca a bocca risuona quello che sta nel cuore: «mia gioia il Signore è risorto». A Pasqua si riapre una via nel mare della disumanità, “un sentiero tra le onde” direbbe ancora Efrem.
Movimento incalzante quello della Pasqua. Fin dal mattino si dice che le donne vanno in fretta al sepolcro e l’angelo nunziante le incalza dicendo: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È Risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”». Poi, quando Gesù va loro incontro le invia di nuovo ad andare dai suoi fratelli.
Nel racconto dell’esodo, la prima Pasqua, al popolo schiavo in Egitto viene chiesto di mangiare l’agnello pasquale in fretta «con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore».
Giunto al mar Rosso il Signore, rincalza le onde: «durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto e le acque si divisero». Così allo stesso modo lo spirito del Risorto incalza le onde della fede verso Cristo che precede sempre e riapre sempre di nuovo una strada al vangelo della pace.
L’amore prende con sé
C’è un altro movimento che rinasce a Pasqua: quello degli affetti, l’affectus fidei, l’onda degli affetti. Nelle parole di Gesù riportate da Giovanni: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32) ritroviamo il gesto che ricapitola tutta la sua vita quello del “prendere con sé”. Ad esso il mattino di Pasqua corrisponde l’affectus fideidelle donne, quello del saluto orientale della proskýnesis (dal greco proskynéō, “inviare un bacio”), quel sentimento che le porta ad abbracciargli i piedi, come a loro volta a volerlo “prendere con sé”, nell’abbraccio della loro fede.
Anche nel racconto di Emmaus ci viene narrato un altro prendere con sé, ma questa volta è detto a uno straniero che si era accompagnato ai due discepoli lungo la via nella notte: «Egli fece come se volesse andare oltre. Essi gli fecero forza, insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc 24,29). L’invito incalzante equivale al gesto di “prendere con sé”.
Queste parole, per noi, vengono facili a dirsi, sapendo già in precedenza chi si sta invitando con noi. Ma per i due di Emmaus non è stato così. L’invito è rivolto a uno sconosciuto, un forestiero incontrato nella notte. Come a dire che il Maestro, la sua compassione, continuavano a vivere in loro, a restare loro vicino attraverso quell’ospitalità aperta a tutti che Gesù aveva vissuto insegnato e condiviso con i suoi prima della Pasqua.
Diranno poi: «Non ardeva il nostro cuore dentro di noi, mentre egli ci parlava per la via e ci apriva le Scritture? In quello stesso momento si alzarono e ritornarono a Gerusalemme, dove trovarono gli undici e quelli che erano con loro riuniti insieme».
Vivere la Pasqua è ritornare ospitali nella città, sentire la pena per altri cuori
Scrive don Primo Mazzolari: «Ma se per noi, che ci scordiamo di tenere il posto dei personaggi evangelici, il pellegrino è già il Signore, per i due è ancora il forestiero. Noi gli diciamo di restare per il bene che vogliamo a noi stessi, ma i due lo sforzano a rimanere perché hanno pena di lui, che di notte vuole avventurarsi lungo strade malsicure. Son degli smarriti, ma da quando il pellegrino ha parlato, avvertono la pena di un altro cuore e possono ospitarla nel loro povero cuore.
La notte è paurosa per chi deve continuare la strada, non per chi è arrivato. Un uscio stava per aprirsi, una casa li avrebbe accolti, un po’ di fuoco, un po’ di pane, facce sicure. Lo invitano quindi a restare, offrendogli l’ospitalità in una maniera così delicata che par quasi ch’essi la ricevano da lui, s’egli accondiscende a rimanere.
Gli avvenimenti avevano consumato la loro fede: il messia era stato inghiottito dal sepolcro tre giorni prima: ma qualcosa del maestro era rimasto in loro e si era ravvivato lungo il cammino mentre quegli parlava… Invitando il forestiero a rimanere, i due sentivano di rendere un omaggio alla memoria del maestro: era la maniera più giusta di commemorarlo, di averlo vicino ancora, di stargli ancora insieme. La loro anima ritornava ospitale: avevano pietà del Cristo povero, del Cristo pellegrino che camminava nella notte verso una mèta ignota…
Ospiti anch’essi di qualcuno, avrebbero chiesto per lui o pagato il taverniere per lui, proprio come il samaritano. Gli avrebbero fatto posto, come a uno di loro e secondo il comandamento della carità, offerto il pane. Non è il pane della carità che viene benedetto e spezzato da due mani trafitte nel gesto che mostrerà nel forestiero il vero volto del Figliuolo dell’Uomo? Perché questo è appunto lo splendore del mistero del pane: il Cristo visto, sentito, amato, adorato in ogni creatura», (Tempo di credere, Dehoniane, Bologna 1977, 153-155).
Non saprei dire quanti nella nostra città hanno fatto Pasqua, ma sono certo che quanti partecipando o non partecipando alla veglia pasquale e alla celebrazione della domenica di risurrezione hanno saputo dire al forestiero tra noi le parole dei due di Emmaus: “resta con noi perché si fa sera”; essi, credenti e non, hanno incontrato il Cristo della Pasqua e praticando l’ospitalità sono stati ospitati dal Cristo povero, dal Cristo pellegrino che cammina ancora per le vie della città cercando i suoi fratelli.
Certamente, tra di loro, sono i volontari dell’unità di strada della Caritas, gli scout, i Cittadini del mondo e quanti si sono presi a cuore i residenti sfollati dal grattacielo dicendo loro “restate con noi”.
La fede a Pasqua come barca che non teme l’onda
Narra l’evangelista Marco: «Gesù salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: “Salvaci, Signore, non t’importa che moriamo!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di poca fede?”».
La barca non teme l’onda
né la luna che viene e va
né il salire e scendere la prua
incalzando l’onda
in quel mare non sprofonda
Inquieto mozzo
perché t’affanni?
se non è piena
sarà luna nuova
e a Pasqua
nuova fede
Hai presente tipo quando salvini benedice qualcosa e quel qualcosa crolla, o salvini benedice qualcuno e quel qualcuno perde? Ormai è un topic classico dei social. Costui è un maestro nell’attaccare rogna alle persone o cose cui manifesta appoggio. Ma come salvini è maestro nel trasformare un endorsement in una iattura per chi lo riceve, esistono anche preannunci di sventura che precedono la sventura.
Mi riferisco al fatto che, a quanto pare, Claude Mythos – il nuovo modello AI licenziato da Anthropic, e che dovrebbe prendere il posto di Opus – applicato alla verifica di quanto sono sicuri i sistemi di protezione dati delle società finanziarie (e non solo), abbia individuato migliaia di falle che i sistemi di cybersicurezza “classici” non hanno mai trovato.
Siccome si tratta di una notizia destabilizzante, Anthropic ha deciso di condividerla con un “ristretto” gruppo di clienti: Cisco, Broadcom, Linux Foundation, Amazon, Apple e Microsoft. Questo avrebbe dovuto significare due cose: la prima, che Anthropic non poteva non dare questa informazione, almeno ai clienti primari; la seconda, che Anthropic non intendeva rendere subito di dominio pubblico questa informazione, per il suo effetto dirompente.
E’ del tutto intuibile che il secondo obiettivo poteva essere a rischio nel momento stesso in cui Anthropic decideva di fare la prima cosa, e di questo ovviamente Anthropic stessa era consapevole. La condotta scelta dall’azienda è stata un mix necessario tra informazione preventiva di tipo “commerciale” e strategico, attinente alla sicurezza nazionale, ma sarebbe più appropriato dire sicurezza mondiale: è vero che le aziende sono statunitensi, ma la loro pervasività è tale che il tema di sicurezza evidenziato è per forza planetario.
Infatti Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha subito convocato una riunione urgente sul tema con i principali banchieri americani. Anthropic in pratica ha voluto lanciare un allarme: mettete mano ai vostri sistemi di sicurezza per tappare le falle prima che se ne accorgano i “cattivi”. Le falle le comunichiamo prima a voi e solo a voi affinché ci mettiate subito mano.
Peccato che anche Anthropic possa avere – ed abbia avuto – delle falle nella comunicazione, delle quali in tempo reale si accorgono dei soggetti che possono lavorare sia per i buoni che per i cattivi: dipende da chi paga di più. Ad esempio i leaker, che apprendono ed eventualmente rendono pubblica una notizia prima del suo annuncio ufficiale, agendo spesso come talpe informatiche.M1astra è uno di questi, e ha svelato in anteprima al mondo la comunicazione che Anthropic aveva in canna su Mythos.
Una spia? Qualcosa del genere. Solo che di solito una spia lavora per tutti e gratis, come sembrerebbe aver fatto nel caso specifico, solo quando si tratta di farsi pubblicità, di accreditarsi come buona fonte: per esempio anticipando informazioni importanti ma anche “generaliste”, che verranno comunque diffuse successivamente in via ufficiale. Quando viene in possesso di informazioni che dovrebbero restare segrete, noi non ne veniamo a conoscenza, ma i cattivi che pagano meglio per avere queste informazioni dalla spia, probabilmente sì. (Sia chiaro: non sto accusando per forza M1astra: magari in questo caso abbiamo a che fare con un leaker “etico”).
Anthropic sembra essere l’azienda nella quale si scaricano, come su un parafulmine, le tensioni contrastanti della maggiore efficienza al mondo tra le aziende AI, che le ha fatto ottenere rapporti privilegiati con il Pentagono; e della maggiore preoccupazione etica tra le aziende AI, che l’ha fatta entrare in un contenzioso con lo stesso Pentagono. Non è escluso che Anthropic stia volutamente esagerando l’allarme per ricavarne il massimo vantaggio commerciale. Tuttavia Anthropic, da quello che capiamo, è l’azienda che si sta ponendo prima dei concorrenti il problema del controllo e dei limiti dell’AI. In questo caso, proponendo in anticipo per i clienti “buoni” un modello di difesa cyber, prima che il modello stesso diventi diffuso tra tutti gli attaccanti “cattivi”.
Ma saranno tutti corretti i dipendenti di Oracle, Amazon, Apple, Microsoft che si troveranno ad apprendere e ad interagire con le informazioni puntuali che verranno svelate da Mythos? Saranno tutti abbastanza assennati da non comunicare a qualche malintenzionato quali sono i punti deboli dei sistemi di sicurezza delle loro aziende? Saranno tutti abbastanza responsabili da non vendicarsi contro la loro azienda per aver fatto avanzare qualcun altro al posto loro? Per averli sfruttati e spremuti come limoni in cambio di promesse di carriera poi tradite? Per averli sostituiti esattamente con un modello artificiale che fa il loro lavoro più in fretta e meglio di quanto lo facevano loro?
Il pessimismo della ragione porta a ipotizzare che una nuova pandemia possa essere alle porte: questa volta non colpirebbe la nostra salute, ma i nostri dati personali, sociali ed economici, cioè il complesso fragile su cui si articola la nostra quotidiana esistenza civile. Le conseguenze non sono facilmente immaginabili. Speriamo solo che salvini non se ne occupi dicendo che andrà tutto bene.
Di seguito, qui e qui, puoi leggere due tra i migliori articoli su Claude Mythos usciti in questi giorni.
Parole a capo <br>”Poesia e Intelligenza Artificiale. Nuovi contributi di approfondimento”
In questo numero di “Parole a Capo” proseguiamo un piccolo lavoro di approfondimento sulla tematica che definiamo, schematizzando senza alcuna intenzione di banalizzazione, rapporto tra poesia ed Intelligenza Artificiale (IA oppure AI). Oltre ad un nuovo intervento di Zairo Ferrante, pubblichiamo due articoli di Raul Gabriel usciti nella rubrica “Chatpoint Charlie” del quotidiano “Avvenire“. Tutti gli articoli sono stati corredati da una preventiva autorizzazione ricevuta.
L’operare dell’IA è un calcolo tra probabilità e contesto, ma nel momento in cui si fa “gesto”, cioè atto unico e irripetibile, allora la sintassi sfiora la natura “necessaria” del verso poetico. I nuclei di poesia e dispositivi IA condividono molto più di ciò che si può pensare. Constatazione concepibile solo attraverso la rinuncia alla nozione di poetica come campionario di clichè neoromantici e lirica cosmetica contrabbandati da molti commentatori come coraggiosi sussulti ideali
Un confronto serrato tra essere umano e IA sul funzionamento dei modelli linguistici: il significato emerge dalla distanza tra parole e dalla misura delle relazioni.
Dal produttore al prodotto: quando la parola accade. AI tra poesia e medicina
di Zairo Ferrante
Accetto con molto piacere l’invito di Pier Luigi Guerrini a contribuire al confronto sull’AI e la parola poetica, aperto sulle pagine di Periscopio Online.
Negli interventi recenti sul rapporto tra lingua e intelligenza artificiale emerge un punto decisivo: ciò che distingue l’umano non è semplicemente la capacità di produrre linguaggio, ma il fatto di essere esposto a un reale che non si lascia ridurre completamente a sistema. Se questo è vero, allora una parte del problema cambia radicalmente. Non si tratta più soltanto di distinguere tra umano e artificiale, ma di capire quando – e se – questa esposizione riesce davvero a passare nella parola.
In questa direzione si muovono, con metodi diversi, anche le riflessioni di Alessandra Corbetta e Alessandro Canzian pubblicate su Pordenonelegge, che hanno il merito di riportare il discorso sul rapporto tra linguaggio e reale, sottraendolo tanto alla semplificazione quanto alla contrapposizione ideologica.
In effetti, non è più possibile parlare di letteratura, cinema, musica o arte senza tenere conto degli impatti, positivi o negativi, dei rischi e delle opportunità che l’IA e i suoi utilizzi stanno portando con sé anche in questi ambiti, rendendo necessari nuovi paradigmi interpretativi e un affinato pensiero critico, indispensabile per districare e valutare un ecosistema ad alto grado di complessità, completamente interconnesso e sempre più lontano dal potere essere analizzato mediante formule semplificatrici e banalizzanti (Alessandra Corbetta).
[…] la soluzione non è nemmeno così impensabile come si può ipotizzare e non passa attraverso un’anacronistica opposizione all’IA. Leggo infatti da Mafe de Baggis una riflessione centrale e umanocentrica che ricorda che il problema decisivo non sembra essere l’IA in sé quanto i soggetti che la usano e le logiche in cui la usano. […] (Alessandro Canzian)
E tuttavia, proprio qui, si apre un punto ulteriore.
Negli ultimi tempi si assiste a una sorta di nuova “caccia alle streghe” contro la scrittura con intelligenza artificiale.Interventi come quello di Francesco D’Isa pubblicato sulla sua pagina Facebook orientano la discussione su un piano meno ideologico:
[…] A mio gusto valuto i testi solo dalla loro qualità, non mi interessa da dove provengono, ma rispettando chi la pensa diversamente: davanti alla comprovata impossibilità di stabilirlo con certezza e alla comprovata diffusione dello strumento in tutti gli ambiti, l’appello è alla buona fede di chi scrive? E se sì, perché io che scrivo con AI dovrei dirvelo, se poi per questa mia scelta vengo ostracizzato? Con la caccia alle streghe, non stiamo forse implorando alle persone di non dirlo? Il fenomeno è noto e si chiama “Shadow AI“.
Se questo è vero, allora la questione dell’origine smette di essere decisiva.
Ma è proprio qui che si apre un’ulteriore questione necessaria. Oggi nessuno si chiede se l’ingegnere che ha progettato la casa abbia utilizzato o meno l’intelligenza artificiale per fare i calcoli. E allo stesso modo non ci chiediamo se un medico, per arrivare a una diagnosi, o un chirurgo, per programmare un intervento, si siano serviti di sistemi di intelligenza artificiale.
Anzi, in quest’ultimo caso, considerata la mia posizione sul campo, stresso l’esempio e aggiungo che se un medico non si serve dell’AI a sua disposizione e sbaglia una diagnosi, molto probabilmente, tale comportamento verrà giudicato come un’aggravante in sede di processo.
Quello che facciamo, in entrambe le situazioni, è valutare il risultato: la casa regge? La cura funziona? L’intervento è riuscito? Forse è da qui che bisogna ripartire anche per la poesia. Non dall’origine del testo, ma da ciò che quella parola è in grado di fare. Ma con una differenza decisiva: una casa sta in piedi o crolla. Una cura funziona o fallisce. La poesia no.
La poesia non si misura per funzionalità, ma per incidenza. Per la sua capacità di entrare nel reale, di produrre attrito, di modificare – anche impercettibilmente – l’esperienza umana di chi legge. Un accadimento che non si può decidere a monte, ma che si verifica, oppure no, nell’esperienza. Tuttavia, in questo senso, se i sistemi di intelligenza artificiale, gli LLM, operano per probabilità statistiche, risulta anche possibile – almeno in linea teorica – che da quel calcolo emerga qualcosa che assomiglia a un verso di Leopardi, o persino un “nuovo infinito”. La domanda, allora, non è più se sia stato scritto da una macchina o da un uomo. La domanda è un’altra: saremmo in grado di riconoscerlo? E soprattutto: accadrebbe davvero qualcosa leggendo quel verso, oppure no? E qui, forse, la risposta non è né tanto scontata né così rassicurante. Per questo oggi non basta più chiedersi chi scrive. Occorre chiedersi quando una parola diventa necessaria, quando incontra attrito, quando trasforma, quando rischia, quando resta.
Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopio. Questo che leggete è il 333° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Per anni ci è stato raccontato che l’Italia, grazie a Giorgia Meloni, aveva ritrovato un ruolo centrale nello scacchiere globale.
Un rapporto “privilegiato” con gli Stati Uniti. Una sintonia personale con Trump. Una leadership rispettata, ascoltata, quasi ammirata.
Oggi sappiamo che era una favoletta.
E neppure particolarmente ben scritta.
Trump, in una intervista al Corriere, ha attaccato frontalmente la presidente del Consiglio con parole secche, sprezzanti, personali: “mi sbagliavo su di lei”, “sono scioccato”, “è inaccettabile”.
Ha accusato il governo italiano di non fare abbastanza, di non allinearsi, di non essere utile. Ha evocato lo spettro della guerra, dell’Iran, della sicurezza europea, arrivando a dipingere l’Italia come un Paese irresponsabile, esposto, quasi sacrificabile.
La Meloni aveva osato (molto timidamente, con un ritardo di oltre 9 ore, quando ormai il segnale politico era passato) prendere le distanze sulle affermazioni di Trump riguardo al Papa.
Nulla di rivoluzionario. Nessuna rottura strategica. Solo il minimo sindacale per non apparire del tutto subalterna.
Tanto è bastato per essere “scaricata”.
Il rapporto “speciale” si rivela per quello che è sempre stato: un rapporto gerarchico. Chi comanda decide, chi segue spera di non essere umiliato in pubblico. Questa volta è andata male.
Il punto politico è devastante.
La Meloni aveva costruito gran parte della sua credibilità sull’idea di essere la “pontiera” tra Europa e mondo trumpiano, la leader che parlava la stessa lingua dei sovranisti globali ma con il badge di governo.
Una scommessa rischiosa, ma presentata come geniale. Oggi quella scommessa è persa.
Ma il punto istituzionale è ancora peggiore.
Quando il presidente degli Stati Uniti può permettersi di parlare dell’Italia come di un Paese che potrebbe “saltare in aria in due minuti”, senza che ciò provochi una crisi diplomatica immediata, senza una reazione ferma, senza una linea condivisa, significa che il problema non è solo la Meloni.
È l’idea stessa di sovranità che questo governo ha svenduto, confondendola con l’obbedienza.
Per anni ci hanno parlato di patriottismo, di orgoglio nazionale, di “prima gli italiani”. Ma quando arriva il momento della verità, quando gli USA trattano l’Italia come un vassallo, restano solo silenzio e imbarazzo.
Nessuna indignazione. Nessuna risposta all’altezza. Solo la speranza che passi in fretta.
Ma questa non è una lite personale.
È la fotografia di un fallimento politico.
L’idea che basti essere “amici” dell’uomo forte di turno per contare qualcosa nel mondo si è sbriciolata in poche frasi.
Non è Trump ad aver tradito la Meloni.
È la Meloni ad aver venduto agli italiani una balla.
Quella di un’Italia rispettata, mentre in realtà veniva semplicemente usata. Finché serviva.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
Fine Vita: è partita la mobilitazione nazionale dell’Associazione Luca Coscioni
È partita la mobilitazione nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per chiedere al Governo Meloni il ritiro definitivo della proposta di legge sul fine vita presentata 9 mesi fa – in occasione dell’incontro della Premier col Papa – e da allora all’esame del Senato senza alcun avanzamento.
Fino al 19 aprile, volontarie e volontari saranno presenti con banchetti e iniziative in 80 città in tutte le Regioni italiane, oltre 100 appuntamenti tra piazze, università e luoghi pubblici con l’obiettivo di informare e raccogliere adesioni all’appello pubblico.
Questa proposta di legge dovrebbe essere esaminata in questo mese e se approvata cancellerebbe i diritti conquistati grazie alle azioni di disobbedienza civile e alla sentenza “Dj Fabo – Cappato” della Corte costituzionale.
In particolare, il testo punta a:
– eliminare il ruolo dei medici del Servizio Sanitario Nazionale, sostituendoli con un Comitato di nomina governativa;
– negare l’aiuto alla morte volontaria a molte persone malate non attaccate a una macchina (anche in casi di malattie oncologiche terminali o patologie neurodegenerative);
– annullare, di fatto, il valore delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (il cosiddetto “testamento biologico”).
“Mentre il Parlamento resta fermo, hanno dichiarato Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretaria nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, è partita la nostra mobilitazione nazionale con oltre 100 iniziative in più di 80 città italiane per chiedere il ritiro definitivo di un testo che indebolisce diritti già riconosciuti. Dopo l’ennesimo rinvio a data da destinarsi del dibattito in Senato, chiediamo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di fare un passo indietro e lasciare il Parlamento libero di discutere una legge che non cancelli i diritti già stabiliti dalla Corte Costituzionale e che garantisca davvero la libertà di scelta delle persone. Se il testo del Governo fosse già stato in vigore, ad esempio, la persona che ha ottenuto l’aiuto alla morte volontaria in Lombardia si sarebbe vista opporre un rifiuto, così come le altre 13 persone che sono finora state aiutate a morire”.
Qualcosa si muove sul versante locale, ove si registra qualche interessante iniziativa per rivendicar regole chiare sul suicidio assistito. Il Consiglio comunale di Genova, per esempio, ha approvato una mozione, chiedendo così ufficialmente al Consiglio regionale di riprendere il dibattito su “Liberi Subito”, la proposta di legge regionale promossa dall’Associazione Luca Coscioni che punta a stabiliretempi certi e procedure chiare per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, legale in Italia, alla presenza di condizioni, grazie alla sentenza “Cappato-Antoniani” del 2019.
La mozione, presentata dalla Lista Silvia Salis è stata approvata con 24 voti favorevoli della maggioranza, mentre l’opposizione non ha partecipato al voto. Con questo atto, il Comune di Genova impegna sindaca e Giunta a sostenere la proposta di legge e a portare il tema anche a livello nazionale, ad esempio all’interno dell’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani.
In Toscana, invece, l’11 febbraio 2025 è stata già approvatala legge popolare Liberi Subito per garantire un iter regolamentato per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. La proposta, sostenuta da 10.700 firme raccolte dall’Associazione Luca Coscioni, è stata promulgata come legge il 14 marzo 2025 e pubblicata con il n. 16/2025. La Toscana è stata la prima Regione italiana ad approvarela legge popolare Liberi Subito. Il 17 settembre 2025.
La Sardegna è diventata la seconda Regione italiana ad approvare una legge sul fine vita, dopo la Toscana. Il Consiglio Regionale ha votato la proposta con 32 voti favorevoli, 19 contrari e un’astensione, al termine di un dibattito che ha evidenziato divisioni tra e dentro gli schieramenti. Il 20 novembre 2025, però, il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge sarda n. 26/2025 sostenendo che essa “esula dalle competenze regionali” e viola l’art. 117 della Costituzione su ordinamento civile e penale, LEP e riparto in materia di tutela della salute. Il Governo ha richiamato inoltre l’esistenza in Senato di un testo base nazionale sulla morte medicalmente assistita, affermando che la disciplina non può essere dettata a livello regionale.
“La Corte, hanno dichiarato Filomena Gallo e Marco Cappato, ha confermato che le Regioni possono e devono intervenire per garantire l’attuazione concreta di un diritto già riconosciuto dall’ordinamento costituzionale. L’assenza di una legge regionale continua a generare disuguaglianze, incertezza e mancanza di garanzie sia per i pazienti sia per gli operatori sanitari“.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 204 del 2025, ha affermato, infatti, che in mancanza di una legge statale le decisioni sul fine vita devono comunque trovare attuazione concreta, e che tale attuazione deve avvenire inevitabilmente nel quadro delServizio Sanitario Nazionale. In materia di suicidio medicalmente assistito, è quindi costituzionalmente legittimo l’intervento regionale volto a disciplinare i profili organizzativi e procedurali di dettaglio nell’ambito della tutela della salute, anche in assenza di una legge statale organica, a patto però che i principi fondamentali siano desumibili dalla legislazione vigente. Quest’ultimo rappresenta un passaggio importantissimo, perché la Corte Costituzionale ha di fatto confermato assetto e impianto della legge regionale
Le voci da dentro. Lo sportello di orientamento legale per i detenuti della Casa Circondariale di Ferrara
di Sara Hamado
Sara Hamado è una brava ricercatrice dell’Università di Ferrara ed è anche una volontaria dello sportello di orientamento legale extragiudiziale e del Polo Universitario Penitenziario.
Ha scritto questo testo per spiegare di cosa si occupa e perché ha scelto di fare quel che fa. È molto importante il suo impegno, insieme a quello di altri, infatti un gruppo di docenti, ricercatrici e ricercatori, studentesse e studenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, avvocati volontari e operatrici dell’Associazione “L’Altro Diritto” offrono alle persone detenute orientamento legale e supporto alla tutela dei diritti fondamentali, grazie a colloqui, discussioni interdisciplinari, approfondimenti giuridici.
Le attività si svolgono grazie al sostegno e alla collaborazione del personale dell’istituto penitenziario. Contribuiscono alla trattazione dei casi anche docenti e specializzandi di Scienze mediche, per una più efficace tutela del diritto alla salute. Le attività dello Sportello puntano a mettere al servizio della società esterna le conoscenze apprese in ambito accademico e offrono l’occasione per guardare il carcere, e chi vi è ristretto, con occhi diversi.
Nonostante viviamo in un tempo in cui sembra che a molte persone basti qualche slogan ad effetto per farsi un’opinione su temi complessi, è ancora più determinante l’azione continua e coerente di queste persone perché, nel rispetto della nostra Costituzione, aiutano a vedere la realtà con occhi diversi: pensano ad un futuro migliore, lo progettano e lo realizzano con impegno e dedizione. (Mauro Presini)
Spiegare il senso delle nostre attività in carcere è assolutamente arduo, per più ragioni. Non c’è, infatti, un unico senso e il mezzo attraverso cui veicolarlo è la parola, che, senza dubbio, è lo strumento più potente sulla Terra, ma, al tempo stesso, sconta una sua dimensione finita e questo, talvolta, impedisce di restituire pienamente il bagaglio di emozioni che un racconto porta con sé.
Con lo “Sportello di orientamento legale”, per noi semplicemente Sportello – gruppo coordinato dalla Prof.ssa Stefania Carnevale e composto da un’anima accademica, studentesca e forense – forniamo gratuitamente pareri alle questioni giuridiche sottoposteci dagli interessati.
Per esserne in grado, è necessario, anzitutto, ascoltare. Farlo, implica immergersi nelle storie, nelle sconfitte, nei dolori altrui. Non sempre si è pronti e non sempre è facile mantenere il giusto distacco e quella lucidità che, come volontarie e operatrici del diritto, siamo chiamate ad avere, per assicurare una risposta consapevole e priva di emotività.
È questo, forse, il primo ponte tra il dentro e il fuori che questa “avventura collettiva”, per usare le parole della Professoressa, crea. Un viaggio complesso e spesso accidentato, durante il quale ci si scontra, senza volerlo, con domande enormi, a volte feroci: quale significato ha la pena? È giusto aiutare chi ha commesso degli errori? Fino a che punto?
Senza fingere una purezza che non mi appartiene, almeno una volta ciascun interrogativo ha attraversato la mia mente, costringendola a riflettere, a dubitare, a scavare tra i miei principi e le mie convinzioni. Queste ombre rimangono impercettibili ai nostri interlocutori, ma la ricerca di una risposta che le dissipi rappresenta, credo, il vero motore propulsivo per continuare questo progetto, ancora e ancora, con la medesima passione.
Personalmente, quest’inquietudine, quando si presenta, viene tacitata dalla consapevolezza che noi maneggiamo, con la cura che gli è dovuta, i diritti dei detenuti che si rivolgono a noi. La prima lezione che lo Sportello insegna, infatti, è proprio questa: i diritti sono materia quantomai viva e tangibile. Non sono declamazioni astratte relegate alla carta. Si intersecano con la vita, in qualche modo riempiendola, e le loro limitazioni la stravolgono.
La nostra stella polare è quindi il diritto e i diritti. Renderli più comprensibili e cercare di farli valere per quanto possiamo e finché possiamo, è la nostra missione. Questo faro è il motivo per il quale il nostro dialogo è aperto a tutti, senza soppesare quanto ha sbagliato chi ci siede di fronte.
Un ulteriore ponte è dato dal nostro angolo visuale privilegiato: guardare il carcere dall’interno, osservarne le storture e le ineguaglianze, comprendere come ogni distinzione tra “noi e loro” sia sciocca, ti plasma. È un progetto che restituisce alla comunità esterna persone capaci di confutare l’immagine perennemente stereotipata del carcere, grazie ad una sensibilità costruita mediante l’esperienza diretta, pur nella consapevolezza che, nonostante l’immedesimazione, non possiamo capire fino in fondo cosa significhi la privazione della libertà.
C’è poi tutto il portato di insegnamenti che in questi anni mi hanno lasciato le persone recluse e anche tutti gli operatori penitenziari con cui ci interfacciamo quotidianamente. Un piccolo scrigno, ricco ed inestimabile, che tengo per me e che è stato ulteriormente riempito dall’incarico di tutorato per gli studenti del Polo Universitario Penitenziario.
Un compito altrettanto stratificato, complesso e assorbente, ove al centro si staglia il diritto allo studio e la volontà dei nostri studenti di porsi obiettivi sempre nuovi. Grazie all’Università possono germogliare infatti occasioni di crescita umana e professionale e si possono superare quei limiti derivanti dalla vita, dalle possibilità o da noi stessi, valicando così quelle vette che all’inizio sembrano irraggiungibili. Supportare il loro impegno e raccoglierne i risultati è davvero emozionante. Prova ne è che, puntualmente, all’esame noi tutor siamo più tesi degli studenti.
Il comune denominatore tra queste due attività è dunque il diritto.
Il diritto di avere diritti, perché la vita scorre comunque, inesorabile, in qualsiasi luogo.
Si riporta a corredo di questo articolo il video che segue:
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/saurabhsinha-41212365/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8444883″>Saurabh Sinha</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8444883″>Pixabay</a>
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Uscito in libreria a fine marzo con Kite edizioni, “Cose perse” scritto da Paolo Valsecchi e illustrato dallo spagnolo Guridi, racconta di come la perdita, che viviamo quasi tutti solamente come un lutto da evitare, a volte crei lo spazio per ‘qualcosa di nuovo’.
Ci hanno insegnato che non dobbiamo perdere, mai, a nessun costo e per nessuna ragione, ma se questo alcune volte può essere vero, altre invece è proprio perdendo qualcosa o qualcuno, che si può creare lo spazio per qualcosa di nuovo e inaspettato per la nostra vita. Bisogna andare allora oltre il pensiero unico e aprire altri e inediti orizzonti per la nostra immaginazione, intimamente, profondamente.
L’albo che ci troviamo a sfogliare contiene un dialogo dell’assurdo dal sapore beckettiano, in cui un uomo parla e un altro gli risponde. Sfondo bianco, tratti semplici, una sorta di imbuto arancione che diventa microfono e allo stesso tempo megafono e cappello. I temi di questo illustrato originale? Smarrimento, occasione, legami. E, soprattutto, ascolto.
Le cose perdute diventano pretesto, motore e metafora per la definizione del sé. La perdita può rappresentare mancanza e rimpianto, ma anche inaspettatamente occasione per scoprire che ci si può ritrovare proprio là dove si pensava di essersi smarriti.
Se si è persi, serve ascolto, se non si trova più la strada, si guardi alla meta. La bussola è smarrita? Basta guardare le stelle. La loro luce sarà sufficiente a mostrare la via, il loro riflesso cristallino sulle acque di un lago daranno le indicazioni necessarie.
Per chi non ha più occhiali arriverà ci sarà qualcuno a guidarlo, perdere tempo a volte serve e fa bene. Bello, bellissimo perdere la testa, può essere magico. Ma mai dire o pensare di avere perso la speranza. Mentre perdere la pazienza a volte è necessario (e pure divertente). La ragione no, però, quella no, non va persa davvero, se si perdono il filo del discorso o anche alcune parole, forse non erano poi tanto importanti.
Perdi la voce? Parla con gli occhi (o con le mani). Perdi il sonno? Qualcosa ti preoccupa, ma allora apri gli occhi e sogna. Perso il treno? Ne arriverà un altro.
Perché non ti sei mai perso, sei solo cambiato. Perché ogni perdita può essere anche un’opportunità inattesa. Una nuova occasione. Una nuova visione.
Guarda sempre e solo ciò che resta, ciò che di nuovo è arrivato, ne resterai stupito.
Paolo Valsecchi vive e lavora a Lecco dove realizza inchieste, romanzi, opere teatrali e fumetti. Ha pubblicato i romanzi “Piero Nava – Io sono nessuno” (Rizzoli, 2020) e “Una casa di ferro e di vento” (Nord Edizioni, 2024). I suoi racconti hanno ottenuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio Giana Anguissola per la narrativa inedita per ragazzi.
Raúl Nieto Guridi è illustratore e designer sivigliano con esperienza in pubblicità e design grafico. Dal 2010, si è concentrato sull’illustrazione editoriale e la cartellonistica. Ha pubblicato numerosi titoli da autore e coautore nel campo dell’albo illustrato.
Raul Nieto Guridi – Paolo Valsecchi, Cose perse, Kite, Padova, 2026, 44 p.
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Le classi sociali in Italia, a 50 anni dallo studio di Sylos Labini
Correva l’anno 1974 quando Sylos Labini pubblicò il suo studio sulle classi sociali in Italia che qui riporto per gli anni 1951 e 1971 (coi suoi dati) completati per gli anni successivi con la sua metodologia da Pier Giorgio Ardeni Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.
Come si può vedere molte cose sono cambiate dal 1971.
La classe operaia è scesa da 9,8 milioni a 5,5 milioni nel 2023, la classe alta (borghesia) è salita da 442mila a 2,6 milioni, la classe media è salita da 8,5 milioni a 15,5 anche se dentro ci sono molti (insegnanti, impiegati, …) che hanno perso status e reddito.
L’Italia è oggi una società più imborghesita (come aveva previsto P.P. Pasolini) e, soprattutto fino al 1990, il capitalismo (come non aveva previsto Marx) ha distribuito agli operai qualcosa di più di un salario di sopravvivenza, per via delle lotte sindacali. Di certo gran parte della popolazione è stata contagiata dalla cultura e ideali consumisti (una bella casa, auto, vacanze, caso mai seconda casa, lo vediamo nella vicenda dei neo rurali). Nulla di più distante dal messaggio del nostro patrono San Francesco che sarà celebrato a sproposito in lungo e in largo.
Con la globalizzazione e il neoliberismo e i mercati aperti (su cui è nata anche la nostra UE nel 1992) la lotta di classe (in Occidente, Usa, Europa,…) è stata ampiamente vinta da imprenditori, banchieri e finanzieri spostando le produzioni là dove il salario era più basso e frantumando tutta la classe operaia. Si è tornati così al quasi salario di sopravvivenza di cui parlava Marx e ad altissimi profitti. Ciò spiega perché in Italia da 35 anni i salari e i redditi del 73% delle famiglie non crescono, come certifica anche la Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane.
Il reddito medio netto reale (post inflazione) è passato da 35.145 euro del 1987 a 32.384 nel 2020.
Poiché sappiamo che è cresciuta la disuguaglianza e si sono ridotte le protezioni (welfare) e la povertà è triplicata, oggi i poveri, la classe operaia e quella media stanno peggio del 1991 (e non solo per i redditi).
La struttura sociale italiana si è schiacciata per il 73,5% verso il basso (poveri, proletari e classe media bassa) e per il 26,5% verso l’alto. Eppure la lotta di classe sembra scomparsa, come mai?
La classe operaia industriale che trainava le lotte è scesa da 4,6 a 2,6 milioni, si è andata frastagliando in molte più figure professionali e ha perso ruolo politico e sindacale. Son cresciuti i precari (15% degli occupati) che non hanno rappresentanza né politica nè sindacale (molti sono immigrati), frantumati e ipnotizzati dalla cultura liberista del “ci salva da soli” in base ai propri talenti.
La mobilità sociale promossa dalla scuola di massa che aveva svolto un grande ruolo fino al 1990, oggi è bloccata. E’ più facile ottenere un diploma o una laurea, ma è poi più difficile ottenere buoni posti di lavoro ben pagati se sei figlio di operai o povera gente, perché gli occupati nei posti buoni hanno smesso di crescere da 30 anni e chi proviene dalle classi povere o operaie non solo fatica di più a laurearsi o prendersi un dottorato dei figli delle classi agiate, in quanto i genitori lo spingono a lavorare prima possibile e pochi possono essere mantenuti fino a 25-30 anni. Ma poi, una volta diplomato o laureato, faticano ad entrare nei posti “buoni”, perché la borghesia li riserva ai suoi figli usando la forte rete sociale di cui dispone.
Le scuole professionali, dove finiscono i più poveri, sono poi state zavorrate e trasformati in luoghi dove l’apprendimento è un optional per quei sempre più pochi motivati, oltre che luoghi di violenza.
La classe alta (borghesia) non cresce dal 1991 e oggi per ogni occupato ad alta produttività (ben pagato) si formano 3-4 occupati poco pagati, per cui sarà complicato fare a meno degli immigrati. E siamo in attesa delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Intelligenza Artificiale che farà fuori migliaia di posti poco qualificati (sarà più difficile per i giovani trovare lavoro) e vecchi professionisti laureati delle fasce alte.
Ma si dirà: non c’è solo il reddito nella vita. Ma il welfare sta anche peggio e crescono gli svantaggi della modernità. Inoltre una volta gli operai avevano buone reti sociali e una notevole fraternità che oggi è smarrita, a vantaggio delle reti degli imprenditori e professionisti che sono cresciute non solo per vacanze o hobby, ma per piazzare nei posti buoni al vertice (limitati), i loro figli. E ciò spiega la fuga all’estero di moltissimi italiani.
Oggi si parla più di ”ceti” che di “classi“ (che sa troppo di marxista), ma non sono certo sparite anche se sono meno “pure” di un tempo. Gli operai infatti hanno spesso, anche loro (seppure meno delle classi agiate), redditi da “capitale” (dai risparmi, da investimenti in fondi finanziari, circa 15% del loro reddito complessivo). La classe media ha 20-25% di redditi aggiuntivi (non da lavoro), da finanza e affitti (da seconda casa; in Italia sono circa 10 milioni e non sono tutte della classe alta). L’economista Daron Acemoglu la chiama “omoplutia”, cioè operai un po’ proprietari o che hanno la pensione in borsa (come gli americani) per cui sono più ricattabili da come va la finanza (e le borse).
Ma nel complesso per gli italiani le cose vanno peggio di 40 anni fa. La povertà è triplicata, la classe operaia garantita ha per 2/3 salari che non crescono (solo chi ha una buona contrattazione aziendale, non parliamo poi dei precari), sbiadita l’idea che l’emancipazione avvenga con lotte collettive e per ideali. Ognuno lavora per sé. Ma “la talpa scava” e potrebbe succedere, come col referendum, che le cose cambino, quando meno te l’aspetti e le nuvole nere dall’America spingono in tal senso.
Nella tabella che segue ho aggregato per scaglioni di reddito le dichiarazioni Irpef dei redditi del 2024 relative ai redditi 2023 (dipendenti e pensionati) e l’ho completata con i 5 milioni di autonomi (le cui dichiarazioni dei redditi non sono attendibili in quanto c’è un’elevata evasione fiscale) che ho inserito nella borghesia se imprenditori, proprietari e professionisti e, se artigiani e autonomi, ho incluso tutti nella classe media. Risulta che abbiamo in Italia 27% di poveri (molto più dei dati Istat), 31% di operai, 9% di classe medio-bassa, 15% di classe medio-alta (con tutti gli autonomi) e 12% di borghesia (classe alta).
Trent’anni di briglia sciolta alle imprese e di globalizzazione hanno prodotto in Occidente (non in Cina e in Oriente) questo disastro e la UE è nata nel 1992 con Maastricht su queste premesse. La società dei consumi ha fatto piazza pulita della cultura contadina e operaia e tutti ci sentiamo “ceto medio” borghese (come diceva P.P.Pasolini). Poi ci apprestiamo a celebrare San Francesco (sic).
La conferma che la ricchezza prodotta arricchisce solo un terzo dei cittadini e che la crisi dell’ideologia neoliberista è evidente.
Anche il sonoro NO al referendum è dovuto in buona parte al crescente disagio sociale, alla “puzza” di voglia di guerra che serpeggia anche in Europa e alla coscienza che se la guerra in Iran (e Israele a Gaza, Cisgiordania e Libano) non viene chiusa presto il petrolio andrà alle stelle portandoci tutti in recessione. L’opposizione deve stare però attenta a pensare che siano tutti suoi gli elettori del NO e fare un programma che parli a quel 70% di elettori che aspettano da 35 anni.
Cover: la piramide delle classi sociali, immagine di Rosa Rossa
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Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” (Tiziano Terzani)
Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo “Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto” in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini.
Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonché tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani.
Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo.
Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani.
Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perché fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Terzani inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità.
Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano, (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi.
Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Né l’America né la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino.
Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli.
Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo embedded, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute.
Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse.
E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiaratoal Fatto quotidiano l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente:
“Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.”
Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam(il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sé stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perché nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più.
La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio.
La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libroUn altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India.
Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo.
La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti.
In realtà Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perché mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale.
Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno.
E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.”
Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono.
Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam.
Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista”(1). E più oltre: “Il problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo”(2).
Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause.
Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai.
Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio.
Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti di Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano.
A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale.
Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita contemporanea.
(1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..
L’altra sera Bruno Vespa si è alzato in piedi di scatto come un bambino dell’asilo e ha urlato “STIA ZITTO” a un parlamentare dell’opposizione.
Perché il parlamentare ha osato fare una domanda.
In uno studio.
Di un programma che si chiama Porta a Porta.
Che ormai però non è più una porta: è una saracinesca, abbassata sull’opposizione.
Vespa non conduce, custodisce.
Custodisce il governo come si custodisce un vaso Ming: guai a toccarlo, guai a chiedere cosa c’è dentro, guai a far notare che è vuoto.
E quando qualcuno osa dire “Quale riforma avete fatto?” parte l’allarme.
Sirene.
Dito puntato.
Schiuma alla bocca.
“NON GLIELO CONSENTO”.
Che è una frase straordinaria, detta da un dipendente del servizio pubblico.
Pagato da tutti.
Che decide chi può parlare e chi no come se la RAI fosse il salotto di casa sua e gli altri solo ospiti molesti.
È la televisione italiana dell’era Meloni: se non fai domande sei un bravo giornalista, se le fai sei un isterico sovversivo.
Il contraddittorio è diventato un reato di lesa maestà.
La democrazia una fastidiosa interruzione.
E mentre Vespa urla, il governo tace.
Silenzio totale.
Perché il silenzio è la riforma: meno domande, più inchini.
Il giornalismo italiano, oggi, non è schierato: è accovacciato.
Non è servile: è collaborazionista.
Non è cane da guardia: è peluche da divano, con la scritta “state sereni” cucita sulla schiena.
E al centro di tutto, come una Madonna col Bambino ma senza il Bambino, c’è Gioggia.
Mai disturbata.
Mai incalzata.
Mai costretta a spiegare.
Così il servizio da pubblico diventa privato.
Il dibattito diventa monologo vigilato.
E il giornalista non fa più domande: fa il buttafuori.
“Stia zitto” dice il servo.
Una frase rivolta a tutti.
Al telespettatore che ancora crede che chiedere conto al potere sia normale.
Al cittadino che pensa che la RAI sia sua.
A chi non ha ancora capito che, in questo Paese, la verità parla solo se ha il permesso.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
I diritti delle donne sono basati sul loro sesso, sul loro sesso biologico e cromosomico. Negare questo significa negare le mutilazioni genitali, negare le discriminazioni subite dalle donne in quanto considerate il “sesso debole”, negare le discriminazioni subite quando venivano invitate a non fare certi sport o certe attività con la scusa che avrebbero messo a rischio il loro potere riproduttivo, negare le discriminazioni subite nel campo dell’istruzione.
Alle donne era vietato andare in bicicletta, scalare montagne o accedere a corsi universitari in quanto donne. Persino Calamandrei, padre costituente espresse perplessità sulla loro capacità di giudizio a causa della loro fisiologia, (umore troppo legato al loro ciclo), sconsigliando il loro ingresso in magistratura (ingresso che avvenne solo nel 1963).
Dunque fino a poco fa il sesso delle donne era un impedimento a partecipare a pieno titolo a tutte le espressioni sociali pubbliche: studi, lavoro, sport, arte.
Nel campo dello sport penso a Roberta “Bobbi” Gibb, che corse la maratona di Boston nel 1966 senza numero, non ufficialmente, arrivando alla fine senza essere fermata e a Kathrine Switzer che nel 1967 partecipò alla marcia di Boston iscrivendosi solo con le sue iniziali (di fatto omettendo il nome femminile), ottenendo il pettorale 261, e nonostante il tentativo da parte di un organizzatore di impedirle di correre, riuscì a finire la gara in 4 ore e 20 minuti, aprendo così all’ammissione delle donne nella maratona di Boston (nel 1972).
Le donne non potevano gareggiare, perché considerate troppo fragili o inabili a resistere così a lungo.
È grazie a donne straordinarie che oggi i pregiudizi sul nostro sesso sono stati in parte abbattuti, ma questo non vuole dire che siamo uguali fisiologicamente agli uomini/maschi (costretta a definirli così a causa del fatto che il sostantivo ‘uomo’ può essere anche usato in modo generico, includendo così di fatto anche le donne).
Oggi la battaglia per l’uguaglianza, attraverso il transumanesimo, però vuole portarci a credere che le differenze biologiche siano fatti personali e individuali, non esperienze collettive. Essere donna, pur nella sue infinite variazioni, è anche essere parte di una comunità accomunata proprio da esperienze collettive che fanno parte del suo straordinario sviluppo fisiologico (mestruazioni, gravidanza, potere riproduttivo, piacere sessuale). Esattamente come per i maschi uomini, che a loro volta sono accomunati da esperienze legate al loro sviluppo fisiologico, pur nelle infinite variazioni possibili.
Dunque a differenza di quanto affermano coloro i quali si oppongono alla reintroduzione dei test SRY genetico per avere accesso nella categorie sportive femminili e cioè che è un passo indietro e discriminatorio verso atleti transgender e intersex , il riconoscimento che il sesso biologico determina un’appartenenza è una realtà inalienabile che rimette al centro il concetto di umanità: le donne per troppo tempo sono state definite esseri umani per difetto.
La verità profonda è che i corpi parlano attraverso la loro biologia (bio-vita, biologia e biografia sono connesse), hanno un loro sapere e sono il ponte che ci lega al nostro senso di esistere, al nostro spirito e che modificarli artificialmente per inserirli a tutti i costi in una della due grandi categorie maschi e femmine volendo cancellarne la biologia, cancella il potere invisibile ma tangibile che li abita. Il transumanesimo vuole proprio questo: disconnetterci dal nostro potere. Il sesso biologico nonostante tutte le narrazioni transumaniste non si cambia, lo si modifica artificialmente ma non lo si cambia!
Dunque la battaglia delle atlete a difesa della loro categoria non è un atto discriminatorio verso transgender o intersex o altre categorie ma bensì un’azione di autodeterminazione collettiva! Le donne non sono maschi mancati, non si possono definire in funzione dei maschi, sono altro. Hanno loro parole incarnate in un corpo femmina.
Le donne sanno bene, per esperienza ancestrale, quanto il corpo conosca cose che sfuggono alla coscienza individuale ma non a quella collettiva! Non è un caso che Anna Maria van Shurman, contemporanea di Cartesio, opponesse il suo “sum ergo cogito” al più famoso ma parziale “ergo cogito sum” del filosofo francese.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/jimbo457-27590699/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8972844″>Jim Cramer</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8972844″>Pixabay</a>
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Il mondo sarà migliore (se avremo il coraggio di cambiare)
Intervista ad Andrea Gandini
Nei tuoi interventi su Periscopio hai sempre detto che con Donald Trump l’America poteva cambiare passo rispetto alle guerre aperte. Ti sei ricreduto?
Pensavo che Trump, come lui stesso diceva, avesse deciso di venire a patti con la Cina, rinunciando ad una leadership unilaterale del mondo nel XXI secolo, vista la debolezza dei fondamentali economici Usa e la forza crescente della Cina. Così sosteneva in campagna elettorale e il movimento Maga: rinunciare ad dominio completo del mondo e concentrarsi sul proprio paese in gravissima crisi. Ma con le sortite su Groenlandia, Venezuela e Iran l’idea di dominare il mondo non è venuta meno.
Perché questo cambio di rotta?
Probabilmente si è reso conto che il dollaro (e le criptovalute) vivono una crisi maggiore di quello che pensava e bisogna assolutamente mettere dei controvalori sotto il dollaro, privato dal 1971 dell’oro. E cosa meglio dei petrodollari? Da 50 anni sono il vero controvalore del dollaro insieme ai fondamentali dell’economia americana (saldo estero, debito pubblico, forza della manifattura) che però non ci sono più.
Quindi Trump non è matto come si tende a dire, ma persegue una chiara strategia?
Trump sarà anche demente ma c’è del metodo in questa follia e credo sia stato spinto anche dal deep state USA a proseguire nella tradizione americana. La guerra in Iran fa parte della “predazione” (a basso costo) e chiarire chi comanda nel mondo, anche se questa volta l’azzardo è mortale. Non ha messo in conto una crisi interna.
In che senso?
Una completa vittoria degli Stati Uniti sull’Iran, segnerebbe una svolta enorme a suo favore. Se l’Iran dovesse cambiare regime, passare dalla sfera russo- cinese a quelle americana, garantendo, nel contempo, la sicurezza ai paesi arabi del Golfo e quella supremazia definitiva in Medio Oriente che Israele cerca da 80 anni, farebbero bingo sia lui che Netanyahu. E la Cina dovrebbe rimandare la sua ascesa.
E succederà questo?
Non credo. L’Iran reggerà un tempo sufficiente, ai feroci bombardamenti americani, per determinare uno choc delle borse, uno tsunami anche per l’Europa. Recessione e inflazione metteranno a tappeto per 6 mesi tutte le economie occidentali.
La Cina (insieme alla Russia) farà così il primo decisivo passo verso quel Nuovo Ordine Mondiale su cui lavorano silenziosamente dal 2009. Intanto le loro petroliere passano già per Hormuz.
Anche l’Europa sarà colpita, fino a che punto?
La UE è molto più dipendente degli USA dal petrolio e l’Italia sarà la più colpita, come nel 2008, non potendo contare più sul gas russo. E’ probabile una recessione da maggio a tutto il 2026.
Come potrà reagire l’Europa?
Il colpo sarà tremendo. L’Europa sta capendo quanto dannosa sia l’alleanza con gli Stati Uniti che da sempre perseguono interessi totalmente divergenti da quelli europei.
Questa è anche la ragione per cui nel 2003, dopo i dissensi di Germania e Francia per la guerra in Iraq, gli USA spinsero per un allargamento (dal 2004) ai Baltici e Polonia, oggi i loro più fidi alleati. Paesi come Spagna, Francia, Inghilterra l’hanno capito, tentennano Italia e Germania, mentre i Paesi Baltici e Polonia, paralizzati dalla paura per la Russia, sono totalmente allineati agli USA. Non a caso danno le loro basi per gli attacchi USA sull’Iran così come Macedonia, Kosovo, Bulgaria. Spingono per un ulteriore allargamento UE e si oppongono ad una rifondazione in chiave di autonomia dagli USA, una scelta, a questo punto, inevitabile.
E se la UE non cambia cosa succede?
Che alle elezioni del 2029 vinceranno tutte le destre sovraniste e by by UE per almeno 5 anni.
Pensi che dopo la fine della tregua l’Iran possa essere ancora bombardato e “riportato all’età della pietra”, come diceva Trump, se non accetta le condizioni USA e, a quel punto, cederà? E che Israele riuscirà con i suoi inumani attacchi al Libano, in Cisgiordania e Gaza a piegare i popoli arabi che ancora resistono?
La novità storica del XXI secolo è che nessuna superpotenza può più piegare, come fu nel ‘900 e nei secoli scorsi, una popolazione che è contraria all’invasore. L’Afghanistan lo dimostra, come anche tutte le altre guerre perse degli Usa (ed altri).
E la Russia in Ucraina?
Anche la Russia sa bene che può annettersi solo Crimea e Donbass, cioè le zone russofone. E’ questa una buona notizia nella storia dell’umanità. Vale anche nel caso dell’Iran e dei palestinesi: non possono essere vinti con le bombe.
E’ quindi prevedibile che nel 2027 avremo a che fare con un Nuovo Ordine Mondiale in cui la Cina comincia a svolgere un ruolo di rilievo?
Si, non solo Cina ma anche India e Brasile sono in forte ascesa. La Russia chiuderà la guerra in Ucraina con l’annessione di Crimea e Donbass. Ci avviamo verso un Nuovo Ordine Mondiale e già oggi le banche centrali vendono i titoli del Tesoro USA, il debito federale sfiora i 40mila miliardi e si teme un’inflazione a maggio del 5%.
C’è chi paventa una guerra civile negli Stati Uniti. E’ davvero possibile?
Il rischio esiste.Tutti gli indici dicono che mai come oggi la società americana è divisa in blocchi contrapposti. Il movimento Maga (circa 40 milioni sui 77 che hanno votato Trump) è radicale. La lotta contro gli immigrati mina però la crescita USA e la scarsità di manodopera crea già problemi anche nelle aree rurali pro-Trump. Nella sanità un quarto del personale è straniero e già scarseggia il personale, anche in agricoltura, i prezzi stanno salendo, tutti processi esplosivi…
Chi vincerà le elezioni in Francia nel 2027’
Penso la destra e ciò porterà all’implosione dell’Europa che conosciamo. Il centro-sinistra, se non fa gravi errori, potrebbe vincere invece le elezioni in Italia.
E Cuba come andrà a finire?
La Russia sta portando un pò di petrolio e la Cina i pannelli solari. Se interrompono il lunghissimo embargo Usa e il regime, trincerato in se stesso da troppo tempo, farà aperture, consigliato dalla Cina, su proprietà privata e concorrenza, che faranno contenti gli esuli americani, allora esce dalla crisi.
E’ un mondo migliore o peggiore quello che si annuncia?
Penso un Mondo Migliore. Viene meno il bellicismo americano, piegato dallo chock finanziario che sta arrivando e dalla sconfitta di Trump alle elezioni di mid-term di novembre 2026.
Nel 2027 riprende il commercio internazionale e la crescita di quasi tutti i paesi, specie i più poveri che subiranno nel 2026 il maggior impatto dalla crisi finanziaria americana.
L’Europa dovrà ripensarsi completamente e in Italia avremo forse un Governo di centro-sinistra. L’arrivo della Cina ci farà bene, com’è stato con la lotta USA-URSS nei primi 30 anni del dopoguerra. Dal timore del comunismo dell’URSS abbiamo avuto (grazie certo anche alle lotte dei lavoratori) un capitalismo dal volto umano, il welfare e i salari sono quasi triplicati. Potrebbe succedere la stessa cosa con la paura della Cina: i nostri salari e il welfare potrebbe rinascere, bisognerà pur dimostrare che il capitalismo è migliore della Cina.
E dell’Europa cosa ne sarà?
E’ la maggiore criticità. L’Europa dovrà trovare il coraggio di cambiare molte cose, aprirsi alla Cina e alla stessa Russia, fare finalmente gli interessi dei suoi cittadini e non quelli americani e diventare un polo mondiale con un modello di sviluppo centrato sulla libertà, eguaglianza e welfare alternativo sia alla Cina che agli USA.
I giovani(ma direi gran parte dei paesi e dell’umanità) vogliono paradossalmente proprio questo.
Lo sai che gli economisti quasi sempre sbagliano le previsioni?
Concordo, ma nel 2008 fui uno dei pochi che previde la recessione (l’Annuario CDS e il suo inserto con una grande freccia in giù lo testimoniano) e ora tutti gli indici vanno in quella direzione…quindi azzardo.
Parole a capo <br> Luca Pizzolitto: “Prima dell’estate e del tuono”. Alcune poesie. Scaffale poetico: Floriana Porta “dialoga” con Emily Dickinson
Ringrazio Luca Pizzolitto per avermi permesso di pubblicare alcune sue poesie. E’ un “piccolo” libro che s’apre di grandi immagini tra dolore, speranza e desiderio d’infinito.
Dall’introduzione di Gianfranco Lauretano, cogliamo due sollecitazioni “in profondità”. “Pizzolitto raggiunge poesie che oscillano dal vuoto al pieno della luce. Un’attenzione scarna e sostanziale riporta alla superficie inquadrature isolate, spesso neppure fissate in immagine certa, ma solo percepite attraverso il sottilissimo senso dell’anima.” (…) “La voce di un poeta che percorre un deserto all’alba o attraversa una foresta in salita per giungere a un monastero in montagna. Lo sguardo lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente, intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta, così che “la luce dagli occhi scompare”, ma anche “il verde ramo sfida l’inverno”. In queste poesie la parola si fa corpo e viceversa, il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è spazio sacro di resistenza e ripresa.“.
Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo
dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio
madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.
*
Ora che tutto brucia
e tace la peonia in fiore
ora che i nostri corpi
sono carne senza riparo
– si apre la terra al pianto
tra le mani un volto,
un corpo che non è più il mio.
*
Nel giardino sotto casa
stanno potando gli alberi
il respiro delle foglie nel sogno
atteso del sale tre dalie in fiore
ottobre è avanzo di luce,
memoria stretta delle mani.
Poso l’orecchio sui tuoi seni stanchi,
bianco tremore d’assenza
si fa a pezzi il cuore nel canto alla vita.
*
Primavera del silenzio tradito
nella notte di foglie ossessivi pensieri
bussi alla porta che non ha nome
vesti d’oriente la materia scura del mondo,
il solco di luce il vuoto istante che segue l’amore
non fa freddo eppure tremi.
*
Corpi d’ulivo obliqui nell’acqua
corpi nel vento di marzo
corpi nel sangue, benedetti.
È la bianchezza terribile della morte
è la forma inesatta del cielo
gli anni perduti la rovina di luce
i deserti, le stanche paure.
*
Lungo il sentiero dei coralli
stringi al legno il lato scarno
del viso, ventre trafitto di madre
fredda fine d’inverno la cena
lasciata a metà – febbraio
insegne al neon, uccelli in volo.
*
Oggi la rosa sulla pietra d’altare è fuoco,
taglio di lontananza.
Ho guidato fino a sfinirmi fino a perdere
la misura esatta delle cose ho gettato
il cuore nell’acqua sporca del Giordano
ho seppellito il ricordo sulla riva
disabitata del fiume –
qui dove i grilli muoiono soli, nel pudore e nel canto.
Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale. Crocevia dei cammini, Getsemani e Prima dell’estate e del tuono sono i suoi ultimi libri pubblicati, tutti con l’editore peQuod. Del 2025 è la plaquette deserti.
Per la suddetta casa editrice cura la collana di poesia “Portosepolto”. Per i tipi de Ilglomerulodisale quella di plaquette “Amorgos”. Ha fondato il blog poetico “Bottega Portosepolto”. Collaboracon i blog “L’estroverso” e “La poesia e lo spirito”, con le riviste on line “Poesia del nostro tempo” e “Ytali” e con la casa editrice Puntoacapo.
*
LO SCAFFALE POETICO
Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.
FLORIANA PORTA IN UNA MOSTRA PER I 140 ANNI DALLA MORTE DI EMILY DICKINSON
Per i 140 anni dalla scomparsa della poetessa Emily Dickinson, al Castello Reale di Moncalieri dal 6 marzo al 24 maggio 2026 è visitabile la mostra “Fammi un quadro del sole”. Tra le protagoniste di questo evento, c’è la poeta e pittrice Floriana Porta. La ringraziamo per la sua disponibilità e cortesia.
1) Puoi dirci con alcune “parole chiave” come è nato questo progetto e qual è il tuo contributo artistico?
La prima parola chiave che mi viene in mente – e attorno alla quale ruota tutta la mia ricerca artistica e poetica – è “acquerello“. Questo mio progetto artistico trasforma le parole della Dickinson in vere e proprie visioni, fondendo acquerello, carte, inchiostri e frammenti poetici nei sontuosi spazi dell’appartamento della principessa Maria Letizia Bonaparte.
La seconda parola è “blu“. Il blu che ho scelto per identificarla rappresenta, in qualche modo, non solo la sua voce e il suo canto, ma il suo doppio corpo, spirituale e insieme “carnale”. Questo mio blu crea, inoltre, uno spazio visivo dove la parola poetica sembra anche, a tratti, dissolversi nell’aria, evidenziando il legame tra “silenzio” e “rivelazione”, tema tanto caro alla Dickinson. Il corpo è la realtà concreta che subisce il tempo, mentre l’aria è l’elemento in cui la coscienza si espande, trasformandosi e sfuggendo alla mortalità.
La terza parola è “presenza“. Una presenza che colma il vuoto dell’assenza. Una presenza-assenza persistente, costante, viva. Penso che dipingere significhi dare forma a un’assenza.
2) La figura di Emily Dickinson è stata da sempre una delle icone magiche centrali per tante generazioni, soprattutto per i giovani di ieri e di oggi. Perché resta così “viva” e presente dopo oltre un secolo e mezzo dalla sua scomparsa?
Perché la sua poesia è stata un’esplorazione, diretta e tagliente, dell’interiorità umana, capace di rispecchiare tutte le emozioni, passate e presenti. E nonostante la vita reclusa, la Dickinson ha trasformato la sua stanza in un vero e proprio “laboratorio” per analizzare l’intensità emotiva, la natura, l’amore, la morte e l’eternità con una modernità davvero sorprendente!
(Creazione di Floriana Porta)
3) A settembre, con Pecore Nere Editorial, uscirà un tuo nuovo libro di poesie “Nel giardino dei tuoi passi”. Possiamo dire che è un dialogo con la Dickinson al di là del tempo ma dove lo spazio è a distanza di fiato?
Direi proprio di sì. Ho immaginato ciò che hanno sfiorato le sue mani, la sua pelle; ho fantasticato sulle erbe e sui profumi inebrianti che le offriva, ogni giorno, il suo giardino; ho, in pratica, ricreato tutto il suo mondo col pennello e con la penna, spaziando dall’infinità del cosmo alle profondità dell’animo umano, trasformando il giardino nel “teatro” della sua esistenza, un “eden” fiorente, rigoglioso, che vive ancora. Credo che il suo giardino sia il punto d’incontro tra l’anima, il tempo e Dio.
Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha avuto la necessità di scrivere, comporre, disegnare e fotografare. Si presenta con forme espressive di rara intensità e la sua opera – poetica e figurativa – si dispiega fra natura e bellezza, introspezione e sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile ermetico, il suo, lontano dalla retorica e dal sentimentalismo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. Pittrice, poeta, fotografa e illustratrice, si dedica alla fusione tra la parola scritta e la creazione artistica. Ha pubblicato quindici libri, è presente in numerose antologie e collabora con importanti siti e blog culturali. Allieva di Fernando Bibollet e di Antonio Carena, ha frequentato il Liceo Artistico Renato Cottini a Torino e due anni l’Accademia Albertina di Belle Arti sempre nel capoluogo piemontese, sezione Decorazione, guidata da Nino Aimone. Ha esposto i suoi acquerelli e le sue chine in diverse mostre legando la figura femminile alla natura e alla sacralità della bellezza. In “Parole a Capo” sono state pubblicate sue poesie in diverse occasioni: il 15 dicembre 2022; il 29 giugno 2023; l’11 luglio 2024.
Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopio. Questo che leggete è il 332° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
L’11 aprile parte un’iniziativa significativa per affrontare le problematiche ambientali e sociali presenti nella nostra Regione.
Per 2 mesi, partendo da Piacenza e attraversando tutti i comuni capoluoghi di provincia e anche altre città, si svilupperà la Carovana sui temi ambientali e sociali promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) e da AMAS (Assemblea Movimenti Ambientali e Sociali Emilia-Romagna), per poi concludersi con un importante convegno regionale il 13 e 14 giugno a Bologna.
La Carovana nasce per rispondere a 2 finalità precise:
la prima è quella di evidenziare i tanti conflitti aperti nella nostra regione, soprattutto sulle questioni ambientali, che hanno troppo spesso poca visibilità e rischiano di apparire frammentati. La Carovana vuole non solo farli emergere e raccontarli – cosa che faremo anche producendo un apposito docufilm che seguirà tutte le tappe-, ma, ancor più, dare forza ad essi, sottolineneando la trama comune che li unisce. Per questo – solo per esemplificare alcuni momenti della Carovana- verranno affrontati i temi della logistica e del consumo di suolo a Piacenza, quelli relativi all’inquinamento atmosferico e alla tutela dell’acqua a Parma, le vicende riguardanti gli allevamenti intensivi e la mobilità a Modena. Nell’area romagnola si approfondiranno le questioni legate ai fenomeni alluvionali e, in specifico a Ravenna, il ruolo negativo del ciclo delle energie fossili, a Ferrara quelle che hanno a che fare con il forte impatto degli impianti di biometano.
Il secondo intento dell’iniziativa è quello di connettere le vertenze presenti nei diversi territori con la discussione inerente le 4 leggi regionali di iniziativa popolare promosse, ancora dal 2022, da RECA e Legambiente Emilia-Romagna e sottoscritte da più di 7000 cittadine e cittadini della regione. Le 4 proposte di legge affrontano nodi fondamentali delle politiche ambientali della Regione, intervenendo sui temi dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti e del consumo di suolo e prefigurando una svolta profonda nelle scelte finora prodotte. Ora, le proposte di legge subirono una prima interruzione nella legislatura scorsa per via della sua interruzione anticipata e poi hanno proseguito il loro iter nella nuova.
In specifico, sono state assegnate alla Commissione Ambiente regionale il 13 aprile del 2025 e da allora giacciono lì, senza che si sia prodotta alcune discussione sulle stesse, che, anzi, non hanno neanche visto la definizione del loro relatore, atto preliminare perché la discussione possa iniziare. Il 12 agosto finisce l’anno e mezzo entro il quale la normativa regionale prevede che le proposte di legge di iniziativa popolare giungano alla fine del loro percorso, con l’approvazione, la loro modifica o la bocciatura.
Il fatto che non siano ancora state esaminate e che la scadenza finale arrivi a breve la dice lunga sul fatto che l’attuale maggioranza di governo della Regione ( ma anche la minoranza) non ha alcuna intenzione di recepire l’impostazione di fondo che le contraddistingue.
Scopo della Carovana è dunque anche l’intenzione di riportare all’attenzione della società regionale i loro contenuti e denunciarel’inerzia della politica regionale in proposito, la cui prosopopea sull’importanza della partecipazione va di pari passo con il fatto di non volerla prendere in considerazione e, anzi, di deprimerla.
Il significato della Carovana e del convegno finale, però, va anche al di là di questi due obiettivi immediati. In realtà ciò che sta al fondo e ispira quest’azione è l’idea di dare gambe alla necessità di produrre una svolta radicale nelle politiche ambientali e sociali che animano anche le scelte politiche della nostra Regione.
Non solo abbiamo da lungo tempo alle spalle i fasti del fu modello emiliano, ma anche da noi, ormai, è dominante un paradigma di tipo neoliberista, al massimo temperato, da quello che sopravvive dello Stato sociale, che certamente non ha le caratteristiche di quello portato avanti da una destra volgare e autoritaria, ma che neanche si può considerare alternativo ad esso. Anche qui l’idea di fondo è quello di uno “sviluppo” centrato sulla cosidetta attrattività degli investimenti, sull’incremento della produttività, sul volano delle esportazioni, sacrificando su quest’altare qualità del lavoro e dell’occupazione, rilancio delle protezioni sociali universali, tutela e valorizzazione dell’ambiente. Senza fare i conti con il fatto che questa ricetta non funziona più, che nel mondo pervaso da un nuovo capitalismo finanziario e ipertecnologico aggressivo salta il vecchio compromesso tra capitale e lavoro, addirittura, come profetizza Peter Thiel, figura emblematica di questo nuovo corso, la sua compatibilità con la democrazia. A scanso di ragionamenti che qualcuno potrebbe giudicare astratti, prendo due esempi emblematici. Il primo riguarda il futuro della struttura produttiva della regione, a partire dal settore metalmeccanico, da sempre emblema della stessa. In un mondo sempre più orientato alla guerra, alla spesa per il riarmo e alla conversione verso la produzione bellica ( vedi la Germania, della quale l’Emilia-Romagna costituisce un pilastro importante nella filiera della sua subfornitura), che prospettive ci possono essere di evitare di seguire quella traiettoria, se non mettendo in campo un’opzione completamente diversa da quella sinora dominante?
Il secondo riguarda la transizione ecologica ed energetica: in questo periodo di tempo, la politica regionale sta discutendo di un aggiornamento del Patto per il lavoro e il clima del 2020 e anche la proposta di legge relativa alle aree idonee per l’installazione degli impianti di energia rinnovabile. In entrambe queste vicende, la politica energetica della Regione non si discosta più di tanto dalle scelte che si stanno compiendo a livello nazionale, che attaccano il Green New Deal dell’Unione Europea e prefigurano, nella migliore delle ipotesi una transizione lenta verso le energie rinnovabili e, soprattutto, il fatto che siano gli interessi delle aziende e del mercato a guidarla. Non ci si può muovere, come si sta facendo nei due casi citati sopra, semplicemente in una logica di riduzione del danno, provando a mettere alcuni “paletti” che, però, non sono in grado di contrastare le scelte regressive che provengono dall’impostazione del governo nazionale.
Insomma, non è più rinviabile anche in Emilia-Romagna una discussione di fondo sull’idea di modello produttivo e sociale che si intende perseguire: la pura continuità con l’esistente è destinata a produrre, al massimo, una prospettiva di galleggiamento sulla crisi economica e sociale, se non di vera e propria regressione. Serve, invece, mettere in campo un’alternativa fondata sulla riconversione ecologica dell’economia, supportata da una reale pianificazione partecipata, sulla qualità del lavoro, sulla qualificazione e potenziamento dello stato sociale, sulla difesa dei beni comuni e la valorizzazione dell’ambiente. Anche di questo vogliamo parlare con la Carovana sui temi ambientali e sociali; soprattutto intendiamo mettere in campo conflitto e progetto per dare un contributo importante alla necessità di cambiare la rotta anche in questa regione.
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Vite di carta. L’ultimo libro di Elizabeth Strout, Raccontami tutto
Per me potrebbe essere l’ultimo della carriera di scrittrice. Fossi Elizabeth Stroutnon scriverei altri romanzi dopo Raccontami tutto, a meno di cambiamenti drastici nella scelta del genere narrativo.
In Raccontami tutto viene a piena maturazione la sua narrativa intimista: nei loro incontri Lucy Barton e Olive Kitteridge intrecciano racconti di vite e si scambiano le storie della esistenza di tanti che come loro abitano nel Maine, a Crosby o in altre cittadine, oppure stanno a New York.
Si pongono le domande sul senso della vita. Dànno le loro risposte. Oltre non si potrebbe andare nello scandaglio.
Lucy e Olive riemergono dai racconti e dal romanzo in cui Strout le ha fatte vivere nel ruolo di protagoniste facendole conoscere ai lettori americani e a noi già a partire dal 2009, Olive, e Lucy dal 2016.
Diventano, da capostipiti, le madrine di altre narrazioni dentro questo romanzo e lasciano spazio ad altre voci narranti come Bob Burgess per esperire e mettere sulla pagine altre storie.
Molte sono a carico della narratrice in terza persona, che introduce di volta in volta le situazioni di racconto ma si mantiene vicina ai personaggi mentre parlano, quasi fosse seduta accanto a loro.
Riannoda i fili delle storie avviate in precedenza, richiama alla memoria del lettore i casi già mostrati, ricorda i luoghi e i nomi e introduce inarratori di secondo livello. Quando deve parlare Lucy Barton, che è romanziera, il gioco degli specchi è fatto.
E chissà che la biografia della Strout non abbia tra i pezzi del proprio puzzle alcune delle cose accadute a questi uomini e donne del Maine, tra cui si aggira la narrazione da un anno all’altro di questi ultimi (c’è la guerra in Ucraina a segnalarlo), da una fine estate alla successiva, tra i gialli accesi del foliage lì al nord e i primi aliti di freddo.
Ce li ha mostrati in più serie televisive La signora in giallo: li ha incontrati lungo le strade del suo paesino sul mare Jessica Fletcher, l’autrice di gialli che spesso ci ha fatto quattro chiacchiere, prima di doverli interrogare uno alla volta nel corso delle sue indagini sull’omicidio di turno.
Raccontami tutto riprende questa stessa attitudine allo scambio di notizie di un piccolo ambiente cittadino, si fa romanzo nel momento in cui c’è convergenza tra ciò che viene narrato e ciò che è accaduto, nel senso che sono le storie a dare consistenza ai vissuti, sono le storie a riscattare le “vite ignorate” dentro le rispettive famiglie prima ancora che dentro la comunità.
Basti l’esempio del narrare di Bob, già protagonista insieme ai fratelli Jim e Susan del bellissimo I ragazzi Burgess. Le cose accadono a Bob come a tutti, tuttavia diventano vere solo quando sono oggetto del racconto che ne fa a Lucy, durante le loro passeggiate, o agli altri che ama.
Sa amare Bob, non sa dirlo bene, ma sa amare. Ama la moglie Margaret e ama moltissimo la sua amica Lucy, ama i suoi fratelli e la gente che ha bisogno. Sa restituire una vita a Matt, il suo cliente ingiustamente accusato di matricidio.
Come Lucy e come Olive sa parlare della vita attraverso le vite raccontate, le rispettive parabole tradotte in parole semplici e dirette, in domande altrettanto dirette.
“La gente, ciascuno con la sua vita” offre il proprio cameo nel racconto: c’è chi ha subito abusi sessuali in famiglia, chi si è mangiato le colpe di altri e chi è stato ricco da sempre. Chi ha la consapevolezza della felicità, evanescente, chi mentre attraversa il dolore si tinge i capelli o li taglia.
La domanda ora è: “Qual è il punto della vita di chiunque?” Ho soppesato le risposte di alcuni di loro, i personaggi dentro il libro con la loro vita di carta.
Olive dice “lavorare sodo e aiutare gli altri”.
Bob abbassa gli occhi su Lucy mentre passeggiano e tra loro oggi ci sono parole inusuali, sghembe. Le dice “che ne dici dell’amore? Non potrebbe essere questo il senso della vita?” La risposta di Lucy mentre rabbrividisce nel vento: “Secondo Solženicyn il punto nella vita sta nella maturità dell’anima”.
Mi viene da prendere la parola per dire che il punto sta nell’equilibrio, così ho sempre creduto. Bob però spazza via le mie parole parlando con rabbia, lui così pacato, mentre si chiede a cosa servano le domande e le risposte sulla vita là dove cadono le bombe, o dove la gente vive sotto le tende vicino alle autostrade o “nei boschi dietro al Walmart”.
Elizabeth Strout ci ha lasciati liberi di dire la nostra, personaggi e lettori alla pari, ma alla fine del libro si riprende la regia del racconto e chiude con Olive mentre fa visita alla sua amica Isabelle. Che spavento aver pensato che se la portasse via la figlia a vivere in un’altra città.
Quale consolazione ci danno le abitudini, quale conforto la quotidianità un po’ più al riparo da eventi e idee piuttosto grandi per la nostra fragilità.
Con questo libro lo scandaglio nel cuore è andato in profondità, ogni personaggio un carotaggio che porta le date della vita e gli strati della geologia dell’esistenza.
Un libro totalmente impregnato della dimensione esistenziale, un libro di fine corsa.
Nota bibliografica:
Elizabeth Strout, Raccontami tutto, Einaudi, 2025 (traduzione di Susanna Basso)
Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi, 2013 (traduzione di Silvia Castoldi)
Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, Fazi, 2009 (traduzione di Silvia Castoldi)
Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi, 2006 (traduzione di Susanna Basso)
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/michelle_pitzel-165491/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9053989″>Michelle Pitzel</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9053989″>Pixabay</a>
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Le multinazionali degli Ogm assicuravano raccolti più abbondanti e un uso ridotto di prodotti agrochimici. Non solo: garantivano persino un contributo decisivo contro la fame nel mondo, precisando al contempo che quelle colture non sarebbero finite nei nostri piatti. Chiunque osava sollevare dubbi veniva prontamente archiviato come retrogrado. A trent’anni dall’avvio della coltivazione commerciale su larga scala, nessuna di quelle dichiarazioni si è minimamente verificata. Oggi sono quattro le grandi aziende che controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate. Scrive Silvia Ribeiro, ricercatrice e direttrice per l’America Latina del Gruppo ETC (Action Group on Erosion, Technology and Concentration): “Gli Ogm si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali…”
Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud).
Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“).
La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela.
Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali.
In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci.
Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows).
Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years).
Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata.
Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM.
Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo.
Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación
La Costituzione si può cambiare: ragionando da statisti, non da politicanti
Morto un referendum se ne farà un altro? Speriamo proprio di no. O almeno, speriamo che nel caso in cui si rendessero necessarie, le future modifiche alla Costituzione verranno approcciate in modo totalmente diverso.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: la Costituzione si può cambiare. Anzi, per certi versi può essere persino doveroso farlo. Ricordiamoci che stiamo parlando di un complesso di norme scritto quasi 80 anni fa: quanto è diversa l’Italia del 2026 dal quella del 1948? Ovviamente non si può cambiare tutto: i principi di base non invecchiano, e pensare di “aggiornarli” sarebbe folle. Ma è normale che tanti aspetti più operativi, più attinenti al funzionamento dello Stato, nel tempo possano necessitare di manutenzione. Ad essere totalmente sbagliato, nell’ultimo come nei precedenti referendum costituzionali, è stato l’approccio.
Quando si parla di Costituzione ci si riferisce alle regole del gioco, alle norme su cui tutti devono basarsi. E per questo motivo dovrebbero essere regole condivise e approvate insieme, senza distinzione di colore politico. Chi vuole cambiare la Costituzione non dovrebbe pensare a ciò che fa comodo a lui, ma ricordare che quelle modifiche andranno ad impattare sulle prossime generazioni. Ed è qui che sta la gravissima forzatura che abbiamo trovato non soltanto in questo referendum, ma praticamente in tutti i precedenti referendum costituzionali.
Esiste una “via giusta” per cambiare le norme costituzionali, ed è quella che porta ad ottenere una maggioranza di almeno due terzi dei parlamentari, peraltro dopo che tutte le possibili modifiche sono state discusse e ripetutamente votate. Ottenere una maggioranza dei due terzi significherebbe aver trovato soluzioni accettabili per tutti, non solo per un partito o una coalizione. Significherebbe aver ragionato da statisti, non da politicanti.
Una strada, purtroppo, mai perseguita finora. Si preferisce invece una “via breve”, che è quella che abbiamo sperimentato con il referendum di marzo: la maggioranza cambia le norme a suo piacimento, preferibilmente senza permettere il cambiamento di una sola virgola del testo, e poi chiede conferma agli elettori, confidando sul consenso elettorale e sulla mancanza del quorum.
Pensare che la vittoria alle elezioni dia il diritto di modificare liberamente ciò che si vuole, rappresenta un vero atto di prepotenza: “adesso comandiamo noi e facciamo quello che vogliamo”. La democrazia, ovviamente, è un’altra cosa.
Eppure nella tentazione di forzare la mano sono caduti più volte i partiti, senza differenze di colore politico. Ad oggi sono 5 i referendum costituzionali su cui ci siamo pronunciati: due volte hanno avuto esito positivo, tre volte sono stati bocciati. Gli elettori hanno dato l’assenso per la riforma del Titolo V della Costituzione, promossa dal PD, che nel 2001 pensò bene di scimmiottare la Lega Nord alla ricerca di consensi, e per la riduzione dei parlamentari, voluta nel 2020 dal M5S.
Personalmente ho sempre votato contro i referendum costituzionali: inaccettabile per me la forma, la pretesa di voler cambiare le cose con la forza, ma anche la sostanza, dal momento che nessuna delle proposte accolte o respinte sono mai sembrate tali da apportare miglioramenti reali al Paese. Ho votato contro anche alla riduzione dei parlamentari, a mio avviso uno spot che cercava consenso facile ma, ma ancor più facile rendeva il controllo dei parlamentari da parte dei partiti.
Tre i referendum bocciati: il primo fu quello del 2006 voluto da Berlusconi che ci aveva infilato di tutto, dal premierato, alla devolution, alla fine del bicameralismo, aggiungendo una spruzzata di taglio dei parlamentari che torna sempre utile per conquistare la simpatia degli elettori. Poi ci fu la riforma Renzi nel 2016; di nuovo fine del bicameralismo con abolizione del Senato, ancora un pizzico di tagli per acchiappare voti: stavolta sarebbe toccato al CNEL.
E poi arriviamo alla bocciatura subita dal Governo Meloni nei giorni scorsi.
Proviamo a pensare, per un attimo, all’idea di paese che l’attuale governo avrebbe voluto realizzare. Autonomia differenziata, cioè la fine del concetto di Italia una e indivisibile: bocciata dalla Corte Costituzionale prima ancora che dagli elettori. Riforma del CSM, con qualcosa di più del sospetto che si volesse mettere la museruola ai giudici: bocciata dagli elettori. Premierato, cioè l’arrivo di quell’ uomo forte che la Costituzione (sempre lei) cerca in tutti i modi di bilanciare: si spera rinviato a data da destinarsi.
E quel che è peggio, tutto questo sarebbe stato fatto non pensando al bene comune, ma sarebbe stato il frutto di una spartizione tra le tre forze politiche: secessione dei ricchi alla prima, giudici al guinzaglio alla seconda, uomo forte alla terza.
Davvero sarebbe stato un paese migliore di quello attuale? E in base a quale legittimazione il governo riterrebbe di avere dritto di stravolgere il tutto? Chi ha vinto le elezioni ha ottenuto una maggioranza pari al 44% del 64% dei votanti. Si può pensare che controllando poco più di un quarto dei voti degli Italiani ci si possa arrogare il diritto di stravolgere la struttura del Paese, senza concedere una sola parola a chi vorrebbe proporre alternative differenti? Possiamo dire che si è trattato di un comportamento tra i più arroganti e prepotenti della storia della nostra Repubblica?
La speranza è che la reazione degli elettori, sorprendente ma capace di un NO forte e chiaro contro chi voleva piegare le regole della democrazia a suo piacimento, serva di lezione ad una classe politica che dovrebbe smetterla di considerare la cosa pubblica come un bene di cui disporre a piacimento. Ricordandosi sempre che il migliore, tra tutti i referendum costituzionali, è quello di cui non ci sarà bisogno.
Immagine di copertina: Firma della Costituzione nel 1947, wikimedia commons.
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