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PRIMA DEL NOME Il pasticcio comunicativo tra Antisemitismo, Stato di Israele e Genocidio

PRIMA DEL NOME
Dietro il pasticcio comunicativo tra Antisemitismo, Stato di Israele e Genocidio

PRIMA DEL NOME
Dietro il pasticcio comunicativo tra Antisemitismo, Stato di Israele e Genocidio

C’è una domanda che viene quasi spontanea davanti a un disegno di legge contro l’antisemitismo discusso dal Parlamento italiano nel 2026: davvero siamo ancora a questo punto?

Dopo la Shoah, le leggi razziali, ottant’anni di memoria pubblica, testimonianze, libri, film, commemorazioni, abbiamo ancora bisogno che lo Stato stabilisca come riconoscere e contrastare l’odio contro gli ebrei?

A guardare i dati, la risposta meno comoda è che l’antisemitismo non appartiene affatto al passato.
L’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC ha classificato 963 episodi in Italia nel 2025, 89 in più rispetto all’anno precedente, segnalando anche che il fenomeno resta in parte sommerso.

Lo stesso Osservatorio utilizza la definizione IHRA come riferimento nella classificazione, un elemento da tenere presente quando quei numeri entrano nel dibattito sulla legge. Ma il dato generale resta: l’odio antiebraico continua a manifestarsi, anche nelle sue forme più riconoscibili.

Dunque il problema esiste. Più difficile è stabilire dove cominci e dove finisca.

Il disegno di legge arrivato alla Camera, dopo l’approvazione del Senato, assume come riferimento la definizione operativa di antisemitismo elaborata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Il 2 ottobre ne è stata svolta a Montecitorio la discussione generale. Il testo non è ancora una legge definitiva.

La definizione IHRA era nata come strumento di lavoro non giuridicamente vincolante. Alla definizione vera e propria si affiancano undici esempi destinati ad aiutare a riconoscere le manifestazioni dell’antisemitismo contemporaneo.

Alcuni riguardano direttamente Israele: attribuire agli ebrei la responsabilità collettiva delle sue azioni, negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, applicare a Israele criteri che non vengono richiesti ad altri Paesi, utilizzare paragoni con il nazismo.

Nello stesso documento si precisa che criticare Israele nei termini in cui si critica qualsiasi altro Stato non può, per questo solo fatto, essere considerato antisemitismo.

È qui che il discorso si fa meno semplice.

Una definizione pensata come strumento operativo acquista un peso diverso quando viene richiamata da una legge e utilizzata nella formazione, nella scuola, nell’università, nelle amministrazioni pubbliche e nelle attività di monitoraggio. Questo non significa che criticare il governo israeliano diventi un reato.
Le disposizioni penali presenti in alcune delle proposte iniziali sono state eliminate durante l’iter parlamentare. Lo ha ricordato anche Liliana Segre, che considera infondato il timore di una limitazione della libertà di critica.

Segre, però, ha aggiunto una cosa interessante. Pur ritenendo sufficiente il testo attuale, si è detta disponibile a ribadire espressamente nella legge che criticare Israele come qualunque altro Paese non significa automaticamente essere antisemiti, se questa precisazione potesse favorire un’approvazione più larga. E ha ricordato di avere criticato molto duramente lei stessa le scelte dell’attuale governo israeliano, fino a usare la parola “repulsione”.

Quella precisazione può apparire ridondante. Proprio per questo merita attenzione.

Se sentiamo il bisogno di ribadire un confine che, in teoria, dovrebbe essere già chiaro, significa che quel confine è diventato fragile nel discorso pubblico. Ed è difficile pensare che Gaza non abbia avuto un ruolo decisivo nel renderlo tale.

Da una parte esiste un antisemitismo che utilizza Israele come occasione o come alibi e finisce per attribuire agli ebrei responsabilità che appartengono a uno Stato, a un governo, a un esercito. Colpire una sinagoga per ciò che accade a Gaza, chiedere a un cittadino ebreo di rispondere delle decisioni di Netanyahu, considerare gli ebrei nel loro insieme responsabili della guerra: qui la natura del pregiudizio è riconoscibile.

Il problema sorge nei territori meno evidenti, quando l’oggetto del giudizio sono davvero Israele, il suo governo, la condotta militare, Gaza.

Proprio sulle difficoltà della definizione IHRA è nata nel 2021 la Jerusalem Declaration on Antisemitism, sottoscritta inizialmente da 210 studiosi e oggi da più di quattrocento.

I suoi estensori sostengono che l’IHRA lasci margini troppo ampi di interpretazione in questo campo; l’IHRA, a sua volta, afferma esplicitamente che la normale critica politica a Israele resta legittima.

Non è una disputa soltanto terminologica. È il tentativo di capire quando un giudizio politico su uno Stato oltrepassi il confine e cominci a colpire un popolo, una religione, un’identità.

Poi c’è Gaza. E lì anche la discussione sul linguaggio diventa più difficile.

Da tempo una parte enorme del confronto internazionale si concentra su una parola: genocidio.

Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha concluso, dopo l’esame delle operazioni condotte dal 7 ottobre 2023 al luglio 2025, che le autorità e le forze israeliane avevano commesso quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948 e che vi fossero elementi per ravvisare l’intento genocidario. Israele ha respinto questa conclusione. Si tratta della valutazione di una commissione d’inchiesta indipendente, non di una sentenza della Corte internazionale di giustizia.

La distinzione conta.

Davanti alla Corte internazionale di giustizia è ancora pendente il procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele. La Corte ha disposto dal 2024 diverse misure provvisorie nell’ambito della Convenzione sul genocidio, ma non ha ancora pronunciato la decisione definitiva sul merito. Dire che la Corte abbia già stabilito che a Gaza è avvenuto un genocidio sarebbe inesatto. Sarebbe altrettanto inesatto trattare quelle misure come se non fossero mai state adottate.

La parola, dunque, resta oggetto di una controversia giuridica che non è affatto irrilevante. Il genocidio ha una definizione precisa e richiede anche l’accertamento di uno specifico intento.

Le categorie del diritto esistono perché atrocità differenti comportano responsabilità differenti.

Ciò che mi colpisce è quello che succede mentre aspettiamo di stabilire il nome.

Ancora nel settembre 2026, quasi un anno dopo il cessate il fuoco annunciato nell’ottobre precedente, OCHA descriveva a Gaza attacchi e vittime, enormi necessità umanitarie, carenze di medicinali e servizi essenziali, centinaia di migliaia di persone in sistemazioni precarie. Il rapporto del 25 settembre indicava circa duecentomila bambini ancora fuori dalla scuola e riportava, attribuendoli al ministero della Salute di Gaza, altri morti e feriti nei giorni precedenti.

Qualunque sarà la qualificazione definitiva di ciò che è accaduto, quelle persone non possono essere retroattivamente restituite alla vita da una sentenza.

Forse per questo il dibattito sul genocidio produce talvolta una sensazione strana.
È necessario stabilire se quella parola sia giuridicamente fondata, ma intanto rischiamo di comportarci come se tutto dipendesse da essa. Come se soltanto dopo avere trovato il termine esatto potessimo decidere quanto debba pesarci ciò che vediamo.

Il diritto internazionale umanitario non funziona così. La protezione dei civili non comincia con l’accertamento di un genocidio. Un bambino non deve essere riconosciuto come vittima di genocidio per avere diritto a non essere ucciso. Un ospedale, una famiglia, una persona affamata non acquistano importanza giuridica e umana quando una corte assegna una definizione definitiva a ciò che hanno subito.

È in questo punto che la discussione sul DDL antisemitismo e quella su Gaza finiscono inevitabilmente per toccarsi.

Bisogna poter riconoscere l’antisemitismo quando si presenta con il volto nuovo di una responsabilità attribuita indistintamente agli ebrei per ciò che fa Israele.
E bisogna riuscire a discutere ciò che Israele ha fatto a Gaza senza trasformare ogni giudizio sul suo governo in un giudizio sugli ebrei.

La distinzione sembra elementare: un ebreo italiano non rappresenta il governo israeliano; un palestinese non rappresenta Hamas; uno Stato e chi lo governa rispondono invece delle proprie decisioni secondo le regole e le responsabilità che li riguardano.

Eppure gran parte del conflitto politico intorno alle parole nasce proprio dalla difficoltà di mantenere separate queste cose.

La legge contro l’antisemitismo arriva dentro questo clima.
Perciò la questione non riguarda soltanto la bontà delle intenzioni con cui viene proposta. Conta anche la precisione dei confini che riuscirà a tracciare e il modo in cui quei confini saranno utilizzati quando la legge uscirà dal Parlamento ed entrerà nelle istituzioni, nelle università, nelle scuole, nel dibattito pubblico.

L’antisemitismo ha bisogno di essere riconosciuto e contrastato.
Gaza ha bisogno di poter essere guardata e raccontata senza che l’identità ebraica venga chiamata a risponderne.

Restano poi le corti, le definizioni, le responsabilità da accertare. È giusto che il diritto faccia il proprio lavoro e scelga le parole con la cautela che quelle parole richiedono.

Nel frattempo, però, ci sono fatti che non aspettano il nome che un giorno daremo loro.

 

Cover: Foto di Chen da Pixabay

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Il colore: luce e materia

Il colore: luce e materia

Il colore: luce e materia

Quando guardiamo il mondo intorno a noi, siamo convinti di vedere gli oggetti esattamente per come sono, racchiusi in forme stabili e colori immutabili. In realtà, ciò che i nostri occhi percepiscono è il risultato di un dialogo continuo, e spesso sorprendente, tra la sorgente luminosa e la materia. Esiste una unione indissolubile tra luce e colore. La scienza ottica e l’intuizione dei grandi pittori del passato hanno scardinato i nostri preconcetti visivi, rivoluzionando per sempre il nostro modo di guardare la realtà.

Il colore è luce. Questa affermazione è inconfutabile, ma nella nostra esperienza quotidiana non consideriamo tutte le implicazioni che essa comporta. Il colore, infatti, non è una proprietà immutabile dei corpi: quando diciamo che un’arancia è di colore arancione siamo imprecisi; dovremmo dire che un’arancia, illuminata da una luce bianca, ci appare arancione. Infatti, al buio tutte le arance sono nere. Se varia la luce, cambia il colore degli oggetti: se usiamo una luce blu su un limone, questo ci appare verde.

I pittori sono consapevoli di questo, ed è loro necessario per costruire un’illusione di realtà; sanno che un panno bianco “in ombra” dovrà essere dipinto di grigio o di bruno. Tuttavia, difficilmente ci si sofferma su questo aspetto del colore. Guardatevi intorno: gli oggetti che conoscete, di cui sapreste dire senza esitazione il colore, vi appariranno diversi se li guarderete alla luce di queste semplici considerazioni.

Tra gli artisti, gli impressionisti sono stati forse i più attenti a questi aspetti. Il loro intento era quello di rappresentare la realtà nel modo più fedele possibile: guardavano il mondo dimenticandosi di ciò che sapevano e badavano esclusivamente a ciò che vedevano. Il loro era uno sguardo puro, completamente privo di pregiudizi.

Proprio per questo, non esitavano a dipingere ombre verdi e viola sulla pelle di una giovane donna, come fece Renoir. Gli impressionisti non avevano preconcetti sul colore dell’incarnato umano; la critica dell’epoca, al contrario, ne era condizionata. Renoir non solo era consapevole che il colore non fosse altro che luce, ma sapeva anche che la luce filtrata dalle foglie portava con sé un po’ di quel verde, come un’eco della superficie che aveva appena attraversato.

Se osservate attentamente la luce che illumina un oggetto colorato, noterete che l’ombra portata da quell’oggetto assume una sfumatura di quel medesimo colore, modificando inevitabilmente la superficie dei corpi che tocca.

Tutto questo è facilmente osservabile da chiunque nella vita di ogni giorno. Meno intuitivo, invece, è comprendere perché, sotto la stessa identica fonte di luce, gli oggetti ci appaiono di colori differenti.

Il fenomeno si basa su un principio fisico preciso: il colore che noi vediamo non appartiene all’oggetto, ma è il risultato della radiazione luminosa che l’oggetto rifiuta. Quando la luce bianca (che contiene in sé tutti i colori dello spettro) colpisce una superficie, questa ne assorbe una parte e ne riflette un’altra. Ogni specifica frequenza luminosa corrisponde a un colore:

  • Un oggetto rosso assorbe tutte le lunghezze d’onda della luce tranne quella rossa, che viene respinta (riflessa) e catturata dai fotorecettori del nostro occhio.
  • Un oggetto nero assorbe l’intero spettro visibile senza riflettere alcuna frequenza (motivo per cui i vestiti neri accumulano più calore sotto il sole).
  • Un oggetto bianco non assorbe nulla e riflette indietro tutte le frequenze luminose insieme.

Bisogna però fare una distinzione fondamentale tra il mondo dei pigmenti fisici e il mondo delle emissioni luminose, come sa bene chi si occupa di grafica digitale o illuminotecnica. Il comportamento dei colori cambia radicalmente a seconda della loro natura:

  1. Sintesi Sottrattiva (I pigmenti materiali): se mescoliamo insieme tutti i colori intesi come materie fisiche riflettenti — ad esempio le tempere, gli acquerelli o gli inchiostri della stampante — i pigmenti si annullano a vicenda assorbendo tutta la luce, e il risultato che otteniamo è il nero (o un marrone molto scuro).
  2. Sintesi Additiva (Le luci): al contrario, se sovrapponiamo e misceliamo tra loro i fasci di luce colorata (come i pixel dello schermo di un computer o i faretti di un palcoscenico), le frequenze si sommano e il risultato finale è la luce bianca.

Perché accade questo? Quando mescoliamo le tempere, in realtà, stiamo sommando le loro rispettive capacità di assorbimento delle radiazioni luminose. Questo meccanismo (chiamato sintesi sottrattiva) funziona per sottrazione di luce: ogni pigmento aggiunto toglie (assorbe) una parte di colore allo spettro visibile.

Per fare un esempio molto semplificato: se mescoliamo una materia che assorbe il rosso e una materia che assorbe il giallo, la combinazione che ne deriva lascerà libera di riflettersi solo la radiazione dello spettro rimanente, ovvero il blu. In termini fisici, la materia che comunemente definiamo di colore “blu” non possiede quel colore intrinsecamente, ma è semplicemente una materia che riflette la radiazione blu e assorbe tutte le altre frequenze.

Ovviamente, si tratta di una spiegazione estremamente basilare, utile solo a chiarire i punti fondamentali del fenomeno; il sistema ricettivo del colore nell’essere umano è, in realtà, un processo biologico e neurologico straordinariamente complesso ed evoluto.

Sebbene gli artisti del passato non avessero a disposizione le nostre moderne conoscenze scientifiche, possedevano — grazie a un’acuta intuizione visiva — una consapevolezza della percezione cromatica decisamente superiore a quella dell’uomo comune. Per accorgersene, basta osservare come nei loro dipinti sapessero utilizzare tonalità ricche e variegate per rendere i toni della pelle (gli incarnati), o come inserissero profonde ombre violacee sui tessuti bianchi.

Se anche noi provassimo a osservare la realtà che ci circonda con la stessa attenzione analitica e priva di preconcetti di un maestro come Caravaggio, noteremmo immediatamente che gli oggetti non hanno un colore fisso, ma variano continuamente assumendo sfumature del tutto impreviste a seconda dell’ambiente e delle luci circostanti.

Ciò che distingue un vero pittore teso alla rappresentazione realistica da un osservatore ordinario non è tanto la pura abilità tecnica manuale, quanto il modo in cui guarda il mondo. Imparare a osservare la realtà dimenticandosi di ciò che si “crede di sapere” su un oggetto e sul suo colore statico, studiandone invece la reale fenomenologia ottica del momento, è un esercizio cognitivo di gran lunga più utile per un artista rispetto a molte ore di sterile pratica pittorica.

In copertina: Foto di Leopictures da Pixabay 

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Il successo internazionale di NAZA e il clone manipolato della hasbara israeliana

Il successo internazionale di NAZA e il clone manipolato della hasbara israeliana

Il successo internazionale di NAZA e il clone manipolato della hasbara israeliana

Naza è il film-documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, che ne ha curato anche la fotografia e il montaggio, distribuito da I Wonder Pictures dal 28 settembre 2026. Presentato in concorso alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia – unico titolo documentario tra quelli in gara – il film si è aggiudicato il Premio speciale della giuria.
L’opera ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call.

Attraverso testimonianze rese anonime con l’alterazione di volti e voci (proprio a causa delle conseguenze che gli intervistati potrebbero avere, una volta svelata l’identità) il film raccoglie le dichiarazioni di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence militare e soldati israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza. Le interviste, ambientate di notte sui tetti di Tel Aviv, si alternano a immagini della quotidianità cittadina, creando un contrasto tra la vita ordinaria in Israele e gli effetti dei bombardamenti. Il titolo “Naza”, infatti, richiama un acronimo militare utilizzato dall’intelligence israeliana, derivato dalle parole Nezek Agavi (in ebraico: נז”א, acronimo di נזק אגבי), tradotto come «danno collaterale», che indica il margine di vittime civili considerato tollerabile in un singolo attacco.

Gli intervistati descrivono le procedure operative e l’uso di tecnologie di sorveglianza e analisi automatizzata dei dati. In particolare, testimoniano l’impiego del sistema di intelligenza artificiale Lavender per la stesura automatica di liste di bersagli; del programma Homeland per le intercettazioni telefoniche permettendo di osservare gli interni dei palazzi palestinesi e di decidere quali bombardare; e della procedura Where’s Daddy, ideata per progettato per localizzare i target all’interno delle abitazioni private attraverso i movimenti dei familiari e tracciare i sospetti attraverso le comunicazioni dei familiari, riferendo di cifre di vittime civili attese comunicate come parte ordinaria delle procedure operative.

Mentre Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor prosegue il suo percorso internazionale dopo il Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra di Venezia, la macchina della propaganda israeliana ha superato un nuovo limite nel tentativo di censurare e distorcere la verità.

Il pluripremiato film NAZA, che denuncia l’uso dell’intelligenza artificiale nei bombardamenti a Gaza attraverso le testimonianze di soldati e membri dell’intelligence israeliana, è stato letteralmente “clonato”.

Da Israele è arrivato un “contro-documentario” che si propone come risposta diretta a NAZA che si intitola Naza: The Real Story (o “The True Story”). Realizzato da riservisti dell’IDF, l’esercito israeliano, e diffuso online con sottotitoli in inglese, nasce con l’obiettivo dichiarato di contestare le testimonianze e le ricostruzioni del film originale. Il contro-documentario, della durata di 49 minuti, è diretto dal tenente colonnello Roi Danino, Hagai Gutman e Ariel Averbuch ed è disponibile gratuitamente sul sito ufficiale.

Non si tratta di una semplice replica, ma di un plagio studiato a tavolino: hanno copiato lo stesso nome, la stessa grafica e la stessa impostazione visiva dell’opera originale con l’unico obiettivo di intercettare gli utenti e deviarli verso la narrazione ufficiale dell’esercito israeliano.

Secondo il Jerusalem Post, il contro-film utilizza immagini, registrazioni e materiali dell’esercito israeliano, oltre alle testimonianze di ufficiali e comandanti, per sostenere una ricostruzione alternativa delle operazioni a Gaza: tra gli elementi citati ci sono la presenza di combattenti di Hamas in aree civili, le procedure di autorizzazione dei raid, le regole d’ingaggio e la gestione degli aiuti umanitari. Le affermazioni sono presentate come testimonianze degli intervistati e non come fatti indipendentemente verificati dal film.

Il contro-documentario “NAZA: The Real Story” è stato finanziato e promosso direttamente dai canali istituzionali dello Stato di Israele, con il supporto operativo e logistico dei vertici delle forze armate e il supporto diplomatico delle ambasciate. La pellicola non è un’opera cinematografica indipendente distribuita nei cinema commerciali, ma viene diffusa e pubblicizzata attivamente a livello globale dalle ambasciate dello Stato di Israele come operazione ufficiale di diplomazia pubblica per contestare le accuse mosse all’esercito.

Il film, materialmente realizzato da figure di spicco dell’ambiente militare e della riserva israeliani, gode del totale supporto dell’IDF, che ha fornito l’accesso a ufficiali dell’intelligence, comandanti di alto livello, materiali d’archivio esclusivi, mappe tattiche e riprese declassificate per sostenere la narrazione governativa. Tutta l’operazione finanziaria dietro al documentario è finalizzata a renderlo completamente gratuito e accessibile a chiunque sul suo sito web ufficiale. Questo conferma che, a differenza del film originale NAZA, il contro-documentario dell’IDF è un investimento di comunicazione strategica mirato a contrastare la pressione internazionale che denuncia apertamente il genocidio in atto verso il popolo palestinese con l’impiego di nuove armi sofisticate da parte dell’Entità sionista.

Se cercate il film e trovate scritto sotto al titolo “The real story” o “The true story”, o se leggete descrizioni che parlano di “testimonianze di ufficiali dell’IDF per esaminare il combattimento in aree civili”, NON è il film NAZA premiato a Venezia, ma state piuttosto guardando invece la ri-narrazione sionista creata per coprire i fatti.

È in atto una vera e propria operazione di manipolazione visiva che punta a confondere chiunque cerchi di guardare il documentario d’inchiesta premiato a Venezia. La hasbara sionista funziona così: non potendo censurare un premio internazionale, provano a rubarne l’identità per confondere l’opinione pubblica.

Il confronto arriva mentre il “vero” Naza continua a registrare risultati significativi in Italia: arrivato nelle sale italiane il 1 ottobre “a tiratura limitata” (3 sere), viene continuamente riprogrammato a causa della grande richiesta. Il 6 ottobre Naza restava saldo al primo posto del box office Italia con un totale di 3,4 milioni di incassi e oltre 450mila presenze.

L’opera è stata selezionata per il Festival internazionale del cinema di San Sebastián e per la sezione principale della 64ª edizione del New York Film Festival. Il film di Abraham e Szor proseguirà inoltre la distribuzione internazionale, mentre The Guardian ha annunciato una successiva disponibilità gratuita online.

Cover: Foto di Max da Pixabay

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Quel dio non c’è. El minestron sì: l’avventura di un giovin poeta

Quel dio non c’è. El minestron sì:
l’avventura di un giovin poeta.

Che fine ha fatto il giovin poeta?
Da quando l’ho visto partire quel fine giugno anni Settanta, ‘me l’è finii?..

…Di anni, allora, ne aveva poco più di venti. Pelle bianco latte, occhi azzurri, SvevoNormanno di estrema Sicilia e più terragna che mai, s’era trovato dentro il fagotto di suo padre emigrato durante il boom in Val Padana, qui cresciuto a cassate, pastasciutte e risott col zafran[1], quelli intorno a chiamarlo terrone.

La sua prima poesia l’aveva scritta quando ancora il pelo sulla gèppa[2] stenta. Un talento precoce, il suo. Ben nutrito. Rimbaud, Verlaine, Mallarmé, Apollinaire, il furore della Comune, lo svacco ardito del Moulin Rouge. Come a dire che le basi c’eran tutte. E poi Saba, Campana, Ungaretti, l’Antinovecento del Pasolini e dintorni, la Linea Lombarda. E ancora Bertoldo e un po’ Macario, con quel tanto di ironico disincanto che ben ci sta sulle solide fondamenta di studi classici e cattedre più che solenni.

Tra i tanti in quegli anni innamorati di motori e aviogetti, la nuova, irreale, religione del consumo, lui, il giovin poeta, il cuore l’aveva promesso alla parola in forma metrica e d’assonanza ardita. Al viaggio interiore. Non poteva dunque mancare, gli ultimi giorni di giugno del 1979, al Festival Internazionale dei Poeti di Castelporziano. Là, a conoscere i poeti, quelli che contavano davvero: i beat, gli apocalittici, i lisergici.
Davvero in quei giorni un demone crudele si agitava per quei luoghi. A lungo si era nascosto, Marsia funesto, nell’equivoco di un’intera generazione. Cui nulla fregava della Poesia, dei nuovi linguaggi, i nuovi orizzonti della mente. Voleva il campeggio, lo svacco. Gratuito, ovvio. L’occasione era arrivata…

Allen Ginsberg e Fernanda Pivano al Festival internazionale dei poeti di Castelporziano – fonte wikipedia, facebook

…Quando, dopo l’ennesimo insulto ai poeti, verdura e spazzatura come siluri sul palco, assaltato da centinaia di scimmioni, il palco stesso crollava di schianto, allora al giovin poeta gli è saltato il cristo. S’è fatto strada tra i corpi e il rudo e l’è tornaa a cà.

Addio Zeichen, Orengo, Buttitta, Ginsberg, Orlovsky, Corso, Burroughs ed Evtušenko! Addio Bellezza (Dario non solo)!..

Con le pive nel sacco eccolo di nuovo in Lombardia, tra le nebbie incatramate, la puzza della colla che s’industria a più non posso. Con una domanda: che fare? Negli anni a venire la risposta ribolle nel sangue, urge tra le dita, branca cielo, terra, firmamenti, giunge all’hic sunt leones, l’ultima thule dei Pitea più stralunati. Ed ecco la risposta: fare Poesia! Foglio su foglio vergato con Olivetti Lettera 36, il giovin poeta legge e rilegge quanto fatto e sudato. Riga dopo riga, verso su verso, è tutto a posto. Perché non allora tentare il gran salto, la gloria letteraria? Si può fare? Certo! Busta, posta, via…

Passa un mesetto. Una mattina presto che gli occhi appena si sfanno della mascherpa[3] notturna, qualcuno chiama il giovin poeta. Pronto? Sì, sì, Vito Giuliana son io! Bene, bene. Guardi che sul prossimo numero di Alfabeta verranno pubblicate una decina di sue poesie! Davvero? Certo, certo, ci sono molto piaciute, complimenti!..

Alfabeta! La più importante rivista letteraria di quegli anni! Non era da tutti piacere a un Nanni Balestrini, una Maria Corti, l’Umberto Eco, a un Volponi, a un Leonetti. Per citarne solo alcuni. Tra i quali ficchiamoci pure dentro il Leo Paolazzi, poeta, critico, uomo di mente e di braccio, che di Alfabeta era direttore. Uno bravo, finalmente, il Paolazzi. Che girava senza scorta di amici potenti e protervi leccaculi. Uno libero, insomma…che, nell’attimo in cui spesso ci si gioca il fosso o il cielo, ora è lì, occhi negli occhi col Vito Giuliana giovin poeta. E gli dice: ma guarda che tu sei bravo per davvero! Ora ti mettiamo su Alfabeta: ma ti andrebbe di pubblicare con Feltrinelli? …Feltrinelli??? Certo che mi va!!! Ostia…Come dire il paradiso!!!

Vito Giuliana esce dalla redazione di Alfabeta. Mica cammina. Vola! Sarà questione di qualche giorno appena, gli ha assicurato il Paolazzi. Qualcuno lo contatterà. Ci vorrà un mese, due, tre, ma alla fine, la sua raccolta di poesie, uscirà…per Feltrinelli.

Passa del tempo. Ne passa dell’altro. Nessuno chiama. On dì, el Vito Giuliana el ciapa el telefono. Pronto? Mi scusi. Potrei parlare con Leo Paolazzi? Con chi? Paolazzi, Paolazzi, il direttore! Ah, sì ma come…non lo sa? Cosa? Purtroppo…, è venuto a mancare…è morto…sì…due settimane fa. Ma come? All’improvviso, sì. Nessuno se lo aspettava. Sì, una tragedia, mi creda, una vera tragedia…

Ecco! La scarogna elevata a sghemba ipotenusa della vita. Dall’empireo ai bassifondi. Cosa fare? Dove andare? Serve non mollar la presa. Tentare. Ancora, ancora!

Difatti, questo si fa. Col suo bell’Alfabeta sottobraccio, il Vito Giuliana va a trovare il Fabrizio Gufi, anche lui in possesso dei suoi scritti. Chi l’è il Gufi? È uno che conta. Ma molto davvero. Del giro di poesia di quel di Milano, conosce tutto e tutti. Basterebbe un suo cenno. Ne semm capii[4].

Ed eccoli lì! Il giovin poeta e il maninpàsta. Occhi negli occhi come già col Paolazzi, ormai tra i più…

…Beh…sì…fa il Gufi…lei ha pubblicato con Alfabeta…molto, molto, prestigioso. Complimenti.

…Sa…incede il Vito Giuliana…mi chiedevo se lei mi potrebbe dare una mano a pubblicare con un buon editore…il Paolazzi diceva che…

…Paolazzi purtoppo è morto!..

…Eh…sì, putroppo è così. Lui mi aveva fatto una proposta interessante…qualcosa di più di una semplice proposta…voleva pubblicarmi con…

…Sì, sì, capisco…interrompe mieloso il Gufi…ma Paolazzi è morto…lei capisce…

…Cosa devo capire?..

…No…niente…Senta, facciamo una cosa…le sue poesie sono davvero molto interessanti. Guardi… questo è l’indirizzo di una casa editrice fiorentina, piccola, intendiamoci, ma di alta qualità. Ecco, la contatti. La contatti a nome mio. E vedrà che rimarrà soddisfatto…

…Sì?..

…Sì, sì! A nome mio….

…A nome suo…

 Il Vito Giuliana el torna a cà sua. Non vola. Anzi. E’ colto da leggera zoppia depressiva. L’è gris ‘me ‘n sciatt[5].

El dì dopo, el ciama quej de Firenz.

…Sì, sì vediamo vediamo…interessante certo che sì…ehen…uhm…bah…sì sì…mandi pure, mandi pure…ah sì beh chì? Ah sì, il Gufi il Gufi, ha parlato col Gufi. Sì sì, mandi pure a noi…

Passa un mese, passa un anno, passa che siam qui io che scrivo e tu che leggi e, al Vito Giuliana, l’allora giovin poeta, l’ha chiamato più nessuno.

In compenso, poco dopo l’incontro milanese col Gufi, all’orecchio gli è arrivato quell’uccellino che spesso, quando meno te lo aspetti, ti sussurra verità in altro modo inconfessabili.

…E’ inutile che stai lì a bussare a quella porta, Vito!..Inscì el gh’ha dii l’uselin[6]…perché, se nessuno ti dirà mai di No, il Sì te lo scordi per davvero!..

E perché???

Perché, Vito mio caro, tu devi capire una roba che tutti sanno ma nessuno dice:

…I rapporti di dominio economico e culturale di questa società capitalistica (con quel tanto di familismo amorale tipico dell’italica stirpe), si riproducono pari passo nel mondo della Poesia e della Letteratura. Si cooptano gli affiliati, i famigli, gli intimi da letto e le amanti fascinose. Tutti gli altri fanno la fila fuori dalla porta. Tu Vito volevi pubblicare al top!..Ma sei figlio di nessuno; forse sei anche terrone e per giunta lombardo di provincia! Sei il Vito Giuliana! Capisci? E questo ti basti…

…Ostia!…Sbotta il Vito…Ma qualcuno contro sto sistema c’è!..C’era…

…Ma chi?

…Il Paolazzi!..

…Ehe…sai com’è finito…

… No, dai…l’hanno ammazzato?..

…Ma no, no! L’è mort in de per luu[7]. Cause naturali! Capita, dai…

…Ecco!..

…Ecco che roba?…

…Ecco la prova che un certo dio non c’è!..

 

Tutto sto ragionare l’è vegnuu foeura molti anni dopo che io e il Vito eravamo seduti in una trattoria di provincia….mi ricordo quel giorno. Era felice…

 

…Guarda Luis!..mi fa…varda chì…

…Vito!..Sei sul Corriere della Sera…

…Ehe sì…un piccolo trafiletto…appena qualche riga…son contento…

…Ma è il tuo ultimo libretto! Non ci credevi nemmeno. Ostia. Sul Corriere della Sera!..

Lui mi luma. Grifagno. Severo.

…Sì…dopo cinquant’anni che scrivo e mi faccio il culo, dai, prima di crepare è una soddisfazione!..Ma scusa…te ci credi ancora a certe cose?..

…Cosa?..

…Alle favole…

…Vito, io credo solo alle brutte storie. Le scrivo…

…Allora ricorda: i poeti, quelli veri, quelli puri, li trovi per strada che son soli…

…E puzzano di mancati suicidi…

…Ecco sì. E tutt el rest ch’el vaga a dà via ‘l cuu!..[8]

…Cià dai finissa el minestron[9]. Questo, almeno, sei sicuro che c’è!..

…Sì sì el minestròn… al gh’è…l’è bon l’è bon el minestron…

 

Nota al testo:

Vito Giuliana esiste realmente ed è un bravo poeta. Gli altri nomi di persona, ovviamente, pur riferendosi a persone reali, sono inventati.

Note dal dialetto:

[1] Risotto con lo zafferano

[2] Mento

[3] Cispa

[4] Ci siamo capiti

[5] Col morale a terra…

[6] Così gli ha detto l’uccellino…

[7] E’ morto da solo

[8] Vada a dar via il culo

[9] Dai, finisci il minestrone

 

Cover: Vito Giuliana, immagine di Manni Editori

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Un carcere, un gelato e una seconda possibilità

Un carcere, un gelato e una seconda possibilità

Un carcere, un gelato e una seconda possibilità

Quando pensiamo al carcere, una delle ultime cose che ci possono venire in mente è il gelato.
Eppure, nel carcere di Sutton, in Inghilterra, è proprio da lì che qualcuno ha deciso di cominciare.

Immagine da Facebook

L’imprenditore italiano Roberto Costa ha portato dentro la prigione un progetto che insegna ai detenuti un mestiere legato alla cucina italiana: pane, mozzarella, prodotti da forno e, naturalmente, gelato… anzi il “Jail lato” (il termine “jail”, in inglese, significa prigione)
Potrebbe sembrare una cosa curiosa.

Ma proviamo a guardarla da un’altra prospettiva.
Che cosa può essere più utile a una persona che sta scontando una pena: dirle continuamente che cosa ha sbagliato oppure darle la possibilità di imparare qualcosa che domani potrebbe servirle per ricominciare?

Attenzione perché la domanda è semplice, ma non banale.
Quando parliamo di carcere diciamo spesso che bisogna “rieducare”; è una parola importante che però rischia di rimanere vuota se non si traduce in qualcosa di concreto.

Imparare un lavoro è concreto, come pure avere delle responsabilità e scoprire di essere capaci di fare qualcosa.
E forse lo è ancora di più sapere che quella capacità potrà essere utilizzata quando la porta del carcere si aprirà.

Perché prima o poi quella porta, per la maggior parte delle persone detenute, si aprirà.
E allora come vorremmo che fosse “il nostro vicino di casa?”, si chiedeva Horacio Czertok in un bel testo teatrale pensato dopo che vicino a casa sua andò ad abitare un ragazzo che aveva conosciuto all’Arginone durante i corsi di teatro che proponeva ai detenuti.

Una persona che abbiamo semplicemente tenuto chiusa per qualche anno?
Oppure una persona che ha avuto la possibilità di imparare, cambiare, assumersi responsabilità e costruirsi un futuro?
Non penso che un laboratorio di cucina possa risolvere i problemi del carcere.
Non basta un gelato per cancellare un reato, né per cancellare il dolore di chi lo ha subito. Ma forse il punto non è questo.

Il punto è capire se vogliamo che il carcere sia soltanto il luogo dove una persona paga per ciò che ha fatto oppure anche il luogo dove può cominciare a costruire ciò che farà dopo.

A Sutton hanno scelto di partire da una cosa molto semplice: insegnare un mestiere.
E io penso che dovremmo fermarci un momento a riflettere.

Perché quando insegni a una persona a fare il pane, non le stai insegnando soltanto a fare il pane.
Quando le insegni a fare un gelato, non le stai insegnando soltanto a fare un gelato.
Le stai dicendo: puoi ancora imparare qualcosa. Puoi ancora essere utile. Puoi ancora costruire qualcosa.

E forse, qualche volta, la rieducazione comincia proprio così.
Con una ricetta. Con un lavoro. Con qualcuno che, invece di guardare soltanto ciò che hai fatto ieri, prova a chiederti: «Che cosa possiamo fare insieme per il tuo domani?»

Foto di copertina: JAIL-Lato – immagine da https://www.husk.co.nz/stories/little-lato/

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Parole a capo / Giorgio Bolla: "A Federico" e altre poesie

Parole a capo /
Giorgio Bolla: “A Federico” e altre poesie

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Giorgio Bolla: «A Federico e altre poesie»

 

A FEDERICO

In cinque soli fendenti
lui è stato sepolto
con cinque rari fendenti
lì è stato portato
si adopra la polvere
della strada
a coprire la maldicenza
si atteggiano gli alberi
a portare il freddo
sulla sua tomba.

*

 

Arrivi da amori altri
e assecondi nuvole
strane
dedite alla scelta
dell’aria
terre e avvicinamenti
sciolto il viaggio.

Ora, scegliere il tempo
è facoltà di chi
accondiscende
ad archi di volontà
stretti in tramonti
di luna,
oltre il dire
degli uomini.

 

*

Bella la tua terra
dove stanno anche i silenzi
usciti da piccole stazioni
per fare i conti
con la fine del giorno.

Giorgio Bolla. Poeta veneto nato nel 1957, chirurgo pediatra, ha finora pubblicato tredici raccolte poetiche personali : Solo Immagini (2008), Il Motore del Tempo (2009), Mnesis (2010), Assoli di Oboi (2010), Ruote Alate (con testo spagnolo a fronte-2011), Skhandha (2012), Epistolario (e-book con testo spagnolo a fronte-2012), Il Libro delle Ore (e-book-2012), Storie di acqua, di Angeli e di vento (LaVitaFelice Mi-2013), La Quintessenza del Gioco (Gilgamesh Asola-2015), Preghiere oltre sé stesso (LaVitaFelice Mi-2016), Among Water, Angels and Wind (Gradiva New York-2020), Navigando sotto il sole (Guido Miano Ed. Mi-2025); con Mario Benatti ha pubblicato In Vicinanza delle Nuvole (epistolario poetico-2014) e con Valentina Meloni Corrispondenze da un Mondo Increato (LaVitaFelice Mi-2018). Ha inoltre pubblicato The Metaphor (Mnamon Mi, e-book-2015), un testo di Estetica. Ha pubblicato la traduzione Italiana di dieci ballate di Villon (LaVitaFelice Mi-2023). Ha scritto un racconto lungo Il manoscritto rivelato (2018). Tra i numerosi Saggi scritti ha pubblicato (nuovorinascimento.org) una nuova interpretazione in chiave biblica della “Tempesta” di Giorgione . Ha introdotto la Antologia di poesia italiana contemporanea Bankruptcy (2016). Nel Luglio 2011 – Larissa, Grecia – ha conseguito il “Gran Premio di Poesia Mediterranea”, mentre nel 2013 a Sarajevo ha ricevuto il secondo Premio per “Seeking for a poem”. E’ giunto terzo (Poesia Edita) nel Premio “Santa Maria in Castello-Vecchiano (PI)” nel 2014 e nello stesso anno è risultato vincitore nella Prima Edizione di “Slam-Poetry Connection in Murano (Venezia)”. Nel 2015 ha conseguito il Primo Premio Assoluto del Premio Letterario Internazionale “La Rocca-Città di San Miniato”. Nel 2016, a Montecarlo, gli è stato conferito il Premio Biennale “Palma d’Oro per l’Arte”. Nel 2017 vince, per la Sez. Poesia singola, il Primo Premio “Frate Ilaro del Corvo” e nel 2019 il Premio Speciale della Giuria all’interno del “Premio Letterario Campagnola”. Nel 2023 consegue a Pergola il “Premio Adriatico” per la Poesia. Ha poi ricevuto numerosi altri Premi ed Attestati in occasione di vari Concorsi Letterari. Fa stabilmente parte della Commissione critica negli eventi organizzati in sede nazionale ed internazionale da Art Expò Gallery e Biancoscuro Art Magazine . E’ presente in numerose Antologie e Riviste di poesia, italiane e non. Fa parte del Comitato editoriale di Senecio.it. Su “Parole a capo” sono state pubblicate altre poesie di Giorgio Bolla il 24 febbraio 2022; il 28 agosto 2025 e il 12 giugno 2025. 

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 358° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

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Welfare insufficiente e riforma ferma al palo per oltre 4 milioni di anziani fragili

4 milioni di anziani non autosufficenti: per loro questo welfare non basta

Welfare insufficiente e riforma ferma al palo per oltre 4 milioni di anziani fragili

Sono oltre 4 milioni le persone anziane non autosufficienti nel Paese, mentre l’età media della popolazione ha raggiunto i 47,1 anni e un italiano su quattro ha più di 65 anni. Secondo le proiezioni, entro il 2050 gli over 65 arriveranno al 34,6% della popolazione e gli ultra 85enni raddoppieranno il proprio peso demografico. Il sistema di welfare italiano continua a scaricare sulle famiglie il peso dell’assistenza, in particolare sulle donne e sul lavoro di cura informale.

Oggi 4,6 milioni di anziani vivono soli, numero destinato a salire a 6,5 milioni entro il 2050, mentre oltre 763 mila persone rinunciano a progetti di genitorialità per la necessità di assistere genitori anziani e fragili.

Il rapporto evidenzia come l’invecchiamento si intrecci sempre più con povertà e disuguaglianze sociali. Tra gli anziani cresce la multimorbilità, che interessa oltre 7 milioni di persone, e aumenta il numero di over 65 che si rivolgono alla rete Caritas: in dieci anni la loro incidenza è raddoppiata dal 7,7% al 15,4% degli assistiti. Sul fronte delle politiche pubbliche, la CGIL giudica insufficiente la riforma della non autosufficienza prevista dal PNRR e attuata con il decreto legislativo 29/2024.

La nuova Prestazione Universale, pensata come misura di sostegno economico per gli anziani più fragili, è limitata agli over 80 con Isee inferiore a 6.000 euro e bisogni assistenziali gravissimi.

La platea potenziale riguarda appena 25 mila persone, pari allo 0,6% degli anziani non autosufficienti. Nei primi mesi di applicazione sono state accolte soltanto 2.383 domande su oltre 6.200 presentate. Anche le risorse destinate al settore appaiono inadeguate rispetto alla dimensione del fenomeno. Il Fondo nazionale per la non autosufficienza dispone di circa 982 milioni di euro nel 2025, 934 milioni nel 2026 e 1,1 miliardi nel 2027, cifre considerate insufficienti a fronte di una popolazione fragile in continua crescita.

Il Report non manca di soffermarsi sulle disuguaglianze di salute. “Si stimano più di 7 milioni di persone (13% della popolazione) che combinano multimorbilità e limitazioni nelle attività, una situazione che tra gli anziani raggiunge il 35,4%. In questo contesto, il carico di malattia e di perdita di autonomia si concentra nei gruppi sociali economicamente svantaggiati, maggiormente esposti a condizioni sfavorevoli nel corso della vita (ambienti sociali più degradati, lavori usuranti o precari, eccetera), che incidono anche sulla prevenzione primaria e secondaria.

Secondo il rapporto Caritas 2026, le caratteristiche delle persone accolte mostrano come la fragilità sanitaria si intrecci con altre forme di vulnerabilità sociale. Si tratta prevalentemente di uomini e donne nelle età mature e anziane, spesso soli, separati, divorziati o vedovi, con bassi titoli di studio, percorsi lavorativi fragili o già esclusi dal mercato del lavoro. Molti vivono in condizioni abitative precarie e in contesti caratterizzati da una limitata accessibilità ai servizi”.

Il dossier considera, tra l’altro, la programmazione sociale, sottolineando come il suo sviluppo attraverso il dialogo tra politica, amministrazione e sindacato confederale, abbia dato vita a reti sociali solide, infrastrutturazione delle politiche sociali, realtà economiche sviluppate, e dunque a livelli più alti di coesione sociale, come dimostra l’esperienza di alcune regioni italiane.

“Il concetto chiave, si legge nel dossier, deve essere quello di “programmazione partecipata”. Programmare significa scegliere un modello di società, definire priorità politiche locali, avere una visione progettuale di medio-lungo termine. La programmazione sociale deve essere orientata alla costruzione di una rete di protezione e sicurezza sociale capace di anticipare, raccogliere, interpretare e prendere in carico i bisogni, prevenire le emergenze, con servizi e investimenti orientati alla cura del presente e del futuro dei territori e delle persone che vi abitano, crescono, lavorano, partecipano, invecchiano. L’infrastrutturazione sociale è strumentale a rafforzare e garantire lo sviluppo economico e culturale, la coesione sociale nel territorio, secondo un’idea emancipatoria-inclusiva e non assistenzialistica o corporativa della cittadinanza”.

Per questo, appare necessario, a parere della CGIL, che il sindacato sappia nutrire la relazione con il territorio, attraverso: assemblee territoriali diffuse; confronto con la società civile (partiti, associazioni, comitati di quartiere, collettivi, movimenti, etc.); assemblee nei luoghi di lavoro; confronto con e tra tutte le categorie e i loro delegati; attivazione di tutti i soggetti presenti e coinvolti. Per la CGIL serve un cambio di paradigma: più assistenza domiciliare, rafforzamento del servizio pubblico, integrazione tra sanitario e sociale, valorizzazione del lavoro di cura e investimenti strutturali in grado di garantire diritti esigibili su tutto il territorio nazionale. Una sfida che riguarda non solo gli anziani, ma il futuro della coesione sociale del Paese.

Cover: Foto di Sabine van Erp da Pixabay

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Chi si ricorda delle sorelle Pasello?

Chi si ricorda delle sorelle Pasello ?

Ad un anno dalla sua morte, avvenuta nell’ottobre del 2023, ed a dieci da quella della sorella gemella, Pontedera, il comune toscano sede del famoso teatro, ha reso omaggio, con un grande murales, a Silvia e Luisa Pasello, due tra le sue più importanti e prestigiose attrici.

Il murales, ne ha dato notizia La Nazione all’indomani della sua realizzazione, nell’ormai lontano giugno del ’24, ha fatto discutere la cittadina toscana. Si tratta di uno scatto che il fotografo Maurizio Buscarino ha fatto all’indomani di un importante spettacolo  A. da Agatha tratto dall’opera di Margherite Duras, che le due attrici hanno interpretato nel 1986, sotto la regia di Thierry Salmon, premiato all’epoca con il prestigioso Premio UBU. Si ricorda quella messinscena per lo straordinario valore che essa ha avuto nell’ambito della ricerca e sperimentazione teatrale non solo nel nostro paese. In quel caso le gemelle interpretavano i due fratelli, protagonisti della storia scritta dalla Duras.  Silvia era Agatha e Luisa suo fratello.

Il murales, opera di due Street artist portoghesi, ritrae le due gemelle in una posa particolarmente ammiccante, che secondo gli autori dovrebbe “celebrare  l’avanguardia e la trasgressivita’  di un movimento teatrale che ha contribuito a riscrivere nuove regole del teatro in Italia…”. Questo a Pontedera, sicuramente il luogo più appropriato per ricordarle, vista l’intensa attività culturale che vi hanno svolto per decenni.

Chi si ricorda delle sorelle Pasello?
Silvia e Luisa Pasello in scena

A Ferrara, dove sono nate e hanno iniziato la loro attività, in particolare Silvia, collaborando con l’allora neonato Teatro Nucleo, probabilmente nessuno o quasi se le ricorda.

Io ho conosciuto entrambe, proprio in quegli anni. In particolare Silvia, che oltre alla formazione nel Teatro Nucleo, ha per un breve periodo collaborato attivamente alle prime iniziative della Coop. Culturale Charlie Chaplin, fondata da Carlo Castellani, Stefano Tassinari e da altri, tra cui il sottoscritto.

 

Poi, all’inizio degli anni Ottanta, è iniziata per entrambe la nuova avventura teatrale, all’interno di un progetto di ricerca organizzato proprio a Pontedera, dal Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale (C.S.R.T.)  Allora ne ho perse le tracce, pur continuando a seguirne a distanza le innumerevoli performances.

Lungo l’elenco dei riconoscimenti nazionali e internazionali che hanno ottenuto nel corso della loro vita, finita troppo presto.

Silvia è stata l’ispiratrice della storica Biennale di Venezia diretta da Carmelo Bene, culminata nel celebre e discusso Macbeth Horror Suite, in cui recitava al suo fianco e che le è valso, nel 1997, il suo secondo Premio UBU, come migliore attrice.

A fianco della sorella Luisa, nel 2005, eccola in una memorabile trasposizione del celebre Aspettando Godot, di Beckett, per la regia di Roberto Bacci, tra l’altro compagno di Luisa. Memorabile perché ad interpretare Vladimir ed Estragon, i due vagabondi protagonisti della pièce erano loro, due donne. Esistono precedenti, ma quella volta si arriva anche al tribunale, perché la Siae, su richiesta degli eredi di Beckett, diffida il regista ed il teatro di Pontedera che la messinscena ha prodotto, a continuare con le repliche teatrali. Gli eredi ritenevano infatti lesiva dell’integrità dell’opera, quella trasposizione, proprio per il ruolo affidato alle sorelle Pasello, due donne, quando nel testo i protagonisti sono maschili. Il tribunale diede ragione al Teatro e le rappresentazioni continuarono, segnando un innegabile precedente in una materia, spigolosa e delicata come quella della rilettura di un’opera il cui autore è morto.  Una nuova grande interpretazione per le Pasello.

Silvia e Luisa Pasello in scena . Compagnia amatoriale G.A.T.E.

L’ultima prova insieme, nel 2011, con Due lupi, uno spettacolo ispirato al testo della scrittrice ungherese Ágota Kristóf, di straordinaria attualità, perché narra le vicende di due bambini gemelli, portati dalla mamma nella casa della nonna, situata al limitare di una foresta. Lì dovrebbero essere al riparo dalla guerra che infuria in città. I due bambini, interpretati da Silvia e Luisa, si immergeranno presto in un rapporto esclusivo, unico rifugio dalle tremende avversità che li circondano. Diventeranno come due lupi, acquisendone la crudeltà animale e lo sprezzo del pericolo.  Lo spettacolo, creato sulla coreografia di Virgilio Sieni, è cadenzato dalle quattro scene nelle quali si svolge, sempre attorno ad un carro armato, simbolo di una guerra senza tempo  e senza luogo. Il presente per milioni di essersi umani, in giro per il mondo.

Di tutt’altro genere, la lettura che Silvia Pasello ha fatto nel 2021, per la trasmissione Ad alta voce, del testo Alpinisti ciabbatoni di  Achille Giovanni Cagna:
https://www.raiplaysound.it/audiolibri/alpinisticiabattoni

La sua voce inconfondibile, ci regala una nuova splendida interpretazione, di un’opera piuttosto atipica della scapigliatura piemontese di fine ottocento. Un testo rivalutato soprattutto per l’innovazione linguistica che propone ed una prosa che mescola dialetto ed espressioni onomatopeiche. Il tutto accompagnato dalle musiche di Ares Tavolazzi, suo compagno nella vita.

Forse Ferrara potrebbe e dovrebbe ricordarsi di queste sue straordinarie interpreti della nostra contemporaneità. Per me un affettuoso ricordo di due compagne che hanno condiviso un breve tratto della loro vita, prematuramente finita.

Cover: Luisa e Silvia Pasello in scena

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Il conflitto che ha cambiato direzione

Il conflitto che ha cambiato direzione

Il conflitto che ha cambiato direzione

Perché milioni di persone, in Occidente, hanno smesso di guardare in alto e hanno cominciato a temere “l’uomo della strada”?

C’è un dato che dovrebbe farci riflettere più di quanto non facciamo. Chiedete a chi si sente in difficoltà — economica, sociale, esistenziale — chi ritiene responsabile del proprio disagio. Raramente indicherà il mercato finanziario globale, il fondo d’investimento che possiede la fabbrica in cui lavora, l’algoritmo che decide il prezzo dell’energia, i mercati impersonali, o l’apparato regolativo sovranazionale che fissa i vincoli entro cui il suo Paese può muoversi.

Molto più spesso incolperà il governo (destra o sinistra poco importa) e indicherà qualcosa di decisamente più prossimo: il migrante che compete per lo stesso posto, il collega più giovane, il concorrente sleale, l’esercizio commerciale che non paga le tasse, chi riceve contributi non meritati. La rabbia c’è, è reale, ed è cresciuta. Ma, rispetto agli anni caldi del secolo scorso, ha cambiato direzione.

Chiamiamo questo fenomeno traslazione dell’asse di conflitto: il passaggio da un antagonismo verticale — chi sta in basso contro chi sta in alto — a un antagonismo orizzontale, che dispone gli uni contro gli altri coloro che occupano posizioni simili nella struttura sociale. Non è una legge assoluta né un destino: è una tendenza dominante, forte abbastanza da riorganizzare il paesaggio politico del continente, ma non così totale da non conoscere eccezioni. Comprenderne il meccanismo è la premessa di qualsiasi cambiamento che voglia essere davvero generativo, e non solo un’altra riverniciatura della stessa impotenza.

L’alto che si è fatto natura

Perché l’alto ha smesso di essere un bersaglio? Non perché sia diventato più buono, ma perché è diventato simultaneamente più potente e meno raggiungibile. La proprietà che un tempo aveva un volto, un indirizzo, una fabbrica in fondo alla strada e un padrone che abitava in città, si è sradicata dal territorio. È diventata flusso impersonale: capitale mobile, quote cartolarizzate, catene proprietarie che attraversano i continenti prima di arrivare a un consiglio d’amministrazione che nessuno saprebbe raggiungere. Contro un padrone si può scioperare. Contro un flusso, no. L’alto non è diventato inattaccabile: è diventato indiscutibile (vedi dello stesso autore su Periscopio L’ultima Ideologia ).

A questo sradicamento si aggiunge una seconda operazione, ancora più efficace. L’alto si è naturalizzato. Ha smesso di presentarsi come decisione — quindi contestabile — per presentarsi come necessità tecnica: vincolo di bilancio, competitività, spread, “ce lo chiede l’Europa”.

Non più “abbiamo scelto questa politica”, ma “i mercati non consentono alternative”. È una mossa dalla potenza disarmante, perché nessuno organizza un corteo contro la legge di gravità. Le grandi tecnologie regolative, le burocrazie tecniche sovranazionali, i mercati globali si sono presentati come una seconda natura, scientificamente indiscutibile. E ciò che è natura non si combatte: al massimo ci si adatta, si diventa resilienti rispetto alle sue bizze.

Un’energia che non trova più il suo bersaglio

Ma la sofferenza sociale non si dissolve solo perché il suo bersaglio naturale è sparito dietro l’orizzonte. L’energia conflittuale resta, ingigantisce e cerca un canale. Non potendo scaricarsi verso l’alto — dissoltosi nell’astrazione, protetto dall’aura della necessità tecnica — si scarica lateralmente, verso ciò che è rimasto concreto, visibile, raggiungibile: il vicino. Il migrante, il concorrente, il diverso, chiunque occupi una posizione abbastanza vicina da poter essere ritenuto responsabile di una scarsità che qualcun altro, molto più in alto, ha organizzato.

È essenziale, qui, non cadere nella lettura pigra e consolatoria secondo cui il conflitto orizzontale sarebbe una pura illusione, una nebbia fabbricata a tavolino per distrarre le masse. Sarebbe una spiegazione che ribalta lo stesso schema che intende criticare, riducendo milioni di persone a marionette manovrate da un grande complotto (Qui un approfondimento sul conflitto).

La verità è più scomoda: il conflitto orizzontale ha basi materiali reali, esiste realmente, non è mera percezione. La competizione tra lavoratori autoctoni e immigrati sul segmento basso del mercato del lavoro, la pressione sui servizi di un welfare reso scarso, la concorrenza tra piccoli che si contendono margini sempre più sottili non sono invenzioni. Sono effetti veri di una scarsità organizzata altrove.

Il punto critico non è che il conflitto orizzontale sia falso. È che è reale e insieme funzionale: reale nei suoi effetti locali, funzionale nel distogliere lo sguardo dalla struttura che quella scarsità la produce e governa. Chi si combatte tra vicini per l’ultimo posto non chiede perché i posti siano così pochi e chi li ha resi tali.

Nessuna regia, un ambiente ottimale

A questo punto la tentazione è forte, e va nominata per disinnescarla. La tentazione è concludere che “qualcuno” abbia orchestrato tutto questo: che élite transnazionali abbiano deliberatamente progettato la traslazione per governare senza opposizione. È una scorciatoia esplicativa affascinante e spesso sbagliata — non perché le élite non esistano, ma perché oggi non hanno bisogno di cospirare per ottenere ciò che il sistema produce da sé.

La distinzione decisiva è tra orchestrare e abitare. La traslazione orizzontale non è il prodotto di una regia occulta: è assai probabilmente l’esito aggregato di milioni di decisioni locali, nessuna delle quali ha voluto l’insieme. Ma esistono minoranze — economiche, tecniche, culturali — che di quell’esito beneficiano, e che quindi non hanno alcun incentivo a correggerlo.

Beneficiare non è orchestrare. Eppure produce comportamenti così convergenti da sembrare orchestrazione. Le élite contemporanee non dirigono la lotta orizzontale: la abitano come il proprio ambiente ottimale. E la loro narrazione legittimante — la necessità tecnica del globale, l’apertura come unico orizzonte di civiltà — la riproduce di continuo senza bisogno di alcun mandante.

Non serve necessariamente una cospirazione come sostengono i vari complottismi: serve solo che una classe dirigente creda alla propria narrazione: e generalmente ci crede.

Il cortocircuito: chiedere più dosi della causa

Arriviamo così al nodo più paradossale e più inquietante. Ci si aspetterebbe che chi patisce lo sradicamento – e soprattutto chi afferma di rappresentare gli interessi di chi soffre lo sradicamento – chieda di riavvicinare il potere, di accorciare la distanza tra alto e basso: più prossimità, più controllo democratico, più capacità di afferrare le decisioni che lo riguardano, più corpi intermedi con potere decisionale reale.

Accade più spesso il contrario. Una parte consistente della domanda politica e culturale invoca precisamente più della causa che ha generato il danno: più integrazione sovranazionale, più organismi mondiali con più poteri, più eliminazione delle barriere alla libera circolazione di merci, capitali e persone, più mercato.

Come si spiega questo cortocircuito? Almeno per tre motivazioni, da tenere insieme.

La prima è la frattura culturale: la parte di società dotata di capitale culturale (per approfondire vedi Qui), quella che dei processi globali gode i benefici ed è schermata dai costi, ha interiorizzato la narrazione cosmopolita al punto da leggere ogni richiesta di radicamento — confine, comunità, appartenenza — come regressione. Non è malafede: è coscienza di posizione. Chi è protetto dai costi del globale ne domanda logicamente di più: più Europa, meno confini.

La seconda è l’assenza di un’alternativa credibile. Il radicamento — il locale, il nazionale, la comunità — è stato semanticamente sequestrato dalle sue versioni peggiori: chiusura, autarchia, nazionalismo, guerra. Così, tra un globale che fa male e un nazionale che fa paura, il globale vince per mancanza di avversari.

La terza è una confusione di scala: molti problemi sono effettivamente globali o cosi sono rappresentati — il clima, le pandemie, il capitale mobile — e, da questo si inferisce, con un salto solo apparentemente ovvio, che richiedano una governance globale. Ma governance globale significa governance lontana, cioè ulteriore sottrazione del potere al conflitto agibile. Il paradosso si chiude su se stesso: più il problema è reale e globale, più la soluzione proposta accresce l’inafferrabilità dell’alto.

Tra queste motivazioni, trapela il tradimento completo della sinistra, che sul conflitto di classe, verticale, aveva costruito la propria identità, prima di abbracciare in toto il mercato, il neoliberismo finanziario e il progressismo identitario, l’universalismo politicamente corretto (Qui un approfondimento).

Che fare, da cittadino italiano?

Non c’è, in fondo a questa analisi, una ricetta pronta e diffidare di chi la offre è già un primo esercizio critico. C’è però una consapevolezza, che è la condizione di ogni azione sensata: riconoscere la traslazione mentre accade, dentro di noi prima ancora che nel dibattito pubblico.

Ogni volta che il disagio cerca un colpevole vicino, vale la pena chiedersi se quel colpevole non sia a sua volta una vittima dello stesso meccanismo e se la vera domanda — chi ha reso i posti così pochi, il lavoro così fragile, i servizi così scarsi — non stia altrove, più in alto, dove abbiamo smesso di guardare.

La posta in gioco non è ideologica ma esistenziale: è la possibilità di ricostruire solidarietà orizzontali — tra vicini, non contro i vicini — che siano l’unica base concreta da cui, un giorno, tornare a guardare in alto. La domanda resta aperta, e vale la pena portarla con sé: verso chi sto indirizzando la mia rabbia e a chi conviene che io la indirizzi proprio li?

Non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele (Seneca).

Cover: Foto di Simon da Pixabay

Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore

L’istinto bioetico del dono gratuito alla prova dell’individualismo moderno

L’istinto del dono alla prova dell’individualismo moderno

L’istinto del dono alla prova dell’individualismo moderno

Dalla biosemiotica di Giorgio Prodi al canto della cellula di Siddharta Mukherjee: l’istinto bioetico del dono gratuito alla prova dell’individualismo moderno.

Se provassimo ad osservare il mondo non dal solito… periscopio puntato verso la superficie ma con una potente sonda immersa nei mondi sottostanti, chessò, nel terreno o all’interno di un alveare o “semplicemente” in un corpo umano, scopriremmo l’esistenza di strutture così geometricamente e gerarchicamente perfette da sembrare aliene.

In biologia alcune di queste organizzazioni comunitarie prevalentemente costituite (e instituite) da insetti si definiscono eusocialità (dal greco eu=buone); quindi vere e proprie società ideali che rappresentano il livello più elevato di organizzazione nel regno animale.

Formiche, api, termiti, ma anche bizzarri mammiferi come l’eterocefalo glabro condividono un’architettura sociale radicale: una rigida divisione del lavoro in caste, la cura collettiva della prole e la rinuncia totale all’individualismo. In queste comunità, la stragrande maggioranza dei membri è sterile e spende l’intera esistenza a favore della comunità.

Per decenni la scienza biologica ha vacillato davanti a quella che appariva come un paradosso darwiniano: perché un individuo dovrebbe “evolversi” rinunciando a trasmettere i propri geni?

La risposta canonica è arrivata dagli studi sulla kin selection (selezione per parentela) dell’entomologo Edward O. Wilson (Birmingham, 10 giugno 1929 – Burlington, 26 dicembre 2021): nelle api e nelle formiche, le operaie sono geneticamente così simili tra loro che cooperare per far sopravvivere le sorelle garantisce la trasmissione del proprio DNA molto più di una riproduzione solitaria.

Ma tradurre tutto queto a un mero calcolo automatico sarebbe riduttivo. Come era già stato intuito dall’oncologo e filosofo italiano Giorgio Prodi (Scandiano, 12 agosto 1928 – Bologna, 4 dicembre 1987), pioniere della semiotica naturale, la materia biologica stessa non è inerte e regolata da leggi cieche, bensì un fitto intreccio di interpretazioni e linguaggi.

Per Prodi la vita è intrinsecamente un fenomeno semiotico: una proteina, una cellula o un insetto non si limitano ad “esistere”, ma leggono e decodificano i segni dell’ambiente e dei propri simili. L’eusocialità, in quest’ottica, è la sinfonia comunicativa più complessa della natura, dove il singolo rinuncia alla propria firma individuale per diventare una parola (o una nota) all’interno del discorso (o della sinfonia) della comunità.

Questo coro non risuona solo nei formicai, ma si nasconde nelle fondamenta stesse del nostro corpo.

Nel suo saggio, Il canto della cellula (Mondadori, 2025), l’oncologo indiano Siddhartha Mukerjee (Nuova Delhi, 21 luglio 1970) descrive il corpo umano non come una macchina di pezzi separati, ma come un ecosistema integrato di cellule che comunicano incessantemente tra loro.

Il “canto” a cui fa riferimento Mukherjee è quel dialogo chimico e biologico (partendo da quello fisico-quantistico) che permette a miliardi di entità distinte di coordinarsi per dare … vita a un apparente unico essere vivente.

Nelle pagine del libro emerge un dettaglio fondamentale: la nascita stessa degli organismi complessi è stata possibile solo quando le cellule primordiali hanno smesso di farsi la guerra da sole e hanno accettato di cooperare, specializzarsi e, in molti casi, sacrificarsi attraverso la morte cellulare programmata (apoptosi) per il bene dell’intero organismo.

Noi stessi, nella nostra carne, siamo il risultato biologico di una radicale alleanza solidaristica.

C’è però una faglia profonda che separa il formicaio e il corpo umano dall’agire sociale dell’uomo: la volontarietà. Se la cellula o l’operaia sono automi vincolati a un copione chimico necessario, l’essere umano possiede la capacità unica di scegliere il dono gratuito.

La psicologia dello sviluppo mostra che i bambini già intorno ai 14 mesi tendono ad aiutare spontaneamente un adulto in difficoltà, senza aspettarsi ricompense e ben prima di aver assimilato i costrutti culturali (compresi quelli religiosi). La neuroscienza ha perfino isolato il fenomeno del warm glow (il calore del donare): quando compiamo un atto di pura generosità, nel nostro cervello si accende il sistema dopaminergico della gratificazione. La natura ci ha evolutivamente programmati per provare piacere fisico nel fare del bene agli altri.

Questa “bussola morale” mostra però una forte variabilità: se la neurobiologia ci fornisce un muscolo dell’empatia più o meno sviluppato (come mostrano gli studi sull’amigdala dei cosiddetti “altruisti straordinari”), è il contesto culturale a decidere se allenarlo o lasciarlo andare in atrofia.

È qui che la biologia e la semiotica cedono il passo alle riflessioni del filosofo italiano Roberto Esposito (Piano di Sorrento, 4 agosto 1950). Nei suoi studi sulla biopolitica, Esposito scava nell’etimologia della parola comunità (communitas) e vi rintraccia la parola munus (dono in latino). Il munus però non è un dono qualsiasi: è una donazione che comporta un dovere, un obbligo biologico e sociale nei confronti dell’altro.

Essere in comunità significa essere legati da un debito reciproco di cura e accoglienza che ci espropria, in parte, della nostra totale indipendenza. A questa dimensione originaria, la modernità ha opposto il paradigma dell’immunitas (l’immunità). Nel lessico giuridico e biologico, l’immunità è l’esenzione da quel debito; è la barriera protettiva che il singolo erige per non essere contagiato dall’alterità.

Se il formicaio di Wilson o il corpo umano di Prodi e Mukherjee rappresentano una communitas estrema e totalizzante – dove il munus schiaccia l’individuo a favore dell’organismo – le società umane odierne stanno scivolando nell’eccesso opposto: una ossessione immunitaria a diversi livelli.

Nel tentativo disperato di difenderci dal contatto, dalla vulnerabilità, dal legame, stiamo, come ha giustamente rilevato Bruno Vigilio Turra … esternalizzando l’amore. Cioè stiamo costruendo una società di monadi  iper-immunizzate ma antropologicamente e sentimentalmente desertificate.

L’abbandono delle aree interne in Italia, il provincialismo cittadino che prende il posto del parrocchialismo di campagna (secondo una splendida intuizione del poeta irlandese Patrick Kavanagh), le barriere contro i migranti, il ritorno al nazionalismo sono tutti segnali di questo processo di iper immunizzazione in corso.

La eusocialità degli insetti non è un modello politico e sociale a cui ambire: il formicaio è la peggiore delle distopie. Tuttavia rimane un severo monito, ci ricorda che l’isolamento immunitario è una illusione biologica e semiotica: nessuna specie sopravvive tagliando i ponti con i propri simili e smettendo di interpretare o, peggio, di ignorare i loro segnali.

Mentre l’essere umano contemporaneo rischia di smarrire la gioia del dono volontario in nome della sicurezza individuale, le cellule del nostro corpo continuano a intonare il loro canto silenzioso per tenerci in vita. Forse guardando attraverso la lente della biopolitica potremmo riscoprire che il munus – l’obbligo del dono gratuito verso gli altri – non è una minaccia per la nostra libertà ma l’unica vera difesa immunitaria contro l’estinzione.

Cover: Foto di Sandeep Handa da Pixabay

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AGHELBALON: diario di viaggio di un urbanista scrittore. Il nuovo libro di Romeo Farinella

AGHELBALON: diario di viaggio di un urbanista scrittore.
Il nuovo libro di Romeo Farinella

AGHELBALON: viaggio attorno al mondo di un urbanista scrittore.
Il nuovo libro di Romeo Farinella.

Scrive nel suo Infanzia Berlinese Walter Benjamin: “Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole montane, le ore del giorno.”.

Dal medesimo luogo, l’infanzia e la prima adolescenza, prende avvio il libro di Romeo Farinella: “Quando ero un ragazza nel mio paese, Codigoro, nella “bassa ferrarese”, durante la stagione delle zucche tutti i pomeriggi un signore – chiamato Menelik – con un carretto, girava per le strade urlando a-ghè-al-balon ovvero “c’è la zucca”. il balon è un termine dialettale che identifica questa cucurbitacea: componente importante della cucina popolare ferrarese. Tale ricordo è associato alla mia adolescenza, ma situazioni identiche le ho ritrova in tante strade del mondo dove persone, spesso anziani e bambini, ripetevano tutti i giorni i medesimi piccoli gesti, le medesime parole elementari, perché da queste dipendeva la loro giornata.”

Il boom economico era appena incominciato, ma ancora non ce ne eravamo accorti. Poi, in pochi anni sarebbe cambiato tutto: il lavoro, il loisir, il consumo, la nostra vita, e naturalmente anche i nostri paesi e le nostre città. Chi meglio ci racconta questo turbine di futuro è la trilogia Luciano Bianciardi. Ma siamo solo all’inizio, nei decenni successivi (fino ad oggi e nel prossimo domani) la Città di Pietra e la Città degli uomini sono in continuo cambiamento. Nell’era dell’Antropocene, meglio definita come Capitalocene, il paesaggio urbano, come pure quello agricolo, risultano non solo modificati, ma spesso irriconoscibili rispetto a come si presentavano al nostro sguardo non molti anni prima.

L’urbanista viaggiatore Farinella queste cose le sa molto bene, per questo i suoi viaggi sono anche “ritorni”. Per capire una città o un territorio occorre tornarvi più volte, vedere cosa resta. cosa scompare, cosa sta cambiando: a Codigoro e nel Delta ferrarese come a Parigi (dove ha abitato e insegnato per 15 anni), a Città del Messico, a Rio de Janeiro e Curitiba in Brasile, ad Amman, a Dakar.

Risulta difficile costringere in un genere letterario l’ultimo libro di Romeo Farinella, appena uscito per i tipi di Mimesis. Un saggio di urbanistica itinerante, una antologia di appunti sul campo, un catalogo di ricordi e suggestioni letterarie. Si chiama AGHELBALON, e già il titolo del volume ci invita a uscire da confini prefissati. Ci aiuta il sottotitolo: Note di un urbanista in viaggio, perché Farinella, dopo aver insegnato a lungo all’estero è oggi docente di Progettazione Urbanistica all’Università di Ferrara.

Ma come dicevo, l’urbanistica è solo il taglio, il punto di vista privilegiato, per raccontare gli uomini e le cose. Leggendo il libro mi è venuta spontanea l’associazione con i grandi scrittori viaggiatori del nostro Novecento, Patrick Leigh Fermor, Bruce Chatwin, Paul Bowles. Ecco, la scrittura di Romeo Farinella sembra animata dalla medesima curiosità umana, prima ancora che intellettuale. E per questo privilegia il viaggio a piedi, camminare per perché solo così è possibile l’incontro, con un collega universitario o con un medicante, è capire a fondo la vita di una città e dei suoi abitanti.

Tenochtitlan-Tacubaya (Wikimedia Commons)

A Città del Messico, uno sterminato agglomerato di tanti paesi e città poi inglobati nella enorme metropoli, Farinella cerca le tracce quasi scomparse di Tenochtitlán. l’antica capitale Incas che prima dell’arrivo degli spagnoli quando arrivò a contare 250.000 abitanti, più della Parigi del tempo.

Ma ecco che ritorna il modo particolare di fare la conoscenza di una città di Romeo Farinella, un  approccio che rifiuta i canoni accademici e che potrei chiamare “raso terra”: “Percorrere e osservare le strade della quotidianità è uno dei modi migliori per comprendere una città.”.
E attraversando la megalopoli, racconta le tante città contenute in una stessa città, la divisone dei quartieri a seconda del portafoglio, i luoghi dei nullatenenti e “le città segregate”, dove i ricchi si sono chiusi difesi da una polizia privata. Un fenomeno, quello delle città chiuse, sempre più diffuso in America Latina (le ho visitate anche io a Rio de Janeiro e San Paolo) e che, con una forma appena più blanda, si possono già incontrare anche in Europa.

Siamo a Parigi, di cui l’autore ci racconta la sua incessante trasformazione, attraverso sei modelli: Cité, Ville, Université, Faubourgs, Banlieue, Agglomeration.

Ma poco più avanti annota: “Parigi prima ancora di essere una città fisica, è un’atmosfera, che può nascere anche dall’intreccio di situazioni dissonanti. Ma serve il momento giusto: un tempo umido, all’imbrunire e un intenso via vai di pedoni e mezzi. Il viadotto della metropolitana separa nettamente il grigio superiore dei palazzi dalle luci mutevoli dei negozi, dei semafori e delle auto in strada, mentre la linea luminosa del metrò, che regolarmente attraversa, sembra rendere futurista questo paesaggio stabilmente ancorato al suolo.
All’angolo tra rue Pierre Lescot e rue de la Grande Truanderie, due vecchi bistrot sono quasi vuoti. Al tavolino accanto al mio, due giovani intellettuali discutono di politica americana e di terrorismo, mentre grossi passeri saltellano da un tavolo all’altro in cerca di cibo. Anche di questo è fatta l’atmosfera di una città.”

Un “volo di notte” lo riporta in Senegal. A Dakar, una metropoli caotica e affogata dalle auto e dove la folla accerchia il visitatore occidentale per attaccar discorso in francese e vendergli qualche merce. Eppure, riflette Farinella, Dakar, come le altre città africane, così immerse nella confusione e nell’apparente disordine, sono in qualche modo attrattive; il visitatore viene riconosciuto ed accolto con gentilezza. Siamo cioè agli antipodi di quanto succede nelle odierne città europee, dove prevale l’anonimato e lo sconosciuto che arriva resta sconosciuto.

 

Mi fermo qui, lascio ai futuri lettori il piacere di seguire Romeo Farinella in un viaggio pieno di scoperte: dalla sua Codigoro, percorrendo i paleo argini del Volano e la Strada del Diavolo, fino alle città più lontane. Ed è come se l’autore, descrivendo tutte le diversità dell’universo mondo, arrivi a proporci una fotografia degli uomini del XXI secolo, con molte facce ma alla fine identica.

Aghelbalon, il libro di Romeo Farinella, verrà presentato mercoledì 7 ottobre alle ore 17,30  presso la Libreria Il Libraccio di Ferrara.

Cover: La foce del Po di Volano – Ferrara – immagine di italia.it

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Volontariato in FEsta a Ferrara: il sottile piacere di essere altruisti

Volontariato in FEsta a Ferrara:
il piacere egoistico dell’altruismo

Volontariato in FEsta a Ferrara: il piacere egoistico dell’altruismo

 

Sabato 10 ottobre in Piazza Ariostea si svolgerà la quarta edizione di Volontariato in FEsta, a cura del Centro Servizi per il Volontariato Terre Estensi. Ci saranno gli stand informativi delle associazioni del Terzo Settore, e la mattina sarà dedicata all’incontro con gli studenti, con giochi e attività di interazione, che proseguiranno per tutta la giornata (nel sito di CSV il programma completo).

Quest’anno anche Periscopio sarà presente alla festa con una sua postazione.

La redazione di Periscopio ha dialogato con Silvia Peretto, Silvia Dambrosio e Elisa Barattini di CSV sul senso della festa e sul significato di un impegno percepito da molti come controcorrente.

Il senso della festa  

Il senso rinnovato della festa, giunta al quarto appuntamento, merita di essere mostrato partendo dal desiderio di valorizzare il Terzo Settore, la cittadinanza attiva e il tessuto associativo della città. L’obiettivo è portare sempre più alla luce luoghi ed esperienze di solidarietà che spesso faticano ad emergere, ma che operano ogni giorno per rendere la nostra comunità più accogliente, solidale e inclusiva.

In questi anni il CSV ha lavorato alla mappatura di “punti luce”, ovvero i luoghi simbolo della solidarietà: centri aggregativi, associazioni, parrocchie e gruppi spontanei che hanno aderito alla proposta mettendo a disposizione spazi, iniziative, competenze e voglia di collaborare. Si delinea una Città della Solidarietà che vuole essere un punto di riferimento concreto per tutti i cittadini.

La “festa” altro non è che il compendio celebrativo, concentrato in un unico luogo, della rete tra le associazioni che CSV crea e alimenta ogni giorno.

 

La festa, aggiungono le operatrici dello staff CSV, serve ad ogni associazione per farsi conoscere, ma anche per conoscere le altre, scambiarsi esperienze e fare sinergie.

 

Quanto all’incontro con gli studenti delle superiori, la cartina al tornasole dell’utilità di questo scambio la si ricava, dicono, dal fatto che molti studenti che sono venuti in “visita” alla festa l’anno precedente vogliono dare una mano ad allestire gli stand per l’anno successivo.

 

 

 

𝐒𝐀𝐁𝐀𝐓𝐎 𝟏𝟎 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 2026
📍𝐏𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐀𝐫𝐢𝐨𝐬𝐭𝐞𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚
🕚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝟏𝟔.𝟑𝟎
🪢𝑈𝑛𝑎 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖 𝑒 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑖𝑛𝑖 ▪️ 𝑇𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑔𝑎𝑧𝑒𝑏𝑜, 𝑠𝑓𝑖𝑑𝑒 𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑐ℎ𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑒𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ ▪️
𝗜𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶𝘁𝗶 anche tu 𝗮𝗹 𝗴𝗶𝗼𝗰𝗼! [Qui]   ▶️ 𝙇’𝙚𝙫𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙚̀ 𝙂𝙍𝘼𝙏𝙐𝙄𝙏𝙊 𝙚 𝙖𝙥𝙚𝙧𝙩𝙤 𝙖 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙞!

Il significato di un impegno

“Senza l’apporto di alcune associazioni, alcuni bisogni di assistenza e di cura andrebbero inevasi. Questo rende gli enti del Terzo Settore spesso complementari rispetto alle istituzioni, che non riescono ad arrivare dappertutto”.

All’osservazione di Silvia, Silvia e Elisa, che declina in parole semplici il concetto noto come “sussidiarietà”, aggiungiamo che il Terzo Settore riempie uno spazio che sta tra le istituzioni e i privati profit. Spesso, infatti, un bisogno non coperto dall’ente pubblico viene soddisfatto da un privato, che chiede soldi in cambio. Tutto il settore del no profit viene incontro ai cittadini offrendo supporto e sostegno, a volte con caratteristiche professionali, al minor costo possibile (puoi consultare la Carta dei Servizi QUI).

Aldilà dell’aspetto “ufficiale” dell’assistenza, che per quanto concerne CSV verte molto sulla consulenza di tipo burocratico e amministrativo (iscrizione al Registro Unico del Terzo Settore o RUNTS, partecipazione ai bandi, ecc…), abbiamo provato a scavare nelle motivazioni che portano le persone a cimentarsi come volontari. “Non è vero che i ragazzi sono tutti cinici e disinteressati”: così Peretto, Dambrosio e Barattini. Che proseguono:

“In realtà spesso vivono il disagio di trovarsi dentro istituzioni, comprese quelle scolastiche, nelle quali regnano sovrani concetti come “competizione” e “successo”.  Ai ragazzi interessano molto anche le fragilità e le sconfitte, perchè le vivono personalmente. Per cui, quando incrociano persone e associazioni nelle quali la fragilità viene accolta senza giudicare e senza paternalismi, anche ragazzi etichettati come negativi o addirittura sospesi per ragioni disciplinari dalla scuola ritrovano entusiasmo e riescono ad esprimere i propri talenti”.

Interessante è anche come viene vissuta l’esperienza dalle persone che ricevono assistenza da un operatore no profit: “la persona assistita capisce che chi le presta aiuto non lo sta facendo perché è il suo lavoro, o perché ha ricevuto un ordine di servizio: lo sta facendo perché ha scelto liberamente e senza corrispettivo di farlo. Questo la fa sentire realmente al centro dell’attenzione in quanto individuo“. Ancora:

“Dedicarsi agli altri in maniera libera, svincolata dal concetto di tempo di lavoro – magari farlo proprio mentre si è perso un lavoro e se ne cerca un altro – cambia la prospettiva: rendersi conto che il tuo agire libero fa stare bene una comunità di persone, fa stare bene anche te. È una sorta di piacere egoistico che deriva da un’attività altruistica”.

Appuntamento il 10 ottobre per tutta la giornata in Piazza Ariostea!  

Francesco, il santo sconfitto

Francesco, il santo sconfitto

Estrarre la figura autentica di San Francesco, il suo tragitto umano e spirituale, dal fumo della agiografia, dagli interessi della Chiesa Istituzione e dalla cattiva divulgazione è un’operazione forse impossibile. Anche perché Francesco d’Assisi non è un santo tra gli altri, ma il primo in classifica, il fuoriclasse, il Patrono d’Italia.

Quello che intendo proporre qui, basandomi su qualche rara fonte ma anche sulla mia personale quanto imperfetta impressione, è seguire la vicenda di Francesco Uomo, piuttosto di quella di Francesco il Santo. Prendo così a prestito il titolo di un illuminante e documentato volume di Chiara Frugoni “Vita di un uomo: Francesco di Assisi”.

La grande popolarità di Francesco comincia appena dopo la sua scelta di abbandonare il mondo e di sposare sorella povertà, quando diventa un formidabile polo di attrazione: in pochi mesi lo raggiungono centinaia di giovani di tutte le classi sociali. Dopo la sua morte e la canonizzazione a tempo di record (al papa e alla Chiesa serviva proprio quel santo) la fama di Francesco cresce a dismisura. Ma fu proprio la Chiesa e i diversi papi succedutisi nella prima metà del ‘200 ad imbrigliare la vocazione francescana fino a spegnerne i contenuti più innovativi e rivoluzionari.
Francesco, e ancor di più e più a lungo Chiara, cercarono di resistere, ma alla fine furono sconfitti.

Francesco dei Miracoli

Le modifiche, gli aggiustamenti, le aggiunte alla Vita di Francesco, la trasformazione e santificazione della figura di Francesco cominciarono molto presto. Fu Bonaventura di Bagnoregio (uomo colto e potente, professore di teologia alla Sorbona, ministro generale dell’Ordine Francescano per quasi 20 anni e infine Cardinale) a mettere ordine alla vita di San Francesco.

Nel 1263 viene pubblicata in latino la sua Legenda Maior, che da quel momento diventa l’unica biografia autorizzata di Francesco D’Assisi. Tutte le altre vite, cronache, memorie precedenti vengono distrutte o fatte sparire (cominceranno a riemergere solo verso la fine del 1800 ad opera di alcuni medievisti).

Bonaventura veicola un’immagine edulcorata di Francesco Santo, amplifica, esalta, e in qualche caso fabbrica ex novo quei miracoli che rappresentano la prova certa della sua santità. Vengono invece taciuti i dubbi, le crisi interiori, i momenti di buio dell’Uomo Francesco, la sua distanza dai poteri della Chiesa ufficiale, come pure i contrasti che anche prima della sua morte si erano accesi dentro la comunità francescana.

Il “Francesco dei Miracoli” (stimmate comprese) di Bonaventura diventa un esempio fulgido ma irraggiungibile: l’Ordine Francescano potrà così uniformarsi alla prassi degli altri ordini monastici. La scelta radicale di povertà viene definitivamente archiviata: appartiene solo al perfetto Francesco non ai suoi imperfetti seguaci.

Pochi anni più tardi, la versione ufficiale proposta da Bonaventura nella sua Legenda Maior, comprensiva di episodi e di miracoli più o meno inventati, sarà illustrata fedelmente da Giotto nel magnifico ciclo della Basilica Superiore di Assisi.

Giotto da Bondone, Basilica Superiore di Assisi, Francesco predica agli uccelli – dettaglio.(immaculate.one)

La prova ultima della “normalizzazione” del movimento francescano – non bastassero le due regole bollate, la subordinazione dei frati laici ai frati sacerdoti e l’imposizione della clausura alle monache di San Damiano – arriva quando nel 1246 (sono passati appena vent’anni dalla morte del fondatore) papa Innocenzo IV chiama i frati minori ad affiancare i “cugini” domenicani per gestire i tribunali dell’Inquisizione nelle varie province italiane. Nel mirino ci sono soprattutto i poveri catari, i “puri” che credevano nel Cristo vero Dio ma non vero uomo.

 La vita triste di Francesco e Chiara

“Tracciando un bilancio fra le attese della giovinezza e la realizzazione concreta degli ideali nella maturità, si potrebbe concludere che la vita di Francesco e Chiara fu una storia triste”. È ancora la storica e medievista Chiara Frugoni a riassumere così il suo lavoro di studio trentennale sui due santi “gemelli” di Assisi.

Se fu la pressione e il potere della Chiesa Istituzione a regolare e canalizzare l’impetuoso fiume francescano (un movimento di uomini e donne, nobili e umili, laici e sacerdoti, sempi e dotori), occorre dire che Francesco fu “tradito” molto presto dai suoi stessi compagni (e forse mai come nel suo caso la profezia si è così rapidamente mutata in istituzione) da quelle migliaia di seguaci, affascinati dal suo carisma, ma che non potevano accettare la sua scelta radicale di povertà e di erranza.

Il buio e la luce

Prima di questo drammatico momento, serve tornare indietro, alla crisi che portò Francesco al suo abbandono del mondo. Qui non ci assistono molto le fonti, nemmeno quella Vita prima, la prima biografia scritta nel 1228 da Tommaso da Celano: lui almeno, a differenza di Bonaventura, aveva conosciuto personalmente Francesco.

Sappiamo che il nome di battesimo del santo era Giovanni e che era stato il padre a volere per lui quel nome così nuovo. E sappiamo che Francesco fu amato molto e teneramente dai genitori Bernardo e Pica: amato, coccolato, viziato, e scusato per le sue stranezze e intemperanze di giovane mercante con l’aspirazione di diventare un Cavaliere di nobili maniere, così come insegnavano le gesta dei racconti diffusissimi del ciclo arturiano.

Ma quando e come arriva la “conversione” come siamo abituati a chiamarla? Questo a me pare un tema interessante, forse decisivo per capire l’uomo Francesco. Perché di un uomo stiamo parlando, visto che anche in assenza di una data precisa le fonti concordano a datare “l’abbandono del mondo” di Francesco quando aveva già compiuto 25 anni, un’età compiutamente adulta nel medioevo.

Come e quando il giovane gaudente decide di essere il più povero degli uomini? E’ interessante notare come le cronache non riportino una data precisa per la “chiamata”, non arriva cioè nessun ordine dall’alto a indicargli il cammino da seguire. Francesco non è raggiunto dalla voce possente di Dio, come Abramo o Isaia, non è sbalzato da cavallo come Sauro/Paolo: deve fare tutto da solo. Attraversare il buio, il dubbio, le domande su di sé: su che uomo vuole essere. Ci mette più o meno 5 anni Francesco a maturare la sua scelta.

Proprio questo lungo travaglio, questa fatica, avvicina Francesco a ogni uomo e a ognuno di noi: Francesco deve fare una scelta, ma continua a tentennare. Non perché è un pavido, ma perché (ognuno di noi lo sa) ogni scelta significa anche un abbandono.

Nel caso di Francesco significava abbandonare per sempre, non tanto vestiti e denari, ma il rapporto con gli amati genitori. Imboccata la nuova strada dell’amore, madre e padre diverranno orfani e lui non li incontrerà più. Forse la scelta definitiva di Francesco si compie quando accetterà che anche un gesto di amore provoca del dolore.

San Damiano e la porta stretta

Quando Francesco si spoglia di tutto rimane vicino ad Assisi e si mette a restaurare la chiesetta di San Damiano e quindi la Porziuncola. Conosce bene i fasti e i peccati di lussuria della Chiesa: sarà possibile ricostruire dal basso una nuova chiesa? Dalla sua parte (la parte che ha scelto) ha solo la lettura e l’adesione alla vita di Cristo. Dai vangeli estrae due lezioni fondamentali che lo guideranno per tutta la sua seconda vita, fino alla morte: la povertà e l’erranza.

La sua scelta è infine quella di essere povero tra i poveri, ultimo tra gli ultimi. Gli episodi che lo vedono fra i lebbrosi, rimarcano l’opzione di Francesco: la società medievale aveva più paura della lebbra più della guerra, e i lebbrosi erano proprio “gli ultimi degli ultimi”, perseguitati, isolati, scacciati dalle città. (Chi siano nel 21° secolo i nuovi lebbrosi non è difficile da capire).

Ma torniamo alla scelta di Francesco; rifiutare l’idea del possesso, anzi non possedere nulla. E non fermarsi in un posto, camminare, errare: proprio l’erranza, al contrario della stanzialità, eliminava l’idea del possesso e la tentazione di costruire altri conventi e monasteri.

Molto presto, pochi giorni o pochi mesi, Francesco non fu più solo. Molti lo raggiunsero, chiesero di seguirlo. Laici e religiosi, poveri ed ex ricchi, e uomini e donne. Francesco li accoglieva con letizia, e senza fare nessuna distinzione, divisione o gerarchia: non era forse così che si comportava Cristo?

Forse in quel momento, quando le file dei seguaci entusiasti si ingrossavano, Francesco concepì il sogno (ma forse sono solo io a immaginarlo) che fosse davvero possibile una riforma della Chiesa dal basso, che alla vita di Cristo e alla povertà si potessero convertire anche papi, vescovi e cardinali. La strada era stretta e Francesco non poteva non saperlo.

Erano tempi di grande disagio nel popolo cristiano. Nelle orecchie di molti risuonavano le profezie di Gioacchino da Fiore secondo cui l’Anticristo sarebbe arrivato per dare inizio alla Terza Età dello Spirito Santo intorno al 1260. Ed erano tempi di eresia e di lotta agli eretici: pauperisti, mistici, millenaristi. La strada era stretta per il gruppo di Francesco, era facile passare “dall’altra parte”, venire bollati come eretici, oppositori da stroncare senza pietà.

La sconfitta della regola

Non c’era però solo la pressione della Chiesa, e in particolare quella del Vescovo di Assisi suo “protettore”. Erano i suoi stessi compagni che non potevano accettare la scelta radicale di povertà e di erranza di Francesco: siamo in tanti, abbiamo fame, non c’è un posto dove dormire, non sappiamo come comportarci.

Una regola? Per Francesco bastava seguire il vangelo, nel vangelo c’era tutto. Ma dall’interno del gruppo saliva sempre più forte la richiesta di una regola. Dall’interno e dall’esterno: anche la Chiesa la pretendeva, e voleva esaminarne i vari articoli per approvare una regola ufficiale.

A questo punto, e dalle poche fonti si intuisce con chiarezza, Francesco vive una seconda crisi esistenziale. Deve tener fede ai fondamenti della sua proposta (vangelo, povertà, erranza) o deve salvare il suo gruppo (dal caos, dalla dispersione, dalla accusa di eresia)? Francesco, credo contro il suo sentire profondo, accetta di mediare. Accetta l’espulsione delle donne (con Chiara saranno destinate alla clausura), accetta la costituzione in Ordine, accetta la preminenza dei frati chierici sui frati laici, lui che laico ha sempre voluto rimanere.

Mancava ancora una regola e su quella Francesco ingaggia l’ultima battaglia con la Chiesa. Accetta di scriverla, ma la sua regola non bollata non viene approvata dal Papa; ne viene preparata una seconda, poi una terza, sempre più restrittiva. Attraverso la regola bollata, le raccomandazioni, gli interventi diretti e indiretti, i diversi papi succedutisi nella prima metà del 200 inglobano nella istituzione il nuovo Ordine Francescano, accompagnando migliaia di frati minori e i loro nuovi conventi nell’alveo rassicurante della Chiesa Romana.

Quello che è certo è che Francesco ne esce sconfitto. La sua idea radicale “tradita”, o comunque confusa, annacquata. Ormai l’Ordine, sempre più litigioso, è diventato un esercito, ma lui non è nato per comandare un esercito. Quella non è più la sua casa. Francesco lascia la direzione dell’Ordine e riparte. Sempre povero ed errante.

 L’ultima stazione

Francesco è sempre stato di costituzione gracile, ma da alcuni anni è un uomo sempre più malato, quasi cieco, ormai incapace di camminare. Forse il colpo decisivo alla sua salute era arrivato nel 2019 con la sua spedizione visionaria (chi se non un pazzo poteva tentarla?) in Egitto, dove era tornato dopo un anno stremato e sconfitto: aveva predicato ai Crociati e parlato con i Mori, ma la pace non era arrivata.

Con le poche forze che gli rimanevano aveva continuato a girare l’Italia, ed era tornato più volte a San Damiano di Assisi per confermare la fedeltà alla sua regola non bollata, al suo voto di povertà e di condivisione con gli ultimi e gli scartati, i lebbrosi.

Certo, forse proprio a San Damiano, attorno al 1224 aveva composto il suo Cantico delle Creature. Un testo meraviglioso (di cui invito a leggere il commento di Mario Bertin) che è sicuramente carico di una visione universale, altissima, quasi panica, ma che è stato assunto e veicolato dalla tradizione come il sigillo perfetto del carattere estatico e solare di San Francesco, “il giullare di Dio” appunto. Io invece non riesco assolutamente a sentirlo e a vederlo in questo modo. Vedo un uomo tormentato, assalito dai dubbi, in battaglia con poteri più forti di lui, costretto a inghiottire sconfitte, ma capace di non abbandonare il suo ideale e la sua fedeltà al vangelo di Gesù Cristo.

Quando Francesco vede arrivare la fine, sceglie l’aspro rifugio di La Verna. Con lui ci sono pochi amici, i compagni più fedeli. Ormai è un infermo, fa fatica a parlare, non ci vede più, ha le mani e i piedi solcati dalle piaghe. Soffre e prega, dorme in una cavità della montagna. Alla fine si spoglia del saio e si stende sulla terra nuda; vuole tornare nudo anche lui, libero e spoglio di tutto.

Bonaventura, come si è inventato un Francesco giovane e allegro che parla con gli uccelli, ora immagina (e testimonia) la visita notturna a Francesco di un angelo. Non un angelo qualsiasi, ma un serafino, della schiera eletta degli angeli di fuoco più vicini a Dio. Per Bonaventura sarà il serafino a trafiggere il torace e gli arti di Francesco. Così, grazie alle stimmate, il nuovo Santo sarà la copia perfetta di Cristo.

Giotto (dettaglio) Francesco riceve le stimmate da un Serafino inviato da Dio Padre (Aleteia.org)

Con o senza stimmate (che importanza possono mai avere?) Giovanni, detto Francesco di Assisi, affronta la sua ultima battaglia di uomo, cosi uguale alla battaglia che capita ad ognuno di noi uomini. In quell’ultimo miglio, come a tutti (cosi almeno si racconta) gli sarà passata davanti tutta la sua vita, sua madre, suo padre, i suoi frati, Chiara…

Ma ora si è fatto buio, resta appena il tempo per un saluto, agli uomini, agli animali, a tutto il creato e anche a te “sorella Morte”.

Finiva così la vita di Francesco uomo e incominciava la sua carriera di Santo. Ma per capire qualcosa di lui dobbiamo guardare più al travaglio di un uomo, non ai miracoli del Santo, perché solo attraverso il buio riusciamo a vedere la vera luce.

In copertina: Assisi, Basilica di San Francesco, Rosone – Foto di WikiImages da Pixabay

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Per certi versi / Vicino respiro

Per certi versi / Vicino respiro

Vicino respiro

Amore mio

illumina il mio buio.

Custodiscilo in luce.

Proteggi e governa me

o proteggimi soltanto,

che ingovernabile e indocile

mi è stata data forma

senza addomesticamento possibile

dalla pietà celeste

che pietà non è

ma vicino respiro.

Un semplice sentire

(Inedito)

 

In copertina: Foto di Jan da Pixabay

 La storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Presto di mattina. L'amore di Maddalena

Presto di mattina /
L’amore di Maddalena

Presto di mattina. L’amore di Maddalena

Transumanza pastorale

«Vorrei ripartire con voi dal mattino di Pasqua, da un giardino, da un sepolcro vuoto». Son parole di papa Leone all’assemblea della diocesi di Roma in Laterano il 18 settembre scorso in apertura dell’anno pastorale. Come una transumanza pastorale dal monte alla pianura, dal Cenacolo alla città. Ripartire dalla Pasqua significa portare, come i dodici, il vangelo dal monte delle beatitudini alle periferie e fino agli estremi confini della terra.

Settembre-ottobre, ripartenza pastorale delle nostre comunità; ripartenza come risposta agli arresti forzati, agli ostacoli e alle fratture che si sono determinate lungo il cammino nelle storie delle persone e nelle comunità.

L’invito del papa è quello di ricominciare dalle lacrime, a prendersi cura delle ferite e l’icona che ci propone è quella di Maria di Magdala, la donna del mattino, donna delle lacrime e delle ripartenze. “Non mi trattenere, va dai miei fratelli e annuncia loro la mia partenza e ascesa al Padre mio e padre vostro”.

Così papa Leone: «Maria di Magdala è lì, all’alba, quando è ancora buio, e il buio in cui si trova non è soltanto quello della notte che non è finita. È il buio di chi ha perduto qualcuno, di chi cerca e non trova, di chi si china e piange. II Vangelo, però, non la lascia in quel pianto. Le si avvicina un uomo, che lei scambia per il custode del giardino, e le rivolge due domande: “Perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15).

Queste due domande, carissimi, vorrei che ispirassero il cammino prossimo della Diocesi di Roma. Credo infatti che possiamo sentirle rivolte, oggi, alla nostra Chiesa e all’intera città: “Perché piangi? Chi cerchi?”. Esse riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa!».

Chiamare per nome, incontrare e lasciar ripartire

Quella di Leone è una visione relazionale della pastorale, dove la domanda fondamentale non è tanto chiedersi “che cosa” fare, bensì “chi” e “come” incontrare. Perché la speranza nasce là dove le persone si incontrano; e l’annuncio del vangelo, così come l’attitudine a seminarlo tra la gente non è questione di strategie organizzative, ma nasce dalla capacità di creare legami con le persone nella città.

Questa non è uno sfondo indifferente, una messa in scena, scenografia ludica, evento di un momento, ma luogo da abitare, condividere e servire attraverso l’esperienza della fraternità che chiama per nome, dello sguardo gettato non dall’altra parte del marciapiede, ma che si schiarisce avvicinandosi in un faccia a faccia e mi interroga su come possa io imbastire nella trama delle città una tessitura di vangelo. Solo così sentiremo risuonare anche per noi il vangelo: «ero forestiero e mi hai ospitato, malato e in carcere e mi hai visitato».

Ricorda ancora il papa: «A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa. Ed ecco, nel Vangelo, che una sola parola fa voltare la Maddalena: il suo nome, «Maria!» (Gv 20,16). È così che si incontra Gesù Cristo: sentendosi chiamare per nome da Lui, nei molti modi in cui ciò può avvenire. È da qui che deve ripartire ogni azione pastorale: non tanto chiedendosi “che cosa” fare, ma piuttosto “chi” e “come” incontrare».

L’amore della Maddalena

L’amour de Madeleine è un testo mistico del XVII sec., un sermone spirituale di un autore anonimo francese, scoperto dall’abate Joseph Bonnet nel manoscritto Q I, 14 della Biblioteca Imperiale di San Pietroburgo nel 1909.

Rainer Maria Rilke dopo un soggiorno in Egitto nel 1911, ritornato a Parigi vede il testo nella vetrina di un antiquario, subito entra nella bottega e lo compra. In quel periodo egli viveva al 77 di rue de Varenne, tra i molti amici anche lo scultore Auguste Rodin, e quando vedeva gli amici interessati al libro glielo regalava e ne comprava un altro e così per diverse volte e alla fine si decise di tradurlo.

Scrive all’amico Rudolf Kassner: «Mi si apre il cuore traducendo […] il meraviglioso sermone il cui manoscritto è stato trovato a San Pietroburgo, e gliene mando una copia: sono certo che le piacerà moltissimo». Il testo e le sue vicende le troviamo ora in Anonimo francese, L’amore di Maddalena, con testo originale francese a fronte, e la versione in lingua tedesca di Rainer Maria Rilke, presentazione di Nicole d’Amonville Alegría, Servitium editrice, Gruppo Viator, Milano 2019.

Amore penitente

Donna del primo annuncio del Risorto, Apostola degli apostoli l’ha chiama il vescovo Ippolito nel III secolo che associò Maria di Magdala all’amata del Cantico dei cantici. Ma l’amore penitente non osa avvicinare il Cristo con il linguaggio dell’amata del cantico, lei deve cantare attraverso il desiderio silenzioso, le lacrime trattenute, incontrare e lasciar andare, come a dire: non sono degna del tuo amore, allontanati! Lei deve accostarsi a lui fuggendo, possederlo respingendolo. Paradosso dell’umiltà d’amore.

Leggiamo nel testo del sermone che Maddalena lo chiama dicendo: «Allontanati, allontanati! «“Allontanati da me, Signore – diceva san Pietro – perché io sono un uomo peccatore!”. Metodo nuovo e inaudito di invitare respingendo. L’Amato però comprende quel linguaggio. Sa riconoscere che lo si respinge a quel modo proprio perché lo si desidera ardentemente; e questo desiderio di possederlo, che si esprime con il suo contrario, gli tocca il cuore» (ivi, 23; 25).

Maria di Magdala, icona della carità pastorale della Chiesa

Quello di Maddalena, come quello della Chiesa, è un amore penitente che si protende oltre l’assenza del Signore e continuamente cerca colui che si sottrae, che va sempre oltre ma attirando a sé e la precede dai suoi fratelli nella Galilea delle genti. Maria è immagine della chiesa che cerca sempre di nuovo nella parola, nel pane spezzato e nei poveri (Colui che è) la fonte della carità pastorale.

E i pastori non sono gli unici a praticarla: tutta la Chiesa è corresponsabile e soggetto attivo della carità pastorale. Ogni battezzato, in forza del sacerdozio comune, partecipa alla missione di cura, accoglienza e amore verso il prossimo, specialmente verso i più fragili e bisognosi. Scrive l’anonimo predicatore: «Questa è la condizione dell’amore di coloro che sono in cammino, ai quali Dio non si manifesta che celandosi; non per saziare, ma per accendere l’amore».

Se è l’amore che ti spinge, Maddalena, che temi? Osa tutto, affronta tutto

«L’amore può tutto; l’amore osa tutto, l’amore non è solo libero e confidenziale, ma anche ardito e intraprendente; e io vedo Maddalena che si fa da parte; che non osa levare gli occhi né guardare quel viso; che considera una felicità già troppo grande il potersi avvicinare ai suoi piedi, che sospira e non parla; che piange e non osa sperare in alcuna consolazione; che dona tutto quel che ha e tutto ciò che è, e non osa neppure chiedere grazia.

Se è l’amore che ti spinge, Maddalena, che temi? Osa tutto, affronta tutto. L’amore non conosce limiti; i suoi desideri sono la sua regola; i suoi trasporti sono la sua legge; i suoi eccessi ne sono la misura. Esso teme solo di temere; e ciò che lo autorizza a possedere è l’ardire di pretendere tutto e la libertà di affrontare tutto» (ivi, 17).

Le attenzioni dell’amore

Papa Leone nel suo discorso all’assemblea pastorale della diocesi di Roma ha indicato quattro attenzioni come punti di forza per orientare, muovere ed attuare la carità pastorale nelle comunità.

«La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore. E allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone.

La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative.

La terza attenzione: abitare e servire la città. La città non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto.

Una quarta attenzione: la formazione del Popolo di Dio. Le nostre attività fanno crescere nella fede? Formano discepoli missionari? Aiutano a maturare responsabilità ecclesiali? Generano una fede adulta, capace di tradursi in scelte concrete di vita e di servizio?».

Volti e fatti di vangelo

L’attenzione sospinge le persone a guardare oltre, a uscir fuori di sé, oltrepassando il proprio orizzonte, e per papa Leone con essa si costruisce «una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione…

So che questo cammino di verifica chiederà pazienza, e forse anche il coraggio di lasciare andare qualcosa a cui siamo affezionati. Ma è lo stesso coraggio di Maria di Magdala, che ha dovuto lasciare andare il desiderio di trattenere il Signore per correre, invece, ad annunciarlo».

Non si tratta solo di assumere un metodo o uno stile, quello di passare dal “che cosa fare” al “chi incontrare”: «Cari fratelli e sorelle, è vero: un metodo, da solo, non ha mai convertito nessuno. Allora, perché ciò che vi ho proposto non resti astratto, vi ricordo anche un volto.

Ho infatti approvato con gioia la decisione di compiere i passi necessari perché sia avviata l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro, presbitero di questa Chiesa, morto il 12 ottobre 1997. Il dono che egli fa al nostro cammino non sta anzitutto nelle opere che ha fatto: Don Luigi, prima di costruire qualunque cosa, ha voluto “vedere”. Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, perché aveva imparato che non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà. Nel suo ultimo intervento, poche settimane prima di morire, don Luigi disse ai suoi operatori: «Il discernimento è questa domanda: Signore, dove sei?».

La città giusta

Lo scorso anno, sono usciti gli scritti di don Luigi su Esclusione e comunità, La città giusta, Edizioni Lavoro Roma 2025. Spigolando tra le pagine leggo:

Interpellati: Anzitutto nella ricerca di senso e di identità, che non può fondarsi su comportamenti di chiusura in sé stessi, nella propria famiglia, nel proprio ambito sociale, o sulla ricerca di  identità alternative nelle tante fughe dalla realtà, attraverso la violenza immotivata o come strumento di propria giustizia, attraverso uno spiritualismo consolatorio e assolutizzante, attraverso l’alienazione nel lavoro oltre le proprie necessità, attraverso la tossicodipendenza come atteggiamento consolidato.

La Chiesa è vicina alla ricerca, spesso disperata, di diversità della quale sono portatori quegli uomini e quelle donne che non accettano una condizione massificata e priva di senso, e vivono l’ansia di relazioni più libere e capaci di esprimere l’umanità della città.

Una società si giudica dalla sua tolleranza, dalla diversità delle sue culture che devono tendere a una pacifica convivenza, dai mezzi che offre a ciascuno per esprimersi e per ricevere la cultura che desidera. In una società democratica non appartiene allo Stato – quando qui e altrove parliamo di Stato questo va inteso anche nella sua espressione decentrata o di poteri locali o di amministrazioni locali territoriali – di manifestare preferenze culturali, ma spetta allo Stato di fare in maniera che tutti i cittadini possano elevarsi culturalmente, garantendo il rispetto delle persone e della verità.

Dobbiamo annunciare un Dio vicino a ogni uomo. Questo annuncio ci obbliga a raggiungere ogni uomo dove egli vive e dove il Signore lo chiama alla sua conoscenza. Diversamente rischiamo di non evangelizzare la vita sociale e di conservare nel chiuso la fede in Gesù Cristo.

Le città hanno una loro vita e un loro essere autonomi, misteriosi e profondi: esse hanno un loro volto caratteristico e, per così dire, una loro anima e un loro destino. Esse non sono occasionali mucchi di pietre, ma sono le misteriose abitazioni di uomini e, vorrei dire di più, in un certo modo le misteriose abitazioni di Dio: gloria Domini in te videbitum/ La gloria del Signore sarà vista in te (Is 62,20).

Potessi raccontare i sogni

La Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro ETS promuove regolarmente il Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro, un concorso letterario intitolato alla memoria del fondatore della Caritas di Roma. Raccontare insieme il sogno di don Luigi è la realtà che inizia a compiersi nel profondo.

Potessi raccontare i sogni,
ora che i sogni non hanno più mattino
e le parole tornano stanche
alle cose che abbiamo creduto di amare.
La vita si allontana all’orizzonte,
in dissolvenza, come un treno in corsa;
entra nella terra, in quella profondità
segreta e compiuta che ci attende…
(Vito Moretti – 2019)

(Potessi raccontare i sogni. Opere vincitrici 10ª edizione premio internazionale di poesia don Luigi Di Liegro, ed. ilmiolibro self publishing, Roma 2019).

Cover: https://pixabay.com/it/photos/donna-modello-ritratto-posa-stile-4017330/

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Soldati Robot per la guerra permanente: cominciando dall'Ucraina.

Soldati Robot per la guerra permanente: cominciando dall’Ucraina

Soldati Robot per la guerra permanente: cominciando dall’Ucraina.

Mentre la Silicon Valley è impegnata in una corsa contro il tempo per costruire robot umanoidi in grado di piegare il bucato e preparare un caffè, una start-up intravede un utilizzo ben diverso per questa tecnologia: la guerra e le armi per condurla. 

Eric Trump – ph. Wikimedia Commons

Eric Trump, il terzogenito del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha assunto il ruolo chiave di Chief Strategy Advisor, “consulente strategico” ed investitore in Foundation Future Industries (Foundation Robotics), un’azienda di robotica con sede a San Francisco e legami con la famiglia Trump, che sviluppa robot umanoidi autonomi a “duplice uso” per ambienti industriali pesanti e applicazioni militari. 

Eric Trump ha dichiarato che il suo ingresso e i suoi investimenti nella società mirano a garantire agli Stati Uniti il superamento tecnologico della Cina nel comparto della robotica militare.

Un portavoce della Fondazione ha dichiarato alla CNBC che Eric Trump era stato un investitore dell’azienda prima di subentrare come consulente, e che le due parti condividevano la visione di riportare la produzione manifatturiera negli Stati Uniti.

Una mossa che ha attirato le critiche della senatrice democratica Elizabeth Warren, la quale ha affermato che i contratti governativi dell’azienda rappresentavano “corruzione alla luce del sole“.

Sotto la guida di Eric Trump, la start-up ha già ottenuto contratti di ricerca governativi per un totale di 24 milioni di dollari, destinati a test di fattibilità nei settori dell’ispezione, della logistica e della gestione delle armi per l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e il Pentagono. I robot sono stati presi in esame anche dal Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) per potenziali impieghi di pattugliamento dei confini. In poche parole sono “robot umanoidi per la guerra”. 

La convergenza tra l’ascesa commerciale di Foundation e il ruolo della famiglia presidenziale ha sollevato forti dibattiti negli Stati Uniti. Analisti e media finanziari come Reuters e Yahoo Finance hanno sollevato interrogativi su potenziali conflitti di interesse. La famiglia Trump detiene infatti quote in aziende tecnologiche e produttori di droni che competono direttamente per gli appalti del governo americano, in evidente conflitto di interesse.

Nonostante ciò, la startup tecnologica ha attirato l’attenzione globale per lo sviluppo di robot umanoidi autonomi pensati per il campo di battaglia.

Sebbene questi robot sembrino usciti da un film di fantascienza alla Terminator, si stanno avvicinando alla realtà: i primi prototipi sono infatti attualmente in fase di test in Ucraina per un potenziale impiego nella guerra di Kiev contro la Russia. 

Al centro della missione dell’azienda c’è la convinzione che la robotica umanoide debba essere impiegata per affrontare le maggiori sfide dell’umanità, piuttosto che per svolgere lavori domestici e ruoli di servizio, ha dichiarato a CNBC l’amministratore delegato della Fondazione, Sankaet Pathak : “Sono convinto che la tecnologia stia raggiungendo un livello tale da poter sostituire i lavori pericolosi per gli esseri umani e, se si riesce a farlo, si ottiene il massimo beneficio netto possibile da tutte le applicazioni della robotica”. 

Sebbene la Fondazione operi in un campo degli umanoidi sempre più affollato, la sua esplicita adesione ai potenziali usi militari della sua tecnologia l’ha distinta dalle altre. A differenza di altre aziende della Silicon Valley focalizzate su robot domestici, Foundation Future Industries ha un obiettivo esplicitamente “dual-use” (civile e militare).

Modello Phantom MK-1 – robozaps.com con licenza Wikimedia Commons

I primi prototipi, denominati Phantom-01, sono robot umanoidi già stati impiegati in Ucraina per test logistici e di ricognizione. L’inizio dei test sul campo è avvenuto a febbraio 2026, mentre i test dei sistemi d’arma è previsto per il 2027 e la piena operatività e produzione di massa è in programma entro fine 2027.

All’inizio di quest’anno, la start up ha ottenuto maggiore riconoscimento a livello globale inviando due dei suoi robot Phantom MK-1 in Ucraina per una dimostrazione pilota, segnando quello che l’azienda ha descritto come il primo impiego noto di robot umanoidi in un teatro di guerra.

Il modello Phantom MK-1 è stato testato dalle forze ucraine in compiti ad alto rischio quali la bonifica di edifici, la mappatura di interni e il trasporto logistico. I test in corso, sostenuti dal governo statunitense e condotti con funzionari ucraini, si sono concentrati sulla logistica in aree a rischio.

Il CEO della Fondazione, Sankaet Pathak, ha confermato a WIRED che l’azienda sta esplorando capacità “cinetiche” (un termine tecnico per indicare l’integrazione di sistemi d’arma) cioè una evoluzione letale. L’obiettivo è presentare soluzioni armate nel breve periodo.

Grazie a una partnership strategica siglata con AMD, la startup sta sviluppando il modello Phantom MK-2, dotato di processori AI avanzati, una capacità di carico di 80 kg e una resistenza strutturale potenziata.

L’Ucraina rappresentava un debutto naturale, poiché il suo conflitto in corso con la Russia si è già affermato come un importante banco di prova per la robotica e l’intelligenza artificiale in ambito bellico.

La guerra, giunta ormai al quinto anno, ha visto l’impiego di robot terrestri per la consegna di rifornimenti al fronte e di droni autonomi e potenziati dall’intelligenza artificiale per attacchi di precisione e ricognizione.

Secondo Pathak, i test dell’MK-1 in Ucraina hanno già dimostrato il potenziale del robot nell’effettuare il ritiro di rifornimenti, un’attività che spesso espone i soldati a pericoli. 

Ma sebbene gli MK-1 contribuiscano a dimostrare l’utilità della tecnologia di base, sono ben lungi dall’essere dei super soldati, trasportando un carico utile di soli 20 kg circa e non essendo impermeabili e dotati di una durata della batteria sufficiente per essere impiegati su larga scala.  

La Fondazione si propone di inviare quest’anno in Ucraina robot nuovi e migliorati, nella forma del Phantom 2, che secondo Pathak sarà dotato di “capacità sovrumane” e avrà una capacità di carico doppia rispetto al Phantom 1.

Il Ministero della Difesa ucraino si è rifiutato di commentare la questione, mentre il Dipartimento della Difesa statunitense non ha risposto a una richiesta di informazioni.

La Fondazione prevede che i test condotti in Ucraina forniranno informazioni utili per la futura collaborazione con l’esercito statunitense.

La Fondazione ha fortemente puntato sull’allineamento con gli interessi di Washington, inquadrando l’importanza della sua tecnologia nel più ampio contesto della competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina.

Sebbene diverse aziende americane stiano collaborando con il governo degli Stati Uniti per impiegare robot autonomi in applicazioni militari, il Pentagono non ha ancora reso noto l’impiego di un robot umanoide per tali scopi.

Ma la start-up si è prefissata obiettivi ambiziosi: Pathak prevede di aumentare la produzione a migliaia di unità quest’anno e di iniziare i test sul campo con l’esercito statunitense entro i prossimi 18 mesi.

I progetti e i crescenti legami dell’azienda con Washington rappresentano un ulteriore esempio di come l’intelligenza artificiale e la robotica stiano iniziando a trasformare la “guerra moderna” e a diventare un punto focale della “sicurezza nazionale”. 

I sostenitori della tecnologia umanoide in ambito militare e industriale sostengono che i robot dalle sembianze umane siano generalmente più adatti di altre forme di robotica a muoversi in cantieri edili, centri logistici e zone di guerra reali.

Kateryna Bondar, ricercatrice senior presso il Wadhwani AI Center del CSIS, ha dichiarato alla CNBC che i robot umanoidi potrebbero teoricamente offrire alcuni vantaggi sul campo di battaglia grazie alla loro autonomia e alla destrezza simile a quella umana.

Gli esperti sembrano essere d’accordo sul fatto che, a prescindere dalla forma o dalle dimensioni, l’era dei robot dotati di intelligenza artificiale in ambito bellico è ormai vicina. “Prevedo che robot cingolati, volanti e sottomarini sostituiranno la forza umana”, ha affermato Toby Walsh, scienziato capo presso l’Istituto di Intelligenza Artificiale dell’Università del Nuovo Galles del Sud. 

Sebbene la maggior parte degli impieghi bellici dei robot Phantom preveda ancora una qualche conferma umana nel processo decisionale, Pathak ha affermato che i robot della Fondazione dovranno prendere decisioni completamente autonome in determinati scenari in cui il tempo è un fattore critico: l’inizio dell’era della guerra autonoma, largamente già sperimentata da Israele nell’Operazione Guardiani delle Mura nel 2021 contro la popolazione palestinese ed attualmente nell’escalation militare sfociata in un genocidio senza fine contro la popolazione di Gaza dal 7 ottobre 2023. L’esercito statunitense ha già dimostrato la volontà di adottare modelli di intelligenza artificiale, e secondo alcune fonti i è una sfida ingegneristica complessa e costosa, e ciò che l’Ucraina ci ha insegnato è l’opposto: che abbiamo bisogno della capacità di adattarci rapidamente e di produrre in modo rapido ed economico” – ha affermato Melanie Sisson, ricercatrice senior presso il programma di politica estera della Brookings Institution.

Con l’avvicinarsi dei robot umanoidi al campo di battaglia, la tecnologia ha sollevato preoccupazioni etiche, in particolare riguardo all’uso del processo decisionale autonomo in combattimento, quando sono in gioco vite umane. 

Il dibattito etico e bioetico sui “robot soldato” e dei sistemi d’arma letali autonomi (LAWS, Lethal Autonomous Weapon Systems) è uno dei temi più critici della filosofia morale e del diritto internazionale contemporaneo.

Le Nazioni Unite spingono da tempo per trattati internazionali volti a limitare o vietare i LAWS sprovvisti di un controllo umano diretto.

Da un lato, la leadership politica ed economica statunitense — incarnata in questo caso dalle mosse strategiche e dai finanziamenti della famiglia Trump — continua a promuovere pubblicamente una retorica legata alla difesa della democrazia globale e all’esportazione della stabilità.
Dall’altro, i massicci investimenti del Pentagono in robotica autonoma e letale dimostrano la volontà di capitalizzare economicamente e militarmente sulle crisi internazionali.

Questa corsa all’automazione bellica accelera proprio nel momento in cui il conflitto in Ucraina si scontra con la sua realtà più drammatica e strutturale: l’esaurimento delle risorse umane. Con un fronte stremato e le crescenti e documentate difficoltà nel reperire nuove reclute sul terreno, la transizione verso i “soldati robot” rischia di trasformare la guerra in un business asimmetrico e permanente.

In questo scenario, le macchine autonome smettono di essere uno strumento di difesa e diventano il mezzo ideale per prolungare i conflitti a tempo indeterminato, riducendo le perdite politiche interne per Washington ma delegando la distruzione sul campo a algoritmi privati e droni antropomorfi.

Mentre le popolazioni americana ed europee affondano in una crisi economica sempre più grave, i loro governi continuano a finanziare una catastrofica guerra per procura.

Questo paradosso si consuma nell’indifferenza generale delle opinioni pubbliche occidentali, anestetizzate dalla propaganda guerrafondaia e neoimperialista occidentale o distratte dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Nel silenzio dei cittadini che ne pagano il prezzo, i reali bisogni delle famiglie vengono ignorati per finanziare la nascita dei soldati robot di domani.

Ulteriori informazioni:
https://www.cnbc.com/2026/05/30/humanoid-robots-ukraine-war-foundation-military-ai.html
https://www.wired.com/story/humanoid-robot-soldier-eric-trump-foundation-future-industries/
https://www.reuters.com/business/eric-trump-backed-foundation-partners-with-amd-develop-humanoid-robots-2026-07-23/
https://finance.yahoo.com/technology/ai/articles/eric-trump-backed-startup-just-143015023.html 
https://www.scienzainrete.it/articolo/letica-del-soldato-robot/guglielmo-tamburrini/2009-03-23
https://www.rsi.ch/info/mondo/L%E2%80%99incubo-dei-robot-killer-%C3%A8-pi%C3%B9-vicino–2376421.html

Cover: Robot soldato, Foto di Shelley Evans aicanvas ai generated da Pixabay

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Come Milei in Argentina:
dal capitalismo neoliberista al tecnocapitalismo neofeudale

Come Milei in Argentina:
dal capitalismo neoliberista al tecnocapitalismo neofeudale

di Corrado Oddi

C’è un luogo, ancora non troppo esplorato, in cui si sta sperimentando in modo spinto il nuovo corso del capitalismo predatorio, che in questi ultimi anni ha ormai soppiantato il capitalismo neoliberista.
Il capitalismo predatorio – che alcuni definiscono in modo appropriato tecnocapitalismo neofeudale – si fonda su un inedito intreccio tra innovazione tecnologica, orientata dal forte ricorso all’intelligenza artificiale e dal ruolo preminente delle grandi aziende hi-tech statunitensi, finanza e intervento statale, che si sorreggono l’uno con gli altri. A cui si aggiunge una stretta connessione con l’industria militare e con il controllo delle risorse energetiche e naturali, producendo inevitabilmente una spinta alla guerra e la devastazione ambientale. Militarismo, nazionalismo e neocolonialismo ne sono il collante ideologico.

Un panorama del tutto diverso da quello del capitalismo neoliberista, dal quale eredita certamente il primato del mercato, ma che segna una discontinuità rispetto all’idea illusoria che la globalizzazione avrebbe prodotto crescita diffusa e che anche le disuguaglianze potevano essere limitate, con la famosa e sbagliata teoria dello “sgocciolamento”, per cui l’incremento della ricchezza per le classi alte sarebbe poi arrivata anche ai ceti più deboli.

Il punto è che, fallita la presunta capacità egemonica del capitalismo della superpotenza statunitense, oggi attraversata da una profonda crisi economica e sociale, oggi ad essa si sostituisce il dominio, costruito semplicemente sui rapporti di forza, anche militari, sul massimo profitto sganciato da ogni minima regola, e anzi alimentato dalla finanza-casinò, e da un forte controllo (e repressione) sociale.

Il luogo di cui parlo è l’Argentina del presidente Javier Milei. Qui, appunto, si sta creando una sorta di laboratorio del capitalismo prossimo venturo, che assomiglia drammaticamente ad una vera e propria distopia. Il primo passo di questo processo è il progetto Super RIGI, con il quale il governo intende attrarre mega-investimenti in industrie considerate nuove o ancora poco sviluppate nel Paese, con particolare attenzione a tecnologia, energia e infrastrutture avanzate, in specifico grandi data center e infrastrutture di IA.

il progetto di Milei prevede che per investimenti che abbiano una soglia minima pari a un miliardo di dollari (circa 920 milioni di euro), si adotti un’ aliquota fiscale ridotta al 15%, una garanzia di trent’anni di stabilità normativa, nessun dazio alle esportazioni. 

Il secondo passaggio è un grandissimo impulso allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sancendo che essa sia completamente priva di regolamentazione. Soprattutto Milei intende introdurre nella legge societaria argentina una nuova categoria di società completamente digitale. Si tratta della non-human corporation, cioè di una società che può essere gestita autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot.

Gli azionisti umani sono ammessi ma non obbligatori. Si fa riferimento a due modelli: la Sociedad Automatizada, un’azienda che persegue il proprio oggetto sociale tramite sistemi algoritmici autonomi, senza bisogno di dipendenti per l’operatività quotidiana. In altri termini, i soci restano gli umani ma a lavorare sono gli agenti IA, non più le persone.

L’altro è rappresentato dalle Organizzazioni autonome decentralizzate (Dao), che sono partecipazioni societarie governate da un algoritmo e da un programma informatico e che esegue automaticamente azioni o transazioni quando si verificano condizioni prestabilite. Il risultato è che a prendere le decisioni è il codice dell’organizzazione. In sostanza, il Cda è fatto dall’intelligenza artificiale.

Su questa strada, l’Argentina rischia di diventare non uno Stato-azienda ma uno «Stato di intelligenza artificiale», governato da corporazioni non umane, cedendo pezzi di sovranità economica e sociale a soggetti privi di responsabilità personale. Non è un caso che Milei, intervenendo nei giorni scorsi all’Assemblea generale dell’ONU, abbia sostenuto, in piena sintonia con Trump, a proposito del ruolo dell’intelligenza artificiale, che “dove gli altri vedono un pericolo, noi vediamo una nuova frontiera” e che l’IA è un acceleratore di produttività e che non va per nulla regolata, visto che ci penserà il mercato (sic!).

A queste intenzioni, non a caso, si accompagnano proclami di carattere nazionalistico: Milei ha avuto modo di parlare della riacquisizione delle isole Falklands, sotto amministrazione britannica, come della “causa più sacra degli argentini”, sostenuta anche dal fatto di potersi riprendere lo sfruttamento petrolifero lì esistente e che oggi vede la presenza di corposi interessi inglesi e israeliani.

Gli effetti delle scelte di politica economica e societaria dell’Argentina iniziano a concretizzarsi:
da alcuni mesi Peter Thiel, ceo di Palantir Technologies, ben noto per essere uno degli ideologi della nuova destra fascistoidi della Silicon Valley, teorizzando esplicitamente che il capitalismo è incompatibile con la democrazia, ha lasciato la California per trasferirsi un quartiere esclusivo di Buenos Aires, dopo che il suo fondo Thiel Macro ha investito per un valore di circa 76 milioni di dollari in Vista Energy. Vista opera soprattutto a Vaca Muerta, nel nord della Patagonia, dove si trova un gigantesco giacimento di shale oil e gas argentino.

La stessa OpenAI ultimamente ha firmato una lettera d’intenti con la società Sur Energy per costruire in Patagonia un data center ribattezzato Stargate Argentina. L’investimento previsto va dai 20 ai 25 miliardi di dollari (tra 18 e 23 miliardi di euro). Sullo sfondo, sembra profilarsi l’idea di trasformare la Patagonia in una grande piattaforma per l’intelligenza artificiale, alimentata da grandi data center con energia a basso costo e ottime condizioni climatiche per il loro raffreddamento. Ovviamente, il devastante impatto ambientale che ne consegue costituerebbe un semplice effetto collaterale di queste nuove “ magnifiche sorti e progressive” del capitalismo contemporaneo.

Sono le grandi prove di una nuova fase del capitalismo, che si presenta con tratti feroci ed aggressivi, che impone non solo la necessità dell’opposizione a tale scenario, come sta succedendo anche in Argentina, ma rimette all’ordine del giorno il tema della costruzione di un modello alternativo di società, di superamento del capitalismo. Sarebbe ora di tornare a dirlo con forza e nettezza, lasciando da parte le timidezze, anche terminologiche, che per troppi anni hanno caratterizzato la sinistra nel mondo, determinando anche una sua perdita forte di credibilità.

Del resto, Milei non ha avuto esitazioni a presentare la sua rivoluzione per favorire le nuove compagini societarie come una versione aggiornata dei grandi fasti della Compagnia olandese delle Indie Orientali fondata all’inizio del ‘600, forse il primo esempio di grande “multinazionale”, un grande impero commerciale, coloniale e finanziario e non propriamente esempio di capitalismo “temperato”, visto che possedeva forti armate, navi da guerra, fortificazioni e persino il diritto di stipulare trattati e dichiarare guerra.

Da parte nostra, con buona pace di Milei, che forse non ha presente l’epilogo di quella vicenda, non possiamo che augurarci che, magari in tempi brevi e in modo più semplice, quest’avventura faccia la stessa fine della Compagnia olandese delle Indie Orientali, che, volendo di fatto assolvere funzioni statuali e militari, finì per indebitarsi in modo insostenibile per poi essere nazionalizzata.

Cover: Javier Milei imbraccia la famosa motosega durante un comizio (2025) – foto wikimedia commons

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Caso Fideuram: più dell'artificiale intelligenza potè la naturale sudditanza

Caso Fideuram:
più dell’Artificiale Intelligenza, poté l’Umana Sudditanza

Caso Fideuram: più dell’Artificiale Intelligenza, poté l’Umana Sudditanza

I fatti, risalenti a qualche mese fa.

Paolo Molesini è il presidente di Fideuram. Un bel giorno Carlo Messina, AD di Intesa, proprietaria al 100% di Fideuram, gli manda un messaggio via whatsapp.  Gli scrive che bisogna usare la tesoreria di Fideuram (a causa di alcune ragioni tecniche, gli dice, Intesa non può operare direttamente) e far partire bonifici urgenti su estero, per non perdere l’occasione di una importante operazione finanziaria, pare sull’Asia.

Subito dopo gli telefona Paolo Nastasi, di A&O Shearman Italia, uno studio legale internazionale che si propone come intermediario dell’operazione. Molesini conosce Nastasi, ne riconosce la voce al telefono.

Molesini infine riceve delle mail dallo studio legale di Nastasi, che gli ha appena telefonato. Dentro ci sono scritti i dati delle società e dei conti su cui trasferire i soldi.  Molesini quindi ordina senza indugio al direttore finanziario di Fideuram di procedere ai trasferimenti all’estero: circa 96 milioni di euro.

 

Adesso descrivo gli stessi fatti, stando fuori dalla ragnatela Matrix dentro la quale è rimasto impigliato il Molesini.

Chi gli ha scritto via whatsapp non era Carlo Messina, ma probabilmente un israeliano (non ridete) a quanto pare non nuovo a questo genere di truffe, che non era AD di niente, ma capace del tanto necessario per fregarsi un bel po’ di soldini.

Chi gli ha telefonato non era l’avvocato Paolo Nastasi, ma uno che parlava con una voce clonata da quella di Nastasi. Sembrava lui, infatti Molesini aveva riconosciuto il timbro, l’intonazione e la cadenza di Nastasi.  Invece era un truffatore che parlava usando  la voce di Nastasi contraffatta attraverso il Voice cloning, applicazione che sta progressivamente diventando alla portata di tutti(immagine Easy-Peasy.AI – AI Image Generator).

 

Infine, chi gli ha scritto le e-mail non faceva parte dello studio Nastasi, ma di una organizzazione che aveva replicato gli indirizzi dello studio in questione.

I sistemi di allerta informatica di Fideuram hanno rilevato le anomalie dopo che il denaro era già partito. Morale della truffa: ad oggi sono rientrati circa 60 milioni di euro, rintracciati e restituiti grazie alla collaborazione tra istituti finanziari e sistema internazionale dei pagamenti. Non si trovano tracce dei rimanenti 36 milioni, probabilmente già convertiti in criptovalute (vedi tra gli altri questo articolo).

 

L’ingegneria sociale, nuova frontiera delle truffe

Molesini è stato prima l’Amministratore Delegato, poi il Presidente di Fideuram. Si è dimesso a marzo di quest’anno. Che lo abbia fatto spontaneamente o spintaneamente poco cambia. Chiunque non occuperebbe più quel posto dopo aver subito un simile raggiro.

Attenzione. Non sto dicendo che Molesini si sia comportato, puramente e semplicemente, come uno sprovveduto. Questo genere di truffe sono in crescita, e la cosa interessante è che non sono basate sull’accesso illecito a domini o indirizzi: quella è ormai la penultima generazione delle fregature. L’ultima generazione si basa sulla persuasione, altresì detta ingegneria sociale.

Funziona così. Costruisco una storia credibile, credibile per te a cui la racconto: quindi non necessariamente credibile in assoluto, ma persuasiva per te, in relazione al tuo profilo psicologico e alla tua posizione professionale.

Sulla base di questa storia – una vera e propria narrazione, arricchita naturalmente di documenti e tracce coerenti con la narrazione quanto fasulle – ti convinco a fare qualcosa d’impulso. Qualcosa che non dovresti mai fare senza riflettere, senza fare un minimo di verifiche. Lo fai anticipando addirittura i controlli della tua organizzazione, che arrivano quando hai già fatto uscire i buoi dalla stalla.

Perché lo fai, e lo fai così in fretta? Perché io che te la racconto riesco a fare leva in maniera decisiva su uno dei tuoi driver comportamentali. Nel caso del dirigente in questione, questo driver non è la paura, ma una sua declinazione specifica: la sudditanza.

Non voglio personalizzare, non mi piace sparare sulla Croce Rossa. Per una volta, provo a passare dal particolare al generale. Molesini era indubbiamente un dirigente esperto. Se un suo collaboratore fosse caduto in una trappola, per quanto ben congegnata, simile a quella in cui è caduto lui, avrebbe sicuramente subito le pene dell’inferno. A cosa sono servite nel caso specifico le strutture di controllo? A cosa serve un Consiglio di Amministrazione? Molesini non ha sentito la necessità di coinvolgere né l’una né l’altro.

Sono convinto che di managers apicali che in una situazione analoga si sarebbero comportati nello stesso modo ce ne siano tanti. L’ingegneria sociale applicata bene sfrutta le caratteristiche psicologiche che sa essere comuni in un certo ambiente. Questo è un ambiente in cui, più dei contrappesi, più dei controlli, conta chi comanda. La gerarchia non è solo un elemento organizzativo, ma soprattutto personale. Sai a chi devi la cresta della tua onda professionale: se costui ti chiede di fare una cosa, e in fretta, la prima domanda che ti si inchioda nel cervello non è:

chi devo coinvolgere in questa decisione per rispettare le regole della mia organizzazione?

ma è:

cosa mi succede se non obbedisco?

E’ per questo motivo che Molesini non fa una cosa apparentemente banale: interrompere la telefonata dell’avvocato Nastasi e richiamarlo, utilizzando i recapiti ufficiali dello studio legale. E’ per questo che Molesini non fa un’altra cosa banale, ma nella sua testa potenzialmente fatale: telefonare a Messina (che gli ha mandato un whatsapp da un numero che non è quello che Molesini conosce come il contatto di Messina) per chiedergli conferma del contenuto del messaggio whatsapp.  Perché chiamare il capo chiedendogli conferma se quel messaggino è opera sua non significa operare per il bene dell’azienda, significa non fidarsi del capo.

Questa vicenda coinvolge due esponenti apicali dell’organizzazione finanziaria, ma è un campanello d’allarme per chiunque si trovi dentro una struttura ad alto contenuto autoritario, che sia in alto o in basso nella scala gerarchica. Obbedire ad ordini personali, senza farsi domande, senza coinvolgere la struttura dei controlli, può essere la soluzione migliore per fare carriera, oppure semplicemente per essere lasciati in pace. Ma può essere anche la porta d’ingresso al girone infernale dei reverenti, dei sottomessi ai quali una volta è andata male: il girone di quelli che, dopo avere sempre obbedito a un padrone naturale, pagano il prezzo della deferenza a un padrone artificiale.

 

Cover: image free copyright  Clker-Free-Vector-Images

 

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Verso un nuovo scontro sociale? La ricetta inascoltata del premio Nobel Daron Acemoglu

Verso un nuovo scontro sociale?
La ricetta inascoltata del premio Nobel Daron Acemoglu

“Cosa è successo alla democrazia liberale?” è il titolo dell’ultimo libro di Daron Acemoglu, forse il più noto economista del Centrosinistra al mondo, premio Nobel nel 2024, che si interroga su come mai il liberalismo sia in crisi dopo i grandi successi nei primi 30 anni del secondo dopoguerra.

Trent’anni in cui gli Stati Uniti (già a partire dal New Deal di Roosevelt) e le democrazie europee scandinave (ma anche Italia, Germania e Francia) riuscirono ad irrobustire la democrazia, non solo distribuendo diritti e libertà, ma con una prosperità diffusa nel nome dell’uguaglianza.
Trent’anni di creazione di buoni posti di lavoro, alti salari, crescita del welfare, centralità della manifattura e una prosperità diffusa che fece crollare il comunismo sovietico (1991) in modo pacifico, sotto la rivolta dei suoi cittadini ammaliati proprio dall’Occidente.

Scomparsa l’URSS e puntato tutto su turbo-capitalismo e globalizzazione, le cose sono andate sempre peggio per gli operai e òa maggioranza dei cittadini occidentali. Come mai? Daron Acemoglu individua alcuni processi che hanno minato il liberalismo:

  • l’automazione ha tolto potere e salario ai lavoratori senza laurea, senza creare per loro nuovi buoni posti di lavoro, facendo crollare la manifattura e crescere servizi dove trovavano lavori poco pagati i non laureati e dove prosperavano solo i laureati;
  • la globalizzazione ha spostato la manifattura nei paesi a basso costo del lavoro (Cina,…), e accentuato l’evasione ed elusione fiscale.

L’esito è stato una crescita delle disuguaglianze senza precedenti dovuta alla scomparsa del ruolo degli Stati e al crescente potere delle multinazionali e di una oligarchia di miliardari che ora guida lo sviluppo, evade le tasse, e che ha fatto declinare il sindacato e l’autogoverno con la distruzione delle comunità dei lavoratori.

I partiti democratici (innanzitutto i DEM americani, ma anche in Europa), ammaliati da globalizzazione e libero mercato, hanno gradualmente abbandonato i lavoratori senza laurea (anche perché i laureati sono oggi negli Stati Uniti 93 milioni, 55% degli occupati) e la manifattura (ormai al 9% degli occupati), lasciando ampio spazio ai movimenti di destra e illiberali di “difenderli” (anche se più a parole) dalla concorrenza degli immigrati (nuovo capro espiatorio), dalla distruzione delle loro comunità e delle tradizioni, da pratiche diffuse di autogoverno con scelte dall’alto (vedi UE, vissuta come una forma di crescente centralizzazione).

Verso un nuovo scontro sociale?

I salari reali essi sono cresciuti in modo enorme nei paesi emergenti e BRICS e pochissimo nei Paesi liberali (in Italia, Regno Unito e Giappone sono calati), nonostante la produttività del lavoro sia salita del 30% dal 1999 al 2024 rispetto a +10% dei salari. Significa che 2/3 della ricchezza prodotta è andata al Capitale.

Nei paesi emergenti e BRICS invece i salari reali sono cresciuti molto di più. Si noterà che nei paesi meno democratici c’è una maggiore disuguaglianza tra salari per il minor ruolo svolto da liberi sindacati.

Dal 2006 al 2024 in quasi tutti i paesi al mondo le disuguaglianze salariali si vanno riducendo, tranne in Italia (stabili) e Francia, Finlandia, UK e Cina (in crescita).

Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale (AI) senza regole nelle mani degli oligarchi delle multinazionali americane, assisteremo ad una nuova ondata di automazione che colpirebbe, questa volta, soprattutto i colletti bianchi, accentuando ancor più la disuguaglianza, la distruzione delle comunità e dell’autogoverno e minando quella prosperità diffusa, libertà e diritti sostanziali che sono alla base del liberalismo in Occidente.

Le stime parlano di un rischio sostituzione di lavoratori con AI e robot (tra USA e UE) di 40 milioni di lavoratori su 370 (circa 10,8%) e di 70 milioni in Cina. Il problema è soprattutto degli Stati Uniti che non solo non perdono popolazione e nella fascia lavorativa 15-64 anni dal 2026 al 2040 prevedono una crescita di 6 milioni, mentre la UE perde 15 milioni di abitanti tra 15 e 64 anni e la Cina ben 129 milioni.

Lo scontro sociale sarà quindi enorme proprio dove si sta sviluppando l’idea di una AI deregolata (negli Stati Uniti) che determinerà di certo una drastica riduzione di occupati, al punto che alcuni esperti si spingono a parlare di probabile “guerra civile”. La Cina invece teme poco l’automazione da AI e robot in quanto perderà una cifra enorme di potenziali lavoratori e nei suoi piani al 2030 prevede già una formazione di 30 milioni di addetti nell’alta tecnologia più esposti e piani di re-inserimento in altri settori per chi dovesse perdere il lavoro.

L’Europa si trova in situazione intermedia: perderà 15 milioni di lavoratori potenziali e cercherà di regolare gli effetti più devastanti dell’AI.
Ma solo mettendo di nuovo al centro la classe operaia (secondo Acemoglu) il liberalismo ha un futuro e quindi gli Stati Uniti si stanno mettendo su un sentiero molto pericoloso socialmente ed economicamente ed hanno già tutti i fondamentali critici (debito pubblico, deficit commerciale, manifattura distrutta).

Daron Acemoglu: rilanciare la democrazia liberale

Per Daron Acemoglu rilanciare il liberalismo significa mantenere welfare e libertà di espressione, difendere le comunità, le forme di autogoverno, la ricchezza condivisa. Occorre limitare l’uso del denaro che dalle imprese finisce nella politica (condizionandola), creare buoni posti di lavoro ben pagati, favorire un’immigrazione legale, regolamentare l’AI sia verso i minori (come si fa con tabacco, droghe e alcol), sia modificando gli algoritmi per non accentuare le polarizzazioni e i messaggi fortemente emotivo che generano dipendenza, più tempo sulle piattaforme, più profitti e pubblicità.

Valorizzare un federalismo in cui si dia ampio spazio all’autogoverno e alle comunità nelle materie che possono amministrare, evitando eccessi di centralizzazione (una parte delle imposte va distribuita alle comunità locali come pare voglia fare Burnham in UK e forse l’autonomia regionale in Italia).

Con gli immigrati ci può essere buona convivenza se i flussi sono legali e se rispettano le libertà fondamentali del liberalismo (istruzione per i loro figli, diritto di uscita di casa e dalla loro comunità e nessuna minaccia di violenza alle donne al loro interno). La ricerca economica indica che l’immigrazione (sia qualificata che non) non ha effetti negativi sulle prospettive occupazionali o sui salari del lavoratori nativi e sono spesso le comunità con pochi immigrati quelle più ostili.

Afferma l’importanza di politiche di decarbonizzazione, di antitrust che riducano i monopoli oggi esistenti, l’asimmetria tra maggiori tasse sul lavoro che sul capitale e come alcuni servizi (istruzione) potrebbero essere erogati dalle comunità locali, creando diverse esperienze e imparando l’una dall’altra.

Sarà importante soprattutto regolare l’AI in modo che anziché favorire una nuova ondata di automazione, arricchisca le mansioni attuali (e altre nuove) sia per chi non è laureato che per i laureati.
Questa è la grande sfida del futuro, che significa nel caso dell’Europa creare anche propri campioni di AI, regole, più formazione per i lavoratori e un ruolo maggiore del sindacato e delle “associazioni”, tornando alle normative fiscali pre 1990 e pre globalizzazione. Oggi negli Stati Uniti il Lavoro è tassato al 30%, mentre gli investimenti in Capitale con meno del 5% (via ammortamenti accelerati e altre detrazioni). Lo scontro, e la sfida, sarà quindi tra una società che sarà guidata da ristrette élite o dalla maggioranza di chi lavora.

14 Feb 2026 Stanford (California): Big Billionaire Breakup

Intanto in California vediamo se martedì 3 novembre (mid term) viene approvata la patrimoniale una tantum (Proposition 40) del 5% sui miliardari, nonostante i 500 milioni pagati dagli 80 tycoon della Silicon Valley sia repubblicani che democratici agli influencer per opporsi ad una tassa che forse piace alla grande maggioranza degli americani (e al miliardario Tom Steyer che è –raro caso- a favore) e che qualcuno in Italia vuol farci credere sia una tassa estremista.

In questo scenario (Acemoglu non lo dice) sono favoriti quei paesi (federali) come Usa, Australia, India, Brasile che hanno Stati con un’architettura federale che fa politica e può regolamentare le loro multinazionali (tech, energetiche,…). Favoriti sono anche gli Stati non liberali (Cina, Russia,…) che hanno uno Stato capace di regolamentare i loro giganti privati tech ed energetici e redistribuire la ricchezza prodotta. Chi è spiazzato è invece l’attuale UE che manca di uno Stato a causa dell’assurda architettura che si è data (o che qualcuno ha consigliato). Un problema che prima o poi si dovrà risolvere anche se uno Stato UE non credo piaccia all’amico (ex alleato) americano.

Cover: Daron Acemoglu (2016) – foto su licenza Wikimedia Commons

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Andrea Casoli: "Passami il cielo"

Parole a capo /
Andrea Casoli: “Passami il cielo”

Parole a capo /
Andrea Casoli: «Passami il cielo»

 

Passami il cielo,
quello che tieni appoggiato sul palmo,
stringimi forte la mano e in silenzio
mostrami il mondo che avremo di fronte.
Passami il vento,
quello che tieni aggrappato ai tuoi sogni,
portami dove non posson finire
le mie certezze, le nostre frontiere.

da “Piccole poesie passeggere”, Controluna, 2018

Andrea Casoli. “Sono nato a Reggio Emilia nel 1972 sono padre di tre bambine, sono laureato in economia e faccio l’agente immobiliare.Scrivo poesia in modo assiduo dal 2013, ho pubblicato tre sillogi (Piccole poesie passeggere , Da questo temporale, La porta della camera dei miei e altri versi) sono presente in varie antologie, riviste e blog .Sono esperto ed appassionato di metrica e di poesia in generale. Vivo attualmente nel comune di Langhirano in provincia di Parma.”

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 357° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Cover: https://pixabay.com/it/photos/grano-cereali-campo-alberi-4858574/

 

L’anestesia del conflitto

L’anestesia del conflitto

L’anestesia del conflitto

Il conflitto sociale non è scomparso. Si sono indebolite, semmai, le forme attraverso le quali riusciva a diventare visibile, riconoscibile, collettivo.

Le differenze economiche sono davanti a noi. C’è chi assorbe senza troppe conseguenze un aumento del costo della vita e chi deve rifare i conti a metà mese. Chi possiede una casa e chi paga un affitto che porta via una parte pesante dello stipendio. Davanti a una lunga attesa nella sanità pubblica, qualcuno può rivolgersi al privato; altri aspettano. E perdere un lavoro non significa la stessa cosa per chi ha alle spalle una famiglia capace di sostenerlo e per chi non ha nessuna rete.

A molte di queste cose ci siamo abituati. Aumenta il carburante e cerchiamo dove costa un po’ meno. Cresce una bolletta e tagliamo qualcos’altro. Se l’affitto diventa troppo pesante si cambia zona, si divide l’appartamento, si torna dai genitori. Una visita richiede mesi? Chi può paga. Sono adattamenti comprensibili. Il punto è che migliaia di adattamenti allo stesso disagio non diventano necessariamente una domanda collettiva.

È qui che si misura una distanza rispetto agli anni delle grandi mobilitazioni operaie e studentesche. Senza trasformare il Sessantotto in un’età dell’oro, perché fu attraversato da contraddizioni, errori e anche violenza, quella stagione aveva però una capacità che oggi appare più debole: riconoscere dentro un problema individuale una condizione comune e portarla nello spazio pubblico.

I numeri non spiegano tutto, ma qualcosa lo dicono. Nel 2003 il 6,8 per cento degli italiani dai 14 anni in su aveva partecipato a un corteo; nel 2024 il 3,3 per cento. Nello stesso periodo la partecipazione ai comizi è scesa dal 5,7 al 2,5 per cento. Nel 2024, però, oltre dieci milioni e mezzo di persone hanno espresso opinioni politiche o sociali attraverso Internet e i social network, mentre nel 2014 erano meno di sei milioni e mezzo. Il dissenso, dunque, non è sparito. In parte ha semplicemente cambiato luogo e forma.

Il problema è che discutere, indignarsi, scrivere sui social non dà automaticamente continuità e forza a quella protesta. Un interesse ben strutturato parte da una posizione diversa. Può avere associazioni, consulenti, uffici studi, competenze giuridiche, relazioni istituzionali. Sa seguire il percorso di una norma, formulare una richiesta, individuare l’interlocutore giusto. Un disagio sociale, per quanto diffuso, può invece restare disperso fra milioni di persone.

Non c’è bisogno di immaginare una congiura. Il meccanismo può essere molto più ordinario. Alcuni hanno gli strumenti per farsi ascoltare, altri no. Alcuni arrivano ai tavoli dove si discute una decisione, altri faticano perfino a trasformare la propria condizione in una richiesta riconoscibile.

È anche qui che entra in gioco il lobbying. L’OCSE rileva che l’Italia soddisfa il 60 per cento dei criteri considerati sulla regolamentazione del lobbying e il 44 per cento di quelli relativi alla pratica, valori superiori alle rispettive medie OCSE. Ma segnala anche che, fuori dalle regole specifiche della Camera dei deputati, non esiste ancora una disciplina legislativa generale dei rapporti di lobbying con le altre autorità pubbliche. Una normativa più ampia è stata approvata dalla Camera il 29 gennaio 2026 e, nell’ultimo aggiornamento disponibile, risulta ancora all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato.

Una legge può rendere più trasparenti questi rapporti. Non risponde però alla domanda che viene prima. Chi rappresenta chi non possiede abbastanza forza per diventare un interesse organizzato?

Si potrebbe rispondere che almeno c’è lo Stato, che esiste una rete di protezione. Ed esiste davvero. Negli ultimi anni si sono succeduti trasferimenti, bonus, agevolazioni, assegni, esenzioni, misure contro la povertà. Molti di questi interventi servono e sarebbe scorretto fingere il contrario. Nel 2025, però, il 22,6 per cento della popolazione italiana, circa 13 milioni e 265 mila persone, risultava ancora a rischio di povertà o esclusione sociale. Il dato è migliore di quello dell’anno precedente, ma la dimensione resta enorme.

E però aiutare qualcuno a non cadere non significa necessariamente metterlo nelle condizioni di risalire.

Un sostegno può consentire a una famiglia di pagare una bolletta, una parte dell’affitto, una spesa necessaria. Può essere indispensabile. Ma se restano intatte le condizioni che rendono quella stessa famiglia dipendente dal sostegno successivo, il problema si ripresenta. Si interviene sull’emergenza, poi sull’emergenza successiva. Intanto ciò che continua a produrla rimane lì.

Anche la mobilità sociale dice qualcosa in questo senso. Tra i nati dal 1980 al 1994, l’Istat rileva che il 27,1 per cento degli occupati a trent’anni si trova in una classe occupazionale inferiore a quella dei genitori; la mobilità ascendente si ferma al 25,1 per cento. Per le generazioni precedenti osservate nel Novecento il rapporto era diverso. L’Istat parla esplicitamente di una discontinuità rispetto alle traiettorie precedenti.

La stratificazione, insomma, non se n’è andata. È diventato meno abituale nominarla. “Classe” sembra una parola di un’altra epoca. “Conflitto sociale” quasi un reperto. Al loro posto usiamo spesso fragilità, inclusione, resilienza, sostenibilità. Sono parole che descrivono fenomeni reali e non c’è ragione di liquidarle. Ma cambiare vocabolario non cambia automaticamente la posizione delle persone dentro la società.

A forza di adattarsi, poi, ci si abitua. All’aumento, all’attesa, al contratto che scade, al reddito che non basta. Ciascuno cerca una soluzione con le risorse che ha. E più il disagio resta individuale, maggiore diventa il vantaggio relativo di chi continua invece a organizzare collettivamente il proprio interesse.

I poveri cristi, intanto, un ufficio studi non ce l’hanno. Non hanno qualcuno pagato per seguire il percorso di un emendamento o una commissione parlamentare. Hanno il pieno da fare, l’affitto, una visita da prenotare, un figlio che cerca lavoro. Quando arriva un sostegno, spesso serve davvero.

Ma la domanda rimane. Stiamo riducendo la distanza che li separa da chi ha più forza, oppure stiamo imparando a renderla sopportabile?

Se riusciamo soltanto a impedire che chi sta sotto cada ancora più in basso, quella disuguaglianza non è stata rimossa.

È stata amministrata.

Cover: Foto di Mote Oo Education da Pixabay

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vite di carta Monica Maggioni riceve il premio Granzotto 2026

Vite di carta /
L’Aquila d’oro 2026 a Gianluca di Feo

Vite di carta. L’Aquila d’oro 2026 a Gianluca di Feo

Alla terza votazione delle giurie riunite Il cielo sporco di Gianluca Di Feo ha raggiunto il quorum e si è aggiudicato l’Aquila d’oro dell’edizione 2026 del Premio Estense. Avevo scambiato due parole con lui pochi minuti prima, durante la breve pausa caffè e dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

L’avevo trovato giù nel giardino di Palazzo Roverella, solo con i suoi pensieri e con la pipa, che come succede anche a mio marito è amica dei momenti di silenzio. Dicendo buongiorno mentre gli chiedevo di firmare la mia copia del Cielo ho infranto la sottile aura in cui si era rifugiato.

L’ho percepito, ma è stato un attimo e già si parlava dei due mestieri, il suo che l’ha reso noto e il mio di insegnante. Della utilità del suo libro verso i giovani, del conoscere la guerra per come è diventata oggi grazie alla applicazione della AI, supertecnologica e per certi versi “democratica”, a costi accessibili per i paesi contendenti.

Mi ha scritto una dedica preziosa che assegna un senso al lavoro di chi promuove la conoscenza e tenta di tracciare mappe per affrontare il mondo. Per chi insegna, per chi fa ricerca e poi divulga, per i giornalisti che, come dirà nel pomeriggio Monica Maggioni nel ricevere il 42° Riconoscimento Granzotto, trovano il loro posto tra gli eventi che accadono e la possibilità di raccontarli.

Libri finalisti del Premio Aquila d’oro 2026 – foto di Roberta Barbieri

Siamo rientrati per la terza decisiva votazione che lo ha incoronato e lo ha trovato vagamente incredulo. Consapevole, come è stato spesso ribadito nel dibattito tra la giuria tecnica e noi della giuria popolare, di quale fosse il valore degli altri libri finalisti. Libri scritti da giornalisti che hanno consumato le suole delle scarpe nel portare avanti le loro indagini tenaci. Rigorose.

Tonia Mastrobuoni, che è arrivata al secondo posto con un punteggio vicinissimo a quello del vincitore, ha impiegato dodici anni per la stesura del suo saggio La peste. Un libro denso e densamente documentato sulla ascesa della estrema destra in Germania: una reta capillare di movimenti estremisti che pulsano antisemitismo, voglia di eversione, euroscetticismo e nostalgia del Reich. Un libro che rendiconta, riflette e lancia l’allarme contagio.

Sul palco del Comunale, siamo alla cerimonia della premiazione e a condurre l’evento c’è per la prima volta Tiziana Ferrario, Mastrobuoni  racconta il volto di una Germania poco conosciuta, che può spiegare il recente successo elettorale di AfD nella Sassonia-Anhalt, dove il partito che ha convogliato in sede parlamentare la radicalizzazione in atto ha sfiorato il 44% dei voti.

Di Nello Trocchia mi colpisce la giovane età insieme alla durezza del suo libro sulla mafia albanese, Invincibili. Mi è rimasta impressa la tenerezza con cui l’ho visto poche ore fa, durante il lunch, stare accanto alla sua bambina.

Ora la vedo che si muove giù in platea e intanto ascolto il papà che scolpisce una sintesi di parole sul violento successo della mafia che dall’Albania si è mossa per mare alla conquista delle piazze di in ogni parte del mondo, passando per Roma. Prima scafisti e contrabbandieri, poi killer e oggi narcotrafficanti, gli Albanesi primeggiano in violenza e corruzione. Imprendibili, per la loro struttura a cellule mobili e sfuggenti.

Da Virman Cusenza mi è arrivato il segnale forte di un giornalismo di competenza, che non abbandona lo studio e l’interesse per la storia. Stavolta incarnata nella figura inedita e sorprendente di Giuseppe Garibaldi negli anni di Caprera, un uomo di idee moderne cha applica all’agricoltura della sua isola e alle relazioni umane, sia con i visitatori che con gli amici e gli intellettuali che ospita generosamente nella propria casa. Un uomo, apprendo, che ha fondato la Società Reale di protezione degli Animali.

L’altro Garibaldi è un saggio appartato rispetto agli altri tre, costruito sulla scoperta dei Diari agricoli dell’eroe dei due mondi. Lontano dalla attualità, in grado tuttavia di proiettare fasci di luce  sulla storia recente e scoprire per esempio un Garibaldi sostenitore delle donne, che considera il motore della trasformazione della società.

Del resto, neppure la forza degli altri tre libri finalisti si esaurisce nella attualità delle tematiche che trattano: nell’intervistarne gli autori Tiziana Ferrario ha evidenziato quanto i loro testi abbiano in comune la spinta a trasformare la cronaca in conoscenza, molto probabilmente in storia.

Penso a Il cielo sporco, per il quale ho votato fin dal primo turno sulle orme di Ludovico Ariosto. Nel nono canto del Furioso Ariosto se la prende con l’archibugio e lo addita come “abominoso ordigno”: sembra rendersi conto di quanto quell’arma inciderà sul modo di fare la guerra nella storia degli uomini.

Nei secoli l’uso dell’artiglieria ha fatto assumere alla guerra la dimensione totale che ha ancora oggi e che causa milioni di vittime, sempre più tra i civili. Se il cielo si sporca ogni giorno di più di droni silenziosi, a basso costo e ad altissima tecnologia, altro che senso dell’onore dei cavalieri antichi. Altro che eroismo.

Se, come apprendo dal libro, ai droni di recente fabbricazione l’essere umano ha delegato la capacità decisionale, il cambio di strategia e di bersaglio, vedo un nuovo paradigma nel modo di fare la guerra. Molto pericoloso.

Mi ha detto Di Feo, mentre mi scriveva la dedica, che sa di avere scritto un libro angosciante. Gli ho ribadito che lo trovo tuttavia adatto per essere letto dai ragazzi nelle scuole: non trovo negoziabile che, pur nei modi dovuti, i giovani possano crescere in consapevolezza.

Oltre alla lezione che imparo oggi, dal Festivaletteratura di Mantova ne ho portata un’altra, giorni fa. L’ho avuta ascoltando Lucio Caracciolo ma non solo, mentre si diceva convinto che solo attraverso la consapevolezza sull’esistente si può costruire la pace.

Nota bibliografica:

  • Gianluca Di Feo, Il cielo sporco, Guanda, 2025
  • Tonia Mastrobuoni, La peste. Indagine sulla destra in Germania, 2025
  • Virman Cusenza, L’altro Garibaldi. I “Diari” di Caprera, Mondadori, 2026
  • Nello Trocchia, Invincibili, Rizzoli, 2025

Cover: Foto scattata dall’autrice durante la cerimonia di premiazione del Premio Estense 2026 presso il Teatro Comunale: Monica Maggioni riceve il Riconoscimento Granzotto

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La corona del Rosario a destra, il Vangelo di carta a sinistra

La corona del Rosario a destra, il Vangelo di carta a sinistra

La corona del Rosario a destra, il Vangelo di carta a sinistra

Il cattolicesimo italiano si è fatto espropriare le parole da chi non crede e i simboli da chi non pratica

Secondo una rilevazioni Ipsos, se votassero soltanto i cattolici praticanti la coalizione di centrodestra si attesterebbe intorno al 51,5%, con Fratelli d’Italia al 32,5% — oltre tredici punti in più di quanto lo stesso partito raccoglie fra i non credenti. Il Partito Democratico invece sarebbe il primo partito fra i non credenti.

Prendiamo questi dati per buoni e dunque indicativi di una tendenza reale;  affianchiamo a questi dati un’osservazione che chiunque frequenti il mondo cattolico organizzato può fare da sé: nei movimenti, nelle associazioni, nel terzo settore d’ispirazione anche vagamente cristiana, fra il clero diocesano, il voto è orientato a sinistra in modo piuttosto compatto. Le due cose insieme fanno quasi un piccolo enigma la cui soluzione può essere una chiave  per cercare di capire alcuni aspetti della società  italiana negli ultimi trent’anni.

L‘ipotesi è la seguente: in un quadro comunque molto complesso c’è una frattura che non passa fra credenti e non credenti. Passa dentro il cattolicesimo stesso, e sembra separare i suoi “mediatori” dalla sua base (o comunque da una sua parte consistente). Almeno tendenzialmente, vediamo una parte dell’elettorato praticante anziano che si contrae e si orienta a destra; un ceto dirigente cattolico con le varie componenti attiviste che si orienta a sinistra. Questa forbice è una delle tendenze  degli ultimi 30 anni ed è la premessa per un’argomentazione interessante.

Una doppia espropriazione

Il cattolicesimo italiano – qui, come molti di voi, non posso non ricordare la mia esperienza personale giovanile – possedeva tra i tanti due patrimoni conosciuti da tutti.

Un vocabolario — amore, accoglienza, ultimi, poveri, misericordia, dignità, carità, peccato, coscienza, bene e male — e un repertorio simbolico: il rosario, il crocifisso, il presepe, il campanile, la chiesa, le cerimonie religiose, la processione, il santo patrono. Nel giro di una generazione o poco più ha perso l’esclusività di entrambi i patrimoni a favore di due parti opposte.

Il vocabolario è passato alla sinistra. Oggi è il lessico standard dell’area progressista, in larga misura scristianizzata: parole nate per descrivere una conversione personale e una pratica devota innanzitutto individuale, sono diventate lo strumentario retorico di ONG e servizi sociali, di politiche pubbliche e di posizionamenti internazionali (Qui un approfondimento)

I simboli sono passati alla destra. Rosari esibiti nei comizi, crocifissi difesi nelle aule pubbliche, presenze ostentate, presepi eretti a bandiera identitaria: spesso, brandiscono l’insegna persone che in chiesa non entrano mai se non per un funerale (Qui un caso emblematico).

Ciascuna delle due parti ha preso ciò che le serviva e ha lasciato il resto. La sinistra ha preso il “contenuto morale” scartando la “sorgente simbolica”; la destra ha preso la “sorgente” scartando il contenuto morale. Il proprietario originario – il cattolicesimo che molti adulti e anziani di oggi avevano conosciuto da piccoli – è rimasto senza l’uno e senza gli altri ed è forse, in tutta la vicenda pubblica italiana, l’unico soggetto espropriato simultaneamente da due direzioni opposte.

Sintetizzando e forzando un poco la conclusione: la sinistra ha preso le parole e ha lasciato la “fede” (credenza). La destra ha preso i simboli e ha lasciato il Vangelo. Al cattolicesimo non è rimasto niente di assolutamente esclusivo da cui ricominciare.

Il perché questo sia successo esula dallo scopo di questo articolo: rimanda sicuramente al processo di secolarizzazione, alla posizione sociale e al capitale culturale dei protagonisti, ai meccanismi di legittimazione e all’accreditamento culturale della religione, etc.. Ma per noi è importante apprezzarne le conseguenze sociali.

Il costo: la scomparsa del terzo

Un soggetto che ha ceduto le proprie parole non può più correggere l’uso che ne viene fatto da altri. Un soggetto che ha ceduto i propri simboli non può più impedire che diventino insegne di guerra. Soprattutto perde la funzione di terzo — l’unica posizione che davvero contava, quella di chi sta fuori dalla polarizzazione e può giudicarla, riconoscendo le ragioni (e i torti) di entrambe le parti senza appartenere a nessuna.

Nell’Italia delle due subculture, delle due grandi narrazioni bianca e rossa che hanno caratterizzato il secolo scorso, il cattolicesimo era un pò il “pavimento comune” sotto il conflitto (ricordate la saga di Peppone e don Camillo?) : la lingua che entrambe parlavano quando smettevano di gridare. Non a caso la Sussidiarietà — ciò che può essere fatto dal livello più prossimo non deve essere avocato dal livello superiore — era inizialmente un principio cattolico, formulato nella dottrina sociale della Chiesa quasi un secolo fa.

Quel pavimento non c’è più. Oggi le due parti citano lo stesso testo per delegittimarsi a vicenda, e nessuno può richiamarle all’ordine, perché il proprietario originario del testo è palesemente schierato (Qui un caso emblematico).

Anticipiamo ciò che diremo meglio tra poche righe: un cattolicesimo fedele al proprio pensiero sociale sarebbe oggi il più autorevole critico dell’accentramento tecnocratico e il più convinto difensore dei corpi intermedi e delle comunità territoriali. Spesso invece ha fatto largamente il contrario. Non è un giudizio politico esterno: è una misurazione fatta con il loro stesso metro. E dimostra che il vocabolario, una volta espropriato, è stato successivamente importato dall’ambiente esterno con nuovi significati politicamente corretti, non generato dall’interno dove inizialmente era.

La posizione fondamentale che oggi nessuno occupa

Resta però un fatto che nessuna analisi critica può cancellare e che rende questa storia meno chiusa di quanto sembri. Nel paese (Italia) esiste una posizione vuota di enormi proporzioni.

È la posizione di chi tiene insieme le due metà che sono state separate: le parole e i simboli, cioè l’apertura e il radicamento (cogliendo quel che c’è di buono tanto nel discorso di  sinistra che nel discorso destra). Non è una collocazione politica, è una postura antropologica e coincide con la tensione che tiene in vita ogni comunità che funzioni: avere un’identità abbastanza salda da potersi permettere l’accoglienza e  l’ospitalità.

Un gruppo insicuro si arrocca; un gruppo saldo può aprire la porta senza temere di sparire nell’incontro. Chi ha ceduto i simboli non ha più identità da offrire; chi ha ceduto le parole non ha più ospitalità da praticare. Nessuno, oggi, tiene i due capi.  (Qui.una proposta di conciliazione pubblicata su questo giornale).

Il cattolicesimo italiano è (o meglio: sarebbe), per storia millenaria, per dotazione oggettiva, il soggetto forse meglio attrezzato per occupare quello spazio. Ha ancora  ciò che nessun partito possiede più: una rete territoriale capillare — parrocchie, oratori, cooperative, centri d’ascolto: è presente anche dove lo Stato si è ritirato (si pensi ad esempio alla Caritas), ha un peso forte nel sistema del welfare; ha una memoria lunga in un paese senza memoria; guardando alla storia ha ancora un lessico proprio e dei simboli. Ha, cioè, tutti gli ingredienti materiali di quel tessuto federativo di comunità che è oggi l’unica alternativa praticabile all’atomizzazione che accompagna invariabilmente l’universalismo globalista (Qui un contributo pubblicato su questo giornale).

Manca una cosa sola, ed è la più difficile da praticare: la disponibilità a non essere schierato. A pagare il prezzo dell’irrilevanza mediatica in cambio della credibilità di lungo periodo. A difendere l’accoglienza, davanti a chi brandisce il rosario, e il radicamento, davanti a chi cita il Vangelo di carta, nello stesso tempo e con la stessa fermezza, perdendo consenso da entrambe le parti.

Il Vangelo propone un’immagine precisa per questa funzione: il lievito. Il lievito agisce a due condizioni — deve stare immerso nella pasta, e deve restare lievito. Un lievito che si mescola perfettamente non fa lievitare niente: diventa pasta. La metafora annuncia un concetto fondamentale: essere nel mondo senza essere del mondo. Questa  differenza non è arroganza da superare: è la condizione tecnica dell’efficacia.

Immagino allora – da assolutamente laico che vorrebbe essere intellettualmente onesto – la domanda giusta da porre al cattolicesimo italiano. Non è: con chi state?  È piuttosto: che cosa non siete disposti a cedere, a nessuno dei due?

Cover: Foto di João Geraldo Borges Júnior da Pixabay

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Vietare Federico

Vietare Federico

Reprimere la libertà è un bruttissimo segno. Succede un po’ ovunque, negli stati dittatoriali ma anche e sempre più spesso nel “mondo libero”. Succede lontano ma anche molto vicino. A volte però  il divieto che piove dall’alto (ma con quale autorità, con quale ragioni?) e che si abbatte e cancella la libertà di espressione non è solo un atto contro la democrazia, ma una idiozia che ribalta lo stomaco e accende i cuori.

A Ferrara ieri “C’era la Spal”. Allo Stadio Paolo Mazza la gloriosa e decaduta squadra di casa affrontava la Vianese. Ma la Spal,  anche se gioca in Eccellenza (sotto la Serie D per intenderci), può contare su svariate migliaia di supporter. Domenica scorsa la Curva Ovest è gremita: 6.009 tifosi, simpatizzanti, ultras: uomini donne e bambini, tutti insieme, di destra e di sinistra, uniti dalla stessa passione, una passione ereditata dai padri e dai nonni.

Ancora prima del fischio di inizio un enorme striscione sventola sopra la testa dei tifosi spallini. Sul telo c’è la faccia di Federico Aldrovandi. Un segno di affetto, di vicinanza, di solidarietà, di richiesta di giustizia per quell’omicidio che ha spezzato una giovane vita. A spezzarla sono stati 21 anni fa alcuni poliziotti. C’è stato un processo, hanno fatto qualche anno di galera e sono stati reintegrati nelle file della Polizia.

Allo stadio, in mezzo ai tifosi, c’è anche il papà di Federico. La Curva Ovest  aveva pensato a un momento per commemorare Federico. All’intervallo il papà di Federico avrebbe guadagnato il centro del rettangolo verde insieme a un gruppo di bambini che avrebbero letto i pensieri scritti per lui. Si poteva pensare una commemorazione più mite e non violenta?

Come il lettore avrà già appreso dalla stampa locale e dal durissimo comunicato della Curva Ovest, la Questura di Ferrara ha vietato la commemorazione ritenendola… un atto di istigazione alla violenza. Ma come? Dopo 21 anni dall’omicidio di Federico? Dopo i processi che hanno appurato le responsabilità di alcuni agenti di polizia? E per un’iniziativa pacifica in cui i bambini leggono i loro pensieri?

La Questura, l’autorità a capo delle Forze di Polizia (oggi come 21 anni fa quando Federico fu ammazzato di botte), non si è posta queste domande: ha vietato tutto. Divieto preventivo! Una decisione che indigna, o anche qualcosa di più: dà il voltastomaco.

La Curva Ovest [leggi il comunicato] denuncia l’atto repressivo, la censura, il tentativo di insabbiamento. Altri hanno scritto che “Federico Aldrovandi fa ancora paura”. Parole durissime, una sentenza popolare che condivido in pieno.

Ma forse c’è un’altra considerazione da fare.
Viviamo in una città dei divieti. Si vieta il Parco Urbano, le vie del Centro Storico, Piazza Ariostea ai cittadini residenti per far posto a festival e megaconcerti a pagamento. In Italia e in Europa, un po’ ovunque si moltiplicano le Zone Rosse per impedire ai manifestanti di manifestare. Non basta: si vietano a scuola i filosofi scomodi [vedi questo articolo su Periscopio]. Non parliamo poi dell’America di Trump che usa il divieto come una clava contro gli oppositori di ogni sorta e i governatori dissenzienti, arrivando a mettere in campo l’esercito.

“Vietato vietare” era un famoso slogan del Maggio francese del 1968. Non era l’invito alla rivolta proletaria ma la denuncia senza appello della “Società del Divieto”. Dopo il Sessantotto la società è cambiata: le donne, gli operai, i giovani hanno aperto nuovi spazi di democrazia. Poi il vento ha cambiato di nuovo direzione.
Guardatevi intorno, la Società del Divieto è tornata. Le vicende del G8 di Genova del 2001 segnano uno spartiacque: da lì in poi, divieti, zone rosse e repressione sono diventati normali strumenti di ordine pubblico. Strumenti da usare liberamente per affermare l’ordine, non solo contro il disordine, ma contro la democrazia e i diritti delle persone.

Vietare Aldro e la sua memoria è stato un abuso oltre che un’idiozia. Servirà almeno ad accorgersi degli altri divieti che gravano sulle nostre spalle.

In copertina:  Lo striscione dedicato a Federico Aldrovandi nella Curva Ovest dello stadio Paolo Mazza di Ferrara – immagine di  Osservatorio Repressione

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Trenta per cento

Trenta per cento

Trenta per cento

Quando ho letto la notizia che il governo Meloni, nonostante i gravi problemi che sta vivendo il nostro Paese, insiste sul mettere il tetto del 30 per cento degli alunni stranieri nelle classi, mi è venuto in mente un libro di Matilde Serao del 1896; si intitola “Trenta per cento”.
Non parla di scuola, parla di banche ed è un racconto di critica sociale che fotografa la disperazione economica e l’ingenuità delle classi popolari e della piccola borghesia napoletana della fine dell’Ottocento.

La storia ruota attorno a una clamorosa truffa, orchestrata da una speculatrice che apre un sedicente banco di pegni e investimenti nel cuore di Napoli, promettendo un guadagno tanto sorprendete quanto irrealistico: il 30% di interesse sulle somme depositate.

La promessa di un guadagno così facile e immediato scatena una vera e propria psicosi collettiva.
Inizialmente, il meccanismo funziona perché i primi fortunati investitori vengono pagati usando i soldi dei nuovi clienti. Questo successo iniziale attira ancora più persone. Tuttavia, una volta accumulata una fortuna immensa, la speculatrice sparisce nel nulla, lasciando la folla dei risparmiatori sul lastrico, sprofondati nella miseria più assoluta e nella disperazione.

130 anni dopo quel romanzo, una Presidente del Consiglio ha “interesse” a mettere un tetto del 30% al numero degli alunni stranieri nelle classi della scuola pubblica non tanto perché il fenomeno richieda un’organizzazione urgente ma per continuare a fare campagna elettorale sulla paura: quella delle bambine e dei bambini “stranieri” che metterebbero in minoranza le bambine ed i bambini italiani.

Quello che mi interessa affermare è la forza che può avere un numero quando viene trasformato in una soluzione.
Trenta per cento. Perché proprio trenta?

Una classe con il 29 per cento di bambini che non conoscono ancora bene l’italiano è una classe che può funzionare, mentre una classe con il 31 per cento diventa improvvisamente un problema?
E se quei bambini sono nati in Italia? E se parlano italiano? E se hanno frequentato la scuola dell’infanzia? E se invece sono arrivati da pochi mesi e hanno bisogno soprattutto di imparare la lingua?
Il decreto prova a distinguere alcune di queste situazioni. Nella scuola primaria il limite riguarda infatti gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia e non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia.
Ma allora la domanda diventa un’altra.

Perché continuare a contare la cittadinanza quando il problema che vogliamo affrontare è la conoscenza della lingua?

A scuola io non ho mai davanti una percentuale. Io ho avuto davanti bambine e bambini, con nomi, storie, paure, capacità, difficoltà, curiosità, sogni, speranze.
Ho avuto bambini arrivati da altri Paesi che parlavano italiano meglio di qualche loro compagno nato qui.

Ho avuto bambini italiani che avevano bisogno di molto più aiuto di altri bambini stranieri.

Ho visto classi con lingue diverse diventare comunità e classi molto più omogenee diventare luoghi nei quali qualcuno rimaneva comunque indietro.

La vecchia indicazione del 30 per cento esisteva già dal 2010 e le successive linee guida sull’integrazione hanno sempre sottolineato la necessità di evitare concentrazioni problematiche, accompagnando però questo obiettivo con interventi di accoglienza, partecipazione delle famiglie e sostegno all’integrazione.

Questo decreto legge invece sembra voler penalizzare le famiglie anziché accoglierle, sembra sostenere la disintegrazione piuttosto che l’integrazione.
Una scuola nella quale molti bambini non riescono a comprendere la lingua utilizzata dall’insegnante ha bisogno di strumenti, risorse, insegnanti preparati, mediatori, tempo.
Ma spostare i bambini da una classe all’altra non significa automaticamente risolvere il problema.
Anzi, c’è il rischio di spostare semplicemente il problema insieme ai bambini.

E allora mi torna in mente Matilde Serao.
Non per il contenuto della sua storia, naturalmente ma per quel numero che diventa protagonista: trenta per cento. Un numero preciso, semplice, rassicurante.
A scuola, però, i numeri possono essere utili per descrivere la realtà: lo sono molto meno quando pretendono di sostituirla.

Una classe non è una percentuale ma è (o dovrebbe essere) una comunità.
E una scuola che vuole davvero integrare non dovrebbe chiedersi soltanto quanti bambini stranieri ci sono dentro una classe.
Dovrebbe chiedersi soprattutto: che cosa possiamo fare perché ciascuno di quei bambini possa imparare, insieme agli altri?

Forse è questa la percentuale che ci manca: il cento per cento.
Quello dei bambini e delle bambine ai quali dobbiamo garantire il diritto di stare bene a scuola, imparare e sentirsi parte della comunità.
Non il 30%. Il 100%.

Riassumendo:
– un governo che mette un tetto al numero di alunni stranieri nelle classi “perché i bambini italiani non si sentano in minoranza”,
– che proibisce che si parli a scuola di educazione affettiva,
– che non si interessa più di come sta andando il processo di integrazione di alunni con disabilità,
– che toglie risorse alla scuola pubblica per finanziare i privati è un governo di “cioccapiatti”,
che crea falsi problemi per pura propaganda elettorale, che boccia la sua scuola e che promuove l’ignoranza, che rinuncia all’inclusività e che favorisce la separazione, che rifiuta di affrontare i problemi veri, che gode dei conflitti che crea, che lusinga la gente fingendo di togliere tasse per poi far pagare sempre di più la sanità pubblica, che non si interessa di istruzione ma di distruzione.

Spero davvero che le maestre ed i maestri, le professoresse ed i professori prendano parola e si facciano sentire, che dimostrino, concretamente nelle classi, che integrazione è crescita, che inclusione è ricchezza, che una scuola fatta bene è una delle risorse più importanti per creare un futuro migliore.

In copertina: Un’elaborazione grafica di Mauro Presini a partire da una fotografia  di Don Milani ed i suoi alunni (Licenza Creative Common).

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