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Parole a capo
Evento Collettivo ” Visioni d’artista – stalking “. La partecipazione di Ultimo Rosso.

Parole a capo <br> Evento Collettivo ” Visioni d’artista – stalking “. La partecipazione di Ultimo Rosso.

Dal 14 al 21 Dicembre 2025, nella Sala delle Bifore della Delizia Estense di Belriguardo a Voghiera (FE), si è svolto un importante evento sulla tematica dello stalking. Una collettiva di arte contemporanea che ha coinvolto numerosi artisti che, attraverso la propria forma espressiva, hanno affrontato la tematica dello stalking. Le ideatrici del progetto sono state la pittrice Chiara Bignardi, direttrice artistica SAMeC – Sezione Arte Moderna e Contemporanea – a Belriguardo; l’attrice, fotografa e modella Ericka Bunches e la pittrice Eleonora Lestrange.

Il progetto ha inteso continuare a mantenere alta l’attenzione sull’argomento attraverso l’arte, ma anche per offrire vicinanza a persone che ne siano direttamente o indirettamente colpite e abbiano il desiderio di partecipare. Tutti gli artisti sono stati invitati in forma totalmente gratuita.

Durante il vernissage del 14 Dicembre ha partecipato la poetessa Anna Rita Boccafogli dell’ Associazione Ultimo Rosso  che ha proposto la lettura di alcune poesie scritte appositamente per l’occasione. Segnaliamo inoltre Matteo Pazzi, autore, poeta e ricercatore instancabile di bellezza che ha dato il suo contributo offrendo (attraverso la voce di Chiara Bignardi) una sua speciale opera poetica. Durante la giornata conclusiva del 21 dicembre sono state lette opere poetiche sul tema di Cecilia Bolzani e Roberto Dall’Olio dell’ Associazione Ultimo Rosso. E’ intervenuto anche il Presidente dell’omonima associazione Pier Luigi Guerrini.

Gli eventi brevemente descritti, hanno l’obiettivo di inaugurare un ciclo annuale di incontri artistici collettivi, in cui gli artisti potranno manifestare, con la loro creatività, un ponte tra temi sociali e di attualità ed arte contemporanea, sempre nell’ambito del format “Visioni d’Artista”.

Pubblichiamo di seguito le poesie lette nella giornata conclusiva del 21 dicembre.

Lui. Stalker. La debolezza della violenza

Non è possibile che ora proprio tu
mi dica che non vuoi vedermi più!
Tu che dicevi un tempo di amarmi
adesso invece sei decisa a lasciarmi.

Senza di me tu non sei proprio niente!
Quanto mi offende quel tono arrogante
quando mi urli di starti distante:
mi fai ridicolo davanti alla gente.

Io, che ti ho presa nella mia vita
e tu ora dici che vuoi sia finita!
Ma io lo so che sei mia o di nessuno,
dovrai capirlo sennò non ti perdono.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

Lei. La forza della dignità

Ho ancora i brividi appena ci penso,
dove ho trovato il coraggio non so,
ma quella volta era troppo davvero:
trovai la forza per dirti di no!

Ora ti penti e mi chiedi perdono,
dici che mi ami e non stai senza me,
che come donna ho bisogno di un uomo:
non lascerai che io fugga da te!

Ma non temere, so stare da sola
e ora distinguo l’amore cos’è:
non un padrone ma un cuore che vola,
rispetta, libera, sogna con me.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

Specchio

 

Ancora lui
oggi trenta chiamate
un martello sul capo
ogni squillo una schiaffo
un piede sulla testa

Ancora lui
dietro la porta
a sibilare il suo amore
vibra il guinzaglio
davanti alla finestra chiusa

Ancora lui
specchio a se stesso
un gatto e la sua coda
bava vischiosa
urla strozzate
scompaio a me stessa

Ancora lui
la sua sagoma in attesa
sotto il lampione
ha portato fiori
ragni velenosi

Ancora,
ancora,
ancora.

Affilo le unghie:
non servono parole,
le sole che ode son sue.

Ma fischietti, mazze, amici,
flash abbaglianti, spray urticanti,
a volte la Polizia,
sempre la forza mia,
solo mia.

 

(Cecilia Bolzani)

 

*

 

Dedicata a lei

 

Il cuore non mente
non vuole
il pronome mio
di un altro cuore
vuole la verità
la mente
invece
mente
può mentire
l’uomo
trangugia la falsità.

Mia mia mia
la Mariposa
il cuore arido
crepa
muore la rosa.

 

(Roberto Dall’Olio)

 

Le poesie pubblicate sono tutte inedite e ringrazio per l’autorizzazione.

Foto di Artie_Navarre da Pixabay

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 319° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

 

Lasciamo stare la legge della giungla:
è l’avidità umana a governare il mondo

Lasciamo stare la legge della giungla: è l’avidità umana a governare il mondo

Chi ha dedicato la sua vita allo studio del diritto internazionale, diventandone magari uno specialista, oscilla in questi ultimi anni tra il sarcasmo e la disperazione. Direi che fa del sarcasmo per non suicidarsi. Del resto, come ci si può sentire sapendo che la passione di una vita di studio è stata dedicata ad una disciplina che non conta nulla?

Hai voglia a prendere per il culo (come fa il prof. Guido Saraceni) l’analfabetismo reale dei cretini che parlano di libertà restituita ad un paese oppresso, o l’analfabetismo simulato dei giornalisti che parlano di “arresto” del capo di stato di un paese sovrano. E’ disperazione travestita da sarcasmo. Maduro non è stato arrestato per capi d’accusa mossigli ai sensi del diritto internazionale. Quello nel caso dovrebbe accadere a Netanyahu, sul cui capo pende un’incriminazione della Corte Penale Internazionale, ma Netanyahu invece vola liberamente solcando i cieli del pianeta perché nessun capo di stato si permette di dare esecuzione all’ordine di arresto. Le accuse a Maduro sono costruite dalla procura federale degli Stati Uniti:  cospirazione per narco-terrorismo, cospirazione per l’importazione e la distribuzione di cocaina, produzione e traffico di stupefacenti destinati al mercato statunitense, uso e possesso di mitragliatrici e ordigni esplosivi in relazione alle attività di narcotraffico.

Non esiste un mandato di cattura internazionale per Maduro. Sarebbe come se la procura generale del Messico costruisse un’accusa penale contro il governo degli Stati Uniti per remigrazione forzata e illegale in Messico di centinaia di migliaia di cittadini statunitensi di origine messicana, e su questa base “arrestasse” Trump con un blitz armato a Mar-a-Lago, o magari a Capitol Hill.

Ma il Messico è un paese che è stato colonizzato. Gli Stati Uniti sono una nazione che colonizza, e si percepiscono come un impero. Chi si percepisce come impero non ha bisogno del diritto internazionale, che anzi considera un fastidioso inciampo. Il suo costruire una cornice pseudogiuridica al rapimento di un capo di Stato serve a nutrire quel minimo di propaganda da dare in pasto ai telegiornali dei pensionati, delle casalinghe e dei ragazzini: così Maduro è un dittatore e Trump è un cowboy che pulisce il mondo dal crimine e dalla droga. Serve a nutrire la maggioranza silenziosa, che parla di geopolitica a tavola come sopra, tra una fetta di salame e un cappelletto.

Gli Stati Uniti rifiutano di riconoscere come legittimo il governo Maduro, in quanto per loro sarebbe stato eletto con brogli (per tutto il periodo “incriminato”, compreso l’interim di Guaidò, si legga ad esempio qui). Ergo: se un governo per noi non è legittimo, rapirne il capo non viola secondo noi la sovranità di uno stato, anzi fa giustizia di un usurpatore (se il suo territorio è pieno di risorse naturali da sfruttare, beninteso). Questo assunto sembra essere, nel caso venezuelano, farina del sacco di Marco Rubio, Segretario di Stato USA, avvocato di Miami nato da cubani esuli (ma non durante il castrismo, bensì durante la precedente dittatura di Batista).

La dottrina Donroe

Trump ha rispolverato la “dottrina Monroe”, enunciata ab origine dal presidente USA James Monroe nel 1823. Monroe dichiarò che i paesi latino americani non sarebbero più potuti essere oggetto di mire da parte dei grandi stati coloniali europei, a partire dalla Spagna. Al tempo, questa affermazione poteva suonare addirittura come una sorta di “protettorato” nordamericano nei confronti delle istanze dei paesi del Centro e Sudamerica di emancipazione dalle colonie europee, e in generale dalle mire dell’Europa, in cui la Restaurazione aveva unito alcune potenze nella cosiddetta Santa Alleanza. In realtà, al tempo la dichiarazione di Monroe era piuttosto un modo per allearsi con la potenza coloniale per antonomasia, la Gran Bretagna (che non aderì alla Santa Alleanza) in funzione antieuropea, ovvero in funzione anti russa e tedesca (Prussia e Austria, allora). Da allora, la dottrina Monroe è stata piegata alle ciniche esigenze del momento, diventando sinonimo di “l’America agli Stati Uniti”, con i paesi vicini anzi, con l’intero continente americano assunto all’interno di quello che viene definito “cortile di casa”: dove la casa ovviamente è quella degli yankees.  Quindi Guatemala, Cuba, Brasile, Cile, Argentina, Nicaragua, Panama, la famigerata operazione Condor (leggi qui). L’unica parentesi nell’applicazione della “dottrina Monroe” si è verificata durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, proprio quando potevano sussistere ragioni oggettive per richiamarvisi, in quanto i sovietici installarono basi missilistiche a Cuba, a un centinaio di miglia dalle coste statunitensi. L’assennatezza di Kennedy e Kruschev in quei frangenti evitò lo scoppio di un’altra guerra mondiale: invece di applicare la dottrina Monroe, Kennedy (fortunatamente per i destini del mondo) preferì dedicarsi a Marilyn Monroe.

La dottrina Monroe in salsa trumpiana è meno ipocrita. La sua brutalità non viene camuffata dietro concetti come “esportazione della democrazia”. Il riferimento pseudo-giuridico al traffico di droga e alla illegittimità del governo Maduro è un paravento che non gli interessa nemmeno enfatizzare (del resto, Trump ha appena concesso la grazia al presidente dell’Honduras che era stato condannato alla bellezza di 45 anni per narcotraffico). Trump stesso nella conferenza stampa di domenica scorsa non ha avuto il minimo problema a dire che quello che interessa agli Stati Uniti è “riprenderci il nostro petrolio”: ovvero riconsegnare alle corporation statunitensi la gestione dell’industria petrolifera venezuelana, nazionalizzata a partire dal 1976.

Non mi avventuro nell’impresa di ipotizzare parallelismi, similitudini o differenze strutturali tra la dottrina Donroe e la dottrina Putin, ossia la scelta russa di combattere militarmente chi “abbaia alle porte” di casa sua. La cosa che posso definire “dato oggettivo” è la cartina dei paesi Nato nel 1991, e quella dei paesi Nato nel 2022 (nota: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, alla Nato si è aggiunta anche la Finlandia, che nella cartina non è ancora rossa).

Anche un bimbo capisce, guardandole, che la Nato si sta espandendo fino ai confini russi con una dinamica sostanzialmente priva di contrappesi, dal momento che il Patto di Varsavia, nato nel 1955 in contrapposizione alla Nato (il Patto Atlantico è del 1949), non esiste più da 35 anni.  Certo, la Russia si è ripresa la Crimea e con la forza il Donbass che, dal punto di vista etnico, linguistico e culturale – posto che la storia politica e militare per nostra fortuna ha preso un’altra strada – è come se l’Austria (immaginandola di nuovo impero austroungarico) si riprendesse l’Alto Adige. Non faccio parallelismi, anche perché mi vengono più naturali le differenze: non ci sono basi militari russe in Venezuela, in Messico, in Canada, in Groenlandia, mentre la Russia è letteralmente accerchiata, sul suo versante occidentale, da basi Nato.

 

Dalla Via della Seta alla Via delle Bombe

Tuttavia, l’operazione Maduro ha più rilevanza nei confronti della Cina che della Russia. E’ la Cina la principale destinataria dell’esibizione di forza ed efficienza del blitz venezuelano. Aldilà dello schiaffo in faccia dell’ avere rapito Maduro a distanza di alcune ore dalla visita in Venezuela del governo cinese ( “Ringrazio Xi Jinping per il suo sostegno fraterno”, dice Maduro prima di salutare Qiu Xiaoqi, inviato speciale della Cina per l’America Latina. Qualche ora dopo, Maduro viene catturato dagli statunitensi), l’operazione contiene alcuni messaggi a tutti i governi latinoamericani non allineati:

-se pensavate che la Cina vi proteggesse anche militarmente, questo è il vostro livello di protezione

-se intrattenete i vostri principali rapporti commerciali con la Cina, sappiate che la vostra economia può collassare

-se intrattenete rapporti indiretti con la Cina (es. Cuba, che importa la maggior parte del suo fabbisogno di petrolio dal Venezuela) sappiate che la vostra economia collasserà per effetto del collasso del vostro fornitore principale

Questo genere di avvertimenti non riguarda, tra l’altro, solo il cortile di casa degli yankees. Riguarda ad esempio la Nigeria, lo stato africano che ha stretto di recente pesanti accordi commerciali con la Cina: petrolio, gas e litio (alla Cina) in cambio di tecnologia, addestramento militare e, soprattutto, infrastrutture (alla Nigeria). A Natale gli USA hanno sferrato attacchi militari a (così dichiarate) basi dell’ISIS in Nigeria per difendere la comunità cristiana locale: operazione che serve a Trump sicuramente in termini di recupero dell’elettorato evangelico cristiano statunitense, inquietato dal pantano epsteiniano nel quale il presidente si dibatte; ma che serve anche a spostare gli equilibri strategici contro la Cina e a favore degli Stati Uniti. E’ come se lo sceriffo del pianeta Trump dicesse al governo nigeriano: se volete protezione ed efficienza militare, dovete rivolgervi a noi.

Riguarda la Groenlandia, territorio danese vicinissimo al Canada, che Trump dichiara dover essere statunitense per ragioni di “sicurezza nazionale”, e che – afferma lui – è “circondata da navi cinesi e russe”. Anche in questo caso la ragione è duplice, strategica ed economica: non è detto che le navi cinesi e russe che battono le rotte artiche lo facciano o lo faranno solo per ragioni commerciali; e non è detto che lo scioglimento dei ghiacci continui a rendere impossibile o antieconomico, com’è stato finora, ogni intrapresa di sfruttamento dei giacimenti di metallo e terre rare. Da Greenland a Greedland.  Un dettaglio, che aggiunge una vena di paradosso alla distopia: la Groenlandia fa parte della Nato.

Riguarda Taiwan (o Repubblica di Cina), isola separata dalla Repubblica Popolare Cinese non solo dal mare, ma da una guerra civile mai realmente cessata; isola piena di armi statunitensi e anche di basi USA, anche se non fa parte formalmente della Nato. Lì il messaggio è ancora più diretto: se provate a invadere o annettere Taiwan, è come se invadeste un pezzo di Stati Uniti. Che poi sarebbe speculare a quello che la CIA provò a fare contro Castro alla Baia dei Porci, fallendo, nel 1961.

Riguarda l‘Iran. Le ridicole frasi in lingua farsi del tipo “non fate giochetti con Trump, è un uomo d’azione” sembrano preparare il terreno ad un attacco congiunto con Israele, già tentato con scarso successo alcuni mesi fa. Anche se la situazione iraniana non può essere paragonata a quella venezuelana – nel senso che un cambio di regime in Iran potrebbe aprire un ciclo di instabilità in Medio Oriente dagli sviluppi ancor più imprevedibili – è innegabile che l’operazione Maduro ha trasmesso un’immagine di grande efficienza e potenza, almeno in termini di rappresentazione simbolica.

 

Greed is good

E’ altrettanto innegabile che i vaticini sul fatto che Trump si sarebbe concentrato sugli affari interni e non avrebbe aperto nuovi fronti di guerra (come peraltro lui stesso affermava) si stanno rivelando sbagliati. E’ innegabile però che la strategia della Casa Bianca sul tema “geopolitica” sia cambiata. Sulle motivazioni del cambio di strategia, trovo persuasiva l’analisi dell’economista e storico Alessandro Volpi, che cito testualmente: “L’elezione di Trump ha scatenato una guerra finanziaria all’interno del capitalismo Usa fra i “padroni del mondo”, le Big Three, grandi monopoliste del risparmio globale e grandi azioniste delle Borse americane (e delle società petrolifere), e la finanza legata al presidente, da Ellison, a Musk, a Thiel, a Bessent e Lutnick. Questa tensione interna minacciava la tenuta del debito federale, della bolla finanziaria, del dollaro, mettendo a nudo tutte le criticità strutturali dell’economia a stelle e strisce. La scelta dei dazi e il tentativo di reindustrializzare gli Usa non stanno funzionando e rischiano di far perdere consensi a Trump in vista delle elezioni di midterm, così come non sembra percorribile, a queste condizioni, la nuova creazione di dollari o l’abbattimento dei tassi della Fed e tantomeno le stable coin. Così la guerra finanziaria diventa tradizionale guerra militare per la conquista delle risorse, per la difesa del primato energetico e per l’imposizione al resto del mondo del pagamento della profonda crisi americana: una strategia che può mettere d’accordo le due anime del capitalismo finanziario americano, può soddisfare il complesso militare-industriale e i boss dell’energia e magari anche della droga. Il punto vero è però capire fino a quando la Cina potrà accettare tutto questo perché il “nuovo” Trump pare andare oltre anche l’ordine multipolare”. 

In conclusione: il diritto internazionale attualmente è materiale per gli studiosi di storia contemporanea, più che per i giuristi, lo dico con mestizia. Tuttavia, smettiamola di parlare della “legge della giungla”. La legge della giungla si fonda sull’istinto di sopravvivenza: uccido la preda perché devo mangiare, mi difendo dal predatore per non diventare il suo cibo. La legge che vige è quella del potere umano, strettamente influenzato da una brama eminentemente di specie, che non saprei se connaturata all’homo sapiens o al sapiens sapiens: greed.  Avidità. Un concetto ben espresso dal sociologo brasiliano Emir Sader: “Se una scimmia accumulasse più banane di quante ne può mangiare, mentre la maggioranza delle altre scimmie muore di fame, gli scienziati studierebbero questa scimmia per scoprire cosa diavolo le stia succedendo. Quando a farlo sono gli umani, li mettiamo sulla copertina di Forbes”.

 

 

Immagine di copertina wikimedia commons

 

Le voci da dentro / Ho preso un caffè con un ragazzo uscito dal carcere

Le voci da dentro. Ho preso un caffè con un ragazzo uscito dal carcere

I panettoni che ho regalato e che ho mangiato quest’anno li ho comprati alla Pasticceria Giotto che lavora nel carcere “Due Palazzi” di Padova, fianco a fianco con le persone detenute. La qualità è, come sempre, eccellente e, confesso, che anche il torrone non è affatto male.

L’obiettivo della Cooperativa che gestisce la pasticceria è che il lavoro in carcere sia un ponte tra il mondo fuori e dentro, uno strumento riabilitativo concreto, un luogo dove mettersi alla prova prima di tornare in società. Fino ad oggi più di 200 detenuti sono stati guidati in un percorso formativo e professionalizzante nell’arte pasticceria.

“Seconda Occasione” è la rubrica mensile di Pasticceria Giotto che racconta la vita nel laboratorio di pasticceria del carcere di Padova. Ricevo regolarmente la loro newsletter dalla quale ho tratto questo post che trovo davvero interessante.

Seconda occasione

(Mauro Presini)

“Abito in una trifamiliare. Sotto c’è una signora anziana, sopra c’era mio nonno. Io sono stato dentro diciotto mesi. Potrei dire un anno e mezzo, ma forse contare i mesi rende più l’idea di quanto mi sia sembrato infinito il tempo. Diciotto mesi non sono nulla, ma in quei diciotto mesi entrambi i miei nonni se ne sono andati.”

Avevamo parlato del più e del meno finché non è arrivato il mio caffè, dopodiché ha cominciato a raccontarmela per davvero la sua esperienza in carcere. Forse ha aspettato per educazione.

Non mi guarda mai negli occhi, tiene lo sguardo fisso verso la finestra, come se non potesse perdersi un secondo di ciò che accade fuori.
Non capisco se si vergogni, se sia intimorito, non sa che io lo sono più di lui, che ho paura di usare una parola sbagliata e interrompere il momento. Balbetto, mi impappino, lui per fortuna continua a guardare fuori. Fuori non succede praticamente nulla che io possa notare, ed è questo il punto credo. Me lo chiarisce lui: Mi era mancata questa normalità.

Soffio sul caffè perché non riesco a berlo se è bollente, ma è anche una scusa per tenermi occupato mentre mi racconta che aveva il terrore di finire in carcere e alla fine però ci è finito lo stesso, come se fosse una cosa inevitabile, una cosa che prima o poi ti capita se non stai attento.

Mi racconta che ha iniziato in Pasticceria durante la campagna natalizia, in logistica. È stato spostato in laboratorio alla produzione quando era il momento delle colombe. Non gli importava tanto quale fosse la mansione, voleva solo passarci più tempo possibile, per averne il meno possibile da solo per pensare. Avrebbe rifiutato volentieri il giorno di riposo. Rifiutava il rapporto coi colleghi detenuti, preferendo quello coi maestri pasticceri.

Preparazione dei panettoni

Ci sono tante persone in carcere che non vedono l’ora di farti pesare di non essere normale. Loro non lo facevano.
All’improvviso smette di guardare fuori e mi guarda. È lì che ingoio il caffè prendendomi il rischio di bruciarmi il palato. È freddo in realtà, è passato più tempo di quello che credevo.
I suoi ricordi si fanno più duri, in un’espressione che sembra ricalcare la rabbia che ha provato dentro. Li chiama sempre “loro”, ci tiene a tracciare una linea e mettercisi al di qua.

“Ho passato tutto il mio periodo di detenzione a evitare i problemi, che possono venire fuori da ogni situazione. Ti testano, vogliono vedere se stai con loro o coi maestri pasticceri. Se provi a dare confidenza a qualcuno sei finito. Così sei lasciato a te stesso, sei un numero di matricola, e invece magari non sei come chi lì dentro ci sta dieci anni, esce e poi rientra, non ha un progetto. Ma lo puoi diventare se ti distrai. Lì dentro peggiori. È il sistema che ti rende così. Non c’è niente di riabilitativo e rieducativo, lì dentro è una scuola di criminalità.

Prima di ascoltarlo, immaginavo il lavoro in carcere come un’opportunità, come un modo di passare il tempo, come una fonte di stipendio. Tutto bellissimo. Ma dalle parole di A. capisco che c’è molto di più dietro. Mi dice “non lavoravo sentendomi degli occhi addosso, lo facevo per me. Perché se non ti aggrappi a una cosa normale come lavorare sei perduto.
“Io ho dovuto accettare di essere in carcere, ma solo quello. Se ti ci abitui, se stabilisci una routine, se inizi a sentirtici a casa, non ne esci più.”

Il mio tempo con A. è scaduto, adesso attacca il suo turno. Non ci siamo seduti in un bar qualsiasi. Siamo nel bar dove l’hanno assunto con l’intercessione della pasticceria del carcere, grazie al suo percorso lì dentro. Lo ringrazio, mi ringrazia, non saprei nemmeno di che; lo vedo poi che si precipita nel retro del negozio per cambiarsi. Non è in ritardo, la sua sembra proprio impazienza di avere un progetto, di vivere la normalità che ha sospeso per diciotto mesi.

Io avrei voglia di un altro caffè, di bermelo da solo, di farci caso al fatto che bermi un caffè da solo non mi abbia mai angosciato.

Cover e immagini nel testo tratte dalla newsletter di “Seconda Occasione”

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Trump e il Venezuela

Trump e il Venezuela

Per quanto sia criticabile e orribile (e lo è) il regime di Maduro, l’intervento di forza e neo-coloniale di Trump è indifendibile. Arrestando Maduro e la moglie per narcotraffico, si vanta di un’azione di forza con pochi costi e molti vantaggi economici (petrolio), ma si prende un rischio enorme, in quanto non si sa come andrà a finire.
Trump dice che saranno gli USA a governare la transizione, il che fa intendere che sarà insieme alla vicepresidente Deley Rodriguez e all’esercito che, insieme alla milizia popolare, si dice conti su 5-6 milioni di affiliati.

Trump non esclude di usare “boots on the ground(Militari sul campo) per affermare quella che è stata chiamata la dottrina Donroe (Donald+Monroe) e cioè che l’America Latina è il “cortile di casa” Usa che nessuno può toccare (messaggio alla Cina).

Ciò riporterebbe gli Usa ai tempi della ”esportazione della democrazia” (in realtà conquiste per interessi): Libia, Iraq, Afghanistan, Belgrado, Vietnam, minando il movimento MAGA nato anche per impedire che ciò continuasse ad accadere.

Una svolta sorprendente e che rafforza la Russia (vs Ucraina) e la Cina (vs Taiwan).

Non si sa come avverrà la transizione. La legge prevede che entro un mese si vada ad elezioni, che potrebbero essere vinte da un candidato chavezista, sotto la spinta patriottica che potrebbe rafforzarsi per l’ingerenza americana (coloniale) per impossessarsi del petrolio. Il rapporto ONU sulle droghe aveva già mostrato che i paesi narcotrafficanti sono Colombia, Guatemala, Messico, Perù e Ecuador e che solo il 5% della droga colombiana passa per il Venezuela.
L’ex presidente dell’Honduras Hernandez, condannato in Usa a 45 anni di galera per i suoi legami col capo dei narcos messicani, è stato, peraltro, graziato da Trump.

Trump stesso ammette (qui la differenza coi precedenti presidenti USA) che il vero interesse è la più ampia fonte di giacimento al mondo di petrolio e che saranno gli americani a gestire le infrastrutture per produrre più petrolio e recuperare furti (?) di risorse petrolifere fatte in passato a danno degli americani, con le nazionalizzazioni (che sono in realtà nelle disponibilità di legge del Venezuela).

Gli USA gestiranno anche la transizione politica (non dice mai democratica). Il che fa pensare che ci sarà un lungo periodo di instabilità e violenza, specie se gli americani, com’è pure possibile, saranno costretti a intervenire direttamente in mancanza di una rivolta popolare contro il regime di Maduro (che per ora non si vede).

Se dovesse succedere saranno seri problemi col movimento MAGA che ha sostenuto Trump il cui primo obiettivo era “mai più guerre in cui gli USA sono coinvolti”. Può essere che a spingere Trump sia stato Mario Rubio, figlio di esuli cubani, che ha il dente avvelenato contro Cuba, Colombia e Venezuela. Oppure il crollo nei consensi scesi a fine anno al 39% dal 49% del gennaio scorso (più bassi del Trump I e di Biden) dopo un anno.

E’ probabile che al Consiglio di sicurezza dell’ONU gli Stati Uniti rimarranno quasi isolati (col sostegno di pochi e di Israele), che si ampli il consenso a favore di Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa (BRICS) e che alcuni degli Stati europei (tra cui l’Italia) facciano la figura barbina di astenersi o appoggiare gli Usa mostrando, ancora una volta al Resto del mondo (che è maggioranza da tempo), di avere un doppio standard sulle questioni internazionali e una credibilità ormai scesa a zero.

La svolta di Trump conferma che gli Stati Uniti non sono così cambiati come si diceva, che gli interessi e la forza prevalgono (come in passato) sul diritto internazionale. L’azione è un chiaro messaggio contro la presenza della Cina in America Latina, considerata di nuovo “il cortile di casa” americano.

La UE si indebolisce nel difendere l’Ucraina e, domani, la Groenlandia, se Trump dovesse intervenire, come pure è possibile, dopo questo atto di forza. La UE si limita a dire che “siamo a fianco del popolo venezuelano verso la transizione democratica” (ma non condanna USA). Nata per armonizzare il mondo, per costruirsi terzo polo tra Cina e USA, è finita per supportare gli americani, auto privandosi di autonomia. La stessa Italia, pur alleata e nella NATO, ha sempre avuto una sua politica estera autonoma con De Gasperi, Andreotti, Moro, Craxi, Berlinguer fino al 1992.

La Cina dichiara “l’uso sfacciato della forza contro uno stato sovrano”. Condannerà la violazione del diritto internazionale USA in sede ONU e non farà più di tanto.
Sa di perdere qualche soldo in Venezuela (e un partner), ma di aumentare il suo rango a livello internazionale, in attesa che anche Trump tramonti, insieme al declino economico americano (ed europeo), in modo da mettere sul tavolo, al momento giusto, le sue (notevoli) carte, che avranno effetti devastanti sui paesi alleati agli USA (europei), se non cambieranno, come è prevedibile, la loro postura e non creeranno quella statualità e rango che è mancata all’Europa per far piacere (paradossalmente) all’alleato americano.

Si profila un mondo dove il diritto internazionale declina (non ha mai goduto di grande favore) a favore della forza di USA, Russia e Cina.
Ma non è detto che il secolo XXI sia quello della forza bruta, quando esagera può rivoltarsi contro. Data l’ignavia della UE non ci resta che sperare negli Stati non allineati a Cina e USA, come Brasile e India (pur parte dei BRICS).

Facciamo un altro passo verso la 3^ guerra mondiale. Per ora la prudenza cinese non ci avvicina. Nelle arti marziali (orientali) la forza viene usata contro chi la sferra e la storia a volte (speriamo) ha svolte impreviste.

Cover: Trump e Maduro – immagine Heute At su licenza Creative Commons

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Dipingere con le parole: la mostra “Grafemi” alla MLB gallery con 5 artisti di nazionalità ed età diverse

Dipingere con le parole: alla MLB gallery 5 artisti di nazionalità ed età diverse in mostra con “Grafemi”

I grafemi sono i segni grafici che riproducono i suoni delle parole attraverso un simbolo. Un termine che mette quindi insieme figura e scrittura e che dà il titolo alla nuova mostra di arte contemporanea allestita a Ferrara nella home-gallery di Maria Livia Brunelli. La rassegna “Grafemi” raccoglie opere dove il tema dei segni di scrittura è usato come elemento di composizione da alcuni artisti assai differenti per origini ed età anagrafica, ma accomunati proprio dall’uso della grafia come parte integrante dell’opera figurativa. In questa chiave  sono accostati i lavori dell’esposizione nella galleria-dimora che si trova nel centro storico di Ferrara, a metà tra il Castello Estense e il palazzo dei Diamanti.

MLB Gallery in corso Ercole I d’Este
Locandina della mostra “Grafemi” – foto GioM

Le opere spaziano da alcuni maestri dell’arte di avanguardia come Maria Lai (Nuoro 1919 – 2013) e Dadamaino (Milano 1930 – 2004) fino all’opera del concittadino artista-ingegnere Marcello Carrà (Ferrara, 1976), passando per la pittrice tedesca Irma Blank (Celle, Germania, 1934 – Milano 2023) e il pittore francese di origine polacca Roman Opalka (Hocquincourt, Francia, 1931 – Chieti, 6 agosto 2011) che ha dedicato tutta la vita a dipingere i numeri a partire dall’uno per arrivare fino a oltre 5 milioni e mezzo.

Maria Livia Brunelli illustra la mostra “Grafemi” – foto GioM

Artista nota per la performance che ha coinvolto l’intero paese natale e per le sue opere d’arte fatte con stoffa e fili, Maria Lai è rappresentata dai suoi caratteristici libri cuciti. Le parole sono mimate da segni di filo scuro che riproducono una calligrafia illeggibile, o meglio – come spiega la gallerista – “una calligrafia nella quale Maria Lai diceva che ognuno poteva leggere ciò che preferiva. Lei da bambina era dislessica e non riusciva a decifrare le parole. Poi, con l’arte, ha trasformato questa difficoltà in un’opportunità”. Una di queste opere è qui esposta per la prima volta al pubblico e rappresenta “La leggenda della Jana operosa”. Un collage di stoffa e fili dove si susseguono scene di immaginarie fate che vengono iniziate all’arte del cucito e “a tenere per mano l’ombra”. Il lavoro, realizzato nel 1992, è un prezioso prestito di Maria Elvira Ciusa, una delle amiche e collaboratrici più strette dell’artista sarda.

Maria Lai – libro cucito alla mostra “Grafemi”

Dadamaino, pseudonimo di Edoarda Emilia Maino, è un’artista italiana che ha contribuito ai movimenti dell’avanguardia artistica milanese degli anni Cinquanta con le sue ricerche geometrico-percettive. In esposizione c’è una sua opera a segni fluttuanti in bianco e nero “Passo dopo passo” (mordente su poliestere, 1989) che Maria Livia descrive come “rappresentazione metaforica del destino biologico ed esistenziale delle persone che si incontrano, si amano, si allontanano, cambiando costantemente flussi di relazioni ed emozioni”. Sulla superficie trasparente del poliestere, il mordente segna tratti più o meno scuri che creano linee ondivaghe, a simulare il movimento incessante dei rapporti che possono segnare lo spazio di un’esistenza.

“Passo dopo passo” di Dadamaino (mordente su poliestere, 1989) dal ciclo ‘Il movimento delle cose’

Nell’esemplare esposto di “Trascrizioni” di Irma Blank (inchiostro su acetato, 1975), il libro è l’oggetto al centro della rappresentazione. Non è però il volume a cui ci hanno abituato i trompe l’oeil storici, come quello celeberrimo di Giuseppe Maria Crespi che a inizio del ‘700 riproduceva gli scaffali di una libreria!

Il trompe l’oeil di Giuseppe Maria Crespi custodito al Museo della Musica di Bologna – da Wikipedia

Il libro della Blanck è tratteggiato nel suo aspetto tecnico, interno,  riprodotto come immagine pagina per pagina, ma privato del contenuto specifico. Le parole sono infatti disegnate tramite un tracciato indecifrabile, inserito nella struttura compositiva dei fogli, mantenendo il ritmo delle righe, la disciplina della gabbia tipografica. “Il gesto – si legge nella descrizione in mostra – diventa ripetuto, meditativo, totalizzante. Un corpo a corpo con la superficie, dove il tempo diventa parte dell’opera e il segno, tracciato in uno stato quasi meditativo, conduce a una dimensione spirituale nutrita di silenzio e concentrazione. Una calligrafia interiore dal sapore metafisico”.

“Trascrizioni” di Irma Blank ( inchiostro su acetato, 1975)
Particolare dell’opera di Irma Blank

Marcello Carrà – che ha debuttato nel mondo dell’arte con i suoi insetti meticolosamente disegnati a penna bic su fogli di grandi dimensioni – qui espone una serie di lavori dove la parola è sempre parte integrante della composizione. Brani tratti da “Il Giardino dei Finzi Contini” servono, ad esempio, a tracciare lo sfondo di un trittico di soggetti floreali.

Fiori di Marcello Carrà
su ispirazione del romanzo
Il Giardino dei Finzi Contini

In un’altra sua opera, l’intero romanzo “Olga” di Chiara Zocchi è trascritto in modo da lasciare un perfetto cerchio bianco al centro del lungo rettangolo, denso dei caratteri calligrafici del libro. “Quel punto centrale è il simbolo del vuoto interiore che pervade la protagonista della storia”, spiega l’artista.

“Olga” di Marcello Carrà
Particolare dell’opera sulla locandina

Il quadro più recente di Carrà che c’è in mostra porta il titolo del libro di Truman Capote “In cold blood” (A sangue freddo) e usa la scrittura per una minuziosa descrizione figurativa. Le parole di fatto sono impiegate come il tratto nero più o meno fitto sulle incisioni: i caratteri in grassetto creano le parti più scure e quelli normali e via via più fini delineano le sfumature. Con la scrittura utilizzata al posto del segno inciso su lastra.

“In cold blood” di Marcello Carrà – penna su carta applicata su legno
Particolare dell’opera, 2025 – foto GioM

Il testo scritto con punta di penna più o meno fine va ad illustrare una tavola apparecchiata attorno alla quale siedono madre, padre, bambina e bambino in un’atmosfera da America anni Cinquanta. Il titolo dà un significato contrastante alla rappresentazione – che è poi quella del romanzo – per chi avesse voglia di leggere il disegno riga per riga, che riproduce tutto il testo, in lingua originale, di A sangue freddo di Truman Capote. L’immagine è infatti quella di una felice famiglia americana davanti a una ricca colazione d’oltre oceano, eppure allude a uno dei delitti più efferati, reso celebre dal romanziere statunitense nella sua narrazione basata sul quadruplice omicidio realmente accaduto nella provincia americana alla fine degli anni Cinquanta.
Le sagome dei personaggi che alludono ai protagonisti (nonché vittime) del romanzo sono rese graficamente attraverso le parole stesse di Capote, modificando lo spessore dei pennini a seconda dell’intensità chiaroscurale delle campiture.

Un viaggio, dunque, tra le parole scritte ad arte per decifrare i temi della vita e dei suoi contrasti di chiaro e scuro, sole e ombra, conoscenza e mistero.

“GRAFEMI. Da Irma Blank a Maria Lai, da Dadamaino a Opalka e Marcello Carrà”, MLB Gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara, 20 dicembre 2025 – 12 aprile 2026. Visite guidate gratuite dalle 15 alle 19 con prenotazione telefonica al cell. 346 7953757

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PARIGI, SULLE TRACCE DEL TEMPO

PARIGI, SULLE TRACCE DEL TEMPO                                                                  

Non so se sia il fascino lontano dell’Ungaretti francese, quello della Guerre, con una lirica dedicata ad Apollinaire scomparso proprio nel giorno in cui, terminato il primo conflitto mondiale, per le strade di Parigi si gridava à mort Guillaume (“en souvenir del la mort que nous avons accompagnée / en nous elle bondit hurle / et retombe / en souvenir de fleurs enterrées”); se sia per i versi sulla malinconia di fredde serate nelle quali era un ‘colore di pianto’ a muovere e sfumare il paesaggio davanti agli occhi del poeta, flâneur notturno sul lungo Senna; certo è che la mia passione per quella città credo sia cominciata proprio da lì. Dal numero 5 della rue de Carmes, “appassito vicolo in discesa” frequentato da Mohammed Sceab, l’amico arabo che non aveva saputo sciogliere “il canto del suo abbandono”, dalla Rouche e dalla Montparnasse dell’École de Paris, da quell’insieme di artisti geniali venuti da ogni parte d’Europa, destinati per lo più a morire giovani di stenti, o per l’intolleranza e la guerra,

Per molti oggi non è facile immaginare la vita genialoide e bohémienne che si svolgeva intorno al carrefour Vavin tra La RotondeLe Dôme, La Coupole,.., eppure, per chi è capace di muoversi tra le soglie e ha un cuore che “batte al centro / di Parigi”, “nel cuore / del cuore di Parigi” (per citare i versi di un altro poeta, Giorgio Caproni, che ha dedicato alla città dove è nata la grande poesia europea una piccola e incantevole raccolta dal titolo Erba francese) è come se in controluce o in sovrimpressione fosse in qualche modo sempre presente anche quel mondo.

Non c’è bisogno neppure di ricorrere al passaggio dell’auto d’epoca che Woody Allen  in Midnight in Paris fa arrivare fino al numero 27 della Rue de Fleurus, dove Gertrude Stein riuniva con profetica intuizione quanti in letteratura e nelle arti figurative avrebbero segnato la prima metà del secolo scorso.

Basta guardare con attenzione gli edifici II Impero del boulevard e le basse e semplici case delle strade vicine, osservare gli ateliers dalle grandi vetrate frequenti nel XIV arrondissement fino a Villa Seurat, farsi prendere dal fascino dei luoghi e dei nomi. In rue Campagne Première (una traversa del boulevard du Montparnasse, a pochi passi dalla Closerie de Lilas), dove Giuseppe Ungaretti abitò a partire dalla fine degli anni Dieci con la giovane moglie Jeanne Dupoix, di ateliers d’artists ce n’erano, a credere alla plaque commemorativa posta a lato del n. 9, quasi un centinaio.

Ingresso del n. 9 rue Campagne première (© Anna Dolfi)

Di sicuro in quell’articolato complesso a inizio secolo aveva vissuto il giovane Rainer Maria Rilke, vi era stato Rodin; Ungaretti deve avervi incontrato non solo Apollinaire, ma De Chirico, Picasso… Ai primi del Novecento al 13 bis viveva il pittore e incisore Bernard Naudin, all’angolo del Passage d’Enfer (che da Campagne Première porta al boulevard Raspail) il fotografo Eugene Atget.

Passage d’enfer (© Anna Dolfi)

Quasi in fondo alla strada, accanto a uno splendido edificio primo Novecento, l’hotel Istria ricorda ancora che nel clima effervescente degli anni Venti le sue stanze erano frequentate da Francis Picabia, Marcel Duchamp, Man Rey, Kiki de Montparnasse, Tristan Zara, Vladimir Majakovskij…, Elsa Triolet, la mitica Elsa, che in Il ne m’est Paris que d’Elsa Aragon avrebbe celebrato mentre usciva dall’hotel illuminando con la sua presenza tutta la via.

Nella seconda metà del secolo di rue Campagne Première si sarebbe ricordato Jean-Luc Godard che, nella scena finale di À bout de souffle (film manifesto della nouvelle vague), vi avrebbe fatto cadere sotto i colpi della polizia il suo protagonista, Jean-Paul Belmondo.

Belmondo nell’ultima scena di A’ bout du souffle (© Anna Dolfi)

Insomma, se il passato porta con sé lo struggimento per quanto è perduto, prendendo in prestito il titolo di un bel libro di fotografie di Brassaï commentate da Patrick Modiano uscito da Hoëbeke nel 1990, si potrebbe parlare a buon diritto di un prolungato effetto Paris tendresse. In quel caso a raccontare una Parigi quotidiana di brasserie e bistro, di portinaie, suonatori di fisarmonica, giocatori di bocce, prostitute e macrò… erano delle fotografie.

E fotografie, sia pure di altro genere, si trovano nei romanzi di Modiano: ma sappiamo che la chambre claire (splendido titolo per un indimenticabile libro di Roland Barthes) conserva l’ultima testimonianza di quanto è esistito o di cui si sono smarrite le tracce. Per questo ogni scatto alimenta e nutre domande, contiene una storia sconosciuta che relativamente al momento fissato nell’immagine riguarda non solo il passato ma anche un futuro di cui non sappiamo e non sapremo mai niente.

Modiano, spesso a partire da fotografie, da lettere ritrovate, da frammenti di giornale ripescati per caso in camere d’albergo o in appartamenti abbandonati, ha ripercorso nei suoi libri una città attraversata dalle ombre del tempo dell’Occupazione.

Ci ha parlato di sbandati, di apatridi, di falliti, di balordi vissuti tra il mercato nero e la delazione che pure esercitano una strana fascinazione su protagonisti adolescenti tormentati dal desiderio di sapere e dalla nostalgia lasciata in loro da una sorta di genetica orfanità. Giovani che cercano di scoprire qualcosa della generazione che li ha preceduti, delle cui colpe portano un non meglio precisato rimorso, e che ripercorrono quartieri scomparsi mentre una memoria intermittente li riconduce sulle tracce di vicende irrisolte e di un’infanzia perduta.

Intorno una Parigi notturna (per lo più da rive droite) percorsa da un’umanità in fuga non troppo dissimile da quella che si intravede in Automne à Berlin di Joseph Roth, singolare libro non a caso apparso in traduzione francese nel 2000 con una premessa di Patrick Modiano. Insomma il nostro autore (a cui è andato nel 2014 un meritato Premio Nobel per la Letteratura) ha sempre posto Parigi al centro dei suoi romanzi affidando alla inconfondibile petite musique della sua prosa la nostalgia per un mondo scomparso.

Ma la rive gauche che tanto mi intriga, i suoi personaggi la percorrono di rado, a meno che non si tratti degli spazi più a sud: il boulevard Jourdan, i dintorni del Parc Montsouris, della città universitaria… Arriva adesso, a inserirla a pieno diritto nella ricerca, nel percorso di Modiano, un nuovo libro (70bis entrée des artistes, Paris, Gallimard, 2025), scritto in collaborazione con un giovane musicista (Christian Mazzalai). Non si tratta di un romanzo, piuttosto di un cahier di appunti fuori formato, di una raccolta di brevi schede corredata da fotografie, che riesce però, a dispetto della stringatezza, a restituire assieme e tramite minuscoli pezzi di cronaca, il sapore di un’epoca.

Non ho resistito, appena acquistato il libro, a percorrere più di una volta rue Nostre-Dame de Champs tentando di vedere cosa si nasconde davvero dietro il cancello del 70bis, sperando, se non di incontrare l’autore, che pure deve esserci passato parecchie volte per interrogare il passato, almeno di vedere il vero ingresso di quell’affollato complesso di ateliers dove, nell’arco di tempo che va dal II impero agli anni Sessanta del Novecento, sono passati almeno duecento artisti.

Alcuni per rimanervi a lungo, altri per salutare soltanto qualcuno (il caso di Proust, in visita a un pittore americano che gli avrebbe ispirato la figura di Elstir…). Tanti personaggi originali (tra questi il cowboy che scorrazzava a cavallo per quello che all’epoca non era che un “Chemin Erbu”, un sentiero di campagna nel ‘village’ di Monparnasse); molte donne, per lo più straniere, che venivano dalla Scandinavia o dal sud America attirate dalla vivacità del quartiere, dai teatri, dalla musica, dall’ebrezza della libertà…

Di tutti Modiano ricostruisce, a partire dai pochi dati disponibili, la storia, scruta i luoghi, le fotografie. Ad emergere è uno strano, ininterrotto corteo di ombre. Pittori, scultori, artisti dai nomi mitici (Courbet, Camille Claudel…), grandi scrittori e poeti (Stevenson, George Sand, Hemingway…, Ezra Pound, Eliot…), autori di feuilleton (Xavier de Montépin…), musicisti (Berlioz, Rossini…), assieme ad altri oggi completamente dimenticati.

Tante presenze che si incrociano, si perdono… Se gli anni, i volti si confondono, se i dati mancano o hanno bisogno di essere completati, a guidare la ricerca può essere perfino l’annuario Didot-Bottin, ‘telegrafico’ elenco dei pittori e scultori che abitavano la rue Notre-Dame de Champs nell’ultimo decennio del Novecento. In quel repertorio se ne trovano schedati una sessantina, altri sono stati rintracciati tramite avvisi per ricerche di lavoro (le strisce di giornale che tanto sarebbero piaciute anche a Christian Boltanski), altri ancora perché citati in atti giudiziari, in lettere. Modiano, spingendosi indietro nel tempo, tenta di rintracciarli tutti, con quella pietas che, nutrendo i suoi quesiti, accompagna il desiderio di salvare tutto quanto un tempo ha avuto spazio nel mondo…

Mentre si chiede instancabilmente cosa succedeva in quegli anni, in quei decenni al 70 bis, il nostro scrittore allarga progressivamente il cerchio della ricerca fino allo studio di Zadkine in rue d’Assas e, dall’altra parte del boulevard, fino al Museo Bourdelle, dove si era costituita l’Académie de la Grande Chaumière, fino alla Torre di Montparnasse, la cui costruzione nei primi anni Settanta aveva stravolto il quartiere con la sua stazione ferroviaria, frequentata da passeggeri frettolosi e da gente che non abita più la ville.

Paris change! mais rien dans ma mélancolie / N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs, / Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie / Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs”, aveva scritto Baudelaire in una delle sue liriche più famose. Mai come oggi, mentre sono sulle tracce di Modiano, quelle parole mi sono sembrate profetiche, non solo per Parigi ma per tutte le grandi ‘capitali’ intellettuali d’Europa. Modiano, da parte sua, in singolare sintonia con la malinconia di Le Cygne, chiude il suo libro domandandosi per quanto tempo ancora ci si ricorderà di quegli indirizzi, di quel mondo, ed eleva un ultimo, commovente epitaffio, oltre i luoghi, a quei nomi, a quell’umanità, e al numero che l’ha vista passare…, il 70 bis rue des artistes.

Immagini nel testo e copertina (al 70bis): © Anna Dolfi

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Per certi versi / Io vorrei ballare lento

Io vorrei ballare un lento

Anche qui, in questa stanza da ridipingere

Sotto stelle comprate dai cinesi

Senza “amore” scritto in copertina


Solo noi

Le mani allacciate

La testa sulla tua spalla

Ondeggiando


Venti. Trenta gocce

Un lunghissimo sorso di jazz

 

Cover: Foto di Bernard-Verougstraete da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

 

Presto di mattina /
Sotto l’albero di Matteo

Presto di mattina. Sotto l’albero di Matteo

Scrivere, un atto di comunità

In un articolo del 1950 Dorothy Day – giornalista e attivista sociale e pacifista statunitense che nel 1933 fondò assieme al contadino francese Peter Maurin prima un giornale e poi il Movimento dei Lavoratori Cattolici – spiega il perché dell’importanza dalla scrittura: «Scrivere è un atto di comunità. È una lettera che serve a confortare, a consolare, ad aiutare, a consigliare da parte nostra e a chiedere da parte vostra. Fa parte dell’associazione umana che ci lega. È un’espressione dell’amore e dell’interesse che abbiamo gli uni verso gli altri» (Jim Forest, Doroty Day. Una biografia, Libreria Editrice Vaticana; Jaca – Book, Milano 2011, 119-120).

La scrittura deve portare ad agire e il giornalismo deve essere capace di parlare alle persone reali, a eventi reali in una dimensione spirituale. Scrittrice d’inchiesta aveva sempre con sé un quaderno ove appuntava i propri pensieri con la stessa naturalezza – come annota il suo biografo – con cui respirava. Scrive di lei Jim Forst: «Dorothy amava le parole, godeva di come si potessero cucire insieme per far cambiare le stagioni, saltare attraverso lo spazio e il tempo o semplicemente descrivere le cose quotidiane che trovava più attraenti», (ivi, 25).

La sua è una scrittura “rivoluzionaria” oltreché comunitaria: «abbiamo bisogno di una rivoluzione che cominci adesso… Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce fino a quando non saremo messi a tacere – e anche allora, in prigione o in campo di concentramento, dovremo ancora esprimerci» (Giulia Galeotti, “Siamo una rivoluzione”. Vita di Dorothy Day, Jaca Book, Milano 2021, 9; 259».

Ma per lei scrivere era anche un atto di amore, una forma di preghiera: «Scriviamo in risposta a ciò che ci sta a cuore, a ciò che riteniamo importante, a ciò che vogliamo condividere con gli altri. (…) Qual è la distinzione tra scrivere e fare ciò che alcune persone fanno? Ognuno è un atto. Entrambi possono essere parte della risposta di una persona, una risposta etica al mondo», (ivi, 270).

Cose nuove e cose antiche

Lo scrivere come un atto di comunità, come una tessitura esistenziale di vite e eventi intimamente connessi. Tutto ciò mi ha fatto pensare all’evangelista Matteo, lo scriba esperto di scrittura, lettura e contabilità, il cui vangelo ci accompagnerà nel nuovo anno ogni domenica. Lo ha composto modellando l’esistenza di Gesù sulla Torà mosaica, la legge di Mosè, i primi cinque libri della Bibbia ebraica.

Gesù messia è per lui la Torà vivente, che Egli salvaguarda, ridandole fondamento e pienezza di rivelazione. Come nuovo Mosè, Gesù insegna il grande comandamento da cui dipendono sia la Torà che i Profeti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso». (Mt 22, 36-39). Un insegnamento che prelude al dono della sua vita: una nuova alleanza nel suo sangue versato che riconcilia perdonando (Mt 26, 28).

Matteo dispone e sviluppa così l’insegnamento di Gesù in cinque grandi discorsi: le beatitudini dal monte; il discorso missionario; quello delle parabole del Regno, il discorso comunitario e quello escatologico della venuta del regno di Dio.

Nel suo vangelo Matteo inserisce queste parole di Gesù come rivolte anche a se stesso: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matteo 13,51-52). L’espressione “Cose nuove e cose antiche” (il Vangelo, la Legge e i Profeti), si riferisce al fatto che Matteo, che scrive per una comunità di giudeo-cristiani, attraverso citazioni, dette di compimento, intende mostrare come in Gesù le promesse antiche, la legge stessa di Mosè, le profezie messianiche hanno trovato pieno adempimento in lui.

Con voi tutti i giorni per tessere il vangelo tra la gente

Salvaguardare l’antico nel nuovo intimamente connessi è la premura di Matteo: quella di non perdere nulla delle scritture ebraiche declinandole nella vita del Figlio di Dio. Così la sua scrittura diviene un’opera di tessitura tra le promesse di Dio e il loro compimento in Gesù, un atto di ospitalità nelle parole nuove delle parole antiche.

Da uno sguardo complessivo gli studiosi hanno notato la grande inclusione tra l’inizio e la fine del suo vangelo. “Con” è preposizione di relazione, le espressioni “con noi”, “con voi”, “in mezzo a voi” strutturano anche l’itinerario e l’intreccio testuale del suo vangelo che declina come tema dominante l’impegno etico.

Ciò nondimeno il vangelo di Matteo non può essere assimilato a una semplice raccolta di insegnamenti e norme etiche. Tutto è visto alla luce della svolta pasquale, dell’esistenza concretissima del Nazareno, umiliato e crocifisso, della fede in lui che genera la sequela dei discepoli e la loro missione di annuncio del Risorto alle genti. L’intreccio strettissimo tra passato e presente della storia di salvezza, la tessitura tra memoria e proclamazione del vangelo della risurrezione, fanno di Gesù non solo un maestro o un legislatore ma il salvatore: il suo nome Gesù significa Dio salva, è salvezza del suo popolo (Mt, 1, 21).

Il biblista Alberto di Mello, a proposito di questo, evidenzia con altri: «la grande inclusione tra il nome di Emmanuele dato a Gesù secondo la profezia di Isaia, che è spiegato come significante “Dio con noi” (1,23), e la promessa rivolta ai discepoli dal Risorto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20)» (Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon, Mangano [TO] 2025, 40).

Così questa inclusione tra l’inizio e la fine, presuppone che vi sia una struttura testuale convergente in un centro, le parabole del regno e, negli stessi vangeli dell’infanzia vi è una prefigurazione di quelli della passione e della Pasqua. Nella storia di Gesù e nella sua itineranza dentro e fuori le strade della Palestina, dall’Egitto a Nazareth, dalla Galilea a Gerusalemme, Matteo fa rivivere la storia dell’esodo, la pasqua ebraica, l’itineranza nel deserto verso la terra promessa. Così Gesù realizza nel testo matteano anche la promessa di Dio per bocca del profeta di Osea che dice: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,15).

Adempiere ogni giustizia

Al battesimo presso il fiume Giordano, Matteo indica che fin dall’inizio tutto il ministero e l’insegnamento di Gesù, in fila con i peccatori per essere battezzato da Giovanni, sono posti sotto il segno della giustizia. Egli è venuto infatti ad adempiere ogni giustizia e al Battista che vorrebbe trattenerlo Gesù risponde: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15).

Una giustizia che non consiste nell’osservanza formale, esteriore della legge mosaica, ma comporta e chiede un’adesione totale del cuore, della vita alla parola di Dio. L’ipocrisia sta agli antipodi della giustizia e Gesù citerà il profeta Isaia dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15, 8).

La giustizia richiede unità e integrità del cuore, piena corrispondenza tra il “dire” e il “fare”. Si tratta di una giustizia profondamente intrecciata con la misericordia e la compassione, così come testimonia la parabola del giudizio finale di Matteo che indica i giusti come coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, visitato i carcerati, ospitato gli stranieri, assistito gli ammalati.

Una giustizia sovrabbondante

Ci fa notare ancora Alberto di Mello nel suo commento a Matteo «che il verbo “compiere” (pleroo) viene usato da Matteo in due sensi: per realizzare nella vita di Gesù le profezie dell’AT (citazioni di compimento); oppure per radicalizzare le esigenze della Torà (discorso della montagna). In questo caso, entrambi i sensi sono presenti, perché “compiere ogni giustizia” non si contrappone a “compiere l’ingiustizia” ma a “compiere una giustizia parziale”, non tutta la giustizia» (ivi, 98). «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 5,20).

Per essere annunciatori del Regno di Dio, i discepoli sono allora chiamati a una giustizia più grande, quella che ricorre, come parola chiave, nel discorso del monte introdotto dalle Beatitudini. Essa ha valore di fedeltà, coerenza della nostra obbedienza alla parola di Dio e alla giustizia secondo il Regno. Il discorso passa poi dalle beatitudini all’invito a una “giustizia più abbondante”, più radicale rispetto a quella della Torà veterotestamentaria.

Non v’è da temere. Per non sentire le beatitudini e tutto il discorso del monte fuori dalla nostra portata, impossibile da vivere, il discepolo deve vedere prima di tutto nelle beatitudini la stessa vita esemplare di Gesù. La giustizia abbondante è lui. La grazia oltre ogni misura è lui, riversata nelle sue relazioni con la gente e donata ai suoi amici. Le beatitudini altro non sono che la sua vita e la grazia del Padre suo esondante verso l’umanità.

Come al Giordano in fila con i peccatori così è lui che dobbiamo vedere in fila con i poveri, all’ultimo posto, con gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, con quelli che non hanno un cuore doppio, che praticano la pace e subiscono ingiustizia per la causa dell’uomo e la sua dignità.

Una giustizia ristretta

La parabola dei lavoratori della vigna, dove si viene accolti al lavoro anche all’ultima ora, ricevendo comunque lo stesso salario pattuito dal fattore con i primi, suscitando le loro mormorazioni, è il testo più rappresentativo di questa giustizia superiore, non commisurativa perché legata ai bisogni anziché ai meriti. È la “misura traboccante” di Dio, che si scontra fortemente con l’aspettativa e la logica umana.

Il padrone della vigna rispondendo a uno degli operai della prima ora, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io buono?» (Mt 20, 13-15).

Giustizia ristretta è amare il prossimo e odiare il nemico con diceva la Torà. In Gesù dobbiamo vedere quella sovrabbondante di colui che ama i nemici e prega per loro, al pari del Padre suo e nostro che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 43). Come lui è l’invito di Gesù ai suoi amici.

La regola d’oro

La misura per il discepolo è il maestro. E per raggiungerla egli propone, per rapportarsi con giustizia agli altri, di tenere come misura se stessi. Questa è la regola d’oro di Matteo da cui partire; le parole di Gesù: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (7, 12).

Gesù è così la misura del discepolo: «Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi» (7, 1-2). Giustizia stretta è quella calcolatrice, che impone rigidezze agli altri, chi la praticherà riceverà una misura stretta. Ad una giustizia superiore di apertura e di dono corrisponderà invece quella sovrabbondante del Padre la cui misura è una smisuratezza incommensurabile.

«Entrate per la porta stretta. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,13-14). È Gesù la porta stretta, quella di una giustizia come amore sovrabbondante, quella della sua passione di amore irreversibile che ha ribaltato la porta chiusa della morte.

Sotto l’albero di Matteo

Una giustizia senza amore è ingannatrice e rapace; è come un albero sradicato, decaduto: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Dai loro frutti dunque li riconoscerete» (Mt 7,15-20).

Ci ha ricordato Romano Guardini che «un albero è una cosa primordiale; pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!» (Diario, Morcelliana, Brescia 1983, 113). Così mi sono domandato quale potrebbe essere l’albero in grado di rappresentare il vangelo di Matteo?

In riferimento al discorso comunitario di Matteo e a quello parabolico, ho pensato al tiglio/tilia. Il nome botanico deriva dal greco ptilon (“ala”) o ptileia (“olmo”), per le sue foglie che vicine al fiore lo proteggono e poi fanno da ala ai frutti quando vengono portati via dal vento. In archeologia è una sottile lamina d’oro o argento che riveste statue e oggetti. Scrive del tiglio Mario Rigoni Stern ne L’Alboreto selvatico: «Il tiglio era anche chiamato ‘albero di giustizia’ perché attorno ad esso si riunivano i saggi a sentenziare» (Einaudi, Torino 1991, 36).

In una poesia di Franco Arminio il senso è ancora più esplicito:

Il tiglio di Rocca San Felice
non è al centro della piazza,
è la piazza stessa.
Fuori dalla sua ombra
il paese è già periferia.
(Cedi la strada agli alberi, in Poesia degli alberi, Luca Sossella editore/ MML srl, Lavis [TN], 2022, 984)

Piantato nella piazza centrale dei villaggi e delle città dell’Europa centrale e settentrionale, il tiglio era considerato albero della comunità perché simboleggiava la coesione sociale, la protezione e l’unità di una collettività. Sotto questo albero testuale Matteo scrive per la sua comunità e lì trova coesione la tradizione giudeo-cristiana, l’antico e il nuovo, unitamente alle aspirazioni alla giustizia e la vita dei “gentili”, i pagani e quelli di fuori, neocomunitari.

Matteo: vangelo dell’universalità

Nel vangelo di Matteo ci si può riferire pure ad un altro albero come simbolo della dinamica universalistica che lo anima: l’apertura della salvezza anche ai non ebrei, ai pagani, agli stranieri, “molti da oriente e occidente siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli” (8, 11). Un’accoglienza e un’ospitalità universale per tutte le genti.

Già da subito il vangelo si apre con una genealogia di Gesù che inizia chiamandolo figlio di Davide, suo discendente, ma al contempo egli è detto pure figlio di Abramo, il padre di tutti i credenti. Così l’universalismo, già presente nei profeti, ora è portato a compimento con la nascita di Gesù. Così le promesse di Dio non restano un privilegio di pochi, ma si allagano a tutti i popoli.

La genealogia di Gesù è strutturata in tre tappe, ognuna composta da 14 generazione. Tutto ciò indica una perfezione numerica: 14 è il doppio di 7 (il numero della perfezione) e tre serie di 14 indicano che la storia in Gesù ha raggiunto la sua pienezza definitiva. È una genealogia inclusiva, senza frontiere, sottintende l’universalismo della salvezza; meticciata poi, una mescolanza di culture e popoli.

In essa stranieri e irregolari secondo la legge e quattro donne entrate nella storia di salvezza, nella discendenza, per la loro fede, fino a giungere a Maria, colei che ha creduto alla Parola. Pensiamo poi ai Magi venuti dall’Oriente nei racconti dell’infanzia. E ancora a Gesù rabbi degli sconfinamenti anche esistenziali; l’universalismo nel grande mandato finale dopo la risurrezione, ai discepoli: un vangelo da portare a tutti i popoli.

Figlio dell’uomo

Anche il titolo con cui Gesù amava designare sé stesso abitualmente, Figlio dell’uomo, ha una connotazione di singolarità e universalità insieme. Ispirato alla visione apocalittica di Daniele 7,13 è rimodellato da Gesù sulla sua persona; dice di colui che è qui tra noi con la sua umiltà e povertà: “il Figlio dell’uomo non ha neppure un sasso dove posare il capo” (8,20); egli è il Figlio dell’uomo sofferente ricordato negli annunci della passione, “venuto per servire e dare la vita per tutti” (20,28).

Nello stesso tempo tuttavia Gesù è il Veniente da Dio, il Figlio dell’uomo glorioso seduto su un trono di gloria che verrà nel tempo ultimo a dare compimento alla storia. Così nella figura del Figlio dell’uomo vengono a coincidere colui che è il più alto presso Dio come nella visione di Daniele e al contempo colui che più di tutti si è anche abbassato, impastato di umanità al punto di identificarsi con gli uomini più sofferenti: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero forestiero mi hai accolto, prigioniero e malato visitato… tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cfr. 25,31-46).

Matteo non tralascia infine, nel suo vangelo, di narrarci degli incontri di Gesù proprio con i lontani e gli esclusi, gli emarginati e quelli che non hanno alcuna appartenenza al popolo di Israele ma vi dimorano ai margini, esaltandone soprattutto la grandezza della loro fede: il centurione romano (8); la donna cananea (15); la chiamata stessa di Matteo e il pranzo con i peccatori (9,9-13); l’incontro con gli indemoniati (8,28-34); con i malati, i lebbrosi, le donne, i bambini.

L’albero dello straniero

Per questa apertura e accoglienza all’altro, allo straniero accolto, il vangelo di Matteo potrebbe essere ancora rappresentato dall’albero del noce, sia per l’etimologia che per il suo simbolismo cristologico e mistico.

L’espressione “lo straniero tra noi” la troviamo nel nome inglese del noce, detto “Walnut”; in antico inglese, la radice wal- significava “straniero” Wales (Galles): la terra degli “stranieri” (per gli Anglosassoni) e “Nut” (hnutu), significa semplicemente frutto con guscio. I Romani la chiamarono “wal-hnutu”, ovvero la “noce che viene dagli stranieri”. La noce allora diventa il frutto che viene da fuori, ma che ora è qui con noi. La noce divisibile in due parti tiene uniti due mondi, così come la genealogia meticciata proposta da Matteo tiene insieme la radice ebraica e l’innesto universale.

Il noce «ama la luce, predilige i terreni profondi, freschi e fertili. Albero socievole ma non da bosco perché l’ombra densa lo farebbe deperire; per questo lo troviamo accosto alle case, nelle alberature campestri, nelle vallicelle, nei campi o nei pascoli» (Rigoni Stern, ivi, 77). Così è similmente dell’albero genealogico di Matteo che si espande: parte da un seme piccolo (Abramo) e viene progressivamente alla luce, generazione dopo generazione e diventa un’ombra di luce, una dimora sotto cui possono riposare tutti i popoli.

«Sono scesa nel giardino delle noci»

Il riferimento biblico alla noce lo troviamo nel Cantico dei Cantici 6, 11; dice l’amata: «Sono scesa nel giardino delle noci, per vedere i germogli della valle, per osservare se la vite era fiorita e i melograni erano in fiore», che ispirerà la letteratura dei spirituali medievali. Già sant’Agostino nel Sermone 112 indicava la noce come simbolo di Cristo. Il mallo sta per la carne di Gesù, la sua umanità; il guscio allude alla croce e al suo patire, il gheriglio alla sua divinità.

Nel XII secolo, Ugo di San Vittore (1096–1141), riprende il simbolismo di Agostino a partire dal commento al Cantico, 6,11: «La noce è Cristo. Il mallo della noce è amaro: così la carne di Cristo fu amara nella passione. Il guscio della noce è duro: così la croce di Cristo fu dura nella morte. Il gheriglio della noce è dolce: così la divinità di Cristo è dolce nella beatitudine». Per il monaco Ugo il simbolismo della noce ci insegna pure a leggere le Scritture, dove la corteccia è il senso letterale del testo, il gheriglio il senso spirituale a cui si giunge rompendo il guscio attraverso la meditazione, l’orazione, la contemplazione, l’azione che guideranno mediante la fede all’incontro con il Cristo.

Ode all’albero, antico simulacro,
che nell’eterno silenzio s’alza,
custode d’ombre e di segreti arcani,
tra le brume d’un giorno immobile.
Le sue fronde s’intrecciano al cielo,
ricami d’ebano e foglie cerulee,
dove il vento, spirito errante,
sussurra ballate dimenticate. …
Oh, albero di noci, ieratico e muto,
scolpito nei miti, avvolto nel mistero,
sei il portale d’un mondo lontano,
dove l’anima sfiora l’infinito.
(Maurizio Trapasso: https://www.aphorism.it/poesie/l-albero-di-noci/).

Non temere di prendere con te le Beatitudini, facendolo vedrai la Sua vivente Icona e a te correranno le sue parole.

Nel suo testo Il Figlio dell’uomo, (Tutte le poesie e i racconti, Newton Compton editori, ebook, Roma 2012, 161), Kahlil Gibran poeta libanese (1883-1931) fa parlare i personaggi del vangelo, tra cui Matteo, proprio sulle Beatitudini e sul Padre nostro.

«Un giorno, nel tempo del raccolto, Gesù ci chiamò a sé sulle colline, insieme ad altri compagni. La terra spandeva fragranze e, come nel giorno delle nozze la figlia di un sovrano, risplendeva di tutte le sue gemme. Il cielo era il suo sposo.

Gesù sedette in mezzo a noi.

E Gesù disse: “Beati i sereni in spirito.

Beati coloro che non sono schiavi delle ricchezze, perché saranno liberi.

Beati coloro che serbano memoria della loro pena, perché nella pena attendono la gioia.

Beati coloro che hanno fame di verità e di bellezza, perché la loro fame porterà pane, ed acqua fresca la loro sete.

Beati i miti, perché dalla loro mitezza saranno consolati.

Beati i puri di cuore, perché saranno una cosa sola con Dio.

Beati i misericordiosi, perché avranno in sorte la misericordia.

Beati coloro che operano per la pace, perché il loro spirito dimorerà al di sopra della battaglia, ed essi trasformeranno il cimitero dei poveri in un giardino.

Beati coloro che sono inseguiti, perché avranno ali e veloci saranno i loro piedi.

Esultate e rallegratevi in cuore, perché avete trovato il regno dei cieli dentro di voi

… Alla fine parlai; e dissi: “Vorrei pregare, ora. Ma la mia lingua è pesante. Insegnami Tu a farlo”. E Gesù disse: “Quando desideri pregare, lascia che sia la tua fede a pronunciare le parole. Ecco, la mia fede ora mi induce a pregare così: Padre nostro che sei in terra e in cielo, sia santificato il Tuo nome. Sia fatta la Tua volontà, in terra e in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Perdonaci nella Tua misericordia, elargiscici il dono di saperci perdonare l’un l’altro. Guidaci sino a Te, e nell’oscurità tendici dall’alto la Tua mano. Perché Tuo è il regno, e in Te è la nostra potenza e il nostro compimento».

Stava calando la sera e Gesù si incamminò giù dalle colline, e noi tutti lo seguimmo. E mentre lo seguivo, io ripetevo la Sua preghiera, e tutto ciò che aveva detto mi tornava alla mente: perché sapevo che le parole, cadute quel giorno come fiocchi di neve, erano destinate a posarsi e a farsi resistenti come cristalli, e che le ali che si erano librate sopra il nostro capo avrebbero scosso la terra come zoccoli di ferro» (ivi, 161-162).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/schuetz-mediendesign-608937/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=970451″>Christoph Schütz</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=970451″>Pixabay</a>

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VIVERE CON I PIEDI NELL’ACQUA.
Il villaggio di Timbulsloko e la distruzione della costa di Giava

VIVERE CON I PIEDI NELL’ACQUA.
Il villaggio di Timbulsloko e la distruzione della costa di Giava.

Le immagini[1] di una festa tra le donne del villaggio di Timbulsloko trasmettono gioia. I loro sorrisi spontanei sembrano sereni, soprattutto se si pensa che queste donne, e l’intera comunità, vivono costantemente, ogni giorno, con i piedi nell’acqua. Timbulsloko è un villaggio costiero indonesiano, sull’isola di Giava, a quattrocento chilometri a est di Jakarta, che sta sprofondando a causa dell’innalzamento del mare, delle maree e della subsidenza del terreno. Anche così si manifestano i cambiamenti climatici nelle aree povere del pianeta, dove la resilienza significa letteralmente cercare di “restare a galla”, basandosi sulle proprie forze e sulla condivisione di esperienze, come ci rammenta il neuropsicatria Boris Cyrulnik.

Timbulsloko, un momento di festa serale, ARTE

L’Indonesia è uno dei paesi ad alto rischio, a causa delle inondazioni fluviali e marine che colpiscono le aree urbanizzate, prodotte dall’innalzamento del livello del mare. Il paese ha ottantamila chilometri di coste e diciassettemila isole, dove vivono numerose comunità in territori deltizi con quote del suolo molto basse. Una popolazione in gran parte marginale, come quella che abita la megalopoli Jakarta, capitale del paese per la quale è in corso un controverso progetto di delocalizzazione nella foresta del Borneo.

In contesti di tale natura non ci sono Nature Based Solutions (NBS) che tengano, se non si cambia la tendenza all’irrigidimento delle coste attraverso barriere e dighe. Se non cambiano i modelli di intervento che privilegiano le soluzioni più rapide e dunque più rigide ma più semplici e si continua a urbanizzare territori fragili come quelli dell’isola di Giava.
Progettare con la natura (questo è il senso delle NBS) significa prendere in conto anche i tempi della sedimentazione fisica e culturale e promuovere politiche territoriali e ambientali in controtendenza con quanto fatto finora. La soluzione non potrà essere solo tecnica, presuppone chiare scelte politiche sui modelli di futuro da perseguire.

Timbulsloko vista zenitale del villaggio -GOOGLE EARTH

A livello governativo si è proposto di evacuare gli abitanti, ma la comunità, in quel villaggio, ha i propri affetti e ricordi. Tra questi vi sono anche i luoghi della memoria collettiva, come il cimitero che sta scomparendo sotto l’effetto dell’innalzamento delle acque, e che gli uomini del villaggio, con caparbietà e arte dell’arrangiarsi, cercano di mettere in salvo.

La quotidianità a Timbulsloko è pesante perché rappresenta una situazione che noi, pensando ai nostri territori deltizi a rischio d’inondazione, potremmo individuare come un futuro possibile; ma per loro questo futuro è già reale. Non è l’effetto di un evento improvviso, ma un processo lento, continuo e irreversibile, che si poteva certamente prevedere, del quale eravamo già stati messi in guardia, ma che si è scontrato – e lo fa tuttora – con politiche e politici incapaci di assumere la complessità dei tempi presenti attraverso forme adeguate di pianificazione e di previsione.

Timbulsloko, interno domestico – ARTE

Le immagini del villaggio mostrano un insediamento completamente in balia di acque divenute permanenti. In passato era un territorio fertile, ricco di risaie, ma anche ricco di mangrovie, distrutte per favorire lo sfruttamento del suolo, l’acquacoltura e l’insediamento umano. Le mangrovie costituiscono un ambiente ricco di relazioni ecologiche, un sistema dinamico che svolge funzioni fondamentali: contenitore di biodiversità, protezione dei terreni retrostanti dalle mareggiate, trattenimento dei sedimenti necessari per consolidare la costa.

Timbulsloko, interno domestico – ARTE

Se ridotte a relitti, a seguito di azioni di disboscamento o trasformate in tambak (territori bonificati, in malese-indonesiano), queste foreste acquatiche perdono la loro efficacia e scompaiono. Molti villaggi si sono ampliati o sono nati su terreni un tempo occupati da loro. Tale scomparsa consente alle onde di raggiungere più rapidamente la terra, poiché i sedimenti non vengono trattenuti, causando l’arretramento della costa. Le mangrovie non scompaiono a causa dell’avanzamento del mare, ma per effetto del disboscamento umano; pertanto, la loro eliminazione facilita l’ingressione marina. A partire dagli anni Ottanta, settecentocinquantamila ettari di foresta di mangrovia sono stati distrutti per creare bacini di acquacoltura nei tratti sedimentari più bassi della costa.

Per contrastare l’erosione costiera si sono costruite dighe che hanno peggiorato la situazione, riducendo l’apporto di sedimenti e quindi la difesa naturale. Se a questi fenomeni si aggiunge la subsidenza, generata dalla pratica diffusa della captazione capillare dell’acqua di falda, si chiariscono le ragioni dell’allagamento del villaggio di Timbulsloko.
La costa della reggenza di Demak, nella provincia di Giava Centrale, dove è sorto il villaggio, è di carattere deltizio, quindi, è giovane; il suolo è morbido, composto da argille e limi, e l’estrazione prolungata dell’acqua sotterranea ne provoca un abbassamento stimabile tra uno e due metri ogni dieci anni.

Nel villaggio allagato, la vita quotidiana inizia con i piedi nell’acqua e, nel corso dei decenni, i lavori più frequenti sono stati quelli di rialzare i pavimenti, costruendo tavolati di legno all’interno di edifici per lo più in muratura. Le maree alte, normalmente due al giorno, non sono estreme come nell’oceano Atlantico, e questo conferma che l’allagamento del villaggio e delle case è ormai la regola quotidiana.

Timbulsloko la riparazione del cimitero – ARTE

I problemi drammatici da affrontare sono determinati da scelte di sviluppo sconsiderate, che non si sono interrogate sui loro possibili effetti. L’acquacoltura è certamente una delle cause della vulnerabilità dei territori costieri di Giava e del Demak: Un’acquacoltura ad alto rendimento economico e dunque ecologicamente devastante, anche a causa del massiccio uso di pesticidi, che non ha arricchito le popolazioni locali, essendo controllata da società economico-finanziarie esterne. La distruzione delle mangrovie e la costruzione di un paesaggio di bacini irrigiditi da arginature di terra hanno alterato le dinamiche sedimentarie, favorendo la progressione del mare.

Timbulsloko e gli altri villaggi costieri dell’area di Demak si configurano come insediamenti a nastro, urbanizzazioni lineari cresciute lungo un argine che un tempo attraversava, in direzione del mare, bacini di acquacoltura e risaie. Oggi la parte più prossima al mare appare, anche a una vista zenitale, completamente coperta dall’acqua, che lascia intravedere le sfumate geometrie dei campi e i minuscoli relitti di ciò che resta, dove un tempo le ampie fasce di mangrovia proteggevano la terra dal mare.
Si tratta di case basse, di un solo piano, in mattoni, organizzate lungo canali delimitati da massicciate di pietra coperte da terra costipata e trattenute da palizzate di legno e bambù, quindi facilmente erodibili. Il fenomeno erosivo era già chiaramente evidente nel 2003, probabilmente causato da diversi fattori: oltre che dalla diffusione degli stagni per la “coltivazione” di pesci e gamberetti, dall’irrigidimento delle strutture portuali della città di Semarang che, insieme alle dighe, costruite parallele alla costa, hanno influenzato i processi di sedimentazione fluviale, riducendo l’apporto di sabbia.

Come spesso accade, gli interventi per bloccare l’erosione costiera risultano contraddittori. Da un lato si continua con l’irrigidimento attraverso strutture in cemento che, nel lungo periodo, aggravano il problema; dall’altro si è tentata la riforestazione con le mangrovie, che tuttavia faticano a ricostituire un sistema coeso quando l’equilibrio sedimentario è compromesso, riuscendo, se va bene, a consolidarsi in alcune situazioni protette come frammenti isolati.

La vita quotidiana di questi villaggi è quindi anfibia, e lo è soprattutto all’interno delle abitazioni, dove l’acqua è una presenza costante che condiziona l’organizzazione di tutte le attività domestiche, più che all’esterno, poiché le “strade” del villaggio sono trasformate in passerelle di legno, regolarmente rialzate secondo le necessità. Si fa colazione, si prepara la cena, si conversa e si guarda la televisione sempre con i piedi nell’acqua. Diversi villaggi della regione sono stati evacuati; in altri si resiste, sempre più sfiduciati. A Timbulsloko, fino a qualche anno fa, vivevano circa centocinquanta famiglie: coltivavano riso, poi divennero allevatori di pesce, ma anche questo mercato è presto entrato in crisi. Oggi l’intera struttura urbana e sociale del villaggio è cancellata: la strada principale, le aree commerciali che erano anche luoghi di socialità, i parchi e i giardini.

Le riflessioni di Amitav Ghosh qui prendono forma e diventano luoghi che raccontano storie vere. Gli effetti del colonialismo, dello sfruttamento ambientale e del capitalismo estrattivo sono alla base della storia di questo e di molti altri villaggi.
Una violenza che a Giava si manifesta attraverso la distruzione delle mangrovie, l’irrigidimento di territori mutevoli e anfibi e la cancellazione di economie e culture locali per generare profitti a breve termine, lasciando, a chi resta, macerie e una difficile ricostruzione. C’è chi produce il rischio e chi ne abita le conseguenze, e a quest’ultimo si chiede anche di essere resiliente.

Si ritorna così allo snaturamento di grandi categorie come sostenibilità o resilienza, utilizzate ipocritamente dal neoliberalismo coloniale per giustificare nuove forme di rapina del territorio[2]. Se la resilienza diventa uno dei fondamenti di una politica territoriale, questo non può avvenire attraverso uno spostamento di responsabilità: da chi ha determinato, con azioni interessate e sbagliate, un processo di erosione costiera, a chi – la popolazione locale – deve farsi carico delle conseguenze, rialzando le case, convivendo con l’acqua e reinventandosi una socialità. Come cercano di fare le donne nella festa del villaggio di Timbulsloko, le cui risate non cancellano lo sguardo sconsolato di chi sta perdendo la propria vita.

[1] Le immagini a corredo dell’articolo sono fotogrammi del reportage della televisione ARTE: “Indonesia a villege threatened by floods”.

[2] Una riflessione sul tema della insostenibilità della sostenibilità in un articolo sul Giornale dell’Architettura: https://ilgiornaledellarchitettura.com/2025/11/18/sostenibilita-retorica-del-capitalismo/

In copertina: Timbulsloko, attivita di pesca – ARTE

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole a capo / Luigi Balocchi: "Som nassuu" e altre poesie

Parole a capo / Luigi Balocchi: “Som nassuu” e altre poesie

Parole a capo:

“La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai del comune.”
(Giacomo Leopardi, Zibaldone)

Così scriveva negli anni Venti dell’Ottocento Leopardi, lui, campione della lingua italiana, riconosceva la ricchezza dei dialetti, “un alfabeto di suoni più ricco assai del comune“. Oggi, dopo duecento anni, e dopo un secolo e mezzo dall’Unità, dopo tre rivoluzioni industriali planetarie, dopo l’avvento dei medium di massa (la critica di Pasolini alla Televisione ), dopo tutta la modernità e il conformismo in cui siamo immersi, i dialetti hanno resistito. Sia come lingua parlata, anche se da un numero limitato di persone,  sia come lingua scritta, nella poesia in vernacolo in particolare.

Le poesie nel dialetto di Mortara01 – anche se l’autore avverte che ogni paese della Lomellina presenta varianti e differenze – non sono (o non sono solo) il ricordo e il rimpianto di una cultura contadina scomparsa, distrutta dalla velocità e dalla dimenticanza della industrializzazione. Scrive Luigi Balocchi in esergo al suo libretto di cui pubblico più sotto alcune liriche:

“La lingua locale, il dialetto, è un’arma di lotta contro la globalizzazione che vuole distruggere le culture particolari e, in buona sostanza, l’autentico spirito creativo dell’uomo. Tutto ciò che è Universale è un crimine contro l’uomo.”.

 

Som nassuu 

Al trenta de giugn

hoo vist ‘l coo d’on nimal

streppaa de la su’ cruppia.

Chi l’è che som mì?

Brusi, usmi, vosi,

ché mai puu, den’, gha tornaruu.

Sono nato
Il trenta di giugno/ ho visto la testa di un maiale strappata dalla sua greppia./ Chi sono io?/ Brucio, annuso, urlo/che mai più, dentro, tornerò.

 

 

On sass

On sass  faj ‘me ‘n coeur hoo trovaa sta bassura in scòss

a Tesinn

che biutt menevi i òss in de la niada de quan’ sevi

domà ‘n fiurin.

Un sasso
Un sasso a forma di cuore ho trovato questo pomeriggio in grembo/ al Ticino/ mentre nudo portavo le ossa nella nidiata di quand’ero/ solo un bambino.

 

 

Bià

A gh’è nient de fà per quel ciel chì che ‘l sa

derva a l’improvis d’ona lus che bòrla giù

in quell puss che ciami coeur e l’è fidigh,

sangh, disgrazi, ris e rògn; e tutt quell che

chì gh’è staj, i vecc, i amour, i mur, la bissa,

al praa e ‘l mergòn; e a la fin, i oeucc quej tu,

che ma guarden, voeuren ben, già ma manden

dà via ‘l cuu. Nient de fà se queschì l’è ‘l nòst

paes, cont i gatt che sa rampeghen e la fòssa,

stemm allegher, che sa derva sutta a i pee.

La fossa di Bià
Non c’è niente da fare per questo cielo che si/ apre all’improvviso d’una luce che precipita/ in quel pozzo che chiamo cuore ed è fegato, sangue,/ disgrazie, riso e tribolazioni; e tutto ciò che qui è stato,/ i vecchi, gli amori, i muri, la biscia, il prato, il granturco;/ e infine, gli occhi quegli tuoi, che mi guardano, voglion bene,/ già mi mandano a dar via il culo. Niente da fare se/ questo è il nostro paese con i gatti che si arrampicano/ e la fossa, stiamo allegri, che si apre sotto i piedi.

 

 

Fiurin

E anmu la Terra quella grama sutta i pee la ferguja che gh’hoo in man

e la scender chì in del piatt.

L’è de teppa nebbia inverna, de anida e sgolgiòn

quell fiaa chì strengiuu cont i dent.

Chì gh’è den’al mè biccer?

On fiurin che ‘l s’è sconduu,

Bambino
E ancora la terra cattiva sotto i piedi la briciola che ho in mano/ e la cenere nel piatto./ E’ di muschio nebbia inverno, di anitra e airone/ è il respiro serrato tra i denti./ Chi c’è dentro al bicchiere?/ Un bambino che si è nascosto./

 

 

 Giù Tesinn

 Tesinn spantega lus cont i òss compagn di frasch

 geròn miròld e litta cip ciap la gibigianna.

 Tesin nòst’ bamburin

 e quej ch’hinn chì passaa, i gent i padr’ i fioeu,

 chì tucc rugà in del sangh, chì den’ desmentegaa,

 strengiuu den’chì in del fiaa.


Giù a Ticino

Ticino che semina luce con le ossa fraterne alle foglie/ ghiaioni bisce d’acqua e sabbia cip ciap il riverbero del sole!/ Ticino nostro ombelico/ e coloro di qui passati, le genti i padri i figli,/ qui tutti rimestati nel sangue, qui dentro dimenticati,/ stretti avvinti al respiro./

 

 

 Terra den’

Cont i mè trii cart in man

al gatt lì ‘dree ‘l cantòn a usmà ‘l cicin

che resta d’on gutt de vin trasaa

sti poori mè pacciam che den’ gh’è milla ann

chì rèsti a viv anmu col ratt ch’el ma remuga

on gram tocchel de pan.

La m’è vansaa sta Terra grama che ‘l vent l’è ‘dree streppà.

La terra dentro
Con le mie tre carte in mano/ il gatto che annusa quel poco/ rimasto di un goccio di vino sprecato/ queste povere cianfrusaglie colme di mille anni/ qui resto ancora a vivere con il topo che mi mangiucchia/ un vecchio pezzo di pane/. A me resta questa terra cattiva che il vento sta strappando./

 

Genar

Ma pias l’inverna perché l’amour al foeugh con foeura

al frecc che ‘l sgagna i òss ma l’han mostraa i nòst vecc

e ‘l teatrin del vin do’ che i facc hin mascher russ saltaa

foeura del miracul de vess chì intorna a ‘n taul, che del legn,

del mergasc, del rampat e sbattet lì su a gamb ‘vert, al gh’ha

i memòri. Cramento al frecc can che feva! Ta ‘l sa rigòrdet

che temp de luff? De quel foeugh là, tì, ta see anmu ‘n quejcòss?

Gennaio
Mi piace l’inverno, perché l’amore al fuoco con fuori/ il freddo che morde le ossa me l’hanno insegnato i nostri vecchi/ e il teatrino del vino dove le facce sono maschere rosse sortite/ dal miracolo d’essere qui attorno a un tavolo che del legno,/ delle stoppie, dell’afferrarti e sbatterti lì su a gambe aperte, ha/ le memorie. Caspita il freddo che faceva! Te lo ricordi/ che tempo da lupi? Sai ancora qualcosa, tu, di quel fuoco?

 

Luigi Balocchi
Nasce il 30 Giugno 1961 a Mortara In Lomellina. Nel 2007, pubblica per Meridiano Zero -Il Diavolo Custode-, romanzo sulla vita e le gesta del bandito Sante Pollastro. Nel 2010, pubblica con Mursia il romanzo -Un cattivo Maestro-; nel 2018, per la GoWare -Il Morso del Lupo-. Nel 2016 pubblica per Puntoacapo la raccolta poetica -Atti di Devozione-. Del 2022 è la raccolta -Coeur Scorbatt-, in lombardo, con la quale, per la sezione dialettale, vince la XL edizione del premio di poesia “Giuseppe Tirinnanzi” di Legnano. Nel 2024, per Manni editori, pubblica -Barlicch Barlòcch, poesie dell’eros lombardo-. Ha collaborato con le riviste letterarie Niederngasse e Redness. Attualmente, collabora con Terra Insubre, rivista dell’omonima associazione culturale.

Tra le voci più originali della letteratura in lingua lombarda, suoi scritti trovano spazio su Il Segnale, Atelier, Nazione Indiana.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 318° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Cover: cultura contadina, lavorazione del maiale, immagine da vivo in Lomellina

Il desiderio non si “programma”: perché i buoni propositi non bastano

Il desiderio non si “programma”: perché i buoni propositi non bastano

A fine anno ci sediamo a stilare buoni propositi e elenchi di traguardi. Ma il soggetto non coincide mai con ciò che promette di voler fare, e il desiderio non si lascia schedare né controllare.

Puntualmente, si ripete lo stesso rituale: bilanci, conti simbolici, e soprattutto liste. Liste di buoni propositi per l’anno che verrà, e sempre più spesso liste di ciò che si è concluso nell’anno che se ne va.

Oggi, questo rito ha trovato un’ulteriore amplificazione: i social media. Pubblicare ciò che si è fatto, condividere ciò che si intende fare, non è più solo un conto simbolico con sé stessi, ma un appello alla piazza virtuale, un invito al plauso, al consenso, al riconoscimento. L’atto di rendere pubblico il bilancio personale trasforma la riflessione in performance, e l’introspezione in vetrina.

Osserviamo la struttura di questo rito: non è solo una pratica organizzativa, è un tentativo illusorio di far coincidere l’Io con ciò che desidera, un tentativo destinato a fallire già in partenza.

I buoni propositi, come le diete, sono fallimentari a monte. Non perché manchi volontà o disciplina, ma perché partono da un presupposto falso: il desiderio non si può regolamentare per decreto. La dieta promette controllo sul corpo, il buon proposito promette controllo sul tempo, sulle abitudini, su ciò che saremo. Entrambi funzionano come illusioni rassicuranti: producono un ideale, impongono una norma e lasciano il soggetto solo con la colpa quando inevitabilmente fallisce.

Anche l’elenco dei risultati ottenuti non è innocente: serve a costruire continuità dove il soggetto è, per struttura, discontinuo. Serve a dire: sono coerente, ho portato a termine, ho tenuto il punto. Tuttavia, ciò che è stato fatto non coincide necessariamente con ciò che il soggetto desiderava davvero. Può capitare che i risultati coincidano con i veri desideri del soggetto, e in quel caso si vive la soddisfazione di un allineamento autentico tra azione e desiderio. Ma anche allora, i buoni propositi restano un’illusione: non garantiscono controllo né continuità, perché il desiderio resta libero, imprevedibile, e spesso agisce al di là delle liste o delle promesse che ci autoimponiamo.
In altre parole, realizzare ciò che si desidera non equivale a rispettare un progetto prestabilito: il desiderio non si programma.

Il bilancio, se ha un senso, non è una contabilità morale né un esercizio di autoassoluzione. È piuttosto una lettura delle ripetizioni: che cosa torna, anno dopo anno, anche quando diciamo di voler cambiare? Dove insistiamo? Dove falliamo sempre allo stesso modo?

Mettere al lavoro il desiderio significa osservare cosa ci attraversa davvero, riconoscere pulsioni, inclinazioni, intuizioni che non rientrano nelle checklist, e usarle come guida. Non si tratta di stilare liste perfette, ma di dare spazio a ciò che muove realmente il soggetto, anche se disorganizzato, fragile o imprevedibile.

Accettare l’incompiutezza, l’incoerenza, gli inciampi non è una resa: è lì, proprio in quelle zone non lineari, che si possono creare esperienze uniche e straordinarie. Come mostrano i percorsi analitici, è nell’osservare e attraversare ciò che resiste, ciò che disturba e ciò che non rientra nei programmi, che il desiderio prende forma concreta e si trasforma in qualcosa di originale.

Le liste e i buoni propositi rischiano di diventare allodole, lucide e appariscenti, ma vuote: ci distraggono da ciò che davvero ci chiama. Invece, osservare il desiderio significa trasformare frustrazione e attesa in motore, mettere energia là dove conta, e lasciare che il percorso emerga dal contatto reale con ciò che ci attraversa.

Meno liste. Meno diete del desiderio. Meno promesse a un Io ideale che non reggerà.
E più attenzione a ciò che non si lascia mettere in ordine. Più coraggio di seguire ciò che ci attraversa, anche quando non appare organizzato o “socialmente riconosciuto”.

Più cura nel coltivare il desiderio reale, nel lasciarlo agire, trasformarlo in azione concreta, accogliendo l’incompiutezza, gli inciampi e le incoerenze come elementi creativi anziché ostacoli.

Il vero atto sovversivo di fine anno non è dire cosa farò o cosa ho fatto, ma interrogarsi seriamente su chi sta parlando quando sentiamo il bisogno di elencarlo, e su come possiamo mettere quel desiderio concreto al centro, trasformandolo in azione invece che in vuoto rituale.

Il resto, come sempre, verrà da sé. O non verrà affatto.

Cover: Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

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Infanzie. Un racconto di Natale

Infanzie. Un racconto di Natale

“C’era una volta cento anni fa un bambino come te, Thomas, appena un po’ più piccolo. Va bene se la storia ve la racconto così, come si fa con le fiabe?”

“Ok, nonna” risponde l’interpellato. Sua sorella Chloe fa sì con la testa.

Nel periodo del Natale 1925, quando mio padre abitava in una grande casa di campagna con la sua grande famiglia, era appena nato il suo fratellino e ogni giorno gli era permesso vederlo solo per pochi minuti. Entrava curioso nella stanza dei genitori, dove mia nonna Paolina occupava il lettone per riprendersi dalla fatica del parto e allattava il piccolo Lamberto. Erano i momenti più misteriosi delle sue giornate: il bimbo nuovo e la pelle bianca di sua madre emanavano un profumo così dolce da farlo sentire in pace.

Il resto della giornata era invece pieno di cose avventurose da fare. Perché? Perché era caduta la neve e lui fin dal mattino scalpitava per uscire in cortile a giocare e a dare il tormento al nonno Vito, ora tirandogli tutte le palle di neve del mondo, ora chiedendogli in mille modi come stavano gli animali con quel freddo. Come si riparava dal gelo il maiale, dove dormivano le galline e se le mucche ancora facevano il latte.

Scivolare sul ghiaccio, quello sì era uno sport divertente”.

“Aveva i pattini come i miei, nonna?” domanda Chloe.

“No, niente pattini. A quel tempo non si usava, dovevano bastare le scarpe di tutti i giorni per lanciarsi sulle lastre che il ghiaccio formava intorno alla casa, o addirittura lungo i fossi ghiacciati. Avete presente il canale che passa vicino al vostro giardino? Immaginatelo completamente bianco, bianchi i cespugli che ci sono sulle sponde e bianca la superficie. Liscia liscia e lucente se un raggio di sole sfuggito alla nebbia arriva a colpirla”.

“Bello! Anche tuo papà andava a lezione di parkour? Io ci vado al giovedì e so già arrampicarmi sulle porte e il maestro presto ci insegna a lanciarci da molto in alto” mi interrompe Thomas.

“Nemmeno questo faceva. Era un bambino come tutti, giocava con le cose della natura. Trovava sassolini rotondi da lanciare e acchiappare al volo a due a due, oppure pietruzzze colorate, correva nei campi a raccogliere bastoni che diventavano spade e lance nella sua fantasia, giocava con gli animali. Le famiglie allora erano povere e la povertà è come un vestito stretto che ci copre appena.

Aveva il mangiare, questo sì, ma giocattoli non ce n’erano in casa”.

“Poteva scrivere una letterina a Babbo Natale e farsi portare tanti giochi!” dicono entrambi, parola più parola meno.

Rido. Però la verità devo dirla: “Babbo Natale? Non lo ha mai nominato, quando mi parlava della sua infanzia. Parlava della Vecchia, quella sì. La Befana dei bambini che arrivava a mettere qualcosa dentro ai camini delle case viaggiando su una scopa volante, veloce e brutta come un fantasma. Tanto che i bambini avevano paura di vederla, anche se la aspettavano da tanto, anche se faticavano a dormire nella notte fatale. Guai alzarsi prima che ci fosse la luce del mattino. Facevano come fate voi, che vi girate nel letto per l’emozione di aspettare un’ultima notte i doni che avete richiesto”.

“Però lei li portava i giocattoli!” insistono.

“Portava una calza riempita con qualche biscotto, uno o due mandarini. Una volta che l’annata era stata scarsa mio padre trovò solo delle patate bollite…e per la sua felicità una fionda fatta col legno che gli aveva preparato di nascosto il solito nonno Vito. Si allenò per tutta la primavera e l’estate a colpire bersagli sempre più piccoli, ma mai gli animali che per lui erano degli amici fedeli”.

Chloe sgrana gli occhi e poi qualcosa la distrae, il momento per la mia storia è passato. Lei e Thomas riprendono il gioco che hanno iniziato poco fa. Anche loro hanno animali a casa, e li amano. Il grande cane corso, i mici dal lungo pelo d’argento e le tartarughe di terra che in questi mesi freddi ma senza più neve dormono nelle loro tane.

Sorrido da sola ripensando a come si è espresso Thomas circa un mese fa quando ha scritto la sua letterina a Babbo Natale. Sono passati cento anni dall’infanzia di mio padre e come nella fiaba della Bella Addormentata la siepe di rovi attorno al suo palazzo si è dissolta e il principe ha potuto raggiungerla e baciarla. E vivere per sempre con lei e con l’intero palazzo in prosperità.

“Caro Babbo Natale, quest’anno ti voglio chiedere una macchina nuova per mamma e papà e per me una moto da cross, vera! Col motore e con un casco nero e arancione. Per la macchina puoi lasciare le chiavi sul tavolo sotto il portico. Per la moto, per favore, non ti dimenticare di lasciare la scheda tecnica”.

Cover: Foto di Sabine Kroschel da Pixabay

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La guerra davanti a noi

La guerra davanti a noi

Avevo avuto modo di scrivere su queste pagine (vedi Qui) che la decisione di Trump di cambiare la denominazione di Ministero della Difesa in Ministero della Guerra assumeva un valore simbolico più forte di tanti discorsi.
Ora, con la pubblicazione del documento della Strategia di Sicurezza Nazionale USA di poche settimane fa, a firma di Trump, siamo in presenza anche di un discorso articolato e preciso di come gli Stati Uniti intendano riaffermare il proprio ruolo di superpotenza dominatrice del mondo. Il nuovo paradigma imposto da Trump nella visione di un nuovo ordine (o disordine?) mondiale viene messo nero su bianco ( vedi qui il testo in inglese).

In estrema sintesi, esso si basa su 4 pilastri di fondo:
intanto, l’idea che gli USA rimanga il Paese “ più forte, ricco, più potente e di maggior successo del mondo per decenni a venire”
, l’ America First, che dovrebbe essere supportata dal possedere l’apparato industriale-militare-informatico e finanziario più importante del pianeta. In secondo luogo, sul fatto che “ l’unità politica del mondo è e rimarrà la nazione-stato”, rinfocolando i nazionalismi già oggi troppo diffusi, visto che “ Il mondo funziona meglio quando le nazioni difendono i propri interessi”. Ancora, altro punto dirimente è che “la pace si costruisce attraverso la forza”, ovvero che i rapporti di forza sono il metro di misura con cui si guarda all’equilibrio mondiale. Infine, ma certamente non secondario, si proclama che “l’era della migrazione di massa è finita”, che la difesa dei confini è parte essenziale della sovranità e che, accanto e in relazione a ciò, occorre “il ripristino e il rinvigorimento della salute spirituale e culturale americana”, che si declina con la messa al bando della cultura woke e delle politiche DEI ( Diversity, Equity, Inclusion).

Questi fondamentali disegnano uno scenario distopico, una realtà mondiale strutturata sullo scontro commerciale e militare, di cui il ricorso alla guerra è componente “naturale”, sulla crescita esponenziale delle disuguaglianze e sulla repressione del dissenso e delle minoranze. Un’idea che si attaglia perfettamente all’archetipo del maschio suprematista bianco e che indica una traiettoria di carattere neofascista, per chiamare le cose con il loro nome.

Da questi presupposti muove il giudizio e l’atteggiamento del regime trumpiano nei confronti delle altre realtà statuali. Si capisce chiaramente – anche se qui, forse non a caso, il testo è meno esplicito rispetto alle parti dedicate ad altri Stati- che la Cina è vista come la reale minaccia nel gioco della supremazia mondiale, che va fronteggiata sul piano economico, tecnologico e militare ( qui c’è un passaggio significativo, anche se poco commentato, relativo alla necessità di difendere la cosiddetta linea della First Island Chain, e cioè la catena di isole che va dal Giappone alle Filippine, passando ovviamente per Taiwan).

L’America del Sud non è praticamente citata, inserita semplicemente nell’Emisfero Occidentale – dizione assai rivelatrice- per la quale si riafferma la “dottrina Monroe”, cioè considerata come “cortile di casa” degli Stati Uniti.

Sorte analoga tocca all’Africa, cui è dedicata mezza paginetta, che di per sé la dice lunga sulla miopia dell’attuale Amministrazione americana, incapace di cogliere e leggere le trasformazioni importanti che qui si produrranno negli anni a venire, se non attraverso la lente di uno spirito neocoloniale.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, dopo aver enfatizzato la pace ( sic!) raggiunta grazie all’intervento di Trump, si avanza una lettura per cui quest’area è meno strategica rispetto al passato, sottolineando che gli USA dipendono ormai poco dalle fonti energetiche lì presenti e che, semmai, il problema potrebbe consistere nel fatto che qualche nemico esterno se ne possa impossessare, da cui l’importanza di stringere accordi e fare affari con diversi Stati dell’area, rilanciando i cosiddetti “ accordi di Abramo”.

Ben più attenzione ha lEuropa: sull’impostazione in proposito di Trump molto è già stato scritto e si può semplicemente riassumere dicendo che che l’obiettivo delineato è quella di farne un “gruppo di nazioni allineate”.
Questa definizione è decisamente chiara: gruppo di nazioni, facendo sparire ogni riferimento alla costituzione di una realtà federale e, pensando, al più ad un qualche elemento di coordinamento tra nazioni distinte e soprattutto allineate, ovvero non solo vassalle, ma che abbraccino in toto l’ideologia trumpiana.

Non a caso qui si legge che l’Europa necessita di un “rilancio dello spirito”, che, in primo luogo, è compito dei “partiti europei patriottici” e che, peraltro, gli USA si sentono impegnati per “costruire le nazioni sane dell’Europa centrale, orientale e meridionale attraverso legami commerciali, vendite di armi, collaborazione politica e scambi culturali ed educativi”(da notare l’assenza di riferimenti all’Europa occidentale).

In questo contesto si colloca anche il rapporto con la Russia, in realtà trattata più in relazione alla guerra con l’Ucraina e, al massimo, tra le righe, accreditata come media potenza.

Insomma, è evidente che il documento propugna un’idea netta del futuro dell’Europa, togliendo di mezzo qualunque velleità di sua costituzione come reale soggetto politico sovranazionale e, invece, appoggiando esplicitamente un ruolo ancora più preminente della destra neofascista per arrivare al ridimensionamento dell’UE.

Il punto, però, è che non ci si può semplicemente lamentare, come fa la gran parte della stampa mainstream, di una sorta di aggressione di Trump all’Europa, perché, in realtà, le dinamiche in corso in Europa hanno già iniziato ad andare incontro a questi desiderata statunitensi.

Vediamo, infatti, crescere, praticamente in tutti gli stati europei, uno spirito nazionalistico e assistiamo a politiche dell’Unione Europea sempre più vicine agli orientamenti degli USA, il tutto promosso da una sorta di una maggioranza politica reale che, al di là di quella formale che appoggia von der Lyen, ha sempre più il baricentro nell’alleanza non dichiarata tra Partito popolare e destra neofascista.

In tema di risorgenza dello spirito nazionalistico, basta pensare alle inquietanti dichiarazioni del cancelliere tedesco Merz dopo l’uscita del documento della strategia USA quando afferma che “America first può andare bene, ma non l’America alone” e che, se Trump non vuole prendere in considerazione l’Europa, allora può prendere come partner la Germania. Per quanto riguarda, poi, le politiche europee che si stanno mettendo in campo ultimamente, è sufficiente analizzare le scelte a favore del riarmo, quelle relative ai migranti, con le esternalizzazione delle frontiere, o quelle che depotenziano l’European Green Deal per rendersi conto come le stesse stanno sempre più avvicinandosi all’impostazione trumpiana.

In realtà, per fronteggiare l’offensiva trumpiana, sempre che lo si voglia, l’Europa ha bisogno di un grande balzo e della costruzione di un nuovo orizzonte. Non però quello che sembra suggerita da quel che resta di una fragile socialdemocrazia, in una chiave di pallido riformismo.

In queste latitudini si avanza l’ipotesi di un’Europa che avanza verso il federalismo, supera il meccanismo del voto unanime, aumenta il proprio bilancio centrale e le risorse comuni, ma per indirizzarle verso il riarmo e la difesa europea, il salto tecnologico e per un rilancio produttivo basato su questi assi. Per intenderci, quanto contenuto nell’ormai defunto piano Draghi per l’Europa.
Una prospettiva che, ovviamente, non piace agli Stati Uniti, che non ha certamente voglia, nella versione dell’American First, di avere a che fare con un partner-rivale di una certa importanza, ma che, nello stesso tempo, appare del tutto irrealistica e sbagliata. Sia per le dinamiche in atto nel campo europeo, che ho tratteggiato sopra, sia perché provare a contrastare la logica di superpotenze di USA e Cina, inseguendole e stando sullo stesso terreno, si finisce non solo nella parte del vaso di coccio tra i vasi di ferro ma, ancor più, si contribuisce a rafforzare l’idea che un ruolo forte nel mondo si gioca solo sul piano dei rapporti di forza economici e militari, che spingeranno sempre più nella logica dello scontro commerciale e della guerra.

La svolta che dovrebbe compiere l’Europa è quella di prendere un’altra direzione: promuovere la pace, favorire le relazioni diplomatiche al posto del riarmo, lavorare per un multilateralismo che inglobi anche l’affermazione dei diritti, relazionarsi con altri stati e aree del mondo al di fuori della retorica del primato dell’Occidente, riconvertire il proprio apparato produttivo verso la produzione di beni comuni (compreso un altro modo di progettare e regolare il salto tecnologico in corso) e la transizione ecologica, pensare ad un’idea di sicurezza ben più ampia dell’attuale e non basata semplicemente sulla forza militare, rinnovare ed estendere il proprio sistema di Welfare.

Insomma, per dirla in breve, imboccare la strada di un ripensamento radicale del proprio modello sociale. Si obietterà che tutto ciò sta fuori dal mondo che conosciamo e che delinea una prospettiva che può apparire utopistica: tutto vero, ma non sarà ora di iniziare a pensare con categorie nuove e porsi l’obiettivo di cambiarlo realmente questo mondo, visto che, così come sta procedendo, rischia di portarci tutti quanti, se non verso l’annientamento della specie umana, in una società nella quale le condizioni di vita non possono essere più definite appunto come umane? Certo, ci vogliono molte forze per poter rendere credibili queste opzioni.

Serve un grande movimento popolare, di dimensione perlomeno europeo, capace di suscitare energie e speranze, che, però, almeno potenzialmente, sono presenti nelle nostre società, come da ultimo – penso in primo luogo allo straordinario movimento di solidarietà con il popolo palestinese- recenti vicende hanno dimostrato. In ogni caso, occorre lavorare perché tutto ciò abbia la possibilità di realizzarsi.

Cover: soldati in Sudan – rivista Africa su licenza Wikimedia Commons

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Il venditore di almanacchi e il passeggero

Il venditore di almanacchi e il passeggero

Il 2025 è stato un anno complicato. Lo è stato a livello globale, ma anche guardando a quanto è accaduto ad ognuno di noi non si può dire che sia stato migliore dell’anno precedente. Quante delusioni, quanti problemi, quante frustrazioni ci ha riservato? Avevamo delle aspettative, ma il 2025 le ha deluse quasi tutte. Quindi il 2026 non potrà che essere migliore.

Torniamo con la memoria a 12 mesi fa, a quando stavamo per accogliere il nuovo anno e ci accingevamo a salutare il 2024. Cosa pensavamo? Probabilmente che il 2024 era stato peggiore dell’anno precedente, e che il 2025 non poteva che andare meglio. Speranza in gran parte disattesa. E se potessimo rivivere lo stato d’animo con cui abbiamo accolto la fine dei vari anni della nostra vita, probabilmente scopriremmo che lo abbiamo fatto quasi sempre nello stesso modo: quello concluso è stato un anno difficile, il prossimo sarà sicuramente migliore.

Vi sembra un ragionamento pessimistico? In effetti è ispirato al re dei pessimisti, ed è tratto da una delle sue “Operette morali”: “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. L’autore? Giacomo Leopardi.

Il racconto si svolge in una stazione, dove un venditore ambulante propone ad un passeggero in partenza l’acquisto di un almanacco per l’anno nuovo, promettendo un anno migliore di quello che si sta concludendo, e il passeggero finisce per convincerlo che le aspettative riposte nell’anno entrante non erano diverse da quelle per tutti gli anni a venire, che poi invece si erano rivelati peggiori dei precedenti.

Proviamo ad andare oltre il semplice pessimismo, e cerchiamo di capire il perché di questo fenomeno. Del passato conosciamo tutto: soprattutto sappiamo che la realtà non è stata mai quasi mai in linea con i nostri desideri. E quindi, ripercorrendolo con la memoria, finiamo spesso con l’essere delusi. Il futuro ci appare come un quaderno con le pagine bianche, tutte da scrivere, e possiamo immaginare di riempirle come più ci piace. Quanto è consolatorio pensare che il 31 dicembre si tiri una riga, e dal primo gennaio tutto riparta da capo? Eppure il sole che sorgerà a Capodanno sarà esattamente lo stesso che è tramontato nella notte di San Silvestro. E allora ci abbandoniamo al pessimismo?

La realtà è che molto spesso accadono fatti sui quali non abbiamo il controllo, e dobbiamo in un certo modo subirli. Ma in molti casi dovremmo essere noi a far succedere le cose, e non lo facciamo. Aspettiamo, assistiamo a quello che accade, e ci limitiamo a lamentarci. A prescindere dal cambio dell’anno, forse dovremmo cominciare a pensare di impegnarci se vogliamo che accada ciò che speriamo. E quindi provare a cambiare quello che non ci piace, provare finalmente a realizzare quel progetto che da tempo rimandiamo. Quanti di noi, ad esempio, hanno nel cassetto il viaggio dei sogni? “Prima o poi ci andrò”.

Se c’è un insegnamento da trarre dall’avvicendarsi degli anni, è che il tempo non ci aspetta: a furia di rimandare, arriverà il momento in cui diremo: “avrei dovuto farlo prima, ormai è troppo tardi”. Non serve fare cose straordinarie: quando capiamo che il tempo a nostra disposizione è limitato, diventa facile farne un uso migliore, semplicemente dedicandoci a ciò che ci piace: gli amici, la famiglia, i viaggi, ma anche le letture, il cinema, le passeggiate. Proviamo a ricavarci un po’ più di tempo per noi, facendo tutto ciò che di solito rimandiamo pensando che le priorità siano altre.

Quello che succederà nel 2026 non dipende da noi; quello che succederà a noi, in gran parte sì. Se vogliamo che il nuovo anno sia migliore, smettiamola di aspettare e proviamo a migliorarlo noi.

 

Cover image wikimedia commons

Gerhard Richter: l’arte come sopravvivenza e pudore

Gerhard Richter: l’arte come sopravvivenza e pudore

Parigi, in questo autunno 2025, si fa specchio e riflesso dell’opera di Gerhard Richter, uno dei più grandi pittori del dopoguerra. Due mostre lo celebrano: una presso la Fondation Louis Vuitton, con 275 opere che attraversano oltre sei decenni di creazione, e l’altra alla Galleria David Zwirner in rue Vieille du Temple, 108 dove si espongono dipinti, disegni e installazioni, tra cui le celebri Scheiben, le grandi lastre di vetro trasparente o colorato, che creano un gioco di riflessi, e sovraimpressioni.

Queste opere rappresentano la fase più concettuale della sua ricerca: dopo il fotorealismo e le astrazioni, Richter si è spinto verso una dimensione in cui l’opera non è più rappresentazione, ma esperienza diretta. Guardare attraverso il vetro significa confrontarsi con l’instabilità della visione, un tema centrale nella sua poetica.

Il film Opera senza autore (Werk ohne Autor, 2018), diretto da Florian Henckel von Donnersmarck è decisamente ispirato alla vita dell’artista. Il regista Henckel von Donnersmarck ha scritto la sceneggiatura basandosi su alcuni eventi realmente accaduti.

La vita e l’opera del personaggio principale, Kurt Barnert, ricalcano in parte quelle del pittore tedesco, narrate nella biografia Ein Maler aus Deutschland. Gerhard Richter. Das Drama einer Familie, del giornalista Jürgen Schreiber. Tuttavia il pittore ha preso le distanze dal film.

Diciamo quindi che il protagonista, Kurt Barnert, è liberamente ispirato a un giovane talentuoso, segnato dalla perdita della zia Marianne, vittima dell’eugenetica nazista. In ogni caso il film indaga il rapporto tra arte e verità, tra trauma e creazione, tra memoria e oblio e così facendo ripercorre proprio la vita artistica del pittore tedesco.

Richter ha sempre rifiutato le etichette. In una delle sue dichiarazioni più celebri, afferma:

«Non perseguo obiettivi, né sistemi, né tendenze; non ho programma, né stile, né direzione. Mi tengo lontano dalle definizioni. Non so cosa voglio. Sono incoerente, non impegnato, passivo; mi piace l’indefinito, l’illimitato; mi piace l’incertezza continua».

Per lui, la pittura è un atto naturale di sopravvivenza:

«La pittura è uno sforzo cieco, quasi disperato, come quello di una persona abbandonata, vulnerabile – dunque io sono cieco come la natura che agisce come può».

E ancora:

«Ho cominciato a guardare la fotografia in modo diverso, come un’immagine pura, libera da tutti i criteri convenzionali. Non aveva stile, composizione, giudizio. Per la prima volta non c’era nient’altro che l’immagine».

Queste parole aiutano a comprendere il cuore della sua ricerca: costruire per cancellare, vedere per mettere in dubbio. Ogni opera è una soglia tra ciò che è visibile e ciò che sfugge, tra la storia personale e quella collettiva, tra il gesto e la sua negazione: voltarsi per non guardare o non voltarsi per guardare.

La mostra parigina restituisce tutto questo con forza e delicatezza. È un invito a non fidarsi troppo delle immagini, perché come dice l’artista, ogni immagine è già una perdita”.

In questo contesto, vorrei citare una poesia ispirata a un’ opera di Richter che ritrae la figlia dell’artista di spalle, in un gesto di pudore e distanza.

Il quadro, spesso scambiato per una fotografia, è un capolavoro di fotorealismo sfocato, dove l’identità e l’intimità stessa si fa enigma.

 

Gerhard Richter, Betty (1988), olio su tela, 102 × 72 cm, Saint Louis Art Museum

 

 Come la pittura così la vita

Aspetto che ti volti
Betty.
Che mi rivolga finalmente
un cenno:
smetti
di fare come,
prima o poi,
la vita
continua
a volerti fare-

Nell’opera, Betty è rappresentata con incredibile precisione, come se fosse una fotografia. Tuttavia, il fatto che sia girata di spalle è centrale: lo spettatore non può vedere il suo volto, e questo gesto può essere letto come rifiuto dello sguardo: Betty non si concede alla visione, sfugge, si sottrae.

Richter qui sembra suggerirci che l’arte non debba sempre mostrare, ma può anche nascondere, evocare, lasciare spazio all’immaginazione.

Betty guarda verso il passato (il fondo grigio può essere interpretato come una tela vuota o uno spazio mnemonico), mentre noi guardiamo il presente. Il quadro diventa una meditazione sul tempo, sulla distanza tra generazioni.

Il fotorealismo qui adottato è trompe-l’œil: ci inganna, ci fa credere di vedere una foto, ma è pittura. Questo crea un cortocircuito tra verità e rappresentazione, tra memoria e realtà.

La tecnica pittorica diventa metafora della memoria: come una foto sbiadita, il ricordo è preciso ma inaccessibile, come il volto di Betty.

Il fondo monocromatico è tipico di Richter e può essere letto come un luogo della riflessione, della memoria, del pensiero. Ma il grigio è anche il colore della sospensione, del non-detto, del non-giudizio e Betty – come noi stessi, in fondo – guarda una tela che deve essere ancora dipinta o un futuro che deve essere mostrato ora o un passato da contemplare, finalmente, con distacco.

Se volessimo dare una lettura poetica, potremmo dire che Betty è un ritratto dell’invisibile: ciò che conta non è ciò che si vede, ma ciò che si immagina. Il volto nascosto è più potente del volto mostrato. Betty diventa icona del mistero, della giovinezza che si allontana, della bellezza che non si lascia catturare.

Richter, come tanti altri tedeschi, ha avuto un rapporto complesso con la memoria e la storia e così alcuni critici leggono tutta l’opera dell’artista come una riflessione sul passato familiare e nazionale, sullo sguardo che si volta altrove, forse per riflettere come nei suoi Scheiben o forse per non farsi (o farci) “vedere”; per pudore, solo e semplice pudore, come fa la sua Betty.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/devilsapricot-135481/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=249511″>Devils Apricot</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=249511″>Pixabay</a>

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Gli italiani contro la guerra e l’invio di armi all’Ucraina

Se gli italiani (3 su 4) sono contro la guerra e l’invio di armi all’Ucraina.

L’ISPI (Istituto di Studi di Politica Internazionale) che sostiene le posizioni del Governo Meloni (e del PD) sull’invio di armi all’Ucraina da 4 anni ed è convinto che la Russia stia preparando una guerra contro l’Europa, ha dato mandato all’Ipsos di fare l’ennesimo sondaggio su cosa pensino gli italiani sia giusto fare nei confronti della guerra della Russia contro l’Ucraina.
Puntualmente, da 4 anni, gli italiani mostrano di non aver cambiato idea, e sono contrari all’impostazione dei maggiori media, del Governo e del principale partito dell’opposizione (PD), cioé aiutare l’Ucraina in tutti i modi e continuare ad inviare le armi.

Questa idea rimane infatti minoritaria tra gli italiani e non supera un quarto (25%) dei pareri. E’ invece maggioritaria (55%) la posizione che chiede di arrivare alla pace anche a costo che l’Ucraina perda pezzi significativi del proprio territorio. Inoltre c’è un altro 20% che è talmente contrario all’invio di armi che lo sarebbe anche nel caso in cui la Russia conquistasse tutta l’Ucraina.
Per cui nel complesso i contrari all’invio di armi sono il 75% dei cittadini (3 su 4). Un caso clamoroso e permanente da 4 anni di dissenso sulla politica estera del nostro Governo e di quella del maggior partito di opposizione. E ciò spiega perché siano coriacee le posizioni della Lega e del M5S che sono contrarie all’invio di armi. La ragione è semplice: ha il consenso di ¾ degli elettori.

E’ anche il parere del Papa, che, a sorpresa, si è recato in Senato proprio il 18 dicembre (mentre la UE discute se confiscare 210 miliardi di liquidità della Russia nelle banche occidentali con cui finanziare l’invio di armi all’Ucraina per i prossimi 2 anni), ha invocato il “disarmo totale dicendo che “stiamo vivendo in una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia ed è custodita qualsiasi civiltà…dissolvendo la psicologia bellica…e nel rapporto tra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepara abbastanza alla guerra…Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità”.
Gli appelli ad aumentare le spese militari “sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui… ma la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sula giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. Il Papa denuncia “le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati” e le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale e insiste sulrealismo” della pace.

Mi sembra una posizione molto simile a quella del Papa Francesco che aveva detto che era saggio “alzare bandiera bianca” da parte dell’Ucraina, non certo per dar ragione alla Russia, ma perché (a mio avviso) chi mostra saggezza (nel difendere gli ucraini al fronte e i territori ancora non invasi, seppure al prezzo di subire un’ingiustizia), ha poi ragioni e vantaggi nel lungo periodo (la storia lo dimostra) e rompe una spirale infernale che tutti travolge. Un chiaro messaggio a tutti a ridurre gli armamenti.

Poiché Stati Uniti, Cina, Russia, Israele e altri paesi si stanno riarmando, la domanda chiave è: è saggio che l’Europa interrompa il suo riarmo e si assesti solo su una difesa legittima?” Il Papa dice giustamente che sarebbe questa la via, invita a farlo in un’ottica di fiducia degli altri seppure con una legittima difesa (e non un riarmo sproporzionato), visto che gli europei tutelano i diritti internazionali nel mondo. Già i 27 paesi UE spendono in armi il 40% più della Russia (che è in guerra) e siamo 450 milioni di abitanti rispetto ai 140 della Russia.

Pochi credono che la Russia sia così folle da invadere l’Europa, dopo aver sperimentato che in 4 anni non riesce neppure a conquistare tutto il Donbass.

Se si vuole interrompere un riarmo mondiale pericoloso (ma anche contrario ai bisogni veri dei cittadini) ci deve essere qualcuno (più saggio) che, pur approntando una difesa legittima (e come tale non sproporzionata), dimostri di seguire il diritto internazionale (ovunque anche con Israele). Se poi lo fanno gli europei, che in passato sono stati i più guerrafondai (dopo gli Stati Uniti), allora il messaggio è ancora più credibile.

In ogni caso le paci “giuste” come dice il Papa non sono mai esistite e, paradossalmente, è proprio il Papa che richiama al “realismo” della pace, perché sa che dietro la “pace giusta” si nasconde la “guerra giusta”. E una pace ingiusta è meglio di una guerra giusta.

cover: foto Artem Podrez – pexels

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Per certi Versi / Tra carne e immagine

Tra carne e immagine

Una cometa senza coda

sullo specchio contorto

la bocca

il fiato

 

si rimira il duello

sulla distanza dal mondo

pieghe

piaghe

tra carne e immagine

 

il sepolcro arido

nasconde il demone

la favola

la morte

 

un getto d’acqua in faccia

 

In copertina: Foto di congerdesign da Pixabay

Con questa domenica si conclude la collaborazione di Maria Mancino (Maggie)  che ci ha accompagnato per tutto il 2025 

La natura geniale: exaptation e plasticità in un mondo che cambia

La natura geniale: ‘exaptation’ e plasticità in un mondo che cambia

Il genio della natura. Lezioni di vita dalla terra che cambia ( TCI, Arcipelago, 2025) è il titolo dell’ultimo saggio del  docente di letteratura inglese all’Università di Edimburgo, David Farrier. Il testo si impone come una meditazione profonda sulla capacità della Terra di adattarsi, trasformarsi e insegnare.

Farrier ci invita a leggere il paesaggio non come sfondo, ma come testo: una stratigrafia vivente di storie, memorie e possibilità. Al centro della sua riflessione si colloca il concetto di plasticità, intesa non solo come flessibilità biologica o ambientale, ma come exaptation — quel termine coniato dal biologo evolutivo Stephen Jay Gould per descrivere il passaggio di un carattere da una funzione originaria a una nuova, inattesa, non correlata (p.es. le piume degli uccelli).

È in questa logica di riuso creativo, di metamorfosi funzionale, che Farrier trova la chiave per comprendere il genio naturale: non come forza cieca, ma come intelligenza diffusa, capace di rispondere all’imprevisto con …creattività.

Come detto con il termine exaptation, ci si riferisce a una sorta di riciclo funzionale che la natura opera con sorprendente inventiva. Le ‘piume degli uccelli’ non nacquero per il volo, ma per la termoregolazione: solo in seguito furono “exaptate” (esattate?) per permettere agli uccelli di librarsi nell’aria.

Farrier riprende questo concetto e lo estende oltre la biologia, vedendolo all’opera nei paesaggi, nei fossili, nei materiali e persino nelle culture. La Terra stessa, nella sua lunga memoria geologica, mostra come la trasformazione non sia sempre lineare, ma spesso frutto di deviazioni, riusi, slittamenti di senso.

In questo modo, Il genio della natura ci invita a pensare l’evoluzione non come progresso, ma come una danza di possibilità, dove ciò che è stato può diventare altro, e ciò che sembra inutile può rivelarsi essenziale.

Nel pensiero di Farrier, la plasticità non è soltanto una proprietà dei materiali o degli organismi viventi, ma una vera e propria forma di intelligenza evolutiva. È la capacità di cambiare forma, funzione, significato. In un mondo che cambia — geologicamente, climaticamente, culturalmente — la plasticità diventa la condizione necessaria per la sopravvivenza e la coesistenza.

Farrier osserva che la Terra stessa è un organismo plastico: le rocce si piegano, i fossili si trasformano in narrazioni, i paesaggi si riscrivono sotto l’azione del tempo e dell’uomo. Questa metamorfosi continua non è segno di fragilità: la plasticità, come l’exaptation, ci dice  che il cambiamento non è una perdita, ma una possibilità, una nuova funzione, un nuovo significato.

In questo senso, il libro diventa anche una riflessione sul nostro modo di abitare il pianeta, invitandoci a una forma di co-evoluzione consapevole, dove l’adattamento non è passivo ma creativo.

Nel corso del libro, Farrier ci guida attraverso paesaggi che parlano, rocce che ricordano, fossili che suggeriscono possibilità. Ogni elemento naturale diventa una forma di scrittura, una memoria stratificata che ci insegna a pensare in termini di deep time — il tempo profondo della geologia (come non citare il grandioso poema Onirico geologico di Francesco Benozzo?), che supera di gran lunga la scala umana.

In questo tempo dilatato, la Terra non è solo un luogo da abitare, ma un interlocutore da ascoltare.

Farrier ci invita a leggere la natura come un archivio vivente, capace di mostrarci come affrontare l’incertezza, come convivere con l’instabilità, come trovare senso nel mutamento. Le lezioni della terra non sono dogmi, ma intuizioni: ci parlano di una coesistenza possibile, fondata sulla capacità di trasformare ciò che è stato in ciò che può ancora essere.

Le lezioni che la terra ci offre, dunque, non si limitano alla biologia o alla geologia ma si estendono alla nostra immaginazione, alla nostra capacità di pensare il futuro come spazio poetico. In questo senso, Il genio della natura dialoga profondamente con la letteratura, che da sempre è esercizio di metamorfosi e di exaptation simbolica.

Farrier cita Osip Mandel’štam, poeta della memoria e della resistenza, che scrive: «In che tempo verbale sceglieresti di vivere? Io voglio vivere nel tempo del ciò che dovrebbe essere». È una dichiarazione poetica e politica insieme, che ci invita a non rassegnarci al presente come destino, ma a immaginare un tempo verbale alternativo, dove il possibile non è escluso.

La poesia, come la natura, è plastica: prende forme inattese, riusa parole, trasforma il dolore in canto. E proprio come la terra che cambia, ci insegna che vivere è un atto di reinvenzione continua, una forma di ascolto profondo e di risposta creativa all’imprevisto.

In fondo, ciò che Farrier ci propone è una nuova grammatica dell’esistenza, fondata sulla capacità di trasformare il vincolo in risorsa, il passato in possibilità, il danno in forma. È una visione che trova un’eco potente nel libro Ecologia letteraria (Edizioni Ambiente, 2025) di Serenella Iovino, dove la letteratura è intesa come spazio di resistenza e di rigenerazione, capace di elaborare vere e proprie strategie di sopravvivenza.

E cosa è l’exaptation, se non l’unica strategia (vincente)? Una risposta creativa all’imprevisto, una deviazione che salva, una metamorfosi che inventa.

In un mondo che cambia, forse non ci resta che imparare dalla terra e dalla poesia: non a caso il libro della Iovino contiene la preziosa prefazione di Antonella Anedda, una delle voci poetiche contemporanee più autentica e originale.

Entrambe Terra e Poesia ci insegnano che vivere è un atto di reinvenzione, e che il tempo del “ciò che dovrebbe essere” — evocato da Mandel’štam — è il tempo nel quale la speranza che oggi ci appare essere il piumaggio che solamente ci riveste, domani potrebbe consentirci davvero di… volare.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/kanenori-4749850/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7373484″>Kanenori</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7373484″>Pixabay</a>

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Condominio Italia

Condominio Italia

 

Si è finalmente concluso l’iter per l’approvazione della Legge di Bilancio per l’anno 2026. Nel corso del dibattito sono emerse anche proposte bizzarre, poi prontamente ritirate.

Una di queste riguardava i condomìni e prevedeva, in buona sostanza, che qualora ci fossero dei condòmini in ritardo con il versamento delle quote sarebbero stati gli altri, quelli che hanno sempre pagato regolarmente, a farsi carico di pagare i fornitori. La norma è stata ritirata a furor di popolo, com’era facilmente prevedibile. Ma davvero era così inaccettabile? Intendiamoci, che fosse una proposta iniqua e cervellotica è assolutamente indubbio: eppure è coerente con una logica che tolleriamo serenamente da anni.

Da giovane, andando in campeggio con gli amici, ho imparato a capire il concetto di patrimonio comune, e le sue possibili implicazioni. All’inizio della vacanza ci tassavamo, versando dei soldi per costituire un fondo da cui attingere per fare la spesa, rinnovandolo ogni qualvolta stava per esaurirsi. Il meccanismo funzionava bene, ma aveva un difetto: era interamente basato sulla fiducia e sulla correttezza reciproche. Se per caso uno dei campeggiatori decideva di attingere dal fondo per comprarsi le sigarette o farsi un aperitivo, ecco che l’intera comunità veniva danneggiata da quel comportamento: quelle spese venivano pagate da tutti, anche da chi non fumava e non beveva, dal momento che rendevano necessario rimpinguare il fondo prima del tempo. Questo generava inevitabili discussioni tra i cosiddetti “furbetti” e le persone che dovevano farsi carico dei loro comportamenti scorretti.

Ma cosa succede quando le stesse dinamiche si generano su una scala maggiore, ben più grande di un gruppo di ragazzi o di un condominio? Quello che troviamo intollerabile se possiamo toccarlo con mano diventa accettabile, e per certi versi anche giustificabile, se avviene a livelli più alti.

L’Italia è uno dei paesi maggiormente falcidiati dall’evasione fiscale, il cui meccanismo non è dissimile da quello del condominio: se qualcuno non versa i soldi necessari per far funzionare lo Stato, saranno i contribuenti corretti a farsi carico di ciò che manca. Esattamente la stessa logica che pare inaccettabile per i palazzi in cui viviamo. Eppure non reagiamo allo stesso modo. Perché? Perché consideriamo normale, anzi persino comprensibile, il comportamento di chi sottrae alla collettività oltre 100 miliardi l’anno, ma non possiamo tollerare chi fa mancare al consuntivo condominiale qualche centinaio di euro?

A volte ci comportiamo in modo strano. Potrebbe valere il vecchio detto : “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” (o dal portafogli). La realtà è che viviamo in un paese in cui il furbetto non viene visto come un parassita, ma in qualche modo come un modello da imitare. Un paese nel quale le leggi, le norme comportamentali valgono: ma “fino a un certo punto”.

E allora forse tolleriamo gli evasori, grandi o piccoli, perché vorremmo poter fare quello che fanno loro, perché c’illudiamo che il loro comportamento non ci danneggi direttamente, che a subirne le conseguenze saranno altri. Ma che nessuno si azzardi a non pagare l’acqua condominiale, perché allora diventiamo delle furie.

Le storie di Costanza /
Il giorno di Natale. Suggestioni di un lago

Le storie di Costanza. Il giorno di Natale. Suggestioni di un lago

PREMESSA

In questi giorni la rivista “Sommergibile” ha pubblicato diversi racconti di Natale, io li ho letti tutti. Il più bello è, come sempre, il racconto della mia vicina di casa, tale Alba Orvietani. Provate a leggerlo, vedrete che ho ragione.  – Albertino Canali

IL GIORNO DI NATALE: SUGGESTIONI DI UN LAGO

Alice guardava le anitre vicine a riva e pensava ai suoi quarant’anni appena compiuti. Il lungolago era deserto e l’acqua verde smeraldo, immobile. Si vedeva in lontananza una penisola e una motonave che tranquilla si avvicinava al porto. Tutta la sua vita fino a quel momento era trascorsa vicino a quel grande, imperturbabile e familiare lago. Era il giorno di Natale, verso sera, aria fredda tra cielo e terra annunciava che il giorno sarebbe finito presto. Desiderò essere un uccello per poter aprire le ali e innalzarsi piano piano e volare libera e leggera come un gabbiano. Sopra le case, la gente, l’acqua, la sua vita.

Ricordò quando era piccola. Con suo padre si toglieva le scarpe e si bagnava i piedi nel lago ghiacciato. A volte guardava i sassi sott’acqua e pensava al tempo che avevano impiegato per arrivare fin lì, allo strano destino che aveva assegnato loro la fissità di quel posto. I sassi le piacevano molto. Li osservava con molta curiosità e a volte più avanti nel tempo, quando la vita le aveva riservato amare sorprese, si era augurata di essere anche lei un sasso. Come gli ebrei che portano sulla tomba dei loro cari un sasso in segno di affetto, devozione e ricordo, così Alice aveva portato due sassi sulla tomba di suo padre: uno per ricordare la vita trascorsa insieme, uno per ricordare la morte che li aveva divisi. Eros e thanatos, due facce della stessa medaglia, due compagni dello stesso viaggio, le due essenze di qualsiasi sentimento.

Se ne stava seduta guardando le barche a vela in lontananza. Fine polvere di vento e neve si insinuava tra le pieghe del suo vestito, tra le dita dei piedi, tra i capelli. Vide un uomo che pescava seduto poco lontano. Si arrampicò sugli scogli del molo e si fermò a un metro dal pescatore. – Oggi pochi pesci – disse lui.

Alice guardò giù verso l’acqua e si augurò che nessuno di quei piccoli pesci grigi abboccasse. – Il fascino di un luogo dipende dal suo colore e dal suo odore, dalla sua mescolanza di zone vuote o piene, morbide o appuntite. Ogni volta che vengo a pescare questo lago mi trascina con sé verso una dimensione più rarefatta, senza il qui e l’ora, senza il prima e il dopo, senza il fare e l’aspettare, una dimensione diversa dove leggere passano le ore piene di luce e pace. –

Alice guardò di nuovo quello strano pescatore, bello, bellissimo. – Ogni raggio di luce che si infrange sull’acqua crea un bagliore che vive un attimo e poi muore. Percezione fulminea dell’essere e del non essere già più. Attimo di vita pieno fino ad esplodere. Attimo di luce che esplora un angolo di pace. Vorrei essere un gabbiano che si tuffa in acqua e pesca un raggio di sole. Vorrei essere un sasso che conosce questo posto da cent’anni. Vorrei essere aria da respirare. Vorrei … –

Alice lo ascoltava parlare e intanto il suo cuore si gonfiava, il suo respiro diventava più veloce, la sua anima più pura. Un cuore in un altro cuore, un’anima nell’anima. Lo guardava e si sentiva viva, sentiva la vita rinascerle dentro, sentiva ogni muscolo del suo corpo distendersi, il sangue scorrerle nelle vene, sentiva il respiro perdere consistenza, il pensiero approdare a un rifugio.

Lui continuava a parlare, sembrava parlasse a sé stesso, guardava l’acqua e non si girava ad osservarla, sicuro che lo stesse ascoltando. – La vita è un attimo di questo lago, è la possibilità di ricordarsi e descrivere uno di questi colori. Se io fossi un pittore dipingerei l’azzurro del lago, del cielo, del mare, della seta, dei fiori, dei tuoi occhi, l’azzurro dei sogni, dei ricordi, dei rimpianti, l’azzurro di tutte le mie speranze.

Se io fossi un musicista cercherei tre note per descriverei i vulcani che a volte mi scoppiano dentro, la gioia grande dei momenti limpidi e chiari, delle sorprese, il caldo improvviso di certi attimi rubati qua e là tra la gente. Se io fossi uno scrittore cercherei parole dolci, sensuali, originali, nuove, divertenti, confortanti.

Se io fossi un ballerino danzerei per ore, celebrando la vita. Mi muoverei danzando e per un momento proverei a sentirmi libero nell’aria, senza gravità. Festeggerei volteggiando il mio preludio alla festa, sentendomi vincitore sul tempo che passa, sulla vita che scorre inesorabile, sul dolore, sui piccoli errori che ogni giorno ognuno di noi commette e sui grandi errori che sono la somma di tutti quelli piccoli.”

Smise di parlare e si voltò a guardarla.

Alice era emozionata, i suoi pensieri uscivano da un’altra bocca, le sue sensazioni passavano come sussurri d’orecchio in orecchio. Era viva davanti a lui. Non lo conosceva e lo conosceva da sempre, con lui non aveva mai parlato e gli aveva già detto tutto, non lo aveva mai toccato e aveva le mani ricolme.

Guardava verso il lago una barca a vela che si avvicinava a riva, nessuno si era accorto del suo cambiamento d’umore. Nessuno ad eccezione del lago, il vento stava aumentando e l’acqua prendendo una sfumatura argentea e blu. Alice si avvicinò all’uomo che pescava e gli posò una mano sui capelli, che un po’ alla volta diventarono come piume, piume bianche candide … e lui divenne un gabbiano e lei pure. Gabbiani bianchi, giovani, innamorati, immortali. Vibrarono le ali e si innalzarono decisi, distesero le ali e volarono in alto verso l’argento luccicante di quel Natale.

Due bambini giocavano vicino a riva, videro due gabbiani volare appaiati e pelo d’acqua e si fermarono incantati a guardarli. Erano così belli e splendenti da sembrare i protagonisti della favola di Natale, la favola di quel Natale. Il loro fu un amore senza morte. Eros e thanatos per sempre.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/shogun-1310047/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=6641880″>Karl Egger</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=6641880″>Pixabay</a>

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Parole a capo
Sara Orsetti: alcune poesie da «Innamorata & Riflessiva»

Parole a capo <br> Sara Orsetti: alcune poesie da «Innamorata & Riflessiva»

Carissime e carissimi che leggete queste poesie, che siete entrati per caso o con decisione in questa pagina, quest’anno l’uscita della rubrica coincide con il Natale. Leggendole, vi accorgerete che molte di queste parole parlano di noi umanità smarrita, della necessità di ricominciare ogni giorno e andare avanti. Al di là di come la si pensi, ci sono ricorrenze del calendario (il Natale è una di quelle) che ci invitano a proseguire il nostro cammino anche se il mare è decisamente mosso. Un augurio a tutte/i voi e buona riflessione. (GPL)

ALLA FINE È TUTTO UN

Alla fine è tutto un
ricominciare e andare avanti,
benedire i piccoli istanti
pregare i santi;
accettare di esser stanchi.

Alla fine è tutto un
andare avanti e ricominciare,
ricominciare ad amare –

lasciarsi andare
alla pace
pur contenendo un mare mosso.

Alla fine è tutto un
lasciarsi guidare
da una colomba e
rinascere dalle ceneri
come una fenice.

 

*

SE SCENDESSERO GOCCE DI LIBERTÀ DAL CIELO

Se scendessero gocce di libertà dal cielo
io le berrei una per una con la fregola
di chi non aspetta altro nella vita.

Se davvero il cielo facesse questo miracolo,
ci sarebbe probabilmente una sete
smisurata ed universale.

Ma purtroppo, se davvero dovesse succedere
succederebbe soltanto nella mia
ipotesi mentale.

 

*

 

SOGNATRICE INCALLITA

Io fumatrice incallita?
No ti sbagli, hai capito male.
Sono una SOGNATRICE INCALLITA!

Ad oggi se ne vedono di fumatori,
forse più dei sognatori.
Ma la differenza è che fumare
fa male, sognare no…
O meglio, anche qui
non bisogna strafare
ma come fa uno a non sognare?

Sono una sognatrice incallita
mi faccio di sogni
e non voglio certo levarmi
questa dipendenza.

Innamorata & riflessiva

*

 

INNAMORATA E RIFLESSIVA

Innamorata, riflessiva.
Innamorata e riflessiva sulla vita, sull’amore…
Innamorata della vita, dell’amore stesso…
Di ogni suo riflesso
rifletto…
Mi diletto
ad indagare
ad amare,
semplicemente a stare
e rimango nel pensare
nel dilagare
nel suo specchio
in cui amo riflettere
riflettermi per come sono:
innamorata e riflessiva.

 

 

Sara Orsetti nasce a Roma sotto il Segno dei Pesci il 22 Febbraio del 2000. Gemella eterozigote, sostiene di aver sempre avuto una natura poetica dentro di sé. Autodidatta, comincia a scrivere poesie per esigenza del suo cuore innamorato. Esordisce nel 2022 con Funghi in Rima, una serie di filastrocche seguite da illustrazioni di sua sorella Giulia, per la Bertoni Editore. Esce nel 2024, sempre per la stessa casa editrice, la sua seconda opera poetica dal titolo Innamorata & Riflessiva.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 317° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Presto di mattina /
La nube migrante nel pane

Presto di mattina. La nube migrante nel pane

La nube migrante dell’esodo, scesa sulla terra, è divenuta pane a Natale

Pane, dissi, pane
bianco la nuvola
che l’azzurro consuma;
come i bambini
e i vecchi mangiano
sbocconcellando,
e qualche briciola
cade nel regno
delle cose perdute,
dove vagano mute
alla cerca, bruciando,
le nostre anime;
pane bianco,
e ogni altro pane
d’azzimi e di focacce,
a ogni altro cuore
emigrante
verso le colline,
sono le nuvole bianche.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, 146)

Piccola città di Betlemme, ‘casa del pane’ è il significato del suo nome. Natale è il pane disceso dal cielo, pane di vita venuto dal Padre, per una condivisione radicale con la nostra umanità, Parola fatta pane; pane vivo annunciato dagli angeli ai pastori, pane dei pellegrini verso la Pasqua, vero pane dei figli, pane di fraternità.

A Pasqua pane di pace, a Gerusalemme città della pace si farà pane spezzato e condiviso con tutti: “prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo”… voi siete il mio corpo. Il Natale ci fa radicati e fondati nella carità del pane che è Gesù, che nascendo si è impastato di noi.

Il senso cristiano della vita è farsi pane impastato, cotto, franto e condiviso, così una comunità cristiana che celebra il Natale di Gesù è chiamata a farsi pane moltiplicato nella città, i cristiani fornai ambulanti a sconfinare in essa, come Gesù il rabbi degli sconfinamenti, portando il suo vangelo che non conosce confini.

Così cercare il proprio posto nella città inizia con l’uscire e l’andare con coraggio a chi viene incontro, sapendo come disse papa Giovanni XXIII un mese prima dell’apertura solenne del Concilio Vaticano II, che “la Chiesa si presenta quale è e quale vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

Chiesa e mondo, chiesa e città allora sulle stesse strade, prossimi ai poveri. Cosa troveremo nella città dentro e fuori le sue mura? Tra le contorte e strette viuzze medievali e quelle ampie e diritte dell’addizione erculea? Un popolo ben disposto e tra la gente che cammina nell’oscurità vedremo lo stupore per il levarsi della luce.

Il Natale ci chiede di aver cura dello stupore, quello che rialza il coraggio di chi scopre che non sarà abbandonato per sempre. Il coraggio di rifare in noi Lui, ogni volta che ci manca.

L’augurio è così di avere lo stesso stupore e coraggio dei pastori e dei magi, quello stesso della gente per le vie della Palestina incontrando Gesù, stupore che ha raggiunto il culmine, il tempo pieno il mattino di Pasqua nell’incontro delle donne e dei discepoli con Gesù risorto, uno stupore e coraggio sconfinati e sconfinanti fino a noi per il loro buon annuncio.

Lui che mi dette con la vita il corpo,
questo campo robusto che assicura
l’anima, in cui alligna e matura la grazia,
Lui non ha avuto paura che mi guastassi,
che perdessi la fede: ed ha lasciato
che il nemico infierisse. Che cos’è
che voleva, allora, se non che alla fine
mi ricordassi che non si vive di solo
pane, e nemmeno soltanto di grazia,
ma anche di buio coraggio di quando
Lui può mancarci: e occorre rifarlo in noi,
e riconoscersi vivi nei gemiti
delle montagne squassate dai terremoti,
perché l’evenienze del mondo sono
infinite, le catastrofi miserevoli
e senza alcuna spiegazione plausibile
alla nostra esigenza d’amore. Lèvati
allora, e datti da fare col tuo
coraggio. Dio ti riconoscerà per suo.
(Ivi, 571).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/drehkopp-10526936/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3882218″>Andreas Böhm</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3882218″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Natale e il peso dello sguardo: come difendere corpo e desiderio 

Natale e il peso dello sguardo:
come difendere corpo e desiderio 

Le feste riportano puntualmente in scena i pranzi di famiglia e, con essi, una strana autorizzazione collettiva a commentare tutto. Soprattutto il corpo, l’aspetto e l’immagine. Commenti travestiti da affetto, battute mascherate da ironia, giudizi che passano come naturali: come se il Natale sospendesse ogni limite.

Vale la pena ricordarlo: non siamo l’immagine che l’Altro guarda, né il corpo ridotto a oggetto di discorso a tavola. Il corpo non è un bene comune né un testo aperto all’interpretazione di chiunque.

Nelle sedute che precedono le feste, incontro analizzanti che si preparano a questi momenti: alle riunioni collettive, ai pranzi, agli sguardi e alle parole che torneranno a farsi pressanti. In particolare, i soggetti in transizione — persone che stanno attraversando un percorso di cambiamento rispetto alla propria identità di genere e che hanno già chiesto a parenti e amici di usare un pronome diverso — vivono spesso questi incontri con forte ansia. Sono momenti di verifica: l’altro accoglierà la richiesta? L’altro vedrà? L’altro ascolterà ciò che è stato espresso come desiderio?

Ma non sono solo loro a sentirsi sotto pressione. Anche chi convive con un disturbo del comportamento alimentare, e più in generale chiunque porti con sé fragilità o insicurezze rispetto alla propria immagine corporea, percepisce in modo amplificato il peso di questi sguardi e commenti.

Il lavoro analitico, allora, non consiste nel cercare conferme o farsi riconoscere a ogni costo. Consiste piuttosto nell’imparare a prendere distanza da tutto questo. Non rispondere alle provocazioni, non lasciarsi catturare dall’invasione dell’altro, dalla sua cattiveria o dalla prepotenza di voler plasmare il mondo — e i corpi — a proprio piacimento.

In questi giorni, il consiglio è semplice: non datevi in pasto.
Non alle riunioni familiari, non allo sguardo che misura, non alle parole che pretendono di sapere. Mettere un limite non è scortesia, è un atto di cura di sé. Si può anche tentare di spostare il discorso, cambiare tema, tacere, alzarsi da tavola, non spiegarsi: sono modi legittimi di sottrarsi all’essere oggetto.

Il Natale può essere anche questo: un tempo per non coincidere con ciò che gli altri dicono di noi, soprattutto quando si tratta del corpo e dell’immagine.
È un invito a difendere il proprio spazio, a rispettare i propri limiti e a prendersi cura del desiderio che ciascuno porta dentro di sé.

In copertina: pranzo di Natale – immagine Blog THB Hotel
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice

La messa è finita. (un racconto di Natale)

La messa è finita
(un racconto di Natale)

Il clamore delle campane lo svegliò. Come ogni Natale indugiò nel letto più del solito, immerso nella beatitudine di chi non ha particolari impegni nel corso della giornata. Frugò tra le pieghe nascoste della coscienza: non trovò nulla che potesse rovinargli quel momento. Percepì quella sensazione di libertà che, ne era sicuro, provavano gli uccelli al passaggio da un ramo a un altro; ringraziò Dio di questo e cominciò a prepararsi per la funzione.

La rasatura dei giorni precedenti a questo aveva il compito di prepararlo agli impegni della giornata: molti si preparano alla rivoluzione facendosi crescere la barba Sono pochi quelli che, radendosela, se ne rendono degni; di barba e rivoluzione. La rasatura di questo giorno di festa invece assume un sapore particolarmente speculativo. La mano e il viso lo sanno bene, lo avvertono dalla tranquillità con la quale le lame scorrono sulla pelle siano quelle affilate di un rasoio euclideo – il pelo, il filo, la superficie – o quelle rotanti e basculanti di un rasoio Riemann.

Ricordò che aveva letto: «Se uno utilizza macchine, allora compie macchinalmente tutti i suoi atti; chi compie macchinalmente tutti i suoi atti ha, alla fine, un cuore di macchina; ma se uno ha un cuore di macchina nel petto, perde la pura semplicità; uno che abbia perso la pura semplicità, diviene incerto nei moti dello spirito», ma tutto questo sembrava smentito da quel preciso istante. Fece scorrere il dorso della mano sulla guancia e si ritenne soddisfatto e rassicurato.

Scelse con cura l’abito da indossare, qualcosa di pratico e elegante; ciò che subdolamente, nei congressi viene definito smart e che, in pratica, vuol dire “non mettete la cravatta”. Quante vecchie volpi si aggirano nei congressi; le più giovani invecchiano rapidamente perdendo peli e cravatte.

Diede un’occhiata all’orologio: c’era tempo sufficiente per portare la macchina all’autolavaggio (aperto anche oggi!). S’infilò nel tunnel e ripassò tutti i suoi peccati. A metà dell’ispido colonnato aveva esaurito i peccati legati alle parole, alla fine quelli legati alle omissioni e all’asciugatura liquidò le omissioni. Uscì dalla macchina per gli ultimi ritocchi. Riposizionò gli specchietti retrovisori esterni, si sistemò e ripartì. Diede un colpo di tergicristallo per cancellare le gocce indecise sul parabrezza e prese la direzione per il centro.

Trovò da parcheggiare con qualche difficoltà. Ci sarebbe stata la solita ressa. Quando si accorse che l’entrata principale era stata spalancata e che la gente cominciava a entrare, uscì dall’auto, si diresse verso la solita edicola sulla destra del portone, prese il foglietto, infilò una moneta nell’apposita feritoia e si avvicinò all’entrata.

Anche questa volta, come quelle precedenti, rimase estasiato per l’imponenza della costruzione e gli addobbi colorati. La facciata, compresa tra due campanili medievali, era sormontata da una balaustra, sopra la quale si intrecciavano arcate tubolari. Sostò a contemplarla, a studiare i particolari delle immagini e delle icone non sempre riconoscibili e leggibili. Entrò e, per uno strano gioco di luce che filtrava dalle vetrate superiori, fu completamente sommerso da un mare di riverberi d’oro. Si ricordò di aver provato un’analoga sensazione nel duomo di Monreale, sopra Palermo. Anche lì era stato più volte e ricordava perfettamente quelle sincronie tra luce e materia che suggerivano la visione di un miracolo: lo spazio riempito di risonanze lucenti.

Quale meticolosità! Quale attenzione e cura! Quale fede fu posta e imposta per realizzare quelle figure e quelle geometrie! Seguendo la navata centrale seguì il solito percorso che lo predisponeva, come sempre, alle migliori intenzioni. Le arcate ogivali, il soffitto dai disegni policromi, le decorazioni laterali: tutto contribuiva a spiegare, quale biblia divitium, la ragione vera e ultima per la quale anche oggi si trovava lì.

Che desolazione sarebbe una vita senza fede! Senza luoghi come questo sorti per rinnovellare quel sacro legame tra gli uomini e il loro dio, luoghi dove la vita dell’umanità si arrotonda e l’interno diviene superiore all’esterno.

Ascoltò le solite litanie di ingresso. Distrattamente. Si sorprese a canticchiare macchinalmente uno di quei motivetti ripetitivi: certo, in un luogo siffatto, sarebbe stata più adatta una musica che ispirasse serenità e riflessione ma «questo è il conto da pagare se si vogliono attirare le nuove generazioni», pensò, «quando la memoria comincia a svanire non si può che confidare nella ripetizione dei messaggi, avvitandoli in profondità come viti dalla filettatura infinita».

Continuò a percorrere la navata centrale, accennando di tanto in tanto l’ingresso tra i banchi di destra e quelli di sinistra. Con attenzione e devozione partecipò a tutte le parti della funzione: esibì le sue debolezze, ostentò il suo atto di fede, scambiò cenni di saluto e, infine si mise in fila con tutti gli altri per arrivare all’altare.

All’uscita, colmo di ogni ben di dio, si trovò circondato dai soliti questuanti in attesa.

Elargì del denaro. Non più di qualche moneta. Per carità.

Senza alcuna incertezza nei moti dello spirito, caricò la spesa in macchina e tornò a casa.

Cover:  Supermarket full of goods – immagine Wikimedia Commons

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Vite di carta /
“Fame d’aria” di Daniele Mencarelli da leggere a Natale

Vite di carta. Fame d’aria di Daniele Mencarelli da leggere a Natale

Ho finito pochi giorni fa, incredula, Fame d’aria di Daniele Mencarelli. Pensando ecco un bel romanzo, scritto con lo stile asciutto che piace a me: le frasi composte da poche parole precise, con una carica definitoria che non viene mai meno, col piccolo incanto che dà la nitidezza.

Questa è la storia di un padre che viaggia su un’auto scassata insieme al proprio figlio, Jacopo, affetto da una grave forma di autismo, ed è una storia che dura tre giorni in un paesino sconosciuto del Molise, tra i pochi paesani che non sono emigrati. L’auto ha avuto un guasto serio e Pietro col figlio Jacopo si è dovuto fermare alla locanda “Da Arturo”.

Era in viaggio verso Marina di Ginosa. La versione che sappiamo dalle prime pagine è che andava a festeggiare presso i parenti della amata moglie Bianca il loro anniversario di nozze.

Sono sposati da una ventina d’anni, li ha fatti innamorare il mare e proprio nell’acqua si è lanciato Pietro quando lei gli ha detto sì.

La nascita di Jacopo, però, ha scaraventato entrambi all’inferno. Lo comprendiamo dai gesti e dai pensieri che il narratore onnisciente mette sulla pagina, mentre Pietro si arrende alla sua vecchia Golf con la frizione saltata. Mentre occupa la camera della locanda e si prende cura del figlio, che tra sé e sé chiama “lo Scrondo” con una parola piena di rabbia.

Jacopo non ha quasi nessuna autonomia, è bello ed è alto ma non parla. Gli occhi, scuri, guardano con eterno stupore le cose e le persone, inerti e lontani. Jacopo va seguito a ogni passo, va tenuto calmo negli ambienti dove ci sono persone e c’è movimento, gli va cambiato il pannolone quando ha fatto i bisogni.

In sala da pranzo Pietro è costretto a esporsi e a esporre il figlio. Arrivano inevitabili le occhiate dei presenti, la domanda sulla malattia di Jacopo. Pietro bara e si difende dicendo fandonie: che lui e la moglie hanno accanto una famiglia che li aiuta a gestire il ragazzo, che hanno anche una vita di relazione e che sono entrambi contenti di incontrarsi in Puglia per festeggiare la loro ricorrenza.

Non potrebbe trovarsi davanti la pietà di Agata che gestisce bar e albergo faticando tutto il giorno, non potrebbe tollerare di rompere la crosta in cui si è imbozzolato in tanti anni di delusioni: le terapie per Jacopo che non hanno avuto gli effetti sperati, la malattia rimasta grave e gli aiuti che mancano, la lotta contro Dio che non ha dato spiegazioni a questo dramma.

I soldi che non ci sono più per mantenere la vita familiare, i debiti che si sono accumulati, anche quelli senza lasciare speranza.

Quando conosce Gaia, la cameriera dell’albergo, Pietro avverte che il suo sorriso ha la forza di un raggio di luce che gli procura spaccature: la crosta si spezza e lui tira fuori dal fondo le sue verità.

Più di ogni altra cosa lo fa vacillare la meraviglia del tramonto visto da una radura affacciata sui monti: “Pietro, violentato dal destino, regredito a una vita senza bellezza, si porta una mano sulla bocca” e a Gaia che lo ha condotto fino a lì sa dire “Grazie”.

Cade la pioggia per il resto del tempo che padre e figlio trascorrono a Sant’Anna del Sannio, in attesa che l’auto venga riparata. La mattina del lunedì, giorno della ripartenza, diluvia addirittura.

E con la pioggia entra nella storia una forte componente simbolica . È una pioggia che lava via le bugie di Pietro e si porta dietro la sua solitudine rabbiosa.

Il finale, come dicevo nell’incipit, mi ha lasciata incredula per la teatralità che un po’ bruscamente immette nel racconto.

Dunque l’auto è riparata ma bisogna aspettare un ultimo controllo, mentre Gaia svela a Pietro che cercando in internet ha saputo tutto di lui e del figlio, ora ricercati dopo l’allarme che ha dato la moglie Bianca in seguito alla loro fuga. Altro che festa per l’anniversario, Pietro sta andando a farla finita insieme a Jacopo, ancora una volta gettandosi nell’acqua per passare “di là”: “Voi non capite. Se lui non sarà mai come me, io diventerò come lui” grida Pietro a Gaia e ad Agata.

Insieme al meccanico Oliviero le due donne stanno cercando di trattenerlo in attesa che arrivi la macchina dei carabinieri su cui viaggia Bianca.

Intanto Jacopo si allontana sotto il diluvio e Pietro che lo cerca sull’asfalto scivoloso della strada fantastica di assistere alla sua morte e più di ogni altra cosa scopre di non volerla. Crolla in lui il muro di rabbia e di odio e si ritrova padre.

In un racconto da leggere a Natale ci sta perfettamente un messaggio di rinascita. Ci sta anche che Agata proponga a Pietro di trasferirsi a vivere alla locanda, dove il posto non manca e nemmeno il lavoro: come dire che i cuori buoni arrivano dove il radar dell’assistenza sociale ha già abbondantemente fallito.

Nota bibliografica:

  • Daniele Mencarelli, Fame d’aria, Mondadori, 2023

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/il%20mare/

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La mia lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

Spero non ci resti troppo male

Ci ho molto pensato

E alla fine ho valutato

Che non voglio essere più buono

Anche se così, non merito alcun dono.

Voglio tirare dritto un cartone

a chi dice a qualcuno di essere terrone,

negro, ebreo, omosessuale, comunista

e altre cose stupide, che ne hanno un mucchio i razzisti, nella loro lista.

Voglio dire una brutta parolaccia

a chi urla, racconta il falso, minaccia,

e lo fa, il vigliacco, dietro ai social

per non essere capace di dirtelo in faccia.

Non voglio perdonare chi comanda di uccidere senza cuore

bambini, donne, vecchi in nome di dio e dell’onore.

Chi fabbrica armi, chi le compera e le vende

poi chiama traditore chi la pace difende.

Credi, farei anche sparire volentieri

chi non si vergogna, anzi si vanta un bel granché,

di essere dei potenti, un ipocrita lacchè.

Voglio rubare a chi ha tanti soldi,

spremere ogni centesimo a tutti i manigoldi,

a quelli che rapinano cose e persone, le sfruttano, le ricattano

per poi, in coro, a gran voce esigere “decoro!”

dai quei tanti, e sono molti,

che fan la fame, vendon la vita, per fargli il culo d’oro.

Vorrei tenere a mollo chi inquina e ruba l’acqua,

mettere in galera quelli che distruggono la natura,

In “gabbia”, a pane, acqua sporca, senz’aria e magari qualche botta,

vedrai che imparano in fretta la paura

di non avere diritto a una dignitosa vita futura!

Farei dei roghi con le case di chi brucia i boschi

e, ti giuro, non avrei rimorsi per questi tipi loschi.

A chi sostituisce i musei, le piazze, i parchi gioco

per ridurli a luoghi da poco, giusto giusto per far delle frittelle,

farei venire la febbre da somaro, due vistose orecchie da ciuco

come nel paese dei balocchi

dove non le portano gli asini ma gli sciocchi.

Per chi cancella la cultura, cambia i fatti della storia

è pronto un calcio al fondo schiena tanto forte e preciso

che volerà così in alto e lontano, senza raggiunger di certo il paradiso.

Non voglio essere politicamente corretto

perchè se è fare l’ipocrita, essere bugiardo, come qualcuno mi ha detto,

anche se cos’è davvero non lo so di preciso

di non far per niente come loro sono proprio deciso.

Caro Babbo Natale, sono molto arrabbiato

e forse un po’ ho esagerato.

Avrei una lunga lista di cose brutte

e non te le ho dette proprio, proprio tutte.

Però son sicuro di non volerle più sopportare,

sono stanco, proprio tanto, di stare ad aspettare.

Allora tra di noi facciamo un patto.

Ti chiedo un cambio, una magia che non è un ricatto.

Lasciami per sempre senza doni

e inventa il modo perchè tutti i cattivi diventino buoni.

A pensarci bene, però, se tutto il mondo è buono

anch’io sarei felice e in pace con ciascuno,

E a questo punto, guarda che buffo,

senza averlo più sperato,

dopo averci sinceramente rinunciato,

succede che un regalo, magari piccolino,

me lo sarei meritato anche solo un pochettino.

Simbolo Della Giornata Internazionale Dei Diritti Umani – dowlaund gratuito

Cover: Lettera d’epoca di Babbo Natale, immagine public domain pictures

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