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Il conforto del buio (un racconto nero)

Il conforto del buio
(un racconto nero)

Il conforto del buio
(un racconto nero)

Groel è scomparso.

Sono passati tre giorni e tre notti e di Groel nessuna traccia. Belfa e i fratellini sono preoccupati, non è affatto normale tutto ciò.

Groel dove sei? Ormai è un pensiero fisso per tutti quanti.

Al tramonto, finalmente, Belfa decide d’andare a cercarlo. «Belfa, fatti aiutare! In due abbiamo più probabilità di trovarlo.» dice Adriel, il più grande dei fratellini.

«No Adriel, mentre sono fuori devi occuparti degli altri!»

«Ma Belfa, se la possono cavare anche da soli!»

«Lo sai bene che non è così. Fai come ho detto! All’alba sarò già tornata.» taglia corto Belfa.

Il bosco tutt’attorno è vasto e profondo, non è facile trovare qualcuno dentro quel groviglio vegetale.

Belfa lo sa bene, ma conosce il bosco come nessun altro ed è maestra nel seguire le tracce al buio. Poi ogni creatura della notte, all’occorrenza, le verrà senz’altro in aiuto.

«Mi raccomando, tenete chiuse porte e finestre mentre sono via!» dice Belfa sulla soglia prima di uscire. «E non aprite a

nessuno per nessuna ragione!»

«Stai tranquilla Belfa, metto tutti a letto e aspetto il tuo ritorno leggendo un libro.» la rassicura Adriel.

Belfa dà un’ultima occhiata ai fratellini e se ne va chiudendo la porta dietro di sé.

Come d’abitudine, Belfa fa un giro intorno alla casa per captare le tracce odorose.

Stavolta però un giro solo non basta, deve farne diversi. Dopo tre giorni l’aria ha rimescolato le carte, le tracce si sono rarefatte e serve massima concentrazione.

Al quarto giro si ferma: ecco l’odore di Groel finalmente! È tenue ma preciso, è impossibile sbagliarsi, la pista è quella giusta. Adesso basta seguire la scia, è sufficiente restare concentrati lasciandosi guidare dall’odore.

La direzione porta proprio nel bosco oltre il sentiero. Lì la vegetazione è più fitta, gli alberi secolari sono così vicini che i rami s’attorcigliano e i tronchi quasi si toccano. La volta di fogliame crea una barriera talmente spessa che la luce non riesce a filtrare nemmeno nelle ore più assolate. Gran parte del sottobosco è come l’interno di una galleria in cui l’oscurità prevale sulla luce per tutto l’arco della giornata. L’umidità è densa e il freddo è pungente. Belfa segue la traccia e sorride: è proprio questo l’ambiente che più gradisce.

Le ore notturne passano veloci. Tra poco l’alba di un nuovo giorno inizierà a schiarire l’orizzonte oltre il confine orientale della valle. Belfa ha seguito l’odore di Groel per parecchie miglia senza trovarlo e decide a malincuore di tornare. Deve raggiungere casa sua prima che spunti il sole, sarebbe un bel guaio se non facesse in tempo.

Affretta il passo. Finché il buio la protegge è al sicuro, ma la cosa non durerà a lungo. S’accorge infatti che l’ambiente intorno inizia a farsi più nitido, le ombre s’attenuano e i contorni degli alberi sono sempre più marcati così come il terreno comincia a rivelare tutti i suoi particolari. È l’effetto subdolo della luce che si sta lentamente insinuando nell’oscurità, dissolvendola, soffocandola sotto un velo etereo ma implacabile.

Belfa lo sa e si mette a correre. Forse può ancora farcela ad arrivare a casa prima di farsi lambire dai primi raggi di sole e scottarsi.

Belfa è quasi arrivata. Davanti a sé, oltre il groviglio di rami e tronchi, già intravede la casa dei fratellini a margine del bosco. Purtroppo il sole rosso e fiammeggiante dell’alba fa capolino all’orizzonte, e adesso Belfa sente sulla pelle il bruciore dei suoi raggi.

Mancano pochi metri. Belfa fa un lungo respiro, poi trattiene il fiato e si lancia come un fulmine verso l’ingresso. Vede che la porta è aperta e all’interno c’è Adriel ad attenderla nell’oscurità, ha in mano una coperta e la sta incitando.

«Corri Belfa, corri, forza dai!» le grida.

Pochi secondi bastano a Belfa per attraversare il tratto di radura assolata che divide il bosco dalla casa. Un ultimo balzo ed è dentro, in salvo.

Adriel l’avvolge con la coperta e richiude in fretta la porta. L’odore di carne bruciata sveglia i fratellini che si precipitano giù dalle scale allarmati. Belfa è sfinita e dolorante. La sua pelle, di nuovo protetta dall’oscurità all’interno delle mura domestiche, smette di sfrigolare. In un attimo le piaghe e le bolle delle bruciature si rimarginano e scompaiono.

Ma c’è mancato poco. Qualche secondo in più in balìa della luce e Belfa si sarebbe trasformata in un tizzone ardente, e in quel caso non ci sarebbe stato più nulla da fare.

Belfa dà un’occhiata ai fratellini. «Beh che c’è? Come mai vi siete alzati?» chiede.

«Abbiamo sentito odore di bruciato…» risponde Crippel.

«Ci siamo preoccupati e siamo corsi giù a vedere.» gli fa eco Rakiel

«Tornate su a dormire! Non è successo niente… di giorno si dorme, lo sapete.» ordina Belfa, ormai perfettamente guarita dalle bruciature.

I fratellini, senza dir più nulla, tornano nelle loro stanze.

Belfa si gira verso Adriel e gli rende la coperta.

«Mentre eri fuori a cercarlo, è tornato Groel.» rivela Adriel.

«Tornato? E dov’è adesso?» domanda lei.

«Quando gli ho detto che lo cercavi è uscito di nuovo per raggiungerti…» spiega il giovane. «Strano che non vi siate incontrati.»

«Ormai è tardi. Per uscire dal bosco dovrà aspettare il tramonto. Finché il sole non scompare starà riparato da qualche parte.» conclude Belfa visibilmente contrariata. «Ti ha detto perché è stato via tutto questo tempo?»

«Sì, è rimasto nascosto. Ha incrociato degli uomini armati che si aggiravano nel bosco. Lo hanno inseguito, volevano catturarlo…» racconta Adriel. «È riuscito a seminarli ma sentiva ancora il loro odore. Ha capito che erano vicini e lo stavano cercando, così si è nascosto finché l’odore non è svanito.»

Un piacevole brivido corre lungo la cresta dorsale di Belfa. L’idea di così tanti uomini che si aggirano nel bosco, così teneri e inconsapevoli del pericolo, un po’ la eccita. L’unica preoccupazione è data dalle loro armi, anche se non si è mai avuta notizia di un lamantis ucciso dall’arma di un cacciatore.

Il vero rischio è farsi sorprendere dalla luce…

La luce, l’unica cosa veramente letale per creature come lei.

Per fortuna, presto o tardi, arriva sempre il buio a dare un po’ di conforto.

Leggi il prequel di questo racconto: Uno sconosciuto alla porta

 

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Per vedere tutti i racconti e le vignette di Carlo Tassi clicca sul nome dell’autore.

Lotta alla crisi climatica: disobbedienza civile ultima via?

Lotta alla crisi climatica: disobbedienza civile ultima via?

Lotta alla crisi climatica: disobbedienza civile ultima via?

di Marisandra Lizzi

Lo dichiaro, mi irritava il gesto di una persona che lancia del pomodoro su una teca o imbratta dei monumenti, per quanto in modo non irreparabile. Poi ho deciso di approfondire le ragioni e provare a capire. Ho parlato a lungo con mia figlia ventenne, attivista per il clima, Carlotta Sarina in arte Lotta  che, presentandomi i suoi amici attivisti di Extinction Rebellion, Fridays for Future, Ultima Generazione, mi ha fatto riflettere. Ho parlato con loro, sono andata ai loro incontri, ho provato a togliermi di dosso il peso della presunzione della verità, dell’approccio giudicante e sono rimasta letteralmente senza parole per la profondità delle loro idee, per la loro capacità di fare rete, per l’apertura al confronto e per la loro incredibile capacità di comunicare e di informarsi.

Il mio approccio iniziale è stato quello di una persona che si occupa professionalmente di comunicazione e quindi immaginavo di poterli aiutare a comunicare, mettendo a disposizione la mia esperienza. Un approccio un po’ paternalistico che ho man mano smorzato fino a spegnere del tutto perché non solo sono scesa dalla cattedra, ma ho anche capito che erano loro a insegnare a me moltissimo. Ho iniziato a rendermi conto che, nella maggior parte dei casi, la narrazione che i media facevano di queste azioni era assolutamente fuorviante. Ho iniziato a chiedermi se si trattasse di colpa o di dolo.

Non voglio entrare nel merito di questa distinzione perché dovrei avere fonti che in questo momento non ho. Quello che mi piacerebbe fare, è dare loro voce. Ho proprio bisogno che il mondo dei benpensanti come me, abituati a salire in cattedra con la matita rosso-blu in mano, si fermi un attimo e scenda dal piedistallo, si metta semplicemente in  ascolto,  presti una profonda attenzione alla loro voce. Così, mentre con il team di Mirandola Comunicazione abbiamo iniziato a mandare loro articoli di Valigia BluIl Tascabile e di altri giornali, da loro ricevevo link di approfondimento a strategie di comunicazione di Extinction Rebellion UK che stava organizzando il Big One a Londra, articoli, post e moltissimi video. Sono andata alle loro riunioni e sono entrata nelle loro chat di aggiornamento dei gruppi stampa. Tra i vari materiali ricevuti, forse per vicinanza generazionale, ho sentito l’esigenza di trascrivere parola per parola un video di BarbaSofia dal titolo “Imbrattatori di quadri: vandali, idioti o profeti?” perché non mi pareva di poter esprimere meglio di come aveva fatto lui quello che provavo. Con mio grande piacere Arianna Ciccone mi ha chiesto di poterlo pubblicare su Valigia Blu.

Da quello scambio è nata l’idea di organizzare al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia un momento di confronto su come il giornalismo stia trattando la crisi climatica. Se ne è parlato in diversi incontri, qui vi racconto quello che si è svolto il 21 aprile dal titolo “Lotta alla crisi climatica: disobbedienza civile, ultima via?”

È emersa una profonda unità di intenti con approcci volutamente molto differenti tra loro. Per la prima volta nella storia stiamo affrontando un problema che mette a rischio l’esistenza dell’intera umanità. Tattiche diverse per paese e per movimento, ma un unico fine. Per la prima volta nella storia la causa riguarda l’intera umanità e per la prima volta ha una data di scadenza. Secondo gli scienziati, infatti, il punto di non ritorno è calcolato dal cosiddetto “orologio climatico” che mostra la velocità con la quale il pianeta si sta avvicinando all’aumento di  1,5°C  del riscaldamento globale, alle attuali tendenze delle emissioni. Se le emissioni continuano ad aumentare, la data in cui raggiungeremo 1,5 °C si avvicinerà; se le emissioni diminuiscono, la data di 1,5 °C si allontanerà. Alla data del 25 aprile 2023, il Climate Clock segna che mancano 6 anni e 87 giorni.

Prima di ora non si è mai combattuta una lotta per salvare l’intera umanità con una data di scadenza e con un monitoraggio costante che indica il tempo che manca al punto di non ritorno. Per questo motivo, forse, la strategia che è emersa da questo confronto è quella di tentarne diverse, in contemporanea, tutte quelle che si possono immaginare. Qualsiasi strategia dovesse avere la meglio, sarà il bene di tutti. Se ne fallisse una, non importa perché ci sono le altre a continuare il percorso. Se tutte dovessero fallire, sarà la fine della vita sul pianeta. Una sorta di dilemma del prigioniero planetario. Perché l’unica certezza è che non esiste un Pianeta B. Il nostro è l’unico e il solo.  Provare ogni strada in contemporanea per diversificare il rischio e sperare che una di queste possa vincere è l’unica strategia possibile. Questo in massima sintesi quanto è emerso da questo bellissimo panel.

Si è trattato di un evento ibrido in collegamento Perugia – Londra moderato da due giornalisti Valentina Petrini e Gabriele Zagni. L’obiettivo era, appunto, dare voce agli attivisti rappresentati da Ester Barel, portavoce di Fridays For Future ItaliaSimone Ficicchia, l’attivista di Ultima Generazione per cui la procura aveva chiesto la “sorveglianza speciale”, rigettata poi dal giudice che l’ha definito “non pericoloso” e Gianluca Esposito, attivista di Extinction Rebellion Italia che svolge attività di formazione sulle strategie non violente e sulla resistenza civile.

In collegamento doveva esserci anche Vanessa Nakate, la prima attivista climatica ugandese e fondatrice del Rise Up Movement che purtroppo non stava bene e ha quindi inviato un messaggio scritto che è stato letto da Gabriele Zagni. In collegamento da Londra c’era anche Lotta, mia figlia, ma questa è un’altra bellissima storia che racconterò in un’altra occasione.

Valentina Petrini ha aperto i lavori sottolineando che da Calenda a Cacciari “questi attivisti non sono molto tollerati e, nel migliore dei casi, vengono definiti eco-vandali”.

Per facilitare la comprensione della loro profondità e della loro diversa unità, vi riporto i pensieri trascrivendo le loro parole non in forma di dialogo, ma come se si trattasse di brevi speech singoli.

Vanessa Nakate

Vanessa Nakate è una delle più note attiviste per il clima al mondo, è la prima attivista ugandese a battersi contro la crisi climatica nel suo paese, si è unita alla protesta dei Fridays for Future a ventisei anni e proprio il 20 aprile 2023 (il giorno prima di questo incontro) ha ricevuto una delle più alte onorificenze in tema di attivismo da parte della rivista Time il 2023 Earth Award. Qui la trascrizione (tradotta in italiano) del messaggio inviato al Festival:

“Mi dispiace molto di non potermi unire a voi questa sera. Purtroppo non mi sento bene, ma sono con voi nello spirito. Le comunità vulnerabili del Sud globale sono in prima linea nella crisi climatica, ma raramente sono sulle prime pagine. Abbiamo bisogno di persone che lavorano nei media che raccontino le storie di coloro che non hanno alcuna responsabilità  riguardo a questa crisi climatica, ma che stanno già soffrendo per il suo impatto devastante. Vi prego di condividere le loro storie. Vi prego di condividerle in lungo e in largo, in ogni luogo. Rendete impossibile ai nostri leader di ignorare l’ingiustizia. Rendete impossibile ai nostri leader di voltare le spalle a coloro che cercano disperatamente sicurezzaRendete impossibile ai nostri leader di negare o rimandare. Quando saremo riusciti a condividere un numero sufficiente di queste storie, la gente riempirà le strade e costringerà i nostri leader ad agire. Ci credo nel profondo del mio cuore. Quindi vi supplico, andate ad ascoltare coloro che stanno soffrendo e raccontate le loro storie. Vi auguro il meglio per la conversazione che state per svolgere al Festival internazionale del giornalismo di Perugia. È la conversazione più importante che possiate intrattenere. Grazie a tutti.
Vanessa”

Gianluca Esposito (Extinction Rebellion Italia)

“Proprio oggi a Londra si è aperta una lunga sessione di mobilitazione che si concluderà lunedì 24 aprile, oggi abbiamo superato le cinquantamila persone, ho avuto la conferma dei numeri. Sono previste molte più persone per questo weekend. [Alla data del 25 aprile i dati dicono che a Londra sono scese in piazza oltre 60 mila persone secondo XR  mobilitate da oltre 200 organizzazioni].

Ci sono stati oggi sedici picchetti di fronte a tutti i ministeri, quindi sedici zone hanno visto gruppi di migliaia di persone partecipare e diffondere il loro messaggio davanti al ministero della sanità, al ministero dell’ecologia, dell’agricoltura. C’è stato un picchetto in ogni zona.

XR in ogni stato sta portando avanti differenti strategie perché il movimento è in fasi diverse. In Inghilterra hanno deciso di spostare la disruption, indirizzandola direttamente contro il governo e le industrie inquinanti, multinazionali e banche che investono nel fossile.  È stato un cambio strategico per il fatto che hanno raccolto moltissimi feedback nel corso degli anni. Nei primi anni XR UK ha puntato a far scendere in strada le persone che erano pronte a farlo (up-standers), che semplicemente aspettavano una chiamata, quindi le azioni che facevano avevano come target il governo, ma il target comunicativo erano le persone già predisposte a scendere in campo. Poi nel tempo hanno cercato di cambiare strategia per parlare a tutte quelle fasce di persone, che sono più neutrali sulla questione o magari addirittura passive. Hanno modificato l’approccio e spostato la disruption solo sulle sedi del potere. E difatti oggi ci siamo trovati, nonostante la pioggia questa mattina, in cinquantamila persone. Oltre duecento altre associazioni hanno partecipato, questo è un inizio di quello che è chiamato il ‘movimento dei movimenti’.

Per quanto riguarda i media, secondo l’Osservatorio di Pavia [analizzando l’ultimo quadrimestre, n.d.r.]  del 2022, prendendo a campione le 5 testate e le 3 emittenti televisive italiane più importanti, è emerso che solo 96 servizi su 14.000 (sic!) parlano di crisi climatica e solo 2 articoli su 600 parlano delle aziende fossili come responsabili della crisi climatica. Nessuno sta parlando della crisi climatica che è la crisi più grande del nostro secolo e nessuno sta dichiarando chi sono i colpevoli. Gli attivisti sono costretti a fare disobbedienza civile per portare al centro del pubblico dibattito l’emergenza in cui siamo. Se non crei un problema, non ti ascolta nessuno. Nel documento strategico di XR UK si legge che per arrivare allo sciopero globale per il clima che si sta svolgendo a Londra hanno dovuto fare tutto quello che hanno fatto prima, hanno dovuto bloccare l’intera capitale. Non è che hanno cambiato strategia, questo è soltanto un diverso step evolutivo. In Italia non siamo ancora a questo punto. Ognuno di noi sta portando avanti strategie diverse che non vanno in contrasto. Quello che porta Ultima Generazione come tipo di dirompenza non va in contrasto con il lavoro che fa XR. Io scelgo il metodo di XR, ma questo non vuole dire che gli altri hanno torto e io ragione. I governi applicano da sempre il divide et impera. I media non fanno altro che stare al loro gioco, mettendo un movimento contro l’altro, dividendo le persone perché più siamo divisi più è facile controllare le persone. La forza qui in Inghilterra è data dal fatto che ad attivarsi ci sono persone di ogni età. Vorrei che anche in Italia fosse così per evitare che talvolta in TV si veda quell’atteggiamento paternalistico di alcuni giornalisti e politici che ci prendono per ragazzi come se il problema fosse solo nostro. Il problema non è nostro, riguarda tutti. L’eterogeneità rafforza i movimenti. Di fronte a proteste non violente si attiva mediamente il quadruplo delle persone. Ogni volta che si è raggiunto il 3,5% della popolazione statisticamente si è visto che si sono raggiunti gli obiettivi. Questo è il nostro target.

Vi porto l’esempio di un giornalista George Monbiot del Guardian che nel 2019 ha scelto di sedersi in strada e farsi arrestare.

Non bisogna mai non fare qualcosa per paura di essere odiati. Il nostro obiettivo non è piacere, ma fare la cosa giusta. Se siamo in emergenza, dobbiamo agire come “se la verità fosse reale”. Un paradosso in questa citazione di XR perché la verità è reale, la realtà è vera, ma se questa è la realtà bisogna agire. Oggi non è percepita, quindi le persone agiscono come se non ci fosse l’emergenza. Lo stile di XR è di essere spietatamente strategici, ossia stravolgere i luoghi comuni. Ad esempio qui in Inghilterra, talvolta, a fare azioni come imbrattare le vetrine sono donne tra i 40 e gli 80 anni perché è importante stupire, ma è anche importante che il pubblico si riconosca nelle persone che compiono quegli atti. È importante essere giusti. L’importante è che le persone vedano che quelle persone sono come loro e vi si riconoscano”.

Gianluca Esposito è un attivista che dal 2018 fa parte di Extinction Rebellion. Studia facilitazione, organizza esperienze di relazione autentica nella “natura” con gruppi di persone, svolge attività di formazione sulle strategie nonviolente e sulla resistenza civile. Dopo l’incontro mi ha mandato un vocale da Londra per concludere il suo pensiero che era rimasto in sospeso.

“È molto rischioso che siano, talvolta, gli stessi media a criminalizzare gli attivisti, stando al gioco di chi vuole dividere e polarizzare invece di disegnarci come persone preoccupate per la sopravvivenza della specie umana. Questo è molto pericoloso, va considerato ed è qualcosa su cui dobbiamo veramente porre l’attenzione. In Inghilterra hanno provato due volte nel corso degli anni a mettere XR all’interno dei gruppi terroristici. Il Governo ha provato a fare questa mossa, solo che il lavoro di mobilitazione di tutta la società civile fatto prima, persone comuni, nonni, mamme, persone di ogni età, ha permesso di indurre il Guardian a denunciare pubblicamente il tentativo del Governo di criminalizzare gli attivisti.  In conseguenza di ciò, XR non è stato più considerato un “movimento terrorista”. In Italia non abbiamo fatto questo lavoro di preparazione, stiamo vivendo esattamente il contrario: XR é partito, poi c’è stato il Covid che ha pesantemente rallentato tutto lo slancio, alcune persone sono uscite dal nostro movimento per fondare Ultima Generazione, alzando tantissimo il rischio legale senza però aver fatto un lavoro di mobilitazione di massa prima. Senza questa preparazione è un pericolo perché ora i media stanno usando la narrativa negativa e il governo sta inasprendo le leggi. Senza aver fatto una mobilitazione di massa, questo rischia di portare gli attivisti alla criminalizzazione e reinserirli nella lista di terroristi e quindi a disintegrare tutta la possibilità di mobilitare altre persone. Lo trovo rischioso. Vorrei fare un appello a tutti i giornalisti per invitarli a creare delle narrative comuni che non ci dipingano come super eroi o criminali, ma come persone normali (potenzialmente di tutte le età) preoccupate perché siamo in emergenza e la politica non sta facendo nulla di quello che sarebbe urgente fare. Umanizzare le persone che scelgono di agire e invitare le persone a prendere posizione, perché altrimenti è la fine. Un conto è la repressione in un contesto dove l’ingiustizia è ampiamente percepita dalla popolazione, ma purtroppo l’emergenza climatica, almeno in Italia, non è ancora percepita come ingiusta. Ai tempi di Martin Luther King, le persone scendevano in strada proprio per il profondo senso di ingiustizia che provavano a seguito dell’arresto dei loro leader. Bisogna essere strategici. Non basta essere disposti ad andare in carcere perché siamo tutti animati da una sincera passione e  dalla disponibilità al sacrificio ma  è importante chiedersi se queste nostre azioni sono strategiche e portano a raggiungere l’obiettivo atteso. Questa è l’unica cosa importante. Che lo raggiungiamo noi o gli altri gruppi, poco importa.”

Simone Ficicchia (Ultima Generazione)

“Noi non siamo qui per dare i bollini di legittimità alle tattiche che usano gli altri movimenti, perché quello lo lasciamo fare al giornalismo in Italia. Quindi va benissimo quello che fa XR, va benissimo quello che fa Fridays, l’importante è andare avanti uniti in questa lotta perché il nemico sono i governi che non stanno agendo, sono i governi che stanno buttando miliardi di tasse dei cittadini nell’industria fossile. Diciamo che il ragionamento che c’è stato dietro a questo si basa su tanti elementi, uno di questi è che l’Italia è indietro tre o quattro anni rispetto a tutto questo. Quindi il discorso di XR viene dopo aver fatto anni di blocchi stradali. Hanno iniziato prima, hanno sperimentato molto di più di noi e quindi sono in una fase diversa che non può essere paragonata alla nostra. Si è arrivati a bloccare Londra, ad avere comunque centinaia di migliaia di persone in strada che prendevano dei rischi legali elevati. Un sacrificio molto alto per delle richieste concrete così come sta facendo in questo momento Ultima Generazione in Italia.  E lo facciamo semplicemente per il fatto che dobbiamo cercare tutti i metodi possibili per salvare il salvabile: la situazione è critica, lo sappiamo da anni, da trenta, quarant’anni parliamo di cambiamento climatico, adesso finalmente parliamo di crisi climatica, perché cambiamento climatico è un termine sbagliatissimo, che ci dà un’idea di neutralità della cosa, non è un cambiamento graduale, niente affatto, è una crisi, è un collasso. Questo dare consapevolezza alle persone, sensibilizzare e portare magari anche tante persone in piazza non ha funzionato sulle politiche dei governi, che continuano a non spostarsi di un millimetro. Da quando facciamo le conferenze dagli anni Novanta, le emissioni globali hanno continuato a salire e quindi si devono cercare sempre nuovi modi, non sarà mai qualcosa di definitivo. Ultima Generazione non è la soluzione da sola, sta portando qualcosa che in Italia non c’era, che sembrava mancasse, non sarà perfetto, ma dobbiamo provare ogni possibile via. Sbagliamo, ma non possiamo permetterci di fermarci, proprio perché dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per salvare il nostro futuro, quello dei nostri figli, ma anche quello dei nostri genitori per quanto mi riguarda, perché sono cose che stiamo già vedendo. Siamo davanti a disastri che stiamo registrando già oggi, già in Italia, già in questi giorni, quindi non si può parlare solo del futuro, ma anche del presente.

La nostra disobbedienza civile viene dalla stessa forza di persone che sentono la necessità di fare qualcosa di fronte a una profonda ingiustizia. La crisi climatica, prima di tutto, è una grande ingiustizia. Nasce dall’impossibilità di stare fermi. Peggiorare tutti gli ambiti in cui già vediamo ingiustizie sul lavoro, nell’economia. Non ci sarebbe bisogno della disobbidienza civile, noi eviteremmo volentieri di fare quello che facciamo, di svegliarci una mattina e bloccare le strade o imbrattare i monumenti, se i politici avessero fatto il proprio lavoro negli scorsi decenni o se i media avessero fatto il loro lavoro negli ultimi decenni”.

Classe 2002, Simone Ficicchia è un attivista di Ultima Generazione che ha partecipato a numerose campagne (tra cui “Non paghiamo il fossile”) e dimostrazioni di disobbedienza civile nonviolenta. A seguito di azioni come l’essersi incollato al vetro della Primavera di Botticelli agli Uffizi o aver lanciato della vernice lavabile alla Scala di Milano, Ficicchia ha ricevuto una richiesta di Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, poi rigettata dal Tribunale di Milano.

“Ci rendiamo conto che non è colpa loro, ma del sistema in cui sono costretti a lavorare. E sì, io sono pronto ad andare in carcere. Ognuno e ognuna di noi dovrebbe essere pronto ad andare in carcere se gli si prospetta un futuro in cui stanno scomparendo i laghi e i fiumi. Non si tratta di eventi naturali, ma esistono responsabilità politiche dei Governi che agiscono in modo criminale o dei media che hanno il dovere di informare e non lo fanno. La cornice è questa, i criminali non sono le persone che decidono di agire, ma sono le persone che non stanno agendo per le cose giuste.

Quindi la disobbedienza civile come metodo si collega a quei momenti del passato, in cui la popolazione ha reagito in maniera non violenta, facendo delle azioni molto semplici, ripetibili. Non stiamo parlando di qualcosa di organizzato da gruppi terroristici o che prevede una difficoltà particolare: stiamo parlando di qualcosa di molto semplice, mettere a disposizione i propri corpi, bloccando la quotidianità, fermando questo pensiero che ci porta a dare la priorità a quei venti minuti di ritardo al lavoro piuttosto che al fatto che questo lavoro fra dieci anni potrebbe non esserci più. 

Quello che stiamo riscontrando è che dei cambiamenti si avvertono.  C’è maggiore conversazione sul tema, un aumento delle donazioni per pagare le spese legali e l’organizzazione delle azioni.  

C’è un motivo per cui non puliamo la fontana invece che imbrattarla. Sono le persone comuni che devono partire dall’indignazione, è questo sentimento che muove l’azione non il dato scientifico sul cambiamento climatico perché non ci importerà mai nulla finché non ne vediamo l’effetto. È l’indignazione di vedere qualcosa che ci spaventa, perché all’indignazione segue la curiosità di capirne le ragioni: è una reazione puramente emotiva quella che ti fa scendere in campo. Questo è una parte fondamentale ed è il motivo per cui con queste azioni, per quanto antipatiche, riusciamo a parlare a tutti e a tutte. Non piacciamo ma questo non è l’obiettivo della disobbedienza civile. Martin Luther King è morto, essendo l’uomo più odiato d’America. Le suffragette sono state odiate e adesso diamo per scontato il fatto che il voto alle donne sia una cosa normale”. 

Ester Barel (Fridays for Future)

Ester Barel, 20 anni, studia Giurisprudenza a Milano. Fa parte di Fridays For Future fin dai primi cortei nel 2019. Nel 2023 è diventata una delle portavoce nazionali di FFF Italia.

“Ci confrontiamo molto tra noi e lo facciamo sempre usando il plurale perché non esiste la soluzione alla crisi climatica e non esistendo una risposta possono esistere solamente moltissimi modi per arrivare a plurime risposte, a plurime soluzioni. Fridays for Future ha fatto la scelta di collegarsi alla parola collettività, di pensare sempre che chiunque possa dare un contributo a questa lotta e quindi sceglie delle forme che permettano a chiunque di dare un proprio apporto. Ci siamo dati il ruolo di connettere le lotte legate a quella della crisi climatica. Pensiamo a quanto in Italia si senta parlare della crisi climatica e della transizione energetica come un rischio, un grave pericolo per chi lavora. Questo ricatto per cui o hai un futuro oppure scegli di lavorare alle condizioni di oggi, non lo possiamo accettare e tramite la pratica di riempire le piazze i venerdì, di fatto lavoriamo tutto l’anno tramite il coinvolgimento di altre parti della società civile.  Siamo scesi in piazza con il collettivo di fabbrica della GKN, una fabbrica che era leader nel settore dell’automotive e che doveva essere completamente delocalizzata, è  stata occupata e ha sviluppato un piano di riconversione. Quindi noi non vogliamo e non possiamo più permetterci di pensare al mondo del lavoro in un modo che non è sostenibile e scegliamo di fornire noi un’alternativa, dato che dall’alto non arriva. Noi abbiamo approcciato questa lotta, siamo scesi in piazza con queste persone e questo è possibile perché utilizziamo determinati metodi. Questo non significa che non ci siano altri obiettivi o altre modalità, altrettanto valide, altrettanto necessarie.

Sicuramente all’interno del nostro movimento c’è stato un cambiamento frutto di riflessioni interne. Si è passati da domandare ai Governi: “How dare you?” ossia “Come vi permettete?” chiedendo a loro di fare qualcosa ad affermare che “la soluzione siamo noi”.  La soluzione siamo noi, la soluzione la conosciamo, la vogliamo e la stiamo creando. Cerchiamo di offrire noi un’alternativa, visto che dall’alto non arriva. Anche a livello italiano, abbiamo scelto di concentrarci molto di più nel costruire noi un’altra possibilità, un modo per trovare una soluzione che parta dalle persone. Molti gruppi in tutto il mondo vanno verso la direzione di considerare le persone al centro delle soluzioni. Greta non coordina. Greta non si pone da leader per Fridays. Lo è stata mediaticamente per l’impatto che ha generato la sua storia, ma Fridays funziona attraverso dei gruppi locali grazie al fortissimo rapporto con i territori. Solo chi abita una certa zona conoscerà il modo migliore per affrontare i problemi e sviluppare soluzioni per la propria area. Primo tra tutti quello dell’agricoltura che è già toccata oggi dalla crisi idrica.

In Fridays for Future sono quattro anni che riempiamo le piazze. Lo so anch’io che non basta, ma dire che non basta non significa che sia una cosa sbagliata. Sappiamo che è aumentata l’attenzione al tema. Il fatto che ci sia così tanto greenwashing significa che è aumentata la consapevolezza sul tema. Non basta. Lo sappiamo. Il fatto che i Governi abbiano iniziato a parlarne è un risultato, ma non è abbastanza. Siamo consapevoli di questo percorso. Ci siamo chiesti come attivarci e abbiamo scelto di partire dai territori, dalla quotidianità di ognuno, dai lavori di tutti. Ci sono due grandi scioperi all’anno, ma si fa attivismo tutto l’anno. Riguarda tutti. Secondo l’ISTAT queste ondate di calore hanno ucciso in Italia il 20% delle persone in più rispetto alla scorsa estate. Non ne hanno parlato molto.  Non è una questione di futuro perché parlare di futuro è un privilegio. In Uganda dove vive Vanessa la crisi è adesso, noi stiamo già iniziando a vedere degli effetti. L’ecologia non è nata oggi. Le nostre azioni servono ad attivare i territori e lo facciamo in modo diverso da Ultima Generazione e XR perché sappiamo che serve attivare tutti e se qualcuno non condivide il loro metodo possono scegliere il nostro, chi non capisce il nostro può entrare dal loro, servono tutti i metodi possibili. Serve attivarsi e far attivare la popolazione. Noi abbiamo sperimentato l’attenzione mediatica. Sappiamo che è un grande rischio dover sempre aspettare che te la diano perché si tende a dover sempre rincarare la dose per fare notizia, ma non è detto che quello che fai sia utile per far comprendere la situazione alle persone a cui ti rivolgi. Il nostro target sono le persone che vogliamo siano parte attiva della soluzione. Se agiamo solo per fare notizia, solo per andare in TV in prima serata,  magari non siamo utili a passare il nostro messaggio alle persone che ascoltano da casa. Dipende dagli obiettivi. Gli obiettivi sono talmente tanti che non esiste una sola risposta. Servono tutte, perché è urgente, serve che di tutte queste, almeno una funzioni.

Se doveste andare via con una cosa e dimenticarvi tutto il resto di quello che vi ho detto, andate via ricordando di dire a chi vi chiede quale sia la cosa più sostenibile che si possa fare: “Non pensarti come un individuo, non pensarti da solo, da sola: le persone, gli esseri umani non sono nate, non sono nati, non sono arrivati, non sono arrivate qui pensandosi da soli e da sole. L’impotenza nasce dal fatto che cresciamo, pensando che da soli e da sole siamo autosufficienti: questa cosa non è vera, non è vero che esiste un pianeta ed esistiamo noi, esiste un ecosistema; non è vero che c’è una crisi ambientale, c’è una crisi climatica che è una crisi sociale, che parte da una crisi delle relazioni, che sono relazioni con gli altri esseri viventi, umani inclusi, e che include le risorse naturali.”

La divulgazione non basta più

L’unità che si respira da queste diversità di approccio è incredibile. Esiste una sintonia fortissima tra loro, pur nelle strategie completamente diverse che scelgono di sperimentare e di portare avanti. Tutti e tre gli attivisti sembrano concordi nell’affermare che chiunque vinca, vince per tutti, se uno perde non importa ma se dovessero perdere tutti, è la fine di ognuno di noi, dall’operaio al magnate, dal politico al giornalista.  Un’unità nella diversità che è certamente una grande lezione e che lascia intravedere una speranza nel futuro.

Noi giornalisti e comunicatori abbiamo una grande responsabilità nel raccontare questa crisi. Non aspettiamo, non rimandiamo, scendiamo in campo. Non c’è più tempo. Accogliamo l’appello degli attivisti e rendiamo impossibile ai nostri leader di ignorare l’ingiustizia. Rendiamo impossibile ai nostri leader di voltare le spalle a coloro che cercano disperatamente sicurezzaRendiamo impossibile ai nostri leader di negare o rimandare. Andiamo ad ascoltare coloro che stanno soffrendo e raccontiamo le loro storie.

“La divulgazione non basta più – scrive Telmo Pievani nella prefazione di ‘Siamo tutti Greta’ di Sara Moraca ed Elisa Palazzi – “Bisogna coinvolgere, partecipare alla stessa avventura di conoscenza e di denuncia. Un linguaggio solo, quello dei numeri e dei modelli, non è sufficiente. Bisogna mescolare la scienza con le arti, con la musica, con il teatro, con il cinema, con la letteratura. Gli scrittori devono aiutarci a trovare le parole, le metafore, la temperatura poetica per unire emozioni negative e positive e far capire che non è solo una questione  di innegabili fatti, ma di valori”.

 

Cover: L’immagine riproduce “No Future”, un celebre murale realizzato dal celebre artista di strada britannico Banksy a Southampton nel 2010.

(Articolo pubblicato dal sito Valigiablu del 2 maggio 2023)

A FONTANIGORDA, NEI LUOGHI DELLA POESIA GIOVANILE DI CAPRONI 

A FONTANIGORDA, NEI LUOGHI DELLA POESIA GIOVANILE DI CAPRONI

A FONTANIGORDA, NEI LUOGHI DELLA POESIA GIOVANILE DI GIORGIO CAPRONI

Nei pressi di Fontanigorda (foto di Anna Dolfi)

“Lascerò così Genova: entrerò nella tenebra”. Così Giorgio Caproni in una lirica del Passaggio d’Enea. In realtà, se si lascia Genova in auto, non è la tenebra che ci attende, ma, terminato il tratto di autostrada, la perigliosa Statale 45, “una strada tortuosa. / Erta”, tipica delle zone della Val Trebbia. In Res amissa il poeta la trasforma in un percorso quasi infernale, inquietante: fondo dissestato, frane, e dovunque segnali di allerta.

Ma perché, nell’attesa di cosa? Dei boschi forse, nei quali risuonano in versi gli spari del Franco cacciatore, del Conte di Kenhüller, là dove il paesaggio aspro della terra ligure si fa “specchio ustorio” dell’inquieta, colpevole coscienza contemporanea della quale il nostro Caproni si è fatto cantore, alla pari di altri grandi interpreti del Novecento.

Fontanigorda, lungo il sentiero poetico Caproni (foto di Anna Dolfi).

A questo pensavo mentre in realtà il nostro viaggio procedeva con grande tranquillità grazie alla guida sicura del colto e gentile sindaco della cittadina che era la nostra meta: il piccolo centro il cui nome figura nel titolo della seconda raccolta di Caproni in virtù di un’aia sulla quale luci, colori e risa continuano grazie alla poesia a fondere nel ballo gli ardori giovanili con l’“amaro aroma” di una “sera silvana”.

A nutrire l’amarezza (rafforzata dalla sinestesia dell’anagramma: amaro/aroma) – un’amarezza che si sarebbe prolungata nel tempo (con relativo rimorso) – c’era, sottotraccia, non solo la storia privata dell’autore (che in Val Trebbia aveva vissuto il trauma della perdita e del lutto conseguente), ma anche il presentimento (valga evocare la capacità profetica della poesia) di quanto sarebbe successo negli anni bui della guerra e della Resistenza, passati proprio tra quelle montagne.

D’altronde per Caproni ogni paesaggio ‘parla’ un suo singolare alfabeto, divenendo in qualche modo – perduti sulla pagina i segni della realtà ispiratrice – uno “stato d’animo dominante”, una sorta di correlativo oggettivo dell’affettività. Il paesaggio ‘nutre’ per lui la parola, così come la nutre quanto caratterizza le città che dominano nelle sue raccolte:

Livorno, percorsa da ventilate fanciulle, da biciclette, dalla sagoma sfuggente della mitica, stilnovistica Annina a cui il figlio-fidanzato indirizza una sorta di ballata calcantiana; la Genova verticale, dalle “severe e slogate architetture”, cantata nei versi di un’inarrestabile preghiera-litania, con i bar, le funicolari, i cantieri, il porto, l’angiporto e le sue tentazioni, le distruzioni, la guerra.

La durezza di Genova, i dislivelli, i terrazzamenti della regione, tradotti nel paesaggio aspro, desolato che nutre la parola disadorna, essenziale, di Montale e dei poeti della linea ligustica attraversano la poesia caproniana. Trasformano perfino i balli di Fontanigorda, che nascondono dentro il loro “breve fuoco” quanto non è altro che “sovrapposta allegria”.

Non è un caso che per Caproni sullo sfondo della Val Trebbia siano sempre gli occhi morenti di Olga Franzoni a dominare con la loro “madreperla / di lacrime” che cancella il paese e accompagna un tramonto scandito da un canto basso “sopra l’acqua che passa” ricordando la fine. Proprio quel paesaggio con gli anni si riempirà di buio, di silenzio, di assenza (così in Lasciando Loco, da Il muro della terra): l’io poeta vi si aggirerà sgomento, perduta ormai, oltre alla certezza, la speranza anche dell’esistenza del divino.

D’altronde là dove “la vita stagna […] senza spinta di tempo. Il tempo /senza spinta di vita”, non si può chiedere niente, visto che nulla resta là dove uno stregone benevolo (!) oppone un inesorabile “Non chieder più […]   Non sei della tribù, / Hai sbagliato foresta” e il capotreno intima proditoriamente la discesa, ormai concluso il viaggio (Disdetta: E ora che avevo cominciato / a capire il paesaggio: «Si scende,» dice il capotreno. / «È finito il viaggio»).

Come dire che il paesaggio (alias la vita) scompare/finisce proprio quando per l’io cominciava ad essere possibile la sua comprensione, mentre continuerà ad esistere _ se non distrutto nel frattempo dalla dissennatezza umana – il mondo colorato che l’io non potrà abitare più.

L’ultimo monito/testamento dettato dalla magnanimità del poeta a cui non è dato il futuro non potrà allora che essere, in versicoli quasi ecologici, l’invito a non uccidere il mare, il vento, il paesaggio e ciò che vi vive e lo nutre (“Come / potrebbe tornare a essere bella, / scomparso l’uomo, la terra”), salvando, insieme al resto, anche le foreste, il verde, l’acqua della Trebbia e della sua valle.

Sul greto del Trebbia in località Due Ponti (foto di Anna Dolfi)

A Fontanigorda, il 1° agosto, con la partecipazione di Mauro e Silvana Caproni e la collaborazione dell’Associazione Fontamici, si è tenuta l’annuale giornata in ricordo del poeta.

Immagini nel testo: © Anna Dolfi

Cover: Giorgio Caproni su licenza Wikimedia commons

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Fisiognomica: l’arte di leggere ciò che non si vede (più)

Fisiognomica: l’arte di leggere ciò che non si vede (più)

Fisiognomica: l’arte di leggere ciò che non si vede (più)

Una volta un vecchio giudice mi raccontò che, prima ancora di ascoltare le parole di imputati e testimoni, osservava i loro volti, non per decidere sull’affidabilità o meno di quello che avrebbero detto — sapeva bene che la fisiognomica non è una scienza — ma per indovinare (to guess) la postura morale di chi aveva davanti.

Rifacendosi alla sua esperienza raccontava che «…è vero, il volto non dice la verità ma ne dice insospettabilmente almeno una: come ciascuno di noi si presenta al mondo».

È un gesto antico, quasi premoderno, cercare nel volto un indizio di sincerità, di paura, di arroganza o di difesa. Un gesto che oggi potremmo considerare ingenuo, ma che rivela una cosa semplice: quando non sappiamo chi abbiamo di fronte, cerchiamo più o meno inconsciamente dei segni. E, evidentemente, quando ci disponiamo noi stessi di fronte a qualcuno, “rilasciamo” inconsciamente segni analoghi.

Il vecchio giudice non cercava la verità assoluta ma solo una piccola indicazione; come quella che cerchiamo noi con una persona che incontriamo per la prima volta.

Franco Battiato, nel suo album del 1988, Fisiognomica, prende questa antica arte e la trasforma in una metafora. Ricordiamo brevemente che fu Johann Kaspar Lavater (1741–1801), pastore zwingliano di Zurigo, a introdurre nella sua opera Physiognomische Fragmente (1775–78), questo metodo pseudoscientifico di rivelare il carattere attraverso il volto.

A Battiato non interessa propriamente questo tipo di pseudoscienza ereditata da Aristotele e codificata da Lavater: la sua attenzione è tutta rivolta al volto come soglia tra umano e divino, come superficie dove affiora ciò che non si può dire. Il volto diventa una mappa dell’anima, ma una mappa incompleta, che richiede ascolto, intuizione, silenzio.

In questo senso, il giudice e Battiato si toccano: entrambi cercano un oltre nel volto. Uno per orientarsi nel caos del giudizio; l’altro per orientarsi nel caos dell’esistenza.

Come più volte abbiamo ricordato Charles Sanders Peirce chiamava abduzione — o guessing — la capacità di formulare ipotesi plausibili a partire da segni minimi. Non è deduzione, non è induzione: è un salto interpretativo, un’intuizione razionale che si affina con l’esperienza.

Il volto, in questa prospettiva, è un campo perfetto per l’abduzione: una piega di tensione, un sorriso che non arriva agli occhi, una rigidità improvvisa, una espressione trattenuta sono minimi dettagli che rivelano una verità.

Chiunque di noi, senza saperlo, pratica una forma di guessing non per giudicare la colpevolezza o l’innocenza di qualcuno, ma per indovinare, diciamo così, una postura morale, un indizio di sincerità o di menzogna. E Peirce direbbe che il vecchio giudice non è da ritenersi un ingenuo, ma un vero e proprio interprete del mondo.

Abbiamo già detto che Carlo Ginzburg, nel celebre saggio del 1979 Spie. Radici di un paradigma indiziario, mostra come Morelli, Freud e Sherlock Holmes condividano la stessa postura epistemologica del vecchio giudice (e di Battiato): cercare la verità nei dettagli marginali, negli indizi, nei segni minimi.

Il paradigma indiziario è una forma di conoscenza che non pretende di essere definitiva, ma che sa orientarsi nel caos di un volto segnato dalle esperienze della vita o da espressioni impercettibili e apparentemente insignificanti.

La fisiognomica — quella simbolica, non quella pseudoscientifica — trova qui il suo posto: non come scienza del volto, ma come arte di leggere indizi. Il volto diventa un testo indiziario, un luogo dove si depositano micro-espressioni, posture, maschere, difese. Un campo di tensioni che chiede interpretazione.

Se mettiamo insieme Peirce, Ginzburg e Battiato, otteniamo una triade sorprendente: Peirce ci offre il metodo, l’abduzione, il guessing; Ginzburg ci offre la postura epistemologica, il paradigma indiziario e Battiato ci offre la metafora spirituale, il volto come soglia dell’anima.

E il vecchio giudice rappresenta in effetti la sintesi di questo sapere antico, intuitivo, indiziario.

Qui entriamo nella questione più delicata: possiamo usare la fisiognomica per intuire la meschinità, l’ipocrisia, la grettezza? Per decifrare cioè il retropensiero di una espressione? Il carattere reale di una esibizione? Quanto ne avremmo bisogno oggi per non lasciarci abbindolare dalla propaganda, dalla incoerenza, dalle strumentalizzazioni del “discorso pubblico” e, soprattutto, politico!

Non per giudicare questo o quello sia chiaro, ma per cogliere la postura morale, il modo in cui qualcuno abita il proprio volto fisico e manifesta così il suo vero pensiero, il suo vero volto morale.

Peirce direbbe che questo è un uso legittimo dell’abduzione: formare ipotesi interpretative a partire da segni minimi. Ginzburg direbbe che è un esercizio del paradigma indiziario: leggere ciò che non è detto, ciò che sfugge, ciò che si nasconde nei dettagli. Battiato direbbe che è un gesto spirituale: un tentativo di vedere oltre la superficie. Il volto non rivela la verità, ma rivela una tensione verso la verità.

Per rendere tutto questo più vivo e pratico, propongo un breve gioco fisiognomico: non per giudicare le persone, ma per dimostrare come reagiamo ai volti del potere.

Ecco una breve galleria di volti noti analizzati fisiognomicamente:

uno sguardo tipico del gambler e un volto come maschera di potenza non vi fa pensare, per esempio, a Donald Trump?

E per esempio uno sguardo acuto da stratega, volto controllato da una fredda rigidità non vi fa pensare a Vladimir Putin?

E che dire di personaggi da sempre discussi e discutibili e tornati recentemente alla ribalta, come per esempio Valter Lavitola con il suo sguardo da falso ingenuo e un volto apparentemente inespressivo e pur tuttavia ambiguo?

L’ostinata e accentuata apparizione, sulla ribalta del mondo, di giornaliste e giornalisti, commentatrici e commentatori, politici di ogni calibro inviterebbero ad un uso più frequente consapevole e mirato di questa “arte” della fisiognomica.

Non si tratterà di stabilire, lo ripetiamo, se “questo è buono, quest’altro è cattivo”, ma convincersi che dopo tutto anche il volto è un linguaggio e che noi, come il giudice, come Battiato, come Peirce, come Ginzburg, continuiamo a leggerlo — anche quando non ce ne accorgiamo.

Credo che il modo migliore per concludere questo excursus nella fisiognomica sia dare la parola a un premio Nobel, la scrittrice persiana-rodesiana-britannica Dorris Lessing.

C’è infatti un romanzo in cui la Lessing, già immersa nel sufismo, sembra essere toccata dalla stessa intuizione del giudice, di Battiato, di Peirce e di Ginzburg: il volto come indizio.

In Shikasta del 1979, gli emissari di Canopus osservano gli esseri umani non per ciò che dicono, ma per ciò che mostrano. Johor annota che «…il volto degli uomini mostrava ciò che le parole non dicevano…»: una frase che potrebbe essere il manifesto di ogni fisiognomica simbolica.

Lessing descrive il volto come una superficie attraversata da correnti morali, da tensioni invisibili, da lampi di verità che sfuggono al controllo. È una fisiognomica spirituale, non pseudoscientifica: un’arte di leggere le micro-espressioni come indizi, come tracce, come segnali di un movimento interiore.

E quel volto… è volto a rivelare un campo di forze, un luogo dove l’anima lascia impronte; quel volto è una… maschera che mostra più di quanto si cerchi di rappresentare sul “palco”.

E forse oggi è questa la capacità che viene a mancare: abbindolati dal chiacchiericcio, dal rumore social e dalla propaganda, non sappiamo più metterci uno di fronte all’altro per guardarci negli occhi, cogliere segni comuni e… riconoscerci nel bene e nel male.

Cover: Foto di Vilius Kukanauskas da Pixabay

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Itaca All inclusive
(cronaca del nostro agosto)

Itaca all inclusive
(cronaca del nostro agosto)

Alle nove e venti del mattino avevamo già parlato di guerra, siccità, intelligenza artificiale, pensioni, arbitri, zanzare e tradimenti coniugali. Alle nove e ventidue era scoppiata una discussione sul prezzo delle granite. Alle nove e venticinque nessuno ricordava più la guerra.

Era agosto.

Il lido si chiamava Odissea Beach. Centosessanta ombrelloni disposti in file tanto precise da far sembrare il Mediterraneo un accessorio del catasto.

Prima fila, seconda fila, terza fila, zona relax, zona family, area smoking, area no smoking, area cani, area bambini, area bambini senza cani e, immaginavo, da qualche parte anche un’area per chi desiderava semplicemente stare in pace.

Non l’avevo trovata.

Ero arrivato alle otto e quaranta con una borsa, un libro e l’illusione di non fare niente. Gli altri erano arrivati con materassini, pinne, palette, racchettoni, tre cambi di costume, integratori di sali minerali, auricolari, creme protezione cinquanta, trenta e «questa la metto solo sulle gambe», come se una giornata al mare richiedesse ormai una preparazione logistica.

Al mio fianco una coppia impiegò più di venti minuti a sistemarsi. Lui piantò il portacellulare nella sabbia. Lei dispose sul lettino un telo, un cuscino cervicale, uno spruzzino refrigerante e un piccolo ventilatore USB. Poi si sdraiarono entrambi, esausti.

«Adesso non mi muovo più», disse lui.

Mantenne la promessa per quasi quattro ore.

Il mare era a quindici metri, ma sembrava un’ipotesi teorica.

Ogni tanto qualcuno si alzava, arrivava fino alla battigia, immergeva un piede e tornava indietro.

«È calda.»

«Troppo?»

«Forse.»

«Allora dopo.»

Il “dopo” era la vera unità di misura dell’estate.

Dopo facciamo il bagno. Dopo prendiamo il caffè. Dopo leggiamo. Dopo parliamo. Dopo ci rilassiamo.

Nel frattempo facevamo altro.

Soprattutto commentavamo.

Il signore dell’ombrellone 84, che alle nove sembrava un pensionato in vacanza, alle nove e dieci era diventato esperto di geopolitica.

Aveva letto il titolo di un articolo e, risparmiandosi il fastidio del testo sottostante, aveva già individuato responsabilità, conseguenze e soluzione.

«Questi non capiscono niente.»

Non specificò chi.

Nessuno glielo chiese.

Sua moglie, intanto, guardava un video su una dieta miracolosa.

«Il problema è il glutine.»

Dall’ombrellone 83 intervenne una signora con un cappello di paglia enorme.

«A mia cugina il glutine non faceva niente. Era il lattosio.»

«Dipende dal metabolismo», sentenziò il geopolitico.

In meno di tre minuti aveva cambiato specializzazione.

Sul telefono mi arrivavano notifiche ininterrotte. Un ministro aveva detto una cosa. Un attore ne aveva detta un’altra. Un cantante aveva cancellato una frase e poi spiegato perché l’aveva cancellata. Una coppia famosa, che ignorava fosse una coppia, non era più una coppia.

Un esperto invitava alla prudenza. Un altro invitava a diffidare degli esperti.

Sotto ogni notizia, migliaia di persone scrivevano “vergogna”, “finalmente qualcuno lo dice”, “informatevi”, “sveglia!”

Verso le dieci comparve una barca all’orizzonte.

Piccola, bianca, lenta.

La notò un bambino, quello dell’ombrellone davanti al mio.

«Papà, dove va quella barca?»

Il padre non alzò gli occhi.

«Un attimo.»

Stava scrivendo qualcosa sul telefono.

Il bambino aspettò.

La barca continuò ad andare.

«Papà.»

«Che c’è?»

«La barca.»

L’uomo guardò finalmente il mare, ma ormai non capì quale.

«Eh, una barca.»

Poi abbassò di nuovo la testa.

Il bambino rimase a guardarla ancora un po’, quindi prese la paletta e tornò alla sabbia.

A mezzogiorno il caldo diventò serio. Un caldo fermo, ottuso, che sembrava avere abolito qualsiasi possibilità di iniziativa. Perfino le cicale ridussero il servizio.

Gli esseri umani si adagiarono sui lettini in pose da museo archeologico.

Un ragazzo passò gridando:

«Cocco! Cocco bello!»

Nessuno rispose.

Ripassò.

«Cocco fresco!»

La signora del cappello sollevò appena due dita.

Il ragazzo si avvicinò.

«Quanto costa?»

Glielo disse.

Lei abbassò le dita.

«L’anno scorso costava meno.»

«L’anno scorso ero più giovane pure io», rispose lui.

E ripartì.

Alle dodici e venti l’altoparlante annunciò l’aperitivo.

«Gentili ospiti, vi aspettiamo al chiringuito per il nostro Odissea Spritz Party. DJ set, finger food e special guest.»

Non si capiva chi fosse lo special guest. In agosto siamo tutti special guest di qualcosa.

Quasi tutti si alzarono contemporaneamente.

Io rimasi sotto l’ombrellone.

Ripresi il libro che avevo portato e scoprii di essere ancora a pagina undici.

Lessi tre righe. Il telefono vibrò. Continuai a leggere. Vibrò di nuovo. Lo girai a faccia in giù. Guardai il mare. La barca bianca era più lontana.

Passava il bagnino. Lo chiamai.

«Sai di chi è quella barca?»

Strizzò gli occhi.

«Quella? Si chiama Ulisse.»

«La barca?»

«Sì. Esce quasi tutte le mattine.»

«E dove va?»

Mi guardò.

«In mare.»

Non aveva torto.

«E poi torna?»

«Se trova posto.»

«Posto dove?»

«Al pontile. Hanno tolto degli ormeggi.»

Pensai che con un ufficio tecnico comunale efficiente anche Omero avrebbe risparmiato parecchi versi.

Poco dopo tornarono gli altri dall’aperitivo. Erano più accaldati, più rumorosi e molto soddisfatti di essersi rilassati.

Il geopolitico aveva bevuto due spritz ed era passato alla filosofia.

«Il problema è che oggi la gente non ha più valori.»

«Verissimo», disse la signora del lattosio, fotografando il bicchiere.

«Siamo diventati schiavi.»

«Assolutamente.»

«Del sistema.»

«Quale sistema?»

Ci fu una breve esitazione.

«Il sistema.»

Bastò.

«Hai visto il gasolio?»

«Quasi due e quaranta al servito.»

«Una rapina. Non si può più andare  avanti così.»

Lo disse un uomo mentre controllava sul telefono l’app della macchina, parcheggiata a cinquanta metri, per accendere il climatizzatore prima di salirci.

«Io infatti sto pensando di cambiarla.»

«Con una più piccola?»

Mi guardò come se avessi proposto il calesse.

«No. È uscito il modello nuovo.»

Oltre la recinzione del lido, sotto il sole, riposavano SUV, crossover e automobili grandi abbastanza da sembrare seconde case. Anche  loro, probabilmente, aspettavano settembre.

Alle tredici e trenta mangiammo.

Insalate, focacce, frutta già tagliata, piatti arrivati dal bar in contenitori compostabili dall’aria molto responsabile.

Per quaranta minuti nessuno parlò  di attualità.

Poi arrivò il caffè.

Questa volta toccò all’intelligenza artificiale.

«Tra poco farà tutto lei.»

«Già lo fa.»

«Scrive pure i libri.»

«Eh, ma si vede.»

«Io me ne accorgo subito.»

«Anch’io.»

Chiesi come.

Il geopolitico mi guardò con una certa pietà

«Si sente.»

Non osai chiedere altro.

Alle quattordici e dodici  successe la cosa più grave della giornata.

Saltò la rete.

All’inizio ognuno pensò che il problema fosse il proprio telefono.

Cominciò così il rito contemporaneo dell’uomo abbandonato dalla tecnologia: modalità aereo, modalità normale, spegni il Wi-Fi, riaccendi il Wi-Fi, guarda le tacche, alza il telefono verso il cielo.

Nel giro di due minuti una domanda percorse tutto il lido.

«Anche a te?»

«Niente.»

«Zero.»

«A me una tacca.»

«Ma non carica.»

Il geopolitico andò personalmente alla reception.

Tornò qualche minuto dopo.

«Stanno riavviando il router.»

La notizia si diffuse rapidamente.

Poi non accadde niente.

E quello fu il momento più strano della giornata.

La signora col cappello si accorse che suo marito aveva cambiato costume.

Due adolescenti, non sapendo bene che cosa fare delle mani, guardarono il mare e decisero di entrarci.

Un uomo chiese alla moglie se voleva un caffè.

Lei lo fissò per qualche secondo.

Il bambino dell’ombrellone davanti indicò di nuovo l’orizzonte.

«Papà, la barca è ancora là.»

Questa volta il padre guardò davvero.

«È molto lontana.»

«Dove va?»

L’uomo rimase in silenzio.

«Non lo so.»

Fu la prima risposta sincera della giornata.

Poi il Wi-Fi tornò.

Ce ne accorgemmo quasi tutti nello stesso momento.

Le teste si abbassarono.

Il mondo aveva ripreso a esistere.

Alle due e mezza il lido entrò nella fase più seria della giornata: l’assopimento.

I telefoni scivolarono sui petti. Le bocche si aprirono appena. Le discussioni rimasero sospese senza conclusione e nessuno parve soffrirne.

Mi alzai.

Andai verso l’acqua.

Era calda, come avevano detto. Entrai lentamente.

Dietro di me cento persone riposavano sotto cento ombrelloni, ciascuna convinta di essersi presa una pausa dalla propria vita e ciascuna con la propria vita intera a pochi centimetri dalla mano.

Il bambino mi raggiunse.

«L’hai vista anche tu?»

«La barca?»

«Sì.»

«L’ho vista.»

«Dove va?»

Ci pensai.

«Forse a Itaca.»

«Dov’è?»

«Lontano.»

«Quanto?»

«Non lo so.»

Il bambino si tuffò

Rimasi con l’acqua alla vita a cercare la barca.

Era ormai soltanto un punto.

Alle mie spalle l’altoparlante tornò a gracchiare.

«Ricordiamo ai gentili ospiti che presso la reception sono aperte le prenotazioni per il nuovo Itaca Resort & Spa: camere vista mare, piscina panoramica, percorso benessere e formula all inclusive. Perché il vero viaggio è ritrovare sé stessi.»

Mi voltai.

Sulla recinzione del lido c’era un manifesto che non avevo notato.

ITACA RESORT & SPA

IL TUO RITORNO COMINCIA QUI

Più sotto:

Wi-Fi in tutta la struttura.

Il bambino riemerse.

«Che guardi?»

Indicai il manifesto.

«Itaca.»

«È quella?»

«Pare di sì.»

Guardammo di nuovo verso il largo.

La barca non si vedeva più.

Forse era troppo lontana. Forse il caldo confondeva la linea dell’orizzonte.

Forse aveva già cambiato rotta.

Dal lido arrivò una raffica di suonerie.

Qualcuno, da qualche parte, aveva detto qualcosa.

Tra poco avremmo saputo tutti cosa pensarne.

Uscii dall’acqua e tornai sotto l’ombrellone. Il telefono era ancora lì, a faccia in giù.

Se Ulisse fosse arrivato davvero a Itaca, sarebbe stato meglio avvertirlo.

Adesso, per tornare, serviva la prenotazione.

 

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

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Per certi versi / Non c’è nessuno, amore. Era il vento.

Per certi versi / Non c’è nessuno, amore. Era il vento.

Non c’è nessuno, amore. Era il vento.

Non c’è nessuno, amore. Era il vento.

Era un desiderio di bimbo.

L’ombra buona di un fiume.

Non c’è nessuno, non temere.

 

Era una stella che cadeva.

Uno scoiattolo che rosicchiava una noce.

Una foglia che russava.

 

Non c’è nessuno, dormi.

Adesso la notte è gentile.

Adesso il buio canta.

La paura ha fatto tana lontano.

  

(La figlia e la Luna, Editrice Il Leggio, 2025)

 

In copertina: Gatto alla finestra di notte – Foto di ZAIDoo Pro da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

 Il mercato che non c’era
(una favola d’agosto)

Il mercato che non c’era

(una favola d’agosto)

La prima volta che sono stato al mercato che non c’è, e capirete poi perché l’ho ribattezzato così, fu cinque anni fa, nel mio quartiere. Non mi sembrava vero che fra i palazzi fatiscenti di periferia, tutti in fila sparsi come balene spiaggiate in decomposizione, vi fossero d’improvviso, a contrasto, così tante bancarelle colorate, colme delle merci più svariate, dalle olive allo zenzero, dai guanti ai cappelli, fino al pesce fresco ed a montagnole di ogni tipo di verdura dall’equilibrio instabile.
Mi immersi subito in quel via vai di signore e signori di mezz’età che facevano la spesa beati, lontano dal grigio e dal nero del cemento e dell’asfalto dei centri commerciali.

Nessuna musica era diffusa in sottofondo, nessuna pavimentazione di marmo extralucido, ma soltanto banchi e ombrelloni, immersi nel vocio pressoché continuo dei venditori che, in tutti i dialetti della penisola, promuovevano la loro mercanzia. Naturalmente comprai anch’io: un melone retinato e profumatissimo, del prosciutto dolce di Parma, un cartoccio enorme di carta oleata zeppo di olive ripiene, e persino una pasmina verde acqua, abbastanza lunga, in cotone leggero.

Svuotai il portafoglio in poco tempo, tanto il turbinio di voci e colori mi aveva eccitato, portandomi ad uno stato di esaltazione.

Notai con piacere che, attorno a me tutti sorridevano e si salutavano. Una vecchina, curva e baffuta, aveva acquistato un’enorme anguria e la portava tra le braccia senza sforzo apparente. Lasciai soddisfatto la zona del mercato, e mi accinsi a rientrare nel mio minuscolo appartamento – con vista sul canale di scolo, cementato e inquinato – quando, controllando il portafoglio per contare i pochi spiccioli che mi erano rimasti, mi accorsi che conteneva esattamente la stessa cifra di quando ero uscito di casa quella mattina.
Ebbi un sussulto di meraviglia, eppure ero sicuro di aver pagato tutta la merce acquistata. Ero quasi arrivato a casa, ma tornai immediatamente sui miei passi, e quasi correndo tornai al mercato.

Girai l’angolo, entrando nella via dove poco fa avevo fatto la spesa e… Niente! Non c’era più nessun mercato! La strada era come sempre un andirivieni di tram e di automobili, con due file delle stesse parcheggiate ai lati della strada. Guardai per terra, in cerca degli inevitabili rifiuti che un mercato rionale lascia quando tutti se ne vanno; niente, neanche un pezzo di carta. Del resto era impossibile che in soli cinque minuti d’orologio un intero mercato, con almeno cinquanta bancarelle, fosse scomparso nel nulla.

Rimasi a lungo incerto sul da farsi, eppure stringevo ancora in mano le varie buste di plastica contenenti i miei recentissimi acquisti, non poteva trattarsi di un’allucinazione. Nel dubbio assaggiai le olive, favolose, poi il prosciutto, dolcissimo e saporito. Mentre masticavo dubbioso e un po’ spaventato, l’occhio mi cadde su di un foglietto colorato, per terra, proprio accanto ai miei piedi. Lo raccolsi, iniziai a leggerlo e diceva così:

C O M P L I M E N T I ! 

Lei  è stato scelto fra migliaia di persone per diventare cliente fisso del mercato di “Humilitate”.
Ecco le date e i luoghi di questo evento, dove chi è di buon cuore come lei,  sarà’ sempre benvenuto.

Seguiva un elenco di date e luoghi, dal quale si capiva che il mercato era itinerante, e si svolgeva soltanto due volte a settimana nei quartieri di Roma.

Inutile dirlo, grazie al prezioso depliant, iniziai a frequentare assiduamente il mercato e, in effetti, dopo alcune volte, notai che vi era sempre la stessa gente: tutti prescelti dunque. L’unico svantaggio, come appresi quasi subito, è che ti era concesso un giro soltanto, poi l’intero mercato spariva.
Come questo avvenga non lo so. Ho provato diverse volte a girare la domanda, con le dovute cautele, ai gestori delle bancarelle, ma ho avuto in cambio soltanto enigmatici sorrisi, nessuna risposta.

Domani sarà giorno di mercato, questa volta a San Lorenzo fuori le mura, ma a dire il vero non mi preoccupo più della stranezza dell’avvenimento, anzi, è divenuto uno dei giorni più belli della settimana, visto che oramai ci conosciamo tutti, e trascorriamo ore piacevoli in chiacchiere leggere e rinfrancanti. È come ritrovare vecchi amici, tutte persone straordinarie con le quali esiste già un legame. Quale sia e perché, credo non stia a me scoprirlo, per cui lascio volentieri a voi gli Ipermercati ed i centri commerciali, dove le persone non si guardano nemmeno, e, se possono, si passano pure davanti l’un l’altro, rubandosi anche il carrello vuoto. A noi – misteriosi eletti involontari – il vantaggio di ritrovarci fra cari amici e soprattutto di non spendere più quasi nulla delle nostre  magre pensioni.


Cover: mercatino, Foto di Thomas G. da Pixabay

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Presto di mattina. Let's go

Presto di mattina /
Let’s go

Presto di mattina. Let’s go

Canto della strada aperta

A PIEDI e col cuore leggero mi avvio sulla strada aperta,
In buona salute, libero, il mondo davanti a me,
Davanti a me il lungo sentiero bruno che porta ovunque
mi piaccia.

Tu, strada che imbocco guardandomi intorno, non credo
tu sia tutto quello che c’è,
Credo ci sia anche molto che non si vede.
Ecco la profonda lezione dell’accoglienza, che non è
predilezione né disconoscimento,
Il nero dalla testa lanosa, il malfattore, il malato, l’analfabeta
non vengono disconosciuti;
Passano, anch’io passo, tutto passa, nessuno può essere
interdetto,
Nessuno verrà respinto, nessuno mi sarà meno caro.
Tu, aria che mi dai il fiato per parlare!…
Tu, luce che avvolgi me e ogni cosa…
Voi, sentieri tracciati fra le buche ai bordi delle strade!
Credo che in voi ci siano esistenze latenti, non viste, tanto
mi siete cari.

Allons! chiunque voi siate venite in viaggio con me!
Viaggiando con me trovate ciò che non stanca mai.
La terra non stanca mai,
La terra è rude, silenziosa, a prima vista incomprensibile,
la Natura è rude e incomprensibile a prima vista,
Non scoraggiatevi, insistete, ci sono cose divine ben celate,
Giuro che ci sono cose divine più belle di quanto le parole
non possano dire.

Allons! non dobbiamo fermarci qui,
Per deliziose che siano queste provviste accumulate, per comoda
che sia questa dimora, non ci possiamo restare,
Per riparato che sia questo porto e per calme che siano
queste acque non ci possiamo ancorare qui,
Per gradita che sia l’ospitalità offerta ci è permesso di goderne
solo per poco.

Allons! verso ciò che è senza fine com’era senza principio,
Pronti a molto patire, marce di giorno, riposo di notte,
A profondere tutto nel viaggio cui tendono, e nei giorni
e nelle notti cui tendono,
A profonderli di nuovo in altre e superiori partenze,
Senza guardare a niente, da una parte o dall’altra, che non
si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza concepire alcun tempo, per quanto distante, che
non si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza guardare su e giù per una strada che non si apra
in attesa di voi, che, per quanto lunga, non si apra
in attesa di voi

Allons! la strada è di fronte a noi!
È sicura – l’ho provata – l’ho sentita sotto i piedi – non
lasciarti trattenere!
(Walt Whitman, Foglie d’erba, I Meridiani, Mondadori, Milano 2017, 351; 343; 353)

Let’s go! Allons! Andiamo!

Papa Leone ai giovani che ad Assisi lo scorso 6 agosto hanno partecipato al GO! Franciscan Youth Meeting 2026 nell’omelia per la festa della Trasfigurazione li ha così esortati: «Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go!».

Queste parole sono risuonate come un invito a partire. Anzi suggeriscono il canto come buona compagnia: “Canta e cammina. Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti! direbbe Agostino (Discorso, 256). Così ho pensato di introdurre le parole del papa con un testo poetico di W. Whitman, (1819-1892) Canto della strada aperta.

La scelta di usare il verbo francese al posto di quello inglese corrisponde a una precisa scelta stilistica e di pensiero: nobilitare il verso poetico con una lingua che richiamasse principi di democrazia, libertà, uguaglianza, che fosse lievito di cambiamento e trasformazione. In questo testo, del resto il poeta non rivolge un invito a un’allegra camminata, ma un appello pressante, una chiamata ad aprirsi e camminare la strada alla libertà e fraternità universali, invito non solo agli americani, ma all’umanità intera.

Se per il curatore e traduttore Mario Corona può essere considerato «il manifesto della libera vita americana al maschile. Nomade, svincolata da ogni norma, consuetudine o conformismo» (ivi, 1412); tuttavia nell’intera opera di Foglie d’erba approfondita da Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica vengono a convergere due voci: il bardo d’America e quella dell’inquietudine pascaliana, la voce di chi si scopre esistenzialmente posto tra spensieratezza, ardimento e solitudine, tra il nulla e l’infinito, il reale e l’ideale, tra il già e il non ancora.

«I versi di Foglie d’erba attestano, se ben letti, l’attesa di una visione, il tendere inesausto verso una novità radicale, la profezia di un rapporto pieno tra l’uomo e la sua terra, di una fratellanza radicale tra gli uomini, di una laboriosità maestosa che sia reale con-creazione del mondo, l’attesa di una parola «vera» che dica la realtà e non resti solamente appesa a fantasie…

Non è dunque un altro Whitman quello che scrive: è lo stesso poeta entusiasta e fiducioso nell’evoluzione, ma dopo aver conosciuto il dolore collettivo della guerra e quello personale della paralisi. (Così egli) è capace anche di riconoscere il volto di Cristo in un giovane colpito a morte» (ivi, 7 giugno 2003, 3671, 440; 441-442).

UNA SCENA nell’accampamento sul far del giorno grigio
e fosco,
Mentre dalla mia tenda emergo molto presto senza aver
dormito,
Mentre lento cammino nell’aria bella fresca sul viottolo
lungo la tenda dell’ospedale,
Tre forme vedo giacere in barella, giacere là fuori senza
cure,
Su ciascuna è distesa la coperta, una grande coperta di 5
lana marroncina,
Grigia e greve coperta, che tutto avvolge e copre.
Curioso mi soffermo in silenzio,
Poi con dita leggere dal volto del più vicino sollevo appena
la coperta;

Poi al terzo – un volto né giovane né vecchio, calmissimo,
d’un bell’avorio giallo-bianco;
Giovane, credo di conoscerti – credo che questo volto sia
il volto stesso del Cristo,
Morto e divino e fratello di tutti, che qui di nuovo giace
(Fili d’erba, 705).

La Trasfigurazione è la gemma nascosta, Pasqua germinale anche in noi

GEMME non viste, infinite, ben nascoste,
Sotto la neve e il ghiaccio, sotto il buio, centimetro su
Centimetro
Germinali, squisite, in ricami delicati, microscopiche,
non nate,
Come bimbi nei grembi, latenti, ripiegate, compatte,
dormienti;
Milioni di milioni e miliardi di miliardi, in attesa,
(Sulla terra e nel mare – nell’universo – nelle stelle su
nei cieli),
Premono lente, avanzano decise, senza tregua dandosi
una forma,
Ed altre ancora, di continuo, sempre di più, stanno in
attesa
(ivi, 1257; 1259).

Trasfigurazione di Gesù sul monte esprime cambiamento, metamorfosi appunto, e movimento. Episodio posto sul cammino di Gesù, il suo esodo, il movimento con i suoi verso la sua Pasqua. Non a caso gli Ortodossi la chiamano Pasqua dell’estate. È la gemma nascosta nel Nazareno, Figlio dell’Uomo e pure latente come una maternità in ogni vita, dove una moltitudine è in attesa.

Così papa Leone ai Giovani: «Carissimi, la festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione.

Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa – noi diremmo: senza sconti – e la vita di Gesù è ricominciata in loro. Siamo arrivati qui per capire dove va la storia e dove stiamo andando noi. Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada».

Allons! verso ciò che è senza fine com’era senza principio,
Pronti a molto patire, marce di giorno, riposo di notte,
A profondere tutto nel viaggio cui tendono, e nei giorni
e nelle notti cui tendono,
A profonderli di nuovo in altre e superiori partenze,
Senza guardare a niente, da una parte o dall’altra, che non
si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza concepire alcun tempo, per quanto distante, che
non si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza guardare su e giù per una strada che non si apra
in attesa di voi, che, per quanto lunga, non si apra
in attesa di voi

Allons! la strada è di fronte a noi!
È sicura – l’ho provata – l’ho sentita sotto i piedi – non
lasciarti trattenere!
(Canto della strada aperta, 359; 365)

Andare verso ciò che è senza fine com’era senza principio è «osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai.

In questo senso, all’inizio della mia prima Enciclica ho suggerito che «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.

Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”» (Magnifica humanitas, 1).

La vita in mezzo ai poveri, là mi troverete

La dinamica del vangelo come quella della gemma nascosta della Trasfigurazione non è una dinamica di conservazione, ma è una dinamica di movimento – metamorfosi è detta in greco – verso un cambiamento radicale, uno sguardo che ci orienta, ci converte ai più poveri, chiama ad una “conversatio cum pauperibus, la vita in mezzo ai poveri, come affermava papa Francesco, andando verso coloro che vengono sfruttati come semplici risorse produttive, là dove la dignità umana è negata.

Così papa Leone: «Ebbene, cari giovani, osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro – Go! – è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci.

Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio. Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi, ci ha messi in guardia dalla “tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore.

Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano” (Francesco, Evangelii gaudium, 270).

«Se subito non mi trovi non scoraggiarti,
Se non mi trovi in un posto cercami in un altro,
In qualche posto mi sono fermato e t’attendo»
(Foglie d’erba, 213).

Cover: Foto di Tung Lam da Pixabay

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I Måneskin e l’illusione del rock

I Måneskin e l’illusione del rock

I Måneskin rappresentano un fenomeno musicale che divide il pubblico (non abbastanza, purtroppo) ma un’analisi critica suggerisce che la loro ascesa sia più un’operazione di marketing ben strutturata che un’autentica espressione artistica. La loro origine in un format televisivo come X Factor (che nemmeno hanno vinto), evidenzia la natura di un prodotto costruito per il mercato globale, piuttosto che per un movimento artistico di rottura.

Definire i Måneskin una rock band è un macroscopico errore di narrazione. Il rock, storicamente, è un movimento che affonda le radici nella ribellione e nell’esplorazione di temi esistenziali. Al contrario, la band si limita a una caricatura estetica del genere, riprendendone gli stilemi visivi ma svuotandoli di significato critico.

I loro testi risultano spesso un miscuglio di banalità e slogan.
Prendiamo Zitti e buoni, il brano che li ha lanciati nell’olimpo del pop commerciale: frasi come “Siamo fuori di testa, ma diversi da loro” suonano come uno slogan vuoto, privo di quella reale portata sovversiva che caratterizza la tradizione rock.

Anche in brani come Torna a casa, la scrittura appare ancora più piatta, rifugiandosi in un sentimentalismo stereotipato che non osa mai sfidare lo status quo.

Il confronto con i grandi autori italiani — si pensi a Fabrizio de André, Francesco Guccini o Franco Battiato, ad esempio — è impietoso. Mentre la nostra tradizione ha saputo esplorare l’intimità umana e criticare il sistema con complessità linguistica, i Måneskin offrono un pacchetto preconfezionato, facile da consumare a livello internazionale anche per chi non comprende l’italiano.

Damiano David, voce dei Måneskin, 2022 (Wikiquote su licenza Creative Commons)

Questa band posticcia si pone, di fatto, come una parodia di un’eredità culturale ben più nobile, e del rock progressivo anni ’70 (vedi PFM, Banco del Mutuo Soccorso, o alla forza evocativa dei Diaframma e dei CCCP – Fedeli alla Linea.

La narrazione del gruppo “di strada”, fra l’altro, è palesemente costruita. La loro immagine, sapientemente plasmata dal management, punta tutto sull’estetica glam-rock e sul carisma del “bello e dannato” Damiano David.
Non è un peccato che l’industria utilizzi queste leve, ma presentare il gruppo come autentico portavoce del rock è un insulto alla memoria di chi ha fatto della propria arte una bandiera di libertà.

In conclusione, i Måneskin non sono rock, non lo sono mai stati, ma un prodotto abilmente distribuito che soddisfa un mercato affamato di imitazioni.
Chi confonde questo successo commerciale con il valore artistico tradisce e insulta la storia del genere. Resta l’impressione di trovarsi di fronte a una meteora: un’operazione che, probabilmente, durerà lo spazio di un battito di ciglia.

 

Cover: I Måneskin nel 2018 – foto Wikimedia Commons

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Chi ci ha messo sul podio?

Chi ci ha messo sul podio?

Chi ci ha messo sul podio?

Ci sono vicende umane che sembrano esercitare un’attrazione irresistibile.

Non perché ci riguardino direttamente. Non perché le conosciamo davvero.

Ma perché ci offrono l’occasione di fare qualcosa che, nel nostro tempo, sembra diventato quasi irrinunciabile: prendere posizione.

Basta una notizia, un’intervista, una testimonianza. Poche righe, spesso nemmeno lette fino in fondo. Nel giro di poche ore il dibattito si accende, i social si riempiono di sentenze, i commenti si moltiplicano. Ciascuno sa già da che parte stare.

Le storie, però, scompaiono.

Restano soltanto i verdetti.

È un cambiamento culturale che dovrebbe interrogarci.

Siamo convinti di vivere nell’epoca della complessità, eppure sembriamo tollerarla sempre meno. Più una vicenda è intricata, più sentiamo il bisogno di ridurla a una formula semplice. Giusto o sbagliato. Naturale o innaturale. Accettabile o inaccettabile.

Le sfumature ci mettono a disagio.

Il dubbio ci inquieta.

La complessità richiede tempo, mentre il nostro tempo premia la velocità.

Così preferiamo la sentenza all’ascolto.

Forse, però, ciò che sta accadendo è ancora più radicale.

Non assistiamo semplicemente a un aumento delle opinioni.

Assistiamo alla trasformazione dell’opinione in una forma di identità.

Un tempo si poteva avere un’idea.

Oggi sembra necessario esibirla.

Ogni fatto diventa l’occasione per dichiarare pubblicamente chi siamo, da quale parte stiamo, quali valori ci rappresentano. L’opinione non serve più soltanto a comprendere il mondo. Serve a costruire un’immagine di noi stessi.

Ogni vicenda umana finisce per essere utilizzata per confermare ciò che pensiamo già.

Non importa conoscere davvero quella storia o quell’argomento.

Importa esprimere un giudizio.

Il dubbio viene percepito quasi come una debolezza.

La prudenza come una mancanza di coraggio.

Chi dice: «Non conosco abbastanza questa vicenda per esprimere un giudizio» rischia di apparire meno autorevole di chi pronuncia una sentenza dopo aver letto un titolo o ascoltato pochi minuti di dibattito.

È un paradosso.

Mai come oggi abbiamo avuto così tante informazioni a disposizione e, forse, mai come oggi abbiamo dedicato così poco tempo a comprendere.

Confondiamo l’informazione con la conoscenza.

Confondiamo la conoscenza con la comprensione.

E, soprattutto, confondiamo la comprensione con il diritto di giudicare.

Ogni soggetto è irriducibile.

Ogni esistenza è il risultato di una trama di incontri, di perdite, di desideri, di rinunce e di impossibilità che nessun osservatore esterno può conoscere fino in fondo.

Non esistono due storie identiche.

Non esistono due desideri identici.

Eppure il nostro tempo sembra attraversato da una nuova ambizione: classificare anche il desiderio.

Non ci basta più interrogarlo.

Sentiamo il bisogno di stabilire quali desideri meritino rispetto e quali invece debbano essere guardati con sospetto, ridicolizzati o condannati.

È una forma di controllo molto diversa da quella del passato.

Non impone divieti.

Non ricorre all’autorità.

Si presenta come libertà di opinione.

Ma conserva la stessa struttura di ogni moralismo: qualcuno si colloca simbolicamente su un gradino più alto e si attribuisce il diritto di stabilire quali vite siano degne di riconoscimento e quali, invece, debbano continuamente giustificarsi.

È come se avessimo trasformato lo spazio pubblico in un podio permanente.

Ma chi ci ha messo su quel podio?

Da lì osserviamo le vite degli altri, distribuiamo assoluzioni e condanne, attribuiamo patenti morali.

Ma da un podio si vede soltanto la superficie.

Per comprendere una storia bisogna scendere.

Bisogna rinunciare all’altezza rassicurante del giudizio e accettare la posizione, molto più scomoda, dell’ascolto.

Chi lavora con la sofferenza umana scopre che ciò che appare raramente coincide con ciò che è.

Dietro una scelta possono esserci anni di attese, di rinunce, di tentativi falliti, di lutti, di domande rimaste senza risposta. Possono esserci ferite che nessuno vede e che nessun osservatore esterno potrebbe immaginare.

Per questo la clinica educa alla prudenza.

Non perché impedisca di pensare.

Ma perché ricorda continuamente che ogni soggetto eccede ciò che possiamo dire di lui.

Esistono desideri che non possono essere liquidati come capricci.

Esistono sofferenze che non cercano compassione.

Esistono percorsi che non chiedono approvazione.

Chiedono soltanto di non essere ridotti a caricature.

Perché sentiamo il bisogno di trasformare vicende profondamente singolari in battaglie ideologiche?

Perché avvertiamo l’urgenza di decidere quali desideri siano degni di rispetto e quali invece debbano essere guardati con sospetto?

Da dove nasce questa necessità di occupare il posto di chi distribuisce legittimità?

Il rischio, forse, non è soltanto quello di giudicare l’altro.

Il rischio è utilizzare l’altro.

Non lo ascoltiamo per comprenderlo.

Lo osserviamo per verificare se coincide con ciò che pensiamo già.

Se coincide, lo celebriamo.

Se non coincide, lo condanniamo.

In entrambi i casi, però, abbiamo smesso di incontrarlo.

Abbiamo incontrato soltanto noi stessi.

È forse questa una delle forme più sottili di narcisismo del nostro tempo.

Credere di parlare dell’altro mentre, in realtà, stiamo parlando esclusivamente di noi.

Il desiderio non è un capriccio che si possa approvare o disapprovare. È ciò che mette in movimento l’esistenza di un soggetto.

Nasce dalla mancanza, si confronta con il limite, incontra l’impossibile.

Per questo nessuno può pretendere di esaurirne il significato guardandolo soltanto dall’esterno.

Ogni volta che pretendiamo di sapere quale dovrebbe essere la vita di un altro dimentichiamo una verità elementare.

Non siamo noi ad abitare quella mancanza.

Non siamo noi ad attraversare quel limite.

Non siamo noi a sostenere quel desiderio.

Possiamo avere idee, valori, convinzioni.

Ma non possiamo occupare il posto dal quale l’altro parla.

Forse è proprio questa la grande rimozione del nostro tempo.

Abbiamo sostituito il desiderio con il giudizio.

L’ascolto con la classificazione.

La domanda con la sentenza.

È molto più semplice dire ciò che gli altri avrebbero dovuto fare che interrogarsi su ciò che una scelta ha significato per loro.

Molto più rassicurante dividere il mondo tra giusti e sbagliati che accettare la fatica della complessità.

Eppure la complessità non è un difetto della realtà.

È la realtà.

Ogni volta che proviamo a eliminarla, finiamo inevitabilmente per eliminare anche il soggetto.

Forse dovremmo recuperare il coraggio del non sapere.

Quella posizione così poco spettacolare e così poco praticata che consiste nel fare una domanda in più invece di pronunciare una sentenza in più.

Perché non tutto ciò che possiamo giudicare ci appartiene.

E non tutto ciò che ci appare ci autorizza a parlare.

Più ci avviciniamo davvero alla storia di una persona, meno diventano possibili i giudizi assoluti.

Perché ogni vita è sempre più complessa dell’idea che ce ne facciamo.

Più contraddittoria delle categorie con cui proviamo a ordinarla.

Più ampia delle parole con cui tentiamo di definirla.

Forse il tratto più inquietante del nostro tempo non è la facilità con cui giudichiamo.

È la tranquillità con cui lo facciamo.

Abbiamo smesso di provare imbarazzo davanti alla pretesa di sapere tutto della vita di qualcuno senza averne condiviso nemmeno un giorno.

Ogni volta che saliamo su quel podio per giudicare una storia che non abbiamo vissuto, non stiamo dimostrando di sapere qualcosa dell’altro.

Ogni volta che crediamo di sapere chi è l’altro senza averne attraversato la storia, non stiamo pronunciando una verità su di lui.

Stiamo soltanto raccontando i limiti del nostro sguardo.

Forse la risposta alla domanda iniziale è proprio questa.

Nessuno ci ha messo su quel podio.

Ci siamo saliti da soli.

E da lassù abbiamo finito per credere che guardare significasse capire.

Cover: Foto di faraindahouse da Pixabay

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Germania, (ex) cuore dell’Europa

Germania, (ex) cuore dell’Europa

Germania, (ex) cuore dell’Europa

La Germania è sempre stata il cuore dell’Europa. L’impero tedesco e austro-ungarico tenevano insieme 17 etnie, Romanticismo e Goethe sono stati centrali nella cultura europea. Ma prima della 1^ guerra mondiale veniva considerata da Francia e Inghilterra estranea all’Occidente (democratico,…), quasi fosse Oriente.

La Grande guerra del 1914 scoppiò tra Serbia (che voleva l’autonomia) e impero austro-ungarico e poi l’alleato impero tedesco che invase il Belgio, alleato (con le sue miniere in Congo) a Francia-Inghilterra.

L’impero tedesco, potenza di terra, allarmava Francia e Inghilterra con il potenziamento delle sue navi. Cosa voleva mai fare questo impero tedesco con le navi? Forse estendere ancora di più le sue colonie in Africa? Questo è il vero retroscena della Guerra: il tesoro delle colonie africane che dovevano rimanere nelle mani anglo francesi spartendosi anche quelle tedesche (Camerun, parte della Nigeria, Ciad, Gabon, Rep. Centrafricana, Togo, parte del Ghana) come avvenne col crollo del suo impero.

Considerazioni che non trovate nei libri di storia degli studenti delle nostre superiori, così come non si trovano le 5 aggressioni dell’Europa alla Russia (1610. 1709, 1812, 1915, 1941) che invece documenta Luciano Canfora nel suo Porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto (ed. Laterza, 2025), così come le due aggressioni inglesi alla Cina che noi europei democratici taciamo, ma che ben ricordano russi e cinesi. I popoli dell’Africa, Asia, America Latina sanno che dal 1492 per 4 secoli e mezzo l’Occidente è stato l’aggressore con soldati, commercianti di schiavi e missionari.

Thomas Mann nel 1918 pubblicò Considerazioni di un impolitico e sostenne che il futuro della Germania sarebbe stato con la Russia. Ma agli Stati Uniti, vincitori della 2^ guerra mondiale (con l’URSS), questa cosa non stava affatto bene e ben venga quindi la divisione in due parti (Est & Ovest), che saranno poi unificate (1989) come nessuno ha fatto. L’Italia registra ancora un differenziale di 18% tra regioni Nord e Sud che in Germania è solo 4%.

La Germania nazista vinta subirà nel Dopoguerra un’architettura (federale) voluta dagli Stati Uniti e stringenti vincoli alla sua politica estera (come l’Italia). Nel Dopoguerra (come Italia e Giappone) ricrescerà però più forte di prima quella che è da sempre la sua aspirazione spirituale: essere ponte con l’Oriente (la Russia) per farsi e fare grande l’Europa tra Cina e Stati Uniti.

Un’aspirazione, tenuta sotto traccia per non allarmare gli americani, da Merkel che dialoga con la Russia creando quello sviluppo di successo basato su materie prime russe a basso costo (gas, petrolio,…) ed export di auto e tecnologie in Cina. Ma agli Stati Uniti questa crescita e autonomia dei vinti (Italia, Giappone) vanno bene finchè c’è la cortina di ferro. E infatti sia Giappone che Italia terminano la loro crescita all’indomani del crollo dell’URSS (1991).

Rimane però la Germania che, da malato d’Europa, diventa leader proprio nel primo decennio del XXI secolo e trascina tutta la UE dialogando con Cina e Russia. Ma “questo matrimonio (con l’Oriente) non s’ha da fare, né domani né mai”. E quella UE, che pure era cresciuta col suo euro su dollaro da 1:1 a 1,5:1 (dal 2001 al 2008), ritorna nei ranghi: non un competitor guidato dalla Germania, ma un vassallo degli Stati Uniti.

La questione è antica e dura da più di cento anni da quando, nel 1917, gli Stati Uniti diedero l’aiuto determinante a Francia e Inghilterra per far crollare l’impero tedesco e austro-ungarico. E’ da allora che l’impero americano comanda il mondo. La minaccia di un’Europa sovrana è stata ampiamente disinnescata facendone, prima, un mero mercato dei capitali, poi, con la guerra in Ucraina, mettendo fuori gioco il dialogo e i commerci con Russia (e Cina, la potenza in ascesa).

Dopo Giappone e Italia arriva dunque ora il turno per la Germania, costretta a cambiare i suoi commerci, tornando a favorire gli Stati Uniti, a riarmarsi comprando made in Usa, perdendo, con dazi, l’export sia in Usa (-69% nel 2025 su 2024) che in Cina.

La crisi Volkswagen è la punta dell’iceberg di un paese in stagnazione che ha visto fallire 25mila aziende, decine di migliaia di licenziamenti e ora quelli Volkswagen (100mila) per tornare dal 3% al 9% del profitto e, se possibile, liquidare la mitbestimmung (partecipazione operaia) che impedirebbe al management nel Consiglio di Sorveglianza (2 membri della Bassa Sassonia e 10 del sindacato su 20) di ristrutturare come si vuole (meno operai, più profitti, più dual use in armi americane come deciso dal Consiglio d’Europa per tutti i paesi (Italia inclusa), come si è fatto con Israele per decenni, fingendo di aiutare il civile mentre si foraggiava il militare e l’”unica democrazia (sic) del Medio Oriente”.

Un altro passo verso la liquidazione di un’Europa “sociale” che difende salari, domanda interna, ruolo dello Stato, redistribuzione della ricchezza, welfare, partecipazione. Il neo liberismo chiede di liquidare il Green Deal, spingere ancora di più su Libero Mercato, Finanza, Armi (ma dei singoli paesi, non della UE). E riarmo e armi all’Ucraina (acquistate il più possibile in Usa) servono per affossare sia una UE sovrana che la Russia in una guerra di logoramento di entrambe che aiuta l’America che ha già tanti guai (cinesi) in arrivo.

E così avanza il riarmo “UE” da 800 miliardi, gli aiuti all’Ucraina (140 miliardi più altri 40 solo per i droni, che la Russia dovrebbe poi pagare coi suoi assett congelati) che si dice siano fatti dall’Ucraina, ma in realtà finanziati (e anche costruiti in parte) dalla Nato. La propaganda gira a pieno regime annunciando la minaccia dell’invasione russa all’Europa nel 2030, anche se non si capisce come possa essere reale se, nel mentre, si dice che non riesce neppure a conquistare tutto il Donbass.

Non importa se il ragionamento non fila, l’importante è la propaganda per una guerra che non si farà mai se non altro perché nessun giovane europeo (a differenza del 1914) è disposto ad andare al fronte, così come, per fortuna, lo sono sempre meno anche ucraini e russi.

La propaganda bellicista si scontra però con la buona novella del XXI secolo che nessuna superpotenza può più occupare un altro paese (anche piccolo) se questo non vuole. Non ci sono riusciti Inghilterra, Russia e Nato in Afghanistan, né gli Usa nelle loro molte guerre (l’ultima in Iran), non ci riuscirà Israele coi palestinesi e gli altri 8 paesi che sta bombardando, né la Russia con l’Ucraina (al massimo si prenderà Crimea e Donbass, ma solo in quanto russofone).

E non vedremo più i festeggiamenti dei giovani allo scoppio della 1^ guerra mondiale. Ma non solo nel ricco Occidente, anche russi (e ancor più gli ucraini) scappano e si ribellano dall’andare al fronte, anche se i nostri media lo dicono solo dei russi. Così come onore ai 70mila israeliani che se ne sono andati via dalla “terra promessa” per gli orrori che sta compiendo la propria “democrazia”. Un mondo dove la “meglio gioventù” prende l’iniziativa contro gli orrori delle proprie élite guerrafondaie.

A rimetterci sarà questa UE che non riuscirà col riarmo a conquistare né nuovi consensi elettorali né nuove colonie, ma si suiciderà impoverendo i suoi cittadini, perché ormai il confronto tra Paesi non si fa più con le pistole che regala Erdogan ai primi ministri NATO, come pure si è fatto per 10mila anni.

Intanto cresce economicamente, alquanto poco armato, il Resto del mondo (Cina, Brasile, Sud Africa, India, Vietnam,…) che ha votato pro Palestina[1] e contro le sanzioni Usa a Cuba (in vigore dal 1962, da 64 anni). Da oltre 30 anni ogni anno l’ONU vota contro le sanzioni USA con una media di 183 su 193 paesi favorevoli, mentre a favore restano USA e Israele (ora anche Ucraina e Italia), ma non Francia e Spagna.

Come scrisse K.M. Panikkar nel lontano 1958 (Storia della dominazione europea in Asia, Ed Einaudi) “noi asiatici dagli inglesi abbiamo imparato molto, i metodi organizzativi, amministrativi, le tecniche, le attrezzature…abbiamo appreso anche dagli abusi di 4 secoli e mezzo di sfruttamento…, ma ora possiamo fare da soli”. Non si tratta di essere anti occidentali o anti americani, ma di capire che la storia è cambiata e non sarà più possibile il colonialismo aperto che ora si cerca di attuare in forme più sottili (piattaforme digitali, AI, scorrerie di guerre brevi à la Trump).

Il dominio non passa più per le colonie né per le armi, ma dai commerci, dalle innovazioni, dalla tecnologia, dalla qualità della vita e soprattutto dalla prosperità con cui si fanno fiorire o meno le proprie popolazioni.

Ma può essere che prima di capirlo con la ragione e il pensiero si debba capirlo tramite la sofferenza, per cui non è escluso che la Germania, con le sue scelte attuali iper tedesche nazionalistiche (poi si critica AFD), anziché universali come à la Merkel, apra le porte col riarmo e l’americanismo alla AFD che potrebbe vincere nei 5 länder dove si vota tra aprile e maggio del 2027, tra cui in quella Bassa Sassonia dove il management Volkswagen vuol porre fine alla Mitbstimmung, la famosa partecipazione operaia alla gestione delle imprese, ultimo residuo di una socialdemocrazia che fu e che va suicidandosi rincorrendo l’americanismo e il libero mercato.

Nella guerra Ucraina/Nato e Russia la situazione è di stallo, in quanto le nuove armi (droni, mine, info satellitari) impediscono ad entrambi grandi avanzate. La Russia fatica a conquistare quel 20% di Donbass che le manca e l’Ucraina non è certo in grado di riprendersi l’enorme territorio perso.

Il generale americano capo delle forze NATO in Europa Alexus G. Grynkewich ha dichiarato l’11 giugno al Financial Times che “la Russia non ha l’intenzione né i mezzi, nè oggi né domani, per un’offensiva contro la UE”, spazzando via tutta la propaganda mainstream che basa il riarmo su questo (i nostri media non ne hanno mai parlato ovviamente). Si dice poi che Putin non vuole negoziare (in realtà è da un anno che negozia con Trump). Che dire della UE che non ha individuato dopo 2 mesi un mediatore?

Il premier belga Bart De Wever è l’unico che ha avanzato una proposta intelligente: proporre un accordo a Mosca che preveda la normalizzazione delle relazioni, la ripresa degli acquisti di energia russa, la revoca delle sanzioni in cambio della pace, la non adesione dell’Ucraina alla Nato che potrà aderire alla UE. Un modo per far vincere entrambe (Ucraina e Russia) e salvare la faccia. Cosa aspetta la UE a fare questa proposta? Che arrivi il suo disfacimento (è amaro dirlo ma è così) in corso?

La Russia aspetta a vedere come finiscono, dopo Starmer, Macron e Merz (carriera nella banca d’affari Usa Goldman Sachs e quello che “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”). La finale di Wimbledon tra Sinner un italiano-altoatesino (già terra austro-ungarica) e Zverev, un tedesco-russo, nel cuore della city inglese, dà qualche fiducia sul mondo che verrà.

Note:

[1] I 28 paesi che hanno aderito al progetto criminale di Board of Peace di Trump-Netanyahu: USA, Israele, Albania, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Bulgaria, Egitto, El Salvador, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Cambogia, Kosovo, Kuwait, Monaco, Marocco, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan, Vietnam.

Cover: Foto di Tom da Pixabay

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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Parole a capo /< br > Serena Cianti: « Denudata ». Alcune poesie

Parole a capo < br > Serena Cianti: « Denudata ». Alcune poesie.

Parole a capo/
Serena Cianti: « Denudata ». Alcune poesie.

Dal blog di segnalazioni poetiche “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo, riportiamo queste note sulla silloge “Denudata” di Serena Cianti. “L’autrice tratta e trasmette una poesia di impianto minimalista, fondata sull’ellissi e sulla sottrazione. Il linguaggio è sobrio, quasi prosastico, ma proprio questa asciuttezza conferisce autenticità alle scene. L’efficacia nasce dalla precisione delle immagini che illuminano retrospettivamente tutti i testi. Equilibrio, misura e intensa capacità di trasformare un episodio quotidiano in una meditazione discreta sulla condizione umana, saltellando tra i ricordi dell’Etruria e la paura dell’abisso, tra l’abbandono per una separazione e lo sfiorare armonioso delle dita di una mano, tra l’incantatore del circo illusionista itinerante e un respiro che si spezza in frantumi di diamante.
La parola ha capacità policromatiche e nasce dall’ascolto di una continua dilatazione temporale e nasce ancora dagli Arcani maggiori dei Tarocchi – in particolare La Stella, La Luna e Il Sole – attraverso cui l’autrice compie un intimo percorso di metamorfosi e introspezione.”

 

Malinconia

La malinconia arriva così
all’improvviso

gelide ossa
ai punti cardinali della mente

nostalgia di un figlio
di una persona cara

odore
di dissonanza e di abbandono

sapore dolce
che poi diventa amaro

come un ragno
tesse la tela
io
la mosca
scivolo dentro
senza via d’uscita
mentre lentamente mi divora.

 

Terra di nascita

Questa terra
mi appartiene

tra i passati fiumi d’Etruria
gli aruspici
hanno letto
il mio destino

storia di mercurio e ferro minerario
spada e bastone
coraggio e divinazione.

 

Il politico

A te
che fai orecchie
da mercante

politico
strisciante

incantatore da circo
illusionista itinerante

re nudo
del popolo dormiente.

Con quale fiaba ci addormenterai
stasera?

 

Il campanile

Baci rubati
in cima al campanile

sacrilegio alla purezza
dolciastro sapore
dell’amore

ombre tremolanti
elogio di passione

dodici rintocchi
il suono di campane.

 

Serena Cianti nata a Firenze, autrice del racconto Il Drago bianco (2022, Terre Sommerse), della raccolta di poesie Rune.Il viaggio (2024, Terre sommerse), Palco Scenico (2025, Eretica), Dialogo con l’Angelo custode (2026, Terre sommerse), Denudata (2026, Controluna).

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mailgigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesiaParole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 351° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Uno sconosciuto alla porta

Uno sconosciuto alla porta
(un racconto)

Uno sconosciuto alla porta
(un racconto)

«Belfa è tornata!» esclamarono in coro i fratellini accalcati alla finestra.

Subito Groel si lanciò verso la porta e l’aprì.

Belfa era lì, dritta in piedi e sorridente. Groel l’abbracciò per primo, poi arrivarono i fratellini che s’ammucchiarono tutti quanti intorno a darle il benvenuto.

Finalmente la famigliola era al completo, tutti insieme riuniti nella vecchia casa dei nonni.

«Allora ditemi…» iniziò a chiedere Belfa «è successo qualcosa mentre ero via?»

Prima di rispondere i fratellini si guardarono tra loro, poi quello più grande disse con decisione: «Nulla Belfa, proprio nulla!»

«Bene!» disse lei, «Meglio così…»

«Veramente…» intervenne Groel «qualcosa è successo Belfa.»

«Ah!» Belfa sospirò e puntò lo sguardo su Groel, «Allora sentiamo un po’… racconta!»

«È un po’ complicato…» Groel si schiarì la voce visibilmente in imbarazzo, «Premetto che in questa storia i fratellini non

hanno nessuna colpa.»

Belfa s’accigliò ulteriormente, «Mi devo preoccupare quindi?»

«No no… almeno non credo.»

«Ma… insomma Groel, vuoi dirmi che è successo o no?» chiese Belfa alzando la voce.

«Sì Belfa, scusa… Cinque notti fa i fratellini hanno sentito bussare alla porta. Il piccolo Crippel pensava fossi io di ritorno dalla caccia e ha aperto senza nemmeno sbirciare dalla finestra…»

Belfa lo fissava con preoccupazione, già immaginava cosa stesse per dirle.

Groel intuì che Belfa aveva capito. Si schiarì di nuovo la voce: «Alla porta è apparso uno sconosciuto… Si era certamente

perso, ne sono sicuro!»

«Maledizione!» gridò Belfa, «Dimmi che ne è stato!»

«Quando sono arrivato i fratellini m’hanno detto che lo sconosciuto aveva iniziato a gridare e a minacciarli, era come impazzito…»

«È vero Belfa, sembrava un folle… ci ha spaventati a morte!» s’intromise Adriel, il fratellino più grande.

Belfa non si girò a guardarlo, i suoi occhi erano freddi e fissi su Groel. «Continua Groel… e che nessuno di voi l’interrompa più!» ordinò perentoria.

«Beh, a quanto m’han detto, e sono sicuro che non hanno mentito, l’uomo ha estratto un coltello e s’è avventato su Crippel menando fendenti come un demonio… Crippel fai vedere!»

Crippel alzò la tunica mostrando a Belfa, con una certa punta d’orgoglio, tre tagli profondi nel costato, quasi del tutto rimarginati.

Poi Groel proseguì col racconto: «Vedendo Crippel in

difficoltà, Adriel è intervenuto e…» «E?» l’incalzò Belfa con impazienza.

«Vieni, faccio prima a mostrartelo.» disse Groel facendole cenno di seguirlo.

I due andarono in cucina, mentre i fratellini rimasero nell’altra stanza. Groel aprì un cassettone e mostrò a Belfa lo sconosciuto, più precisamente quello che ne era rimasto. Belfa osservò quei rimasugli con distacco. «E se avesse dei compagni?» chiese.

«Lo escludo. In questi giorni sono andato in giro a controllare tutta la zona.» rassicurò Groel, «Non ho visto né fiutato nessun uomo. Nessuno si spingerebbe fino a qui se non si fosse perso.»

«I fratellini?» chiese ancora Belfa «Sono stati loro a…» «No, l’hanno solo fatto a pezzi…» spiegò Groel, «Sono stato

io a ordinar loro di mangiarlo.»

«Va bene, allora stasera ceneranno con quello che è rimasto, così chiudiamo la faccenda una volta per tutte!» ordinò Belfa. L’anziana lamantis si girò a dare un’eloquente occhiataccia ai piccoli ogrees che si limitarono ad abbassare lo sguardo in rispettoso silenzio. Poi, di nuovo rivolta a Groel, aggiunse: «E raccomanda a tutti di controllare sempre prima di aprire la porta. Questo per evitare altri spiacevoli incontri.»

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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vite di carta i convitati di pietra

Vite di carta /
“I convitati di pietra”

Vite di carta. I convitati di pietra

Mi ha divertito leggere il Premio Strega 2026, stando proprio dentro al libro. Non prima o attorno al libro, secondo le ottime considerazioni già espresse da Francesco D’Angiò su questo giornale l’11 luglio scorso a proposito della querelle tra Michele Mari e Teresa Ciabatti e sulla discussa possibilità che l’autore venisse escluso dal premio (Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo).

Cito da D’Angiò: “Un premio letterario dovrebbe giudicare la qualità di un’opera: la scrittura, la costruzione narrativa, la lingua, la capacità di interpretare il proprio tempo o di sottrarsi ad esso“. Prescindendo dalle incrostazioni che le si formano attorno, dai pregiudizi più o meno pertinenti che possono soffocarla, quando non siano addirittura fuorvianti e si incarichino di darle “una certificazione etica”.

Evitando di fare confusione tra l’autore con la sua persona da una parte e dall’altra il narratore, che è già cosa letteraria, fonte del racconto in ogni sua parola, insomma una figura “di carta” (per citare il titolo di questa rubrica).

Mi sostiene il giudizio espresso da Angela, amica da sempre e grande lettrice. La storia è originale e la scrittura affascina senza cedimenti per la qualità di cui sono fatte le costruzioni sintattiche e le scelte di lessico. Per il taglio dato alla narrazione, in cui il discorso indiretto è sovrano e si incarica di portare allo scoperto gli angoli più riposti delle menti e delle vite umane.

Il taglio è obliquo. Nessuno dei protagonisti prende mai veramente la parola.

Ma inquadriamo la storia: i trenta alunni della III A del milanese Liceo Berchet, classe 1955, dopo l’esame di maturità stringono un patto destinato a legarli, e a segnarli, per tutta la vita.

Decidono di ritrovarsi ogni anno a cena nella stessa data di luglio per portare avanti una riffa speciale: i versamenti annuali di tutto il gruppo andranno a formare un premio finale in denaro. A vincere, laggiù nel punto lontanissimo del fine vita, saranno i tre sopravvissuti del gruppo.

La scrittura barocca di Mari impatta la storia narrata con un effetto comico, a tratti surreale, che si mantiene fino all’ultima riga e fino all’ultima parola.

L’ultima parola è “Gene”, abbreviativo del famoso attore hollywoodiano Eugene Allen Hackman, che per il più longevo protagonista del libro rappresenta un mito assoluto di bravura ed è l’oggetto di una sua monumentale monografia: molti anni di lavoro e circa 2500 pagine tra parti scritte e materiale iconografico.

Un narratore entomologo racconta cena per cena, anno per anno, le vite di tutti. Traccia trenta percorsi di vita sulla pagina, zoomando ora sull’uno ora sull’altro con il focus puntato sui diversi stili di pensiero, sulle manie e sulle fisse di ognuno. Nobili e meno nobili.

Una fatica narrativa di non poco conto, se si pensa che le dinamiche interne al gruppo si modificano nel tempo. Viene la fase della vita in cui gli ex alunni da genitori diventano nonni, da attivi diventano pensionati. Subentrano quadri clinici via via più delicati, e i decessi si fanno regolari.

L’insistenza classificatoria con cui il narratore specifica le cause e le circostanze di ogni decesso ha qualcosa di incongruo. Di ogni funerale, ad esempio, sappiamo le circostanze più esornative, l’indirizzo esatto della chiesa, i santi a cui è dedicata. La lingua si gonfia in un lessico di importanza e sortisce un effetto espressionistico nel dare spazio a ciò che è periferico, al dettaglio, all’accessorio.

Le cene annuali intanto scandiscono la linea del tempo: ogni 22 luglio vengono registrate le presenze e le assenze più o meno giustificate: il numero dei vivi si assottiglia fino alla cena finale dell’anno 2051 (!) Specularmente aumenta il numero dei convitati di pietra del titolo.

Ad assottigliare la schiera sono state molte diverse morti: per cause naturali e anche no, dopo vite segnate dai casi avversi e da altri più fortunati. In un rapporto col denaro, in una sete di afferrare il premio finale che presenta tutte le gradazioni della umana avidità.

Per fortuna, mi fa notare Angela, tra gli ultimi alunni sopravvissuti c’è tanta solidarietà. Restano in tre e vanno a vivere insieme. Poi restano in due e si spostano in un’altra casa dove continuano a sostenersi a vicenda.

Prevale il bene dopo tutto il cinismo con cui il narratore ci ha costruito il ritratto delle trenta vite? Ebbene sì, al netto del senso di fragilità e di stanchezza che devono provare dei novantenni. Al netto anche del distacco dagli appetiti che subentra a novant’anni, variamente mescolato con le quote di saggezza acquisita.

Il finale siamo d’accordo che sia originale, ne è rimasta divertita anche Angela. Mi racconta che durante la premiazione Michele Mari si è mantenuto sempre serio, nessun sorriso nemmeno quando ha avuto sul palco la sua famiglia. Il lettore invece sorride.

Sorride eccome quando realizza che la riffa ha come vincitore il più incongruo e imprevisto tra gli aspiranti. Vince infatti non un uomo ma una Fondazione, la Fondazione rappresenta un morto e non un vivo, un americano a cui non è mancata la ricchezza, uno fatto di celluloide più che di carne.

Eppure ha incarnato la passione per il cinema, per il fumetto, per l’arte. Come principio di bene, può essere che basti.

Nota bibliografica:

  • Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, 2025
  • Francesco D’Angiò, Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo, in Periscopio online, 11 luglio 2026

Cover: foto creata da AI su Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

PER LORCA NOVANTA ANNI DOPO

PER LORCA NOVANTA ANNI DOPO

PER LORCA NOVANTA ANNI DOPO

All’alba del 19 agosto 1936,  nella piana di Víznar, veniva fucilato Federico García Lorca.
Ricorre quest’anno il novantesimo anniversario. Complesse le motivazioni e gli eventi che portarono a questo tragico epilogo: la decisione di Lorca di spostarsi da Madrid a Granada per salutare genitori e fratelli prima della partenza per il Sudamerica, l’appartenenza a una famiglia benestante decisamente in vista (il cognato sindaco di Granada), l’invidia e/o il risentimento suscitato dal suo distanziarsi dalla borghesia locale e da ogni conservatorismo anche artistico (basta pensare all’incompiuto libretto satirico Los putrefactos progettato con l’amico Salvador Dalí, ne venne organizzata una mostra all’attuale Casa-Museo della Huerta de San Vicente alla fine del 1995).

Mostra alla Huerta de San Vicente, 1995

Il suo aver trasformato in eroi gli emarginati e trasgressivi gitani, fissati come emblema di libertà di fronte a un’oppressiva e talvolta ridicolizzata Guardia civil, l’aver firmato con altri noti scrittori lettere di protesta contro dittature e conquiste coloniali (di Portogallo e Italia, ad esempio), la sua omosessualità, ecc.

In una Spagna divisa dalla guerra civile la notizia della sua fucilazione – a rispecchiare la frammentazione del paese – fu divulgata con sgomento dai giornali del fronte repubblicano mentre fu taciuta da quelli delle zone nazionaliste che, anche quando infine vi allusero, ne attribuirono la responsabilità ai ‘rossi’ o tentarono di neutralizzarne l’impatto annunziando falsamente l’uccisione da parte dei repubblicani di noti scrittori e drammaturghi: Ramiro de Maetzu, i fratelli Álvarez Quintero, il premio Nobel Jacinto Benavente

Trasformata in simbolo, la figura di Lorca continuò ad essere poco gradita in Spagna anche dopo la fine della guerra civile.

È significativo, ad esempio, che le prime edizioni postume siano state stampate a Buenos Aires e che su un’edizione delle opere complete possedute da un noto professore universitario figurasse il timbro di autorizzazione della censura concesso unicamente per lavoro.

Ma non fu solo in Spagna che la diffusione dell’opera di Lorca venne condizionata dalla sua tragica morte, poiché anche nel nostro paese, che sotto il fascismo guardava con simpatia la Spagna franchista, la sua opera venne considerata sgradita e fu oggetto di veto (si pensi alla programmata rappresentazione di Bodas de sangre che nel maggio del 1939 fu bloccata dal Ministero, quando i giornali ne avevano già annunziato il debutto).

E negli anni successivi, ormai in un’Italia libera dalla dittatura, non di rado Lorca fu strumentalizzato: esaltato dai progressisti, considerato scomodo e rifiutato dai conservatori. In un articolo pubblicato nell’autunno del 1951 sul Corriere della sera, ad esempio, Montanelli – auspicando che la politica non si mescolasse alla memoria, dichiarò che il più grande omaggio che si poteva rendergli era quello di recitare i suoi versi ignorandone il nome.

Ancora nel 1972 su La fiera letteraria scoppiò una polemica che si protrasse per oltre due mesi con interventi e lettere al direttore di intellettuali e lettori di opposte tendenze politiche (di questo e altro ho parlato dettagliatamente nel libro Il caso García Lorca. Dalla Spagna all’Italia).

Laura Dolfi, Il caso García Lorca. Dalla Spagna all’Italia, Bulzoni Editore.  In copertina un disegno di García Lorca

Solo dopo il 1975, dopo la morte del Generalísimo Franco, il suo nome poté finalmente essere pronunziato ‘liberamente’ e la sua opera studiata e letta senza pregiudizi. D’altronde García Lorca non era solo un grande poeta e drammaturgo (il suo teatro è stato tradotto mirabilmente da Vittorio Bodini nel 1952), ma anche – secondo quanto riferito da alcuni compagni di generazione – una persona speciale.

Il poeta Jorge Guillén, ad esempio, alludendo all’atmosfera che riusciva a creare, scriveva che stando in sua compagnia non faceva né caldo, né freddo: faceva Federico. Quando si sedeva a suonare il piano (l’affezione alla musica era una costante nella sua famiglia) si creavano subito intorno capannelli di ammaliati ascoltatori.

Varia poi la sua opera, dai giovanili ricordi dei viaggi per la Spagna con Domínguez Berrueta (suo professore di arte e letteratura all’università di Granada) ai libri di versi: la prima raccolta Libro de poemas e poi Poeta en Nueva York, Diván del Tamarit, Sonetos del amor oscuro; ma in Italia, e non solo, Lorca è conosciuto soprattutto per le sue poesie ‘andaluse’, il Romancero gitano e il Poema del cante jondo che Oreste Macrí propose nel 1949, insieme al famoso Llanto por Ignacio Sánchez Mejías, in una fortunatissima antologia:  Canti gitani e prime poesie,  poi ripubblicata ampliata nel 1951 con il titolo Canti gitani e andalusi.

Copertina dell’ultima edizione dei Canti gitani e andalusi a cura di Oreste Macrí, Guanda, 1993

L’Andalusia infatti è la protagonista della poesia e del teatro: nei drammi, con spazi chiusi dominati da passioni represse destinate ad esplodere, da maternità negate, promesse disattese, libertà soffocate; nei versi, con i suoi olivi che – come si legge nella poesia Paisaje – si aprono e chiudono come un ventaglio e che si rispecchiano nel colore olivastro (“aceitunado”) della pelle dei gitani di cui Lorca nel Romancero gitano valorizza la componente trasgressiva e libertaria. Il mondo delle cuevas (le grotte del Sacromonte) e dei suoi abitanti è tratteggiato con parole essenziali e forza visiva mentre l’azione, più che narrata è rivelata con rapidi flash, presagita, trasfigurata in un’atmosfera onirica.

Ne sono esempio i coltelli che vibrando nell’aria luccicano come pesci (ReyertaRissa), il ‘coro’ – “Voces de muerte sonaron / cerca del Guadalquivir” – che, collocato in apertura, anticipa i salti da delfino di Antoñito el Camborio sorpreso in un fatale agguato, il famoso “Verde que te quiero verde” che connota cromaticamente l’enigmatico Romance sonámbulo.

La storia narrata prende avvio da pochi elementi (la ringhiera del balcone dove è affacciata la gitana che aspetta, la barca sul mare, il cavallo sulla montagna); il suo tragico epilogo (la ragazza affogata nel pozzo, l’amante contrabbandiere ferito a morte) è fissato fin dall’inizio poiché i tempi della vita e della morte si confondono, già morta fin dalla prima strofa la giovane, con i suoi capelli ormai verdi e gli occhi di freddo argento:

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.

Spazio e tempo sono elementi essenziali, insieme a sinestesie e personificazioni. Si pensi a Reyerta (Rissa) dove una “sera folle di fichi / e di caldi rumori / cade svenuta sulle cosce ferite dei cavalieri” (trad. di Macrí). Tutto in Lorca è narrato e sotteso, come la morte del bambino gitano solo annunziata dalla presenza di una luna-morte che seduce danzando e dai finali gridi e pianti dei gitani (Romance de la luna luna).

Se insomma nel Romancero gitano la narrazione in quanto tale tende a scomparire per farsi pura essenza, questo si verifica ancora di più nel Poema del cante jondo dove il racconto, sia pur solo alluso, sparisce del tutto come d’altronde sparisce nella forma più pura del cante flamenco, dove appunto non solo il taconeo (il veloce battere dei tacchi) ma anche la chitarra tace per lasciare spazio alla voce che si libra nell’aria in un impressionante silenzio per esprimere quella “pena negra” che il poeta sceglierà come protagonista di una delle poesie del Romancero gitano.

Sarà lui stesso, in una conferenza, a definirla come un’ansia senza referente, una tensione verso il nulla, come la certezza dell’incombere della morte (un “ansia sin objeto”, “amor agudo a la nada”, “seguridad de que la muerte está respirando detrás de la puerta”).

Né è certo un caso che le sezioni di questa raccolta poetica ripropongano nei loro titoli (Poema de la siguiriya, Poema de la soleá, Poema de la saeta, Gráfico de la petenera) le quattro forme musicali del cante jondo, un cante che Lorca conosceva bene e che, temendo che andasse perduto a vantaggio di un degenerato flamenchismo, lo portò a organizzare insieme a Manuel de Falla nel giugno del 1922 il famoso Concurso del Cante jondo che vide riuniti a Granada i più noti cantaores di quegli anni.

Ma il testo più noto è senz’altro il Llanto por Ignacio Sánchez Mejías, il Compianto per l’amico torero ferito mortalmente nella plaza di Manzanares (Pianto tradusse più espressivamente Giorgio Caproni offrendone una versione nel secondo anniversario della morte).

L’essenza della corrida Lorca l’aveva descritta bene in una delle sue conferenze dove la considerava come l’espressione più terribile del duende. La struttura quadripartita di questa lunga poesia, un poema sinfonico potremmo dire, scandisce le diverse fasi dell’azione: “lo scontro e la morte”, con il suo alternato “A las cinco de la tarde” che fissa il momento esatto del trapasso, il “sangue sparso” che il poeta rifiuta di guardare (“No quiero verla”), il “corpo presente” (l’esposizione della salma), l’“anima assente”.

E poi i tentativi di fermare la cancrena, il tremore che scuote il corpo febbricitante sulla barella, la folla in ansia che si accalca alla finestra, l’improvvisato giaciglio già trasformato profeticamente in bara, e infine l’irrevocabile morte che porta alla non riconoscibilità, una non riconoscibilità riscattata solo dal canto del poeta: “No te conoce nadie. Pero yo te canto”.

Di Ignacio, Lorca ricorda il “fermo profilo” (quasi già fissato sul lato di una medaglia), lo “stupendo vigore”, la “precisa saggezza” ma anche l’indiscussa unicità. Né è un caso che proprio i primi due versi della quartina che chiude la poesia siano stati rievocati sulla stampa repubblicana in occasione dell’assassinio di Federico García Lorca a sancire la perdita della figura irripetibile del suo autore:

Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
Un andaluz tan claro, tan rico de aventura
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
y recuerdo una brisa triste por los olivos.

Cover: Federico García Lorca con la sorella Isabel, 1914-15 (Fondación Federico García Lorca)

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il dispositivo ovvero la fabbrica che produce i mostri

Il dispositivo, ovvero la fabbrica che produce i mostri

Il dispositivo, ovvero la fabbrica che produce i mostri

Se il linguaggio fabbrica la realtà — come sostiene certa cultura politicamente corretta — allora ogni giorno, nominandoli, fabbrichiamo in serie i mostri che diciamo di combattere. E qualcuno, al piano di sopra del potere, ringrazia.
C’è una vecchia questione che i filosofi del linguaggio si portano dietro da un secolo: le parole descrivono il mondo o lo fanno accadere? Quando il sindaco dice “vi dichiaro marito e moglie”, non sta raccontando un matrimonio: lo sta celebrando. Le parole, in certi casi, sono atti. Fabbricano realtà.

Su questa intuizione (giusta, peraltro) si regge buona parte della cultura che chiamiamo, un po’ per pigrizia, un po’ per superficialità, “politicamente corretta” . L’idea è nota: il linguaggio non fotografa la società, la plasma. Perciò cambiare le parole significa cambiare il mondo.

Da qui la battaglia lessicale: espellere certi termini perché feriscono, perché escludono, perché nominano male; sostituirli con altri, più giusti, più inclusivi. Promuovere forme di espressione che riconoscano pari dignità a tutti gli individui riducendo pregiudizi storici e stereotipi che gravano sulle minoranze.

Ma non si tratta solo di semplici buone maniere, di tatto, di senso civico e di doverosa attenzione verso chi, magari, è stato storicamente escluso o svantaggiato anche attraverso un uso troppo disinvolto del linguaggio comune. Si tratta di un’azione vasta e sistematica di etichettatura su base linguistica, di ordinamento che giudica e classifica e condanna parole, storie, discorsi e persone, gruppi, scelte ed idee.

Per il politicamente corretto, chi non accetta la correzione, chi resiste alla sostituzione non commette un semplice errore grammaticale; commette un reato morale. Ed ecco che, puntualmente, chi resiste, chi dissente in qualsiasi maniera dalla narrazione politicamente corretta viene nominato in modo infamante: razzista, fascista, omofobo, complottista, sessista, antisemita, negazionista (e così via).

Fin qui la superficie. Ma se prendiamo sul serio la premessa — le parole fabbricano realtà — accade qualcosa che nessuno ha voglia di guardare seriamente in faccia. Perché allora, anche quelle parole lì, “razzista”, “fascista”, “omofobo”, “antisemita”, scagliate contro chi tale non è, contro chi non si allinea, non descrivono un fatto necessariamente preesistente. Lo producono. E la macchina, invece di ridurre i mostri, si mette a fabbricarli in serie.

Chiamiamola col suo nome: il dispositivo.

Il dispositivo funziona così. Prende una parola nata per indicare un comportamento documentabile — il razzismo, ad esempio, è una cosa reale, precisa, perfino misurabile— e la dilata fino a farle indicare, non più un atto, ma un’appartenenza. Non più ciò che uno fa, ma da che parte sta e peggio ancora: ciò che è.

A quel punto “razzista” non serve più a descrivere: serve a condannare senza appello. Ogni resistenza all’ordine del discorso diventa prova di colpa. E siccome le resistenze sono tante, ecco l’Italia miracolosamente popolata e saturata di razzisti, di omofobi e, soprattutto, di fascisti come non se ne vedevano dai tempi del fez.

È la stessa dinamica dell‘inflazione monetaria, e conviene tenerla a mente perché è impietosa. Quando lo Stato stampa troppa moneta, ogni banconota vale meno. Quando stampiamo troppe accuse, ogni accusa pesa meno. A furia di dare del razzista a chiunque storca il naso, la parola si svuota e rischia di non pesare più nulla il giorno in cui serve davvero, contro il razzismo vero, quello che rovina le vite.

È un disarmo semantico che ci infliggiamo da soli. Chi ha a cuore le vittime reali della discriminazione dovrebbe essere il primo a preoccuparsi ed anzi ad infuriarsi per questo spreco linguistico.

Ma c’è un secondo effetto, più sottile e più grave. Un sistema che genera i propri nemici nominandoli non può più farne a meno; ne ha bisogno. Il nemico non è l’ostacolo da rimuovere: è il combustibile che tiene acceso il motore. Serve un flusso costante di reprobi da additare, perché è additandoli che il gruppo si tiene insieme, si riconosce, si sente dalla parte giusta.

Il capro espiatorio, si sa, esiste da che mondo è mondo. La novità è che qui non viene sacrificato una volta per placare la comunità: viene rigenerato ogni mattina, all’infinito. Non si vince la guerra. Si ha bisogno che la guerra non finisca mai (Qui un precedente articolo di Periscopio che descrive il processo di costruzione del nemico necessario).

E qui arriva la contraddizione più grande.

La regola che il pensiero politicamente corretto impone a tutti gli altri è questa: nessun linguaggio è innocente, ogni parola è situata, ogni discorso esercita potere e produce esclusioni. Benissimo. Verissimo, anche. Ma allora vale pure per loro, per le milizie del politicamente corretto. Anche l’accusa “sei razzista” è situata, esercita potere, esclude.

Non esiste un balconcino neutro da cui pronunciare la sentenza restando puliti. Eppure il dispositivo si comporta esattamente come se quel balcone esistesse: tratta il proprio dire come pura constatazione di un fatto (“è così e basta”) e il dire di tutti gli altri come sospetto, interessato, da smascherare. Si riserva, cioè, l’unico posto che la sua stessa teoria ha dichiarato inesistente: il punto di vista di Dio, che vede senza essere visto e tutto giudica senza appello.

Non serve nemmeno stabilire se la premessa linguistica sia vera. Basta osservare che chi la predica non la applica a sé. Impone agli altri una legge da cui si auto-esenta. Ed è questo — non il contenuto delle richieste, non il voler difendere qualcuno dalla discriminazione, che è cosa sacrosanta — a rendere l’operazione autoritaria. La violenza non sta in ciò che si chiede. Sta nella pretesa di essere gli unici a parlare da un “luogo puro”.

C’è un’ironia finale, che ha il sapore amaro delle cose che si mordono la coda. Gli strumenti con cui il pensiero critico ha imparato a smontare il potere — l’idea che il dominio si nasconde meglio quando fa passare la propria posizione per naturale, ovvia, neutrale — sono gli stessi che il politicamente corretto usa oggi senza applicarli a se stesso.

Nel momento in cui pronuncia (ad esempio) “inclusivo” come un fatto e non come una posizione, esegue alla lettera l’operazione che i suoi (e miei) maestri avevano insegnato a denunciare. Non tradisce la lezione per sbadataggine. Ne diventa il caso da manuale. Il regime che dice di combattere si ricostituisce dentro di lui, identico nella struttura, invertito soltanto nel segno.

E nulla è più potente di un potere convinto di essere ancora la ribellione: perché quella convinzione è precisamente ciò che lo rende invisibile a se stesso.

Resta la domanda scomoda, quella che di solito non ci si pone. A chi giova tutto questo? Mentre ci accapigliamo sull’orizzontale — identità contro identità, comunità contro comunità, parola contro parola — sul piano verticale, quello del denaro, del potere, delle piattaforme, della ricchezza che si concentra sempre più verso l’alto come non accadeva da secoli, non si muove foglia.

La rissa lessicale mantiene gli sguardi bassi, occupati, indignati. Ottimo servizio, per chi prospera e conta i soldi ai piani alti del potere. Il movimento politicamente corretto che giura di combattere il capitalismo globale gli fornisce, senza saperlo, il più efficace degli anestetici.

Non è un complotto. È qualcosa di peggio: è un’omologia funzionale, una convergenza che nessuno ha ordinato e che proprio per questo funziona benissimo. Il dispositivo che fabbrica mostri e il mercato che frantuma le solidarietà hanno bisogno della stessa materia prima — individui soli, sospettosi, oppositivi, giudicanti, divisi in mille tribù incapaci di allearsi e costantemente in conflitto. Si nutrono l’un l’altro. E noi, ogni mattina, alimentiamo entrambi, convinti di fare la cosa giusta.

Forse la domanda vera non è quali parole siano lecite: è se abbiamo ancora il coraggio di sospendere il processo e di osservare freddamente  il funzionamento del dispositivo prima che sia lui, ad inglobarci definitivamente nelle sue procedure di funzionamento.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

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Il prezzo della civiltà

Il prezzo della civiltà 

Il prezzo della civiltà 

Ci sono fatti di cronaca che non dividono un Paese. Lo rivelano.

Per qualche giorno occupano le prime pagine, accendono discussioni, costringono ciascuno a prendere posizione. Si parla di legittima difesa, di responsabilità, di diritto, di giustizia. Poi, come sempre accade, arriva un’altra notizia e tutto sembra dissolversi. Eppure alcuni eventi lasciano dietro di sé una domanda che riguarda meno l’accaduto e molto di più ciò che siamo.

Forse continuiamo a guardare la cronaca dalla prospettiva sbagliata. Crediamo che serva a raccontare il mondo. Più spesso racconta noi.

Ogni civiltà nasce da una rinuncia.

Siamo abituati a pensare che la civiltà coincida con il progresso, con l’accumulo di conoscenze, con l’evoluzione delle istituzioni. Tutto questo viene dopo. Prima ancora, la civiltà è il momento in cui l’uomo accetta di non fare tutto ciò che potrebbe fare. Il diritto è forse l’espressione più alta di questa rinuncia.

Non nasce perché gli uomini sono giusti. Nasce perché sanno di non esserlo. Nasce dalla consapevolezza che la paura altera il giudizio, che il dolore pretende risposte immediate, che l’impulso possiede una forza capace di travestirsi da giustizia. La legge non elimina questi impulsi. Chiede loro di aspettare. È in quell’attesa che abita la civiltà.

Non è un caso che il diritto appaia spesso insufficiente. La vendetta è più semplice. Non conosce dubbi, non sopporta sfumature, non ha bisogno di ricostruire i fatti. Le basta individuare un colpevole. Il diritto, invece, deve accettare la fatica della complessità. È costretto a distinguere ciò che l’emozione confonde, a vedere ciò che la paura preferirebbe ignorare. Ed è proprio questa distanza a rappresentarne la necessità.

Sigmund Freud, nel Disagio della civiltà, osservava che l’aggressività non è un incidente della natura umana, ma una sua componente originaria. La civiltà non la cancella. La contiene. Ogni comunità chiede ai propri membri di rinunciare a una parte della loro forza immediata perché la convivenza sia possibile. È un patto antico, che ogni generazione è chiamata a rinnovare.

Forse è per questo che i fatti di cronaca ci coinvolgono così profondamente. Non perché ci obblighino a scegliere da quale parte stare, ma perché aprono una breccia attraverso cui riaffiorano paure e desideri che ci accompagnano da sempre. Raramente ce ne accorgiamo.

Crediamo di discutere dell’accaduto. Più spesso è l’accaduto che sta parlando di noi. Parla del nostro bisogno di sentirci al sicuro, della difficoltà ad accettare il limite, della tentazione di credere che esistano soluzioni semplici a conflitti che semplici non sono. Ogni vicenda diventa uno specchio. Il rischio è smettere di guardare ciò che riflette e limitarsi a contemplare la nostra immagine.

La tragedia greca conosceva bene questa fragilità. In Antigone, Sofocle non oppone il bene al male. Oppone due ragioni entrambe parziali, entrambe necessarie e destinate a ferirsi reciprocamente.

Il tragico non divide il mondo tra il bene e il male. Ricorda che esistono situazioni nelle quali anche il bene può ferire.

Noi sembriamo avere perduto questo sguardo. Pretendiamo che ogni vicenda consegni innocenti assoluti e colpevoli assoluti. Abbiamo bisogno di una chiarezza che la vita raramente concede. Così riduciamo la complessità non perché sia falsa, ma perché ci inquieta.

Anche il bisogno quasi irresistibile di esprimere immediatamente un’opinione nasce, forse, da questa esigenza di rassicurazione.

Dire da quale parte stiamo significa sottrarci all’incertezza. Ma la maturità di una società non si misura dalla velocità con cui reagisce. Si misura dalla capacità di sostare, almeno per un momento, nello spazio in cui nessuna risposta appare ancora sufficiente.

È uno spazio scomodo. È anche l’unico nel quale il diritto può continuare a respirare. Una democrazia non vive delle emozioni che attraversano i suoi cittadini. Vive della disciplina con cui essi decidono di non trasformarle immediatamente in criterio di giudizio.

La libertà non consiste nel dare voce a ogni impulso. Consiste nel decidere che non ogni impulso merita di diventare una decisione.

Forse è questo il prezzo della civiltà. Accettare che la giustizia non coincida sempre con ciò che sentiamo giusto. Rinunciare alla consolazione delle risposte immediate. Riconoscere che dentro ciascuno di noi continua a esistere una forza antica, pronta a reclamare il proprio diritto di parola.

La civiltà non ci chiede di fingere che quella forza non esista.

Ci chiede qualcosa di infinitamente più difficile: impedirle di pronunciare l’ultima parola. Perché il confine tra la giustizia e la vendetta non passa tra gli uomini onesti e quelli malvagi.

Passa dentro ogni essere umano. Ed è in quel confine invisibile che una società decide, ogni giorno, se continuare a chiamarsi civile.

Cover: Antigone al Burgtheater di Vienna, 2015 – immagine Wikimedia Commons

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Mi chiamo Monika

Mi chiamo Monika

Mi chiamo Monika, sono nata ad Amburgo nell’agosto del 1937, poco prima che l’Europa bruciasse nel fuoco. Fui una bambina felice anche tra le fiamme di un mondo che non comprendevo. Mio padre Hans era un fervente sostenitore del Partito Nazional Socialista, faceva il cameraman. Fu tra i principali addetti alla propaganda e fu molto impegnato nelle XI Olimpiadi moderne tenute a Berlino nel ’36, dove l’importanza della grandezza del Reich e del Führer erano la base di tutte le immagini. Il bianco dei marmi e le colonne paradisiache erano agli antipodi del nero delle anime che governavano quel regime.

Finita la guerra, con i miei genitori e le mie sorelle scappammo dalle macerie della Germania, vagando in vari posti del nuovo mondo, ma dai primi anni ’50 ci stabilimmo in Chiquitania, a cento chilometri da Santa Cruz. La Bolivia era molto accogliente per i reduci del regime, ma io questo allora non lo sapevo. Mio padre per me era un compagno di giochi e di avventure: si dilettava con l’alpinismo, era un vagabondo delle montagne, un esploratore ed era molto bravo con la telecamera, passione che mi tramandò e mi prese fin da piccola. Le mie sorelle dicono che io fossi la cocca di papà e forse avevano ragione. Non so quanto mio padre fu colluso col nazismo, ma certo indossava l’uniforme con un certo orgoglio.

Hans Ertl e sua figlia Monika Ertl durante le riprese del film sulle spedizioni “Hito-Hito” (Foto di ullstein bild/ullstein bild via Getty Images su licenza Creative Commons)

Tutto questo lo imparai molto più tardi. La mia ribellione a dire il vero cominciò a manifestarsi abbastanza presto: ero spesso soggetta a scatti di ira, anche violenti, tant’è che i miei genitori mi misero in cura da uno specialista di La Paz, ma durò poco, al massimo qualche seduta. In casa mia giravano un sacco di tedeschi, tra cui lo “zio Klaus”, persona gentile ma con una scintilla tetra negli occhi, azzurri come il ghiaccio, che mi faceva paura. Quando ero adolescente esagerava pure con gli abbracci nei miei confronti, non riuscivo mai a capire se fosse tenerezza o altro.

Presto, troppo presto mi sposai con un ingegnere minerario tedesco – boliviano. Divenni la moglie da esporre all’alta società. In quegli anni di matrimonio mi innamorai. Ma non di mio marito. Tra gli operai minerari, nelle favelas del nord, conobbi la figura del Comandante Ernesto Guevara. Capelli lunghi, barba rada, incolta e adolescenziale, occhi neri, profondi come un pozzo. Ne rimasi folgorata.

 

Mi avvicinai al marxismo, ero avida di conoscenza, stavo sempre dalla parte degli ultimi, le popolazioni indigene sopraffatte da noi europei, il capitale come metodo di sfruttamento delle masse, il socialismo come risposta, il Che come strumento di liberazione. Le mie idee furono il motivo per cui mio padre non parlava più delle mie doti con i suoi amici tedeschi. Mio marito era l’esempio di come il patriarcato avesse la faccia buona da mostrare in società e quella vera tra le mura di casa. (Ma io sapevo sparare!)

Nell’ottobre del ’67  il mio comandante, l’uomo dei miei sogni e della mia vita venne assassinato a Vallegrande a pochi chilometri dal mio tetto coniugale – che non fu mai casa mia. Ma ormai odiavo ciò che era stato mio padre, ciò che era mio marito. Nel 1969 divorziai, mi diedi alla clandestinità e divenni membro del ELN. Mi sentivo vedova dell’uomo della mia vita, raccolsi da terra la sua bandiera e mi allenai a sparare nella selva.

Ero già brava, divenni bravissima. Nel frattempo conobbi Inti Peredo, compagno del comandante e sua spalla fino all’imboscata a Quebrada del Yuro, adesso capo del ELN. Ascoltavo i suoi racconti, rapita, mi sembrava di essere stata con loro nell’ ultima azione, mi sembrava di essere la maestra che a La Higuera deterse per l’ultima volta la fronte del comandante, di quel Cristo col fucile, morto per la libertà di tutti. Una sera nel nostro accampamento io e Inti ci baciammo, la sua bocca aveva il sapore della frutta tropicale, nel suo viso vedevo i lineamenti di un altro uomo, diventammo amanti. Per lui fui sempre e solo Imilla, il mio nome di battaglia, che in lingua aymara e quechua significa solo ragazza.

Pochi mesi dopo quel primo bacio divenni vedova per la seconda volta. Le forze reazionarie boliviane, grazie alla lunga mano dello zio Sam, torturarono e uccisero Inti, che morì da eroe come il suo Comandante.

Non poteva finire così. Il mio unico scopo divenne quello di vendicarli, il Che ucciso dal colonnello Quintalla Pereira e Inti ucciso dall’esercito Boliviano.

Cominciammo a preparare il piano. Dov’era Roberto Quintalla Pereira? Era stato nascosto per preservarne la vita. Aveva fatto carriera, il maiale, era console Boliviano a casa mia, in Germania ad Amburgo. Preparammo il tutto nei minimi dettagli. La Colt Cobra 38 Special ce la procurò un italiano, tutti dicevano che ero bella ed il mio fascino doveva servirmi per fare abbassare la guardia a quell’assassino. Telefonai al consolato e presi un appuntamento col console in persona. La mia identità era quella di una ragazza australiana a cui serviva un timbro per poter andare in Bolivia per una vacanza studio. Non so come, ma la segretaria mi fissò un appuntamento.

Era primavera ad Amburgo, una primavera tedesca, tempo variabile, pioggia fine, mentre a La Paz era inverno e c’era il sole. Il primo aprile 1971 alle ore 9 ero nella sala d’aspetto del consolato boliviano ad Amburgo, in un palazzo del Reich scampato ai bombardamenti.

Alle 9,40 i portoni blindati dell’ufficio del console si aprono e dietro ad una scrivania barocca io non vedo un uomo, vedo un macellaio, un essere disumano che ha deturpato il corpo del mio sogno e ha inviato le sue mani tagliate ai suoi mandanti. Vedo che mi guarda, immagino i suoi pensieri, sporchi come la sua anima, mi guarda nella scollatura della camicetta, lasciata volutamente generosa, ho le mani fredde, non so se sedermi o stare in piedi. Dietro al console spicca un’immagine del lago Titicaca, una barca con la vela bianca gonfia di vento. In quel lago, un mio amico quando eravamo ragazzi si rovesciò con la canoa e non riemerse più. Attendevo il terzo motivo per sparare. E ora l’avevo. Tre colpi, una V, victoria o muerte, la giustizia proletaria era arrivata fino in Germania.

Esco in un lampo, come quelli esplosi dalla mia Colt Cobra, l’abbandono all’ingresso, così come la parrucca rossa, sento delle grida ma sono già sulla Heilwigstrasse e mi confondo tra la folla, sono solo una ragazza tedesca fra mille ragazze tedesche.

Sparisco per due anni, sono tra i compagni a riorganizzare l’ELN. L’obiettivo è quello di rapire Barbie, lo zio Klaus della mia infanzia, “il macellaio di Lione” e consegnarlo alla giustizia francese.

Ma forse qualcuno tradisce, forse non ero così invisibile come credevo. Assieme a un compagno vengo uccisa a El Alto,  il 12 maggio del 1973. In pochi ricordano chi sono stata.

 

Per approfondire la vita di Monika Ertl, leggi qui

 

Cover: Monika Ertl – immagine da cubadebate.cu

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La Chiesa uccide ancora?

La Chiesa uccide ancora?

La chiesa uccide ancora?

Sembravano trascorsi i tempi bui dell’Inquisizione, dei fedeli sospetti bruciati vivi come Giordano Bruno, Girolamo Savonarola e Margherita Porete, delle condanne vergognose come quella del grande inquisitore mistico domenicano Meister Eckhart, morto di crepacuore ancora prima di ricevere la condanna di eresia delle sue proposizioni .

Ho citato solo  alcune delle vittime dell’istituzione Chiesa , chiamata “ la Bestia” da Simon Weil e di cui un detto popolare attribuisce a Teresa d’Avila l’affermazione che “ha fatto più  atei del demonio”.

La Chiesa si è modernizzata e l’Inquisizione ha preso le sembianze di una multinazionale che trasferisce i suoi dipendenti scomodi in angoli remoti del mondo, demansionandoli dopo che hanno raggiunto posizioni apicali.

È il caso di Don Lino Zatelli, scomparso il 12 agosto con un gesto chiamato dalla Curia “volontario”, per non nominare la parola scomoda suicidio,  troppo scandalosa per la Chiesa trentina che ne sta occultando il più possibile modalità ed eventuali responsabilità.

Ho assistito ad alcune messe di Don Lino celebrate nella Chiesa di San Carlo Borromeo, e sono rimasta colpita dalla cultura, dall’empatia e dalla fede di questo sacerdote. In una chiesa strapiena di giovani, anziani, bambini, sembrava conoscere tutti, li salutava uno per uno, e nell’omelia parlava di un Vangelo diretto proprio a me, a noi, a ciascuno di noi. In qualsiasi condizione entrassi in chiesa,  ne uscivi con una sensazione di leggerezza, di una Presenza attuale, forse è questa la Grazia che chiamano Spirito Santo.

Don Lino accoglieva tutti, non ti chiedeva se eri gay, divorziato, ateo o drogato, regalava la parola di Cristo a tutti, indistintamente. I soldi raccolti durante l’offertorio erano destinati ai parrocchiani che non riuscivano a pagare le bollette, chiaramente in forma anonima.  Quando c’era la confessione generale diceva di non essere nessuno per giudicare gli altri e che Gesù ci perdonava tutti. Per attirare i giovani aveva celebrato delle messe rock, scelta vincente per conquistare i giovani, ma ovviamente criticata da “coloro che ben pensano”, i benpensanti tradizionali.

Profondamente ecumenico aveva rapporti con l’imam di Trento, con i valdesi, per svolgere una catechesi sul padre Nostro aveva chiamato teologi dall’estero, nei suoi numerosi viaggi a Betlemme aveva costruito una rete di amicizie anche là , durante il Covid ha aperto un canale Youtube in cui celebrava la messa, per fedeli vicini e lontani.

Dopo 25 anni di servizio  in cui ha trasformato la sua parrocchia in una famiglia, all’età di 75 anni è stato trasferito d’ufficio nella parrocchia di Zambana, demansionato ad aiuto parroco, con la scusa che il paese è più vicino a Sorni di Lavis dov’era nato. A nulla è servita la disponibilità di don Lino di fare l’aiuto parroco a san Carlo. A nulla è servita la raccolta di centinaia di firme  contro il trasferimento a change.org: il vescovo è stato irremovibile.

Al di là del fatto che don Lino era in età pensionabile, anche se ancora attivo, c’erano diversi modi per rispettare il suo eccellente operato, nominandolo sacerdote emerito, per esempio, che poteva affiancare il nuovo parroco, e magari formarne altri.

Essere umiliati a 75 anni, dopo una vita dedicata alla Chiesa, la dice lunga sulla mancanza di spiritualità della nuova multinazionale della fede , da sempre principale nemica dei veri cristiani.

Come scrive Friedrich Nietzsche :«In fin dei conti non è esistito che un solo cristiano, e morì sulla croce». Gesù è stato ucciso da “uomini religiosi”, cioè i Farisei, rispettosi delle regole, lontani dall’amore.

La caratteristica che mi ha colpito di Don Lino è che era molto cristiano e poco cattolico, mettendo sempre l’amore davanti a tutto, a scapito delle regole prescritte dalla religione cattolica. Questo, appena è stato abbastanza vecchio e fragile , gli è stato fatto pagare dai farisei di turno.

 

Cover: don Lino Zatelli, WhatsApp Image

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Il cavallo di Nolan e il trojan

Il cavallo di Nolan e il trojan

C’è un momento — sempre inatteso — in cui anche le immagini più potenti dovrebbero cedere il passo alla parola. Accade anche nei sogni più immaginifici e misteriosi: è l’interpretazione, bellezza!

È successo anche in questo caso proprio mentre guardavo il film, un kolossal che vuole interpretare il mito con la grammatica dell’Età dell’Atomo e dei supereroi. È successo davanti allo schermo gigante che mostrava cavalli titanici sulla spiaggia, vortici marini delle dimensioni di un acceleratore di particelle. È successo davanti alla figura di un Agamennone simile a una proto Batman a quella di un Ulisse con una faccia meno di bronzo del solito e uguale a quella di un paziente problematico in una seduta psicoanalitica.

Proprio negli stessi i giorni nei quali accudivo un “anziano Laerte” ormai quasi del tutto cieco, ho visto al cinema L’Odissea di Christopher Nolan.

Fa parte del nostro immaginario collettivo attribuire ai non vedenti – come il Demòdoco o il Tiresia dell’Odissea – quelle capacità di preveggenza o di ascolto profondo della voce degli dei.

Racconto così al mio Laerte del kolossal appena visto; gli dico del cavallo di …Nolan e dell’Elena nera e del successo che il film sta riscuotendo presso il grande pubblico.

Lui sorride e mi dice:

«Potessi rivedere l’Odissea di Rossi del ’68…»

E allora decido di fargliela “rivedere”: ormai su RaiPlay a ben cercare, si annidano come veri e propri trojan programmi che possono “spiarci”, riportarci indietro aprendo porte segrete del nostro inconscio; rivelarci qualcosa di inaspettato.

Lo vedo così, attentissimo con gli occhi chiusi a riascoltare un’antica sceneggiatura più vicina a quella di Omero e intento a richiamare alcune immagini, a riportarle al cuore e, per un inspiegabile moto empatico, anche io mi trovo accanto a lui con gli occhi chiusi ad…ascoltare la storia.

È lì, in questo esperimento improvvisato, che accade la cosa decisiva: la “grande immagine” di Nolan che avevo visto al cinema — quel “cavallo di Troia” impennato sulla spiaggia — svanisce e riprendono antico vigore e tensione le parole degli dei, la narrazione, il ritmo, l’esattezza del numero, in una parola, l’armonia.

La parola o meglio, il linguaggio – simile a un “parassita dell’inconscio”, come sosteneva William S. Burroughs e più recentemente Cormac McCarthy – si affanna ancora una volta a minare un mondo più remoto e ancestrale di lui: quello simbolico, onirico, quello del nostro inconscio collettivo.

E il mio “anziano Laerte” ne è la prova vivente: la sua capacità di “vedere” quelle parole è un vero e proprio laboratorio fenomenologico. La sua attenzione potrebbe essere paragonata a quella di un sismografo o a quella di un sacerdote di Apollo.

La sua Odissea non è un film ma una narrazione che si riattiva come quella che Demòdoco riattiva in Ulisse e perché no, le sirene attivano in ciascun essere umano, compreso…Omero. Già, le sirene: per chi cantano le sirene?

Le sirene cantano per loro stesse? Per il puro piacere di farlo, come un fenomeno naturale, come il vento tra le canne? Cantano per Ulisse, affinché rinunci alla hybris, alla tracotanza dell’Uomo dell’Età di Bronzo e di tutti gli uomini dalle facce di bronzo che si sono succeduti fino all’Età dell’Atomo?

Oppure le sirene cantano per il vate non vedente ma attento e che dovrà tramandare e tradurre, senza tradirlo, il racconto che esse gli fanno? Strano a dirsi: le sirene cantano anche per Nolan.

In questa prospettiva, Ulisse non è l’eroe ma il medium. Il mito non è l’avventura ma la trasmissione.

E allora il canto delle sirene non è seduzione come quella che Nolan cerca nelle immagini colossali: non esiste maggiore seduzione della parola e, all’Odissea di Nolan, mi dispiace dirlo, manca proprio la…parola.

Se anche non riuscissimo ad ascoltare le parole delle sirene e nemmeno la parola “nessuno” – perché Nolan ci ha tappato gli occhi con le immagini – almeno però bisognerebbe prestare ascolto alle parole di Tiresia.

Quelle parole omeriche sono poche, chiare e definitive: dopo essere ritornato a Itaca, Ulisse ripartirà da solo, per mare fino a quando …”candida scorrerà la luce”.

Nolan non può accettarlo. Il suo inconscio non vuole — e forse non può volerlo — un eroe che deve perdere tutto per ritrovare sé stesso.

Il cinema dell’Età dell’Atomo non ama la solitudine: ama la squadra, la missione, la coralità epica.

Ma Tiresia è inflessibile.

La parola del mito è più forte dell’immagine del regista.

E se Nolan avesse dato ascolto a Tiresia, avrebbe capito che l’Odissea non è un film d’avventura ma un trattato sulla perdita, anche della vista.

E allora torno al mio caro anziano Laerte. Lui, cieco, riesce a “vedere” l’Odissea di Rossi meglio di me. Io, vedente, riesco ad “ascoltare” Nolan peggio di lui.

Perché è la parola — la parola che vibra, che risuona, che (in)canta — la vera tecnologia del mito e la tecnologia, come avremmo dovuto imparare da tempo, si insinua proprio come un virus, come un trojan, a minacciare la nostra natura più profonda e nello stesso tempo a ricordarcela.

In copertina:  Modello del Cavallo di Troia sul lungomare di Çanakkale, vicino allo stretto dei Dardanelli,  foto creative commons

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Alla caccia della Volpe Verde. Sonnambulo

Alla caccia della Volpe Verde. Sonnambulo

Alla caccia della Volpe Verde. Sonnambulo

Guadagnai la via del ritorno nel silenzio della tarda sera, muovendomi tra le strade di un paese ormai quasi addormentato. Scorgere l’insegna del Pontalba Hotel mi diede un senso di profondo sollievo. In quel rifugio provvisorio ritrovai un briciolo di calore, la rassicurante routine della mia stanza e la valigia che custodiva l’essenzialità spartana della mia casa trasportabile.

Presi le chiavi, salii i gradini e mi abbandonai a una stanchezza fluttuante, lasciando che il sonno si popolasse di sogni bizzarri. Mi pareva di essermi appena addormentato quando una luce intensa ferì i miei occhi. Sembrava la lama di un coltello affilato che squarciava il buio, lasciando irrompere i raggi del sole nella stanza, era già iniziato un nuovo giorno.

Mi svegliai con la strana sensazione di avere i tasti del PC ancora impressi sui polpastrelli e lo sguardo di Malù conficcato nella memoria. I suoi occhi erano azzurri o verdi? Quel dubbio aveva scavato profonde gallerie nei miei sogni.

Scesi nella hall, presi un caffè al volo da Erika e uscii dall’albergo senza incrociare nessuno. Sentivo il bisogno di una dimensione più raccolta, di un luogo in cui le cose avessero una forma morbida e un nome armonico, come la terra porosa che lascia passare i germogli.

Appena fuori dall’hotel c’erano panchine e alcuni tavolini, mi sedetti e guardai il cielo, limpido e azzurro. L’articolo per Tresciaone non era ancora finito. La volpe verde continuava a rimanere un mistero fitto, capace di intrecciarsi alla perfezione con le storie che la gente mi raccontava e con la vegetazione rigogliosa che avvolgeva il paese. In quel borgo pieno di alberi, fiori ed erba, i rami e le foglie si fondevano tra loro, quasi volessero custodire un antico segreto che era loro da sempre.

L’articolo per Tresciaone mi preoccupava non poco visto che lo dovevo spedire quella sera. Dal mio zaino estrassi il pc, lo accesi e aprii il file word.

Qui Pim da Pontalba. Aggiornamento sulla leggenda della volpe verde. Come già scritto su questo giornale, prosegue l’inchiesta per accertare se ci sia qualcosa di soprannaturale legato all’improvvisa dipartita della Contessa Maria Augusta di Villa Cenaroli a Pontalba.” (magari scrivere qualcosa sulla contessa allungava un po’ l’articolo…).

Aggiunsi uno spazio e ricominciai a digitare, lasciando che i ricordi dei racconti sentiti nei negozi e per strada si trasformassero in inchiostro digitale. La vita di Maria Augusta, dopotutto, era stata una parabola di stravaganze e isolamento che tutta Pontalba ricordava con un misto di timore e fascino.

«Nata nell’agio della nobiltà di inizio secolo, la Contessa aveva progressivamente reciso ogni legame con l’alta società per ritirarsi tra le mura della Villa. Gli anziani del paese la ricordavano come una donna dall’intelletto affilato e dalle abitudini a dir poco singolari. Non riceveva mai ospiti dopo il tramonto e si diceva che la sua immensa biblioteca contenesse rari trattati di botanica occulta ed esoterismo.

Negli ultimi anni della sua vita, la Contessa aveva sviluppato una vera e propria ossessione per le volpi. Ne studiava incessantemente la natura, i comportamenti e i segreti biologici, quasi cercasse in loro una chiave di lettura del mondo. Gli abitanti del borgo sussurrano che sapesse persino comunicare con loro in una lingua sconosciuta e che le creature le obbedissero come fedeli servitori. La sua improvvisa dipartita, avvenuta senza preavviso in una notte di circa due mesi fa, non ha fatto che sigillare il mito di una donna che sembrava appartenere più ai boschi che al mondo degli uomini.»

Sbattei le palpebre, distogliendo lo sguardo dallo schermo lucido. Più scrivevo della Contessa, più mi rendevo conto che la sua morte non era un semplice fatto di cronaca, ma il tassello mancante di un enigma molto più grande. La volpe verde, il riflesso del cielo tra le foglie, gli smeraldi della sua collana preferita, il parco della villa, la serra di Malù, le rive del Lungone. Nella mia mente, ormai, era tutto avvolto da quell’unico, ossessivo colore verde.

«Da un primo sopralluogo alla villa e da un iniziale confronto con la figlia Malù (Maria Lucrezia Cenaroli Della Fontana), è emersa l’esistenza di un’erba tintorea locale che potrebbe aver colorato di verde il manto della volpe. Questa pianta viene comunemente chiamata dagli abitanti di Pontalba ‘Querta Erda’.

Detto questo, l’enigma rimane intatto, carico di mistero e suspense. Com’è possibile che una volpe dalla pelliccia tinta di verde sia uscita dal loculo proprio il giorno dell’inumazione? E perché, il giorno del ritrovamento del cadavere, il cielo sopra Villa Cenaroli si è acceso di un verde così intenso, quasi un’aurora boreale fosse giunta fino a questo lembo di Lombardia? È davvero possibile che la natura sovrannaturale della morte si sia manifestata attraverso fenomeni fisici visibili, rari e scientificamente inspiegabili?

Nella dipartita di ogni essere umano si cela una componente di mistero e trascendenza, ma vederla materializzarsi in eventi tangibili è una prerogativa che di solito si lega a figure leggendarie. Perché, allora, associare una simile eccezionalità alla morte della Contessa? D’altra parte, ci sono altri testimoni a Pontalba che giurano di aver avvistato la volpe verde. Le prossime indagini si concentreranno proprio sulle loro voci, e il resoconto dettagliato verrà puntualmente pubblicato su questo giornale. Ai prossimi aggiornamenti

Immaginai la faccia del mio capo e del Dui mentre leggevano quelle poche righe. Magari era la volta buona che mi licenziavano. Sicuramente non avrebbero apprezzato la stravaganza e la scarsa consistenza di quanto scritto ma, d’altronde, non avevo informazioni più sicure su cui fare affidamento, né tantomeno l’intenzione di inventarmele.

Mi chiesi, però, se ciò che stavo cercando a Pontalba fosse coerente con il lavoro di un giornalista di cronaca nera, o se non mi stessi invece trasformando in una specie di Ghostbuster locale. Le dicerie erano insistenti e la gente era ben disposta a parlare degli eventi oggetto della mia indagine, come se facessero parte della loro quotidianità.

La cultura di quel posto si nutriva allo stesso modo di storie lontane e di miti moderni, leggere un racconto di Calvino o parlare della morte della Contessa sembravano essere messi su un piano simile. Storie vicine e storie lontane, con un grado di veridicità tutto da dimostrare, ma con un potenziale antropologico indescrivibile.

La realtà e la cultura si condizionano in modo imprescindibile. I racconti della gente descrivono un pezzo della loro vita, delle loro speranze e di ciò che li diverte, molto più di quanto riesca a fare una fotografia. Le storie si raccontano, si tramandano, ci pervadono e orientano i nostri comportamenti, insomma, sono vive. Le fotografie sono uno spaccato di tempo incollato sulla celluloide e conservato per ricordare (più a noi stessi che agli altri) che abbiamo avuto un passato.

Noi siamo ciò che siamo anche in base ai ricordi che custodiamo, grazie alle immagini che abbiamo salvato e ai momenti che abbiamo immortalato, strappandoli dall’oblio che, un po’ alla volta, avvolge tutto. Ma la fotografia è solo una briciola del nostro passato, le storie invece sono vive, tramandabili, modificabili e, seppur fantastiche, verosimili, con gradi diversi di veridicità.

Mi venne da pensare in quel momento – e lo vidi con il mio occhio interiore con molta chiarezza – che la realtà non è un dato di fatto, ma un processo in mutamento che subisce dei condizionamenti culturali imprescindibili. Viene filtrata da chiavi di lettura sia individuali che collettive, originali e legate al posto e al tempo in cui ci si trova immersi.

Siamo nel tempo che abbiamo contribuito a creare, con tutte le sue caratteristiche che adesso possono sembrarci bizzarre, ma che forse a un certo punto si scoprirà non esserlo affatto. Oppure, viceversa, siamo in un tempo che propone come verità assolute e inconfutabili cose che, a un certo punto, diventeranno del tutto superate.

Me ne stavo là seduto su una sedia del Pontalba Hotel, con lo sguardo perso nel cielo che in quel momento era di un azzurro limpido e intenso. Mi trovavo immerso in un luogo denso di storie, racconti che mi affascinavano proprio perché capaci di svelarmi un mondo totalmente estraneo al mio. Non mi trovavo di certo nel tipico universo di un giornalista di cronaca nera, abituato a scavare tra i dettagli più crudi per scoprire i motivi della morte di qualcuno.

In fin dei conti, era davvero così fondamentale capire perché la Contessa fosse morta? La donna era vecchia, aveva vissuto un’esistenza lunga, agiata e protetta. Nessuno l’aveva assassinata e nessuno sembrava nutrire il minimo interesse per la sua eredità, a partire da Malù, che pure era la sua erede diretta. E allora io cosa ci facevo lì?

Cercai di essere sincero con me stesso. La verità era che il verde pervasivo di quel borgo e gli occhi enigmatici di Costanza Del Re e di Malù mi avevano avvinghiato a quel posto. Era un legame simile a quello di un’edera che si attorciglia irrimediabilmente attorno al tronco di un castagno, un rampicante che non sa perché si trova proprio lì, ma che sente, con assoluta certezza, di non poter stare altrove.

Compresi che il mio tempo era ormai legato a doppio filo a quell’evento, alla vita di quella gente, allo strano e dilatato scorrere delle ore, all’interno della villa. Una consapevolezza affatto banale, che mi fece sentire improvvisamente diverso, sospeso e indissolubilmente unito alle vicende e ai segreti di Pontalba.

Mentre il sole cominciava a scaldare la sedia sulla quale ero seduto, materializzando delle ombre sul cortile dell’hotel, mi resi conto che la cronaca oggettiva dei fatti non mi bastava più. Quello che era iniziato come un semplice articolo si stava trasformando in un viaggio personale dentro un folklore vivo, dove ogni vicolo sembrava sussurrare una risposta e ogni sguardo nascondeva un mistero che chiedeva solo di essere raccontato.

Mentre i miei pensieri vagavano liberi, simili a quelli di un naufrago su un’isola che ha iniziato ad amare, arrivò Erika con il suo sorriso e la sua bocca rossa.

«Vuole un secondo caffè?»

«Perché me lo chiede?»

«Perché mi sembra un po’ sovrappensiero… A volte questo posto fa uno strano effetto e la gente sembra quasi sonnambula. Un caffè le farà sicuramente bene.»

«Ok, grazie» risposi.

Eppure, dentro di me, non sapevo se uscire da quello che Erika aveva appena battezzato sonnambulismo, forse era proprio ciò che cercavo. Lasciare quella semi-realtà densa di storie e di fascino, non mi attirava affatto. Era come se la nuova dimensione appena scoperta mi piacesse di più, fosse più consona al mio essere profondo e al mio bisogno di trovare un senso del vivere che comprendesse le storie come possibili, i sogni come auspicabili, le fotografie come ricordi e gli occhi delle donne come la cosa più bella che io avessi mai visto.

Ciò che è davvero bello non deve essere né abbandonato né dimenticato, perché nella bellezza si trova sempre un po’ di salvezza. Aspettai ancora cinque minuti prima di toccare la tazzina fumante che mi ritrovavo davanti, assaporando ancora per un po’ quell’incredibile stato di sospensione, quel sapore di casa e di approdo che mi faceva sentire incredibilmente vivo.

Guardai Erika allontanarsi tra i tavoli, muovendosi con una leggerezza che sembrava quasi far parte dello stesso incantesimo che avvolgeva Pontalba. Il calore del caffè, quando finalmente lo sorseggiai, si diffuse lentamente, ma non sciolse quella nebbia leggera che mi si era posata sui pensieri. Anzi, la rese persino più dolce, come se quel borgo mi stesse accogliendo tra le sue braccia invisibili, sussurrandomi che la cronaca della realtà poteva aspettare, mentre la vita, quella vera e misteriosa, stava accadendo proprio lì.

Cover: Foto di Peggychoucair da Pixabay

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Per certi versi / È che si muore così facilmente

Per certi versi / È che si muore così facilmente

È che si muore così facilmente

È che si muore così facilmente (io ho dentro sempre questo pensiero), che penso sia bene

riversare ora tutto il nostro amore.

Per quanto ruvido o imperfetto, occorre donarlo in ogni momento. Tentare.

 

Essere alba mentre la guardi. Assaporarne il dono immenso.

E la bellezza dei biancospini.

E dare. Dare. E scrivere. Scrivere l’anima. Essere grati.

 

Anche nel buio, nel dolore, amare sempre. Ogni istante.

 

Se mi passi accanto, sono sicura che lo senti.

Questo mio perenne e ostinato e necessario amare.


(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

 

In copertina: fiore di biancospino – foto Pixnio su licenza creative commons

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

L'Odissea di Nolan: il punto di vista di una classicista

L’Odissea di Nolan:
il punto di vista di una classicista

L’Odissea di Nolan: il punto di vista di una classicista

Sicuramente quando si ha avuta notizia dell’Odissea di Christopher Nolan, tutti i classicisti (me compresa) saranno stati al contempo scettici, incuriositi, orgogliosi: Omero trionfa, a fronte degli scenari più distopici autoavverantesi, dell’intelligenza artificiale, di qualsiasi missione interstellare.

Il nostro Mar Mediterraneo ispira ancora, risuona ancora, a millenni di distanza. Una vittoria del classico insomma, un imitatio/aemulatio senza fine!

Non appartengo alla categoria di chi ha demolito il film completamente, al contrario. Ho sempre pensato che cercare di essere fedeli il più possibile all’originale non solo è impossibile, ma non dice nulla di nuovo sul nostro presente. E quindi si rivela essere una impresa poco utile! Per questo, la reinterpretazione del mito è l’unica impresa effettivamente degna di sforzo.

Veniamo all’Odissea di Nolan. A parte il rispetto delle categorie storiche (almeno della manualistica mainstream reperibile: le datazioni, il riferimento al Medioevo ellenico, la menzione della fruizione aurale-orale, la leggenda dei popoli del mare che alcuni studiosi farebbero coincidere con gli stessi Achei), la storia a livello di montaggio riprende ma varia il dispositivo del flashback che avviene non alla corte dei Feaci, bensì presso Calipso.

A mano a mano che Ulisse comincia a ricordare il suo passato affiora attraverso il racconto (peccato per la bella figura di Nausicaa che si perde del tutto in Nolan!). È chiaro che questa piccola variazione non ci stupisce, perché probabilmente l’abbiamo imparata sui libri di scuola, alcuni di noi la conoscono bene e la bravura di Nolan nei montaggi non spicca così tanto, anche se la variatio è di per sé ingegnosa, perché fa coincidere l’inizio del focus su Ulisse con l’inizio del flashback.

Ma passerei ad una reinterpretazione che sicuramente ha colpito moltissimo il pubblico soprattutto dei classicisti: Ulisse per ritornare a Itaca deve smettere di detenere il controllo su di sé, fare un atto di fede. Ora, è chiaro che la parola fede è un lascito cristiano, e non trova corrispettivo nel greco antico, men che meno in quello omerico: pistis infatti ha un significato originario diverso da quello assunto nel mondo cristiano.

Ma il vero nucleo della questione è questo: in una società ipercontrollante com’è la nostra in cui tutti monitoriamo noi stessi e gli altri, in cui tutto deve essere razionale e razionalizzato, ottimizzato, che rivoluzione è lasciare andare, liberarsi del peso del controllo? Lasciare che gli eventi vadano come vadano, una nuova Itaca da raggiungere. Difficilissima, non si conviene?

A parte Elena nera (giustissimo fare un po’ di polemica sui diritti umani e su una bellezza rappresentata da tradizione in odor di schiavitù), un’altra grande reinterpretazione è il finale (sì allo spoiler, visto che chi sta leggendo avrà già visto il film): dando credito ad una lettura secondo cui Ulisse avrebbe ripreso il viaggio dopo essere tornato (da cui gemma l’Ulisse dantesco), Ulisse riparte ma con la donna amata, un viaggio da affrontare in due inseguendo il corso del Sole: la briciola romantica l’abbiamo colta, è un “filo” idealizzata e un po’ irreale.

Ulisse ritrova la sua identità di viaggiatore, ma ciò non significa rinunciare agli affetti: di certo, un sogno che – è da dire – non tiene conto delle innumerevoli deviazioni amorose sul percorso del nostro eroe mediterraneo.

Cover: Testa di Odisseo, villa di Tiberio a Sperlonga – foto wikimedia commons

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Chi ha dormito nel mio letto?

Chi ha dormito nel mio letto?

Chi ha dormito nel mio letto?
(un racconto)

Chi ha bevuto dal mio bicchiere? Chi ha mangiato nella mia scodella, chi si è seduto sulla mia poltrona, chi ha usato il mio spazzolino, chi ha fumato la mia pipa. E soprattutto (quella cosa lo faceva veramente imbestialire) chi ha dormito nel mio letto.
Tutte le notti era la stessa storia.

Piano, ragioniamo, mi chiamo Filippo Torelli e questa è la mia casa, di mia esclusiva proprietà, me l’ha lasciata mio zio. Sono figlio unico, niente moglie e niente figli. Cioè a dire che nessuno, dico nessuno, può vantare un qualche diritto sulla mia bellissima casa. Ora, date un’occhiata ai catenacci, alle chiavi (ma chiavi sul serio, non delle yale da due soldi), controllate le sbarre di ferro, le inferriate doppie, i cancelletti di maglia d’acciaio davanti alle portefinestre; insomma, credetemi, in casa mia non entra nemmeno un topino, figuratevi un ladro, un intruso, un vagabondo. Eppure non si riesce a stare in pace. Tutte le notti è la stessa storia.

Ma non era solo il problema del fu ingegner Filippo Torelli. Gli altri inquilini la pensavano esattamente come lui. Anche gli altri, una trentina o qualcuno in più, gridavano, minacciavano, sbattevano i piedi. Ognuno protestava il suo sacrosanto diritto sul proprio bicchiere (e tutti il medesimo bicchiere), e sulla scodella, la poltrona, lo spazzolino da denti, il vecchio letto di noce. Al numero civico 43 di via Fondobanchetto tutte le notti c’erano discussioni. E non era la solita animata, rissosa, tipica assemblea di condominio; vi giuro, era mille volte peggio.
Fino a mezzanotte filava tutto liscio. Era una zona tranquilla della città, la più antica, il cosiddetto castrum byzantinum. Ma ecco, a mezzanotte in punto, l’ora canonica dei fantasmi, iniziava la baraonda. Che durava per ore. Le voci si spegnevano, di colpo, solo con il primo raggio dell’aurora.

Se pensate che tutti i fantasmi, tutte le anime dei trapassati, siano presenze diafane, timide e discrete, malinconiche e amanti del silenzio, siete fuori strada. Questo non era comunque il caso dei proprietari della casa di via Fondobanchetto 43. La casa, dall’anno di costruzione ad oggi, era stata ripetutamente oggetto di atti di successione, e donazioni, compravendite, addirittura di un paio d’aste giudiziarie a seguito del fallimento del proprietario.

Non si scappa, de jure tutti i fantasmi inquilini erano titolari del medesimo titolo di proprietà. Il punto era fargli capire che tale titolo, esclusivo fin che si vuole, poteva e doveva essere esercitato in comunione con tutti gli altri aventi diritto. Macché, abituati in vita a disporre di quel bene – dico la casa e tutto ciò in essa contenuto – in modo totale, senza restrizioni di sorta, non gli entrava in testa che il loro nuovo status imponeva un diverso comportamento.

Io, vivo e vegeto se dio vuole, visitando per conto di una stimata agenzia immobiliare la casa infestata (così era rinomata per quel fastidioso baccano notturno e per questo preciso motivo non trovava punto un acquirente), mi sono apposta trattenuto oltre il tramonto, per tutta la notte, fino all’alba.
Per spiegare la situazione. Per farli ragionare.

Sono un buon parlatore, un ottimo agente, ma non c’è stato verso. Allo scoccare della mezzanotte, non un minuto più tardi, una donna dalla voce stridula si è messa a gridare come un’ossessa: Chi ha mangiato nel mio piatto? Alla sua, si è sovrapposta la voce per me irriconoscibile dell’ingegner Torelli (da vivo ci frequentavamo, era persona mite e dai modi cortesi) sbraitando: Chi ha bevuto dal mio bicchiere? E una terza, totalmente fuori di sé: E chi ha dormito nel mio letto?

Niente. Non mi hanno fatto nemmeno parlare.

Cover: Via Fondobanchetto, Ferrara, immagine museoferrara.it

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Ferrara è cambiata: creiamo i nuovi cittadini

Ferrara è cambiata: creiamo i nuovi cittadini

Ferrara è cambiata: creiamo i nuovi cittadini

Ferrara non è più la città dei soli ferraresi; di coloro che risalivano ai nonni e ai bisnonni residenti nei borghi o vicino alla Cattedrale o al Castello, di coloro che davano forza al proprio dire utilizzando il dialetto, o intercalando con il gergo.

Come la maggior parte delle città europee Ferrara si avvia ad essere popolata da persone provenienti da altre civiltà, da altre religioni, da altre e diverse esperienze. L’Ufficio statistica del Comune registra che sul totale degli abitanti  il 12% , oltre quindicimila persone, proviene dall’esterno. Una cifra sottostimata perché considera solo le situazioni formalizzate.

Il problema che dovrebbe muovere in primo luogo gli amministratori e noi tutti, è quello di farne dei cittadini. Uomini e donne che in un domani, speriamo prossimo, possano dire di essere ‘ferraresi’. Futuri amministratori. Fra loro il 18% è costituito da minorenni: non cercare e tanto meno trovare forme e modi di inserimento diviene una colpa politica che appartiene sia alla maggioranza che alla opposizione.

Una forte potenzialità che sarebbe un errore grave non considerare o tentare di ridurre allo stereotipo della ‘ferraresità‘. Questa presenza è una ricchezza che muterà anche i caratteri degli abitanti locali. La esistenza di altre culture ed esperienze diviene un momento di sinergia che contribuisce, o dovrebbe, a mutare la situazione.

Il nuovo cittadino ferrarese manterrà le caratteristiche e le qualità originarie, ma dovrà essere capace di acquisire stimoli e conoscenze portate dai nuovi arrivi. Sarà una persona diversa da quella del passato, unirà interessi e curiosità che si andranno ad aggiungere al patrimonio pregresso.

Il lavoro che si prospetta non è facile e non è risolvibile in tempi brevi. Lo potrà fare solo una classe politica capace di proiettarsi nel futuro, nei tempi lunghi: di immaginare una nuova città e una nuova popolazione.

Uno strumento utile per costruire un cammino non facile potrebbe o dovrebbe essere l’assessorato alla cultura, che invece appare inerte, indifferente rispetto ai problemi della città, della sua definizione e caratterizzazione.

Ossessionato dai numeri (peraltro sempre in calo) si affanna a raccogliere mostre che non sono pensate per gli abitanti, vecchi e nuovi, di Ferrara; la modesta e tradizionale attività didattica non persegue questo scopo.

I corsi di lingua, meritoriamente organizzati dal Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti e da altri attori esauriscono il loro impegno nel fornire uno strumento che resta inutilizzato perché non è rivolto alla città.

Abbandoniamo il concetto di ‘residenza’ che è solo un impedimento alla integrazione.

Rendiamoci conto che per chi viene da situazioni diverse resta incomprensibile la trama viaria, gli spazi, i monumenti non hanno significato, il verde è spazio buttato. Nessuno spiega loro il significato di tragitti che portano a punti nodali, nessuno spiega loro quali sono i punti nodali. Nessuno spiega loro le ragioni della conservazione e della attenzione. Nessuno li informa delle tradizioni religiose.

Una struttura, fra le altre possibili, utile, è la creazione del ‘Museo della Città. Un istituto che raccolga ed illustri la storia di Ferrara, la sua proiezione nell’avvenire; che consenta riconoscimento ed identificazione. Una proposta da tempo avanzata ma mai raccolta da amministrazioni incapaci di pensare in tempi lunghi, oltre le normali scadenze amministrative.

Bisogna inventarsi degli incentivi che consentano di partecipare; sta a chi ha responsabilità amministrative e gestisce istituzioni pubbliche ritrovare modi e forme di intervento. Non si tratta di rinunciare alle iniziative in atto, ma di pensarle anche in funzione della creazione di nuovi cittadini; di inventare  occasioni per consentire una consapevole presenza.

Ne sarà capace questa classe politica?

In copertina: Ferrara corso Martiri (foto di Beniamino Marino)

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