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Presto di mattina. Scrivere, un atto di svelamento e di verità

Presto di mattina /
Scrivere, un atto di svelamento e di verità

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Scrivere, un atto di svelamento e di verità

In occasione del centenario di fondazione della Libreria Editrice Vaticana, papa Leone in continuità con il pensiero di papa Francesco, ricevendo un gruppo di poeti e romanzieri di tutto il mondo, ha ricordato che c’è bisogno degli scrittori, della loro immaginazione per creare «spazi di libertà e di autenticità».

«Scrivere — nel modo in cui voi lo fate — è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. “La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere” (Magnifica humanitas, 25). Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti».

Scrivere un gesto di umanità

«Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità… Nelle letterature si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: “Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.S. Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità.

Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia” (Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, 34)».

Il profilo della verità è un mosaico

Chi scrive storie, narra di personaggi, si immedesima in essi, libera le emozioni, le fa condividere, mostra prospettive, soluzioni a problemi, percorsi che smascherano atteggiamenti di disumanità: «In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera».

Scrivere, nello scavo d’umanità, ci fa prossimi del mistero

«Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie. «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» (Liberi sotto la grazia, Città del Vaticano 2026, 83)».

Su questo sentire insieme con gli occhi dell’altro, chi scrive cerca la profondità dell’altro e lo svela. Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo, scrittore, saggista, regista, presente all’evento, ha detto: “Ciò che mi ha colpito nel discorso di Leone XIV sono stati due punti: l’empatia e il mosaico. Ci ha detto che, credenti o meno, siamo artefici dell’empatia, poiché scrivere una storia significa incarnare una moltitudine di personaggi e avvicinare il lettore a tutti questi personaggi. E quindi, scrivere significa avvicinarsi agli altri, significa renderli vivi e prendersi cura di loro”.

La seconda immagine che si è fissata nella mente del noto autore è quella del mosaico: “Uno scrittore mette insieme piccole pietre come in un mosaico per creare un grande disegno, che è un romanzo o un’opera teatrale. E in effetti, ciò che conta per noi sono le relazioni, mostrare le relazioni in una storia. E così ci ha mostrato che il cuore di ciò che facciamo è, in fin dei conti, in totale sintonia con il Vangelo. Ne sono rimasto toccato, illuminato, e penso che anche uno scrittore non credente si riconosca in questo discorso”.

Attraverso la scrittura un percorso che aiuta a riconciliarsi

Così pure lo scrittore e romanziere Assaf Gavron (in italiano: La mia storia, la tua storia, Mondadori 2009) che ha raccontato il confitto tra israeliani e palestinesi in diverse opere ha commentato: «Il discorso mi è piaciuto molto. Mi ha reso orgoglioso di essere uno scrittore. Di avere l’opportunità di diffondere la verità e parlare dei lati positivi della natura umana.

Io faccio quello che posso per diffondere la mia verità, umanità e pace. Gli scrittori scrivono ciò che vogliono e non sono automaticamente rappresentanti di qualcosa. Ma allo stesso tempo hanno la possibilità di avere un’influenza. Specialmente in zone di conflitto, come quella in cui vivo, scrivere libri è un modo di promuovere la comprensione reciproca. Di spingere per la riconciliazione».

La verità si dice in molti modi

Così è pure l’essere, secondo Aristotele: si dà e si dice nella pluralità. A me sembra allora che la forma della verità sia simile all’arcobaleno: dall’interazione dei raggi solari con le gocce d’acqua si ha una scomposizione e dispersione della luce, una rifrazione secondo le differenti frequenze d’onda, così da incolore essa diviene una scala multicolore che va dal violetto al rosso.

La verità, come la luce, è un dono per tutti coloro che l’accolgono in quanto tale, e se la paragoniamo alla luce la scopriamo una e molteplice; siamo ogni volta stupiti al rivelarsi del suo differente, cangiante e incredibile cromatismo, un cono di luce che poi dalla dispersione passa ad una successiva unificazione, così nella scrittura si rifrange e si raccoglie pure tutto lo spettro dei colori e delle verità d’uomo nell’iridescente segreto della loro unità.

Spesso per scorgere l’arcobaleno della verità bisogna prima aver attraversato una tempesta, l’oscurità della lotta, umiliati dall’inganno e dalle sue manipolazioni. E se ci si avvicina troppo, per afferrarlo, per possederlo, esso scompare. Come l’arcobaleno la verità all’improvviso ci attira, ci stupisce ogni volta tanto che sentiamo l’insopprimibile bisogno come quando vediamo l’iride, di gridarla a tutti dalle finestre e dai balconi, dai tetti in giù.

Chi è uno scrittore? “Un uomo che vive e fa vivere la verità”

«Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità …» (Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, Mondadori, Milano 1985, 117).

E così non ho potuto fare a meno di pensare, tra gli altri, a Leonardo Sciascia, al suo modo di intendere la verità, e grazie al libro intervista della giornalista francese Marcelle Padovani La Sicilia come metafora, Mondadori, del 1979, ho avuto l’opportunità di uno sguardo insieme panoramico e sintetico della sua opera letteraria.

Vi si scopre come la letteratura possa diventare uno strumento di critica impietosa, senza sconti del potere in tutte le sue forme e collusioni, anche religiose. L’Isola diventa come una lente d’ingrandimento per interpretare le derive della democrazia, della giustizia e dell’oppressione. Il lavoro dello scrittore come smascheramento dell’ambiguità tra potere e illegalità, e le logiche mafiose che non restano confinate localmente, ma si allungano come tentacoli di piovra in tutto il paese.

«C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno.

Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose», (ivi, 78).

L’ottimismo della scrittura

Certamente Leonardo Sciascia fu segnato da pessimismo ereditato dalla sua terra, ma vissuto con lucidità e razionalità, sfiducia per l’immobilismo dello status quo così da rendere incerto, lontano un futuro; amarezza anche per la continua e dilagante corruzione generativa di immobilità omertosa, di stupidità e menzogna istituzionali.

Ma in lui non vi fu un atteggiamento rassegnato. Da Moravia aveva preso l’espressione “ottimismo della scrittura”; il vero pessimismo sarebbe stato, per lui, rinunciare a scrivere, smettere di denunciare anche con storie del passato per smascherare le trame ancora attuali; uno scrivere di sopraffazione per risvegliare e far vivere gli altri. Un consumarsi scrivendo (vivir disviviendo). Questo il suo impegno civile di denuncia affidato ai lettori, che attende un riscatto d’umanità.

Una metamorfosi: dalla “scrittura-inganno” alla “scrittura-verità”

La verità dello scrittore è il titoletto che nel libro intervista introduce una serie di domande sul suo modo e sul senso dello scrivere di Sciascia e le sue fonti.

«In casa mia si è sempre respirato un infinito rispetto per le cose della scrittura, un rispetto e una paura tipici del mondo contadino. Per il contadino, la scrittura non è forse per forza di cose inganno, impostura e falsificazione? Amo ricordare un indovinello che dice:

“Bianca campagna, nera semenza, l’uomo che la fa, sempre la pensa”. La “bianca campagna” è il foglio di carta, la “nera semenza” la scrittura, “l’uomo che la fa” chi scrive e che deve sempre star sul chi vive pensando a quel che scrive, a quel che ha scritto. Si tratta di un indovinello della mia regione il cui vero messaggio è in realtà questo: la scrittura è importante per chi sa farla, ancora di più per chi non la sa fare, non la sa vedere, non la sa leggere.

Dalla scrittura-inganno qual era per il contadino e qual è stata per me stesso, sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è…

Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che sì dicesse: “Ha contraddetto e si è contraddetto”, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante “anime morte”, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano» (ivi, 87-88).

«Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità»

In Sciascia la ricerca della verità prese le distanze dal concetto di letteratura impegnata (intervista di James Dauphiné); era più legato alla concezione illuministica che a quella umanistica. Sono verità e giustizia dell’illuminismo giuridico che nella sua narrativa di denuncia vengono declinandosi per raccontare la verità. Dire la verità è gesto etico rivolto a smascherare la menzogna, perché attraverso di essa venga per contrasto alla luce il vero, e attraverso l’uso del paradosso, della finzione e dell’ironia s’intravveda l’inganno dietro le maschere del potere.

Lo scrittore Leonardo Sciascia non ha visto nel potere qualcosa di diabolico, ma l’ottuso avversario della libertà dell’uomo, e il suo lavoro di scrittore come una lotta per liberare la verità: «Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità» (ivi, 84).

Per questo, nel suo impegno di scrittore, egli si è adoperato affinché «all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia… Vorrei fondare, o veder fondare, uno stato democratico capace di attuare la Costituzione. Allora sì che potrei patrocinare un movimento: lealista costituzionale. Perché la Costituzione italiana ha forse qualche difetto, ma rappresenta la miglior carta delle libertà che il popolo italiano abbia avuto finora» (ivi, 116-117)

“La Sicilia, il suo cuore”, 1952

In questa poesia giovanile Sciascia dipinge tutto l’amore e l’amarezza, l’attaccamento e la tormentata solitudine per la sua terra. Al dinamismo del quadro di Chagall Moi et le village (Io e il villaggio) affollato di figure, che l’ha ispirata, corrisponde l’immobilismo di una terra desolata, colta come da uno sguardo perso nel vuoto, senza orizzonte. Non una memoria che ridesti nostalgie, ma la fissità e un’asprezza dei luoghi che si trasmette anche alle nuvole addensate e rapprese come bianco caglio, che rispecchia il volto del suo paese Racalmuto.

Corvi e pioggia, un comune destino di digradante apatia; autunno senza vendemmia; la filigrana dei rari alberi come incisi su greti amari; il nero delle stoppie graffia la luce, riverbero oscuro di una miseria economica, culturale, religiosa in quel suo tempo; un silenzio incrinato dalla paura che divora ogni gemito nel suo affiorare, subito lo sprofonda nel melmoso cuore delle fonti.

Così la verità non sta nel racconto di un’isola culla dei miti mediterranei: la dura e cruda realtà sociale della sua terra è la verità orfana di ogni consolazione, ma non di uno scrittore.

È qui il poeta, ascolta e scrive; ascolta la sua Sicilia com’essa qui ascolta la sua vita.

«Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi
che s’incidono come filigrane.

Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce – e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.

Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.

Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.

Qui la Sicilia ascolta la sua vita.»
(Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore. Favole della dittatura, Adelphi, Milano 1997, 11).

Cover: Foto di Jordan Garner da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

25 anni dopo. A Genova per riaprire il futuro

25 anni dopo. A Genova per riaprire il futuro

Un intervento di Marco Bersani, coordinatore nazionale di Attac Italia, in vista della Assemblea Nazionale del 18 luglio 2026 a Genova. 

Genova prima di Genova

Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore.

Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda.

Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta.

Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia.

Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia.

Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti.

Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”.

A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia.

Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse.

Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista.

Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale.

Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue.

Genova durante e dopo

Genova segnò la discesa in campo di una nuova generazione che, dentro il movimento dei movimenti, si riconobbe come una pluralità di storie individuali, di lotte collettive, di culture differenti unita dalla contestazione del modello liberista e dall’affermazione della stretta necessità di un radicale cambiamento in direzione della partecipazione diretta e dal basso per la costruzione di un’alternativa di società.

Quel movimento allo stato nascente dovette immediatamente convivere con due sentimenti opposti: l’entusiasmo dell’emersione e del riconoscimento reciproco e la ferita dell’enorme violenza scatenata contro di esso fino alla perdita di Carlo Giuliani. Dovette cioè affrontare il lutto nello stesso momento in cui sperimentava la gioia e fu costretto, come chiunque incontra la morte in una stagione prematura, a crescere in fretta.

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, quell’enorme ondata di violenza non ha fermato il movimento. La repressione aveva un preciso scopo: rompere il patto di collaborazione fra diversi, ovvero spaventare e far tornare a casa le anime più strettamente pacifiste e non violente, spingendo nel contempo le anime più antagoniste alla radicalizzazione delle pratiche.

Non ci riuscì, perché, nonostante il trauma, quel movimento crebbe e l’anno successivo, portò a Firenze oltre un milione di persone al Forum Sociale Europeo di novembre.

Non solo. Mentre nel frattempo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York del settembre 2001, gli Stati Uniti di Bush scatenarono la fase della “guerra globale permanente”, quel movimento creò il fronte “Fermiamo la guerra”, ancora più ampio dell’arco di forze che aveva costruito la contestazione al G8 di Genova (per fare solo un esempio, mentre a Genova c’era la Fiom ma non la Cgil, dentro il coordinamento “Fermiamo la guerra” la Cgil partecipò direttamente).

Fu esattamente su questo versante che quel movimento -nonostante la più grande manifestazione mondiale contro la guerra realizzata nel febbraio 2003 – non riuscì a incidere e progressivamente perse la speranza dell’assalto al cielo e della possibilità di un cambiamento reale dello stato di cose presenti.

 Il ritorno a casa (con lo zaino)

Il movimento altermondialista aveva un enorme pregio, legato alla sua immediata dimensione internazionale, ma anche il difetto di un insufficiente radicamento territoriale e insediamento nei luoghi di lavoro e delle relazioni sociali.

Il ritorno a casa dopo il tentato assalto al cielo non fu solo la presa d’atto del non essere riusciti a incidere nel nuovo ordine dettato dalla guerra globale permanente, fu anche un’immersione progressiva nei rispettivi territori di appartenenza dentro i quali si esprimevano, in dimensione proporzionale, le stesse dinamiche di conflitto.

Fu come se le attiviste e gli attivisti fossero rientrati nei territori di appartenenza ma con uno zainetto di esperienze sulle spalle da provare a sperimentare nelle realtà locali.

L’attenzione al globale proseguì, basti pensare alla riuscita campagna del 2005 contro la direttiva europea Bolkestein che liberalizzava i diritti del lavoro e la gestione dei servizi pubblici o a quella, altrettanto riuscita dieci anni più tardi, contro il Trattato Ttip di libero commercio fra Stati Uniti e Ue. Ma erano battaglie “specifiche” e difensive, senza l’orizzonte del cambiamento globale che aveva animato la stagione altermondialista.

In compenso, la sapienza collettiva e la postura convergente fra diversi, apprese a Genova, costituirono l’humus per la costruzione di vertenze territoriali e ambientali altrettanto radicali.

Paradigmatica fu l’esperienza del movimento per l’acqua che nel corso di alcuni anni riuscì nella costruzione di una partecipazione diffusa e reticolare mai vista in quelle dimensioni, mettendo in connessione decine di conflitti territoriali dentro un percorso di convergenza nazionale, che riuscì a produrre una legge d’iniziativa popolare, sottoscritta da 406mila persone, tre grandi manifestazioni nazionali e una vittoria referendaria totalmente costruita dal basso che portò 27 milioni di persone a votare per l’acqua bene comune e per la sua gestione pubblica e partecipativa.

Oggi sappiamo come quell’esperienza non fu un’emanazione diretta di Genova, ma sappiamo anche che senza l’esperienza di Genova non sarebbe probabilmente nata.

Avevamo ragione noi

La mancata attuazione dell’esito referendario fu l’epifania della nuova fase del capitalismo finanziarizzato, che, con la crisi dei mutui subprime negli Usa del 2007-2008, precipitata in Europa come crisi del debito pubblico sovrano nel 2011, apriva la strada al progressivo collasso della favola liberista del mercato come unico regolatore sociale e del conseguente benessere per tutte e tutti.

Da quel momento, la favola da condividere si tramutò nell’incubo da imporre, a dispetto di qualunque riflessione razionale. Se privato smetteva di essere bello, doveva comunque essere obbligatorio e ineluttabile. Se il consenso non era più garantito, sarebbe bastata e avanzata la rassegnazione.

E’ da quel decennio ai giorni nostri che si sperimentano concretamente le grandi ragioni del movimento altermondialista: tutte le conseguenze della globalizzazione liberista, paventate allora dal movimento dei movimenti con consapevolezza e precisione, si sono puntualmente realizzate, anche se forse quel movimento non ne aveva intuito fino in fondo la drammaticità.

Oggi, 25 anni dopo Genova, il modello capitalistico è immerso in una pluralità di nodi giunti contemporaneamente al pettine. Viviamo un’epoca tremenda, che rende molto ardua l’idea di un cambiamento sociale e che rischia di anestetizzarne persino l’immaginazione.

La guerra -quella combattuta, quella preparata, quella auspicata- è divenuta parte delle nostre vite e della dimensione economica, sociale e geopolitica.

La corsa agli armamenti prosegue come se non ci fosse un domani e intanto lo pregiudica, sottraendo ricchezza collettiva, beni comuni, diritti sociali.

L’ampiezza della disuguaglianza sociale non ha precedenti nella storia dell’umanità e, soprattutto, ha smesso da tempo di essere considerata un problema, divenendo il fisiologico esito del dominio del più forte sul più debole.

La crisi ecologica, moltiplicata dalla crisi climatica in corso, obbliga a confrontarsi non più solo con la finitezza dell’esistenza individuale, ma, per la prima volta nella storia, anche con la possibile finitudine della specie umana sul pianeta.

I nuovi re della finanza pervadono l’economia, la società, la natura e la vita stessa delle persone ed espropriano la democrazia, facendo riemergere spinte autoritarie, vecchi totalitarismi e nuovi fascismi.

E la solitudine competitiva sembra essere l’unico orizzonte per le persone, dentro un’esistenza pensata come individuale, performativa, meritocratica e in eterna concorrenza con quella delle altre e degli altri. Per vincere o per tentare almeno di non soccombere.

Parrebbe non ci sia scampo, né via d’uscita. E che non vi sia futuro pensabile, ma solo una sopravvivenza quotidiana scandita da emergenze senza soluzione di continuità, intrisa di panico, malinconia, quando non di rancore.

A Genova avevamo ragione, ma non riuscimmo ad affrontare un problema tanto semplice, quanto insormontabile: la ragione non basta, se non cammina sulle gambe e non pulsa nei cuori di una società in movimento.

Le faglie aperte dalle mobilitazioni sociali

Eppure, se guardiamo il mondo da un diverso punto di vista, ci accorgiamo che oggi il modello capitalistico non è mai stato così in difficoltà e che la ferocia che dimostra è direttamente proporzionale alla propria debolezza.

Non sa infatti come affrontare alcuno dei profondissimi nodi da esso stesso creati e giunti al pettine contemporaneamente: non può fare a meno di esacerbare la disuguaglianza sociale, non può abbandonare il consunto mito della crescita, è costretto a sostenere l’economia producendo enormi bolle finanziarie, non ha alcuna risposta per la crisi ecologica e climatica.

Sa che non può garantire alcuna felicità alle persone, ma che deve solo spaventarle per ottenere rassegnazione. Sa che, non potendo più risolvere alcuno dei problemi che ha creato, deve prepararsi a contenere ogni risveglio sociale, a reprimere ogni conflitto, per evitare l’apertura di faglie che possano terremotare la fragilità intrinseca della propria struttura.

E, in questo ultimo anno, diverse faglie si sono aperte e le piazze del nostro Paese (e non solo) hanno mandato segnali importanti di ripresa del conflitto sociale: dalle mobilitazioni contro l’autoritarismo dei Decreti Sicurezza alle manifestazioni contro guerra, riarmo e genocidio fino alla vera e propria esplosione dell’autunno scorso, quando, contro il genocidio in atto in Palestina, è salpata la Global Sumud Flotilla, una coalizione internazionale di piccole imbarcazioni che ha deciso di forzare il blocco illegale imposto da Israele, provocando una mobilitazione senza precedenti dei cosiddetti “equipaggi di terra”. Una serie incessante di manifestazioni ha attraversato l’intero Paese e, all’insegna del «blocchiamo tutto» ha occupato porti, stazioni, autostrade, tangenziali fino al doppio sciopero generale del 22 settembre e del 3 ottobre 2025 (quest’ultimo, unitario tra sindacati di base e Cgil).

Alcune caratteristiche di novità sono emerse dentro questa stagione di mobilitazioni.

La prima è relativa alla fortissima presenza di giovanissime e giovanissimiuna vera e propria nuova generazione in campo, che, nell’abominio di quanto Israele stava producendo a Gaza, ha riconosciuto il tema universale dell’ingiustizia, che, per quanto in Palestina assumesse livelli intollerabili, con le dovute proporzioni non era diversa da quella sperimentata quotidianamente, dentro una vita e un futuro precario.

Soprattutto, era divenuta evidente tanto la fine di ogni limite al dominio e alla guerra dei forti contro i deboli, quanto l’inanità degli Organismi internazionali e degli Stati nell’impedire quanto stava accadendo; e che dunque, a quel punto, dovessero essere le persone e i loro corpi ad agire direttamente, chi salpando in mare su cinquanta ‘gusci di noce’, chi sedendosi sui binari della stazione del più remoto paesino, chi bloccando il transito di armi alla banchina del porto.

La seconda caratteristica è stata la consapevolezza di come la nuova cifra del capitalismo non contemplasse più la democrazia (per quanto più formale che sostanziale) fra i propri orpelli, ma avesse la necessità di imporre il proprio insostenibile modello solo attraverso il dominio, l’autoritarismo, la guerra.

Questa consapevolezza ha permesso un nuovo intreccio fra i contenuti anticapitalisti delle precedenti stagioni di grandi lotte (dagli anni ’70 del Novecento alle mobilitazioni altermondialiste di inizio millennio) e le istanze di lotta della nuova generazione.

Oggi è molto più chiara e diffusa l’idea che il capitalismo sia il problema, tanto nelle maree transfemministe, quanto dentro i mondi dell’ecologismo e dell’economia solidale.

No Kings per convergere e insorgere

Un importante elemento messo in campo dentro le mobilitazioni sociali dell’ultimo anno è stata la consapevolezza della necessità della convergenza fra le lotte, le culture, le pratiche e le esperienze in campo. Perché mettersi insieme serve a costruire le condizioni per l’espressione di movimenti di massa, unica possibilità che si ha per fermare la deriva del modello capitalistico.

Ma anche perché, essendo il capitalismo diventato pervasivo, ogni faglia prodotta da una lotta ’specifica‘ dice una parte di verità e deve compartecipare alla costruzione dell’alternativa di società. Per dirla in una battuta, serve una rivoluzione (dunque, movimenti di massa) per produrre una società della cura, ma nessuna rivoluzione riuscirà se non avrà come obiettivo e paradigma la cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta).

Proprio l’attenzione alla convergenza ha portato nell’autunno scorso alla nascita di un nuovo spazio politico, culturale e sociale condiviso, che abbiamo denominato No Kings, anche sull’onda delle mobilitazioni che negli Usa hanno visto la ribellione delle città alle politiche di deportazione degli stranieri messe in campo dal governo Trump.

Lo spazio No Kings nasce dalla riflessione sul dominio come unica categoria delle relazioni di potere e, nel dichiarare il proprio antagonismo a tutti i re della finanza, del fossile, della guerra, dell’autoritarismo politico, considera la ferocia degli stessi come segno proporzionale della loro debolezza, e prova a prefigurare tanto la resistenza dentro la società quanto la costruzione, qui e ora, di pratiche ed esperienze che rendano possibile immaginare l’orizzonte e rendere credibile l’alternativa di società.

Perché se il modello capitalistico ha trascinato il mondo dentro una guerra permanente per il controllo delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, sostituendo ogni forma di democrazia con l’affermazione del dominio, la transizione globale non ha un percorso già predeterminato, né un esito già precostituito, come dimostra la crescita enorme del dissenso, delle lotte, delle rivolte e la loro capacità di mettersi in rete e di costruire larghe coalizioni dal basso.

Lo spazio di convergenza No Kings si è dato appuntamento per una grande assemblea in presenza il 18 luglio 2026 a Genova, nel corso degli appuntamenti e incontri per il 25ennale dalle mobilitazioni contro il G8. Non sarà un omaggio alla memoria, bensì la conferma di un filo rosso tra chi allora, dopo tre decenni di liberismo, riapriva il futuro al grido di «Un altro mondo è possibile» e chi oggi, quando tutte le contraddizioni della globalizzazione liberista denunciate dal movimento altermondialista sono venute a galla, dice a gran voce «Un altro mondo è necessario» e guarda alla costruzione di un’alternativa di società, come unica possibilità contro la barbarie.

 

SPAZIO-CIDIO Come Israele ha rubato una Terra non sua

SPAZIO-CIDIO
Come Israele ha rubato una Terra non sua

SPAZIO-CIDIO
Come Israele ha rubato una Terra non sua

La ricostruzione puntuale dell’azione progressiva di confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione.

Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

Premessa

Il 27 giugno 2026 Il Post pubblica un articolo intitolato “Come Israele sta colonizzando il nord della Cisgiordania”. Il pezzo racconta come il governo Netanyahu stia riportando insediamenti israeliani in un’area che nel 2005 era stata sgomberata per poi diventare la più grande zona a presenza continua palestinese dell’intera regione. La lettura dell’articolo risulta difficile senza una chiave interpretativa. Quella chiave ha un nome preciso: spazio-cidio.

Ciò che il giornale descrive come attualità – l’abrogazione del “piano di disimpegno” nel 2023, le 14 nuove colonie approvate nel 2025, la costruzione di strade che attraversano l’Area A per interrompere la continuità dell’abitato palestinese, le operazioni militari nel campo di Jenin condotte con le stesse tattiche usate a Gaza – non sono fatti isolati né risposte contingenti a emergenze di sicurezza. Sono la manifestazione contemporanea di un processo lungo, pianificato e coerente: la trasformazione dello spazio come strumento di cancellazione dei luoghi e di tutti quei legami emotivi, affettivi, sentimentali (“umani”, si potrebbe riassumere) che generano nel tempo comunità e senso di appartenenza.

Il testo che segue riprende la presentazione sviluppata da Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini a Ostellato, lo scorso 13 giugno 2026, in occasione della tappa di “100 Porti 100 Città”. Le riflessioni ricostruiscono il concetto di spazio-cidio nel tempo, utilizzando come dispositivo di analisi i testi di Eyal Weizman e Ilan Pappè e riportando i fatti a partire degli anni precedenti alla Nakba del 1948, all’invasione Cisgiordania del 1967, alla “scacchiera” degli accordi di Oslo fino a Gaza e al Libano. L’articolo del Post è solo l’ultima pagina di una storia che non ha mai smesso di essere scritta.

Spazio-cidio: come si cancella un territorio

C’è una parola che, più di altre, aiuta a leggere ciò che accade da decenni nei territori palestinesi: spazio-cidio. La conia il sociologo Sari Hanafi in un saggio del 2012 (Explaining spacio-cide in the Palestinian territory) per indicare un meccanismo preciso: confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione. Non un singolo evento, ma un processo: lungo, lento, pianificato. L’architetto israeliano Eyal Weizman, nel suo libro del 2007 “Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation” (tradotto nell’edizione italiana del 2022 “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”), distingue due tipi di trasformazione che agiscono insieme. Da un lato la violenza spettacolare (bombe, missili, bulldozer) che cattura l’attenzione dei media. Dall’altro avvenimenti più lenti e consequenziali: l’occupazione illegittima e pervasiva, la costruzione di edifici, strade, tunnel, non meno aggressivi e devastanti. La colonizzazione, scrive Weizman, si attua “attraverso la modellazione dello spazio, in una costante dialettica di costruzione e distruzione”.

Una mappa preparata in anticipo

Per capire quanto sia stato “pianificato” questo processo si rivela efficace tornare indietro, agli anni Quaranta. Lo storico israeliano Ilan Pappè, nel suo La pulizia etnica della Palestina, ricostruisce come l’Haganah avesse avviato già allora i cosiddetti Village Files: schedature dettagliate dei villaggi arabi, complete di fotografie aeree e rilievi sul terreno (un lavoro ben documentato nel 2019 dalla studiosa Rona Sela in “Scouting Palestinian Territory 1940-1948: Haganah Village Files, Aerial Photos and Surveys”). In una lettera al Jewish National Fund del 1940, il geografo e storico Ben-Zion Luria scriveva quanto sarebbe stato utile «avere un registro dettagliato di tutti i villaggi arabi», perché ciò avrebbe «grandemente aiutato la redenzione della terra e la liberazione del paese». La “mappa”, in altre parole, esisteva prima della guerra.

Palestinian refugees stream from Palestine on the road to Lebanon on November 4, 1948 (AP Photo – Jim Pringle). Flickr via Wikimedia Commons

Il risultato arriva con la Nakba del 1948: secondo l’archivio Palestine Remembered438 villaggi e città palestinesi vengono evacuati e distrutti. La proporzione dell’espropriazione è impressionante: il 78% della Palestina mandataria diventa Israele nel 1948, contro il 52% previsto dal piano di partizione dell’ONU. Circa 714.000 palestinesi perdono le proprie terre; la superficie posseduta dagli arabi crolla dell’87%, da 570.000 a meno di 77.000 ettari nel giro di pochi anni. Non è solo perdita: è anche acquisizione. Come documenta Leah Temper in “Creating Facts on the Ground”, il 95% degli oliveti israeliani nasce su terre arabe espropriate, e già nel 1949 l’olio d’oliva è la terza voce dell’export israeliano.

Cancellare la memoria, non solo il suolo

Alla sottrazione materiale del territorio se ne accompagna una simbolica. È il punto su cui insiste Pappè: la toponomastica palestinese viene sostituita da riferimenti biblici, mentre le foreste piantate dal Jewish National Fund crescono sopra le rovine dei villaggi palestinesi spopolati. Il JNF (ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale con poteri para-statali, fondato nel 1901 per comprare e sviluppare terra in Palestina favorendo l’insediamento ebraico) ha piantato, dalla sua nascita, oltre 240 milioni di alberi e generato più di mille parchi. Nel 2007 possedeva il 13% della superficie fondiaria israeliana. Incrociando le mappe storiche di Palestine Remembered con quelle attuali di OpenStreetMap, si può osservare il meccanismo all’opera: dove c’erano villaggi, oggi ci sono boschi e nuovi nomi. La frammentazione dello spazio, scrive Pappè, trasforma la geografia in strumento politico di sostituzione.

La Cisgiordania a scacchiera

Il capitolo successivo è la Cisgiordania, divisa dagli accordi di Oslo in tre aree. Come ricorda l’organizzazione Anera, l’Area A (circa il 18%) è sotto pieno controllo dell’Autorità Palestinese e comprende le principali città (Ramallah, Betlemme, Nablus, Jenin). L’Area B (circa il 22%) ha controllo civile palestinese ma sicurezza congiunta. L’Area C, il 60% del territorio, è sotto pieno controllo civile e militare israeliano: un territorio continuo che include tutti gli insediamenti, le basi militari e gran parte delle terre agricole più fertili.

I numeri elaborati da Peace Now sulla base dei propri rilievi GIS restituiscono la fisionomia di questa colonizzazione. A fronte di 997 città e villaggi palestinesi distribuiti su 478 km², gli insediamenti israeliani sono 427 su 190 km². Non si tratta solo di centri abitati: 164 sono residenziali, 120 sono avamposti, 121 agricoli, 14 industriali, oltre a strutture turistiche e a un nuovo insediamento pianificato di quasi 10 km² (piano E1). La crescita è costante: +13% di media annua nel numero degli insediamenti dal 1967 al 2024. E la prossimità è studiata: più della metà degli insediamenti israeliani è a meno di un chilometro e praticamente tutti gli insediamenti (il 98%) si trovano a meno di 5 km da una comunità palestinese. C’è anche una dimensione verticale, che Weizman aveva analizzato per primo: confrontando i dati di Peace Now con quelli dell’orografia di Open Topography, scopriamo che 4 insediamenti su 10 sorgono ad almeno 50 metri di quota sopra il villaggio palestinese più vicino. Il controllo passa anche dall’altitudine che, integrata da un principio insediativo organizzato per permettere a tutte le case di avere comunque una vista libera verso quanto accade ai piedi della collina, garantisce il maggior controllo visivo possibile. Entro siffatto approccio architettonico e urbanistico, il concetto di panorama viene sostituito da quello di guardianìa. Ogni singola casa diventa, di fatto, appendice di una configurazione militare.

Al 2022, secondo il Consiglio ONU per i Diritti Umani700.000 coloni vivono illegalmente tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Lo stesso organismo ha documentato 3.372 incidenti violenti da parte di coloni tra il 2012 e il 2022, con 1.222 palestinesi feriti.

Muri, demolizioni, acqua

Alla logica dell’insediamento si aggiunge quella della separazione. Complessivamente, stima Weizman, circa il 40% della Cisgiordania è occupato da infrastrutture israeliane. La barriera costruita lungo il confine con Israele raggiunge, secondo i dati di UN OCHA711 km (al 2019): 70 di cemento, 445 di rete metallica, il resto non definito. Per Leah Temper la barriera ha “alienato” oltre 12.000 ettari, separato 51 comunità dalle proprie terre, sradicato più di 100.000 alberi. E c’è la questione idrica, forse la più sistematica: l’85% dell’acqua degli acquiferi della Cisgiordania è utilizzato da Israele, mentre i palestinesi irrigano il 6% dei terreni contro il 70% dei coloni.

Parallelamente avanzano le demolizioni. L’Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD) conta 55.000 strutture demolite dal 1967, riconducibili a tre categorie: mancanza di permessi edilizi (circa l’80% dei casi), demolizioni punitive, operazioni militari. Sia i dati di OCHA che quelli dell’organizzazione israeliana B’Tselem confermano che il “permesso negato” è il dispositivo amministrativo più usato (un’arma burocratica oltre che fisica).

Gaza: dal ritiro alla devastazione

Anche Gaza rientra in questa grammatica dello spazio. Weizman ricorda un episodio rivelatore: nel 2005, in vista del ritiro dalla Striscia di Gaza, il governo israeliano decide che gli edifici civili israeliani presenti nei 21 insediamenti sarebbero stati distrutti prima del ritiro israeliano, anziché lasciarli ai palestinesi. La costruzione e la distruzione come due facce dello stesso gesto, del medesimo obiettivo.

Diciotto anni dopo, su quel territorio di 365 km² abitato da circa due milioni di persone, la guerra seguita al 7 ottobre 2023 ha prodotto cifre che le agenzie umanitarie faticano persino ad aggiornare. Secondo il Situation Report #222 dell’UNRWA, tra l’ottobre 2023 e il maggio 2026 si contano oltre 72.700 morti e 172.500 feriti; il 90% della popolazione, secondo OCHA, risulta sfollato. L’impatto sui più piccoli è documentato da ACAPS4.000 bambini dispersi o sepolti sotto le macerie e 17.000 non accompagnati o separati a fine 2024.

C’è poi una guerra parallela, quella alle risorse e all’istruzione. Il rapporto Oxfam ripreso da Scienza & Pace parla di una riduzione dell’84% nella fornitura di acqua, del 100% dei depositi idrici distrutti, di 4,74 litri d’acqua al giorno per persona, contro i 15 fissati come minimo d’emergenza dallo standard Sphere di ONU, OMS e Croce Rossa. Sul fronte scolastico, l’UNICEF stima il 97% delle scuole distrutte o danneggiate; secondo l’agenzia WAFA sono stati uccisi 18.489 studenti e 970 tra insegnanti e personale. ACAPS aggiunge che tutte e 12 le università di Gaza sono state colpite e che 625.000 bambini sono senza istruzione da oltre un anno. È ciò che alcuni hanno definito scolasticidio. Senza per forza farsi prendere dal demone delle definizioni (e dei relativi suffissi), di fatto la programmazione della distruzione in atto da parte del governo israeliano riguarda ogni dispositivo basico di civiltà.

Oltre il confine: il Libano

La stessa logica si estende al Libano. Il rapporto del CNRS libanese sull’offensiva israeliana del 2023-2024 documenta 14.775 attacchi1,2 milioni di sfollati, 812 incendi causati da fosforo bianco, 5.000 ettari di copertura forestale distrutti, oltre 54.000 ettari di terre agricole colpite, migliaia di ettari di frutteti e oliveti rasi al suolo. Il costo stimato dei danni supera i 25 miliardi di dollari. Anche qui la terra (i boschi, gli ulivi, i campi) è bersaglio quanto le persone.

Un disegno, non una sequenza di emergenze

A tenere insieme questi capitoli (1948, la Cisgiordania a scacchiera, le foreste sui villaggi, Gaza, il Libano) è proprio l’idea di spazio-cidio: una trasformazione dello spazio condotta nel tempo, fatta di mappe disegnate in anticipo, di cemento e di nomi cancellati. Non è una lettura di parte: nel marzo 2025, il rapporto A/HRC/58/73 dell’OHCHR afferma che «le politiche e le pratiche di Israele, incluse il mantenimento e l’espansione degli insediamenti, equivalgono all’annessione di ampie parti del territorio palestinese occupato». Persino un documento della CIA del 1986 sul controllo della terra in Cisgiordania, declassificato nel 2011, registrava già allora la natura strutturale del fenomeno.

La conclusione che emerge è netta: ciò che appare come una sequenza di emergenze è, in realtà, un processo coerente e proprio per questo va guardato nel suo insieme. Architettura degli spazi e urbanistica dei territori diventano discipline al servizio di un programma preciso, finalizzato alla sottrazione di suolo e risorse e alla progressiva cancellazione di luoghi, comunità, memoria e applicato sui tre livelli in sezione che costituiscono ogni habitat: nel sottosuolo, attraverso l’accaparramento della risorsa acqua e il controllo sistematico dei sottoservizi; sul suolo, attraverso l’interruzione dei collegamenti infrastrutturali tra gli insediamenti palestinesi, il posizionamento privilegiato e al di fuori delle regole degli abitati israeliani e la costellazione di barriere, dogane e check points con cui ogni flusso di persone viene quotidianamente ritardato, disarticolato, dissuaso dall’esercito israeliano; sopra il suolo e nel cielo, con i più avanzati mezzi tecnologici di controllo e di attacco, accompagnando gli aerei con radar, droni, sensori.

pdf le slide che avevamo presentato a metà giugno e che ti avevo anticipato … c’è modo di metterle a disposizione in download

Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

Guarda il PDF con Immagini e Slide

In copertina: Insediamenti israeliani in Cisgiordania – Foto PERLAPACE.IT

Il tiro a segno sui bambini palestinesi

Il tiro a segno sui bambini palestinesi

Il tiro a segno sui bambini palestinesi

In Italia e nel resto del mondo esiste una moltitudine di premi giornalistici: non passa quasi giorno senza leggere notizie di giornalisti premiati, anche perché si tratta di auto-celebrazioni che gli organi di stampa si concedono volentieri. Dall’altra parte ci sono sponsor generosi, che finanziando questi premi si garantiscono una certa benevolenza nel trattamento che viene loro riservato dai media.

Un mare di riconoscimenti dunque, spesso non esattamente così prestigiosi.

Nessuno invece ci ha parlato del più importante premio giornalistico europeo, l‘European Press Prize 2026 (European Press Prize) assegnato a Lisbona nel mese di giugno, probabilmente a causa del contenuto scioccante dell’inchiesta alla quale è stato attribuito. Ad essere insigniti del premio sono stati due giornalisti olandesi che, per conto del quotidiano De Volks, hanno pubblicato un reportage agghiacciante, dal titolo What the wounds are telling us (“Cosa ci dicono le ferite”).

Per oltre due mesi Maud Effting e William Feenstra, questi i nomi dei giornalisti premiati, hanno raccolto materiale documentando 114 casi di bambini uccisi a Gaza dal fuoco di cecchini israeliani. Bambini morti non a causa degli “effetti collaterali” di missili e bombardamenti, ma uccisi da un singolo colpo di fucile alla testa o al torace. Bambini presi di mira deliberatamente da cecchini che volevano uccidere proprio loro. Storie supportate da radiografie, cartelle cliniche, referti medici: quindi non contestabili.

Volendo si può leggere l’articolo cliccando su questo link. Avviso: il reportage è corredato d’immagini francamente difficili da sopportare.

Perché la stampa italiana non ha parlato di questa inchiesta, che pure ha avuto la massima risonanza a livello continentale? Davvero la notizia di soldati che deliberatamente prendono di mira i bambini viene considerata poco rilevante?

C’è un’altra notizia quasi del tutto ignorata dalla stampa italiana. L’ONU, nonostante le intimidazioni (basti pensare alla persecuzione subita da Francesca Albanese), ha certificato l’uccisione di 20.179 bambini e il ferimento di altri 44.143, ma non si è limitata a questo. Nei giorni scorsi, una commissione indipendente ha dichiarato che gli omicidi di bambini “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza” (Link qui).

Tradotto in modo più chiaro: sparare ai bambini serve a cancellare il futuro dei Gazawi, eliminando un’intera generazione e privando di qualsiasi prospettiva futura gli abitanti della Striscia.
Se questo non è un genocidio, cosa può essere definito come tale?

E allora, ecco che diventa evidente la ragione del silenzio dei media italiani su due notizie a dir poco sconvolgenti.

Sono mesi che il comportamento di Israele viene presentato come una risposta, forse un po’ esagerata, ma legittima rispetto a un attacco terroristico. La stessa Meloni parlò di reazione “oltre il criterio di proporzionalità” (cfr. qui), lasciando intendere che le morti di innocenti fossero, entro certi limiti, accettabili.

Alcuni esponenti politici sono arrivati a giustificare le uccisioni di bambini in quanto figli di terroristi, e quindi futuri terroristi anch’essi (Elena Donazzan, denunciata, al Parlamento europeo disse: “I bimbi di Gaza sono figli di terroristi, coraggiose le azioni di Israele” ). Tutti gli orrori commessi nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, venivano presentati come “normali” operazioni nell’ambito di una guerra difensiva.

E invece non era vero niente. Non c’è una guerra. O magari c’è stata, ma solo nelle fasi iniziali. Quello che ne è seguito è un progetto sistematico volto all’eliminazione totale di un popolo, che non si può chiamare in altro modo se non genocidio. E l’uccisione deliberata dei bambini, per quanto orribile possa essere, è un modo tremendamente efficace per metterlo in atto.

La verità è questa, e allora si capisce perché non può essere raccontata. Perché smentirebbe oltre due anni di narrazione governativa. Perché ci costringerebbe ad ammettere che di questa azione criminale siamo stati complici: moralmente, continuando a negare la realtà per evitare che l’indignazione montasse, e materialmente, visto che tra le armi che sono servite ad assassinare i bambini palestinesi ce n’erano sicuramente alcune arrivate dall’Italia.

Una verità talmente pesante da essere difficile da credere e da accettare: quindi meglio tacerla.
E invece no. Invece è importantissimo che quanto accaduto si sappia.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

Così scriveva Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E purtroppo, aveva ragione.

Cover photo free licensed (wikimedia.commons), provided by UNESCO (unesco.org) as part of a GLAM-Wiki partnership.

Per leggere gli altri articoli di Luca Copersini clicca sul nome dell’autore

Cielo stellato, infinito

Parole a capo /
Alessio Miglietta: “Poema nero” e altre poesie

Parole a capo /
Alessio Miglietta: “Poema nero” e altre poesie

 

RADICI E INFINITI

Scaviamo il ventre scuro della terra
cercando l’alfa di ogni nostro passo,
misurando con compassi d’ombra
lo spazio esatto tra il seme e il cosmo.
C’è una logica segreta che vibra
nel battito verde delle felci,
un teorema non scritto che governa la caduta
dell’acqua e delle stelle,
ma il numero s’infrange
quando l’occhio fissa l’abisso e chiede la sua origine.
La scienza traccia i bordi della foglia,
ne conta i vasi, ne decifra i sali,
eppure la filosofia respira nel vento che la fa cadere a terra.
Siamo gli eredi di una radice cieca
che ha imparato a sognare l’infinito,
funamboli tesi sul filo di equazioni
che non spiegano il dolore o la grazia,
spettatori di un teatro muto
dove la materia danza con il pensiero.
Nel microscopio annega la certezza,
nell’atomo si cela un cielo nuovo,
e la natura tesse la sua tela
ignorando i nostri deboli sillogismi.
Volevamo dominare le maree,
imbrigliare la luce dentro i prismi,
ma siamo solo polvere cosciente
che si interroga sul peso dell’aurora.
L’ingranaggio perfetto del creato
non ha bisogno del nostro perdono,
ha solo vuoti in cui l’anima umana
può specchiare la propria finitudine.
Così la lente cede il passo al brivido,
il calcolo si arrende alla vertigine,
perché sapere come nasce un fiore
non placa la fame di sublime.
È nel confine tra la formula e il pianto
che risiede il miracolo dell’uomo:
tradurre il battito del carbonio in una muta,
eterna nostalgia.
Ascolta il canto fossile dei monti,
l’onda gravitazionale del tramonto,
ogni roccia è un archivio di millenni,
ogni nube un dubbio che si forma.
Non c’è scissione tra logos e albero,
tra sangue e galassie distanti,
tutto è un unico respiro immenso
che l’intelletto tenta di sezionare.
Ma verrà il tempo in cui le nostre sonde
si fermeranno davanti a un nido,
e la misura esatta del tutto si rivelerà in un atto di stupore.
Noi siamo la domanda che la materia
rivolge a se stessa nel silenzio,
l’occhio lucido che osserva il buio,
la mano che trema mentre scrive il vero,
radicati nell’humus del presente,
eppure spinti a un cielo senza fine,
custodi fragili di un mistero che la mente sfiora,
e il cuore comprende.

 

*

 

POEMA NERO (2023, Incipit)

Mi chiedo quanto tempo abbia sognato
perdendomi nel blu come un bambino,
perdendomi nel cielo più stellato.
Solo un distacco, immobile e vicino.
Ma adesso so che posso respirare
e offrire la mia bocca a un buon vino.
Immerso nei pensieri tengo il conto
di tutte le promesse mantenute,
e poi, lucidamente, le raffronto
con cose mai sognate e mai potute.
E ora, forse, posso realizzare
di essere migliore. Idee argute.
Quest’è la porta che divide mondi
alla scoperta di sé stessi, un viaggio
che mira agli universi più profondi
verso l’identità, verso il coraggio
e il proprio scopo lungo un’esistenza.
Accanto c’è un canale di passaggio:
percorso che attraversa varie scene,
ognuna delle quali rappresenta
le sfide da affrontare, dure o amene,
abbraccio che protegge e che spaventa.
Appena oltre, un muro d’apparenza
e di disuguaglianza per chi ostenta.
Qui troveremo una città perduta:
un labirinto di strade tortuose,
macerie di una mente trattenuta
da bui palazzi cinta, e alcune rose
cresciute indifferenti tra le rocce,
forse disorientate, mai confuse.
Le vibrazioni al suolo fan tremare
gli arcobaleni disegnati d’oro
e pure le lezioni da imparare.
Motivazioni, evoluzioni in coro
creano equilibri con il contagocce
nascosti quasi fossero un tesoro.
E proseguendo lungo una discesa
dove si muove ognuno con fatica,
un deserto di ghiaccio: una distesa
in cui cercar riparo o faccia amica,
dal freddo intenso, da paura e angosce
algenti come l’idea più pudìca.
Moti di crescita spirituale
che portano a rinascita emotiva.
Battuta dalla pioggia torrenziale
conoscerà ragioni alla deriva
che la ragione stessa non conosce,
spontanea e fresca come acqua sorgiva.
Infine una foresta fitta dove
il buio eterno e denso si fa sorte,
in cui si estende uno sguardo che piove
tra alberi dalle forme contorte
e un sole ormai incapace di filtrare.
C’è un unico conforto, ossia la morte.

(Testo vincitore all’XI edizione del Premio Internazionale Letteratura Italiana Contemporanea 2023, e Vincitore Assoluto al Premio Letterario Internazionale Città di Latina 2024.)

 

*

 

LO SCONOSCIUTO, canto X, tratto da L’IMMAGINE DEFORME, 2024

Osservo questo viso scavato
Ombre profonde cadono come pioggia di novembre
Con rispetto e meraviglia, come fossi un altro
Penso ai giorni felici, le risate, l’amore
Ora svaniti, come foglie al vento sgretolate
Tento di difendermi da questo disastro
Da questa nausea che non è solo fisica
Ma quasi una guida astrale
Nel labirinto di specchi, le personalità si confondono
Vecchie strade si allungano in curve impossibili
E mi portano all’uomo che oggi rinnego.

 

(Menzione speciale della Giuria alla Biennale della Cultura Impavidarte 2024/2025)

 

Ringrazio l’autore per l’autorizzazione alla pubblicazione di alcune sue poesie.

Alessio Miglietta è nato a Roma nel 1984. La sua produzione letteraria spazia dalla poesia alla narrativa contemporanea, passando anche per il poema e l’haiku.
L’esordio avviene nel 2011/2012 con l’antologia Cieli di valium, seguita dal romanzo introspettivo Grunge (1984) nell’arco dell’anno successivo; nel biennio 2022/2023 pubblica la raccolta di poesie sperimentali Requiem di vite e amori e la silloge Frammenti: collezione di haiku.
Ottiene poi i seguenti riconoscimenti: vittoria al Premio Letteratura Italiana Contemporanea 2023; menzione speciale di merito al Premio Letterario Internazionale L’Alloro di Dante 2023, al Concorso Letterario Nazionale Argentario e Premio Caravaggio 2023. Tutti questi risultati arrivano grazie a Poema Nero, dato alle stampe alla fine del 2023. Con la silloge Requiem di vite e amori ottiene la menzione d’onore al Premio Letterario Nazionale Città Etrusca 2023, e il premio speciale della giuria al Premio Letterario Internazionale Città di Latina 2023.
Nel 2024 pubblica, per Edizioni Ensemble, la silloge L’immagine deforme.  LETTERATURA ROCK, progetto visionario e indipendente impreziosito dalla nota di lettura di Paolo Benvegnù, icona poetica del rock italiano. Disponibile qui: https://amzn.eu/d/87o4PrK

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 345° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Cover: Foto di Ludovic Charlet da Pixabay
Il proibizionismo riempie le carceri e le piazze dello spaccio

Il proibizionismo riempie le carceri e le piazze dello spaccio

Il proibizionismo riempie le carceri e le piazze dello spaccio

Il Libro Bianco 2026 fotografa un sistema che punisce soprattutto consumatori, piccoli spacciatori e persone vulnerabili, senza frenare i mercati illegali.

Dopo trentacinque anni di applicazione della legge Jervolino-Vassalli, gli effetti della legislazione antidroga non possono più essere considerati errori, follie o conseguenze impreviste. Sono il risultato strutturale, e ormai pienamente prevedibile, di politiche che continuano a ripetersi sempre uguali, producendo ogni anno gli stessi esiti: più carcere, più controllo sociale e nessuna riduzione significativa né della domanda, né dell’offerta di sostanze.

È questo il punto di partenza della diciassettesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, E non sono pazzi. Da diciassette anni il rapporto prodotto da la Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Associazione Luca Coscioni, CNCA, ARCI e CGIL documenta come la normativa antidroga rappresenti uno degli ingranaggi fondamentali del sistema penale e penitenziario italiano. Anche quando i numeri assoluti oscillano, il peso percentuale della repressione resta sostanzialmente invariato.

Nel 2025 gli ingressi complessivi in carcere sono diminuiti del 3,4%. Sono calati nei numeri assoluti anche quelli per violazione dell’articolo 73 del Testo Unico sugli stupefacenti, ma la loro incidenza è rimasta pressoché identica: 10.784 ingressi su 42.005, pari al 25,7% del totale. Più di una persona su quattro entra dunque in carcere per detenzione a fini di spaccio, spesso per condotte di lieve entità.

La legge sulle droghe resta così uno dei principali canali di alimentazione del sistema penitenziario. Ma il dato sulle presenze mostra un fenomeno ancora più grave: si entra un po’ meno, ma si rimane più a lungo.

Al 31 dicembre 2025 erano detenute 13.735 persone per il solo articolo 73, altre 6.807 per la violazione congiunta degli articoli 73 e 74 e 1.020 per il solo articolo 74, che punisce l’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze. Complessivamente, 21.562 persone erano in carcere per violazione del DPR 309 del 1990: il 33,9% dell’intera popolazione detenuta.

Il confronto internazionale restituisce la sproporzione del dato italiano. La quota di detenuti per reati di droga è pari al 18% nella media europea e al 22% su scala mondiale. In Italia è quasi doppia rispetto a quella europea, anche per effetto di un sistema sanzionatorio particolarmente severo e di una repressione che continua a concentrarsi soprattutto sui pesci piccoli.

Lo confermano anche i dati sulle persone con problemi legati all’uso di droghe. Nel 2025 il 41,2% di chi è entrato in carcere è stato classificato dall’amministrazione come tossicodipendente. Alla fine dell’anno erano presenti negli istituti penitenziari 20.767 detenuti dichiarati tali, pari al 32,7% del totale.

È il terzo massimo consecutivo e il valore più alto registrato dal 2006. Il carcere continua dunque a intercettare persone che avrebbero bisogno soprattutto di servizi territoriali, diritto alla salute, abitazione, reddito e inclusione sociale.

Le simulazioni contenute nel Libro Bianco rendono visibile il peso di questa scelta politica. Se si escludessero dal calcolo i detenuti ristretti per il solo articolo 73, il sistema penitenziario italiano non sarebbe oggi sovraffollato. Lo stesso risultato si avrebbe sottraendo le persone detenute certificate come tossicodipendenti.

Non si tratta di scenari automaticamente realizzabili, ma di rappresentazioni indicative che mostrano quanto la legge antidroga e l’insufficienza della presa in carico territoriale, sia in termini sanitari che sociali, incidano sulla crisi delle carceri.

Il peso del proibizionismo non si limita alla detenzione. Al 31 dicembre 2025 risultavano coinvolte in procedimenti penali pendenti 156.179 persone per l’articolo 73 e 46.001 per l’articolo 74. In totale, oltre 202.000 persone.

Anche in questo caso la repressione si concentra soprattutto sui cosiddetti pesci piccoli: il 77,2% delle persone coinvolte riguarda procedimenti per articolo 73. Le statistiche confermano così che l’attività giudiziaria colpisce in prevalenza le condotte di detenzione e spaccio, senza incidere realmente sui vertici dei grandi mercati criminali.

Nel frattempo si amplia anche l’area penale esterna. Al termine del 2025 erano 99.447 le persone sottoposte a misure alternative, pene sostitutive, messa alla prova, sanzioni di comunità e misure di sicurezza. Quasi seimila in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del 6,4%.

Le misure alternative sono indispensabili per limitare il ricorso alla detenzione. Ma, quando non sono accompagnate da una riduzione degli ingressi nel circuito penale, rischiano di sommarsi al carcere invece di sostituirlo. Tra esecuzione penale interna ed esterna, oltre 160.000 persone risultano oggi sottoposte al controllo del sistema.

A questa dimensione si aggiunge la repressione amministrativa del consumo personale. Nel 2025 risultano al momento registrate 39.188 segnalazioni ai sensi dell’articolo 75. Di queste, 12.062, circa il 31%, si sono concluse con una sanzione amministrativa, come la sospensione o il divieto di conseguire la patente e il passaporto.

Sono misure spesso presentate come poco afflittive, ma che possono compromettere concretamente la vita delle persone. Perdere la patente può significare perdere la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro. E la sanzione viene applicata anche in assenza di qualsiasi condotta pericolosa: è sufficiente essere trovati in possesso di una sostanza destinata all’uso personale.

La repressione amministrativa si concentra ancora una volta sulla cannabis, che rappresenta il 77,4% delle segnalazioni.  La percentuale di minorenni  segnalati nel 2025 (3564) è del 97,1%.del totale delle segnalazioni.

Migliaia di adolescenti vengono così inseriti in un percorso sanzionatorio che produce stigma, tensioni familiari e conseguenze educative e relazionali. Nel frattempo, la presunta funzione terapeutica della segnalazione al prefetto è quasi scomparsa: appena 412 persone sono state invitate a presentare un programma socio-sanitario, contro le 3.008 del 2007. Anche gli inviti a rivolgersi ai SerD sono scesi a 3.268.

Rimangono dunque le sanzioni e lo stigma, mentre arretrano prevenzione e presa in carico.

Il Governo continua a rivendicare operazioni di polizia, sequestri e denunce come indicatori del successo delle proprie politiche. Ma i mercati illegali mostrano una capacità di adattamento molto superiore a quella della repressione. Cambiano le rotte, le sostanze e le modalità di distribuzione; aumentano disponibilità e potenza dei prodotti; compaiono continuamente nuove sostanze psicoattive.

Il proibizionismo non riduce il mercato. Lo rende più opaco, rischioso e remunerativo per le organizzazioni criminali.

Negli ultimi anni, il decreto Caivano, i decreti sicurezza e le norme contro i rave hanno ulteriormente irrigidito il sistema. L’inasprimento delle pene per la lieve entità e le nuove limitazioni alla possibilità di riconoscere questa fattispecie rafforzano la risposta penale proprio nei confronti delle condotte meno gravi.

Il Libro Bianco propone una strada opposta: riformare complessivamente il DPR 309 del 1990, decriminalizzare l’uso personale, regolamentare legalmente almeno la cannabis e rafforzare le politiche di riduzione del danno. Drug checking, stanze del consumo, distribuzione capillare del naloxone e servizi di prossimità non sono concessioni ideologiche, ma strumenti fondati sulle evidenze e capaci di salvare vite.

Il proibizionismo non è soltanto inefficace nel ridurre domanda e offerta. Produce danni propri, che si sommano a quelli eventualmente provocati dalle sostanze: carcere, marginalità, stigma, esclusione dai servizi e rafforzamento dei mercati criminali.

La destra utilizza il peggioramento della situazione per invocare nuova repressione e alimentare una delle componenti identitarie della propria cultura politica. Le forze progressiste, troppo spesso, rispondono con prudenza o con il silenzio.

Il Libro Bianco chiede invece alle opposizioni di assumere un impegno chiaro. Perché continuando a ripetere le stesse politiche continueremo a registrare gli stessi risultati. Soltanto cambiando le politiche sulle droghe sarà possibile cambiare i dati che, anno dopo anno, siamo costretti a raccontare.

Il Libro Bianco sulle droghe è scaricabile liberamente su www.fuoriluogo.it/librobianco

Cover: Sovraffollamento, criminalità e diritti umani, santegidio.org

Per leggere gli altri interventi di Leonardo Fiorentini clicca sul nome dell’autore.

Michela Marzano Qualcosa che brilla

Vite di carta /
“Qualcosa che brilla” di Michela Marzano

Vite di carta. Qualcosa che brilla di Michela Marzano

Non potevo scriverne fino a qualche giorno fa. Letto il libro, incontrata l’autrice Michela Marzano in una bella serata di Galeotto fu il libro nel giardino dell’Ariosto, salutati col cuore ex colleghi e tutto il personale presente. Tornata a casa con molta perplessità in circolo, sul libro e su di lei.

Un caso, questo, in cui ho sentito la critica negativa montare in me, ma non ho voluto arrendermi. Ho pensato che fosse uno stadio immaturo della mia reazione alla lettura di Qualcosa che brilla, l’ultimo romanzo di Marzano che parla di adolescenti problematici e del Centro La Ginestra in cui trovano uno spazio di accoglienza e dialogo.

Il dottor Mauro Rolli li ascolta e li osserva seduto accanto a loro; capisce il nodo di sofferenza da cui sono strozzati e li rivela gradatamente a se stessi legittimandone il modo di essere. Ha lasciato la psichiatria, ha messo da parte le cure farmacologiche per dedicarsi ai ragazzi in questo modo dialogante e partecipe.

Mentre scrivo riconosco la forza di questa scelta: la mia professione mi ha insegnato che la fragilità appartiene alla adolescenza come e più di ogni altra età.

Nessuna sorpresa nel ritrovare fragili e scomposte anche molte delle figure genitoriali del libro, come del resto nei colloqui con le madri e i padri a scuola. “Antropologicamente deboli” li aveva definiti una volta il nostro amato Preside.

Da questa idea di una storia a più voci dentro il disagio giovanile è partita la complessa tessitura narrativa del libro, fatta dal succedersi degli incontri al Centro: il discorso diretto dà la parola a un componente del gruppo dopo l’altro in modo sempre più fluido, mano a mano che i ragazzi si conoscono e provano fiducia reciproca.

Mano a mano che il dottor Rolli attraverso parole-tema sempre più ardue come “mattina”, “cadere”, “malattia”, “genitori” li accompagna a esporsi, a parlare di sé, a vedersi vivere (diceva un altro maestro che ho molto amato, anche se fatto di carta: Luigi Pirandello).

Ognuno con lo stigma di un sintomo: Sara non esce di casa, Irene è in guerra col cibo e via dicendo per gli altri sei ragazzi del gruppo.

Il passare dei mesi è scandito dalle discussioni del gruppo, ogni volta sono in primo piano le vicende di uno o due di loro. E intanto va avanti la vita adulta del dottor Mauro Rolli, si saldano col presente i ricordi dell’infanzia dominata dalla madre, si rafforza il suo innamoramento per Arianna, che è stata una paziente speciale e ora è diventata la collega più preziosa dentro il Centro.

Il senso del titolo ci avverte che una luce si sta accendendo dentro la solitudine dei ragazzi, che il rapporto di rispetto e di fiducia che hanno condiviso per tutto l’anno li sta rendendo più forti. Come ginestre resilienti lungo le pendici aride del Vesuvio, direbbe Leopardi.

Imparano la durissima legge della accettazione, comprendono di dover convivere con la propria ansia e con il disagio di essere invisibili, soprattutto ai genitori. Con la loro pressione addosso, delegati a realizzare ciò che padre o madre non hanno fatto di sé, bollati come malati da guarire in fretta.

Forse è la disperanza che tuttavia sta facendo breccia in loro, come l’ha configurata Giuseppe Ferrara in un articolo illuminante su Periscopio uscito il 22 aprile scorso (Su “La disperanza” di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo): “un sentimento che non salva ma orienta”, un modo di stare nella vita e nel mondo con una buona dose di consapevolezza sul nostro tempo, sul cambiamento in atto che è del clima e delle relazioni internazionali prima ancora di investire ogni singolo paese.

“Il futuro incerto e minaccioso” di cui parla Marzano sta davanti a loro, eppure secondo Ferrara e Marcoaldi i ragazzi di oggi sanno vedere un sentiero percorribile, sanno flettersi al vento della insensatezza e della ingiustizia senza piegarsi, come giunchi.

La loro “è una nuova forma di vitalità, più prudente, più intelligente, più adattiva“, il loro stare nel mondo non prevede la rassegnazione, semmai un equilibrio instabile che tiene conto dei continui mutamenti in atto.

Capisco che del libro di Michela Marzano mi ha lasciato perplessa la sicurezza malcelata di essere nel giusto, la certezza di avere nelle mani il bandolo della matassa. Questo ho percepito in ogni pagina, al di là delle frequenti frasi dubitative. E nessuna concessione alla sobrietà.

Un atteggiamento universalistico il suo sull’universo del disagio giovanile, che in realtà esclude la dimensione politica della vita dei ragazzi  e li fa restare chiusi sotto un cielo basso. La formula sofferenza più famiglia più scuola sembra esaurire la loro presenza nel mondo.

È stato un dispiacere ritrovare Marzano in questa veste tribunizia anche nella serata Galeotta. 

Eppure riconosco che leggere il suo libro mi ha aiutata. Ha dato forza alla convinzione che i ragazzi vanno ascoltati e messi a fuoco dove e quando è possibile: dopo tanto silenzio sono riuscita a dire a mia nipote che le voglio bene, che accetto le sue prese di posizione anche se mi escludono dal suo orizzonte relazionale.

Come gli altri giovani, ha bisogno di sapermi al suo fianco, ma le serve tenere una distanza tra la mia compattezza (così mi percepisce) che le fa ombra e la sua fragilità.

Nota bibliografica:

  • Michela Marzano, Qualcosa che brilla, Rizzoli, 2025

Cover: Michela Marzano all’incontro serale del “Galeotto” al Liceo Ariosto di Ferrara – 12.06.2026 (foto di Valentina Rossi) 

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Zebra / Better: "Sono una sopravvissuta"

Zebra / Better: “Sono una sopravvissuta”

Zebra /
Better: “Sono una sopravvissuta”

Un naufragio nel Mediterraneo, una prigione in Libia, acqua tossica e conflitti armati. Better è sopravvissuta a tutto. Ora, in Alto Adige, sta costruendo una nuova vita per sé stessa e per la famiglia che spera di avere in futuro.

Mi chiamo Better. Solo Better. Nessun cognome. Quando sono nata, mia madre disse che sembravo forte, e per questo scelse questo nome per me. Da bambina aiutavo mia madre a vendere carne. È uno dei miei primi ricordi. La nostra famiglia viveva in una casa nel Delta State della Nigeria: mamma, papà, cinque ragazze e due ragazzi. Io ero la più grande e tutti facevano affidamento su di me. Ripensandoci, provo ancora affetto per la Nigeria: per il cibo e la musica, per la vitalità e la gioia delle persone. Se ci sei stato, capisci cosa intendo: è come se ci fosse una grande celebrazione della vita. Ma anche molte difficoltà: i prezzi aumentano e nessuno riesce più a farvi fronte, perché il lavoro manca.

Non molto tempo fa ho lasciato il Paese. La mia destinazione era la Libia. Volevo lavorare lì, mettere da parte dei soldi, tornare in Nigeria e aprire un negozio tutto mio. Un’amica mi chiese di partire con lei verso l’Europa. Quando la barca si è rovesciata, lei è caduta in acqua. Ha gridato il mio nome chiedendo aiuto, ma ero impotente, perché sarei affondata anch’io. È morta quel giorno. Noi sopravvissuti siamo stati salvati dalla polizia libica e portati in prigione, dove ci trattavano male. Non mi sono lavata per tre mesi, ricevevamo solo un pezzo di pane al giorno e l’acqua era di un verde tossico che mi faceva vomitare.

Pensavo che sarei morta lì. Ma durante uno scontro armato all’esterno, i cancelli sono stati bombardati e tutti sono scappati in ogni direzione, tra proiettili che volavano ovunque. Sono riuscita a fuggire e sono tornata dalla donna presso cui lavoravo. Volevo mettere da parte dei soldi per un altro tentativo di raggiungere l’Europa. Mi dicevo: la mia amica non c’è più, non so come tornare in Nigeria, e mia madre mi raccontava che nella nostra zona ogni giorno avvenivano rapimenti da parte di Boko Haram. È successo anche a mio fratello. Abbiamo pagato un riscatto per salvarlo, ma la preoccupazione aveva quasi ucciso mia madre.

Quei tre mesi in prigione resteranno per sempre nella mia mente. Non potrò mai dimenticarli, ma mi hanno fatto capire che sono forte. I’m a survivor. Dopo tante prove sono riuscita ad arrivare in Italia e ora voglio costruirmi una buona vita qui. Voglio avere dei figli e creare una famiglia piena d’amore. Per questo ho bisogno di una casa e di un lavoro stabile. Potrei lavorare come make-up artist o anche in cucina. So cucinare quasi a occhi chiusi, perché lo amo. Anche da bambina passavo ore in cucina, finché mia madre mi diceva: “Better, riposati!”. Ma io continuavo a cucinare per lei e per la mia famiglia dalla mattina alla sera.

Crescendo con sei fratelli più piccoli, ho sempre amato i bambini.
Better

(Trascritto da Matthias Fleischmann)

Cover: Ritratto di Better – Foto (C) Emil Masoner – Zebra

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Periscopio ospita la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

Darsena Ferrara, luci e rumori degli eventi invadono le case

Darsena Ferrara, luci e rumori degli eventi invadono le case

Darsena Ferrara, luci e rumori degli eventi invadono le case

Prosegue da anni la battaglia di alcuni residenti: gli edifici di via Mulinetto che affacciano sul canale di Burana d’estate sono invasi da potenti luci blu abbaglianti e da rumori di ogni tipo. Ecco punto per punto le denunce (finora inascoltate)

 Negli ultimi anni l’area della Darsena di Ferrara è stata riqualificata grazie ai fondi del “Bando periferie”. Qui, da cinque anni, ogni estate, sono organizzati – per oltre 40 sere consecutive – numerosi appuntamenti ludici e musicali. Iniziative che richiamano molte persone ma che provocano non pochi disagi ai residenti di via Mulinetto (che affacciano sulla riva opposta del canale di Burana) e della stessa via Darsena. Persone che evidenziano in particolare come l’illuminazione degli eventi invada non solo spazi privati esterni (cortili, balconi e terrazze), ma anche l’interno delle abitazioni (spesso camere da letto), soprattutto con luce di colore blu abbagliante. Luci, evidentemente, considerate essenziali dagli organizzatori, per l’effetto scenografico. Essenziali, e che quindi – secondo loro – vanno difese a ogni costo. Anche andando – come pare – contro l’art. 8, comma 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo («Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza»). Si tratta, appunto, di abitazioni private e non di beni di interesse storico-architettonico, monumentale o di pregio storico, culturale e testimoniale (come ad es. il Castello estense, illuminato in particolari occasioni).

E al riguardo si veda anche una recente ordinanza del Tribunale di Napoli (qui).

FIUMANA DI EVENTI

Ecco gli eventi in programma quest’estate nella Nuova Darsena organizzati da “Dodicieventi” di Stefano Zobbidal 30 giugno al 5 luglio, la quinta edizione di “Rio Latino”, con musica e balli dalle 20 in poi (e schiamazzi documentati dai residenti oltre le 2); dal 7 al 19 luglio c’è “Uain” (anch’essa alla quinta edizione), con numerose aree per bere e mangiare, ed «eventi particolari» (così è scritto sul sito di “Dodicieventi”); infine, dal 22 luglio al 9 agosto, “Mangiafexpo”, con oltre 20 gazebo di locali e ristoranti. Inoltre, l’Associazione Musicisti di Ferrara organizza “Un fiume di musica”, concerti dal 1° giugno al 16 luglio tutti i lunedì e i giovedì, oltre ad alcuni eventi speciali. E dal 13 al 16 agosto ci sarà “Ferragosto in Darsena”. Infine, ogni lunedì sera, incontri musicali con “Freestyle Darsena” (dalla primavera del 2024), con molti partecipanti e attività fin oltre mezzanotte.

DENUNCIA, RICORSO E PERIZIA

Il primo esposto di due residenti risale al 2022. E nel 2024 una residente – e proprietaria – di via Mulinetto (che vive lì da 13 anni e sta ancora pagando il mutuo) ha promosso una causa civile contro “Dodicieventi” e il Comune patrocinatore. La signora lamentava – e lamenta ancora – immissioni luminose intollerabili all’interno della propria abitazione. Nel giugno 2024 si è rivolta al Tribunale di Ferrara con un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. per far valere in giudizio il proprio diritto, sussistendo il fondato motivo di temere un pregiudizio grave e irreparabile, ma nel luglio dello stesso anno il giudice Mauro Martinelli rigettava la richiesta di concessione del provvedimento «in virtù di un sommario vaglio di infondatezza del ricorso sotto il profilo del pericolo irreparabile». Il giudice aveva, però, proposto un accordo che prevedeva lo spegnimento dei fari alle 23.30: proposta accettata dalla residente ma rifiutata da Zobbi.

Nel 2025 la signora ha quindi chiesto una perizia allo Studio Tecnico Aldegheri per valutare l’inquinamento luminoso provocato dall’impianto di illuminazione usato sul lungofiume. Perizia eseguita tra luglio e agosto dalla terrazza della sua abitazione – all’ultimo piano di uno degli stabili di via Mulinetto -, in occasione di manifestazioni sul Lungo Darsena, con luminanzometro e con una Campagna di misure tramite documentazione fotografica.

Ma vediamo uno a uno i fatti contestati.

MANCA IL PROGETTO

Martinelli nella risposta alla residente informava che gli eventi organizzati da “Dodicieventi” (col patrocinio del Comune) erano autorizzati, avendo la «dichiarazione di conformità a regola d’arte dell’impianto elettrico e degli impianti alle regole tecniche del Decreto del Ministero dell’Interno»; ma, ci spiega la residente, «il Comune aveva riconosciuto già nel 2023 il problema dell’inquinamento luminoso e Zobbi non era in possesso del progetto illuminotecnico» (nel caso specifico obbligatorio per legge regionale DGR 1732/15 nel caso di più di 10 fari, e in questo caso ne sono utilizzati 23), da non confondere con la conformità dell’impianto elettrico.

Lo scorso 22 giugno la consigliera comunale Anna Zonari (La Comune di Ferrara) ha quindi inviato all’ing. Alessio Stabellini, Dirigente del Servizio Ambiente e Agricoltura del Comune di Ferrara, una segnalazione in merito a queste denunce. Segnalazione che non ha ancora ricevuto risposta. E lo scorso 2 luglio Zonari ha fatto una richiesta di accesso agli atti. Ma sempre l’ing. Stabellini nell’agosto 2023 rispondeva così alla segnalazione di una residente: «Quanto alla problematica dell’inquinamento luminoso, che pare ancora permanere, qualora la manifestazione “Rio Latino” si dovesse svolgere anche l’anno prossimo si terrà conto della sua segnalazione al fine di adottare ulteriori misure gestionali atte ad attenuare il disagio segnalato». Sono passati, però, tre anni ma nulla il Comune ha fatto in tal senso.

I fari blu sulla Nuova Darsena (foto Facebook Ferrara Rinasce)

LUCI, DIREZIONI E RIFRAZIONI

Martinelli rilevava poi la «illuminazione indiretta di tali palazzi – collocati a oltre 100 metri dai fari – posto che i fari sono rivolti verso l’acqua, utilizzando solo il colore blu, in quanto meno impattante per la vista, e ad un grado di intensità molto limitato». Ma – ci spiegano i residenti – «la luce blu non è rilassante, anzi è la peggiore, in quanto può alterare il ciclo sonno-veglia e danneggiare la retina». E nella perizia è scritto: «si segnala che la luce emessa è risultata essere di colore blu, ovvero avente uno spettro emesso compreso nelle lunghezze d’onda tra 400nm e 500nm». Tale aspetto «non dev’essere trascurato in quanto è ampiamente riscontrato da parte della ricerca scientifica come l’essere umano risulti essere particolarmente sensibile a tali lunghezze d’onda».

Come ci spiega la residente di via Mulinetto, «i fari erano visibilmente orientati dal basso verso l’alto, in violazione di legge, puntati sulle abitazioni e non sull’acqua». «Come riscontrato dalle indagini svolte – è spiegato nella valutazione della perizia -, la proprietà della committente è risultata essere illuminata a causa dell’errato orientamento dei fari modello STAR COLOR 240 WASH LIGHT». «Dalle indagini svolte» nella perizia si ritiene quindi che questo impianto luminoso, marca BeamZ, «non sia conforme a quanto indicato dalla legislazione della Regione Emilia-Romagna inerente al contenimento del fenomeno dell’inquinamento luminoso attualmente vigente».

«CHIUDI LE TAPPARELLE!»

Ma oltre al danno, la beffa: Martinelli nella sua risposta spiega anche che «il pieno uso della camera da letto è consentito dall’utilizzo delle tapparelle traforate (che consentono anche il passaggio dell’aria)», o «dalla installazione di una tenda ovvero, infine, dal semplice uso di una mascherina (così lasciando la finestra aperta); evidenziato per altro come le manifestazioni terminino intorno alle ore una di notte, lasciando oltre sei ore di sonno». «Non esiste però alcuna legge – risponde la residente – che imponga ai cittadini di chiudere le tapparelle di un’abitazione privata. La loro funzione è infatti principalmente quella di schermare dai raggi solari e limitare il surriscaldamento degli ambienti interni, non di proteggersi da immissioni luminose forzose dall’esterno e di sera». Una ovvietà, ma evidentemente non per tutti.

ORARI “SBALLATI”

E rispetto agli orari, questa «immissione» – secondo Martinelli – «si produce dalle ore 22.00 alle ore 1,00 di notte per un periodo temporale annuo di circa un mese, durante l’estate, senza impatto di rumore o esalazione di fumi». Ma ai sensi della normativa regionale, l’illuminazione di uso temporaneo ottenuta con apparecchi provvisori, dovrebbe rimanere accesa per non oltre due ore al giorno e massimo 15 giorni consecutivi, e per non più di 2 cicli all’anno. Al contrario – come documentato anche dalla perizia – nella precedente edizione (2025), i fari venivano accesi già nel pomeriggio e spenti all’1 di notte (a volte anche oltre questo orario).

RUMORI (SENZA TREGUA)

Infine, il problema dell’inquinamento acustico causato dalle tante iniziative sul lungofiume. I residenti, nonostante le molteplici segnalazioni, denunciano come non siano stati effettuati controlli fonometrici. Eppure, dalle autorizzazioni in deroga relative agli eventi del 2025 si prescrive che se nel corso di manifestazioni musicali vengono fatte segnalazioni o esposti, si deve provvedere a eseguire attività di monitoraggio con rilievo fonometrico assumendo come tempo di riferimento il periodo “notturno”. E la normativa regionale – legge n. 15/2001 -, all’art. 11 spiega: «I Comuni, fermo restando il principio di minimizzazione del disturbo, a tutela dei ritmi biologici dovranno garantire almeno il riposo notturno, salvo ragioni di inderogabili urgenze autorizzate dal sindaco».

Per non parlare – come denunciato da anni dai residenti – dei diversi episodi di schiamazzi notturni e disturbo alla quiete pubblica ben oltre la mezzanotte e dei rumori circa alle 3-4 del mattino dei camion della spazzatura e poco dopo delle draghe.

IN MALATTIA

Una delle residenti con cui siamo in contatto – già con patologie pregresse -, ci spiega le conseguenze di tutto ciò sulla sua salute: «durante questi eventi in Darsena – sono sue parole – non riesco a dormire. Per lo stress e la mancanza di sonno e di riposo ho già dovuto prendere alcuni giorni di malattia dal lavoro e probabilmente ne dovrò prendere anche altri». Nell’ultima certificazione il medico scrive: «La malattia è dovuta a un evento traumatico» e parla di «malessere e affaticamento».

A essere leso, oltre al diritto alla salute, al sonno e al riposo, è anche il suo diritto al lavoro; un lavoro che richiede un’attenzione e una concentrazione molto elevata, per evitare conseguenze anche rilevanti. Senza considerare i possibili rischi legati al fatto che al luogo di lavoro si reca con la propria auto e che il non poter tenere le finestre aperte a causa delle luci moleste, la costringe – nelle calde sere d’estate – a dover accendere l’aria condizionata: ma dati i suoi problemi di salute, il condizionatore dovrebbe tenerlo acceso il meno possibile.

Insomma, una vera e propria «invasione» nello spazio domestico, “sacro” per sua natura, un obbligato cambio di abitudini e di stile di vita. Altro che “padroni a casa propria”

Interni e balconi di alcune case su via Mulinetto illuminati dalla luce blu proveniente dai fari posti sulla Nuova Darsena

Nota: questo articolo è uscito sul sito della Voce di Ferrara Comacchio”.

In copertina: Eventi alla Nuova Darsena di Ferrara – foto di Andrea Musacci

Per leggere gli articoli di Andrea Musacci su Periscopio clicca sul nome dell’autore

A pensarci bene / Il Bel Paese delle frodi

A pensarci bene /
Il Bel Paese delle frodi

A pensarci bene /
Il Bel Paese delle frodi

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Alla fine del 2025 in Italia c’erano già 991 procedimenti penali aperti dalla Procura Europea per sospette frodi ai danni del bilancio dell’Unione. Novecentonovantuno.

Questi procedimenti cumulano un danno stimato di 28,7 miliardi di euro, cioè quasi metà di quanto contestato a tutto il resto dell’Unione Europea. Il nostro Paese (circa il 15% della popolazione dell’Unione) vale da solo quasi la metà delle indagini per frodi ai danni dell’Europa intera.

Partiamo come sempre dai fatti.

La Procura Europea (EPPO) è un organismo giudiziario indipendente dell’Unione Europea, operativo dal 2021.

È una procura penale, con poteri di indagine, sequestro e rinvio a giudizio. Indaga su frodi, truffe, riciclaggio, evasione IVA e uso illecito dei fondi europei. I magistrati EPPO lavorano dentro gli Stati membri, Italia compresa, affiancati da procure e Guardia di Finanza.

Al 31 dicembre 2025 l’EPPO aveva aperto 3602 indagini in tutta l’Unione Europea. 991 sono in Italia.

Quasi un euro sospetto su due in Europa passa dall’Italia. Nessun altro Paese arriva neanche lontanamente a questi numeri.

I fondi sotto indagine arrivano da programmi europei gestiti dallo Stato italiano.

In primis il PNRR, cioè il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che è la versione italiana del Recovery Fund.

L’Unione Europea non assegna i soldi direttamente ai comuni o alle imprese: li assegna allo Stato membro (nel nostro caso al Ministero dell’Economia e delle Finanze) che poi li distribuisce tramite regioni, enti locali, stazioni appaltanti, società pubbliche.

Chi governa decide come organizzare controlli, verifiche, procedure, tempi e sanzioni.

Il governo Meloni è politicamente responsabile. È in carica dal 22 ottobre 2022, cioè durante la fase centrale del PNRR, quando i soldi hanno iniziato a essere davvero assegnati e spesi.

Fino ad oggi, il governo ha ridotto e semplificato verifiche ex ante per “accelerare la spesa”; ha frammentato le responsabilità, scaricandole su enti locali spesso senza competenze; ha trasformato il PNRR in una corsa contro il tempo, terreno ideale per chi vuole truffare.

Le truffe più frequenti individuate dall’EPPO riguardano progetti mai realizzati, ma rendicontati come conclusi; lavori diversi da quelli approvati, con fatture gonfiate; società create ad hoc per intercettare fondi; false dichiarazioni sui requisiti per ottenere finanziamenti; subappalti opachi, spesso con società fantasma.

L’EPPO non indaga per gentile concessione del governo italiano, ma perché l’Italia è dentro il sistema. I magistrati EPPO aprono indagini; dispongono sequestri; rinviano a giudizio davanti ai tribunali italiani. Ma i tempi naturalmente sono lenti, perché i casi sono enormi, transnazionali, tecnici. Alcuni processi arriveranno a sentenza tra anni.

Nel frattempo, i soldi saranno già spariti o difficili da recuperare. È una colpa sistemica: imprese che truffano; professionisti che firmano il falso; amministrazioni locali impreparate o compiacenti; criminalità organizzata che intercetta fondi pubblici.

E un governo nazionale che insegue la propaganda dei “cantieri aperti”. Il governo è responsabile delle “regole del gioco”. Se il gioco produce quasi mille indagini penali europee, il problema non è l’arbitro europeo, ma il campo italiano.

Il PNRR (191,5 miliardi tra sovvenzioni e prestiti) doveva essere il “grande piano di rinascita” dell’Italia .

Entrerà nella storia come il più grande laboratorio di frodi, irregolarità, contenziosi giudiziari e inchieste aperte mai visto in Europa.

 

Antonio Micciulli*

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.

 

Cover: Foto di Alexa da Pixabay

Imprenditori "francescani" à la Adriano Olivetti. Un piccolo segno di speranza

Imprenditori “francescani à la Adriano Olivetti”
Un piccolo segno di speranza

Imprenditori “francescani” à la Adriano Olivetti. Un piccolo segno di speranza

Il capitalismo ha preso piede in Cina, India, Brasile, Russia e in quasi tutti i paesi del mondo che sono stati coinvolti nella nuova globalizzazione “americana” avviatasi nel 1990-99. Alcuni hanno mantenuto, in primis la Cina, una forte presenza dello Stato però che controlla i settori strategici dell’economia, per evitare che queste imprese finiscano nelle mani di stranieri o della finanza.

La Cina ha un piano quinquennale dove lo Stato indica ai privati dove investire basato sull’Intelligenza Artificiale (Quishi) di grande efficacia e molto diverso dai vecchi e obsoleti piani quinquennali sovietici. In tal senso e, paradossalmente, sin dai tempi di Trump 1 e di Biden lo fanno anche gli Stati Uniti, mentre l’Europa un tempo a capitalismo sociale, vede lo Stato in forte ritirata ed è una delle aree più neoliberiste al mondo.

In Cina l’auto elettrica è stata promossa 15 anni fa da incentivi dello Stato alle imprese private, spinte a costruire un’auto ecologica, piccola, da città, a basso prezzo. Un approccio più intelligente di quello americano/europeo in cui le imprese private (in assenza dello Stato) hanno continuato a puntare su auto grandi, poco ecologiche (tranne Musk) e costose.

Per la verità in due emergenze questo meccanismo (denominato Warp Speed) è stato usato anche dagli Stati Uniti, da Roosevelt (per produrre armi nella 2^ guerra mondiale) e da Trump per i vaccini. Dimostra che uno Stato può finanziare beni pubblici nell’interesse generale. Per ora si è fatto per armi e vaccini.

Per fortuna stanno crescendo nel mondo imprese private che hanno abbandonato la logica del massimo profitto, con un approccio à la Adriano Olivetti. Imprenditori che decidono che è meglio svolgere una funzione sociale piuttosto che continuare ad arricchirsi o (peggio) passare l’azienda ai figli o ai fondi finanziari, anche perchè una volta su due la distruggono.

Laura Höcherl della società di consulenza tedesca Purpose ha spiegato al 40° anniversario di NaturaSI a Jesolo a fine settembre che tra Europa e Usa sono ormai 200 le aziende che hanno sviluppato questo approccio (come fa da sempre anche NaturaSI).

Rinunciano come imprenditori alla proprietà e creano le condizioni (spesso con una Fondazione) affinché l’azienda sia gestita su basi etiche a favore sia dei lavoratori che dell’ambiente. Una scelta “francescana” si direbbe, di persone, peraltro già ricche, che hanno capito che la qualità della loro vita non migliora accumulando altri soldi, ma mettendo la propria azienda al servizio del mondo e chi ci lavora (Cuccinelli è un altro esempio).

I pericoli maggiori vengono oggi dal cedere l’azienda ai figli (quasi sempre non hanno le qualità dei fondatori) o ai Fondi finanziari, il cui obiettivo è estrarre profitto a breve termine per remunerare azionisti speculativi (privati e banche che investono i nostri risparmi, di cui facciamo finta di non sapere la logica speculativa con la scusa che “non potendo cambiare il mondo, almeno lo sfruttiamo”).

I fondi finanziari hanno una massa enorme di denaro e sono alla caccia di imprese da acquistare, ma non hanno poi la capacità di svilupparle nel lungo termine, in quanto hanno una logica speculativa di massimo profitto a breve. Non sono interessati a pratiche virtuose verso clienti, ambiente e tantomeno per i lavoratori o la ricerca, che sono i fattori che sviluppano l’azienda nel lungo periodo. Spesso vengono smembrate dai fondi finanziari (spezzatino) che sono di fatto i nuovi predatori dell’economia mondiale.

Il caso di Pier Giovanni Capellino dell’azienda Almo Nature è esemplare. Nel 2013 si stanca di fare solo soldi e, colpito dal disastro ambientale, decide di donare la sua impresa ad una Fondazione (di cui è presidente) che avrà il compito di usare parte dei profitti aziendali per “fermare il consumo diretto, il degrado e la frammentazione degli habitat e di collegarli attraverso corridoi ecologici”.

La Fondazione Capellino controlla il 100% dell’azienda Almo Nature e sviluppa la “Reintegration Economy”, cioè un’azienda che produce ricchezza, soddisfa i bisogni dei clienti, fa profitti, ma che introduce criteri crescenti di sostenibilità ambientale, salari alla “socialdemocratica“ (egualitari), più alti della media di settore “e comunque che la linea bassa sia di almeno un 30% superiore alle medie su piazza, senza premiare l’apicalità oltre misura (max 5,5 volte il salario più basso). Non proprio 1,7 come voleva Lenin nel 1921, ma almeno non le 100 e passa volte che spesso troviamo in aziende multinazionali e banche.

Un’azienda a tutti gli effetti capitalista che però destina il sovrappiù (dopo investimenti, salari, tasse) a progetti che evitano la perdita di biodiversità (50 milioni negli ultimi 6 anni). Non si rinnega il capitalismo, ma sentiamo cosa scrive Capellino:

cambiarne la natura dal suo interno: il profitto creato non diventa leva finanziaria per produrre ulteriore impatto sulla natura nelle mani di pochi umani bensì ripristino del capitale naturale creatore di lavoro e ricchezza per tutti gli umani ed oltre, spazio vitale (casa) per tutte le specie viventi.

Dal punto di vista della giustizia sociale il nostro modello frena/blocca l’accumulo, oggi in atto, della ricchezza (della proprietà del capitale) nelle mani di pochi. Dal punto di vista politico introduce democrazia e multilateralismo, soluzioni/risposta/tentativo per scongiurare il possibile ritorno alle dittature anche dove oggi c’è la democrazia. Dal punto di vista della coerenza (nostra) aver scelto di dare l’esempio e non aver scelto la via politica/ideologica del dire agli altri cosa fare senza prima praticarlo e dimostrarlo in vero.

Non siamo Gesuiti, quindi non vogliamo convincere ma dimostrare attraverso l’esempio: se ci sono proposte migliori indicatele, se ci sono punti su cui possiamo migliorare indicateli, diversamente sosteneteci o avversateci dialetticamente ma per dignità non siate indifferenti”.

All’incontro era presente anche Alfredo Lovati, che gestisce una ditta informatica (Beta 80) con 150 dipendenti, con un approccio simile, dove l’obiettivo non è più accumulare il massimo dei profitti ma salvaguardare l’azienda come bene in sé, migliorando la condizione di tutti e dei nuovi assunti in particolare.

Koos Bekker ha raccontato come ha sviluppato modelli gestionali avanzati in cui chi decide sono i lavoratori come co-proprietari, che non possono porsi però in un’ottica di interesse solo per loro, in quanto vigila una Fondazione che ha come obiettivo sviluppare non solo l’impresa, ma l’intera società e quindi anche gli interessi di altri che non sono i lavoratori come nuovi assunti, ambiente, cultura, poveri, altre imprese, fornitori e clienti.

Si tratta di imprese che usano il profitto in un circuito virtuoso in funzione degli esseri umani e non viceversa. In senso figurato si tratta di “portare a morire il denaro”, cioè usarlo per far fiorire le persone e non viceversa (aumentarlo per far morire le persone).

È una forma di economia nuova, che pur non rinunciando al modello capitalistico, nel senso di valorizzare il capitale, i risparmi, la buona gestione delle fabbriche e servizi a vantaggio di tutti, rifiuta però gli aspetti più perversi della proprietà privata come l’accumulo crescente e l’eredità.

Gli imprenditori che hanno scelto questa strada non sono certo neo francescani, vivono in modo agiato, hanno semplicemente rinunciato ad una logica egoistica di accumulo crescente che, peraltro, tutti gli studi dicono, non incrementa la felicità personale, che deriva dalle relazioni e dalle emozioni che si provano con amici, affetti, creatività, arte e in nessun caso deriva dal possesso di qualcosa. In sostanza scoprono (mi sia consentito l’aforisma) che l’altruismo è una forma superiore di egoismo.

Insomma il mondo non sta molto bene, ma la crescita di questo “movimento” dà speranza.

In copertina: ritratto di Adriano Olivetti – Immagine gratuita da Flickr

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Cina: la "Grande Muraglia Verde" che sta fermando il deserto

Cina: la “Grande Muraglia Verde” che sta fermando il deserto

Cina: la “Grande Muraglia Verde” che sta fermando il deserto

Gli alberi sono l’unico vero antidoto contro i rapidi cambiamenti climatici.

Gli alberi sono fondamentali per l’ambiente perché assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno tramite la fotosintesi; riducono l’inquinamento catturando polveri sottili e mitigano le isole di calore urbano offrendo ombra.

Le piante rappresentano il migliore organismo capace di limitare l’aumento della CO2: nel loro legno trattengono enormi quantità di carbonio, agendo come un polmone verde che mitiga l’effetto serra. Attraverso il processo della fotosintesi una pianta adulta produce in un anno una quantità di ossigeno – che copre il fabbisogno annuo di 10 persone – e, a seconda della specie, è in grado di assorbire dai 20 ai 50 chili di anidride carbonica.

Inoltre, gli alberi funzionano da filtri naturali: le foglie intrappolano metalli pesanti, ozono e ossidi di azoto, migliorando l’aria che respiriamo. Una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili. Un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno e non è cosa da poco se consideriamo che in una città come Milano, in cui sono presenti 1.700 ettari di verde, significa togliere dall’aria 30 tonnellate di polveri sottili.

Per finire, Le radici stabilizzano il terreno riducendo l’erosione: assorbono l’acqua piovana, diminuendo il rischio di alluvioni e allagamenti e prevengono il dissesto idrogeologico trattenendo il suolo e sostenendo la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi.

In sostanza, a differenza di quello che una buona parte dello sviluppo tecnologico vuole farci credere, ovvero che siano necessari soluzionismo tecnocratici alla crisi climatica, la verità è che per contrastare il cambiamento climatico e fermare la desertificazione bisogna piantare alberi. Tanti alberi.

La pensa così la Cina, che il 1° gennaio 1978 ha avviato il Three-North Shelterbelt Program per aumentare la copertura forestale nella Cina settentrionale in un’area che si estende su 13 province per un totale di oltre 4 milioni di chilometri quadrati. Il termine del piano, discusso e avviato dal Partito Comunista Cinese nel 1978, è previsto per il 2050: entro tale data verranno piantati 100 miliardi di alberi lungo una cintura lunga circa 4.500 chilometri con il fine di convertire aree degradate. Nelle zone interessate, come attorno al deserto del Taklamakan, la cintura verde è arrivata in alcuni punti a superare il chilometro di larghezza.

È considerato il più grande progetto di riforestazione al mondo e, ad oggi, copre 13 province nel nord della Cina, su una superficie paragonabile all’estensione della Germania.

Secondo alcune ricerche entro il 2100 metà della superficie terrestre sarà ricoperta da terre aride: per questo motivo la “Grande Muraglia Verde” servirà – e già serve – per bloccare l’erosione del suolo, combattere il cambiamento climatico e arginare l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan proteggendo fattorie, villaggi, strade e ferrovie. Il programma è stato concepito per proteggere i suoli fertili, ridurre la frequenza e l’intensità delle devastanti tempeste di sabbia, e mitigare gli effetti della siccità.

La Grande Muraglia Verde cinese contrò l’aridità – foto ultimavoce.it

Il piano di sviluppo di 72 anni è stato suddiviso in tre distinte fasi, al suo compimento avrà triplicato la copertura forestale dell’area, passando dal 5,05% al 14,95%. I risultati parziali sono più che soddisfacenti: l’avanzata del deserto si è fermata, le aree interessate dall’erosione del suolo si sono ridotte di due terzi, così come è cresciuta la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica. E gli effetti benefici si sentono anche a distanza: grazie al progetto, la qualità dell’aria è migliorata persino a Pechino. Gli sforzi hanno contribuito a portare la copertura forestale nazionale cinese dal 10% del 1949 a superare il 25%.

A beneficiarne sono inoltre i terreni agricoli, protetti dalla sabbia delle dune e dunque più produttivi, grazie anche alla maggior frequenza delle precipitazioni dovuta a sua volta all’aumento dell’umidità nella zona. Il conseguente sviluppo delle industrie forestali e frutticole sta contribuendo a migliorare il tenore di vita di decine di milioni di persone, che ora possono contare tra l’altro sui grandi impianti solari ed eolici installati in prossimità del deserto. La loro presenza ha il duplice scopo di garantire alla popolazione energia da fonti rinnovabili e fungere da ancoraggio per la (nuova) vegetazione, proteggendo i terreni agricoli.

Negli anni si sono verificati alcuni effetti negativi, come l’aumento delle allergie tra la popolazione e la bassa percentuale di sopravvivenza degli alberi – registrata soprattutto in fase di avvio del progetto a seguito della piantumazione di specie a crescita rapida inadatte al tipo di terreno.

Ciò non ha fermato lo sviluppo della Grande Muraglia Verde: un gruppo di ecologi cinesi, a dicembre 2025, ha quantificato i risultati complessivi in ​​termini di biodiversità degli sforzi di ripristino forestale in Cina, scoprendo che tali sforzi hanno portato all’espansione dell’habitat del 73,6% delle specie di uccelli presenti nelle foreste, come riportato dal China Science Daily. Un risultato che dovrebbe far invidia all’Occidente (Europa e USA) che in questi anni non sono riusciti a mettere a punto serie politiche in questo campo.

Sebbene l’idea fosse antecedente, a seguire la Cina nelle politiche di riforestazione – con alcune difficoltà – è stata l’Unione Africana con uno dei più ambiziosi progetti ambientali globali: la Great Green Wall, la Grande Muraglia Verde africana, ovvero il progetto di una barriera di alberi lunga migliaia di chilometri dal Senegal fino a Gibuti attraverso l’intera regione del Sahel, coinvolgendo ben 20 Paesi africani (1).
“Ad oggi, il progetto ha coperto meno del 10% dell’obiettivo di 100 milioni di ettari, ma sta facendo buoni progressi per raggiungere la scadenza del 2030”, ha spiegato a Oltremare in una lunga intervista Moctar Sacande, coordinatore dei progetti internazionali presso la Divisione forestale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Non nasconde di essere nelle file degli ottimisti: “D’altronde il progetto è di vitale importanza per milioni di persone e per la stabilità della regione”.

La Grande Muraglia Verde africana (rivistaafrica.it)

La Tanzania ha iniziato a integrare la sua strategia nazionale nell’ambiziosa iniziativa panafricana della Grande Muraglia Verde (Great Green Wall) guidata dall’Unione Africana. Sotto l’egida della SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale), il Paese mira a combattere la desertificazione, ripristinare i suoli degradati e adattarsi al cambiamento climatico. Il Piano d’azione nazionale (NAP) della Tanzania è ora guidato dai dipartimenti ambientali con l’assistenza di consulenti indipendenti e la supervisione generale del Coordinatore della Grande Muraglia Verde e di un team centrale composto da esperti della SADC, della FAO e dell’Unione Africana. La Tanzania è stato il terzo paese ad aver sviluppato un NAP nel 2023.

Di Cina si parla solo in modo negativo, quando ci si riferisce alla mancanza di libertà, di sfruttamento dei lavoratori, di coltivazioni o allevamenti super-intensivi che inquinano. La Cina, in questo caso, è un esempio da seguire in tutto il mondo, dove i deserti stanno avanzando e dove il cambiamenti climatico sta modificando gli habitat naturali.

Donald Trump, che nega i cambiamenti climatici evidenti, dovrebbe prendere esempio dai comunisti cinesi, ma evidentemente è troppo impegnato a fare guerre in giro per il mondo per accorgersene.

Note:

(1) Oggi il progetto coinvolge oltre venti paesi: Algeria, Burkina Faso, Benin, Ciad, Capo Verde, Gibuti, Egitto, Etiopia, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Gambia, Tunisia e Costa d’Avorio e ha ottenuto il supporto della Banca Mondiale, dell’Unione europea e della Fao.

Fonti:
https://www.campagnamica.it/attualita/foreste-e-boschi-10-motivi-per-piantare-un-albero/ 
https://www.sardegnaforeste.it/notizia/limportanza-degli-alberi-troppo-spesso-trascurata
https://www.hdblog.it/green/articoli/n662670/grande-muraglia-verde-alberi-clima/

Cover: La Grande Muraglia Verde cinese – foto da ilbosone.it

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Il femminicidio non è un’opinione

Il femminicidio non è un’opinione

Il femminicidio non è un’opinione

La visione del mondo di Roberto Vannacci, propagandata dalla sua formazione politica Futuro nazionale, che sta raccogliendo sempre più simpatie dentro e fuori il mondo istituzionale, oltre a proposte come la “remigrazione” della maggior parte degli stranieri non totalmente assimilati alla cultura italiana, contiene una concezione della donna che coincide perfettamente con la rabbia repressa di quella parte della maschiosfera, che sente la perdita secca di potere causata dalla crescente autonomia femminile.

Partendo dal reddito di natalità, che ci riporta al ruolo di riproduttrici della specie suprema, e quindi ovviamente suprematista, nelle sue nostalgiche dichiarazioni ignora volutamente che il tasso di occupazione femminile in Italia è inferiore alla media europea  di 12, 6 punti. Niente di preoccupante per Vannacci e company, in quanto la moglie deve restare a casa a prendersi cura del marito e dei figli, come del resto fa sua moglie.

C’è da aspettarsi una conseguente dichiarazione sull’inutilità del diritto allo studio per le donne, forse da ridurre a dei più utili corsi di cucina, in linea con l’attacco subdolo, ma violento della proposta di legge trumpiana al Congresso: Safeguard American Voter Eligibity Act (SAVE ACT), che rende estremamente complesso il diritto di voto per le donne statunitensi, in quanto chi non ha un passaporto valido e dispone di un certificato di nascita in cui compare un cognome diverso da quello del marito (generalmente adottato dalle donne americane) non potrà votare (vedi: http://Il Sole 24 ORE https://www.ilsole24ore.com).

La destra radicale attacca i diritti delle donne

L’ascesa incontrollata di una destra internazionale sempre più radicale e guerrafondaia che tuttavia si proclama portatrice dei valori occidentali (fino a un certo punto, come il diritto internazionale) promuove la diffusione di queste opinioni, purtroppo largamente condivise  da una larga parte dei cittadini.

Se la libertà di opinione è prevista dall’art.21 della nostra Costituzione, includendo anche le deliranti opinioni dei negazionisti, che credono che la terra sia piatta o che Hitler viva tuttora nascosto in Argentina, è tuttavia doveroso che chi si occupa della cosa pubblica, abbia la capacità di distinguere fra l’errore e l’opinione, evitando di propagandare opinioni errate, in quanto smentite da dati certi forniti dall’ISTAT (Istituto nazionale di statistica) e da altri istituti di ricerca, dai Ministeri e convalidati dai Comitati scientifici delle Università di tutto il mondo.

A meno che affermiamo che anche il PIL sia un’opinione ed ognuno possa sparare i suoi numeri, esistono delle istituzioni preposte alla ricerca, raccolta e validazione dei dati.

Pur avendo conseguito due lauree e diversi master il generale Vannacci esprime l’opinione che il femminicidio non esiste, ottenendo larghi consensi da tutta quella parte di popolazione che non ha mai inghiottito il rospo della crescente autonomia femminile, in quanto portatrice di una soggettività capace di scegliere, a scapito dei  millenari privilegi maschili garantititi dalla subordinazione pubblica e privata delle donne, costrette da mancanza di istruzione, accudimento dei figli e carenza di risorse economiche ad accettare condizioni di vita subalterne alla figura maschile.

Come dimostra il generale Vannacci il titolo di studio conta fino a un certo punto (anche questo) essendo il sottosuolo immaginifico maschile delle caserme, dei bar, dei circoli, dei social, il bacino di pescaggio delle sue brillanti idee : luoghi in cui le vicissitudini della mia vita  e la mia curiosità  hanno consentito di entrare e nei quali, pur limitati dalla mia presenza, venivano espresse convinzioni quali “gli immigrati ci rubano il lavoro e le case”, “se mio figlio diventa gay lo ammazzo”, ” io sono normale perché mi piace la gnocca”….

Inutile dire che ho sentito espressioni più benevole verso le donne dell’est, ancora malleabili e sensibili al portafoglio del maschio italico e opinioni che manifestavano un certo rispetto per quelle che la filosofa Rosi Braidotti chiama ” le emancipate reazionarie” (ora al governo in italia e in Europa), nel suo libro Giù le mani dal femminismo. (vedi: https://www.lafeltrinelli.it/giu-mani-dal-femminismo-libro-vari/e/9788817198752?utm_s).

Alcuni dati sul femminicidio in italia

In  Italia si registrano in media circa 100-110 femminicidi all’anno.

  • Quasi tutte le donne assassinate perdono la vita in ambito familiare o affettivo. Nel 2025, ben 85 dei 97 casi totali sono maturati in questo contesto, e 62 di questi sono stati commessi dal partner o dall’ex partner . I femminicidi rappresentano la stragrande maggioranza degli omicidi con vittime di sesso femminile nel Paese.
  • In Italia, dal 2011 ad oggi, si contano circa 2.000 femminicidi. I dati storici e annuali evidenziano un andamento strutturale del fenomeno, con un numero di donne uccise che si mantiene da oltre un decennio su una media di circa 100-120 vittime all’anno, per la maggior parte per mano di partner, ex partner o familiari.
  •  Per chi sostiene che il femminicidio fa parte della categoria omicidi, prendendo a caso le statistiche di un anno non troppo lontano si scopre che: nel 2023 si sono verificati 334 omicidi. Nei casi in cui si è scoperto l’autore, l’88,9% delle donne e l’ 80,6 % degli uomini sono vittime di un omicida uomo. Le vittime sono in prevalenza cittadini italiani (74%), per il 26% stranieri. Il 94,3% delle donne italiane è vittima di italiani, il 43,8% delle donne straniere di propri connazionali. Sono 63 le donne uccise da un partner o un ex partner, quasi tutti (61)sono uomini.

Perché si chiama femminicidio 

Una risposta possibile a questa domanda è quanto Michela Murgia scriveva nel suo blog il 2 settembre 2012 a              proposito di una notizia pubblicata quel giorno su Repubblica.it in questa forma:

“Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia. L’uomo […] ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli…”.

«Nel giornale che vorrei – scrive la Murgia – la notizia sarebbe stata data così: Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli e poi “Arrestato l’autore del violento femminicidio: era il marito”».

Non si tratta solo di una parola in più, allora, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi.
Quanta strada, almeno nel nostro paese, sia stata percorsa dalle istituzioni è efficacemente sintetizzato nel seguente testo della professoressa Silvia Leonzi:

“Ed è proprio per la salvaguardia dell’onore che fino al 1981, nel nostro ordinamento, […] per un uomo [che uccide] la moglie, se colto da un impeto d’ira determinato dall’offesa recata [sono previste] pene minori rispetto a un analogo delitto di diverso movente, dal momento che l’oltraggio arrecato all’onore è ben più grave rispetto al delitto riparatore. Infatti, l’articolo 587 del Codice penale, abrogato con la Legge n. 442 del 5 agosto 1981, contempla una pena ridotta per chi uccida la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”.

A Livello globale

Ogni giorno vengono uccise circa 137 donne o ragazze da un partner o da un membro della propria famiglia. Questo equivale a circa 50.000 vittime all’anno, con una media di un femminicidio ogni 10 minuti. Più del 60% di tutti gli omicidi femminili intenzionali avviene nella sfera privata.

Per questo l’antropologa e sociologa messicana Marcela Lagarde su suggestione della sociologa Diana Russell ha diffuso il termine, sottolineando la peculiarità di un reato in cui il maschio uccide la femmina per motivi  relazionali, fenomeno esclusivo dell’animale uomo, in quanto nessuna specie animale uccide le femmine.
In Italia, il termine ha iniziato a diffondersi nel linguaggio sociologico e mediatico agli inizi degli anni 2000, venendo poi approfondito e riconosciuto a livello accademico, incluso come neologismo nella enciclopedia Treccani e dall’Accademia della Crusca.

Conclusioni

L’opinione negazionista in Italia non è reato, al limite fa sorridere quando dimostra che chi la esprime non ha sicuramente una cultura nemmeno di base, ma può far male, ferire i sentimenti dei parenti delle troppe vittime, colpevoli solo di essersi fidate dell’uomo sbagliato e di istituzioni incapaci di proteggerci anche quando sporgiamo denuncia.

Derubricare il femminicidio a semplice omicidio significa non riconoscere lo squilibrio che ha portato in alcuni  soggetti maschili la progressiva perdita identitaria e di ruolo rispetto ad una donna sempre più capace di scegliere la propria strada, anche quando questa implica la fine di una relazione. A meno che, citando Francesco Monini, abbia ragione “l’ignobile canzone Per sempre sì”, anche per evitare di essere ammazzata.

Cover: Foto di PicElysium da Pixabay

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Il seme di Margherita

Il seme di Margherita

Il seme di Margherita

Il 4 luglio del 2024, si è interrotta (per un irresponsabile errore umano) la vita in questo mondo di Margherita Lega . Una perdita grande, non solo per i suoi familiari, per gli amici e per le amiche, ma anche per la specie umana intesa nei termini della Biologia che ha perso una specie speciale di piccola donna/albero.

Chi ha potuto esserle accanto ha perduto una guida coerente e ricca di spunti per vivere nelle curiosità verso ciò che non conosciamo della vita vivente. In ogni punto delle nostre diverse interiorità e anche in ogni punto della Madre Terra: un frammento di Tormalina affiorata dalle montagne dell’Adamello, un rospo da aiutare ad attraversare la strada per raggiungere l’acqua, culla della riproduzione, una formica che si stacca dalla comunità delle altre per cercare il luogo adatto a costruire il nuovo formicaio……

La ricordiamo spesso chinata a terra a stupirsi per queste meraviglie, da condividere con chi le era vicino. E anche con chi vive nel lontano Togo, in Africa con il suo amico Kodyo Edem Dakey Laurent. Insieme hanno fondato due associazioni sorelle dedicate alla solidarietà e alla cooperazione internazionale, con al centro l’amore per la terra e per il vivente: in Italia (AVE’ OdV con sede a Pontenure) e in Togo (S.D.D-Togo con sede ad Assahoun). Entrambe in stretta connessione per continuare a seminare dove altri invece…. seppelliscono.

Ricordiamo a questo proposito quanto scrive la speciale Eliane Brum, una delle più importanti scrittrici e giornaliste brasiliane la quale, per trovare “Il centro del mondo” si è trasferita a vivere ad Altamira, nel Parà nel mezzo dell’AMAZZONIA BRASILIANA. “Che distorsione enorme quella secondo cui un anello vale più di qualcosa di vivo (come un seme ndr) che diventa ALBERO….”.

Margherita l’aveva capito già da bambina quando tornava a scuola portando con sé sempre qualche seme che piantava poi nel nostro campo ora divenuto una vera e propria ‘oasi’ di verde, apprezzabile dalla visione aerea. L’ha capito da anni anche il suo amico togolese Laurent Dakey fondatore della Fattoria didattica di Assahoun (Lomè) che ogni anno organizza una festa dell’albero con la piantumazione di centinaia di alberi nei villaggi vicini , insieme con la popolazione, in particolare quella giovane.

Lo avevano capito Eliane Brum e il suo compagno Jon quando usarono per riforestare, la tecnica della “muvuca” nella piccola comunità nei dintorni di Altamira dove avevano comprato, insieme con altri, un pezzo di terra desolata, pascolo per il bestiame, con il sogno di farne un’enclave di resistenza. Ecco la tecnica indigena di riforestazione detta muvuca: ”per giorni sistemammo filari scavando piccole buche- non fosse per seppellire morti ma culle per generare vita- a circa un metro di distanza…..poi vicini e amici, bambini e adulti, si unirono a noi per la parte più bella, ovvero la semina delle 30 specie di piante diverse (….) E ’impossibile non stupirmi per il modo in cui distruggiamo la foresta in cambio di oro quando abbiamo in mano queste meraviglie-i semi- che diventano foresta. Basta gettare un seme a terra come fanno gli uccelli, gli insetti e i pipistrelli, e da lì nasce qualcosa di vivo. E’ davvero straordinario .”
(da Eliane Brum” Amazzonia, “Viaggio al centro del mondo”, Sellerio Ed., 2023).

Straordinario è anche il loro lancio nel 2022 di SUMAUMA , una piattaforma giornalistica dal cuore dell’Amazzonia con reportage, articoli e interviste in varie lingue dalla foresta. SUMAUMA prevede un periodo di co-formazione di giornaliste/foresta anche per realizzare un profondo intervento decoloniale sul linguaggio. Il loro spostamento nel territorio arricchisce progressivamente la redazione di sempre nuove figure di indigeni abitanti nelle regioni brutalizzate della città e del bacino del Medio Xingu (fiume che nasce nel Mato Grosso).
Per essere umani/foresta possiamo iscriverci alla Newsletter in Portoghese, Spagnolo e inglese.

Ma se vogliamo notizie in Italiano sulla nostra Foresta (reportage, inchieste, analisi sul clima,…) da questa speciale Piattaforma giornalistica che festeggiamo insieme con Margherita proprio questo 4 Luglio, possiamo visitare il Portale ufficiale SUMAUMA. “La foresta non è un insieme di…ma una composizione di esseri viventi in costante interscambio. In un dialogo a più voci”.

Il Laboratorio di SUMAUMA è riuscito a calcolare per difetto il numero dell’assassinio di alberi e di quelle che Eliane Brum chiama “persone più-umane” alla fine del Governo Bolsonaro: 2 miliardi di alberi e 4 milioni di scimmie morte. “La quantità di uccelli che hanno perso i propri nidi, il proprio habitat o la propria vita può avere raggiunto i 90 milioni”. Sumauma è il nome dell’albero mitico al cui tronco sceglie di appoggiarsi.

Francesca e Paolo

In copertina: Foto di izhar-ahamed da Pixabay

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa (un racconto)

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa
(un racconto)

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa
(un racconto)

Parte del viaggio lo aveva fatto in treno. Era sceso dal nord in un vagone semivuoto tra fogli sgualciti di giornali abbandonati e volti straniti di viaggiatori stanchi. La linea ferroviaria in un tratto correva parallela al mare ed alla spiaggia. Gli era parso che la sabbia fosse umida come dopo la pioggia e gli ombrelloni nelle loro ordinate file erano tutti chiusi. La schiuma delle onde era giallastra. Ad un certo punto aveva deciso di scendere. Attraversò un sottopasso: le indicazioni erano a destra per il mare e a sinistra per la Stazione. Svoltò a sinistra. I suoi passi risuonarono pesanti sulle tavole di legno del cantiere. Dall’alto filtrava la luce del sole illuminando la polvere sollevata dai suoi movimenti. Sbucò di fronte ad un bar: ad un avventore chiese dove avrebbe potuto trovare un auto. Gli venne detto che un oste noleggiava vetture in buono stato ai turisti. Scelse un’auto grigia. Tedesca. Veloce ed affidabile. Proseguì verso sud prima costeggiando il mare, poi inoltrandosi verso i brulli monti all’interno. Senza conoscere la sua meta attraversò gallerie e viadotti. Era un po’ stanco. Gli occhi bruciavano. Li stropicciò e la cosa non fece bene. Aveva sete, ma intorno non c’era nulla, se non capannoni industriali e supermercati abbandonati. In alcuni momenti si chiedeva chi abitasse in quei piccoli paesi abbarbicati sulle pendici dei monti. Oppure la sua mente si perdeva a chiedersi le origini di quei nomi stravaganti: Borgorose, Scurcola, Fiamignano. La sua curiosità fu attirata dal cartello del “Lago del Salto”. Accostò la vettura, diminuendo il volume della radio, dalla quale usciva una piacevole musica brasiliana. Controllò la carta stradale: si, svoltando a destra avrebbe imboccato la strada che conduceva al Lago. Rimise in moto. Al termine di una breve salita il cartello stradale indicava “Fiumata”. Svoltò.

Davanti alla prima casa, una modesta villetta a due piani, vide accanto a due anziani una donna dal fisico robusto. Teneva in mano una borsa ed un sacchetto di una boutique; gli anziani si sbracciarono per cercare di attirare la sua attenzione e farlo fermare. Sembravano brava gente in cerca di aiuto. Per un attimo pensò che volessero avvertirlo che la strada era interrotta e che non poteva proseguire oltre. Si arrestò. Abbassò i vetri dei finestrini; non conoscendo l’auto si accorse che aveva abbassato prima quello posteriore per cui l’uomo anziano si era sporto da dietro, mentre la donna -la moglie?- lo guardava con aria incerta davanti al finestrino anteriore chiuso. Gli chiesero dove andasse. Se, per caso, stava andando a Fiumata.

“Veramente non ho una meta. Faccio un giro. Vorrei vedere il lago.”

Quel giorno, in fondo, era quello il suo unico, minimo, desiderio.

Gli risposero che il Lago lo  avrebbe visto proprio bene da Fiumata e ancora meglio da Vallececa. “Era proprio il cielo che lo aveva mandato lì.”

La signora, dissero indicando la donna al loro fianco, aveva sbagliato autobus e, insomma, aveva bisogno di un passaggio per tornare a casa.

“Se il signore era così gentile….”

Acconsentì.

In realtà la signora non tornava alla “sua” casa, ma a quella dove lavorava. Dove badava a Guido. Che ora sarebbe stato arrabbiato, perché lei non tornava ancora. Perché non aveva mangiato. Intuito l’accento straniero l’uomo le chiese da dove venisse.

“Romania”.

Dalla città di Cluj. La donna rise, dicendo che la loro squadra di calcio “anno scorso battuto Roma”.

Lui annuì. Lo ricordava. L’allenatore era italiano….un ex calciatore. Lei disse che era andata in città a comprare il biglietto aereo per volare in patria. A casa sua, quella vera. Dove suo marito non stava più, ma dove la aspettava suo figlio. Il suo “bimbo” di 18 anni. Quindi, lei sapeva dove voleva andare, mentre lui quel giorno vagava.

La donna era trafelata. Disse che, tutto sommato, si poteva ritenere fortunata di avere trovato qualcuno di buon cuore che la riportava da Guido. Nel paese di Vallececa. La strada saliva ripida, per poi scendere vertiginosamente. Le curve erano strette ed il bosco fitto.

Lavorava da qualche mese, più o meno quattro.

Per trent’anni aveva lavorato all’Ufficio Pubbliche Relazioni di un’azienda telefonica. Non ne poteva più di rapporti con la gente. Lì in mezzo ai boschi, in un paese con cinque o sei anziani in tutto, aveva vissuto in vero relax.

“Conosco relax in inglese. Non so dire in italiano.”

Ma ora era stufa. O “stufata?”. Va bene, comunque, disse lui guidando più  veloce. La donna voleva vedere suo figlio e la voce le tremò per un brevissimo istante. Erano giunti al Lago. Uno specchio verde che rifletteva le chiome degli alberi sovrastanti. Lei indicò il paese.

“Quale? Quello lassù?” disse lui.

“No, quello in basso. Quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa.”

Il paese era indicato a 1,5 chilometri.

Attraversarono un ponte. La macchina rombò nell’oscurità del bosco, salendo un ultimo tornante.

Guido aspettava impaziente sulla strada.

“Quanto devo?” disse la donna…..

Titolo originale del racconto: “Uno strano appuntamento”

In copertina: Veduta del Lago del Salto da Girgenti, frazione del comune di Pescorocchiano (RI), nel Lazio – foto Wikimedia Commons

Trump, se la salute mentale diventa un problema globale

Trump, se la salute mentale diventa un problema globale

Trump, se la salute mentale diventa un problema globale

C’era una volta, non molto tempo fa, una domanda che circolava sottovoce, quasi un tabù: “C’è o ce fa?”.

Oggi, osservando il comportamento sempre più erratico del Presidente degli Stati Uniti, molti si trovano a riformulare quella domanda in un’affermazione ben più preoccupante: “Ce l’ha e ce la fa?”

E questo, per noi cittadini del mondo, è tutt’altro che rassicurante. Non si tratta più, di destra o di sinistra, di dazi o di alleanze. Il problema, oggi, è un uomo. Un uomo che siede sul seggio più potente del pianeta, con il dito metaforicamente (e forse non solo) sul pulsante che può decidere le sorti del mondo. Un uomo che, secondo un numero crescente di esperti di salute mentale, sta mostrando segni di un declino cognitivo sempre più rapido e preoccupante.

I segnali di un declino preoccupante

Un gruppo di oltre 30 professionisti medici, tra neurologi e psichiatri, ha recentemente lanciato un allarme che definiscono “un declino rapidamente peggiorante, slegato dalla realtà e sempre più pericoloso”. Questi esperti, che hanno studiato attentamente i comportamenti e le dichiarazioni pubbliche del Presidente, descrivono una situazione grave che include “una marcata deteriorazione delle funzioni cognitive, evidenziata da un linguaggio disorganizzato e tangenziale, divagazioni sconnesse, confusione fattuale e improvvisi cambi di rotta in materia strategica”.

Non si tratta di semplice “politica”. I sintomi osservati sono quelli che, in un paziente qualsiasi, farebbero scattare immediatamente un campanello d’allarme: pensieri fissi e ossessivi (come la mania per i suoi progetti di ristrutturazione, menzionati in un terzo dei suoi discorsi pubblici), mancanza di controllo degli impulsi, e una comunicazione notturna compulsiva, che lo porta a pubblicare centinaia di messaggi sui social in una sola notte .

Il battibecco con Meloni: sintomo di qualcosa di più grande?

L’ultimo episodio che ha acceso i riflettori sul suo stato mentale è stato il pubblico battibecco con la Premier italiana Giorgia Meloni. Un alterco che, per i media internazionali, è stato descritto come “infantile e giovanile” . Il Presidente ha affermato che la Meloni lo avrebbe “supplicato” per una foto, una ricostruzione smentita dalla Premier e che ha portato molti a definire Trump il “re del meschino”.

Questo episodio, al di là delle dinamiche diplomatiche, è la punta dell’iceberg di un comportamento che molti esperti leggono come la manifestazione di una “personalità psicopatica, caratterizzata da narcisismo tossico” e da una “totale mancanza di empatia” . La stessa analisi, basata su una checklist psicopatica, avrebbe collocato Trump in una fascia di gravità superiore a quella di un detenuto in un carcere di massima sicurezza .

Le mani che tremano e la valigetta atomica

E poi ci sono i segnali fisici. Le immagini delle sue mani, segnate da lividi e tremori, hanno fatto sorgere interrogativi su possibili patologie neurologiche come il Parkinson, i cui sintomi includono tremori a riposo, rigidità muscolare e rallentamento dei movimenti. Ma la vera, agghiacciante preoccupazione non è la sua salute in sé, ma ciò che essa implica.

Come ha scritto un editorialista, il fatto che un uomo con queste caratteristiche abbia accesso ai codici nucleari è la questione cruciale. Se a questo si aggiungono le voci secondo cui, durante la crisi con l’Iran, i vertici militari lo avrebbero “intenzionalmente escluso dalla Situation Room” per il timore della sua imprevedibilità, il quadro diventa da incubo. Siamo nelle mani di un uomo che, per usare le parole degli esperti, rappresenta una minaccia per la sicurezza globale non per le sue idee, ma per il suo stato mentale .

Le elezioni di midterm e un futuro incerto

Le elezioni di midterm si avvicinano e la preoccupazione è palpabile anche tra i suoi stessi sostenitori . Il partito repubblicano, temendo che il crescente malessere verso il Presidente possa travolgere i candidati, starebbe cercando di ridimensionare la sua figura nelle campagne elettorali, cercando di parlare di politiche e non di Trump uomo . Ma il problema, per noi che viviamo in questo bellissimo e fragile mondo, non è la prossima elezione. Il problema è il presente.

È tempo di guardare la realtà con chiarezza, senza ipocrisie. È tempo di chiedersi come mai un problema di salute così palese venga ignorato. E forse, è giunto il momento che qualcuno, negli Stati Uniti, abbia il coraggio di parlare a Trump e alla sua cerchia in modo semplice e diretto, come si farebbe con un paziente che non è più in grado di intendere e di volere. Perché le sorti del mondo non possono essere affidate a un uomo la cui salute mentale peggiora di giorno in giorno.

Cover: Foto di Pete Linforth da Pixabay

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LA GUERRA A CASA NOSTRA La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna

LA GUERRA A CASA NOSTRA
La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna

LA GUERRA A CASA NOSTRA
La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna

In un recente convegno regionale promosso da RECA (Rete Emergenza Climatica Ambientale ER) e AMAS (Assemblea Movimenti Ambientalisti e Sociali ER), la giornalista freelance Linda Maggiori ha presentato una relazione molto interessante sulla riconversione bellica nell’Emilia-Romagna. Il quadro che ne emerge forse non è del tutto esaustivo, ma certamente delinea una situazione già di per sé assolutamente inquietante.

Si parte dalla costituzione di consorzi/progetti che vedono la presenza di diverse aziende, come ANSER Srl (AeroNautics and Space in Emilia-Romagna) ed ERIS (Emilia Romagna In Space). Le aziende principali che li compongono sono Curti, Bucci Composites, Bercella, Poggipolini, NPC SpaceMind e altre ancora, orientate nella produzione di componenti per l’industria meccanica (in particolare per l’automotive e il packaging) e che, negli ultimi anni, si sono orientate verso la “difesa” e l’aerospazio.

Sono aziende di dimensioni medio-piccole, ma a forte specializzazione e proprio per questo rappresentative delle caratteristiche del tessuto produttivo emiliano-romagnolo. Diverse di loro sono fornitrici dei grandi soggetti dell’industria per la guerra, come Leonardo, Thales, MBDA, e si avvalgono di un ruolo importante della Regione Emilia-Romagna e delle strutture universitarie, in primis l’Università di Bologna.
Siamo in presenza, dunque, di una realtà significativa e, soprattutto, di una linea di tendenza che va compresa e indagata per bene.

La spinta per la conversione verso l’industria bellica è molto forte nel mondo, in Europa e anche nel nostro Paese. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che le politiche europee si stanno orientando in quella direzione, a partire dallo stanziamento di 900 mld. di € messi a disposizione per il riarmo.

Per certi versi, dovrebbe far riflettere ancor più il fatto che la Germania sta investendo in modo massiccio nell’industria della “difesa” e nel riarmo: parliamo di risorse che, nelle sue varie forme, potrebbero arrivare attorno ai 900-1000 mld. da qui al 2030.
Le aziende tedesche impegnato nel settore bellico stanno registrando impennate molto forti nel loro fatturato, mediamente attorno al 30%. Le stesse Volkswagen, Mercedes e Bwm stanno considerando, magari in via indiretta, di entrare in questo redditizio segmento produttivo.

Il punto di fondo è che l’industria tedesca, attraversata da una grave crisi dovuta, da una parte, all’incremento dei costi energetici e, dall’altra, in particolare nel settore automobilistico, a una perdita forte di competitività e di restringimento dei mercati di sbocco, vede nella riconversione dell’industria bellica un’opportunità forte per uscire da una difficoltà strutturale del proprio modello produttivo.

E’ evidente che l’apparato produttivo dell’ Emilia-Romagna, che da sempre costituisce un elemento importante nella subfornitura del ciclo industriale tedesco, possa essere oggetto di una sorta di attrazione fatale in quella direzione. Un processo che deve essere contrastato. Quello che poi dovrebbe essere escluso è che questa prospettiva possa diventare una scelta consapevole e strutturata da parte delle politiche pubbliche.

Non faccio quest’affermazione casualmente, ma a fronte del fatto che sembra emergere un vero e proprio sistema, guidato e orientato dalla Regione e da altre istituzioni pubbliche, che pare andare in quella direzione. Andando, infatti, più a fondo della filiera delle aziende impegnate nel settore bellico e dell’aerospazio, ci si trova di fronte ad un vero e proprio progetto di politica industriale traguardato a quell’opzione.

Si parte dal fatto che la Regione Emilia-Romagna si è assunta il ruolo di definizione di strategie e finanziamento delle politiche industriali – e fin qui tutto bene- a cui corrisponde, come braccio operativo, ART-ER (Attrattività Ricerca Territorio), società consortile per azioni, partecipata al 65% dalla Regione stessa e, per le restanti quote, da varie Università e altri Enti pubblici, che ha il compito di coordinare e favorire i processi di innovazione del tessuto industriale. A suo volta, ART-ER si articola in associazioni di carattere settoriale, tra cui la fa da padrona Cluster-ER Mech, che ha il compito di mettere in rete imprese e ricerca che intervengono nella meccatronica, comprendendo anche materiali avanzati e aerospazio.

All’interno di quest’ambito, un ruolo decisamente importante lo svolge il CIRI (Centri Interdipartimentali Ricerca Industriale) dell’Università di Bologna, che può essere considerato il motore scientifico di tutta quest’operazione. A valle di questo complesso meccanismo si situano ERIS e ANSER Srl:
il primo che si occupa prevalentemente di organizzare lo sviluppo del settore aerospaziale,
il secondo, che è un consorzio di imprese che aggrega la filiera aero
spaziale, in cui entrano come protagoniste le aziende cui ho fatto riferimento sopra.
Insomma, viene fuori un quadro per cui la Regione Emilia-Romagna e altri Enti pubblici sono attivamente impegnati nel promuovere lo sviluppo di attività imprenditoriali fortemente connesse con l’industria di guerra.

Immagino che a questa lettura si possa avanzare l’obiezione che questo collegamento non è così automatico e che, invece, si pensa semplicemente di favorire lo sviluppo di un settore altamente innovativo. O, ancora, che, in realtà, queste iniziative sono volte a costruire una capacità autonoma del nostro Paese e dell’Europa in settori dominati dalle grandi superpotenze, Stati Uniti e Cina in primo luogo.
Rimane, però, il fatto che, da una parte, le imprese che operano, direttamente o con produzioni dual-use ( civili e militari), hanno molto a che fare con l’industria bellica e che purtroppo la tendenza prevalente in Europa è quella di intrecciare in modo pressoché indissolubile innovazione produttiva e riarmo. Bisognerebbe perlomeno spezzare questo binomio, decidendo che le imprese che hanno a che fare con l’industria bellica non possono partecipare a programmi pubblici volti a produrre innovazioni nel sistema produttivo.

Il tutto è poi aggravato dalla totale mancanza di trasparenza e informazione ai cittadini delle scelte che si stanno mettendo in campo: per una Regione che si vanta di promuovere la partecipazione, questo sarebbe il “minimo sindacale”. A maggior ragione, visto che, per esempio, siamo in presenza del tentativo di tenere nascosti gli atti relativi all’insediamento del Tecnopolo di Forlì, dove dovrebbe sorgere l’hub aereospaziale collegato a Eris, o, addirittura al fatto di allontanare giornalisti (tra cui la stessa Linda Maggiori) da sedi pubbliche dove si discute di queste tematiche, com’è successo lo scorso 12 giugno a Reggio Emilia durante un convegno organizzato dalla Confindustria locale proprio su aeronautica, difesa e aerospace.

Infine, il ragionamento decisivo è che sarebbe necessario pensare ad un modello produttivo e sociale alternativo a quello dominante, al quale sembra accodarsi anche la Regione. Anzichè l’innovazione nel settore della “difesa”, non occorrerebbe invece sostenere una politica industriale che promuova innanzitutto la transizione ecologica ed energetica? Anche qui c’è molto spazio per l’innovazione e per la costruzione di un’importante filiera industriale e, soprattutto, si potrebbe prefigurare un’idea ben diversa rispetto a quella che sta venendo avanti, ispirata all’affermazione dell’utilità sociale e dei beni comuni, capace di contrastare la logica di guerra cui troppi si stanno rassegnando.

Una scelta di questa natura può, se praticata sul serio, evitare la deriva della riconversione bellica e orientare il sistema e la conversione produttiva verso un’economia di pace, che rifugge dalla logica predatoria dell’accaparramento delle risorse energetiche e naturali, anche questa connaturata all’economia di guerra. Ovviamente, però, per arrivare lì, occorre che le istituzioni e i soggetti pubblici si attivino consapevolmente in questa prospettiva e anche una mobilitazione sociale e politica in grado di promuoverla e sostenerla. Un bel compito per chi ha a cuore un futuro diverso e possibile.

In copertina: Foto di Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

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Tamara Vitan: "Se tu sapessi vedere al di là dei sogni" e altre poesie

Tamara Vitan: “Se tu sapessi vedere al di là dei sogni” e altre poesie

Parole a capo /
Tamara Vitan: “Se tu sapessi vedere al di là dei sogni” e altre poesie

Ringrazio la poetessa Tamara Vitan per avermi concesso di pubblicare le sue poesie.

*

Se tu sapessi vedere al di là dei sogni 
Una chiave attraversa
ciò che sono e cosa dico.
Tra carne e parola infilata,
scatta, dentro ad una serratura
apre parola al margine del vento.
Io chiedo che sia porta sacra
quella che apre in mezzo ad un respiro.
Ripeto il movimento, giro la chiave
e contro vento m’inebrio dei sogni.
(da “Poete oltre le stanze“, 2025, ChiareVoci edizioni.)

*

 

Fino a ieri
il tempo era ancora tempo.

Adesso mi stancano le definizioni.
L’attimo si dischiude
sa farsi fiore.

 

*

 

Sto cominciando a capire
perché chiudo gli occhi
quando vedo le foglie sussultare,
quando le onde del mare suonano le loro musiche
quando le vette delle montagne mi travolgono
con altezze inafferrabili.

 

*

 

L’ora è già qui
delle cose che tacciono.
L’ora che salva dalle inquietudini.

È tempo di deporre i fardelli
ai piedi della croce.

La salvezza compie passi piccoli.

 

*

 

Un pensiero di luce prova a farsi strada.

È un canto di perdono.
Sento le prime note.
Si apre nel mio cuore un bucaneve.

 

*

 

Ottobre.

Il ramo, stanco di giorni
ancora trattiene
il giallo delle foglie.

 

*

 

Ce lo dovevano dire gli dei:
fluttuare invece che vivere è meno doloroso.

Ma i fiori sul davanzale
valgono la luce di uno sguardo
e se chiudo gli occhi e li riapro
i petali spuntano nel cuore.

La mattina dopo
c’è sempre meno dolore.

 

da “La salvezza compie passi piccoli” (edizioni peQuod, collana “portosepolto”, 2025)

*

Zotx da Pixabay

 

*

Tamara Vitan nasce a Bucarest a maggio del 1981 e vive a Castelfiorentino (Fi). Affascinata dalle religioni e sempre in ricerca, è convinta che la poesia possa fare da ponte e farci avvicinare contemporaneamente al miracolo della vita e al mistero della morte. Riceve una segnalazione al Premio Letterario Città di Ascoli Piceno con la poesia Si piega il suono; in seguito, attraverso il concorso Poetare della Scuola di Editoria di Firenze, pubblica alcune poesie nel progetto Agenda e Quaderno. Nel 2022 esce la raccolta Accade la luce, Firenze Libri, collana Fuori Stagione. Alcuni inediti vengono pubblicati e tradotti in spagnolo nello Sfogliabile Creazione di un discorso di Laboratori Poesia. A marzo 2025 viene pubblicata la raccolta La salvezza compie passi piccoli Pequod, collana Portosepolto, finalista al premio Poesia Onesta. A dicembre 2025 escono alcuni inediti nell’antologia Poete oltre le stanze, Chiarevoci edizioni. Frequenta la Scuola di Poesia fondata da Massimiliano Bardotti persona fondamentale per la sua ricerca spirituale e poetica.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 344° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE ... MA ADATTARE

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

L’ondata di calore che stiamo vivendo rischia di diventare un carattere permanente del nostro futuro che colpirà ovunque e in particolare il cuore dell’Europa cambiandone natura, paesaggio, dinamiche sociali. Il problema è strutturale da decenni. La comunità scientifica, l’IPCC e molti climatologi insistono continuamente sul fatto che mitigazione e adattamento devono procedere insieme.

Tuttavia, nel dibattito politico e mediatico l’attenzione tende spesso a concentrarsi sull’emergenza immediata e sulle soluzioni individuali (“come proteggersi”), mentre ricevono meno spazio le politiche più controverse che incidono sugli interessi economici e richiedono cambiamenti di lungo periodo.

C’è uno scivolamento retorico quasi impercettibile ma sistematico: dal mitigare all’adattarsi, dall’impedire al sopravvivere. E questo scivolamento non è neutro: è una resa agli interessi del mercato e del capitalismo che non vuole mitigazioni che mettano in discussione il suo modello di sviluppo che ha sempre considerato il pianeta come una risorsa da sfruttare e che sta trasformando in business anche la dimensione eco-green.

Quel potere economico globale che per molti non ha un volto ma che condiziona i governi degli stati, delle città, lasciandoci solo l’illusione delle soluzioni resilienti mascherate da pragmatismo.

Adattare significa agire sugli effetti del cambiamento climatico, mitigare significa agire sulle cause, riducendo le emissioni di gas serra o aumentando la capacità di assorbirle. L’obiettivo è limitare l’entità del riscaldamento globale ma come? Incidendo sui meccanismi che contraddistinguono il nostro modello di sviluppo e quindi:

  • sostituendo i combustibili fossili con energie rinnovabili e favorendo la nascita di comunità energetiche;
  • migliorando l’efficienza energetica degli edifici;
  • riducendo il traffico automobilistico a favore del trasporto pubblico e della mobilità attiva;
  • fermando il consumo di suolo e la deforestazione;
  • cambiando i sistemi produttivi, agricoli, zootecnici per renderli meno emissivi;
  • redistribuendo la ricchezza per contrastare le disuguaglianze agendo nella direzione della giustizia climatica;
  • modificando il nostro modello di sviluppo estrattivo e rendendo più sobrie le nostre abitudini.

Se i miliardi che in Europa e nel mondo si stanno spendendo per fare delle guerre – che hanno aumentato le emissioni – e comprare delle armi, fossero impiegati per realizzare laccordo di Parigi, un segnale positivo lo si coglierebbe. Nel 2024, le alluvioni in Romagna, Toscana e le grandinate varie ci sono costate circa 14 miliardi, se questi soldi venissero spesi nella prevenzione saremmo più preparati.

Negli ultimi anni, il discorso pubblico si è spostato solo sull’adattamento, come se gli effetti dei cambiamenti climatici fossero ineluttabili, quindi centri climatizzati, sistemi di monitoraggio dell’allerta caldo, alberi, fontanelle, tetti verdi, città-spugna, orari di lavoro modificati. Sono certamente misure indispensabili, che misurano il grado di resilienza di una comunità, e dovrebbero esserlo per tutti poveri e ricchi, perché una parte del riscaldamento globale è ormai inevitabile e gli impatti sono già presenti.

Ma il rischio che stiamo correndo è che l’adattamento diventi un alibi per mettere in secondo piano il tema strutturale, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra e le trasformazioni strutturali del sistema energetico, dei trasporti, del consumo di suolo e dei modelli di produzione e consumo. Se “resilienza” significa imparare a convivere con il caldo senza affrontarne le cause siamo fregati: ogni nuova misura di adattamento rischia di essere presto insufficiente.

Dobbiamo arrenderci? Non credo. La scienza mostra che non siamo di fronte a una soglia oltre la quale tutto è inevitabile. Ogni decimo di grado di riscaldamento evitato riduce la frequenza e l’intensità delle ondate di calore, delle siccità e degli eventi estremi. La differenza tra un mondo più caldo di 2 °C e uno di 3 °C è enorme in termini di vite umane, salute, ecosistemi ed economia.

L’8 maggio del 2024, 380 tra i più importanti scienziati del clima, intervistati dal quotidiano The Guardian, si sono dichiarati terrorizzati dalla sottovalutazione politico-economica del problema ma motivati nell’idea di continuare nel loro lavoro.

… E Ferrara cosa non fa?

E a Ferrara che succede? Si sta vivendo una condizione perversa: ogni singola scelta che si sta compiendo è retoricamente motivata per bypassare i problemi strutturali. A Ferrara domina una dinamica preoccupante. Molte scelte urbanistiche e ambientali vengono presentate come risposte ai problemi della città, ma il dibattito pubblico si riduce a comunicazioni senza dialogo, concentrati solo su aspetti simbolici o comunicativi, lasciando sullo sfondo le questioni strutturali.

Si parla di decoro, di nuovi interventi, di opere presentate come “green” o innovative, mentre non si discute di consumo di suolo, di potenziamento della mobilità pubblica, di applicazione del PUMS che prevede zone 30 ed estensione delle ZTL, quindi di adattamento climatico, disuguaglianze territoriali e riduzione delle emissioni. Ecco alcuni temi.

Il verde decorativo vs il verde come infrastruttura

Piantare alberi senza un piano del verde è giardinaggio, non urbanistica. Un piano serio lavora su connettività ecologica, specie appropriate al clima futuro, gestione del suolo e delle acque, rapporto con la falda, ruolo del verde nella città compatta e storica (la più calda) e suo ridisegno.

Bisogna iniziare a ragionare seriamente sulla de-asfaltizzazione e demineralizzazione della città. Tutti i quartieri della città dovrebbero essere congiunti tra di loro da gallerie verdi, ridisegnando le strade e rafforzando i percorsi ciclabili. Va tenuto in conto che gli alberi e le aree di nuovo impianto hanno bisogno di diversi anni prima di dare l’effetto voluto. A seconda della specie e delle condizioni di crescita, possono essere necessari 10, 20 o anche 30 anni perché l’albero raggiunga una chioma in grado di incidere significativamente sul microclima.

La forestazione urbana è una politica di lungo periodo quindi non basta piantare alberi, bisogna conservare quelli maturi, curarli se malati. Gli alberi maturi sono una “infrastruttura” critica non riproducibile nel breve periodo. Abbattere un esemplare secolare per ragioni di “sicurezza” discutibili, o sacrificarlo a un cantiere, equivale a distruggere un’opera pubblica che ha richiesto decenni di investimento collettivo — spesso inconsapevole — e che non sarà ricostituita nell’arco di una generazione.

Eppure, la gestione ordinaria delle amministrazioni locali tratta gli alberi maturi come elementi intercambiabili: si abbatte e si rimpiazza con un nuovo impianto, contabilizzando la sostituzione come equivalente. Non lo è. C’è un debito ecologico temporale che questa contabilità ignora del tutto.

Aggiungerei un’ulteriore dimensione: la cura degli esemplari esistenti — potature corrette, monitoraggio fitosanitario, gestione del suolo attorno alle radici — è sistematicamente sottofinanziata rispetto ai fondi destinati ai nuovi impianti, anche perché i nuovi impianti sono visibili, fotografabili, inaugurabili (vedi Central Bosc).

Si dice che dobbiamo piantare alberi. Ma se siamo costantemente in crisi idrica, al limite della siccità, questi alberi come crescono? Dove troviamo l’acqua con cui ricaricare la falda? Con l’acqua piovana che oggi sprechiamo? Un piano di forestazione che non affronta la questione idrica — quanta acqua, da dove, sottratta a quali altri usi — rischia un duplice fallimento: alberi che muoiono sprecando risorse, o irrigazione che aggrava la scarsità che già viviamo.

Non da ultima la manutenzione. Questa è invisibile politicamente, ma invece dovrebbe essere un “progetto strategico” più delle smart city o di una certa idea della transizione ecologica, che continua a cercare soluzioni tecnologiche nuove, mentre lascia degradare ciò che già funziona e che ha impiegato decenni a funzionare.

Le piazze pavimentate come risposta – sbagliata – alle isole di calore

È il caso più clamoroso perché è visibile, misurabile, e già criticato dalla letteratura scientifica. Sostituire asfalto con pietre in zone già surriscaldate non è una scelta neutra: è produzione attiva di isola di calore (anche se si dichiara di contrastarle). Chi ha approvato questi progetti non è ignorante, è politicamente colpevole perché il buon senso ci dice da anni che le isole di calore le contrasti con alberi associati ad arbusti, prati e zone umide, non collocati in un buco o in un vaso circondato da pavimentazioni minerali.

L’anello di Piazza Ariostea è completamente asfaltato, attorno all’acquedotto del Quartiere Giardino lo spazio asfaltato è quasi prevalente, lo stesso quartiere se diventasse ZTL molte strade potrebbe essere de-asfaltizzate aumentando le aree verdi. Nei deliri amministrativi di questi mesi abbiamo letto anche di aree come il MOF: parcheggio dove l’asfalto la fa da padrone, raccontate come aree ecologiche solo perché sono stati piantati due alberelli.

E poi il centro storico. Questo è probabilmente il settore più caldo della città ed è ricco di micro-piazze e spazi che andrebbero vegetalizzati. La città murata ferrarese inoltre, come sappiamo, è molto diversificata al suo interno, con spazi vuoti o degradati in prossimità di aree residenziali che si presterebbero a operazioni di micro-forestazione urbana.

La città andrebbe inoltre arricchita di fontane pubbliche e gratuite. Ci sono città, dove l’acqua è pubblica, con fontane ovunque che erogano acqua, a volte facendoci scegliere anche se la vogliamo fresca o a temperatura ambiente, se normale o frizzante. Tutto questo richiederebbe un piano del verde e del clima, farlo è una questione di volontà politica, ma elettoralmente paga di più l’intervento puntuale retoricamente raccontato.

Gli eventi notturni come politica del corpo

Nel dibattito sugli eventi di questi mesi, questo punto mi sembra si sia sottovalutato nel dibattito nonostante sia stato posto a più riprese. Il diritto al sonno e alla quiete termica notturna è anche un diritto sanitario. Le notti sono l’unica finestra di recupero fisiologico durante le ondate di calore. Saturarle con eventi amplificati non è solo un problema di “fastidio” è una questione di salute pubblica, con ricadute sproporzionate su anziani, bambini, malati cronici, lavoratori che non possono riposare.

E il prolungamento del tempo insonne è esattamente quello che trasforma il disagio in danno strutturale, causato da scelte politiche di una amministrazione e di un blocco politico-economico colpevole.

Il modello di mobilità come scelta ideologica

Non contrastare il dominio dell’auto in una città pianeggiante, con una tradizione ciclistica reale e distanze urbane contenute, è indice di una inerzia o resistenza al cambiamento che diventa volontà politica. Non affrontare la prospettiva di una mobilità pubblica radicata nella città in grado di ridurre l’uso dell’automobile è in questa situazione una grave responsabilità, che in Italia accomuna tutti i livelli di governo.

L’ipermercato privato come solo welfare termico

Quando lo spazio pubblico è inabitabile e il calore della casa insopportabile, il centro commerciale diventa l’unico “bene comune” climatizzato accessibile. È la privatizzazione del sollievo. E non è casuale, è il risultato logico di decenni di disinvestimento sullo spazio pubblico come spazio vivibile.

Inoltre, non si sente nemmeno parlare di misure per contrastare l’emergenza climatica con rifugi termici. Barcellona ha iniziato nel 2020 a predisporre rifugi termici coprendo il 99% degli abitanti entro dieci minuti a piedi. Il principio è semplice ma politicamente preciso: un luogo pubblico ad accesso libero e gratuito che offre ristoro dalle temperature estreme, pur mantenendo le sue regolari funzioni.

La difficoltà abitativa come moltiplicatore di rischio

Chi è in difficoltà abitativa – senza aria condizionata, in alloggi sovraffollati o degradati, senza spazi verdi accessibili – subisce il caldo estremo in modo qualitativamente diverso: anziani soli negli alloggi ERP, lavoratori stranieri in affitti sovraffollati, persone senza fissa dimora, cittadini a basso reddito. Non è solo una questione di comfort, è una questione di sopravvivenza e diritti negati.

È la dimensione della giustizia termica che latita nel dibattito locale. Riguarda non solo chi produce le emissioni ma anche chi paga maggiormente il prezzo del caldo.  Una città che lascia in questa condizione i suoi abitanti più esposti e chi è in disagio abitativo non è degna di essere ritenuta civile. Una città che non avvia un vero processo di costituzione di comunità energetiche – che consentano a tutti di accedere all’energia necessaria, anche per refrigerarsi – rivela una scelta di campo a favore di chi controlla la rendita energetica fossile.

Le stime preliminari parlano di oltre 1.300 morti in eccesso in circa una settimana in Europa. Se la causa fosse stata un virus, saremmo già in emergenza sanitaria. Il caldo estremo non uccide in maniera evidente, per questo lo si sottovaluta. Questo caldo colpisce tutte le specie viventi, animali e vegetali, ma se fosse una pandemia… il virus siamo noi.

Cover: Foto di Thomas G. da Pixabay

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La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

Un tentativo di risposta all’amica di Massimo Marchetto (vedi Qui su Periscopio)

Ogni parola che utilizziamo in proprio o attraverso i suggerimenti di un software progettato per elaborare testi grazie alla Intelligenza Artificiale (da ora in poi AI), ci arriva colorata o scolorita da tutte le avventure che l’hanno vista protagonista nei canti, nei discorsi e nei racconti da quando Homo ha cominciato a parlare.

Ogni aspetto dell’uso che se ne è fatto di quella parola, ha prodotto una sua inevitabile alterazione.

Se ci si pensa non è quello che accade a una immagine: il suo valore e la sua unicità restano invariabilmente legati all’epoca che l’hanno prodotta se non addirittura a qualcosa di precedente ad essa: come si sa il nostro mondo onirico è ricco di immagini. Tutti, credo, saremmo d’accordo nel ritenere l’immagine (il segno), precedente alla parola sia che si stia parlando dei segni nella cosiddetta “cappella sistina del Paleolitico”, o dei templi della Magna Grecia fino ad arrivare alle cattedrali gotiche del medioevo per non parlare del Rinascimento o della nostra attuale epoca di immagini social-tecnocratiche.

Oltre a questa evidente questione di priorità vi è però nell’immagine qualcosa che non è presente nella parola: la sua, per così dire, destrezza una sua intrinseca capacita a valere più di mille parole. Una capacità questa che non troviamo nella parola proprio a causa delle sue varianti anche quelle più …sinistre che, come dicevamo, ha subito nel suo uso lungo il corso della storia.

D’altra parte la specie Homo ha da sempre istituito la realtà attraverso la vista e dunque attraverso la costruzione di immagini mentali anche nella penombra di una caverna appena illuminata dal fuoco e prevalentemente silenziosa.

In questa primitiva evocazione c’è tutta la destrezza dell’immagine e, scusandomi per l’azzardata estensione del significato, l’uso che la “destra” di tutti i tempi ha fatto dell’immagine. In estrema sintesi, il pensiero politico di destra è prima di tutto immagine; è legato cioè alla potenza, alla grandezza, alla ridondanza di immagini iconiche: il mento prominente, il gesto eclatante ed eroico, la forza militare, l’odore di napalm.
Questo è il terreno di coltura della cultura sovranista, primatista, militarista. È in questa destrezza dell’immagine che risiede la “realtà” della destra. Un esempio evidente dei nostri tempi: l’attuale Presidente degli Stati Uniti.

A differenza dell’immagine, la parola e con essa la realtà rappresentata, sono un’altra cosa perché nella parola entra pienamente in gioco il rapporto del significante e del significato.

La parola è prima di tutto un invito alla interpretazione in quanto comunicazione con un altro.
Così se mentre l’immagine di Dudovich della quale parla Marchetto (vedi a lato) nel suo articolo, “interagisce” con il desiderio, più o meno cosciente, di chi la guarda, la parola invece stabilisce una relazione con un ambiente ben particolare: il gruppo umano nel quale “io” sono situato.

Jacques Ellul, La società tecnologica. Il rischio del secolo, Silvio Berlusconi Editore, 2025

Facendo nostre le riflessioni sulla tecnica di Jacques Ellul (Bordeaux 1912-Pessac 1994) possiamo rimarcare il fatto che, a differenza dell’immagine che …provoca, la parola rinvia a una memoria cioè “…evoca dei ricordi…non mi trasmette un’informazione grezza, ma un fascio di sollecitazioni…” che invitano alla interpretazione e l’interpretazione, la traduzione sono il luogo della intelligenza, oserei dire, naturale.
E sono questo rumore, dice ancora Ellul, “…questo disordine e questo fraintendimento ad essere fruttuosi e forieri di novità…”

Ma è su una cosa che Ellul sembra essere ancora più categorico: “… la parola è il solo veicolo del pensiero, della ricerca o della trasmissione del senso ultimo che un individuo – o un gruppo di individui – attribuisce alla sua esistenza, alla sua persistenza…”. In altre parole…la parola è fortemente legata alla verità, anche se questo non significa che la parola sia o dica la verità.

Così potremmo concludere che se la vista, e dunque l’immagine, sono il campo della realtà (anche quella del mio desiderio) dandone un’appercezione esatta o inesatta, la parola sembrerebbe collocata “semplicemente” nel campo della verità (o menzogna).

Quindi la vista e la parola inducono due modi di pensiero differenti tanto che in ognuno di noi potrebbe  fare più presa l’immagine di un capo di governo che si palesa sulla torretta di un carrarmato durante una parata militare, invece delle parole ambigue e addirittura contraddittorie su una promessa elettorale non mantenuta.

Le immagini si concatenano nel cervello per associazione e sottendono un pensiero sintetico. Il pensiero parlato invece è per forza di cose analitico e presume uno svolgimento temporale, continuo e che bisogna cogliere in modo particolare accettandone l’inevitabile grado di verità (o di menzogna) relativa. Come sono complementari il reale e il vero lo sono altrettanto vista e parola.

Grazie ai social e agli ultimi sviluppi tecnologici viviamo evidentemente in una società che ha visto e vede sempre di più il trionfo dell’immagine e che inoltre cavalca questa nuovissima opportunità di mixare l’immagine e la parola.

I chatbot e l’AI giocano in questa direzione un ruolo ancora più esasperato e preoccupante nella contaminazione di vista e parola: la tecnica che ha permesso l’invasione delle immagini e ha trasformato il nostro mondo in un universo di immagini artificiali (la società dello spettacolo di Guy Debord ma ancor di più la società della esibizione social), questa stessa tecnica ha consentito anche la diffusione a dismisura della parola.

Ed è precisamente questa situazione secondo Ellul a svalutare ancora di più la parola o, come direbbe Floridi, citato da Marchetto, a procurare la perdita del “capitale semantico”: la parola diventa insignificante  perché troppo abbondante e soprattutto perché, di fatto, è completamente separata dalla presenza di colui che la dice.

La parola dell’AI non si riferisce più alla verità di colui che parla (o scrive), questa parola induce un dialogo artificiale che, di fatto, dialogo non è: la parola artificialmente memorizzata, chatgpt-izzata, diciamolo pure : AI-zzata, non ha più alcun peso vivente ma è un “suono” vuoto e senza necessità.

Sì, ma in pratica?”, cosa si dovrebbe fare? È questa la domanda che l’amica di Marchetto rivolge, giustamente, alla …comunità umana alla quale tutti apparteniamo.

Innanzitutto bisognerebbe prendere atto che la partita tra immagine e parola non è affatto equa. Come già ricordato (profeticamente) da Ellul “…l’ascolto non gioca qui che un ruolo secondario e il potere ipnotico dell’immagine provoca un’attenzione distratta nei confronti della parola…”.
Figurarsi! Quanti sono quelli che “leggono”, “ascoltano”, “parlano” davvero? La parola, dice ancora Ellul “…non è più incaricata di avvertirci sui significati e sull’incertezza della comunicazione. L’evidenza dell’immagine esclude la ricerca del senso…”.

Tuffandoci nell’attualità.
Perché la parola “genocidio” evoca/provoca più incredulità della immagine di Gaza rasa al suolo?
Per questa ragione: l’immagine ha escluso qualunque ricerca di un senso a quella “sinistra” parola parlata da Erri De Luca che se l’è intestata “negandone la sua verità”.

Vorrei terminare questo breve gioco di …parole tra la “destrezza dell’immagine” e la “parola sinistra” citando ancora una volta un paragrafo dal saggio di Jacques Ellul:

“…è un’ulteriore ironia della storia il fatto di constatare che, nel momento in cui eminenti intellettuali si immergono nella linguistica, nella semiologia, nella semiotica e riscoprono il valore della retorica e della dialettica…” – e, verrebbe da dire, del capitale semantico-“…e proprio in questo momento che il discorso umano della parola si trova rovinato da una pedagogia incentrata sulla immagine”.

In pratica, cercando di rispondere al Che fare risonante da tutte le parti, avanzerei umilmente e semplicemente la seguente proposta: smettiamola di alimentare l’AI di immagini, di postare e ripostare le stesse identiche fotografie di stessi luoghi visti e rivisti; smettiamola di condividere ogni nostra foto documentando nanotecnologicamente (relativisticamente e quantisticamente) ogni istante della nostra esistenza individuale.

Ancora più in pratica: sospendiamo i tour delle nostre esibizioni.

Cover: vortice di immagini e colori – publicdomainpictures.net 

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La Patrimoniale è la strada giusta. Piace agli italiani, ma rimane un tabù

La Patrimoniale è la strada giusta.
Piace agli italiani, ma rimane un tabù

La segretaria del PD Elly Schlein ha avuto finalmente il coraggio di dire che si potrebbe anche chiedere una imposta patrimoniale all’Europa che tassasse i grandi patrimoni.
Subito è stato tutto un opporsi dei giornali (“guai a tassare i ricchi”), ma la grande maggioranza degli italiani (2/3 nei sondaggi) si dice favorevole a una patrimoniale sui milionari.
Questo significa che anche larga parte dell’elettorato di centro-destra è favorevole. E perché non dovrebbe esserlo visto che colpisce solo l’1% degli italiani e che la disuguaglianza è in forte crescita. Tutti sanno che buona parte di questi guadagni non è dovuta al merito, ma a rendite, speculazioni finanziarie e potere che consente di sfruttare informazioni che altri non hanno.

L’ideale sarebbe che ci fosse una forte iniziativa della UE su un’armonizzazione delle imposte sul reddito, dei profitti, dei consumi, sull’eredità, sulle multinazionali estere, sui paradisi fiscali (a cominciare dai suoi). Temi di cui l’attuale élite non vuol sentire neppure parlare.

Gran parte dei media (tv e stampa anche quella finta progressista) non vogliono alcuna patrimoniale. Il che dimostra come si possa essere una “democrazia” liberale (puoi votare,…), ma dove la ricchezza (squilibrata) fa si che il potere e l’informazione (5° potere) sia nelle mani della destra e dei ricchi proprietari dei media.

Non stupisce quindi che l’Italia sia al 52° posto nel mondo per trasparenza (e corruzione) e sia peggiorata di 10 posti negli ultimi 10 anni  (Vedi Corruption Perceptions Index). Ciò che colpisce è che anche autorevoli ex dirigenti del centro-sinistra (Prodi, Veltroni…) si limitino ad analisi sulle crescenti disuguaglianze che crescono (“i poveri diventano sempre più poveri”, negli Stati Uniti 1.355 miliardari hanno un patrimonio equivalente a 170 milioni di americani pari a 5.700 miliardi,…”), ma mai facciano una proposta, né portino esempi di dove funziona.

In Norvegia l’imposta patrimoniale sui ricchi esiste dal 1892 e nel 2022 il Governo ha aumentato l’aliquota massima da 0,85% a 1,1% sui patrimoni superiori a 1,7 milioni di euro. E’ vero che qualche miliardario se n’è andato ma, come dicono tutti gli studi (Young 2016, Advani, Burgherr e Summers 2022), chi va via dal proprio paese per l’imposta è una quota inferiore allo 0,1%, per cui anche in Norvegia le entrate da imposta patrimoniale sono cresciute da 1,9 miliardi del 2021 a 2,7 nel 2023.
Se l’Italia facesse la stessa cosa incasserebbe 15 miliardi. Ovviamente l’ideale sarebbe che lo facesse la UE, anziché chiedere di spendere 800 miliardi in altre armi e la UE sarebbe così benvoluta e non osteggiata come oggi.

In Spagna esiste dal 2017 un’imposta progressiva sui patrimoni netti oltre i 3 milioni (e fino a 10 milioni) di 1,7% e di 3,5% oltre 10. Il movimento “Tax the rich” propone l’imposta degli economisti Saez, Zucman e Landais: 1% tra 2 e 8 milioni, 2% da 8 milioni a un miliardo e 3% oltre. Oxfam propone una patrimoniale dai 5 milioni. In Francia l’economista Gabriel Zucman propone un’aliquota del 2% per chi ha patrimoni oltre 100 milioni per un gettito stimato in Francia di 20 miliardi. Tutte proposte che colpiscono solo l’1%.

In California in autunno c’è il referendum su una patrimoniale del 5% su chi possiede oltre un miliardo di dollari della sinistra DEM di Bernie Sanders (ospite la settimana scorsa a Propaganda Live) che trova però contrario il partito DEM, da tempo diventato moderato (come del resto in Italia).
Se poi dovesse succedere che un imprenditore non riesce a pagare subito può sempre rateizzare, com’è in Norvegia.

In Italia sappiamo che ci sono 62 miliardari con un patrimonio di 190 miliardi cresciuto del 23% negli ultimi 3 anni che darebbe un gettito rilevante.

Guai però a dire che i ricchi vanno tassati in quanto ci si deve limitare, nell’anno di san Francesco, a celebrare madonna povertà. Lo sport dei nostri esperti, giornalisti e finti moralisti è raccontare la grande disuguaglianza (che prima o poi porterà alla rivolta) ma mai, dico mai, che si accenni ad una proposta di tassare i più ricchi.

Non si capisce però come si possa poi difendere il welfare (sanità, scuola, poveri, disabili, care giver, case per i giovani, affitti calmierati,…) in un periodo in cui si vuole anche aumentare la spesa militare. Arriveremo anche in Europa a quella “bella” situazione americana in cui ci si cura da soli come ai tempi dei cow boy, ma si ha tutti il porto d’armi.

La Banca d’Italia ci rammenta che nel 2025, la ricchezza netta (che comprende immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti) delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in aumento del 5,1% sul 2024.
Niente male in un anno in cui redditi e salari reali della maggioranza non crescono.

E’ la solita media di Trilussa per cui, se vai oltre, scopri che il 10% delle famiglie più ricche ha il 60,6% del patrimonio totale, mentre il 50% meno abbiente delle famiglie il 7,2%. Intanto la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’Indice di Gini) aumenta così rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2).

Federico Rampini anziché scrivere di questo ci informa che Svezia e Gran Bretagna danno “addio al modello socialdemocratico”, nel senso che hanno ridotto le imposte e ormai gran parte della sanità e della scuola sono private. Scrive Rampini: “C’è qualcosa di simbolico nel fatto che il ripensamento del modello socialdemocratico avvenga oggi proprio lì nel Nord. Per decenni la Svezia è stata il laboratorio più celebrato della sinistra occidentale. Non si tratta di una conversione ideologica al liberismo più radicale. Piuttosto è il risultato di una constatazione pragmatica: …lo Stato sociale va ridimensionato o affiancato da una maggiore iniziativa privata eOggi quasi metà della sanità è gestita da privati”.
C’è qualche problemino ammette Rampini “L’altra faccia della medaglia è che la crescita della ricchezza si è accompagnata a un aumento delle disuguaglianze. Alcuni territori e categorie sociali si sono sentiti lasciati indietro. Nei quartieri periferici a forte immigrazione si sono sviluppati fenomeni di criminalità organizzata che hanno alimentato un acceso dibattito sul venir meno di alcuni meccanismi di integrazione sociale e nell’istruzione la liberalizzazione suscita polemiche con scuole buone frequentate dalle famiglie più istruite e scuole che concentrano gli studenti più problematici”.

Ma Rampini non ci dice che oggi la Svezia è governata dalle destre e che la pressione fiscale è stata ridotta sui ricchi eliminando dal 2005 l’imposta sull’eredità, ma non dice che quella sui redditi personali del 20% dei più ricchi è più alta di quella italiana (Fonte: Eurostat). L’Inghilterra ha invece ancora un’ottima imposta sull’eredità mentre fa pagare sul reddito meno dell’Italia.

E l’Italia? Ha drasticamente ridotto le aliquote fiscali (max 43%, meno della Cina col 45%) anche per chi guadagna oltre 500mila euro all’anno.
Nell’imposta sull’eredità esenta fino a un milione di euro e poi fa pagare solo il 4%. Landini, segretario Cgil, propone di far pagare 1,3% a chi eredita oltre 2 milioni di euro. Sarebbero circa 500mila italiani (1% dei contribuenti) che pagherebbero 26 miliardi all’anno.

Altre misure possibili sono aumentare l’IMU sulla seconda casa (oggi 10 miliardi di gettito) agli 8 milioni di italiani che le hanno, aggiornare il catasto cosa che l’Italia non fa da 50 anni (la UE ha una procedura di infrazione contro l’Italia), aumentare la progressività dell’imposta sul reddito a chi guadagna oltre 200mila euro all’anno, eliminare la flat tax al 15% per gli autonomi.

Nei paesi europei (e Italia) a partire dagli anni ’80 è tutta una riduzione delle imposte sui ricchi e ciò spiega la crescita delle disuguaglianze ovunque.

Personalmente non ho nulla contro i ricchi  – e forse nemmeno quel 64% di italiani favorevoli a tassare i grandi patrimoni – ma è giusto che si paghino le imposte come prevede la Costituzione (in modo progressivo) anche per favorire la concorrenza e lo sviluppo di tutti, inclusi coloro che, poveri, siano aiutati dal welfare a vivere e studiare e poter diventare, a loro a loro volta, ricchi.

E’ questa la ragione di un grande movimento di miliardari a favore di imposte maggiori guidati da Abigail Disney, erede del creatore di Topolino, che scrive “se non ci fossero state quelle tasse, mai sarei stato aiutato dallo Stato e mai sarei diventato milionario” e in una lettera al World Economic Forum,  102 super ricchi chiedono esplicitamente: “Fateci pagare più tasse”.

In ogni caso Svezia e Regno Unito ancora oggi spendono per sanità e scuola (in % del Pil) più dell’Italia e solo la Svezia ha ridotto la pressione fiscale (che era altissima) e che rimane comunque più alta dell’Italia. Ma Spagna e Belgio, per esempio, l’hanno accresciuta.

L’Europa potrebbe diventare l’area economica che insegna al mondo (USA, Cina, arabi, …) non solo e tanto il liberalismo (libero mercato, libere elezioni, rispetto delle minoranze, libertà di parola, etc.) ma la diffusione dei diritti sostanziali (sanità universale, scuola, pensioni, welfare) che comportano imposte sul reddito progressive e imposte patrimoniali sui ricchi e sulle grandi eredità. L’eguaglianza unita alla giusta remunerazione dell’intrapresa è il futuro, non un capitalismo predatorio che genera crescenti disuguaglianze e impoverimento, foriero solo di guerre (esterne o interne) e violenza.

In copertina: il senatore della sinistra DEM Bernie Sanders – immagine via Wikimedia Commons

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Scuola, Università e ricerca: la militarizzazione va avanti spedita

Scuola, Università e ricerca: la militarizzazione va avanti spedita

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l'uomo nero e la fanciulla bianca

L’uomo nero e la fanciulla bianca

L’uomo nero e la fanciulla bianca

Questa è la storia di due ragazzi giovanissimi: 21 anni lui, 16 anni lei.

La scena iniziale vede i protagonisti della nostra storia in un prato, avvinti in un rapporto sessuale; non si può dire che si siano appartati, perché il prato è circondato da palazzi densamente abitati. Siamo all’inizio di giugno e manca poco all’ora di cena, quindi è ancora pieno giorno: inevitabile che la scena attiri l’attenzione delle persone che vivono nei dintorni.

Una donna, in particolare, nota qualcosa che non va: non è un normale rapporto, la ragazza sta subendo violenza. Decide di intervenire: chiama immediatamente i Carabinieri mentre filma, dal balcone di casa, quanto sta avvenendo sul prato sottostante. L’intervento dei militari è tempestivo, il ragazzo viene colto sul fatto ed arrestato; nel frattempo altri passanti, sopraggiunti sul posto, soccorrono la ragazza e l’aiutano a riprendersi.

I fatti sono estremamente chiari, ed ogni dettaglio della scena dimostra chiaramente la colpevolezza del ragazzo. Lei è minorenne, ed ubriaca. Anche lui ha bevuto, ma non al punto di perdere la lucidità. Ma soprattutto, lei è italiana, lui è nero, un africano residente in Italia. Tutto estremamente chiaro: il “solito” immigrato, magari clandestino e probabilmente anche dedito ad attività illecite come spaccio e piccoli furti, che approfitta di una ragazzina minorenne che non può opporre adeguata resistenza a causa dell’alcool. Nulla di nuovo, come non nuovi sono i commenti alla notizia: “Sono sempre loro”. E complimenti al senso civico dei residenti nel quartiere, che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte ma sono intervenuti per difendere la fanciulla bianca dall’uomo nero. I media hanno già emesso la sentenza (qui solo un esempio tra i tanti).

Tutto chiaro? Non esattamente. Perché il giorno dopo arriva la prima sorpresa: la ragazzina parla di un rapporto consenziente, ammette di aver bevuto ma afferma che con il ragazzo accusato di averla violentata c’è un legame affettivo che dura da un paio di mesi.

Ma ci si può fidare delle sue dichiarazioni? Sicuramente sarà stata minacciata, lei ha paura di dire la verità. Questi immigrati sono capaci di tutto: le ragazze italiane le tagliano a pezzi.

Poi però arriva la seconda sorpresa: il giudice guarda il filmato, la prova indiscutibile dello stupro. Ma nel video non c’è traccia di violenza: i due arrivano tenendosi per mano, lui la sostiene dolcemente visto il suo stato alterato, durante il rapporto non c’è nessun segno di abusi. E poi, dalle ulteriori indagini, viene fuori che il presunto violentatore ha la fama di bravo ragazzo: è un egiziano perfettamente integrato, con regolare permesso di soggiorno, un regolare contratto di lavoro e nessun problema con la giustizia. E il ragazzo si scusa: non per la violenza, che non c’è stata, ma per aver compiuto quelli che potrebbero essere etichettati come “atti osceni in luogo pubblico” in quanto anche lui sotto gli effetti dell’alcool.

La realtà, insomma, si rivela ben diversa dalle apparenze, ed il giudice non può far altro che scarcerare il ragazzo ingiustamente accusato. Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? No, perché il giudice che ha preso la sacrosanta decisione viene fatto oggetto di insulti e minacce da quelle persone che avevano progettato di organizzare una manifestazione cittadina contro i migranti, e che adesso si vedono rovinare la festa. Il ragazzo è un immigrato, quindi DEVE essere colpevole.

La vicenda non si è svolta in Tennessee negli anni ‘60 del secolo scorso ma in Italia, ad Avezzano, provincia de l’Aquila. Ma sarebbe andata diversamente se si fosse svolta in qualsiasi altra città? E sopratutto, sarebbe scattata comunque la denuncia se i due ragazzi fossero stati entrambi bianchi? Non possiamo affermarlo con certezza, ma il sospetto è che se tutti e due i ragazzi fossero stati italiani avremmo assistito a commenti di ben altro tenore: “I giovani di oggi: non conoscono vergogna! Dove andremo a finire, signora mia?”

Ci siamo attribuiti, da sempre, l’etichetta di “Italiani brava gente”. Ci siamo sempre vantati di non essere un popolo razzista. La verità è che, per oltre un secolo, l’Italia è stato un paese di migranti, quindi, più che arrivare stranieri da noi, erano i nostri nonni ad andare all’estero. Per questo, a differenza di altre nazioni che hanno fatto i conti con l’affermarsi di una società multirazziale decenni prima di noi, l’Italia ha conosciuto l’immigrazione di massa solo recentemente, quindi per molto tempo non ci sarebbe stato terreno fertile per alimentare idee razziste. Eppure siamo stati capaci di trovare il diverso all’interno della nostra nazione: basti pensare al disprezzo e alla diffidenza con cui venivano trattati i meridionali che emigravano nel nord Italia. Loro erano gli Africani del tempo.

Il razzismo in Italia esiste da sempre, ed episodi come quello citato dimostrano che è presente ad un livello molto più profondo di quanto vorremmo ammettere. Rispetto al passato però c’è una differenza: se prima c’era un certo pudore, la tendenza a nascondere idee di un certo tipo, oggi essere razzisti rischia di essere una medaglia, un trofeo da ostentare e di cui andare fieri. E da questo non potrà nascere altro che odio e violenza.

Ci piaccia o no, saremo costretti a farci i conti nei prossimi anni.

Immagine di copertina: Bart Ryker, screenshot da Nascita di una nazione (“Birth of a nation” movie), tratta da Wikipedia

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in difesa del paesaggio

IN DIFESA DEL PAESAGGIO

IN DIFESA DEL PAESAGGIO

Un paio di notazioni, tra le tante, mi hanno colpito riprendendo in mano a distanza di tempo un libro che molti non conoscono: la raccolta Italia da salvare, che riunisce in un volume Feltrinelli di 300 pagine (a riprova della serietà e costanza d’impegno) i testi dei discorsi e degli interventi giornalistici di Giorgio Bassani, Presidente di Italia Nostra nel periodo dal 1965 al 1980.

Mentre denunciava l’abbandono nel quale versava il patrimonio artistico e paesaggistico nazionale, un patrimonio che tutti dovrebbero sentire come “sacro”, “da preservare nella sua straordinaria varietà e particolarità, totalmente”, legato com’è all’identità nazionale e al rapporto con la propria cultura, il grande scrittore ricordava che il piccolo gruppo che nel 1955 aveva fondato l’Associazione destinata ad avere un ruolo di peso nella difesa e tutela del paesaggio (paesaggio inteso come risultato della fusione di natura e intervento umano) era per lo più costituito da intellettuali e “da persone che avevano tutte partecipato in diversa maniera alla Resistenza”.

Intellettuali nel senso più alto e nobile del termine, troppo spesso dimenticato e/o praticato, intellettuali guidati dalla passione e dalla morale, e resistenti. Indicava così, oltre una scelta necessaria fatta in anni difficili, un nuovo, civico ruolo che l’avrebbe condotto, assieme a tutti i componenti di Italia Nostra, a porsi sempre in difesa del pubblico contro gli interessi di parte e a contestare l’insensibilità di una classe dirigenziale e politica che per decenni dopo la fine della guerra non si era preoccupata di formare una coscienza collettiva e per incuria, avidità e corruzione aveva permesso lo scempio del patrimonio culturale e storico del paese.

Prendeva la parola su tutto, il nostro Bassani, sui sassi di Matera come su Comacchio e le valli intorno al delta del Po, sul parco di Migliarino, sugli arenili italiani, sulla Liguria, il Monferrato, la costa amalfitana e quella Smeralda…, rivolgendosi a politici, amici, tenendo conferenze, scrivendo sui giornali. Chiedeva che i nuovi edifici si intonassero all’ambiente, che fosse preservato e creato il verde pubblico, che si desse vita e si facessero rispettare leggi su parchi nazionali e riserve naturali.

Consapevole della fragilità del territorio, si indirizzava ai ministri dei Beni culturali e agli amministratori delle città (stigmatizzandone molti, ma riconoscendo i meriti e gli interventi dei più ricettivi e sensibili) chiedendo nuovi provvedimenti legislativi, mentre tornava con insistenza a domandare interventi per luoghi a lui particolarmente cari: la sua Ferrara, con le mura di Biagio Rossetti, Venezia…

Un’occasione bastava per accendere l’attenzione: delle colonne antiche abbandonate su un terreno incolto lo inducevano a invocare un nuovo museo per la Messina della bellissima Resurrezione di Lazzaro del Caravaggio (alla quale, da sensibilissimo allievo di Longhi qual era, avrebbe dedicato una lettura mirabile), mentre la vecchiaia incipiente lo portava a schierarsi, oltre che dalla parte degli umani, da quella degli animali (in uno splendido testo che avrebbe poi dato il titolo alla sua raccolta di saggi: Di là dal cuore).

Nel corso di un’intervista del febbraio dell’86 incentrata sul contributo di Italia Nostra ricordava l’occasione personale che lo aveva indotto a decidere di impegnarsi in quell’“avventura” e citava due donne d’eccezione: Elena Croce e Marguerite Caetani.

Se alla Principessa di Bassiano avrebbe dovuto anche l’impegno nella redazione di una delle riviste più belle e cosmopolite del dopoguerra (Botteghe oscure) e la frequentazione del parco di Ninfa, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’ideazione dell’inesistente spazio abitato dai protagonisti del suo Giardino dei Finzi-Contini, a Elena Croce sarebbe stata legata la segnalazione del manoscritto di uno scrittore fino ad allora sconosciuto di cui Bassani avrebbe fatto uno dei più grandi successi letterari degli anni Sessanta: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Chi voglia sapere di più di queste sue straordinarie amiche, oltre alla biografia di Laurie Dennett (La principessa americana. La vita straordinaria di Marguerite Chapin Caetani, mecenate d’arte, giardiniera a Ninfa, Milano, Allemandi, 2020), che traccia l’affresco di un mitico e affascinante mondo artistico e culturale scomparso tra America, Francia ed Italia, può leggere ora un libro di grande interesse di Alessandra Caputi, In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia (1957-1967) (Prefazione di Vezio De Lucia, Napoli, Rubbettino, 2026).

L’autrice ricostruisce la lunga e tenace battaglia condotta da Adele, moglie di Benedetto Croce, e dalle figlie (in primis Elena e Ada) per impedire e rimediare lo scempio paesaggistico provocato da un edificio di 30 metri fatto costruire, in clamoroso abuso edilizio, dal banchiere Quinto Quintieri a pochi passi dal parco vincolato  di villa Ruffo, proprietà della famiglia Croce, in deroga al piano regolatore del 1939 (di cui non era stato riconosciuto il valore normativo) e alle complici licenze edilizie rilasciate, in palese contraddizione della legge, dalla giunta Lauro.

La contesa, iniziata nel 1957, avrebbe preso più di un decennio con ripetute vertenze legali e il ricorso finale all’Avvocatura dello Stato e alla Corte di Cassazione (ogni tappa è puntualmente ricostruita nel volume), ma avrebbe portato, grazie all’attenzione del Ministro Mancini, alla legge ponte di riforma edilizia del 1967 e successive integrazioni che aveva l’obiettivo di ostacolare la prosecuzione del disastro causato, oltre che nel resto d’Italia (in particolare al Sud), nella città di Napoli (su cui anche un film del 1963 di Francesco Rosi intitolato significativamente Mani sulla città).

Nel ’67, dopo defatiganti passaggi, per la prima volta sarebbe stata autorizzata la demolizione per abuso edilizio di parte almeno (gli ultimi piani) di un edificio complessivamente abusivo, vincendo resistenze di ogni tipo, comprese minacce, tentativi di corruzione, proposte di conciliazione profumatamente remunerate.

La Caputi, ricercatrice indipendente che da anni si occupa di lotte in difesa dell’ambiente e di bene comune e privatizzazione a Napoli, seguendo la vicenda, sottolinea come l’abuso edilizio contro il piano regolatore e la legge urbanistica non fosse stato perpetrato in quell’occasione da un palazzinaro illetterato, ma da un imprenditore che avrebbe avuto tutti gli elementi di cultura e agio sociale per muoversi ad ostacolare piuttosto che a favorire la devastazione della città.

Il libro, la cui lettura rappresenta un significativo momento di risveglio della coscienza civile, ci parla dei 600.000 vani in quegli anni illegittimamente costruiti a Napoli anche tramite la falsificazione della tavole di zonizzazione, degli intrighi, finanziari  e politici, che avevano portato a mutare aree agricole in aree edificabili fino ai dintorni della Reggia di Capodimonte, del non rispetto dei vincoli edilizi, della colpevole tolleranza degli illeciti, dell’assenza di una cultura della tutela. Parla anche della fermezza di una famiglia che fa valere il prestigio del suo nome per una vertenza che è di pubblica utilità.

Insomma si deve a famiglie e personaggi come questi, a Italia Nostra, alle associazioni che via via sono nate in difesa del paesaggio, ma soprattutto (se si crede all’importanza delle origini) a quel primo manipolo di intellettuali (ai quali nel tempo se ne sono aggiunti altri: basti il solo nome di Salvatore Settis, che non si stanca di illustrare e difendere con importanti pubblicazioni e conferenze l’articolo 9 della nostra Costituzione) se la parola paesaggio è diventata patrimonio comune e la speculazione edilizia (su cui un romanzo di Italo Calvino pubblicato nel ’63, ma uscito significativamente in prima battuta nel ’57 sulla rivista di Marguerite Caetani diretta da Giorgio Bassani) appare sempre di più a tanti come un reato contro ciascuno di noi e l’abitabilità del mondo nel quale viviamo.

Foto nel testo prodotte dall’autrice

In copertina: Foto di mfacchinetti da Pixabay

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Musica in carcere? Si può fare

Musica in carcere? Si può fare

Le voci da dentro /
Musica in carcere? Si può fare

di Maria Chiara Marchesini

Maria Chiara Marchesini è una volontaria nel carcere di Ferrara, referente del laboratorio di chitarra e coro. Ha già organizzato diversi concerti all’interno della Casa Circondariale e ne ha in preparazione altri molto interessanti.
Diverse sono le persone che partecipano ai suoi appuntamenti con impegno e passione.
Il coro che dirige è formato soprattutto da personale volontario esterno ma si completa sia con detenuti che con personale interno.
È bello quando ti riferiscono che, durante questi incontri, “la detenzione diventa tutta un’altra musica”.
(Mauro Presini)

Ogni mercoledì mattina, entrando nella Casa Circondariale di Ferrara insieme all’amico Patrizio, sappiamo che cosa abbiamo in mente di proporre…ma non sappiamo mai quale musica ne verrà fuori! Ormai è il terzo anno che, in qualità di volontaria, sono responsabile del Laboratorio musicale… il primo anno corso di chitarra facile, secondo anno formazione del coro con esterni, e in questo terzo anno nasce una vera “fucina musicale”! Ogni settimana penso a quali canti proporre e come rielaborarli per insegnarli a chi sta imparando a suonare la chitarra, da un lato, e al gruppo dei Coristi esterni ed interni.

Ma ogni mercoledì accadono cose nuove: mentre Patrizio si occupa dei chitarristi alle prime armi, io coordino il gruppo dei musicisti più esperti; dalle ore 10:00 in poi entra il gruppo dei volontari coristi esterni (circa 20 persone) e l’atmosfera si amplia. Una musica tira l’altra, gli accompagnamenti strumentali si improvvisano e nascono nuove versioni e arrangiamenti delle canzoni proposte, vengono in mente altre canzoni, ricordi lontani o brani di oggi, proposte di popoli, culture ed epoche diverse, e chi canta trova nuove intonazioni, nuovi modi per suonarle, rivelando le proprie doti inaspettate sempre armonizzandosi col gruppo. Sono musiche che si rincorrono, che si ascoltano e si comprendono, testi e parole che rimandano a situazioni ed esperienze personali, in un mixer di suoni e voci spesso imperfette e insicure, ma che cercano di comunicare e di esprimere ciò che ciascuno di noi ha dentro….

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Tra i detenuti partecipanti e anche tra i volontari, c’è chi ama la musica da sempre, chi sta imparando a suonare in questi anni, chi sa già suonare uno strumento, c’è chi sa cantare ed usa bene la voce e c’è chi vuole cantare nonostante le inconsapevoli incertezze su note e ritmi, c’è chi desidera imparare e migliorarsi. Persone molto diverse tra loro, ma che nella musica trovano un terreno comune, un linguaggio che permette di comunicare aldilà della formazione personale e delle rispettive culture. Difficile, quasi impossibile utilizzare un metodo di insegnamento musicale tradizionale, e per questo fin dall’inizio ho pensato ad attività molto semplici e schematiche per l’apprendimento della chitarra, ricordando le mie varie esperienze con bambini e ragazzi a scuola.
Ma anche per il canto corale, ho lasciato spazio alle voci con canzoni che ciascuno di noi può proporre al gruppo, poi all’interno di queste, trovare andamenti, linee melodiche e armonizzazioni a più voci per sperimentare la polifonia. E così ognuno dei partecipanti a questo Laboratorio può indicare al gruppo una o più canzoni che gli stanno a cuore, e il gruppo, improvvisando, lo accompagna con coro e strumenti. Inaspettatamente nascono delle “jam session” formidabili!
Questo dà a tutti molto entusiasmo e smuove tante emozioni, per cui ogni incontro diventa un momento di reale “ben-essere” di gruppo.
Ma facciamo una riflessione specifica per il CANTO e il CANTO CORALE.

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026) – Maria Chiara Marchesini

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026) – Patrizio Fergnani

Il canto come risorsa di integrazione culturale e sociale 
Funziona in tutte le culture? Un caso significativo dei benefici fisici, psicologici e sociali del cantare in un coro è costituito in Italia dall’esperienza Barolo Arti per la Comunità (BAC), progetto di public engagement seguito dall’Università di Torino, che ha avviato un programma di ricerca in tema. Una rassegna della letteratura sul coro come strumento di integrazione per persone straniere, 
pubblicata dal CELSI (Central European Labour Studies Institute), ha accompagnato la creazione del progetto Bread and Roses, un coro multietnico dedicato a donne di generazioni e culture diverse per sostenere il loro benessere, migliorare le loro life skills e lavorare sulla loro identità femminile e sul loro ruolo nella società attuale. Da questa indagine, è emerso che il coinvolgimento attivo in cori porta ben-essere psicologico, maggiore autostima e un senso di autoefficacia che spinge le persone ad affrontare in modo più costruttivo i problemi quotidiani e a migliorare il rapporto con gli altri. Cantare insieme provenendo da diverse culture permette inoltre di superare stereotipi condividendo un contenuto comune che unisce e permette di superare le differenze. Inoltre, la musica può contribuire al processo di acculturazione e alla promozione di un senso di appartenenza alla comunità.

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Il nostro Coro non rientra nel concetto classico di “coro” qui i canti si imparano per imitazione, secondo la più classica tradizione del canto orale, e non essendoci una reale alfabetizzazione musicale, l’aiuto è dato dai gesti manuali di chi dirige (quasi come nel Canto gregoriano), si utilizzano partiture informali per chi canta e per chi suona (ad esempio per un detenuto che suona il violino imparato da autodidatta in carcere…). Essere intonati o stonati conta poco, l’allenamento vocale e il sostegno delle voci dei compagni aiutano ciascuno a correggere a poco a poco la propria emissione vocale, l’orecchio e l’intonazione.
Anche la capacità ritmica è importante, c’è chi fa più fatica e non attacca quasi mai al momento giusto, ma poi trova sostegno nella esecuzione in gruppo e gradatamente avviene un miglioramento…

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Il reale obiettivo profondo è “divertirsi, fare gruppo, e attraverso la musica, rendere l’ambiente carcere un luogo di possibilità positive”.
La modalità di lavoro che si è attivata, aperta alle imprevedibili proposte dei partecipanti detenuti e volontari, che tiene conto delle diverse potenzialità dei singoli, disponibile a far tesoro degli errori trasformandoli in punti forza, accogliente verso tutti mediando tra le varie ottiche musicali, ha favorito la nascita di un buon senso di appartenenza al “gruppo”, tanto che i detenuti in modo spontaneo hanno creato quest’anno una vera e propria band denominataGLI ULTIMI” che, oltre all’incontro laboratoriale del mercoledì, si ritrova nelle ore d’aria in teatro per provare insieme i brani utilizzando una tastiera (Giulio), un violino (Dine), la batteria (Cristiano, Michele, Nicolaj), chitarre acustiche (Guido, Mauro, Jendari, Davide), chitarra elettrica e basso (Antonio). I cantanti solisti della Band sono Guido (melodico napoletano), Mauro, Ivan, Massimiliano, Sonny e Giulio (musica pop), Ugo (rapper). Alcuni detenuti come Costante e Yuri cantano nel Coro. Qualcuno dei detenuti ha dimostrato anche capacità di composizione soprattutto di testi, e così sono nate alcune canzoni “Il Rap di Ugo” e “M’immagino”, il cui testo è composto da Ivan mentre la musica l’ho ideata io per lui. L’entusiasmo poi è contagioso! Infatti… Dopo aver assistito al primo concerto della Band tenutosi il 20 marzo scorso (che ha visto una foltissima partecipazione dei detenuti venuti ad applaudire i loro compagni, nonché di vari volontari e personale interno) un paio di dottoresse dell’area medica interna al Carcere si sono unite al Laboratorio ed ora partecipano attivamente agli incontri del mercoledì, fuori orario di servizio.
Una bellissima novità che rende questa esperienza ancora più interessante, poiché unisce detenuti, volontari esterni e personale interno.

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Ed ecco che il 24 aprile 2026, grazie alla disponibilità concessa dalla Direttrice del carcere su richiesta dei detenuti, si realizza la REPLICA del primo concerto. Una scaletta di brani scelti e preparati dai componenti della Band con il supporto delle voci del Coro
I just called – di Stevie Wonder, cantano Mauro e Guido (strofe in italiano)
Perdere l’amore – di M. Ranieri, canta Massimiliano
Shallow – di Lady Gaga, cantano Mauro e Chiara
L’italiano – di Toto Cutugno, canta Guido
La mia storia tra le dita – di Grignani, canta Giulio
Caruso – di Lucio Dalla, canta Sonny
M’immagino – autori Ivan e Chiara, cantano Ivan e Chiara
Imagine – di John Lennon, canta Giulio
L’ultima poesia – di Ultimo e Geolier, cantano Ugo e Mauro
Bella ciao – canto popolare, canta Sonny
Country roads – di John Denver, cantano Ugo e Mauro (barre rap di Ugo)
Che sarà – di Josè Feliciano, canta Guido
Generale – di De Gregori, canta Ivan
Let it be – dei Beatles, canta Giulio

Mercoledì 20 maggio, alle ore 14:00 altro Concerto in cui Coro e Band hanno proposto brani di cantautori italiani e stranieri, ma anche un pezzo scritto da Patrizio Fergnani (“Il blues del fungo velenoso”) che ha permesso a tutti di assaporare il ritmo blues e di cantare coinvolgendo il pubblico, e poi il brano “L’uomo di Cromagnon”, una canzone scherzosa in cui si canta accompagnandosi con gesti. Il coro ha anche eseguito a tre voci “Yamma”, un canto popolare palestinese di resistenza e speranza e ha concluso con un travolgente “Bella ciao” cantata da Sonny, validissimo giovane tenore. Ci attendono altri due appuntamenti un concerto riservato alle famiglie dei detenuti della Band e un concerto in collaborazione con Concordanze Bologna, un ensamble di archi.
Perciò… la musica non finisce qui! Riusciranno i nostri eroi a divertire ed emozionare le loro famiglie?
E riusciranno a suonare con musicisti classici professionisti?
La speranza è tanta, ma ve lo racconteremo nel prossimo articolo.
BUONA MUSICA SEMPRE

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Foto di: Mauro Presini

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