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Parole a capo
Valentina Di Ludovico: “Danza” e altre poesie

Parole a capo <br> Valentina Di Ludovico: “Danza” e altre poesie

Non bisogna lasciare che la fatica entri nel cuore. Può darsi che la fatica controlli il tuo corpo, ma fai del tuo cuore una cosa tua.
(Haruki Murakami)

 

Rara

 

La mia malattia è invisibile
Ha un suono melodico
Si infila sotto la pelle
E attende la vita cedere.
Sorrido
Mentre fagocita cuore,
polmoni e cervello
Sorrido
mentre lima le articolazioni
E offusca la vista
E’ una malattia invisibile
La mia.
Silenziosa
Muta
Ma lascia segni irreversibili
Come lama
Sopra il pericardio
Come stelo
Che si stringe in gola.
Sorrido.

 

*

 

Pelle

 

Intatta
E’ questo quello
che vorresti essere?
Una bolla senza crepe
Traslucida e lineare
Intoccabile
Resistente ai lavaggi
Cemento nei crolli.
Invece
Potresti essere
un gesto maldestro
Una maglia ritirata
Colla che impiastra le ali
Solco che si annida nella pelle
E che scuce i nei.
Sì i nei.
Quelle voragini nere
Che hai paura di toccare.
Tu potresti essere questo.
Qualcosa che stinge
E sporca il bianco e il nero.

 

*

 

Spugna di piombo

 

Sono un timido
Con l’aria spavalda
Un trapezista
Con la barra ricurva
Sono un anaffettivo
Con il cuore di spugna
Un ottuso
Con le idee di burro
Un pugile
Con i guantoni di seta
O forse
Sono solo un guerriero
Un guerriero
Con la corazza di cera.

 

*

 

Danza

 

Sperai di rimanere a galla.
Ma capii che dovevo toccare il fondo
Solo da lì avrei potuto darmi lo slancio.
Per rinascere?
No, per ballare.

 

Queste poesie sono tratte da “Traiettorie Sommerse” (Affiori Editore, 2024). Ringrazio l’autrice per la condivisione per “Parole a capo”.

 

Foto di BUI THI da Pixabay

 

Valentina Di Ludovico è un tecnico della riabilitazione psichiatrica, vive e a Teramo e lavora nel Centro Salute Mentale di Giulianova. “La Vertigine del tutto” è il suo primo romanzo (Augh Edizioni, 2023) secondo classificato al Premio Letterario nazionale Holden 2023, finalista al Premio letterario Internazionale Charles Dickens, segnalato al Premio letterario Internazionale Mario Luzi e selezionato fra i “200 libri più belli d’Italia” nell’ambito del Concorso Tre colori.Traiettorie Sommerse” (Affiori, 2024) che ha vinto il Premio letterario nazionale Giovane Holden 2024. “Asimmetrie dei giorni pari” è il suo ultimo romanzo edito da Bertoni.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 326° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Petizione popolare: istituzione Zona 30 in corso Isonzo

Petizione per l’istituzione della Zona 30 in Corso Isonzo accompagnate da interventi strutturali per la sicurezza e la vivibilità urbana.

ai sensi degli artt. 29 e 34 dello Statuto del Comune di Ferrara e del  Capo II del Regolamento DCC 7977/1997 ss.mm.ii.

Al Sindaco del Comune di Ferrara

Testo della petizione

Premesso che secondo i dati del Comune di Ferrara:

  • corso Isonzo è uno degli assi più trafficati dell’area urbana in orario di punta (800 transiti all’ora tra viale Cavour e corso Piave, e di circa 700 all’ora tra corso Piave e via Darsena);
  • secondo i dati del Comune e della Regione Emilia-Romagna, nel tratto da viale Cavour a via Darsena, nel periodo dal 2004 al 2024 il numero totale di incidenti gravi registrato in Corso Isonzo è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno), con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno);
  • nel tratto considerato, negli ultimi 5 anni si è registrato un costante e progressivo aumento di incidenti;
  • la maggior parte degli incidenti (124 su 211, cioè il 59%) è avvenuto in direzione nord, cioè in entrata al centro storico (da via Darsena a viale Cavour);
  • il 23% degli incidenti (48) è avvenuto nell’incrocio tra Corso Isonzo e via Cassoli (a ovest) e via Garibaldi (est), causando 53 feriti (sempre pari al 23% del totale);
  • un altro 36% (75 incidenti) è avvenuto invece in corrispondenza della rotonda con Corso Piave (a ovest) e via Piangipane (est), con 84 feriti (36%) ed un morto;
  • il giorno della settimana più critico è stato il lunedì (44 incidenti), seguito dagli altri giorni feriali (tra 29 e 36); ovviamente, nel fine settimana il numero di incidenti è minore (23 il sabato, 13 la domenica);
  • le fasce orarie più critiche sono, ovviamente, quelle di punta, in particolare al mattino tra le 9 e le 11 ed al pomeriggio tra le 17 e le 19;
  • nel 78% dei casi l’incidente ha convolto due veicoli (il restante 22% ha riguardato un solo mezzo) e metà di questi incidenti ha coinvolto biciclette;
  • nel 75% dei casi gli incidenti sono avvenuti con condizioni meteo serene;
  • il costo sociale complessivo (per il periodo 2010-2024) è di € 10961583, pari a circa € 843000 all’anno;

Considerato che:

  • il PAIR 2030 della Regione Emilia-Romagna prevede l’estensione delle zone 30 nei centri urbani;
  • il PUMS di Ferrara (Allegato 6a – Sintesi non tecnica) prevede “l’istituzione di Isole Ambientali nelle Zone 30 individuate negli ambiti residenziali”;
  • il PUMS di Ferrara (pag. 150) “individua in linea generica alcuni interventi esemplificativi per la creazione delle isole ambientali:
    • zone con velocità di transito limitata (30 km/h), attraverso la realizzazione di dissuasori quali dossi rialzati, chicane, etc.;
    • aumento degli spazi pedonali (a raso o rialzati);
    • realizzazione di viabilità ciclabile in sede riservata con appositi attraversamenti;
    • rimodulazione dei sensi di marcia attea creare delle “stanze di traffico” per evitare l’effetto by-pass, ottemperando ai presupposti di continuità dello spostamento e connessione della rete;
    • consentire la sosta ad alta turnazione.
  • il PUMS di Ferrara (Allegato 6a) prevede “interventi tali da coinvolgere da subito il Centro storico, in coerenza con le previste estensioni della ZTL, e nell’ottica più ampia e a lungo termine prevede la creazione di una vera e propria “Città 30” nelle zone residenziali, con transito limitato ai 30 km/h sul 100% delle strade locali” (Allegato 6a – Sintesi non tecnica)

I sottoscritti cittadine e cittadini, residenti della città di Ferrara,

CHIEDONO

che il Comune di Ferrara proceda:

1. All’istituzione di una “Zona 30” in Corso Isonzo, al fine di:

  • aumentare la sicurezza di pedoni, ciclisti e residenti;
  • ridurre il traffico veicolare di attraversamento e le velocità pericolose;
  • ridisegnare la strada per dare più spazio ai marciapiedi, favorendo le attività commerciali, e alle piste ciclabili.
  • migliorare la qualità della vita e la vivibilità del quartiere.

in coerenza con gli art. 6 e 7 del Codice della Strada, che attribuiscono ai Comuni la facoltà di limitare la velocità e disciplinare la circolazione per esigenze di sicurezza e tutela degli utenti vulnerabili; le Linee guida europee per le “Città 30” e la Dichiarazione di Stoccolma (ONU, 2020), che raccomandano la velocità massima di 30 km/h nelle aree urbane ad alta presenza di pedoni e ciclisti; gli indirizzi del PNSS,  che promuove interventi di moderazione del traffico e zone a velocità ridotta.

2. Alla realizzazione di percorsi ciclabili sicuri lungo i controviali di Corso Isonzo nel tratto da viale Cavour all’incrocio con le vie Cassoli e Garibaldi, intervenendo sull’incrocio Cassoli/Garibaldi in modo da favorire la mobilità sostenibile e ridurre la conflittualità tra mezzi motorizzati, biciclette e pedoni.L’intervento proposto è coerente con l’art. 2 del CdS, che riconosce le piste ciclabili come infrastrutture fondamentali della rete viaria; gli art. 3, 13 e 14 CdS, che definiscono competenze e criteri per la creazione di percorsi ciclabili e spazi pedonali; il DM 30 aprile 2020 (“Decreto Rilancio” Mobilità Ciclabile), che sostiene le corsie ciclabili, la moderazione del traffico e incentivi alla mobilità attiva; il PNRR, Missione 2 “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”, che incentiva reti ciclabili urbane sicure e continue.

3. Alla modifica del sistema di parcheggio nei controviali di Corso Isonzo, limitando il parcheggio solo ad uno dei due controviali e destinando l’altro a percorso ciclabile in sicurezza (a doppio senso). Per quanto riguarda il traffico in eccesso su Corso Isonzo si propone anche di rendere i parcheggi del quartiere Giardino riservati ai residenti pur restando l’area ad accesso libero e rafforzando in contemporanea il passaggio del trasporto pubblico locale.

4. Alla predisposizione di uno studio di fattibilità che individui le soluzioni tecniche più efficaci, valutando interventi quali:

– rialzi degli attraversamenti pedonali, in conformità con il DM 5/11/2001 e i criteri di progettazione della moderazione del traffico;

– restringimenti della carreggiata, allargamento dei marciapiedi, “chicane”, previsti dalle norme su Traffic Calming e dai manuali del MIT per la sicurezza urbana (Decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti 19/04/2006);

trasformare in senso unico di marcia il tratto di via Garibaldi da piazza Sacrati a Corso Isonzo, solo per veicoli autorizzati al transito, in coerenza con altre strade pedonali del centro storico (es. via Mazzini). Tale misura è necessaria per ottimizzare l’attraversamento di mezzi commerciali, corrieri, taxi, ecc. che oggi utilizzano la strada per abbreviare il tragitto verso via Boccacanale di Santo Stefano, attraverso via Garibaldi, che è ciclo-pedonale, favorendo l’accesso e lo stazionamento per i corrieri e altri mezzi di servizio e lavoro da Piazza Sacrati e Viale Cavour;

interventi di urbanistica tattica, previsti dalle linee guida nazionali 2020 per la mobilità sostenibile, che consentono sperimentazioni rapide e a basso costo per migliorare la sicurezza (es. arredi urbani, segnaletica aumentata);

– ogni altra misura di moderazione del traffico e sicurezza stradale, fermo restando il mantenimento delle essenze arboree attualmente presenti.

Riteniamo che tali interventi siano fondamentali per:

  • tutelare in modo concreto l’incolumità di chi si sposta a piedi o in bicicletta;
  • promuovere una mobilità urbana sostenibile, coerente con la vocazione ciclabile della città di Ferrara;
  • rendere Corso Isonzo una strada più vivibile, sicura e a misura di persona. 

Con la presente petizione invitiamo l’Amministrazione comunale a considerare questa richiesta come una priorità per la sicurezza e la qualità urbana del quartiere, e a dare avvio quanto prima al percorso di progettazione e realizzazione degli interventi sopra elencati.

Confidando nella sensibilità del Comune verso le tematiche della sicurezza stradale e della mobilità sostenibile, attendiamo un positivo riscontro.

NOTA PER CHI RACCOGLIE LE FIRME

– Possono firmare tutte le persone residenti nel comune di Ferrara che abbiano compiuto 16 anni ( non raccogliamo le firme delle persone domiciliate perché la procedura è complessa )

– Scrivere tutti i dati in stampatello, solo la firma in corsivo

– Raccogliere in un foglio a parte l’indirizzo mail delle persone che desiderano essere informate sull’esito della petizione

– Tempo per la raccolta delle firme: tre settimane

– Sarà possibile consegnare i moduli firmati: 1) alla prossima assemblea del Forum in marzo 2) al bar Florens, in via Poledrelli 1, martedi17 marzo dalle 15 alle 16 3) contattando Francesca al 3473118833.

Cover: Zona 30 – immagine di azioniquotidiane.info

Vite di carta /
Dai “Malavoglia” alla “Malacarne”

Vite di carta. Dai Malavoglia alla Malacarne

Volevo cominciare così: “Credo che scriverò del romanzo d’esordio di Beatrice Salvioni, La Malnata, uscito presso Einaudi nel 2023. È un romanzo che spicca tra le ultime letture che ho fatto per la intensa carica narrativa”.

In realtà mentre faccio ricerche in Internet sull’autrice mi prende la curiosità per lei, così giovane. Quanti anni aveva nel 2023, solo 28. In che anno è uscita dalla scuola Holden e ha vinto il Premio Calvino racconti, nel 2021. Che laurea ha, in Filologia Moderna come me.

Poi la vedo e la ascolto su Youtube e mi piace vedere che il suo imbarazzo di ragazza ci mette un niente a sparire quando parla della propria scrittura. Dà forma ai personaggi rapportandosi alla loro storia come se fossero diventati figure autonome, da quando le è venuta l’idea iniziale sul loro carattere e poi l’ha immersa nelle parole del racconto facendone sangue e carne.

La conosco ora che il primo romanzo pubblicato sta segnando un punto di arrivo importante per la sua scrittura. Vedo poi che nell’ottobre del 2024 è uscito il seguito della Malnata, La Malacarne, e non ho un dubbio sul perché nel titolo ci sia un altro nome che è stigma e condanna. Segno del disdoro di una comunità sulle protagoniste di entrambi i romanzi.

Sono Francesca e Maddalena, soprannominata la Malnata per il suo modo ribelle di sfidare le convenzioni. Diventano amiche dopo essersi scambiate un lungo sguardo: Francesca dal ponte sul Lambro vede la Malnata coi piedi a bagno nell’acqua fangosa e vorrebbe lasciare la passeggiata rituale della domenica con i genitori e correre giù a sporcarsi giocando.

Siamo a Monza negli anni del fascismo e loro sono due adolescenti cresciute in famiglie molto diverse, eppure si legano in una amicizia straordinaria. Crescono imparando a denunciare la sopraffazione e l’abuso del potere, specie maschile, esponendosi alla riprovazione della comunità.

Viene dai Malavoglia verghiani questa marca linguistica che priva i personaggi del loro nome proprio per consegnarli alla categoria astratta del Male. “Non c’è male” come antecedente letterario, penso ricorrendo all’ironia della litote.

Intanto è successo: mi sono identificata nella docente di Italiano di Beatrice Salvioni. Penso: avercela una studentessa così. Penso che sono tanti gli studenti meravigliosamente bravi che ho incontrato.

Quelli di cui intuisci il talento umano prima che espressivo e non ti puoi sbagliare. A volte li comprendi tu prima di loro stessi, e quando leggi il loro elaborato ti concentri moltissimo, poi ti sciogli a scrivere un lungo testo che è una risposta, un pezzo di dialogo ancor prima di essere un giudizio scolastico.

E vuoi che abbiano un futuro all’altezza del loro valore. Vuoi per tutti un mondo giusto.

Continuo a seguire Beatrice Salvioni mentre risponde alla domanda sul contesto storico che ha scelto per il romanzo e mi pare naturale che dica di avere avuto bisogno di un momento oscuro della nostra storia, in cui una comunità succube del fascismo ben si presta a tormentare la crescita di due adolescenti, a serrarle nel ricatto sociale e nella violenza.

Francesca è di buona famiglia e la madre la soffoca educandola a essere bella e conforme allo stereotipo femminile. Maddalena, che è “nata male” e viene considerata la causa delle disgrazie avvenute nella sua famiglia, osa sfidare il mondo degli adulti fin da piccola, con i suoi occhi neri pieni di una coraggiosa libertà.

Dice Salvioni di essersi documentata su testi storici e soprattutto sulla stampa degli anni Trenta, prima che lo dica penso che le occorresse ricostruire la quotidianità della vita cittadina nella sua Monza. Lo dice e mi sembra di essere con lei, lì tra gli scaffali pieni di libri a chiederle anche altro sulla macchina narrativa che ha congegnato e sulla scelta di raccontare in prima persona.

Mi colpisce solo quando dice di avere ritrovato nei giornali di novant’anni fa verso le donne e contro i diversi le stesse parole di discriminazione che si sentono e si  leggono ancora oggi. Mi sorprende non il merito della questione, in tempi così bui come i nostri in cui sembra prevalere la forza sulla ragione. Mi fa male che lo sappia con tanta certezza lei, così giovane.

Nota bibliografica:

  • Beatrice Salvioni, La Malnata, Einaudi, 2023
  • Beatrice Salvioni, La Malacarne, Einaudi, 2024

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/fiume/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Maria Sarto: “corso Isonzo … pericolo per i pedoni … fare qualcosa”.
Un incontro pubblico per lanciare una petizione popolare

Maria Sarto: “corso Isonzo … pericolo per i pedoni … fare qualcosa”
25 febbraio, Incontro Pubblico per lanciare una Petizione Popolare. 

 

La lettera di Maria Sarto di qualche settimana fa (indirizzata a diverse testate giornalistiche locali e riportata qui sotto) esprime la preoccupazione di una cittadina sulla pericolosità di corso Isonzo per pedoni e ciclisti.

A memoria, l’ultimo incidente mortale è di giugno 2024: un pedone ottantaseienne investito mentre attraversava sulle strisce pedonali, deceduto il giorno dopo.

Non è un caso isolato: come riportato nella sua lettera, Maria Sarto cita i dati ufficiali pubblicati online dal Comune di Ferrara (Incidenti stradali (2004-2021), dalla Regione Emilia-Romagna (Monitoraggio incidenti stradali 2010-2024) e da ISTAT (IstatData Incidenti, morti e feriti – comuni).

Questi dati ci dicono che, in Corso Isonzo, nel periodo dal 2004 al 2024 il numero totale di incidenti gravi (cioè con morti e/o feriti) è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno), con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno).

Il rapporto incidenti/anno è in leggera diminuzione, ma con forti oscillazioni.
Da un massimo di 20 incidenti nel 2011, giù fino al minimo di 3 nel 2018 e del 2020.

Negli ultimi 5 anni si è registrato un costante e progressivo aumento.

Nel 78% dei casi (cioè 3 volte su 4) gli incidenti hanno convolto due veicoli (il restante 22% ha riguardato un solo mezzo) e in metà di questi incidenti uno dei due veicoli erano biciclette.

Quasi metà degli incidenti è dovuta ad uno scontro frontale-laterale (cioè in corrispondenza di incroci).

Nel 13% dei casi (1 su 8) si è trattato di investimento di pedoni.

Per questo motivo, mercoledì 25 febbraio alle 18 presso il Centro di Promozione Sociale “Acquedotto” si terrà un incontro (promosso dal Forum Ferrara Partecipata) per illustrare il contenuto di una petizione pubblica in cui chiedere all’Amministrazione comunale una serie di interventi di messa in sicurezza dell’asse di corso Isonzo, in coerenza con gli obiettivi del Piano Urbano di Mobilità Sostenibile.

Lettera: Una cittadina e il tema della mobilità a Ferrara

di Maria Sarto

Ferrara è conosciuta per essere un luogo tranquillo, vivibile, oltre che essere la “Città delle biciclette”, come si legge sui cartelli di accesso alla città.

La bicicletta è il mezzo molto usato dai ferraresi sia per spostarsi nel centro urbano, che per raggiungere le vicine periferie.

Sulle strade di Ferrara, comunque, si nota una massiccia presenza di automobili, lunghe file di auto parcheggiate ricoprono lo spazio ai lati delle strade e contribuiscono a ridurre l’ampiezza della carreggiata, destinata allo scorrimento sia dei veicoli che dei ciclisti.

In Corso Giovecca, uno degli assi di attraversamento carrabile del centro storico, si è intervenuti con una segnaletica orizzontale che ha definito con chiarezza la corsia ciclabile per i ciclisti, i quali muovendosi tra le auto in sosta e quelle in movimento, sono a rischio, perché in balia del comportamento degli automobilisti.

La città avrebbe bisogno di un sistema strutturato di percorsi ciclabili e pedonali, che creino circuiti interconnessi così da formare una rete che colleghi tutte le parti della città. Ad oggi questa non è presente, non bastano i “rammendi”, ma occorrerebbe predisporre di politiche integrate che potenzino le reti ciclabili e il trasporto pubblico sostenibile, proponendosi come sistema alternativo all’uso dell’automobile.

Il trasporto su strada inoltre contribuisce assieme agli impianti di riscaldamento, a produrre l’emissione di gas inquinanti e “l’inquinamento atmosferico è il principale rischio ambientale per la salute pubblica in quanto responsabile dell’aumento di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, neurologiche, oltre ad avere effetti negativi sulla salute riproduttiva e sullo sviluppo infantile”, come si legge nel progetto nazionale “Cambiamo Aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”.

Nella zona medioevale soprattutto, sono state adottate misure per facilitare l’utilizzo della bicicletta, quali il consolidamento e l’estensione delle zone a traffico limitato e l’istituzione delle zone a 30 Km/h.

Nella zona di mia residenza, l’introduzione del limite di velocità a 30 Km orari e lo spazio delimitato per i pedoni in Via Naviglio, separando il traffico automobilistico dalle biciclette, sono state soluzioni apparentemente semplici, ma molto apprezzabili in termini di viabilità e di sicurezza per gli utenti. Altre zone della città dovrebbero essere prese in considerazione, come ad esempio la parte più moderna di Corso Isonzo/ Viale Cavour. Attualmente Corso Isonzo è uno degli assi della città molto trafficati e con alto rischio di incidenti, soprattutto durante le ore di punta, al mattino tra le 9 e le 11 ed al pomeriggio tra le 17 e le 19. Quando c’è maggiore congestione del traffico, aumenta pure il pericolo di incidenti, non solo per le auto, ma anche per gli utenti più vulnerabili come i ciclisti e i pedoni. Ho letto che dai dati estratti da

https://dati.comune.fe.it/dataset/incidenti-stradali (dal 2004 al 2021) e

da https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/mokaApp/apps/MISTER20/index.html (dal 2022 al 2024) il numero totale di incidenti gravi registrato in corso Isonzo è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno) con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno). Il 23% degli incidenti (48) è avvenuto nell’incrocio tra Corso Isonzo e Via Cassoli (a ovest) e Via Garibaldi (est), causando 53 feriti. Un altro 36% (75 incidenti) è avvenuto invece in corrispondenza della rotonda con Corso Piave (a ovest) e Via Piangipane (est), con 84 feriti ed un morto.

Io, ad esempio, mi sento molto in difficoltà quando sto per attraversare la via, soprattutto nel tratto da me più frequentato e che va da via Cassoli verso Via Garibaldi, perché anche se le strisce pedonali sono ben segnalate, la via è molto larga ed è difficile prevedere la risposta degli autisti di entrambe le corsie di marcia, per cui parto e mi affido al destino, in uno stato di ansia.

Io non sono un addetto ai lavori, ma penso che la moderazione del traffico per mezzo di dossi prima dell’incrocio o, in alternativa, una segnalazione semaforica con video camera, o anche l’introduzione in Corso Isonzo della velocità 30 Km/h, potrebbero essere interventi utili a rallentare la velocità delle auto, e rendere più sicuro l’utente debole.

Il tema della sicurezza sulle strade è tanto importante che dovrebbe essere al primo posto e andare oltre le visioni politiche di parte, attraverso uno studio attento e continuamente monitorato che permetta in tempi rapidi di adottare modifiche strutturali e soluzioni tecniche che riducano i rischi e la pericolosità delle strade e che abbiano una ricaduta sulla salute di tutti, in particolare per i più vulnerabili.

Maria Sarto, cittadina di Ferrara

Cover: Ferrara, corso Isonzo, pericolo per i pedoni, fare qualcosa – foto Lavocediferrara.it

Referendum giustizia:
come corrodere la democrazia dall’interno

Referendum giustizia: come corrodere la democrazia dall’interno

Questo non è l’ennesimo articolo che entra nelle motivazioni del referendum del 22 e 23 marzo, cercando di convincervi a votare NO oppure SI. Questo articolo esamina alcune insidiose forzature, che sembrano essere state sottovalutate, e che invece rappresentano situazioni di pericolo per la nostra democrazia, i cui effetti potrebbero manifestarsi con forza in futuro.

Prima di tutto ricordiamoci il motivo per cui dovremo andare a votare. La riforma Nordio cambierebbe diversi articoli della Costituzione: un fatto che non può essere considerato ordinario o banale. Cambiare la Costituzione significa cambiare le fondamenta su cui poggiano tutte le norme che regolano la nostra vita quotidiana; per questo, non è un provvedimento che si può adottare con superficialità. Soprattutto, non si può pensare che chi vince le elezioni abbia mano libera (anche se da qualche anno a questa parte è esattamente questa la convinzione che hanno i partiti politici). E’ stato previsto che le modifiche agli articoli costituzionali debbano essere concordate tra maggioranza e opposizione: ecco perché non basta la semplice maggioranza dei parlamentari, ma è richiesto un quorum dei 2/3. Tuttavia, nel timore di rendere troppo difficile anche apportare piccoli cambiamenti che nel tempo dovessero rendersi necessari, è stata prevista un’ulteriore modalità: se le riforme ottengono il parere favorevole della semplice maggioranza dei parlamentari, si può chiedere che siano i cittadini ad esprimersi, confermando o respingendo le modifiche proposte.

La richiesta del referendum confermativo è stata evidentemente prevista a tutela delle minoranze. La logica è: la maggioranza decide di cambiare alcuni articoli, l’opposizione non è d’accordo e può pretendere che siano gli elettori ad avere l’ultima parola. E invece, in questo caso, il referendum è stato richiesto dalla maggioranza di governo. Perché?

Perché avevano fretta. Perché volevano che si votasse il prima possibile. E il motivo è presto detto: meno la gente conosce il tema su cui si vota, più è facile che voti in base agli slogan o alle proprie simpatie politiche. E ovviamente, questo favorisce chi sembra detenere la maggioranza dei voti potenziali. Man mano che le persone approfondiscono tutti gli aspetti della riforma, il NO recupera consensi. Ed è ciò che sta avvenendo secondo i sondaggi.

Quindi questa è la prima, grave forzatura. Se si vuole cambiare la Costituzione, è fondamentale che le persone siano informate e capiscano esattamente cosa stanno votando. Orientare il loro voto con l’inganno significa renderle pedine inconsapevoli, ma fondamentali per modifiche destinate ad avere un impatto pesante sulla società.

La seconda forzatura sta nell’essersi appropriati di una prerogativa delle opposizioni, di fatto impedendogli di esercitarla. I comitati per il NO hanno comunque raccolto le oltre 500mila firme necessarie per la richiesta del referendum, producendo un risultato a dir poco paradossale. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto valide le firme e la formulazione del quesito referendario; anzi, ha stabilito che questo fosse quello giusto, in quanto quello presentato dal Governo presentava gravi carenze. Quindi, se il quesito giusto è quello presentato dalle opposizioni si rinvia il voto, considerando che la precedente richiesta era stata superata? Ebbene no: si vota con il secondo quesito, ma la tempistica rimane quella del primo. Un autentico aborto giuridico al quale, spiace dirlo, si è prestato il Presidente Mattarella.

La terza forzatura è la più grave. A differenza di quanto accaduto nelle ultime consultazioni, a lavoratori e studenti fuori sede non sarà consentito votare senza tornare a casa. Il motivo ufficiale: non ci sono i tempi per organizzare il loro voto. Rimettiamo insieme i pezzi: il Governo, che ha fatto di tutto per affrettare il voto, a costo di calpestare i diritti dell’opposizione, ci viene a dire che non c’è tempo? In realtà, il motivo della decisione è un altro. Gran parte dei fuori sede sono studenti universitari, e i sondaggi dicono che voterebbero nella stragrande maggioranza per il NO alla riforma. Quindi, per evitare il che il loro contributo possa diventare decisivo, si sceglie di calpestare il diritto al voto di oltre 5 milioni di Italiani. Facile prevedere che solo una piccola parte dei potenziali elettori tornerà a casa per esprimersi, considerando anche che i costi dei trasporti tendono a crescere esponenzialmente all’aumentare della richiesta. E così, senza che nessuno si sia ribellato apertamente, passa una logica che fa davvero paura: se non voti come diciamo noi, facciamo in modo di non farti votare.

All’inizio avevo scritto che non avrei spinto per votare SI o NO: in realtà era una bugia. Non entrerò nel merito del quesito referendario, che invito tutti ad approfondire a parte. Difficile, una volta comprese le logiche e la finalità della riforma, non votare NO.

Ma l’aspetto più inquietante è un altro. Quanto sta accadendo rappresenta un rischio concreto per la democrazia: se passano sotto silenzio queste forzature, alla prossima occasione ne vedremo di peggio. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che una maggioranza democraticamente eletta non possa comportarsi in modo antidemocratico. Abbiamo sotto gli occhi quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove la violenza è la punizione per chi non ha votato “bene”. E poi c’è sempre l’esempio più eclatante: Adolf Hitler fu eletto democraticamente nel 1933. Sappiamo a cosa portò la logica per cui chi vince le elezioni fa quello che vuole.

Pensiamoci bene. Bisogna bocciare una riforma sbagliata e pericolosa, ma bisogna anche fermare una deriva che se lasciata correre potrebbe diventare inarrestabile. E quindi noi possiamo, con solo voto, dire non uno, ma due NO. Uno più importante dell’altro.

 

Il Grattacielo non è una questione privata
Intervista ad Anna Zonari de La Comune di Ferrara

Sulla questione dell’evacuazione urgente di persone e famiglie dai loro appartamenti al Grattacielo di Ferrara, Periscopio ha rivolto alcune domande alla consigliera comunale Anna Zonari, eletta in Consiglio come rappresentante de La Comune di Ferrara. Anna Zonari ha un’esperienza pluriennale di formazione e di progetti di comunità negli enti del terzo settore. 

 

Periscopio: Anna Zonari, Il sindaco Fabbri ha deciso l’ evacuazione del Grattacielo di Ferrara dopo l’ultima relazione dei Vigili del Fuoco. Ha emesso un’ ordinanza contingibile e urgente, che si adotta per fronteggiare pericoli imminenti e imprevedibili di incolumità, sicurezza, igiene o sanità pubblica. In ordine a questo punto specifico, qual è la sua posizione?

Anna Zonari: L’ordinanza contingibile e urgente è uno strumento previsto dalla legge per tutelare l’incolumità pubblica in presenza di un pericolo concreto. Se i Vigili del Fuoco hanno rappresentato un rischio serio e attuale, è evidente che la sicurezza e l’incolumità delle persone viene prima di tutto.
Il punto, però, non è discutere la legittimità dello strumento in sé, ma le conseguenze della sua applicazione. Un’ordinanza di questo tipo non è un atto neutro: ha comportato l’allontanamento forzato di circa cinquecento persone dalle proprie abitazioni. Quando un Comune esercita un potere così incisivo, deve anche assumersi la responsabilità di governarne gli effetti, soprattutto sul piano sociale e abitativo.
Altrimenti parliamo di sicurezza dell’edificio, ma non delle persone.
Allo stesso tempo, è legittimo chiedersi se l’Amministrazione fosse nelle condizioni di agire in modo preventivo, evitando di arrivare ad una decisione così drastica e solo dopo aver corso un rischio così alto. Le prescrizioni dei Vigili del Fuoco sulla necessità di lavori per la messa a norma degli impianti erano note da anni ed erano già sulla scrivania del sindaco: non si è trattato di un fulmine a ciel sereno.

P:Se si fosse trovata da sindaca a dover gestire la situazione creatasi dopo il principio di incendio, quali diverse attività avrebbe posto in essere rispetto a quelle che hanno qualificato l’operato della attuale Giunta? Mi riferisco in particolare alle attività di tutela delle persone coinvolte, che non hanno solo un problema di incolumità personale, ma di vita quotidiana: dove alloggiare temporaneamente, dove poter abitare in futuro.

AZ: Avrei lavorato prima di tutto sulla
prevenzione. Proprio perché la situazione era da anni sulla scrivania del sindaco, con tanto di prescrizioni dei Vigili del Fuoco, c’era uno spazio per programmare, con un cronoprogramma serio per la messa in sicurezza e un ruolo di coordinamento molto più forte da parte del Comune che è anche condomino, in quanto proprietario di alcuni immobili.
Governare significa anche anticipare i problemi, non inseguirli quando sono già esplosi. 
Non avendo agito in tempo, ci si è trovati in emergenza. E lì avrei fatto scelte diverse.
Dopo le ordinanze, subito doveva essere costituita
un’unità operativa dedicata esclusivamente alla presa in carico delle persone e delle famiglie coinvolte, con una mappatura reale e completa dei bisogni di tutti gli abitanti, non solo di quelli formalmente classificati come “fragili”. Per questo, avrei potenziato i servizi sociali per lavorare in modo attivo, andando “porta a porta” per dare informazioni chiare e costruire un censimento puntuale delle situazioni personali, lavorative, sanitarie e familiari.
Lo dico anche sulla base di ciò che ho visto in questi giorni: i volontari e le volontarie, che hanno supplito a un evidente vuoto istituzionale, hanno intercettato fragilità e criticità che fino a quel momento erano sconosciute ai servizi. Questo dimostra che, in situazioni straordinarie, il lavoro sociale ed educativo non può restare chiuso negli uffici né limitarsi ad attendere che le persone si presentino spontaneamente.
Trovo molto grave che, proprio perché non è stato fatto un
censimento capillare e tempestivo, oggi non siamo nelle condizioni di sapere dove siano finite molte persone, in quali condizioni vivano, se abbiano trovato una sistemazione sostenibile o se si trovino in situazioni precarie, provvisorie o addirittura a rischio di esclusione. Questo non è un dettaglio amministrativo: è il cuore della responsabilità pubblica, perché senza conoscenza reale delle situazioni non è possibile costruire politiche efficaci di tutela e accompagnamento.
Avrei inoltre chiesto immediatamente il supporto del
Prefetto per attivare un tavolo di coordinamento stabile e operativo con Regione, Comune, AUSL, ACER, organizzazioni sindacali, terzo settore, per costruire una risposta integrata e non frammentata.
Parallelamente, mi sarei fatta parte attiva nell’
intermediazione con il mercato della locazione, coinvolgendo concretamente le agenzie immobiliari e sensibilizzando la cittadinanza, perché a Ferrara tante case sono chiuse e, con le debite garanzie pubbliche, potrebbero essere utilizzate. Avrei richiesto alla Regione l’immediata attivazione degli strumenti previsti dal Piano Casa, perché una crisi abitativa di queste dimensioni non può essere affrontata solo a livello comunale. Parallelamente, avrei utilizzato fino in fondo gli strumenti già a disposizione dell’Amministrazione, a partire da quanto previsto dallo Statuto di ACER, che consente di attivare procedure specifiche in caso di emergenza abitativa, senza intaccare le graduatorie ordinarie dell’edilizia residenziale pubblica.
Questo apre ad un tema importante: a Ferrara
esistono centinaia di alloggi in edilizia residenziale pubblica oggi non utilizzabili, molti dei quali potrebbero essere resi agibili con interventi non particolarmente onerosi. In una fase di emergenza, anche questo patrimonio avrebbe potuto e dovrebbe rappresentare una risorsa importante.
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P: Il sindaco ha rappresentato il problema come “una questione privata”, poiché l’incuria che ha generato i problemi di sicurezza dipenderebbe dal fatto che parte dei condomini non ha pagato le quote di propria competenza per garantire la manutenzione del fabbricato.  Lei concorda col fatto che si tratti di una questione privata? 

AZ: No, non è solo una questione privata.
In un condominio esistono responsabilità dei singoli, certo. Ma qui stiamo parlando di un condominio davvero particolare, grande quanto una delle nostre frazioni, per numero di abitanti. E’ assurdo trattarlo come una normale vicenda condominiale.
Quando il Comune, come un buon padre di famiglia, ti dice “devi uscire per ragioni di sicurezza, per la tua incolumità”, non può poi considerare concluso il proprio compito con la firma del provvedimento e non preoccuparsi di cosa ti accade dopo.
Da quel momento la responsabilità diventa pubblica, perché non parliamo più solo di muri e impianti, ma di persone
Proprio per questo, dopo circa dieci giorni dall’incendio, quando è diventato chiaro che l’Amministrazione stava trattando la vicenda come una questione privata, ho inviato una diffida formale per chiedere che venisse assunta pienamente la responsabilità pubblica della gestione dell’emergenza.
Parliamo di famiglie, di bambini che devono continuare ad andare a scuola, di lavoratrici e lavoratori che in mezzo a questo caos devono continuare a lavorare, spesso pendolari, con turni anche notturni, senza sapere dove dormiranno. Parliamo di anziani spaesati, di genitori costretti a separarsi perché non si riesce a trovare una sistemazione unica.
Dire che è una questione privata significa ignorare tutto questo. Le eventuali responsabilità dei condomini verranno accertate, ma l’emergenza abitativa che ne è derivata non può essere scaricata sui singoli o sul volontariato. Le istituzioni esistono anche per questo: per farsi carico delle conseguenze quando una decisione pubblica cambia radicalmente la vita delle persone.

P:Lei in questi giorni ha assistito sia alla evacuazione delle persone dai loro appartamenti, sia alla fase successiva. A suo avviso il Comune si è attivato nella maniera migliore con i suoi servizi di assistenza alla persona? E ha messo gli enti del terzo settore nelle condizioni migliori per coadiuvare il Comune nella presa in carico?

AZ:Il Comune ha dichiarato di aver preso in carico 76 persone considerate fragili. Ma è evidente che quando perdi casa da un giorno all’altro, diventi fragile anche se fino al giorno prima eri autosufficiente.
A Ferrara trovare casa è già difficile in condizioni normali, per i costi elevati e per le discriminazioni che colpiscono soprattutto i migranti. Cito un episodio che mi ha colpita molto: un abitante del Grattacielo, non italiano, ha chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni su un appartamento e gli è stato risposto che non era disponibile. Dieci minuti dopo, la stessa agenzia è stata contattata da una persona italiana e l’appartamento risultava improvvisamente disponibile. Non voglio generalizzare, ma episodi come questo mostrano che pregiudizio e diffidenza sono ancora molto presenti. Anche per questo era fondamentale che l’Amministrazione svolgesse un ruolo di garanzia e di intermediazione. 
Il giorno dello sgombero erano presenti un’operatrice e un operatore di ASP, che hanno lavorato in una condizione di forte stress. Non per loro responsabilità, naturalmente: non è realistico pensare di attivare una ricerca di soluzioni abitative solo nel momento in cui le persone sono letteralmente in strada. La domanda è: perché non si è intervenuti prima nella ricerca di soluzioni abitative, considerando che molte persone si erano già rivolte al SSUI, lo Sportello Sociale Integrato?
Asp, in alcune situazioni, non trovando soluzioni abitative adeguate e disponibili ha proceduto dividendo i nuclei familiari: mamme con i figli da una parte e padri dall’altra. Immaginiamo cosa possa significare per i minori, che hanno il diritto fondamentale alla stabilità, alla serenità e alla continuità affettiva, vedersi improvvisamente separati da uno dei genitori a causa di una gestione inadeguata dell’emergenza.
Queste non sono semplici difficoltà logistiche: sono ferite profonde nella vita delle persone, soprattutto dei bambini, che avrebbero potuto e dovuto essere evitate con una presa in carico più tempestiva ed organizzata. 
Per quanto riguarda il terzo settore, voglio ricordare che, se non fosse stato per l’iniziativa dell’associazione Viale K, che ha messo a disposizione alcune aule per il doposcuola, e per l’impegno dell’associazione Cittadini del Mondo, che si è attivata fin dal primo momento, circa quaranta persone, alla chiusura del Palapalestre, sei giorni dopo l’incendio della Torre B, sarebbero rimaste letteralmente senza un tetto. Il volontariato, nella nostra città, è una risorsa straordinaria per generosità e competenze. Lo abbiamo visto anche con l’ospitalità a San Bartolo gestita da Caritas.
Ma non possiamo permettere che sia lasciato da solo a fronteggiare una
gestione emergenziale priva di supporto e di una regia pubblica.
Il volontariato integra, sostiene, accompagna: ma non può diventare la risposta strutturale a un’emergenza che riguarda centinaia di persone. Quando accade, significa che il Pubblico rifiuta le proprie responsabilità e che diritti fondamentali vengono affidati alla buona volontà dei singoli. 

P:Il Comune ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione per verificare da un lato la possibilità di trovare soluzioni abitative per le famiglie, dall’altro per studiare l’accesso a forme di credito agevolato e garantito per acquisti o affitti in altre zone della città?

AZ: Per quanto mi risulta, il Comune non ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione, ma l’assessora Coletti ha partecipato alla convocazione del Tavolo tecnico di coordinamento indetto dal Prefetto per affrontare le conseguenze dell’emergenza Grattacielo, al quale erano invitati, oltre al Comune stesso, la Regione, le istituzioni sanitarie, le forze dell’ordine, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, i gestori dei servizi essenziali e le rappresentanze del sistema bancario.
Tuttavia, nella dichiarazione ufficiale rilasciata dall’assessora dopo l’incontro, ha voluto sottolineare come l’Amministrazione non abbia compreso né l’oggetto del tavolo né quali interventi socio-economici fossero richiesti, né il ruolo dei 27 soggetti presenti, ribadendo che per il Comune la questione è privata e che il Comune si era già attivato per la presa in carico delle persone “fragili”.
Per quanto riguarda misure come forme di credito agevolato, moratorie sui mutui o interventi con il sistema bancario, al Tavolo il tema è stato accennato, ma per quanto mi risulta non si è poi tradotto in un percorso strutturato di accompagnamento da parte del Comune o di altre istituzioni competenti.

P:Le risulta, come sostiene qualcuno, che si stiano verificando azioni speculative sul Grattacielo per trasformare quello stabile, una volta risanato, in un hub degli affitti brevi?

AZ: Al momento non ho elementi concreti che dimostrino l’esistenza di un disegno preciso in questa direzione. Tuttavia, è innegabile che quando un immobile di grandi dimensioni entra in una fase di crisi, il rischio di operazioni speculative esiste sempre.
Sarebbe anche un’ulteriore grande ingiustizia, perché nella stragrande maggioranza dei casi quegli appartamenti sono abitati da persone che hanno pagato regolarmente le quote e hanno mantenuto a norma le proprie abitazioni. È vero che nel tempo si sono accumulate anche situazioni problematiche: irregolarità, degrado, comportamenti illeciti, difficoltà gestionali. Ma è altrettanto vero che, per la maggior parte, al Grattacielo hanno vissuto e vivono persone per bene: lavoratrici e lavoratori, famiglie, giovani coppie, spesso con lavori poveri o precari, una condizione purtroppo in aumento non solo tra i migranti, ma anche tra tanti nostri giovani.
Per molte persone, il Grattacielo ha rappresentato l’unica possibilità concreta di realizzare il sogno di una casa, grazie a costi di acquisto e di affitto che in altre zone della città sono ormai inaccessibili. Questo non è un dettaglio: è il segno di un problema strutturale.
In una città in cui gli affitti crescono e la precarietà abitativa aumenta, la disponibilità di alloggi a costi calmierati diventa una condizione fondamentale per trattenere e attrarre giovani, famiglie e lavoratori, in una società in cui il lavoro povero e discontinuo non è più una dimensione marginale, ma una realtà sempre più diffusa.
Con una visione politica lungimirante, la crisi del Grattacielo potrebbe diventare un’occasione per ripensare le politiche abitative e per esercitare un ruolo di regia pubblica nella messa in campo coordinata di risorse pubbliche e private, con l’obiettivo di rendere possibile il risanamento dell’edificio, il ritorno graduale degli abitanti in regola nelle proprie case e la ricostruzione di una comunità stabile e dignitosa.

 

In copertina: cartolina del Grattacielo, tratta da http://www.museoferrara.it/view/s/dce1ff6f14f24787b883115e7336ef56, Archivio Assessorato alla Cultura e Turismo

Per certi versi /
Lei mi vede piangere

Lei mi vede piangere

Lei mi vede piangere

Accendere incensi

 

Lei mi vede bambina e grande Madre

Mi chiede luce

Mi chiede il buio

 

Mi domanda come ho fatto a guarire

A risalire

Ad amare tanto

Lei mi chiede biscotti e risposte

 

Si prepara alla mia morte

che non accadrà mai

perché la Poesia le ho insegnato

 

Quella senza parole

Imbevuta nel latte

Nei baci che riparano i lampi

Nei lampi che sono i miei baci

 

[Da “La Figlia e la Luna”, Il Leggio editrice, 2025]

 

In copertina: bambina con una lampada ad olio – freepik.com

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari

Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari

La lunghezza della vita è sempre più dipendente dal luogo (regione) dove si nasce o si vive: è una disuguaglianza che non può lasciarci indifferenti perché non è una disuguaglianza inevitabile. Una disuguaglianza che alimenta anche il noto fenomeno della mobilità sanitaria che interessa particolarmente i territori situati nel Sud del nostro Paese e nelle isole, fenomeno che è riconducibile a disfunzioni del servizio sanitario (insufficienza dell’offerta, scarsa qualità dei servizi, peggiori esiti delle cure). Le differenze territoriali intaccano profondamente anche l’attesa di vita: è il caso, ad esempio, degli anni medi attesi di vita non in buona salute, calcolati sia alla nascita che a 65 anni, oppure i dati sulla mortalità. A una speranza di vita alla nascita più bassa nelle regioni del Sud e nelle Isole si accompagna negli stessi territori un tasso standardizzato di mortalità più elevato, segno di uno stato di salute che risulta più deteriorato rispetto alle regioni del Centro-Nord.

A confermarlo è anche il Rapporto “Sussidiarietà e… salute. Rapporto sulla sussidiarietà 2025/2026 della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato nella Sala della Regina della Camera dei Deputati.
Il nostro Paese, si legge nel Rapporto, è considerato il Paese dei mille campanili, e anche in termini di salute l’Italia non è una nazione unica per via delle tante differenze regionali che la caratterizzano: la speranza di vita alla nascita, gli anni medi attesi di vita non in buona salute, la mortalità totale e per patologia, la mortalità evitabile (prevenibile, trattabile), la multicronicità e le gravi limitazioni negli anziani, la salute mentale, la mobilità sanitaria, e così via. (…) Ma non è solo l’eterogeneità nella salute delle regioni che preoccupa: vi sono molti segnali che le disuguaglianze di salute si ritrovano anche all’interno delle grandi città”.

Alle disuguaglianze territoriali nella salute si aggiungono le disuguaglianze socio-economiche, sempre in termini di salute, lette nel Rapporto attraverso il grado di scolarità delle popolazioni. I soggetti che dal punto di vista sociale sono più deprivati o svantaggiati (povertà materiale, minore scolarità e altro) hanno una salute peggiore rispetto ai soggetti socialmente più avvantaggiati: la mortalità diminuisce nel passaggio dai titoli di studio inferiori a quelli superiori (+45% per i maschi con il titolo di studio più basso rispetto ai soggetti di pari età con il titolo di studio più alto, +33% per le femmine) e le disuguaglianze diminuiscono al crescere delle età.

Nello specifico della mobilità sanitaria interregionale, il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà certifica un valore record nel 2022 di 5,04 miliardi di euro, con un forte flusso di pazienti e risorse dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, con valori in aumento negli ultimi anni. Circa il 70% degli spostamenti avviene per un ricovero ospedaliero, circa il 16% per visite specialistiche e il 9% per somministrazione di farmaci (molto spesso legate a terapie particolari o oncologiche); il resto comprende tutte le altre prestazioni, che sono abbastanza marginali. Suddividendo le regioni sulla base dell’entità del saldo (positivo o negativo), quelle con saldo positivo rilevante (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) si trovano tutte al Nord, quelle con un saldo moderato al Centro (Toscana e Molise) e via via che si scende lungo lo stivale i livelli di mobilità negativa aumentano. La spesa per la mobilità sanitaria non di confine in quattro regioni del Sud, ovvero Sicilia, Puglia, Calabria e Campania, supera la metà del totale nazionale, raggiungendo 587 milioni di euro, pari al 57,4% della spesa complessiva in questa categoria.

Il “Rapporto “Sussidiarietà e… salute”, si propone come una valutazione a tutto campo, sulla base di numerosi contributi su un ampio spettro di fattore, della situazione attuale della sanità nel nostro Paese, dei suoi problemi e delle possibili linee di riforma del sistema, che viene giudicato “in crisi”. Il lavoro è suddiviso in tre parti. La prima sezione parte da un’analisi dell’evoluzione in corso della domanda di salute, segnata dal fattore demografico, e delle criticità del sistema, date in particolare dalle diseguaglianze economiche e territoriali.  Viene poi messa a fuoco la frammentazione del sistema e della sua governance, che sono un ostacolo alla necessaria integrazione dei servizi. La seconda sezione pone l’attenzione sulle prospettiva di riforma. Qui la stella polare, in coerenza anche con le premesse del diritto costituzionale, è la “presa in carico” del paziente, tendenzialmente nell’unità della sua persona e dei suoi bisogni, che sono molteplici e di varia natura, ma che non vanno considerati in modo frammentato e slegato, privilegiando l’offerta dei servizi sulla domanda reale. La terza sezione è quella che presenta “Esperienze”.  Che sono sei: il modello veneto a forte leadership centrale; la valutazione nella Casa di Comunità in Toscana; la riforma dell’assistenza territoriale in Emilia-Romagna; la continuità delle cure nell’esperienza della cooperativa Cosma in Lombardia; l’assistenza sociosanitaria nelle aree interne; il progetto dell’Asl 4 della Liguria.

Qui il Rapporto: https://www.sussidiarieta.net/files/contenuti/rapporto-sussidiarieta-768-24-25-light.pdf.

Cover: Diritto alla salute, Foto di http://retesalutelombardia.blogspot.it/

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“La magia della pittura” al Castello di Ferrara tra le magnifiche illusioni di Gianfranco Goberti

“La magia della pittura” al Castello di Ferrara tra le magnifiche illusioni di Gianfranco Goberti

Una visita che può far cambiare – almeno per un po’ – la percezione del mondo, quella della mostra dedicata all’artista Gianfranco Goberti, titolata giustamente La magia della pittura. Perché la rassegna, allestita lungo le sontuose sale del Castello Estense di Ferrara, ripercorre l’ampio e articolato percorso di un maestro dell’arte contemporanea, che ha saputo fondere il virtuosismo del tratto con la consapevolezza di quanto la rappresentazione visiva sia, in realtà, ingannevole e illusoria.

Un’intuizione che è il filo conduttore dipanato con quaranta opere in oltre mezzo secolo di attività. E che, con questo filtro, attraversa le diverse correnti dell’avanguardia e dell’arte contemporanea, consentendo a Goberti (Ferrara 1939-2023) di non smarrire mai il carattere di una ricerca tutta personale, fatta – appunto – di maestria pittorica e analisi concettuale, bellezza formale e gioco intellettuale, sempre sull’orlo del crinale che separa finzione e verità.

Ingresso al Castello con locandine della mostra di Goberti

Ho visto la mostra in autonomia alla sua apertura e ho ascoltato con interesse le illuminanti letture dell’opera di Goberti fatte nella “Conversazione a margine della mostra”, moderata (giovedì 18 dicembre 2025) dal direttore della Fondazione Ferrara Arte e curatore della rassegna espositiva Pietro Di Natale con i contributi del direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara Marco Bertozzi, del filosofo Filippo Domenicali, dell’accademico e già docente di Estetica Carlo Gentili, del critico e storico dell’arte ferrarese Lucio Scardino e della critica e storica dell’arte Elena Pontiggia.

“Conversazioni a margine della mostra” di Goberti in Castello

Ma nell’intimità dell’opera di Goberti sono riuscita ad entrarci – o, forse meglio, ad affacciarmi – grazie alla guida di Enrica Domenicali, compagna, moglie e custode dell’eredità di un artista prodigio della scuola ferrarese.

Enrica Domenicali davanti a un opera di Gianfranco Goberti in Castello Estense – foto GioM
Il curatore Di Natale ed Enrica Domenicali con Pontiggia e Gusella

La mostra si apre con un insieme di quadri che vanno dagli inizi degli anni ’60 – dove l’occhio dell’artista nell’autoritratto giovanile diventa un tutt’uno con l’obiettivo di una macchina fotografica – fino all’ultima produzione degli anni Duemila.

Goberti – particolare dell’autoritratto
I pugili di Goberti in mostra

Nella stessa sala i volti tratteggiati degli esordi si affiancano così ai ritratti di pugili realizzati a metà degli anni ’90 con pennellate espressioniste e reminiscenti delle forme, doloranti e deformanti, di Francis Bacon. La carrellata include una delle rappresentazioni di Icaro, riletto negli anni 2000 come emblema dell’uomo – spiega Enrica – inchiodato con quelle grandi ali alla sua croce, ma capace proprio grazie a queste di protendersi verso il cielo.

Già dal debutto – in questa sala – appaiono poi i temi che rimarranno ricorrenti e che sono tutti radunati nell’olio su tela intitolato Lo specchio del 1967: il riflesso, le righe, un pezzo di corda, l’intruso.

“Lo specchio”, olio su tela, 1967

Artista prodigio – Figlio di un’epoca di ricerca e fermento artistico, Goberti coltiva il suo talento prima all’Istituto d’arte Dosso Dossi di Ferrara e poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si diploma con il pittore Pompilio Mandelli, maestro della corrente informale. Come ha raccontato Scardino nella sua ricognizione sulle opere di Goberti di proprietà del Comune di Ferrara, l’artista si accattiva fin da subito l’interesse e l’apprezzamento delle istituzioni. Ecco allora sue opere da giovanissimo già acquisite nelle collezioni civiche.

Diventa poi tra i protagonisti dell’attività di performance immortalate nei videotape del pionieristico Centro di arti visive diretto da Lola Bonora negli anni ’70 e più avanti selezionato con l’opera della Camicia a righe per il Padiglione Italia alla 54ª Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi nel 2011 con esposizioni diffuse in tutta Italia.

“Camicia” di Goberti, 2011

Il cerchio si chiuderà con la donazione di quella stessa opera al Museo della Resistenza del Comune di Ferrara, predisposto da Enrica con i figli a chiusura di questa esposizione. Un indumento – sottolinea Enrica – con dentro un vuoto, che testimonia un’assenza dolorante. E che ribadisce il valore concettuale di una pittura pur così accurata e artigianale, ma evocativa di significati plurimi, segnata dalla tensione tra vero e falso, percezione visiva e inganno della rappresentazione.

Le righe – Tessuti rigati, ma anche linee e tratti che rimandano alla cartografia geografica sono uno dei temi ricorrenti lungo tutta la carriera artistica di Goberti, che la mostra in Castello raccoglie in un’unica sala. Rigature come scavi dentro al quadro dove si ritrovano reperti – fa notare la mia guida – ma anche segnale di allerta, come ben analizzato dallo storico Michel Pastoureau. Tanti i significati: tratti che mettono in scena una contrapposizione di opposti (il bianco e il nero), ed elemento che dà una sensazione di movimento e accelerazione allo sguardo e, quindi, al pensiero.

Le opere con righe che scavano dentro al quadro
“Poltrona riflessa”, 1967, in mostra
Sala della mostra

Le corde – Un capitolo a sé è giustamente riservato a lacci e spaghi, così presenti e ricorrenti nella pittura di Goberti. “Corde che stringono, come il tempo perduto”, le ha commentato il docente di filosofia Marco Bertozzi. Corde che diventano anche banco di prova di una pittura descrittiva e dettagliata fin quasi allo spasimo, dove viene inserito a bell’apposta l’errore di proiezione di ombre, la cancellatura, il graffio di colore, il collage (e il finto collage riprodotto ad arte) per conferire al quadro una valenza simbolica e una suggestione tutta contemporanea. Corde che ambiscono a trattenere il cielo.  Ancora una volta  quindi, il vero insieme con il falso, l’inganno che si contrappone alla veridicità quasi fotografica del tratto.

Asciugaschiena e corde nella mostra in Castello

Insomma la mostra regala l’immersione nell’attività di un artistica che – come ha scritto e ribadito Elena Pontiggia – “cura teneramente le idee che sviluppa, veste e riveste quelle che crea” in modo da riuscire a coniugare sempre la riflessione teorica con il piacere dello sguardo. Come quel cielo legato della locandina, dove le famose corde vanno a stringere la magnifica incontenibilità dell’aria. Un riassunto di tutta la forza magica della pittura: la cattura dell’ineffabile in punta di pennello.

“Gianfranco Goberti. La magia della pittura”, piano nobile del Castello Estense, largo Castello 1, Ferrara, dal 27 settembre 2025 al 6 aprile 2026, orari di apertura 10:00 – 18:00, chiuso il martedì (ultimi biglietti alle 17:15)

Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Antisemitismo: combatterlo davvero, senza strumentalizzazioni

(articolo originale è su pressenza del 15.03.2026)

L’antisemitismo è una forma storica e persistente di razzismo, che ha prodotto persecuzioni, pogrom e il genocidio nazifascista.

E’ purtroppo ancora vivo nel nostro paese e combatterlo non è opzionale: è un dovere politico, morale e civile.
Ma proprio perché la posta in gioco è alta, la lotta all’antisemitismo non può essere piegata a operazioni di censura, delegittimazione del dissenso o repressione della solidarietà internazionale.

Bisogna invece chiedersi quali strategie e strumenti possono davvero contrastare l’antisemitismo, impedire che si diffonda e si rafforzi.

Il 27 gennaio 2026, ricorrenza della Giornata della memoria, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha adottato, tra otto proposte di legge, il ddl di Massimiliano Romeo come testo base per la legge sull’antisemitismo, in discussione al Parlamento, per essere approvata, se il percorso verrà rispettato, il prossimo mese di Marzo 2026.

Il testo, oltre a misure educative nell’ambito scolastico, prevede la possibilità di vietare manifestazioni in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge.

La definizione operativa di antisemitismo, a cui il ddl Romeo fa riferimento, è quella dell’IHRA, Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance), che, nella definizione generale, descrive l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Dalla definizione generale discendono 11 esemplificazioni operative, alcune di queste mettono al centro la relazione tra comunità ebraiche e Stato israeliano.

Esempio 7. Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
Esempio 8. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.”

La conseguenza di questa impostazione conduce a considerare le critiche ad Israele – non importa il loro contenuto – come una forma “nascosta” di antisemitismo.

D’altra parte l’accusa di antisemitismo è sempre stata usata dal governo di Netanyahu, durante tutti gli ultimi tre anni, durante la campagna militare contro Gaza.

Nel novembre 2025 il Ministero israeliano per gli affari della Diaspora e la lotta all’antisemitismo ha reso noto di aver respinto le registrazioni di quattordici (ma il numero esatto è 37) organizzazioni umanitarie non governative, operanti in Gaza e Cisgiordania, sulla base di presunti legami con il terrorismo, accuse di posizioni antisemite, iniziative di delegittimazione dello Stato di Israele e di negazione degli attacchi del 7 ottobre.

L’effetto di questa decisione del Ministero israeliano sarà l’allontanamento di Ong quali Medici senza Frontiere, che sta garantendo il 75% delle cure sanitarie a Gaza, di Save The Children , che organizza attività educative nella Striscia e in Cisgiordania, della Caritas di Gerusalemme e Caritas internazionale.

Secondo Sandro De Luca , presidente di LINK 2007, network che raggruppa 15 tra le più importanti e storiche Organizzazioni Non Governative italiane, subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche (come il giudizio di antisemitismo e/o di legittimazione dello Stato israeliano) “significa snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana”.

Per contrastare questi effetti della definizione generale dell’IHRA, nel 2021 è stata redatta la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (JDA), frutto del lavoro di studiosi ed esperti di antisemitismo, storia e diritto internazionale.
La JDA afferma con chiarezza ciò che dovrebbe essere ovvio: criticare uno Stato, le sue politiche o la sua ideologia non è antisemitismo, a meno che la critica non si trasformi in odio o discriminazione verso gli ebrei in quanto tali.

Al punto C la Dichiarazione afferma che non è antisemitismo “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato”. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti.

Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale.

“In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.”

La JDA non indebolisce la lotta all’antisemitismo: la rafforza, perché la sottrae alla strumentalizzazione e la restituisce alla sua funzione originaria, ossia combattere il razzismo, non proteggere governi o politiche di occupazione.

In questo quadro già di per sé complesso, merita di essere citato e riconosciuto il lavoro serio e prezioso della Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, istituita nel 2023, per volontà della senatrice a vita Liliana Segre, che ne è la presidente.

Negli ultimi anni la Commissione ha svolto un’attività di analisi, ascolto e documentazione fondamentale, contribuendo a portare alla luce la diffusione strutturale dei discorsi d’odio, online e offline, a collegare antisemitismo, islamofobia, razzismo anti-migranti e altre forme di discriminazione come fenomeni interconnessi, affermando che la risposta all’odio non può essere solo repressiva, ma deve basarsi su educazione, prevenzione, responsabilità politica e tutela delle libertà costituzionali.

C’è davvero bisogno di un ddl antisemitismo? O non sarebbe bene rafforzare l’azione della Commissione per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo e istigazione all’odio, che è finalizzata a guardare la nostra società nella sua interezza, prendendo in considerazione tutti gli eventi discriminatori che vi si muovono, a monitorare le ideologie introdotte, le parole diffuse, i comportamenti agiti “contro”.

Non sarebbe meglio che la politica tutta accogliesse le indicazioni di questa Commissione, per trasformarle in approfondimento culturale, in testimonianza rivolta alle giovani generazioni ?
In questa prospettiva verrebbe preservato il valore etico universale della memoria della Shoah: una memoria viva che non assolve il potere, ma lo interroga.

A cura di Fulvia Fabbri, attivista per i diritti umani e Milad Jubran Basir, giornalista italo palestinese

 

Perchè NON usare WAP

Perchè NON usare WAP

Legenda:
WAP = WhatsApp
Faccialibro = Facebook

Durante una recente visita a Cuba che ho terminato a inizio Febbraio, mentre mangiavamo riso e platano con Carlos e il suo amico Ed, gli ho esposto il mio punto di vista su un diffuso software di messaggeria. Essendomi parsi molto interessati, ho pensato di condividere tale discorso con una cerchia un po’ più ampia di persone.

Normalmente non uso WAP con nessuno, tranne per un periodo limitato con un paio di colleghi di lavoro, per solo 1 progetto (con la ferma intenzione di rimuoverlo dal telefono al termine del progetto).  Peraltro non gli lascio accesso alla mia rubrica, né posizione, né foto, documenti …

Perché?

Le relazioni umane e le comunicazioni interpersonali sono estremamente importanti per noi animali sociali. Esse stesse e ciò che ne deriva dev’essere tutelato.

Dentro WAP (e altri strumenti facenti capo allo stesso proprietario/gestore) passano buona parte delle comunicazioni digitali esistenti. Proprio WAP e altri strumenti, come ad es. faccialibro,

Queste due piattaforme si sono già distinte per abusare dei messaggi degli utenti. Per esempio, nel primo sono stati trovati dei difetti volontari nel codice di cui é composto, che permettevano, a chi li conosceva, di decifrare i messaggi benché inizialmente cifrati. Il secondo é stato ad es. usato per indurre gli utenti a cambiare opinioni di voto. Roba che sicuramente già sapete.

Però faccio alcuni esempi aggiuntivi di uso plausibile dei dati che vengono scambiati su questa piattaforma.

Innanzitutto bisogna distinguere tra “dati” e “metadati”.

1) WAP pubblicamente dichiara di vendere i “metadati” delle comunicazioni.

Con “metadato” si intende ciò che caratterizza un messaggio al di là del messaggio stesso: es. mittente e destinatario, l’ora di invio, la dimensione e tipo di messaggio (immagine, testo, …), la rubrica del mittente, altre informazioni a cui ha accesso WAP nel momento in cui accede ai documenti/foto/video memorizzati nel telefono, la posizione che gli condividete.
… e da queste se ne possono calcolare esattamente parecchie altre. Ad es. la frequenza e gli orari con cui contattate tutti i contatti della vostra rubrica, che danno un’idea chiara delle persone a cui tenete maggiormente, quelle con cui avete un flirt…, quelle i cui messaggi inducono reazioni rapide, ecc ecc

Si può anche tracciare un messaggio (ad es. un video) che viene “rimbalzato” in rete, a partire dalla persona di origine per valutare la penetrazione del messaggio nella “rete”, dunque tra la popolazione (anche combinando informazioni di WAP con altri software, come faccialibro). Significa poter inferire in tempo reale l’impatto di un messaggio/pensiero diffuso in rete su una o più popolazioni interconnesse.

Peraltro, incrociando dati con faccialibro e altri si possono “profilare” le persone. Che significa, in senso operativo, poter addestrare una macchina (es. AI) che selezionando e proponendo specifici contenuti ad es. a Carlos, a pipo (“tizio” in cubano), o a Guido (altro personaggio tipico del nostro viaggio), sa indurre in ciascuno di loro, nel limite della personalità del soggetto, specifiche risposte. Come rabbia, voglia di comprare una scatola di cioccolatini, di rimanere altre 6 ore a scorrere messaggi su faccialibro, di ammazzare di botte il primo nero che trova per strada….e altre cose più o meno simpatiche come queste.

Questa non é fantascienza, ma in buona parte un documentato e in parte plausibile uso di dati personali lasciati (in massa) nelle mani sbagliate con una certa disinvoltura.

Se fossi a capo di una roba del genere, se avessi intenzioni totalitarie, avrei a disposizione uno strumento formidabile per individuare chi e come condizionare, per reprimere o fomentare il dissenso, o indurre pensieri e stati emotivi (indurre acquisti compulsivi é forse la più nota, ma “meno preoccupante” delle applicazioni).

Un esempio un po’ triste é un politico che inizia ad avere un certo rilievo ma che é inviso alla piattaforma. Un bot (uno software parzialmente autonomo) della piattaforma potrebbe essere usato per proporre alla cerchia prossimale di contatti della vittima, contenuti volti a indurre animosità (in senso lato) in queste persone, in modo da creare un contesto ricco di difficoltà alla “vittima” e ostacolarne le attività.

Un altro esempio ipotetico (che mi sta a cuore, perché preferisco i negozietti ai centri commerciali) é questo: Carrefour vuole aprire un nuovo stabilimento e si chiede dove collocarlo per catturare più clientela. Così compra da Google/WAP/… informazioni sulle strade percorse da potenziali clienti (a loro volta profilati e spinti a cogliere i “vantaggi” dalla grande distribuzione). Rispetto alla concorrenza del piccolo negozio, solo una grande catena può ottenere informazioni del genere. É così gli é più facile sbaragliare la concorrenza. Alzerà i prezzi più tardi, quando la piccola distribuzione sarà scomparsa. Questo lo si vede bene in tanti luoghi in Francia.

Inoltre, per quanto riguarda i “dati”:

2) é plausibile che WAP possa ancora decifrare (illegalmente) i messaggi, il che mette ulteriormente in pericolo eventuali “nemici” della piattaforma o dei suoi partner politici e commerciali.

Dopo questo pippone,  ecco un’alternativa.

Paradossalmente il codice di WAP é ispirato a quello di un altro strumento di messaggeria, che si chiama Signal.

Un’applicazione sia esteticamente che funzionalmente proprio analoga a WAP (tranne che il simbolo é un fumetto bianco su sfondo blu).

Come WAP, anche Signal é un servizio centralizzato. Di fatto ciò implica che non posso usare un’applicazione diversa da Signal per scrivere ad un utente di Signal (un esempio di servizio decentralizzato é l’email. La posso spedire da e indirizzare verso gestori diversi tra loro).

Ma a differenza di WAP, Signal non raccoglie né vende i metadati delle comunicazioni (almeno sulla carta). Inoltre il codice con cui é scritto é “open source”, che significa che altra gente può verificare che non ci siano evidenti difetti nel modo in cui é scritto. Anche per questo é ritenuto l’applicazione di messaggistica centralizzata più sicura.

Insomma (anche se vi suggerisco di usare molto meno il telefono, Cuba docet) suggerisco anche di rimpiazzare (o almeno sostituire quanto possibile) WAP con qualcosa di un attimo più etico e controllabile.

Quando ho tolto WAP, un effetto collaterale positivo é stato quello di ricevere molti meno messaggi a caso scritti da gente nel raptus da smartphone. Quindi maggiore quiete.

Peraltro tutte le persone con cui ho comunicazioni rilevanti (tranne una, un parente, per ripicca dopo una lite…pensa un po’) hanno compreso il fatto e aggiunto/rimpiazzato l’applicazione.

Spero che il pippone vagamente tecnico non vi abbia indisposto.

Cover: immagine da alternative.net

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Parole a capo
Enrico Tribbioli: “Il rumore del silenzio”. Alcune poesie

Parole a capo <br> Enrico Tribbioli: “Il rumore del silenzio”. Alcune poesie

Ringrazio Enrico Tribbioli per avermi permesso di riprodurre alcune sue poesie di questa opera dove le parole, i versi si dispongono sul foglio facendoti sognare nuovi legami.

 

Discendenza

 

Ho

      reciso,

                   radici,

alla pianta.

 

Il suo tronco

                    non

ha sanguinato.

 

Ho

     tagliato,

                   ponti,

al passato.

 

Il ricordo

               non

ha lacrimato.

 

Ho

     deciso,

(che)

         se

torno

         indietro

(ti)

      lascio,

                come

                         pegno,

un tiepido

                 sole

                       di aprile.

 

*

 

Navigando

 

Cercando

             attimi

di pace,

              inquietudine

ho trovato.

 

 

In un ordine

                   preciso,

          di resistenze,

freddi

messaggi

codificati.

 

 

 

La parola

                appartiene

sempre più

                   al

              silenzio.

 

*

 

Dolci naufragi

 

A me

         il mare

non piace,

                   ma

il naufragar

                    mi è

 

                          dolce

                                    …

*

 

Bianco

 

Silenzi

     ovattati,

                   spezzati

              dall’incedere

       croccante

di passi

            felpati,

      … come seguendo

una scia

                 infinita

tra cielo e terra

            

                       fino a mancare

                                     il segno

                          dell’ ultimo metro,

                                            … perso

                                 nel bianco del foglio

                                            che

                                                  ho in mente …

 

*

 

Jam session

 

Il fumo

              aspirato

 

da una consumata pipa

 

si perde

       nel soffitto della stanza,

in un piovoso pomeriggio.

 

Con gli occhi

alla finestra,

guardo il cielo cambiare:

ora

illuminato

     da un lampo,

come d’incanto,

ora

minaccioso

     e

greve,

più di una montagna.

 

 

Tutto così,

perfettamente,

         precario,

come una spericolata

         jam session.

 

L’improvviso

attacco del sax

(soffiato allo spasimo)

seguito dal rapido

            pulsare

del contrabbasso

e

   dalla sfacciata

ma precisa

       irruenza

della batteria.

 

                      Mentre

                                    il ticchettio

                                  della pioggia che cade,

                                  fa volare

                                                lontano

                                              i pensieri.

 

(Vecchi dischi con titoli indimenticabili)

 

 

*

Foto di Pink_Angel da Pixabay

 

Enrico Tribbioli è nato a Perugia dove risiede. Giornalista pubblicista, ha lavorato per l’emittente Umbria Radio e, attualmente, è collaboratore del settimanale regionale d’informazione “La Voce”. Appassionato di musica, ha condotto due programmi dedicati al jazz (Parentesi Jazz e Jazz Cafè). È autore delle raccolte di poesie “Il rumore del silenzio” pubblicato da Bertoni Editore nel 2024 e “Attraverso una finestra”, stampato presso la Tipografia Guerra di Perugia nel 1999. Sulla sua cifra stilistica, Enrico Tribbioli dice: “Mi sento vicino a Ungaretti e ai crepuscolari, più che a Montale o Caproni. Amo anche la libertà espressiva dei poeti della beat generation, come Ginsberg e Corso, che mi hanno avvicinato al ritmo del jazz. La musicalità per me è vitale, come lo è il silenzio.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso” APS.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 325° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

La rivolta del Lucio        

La rivolta del Lucio

“Tagliatemi  le palle ma gli occhi, quelli, lasciatemeli  stare!” urlava così ai  pestiferi ragazzotti che, in quel natale, saettavano petardi in Piazza Ducale. Gli si poteva rancar via tutto, sì. Ma non gli occhi. Quegli stessi che, in poco più di una decina di anni, era quasi avessero compiuto la  transumanza dei secoli secolorum.  Dal mondo contadino e del fine mestiere di bottega, al turbine incessante del prodotto industriale. Dal pasto condiviso al cannibalismo di massa. Perché così  lui si  sentiva; questo, la vita gli aveva dato in sorte: d’essere ingoiato, sbranato. Gli restavano gli occhi, i suoi, come malconci fanali che pure seguitavano a rischiarare una terra di nebbie. C’è chi si sarebbe  senz’altro fermato. Lui no. Su quella strada, il Lucio Mastronardi, voleva andarci fino in fondo. L’ha fatto.

Qualche giorno prima, come spesso in quei tempi accadeva, faceva un freddo bestia. La sera di quel giorno, la sala era strapiena. Età media, suppergiù vent’anni. Non era affatto una novità. In quegli anni, i settanta del secolo scorso, spesso capitava di trovarsi insieme per cercar di cavare il ragno fuori dal buco, capir l’andazzo del mondo. Si era tutti lì, dunque, ad accogliere il verbo di taluni caporioni, bell’apposta venuti giù da Milano: con in testa nientemeno che la Rivolusiòn. In ogni dove, la si era sparsa la voce. Da tutta la Lomellina, da Novara, dall’Oltrepo, in centinaia l’avevano raccolta. La sala ribolliva di umori sanguigni, voci, risate, bave di fumo come segnali che, tra quelle mura, tutti ci si era dati appuntamento con la storia. Quella che conta.

Barbe nere, larghi camicioni, anfibi, clark, eskimo e gonne a quadri, lì tutti insieme ci si ammucchia, ci si prude, ci si scalda. Si è davvero una caterva. Si è, come dire e non per scherzo, all’avanguardia; l’avanguardia delle sterminate città operaie, una sull’altra, in appena un pugno di anni, in fretta e furia e con mirabolante ottimismo, tirate verso il cielo. Sì. Le città di quella classe operaia che, senza dubbio, una via al Comunismo, prima o poi, la troverà. Ed è proprio di questo che, quella sera, si andrà a parlare. Proprio lì, a Vigevano. Prima fabbrica di scarpe. Nel 1856. Regno Sabaudo. Ora, capitale della scarpa italiana. Il che vuol dire del mondo intero. Vigevano che, nel dopoguerra, in anni venti, passa, da poco più di quarantamila anime, a sfiorare i settantamila. Sono le “tribù fameliche”, come, con cruda ironia, le appella il Giorgio Bocca, qui rabattate dal Polesine, dai picchi di Calabria, dalla Sicilia rurale, ma anche dai paesini lomellini, che si vanno via via a spopolare. Le si accampa perlopiù nei fetidi rioni di un centro antico, che cade a tòcch. Ai più fortunati, sono invece destinati duu locali e un balconcino in case sghembe, tirate su in fretta e furia, in questa o in quell’altra riva della città. Vigevano: settantamila anime…novantacinquemila para da scarp fatte in appena un giorno! Più tacchi che teste. Vigevano, sì. La Stalingrado di Lomellina. Che assicura al Partito Comunista il quarantasette per cento dei voti. Un collegio strasicuro, per il foresto Armando Cossutta, il sovietico di ferro, che pochi qui han mai visto in giro, ma a cui, le cosiddette masse operaie, tutte obbediscono nel voto.

La capitale del boom economico è per questo un terra fertile e attrattiva. Per chi è arrabbiato. Per i sanculotti di varia e composita natura. Per quelli che son fuori e a sinistra del Partito. Ossia, i rivoluzionari del Mao e Che Guevara. Carta che urla: Lotta Continua, il Manifesto, Il quotidiano dei Lavoratori. Ed è appunto perché la lotta deve ad ogni costi continuare, produrre i suoi frutti che, quella sera, ci si ritrova tutti alla Sala Leoni, storico approdo della politica locale.

Inizia l’assemblea. Con grande sorpresa dei caporioni milanesi, la sala ammorba di un pestifero tanfo. Cos’è? E il modernissimo tenacio. Appena qualche anno prima, così puzzolente, lo conosceva nessuno. Ora, a Vigevano, ci fan tutti i conti. Col tenacio, la colla industriale che vien dai crucchi, se non addirittura dagli americani, si impataccano a perfezione le suole delle scarpe. Respirarlo a grandi dosi, è peggio che attaccarsi a un tubo di scappamento. Di quei tempi, se ne usa a tonnellate. In molti, ci lasceranno la pelle. Pur col freddo, quindi, si sbarattano le finestre. Nessun problema. Ci si scalda a suon di parole. Le parole sono vespe impazzite che ronzano tra gonne, jeans, chiome bisunte. La sala è una nave che, alla deriva della Storia, colta da ormoni di bufera, barcolla, si sfalda, ribolle di furenti ammutinati.

In mezzo a cotanta ciurma, c’è un uomo, un omino che, così vederlo, nessuno gli darebbe due lire. E’ piscinin, mingherlino; uno dietro l’altra, nervoso, con l’aria di chi è lì per puro caso, fuma sigarette nazionali senza filtro. Non è giovane, non è vecchio, è sempre lui. Ci ha su un paltorin che dà sul liso; un para di scarpe con la suola un po’ conciata dalle lunghe vasche quotidiane sotto i portici della piazza. Puzza un po’. Di Negroni. Il suo amaro preferito. Una sera, in un abbaino vigevanese, una di quelle sere tra amici stretti, si dice se ne sia bevuta un’intera bottiglia. Sono voci che corrono.

Il maestro elementare Lucio Mastronardi – luciomastronardi.it

E’ lui. Il Lucio. Il Lucio Mastronardi. Di mestee fa da sempre il maestar elementar. Oltre a quello, da qualche tempo, gli è venuto il birlo dello scrittore. Mica uno di poco conto. Il Vittorini lo ha preso sotto braccio; il Calvino ne è stato folgorato. E’ così che il suo romanzo, Il maestro di Vigevano, dopo aver venduto un fracco, si è ritrovato finalista allo Strega. E’ così che a Vigevano è quindi sbarcato l’Alberto Sordi, in compagnia del Petri regista. Di quel romanzo han fatto un film. Lo han visto in tanti. Nel giro di poco, il Lucio Mastronardi diventa famoso. Un suo amico, capitato per caso in quel di Nuova York, tornato a Vigevano fa restar tutti a bocca aperta. Giura di aver visto in bella mostra, in una libreria vicino alla fift aveniu, il libro del maestar… tradotto nientemeno che in americano! E’ vero? Non è vero? Non importa. Basta questo per capir quanto, nella Vigevano capitale del boom, sul Lucio, se ne  contano davvero di tutti i colori. Di lui dicono sia un originale, di sinistra intendiamoci…ma del tutto irregolare. Questi, son gli affetti degli amici. Gli altri, gli altri tutti, quando lo vedono girano dall’altra parte, gli danno a stretta voce del matt, del foeura ad testa, di quello che…si sa mai quello che fa e quello che dice. In molti, non gli perdonano di aver fatto fare a Vigevano una figura di cacca. Perché? Perché nel suo romanzo, in quel film, ci si son visti…

Inizia l’assemblea. Vagonate di parole. Invettive. Direttive. La Rivoluzione scalpita, sfugge, d’imperio la si riacchiappa. Gli animi si scaldano eccome. La verve è certo a un buon livello. Parla questo, parla quello, parlan tutti. Ad un tratto, il Lucio, alza la sghemba manina. Da quel corpo mingherlino, prorompe una voce alta, decisa, che chiede gli sia data la sacrosanta parola. Anche lui, vuol dire la sua. Qualcuno storge il naso, altri si toccano le balle. Già…col Lucio, si sa mai. Tra i più buoni, tra gli amici, c’è chi ridacchia sotto i baffi. A tutti vien da pensare: “toh…e adesso cosa dice?”.

S’impone il silenzio. Parla lui…

“Scusate, compagni, volevo solo dire una cosa. Solo una e poi bòn,” sibila sbìrolo. “Me mi sa che, tutti questi vostri discorsi, son davvero inutili…”

Nella sala, cala un gelo che sa di Siberia. I caporioni milanesi (ma chi è questo qua?..) sgranano gli occhi, qua e là cigola qualche risatina soffocata.

“Datemi un po’ retta. Il Comunismo…” sfiata il Lucio “non ci sarà mai! Dico mai!..E volete sapere il perché?”

Alza il braccio. Ingrossa il petto. Alla Lenin, alla Petrolini…il Lucio ha il senso della teatralità storica.

“Perché gli operai vogliono diventare come i borghesi!!!Ecco perché!”

Apriti cielo! Pernacchie, scemo scemo, fischi a iosa. Lucio si incazza. Sommerso dal bailamme, blatera, urla. Vorrebbe ancora parlare, tentar di spiegare. Ma va là! Mai domo, attacca a questionare, punta il dito. Giusto allora, anime amiche lo raccattano sottobraccio; gli spiegano che davvero non è il caso, che è meglio se va foeura di ball. Così fa…

C’è stato un momento in cui, questo nostro strano paese, ha avuto in sorte una autentica genia di profeti. Son spuntati tra tonnellate di carabattole e cianfrusaglie; tra i feticci di quell’insorgenza produttiva, quel delirio di ricchezza a tutti i costi, il definitivo passo di cambio della Storia, che va sotto il nome di boom industriale. Lucio Mastronardi ne ha svelato l’altra faccia, il ghigno scuro, quello stesso che, in quegli anni, ha fatto di Vigevano il laboratorio sociale dell’ipotesi ultima: In barba a tutto e tutti, conquistare il paradiso del consumo! Lo ha fatto non da vanaglorioso intellettuale, che scatarra nel piatto dove, il più delle volte, lui stesso mangia. No. Il Lucio, dentro il piatto, era l’avanzo. Tra gli avanzi ha trovato i suoi eroi al contrario…eroi per il semplice fatto di incarnare appieno tutta la nullità dei loro tempi. Ecco allora sortir dalla sua penna il maestro Mombelli, il Sala che fa lo scarparo, il meridionale impiegato del fisco, tutti condannati ad una vita da cronici infelici; tutti miseri, tutti vinti, banalissime pietruzze della gran macina che ogni cosa travolge. Nessuna grazia, nessun  fronzolo, nessun adornamento. Per dir delle loro vite, il Lucio se ne sbatte del neorealismo, della critica sociale, così in voga  di quei tempi. La sua è una scrittura spiazzante, che par abbia la tosse del catarro quello secco di chi fuma tanfo e fiele. E’ una scrittura senza alcuna invettiva; di uno che per caso traversa una strada, vede, sputa, poi svolta di fretta il cantone.

Come a dire che nulla resta da fare. Che il Mombelli, il Sala, tutta la compagnia cantante, una volta apparsi in scena,  devono per forza di cose canticchiar la canzonetta che altri, per loro, hanno scritto e musicato. Non è una canzone d’autore. E’ un coro solenne. Un peana indistinto in onore del dio. Quale dio? Il dio che c’è adesso. Che veglia sui destini del cittadino ignoto, della formica che formicola nell’enorme formicaio. E’ la massa che puzza come un brodo andato a male. Il dito, la penna, del Lucio, indica nessun luogo. Come un cronista di nera si limita ai nomi, ai fatti. C’è dell’altro? C’è una via d’uscita, un fare diverso, un’estrema ridotta che sa di salvezza? No. Non più. Qui giunti; qui finisce. Come a dire che tutto, l’ammasso delle idee, delle parole vuote e vane, tutto, qui dove si è capitati, è oramai roba da averci e da comprare. L’è una storia de danee.

Tutto questo ha visto il Lucio. Al pari di un Grosz, ha dipinto, nel grottesco, il collettivo impazzimento. Nessuno, al pari di Mastronardi ne ha colto fino in fondo la tragedia. Ci han provato il Bianciardi, il Calvino, il Piovene. Lo ha cantato il Pasolini. Nessuno, con pari, disarmante, ferocia.

L’identica ferocia che, da parte a parte, ha infilzato la sua vita. Fino al punto di non capirci più nulla. Di farla per sempre finita. Perché, a un certo punto, a furia di sbatter la testa di qui e di là, a questo ha pensato il Lucio. Che un bel dì tenta di ammazzarsi buttandosi giù dal balcone di casa. Un gesto tragico, senza dubbio. Che assume, come di chi vive nei suoi romanzi, i contorni della tragica farsa. Quel giorno, giù dal balcone, invece di sfracellarsi sull’asfalto, il Lucio centra in pieno il tettuccio decappottabile di un’utilitaria. Lo sfonda. Si rompe qua e là. E’ vivo. Dirà gli è andata male. Nel frattempo, litiga di brutto con il suo direttore scolastico. Lascia indietro la scuola. Va a lavorare alla biblioteca Sormani di Milano. Non sopporta la città. Lascia anche Milano. Torna a Vigevano. Litiga ancora; per questo, condannato, passa alcuni giorni in cella a San Vittore. Esce. Va in pensione. Crede di avercela fatta. Di poter finalmente scrivere in pace. Ma va là. Dai che fuma come un turco, di lì a poco respira più. Sta male. La visita a Pavia è perentoria: ha un brutto cancro.

L’ultima volta che lo vedono vivo, cammina come un matto avanti indree sul ponte di quel Ticino di cui tanto, nei suoi romanzi, ha parlato. Lo cercano per giorni. Poi, lo trova un pescatore. Bon. Ciao Lucio. Fin de la storia.

 

In Copertina: Lucio Mastronardi –  sta in “Lucio Mastronardi ed il romanzo del boom”, Latina Città Aperta, 16.04.2021

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Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere

Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere.
LETTERA APERTA AL MONDO

di Ikay Romay *

All’umanità intera,
alle madri del mondo,
ai medici senza frontiere,
ai giornalisti con dignità,
ai governi che credono ancora nella giustizia

Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.
E il mondo guarda dall’altra parte.

👵 DENUNCIA PER I MIEI NONNI:
Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.

👶 DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI:
Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.

Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?

🍽️ DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE:
Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.

La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.

Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.

⚕️ DENUNCIA DEI MIEI MEDICI:
Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.

I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato.

🌍 AL MONDO DICO:
Cuba non chiede l’elemosina.
Cuba non chiede soldati.
Cuba non chiede che ci amiate.

Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.

Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.
Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ.
Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.

Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.

Ai governi complici che tacciono:
La storia vi presenterà il conto.

Ai media che mentono:
La verità trova sempre una via d’uscita.

Ai carnefici che firmano sanzioni:
Il popolo cubano non dimentica e non perdona.

A coloro che hanno ancora umanità nel cuore:
Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?

Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.

Ikay Romay* 

TRADOTTO E DIVULGATO DA ASSOCIAZIONE SVIZZERA-CUBA, Sezione Ticino
ticino@cuba-si.ch

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Non mi importa se non condividi mai nulla.

Ma questo è diverso.

Questa non è una foto di un tramonto.
Questa non è una notizia di gossip.
Questa non è solo un’opinione.

Questo è un GRIDO. E i gridi non si tengono per sé. Si ASCOLTANO. Si RIPETONO. DIVENTANO UNA FOLLA.

Perché le madri di altri paesi sappiano che qui ci sono bambini che lottano in incubatrici spente a causa del blocco.
Perché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono in attesa di medicinali che Washington non lascia entrare.
Perché i governi complici provino vergogna.
Perché i media bugiardi non abbiano scampo.
Perché i carnefici sappiano che NON STAREMO ZITTI.

Non tenere questo testo per te.
Non essere complice del silenzio.

FAI IN MODO CHE QUESTA DENUNCIA ARRIVI PIÙ LONTANO DEL BLOCCO.

#CubaDenunciaAlMundo
#ElBloqueoMata
#NiñosSinIncubadoras
#AncianosSinMedicinas
#HambreIntencional
#CrimenDeLesaHumanidad
#CubaVive
#COMPARTEporCuba
#QueElMundoNosEscuche
#DenunciaQueDuele
#CubaGrita
#ElBloqueoEsCrimen
#ViralizaLaVerdad
#PatriaOMuerte
#Venceremos

Testo originale in spagnolo

Embargo contro cuba

Mercosur, qualche luce e molte ombre

Mercosur, qualche luce e molte ombre

L’accordo tra UE e il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), prevede una graduale riduzione in 15 anni dei dazi sul 91% dell’interscambio UE. Il mercato sale a 780 milioni di consumatori e produttori e il 25% del Pil mondiale. E’ stato approvato a maggioranza qualificata (in dissenso Austria, Francia, Irlanda, Polonia, Ungheria, astenuto il Belgio) dai rappresentanti dei capi di Governo della UE. E’ “a causa mista”, per entrare in vigore deve essere ratificato dai Parlamenti dei singoli Stati. La questione andrà quindi per le lunghe anche perché è stato rinviato dal Parlamento UE (con una risicata maggioranza) alla Corte UE per capire se è coerente coi Trattati.

Dal punto di vista politico è la prima vittoria dell’attuale élite UE, dopo le “umiliazioni” subite dall’alleato Trump sui dazi (15%) e le altre vessazioni[1], ma si poteva dimostrare una capacità di iniziativa indipendente dagli Usa (come si è fatto con l’accordo di poche settimane fa con l’India, escludendo il settore agricolo come vogliono giustamente i contadini).

Un aspetto positivo è che i dazi vengono ridotti con gradualità e il trattato è stato migliorato (dopo le proteste dei contadini) su aspetti che riguardano il rispetto degli stessi standard UE di sostenibilità ambientale, diritti del lavoro, biodiversità che invece non sono imposti al Sud-America. Saranno tutelati 357 prodotti IGP UE e oltre 200 in America Latina (ma molti altri UE non saranno tutelati).

Attualmente i dazi verso il Sud America sono 14-20% sui macchinari UE, 35% su auto, fino al 14% sui farmaci, 27% su vino e 28% su formaggi. Come si vede i dazi esistevano (eccome) anche se con Trump si è fatto finta che il mondo fosse senza. I dazi infatti non sono il “diavolo”, ma in alcuni casi sono molto utili per proteggere le proprie imprese nascenti dalla forte concorrenza estera (non a caso nel pugilato ci sono pesi piuma e quelli massimi) e soprattutto la propria agricoltura, che non è un settore industriale, ma strategico per ogni nazione, in quanto tutela la sovranità alimentare, la salute, la cultura, la manutenzione del territorio, rende bello il paesaggio, oltrechè ridurre l’inquinamento perché i costi dei trasporti non sono contabilizzati nei prezzi e sono pagati dal pubblico per sistemare strade, fare porti, disinquinare.

Chi infatti manutiene e rende bello il territorio quando saranno sparite un altro 50% di piccole imprese agricole? Perché acquistare cibi lavorati un tempo fatti dagli italiani (dalla bresaola alle crocchette di pollo) che saranno “made in Italy” ma con componenti al 90% brasiliani? Perché così prevede l’accordo: quando usi un prodotto del Sud-America e lo lavori diventa tutto made in Italy.

I vantaggi sono invece per le aziende esportatrici industriali UE che vedono gradualmente azzerarsi i dazi: auto, macchinari, ceramica, farmaci, vino, formaggi e possono importare più materie prime e agricole dal Sud America; che, a sua volta, potrà esportare in Europa i suoi prodotti, che oggi non entrano nella UE non perché ci sono dazi, ma perché mancano di quei requisiti ambientali e sanitari che sono applicati ai prodotti UE, come la carne bovina (che spingerà ancor più gli allevatori brasiliani ad abbattere la foresta amazzonica), polli, zucchero, riso, etanolo, miele, mais, latte in polvere e artificiale, etc. oggi non permessi perché coltivati senza standard UE. Ci saranno più controlli alla dogana… nel senso che passeranno dall’attuale 4% al 5-6% (se va bene). Report ha mostrato il viaggio di carne scaduta partita dall’Uruguay trasportata in mezzo mondo senza che nessuno la fermasse.

Le aziende dell’America Latina che esportano nella UE non sono certo i piccoli contadini ma grandi multinazionali latifondiste, spesso controllate da fondi finanziari Usa come Monsanto, che usano il glifosato (cancerogeno), sfruttano sia i terreni che i braccianti con salari nella UE impossibili. Nella filiera dei prodotti UE, queste multinazionali Sud americane sostituiranno molte piccole aziende agricole UE che coltivano bene, sano e bio, ad un prezzo minore (ma anche di minore qualità…tanto non si vede).

Ci sarebbe un modo per evitarlo: fare un accordo, come quello fatto con l’India, che esclude il settore agricolo o introdurre etichette che tracciano tutta la filiera in modo che i clienti (con QR code ed etichette) possano sapere davvero tutto della filiera agricola. Ma non si fa, se no si dovrebbe dire che il 90% della carne bovina della bresaola della Valtellina proviene dal Brasile o che i fornitori agricoli sono poco pagati. Tutte cose che si potrebbero fare, specie oggi che c’è la cosiddetta “Intelligenza Artificiale”, ma che non si fanno per questioni di profitto e di potere. Lo spiraglio c’è perché, anche dopo l’accordo, ciò potrà essere materia di gestione e, comunque, ogni parlamento nazionale deve ratificare.

E’ quindi comprensibile che ci siano forti opposizioni delle associazioni agricole (e specie dei contadini francesi, italiani, polacchi). L’élite UE ha dovuto aumentare i fondi per la politica agricola (per convincere alcuni Stati e i contadini), anziché tagliare i fondi come voleva, per cui il budget agricolo è rimasto lo stesso anche per i prossimi 7 anni (2028-2035). Sarà però gestito dalle singole nazioni (un passo indietro).

In termini di valore, le carni bovine rappresentano il 3% del consumo annuo degli europei e stime analoghe riguardano pollame, zucchero. Si ridurranno i prezzi per i consumatori ma saranno penalizzati i nostri contadini che producono prodotti sani e bio. Vantaggi con prezzi più bassi ci sarebbero anche per chi trasforma marmellate, conserve, biscotti, cereali per la colazione, latte artificiale, alimenti per animali domestici, e per la carne suina, lattiero-caseario, vino, liquori, bevande, ma anche formaggi francesi, prosciutti italiani, liquori irlandesi, salsicce tedesche, i cui trasformatori potranno acquistare dal Sud Americani la materia prima per vendere a prezzi inferiori. Il risultato sarà cibo nei supermercati a minor prezzo e più scadente e minor occupazione agricola UE.

Si salva il vino che potrebbe beneficiare dell’export, ma bisogna fare attenzione anche a un altro problema: già ora con le IGP (Indicazione Geografica Protetta) ci sono prodotti che risultano realizzati in Italia ma con materie prime estere. Una pasta fatta con grano italiano al 51% è presentata come al 100% made in Italy e questo varrà per molte lavorazioni. Per questo ci vorrebbe una legge molto più precisa per quello che riguarda la tracciabilità e l’indicazione dei Paesi.

Gli agricoltori europei, specie quelli più piccoli che producono sano e bio saranno i più colpiti, specie in un periodo in cui cala il reddito e ci si rivolge a prodotti coi prezzi più bassi. I cittadini più poveri (che acquistano guardando al prezzo) saranno i più colpiti. Tutti sanno che una cattiva alimentazione mina la salute, l’iniziativa e il pensiero. Crescerà la spesa sanitaria pubblica.

Per evitare la via anglo-americana del cibo spazzatura (inglesi e americani sono quelli che spendono meno per l’alimentazione, 10% del reddito contro una media UE del 15-20%) che mina la salute e che paghiamo poi come Stati, sarebbe necessario migliorare (non peggiorare) la qualità della filiera agricola e la tracciatura dei fornitori in modo che i consumatori sappiano chi coltiva e quanto viene pagato; diversamente, si afferma una logica consumista a cui aderisce anche la UE.

Si dirà: ma i prezzi degli alimenti così non calano! Certo, ma gli italiani spendono oggi pochissimo del loro reddito per gli alimenti (17% in media, rispetto al 50% dei nostri nonni) e sarebbe intelligente, specie per un paese come l’Italia, avere un’agricoltura e un’alimentazione di qualità, a costo di spendere una cifra che è comunque bassa (1/6 del proprio reddito), perché un’agricoltura italiana ben fatta migliora non solo la salute, ma il paesaggio, la sua manutenzione, che non si vede chi farà quando tutti i contadini saranno spariti.

Le stesse associazioni agricole, che ora protestano, per essere coerenti non dovranno cedere su norme come le emissioni del bestiame, anti-deforestazione, l’uso eccessivo di pesticidi, il benessere degli animali, indebolendo la regolamentazione interna europea.

La UE avrebbe potuto usare il Mercosur per portare il Sud America gradualmente agli standard più elevati UE in materia di sostenibilità, salute alimentare, qualità dei prodotti e dei salari, piuttosto che invertire la marcia su ecologia, biodiversità e standard ambientali e sanitari.

E’ la stessa via che abbiamo tracciato con l’India (escluso il settore agricolo) e che si dovrebbe fare anche con l’Africa di cui la UE è il maggior partner (nel 2024 con 355 miliardi, mentre Cina e India insieme fanno 400 miliardi e solo 70 gli USA), sviluppando un modello di equa reciprocità, attento allo sviluppo delle comunità locali africane, alla piccola agricoltura per aiutarli a produrre cibo sano per il mercato africano (e domani per l’estero, se è sano), mantenere la biodiversità, manutenere il territorio, rispettare la Natura, i diritti dei lavoratori.

Il contrario del piano “Mattei” (che si rivolterà nella tomba per l’uso del suo nome), che è quello di BF: affittare per 49 anni grandi estensioni da 10mila ettari coltivate in modo intensivo con trattori e pochissima manodopera per produrre soia, mais, arachidi e riso secondo un modello coloniale che distrugge la piccola e media impresa africana (oggi chiamata “di precisione” perché usa robot e droni), mentre la cooperazione italiana (con soldi pubblici) crea attorno all’azienda privata BF scuola e strade. Un modello tipico delle multinazionali in cui i profitti sono privatizzati, si socializzano le perdite a carico dello Stato italiano e l’agricoltura sarà allineata al latifondismo americano e consumerista, che distruggerà l’agricoltura africana e contribuirà a creare disuguaglianze e inquinamento. Più che agricoltura quella è l’applicazione del modello industriale alla Terra.

Che dire poi della nuova ri-nazionalizzazione dei fondi PAC agricoli? Un passo indietro nella leale competizione e negli aiuti ai veri contadini, tema sollevato anche dalla Corte dei Conti UE che ha bocciato l’assorbimento della PAC nei 2mila miliardi del budget UE.

Gli agricoltori vogliono una legge a livello europeo sulla tracciabilità dei prodotti. Ci sono leggi nazionali che però sono in deroga, vengono prorogate di anno in anno o per un certo periodo, ma non esiste una legge UE che obblighi a indicare sull’etichetta il Paese d’origine. In Italia per certi prodotti esiste questo obbligo, ma in virtù di un decreto che viene prorogato da 12 anni. Se ne sta parlando a livello europeo e Francia e Spagna si sono mosse in questa direzione.

Il mio amico Lula è d’accordo perché anche per lui è un successo “politico” per essere rieletto alle prossime elezioni del 2026, ma in Sudamerica i piccoli e medi agricoltori sono contrari a questo accordo, perché darà il via libera alla grande agricoltura industriale, quella che sfrutta i territori e farà morire anche in America Latina (com’é avvenuto da noi) le piccole aziende. Tutto il settore agricolo fa un ulteriore passo verso la concentrazione fondiaria di poche multinazionali o fondi di investimento che considerano gli alimenti delle commodity da vendere al minor prezzo possibile.

In sostanza vince l’industria, la grande azienda agricola, l’export, chi vuole prezzi più bassi. Perdono i contadini, quel 20% che vuole un’alimentazione sana a costo di pagarla un po’ di più, la salute degli europei, il paesaggio (che diventerà più brutto) e la manutenzione del territorio (che si farà sempre meno).

 

 

[1] 800 miliardi di riarmo e 3,5% di spese militari come nuovo obiettivo dei singoli Stati, con conseguente forte incremento degli acquisti di armi made in Usa, 800 miliardi di investimenti in USA, sostituzione del gas russo con quello americano costoso il triplo,…) a cui mi permetto di aggiungere nessuna sanzione per Israele, isolando così la UE col resto del mondo.

 

Cover image Eleusis Llanderal/CIMMYT license https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/

LA MAESTRA.
Un racconto liberamente tratto da storie ascoltate dagli abitanti del grattacielo.

LA MAESTRA

Un racconto liberamente tratto da storie ascoltate dagli abitanti del grattacielo.

Ho vissuto nel grattacielo gran parte della mia vita, ero una maestra anzi lo sono ancora, perché non è un mestiere dal quale raggiunti i limiti di età, si va in pensione. Si rimane maestra tutta la vita, almeno è sempre così che ho inteso la mia professione. Ho avuto la fortuna di insegnare a molte generazioni di bambini, ho coltivato menti e cuori, non ricordo più i loro nomi, ma i volti le fragilità e la loro vivace curiosità, quelle non le dimentico.
Per anni ho dato tutta me stessa affinché ogni bambino potesse godere di una pedagogia accogliente ed inclusiva volta a fare di loro futuri cittadini consapevoli ed istruiti. Più parole imparerete a padroneggiare e più sarete in grado di destreggiarvi nella vita, questo era il  motto che ripetevo sempre ai miei alunni, perché credevo fortemente nelle loro giovani potenzialità.
Ho dedicato tutta la mia vita a perseguire gli ideali in cui credo fortemente, con grande passione mi sono dedicata all’educazione dei giovani, non ho la certezza di essere pienamente riuscita nel mio intento, ma so per certo che sono entrata sempre in classe come si entra in un tempio, con estrema serietà e rispetto.

Ora che devo lasciare la mia casa nel grattacielo, non posso fare a meno di provare smarrimento e paura, mi sento fragile, proprio io che in passato sono stata la “mamma” di tanti bambini, il loro punto di riferimento. Oggi sono tutti diventati giovani donne e giovani uomini, chissà cosa penseranno leggendo le mie parole, la loro anziana maestra cacciata di casa, senza responsabilità alcuna, proprio quella maestra che insegnava loro i valori di equità e giustizia.

Cover: publicdomainpictures.net

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365 all’alba
(un racconto)

365 all’alba
(un racconto)

La porta carraia quando si chiudeva dietro di te era come quella del carcere, un clang metallico e pesante ti divideva dal resto del mondo, dalla tua vita, messa in sospeso per un anno, regalata allo stato che in cambio non ti dava niente. O quasi.

La piazza d’armi stava lì immota e immobile, illuminata dai fari delle luci perimetrali, la bandiera italiana ammainata e stanca giaceva nel buio della notte ai piedi del pennone più alto. Il rientro dal “36” era sempre così, vuoto e senza anima, quella era rimasta fuori dalle mura della Caserma intitolata ad A. Boltar, “che con sprezzo del pericolo pur ferito a morte oltrepassò le linee nemiche col proprio camion per salvare dei commilitoni”, medaglia d’argento al valor militare. Mi sono sempre chiesto che cazzo dovesse fare uno per avere la medaglia d’oro, mah, misteri della Repubblica.

Lo zaino pesante (sempre più avanti bisogna andar) sulle spalle e ci si arrampicava sulle scale della palazzina dove erano dislocati i servizi generali e le camerate, l’infermeria a piano terra, al primo piano fureria, magazzino truppe e l’armeria. E il cesso, come sempre in fondo a destra. La sensazione perenne, che durava da prima del primo giorno al C.A.R. in quel di Diano Marina era lo scazzo, infinito persistente e appiccicoso scazzo. Nel buio della camerata, solo con la luce della luna, filtrante dalle finestre rotte che si affacciano sulla palazzina docce, si apriva l’armadietto doppio, dove donnine svestite ti guardavano ammiccanti dai calendari. La stecca ti indicava il percorso fatto e, soprattutto, quello da fare. In mutande e canottiera ci si recava nei bagni con la luce sempre accesa, anche di giorno manco fossimo in moto, l’asciugamano al collo come pugili suonati si espletavano gli ultimi bisogni corporali della giornata e una sguazzata veloce ai denti. Strusciando le ciabatte si tornava alla branda (già fatta, una regola tassativa che valeva sia per le burbe che per i nonni), al rientro dalla licenza era impossibile avere ancora il cubo e non il materasso steso. Non solo per gentilezza, ma soprattutto perché si scassava la minchia a quelli che stavano dormendo.

L’ultimo atto, alla faccia del salutismo moderno, ci si accendeva l’ultima Marlboro che bruciava rossa, come un occhio di lupo nella notte Trevigiana.

Sveglia, sveglia, giù dalle brande” gracchiava alle sei della mattina dopo quel cazzo di caporale di giornata. Contrappello, adunata e alza bandiera, con Mameli che ci ricordava il canto degli Italiani, dopo un po’ rompendo pure decisamente il cazzo.

Colazione, con biscotti della razione K, fette biscottate scadute durante la grande guerra e latte talmente scremato che l’acqua Panna sapeva decisamente più da mucca. Poi, i commilitoni si sparpagliavano ai vari servizi, il furiere, il magazziniere, l’ufficio posta, il benzinaio, il cuciniere.

La giornata scorreva lenta ma veloce, non saprei come altro spiegarlo, le birre formato EI, sparivano dalle casse della cucina come i gettoni telefonici durante le chiamate alle morose. Evaporavano nelle assetate ugole dei najoni come gocce di pioggia nel deserto dei Tartari.

La sera si usciva a mangiare alla bettola vicino alla stazione dove con un deca si mangiavano tagliatelle unte come il carter di un college Cobra, bistecca di animale sconosciuto, patate fritte e vino rosso composto da una miscela di acqua di pompa, solfiti, bustine di polvere rossa e tannini scaduti. Pure un deca non era poi poco e quindi la maggior parte della settimana si mangiava in mensa, talmente presto che più che una cena sembrava una merenda. Poi lo spaccio truppa o la camerata erano i nostri luoghi di ritrovo, storditi dal Cordiale, dallo Zabov e dallo Stock 84.

Seduti a terra nel corridoio tra la fureria e il magazzino, si mangiavano sigarette, spegnendole dentro a bottigliette di birra 0,2 vuote. Urla, grida sguaiate, ragazzi barcollanti appoggiati ai muri, pensieri sula vita reale, e sul futuro che contava unicamente quanti giorni erano scalati dai 365 di fine pena.

La vecchia è stanca e non ce la fa più” strillavano i più fortunati, mentre gli altri attendevano il proprio turno per diventare fantasmi e sbrandare intere camerate la notte prima del congedo.

V° Ska 1989 _ Va O.R.E (TV)

Copertina: naja militare – perlapace.it

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Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale

Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale

Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale

C’è una parola che la stampa italiana maneggia come fosse un concetto neutro, quando invece è un proiettile: maranza. È diventata un’etichetta pronta all’uso, un marchio di infamia cucito addosso ai giovani razzializzati delle città del nord, l’ennesima invenzione linguistica che serve a riprodurre gerarchie, non a descrivere la realtà. La sua comparsa negli esami pubblici dell’Ordine dei giornalisti non è un errore[1]: è la prova di un giornalismo che ha interiorizzato, senza più neppure accorgersene, l’ideologia sicuritaria e il dispositivo coloniale che governa l’immaginario nazionale.

L’Italia ha deciso che quei ragazzi – in tuta, con la trap nelle orecchie, col borsello a tracolla, con un islam non addomesticato – non sono parte del paese: sono un disturbo, un rumore di fondo, una minaccia sempre sul punto di materializzarsi. E così la parola maranza è diventata un alibi: un modo per evitare di guardare la verità più semplice e più destabilizzante. La verità che questo paese è già multietnico, multiculturale, multireligioso, e che la sua gioventù non assomiglia più alla favola rassicurante dell’italianità bianca, cattolica e obbediente.

La criminalizzazione dei maranza dice molto più dell’Italia che dei ragazzi stessi. Dice che lo Stato, quando incontra ciò che non controlla, non dialoga: reprime. Dice che il giornalismo, invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, cerca categorie etniche con cui giustificare la paura. Dice che la destra, ma anche troppo spesso un centro-sinistra stanco e pavido, ha bisogno di costruire un “nemico interno” per evitare di nominare le contraddizioni del capitalismo neoliberale.

Houria Bouteldja, in Maranza di tutto il mondo unitevi[2] lo dice senza mezzi termini: il maranza è la figura che meglio incarna l’espropriazione, la marginalità prodotta dalla fine del ciclo fordista e la razzializzazione intrinseca del progetto nazionale europeo. Ci ricorda che il problema non sono questi giovani, ma l’ordine sociale che li produce e poi li respinge. come scarti[3] . Sono loro la parte viva, conflittuale, potenzialmente rivoluzionaria delle nostre metropoli. In loro si incarna ciò che l’Italia non vuole vedere: la genealogia coloniale della propria identità, la violenza strutturale della polizia, la frattura tra chi ha diritto di cittadinanza piena e chi è sempre in condizione di sospensione.

La costruzione del “maranza” come minaccia è l’ennesima ripetizione di un copione antico. Valerio Marchi lo ha spiegato con lucidità: le società in crisi generano folk devilscapri espiatori utili a scaricare ansie e contraddizioni.

Tommaso Sarti, nel suo Pisciare sulla metropoli[4], mostra quanto questo processo sia oggi raffinato: la parola maranza attiva immediatamente un archivio di stereotipi coloniali, islamofobici, classisti. È sufficiente pronunciarla perché venga evocata una figura compatta e spaventosa, fatta di violenza gratuita, incapacità educativa, rifiuto della modernità.

Nulla di tutto questo corrisponde alla realtà. È la proiezione della nostra paura della periferia, della nostra incapacità di ragionare in termini di conflitto sociale, del nostro rifiuto della complessità. L’Italia non tollera che la sua seconda generazione non voglia più starsene zitta. Non perdona a questi giovani di aver rotto il patto della politesse e di aver scelto la politique: prendere parola, prendere spazio, prendere posizione.

Ogni tentativo di controllare i maranza — dalle ronde fasciste alle crociate moraliste dei talk show — fallisce perché scambia per “devianza” ciò che è in realtà un processo di soggettivazione politica. La cultura trap e drill non è folklore: è un discorso antagonista che parla la lingua della strada e rivendica un diritto fondamentale, quello a non essere normalizzati.

Quando Baby Gang canta “Marocchino”, non sta chiedendo integrazione: sta gettando in faccia al paese il rifiuto di ripulirsi per renderlo tranquillo. Quando i ragazzi citati da Sarti evocano Gaza, Falastin, il bled, non stanno giocando a fare gli “esotici”: stanno costruendo un immaginario politico transnazionale, una genealogia di resistenza che lega Milano, Londra, Parigi, Casablanca. È una cultura che rifiuta la vergogna e ribalta lo stigma in dignità.

In questo senso, la categoria maranza non va solo rifiutata: va riconosciuta come ciò che tenta di essere sotto la superficie della stigmatizzazione. Un noi che non si lascia catturare, una comunità che supera i confini della nazione, una gioventù che smette di chiedere permesso.

Sarti lo mostra senza giri di parole: in tanti quartieri popolari lo Stato non esiste se non in forma repressiva. Non c’è investimento, non c’è cura, non c’è welfare. Ci sono pattuglie, posti di blocco, controlli mirati sui corpi razzializzati.[5] La violenza che la politica imputa ai maranza è in realtà un riflesso della violenza istituzionale che li circonda.

Il caso di Ramy Elgaml ha messo a nudo questo dispositivo: un ragazzo morto durante un inseguimento, una comunità in strada, e subito la narrazione mediatica pronta a definire “rivolta etnica” ciò che era semplicemente una richiesta di giustizia. Ancora una volta, la colpa non stava nelle azioni dei ragazzi, ma nel fatto stesso che osassero protestare (leggi anche Corvetto, scuole aperte e patti educativi).

Il panico morale sul maranza è la conferma dell’incapacità italiana di confrontarsi col proprio passato coloniale. Il paese che si racconta come “buono” rifiuta di vedere che il proprio immaginario è ancora attraversato dall’idea del meticcio come corpo sospetto, da disciplinare o espellere. Per questo la proposta della Lega di “remigrare” le seconde generazioni non è un incidente retorico: è la conseguenza logica di un sistema che definisce l’italianità in chiave etnica.

Bouteldja ha ragione quando dice che la linea del colore è ormai il vero crinale del conflitto politico. Non è sufficiente parlare di sfruttamento senza parlare di razza; non è possibile immaginare un movimento emancipativo che non tenga conto della posizione dei corpi razzializzati nella gerarchia sociale. I maranza non sono un problema da risolvere: sono un segnale che la lotta contro le disuguaglianze oggi passa necessariamente per la decolonizzazione degli immaginari.

L’Italia teme i maranza perché intuisce – confusamente – che attraverso di loro sta emergendo un nuovo soggetto politico. Non un partito, non una minoranza organizzata, ma un insieme di pratiche: occupazione dello spazio pubblico, rifiuto dell’integrazione subalterna, creazione di estetiche proprie, costruzione di reti transnazionali, rifiuto dell’autorità statale, uso della musica come veicolo di teoria politica.

Sono gli eredi inconsapevoli delle lotte anticoloniali, dei movimenti neri, della cultura hip-hop radicale, ma anche della storia operaia italiana che i dominanti vorrebbero cancellare. Non cercano di entrare nel sistema: cercano di incrinarlo dall’interno. Ed è precisamente ciò che questo paese – fondato sulla paura della disobbedienza – non può tollerare.

Accettare le tesi di Bouteldja e Sarti significa invertire completamente lo sguardo: non sono i maranza a minacciare l’Italia; è l’Italia a minacciare loro. La loro esistenza denuncia le nostre strutture di dominio: la cittadinanza escludente, il razzismo istituzionale, il controllo poliziesco, l’ipocrisia mediatica, la nostalgia coloniale.

I maranza non devono integrarsi: devono essere riconosciuti come parte del processo di ridefinizione della città contemporanea. Non devono “calmarsi”: devono essere ascoltati. Non devono assimilarsi: devono esistere liberamente, come portatori di una possibilità politica che l’Italia non ha ancora avuto il coraggio di immaginare.

Loro sono già ciò che questo paese finge di non essere meticcio, insubordinato, globale, vivo. Ed è proprio questo che spaventa.

Note:
[1] “Maranza” in una traccia d’esame per i giornalisti. Esposto all’Ordine – https://www.professionereporter.eu/2025/11/maranza-in-una-traccia-desame-per-i-giornalisti-esposto-allordine/
[2]
Houria Bouteldja – “Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie” DeriveApprodi, 2024
[3] Vincenzo Scalia – Alla ricerca del maranza perduto. Recensione a Houria Bouteldja, in Studi sulla questione criminale online al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/05/28/alla-ricerca-del-maranza-perduto-recensione-a-houria-bouteldja-maranza-di-tutto-il-mondo-unitevi-per-unalleanza-dei-barbari-delle-periferie-deriveapprodi-2024/
[4] Tommaso Sarti – “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e criminalizzazione dei maranza” DeriveApprodi, 2025
[5]
Iacopo Cirilli , Recensione di “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e criminalizzazione dei maranza”, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/12/01/recensione-di-pisciare-sulla-metropoli-trap-islam-e-criminalizzazione-dei-maranza/

Italo Di Sabato *
Già dirigente di Democrazia Proletaria, ex consigliere regionale in Molise per Rifondazione Comunista, candidato alla camera per Potere al Popolo. Collabora  a varie riviste e giornali tra cui “Il bene comune” , “is News è notizia” e “comune-info.net”.

In copertina: Giovani antagonisti nel Nel borgo di Melle in Piemonte – B-HOP magazine

LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. IL CIVICO 21

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Il civico 21

Nell’uscire dalla pizzeria Bella Mia dove avevo mangiato una pizza super-schiacciata con le cipolle di Pontalba, scambiai qualche parola con Amed, il pizzaiolo. Della storia della volpe verde lui non sapeva nulla, mi disse che i Conti Cenaroli abitavano dall’altra parte del paese e che nessuno di loro era mai andato al Bella Mia a pranzo o cena.

“Si vede che la pizza è un alimento troppo da poveri” mi disse con un certo sdegno commentando il fatto che i Conti non erano mai stati nel suo locale.  Aveva negli occhi un’aria di sfida, come se pensasse che io fossi un simpatizzante della nobilità e, per questo, uno da cui diffidare. Forse voleva verificare cosa ne pensassi io delle frequentazioni della sua pizzeria, vedere da che parte stavo, quella dei borghesi che mangiavano la pizza, o quella dei Conti che la evitavano.

Messa così, la faccenda mi sembrava un po’ troppo semplificata, una dicotomia inutile creata in maniera un po’ troppo artificiosa. Non approfondii la cosa più di tanto, non mi interessava in quel momento la stratificazione sociale del paese e nemmeno pensavo che la frequentazione di quel locale fosse un segnalatore che mi permetteva di fare considerazioni sensate sull’argomento.

Uscii dalla pizzeria salutando cordialmente, avevo mangiato bene e il personale del locale era stato cordiale. Un posto dove tornare, sicuramente.

Feci la strada a ritroso verso l’albergo, guardando le grosse piante di oleandro che accompagnavano per un tratto la strada, meravigliandomi di quanto fossero belle. Le piante erano rigogliose, sembravano voler formare un tunnel sopra il marciapiede. I fiori raggruppati in mazzetti avevano sfumature dal bianco, al rosa, al fucsia.

In quel tunnel naturale, la luce del pomeriggio filtrava a sprazzi, macchiando il marciapiede di ombre e riflessi. Ogni soffio di vento faceva oscillare i rami carichi di fiori, provocando una specie di fruscio metallico, tipico di quelle fronde tanto rigide quanto eleganti.

Mi fermai a osservarle da vicino. Erano piante fiere, che non temevano il calore dell’asfalto, stavano là maestose e molto belle. Sembrava che il loro scopo fosse quello di offrire ristoro visivo a chi, stanco dal viaggio o dalla calura, si avventurava verso il Pontalba Hotel. Con un ultimo sguardo, mi allontanai, portandomi appresso l’immagine vivida di quei vegetali, simboli perfetti di resistenza ed eleganza.

Ritornai in albergo, salii in camera e riaccesi il mio pc, non riuscivo a stare senza di lui che per poche ore e, ovviamente, la notte. Danila aveva letto la mail, ma non aveva commentato, mentre il mio capo sì. Così diceva il suo messaggio: “Ciao Pim, quello che hai scritto mi sembra davvero poco per ora, vedi di spicciarti e di mandarmi un bel pezzo entro domani sera. Ti chiamo io nei prossimi giorni. Hasta la vista”.

Perché mi mandasse sempre i saluti in spagnolo non mi era del tutto chiaro. In Spagna non ci era mai stato e la sua conoscenza di quella lingua si limitata a poche parole. Comunque “Hasta la vista” gli piaceva e chiudeva sempre così le mail che inviava ai giornalisti.

Nel mondo cinematografico, questo modo di salutare è legato al personaggio di Terminator. Nel film, il giovane John Connor insegna al cyborg T-800 alcuni modi di dire gergali per renderlo più “umano” e meno robotico nel linguaggio. Tra questi, la frase “Hasta la vista, baby“, che il Terminator utilizza poi nel momento culminante del film prima di sparare al nemico (il T-1000) precedentemente congelato dall’azoto liquido. La frase è quindi diventata il simbolo di un congedo inesorabile.

Forse, per un direttore autoritario, citarla significava evocare quella stessa aura di forza superiore che ricordava Terminator. Però non so se fosse davvero così, a volte le spiegazioni più colte sono delle vere assurdità, e il rischio di appiccicarle a qualcosa di molto più ingenuo, frequente.

Più semplicemente, il capo poteva aver sentito quel saluto spagnolo che gli era piaciuto perché aveva qualcosa di esotico e di neolatino insieme. Tutto sommato, era musicale ed efficace, punto. L’aveva quindi scelto più per civetteria che per altro.

Mi chiedo quanto spesso capiti di attribuire significati malvagi a frasi pronunciate con leggerezza, e quanto, altrettanto frequentemente, possa verificarsi il contrario, cioè che parole cariche di intenti oscuri vengano accolte con leggerezza. Del resto, la lingua non rappresenta una verità data, scolpita nella pietra, ma è una forma di mediazione possibile tra innumerevoli significati, tutti parimenti validi nell’esperienza umana.

A sua volta, anche il significato non è un dato immutabile, ma è il risultato di un’ulteriore mediazione, influenzata dal contesto culturale, dall’esperienza personale e persino dall’umore del momento. Questo scambio continuo tra chi parla e chi ascolta, tra l’intenzione e l’interpretazione, crea un contesto comunicativo affascinante, in cui ogni scambio è un atto creativo e potenzialmente incompreso. Comunque fosse, Hasta la vista non suonava male neanche a me e non certo perché mi piacesse Terminator.

Lessi un po’ di rassegna stampa e alle 16,30 decisi che era ora di uscire per andare da Costanza Del Re. Ridiscesi nuovamente nella hall dell’albergo che in quel momento era deserta e mi incammina verso il centro di Pontalba.  Ricordai che Camilla mi aveva detto che Costanza abitava vicino al suo negozio, per cui mi avviai verso il minimarket.

Ripassai davanti al distributore, alla pizzeria, alla sede del Comune e girando a sinistra vidi l’insegna bianca e rossa del negozio con scritto “Da Camilla”. Immaginai che il nome fosse stato scelto perché non si facesse confusione e si potesse associare al negozio il nome della proprietaria in maniera indissolubile.

Passando davanti alla vetrina sbirciai all’interno e vidi dietro il banco Camilla che stava sistemando qualcosa nel bancone refrigerato dove teneva i salumi e i formaggi. Era piegata in avanti e non si vedeva la faccia, ma solo la sua massa di capelli biondi che oscillavano a seconda dei movimenti che servivano per posizionare i prosciutti in maniera precisa e nell’esatta angolatura che voleva.

Doveva essere dotata di una certa precisione e meticolosità nel fare le cose e il suo ordine mentale era il circuito entro il quale posizionava gli eventi del mondo, rendendoli più ordinati e poco fantasiosi.  

Pensai di fermarmi a salutarla, ma poi guardai l’orologio e vide che era quasi ora dell’appuntamento con Costanza, mancavano infatti dieci minuti alle 17.00, era meglio affrettarsi. Girai l’angolo e mi trovai in Via Santoni Rosa. Una via corta e particolare, per un tratto era pianeggiante e, a circa metà della sua lunghezza, cominciava ad abbassarsi e si trasformava in una ripida discesa che terminava esattamente dove finiva la via. Appena finita la discesa iniziava via Terra Grigia.

Girandosi all’indietro si vedeva quindi una salita non indifferente e la casa di Costanza in alto. Mi avvicinai al numero civico 21 e guardai il grande cancello verde che chiudeva completamente la visuale verso l’interno della casa. Davanti alla porta ricavata nel cancello c’erano due campanelli. Sul primo vi era scritto “Del Re/Ghepardi”. Dovevo suonare quello.  Mentre ero lì che osservavo i campanelli, sentii una voce alle mie spalle:

«Lei chi è?»

«eh? – mi girai per vedere da dove arriva la voce e mi trovai di fronte un ragazzo alto, robusto con i capelli rossicci che mi guarda torvo.

«Sono un giornalista di Tresciaone, mi chiamo Pietro Moroni

«Ah … e cosa ci fa qui?»

«Ho un appuntamento con Costanza Del Re»

«Ah …»

«Scusi ma lei chi è? – gli chiesi

«Sono Albertino Canali, il vicino di casa delle ragazze Del Re, abito qui (indicò con la mano la casa dietro le sue spalle) e faccio il trebbiatore»

«Piacere – dissi io conciliante, ma lui continuò con lo stesso tono di prima

«Cosa vuole?»

«Ma veramente … non è affar suo, ho un appuntamento con Costanza Del Re! – ripetei

«Costanza è una mia amica»

«Vabbè, ma cosa centra?»

«Centra … lei mi dica cosa vuole e io la lascio andare»

«Mi lascia andare?, perché? Sono in stato di fermo?»

«Più o meno …»

«Voglio parlare con Costanza della volpe verde – dissi cercando di interrompere il normale flusso di pensieri del mio burbero interlocutore.

«Chiacchiere inutili su animali inesistenti – disse lui – Vada pure».

«Cosa vuole questo brutto ceffo» (pensai) e lo guardai in faccia. Probabilmente faceva così con chiunque, la sentinella del portone del civico 21. Ovviamente il portone era verde, quel colore mi seguiva ovunque in quello sperduto paese di pianura.

Albertino Canali era peggio di una guardia del corpo. Chissà a che titolo controllava coloro che andavano e venivano da casa Del Re, forse era solo un piacere di vicinato. Strana davvero la rete sociale di Pontalba, tutti sapevano tutto di tutti e al controllo sugli “stranieri” era deputata un consistente spiegamento di forze volontarie. Mi venne da sorridere e il ragazzone, non so come, se ne accorse.

«Perché sta ridendo? – mi chiese

Non sapevo cosa rispondergli e così mi inventai qualcosa, il giornalismo mi aveva ben addestrato in quel senso.

«Perché lei assomiglia a mio cognato!»

«Ah…»

Albertino Canali decise che la conversazione era finita e, così come era comparso, sparì nel portone di legno posizionato di fronte alla casa di Costanza.

Suonai il campanello.

«Chi è? – chiese una voce dal citofono

«Sono Pietro Moroni di Tresciaone»

«Il giornalista che ho incontrato ieri da Camilla?»

«Si esatto»

«Entri pure»

Sentii un clic e il portoncino ricavato all’interno del cancello si aprì. Entrai e feci qualche passo nel cortile e vidi di fronte a me una grande casa su due piani con un tetto dalle possenti travi e dai coppi rossi. A sinistra c’era un piccolo giardino pieno di fiori d’ortensia. I cespugli erano belli e rigogliosi e la macchia di colore interessante.

Mentre osservavo il giardino, ebbi l’impressione che degli occhi mi stessero osservando. Vidi due piccole sfere luccicanti tra i fiori di una grande ortensia. “eccola!, la volpe verde!” pensai per un attimo.  Mi avvicinai meglio e invece di una volpe, vidi un gatto che mi osservava dall’interno del cespuglio. “accidenti” pensai … “questo è proprio uno strano posto”.

Lasciai perdere il felino che, del tutto protetto dal cespuglio, non si spostò di un centimetro e mi avviai verso la casa. La porta si stava muovendo e, dallo spiraglio che si era creato tra l’interno e l’esterno dell’edificio, vidi uscire una ragazza mora interamente vestita di verde. “Un colore, una storia ….”, pensai e mi diressi verso la mia ospite. Già, un colore una storia, e fu proprio così.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/antranias-50356/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=238661″>Manfred Antranias Zimmer</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=238661″>Pixabay</a>

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Cosa non va in San Valentino

San Valentino e l’illusione dell’Uno

C’è qualcosa di profondamente seducente nell’idea che l’amore sia fusione.

Due che diventano uno.

Due solitudini che si cancellano a vicenda.

San Valentino mette in scena proprio questo mito: l’unità, la coincidenza perfetta, la promessa che da qualche parte esista qualcuno capace di completarci.

È un’illusione potente. E pericolosa.

Perché l’amore non nasce dall’Uno.

L’origine di questa illusione affonda le radici nel primo incontro con l’oggetto d’amore: la cosiddetta simbiosi materna.

Il bambino si aspetta che la madre soddisfi completamente i suoi bisogni.

Anche in questa fase iniziale, la fantasia di completezza lascia un’impronta che segnerà i futuri legami affettivi: la ricerca di un altro che colmi le mancanze diventa un modello inconscio di desiderio.

Nasce così l’equivoco dell’amore: crediamo che amare significhi trovare qualcuno che colmi le nostre mancanze, che coincida perfettamente con i nostri desideri, che diventi la nostra metà mancante.

In realtà, l’amore vero non elimina la mancanza: la mette in scena.

La nostra attrazione per l’altro nasce dal fatto che intercetta, in modo singolare, un punto della nostra mancanza, non perché ci completi, ma perché le dà forma.

L’illusione dell’Uno diventa problematica quando la differenza dell’altro viene percepita come un limite.

Quando il desiderio di fusione ci spinge a plasmare l’altro secondo la nostra immagine, a renderlo conforme alla nostra rappresentazione, non stiamo amando: stiamo cercando un’appropriazione.

Amare significa tollerare che l’altro resti altro.

Significa scegliere di legare il proprio desiderio alla sua alterità.

Significa accettare le differenze come materia viva dell’incontro.

San Valentino celebra l’evento.
Ma l’amore non è un evento. 
Si nutre di cura quotidiana: nella parola scelta invece di tacere, nella frustrazione attraversata senza trasformarla in attacco, nella rinuncia a imporre la propria misura sull’altro.

L’amore non è fusione, è articolazione.

Non è riduzione a uno solo, è gestione dello spazio che separa due soggettività.

Non è diventare Uno, è restare Due — senza che questo significhi cancellarsi.

E allora, possiamo davvero scegliere di amare senza voler completare l’altro?

Possiamo tollerare che resti altro, che sfugga alla nostra misura, senza sentirci traditi dal desiderio?

Forse la risposta non è nelle promesse dei cuori, ma nella pratica quotidiana di restare presenti, attenti e disponibili all’alterità che ci attraversa.

In copertina: foto gratuita licenza pexels.com
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Una bellezza estrema

Per certi versi / Una bellezza estrema

Una bellezza estrema

È di una bellezza estrema

prendersi cura del corpo di chi ami

Alcuni gesti più di altri

 

Pulirti il viso con un panno bagnato

Massaggiarlo con un olio

Detergere i tuoi occhi socchiusi

Inumidire le tue labbra seccate

 

Dentro di me faccio l’aeroplano

mentre apri la bocca al cucchiaio

 

Il mio cuore ripassa le canzoni più dolci

Te le porge in silenzio

insieme ai cuscini più morbidi di casa

 

Insieme alla mia veglia di premura

Ai ricordi

Al bene che ti porto

 

A questo buio sacro

 

 (Da “Lavanda per l’orco”, Secop Edizioni, 2023)

In copertina: massaggio viso – foto di semplicidesideri.it

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Perché dico no, da cittadina, alla riforma della giustizia

Perché dico no, da cittadina, alla riforma della giustizia

Parlo da cittadina alle cittadine e ai cittadini: l’indipendenza della magistratura tutela innanzitutto noi, interessa a noi, protegge noi, prima che i magistrati, perché rappresenta un argine al potere di chi governa e quindi anche agli eventuali abusi di potere. Questo è il tema cruciale che dobbiamo rimettere al centro della discussione, diversamente da quello che ripetono le forze di governo.

Dobbiamo innanzitutto dissipare la nebbia, il polverone che hanno alimentato ad arte, perché questa riforma costituzionale – con il pretesto di una separazione delle carriere che di fatto c’è già e funziona, e ce lo dicono anche voci autorevolissime dall’avvocatura, che stanno prendendo posizione per il no – mira a indebolire l’indipendenza della magistratura e intaccare l’equilibrio tra i poteri. Questa cosa è gravissima. Il tema è particolarmente urgente perché noi vediamo che l’indipendenza del potere giudiziario è sotto attacco da parte dell’esecutivo in tutto il mondo, è un tema globale, specialmente dove le destre sono al potere. Cito un nome per tutti: Donald Trump, giusto per ricordare una figura che è molto amata e ammirata da chi ci governa adesso.

La giustizia è frutto di equilibri delicatissimi, la sua forma è figlia della cultura giuridica e della storia di un Paese. Allora, per muovermi in quello che il è mio “territorio” come studiosa, penso che proprio la profondità storica, la storia dell’Italia repubblicana, ci dice delle cose importanti e ci dà degli argomenti ancora una volta a sostegno di un pacato convinto no.

In queste settimane si è rievocata molto, attraverso le due figure fondamentali che l’hanno plasmata, Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia, la riforma che ha trasformato il processo penale in senso accusatorio. Però non si ricorda abbastanza che quella riforma ha avuto una gestazione lunghissima; ci sono voluti vent’anni, vent’anni fatti di studi, fatti di confronto, con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, di dialogo tra i molti esperti e studiosi coinvolti nel comitato ministeriale a partire dal 1974, per una riforma che poi è arrivata nel 1989. Tra loro mi piace ricordare il giudice istruttore Guido Galli, che poi nell’80 è stato ucciso dal terrorismo rosso. E adesso? Come ricordava il presidente del comitato Giovanni Bachelet, manco c’è stato il confronto parlamentare!

Un altro dato storico molto importante da richiamare: l’indipendenza, interna ed esterna, della magistratura in Italia è stata conquistata nel dopoguerra attraverso una lenta lotta durata in realtà decenni per decenni, la Costituzione e i suoi principi sono restati a lungo solo sulla carta, è giunta realmente a maturazione tra gli anni Sessanta e Settanta.

Per questo occorre prestare grande attenzione ai meccanismi, alle persone, ai funzionamenti della macchina delicata della giustizia. Che cosa succede tra gli anni Sessanta e Settanta? C’è anche uno scontro interno alla magistratura, perché c’è una generazione di giovani magistrati che sono per così dire “impregnati” dallo spirito costituzionale che si scontrano con l’altra magistratura.
Perché le gerarchie interne, il sistema gerarchico-burocratico del corpo era un grosso ostacolo a una reale autonomia dei giudici – e può tornare a essere un problema. Qual è il grande scontro di quella stagione? Sono proprio due culture, due idee di giustizia diverse. Da una parte, c’era un’alta magistratura che era profondamente in sintonia con il potere esecutivo, coltivava l’idea di giustizia come ordine, come repressione, come “non disturbare il manovratore”. Dall’altra parte, maturava l’idea di una giustizia che fosse veramente permeata dallo spirito della Costituzione, una giustizia che difendesse tutti, soprattutto i più poveri, i più deboli, e soprattutto che chiamasse a rispondere dei propri atti anche il potere politico ed economico.

Quella discussione, quella battaglia tra due idee di giustizia è maturata e si è svolta nell’ambito delle tante vituperate “correnti” – e io vorrei sottolineare che la corruzione, i favori, i “magheggi” li fai tranquillamente senza correnti e persino fuori dal Csm, invece la rappresentanza, un dibattito maturo hanno bisogno di luoghi di rappresentanza e discussione per la categoria.

Noi tutti abbiamo visto i frutti concreti di quell’indipendenza che si è realizzata tra gli anni Sessanta e Settanta: di nuovo, voglio portare solo due esempi. Innanzitutto, le prime grandi inchieste sulla corruzione – lo scandalo dei petroli. Poi, i grandi processi sulle stragi: è stata quella generazione di magistrati giovani, indipendenti, che ha scoperchiato il verminaio dei depistaggi. E i depistaggi che cos’erano? Le forze di sicurezza e servizi segreti – quindi emanazioni del potere esecutivo – che remavano contro la giustizia. E se noi oggi abbiamo pezzi importantissimi di verità sulle stragi, lo dobbiamo soprattutto a loro.

Concludo con un ultimo dato storico, tragico: la magistratura spesso l’ha pagata col sangue, questa sua indipendenza, questo ruolo che ha svolto. Voglio ricordare che sono ben 26 i magistrati assassinati dal terrorismo rosso e nero e dalle mafie, 11 colpiti dal terrorismo e 15 dal crimine organizzato. In questo senso i magistrati hanno condiviso questo tragico destino con troppi giornalisti, in Italia.

E qual è il tratto comune di una magistratura indipendente di una stampa indipendente? Sono il baluardo, la salvaguardia della democrazia e dei diritti di noi cittadini. Di nuovo: è una cosa che riguarda noi. E allora quando la giustizia e quando la stampa indipendenti sono svilite, sono variamente attaccate e denigrate e aggredite, come accade troppo spesso oggi in Italia e nel mondo – anche questo è un tema globale – questo è un problema per tutti noi. Ecco, io sono qui per questo. Spero che sarete in tanti a condividere questo impegno.

–  Testo dell’intervento alla conferenza stampa di presentazione del comitato della società civile per il NO (Roma, 20 dicembre 2025)
–  Articolo pubblicato su Volere la luna il 30.01.2026

Benedetta Tobagi *
Benedetta Tobagi, figlia minore del giornalista Walter Tobagi, assassinato dalla “Brigata XXVIII marzo” il 28 maggio 1980, è scrittrice e conduttrice radiofonica. È stata consigliere di amministrazione della Rai, indicata da un gruppo di associazioni della società civile, dal 2012 al 2015. Partecipe attenta del dibattito politico e culturale del Paese, collabora con la Repubblica. Negli ultimi anni ha svolto un intenso lavoro di ricerca storica, dedicandosi soprattutto alle stragi e ai servizi segreti deviati. Nel 2023 ha vinto il Premio Campiello con il libro “La resistenza delle donne”, edito da Einaudi.

In copertina: Benedetta Tobagi – foto Flickr su licenza Wikimedia Commons

Presto di mattina /
Dal deserto al giardino irrigato, l’itineranza della Quaresima

Presto di mattina. Dal deserto al giardino irrigato, l’itineranza della Quaresima

Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente§
le cui acque non inaridiscono.
(Isaia 58, 11)

Divenire giardino irrigato è una vocazione ed una elezione dello spirito. È frutto di uno stile di vita estroverso, estatico, mistico; richiede un cammino di conversione del cuore nella pratica della giustizia e della compassione che il profeta indica con queste parole: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (58, 7-10).

Così a Pasqua la steppa quaresimale diventa un giardino irrigato, «Non più pietre, ma germogli / non più polvere, ma rugiada”. (Giovanni Cristini). Il Signore rende il deserto come l’Eden, un nuovo paradiso e la steppa come il suo giardino fiorito (Isaia 51,3).

Il deserto fiorirà: è questo dunque il punto di arrivo, la meta della stessa esperienza battesimale e penitenziale dei quaranta giorni che precedono la Pasqua. Un “giardino irrigato”, di ferite rifiorite, di lacrime asciugate, di sementi germogliate, di solitudini colmate, facendo strada con il Risorto: il giardino vivente.

L’epopea del deserto, il giardino simbolico dell’incontro con Dio

«L’“epopea del deserto” – scrive Massimo Venturi Ferriolonasce in Oriente con il cristianesimo… promuove una vera e propria teologia del giardino che raggiunge l’acme nel medioevo con Bernardo di Clairvaux e Alberto Magno. Man mano che si diffonde e si rafforza nel mondo greco-latino prima e nell’occidente medievale poi, lo spirito mistico crea, forte del possesso testamentario, una nuova cultura capace di mutuare, in vista dei propri bisogni, termini e realtà antichissime…

L’idea di giardino si trasforma attraverso una lettura testamentaria che alimenta i bisogni mistici dei credenti: nasce il grande giardino allegorico… La terra può essere giardino o deserto, feconda o arida, ospitale o non, contrasto tra l’era felice e quella amara, immaginato e descritto attraverso un vocabolario desunto dagli avvenimenti naturali, dove il paradiso si contrappone al deserto desolato.

L’orto presuppone la terra irrigua, ordinata dalla saggezza del giardiniere capace, e obbedisce al disegno ordinatore universale, divino. Il deserto rappresenta, al contrario, il rischio della vita, la mancanza di una garanzia economica, la rottura della continuità del sostentamento, il venir meno della crescita (albero della vita), della prosperità.

La lotta è continua. Non esiste sosta per l’uomo nei suoi rapporti con la natura e con l’ambiente che lo circonda. In questo contesto va inserito l’eremita e la sua ricerca spirituale… Giardino inoltre è la stessa salvezza, perché, come la terra produce la vegetazione e un giardino fa germogliare i semi, allo stesso modo il Signore fa germinare la salvezza. La salvezza e la giustizia sono paragonate alla piantagione che cresce nell’hortus conclusus, il greco kepos, spazio protetto e coltivato, piantagione di Dio dove ci si deve rifugiare alla ricerca della salvazione» (Il monaco, il giardino e la Scrittura, in Teologia e filosofia, 3/1989, 613; 616-617).

Il giardino, “il buon luogo”

Ricorda ancora Venturi Ferriolo come il giardino divenga così un luogo “eutopico” che letteralmente significa il “buon luogo”. Anche il Cristo ha attraversato il deserto della tentazione, le strade della Palestina, sostando nell’orto degli ulivi, salendo la via dolorosa, portando con sé la nostra umanità per farla arrivare a quel “buon luogo”, il giardino del mattino della Pasqua. È lui il custode del giardino nel racconto di Giovanni; è lui stesso il vivente giardino.

Egli è il vero giardiniere che ricostruisce il giardino perduto dell’Eden: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, (Maria di Magdala) si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Maestro mio!” (Gv 20, 13-16).

Nel giardino della creazione

Quelle mani febbrili,
liquide mani d’aria terra e fuoco
per giorni come secoli, impazienti
ordirono il tessuto della vita.

Ora nel gran silenzio delle notti
la natura germoglia,
rompe la vita i chiusi involucri, il fango
si esprime nel notturno
profumo di una viola,
delira nella gola
di un piccolo usignolo…
cerca tra foglie d’aria
quelle mani febbrili che lo cercano
tra una polvere d’astri,
nei fondali marini degli spazi,
tra le contorte radici
di un albero che ancora intatti serba
§come frutti maturi i suoi segreti.
(Giovanni Cristini, Il vivente giardino in Weekend in terra straniera, Istituto propaganda libraria, Milano 1986, 13-14).

In principio era il Verbo, si fece vivente giardino

La parola
Come attraverso le foglie degli alberi il vento
attraverso il silenzio la parola.
Tu ne risvegli il suono
e non sai donde venga e dove va.
Ma per un attimo nel suo esile soffio
si svela il mistero del mondo.
Furtivo come un ladro Nicodemo
ritrova il grembo materno.
Dalla notte rinasce a nuova luce.
Come attraverso le messi mature il vento
attraverso l’eterno la parola.
Marezza il grano, la vite, l’olivo
e col suo tuono scuote il bosco sacro dell’uomo.
Soffia sulle colline irte di forche e di croci
e fatta grido incalza le folle sgomente,
braccia levate in alto come rami,
foreste che camminano nel tempo.
E liberate le scaglia estuanti nel mare
d’un abbagliante livido azzurro futuro
(ivi, 27).

Una lirica dialogica quella di Giovanni Cristini (1925-1995) la definisce Domenico Rizzoni, poesia di parole che sconfinano in preghiera

E l’albero della vita, l’albero della gioia
s’incurverà come per una preghiera
sulle acque che scorrono tra gli argini del fiume
(Poesie (1978-1995), IPL, Milano 1997, 9).

Quando sarà il momento, Signore,
concedimi di portare con me
il fico grande del giardino di Montaldo,
l’aiuola con le rose e con l’ibisco,
uno spruzzo di mare
con le sue onde lucenti,
il Campanile Basso del Brenta
e l’allegro sorriso dei miei figli
(ivi, 61-62).

«L’eredità più preziosa di Cristini, scrive Rizzoni, è il restare accanto a ciascuno, rimanendo in bilico tra lo splendore della Pasqua e il buio della notte imminente di Emmaus: “Ecco, si è fatta sera, e Tu rimani”» (Poesia e grazia. Giovanni Cristini, il dono del dialogo, in Humanitas, 3 2005, 554).

Il grande grido

Poeta e scrittore, Giovanni Cristini, diresse per anni Il Ragguaglio Librario, rassegna bibliografica mensile legata al personalismo cristiano. Egli aveva un legame, un’amicizia molto profonda con don Primo Mazzolari. Fu tra i giovani che con Mazzolari fondarono il giornale Adesso (1949) che aveva proprio come motto “Il deserto fiorirà”. Un giornale che fu una voce d’avanguardia del cattolicesimo sociale e del pacifismo. Alla morte di don Primo, Cristini gli dedicò un poemetto:

Il grande grido

Tu te ne vai in silenzio,
il grido fermo nella gola, il grande
grido che non sfuggi, trattenuto nel cuore
da uno strazio improvviso, da un gorgoglio
sempre più fioco e inerte, dalla morte.
Ora è passato negli alberi che stormiscono in silenzio
nelle acque del fiume che scorrono sotto la luna
nei germogli segreti della terra
che rompono ovunque la dura corteccia
e fanno primavera dentro gli umili cuori

Le tue scarpe
di vecchio prete, contadino e testardo,
con la polvere di tutte le nostre illusioni,
dei sentieri più veri e minacciati
dove fiorisce il bosco sacro dell’uomo.
(in Vita Cattolica, 8 aprile 1979, 3)

La poesia era da Cristini sentita come impegno civile e cristiano, una resistenza disarmata a difesa di Mazzolari spesso contrastato dagli attacchi delle gerarchie ecclesiastiche di allora, che il poeta chiamava “i piccoli burocrati di Dio”.

Non solo.

Antonio Spadaro rileva che in Cristini «la poesia è un gesto umano che fa sì che il mondo esista più pienamente. Questa percezione intensa del valore della parola fa tutt’uno con la sua fede a tal punto da renderlo, come affermò Luigi Santucci, “una delle personalità più rappresentative della poesia di ispirazione cristiana” … Dio è presente nel mondo, e l’eterno si svela nel mistero. Allora la vita diventa un viaggio alla scoperta della sua presenza nel vivente giardino. La poesia diventa allora un inno alla sacralità della vita, dell’amore, della bellezza, insidiati dal male e dal dolore» (Le impronte irrequiete del mistero. La poesia di Giovanni Cristini (1925-95), in La Civiltà Cattolica, quaderno 3849, 2010, 232).

Il deserto che non spaventa

Quella del deserto che non spaventa è un’immagine cara alla poetica di Cristini e presente negli scritti di Mazzolari, essa si motiva dal fatto che diverrà un giardino irrigato perché Dio vi cammina dentro come una sorgente. Come nell’esodo così nella Quaresima, Dio è come una roccia itinerante da cui Mosè fece scaturire l’acqua percuotendola con il bastone simbolo della croce di Cristo dicono i Padri.

È Paolo che coglie il simbolismo del testo: «Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1 Cor 10,4). Il verbo “accompagnare” all’imperfetto suggerisce un’azione continua; perciò l’acqua scaturì non una volta sola, ma seguiva il popolo nel deserto, irrigandolo.

La tradizione dei Padri della Chiesa sviluppa questa immagine accostandola al battesimo. Ad esempio Tertulliano, nel suo trattato De Baptismo, spiega che come l’acqua scaturì dalla roccia per dissetare il popolo, così l’acqua del battesimo scaturisce da Cristo, per accompagnare i cristiani nel “deserto” della vita terrena.

Mentre Origene, nelle sue Omelie sull’Esodo, commenta che Cristo è la “pietra spirituale” che non sta ferma, ma segue i credenti ovunque vadano, adattandosi alle loro necessità. E Agostino aggiunge che la roccia fu colpita dal bastone (simbolo della Croce) per farne uscire la grazia. Ma anche per Agostino, la roccia “rotola” con il popolo, perché la presenza di Cristo è costante nella storia e nel cammino quaresimale dei credenti.

Nella nostra città i giardini dello spirito

Nella spiritualità e nella mistica, il Cristo è il giardino perduto e ritrovato, da cercare sempre di nuovo; in ragione della Sua venuta l’umanità torna a passeggiare, come agli inizi, nel giardino della creazione alla brezza del mattino. Ma Cristo è pure la fonte stessa del giardino le cui acque scorrono a irrigare altri giardini inariditi e le piaghe del suo corpo costituiscono come altrettante polle sorgive.

Nella mistica estense e del XIII secolo, il corpo di Cristo è visto come il vero giardino dell’anima. Le piaghe delle mani, dei piedi e del costato non sono solo segni di dolore, ma canali di irrigazione. Sono pure come porte del giardino attraverso cui incontrare l’amato e realizzare l’unione mistica.

Pensiamo alla Beata Beatrice II d’Este (1226/1230-1262) fondatrice del monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara. In un’omelia il vescovo Natale Mosconi ricordava che anche Beatrice, pur non avendo avuto le stimmate, le riviveva in sé stessa unendosi alla passione di Gesù; ferite come porte per entrare nel giardino chiuso ricordato nel Cantico dei cantici.

La piaga della mano destra fu per lei, figlia del marchese d’Este e Podestà di Ferrara, il distacco dai beni. Quella della mano sinistra fu il servizio alle sorelle e il servizio a Cristo nei poveri. E la piaga del cuore, l’offerta di sé stessa per unirsi al Cristo sposo. Così pure il segno prodigioso che dura tutt’oggi della pietra del sepolcro che trasuda gocce d’acqua è il centro sorgivo del giardino irrigato del monastero di S. Antonio in Polesine, già ricordato da Isaia: “sarai come un giardino irrigato la cui sorgente non viene meno”.

Di giardino in giardino

Nel XV secolo Caterina Vigri (1413–1463), clarissa, mistica e poi santa presso il monastero del Corpus Domini in Ferrara scrisse I dodici giardini, un testo allegorico per la formazione spirituale delle sorelle. In esso vengono rappresentati dodici “giardini interiori” che l’anima attraversa nel suo cammino di purificazione e crescita per arrivare all’unione con Dio. E ad ogni giardino Caterina associa immagini di luce, odori, fiori e profumi legati a virtù cristiane.

Ciascun giardino porta il nome di un fiore o di una pianta fruttifera: issopo di umiltà; rose di contemplazione; fiori marini di purificazione; gigli di rinnovamento; viole di nascondimento; garofani della conoscenza di sé; girasoli d’illuminazione; rose vermiglie d’infiammazione; ulivo di unzione in misericordia; arance di unitivo amore; melograni di superiore ansietà; nel dodicesimo giardino fiore e frutto sono la sposa stessa e Cristo sposo è la pienezza dell’amore che l’unisce a sé.

Caterina, nell’altra sua opera più famosa, Le sette armi spirituali descrive gli strumenti per coltivare e curare il giardino dello spirito da tutte le insidie: la Diligenza (o Sollecitudine); la diffidenza di sé; confidenza in Dio; la memoria della passione; la memoria delle beatitudini; la memoria della santa Scrittura, custodire nel cuore sempre.

Gli occhi miei lo vedranno

Egli è nel cuore della pietra
e dentro la conchiglia del mare.
Egli è la voce del bosco al mattino
e luce che inonda le vigne
e vento ondeggiante sul grano.
Tutto il giorno in cammino a donare
gioia alle cerve alle rondini
in volo su torrenti e valli.
O selve, battete le mani
quando lo vedete passare:
sandali porta di pellegrino
come ortolano vestito
con sacco di mendicante.
Nel giardino lo attendo la notte
alla porta sempre socchiusa.
E non viene,
né si lascia toccare. Nessuno
nessuno degli amori lo sazia.
Al balcone mi lascia un fiore
una goccia di sangue
e poi solo nella grande pianura
(D. M. Turoldo, Gli occhi miei lo vedranno, Mondadori, Milano 1955, 74-75).

Giardini senza bordi, oltre ogni sconfinamento

Andando per giardini ho trovato, con sorpresa un testo di Primo Mazzolari che non avevo mai letto: Il mio giardino, 30 marzo 1941. Si riferisce a quello antistante la casa parrocchiale di Bozzolo, la sua parrocchia, don Primo è ritratto in alcune fotografie accanto ad un roseto.

Vi si narra della necessità di rinnovare il giardino dopo l’abbandono e la mortificazione dell’inverno. Immaginando il suo volto durante il lavoro di pulitura, potatura e rinnovamento, irrigato e vivente, come già si fosse a primavera inoltrata. Nello stesso modo penso debba viversi l’itineranza quaresimale alla luce e nel volto del giardino di quel mattino di Pasqua. Per don Primo, i fiori stanno anche per le persone, un prendersi cura di loro come di un giardino e di lì sconfinare insieme verso quel giardino senza sponde, né recinti che sta sempre un passo avanti a noi.

«Oggi è venuto l’uomo a pulirlo. Non si può mandarlo incontro alla primavera con questo volto. I sentieri sono sporchi: gli orli delle aiuole sbocconcellati dalle piogge, dalla neve del disgelo: foglie morte e rametti secchi ovunque. Bisogna toglierglielo subito quest’abito d’inverno. Il sole penserà a vestirlo di nuovo. …

Adesso non c’è niente da vedere in giardino. Però le serenelle hanno le gemme che straripano: il caprifoglio muove in avanti, a mo’ di avanguardia, le nuove testine lucide e fresche: i gigli dispongono cautamente le basi delle loro colonne: le violette, basta un po’ di sole e sono aperte: la terra, dov’è zappata, à un colore innamorato. E il germogliare cresce di giorno in giorno: così le foglie, i boccioli e le erbe, finché tutto sarà verde e nuovo, fiorito e bello…

Il miracolo si compie a due passi dal mio tavolo: di mezzo c’è appena una finestra che non chiude neanche bene: e pare un fatto lontano. Gli alberelli, i cespugli e i fiori devono soffrire quando mi vedono passare frettoloso e senza sguardo per la festa che mi preparano, per la gioia che mi offrono.

Rinascono per me, si vestono di foglie e di fiori per me, profondono sul mattino i loro profumi tra il bacio della rugiada e quello del sole, per me: vale a dire per uno che passa distratto e non li saluta neanche: neanche un inchino, neanche un sorriso. Sono il padrone della fabbrica che passa in rivista le opere e non ha una parola per quelle povere creature che gli fanno l’offerta quotidiana della loro fatica, che è poi la vita di un uomo.

Le ingiustizie cominciano così: con le cose dapprima, poi con gli uomini, poi con Dio. Le scuse ci sono. L’imprenditore non vede che il guadagno: un altro non vede che la produzione: un altro, i libri, il dovere, il bene… Come se i fiori del mio giardino non fossero libri più belli di quelli che tengo sul tavolo! come se non fossero il documento del bene e la prima scuola del bene! – Guardate le erbe del prato e i gigli del campo … Il glicine, che si spinge fin dentro lo studio, mi porta la pena de’ suoi.

“Trova un po’ di tempo anche per noi. Siamo creature anche noi: abbiamo un cuore anche noi”. Guardaci almeno quando passi: sosta quando sei stanco: chiamaci una volta per nome! Se non so il nome delle piante del mio giardino, so però quando germogliano, quando spuntano, come fioriscono: il loro colore, il loro profumo: come muoiono. So cos’è legato a questa o a quella fioritura, a questo o a quel profumo, appena potrò tener spalancata la finestra. È vero che non faccio complimenti ai fiori del mio giardino, ma sono un po’ la mia storia, il mio memoriale. Non c’è anniversario o ricordo che non sia segnato da questa o codesta fiorita, su l’ombra di questa o quella pianta. La terra …

E poi – ma questo sotto voce perché il mio giardino non ne ingelosisca – ò l’occhio per le fiorite vaste, senza limite. Sovra un fiore qualunque, se lo prendo in mano, m’intenerisco. Ma i fiori del mio primo amore, quei che ànno bagnato di sogno la mia fanciullezza, non crescono in nessun giardino, anche se mille volte più vasto del mio. I miei giardini sono i campi di lino fiorito, le distese purpuree dei papaveri emergenti dai grani, i campi di trifoglio.

Così fu il mio primo incontro con la poesia. Il nonno che mi accompagnava, badava a parlarmi di raccolti come se potessi capirlo, mentr’io veleggiavo per mio conto sul mare ondeggiante di fiori di lino, i più bei fiori della mia vita. Il mio giardino lo sa ch’io sto col cuore, oh, molto più in là della cancellata guardata a vista dal caprifoglio e dalle roselline selvatiche, che ò l’occhio ai giardini sempre in fiore della mia fanciullezza» (in Documenti. I Quaderni della Fondazione Don Primo Mazzolari, nn. 8-9, pp. 105-106).

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1960, Ferrara seduta al cinema: da L’Avventura alla Lunga notte del ’43

1960, Ferrara seduta al cinema:
da L’Avventura alla Lunga notte del ’43.

Questa piccola ricerca di cui fornisco i risultati, è stata compiuta dal sottoscritto, sulle pagine de Il resto del Carlino del 1960, in preparazione di un convegno di studi poi non realizzato. A questo proposito desidero ringraziare il personale della biblioteca Ariostea, presso la quale ho potuto visionare la raccolta, disponibile in microfilm, del quotidiano bolognese.
Era mia intenzione raccogliere quante più notizie avrei trovato sul film capolavoro L’avventura, del regista ferrarese Michelangelo Antonioni, uscito nelle sale durante il 1960 (non sapevo in quale mese…). Sfogliando le pagine del Carlino però, mi soffermavo con interesse sulle notizie riguardanti altri film, sulle notizie di politica, interna o estera, e di costume. Ecco quindi un piccolo quadro del periodo che va dal mese di febbraio a quello di ottobre dell’anno 1960.

All’epoca esistevano a Ferrara dieci cinema, tra prima e seconda visione, i loro nomi erano: Apollo, Nuovo, Corso, Ristori, Astra, Garibaldi, Estense, Verdi, Manzoni e San Pietro. Tra questi Nuovo e Verdi alternavano le proiezioni a spettacoli teatrali e di varietà, ma ciò non ha impedito che, a distanza di cinquant’anni, tutti – tranne l’Apollo, che per ora resiste – abbiano chiuso i battenti.

Abbandoniamo ora le facili nostalgie, ed iniziamo il nostro breve viaggio nel passato. Febbraio 1960, mentre al Manzoni è in programmazione Il grido  di Michelangelo Antonioni, Florestano Vancini, altro regista ferrarese, inizia le riprese de La lunga notte del ’43.

Scena del film “La lunga notte del ’43” girata sopra la farmacia Navarra

Intanto, al cinema Nuovo esce (rigorosamente vietato ai sedici anni) La dolce vita di Federico Fellini che, tra prima e seconda visione (Estense), resisterà quasi un mese. Nel marzo dello stesso anno escono due film dal contenuto scabroso: Il bell’Antonio di Mauro Bolognini e Scandalo al sole di Delmer Daves, quest’ultimo vietato ai ventuno, poiché dovette apparire ben più pericoloso dell’opera di Bolognini, che in fondo trattava un problema, quello del gallismo, ben noto agli italiani.

Il mese di aprile si apre con la notte degli Oscar, che fruttò a Ben Hur ben undici statuette, ma anche con l’insediamento di Tambroni al governo, con il paese di Bondeno in gara a Campanile sera– una popolare trasmissione televisiva – e con la visita di De Gaulle a Londra.
E’ anche il mese di una riunione bollente del Consiglio comunale di Ferrara, che approva un o.d.g. a sostegno de La lunga notte del ’43, contro la commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, che voleva negare al film il contributo statale e i diritti di esportazione.

Finalmente, nel mese di maggio, ecco la prima notizia riguardante L’avventura. La pagina degli spettacoli del giorno 21 maggio riporta come il film di Antonioni abbia vinto a Cannes il premio speciale della giuria, anche se tace sui fischi che l’opera ricevette al termine della proiezione.

Il mese di giugno non presenta notizie sul mondo della celluloide, e mentre, in modo triste e sconsolato, la programmazione estiva presenta opere come I mostri delle rocce atomiche, Minorenni proibite o peggio, Nuda tra le tigri, l’attualità irrompe con forza nel mese di luglio, quando il 7 luglio, durante una manifestazione a Reggio Emilia, vengono uccise cinque persone. E’ la fine del governo Tambroni, travolto dall’enorme ondata d’indignazione popolare.

Reggio Emilia 9 luglio 1960, I funerali dei 5 lavoratori uccisi dalla polizia del governo Tambroni – foto della Fondazione Gramsci

Nei mesi successivi tutto sembra rientrare nella norma: si aprono le Olimpiadi di Roma e ai primi di settembre Livio Berruti vince i duecento metri; qualche giorno prima era morto Mario Riva, il conduttore televisivo reso celebre da Il musichiere.
Al teatro Nuovo il varietà si mescola al cinema: “Cecé Doris presenta i fratelli Rizzo, sullo schermo Guardia, guardia scelta, maresciallo.”

Il 14 settembre però è un giorno speciale per i ferraresi, li attende la prima de La lunga notte del ’43 che, grazie all’attesa e all’argomento trattato, rimane in proiezione quasi un mese, tra prima e seconda visione, eguagliando così il record de La dolce vita.

Mentre cominciavo già a dubitare delle mie informazioni, il Carlino annuncia per il 6 ottobre la “grande prima” de L’avventura al cinema Ristori, con un titolo in risalto mai concesso a nessun film in precedenza. Ai ferraresi però non piace. Dopo soli sette giorni di programmazione il film è sostituito da La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, tutto questo mentre Cento si prepara a Campanile sera…

Termina così, con i puntini di sospensione, questo breve salto nel passato che si è volutamente abbandonato un po’ in fretta, senza esprimere alcun giudizio, se non il manifestare grande nostalgia per le piccole sale di proiezione parrocchiali, tra rotelle di liquirizia e caramelle colorate come i primi film in Technicolor.

In copertina: Gabriele Ferzetti e Lea Massari in una scena del film L’avventura di Michelangelo Antonioni.

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Abitare tecnicamente il mondo. La machina delle civiltà

Abitare tecnicamente il mondo. La machina delle civiltà

Quando si entra in una vecchia casa della Lucania, magari quella di un paesino della Val d’Agri, ciò che ci si para innanzi è un focolare che sembra ancora acceso in una cucina a legna con pentole di rame appese alle pareti e contenitori di latta per i chicchi di caffè da macinare, grani di sale grosso e zucchero. Sui ripiani, altari refrattari, riposano mestoli di legno, caraffe e ciotole di creta.

Pare essersi introdotti all’interno di un tempio della frugalità: questo luogo, questo antro casalingo non sembra appartenere a un tempo trascorso per sempre, ma a un presente che ci è di fronte se non proprio avanti a noi. A un futuro dunque.

È questa frugalità a rimetterci a terra (sulla Terra). Sono le forme semplici e le materie radicali di questi oggetti a richiamarci a operazioni elementari quali badare e conservare il cibo, ravvivare il fuoco, forgiare e manutenere strumenti e suppellettili, inquadrare dalla finestra ben esposta il mormorio dei boschi e annusare il cielo di stagione.

Questa consistenza muta e pudica della vita semplice nella quale necessità e bellezza sembrano fondersi è qualcosa che, se si è vissuta, statene certi, mancherà. Ed è forse proprio questo intreccio tra bellezza, semplicità e frugalità che ha consentito al piccolo Sinisgalli l’accesso al futuro e alla sua civiltà delle macchine.

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Sulla strada che portava a questa casa poteva succedere di incontrare qualunque cosa: un corvo dal verso sgraziato planato dai monti vicini; la ginestra d’un giallo pieno ad arbitrare la percezione di uno sfondo celeste; un tramonto che trasforma l’orizzonte nella fucina di mastro Tittillo; Fido dalle natiche grasse che si reca in chiesa e le rondini, le lune che restano fuori di notte.

Pare poco ma non è così, perché nella chiarezza di queste luci antelucane, lucane e lunari lo smarrimento, la paura e la meraviglia ci parlano e allora cosa resta da fare se non (r)accogliere queste semplici cose, apparentemente inutili, e portarle a quella parola piena e non funzionale il contrario di quella che quasi sempre il linguaggio richiede per spiegare, calcolare, descrivere, narrare… bla, bla, bla.

Per continuare ad abitare questo mondo, renderlo meno estraneo, portarselo dietro c’è solo un modo: la poesia della forma e la forma della poesia.

La poesia consente di “rimanere a casa”, di riabitare, badare e addomesticare “questo” mondo: è la poesia l’autentica e indiscutibile machina, un “congegno” in grado di produrre e regolare le azioni, sollecitare gli agenti naturali, quelli visibili e quelli invisibili.

Vidi le muse

Sulla collina
Io certo vidi le Muse
Appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
Tra le foglie larghe delle querce
Mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
Secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
Chiesi al mio cuore meravigliato
Io dissi al mio cuore la meraviglia.

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Nei boschi di questa regione dove si va spesso a passeggiare, gli alberi si sposano e le macchine sono umane, o per lo meno semplici alleate dell’uomo. È anche questa la civiltà di una macchina: abitare, badare e addomesticare la casa nei modi e nei tempi giusti. Che differenza rispetto a quello che oggi sembra paralizzarci: l’avidità e la brutalità della tecnica in luoghi che sono unicamente bellezza!

Con “civiltà delle macchine” Sinisgalli intendeva rappresentare la seguente utopia: per abitare tecnicamente il mondo c’è bisogno della poesia e viceversa per abitare poeticamente il mondo c’è bisogno della téchne e dunque delle macchine

Utilizzare una macchina è téchne. La téchne non esiste senza Homo e Homo non esiste senza téchne. Senza tecnica l’umano non si riconoscerebbe umano. Così senza poesia, perché l’elemento tecnico per eccellenza, la machina per antonomasia è la parola.

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Sinisgalli è una figura esemplare di un modo di abitare, potremmo dire, eco-logicamente il mondo. Nella frugalità della sua casa; nella piccola regione sotto un vasto cielo antico, già qui lui riceveva, per così dire, tutti gli abitanti della sua civiltà delle macchine.

La sua vita senza saperlo, sarebbe stata la “Messa in Opera” della lezione mancante di Calvino, quella sulla consistency dove al servizio delle Muse si convertiva la meraviglia, che gli antichi ponevano all’origine della conoscenza, in furore e viceversa, anticipando così quella famosa sintesi racchiusa nel principio di complementarità di Bohr e nel motto nobiliare: Contraria complementa sunt.

Abitare in questo modo il mondo vuol dire, in primo luogo, non smarrire uno sguardo capace di rilevare le forme di natura e quelle dell’ingegno da esse derivate. Uno sguardo che potremmo definire contemplativo, come ci viene restituito in alcuni epigrammi di Sinisgalli dal sapore orientale, o dalle immagini ricorrenti tra le pagine di Civiltà delle macchine. Uno sguardo che, come un farmaco, sembra prendersi cura delle cose.

Guardare a lungo, osservare con attenzione gli oggetti essenziali di una cucina, i rovi e le felci nel bosco vicino, la bottega di un vecchio fabbro che geometrizza nel fuoco le forme naturali significa stabilire il fatto che le cose possono trasformarsi in visioni, che le conchiglie si mutano in spirali, che il mondo intorno è visibile e invisibile contemporaneamente.

Sinisgalli in ciò che guarda – visioni in attesa di occhi, forme semplici in attesa di mani – mostra quella semplice conoscenza che manca a molti di noi: sapere che ogni foglia di una quercia è diversa dalla foglia accanto, ma che entrambe possono essere coinvolte da un evento che le confonde (e che ci confonde): la brezza che le smuove.

E questa è una “scrittura” superiore a quella poetica, cioè un “linguaggio” che chiede di essere tradotto. Sono mille gli interrogativi di questa scrittura e tante le risposte che le “macchine” costruite dagli uomini possono provare a dare.

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È possibile che ponendo attenzione a queste cose frugali, semplici e naturali si possa trovare il proprio posto nel mondo. Questo sembra smuovere Sinisgalli: esiste una sorta di regalità nella macchina, che addolcisce la tirannia di qualunque tecnica attraverso quell’istante di contemplazione che non desidera nulla, meno che mai tante parole. Questo sguardo è ciò che esorcizza la tecnica, ne attutisce il suo potere e, smaterializzando la sua utilità, ne restituisce il valore naturale estetico e civile.

Chi ha stabilito che la vita debba essere resa più semplice attraverso l’uso della macchina? C’è una dimensione che non può cadere nell’oblio: non è semplice amare, non è semplice soffrire. Non è semplice sperare.

Se dunque si instaura una civiltà delle macchine che facilitano le nostre vite e che invadono più o meno silenziosamente e subdolamente il mondo e noi stessi, bisogna allora in modo complementare, raffinare quella macchina delle civiltà che si prenda cura delle nostre vite e, per quanto possibile, le faciliti nella difficoltà di amare, soffrire, sperare. Questa machina è la poesia.

La poesia non è dunque una semplice decorazione, non è una grazia, non è qualcosa di estetico assimilabile alla spirale di una conchiglia, o alla filettatura di una vite perfettamente convertita da disegno tecnico a oggetto casalingo. No, questa poesia è toccare con mano la regalità e l’autenticità del reale: è una machina che aiuta la realtà a emergere, nominandola, progettandola, creandola.

Come ci ricorda Christian Bobin “… il contemplativo può essere un poeta riconosciuto come tale…”  ma può esserlo anche un ingegnere che preso da un furore matematico scrive di numeri immaginari sul tavolaccio di cucina nella vecchia casa di Montemurro e che tra un disegno e l’altro si prepara il caffè con la solita macchinetta di famiglia.

Questi momenti di contemplazione sono istanti di grande tregua per il mondo, dove l’immaginario e il reale, la figura e lo sfondo si invertono e fanno breccia nella nostra percezione. Sono istanti nei quali non scorgiamo alcuna differenza tra poesia e tecnica perché abitiamo il mondo pacificamente senza l’intenzione di prenderlo, dominarlo o possederlo ma solamente per prendercene cura e prenderci cura di noi.

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L’intuizione di Sinisgalli coerente nella (e con la) sua vita è “tutta qua”: la poiesis è una techne della vita, così come la tecnica è una poesia della vita. Confrontare e far dialogare questi due mondi (apparentemente) antitetici e contrapposti è di fatto un’etica della complementarità, così come l’equilibrio ricercato fra umanesimo e macchinismo è l’esperimento sinisgalliano per eccellenza che potrebbe, davvero, rivelarsi il miglior modo per esperire il futuro.

I recenti sviluppi  delle tecnologie digitali hanno di fatto trasformato la civiltà delle macchine nella civiltà degli algoritmi  e questa inedita dimensione di macchine autonome e autoriproducenti dovrebbe offrire e allargare questi spunti sinisgalliani di riflessione antropologica e sociologica in grado di restituire coerenza, compattezza e unicità (la consistency calviniana) a questa realtà sempre più frammentata e complessa.

E qui è necessario, secondo la visione di Sinisgalli, l’intervento del poeta, perché se è vero che questi strumenti, queste macchine – da quelle più semplici in una vecchia cucina lucana a quelli più sofisticati di un centro di calcolo quantistico – “…hanno smisuratamente allargato il potere delle nostre pupille…”, sarebbe una grave sciagura se del rapporto tra uomo e machina si disinteressassero i poeti:

“…l’Arte (techne) deve conservare il controllo della verità, e la verità dei nostri tempi è una qualità sottile, è una verità che è di natura sfuggente, probabile più che certa, una verità ‘al limite’ che sconfina nelle ragioni ultime, dove il calcolo serve fino a un certo punto e soccorre una illuminazione, una folgorazione improvvisa.  Scienza e Poesia non possono camminare su strade divergenti. I Poeti non devono avere sospetto di contaminazione ” [L. Sinisgalli, Natura, calcolo, fantasia, Pirelli, III (1951), 52-53].

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APPENDICI

Nel rendere omaggio allo strumento principale del poeta – la sua macchina per eccellenza – la parola, ricordiamo di seguito l’etimologia di alcune parole strettamente legate alla poetica di Leonardo Sinisgalli.

Màcchina: dal greco mekhané = strumento per fare o compiere qualcosa; dalla radice sanscrita MAH – crescere, aumentare. Nell’uso “civile” del termine indica un congegno per produrre e regolare il moto nonché sollecitare gli agenti naturali.

Per similitudine: detto di persona Chi opera per impulso altrui.

Il termine ha assunto per i greci tanti significati, ma nel suo significato più profondo e costante nel tempo macchina è stato ritenuto sinonimo di potenza oltre che di meraviglia. Il termine mekhané non è per Sinisgalli più solo uno strumento materiale di accrescimento di potenza, per le sue leggi, ma una vera e propria struttura teorica che, in quanto capace di farci scorgere il vero, ci indica la via, il verso, la trasposizione, su cui bisogna camminare per cercare il vero.

Sicuramente Sinisgalli avrebbe apprezzato questa “semplice” storiella tratta dal testo taoista Zhuang-Zi:

“Zi-gong…passando a sud del fiume Han, vide un vecchio intento a lavorare il suo orto. Quell’uomo scendeva lungo un tunnel fino al pozzo, ne usciva con la giara colma d’acqua e la vuotava nei canaletti delle sue aiuole. Lavoro faticoso e di scarso risultato.

Zi-gong gli chiese: «Se aveste una macchina che riuscisse ad irrigare cento aiuole al giorno, non vorreste servirvene?».

«Come è fatta?», chiese il giardiniere levando lo sguardo su Zi-gong.

«È una macchina di legno cavo, pesante dietro e leggera davanti, con la quale si tira su l’acqua come si potrebbe fare con la mano, ma così velocemente che l’acqua trabocca ribollendo dal secchio: questa macchina si chiama pozzo a bilanciere».

Il giardiniere si adirò, cambiò colore e con scherno disse: «Ho imparato questo dal mio maestro: chi si serve di macchine, usa dei meccanismi e il suo spirito si meccanizza. Chi ha lo spirito meccanizzato non possiede più la purezza dell’innocenza e perde la pace dell’anima. Non ignoro i pregi di questa macchina, ma avrei vergogna a servirmene».

Contemplare: dal latino cum (attraverso, insieme a, per mezzo di) e templum (distesa, veduta, altura, tempio, lo spazio del cielo). Contemplo e contemplare quindi sta per: essere in sintonia con il templum.

Templum deriva dalla radice indoeuropea TAM- misura del moto tra due punti, spazio delimitato, tempo, dividere. Dalla stessa radice  deriva il termine latino tempus (misura del moto della luce, tempo) e il termine greco témenos (spazio dedicato ad una divinità, luogo sacro, bosco sacro).

Nella raccolta La vigna vecchia si coglie una sorta di fusione tra la poetica ermetica e un genere lirico tipicamente orientale in quanto Sinisgalli fu fortemente influenzato dalla poetica orientale, anche se non conosciamo i modelli precisi da cui attinse temi e motivi di questa cultura.

Quello della contemplazione è la premessa estetica imprescindibile per questo tipo di componimenti poetici di carattere orientale caratterizzati dalla brevità e dalla densità.

La lirica orientale era entrata prepotentemente nel dominio della nostra letteratura grazie a personalità stravaganti come D’Annunzio o Govoni che inaugurarono la cosiddetta “poetica del liberty”. A questo aggiungiamo una trentina di poesie di tipo orientaleggiante composte da Umberto Saba che sicuramente favorì la conoscenza di una cultura della contemplazione così vicina alla sensibilità di Sinisgalli.

Così gli haiku giapponesi e simili componimenti molto brevi sono presenti in Sinisgalli e caratterizzati da quegli elementi tipici dell’estetica orientale quali l’onnipresente elemento naturale (il kigo stagionale) l’apparente (e ingannevole) vacuità e la densa suggestione delle immagini.

Consistency: è il titolo della Lezione mancante di Calvino, quella che lo scrittore aveva riservato per ultima. Consistenza risulta una traduzione impropria del termine. Coerenza, densità e compattezza sono, come dimostrato, termini che meglio si adattano a quanto Calvino ha lasciato scritto in proposito.

Coerenza deriva dal verbo latino cohaerere composto di co = insieme e haerere = essere attaccato. L’immagine della coerenza è quella di un’unione stretta, solida: quello che fa sembrare unite le foglie su un albero nella loro reazione a una brezza che le agita.

La coerenza, in quanto assenza di contraddizioni, ci si presenta come un unicum organico che agisce in maniera conforme ad una legge che lo regola: non esistono frammentazioni morali, ideali, argomentative o d’azione. La coerenza è la qualità dell’unità indivisa, che si muove nella stessa direzione con ogni sua parte. Si tratta di una di quelle qualità umane fra le più complesse, e il suo affinamento richiede una grande presenza e una profonda introspezione.

Sinisgalli considerava la poesia un “…sistema d’immagini che si sviluppano non l’una dopo l’altra, ma l’una dentro l’altra, cedendo il minimo alla reversibilità…” e tali  immagini dovevano essere tenute salde da un rapporto di forze più che di forme ed essere dotate di una tale coesione e coerenza interna da resistere alle alterazioni del tempo.

[Il tempo] può “far crollare i supporti che furono necessari a sorreggere le parole” – leggiamo ancora nella postfazione alle Poesie di ieri – può rendere irriconoscibili “i luoghi, le distanze, gli eventi nascosti sotto le righe”, ma la poesia vera “sopravvive come un fantasma” o come un fossile, una traccia di una catastrofe dalla quale qualcuno è sopravvissuto.

Per questo i poeti, come gli uccelli, cantano e continuano a farlo.

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/cucina%20di%20campagna/?pagi=2

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Decreto sicurezza, minori e “maranza” i nuovi nemici dell’ordine

Decreto sicurezza, minori e “maranza” i nuovi nemici dell’ordine

di Andrea Oleandri
Responsabile comunicazione della Associazione Antigone

Oggi il bersaglio sono i minori e i cosiddetti “maranza. Negli anni passati furono le persone rom e i senza fissa dimora. Ogni fase politica individua dei “nemici” su cui intervenire con provvedimenti spot e frammentati, che finiscono per introdurre nuovi elementi di repressione e di riduzione delle garanzie che, stratificandosi, indeboliscono sempre di più lo Stato di diritto

Sei pacchetti sicurezza negli ultimi 18 anni, l’ultimo approvato solo nel giugno scorso. Un altro, il settimo, è stato annunciato poche settimane fa dal governo, attraverso due differenti provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, che interverranno sulla gestione delle migrazioni, dei minori, delle proteste e sulle forze dell’ordine.

Secondo il Governo, la ragione di questo inasprimento delle regole è “dare risposte rapide ai cittadini”. In realtà, dietro l’ennesima misura emergenziale, non si può che riscontrare assenza di visione e incapacità di anticipare le questioni sociali. E rinunciando a risolvere i problemi alla radice, si producono solo risposte di natura penale e criminalizzante.

La presentazione dell’ultimo decreto sicurezza è solo l’ultimo atto di  mesi di campagna martellante contro borseggiatrici e attivisti, in particolar modo quelli che protestano per l’inattivismo dei governi nel rispondere al riscaldamento globale.

In tal senso, se sommato al decreto sicurezza approvato definitivamente nel giugno scorso, l’attuale pacchetto si configura come uno degli attacchi più significativi scagliati degli ultimi decenni alla libertà di protesta, al controllo giurisdizionale e all’equilibrio tra i poteri, con un cambio di paradigma profondo.
La sicurezza viene sempre più identificata come l’espansione del diritto penale, la compressione delle garanzie e la riduzione degli spazi di dissenso.

Un diritto penale sproporzionato

Nel disegno di legge emerge un marcato inasprimento delle pene per reati contro il patrimonio. Il furto in abitazione, ad esempio, potrà portare a fino a dieci anni di reclusione, con soglie sanzionatorie paragonabili a quelle previste per delitti di ben altra gravità. Un fatto che stride con altri provvedimenti, come quello sul reato di violenza sessuale: proprio in questi giorni, nel passaggio al Senato è scomparso il riferimento al «consenso». Rispetto al testo passato alla Camera, approvato in maniera trasversale dopo un accordo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, nel nuovo documento si prevede anche una riduzione della pena per violenza sessuale semplice, che potrebbe essere così punita fino a 10 anni.

Due provvedimenti, uno contro il patrimonio e uno contro la persona, che corrono in parallelo è che segnalano come le scelte politiche siano dettate da quel populismo penale che rompe il principio di proporzionalità della pena e che appare orientato più a lanciare messaggi simbolici che a incidere realmente sulla sicurezza.

Nel decreto sicurezza emerge un marcato inasprimento delle pene per reati contro il patrimonio, che potrà portare fino a 10 anni di reclusione, pena prevista per delitti di ben altra gravità

Alla stessa logica appartiene la reintroduzione della procedibilità d’ufficio – ossia il modo cui si inizia un procedimento direttamente, senza bisogno di un esposto o di una denuncia – per alcune ipotesi di furto aggravato e l’estensione dell’arresto in flagranza differita, strumenti che ampliano il potere repressivo senza un adeguato rafforzamento delle garanzie.

Minori e migranti come problemi di ordine pubblico

Particolarmente preoccupante è l’impostazione riservata ai minorenni. Le norme sulla cosiddetta prevenzione della violenza giovanile ampliano l’ammonimento del questore anche a ragazzi tra i dodici e i quattordici anni e introducono sanzioni economiche a carico delle famiglie.
Un approccio che riduce fenomeni complessi a una questione di polizia, cancellando qualsiasi investimento educativo, sociale o preventivo. Anche in questo caso non è banale che questo provvedimento arrivi a due anni e mezzo dall’approvazione del decreto Caivano che ha introdotto una serie di norme, rivolte proprio ai minori, con un preoccupante impatto repressivo e criminalizzante.

Norme che hanno portato a un aumento dei minori reclusi negli Istituti penali per minorenni (Ipm) e che, a giudicare dal contenuto di questo nuovo pacchetto sicurezza, non hanno avuto i risultati sperati. Ma il ricorso al sistema penale, non aiuta mai a risolvere questioni che hanno radici più profonde, come ricorda lo stesso Luigi Ferrajoli, tra i principali giuristi italiani che, parlando di populismo penale, sottolinea come questo consista «nell’uso demagogico e congiunturale del diritto penale diretto ad alimentare la paura con misure tanto anti-garantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità». Insomma, di un diritto piegato alle emozioni, che però non ha effetti deterrenti reali.

Minori in carcere, il modello italiano si è rotto

Un’impostazione analoga si ritrova nella parte dedicata all’immigrazione, su cui negli ultimi anni il governo è già intervenuto con numerosi provvedimenti. Il pacchetto prevede, tra le altre misure, la possibilità di un’interdizione temporanea delle acque territoriali decisa dal Governo in caso di “pressione migratoria eccezionale”, con il conseguente trasferimento delle persone soccorse verso Paesi terzi.
Si tratta di una misura che incide su principi cardine del diritto internazionale del mare, a partire dall’obbligo di soccorso, e che riduce drasticamente il ruolo del controllo giurisdizionale, concentrando la decisione in capo all’Esecutivo. Un’impostazione che richiama le politiche di esternalizzazione delle frontiere e che rischia di produrre nuovi vuoti di tutela per chi cerca protezione, ricordando che il prossimo 12 giugno entrerà in vigore anche il nuovo Patto di migrazione e asilo votato l’anno scorso dall’Unione europea.

Questo articolo è già uscito il 30 gennaio 2026 su lavialibera 

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