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Parole a capo
Lara Pagani: “Le viti del pianto”: quasi un’intervista

Parole a capo <br> Lara Pagani: “Le viti del pianto”: quasi un’intervista

 

Dei tuoi dolori non fare parola –

tirare dritto fosse l’ultima prova,

l’ultimo incendio della tua figura:

 

anche questo sei tu, pianeta rosso

per orbite e per anelli che splendono

al dito, nera cometa e sventura

di tutte le solitudini, tu –

 

passi e gli angeli si piegano, girano

le viti del pianto. Dai tuoi dolori

brucia una risata – dal mento d’oro

spunta al cosmo l’inedito profilo.”

 

In questa tua poesia, ritrovo il verso che dà il titolo alla tua silloge. Perché “le viti del pianto”?

LP: In questo testo, le viti sono intese come parte di un ingranaggio capace di regolare sia il pianto, sia la risata. Tra le diverse ragioni per cui ho scelto questo titolo, la principale è la ricchezza di rimandi che porta con sé — alle viti come strumento meccanico, alla vite che dà frutto e, non da ultimo, alla vita stessa per un richiamo puramente sonoro.

 

Mi sono trovato imbrigliato nelle tue immagini. Trappole liquide che circondano giorni, tempi, minuti, pianeti che ruotano, mutano e corrono via.

Nella prima sezione della silloge “Columbia Livia” (nome scientifico del piccione domestico) dichiari la tua scelta per questo volatile che, spesso, genera ribrezzo, distanza decisa. E’ forse perché questo volatile rappresenta una voglia concreta di razzolamento, di mescolamento disobbediente?

LP: A proposito del piccione. Sì, assolutamente. Ma mentre scrivevo questa sezione non ne sono stata mai cosciente fino in fondo. L’ho percepito molto dopo.

Gli piacevo da matti, mi adorava:

attendeva i dettami, mi chiedeva

che cosa mi piaceva: era sognare

ad occhi chiusi ma vigile, ero splendida

come chi crede d’esserlo. Un mattino

mi sono svegliata, avevo le piume

e un bel paio d’ali: ero diventata

uno splendido piccione.

*

Avevo piume, potevo volare.

Avevo un becco aguzzo, strabuzzavano

i passanti alla mia vista – tiravano

via i bambini con le mani perché

ero sporca, portavo malattia.

Non ero triste, mi sembrava giusto:

fossi stata al posto loro – dov’ero

prima – mi sarei fatta ribrezzo.

 

Distinguersi dalla folla, rivendicare la propria diversità, una fiera alterità.

Poesie per Clizia” è il titolo della seconda sezione. Clizia è un personaggio mitologico, una giovane ninfa perdutamente innamorata del dio Sole Apollo, poi sedotta e abbandonata per un amore mortale. Il dio Elio la trasforma in un girasole, sempre rivolto verso il Sole. Ovidio, nel libro IV delle Metamorfosi, di Clizia scriveva “Colei che si inchina, si muta e ha la dedizione verso qualcosa” e “Benché trattenuta dalla radice, essa si volge sempre verso il suo Sole, e anche così trasformata gli serba amore”. Per Eugenio Montale, Clizia era una donna angelo, una nuova Beatrice dantesca. Ricordo la sua poesia “Portami il girasole”. Qual è per te la presenza di Clizia nella tua silloge?

LP: La figura di Clizia, in queste poesie, è ispirata a una persona a me molto cara.  Ne reca anche alcune caratteristiche fisiche (gli occhi chiari, i capelli ramati). In maniera più generale, però, Clizia qui è la donna capace di rigenerarsi, di sovvertire le regole e rovesciare anche la disperazione più cupa. Pensavo, in fin dei conti, soprattutto alla Clizia di Montale.

Ti sbocciano viole sulla schiena. Nulla

esiste che riesca a scalfirti, a strapparti

dall’ingorgo matto delle stagioni: nulla

tranne l’ametista che scorre dalla pianta

del tuo piede alla radice dei capelli. Solo

tu puoi recidere stelle, svernare chi sei –

sovvertire la corolla delle possibilità.

 

In diversi momenti emergono riferimenti, ricordi, rimandi, “frammenti” religiosi, situazioni…

In chiesa a volte vado all’improvviso

perché sento che devo. Cerco un cero,

un vero cero di quelli che bruciano,

e lo accendo per te. Spesso sorrido

sapendo che ci basta un soffio solo

per sparire nel nero. I ceri in plastica,

loro, sono finiti prima ancora

di cominciare. Mi guardano spenti,

 

(…) “Generata, non creata –

della stessa sostanza del brivido” (…)

che ricorda il passaggio del Credo nella religione cattolica “Generato, non creato della stessa sostanza del Padre…”, ma soprattutto è “in dialogo” con la poesia della pagina precedente.

Una silloge dove spesso si incontrano richiami letterari come, ad esempio, “la rondine del Principe Felice” di Oscar Wilde che ignorava l’esistenza delle lacrime oppure Giovanni Pascoli nella breve poesia “Non sapresti distinguere la rondine / tornata sotto al tuo tetto da quella / riparata altrove – una vale l’altra / quando ti serve che sia primavera.

Le viti del pianto” (ilglomerulodisale, 2024) è una silloge ricca, intensa, profonda dove ogni tanto sbocciano inaspettate rime come in questa poesia:

Accoglimi, ti prego, dove addensi

il tuo segreto è dove resta traccia

certa di me, del viso che non pensi

somigliarti – ma sbagli, con che faccia

 

puoi definirci diversi -, dei sensi

andati persi. Ridarti la caccia

mi scora, mi sfiorisce, i tuoi dissensi

non hanno peso adesso, che tu faccia

 

storie è assurdo davanti a questa vita

pronta a svoltare il respiro. Puoi dirmi

quello che tieni a cuore, perché, come –

 

puoi dirmi che ti uccide la ferita

di tuo padre svanito, maledirmi

la volta buona, rendermi il mio nome.

 

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Poetarum SilvaLarosainpiu, Limina Mundi, Atelier. “Le viti del pianto” (ilglomerulodisale, 2024) è la sua opera prima. In Parole a capo sono state pubblicate sue poesie in diverse occasioni: il 2/03/2023; il 27/03/2023; il 20/03/2024; il 28/08/2025.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contri
buto all’IBAN:  IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 327° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

*

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Zairo Ferrante uscito su Pensarelibero.it il 28 febbraio 2026).

Instant Poetry e criterio dinanimista: un esempio di verifica nel tempo dello scroll

Un’applicazione del criterio dinanimista alla Instant Poetry per misurare, nel flusso digitale, quando la parola torna ad agire e quando resta semplice esposizione.

Nel dibattito contemporaneo sulla poesia digitale, la Instant Poetry viene alternativamente celebrata o liquidata.
Raramente, però, viene misurata.

E questo vale, più in generale, per gran parte delle discussioni critiche sul linguaggio poetico e non soltanto per quella social: è poesia o prosa? È prosa poetica? Poeti o “acapisti”?.

Senza un criterio, ogni discussione resta impressione. Con un criterio, un fenomeno diventa misurabile.

In una recente definizione fondativa, il Dinanimismo ha proposto come criterio di valutazione l’azione poetica nel reale.

Un criterio, tuttavia, non si compie nella sua dichiarazione, ma nella sua applicabilità.

In questa prospettiva, la Instant Poetry rappresenta oggi un banco di prova decisivo, essendo uno dei luoghi in cui la parola rischia di dissolversi più rapidamente, perdendo incisività.

La verifica passa attraverso cinque assi precisi:

  1. Necessità
  2. Attrito
  3. Trasformazione
  4. Rischio
  5. Durata

1. Necessità

La parola poetica di un testo di Instant Poetry risponde a un’urgenza reale, oppure soltanto a un’esigenza di presenza digitale?
Se manca l’urgenza, la produzione non è ancora azione ma semplice esposizione – vetrina. Chi abita il mondo social conosce bene questa tentazione: apparire sempre, anche quando non c’è nulla di necessario da dire.


2. Attrito

Il verso si integra perfettamente nel flusso assecondandolo, oppure è capace di interrompere lo scroll, costringendo il lettore a fermarsi?
L’attrito, che non è rumore ma resistenza, comincia quando la lettura rallenta ciò che era “algoritmizzato” per scorrere veloce.


3. Trasformazione

Il testo moltiplica interazioni e like o genera spostamento interiore?
La trasformazione avviene quando il linguaggio poetico, anche impercettibilmente, modifica la postura del lettore, pur non piacendo – la trasformazione non coincide sempre e comunque con il consenso.


4. Rischio

Chi scrive è disposto ad accettare la perdita di consenso — pilastro fondante dell’algoritmo dei social?
Non c’è rischio nel consenso garantito. Il rischio è l’accettazione della perdita pur di mantenere coerenza con la propria necessità.
L’algoritmo premia la continuità e l’adattamento al sistema; la poesia, se è tale, accetta la frattura e talvolta anche il silenzio.


5. Durata

La parola è disposta a cedere visibilità in cambio di permanenza?
La visibilità è un dato quantitativo; la durata, invece, è una qualità. Un testo dura quando è capace di ritornare o di restare, non soltanto di apparire.


Se un testo di Instant Poetry soddisfa i criteri di necessità, attrito, trasformazione, rischio e durata, non soltanto può essere definito “poesia nel digitale”, ma diventa atto civile.

Perché nel luogo della massima velocità introduce una soglia. Nel flusso continuo inserisce una pausa. Nell’algoritmo chiede responsabilità.

Usare lo scroll per interrompere lo scroll significa restituire al linguaggio la sua funzione pubblica: non decorativa ma costitutiva, anche di coscienze.

In questo senso, la vera Instant Poetry non è quella che accumula interazioni, ma quella che accetta di perderle pur di restare necessaria.

Se un testo di Instant Poetry risponde a questi cinque assi — e non sarà la maggior parte — non è soltanto compatibile con il criterio dinanimista, ma assume una responsabilità pubblica.

È restituendo peso alla parola nel mondo del flusso continuo che la poesia torna a essere azione. E non è affatto scontato.

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Pierluigi Guerrini

Pier Luigi Guerrini è nato in una terra di confine e nel suo DNA ha molte affinità romagnole. Sperimenta percorsi poetici dalla metà degli anni ’70. Ha lavorato nelle professioni d’aiuto. La politica e l’impegno sono amori non ancora sopiti. E’ presidente della Associazione Culturale Ultimo Rosso. Dal 2020 cura su Periscopio la rubrica di poesia “Parole a capo”.

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