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A pensarci bene / Giorgia Meloni presa a sberle dall'Europa

A pensarci bene / Giorgia Meloni presa a sberle dall’Europa

A pensarci bene /
Giorgia Meloni presa a sberle dall’Europa

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Gioggia Meloni credeva di poter spiegare a tutti come funziona Schengen.
La Germania ha deciso di accettare la sfida.
Perché il sovranismo italiano non capisce (fra le tante cose) che i Paesi europei sono protagonisti, non comprimari.
E hanno i moduli. Quelli che Salvini non può fermare con un tweet.
Il governo Merz ricomincerà a trasferire in Italia alcuni richiedenti asilo per i quali (secondo le regole europee) è l’Italia lo Stato responsabile.
Primo trasferimento previsto: 19 agosto, una ragazza somala di 22 anni.
Non un’invasione, ma una cosa molto peggiore per il governo Meloni: un precedente.
Per anni la destra italiana ha chiesto all’Europa di applicare le regole, quando le regole servivano a fermare qualcuno.
Adesso che le stesse regole presentano il conto all’Italia, improvvisamente sono diventate “vincoli burocratici”, “vecchi meccanismi”, “procedure da rivedere”.
Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, diceva Giovannone.
Il sistema europeo stabilisce quale Stato debba essere responsabile di una domanda d’asilo.
Non significa semplicemente: “il primo Paese che tocchi ti prende per sempre”.
Ci sono criteri, eccezioni, procedure.
Ma il principio generale è semplice: qualcuno deve essere responsabile.
Perché se ogni richiedente potesse scegliere liberamente il Paese in cui presentare domanda dopo aver attraversato mezza Europa, avremmo ventisette sistemi paralleli.
L’Eurovision dell’immigrazione.
L’Italia ha accettato queste regole. Poi nel dicembre 2022 ha detto: “Adesso però non li riprendiamo.”
La sospensione italiana dei trasferimenti Dublino risale al 5 dicembre 2022 ed era stata motivata dall’indisponibilità di strutture di accoglienza. La questione è finita anche davanti alla giustizia europea.
Perché il sistema di accoglienza italiano fa acqua da tutte le parti, è continuamente sotto attacco della destra ed è sottofinanziato apposta per farlo crollare.
Nel frattempo l’Europa è andata avanti.
L’Unione ha questa caratteristica stranissima di continuare ad esistere anche quando sui social italiani si smette di parlarne.
Dal 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo.
Nuove procedure.
Nuove regole sulla responsabilità.
Nuovi meccanismi di solidarietà.
E adesso la Germania ha detto: “Perfetto. Cominciamo.”
Perché l’Europa non funziona soltanto quando si tratta di chiedere agli altri di fare la loro parte.
Funziona anche quando tocca a noi.
Questo è il pezzo che manda in tilt il sistema operativo dei sovranisti.
Il sovranista italiano vuole un’Europa abbastanza forte da impedire agli immigrati di arrivare in Italia, ma abbastanza debole da non poter impedire all’Italia di fare quello che vuole.
Un’Europa che controlli gli altri, ma non noi.
L’Unione Europea secondo Gioggia ha ventisei doganieri e un’eccezione italiana.
È Netflix, ma con il catalogo localizzato solo per il Belpaese.
La destra italiana ha una visione della politica basata su una convinzione infantile:
se fai una cosa con abbastanza sicurezza, gli altri eviteranno di contestare.
Invece nella realtà gli altri pensano che hai fatto una cosa. E poi rispondono. Come hanno fatto Spagna e Germania.
Così, improvvisamente, il governo Meloni ha scoperto che la politica estera non è un monologo, ma una conversazione.
“L’Italia è tornata centrale in Europa.”
“Meloni è rispettata.”
“Ha cambiato il paradigma.”
Poi in una sola settimana ha preso sberle da spagnoli e tedeschi.
Mentre il resto del Consiglio dei ministri cercava il paradigma sotto il tavolo.
Continuano a confondere la forza con la capacità di fare casino. Dire “faccio quello che voglio” non significa nulla.
Sei semplicemente quello che al ristorante urla mentre gli altri stanno mangiando.
La forza di uno Stato non consiste nel battere i pugni sul tavolo. Consiste nel sapere cosa succede quando li batti.
Il tavolo non è nostro e non lo sarà mai. Così funziona un’Unione.
Ci sono ventisette persone sedute. Se gridi, rispondono.
E non hanno nemmeno dovuto “inventarsi” una risposta: hanno preso il regolamento, aperto il fascicolo e controllato i documenti.
“Secondo questo, tocca all’Italia.”
Niente complotti.
Niente Bilderberg.
Niente Soros che telefona dal bunker di Bruxelles.
“A questo punto resta una sola soluzione: abolire l’Europa!”
Ma soltanto dopo aver incassato i fondi, aver chiesto ai partner di farsi carico dei migranti e aver preteso dagli altri governi il rispetto esclusivamente degli interessi italiani.
Il governo che ha costruito l’intera narrazione politica sull’idea “ognuno si tenga i suoi” scopre che l’Unione Europea ha sentito.
“Va bene. Cominciamo dall’Italia.”
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.

Cover: Spazio Schengen -Foto di certifico.com

Chiedi chi era Francesco Guccini. Quando il vuoto si fa sempre più pieno

Chiedi chi era Francesco Guccini.
Quando il vuoto si fa sempre più pieno

Chiedi chi era Francesco Guccini.
Quando il vuoto si fa sempre più pieno

 Francesco Guccini è morto, e la prima cosa che ho pensato è stata: il vuoto si sta facendo sempre più pieno.

Una frase contraddittoria, almeno in apparenza. Eppure non ne ho trovata un’altra che restituisse con altrettanta precisione ciò che ho provato. Perché, arrivati a una certa età, le persone che se ne vanno non portano via soltanto sé stesse. Portano con sé qualcosa del tempo nel quale le abbiamo conosciute, ascoltate, amate. E quando a lasciarci sono gli artisti che hanno accompagnato buona parte della nostra vita, quella sensazione diventa ancora più forte.

Guccini appartiene a quella schiera di cantanti, musicisti, scrittori, attori, registi, intellettuali che non abbiamo semplicemente incontrato lungo il cammino. Sono entrati nella nostra formazione. Hanno dato parole a sentimenti che non sapevamo ancora nominare, hanno accompagnato amori, amicizie, illusioni, sconfitte. Qualche volta ci hanno perfino insegnato a guardare il mondo.

Per chi è nato nella seconda metà del Novecento tutto questo ha un significato particolare.
Abbiamo attraversato una stagione culturale difficilmente ripetibile. Non necessariamente migliore in ogni cosa, e sarebbe ingenuo sostenerlo. Ma certamente diversa per spessore e, soprattutto, per la capacità di creare riferimenti comuni.

Esistono figure che attraversano le generazioni e le appartenenze. Potevano piacere o non piacere, potevano essere discusse, contestate, finanche detestate. Ma c’erano. Erano presenze familiari. Guccini era una di quelle presenze.

Non era necessario conoscere tutte le sue canzoni per sapere chi fosse. La sua voce, la sua barba, quel modo insieme ironico e malinconico di raccontare gli uomini, la politica, gli amori, le osterie, il tempo che passa appartenevano a qualcosa di più vasto della musica. Era un pezzo d’Italia. Ed è forse per questo che alcune scomparse ci toccano in modo così profondo.

Non muore soltanto qualcuno che abbiamo ammirato. Si spegne un’altra luce in un paesaggio che avevamo creduto immutabile.
Naturalmente le opere restano. Guccini continuerà a esistere nelle sue canzoni, come continuano a esistere De André, Gaber, Dalla, Battiato, Daniele, Battisti. E  come continuano a parlarci gli scrittori, i musicisti, gli attori che non ci sono più. L’arte possiede questo privilegio straordinario: sopravvive a chi l’ha creata.

Eppure non basta a consolarci. Perché sapere che un’opera resta non cancella la consapevolezza che quella voce non produrrà più futuro. Non ci sarà un’altra parola, un’altra apparizione, un’altra occasione per ritrovarla nel presente. Da quel momento tutto ciò che appartiene a quell’artista comincia, definitivamente, ad appartenere alla memoria.

Ed è qui che la malinconia diventa generazionale.

Uno dopo l’altro se ne stanno andando coloro che furono adulti quando noi eravamo ragazzi. Quelli che sembravano già esistere quando siamo arrivati e che, proprio per questo, avevamo finito per considerare parte stabile del mondo. Non pensavamo che potessero scomparire. O forse lo sapevamo, naturalmente, ma non ci riguardava ancora.

Adesso ci riguarda.

Ogni volta che uno di loro se ne va, il pensiero corre inevitabilmente anche a noi. Alla distanza che ci separa da ciò che siamo stati. Alle persone con  cui ascoltavamo quelle canzoni, ai luoghi nei quali le abbiamo sentite per la prima volta, agli amori che credevamo eterni, alle amicizie perdute per strada, a certe estati che nella memoria continuano ad avere una luce che nessuna estate presente riesce più ad avere.

Non è soltanto nostalgia. È accorgersi, quasi fisicamente, del tempo trascorso.

E allora mi chiedo che cosa provino i ragazzi di oggi davanti alla morte di Francesco Guccini.

Molti sanno benissimo chi era. Lo hanno ascoltato, amato, seguito, magari scoperto attraverso i dischi dei genitori o per conto proprio.

Sarebbe ingiusto confinare Guccini dentro una generazione soltanto. Le opere che contano davvero hanno anche questa capacità: nascono in un’epoca e finiscono per appartenere a chi viene dopo.

Ma proprio qui avverto una differenza. Per noi Guccini non è stato soltanto un artista da scoprire. Era già lì mentre diventavamo ciò che siamo. Le sue canzoni arrivavano mentre accadevano le cose, mentre vivevamo gli amori, le amicizie, le illusioni e le sconfitte di cui quelle stesse canzoni sembravano qualche volta parlare. Un ragazzo può amare oggi Guccini quanto lo abbiamo amato noi, forse persino di più. Non può però avere con lui lo stesso rapporto con il tempo, semplicemente perché quel tempo non l’ha vissuto. Ed è questa, forse, la vera differenza tra le generazioni: non ciò che amiamo, ma il momento della vita e della storia in cui abbiamo cominciato ad amarlo.

Ogni generazione ha diritto ai propri riferimenti, alle proprie musiche, alle proprie dimenticanze.

Mi domando se le nuove generazioni avranno figure capaci di accompagnarle così a lungo. Se, fra quaranta o cinquant’anni, la scomparsa di un  cantante, di uno scrittore, di un artista riuscirà ancora a far sentire a milioni di persone di aver perduto contemporaneamente qualcosa della propria storia.

Forse ciò che è cambiato non è la qualità delle nuove generazioni, come troppo spesso e troppo comodamente si sostiene. È cambiato il mondo nel quale costruiscono la propria memoria.

Noi siamo stati probabilmente tra gli ultimi a crescere dentro un immaginario largamente condiviso. La televisione, la radio, i dischi, i giornali, i libri costruivano un territorio comune.

Oggi quel territorio si è frantumato in migliaia di percorsi individuali.

Abbiamo accesso a una quantità di musica, immagini e parole che allora sarebbe stata inconcepibile, ma proprio questa abbondanza rende più difficile che una voce diventi la voce di un tempo. Insieme ai nostri grandi artisti rischiamo allora di perdere non soltanto loro, ma anche la possibilità stessa di avere una memoria comune.

Mi torna allora in mente il brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles su testo di Roberto Roversi. E mi viene spontaneo cambiarne una sola parola: Chiedi chi era Francesco Guccini.

Non vorrei che suonasse come un rimprovero ai giovani. In fondo, quella domanda parla soprattutto di noi. Perché arriva un momento in cui ci accorgiamo che gli artisti che hanno accompagnato la nostra vita non stanno soltanto lasciando il mondo. Stanno consegnando definitivamente la nostra giovinezza alla memoria.

Le loro opere resteranno. Continueranno a parlare a chi avrà voglia di ascoltarle. Può darsi che un ragazzo che oggi conosce appena il nome di Guccini, un giorno incontrerà una sua canzone e vi troverà qualcosa che noi non avremmo mai immaginato. È sempre accaduto con le opere capaci di sopravvivere al proprio tempo.

Noi, però, sappiamo qualcosa che quel ragazzo non potrà sapere.
Sappiamo che cosa significava quando quella voce era ancora dentro il nostro presente. E ogni volta che una di quelle voci si spegne, il silenzio non diventa più grande.
Diventa più pieno.   

In copertina: Francesco Guccini, long playng  Radici

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Francesco D’Angiò clicca sul nome dell’autore

Maestri dimenticati: Andrea Caffi e il primato della visione etica

Maestri dimenticati: Andrea Caffi e il primato della visione etica

Maestri dimenticati: Andrea Caffi e il primato della visione etica

Ci sono alcuni pensatori del passato che sembrano aver riflettuto e scritto per i momenti di crisi come quelli che stiamo attraversando. Sono quei pensatori che non indugiano su una offerta di ricette politiche, ma che prima e più urgentemente di queste, si preoccupano di restituire alla politica il suo ruolo più urgente e necessario: la responsabilità etica.

In un’epoca come la nostra, segnata sempre di più da un ritorno ai nazionalismi, sovranismi, razzismi e neo‑colonialismi, alcune di queste voci sembrano alzarsi più distintamente di altre e tornare a interrogarci sulla qualità morale delle scelte collettive.

Andrea Caffi nella carta d’identità falsa che usò in Francia durante l’occupazione nazista.

Andrea Caffi è uno di questi pensatori; una di queste voci.

Nato a Pietroburgo nel 1887 da genitori italiani, militò giovanissimo nel movimento socialista. Partecipò alla rivoluzione del 1905 nelle file dei menscevichi. Condannato a tre anni di carcere, appena liberato andò in Germania. Nel 1914 si arruolò volontario nell’esercito francese. Richiamato in Italia nel 1915, rimase al fronte fino al 1917, quando andò a Zurigo, per lavorare alla propaganda fra le nazionalità oppresse dall’Impero asburgico.

Nel 1920 andò in Russia, dove conobbe le prigioni bolsceviche, e vi rimase fino al 1923. Tornato in Italia, partecipò alla lotta antifascista a Roma. Emigrato in Francia, per sfuggire all’arresto, nel 1926, quando Rosselli, evaso da Lipari, giunse a Parigi, si mise subito in contatto con lui e fu collaboratore assiduo dei Quaderni e del settimanale Giustizia e Libertà. Nel 1944 fu imprigionato per la sua attività nella Resistenza. Morì il 22 luglio 1955 all’ospedale della Salpetrière.

Il suo pensiero filosofico e politico si esprime in una lucida critica ai totalitarismi del Novecento nata da questa “semplice” intuizione: quando la politica smette di interrogarsi sul bene e sul giusto, diventa amministrazione della forza. E la forza, quando non è temperata da un’etica, si trasforma in violenza.

Le tre esperienze che segnarono la sua vita e indirizzarono questo pensiero furono l’esilio permanente, che gli impedì ogni radicamento nazionale rendendolo allergico alle identità chiuse; la delusione per le rivoluzioni, che gli rivelò come la violenza, anche quando si proclama emancipatrice, finisca per riprodurre nuovi domini e, per finire, la marginalità scelta come condizione esistenziale funzionale a un pensare slegato ad appartenenze, fedeltà ideologiche e compromessi.

Caffi non fu un protagonista istituzionale, ma un uomo che visse ai “margini”, e da questi margini riuscì a vedere più lontano: vide la fragilità dell’umano, la necessità della cura, la centralità dell’etica come bussola della vita pubblica.

Per Caffi, la politica non è mai autonoma. Non è un campo tecnico, non è un gioco di potere, non è un teatro di strategie. La politica è una conseguenza, precisamente ciò che accade quando una comunità decide come vivere insieme. E vivere insieme significa riconoscere che ogni decisione pubblica è prima di tutto una decisione morale.

La sua idea di primato etico non è moralismo, ma vigilanza: la consapevolezza che ogni scelta collettiva produce effetti sulla dignità, sulla libertà, sulla vulnerabilità degli altri. In questo senso, Caffi è radicalmente contemporaneo: oggi la politica sembra aver perso proprio questo, la capacità di pensare l’umano prima del confine, la persona prima dell’identità, la relazione prima dell’appartenenza.

Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte a Tolosa, 1947 – Andrea Caffi Colletion, Biblioteca Gino Bianco

Tra le relazioni che hanno segnato la sua vita, quella con Nicola Chiaromonte, personalità della quale ci siamo più volte occupati su queste pagine di Periscopio, è la più feconda.

Non è solo un rapporto amicale: è una tradizionale forma di relazione maestro‑discepolo che si rovescia continuamente, perché entrambi imparano dall’altro.

Si conoscono negli anni Trenta, nel clima dell’antifascismo europeo. Chiaromonte, più giovane, trova in Caffi un punto di riferimento morale: un uomo che non separa mai la critica politica dalla responsabilità personale.

Caffi vede in Chiaromonte un interlocutore capace di trasformare la sua intuizione etica in una pratica culturale e civile. La loro amicizia è un laboratorio: Caffi offre la radice etica, la diffidenza verso ogni potere, la centralità della persona, Chiaromonte porta la dimensione pubblica, la scrittura militante, la capacità di tradurre l’etica in azione culturale.

Insieme costruiscono una forma di pensiero che rifiuta tanto il totalitarismo quanto il cinismo democratico.

Guardando ciò che accade nelle nostre società, la diagnosi di Caffi appare sorprendentemente attuale. La retorica nazionalista costruisce comunità chiuse, fondate sulla paura dell’altro. Il sovranismo trasforma la complessità globale in un feticcio di autosufficienza. Il razzismo riemerge come dispositivo di gerarchia ed esclusione. Il neo‑colonialismo economico e culturale riproduce rapporti di dominio mascherati da piani di sviluppo.

Tutti questi fenomeni hanno un tratto comune: la rinuncia all’etica come criterio di orientamento. La politica diventa un esercizio di potenza, un gioco di identità, una gestione del risentimento.

Grazie alla sua analisi di allora, anche oggi Caffi ci inviterebbe a guardare oltre: non solo che cosa funziona, ma che cosa è giusto; non solo chi vince, ma chi viene ferito; non solo che cosa conviene, ma che cosa libera.

Una politica dunque che torni davvero a guardare. Guardare chi resta indietro. Guardare chi viene escluso. Guardare chi non ha voce. Guardare le conseguenze delle decisioni. Guardare la fragilità come parte della comunità, non come scarto.

Guardare quello che accade alla biosfera e all’ecosistema.

Perché il primato dell’etica è, in fondo, un primato dello sguardo: la capacità di vedere l’altro non come ostacolo, ma come compagno di destino e la capacità di vedere i danni che stiamo provocando con la nostra invasività di specie ormai ridotta quasi a un parassita del pianeta.

La politica contemporanea — soprattutto quella che si nutre di nazionalismo, sovranismo, razzismo e nostalgie neo‑coloniali — ha bandito l’etica dal dibattito pubblico e non per dimenticanza, ma per scelta consapevole.

A questa rimozione se ne aggiunge un’altra: la totale mancanza di una eco‑etica, vale a dire una presa di coscienza dei danni arrecati al pianeta e della responsabilità verso le generazioni future.

La crisi ecologica, quella che per… schizofrenia di specie definiamo cambiamento climatico – e non, come giustamente dovrebbe essere definito: “riscaldamento globale” – è al contempo un problema tecnico e un fallimento morale.

Abbiamo costruito un modello di sviluppo che consuma il pianeta come se fosse infinito e scarica sulle generazioni future il peso delle nostre scelte. La politica attuale non solo ignora questa responsabilità, ma spesso la deride, riducendo la crisi climatica a un fastidio, a un costo, a un complotto.

Caffi ci ha offerto un criterio semplice: una politica che non si interroga sulle conseguenze delle proprie azioni non è politica, è amministrazione del presente.

E amministrare il presente senza pensare al futuro significa condannare il futuro stesso.

Potremmo vedere nell’eco‑etica, la prosecuzione naturale e più completa del suo pensiero: la responsabilità verso l’altro, verso la terra, verso chi verrà dopo di noi. Oggi, ne siamo certi, Andrea Caffi chioserebbe che non può essere data giustizia sociale senza una giustizia ecologica.

Cover: Foto di Chil Vera da Pixabay

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Rettifica

Periscopionline in data 13 dicembre 2023 ha pubblicato un articolo a firma dell’associazione “Crinali Liberi”.
AGSM-AIM S.p.a., soggetto che sta sviluppando il Progetto di parco eolico di cui all’articolo in esame, ha fortemente contestato le affermazioni contenute nell’articolo, siccome non veritiere e quindi anche diffamatorie, e ne ha chiesto la rettifica, a tutela della verità degli accadimenti e della reputazione della Società. Compiuti i necessari riscontri, riteniamo che la richiesta della Società sia fondata e volentieri pubblichiamo le rettifiche richieste, nei termini che seguono

Francesco Monini (direttore)
Nicola Cavallini (vicedirettore)

Occorre anzitutto mettere in evidenza che i ricorsi proposti contro il Progetto da alcuni enti locali ed associazioni, sono stati respinti con le sentenze del TAR Toscana nn. 28 e 29 del 10.01.2024.

Il Consiglio di Stato, cui i ricorrenti hanno fatto impugnazione contro  quelle sentenze, ha confermato le decisioni del TAR, con sentenze nn. 5888 e 5889 del 7 luglio 2025.

Nell’articolo si afferma che, attraverso il c.d. metodo del “fatto compiuto”, sarebbero stati realizzati illeciti, individuati dall’autore dell’articolo stesso in “inquinamenti, disastri ecologici, distruzione di boschi e fauna selvatica protetta”.

Quei fatti sono stati però addebitati ad AGSM-AIM, evocando anche illeciti di natura penale, in termini assolutamente generici e contro il vero.

Allo stesso modo, non corrisponde al vero quanto si afferma nell’articolo, secondo cui il Progetto presenterebbe carenze progettuali e sarebbe caratterizzato da una opacità procedurale.

 

Più in dettaglio:

  • l’affermazione contenuta nell’articolo secondo la quale vi sarebbero numerose falle tecniche del progetto, in particolare con riferimento alla mancanza della relazione idrogeologica, non risponde al vero: la stessa è stata prodotta negli elaborati progettuali, essendo inclusa nella relazione geologica e geotecnica di cui alla Tavola RTG004-02;
  • nell’articolo si riporta che il Consiglio dei Ministri del Governo Draghi avrebbe approvato il progetto “con un colpo di mano e di autorità” per superare il parere negativo vincolante da parte della Soprintendenza Archeologica belle arti e paesaggio di Firenze Prato e Pistoia: al contrario, in realtà la Regione Toscana, dopo vasta istruttoria, ha accertato la compatibilità ambientale del progetto e ne ha confermato l’autorizzazione unica; pertanto a febbraio 2022 il progetto è stato autorizzato senza alcun intervento esterno del CdM (sul punto anche la sentenza TAR Toscana si è pronunciata in tal senso);
  • non corrisponde al vero che mancassero i necessari permessi per i carotaggi e gli spianamenti necessari per la realizzazione del progetto: la realizzazione dei carotaggi è prescritta proprio dall’autorizzazione al progetto;
  • anche il riferimento all’escavazione illecita del corso del torrente Solstretto non è corretto, posto che l’escavazione e l’intubazione sono state regolarmente autorizzate; peraltro, all’epoca della pubblicazione dell’articolo le stesse non erano ancora state eseguite;
  • non corrisponde al vero l’affermazione relativa al rischio di inquinamento del terreno per spargimento dei residui dei carotaggi, contenitori di plastica e di metallo: la funzione dei carotaggi richiede che venga lasciata in loco la carota estratta al fine di consentire il controllo del contenuto agli enti preposti; le carote di terreno erano state diligentemente conservate nei relativi contenitori, che sono stati oggetto di atti vandalici e danneggiamento da parte di terzi soggetti, rimasti allo stato ignoti, che hanno causato volontariamente, a fini vandalici, lo spargimento dei residui del carotaggio sul terreno; tale circostanza è stata prontamente denunciata all’autorità giudiziaria da AGSM-AIM;
  • non corrisponde al vero che vi sia stata una chiusura al transito di strade e sentieri in assenza di concessione: al contrario, con l’ordinanza del Comune di Dicomano n° 487 del 12.07.2023 è stato ordinato il divieto di transito eccetto residenti e/o autorizzati, mezzi di soccorso e personale SNAM nella strada vicinale di Corella nel tratto compreso tra la località c. Gardo e la località Montegattaia, come da planimetria allegata all’ordinanza dalle ore 8 alle 18 del 17.07.2023 fino a fine lavori, per ampliamento stradale;
  • non corrisponde al vero neppure la circostanza, riferita nell’articolo, relativa all’assenza di delimitazione dei cantieri, con conseguente aumento del rischio di incidenti per abitanti ed escursionisti, o alla carenza di segnaletica o di informazioni generali sui riferimenti del cantiere, quali nomi e contatti dei capo cantieri e dei responsabili dei cantieri e del progetto:  i cartelli di cantiere – e di ciò esiste una abbondante documentazione fotografica – sono stati tempestivamente collocati al momento dell’allestimento del cantiere, così come sono state installate la segnaletica mobile e le delimitazioni di cantiere, con reti in plastica rossa, conformemente alla previsione progettuale;
  • è infine errata e contraria al vero l’affermazione, contenuta nell’articolo,  secondo la quale le terre e le rocce scavate di cui è stata disposta la rimozione e il trasporto nella discarica di Cavriglia costituiscono “rifiuto speciale”: questa locuzione richiama una connotazione negativa (giuridicamente rilevante) dei materiali in esame, anche in termini di sicurezza, laddove si tratta invece di terre e rocce da scavo, qualificate nel progetto come non rifiuti ed approvate come tali, destinate al reimpiego nell’ambito dello stesso cantiere, secondo le previsioni progettuali approvate dalla Regione Toscana.

Ci scusiamo con AGSM e con i lettori per le imprecisioni riportate dall’autore nell’articolo di cui in premessa.

Fuori dalla curva. Una riflessione per chi vuol smettere di tifare ma non di pensare

Fuori dalla curva. Una riflessione per chi vuol smettere di tifare ma non di pensare

Fuori dalla curva. Una riflessione per chi vuol smettere di tifare ma non di pensare

C’è una metafora che descrive con precisione impietosa la politica dei nostri anni: quella dello stadio. Non conta il merito della giocata, conta la maglia. Non conta avere ragione, conta vincere, con ogni mezzo, senza il timore di perdere la faccia; perché la faccia che conta non è più quella di chi dice il vero ma quella di chi “tiene la curva”.

In questo ambiente l’informazione buona per decidere bene è un lusso inutile e l’idea stessa di un confronto da cui scaturisca qualcosa di nuovo sembra ingenuità da educande. Una questione sociale diventa contesa politica non quando è oggetto di conoscenza, ma quando diventa oggetto di appartenenza. In questo clima il dato è diventato un accessorio decorativo della lealtà di gruppo, non un limite alla lealtà incondizionata (Qui l’articolo precedente dove si è presentato questo tema).

Se le cose stessero davvero e soltanto così, la conclusione onesta sarebbe affermare che della democrazia resta soltanto un guscio vuoto. È vero, ma la diagnosi, per quanto dolorosa, offre più margini d’azione di quanto la metafora del tifo lasci intuire.

Resta il guscio ma la sostanza è altrove

Il sociologo e politologo inglese Colin Crouch  ha dato un nome preciso a ciò che sta accadendo: post-democrazia. Non proprio un vuoto, ma una spaccatura, una biforcazione. La forma democratica resta intatta, anzi si spettacolarizza — elezioni, referendum, dibattiti, sondaggi, interviste, tutto il repertorio in bella mostra (la politica come spettacolo, come esibizione). Ma la sostanza delle decisioni (la dimensione del potere dei grandi interessi economici e finanziari) si è spostata altrove, in arene tecniche sottratte al voto: banche centrali, corti sovranazionali, trattati, agenzie.

Sono due sistemi accoppiati che non si parlano più: un potere che decide senza mandato popolare, e un mandato popolare che vota senza più decidere granché. La popolazione che partecipa sempre meno, ma che in compenso tifa ferocemente per le questioni tutte, con un appiattimento che non fa più emergere nessuna priorità; tutto urgente, tutto subito, ma per pochi istanti.

Poche ore, qualche giorno forse e le questioni vitali hanno già lasciato il posto ad altre “altrettanto vitali”. Il tifo che vediamo in campo oggi, sempre seguendo la metafora, non è la causa della crisi, è ciò che resta visibile quando la sostanza è stata evacuata e spostata altrove. Ma i tifosi servono e, intanto che si scornano tra loro, i decisori veri perseguono scopi su cui nessuno può davvero sindacare e, forse, neanche sapere.

Cosa ha tolto gli argini che un tempo contenevano (o almeno tentavano di contenere con un certo successo) la corrente tribale che anima le curve tanto quanto la pratica politica (chiamarlo dibattito politico è decisamente fuori luogo)? Non è la passione di appartenenza in sé — quella non è mai mancata e i classici del pensiero elitario, da Mosca a Michels, l’avevano già messa in conto come costante della vita politica di massa.

È saltata la diga: i partiti strutturati, la stampa di riferimento, i corpi intermedi; apparati lenti, spesso oligarchici, ma che erano capaci di rallentare l’impulso tribale prima che diventasse decisione, anzi: prima che essa si scatenasse nell’azione violenta. I social media e il capitalismo delle piattaforme hanno smontato quella diga senza sostituirla con nulla: hanno restituito il flusso tribale nella sua forma più pura, orizzontale, istantanea; più autentico forse, ma anche incapace di trasformarsi in pensiero ben articolato.

Solo contrappeso sembra essere il potere di sorveglianza, di denuncia, di accusa: la possibilità sempre presente dello scandalo che continua a mordere anche dentro un regime di curve contrapposte, perché lo scandalo è merce spendibile da entrambe le tifoserie. Come sostiene Pierre Rosanvallon il simulacro della democrazia non è vuoto fino in fondo: ha ancora una funzione di veto fondata sulla sfiducia (una contro-democrazia appunto) che nessuna tribù rinuncia volentieri a usare contro l’avversario (Sulla controdemocrazia vedi Qui).

Il forestiero utile

C’è una posizione, in tutto questo, che merita di essere rivalutata invece che compatita: quella di chi non sta in nessuna delle curve contrapposte. Georg Simmel la chiamava la figura dello straniero — chi appartiene al gruppo quel tanto che basta per essere ascoltato, ma resta abbastanza distante da vedere ciò che i tifosi non vedono di se stessi.

È una posizione scomoda e pericolosa, liminale: paga il prezzo di non avere una tifoseria alle spalle che la protegga; il forestiero viene sospettato da entrambi i lati proprio perché non giura fedeltà a nessuno. Ma in termini di reti sociali è anche, come ha mostrato il sociologo americano Ronald Burt, il punto più prezioso del sistema: il connettore possibile tra due gruppi che altrimenti non comunicherebbero affatto (rimanendo fortemente ostili e nemici) genera un valore sproporzionato anche rispetto al rischio che corre chi lo occupa.

Chi si ritrova, per scelta o per formazione, a criticare entrambe le curve (e, raramente, quel che sta sopra) — trovando in ciascuna qualche buon argomento e molte sciocchezze — non sta fallendo nel prendere posizione. Sta occupando l’unico varco strutturale attraverso cui, in questo momento, può ancora passare qualcosa di simile al pensiero. Sta presidiando un piccolo spazio di libertà.

Va detto però detto senza indulgenza: nessuno osserva la tifoseria dall’esterno per statuto naturale. Si abita già una curva, oppure si rischia di esservi annessi al primo episodio che i media hanno ogni interesse a montare ad arte — e il pericolo peggiore non è schierarsi consapevolmente, è ritrovarsi in curva senza saperlo; aver scambiato per pensiero proprio ciò che era solo appartenenza travestita da opinione.

Non se ne esce voltando lo sguardo altrove: il primo passo è restare in contatto con il problema, vigili, come si resta vigili verso una dipendenza di cui si conosce bene il meccanismo.

Il nemico viene prima

C’è un ordine che il senso comune implicito nella logica della curva inverte sistematicamente ed è proprio questo scambio a spiegare perché la discussione razionale arrivi sempre troppo tardi per contare qualcosa. Non si parte da un disaccordo che, radicalizzandosi, produce un nemico: al contrario si parte dal bisogno di un nemico, che genera l’appartenenza necessaria a fronteggiarlo, e solo alla fine — terzo tempo, non primo, non secondo — arriva la discussione, già asservita però a giustificare ciò che la precede.

Per questo l’argomentazione, in questi conflitti, suona sempre un po’ recitata, spesso decisamente falsa: non decide nulla, decora, sostiene, una decisione già presa altrove.

C’è anche una ragione strutturale, quasi contabile, per cui il nemico non si lascia congedare facilmente: se A e B sono nemici, A serve a B per giustificare la propria esistenza, e B serve ad A nello stesso modo — un paradossale scambio reciproco di senso, non un incidente di percorso.

Aspettando i barbari, la celebre poesia di Kavafis  mette in scena esattamente questo meccanismo: quando arriva la notizia che i barbari non verranno, il senato si scioglie, gli oratori ammutoliscono, la piazza si svuota — perché, conclude il poeta, “quella gente, dopotutto, era una soluzione”.

Togliere il nemico non libera automaticamente il pensiero, anzi al contrario: apre, in prima battuta, un vuoto. Ed è lo stesso vuoto che le grandi tradizioni mistiche (Qui un mio articolo apparso su Periscopio sul tema) conoscono da sempre come la prova più ardua del cammino — la notte in cui cadono gli schermi, i dualismi, i confini tra sé e l’altro, e non resta nulla su cui appoggiarsi () .

Chi ne esce, rispetto a chi ne è travolto, si distingue per una sola cosa: aver preparato prima un pensiero capace di abitare il vuoto senza riempirlo subito con un nuovo nemico.
Hannah Arendt, riflettendo sulla banalità del male, indicava nell’assenza di pensiero — non in una malvagità profonda e consapevole — il vero motore della complicità di massa. Non pensare, lasciarsi guidare dal copione già scritto della propria parte, stare nella curva inconsapevolmente, è già una forma di male, anche quando nessuno lo intende come tale.

Diventare forestieri: una postura, non un eroismo

Serve dunque un atteggiamento, una postura, un impegno personale che si rinnova ogni volta che si è tentati dalla scorciatoia della curva: diventare forestieri rispetto a ogni tifoseria è un esercizio di cittadinanza autentica, sempre più raro e proprio per questo sempre più necessario.

Un passo necessario per vivere filosoficamente. Non significa essere tiepidi, non prendere posizione: significa non prendere partito, ogni volta che il partito coincide con una curva e ne utilizza la retorica. Significa riconoscere la tensione amico/nemico invece di negarla o di esserne semplicemente inghiottiti — abitarla con consapevolezza, non evacuarla con un ottimismo di facciata.

Il primo passo, il più difficile, è dunque interiore ed assolutamente personale: consiste nel non lasciarsi assorbire dalla tifoseria prima ancora di essersi accorti di aver scelto una maglia; consiste nel riconosce e praticare una virtù che non ha un nome moderno.

Aristotele aveva un nome per quello che oggi chiamiamo, un po’ genericamente, buon senso: phronesis, il giudizio pratico che non si possiede una volta per tutte come una nozione, ma si allena situazione per situazione, come un muscolo.

Non è la scienza che dimostra e non è la tecnica che si applica meccanicamente: è la capacità di leggere il caso particolare senza le scorciatoie della tribù e senza i filtri dell’ideologia. Questi argini sociali non li costruisce un decreto ne un algoritmo: li costruisce chiunque, nel proprio piccolo, scelga di uscire dalla curva.

Oltre la curva,  “ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un camp0. Incontriamoci là” (Jalal al-Din Rumi)

 

Cover: Foto di tookapic da Pixabay

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Francesco, una lettera e diversi ricordi

Francesco, una lettera e diversi ricordi

Francesco, una lettera e diversi ricordi

Sarà quando quell’ultima volta
che la vedi e la senti parlare
quando il giorno dell’ultima volta
che vedrai il sole nell’albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare
che pian piano si ferma e scompare

(Da L’ultima volta  di F. Guccini)

Sono molti a credere che prima di morire, ci sfili davanti agli occhi il film della nostra vita. Non so se questo sia vero, ma mi piace pensare che ad un narratore di storie come Francesco Guccini, questo sia effettivamente accaduto. D’altra parte lo aveva prefigurato anche lui, nel testo di una delle sue canzoni più belle e profonde. L’ultima volta è il brano con cui si apre l’album conclusivo della sua lunga  discografia, quell’Ultima Thule, con cui aveva salutato ufficialmente il palco da cui cantava da oltre cinquant’anni.

Da quando ho letto della sua scomparsa, non ho più riaperto il file con la seconda lettera che da oltre vent’anni stavo cercando di scrivergli.
Alla prima, che aprivo con una battuta che probabilmente gli era piaciuta, ovvero mi sembra di scrivere a Babbo Natale, invece che al Circolo Polare Artico in via Paolo Fabbri, 43 aveva inaspettatamente risposto, lasciandomi in segreteria telefonica, con il suo inconfondibile accento: “sono Francesco Guccini, proverò a ricontattarla “.

Era il 1989 e sorprendendo un po’ tutti, era appena uscito per Feltrinelli Croniche Epafaniche. Ma anche L’antologia verde (1986, a cura di  Enzo Tiezzi, Lucio Passi e Gianfranco Orunesu, per i tipi di Giunti). Era il primo tentativo di rintracciare la trama ambientalista nella cultura occidentale. Guccini era presente, insieme ad altri prestigiosi nomi, con il testo della canzone Il vecchio e il bambino. Ed allora mi venne in mente che sarebbe stato molto interessante invitarlo a parlare di “ecologia”, in una delle rassegne che stavo organizzando per l’Università verde di Ferrara, ormai alla sua quinta stagione.

Siccome volare alto non costa nulla, avevo pensato di contattare anche Gianni Celati, che con il suo Narratori delle pianure, mi sembrava portatore, come Guccini, di un punto di vista non scontato sull’ambientalismo, quello dello scrittore.

Purtroppo, come responsabile locale di Legambiente, quegli anni erano per me un turbinio di impegni e di attività. Guccini provò a ricontattarmi, ma io non ero mai in casa e quindi il contatto non si chiuse mai, facendo naufragare sul nascere quell’ambizioso progetto. Che però mi aveva convinto che uno dei miei miti giovanili, Francesco Guccini, fosse veramente diverso dagli altri e che quindi valesse la pena cercare di incontrarlo. Ad avvalorare questa idea, una serie di indizi.

Il primo mi arrivò da una mia cara amica, che all’inizio degli anni Novanta lavorava come commessa alla libreria Feltrinelli International, sotto le due torri. Da quella posizione vedeva molto spesso sfilarle davanti i più bei nomi dell’intellighenzia della sinistra bolognese.  Non farò nomi, per non deludere molti amici, ma l’unica eccezione a questa lunga passerella di intellettuali che la guardavano dall’alto verso il basso, trattandola al più come un soprammobile e non come una persona, era proprio lui, Francesco. Mi raccontò che le aveva anche fatto personalmente i complimenti per la sezione di glottologia, che trovava aggiornata e curata.

Anni dopo, mia moglie, che sul finire degli anni Ottanta lavorava presso un famoso dentista di Bologna, mi raccontò che Guccini, spronato dall’allora compagna già cliente dello studio, si era rivolta lì  per le sue cure dentali. Lo ricordava come persona molto a modo e, quando seppe dell’ammirazione che nutrivo nei suoi confronti, mi stupì, mettendomi tra le mani il volume Di tutto cuore del fumettista Peynet, con dedica vergata dalle mani del nostro, che la ringraziava per la sua assistenza.

Infine il compianto Don Franco Patruno, che conoscendo personalmente l’agente di Guccini, riuscì ad organizzare, credo all’inizio degli anni Novanta, una trasferta a Bologna addirittura a casa sua, ottenendo un’intervista per La Voce. Don Franco conosceva il mio desiderio di incontrare Francesco Guccini e mi aveva assicurato che avrei fatto parte della missione. Poi si dimenticò di avvisarmi. Così scoprii la cosa direttamente leggendo l’intervista sul settimanale. Ma non ci si poteva arrabbiare con Don Franco. Mi raccontò una barzelletta e mi consolò con la promessa che ci sarebbe stata una seconda occasione.

Ho imparato a suonare la chitarra, arrivando ad interpretare le sue canzoni e simulando addirittura la sua lieve erre mosce, fin dal liceo. Quando arrivò la visita di leva, poiché con un amico, ci fermammo a dormire a Bologna, provai ad andare a sentirlo all’Osteria delle Dame, dove avevo saputo che si esibiva direttamente negli anni Settanta. Anche allora ero deciso ad avvicinarlo. Purtroppo l’Osteria aveva appena chiuso per ferie, a ridosso della pausa estiva.

Lo vidi qualche anno dopo, al Palasport di Bologna, in occasione di una serata concerto organizzata dai Radicali per sostenere uno dei Referendum per la legge sull’aborto. Ero a qualche metro da lui, subito dietro il piccolo palco, su cui si accalcavano Bennato e De Gregori. Era una montagna e lo ricordo a fianco del fratello. Anche quella volta non mi riuscì di avvicinarlo. Lo ascoltai solo cantare. Come in altre occasioni successive, dove sempre, quasi fosse una congiura, mi mancò poco per riuscire almeno a scambiare una battuta.

Così maturai l’idea di scrivergli una lettera. Diversa nello spirito dalla prima, che evidentemente gli era piaciuta, ma che non aveva potuto avere un seguito. Sono convinto che in quella occasione avesse apprezzato la scrittura, ancora prima della richiesta che vi era contenuta. Usciva dalla mia Olivetti, la vecchia macchina da scrivere con cui ho contattato, ottenendo quasi sempre risposta, diversi altri personaggi della cultura italiana. Purtroppo non ne ho copia, ma mi ero divertito a scriverla e ricordo che segretamente nutrivo speranza in una risposta.

Resterà un sogno. Perché “siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa ed il cuore di simboli pieno”.

 

Cover: Francesco Guccini in concerto a Piacenza il 27 novembre 2009 – immagine su licenza wikimedia commons

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Per certi versi / Vieni topolino

Per certi versi / Vieni topolino

Vieni topolino

Vieni topolino

Ho una lacrima di zucchero

Un dolore di sale da rosicchiare piano

Un bacio leggero

Un sorriso di fieno. Un arcobaleno

 

Guarda topolino

Mi si è spenta una stella laggiù in fondo al cuore

Serve un rimedio di tenerezza e formaggio.

Un abbraccio a matita

Un pastello speciale che colori via il male

 

Serve una fiaba

Un lieto fine sul lenzuolo

Una storia buona che mi tenga compagnia

che accenda la notte di latte e fortuna

 

Il bene sul guanciale

Una piccola luna

 

(La figlia e la Luna, Editrice Il Leggio, 2025)

 

In copertina: Foto di Pexels da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Senza Francesco. Il mondo invecchiato e l’antico bambino

Senza Francesco. Il mondo invecchiato e l’antico bambino

Senza Francesco. Il mondo invecchiato e l’antico bambino

C’è un verso di Orazio sul quale ieri (6 Agosto) mi sono casualmente imbattuto leggendo l’etichetta di una bottiglia di vino aglianico, vino da viti antiche dell’ Appenino meridionale:

«Nessuna poesia, scritta da bevitori d’acqua, può piacere o vivere a lungo».

Il verso originale nell’ Ars Poetica di Orazio – il grande testo in cui il poeta lucano riflette sulla natura della poesia, sull’arte del dire, sulla misura e sull’ispirazione – è un passo celebre, spesso ricordato proprio per la sua ironia tagliente: la poesia non nasce dall’astinenza, ma da una vita vissuta con pienezza.

La versione latina corretta del frammento è:

Nescit vox missa reverti;

nec mala carmina fiunt aquae potoribus

Ritratto di Quinto Orazio Flacco (Wikimedia Commons)

ma la formulazione più vicina al mio ricordo, che è quella che di solito si cita, è:

Nullo poeta aquae potor placere potest

che si può rendere così:

«Nessun poeta che beve acqua può piacere», o appunto, più liberamente, come quella frase da etichetta per un buon vino.

In ogni caso qualunque di queste versioni è perfettamente in linea con il senso originario del testo oraziano: la poesia richiede fermento, calore, vita che ribolle. Un insegnamento, certo, ma anche una carezza. La poesia ha bisogno di fermentazione, di lentezza, di un tempo che si lascia maturare.

E per me, leggerla proprio ieri (6 Agosto) è stata una… rivelazione: ho pensato che Orazio l’avesse scritta per… Francesco Guccini che proprio ieri ci ha lasciato.

Perché Francesco Guccini, per me e la mia generazione, può essere considerato tutto tranne che, in tutti i sensi…un bevitore d’acqua.

Guccini è stato da sempre un bevitore di mondo: di osterie, di colline, di nebbie, di dialetti, di storie che si raccontano solo quando il bicchiere è mezzo pieno di buon vino dell’ Appennino e la notte non ha fretta.

La sua voce – quella voce che sembrava venire da un luogo più antico del tempo – era un vino scuro, denso, che non si beve ma si sversava in noi.

Tra le sue canzoni, ce n’è una che mi ha sempre accompagnato come un talismano: Il vecchio e il bambino.

Non la citerò per intero, ma posso dire che oggi – ancor più di allora quando l’ascoltai per la prima volta – mi sembra incarnare e anticipare quel filone che oggi viene definito ecopoetico:

…

E il vecchio diceva, guardando lontano:

“Immagina questo coperto di grano,

immagina i frutti e immagina i fiori

e pensa alle voci e pensa ai colori

 

e in questa pianura, fin dove si perde,

crescevano gli alberi e tutto era verde,

cadeva la pioggia, segnavano i soli

 il ritmo dell’uomo e delle stagioni”

…

Nella canzone il vecchio mostrava un mondo devastato a un bambino che teneva per mano e che, evidentemente, non aveva memoria del verde. Il vecchio portava già sulle spalle la nostalgia di ciò che era stato. Il testo oggi così moderno può essere reinterpretato come una vera e propria denuncia per ciò che stiamo facendo al mondo e al futuro.

 

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,

e gli occhi guardavano cose mai viste

e poi disse al vecchio con voce sognante:

“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Oggi, mentre la riascolto, quella canzone mi sembra rovesciarsi e il bambino non è più quello della canzone ma proprio lui, Francesco.

Francesco Guccini è l’antico bambino, quello che ha visto il mondo giovane, quando le stagioni avevano un ritmo e le parole un peso, è quel bambino che ha deciso di lasciare un pianeta che nel frattempo è diventato, lui sì, vecchio.

Un pianeta invecchiato di rumore che non è più in grado quindi di ascoltare una voce di vino come la sua. Un pianeta troppo veloce per potersi fermare un po’ più di tempo a Pavana. Un pianeta troppo distratto per accorgersi di quello che gli sta succedendo.

Ora quel bambino antico se ne è andato, ha lasciato la mano di questo vecchio mondo, che resta qui a chiedersi come farà ad andare avanti senza quella voce che sapeva tenere insieme la terra e il cielo, la storia e il vino, la politica e la tenerezza.

E allora, nel silenzio che segue la sua partenza, mi torna in mente ancora Orazio che pare aver scritto proprio per Francesco questa frase, più di 2000 anni fa:

la poesia che vive a lungo non è quella dei bevitori d’acqua

ma quella di chi ha saputo bere la vita fino in fondo, senza paura di sentirne il sapore.

E Guccini l’ha fatto e continuerà a farlo come il buon vino che fermenta, che fermenta, che fermenta…

 

Cover Francesco Guccini, Roma 9 dicembre 2015, foto su licenza Wikimedia Commons

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Presto di mattina /
Credere è vivere con gli occhi ben aperti

Presto di mattina. Credere è vivere con gli occhi ben aperti

I want to believe

Voglio credere che sto guardando
nel fuoco bianco di un grande mistero.
Voglio credere che le imperfezioni non sono nulla —
che la luce è tutto, — che è più della somma
di ogni bocciolo imperfetto che nasce e che muore.
E lo credo.
(Mary Oliver, The ponds, https://www.poetry-chaikhana.com).

Uno sguardo aperto e inclusivo nei confronti del mondo della natura si dispiega nelle liriche di Mary Oliver (1935-2019), una delle voci poetiche più popolari negli Stati Uniti, punto di riferimento nell’ambito ecologista e del post-umanesimo che considera l’uomo non superiore, antagonista, ma interconnesso, alleato con il proprio ambiente. La sua scrittura, legata l’osservazione della natura, è nitida e diretta, sine glossa, non scaturisce da moti interiori, ma da ciò che cade sotto i suoi occhi.

Il mattino
sorgerà a oriente
avvolto d’ambra,
difficile
e meraviglioso
uragano di luce
(Mary Oliver, Primitivo americano, 105).

Il suo potrebbe essere lo stesso sguardo sbalordito, diretto, vigile, senza filtri culturali o precomprensioni ideologiche, degli uomini primitivi sulla terra primigenia, al balzo «vortice artigliato di luce veloce» (ivi, 29) della lince rossa ovvero al levarsi del mattino nella notte dei tempi, e guarire dalla notte il cuore per levarsi ancora a cercare sempre oltre confidando nella luce perché «la luce è tutto».

Il mattino.
Inizia così:
diramazioni di luce
lucidano il cielo
dall’est,
volano sopra di te,
e quel che rimane della notte –
le sue cascate nere,
e il suo dubbio codardo –
si frantuma come ghiaia
mentre il sole appare
trascinando nubi
di lana rosa e verde,
accendendo i campi,
mutando i laghi
in lastre di fuoco.
Le loro creature
sono parvenze oscure
che distingui
una a una
mentre si alza la luce –
gli aironi azzurri,
le anatre sposa che scuotono
le creste scintillanti –
e fino alle ginocchia
nell’acqua bassa, viola,
una cerva che beve:
quando si volta
l’acqua d’argento
si increspa come seta,
scuotendo il cielo,
e allora guarisci
dalla notte, il cuore
vuole di più, sei pronta
ad alzarti e a guardare!
a correre ovunque!
a credere in tutto.
(Ivi, 89 e 91)

In lei lo stesso sguardo di quei “primitivi”, come trasfigurati nel volto al cadere della prima neve, spinti fuori dai ripari con l’unico desiderio generato dal cuore: guardare (to look), vedere (to see), e ascoltare (to listen): sono i verbi più usati dalla Oliver. Sempre di nuovo la fede laica delle cose del mondo e dentro ad esse.

La neve
è iniziata qui
stamattina e ha continuato
per tutto il giorno, una retorica
bianca che ovunque
riporta al perché, come,
da dove tanta bellezza e quale
sia il significato; che
febbre oracolare! una forza che,
scorrendo oltre i vetri, sembrava
non volesse mai calare, mai posarsi
se non splendidamente! e solo ora
a notte fonda
ha finalmente smesso.
Il silenzio
è immenso
e i cieli trattengono ancora
milioni di candele; da nessuna parte
le cose familiari:
le stelle, la luna,
il buio che ci aspettiamo
e a cui voltiamo ogni notte le spalle.
Gli alberi brillano come castelli
di nastri, i campi ampi
covano la luce, il letto fugace
di un ruscello giace
coperto di mucchi scintillanti;
e anche se le domande
che ci hanno assalito tutto il giorno
rimangono – non una sola
risposta è stata trovata –
uscire adesso
nel silenzio e nella luce
sotto gli alberi
e attraverso i campi
sembra essere una.
(Ivi, 49 e 51)

L’attenzione, un atto d’amore

Le sue parole non interpretano, né commentano la realtà, ma l’ascoltano. Immerse nella natura attraverso il ritmo delle stagioni, risalgono cangianti rivestite di vita come dallo spumeggiante mare, «corpo di fibre di luce», nasce Afrodite, l’amore.

Una natura sentita al pari di qualcosa di vivo, misterioso, amante, libero e liberante, che merita tutta l’attenzione come verso un’alterità autonoma; dove l’umano è come decentrato, ridimensionato dall’altro, chiamato a vivere irrelato con tutto l’ecosistema che lo circonda.

L’attenzione ha così per Oliver una valenza primaria, fondante: «Prestare attenzione, questo è il nostro compito vero, e — infinito… Ama te stesso, e poi dimenticatelo», consapevoli fino in fondo che «l’attenzione senza partecipazione … è solo un resoconto». (Primitivo americano, a cura di Paola Loreto Einaudi, Torino, 2023, XI, VII)

Scrive Simone Weil: «Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé. (L’ombra e la grazia, Rusconi, Milano 1996, 127)

Come per Simone Weil, così per Mary Oliver il credere e il pregare affiorano e prendono forma là dove l’attenzione è massima: «Oh, nutrimi in questo giorno, Spirito Santo, della/ fragranza dei campi e della/ freschezza degli oceani che tu hai/ creato, e aiutami a udire e a custodire/ come care quelle esigenti/ e stupende/ parole di Nostro Signore Gesù, che dice:/ Seguimi». (A. Spadaro, Ogni mattina il mondo è creato, 614).

Così pure la preghiera: una soglia di silenzio e attenzione verso la gratitudine per l’iris blu fino al piccolo sasso, in ascolto di un’altra voce.

Non dev’essere per forza
l’iris blu, potrebbero essere
erbacce in un lotto vuoto, o qualche
piccolo sasso; basta solo
prestare attenzione, e poi mettere

insieme qualche parola senza cercare
di renderle elaborate, questa non è
una gara ma la soglia

verso la gratitudine, e un silenzio in cui
un’altra voce possa parlare.
(Praying, https://www.poetry-chaikhana.com/Poets/O/OliverMary)

Nella raccolta poetica Primitivo americano la Oliver vorrebbe far riscoprire nell’America degli inizi, primitiva, la sua dimensione sacrale, incontaminata, primordiale e misterica in cui declinare e comprendere l’intera esistenza.

È questa la più famosa raccolta di Mary Oliver pubblicata nel 1983 vincitrice del premio Pulitzer.

La curatrice lo definisce un libro dionisiaco, e certamente lo è; ma allargando l’orizzonte spirituale lo si potrebbe dire “estatico”, affasciante e tremendo insieme, come di fronte al sacro primitivo, capace di suscitare una fede e un voler credere e un affidarsi al mistero pure per camminare in esso e partecipare al suo processo di svelamento tanto esso è attraente e coinvolgente, chiama oltre ogni pericolo e terrore: chiede di mettersi in gioco, di rischiarsi con tutto quello che si offre allo sguardo contemplativo e rapito.

Cercare Dio come un fascio di luce nelle pieghe oscure della natura

Il sogno della mia vita
È di sdraiarmi accanto a un fiume lento
E fissare la luce tra gli alberi
Per imparare qualcosa dall’essere per un po’
Null’altro che la feconda
lente dell’attenzione.
(A. Spadaro, 611)

È stato grazie all’amico Giuseppe Ferrara che ho saputo di non essere solo nel cercare come un rabdomante parole primigenie, ma di trovarmi in buona compagnia con Mary Oliver a cercare attraverso la scrittura — così mi scriveva — «un segreto che non si vede ma insiste», parole nascoste, arcaiche, non logorate, percepite «non come dottrina ma come vibrazione, come un movimento che ammorbidisce il cuore e lo rende più attento all’altro, più permeabile al mistero.

Anche lei riconosce l’invisibile dai suoi segni minimi: un animale che si ferma, una foglia che trema, un silenzio che cambia qualità. Così ho ritrovato nella lettura della Oliver “la sorgente invisibile che scorre sotto le parole, sotto i gesti, sotto la storia, e che si lascia riconoscere solo da chi ha imparato a leggere i segni minimi, le tracce laterali, i piccoli miracoli che non fanno rumore».

Insieme a Primitivo americano, l’unico tradotto in italiano, ho trovato un piccolo ma prezioso e sorprendente manuale, una guida in prosa per comprendere e scrivere poesia: A Poetry Handbook, HarperCollinsPublishers, New York 1997.

Creare un legame di affetto con la realtà è la poesia; dove l’affezione non è romanticismo, ma scaturisce dalla pratica di un’attenzione radicale, come una devozione, ed un amore verso la vita che non si ama se non prendendosene cura qui ed ora.

Così questa premura quasi evangelica — “in fretta” le donne andarono al sepolcro di primo mattino — attenzione (attentiveness) per l’altro da sé, che genera un’apertura, — la pietra ribaltata — che ti porta all’interno della realtà e ti fa partecipe del mondo d’altri, non come un semplice osservatore, ma partecipe, parte della stessa sua famiglia: «Come un fascio di luce; noi “vediamo” (ossia comprendiamo) qualcosa dell’ignoto alla luce del noto» (ivi, 101).

Una sorpresa impensata poi è stato trovare, aprendo la prima pagina del libro, l’haiku di Matsuo Basho (1644-1694), a me così caro. L’immagine mi aveva ispirato lo stile pastorale e il sentire spirituale nel nuovo cammino dell’Unità pastorale di Borgovado, nel 2018.

La campana del tempio tace,
ma il suono continua a uscire
dai fiori.

Come a dire una chiesa estroversa, fuori dalle sue mura; parrocchie in uscita all’incontro con quel vangelo nascosto tra la gente, il cui suono continua ad uscire quando si pone attenzione e ascolto alla vita delle persone.

La loro vita, se la guardi bene fino in fondo, è già un vangelo in cammino, pagina scritta anche solo per un gemito o un sussulto di gratitudine o un carico condiviso, su un rigo di carta. E ancora queste sono secondo Mary Oliver le istruzioni per scoprire questa buona notizia: «Presta attenzione. Fatti stupire. Raccontalo» (Primitivo, V) ed è questo il vangelo della gioia, il suono che sento uscire ogni volta dai fiori.

Il credere ha cara la vita, come la poesia; un vivere con gli occhi ben aperti

Per trovare altri testi poetici difficilmente reperibili ho fatto riferimento ad un saggio di Antonio Spadaro ed Elena Buia in La Civiltà Cattolica, 7 Giugno 2015, Quaderno 3960: «“Ogni mattina il mondo è creato”. Natura e trascendenza nella poesia di Mary Oliver».

Crede nel potere della poesia come opportunità, come un incontro quasi personale capace di cambiare la vita, scrive Mary Oliver: «La poesia sta lì e attende qualcuno per il quale o la quale può essere importante. Ha bisogno della persona giusta per il suo insieme di parole, per quello che sta dicendo. E può cambiare una vita. L’arte può cambiare la vita», (intervista di Steven Ratiner, Primitivo americano, XVI).

Una fede primitiva affiora dalle poesie della Oliver, come matrice umana, non una sovrastruttura, ma lievito madre che precede ed è condizione di ogni altra fede religiosa storicamente determinata; per lei «credere non è sempre facile. /Ma ho imparato questo — /Se non molto altro — /di vivere con gli occhi ben aperti» (A. Spadaro, 606).

E ancora: «La poesia è una confessione di fede. Vale a dire che la poesia non è un esercizio. Non è un “gioco di parole”. Qualsiasi abilità o bellezza possieda, racchiude qualcosa che va oltre i dispositivi linguistici e ha uno scopo diverso da se stessa. Ed è parte della sensibilità di chi scrive. Non intendo in senso “confessionale”, ma nel senso che riflette il punto di vista dell’autore — la sua prospettiva — a partire dall’insieme di tutte le sue esperienze e dei suoi pensieri…

La poesia è una forza che ha cara la vita. E richiede una visione – una fede, per usare un termine vecchio stile. Sì, proprio così. Perché le poesie non sono parole, dopo tutto, ma fuochi per il freddo, corde calate a chi è perso, qualcosa di così necessario come il pane nelle tasche dell’affamato. Sì, proprio così». (A Poetry Handbook, 122).

Fuoco bianco, freddo

 «Fuoco bianco che arde» è per Mary Oliver il credere, e il credente ai suoi occhi assomiglia all’uomo che piantava alberi in America, a John Chapman, pioniere e leggenda americana. La tradizione popolare lo descrive come un eroe nomade e gentile che camminava a piedi scalzi, indossando un sacco di iuta e una pentola in testa come cappello. Aveva viaggiato per decenni attraverso gli attuali stati della Pennsylvania, Ohio e Indiana piantando sterminati frutteti di meli; una poesia ne ritrae il profilo e la saggezza.

Il «fuoco bianco, freddo» (cold white fire) simboleggia i fiori bianchi dei meli, che come una coltre di neve sembra distendersi in primavera nelle foreste dell’Ohio, testimonianza vivente di lui e della sua cura per la terra. Il fiore di melo ha bisogno di tempo e di freddo per fiorire, così il freddo è per il credente e per l’errante l’austerità dell’esistenza, la vita condotta all’essenziale, una condizione di onestà evangelicamente spoglia e schietta, abitata nel cuore  dalla gratitudine per tutte le creature.

John Chapman

Portava per cappello una pentola di latta
in cui cucinava la cena
verso sera
nelle foreste dell’Ohio. Vestiva
una camicia di sacco e camminava
a piedi nudi, contorti come radici. E ovunque andava
gli alberi di mele spuntavano dietro di lui belli
come ragazzine.
Nessun indiano o colono o bestia selvaggia
gli fece mai del male, e lui, da parte sua, onorava
ogni cosa, tutte le creature di Dio! non esitava
nelle notti di pioggia
a condividere il tetto di un tronco cavo a tu per tu
con qualsiasi altra creatura; serpenti,
forse procioni, o un gran pezzo d’orso.

…

Beh, gli alberi che piantò o regalò
prosperarono, e lui divenne
la leggenda buona: fai quello
che riesci, se riesci; qualsiasi
sia il segreto, e la pena,
puoi scegliere: morire
o vivere, andare avanti
avendo cura di qualcosa. In primavera, in Ohio,
nelle foreste rimaste puoi ancora trovare
segni di lui: macchie
di fuoco bianco, freddo.
(Primitivo americano, 46-47)

Credere è aprire le ali e alzarsi sopra l’oscurità

Credere è anche andare oltre il sentiero battuto e chiuso, attraversare l’intrico di siepi, di rampicanti, sbarramenti di rami, di tronchi caduti, attraverso la “salsapariglia” sinuosa ma infida, perché cosparsa di acutissimi spini (milax aspera detta anche spacca braghe).

E tu non riesci a salvare le braccia, le gambe da spine e da roteanti zanzare, ma alla fine arrivi, non senza ferite, al bordo di un lago nero e vuoto guardato solo da affusolate e sbiadite canne, appena in tempo per vedere d’un colpo «lo scroscio di un fuoco bianco»: tre Egrette, della famiglia degli aironi migranti, levarsi in volo.

Egrette

Dove il sentiero chiude
i battenti e oltre,
attraverso le foglie sgamollate,
4 i rami caduti,
attraverso l’intrico di salsapariglia,
ho proseguito. Alla fine
non riuscivo più
a salvare le braccia
dalle spine; le zanzare
mi hanno annusata
alla svelta, calda
e ferita, e sono arrivate
roteando e ronzando.
È così che sono arrivata
al bordo del lago:
16 nero e vuoto
all’infuori di un fuso
di canne sbiancate
sulla riva lontana
che, mentre guardavo,
si è arricciato di colpo
in tre egrette –
uno scroscio
di fuoco bianco!
Anche mezzo assopite avevano
una tale fede nel mondo
che le aveva fatte …
a testa bassa, nell’acqua,
tranquille, sicure,
per la legge
della loro fede non della logica,
hanno aperto le ali
delicatamente e si sono alzate
al di sopra di ogni cosa oscura.
(Ivi, 36-37)

Cover su licenza Wikimedia commons

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L’infanzia perduta. Quando sono gli adulti ad anticipare il tempo dei bambini

L’infanzia perduta. Quando sono gli adulti ad anticipare il tempo dei bambini

L’infanzia perduta.
Quando sono gli adulti ad anticipare il tempo dei bambini

Quando abbiamo smesso di riconoscere ai bambini il diritto di essere bambini?

È una domanda che il nostro tempo impone con sempre maggiore urgenza. Non riguarda una singola scelta educativa, né può essere ricondotta a un episodio isolato. Riguarda qualcosa di più profondo: il modo in cui gli adulti sembrano aver modificato il proprio sguardo sull’infanzia.

Basta fermarsi qualche minuto all’uscita di una scuola. Due bambini giocano insieme, si cercano, ridono, si prendono per mano. Quasi inevitabilmente qualcuno sorride: «Sono fidanzatini».

È una frase apparentemente innocua. Tenera, persino.

Eppure racconta qualcosa di molto più profondo.

Fino a un istante prima c’erano semplicemente due bambini.

È lo sguardo dell’adulto a trasformarli immediatamente in un maschio e in una femmina, attribuendo a quel legame un significato sentimentale che appartiene al proprio immaginario, non al loro.

Forse l’infanzia non comincia a perdersi quando compare la sessualità.

Comincia a perdersi quando sono gli adulti leggono malizia  dove ancora non c’è.

La questione non riguarda la parola «fidanzatini». Le parole sono soltanto la superficie. Ciò che meritano di interrogare è la visione del mondo che le rende possibili.

Perché oggi sembra difficile accettare che esista un tempo della vita che non debba ancora assomigliare a quello adulto.

Lo stesso accade con il corpo.

Bambine di cinque o sei anni partecipano a feste dedicate alla skincare. Ricevono in regalo cosmetici, maschere di bellezza, beauty routine. Non è una crema a interrogarci.

È l’idea di bambino che quel gesto trasmette.

Prima ancora di chiedersi chi sia, una bambina viene invitata a chiedersi come appare. Prima ancora di costruire un’identità, impara a guardare il proprio corpo come qualcosa da osservare, correggere e valorizzare.

Il corpo smette lentamente di essere il luogo dell’esperienza e diventa il luogo dell’immagine.

L’essere lascia il posto all’apparire.

Ma forse dovremmo porci una domanda diversa.

Non che cosa stia accadendo ai bambini.

Che cosa sta accadendo agli adulti?

Perché siamo noi ad avere tanta fretta?

Perché ci riesce così difficile tollerare un tempo che non produce risultati, non prepara a una prestazione, non dimostra nulla?

Forse il problema non è che i bambini vogliono diventare grandi.

Forse siamo noi a non riuscire più a riconoscere il valore dell’infanzia.

Viviamo in una cultura che fatica a tollerare un tempo che non serva a nulla. Un tempo che non produca, non prepari, non migliori una prestazione. E forse l’infanzia è l’ultimo luogo in cui questo tempo continua a esistere.

Per questo ci affrettiamo a riempirla, organizzarla, orientarla, come se anche il gioco dovesse giustificare la propria esistenza attraverso un risultato.

Forse è anche per questo che molti bambini sembrano non saper più annoiarsi.

Ogni momento viene programmato, riempito, organizzato. Sport, corsi, laboratori, attività educative. Come se ogni spazio vuoto fosse un problema da eliminare.

Eppure la noia non è un fallimento dell’educazione.

È una delle condizioni della creatività.

È quando un bambino non sa che cosa fare che può inventare un gioco, costruire una storia, trasformare un oggetto qualunque in qualcosa di nuovo.

Non tutto ciò che è vuoto deve essere riempito.

A volte è proprio da quel vuoto che nasce il desiderio.

Ogni età sembra avere valore soltanto in funzione di quella successiva.

Così i bambini devono crescere in fretta.

Gli adolescenti diventare adulti il prima possibile.

Gli adulti, paradossalmente, rincorrono un’eterna giovinezza.

È come se nessuno fosse più autorizzato ad abitare il proprio tempo.

Ma crescere non significa arrivare prima.

Significa attraversare.

L’infanzia non è una sala d’attesa dell’adolescenza.

È già vita.

È il tempo in cui il bambino costruisce il proprio rapporto con il corpo, con il linguaggio, con il desiderio e con gli altri.

Anche il gioco, oggi, sembra aver perso il proprio statuto.

Un tempo il gioco era semplicemente gioco.

Oggi deve insegnare, preparare, sviluppare competenze, oppure viene immediatamente interpretato attraverso categorie adulte.

Come se ogni gesto infantile dovesse contenere l’adulto che sarà.

Eppure il gioco è prezioso proprio perché non serve a nulla.

È uno degli ultimi luoghi in cui il bambino può immaginare senza dover produrre, dimostrare o essere valutato.

È lì che sperimenta il mondo.

È lì che costruisce se stesso. Non perché qualcuno gli insegni chi deve diventare, ma perché, giocando, può ancora scoprire chi è.

Ogni volta che l’adulto invade quello spazio con il proprio immaginario, restringe la possibilità del bambino di attribuire un significato personale alle proprie esperienze.

Il desiderio non nasce dalla saturazione.

Nasce dalla mancanza.

La crescita non procede per accumulo di esperienze sempre più precoci, ma attraverso incontri, attese e limiti.

Eppure il limite è diventato una parola sospetta.

Lo si confonde con la repressione.

L’attesa con una frustrazione.

Il “non ancora” con qualcosa da eliminare il più rapidamente possibile.

Ma è vero il contrario.

Il limite non ostacola la crescita.

Le dà forma.

Per questo il problema non riguarda soltanto la skincare o i social.

Questi sono soltanto i sintomi di un fenomeno molto più ampio.

Sempre più spesso i bambini vengono coinvolti nelle inquietudini degli adulti. Assistono a conflitti che non possono comprendere, diventano confidenti dei genitori, vengono esposti a informazioni e dinamiche che appartengono a un’altra età della vita. Si riduce progressivamente quella distanza tra le generazioni che non serve a creare gerarchie, ma a offrire orientamento.

Non è un problema di maggiore libertà.

È un problema di confini.

E senza confini non si costruisce un soggetto.

Si produce soltanto confusione.

Ogni generazione dovrebbe offrire alla successiva un posto.

Il posto del bambino non è quello dell’adulto.

E il posto dell’adulto non è quello dell’amico, del confidente o del compagno di giochi.

Le differenze tra le generazioni non limitano la libertà.

Sono la condizione che rende possibile la libertà di ciascuno.

Forse l’infanzia perduta non è quella dei bambini.

È quella degli adulti.

Perché siamo noi ad avere smarrito la capacità di riconoscere il valore di un tempo che non produce, non seduce e non performa, ma permette semplicemente di crescere.

Un tempo in cui un maschio e una femmina possono essere soltanto due bambini.

Un tempo in cui il corpo è ancora un luogo da abitare e non un’immagine da esibire.

Un tempo in cui il futuro non ha ancora fretta di occupare il presente.

Educare, allora, forse significa soprattutto questo: custodire il tempo dell’infanzia.

Avere il coraggio di dire «non ancora» in una cultura che pretende sempre «subito».

Perché ogni volta che chiediamo a un bambino di vivere un tempo che non è ancora il suo non gli stiamo offrendo un’opportunità.

Gli stiamo sottraendo l’unico tempo della vita che, una volta perduto, non potrà mai essere restituito.

L’infanzia.

Cover: Il Pollicino della favola – immagine di favoleperbambini.altervista.org

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Brave New World: la lacerante e maestosa distopia romantica degli Iron Maiden

Brave New World:
la lacerante e maestosa distopia romantica degli Iron Maiden

Brave New World: la lacerante e maestosa distopia romantica degli Iron Maiden

Nel maggio 2000 l’album Brave New World fece la sua trionfale irruzione nel panorama musicale globale, e non segnò semplicemente il ritorno alla voce di Bruce Dickinson e alla chitarra di Adrian Smith, ma sancì la rinascita epica e definitiva degli Iron Maiden, pionieri incontrastati del British Heavy Metal, celebri per la loro iconica e incalzante cavalcata ritmica al basso, l’architettura armonizzata (ora a tre chitarre) e una teatralità vocale operistica che ha trasceso i confini del genere per farsi leggenda assoluta.

L’omonima title track, un autentico capolavoro di progressione sonora e tensione emotiva, si apre con un arpeggio acustico delicato, ipnotico e malinconico, una carezza oscura che culla l’ascoltatore prima di esplodere nella grandiosa sferzata elettrica guidata dal basso pulsante di Steve Harris, tessendo un’atmosfera che mescola magistralmente la freddezza distopica alla tragicità del romanticismo decadente.

Ispirata al celebre romanzo visionario di Aldous Huxley, la canzone si snoda attraverso liriche di una crudezza poetica devastante, in cui il canto vibrante e drammatico di Dickinson dipinge paesaggi di desolazione interiore e alienazione collettiva, aprendosi con l’immagine di una purezza irrimediabilmente corrotta: “Dying swans, twisted wings / Beauty not needed here” (“Cigni morenti, ali spezzate / La bellezza non è necessaria qui”), una metafora potentissima di un’umanità che ha rinunciato alla grazia per abbracciare l’orrore del vuoto.

Il crescendo strumentale asseconda perfettamente la discesa in questo abisso claustrofobico, incrociando riff taglienti e melodie stratificate che fungono da colonna sonora a una solitudine siderale, magnificamente racchiusa nel grido disperato “Mother love is no more / Bring this savage back home” (“L’amore materno non c’è più / Riporta a casa questo selvaggio”), dove l’eco del personaggio huxleyano si fonde con il bisogno universale e struggente di un rifugio, di un grembo perduto all’interno di un “giardino della paura”.

La tensione sfocia nel ritornello corale, un mantra maestoso e inesorabile che sentenzia l’ineluttabilità del declino morale, “All is lost, sold your souls / To this brave new world” (“Tutto è perduto, avete venduto le vostre anime / A questo mondo nuovo e spietato”), trasformando il brano in un’orazione funebre per la libertà, ma suonata con una vitalità ritmica e una potenza armonica tali da risultare un inno immortale alla resistenza dell’anima; un’opera magna in cui la tecnica chitarristica sublime di Murray, Smith e Gers si intreccia in assoli fulminanti e melodie celestiali, consegnando alla storia un affresco musicale che piange le rovine della modernità con lacrime di puro acciaio incandescente.

Cover: Iron Maiden in performance su licenza Wikimedia commons

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Perché non scrivi qualcosa per e dal carcere?

Perché non scrivi qualcosa per e dal carcere?

Le voci da dentro. Perché non scrivi qualcosa per e dal carcere?

di Zelima Cirelli

Zelima è una maestra (ora in pensione) che entra in carcere da persona libera; ciò significa che attraversa un cancello, ma soprattutto che supera tanti pregiudizi. Chi lo fa con costanza scopre presto che dietro una condanna ci sono persone, storie, fragilità, speranze e una profonda voglia di essere guardati per quello che si è oggi, non soltanto per ciò che si è fatto ieri.

Il testo che segue non è un’analisi del carcere, né una riflessione teorica sulla pena. È un racconto sincero di un’esperienza vissuta. Nasce dal desiderio di dare un nome alle emozioni che accompagnano un incontro settimanale fatto di musica, di sorrisi e di umanità condivisa.

Zelima ci accompagna in un viaggio fatto di domande più che di certezze. Ci ricorda che, a volte, chi pensa di entrare in carcere per dare qualcosa finisce per ricevere molto di più. Perché l’ascolto, il canto, la condivisione e il rispetto costruiscono ponti capaci di unire il “dentro” e il “fuori”, facendo crescere entrambi.

Questa testimonianza ci invita a guardare oltre le sbarre e oltre gli errori, per riscoprire il valore della persona, la forza del cambiamento e la bellezza delle relazioni autentiche.
È un invito a lasciarsi interrogare, senza pretendere di avere tutte le risposte, ma con il coraggio di continuare a cercare.
(Mauro Presini)

Un membro della redazione di Astrolabio, il giornale del carcere di Ferrara, mi ha chiesto: “Perché non provi a mettere nero su bianco qualche riga della tua esperienza di persona libera che frequenta ogni settimana un luogo chiuso? Cerca di descrivere le tue emozioni toccandole con le dita. Dà voce alle pulsazioni dell’anima che vede la luce e guarda il bello oltre “i fiori del male”[1].

Senza perdere tempo ho risposto subito perché so quello che sento dentro.

È molto faticoso, sai. Perché quello che sento dentro il petto faccio fatica ad esprimerlo a parole. Non trovo quelle giuste e belle per disegnare il quadro completo dei miei sentimenti. Sogno di avere il potere di giocare con le parole per scoprire e parlare del vostro mondo che regna nell’animo umano.

Non trovo le parole che cerco o sono loro che non trovano me. Non lo so!
Sono sicura di una sola cosa: la lingua non è mai povera.
E chi la usa ha la canna non adatta per pescare quello che serve per trovare i diamanti della pura comunicazione: quella formidabile che ti dà coraggio, rispetto e pace.

È tutta la settimana che ci penso. Mi sono fatta molte domande: perché non vedo l’ora che venga il mercoledì per trovare il gruppo di chitarra, vedere il coro e cantare con la Gioia negli occhi, magari umidi di lacrime?
La musica è il virtuoso vettore della nostalgia. Sono contenta quando siamo insieme a cantare e suonare. Il canto è divino quando viene dall’anima e viaggia verso l’infinito. Il suono puro è quello della vita che cerca l’armonia nelle piccole cose.

La vera bellezza è nel piccolo semplice, raramente nel grande complicato.
Quando arrivo, i loro sorrisi, i loro abbracci mi accarezzano l’anima.Mi dimostrano il lato umano di chi ha sbagliato, di chi ha infranto la legge della comunità. Non sono una giudice per giudicare. Sono un semplice essere umano che odia il peccato, non il peccatore; perché vuole recuperarlo.
De André non ha detto: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”[2]?

La musica come attività che coinvolge il cuore, l’anima, la testa, il corpo, la lingua, la cultura, la civiltà è la strada maestra per seminare il bene, la luce e la speranza. Il nostro compito è fare da ponte fra fuori e dentro.
Il ponte è una formidabile invenzione umana che fa parte della geografia ma cerca la storia e le relazioni umane.

Il tempo che passiamo insieme è poco ma utile sia per noi che veniamo da fuori, sia per il gruppo di dentro.
Non siamo gli unici a dare. Loro danno di più a noi. Con loro, sento più rispetto, vedo più umanità. Quando sono col gruppo, dimentico il tempo e la mania di guardare il telefonino ogni minuto. Passo un ottimo momento della mia giornata a fare bene del bene all’altro.

Quando esco, mi sento tanto leggera quanto una piuma di un uccello che ignora la nozione umana della proprietà privata e delle mura che segnalano le frontiere.

La verità è che ho più domande che risposte. Ogni risposta, quando arriva, fa nascere più domande.
Non sono riuscita a darmi tutte le risposte che aspetto. Verrà il giorno in cui tutto sarà chiaro come il sole.
“Alla dottrina che ha sempre una risposta preferisco la complessità che ha sempre una domanda”[3].

Con loro passo un momento pazzo fuori dalla routine della vita fuori le mura. Quando parto ho il cuore leggero e lo spirito limpido.

Di una cosa sono certa: tutti loro mi fanno stare bene ed è questo quello che conta davvero. Il carcere è una scuola di vita.

Ogni cosa che si fa è un modo per imparare, un momento per cambiare prima del reinserimento futuro nella società.
Ammiro tanto l’anagramma della parola “carcere” che è “cercare”.
Cercare la strada? Cercare se stessi?

Note:

[1] Il capolavoro di Charles Baudelaire

[2] “Via del Campo di Fabrizio De Andrè

[3] Edgar Morin (1921-2026), filosofo e sociologo francese.

Foto di copertina scattata da Mauro Presini durante un concerto in carcere del coro diretto da Maria Chiara Marchesini (Zelima è la terza da sinistra).

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Alberto Ronchi: «Quasi un'autobiografia». Poesie scelte

Parole a capo /
Alberto Ronchi: «Quasi un’autobiografia». Poesie scelte

Parole a capo <br> Alberto Ronchi: “Quasi un’autobiografia”. Poesie scelte

Parole a capo/
Alberto Ronchi: «Quasi un’autobiografia». Poesie scelte

«ogni punto su una curva autobiografica è interessante»
(Allen Ginsberg)

Il 14 maggio del 2020 iniziava l’avventura di “Parole a capo”. Gian Paolo Benini ed io scrivevamo “L’idea della rubrica di poesie e di poeti nasce dal grande interesse dimostrato dai lettori di questo quotidiano per questa forma espressiva. Ecco allora che la poesia si guadagna sul campo un suo spazio fisso tra le pagine del giornale. La rubrica diverrà un contenitore per poesie edite e inedite, italiane o appartenenti ad altre letterature. La selezione avverrà attraverso il lavoro di lettura critica di due curatori, poeti essi stessi e che come gli altri, esporranno i propri testi al giudizio dei lettori.
Un’attenzione particolare verrà dedicata agli autori di Ferrara e dintorni, anche se non esclusiva o campanilistica: essendo la poesia universale per nascita e ‘costituzione fisica’, non sopporta steccati e sovranismi di sorta.Troverete e leggerete, l’uno accanto all’altro, poeti notissimi e altri che non si sono ancora affermati. L’importante è che i testi ‘accendano una luce’, trasmettano suoni, emozioni, significati. Edward Estlin Cummings, riconosciuto dalla critica una delle grandi voci del Novecento, poeta caro ad entrambi, diceva: “Sento che una poesia ha un “significato” diverso per ogni individuo; ma quale di questi “significati” può essere chiamato quello “vero”, non so. Posso dirvi solo ciò che una data poesia significa per me”. 

Le poesie di Alberto Ronchi inaugurarono questa rubrica. Oggi diamo voce alla sua terza raccolta «Quasi un’autobiografia » (2025).
Rimane lo stile di pubblicazione editoriale “minimalista” della collana Fotocopie di Modo Infoshop.

siamo persone semplici
siamo disertori
non amiamo le competizioni
e
la meritocrazia
nemmeno
i giovani artisti
non vendiamo mozzarelle
al museo
e
non sopportiamo
il punk da balera
cerchiamo vie di fuga
come jack e allen
seguiamo i consigli
di william burroughs
denton welch
joseph conrad
carson mccullers
diuna barnes
louis-ferdinand celine
oswald spengler
passeggiamo
per le vie della città
con lou reed nelle orecchie
e alla domenica mattina
siamo consapevoli
di quanta fortuna
abbiamo avuto
nello scoprire
nick drake
da ragazzi

*

qui
accettata ogni debolezza
si stupisce
del banale quotidiano
della magica normalità
e le aperture all’infinito
dimensioni inesplorate
di cose qualsiasi

prova meraviglia
per gli orizzonti ristretti
le abitudini
le attese
l’inattualità del mondo
la musica della lontananza
fino a percepire
la mancanza
del niente

*

tutti si sentono piuttosto teneri
quando li si infila con una forchetta
i versi degli uccelli
non sono grida di estasi
i nostri peccati
sono appesi
alla coda dell’occhio
non mi ricordo
quando sono nato
ho dimenticato
quando sono morto
si ha bisogno delle parole
e per 6 ore non ci sono più

 

*

e l’insistenza
per partecipare
a tavoli e tavolini
dove si discute
del futuro del mondo
desiderio di potere
arrotolato
nei buoni sentimenti
intenzioni commoventi
non si può far altro
tra una raccolta firme e l’altra
mangiare un bel caco

 

*

vedersi
dopo molto tempo
i miei capelli bianchi
i tuoi 3 figli

aggiornamenti
vite srotolate
stesso pensiero
negli occhi
nessun rimpianto
solo
la dolcezza
del chissà
come sarebbe stato

*

 

sotto cuori rossi
illuminati sulla piazza
sento le tue maledizioni
potevamo camminare più a lungo
dirci cose mai dette
raccontarci complici
storie di famiglia
e non si può scrivere
ancora

 

Alberto Ronchi (Ferrara, 1961). Laureato in filosofia, ha svolto diversi mestieri: impiegato, operaio, operatore culturale, amministratore pubblico, collaboratore scolastico, insegnante.
Sempre per la collana Fotocopie di Modo Infoshop sono uscite Catastrofi Naturali. Liriche 1997 – 2016 (2017); Anni meravigliosi (2019). In “Parole a capo” sono uscite poesie di Alberto il 22 dicembre 2022; il 6 maggio 2021 e il 14 maggio 2020.

Foto: Piazza Trento Trieste (Ferrara). Archivio InFerrara. Portale ufficiale di promo-commercializzazione turistica della città di Ferrara

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 349° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Omaggio a Luisa Muraro

Omaggio a Luisa Muraro

Omaggio a Luisa Muraro

di Eleonora Graziani

La filosofa Luisa Muraro è venuta a mancare il 13 giugno scorso. Fortunatamente ho saputo che c’è stato il tempo di dedicare anticipatamente al suo pensiero un’intera giornata di studi  presso l’Università Cattolica del sacro Cuore, organizzata dalla Libreria delle Donne di Milano e da Diotima, Comunità filosofica femminile di Verona.

Da quell’incontro è scaturito un libro intitolato Come quando si accende la luce, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tomasi. 

Il libro restituisce l’importanza del pensiero di Luisa Muraro , protagonista della diffusione del “pensiero della differenza sessuale“, punto di riferimento per moltissime donne  nella pratica femminista basata sull’esperienza e del pensiero che “parte da sé”.

Da questo concetto, che intreccia ogni teoria con l’esperienza, con il suo essere vissuta, viene elaborato, negli anni 70, il pensiero della differenza sessuale, che prende le distanze, pur senza negarlo, dall’emancipazionismo, inteso come l’insieme delle politiche  miranti a parificare la condizione socio-economica delle donne e degli uomini.

In questo momento storico possiamo infatti vedere il  processo di involuzione che  l’emancipazionismo ha portato alla condizione femminile, sempre più sessualizzata, nella maggioranza dei casi impoverita e disoccupata,  salvo essere profondamente reazionaria quando raggiunge i vertici del potere, sfondando il cosiddetto “tetto di cristallo” . Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti valutando l’operato delle donne al potere in Italia e in Europa.

Senza una coscienza politica e del proprio reale desiderio si rimane ingabbiate nella rete mortifera del maschilismo, che impregna profondamente le strutture economico-sociali fondate su un capitalismo pervasivo e indifferente alla persona umana.

il pensiero della differenza sessuale, condiviso dalla Muraro con la filosofa belga Luce Irigaray, di cui ha tradotto le opere, invita le donne ad interrogare il proprio desiderio, ad agire sulla sua spinta, mettendo radicalmente in discussione che la liberazione femminile coincida con il raggiungimento del potere e la conquista del successo.

Ed è l’esperienza del partire da sé, fedeli all’ordine della madre, senza scimmiottare i discorsi prodotti da altri /e, cioè dall’ordine patriarcale, a cui quasi tutti i filosofi sono purtroppo legati, l’eredità che l’incontro con il pensiero della Muraro mi lascia e di cui le sono immensamente grata.

La filosofia è una cosa in atto e pratica, scriveva Simone Weil,  intrecciando indissolubilmente pensiero e azione, come poi tutta la sua vita ha testimoniato.

Luisa Muraro ha fondato e lavorato per due iniziative di lunga durata e indubbio valore politico. Nel 1975, insieme a Lia Cigarini  e altre donne fondò la Libreria delle donne di Milano, che diventerà una delle istituzioni storiche del femminismo italiano e che è pienamente funzionante tuttora.

Fu tra le fondatrici, negli anni 80, della comunità filosofica femminile Diotima,  che gode di notevole autorevolezza simbolica  e della grande partecipazione di pubblico  al Grande Seminario (organizzato tra ottobre e dicembre di ogni anno) da cui scaturiscono libri inerenti all’argomento trattato. 

Ed è proprio nei “ritiri” in preparazione del Grande Seminario che ho avuto l’occasione di conoscere personalmente Luisa Muraro, oltre  a filosofe di spessore  come Diana Sartori, Wanda Tomasi e Annarosa Buttarelli e altre.

Confesso che il modo di lavorare in questi ritiri in un primo momento mi ha intimorito:  si parlava a braccio, quasi del tutto proibite le citazioni, in definitiva si trattava di filosofeggiare in presenza.

La severità della Muraro era inflessibile: voleva che il pensiero scaturisse da noi, dalla nostra sensibilità, fiduciosa nelle capacitá creative di ciascuna di noi. Conoscendola meglio l’ho reputata una grande “Maestra”, di filosofia, ma specialmente di vita : insegnava il coraggio di essere se stesse e di combattere per le proprie idee.

il motivo per cui l’ho sentita intellettualmente vicina è che, forse inconsciamente ,abbiamo entrambe  cercato la spiegazione della differenza sessuale nell’esperienza delle mistiche: perchè Dio, in tempi di totale subordinazione femminile, ha scelto le donne per rivelarsi, scavalcando ogni gerarchia ecclesiastica?

Vero scandalo filosofico, a cui la Chiesa, per non dare risposte troppo imbarazzanti, ha quasi sempre risolto il  proprio conflitto di coscienza, santificandole.

in questa sede ricordo due libri di Luisa Muraro sul tema scegliendo tra la sua vasta produzione:

Il Dio delle donne, Milano, Mondadori 2003

Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2014 (2001).

Per quanto mi riguarda l’incontro con Luisa Muraro  e Diotima  mi ha dato il coraggio di partire (da me?), facendo lunghe esperienze di insegnamento all’estero,  e, specialmente, l’agognato dottorato di ricerca in Portogallo sull’amore mistico, grazie soprattutto alla lettera di referenze scritta all’università di Coimbra da Wanda Tomasi, che colgo l’occasione di ringraziare caldamente.

In copertina: Luisa Muraro – foto di Wikimedia Commons
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Dietro il “matto” Trump, c’è una razionalità che ci porterà… al disastro

Dietro il “matto” Trump, c’è una razionalità che ci porterà… al disastro

Dietro il “matto” Trump, c’è una razionalità che ci porterà… al disastro

La maggioranza degli analisti crede che Trump sia un po’ demente e per questo faccia errori, spacconate: non ultima la guerra in corso in Iran coi danni prossimi venturi all’economia americana e globale che gli farà perdere le elezioni a novembre.

L’Iran ha perso 2 milioni di occupati, 23mila impianti industriali colpiti, l’inflazione è altissima e in grave peggioramento le condizioni di tutte le famiglie specie più povere.

I paesi del Golfo hanno visto distrutte molte infrastrutture che erogano il petrolio e ci vorranno anni per sistemarle. Razionamenti sono in corso in Sud Corea, Vietnam, Thailandia. Crisi alimentare in Africa e Asia e siamo solo all’inizio. Ue e Stati Uniti sono, per ora, i meno colpiti, salvo la benzina salita a 4 dollari al gallone da 3 che era.

Chi fa extraprofitti sono tutte le compagnie energetiche e le grandi banche d’affari (+18% sul 2025 nei primi 3 mesi del 2026). Per fare più profitti hanno allentato i limiti di sicurezza ma questo aumenta la probabilità di crac che potrebbero arrivare già a maggio. Banche che ricattano il Tesoro Usa perché se non allenta le regole non gli comprano i titoli del debito pubblico…il grande tsunami è sempre più vicino.

Dare del matto a Trump è però sottovalutare i grandi processi economici in corso a livello mondiale che quasi sempre sono alla radice dei comportamenti dei leader. Gli Stati Uniti dominano il XX secolo dalla fine della 1^ guerra mondiale, quando il Regno Unito cedette al “figlio” americano lo scettro imperiale, anche se la corona inglese ha vissuto ancora per decenni sugli antichi privilegi e fino agli anni ’70 era ancora al centro del mondo e della cultura. Poi col liberismo della Thatcher UK è tramontata.

Tutte le potenze imperiali sono sempre state potenze di mare. Dai Romani fino agli spagnoli e poi agli anglosassoni. L’Italia, l’area più ricca e colta d’Europa fino al 1600, non riuscì a trasformarsi in impero in quanto divisa tra molti ducati e piccoli stati (marinari e non) come Venezia, Genova, Milano, Firenze, Pisa, Mantova, Ferrara,… Italiani colti che hanno ceduto all’imprenditrice Isabella di Spagna il know how (Cristoforo Colombo) e ricche banche che le hanno prestato i soldi.

Ma senza un grande Stato e quindi senza una grande flotta l’Italia declinò dopo il Rinascimento, come ha descritto Antonio Gramsci per primo (la UE è avvisata).

E come gli inglesi hanno dovuto vincere l’invincible armada spagnola-portoghese nel 1588 per dominare il mondo, così gli americani controllano tutte le principali rotte mondiali con le loro 190 basi militari sparse per il mondo rispetto alle due della Cina. Anche la guerra in corso in Iran mostra quanto importante sia controllare il mare (da Hormuz, a Suez o Panama e domani l’Artico) per il dominio mondiale.

Il valore della moneta deve avere, dopo la fine (1971) della convertibilità con l’oro, dei controvalori robusti (sottostanti) che oggi sono le stime sulla crescita dell’economia e la sua stabilità finanziaria. Fondamentali che gli Stati Uniti non hanno più da 30 anni, da quando la globalizzazione ha reso ricchissime molte sue imprese e singoli ma impoverito lo Stato Federale USA che oggi registra un enorme debito pubblico, un enorme deficit commerciale e una manifattura semi distrutta (oltreché un disastro sociale tra la popolazione).

Fattori che indeboliscono il dollaro (non a caso svalutatosi sull’euro) che ha potuto godere dal 1971 di un altro contro valore al posto dell’oro: l’oro nero, il petrolio, sempre pagato in dollari (petrodollari), di cui gli Stati Uniti sono il primo esportatore.

La stessa economia finanziaria è fortemente basata sulla relazione tra petrolio e dollaro, relazione mediata dai paesi arabi e Israele, tutti interessati a mantenere un’economia fondata sui combustibili fossili e su cui hanno avuto buon gioco Israele&USA a sviluppare gli accordi di Abramo con gli arabi sunniti e l’Arabia Saudita anche al fine di isolare l’Iran sciita.

Anche la cattura di Maduro in Venezuela e la predazione di parte del suo petrolio fa parte di questa strategia, come i dazi in un’economia che viene spacciata per liberista, così domani la rotta artica e l’acqua della Groenlandia.

Fino all’Iran non era andata così male a Trump se si pensa che coi dazi negli ultimi 12 mesi le entrate doganali Usa sono state di mille miliardi in più di quanto non avveniva prima e da sole in grado di azzerare il deficit commerciale annuo (che però non è cambiato). Moderno predatore-corsaro (come ai tempi di Francis Drake), non più dedito a guerre aperte costose e sempre perdenti, che era poi la promessa elettorale con cui aveva vinto e convinto i MAGA.

Il passo falso è arrivato con l’Iran, in quanto se Trump non riesce a chiudere rapidamente la guerra (e vittoriosamente), l’America sarà investita da una crisi finanziaria, inflazione, recessione che non solo gli farà perdere le elezioni di mid-term a novembre, ma rischia una guerra civile a cui si sta pericolosamente avvicinando.

Putin rientra in scena con l’Iran. Secondo l’intelligence ucraina, avrebbe un accordo con Trump per concludere la guerra prima delle elezioni americane di novembre, in modo che Trump possa risalire nei sondaggi.

Perché Trump ha scatenato la guerra in Iran? Pensava ad una rapida vittoria come in Venezuela? Chi lo ha convinto di questa sciocchezza? E’ stato convinto e manipolato da Israele? E lo ha potuto fare in quanto Israele ha documenti e foto con cui ricatta lui e Melania su Epstein, come dice Report e altri?

È possibile, ma più attendibile è seguire quelli che sono gli interessi USA nella vera lotta in corso che è quella con la Cina (l’avversario), per cui quella in Iran risulta una lotta per procura, come quella, peraltro, in Ucraina.

La Cina assorbe l’80% del petrolio iraniano e il passaggio dell’Iran dalla sfera di influenza russo-cinese a quella arabo-americana-israeliana sarebbe una vittoria enorme per gli Stati Uniti che allontanerebbe la forte ascesa di Pechino che si basa su un mondo in cui l’energia non deriva più dai fossili ma dal solare, eolico, dalle batterie elettriche su cui la Cina è leader mondiale. È vero che la Cina è il primo importatore dall’Iran ma il suo petrolio è solo il 15% dell’intero import petrolifero della Cina e il 4-5% del suo fabbisogno energetico totale.

La guerra in Ucraina ha indebolito, dal punto di vista energetico, la Russia (alleata della Cina) in Medio Oriente, col cambio di regime in Siria e l’impossibilità della Russia di aiutare l’alleato Iran.

Che l’energia e il petrolio siano alla base della riscossa di Make America Great Again lo si desume dal documento di Sicurezza Nazionale USA di dicembre 2025. Vediamo quali sono i principali obiettivi strategici indicati: “Il ripristino del dominio energetico (degli USA) e riportare in patria le componenti energetiche chiave… le esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre il rapporto con gli alleati, limitando nel contempo l’influenza degli avversari, proteggerà la nostra capacità di difendere il territorio nazionale… Rifiutiamo le disastrose ideologie del cambiamento climatico e dello Net Zero che hanno così gravemente danneggiato l’Europa, minacciano gli USA e sovvenzionano i nostri avversari”.

Più chiaro di così. Altro che matto, Trump segue una via razionale di predazione (con costi – che lui spera siano limitati – a differenza delle guerre aperte) e l’indebolimento dell’avversario strategico che è la Cina. Ma ha due macigni sulla sua vittoria:

  1. la Cina sta accelerando la transizione verso un sistema energetico basato sull’elettrificazione e sulle fonti rinnovabili e ha già una leadership mondiale su tutta questa filiera, facendo perdere di importanza in prospettiva al petrolio, ai petrodollari e al dollaro e portandosi dietro la maggioranza degli Stati nel mondo;
  2. l’Iran non ha alcuna intenzione di arrendersi e il tempo gioca a sfavore di Trump perché bombardare i poveri non fa cadere gli Ayatollah, mentre l’inflazione fa cadere Trump.

L’Europa aveva scelto il Green Deal (che ha poi azzoppato) per seguire le sirene americane e delle destre. Si trova ora a dover scegliere con chi stare. Rimarrà alleata agli Stati Uniti che non ne vogliono sapere o andare verso il futuro che non sta certo nei fossili e su cui la Cina ha già messo una sua ipoteca?

La Cina con la sua strategia confuciana di non espansionismo militare via guerre (come fano gli americani) ha buone chance di imporsi con l’espansionismo economico e green, togliendo dalle mani americane (ed europee) quella leadership economica e ambientale che aveva consentito di darsi diritti e farsi liberali alle spese degli altri.

Il futuro potrebbe spostarsi in Asia e l’Occidente impoverirsi, rischiando grosso su diritti e democrazia. Ci sarebbe una via per l’Europa: farsi Stato indipendente e dialogare con tutti, sapendo che nessuno ci vuole invadere con le armi ma con merci e servizi.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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vite di carta Anche la vita può essere tonda di Roberta Barbieri

Vite di carta /
Anche la vita può essere tonda

Vite di carta. Anche la vita può essere tonda

Ho letto Madri e figli di Theodor Kallifatides dopo averne parlato nel mio ultimo articolo lo scorso 22 luglio. Altro che dare un’occhiata all’incipit, me lo sono letto e centellinato pagina dopo pagina, giornata dopo giornata delle sette che l’autore trascorre ad Atene, a casa della anziana madre.

Le racconta con tenerezza e questa tenerezza invade chi legge e risulta una formidabile forma di captatio: i lettori della mia età sanno di cosa si tratta quando il tempo per stare con la propria madre o il padre può essere l’ultimo.

Se poi nel libro si sfagliano più piani temporali, se la madre riconduce il figlio nel passato famigliare e da qui il figlio sa raccordarsi alla storia del popolo greco, arrivando fino al mito, la pagina di Madri e figli diventa polifonica.

Il canto del figlio che si fa narratore è per di più duplice: assumendo le vesti di se stesso nel viaggio da Stoccolma alla capitale greca  fissa il primo piano della narrazione, ma nel compiere il viaggio prende a leggere le memorie di suo padre con l’intento di riportarne la storia ai propri nipoti, dunque nel futuro. Legge con emozione e lo fa a tratti, quando il cuore gli suggerisce che è il momento di affrontare i ricordi del padre. Legge come figlio e intanto si fa narratore di secondo livello.

Prendiamo il suo viaggio: mi ha incantato sentirlo raccontare con parole chiare, misurate, come chi da molto tempo ha a che fare con se stesso e se la cava bene, ormai. Anche con il se stesso che fa lo scrittore: la parola infatti è autentica come accade nella stesura di un diario, e sembra non perdere significanza nel momento in cui è una parola scritta per altri, una parola esposta verso chi la riceve all’altro capo della scrittura, ai lettori.

Le sette giornate trascorse con la madre scandiscono il racconto e sono fatte delle piccole cose in apparenza prive di epos che comprendono i cibi tipici cucinati magnificamente da lei, una passeggiata nel quartiere, un giro al mercato in compagnia del fratello maggiore, lui sì rimasto a vivere ad Atene.

Theodor è il figlio più piccolo, quello che se ne è andato a Stoccolma da quarantadue anni e che ora mentre beve un “giovane caffè “sul balcone di casa riassapora il lessico familiare e intanto sente che gli mancano la sua famiglia svedese, la sua vita svedese.

Nello spessore meditativo delle sue giornate ad Atene non assistiamo tuttavia a nessuna vera lacerazione del sé: la sua vita fatta di due patrie è in pace ed è molto di più della somma di Grecia più Svezia, tanto nello spazio quanto nel tempo del suo vissuto.

La sua vita affonda i piedi nella storia greca arrivata fino a lui, Theodor, attraverso i patimenti del padre e degli anni vissuti sulle difficili coste del Mar Nero.

Affonda nel mito, altro archetipo dell’immaginario contemporaneo a cui vorrebbe attingessero i suoi nipoti. Ecco il senso di far conoscere loro i racconti del bisnonno e le figure tragiche di Medea e Giasone.

Nel mio intervento durante l’ultimo incontro di Impulsi, il gruppo di lettura online di Festivaletteratura, sono sbottata dicendo che potrei innamorarmi di uno che vuole sapere dal cameriere che gli serve una birra al bar dell’aeroporto se si può vivere senza sapere chi fossero Medea e Giasone.

Salito in aereo, assorbe le parole della vicina di posto, un’archeologa, la quale del tempo presente dice: “Gli esseri umani moderni sono più moderni che umani”. Rileggo quello che qualche pagina dopo dice Kallifatides sui movimenti migratori del nostro tempo: “…in Grecia vale lo stesso principio che in Svezia. Ufficialmente l’immigrazione è un problema. Ufficiosamente è una soluzione“.

La sua vita è concepire l’avere due patrie come una ricchezza, anziché una reciproca sottrazione di senso. Dal primo paese che ha avuto in sorte è fuggito, quando essere greco significava “amare i suoi padroni e obbedire loro: il re (quand’ero giovane ce n’era uno) e la Chiesa”.

La Svezia è diventato il luogo della sua carriera di scrittore, della famiglia che si è costruito come marito, padre e ora nonno.

Negli anni la Grecia ha assunto altri volti per lui, anche ora se chiude gli occhi ritrova “l’odore della terra dopo la pioggia” e l’amico Kostas, compagno della prima giovinezza.

La Grecia sono le due persone che ancora gli restano della famiglia originaria, suo fratello e sua madre. Lei, capace di infondergli radici fino in fondo e anche “dopo”. “Forse lei mi regalerà un nuovo paese, quando se ne sarà andata. Era proprio quello che papà aveva fatto. Il racconto della sua vita mi regalava una Grecia in più, ossia gli insediamenti greci sulla costa del Mar Nero”.

Nei giorni con lei ad Atene, ci sono momenti di autentica felicità. Incassa un momento di preziosa ilarità anche dalla conversazione con l’amico Diagoras sul teatro in Svezia e in Grecia, dice mentre ride di gusto: “Non è solo la terra a essere tonda, ma anche la vita. Almeno qualche volta”.

Dalla madre gli arriva la storia straordinaria di Galinthias, che distrasse le Parche che impedivano alla sua amica del cuore di partorire e così il bambino poté nascere. Come punizione fu trasformata in uno scoiattolo.

Come dire che Galinthias immette la parola, e con lei la letteratura e tutta l’arte, nel tessuto stesso della vita.

Dice Kallifatides: “Se si è scrittori è facile restare paralizzati da tale cognizione, ma si può anche ricevere la gioia più grande che si possa augurare a un essere umano: la felicità di imbrogliare gli dèi così come fece Galinthias, e dare vita a un altro mondo“.

Di uno scrittore così, a cui riesce di andare all’osso della lingua e risalire con le parole giuste tra le mani, potrei anche innamorarmi.

Nota bibliografica:

  • Theodor Kallifatides, Madri e figli, Voland, 2024

Cover: Foto della città di Atene di  Bru-nO da Pixabay

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ELOGIO DEGLI IMPERFETTI

Elogio degli imperfetti

Elogio degli imperfetti

Lo stesso mondo della Fisica, che è una scienza esatta, ci illumina sul concetto di ‘imperfezione’ – non è possibile ottenere una misura perfetta, al cento per cento, di qualsiasi cosa, umana o non umana essa sia. Se una scienza esatta afferma perentoriamente tale principio, l’imperfezione è dunque forse la più autentica caratteristica anche dell’essere umano ed è per questa mia convinzione che, oltre ad essere insegnante di lingua straniera, ho accettato di lavorare come insegnante di sostegno per alcuni anni dopo essermi specializzata.

Ammetto che è stato un viaggio nell’imperfezione molto significativo dal momento che ha aperto orizzonti prima totalmente ignoti, permettendomi di addentrarmi consapevolmente in un mondo parallelo e di comprenderlo nelle sue diverse sfaccettature rappresentate dai diversi ‘stigmi’ che caratterizzavano gli allievi: dalla paralisi cerebrale infantile, al ritardo cognitivo, dalla depressione adolescenziale, ai disturbi dell’attenzione, alla iperattività comportamentale, e molto altro.

Alcuni di questi allievi hanno dimostrato capacità eccezionali nel trasformare la loro diversa abilità in qualcosa di straordinariamente normale, come ad esempio un allievo affetto da paralisi cerebrale infantile fin dalla nascita, il quale è riuscito a narrare in modo estremamente particolareggiato e preciso la sua esperienza di partecipazione alla maratona di New York attraverso l’uso del Linguaggio Bliss.

Eppure, allargando l’orizzonte della riflessione, nella storia della scuola e quindi della civiltà, l’imperfezione è stata raramente celebrata. Al contrario, le società hanno spesso inseguito l’illusione della perfezione: fisica nell’antica Grecia, morale nel Medioevo, religiosa durante l’età della Controriforma, sociale nell’età vittoriana, estetica e produttiva nel mondo contemporaneo.

Ogni epoca ha costruito un proprio modello ideale, relegando ai margini coloro che da quel modello si discostavano. L’idea stessa di ‘normalità’ è stata troppo spesso utilizzata come uno strumento di esclusione. Chi era diverso veniva considerato un errore da correggere, un’anomalia da nascondere, una minaccia all’ordine costituito.

Eppure, è proprio nelle crepe della normalità che si sono accese alcune delle menti più straordinarie della storia. Pochi esempi sono tanto emblematici quanto quello di Alan Turing, intellettuale che ho avuto modo di esplorare insieme ai miei allievi a scuola. Matematico, logico, crittografo, filosofo della mente, Turing fu uno dei principali artefici della sconfitta del nazismo grazie al suo decisivo contributo nella decifrazione del codice Enigma. Senza il suo lavoro, la seconda guerra mondiale avrebbe potuto protrarsi per anni, con milioni di ulteriori vittime.

Ma la stessa nazione che aveva beneficiato del suo genio si rivelò incapace di riconoscere la dignità dell’uomo. Nel 1952, la Gran Bretagna lo processò per la sua omosessualità, allora considerata un reato. Gli venne imposta la castrazione chimica come alternativa al carcere. Due anni dopo, a soli quarantuno anni, Turing morì in circostanze che la maggior parte degli storici considera un suicidio.

La società britannica dell’epoca — profondamente moralista, bigotta e prigioniera dei propri pregiudizi — non distrusse soltanto un individuo: privò l’umanità di uno dei suoi più grandi innovatori. È impossibile sapere quali altre intuizioni avrebbe potuto regalarci. Forse nuovi sviluppi nell’informatica, nell’intelligenza artificiale, nella matematica teorica; forse idee capaci di anticipare di decenni il nostro presente. Ogni persecuzione dell’intelligenza rappresenta una perdita collettiva, non soltanto una tragedia personale.

La storia, purtroppo, è costellata di casi analoghi. Per citarne alcuni Nikola Tesla, visionario straordinario, immaginò tecnologie che il suo tempo non era pronto a comprendere. Morì solo, povero e quasi dimenticato, mentre altri raccolsero fama e ricchezza grazie alle sue intuizioni.

Galileo Galilei fu costretto all’abiura perché aveva osato affermare ciò che l’osservazione dimostrava. La verità scientifica venne sacrificata sull’altare dell’ortodossia religiosa. Anche Franz Kafka trascorse l’esistenza convinto del proprio fallimento e chiese che i suoi manoscritti fossero distrutti. Se il suo amico Max Brod avesse rispettato quella volontà, la letteratura mondiale avrebbe perduto alcune delle sue opere più profonde.

Questi uomini avevano qualcosa in comune: non erano perfetti secondo i criteri della loro epoca. Alcuni erano fragili, altri eccentrici, altri ancora ribelli, malinconici o semplicemente diversi. Ma proprio quella loro diversità costituiva la sorgente della loro creatività.

L’ossessione per la perfezione continua ancora oggi, sebbene abbia assunto forme differenti. I social network propongono vite impeccabili, corpi perfetti, successi continui, felicità permanente. L’imperfezione viene filtrata, nascosta, corretta digitalmente. Si rischia così di dimenticare che il progresso nasce quasi sempre dall’errore, dal dubbio, dalla fragilità e dalla capacità di guardare il mondo da una prospettiva diversa.

L’intelligenza, infatti, raramente coincide con la conformità. Le idee che cambiano il corso della storia sono spesso generate da persone che non si adattano completamente alle convenzioni del proprio tempo. Una società veramente civile non dovrebbe chiedere ai suoi cittadini di assomigliarsi, ma offrire a ciascuno la possibilità di esprimere la propria unicità. L’imperfezione non è l’opposto della grandezza, anzi ne è spesso la condizione necessaria.

Il mio elogio degli imperfetti è dunque, in realtà, un elogio della libertà. Libertà di pensare, di amare, di creare, di sbagliare, di essere diversi senza essere perseguitati. Alan Turing ci ricorda con tragica chiarezza quanto possa sbagliare gravemente una società incapace di accogliere la diversità. Il prezzo da pagare non è soltanto la sofferenza di chi viene escluso: è l’impoverimento dell’intera umanità.

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Ceuta, le vittime innocenti di un colossale raggiro

Ceuta, le vittime innocenti di un colossale raggiro

Ceuta, le vittime innocenti di un colossale raggiro

Per giorni abbiamo visto le immagini e i filmati, letto e ascoltato ogni tipo di report di ciò che stava accadendo; abbiamo provato ad approfondire le tante interpretazioni riguardo alle responsabilità di un fenomeno così improvviso e impattante dal punto di vista umano, sociale e politico, amplificato da un sistema mediatico che ormai crea più confusione che informazione.
Quello che è successo a Ceuta, enclave spagnola in Africa di cui la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno l’esistenza prima del 30 luglio 2026, non si può inserire tra gli eventi migratori che conosciamo, viste le modalità e i numeri altissimi di giovani che si sono mossi in un tempo di sole 48 ore.

Se cerchiamo di districarci sia nella complessità delle relazioni tra Marocco-Spagna-Algeria in cui dominano contrasti e interessi di varia natura, in parte ancora legati a retaggi di colonialismo, che nella giungla delle relazioni internazionali, dove compaiono sempre gli stessi interessi dei padroni del mondo del terzo millennio (Israele e Stati Uniti), in questo caos geopolitico restano poche certezze. Se poi aggiungiamo la reazione scomposta, isterica e propagandistica di alcuni paesi della UE con l’Italia in prima fila che, sospendendo gli accordi di Schengen, ha provocato un effetto domino in Europa, siamo di fronte a una delle più shoccanti crisi geopolitiche in cui le vittime sono sempre le stesse: le vite delle persone in difficoltà.

Ci sono stati 84 morti annegati a cui NESSUNO ha rivolto un pensiero tra quelle migliaia di ragazzi partiti in massa per false informazioni, costruite per usare le loro speranze come un’ arma di pressione e ricatto politico o forse, ancor peggio, come punizione internazionale verso la Spagna, che attraverso il proprio leader ha tenuto la schiena dritta riguardo ai tanti scenari di violazione del diritto internazionale, guerre, dazi, riarmo, genocidio di Gaza; considerato altresì reo di aver varato recentemente misure rapide ed efficaci di regolarizzazione straordinaria di più di 500mila migranti e richiedenti asilo per favorire l’emersione del lavoro sommerso, tutelare i diritti umani e sostenere la crescita economica.

E’ evidente che le politiche che si occupano del benessere delle persone e delle popolazioni, sia di quelle in cerca di una vita migliore che di quelle dei paesi di accoglienza, non sono funzionali alla propaganda dei governi sovranisti che si reggono sulla creazione del nemico e sulla paura.
Per tutto questo lo shock di Ceuta 2026 è stato un termometro e si è ben compreso che la febbre in Europa è molto alta. Mediterranea Saving Humans si schiera sempre dalla parte del diritto di tutti gli esseri umani a una vita dignitosa e dichiara la propria vicinanza alle famiglie di quelle decine di ragazzi, vittime innocenti di un colossale raggiro.
Solo con politiche illuminate che mettano al centro i bisogni primari delle persone trasformeremo questa esplosiva miscela di affari e potere che è diventato il mondo in una grande comunità globale capace, attraverso i valori di fratellanza e condivisione, di vivere in pace.
Non c è nessun altra strada, nessuna, per evitare il baratro.

EQUIPAGGIO DI TERRA DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS di FERRARA

Cover: Ceuta 3o luglio 2026 – foto ISPI su licenza Creative Commons

So fossi stato a Genova, quel giorno

Se fossi stato a Genova, quel giorno

Se fossi stato a Genova, quel giorno

Se io fossi stato lì, in piazza Carlo Giuliani (ragazzo) ex Alimonda, cosa avrei fatto? Avevo poco più di trent’anni all’epoca, mi ero pure informato per essere a Genova, ma poi timidamente e mascherandomi dietro un italianissimo “tengo famiglia” – la mia bimba grande aveva meno di un anno – non sono andato.

Ma mettiamo che quel giorno alla partenza dei pullman da piazza Verdi ci fossi stato anche io, mettiamo fossi arrivato a Genova, mettiamo avessi visto le cariche delle forze dell’ordine, avessi visto le manganellate alle tute bianche invece che al blocco nero, mettiamo avessi visto teste spaccate, giovani e vecchi mascherati di sangue. Mettiamo che fossi, per uno strano caso del destino, a fianco di Carlo, cosa avrei fatto?

Sinceramente, penso che gli avrei detto: “ragazzo, cala quell’estintore, dallo a me che ho le braccia da borgata, magari riesco a dare più forza al lancio”. Probabilmente avrei reagito così, probabilmente, quella pistola già puntata prima, quella mira già presa prima e non dopo l’estintore, avrebbe esploso il suo colpo su di me. Oppure sarei potuto essere alla scuola Diaz, o alla caserma Bolzaneto, oppure sarei riuscito a tirare un sasso senza farmi beccare, o rilanciare un lacrimogeno con un rinvio da vecchio libero. Non c’ero, per fortuna mia non c’ero, e ho potuto vedere la devastazione dal divano di casa mia e non essere dentro la devastazione di una città, di un mondo intero.

Quella generazione, quel movimento, represso a Genova con una violenza mai più riscontrata dal dopoguerra ad oggi, fu, forse, l’ultima speranza dei milioni di persone che credono che l’utopia sia solo un percorso lungo, ma raggiungibile e non una bella favola per abbindolare gli stolti.

Si diceva, “un altro mondo è possibile”, “un altro mondo è necessario”; no, non era vero. Un altro mondo è obbligatorio, perché questo sta scomparendo e nel chiaroscuro sono già nati i mostri che lo inghiottiranno. Non c’è nessun nuovo mondo all’orizzonte, è stato sparso il sale sul movimento dei movimenti, il gattopardismo della nuova sinistra liberale, riformista, democratica, non parla nemmeno più di un superamento del capitalismo. Perché ne fa completamente parte, perché pare, secondo loro, che non ci sia nulla di meglio dei valori del sedicente occidente. Quello stesso occidente che è causa dello stupro del mondo, che è motivo, ragione delle guerre di aggressione e genocidiarie di questo ventennio nero e senza limiti.

Il sonno della ragione genera mostri, non solo, crea camaleonti buoni per ogni salsa, non solo lo scontro sociale è sopito e anestetizzato, ma il padrone e l’operaio votano uguale, metà della popolazione italiana non vota, esiste un buco nero di rappresentanza che si è mangiato le stelle rosse da ogni dove.

La violenza delle istituzioni è tutelata, la risposta talvolta scomposta, alle volte violenta, alle volte pilotata delle piazze invece è la causa di ogni sconfitta. Di quella famosa sinistra che perde, quella massimalista, quella radicale, quella comunista, quella ambientalista. Ma, per dire, quale sarebbe la sinistra che vince, quella che ha abbandonato da decenni gli ideali proletari, quella giustamente identificata nelle ZTL del centro storico?

Il profitto, i soldi, il consumo, la difesa dei confini, la difesa del privilegio, merci da un euro che volano da un continente all’altro, genere umano che muore in mare, nei lager e sotto le bombe. Questi sono i germi che porteranno alla cancrena del capitalismo monomandatario. Il capitale come unico mondo possibile, dieci esseri subumani che governano il mondo. Continenti schiavi utilizzati come mangiatoia per il primo mondo, quando si dimentica che il mondo non è primo, ma ultimo e unico.

Nella teoria del Caos, al posto della farfalla si potrebbe mettere la scheggia di una bomba. Una bomba esplosa a Gaza, produrrà un’onda d’urto fino alla giungla dell’Amazzonia, una barca affondata nel Mediterraneo produrrà un’onda a ritroso che sommergerà l’Europa.

Siamo tessere di un unico puzzle, quando mai l’uomo capirà questo semplice concetto?

«Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini» disse Jurij Gagarin.

QUI un pezzo di Wuming sul tragico e storico luglio del 2001 a Genova

 

Cover: Gagarin murales by Jorit, wikimedia creative commons, source:https://www.facebook.com/joritgraffiti/photos/a.590731567739702/1846467512166095/

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"Orgogliosi di pagare": la lettera aperta di 120 paperoni del Regno Unito

“Orgogliosi di pagare”: la lettera aperta di 120 paperoni del Regno Unito

“Orgogliosi di pagare”:
la lettera aperta di 120 paperoni del Regno Unito

Un gruppo di 120 milionari residenti nel Regno Unito ha lanciato un appello al primo ministro britannico Andy Burnham affinché introduca una tassa sui grandi patrimoni.

Brian Eno (Wikimedia Commons)

Tra i firmatari figurano l’ex calciatore e commentatore televisivo Gary Lineker, il regista e sceneggiatore Richard Curtis e il musicista Brian Eno, insieme ad altri imprenditori, economisti e personalità del mondo della cultura.

La lettera aperta, intitolata “Proud to Pay” (“Orgogliosi di pagare”), è stata promossa dall’organizzazione Patriotic Millionaires UK, che riunisce cittadini facoltosi favorevoli a una maggiore tassazione delle grandi ricchezze.
Nel documento, i firmatari sostengono che le persone più ricche del Paese dovrebbero contribuire in misura maggiore al finanziamento dello Stato e dei servizi pubblici.

«Vogliamo che ci tassiate. Possiamo permettercelo», si legge nella lettera. «Non stiamo chiedendo un aumento delle imposte per chi vive del proprio lavoro, ma per coloro la cui ricchezza deriva principalmente dal patrimonio accumulato.»

Secondo i promotori dell’iniziativa, una tassa del 2% sui patrimoni superiori a 10 milioni di sterline potrebbe generare circa 24 miliardi di sterline all’anno, risorse che potrebbero essere destinate al rafforzamento del sistema sanitario, dell’istruzione, delle infrastrutture e del welfare. A queste entrate si aggiungerebbero ulteriori risorse attraverso una riforma della tassazione delle plusvalenze, con l’obiettivo di avvicinare l’aliquota applicata ai guadagni da capitale a quella prevista per i redditi da lavoro.

Gary Lineker, foto su licenza wikipedia

Lineker ha spiegato il senso della sua adesione affermando che «pagare la propria giusta quota di tasse è un valore fondamentale» e che chi possiede grandi ricchezze ha la possibilità di fare di più per contribuire a una società più equa. Anche Brian Eno ha ribadito la necessità di riequilibrare un sistema fiscale che, a suo giudizio, favorisce eccessivamente i grandi patrimoni.

L’iniziativa arriva in un momento di intenso dibattito sulla politica fiscale britannica e sulla crescita delle disuguaglianze economiche.
I sostenitori della proposta ritengono che una patrimoniale limitata ai grandi patrimoni rappresenti uno strumento efficace per reperire nuove risorse senza aumentare la pressione fiscale sui lavoratori e sul ceto medio.

L’appello dei 120 milionari rappresenta uno dei più significativi interventi pubblici da parte di esponenti dell’élite economica britannica a favore di una maggiore tassazione della ricchezza, riaprendo il confronto sul ruolo del fisco nella redistribuzione delle risorse e nel finanziamento dei servizi pubblici.

Il Testo integrale della lettera aperta “Proud to Pay”

Dear Prime Minister,

As our country takes its first step on a new road with you, we hold onto hope and promise: not just for millionaires like us, but with hope in every heart for a better life for everyone. We know our country – its regions, cities, towns, and villages – deserve a better hand than what they’ve been dealt for these last four decades.

As millionaires we have a clear message for you, our new Prime Minister: tax us. We are proud to pay and here to stay.

We know that wealth and power has been concentrated in a small group for too long, at the cost of our country, its people, our democracy and our environment. For a better Britain this has to change; we need to embrace a new kind of devolution of wealth and power, from the very richest in order to reinvest back into our greatest asset in every region—our people.

It is not just us. We represent the majority of UK millionaires. 75 percent of millionaires polled support higher taxes on themselves to defend what they are proud of in this country; and 88 percent are proud to live here. Millionaires are a patriotic bunch – we love this country and we want it to succeed. But success requires investment and a primary source of untouched capital investment is sitting with us, in untaxed potential.

We want you to tax us. We can afford it. We’re not talking about higher taxes on those who get up and go to work for their income every day, but on the very richest whose income is derived from the wealth they hold.

As you decentralise political power, you should also disperse economic power. Extreme wealth sitting idle in the hands of a few can be put to work: reducing inequality, investing in sustainable jobs, strengthening hospitals, schools and social care, supporting entrepreneurs with the skills and infrastructure they need, and giving small businesses access to affordable finance.  Our wealth is our country’s secret weapon – let’s get serious about using it.

There are a few people left with outdated economic thinking and few others desperate to hold onto every penny they can. But they are a minority. Those that can’t see past the end of their own self interest have no place in designing a Britain for the future.

As we embrace this new road – please consider taxing us properly as our contribution to it. We love this country. It’s time for a better Britain; it’s time for everyone here to feel Great Britain. It’s time to tax us, the super rich.

The Signers

 

In copertina: Screenshot del sito proud to pay more 

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Sanchez, Meloni e la finta immigrazione di Ceuta

Sanchez, Meloni e la finta immigrazione di Ceuta

E’ molto probabile che dietro la finta immigrazione a Ceuta, enclave spagnola in Marocco (ma 48.300 su 50mila sono già rientrati in Marocco) ci sia il re del Marocco Mohammed VI.
Il motivo? Pressare Pedro Sanchez che teme possa ritornare ad appoggiare il popolo Sahrawi che lotta da decenni per avere l’indipendenza del Sahara Occidentale con un referendum (chiesto anche dall’ONU nel 1991 ma mai fatto).

Un accordo recente (a cui ha aderito, peraltro, anche la Spagna) prevede diventi regione autonoma sotto la sovranità del Marocco. Decisione però contestata dall’Algeria che il 20 luglio è stata visitata da Sanchez per accordi sul gas.

Poi ci sono gli Stati Uniti di Trump e Israele che, con gli accordi di Abramo del 2020 (a cui ha aderito il Marocco), possono aver chiesto di usare i migranti contro Sanchez che si è opposto (unico in Europa) al genocidio da parte di Israele dei palestinesi a al riarmo voluto da Trump e Nato al 5% del Pil per tutti.

Che il Marocco sia amico di Trump è noto, al punto che la nuova autostrada di 1050 km. che attraversa il deserto (Tiznit-Dakhla) porta il suo nome “Donald Trump”, il quale Trump  al Consiglio di Sicurezza ONU appoggia le richieste del Marocco sulle terre dei Sahrawi e vuole il mondiale di calcio del 2030.

E’ noto poi che la destra mondiale ed europea lavora da anni sulla paura dell’immigrazione per aumentare i propri consensi. Organizzare la finta invasione in Spagna è un modo (anche se farlocco) per tentare di screditare Sanchez.

Il Governo Meloni ha sospeso Schengen, cioè la libera circolazione in Europa, e farà controlli alle frontiere per chi arriva dalla Spagna. Si tratta di una forma di incompetenza (voluta), in quanto la nuova sentenza della Corte Suprema della Spagna prevede la regolarizzazione di un migrante solo se risiede in Spagna da almeno 5 mesi e da prima del 1° gennaio 2026.

Quindi non c’è alcuna possibilità per un irregolare che da Ceuta riesca ad andare in Spagna (ma ci sono 34 km. di mare!) possa poi uscire dalla Spagna come regolarizzato.

E’ quindi evidente che si tratta di una montatura ad arte per aumentare la pressione su Sanchez già isolato nella UE per le sue scelte anti Trump (Israele e riarmo).

Immigrazione: il modello Sanchez e il (non) modello Meloni

Quali sono le differenze tra il modello Sanchez e di Meloni sull’immigrazione?
Sanchez ha deciso di aumentare l’immigrazione regolare (con regolari visti via aereo) sfruttando la stessa lingua dei latino americani che sono il grosso dell’afflusso straniero e ha ridotto, nel frattempo, gli sbarchi irregolari (calati dal 2023 al 2025 da 57.318 a 36.683).

Il Governo Meloni fa il contrario: poiché non vuole avere immigrazione legale, la quota di irregolari cresce (+55% rispetto alla Spagna) e ha ridotto i rimpatri (-29,6%, mentre in Spagna crescono).

L’Italia non riesce infatti ad aumentare il flusso di ingresso dei regolari (aumentati solo sulla carta, per l’assurda legge sui flussi che si è data, ne sono arrivati 8,7% nel 2025, 14mila su 164mila!). Per nascondere questa insensata politica migratoria, Giorgia Meloni agita lo spauracchio iberico per celare i nostri sbarchi, quelli si incontrastati e irregolari a fronte di flussi legali che sono pochissimi e mandano in bestia le nostre imprese (corrette e sane) che cercano lavoratori che non trovano.

Fonte Frontex e UE

Il primo ministro socialista ha deciso per una forte immigrazione legale a partire dal 2022 e la regolarizzazione di irregolari nel paese (circa 500mila) per rilanciare la crescita della Spagna che ha bisogno (come tutta la UE e l’Italia) di immigrati legali. Risultato, la Spagna viaggia ad una velocità di 2,5 volte quella dell’Italia (come PIL) nel periodo in cui governa Meloni (2022-2026).

Tutti sanno che la UE ha un enorme fabbisogno annuo di immigrati e lo sa anche il Governo Meloni che infatti ha aumentato il decreto flussi a livelli prima mai raggiunti ma, per la farraginosità di questo sistema demenziale, ne entrano solo 8-10% del fabbisogno, mentre invece continua un flusso di irregolari (seppure in calo e uno stock di irregolari stimato in 300mila unità).

Immigrati irregolari che fanno comodo sia ai padroncini per sfruttarli, favorendo quel caporalato che a parole si dice di voler combattere, sia alle destre per accrescere paura e allarme sociale tra molti cittadini, sfruttando l’ignoranza sui dati e le (non) politiche immigratorie del nostro Governo.

Cover: Ceuta (Spagna), 31 luglio 2026 – foto di Internazionale su licenza Wikimedia Commons

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Per certi versi / Assenza

Per certi versi / Assenza

Assenza

Cuore mio nudo contro cuore nudo,

posso amare chi mai ho conosciuto?

 

Selvatico, indocile,

risponde “sì”.

 

Così ti eleggo mio sposo mancante.

Custode della mia tenerezza.

Del riso. Del pianto.

 

E ti accolgo in me, presente.

 

(Da Nei titoli di coda, Editrice Il Leggio, 2022)

 

In copertina: Foto di Soufian Diouane da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Azzardo e disperazione record in Italia: la denuncia della Caritas di Roma

Azzardo e disperazione record in Italia: la denuncia della Caritas di Roma

Azzardo e disperazione record in Italia: la denuncia della Caritas di Roma

L’affare dell’azzardo nel nostro Paese sembra non avere limiti di crescita: nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha raggiunto i 45 miliardi e 440 milioni, con un incremento di più del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando aveva già toccato un record con 38 miliardi e 755 milioni.

Stiamo parlando di una cifra incredibile certificata dal Bollettino statistico trimestrale dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che lascia supporre che alla fine di quest’anno si infrangerà un altro record e la raccolta dello scorso anno di 165 miliardi e 345 milioni, stante la crescita del primo trimestre, potrebbe essere polverizzata e arrivare a sfiorare i 200 miliardi. E’ soprattutto l’azzardo online a crescere, arrivando a 23 miliardi e 172 milioni (nel 2025 si era fermato a 20 miliardi e 253 milioni). Anche slot machine e videolottery aumentano, passando da 5 miliardi e 291 milioni a 7 miliardi e 870 milioni.

Per lo Stato, invece, più o meno sempre gli stessi introiti: 2 miliardi e 682 euro a fronte dei 2 miliardi e 483 milioni dello scorso anno. Le perdite per i “giocatori”, invece, crescono, arrivando a 5 miliardi e 713 milioni, rispetto ai 4 miliardi e 484 milioni del primo trimestre dello scorso anno.

Sulla base dei dati dello scorso anno, tra le Regioni in cui si gioca di più, troviamo il Lazio che si posiziona al terzo posto assoluto con 17 miliardi e 449 milioni di euro, preceduto solo da Lombardia (26 miliardi) e Campania (21 miliardi e 562 milioni). E all’interno del contesto regionale, il territorio di Roma e provincia si conferma tristemente in testa alla classifica delle aree metropolitane italiane per volume complessivo di gioco, staccando nettamente Napoli (11,4 miliardi) e Milano (9,4 miliardi). Nella provincia capitolina, come ha sottolineato la Caritas italiana,  la raccolta è arrivata a 12 miliardi e 858 milioni di euro con una crescita di oltre mezzo miliardo rispetto ai 12 miliardi e 356 milioni del 2024. Una cifra spaventosa che equivale a più di 3.000 euro spesi pro capite, calcolando nel totale anche i bambini e i neonati.

Nella sola Roma Capitale, sono stati giocati 8 miliardi e 527 milioni: al primo posto si piazzano i cosiddetti giochi di abilità o skill games (4 miliardi); seguono le scommesse sportive (1,2 miliardi), le Videolottery (887 milioni), i “Gratta&vinci” (704 milioni) e le slot machine Awp (501 milioni).

La Caritas di Roma ha aperto da marzo scorso presso il centro d’ascolto diocesano, in via di Porta San Lorenzo 7, nei pressi della Stazione Termini, uno sportello per giocatori d’azzardo e familiari. In appena quattro mesi sono state ascoltate una trentina di persone e una decina hanno accettato di iniziare un percorso. Più uomini, solo due donne, soprattutto dai 50 anni in su, pochi i giovani.
A operare all’interno del centro di ascolto diocesano attualmente sono quattro persone: uno psicologo coordinatore del servizio, un assistente sociale, un educatore e un altro psicologo. Ma non si occupano solo di azzardo: sono infatti aperti all’ascolto dei senza dimora e delle persone che chiedono l’accesso alle mense e all’accoglienza.

Lo sportello per l’azzardo dopo i primi colloqui indirizza ai Serd (i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale) o ai servizi privati convenzionati, come varie associazioni che svolgono questo tipo di attività. Finora la maggior parte delle persone sono state accompagnate e orientate ai Serd. Successivamente si prende un appuntamento con un avvocato del servizio legale gratuito della Caritas, che incontra il giocatore patologico, insieme a un operatore sociale, per approfondire tutti gli aspetti amministrativi, economici e legali prodotti dalla dipendenza da azzardo.

Successivamente, se la situazione è particolarmente grave, insieme all’avvocato si propone alla persona di iniziare un percorso di amministrazione di sostegno. La Fondazione antiusura Salus Populi Romani è parte integrante del progetto. Alla persona viene detto che nel momento in cui accetta di fare tutto questo percorso si può anche sottoporre la sua situazione alla Fondazione per un percorso di sdebitamento, di ristrutturazione del debito e di gestione di tutta la parte economica.

“L’azzardo, denuncia Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, è l’esaltazione ipocrita del potere del denaro e della sorte che sfrutta un’intelligenza davvero diabolica per apparire un gioco.
A questo si aggiungono il letargo e la miopia della politica e delle istituzioni pubbliche; ridotta se non complice è l’attenzione dei media, a causa dell’ingente investimento pubblicitario che produce l’industria dell’azzardo.
Nonostante l’enorme somma di denaro sottratta all’economia reale, la disgregazione sociale e la disperazione che c’è dietro di essa, con tantissimi giovani, anziani e famiglie travolti dai debiti causati dal “gioco” che producono distruzione di patrimoni e a volte di vite, tutti continuano come se niente fosse.
Nonostante esistano divieti a qualsiasi forma di pubblicità, il mondo dello sport, in modo particolare i club di calcio della Serie A e i grandi colossi del betting mantengono intatti i propri legami economici attraverso la strategia dell’infotainment. Di fronte a un forte dibattito politico volto ad ammorbidire o abolire tali restrizioni, la Conferenza Episcopale Italiana, insieme a Caritas e alla Consulta nazionale antiusura, è intervenuta per chiedere, al contrario, un’applicazione rigida e l’inasprimento dei divie
ti”.

Consulta Qui il Bollettino Statistico del primo trimestre 2026 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli

Cover: Foto di Ray Alexander da Pixabay

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BiancoVannacci e la Regina Nera

BiancoVannacci e la Regina Nera

BiancoVannacci e la Regina Nera

(C’era una volta in un lontano Reame)

In una Repubblica che era un Reame, dove il Parlamento era ignorato ogni momento, regnava la regina Giorgia Prima. Doveva togliere le accise alla benzina, ma costava più che mai. Disse che voleva abolire La Fornero, ma non era affatto vero. I sudditi l’avevano votata perché degli spacciatori facesse una retata, portasse i migranti ― tutti quanti ― in Albania, ma era come nel Novanta, arrivavan come prima, hai capito la Regina?

Giorgia aveva un’abitudine mattutina: fare una domanda, sempre uguale, allo specchio del Quirinale. Di nascosto al Mattarella, si infilava nel palazzo travestita da studente. Giunta allo specchio domandava:

— Specchio, specchio nazionale, chi è la più a destra del reale?

— Non sei tu, o mia regina, è BiancoVannacci il generale ― disse lo specchio una mattina.

— Non sia mai, miei fidi a me! Per avere risposta fanno una seduta tutti e tre, e riuniti attorno a un tavolino traballante ― Giorgia, Lollo e la sorella ― ed evocano l’animaccia nera di Almirante.

A causa di una svista, si materializza al suo posto un operaio comunista di Gallarate che di legnate ohibò, tosto li riempie.

Delusa e contusa, la regina ha un’idea geniale: affiderà la faccenda a Lollo il bracconiere, che fra treni e corriere, formaggi e Ddl sulla caccia aveva ha ormai perso la faccia. Lollo si dà subito da fare e pensa:
“potrei fargli sparare solo un pochino, da un gioielliere marocchino da remigrare, ma è troppo esagerato, mica è cinque stelle dichiarato”.

Quel losco contatta allora la famiglia nel bosco e fa rapire il generale. BiancoVannacci viene chiuso in cantina con una decina di topacci che gli fanno un vestito per il ballo… Ah no! scusate, è questa è un’altra fiaba …  Il nostro prode evade di prigione: nessun rumore ode a notte fonda, la porta sfonda ed esce all’aperto.

Di pifferi sente un concerto e l’eroico Roberto segue il suono che perdura fino ad una vicina radura. Seduti in cerchio attorno al fuoco, stan quattro piccoli ministrini dai neri berrettini, sono D’Ursolo, Salvinucciolo, Valditarotto e Piantedosolo. Tutti suonano il flauto con impegno, ma stonano a tutto legno. BiancoVannacci si avvicina cauto:

— Scusate, perché suonate il flauto così a lungo? Da più di un’ora dura ‘sta sofferenza.

— Ci vuol pazienza, ci stiam preparando, perché alla prossima legislatura, col piffero che ci rieleggono ancora! Gli italiani si son svegliati.

— Ma figuriamoci, quel branco di pecoroni, sono ancora addormentati: ho avuto già più di duecentomila iscrizioni!

I quattro ministri lo invitano per una pasta al burro e parmigiano ma… Tradimento! Era un avanzo di Pastasciutta Antifascista, quella del Partigiano.
Il povero BiancoVannacci cade in coma profondo. Per riportarlo al mondo serve un bacio di un africano gay e comunista, ma in tutto il territorio italiano, nessuno si mette in lista per baciare il generale.
Così, lo specchio al Quirinale incoronò nuovamente Giorgia Meloni la più a destra della Destra.
E vissero tutti così, fascisti e contenti.

In copertina: Giorgia Regina Nera e Vannacci Biancaneve – immagine creata da Stefano Agnelli con AI Imgcreatorai 

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Verso il postcapitalismo. Un dialogo tra cristiani, marxisti ed ecosocialisti

Verso il postcapitalismo
Un dialogo tra cristiani, marxisti ed ecosocialisti

Verso il postcapitalismo. Un dialogo tra cristiani, marxisti ed ecosocialisti

Verso il postcapitalismo è il titolo del libro di Rafael Díaz-Salazar, edito da Cristianisme i Justícia, tradotto in italiano e uscito lo scorso aprile grazie alla redazione di Aggiornamenti sociali, rivista dei gesuiti italiani.

Cristianisme i Justícia è un centro studi con sede a Barcellona dedicato alla riflessione su temi sociali e teologici. Nato nel 1981 su iniziativa dei gesuiti della Catalogna, il centro riunisce un gruppo interdisciplinare di oltre 80 professori di scienze sociali e teologia, oltre ad altri professionisti ed esperti a diretto contatto con concrete realtà sociali.

Mondi diversi ma vicini

Potrebbe sembrare anacronistico parlare di dialogo tra cristiani e marxisti. Eppure non è così: pur nelle differenze – a volte radicali – l’incontro sta innanzitutto nella prossimità a chi subisce ogni giorno le conseguenze di un sistema iniquo. Una lotta di vicinanza, dunque; e, a partire da questa, una condivisione teorica sempre in itinere, e che sempre della lotta si nutre.

Per questo, il sottotitolo del libro è stato probabilmente scelto per definire alcune identità ma – come spiegato nel testo – l’appello è aperto a ogni persona, movimento e organizzazione anche non marxista e non religiosa (pacifista, ecologista, femminista, sindacalista). L’obiettivo comune – non un fine fisso e rigido, ma sempre dinamico – può essere il «postcapitalismo di orientamento ecosocialista», superando i limiti del pensiero socialdemocratico e del marxismo ortodosso.

Il libretto accenna ad alcune figure attive negli ultimi anni in questo dialogo tra cristiani e galassia anticapitalista, sollecitate dal papato di Francesco: per citarne alcune, Michael Löwy, Vandana Shiva, José Mujica, Evo Morales, Naomi Klein, Serge Latouche; in Italia, Rossana Rossanda e la rivista Critica Marxista. Ma l’elenco potrebbe essere ampliato.

Ed esiste l’interessante progetto Dialop, nato dopo l’incontro nel 2014 tra papa Francesco, Luciana Castellina e Alexis Tsipras, portato avanti da Movimento dei Focolari, Transform Europe, Fondazione Rosa Luxemburg e Partito della Sinistra Europea (fondato tra gli altri da Fausto Bertinotti, da anni fautore del dialogo tra Chiesa e mondo socialcomunista).

Nel gennaio 2024 papa Francesco ha ricevuto una delegazione di Dialop; nel suo intervento ha detto: «Una politica veramente al servizio dell’uomo non può lasciarsi dettar legge dalla finanza e dai meccanismi di mercato […]. C’è sempre tanto bisogno di dialogare, non abbiate paura!».

Per il passato viene citato – ad esempio – il libro di Togliatti Il destino dell’uomo. Comunisti e cattolici di fronte ai problemi dell’epoca moderna, negli anni ’50-’60 del secolo scorso il movimento spagnolo Frente de Liberación Popular (FLP), e le varie forme della teologia della liberazione e dei Cristiani per il socialismo, in Europa e America Latina.

L’apporto del cristianesimo

Le basi del «cristianesimo di liberazione» – quindi di questo dialogo che si fa alleanza – si trovano nella parresia dei profeti in Israele, nella vita e nelle parole di Gesù Cristo, negli Atti degli Apostoli, nei Padri della Chiesa, in parte della Riforma (Thomas Müntzer, ad esempio). E nella Dottrina sociale della Chiesa: per un ordine sociale più giusto – è scritto nella Gaudium et spes (1965) –, «bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e intraprendere profondi mutamenti della società.

Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione. Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità». Senza dimenticare che il bene comune va attuato anche per «servire (…) al raggiungimento» del «fine ultraterreno ed eterno» (Pacem in terris, 1963).

«Amare qualcuno è volere il suo bene», scriveva invece Benedetto XVI in Caritas in Veritate (2009); il bene individuale e il bene comune, «il bene di quel “noi-tutti”». E poi Ratzinger proseguiva riflettendo su come l’attacco ai diritti dei lavoratori e la rinuncia a meccanismi di redistribuzione del reddito richiedono «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» e la «progressiva apertura» a livello globale «a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione».

Gratuità e comunione sono i tratti originali che il cristiano porta in questo dialogo-alleanza, oltre all’eschaton: «Quando nella promessa del vero (ciò che verrà), la differenza col reale (ciò che è), è sentita e sofferta non ci si può più accontentare fatalisticamente del reale, ma l’esistenza dovrà diventare rivoluzionaria nel suo stesso essere che spera nel futuro», scriveva Arthur Rich, teologo protestante.

«Regno di Dio significa éschaton, novissimum, l’“Altro”, in breve la rivolta di Dio che pone in questione in modo radicale la nostra misera realtà e la fonda nuovamente in forma radicale sulla speranza» (in Dibattito sulla “teologia della rivoluzione”, Giornale di teologia, 49, 1970).

Per una piena democrazia

Tornando al libro di Díaz-Salazar, solo una speranza profondamente umana (quindi escatologica) può immaginare la possibilità di una «democrazia radicale», oltre la democrazia liberale, non in grado – come stiamo vedendo – di «cambiare in modo sostanziale le condizioni materiali di vita di coloro che soffrono di precarietà sociale e lavorativa».

Non è solo, non è tanto un problema “morale” dei singoli rappresentanti politici o della loro incisività: la questione è strutturale e riguarda l’inconciliabilità fra democrazia e capitalismo. Il testo propone, dunque, una «democrazia multidimensionale», vale a dire un sistema che mantenga sì una qualche forma di delega ma sia soprattutto «conflittuale»: «i potenti e i ricchi difficilmente» accetteranno un avanzamento di democrazia nel senso emancipativo ed egualitario delle masse, per cui «è necessario un contro-potere popolare nella società civile e in Parlamento» e «conflitti sociali nonviolenti».

Una democrazia piena dev’essere anche «partecipativa» a livello istituzionale, economico, lavorativo, sociale e culturale. Ciò significa, ad esempio, «la costituzione di assemblee cittadine settoriali», bilanci partecipativi, controllo pubblico della finanza e dei settori produttivi strategici, autogestione e autocontrollo di lavoratrici e lavoratori nei luoghi di produzione (materiale e intellettuale), tutela dei diritti fondamentali (casa, salute ecc.).

Che gli ultimi siano i primi

Non bastano, quindi, «il volontariato, le ONG, l’Agenda 2030 e le politiche di aumento salariale», tutti soggetti e azioni positive ma che «mantengono lo status quo del potere economico». «Non si tratta di ridurre il cambiamento climatico con misure lente e di breve portata – scrive ancora Díaz-Salazar -, ma di cambiare il sistema che lo produce».

Cambiamento che non può che avvenire dall’alto e dal basso (superando un’antitesi astratta), quindi con esperienze di base, «attivando azioni anticapitaliste concrete», «creando esperienze di economia e vita comune ecologiste» e contemporaneamente con un’azione politica che scardini le strutture e le sovrastrutture del potere.

Con un unico orizzonte: che «si realizzi il desiderio di Gesù di Nazareth che gli ultimi siano i primi e che il regno del denaro scompaia. Senza la lotta contro di esso – conclude l’autore -, dal punto di vista cristiano è chiaro che il regno di Dio non può crescere in questo mondo».

Cover da https:/./pixabay.com/images/search/free%20images/

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