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Ferrara Summer Festival 2026: 21 concerti fra disagi e irregolarità, speculazioni e ipocrisie

Ferrara Summer Festival 2026:
21 concerti fra disagi e irregolarità, speculazioni e ipocrisie

Ferrara Summer Festival 2026:
21 concerti fra disagi e irregolarità, speculazioni e ipocrisie

PIAZZA ARIOSTEA. Il TAR non sospende i concerti nonostante le irregolarità e i disturbi. Inoltre, vi raccontiamo l’ipocrisia degli organizzatori su decoro e inquinamento acustico, vi riportiamo la testimonianza di una residente di 94 anni e vi spieghiamo le speculazioni su cibo e acqua.

Lo scorso 13 giugno ha preso avvio il Ferrara Summer Festival (FSF) ma non si arrestano le polemiche e le azioni legali da parte di decine di residenti.  Il 15 giugno è arrivata, però, dal TAR una doccia fredda: il Tribunale regionale ha respinto la loro richiesta di sospensiva urgente, rimandando la discussione all’udienza collegiale fissata per l’8 luglio. Ricordiamo che il Festival prevede lo svolgimento di ben 21 concerti, l’ultimo il 26 luglio, senza contare i periodi (non brevi) di preparazione, prima, e di smontaggio, poi, delle strutture.

«TROPPI SOLDI IN BALLO, NON POSSIAMO BLOCCARE»

Nel documento il TAR ignora tutte le irregolarità formali e sostanziali da parte degli organizzatori – l’Associazione Butterfly – e del Comune di Ferrara, “giustificandole” così: «considerato che l’amministrazione comunale ha avviato già da tempo la programmazione e l’organizzazione del “Ferrara Summer Festival 2026”, manifestazione che, peraltro, si ripete annualmente, ed ha già a tal fine assunto rilevanti impegni, non solo economici, per la realizzazione del programma»…si decide di non bloccare la manifestazione.

Ci chiediamo da quando l’aver assunto impegni economici non sia un aggravante rispetto al fatto di aver agito in maniera irregolare ma anzi una giustificazione per soprassedere a tutte le violazioni accertate. Violazioni nei confronti di un luogo pubblico tutelato, com’è la piazza (oltre al portico), nel numero di concerti, negli orari, nell’inquinamento acustico, nel rispetto dei tempi di consegna della richiesta per le autorizzazioni e, da ultimo, nelle irregolarità – anch’esse segnalate dalla Soprintendenza – riguardanti lo spazio occupato dalle diverse strutture nell’area concerti (v. “la Voce” del 19 giugno scorso).

I residenti specificano che «l’autorizzazione in deroga ai limiti acustici e gli atti correlati (compresi i provvedimenti della Soprintendenza e le concessioni di occupazione del suolo pubblico) sono stati rilasciati ed effettivamente conosciuti solo il 12 e il 13 giugno» scorso.

DISTURBI FINO A TARDA NOTTE

I Residenti  non si fermano: tramite l’avv. Alessandra Palma nei giorni scorsi hanno proposto querela per il reato previsto dall’art. 659 c.p. (disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone).
Come previsto, infatti – spiegano i residenti -, «i concerti impediscono il riposo a causa dell’elevato volume delle emissioni sonore e per il tardo orario di conclusione, a cui poi si accompagnano le operazioni di pulizia». Il livello di disturbo, «dato dalle emissioni sonore del concerto e dal vociare continuo nelle fasi di accesso e uscita dalla piazza delle persone che assistono ai concerti e delle operazioni di pulizia che vanno avanti tutta la notte» ha, secondo i residenti, «superato il limite della normale tollerabilità»e per questo han deciso di rivolgersi alla Procura della Repubblica affinché «compia accertamenti in ordine alla possibile configurabilità del reato citato».

I disagi riguardano anche le difficoltà di spostamento a piedi, in bici o in macchina, per residenti e non, oltre alle enormi difficoltà di trovare parcheggio nella zona. E ancora: le file di bagni chimici davanti ad alcuni condomini, bagni maleodoranti,per non parlare del fetore lungo i marciapiedi causato dagli avventore dei concerti che urinano per strada.

Piazza Ariostea: invasione e allestimento – foto Andrea Musacci

LA PAGLIUZZA E LA TRAVE

«Nulla è pensato e dislocato in modo tale da consentire agli spettatori di avere un qualsiasi rapporto con il luogo che non sia di mera fruizione utilitaristica e strumentale dello stesso: una anonima “location”…»: così scriveva nel 2022 la Soprintendenza in risposta agli organizzatori del Festival, prima di essere bloccata dal Ministero della Cultura (allora guidato da Dario Franceschini).

Ma sul sito ufficiale del Festival, gli organizzatori ci tengono – in maniera un po’ paternalistica – a ricordare agli avventori l’importanza del decoro: una voce del Regolamento del Festival, infatti, è intitolata «Rispetto città» e in essa si spiega: «Ferrara è una città storica: proteggi monumenti, piazze, portici, residenti e attività vicine» (!).

Ci ricorda la parabola evangelica della pagliuzza e della trave. Parabola che riemerge anche da un altro passaggio del Regolamento, intitolato «Proteggi l’udito»: «Tappi per le orecchie e cuffie anti-rumore sono consentiti e consigliati per persone sensibili», è scritto. Ma diverse persone dicono di sentire le vibrazioni dei concerti a distanza di alcuni km. E in una diffida presentata lo scorso 11 maggio dall’avv. Francesco Vinci a nome dei residenti, si denuncia: «il Comune di Ferrara ha autorizzato deroghe acustiche sino a 95 dB nelle ore serali e notturne presso Piazza Ariostea, area classificata dal Piano di classificazione acustica comunale in Classe III, con limite ordinario notturno pari a 45 dB. Le deroghe autorizzate hanno pertanto consentito livelli sonori enormemente superiori sia ai limiti ordinari fissati dalla pianificazione acustica comunale» sia alle «soglie di tutela sanitaria indicate dall’OMS».

«MIA MADRE HA 94 ANNI: IL DISAGIO È FORTE»

«Mia madre ha 94 anni e vive in via Palestro, 101, nel palazzo proprio di fronte a piazza Ariostea: una sera di concerto, sentendo le forti vibrazioni, mi ha chiesto “C’è il terremoto?”».
È, questo, un passaggio del racconto che ci fa una signora la cui madre, appunto, vive…a due passi dal palco. «Vado a trovarla a casa tutti i giorni: il disagio è forte, e le finestre tremano. Non possiamo entrare da via Palestro, 101 perché ci sono le transenne con i blocchi di cemento: nemmeno le ambulanze riescono a passare. Giovedì scorso, ad esempio, cerco di entrare nel condominio di mia madre da vicolo del Voltino, che però era strapieno di bici ammassate anche vicino al nostro ingresso, oltre a un furgone parcheggiato male. È stata un’impresa…E quella notte, come altre, sono rimasta a dormire da lei, per assisterla, ma mi sono addormentata solo dopo le 2, perché il concerto è finito tardi e ci sono stati schiamazzi fino a quell’ora. Anche altre persone che lavorano, fra cui medici, mi han detto che le sere dei concerti non riescono a riposare se non a tarda ora».

Si sta dunque ripetendo la situazione di un anno fa: «il 20 giugno dell’anno scorso, a mezzanotte, torno con mia madre a casa sua dopo 10 ore al Pronto Soccorso, dove l’avevo portata perché si era sentita male». Le due donne vivono una vera e propria odissea. Quella sera, infatti, in piazza Ariostea c’è UniFest, la festa degli studenti universitari organizzata da College, Madame Butterfly e UniFe; fra gli sponsor c’è anche “MercoleGin”, iniziativa che – cito dal suo sito – propone di portare «una lunga serie di sbronze in terra emiliana». Migliaia e migliaia di giovani hanno invaso la piazza pubblica e le vie attigue, molti di loro, appunto, ubriachi. «Non siamo riuscite a entrare da via Palestro, 101 e in vicolo del Voltino c’era un cantiere», continua il racconto la signora. Per fortuna però i vigili mi hanno aiutato, e siamo entrati da questo vicolo. È stato, però, soprattutto per mia madre, uno stress molto forte». E «ogni tre settimane viene visitata dagli infermieri di comunità: l’anno scorso, nel pomeriggio, non li han fatti passare con l’auto dell’Ausl e quindi han dovuto parcheggiare nel parcheggio Diamanti».

Per non parlare del sequestro di una piazza pubblica: «è dai primi di maggio che non possiamo accedervi, da quando hanno iniziato a prepararla per il Palio», continua. «Ma io sono cresciuta nella casa dove mia madre vive ancora e non è mai successo che la piazza venisse chiusa per un mese, al massimo la chiudevano per una settimana…». Tanti sono gli anziani, le coppie, le famiglie con bambini a cui negano – almeno fino a inizio agosto – la loro piazza, quindi per tre mesi di fila, perlopiù tre mesi primaverili ed estivi, adatti per svagarsi in un luogo di questo tipo.

CIBO E ACQUA VIETATI

In occasione dei primi concerti del FSF 2026, siamo andati agli ingressi principali sùbito fuori piazza Ariostea, dove numerose transenne e solerti vigilantes sorvegliano e filtrano persone e oggetti. Oggetti anche commestibili: il Regolamento parla chiaro: all’interno dell’area concerto sono «vietate bottiglie con liquidi, vetro e lattine», «cibo e bevande introdotti dall’esterno dell’area evento». E infatti, all’ingresso vediamo accumulate montagnole di borracce, bottiglie, bottigliette e di cibo prontamente sequestrati agli ingenui avventori.

Il motivo ufficiale? La “sicurezza”; ma gli accendini e i power bank possono entrare, e certi scarponi se lanciati crediamo facciano più male di un panino con la frittata.
Il motivo reale, dunque, è un altro: all’interno vi è la cosiddetta “Food Area” con «street food, ristorazione e punti ristoro selezionati».
Questi i prezzi dei vari (pochi) stand: acqua (bottiglietta piccola) 3 euro, birra (0.4) 7, hot dog 10, pizza (surgelata) 15, hamburger 15.
E nemmeno una doccia all’interno, con temperature previste fino a 38-40°. Solo dopo diverse proteste, anche via social, per alcuni concerti han permesso alla Croce Rossa di distribuire bottigliette d’acqua gratuite all’interno. Una gentil concessione da parte degli organizzatori. Ma i farmaci rimangono «ammessi» solo «con prescrizione medica».

Beati, allora, coloro che hanno un posto in paradiso, vale a dire gli «ospiti e possessori di accessi VIP», a cui sono riservate due aree apposite, laterali, vicino al palco. Sicuramente con prezzi più umani e privilegi vari. E che il popolo mangi brioches, se riesce a farle entrare di straforo.

(Questo articolo è stato redatto per la “Voce di Ferrara Comacchio” del 26 giugno 2026)
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In copertina: Ferrara Summer Festival, via Palestro all’altezza di piazza Ariostea – Foto Andrea Musacci

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Il caso Amy Eskridge: come nasce (e si propaga) la leggenda dell'undicesimo scienziato

Il caso Amy Eskridge: come nasce (e si propaga) la leggenda dell’undicesimo scienziato

Il caso Amy Eskridge: come nasce (e si propaga) la leggenda dell’undicesimo scienziato

Il 11 giugno 2022 Amy Eskridge, trentaquattro anni, fisica del plasma e co-fondatrice dell’Institute for Exotic Science a Huntsville, Alabama, viene trovata morta per un colpo d’arma da fuoco. Il coroner della contea di Madison archivia il caso come suicidio. Da quel momento, però, la sua storia comincia una seconda vita, molto più lunga e molto più rumorosa della prima.

I fatti verificabili

Eskridge era una figura reale, con un curriculum reale: laurea all’Università dell’Alabama a Huntsville in chimica e biologia, competenze estese in ingegneria elettrica, fisica e nanotecnologia. Era nata a Huntsville, città conosciuta come “Rocket City” per il suo legame storico con la NASA e la ricerca aerospaziale. Con il padre Richard, ex ingegnere NASA specializzato in fisica del plasma e fusione, fondò l’Institute for Exotic Science: un’organizzazione presentata come un veicolo pubblico per portare alla luce la tecnologia antigravitazionale.

In un’intervista del 2020, oggi ripresa ovunque, Eskridge spiegò la scelta di lavorare alla luce del sole con un’immagine diretta: chi si esponeva privatamente rischiava di essere distrutto senza che nessuno se ne accorgesse, mentre chi si esponeva pubblicamente aveva almeno qualcuno che notava se la testa veniva tagliata. Nella stessa intervista raccontava un’escalation di minacce e parlava di essere stata colpita da quella che descriveva come un’arma a energia diretta.

Dopo la sua morte sono circolati messaggi attribuiti a lei, in cui — secondo quanto riferito dall’ex agente di intelligence britannico Franc Milburn alla rete NewsNation — avrebbe scritto in anticipo che qualunque rapporto di suicidio o overdose non avrebbe corrisposto alla verità, e che ogni incidente che le fosse capitato andava trattato come sospetto.

La famiglia ha sempre respinto le interpretazioni cospirazioniste. In una dichiarazione alla CNN, i familiari l’hanno descritta come una persona straordinariamente intelligente, sofferente di dolore cronico, aggiungendo che gli scienziati muoiono anch’essi e che non bisognerebbe leggere troppo in un singolo caso.

La cornice del “pattern”

Il nome di Eskridge è stato inserito in una lista più ampia: quella degli “undici scienziati” morti o scomparsi che, secondo alcuni commentatori, avrebbero lavorato su ricerche sensibili legate a propulsione avanzata, energia e fenomeni aerei non identificati. Il caso Eskridge ne è diventato l’episodio più clamoroso, e per chi segue questa lettura non si tratta di una coincidenza: si tratta del caso in cui la vittima stessa, prima di morire, aveva già scritto il copione di quello che sarebbe successo dopo.

Il fenomeno ha avuto una eco istituzionale che difficilmente può essere liquidata come folklore da internet. Il deputato Eric Burlison non ha usato il condizionale: ha dichiarato pubblicamente di ritenere che esistano elementi significativi a supporto dell‘ipotesi che Eskridge sia stata colpita da un’arma a energia diretta a microonde — la stessa categoria di arma che, secondo diversi ex funzionari dell’intelligence, sarebbe responsabile della cosiddetta “sindrome dell’Avana”, la serie di disturbi neurologici inspiegati riportati da decine di agenti CIA e diplomatici in tutto il mondo.

Se quella tecnologia esiste ed è stata usata su personale governativo all’estero, la domanda che si pongono i sostenitori della tesi dell’omicidio è semplice: perché non potrebbe essere stata usata su una ricercatrice civile in patria?

Lo stesso ex presidente Trump, interrogato sulla vicenda, non ha negato che il tema fosse arrivato sul suo tavolo: ha dichiarato di sperare che si tratti di una coincidenza, ammettendo però di averne discusso in una riunione di cui la Casa Bianca non ha voluto specificare i contenuti. Per i sostenitori della tesi del pattern, è proprio questo tipo di non-risposta — né conferma né smentita, da parte di chi avrebbe accesso a tutte le informazioni classificate necessarie per chiudere la questione in un minuto — a costituire l’indizio più forte di tutti.

A questo si aggiunge un altro elemento che nella versione “ufficiale” tende a scomparire: il video, tornato virale dopo la sua morte, in cui Eskridge stessa racconta di essere stata bersaglio per anni di tentativi di avvicinamento in cui uomini sconosciuti le si sedevano accanto al bancone di un bar, lasciavano cadere riferimenti precisi alla sua vita e al suo lavoro, e le proponevano sostanze da mettere nel suo drink — un livello di sorveglianza e pressione personale che va ben oltre la semplice “paranoia” spesso evocata per archiviare il caso.

Perché la storia ha presa

Quello che rende il caso Eskridge diverso da un classico “scienziato morto in circostanze misteriose” da forum è la combinazione di tre elementi che, singolarmente, sono tutti veri:

Primo, l’ambiente è reale e verificabile — Huntsville è effettivamente uno dei centri nevralgici della ricerca aerospaziale americana, e il padre di Eskridge ha effettivamente lavorato alla NASA su temi di plasma e fusione.

Secondo, le parole di Eskridge stessa, pronunciate prima della morte, sono autentiche e oggettivamente inquietanti: una persona che lascia istruzioni su come interpretare la propria eventuale morte è un dato di fatto che richiede una spiegazione, qualunque essa sia.

Terzo, la risposta ufficiale è stata minima: nessun rapporto di polizia o autoptico è stato reso pubblico, e questo vuoto documentale — comprensibile per ragioni di privacy familiare, ma comunque un vuoto — è lo spazio in cui ogni narrazione alternativa trova terreno fertile.

È esattamente questa miscela — fatti solidi, parole autentiche e silenzio istituzionale — a trasformare una tragedia personale in un caso che arriva fino al Congresso, anche quando la famiglia della vittima chiede esplicitamente di non farne un simbolo.

La domanda di fondo

Resta il nodo che la versione “suicidio” non risolve del tutto. Una persona può lasciare messaggi che anticipano la propria morte per molte ragioni — ma quante persone, in quelle condizioni, vengono poi seppellite senza un’autopsia pubblica, senza un rapporto di polizia consultabile, e con la cremazione del corpo eseguita in tempi rapidi? Ognuno di questi elementi, preso da solo, può avere una spiegazione innocua. Presi insieme, in un caso che coinvolge ricerca su tecnologie classificate, due agenzie federali e una famiglia che scioglie entrambe le proprie società nel giro di pochi mesi, formano un quadro che la sola etichetta “sfortuna” fatica a contenere.

La verità più scomoda, forse, non è che qualcuno abbia premuto un grilletto — ma che non ci sia bisogno di farlo: basta lasciare che una persona venga isolata, sorvegliata, spaventata ogni notte per anni, e poi limitarsi a non indagare quando quella persona crolla. Il risultato, sulla carta, è identico a un suicidio. E proprio per questo, forse, è la versione più difficile da smontare — e quella su cui nessuno, finora, ha avuto davvero interesse a indagare a fondo.

Nota
Questo articolo riporta dichiarazioni e circostanze così come emerse da fonti giornalistiche (CNN, Newsweek, NewsNation, Cybernews, tra le altre). Le accuse di omicidio o di intervento di agenzie governative restano, ad oggi, non confermate da alcuna indagine ufficiale resa pubblica.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per leggere tutti gli articoli di Marco Monetini clicca sul nome dell’autore.

 

 

Parole a capo
Poesia in laboratorio (II Parte)

Parole a capo <br> Poesia in laboratorio (II Parte)

Laboratori poetici organizzati da Ultimo Rosso (II Parte)

Siamo alla seconda parte dell’esperienza del laboratorio di scrittura creativa condotto da Maria Mancino, in arte “Maggie” ed organizzato dall’Associazione Culturale Ultimo Rosso.
La produzione dei partecipanti è stata notevole come l’impegno e il coinvolgimento emotivo. Trasformare delle parole, collegarle tra loro, senza perdere di vista il tema scelto dell’incontro, non è stato facile. Specialmente per chi si è trovato/a a cimentarsi con la novità di scrivere un testo poetico. Scrivere cercando di porsi fuori dal luogo (il Centro Documentazione Donna) dove ti trovavi (estraneazione) per costruire nuove sensazioni fuori contesto. In sintesi, testi fuori contesto. Inoltre, un testo che veniva letto, condiviso nel gruppo, superando il timore del giudizio.

Dopo aver dato conto nel numero scorso di “Parole a capo” delle poesie scritte ispirandosi alla parola chiave “Solitudine”, in questo numero abbiamo scelto alcuni testi per ogni parola chiave: 1) Confine/soglia; 2) Strappo/unione; 3) Poesia. (gpl)

Confine/soglia

Fino a dove posso arrivare?
Fino a dove posso spingermi?
C’è un confine?
O è solo una linea nella mia mente?
E quella è una soglia o un semaforo rosso?
Devo andare?
Devo restare?
Rimanere nel dubbio o pentirmi per un’altra volta ancora?
Ma quanto è bello quando stacco il cervello
E non ho paura
Di saltare ed osare?

(“Vince”)

 

SULLA SOGLIA

Non mi svegliare, lasciami
Sulla soglia dell’alba
Prima che faccia sole.
Questo tempo malato
Capovolge i valori, si nutre
Delle vite degli altri …
Vivere dentro il mondo in piena luce
Mi ha consumato il cuore.
Lasciami sul confine
Tra sonno e veglia
Tra il pigolio dei nidi che m’illude
Di una vita vincente rinnovata.

(Marta)

 

*

Strappo/ Unione

 

L’ELASTICO

 

Tira l’elastico tra me e me
Parte che avanza, l’altra sta indietro
Ferma, fissata in un tempo andato
La vita è in fondo, che aspetta, è luce
Tira l’elastico e poi si scuce
da quel vestito ormai passato
libera, lascia vecchie memorie
sedimentate, ma non zavorre
passo sicuro, riunita e lieve.

 

(Anna Rita Boccafogli)

 

VISIONI

Uno strappo nel cielo,
il fulmine
apre uno squarcio
e l’angelo scende
sulla terra.
In un sussurro
le sue ali
uniscono mondi

 

(Maria Angela Malacarne)

 

*

 

Poesia

 

POESIA

Cammina sul filo
teso tra due grattacieli
nei pugni di seta
stringe l’equilibrio
le cade la veste
sull’asfalto d’inchiostro
l’anima nuda
sgonfia una
nuvola
prima
del tuono.

(Maggie)

 

ESPLOSIONI E SILENZI

 

Esplosione silenziosa
scoperta, stupore
consapevolezza
che porta
rimpianto dei tempi perduti
rimorso di cose non fatte
alle cose troppo volute
alle persone troppo ignorate
poesia maledetta
perché ci hai messo tanto
a farti trovare ed amare?

(“Vince”)

*

 

LA MIA POESIA

 

Pensiero che sale e scende
lasciando traccia di stelle.
Luce sincera dopo il temporale,
silenzio del bosco
ruscello nascosto.
Profumo di buono
bocconi indigesti
conditi con musica.
Cura allo sdegno del cuore.
Scava un tunnel nella roccia
salva dalla banalità del male.
Fa la differenza
quando sembra non servire,
delicata e preziosa
come una tesa mano bambina.

(Cecilia)

*

 

POESIA

Trovare un modo infinito di narrare il mondo porta fuori dalla vita.
Ma se non è vita cos’è quella intuizione sacra che consacra
la parola e la fa profetessa e madrina del pensiero?
E’ poesia, realtà irreale, creatura divina,
inimitabile magma di possibili emozioni.
E luce abbagliante, tenebra funerea.
Tu che tutto sai dire come non si dice,
tu arte sublime del dubbio esistenziale,
tu capace di morte come a Samarcanda
e di vita luminosa e di ogni amore,
a te mi inchino e ti dedico un altare,
verrò a pregare e mi sentirò appagata.

(Elisabetta)

*

Foto di Peperet da Pixabay

 

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 343° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

 

Arriva Andy Burnham e il Regno Unito (forse) svolta a sinistra

Arriva Andy Burnham e il Regno Unito (forse) svolta a sinistra

Arriva Andy Burnham e il Regno Unito (forse)svolta a sinistra

Londra, Un paio di settimane fa, avevamo descritto su Periscopio la difficoltà per il primo ministro Keir Starmer  [Vedi qui] di poter conservare la posizione in qualità di leader del partito labourista e quindi di Primo Ministro nella Camera dei deputati di Westminster.  Starmer aveva subito delle forti pressioni all’interno del suo partito da dove provenivano ripetute richieste per le sue dimissioni. Uno scontento che aveva provocato le dimissioni di diversi ministri e MP.

L’evento tanto preannunciato si è materializzato il 22 giugno, quando Starmer ha dato le dimissioni davanti alla porta nera di n. 10 di Downing Street accompagnato da sua moglie Vic.
Keir Starmer è il settimo Primo Ministro, dopo 2 anni dall’incarico, a dare le dimissioni nell’arco di soli 10 anni. Succedeva in Italia, ma nel Regno Unito era un fatto impensabile prima del sunami Brexit e della irresistibile ascesa dell’estrema destra.

La previsione del suo crollo politico si era fatta sempre più concreta dopo la vittoria di Andy Burnham alle elezioni di Makerfield (una regione nel centro dell’Inghilterra) per la poltrona nel parlamento. Una stra-vittoria che ha suonato nel paese come un chiaro messaggio indirizzato sia contro l’imperante forza di destra che sta montando nel paese, sia contro il primo ministro Starmer: gli slogan erano inequivocabili “Noi stiamo con  Andy ”. Né con la destra, né con la moderata politica di Starmer.  Alle elezioni del 18-19 giugno un nuovo leader, quindi, veniva acclamato dal popolo della regione dei Makerfield con il 55% dei voti contrastando il partito di destra Reform, per ricoprire il ruolo di nuovo membro del parlamento.

Andy Burnham ha quindi lasciato il suo incarico da sindaco del Great Manchester, conquistato con le elezioni del 2017, per servire il paese nella più alta istituzione londinese: il suo giuramento da nuovo MP è avvenuto lo stesso stato giorno cui Starmer rimetteva le sue dimissioni. Una coincidenza che rafforza sempre di più la convinzione che Burnham sarà il nuovo leader del partito laburista britannico.

Andy_Burnham con lo storico leader della sinistra Britannica Jeremy Corbyn, nel 2026 (Wikimedia Commons)

Andy Burnham è un politico britannico del Partito Laburista (Labour Party), generalmente collocato nella “soft left” del partito; una corrente socialdemocratica e progressista ma non radicale.

Burnham attribuisce un ruolo dominate dello stato sull’economia, maggiore controllo sui servizi pubblici, e riforma fiscale più redistributiva (tasse sulla ricchezza).

Il nuovo deputato ha le idee chiare e lo ha dimostrato a Manchester dove in qualità’ di sindaco ha attuato il suo modello politico definito Manchesterism. Il suo programma politico è una forma di “socialismo pragmatico progressista” caratterizzato da un forte decentramento dei poteri dalle istituzioni centrali di Londra alle regioni, maggiore coordinamento pubblico del NHS e dei servizi sociali, pro-UE, l’immigrazione da tenere sotto controllo ma senza rigide chiusure.

Un’altra ragione per cui Andy Burnham con molta probabilità potrà essere incoronato leader dei labour è il fatto che non trova una forte opposizione all’ interno delle varie correnti di partito. Infatti, l’altro possibile candidato, Wes Streeting, ha confermato che appoggerà la candidatura di Andy Burnham per l’incarico di leader.

Un chiaro messaggio di unità politica indirizzato alle forze della destra: uniti per contrastare il partito Reform di Nigel Farage: “la Mucca nel Corridoio” Britannica.

Dalla prossima settimana si aspettano gli ‘speeches’ di Burnham in cui renderà chiaro i suoi punti di distanza dalla politica troppo moderata di Starmer, quali le riforme nel campo dell’economia, come contrastare l’aumento della povertà in UK, come si rapporterà al mercato al business e come riuscirà a mantenere un equilibrio con questi settori e il mondo dei sindacati.

Intanto, ieri Keir Starmer ha salutato il popolo britannico con un discorso pieno di emozione “Mi dimetto oggi per diventare di nuovo leader per le prossime elezioni? Ancora tutto da decidere, ma posso garantirvi che nel mio incarico non ho fatto altro che mettere il mio paese al primo posto “

La sua voce ha cominciato a rompersi per l’emozione quando ha parlato della sua famiglia e del ruolo di sua moglie Vic, solida roccia sempre al suo fianco, e del suo ruolo di padre. Ma ha anche rassicurato il partito che darà “sempre il mio supporto al mio successore, con la consapevolezza che consegnerò questo paese, reso più forte e più giusto dopo i miei due anni di lavoro. Un paese meglio preparto per affrontare nuove sfide e per assicurare al partito labourista un secondo mandato alle prossime elezioni nazionali”

Le elezioni per il nuovo leader del partito labourista si terranno il 9 luglio e si prevede che il nuovo leader assumerà l’incarico di primo ministro verso il 16- 17 luglio.

Con parole di ringraziamento, Burnham si è rivolto al primo ministro dimissionario per il servizio prestato al popolo ha dichiarato che “il paese ora ha bisogno di stabilità e serietà”

Il mercato della borsa ha taciuto per un giorno, in attesa di sviluppi. Burnham in passato aveva dichiarato che “il paese è alle mercé dei mercati obbligazionari (the country being “in hock” to bond markets)”. Solo recentemente ha dichiarato di volere come consulente l’economista Jim o’Neil, ex ministro del Tesoro del partito conservatore. Un gioco di equilibrismo politico?

Di certo, Burnham si atterrà al programma /manifesto del partito laburista ma tutti si aspettano che sarà più ambizioso e coraggioso nel creare riforme più a sinistra di quanto abbia fatto Starmer, con una serie di misure politiche forti e rapide, pensate per scioccare e impressionare, per dimostrare un vero cambiamento.

Da queste parti si dice: ‘saranno primi cento gironi di governo a decidere il futuro delle prossime elezioni’.

In copertina: Andy Burnham con i suoi sostenitori per la carica di Sindaco della Great Manchester, foto https://veci-verejne.sk/popularny-andy-burnham-sa-vracia-na-politicku-scenu-a-mieri-na-downing-street/

Per leggere gli altri articoli di Maria Teresa Antoniozzi clicca sul nome dell’autrice.

vite di carta presentazione "La Tequila nera e altre poesie feline"

Vite di carta /
La gatta Tequila e il poeta

Vite di carta. La gatta Tequila e il poeta

Che coppia quella tra il poeta Roberto Dall’Olio e la gatta nera Tequila, la sua gatta. Attenti però a rispettare la reciprocità tra i due: se lei è la “Musa nera” e misteriosa, lui le dice “Con te/Sono/Non so cosa/Forse un altro/Gattone”.

Alla pari in questa vita dove “Siamo fatti/Con la stessa/Poltiglia di emozioni”, Tequila e il poeta si dànno vicinanza e affetto, parlano il linguaggio del corpo per capirsi e soprattutto comunicano con i toni. Lei attraversa la casa, e la arreda col suo pelo nero-pianoforte, è morbida e silenziosa. Sa stare in compagnia a guardare il tennis in tv, sa tenersi a distanza ma riconosce quando lo stato d’animo di lui richiede il contatto dei corpi: credo basti per una convivenza civile.

Ho affrontato la lettura di questa preziosa silloge poetica, La Tequila nera e altre poesie feline, pensando di avere prerequisiti più robusti rispetto alle altre raccolte che Roberto ha pubblicato, ben quindici. Conosco i gatti e li amo da sempre. Ho anch’io un gatto nero, o meglio convivo con un gatto nero pacifico e ciccione che ha nome Nino.

E invece. Leggo e rileggo i testi, li ascolto, sapendo che insieme all’amica Maria Calabrese ne farò la presentazione alla Biblioteca Popolare Giardino. Si riforma il nostro trio per il primo di una bella serie di incontri sulla poesia dal titolo “Quando tace il rumore della folla” che si terrà nella sede ritrovata dalla BPG, dopo lo sgombro temporaneo dal corpo aggiunto dei grattacieli. Peraltro, questi, ancora vuoti.

Durante l’incontro, lo scorso 12 giugno, succede invece che mi sento rimpicciolire: ascolto Maria che legge i primi testi che ha scelto e riassaporo “il legame viscerale” tra uomo e animale di cui parla anche Evaristo Seghetta Andreoli nella Prefazione al libro.

Ascolto Roberto mentre risponde e va a fondo nello spessore delle sue poesie: due parole per delineare la circostanza da cui sono scaturite e poi su su in alto ad aprire ombrelli di idee sul mondo, gravide di riferimenti ai filosofi e agli umani in certe loro costanti antropologiche.

“Forse Schopenauer/Aveva ragione/Sull’arte dei suoni/Dentro quel suo/Universo senza scopo/Dai fiori a ogni/Capoverso della vita/Tra i gatti/E l’uomo/Ciò che conta/Sono i toni”.

Questa poesia, che ho riportato per intero, può valere come esempio dei primi. Quanto agli umani, il poeta si domanda “E se io fossi te/Vedere gli uomini/Calpestare il cielo/Traviare le acque/Mordersi per briciole/Di potere/Non so cosa farei”.

In un altro testo, uno dei primi, dice “La guardo/Mi viene alla mente/La teologia/Ma se i gatti/Non hanno/l’anima/Perché/Bruciarli/Per eresia”.

Divini per gli antichi Egizi, diabolici per il cristianesimo nel Medioevo, ancora oggi associati alla sventura in occidente, simbolo di buona sorte in molte culture dell’est e del nord Europa, i gatti neri recano sul loro manto un alone di mistero insieme al peso di simboli atavici e in qualche modo sembrano saperlo.

Secondo la lettura che ne ha fatto Vito Antonio Conte nel recensire La Tequila nera in Spagine, la gatta è metafora della condizione per cui “ancora oggi esser donna e avere il colore della pelle nero è fonte di pregiudizio”. La poesia di Roberto rappresenta allora uno “schiaffo” al tempo e al luogo di ogni razzismo e agli altri -ismi che calcificano il pensiero e il comportamento umano.

L’eterno femminino che resta incarnato nella gatta è fatto altresì di morbidezza, di un miagolio che incanta, di silenzi che ripagano il poeta “Da certe stanchezze/Umane”.

Di più. Credo che il rispetto su cui puntano i testi di Roberto, come stalattiti puntute e gocciolanti vicine a chiudersi ma mai solidificate, travalichi il rapporto tra uomo e animale per farsi esempio della “perturbante intimità della nostra relazione col non-umano”, come la definisce Amitav Gosh nel suo saggio illuminante La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile.

La Tequila nel suo mistero è la vera portavoce del non-umano di cui il poeta sente il bisogno per abitare lo spazio e il tempo dei suoi giorni.

“Prima di dormire/Mi chiedo/Dove andremo/A finire/Noi/la micia/Gli alberi/Questa vita…”

Nell’era del surriscaldamento globale con cui stiamo facendo i conti, secondo Gosh è la poesia ad avere “intrattenuto  una relazione intima con gli eventi climatici”, a non essersi sottratta a concepire e a esprimere la non ordinarietà della vita; diversamente dal romanzo, che ha assunto la sua forma moderna “spostando l ‘inaudito verso lo sfondo, e portando il quotidiano in primo piano”.

Colgo il respiro della poesia nel suo attraversare i significati di ogni parola, la sua musica fatta di suoni e ritmi fino al grado zero del suono, che è l’incedere felpato della Tequila. “Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza far rumore” recita il secondo aforisma, di Hemingway, posto in esergo al libro. Nel primo sono le parole di Doris Lessing a definire i gatti come “la materializzazione dell’aria”, di quella parte/dell’essere/Che si chiama vuoto” e che è comune all’uomo.

Ordinaria e straordinaria allo stesso tempo nel perpetuare la ferinità degli animali che cacciano e nel caricarsi di tutti i simboli che le ha assegnato l’uomo, la Tequila è fatta del fenomeno, ci ciò che ci circonda, e di vita concettuale.

Coglie bene Maria alcune rime inusitate, alla Gozzano per intenderci, come “Non è un peluche/Con l’uomo/Senza l’uomo/ E non ha letto né Morin/Nè Latouche”. Aggiunge esempi di assonanze che sorprendono e di conclusioni a effetto: usa la mia immagine delle stalattiti e fa sentire la forza magmatica delle parole finali.

Tutto è già nella prima poesia della silloge: “Non è domestica/Non è selvatica/Sa bene chi sono/Mi cerca/Dorme con me/Sul letto/Io da uomo/Quasi quasi/Mi dimetto“.

Nota bibiliografica:

  • Roberto Dall’Olio, La Tequila nera e altre poesie feline, Giuliano Ladolfi Editore, 2026
  • Vito Antonio Conte, “La Tequila nera e altre poesie feline” di Roberto dall’Olio, in Spagine online
  • Amitav Gosh, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, BEAT, 2019 (traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti)

Cover: L’autrice, Roberto Dall’Olio e Maria Calabrese durante l’incontro di presentazione alla Biblioteca Popolare Giardino – Foto di Beniamino Marino

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

ODDIO, la piattaforma che monitora l'Odio

ODDIO, la piattaforma che monitora l’Odio

ODDIO, la piattaforma che monitora l’Odio

Un progetto sperimentale italiano per osservare la polarizzazione nel dibattito online

Negli ultimi anni il tema della polarizzazione online è diventato centrale nel dibattito pubblico italiano ed europeo.
La crescente diffusione dei social network e delle piattaforme digitali ha reso più evidente la necessità di comprendere come si sviluppano, si amplificano e si distribuiscono nel tempo dinamiche di conflitto, ostilità, odio e contrapposizione all’interno delle comunità digitali.

In questo contesto nasce ODDIO, un progetto sperimentale sviluppato dal Nocturune Collective di Ferrara con l’obiettivo di esplorare nuove modalità di osservazione e rappresentazione delle dinamiche di polarizzazione nel dibattito online.

L’iniziativa si inserisce in un panorama internazionale in rapida evoluzione.
Nel 2026 il governo spagnolo ha presentato HODIO (Huella del Odio y la Polarización), una piattaforma pubblica progettata per monitorare e analizzare la diffusione dei discorsi d’odio sulle principali piattaforme digitali.
Anche in altri Paesi europei cresce l’interesse verso strumenti in grado di fornire indicatori e letture sistematiche di fenomeni sempre più rilevanti per la vita sociale e democratica.

ODDIO nasce come progetto autonomo e indipendente.
Il suo obiettivo non è moderare contenuti, intervenire sulle conversazioni degli utenti o svolgere attività di controllo individuale. Il sistema è stato concepito come strumento di osservazione e analisi, orientato alla produzione di indicatori aggregati e alla visualizzazione di tendenze e dinamiche territoriali.


La demo pubblica
attualmente disponibile consente di esplorare una prima implementazione del modello e comprende sezioni dedicate alla metodologia, all’affidabilità degli indicatori, alle fonti utilizzate e al quadro normativo di riferimento. L’approccio adottato punta alla massima trasparenza possibile, favorendo la comprensione dei criteri utilizzati per l’elaborazione e la rappresentazione dei dati.

Secondo i promotori del progetto, una delle principali sfide consiste nel trasformare fenomeni spesso percepiti esclusivamente in modo qualitativo in elementi osservabili e confrontabili nel tempo, contribuendo così a una maggiore comprensione delle dinamiche che caratterizzano il dibattito digitale contemporaneo.

ODDIO è attualmente in fase sperimentale e rappresenta un’iniziativa di ricerca e sviluppo nell’ambito dell’intelligenza artificiale applicata all’analisi sociale e alla visualizzazione dei dati.

La demo pubblica è disponibile allindirizzo: https://www.nexusmultimedia.it/app/social_service/oddio/demo/

Nocturune Collective è una realtà indipendente con sede a Ferrara che sviluppa progetti sperimentali nei settori della cultura digitale (per esempio la produzione musicale), dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei fenomeni sociali.
Attraverso un approccio interdisciplinare, il collettivo promuove iniziative che esplorano il rapporto tra tecnologia, società e innovazione, con particolare attenzione alla trasparenza metodologica e all’utilizzo responsabile degli strumenti digitali.

Cover image under licence creative commons

Per leggere gli articoli di Nicola Gemignani su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Mohamed Behlak, morire di sfratto

Mohamed Behlak, morire di sfratto

Mohamed Behlak, morire di sfratto

A Milano le politiche abitative orientate agli interessi della rendita e alla dismissione del patrimonio abitativo pubblico diventano giorno dopo giorno più efferate. Raccontiamo una storia triste, pubblicata sulla pagina Facebook del Sicet, il sindacato inquilini casa e territorio di Milano.

È la storia di un uomo che lottava per l’assegnazione di una casa popolare per sé e per la propria famiglia e che, dopo mesi di vita in macchina, separato da moglie e bambini ospitati nel centro per le emergenze sociali Casa Jannacci del Comune di Milano, ha avuto un infarto. Non possiamo sapere se, qualora avesse avuto la casa cui aveva diritto, avrebbe avuto ugualmente questo malore, ma almeno sarebbe morto insieme ai suoi cari. Le nostre istituzioni pubbliche, stanno sempre più perdendo il riferimento ai valori fondanti della Costituzione ed è in atto una guerra contro i poveri, stranieri e italiani, che criminalizza, umilia, e cancella i diritti.

Per fortuna la nuova ideologia non è ancora così pervasiva e rimane un margine per il giusto cambiamento: l’Associazione Genitori Ginkgo Biloba e l’Associazione genitori Gatta ci Cova delle scuole che i 3 figli minori frequentano, sconvolti dalla notizia del lutto subito e consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, hanno promosso una raccolta fondi, che è ancora attiva e a cui chiunque può partecipare: [Vedi qui] Un bellissimo e importante gesto di solidarietà che deve far ancora più vergognare chi amministra la città di Milano e spronare i responsabili istituzionali a trovare subito una casa ai bambini e alla mamma.

Ricordiamo oggi Mohamed Behlak, iscritto al Sicet, un compagno, un amico. È morto improvvisamente di infarto venerdì 5 giugno. Da più di un anno combatteva tenacemente per il proprio diritto a una casa, con dignità, coraggio, caparbietà.

Dovevamo vederci per preparare la documentazione necessaria a presentare insieme al nostro avvocato un ricorso al Tar contro il provvedimento di rigetto della domanda di assegnazione di un alloggio in emergenza (SAT) emesso dal Comune di Milano, arrivato dopo un anno dalla presentazione della domanda. E invece di Mohamed, si è presentato all’appuntamento il figlio più grande, che con la sua famiglia vive in un comune della provincia, a darmi la triste notizia.

Avevo conosciuto Mohamed a novembre, era venuto presso la nostra sede perché la sua domanda SAT era bloccata, nonostante il Municipio avesse riconosciuto l’incolpevolezza della morosità dello sfratto e la commissione competente avesse espresso parere favorevole all’assegnazione. A seguito dello sfratto Mohamed, la moglie e i 3 figli minorenni erano stati accolti in albergo, come previsto dalla delibera comunale.

La figlia maggiorenne, esclusa dall’accoglienza, era stata costretta ad andare in Egitto, dai nonni, non avendo un posto dove vivere, qui a Milano, nella città in cui è nata e in cui non è ancora riuscita a rientrare perché senza casa, e dove avrebbe voluto iscriversi all’università, facoltà di Medicina.

Dallo sfratto, dopo il periodo in albergo, Mohamed viveva in macchina, mentre la moglie e i bambini continuano ad essere accolti in Casa Jannacci, la struttura per le emergenze sociali del Comune che, è bene ricordare, il precedente garante per i diritti dell’infanzia aveva definito pubblicamente come non adeguata per i minori.

La domanda era stata bloccata perché nel nucleo anagrafico era presente, oltre alla figlia maggiorenne, rientrata in Egitto, un altro figlio di 22 anni, che prima dello sfratto era andato in Sudafrica con un permesso di studio per frequentare un corso professionale per diventare pilota. Per il Comune avere due figli diplomati intenzionati a frequentare l’università, ora impossibilitati a rientrare a Milano per la mancanza di una casa, era sospetto e incrinava la veridicità di quanto dichiarato.

Insieme a Mohamed abbiamo presentato un’integrazione della documentazione, poi abbiamo risposto a un preavviso di rigetto della domanda, poi al rigetto della domanda. Il verdetto finale:
“[…]alla luce della valutazione complessiva, permangono criticità istruttorie relative alla definizione univoca del nucleo familiare e all’omogeneità della condizione emergenziale per i componenti dichiarati, tali da limitare la corretta comparabilità dell’istanza”.

Per il Comune non era possibile stabilire se un nucleo che da 6 mesi viveva diviso – due componenti all’estero, il capofamiglia in macchina e moglie e minori in Casa Jannacci – era meritevole dell’assegnazione di una casa in emergenza.

Mohamed era arrivato in Italia alla fine degli anni novanta. Aveva sempre lavorato come operaio, aveva ottenuto la cittadinanza italiana ed era riuscito a comprare una casa, che, a seguito del rialzo dei tassi di interessi dei mutui e della crisi del 2008 aveva perso. Da allora viveva in affitto, fino a quando, 17 anni dopo, non è arrivato lo sfratto.

Mohamed era un uomo e un lavoratore onesto. Era un uomo dolce, un padre che ha saputo trasmettere ai propri figli il valore dell’istruzione e dell’integrità. Era un uomo con grande senso della dignità e che aveva deciso di fare tutto il possibile per ottenere il rispetto dei propri diritti.

Se avesse avuto una casa, se non fosse stato costretto a dormire in macchina mentre lavorava e gestiva gli spostamenti dei figli, se il suo cuore non fosse stato oppresso dal vedere la propria famiglia in un dormitorio pubblico, avrebbe avuto ugualmente quest’infarto fatale? Forse sì, ma forse…

Ricordiamo con profonda tristezza, rabbia, consapevolezza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti di Mohamed. E ricordiamo insieme a lui tutte le persone che perdono la vita a causa di politiche efferate contro i poveri e le classi lavoratrici e che invece difendono solo i privilegi della rendita e dei ricchi. Ricordiamo Giorgio, Letterio, ricordiamo i senza tetto morti per freddo nelle nostre strade a ridosso delle Olimpiadi. Quante sono oggi le persone che si ammalano e perdono la vita per la mancanza della casa?

Ora il nostro compito è non lasciare sola la famiglia di Mohamed.

Facciamo un appello alle associazioni, alle Chiese, ai cittadini di Milano, perché la moglie di Mohamed e i suoi bambini non siano costretti a ritornare in viale Ortles. Abbiamo bisogno di trovare una casa ponte, emergenziale, dove possano essere ospitati al rientro dal funerale in Egitto, perché possano trovare un po’ di serenità, qualora il Comune, come ha fatto finora, si dimostri ancora una volta impotente e indifferente. Per poter continuare insieme la lotta per ottenere l’assegnazione di una casa popolare.

Condividiamo l’intervista che con coraggio aveva rilasciato alla giornalista Maria Elena Scandaliato: Non-e-un-posto-per-bambini-Lemergenza-abitativa-a-Milano-e-i-diritti-dei-minori-

Ciao Mohamed, che la terra ti sia lieve.

In copertina:  foto dalla pagina Facebook di Sicet Sindacato Inquilini Milano

Il lungo tramonto degli imperi coloniali d'Occidente

Il lungo tramonto degli imperi coloniali d’Occidente

Il lungo tramonto degli imperi coloniali d’Occidente

Nel mondo, nonostante le dannate guerre in corso, si sta meglio oggi di 50, 100, 200 o 500 anni fa.
In Europa il tasso di omicidi è sceso di 50 volte (in rapporto alla popolazione) e una volta lo stato di guerra era quasi permanente. L’annuncio della 1^ guerra mondiale fu festeggiato ovunque (specialmente dai giovani) a dimostrazione di quanto fosse stata ampia la propaganda nazionalista.

Oggi una guerra vedrebbe non solo i giovani contrari, ma la stragrande maggioranza delle popolazioni.

Non siamo certo un paradiso in terra, ma la vita è migliorata sempre più per la grande maggioranza degli 8 miliardi di abitanti. In Cina sono scomparsi 850 milioni di poveri in soli 17 anni e in quasi tutti i paesi migliorano gli indici di sviluppo umano (speranza di vita, scolarizzazione, redditi,…).

Gli Stati Uniti, in contrasto con quello che spesso si dice, sono il paese arricchito che sta peggio, sempre più diviso con la speranza di vita in calo. E male stanno ucraini, russi, palestinesi, libanesi e gli altri che subiscono guerre e conflitti. Per fortuna sono una minoranza. In Occidente continua a crescere la ricchezza ma non viene distribuita, per cui crescono disuguaglianze, solitudine, violenza, razzismo, inquinamento e, in alcuni paesi, riduzione dei redditi reali. La logica della forza ha messo in pausa l’ONU, la diplomazia e il multilateralismo.

Nel retroscena c’è lo scontro tra Stati Uniti al tramonto (che tentano colpi di coda) e Cina (che sale in silenzio). L’Europa, sedotta e abbandonata dagli Usa non vuole perdere il peso che ha sempre avuto nel mondo e non sa che fare. Paralizzata dall’architettura istituzionale che si è data, pensa che riarmandosi conterebbe di più, memore di quando era impero.

Ma la bomba atomica preclude oggi questa via. Non sarà più possibile vincere una guerra contro chi possiede la bomba atomica, pena la distruzione reciproca. L’Iran ha imparato dalle nostre nefandezze con Gheddafi in Libia: farsi la bomba atomica è garanzia di non essere spazzati via. Se la UE fosse lungimirante ascolterebbe il Papa che consiglia nella sua enciclica di disarmare. Non è ingenuità o mera moralità, ma saggezza e realpolitik.

Negli ultimi 50 anni c’è stata una svolta storica nelle guerre (oltre alla bomba atomica): nessuna superpotenza (né gli Usa né la Russia, né Israele, né altri) ha conquistato popoli anche poveri e piccoli se questi non lo vogliono. Così è stato per tutte le guerre perse dagli Stati Uniti. L’Afghanistan ha mostrato come talebani poco armati sono in grado nel tempo di sconfiggere superpotenze (inglesi, Russia e Nato).

Il sogno della “Grande Israele” (spazzare via i palestinesi dalla loro terra che viene perseguito da più di 50 anni) non si realizzerà, anche se dovessero sterminare altre centinaia di migliaia di palestinesi. I giovani l’hanno capito e vedono con orrore quel che accade, mentre l’élite UE fa finta di non vedere ed è rimasta all’idea romana di “si vis pacem para bellum”.

La piccola Svizzera, neutrale, ha retto 750 anni e nonostante abbia il 32% di immigrati (41% di origine straniera) sa che senza declinerebbe (infatti il referendum è stato bocciato). Così chi volesse invadere un’Europa di 450 milioni di abitanti, troverà il suo Vietnam. L’idea propalata che lo faccia la Russia, che non riesce a completare l’avanzata nel Donbass, è pura propaganda. Ci invaderanno i cinesi? Impensabile, visto che in 2mila anni non hanno mai invaso alcuno.

Credo sia piuttosto un nostro transfert, visto che la storia dell’Occidente è quella del grande aggressore e così siamo visti oggi da tutti gli altri popoli nel mondo, russi inclusi (invasi cinque volte) e cinesi pure (invasi due volte dall’Occidente).

E’ la mancanza di grandi visioni sul futuro e di un presente che si fa più povero e pauroso e di sfascio sociale su cui lavorano manipolatori come Farage in Inghilterra e Vannacci in Italia, sfruttando il nulla di proposte delle élite dominanti e il rischio è che i giovani (che fanno la differenza) siano mobilitati non su grandi ideali e visioni (tipiche della loro età) ma sul male.

Un male coltivato dal mainstream e dalla vecchia Realpolitik, quando sostiene che la pace si difende col riarmo: “Si vis pacem para bellum”, il principio della deterrenza. Oggi la vera deterrenza è far saper al nemico che se ti invade non potrà amministrare 450 milioni di cittadini recalcitranti che non vogliono perdere libertà, redditi e welfare.

I Romani sapevano che per predare gli altri popoli ci si doveva dotare di un esercito più forte e tutta la storia romana sarà un susseguirsi di guerre, anche se definito come “pax romana”, dove la pace era in realtà una guerra continua.

Anche le conquiste coloniali degli europei si sono basate sulla “armada” più forte (di navi). L’Italia non ebbe il suo impero solo perché fatta di staterelli e ducati, non nazioni come Portogallo, Spagna, Inghilterra. Poi col fascismo tentò di farsi, ridicolmente, impero.

Gli imperi centrali europei (austro-ungarico e tedesco) furono scompaginati nelle due guerre mondiali, dalla propaganda del nazionalismo, ma anche dal retroscena (meno noto) che Francia e Inghilterra volevano impedire l’espansione coloniale all’impero tedesco e austro-ungarico.

La propaganda dipingeva nei primi del ‘900 la Germania come “Oriente” così come oggi lo fa con la Russia, nonostante Francia e Inghilterra fossero alleati dello zar di Russia. Come sempre la categoria “democrazia” contro “autocrazia” è claudicante e le libertà (di parola, voto, stampa, individuali, etc.) sono usate per legittimare un dominio politico ed armato su altre nazioni.

L’intervento nella prima guerra mondiale (1914-18) prima degli inglesi e poi degli americani (il 6 aprile 1917) dopo tre anni di stallo e grandi carneficine in cui nessuno vinceva, avvenne con la scusa degli attacchi alle navi Usa che commerciavano con la Gran Bretagna. In realtà per affermare nel XX secolo un nuovo impero, quello anglosassone, oggi in declino.

Se si guarda alla storia degli ultimi 500 anni gli europei sono stati i principali aggressori e hanno fondato i loro imperi e l’arricchimento non solo su grandiose innovazioni ma anche sull’accumulazione di risorse esterne e, come i romani, hanno usato costantemente gli schiavi. Nel Mississipi fino al 1995 la schiavitù era ancora legittima (anche se non più praticata) e tutti gli Stati liberali europei l’hanno praticata fino al 1800.

Negli Stati Uniti (la “più grande democrazia”) il voto ai neri fu concesso solo nel 1965 e si opposero più volte alla condanna in sede ONU dell’apartheid del Sudafrica (come fanno da sempre per Israele).

I nostri criteri liberali di democrazia non includono le nefandezze agli “altri”, così le multinazionali Usa non pagano le imposte sui ricavi dai clienti non americani, così i recenti dazi e le sanzioni a chi (Cuba) non la pensa come noi, tacendo dell’enorme inquinamento della Terra e ora dello Spazio per fini privatistici.

Così la “democrazia liberale” di 7 milioni di ebrei in Israele pratica (dal 1967) un apartheid ad altrettanti 7 milioni di palestinesi. Due milioni residenti in Israele con enormi limitazioni dei loro diritti, due milioni a Gaza e tre in Cisgiordania senza alcun diritto. Israele è uno stato terrorista ma a democrazia liberale. Anche lui non sa che armandosi si sta scavando la fossa che si fa più grande, più prosegue lo sterminio dei palestinesi, portando, chi lo difende, ad una sconfitta storica e morale.

L’assalto occidentale al mondo fu messo in luce (tra gli altri) da Carlo Cipolla (Vele e cannoni, ed. 1983) e da Pandit Nehru e Kavalam Panikkar (Storia della dominazione europea in Asia (ed. Einaudi, 1958), da cui nasce oggi l’idea di essere noi costantemente assaliti, essendo diventati “piccoli e bianchi” (il 5% della popolazione mondiale). Gli assalitori sono ora gli immigrati (con la sostituzione etnica), ora i russi (imperiali), ora i cinesi (con l’export), tanto più che gli ex alleati americani ritirano la loro “armada” dall’Europa, declassata dagli Usa a teatro secondario.

Gli Stati Uniti vogliono che sia l’Europa a pagare per la sua difesa, c’è forse anche la “ripicca” di Trump per il mancato aiuto nella guerra all’Iran, ma soprattutto la convinzione che «Mosca non cerca il conflitto» con la Nato, come ammette, senza giri di parole, il generale Alexus Gregory Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa.

L’esatto contrario di quanto continuano a sostenere i servizi di intelligence europei convinti della «probabile» aggressione russa entro i prossimi cinque anni. Ma sappiamo che è solo “propaganda” e sono enormi gli interessi del complesso militare-finanziario. Paura e guerra sono da sempre i migliori alleati del potere e disuguaglianza.

Dal febbraio 2025 gli USA non contribuiscono più a finanziare l’Ucraina e tutto il peso ricade sull’Europa. Gli atlantisti di ferro che mai avrebbero dubitato dell’«amicizia storica» con gli Usa, prendono atto che si sono sbagliati e che occorre avviare una negoziazione con la Russia.

L’alternativa ad un accordo di pace è del resto continuare a finanziare (fino ad oggi 204 miliardi dalla sola UE all’Ucraina) una guerra impossibile da vincere, distogliendo enormi risorse dal welfare e dallo sviluppo UE, che spostano sempre più a destra il voto di ucraini, europei e nazionalisti in Russia.

Come da 4 anni andiamo dicendo ci aspettiamo un accordo in cui a) il Donbass e la Crimea russofoni vengono ceduti alla Russia; b) l’Ucraina rimane neutrale e non entra nella Nato; c) la Russia cede gli altri territori occupati all’Ucraina. Tutte cose che si potevano fare prima dell’invasione del febbraio 2022 applicando gli accordi di Minsk (poi violati da Ucraina, Inghilterra, USA, Francia e Germania) oppure nelle trattative di pace di aprile 2022, quando sarebbe stato possibile cedere solo la Crimea, concedere l’autonomia al Donbass e la neutralità dell’Ucraina (come prevedevano gli accordi di Minsk), dando garanze di deterrenza e sicurezza sia alla Russia che alla NATO.

Chi in realtà ci sta invadendo non sono gli hacker russi ma l’americanismo, con consumi, stili di vita e Intelligenza Artificiale. L’idea di armarsi fino ai denti contro potenze che posseggono la bomba atomica (Russia, Cina, Pakistan, India, USA, Israele, Nord Corea) è semplicemente folle perché qualsiasi armamento convenzionale sviluppato all’ennesima potenza sarebbe comunque inadeguato contro bombe nucleari che, peraltro, anche Francia e Inghilterra posseggono.

Il futuro non è più nel riarmo ma nel disarmo e nell’usare le risorse per migliorare la vita dei propri cittadini che, convinti da libertà e diritti, diventano le vere “armi” del domani. Il futuro si “conquista” non più con le armi, ma facendo prosperare i propri abitanti. Pace, eguaglianza e prosperità vera sono il futuro. Le armi sono archeologia industriale.

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L’Impero Multitasking: se la geopolitica globale diventa un barbecue planetario

L’Impero Multitasking: se la geopolitica globale diventa un barbecue planetario

L’Impero Multitasking:
se la geopolitica globale diventa un barbecue planetario

La cronaca internazionale di questo inizio 2026 non è più cronaca: è cenere che cade lenta, come neve tossica, sui fragili equilibri del pianeta. Il mondo assiste alla stagione finale di una serie geopolitica durata troppo a lungo, caratterizzata da un cast sempre più nervoso e da una sceneggiatura che ha ormai rinunciato a qualsiasi pretesa di credibilità democratica o diplomatica.

L’asse strategico globale è stato scosso da due eventi simultanei di portata storica, orchestrati da Washington: l’Operazione Epic Fury in Iran e il blitz militare a Caracas.
Una doppia mossa che delinea il profilo di un Impero multitasking, capace di incendiare l’Oriente mentre fa pulizia nel proprio “giardino di casa”.

Il doppio blitz: la decapitazione di Teheran e il “pacco” Caracas

Il cuore del terremoto geopolitico batte a Teheran. L’Operazione Epic Fury è andata ben oltre la dottrina dei “colpi chirurgici” o delle “azioni limitate” sperimentate nel decennio precedente. Si è trattato di un’esibizione di forza totale.

  • L’eliminazione di Khamenei (28 febbraio 2026): Con l’uccisione fisica della Guida Suprema Ali Khamenei tramite un attacco drone, gli Stati Uniti hanno rimosso il vertice teocratico dell’Iran, trasformando il Paese in una polveriera priva di freni inibitori. L’atto si inserisce in una scia strategica iniziata anni fa con l’omicidio di Qasem Soleimani, elevando la dottrina del regime change al suo livello più estremo e pericoloso.
  • Il prelievo di Maduro a Caracas: Ad inizio anno, con una sincronizzazione da manuale, le forze speciali statunitensi hanno prelevato il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Un blitz rapido, eseguito mentre l’attenzione dei media globali era interamente calamitata dal Medio Oriente. Il Venezuela è collassato in silenzio, come un soufflé mal riuscito, confermando la classica strategia imperiale: distrarre lo scacchiere internazionale su un fronte per ridisegnare i confini d’influenza sull’altro.

Analisi critica ed errori strategici: il pompiere piromane

L’amministrazione Trump ha rivendicato le operazioni proclamando che “l’America è di nuovo grande”, con il tono trionfalistico di chi ha appena vinto una partita a bowling. Tuttavia, un’analisi bipartisan e oggettiva degli eventi evidenzia errori macroscopici di valutazione strategica, i cui costi rischiano di superare di gran lunga i benefici tattici immediati.

L’errore del vuoto di potere

Rimuovere brutalmente la Guida Suprema in Iran senza aver pianificato una transizione o una controparte moderata con cui negoziare è un errore politico elementare, già visto in Iraq e in Libia. La decapitazione del regime non ha prodotto la democrazia, ma ha scatenato le fazioni più radicali dei Pasdaran, privando l’Occidente di un interlocutore unico, per quanto ostile.

Il cortocircuito economico globale

La destabilizzazione simultanea del Medio Oriente e del Venezuela (due dei massimi serbatoi petroliferi del pianeta) ha innescato un immediato effetto boomerang:

  • Mercati in fiamme: Le borse globali sono crollate come castelli di sabbia di fronte all’incertezza.
  • Shock energetico: Il prezzo del petrolio è volato a cifre record, minacciando l’economia occidentale con una nuova ondata inflazionistica.
  • Ritorsioni militari: Le basi americane nella regione mediorientale sono diventate bersaglio immediato dei missili iraniani, dimostrando che la deterrenza tecnologica non annulla la capacità di risposta asimmetrica del nemico.

Il paradosso imperiale: L’America si comporta come un pompiere piromane che corre tra le fiamme gridando “ci penso io!”, mentre versa benzina su ogni focolaio. Non si costruisce un nuovo ordine internazionale accumulando rovine e detriti, ma alimentando un circolo vizioso in cui il dominio si esercita solo attraverso la destabilizzazione permanente.

Il mito dell’esportazione democratica alla prova dei fatti

Per onestà intellettuale, occorre riconoscere che l’apparato militare e di intelligence statunitense ha dimostrato una capacità tecnologica e logistica impressionante, quasi da fantascienza bellica. I droni pattugliano i cieli come falchi di precisione e la penetrazione nei sistemi di sicurezza dei paesi avversari si è rivelata totale.

Tuttavia, l’errore storico di fondo risiede nella narrazione. La pretesa di esportare la democrazia e la libertà attraverso la forza dei droni mostra la sua totale usura. Dalle praterie dei Nativi Americani fino ai deserti dell’Iraq e alle strade di Teheran, la linea di fondo appare puramente estrattiva ed egemonica.

Dietro il sorriso televisivo della propaganda e la retorica dei diritti, il “Grande Esperimento Americano” rischia di essere percepito dal resto del mondo non come una luce di libertà, ma come un incendio boschivo che attraversa i continenti. E nel 2026, l’incendio è diventato così vasto da lambire pericolosamente la stessa mano che ha acceso il primo fiammifero.

Conclusione: il barbecue planetario

La geopolitica contemporanea si è trasformata in un barbecue planetario: ognuno accende il proprio fuoco ideologico o strategico, ma nessuno porta l’estintore. Il Crepuscolo dei Dei non è più un mito nordico, ma un bollettino militare quotidiano.

Se la Casa Bianca festeggia il successo tattico della doppia cattura, il mondo reale si trova a gestire le macerie economiche e la minaccia concreta di un’escalation incontrollabile. Continuare a ignorare le conseguenze sistemiche dell’uso unilaterale della forza non è più strategia: è pura tracotanza manageriale applicata alla guerra, le cui conseguenze verranno pagate, come sempre, dai cittadini onesti e dai soldati sul campo.

Nota per i posteri (se ce ne saranno)

Gli storici del futuro, analizzando questo inizio di 2026, si chiederanno probabilmente perché nessuno, nelle cancellerie internazionali, abbia mai pensato di spegnere e riaccendere il cervello di certi autocrati e leader globali per vedere se il problema dell’ostinazione ideologica si potesse risolvere. Pare che l’interruttore generale fosse nascosto dietro un vecchio mobile della Guerra Fredda. E nessuno, a Washington come a Teheran, aveva abbastanza voglia di spostarlo

Cover: Foto di Matthias Böckel da Pixabay

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Donald, Giorgia e Sal Da Vinci

Donald, Giorgia e Sal Da Vinci

Donald, Giorgia e Sal Da Vinci

Il botta e risposta lo abbiamo imparato a memoria. Ha fatto il giro del mondo: c’è proprio da essere soddisfatti: la piccola Italia ha conquistato la prima pagina, di qua e di là dall’Oceano.

Donald: “Mi ha implorato di fare una foto con lei, l’avrei anche non fatta, ma mi è dispiaciuto per lei”.
Meloni:  «Sono dichiarazioni totalmente inventate, l’Italia non implora mai».

Ma che c’entra l’Italia? Comunque non finisce qui. Seconda puntata:

Donald: “Confermo che mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con me. Sta andando male in termini di popolarità.”

Giorgia: «Essere tua amica non l’ha certo favorita. In ogni caso, la mia popolarità non è affar tuo. Ti suggerisco di concentrarti sulla tua.»

 

“Indice di popolarità”: nelle ricerche di mercato è il giudizio sintetico, ricavabile da un’apposita indagine, del pubblico su un determinato tipo di prodotto, esercizio di vendita o d’altro genere.”
(Enciclopedia Treccani)

Da cui si evince che questa “popolarità” ha a che fare con il mercato mediatico, ma c’entra zero con  il “Popolo”: non aumenta i salari e le pensioni, non abbassa il prezzo della benzina, non sposta di un decimale il famigerato PIL.

Una popolarità che vale per Sal Da Vinci, trionfatore all’ultimo Sanremo con l’ignobile Per sempre sì. E vale per Donald Trump e Giorgia Meloni, protagonisti del deprimente siparietto planetario.

Sal Da Vinci resiste (almeno per tutta l’estate). Mentre Donald e Giorgia sono già nervosi: il loro indice di popolarità continua a scendere. Per i dazi e le guerre senza conclusione. Per la batosta del Referendum e il fantasma del generale Vannacci.

Per noi, per il popolo, non cambia di molto. Possono abbracciarsi o insultarsi, quel che è certo (o altamente probabile) è che l’uno e l’altra hanno imboccato la strada della cantina.
Solo dopo, dimesso il fardello di un inutile celebrità, tornati ad un tranquillo anonimato, anche Donald e Giorgia potranno infischiarsene della popolarità. Come noi.

Cover: Sal Da Vinci a Napoli, 2025 –via Wikimedia Commons 

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Muto confronto (un racconto)

Muto confronto
(un racconto)

Muto confronto

(Un racconto)

Un giorno, non so dire quando, nel sottopasso era comparsa una sedia: lo schienale alto, in legno, con la seduta ricoperta di velluto verde, un poco sdrucito. Stava sul marciapiede che collega le due piccole scale e le rampe per il passaggio delle biciclette, sotto i binari di quella ferrovia di campagna. Non so dire neppure chi la portò, se di giorno – non credo – o di notte, né so se qualcuno vi si era mai seduto dopo averla portata oppure se un vecchio, affaticato dal passaggio sotterraneo, l’avesse usata per riposare. Poi, un giorno o una notte – ancora non so – ne comparve un’altra. Identica. Contrapposta. In realtà non poteva essere identica, perché era un’altra.

Al bar vicino sentii dire che la seconda, forse, l’avevano portata due ragazzi in fuga dalla pioggia. E la prima? Nessuno lo sapeva. Chiesi alla barista, con gli occhi a mandorla, la piccola coda di cavallo e gli occhiali da miope, se l’avesse portata il Tempo stesso, che, ogni tanto, ha bisogno di appoggiare il peso dei giorni; lo dissi mentre lei preparava l’ennesimo spritz alle undici del mattino, tra il disinteresse dei clienti. Lei mi guardò, distratta, allungandomi lo scontrino senza proferire parola.

Ogni giorno, passeggiando, andavo a controllare se le sedie, identiche, ma diverse, fossero sempre al loro posto, fossero sempre lì a confrontarsi silenziose. La primavera avanzava rapidamente verso il solstizio d’estate, quando, scendendo i pochi gradini senza far rumore, rimasi abbagliato dai raggi del sole che filtravano bassi, come se anch’essi fossero un visitatore esitante. Mi fermai, interdetto: su una sedia sedeva una donna, sull’altra un uomo; si guardavano l’uno con l’altra con gli occhi socchiusi. Parlavano piano, con l’accento del luogo; la donna diceva, mi pare, che lei aveva imparato a partire, mentre l’uomo rispondeva che lui non aveva mai imparato a restare.

Le loro parole, come farfalle, si posavano sui muri coperti di graffiti, per poi svolazzare intorno a me, deformate, così che le brevi frasi dei due mi arrivarono alle orecchie avendo perso qualsiasi significato.

Camminai all’indietro risalendo i gradini e me ne andai, turbato. Non avevo mai visto quelle due persone nella zona: mi chiesi se fossero profughi o soltanto fuggiaschi. Oppure extraterrestri entrati nel sottopasso da una misteriosa ed invisibile porta di accesso di un Universo parallelo?

Il giorno seguente i due erano ancora lì, nell’ora che precede il tramonto, ma stavano in silenzio.

Li spiai: lei osservava i gradini, mentre lui scrutava l’uscita dalla parte opposta. I loro occhi non si guardavano, mentre i miei guardavano loro. Presi coraggio e, deglutendo la saliva, dissi: “Che fate qui? Avete bisogno di qualcosa?”

Ci fu un attimo – interminabile – in cui il silenzio divenne solido, palpabile, nel caldo che iniziava a farsi sentire là sotto.

“Vogliamo attraversare la vita senza sentirci incompleti!”.

Non seppi che significato attribuire a quella frase e rimasi sopraffatto dal silenzio che ne era seguito. Quella notte non riuscii a dormire, perché l’emozione delle parole pronunciate all’unisono, con voci metalliche, mi faceva battere il cuore, impedendo al sonno di portarmi lontano.

Il pomeriggio successivo tornai al sottopasso: le sedie c’erano, ma vuote.

Così anche il giorno dopo.

Ed i giorni a venire.

Le sedie vuote rimanevano una di fronte all’altra, mute.

L’estate passò, bollente e lunga, e tutti coloro che usavano il passaggio sotto la ferrovia notavano soltanto due posti a sedere abbandonati.

Solo io sapevo che qualcuno si era seduto su quelle due sedie, portate da ragazzi che fuggivano dalla pioggia o dal Tempo stanco di avanzare senza riposo: quando passavo sentivo le “assenze” sedute al posto dei corpi.

La Nostalgia di ciò che era stato occupava una sedia, mentre l’Attesa occupava l’altra.

Sono passati gli anni e i miei capelli sono diventati grigi, il mio passo incerto e i miei sensi meno attenti; tuttavia, quando attraverso quel piccolo corridoio di cemento ho l’impressione che coloro che avevo “visto” stiano ancora conversando, come due anime che non sono mai riuscite a incontrarsi davvero e che continuano a cercarsi da lati opposti dello stesso passaggio.


Cover: immagine utilizzabile gratis secondo la Licenza per i contenuti di Pixabay

Per certi versi /
La mia amica dice che matti, poeti, folli e sciamani sono nel sacro

La mia amica dice che matti, poeti, folli e sciamani sono nel sacro

La mia amica dice che matti, poeti, folli e sciamani sono nel sacro.

Nella zona senza ossimori, senza contrari.

Nella zona senza limiti.

Senza determinazioni.

Mi invita “danza con me nel sacro”.

Io rispondo “accoglimi, perché sono tra i folli”

 

(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

 

In copertina: mappa astronomica – Foto di Public Co da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Accordi /
The Robert Cray Band a Chiari

Accordi. The Robert Cray Band a Chiari

Dopo averlo conosciuto dai suoi dischi più di trent’anni fa, non avevo ancora avuto l’occasione di vedere dal vivo uno dei miei artisti preferiti: Robert Cray.
Mi piace la sua musica proprio per il sound che è riuscito a rendere unico grazie al suo amore per il Soul, l’R&B, il Gospel, il Blues: sono i miei generi musicali preferiti perché mi danno più emozioni.

Per questo, il 7 giugno scorso, sono andato molto volentieri al Chiari Music Festival per assistere all’unica data Italiana del suo Amped up Tour 2026.

Robert Cray è considerato ormai una leggenda vivente del blues perché è un musicista completo che, da oltre 40 anni, dialoga egregiamente con la sua chitarra e canta in una maniera ricca di sfumature soul. È un artista che ha dimostrato di saper crescere e di migliorarsi riuscendo a mantener viva la sua creatività.

The Robert Cray Band (foto: Mauro Presini)

La fama lo precede e lo accompagna: ha pubblicato finora più di una ventina di dischi di cui 3 dal vivo, ha vinto cinque Grammy, nel 2011 è stato inserito nella Blues Hall of Fame, ha ricevuto il premio alla carriera per le performance agli Americana Music Awards, ha suonato con i più grandi musicisti blues come Albert Collins, Muddy Waters, John Lee Hooker, B.B. King, Buddy Guy e ha condiviso il palco con i Rolling Stones, Tina Turner ed Eric Clapton.

Proprio con quest’ultimo ha interrotto una collaborazione di anni dopo aver ascoltato la parte di “Stand and Deliver” in cui Clapton paragonava il lockdown alla schiavitù. Cray, dopo aver scritto un paio di mail a Clapton, ha rinunciato ad aprire i suoi concerti dichiarando: «Preferisco non avere nulla a che fare con uno che assume posizioni così estreme ed è tanto egoista».

Robert Cray (foto: Mauro Presini)

Robert Cray, sul palco, è un artista composto nel senso che non si scatena, non si dimena, non saltella, non danza, non gesticola: se ne sta fermo dietro al microfono ma, nello stesso tempo, fa danzare incredibilmente la sua voce in una maniera intensa ed acrobatica e riesce a scatenare la sua chitarra Fender in maniera talmente dinamica che la sua musica ti attraversa la pelle e arriva dritta nell’anima.

Non lascia spazio all’immagine, ma bada alla sostanza ed è per questo che la sua musica, che esegue in perfetta armonia con la sua band, arriva all’ascoltatore in maniera davvero sentita ed emozionante.
Quella di Chiari è stata una performance davvero stupenda, un bellissimo concerto: intenso, espressivo, esaltante, emozionante.

Robert Cray (foto Mauro Presini)

Di seguito la scaletta del concerto; fra parentesi l’album dal quale il pezzo è tratto:

Anything you want (That’s what I heard, 2020)
You can’t make me change (That’s what I heard, 2020)
Where do I go from here (Bad influence, 1983)
Won’t be coming home (4 Nights of 40 years live, 2015)
Fix This (Nothing but love, 2012)
Two steps from the end (Twenty, 2005)
Bad influence (Bad influence, 1983)
Poor Johnny (Twenty, 2005)
I shiver (A shame and a sin, 1993)
It doesn’t show (Twenty, 2005)
Guess I showed her (Strong persuader, 1986)
Right next door (Strong persuader, 1986)
Time makes two (Time will tell, 2003)
Bis
Phone Booth (Bad influence, 1983)
This man (That’s what I heard, 2020)

Robert Cray (foto: Mauro Presini)

La Robert Cray Band è formata da:
Robert Cray – Chitarra e voce
Richard Cousins ​​– Basso
Dover Weinberg – Tastiere
Les Falconer – Batteria

Perfetta l’organizzazione dell’Associazione Amici per la Diffusione della Musica Rock [1], un gruppo di ragazzi appassionati di buona musica che nel giro di trent’anni sono riusciti a proporre circa 500 concerti di gran livello.
Ho apprezzato moltissimo l’ambiente, la qualità del suono ed il rispetto della puntualità.
Segnalo agli appassionati, con l’immagine seguente, i prossimi concerti che si terranno al Chiari Music Festival.

[1] L’Associazione ADMR – Amici per la Diffusione della Musica Rock nasce a Chiari (BS) nel 1996, grazie alla passione per la musica dei fratelli Mazzotti, Maurizio e Franco. Nonostante le numerose difficoltà, nei suoi trent’anni di storia l’associazione è stata in grado di organizzare 500 concerti di alto livello, riuscendo a portare nella città bresciana musicisti che hanno scritto pagine di rock e dintorni.

 

Cover : Robert Cray foto di Mauro Presini

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Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP

«Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP»

«Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP»

(un racconto)

«Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP»

«Buongiorno» Risposero in coro gli astanti.

«Dunque, sono qui perché… già, perché sono qui?»

«Perché noi ti possiamo capire, perché anche noi siamo o siamo stati RSPP, perché anche noi abbiamo intrapreso il tuo percorso di disintossicazione, tanti sono i perché, raccontaci il tuo.»

«Beh, a dire il vero ancora non lo so il perché, da un po’ mi scrivo con Chat GPT e credo che ciò non sia particolarmente un buon segnale»

«No!» Rispose il coro con un eco sinergico

«Ok, ma voi, almeno nei film è così, non dovreste essere una ventata di positività in un percorso di ombre? Dico così, perché negli alcoolisti anonimi il coro funziona da incoraggiamento, non è un riflesso delle mie turbe, perché se così è che cazzo me ne faccio di voi? Perché sono qui non lo so, perché parlo neppure, ma ora comincerò a farlo»

«Bene, bravo, sfogati»

«(A me sto’ coro sta cominciando a rompere le palle). Io sono RSPP per caso, ho un diploma inutile, ho fatto qualche lavoro prima di diventarlo, prima apprendista operaio metalmeccanico poi rappresentante di prodotti da parrucchiera, guardiano in un magazzino vuoto, manovale edile, addetto ai generi vari di un ipermercato.

Ecco quelli erano i lavori adatti a me, invece faccio un corso a Bologna di mille ore e mi ritrovo nell’Ufficio Sicurezza e Ambiente di una delle più grandi Cooperative edili d’Italia. In due, perché il capo ufficio nel frattempo si era fumato la testa ed era a casa in depressione, a proposito. Gestiamo dal punto di vista della sicurezza sul lavoro cento cantieri, fabbriche, fornaci e officine. Siamo in trincea da prima della 626, sapete cos’è vero? Siete del mestiere? Ecco se non lo sapete non ditemelo.»

«Si lo siamo e lo sappiamo», in tono gentile e accattivante.

«Dieci anni in cui ci credo, penso di essere una specie di sindacalista camuffato, una serpe in seno, un Pasquino contro lo Stato Pontificio. Insomma combattiamo per anni per cercare modi e procedure contro gli infortuni, imparo un lavoro, accumulo esperienza. Poi fallisce la Cooperativa, divento metalmeccanico, sono solo contro tutti, ci provo, mi imborghesisco, divento un mago della carta, combatto con gli enti più che contro i pericoli del lavoro. Fallisco ancora, rimango metalmeccanico, ufficio e poi cantiere.

Un cantiere dentro una grande fabbrica, un piccolo mondo dentro un grande mondo, contornato da mura di cinta, una galera a cielo aperto, disseminata di colonne, sbuffi, tralicci, tubi, pipe rack, tratturi, gru, Manitou, camion gru, furgoni e tute blu. Tute blu a perdita d’occhio, un mondo operaio diverso da quello che sempre è stato, un quarto stato che la pensa come il padrone, peggio del padrone. Un mondo in cui io mi perdo, mi sento un pugile con la guardia al livello della cintura, la borghesia a sinistra (si fa per dire), l’operaio a destra.

Immigrati leghisti, gruisti fascisti, saldatori nostalgici di quando c’era lui, mi manca l’aria, la mia rabbia si trasforma in rassegnazione, mulino pugni all’aria, alle volte sembro uno zombie. Sono afflitto dalla sindrome dello studente somaro, quale sono sempre stato, la domenica provo le stesse sensazioni di quando ero a scuola e venivo travolto dal lunedì senza avere fatto i compiti. Un sapore amaro in bocca, il trillo del tornello come il rumore di un grillo parlante stonato, dove la coscienza diviene un refrain monotono, un rumore sordo sempre più lontano e attutito.»

«Burnout?» Sussurrano i colleghi guariti, forse.

«Non lo so, se no non sarei qui, e sarei felice a fare procedure, documenti e Piani di sicurezza. Poi è pure una diagnosi di cui io mi vergogno tantissimo, i colleghi sugli impianti, sui ponteggi e le piattaforme, loro si che lavorano e soffrono, io non avrei il diritto di lamentarmi, ma lo faccio. Avete presente quando il vestito che ti è stato cucito addosso diviene davvero il vostro essere, quando ciò che si pensa tu sia, lo si diviene? Non facile da capire, ma succede.

Non sono più un bambino, nessuno mi darà l’opportunità di diventare capitano della S.P.A.L., non diventerò mai il nuovo Berlinguer e nemmeno il nuovo Di Vittorio, non farò successo come scrittore e nemmeno camperò con le parole. Sarò un RSPP in un angolo, come un vecchio ubriacone al bancone del bar davanti a un bicchiere vuoto e opaco a causa dei mille lavaggi.»

«Noi siamo qui per aiutarti, dicci come possiamo fare?»

«Ma lo sapete o no che siete dei bei paraculi, cioè io dovrei dirvi come aiutare me stesso, dovrei suggerire a voi la terapia e le dosi di endorfine da somministrare al paziente, che non è paziente per nulla. Comunque me lo immaginavo, come sempre mi arrangerò, bacerò le mie femmine di casa, tornerò in piscina, inizierà un nuovo campionato, ci sarà sempre una pagina bianca da riempire e voi RSPP anonimi rimarrete chiusi tra l’art. 31 e 33 del D.Lgs 81/2008, mentre io sarò altro da voi e pure da me stesso».

«Avanti allora, il prossimo candidato».

Cover: Foto di Mufid Majnun da Pixabay

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Il prezzo della sintesi. Quando un numero vale più dell'esperienza

Il prezzo della sintesi. Quando un numero vale più dell’esperienza

Il prezzo della sintesi. Quando un numero vale più dell’esperienza

È capitato a tutti di leggere articoli che esaltano le rappresentazioni numeriche della realtà. Tali artificiose rappresentazioni hanno sicuramente il loro fascino, sono spesso sensazionali e in alcuni casi hanno anche un valore euristico, ma non sempre arrivano al nocciolo della questione.

Perché rappresentiamo realtà che si possono descrivere con le parole trasformandole in numeri, pensando che quella sia la migliore rappresentazione possibile?

Perché dietro l’uso dei numeri non si richiede l’esplicitazione delle fonti e delle modalità attraverso le quali si è deciso che quel numero rappresenta la realtà?

Perché ci sono ambiti che sembrano lontanissimi da una possibile rappresentazione numerica e poi si sviluppano proprio in quella, per una necessità comparativa o descrittiva?

La società contemporanea vive un’ossessione per la quantificazione. Sostituiamo la complessità delle parole con la rigidità matematica rispondendo così a un bisogno innato di controllo. I dati numerici offrono una sensazione immediata di ordine, la precisione metrica cancella l’ambiguità del linguaggio naturale. Questa spinta non è solo culturale ma è alimentata da una precisa struttura economica e sociologica che possiamo chiamare il “capitalismo dei dati”.

I numeri appaiono neutrali e privi di pregiudizi. Questa percezione genera un’efficace semplificazione cognitiva in quanto sintetizza i fenomeni riducendo l’ansia e l’incertezza quotidiana. Le cifre creano un linguaggio universale comprensibile ovunque anche se questa chiarezza può nascondere una perdita di qualità, perché la misurazione costante impoverisce la percezione dell’esperienza.

Solo per fare alcuni esempi: il Prodotto Interno Lordo (PIL) misura la ricchezza economica escludendo il benessere sociale, le recensioni online sintetizzano esperienze alberghiere complesse in semplici stelle, i contapassi digitali riducono la salute psicofisica a obiettivi numerici.

La sociologa Wendy Nelson Espeland nel suo saggio Commensuration as a Social Process (1998) definisce “commensurazione” ciò che traduce le qualità irripetibili in quantità standard. Azzerando le differenze di contesto originarie, succede che cose totalmente diverse diventino improvvisamente confrontabili tra loro. L’esperienza vissuta viene ridotta a un punteggio e la mente umana risparmia energia nel processo decisionale.

Un esempio molto comune nella vita di tutti riguarda le recensioni online con le stelline (da 1 a 5) su piattaforme come TripAdvisor, Amazon o Google Maps. Analizziamo due ristoranti. Il primo è un piccolo locale storico a conduzione familiare. Il servizio è lento perché la nonna cucina tutto al momento, ma l’atmosfera è calorosa e gli ingredienti sono a chilometro zero. Il secondo è un fast-food moderno e super tecnologico. Il cibo è standardizzato e industriale, ma il servizio è istantaneo, il locale è pulitissimo e il prezzo è molto basso.

Si tratta di due esperienze culinarie e umane completamente diverse, non paragonabili, però per il processo di “commensurazione” entrambi i ristoranti ottengono su una piattaforma una media di 4.2 stelline su 5. Ma cosa è successo? La storia, l’atmosfera, il tipo di cibo e l’identità dei due locali sono stati completamente azzerati. Due realtà totalmente differenti sono diventate improvvisamente confrontabili tramite un unico numero standard. Un utente frettoloso vedrà solo il punteggio “4.2” e considererà i due ristoranti qualitativamente identici sul piano del gradimento, ignorando la complessità e le differenze delle due esperienze reali.

Si può così facilmente intuire come la “commensurazione” non è una semplice operazione matematica ma costituisce una potente tecnologia di governo umano che usa i numeri come elementi strategici di riduzionismo sociale, ridefinendo costantemente i rapporti di potere tra le persone. Esistono dei meccanismi che guidano questo processo di quantificazione e che si compartano in modo sinergico e strutturato. Reattività, spoliazione ed equivalenza insieme, sradicano i contesti locali per creare astrazioni.

Tramite la “reattività” i numeri creano una nuova realtà artificiale modificando profondamente le azioni umane. Questo succede ad esempio quando gli operatori dei call center chiudono frettolosamente le telefonate senza risolvere il problema dell’utente perché il loro unico scopo è rispettare i limiti di tempo stringenti imposti dalle metriche di produttività. Succede la stessa cosa quando i chirurghi rifiutano i pazienti disperati, evitando così di peggiorare i tassi di mortalità. Questa distorsione trasforma in maniera molto evidente gli obiettivi sociali che qualunque azione dovrebbe avere e asseconda la volontà di chi ha introdotto i numeri “commisuranti” (sia un individuo, un sistema, una rete).

La “spoliazione” cancella la storia unica dei fenomeni. Questo meccanismo elimina ogni sfumatura qualitativa dall’esperienza, isolando l’informazione dal proprio ambiente d’origine. La complessità umana si riduce così a un database e ciò che non è quantificabile scompare dai radar. Attraverso la spoliazione il dolore cronico diventa un mero codice e la cartella clinica mostra solo una scala numerica. Succede la stessa cosa quando un centro d’ascolto viene valutato sui costi che ha dovuto sostenere, ignorando “i traumi umani superati”.

Infine, “l’equivalenza” collega matematicamente elementi del tutto differenti e la quantificazione inserisce oggetti unici nella medesima scala. Si annulla così il valore intrinseco delle cose, creando comparabilità forzate e artificiali. Il giudizio profondo svanisce per risparmiare energia mentale.

Questo succede, ad esempio, quando un piccolo ateneo d’arte compete con una facoltà scientifica di una grossa università ed entrambi gli istituti subiscono la stessa classifica globale delle Università. Succede anche quando viene usato il sistema di recensioni a stelle standardizzato, oppure quando un museo archeologico statale e un parco acquatico commerciale vengono giudicati ed equiparati esclusivamente in base al numero di biglietti staccati alla cassa.

Tutto ciò non significa che i numeri non vadano mai usati, né che si voglia negare il loro potere di sintesi e di spiegazione degli accadimenti della vita. Significa, più semplicemente, che andrebbero utilizzati con maggiore attenzione al contesto, al fine di non annullare il loro potenziale esplicativo e di non asservirli a un potere ingordo. Spetta quindi a noi guardare oltre il singolo dato numerico per recuperare la complessità e il valore reale delle nostre esperienze quotidiane.

Ma come possiamo “guardare oltre”?

Utilizzando le recensioni online (Ristoranti, Hotel, Prodotti) capita spesso di scegliere un ristorante solo perché ha “4.5 stelle” su TripAdvisor o Google Maps. Guardare oltre significa leggere i testi delle recensioni negative e positive. Un locale potrebbe avere 3 stelle perché il servizio è lento, ma il cibo è straordinario e fatto in casa. Un altro potrebbe avere 4.5 stelle solo perché è veloce ed economico, ma il cibo è congelato. Leggere il contesto permette di scegliere in base a ciò che si cerca davvero, non in base a una media matematica.

Non è esaustivo valutare l’intelligenza o la preparazione di uno studente solo attraverso un “7” o un “30” ma è necessario concentrarsi sul percorso di apprendimento, sulle competenze acquisite e sui punti di forza emotivi o relazionali. Un ragazzo che prende un voto basso potrebbe aver affrontato un periodo di forte ansia o aver fatto un errore di distrazione, pur avendo capito a fondo l’argomento. Valorizzare il suo metodo di studio o la sua curiosità significa guardare oltre quel voto.

Per questioni di salute e di benessere si usano in maniera sistematica contapassi e bilance ma pensare che la propria salute dipenda strettamente dal raggiungimento di “10.000 passi al giorno” o dal pesare esattamente un certo numero di chili è estremamente riduttivo, bisogna ascoltare i complessi segnali del nostro corpo perché proprio questa personale decodifica concorre in maniera significativa a valutare il benessere generale.

Una passeggiata di 5.000 passi in mezzo alla natura, fatta per rilassarsi, può avere un impatto psicofisico nettamente migliore rispetto a 12.000 passi corsi freneticamente in un centro commerciale solo per “riempire la barra” dell’applicazione dello smartphone.

Nei social media è molto diffuso valutare il successo di una persona o il valore di una foto dal numero di follower o di “mi piace” applicati e si perde di vista l’importanza e la bellezza di coltivare la profondità dei legami reali e l’autenticità dei contenuti scritti o condivisi. Un post profondo o un’opera d’arte complessa potrebbero ricevere pochissimi “like” perché richiedono tempo per essere capiti, mentre un meme banale e superficiale può diventare virale in pochi minuti. Il valore di un’opera d’arte non sta certo nella sua popolarità numerica.

Infine, è risaputamente sbagliato credere che un Paese stia bene solo perché il suo Prodotto Interno Lordo (PIL) è in crescita. Il PIL può aumentare a causa della produzione di armi o della ricostruzione dopo una catastrofe ambientale, ma questo non significa che la qualità della vita dei cittadini sia migliorata. È necessario analizzare l’indice di felicità, l’accesso alla sanità, il livello di istruzione e la distribuzione della ricchezza.

Vivere a colpi di medie matematiche ci risparmia la fatica di scegliere ma ci condanna a una grigia uniformità. A forza di quantificare tutto, rischiamo di perdere molto tempo contando le sciocchezze della nostra esistenza, dimenticandoci contemporaneamente di viverla.

Quindi, spegnete il contapassi e, per una volta, godetevi il lusso di essere deliziosamente imponderabili. Inoltre, la prossima volta che cercate una trattoria online, lasciate perdere l’algoritmo. Se leggete che “il posto è carino ma la nonna urla in cucina e il gatto dorme sulla sedia”, correte lì. Magari non avrà 4.8 stelle, ma vi lascerà un ricordo memorabile.

Dopotutto, la felicità non è una formula matematica e la nostra emotività comincia proprio là dove finiscono i decimali.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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I primi giorni di una nuova umanità

I primi giorni di una nuova umanità

I primi giorni di una nuova umanità

Non dico di rileggere le Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani: la lingua usata – quella giornalistica o epistolare – potrebbe risultare (ad alcuni) troppo faziosa, ingenua, per certi versi integralista e insieme semplicistica.

Come potrebbe essere interpretata questa frase di Terzani da chi ritiene che il miglior modo di affrontare una guerra  è…farla?

«… Allora io dico: fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza. Facciamo ognuno qualcosa e, come dice Jovanotti nella sua poetica canzone contro la violenza, arrivata fin quassù nelle montagne: “Salviamoci”.

Nessun altro può farlo per noi».

E dunque invece che rimandare a Terzani e a quel suo libro nato in risposta all’episodio delle Torri gemelle  e all’armiamoci e partiamo generalizzato che ne è subito derivato, vorrei consigliare una lettura più teatrale e profetica quale è la tragedia in 5 atti scritta da Karl Kraus a ridosso della Prima Guerra Mondiale.

Gli ultimi giorni dell’umanità stanno al centro dell’opera di Karl Kraus, come il buco nero sta al centro di una galassia. Tutto ciò che Kraus ha scritto – saggi, aforismi, i suoi pamphlets, le sue liriche – sono risucchiati verso questo testo di teatro irrappresentabile, che accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, così come la realtà di cui parla, la Prima Guerra mondiale, trattenne, nel suo orizzonte degli eventi, tutte le frequenze e le varietà dell’orrore.

Fin dal suo principio “quella” guerra fu per Kraus un’allucinazione sonora, ben rappresentata dall’intreccio del «quotidiano, ineludibile, orrendo grido: Edizione straordinaria!» con il chiacchiericcio dei capannelli, le dichiarazioni tronfie e ignare dei potenti e i pezzi di colore della stampa, fino al lamento e, addirittura, al silenzio delle vittime.

«Non c’è una sola voce che Kraus abbia lasciato perdere, era invasato da ogni specifico accento della guerra e lo riproduceva con forza stringente», ha scritto Elias Canetti, che a Vienna ascoltò molte volte Kraus mentre leggeva in teatro scene degli Ultimi giorni.

Così, mentre i più noti intellettuali del tempo davano una prova miserevole di sé, partecipando baldanzosi, da una parte o dall’altra, all’esaltazione bellica, Kraus fu l’unico che riuscì a catturare quell’orribile evento in tutti i suoi aspetti, riuscendogli di raccontarlo da par suo come ricorda ancora Canetti:

«La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione».

Per giungere a tanto, Kraus dovette assumere le parti dei capi di Stato, generali e soldati, corrispondenti di guerra in peregrinazione sui mille teatri del conflitto, dalle trincee ai quartier generali, dai luoghi di villeggiatura ai palazzi imperiali, e perfino, si calò Kraus, nel frequentatore degli interni borghesi dei caffè.

Il risultato è un imponente «masso erratico» nella letteratura del Novecento che frantuma le categorie e, prima fra tutte, la «tragedia», a cui allude ironicamente il sottotitolo. La tragedia difatti presuppone almeno la coscienza della colpa: mentre qui centinaia di personaggi – fra i quali incontriamo i due imperatori, Francesco Giuseppe e Guglielmo II e vari Potenti maligni, ma anche una loquace giornalista e tanti di quei liberi lettori di giornali che compongono la voce delle masse –  condividono un solo carattere: la ridicola inconsapevolezza di partecipare alla celebrazione di un rito fra la Stupidità e il Potere.

Ancora una volta le doti profetiche di Kraus vengono messe al servizio del futuro e dunque del nostro presente: infatti così come riuscì a intravvedere già nella vita felix viennese dei primi del Novecento le imminenti atrocità della prima guerra mondiale; e così come nella prima guerra mondiale anticipò con perfetta chiarezza il nazismo (prima ancora che il nome esistesse), anche di oggi già disse e scrisse allora, su questi nostri giorni dalle… invasioni, liberazioni e negoziati in itinere.

Per questo in una surreale quotidianità di “(ancora) guerra” possiamo rileggere i 5 atti di Kraus e ritrovare gli stessi personaggi e quegli stessi passaggi dove, ad esempio, per fare la pace bisogna reclamare più guerra o ancora, sempre per conquistare la pace, bisogna fare l’elenco di armi da inviare o da vendere.

Ritroviamo ad esempio le stesse maratone giornalistiche e la stessa atmosfera da competizione sportiva con le magliette rosse o quelle giallo blu. E come nelle pagine di Kraus, ogni parola può trasformarsi in un colpo di mortaio, in un razzo ipersonico, in una bomba al fosforo quasi a scandire un percorso tratteggiato che ci avvicini a quegli ultimi giorni profetizzati da Kraus.

Le parole, il linguaggio, le similitudini sono un campionario di uniformità, repliche di quella tragedia in 5 atti che conosciamo a memoria e che si rincorrono dalla prima delle guerre. Così, per restare a un passo dall’ultima replica, Putin è come Hitler, la resistenza ucraina è come la resistenza dei partigiani, questa guerra è come quella di Spagna, e via con i valori dell’occidente: la democrazia e l’autocrazia, la nazione e l’impero, il bene e il male.

Le fazioni sfilano in parata, al ritmo usato dai soldati dell’Impero Romano che marciavano con la cadenza di un verso alessandrino composto da 14 sillabe. Tutti  marciano in perfetto ordine, con passo rombante e fragoroso e se, per puro caso, qualcuno, durante la parata, il passo dovesse smarrirlo, ci sarebbe una trasmissione, un sondaggio, una votazione, un editoriale che, con perfetto spirito di corpo, lo rimetterebbe in riga. Fragore. Confusione.

«Chi ha qualcosa da dire, si faccia avanti e taccia» disse Kraus, perché dinanzi all’indicibile orrore della guerra la lingua non può che paralizzarsi invece di restare sciolta creando altro assurdo e assordante rumore.

Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di scrivere Gli ultimi giorni dell’umanità e forse…

…questo stesso riprendere fiato, restituire alle parole il giusto peso,  prendersi una pausa di riflessione prima di scrivere un tweet, un post, o di rilasciare un’intervista, e smentire una smentita, potrebbero diventare tutte… incredibili profezie silenziose non in grado, forse, di farci capire qualcosa, ma probabilmente di aiutarci a vivere i primi giorni di una Nuova Umanità.

Nota: questo articolo è stato pubblicato da CDS Cultura il 29 marzo 2022

Cover: Foto di Lakeblog da Pixabay

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Parole a capo
Poesia in Laboratorio (I Parte)

Parole a capo <br> Poesia in Laboratorio (I Parte)

Laboratori poetici organizzati da Ultimo Rosso (I Parte)

Siamo tutti poeti e non lo sappiamo
di Maria Mancino (“Maggie”)

A Ferrara, nei quattro incontri laboratoriali di poesia, abbiamo cercato di capire se questa affermazione fosse vera. Ci siamo incontrati, confrontati, abbiamo condiviso opinioni e scritti. Ebbene sì, tutti abbiamo scritto poesie. Perché succede questo quando come forma di scrittura si sceglie la poesia?
Il verbo che la poesia ama di più è sentire. Il primo vero incontro quando usiamo questo verbo è con noi stessi ed è solo così che si riesce ad entrare in empatia con la poesia e con gli altri. Gli incontri sono stati magici, abbiamo ascoltato il ritmo del cuore, abbiamo cantanto, suonato e ci siamo divertiti.
La poesia si è fatta spazio dentro di noi grazie anche all’atmosfera gioiosa che si è creata a ogni incontro. Così con naturalezza siamo diventati tutti poeti.

Imola, 29 maggio 2026

 

COME SI IMPARA A SCRIVERE POESIE?
di Cecilia Bolzani

Come si impara a scrivere poesie?
Questa è la domanda che noi di Ultimo Rosso ci siamo sentiti rivolgere molto spesso durante i Reading poetici della nostra associazione, ma una risposta univoca, che soddisfi le aspettative di tutti, proprio non esiste.
Abbiamo chiesto alla scrittrice e poetessa Maria Mancino, in arte Maggie, di condurre alcuni Laboratori sulla scrittura poetica per creare le condizioni, per chiunque fosse stato interessato, di sperimentare come nasce un testo poetico. Il titolo del progetto che Maggie ci ha proposto è: “Siamo tutti poeti ma non sappiamo di esserlo” .
Avevamo programmato due incontri, che, a grande richiesta dei partecipanti, e grazie alla disponibilità della relatrice e del Centro che ci ospitava, sono diventati quattro.
Si è trattato di vere e proprie esperienze poetiche di due ore l’una, presso il Centro Documentazione Donna in Via Terranuova 12/b a Ferrara fra marzo e maggio 2026.
L’affluenza e l’entusiasmo delle e dei partecipanti ci hanno convinto della positività dell’iniziativa, che è stata la prima esperienza alla quale molto probabilmente ne seguiranno altre, condotte da poetesse della nostra Associazione, che si realizzeranno dopo la pausa estiva. L’unico requisito richiesto per partecipare: la voglia di mettersi in gioco e lasciarsi andare alle suggestioni proposte dalla conduttrice.
Come nasce una poesia seguendo il metodo di Maggie?
Scegliendo un tema, lasciandosi emozionare e dando spazio alle parole che chiedono di essere scritte. Queste sono le condizioni necessarie per mettersi in ascolto e far emergere la dimensione poetica che, secondo Maggie, si trova, più o meno sepolta, in ognuno di noi. I risultati ottenuti durante i laboratori hanno stupito tutti i partecipanti per la loro originalità e freschezza ed hanno contribuito a creare una comunità accogliente e stimolante.
Il gruppo era formato da alcune poetesse di Ultimo Rosso e da altre persone interessate, alcune delle quali neofite delle tecniche poetiche. Gli argomenti su cui riflettere, proposti dal gruppo, che ogni volta era formato da dieci – quindici persone, sono stati: Solitudine, Confine, Unione, Poesia.

Di seguito riportiamo i testi creati durante gli incontri. Questi testi, scritti dai partecipanti, ci hanno confermato che, se le si lascia spazio, la poesia fluisce, trova le parole per esprimere l’autenticità di ognuno e dialoga con chi la sa ascoltare. La giocosa creatività di Maggie si è espressa ed ha coinvolto il gruppo anche nella produzione di ritmi musicali grazie ai semplici e divertenti strumenti che lei ci ha fornito. Nessuno di noi avrebbe immaginato di riuscire ad interpretare e cantare un testo Rap, concludendo gli incontri in modo divertente ed energizzante.

Ferrara, 08 giugno 2026

Partecipanti ai Laboratori:

Maria Mancino “Maggie”

Cecilia Bolzani
Anna Rita Boccafogli
Maria Angela Malacarne
Lidia Calzolari
Lucia Boni
Elisa Poletti
Francesco Monini
Vincenzo Ballarini – “Vince”
Elena Vallin
Marta Casadei
Elisabetta Roncoli
Rita Rondinelli
Cinzia Pusinanti
Iolanda Marsiglia
Marta Favaro

 

*

 

Ognuno scrive un testo su un argomento scelto dalla maggioranza dei partecipanti (con votazione)

Argomento: La solitudine
Un ragno e la sua tela
Un nibbio nei suoi volteggi
Quel dito sul grilletto
Passi che risuonano
Mi sento respirare
Ammiro
Il silenzio mi abbraccia
Posso leggermi e narrarmi
La solitudine è
Nettare e calice
Anche dal fondo nero
Di un pozzo
Si può vedere l’azzurro
Soffro solo se non ti sento
Se non mi sento.

(Cecilia)

Lo senti
Lo senti
L’odore del sangue
Nel suono della paura
Lo strappo della pelle
Nel profumo di un giglio
Il respiro della luna
Sul muso di un lupo
Nel richiamo alla mia solitudine.

(Maggie)

 

Senza parole
Lascia scorrere
Un tempo
Che non è un tempo,
Che non può essere
Un’attesa
La solitudine
Ricopre come la neve
Il paesaggio,
Rimangono
I sepolti richiami
Al passato.
La solitudine.

(Maria Angela)

Solitudine
Con tutto questo sole non sono sola
Con tutta questa luce
Con tutto questo mare
Con tutta l’aria di questo mondo
Con tutto questo te che mi stai guardando
Con tutto quel respiro che mi mandi addosso
Con tutto questo spazio che a poco a poco sì rastrema tra noi.
Con tutto il noi che siamo
Lasciami solo un attimo sola che poi ci sono.

(Lucia)

Sto bene da solo.
Non sacrifico la mia voglia di vivere.
Le mie scelte, la mia libertà, le promesse .
Perché ho fatto quelle promesse?
Sono cambiato
E dov’è finito quel bambino che
Si sentiva così solo?

(Vincenzo)

 

In mia compagnia
Sola, in mia compagnia
in ascolto, in silenzio
il paesaggio si riflette in me
divento trasparente mentre
mi riverbera l’erba
mi luccica la pozza
d’acqua e mi rapisce
in cerchi concentrici,
mi fa eco l’airone
ad un pensiero di volo
e una nuvola in cielo
mi porta lontano.
Persa, colmata
d’innumerevoli
solitudini, insieme.

(Anna Rita)

 

La mia solitudine
È gentile compagna
Mi sostiene
Quando i pensieri
Si affollano e
Gli umani mi afferrano
E le richieste lievitano
La mia solitudine
È antidoto miracoloso
Al consumo del cuore.


(Elena)

 

Quando si sceglie
non si può parlare di solitudine,
Non servono i tentativi di giustificare

Neanche con formule teologiche.
È quasi incredibile come
quelli che cercano di giustificare
La sofferenza non facciano niente
Per alleviarla.
“La ginestra” di Leopardi
Dice la verità.

(Iolanda)

 

Era bella la vita con te
C’era un senso ai giorni e alle notti
E quando eravamo lontani
Si riempiva di sogni l’attesa
Si riempiva
Di canti stonati la casa
Adesso non sai più tornare
Sono rimasta qui, senza parole.
I giorni si sommano ai giorni
E non ricordo più neppure il suono
Della mia voce.
Senza più scampo chiusa in una bolla
Di solitudine.

(Marta)

 

Sento i miei passi
Sulla ghiaia
Lascio andare lo sguardo
Che tra i rami scruta
A veder chissà cosa,
Un volo, un sussurro di vento,
Un profumo lontano
Il respiro si addolcisce
Scompaiono i passi.

(Cinzia)

 

C’è una creatura che cambia faccia senza avvisare.
Nella gioia, nella luce è desiderata, idealizzata…
Da sola, si, sarai libera
Di volare, di sognare,
Di trovare te stessa e creare.
Solitudine giovane,
Dorata che smette
Quando vuoi di essere sola.
Si perde e si ritrova
Con leggerezza e nutre

Nel buio, nell’assenza,
È pena infinita,
È quello che sa essere
Nel dolore
Rimpianto, malinconia
Perfida e ineluttabile,
Stato di realtà mutata.
E allora devi lottare,
Diventa nemica e devi conquistarla,
Come terra straniera,
Blandirla, ma accettarla.

(Elisabetta)

 

D’ufficio
Viene data in dono
Al primo istante
Solo, sola arrampichi il cordone
Della vita sulla pancia.
Solo, sola cadi tra sgorbi e pasticci
D’ufficio
Viene data senza bugiardino
Solo, sola reinventi quei gesti…
Lecchi un francobollo sbagliato
Apponi un timbro sulla pelle.
Cancelli un dato, una scadenza
D’ufficio
Viene data senza scadenza
È un sussulto risuona
Un corpo si piega
Una tovaglia si ripone
Una canzone si commuove.
D’ufficio
Viene data afona.
Oggi, ad esempio
Il mio stomaco
ruggisce affamato
A ricordarmi la fame di vita
Lei sola
Sapienti
Tenace
Riacchiappa il cordone
Fattosi
Misura, Spazio, Vessillo
Del mio essere
Nel mondo.
Oggi intendo
D’ufficio la Chiamata
Rimbomba nel vuoto
E tutti sull’attenti
A rispondere – ci sono-
Sono solo
Siamo soli tutti insieme
D’ufficio
Questa solitudine
Trasforma.

(Lidia)

 

Nella solitudine
Della notte,
Il capo perde la
Sua compostezza,
Rilascia in tutta
La casa il suo odore acre.
Al mattino arrivano quei sogni inattesi
Quelli che perdurano in tutta la giornata,
Rimangono nella memoria,
Mentre la solitudine
È sospesa…

(Elisa)

*

wgbieber

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
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La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 342° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Il Futuro di Ferrara: tra Resilienza e Rilancio Strutturale

Il Futuro di Ferrara: tra Resilienza e Rilancio Strutturale

Il Futuro di Ferrara: tra Resilienza e Rilancio Strutturale

Analisi economica, scadenze PNRR e proposte shock per uscire dall’isolamento e guidare la transizione ecologica

Indice dei contenuti:
1. Il quadro economico: un territorio a due velocità
2. Il “Countdown” PNRR e il bluff della chimica verde
3. Turismo pop e “mordi e fuggi” vs Modello Friburgo
4. Le Valli del Mezzano e la sfida energetica
5. Le tre proposte shock de La Comune di Ferrara

1. Il quadro economico: un territorio a due velocità

Analizzare l’economia ferrarese oggi significa osservare un divario evidente rispetto al resto della regione. Se l’Emilia-Romagna si conferma locomotiva d’Italia (PIL 2025 a +0,6%, stime 2026 a +0,9% e disoccupazione ai minimi storici al 3,9%), la provincia di Ferrara si trova in una fase di transizione complessa. Il valore aggiunto provinciale cresce dello +0,5%, un dato positivo che dimostra una forte capacità di tenuta, ma che sconta storiche fragilità strutturali.

La manifattura, fortemente legata alla metalmeccanica leggera e al Petrolchimico, attraversa una fase delicata a causa dell’aumento dei costi energetici e dell’incertezza sui mercati esteri. Il comparto edile subisce la contrazione post-bonus (-1%) e l’agricoltura fa i conti con eventi meteo estremi e la risalita del cuneo salino. A tenere in piedi l’economia locale è il terziario: il turismo tiene alte le presenze in provincia, compensando la debolezza industriale.

Tuttavia, il mercato del lavoro riflette l’invecchiamento record del territorio (età media che sfiora i 50 anni). Se da un lato si registra un segnale positivo dalle aperture di imprese “under 35” (+109 nel primo trimestre), dall’altro Ferrara sconta un tasso di occupazione strutturalmente inferiore rispetto all’asse della Via Emilia.

2. Il “Countdown” PNRR e il bluff della chimica verde

Il 2026 rappresenta l’anno del countdown decisivo per i fondi europei. Sul territorio ferrarese insistono circa 1.531 progetti PNRR (oltre 106 milioni di euro gestiti dal solo capoluogo). La scadenza del 30 giugno 2026 per l’ultimazione dei lavori legati ai target europei è perentoria, pena la revoca dei finanziamenti.

Mentre nel comparto della mobilità e dell’edilizia scolastica i cantieri sono in chiusura (come i bus a idrogeno gestiti da TPER), la transizione industriale arranca. Il maxi-progetto della Hydrogen Valley presso l’ex distilleria Alceste (investimento da 50 milioni) è attualmente in pausa.

In questo contesto si inserisce la nostra battaglia politica per il “Polo Natta 2.0”. Presentato come mozione da La Comune di Ferrara per il rilancio del Petrolchimico attraverso investimenti sulla chimica verde, contratti di ricerca e Open Innovation (con focus sul riciclo avanzato dei polimeri, tra cui il Poliproprilene Copoliomero CAS 9010-79-1), il piano è stato purtroppo respinto dalla maggioranza in Consiglio Comunale, senza che venissero presentate alternative concrete. L’azione del Comune all’interno del polo industriale si limita oggi quasi esclusivamente al pur fondamentale progetto di riciclo delle acque reflue civili del depuratore Hera per scopi industriali. Un’opera di efficientamento, certo, ma non la rivoluzione industriale di cui Ferrara ha bisogno.

A questo si aggiunge lo stallo drammatico della Zona Logistica Semplificata (ZLS). Nonostante la Regione abbia inviato a Roma il piano strategico da anni, il DPCM attuativo nazionale è continuamente rinviato. Senza sgravi fiscali e credito d’imposta, le aziende locali non possono accedere ai benefici economici, lasciando l’asse stradale Ferrara-Mare privo di nuovi hub logistici.

3. Turismo pop e “mordi e fuggi” vs Modello Friburgo

Un altro nodo centrale del dibattito cittadino riguarda la natura del turismo. La costa (Comacchio e i Lidi) drena da sola oltre il 75% dei pernottamenti provinciali grazie al soggiorno balneare. Nel capoluogo, invece, la permanenza media si attesta appena tra 1,5 e 2 notti. Ferrara viene vissuta come meta di passaggio escursionistica (“mordi e fuggi”).

La strategia dell’attuale amministrazione è stata quella di puntare sugli “grandi eventi di sistema” a ritmo continuo (Ferrara Summer Festival, concerti in piazza, Incendio del Castello) per generare picchi artificiali di occupazione alberghiera e dare ossigeno immediato a bar e ristoranti. Come La Comune di Ferrara, evidenziamo da tempo le criticità di questo modello: alti costi pubblici di gestione e sicurezza, pesanti disagi per i residenti del centro storico e, soprattutto, la creazione di un’occupazione intermittente, frammentata e precaria nel settore dei servizi e del catering.

La nostra alternativa guarda al Modello Friburgo. Negli anni ’70 la città tedesca (simile a Ferrara per dimensioni, mobilità ciclabile e forte presenza universitaria) rifiutò l’insediamento di una centrale nucleare a pochi chilometri dal centro per trasformarsi nel laboratorio vivente delle energie rinnovabili. Friburgo ha creato il cluster della Green Economy, ha progettato quartieri a energia zero (Vauban) e ha attirato un “turismo della sostenibilità” ad alto valore aggiunto (delegazioni, urbanisti, ricercatori), aumentando drasticamente la permanenza media. Ferrara può e deve fare lo stesso, legando Unife alla transizione ecologica e industriale.

4. Le Valli del Mezzano e la sfida energetica

Il dibattito sulla transizione si estende anche al destino della Bonifica del Mezzano (18.000 ettari), un’area sotto il livello del mare definita da molti economisti un “fallimento ambientale” novecentesco. Oggi l’agricoltura tradizionale nel Mezzano sopravvive quasi esclusivamente grazie ai sussidi europei PAC e soffre l’ingressione salina, oltre a costare enormi quote di energia pubblica per l’azione continua delle idrovore del Consorzio di Bonifica.

Destinare l’area al fotovoltaico tradizionale a terra è però un azzardo impraticabile: il Mezzano è una Zona di Protezione Speciale (ZPS) per l’avifauna migratoria e l’effetto specchio dei pannelli provocherebbe disastri ecologici, ricevendo sistematici pareri negativi nelle VIA.

La vera strada sostenibile è l’Agrivoltaico Avanzato ad inseguimento mono-assiale. Sollevando i pannelli oltre i 2-3 metri da terra e distanziandoli, si permette il passaggio delle macchine agricole e si azzera l’impatto sull’avifauna. Questo modello consente di riconvertire i terreni compromessi dal sale verso colture officinali, apicoltura ed elicicoltura, garantendo una redditività integrata (energia + agricoltura di nicchia) e riducendo la dipendenza energetica nazionale (l’Italia dipende ancora dall’estero o dal fossile per il 64% della sua elettricità).

5. Le tre proposte shock de La Comune di Ferrara

Per rompere l’isolamento e unire le fratture interne della provincia (tra un Alto Ferrarese trainante e integrato nella meccatronica bolognese e un Basso Ferrarese in forte declino demografico), proponiamo tre azioni concrete a breve e lungo termine:

  1. Burocrazia Zero e Azzeramento Tasse Locali (Breve termine): Istituire uno Sportello Unico Speciale per l’Asse Ferrara-Mare in grado di rilasciare autorizzazioni industriali in massimo 30 giorni. Azzerare per 3 anni IMU e TARI per le imprese che investono nelle aree industriali dismesse, finanziando la misura tramite i dividendi delle partecipate (Hera, Ferrara Tua).
  2. Dal Turismo Pop al Piano “Smart Working Hub” (Breve termine): Lanciare il piano Ferrara Digital Cradle, stringendo accordi per offrire affitti a tariffe calmierate a nomadi digitali e lavoratori da remoto di Bologna e Milano, trasformando il turismo “rapido” in consumo strutturale e residenziale.
  3. Il Fondo “Ferrara Innovazione” per i Giovani (Lungo termine): Risolvere il “modello spugna” di Unife (che attira 27.000 studenti ma vede i laureati scappare subito dopo il titolo). Proponiamo un fondo di venture capital territoriale, alimentato dalle fondazioni bancarie e dalla ricchezza privata oggi immobile nei depositi (“paradosso del risparmio immobile”), per offrire finanziamenti a fondo perduto e spazi gratuiti per 5 anni alle startup dei neolaureati che scelgono di restare in provincia.

Solo superando la frammentazione dei singoli campanili e ponendo la transizione ecologica al centro dell’agenda politica, Ferrara potrà smettere di difendersi e iniziare a crescere.

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In copertina: Gabriele Turola,  Acrilico su tela L’oriente a Ferrara, 2003, Collezione Ventura. Ferrara, 40×40

La Cina mette al bando OnlyFans e gli influencers del lusso

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Dal 21 luglio 2025, la Cina di Xi Jinping ha vietato OnlyFans, piattaforma britannica con oltre 305 milioni di utenti nel mondo, dove migliaia di “creators” vendono contenuti espliciti a sfondo sessuale.

Approdata in Cina il 29 novembre 2024, salvo poi essere vietata già nel dicembre dello stesso anno, OnlyFans ha continuato ad essere disponibile – ricorrendo al VPN (reti private virtuali che permettono di mascherare la propria posizione geografica) – fino a luglio 2025. Ora l’accesso alla piattaforma è impossibile, ma anche monitorato e dunque, vietato.
Ma quali sono le vere ragioni dietro a questa decisione?

La definizione del governo socialista di Pechino non ha interpretazione, definendo OnlyFans: “Spazzatura occidentale immorale e corrotta”, simbolo del “decadimento morale occidentale”. Xi Jinping in persona ha affermato che la piattaforma «non è in linea con la moralità pubblica promossa dal governo» e che non è altro che «una malattia corrotta dell’Occidente».

Per quanto possa essere sembrato una politica di difesa della moralità socialista e della sovranità culturale contro l’egemonia decadente dell’ideologia capitalista occidentale, la questione è di tutt’altro spessore.

OnlyFans, piattaforma simbolo della mercificazione del corpo, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui il capitalismo, nella sua fase imperialista e finanziaria, trasforma la sessualità in merce, incentivando la reificazione degli individui, soprattutto delle donne, e promuovendo modelli relazionali fondati sul profitto anziché sulla dignità umana.

Le accuse rivolte ad OnlyFans dal governo di Pechino hanno un profondo significato politico e pedagogico. Considerando la tipologia di contenuti che vengono generalmente venduti sulla piattaforma, le posizioni del governo guidato da Xi Jinping sono una vera e propria denuncia contro la mercificazione, la sessualizzazione, l’oggettificazione del corpo femminile (e non solo) e il consumismo virtuale.

OnlyFans è infatti da anni al centro di moltissime polemiche, dato che si tratta, nei fatti, di una forma di prostituzione virtuale sommersa e spesso non regolamentata.

Le autorità cinesi hanno infatti denunciato OnlyFans non solamente per tutelare la “moralità collettiva”, ma anche per impedire che il suo uso spinga (anche) i giovani cinesi ad aver comportamenti sessualizzanti per puro tornaconto economico, come accade nel resto del mondo occidentale.

Dietro al fenomeno OnlyFans

Una questione estremamente delicata e attuale, che dovrebbe spingerci a interrogarci
Perché tanti giovani, uomini e donne, scelgono la strada “più facile”, ricorrendo alla mercificazione – pur consapevole – del proprio corpo, anziché scegliere un percorso di crescita personale nel mondo del lavoro in maniera dignitosa? Qual è il vero significato della libertà? Libertà di fare ogni cosa a tal punto di vendersi “consapevolmente”, o libertà da ogni cosa che ci condiziona e che illusoriamente ci fa credere liberi?

Nel contrastare questo fenomeno, la Cina ha affermato come al di sopra della “libertà” egoistica di vendere il proprio corpo stia il diritto della collettività a costruire una sfera pubblica fondata su valori alternativi a quelli imposti dalla globalizzazione neoliberista, resistendo alla penetrazione di industrie culturali che sfruttano i bisogni intimi umani e la precarietà economica per produrre valore per pochi ricchi e pervertiti.
In un’epoca in cui l’imperialismo non si manifesta solo con le guerre o lo sfruttamento, ma anche con l’infiltrazione dei modelli di consumo e dell’immaginario, il blocco di piattaforme come OnlyFans si configura come parte della lotta ideologica contro la colonizzazione mentale del totalitarismo “liberale”.

Questo è forse il punto centrale dell’intera vicenda in una società in cui le condizioni economiche per i più giovani, in Italia, così come in Europa, non sempre sono agevoli, portando molti inconsapevoli a sperare di avere successo percorrendo una “via banale”, che richiede meno sforzo e dispendio di energie, meno attesa e sacrifici, sbarcando su piattaforme come OnlyFans. Salvo poi arrivare a pentirsi una volta raggiunta l’età adulta o – nei casi più sfortunati – il pubblico ludibrio a causa del revenge porn.

Fedele a questa linea politica, il 23 aprile 2024, l’amministrazione digitale della Repubblica Popolare Cinese (la Cyberspace Administration of China – CAC) aveva lanciato una massiccia operazione di pulizia della rete nota come campagna “Qinglang” (“Lindo e Brillante”). Questa direttiva del governo cinese impone la rimozione immediata degli account e dei contenuti incentrati sul lusso sfrenato, portando alla cancellazione di profili di con milioni di follower.

Le principali piattaforme social cinesi (tra cui Douyin — la versione locale di TikTok — Sina Weibo e Xiaohongshu) hanno bloccato e rimosso migliaia di post e centinaia di account di mega-influencer.
Tra i profili più noti cancellati figurano il bilionario Wang Gongquan (soprannominato la “Kim Kardashian della Cina”, famoso perché dichiarava di non uscire mai di casa senza indossare gioielli dal valore minimo di 1,3 milioni di euro), Bo Gongzi  (“Il Giovane Lord Bo”, noto per i video in cui testava Rolls-Royce e acquistava borse Hermès da collezione) e Baoyu Jiajie (“Sorella Abalone”).

Oltre alla chiusura manuale dei profili dei creatori di contenuti, le piattaforme hanno dovuto riaddestrare i propri algoritmi di intelligenza artificiale per penalizzare e oscurare i tag, le menzioni e le esibizioni video di marchi del lusso estremo (come Ferrari, Rolex o valute in contanti), riducendone la visibilità fino al 90%.

Il Partito Comunista Cinese aveva giustificato la stretta come una misura necessaria per combattere il “culto del denaro”, il “materialismo volgare”. Secondo la visione di Pechino, l’ostentazione della ricchezza online promuove valori tossici ed è contraria alla filosofia della “prosperità comune” promossa dal presidente Xi Jinping. L’autorità di regolamentazione CAC ha dichiarato che l’internet nazionale deve essere un ambiente “civile, sano e armonioso”, focalizzato sul valorizzare il talento, il lavoro duro, l’artigianato e la coesione sociale, anziché l’invidia di classe o la ricchezza fine a se stessa.

Reazione piuttosto banale da parte degli analisti, dei media e degli economisti occidentali (come gli analisti citati da NBC News o The Guardian) che hanno parlato di “tentativo del governo di attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi” per impedire l’innesco di “una pericolosa rabbia sociale e un risentimento politico verso le disuguaglianze interne” (1).

La versione dei paesi BRICS e della controinformazione risulta più interessante.
I media del Sud Globale e gli osservatori non allineati inquadrano la messa al bando degli influencers all’interno del concetto di “sovranità digitale”, evidenziando come la Cina sia uno dei pochi paesi al mondo in grado di imporre una regolamentazione ferrea sull’economia dei social media, dimostrando che lo Stato mantiene un potere superiore rispetto alle piattaforme private e alle celebrità online. La Cina è tra i Paesi che hanno espresso ufficialmente l’allarme per i danni dei social media.

Gli analisti del Sud mettono a confronto la decisione di Pechino con il modello occidentale, dove la cultura dell’ostentazione e dell’iper-consumismo guidata dagli influencer viene lasciata proliferare senza vincoli, esacerbando le spaccature sociali e psicologiche tra la popolazione.

Per i BRICS, si tratta di una scelta che mira alla costruzione di una modernità socialista, fondata sulla protezione dei lavoratori, sulla promozione dell’etica collettiva; sul rifiuto, da un lato, – per quanto riguarda OnlyFans – della pornografia come strumento di dominio e di alienazione e, dall’altro, – per quanto riguarda gli influencers – sulla protezione della produttività reale del Paese, della salute delle relazioni umane rispetto alla volatilità dell’economia dell’apparenza e della prestazione.

Alla luce di ciò, siamo dunque davvero sicuri che la Cina sbagli a bannare Onlyfans e gli influencer ? Sicuramente, per quanto eternamente e rigidamente formalisti, i confuciani hanno qualcosa da insegnare a noi occidentali che, per quanto potenzialmente lettori di Zygmunt Bauman, poco abbiamo capito della sua constatazione della modernità liquida avanzante nell’Occidente “democratico”.

Nota:

(1) La versione degli analisti occidentali sostiene che sia un tentativo del governo di “attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi” causato da un presunto “significativo rallentamento economico”, caratterizzato da un “alto tasso di disoccupazione giovanile” e dalla “crisi del settore immobiliare”. Secondo la loro analisi, in questo contesto di difficoltà diffusa, vedere influencer che ostentano ville, super-auto e shopping multimilionario potrebbe innescare una pericolosa rabbia sociale. Per l’Occidente, Pechino sta semplicemente “nascondendo i sintomi” della crisi per preservare il controllo politico. Impressioni però smentite dai dati economici che ci parlano di una Cina come prima potenzia economica al mondo

Maggiori informazioni:

https://www.wired.it/article/onlyfans-cina-apertura-chiusura-censura/

https://it.insideover.com/politica/la-cina-banna-onlyfans-spazzatura-occidentale-immorale-e-corrotta-e-non-ha-tutti-i-torti.html

https://www.ferpi.it/news/la-cina-obbliga-gli-influencer-ad-avere-una-laurea-ma-la-vera-domanda-riguarda-tutti-noi

 

In copertina: Pechino contro gli influencer – immagine da pressenza

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

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I contratti pirata

I contratti pirata

Il salario minimo una volta introdotto, non sarà più possibile eliminarlo se si pensa al successo che ha avuto nei molti paesi dov’è stato introdotto (24 su 27 in Europa). Una misura semplice che impedisce in tutto il paese di retribuire meno di quel livello. Certo lo si può sempre fare ma non sarà facile, visto che tutti lo conosceranno.

Ed è proprio questo il problema che oggi hanno alcuni milioni di giovani, donne e immigrati al loro primo impiego quando si trovano una busta paga “regolare”, ma di un Contratto Nazionale pirata dove prendono dal 25% al 40% in meno di quello che dovrebbero. Poiché la paga è legale non è facile prendersela col padroncino…in fondo sei al tuo primo lavoro.

Michele Tiraboschi e Larissa Venturi hanno analizzato per conto del CNEL i contratti nel settore commercio, turismo e pubblici esercizi dove ci sono 5,3 milioni di occupati e 869mila imprese. Hanno confermato l’esistenza di un numero elevato di contratti nazionali di lavoro (“pirata”) che pagano dal 40% al 25% in meno di quelli di Cgil-Cisl-Uil. Una pratica che va avanti da 25 anni e se nel 2000 erano 25 i CCNL (contratti nazionali di lavoro), nel 2015 erano già 112 e nel 2026 263. Avete capito bene: 263.

Nel caso di un cameriere di albergo, per esempio, si passa da una retribuzione di 21.804 euro all’anno (1.677 euro al mese più la 13^) a 16.909 (1.300 al mese) con un risparmio per le imprese di 4.895 (-29%) che ha poi riflessi sulla pensione e TFR. I contratti leader di Cgil-Cisl-Uil prevedono anche maggiori tutele per la riduzione di orario, maggiori permessi straordinari, minore durata del periodo di prova, maggiori integrazioni malattia e di welfare aziendale, minore flessibilità organizzativa.

Per un cameriere di ristorante la retribuzione è inferiore del 25%, per un aiuto pasticcere del 40%, per un macellaio specializzato del 30% (27.745 vs 22.173). Questi contratti pirata, riconducibili al sistema Anpit-Cisal, sono una minoranza e coinvolgono probabilmente meno di un milione di addetti sui 5,3 milioni del terziario che lavorano presso 879mila imprese, ma comunque sono una piaga da eliminare.

Ovviamente sono diffusi anche altrove (agricoltura, pulizie, lavori meno qualificati) e contribuiscono a rendere ancora più poveri i lavoratori più vulnerabili, spesso giovani, donne e immigrati.

La domanda è? Dov’erano i Governi degli ultimi 25 anni e gli stessi sindacati confederali, che da un lato protestano e dall’altro fanno le pulci al salario minimo perché impedirebbe di trascinare le altre rivendicazioni e senza la leva del salario nessuno sciopererebbe più. Ma chi l’ha detto? Chissà perché in 24 paesi UE su 27 esiste da sempre, Regno Unito compreso, e i salari sono ovunque molto più alti che da noi.

Proprio per lanciare un segnale al Governo i sindacati Cgil-Cisl-Uil del commercio insieme alle stesse Organizzazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Federalberghi,…) hanno deciso di disertare l’incontro del 17 marzo al Ministero delle Imprese dove erano state convocati e il 9 aprile sul lavoro stagionale insieme a sindacati e finte associazioni di padroncini che praticano il dumping contrattuale e che, di fatto, fanno concorrenza sleale a quei datori di lavoro e sindacati che tutelano i lavoratori e le imprese non pirata.

Il salario minimo che in Inghilterra è salito da aprile 2025 ad aprile 2026 da 12,21 sterline (14,2 euro) a 12,71 (14,8 euro) è un potente fattore che, da solo, impedisce a qualsiasi impresa di andare sotto questa soglia. Non mi sembra così complicato da fare. Secondo Cgil-Cisl-Uil sono 4 milioni i lavoratori che guadagnano meno di 9 euro netti all’ora, e più della metà meno di 7 euro netti all’ora.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Nordio, Balbo e una Destra che non fa i conti con la propria storia

Nordio, Balbo e una Destra che non fa i conti con la propria storia

Nordio, Balbo e una Destra che non fa i conti con la propria storia

L’improvvida dichiarazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio, secondo cui «il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il codice penale, reca la firma di Mussolini», non può essere liquidata come una semplice curiosità storica.

Il Codice Rocco non è un dettaglio bibliografico. È il codice dello Stato etico fascista, costruito per affermare il primato dello Stato sui diritti della persona e per reprimere il dissenso politico. Se oggi viviamo in una democrazia costituzionale è perché la Repubblica, la Corte Costituzionale e il legislatore hanno passato decenni a correggere, smontare e superare quella cultura giuridica.

Del resto, mentre il ministro Nordio richiama con leggerezza il Codice Rocco, il Governo Meloni di cui fa parte ha promosso negli ultimi anni una serie di interventi normativi che, a partire dai decreti sicurezza, hanno introdotto criminalizzato le proteste non violente, irrigidito le sanzioni nei confronti delle manifestazioni del pensiero e ampliato il ricorso allo strumento penale nella gestione del conflitto sociale. Si tratta di processo culturale che riporta il diritto penale verso una funzione di controllo dell’opposizione e del dissenso, anziché di tutela dei diritti e delle libertà costituzionali.

Le parole del ministro Nordio sul Codice Rocco e quelle che da alcuni anni sentiamo a Ferrara su Italo Balbo raccontano un problema comune: una parte della destra italiana continua a guardare al fascismo con indulgenza e nostalgia, senza riuscire a compiere fino in fondo una scelta antifascista netta e coerente.

Da anni assistiamo al tentativo di separare Balbo dal fascismo, come se fosse possibile ricordare il gerarca senza ricordare il regime che contribuì a costruire. Ogni volta che qualcuno richiama le sue pesanti responsabilità politiche nella dittatura fascista, si risponde parlando delle trasvolate. È lo stesso meccanismo che oggi ritroviamo nelle parole di Nordio: si prende un simbolo del fascismo e lo si presenta come un elemento neutro della storia nazionale.

E così si definisce Italo Balbo una figura semplicemente “discussa”. Ma Italo Balbo è discusso perché fu uno dei principali dirigenti del fascismo, quadrumviro della Marcia su Roma, Governatore della Libia e primo protagonista della costruzione della dittatura. È questo che divide gli italiani. Per la precisione fra nostalgici del fascismo e antifascisti. Le sue imprese aeronautiche, quelle sì, sono una nota biografica.

Nessuno chiede di cancellare la storia. Al contrario, si chiede di raccontarla tutta. Perchè c’è una differenza enorme tra studiare il fascismo e guardarlo con indulgenza; tra conoscere il Codice Rocco come fondamento dello Stato Etico fascista e citarlo con compiacimento; tra analizzare la figura, certo complessa, del gerarca fascista Italo Balbo e trasformarlo in un simbolo identitario della nostra città.

Dichiarazione di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale di Ferrara

In copertina: Italo Balbo (il secondo da destra) insieme al «quadrumvirato»: Emilio de Bono, Benito Mussolini e Cesare Maria De Vecchi durante la marcia su Roma nell’ottobre 1922 – immagine Store norske leksikon via licenza Creative Commons

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mille miglia, un racconto in movimento

Mille Miglia, un racconto in movimento

Mille Miglia, un racconto in movimento

Non è soltanto una corsa. La 1000 Miglia è un racconto in movimento, un filo d’asfalto che attraversa paesaggi, epoche e passioni italiane. Nata come sfida di velocità si è trasformata nel tempo in un simbolo di eleganza e tradizione. La ‘corsa più bella del mondo’ – come la definì Enzo Ferrari. Ogni edizione riporta sulle strade il fascino senza tempo delle auto storiche e lo spirito di un’avventura che continua a sedurre piloti, appassionati e curiosi. Da Brescia e ritorno, lungo un percorso che intreccia bellezza e memoria, rinnova il suo mito chilometro dopo chilometro.

Quest’anno, alla sua 44 esima edizione oltre 450 macchine da corsa di epoca il 9 giugno sono partite da Brescia per dirigersi verso Padova, facendo tappa a Montegrotto. Ed è qui che Periscopio ha intercettato la corsa.  Ma la competizione, nel corso dei cinque giorni, toccherà altre tappe coinvolgendo buona parte del Centro-Nord d’Italia: dopo Brescia è stata la volta di volta di Padova, Montegrotto, Montecatini, Roma, Rimini per terminare il 13 giugno a Brescia.

Una lunga storia

La 1000 Miglia ha una storia antica. Fu ideata da Franco Mazzotti nel 1927 insieme ad altri organizzatori bresciani per rilanciare il prestigio motoristico della città di Brescia dopo che il Gran Premio d’Italia si era spostato a Monza. Ben presto divenne una delle corse automobilistiche più celebri al mondo: come gara di velocità su strada aperta ma oggi sopravvive come rievocazione storica.

Negli anni 30’-50’ la Mille Miglia diventò una esibizione leggendaria: auto potentissime correvano su strade normali attraversando città, campagne e passi. Non si può non menzionare il celebre pilota Tazio Nuvolari che vinse al Mille Miglia nel 1930.

Ma il 1957 segnò la fine della corsa competitiva della Mille Miglia a causa della Tragedia di Guidizzolo, quando una Ferrari ad alta velocita uscì fuori di strada. Nello schianto persero la vita 11 persone: i due piloti, 5 bambini e nove spettatori

L’impatto emotivo e l’indignazione pubblica costrinsero le autorità alla cancellazione definitiva della Mille Miglia agonistica su strada aperte. Solo nel 1977 la Mille Miglia venne riorganizzata dall’Automobile Club di Brescia con una funzione più di esibizione che di competizione.

Quest’anno la gara-esibizione ha fatto tappa per la fase della timbratura-registrazione delle macchine a Montegrotto Terme. È qui che le macchine hanno sfilato a bassa velocita permettendo ai cittadini e turisti di ammirare la loro eleganza, il loro valore storico e la loro bellezza. Oltre 450 sono state le macchine da corsa d’epoca che hanno sfilato lungo il viale del paese, un evento unico.

Abbiamo chiesto al Sindaco di Montegrotto, Riccardo Mortandello, come si è giunti ad assicurarsi tale performance nel proprio territorio: “L’Automobile Club di Brescia ha coinvolto il territorio di Padova e dintorni. I vari paesi interessati hanno deciso se contribuire finanziariamente per assicurarsi il passaggio nelle strade del loro paese. Montegrotto 15.000 euro perché abbiamo ritenuto che sarebbe stato un investimento per la valorizzazione del territorio” Ha spiegato il Sindaco.

Infatti, Montegrotto Terme, centro turistico dei Colli Euganei, ha tutto l’interesse a promuovere iniziative che possano incentivare il turismo oltre i confini nazionali. Fra i partecipanti alla 1000 Miglia numerosi sono i piloti stranieri: europei, americani, giapponesi, australiani, canadesi. Uno spettacolo che con certezza può garantire una risonanza internazionale.

“Due anni fa Montegrotto ha ospitato anche il Vespa European week days con una affluenza di 12.000 partecipanti da tutte le parti d’Europa. Una utile pubblicità non solo per Montegrotto ma per tutti le realtà territoriali dei Colli Euganei. I nostri paesi offrono uno scenario della natura ideale per questi tipi di esibizioni. Caratteristiche improponibili per le realtà cittadine dove l’eccessivo traffico potrebbe avere un impatto urbanistico estenuante”

Inoltre, il comune di Montegrotto Terme è a pieno titolo parte delle Associazioni Storiche Termali Europee, associazione che vanta il coinvolgimento del Consiglio d’Europa. Il sindaco Mortandello ricorda: “L’obiettivo è legare tutte queste città termali storiche europee che con i loro servizi portano un valore aggiunto alla qualità della vita. Tutto ciò rappresenta inoltre un modo per incentivare il turismo al di fuori dei circuiti turistici canonici delle grandi città o località famose”. Un monito di cui tutta la penisola italiana avrebbe bisogno.

Immagini di copertina e nel testo di Maria Teresa Antoniozzi: le Mille Miglia fanno tappa a Montegrotto Terme.

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A pensarci bene. Italia, il paese delle frodi

A pensarci bene /
Un Mondiale per soli bianchi

A pensarci bene /
Un Mondiale per soli bianchi

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Il Mondiale 2026 è un gusto che va acquisito.
Dopo Haiti e Marocco, è la Costa d’Avorio a dover rinunciare ai suoi tifosi.
Non perché siano violenti o abbiano precedenti: perché oggi agli ammeregani gira così.
“Gli Stati Uniti sono stati chiari con noi, dicendo che non vogliono vedere i nostri tifosi” commenta Julien Kouadio Adonis.
Una frase che dovrebbe far gelare il sangue nelle vene, ma ehi questi sono gli USA bello, rilassati sennò ti rilassiamo noi.
Non è un documentario sugli anni 30, è un comunicato ufficiale del Mondiale FIFA 2026.
La Costa d’Avorio ha Didier Drogba e due Coppe d’Africa. Ma non il visto.
Gianni Infantino nel 2018 diceva:
“Il calcio è lo sport degli immigrati, dell’inclusione e dell’unione.
Qualsiasi squadra che si qualifica per una Coppa del Mondo deve avere accesso al paese, inclusi i sostenitori e i funzionari di quella squadra, altrimenti non ci sarà la Coppa del Mondo.
Il governo statunitense ha assicurato che non ci sarà alcuna discriminazione di questo tipo.”
Gianni.
Carissimo.
Metti il braccio così un momento.
Nel 1966 l’Inghilterra pensò di negare il visto alla Corea del Nord.
La FIFA rispose: “Se non entrano tutti spostiamo il Mondiale, anche all’ultimo minuto.”
Nel 2026 la risposta è: “Se non entrano, pazienza. Guarderanno da casa. Hanno il servizio di abbonamento in streaming nel loro Paese, no?”
I funzionari dichiarano “non c’è discriminazione”. È solo una coincidenza se non entrano africani, arabi, haitiani, marocchini, iraniani.
Una sfortunata casualità geografica.
Che stranamente non vale per i tifosi scozzesi, fra i pochi ammessi.
Ma con riserve: niente alcol in pubblico a Boston.
La soluzione?
Affittare una barca e iniziare a bere alle dieci del mattino.
La strategia anti-USA è arrivare già ubriachi via mare.
Chissà come mai poi gli stadi sono vuoti. È un mistero insondabile.
La FIFA dice che i tifosi “preferiscono stare nei corridoi”.
Pagano 300 dollari a biglietto per guardare la partita dagli schermi Qled.
Crederci sempre, arrendersi mai.
Nel frattempo rubano tutta l’attrezzatura alla nazionale inglese.
Scarpe, palloni, divise.
Tutto.
La squadra collabora con la polizia.
Che negli Stati Uniti vuol dire forse ritrovare un calzino, ma solo se era bianco.
La cosa grottesca è che i responsabili non stanno neppure provando a fingere imbarazzo.
La FIFA incassa.
Gli USA ignorano.
Il calcio affonda.
Benvenuti nella Terra della Libertà
(si applicano termini e condizioni).
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.
Cover: Donald Trump e il Mondiale 2026 – foto Valigia Blu con licenza Wikimedia Commons
I "nemici" della patrimoniale per pochi, che l'hanno appena fatta per tanti

I “nemici” della patrimoniale per pochi, che l’hanno appena fatta per tanti

I “nemici” della patrimoniale per pochi, che l’hanno appena fatta per tanti

Nei giorni scorsi è tornata d’attualità una delle questioni mai sopite della politica italiana: è giusto tassare i grandi patrimoni a beneficio delle finanze pubbliche? E’ giusto chiedere un piccolo sacrificio ai multimilionari a beneficio di tutti gli altri, in un paese in cui il 5% della popolazione detiene quasi metà della ricchezza complessiva?

La richiesta viene periodicamente portata avanti dai rappresentanti di AVS, maneggiata con molta cautela dal PD e prontamente strumentalizzata dalla coalizione di centrodestra, che spaventa i suoi elettori dicendo loro che qualcuno vuole mettere le mani nelle loro tasche. Insomma, fin qui niente di nuovo.

Se non fosse che, mentre promette che non varerà mai e poi mai un’imposta patrimoniale, il Governo ne ha appena varata una sottobanco, facendo in modo che i destinatari non se ne accorgessero. E ad essere colpiti non sono i grandi patrimoni ma i risparmi accumulati nel corso degli anni dalle persone che lavorano.

Il Decreto PNRR 2026 prevede, al comma 2 dell’art. 29, un cambiamento apparentemente poco significativo per quanto riguarda la tassazione dei fondi pensione. Se fino ad ora i fondi erano soggetti ad un’imposta massima dello 0,5 per mille sulle quote versate annualmente, adesso l’aliquota massima scende allo 0,1 per mille, ma si applica all’intero montante accumulato. Per il 2026 l’aliquota applicata sarà “limitata” allo 0,06 per mille.

Detto così non si riesce a cogliere la portata del provvedimento. Pensiamo ad un lavoratore dipendente che appena assunto avesse cominciato a versare su un fondo pensione. Supponiamo che tra quota del datore di lavoro, conferimenti volontari e TFR arrivi a versare 6.000€ annui. Dopo 30 anni di lavoro, il nostro ipotetico lavoratore previdente avrà accumulato circa 200.000€ considerando anche i rendimenti.

Con la vecchia norma gli sarebbe stato trattenuto ogni anno il 5 per mille di 6.000€, quindi un’imposta di 3 €.

Con la nuova norma pagherà – per ora – lo 0,06 per mille su 200.000€, quindi 12€: un aumento del 300%, che può essere ancor più alto per chi ha un’anzianità contributiva maggiore e che, per com’è scritta la norma, sembra destinato ad appesantirsi nei prossimi anni. Importi contenuti se rapportati ad un singolo anno, ma che diventano significativi in rapporto all’intera vita lavorativa.

Sono diversi i motivi che rendono questo provvedimento particolarmente odioso. Da anni la politica incentiva chi lavora a crearsi una pensione integrativa, soprattutto in virtù delle capacità sempre minori della previdenza pubblica di garantire un tenore di vita dignitoso a chi cessa di lavorare. La lavoratrice o il lavoratore che hanno saputo accantonare una somma importante dovrebbero essere considerati particolarmente virtuosi e premiati in qualche modo: invece lo Stato decide di stangarli, di fatto tradendo la fiducia che gli era stata concessa da chi aveva raccolto l’invito a conferire parte dello stipendio sulla previdenza complementare.

Parliamo di tradimento della fiducia anche in relazione alla modalità con cui questi soldi vengono presi: in modo apparentemente anonimo visto che la tassazione è a carico del Fondo (che ovviamente si rivale sul risparmiatore), quasi sottobanco considerando che la maggior parte delle vittime di questo aumento finiranno col non accorgersene nemmeno, trattandosi di somme di cui non hanno disponibilità immediata ma che toccheranno con mano tra diversi anni.

Un aumento nascosto delle tasse simile a quanto avviene col meccanismo del fiscal drag: il mancato adeguamento degli scaglioni Irpef all’inflazione fa sì che la tassazione effettiva aumenti, pur restando apparentemente invariata. Il Governo questo lo sa benissimo, tanto da permettersi di abbassare di due punti l’aliquota che colpisce il ceto medio (dal 35% al 33%), millantando una riduzione delle tasse mentre in realtà stanno aumentando (leggi Le tasse aumentano anche se ci raccontano il contrario).

Ma soprattutto, l’aspetto peggiore è l’atteggiamento di un governo che promette di non imporre mai una tassa patrimoniale mentre sa di averne appena introdotta una, di certo non destinata a colpire i più ricchi. Un governo che si permette, per bocca del vice premier Antonio Tajani, di promettere che “questo governo non aumenterà la pressione fiscale” nonostante l’abbia portata al livello più alto degli ultimi 11 anni.

Il paradosso è che questo comportamento da imbonitori sembra pagare, visto che i sondaggi non mostrano un significativo calo di consensi del governo. Evidentemente conta ciò che si dice, e non ciò che si fa.

E allora, ci troviamo costretti a rivalutare Wanna Marchi: se questo è il modo in cui la politica e la ricerca del consenso vengono portati avanti, possiamo dire che lei aveva capito tutto oltre 40 anni fa. In quest’Italia farlocca potrebbe essere un’ottima Presidente del Consiglio.

 

Cover image license MicroStockHub 

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Non aver paura di cambiare le proprie convinzioni

Non aver paura di cambiare le proprie convinzioni

Le voci da dentro /
Non aver paura di cambiare le proprie convinzioni

di C. Ferrara e A. Pinca, studentesse dell’Istituto Bachelet di Ferrara

Il giorno 14 Maggio scorso la classe quinta, sezione E, dell’Istituto Tecnico Economico “Vittorio Bachelet” di Ferrara ha svolto una visita guidata presso la Casa Circondariale di Ferrara.
È molto importante che gli studenti e le studentesse della scuola secondaria di secondo grado si rapportino con il carcere perché ciò può servir loro non solo come informazione e prevenzione ma anche e soprattutto come riflessione sulla differenza fra la persona detenuta ed il suo reato, come stimolo per riflettere sull’utilità delle carceri e su quanto si può progettare per recuperare socialmente le persone ristrette.
Le autrici di questo articolo che racconta le impressioni e le emozioni della visita sono:
C. Ferrara e A. Pinca, due studentesse che fanno parte di quella classe.
(Mauro Presini)

Un murales realizzato da alcune studentesse dell’IIS Einaudi assieme alla loro docente di Storia dell’Arte nel carcere di Ferrara

Abbiamo deciso di scrivere quest’articolo per cercare di condividere le emozioni e i pensieri che abbiamo provato durante la visita, ma anche per esprimere ciò che questa ci ha lasciato.

Per entrare nella casa circondariale siamo passati per porte e mura imponenti e, una volta all’interno del plesso, abbiamo percorso corridoi e scalinate grigi e freddi, completamente circondati da cancelli di ferro e da guardie carcerarie che sorvegliavano perennemente i comportamenti dei reclusi. Immediatamente ci hanno sopraffatto ansia, angoscia e frustrazione, ci passavano per la mente diverse domande su come sia realmente vivere la normalità all’interno di un ambiente privo di libertà e dei propri affetti, ma anche su come si riesca a vivere psicologicamente in queste circostanze.

Quando si pensa alla vita all’interno di un carcere, lampante è l’immagine di persone dure, fredde, insensibili, indifferenti e crudeli, generalizzando i detenuti in persone fanatiche, dogmatiche, inamovibili ed intransigenti.

Una volta incontrati i detenuti, però, le nostre sensazioni iniziali sono pian piano mutate e i pregiudizi a loro legati si sono lentamente dissolti, soprattutto grazie alla loro disponibilità al confronto e al dialogo e alla loro evidente gratitudine e contentezza nel condividere quel momento con noi.

Durante l’incontro sono emerse diverse tematiche, quali l’influenza della tecnologia e il suo corretto utilizzo, la forza e la determinazione del non lasciarsi annullare dalla reclusione cercando sempre una motivazione e uno stimolo per migliorarsi quotidianamente, le sensazioni e i pensieri che li hanno pervasi al momento della carcerazione, i pregiudizi imposti dai media e dalla società e l’importanza di non abbandonarsi alla rassegnazione della loro condizione; inoltre alcuni di loro hanno raccontato quanto attività culturali, studio e scrittura rappresentino strumenti importanti per mantenere un legame con l’esterno e con se stessi.

Ciò che ci ha colpito particolarmente è stato il desiderio, per i reclusi, di essere considerati persone andando oltre il reato commesso, tanto da ringraziarci per aver compreso questa loro volontà. Al termine dell’incontro, alcuni detenuti, hanno cantato e suonato ed è stato per noi il momento più forte, in cui hanno esternato la loro sensibilità che ci ha emozionato e commosso.

Il confronto diretto ci ha anche mostrato una realtà più complessa, fatta di fragilità, responsabilità e tentativi di ricostruzione personale.

Quest’esperienza ha smantellato molti dei nostri convincimenti legati all’universalizzazione delle personalità all’interno delle carceri, senza però eccedere nelle convinzioni opposte. È importante, quindi, distinguere ogni percorso poiché la forza che spinge ad arrivare ad una versione migliore di se stessi implica un lavoro introspettivo che non tutti sono disposti a compiere.

In conclusione, possiamo dire che quest’esperienza ci ha lasciato la consapevolezza che il dialogo e la propensione ad ascoltare gli altri senza pregiudizio, portino a riflettere più profondamente e a non aver paura di cambiare le proprie convinzioni.

Un murales realizzato da alcune studentesse dell’IIS Einaudi assieme alla loro docente di Storia dell’Arte nel carcere di Ferrara

In copertina: Voglia di libertà – quadro realizzato nel carcere di Ferrara.

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Vi chiamo, vi stringo la mano… Intervista a Kiwan Kiwan sul Libano assediato

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Intervista a Kiwan Kiwan sul Libano assediato

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Intervista a Kiwan Kiwan sul Libano assediato

Leggi la I parte pubblicata ieri su Periscopio  (Qui)

Chi non conosce a Ferrara Kiwan Kiwan? Ci siamo visti qualche giorno fa al presidio per il Libano. ci incrociamo spesso per qualche iniziativa sociale e politica, ma non ti ho mai chiesto la tua storia. Raccontami di te e del Libano, il tuo paese.  

Cedrus libani (Wikimedia Commons)

Sono arrivato in Italia nel 1977, il 15 di agosto, a Perugia. Erano due anni che era scoppiata la guerra in Libano. Vivevo in una zona cristiana maronita, non condividevo la linea delle forze politiche esistenti, tutte di destra, ero considerato un avversario da zittire.

Avevo conseguito la maturità scientifica, mio fratello era già in Italia a Perugia e i miei avevano deciso che dovessi raggiungerlo e continuare gli studi in Italia, “così mi toglievano di mezzo” da eventuali problemi. Sono stato assieme a mio fratello per un anno poi ci siamo separati, lui è andato a Roma, io a Firenze per un piccolo periodo per poi arrivare a Ferrara.

In Italia c’era il numero chiuso per le iscrizioni alle facoltà universitarie, ma, in seguito ad una mobilitazione di tutti gli arabi contro questo sbarramento, il governo ha riaperto le iscrizioni. Mi ero iscritto a Farmacia e dopo purtroppo ho dovuto interrompere gli studi per motivi economici e non solo. Nel frattempo mi ero trasferito come università a Bologna, nel 1981, e avevo trovato disponibilità di alloggio a Ferrara presso altri due paesani.

Per mantenermi ho fatto il cameriere e facevo l’ interprete per alcuni commercianti libanesi e arabi. All’epoca non era permesso agli studenti stranieri di lavorare. Ho avuto dei problemi nel rinnovo del permesso di soggiorno come tanti altri, ma si sono sempre risolti. Poco dopo, ho conosciuto, nel 1982, mia moglie con la quale sono sposato dal 1985, abbiamo una figlia. Quando è nata mia figlia, dato che mia moglie lavorava e studiava, ho scelto di seguire la sua crescita da vicino: dal momento del parto al quale avevo assistito, esperienza rara e unica per me, in avanti.

Nei miei primi anni in Italia ero impegnato politicamente a sostegno del popolo palestinese e con il Movimento nazionale Libanese di matrice progressista e comunista.

Vivendo a Ferrara, per me era ovvio coltivare gli interessi politici della città e dell’Italia.

Nel 1985 ho scelto di fare il volontariato presso la CGIL di Ferrara, continuavo la sera a fare il cameriere. Il volontariato in CGIL è durato fino al 1990 presso il Centro informazioni disoccupati (CID) dove passava di tutto, disoccupati, immigrati, donne in stato sociale problematico.Alla fine degli anni ’80 avevo fatto parte della Consulta Provinciale per l’immigrazione, e nel 1992 assieme al Comune di Ferrara avevamo istituito il primo centro di accoglienza in regione, in Via Benvenuto Tisi da Garfalo, dove avevamo assunto la gestione del centro come Coop Le Muse. la cooperativa è nata con il supporto della CGIL, assieme ad un gruppo di compagne e compagni italiani e  che ci ha permesso di partecipare al bando provinciale CREA LA TUA IMPRESA, rivolta a finalità sociali e all’inserimento di soggetti in cerca di una occupazione, purtroppo questo progetto non è andato in porto per la mancata volontà del Comune di Ferrara.

Finita questa fase ho aderito all’ARCI di Ferrara e per anni sono stato nembro degli organismi dell’ARCI, grazie al rapporto con l’amico GianPaolo Crepaldi, si è costituita l’Associazione dei libanesi e abbiamo aperto il primo Circolo Arci multietnico e multiculturale,SAMARKANDA, in via Putinati. Questa esperienza è durata circa tre anni. Successivamente sono stato tra i fondatori dell’ASSOCIAZIONE CITTADINI DEL MONDO nel 1993.

Dal 1994 fino al 2011 ho aderito a Rifondazione Comunista. Durante questo periodo sono stato eletto due volte consigliere della Circoscrizione Giardino Area Nuova Doro, ho assunto le cariche di Segretario del Circolo Rosa Luxembourg, di Tesoriere Provinciale e per più di sei anni sono stato Segretario Provinciale e membro del Comitato Politico Nazionale. Posso dire che ho partecipato alla vita politica ferrarese spesso come oppositore alle giunte dell’epoca salvo nelle due giunte del Sindaco Gaetano Sateriale. In questo caso sono stato eletto dalla Conferenza degli Enti (organismo provinciale che raggruppava tutti i sindaci della Provincia) consigliere nel Consiglio di Amministrazione di ACER (Azienda Casa Emilia Romagna), dopo, su richiesta del Partito ho lasciato l’incarico, nel 2006, per entrare in Consiglio Comunale fino al 2009. Il primo impegno in assoluto è stato la lotta alle privatizzazione delle farmacie Comunali e all’esternalizzazione. Dopo aver lasciato Rifondazione Comunista, sono rimasto attivo in politica, mi sono iscritto al PDCI per un breve periodo e dal 2018 partecipo alla vita politica di Ferrara con il gruppo LA SINISTRA PER FERRARA. Nell’ultima campagna amministrativa ci siamo presentati come Sinistra Unita per Anselmo assieme a Rifondazione e abbiamo ottenuto 1,4%.

La politica però non mi permetteva di mantenermi, così prima ho aperto una pizzeria da asporto in città e dopo un ristorante Italo Libanese in Porta Mare.

E il tuo rapporto da straniero con la città di Ferrara e i ferraresi?

Francamente, malgrado tutti i problemi affrontati, non mi ero mai sentito uno straniero in Italia e a Ferrara, finché non è arrivata la destra al governo della città. Una destra che sento vuota di ideali e senza contenuti, e che ha trasformato la città in un ristorante e in una discoteca a cielo aperto. Ha discriminato gli stranieri in più occasioni, per citarne un paio, ha negato il sostegno economico nazionale agli stranieri durante il COVID, ha cambiato il regolamento per gli alloggi popolari per ostacolare l’ingresso degli immigrati eccetera. È una destra compiacente a chi solo l’ha votata.

Politicamente, in Libano, simpatizzavo per il Partito Comunista Libanese ed ero un sostenitore del MNL (Movimento Nazionale Libanese) e sostenitore della causa palestinese. Non avevo nessun rapporto con le forze politiche italiane, qualche volta ci rivolgevamo al PCI, ma avevamo visioni divergenti sulle due questioni (libanese e palestinese). Il mio impegno era soprattutto rivolto alla politica internazionale, xome il movimento in Grecia contro il regime dei colonnelli. A Ferrara ho trovato i compagni del Partito Comunista Greco, i compagni iraniani del partito TUDE, gli esuli cileni contro Pinochet e i compagni palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, una formazione Marxista leninista.

Nel 1982 Israele aveva invaso il Libano e aveva preteso l’uscita dell’OLP dal Libano. La Sinistra libanese aveva perso un alleato, e nello stesso tempo è nato Hezbollah, il Partito di Dio.

Libano: una storia travagliata. La ricostruzione di Kiwan mostra, oltre alla complessità della questione mediorientale, come tutto quello che sta accadendo oggi sia il risultato di azioni e di decisioni coltivate fin da tempi lontani. Uno stato di cose che appare intricato e dominato da un caos deliberato.

Gli accordi del Cairo, nel 1969,durante il vertice della Lega araba  legalizzarono la presenza armata palestinese nel sud del Libano e permisero all’OLP di gestire i campi profughi in autonomia. Lo scopo era di condurre la Resistenza contro Israele.

Con il tempo questo accordo permise ai palestinesi di operare senza alcun controllo da parte dello Stato libanese e di diventare una forza politica e militare. Nel frattempo è cominciata la rabbia dei cristiani che hanno cominciato ad organizzarsi in una opposizione politica contro i palestinesi.

Negli anni ’80 il Libano era in piena guerra civile, scoppiata nel 1975 a causa della “strage del bus palestinese”, avvenuta a Beirut il 13 aprile 1975, passato alla storia come l’episodio scatenante della prima guerra civile libanese durata fino al 1990. Un commando di miliziani cristiano-falangisti attaccò un autobus di civili e combattenti palestinesi, uccidendo 27 persone.

La maggioranza dei cristiani maroniti appartenente a partiti di destra, i falangisti (fascisti) , guidati dalla famiglia Gemayel, il partito dei nazionalisti liberi, seguaci dell’ex presidente Camille Chamoun e al marada (i giganti ), seguaci dell’ex presidente Fangieh, avevano creato un fronte anti palestinese e anti progressista, il Fronte nazionale, mentre il campo opposto, riconosciuto come il Movimento nazionale libanese (mnl) era guidato dal leader Kamal Jumblat, capo del Partito socialista, a maggioranza drusa e assieme al Partito comunista libanese, l’unico partito multi confessionale (musulmani, cristiani, sciiti e drusi ), poi c’era il Movimento Amal, formazione sciita guidata dallo scomparso Imam Mussa al Sader, assieme ad altri partiti panarabi e comunisti. Verso 1977 il MNL controllava quasi il 70% del territorio libanese e ha determinato l’uccisione del Leader Jumblata da parte del regime di Assad chiamato dall’allora Presidente (maronita) Frangihe a sostegno delle destre.

L’11 marzo 1978 un commando di guerriglieri palestinesi (OLP) sbarcò sulle coste israeliane, causando la morte di 38 civili e il ferimento di oltre 70 persone.

Il 14 marzo 1978 in risposta all’attentato, l’esercito israeliano (IDF) invase il Libano meridionale occupando l’area fino al fiume Litani. L’obiettivo dichiarato era distruggere le basi dell’OLP: “Operazione Litani”.

Il 19 marzo 1978 fu istituita l’UNIFIL richiesta dal governo libanese, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per garantire il ritiro delle truppe israeliane e ripristinare l’autorità del governo libanese al confine

6 giugno 1982 “Operazione pace in Galilea”. Israele invade il sud del Libano come risposta al tentativo di assassinio messo in atto da parte del Fatah contro l’ambasciatore nel Regno Unito Shlomo Argov e in risposta ad attacchi d’artiglieria dell’OLP contro aree popolate nel nord della Galilea. L’esito di questa invasione è stato il raggiungimento di Beirut, la cacciata dell’OLP dal Libano, circa 10,000 combattenti oltre alla dirigenza palestinese riversati verso Tunisi e altri paesi, il rafforzamento dell’influenza siriana in Libano e il ritiro israeliano nella” cintura di sicurezza”.

Durante l’assedio di Beirut le forze israeliane hanno agevolato il massacro contro i palestinesi ad opera dei miliziani Falangisti a Sabra e Shatila. Tra il 1982 e 1985 a seguito delle frammentazioni della guerra civile nasce il partito di Dio (Hezbollah), movimento sciita, creato dall’Iran e sostenuto dalla Siria e che ha iniziato la sua guerriglia contro Israele.

Inizialmente la resistenza libanese contro Israele era ad opera delle forze comuniste e socialiste che poi sono state in un modo o nell’altro estromesse dalla scena ad opera del Partito di Dio, che, come anticipato, si rifà alla Repubblica islamica iraniana.

A causa dei continui attacchi da parte di Hezbollah, Israele si è trovata costretta a ritirarsi dalla “cintura di sicurezza ” il 24 maggio 2000. 

Guerra del 2006 

Israele invade di nuovo il sud a causa del rapimento di due soldati israeliani e l’uccisione di altri tre da parte del Partito di Dio. Israele ha distrutto tante infrastrutture libanesi. Tantissime vittime da tutte e due le parti. Questa guerra si era conclusa con la risoluzione 1701 dell’ONU.

Spesso ci sono state delle scaramucce sul confine tra Israele e Hezballah, anche nel 2018 Israele aveva tentato di distruggere dei tunnel di Hezbollah.

7 ottobre 2023. Arriviamo ad oggi.

Il 7 ottobre 2023 Hamas mette in atto un attacco contro la popolazione israeliana e la reazione israeliana è stata l’attuazione di un genocidio contro la popolazione di Gaza.

A sostegno dei palestinesi intervenne Hezbollah aprendo il fronte a nord di Israele, che a sua volta come risposta  aveva evacuato vari villaggi causando lo sfollamento di centinaia di migliaia di libanesi, l’attacco dei pager, l’uccisione del leader di Hezbollah Nasrallah e del suo successore e l’occupazione di 5 colline al sud del Libano.

Per circa 15 mesi Israele ha continuato con la sua guerra contro Hezbollah malgrado un accordo di tregua siglato e concordato tra Israele e il Libano direttamente il 27 di novembre 2024. Hezbollah non reagiva, finché, scoppiata la guerra israelo americana contro l’Iran il 28 di febbraio 2026 con l’uccisione di Khamenei, la Guida Suprema dei Sciiti, il 2 marzo 2026 Hezbollah decide di intervenire a sostegno dell’Iran. Come al solito Israele dichiara guerra a Hezbollah e di conseguenza al sud, nella Beqaa e Dahie a sud di Beirut ha occupato ad oggi circa 70 villaggi, causato la morte di circa 3000 persone, il ferimento di 9000 e 1.200,000 sfollati dentro il Libano.

Nell’ultima settimana, il 14 di maggio 2026 sono proseguite a Washington delle trattative per il cessate il fuoco per 45 giorni tra le due delegazioni Israeliana e libanese con la presenza degli americani. Purtroppo Israele non rispetta la tregua, rivendicando il diritto di combattere Hezbollah e Hezbollah, da parte sua non condivide la decisione dello Stato libanese di trattare direttamente con Israele.

Esiste una sinistra politica in libano?

Io avevo lasciato il Libano all’età di 21 anni circa, e come cristiano maronita ero contrario allo Stato confessionale, dove è stabilito che: il Presidente della Repubblica deve essere cristiano maronita, il Primo ministro un musulmano sunnita, il Presidente del Parlamento un musulmano sciita e il Capo dell’esercito cristiano maronita.

Di conseguenza ero simpatizzante della sinistra libanese e di quella palestinese.

Nel 1989, l’Arabia Saudita convocò a Taief tutti i leaders della guerra civile libanese, durante tale incontro avevano raggiunto un accordo per cessare la guerra e l’impegno di introdurre nuove riforme.

Nel 1992 arrivò Rafiq Hariri alla presidenza del governo. Hariri era un grosso imprenditore filo Saudita, godeva di consensi interni oltre che di sostegni politici ed economici esterni, aveva fatto politiche di carattere capitalista costruendo delle aziende private, utilizzando anche risorse e patrimonio pubblico (un po’ alla Berlusconi). La sua formazione politica era Almostaqbal (Il Futuro). È stato Primo ministro per vari governi, fino a quando è entrato in rotta di collisione con il potere siriano degli ASSAD, presenti in libano dal 1976 al 2005, anno in cui è stato assassinato con una carica esplosiva che ha causato oltre 21 vittime, con la complicità dei siriani. Dopo l’assassinio di Hariri il 14 febbraio 2005, c’è stata una sollevazione popolare che cacciò i siriani dal Libano che però hanno mantenuto una loro influenza attraverso delle forze interne. I siriani avevano “governato” il Libano come fosse una regione siriana, posso dire che occupavano il Libano.

Dopo l’uccisione di Hariri si sono susseguiti ulteriori assassinii politici di eccellenza. Era il metodo dei siriani contro il dissenso.

Gli Assad tramite Hezbollah, il partito armato filo iraniano, hanno condizionato l’intera vita politica in Libano non solo nell’eleggere il Presidente della Repubblica e nell’indicare il Primo ministro.

Hezbollah con la dichiarata linea politica per la liberazione della Palestina aveva anche estromesso tutte le forze che rivendicavano la stessa posizione, soprattutto il Partito Comunista Libanese.

Purtroppo in Libano non si puo parlare di una vera sinistra, bensì di una destra cristiana e una destra musulmana che si differenziano tra di loro per la loro lealtà e fedeltà a stati esterni. Gli Sciiti verso l’Iran e, prima,anche l’ex Siria degli Assad, i Sunniti all’Arabia Saudita, mentre i cristiani “dipende”: alcuni guardano all’Arabia Saudita, altri all’America e alla Francia per motivi storici, mentre i Drusi cambiano campo di volta in volta. Insomma, diciamo, si cedono tutti al miglior offerente

Il Libano si caratterizza per la convivenza e coesistenza di diversità tra i libanesi. Ci sono i matrimoni misti tra appartenenti a religioni diverse. Il matrimonio civile all’estero è riconosciuto in Libano. .

 Il tuo punto di vista per quello che riguarda la situazione interna libanese

A mio avviso, in Libano occorre:

  1. separare la religione dallo Stato per avere uno stato laicoC
  2. introdurre la proporzionale nelle elezioni
  3. creare un decentramento.
  4. ultimare alcuni processi giuridici senza interferenza della politica come nel caso dell’esplosione del Porto di Beirut, avvenuta nel 2020. Una esplosione di 2750 t di nitrati d’ammonio, che ha causato 220 vittime e più di 7000 feriti. I nitrati erano immagazzinati al porto e, ad oggi, non si conosce ancora la dinamica dell’esplosione e chi l’ha causata.
  5. Cercare la verità sugli assassinii eccellenti durante l’occupazione siriana
  6.  In tutte le trattative i corso tra tutte le parti non si riesce il destino di Hezbollah. 

Il Libano è un paese arabo, si trova tra i paesi arabi, ha delle caratteristiche che non si trovano in altri paesi limitrofi, è sempre stato il punto d’incontro tra occidente e oriente. È uno dei pochi paesi nel Medioriente che non hanno ancora normalizzato i rapporti con Israele. Si è sempre trovato in mezzo a delle guerre non sue. Prima tra palestinesi e israeliani, poi tra arabi e israeliani e oggi tra iraniani e israeliani.

Ad ogni guerra avvengono delle trattative che portano alla normalizzazione con Israele, Giordania, Egitto, Siria e persino L’OLP. Diversamente altri paesi del Golfo hanno stipulato gli accordi di Abramo.

Dal mio punto di vista non si capisce perché il Libano debba subire le guerre altrui, rinunciare ai suoi territori e trovarsi con migliaia di morti e feriti quando gli attori principali sono l’Iran e l’America, e le loro sempre mutevoli fasi di trattative.

Hezbollah vuole che passi tutto tramite l’Iran che però fino ad ora non è riuscito a far cessare il fuoco in Libano, mentre lo Stato libanese, giustamente, pretende che sia lui stesso a condurre le trattative.

Di una cosa sono quasi certo, il disarmo di Hezbollah non può che dipendere dalle trattative tra l’Iran e gli americani, impegnando l’Iran a non armare e finanziare il partito di Dio.

E ora: Ferrara e il Libano

Due anni fa, credo, il cedro del libano superstite del Parco Massari ha ricevuto un nome: “futura”, un bell’auspicio. A questo proposito Kiwan, mi ricorda che nel 2011 a seguito della caduta di uno dei cedri si era fatto promotore di una petizione rivolta al Sindaco Tagliani che aveva provveduto a far piantare un altro esemplare.

Mi chiedo allora come sia possibile che la nostra città che si è tanto prodigata per questo albero, sia recalcitrante ad assumere la stessa premura, rispetto e solerzia, per uomini, donne, bambini, quelli di Gaza, Cisgiordania, Sud del Libano.

I cedri secolari da tre che erano sono diventati uno, gli altri abbattuti. Impossibile salvarli dal loro destino, hanno consatato gli esperti. L’unico sopravvissuto, ancora in pericolo di vita, continua ad essere monitorato e aiutato ma lo stesso non si fa per gli esseri umani del Libano: migliaia di persone uccise, affamate, deportate e si sta a guardare come inevitabile, il massacro.

Certo Gaza, la Cisgiordania e il Sud del Libano sono lontani, fuori dalle nostre mura, non sono un nostro patrimonio, non contribuiscono alla bellezza di Ferrara. I nostri concittadini di origine libanese poi sono un numero così esiguo e non creano problemi.

E allora che la loro gente sia sacrificata e abbattuta, dimenticata.

Dall’inizio del coinvolgimento nella guerra del Libano da parte di Israele, complice gli USA, i numeri delle conseguenze dei bombardamenti letti nel presidio del 10 aprile sono aumentati enormemente.

Le ultime notizie ci dicono che è stato preso il castello di Beaufort tagliando in questo modo il Libano in due per spezzare le linee di Hezbollah, Israele dichiara di voler allargare le operazioni e mentre si annuncia un nuovo cessate il fuoco, nonostante la tregua fosse stata stabilita in Aprile, Netanyahu vuole i raid su Beirut ( La Repubblica, 1 giugno 2026).

L’Unicef accusa i raid dell’IDF: solo nell’ultima settimana sono stati uccisi o feriti 77 minori.

Tiro, Nabathieh e diverse altre città sono state pesantemente bombardate. Non si fermano esplosioni e si sente continuamente il rombo degli aerei.

Con 570 tonnellate di esplosivo le forze israeliane hanno fatto saltare in aria le zone residenziali del villaggio di Qantara e questo sempre durante il cessate il fuoco in vigore.

L’IDF ha ordinato di sparare a vista su chiunque “anche non armato” nel Sud del Libano (Jerusalem Post).

Continuano scene già viste a Gaza, come l’ uccisione dei giornalisti. Amal Khalil, giornalista libanese ferita in seguito all’attacco della sua auto si è rifugiata in una casa e l’IDF ha bombardato quella casa e impedito ai soccorsi di raggiungere la zona. La televisione israeliana parla apertamente di pulizia etnica, sono attribuite a Shai Galili, tesoriere del Likud queste parole “Dobbiamo fare esattamente quello che avremmo dovuto fare anche a Gaza- imporre un assedio a tutti i villaggi, spostare il confine sul Litani ed espellere le posizioni lì”.

Proviamo a non perdere quel po’ di umanità che ci resta;

APELLO PER RACCOLTA FONDI:”IL POCO FA TANTO”

Kiwan: “Ogni giorno ci giungono dal Libano notizie di persone che lasciano la propria casa e i propri averi a causa dei bombardamenti israeliani. Ad oggi Israele ha fatto evacuare quasi 70 villaggi (paesi) al sud del Libano.

Oltre alle brutte notizie militari, ci segnalano pure il bisogno di avere un sostegno economico per poter fare fronte alle esigenze quotidiane.

Siamo in contatto con strutture impegnate nell’aiutare le famiglie sfollate.

Purtroppo ci tocca per l’ennesima volta rivolgerci alla vostra sensibilità e solidarietà chiedendovi un piccolo contributo come sostegno alla popolazione in Libano.

Nel passato abbiamo avuto un riscontro positivo. Grazie a chi aveva contribuito nel passato e a chi sta contribuendo in questo periodo.

CHI DECIDE PUÒ UTILIZZARE IL SEGUENTE IBAN

IT10Z3608105138266810066845

Beneficiario : Kiwan Kiwan

Causale : Libano

è garantito l’anonimato.

È NECESSARIO FERMARE ISRAELE

 

In copertina: una foto recente di Kiwan Kiwan

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IL LEGAME IN SCENA

IL LEGAME IN SCENA:
Cronaca interiore di uno spettacolo

IL LEGAME IN SCENA
Cronaca interiore di uno spettacolo

Centosessanta cuori, un solo battito

Il giorno dopo restano gli applausi.

Restano le fotografie.

Restano i video che iniziano a circolare sui telefoni e sui social.

Restano i complimenti ricevuti all’uscita del teatro.

Ma non è questo che continua a tornare alla mente.

Ciò che resta è altro.

Qualcosa che il pubblico non ha visto.

Perché ogni spettacolo ne contiene sempre due.

Uno davanti al sipario.

Uno dietro.

Il 4 giugno, nella suggestiva cornice del Teatro Comunale di Ferrara, è andato in scena Shakespeare in New York – Urban Story 9, spettacolo della scuola Dance Nation che ha coinvolto circa 160 allievi, dai più piccoli ai professionisti.

Shakespeare in New York – Urban Story 9, Foto di Luca Gomiero

Una rilettura contemporanea di Romeo e Giulietta attraverso il linguaggio dell’hip hop e della cultura urbana.

Una storia che interroga ciò che accade quando il confine tra un “noi” e un “loro” diventa più importante dell’incontro. Quando l’appartenenza si trasforma in contrapposizione. Quando la relazione lascia il posto al confine.

Il significato più profondo dello spettacolo non era soltanto nella storia raccontata sul palco.

Era già presente nel modo in cui quello spettacolo aveva preso forma.

Pochi minuti prima dell’inizio ci siamo ritrovati tutti insieme sul palco.

Centosessanta persone.

Mesi di prove.

Ore di lavoro.

Correzioni.

Errori.

Cadute.

Momenti di entusiasmo e altri in cui sembrava impossibile riuscire ad arrivare pronti.

L’insegnante ci ha guardati e ci ha ricordato di essere orgogliosi di ciò che avevamo costruito.

Ha detto che non avrebbe cambiato nessuno di noi.

Poi ha lanciato una sfida.

Tre possibilità.

Fare uno spettacolo decente.

Fare uno spettacolo buono.

Oppure fare uno spettacolo memorabile.

E in quel momento è accaduto qualcosa.

Perché l’emozione che precede l’apertura del sipario assomiglia molto a quella che precede un esame importante.

Hai studiato per mesi.

Ti sei preparato.

Hai ripetuto.

Eppure, pochi minuti prima, hai la sensazione di non ricordare più nulla.

Ti chiedi se sarai all’altezza.

Se riuscirai a fare tutto.

Se il corpo risponderà.

Se la mente reggerà.

È una sensazione paradossale.

Come se tutto il lavoro fatto fino a quel momento fosse improvvisamente sparito.

Come se mesi di preparazione non fossero mai esistiti.

Poi si aprono le luci.

Parte la musica.

E accade il contrario.

Il corpo ricorda.

Ricorda tutto.

Ricorda ciò che la mente aveva momentaneamente smarrito.

La paura arretra.

L’adrenalina prende spazio.

E lascia il posto a una sola idea.

Entrare.

Esserci.

Dare tutto.

Ballare.

Ma ricordare i passi non basta.

Perché la danza non è una semplice sequenza di movimenti eseguiti correttamente.

Richiede qualcosa di più difficile.

La concentrazione.

Una concentrazione continua che obbliga a restare presenti.

Nel proprio corpo.

Nella musica.

Nello spazio.

Negli altri.

Basta un attimo di distrazione.

Un ingresso anticipato.

Un movimento fuori tempo.

Uno sguardo rivolto altrove.

E ciò che è stato costruito insieme rischia di incrinarsi.

Ma c’è un altro aspetto decisivo.

Perché nemmeno la tecnica, da sola, è sufficiente.

Si possono eseguire perfettamente tutti i passi.

Si può essere impeccabili.

Eppure non trasmettere nulla.

La danza comincia davvero quando il movimento incontra un’emozione.

Quando il volto accompagna il corpo.

Quando l’espressività, la mimica e lo sguardo permettono a chi osserva di percepire qualcosa di ciò che sta accadendo dentro.

Altrimenti resta soltanto una corretta riproduzione tecnica.

Precisa.

Ordinata.

Ma incapace di arrivare.

È anche per questo che alcuni spettacoli vengono ricordati e altri no.

Perché ciò che raggiunge davvero il pubblico non è la perfezione.

È la presenza.

Il teatro conserva qualcosa che nessun video riesce a restituire completamente.

Perché ciò che accade sul palco esiste una volta sola.

Non esiste il tasto replay.

Non esiste la possibilità di fermarsi e ricominciare.

Non esiste una seconda occasione.

Ogni ingresso.

Ogni espressione.

Ogni errore.

Ogni emozione.

Accadono una sola volta.

Ed è proprio questa fragilità a rendere l’esperienza così intensa.

Ma esiste anche un altro elemento.

L’energia del pubblico.

Perché chi danza non porta sul palco soltanto il lavoro accumulato nei mesi di prove.

Porta anche ciò che riceve in quell’istante.

L’attenzione.

Il silenzio.

Gli applausi.

La partecipazione emotiva di chi osserva.

È uno scambio continuo.

E quando il teatro è pieno e presente, quell’energia diventa parte dello spettacolo tanto quanto la musica, i costumi o la coreografia.

È la differenza che esiste tra le prove generali e lo spettacolo.

Alle prove si eseguono dei movimenti.

Davanti a un teatro pieno si attraversa un’esperienza.

La stessa coreografia cambia significato.

Lo stesso gesto acquista intensità.

Lo stesso corpo sembra capace di qualcosa in più.

Ma ciò che colpisce maggiormente non è soltanto ciò che accade sul palco.

È ciò che accade dietro.

I cambi d’abito impossibili in pochi minuti.

Le mani che si cercano per chiudere una cerniera.

Qualcuno che presta un accessorio.

Qualcuno che aiuta a sistemare un trucco.

Qualcuno che corre a cercare dell’acqua.

Qualcuno che si accorge che un compagno è stanco, emozionato o in difficoltà.

Qualcuno che condivide uno snack o una bevanda per aiutare chi, dopo ore di tensione, sforzo fisico e adrenalina, accusa un calo di energie.

Piccoli gesti.

Eppure senza di loro nulla potrebbe funzionare.

Perché il dietro le quinte è il luogo in cui si comprende una verità spesso dimenticata.

Un gruppo non coincide mai con l’armonia.

Non è una fusione perfetta di individui che pensano, sentono e desiderano tutti la stessa cosa.

Ogni gruppo porta con sé differenze.

Affinità.

Distanze.

Incomprensioni.

Piccole alleanze.

Fragilità.

Porta con sé tutto ciò che appartiene ai legami umani.

Eppure qualcosa tiene.

Qualcosa funziona.

È proprio questa la cosa più interessante.

Non l’assenza dei conflitti.

 

In copertina:  Shakespeare in New York – Urban Story 9, Ferrara 4 giugno 2026 – foto di Stefano Bigoni

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