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le storie di costanza alla caccia della volpe verde la serra

LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. LA SERRA

Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. La serra

Varcare la soglia di Villa Cenaroli, al seguito di quel maggiordomo che pareva una figura mitologica, fu come attraversare una membrana invisibile tesa tra la concretezza del mondo moderno e un passato rimasto miracolosamente cristallizzato. Ettore spalancò la massiccia porta di quercia con molta naturalezza, come se ripetesse quel gesto da secoli.

«Prego, signor Moroni, entri», mormorò con voce piatta, intrisa di una cortesia impeccabile e gelida.

Mi ritrovai così a muovere i primi passi nell’atrio, mantenendo lo sguardo basso, quasi ipnotizzato dal pavimento che si stendeva sotto i miei piedi. Le lastre di marmo disegnavano una rigorosa trama arlecchino, al bianco candido si alternava un verde profondo e opaco. Si trattava del marmo serpentino, la cui tonalità boscosa sembrava assorbire la poca luce che filtrava dall’esterno, conferendo all’ambiente un’aura austera.

Sentivo lo struscio delle mie scarpe da ginnastica contro quel pavimento solenne, o così mi sembrava. L’aria all’interno era fresca, intrisa di un odore misto di cera d’api, glicine appassito e qualcos’altro di più pungente, quasi aromatico.

«La Contessa Malù vi attende nella serra», annunciò Ettore, facendomi strada lungo un corridoio interminabile. Ai lati, una schiera di statue di marmo sorvegliava il percorso. I loro volti, scolpiti con una perfezione gelida, sembravano voltarsi impercettibilmente al nostro passaggio, fissandoci con orbite cave, senza occhi.

Mentre avanzavo, il mio sguardo venne catturato dalle pareti. Non c’erano affreschi con le solite scene mitologiche o i paesaggi tipici delle dimore nobiliari; al loro posto, un dipinto monumentale metteva in scena una vegetazione smeraldina così fitta e vibrante da sembrare quasi in movimento. Era un groviglio di felci, muschi e fronde che parevano voler soffocare l’architettura stessa della villa. «Riecco il verde», pensai, sentendo un nodo che mi stringeva la gola.

Proprio mentre mi voltavo verso la parete di sinistra, la mia attenzione fu attratta da un angolo d’ombra dove l’intonaco, corroso dall’umidità, si era leggermente scrostato. In quel punto, tra le crepe del muro e le foglie dipinte, mi parve di scorgere un guizzo, una macchia di un verde elettrico e innaturale che svanì in un istante dietro una colonna affrescata.

Mi fermai di colpo, col cuore che batteva contro le costole. Era solo una suggestione dovuta alla luce fioca o il riflesso di quelle folli storie di famiglia? Cercai di convincermi che fosse la stanchezza, ma il silenzio della villa sembrava deridermi, come se le pareti stesse custodissero un segreto vivo, pronto a balzare fuori dall’ombra.

«Ettore», azzardai, cercando di rompere quella tensione improvvisa, «da quanto tempo lavorate per i conti Cenaroli?»

Il maggiordomo si arrestò di colpo, restando immobile a pochi passi da me, senza accennare a voltarsi. La sua schiena, dritta e impeccabile, sembrava una colonna aggiunta a quella galleria di spettri marmorei. «La mia famiglia è legata a questa terra da prima che la Villa avesse un nome», mormorò, e la sua voce parve vibrare dalle fondamenta stesse dell’edificio dove ci trovavamo. «Qui, il tempo non si misura in anni, ma in stagioni.»

Rimasi in silenzio, colpito da quella affermazione che pareva l’unica chiave di lettura possibile per un luogo simile. Era vero, a Pontalba, così come tra le mura di Villa Cenaroli, il calendario gregoriano sembrava aver perso ogni giurisdizione. Il borgo rurale, stretto nell’abbraccio pesante della vegetazione e lambito dalle acque scure del fiume, viveva di un ritmo solo suo.

In quel paese lombardo i trasporti pubblici erano poco più che un miraggio, il rumore della vita quotidiana era ridotto ad un sussurro e le giornate degli abitanti erano scandite dalla dedizione all’agricoltura. Non si contavano i giorni, ma i cicli della terra, erano passate cinque estati, dieci vendemmie, cento gelate. Archiviare la memoria in quel modo era più consono ed efficace rispetto alla fredda precisione del “10 giugno” di un anno qualunque e piaceva anche a me in quanto atto sovversivo.

Era un tempo vegetale, un tempo che non scorreva in avanti in linea retta, ma che si avvolgeva su sé stesso come l’edera sui tronchi, crescendo, marcendo e rinascendo in un’originalità ipnotica, dove il passato non era mai davvero passato, ma restava lì, a nutrire il presente. Altro che cronista di nera, mi stavo imbattendo in tutt’altra storia, in tutt’altro mondo.

Nel frattempo, eravamo giunti alle soglie della serra. Oltre le ampie vetrate appannate dall’umidità, si schiudeva un microcosmo soffocante e rigoglioso. Una giungla domestica dove felci giganti protendevano le loro fronde come dita scheletriche e orchidee dalle tinte pallide sbocciavano nel silenzio.

Proprio lì, immersa in quella vegetazione fitta, scorsi una figura sottile. Era seduta di spalle su una sedia di vimini, china in avanti. Sembrava intenta a nutrire qualcosa di invisibile, celato tra l’ombra dei grandi vasi di terracotta. Mi avvicinai con passo guardingo, cercando di non disturbare quella quiete senza tempo, finché non le fui molto vicino.

La sua silhouette era esile, quasi fragile nel contrasto con l’imponenza delle piante. I capelli biondi, raccolti, catturavano i rari riflessi di luce che arrivavano dal soffitto a vetri, il sole era ormai definitivamente tramontato. Indossava un maglione blu e pantaloni dal taglio impeccabile, mentre ai piedi calzava mocassini di ottima fattura, lucidi.

Solo quando le fui a pochi passi, l’enigma tra i vasi si sciolse. Un gatto candido, dal pelo folto e immacolato come neve fresca, stava mangiando con aristocratica lentezza dalle sue mani. C’era qualcosa di perfetto in quella scena, il bianco assoluto del felino contro il verde cupo delle piante e il blu del maglione di Malù creavano un quadro di una bellezza composta.

L’armonia dei colori e quella presenza così viva emanavano un’eleganza che mi riportava vagamente a Costanza Del Re. Sebbene l’aspetto fisico delle due ragazze fosse profondamente diverso, l’aura di raffinatezza, i mobili senza tempo, le piante, le pareti dipinte e la presenza del gatto richiamavano contesti visitati di recente, rendendo situazioni apparentemente distanti molto più simili di quanto si potesse immaginare.

Una casa borghese e una nobiliare, due ragazze diverse nel corpo e nello stile — quello di Costanza certamente meno ricercato — eppure unite da un filo sottile. Era come respirare la stessa atmosfera, un’aria che sapeva di buono, di cura e di un fascino spaventosamente atemporale. Era un tempo i cui confini sembravano ridefinirsi in base alla relazione che si stava intrecciando e alla particolarità dei luoghi. Questo elemento accomunava le due esperienze, verificatesi in modo del tutto inaspettato nello stesso giorno, a distanza di poche ore.

In quel breve intervallo, il mondo esterno sembrava essere sbiadito, lasciando spazio a una dimensione sospesa dove la bellezza non era un semplice ornamento, ma il linguaggio comune di due anime diverse. Mi ritrovai a riflettere su come lo spazio possa influenzare lo spirito, annullando le distanze sociali e fisiche per rivelare un’affinità più profonda, radicata nell’essenza stessa dell’essere prima e dell’abitare subito dopo.

«Buonasera», esordii, cercando di dare alla voce un tono il più naturale possibile, nonostante l’ora tarda.

«Buonasera a lei» mi rispose la contessa, osservandomi con un misto di curiosità e sospetto. «Ma che cosa ci fa qui a quest’ora?»

«Sono venuto a vedere il giardino della villa di sera. Me ne ha parlato Costanza Del Re, descrivendolo come un luogo di grande fascino. Non ho saputo resistere all’impulso di venire qui subito invece di aspettare domani dopo pranzo, come avevo inizialmente concordato con lei. Mi dispiace, non volevo disturbare o mettervi in agitazione. È vero, sono un giornalista, ma non è mia abitudine mancare di rispetto ai luoghi o alla privacy altrui. Ho solo ceduto alla curiosità e allo strano magnetismo di questo posto.»

«Al magnetismo di questo posto?» ripeté lei, accennando un sorriso enigmatico. Era evidente che considerasse la risposta scontata, quasi retorica. «Perché, secondo lei è magnetico?»

«Sì», ammisi «è un luogo decisamente singolare. Lo dicono tutti in paese, dalla fornaia Camilla alle cartolaie Ramona e Luisa, fino alla farmacista Lucilla e alle ragazze del Pontalba Hotel. Sembra che questa villa la conoscano tutti.»

A quel punto Malù cambiò espressione. Il velo di cortesia scivolò via, lasciando spazio a un viso serio e a uno sguardo puntato dritto nei miei occhi.

«Senta, lei è un giornalista di cronaca nera e Costanza mi ha riferito che il suo vero scopo è indagare sugli accadimenti legati alla morte di mia madre, la contessa Maria Augusta. Quindi lasciamo perdere i preamboli, cosa vuole sapere di preciso?»

Visto che Malù era andata dritta al nocciolo della questione, decisi di fare altrettanto.

«E va bene. Si dice che il cielo sopra la villa, il giorno della morte di sua madre, sia diventato improvvisamente verde smeraldo. Si dice anche che il giorno della sepoltura una volpe dello stesso colore sia uscita dal loculo aperto. Sono solo suggestioni popolari o è la verità?»

La contessa mi fissò per un istante che parve eterno, poi chiese con voce ferma: «Cosa intende lei per ‘verità’?»

Era una bella domanda, la migliore che qualcuno mi avesse rivolto da quando ero tornato a Pontalba. Rimasi un istante in silenzio, cercando le parole giuste, finché non mi tornò in mente una definizione studiata anni prima sui testi della scuola di giornalismo.

«È l’obbligo inderogabile del giornalista di riportare i fatti nella loro sostanza oggettiva,» risposi quasi a memoria, «dopo un serio e diligente lavoro di ricerca e accertamento. Non si limita alla verità delle singole parole, ma alla fedeltà dell’intero contesto narrato rispetto alla reale dinamica degli eventi.»

Malù scoppiò in una risata cristallina. «Allora non credo proprio che questo posto sia adatto a lei. Farebbe meglio a tornarsene in città!»

«Sarà…» ribattei io, senza lasciarmi scoraggiare. «Anche i cronisti di nera possono ampliare la propria visione di “vero” e “falso”, ma un cielo verde rimane un cielo verde. Non è bianco, né azzurro, né rosa, né tantomeno rosso.»

«Sì, può darsi,» concesse lei con un tono che non ammetteva repliche. Poi, voltandosi verso l’uomo che ci osservava nell’ombra, aggiunse: «Ettore, ci porti del tè. È tardi, lo so, ma per stasera va bene così.» Vidi il naso di Ettore arricciarsi in una smorfia di palese disgusto, ma il suo ruolo gli imponeva l’obbedienza.

Senza pronunciare una sola parola, si voltò e si diresse verso la porta che conduceva fuori dalla serra.

Cover: Foto di JokePraxis da Pixabay

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

A pensarci bene / Aritmetica fiscale

A pensarci bene / Aritmetica fiscale

A pensarci bene /
Aritmetica fiscale

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Giorgia Meloni ha deciso che la matematica è solo un’opinione.
“La pressione fiscale aumenta perché più persone lavorano. Noi le tasse le abbiamo abbassate.”
Se questa frase non ti fa scoppiare a ridere, sei pronto per fare il Ministro dell’Economia nel governo di Gioggia.
Spieghiamo con un esempio comprensibile anche a Tajani.
Prendiamo una bilancia.
Da una parte ci sono tutti i soldi che lo Stato raccoglie (tasse, imposte, contributi).
Dall’altra tutto quello che il Paese produce (il PIL).
La Pressione fiscale é quanto pesa la prima parte rispetto alla seconda.
Non è “quanto incassa lo Stato” o “quanta gente lavora”.
È un rapporto.
Una frazione.
Una divisione.
Un fatto, non un’opinione.
L’acrobata Gioggia dice: “Se lavorano più persone, entrano più tasse.”
Ovviamente.
Poi fa il salto mortale senza rete: “Quindi è normale che aumenti la pressione fiscale.”
È qui che si schianta sul terreno.
Perché se lavorano più persone aumentano le tasse incassate, ma aumenta anche la ricchezza prodotta.
Se entrambe crescono insieme, la pressione resta uguale. O scende.
Non può salire.
Se invece sale, vuol dire che lo Stato prende una fetta sempre più grande di quello che produci.
Fine.
Non è ideologia, è aritmetica.
Secondo la versione fantasy del governo, se ti aumentano lo stipendio ma il fisco si prende una percentuale più alta, tu devi ringraziare perché lavori.
“Non ti ho rubato di più. È che avevi più cose da rubare.”
Poi c’è il gioco aperitivo “Abbiamo tagliato le tasse”.
Abbassa una micro tassa qui, togli un bonus con scadenza là e aumenta il prelievo complessivo.
“Ti ho fatto lo sconto sull’amaro, mentre ti svuotavo il conto corrente per pagare il coperto.”
Questa ennesima uscita della Meloni è grave perché normalizza l’ignoranza come strategia e fa passare l’idea che, se sei tassato di più, è colpa tua perché lavori.
“Più ti impegni, più è giusto che ti prendiamo.”
Che non è una politica fiscale: è una minaccia mafiosa.
A questo punto restano solo due possibilità.
O chi governa non capisce davvero come funziona la pressione fiscale e allora stanno navigando a vista.
Oppure lo sanno benissimo, ma contano sul fatto che gli elettori non abbiano completato le scuole dell’obbligo.
Nel primo caso è incompetenza.
Nel secondo è disprezzo.
Pagheremo in entrambi.
Con le tasse.
Quelle che “non sono aumentate”.
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Cresciuto con una forte passione per il cinema, Micciulli muove i primi passi nel mondo dei media giovanissimo, collaborando come redattore con le più importanti riviste del settore videoludico. Dopo le esperienze da giornalista nell’editoria nazionale, autore tv RAI e speaker radiofonico per Radio Italia Network, decide di dedicarsi completamente alla settima arte. Il suo debutto dietro la macchina da presa avviene con il cortometraggio “Piccolo Manuale di Strategia e Tattica Militare”, del quale firma soggetto, sceneggiatura e regia. Il cortometraggio raccoglie attenzione e riconoscimenti, partecipando ad oltre 40 festival internazionali (fra cui il Torino Film Festival). Nel 2011 realizza il suo primo lungometraggio, “Tempo di Reazione”, come regista e sceneggiatore. Distribuito dalla 20th Century Fox, il film esplora dinamiche sociali e simboliche in un contesto claustrofobico, consolidando la sua voce autoriale nel panorama del cinema indipendente italiano. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie “Innumerevoli Ombre” e la celebre “Figures in Action”, serie cult con milioni di visualizzazioni. Parallelamente Micciulli intensifica il suo impegno professionale collaborando a vari progetti cinematografici. Tra i suoi contributi più recenti figura il film “Santa Guerra” (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore. Il film è stato selezionato in festival internazionali ottenendo molti riconoscimenti, prima di approdare su Amazon Prime Video. Con una carriera sempre attenta allo sguardo d’autore, Micciulli unisce riflessione tematica e sperimentazione formale, contribuendo attivamente alla scena cinematografica italiana indipendente.
Cover: post del partito democratico
“A.I. Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale”. Convegno organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Ferrara, 15 maggio 2026

Intelligenza Artificiale, Empatia, Etica e Responsabilità morale:
Il convegno organizzato dall’Arcidiocesi di Ferrara

Intelligenza Artificiale, Empatia, Etica e Responsabilità morale:
Il convegno organizzato dall’Arcidiocesi di Ferrara

Ciò che riguarda l’umano non è mai solo “tecnico”, “specialistico” ma va sempre a toccare – pur in gradi diversi – le domande profonde. Anche nel caso del web e dell’Intelligenza Artificiale, quindi, ciò che occorre con sempre maggiore urgenza è una riflessione etica, antropologica e spirituale sui rischi.

Di questo si è discusso la sera dello scorso 15 maggio in occasione del Convegno A.I. Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale, svoltosi nel salone del complesso di san Giacomo Apostolo a Ferrara (via Arginone). L’importante Convegno di studi è stato organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi insieme agli Uffici pastorali diocesani in occasione della LX giornata delle Comunicazioni sociali.

Per l’occasione sono intervenuti Giampiero Neri, IDS&Unitelm, Consigliere WECA, Servizio Informatico CEI, che ha relazionato su A.I. Confini della comunicazione per generare speranza; don Stefano Gigli, guida della comunità di Pomposa, intervenuto su Coltivare lo spirito nell’era digitale; don Alessio Grossi, referente Diocesano Tutela Minori e Persone Vulnerabili, che ha riflettuto su Intelligenza artificiale e minori: educare gli adulti.

NUMERI DI UNA RIVOLUZIONE DA GOVERNARE

«In due anni sono raddoppiate le presenze di dati sulla rete», ha iniziato la propria analisi Neri. «E la Chiesa non si è mai tirata indietro nell’ambito della comunicazione, è sempre stata propositiva. La prima radio italiana è stato Radio Vaticana.

Ogni 60 secondi sulla rete ci sono ca. 41 milioni di utenti che guardano video su You Tube, 6milioni di ricerche su Google, 100mila utenti su Teams, 242mila foto pubblicate», ha analizzato. «6 miliardi di persone su 8 nel mondo sono connesse, e la maggior parte lo fa con dispositivi mobile (il 97%)». Ma che uso facciamo della rete? «L’88% lo fa per stare sui social, l’86% per vedere video brevi, l’85% per lo streaming, il 77% per informarsi».

Inoltre, «in Italia ci sono più dispositivi attivi che persone, il 14% in più» e «ormai il pubblico è disabituato ad approfondire la notizia, legge perlopiù il titolo, dopo 30-40 secondi cambia la pagina web. I tempi medi sui siti diocesani è di 50 secondi». «Molto bassa», quindi, «la capacità di approfondire».

Tutto ciò non è qualcosa di meramente tecnico ma è «cultura digitale», è «la nostra vita»: la cultura digitale è anche ciò che «influenza il nostro lavoro, il nostro diritto ad essere informati, e il modo in cui ci connettiamo con gli altri». Intelligenza artificiale (AI) e cultura digitale fanno dunque «emergere immediatamente questioni etiche»: la sfida quindi «non è tecnologica ma antropologica». È «l’uomo che va messo al centro e la macchina al suo servizio». Un discorso etico, quindi, e politico e spirituale: altrimenti, il rischio è che vinca il «paradigma tecnocratico».

Ma la capacità di «profilare persone è fortissima»: «l’unico obiettivo dei social è di farci stare lì per raccogliere i nostri dati e usarli per pubblicità fatte a nostra misura». Oggi l’AI – ha proseguito – «incide proprio sui motori di ricerca, sulle pubblicità e sui contenuti che vediamo». I rischi sono tanti e riguardano anche l’uso dell’AI «in ambito militare, a partire dai droni»; riguardano la «manipolazione e disinformazione» e «l’aumento disuguaglianze».

Le nuove sfide che ci attendono hanno quindi al centro la possibilità di «regolamentare e responsabilizzare», sensibilizzando l’opinione pubblica, «coniugando tecnologia e umanità». Sì, perché l’AI non va demonizzata: può, ad esempio, essere molto utile «nell’ambito della ricerca scientifica, medica e farmaceutica», aiutarci nelle nostre conoscenze, anche «nella cooperazione globale», «ma sempre mantenendo noi il senso critico». Insomma: l’unico capace di discernimento vero è l’umano.

RECUPERARE L’INTIMITÀ CON LO SPIRITO

Don Gigli fa parte dei Ricostruttori nella preghiera ed è guida della comunità che vive nell’Abbazia di Pomposa. Ma forse ben pochi sanno che prima di diventare sacerdote era un informatico, «programmavo cellulari», ha spiegato, hobby che ogni tanto coltiva ancora. Ma da Karl Rahner è partito, da un suo brano contenuto in Uditori della parola: «i cristiani del futuro o saranno mistici o non saranno». Insomma, la vita spirituale è «vita dello Spirito», e lo Spirito «non è solo negli istituti religiosi o nei sacramenti».

Il profeta Elia ascoltò quel «sussurro di brezza leggera e capì che lì c’era Dio: lo spirito ci parla così, in un sussurro, in un sussurro di silenzio sottile, non violando mai la nostra libertà, attenendo sempre la nostra risposta». Oggi quindi con queste tecnologie «quel sussurro facciamo sempre più fatica ad ascoltarlo», siamo sempre più proiettati ad extra». Facciamo «una fatica tremenda a entrare dentro di noi»: ma entrare dentro di noi vuol dire «entrare in relazione con lo Spirito Santo».

Spirito che in noi «provoca moti interiori che ci orientano al bene, Spirito che ci riscalda il cuore»: la preghiera è dunque «poggiare il proprio capo sul petto di Gesù». Ma per sentire questo «flusso dello Spirito dobbiamo prenderci dei momenti per uscire dal mondo e entrare in relazione con lo Spirito, nutrire il nostro cuore e solo dopo tornare nel mondo», per «portarvi Dio». La parte spirituale di ognuno, quindi, «non dev’essere ridotta a quella mentale, lo Spirito non è una manifestazione mentale», com’è invece avvenuto con la psicanalisi. E oggi a causa dell’AI «anche il corpo viene assorbito dalla mente».

Tre sono, dunque, per don Gigli, le fasi del cammino spirituale: innanzitutto, «prenderci momenti nella nostra giornata in cui ricercare silenzio, uscire dal mondo, entrare dentro di noi, dove poter sentire quel sussurro di silenzio sottile, nutrirlo, dargli spazio, senza fare ma “stare con”». Solo poi, è altrettanto importante «fare dei gruppi», cioè condividere con altri questa vita nello Spirito, «il tu per tu, guardarsi negli occhi». L’AI «ci vuole menti come lei, ma lei non si commuove, mentre noi ci commuoviamo, siamo spirito, anima e corpo». Infine, allargare lo spettro di azione, arrivare alla politica intesa come «ricerca del bene comune». Tutto – quindi – ha alla base «la capacità dell’umano di entrare in contatto col mistero di Dio».

EDUCHIAMOCI PER EDUCARE

«Educare in ambito psicologico-esistenziale significa non solo tirar fuori dalla persona le sue risorse, ma anche indicare dove può andare»: in questo mondo dell’AI, educare gli adulti vuol dire «che come cristiani dobbiamo chiederci dove stiamo andando». Così don Grossi ha introdotto il proprio intervento. Ha poi citato passaggi del Report 2025 dell’Associazione Meter di don Fortunato di Noto, impegnato nella protezione dei bambini dagli abusi on line e non. L’AI, anche in questo ambito, è ambivalente, in quanto «utile per rilevare contenuti dannosi sul web», e può essere utile «anche a livello educativo».

Tanti, però, sono gli aspetti negativi: «molte AI sono usate per l’adescamento on line di minori»: l’AI «prende immagini reali di bambini e le modifica, a volte li “spoglia”» e queste immagini le vende o diffonde sul web; o immagini di persone adulte le «infantilizza». Alterazioni che «possono allentare la gravità di una violenza di questo tipo» e «provocare traumi» nelle vittime: «dietro un’immagine manipolata c’è sempre una persona reale». Poi ci sono i giochi on line, con chat dove si chiacchiera: «molto spesso in queste non sai chi c’è dall’altra parte»: l’AI «parla il linguaggio della persona, quindi se parla con un bambino, si finge un bambino, tentando così di sedurlo, allentando le sue difese, estorcendo foto, adescandolo e poi ricattandolo sessualmente».

Tutto ciò «ha sdoganato alcune forme di abuso», come ad esempio la «pedofilia femminile, in aumento forte dal 2025», cioè la «pedofilia da parte di donne, anche madri». Certe fantasie «sono sempre esistite ma oggi si possono attuare grazie al web e all’AI».

Per non parlare di altre forme di orrore che sempre più si stanno diffondendo, come «l’abuso sessuale di minori anche con animali», «l’abuso di minori su minori», col revenge porn conseguente. E «l’abuso di minori disabili», oltre ai i cartoni animati giapponesi hentai, cioè pornografici, «dove i personaggi hanno caratteri fisico-somatici infantili, e spesso vi sono contenuti violenti e pornografici». Una più o meno subdola forma di «normalizzazione della violenza e dell’abuso sessuale», che porta alla «pedofilia culturale», quindi non più vista come «perversione ma come orientamento sessuale possibile fra i tanti».

In questo contesto, per don Grossi «dobbiamo riscoprire la nostra dimensione razionale», l’essere «unità di corpo, di anima e di apertura al senso, al mondo», cioè la dimensione spirituale. «Il nostro cervello non nasce già fatto ma deve crescere, si modifica e si modifica nelle relazioni, non è precostituito». Relazioni che «hanno bisogno di un corpo» (aspetto dell’incarnazione), quindi di «un limite che ci struttura». E han bisogno di «un affetto» e di «essere situate in un luogo».

Tre aspetti, questi, che nel digitale mancano: «manca il corpo, manca l’affettività (e invece c’è il compiacimento dell’algoritmo), manca l’altro». E «quando iniziamo a parlare con l’AI come se fosse un’altra persona, non compiamo un’operazione neutra, ma iniziamo a modificarci anche a livello neurologico: l’AI ci modifica».

Possiamo dunque a maggior ragione immaginare «che impatto ciò può avere su un bambino e su un ragazzino, persone che hanno il cervello in crescita, in formazione». Dobbiamo abitare, quindi, il digitale ma «nella responsabilità, recuperando appunto «la dimensione incarnata, quella affettiva e quella “situata”».

Cover: I relatori del convegno ferrarese Giampiero Neri, Stefano Gigli e Alessio Grossi – foto di Andrea Musacci

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Parole a capo /
Rosa Notarfrancesco: “Tre poesie inedite”

Parole a capo /
Rosa Notarfrancesco: “Tre poesie inedite”

 

Come d’abitudine

 

A volte, il mattino è già
tardi.
E lontana la speranza
si fa rimpianto.
E anche un pizzico
di noia, quando è tardi
-e non c’è nessuno
da aspettare-
pare un miracolo
del sonno che aiuta
la mente a stare
nel silenzio nostro,
della casa
e di una buona lettura.

Nel giorno,
satura, vive d’aria,
la vita ricevuta
dal mattino; e nulla
ci tocca, dove siamo
“alito di lontananza”
a cui è benvenuto solo
l’ amore che manca.

E l’ amore ch’è si muove
in noi, come
in omaggio all’ incontro
che ci vede immersi
in un tempo vuoto,
che vuole dire pietà
per osservare la pace
che l’ amore comanda
per nutrire il ritratto
del tempo amato
nella credenza di affetti
in attesa di unità
e di riti ispirati
alla letteratura e all’ arte,
nella semplicità
che ignora il bello
ma lo pensa sempre
in unione con l’ umanità
in cui appare volentieri
nel ritratto della fede
che lo immortala
tra chi lo trova e chi lo perde
per vedersi di nuovo
nell’ idea nuova di sé,
che deve al bello armonia,
costanza e delicata pazienza.

 

*

 

L’agenda

Qualche disegnino
in buona evidenza
serve sempre.

Uno scarabocchio
ogni tanto
aiuta l’aria
a concentrarsi
nel sapore buono
di un succo di frutta.

E non è così amara
la scoperta
della gravità
in cui riposa il tempo
dei segreti e dei risi
delle età passate.

Si capisce
dal bianco platonico
di certi fogli
rimasti puliti a luglio
che l’umanità
non si scrive nel caso
e non a caso, poi
non è così presente
sotto i riflettori
come pure sembra e sta
la vita scoperta
e lasciata
sbizzarrire
nel senso di un tempo
che tace e sa tacere
anche nelle lettere
rimaste senza risposta
mentre l’attesa continua
e si propaga
nei giorni indecisi
come una gioventù
cominciata
nelle onde di eternità
degli utensili
che ricordano il bello
all’aria nascosta
tra le date
che incontrano
ogni giorno
le idee
e il gusto della libertà.

 

*

 

Stiamo
(o Il rischio del concreto)

Si volta il meriggio
all’ipotesi di una sera
organizzata in sintesi
dalla pioggia che batte
sopra i vetri chiusi.

Non è necessaria sopravvivenza
ciò che sento,
ma vita alle prese con la vita,
questo suono sordo di nature
connesse alla ragione del lavoro
che ricorda alla tempesta
il tempo mite del tenuo chiarore
della speranza
divenuta
incontro
in altre attese, di altri come noi
vissuti fuori dal coro,
e non a caso rimasti ancora
un altro po’
in un momento giudicato troppo
fallace dal passato che medita
la distanza dal bene
che fugge
il rischio del concreto
per aumentare l’amore
nel dettaglio che sa fare
la differenza.

 

*

Foto di StockSnap da Pixabay

*

Rosa Notarfrancesco  (Salerno, 13 luglio 1984) originaria di Montecorvino Rovella (SA) vive ad Arezzo dal 2007. Diplomata in Rilievo e Catalogazione dei Monumenti presso il Liceo artistico statale “Andrea Sabatini” di Salerno, nel settembre 2024 ha partecipato al Festival di Arte e Cultura di Montecorvino Rovella ( nel Complesso Monumentale di Santa Sofia). Già autrice di molti versi ha pubblicato diversi libri, tra cui testi sperimentali, saggi, poesie, racconti e romanzi. Segnalo due sue recenti pubblicazioni: “Acrobati” (Nonsolopoesie Edizioni, 2024); “La casa di Van Gogh. I Capolavori InVersi. Vol. 43″ (Grace Edizioni, 2025).

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ok il salario è giusto: la propaganda vince sulla realtà

Ok il salario è giusto: la propaganda vince sulla realtà

Ok il salario è giusto: la propaganda vince sulla realtà

Quando si può affermare che il salario pagato ad un lavoratore dipendente sia quello giusto?

Da tempo i Sindacati hanno una loro definizione precisa: in attesa di adottare un salario minimo orario, come accade ormai in 22 dei 27 paesi aderenti all’UE (e l’Italia, tanto per cambiare, si distingue in negativo), il salario giusto è quello derivante dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni (sindacali e datoriali) più rappresentative. Di seguito vedremo perché distinguere tra i vari contratti e firmatari non è solo un capriccio, ma una questione sostanziale.
Con il decreto “Primo Maggio” il Governo sembra voler finalmente condividere questa impostazione.

Il riferimento alle organizzazioni maggiormente rappresentative può sembrare un tecnicismo, ma ha effetti estremamente concreti. Senza entrare in dettagli che risulterebbero noiosi, in assenza di una legge sulla rappresentatività sindacale più volte sollecitata (dalla Cgil in particolare), i contratti collettivi, firmati da sindacati e associazioni datoriali, non sono validi per tutti ma solo per lavoratori e lavoratrici iscritti ai sindacati firmatari e alle aziende aderenti a quelle associazioni. Non hanno, come si dice in linguaggio giuridico, validità “erga omnes”. E allora come mai in un’azienda viene applicato lo stesso trattamento a tutti i dipendenti? Grazie al “rimando”. All’atto dell’assunzione, ogni dipendente firma una lettera nella quale si rimanda, per tutti i trattamenti applicati, al Contratto Collettivo di categoria.

La conseguenza più importante di questa norma è che un’azienda può decidere di aderire ad una diversa associazione di categoria, anzi addirittura può fondarne una, trovare dei sindacati disposti a firmare un contratto collettivo diverso da quello firmato dalle organizzazioni più importanti (o magari costituirseli ad hoc) per sottoscrivere accordi peggiorativi rispetto a quello che dovrebbe essere l’unico contratto nazionale. Sono quelli che comunemente vengono chiamati “contratti pirata”, ma che per la legge italiana hanno piena validità pur prevedendo salari più bassi, meno ferie, tutele ridotte in caso di malattie.

E quindi, l’annuncio del Governo, per cui almeno per la parte economica bisogna riconoscere a tutti il trattamento previsto dai contratto firmati dalle Organizzazioni più rappresentative, sembrerebbe finalmente un passo nella direzione giusta. Ma è davvero così?

Se esiste un salario giusto, appare logico che una retribuzione inferiore debba essere considerata “ingiusta”. Quindi dovrebbe essere consequenziale sanzionare in qualche modo le aziende che riconoscono un salario ingiusto, per spingerle ad adeguarsi alla norma. E invece, il decreto ragiona in modo opposto: chi applica un salario ingiusto può continuare a farlo, mentre le aziende che sono allineate ai contratti più rappresentativi potranno beneficiare di future agevolazioni fiscali e contributive.

In sintesi: si stabilisce una norma, ma si decide anche che il mancato rispetto della stessa rappresenti la normalità, arrivando paradossalmente a considerare il rispetto della norma come un comportamento virtuoso, da premiare.

Quali saranno le conseguenze per le persone che lavorano? Probabilmente nessuna. Il decreto porterà con ogni probabilità a concedere sgravi ad aziende che già applicano i contratti “giusti”, ma difficilmente spingerà le altre ad adeguarsi, in assenza di sanzioni e considerando che i vantaggi  derivanti dall’applicazione dei contratti pirata resteranno probabilmente maggiori dei possibili “premi” applicati alle aziende che si comportano in maniera corretta.

Sintetizzando ancora: più soldi alle aziende, poco (ma più probabilmente nulla) alle persone che ci lavorano.

E questo svela l’intento propagandistico del decreto, non a caso promulgato a ridosso del Primo Maggio: ennesimo spot (leggi anche qui) di un governo che, non contento di penalizzare sistematicamente i lavoratori dipendenti, cerca in tutti i modi di convincerli che lo fa per il loro bene.

 

 

Cover photo: Iva Zanicchi, Sanremo 1969, https://creativecommons.org/publicdomain/mark/1.0/

 

vite di carta, in attesa di Undici. Non dimenticare

Vite di carta /
In attesa di “Undici. Non dimenticare”

Vite di carta. In attesa di Undici. Non dimenticare

Sono in attesa di leggere di Andrej Longo l’ultima raccolta di racconti dal titolo Undici. Non dimenticare, uscito presso Adelphi nel febbraio del 2025, ma credo di sapere già molto di quello che mi aspetta. Sono undici racconti ambientati a Napoli e nella estrema periferia, undici storie al femminile che contengono un tentativo di reazione al destino che sembra già fissato.

Ascolto le domande dei ragazzi andare sempre più in profondità dentro il tessuto narrativo di ognuno. Sono nel mio liceo di sempre e non sembra che me ne sia andata già da cinque anni. Siamo tutti in sala lettura e siamo tanti.

Andrej è arrivato ieri, ha cenato con alcuni colleghi e ora sorride sulla sua sedia sistemata sotto lo schermo. Spalle al muro con i ragazzi alla sua destra e a sinistra che si alternano a proiettare immagini e filmati che lui si sposta per vedere, suonano con la pianola intermezzi musicali e leggono passi dai racconti. Fanno le domande, sempre più a capo fitto dentro i testi.

Sembra divertito Andrej, che ci rivede per la quarta volta credo e non veniva da un po’ di anni. Sembra pronto a seguire i ragazzi nel loro scandaglio e sorride prima di dare la risposta. Non ha bisogno di filtrare le parole, quando parla e quando scrive tutto sembra uscirgli in modo naturale. Ha il dono di essere essenziale e limpido, di collocarsi con facilità dentro le parole, di aderire alle cose.

In realtà ci racconta di avere lavorato per anni alla stesura dei racconti, leggendoli e rileggendoli fino a modificarli anche in modo sostanziale prima di arrivare ai testi ora pubblicati.

È bello come ogni volta entrare nella bottega dello scrittore. Chiedergli cosa gli piace della misura narrativa del racconto e sentir dire che il racconto apre la finestra su un pezzo di realtà, la mostra per quello che è con la intensità dei suoi colori e dolori. Senza darsi il respiro del cambiamento che appartiene al romanzo, ma con la forza intatta della testimonianza.

Penso che gli verrà chiesta ragione del titolo Undici. Non dimenticare, non può che alludere agli altri straordinari racconti di Dieci, la raccolta uscita sempre presso Adelphi nel 2007. Allora i racconti erano dieci come i comandamenti: qual è stavolta l’ordine loro assegnato? Ha sentito il bisogno di aggiungere un comandamento laico che non esisteva?

Ascolto la doppia risposta e mi colpisce quello che Andrej dice sulla genesi dei testi; quale ha scritto per primo, La sedia, e quale per ultimo, come mai ha collocato alla fine La tigre: lo ha fatto per accomiatarsi con l’immagine di un animale che è simbolo femminile e della natura. Nell’ assalire l’uomo violento che minaccia la sua ex compagna rivela di essere il personaggio più equo, più giusto.

Gli viene chiesto quanto la musica gli sia compagna nel processo della scrittura, quanto peso abbia la speranza nei personaggi dalla vita dura che popolano i suoi testi.

Si parla delle madri di Napoli e dei loro figli e di un fenomeno che non conoscevo, quello delle madri migranti che affidano i loro bambini alle mamme napoletane perché perennemente lavorano e non possono occuparsene. Mi viene in mente da Dieci il racconto sul comandamento Onora il padre e la madre, il numero quattro, ed è un pugno nello stomaco.

Qui il rapporto tra una madre e i due figli maschi si intuisce dall’incipit: “Qualcuno doveva farlo. Non si poteva andare avanti all’infinito”.  Parla il figlio più piccolo che ha tredici anni e non ne può più delle “nottate in piedi a sentirla gridare come a un animale squartato”.

Don Antonio in casa loro ci ha messo piede una sola volta per dire una preghiera e lasciare una bottiglia di limoncello. E allora, visto che il fratello maggiore a lei ha detto di no, sente che gli tocca farsi forza, bere un bicchierino e prendere in mano il cuscino…

Andrej racconta con le sue parole taglienti e si astiene dal giudicare perfino i gesti estremi che escono dalla cronaca, dalla vita di tutti i giorni. Lontano dal radar delle istituzioni e senza giustizia.

Un mondo in cui una madre risponde alla sua bambina che senza occhiali intravede le cose come dentro una nebbia: “Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo“.

In questo momento i ragazzi stanno leggendo un brano di Anna Maria Ortese da Il mare non bagna Napoli e stabiliscono ponti tra Ortese e Longo nella loro restituzione di una Napoli lontana dagli stereotipi, complicata e contraddittoria.

Oggi mentre scrivo dieci di loro tornano dal Salone del Libro di Torino dove anche per questa XXXVIII edizione hanno curato il Bookblog scrivendo articoli ogni giorno su interviste e incontri con gli autori. Sulla stampa nazionale leggo che il rapporto tra giovani e letteratura si fa stretto, quando il percorso che compiono dentro i libri e tra le parole li rende più consapevoli, li sostiene nel fare domande e nel pretendere le risposte.

Il mondo salvato dai ragazzini: mi sembra bello che il titolo della raccolta poetica di Elsa Morante sia il tema scelto per l’edizione 2026.

Nota bibliografica:

  • Andrej Longo, Undici. Non dimenticare, Adelphi, 2025
  • Andrej Longo, Dieci, Adelphi, 2007
  • Andrej Longo, Più o meno alle tre, Meridiano Zero, 2002
  • Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Einaudi, 1953
  • Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, Einaudi, 1968

 

Cover: la foto è stata scattata dall’autrice nel corso dell’incontro tra Andrej Longo e i ragazzi del progetto Galeotto fu il libro al Liceo Ariosto

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Europa: Fai sentire la tua voce contro la guerra illegale in Iran. Aggiungi la tua firma alla petizione!

Europa: Fai sentire la tua voce contro la guerra illegale in Iran.
Aggiungi la tua firma alla petizione!

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All’UE e ai leader dei paesi europei e del Regno Unito 

Petizione

Vi chiediamo di:

  • Dichiarare pubblicamente che la guerra di USA e Israele in Iran è illegale secondo il diritto internazionale.
  • Vietare agli USA l’uso delle basi militari in Europa per i loro attacchi all’Iran.

Perché è importante?

“Stiamo andando verso la Terza Guerra Mondiale”. Queste sono le parole esatte pronunciate da un economista di tutto rispetto, un uomo che non esagera mai. [1]

Trump e Netanyahu stanno bombardando a tappeto Teheran, una città di oltre 10 milioni di persone. Più di 100 bambini sono stati uccisi da una bomba statunitense sganciata sulla loro scuola. [2]

L’Europa è una delle poche potenze mondiali abbastanza forti da opporsi agli USA, ma mentre le persone non vogliono assolutamente questa guerra, i nostri leader stanno fermi a guardare, per paura delle ritorsioni di Trump. [3]

Ma c’è ancora speranza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha definito gli attacchi in Iran “illegali e irresponsabili” e ha perfino vietato agli Stati Uniti di appoggiarsi alle basi militari in Spagna. [4]

Gli altri paesi europei devono seguire il suo esempio. Alcuni leader hanno fatto intendere che vorrebbero fare la stessa cosa, ma devono sentire le nostre voci, quelle delle persone.

Insieme, dobbiamo spingere i nostri leader a opporsi alla guerra illegale di Trump e Netanyahu, e vietare agli USA l’uso delle basi militari in Europa per i loro attacchi mortali. Ogni giorno di silenzio di fronte alla prospettiva sempre più vicina di una guerra mondiale ci costa carissimo.

Riferimenti:
1: https://www.instagram.com/reel/DVubtLOk9Ow

Firme raccolte al 20 aprile 2026: 123,878
Prossimo obbiettivo: 150,000 firme

Per aggiungere la tua firma
Collegati al sito di WE MOVE EUROPE

Cover: La guerra di Netanyahu e Trump – immagine prodotta con IA

gli stani frutti di loriano macchiavelli

Gli Strani frutti di Loriano Macchiavelli

Gli Strani frutti di Loriano Macchiavelli

Strani frutti” è il titolo di una famosa canzone interpretata da Billie Holiday (Strange fruits) e scritta nel 1937 da Abel Meeropol, un insegnante ebreo russo membro del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America. La canzone, di una intensità unica, denuncia i linciaggi delle persone nere nell’Alabama razzista di quegli anni; gli strani frutti sono i corpi delle persone afroamericane impiccate dai razzisti del Ku Klux Klan.

Strani frutti – Sarti Antonio nel tempo dell’indifferenza è anche il titolo di un libro del 2025 di Loriano Machiavelli, il secondo di una trilogia il cui primo libro era: La stagione del pipistrello – Sarti Antonio e la Compagnia della Malora (2023), che si concluderà nel prossimo futuro con il terzo libro intitolato: L’ustaria dla streia negra – Romanzo in due tempi e una montagna. Macchiavelli, ricordando Shakespeare, ha chiamato questa sua trilogia: I giorni del nostro scontento.

Anche nel caso del libro del nostro scrittore, il titolo fa riferimento ad una situazione tragica in cui una persona con la pelle nera viene appesa ad un albero per i piedi.

Mercoledì 13 maggio, alla Biblioteca Aldo Luppi di Porotto si è tenuto un bellissimo incontro di presentazione del libro “Strani frutti dove, a dialogare con il piacevolissimo Loriano Macchiavelli, c’erano Cinzia Brancaleoni e Paolo Regina.

Cinzia Brancaleoni, Loriano Macchiavelli e Paolo Regina – 13 maggio 2026 Biblioteca Porotto (FE)

Da tempo sono un appassionato lettore dei romanzi di Loriano Macchiavelli; mi piacciono i personaggi che caratterizza con grande maestria, che delinea con un’ironia piacevolissima, che ci presenta come esseri umani, come vicini di casa, come una parte di noi stessi. Condivido il senso di frustrazione che pervade i suoi protagonisti, la loro caparbietà, la loro resilienza e la loro ricerca di una giustizia che sia davvero giusta.

Avevo già letto “Strani frutti” diversi mesi fa. In breve, il questurino Sarti Antonio è stato sospeso dal servizio per colpa di alcune sue indagini scomode. Così ha deciso di rifugiarsi a casa del suo amico Dido, sull’Appennino, insieme alla Biondina. L’aria che tira nel Paese e in Europa gli fa orrore: l’Europa si sta trasformando in una federazione di Stati sovrani, e a loro difesa sono nate le nuove Forze Speciali di Sicurezza, la cui inquietante sigla è SS.

Non continuo per non togliere al lettore la magia di un romanzo che consiglio vivamente perché “Strani frutti” è un libro bellissimo, duro, crudo, intenso, potente.

I suoi contrasti colpiscono: c’è Benito che, a dispetto del nome, è anarchico; c’è Sarti Antonio che non ha mai preso in mano una pistola che stavolta la impugna; ci sono nomi di fantasia e nomi e cognomi di personaggi viventi; c’è l’indifferenza ma c’è anche la Resistenza; c’è il passato e c’è il presente… il futuro dipenderà anche da noi.

In certi passaggi, le parole delle varie scene e dei siparietti diventano come braccia che escono dalle pagine, prendono il lettore per il bavero per scuoterlo, per provocarlo, per domandargli: “Tu, in questo contesto schifoso di ipocrisia, di guerra, di soprusi e di violenza, cosa stai facendo?”

Macchiavelli immagina il romanzo come spazio di libertà e per questo crede che gli scrittori debbano schierarsi e, come nel suo caso, fare nomi e cognomi degli assassini che adesso sono addirittura alla guida di Paesi o di Organizzazioni Internazionali.

“Noi dobbiamo esserci, non possiamo solo lamentarci. Bisogna ricordare la storia perché abbiamo il diritto di non accettare leggi ingiuste e dobbiamo esercitarlo.”

Molto importante è stato uno dei passaggi a lui più caro: “Dovremo occuparci della cultura perché quella di oggi è una cultura che ci ha tradito; serve un’altra cultura che nasca da noi.

A conferma del bisogno di Macchiavelli di ricordare il passato e soprattutto la Resistenza, l’incontro si è concluso con una sorpresa emozionante; Loriano ha voluto regalare ai presenti la lettura di una poesia molto significativa della scrittrice e partigiana Renata Viganò dal titolo Siamo operai di grande mestiere.

Compagni, bisogna restare qui.
È una casa di contadini,
e i contadini hanno paura.
Ci faremo la vita dura.
Ma bisogna restare qui.
Abbiamo le armi
e non abbiamo le scarpe.
Metti i piedi in mezzo alla paglia,
tirati addosso il tuo cappotto.
C’è un po’ di caldo di sotto,
un po’ di caldo di stalla.
Compagni, dobbiamo dormire:
dormire molto senza pensare.
Se tu non hai sonno,
non mi svegliare;
se anch’io non ho sonno
ci mettiamo a cantare.
Ma non parliamo di casa:
se dite dei nomi di donna
mi vengono in mente i morti.
I morti son là sotto terra,
lungo l’argine, senza croci.
Poca è la terra e sottile è la bara.
Sembra che possano sentire
e respirare quest’aria amara.
Sembra che debbano venire
Qui nella casa e bussare alla porta,
con gran rumore di scarpe e di voci:
“Aprite, compagni, siam noi!”
Ma se qualcuno bussa alla porta,
pronti col mitra, che amici non sono.
Non torneranno i compagni morti:
noi, forse, domani andremo da loro.
Ragazzi, a turno, in un solo bicchiere,
beviamo quel fiasco di vino buono.
Siamo operai di un grande mestiere,
e fra poco ricomincia il lavoro.
Adesso è tempo di riposare.
Se tu sei triste non mi parlare;
se anch’io sono triste
ci metteremo a cantare.
Ma io vorrei morire stasera,
e che voi tutti moriste
col viso nella paglia marcia
se dovessi un giorno pensare
che tutto questo fu fatto per niente.

Loriano Macchiavelli ci tiene molto a ripetere le strofe finali della poesia, a farci sentire la loro forza, la loro attualità, la loro presenza, a ricordare l’importanza della Resistenza.

Non è un caso che, all’inizio del primo siparietto del libro, citi un pezzo da L’ascesa irresistibile di Arturo Ui di Bertold Brecht per ricordarci che l’indifferenza è il male peggiore perché soffoca la dignità e spiana la strada alle dittature.

“E voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava,
una volta, per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora
non cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancora fecondo.”

La simpatia, la passione, la determinazione e l’impegno civile di Loriano Macchiavelli hanno caratterizzato tutto l’incontro con il racconto di testimonianze e di aneddoti pregni di significato.

Molto significativi gli esempi che ha raccontato per testimoniare come l’arte riesca a non far dimenticare il passato che, secondo lo scrittore, deve essere raccontato sempre e comunque, nonostante i vari ostacoli che qualcuno, dall’alto, vuole creare.

Macchiavelli allude ai problemi che ha avuto e che si hanno, in questi tempi neri, quando si parla a scuola, o si cerca di farlo, di Partigiani e di Resistenza.

Come mettere in dubbio questa forma di condizionamenti assurdi se, proprio in questi giorni, la cronaca ci racconta di un’interrogazione parlamentare presentata da un deputato ferrarese di destra al ministro leghista dell’istruzione per impedire che la scuola svolga il suo compito costituzionale ed i docenti facciano il loro mestiere, che è quello di far conoscere, di far riflettere, di formare cittadini consapevoli.

Caro Loriano, lo sappiamo bene che quello che stiamo vivendo è il tempo dell’indifferenza, ma sappiamo altrettanto bene che l’antidoto a tale assurdità sta nella traduzione concreta del messaggio che anche tu ci hai trasmesso con forza, chiarezza e determinazione: “Ora e sempre Resistenza!”

Grazie, anche per questo.

Nella cover e nel testo scatti di Mauro Presini su concessione di Loriano Macchiavelli

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Libertà di essere o libertà di avere? Intervista all’ecofilosofa Gloria Germani

Libertà di essere o libertà di avere?
Intervista all’ecofilosofa Gloria Germani

Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? L’ economia attuale  ha portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo.

Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte.

Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali.  Ma cosa è allora la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere?

Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi  totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in  un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per  guadagnare  un salario e permettersi qualche piccolo svago che  faccia dimenticare la noia della routine  del produci-compra –crepa.
Anche Tiziano Terzani si è soffermato  su questo tema con parole molto forti, la  libertà non è  per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripeterenon siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e  telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché  non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalatoE uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è, secondo me, la  grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[
2]

L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche “Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto”

Questo piccolo libro di Latouche del  2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale  maniera di lavorare è  per il pensatore francese la condizione indispensabile  per uscire  da quell’economia moderna  che anche Terzani  individua come problema.
Oggi – sottolinea Latouche – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36)
[4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli.
E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo 
Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt.

Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”

Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di  indicarci vie radicalmente diverse.

Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere  allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi.

Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm.

Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo, botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione?

E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci  ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi.
Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi.  Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3].

Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Masanobu Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione.

Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo?

Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale-globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli.
Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso.

Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello  capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente, 2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni  continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche.

Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura?

Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre  secondo Latouche  e il suo Lavora meno, lavorare tutti avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro.
Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo(p.29) [4]. L’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, mia grande amica, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato la campagna The Real Economy che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale.

Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche“Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73).”Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)”[4].
Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.

Note:

[2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400  intergrato con brani  registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr.G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità,  Punto di Incontro  2015.

[3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano

[4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023

 

In copertina: ” L’unica crescita sostenibile è la decrescita” – Foto di Kamiel Choi da Pixabay

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Terremoto politico in UK: Starmer sempre più in bilico, il Labour nella tempesta

Terremoto politico in UK: Starmer sempre più in bilico, il Labour nella tempesta

Terremoto politico in UK: Starmer sempre più in bilico, il Labour nella tempesta.

Nella giornata di giovedì 14 maggio è stato il turno di Wes Streeting, Ministro della Sanità, di dare le dimissioni dal governo laburista con Kier Starmer come leader. Il Ministro Streeting è il nono fra ministri e deputati a rassegnare le dimissioni in protesta con la condotta politica del Primo Ministro. Nel dare le notizia Streeting ha supplicato il Primo Ministro a dimettersi, dichiarando “un atto disonorabile” per il Primo Ministro quello di rimanere in carica.
Streeting ha dichiarato che Starmer ha ormai perso la leadership del partito avendo dato priorità a battaglie personalistiche piuttosto che di idee e contenuti politici.

YouTube  sulla notizia delle dimissioni di Wes Streeting:

 

Proprio di questi giorni un incipit di un articolo dell’Economist metteva in evidenza le carenze del partito labourista al governo:
L’economia britannica non ispira molto ottimismo in questi giorni. L’inflazione è alta e sta crescendo, così anche i debiti. Solo la crescita del paese non sta crescendo. La guerra in Iran sta rendendo tutto molto più difficile. E il governo di Keir Starmer è paralizzato nonostante la sua grande maggioranza”.

La crisi economica ha segnato l’inizio di una crisi politica nel Regno Unito che si è aggravata ulteriormente dopo i risultati delle recenti elezioni locali e regionali.  Crisi che hanno segnato una pesante battuta d’arresto per il governo guidato da Keir Starmer e per il Partito Laburista. Il voto del 7 maggio 2026 ha evidenziato un forte calo del consenso nei confronti dei laburisti, con perdite significative nei consigli locali inglesi e risultati deludenti anche in Scozia e Galles. A beneficiarne sono stati soprattutto Nigel Farage con il suo partito Reform UK, oltre ai Verdi e alle forze indipendentiste scozzesi.

Un terremoto politico

Nigel Farage, leader del Reform UK (foto Flickr)

Il partito della destra Reform UK ha conquistato 1451 seggi (elezioni del 2022 erano solo 2) grazie alle molte adesione nel nord dell’Inghilterra e nelle zone più deprivate del paese, ex roccaforti del partito di sinistra. Il partito Labourista ha perso 1496 seggi riuscendo a confermarne solo 1068, e i conservatori ne hanno persi 563 conquistandone 801. I Democratici Liberali hanno conquistato 844 seggi. Grande successo elettorale  per il Green Party che ha conquistato 587 seggi (precedenti elezioni 2022 ne avevano176) votato per lo più dai giovani delle città universitarie.

Le elezioni in Scozia hanno invece offerto una tendenza opposta dove ha primeggiato il partito SNP (Scottish National Party ) con la leadership di John Swinney: ha vinto ottenendo in totale 58 seggi su 129 nel Parlamento scozzese. Nel programma politico, Swinney aveva promesso di rinvigorire la richiesta per l’indipendentismo dalla Inghilterra, di promuovere un nuovo referendum per il rientro nella Unione Europea, di incentivare il sostegno al reddito, di migliorare il servizio sanitario e una migliore assistenza all’infanzia.

Il risultato elettorale, soprattutto quello conseguito in Inghilterra, viene interpretato dal paese come un referendum sulla leadership del Sir Keir Starmer che, arrivato a Downing Street nel 2024, aveva promesso stabilità e rilancio economico. Tuttavia, il governo è stato progressivamente indebolito dall’aumento del costo della vita, dalle difficoltà del sistema sanitario britannico, da una serie di polemiche interne e da accuse di aver abbandonato parte dell’elettorato storico della sinistra.

All’interno del partito la tensione è ormai esplosa apertamente. Recentemente decine di deputati laburisti hanno chiesto pubblicamente le dimissioni del premier invocando un cambio di leadership per evitare un ulteriore collasso del Labour Party.

Nonostante le pressioni, Starmer ha escluso un passo indietro e opposto resistenza. In un discorso pronunciato dopo il voto ha ammesso la gravità della sconfitta  elettorale ma ha dichiarato di non voler “lasciare il Paese nel caos”, ribadendo la volontà di continuare a governare.

Indubbiamente i risultati  di queste elezioni hanno messo in evidenza una forte frattura nel paese. Alcuni esponenti moderati temono che una sostituzione del leader possa aggravare ulteriormente la crisi, mentre altri ritengono inevitabile un cambio alla guida del governo prima delle prossime elezioni generali. Tra i possibili successori circolano i nomi di Wes Streeting, Ministro della Sanità, e quello della deputata Angela Rayner. Ma al momento non esiste una candidatura unitaria capace di compattare il partito.

La crisi del Labour si inserisce inoltre in una trasformazione più ampia della politica britannica. Il tradizionale bipolarismo tra conservatori e laburisti appare sempre più fragile poiché stanno montando movimenti populisti, nazionalisti e ambientalisti.

Ma ciò che ha contribuito fortemente a ledere la figura, il prestigio del primo ministro e conseguentemente del partito Laburista, oltre alla situazione di stallo economica, è stato anche la decisione del Keir Starmer di dare nel 2024 l’incarico di ambasciatore degli Stati Uniti a Peter Mandelson.

Peter Mandelson con il Primo Ministro Kier Starmer (foto Flickr)

 

Sicuramente questo incarico è stato dovuto al fatto che Keir Starmer e Peter Mandelson hanno avuto una lunga collaborazione politica all’interno del Partito Laburista britannico, soprattutto nell’ala centrista e “modernizzatrice” del partito. Mandelson era considerato uno dei sostenitori della strategia politica e della leadership di Starmer. Infatti, Mandelson fu uno dei principali artefici del progetto “New Labour” sotto Tony Blair negli anni ’90 e 2000, divenuto in seguito una figura influente al ritorno al governo del Labour (dopo 15 anni di governo conservatore).

La nomina come ambasciatore dell’USA attribuita a Mandelson (nel 2024)  divenne immediatamente controversa e creò da subito un forte imbarazzo politico. I legami tra Peter Mandelson e Jeffrey Epstein erano già noti pubblicamente da molti anni: Mandelson aveva ammesso di aver frequentato Epstein anche dopo la sua condanna del 2008, e la cosa era stata discussa sui media già negli anni 2010.
Ma solo nel settembre del 2025 Keir Starmer lo rimosse dall’incarico di ambasciatore USA, ma solo dopo la pubblicazione di nuovi  documenti che mostravano rapporti molto più stretti con Epstein rispetto a quanto dichiarato dallo stesso Manderson.

La posizione del Primo Ministro Starmer si è aggravata ulteriormente quando il 1° febbraio 2026, il nome di Mandelson viene nuovamente affiancato a quello di Jeffrey Epstein per presunti trasferimenti di denaro e scambi sospetti come è emerso dopo la pubblicazione dei nuovi “Epstein files”. Divenne chiaro al paese che il Primo Ministro non si era dimostrato capace di fare valutazioni appropriate. Le conseguenze politiche di questi scandali sono state pesanti: diversi collaboratori si dimisero, alcuni deputati laburisti parlarono apertamente di una possibile sfida alla leadership, e vennero sollevati dubbi sulla capacità di giudizio di Starmer per aver nominato Mandelson nonostante precedenti avvertimenti sui “rischi reputazionali”.

Nella lettera di dimissioni, il ministro Wes Streeting ha dichiarato di essere convinto che la forte perdita elettorale del partito labourista è stata provocata dalla leadership di Starmer. “Dove abbiamo avuto bisogno di visione, abbiamo un trovato il vuoto. Dove cerchiamo direzione, abbiamo una deriva. Il leader deve anche saper ascoltare i suoi colleghi, compresi i parlamentari di secondo piano, e l’approccio pesante verso le voci dissenzienti impoverisce la nostra politica.”

Questo drammatico scenario della vita politica britannica ci induce a riflettere che in fondo, il terremoto politico rivelatosi dalle elezioni non sono altro che una proiezione della tempesta politica interna al Labour Party e che la frammentazione politica, atipica in UK, ci riverserà nuovi interessanti trame alle prossime elezioni politiche.

In copertina:  5 luglio 2024: l’arrivo di Sir Keir Starmer  al numero 10 di Downing Street accompagnato dalla moglie – immagine gratuita di Flickr.

Sette euro per Sinner

Sette euro per Sinner

Sette euro per Sinner

Come si fa a non tifare Sinner? Non solo è italiano, ma un giovane dalle buone maniere: gentile, educato (anche quando gioca), mai strafottente, un modello per bambini/e che possono ammirare un atleta (n.1 al mondo) che non si monta la testa e rimane una persona nei modi semplice, legata alla sua famiglia che di certo lo ha educato bene ai valori fondamentali della vita che sono le relazioni più che il denaro. Genitori che continuano a fare il loro lavoro e non fanno gli influencer del figlio.

Alcuni aspetti mettono però in luce lo “spirito dei tempi” che viviamo. Anche Sinner, come molti altri, è un italiano che non paga le tasse, le elude legalmente abitando a Montecarlo (un paradiso fiscale in piena UE come del resto è San Marino consentito dal Governo italiano perché ci sono Governi –Francia e altri- che se anche hai la residenza a Montecarlo, paghi le imposte nel paese in cui sei cittadino).

Agli Internazionali di Roma, dove il biglietto di ingresso più economico per la finale era 600 euro (ma in prima fila sale a 2.700 euro), c’è chi lavora a 6-7 euro.

Sono centinaia i giovani (molti universitari) reclutati per una settimana o due in lavori precari a 6-7 euro all’ora, nonostante l’incasso sia di 83 milioni (40 dai biglietti, 28 dagli sponsor e 15 dalla tv). Devono arrivare mezz’ora prima, hanno gratis l’acqua, ma non il pranzo che possono prendere da Eataly di Farinetti al prezzo di 3-4 ore di lavoro. Il contratto dura in media una settimana o due. Molto meglio la campagna saccarifera che facevamo noi 50 anni fa, dove la paga era buona e durava un mese. Il mondo è cambiato e, per molti aspetti, in peggio. Chissà perché il Governo Meloni non vuole il salario minimo che c’è in 22 paesi su 27 in Europa e pure nel Regno Unito e Stati Uniti, paesi notoriamente comunisti.

Cover:  Internazionali Bnl d’Italia, Roma, Campo centrale del Foro Italico – foto su licenza audiala.com 

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Tu non sapevi che cosa cercare

Per certi versi /
Tu non sapevi che cosa cercare

Tu non sapevi che cosa cercare

Tu non sapevi che cosa cercare

Se verde o azzurro

Di prato o di mare

Non sapevi l’aspetto

Non sapevi l’odore

Non sapevi nulla tu, dell’amore

 

Se è freddo o bollente

Se neve oppur fuoco

Con quali parole

Se canto o se gioco

Se spiga di campo o riva di mare

Nulla sapevi tu, dell’amare

 

Tu non sapevi, soltanto sognavi

e ad ogni sogno, poi, t’ingannavi

Se perla o delfino

Se rovo o betulla

Tu, del tuo cuore, non sapevi ancor nulla

 

(La figlia e la Luna, Editrice Il Leggio, 2025)

 

In copertina: immagine di Pubblic  Domain Pictures 

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

presto di mattina la pietra che non ha dimora

Presto di mattina /
La pietra che non ha dimora

Presto di mattina. La pietra che non ha dimora

La pietra che non ha dimora

Sei tu il povero, tu colui che non ha mezzi,
sei tu la pietra, che non ha un suo luogo,
sei tu il lebbroso, lo scacciato,
che va col campanaccio davanti alla città.
Poiché nulla ti appartiene: così poco, come al vento;
la tua nudità, la gloria tua la copre appena;
la veste d’ogni giorno di un bambino abbandonato
e più nobile di lei, ed è come una ricchezza smisurata.
Sei così povero, come la forza di un seme
in una giovane ragazza, che lei nasconderebbe
volentieri,
e stringe i fianchi, così da soffocare
il respiro primo di quel suo diventar madre.
Sei povero, tu: come lo è la pioggia nella primavera
che felice cade sui tetti della città,
e come un desiderio, se un prigioniero lo alimenta
in una cella, sempre senza mondo.
O come i malati, che in un diverso modo si pongono
a giacere, e ne sono felici; come fiori tra i binari,
così tristemente poveri nel folle vento dei viaggi:
e come la mano in cui si piange – tu, così povero …
(Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore, Servitium Ed., Sotto il Monte [BG], 2008, 301).

Nella Premessa all’edizione del Libro d’ore edito dalla Morcelliana di Brescia nel 1950, Cesare Angelini (1886-1976) ha scritto che Rilke «come poeta ci ha insegnato alcune care verità: rassegnarci alla vita umile, depositata nelle piccole cose che ci sono date da vivere; sentirci più umani, cioè più vicini “a tutto l’umano fraterno”, che è pure cristianesimo segreto. E un’altra cosa, non meno bella ci ha insegnato: a riconoscere una grande Presenza: “Dio fermo a tutte le strade”. E il chiarore che sorge esitante da ogni pagina di Rilke, è, forse, e suo malgrado, l’insopprimibile chiarore proprio di Lui, Dio».

In una lettera a Ilse Jahr lo stesso poeta dirà che certi passi del libro sono «un esalazione di Dio dal cuore respirante: il cielo se ne copre ed Egli ricade come pioggia» (ivi, 9).

La pietra che non ha luogo, che non ha dimora, che non trova posto, pietra errante come la Shekhinah, la presenza di Dio in esilio, esule nel mondo, pietra che i costruttori hanno scartata è simile alla parola di Dio, che proprio in ragione dell’essere rifiutata è in grado di andare oltre, di spingersi altrove.

E così, di dimora in dimora, la parola di Dio si diffonde per tutta la terra e risuona tra le genti tutte. Questa pietra di scarto è lo stesso Figlio dell’uomo delle narrazioni evangeliche: «Mentre camminavano, un tale disse a Gesù: – Io verrò con te dovunque andrai. Ma Gesù gli rispose: – Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido, ma il Figlio dell’uomo non ha un posto dove poter riposare» (Lc 9, 56-58).

E tuttavia, questa erranza umile e paziente, come quella del fiume che porta alla luce l’oro nascosto nelle pietre della montagna, si rivela capace di mutare le sorti, di svelare anche il destino della pietra scartata, la sua metamorfosi, il divenire pietra scelta e preziosa agli occhi di Dio, posta a fondamento di future e certe dimore, pietra d’angolo chiamata a unire muri sconnessi per dare stabilità a tutta la casa. Colui a cui tutto manca, mendicante, dal nascosto volto, a lui tutto è dato.

E tutti i poveri, nei rifugi per la notte,
cosa sono innanzi a te – di fronte alla tua pena?
Sono piccole pietre appena, e non macine;
eppure, macinano un po’ di pane.
Ma tu sei quello al quale, più che a tutti, manca
tutto, il mendicante dal nascosto volto;
sei tu la rosa grande della povertà,
l’eterna metamorfosi dell’oro

Anche se d’alcuna profondità non ci curassimo,
se nasconde oro una montagna
ma nessuno vuole andarne alla ricerca,
il fiume un giorno lo trarrà alla luce –
lui che cerca tra il silenzio delle pietre,
la pienezza
Anche se noi non lo volessimo
Dio matura
(ivi, 54).

Come un tabernacolo è la dimora del povero, somigliante alla mano di un bambino, come scheggia di cristallo sfuggente, fatta di terra la sua casa e dal suo cielo migrano le stelle.

La casa del povero è come un tabernacolo.
Là l’eterno si tramuta in cibo,
e quando la sera viene, lieve si rivolge
indietro verso sé, con ampio cerchio,
e lentamente su di sé, ricolmo d’ echi, si richiude.
La casa del povero è come la mano del bambino.
Ciò che reclamano gli adulti, non lo prende;
solo un insetto con bizzarre antenne,
la pietra levigata, che viaggiò dentro il ruscello,
la sabbia che scorreva e le conchiglie che suonavano.

È come la terra la casa del povero:
la scheggia di un cristallo che sarà,
chiara adesso e adesso buia, nella fuga del cadere;
povera, come la calda povertà di una stalla; –
eppure, vi sono sere: ed essa è tutto,
ed escono da lei tutte le stelle
(ivi, 327).

Certamente il Libro d’ore non è una professione di fede cristologica. Semmai esprime il cercare pellegrino e questionante di Rilke nelle distanze e negli sconfinamenti terrosi, come è il vento, mendicante: «Non ha la terra, per loro, alcuno spazio? Di chi va in cerca il vento?» (ivi, 325); il suo è un cercare dentro all’immanente religiosità la sua trascendente preziosità, il suo segreto e il suo respiro tra il silenzio delle pietre e l’eco di un compimento a venire.

Lo vedi: sono un uomo che va in cerca.
Uno, che si nasconde, andando, dietro
le sue stesse mani – e come un pastore;
(possa tu lo sguardo allontanargli,
che lo confonde: l’occhio dell’estraneo).
Uno che sogna di portarti a compimento,
e che anch’egli assieme a te sarà compiuto
(ivi, 137)

E tuttavia, ai miei occhi, il chiarore cristallino, in profondità abbissali, di queste sue parole, chiaroscuri di una invisibile presenza, mi hanno ricordato il Cristo absconditus, latens deitas et vere latitans del tommasiano Adoro te devote, l’Ascondito in tutti e in tutte le cose.

E come dallo scorrere di un fiume carsico riaffiorato, è venuto alla luce un vangelo, che uno sguardo innamorato, giorno dopo giorno, ha imparato a scorgere in ogni parola poetica, anche la più oscura e tronca, cogliendo anche nella più irta o levigata la scintilla del Verbo che si è fatto umano, che si fa cosmo.

Una pietra singolare

Nel salmo di ringraziamento 118, 22 si legge: la pietra (lithos) scartata dai costruttori, è ora pietra/pinâ eminente. Essa all’inizio della costruzione è stata scartata come non buona, ma poi si rileva di valore eccezionale e viene posta in una posizione eminente, ben visibile, sporgente in fuori. Nel primo Testamento, la pietra “eccellente” o “angolare” indica il Messia davidico con la sua comunità, che aveva nella pietra “roccia” del Monte Sion nel tempio di Gerusalemme la pietra dell’altare.

Nei vangeli sinottici Gesù applica a sé e alla sua comunità questa immagine messianica quando nel piazzale del tempio, davanti alla “pietra” dell’altare dei sacrifici, pronunciò la parabola dei vignaioli omicidi in cui il “Figlio prediletto” viene rigettato, cacciato fuori dalla vigna e ucciso, al modo di Gesù che fuori delle mura di Gerusalemme sarà crocifisso.

L’apostolo Pietro quando scrive la sua lettera alle comunità cristiane perseguitate e disperse nelle province romane dell’Asia Minore ha presente questi riferimenti biblici e scrive: «Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).

Simile, nello splendore, a pietre preziose

La preziosità di questa pietra viene poi descritta nel libro dell’Apocalisse attraverso il simbolismo di diverse pietre preziose, riguardanti Colui che è “simile a un figlio d’’uomo”, il Cristo vittorioso sulla morte e glorioso assiso in trono. Giovanni non descrive le sue sembianze umane, ma la realtà nascosta in esse, paragonandola allo splendore diffuso dalle gemme quando sono attraversate dalla luce: «Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono» (Ap 4,3).

Il diaspro esprime la trasparenza: è pietra cristallina e luminosissima e significa la gloria e la santità stessa di Dio che dimora nell’umanità del Cristo. La cornalina, pietra di un rosso intenso simile al rubino tendente all’arancio brunito, fa da contrappunto al diaspro splendente, ed esprime il colore del sangue e l’intensità del fuoco a significare l’incarnazione e il sacrificio cruento del Figlio dell’uomo.

Se il diaspro è la luce pura e la cornalina è il rosso del sacrificio del Nazzareno, lo smeraldo è la pietra della speranza e simboleggia un arcobaleno di grazia e di misericordia che riconcilia l’intera umanità ed è preludio dei cieli nuovi e della terra nuova in cui stabile sarà la giustizia e la pace.

Anche una nuova città, una nuova umanità, vede Giovanni, la nuova Gerusalemme: «Le fondamenta del muro della città erano adorne d’ogni pietra preziosa; il primo fondamento era di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardonico, il sesto di sardio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista» (Gv 21, 19-20).

Costruttore di dimore

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14, 2-3).

Sono queste le parole di addio di Gesù nell’ultima cena con i suoi amici. Nell’intimità dell’amicizia e promettendo un altro paraclito che starà con loro sempre, egli si manifesta a loro come il costruttore di dimore. Costituisce noi come sua dimora, come egli fu abitato da questo Padre dimorante in lui (Gv 14,10).

«“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”» (Gv 14,23). È il costruttore che si fa dimora, la pietra senza dimora che edifica le pietre scartate: «“Non tu costruirai una casa a me, ma Io, il Signore, costruirò una casa a te”» (2 Sam 7, 11-16).

“Oltre la pietra vive il suo tesoro”

È un’epigrafe che si trova all’esterno della Basilica di San Petronio a Bologna. Ci ricorda che anche le pietre della chiesa sono da amare, tanto quanto le pietre vive che la edificano vale a dire le sue pietre spirituali, non per sé stesse, ma perché sono il segno e la dimora di una presenza nascosta e preziosissima. Presenza che tutta si raccoglie nel tabernacolo, la dimora del pane eucaristico, che in tempi antichi custodiva anche il libro dei vangeli.

Così il pensiero corre al tabernacolo e all’altare di Santa Francesca Romana; ne parlano il Guarini nel suo Compendio Historico… e lo Scalabrini nelle sue Memorie Istoriche … dove illustra l’armonia del capolavoro dell’artista napoletano Giuseppe Ragazzini (1619).

Nel 1954, il restauratore Renzo Biondi di Firenze compilò la seguente attestazione: «Dichiaro che il Tabernacolo e la tarsia dello Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesca Romana in Ferrara è un gioiello per arte e per preziosità di marmi e pietre dure. Soprattutto la porta del Tabernacolo rende il ciborio di detta chiesa uno dei più belli dei lavori in pietre dure esistenti in Italia.

La fascia laterale al Tabernacolo è in onice di Algeri, oggi introvabile. Diaspri di Sicilia lineari, diaspri sanguigni e fioriti, ametiste, pietra rossa di Cipro, lapislazzuli di Siberia, pietra paesina, onici ed altre pietre dure, rare e preziose, si riuniscono in una armoniosa simmetria di linee e di colori, tanto da rendere giustificato il giudizio espresso dal Guarini, storico ferrarese, che dichiara essere il tabernacolo di S. Francesca Romana uno dei più belli d’Italia» (M. Cavallari, La Chiesa di S. Francesca Romana tra fabbrica e storia nella Ferrara dell’Addizione di Borso d’Este, Cartografica artigiana, Ferrara 1995, 22).

L’uomo che ascoltava le pietre

Forse, accade che io vada attraverso vene dure
in aspri monti, solo come lo è un metallo;
e sono così profondo, che non vedo fine
né alcuna lontananza: tutto fu vicino,
e ciò che fu vicino fu di pietra.
Non sono ancora esperto nella pena –
così piccolo mi rende il buio immenso!
Ma Tu lo sei: fatti pesante, irrompi!
Mi si mostri per intero la tua mano
e io a te, con tutto il mio invocare.
(Libro d’ore, 263)

È Michelangelo l’uomo che ascoltava le pietre. Rainer Maria Rilke ne parla in un racconto in cui narra del suo viaggio in Italia a un suo amico paralitico nel libro Le storie del buon Dio. L’ispirazione del testo viene da lontano, poiché nei due viaggi di formazione in Russia che fece con Lou Andreas-Salomé nel 1899-1900, Rilke fu influenzato profondamente dalla spiritualità del monachesimo e del misticismo russi.

Da quell’incontro ne sortì la percezione che il vero, il senso profondo della realtà, non risiedessero tanto dall’intelletto ma nella capacità dell’ascolto, di farsi orecchio, perché anche le realtà più piccole e povere, come la realtà inanimata di una pietra, hanno una voce e una certa partecipazione alla sconfinatezza del mondo dello spirito. È questo anche l’orizzonte in cui prende forma Il libro d’ore, una raccolta lirica composta di tre parti: Il libro della vita monastica; Il libro del pellegrinaggio; Il libro della povertà e della morte, dove l’impoverirsi e il morire divengono il luogo di un nuovo inizio.

Fu quel paesaggio sconfinato, presente ovunque ma infinità intima a tutto, a formare in lui la consapevolezza di un Dio “vicino alla terra”, il cui compimento era tuttavia ancora in divenire. Un Dio vicino da lontano, che il silenzio interiore, come un’apertura mistica, consente di percepire, un viatico per lasciarci raggiungere ed andargli incontro.

Il destino di Michelangelo – «sentiva attraverso il marmo le vene di Dio» – come la vocazione di ogni uomo e donna è quella di liberare Dio dalla pietra che lo racchiude come in un sepolcro, così da dare un volto alla “pietà”, all’invisibile mistero fuori e dentro di sé e fare spazio e liberarne così la sua infinità amorevole proprio ponendosi in ascolto delle pietre scartate per arrivare ad udire e svelare la loro elezione e preziosità; è in esse che Dio si nasconde e lì vuole essere cercato e incontrato.

«In quell’ora molte preghiere stavano arrivando alla terra in cielo. Ma Dio ne riconobbe solo una: la forza di Michelangelo, che come un profumo di vigna saliva lui. Ed egli consentì che essa riempisse ogni altro suo pensiero. Si chinò ancora di più, fino a rintracciare l’uomo intento nel suo lavoro; e al di sopra delle spalle ne scorse le mani assorte in ascolto della pietra. Allora si spaventò: anche le pietre avevano un’anima? Perché quell’uomo rimaneva in ascolto delle pietre?

Ma ecco che le mani si destarono e presero a scavare la pietra come una tomba da cui si levi vacillando un’esile voce morente. “Michelangelo”, gridò Dio in preda all’angoscia. “Chi è nella pietra?” Michelangelo tese l’orecchio; le sue mani tremavano. Poi rispose con voce cupa: “Tu, mio Dio. E chi altri? Ma io non posso giungere sino a te”.

Dio allora comprese che egli era anche nella pietra, e questo lo rese inquieto, dandogli un senso di oppressione. Tutto il cielo era un’unica pietra ed egli, dentro imprigionato, sperava che le mani di Michelangelo lo liberassero; sentiva che si avvicinavano, ma erano ancora lontane.

Il maestro, tuttavia, era di nuovo chino sul suo lavoro. Senza cessa pensava: “Tu sei solo un piccolo masso, e altri potrebbe trovare in te appena un uomo. Ma io qui sento una spalla: è quella di Giuseppe d’ Arimatea; qui è Maria che si china, sento le sue mani tremanti che sostengono Gesù, nostro Signore, appena spirato sulla croce. Se in questo piccolo marmo trovano spazio tre persone, perché non potrei, una volta, portare alla luce da una roccia un’intera razza sopita?”.

E a grandi colpi liberò le tre figure della Pietà; ma non tolse completamente il velo di pietra dai volti, quasi temesse che la loro profonda tristezza si posasse sulle sue mani, paralizzandole. E così fuggì verso un’altra pietra. Ma rinunciava ogni volta a dare a una fronte tutta la sua luce, a una spalla la sua curva più pura; e quando modellava una donna non posava l’ultimo sorriso intorno alle sue labbra, perché la sua bellezza non fosse del tutto tradita.

E volse di nuovo i passi verso Firenze. Vide una stella e il campanile del duomo. Intorno ai suoi piedi era sera. D’un tratto, a Porta Romana, esitò. Le due file di case si tesero verso di lui come braccia, in un baleno lo afferrarono e trassero nel cuore della città.

Le strade si facevano sempre più buie ed anguste, e quando ebbe varcato la soglia di casa, si sentì stretto da due mani oscure, cui non poteva sfuggire. Riparò nella sala, e di qua nella stanza bassa, lunga appena due piedi, in cui era solito scrivere. Le pareti gli si strinsero addosso, e fu come se lottassero con la sua infinitezza, per costringerlo nuovamente nella sua vecchia, stretta figura.

Non resistette. Cadde in ginocchio e si lasciò fermare da loro. Avvertiva in sé un’umiltà prima mai conosciuta, come il desiderio di diventare, in qualche modo, più piccolo. E venne una voce. “Michelangelo, chi è in te?”.  L’uomo, nella stretta stanza, – posò la fonte pesante nelle mani, e disse piano:  “Tu, mio Dio. E chi altri?”.

Allora lo spazio si fece vasto intorno a Dio; egli levò liberamente il suo volto che era sopra l’Italia, e si guardò intorno: vide i santi coi loro mantelli e le loro mitre, gli angeli che con i loro canti erravano tra le stelle assetate come con anfore colme di limpidissima acqua sorgiva; e il cielo non aveva più fine.

Il mio amico paralitico levò lo sguardo e lasciò che le nuvole della sera portassero via questo suo sguardo, traverso il cielo. “Dio, dunque, è lassù?”, chiese. Non risposi. Quindi, chinandomi verso di lui: “Ewald, tu pensi che noi siamo quaggiù?”. Ci stringemmo, con affetto, le mani» (Le storie del buon Dio, La Biblioteca Ideale Tascabile, Milano 1995, 56-58).

Cover: Foto di Herbert Aust da Pixabay

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Contro Il business del Nuovo (e Sporco) Nucleare Civile: occorre liberare l’energia dal profitto

Contro Il business del Nuovo (e Sporco) Nucleare Civile: occorre liberare l’energia dal profitto

Contro Il business del Nuovo (e Sporco) Nucleare Civile:
occorre liberare l’energia dal profitto

Giorgia Meloni ha annunciato in Parlamento una proposta di legge per un ritorno al nucleare civile in Italia entro la prossima estate.

In sé non è una novità: è parecchio tempo che si assiste a una campagna di propaganda a favore del ritorno al nucleare civile: campagna basata sulla bellezza e efficienza delle nuove centrali (più piccole e più sicure), sulle rassicurazioni riguardo allo stoccaggio delle scorie, sulla necessità di aumentare la produzione di energia.

La verità è che un serio dibattito sul tema dell’energia è assente dalla pubblica piazza. Come direbbero in coro tutti i movimenti ecologisti: business as usual, ciò che conta è fare soldi.

Il sistema di produzione e distribuzione dell’energia è basato sul concetto che l’energia è un bene da vendere; l’energia in sé e i metodi per produrla; la sostanziale sopravvivenza delle fonti fossili, nonostante tutti i conclamati “effetti collaterali” (CO2, malattie, inquinamento di terreni e falde acquifere ecc.), è dovuta al tremendo business che c’è intorno alla medesima: estrazione, trasporto, trasformazione, consumo e smaltimento: tutte attività altamente lucrative e, in gran parte, nelle mani delle lobbies finanziarie.

Questo circuito malefico produce ricchezza per ogni attore del medesimo. Per questo il sistema si basa su centri di produzione e su un sistema di distribuzione: che il produttore sia fossile, nucleare o perfino centrali elettriche basate su fonti rinnovabili (grandi estensioni fotovoltaiche o parchi eolici giganteschi perfino off shore) non cambia la visione: l’obiettivo è vendere. E in questa visione vediamo cascare perfino amici che si definiscono “ecologisti”.

Le cose sarebbero diverse se cominciassimo a considerare l’energia come un bene comune collegato con il bene comune più grande che abbiamo a disposizione: il pianeta. E, conseguentemente, considerare che il pianeta ha risorse limitate e che, come attestano ogni anno gli studi dell’Overshoot Day, noi ne stiamo abusando.

Se consideriamo l’energia e la sua produzione come bene comune la prima cosa da fare sarebbe curarne l’efficienza: le reti elettriche hanno un livello di dispersione variabile che può superare il 10% e che è proporzionale alla distanza percorsa. Le reti elettriche sono state utili a portare, molti anni fa, la corrente elettrica in ogni casa; sono ancora utili per portare grandi quantità a una fabbrica energivora. Ma la tecnologia attuale consente perfettamente a tutti gli edifici pubblici di essere trasformati in una casa passiva, cioè in un edificio che produce l’energia che consuma; a Bolzano, per esempio,  l’hanno fatto molti anni fa, perché altrove no?

Perché nel fare una casa passiva non si compra più energia da nessuno, finisce l’affare Il famoso criticatissimo superbonus ma molto di più la Legge sulle Comunità Energetiche sono stati tentativi di andare nella direzione del bene comune. Ma della legge sulle Comunità Energetiche non si parla e già alcune holding di profitto stanno provando a vedere se si può lucrare anche lì e stravolgere l’idea che il risparmio, la localizzazione e la condivisione siano la soluzione al problema.

Alla politica bisognerebbe chiedere di pensare, finanziare ed implementare sistemi di liberazione dell’energia dal profitto, cominciando da tutto quello che si può fare direttamente con le proprietà dello Stato. Sarebbe un investimento che, tra l’altro, comporterebbe nel giro di poco tempo un guadagno da parte delle amministrazioni locali e nazionali, così come possono testimoniare coloro che l’hanno fatto, sia nel pubblico che nel privato. Una questione pratica di buon senso.

Ma, come al solito, il tema di fondo è che dovremmo cambiare paradigma e prospettiva e mettere al centro il Bene Comune, l’Essere Umano e la sua casetta blu, velata dalle nubi.

Articolo pubblicato con altro titolo su pressenza il 14.05.2026

Cover: reattore nucleare attivo – immagine su licenza di ohga.it

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Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato

Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato.

Eravamo in molti questa mattina nella Chiesa di Santa Maria in Vado a dare l’ultimo saluto a Gianni Venturi, un intellettuale e un critico di statura internazionale: come non citare i suoi lavori su Canova, su Pavese, su Bassani. Dei suoi studi e dei suoi titoli accademici ne ha scritto pochi giorni fa la sua carissima amica Anna Dolfi nel suo Ricordo impossibile [Vedi qui]

Gianni Venturi, legato a triplo filo alla sua città (un odio e amore perfetto)  è stato anche una figura influente nel panorama (sempre più disabitato) della cultura ferrarese. La sua voce e la sua penna si è levata contro il tentativo di trasformare il Castello Estense in un feudo della famiglia Sgarbi, per la difesa dell’oasi verde del Parco Urbano intitolato a Giorgio Bassani, contro l’ultimo ecomostro cresciuto al Lido degli Estensi e in cento battaglie civili e culturali.
Perché a Gianni piaceva “andare in battaglia”, raccontare e raccontarsi, esporsi, confrontarsi. Ma senza nessuna cattiveria, con la forza delle sue parole esatte e della sua passione. Aveva pochi nemici e moltissimi amici. A questi e a quelli, prima o dopo la tenzone, si avvicinava con un sorriso ed un abbraccio.

Ma Gianni è stato per me, prima di tutto, un amico, le sue telefonate quasi giornaliere per raccontarmi l’ultimo fatto o misfatto cittadino e per annunciarmi l’ultimo Diario in arrivo. Poi, appena pubblicato, un’altra telefonata per chiedere il mio parere.

Il suo primo Diario in  Pubblico su Periscopio porta la data del  29 ottobre 2014. Il titolo, colto e scherzoso da lui stesso proposto: Parigi val bene una messa, Lucrezia no! . Cominciava così: “Arrivo dunque nella ben amata città. E appena scorgo gli alberi dei giardini del Lussemburgo i ricordi si affoltiscono e mi sopraffanno. La giornata è di un grigio neutro e alla svolta di Place de la Sorbonne scatta imperiosa la proustiana memoria involontaria e ricordo la prima Lilla imperiosamente portata dentro una sporta dal mai dimenticato amico Pommier nell’aula dove io, il suo babbo umano, avrebbe blaterato su non mi ricordo chi.”

Da allora, in questi 12 anni, il Diario in Pubblico avrebbe raggiunto e superato le 220 puntate.

Il suo lungo Diario merita un racconto, ma prima un piccolo salto indietro nel tempo, 45 anni o giù di lì. Storia minore si intende…
Avevo 18anni ed ero impegnato nel movimento studentesco e nel farmi crescere i primi peli in faccia. Lui, ne avevo sentito parlare, un intellettuale 40enne di successo, uno studioso già affermato, un ferrarese fedele come può esserlo un carabiniere, ma di vocazione cosmopolita. Allora l’esame di maturità, specie se facevi il Classico, era una cosa serissima, notti in bianco a recuperare il programma.
E Gianni Venturi me lo sono trovato all’orale dall’altra parte del bancone,  era il Commissario Esterno. Il resto della Commissione in silenzio; all’esame ho parlato esclusivamente con lui: di Manzoni e di Gadda (era il mio pezzo forte) e anche, eravamo passati a Storia, della vessata questio tra “guerra di liberazione” e “guerra civile”, per planare (finale a sorpresa) su Piero della Francesca.
Beh, non è andata male – il mio commento fuori dal portone – “quel Venturi sa Tutto di Tutto, è simpatico, quasi buffo, un tipo particolare, un esemplare unico.”

Il carissimo Gianni è sempre rimasto per me un “esemplare unico”, e unico è anche suo Diario dove si intrecciano, si scambiano, si fondono il piano pubblico (i viaggi, le città d’elezione, i convegni, gli spettacoli, gli incontri con uomini e donne celebri)  e la sfera privata, quotidiana, intima.  L’empatia – ha ragione Anna Dolfi – è la cifra che più connota  il suo gesto e il suo cuore. Insieme all’autoironia (merce rarissima nel terzo millennio), la stessa che gli fa confessare spudoratamente di essere un radical chic: avete mai conosciuto qualcuno che ammette di esserlo? Lui sì, così colto e così candido.

In tempo di pandemia Gianni, il viaggiatore cosmopolita, è costretto dal lock down a girare in tondo. Allora si inventa un perfetto alter ego, un criceto. Cosi, sul Diario in Pubblico del 19 aprile 2020  Il passo dei politici visti da un criceto  

“Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. È un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.”  Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione.”

E il monologo interiore di Gianni-Criceto continua (IL TEMPO DEL CRICETO Ovvero la condizione delle “inascoltate”)

“Non è un caso che l’animale di riferimento, il criceto, abbia trovato buona pubblicità nel pianeta delle donne. Leggo nell’Espresso del 10 maggio titolato Ripartenza (sostantivo al femminile), tutto dedicato alle donne e al loro ruolo così vilipeso, dimenticato e infine maltrattato, storie di ordinaria ingiustizia. Nel primo articolo si parla di Lorenza Neve due lauree e un figlio piccolo, oltre a un compagno in cassa integrazione.
Nativa di Bergamo e domiciliata a Rho milanese per tutto il periodo del lockdown il figlio piccolo non è uscito di casa e Lorenza, madre, impiegata, ha continuato a lavorare in orario d’ufficio (10-18). E ecco il punto che m’interessa: “Vorresti rendere come prima. Ma non ce la fai, sembri un criceto che rincorre il tempo e a ogni giro di ruota ti senti sempre meno all’altezza di quella che eri”.

Sfilano politici di mezza tacca e personaggi televisivi (l’imperdibile riassunto del Sanremo di turno), gli amatissimi cani (i pelosi) e fatti di cronaca dal Belpaese, Cronache estive dal L(a)ido degli Estensi e ricordi di amici antichi o presenti (da Riccardo Muti a Liliana Segre e a tantissimi altri). Scorci di città ad acquarello (Ferrara naturalmente, e Parigi, Firenze, Roma, Venezia… ) e riflessioni su un autore, un concerto, una grande mostra. E sempre con un lessico e uno stile inconfondibile: leggero, ironico, sincero, godibilissimo. Rileggere random qualche puntata del suo Diario in Pubblico è come riportarlo in vita: è lui, tutto intero, sembra ancora sorriderci.

In copertina: Gianni Venturi, curatore con Portia Prebys del Centro Studi Bassaniani, mostra le opere di Giorgio Bassani a Casa Minerbi -Ferrara, 2016

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Che cos’è l’Arterapia, figlia dell’arte e della psicanalisi

Che cos’è l’Arterapia, figlia dell’arte e della psicanalisi

Che cos’è l’Arterapia, figlia dell’arte e della psicanalisi

Ho letto l’articolo di Giovanna Tonioli “Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte” [Vedi Qui],nel quale vengo citata, e vorrei integrare con alcune riflessioni, a partire da alcune esperienze da me compiute in questi anni.

Vorrei intanto operare una distinzione: attività artistiche e culturali, come le mostre, a cui mi sono recentemente dedicata, dedicate ai ritratti di adulti, bambini stranieri e persone provenienti da Gaza, non rientrano nell’ambito dell’arteterapia clinica. Non vi rientrano neppure i laboratori artistici in scuole, associazioni e altri contesti educativi, che pure io stessa in qualche caso ho svolto.

E’ arteterapia invece quella che si pone un obiettivo terapeutico specifico, a partire dalle esigenze, o domande di aiuto, di persone in carne ed ossa.

Ho avuto occasione di condurre interventi di arteterapia in contesti clinici con pazienti, presso l’Ospedale di Cona e in altri contesti protetti. In questi casi ho attivato il setting arteterapeutico e ho operato come arteterapeuta abilitata alla professione.

L’arteterapia presuppone infatti una formazione in psicologia, competenze umanistiche, artistiche e un percorso di analisi della propria persona, condizioni necessarie per essere abilitati alla professione, oltre che una certa esperienza sul campo. Componenti che richiedono anni di studio ed esperienza in campo medico, psicologico, umanistico, comunicativo e relazionale.

Per attivare setting arterapeutici presso l’unità gravi cerebrolesioni dell’ospedale di Cona è stato per me necessario conoscere in primis il profilo medico clinico delle cerebrolesioni acquisite a seguito di trauma encefalico, conoscere la fisiopatologia delle gravi cerebrolesioni, il funzionamento del sistema nervoso, assieme al lavoro svolto dai diversi professionisti attivi per la cura dei pazienti, quindi il programma riabilitativo, i disturbi cognitivi e del comportamento di cui le persone sono affette. Queste conoscenze sono molto importanti per orientare il lavoro dell’arteterapeuta, per scegliere i materiali da utilizzare, adatti alle condizioni dei pazienti, e per lavorare in modo sia  autonomo che in equipe, in ambito sia ospedaliero che fuori dall’ospedale.

Le attività di arteterapia e musicoterapia dovrebbero essere comprese nello stesso programma di riabilitazione, compaiono come attività di cura dei pazienti nella cartella clinica personale, ma purtroppo faticano ad essere attivate per via dei tagli alla sanità. L’arteterapia in ambito clinico, va detto,  si distingue dal lavoro della terapia occupazionale.

Dall’esperienza compiuta in ospedale ho potuto constatare come l’arteterapia possa essere molto efficace, stimoli l’autostima, il valore delle persone, serva per valutare le capacità e potenzialità residue, stimolare e migliorare le funzioni cognitive, mnesiche e attentive, per rilasciare e controllare le emozioni, intervenire sulla ripresa fisica, psicologica e cognitiva e possa essere utile anche nella diagnosi e valutazione dei deficit. L’arteterapia interviene nella capacità di elaborare input sensoriali e nell’organizzazione dei pensieri, e molto altro.

L’arteterapia può essere di aiuto in diversi contesti di cura e l’arteterapeuta deve essere specializzato e abilitato per svolgere questo lavoro sia in ambito clinico che non, nell’ambito di setting sempre comunque protetti.

L’arteterapia medica parte da una concezione umanistica della malattia ed è un’alleata della medicina.

I setting attivati con donne straniere e/o vittime di tratta hanno presupposto anche una conoscenza approfondita delle condizioni e della realtà del mondo migratorio.

Esistono varie forme e linguaggi utilizzati in ambito arteterapeutico che fanno riferimento ad approcci, metodi e tecniche diversi. L’approccio da me adottato è quello umanistico-esperenziale, che ha come riferimenti la psicologia umanistica di Carl Rogers, e coniuga teorie e principi mutuati da S.Freud, C.G.Jung, dalla psicologia della Gestalt, dalla terapia psicodinamica.

L’arteterarapia, figlia dell’arte e della psicanalisi, ha però una sua identità che si costruisce in base proprio al metodo di lavoro.

Il metodo da me impiegato si fonda sulle tre dimensioni comunicative che attengono il piano espressivo, simbolico e analitico/interattivo così come delineato dal pensiero e dall’ insegnamento di Paola Caboara Luzzatto, o ancora dal lavoro condotto da Cathy Malchiodi in ambito medico-clinico.
I materiali che utilizzo sono diversi e scelti in base al paziente, alle persone, alle loro condizioni di salute e agli obiettivi da raggiungere. La conoscenza dei materiali utilizzati e delle tecniche artistiche è fondamentale per l’arterapeuta mentre per il paziente la mancanza di conoscenze in campo artistico non pregiudica gli interventi: l’arterapia non ha come obiettivo la produzione di manufatti eseguiti con competenza ma si concentra sul processo creativo.

L’arteterapia condotta in ambito non medico non persegue finalità meramente socializzanti e ricreative ma aiuta le persone a prendere contatto con la propria interiorità, il proprio mondo interiore, ad esprimere le proprie emozioni, dolori, traumi, sofferenze e schemi del proprio Sé e del proprio modo di funzionare; aiuta a prendere consapevolezza di chi si è e delle proprie potenzialità di cambiamento attuabili per essere più in pace con se stessi e il mondo, con gli altri.

L’arteterapia non interpreta, non legge i manufatti, espressioni, simboli o risposte in base a schemi chiusi o saperi definiti, non giudica, ma guida in punta di piedi la relazione, che si sviluppa per creare fiducia in un setting protetto. Ed è attraverso il processo creativo che l’a.t. può entrare in relazione e comunicazione profonda con il paziente, la persona bambina o adulta, per aiutarlo ad esprimersi, a vedersi, a superare le proprie paure, ansie, traumi e a scegliere il proprio senso di vivere.

Gli elaborati, quando il setting e il processo creativo prevede la creazione di manufatti e immagini,  non sono opere artistiche da mostrare ma da leggere e vivere. È il paziente, alleato con l’arteterapeuta, a scegliere il loro destino.

Tecniche e materiali possono prevedere l’uso dei diversi linguaggi artistici come musica, danza, teatro, fotografia, video, disegno, pittura, scultura e narrazione. La conoscenza del linguaggio, delle tecniche e dei materiali scelti per attivare il setting arteterapeutico da parte dell’arteterapeuta è molto importante.

Le sedute di  arteterapia possono essere condotte individualmente, in coppia,  in gruppo o in modalità di studio aperto.

Oggi vengono pubblicizzati molto spesso brevi corsi per diventare arteterapeuti. Credo che questi percorsi possano essere utili per le persone che vogliono conoscere le potenzialità di questo strumento di cura, ma l’esercizio della professione richiede molto di più, un’abilitazione che comporta anni di studio, sperimentazione ed esperienza sul campo.

In copertina: acquerello di Miriam Cariani

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Il salario “giusto” è solo uno spot. Ma i giovani l'hanno capito

Il salario “giusto” è solo uno spot. E i giovani l’hanno capito

Il salario “giusto” è solo uno spot. E i giovani l’hanno capito

Puntualmente ogni anno il 1° maggio arriva un decreto del Governo che dovrebbe favorire i lavoratori nella loro festa. Quest’anno c’è l’introduzione del salario “giusto”.

Significa che le imprese possono avere gli incentivi pubblici per assumere se applicano i contratti di lavoro “comparativamente più rappresentativi” che sono quasi sempre quelli di Cgil-Cisl-Uil e non quelli pirata.

Bene. Piccolo passettino avanti, ma sono soprattutto le imprese che applicano i contratti pirata che fanno uso del lavoro precario, povero e di part-time in regola a cui si aggiungono in nero altre ore e che non sono certo imprese che assumono. Per cui tutte quelle che applicano contratti pirata continueranno a pagare poco.

Il salario “giusto” non affronta quindi il cuore del problema, cioè quella massa di circa 4 milioni (2,2 secondo la UE) che hanno salari bassi in quanto sfruttano i contratti pirata, quelli da 4, 5, 6, 7 euro all’ora.

Negli altri paesi UE che applicano il salario minimo (22 su 27) tutti sanno che sotto una certa soglia non si può andare ed è una forma di tutela delle fasce povere che sono più facilmente ricattabili e non lo sarebbero se fosse noto “urbi et orbi” che sotto una certa soglia non si può andare.
Poi si potrebbe discutere, come chiede Pietro Ichino, se differenziare questa soglia minima tra Sud e Nord visto che si sa che i salari nel privato al Sud sono più bassi anche del 20% per via del minor costo della vita e delle case (ma non a Napoli).

Per ora chi tutela queste fasce deboli (rider, braccianti, immigrati, guardie giurate, filiera del lusso…) sono i giudici che hanno la facoltà di intervenire per via dell’articolo della nostra Costituzione sulla dignità del lavoro (Art. 4) che possono verificare se la retribuzione sia davvero “sufficiente e proporzionata” (Art. 36) anche quando i contratti sono quelli dei sindacati che in quel settore sono “comparativamente più rappresentativi” (non Cgil-Cisl-Uil) e che pagano poco.
Per esempio il tribunale di Milano che ha disapplicato il contratto sulla Vigilanza privata che era di 5 euro all’ora, anche se era fatto da sindacati “comparativamente più rappresentativi”.

Il fatto è tanto più grave sapendo che l’Italia (fonte OCSE), è l’unica grande economia che ha visto ridursi i salari dell’8% dal 2021 al 2025 in un contesto precedente che già aveva visto stazionari i salari negli ultimi 30 anni. Sempre secondo l’Ocse è il salario minimo che protegge i lavoratori più deboli.

In Inghilterra, per fare un esempio, non si può scendere nel 2026 sotto 12,71 sterline all’ora (al cambio sono 14,8 euro). Come si vede tutti gli anni in aprile il salario minimo viene aumentato spesso anche più dell’inflazione proprio per proteggere quei milioni di lavoratori deboli inglesi che o non hanno la contrattazione o rischiano di essere ricattati dalla mancanza dei sindacati.

Un altro effetto negativo è il fiscal drag (drenaggio fiscale) che aumenta l’imposta per via della sola inflazione, così se il salario cresce e supera lo scaglione di reddito dei 28mila euro annui l’aliquota fiscale sale dal 23% al 35%.

E’ il caso dei salari bassi e medi che nel 2026 perdono da 19 a 168 euro per chi guadagna da 20mila euro a 30mila che è una parte enorme dei dipendenti e pensionati (nonostante e dopo gli incentivi del Governo), mentre un piccolo beneficio l’ha chi guadagna fino a 15mila e più di 35mila.

L’aumento dei salari non può farlo solo il Governo ma certo può aiutare in vari modi:
a ) introducendo un salario minimo di legge da adeguare con l’inflazione come fanno 22 paesi e UK inclusa;
b ) pagando i suoi dipendenti almeno come l’inflazione (invece li paga la metà);
c ) obbligando chi non rinnova i contratti ad aumenti salariali.

Non sarà certo con la propaganda che si potrà risolvere il salario povero.

 

Un’ultima considerazione sull’occupazione che risulta (Istat) in forte crescita negli ultimi anni.
Questa crescita è iniziata nel dopo Covid soprattutto per l’enorme traino del superbonus nell’edilizia, un settore che spinge tutto il resto e che va esaurendosi. Infatti negli ultimi 2 mesi l’occupazione sta calando e a marzo 2026 era 30mila occupati in meno di marzo 2025.

L’aumento dell’occupazione durante i 3 anni e mezzo del Governo Meloni non è stato di 1,2 milioni come viene propagandato, ma di 880mila unità e in termini mensili meno della metà di quello del Governo Draghi (58mila versus 21mila). L’aumento è legato al fatto che gli anziani preferiscono continuare a lavorare piuttosto che andare in pensione, per cui tutto l’incremento riguarda gli over 50 anni, mentre tra i giovani fino a 34 anni l’occupazione non è cresciuta col Governo Meloni e ora sta calando (il che spiega perché chi può va via dall’Italia). Negli ultimi 12 mesi infatti gli occupati fino a 49 anni sono calati di 388mila unità mentre sono ancora cresciuti di 350mila gli over 50 anni.

Infine il monte ore lavorato è stazionario da anni, il che significa che si redistribuisce su una massa maggiore di lavoratori e ciò spiega in parte anche perché i salari calano.

Molta propaganda e pochi fatti e molti giovani l’hanno capito in quanto non guardano la tv ma si informano sui social da cui apprendono le schifezze sui silenzi del Governo sulla Palestina. Ecco perché il “vento” è cambiato come ha capito bene la premier che cerca di correre ai ripari. Di soldi però non ce ne sono più e il PNRR sta finendo. Bisognerebbe andarli a prendere dove sono (ricchi e multinazionali che fanno extraprofitti), ma per questo Governo sono intoccabili. Da qui le prossime contorsioni a cui assisteremo.

In copertina: rider in lotta – immagine da Comune-info

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Kaos in mare aperto

KAOS IN MARE APERTO. L’Europa e lo spazio lasciato vuoto

KAOS IN MARE APERTO.
L’Europa e lo spazio lasciato vuoto

C’è un’immagine che dovrebbe inquietare l’Europa più di quanto non stia facendo: alcune navi civili,  appartenenti alla Global Sumud Flotilla, impegnate a portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese – o a quello che di essa rimane nella sottile striscia di Gaza – sono state assaltate da reparti della marina israeliana in acque cretesi, dunque europee.

Un’azione condotta a centinaia di chilometri dalle coste israeliane, come se la geografia non avesse più alcun valore, come se lo spazio fosse un’estensione indefinita della sovranità di chi possiede la forza per esercitarla.

La cosa più sorprendente non è l’arrembaggio in sé, ma l’indifferenza con cui è stato accolto. Un’indifferenza che rivela una verità più profonda: l’Europa non crede più nella propria geografia. Non crede nei propri confini, nei propri mari, nei propri spazi. E soprattutto non crede più nei popoli che li abitano.

È qui che il pensiero di Roberto Esposito, nella sezione Geopolitica e metafisica di Kaos (il Mulino, 2026) diventa decisivo.

Esposito scrive che oggi, a definire l’essere, non è più il tempo, ma lo spazio.

Una frase che sembra astratta, finché non la si guarda dall’Europa: se l’essere è nello spazio, allora anche il potere si gioca nello spazio. Scrive Esposito:

«…da qualche anno, in filosofia, come in politica, si è cominciato a parlare di spatial turn, alludendo alla nuova centralità dello spazio…» , un centro che fino ad oggi è stato occupato dal tempo.

E continua dicendo: «Dopo che a lungo, categorie temporali come evento, processo…progresso, hanno occupato il campo della riflessione politica, si aspetta che una ricerca su “essere e spazio” subentri a quella, celebre, su “essere e tempo”».

In definitiva lo spazio è diventato un campo di forze, non una superficie da delimitare perché, «…lo spazio politico contemporaneo non è un territorio da tracciare, ma un campo di forze in movimento».

L’arrembaggio in acque cretesi è un esempio perfetto di questa trasformazione: una forza che non riconosce confini, che anticipa la minaccia, che agisce dove può, non dove dovrebbe.

E quello che vediamo è un’Europa che non reagisce, perché non sa più cosa significhi difendere uno spazio, un mare, una comunità.

Il problema è che questa indifferenza o, al massimo, timida reazione, non è più un difetto morale ma una vera e propria prassi politica in risposta a coloro che hanno già …svoltato spazialmente: Trump nei confronti di  Groenlandia, Venezuela, Iran, Cuba(?) e, ovviamente, Putin nei confronti della Ucraina, Transnistria, Georgia, Ungheria e Nethaniau verso Gaza, cis-Giordania e Libano.

Il nostro atteggiamento quello italiano ed europeo è, possiamo dirlo, il sintomo di un continente che ha smarrito la propria relazione con ciò che… contiene, che ha delegato la propria responsabilità e che vive in un tempo amministrato, ma in uno spazio abbandonato.

Esposito direbbe che l’Europa è diventata un luogo senza presenza, un territorio che non riesce più a garantire la propria spazialità. E quando uno spazio non è abitato politicamente, qualcun altro lo abita al suo posto.

Ma l’Europa, il Medio Oriente e il Mediterraneo rappresentano solo il primo teatro di questa  trasformazione.  Il secondo — e forse il più decisivo — è lo Spazio.

La recente ripresa dell’avventura spaziale americana verso la Luna e verso Marte, insieme alla rapidissima accelerazione cinese e di altre potenze (India, Indonesia e Giappone), mostra che la geopolitica sta diventando cosmo-politica nel senso letterale del termine: non più politica del mondo, ma politica del cosmo.

Le orbite, le lune, gli asteroidi, i pianeti stanno diventando nuovi spazi di contesa, nuovi campi di forze.

E ciò che sta accadendo in Israele, nel Golfo Persico, nel Mediterraneo — la sospensione del diritto, la proiezione extraterritoriale della sovranità, l’indifferenza verso i confini — è un’anticipazione di ciò che accadrà nello Spazio.

Se l’Europa non riesce a “difendere” Creta, come potrà difendere la propria “orbita”? Se non sa reagire a un arrembaggio nel proprio mare, come potrebbe reagire a una eventuale contesa sulla Luna?

Se non riconosce i territori abitati dai propri cittadini, come potrà riconoscere la responsabilità verso gli spazi che abiteremo domani?

Il futuro non sarà soltanto geopolitico, ma cosmopolitico e la domanda che l’Europa deve porsi è semplice e radicale: vuole essere un soggetto dello spazio o un oggetto nello spazio?

L’arrembaggio alla Global Sumud Flotilla non è un episodio isolato: è un segnale che ci dice che il potere contemporaneo si muove dove lo spazio è lasciato vuoto.

E che il vuoto, come insegna Esposito, non è mai neutro: è sempre un luogo di forze.

L’Ucraina e l’Europa e poi la Groelandia e prima di essa, il Canada e, ancora, la Palestina, la cis-Giordania, il Libano e il Venezuela, l’Iran, tutti questi spazi sono, per i vecchi e nuovi autocrati… vuoti da riempire.

Lo Spazio lo diventerà presto. La politica, dunque, se vuole sopravvivere, dovrà tornare a pensare lo spazio come forma dell’essere e come la prima e necessaria responsabilità verso chi lo abita.

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

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Parole a capo / Ricordando Gianni Goberti: Alcune poesie da "A due passi da Itaca". La poesia della semplicità senza fronzoli

Parole a capo /
Ricordando Gianni Goberti: Alcune poesie da “A due passi da Itaca”. La poesia della semplicità senza fronzoli

Ricordando Gianni Goberti: Alcune poesie da “A due passi da Itaca”. La poesia della semplicità senza fronzoli.

Ho conosciuto Gianni nei miei ultimi anni di lavoro alla videoteca – biblioteca comunale di cinema “Vigor“. Persona di poche parole, di una grande cultura cinematografica e non solo. Quando riuscivo ad entrare nel suo universo comunicativo, ne uscivo sempre più ricco. A quasi due anni dalla sua scomparsa, pubblico alcune poesie tratte da “A due passi da Itaca” pubblicato nel 1983 per la Casa Editrice Alba.

Nella breve presentazione (sarebbe più appropriato parlare di autopresentazione), Gianni Goberti conclude riferendosi al racconto “Ulisse il meschino” di Jorge Luis Borges e alle parole di Telemaco di fronte al corpo esanime del padre: “non giudicate quest’uomo dal suo aspetto, né da ciò che si disse di lui, né dalle apologie interessate. Giudicatelo dalle sue azioni”.

ANABASI

…partimmo senza rimpianti
in quella sera che incendiava
l’ala delle foglie nei viali di Giugno:
al mio fianco camminava Phobos, il timoroso
in una fila di silenzio
ci seguivano Eros, il dolce, e Ares
nell’orgoglio nero delle sue armi.
Poi, lente e solenni, venivano
come vele nel sole
Demetria e Afrodite
(come furono avare per tutti il viaggio)
…lontana, terribile
nella sua presenza accanita,
minacciosa e muta come una caverna nella notte
ci seguiva Thanatos
la portatrice di falce.

 

*

 

INCONTRO CON NAUSICAA
(canzone dell’amore esaltato)

Spargerà altre risonanze il vento
nel cielo, altre luci splenderanno
ai confini dell’alba
quando i miei pensieri varcheranno
esitanti le soglie del sonno.
Non allungherò la mano aperta, questa sera,
verso il tubetto quasi vuoto
– post coitum, fessus – dormirò
nell’abbandono, nella luce del grano
nella risata d’argento delle tue gambe
nella penombra che sveste la tua anima.
Tutte le cose cantano, quando canta l’uomo
il palo, la tettoia, la pioggia,
la foglia illuminata, la scheggia di ferro,
la crepa nel muro, il fruscìo del lenzuolo,
le unghie del vento sui vetri, cantano
nel silenzio senza tensioni
quando l’alba della mia sigaretta
s’accende sui tuoi capelli
madidi di luna.

 

*

 

SOTTO IL SEGNO DEI GEMELLI

 

Giugno è mese gentile per nascere:
gerani ai balconi e gente nelle strade,
i ragazzi camminano tendendosi per mano
e il vento non ferisce l’ala della rondine.
Non so se è gratitudine o rancore
ciò che provo per voi, pensando a me stesso;
se è così che mi volevate
o se il caso ha gettato i suoi dadi
svolgendo il filo della mia vita:
nascono infidi e tenaci
gli uomini dei Gemelli;
teneri e arroganti come coltelli;
nascono spietati e vili, coraggiosi e miti.
Sfrontati e timidi
quando gli occhi delle donne
mandano singhiozzi di luce.
Sicuri come le pietre, incerti come l’aurora:
io, uomo di incrollabili incertezze,
non contraddicono l’astrologo.

 

*

 

I PROCI

 

Lordarono la mia casa,
sparsero cenere e dolore
in ogni contrada; cento città
si gelarono nell’onda di neri rintocchi.
Lordarono la nostra esistenza
in sibili di ambulanze, cortei di dolore
spari nel primo mattino
(il tepore delle 10 e 25 risucchiato
dallo schianto di quel giorno d’Agosto)
Accesero croci nel buio
e voci attonite nell’eco delle navate;
alte come dardi di tromba
si levarono le voci delle madri.
Lordarono le canzoni dei bambini,
lacerarono le tenere idee dei ragazzi
ma non riuscirono a violare
il candido ventre della mia sposa, la libertà.

 

*

 

CIRCE: L’INGANNO, LA LUSINGA…

 

Chiare luci dell’alba, svegliateli
piano i compagni, dormono ancora:
le dolci voci della pianura
srotolano veli di rugiada al primo sole.
Dormono ancora i compagni
(i cavalli disegnano miracoli nel vento
e i vomeri brillano lontani
come la gola delle donne quando ridono)
sotto i cespugli giacciono abiti e coscienze
e dormono un sonno di creta:
l’inganno, la lusinga: tutto a tutti!
L’illusione: la mela della felicità,
il mazzo con cinque assi:
era fresco il vino oppiato dallo slogan
– l’immaginazione al potere –
è più lunga la strada, più grigia, meno ricca di canti.
Chiare luci dell’alba
svegliateli piano, i compagni, che conservino
un po’ di sogni per la vita.

 

*

Foto di Anna Prosekova da Pixabay

*

Gianni Goberti  ferrarese di nascita, dopo gli studi all’Istituto d’Arte Dosso Dossi è entrato giovanissimo al Centro Ricerche della Montecatini dedicato al Premio Nobel Giulio Natta, dove rimase per 40 anni.
Negli anni 70 esce la sua prima pubblicazione di liriche “Stazione di Provincia”, Rebellato Ed.; successivamente ha pubblicato “Logica del caos”, Forum Quinta Generazione, “A due passi da Itaca”,edizioni Alba e “Fuga dal cielo”, Ed. Schifanoia. Nel 2008, esce la sua prima raccolta di racconti “La sera andavamo al Moka – Storie di ferraresi”, Edizioni Sivieri. E’ stato Presidente del Club Amici dell’Arte. Ha collaborato scrivendo 15 liriche sulle Stazioni della Via Crucis inserite nel libro “La Via Crucis fra storia, devozione e arte”, redatto dalla moglie Margherita Malfaccini, uscito in libreria nell’aprile 2022. E’ scomparso all’età di 89 anni nel 2024. In “Parole a capo” sono uscite alcune sue poesie il 14 aprile 2022.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 337° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Le voci da dentro sempre papà

Le voci da dentro / Sempre papà

Le voci da dentro. Sempre papà

di Nicola Crimaco

 Nicola è un bravo psicologo clinico a Ferrara, specializzato in psicoterapia a orientamento cognitivo-costruttivista.

Crede che un percorso di sostegno psicologico nasca dal desiderio di esplorare le dimensioni del proprio sé perché, a volte, ciò che viviamo somiglia a un racconto rimasto in sospeso, che attende solo di essere ascoltato. Il percorso compiuto insieme diventa allora uno spazio di esplorazione condivisa.

Nicola cura un’attività molto importante all’interno della Casa Circondariale di Ferrara: il progetto “Sempre papà” di cui vi racconta, in sintesi, nel suo testo. Comunque la pensiate, buona lettura

(Mauro Presini)

Il progetto “Sempre Papà” nasce dalla collaborazione tra il Comune di Ferrara e la Casa Circondariale di Ferrara e trova la sua origine all’interno del contesto detentivo, dove la distanza fisica ed emotiva tra genitori e figli/e rischia di indebolire profondamente i legami affettivi.

Il carcere, infatti, non è solo un luogo di pena, ma anche uno spazio in cui è possibile promuovere percorsi di crescita, responsabilizzazione e ricostruzione delle relazioni. Intervenire in questo contesto significa riconoscere che il ruolo genitoriale non si interrompe con la detenzione, ma necessita di essere sostenuto e accompagnato in modo adeguato.

Svolgere attività dedicate alla genitorialità in carcere ha senso perché permette di offrire ai genitori strumenti per mantenere viva la relazione con i propri figli/e, nonostante le difficoltà imposte dalla separazione.

Favorire momenti di confronto, ascolto e condivisione aiuta a rielaborare vissuti complessi, a rafforzare le competenze educative e a promuovere una presenza affettiva significativa, anche a distanza.

La scelta di esserci nasce dalla volontà di contribuire attivamente a questo processo, mettendo al centro la persona e i suoi legami.

Crediamo che sostenere la genitorialità in carcere significhi investire non solo sul benessere dei genitori, ma anche su quello dei figli/e e, più in generale, sulla comunità. Offrire spazi accoglienti e opportunità di relazione all’interno del carcere vuol dire creare condizioni favorevoli per mantenere e rafforzare i legami familiari, riducendo il rischio di fratture irreversibili.

Essere presenti in questo contesto, significa riconoscere il valore delle relazioni affettive come elemento fondamentale nel percorso di cambiamento e reinserimento sociale, e impegnarsi affinché ogni genitore possa continuare a sentirsi tale, anche in una situazione di difficoltà.

Cover: Foto di skalekar1992 da Pixabay

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Numeri / Giovani e politica

Numeri / Giovani e politica

Numeri / Giovani e politica

Nel 2025, il 24,3% dei giovani europei di età compresa tra i 16 e i 29 anni si è impegnato online in questioni civiche o politiche. Ciò include esprimere la propria opinione su temi civici o politici, partecipare a consultazioni online o votare.
In confronto, questo tipo di impegno si attestava solo al 20,2% nell’intera popolazione. E’ quanto  certificano i dati dell’istituto Eurostat, aggiornati ad aprile 2026 e riferiti all’anno 2025.

La partecipazione civica o politica online tra i giovani è risultata più elevata in Slovenia (49,4%), Lettonia (33,3%) e Paesi Bassi (31,3%). Le percentuali più basse si sono registrate in Belgio (12,3%), Repubblica Ceca (14,3%), Svezia e Grecia (entrambe al 16,1%).

In 23 dei 27 paesi dell’UE, i giovani hanno mostrato una maggiore propensione a utilizzare internet per la partecipazione civica o politica rispetto alla popolazione nel suo complesso. Le differenze più marcate sono state registrate in Slovenia (49,4% dei giovani contro il 33,5% della popolazione totale), Lettonia (33,3% contro il 24,2%) e Italia (30,9% contro il 24,5%).

Social media applications on mobile screen 

Per quanto riguarda l’Italia, tale valore (30,9%) risulta considerevolmente superiore alla media europea dei coetanei (24,93%). Un dato questo che assume un significato ancora più profondo se accostato a quello della popolazione complessiva della Penisola, che si ferma al 24,25%. Il divario supera i sei punti percentuali, dimostrando come le ragazze e i ragazzi italiani trovino nella rete lo spazio ideale per esprimere le proprie idee e rivendicazioni.

Si tratta di numeri che evidenziano  una distanza generazionale tra le più alte registrate nel continente. L’Italia si posiziona tra i Paesi con la maggiore differenza percentuale tra l’attivismo dei ragazzi e quello degli adulti, collocandosi subito dopo la Slovenia e la Lettonia. E’ la rete, in buona sostanza, lo strumento per le istanze civiche delle nuove generazioni.

Per quanto riguarda, invece, l’impegno dei giovani nelle istituzioniin particolare nei Comuni, secondo un recente dossier ANCI, sono 18.006 i giovani amministratori comunali in Italia, pari al 14,3 per cento del totale ma in calo rispetto ai 19.483 del 2025.
In media, in Italia, sono 2,3 per ciascun ente locale. Si tratta  di una presenza significativa, ma in progressiva contrazione. E alquanto disomogenea: il numero assoluto più elevato si registra in Lombardia, mentre la maggiore concentrazione è in Trentino-Alto Adige, con oltre quattro giovani amministratori per Comune.
Si tratta di una presenza più marcata nei piccoli Comuni, che però diminuisce con l’aumentare della popolazione: sotto i 3.000 abitanti rappresentano circa il 16% degli amministratori, mentre nei comuni sopra i 50mila abitanti la quota scende al 10%.

Il dossier mette in luce le difficoltà che incontrano i giovani a raggiungere i ruoli apicali, restando sostanzialmente fermi al ruolo di Consiglieri comunali. sindaci under 35 sono oggi appena 252, in flessione negli ultimi anni. E mentre gli over 60 sono passati dall’8% nel 2001 a quasi il 26% nel 2026, gli under 36 sono scesi dal 23% al 14%. Gli amministratori locali giovani sono però maggiormente qualificati: il 44% possiede una laurea, mentre tra i non giovani resta significativa la quota con sola licenza media (15%). Anche in questo caso si registra però una disparita di genere, con la prevalenza della componente maschile, anche se tra gli assessori si registra un’inversione con le donne al 51%. Non si riscontrano particolari differenze nell’assegnazione delle deleghe tra giovani e meno giovani, ad eccezione di Casa, Famiglia, Scuola e Politiche sociali e Attività produttive e Sviluppo Economico, che vedono una maggiore concentrazione di giovani assessori.

Non manca nel dossier ANCI qualche curiosità: l’Amministrazione Comunale più giovane è quella del comune di Buttrio (3.878 abitanti) in provincia di Udine, ove 14 tra Assessori e Consiglieri hanno meno di 35 anni; tra i Comuni maggiori, l’Amministrazione Comunale più giovane è quella di Castel Maggior (18.500 abitanti) nella città metropolitana di Bologna. In questo Comune il sindaco Luca Vignoli, il vicesindaco  Maria Vittoria Cassanelli, il Presidente del Consiglio Comunale Matteo Frezzotti ed altri 9 tra Assessori e Consiglieri hanno tutti meno di 35 anni; in generale, sono 68 i Comuni nei quali la metà degli amministratori sono giovani.

I dati Eurostat analizzati in precedenza trovano conferma anche da una ricerca Ipsos, che per conto dell’ANCI  ha fatto invece una fotografia sociologica sui giovani. L’indagine evidenzia come resti forte il senso civico dei giovani italiani: otto giovani su dieci vogliono contribuire al bene comune. Tra le priorità indicate dai giovani vi sono la riduzione delle tasse (38%), incentivi al lavoro stabile (33%) e politiche per stage e tirocini retribuiti (25%). Nel loro insieme, le due ricerche delineano una generazione presente e più preparata anche nelle istituzioni locali, ma che si muove in un contesto segnato da difficoltà economiche, incertezze sul lavoro e una crescente distanza tra aspettative e realtà.

Per scaricare il dossier ANCI e l’indagine IPSOS: Qui

Cover: manifestazione pro Palestina a Londra, 2025 – www.montecruzfoto.org, da EuroNomade

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Parole e figure / Dire di no

Appena uscito in libreria con Kite, “NO”, di Paula Carbonell e Isidro Ferrer, ci mette di fronte a quei no che sono indispensabili

Curioso come mi sia ritrovata a rientrare dal Moscerine Film Festival, un bellissimo Festival che da cinque edizioni si tiene a Roma per registi under 12, dove uno dei cortometraggi premiati si intitolava “No, non ancora”. Se, però, in quel caso, tutta una serie di no non rappresentavano rifiuti ma solo una tappa per riprendersi, nell’attesa dell’occasione e del momento giusti, l’albo “NO”, scritto da Paula Carbonell e illustrato da Isidro Ferrer, da poco in libreria con Kite, è ben altro. Ma pur sempre una negazione.

Sembra che il mondo mi stia dicendo no, non arrenderti, non demordere, non andare, non fare, non dire, non precipitare, non lasciare andare; sembra che l’universo mi stia urlando no e ancora no, mi stia suggerendo che tanti sono i no che ci ritroviamo ad affrontare, che tanti sono i no che ci troviamo a dover dire. A volte accettare. Anche se preferisco dirli.

No alla guerra, No alla violenza, No alla cattiveria, No alle atrocità, No alla sofferenza, No al dolore, No all’insistenza, No all’indifferenza, No all’intolleranza, No all’ignoranza.

No ai botti, no alla fame e alla sete, no alla paura, no alle insidie, no alle sopraffazioni, no al giocare a nascondino, no ai treni che non fanno salire a bordo, no ai buchi neri.

“NO” affronta il tema della guerra attraverso gli occhi dell’infanzia, con una narrazione essenziale e un linguaggio visivo simbolico e potente, capaci di renderne l’assurdità. Senza mani, senza sogni, senza fine.

“NO” è un rifiuto viscerale dell’orrore della guerra nato da un senso di impotenza, dolore, paura e rabbia. Un’opera disturbante, che non ci offre consolazioni facili, ma che ci dice chiaramente che guardare altrove non è un’opzione. Mai.

E allora, NO. Stiamo dalla parte del NO.

Le due parole più brevi e più antiche, sì e no, sono quelle che richiedono maggior riflessione. Pitagora

Paula Carbonell, Isidro Ferrer (illustratore), NO, Kite edizioni, Padova, 2026, 48 p.

Sito web Paula Carbonell

Sito web Isidro Ferrer

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un ricordo impossibile di un amico carissimo in memoria di gianni venturi

Un ricordo impossibile per un amico carissimo
In memoria di Gianni Venturi

Un ricordo impossibile per un amico carissimo.
In memoria di Gianni Venturi

Si può parlare di un amico che si conosce da sempre e che è sempre stato una presenza costante? Come e cosa dire di un persona speciale, di una ‘grande’ persona? Quanto più contava in Gianni Venturi era il suo modo di stare al mondo: nella cultura, nella vita, la sua capacità di empatia, la generosità e la speranza che gli altri potessero assomigliargli in trasparenza e lealtà.

Non basta ricordare i suoi meriti scientifici, gli studi sulla letteratura del Rinascimento, in particolare sui grandi protagonisti della corte estense che avevano fatto grande il nome della sua Ferrara o le ricerche sul neo-classicismo, alle quali ha dedicato libri e importanti edizioni, è nel Novecento (che rientrava solo parzialmente nel percorso previsto dalla sua cattedra di ordinario di Letteratura italiana nell’Università degli Studi di Firenze), che si sarebbero misurate le più grandi passioni.

In primis Pavese (che oltre tutto era stato all’origine di una straordinaria amicizia con i ‘pavesini’: un scelto manipolo studiosi europei – Mutterle, Pertile, Guglielminetti -, come lui dediti al mitico autore del Mestiere di vivere), poi la Morante, di cui aveva amato non solo la scrittura ma il fascino e la personalità.

Studioso di miti (di qui la sua amicizia con Furio Jesi) aveva letto non solo il Pavese fondatore della Collana viola, ma la Morante all’insegna di archetipi e di memorie junghiane (Useppe della Storia e non solo come un “fanciullo divino”). E poi naturalmente Bassani, il grande scrittore che aveva testimoniato nei suoi romanzi l’ignominia della dittatura fascista, delle leggi razziali, dell’Olocausto. Era talmente forte la sua sintonia con quella tragica storia che aveva intrecciato una corrispondenza con Liliana Segre e Edith Bruck mentre favoleggiava di sue possibili origini ebraiche.

gianni venturi agrimensore della parola
Gianni Venturi – marzo 2022 (© Anna Dolfi)

Tra i primi ha studiato con intelligenza e passione i giardini: li frequentava non solo in letteratura (dal Rinascimento a D’Annunzio), ma nella vita (splendidi i bouchets fatti confezionare da fiorai d’élite per l’amata moglie Vittoria, in una casa dove una parte di una grande sala piena di quadri e di libri era riservata a una sorta di giardino/serra domestico), così come l’arte, l’arte tutta, dal Medioevo fino a Morandi, a De Pisis.

Al pari dell’arte figurativa amava la musica. Era appassionato di teatri e di  musicisti: in particolare quelli (a partire dall’allora giovanissimo Riccardo Muti) che frequentavano a Bellosguardo la bellissima villa dove era stato accolto da Patricia Volterra quasi come un figlio adottivo. Ai suoi amici, me compresa, capitava, grazie a lui, di essere invitati a cena in quella casa che dalle colline (care al Foscolo delle Grazie: un altro degli autori amati e studiati da Venturi) guardava verso la città. Sulla tavola piatti raffinati, alle pareti quadri di Canaletto, di Guardi…, e la conversazione di Gianni, spumeggiante, ricca sempre di sapienza, leggerezza e ironia.

Non c’era in lui niente di accademico (per quel che, forse talvolta ingiustamente, il termine contiene di negativo), per questo non era nelle simpatie dei grigi colleghi che ahimè abbondano nelle patrie università, mentre lo seguivano quanti erano capaci di apprezzarne l’estro, il coinvolgimento, e gli studenti. I suoi corsi su Dante (autore amatissimo, sul quale non aveva mai scritto, per una sorta di rispetto ammirato) erano seguiti con passione da italiani e stranieri (americani soprattutto).

Netta e forte anche la sua passione politica, così come l’impegno nelle istituzioni culturali della sua città: la presidenza dell’Istituto di Studi Rinascimentali (Ferrara gli deve gli incontri periodici dell’Europa delle Corti), la co-direzione, assieme a Portia Prebys, del Centro Studi Bassaniani.

A Ferrara ha fatto parte per decenni di istituzioni come Italia nostra e gli Amici dei musei. Credendo con forza al valore divulgativo della cultura aveva stretto forti legami con gli insegnanti dei licei cittadini, per non parlare della sua costante collaborazione a testate giornalistiche dal Il resto del Carlino a Periscopio, offrendo a quest’ultimo, attraverso la sua rubrica Diario in pubblico, anche spaccati di vita cittadina e dintorni (‘Laido’, ovvero Lido degli Estensi, compreso), di critica sociale, frammenti di autobiografia.

Lettore costante e appassionato di romanzi italiani e stranieri, era un frequentatore di librerie (la famosa Seeber di Firenze, il Libraccio di Ferrara) e parlava dei libri con rara intelligenza e acutezza.

Amava le sue città (Ferrara, Firenze, Parigi), le sue cantanti-artiste mito (la Callas, Martha Argerich, Edith Piaf: a riprova dell’estensione difficilmente classificabile delle sue eccellenze), provava un dichiarato fastidio per l’ovvietà, il carrierismo, la mancanza di curiosità e di eleganza. Elegante era sempre, anche nell’abbigliamento, ricercato, ove abbondavano cachemir e berretti/cappelli in tutte le tonalità di blu.

Gianni Venturi a Parigi – novembre 2024 (© Anna Dolfi)

Del lusso parlava scherzando come di una necessità:  nella genealogia nobiliare aveva quantomeno inserito i suoi amati cani: Lilla I, una bastardina teneramente amata, e Lilla II, quest’ultima di pura razza chevalier, sì che non stupisce che un paio di scrittori lo abbiano preso a modello per qualche personaggio dandy protagonista dei loro libri.

Inimitabile, insostituibile, vero. Mi piace ricordare ancora una volta come per lui la cultura entrasse nel quotidiano, facesse parte del vissuto: vitale la cultura alla pari di lui che, poco più di un anno fa, salutava in una sala del Louvre la statua di Amore e Psiche di quel Canova (di cui aveva diretto l’Edizione Nazionale delle Opere) che rincorreva per musei e che amava tanto.

Le fotografie della cover e nel testo sono scattate dall’autrice

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Ferrara neo-estense in mostra: dipinti e disegni dai maestri dell'800 fino a Boldini e Previati

Ferrara neo-estense in mostra:
dipinti e disegni dai maestri dell’800 fino a Boldini e Previati

Ferrara neo-estense in mostra:
dipinti e disegni dai maestri dell’800 fino a Boldini e Previati in corso Porta Reno

Una vita dedicata – o si può ben dire consacrata – alla conoscenza, allo studio e alla continua ricerca intorno all’arte ferrarese, con particolare riguardo all’Otto e Novecento, quella del critico Lucio Scardino che ora dispiega il suo sapere e le sue energie connettendo una quarantina di dipinti e disegni realizzati a Ferrara e provincia tra il 1825 e il 1925. Un secolo intero da rimirare con il senno di cent’anni di distanza nella mostra “Ferrara 1925-1925” visitabile fino a venerdì 22 maggio 2026 negli spazi della Sala Neo Estense dove ha sede Mediolanum, in cima al palazzo di corso Porta Reno 17, dal quale ci si può affacciare direttamente sul Duomo di Ferrara.

 

Veduta di Duomo e campanile da Sala Neo Estense – foto Cristiano Delfini
Particolare di “Progetto per il completamento del Campanile del Duomo ” di Amilcare Barlaam, 1876

I soggetti di quadri e disegni spaziano dalla ritrattistica borghese alle vedute cittadine ed agresti, includendo alcune scene sacre e altre d’impianto letterario-romantico, senza tralasciare esemplari di stile Liberty. In tutto ciò l’esposizione – che mette insieme una selezione di opere tratte da due collezioni private – riesce a dare conto di artisti minori e maggiori. A Giovanni Boldini e Gaetano Previati sono riservati disegni a matita.

Studio per “Leda con il cigno” di Giovanni Boldini
Studio per ‘L’Eroica’, matita su carta di di Gaetano Previati ,1907

L’arte del maestro del Divisionismo Gaetano Previati è testimoniata da uno schizzo su carta, lo “Studio per L’Eroica” (1907) che rivela la maestria con cui l’artista si distingue con l’uso di semplici segni di grafite sulla carta, trasformandoli in una vibrante impennata di cavalli e cavaliere.

Giovanni  Boldini, la cui fama è indissolubilmente legata ai ritratti fluttuanti e luminosi di donne fatali, qui è rappresentato dai suoi schizzi per lo “Studio di Leda con il cigno” (1890 ca). Disegni a che mostrano come un semplice tratto a matita nelle mani del pittore della Belle Époque possa dar forma a corpi e volti resi con segni ondulati e mossi che avvolgono i soggetti in un turbine evocativo.
La mostra in corso aggiunge una nota meno conosciuta al profilo di questo artista celebre e ancor oggi tanto amato e apprezzato a livello internazionale. Scardino affianca infatti la sua produzione a quella del padre, Antonio Boldini, studioso dei quadri del periodo estense, restauratore, ma anche copista di quadri rinascimentali, che si specializzò a mescolare alla maniera antica i colori sulla tavolozza, invecchiando artificialmente le tavole, come la qui esposta “Madonna col Bambino” d’impianto neorinascimentale.
A completare il retroscena della bottega nella quale si è sviluppato mestiere e talento di uno dei pittori ferraresi moderni più noti, è un raro olio su tela a firma del fratello, Pietro Boldini : il “Ritratto di Ermanno Bottoni” (1875).

Le opere sono esposte sulle pareti della Sala Neo Estense in una successione cronologica che parte dalla “Scena sacra” (1825) disegnata da Giuseppe Santi, che Scardino definisce “l’artista bolognese che ha contribuito a svecchiare il gusto ferrarese, traghettandolo verso il neoclassicismo”. Docente di pittura dell’Ateneo ferrarese, dove si formeranno i maggiori pittori e decoratori ferraresi della prima metà dell’800, Santi è autore di decorazioni di spazi pubblici, tra le quali la Tomba dell’Ariosto che si può ammirare nella sede della Biblioteca comunale Ariostea, al primo piano di Palazzo Paradiso.

In chiusura un paio di vedute paesaggistiche, tenebrose e cariche di pathos, di Giuseppe Mentessi: sono il “Casolare di Assisi” e il “Notturno di Assisi” (1918) realizzati ad olio su cartone. Scardino spiega che fanno parte di un suo “ciclo francescano”, esposto a Ferrara nel 1928 ed esemplificativo del “perfetto taglio scenografico caro all’autore, che a Brera insegnava Prospettiva, ossia un tipo di disegno architettonico”.

Un’unica donna tra gli artisti in mostra: è Maria Chailly, presente con il “Ritratto di Maria Valsamis” (1920 ca), versione dark della ritrattistica boldiniana. L’artista è appassionata del mondo orientale e quest’opera la realizzò durante la sua permanenza in Egitto, ritraendo la giovane rampolla di una famiglia di costruttori legati alla realizzazione del Canale di Suez. Scardino spiega che “il ritratto in piedi della ragazza, insieme con qualche eco boldiniana nell’abito mosso e sfrangiato, rivela una fine introspezione psicologica. Maria è ad un tempo malinconica e sottilmente spregiudicata, in linea perfetta con gli umori caratteristici della cosiddetta età del jazz”.

“Ritratto di Maria Valsamis” di Maria Chailly

Maria Chailly tra l’altro, fu allieva di Girolamo Domenichini, figlio di Gaetano Domenichini, rappresentato in mostra da un sorprendente e impietoso “Ritratto di coniugi”. Una rappresentazione che Scardino mette a confronto con la coppia di agricoltori del famoso e ben poco esaltatorio quadro “American Gothic” eseguito settant’anni dopo dall’artista statunitense Grant Wood.

“Ritratto dei coniugi Bottoni” di Gaetano Domenichini, 1862

Merito della rassegna è infatti quello di riuscire a fare collegamenti tra le opere di artisti ferraresi, dentro e fuori ma anche assai lontano dalle Mura cittadine, riportando in luce nomi più e meno altisonanti.

“Ferrara 1925-1925”, Sala Neo Estense, corso Porta Reno 17, Ferrara. Aperto con ingresso libero dal lunedì al venerdì in orari d’ufficio, suonare il campanello o contattare il consulente della sede bancaria al cell. 338 9661447

In copertina: Il critico d’arte ferrarese Lucio Scardino nella  Sala Neo Estense a Ferrara – foto GioM

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MEET THE VENDORS: Momodu Latee

MEET THE VENDORS: Momodu Latee

MEET THE VENDORS: Momodu Latee
Dolori nascosti

Sono una persona molto solitaria. Mi piace starmene per le mie e pensare. Penso alla vita, al futuro, rifletto su come evolvermi e su quali sono i prossimi passi da compiere. Sono abituato a stare da solo, d’altronde lo sono da una vita.

Da quando ho undici anni sono orfano. Ho perso mio padre per una malattia e mia madre per colpa di un incidente. Avevo una sorella, anche lei è morta, dando luce due gemelli. Sono cresciuto da solo, con i miei due nipotini a carico: un maschio e una femmina. Loro sono rimasti in Nigeria e avevano solo dodici anni quando ho lasciato il Paese. Per quanto triste sia la mia storia, non mi piace mostrare il mio dolore alle persone: ognuno ha i propri problemi, per cui non voglio essere pesante riversando i miei sugli altri. D’altra parte, credo anche che non tutti*e meritino di sentire la tua storia, perché alcune persone possono usare la tua vulnerabilità contro di te. È sempre bene capire di chi potersi fidare e comprendere chi ha buone intenzioni.

È strana la vita: penso a quando la mia famiglia era ancora con me e non avevamo i soldi per comprare la carne per festeggiare l’Eid-al-Adha. Ora che me la posso permettere, non ho nessuno con cui condividere la celebrazione. La nostra era una situazione difficile: sono dovuto uscire da scuola in terza elementare, perch. quando mio padre è morto sono stato costretto ad andare a lavorare per aiutare a mantenere mia mamma e mia sorella. Dopo anni mi sono specializzato nel rivestimento di mobili, anche grazie al mio maestro e mentore, Yahya, che mi ha aiutato molto. È anche merito suo se oggi mi trovo qui. Ho imparato ad amare l’Italia, ma a volte vorrei essere rimasto nel mio Paese. È dura.

La cosa più importante per me, però, è che i miei nipoti riescano ad avere una buona educazione e a realizzare i propri sogni. Io non ho avuto nessuno che aiutasse me e per questo non sono potuto andare a scuola. Ho dunque deciso di sostenere loro e continuerò a lavorare per fare in modo che possano avere ciò che io non ho avuto. In realtà vorrei poter aiutare tutti*e gli*le orfani*e, per evitare che passino ciò che ho passato io, per far nascere un sorriso sui loro volti. È uno dei miei sogni più grandi.

Per ora vivo a Bolzano, non ho ancora trovato un lavoro fisso e da qualche mese vendo zebra. A Nova Ponente, uno dei posti in cui opero di solito, ci sono persone che ormai mi conoscono e che sono sempre cos. Gentili con me. D’altronde, la cosa che preferisco di questo Paese è proprio la gente. Anche per questo decido di non farmi definire dal mio dolore e dalle difficoltà: permetterò sempre al mio sorriso di fare capolino, illuminando la mia strada e, chissà, quella di altri.

Permetterò sempre al mio sorriso di fare capolino. Momodu Latee

In copertina: Momodu Latee con in mano il giornale di strada Zebra – Foto © Samia Kaffouf

 

Per conoscere il giornale di strada Zebra e tutte le iniziative di OEW-Organizzazione per Un mondo solidale di Bressanone, consulta il sito: https://oew.org/it/zebra/

Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola "inclusività"

Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola “inclusività”

Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola “inclusività”

La disperazione dei genitori della famiglia nel bosco mi tocca le viscere nel profondo ( viscere conoscenza ancestrale) e sono con loro nel dolore.
Questa vicenda resta un mistero da dipanare perché  davvero non si spiega un allontanamento dai genitori così prolungato e l’incerto ricongiungimento, con le giustificazioni addotte dalla giudice e  da quelle delle assistenti sociali.

Non è logico, non è proporzionato, non è umano. lo dicono in molti , lo dicono anche personalità nel campo della psichiatria, esponenti politici, la garante dell’infanzia, eppure l’accanimento non molla. Oggi sappiamo anche che la figlia grande è ricoverata all’ospedale per una crisi asmatica e alla madre non è permesso starle accanto.

Allora è necessario andare a capire cosa sta succedendo nella nostra società occidentale da tempo.  Ciò che viene chiamata inclusione oggi sta diventando la negazione stessa della realtà.
Ci dicono che le donne sono uomini per difetto: a febbraio la Ue ha approvato il riconoscimento delle donne trans come donne, come se le donne fossero donne per un sentire interno e la loro fisiologia e i loro corpi non contassero nulla sul loro stare nel mondo e sul loro  sentire.
Ci dicono che le madri non sono più madri in quanto partoriscono i loro figli ma lo sono in funzione del loro desiderio di maternità: più desideri una cosa più l’amerai (ma ne siamo sicuri?) al punto che tale desiderio di maternità può anche abitare l’uomo maschio al quale bisogna consentire di vederlo realizzato (maternità surrogata per coppie omosessuali).

Ci dicono che la realtà biologica è complicata, che La madre non è colei che partorisce (anche se la costituzione parla chiaro e afferma mater semper certa est), ma può esserlo la donna che dona l’ovulo perché ci mette dentro il 50% di DNA, e può esserlo un papà che fa da mamma perché si sente tale. Addirittura ci dicono che non possiamo dire che gli uomini non possono rimanere incinti perché ci sono “tante identità” e per non discriminarle bisogna parlare di persone incinte.

Ci dicono che i bambini “non sono dei genitori”  (parole della giudice  del caso della famiglia nel bosco) il che equivale a dire che i bambini non hanno legami particolari  bio-affettivi con chi li ha concepiti. Tutti sappiamo che un essere umano non può essere una proprietà privata di qualcuno ma negare il legame bio affettivo con chi ti genera è innaturale e insano. Ci dicono che è transfobico affermare che i corpi hanno una loro ragione d’essere, che si può cambiare sesso perché il sesso biologico non conta ed  è “assegnato alla nascita” e dunque non è una realtà biologica evidente.

Hanno definito Catherine Trevillon una madre ostativa semplicemente perché crede di sapere quali sono le profonde esigenze dei suoi figli mentre gli assistenti sociali  difendono un modello educativo a loro dire l’ unico efficace per la buona crescita dei bambini.  

Come se tutto il sapere che porta una madre fosse nullo di fronte ai protocolli istituzionali.  E poi, dall’altra parte, ci dicono che è giusto dare La Grazia a una madre adottiva perché deve stare con il figlio malato (salvo appurare quanto poi è emerso da un’inchiesta del Fatto quotidiano), mentre alla madre ostativa (a cui senza un extrema ratio sono stati allontanati tre figli!) viene impedito di stare in ospedale con la figlia malata.
Insomma, ci dicono molte cose che dovrebbero muovere la coscienza umana, farla sobbalzare e invece rimaniamo inermi, attoniti perché le narrazioni si sono così aggrovigliate al punto che se osi dire che non vuoi essere definita Cis donna per permettere alle donne trans di definirsi donne sei transofoba e non aperta a tutti, se dici che gli uomini non possono rimanere incinti neghi l’esistenza di “diverse identità”, se dici che gli sport femminili sono solo per donne biologicamente tali escludi chi “si sente” donna, se dici che la maternità surrogata è una pratica che lede i diritti dei nascituri e delle donne discrimini le coppie che non possono averli, se dici che tra una madre e un figlio c’è un legame  bio-logico (un legame di corpi) che si parlano attraverso la gestazione e che  questo dialogo prosegue anche dopo discrediti la maternità adottiva e discrimini chi una gestazione non la può esperire.

Allora andate a vedere il film The giver 2014, adattamento cinematografico di un romanzo  per ragazzi fantascientifico e distopico  di Lois Lowry del 1993, dove in un futuro imprecisato la società vive in una civiltà perfetta in cui amore, gioia, violenza e crudeltà sono assenti.
È un film che parla di una società che ha perso la memoria e lo ha fatto coscientemente per potere trovare un modello di vita “perfetto”. Solo il donatore, il The Giver, la detiene ancora e il suo compito è quello di passarla a uno solo, un prescelto della comunità, proprio perché non vada del tutto perduta. Ma è da questa memoria tramandata che si scoprirà  che il modello senza memoria è atroce e deumanizzante.

Dunque cancellare la conoscenza bio-logica dei corpi, tagliare per sempre il legame bio- grafico e bio-logico tra madre e figlio non è forse cancellare la memoria delle origini, cancellare il senso stesso di essere umano? Con quali conseguenze?

Questa è la domanda che dovremmo tutti porci, perché sembra davvero che l’Occidente e la sua ideologia “ inclusiva” corra velocemente verso quella società “ perfetta” senza memoria e sembra anche che a certe élite questa ideologia giovi parecchio perché trasforma  fragili , ma potenti, esseri umani in corpi macchine prive di sentimenti e di potere.

Cover: Camminata nel bosco – pexels-photo-1766696

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Da Nei titoli di coda, Editrice Il Leggio, 2022

 

In copertina: arcobaleno – Pubblic  Domain Pictures 

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini