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Storie in pellicola /
“Bookciak legge” torna a Roma a “Più libri più liberi”

Nella Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi” che si tiene alla Nuvola di Roma dal 6 al 10 dicembre, è tornato, il 7 dicembre, “Bookciak legge”: novità per il 2024 e visione dei corti vincitori presentati alla 80° Mostra del Cinema di Venezia ispirati a racconti, poesie e graphic novel

Il 7 dicembre, un pomeriggio cine-letterario ospite del Centro del libro e la lettura (stand Cepell – piano Forum-P20) per annunciare le novità della III edizione di “Bookciak Legge”, ideato e diretto dalla giornalista Gabriella Gallozzi, e presentare i corti vincitori di “Bookciak, Azione!” 2023.

La pace quotidiana, non soltanto l’assenza di guerre, ma quella necessaria come il pane per poter vivere tutti i giorni: è questo il tema, della III edizione di “Bookciak Legge”, il concorso letterario che, attraverso il premio “Bookciak, Azione!”, trasforma in corti i libri, premiandoli alle Giornate degli Autori, in collaborazione con SNGCI, nell’ambito della Mostra del cinema di Venezia.

Novità di “Bookciak Legge” 2024 è “La casa editrice dell’anno”, ovvero la nascita di una nuova iniziativa che, a partire da quest’anno, vedrà per ogni nuova edizione del premio, una casa editrice ospite con cui mettere in piedi una sinergia per declinare in modo nuovo il rapporto tra letteratura e cinema.

Ad inaugurare il nuovo percorso è La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi con l’ultimo libro di Tahar Ben JellounL’urlo. Israele e Palestina. La necessità del dialogo al tempo della guerrain libreria dal 21 novembre. Una lezione di pace in tempi di guerra. Un pamphlet lucido su cosa sta accadendo in Medio Oriente e le possibili soluzioni per mettere fine al conflitto. A partire dal dialogo urgente tra i due popoli. Un libro che ben si presta al tema scelto da Bookciak Legge per quest’anno e che vuole essere una proposta e uno spunto per una riflessione sulla pace e sulla necessità del dialogo come antidoto alla guerra in un momento cruciale come il nostro.

Sarannogli studenti dell’Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio a realizzare un bookciak, un corto sperimentale di massimo tre minuti, a partire da questo titolo che sarà presentato alla prossima edizione delle Giornate degli Autori a Venezia nell’ambito del premio “Bookciak, Azione!” 2024 e accompagnato in tour insieme agli altri corti vincitori del Premio nel corso del 2024.

 

Annunciata, inoltre, la giuria di Bookciak Legge 2024, capitanata da Marino Sinibaldi, è composta da Laura Luchetti regista e sceneggiatrice (“Fiore gemello”, “La bella estate” da Cesare Pavese, “Il gattopardo” Netflix) e Roberto Scarpetti, drammaturgo e sceneggiatore.

Gli editori indipendenti presenti a Più libri più liberi sono invitati a partecipare alla III edizione di “Bookciak Legge” inviando le loro proposte per le seguenti categorie: romanzi brevi (entro 100 pagine); graphic novel, racconti e poesie inerenti al tema La pace quotidiana. I libri dovranno essere inviati in formato elettronico a info@bookciak.it entro il 27 dicembre. I tre titoli vincitori, uno per categoria, saranno annunciati ai primi di febbraio dalla giuria di “Bookciak Legge”, mentre la premiazione si svolgerà a Roma ad aprile 2024.

Per l’occasione, sempre nel pomeriggio del 7 dicembre, sono stati presentati i video vincitori dell’ultima edizione del premio e in tour tutto l’anno, ispirati ai tre libri vincitori di Bookciak Legge 2022, e premiati a Venezia. Si tratta di:

Fino alla fine dellestate”, di Greta Amadeo, liberamente ispirato a “La mia amica scavezzacollo” di Micol Beltramini (Hacca edizioni) vincitrice per la sezione romanzi;

Fino alla fine dell’estate
Fino alla fine dell’estate

Pozzanghere” di Veronica Pellegrinet, liberamente ispirato a “Sacro e urbano”, di Isabella Capurso (Gattomerlino), sul podio per la categoria poesie;

Pozzanghere
Pozzanghere

Reso Numero 0051 di Matteo Papetti, liberamente ispirato a “Isometria della memoria”, di Davide Passoni (Miraggi, per la sezione graphic novel), realizzato dai 24 studenti del corso di Drammaturgia Multimediale 2022/2023 coordinato da Alessandra Pescetta per l’Accademia di belle arti (LABA) di Brescia;

Presentato anche “El Chuño Los Andes a Rebibbia”, realizzato dalle studentesse-detenute della Sezione R del Liceo Artistico Statale Enzo Rossi, coordinate da Claudio Fioramanti Lucia Lo Buono.

Rebibbia
Rebibbia

Il tema della passata edizione di Bookciak Legge era dedicato alle “storie per restare umani”; la premiazione si è svolta in Campidoglio lo scorso aprile, in compagnia dei giurati Silvia ScolaCarola Susani e Mimmo Calopresti.


Più libri più liberi, 6 – 10 dicembre, La Nuvola – Roma, Nomi Cose Città Animali

La fiera Nazionale interamente dedicata alla Piccola e Media Editoria è promossa e organizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE), come ogni anno si terrà nello scenografico edificio de La Nuvola dell’Eur. Quest’anno 594 espositori, provenienti da tutto il Paese, presenteranno al pubblico le novità e il proprio catalogo. Cinque giorni e più di 600 appuntamenti in cui ascoltare autori, assistere a letture, confronti, dibattiti e incontrare gli operatori professionali. Piu libri più liberi è promossa e organizzata dall’Associazione Italiana Editori, con il sostegno del Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura, Regione Lazio, Roma Capitale, Camera di Commercio di Roma e ICE-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, con il contributo di SIAE. È realizzata in collaborazione con Istituzione Biblioteche di Roma, ATAC azienda per i trasporti capitolina, EUR Spa, Dior e si avvale della Main Media Partnership di Rai con il Giornale della Libreria. La manifestazione partecipa ad Aldus Up, la rete europea delle fiere del libro cofinanziata dall’Unione Europea nell’ambito del programma Europa Creativa, è presieduta da Annamaria Malato e diretta da Fabio Del Giudice. Il programma è a cura di Chiara Valerio.

48MILA TITOLI L’ANNO

La piccola e media editoria in Italia nel 2022 ha pubblicato 47.850 novità, in lieve calo rispetto all’anno precedente (-0,6%) e pari al 59,3% dell’offerta editoriale complessiva. Le case editrici attive, micro, piccole e medie, sono 5.022, -0,9% rispetto al 2021. La quota di mercato nelle librerie fisiche e online e nei supermercati nel 2022 è stata pari al 49,2%.

IL TEMA: NOMI COSE CITTÀ ANIMALI

Il tema della 22° edizione è il titolo di un gioco per bambini. E, come nel gioco, ogni autore potrà comporre la propria categoria lessicale, perché giocando si comprenda che per essere liberi in una comunità è necessario stabilire, e cambiare quando serve, alcune regole. Giorgio Manganelli diceva “Ma non è la meta di tutte le nostre disperazioni sciogliersi nel gioco?”. Da bambini giochiamo e impariamo a leggere e scrivere. Da adulti dimentichiamo quanto sia importante vivere con il gioco – ma mai per gioco.

Foto in evidenza Ufficio stampa Più libri più liberi 

SE NON ORA, QUANDO? CHIAMATA ALL’AZIONE:
La Comune di Ferrara promuove una Grande Lista Popolare.

SE NON ORA, QUANDO? CHIAMATA ALL’AZIONE.

AAA  CERCASI CON URGENZA LA TUA COMPETENZA, LA TUA PASSIONE E IL TUO IMPEGNO PER BATTERE LA DESTRA

Caro amico, cara amica,
Fra meno di 6 mesi a Ferrara si vota e la coalizione di destra appare sempre più favorita.

I Partiti e le forze di opposizione sono ancora divise sul nome del candidato/a e incapaci di presentare agli elettori un programma serio e concreto per il futuro di Ferrara. Tutti sembrano aspettare non si sa bene cosa: un’idea “geniale”, una mediazione al ribasso, uno strano ticket, un altro garbuglio… Purtroppo, questo atteggiamento poco comprensibile dal punto di vista dei cittadini, avrà come probabile risultato quello di facilitare la rielezione della Giunta Fabbri ed aumentare il popolo dei non votanti.

Scriviamo a te personalmente, perché crediamo che non abbia senso aspettare le trattative tra i partiti, o un salvatore/salvatrice della patria, magari telecomandato/a da Roma. Se vogliamo innescare un processo virtuoso che scuota l’apatia politica occorre scendere in campo già ora con una Grande Lista Popolare. E occorre che ognuno e ognuna di noi faccia un passo avanti e si assuma un impegno personale, offrendo la propria competenza, le propria passione, il proprio senso civico e anche un po’ del proprio tempo. Nessuno lo farà al posto nostro!

In questi mesi, lavorando insieme e partendo dal basso, sono emersi tanti problemi e tante idee. Abbiamo individuato alcuni punti fondamentali (i cardini del futuro programma  elettorale) per realizzare una vera e propria svolta nei contenuti e nei metodi del governo cittadino: la decarbonizzazione e il contrasto alla emergenza climatica, lo sviluppo del welfare di comunità e l’attenzione verso le nuove povertà e le fasce sociali fragili; lo stop alla privatizzazione e l.’ipegno concreto per la pubblicizzazione del servizio rifiuti e il servizio idrico, la costruzione di un sistema di democrazia partecipata e la messa a disposizione di strutture gratuite in tutti i quartieri e le frazioni.

La Ferrara che vogliamo è una città governata direttamente dagli stessi cittadini.

Il prossimo 16 dicembre ci ritroveremo insieme per la 2 tappa promossa da “La Comune di Ferrara”. Come sempre sarà un percorso dal basso, aperto a tutte e a tutti: singoli cittadini, gruppi spontanei, comitati, associazioni, partiti di opposizione. Ma questa volta vorremmo incominciare a presentare persone disposte a dare il proprio contributo, in campagna elettorale e quindi nel futuro governo della città.

Non cerchiamo candidati a sindaco o a questo o quell’assessorato. Cerchiamo invece 10, 20, 30… ferraresi disposti a lavorare e ad occuparsi di un particolare campo, settore, problema: grande o piccolo che sia. Perché i problemi della città sono veramente tanti, ma in città ci sono altrettante competenze (spesso inespresse) capaci di affrontarli..

Sappiamo che ti stiamo chiedendo tanto: il tempo è prezioso ed è sempre scarso, per tutti. Ma prova a rispondere: ti rassegni a questa Ferrara sofferente e in declino?  Vuoi continuare a delegare? Oppure vuoi dare un contributo per liberare Ferrara dalla mediocrità e dalla volgarità degli ultimi anni?

Se non ora quando?

Il cammino di una GRANDE LISTA POPOLARE comincia oggi. I futuri passi, a partire dall’incontro del 16 dicembre, li decideremo assieme.

Se confermi la tua disponibilità, se vuoi dare una mano, ti chiediamo di contattarci subito per un colloquio: info@lacomunediferrara.it

La Comune di Ferrara
www.lacomunediferrara.it

Quella cosa chiamata città /
Grattacieli londinesi: iconici, potenti e introversi

Grattacieli londinesi: iconici, potenti e introversi

Sono a Londra per l’ennesima volta. Ogni volta che torno ho sempre l’impressione di trovare una città diversa. La sensazione è reale perché l’anno scorso ho pensato la stessa cosa, vedendo, come oggi, tanti cantieri aperti. Ci sono alcuni momenti che segnano i cambiamenti delle città, in particolare delle grandi città. Londra ne ha avuti diversi.

“Lord, have mercy on London”, 1665, xilografia (particolare)

Nel 1666, il Great Fire distrugge la gran parte di una città che stava cercando di risollevarsi dalla pestilenza che aveva ucciso circa centomila persone. Una pestilenza arrivata dall’Olanda ma partita dal Levante come ci descrive minuziosamente nel suo romanzo Daniel Defoe.
Allora Londra non andava oltre il Tower Bridge e l’architetto Christopher Wren progetta una Londra barocca che non si realizza.

Un secondo momento, certamente il più importante, anche per l’immaginario della città, riguarda la rivoluzione industriale e la Regina Vittoria.
Prende forma la Londra ricca e miserabile, fumosa e sporca, attiva e oziosa che letteratura ci ha raccontato e che arriva fino agli anni ’50 del Novecento.

Le distruzioni della II guerra mondiale costituiscono il terzo dei grandi momenti di trasformazione della città.
Sono gli anni del modernismo e del brutalismo dei complessi residenziali Robin Hood Gardens o del Barbican Center. La città diviene una piattaforma trasformabile e anche decentrabile attraverso le new town, la cui costruzione inizia in realtà agli inizi del Novecento.

Fino a questo momento Londra è una città piatta, con la riqualificazione dei bacini portuali (i docks) arriva a Londra la verticalità del grattacielo. L’Est London povero e misero raccontato dalla levatrice Jennifer Worth si trasforma in una città finanziaria, il potere capitalista deve rendere evidente il suo dominio sul mondo e il grattacielo ne rappresenta l’icona.
La visione neoliberista del futuro e dei rapporti umani, incarnato dalla Signora Margaret Thatcher, primo ministro, fa da sfondo a una delle prime grandi operazione di riqualificazione urbana dove il ruolo del potere pubblico è di asservimento agli appetiti privati, molto rilevanti in questo caso.

Oggi Londra brulica di grattacieli talmente vicini da rasentare il disordine.

Londra e i grattacieli visti da Whitechapel (ph. Romeo Farinella)

Ma il grattacielo è un edificio introverso, pensa solo e sé stesso. All’esterno, con la sua altezza, segnala il potere di chi l’ha voluto costruire ma la sua attenzione è tutta rivolta all’interno e alle dinamiche che si indentificano nella folla che lo attraversa, in tutte le direzioni, per dare concretezza ai fatti. Il grattacielo non crea fronte urbano, la strada gli serve solo per l’accesso.
L’idea o l’utopia urbana del Rockfeller Center di New York che cerca di creare un luogo urbano attraverso la composizione ordinata di una serie di grattacieli, con i giardini sul tetto e le piazze alla base, è rimasta tale, non è diventata una regola.

Quindi potremmo dire che il grattacielo come icona trasmette potenza e introversione. Non crea spazio pubblico, mette caso mai a disposizione spazi collettivi mercificati: nella hall se diventa un centro commerciale o nei giardini e ristoranti del rooftop. Whitechapel e Southwark pullulano oggi di iconici grattacieli dalle forme falliche, strambe, frammentate come The Shard di Renzo Piano, il più alto di Londra e d’Europa. (vedi immagine di copertina)

Tutti questi grattacieli londinesi non si sforzano nemmeno di inventare un nuovo spazio pubblico, presi come sono dalla necessità di spremere il più possibile il valore del suolo. Quanto meno Mies van der Rohe, costruendo il Seagram Building a New York, il tema della soglia tra lo spazio delle grattacelo e della strada se lo era posto.

Londra, fantasmagorie dell’imbrunire (ph. Romeo Farinella)(

Non capisco perché si continui a interrogare, sulla stampa che conta, Renzo Piano sulle grandi questioni urbane del futuro. Dopo decenni di ricerca su come riprogettare le periferie cresciute male abbiamo scoperto, grazie a lui (Sic!), che dobbiamo ricucirle (che intuizione!). In epoca di Covid abbiamo scoperto, sempre grazie a lui, che l’opposizione alla città non è la campagna ma il deserto, dimenticando che nel deserto sono prosperate straordinarie civiltà urbane che avrebbero molto da insegnarci in termini di resilienza e adattamento climatico. Renzo Piano è un grande costruttore di oggetti architettonici, grattacieli compresi, spesso per gente ricca, si limiti a quello e lasci stare il futuro delle città, perché quello che molte sue architetture prefigurano è distopico.

In copertina: Londra, the Shard di Renzo Piano (ph. Romeo Farinella).

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, clicca sul nome dell’autore.

 

Se il femminicidio è un tabù linguistico

Se il femminicidio è un tabù linguistico

Articolo originale sul sito Volere la luna il 7 dicembre 2023

Quest’anno abbiamo forse assistito alla nascita di un nuovo genere letterario, quello delle omelie dei funerali in diretta televisiva. La loro analisi linguistica potrebbe diventare un nuovo genere di critica letterario-sociologica, visto che ci racconta cose molto interessanti riguardo alla cultura che le produce e poi addirittura le diffonde in forma integrale a mezzo stampa. Ad esempio, qualche mese fa, ai funerali di Stato di Silvio Berlusconi abbiamo assistito al trionfo dell’anfibologia, figura retorica dell’ambiguità, utilizzata in modo così sapiente che c’è chi ha potuto interpretare l’omelia come una celebrazione del defunto e chi, al contrario, come una severa reprimenda.

Invece nei giorni scorsi, ai funerali di Giulia violenzav, ha prevalso nettamente l’eufemismo, «che consiste nel sostituire, per scrupolo morale, per riguardi sociali o altro, l’espressione propria e usuale con altra di significato attenuato» (Enciclopedia Treccani).

Infatti, non solo la parola “femminicidio” non è mai stata pronunciata, ma neppure la più generica “omicidio” e i suoi sinonimi.
Al loro posto una serie di giri di parole, talvolta almeno connotati negativamente («l’immane tragedia», «negazione della vita»), anche se a volte smorzati dall’uso della metafora («il tronco ferito e spezzato della nostra umanità», che tra l’altro si allontana dal caso singolo, generalizzando attraverso quel “nostra”). Invece nella frase «il volto di Giulia è stato sottratto alla nostra vista», l’eufemismo non è solo nella scelta del verbo “sottrarre”, ma anche nella forma passiva, che permette di eludere l’esplicitazione del soggetto che ha compiuto quest’azione.
Quasi altrettanto spesso, inoltre, viene addirittura scelto un termine neutro, che potrebbe essere riferito tanto a un evento negativo quanto a uno positivo: «quello che abbiamo appreso»; «la conclusione di questa storia»; «quanto abbiamo visto».
Infine, solo una volta compare l’espressione più semplice e diretta, «la morte di Giulia», che però, priva di un aggettivo che ne connoti la natura violenta, è anch’essa un’espressione eufemistica, che viene ulteriormente annacquata dal suo inserimento in un insieme più ampio e indifferenziato (comprendendo anche gli uomini come vittime, fra l’altro): «di fronte alla morte di Giulia ma anche a quella di tante donne, bambini e uomini sopraffatti dalla violenza e dalle guerre».

Anche l’espressione “violenza sulle donne” è un tabù, ma quello che stupisce è che lo è anche la parola “donna”, che, oltre all’esempio appena citato, appare solo due volte e, per l’appunto, mai da sola, ma sempre in coppia con la parola “uomo”: «una società e un mondo migliori, che abbiano al centro il rispetto della persona (donna o uomo che sia)»; «insegnaci, Signore, la pace tra generi, tra maschio e femmina, tra uomo e donna».
Quest’ultima frase mette bene in luce come questo abbinamento uomo-donna sia finalizzato a leggere in modo eufemistico la violenza come semplice contrasto, la cui responsabilità, quindi, implicitamente ricade su entrambi gli attori in gioco.
Al posto della parola “donna”, poi, altrove viene usata l’espressione “i più deboli”, che da una parte riprende lo stereotipo del sesso debole, e dall’altra, ancora una volta, annacqua il concetto, utilizzando una categoria più ampia: «le piazze, le aule universitarie, i palazzi, le nostre case possono certo diventare quei luoghi dove poter difendere i diritti dei più deboli».
Sulla stessa linea, l’uso del neutro “persona”, già visto anche in un precedente esempio: «acquisire strumenti che nobilitano la vita delle persone, soprattutto delle più deboli e fragili»; «quei contesti sociali e quelle reti in cui le persone siano valorizzate in quanto soggetti».

Senza addentrarsi nei contenuti dell’omelia, anche solo le scelte lessicali rivelano quindi una ostinata e capillare volontà minimizzante, di fronte alla quale mi viene in mente una sola osservazione. È una citazione tratta dalla Passione di santa Giustina, la santa titolare della basilica padovana dove questo funerale si è svolto.
Nel racconto agiografico Giustina è una ragazza giovanissima, pugnalata al petto per aver osato affermare la sua volontà contro quella di un uomo, l’imperatore romano Massimiano. Nella sua Passione sta scritto, riprendendo un passo evangelico: «Se voi tacerete, le pietre grideranno». In questa occasione, di fronte all’eufemismo che è, di fatto, una forma di silenzio, per chi ha saputo ascoltare ha invece parlato non una pietra ma un tela: l’enorme pala di Paolo Veronese che si trova presso l’altare della basilica, e che raffigura proprio, in tutta la sua scandalosa ingiustizia, la morte violenta della giovane e innocente Giustina.

Francesca Marcellan
Vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema “per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film”. E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

Cover: Paolo Caliari detto Veronese, Martirio di Santa Giustina.

Germogli /
Un altro miracolo italiano: San Giuliano ha salvato Venezia

Un altro miracolo italiano: San Giuliano ha salvato Venezia.

San Giuliano chi? Vuoi dire Sangiuliano? Il ministro della cultura? Il cacciaballe? Quello che Dante sarebbe il campione della cultura della Destra?
Proprio lui, che guarda a caso è nato a Napoli e di nome fa Gennaro. Ma San Giuliano non si limita a sciogliere un’ampolla di sangue secco, lui lavora in grande. Il suo ultimo miracolo ci ha lasciati “commossi e attoniti”. Un uomo, un uomo solo, è riuscito a salvare Venezia; quella Venezia che credevamo moribonda, afflitta da un male incurabile, assediata dalle maree che un Mose costato miliardi non riesce a domare.

Il Ministro, visibilmente soddisfatto per l’impresa appena portata a termine

Ora, grazie a lui, Venezia non è più in pericolo. Ecco le parole di San Giuliano: “Il Comitato del Patrimonio Mondiale riunito a Riad in Arabia Saudita, per la sua 45esima sessione, ha deciso di non iscrivere il sito ‘Venezia e la sua laguna’ nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO in pericolo”.

Merito di chi?

Continua il Ministro e Santo: “Il lavoro di squadra svolto in questi mesi dal Ministero della Cultura insieme al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, alla Regione Veneto, al Comune di Venezia e alle istituzioni che compongono localmente il Comitato di Pilotaggio del sito, ha fermato un’indebita manovra puramente politica e priva di un ancoraggio su dati oggettivi”, E aggiunge: “Venezia, quindi, non è in pericolo. Negli ultimi mesi il Comune ha adottato provvedimenti coraggiosi per gestire il turismo e garantire la tutela dello straordinario patrimonio culturale della città. Il Ministero della Cultura è al suo fianco e proseguiremo insieme il complesso percorso di salvaguardia e valorizzazione di un simbolo dell’Italia che è patrimonio dell’umanità. “.

San Giuliano quindi, in un solo anno al governo,  ha salvato Venezia dall’acqua alta. Prendete nota. Peccato che nei mesi scorsi non avesse ancora coscienza dei suoi poteri taumaturgici. Ci saremmo risparmiati morti e disastri dell’alluvione in Romagna e in Toscana, ma sono sicuro che se il santo ministro si fosse impegnato un po’ di più, ci salvava anche noi, in fondo gli bastava dire due parole: “Ma quale alluvione, era solo un acquazzone”.

Venezia, quindi, non è in pericolo.”
Gennaro Sangiuliano, Ministro della Cultura

Per leggere gli articoli di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole a capo
Francesco Papallo: “Incoscienza” e altre poesie

Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere.”
(Ennio Flaiano)

SCRIVENDO

Guarda più da vicino la parola.
Lei non ti riconcilia con il mondo,
è un ponte raso al suolo,
una bestiola ferma sulla riva,
tigre di carta che non serve
a traghettare l’anima sull’altra.
Scrivendo a capo chino,
ti credi inoffensivo ma sta lì,
nelle tue mani, la furia
che devasta e sparge sale
sulle pagine a rischio di estinzione
che brucerai per fedeltà al segreto.
Parola in nerofumo d’olocausto,
azione a specchio col grido e il singhiozzo.
Solo il suo corpo dilaniato vive
come altra linfa vive nella cenere.

 

INCOSCIENZA

Fuoco incrociato a letto sul cuscino,
esclamazioni opposte nella mente.
Tutto si fa più piccolo a quest’ora,
gli uccelli muti ai trespoli,
il cielo illune che si rannicchia
nell’orma del boato.
Pieghi la schiena e chiudi le tue ali
sotto una pioggia di pietrisco
ma gli occhi indugiano nelle pozzanghere
al macero di brevi arcobaleni.
Sorride all’inaudito
il tuo respiro corto.
Non sente le sirene né gli aerei,
non vede la cortina
che ci cancella il volto.

 

ETERNI RITORNI

Mi legge dentro il bosco ammutolito,
strappa dagli occhi pagine di nebbia.
Cado in ginocchio e bevo
il languore di un cervo
che si allontana verso la torbiera.
Quello era il luogo dove ti sfidavo
all’amore del rischio; lì lasciammo
che avvizzissero al sole
ranocchie e salamandre. Lì, nel punto
in cui disobbedienza e furia
non ci insegnarono a spogliarci,
disperdo oggi con la tua leggerezza
le ceneri assetate del mio corpo.

 

CHIARALUCE

A nostra volta muti dalla nascita
delle domande ultime, scambiamo
l’impronta che precede
per l’unico sentiero ed orizzonte.
La verità che claudica e s’ingolfa
nessuno l’accompagna al suo destino,
lei che evapora dal giorno alla notte,
lei che resta confitta nella carne.

Dove un mattino fu raccolta
tra le costellazioni di rugiada
che imperlano le spighe,
come diserta ora
la parola
quella vertigine di chiaraluce,
come deraglia
lontano dal suo cuore.

 

MIGRANTI

Scheggia dai denti a sciabola,
una falesia in bilico
su un mare di mercurio e argento vivo:
questa la loro terra
che trovano incagliata fra le ossa.

La medicina è un viaggio
dove ingannare il tempo
contandosi le costole incrinate.

Resti di polveriera riporta la risacca,
figli della diaspora
che ovunque voli inseguono
lo sfarfallio radiato
dal luogo dell’addio.

(Testi tratti dalla raccolta inedita “La linfa della cenere“)

Francesco Papallo (1987, Napoli). Alcuni componimenti poetici sono stati pubblicati nella rivista di Elio Pecora “Poeti e Poesia”, nella rivista “La clessidra” all’interno di una rassegna dedicata ai poeti campani, e in altre riviste tra cui “Atelier”, “Inverso”, “Kairos”, “Mosse di Seppia”, sul blog “ItaliaMagazine” curato da Antonietta Gnerre, su “Transiti poetici” di Giuseppe Vetromile, su “Poetrydream” e nell’antologia “L’assedio della poesia 2020” curati da Antonio Spagnuolo. Selezionato tra i finalisti della IV edizione del Premio Poesia a Napoli. Alcuni suoi articoli e racconti brevi sono apparsi sul “Manifesto” e sul “Mattino”.

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

  • Rossana Jemma, La strada verso il canto, RP Libri, 2023
  • Daniela Stasi, Il respiro del lombrico, Il Convivio Editore, 2023
  • Monica Buffagni, Piume di ghiaccio. Dell’amore e di altri accidenti, Kanaga Editore, 2019
  • Leonardo Sinisgalli, Dimenticatoio, Mondadori, 1978 

Cover: immagine di Stefan Keller

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

“Io prendo posizione per la pace e il rispetto dei diritti umani:
fermiamo i massacri, cessate il fuoco! ”
Firma l’appello del mondo della scuola per la Pace e la Giustizia

Il mondo della scuola per la Pace e la Giustizia.
Io prendo posizione per la pace e il rispetto dei diritti umani: cessate il fuoco!
Fermiamo i massacri in corso contro la popolazione civile!

Alle AUTORITÀ
All’OPINIONE PUBBLICA 

Quanto sta avvenendo in Medioriente tra Israele e Palestina, ma anche in Ucraina e in numerose altre parti del mondo, ci addolora e ci preoccupa.

Ci sono inoltre guerre troppo spesso dimenticate, (perché ritenute “lontane” da noi) soprattutto in Africa dove, da sempre, le potenze economiche mondiali attuano un politica neocolonialista e anziché favorirne lo sviluppo, tendono ad accaparrarsi terre, aziende, materie prime di cui è ricca la terra africana, e fomentano l’odio (di cui non c’è proprio bisogno dopo che ne abbiamo distribuito tanto noi nazioni “occidentali” ) tra le diverse fazioni e tribù.

Le conseguenze del terrorismo e delle guerre sono spaventose: le morti innumerevoli (tra cui quelle di moltissimi bambini e bambine), la distruzione di case e infrastrutture, anche ospedaliere e scolastiche, la separazione di famiglie e le popolazioni terrorizzate, senza cibo-acqua-elettricità.

Ci sentiamo smarriti e impotenti nel nostro ruolo di educatori ed operatori della scuola.

Nell’esperienza formativa dobbiamo educare ai valori costituzionali di democratica e pacifica convivenza dei popoli, di giustizia e libertà, di gestione attiva e non violenta del conflitto, ma i nostri allievi vedono ogni giorno immagini di violenze efferate, coetanei uccisi, mutilati, traumatizzati dalla guerra e sono immersi in una cultura di guerra, che impedisce il tentativo di comprensione delle ragioni dell’altro e riduce la complessità dei contesti allo scontro tra tifoserie: soprattutto i media semplificano le questioni, impoveriscono concetti e diffondono lessico improprio, inducendo polarizzazioni e dando risonanza alla propaganda di guerra delle parti in conflitto.

Come lavoratori e lavoratrici nel campo del sapere sappiamo bene che nessun conflitto armato risolve i problemi, anzi prepara ad altre guerre ancora più sanguinose, semina odio ed accresce desiderio di vendetta, ma rischiamo di essere inefficaci nell’affermarlo, perché i nostri allievi si rendono conto che una cosa è quello che imparano a scuola e un’altra è quello che avviene nella realtà.

Le guerre alimentano il mercato delle armi e delle lobby internazionali delle aziende produttrici di armi, che, avendo la “forza economica” per condizionare i parlamenti e soprattutto i governi, “fomentano” le guerre e tendono a  farle protrarre.

Non vogliamo assistere rassegnati allo svuotamento della nostra funzione educativa e culturale; in particolare in questo momento storico di recrudescenza della violenza e di indebolimento degli organismi internazionali per la pace, riteniamo che formare le nuove generazioni significhi anche assumere in prima persona l’impegno civico per la pace: israeliani, palestinesi, ucraini, e tutti i bambini e i ragazzi delle nazioni coinvolte in guerre, devono poter trovare sostegno e protezione da parte del mondo adulto, dei loro educatori, devono poterci vedere oggi come testimoni di rifiuto radicale della guerra e poter dire domani “so che tu allora hai preso posizione per la pace”! Non possiamo più tacere di fronte alle gravissime violazioni dei diritti dei bambini a cui assistiamo impotenti: è la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, sottoscritta da 193 Paesi nel mondo, che ci impegna a mettere al primo posto l’interesse superiore del bambino (art 3) e in particolare a rispettare il Diritto alla vita (art 6).

Per tutto questo, in coscienza e in coerenza con il nostro ruolo di lavoratrice/lavoratore della scuola, rendiamo pubblico questo

APPELLO PER LA PACE                

indirizzato:                                                             

Ø all’Onu, dove sono rappresentate tutte le Nazioni del mondo e che ha il compito di prevenire futuri conflitti, mantenere la pace e rispettare il Diritto Internazionale.

Ø al Governo Italiano che deve far rispettare la nostra Costituzione che, come recita l’art. 11 della Costituzione, ripudia il ricorso alla guerra per risolvere le controversie internazionali.

Ø al Parlamento Europeo    che rappresenta i cittadini di tutta Europa

Chiediamo alle suddette Istituzioni che facciano tutto quanto è in loro potere per far rispettare la Dichiarazione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Ci appelliamo ad esse perché si impegnino per far tacere le armi, affidando alle trattative diplomatiche la risoluzione dei conflitti in corso, la restituzione contestuale degli ostaggi e per l’accesso degli aiuti umanitari.

Chiediamo che si arrivi al cessate il fuoco immediato e allo stop al massacro a Gaza del popolo palestinese, per il rispetto del diritto umanitario internazionale.

Chiediamo che anche per il conflitto in Ucraina si organizzi una Conferenza di Pace dove venga rispettato il Diritto internazionale.

Da parte nostra continueremo quotidianamente ad impegnarci a scuola e nella società affinché progrediscano idee e pratiche di Pace e Nonviolenza.

Ci  dichiariamo disponibili per una mobilitazione della società civile che dia voce al rifiuto della guerra e del terrorismo che ponga al primo posto il valore supremo della pace, quale unico scenario in grado di perseguire umanità e giustizia.

Comitato Scuola Pace Costituzione

Per informazioni: scuolapacecostituzione@gmail.com

L’appello si può sottoscrivere  [Qui]

FLAMENCO: FARE MUSICA COL CORPO:
4 incontri al Musijam condotti da Rita Marchesini

PROPOSTA DI MASTERCLASS DI FLAMENCO A MUSIJAM

4 incontri al Musijam condotti da Rita Marchesini: sabato pomeriggio, dalle 14,45 alle 16,45: 9 dicembre 2023, 13 gennaio, 10 febbraio e 9 marzo 2024.

Evidentemente 18 è un buon numero per il Flamenco a Musijam, l’Associazione musicale e culturale che ha sede a Ferrara in Viale Alfonso I d’Este n° 13: lo scorso 18 giugno si è svolto un evento dal titolo Carmen Flamenca che ha previsto due momenti significativi, distinti ma strettamente collegati. Al mattino Rita Marchesini della Compagnia El Puerto Flamenco ha tenuto un laboratorio, aperto anche a chi non ha mai avuto nessuna esperienza di danza.
Alla sera la Compagnia si è esibita nello spettacolo omonimo, nel quale sono intervenuti anche, come quadro dei danzatori, i partecipanti al laboratorio. Da questa stimolante esperienza è nata una collaborazione tra l’Associazione e la docente Rita Marchesini, che si è concretizzata nel progetto, illustrato il 18 novembre scorso, di una Masterclass di Flamenco da tenere a partire da questo dicembre fino ad arrivare a Giugno del 2024.

Alla presentazione sono intervenute alcune delle partecipanti al laboratorio di giugno, desiderose di riprendere e ampliare quella esperienza, e altre persone interessate. L’idea, ha così illustrato Marco Ferrazzi coordinatore delle attività della Scuola di musica, è di formare una classe con incontri distanziati ma continuativi, in modo che si possa dar vita ad un percorso di base che abbia una sua completezza.

Si è già stabilito un primo pacchetto di quattro incontri programmati nelle seguenti date, tutte di sabato pomeriggio, dalle 14,45 alle 16,45: 9 dicembre 2023, 13 gennaio, 10 febbraio e 9 marzo 2024.
La docente Rita Marchesini ha quindi delineato gli aspetti salienti del percorso che offrirà alle/agli allieve/i.
Si partirà dalle tecniche di base del flamenco, il cui complesso linguaggio vede entrare in scena coordinazione corporea, ritmica e presenza scenica.  La ritmica, prodotta con il corpo attraverso i piedi, le mani, le braccia e i fianchi, si sposa alla gestualità e contribuisce all’attitudine alla fierezza che rappresenta la cifra caratteristica di questa danza che è anche una visione di sé stessi e la manifestazione della propria espressività.

Si fa musica col corpo e col volto. Il laboratorio prevede la realizzazione di semplici ma particolarmente attraenti e coinvolgenti coreografie dette Sevillanas che potranno anche essere proposte al pubblico.

Per info e iscrizioni al laboratorio:
Musijam aps  cell, 3204878109
musijamferrara.aps@gmail.com

 

Vite di carta /
“Almarina”, un nome di ragazza nel titolo del romanzo di Valeria Parrella.

Almarina, un nome di ragazza nel titolo del romanzo di Valeria Parrella.

A pagina otto del romanzo Almarina aspetta nel corridoio del tribunale; scopro così che il titolo del libro è un nome di adolescente. Non ne sapevo nulla, pensavo al nome di una località o ad altro elemento vaporoso, senza associare la parola così lieve a un corpo.

L’ingenuità che a volte mi concedo è finita: ora vorrò sapere tutto di questa storia, di chi l’ha scritta. Entrerò curiosa nelle pieghe del racconto.

Scopro già nel prologo che chi legge è portato a procedere lungo un sentiero ben tracciato: le parole della narratrice sono luci che fanno avanzare solo di pochi passi per volta. Dove siamo? Nell’edificio grigio del Tribunale dei minori di Napoli.

Elisabetta Maiorano, la protagonista che parla in prima persona, ha addosso il suo vestito migliore: la causa che si discute riguarda lei e la sua adozione di una ragazza rumena, fuggita in Italia insieme al fratellino dopo un’esperienza famigliare di violenza e finita nel carcere minorile di Nisida per un reato minore.

È lei quella che attende fuori dall’aula, Almarina. In carcere Elisabetta è stata la sua insegnante di matematica, si sono conosciute nella scuola, “l’unico spazio senza sbarre alle finestre”.

Durante la lezione capita che Almarina si addormenti sul banco, sapremo qualche pagina dopo che ha vegliato e pregato per tutta la notte. Almarina non ha mai freddo, ma per darle calore non bisogna toccarle il braccio, sennò si sente “un pezzo duro…come legno scanalato”, lo stigma delle botte che ha preso dal padre, qualcosa di non umano.

Elisabetta prende a proteggerla, a provare una predilezione da cui non sa e non vuole difendersi.

Elisabetta. Il libro è suo: la storia è raccontata da lei, in soggettiva. Almarina è la luce che la inonda nel prologo tra il grigiore del Tribunale, a lei brilla “la luce del futuro negli occhi“.

Dal momento in cui aspetta di sapere la sentenza dei giudici, tutte donne, relativa alla sua richiesta di adozione, la narratrice va all’indietro a raccontare la sua vita di prima, il suo lavoro di insegnante a Nisida e l’umanità speciale con la quale è in contatto ormai da anni.

Recupera il suo vissuto di moglie e in seguito di vedova, la soffocante famiglia del marito rappresentata dalle cognate, la vana aspirazione a diventare madre.

Si assicura di averci alle spalle, noi lettori, e ci fa strada nelle sue giornate piene di solitudine. La luce delle parole sempre accesa che ora proietta il cono di luce sui dettagli, ora si apre a ventaglio sull’orizzonte, quello della città, mentre guida al mattino presto verso Nisida, o che vede insieme agli alunni dalle finestre del carcere.

All’età di cinquant’anni, il suo sguardo è pieno di disincanto. Stando dietro di lei vediamo la bellezza di Napoli, una bellezza che si impone a oltranza in mezzo al dolore e alle fatiche di chi ci vive. Nisida è un’isola calata dentro quella stessa bellezza, eppure contiene un mondo così diverso, “che quando entro mi devo continuamente ricollocare, riposizionare, guardarmi le spalle e dentro”.

Succede ogni giorno da anni. Quanto tempo si può resistere in un posto così? A cinquant’anni la risposta si trova: “Dipende da quanto sai resistere alla frustrazione di essere inutile”. I ragazzi che sono a Nisida vengono e vanno, senza preannuncio né riti di commiato. Spesso se li riprende lo svantaggio sociale da cui sono venuti, spesso passano al carcere degli adulti.

Elisabetta ha incamerato tutto in questi anni, ha subito gli sguardi bassi dei suoi alunni, l’indifferenza con cui tollerano le spiegazioni di matematica, perfino il disprezzo non detto. Ma è come se dicessero: “Tu sei un insegnante e gli insegnanti sono senza sorte, gente che non arrischia nulla della propria pelle” e solo aspetta tredici volte all’anno lo stipendio dallo Stato.

Ad Almarina si lega, mentre guardano il mare. La protegge, mentre è in carcere, le fa vedere la vita di fuori, portandosela a casa in permesso nel giorno di Natale; la va a cercare nella parrocchia che l’ha accolta dopo il carcere. Ora in Tribunale aspetta che diventi sua figlia, e lei ne sia la madre. Anche Almarina oggi indossa il vestito più bello, è fucsia e viene dall’armadio di Elisabetta, che subito glielo ha donato, e come le segna bene i fianchi.

Vorrei citare molte più frasi dal libro. Nicola Lagioia, che l’ha presentato allo Strega nel 2020, riconosce questa “forza linguistica rara” che ha preso anche me, mentre procedevo tra le pagine alle spalle della narratrice.

Eppure quando il libro è finito ho provato la sensazione di essere  bruscamente stoppata. Ho sentito esatto esatto quel senso di non finito, di poco sviluppato, che mi aveva anticipato l’amica Sabina, un’altra vorace lettrice, che legge con desiderio e nel mentre vigila sulla efficacia dei racconti e sulla bellezza delle storie.

Sono tornata a rileggere il prologo, più volte, e ho riletto anche le righe finali col loro sapore di geometria applicata alla vita. Niente, mi sento abbandonata da Elisabetta. Che poteva avanzare di più nel suo futuro, dargli più luce. Fino a superare l’ostacolo, superare la paura di tornare nella solitudine di non-madre.

Nota bibliografica:

  • Valeria Parrella, Almarina, Einaudi, 2019

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Il rapper PUFULETI alla Officina Meca di Ferrara: sabato 9 dicembre alle ore 21.00

CATARSI AIWA MAXIBON è il secondo album di Giuseppe Licata qui PUFULETI, uomo dei pilastri dalla Dallas di Agrigento. Siciliano di origine emigra in Germania all’età di 4 anni. Impara l’italiano dalla mamma e dalla televisione. Giuseppe canta in tedesco per più di una decade per poi impadronirsi con Tumbulata, album d’esordio acclamato dalla critica, della lingua madre. A questa dona un fascino sgangherato e spigoloso rendendola un’arma affilata con cui tagliare basi e beat da un lato ecumenici per quanto rimandano alla vecchia scuola, dall’altro fortemente rappresentativi della New Weird Italia.

Supportato dalla direzione artistica di Lapo Sorride (Misto Mame), e dai beatmaker della crew C.O.T.A. (tra cui l’immancabile Wun Two), l’album si presenta con 10 brani lo-fi/hip hop in cui Pufuleti percorre nuove vie semantiche attraverso il dispiegamento di una matassa che diventa una vera e propria Catarsi in una continua ricerca di un assurdo capace di dar senso alle piccole cose. Mai leccare un Maxibon dalla parte sbagliata.

Chi lo ha visto dal vivo difficilmente lo dimenticherà. Chi non lo ha fatto dovrebbe proprio farlo.

Officina Meca APS – Ferrara

Ingresso riservato ai soci Arci

Associazione Difesa Ambientale Estense: Chi siamo e cosa facciamo

Associazione Difesa Ambientale Estense: Chi siamo e cosa facciamo.

Siamo una associazione di volontari, abbiamo l’obiettivo di pulire il nostro fiume, i canali cittadini e il nostro mare dai rifiuti, che vengono sversati purtroppo quotidianamente. Tra noi abbiamo giovani e anziani, studenti e lavoratori. Da più di un anno, operiamo anche nell’ambito di una convenzione stipulata tra la nostra amministrazione comunale e la casa circondariale: escono dal carcere alcuni detenuti e raccogliamo rifiuti insieme, tutti insieme.

Tutto ciò è molto formativo, a dire il vero lo è forse per noi ancor prima che per i carcerati: si lavora per l’ambiente, ci si parla e ci si confronta su molti temi.
Sono davvero valide le persone che il giudice ha ritenuto di poterci affiancare: l’iniziativa è per noi occasione di crescita e, perché no, una iniezione di nuova linfa.
Più volte, noi come gruppo e pure in collaborazione con i detenuti, siamo andati a pulire la zona di via della canapa, nelle immediate vicinanze della motorizzazione civile.
Abbiamo sempre tenuto traccia di queste bonifiche: è troppo bello il boschetto che si trova tra via della canapa e il quartiere barco, ci piace in modo particolare e vogliamo mantenerlo sempre in bella forma.
Se consultiamo gli archivi fotografici e la banca dati di difesa ambientale estense, vediamo come, negli anni, la quantità e la mole dei rifiuti si sia progressivamente ridotta.
Sicuramente noi volontari ce l’abbiamo messa tutta, e, nelle ultime due occasioni, erano in prima linea al nostro fianco le persone del carcere, che sono molto volenterose, ma vogliamo evidenziare una sempre maggiore consapevolezza e sensibilità dei nostri concittadini: ogni volta che i passanti ci vedono, si complimentano con noi: questo non può che far piacere, e non è tuttavia l’unica freccia al nostro arco.
Alla fine di ogni raccolta di rifiuti, noi lasciamo sempre un cartello, che ricorda che è vietato sversare e sensibilizziamo continuamente tutti: i bambini dalla scuola materna alla primaria, i ragazzi, gli adolescenti e gli universitari, gli autoctoni così come gli immigrati.
Teniamo traccia di ogni nostro passaggio, per poter capire come stiamo andando, e quali quartieri sono più virtuosi.
Alcuni di noi lavorano nel settore del disinquinamento, altri operano in qualità di volontari, ma, attenzione, trattasi di volontari esperti e competenti, che intendono dare a Ferrara un’aria e un’acqua più pulite.
In una parola: Difesa Ambientale Estense è un’associazione che si fa rispettare, provare per credere.
Vi aspettiamo nelle prossime raccolte: il 9 dicembre il ritrovo è al Darsena city
Associazione Difesa Ambientale Estense
Per informazioni e adesioni, visitate le ns pagine facebook e instagram

NO al CPR di Ferrara!
NO a tutti i CPR!

Lunedì 11 dicembre 2023 – Ore 18,00
Apollo Multisala
(piazzetta Carbone 35 – Ferrara)

INGRESSO LIBERO

PERCHÉ DICIAMO NO AD UN NUOVO CPR A FERRARA,
E CHIEDIAMO LA CHIUSURA DI QUELLI ESISTENTI

Proiezione del documentario
SULLA LORO PELLE

(2022, DI Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Manda)
Inchiesta vincitrice del Premio Morrione 2022
Inchiesta vinctrice del Premio Libera Giovani 2022

Presentazione del rapporto
BUCHI NERI

La detenzione senza reato nei CPR
A cura di Federica Borlizzi e Gennaro Santoro
COALIZIONE ITALIANA PER LE LIBERTÀ E I DIRITTI CIVILI – CILD

INTERVENTI, DOMANDE, DIBATTITO

 

Perché diciamo NO ad un nuovo CPR a Ferrara, e chiediamo la chiusura di quelli esistenti

I CPR Centri di Permanenza per i Rimpatri sono “luoghi di trattenimento del cittadino straniero”. Nei CPR vivono persone senza documenti, NON persone pericolose. Ci sono uomini e donne che sono stati badanti, muratori, cuochi in Italia con un regolare permesso di lavoro, poi hanno perso il posto e quel permesso non possono rinnovarlo. Ci sono uomini e donne che hanno chiesto asilo e non lo hanno avuto. Altri ancora hanno scontato una pena e aspettano il rimpatrio nel CPR, che è un’altra condanna. Non si entra in un CPR per aver commesso reati. Chi ha commesso reati va in carcere. Non si entra in un CPR perché pericolosi. Chi è pericoloso viene curato e trattenuto, italiano o straniero che sia.

Chi entra in un CPR può diventare pericoloso.
Parliamo di uomini e donne che, dopo avere lasciato la propria famiglia, la casa, la lingua, le abitudini di vita per sfuggire a guerre, siccità e persecuzioni, dopo avere affrontato viaggi pericolosi e degradanti e avere cercato inutilmente un futuro migliore per sé e per i propri figli, si ritrovano prigionieri senza una ragione.

Come (non) si vive nei CPR?
Coloro che li hanno visitati ne hanno denunciato i gravi problemi: abbandono, disordine, abuso di psicofarmaci, autolesionismi, suicidi. Manca una vera tutela legale e non ci sono cure mediche adeguate, come ha confermato la Corte di Cassazione (sentenza 26801/23). In più, le persone vengono spesso rinchiuse in una struttura lontana, quindi sono isolate da amici e familiari. E in queste condizioni, a impazzire senza fare niente, possono rimanere mesi e mesi.

Quanto tempo dura la reclusione nel CPR?
Dipende dalla legge: nel 1998 un mese, oggi, nel 2023, un anno e mezzo. È uno svantaggio per tutti: i CPR costano cari ed è lo Stato – cioè tutti noi – a pagare, per far vivere le persone in condizioni disumane.

Per questo chiediamo la chiusura di tutti i CPR.
I CPR non servono a rimpatriare gli stranieri irregolari
Per riportare a casa queste persone occorrono soldi, mezzi, personale e soprattutto accordi con gli stati di provenienza. Attualmente l’Italia ha accordi soltanto con cinque paesi, mentre i paesi interessati sono più di 80.

Com’è la situazione attuale.
In Italia ci sono 10 CPR che possono ospitare 1300 persone. In Emilia-Romagna ce n’erano due (Bologna e Modena) ma sono stati chiusi per le loro pessime condizioni.

Perché un CPR a Ferrara.
Il Governo ha scelto di realizzare un nuovo CPR a Ventimiglia. Lì è stato respinto da tutte le forze politiche locali, e ora lo si vuol fare a Ferrara in una zona già destinata ad essere un parco, il “parco sud”.

Non vogliamo vivere in una città dove persone innocenti sono costrette a vivere rinchiuse in condizioni disumane. Vogliamo una città aperta che rispetti la dignità umana di ciascuno e di tutti perché “la nostra libertà comincia dove comincia quella degli altri”.
Invitiamo tutta la cittadinanza ad un’iniziativa che si terrà l’11 dicembre alle 18 presso il Cinema Apollo.

Aderiscono:

Adoc Ferrara, Agesci Ferrara, ANPI Ferrara, ARCI Ferrara, Arcigay “Gli occhiali d’oro”, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII Zona Emilia, Associazione La Villetta, Associazione Nadiya Odv, Associazione Piazza Verdi, Associazione Viale K, Auto-mutuo aiuto in rete ODV, Azione Cattolica Ferrara-Comacchio, Biblioteca popolare Giardino, Centro Donna Giustizia, Centro sociale La Resistenza, CGIL Ferrara, Circolo Laudato Sì Ferrara-Comacchio, Cittadini del mondo, Comitato Alba nuova ODV, Comunità Emmaus, Dammi la mano APS, Emergency Ferrara, Federconsumatori Ferrara, Fondazione Migrantes Ferrara, Forum Ferrara Partecipata, Gruppo del Tasso aps, Il Mantello, Istituto Gramsci Ferrara, Koesione 22, La Comune di Ferrara, La società della ragione, Masci Ferrara, Mediterranea Saving Humans Ferrara, Movimento Nonviolento Ferrara, Movimento Rinascita Cristiana Ferrara, Pax Christi Ferrara, Periscopio quotidiano online, Rete giustizia climatica, Stop border violence, Sunia Ferrara, Tutori nel tempo, UDU Ferrara, Unione Donne in Italia Ferrara, UIL Ferrara, Ultimo Rosso Aps, Uniat Ferrara.

 

https://facebook.com/events/s/sulla-loro-pelle-contro-il-nuo/380547674323433/

La manovra del governo Meloni toglie un altro pezzo a una Sanità Pubblica già in emergenza, ma lo sciopero di medici e infermieri non basterà a salvare il SSN

Oggi, 5 dicembre, medici, dirigenti sanitari, infermieri, ostetriche e altre professionisti sanitari hanno scioperato in tutta Italia contro la manovra economica del governo Meloni e in difesa del Servizio Sanitario Nazionale. Ma per difendere il diritto costituzionale alla salute, salvare la Sanità Pubblica e scongiurare la fine del SSN e dell’unità della Repubblica, servirebbe uno sciopero nazionale di tutte le cittadine e i cittadini. 

Da anni non facciamo che snocciolare i mali della nostra sanità: continuo sottofinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, intollerabili differenze territoriali tra nord e sud e tra regione e regione, pronti soccorso allo stremo, medici di medicina generale e infermieri sempre più rari.
Secondo la Fondazione GIMBE nel nostro Paese mancano quasi 2.900 medici di famiglia ed entro il 2025 ne perderemo oltre 3.400. Inoltre il 42,1% dei medici supera il tetto massimo di 1.500 pazienti.
Medici 
sempre più stressati, scarsamente considerati (e mal pagati, soprattutto gli infermieri) e spesso fatti oggetto di violenza, un tasso di turnover (il rapporto tra assunti e cessati in un anno) pari a 90 per i medici e a 95 per gli infermieri (data la elevata età media, si stima che tra il 2022 e il 2027 andranno in pensione 29.000 medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale e 21.000 infermieri), nessuna politica sulla prevenzione, sull’educazione sanitaria, sugli screening e i vaccini di cui il nostro Paese continua a registrare coperture molto basse (per i primi soprattutto al Sud e per i secondi soprattutto al Nord), lunghissime liste d’attesa, che non si accorciano, nonostante i piani e i fondi stanziati e che impongono (per chi se lo può permettere) il ricorso alla spesa privata, che invece aumenta sempre più, con buona pace del sistema universalistico.
Numeri che confermano una fragilità che potrebbe determinare in futuro costi sociali elevatissimi. Un quadro a tinte scure, un “deserto sanitario” sfasciato ed iniquo,  che spinge sempre di più le cittadine e i cittadini a girovagare per lo Stivale in cerca di cure (ovviamente da sud a nord) e che non di rado li porta allo sfinimento e alla rinuncia alle cure.

E’ l’ultimo Rapporto CENSIS a evidenziare ancora una volta i limiti del sistema sanitario e le preoccupazioni dei cittadini:
per il 75,8% è diventato più difficile accedere alle prestazioni sanitarie nella propria regione a causa di liste di attesa sempre più lunghe;
il 71,0% dichiara che in caso di visite specialistiche necessarie o accertamenti sanitari urgenti è pronto a rivolgersi a strutture private pagando di tasca propria (al Sud la percentuale sale al 77,3%);
il 79,1% degli italiani, a causa delle promesse mancate, si dichiara molto preoccupato per il funzionamento del Servizio sanitario nel prossimo futuro, esprimendo il timore di non accedere a cure tempestive e appropriate in caso di malattia;
l’89,7% si dice convinto che le persone benestanti hanno la possibilità di curarsi prima e meglio di quelle meno abbienti (l’esperienza delle difficoltà di accesso alla sanità radica nella coscienza collettiva l’idea che l’universalismo formale in realtà nasconda disparità reali, che ampliano le disuguaglianze sociali).

E’ una Sanità in assoluta emergenza, che avrebbe bisogno della massima attenzione generale, ma che non sta a cuore alle destre temporaneamente al governo del Paese: gli interventi proposti per questa “Sanità gravemente malata” dal Governo Meloni nell’ultima monovra finanziaria sono privi di una visione complessiva, di una strategia di rafforzamento graduale del sistema, dimostrano un sostanziale disimpegno rispetto alle difficoltà del SSN e – come denunciato da Sbilanciamoci:  “l’unica attenzione è ad alcuni portatori di interesse (industria farmaceutica, farmacie e privato accreditato)… un Servizio sanitario nazionale che ha a cuore più i farmaci che il proprio personale”.
D’altra parte già secondo la Nadef, nei prossimi anni la spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al Pil diminuirà fino al 6,1% nel 2026. Insomma, risorse pubbliche per il Servizio Sanitario Nazionale declinanti nel tempo e strutturalmente inferiori a quelle di Paesi simili al nostro.

Un Servizio Sanitario Nazionale che, come sottolineato proprio da Sbilanciamoci nella sua Contromanovra 2024, avrebbe invece l’impellente necessità almeno di un’integrazione di ulteriori 6 miliardi di euro (per arrivare nel 2024 allo stanziamento di 140 miliardi), al fine di provvedere urgentemente ad un piano assunzionale adeguato alle esigenze del servizio e a garantire l’ampliamento dei servizi attualmente insufficienti.

E mentre la nostra (una volta) tanto decantata Sanità Pubblica va a picco, incombe minacciosa la cosiddetta “Autonomia differenziata” del ministro Calderoli, che una volta approvata spaccherà definitivamente il Paese (grazie alla “secessione dei ricchi”) e metterà la parola “fine” innanzitutto al Servizio Sanitario Nazionale, un pilastro essenziale del nostro sistema democratico, che non ha certamente bisogno di ulteriori interventi di differenziazioni, quanto piuttosto di “riforme e innovazioni di rottura” in grado di rafforzare il diritto costituzionale alla tutela della salute a tutte le persone in tutti i territori, al nord come al sud.

Parole e figure /
Storie di amicizia – Strenne Natalizie

L’incontro di due bambini con il piccolo genio di un oliatore di latta, una bellissima storia di amicizia, con “Amy, Aron e il genio della latta”, di Iperborea edizioni.

Natale, tempo di storie belle, di buoni sentimenti, di dolcezza e di amicizia.

Oggi vogliamo presentarvi un bel volumetto dello svedese Ulf Stark, “Amy, Aron e il genio della latta”, illustrato da Per Gustavsson, edito da Iperborea nella collana I Miniborei, uscito lo scorso mese di ottobre. È il simpatico e originale incontro di due bambini con un piccolo genio di un oliatore di latta.

Amy e Aron, amici inseparabili, trascorrono le vacanze estive a desiderare lei un gatto nero e la pace nel mondo (o almeno la pace per lei, bullizzata dai compagni di scuola, a causa della sua gamba zoppicante) e lui che suo papà, via da tempo per lavoro, su un treno che porta lontano, finalmente torni a casa.

In attesa che i desideri si avverino, quale posto migliore di un deposito di rottami (una discarica che appartiene al papà di Amy, che ama il jazz), vicino alla massicciata della ferrovia dalle rotaie che cantano impazienti, per giocare ‘a caccia di non si sa cosa’?

Puro divertimento, fra pezzi ammaccati di automobili, stufe e frigoriferi arrugginiti, orologi rotti, rubinetti svitati, aspirapolvere fuori uso, caschi da parrucchiere e altri oggetti ignoti da buttare. Un rifugio dove i due amici si ritirano quando scoppia un temporale o quando, semplicemente, vogliono starsene in santa pace. Un luogo solo per loro, dove nessuno li disturba.

E quando un giorno sentono arrivare un lamento da un vecchio oliatore di latta arrugginita, scoprono che dentro c’è un genio bambino di nome Mujo. È scontroso e timido, quasi pigola, a volte singhiozza e ha poca voglia di mostrarsi, ma non si può pretendere che uno spirito rimasto per secoli chiuso da solo in una latta sia simpatico. Però è carino, anche se quell’aggettivo davvero non gli piace. E invidia Aron perché ha una così cara e vera amica. Per questo è un po’ triste, lui non ha amici, di lui non importa a nessuno.

Amy e Aron si mettono d’impegno per guadagnarsi la sua fiducia e, di avventura in avventura, grazie ai due piccoli esperti in materia, Mujo imparerà il gioco che rende interessante tutti gli altri giochi, quello dell’amicizia. Il gioco più bello. Fatto anche di compleanni festosi e pieni di caramelle rosse, di torte e candeline.

Una storia che, con il sottile umorismo di Ulf Stark e i teneri disegni di Per Gustavsson, regala sorrisi a ogni pagina parlando di affetto tra coetanei, accettazione di sé e dell’altro e solidarietà. Quelle che servono sempre, e non solo a Natale.

Ulf Stark, “Amy, Aron e il genio della latta”, illustrato da Per Gustavsson, Iperborea, Milano, 2023, 128 p.

Ulf Stark (1944-2017) è stato un grande autore contemporaneo per ragazzi, uno dei più importanti scrittori svedesi per l’infanzia e tra i più amati dai giovani lettori. Nel 1993, ha vinto il premio Astrid Lindgren e nel 1994 il prestigioso Deutsche Jugendliteraturpreis. “Sai fischiare, Johanna?”(Iperborea, 2018) ha vinto il premio Andersen italiano come miglior libro nella categoria 8-10 anni nel 2018. Riscoperto da pubblico e critica dopo la sua scomparsa, è stato celebrato al Festivaletteratura di Mantova nel 2018. Tra i libri pubblicati in Italia: “Il bambino dei baci” (2018), “Il bambino mannaro” (2019), “Tuono” (2019), “Il bambino detective” (2019), “La grande fuga” (2020), “Piccolo libro sull’amore” (2020), “Animali che nessuno ha visto tranne noi” (2021), “Ulf, il bambino grintoso” (2021), Piccolina tutta mia” (2022).

Per Gustavsson, Foto Sara MacKey

Per Gustavsson (1962) è un autore e illustratore molto amato in Svezia e noto in Italia soprattutto per aver illustrato la serie della famiglia Sgraffignoni. Membro dell’Accademia Svedese per i Libri per Bambini, ha collaborato con molti scrittori, tra cui Ulf Stark e Åsa Lind, ottenendo importanti riconoscimenti.

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

OGGI I CPR, 15 ANNI FA I CIE: LO STESSO INFERNO.
Ricordo di una visita con Daniele Lugli al Centro di Identificazione ed Espulsione di Bologna

OGGI I CPR, 15 ANNI FA I CIE: LO STESSO INFERNO

Ricordo l’impressione surreale di camminare in quel pomeriggio di sole in pieno centro. Ricordo quanto mi sembri astruso che tutto sia aperto e pronto al contatto, basta allungare il passo, stringere una mano, chiedere un’informazione, scegliere se cioccolato o crema. Tutto così assurdo e surreale mi sembra quel giorno, avendo trascorso appena qualche ora al CIE, il Centro di Identificazione ed Espulsione, che a Bologna c’era e adesso non c’è più.

Un italiano di nascita non ci entra facilmente, io vado al seguito di Daniele Lugli, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna (ricopre questo incarico dal 2008 al 2013) e di Massimo Cipolla, avvocato dell’ufficio con una spiccata specializzazione sul contrasto alle discriminazioni e sul diritto delle persone migranti. Massimo collega, nel tempo amico e avvocato.

Torno a pensarci in questi giorni mentre a Ferrara, la mia città, si discute l’apertura di un CPR, Centro per la Permanenza e il Rimpatrio. Il passaggio generazionale, diciamo così, dai CIE di allora ai CPR odierni non sembra aver migliorato le cose. Le informazioni che se ne hanno sono pessime in ogni senso, per qualità della vita di chi è rinchiuso o ci lavora, per efficacia nei rimpatri, per i costi da sostenere.

Nel CIE, con Daniele e Massimo, arrivo con una certa soggezione. I nostri nomi sono stati comunicati preventivamente dall’ufficio come si fa prima di entrare in carcere: nome documento e motivo della visita. Daniele ha deciso di entrare per due ordini di ragioni.
Il primo è generalissimo: non essendo ancora stati istituiti in Emilia-Romagna i Garanti specializzati dell’infanzia e dei detenuti, come Difensore civico vuole occuparsi con particolare riguardo dei cittadini più fragili e si è dotato di un gruppo di lavoro competente.

Le persone “ristrette nella libertà personale” sono quelle che si trovano in carcere come nelle celle di sicurezza delle forze dell’ordine o della polizia municipale, in ospedale per un TSO o nei campi nomadi. A loro dedica progetti specifici cercando collaborazioni e alleanze.

Il secondo motivo è che in quei giorni un uomo rinchiuso nel CIE di Bologna si è cucito la bocca, letteralmente.
Il gesto ha una forza simbolica evidente: mi avete zittito, chiedo imploro urlo e nessuno mi ascolta, vi faccio vedere in concreto quello che mi avete fatto. Non va trascurato il dolore fisico oltre alla sofferenza interiore, né i rischi d’infezione, o l’impossibilità di nutrirsi. Se un giovane arriva a tanto, in quali condizioni sta vivendo e qual è la sua storia?

Anche oggi nei CPR gli atti di autolesionismo non sono rari, né i tentativi di suicidio o i gesti aggressivi. In cattività senza un motivo chiaro né una prospettiva, le persone private di ogni autonomia e relazione con l’esterno perdono le staffe facilmente. Se poi la condizione di ristretto si accompagna a precedenti traumi – e non è raro tra i migranti – sarebbe strano se non succedesse. Ma quella rivendicazione facilmente sgarbata, fuori controllo, esasperata, diventa la riprova della pericolosità sociale e repressa con la forza e con il ruolo.
Alda Merini racconta qualcosa di simile del suo primo ingresso in manicomio: le sue proteste vibranti erano interpretate come conferma della follia, sarebbe stato più devastante il prossimo elettroshock.

Il pomeriggio al CIE lo trascorriamo un po’ in ufficio e un po’ in visita alla struttura. Scambiamo due parole con alcuni reclusi, quelli che parlano sufficientemente la lingua italiana, essendo noi in quel momento sprovvisti di interprete. Mi colpisce un’anziana signora dell’Est europeo che racconta di avere fatto la badante fino a pochi mesi prima, poi il vecchio di cui si occupa è morto e lei chissà come si ritrova in gabbia.

Ricordo i letti di cemento, ultimo ritrovato dopo che in una rivolta sono stati bruciati i materassi, e la desolazione, il grigiore compatto, il controllo armato. Nulla fa pensare al prendersi cura delle persone, non c’è che contenere i corpi togliendo ossigeno all’immaginazione e alla compassione. Gli stessi medici della struttura sono giovani, soggetti a rapido turn-over, imbrigliati nella possibilità di svolgere il proprio lavoro e di documentare ciò che vedono. I farmaci più richiesti e più offerti sono quelli per sedare.

Dopo quell’incontro Daniele stipula una convenzione con la struttura che gestisce i CIE di Bologna e Modena e incarica Massimo di entrare nei Centri per ricevere le richieste che i migranti intendono rivolgere al Difensore civico, in quanto garante del buon andamento della Pubblica Amministrazione, uomo-ponte (Ombudsman) tra la gente e le istituzioni. La convenzione viene sottoscritta pure da Desi Bruno, Garante regionale delle persone limitate nella libertà personale, che nel novembre 2011 è stata nominata e con cui Daniele sviluppa un’ottima collaborazione.

La relazione del Difensore civico regionale per l’anno 2012 dà conto di diversi successi nel provare l’illegittimità di alcuni trattenimenti e arrivare alla liberazione degli interessati. Si cita ad esempio una cittadina nigeriana portatrice di una ferita non perfettamente sanata, dovuta a un colpo pesante di arma da taglio ricevuto a 13 anni a causa di un tentativo di sacrificio umano nella sua setta di appartenenza. O una giovane donna apolide nata in Italia, liberata con titolo di soggiorno e affidata a una comunità. E una donna con un tumore, un uomo con una patologia psichiatrica, che nel CIE (oggi sarebbe il CPR) non ricevono cure adeguate, e vengono liberati e presi in carico dal servizio sanitario. Decisivo è l’intervento del Difensore civico regionale il cui compito è proprio percorrere le strade più opportune per risolvere inghippi burocratici o lentezze nell’applicazione della legge.

L’impegno di Daniele Lugli in quelle sedi è dunque migliorare per quanto possibile le condizioni di vita dei reclusi, sottoscrivendo un accordo con l’ente privato che gestisce i Centri di Bologna e Modena, e parallelamente denunciare i guasti di quel sistema, così da concorrere – insieme ad altri – alla chiusura delle due strutture. Un paradosso, forse sì, praticato lealmente e un passo per volta, mantenendo aperta la comunicazione con tutti i soggetti coinvolti, come avviene nelle campagne nonviolente.

Questo articolo è già apparso nei giorni scorsi su Azione Nonviolenta online

Cover: Novembre 2022,  un ragazzo rinchiuso nel Cpr di Milano si è cucito le labbra col filo di ferro per protesta (La redazione di Periscopio si scusa per la crudezza dell’immagine).

Per leggere tutti gli articoli di Elena Buccoliero su Periscopio clicca sul nome dell’autrice. 

“Il professore 2”, le serie televisive che ci piacciono

Le serie tv vanno sempre più di moda, appassionano, piacciono. Se poi ci portano nel quotidiano, sono ancora più coinvolgenti, come “Il professore 2”, con Alessandro Gassman e tanti promettenti giovani attori.

A volte la televisione fa bene, e, quando vuole, sa passare messaggi importanti, anche con il sorriso e la leggerezza del racconto. Magari passeggiando fra le strade di Roma, insieme ai filosofi, lezioni di un tempo scolastico più o meno lontano di cui molti di noi hanno pure tenera nostalgia. Un tempo che, per qualche ora, si ferma e ci fa tornare sui banchi di scuola, ai ricordi di liceo, dei compagni di banco e dei primi amori.

Nella serie di 12 episodi “Il professore 2”, regia di Alessandro Casale, che sta facendo ottenere a Rai 1 un’ottima percentuale di share (quasi il 20%), Alessandro Gassman, con il suo professore di filosofia Dante Balestra, continua a raccontare storie che piacciono anche ai più giovani. Senza dimenticare che incarna il professore ideale, comprensivo, simpatico, ironico ed empatico. Questo meraviglioso insegnante non fa lezioni di moralità a nessuno ma cerca solo di spiegare come prendere i giovani, come provare a comprenderli e ad amarli. Anime delicate e meravigliose, in fuga verso la vita. I suoi studenti sono al quarto anno di liceo, quello clou prima dell’anno della maturità, il rush finale. Lo ascoltano (quasi sempre).

Ci sono tutti i temi di oggi, in queste puntate del giovedì sera, appuntamento tanto atteso: la tolleranza che vince sempre sulla violenza, i genitori che spesso necessitano di più formazione ed educazione dei loro figli, la diversità che non va etichettata e condannata, la disabilità che separa ma che anche unisce, la cultura che va coltivata e amata, la lettura che guida, la filosofia che aiuta a vivere, la redenzione dal carcere, il talento che non vede razzismo, il teatro che insegna, l’ambiente che va rispettato, la malattia che pone dubbi sulle cose che contano nella vita. Tematiche importanti affrontate spesso con leggerezza.

Dante è docente e genitore, ha i suoi difetti, tanti, ma ci scherza sopra, cerca di superarli, è imperfetto. Anche per questo è credibile e ci piace. E poi, alla fine, vede sempre la luce.

Belle anche le location: il Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di Via Cavour, situato vicino al rione Monti, nelle vicinanze del Colosseo, la Galleria Borghese, Villa Borghese, alcuni scorci del litorale romano, tra Aranova e Fiumicino, varie zone della capitale, ma soprattutto il rione Monti, dove i ragazzi bazzicano. La romanitas domina tutti gli episodi.

Bravi gli attori: oltre a Dante (Alessandro Gassman), anche Anita (Claudia Pandolfi), Floriana (Christiane Filangieri), Manuel (Damiano Gavino), Simone (Nicolas Maupas), Luna (Luna Lansante), Mimmo (Domenico Cuomo), Nicola (Thomas Trabacchi), Virginia (Pia Engleberth), per citarne alcuni. Fondamentali altri personaggi, i filosofi, che guidano protagonisti e spettatori: Eraclito, Bergson, Heidegger, Hume, Montaigne, Thoreau.

Personaggi della serie, stagione 2, foto Rai Fiction

I messaggi positivi sono davvero tanti, ma uno su tutti: per essere migliori basta svolgere i ruoli con passione, sprigionando amore per ciò che si fa e per la gente che si affida a te. E questo vale sempre e in tutte le professioni. Ogni giorno, ogni momento, in ogni luogo.

Offrirsi e donarsi agli altri, sta qui il vero eroismo, mi suggerisce Sebastiano Ardita. E questo, oggi, è più importante che mai, in un mondo sempre più arido, solitario, isolato, classista, iniquo, infido e impietoso. Passi anche solo questo messaggio, chapeau, il gioco sarà fatto.

Foto Rai Fiction / Rai News

Mercoledì 6 dicembre, dalle 17 alle 19, Incontro Pubblico:
“Laudato si, Laudate Deum. Un dialogo sul futuro del pianeta”

Incontro pubblico “Laudato si, Laudate Deum. Un dialogo sul futuro del pianeta”

Un dialogo sul futuro del pianeta” organizzato dai Dipartimenti di Architettura e di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara e dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale
L’incontro apre una serie di riflessioni sul futuro del pianeta nello scenario dei cambiamenti climatici, affrontati in una prospettiva politico-strategica, sociologica e di pianificazione.
Ne parleranno Monsignor Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara e Comacchio e i Professori Alfredo Alietti del Dipartimento di Studi Umanistici e Romeo Farinella del Dipartimento di Architettura di Unife.
In particolare con Mons. Perego affronteremo il tema della interconnessione tra crisi ambientale della terra e crisi sociale dell’umanità, partendo dalla precisazione di Papa Francesco che non si tratta di encicliche verdi ma sociali, cercando di approfondire aspetti strutturali quali crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno, la globalizzazione come paradigma tecnocratico, la tecnica come sistema di potere.

BILANCIO (PROVVISORIO) DI UN ANNO DI GOVERNO MELONI.
Continuità con le scelte neoliberiste di Draghi ma anche un inedito progetto autoritario

BILANCIO (PROVVISORIO) DI UN ANNO DI GOVERNO MELONI

E’ passato poco più di un anno da quando si è insediato il governo Meloni e, quindi, risulta più che possibile costruire un giudizio sulle politiche concrete messe in atto e non semplicemente su quello che si poteva presumere.

Ragionando in grande sintesi, possiamo partire dalla politica economica, per evidenziare come essa si colloca nel solco classico del neoliberismo e del primato del mercato.

Lo si può leggere chiaramente nella recente legge di bilancio che si muove secondo direttrici che provano a sostenere la competitività delle imprese (sia pure con risultati scarsi, visto che la stessa Confindustria da ultimo sottolinea che la crescita si sta fermando), comprimere la spesa sociale, a partire dalla sanità e dalle pensioni, privatizzare reti e aziende “pubbliche” importanti, ignorare la necessità della conversione ecologica, limitare la corsa del debito pubblico.

Conferma di ciò arriva dal pronunciamento delle agenzie di rating, nei giorni scorsi Moody’s, che, con grande sollievo del governo, non peggiora il giudizio precedente, anzi, migliora quello sulle previsioni future, passandolo da negativo a stabile. Interessante è la motivazione espressa, e cioè che il governo è impegnato a mantenere avanzi primari (appunto tagliando la spesa corrente) e che i costi della previdenza tracciano una linea discendente da qui al 2040.
Un’altra motivazione, anche se non esplicitata, è che i grandi santuari del capitalismo mondiale, di cui anche Moody’s fa parte, sembrano scommettere sulla tenuta dei governi di destra. E, naturalmente a sostenerla, proseguendo la linea espressa dalla grande banca statunitense JP Morgan già dieci anni fa, quando proclamava che gli Stati del Sud dell’Europa dovevano liberarsi da Costituzioni troppo influenzate da uno spirito antifascista.

Per quanto riguarda la politica estera, siamo pienamente all’interno di un’impostazione filoatlantica, la cui agenda continua ad essere decisa dagli USA e che, oggi, purtroppo, con le vicende dell’Ucraina e del Medio Oriente, ha assunto una curvatura decisamente bellicista, cui il governo Meloni contribuisce attivamente.

Politica economica e politica estera si configurano sostanzialmente in continuità con i governi precedenti, in particolare con quello Draghi, rispetto al quale, su questi terreni, si fa fatica a scorgere differenze. Del resto, anche grazie al predominio del mercato e della finanza, da una parte, e agli orientamenti supini alle logiche di austerità vigenti in Europa, una volta chiusa la parentesi delle scelte compiute nella fase pandemica, dall’altra, continua a funzionare il “pilota automatico” di draghiana memoria nelle politiche economiche e nella collocazione internazionale.

Assistiamo, invece, ad una rottura con il passato da parte del governo Meloni, su due terreni decisivi.

Il primo è quello delle politiche sociali e della sicurezza, su cui insistono diritti sociali e civili fondamentali.
Qui, per stare su alcuni punti essenziali, sono andati in onda l’abolizione del reddito di cittadinanza e l’affossamento del salario minimo; e poi la legislazione in materia di migranti e il recente “pacchetto sicurezza” che interviene su una serie di reati “ minori” ma diffusi nella vita quotidiana, dai borseggi all’accattonaggio, e su comportamenti che hanno a che fare con la mobilitazione sociale, dai blocchi stradali all’occupazione delle case.

Si potrebbe osservare che siamo in presenza del classico riflesso “law and order” che accomuna tutto il pensiero e le scelte delle destre nel mondo: ragionamento giusto, ma, che nella sua ovvietà, rischia di mettere in secondo piano quello che è il lato più oscuro e inquietante di quest’impostazione, e cioè l’idea di colpevolizzare e far percepire come socialmente inaccettabili le condizioni delle parti più deboli e fragili della popolazione.
Insomma, bisogna avere presente che ci sono nemici che minano alla base la convivenza ordinata nella società: le fasce marginali e la devianza sociale che commettono reati e hanno comportamenti minacciosi contro le persone e la proprietà, i migranti che “naturalmente” delinquono, i disoccupati che non si rassegnano ad accettare lavori poveri, ma pretendono assistenza. Il tutto assecondato e ammantato da una cultura che si nutre di idee antiegualitarie, che si alimentano di razzismo e ideologia patriarcale.

Il secondo terreno su cui si compie una svolta forte da parte del governo è quello degli assetti e degli equilibri di potere tra diversi soggetti costituzionalmente riconosciuti e negli stessi poteri statuali.
Qui andiamo dall’attacco al diritto di sciopero esercitato in occasione dell’ultima mobilitazione generale, che non si è voluto neanche riconoscere come tale, all’occupazione dei media, a partire dalla RAI e dai messaggi lanciati, in modo più o meno palese, in particolare alla stampa, che deve sapere che il diritto di critica non può essere esercitato così facilmente. Fino alla messa in discussione del ruolo della magistratura, perseguendo chi non si allinea con le leggi esistenti, e agitando, in prospettiva, la separazione delle carriere tra i Pm che svolgono le indagini e giudici che emettono sentenze, con l’idea che i primi possano sostanzialmente rispondere al potere esecutivo.
Ancora più grave, se possibile, è l’intenzione di rompere gli attuali assetti istituzionali e la forma di governo: qui basta richiamare il progetto dell’autonomia differenziata, che non può che produrre ulteriori disuguaglianze territoriali, in particolare tra Nord e Sud, e l’annunciata riforma costituzionale per l’elezione diretta del premier, che riesce a mettere insieme depotenziamento del ruolo del Parlamento, marginalizzazione della funzione del Presidente della repubblica e supremazia del Capo del Governo, per quanto debolmente legittimato da una legge elettorale che, vista in controluce, non si misura con una reale rappresentanza del corpo elettorale.

Insomma, non ci vuole molto a concludere che emerge un’idea di modello sociale e di poteri statuali assolutamente coerente e pericolosa.
Una società che non esiste ma è solo composta da singoli individui, secondo l’indimenticata lezione della Thatcher, nella quale ciascuno è sottoposto unicamente e in solitudine a confrontarsi con l’imperativo del mercato, che è profondamente divisa e slabbrata, incattivita in una lotta di tutti contro tutti e “unificata” solo nell’identificazione con il Capo. Qui sta il vero stravolgimento della Costituzione e anche un solido legame con le destre estremistiche che vediamo agire in Europa e nel resto del mondo, da Trump a Bolsonaro e, da ultimo in questi giorni, a Milei in Argentina, che porta alle conseguenze più radicali l’incrocio tra primato del mercato e volontà repressiva nei confronti della società.

Ci sono debolezze non di poco conto in questo progetto, dalla sua fattibilità sul piano economico al problema del consenso sociale, ma certamente queste non saranno sufficienti a metterlo in discussione. Serve un disvelamento di quest’approccio e l’acquisizione di una consapevolezza diffusa di questa prospettiva regressiva. Occorre dire con forza che siamo in presenza nel nostro Paese, e in molte parti nel mondo, di un modello di forte carattere autoritario, che mette in discussione le fondamenta della democrazia sostanziale.

Ancor più serve promuovere una forte mobilitazione sociale e politica per contrastare questa deriva. Per fortuna, le energie per andare in questa direzione ci sono, come dimostrano da ultimo le riuscite manifestazioni del 7 ottobre de  “La Via Maestra” – la coalizione composta dalla CGIL e da numerose associazioni e realtà sociali, per difendere e attuare la Costituzione e i diritti fondamentali –  lo stesso sciopero generale indetto da CGIL e UIL, così come le grandi manifestazioni messe in campo in questi giorni dal movimento delle donne per contrastare la cultura patriarcale.

E soprattutto che essa poggi su una visione alternativa di società e di modello produttivo che ne consegue. Senza rimettere al centro l’idea dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, capace di disegnare anche un sistema produttivo che fuoriesca dal dominio del mercato, della finanza e dell’austerità, che metta al centro la cura anziché il profitto, risulterà ben difficile sconfiggere l’autoritarismo e la spinta antidemocratica che la nuova destra del Paese e nel mondo sta provando ad imporre.
Si illude chi pensa che basti qualche aggiustamento e qualche riforma del capitalismo
a farlo, proprio nel momento in cui quest’ultimo, venute meno le “magnifiche sorti e progressive” della finanza e della globalizzazione, si deve misurare con la perdita di consenso e tende a separarsi dalla democrazia. Solo un cambiamento radicale può reggere la sfida ed evitare i gravi rischi regressivi che stanno di fronte a noi.

Per leggere gli altri articoli ed interventi di Corrado Oddi su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Alla canna del gas:
l’inganno mortale del “mercato libero”

Alla canna del gas: l’inganno mortale del “mercato libero”.

Dal 10 gennaio 2024 finisce il mercato tutelato per il gas (da aprile quello della luce). Su 8,7 milioni di famiglie almeno 4,5 saranno obbligate a scegliere un fornitore nel mercato libero dove operano 700 imprese private (utility). Nel tutelato rimangono i disabili, over 75 e altre famiglie in difficoltà. Già è significativo che nel mercato tutelato rimangano le famiglie più fragili, anche perché Arera ha verificato che chi è passato nel “libero” negli ultimi 18 mesi e soprattutto negli ultimi 6 mesi ha pagato quasi sempre di più del tutelato.

Si tratta di un caso da manuale per capire quali sono i limiti del nostro modello di società occidentale, basato sempre più sui “mercati”, la “concorrenza” tra privati e che considera comunque la gestione pubblica (Stato o azienda pubblica) inefficiente, per cui anche la sanità si è avviata verso un processo di privatizzazione.

Mentre nei primi 30 anni del dopoguerra le cose sono andate molto bene (più salari per tutti, più occupazione, più uguaglianza, più welfare), dagli anni ’70 e ’80, proprio in coincidenza col fenomeno delle privatizzazioni e liberalizzazioni, le cose sono andate molto male, e andranno peggio.

L’ideologia di fondo è che la concorrenza tra privati favorisce i consumatori perchè porta all’offerta dei beni a prezzi più bassi. In realtà sappiamo che in molti settori strategici (telefoni, acquisti on line, internet, social, materie prime,…) non c’è affatto libera concorrenza, ma potenti oligopoli o monopoli che tengono i prezzi minimi artificiosamente alti. In Usa negli ultimi 40 anni la concorrenza è diminuita molto, le grandi multinazionali sono diventate oligopolisti che operano con enorme potere di mercato (spesso senza antitrust). Le multinazionali hanno necessità di penetrare i vari mercati rapidamente: quindi l’ideale è stato offrire anche in Europa un grande e unico mercato. Dietro la narrazione della “concorrenza” ci sono quindi molti oligopoli e monopoli.

Poi ci sono settori dove è dimostrato che un mercato concorrenziale tra privati non è affatto vantaggioso per i clienti, poiché inquinato da “asimmetrie informative”. Se per acquistare una casa, il telefono o l’auto tutti abbiamo un minimo di conoscenze che ci consentono di fare una scelta ponderata, così non è in alcuni settori come per esempio la sanità, la scuola, il gas o l’elettricità. Si tratta di settori ad alta complessità in cui non sappiamo dove sono i medici e gli insegnanti migliori oppure, come nel caso di gas e luce, in cui la materia prima è acquistata all’estero in grandi stock. Essendoci molte variabili, converrebbe avere un solo grande acquirente che svolga un servizio universale e che farà buoni prezzi se è controllato da una Autorità pubblica, evitando ai clienti di dover confrontare le offerte tra le 700 imprese italiane, spesso con una moltiplicazione di costi (personale, marketing,…) che si riflette sul prezzo finale. Avere due mercati (libero e tutelato) sarebbe meglio della tirannia del “libero mercato” comunque e per tutti.

Chi non ha ancora scelto il libero mercato ha fatto bene perché dal dicembre 2021 al settembre 2023 i rincari medi delle bollette nel mercato tutelato sono stati nettamente inferiori a quelli del mercato libero (gas -8,8% vs +73,7%; luce -11,4% vs +47,4%; fonte Unione Nazionale Consumatori su dati Istat).

E’ vero che il 10% dei clienti del mercato libero ha avuto rincari minori di quelli avvenuti nel mercato tutelato, ma si tratta di una famiglia su dieci che ha avuto tempo e conoscenze per poter fare confronti e scegliere il miglior operatore, spesso spostandosi da un anno all’altro con notevoli perdite di tempo. Un lavoro che non fa quasi nessuno: ciò spiega perché il restante 90% ha avuto rincari maggiori.

Tutti (o quasi) i partiti sono responsabili di questa deriva ideologica verso l’ipotetico “libero mercato”.  Il Governo Renzi nel 2014 fu il primo a proporre questa scelta, votata poi dal parlamento italiano nel contesto delle riforme necessarie per attuare il PNRR, confermata dal Governo Conte 2 ed infine da Draghi. La Commissione Europea del resto spinge affinché in tutti i paesi si affermi la logica della privatizzazione e della libera concorrenza. Fratelli d’Italia, che aveva votato contro, si trova al Governo “costretta” ad approvare questa norma, confermando che tutti coloro che arrivano al potere devono uniformarsi alle regole della concorrenza e alla logica mercantilista che vige in Occidente. Peccato che questa logica sia alla radice delle crescenti disuguaglianze, anche perché viene nel contempo ridotta la tassazione sia sui ricchi sia sulle imprese, complice anche l’evasione ed elusione fiscale. Di recente 125  paesi non allineati hanno fatto passare all’ONU (leggi qui) una storica risoluzione a favore di un regime universale di tassazione globale, contro la quale hanno votato, non a caso, 48 paesi ricchi (tra cui Stati Uniti, Giappone, Canada, Australia, tutti i paesi dell’Unione Europea).

L’impoverimento delle famiglie è dovuto in gran parte alla crescita dei prezzi del gas e luce, che sono raddoppiati in Italia a causa della fine della fornitura del gas russo. I depositi sono pieni di gas liquefatto (dagli Usa) che è costato il doppio. Nella rilevazione ISTAT sui prezzi, chi cresce di più è: gas, acqua, elettricità e combustibili. Un tipo di inflazione che colpisce in modo particolare le classi popolari (+15% rispetto alla media di 8,7%), essendo beni necessari a cui non si può rinunciare, o dei quali è difficile moderare l’utilizzo.

Più che dalla guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi è stato dovuto alla speculazione di fondi finanziari e banche, che hanno acquistato già in primavera 2021 tutti i titoli energetici alla borsa Ttf di Amsterdam; tanto che il Governo approvò il 28 settembre 2021, 5 mesi prima dell’invasione dell’Ucraina, i provvedimenti per abbassare la tassazione sulle bollette del gas e dell’energia elettrica.

Oltre all’impoverimento collettivo dei ceti più deboli, c’è un danno diffuso e sottovalutato all’economia, in termini di aumento dei costi di produzione per imprese che infatti chiudono o sospendono la produzione (vedi Yara a Ferrara).
Alla base degli aumenti stanno le materie prime, che sono il gas (per elettricità e riscaldamento) e il petrolio (per i carburanti). Per entrambi la filiera che va dal produttore (cioè da chi li estrae) al consumatore di base vede molteplici passaggi, con differenti margini di profitto. Ma il tratto più impressionante, come ha insegnato la crisi del 2008, è che si tratta di commodities fortemente finanziarizzate.

Il prezzo del gas viene determinato sul mercato di Amsterdam (Ttf), in cui si registra una massiccia presenza di agenti speculativi, maggiori di quelli che hanno un interesse commerciale. A ciò va aggiunto che i decisori europei hanno insistito presso la russa Gazprom per sostituire contratti di lungo periodo (detti “take or pay oil link”) con altri di breve periodo (detti “gas to gas”), il che ha dato un margine maggiore alle manipolazioni finanziarie tendenti ad amplificare le oscillazioni di prezzo.

Per quanto riguarda il petrolio, il prezzo di riferimento (“Brent”) viene fissato presso l’Intercontinental Exchange di Atlanta – una borsa statunitense specializzata in derivati sviluppatasi grazie al trading elettronico sulle materie prime. Il prezzo del carburante alla pompa (a parte la tassazione) dipende tuttavia da un prezzo di riferimento stabilito da S&P Global Commodity Insights, una piattaforma/azienda situata a Londra, presso cui operano i maggiori fondi speculativi al mondo.

In questo contesto non si realizza affatto quel mitico “equilibrio concorrenziale” dei mercati di cui parlano i libri di macroeconomia, ma una serie di speculazioni finanziarie che alcuni Stati subiscono (se non si organizzano come l’Italia, non certo la Norvegia) e fanno pagare ai loro cittadini. I dirigenti UE hanno pensato di inserire ulteriori dosi di meccanismi mercatisti che non hanno prodotto nulla, così come le sanzioni alla Russia che era il principale fornitore di gas e di petrolio all’Europa. I Governi (da Draghi a Meloni) hanno assunto provvedimenti  – a debito – per alleviare il costo delle bollette, ma non possono sanare una dimensione strutturale di assuefazione alle logiche finanziarie, il cui obiettivo è il massimo profitto delle imprese che vi operano, a costo di impoverire la maggioranza dei cittadini e in particolare le classi più povere.

L’alternativa sarebbe stato mantenere anche un prezzo amministrato (mercato tutelato) da Arera (Autorità pubblica) e, in prospettiva, avere anche un grande acquirente pubblico come Eni o Snam controllato e regolato con tariffe trasparenti uguali per tutti e crescenti al crescere dei consumi, con una quota di base a basso prezzo per poveri e consumatori responsabili. Così invece se ne va un altro pezzo del nostro welfare.

Music Film Festival, la serata finale e i vincitori dei Music Festival Award

Sabato 2 dicembre la serata finale del Ferrara Film Music Festival ha decretato i vincitori dei Music Festival Award. Tanta musica e colori in coreografie da sogno. Sul palco anche Giò di Tonno e Caterina Guzzanti

È stata una bella serata, avvolta dalla magia delle musiche dei film più iconici, come “La febbre del sabato sera” o “Flashdance”. Cantanti e ballerini bravissimi: per il sesto anno consecutivo si esibiscono i talenti della L.A.G. School of dance di Louise Anne Gard.

Saturday Night Fever

Tutti qui per abbandonarsi a idee vaghe e fantasiose, per assistere, quasi inconsapevoli, alle immagini che la notte crea. Nella dimensione del sogno, dunque, ricordando le parole del Maestro Federico Fellini, l’onirico per eccellenza, che dei suoi sogni annotava i ricordi su un nutrito taccuino che teneva sempre accanto. Il cinema, questa meraviglia, la fabbrica dei sogni. Con pure un pizzico di nostalgia, quelle bella però, che culla e fa bene.

Siamo qui, nel mondo dei desideri, come ricorda il direttore artistico Edoardo Boselli, in uno dei suoi curati monologhi dai palchi della galleria. Siamo qui a cercare le stelle, a ‘desiderare’, dal latino ‘de sidera’, in assenza di stelle. Ad esse aneliamo, dunque. E qui alle stelle si punta, a quelle brillarelle del cinema, che, sfavillanti, illuminano le storie dei personaggi che ne calcano le scene, quelle di altre vite oppure, perché no, anche le nostre, quelle di ogni giorno. Perché sognare è davvero democratico.

Sul palco prendono vita le coreografie e le musiche di “Matilda”, “What a Feeling”, Stayin’ Alive”, “Disco Inferno”, “City of Stars”. La Ferrara Film Orchestra, pur con un suono che sovrasta un po’ troppo le voci, sorprende ancora. C’è energia, pathos.

Musical Matilda
Musical Matilda

A commuovere ci pensa Giò di Tonno, che canta “Nuovo Cinema Paradiso”, mentre sullo sfondo scorre la bellissima e toccante scena finale con i baci più famosi. Applausi.

Giò di Tonno in Nuovo Cinema Paradiso
Giò di Tonno in Nuovo Cinema Paradiso

Di Tonno accende ancora il pubblico con “Roxanne”. Anche qui molti sono i ricordi.

Il simpatico sketch con l’orchestra di Caterina Guzzanti è preludio alla sua intervista, cui seguirà quella con Giò di Tonno con i suoi aneddoti sul musical “Notre Dame de Paris” e sul sodalizio e l’amicizia con Riccardo Cocciante. Dai tempi di Marrakesh.

Edoardo Boselli e Caterina Guzzanti
Gò di Tonno in Roxanne

I due ospiti premieranno i vincitori del Music Festival Award, nelle categorie canto e doppiaggio. È quindi il turno delle quattro finaliste Alessandra Franchina e Valentina Minniti per il canto e Carla Lanzetta e Ottavia Merlin per il doppiaggio. Valentina Minniti, che ha cantato “Gocce di memoria” e Ottavia Merlin si aggiudicano i premi, borse di studio per masterclass prestigiose, l’accesso gratuito alla giuria +18 del Giffoni Film Festival 2024 e l’accredito cinema alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2024.

Valentina Minniti, premio canto
Ottavia Merlin, premio doppiaggio

A decretare i vincitori, la giuria composta dalla cantante e attrice Barbara Cola, dal doppiatore Rodolfo Bianchi e dal direttore d’orchestra Roberto Manuzzi.

Giuria
Giuria

Un momento magico e particolare il pubblico lo ha vissuto con “Hair”. I ragazzi del workshop di 9 ore con Barbara Cola hanno attraversato palco, platea e galleria, cantando, danzando e regalando tulipani bianchi. Un inno alla libertà, alla fratellanza e alla pace, cui si credeva molto di più, tanto tempo fa. Degna conclusione di una bella serata.

Hair
Finale

Testo precedente con il programma del Festival

Foto di Valerio Pazzi

Negli occhi dei bambini

Negli occhi dei bambini

Ultimora, domenica 3 dicembre 2023 ore 04, 30: Interrotta stanotte la tregua: Israele accusa Hamas di non aver rispettato il patto di liberare tutte le donne e i bambini israeliani tenuti in ostaggio. Ripresa l’offensiva dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. Si calcola che in poche ore siano già stati uccisi 400 civili palestinesi, molti di loro sono bambini.
(Redazione di Periscopio)

Ho un’amica pittrice, si chiama Miriam Cariani. È molto brava. Le piace dipingere volti di bambini. Mi ha prestato alcuni dei suoi lavori. Questi che aprono l’articolo, ad esempio, sono bimbi palestinesi, negli orrori della guerra che si è scatenata dopo il 7 ottobre. Vivono tra violenze terribili e terribili privazioni, senza acqua, corrente elettrica, cibo, medicine, possibilità di studiare e di giocare serenamente. In tanti senza più il papà o la mamma, i nonni o i fratelli e sorelle. Senza più gli amici. Senza più la vita.

Si calcola che ogni giorno nella striscia di Gaza vengano feriti o uccisi 420 bambini [Redattore Sociale, 31.10.23]. Come se una scuola di 20 classi venisse bombardata quotidianamente. Questi piccoli che vediamo sono sopravvissuti, o almeno fino a pochi giorni fa lo erano se sono stati fotografati e poi ritratti, ma oggi chissà. Che cosa proviamo guardando i loro occhi smarriti?

È impensabile vivere così. Anche per un adulto, tanto più per un bambino o una bambina. Chi di noi vorrebbe vedere i propri figli o nipoti coinvolti in un massacro del genere?
Anche se, ora che ci penso, questi sono bimbi israeliani. Che cosa proviamo adesso? Sono bimbi in ostaggio, vittime del lutto, testimoni di violenze indicibili.

Sì, mi sono sbagliata, sono israeliani. Si sentono feriti, si sentono traditi. Il papà, la mamma, erano impegnati per la pace, sostenevano i diritti della Palestina, avevano sempre detto che i due popoli sarebbero riusciti a vivere insieme, doveva essere così, e invece il papà non c’è più, invece la mamma è stata portata via e da tanti giorni non si sa più niente di lei.

Ma no, che stupida. Sono ucraini. Quando Miriam mi ha dato i loro ritratti, li ha presi da una cartellina a parte. E comunque è chiara la differenza no? Basta guardarli con attenzione.

Non se ne parla quasi più, della guerra in Ucraina, ma non è mica finita la guerra.

Sul sito del Centro Regionale di Informazioni delle Nazioni Unite (5 ottobre 2023): “I civili continuano a pagare un prezzo altissimo nella guerra in Ucraina, con quasi 10.000 morti e decine di migliaia di feriti dall’inizio del conflitto… Nel frattempo, i civili nelle aree occupate dalla Russia subiscono torture, maltrattamenti, violenze sessuali e detenzioni arbitrarie. C’è preoccupazione per la sorte dei bambini ucraini, compresi alcuni affidati a istituti, che sono stati trasferiti in altre località all’interno delle aree occupate o deportati in Russia… Bambini che sono stati mandati in campi estivi in Russia, presumibilmente con il consenso dei genitori, ma che poi non sono stati riportati a casa”.

Si vorrebbe abbracciarli, accoglierli, condurli al sicuro insieme ai genitori (magari evitando i portare gli adulti in Albania, detto per inciso). Anche perché avere salva la vita è il primo obiettivo ma non l’unico.

Leo Venturelli della SIPPS (Società Italiana di Pediatria preventiva e sociale e Garante dell’Infanzia a Bergamo): “In tutti i quadri di guerra, i bambini soffrono come o peggio degli adulti. Infanzia negata significa generazione disturbata… (Vivono) traumi rappresentati sia dallo scoppio delle bombe sia, e mi riferisco ai bimbi israeliani nei kibbutz, dall’essere testimoni dell’uccisione e di torture dei propri cari, parenti, dei propri genitori. Il discorso, però, vale per tutti i bambini coinvolti nelle guerre… Indubbiamente in questo momento quello che fa più scalpore e che viene riportato dai media sono soprattutto i continui attacchi israeliani sulla striscia di Gaza…” [Redattore Sociale, 7.11.23].

Al trauma piscologico, alla paura, ai lutti si aggiungono ferite, malattie, infezioni, denutrizione, precarietà abitativa, interruzione della scuola, perdita di una dimensione di futuro possibile. A Gaza, in Ucraina, e in tanti altri paesi del mondo.

Save the Children riporta che oltre 449 milioni di bambini vivono in zona di guerra. Secondo una recentissima denuncia di Save the Children e Unicef, in Sudan quasi tre milioni di bambini sono in fuga dalla guerra e 6,5 milioni non possono più andare a scuola.
E poi ci sono i bambini coinvolti nelle guerre in Siria, in Yemen, in Repubblica Democratica del Congo… Se questo qui ritratto ci guarda con un occhio nero e uno blu, è perché è un bimbo palestinese, israeliano, ucraino, sudanese, yemenita, siriano, congolese. È un bimbo in guerra.

N.B. Questo articolo è uscito precedentemente su Azione Nonviolenta online

Le immagini che corredano il testo e quella di copertina sono di Miriam Cariani.

Per leggere tutti gli articoli di Elena Buccoliero su Periscopio clicca sul nome dell’autrice. 

Per certi versi /
Panchine

Panchine
(A Ferrara e non solo)

Ma se stasera
Dormi
Passeggero
Del vento
La panchina
È vuota
Non le coperte
Non il cane
Non le bottiglie
Se stasera
Dormi
Passeggero
Del mare
La panchina
È sbarrata
Dove sei andato
A portare
Le tue ossa
Le coperte
Ammucchiate
Lo strano
Disordine
Non scuote
Il silenzio
Eloquente

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Il Calendario 2024 dei Bambini del Cocomero

Il calendario 2024 dei Bambini del Cocomero 

È disponibile, da pochi giorni, il dodicesimo calendario dei “Bambini del Cocomero”, illustrato liberamente dalle alunne e dagli alunni della scuola primaria Bruno Ciari di Cocomaro di Cona.

È uno dei prodotti previsti dal progetto “IMPRONTE che è dedicato alla scoperta del nostro territorio con particolare riguardo agli aspetti geografici, storici, culturali, narrativi, culinari e ricreativi.
Ogni mese ha un tema specifico: l’incendio del castello estense, la nostra campagna, San Giorgio, il palio, i cappellacci con la zucca, il salto del fosso, il parco del cocomero, i peschi fioriti, la salamina col purè, la scuola, Pirinpinpin, il pampepato e alcune filastrocche ferraresi.

Il calendario ha il triplice scopo di festeggiare i 31 anni del giornale dei bambini La Gazzetta del Cocomero [1], di raccogliere fondi per l’associazione di promozione sociale “I Bambini del Cocomero” e di rallegrare le pareti di casa con disegni originali.

Quando ho chiesto ai bambini e alle bambine della mia classe perché gli adulti dovrebbero comprare il calendario dei “Bambini del Cocomero” mi hanno risposto così:

      • ci sono i disegni che in altri calendari non ci sono;
      • sono disegni fatti dai bambini che hanno colori vivaci e mettono allegria;
      • ti fa ricordare quando eri bambino; i disegni sono grandi e si vedono bene;
      • è un calendario creativo;
      • i disegni rendono felici perché sono belli, colorati e divertenti;
      • è facile segnare gli impegni perché c’è posto;
      • può aiutare a ricordare i momenti belli;
      • i bambini nei disegni ci mettono tutto il loro impegno;
      • è sempre diverso;
      • porta allegria e felicità;
      • ognuno ci ha messo tanto impegno;
      • si può mettere dappertutto;

 

  • può essere un bel regalo di Natale.

 

Le persone interessate possono trovare il calendario alla scuola “Bruno Ciari” in via Comacchio, 378 a Cocomaro di Cona oppure possono riceverlo a casa.
Il costo di un calendario, per chi lo ritirerà a scuola, è di 7 euro.

Chi lo vorrà ricevere direttamente a casa per posta, potrà prenotarlo versando la cifra di 8 euro (comprensiva delle spese di spedizione) tramite PayPal oppure tramite bonifico bancario (IBAN IT80G0538713000000002518276) indicando nella causale “Calendario 2024” e riportando il proprio indirizzo.

Ci aiuterebbe molto se chi lo comprerà online poi accompagnerà il versamento con una mail da inviare a: lagazzettadelcocomero@gmail.com
Grazie in anticipo a tutti coloro che sosterranno questa iniziativa e che collaboreranno alla sua diffusione.

[1] La “Gazzetta del Cocomero” è un giornale scritto e disegnato dai bambini e dalle bambine della scuola elementare “Bruno Ciari” di Cocomaro di Cona (FE).  È autoprodotto cioè esce regolarmente per il trentunesimo anno grazie al contributo di chi si abbona. L’idea di fare un giornalino si è sviluppata poco a poco ma si è concretizzata nel 1992, nella classe del maestro Mauro Presini, grazie alla creatività e all’impegno di Andrea Ghetti, Caterina Rossi, Elisa Frignani, Francesco Casini, Lorenzo Dalla Muta, Luca Rubbi e Nicola Forlani.

Il calendario 2024 dei Bambini del Cocomero

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Diario in pubblico /
La puzza che sale. Interpretazione olfattiva dello schifo sociale

Diario in pubblico. La puzza che sale. Interpretazione olfattiva dello schifo sociale

L’irrespirabilità dell’aria odorata come segnale della condizione etica, sociale e quindi politica della “nostra” Italia raggiunge un tasso talmente alto che rimane a chi la annusa la necessità di combattere o chiudersi nel proprio odore/puzza.

Di fronte alle catastrofi che scuotono il mondo o agli scandaletti che scuotono la nostra curiosità indotta da patte toccate ad arresti di treni, dall’uso di cognomi un tempo famosi alle idiozie televisive di un’attrice un tempo da me ammirata Virginia Raffaele.

Qui, purtroppo, la violenza, la puzza, l’imbecillità si esercita su un bambino che ha un’unica colpa, quella di essere intellettualmente più dotato dei suoi compagnucci di scuola, mentre genitori e insegnanti mostri gli fanno il vuoto attorno.

La vicenda si svolge a Rende ed è narrata dalla madre, avvocata cosentina del bambino intellettualmente bullizzato in una scuola dalla connivenza puzzolente tra genitori e insegnanti.

Il bambino di otto anni doveva essere spostato in un altro istituto da quello che frequentava a causa di incomprensioni tra la madre e alcune maestre che richiedevano l’inserimento nel “percorzo” del minore di un insegnante di sostegno, a causa della diagnosi di iperattività con funzionamento intellettivo superiore alla media.

Cioè sei più intelligente dei compagni? Bene! Allora sei un invalido che ha bisogno di un sostegno. Il ragazzino parla due lingue correntemente e perciò viene considerato un malato, più che un super/ritardato.  Viene deciso il cambio istituto e il ragazzino, felice, al primo incontro in aula con i compagni trova cosa? Il vuoto.

Alla delusione che ne segue il bambino reagisce, pensando che i compagnucci avessero tutti la febbre e perciò fa un disegno da regalare al suo compagno di banco assente. Tutto nel complotto ordito da insegnanti e parenti scoperto il pomeriggio prima dalla madre, la quale si era imbattuta in un’insegnante che definiva suo figlio “disabile e fastidioso”, istigando i parenti dei ragazzini ad eseguire il piano dell’assenza di tutti.

Ma che mostri siamo? Ma come puzziamo?

Al silenzio generale anche dagli uffici preposti risponde il ministro Valditara, che chiede un’ispezione per ristabilire responsabilità e connivenze.

Certo. Ben altre tragedie scuotono il mondo e la puzza che sovrasta è ancora più soffocante. Ma cosa va detto per questa immane idiozia e ignoranza?

Non pensiamo, al solito, che la parte della Nazione più sensibile a tali vicende debba essere il Sud Italia. La ‘bullimizzazione’ è ben prospera nelle ricche province e regioni e città del Nord. Mi astengo dal riferire quelle che accadono a “Ferara”

Nella mia città ferve, s’infiamma, lascia fumi, la necessità/volontà di esprimere il candidato di sinistra, dove curiosamente il candidato maschile viene sempre citato non con il suo nome di battesimo ma come “l’avvocato Anselmo”. Il mestiere meglio del nome. Andrò a votare scetticamente radical chic, ma mi meraviglio che la candidata a mio parere più preparata e allenata, cioè Ilaria Baraldi, accuratamente non venga mai nominata dai capoccioni di sinistra. Ach’ puzza……

Non so se prenderò il ‘trenolollo’, o se mi lascerò infiammare dalla polemica sul mancato contributo ministeriale al film di Paola Cortellesi. O di approvare o meno la brutta mostra di Tolkien (autore a me profondamente “ghignoso”), o di schierarmi con Dario Franceschini, amico di una vita, del quale mai ho rilevato atteggiamenti scorretti.

Vale allora un avvertimento. Alle puzze incombenti reagire con una bella doccia culturalmente servita, poi ritirarsi in casa a leggere, scrivere, ascoltare dischi e vedere film, senza però tapparsi, come gli ignavi, il naso.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

“Antonio Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo”:
martedì 5 dicembre alle ore 16,30 presso la CGIL di Ferrara

Antonio Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo.
Martedì 5 dicembre, ore 16,30
Sala Verde  CGIL

Ferrara, Piazza Verdi 5

introduce Fiorenzo Baratelli

 

Presto di mattina /
Voci d’avvento

Presto di mattina. Voci d’avvento

«Sì, voci non più udite si risvegliano, squittii, versi d’uccelli a stormi, strida … alterni dentro il bosco che si cela».

Sì questo è l’Avvento: «Voci rare feriscono il silenzio/ eterno, ancora accese/ qui dove indugio, anima sulla riva del fiume inquieto ferma ad ascoltare… Il passante ravviva/ le croci di papaveri votivi/ alle svolte della strada» (M. Luzi, Tutte le poesie, 196; 127).

Ravvivare le croci dei papaveri votivi significa ridestare la memoria della promessa di una singolare natività, risvegliare il sogno dal suo sonno notturno, cercando nella realtà l’apparire di una cosa nuova: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43 19); una strada per coloro che abitano nelle tenebre e nell’ombra della luce, attendendo il suo venire, il sole di giustizia, la voce del Dio vivente.

Segui il fiume, la sua voce:

Il fiume sceso giù dal giogo
non ha tutte le voci
che oggi mi feriscono festose
e cupe in vetta a questo ponte aguzzo.
Il fiume allora ha una voce sola
o vitale o mortale. Chi l’ascolta
ha un cuore solo o greve o tempestoso.

«Tu che tieni stretto il filo
di refe nel labirinto
dove sei che si scinde in tante voci
la voce che mi guida» esclamo io
non si sa bene a chi,
compagno fedele o ombra
(ivi, 359).

Sì questo è l’Avvento, la voce che mi guida verso l’ignoto, ma sarà amico od ombra, mortale o vitale? È come voce di fiume, filo di labirinto tra tante dispersive e divisive voci: «è una voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”» (Mc 1,3). Avvento, voce anche di quelle salutari acque, in cui Giovanni battezzò l’Unigenito e uscendo dalle acque una voce dall’alto lo attestò come il Figlio amato (Mc 1, 11).

Sì, così ancora è l’Avvento,

una voce come l’inconfondibile “trepestio di piedi” dopo i piovaschi, eco della voce del diletto che viene, dice la Sulamita, l’Amata nel Cantico dei cantici. Sì, una voce come un trepestio traduce poeticamente Agostino Venanzio Reali; un rumore di passi può risuonare così come una voce cara, sospirata che emoziona. Dice infatti il Manzoni nei Promessi sposi che Lucia «imparò a distinguere dal rumore dei passi comuni il rumore di un passo aspettato con un misterioso timore».

Amata – Un trepestio: ritorna
l’innamorato mio, per balze
capriolando e clivi, trafelato
antilope o cerbiatto.

Amato – levati,
mia Bella amata e vieni
(Ct 2, 8)

Qôl è il termine ebraico per dire voce, suono, rumore, tuono. Il salmo 29 (28), probabilmente il più antico dell’intero salterio, canta la voce del Signore sulle acque tempestose, ma nonostante la tempesta la sua voce rimbomba al di sopra di essa e resta così un punto fermo di sicurezza e stabilità per il suo popolo. Per sette volte ricorre questa parola nel salmo, un numero che esprime totalità e pienezza: “la voce del Signore tuona sulle acque”, Egli sovrasta l’uragano e in lui c’è solo la pace. Per questo il salmista dice alla fine: «Il Signore benedica il suo popolo nella pace».

È voce che risveglia l’attenzione d’amore di chi pur dormendo vigila con il cuore: «io dormivo, e il mio cuore vegliava. La voce del mio amato, che bussa, voce che brama anche solo sentire l’eco dolce di quella dell’amata:

Levati
dunque, o graziosa, e vientene,
amor mio, colomba,
dalle crepe di roccia,
dalle forre dei gioghi il tuo viso
controluce risfolgori e dentro
mi si rifranga dolce
l’eco della tua voce.
(Ct 2,14)

Sì, così ancora e sempre è l’Avvento

la voce amica del Pastore grande delle pecore che il Dio della pace ha ricondotto dai morti (Eb 13,29), e Giovanni riporta nel suo vangelo le parole stesse di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10, 27); e Luca menziona il grido del suo ultimo avvento, quello del passaggio da questa vita al Padre: «Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo, donò lo Spirito» (Lc 23, 46).

Le voci dell’Avvento sono nascoste tutte nell’inno liturgico del salmo 95 (94), l’invitatorio che la tradizione ha posto in apertura alla preghiera cristiana del salterio: “Venite ed ascoltate”. Non c’è avvento senza ascolto della parola, senza un andargli incontro, come ricorda il salmo 95 (94). È “un andare cantando con suoni e danze insieme andiamo”. Anche in questo salmo l’invito è ripetuto per sette volte, per tutti: “Venite”, così che “possiate oggi ascoltar la sua voce. I vostri cuori non siano di pietra”.

Frère Charles (1858-1916): fratello universale

L’Hoggar o Ahaggar è un massiccio montuoso in Nord Africa, svetta con i suoi 2800 metri nel cuore del deserto del Sahara, nel sud dell’Algeria. Il nome deriva dalla popolazione tuareg Kel Ahaggar che vi abita, e Tamanrasset, situata a 1400 metri ai piedi dell’Hoggar, è il centro più importante della società dei Tuareg algerini.

Proprio a Tamanrasset visse e compì felicemente la sua avventura spirituale e umana padre Charles de Foucauld. Con il martirio egli sigillò la sua vocazione sacerdotale di “fratello universale”. Dopo una vita in cerca di Dio e tre anni vissuti in Palestina a Nazaret, egli si sentì chiamato a vivere come un eremita tra le tribù nomadi dell’Africa occidentale, imitando la vita nascosta di Gesù che per trent’anni abitò tra la sua gente a Nazaret.

Così Charles de Jesus, povero tra i poveri, si era fatto piccolo fratello tra i piccoli di quella terra per rivelare il volto di un Dio che è amicizia e presenza di amore, nascosto nel pane eucaristico, sacramento di una ospitalità e fraternità universali.

Fu, infatti, prima in Palestina e poi nel deserto del Nord Africa, sia presso gli ebrei che presso i mussulmani, che egli scoprì, cosa per lui veramente nuova, il comandamento nascosto dell’accoglienza, il vangelo dell’ospitalità. Charles era un ufficiale inviato in Algeria, ma lasciò dopo tre anni l’esercito per intraprendere un rischioso viaggio di esplorazione scientifica in un territorio interdetto agli europei. Così se fino a quel momento il musulmano era “il nemico”, da allora cominciò a sentirlo come un “amico”.

Diventare del paese

Abitare, adorare, fraternizzare sono i tre verbi che hanno caratterizzato il suo carisma profetico, perfettamente attuale anche nella chiesa di oggi. Tanto che queste stesse parole che continuano a caratterizzare la vita delle comunità dei piccoli fratelli e delle piccole sorelle di Charles de Foucauld sorte dopo la sua morte.

Charles de Jesus, un uomo che non ha mai smesso di nascere: al vangelo, ai poveri e all’eucaristia. E proprio quest’ultima teneva presso di sé come l’amico e confidente intimo, Gesù presente nascosto nel pane, lui l’ospite segreto per i suoi ospiti inattesi e nomadi di passaggio.

Egli non ha mai smesso di irradiare fraternità eucaristica attorno a sé e nel cuore del deserto, ed è apparso così ai miei occhi come icona, guida e voce dell’Avvento, di quel permanente avvento che è la fraternità universale. Accanto al suo corpo, ritrovato alcuni giorni dopo nel fosso in cui giaceva, c’era ancora il piccolo ostensorio con l’eucaristia rovesciati entrambi su quell’altare fatto di sabbia e di deserto: il sacramento del Cristo immolato faceva così una cosa sola con il piccolo fratello dei suoi fratelli più piccoli.

Nell’Algeria occidentale, a Béni Abbès, fondò un romitorio dove accolse i poveri e studiò la lingua Tuareg. Successivamente, nel 1911, costruì un eremo a 2.180 metri sull’altopiano dell’Assekrem (in lingua tamasheq “fine del mondo”) sito a 80 km da Tamanrasset. Proprio il primo dicembre è stato l’anniversario del suo martirio; canonizzato da papa Francesco, egli è ricordato nel martirologio della chiesa cattolica proprio all’inizio dell’Avvento.

«Voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, giudei ed idolatri a considerarmi come loro fratello, il fratello universale. (Essi) cominciano a chiamare la casa “la Fraternità” (khaua) e questo mi colma di dolcezza».

Dalle sue lettere del 1904-1905 si possono notare espressioni ricorrenti di come egli abbia intrapreso quest’opera di fraternizzazione in uno stile di vita gesuano: “fare conoscenza”, “creare legami”, “farsi vicino”, “farsi conoscere”. Egli scrive: «il mio tempo, che non è preso dal camminare o dal riposo, è occupato a preparare le vie cercando di stringere amicizia con i Tuareg e facendo i dizionari, le traduzioni indispensabili».

Egli ha desiderato entrare fino in fondo nella vita di questo popolo: «Abitare solo in questo paese è una cosa buona: posso vivere senza grandi cose e a poco a poco diventare del paese». Così, alla fine, imparerà a ricambiare anche il male ricevuto con il bene: «Sono in mezzo a queste genti che hanno ucciso il mio amico Morès, lo vendicherò rendendo bene per male». Troveranno scritto nel suo diario: «Vivi come se tu dovessi morire martire oggi». Molti custodiscono ancora e dicono la sua preghiera dell’abbandono: “Padre mi abbandono a Te”.

Voci dall’Hoggar

Il padre de Foucauld dedicò gli ultimi dodici anni della sua vita (1904-1916) allo studio della lingua e della cultura Tuareg. Suoi sono i quattro volumi del Dictionnaire Tuareg-François, una raccolta della loro letteratura poetica e la traduzione in Tuareg del vangelo: «È per me una grande consolazione che il loro primo libro siano i Vangeli».

Voci dall'HoggarCosì, con sorpresa, ho trovato nella biblioteca del Cedoc SFR un libro del 1963 appartenente alla biblioteca di Luciano Chiappini, fondatore, negli anni del concilio, del Centro studi Charles de Foucauld il cui archivio e parte dei libri sono confluiti poi presso il Cedoc SFR. Il testo a cura di Angèle Maraval-Berthoin, Voci dall’Hoggar, ed. Nigrizia, Bologna ha avuto nuova edizione nel 2012.

Vi sono riportate sentenze e detti, le voci appunto, di Charles de Foucauld, di Musa Ag Amastàn, il grande capo di una confederazione di tribù Tuareg, e della poetessa e musicista Dassine Oult Yemma, detta la sultana d’Ahal, un luogo di riunioni diurne o notturne in cui gli uomini declamavano o cantavano versi e le donne suonavano un rudimentale violino monocorde detto “imzad”.

Dassine fu detta anche regina del deserto, perché messaggera e mediatrice di pace tra i diversi gruppi di Tuareg in lotta tra loro, e fu in uno di questi scontri che perse la vita Charles de Foucauld, che Dassine chiamava “il pensiero bianco dell’Hoggar”.

Imzàd: la voce stessa della luce per amare ogni cosa

Dal libro: E io. Dassine, dico:
Preferisci a tutte le voci, preferisci con me la
voce dell’imzàd, il violino che sa cantare tutto.
E non meravigliarti che abbia una corda sola.
Hai forse più di un cuore, tu,
per amare ogni cosa?

Ammiro mia madre che – prima fra tutte le
madri – dopo aver generato dei figli dalla sua carne,
volle generare anche un figlio del suo pensiero,
e fu l’imzàd.
L’imzàd, che resta ad un tempo la voce
Del suo Cuore e la voce della sua mente, per ammaliare
tutti quelli che l’ascoltano.

Mussa-ag-Amastàn diceva:
L’inganno finisce sempre per essere conosciuto;
perché se può accadere che gli uomini tacciano,
il cielo, l’acqua, il fuoco, la sabbia stessa
sanno assumere una voce per dire la verità.

Bisogna saper tacere come tace il silenzio,
per ascoltare la voce dello spazio.

Frère Charles diceva:
Sulla terra, è il silenzio che ha la voce
più bella per parlarci

Non ascoltare l’amico che ti viene a dir male
di un altro amico.
Resta sordo: eviterai così che la confidenza,
passando da un orecchio all’altro, prenda la voce
turbinosa del torrente

L’imzàd di Tin-Hinane, suonato ora da Dassine oult Yemma, è per l’Hoggàr quello che era per il popolo ebreo l’arpa di Davide: la voce stessa della luce.

Nel leggere un testo della Sultana dell’Hoggar mi sembra di comprendere che la voce diventa scrittura quando viene ospitata nel cuore e nella mano, sia quella che parte mano destra dell’onore e va verso il cuore, sia quella che, come nomade del deserto con gambe di armenti o croci segnavia o punti, – come stelle o come il sole che guidano nelle notti e durante il giorno – va dal cuore verso altri cuori, come nel cerchio della vita, verso un orizzonte di confini che creano sconfinatezza.

Nell’introduzione a Voci dall’Hoggar, (22-23) Angèle Maraval-Berthoin (1875-1961) ricorda che «il Padre Charles de Foucauld aveva saputo comprendere la nobiltà di carattere dei Tuareg. Egli apprezzava la forza e la poesia delle loro brevi sentenze e si sforzava di tradurre nella forma immaginifica del loro linguaggio la sapienza del Vangelo, per farsi capire meglio da loro. Ne conserviamo la testimonianza nelle sue trascrizioni su tre righe, una in caratteri tifinar (scrittura Tuareg, discendente dalle più antiche forme di alfabeto libico-berbero), l’altra in annotazioni fonetiche, la terza in traduzione francese».

E circa queste differenti forme di scrittura la Maraval-Berthoin riporta le parole stesse di Dassine, incontrata diverse volte nei suoi viaggi: «Tu scrivi ciò che vedi e che senti con piccole lettere fitte, fitte come formiche, che vanno dal tuo cuore alla tua destra d’onore».

Gli arabi, invece, hanno lettere che si sdraiano, si mettono in ginocchio e stanno dritte, simili a lance: è una scrittura che si arrotola e si dipana come il miraggio, sapiente come il tempo e fiera come la lotta.

E la loro scrittura parte dalla destra d’onore e va verso sinistra, perché tutto finisce lì, nel cuore.

La nostra scrittura, nell’Ahaggar, è scrittura di nomadi poiché tutta di aste, che sono le gambe dei nostri armenti. Gambe di uomini, gambe di mehari, di zebù, di gazzelle, di tutto ciò che percorre il deserto.

E poi le croci dicono se vai a destra o a sinistra, e i punti – vedi, ce ne sono tanti: sono le stelle per accompagnarci di notte, perché noi sahariani conosciamo solo la strada, quella che ha per guida, di volta in volta, il sole e poi le stelle.

E partiamo dal cuore e gli giriamo intorno in cerchi sempre più ampi, per chiudere gli altri cuori in un cerchio di vita come l’orizzonte intorno al tuo gregge e a te stesso» (ivi, 22-23).

Fino a quando Signore?

Sì, voci non più udite si risveglino, anche in questo lungo durare d’Avvento, anche un’eco solo di voce: “una voce che segni una sosta a queste divoranti attese” in cui opera disumanità, che inizi almeno un poco quel “dolce colloquio” che ha il nome della pace.

Anch’io, anch’io
che oda, o Amato, la voce!
Una voce …
a dirmi è finito
il tempo della potatura!
Mio crudele Amore, io so
quale vignaiolo severo tu sei
e con quale cura tu poti
le tue piccole viti…
Una voce
che dica: O colomba!
Sì, una colomba
che si annida
in anfratti e dirupi…
Una voce che segni
una sosta a queste
divoranti attese,
e fine ponga
alle aspre
incertezze:
e abbia inizio
almeno il dolce
colloquio.
(David Maria Turoldo, O sensi miei. Poesie 1948-1988, Rizzoli, Milano 19976).

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