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Vite di carta. Libere. Il nostro NO ai matrimoni forzati. Il libro inchiesta di Martina Castigliani.

Fatima, Yasmine, Zoya, Khadija e X sono cinque giovani donne cresciute in Italia, ma originarie di Bangladesh, Afghanistan, Pakistan e India: sono libere in quanto hanno deciso di ribellarsi alle nozze imposte loro dalla famiglia e hanno scelto la fuga.

Sono le autrici del libro uscito nel 2022 per PaperFIRST, autrici che salgono a sei con Martina Castigliani, la giornalista del Fatto Quotidiano che le ha intervistate e prima di tutto ascoltate. Diventano sette con la illustratrice Elisabetta Ferrari, le cui immagini  sottolineano il pathos che ogni storia sprigiona, sia che ritraggano la silhouette della protagonista, sia che mostrino un oggetto che vale per lei come un amuleto: un albero in fiore, un tappeto ricamato, una bicicletta.

Il libro contiene altri sette contributi, sette voci non solo al femminile che da più punti di vista (in)formano chi legge sul fenomeno dei matrimoni forzati e sulle donne che ne sono vittime, donne migranti e di nuova generazione, ma non solo.

La introduzione di Martina Castigliani è già un pugno nello stomaco: le cinque ragazze dopo essere fuggite dal loro nucleo familiare devono viverne lontane e sotto falso nome; sono ancora oggi in pericolo, in quanto il loro rifiuto non è mai stato accettato.

Per ognuna di loro il racconto della propria storia ha comportato dunque dei rischi e ha rinnovato il dolore di una profonda lacerazione, eppure non hanno ceduto alle difficoltà di incontrarsi con lei per le interviste nemmeno a seguito della pandemia.

Hanno accettato che nel libro venissero oscurati dei  pezzi della loro identità e di vedere cancellati tanti dettagli che erano loro cari, ma che potevano farle riconoscere.

Perché tutto questo, allora. La giornalista riporta la frase che tutte hanno pronunciato alla fine degli incontri: “Per le altre, perché devono sapere che si può fare”.

Anche per noi che leggiamo: sappiamo infatti molto poco sul tema ancora oggi dimenticato dei matrimoni forzati. Probabilmente non andiamo più in là di qualche caso di cronaca nera, come quello di Saman, la diciottenne di origini pakistane uccisa a Novellara nell’aprile del 2021. Uccisa dalla famiglia per aver rifiutato le nozze forzate con un cugino e avere infangato con ciò l’onore e la dignità di suo padre.

Nel libro tra i capitoli in calce alle interviste ne troviamo uno, utilissimo, che raccoglie Le storie sparite dalle cronache: si comincia con Basma Afzaal, scomparsa a Padova nel 2022, e si va all’indietro nel tempo fino ai casi italiani: quello più noto di Franca Viola del 1965 e quello di Maria Rosa Vitale, la minorenne di Cinisi che, dopo la violenza subita nel 1939, ha rifiutato le nozze riparatrici e col sostegno del padre ha denunciato lo stupratore.

Le lotte per i diritti in Italia proprio “da Franca Viola a noi” vengono ripercorse nel suo contributo da Angela Maria Bottari: lei, che è stata la promotrice  della prima legge contro la violenza sessuale, rimarca quanti anni di impegno fuori e dentro il Parlamento ci siano voluti per approdare alla legge del 1996, una vittoria civile che riconosce la violenza sessuale “come reato contro la persona e non più sminuito a reato contro la morale pubblica e il buon costume”.

L’inchiesta di Martina Castigliani punta anche sulle associazioni e sugli enti (pochi) che in Italia si occupano del problema e combattono contro l’indifferenza. Prima di tutte su Trama di terre, la associazione a cui sarà donata una parte dei proventi derivati dalla vendita del libro.

Fondata a Imola nel 1997 da Tiziana Dal Pra, “la prima a rompere il silenzio”, come recita il titolo del capitolo a lei dedicato, Trama di terre accoglie donne native e migranti in cerca di un rifugio in uno spazio ben allestito e le sostiene nel loro percorso verso l’emancipazione “cercando di smontare paure e pregiudizi”.

“Una ragazza che dice No alle nozze forzate lo fa perché non ha voglia di sposare chi le hanno scelto. O perché vuole sposarsi a quarant’anni. O disubbidire. Non perché vuole imitare la cultura occidentale. Perché è una persona, ha diritto di dire di No… Vive una costrizione talmente forte in famiglia e negli schemi sociali del suo Paese che quando può fare il confronto con un’altra realtà le scatta il meccanismo della scelta.”

Tiziana Dal Pra non crede che il punto sia rispettare le norme sociali delle società di provenienza, ritiene anzi che i termini del discorso vadano invertiti: ogni giovane donna ha diritto alle regole sociali del Paese in cui si è trasferita, e va accompagnata nella scelta che fa.

Le cinque storie raccontate nel libro mostrano i rischi a cui ogni ragazza è andata incontro quando ha voluto distogliersi dal controllo familiare. Rischi di punizioni corporali e psicologiche inflitte da entrambi i genitori, in qualche caso perfino minacce di morte.

Il padre di Yasmine arriva per due volte a puntarle contro un coltello, le dice “sei la vergogna della nostra famiglia”. Zoya subisce da parte della madre un controllo continuo e soffocante, perfino sulla sua verginità. Khadija vive reclusa in casa, picchiata regolarmente dal marito e dal cognato, anche quando è incinta; la sua colpa è di essere una donna istruita che va “rieducata” a essere sottomessa.

La salvezza per lei viene dall’intervento della polizia, chiamata da una vicina. In altri casi è un’insegnante a dare conforto, un’amica, una poliziotta. In seguito all’intervento delle forze dell’ordine le ragazze sono condotte a molti chilometri dalla loro casa e ospitate in strutture idonee.

Fatima, che è scappata nel giorno della laurea, ora fa il lavoro dei suoi sogni, è interprete e “aiuta le persone a comunicare”. Sente nostalgia per la famiglia, ma tira diritto per la sua strada, appagata dalla propria indipendenza anche economica.

Soltanto X dopo l’esperienza della fuga è rientrata in famiglia, col tempo le ha pesato troppo il pensiero di avere abbandonato la sorella più piccola. Dice “Per questo sono tornata: io voglio restare e rompere le tradizioni alla luce del sole”.

X è l’unica a essere critica verso gli italiani e la classe politica: “Ogni giorno aspetto dei segnali di apertura in casa mia. Ogni giorno aspetto dei segnali di apertura dai politici: noi siamo italiane, nate e cresciute qua. Siamo stanche di essere dimenticate, stanche di essere considerate straniere e stanche che voi giustifichiate le condotte dei nostri genitori dicendo “è la loro tradizione”. La tradizione che non rispetta i diritti va cambiata e io voglio cambiarla”.

Libere è un libro che sta circolando in alcune scuole: è un segnale piccolo, perché affidato alla iniziativa di singoli docenti, in assenza di un programma nazionale di prevenzione sul tema trattato. Tuttavia è un buon segnale.

Voglio concludere con una frase tratta dalla Postfazione di Cinzia Monteverdi, presidente della Fondazione il Fatto Quotidiano, e voglio immaginare di leggerla nella traccia di un elaborato di tipologia B (Analisi e produzione di un testo argomentativo) al prossimo Esame di Stato:

Il menefreghismo, quello che la nostra epoca consumistica ci ha insegnato, sta facendo il suo tempo... Speriamo…che dalle macerie dell’epoca nostra ne rinasca un’altra dove prevalga il pensiero che se sto bene io ma il mio vicino di casa muore di fame o è vittima di violenza, non posso voltarmi dall’altra parte“.

Nota bibliografica:
Martina Castigliani, Libere. Il nostro NO ai matrimoni forzati,  PaperFIRST, 2022.

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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