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Dal 12 al 14 febbraio va in scena al Teatro Comunale di Ferrara lo spettacolo di e con Monica Guerritore, “Ginger & Fred”. L’amara rappresentazione della volgarità di televisione e pubblicità, che, nel 1986, Federico Fellini portò sul grande schermo con Giulietta Masina e Marcello Mastroianni.

Che a Federico Fellini non piacesse la televisione né, soprattutto, la sua pubblicità, non è un mistero. Nelle lunghe battaglie contro “Sua Emittenza”, Silvio Berlusconi, non aveva mai spesso di ripetere che “non si interrompe un’emozione”. Come dargli torto.

È il maggio del 1985 e la Repubblica dà notizia della denuncia da parte del regista nei confronti del broadcaster milanese. Il regista sostiene, nel ricorso all’autorità giudiziaria, “che gli inserti pubblicitari nelle opere cinematografiche violano le norme che tutelano il diritto d’autore e portano ad una deformazione del prodotto con grave lesione della qualità artistica del film e quindi della reputazione professionale dell’autore”. Qualche anno prima Franco Zeffirelli aveva citato l’ancora proprietario di Italia 1 Edilio Rusconi, in seguito alla messa in onda del suo “Romeo e Giulietta” interrotto da ben 18 pause pubblicitarie. Altri tempi, tempi andati. Ci penserà la legge Mammì, nel 1990, a non dargli ragione.

Seguirà una lunga lettera di Fellini pubblicata da l’Europeo, a fine 1985, in cui sosterrà di essere “estraneo alla televisione. Non mi attrae, non desta la mia curiosità. La televisione è soltanto un mezzo di distribuzione che, sì, può trasmettere anche film, ma restringendoli, mortificandoli, deformandoli, riducendoli a cartoline, e tutt’al più dando allo spettatore raggiunto nella sua casa un compiaciuto sentimento, un po’ losco, di voyeurismo a buon mercato […] Le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un’opera, ma anche verso lo spettatore. Lo si abitua ad un linguaggio singhiozzante, balbettante, a sospensioni dell’attività mentale, a tante piccole ischemie dell’attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente, incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni, e anche di quel senso di musicalità, dell’armonia, dell’euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato […], vecchi film continuamente interrotti da soffritti sfrigolanti, cascate di ragù e ascelle irrorate da spray deodoranti”.

Una lettera forse programmata per anticipare di un mese l’uscita di “Ginger e Fred”, surreale racconto di due attempati ballerini sul viale del tramonto, riuniti un’ultima volta davanti alla potenza delle telecamere di un volgare network televisivo privato. Il riferimento è chiaro per comprendere contro chi si punti il dito: nel film ad aleggiare sul destino catodico dei due malconci ballerini, Amelia e Pippo, è tale Cavaliere Fulvio Lombardoni…

Dal film alle scene, Monica Guerritore porta sul palco del Teatro Comunale l’adattamento della storia dei due ballerini, che, separati dalla vita, si ritrovano, dopo molti anni, grazie a uno show televisivo natalizio che propone al pubblico le vecchie glorie.

Ci sono tutti i grandi temi: la vecchiaia, un mondo degenerato e divenuto ormai incomprensibile, un passato di entusiasmi perduti, uno spettacolo che non esiste più, la delusione, i dolori dell’esistenza. Anche in una realtà grottesca, tuttavia, rimangono la tenerezza, l’entusiasmo infantile, la fede, l’ottimismo, la dignità e il pudore.

Siamo alla Vigilia di Natale e, nel piazzale deserto, entra in scena un gruppo di personaggi strani e spaesati.

Sullo sfondo la vetrata di un albergo e l’insegna luminosa di una discoteca anni ‘80, qualche lampadina colorata ricorda una festa che è finita. I protagonisti, ospiti dello show, sono emozionati per la serata che li porterà sotto le luci dei riflettori.

Quello che non sanno è che, derubricati alla voce “materiale di varia umanità”, sono necessari a mandare avanti l’ingranaggio spietato della televisione commerciale, riempiendo i buchi tra una pubblicità e l’altra.

Nella notte, e poi in sala trucco, prima che il teatro stesso, pubblico compreso, diventi lo studio dello show e il Presentatore, come il Domatore di un circo, li faccia entrare come bestie ammaestrate, questa piccola umanità fatta di personaggi bizzarri, pavidi e coraggiosi, si imporrà intenerendo il pubblico per la realtà delle loro vite fatte di solitudine, piccole ambizioni e basse aspirazioni, menzogne e confessioni improvvise, nell’esaltazione di un giorno “straordinario”.

Amelia e Pippo, Ginger e Fred, sono tra questi personaggi, ma per loro è diverso: era il loro talento a essere ammirato, a brillare sotto le luci dei riflettori, prima che Ginger rinunciasse lasciando Fred solo e spaesato. Fred che perde l’equilibrio psichico ma anche fisico.

Lo spettacolo del Teatro Comunale è vivace, sulla scena irrompe e prorompe la pubblicità, imperterrita e che non perdona, spot continui che interrompono i momenti più importanti, senza pietà. La farina Amadori, il gelato Amadori, il gelato al cioccolato di Pupo, il pubblico che applaude, partecipe, al segno della claque, che ride su richiesta. In tutto ciò, bellissime musiche e scenografie.

Ginger e Fred si ritrovano qui, persi, confusi, e in questo mondo assurdo cercheranno di riannodare quel “filo nascosto” e ritrovare la luce. Balleranno… e per un breve momento ritroveranno la bellezza e l’intimità di un tempo. Il loro mondo fatto di incanto, come la luna di carta che Fred ha chiesto al macchinista di far apparire magicamente durante il ballo, non c’è più; la vede per un attimo, traballante, che viene calata dai macchinisti, per essere chiusa in un baule durante lo smontaggio. La serata è finita. Sipario. Federico ha voluto così.

“È nell’osservazione di questo piccolo popolo, nella comprensione, nella partecipazione alle loro vite disvelate durante le ore di attesa, nella loro umanizzazione prima di essere usati come ‘caricature’ e spediti al massacro, che emerge la pietas che spinge Fellini a scrivere e dirigere “Ginger & Fred”. Il mondo di Fellini è illusione e suggestione. La scena non descrive ma allude, indica uno spazio ‘altro’: le luci di una festa finita da tempo, le insegne di una discoteca riminese, l’Eden Rock. È quello il mondo che accoglie Ginger e Fred. E che ne racconta la fine”.
Monica Guerritore

“Ginger e Fred” di Federico Fellini, Tonino Guerra, Tullio Pinelli, adattamento e regia Monica Guerritore, produzione Teatro della Toscana, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Società per Attori, con Monica Guerritore e Massimiliano Vado e con (in o.a.) Alessandro Di Somma, Mara Gentile, Nicolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni, Lucilla Mininno, Valentina Morini, Claudio Vanni. Scenografia Maria Grazia Iovine, costumi Walter Azzini, coreografie Alberto Canestro, light design Pietro Sperduti, regista assistente Leonardo Buttaroni, direttore allestimento Andrea Sorbera

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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