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Parole e figure /
Arriva la Befana

Arrivano le tradizioni legate alla Befana, tante, e, se siete tra quelli che pensano che lei sia una vecchia invidiosa di Babbo Natale, che porta solo carbone, vi sbagliate di grosso. Una storia piena di fascino, “Vostra Befana”, scritta da Barbara Cuoghi e illustrata da Elenia Beretta, edito da Topipittori.

“Se nella calza trovi un pezzo di carbone, non far storie”

L’altra faccia della Befana.

La stessa autrice, in un bellissimo racconto-intervista, confessa, di essere sempre stata una Befana in potenza, se non altro per essere nata il 6 gennaio. Ad esserlo realmente lo avrebbe appreso da molte donne conosciute nella sua vita e distintesi per alcune qualità come la fermezza, la generosità, l’attenzione, la serietà, l’ironia, l’onestà, la concretezza.

“Una bambina seria e timida che per non essere al centro dell’attenzione era felice di condividere i festeggiamenti del suo compleanno con quelli per l’arrivo della vecchina con tutti gli altri, grandi e piccini”, racconta. “Il sei gennaio”, continua, “a casa bussava una Befana molto speciale: una mia zia che andava matta per noi nipoti e che era in grado di trasformare una banale festa di compleanno in una baraonda allegrissima. Tutti i bambini dovrebbero avere almeno una zia così.

La storia della Befana è antica ed esistono sue corrispettive in Francia, Austria, Germania e nei paesi nordici, tutte con diverse caratteristiche salvo però che quasi tutte posseggono attributi stregoneschi e volano di notte su rami di saggina, o su vere scope, incutono timore ma anche benevolenza. Nessuna ha però un bell’aspetto e tutte indossano abiti poveri e miseri.

La vecchina arriva “dal Sempre e dall’Altrove”, descrivendo traiettorie infinite attraverso il gelido inverno traboccante di stelle e di luna. Entra dal camino nelle case calde profumate di festa e di famiglia. Intime, la fatica del viaggio viene ripagata da tanto tepore.

Volano nelle dodici notti che separano il 25 dicembre dal 6 gennaio per propiziare la fecondità dei campi (la dodicesima notte chiude il ciclo dei dodici mesi e dà inizio al nuovo anno). Tale periodo, vittoria della luce sul buio dell’inverno, è sempre stato salutato come un momento di rinnovamento e di rinascita, materiale e spirituale.

In alcune regioni è cattivissima con chi si è comportato male durante l’anno, in altre arriva su un cocchio dorato. In molte tradizioni locali la notte tra il cinque e il sei gennaio è così magica e portentosa che gli animali acquistano la favella e i muri diventano di cacio: “immota tra il sospiro finale delle feste e la ripresa del quotidiano”.

Ovunque, però, la Befana, che conosce tutti uno per uno, non può essere vista o si pagherà questa curiosità a caro prezzo affrontando le sue ire. E poi è invisibile. Potente, travolgente, generosa, concreta, vera, unica.

Riempie le calze, da mettere sempre in bella vista, fate attenzione che non siano bucate! Frutta secca, dolciumi e mandarini per i meritevoli, doni importanti come sapevano bene i bisnonni, carbone, cenere e orecchie d’asino ai disobbedienti.

A tutti dona tempo nuovo, acqua e sole, perché lei è la discontinuità tra buio e luce.

Un tempo universale che lega i vivi ai nonni e agli avi nell’aldilà e rimanda a una dimensione affettiva intima e profonda. Per questo, la Befana si rivolge ai bambini in quanto ultimi discendenti della casa e li protegge perché sono l’energia vitale per il futuro.

Speranza di rinascita, di abbondanza e luce, nel tempo nuovo da gennaio in poi.

Allora auguri a tutti e, soprattutto, auguri a tutte le splendide Befane.

PS: ecco qualche segreto …

Barbara Cuoghi è nata nel 1971 a Modena. Laureata in Biologia e Dottore di ricerca in Biologia Animale, ha svolto attività di ricerca in collaborazione con laboratori universitari nazionali e internazionali e ha al suo attivo contributi scientifici su riviste nazionali e internazionali. Dal 2006 ha l’abilitazione all’insegnamento alla scuola secondaria di primo e secondo grado e, dal 2007, è insegnante di ruolo di matematica e scienze alla secondaria di primo grado.

Elenia Beretta è nata a Bergamo ed è cresciuta esplorando i boschi. Ha conseguito il Master in Illustrazione Editoriale a Milano presso MIMaster nel 2014/2015. Si è trasferita a Berlino nel 2016. Le sue influenze provengono da diversi ambiti come i film, le vecchie fotografie, l’arte e la letteratura. Collabora, fra gli altri, con The New York Times, Süddeutsche Zeitung, The Washington Post, Zeit Magazin, The Financial TimesBerliner Zeitung, Internazionale, HuffPost Uk, Vogue Magazine, Il Sole 24 Ore, Elle Magazine.
Nel 2021 scrive il suo primo libro illustrato come autrice e illustratrice, We love Pizza! in inglese e Wir Lieben Pizza!. È cofondatrice di Drawing Nights Berlin.

Barbara Cuoghi, Elenia Beretta, Vostra Befana, Milano, Topipittori, 2022, 32 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Immigrati, il problema del secolo:
all’orizzonte un conflitto tra imprese e cittadini

Immigrati, il problema del secolo: all’orizzonte un conflitto tra imprese e cittadini

In Italia gli immigrati arrivati con sbarchi nel 2023 (al 29.12) ammontano a 155.754, mentre nel 2022 furono 103.846 e nel 2021 67.040. Ciò significa che quest’anno sono stati quasi simili al totale dei 2 anni precedenti messi insieme (fonte Ministero dell’Interno). In rapporto alla popolazione sono 0,26%, meno della metà di quanto avvenuto negli Stati Uniti (0,6%) e meno di un quarto della Gran Bretagna dove il flusso migratorio è stato massiccio (745mila), se si escludono i paesi dovuti l’immigrazione è per guerre (Polonia, Russia,…).

Nel confronto internazionale il problema immigratorio italiano appare, pertanto, modesto. Non è un caso che il primo problema che le nostre imprese lamentano è quello di carenza di personale più che di “invasione”. Inoltre si sa che la maggioranza di chi sbarca in Italia ha come obiettivo non quello di risiedere qui ma altrove (Germania,…).

Ciò spiega perché i decreti flussi legali attivati dal Governo italiano siano triplicati nel 2023 sul 2022 (da 43mila a 136mila richieste). Per la verità se fosse stato per le imprese le richieste sarebbero state 4 volte superiori, a dimostrazione dell’enorme fabbisogno in atto.

Il declino demografico acuisce il fabbisogno di lavoratori delle imprese e ciò determina nel lungo periodo, se non governato, un potenziale conflitto tra “ragioni del capitale e del profitto” e “ragioni dei cittadini” che ambiscono ad una convivenza pacifica, la quale è tanto più possibile se l’integrazione degli immigrati avviene con gradualità nelle proprie comunità. Sappiamo infatti che l’incontro tra popoli è di per sé ricco ma deve avvenire anche con gradualità e cura. Sia l’isolazionismo che un flusso minaccioso in quanto gigantesco sono polarità negative.

I macro scenari sui flussi migratori sono, pertanto, due:

  1. uno positivo in cui c’é guadagno per tutti, se c’è gradualità e organizzazione. L’Italia avrebbe più occupati regolari che pagano imposte e contributi e immigrati che contribuiscono a far fronte ai problemi del personale. Le nostre comunità sarebbero più ricche ma anche sicure.
  2. uno negativo che vede un danno per tutti con l’arrivo di molti immigrati illegali, non regolarizzati, sfruttati che portano via lavori poveri ad altri italiani e non pagano né tasse né contributi. Questa seconda via favorisce posizioni xenofobe e aggrava sia le condizioni di finanziamento del welfare degli italiani (pensioni, salute,…), sia l’occupazione degli italiani, in quanto è dimostrato che sia i nuovi servizi avanzati che quelli a modesto valore aggiunto necessitano di un mix di personale formato sia da italiani che da immigrati.

L’Italia dimostra ancora una volta l’ incapacità (soprattutto organizzativa e di apprendimento delle buone pratiche degli altri) di gestire un fenomeno complesso. Essendo diventato un tema da utilizzare come “propaganda elettorale”, viene fatto appositamente “marcire”, secondo il motto “tanto peggio tanto meglio”.

Eppure sarebbe possibile organizzare flussi legali e ordinati, soddisfare le richieste delle imprese, integrare al lavoro gli immigrati  – in Germania il 53% di chi arriva poi lavora – con beneficio di tutti (italiani e immigrati).

La ripresa della natalità è benvenuta ma avrà effetti sul mercato del lavoro tra 20 anni.

Sbarchi in Italia dal 2016 al 2023 e decreti flussi per immigrazione legale:

L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa consente di capire quali sono le politiche immigratorie di un paese che non è più in Europa, con un passato coloniale e con ancora solidi legami col Commonwealth, da cui proviene ancor oggi la gran parte degli immigrati (indiani e pakistani), preferiti agli stessi europei e i cui cittadini hanno qualche privilegio in più: possono per esempio votare qualora abbiano la residenza (in attesa della cittadinanza) mentre gli europei non possono.

Nel 2015, prima del referendum sulla Brexit, gli immigrati furono 329mila. Nel 2019 furono 245mila e Boris Johnson aveva promesso che si sarebbe ulteriormente scesi. In realtà è avvenuto il contrario: nel 2022 il saldo migratorio è stato record e pari a 745mila unità (immigrati meno emigrati). Una cifra enorme se si pensa che negli ultimi 2 anni la popolazione britannica è cresciuta di 1,2 milioni e dal 2000 ad oggi gli immigrati regolarizzati come residenti sono stati 7 milioni, facendo salire la popolazione da 59 a 66 milioni.

Il Governo inglese non sa cosa fare, pressato da un lato dalle imprese che cercano manodopera e dall’ altro dalla maggioranza degli elettori che vogliono ridurre il flusso degli immigrati. Il ministro dell’Interno Suella Braverman (peraltro di origine indiana), un “falco” sull’immigrazione, ha dichiarato che bisogna addestrare i cittadini britannici a fare tutti i lavori finora svolti da immigrati. Nel frattempo il Governo ha concesso altri 45mila visti temporanei nel settore agricolo e la previsione è che il numero salga a 70mila. Stessa situazione nella pesca dove i visti di lavoro sono aumentati del 119% a 300mila nell’ultimo anno. Il partito laburista all’opposizione ha definito “caotica” la posizione del Governo, che nell’estate scorsa aveva limitato il diritto degli studenti stranieri a farsi accompagnare da familiari.

La grande immigrazione è dovuta anche al dinamismo dell’economia inglese, che ha un tasso di occupazione di 14 punti superiore a quello dell’Italia (75,6% vs 61,5%) equivalente a 33 milioni di occupati (di cui 8,4 a part-time) su 66 milioni di britannici.

Un tasso di occupazione di queste dimensioni per l’Italia (con 59 milioni di abitanti) significherebbe avere 29,5 milioni di occupati (anziché i 23,66 che abbiamo), cioè 6 milioni in più. Ciò spiega anche la forte crescita del salario minimo, salito da 6,5 sterline all’ora nel 2014 a 10,4 nel 2023 (come dire da 7,5 euro a 12 euro).

La forte affluenza degli immigrati aveva portato il primo ministro Rishi Sunak (induista di origini asiatiche) a proporre – come la Meloni con l’Albania – la spedizione per via aerea degli illegali in Ruanda, ma il paese africano ha risposto picche per cui la proposta è naufragata, anche per contrasti interni agli stessi conservatori.
A questo punto il governo è alla ricerca di qualche altro vincolo all’immigrazione, come alzare la soglia del visto di lavoro da 26.200 a 35.000 sterline lorde all’anno per consentire l’ingresso solo a professionisti qualificati, evitando la dipendenza dal “lavoro a basso costo”. Pare che anche il Labour Party sia d’accordo, ma la proposta si scontra con la realtà, che vede le imprese richiedere soprattutto lavoratori con salari dalle 20mila alle 30mila sterline all’anno (23mila-35mila euro). Si propone anche di agganciare le retribuzioni all’inflazione per le badanti e assistenti alla persona che ora sono pagate 20.960 sterline, ma proibendo loro al contempo di portare con sé famigliari.

Parole a Capo /
Per una partecipazione solidale e inclusiva (1)

Poesie di Ultimo Rosso: Per una partecipazione solidale e inclusiva

Il vecchio gioco nuovo

Nel cortile di ghiaia
si rincorrono scherzi
braghe corte e risate

sul muretto un anziano
osserva lo spasso
la biografia sul volto
la distanza dall’origine
tra pieghe giallastre
di tempo e di luce

è un giro di vite la vita
come punti di maglia
sull’uncinetto che avanzano
a chiudere il cerchio

un bimbo si accosta
si avvolge il passato
al cuore fanciullo
in bianco e nero
diventa il cortile all’istante

la tenera mano
conduce il gioco
cade il bastone
vuoto è il muretto
l’anziano insegna
il gioco vecchio
nuovo del bimbo

(di Maria Mancino “Maggie”)

 

Inesorabile inverno

Inesorabile inverno
ha ormai spogliato gli alberi,
dalle finestre antiche
ci inonda
di precoce penombra,
mentre lo scorgo
nelle tue mani fragili.
Mi insegnarono
del lavoro e della vita,
mi lasciarono cadere
per riprendermi ogni volta,
e tenermi al sicuro.
Vorrei sentirti raccontare ancora
della forza della quercia
e della frescura dei faggi,
prima di dormire.
Adesso tocca a me vegliare,
quando la luce
t’abbandona all’improvviso,
guidare i passi incerti,
illuderti di quando
sarà ancora primavera,
e tenerti al sicuro.
Lo scoppiettio dei ceppi
ci fa teneramente compagnia,
or che mi basta
anche il silenzio,
per non vederti andare via.

(di Giovanni D’Alessandro)

 

 Il viaggio
Vieni, siediti accanto a me,
intreccia i tuoi occhi
con i miei.
Voglio cancellare
la sabbia del deserto,
il sale del sangue,
l’urto delle onde.
Vieni, siediti accanto a me,
intrecciamo le mani,
dimentichiamo
insieme
il dolore dell’abbandono.
(di Maria Angela Malacarne)

 

Poesia per la pace

L’ho ucciso mamma
Mi ha guardato negli occhi
E ho sparato
Son sparito in quell’istante
L’ho ucciso mamma
E non so nemmeno
Chiedere perdono
Qui non me lo insegnano
So che lo stai pregando tu
Quel Dio rifugiato nella paura
Di non riabbracciarmi più.
L’ho ucciso mamma
E insieme a lui
la mia bellezza.
Ora solo iride nero pupilla
Il mio sguardo arreso
Alla guerra.
Dove sei pace?
Mamma dimmelo tu
Tra le lacrime e i silenzi
Che forse ne han cancellato
Il senso
Il suono
Il Significato
L’ho ucciso mamma
Ero io dentro quel proiettile
Sono esploso
Vuoto
Mi libro nel cielo infernale
Delle bombe
Senza tombe
Senza nome
ora cosi mi sento.
Perdonami mamma
che io non lo so più fare.

(di Lidia Calzolari)

 

Eppure un giorno non lontano

Eppure un giorno non lontano
anche qui c’era la guerra
sotto le bombe non morivano i soldati
ma gli affamati.
Polvere e macerie cementavano
la solidarietà della miseria,
fette di minestre in brodo
diventavano la cena dei bambini.
Le mani scavavano sotto i calcinacci
mentre altre mani sollevavano
gli inermi, inerti nel dolore
di in mondo in pezzi.
Oggi nello stesso mondo
le stesse scene di guerra,
braccia sollevano da terra
ammassi di carne umana.
Crollano i muri
mentre altri si erigono,
l’essere umano epigono di sé stesso
accaparra potere senza né essere e né avere.
Gli ultimi, gli esclusi,
chiunque soffra sulle braci di un inferno
creato a bella e posta da un despota
è mio fratello.
Magari un giorno questa moltitudine
abbraccerà la terra
e scaccerà per sempre
quella sciagura che tutti chiaman guerra.
(di Cristiano Mazzoni)
E’ appena avvenuto il passaggio ad un nuovo anno, il 2024. L’anno che abbiamo appena lasciato ha visto la nascita di nuove terribili guerre. Ho chiesto ad amiche ed amici dell’Associazione Ultimo Rosso (o vicine ad essa) cosa pensassero della mia proposta di pubblicare una poesia che parlasse di Partecipazione, Solidarietà, Inclusione. Tre “parole” che nella hit parade del gradimento sono in ribasso. La risposta alla mia proposta è stata alta, nonostante il poco tempo che avevano a disposizione. Quindi, gli “speciali” saranno due. Oggi e domani. Buona lettura e Buon 2024. Che la Pace, la Solidarietà, la Partecipazione e l’Inclusione  ritornino ad essere in primo piano.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Ancora dal satellite

Ancora dal satellite

E cosa vedo, quando accendo la luce in corridoio.

Sotto la porta, un foglio. La vicina, Ada, non questi dello stereo ma l’Ada, quella ieri in terrazza con le lenzuola: un foglio scritto a mano, da lei, Se puoi mi porti in centro, domattina? Ho l’auto. Grazie. Ada.

Non ho neanche la Teresa, domattina: ha qui le sue nipoti, di passaggio, solo domani qui al satellite. E certo, che accompagno l’Ada in centro.

Ascolto i suoni, poi vado a dormire.

 

La cugina di Ada sta in via Assiderato, appena dentro le mura: e in auto dal satellite a porta d’Amore, a via Assiderato, con Ada nel traffico prenatalizio, nel sole debole, adagio, imparo che primo Ada non guida più, ha un’età, non si fida, i bus son pieni e in taxi guai; due, il giorno di Natale è da sola ma certo non si azzarda a disturbare nessuno . Per cui, e tre, da sua cugina Lorenza lei ci va oggi: anche la Lorenza è da sola, il giorno di Natale. Passiamo il ponte sul Volano e le dico Quattro, Ada:  siamo libere anch’io e la Teresa. Quattro siamo. Un pranzo di Natale improvvisato, da me o da te o dalla Lorenza, qué te parece, Ada?

La Yaris nel cortile della Lorenza, caffè e ciambella nella sua cucina. Affare fatto per Natale. E’ uscito il sole. Faccio un giro in città e vi lascio sole, cugine, torno tra un paio d’ore. E la Lorenza dice che se ho tempo, se ho voglia, c’è un lavoro per me dopo Natale. Liberare una casa qui vicino. E leggere a una signora in via Romei, via Contrari, quasi in piazza, una signora con una bella casa e tutto l’aiuto, ma non chi legge per lei, che lei non riesce più.

 

Cammino dalla parte del sole. Non ripartirò da Ferrara tanto presto, mi sa. Non vado in piazza. Mi perdo un po’ nei vicoli, nei ciottoli, nella luce imperterrita. Poi entro in una chiesa.

Mai vista prima. Neanche ai tempi della Consolazione, che è dall’altra parte della città e di certo qui non passavo mai; mio padre ci portò in Belgio che avevo undici anni, a Ferrara non tornai quasi più, e nessuno in famiglia andava in chiesa. Io nemmeno.

Dentro la chiesa, nessuno. Legno e oro vecchio, un refolo d’aria muove un lampadario che pende dalla navata in un moto lento, circolare, continuo. Siedo qui, come dentro una scultura cava. Nessun fedele, nessun prete. Solo, presso l’altare, un angelo.

Un angelo di marmo. Torsione lieve del busto, l’ala, il moto che scopre un ginocchio flesso, che danza nelle pieghe della veste e le mani unite in un gesto di gioia, quasi anteriore alla preghiera.

Poi uscirò di qui e penserò a Ferrara, son qui per poco e non conosco quasi nessuno, penserò a Rocco che mostra la piaga nella gamba, Rocco il suo cane e la polvere, la strada, e all’angelo della storia che guarda indietro, che ha una tempesta impigliata alle ali e non può più chiuderle. Penserò a tante cose di passaggio, al satellite, ma ora non penso a nulla. Ascolto i suoni e la penombra e so, anzi ne sono certa, che quest’angelo io lo ho già incontrato: dove non so ma è così familiare, così prossimo. Poi torno fuori, nella luce imperterrita.

 

Il tempo va verso l’Epifania. Capodanno sarebbe ogni giorno, a guardar bene, ma qui siamo. Anno nuovo. Nebbia. La casa prestata è quasi vuota. Il mio tempo qui va accorciandosi, ma intanto le giornate si allungano.

Di mattina vado dalla Teresa. Verso sera cammino, scanso piazza e luminarie e via Mazzini affollata, attraverso volte e vicoli e vado a leggere. Via Contrari, Voltapaletto, un angolo vertiginoso visto dall’alto, da dentro, dalle tende socchiuse rosso spento. La signora in un salotto pieno di libri, di quadri.
Non mi vede, ma sa che sono io. So chi sei, mi dice dalla sua penombra. Sei l’amica di Ada e di Lorenza. Accomodati e dimmi il tuo nome.

Mi chiamo Voce, dico.

Il libro lo sceglie lei, senza alzarsi dall’ottomana su cui siede; io, invece, io scelgo cosa leggere. Posso sfogliare, mi dice la signora: scegliere pagine, frasi, così come mi va.

Respiro e leggo frammenti – sono una voce, tutto qui.

Neve in via Salinguerra, un’allieva infermiera, una bicicletta appoggiata a un muro di cinta. La notte. La tragedia, la rabbia. Resistere in segreto. E schegge di una gioia irriducibile. La doppia, opposta schiera di cento fondachi e botteghe e dentro ciascuna “una piccola, cauta anima, intrisa di mercantile scetticismo e ironia”: in via Mazzini, un uomo sopravvissuto alla Shoah. Certi vetri celesti, la risacca del tempo e le parole.

In piedi accanto alla finestra, leggo. Guardo fuori, giù in strada quell’angolo incredibile, non euclideo, poche luci, il fiato ai vetri. Lei nella sua penombra, lei queste storie le sa tutte: uguale a me muove le labbra ma in silenzio, come anche lei leggendo. Siamo voce, ecco tutto.

E’ stato quando già stavo per andarmene. Prima di cena. Torna ancora, mi ha detto, e dammi la mano. Eccomi, dico, ed è allora.

E’ in quel momento che vedo la foto. In bianco e nero, una scala monumentale e una bambina in grembiule nero. E accanto a lei un angelo di marmo. Quell’ala. Il panneggio, il ginocchio, come un principio di danza estatica.

La foto è piccola e in penombra, ma quell’angelo. Forse. E una bimba che avrei potuto essere anch’ io, a scuola avevo un grembiule uguale.

Quest’angelo, dico, questa statua. Della bimba non chiedo, non dico.

E’ una foto di cinquanta, dice la signora, cinquanta e passa anni fa. L’angelo, chissà dove sarà adesso. Fu scattata alla Cassa di Risparmio, mi dice: tu sei di fuori, se non sai come è andata con la Cassa di Risparmio, che fine ha fatto, beh insomma non lo chiedere a me, che il medico mi ha proibito di incazzarmi. Con rispetto parlando. Maledetti. E poi voglio durare ancora un po’, e tu che torni a leggermi di Clelia Trotti.

Tutto passa, penso mentre attraverso la Ripagrande. Anche la nebbia passerà. Ma certo che lo conoscevo, quell’angelo. In chiesa no, ma in banca mi ci portava, mia nonna, ai tempi della Consolazione. Con un libretto di risparmio grigio. E un giorno anche la maestra, con tutta la mia classe.

Il satellite emerge dalla nebbia, tutto passa ed è qui – voci, apparizioni, case vuote. Ogni giorno un’epifania.

In copertina: Fino all’ultimo Luis Borges (già cieco a 56 anni) era abituato a farsi leggere i libri dagli amici. Nella foto la lettrice è una giovane María Kodama, legata a Borges da un sodalizio prima intellettuale quindi affettivo per 33 anni e che curò la sua eredità intellettuale come presidente di una Fondazione internazionale.

Per leggere gli altri racconti di Silvia Tebaldi clicca sul suo nome.

Le storie di Costanza /
L’oracolo di Ettore per l’arrivo del nuovo anno

Le storie di Costanza. L’oracolo di Ettore per l’arrivo del nuovo anno

La contessa Maria Lucrezia Cenaroli, detta Malù, era nata a Pontalba nel 1960. Abitava a Villa Cenaroli da sempre e là continuava a passare le sue giornate avvolta nella testardaggine che le impediva di trasferirsi in città, dove avrebbe potuto godere di un intero palazzo liberty nel centro storico ed essere vicina alla Casa di Cura Figlie di Santa Bertilla, dove curavano le sue magagne.

Villa Cenaroli di Pontalba era in origine una costruzione difensiva a ridosso del fiume Lungone. Del preesistente castello si riconosce ancora un’antica torre. Fatto costruire nel 1701 dalla potente famiglia dei Cenaroli, fra le più antiche di tutta la Lombardia, il complesso è composto da vari fabbricati. Il portale d’ingresso con colonne doriche in stucco si affaccia al paese ed è posteriore rispetto alla Villa vera e propria, che si vede in tutta la sua bellezza solo costeggiando la riva del fiume.

La splendida prospettiva di cui si può godere stando sulle rive del Lungone è merito del giardino, che scende terrazzato verso il fiume, dapprima con due rami interrotti da un piccolo giardino pensile all’italiana e poi con un’unica rampa fiancheggiata da statue di divinità greche. È uno dei pochi esempi del genere in Lombardia. Il complesso è composto anche da un’incantevole corte rurale”.

Così si legge sulle guide turistiche della zona e proprio lì si vantava di abitare da sempre Malù.

La contessa riceveva spesso gente di Pontalba per l’ora del tè. Tra le persone di cui apprezzava particolarmente la compagnia c’era Costanza Del Re, la signora che coltivava ortensie in via Santoni Rosa e scriveva poesie per i suoi amici e per i suoi tre nipoti adorati.

A Malù piaceva farsi leggere da Costanza le poesie. Le assaporava insieme al tè aromatico e dolce proveniente dall’India, che Serafina preparava con molto cura e accompagnava con i biscotti alle mandorle fatti da Camilla, la fornaia del paese. Spesso, quando Costanza andava da Malù, si portava anche Rebecca, la più grande dei suoi tre nipoti. Rebecca sembrava divertirsi molto in quell’ambiente.

Villa Cenaroli era magnifica. Gli interni erano affrescati, le stanze dotate tutte di camino a legna e le grandi finestre coi serramenti scuri davano sul parco che costeggiava il Lungone. D’estate si vedevano splendidi animali e d’inverno un manto di neve bianca che scendeva fino alle rive del fiume e incantava per la sua purezza e la sua capacità di addolcire ogni forma.

Mentre Malù non aveva un particolare amore per la gerarchia sociale e non le importava nulla che la chiamassero col suo titolo nobiliare (contessa), né tanto meno col suo nome per esteso (Maria Lucrezia Cenaroli Della Fontana), tutto questo importava molto al suo maggiordomo.

Ettore era amante dell’ordine, delle cerimonie, delle stoviglie e delle posate d’argento, delle visite di persone altolocate e più di tutto della gerarchia domestica. Una volta aveva licenziato un giardiniere perché, dopo che Malù e la sua cameriera erano cadute dalle scale, si era permesso di fare commenti impertinenti sulla scena incresciosa che si era appena svolta.

Anche Ettore aveva però una preferenza, per la quale soprassedeva ai suoi severi principi: Costanza Del Re. Quella donna era particolare e ad Ettore piaceva. C’è sempre un’eccezione che conferma la regola e Costanza rappresentava bene quell’eccezione.

Pur non essendo nobile e proveniente da una famiglia ricca, era molto educata e istruita. Parlava bene, scriveva bene ed inoltre era bella: con gli occhi un po’ verdi e un po’ nocciola, come i ricci delle castagne e i laghetti dove vivono le rane.

Arrivava spesso a Villa Cenaroli per l’ora del tè e Ettore la aspettava sulla porta, la salutava, le prendeva la giacca, che sistemava su una delle grucce del guardaroba, la accompagnava nel soggiorno, dove Malù la stava aspettando per il tè.

Con Rebecca faceva la stessa cosa, anche se la ragazza gli piaceva meno. Rebecca si vestiva in maniera troppo strana, con gli anfibi, i jeans slavati e rotti, delle magliette molto colorate e una giacca a vento bianca. Poco adatta a Villa Cenaroli, sopportabile perché era la nipote di Costanza. Tutto ha un suo prezzo.

Rebecca, da parte sua, sapeva di non piacere molto a Ettore, ma non faceva nulla per invertire la rotta di questa insofferenza, anzi si divertiva a scandalizzare il povero maggiordomo con piccoli stratagemmi che inventava ad ogni occasione.

Ad esempio un giorno si presentò con una minigonna nera a pieghe che le copriva solo il sedere, un’altra volta arrivò con una carota in tasca.
– Dalla alle anatre del parco – gli aveva detto mettendogliela in mano.

Un’altra volta ancora era arrivata con in braccio una gatta tartarugata.
– Questa è Lucy. Oggi non voleva stare a casa, così l’ho presa con me. Trattala bene, perché se non le sei simpatico scappa e non la trovi più.
Uffa, ci mancava la gatta Lucy a complicare le giornate del povero Ettore.

Il giardiniere sopportava tutta questa impertinenza solo perché Rebecca era la nipote di Costanza, altrimenti avrebbe trovato il modo di liberarsene, magari sostituendo lo zucchero del tè con qualche mistura di zucchero e pepe, di zucchero e zenzero, di zucchero e curcuma. La ragazza era infatti molto schizzinosa con i cibi e spesso si limitava a dire: – No grazie, non ho fame.

A volte al gruppo si univa anche Cecilia, la sorella di Costanza e madre di Rebecca, Valeria e Enrico. Cecilia si divertiva a predire il futuro guardando in una sfera di cristallo. Nessuno prendeva troppo sul serio la cosa, men che meno lei, che diceva sempre che la sua sfera era solo un gioco per passare il tempo.

Sta di fatto che c’azzeccava sempre e quello che vedeva nella sfera di cristallo, si avverava. A volte l’oracolo si concretizzava subito, altre volte dopo molto tempo. Alcune volte era molto concreto e dettagliato, altre volte prendeva vita nella sfera in forma allegorica o di metafora … ma tant’è, si avverava.

Fu così che, un pomeriggio di dicembre, Cecilia predisse il futuro a Ettore, guardando nella sua sfera. Questo fu l’oracolo di Ettore per l’inizio del nuovo anno:

“Nel cristallo c’è una donna giovane in arrivo. Sta volando con un cavallo alato bianco candido. La vedo atterrare nel parco dal lato del Lungone, scendere davanti alla scalinata che porta a Villa Cenaroli e cominciare a salire i gradini uno alla volta. Le sue scarpe sono bianche, il suo abito è di tulle le sue mani brillano. Salirà per Ettore fino al poggiolo e poi si fermerà. Il tempo si fermerà, il cielo diventerà di ghiaccio. Dal cielo arriverà una colomba d’oro, i fiori del giardino diventeranno gioielli, gli alberi statue d’alabastro. Questo vede la sfera: fuoco sopra il ghiaccio, vento sopra la terra.”

Al povero Ettore venne la tachicardia, corse in cucina senza commentare con alcuna parola l’oracolo, si sedette sulla sua sedia preferita e bevve un bicchiere d’acqua, poi un secondo, poi un terzo, ma il fuoco che gli arroventava le budella non volle sapere di andarsene. Allora corse nel parco e si sedette sulla neve. Poi si coricò nella neve e poi si rialzò e tornò in cucina. I vestiti erano tutti bagnati, li tolse e li appoggiò su una sedia vicina.

Rebecca preoccupata dall’aver visto la reazione di Ettore all’oracolo, si precipitò in cucina a vedere come stava. Aprì la porta e lo vide in mutande seduto su una sedia.
Ettore si girò a guardarla, strabuzzò gli occhi e poi si accasciò svenuto a terra.

Mentre Rebecca cominciava a urlare spaventata, Ettore riprese per un attimo conoscenza e vide un angelo che lo stava soccorrendo, allora si lasciò andare definitivamente negli abissi, mentre Rebecca, che quel giorno era interamente vestita di bianco, urlava sempre più forte.

Fu quello il momento in cui tutti a Villa Cenaroli capirono che l’oracolo di quel Natale si era avverato subito. Quella fu la conferma definitiva che la sfera di Cecilia non sbagliava mai. Rebecca vestita di bianco come un angelo arrivato dal cielo, aveva soccorso il povero Ettore precipitato al suolo.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore.
Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di
Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Ciò che ho perduto

Ciò che ho perduto

Guardo fuori dalla finestra. C’è fermento per le strade: la gente corre, schiamazza, scherza, balla, ride.

Voglia di baldoria, di dimenticare, di ricominciare.

Un brindisi al nuovo anno. Che porti fortuna, salute, amore, serenità, pace, e chi più ne avrà più ne metterà.

Si sente nell’aria. L’elettricità scorre come la speranza, che come il tempo non muore mai.

Il tempo, appunto. Il tempo che non si ferma e prosegue il suo cammino senza fretta, secondo dopo secondo.

Il tempo ordina, il mondo esegue.

Ancora poche ore e ci siamo. Quando l’attesa diventerà il nuovo presente. Senza più appello, senza più scuse.

È l’eterno gioco del tempo, che si burla di tutto e tutti offrendo bollicine di speranza e lustrini d’illusione, mentre si porta via un altro anno. L’ennesimo di un’esistenza che non ne vuole sapere di cambiare, di cambiare per davvero.

Come si dice: un anno in più lasciato ai ricordi, un anno in meno in pasto ai desideri.

Eppure è l’unico modo, e il tempo lo sa bene.

E allora brindate all’ignoto, all’anno che verrà. Cavalcate il toro impazzito, prendetelo per le corna, ubriachi di nuovi sogni da sognare, nuove montagne da scalare, pronti a farvi infilzare, inconsapevolmente disperati, distratti, invecchiati.

È soltanto un anno in più. E quanti saranno alla fine? Poche manciate? Nient’altro che una fottutissima vita intera!

 

Ma io no. Stasera resto a casa. Lontano dal grande carrozzone dorato. Nessuna patetica esagerazione, nessuna pilotata trasgressione, nessuna pia illusione.

Perché nulla sarà mai dolce come ciò che è già stato. E dolce, ancorché amaro, lo è per davvero: chiudere gli occhi per rivedere un’ultima volta quel che ho lasciato.

Dunque così sia.

Mi volgerò indietro, resterò in silenzio a salutar come si deve l’anno passato e sigillar nel cuore ciò che ho perduto.

In copertina: un’opera di Paul Klee

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sarà devastante:
contestare alla radice il dominio privato delle nuove tecnologie

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sarà devastante: contestare alla radice il dominio privato delle nuove tecnologie

Non sarà né intelligente, né artificiale, per ora, ma certamente inquieta, e non poco. Parlo, ovviamente dell’intelligenza artificiale, in specifico quella generativa, che è stata rinonimata come “pappagallo stocastico”, nel senso che essa è in grado di costruire concatenazioni e accostamenti sensati tra le parole, partendo dalla mole enorme di dati a sua disposizione e che si avvale di numerosi interventi prodotti da esseri umani (come vedremo dopo).
E’ però capace di apprendere in proprio e mettere in atto comportamenti e decisioni “autonome”, al di fuori del controllo umano.
In questo senso, siamo ben al di là di quanto finora avevamo considerato come la frontiera più “avanzata” dell’utilizzo delle tecnologie informatiche, quello rappresentato dalle piattaforme digitali delle grandi aziende hi-tech, a partire dalla Big Five (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft).

Come ha spiegato magistralmente Shoshana Zuboff ne “Il capitalismo della sorveglianza”, il prodotto di tali piattaforme sono le previsioni di comportamento degli utenti, tramite l’immissione dei loro dati, che vengono vendute agli inserzionisti di pubblicità. Non a caso esse continuano a mantenere l’accesso gratuito e ricavano la gran parte dei propri profitti dagli introiti pubblicitari. In buona sostanza, si colonizza l’esperienza e l’identità umana come bene da collocare sul mercato, come merce tra le altre.
Ora, con il passaggio all’Intelligenza Artificiale generativa, quella resa famosa da Chat GPT, nel momento in cui costruisce un’interazione diretta con le persone praticamente su qualsiasi argomento, si danno istruzioni ad altri dispositivi, si rafforzano sistemi di apprendimento automatico, si compie un ulteriore salto di qualità. Si può dire che si passa dal rubare l’identità umana alla possibilità di poterla plasmare.
Basta dare uno sguardo al suo funzionamento: essa è sostanzialmente in grado di dialogare e rispondere ai quesiti posti dalle persone, sulla base del fatto che  i programmatori/sviluppatori costruiscono algoritmi che fissano alcune regole e vincoli di base e, soprattutto, danno istruzioni sulla consultazione di un numero elevatissimo di dati per far sì che l’Intelligenza Artificiale generativa produca risposte consone e coerenti.

Quello che viene fuori, alla fine, è che siamo in presenza di un dispositivo che, grazie al lavoro dei programmatori e degli sviluppatori, è in condizioni di veicolare una propria visione del mondo e che essa è sostanzialmente privatizzata, nelle mani dei programmatori e della proprietà da cui gli stessi dipendono.
Una visione del mondo che può essere facilmente manipolabile
a seconda di quelle che sono le regole di base e ciò che si dà da leggere all’intelligenza artificiale.
Una visione del mondo che è tendenzialmente conservatrice, nel senso che si alimenta di dati relativi a ciò che è già accaduto e che incorpora i pregiudizi in esso presenti.

Per non essere troppo astratti, si può fare riferimento alle intenzioni di Elon Musk, il visionario e reazionario multimiliardario che (dapprima), per evidenti ragioni di bottega, ha fintamente messo in guardia dai rischi di un’accelerazione dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, mentre (ora) annuncia la nascita di una propria intelligenza artificiale generativa, Grok, ancora in fase sperimentale.
Forse esagero ma,
considerando l’adesione al trumpismo di Musk, non si può escludere che egli pensi di potere utilizzare la “sua” Intelligenza Artificiale per propagandare contenuti fortemente orientati, magari facendole “mangiare” le innumerevoli pagine di think-thank e siti egemonizzati da una destra estrema, razzista, patriarcale e omofoba.

C’è poi un altro tema, assolutamente rilevante, che è quello relativo alla possibilità che l’IA sfugga completamente al controllo umano.

Basta prendere in considerazione una forma “debole” di intelligenza artificiale, quella orientata da obiettivi predefiniti e progettata per eseguire compiti singoli. Per esemplificare, è quella che interviene nel gioco degli scacchi: anch’io mi diletto spesso a giocare e a perdere “contro il robot”. Del resto è noto che l’Intelligenza Artificiale vince sempre e comunque con i grandi maestri di scacchi: per loro non c’è nessuna possibilità di prevalere, neppure “per caso”, il divario è ormai incolmabile. Ma gli scacchi sono solo un esempio;  la I.A. interviene anche nel gioco ancor più complesso GO, nella guida autonoma dei veicoli (ma anche nelle armi azionate da robot e droni), nel riconoscimento facciale e anche nelle attività di Borsa. Ora, già a questo livello, emergono problematiche assolutamente inedite e che pongono questioni molto rilevanti.
E’ già sufficiente citare il grido d’allarme che, a più riprese, è provenuto dalla Banca d’Inghilterra, che ha individuato diverse tecniche di manipolazione dei mercati borsistici da parte d
ei sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale, come il fatto di potersi coordinare in modo autonomo con un’ altra attività di investimento, raggiungendo l’obiettivo, per entrambe, di guadagnare da questa strategia. Detto in altri termini, l’I-A. è lasciata interagire con l’ambiente per raggiungere il proprio obiettivo, solitamente la massimizzazione dell’investimento, senza, ovviamente, guardare in che modo questo viene perseguito, costruendo, per esempio, informazioni fittizie sulle possibili quotazioni dei titoli anche con pratiche illegali.

Dobbiamo inoltre tenere conto che siamo solo all’inizio del percorso del possibile sviluppo dell’I.A. Da questo punto di vista, può essere considerato emblematico lo scontro ultimamente verificatosi tra Sam Altman, uno dei fondatori di Open AI, l’azienda che ha dato alla luce Chat GPT, e gran parte del Consiglio di Amministrazione dell’azienda stessa.
La divergenza molto forte di opinioni tra il primo, dapprima allontanato e poi richiamato a “furor di popolo” grazie all’intervento di Microsoft e di una gran parte dei dipendenti, con il conseguente “ licenziamento” degli altri componenti del CdA, si è consumato proprio tra l’alternativa, sostenuta da Altman, di realizzare maggiori profitti e, quindi, accelerare lo sviluppo dell’I.A. oppure procedere con maggior cautela, verificando tutte le implicazioni che tale accelerazione comportava.

Ci sono, poi, altre questioni fortemente critiche che lo sviluppo dell’AI si porta dietro. Una riguarda, senz’altro, il tema del lavoro, visto nella duplice veste di quello utilizzato per produrre questi sistemi e delle conseguenze destinate a prodursi nella fisionomia dell’attuale mondo del lavoro.
Per quanto riguarda il primo aspetto, oltre al ruolo del lavoro molto qualificato svolto dai programmatori/sviluppatori di cui abbiamo già parlato, occorre notare che esso si compone anche dell’apporto, tutt’altro che secondario, di la
voratori sfruttati e sottopagati, dislocati in particolare nei Paesi del Sud del mondo, che hanno il compito di “ripulire” l’addestramento che proviene dalla lettura della miriade di dati, etichettandoli in termini tali che vengano evitate espressioni di odio, violenza sessuale e materiale ad essi assimilabile.

L’intelligenza artificiale, poi, utilizza anche il lavoro degli utenti, cioè di noi stessi che produciamo domande, descrizioni, immagini che diventano altrettanti feedback di apprendimento per l’intelligenza artificiale. Troviamo qui l’impasto che caratterizza tutto il mondo del lavoro delle nuove tecnologie informatiche, che tende a diventare un modello per l’insieme del lavoro, e cioè la forte polarizzazione tra una fascia ristretta di lavoratori ultraqualificati, la maggior parte dei quali fidelizzati all’azienda tramite meccanismi incentrati sul possesso azionario, e una schiera di lavoro supersfruttato e gratuito, fonte di nuove e forti disuguaglianze.

Se poi ragioniamo sull’impatto che il ricorso all’IA determina sul lavoro umano odierno, non ci vuole molto a realizzare che esso avrà conseguenze importanti, a partire dal lavoro impiegatizio e di chi, dai giornalisti alle agenzie di stampa, si occupa di redazione dei testi. Per esempio, Ibm ha già annunciato di poter fare a meno di circa un terzo dei 26.000 addetti che svolgono funzioni di back-office, come le risorse umane e il servizio clienti. Dal canto suo, Walmart, il grande gigante statunitense della distribuzione organizzata, sta lavorando per sostituire il lavoro umano nel rapporto con i fornitori, affidando ad un sistema di intelligenza artificiale la contrattazione con questi ultimi.
Insomma, non c’è dubbio che saremo in presenza di un ulteriore rafforzamento della tendenza che è già in corso da diversi anni, dentro l’onda lunga della fase dell’innovazione tecnologica, di incremento della produttività, diminuzione occupazionale, polarizzazione e svalorizzazione del lavoro umano.

Infine, ci sono almeno altri 2 punti esposti a pesanti criticità, che rischiano di rimanere troppo in ombra:
il primo è quello relativo è quello del forte consumo energetico e di emissione di CO2 connesso al trattamento dei big data. Il modello prevalente attuale indirizza il digitale alla crescita piuttosto che al risparmio di risorse, tant’è che è stato evidenziato che solo l’addestramento del GPT3 per un compito consuma in qualche settimana come due cittadini americani in un anno.
L’altro elemento su cui diventa necessario riflettere e intervenire riguarda tutto il sistema educativo-formativo: in un mondo in cui la trasmissione del “sapere” sarà sempre più affidata alla tecnologia, che posto c’è per un apparato scolastico che era stato pensato per quella funzione e che viene invece spiazzato sin dalle sue radici?

Tutto ciò ci riporta al tema del “che fare” rispetto al cambio di paradigma tecnologico e sociale che lo sviluppo dell’IA ci consegnerà inevitabilmente.
Qui non mi resta che svolgere pochi appunti,
non certamente esaustivi, che però varrà la pena approfondire. E’ certo che non basta evidenziare i rischi che stanno di fronte a noi o semplicemente chiedere un rallentamento, se non una moratoria, del suo avanzamento. Né appare sufficiente, come da ultimo ha messo in campo l’UE, anche con alcuni passaggi significativi, muoversi sul terreno della regolamentazione del fenomeno e della protezione di alcuni diritti fondamentali, visto che si interviene a valle di una situazione in cui dominano le 2 grandi superpotenze, USA e Cina.
Occorre, invece, andare alla radice delle problematiche che solleva lo sviluppo dell’IA, e cioè pretendere che gli algoritmi messi a punto dai programmatori/ sviluppatori su cui essa si fonda siano resi trasparenti e pubblici, in modo tale che sia chiaro quali sono gli obiettivi, le regole e le distorsioni (più o meno volute), e che questi elementi possano essere soggetti ad un controllo diffuso.
Quello che va prioritariamente messo in discussione, in altri termini, è la privatizzazione e la finalizzazione al puro profitto del bene comune fondamentale costituito dalla produzione dell’informazione e dalla trasmissione della conoscenza.
Compito che, peraltro, potrà essere aggredito solo attraverso una trasformazione profonda del sistema formativo, riorientandolo verso l’alfabetizzazione generalizzata sui nuovi dispositivi tecnologici e  la creazione di un nuovo armamentario di lettura critica degli stessi e del loro impatto sociale, tornando ad occuparsi delle fonti e della costruzione del sapere e delle informazioni.

Vaste programme, si potrebbe dire, ma non mi pare esista un’alternativa diversa per contrastare il rischio concreto che, con il ricorso spinto all’IA, il nostro futuro stia dentro un orizzonte distopico.

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Per certi versi /
La follia, la vita

La follia, la vita

Abita
Nelle  corsie
Non ospedaliere
Della mente
La follia
Regna
Nel non pensiero
Della gente
Che non fa
mai nulla
Per piangere
Ridere
Senza parole
Non si piega mai
Non sta in ginocchio
Non si sente
Spezzare le reni
Guardando
Nel vuoto
Nel gorgo assurdo
Del dolore
Il dolore è tutto
Tutta la vita
Bella e terribile

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
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L’Oroscopo di Gianni Rodari

Oroscopo

O anno nuovo, che vieni a cambiare
il calendario sulla parete,
ci porti sorprese dolci o amare?
Vecchie pene o novità liete?
Dodici mesi vi ho portati,
nuovi di fabbrica, ancora imballati;.
trecento e passa giorni ho qui,
per ogni domenica il suo lunedì;
controllate, per favore:
ogni giorno ha ventiquattr’ore.
Saranno tutte ore serene
se voi saprete usarle bene.
Vi porto la neve: sarà un bel gioco
se ognuno avrà la sua parte di fuoco.
Saranno una festa le quattro stagioni
se ognuno avrà la sua parte di doni.

Gianni Rodari

Agnese poteva morire, ma è tornata a vivere
questa è la storia non di una, ma di tante donne

Cronaca di un femminicidio sociale. Questa è la storia non di una, ma di tante donne che, come lei, in un giorno di sole, di candide nubi o di pioggia violenta, hanno visto spegnersi la fiamma della vita di fronte ad un bivio: scegliere di morire o di lasciarsi perire.

Agnese, la chiamiamo così per non renderla riconoscibile tra le pieghe di questo racconto, in un anno come un altro, ma in un giorno di un caldo estivo che sa di mare e di vacanza, riceve una comunicazione: è stata denunciata e non potrà continuare a prendersi cura delle sue due figlie. La sabbia su cui poggia i piedi si fa bollente, il sole troppo forte e il suo momento di quiete in famiglia un inferno che deve lasciare. Con la sua auto accompagna le bambine al loro padre biologico, così come le viene indicato di fare. Cinquecento chilometri per raggiungerlo ed elaborare dentro e fuori l’idea di doversi separare da loro, il ricordo di un passato di abuso di alcol che ritorna presente e che si fa un dolore tanto intenso da trasformarsi in un desiderio di morte. Inizia un viaggio attraverso l’Italia con il pensiero che l’unica possibilità sia scegliere un ponte da cui gettarsi.

È il 14 agosto, un giorno di caldo torrido che sa di inferno, non c’è alcun Servizio aperto a cui potersi rivolgere, nessuna Istituzione a cui porre domande, a cui richiedere informazioni.

Uno spiraglio di luce e di speranza viene dal contatto con una comunità terapeutica che, anni prima, l’aveva accolta e sostenuta nel suo percorso di cura dall’abuso di alcol e dal suo quadro di bulimia, aiutandola a ricostruirsi il suo presente fatto di una quotidianità serena, dedita alla crescita delle due figlie. È con questa realtà che riesce a mettersi in contatto per richiedere aiuto.

Il suo passato da alcolista le resta addosso come una cicatrice. Agnese ha un altro figlio più grande, che complice del padre e da lui probabilmente sedotto, ha testimoniato ai Servizi Sociali dichiarando l’inaffidabilità della madre. Ed ecco che è da qui che giunge la decisione di affidare al padre le bambine, un padre che non si è mai saputo prendere cura di loro. Col tempo si aggiungono dettagli, che pian piano aiutano a delineare un puzzle che rende il quadro della vicenda chiaro e completo, delineandone una complessità la cui unica certezza sembra essere il legame autentico e l’affetto sincero che lega la madre alle sue figlie.

Agnese quello stesso amore non l’ha vissuto per se stessa perché ha alle spalle un’infanzia di abusi, che l’hanno intrappolata da adulta nel circuito della violenza, che è violenza relazionale, sessuale, che la tiene legata in situazioni in cui l’abuso si perpetua in molteplici forme. È sfruttata sul lavoro, non si sente mai all’altezza, la sensazione di inadeguatezza non esce che rafforzata dall’indifferenza della sua famiglia rispetto alla sua storia traumatica, che non conosce accoglienza e cure adeguate.

È una donna con una vita diversa da tante, che si ritrova, per dirla con le parole di Winnicott, a dover cercare con tutta se stessa di dimostrare di essere una “madre sufficientemente buona”. Nel frattempo, anche il contesto circostante la mette a dura prova. Non può lavorare, ma servono un’occupazione, risorse economiche consistenti e una casa per potersi meritare la crescita delle figlie e pagare nel frattempo le consulenze del tecnico d’ufficio richieste dal tribunale. Un’abitazione ce l’ha, l’unica prova che giocherebbe a suo favore, ma lì continua a risiedere abusivamente l’ex compagno, che la costringe alla decisione di venderla.

Accadono intanto altre vicissitudini, che continuano a complicare il quadro. La sua possibilità di essere sostenuta dalla comunità terapeutica che l’aveva accolta in passato, e che ne conosce e accoglie la storia, viene meno perché l’ASL competente sul territorio di sua residenza revoca la retta che le consente di continuare a curarsi in un momento di estrema fragilità e necessità, in cui la gestione delle dinamiche con la Giustizia la mette ancora una volta in grande difficoltà. La famiglia d’origine perpetua anch’essa dinamiche già conosciute e disconosce la sua sofferenza, dunque, la sua patologia da cui essa trae origine.

Nei passaggi di congiunzione tra le tessere di un puzzle intricato il sistema incontra un cortocircuito, che ne rende visibilmente fragile l’impalcatura. Non è un uomo che uccide Agnese, né violento non riconosciuto come tale, né “bravo ragazzo” confuso come tale, così come dai fatti di cronaca siamo soliti sentire le narrazioni dei femminicidi.
La storia di Agnese è quella di un femminicidio sociale, in cui persi tra le trame di riconnessione tra le Istituzioni e nella definizione delle aree e dei confini di competenza, una donna si è trovata di fronte alla scelta di uccidersi o lasciarsi perire, trovando al posto del contenimento e dell’affetto che situazioni come la sua richiedono, un sistema confuso che in una sorta di bystandereffect rimane immobile, incapace di impedire il perpetuarsi dell’abuso.

Oggi Agnese sta meglio, è sfuggita alla morte grazie alla sua forza nel portare avanti un percorso terapeutico reso possibile anche grazie all’impegno da parte della comunità terapeutica che l’ha accolta.
Ha cambiato residenza, trovando cosi altri servizi territoriali che le consentono di proseguire le cure con il pagamento della retta della comunità. Conduce una vita regolare, sana e rispettosa. Ha trovato un’occupazione a tempo indeterminato, dove è molto apprezzata per la sua disponibilità e l’empatia nei confronti delle persone con cui entra in relazione. Ha un’abitazione idonea ad accogliere le sue figlie due volte a settimana. Permane per lei il divieto di accompagnarle in auto.

Questa è la storia non di una, ma di tante donne che, come lei, potrebbero farcela o non farcela a sfuggire a un femminicidio sociale, in cui il finale del racconto non dovrebbe dipendere dall’essere donne dalla forza straordinaria e sovrumana, ma da un funzionamento delle istituzioni che richiede di essere ripensato.

L’ultima ideologia

L’ultima ideologia

Alcuni sostengono che il secolo scorso sia stato il secolo delle ideologie; altri hanno parlato, a fine secolo, della fine delle ideologie. Certo è che esse sono state protagoniste della politica moderna e hanno caratterizzato il conflitto nelle società di massa in tutta l’epoca industriale. Tra queste le varie forme di socialismo (comunismo, socialdemocrazia, etc.) e le varie forme di fascismo (nazionalsocialismo, franchismo, peronismo, etc…).

Per certi versi le forme ideologiche etichettate frettolosamente come “destra” e “sinistra”, sono sorte in occidente nell’ambito e – per certi versi – come reazione al capitalismo e alla teoria politica sul quale esso si fonda, diventata a sua volta ideologia: il liberalismo (nelle sue varie declinazioni). In quanto forma ideologica esso stesso, il liberalismo appunto, si è dimostrato il più aderente al determinismo della modernità con il suo sogno di sottomettere il mondo alla ragione umana: oggi si presenta ancora – o meglio: viene esibito dal pensiero mainstream –  come l’ideologia unica e apparentemente senza rivali che intende, vuole e deve dominare il mondo.

L’ideologia vincente: il liberalismo

Il cosiddetto crollo delle ideologie ha dunque, in realtà, lasciato campo libero ad un’unica ideologia che oggi, in occidente, è talmente pervasiva da essere data non solo per assolutamente scontata ma addirittura coincidente con la realtà fattuale che ognuno sperimenta quotidianamente.

Questa grande ideologia, fortemente radicata nell’economia grazie alla decantata superiorità dei mercati, così come descritta negli ultimi decenni dalla teoria economica neo-liberista forgiata dai Chicago boys,  si è posta dopo il crollo del muro di Berlino e ancora si pone per molti come l’unica via possibile, l’unico approccio “razionale e scientifico”, l’unico baluardo democratico, per garantire il futuro del mondo; una narrazione che non ammetteva e per molti non ammette ancora, alcuna possibile alternativa  (come sosteneva la Thatcher: “there is no alternative”, non ci sono alternative).

La forza e la pervasività di questa ideologia è stata (ed è) tale, da aver penetrato ogni ambito sociale fino alla sua radice antropologica; in questa forma culturale è diventata per molti un habitus, un terreno dal quale sorgono le idee comuni care al mainstream, un flusso che investe l’umanità, apportando cambiamenti che ne mettono in discussione la stessa sua natura.

La società mercato

Tutto ha un prezzo, tutto può essere venduto o scambiato, la società stessa è un mercato fatto di imprese e di una sterminata massa di singoli individui la cui unica virtù è quella di consumare: “la società non esiste, esistono solo gli individui” (è un altro asserto famoso attribuito alla Thatcher).
Non è un caso che – in assenza di ideologie alternative credibili a questa forma di liberalismo – ogni idea contraria che in qualche modo si contrapponga a tale narrazione viene ricondotta rozzamente al fascismo o al comunismo sconfitti (e quindi fatti fuori dalla storia con disonore), quando non immediatamente squalificata, e bollata come complottismo o dietrologia:  in assenza di un’ideologia alternativa manca infatti una cornice alternativa capace di mostrare i “fatti” da una differente e più che lecita prospettiva.

Non è un caso che, con la caduta del muro, Francis Fukuyama ipotizzasse, in un celebre saggio, la “Fine della storia”: titolo forte che altro non significava se non che la fine delle ideologie comportava il trionfo definitivo ed irreversibile delle democrazie liberali (occidentali) ovvero l’instaurarsi a livello globale di una ideologia unica e definitiva. Fukuyama, a onor del vero, metteva anche in risalto – lucidamente – i grandi rischi connessi a questa trasformazione; noi possiamo solo ricordare che, per definizione, ogni ideologia dominante è, e non può essere altro che, l’ideologia della classe dominante.

In estrema sintesi, il liberalismo che ha penetrato la cultura a livello globale può essere (oggi) inteso da un lato, come una dottrina economica-sociale che tende a fare del mercato autoregolato il paradigma di tutti i fatti sociali; dall’altro, una dottrina che si fonda su un antropologia individualista che descrive l’uomo non come essere fondamentalmente sociale ma come essere orientato egoisticamente.
L’applicazione di questi due dettami teorici alla vita politica e sociale è fortemente riduzionista: tende a limitare il politico, riducendolo, di fatto, alle regole di funzionamento dei mercati; tende a limitare il sociale riducendolo alla mera logica dello scambio commerciale.

Spinta alle estreme conseguenze, questa ideologia risolve l’intera società nell’economia che a sua volta cade sotto il dominio pieno della finanza: di fronte a questo mostro impersonale e razionale, sempre più digitalizzato e automatizzato, sta (o dovrebbe stare) il singolo individuo: egoista si, e libero consumatore di tutto, ma ormai sempre più disconnesso dai legami identitari capaci di generare senso e appartenenza,  siano essi la cultura, la storia, la nazionalità, la comunità, la religione, la famiglia o il genere stesso.

Individualismo egoista e diritti umani (astratti)

La dottrina astratta e ideologizzata dei diritti umani (universali) è il necessario corollario dell’individualismo egoista (astratto) su cui si fonda il liberalismo con la sua narrazione dominante: accettato l’uno diventa indispensabile l’altra per garantire un minimo di fiducia in un mondo sempre più incapace di generare identità forti e autodeterminate, mondo iper competitivo (homo homini lupus) regolato dai mercati e gestito attraverso la logica impersonale del diritto e del contratto commerciale.

Onnipresenza del libero mercato e pervasività degli astratti diritti umani universali rappresentano le due facce della stessa medaglia che ben descrive l’essenza dell’ideologia liberalista oggi ancora dominante, seppure in drammatica crisi; l’uno e l’altro sono intesi come astrazioni disincarnate, calcolabili e razionalizzate, ben lontane dalla concreta densità dei rapporti umani vissuti e delle concrete relazioni personali che essi hanno svuotato e sostituito nel corso dello sviluppo della modernità. Un vuoto che le ideologie sconfitte, di destra e di sinistra, avevano riempito con l’idea dell’uomo nuovo, della società giusta, della razza superiore, della tradizione, dei valori eterni, del sol dell’avvenire

Rispetto a tutto questo, le ideologie sconfitte (di destra e di sinistra) conservavano – bene o male – alcuni aspetti di ordine ancora comunitario e comunque sociale:
l’idea di classe, dell’unione tra i lavoratori animati da valori comuni e uno scopo condiviso da un lato (comunismo);
l’idea di una identità storica e culturale tra gli abitanti di un dato territorio dall’altro (fascismo).
Il liberismo ha eliminato completamente l’uno e l’altro proponendo e creando un mondo di individui mobili e non radicati a nulla, ma portatori di diritti astratti e generali.
Un mondo che pretende di essere unico, globale, calcolabile e uniformato dalla fede cieca nel mercato impersonale, nel progresso e nella “scienza”.

Destra e Sinistra, le ideologie sconfitte

Eppure, destra e sinistra – o meglio: persone con ideologie di destra e di sinistra – continuano ad esistere e non mancano di mettere in scena, scontrandosi e accusandosi ferocemente, le loro presunte differenze, i loro conclamati valori. Destra e sinistra attuali che, in qualche modo, sono eredi deboli di quelle ideologie sconfitte e, in Italia, pallide e dubbie prosecuzioni delle due grandi narrazioni che avevano caratterizzato il dopoguerra (quella bianca di impronta cattolica e quella rossa, di matrice comunista) mantengono oggi un loro peso nella distribuzione del potere politico secondo una retorica conflittuale che è pero superficiale e non sostanziale. In altre parole, esse, nel contesto culturale liberalista e liberista, non possono più presentarsi come possibili modalità alternative di organizzazione della società basate su differenti principi.
Le forze politiche (partiti) che si auto-definiscono Destra e Sinistra possono ascendere al potere parlamentare se e solo se accettano a priori l’ideologia liberalista e il dogma economico che ne è corollario; se si piegano, in altre parole, alla narrazione liberista e al potere dei mercati e, dunque, delle élites transnazionali che li gestiscono.

In tale situazione Destra e Sinistra – non potrebbe essere altrimenti –  contribuiscono ad implementare l’agenda liberalista, occidentale, mondialista e globalista sviluppandone alcune componenti essenziali.
La narrazione di destra, mediamente,  sostiene e ha promosso, a parole, il primato del libero mercato, la competizione, il liberismo economico, il merito, il primato delle imprese e del privato sul pubblico, la superiorità culturale occidentale e l’esportazione della democrazia, la famiglia e la tradizione; sostiene al contempo la difesa dei confini e lo stato (nazione) ignorando o facendo finta di non sapere che i mercati, per come si sono sviluppati su scala globale, non accettano confini di sorta.
La narrazione di sinistra, mediamente, sostiene e ha promosso a parole i diritti universali, l’Agenda 2030, la tutela delle minoranze, le libere migrazioni, il diritto di scelta di genere, di inizio e fine vita: così facendo contribuisce alla demolizione di ogni confine e di ogni identità, favorisce la distruzione di ogni legame tradizionale che potrebbe opporsi al libero dispiegarsi del mercato, che può così penetrare in zone sempre più intime dell’umano, con enormi margini di profitto.

A livello globale, se negli anni ’80 era stata la destra a sostenere fortemente l’agenda liberalista con le privatizzazioni forzate, la deregolamentazione, lo smantellamento dello stato sociale e l’esportazione violenta delle democrazie liberali (Con Reagan, Thatcher e quindi i Bush) in nome di una presunta superiorità culturale e morale, in questo particolare periodo storico è la sinistra con le sue istanze culturali ad essere assolutamente funzionale al pieno dispiegarsi dell’ideologia liberalista, mondialista ed economicamente neo-liberista.

Osservate spassionatamente, destra e sinistra (in Italia), appaiono dunque (oggi) come sovrastrutture organizzate per acquisire potere locale, ma incapaci di esprimere una reale alternativa al modello dominante, dal quale dipendono pienamente: entrambe vengono giudicate in base agli indici finanziari ed economici posti da forze esterne che in ogni momento possono attaccarle e travolgerle con un mirato attacco finanziario;  entrambe, più o meno consciamente, stanno sostenendo nei fatti l’ideologia liberalista accettando pienamente i meccanismi e i poteri economici e finanziari che ne stanno a fondamento.
Lo scontro politico  tra destra e sinistra in realtà si gioca tutto nel quadro ideologico e culturale del liberalismo e, in ultima istanza, contribuisce a rafforzarlo.

Una nuova grande narrazione

Ora, non si può non vedere come il Liberismo (e Neoliberismo) – quel modello che Fukuyama vedeva come (probabilmente) definitivo – sia oggi in drammatica crisi.
Restando in Italia, sul versante interno lo attestano i populismi di destra e di sinistra,  la profonda crisi di valori, la delusione di molti, l’impoverimento delle classi medie, la percezione sempre più netta che esso non sia in grado di mantenere gli impegni e le aspettative che ha costruito e diffuso.
Sul versante esterno, a livello geopolitico, lo attestano al di là di ogni dubbio le guerre che insanguinano il mondo e la presenza di potenze nazionali che non vogliono piegarsi alla cultura liberalista e al libero mercato gestito dall’occidente; a livello antropologico lo confermano i miliardi di persone che se ne stanno fuori dal sistema occidentale subendone concretamente gli effetti perversi; masse sterminate che si pongono di fronte alla grande ideologia con la pura e semplice potenza biologica del numero, con la forza bruta della demografia che tanto spaventa l’occidente.

Ora più che mai, a fronte di tutto questo, servirebbe una nuova grande narrazione, realmente indipendente, veramente democratica, per orientare verso un diverso cambiamento; servirebbe forse un’utopia capace di dare speranza al futuro e dignità al presente.
Purtroppo, una grande narrazione si sta oggi imponendo, ma non viene democraticamente dal basso:  viene invece imposta dall’alto, con tutta la potenza dei media e delle nuove tecnologie, confezionata in modo mirato dagli stessi poteri che pretendono di guidare il mondo al di fuori di ogni reale controllo democratico.

Per leggere gli altri articoli di Bruno Vigilio Turra pubblicati da Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Per la pace in Palestina il sionismo deve essere sconfitto

Per la pace in Palestina il sionismo deve essere sconfitto

C’è una sola vera condizione perché si possa parlare di pace in Palestina ed è che Israele venga sconfitto. Naturalmente non ci riferiamo ad una sconfitta militare, quanto piuttosto ad un isolamento diplomatico e ad una sconfitta politica, ma anche “etica” e “culturale”. Un modo di passare alla gogna della storia attraverso un giudizio di condanna definitivo ed irreversibile per il genocidio portato avanti ormai da più di settant’anni nei confronti del popolo palestinese. Esattamente come è avvenuto per la Germania nazista e per il Sudafrica dell’apartheid. Capitoli chiusi (si spera) per sempre, e dai quali la stessa Germania e lo stesso Sudafrica sono rinati a nuova vita come potrebbe anche avvenire, con la sconfitta dell’attuale Stato di Israele, per le comunità ebraiche che lo costituiscono.

Se questo è il solo e vero obiettivo per ottenere la pace, allora ci sono almeno due orientamenti politici, spesso (ma non sempre) sostenuti in perfetta buona fede, che vanno ripensati con attenzione.

La prima è la posizione di chi si schiera (senza altra precisazione) per la pace, contro ogni forma di violenza e a fianco di tutte le vittime. Posizione ineccepibile sul piano di principio. Siamo tutti sostenitori della Nonviolenza (volutamente con la maiuscola). Ma la Nonviolenza è innanzitutto una postura etica ed ideale, che è nostro compito fare diventare usuale pratica politica. Se però, nell’immediato, si usa questa aspirazione come elemento discriminante per giudicare di ogni conflitto, allora il rischio è di mettere Israele ed Hamas sullo stesso piano perché entrambi usano la forza armata. Allo stesso modo si sarebbe potuto accumunare il nazismo a chi lo combatteva in armi, finendo così per giustificarlo. Oppure di fronte al razzismo del Sudafrica si sarebbe potuto dire che anche Mandela era un terrorista (per chi non lo sapesse Nelson Mandela era stato il fondatore dell’ala armata del African National Congress, il partito dei neri sudafricani).

Naturalmente si può discutere di quali siano i modi politicamente migliori, ma anche eticamente più corretti, per portare avanti la resistenza, purché sia chiaro che la resistenza palestinese è giusta e che il fine resta la sconfitta di Israele nei modi e nel senso che abbiamo detto.

L’altra questione da evitare, forse meno pericolosa, ma ugualmente fuorviante, è quella pletora di discussioni sui possibili assetti istituzionali che dovrebbero caratterizzare un futuro pacificato.

Vi sono innanzitutto i sostenitori della vecchia tesi dei due popoli in due Stati, che ovviamente si scontra con l’espansionismo israeliano e col milione e mezzo di coloni che circondano Gaza e la Cisgiordania.
Vi è poi la tesi di due popoli in un solo Stato, che vede un ottimistico superamento di tutti gli scontri e gli odi accumulati in più di settant’anni di storia di soprusi.
Vi è infine anche l’ipotesi di una organizzazione sociale di tipo orizzontale che ricalchi in qualche modo, l’esperienza rivoluzionaria del Confederalismo democratico attualmente portata avanti dai Curdi nel Rojava (e che, in linea di principio, è quella alla quale ci sentiamo più vicini).

In ogni caso, che il futuro sia rappresentato dalla creazione di due Stati, o di un solo Stato che appartenga a tutti, o anche da una comunità orizzontale, democratica e senza Stato, è cosa che non sta a noi decidere, e che comunque è discorso ozioso se prima non si afferma la pace.

Ma la pace ha una sola e vera condizione: la sconfitta di Israele, o meglio la sconfitta del progetto genocida di Israele.  Tutto il resto viene dopo.   

 

Antonio Minaldi
Militante nei movimenti fin dal 68. Esponente del movimento studentesco del 77 e fra i fondatori dei COBAS SCUOLA nell’87. Si occupa di attualità politica e di studi di filosofia collaborando con varie riviste.

Cover: Truppe Corazzate Israeliane (Foto di Lior34, Wikimedia Commons)

Storie in pellicola /
Svelati trailer e manifesti di “Lala”, il film sul diritto di cittadinanza

Esce al cinema, il 25 gennaio, “Lala” di Ludovica Fales, film su una generazione invisibile che si confronta sul diritto di cittadinanza. Vi presentiamo il trailer

Svelato il trailer e il manifesto di “Lala”, opera prima di Ludovica Fales al cinema dal 25 gennaio. Il film su una generazione invisibile e dai diritti negati che si confronta sul diritto di cittadinanza ha vinto il premio del pubblico mymovies alla quarantunesima edizione del Bellaria Film Festival.

Lala, Samanta e Zaga hanno la stessa età, condividono gli stessi desideri e sogni. Sono tre giovani italiane, che l’Italia non riconosce perché i loro genitori sono nati altrove.
Le loro storie prendono forma, e si intrecciano in un racconto collettivo di una e tante adolescenti senza documenti portandoci, tra i paradossi della legge, attraverso i piani d’indagine in cui il film si snoda: verità, realtà e verosimiglianza.

Lala si muove tra i frammenti della sua identità sospesa. Incrocia la storia di Samanta, l’interprete non professionista che la incarna, e quella di Zaga, la ragazza vera che ha ispirato il film. In uno stato fluido tra messa in scena e realtà, Lala intraprende un viaggio collettivo alla ricerca della identità di un’intera generazione dai diritti indefiniti. In un caleidoscopio di storie che si intersecano, il film diventa il manifesto di una generazione, un mosaico di voci di ragazze e ragazzi e che sono tutte e tutti “Lala”.

“Lala” è una produzione Transmedia production (Italia), Staragara (Slovenia), con il contributo di Fondo Audiovisivo del FVGMiC – DG Cinema (tax credit), FVG Film CommissionRegione LazioSlovenian Film Centre (Tax rebate), sviluppo Biennale College Cinema. Special Track musicale Assalti Frontali. Il film ha vinto la menzione speciale per il documentario alla XV edizione di Ortigia Film Festival. Lala è distribuito da Transmedia production.

Per un’intervista a Ludovica Fales

Il Comune chiude Fedro: uno strumento in meno per l’ascolto e la partecipazione dei cittadini

UN PASSO INDIETRO DEL COMUNE SULLA STRADA DELL’ASCOLTO E PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

Ricevo per e-mail dal Servizio Sistemi Informativi, Digitalizzazione, Agenda Digitale, Città Intelligente del Comune di Ferrara la comunicazione che il portale Fedro è stato chiuso e che il nuovo portale delle segnalazioni è: https://protezionecivile.comune.fe.it/it/new-issue .

Sono uno di quei cittadini che quanto vedeva buche pericolose nei marciapiedi o nelle strade, piante o arbusti che invadevano la carreggiata, illuminazione stradale rotta o insufficiente, caditoie delle fogne intasate, ciclabili impraticabili, strade con passaggi pedonali dove le macchine sfrecciavano molto oltre il limite, segnaletica stradale danneggiata ecc. ecc. lo segnalava attraverso Fedro.

Il nuovo “portale” per le segnalazioni è in realtà solo un modulo on-line da compilare, dove mancano molti dei pregi che aveva Fedro. Con Fedro avevamo una tracciabilità delle segnalazioni, potendo consultare sia le proprie segnalazioni, sia quelle inviate da altri cittadini. C’era così la possibilità di condividere una segnalazione fatta da altri, associandosi alla stessa segnalazione o ripetendola. In Fedro si potevano inoltre verificare lo stato della segnalazione ( aperta, chiusa, in lavorazione ) e soprattutto le risposte dell’amministrazione . Non che rispondessero a tutte le segnalazioni, ma quando capitava che una segnalazione non avesse un seguito, c’era la possibilità di ripeterla, quasi a farne un implicito sollecito. Tutto questo non è possibile con il nuovo “portale”. Anche Fedro aveva i suoi limiti, ma il principale era probabilmente il fatto che fosse uno strumento, canale di comunicazione col Comune, poco conosciuto.

Nonostante le quasi 9000 segnalazioni inviate negli ultimi anni, in realtà i fruitori della piattaforma erano relativamente pochi. Il Comune ha evidentemente favorito l’utilizzo di altri canali/strumenti di ascolto dei cittadini. Abbiamo visto anche gli URP mobili nelle frazioni. Resta il fatto che in un’era in cui la comunicazione attraverso il web ha sempre un maggior peso, come dimostra la martellante presenza sui social della politica locale e non, la scelta di disattivare un canale di ascolto dei cittadini sostituendolo con uno molto meno efficace e funzionale sembra dettata dalla precisa volontà di tenere i cittadini alla larga dalla stanza dei bottoni. Si parla tanto di percorsi partecipativi e di e-democracy, ma in questo caso ho l’impressione che a Ferrara stiamo facendo passi indietro.

L’Italia è una Repubblica fondata … sui Profitti

L’Italia è una Repubblica fondata … sui Profitti

L’ultimo rapporto Inapp (Istituto Nazionale Analisi Politiche Pubbliche) sull’occupazione riporta informazioni utili a capire i processi storici in atto nel nostro paese. Il primo aspetto riguarda la crescita degli occupati che ha raggiunto il massimo a ottobre 2023 (23,694 milioni). Ha inciso il gigantesco investimento aggiuntivo del PNRR europeo che si protrae fino al 2027. Non sappiamo però a quanto ammonta il monte ore lavorate: anche in passato, accanto ad un numero maggiore di occupati, erano aumentati i part-time, gli stagionali, i tempi determinati per cui il monte ore lavorate retribuito scendeva.

Un dato eclatante è che l’Italia non riesce ad aumentare la massa salariale. Una conferma viene dalla quota % dei salari e dei profitti sul PIL al costo dei fattori, che indica come la quota % dei salari sia in calo dal 1960 al 2022. Quando la Repubblica è nata, questa quota % dei salari sulla ricchezza nazionale prodotta era dell’80% e il 20% andava ai profitti. Era quindi corretto quanto era scritto nella Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro”. Dopo 70 anni i profitti sono raddoppiati e i salari sono diminuiti. Sta diventando dunque una Repubblica fondata sul Capitale? Come mai avviene questo?

Da un lato la produttività del lavoro non cresce più dalla fine degli anni ’90, dall’altro i salari reali (post-inflazione) sono cresciuti solo dell’1% (+7% nominali), mentre nella media dei paesi Ocse sono cresciuti in termini reali del 32,5%, per cui l’Italia è passata in 30 anni dal 9° posto del 1992 (per livello dei salari) al 22° nel 2022 (sui 35 paesi Ocse): un arretramento vistoso.

I dati sono una media, dietro la quale è possibile scorgere alcuni settori che la alzano: specie nella manifattura al nord le nostre imprese vanno bene, esportano sempre più e crescono anche i salari reali dei loro dipendenti (il 9% usufruiscono di premi di produttività a bassa tassazione). Ci sono poi alcune imprese che hanno capito quanto sia importante valorizzare il cosiddetto “capitale umano” (le persone più ancora della tecnologia fanno la differenza) e distribuiscono benefici salariali, di riduzione di orario e anche di compartecipazione ai profitti che rappresenta, a mio avviso, un modo per ridimensionare il ruolo del capitale finanziario nella nostra società e creare una vera condivisione dei profitti creati da una impresa. Ma per la maggioranza dei dipendenti i salari perdono inesorabilmente potere d’acquisto.

L’Italia ha sofferto molto dopo la crisi finanziaria del 2009-12 e nel 2020 col Covid. L’ingresso nel mercato unico europeo, a partire dal 2004, di 100 milioni di lavoratori dei paesi dell’est ha “requisito” i principali benefici del grande mercato unico europeo. Una ulteriore espansione dell’Europa ai Balcani e all’Ucraina, comporterà di fatto per i nostri lavoratori un altro indebolimento (gli allargamenti vanno fatti con gradualità).

Il tasso di assunzioni maggiore per classe di età riguarda gli over 65 (+20%), a conferma di quanto sarebbe strategico incentivare il part-time degli anziani negli ultimi 3 anni, pagato pieno, e assumere un giovane a tempo pieno (come ha fatto Luxottica). Un fattore che limita le possibilità da parte di Stato, Regioni, Comuni di creare occupazione aggiuntiva (il PNRR lo vieta perché devono essere solo spese per servizi o investimenti) è l’elevata evasione fiscale a cui si aggiunge l’elusione – legale – dovuta a vari benefici, tra cui l’assenza di tassazione sulle grandi eredità e sui guadagni da trading e speculazione finanziaria. Lo stesso rapporto Inapp si rende conto che un limite del capitalismo è l’incapacità di creare piena occupazione. Per questo economisti come Hyman Minsky propongono politiche keynesiane di aumento della spesa pubblica per contrastare il deterioramento ambientale, il degrado urbano, la diseguaglianza di genere; politiche che aumentano la massa salariale e danno l’ opportunità di far affiorare le persone che non lavorano. Ma l’Italia si trova in una “trappola” tra le richieste di austerità dell’Europa (in parte mitigate e rinviate al 2027) di ridurre il suo debito e la necessità opposta di aumentare occupati e salari. Difficile pensare che senza svolte radicali si possa uscire da questo pantano, che allontana sempre più i cittadini dalle elezioni e mina le basi stesse della democrazia, incapace di dare una prosperità diffusa, come avvenne nei primi 30 anni del secondo dopoguerra.

La crisi dei consultori: un allarme per i diritti delle donne in Italia

La crisi dei consultori: un allarme per i diritti delle donne in Italia

di Alessandra Vescio
tratto da Valigia blu del 18 dicembre 2023
 

Alle 5,30 di martedì 5 dicembre, il consultorio autogestito di Catania Mi Cuerpo Es Mio e lo Studentato 95100 che lo ospitava sono stati sgomberati dalla polizia. Il palazzo in cui avevano sede, di proprietà delle Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, era occupato dal 2018. A febbraio di quell’anno infatti diversi studenti universitari risultarono “idonei non assegnatari” di borse di studio e posti letto, per cui, nonostante ne avessero diritto, di fatto non potevano accedere a questi benefici che avrebbero garantito loro di intraprendere e proseguire gli studi. La causa di ciò era la mancanza di fondi della regione Sicilia, la cui cattiva gestione delle risorse venne denunciata da quegli stessi studenti che a quel punto decisero di occupare uno stabile della città ormai in disuso da anni, a cui diedero il nome di Studentato 95100.

Dal 2018 lo spazio ha accolto studenti e studentesse che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di vivere e studiare in città, e inoltre ospitava le assemblee del collettivo transfemminista Non una di meno di Catania e il consultorio autogestito Mi Cuerpo Es Mio. Attivo dal 2019, il consultorio offriva vari servizi di assistenza e supporto, come uno sportello di primo ascolto psicologico, consulenze sulla sessualità e una rete di mediche, avvocate, psicologhe, neonatologhe, educatrici e assistenti sociali che sostenevano le donne nei percorsi di fuoriuscita da relazioni violente.

“Abbiamo adibito uno spazio abbandonato rendendolo un luogo sicuro per le donne, in cui potessero essere accolte e ascoltate”, hanno detto le attiviste e gli attivisti dello studentato che fin dalla mattina del 5 dicembre hanno organizzato un presidio permanente e ricevuto la solidarietà della comunità, di associazioni locali e di una parte della politica del territorio.

Lo sgombero dello studentato e del consultorio di Catania è avvenuto a pochi giorni dalle manifestazioni del 25 novembre e praticamente nelle stesse ore in cui si svolgevano i funerali di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio, la cui morte ha riacceso il dibattito in Italia su cosa fare per contrastare la violenza di genere: per gli attivisti e le attiviste catanesi, la risposta istituzionale locale è stata quella di ignorare le proposte di dialogo da loro avanzate negli ultimi sei anni e “decidere di sgomberare uno dei pochi posti che si oppone e contrasta la violenza di genere sul territorio, in cui giovani e meno giovani si organizzano contro il patriarcato”.

Secondo il sindaco di Catania Enrico Trantino (Fratelli d’Italia), invece, lo studentato avrebbe svolto attività a scopo di lucro mentre il consultorio non era operativo dal 2021, e lo stabile è stato sgomberato perché occupato illegalmente. A questo ha aggiunto che l’ente Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, di cui lui stesso è presidente, “ha intenzione di assegnarlo ad associazioni che si occupano della tutela delle vittime di violenza di genere e delle vittime di ogni violenza”, in quello che appare come un tentativo di marginalizzare e invalidare il ruolo svolto dal consultorio per la comunità in tutti questi anni.

Un’operazione già vista, questa, anche con altri spazi sociali, autodeterminati e creati dal basso presenti in Italia che, oltre a offrire servizi di valore per la collettività e il territorio, colmano le profonde lacune dello Stato. È di questi giorni infatti la notizia che la Casa delle Donne Lucha y Siesta, luogo di cultura, spazio transfemminista e centro antiviolenza, è nuovamente minacciata dal rischio di chiusura, in un paese in cui i CAV non vengono finanziati in maniera adeguata e sostenibile.

I consultori nel resto d’Italia

Il consultorio catanese non è l’unico a essere sotto attacco: anche Trieste potrebbe vedere dimezzati i suoi presidi. Negli ultimi mesi infatti si è iniziato a discutere della possibilità che, in un’ottica di riorganizzazione dei servizi territoriali, l’azienda sanitaria accorpi i consultori e di fatto ne chiuda 2 su 4.

Questo ha generato una serie di mobilitazioni da parte di cittadine e cittadini e la fondazione del Comitato di partecipazione dei Consultori che, insieme a Non Una di Meno Trieste, sta portando avanti le attività di protesta: “Vogliamo che tutti i consultori di Trieste rimangano aperti e che ne aprano altri; che quelli che ci sono vengano migliorati, finanziati adeguatamente e aperti alla partecipazione effettiva della popolazione”, ha spiegato il Comitato.

A novembre 2021 invece tutti i 7 consultori presenti nell’area della Locride in Calabria erano a rischio chiusura, tra carenza di personale, locali fatiscenti e mancanza di strumentazioni e apparecchiature mediche. Al consultorio di Stilo, ad esempio, lavorava una sola ostetrica due volte a settimana, in un edificio le cui pareti erano impregnate di muffa, i servizi igienici inagibili e la maggior parte delle prese elettriche non funzionanti a causa dell’umidità. È stato grazie al movimento spontaneo Riprendiamoci i Consultori composto da operatrici, cittadine e cittadini del territorio che questa situazione è stata portata alla luce.

“La situazione nella Locride era disastrosa”, hanno detto le attiviste del movimento calabrese a Valigia Blu. “Le persone giovani non sapevano più se esistessero i consultori, se fossero attivi, quale fosse la loro funzione. Abbiamo fatto dei sondaggi nelle nostre cerchie di amici e conoscenti e ci siamo rese conto che nell’immaginario ricorrente il consultorio era un ambulatorio ginecologico o un luogo di cura di bassa qualità”. In sostanza, si stava assistendo alla loro “scomparsa dal dibattito pubblico”.

“La situazione attuale è leggermente migliorata nell’ultimo anno”, confermano le attiviste: “Non c’è ancora un consultorio che può essere definito completo, ma nell’organico totale di base sono subentrate psicoterapeute, ginecologhe e ostetriche”. Inoltre, il consultorio di Stilo è stato trasferito in una nuova struttura a pochi chilometri di distanza, precisamente a Bivongi: “Senza il nostro pressing sarebbe stato sicuramente chiuso in maniera definitiva”, dicono dal movimento.

La storia, il ruolo e l’evoluzione dei consultori

L’importanza dei consultori è legata tanto alla funzione che svolgono – o dovrebbero avere la possibilità di svolgere – quanto alla loro storia. Istituiti nel 1975 con la legge 405, questi presidi infatti sono nati in un periodo storico di grandi cambiamenti culturali e sociali, come il referendum sul divorzio, le prime denunce di violenza ostetrica e la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. In questo contesto si inseriscono anche i consultori, nati per fornire assistenza alle donne attraverso il supporto psicologico, la prevenzione e la tutela della loro salute.

Il modello era quello dei consultori autogestiti che gruppi di attiviste femministe avevano aperto in diverse diverse città d’Italia negli anni Settanta. In questi luoghi, si metteva in discussione una visione patriarcale e paternalistica della medicina e si restituivano alle donne gli strumenti della conoscenza del proprio corpo e della propria sessualità.

Nonostante i numerosi punti di contrasto tra ciò che il movimento femminista chiedeva e auspicava e ciò che poi la legge ha sancito (come l’esclusione delle donne nella gestione di questi presidi in alcune regioni, le possibili sovvenzioni a consultori privati e religiosi, e un interesse più verso la coppia e la famiglia che verso la donna), i consultori familiari hanno rappresentato nel tempo un importante luogo di confronto, ascolto e cura.

Con un approccio multidisciplinare e accesso libero e gratuito, questi spazi infatti hanno lo scopo di promuovere la tutela della salute della donna in senso ampio e in ogni fase della vita, tenendo in considerazione anche gli aspetti sociali e relazionali e il contesto culturale in cui ogni donna si muove. Supporto psicologico, contraccezione, prevenzione, assistenza nell’interruzione volontaria di gravidanza, accompagnamento nel percorso nascita e accoglienza e aiuto alle donne che hanno subito violenza di genere, sono alcuni dei servizi di competenza dei consultori.

Negli anni però i consultori sono stati riorganizzati e depotenziati al punto che oggi la loro presenza sul territorio risulta carente, disomogenea e spesso inadeguata alle necessità. Ad esempio, mentre la legge prevede che ci sia una struttura ogni 20mila abitanti, in Italia in media ve n’è una ogni 32mila circa, e questo a causa della progressiva riduzione negli anni delle sedi disponibili e attive. Per quanto riguarda il personale sanitario, poi, ogni consultorio dovrebbe prevedere almeno quattro figure centrali, ovvero ginecologo, psicologo, ostetrica e assistente sociale, ma solo in una sede su due lavora un’equipe al completo. Inoltre, solo un’Azienda sanitaria o distretto su due ricorre alla consulenza di un mediatore culturale, nonostante i consultori debbano garantire accesso libero e gratuito anche alle donne straniere e ai loro figli.

Guardando un po’ più nel dettaglio, poi, in Basilicata, Molise e nella provincia autonoma di Trento le condizioni strutturali dei consultori sono tra quelle più critiche, mentre soprattutto al sud e nelle isole la presenza di barriere architettoniche limita o impedisce l’accesso ai consultori a una parte della popolazione. Accessibilità vuol dire anche vicinanza: il Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI) varato nel 2000 suggeriva ad esempio che, per una migliore tutela della salute delle donne e dei loro figli, nelle zone rurali e semiurbane ci fosse un consultorio ogni 10mila abitanti.

La Locride stessa “è terra difficile”, spiegano le attiviste di Riprendiamoci i Consultori, perché “non esistono collegamenti pubblici con l’unico ospedale a nostra disposizione e un’elevata percentuale di donne non ha la patente o non lavora, il che significa che interi nuclei familiari vivono con un solo stipendio e completamente dipendenti da una sola persona che guida”. Chiudere uno o più consultori, non garantire facile accesso a questi presidi, non tenere in considerazione le difficoltà di spostamento e di contesto che le residenti di una determinata area possono avere vuol dire limitare il loro diritto alla salute e all’autodeterminazione.

Al sud è anche meno frequente la partecipazione dei consultori a una rete antiviolenza, mentre non tutti i consultori presenti sul territorio italiano prevedono attività pensate per i più giovani e circa la metà delle strutture non si occupa di questioni relative alla comunità LGBTQIA+. Counselling e visite mediche a donne in menopausa vengono invece offerte in quasi tutti i centri, ma solo un consultorio su 4 al nord e al centro e meno della metà di quelli al sud e nelle isole propongono campagne informative su questa fase della vita.

Sebbene poi la quasi totalità dei consultori familiari dichiarino di occuparsi del percorso nascita, l’adozione di un protocollo per la valutazione del rischio psicosociale e di un eventuale disagio psichico durante e dopo la gravidanza è in media piuttosto rara, con il pericolo dunque di non rintracciare per tempo eventuali fattori di rischio e segnali di depressione perinatale. Anche l’ecografo, strumento necessario per una serie di prestazioni sanitarie e diagnosi, non è disponibile in tutti i consultori.

Per quanto riguarda invece l’assistenza per interruzione volontaria di gravidanza, il 68,4% dei consultori italiani nel 2021 ha dichiarato di offrire counselling pre-IVG e di rilasciare i certificati per l’intervento. Un numero ancora insufficiente è quello relativo ai controlli e dunque al supporto post-IVG. Dal 2020 è inoltre possibile accedere all’aborto farmacologico anche nei consultori ma, stando alle ultime analisi, solo in alcune città italiane è possibile usufruire di questo servizio.

Tra le motivazioni, vi è la carenza di strutture e spazi adeguati tanto quanto di personale, oltre che l’alto numero di operatori sanitari obiettori negli stessi consultori e l’opposizione di una parte della politica. A pochi mesi dalla pubblicazione della circolare ministeriale che aggiornava le linee guida sull’aborto farmacologico, ad esempio, la Regione Piemonte (Centrodestra) ne ha vietato l’accesso nei consultori. A inizio 2021, invece, l’assessora alla Sanità dell’Abruzzo Nicoletta Verì (Lega) ha chiesto a tutte le ASL che l’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico venga “preferibilmente” effettuata in ospedale e non nei consultori.

Cover: Catania in piazza contro lo sgombero del Consultorio autogestito Mi Cuerpo es Mio (foto da daytalianews)

Ex Gkn: Fiom vince il ricorso, licenziamenti scongiurati

Ex Gkn: Fiom vince il ricorso, licenziamenti scongiurati

da redazione di Collettiva

Il tribunale del lavoro dà ragione ai metalmeccanici Cgil, la condotta dell’azienda era antisindacale: “Ora affrontare il rilancio produttivo del sito”

“La sentenza – spiega il sindacato – conferma la correttezza delle nostre posizioni e il comportamento antisindacale tenuto dalla controparte dall’inizio dell’intera vertenza. È la riconferma di quanto già accaduto con l’articolo 28 dello Statuto contro Gkn, che ha visto il reintegro determinato per rimediare a un ingiusto licenziamento collettivo”.

Il giudice ha anche riconosciuto l’impegno a tutela dello stabilimento che la comunità fiorentina e non solo ha dimostrato stringendosi attorno alla vertenza. “Questo è l’ennesimo atto concreto – precisano il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma e il segretario generale Fiom Cgil Firenze Prato e Pistoia Daniele Calosi – a tutela di tutti i lavoratori che da quasi tre anni sono in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro: scioperi, manifestazioni, di una vertenza diventata simbolo che va oltre i cancelli dello stabilimento”.

La Fiom Cgil rileva che, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, ha messo in campo “tutte le iniziative a difesa dell’occupazione e per la ripresa produttiva in quello stabilimento” e continuerà a farlo, ricordando che “i lavoratori metalmeccanici delle provincie di Firenze, Prato e Pistoia hanno fatto 12 ore di sciopero per sostenere questa battaglia”.

Adesso occorre guardare al futuro: “Ora è il momento di affrontare la fase di rilancio produttivo del sito, favorire la nascita di un condominio industriale, analizzare profondamente il piano industriale della cooperativa dei lavoratori e farne una reale possibilità di garanzia, utilizzando il tempo in più che il tribunale di Firenze ci ha concesso, forti dell’esito del ricorso che abbiamo presentato. Ci sono tutti gli strumenti per farlo, sia statali sia regionali: nessuno può più accampare scuse”.

De Palma e Calosi ringraziano l’avvocato Andrea Stramaccia dello studio legale Bellotti e l’avvocato Franco Focareta della Consulta giuridica nazionale Fiom Cgil che hanno “patrocinato il nostro ricorso e che oggi ci hanno informato che il giudice ha accolto in senso positivo il nostro ricorso”. I due dirigenti così concludono: “La Fiom Cgil ha messo in campo iniziative sindacali, legali e sociali per riaffermare la giustizia, tutto questo è stato possibile con la determinazione dei delegati. Attendiamo ora la deposizione della sentenza per conoscere più nel dettaglio le decisioni del giudice”.

Parole a capo
Maria Teresa Coppola: poesie edite e inedite

Devo liberarmi del tempo e vivere il presente giacché non esiste altro tempo che questo meraviglioso istante.
(Alda Merini)

Il tempo vola, io no.
Ho appeso al rampicante
che anela alla persiana
l’ anello di lattina che allegrava
un dito di bambina,
richiamo per le gazze
là sul pino nano,
una per la tristezza,
l’ altra per la gioia
di sillabe chioccolanti
che mettano le ali
al mio presente inerte
che non sa passare.

*
Non mi sottrarre
alla mia compagnia.
Mi è costata tempeste.
Riempimi come fa il mare
quando tra scogli emersi
si accoccola nelle pozze
e si acquieta,
placato inanella cristalli di sale.
Indosserò i tuoi gioielli
nel silenzio che mi contiene.
*
Dacci oggi i nostri fiori quotidiani
e il mare e le tempeste
il cielo i lupi e le foreste,
le pergole di rose in fiamme
e le cantine
 quando il sole è insolente,
il fuoco-conforto
se il gelo stringe,
gli abbracci nei giorni
in cui l’anima si perde
e hai perso anche le mappe
per ritrovarla da sola,
dacci bicchieri e posate
che fanno casa,
la ragnatela che rinasce,
le fusa dei gatti
e gli occhi autunnali dei cani,
geosmina e maestrale
e panni caldi
quando è ancora notte,
e le bugie che salvano,
l’ intuizione, l’ emozione
di accorgerci di vivere,
le risorse di un nome sbagliato,
dacci
libertà, paura, utopia,
botteghe d’arte e maestri e teatri,
Gavroche, Huck Finn, Vincenzo Gemito,
spartiti in cui il tempo si ferma.
Conservaci, se puoi,
le cose che oggi
non amiamo abbastanza.
*
Dal fondo degli occhi cespugliosi
il vecchio osserva
il tempo, gli alberi, la piazza.
Puntella in silenzio
la sua quota di universo.
Finché rimarrà lì
non svanirà.
Ma il sindaco
 ha rimosso la panchina:
clochards e africani
insidiano il decoro.
Ha rimosso anche il vecchio
e il mite puntello del suo sguardo.
Non passo più di lì.
Ho paura
che anche la piazza sia svanita.
*
Quando mi parli
fai veliero la mente,
la carichi di spugne
ad assorbire ricordi
che nulla sfugga
e tutto si conservi
per berti dopo,
quando non ci sei
e Bacco mi presta
redini colorate a guidare
la sua coppia di linci.
E mentre racconti
e aspetti che rida,
di pane speziato
mi inondi la stanza,
sterline d’oro nascondi
che possa
trovare più tardi,
a ogni morso
masticando lontananze.
Maria Teresa Coppola, salentina di nascita, pisana di adozione, si laurea in giurisprudenza a Pisa dove vive tuttora. La poesia le è familiare sin da piccola. A casa del poeta Girolamo Comi frequenta letterati quali Alfonso Gatto, Diego Valeri, Oreste Macrì. Seguono in Toscana anni di affettuosa contiguità con il poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri. Varie sue liriche sono presenti in più antologie e nel collettaneo “Argeste 2023″ di Aletti editore. Con la silloge “Sottovoce” ha vinto il premio speciale della giuria del Premio Casentino 2023. Ha pubblicato la nuova silloge “C’è di più” ed. Aletti nel settembre 2023. Ha ricevuto il premio della giuria del Premio Internazionale di arte letteraria “Il canto di Dafne” il 25 novembre ’23 e  il terzo premio alla sesta edizione del Concorso Nazionale di Poesia dell’ Accademia Casentinese il 17 dicembre u.s.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

La PUMA ritira la sponsorizzazione del calcio israeliano

La PUMA ritira la sponsorizzazione del calcio israeliano

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseFranceseGreco

Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha ottenuto un’importante vittoria: la PUMA è stata costretta a rinunciare alla sponsorizzazione dell’Associazione calcistica israeliana.

La Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI), parte fondante del movimento BDS, accoglie con favore la notizia che la PUMA non rinnoverà il suo contratto con la Israel Football Association (IFA).

Dal 2018 la PUMA è bersaglio di una campagna BDS globale per il suo sostegno all’apartheid israeliano che opprime milioni di palestinesi. L’IFA gestisce e sostiene le squadre in insediamenti israeliani illegali su terre palestinesi rubate.

Le e-mail interne trapelate hanno rivelato che la PUMA ha subito enormi pressioni per ritirare il contratto.

Mentre Israele porta avanti il suo genocidio contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata, uccidendo finora più di 18.000 persone, tra cui decine di calciatori, la pressione del boicottaggio è aumentata.

Gli anni di implacabile pressione globale del BDS sulla PUMA e il danno alla sua immagine dovrebbero essere una lezione per tutte le aziende che sostengono l’apartheid israeliano: la complicità ha delle conseguenze. È anche una lezione per la FIFA, profondamente complice e dominata dall’Occidente, che continua a proteggere Israele dalle sue responsabilità anche se le azioni dei coloni violano i suoi statuti.

Ringraziamo le centinaia di gruppi di solidarietà di base, atleti e squadre di tutto il mondo che hanno sostenuto l’appello di 215 squadre palestinesi a sfidare la PUMA. Questa vittoria del boicottaggio è amara perché la pulizia etnica dei palestinesi da parte di Israele continua, ma ci dà speranza e determinazione nel ritenere responsabili tutti i sostenitori del genocidio e dell’apartheid, finché tutti i palestinesi non potranno vivere in libertà, giustizia e uguaglianza.

Fonte: BDS con l’aiuto di BDS Grecia

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.
Revisione di Anna Polo

Cover: Puma Wall FinalPhoto from BDS. (Foto di BDS)

Diario in pubblico /
Notizie dall’altro mondo

Diario in pubblico. Notizie dall’altro mondo

Condannato alla visione televisiva, mi concentro sull’esito finale di un programma ballereccio che spopola e assisto all’esibizione finale di due signore che, ansimanti e apparentemente felici, concludono la loro- come ripete fino allo sfinimento un bardata dama conduttrice del programma- “performance”: Uanda Nara e Simo Ventura.

Subito mi domando sentendo il ritmo selvaggio degli ammiratori della Nara: “perché Uanda e non Wanda?” Ai miei tempi la signora del musical e della discesa delle scale si chiamava Wanda anche con il mitico cognome Osiris come il dio egiziano.

Qui no. La Uanda dotata di un rispettabilissimo lato b, a differenza della sua concorrente, lo usa con sapienza e proprietà, salutata dal delirante abbraccio dei suoi 5 figli e del marito che la osannano in un improbabile italiano. La Simo però ha fatto il colpo dell’anno, quando un ennesimo futuro marito le chiede in diretta di sposarlo; marito che a sua volta è concorrente impacciatissimo. Ma scherziamo?

Quanto a pubblicità siamo al livello della venditrice di pandori e uova di Pasqua. Ecco le tre dive al cui confronto spariscono giornaliste serie come la didattica Selvaggia e perfino la sbandata Lilli, mentre sempre più spalanca l’occhio apparentemente stupefatto la Berlinguer. Chino il capo e mi rifugio tra le righe che scrive l’intramontabile Natalia Aspesi, sogghignando alle vecchie battute comunque efficaci della Concita de Gregorio.

Allora, possiamo affermare che le donne abbiano raggiunto la parità di genere? Ma va là! Siamo ancor lontani; mentre studio le mosse (si fa per dire) delle signore della politica. Prime fra tutte come dicono i miei amici al bar la Giorgia e la Elly, nonostante che gran parte di loro rimanga un po’ deluso da quell’improbabile nome Ely, di cui tutti vorrebbero sapere provenienza, che suona in realtà come Elena Ethel Schlein, nata in Svizzera con cittadinanza statunitense.

Ma poi si aggiungano le altre brave signore europee. Tra implacabile sole e temperature quasi tropicali mi avventuro nel centro di Frara per degustare dolci e dolcetti, guardare le vetrine fornitissime ma vuote all’interno, mentre sfuggo con un manto di silenziosa riprovazione agli stentati sforzi di opporre candidata/o di sinistra all’odierno governo della città, che hanno prodotto (quasi una nemesi), un pasticciaccio brutto non di via Merulana, come suona l’immortale libro dello scrittore, ma di piazza Municipio.

Libri e libretti mi sfilano sotto il naso, mentre attendo, sempre più rassegnato, all’improbabile decisione del Comune di ospitare i libri che vorrei donare alla Biblioteca Ariostea e riguardanti Leopoldo Cicognara, Canova e la cultura ferrarese di primo Ottocento. Vedremo. Anche se vedere sembra eccessivo in questa ferrarese nebbia di compiti e attribuzioni.

Così mentre osservo rapito la danza di Bolle nella Baiadera mi rifugio sempre di più in un sogno per ora irrealizzabile di tornare all’amatissima Parigi.

Sarà possibile? Mia nonna sentenziava: “Chi vivrà, vedrà”.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Lettera: Abbiamo perso lo spirito del Natale

Abbiamo perso lo spirito del Natale

di Riccardo Mancin

Credo proprio che se domani uscissi di casa e passeggiando sottoponessi i passanti che incrocio ad una intervista in cui chiedo “Cosa rappresenta per lei il Natale?” la maggior parte delle persone mi risponderebbe così: luci e decorazioni, l’albero, i regali, la festa, le riunioni di famiglia, cene e pranzi di rito, una vacanza. Una minoranza ci aggiungerebbe probabilmente una connotazione più religiosa menzionandomi la Santa Messa ed il presepe ma i più sono convinto che si indirizzerebbero su aspetti prevalentemente commerciali. Del resto questa tendenza ha origini lontane e deriva dal fatto che molte delle tradizioni che oggi sono associate al Natale hanno in realtà una storia molto antica, che addirittura precede la celebrazione del Natale vero e proprio come i Saturnali, una festa pagana dell’epoca romana dove per la settimana dal 17 al 23 dicembre ci si regalava cibo, monete, candele e dove ci si lasciava andare a comportamenti meno formali e si poteva tollerare anche chi alzava il gomito in onore del dio Saturno. I Cristiani nel tempo li trasformarono nel Natale, una festività molto sentita anche nel Medioevo dove vi era un grande fermento nelle case dei ricchi e dei poveri, complice la sospensione del lavoro agricolo durante l’inverno. Natale, dunque, nei secoli ha sempre fatto rima con abbondanza, gioia, prosperità e condivisione. Ricordo bene gli aneddoti che quando ero bimbo mi raccontava mio nonno sul Natale vissuto nella sua epoca. Erano racconti che mi affascinavano perché ricchi di particolari che dipingevano nitidamente uno spaccato di vita rurale di provincia padana in anni veramente difficili, quando le famiglie erano numerose e patriarcali e i sacrifici di tutti erano rivolti essenzialmente alla sopravvivenza. “Fratelli e sorelle dormivano appiccicati per combattere il freddo in case fatte di canna palustre ma a Natale non è mai mancato del cibo. I più grandi infatti lavoravano sodo tutto l’anno per garantirlo – diceva con una punta di orgoglio – Non c’erano eccessi, non c’era il superfluo. E di regali gran pochi, solo cose semplicissime e utili.” Cibo semplice, spesso barattato, stagionale, locale, autoprodotto e genuino, zero imballaggi, niente grande distribuzione e niente sprechi. Nulla diventava rifiuto, quello che poteva essere riusato veniva sfruttato. Pur essendo una festività vissuta in maniera scarna e minimalista era quindi il trionfo della circolarità e della sostenibilità ambientale, all’epoca condizione praticamente obbligatoria per una resilienza fatta di sacrifici. Non mancava mai comunque la genuinità dei valori e l’atmosfera ed il significato di fondo della festa veniva sempre onorato e tramandato. Sulla scia di questi capisaldi ho vissuto anch’io con felicità e trasporto i periodi natalizi della mia infanzia. Ricordo grandi tavolate dove tutti portavano qualcosa da mangiare, c’era il calore di famiglie unite che portava a stemperare anche qualche tensione o attrito accaduto nei mesi precedenti. Tanti argomenti e risate, ore spensierate trascorse a giocare a tombola,  per i piccini l’ansia del momento del regalo da scartare che quasi mai era quello che si sperava ma che si concentrava in un momento che valeva comunque la pena di essere vissuto. Negli anni successivi, corrispondenti agli inizi della mia adolescenza, il benessere economico è diventato diffuso e ha letteralmente stravolto le nostre vite rinchiudendole in gabbie dorate all’interno delle quali perseguire quasi ossessivamente le chimere di un consumismo senza freni. Non è cambiato il Natale ma la società e dunque noi stessi, il nostro modo di viverlo e concepirlo. Ci siamo fatti travolgere dal marketing selvaggio bombardati dai media, facendoci risucchiare nel vortice dello shopping compulsivo e dell’acquisto inutile, dettato solo da dinamiche distorte di moda e tendenze, di competizione e corsa sfrenata per accaparrarsi quanto più possibile; dalle decorazioni dentro e fuori casa all’abbigliamento costoso da sfoggiare solo per quella occasione, dai tanti regali spesso senza senso al cibo fuori stagione e in quantità pantagrueliche, magari di lusso e ricercato anche solo per stupire e vantarsi con gli ospiti esponendolo sulla tavola. Ebbene questo approccio ha generato mostri: il Natale moderno è sempre più una festa che ha perso i suoi valori basilari ed è volta perlopiù al soddisfacimento indiscriminato di bisogni non essenziali. La conseguenza diretta e ovvia è l’insostenibilità sociale ed ambientale, con la prima che vede una forbice sempre più netta e intollerabile tra abbienti e non e con la seconda che vede invece il pianeta letteralmente soffocare dall’inquinamento per l’assurda quantità di oggetti prodotti e venduti nonché per l’abuso e lo smaltimento non corretto di materiali deleteri per gli ecosistemi. Vale la pena fare qualche esempio a supporto dei miei pensieri. Secondo uno studio dell’Università di Manchester le abitudini alimentari natalizie della sola società occidentale causerebbero la stessa impronta di carbonio di un’auto che compie il giro del mondo per seimila volte. Su svariati milioni di euro spesi ogni anno per i regali di Natale circa il 10% per cento di questo dispendio economico e di prodotti viene semplicemente buttato via perché non gradito. Per non parlare dei maglioni di Natale, quelli spesso rossi con le renne o i fiocchi di neve per intenderci. Se ne vendono tantissimi ma la maggior parte derivano dal fast fashion (già discutibili di per sé per lo sfruttamento umano di chi li produce) e sono di acrilico dunque di natura sintetica e dal grande impatto ambientale. Basti pensare che uno studio della Plymouth University evidenzia che l’acrilico è responsabile del rilascio di quasi 730mila microplastiche per lavaggio, cinque volte di più rispetto a un tessuto misto poliestere-cotone e quasi una volta e mezzo rispetto al poliestere puro. Secondo l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, circa il 16% delle microplastiche rilasciate negli oceani a livello globale proviene dal lavaggio di tessuti sintetici. Per l’Europa, dove la maggior parte delle famiglie è collegata a un sistema di trattamento delle acque reflue, si stima che ogni anno vengano rilasciate nelle acque di superficie 13mila tonnellate di microfibre tessili, ovvero 25 grammi per persona, pari all’8% del totale delle emissioni di microplastica in acqua. Non c’è bisogno di trasformarsi in Scrooge – il protagonista egoista del racconto Canto di Natale di Charles Dickens – e smettere di fare regali o ricevere amici e parenti a cena, ma se tutti tenessimo bene a mente queste cifre forse riusciremmo a tenere i consumi un po’ più bassi. Noto che spesso si tende a decantare la “decrescita felice” come approccio risolutivo alla questione o si ripete come un mantra la frase retorica “Si stava meglio quando si stava peggio” ma a mio modesto parere in generale c’è ben poco da invidiare ai tempi dei nostri nonni se rapportati al presente. Occorre invece, come in tutte le cose, equilibrio, misura, buonsenso ma occorre senz’altro fare di più e meglio. Se vogliamo che il Natale futuro delle nuove generazioni diventi una festività che racchiude la giusta proporzione tra valori religiosi, sociali e ambientali è necessaria ed urgente una profonda riflessione che porti ad un concreto cambiamento. Serve un connubio indispensabile tra un moderno Umanesimo e a un Ambientalismo inteso nella sua accezione più pura ossia lo sviluppo della coscienza sociale per la difesa delle risorse naturali e per lo sviluppo sostenibile. Serve cioè quello che io chiamo, coniando un nuovo termine nato dalla fusione dei due concetti, un Ambientalesimo globale. Sarà la vera sfida dei prossimi anni, una sfida prioritaria e imprescindibile a cui siamo chiamati tutti indistintamente ad impegnarci e a dare il massimo. Plastic Free come sempre c’è e ci sarà, al fianco di cittadini e istituzioni, divulgando buone pratiche e sensibilizzando, per un mondo migliore.

Riccardo Mancin
Coordinatore Nazionale Plastic Free ODV Onlus

Cover: illustrazione da Canto di Natale di Charles Dickens

Natale a Gaza, sotto le bombe degli aerei costruiti in Italia e venduti a Israele

Natale a Gaza, sotto le bombe degli aerei costruiti in Italia e venduti a Israele

il 25 dicembre 2023, alcuni attivisti del “Comitato varesino per la Palestina” e di “Abbasso la Guerra OdV” hanno voluto ricordare cosa significa celebrare il Natale nella palestinese Striscia di Gaza, dove dal 7 ottobre terribili bombardamenti aerei hanno massacrato oltre 24.000 civili, prevalentemente bambini (10.000!) e donne.

Un’azione dimostrativa è stata svolta sotto il velivolo militare MB326, prodotto anni fa da Aermacchi ed esposto alla rotonda di Tradate lungo la strada provinciale Varesina SP233. Sotto il velivolo è stata adagiata la sagoma di un neonato palestinese coperto di sangue.

L’MB326 è un piccolo cacciabombardiere che viene venduto sia nella versione di addestratore che di attacco armato ed è stato esportato, in oltre 800 esemplari, anche a paesi come il Sudafrica dell’apartheid e alle dittature militari del Brasile e dell’Argentina.  Il luogo è stato scelto per denunciare le responsabilità italiane nelle stragi di oggi.

Fra le terribili macchine di morte che stanno devastando Gaza e i suoi abitanti ci sono anche quelle costruite a casa nostra da Leonardo spa (ex AleniaAermacchi), come i 30 aerei militari M-346 prodotti a Venegono Superiore, nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare (coperto dal segreto, tanto che neanche il Parlamento ne conosce i dettagli) sottoscritto da Berlusconi nel 2003, e ratificato con la legge n° 95 del 2005.  La cooperazione è stata confermata da tutti i governi italiani successivi, in accordo con tutti i governi israeliani, non solo con quello di Netanyahu.

I piloti israeliani che stanno bombardando Gaza con gli F-35, gli F15 e gli F16 si sono formati e addestrati a bordo dei 30 velivoli M346 venduti nel 2012 a Israele, facilmente armabili per trasformarli in jet d’attacco.

I primi due caccia furono consegnati nel 2014, pochi giorni prima dell’aggressione militare sulla Striscia di Gaza denominata “Margine protettivo”, un massacro che ha sterminato oltre 2.200 persone, di cui 531 bambini. Anche i piloti degli elicotteri d’attacco, che bombardano persino ospedali, si sono formati sugli elicotteri Agusta concepiti da Leonardo a Samarate, sempre in provincia di Varese e prodotti negli USA.
Partecipati cortei di attivisti pacifisti e antimilitaristi furono tenuti in quegli anni per manifestare contro l’accordo di esportazione di questi velivoli a Israele e fu depositata anche una denuncia contro di esso. Inutilmente, e oggi ne vediamo purtroppo i risultati.

Anche il nostro territorio è coinvolto, a è tutta l’Italia a essere complice attiva del genocidio in corso con le sue navi nel Mar Rosso, i suoi aerei nei cieli di Gaza e le sue vergognose astensioni sul cessate il fuoco all’ONU.

Diciamo basta!

Comitato Varesino per la Palestina
Abbasso la Guerra OdV

Questo testo è stato pubblicato il 26.12,2023 da pressenza

Cover: L’azione dimostrativa messa in atto il giorno di Natale da Comitato Varesino per la Palestina e Abbasso la Guerra OdV

Parole e figure /
Di giorno e di notte

Åsa Lind ed Emma Virke, in “Di giorno, di notte”, edito da Iperborea, catturano l’atmosfera dell’ultimo giorno d’estate in questo magico libro illustrato che conduce nella luce del giorno e poi nella notte e nelle sue stelle brillanti.

“Qualcuno gridò: Facciamo il bagno! E corsero così forte che rimbombava tutto. Come un cuore dentro la terra. Gli altri però sapevano nuotare senza braccioli. Fino alla piattaforma. E tutte le risate li seguirono. E io sulla spiaggia. Sola. Come invisibile. Eppure, no”.

Una piccola e delicata opera d’arte che, nel suo formato a fisarmonica (il leporello che tanto ci piace), può essere letta in due direzioni: da una parte la storia e il ritmo del giorno, dall’altra le preoccupazioni di oggi si dissipano nei sogni della notte ispirati a Pollicina.

I piccoli posti ospitano una vita che proprio lì diventa più grande, la lontananza dal rumore rende più quieti, apre al richiamo del cuore e della tenerezza. Ci sono solo sensi e sogni, sentimenti di serenità e amore per la natura, di libertà e leggerezza. Resta sempre quell’essere avvolti dalla notte che accende le stelle.

Con un sensuale e forte senso della natura, sia nella tranquilla contemplazione della luce del giorno che nell’oscurità drammatica della notte, la storia approda nella trionfante certezza del risveglio. Punti fermi.

Un libro per tutte le età, contro le paure e per le speranze, tra i limiti della realtà e le ali magiche e leggere dell’immaginazione.

Asa Lind

Åsa Lind (1958) è un’autrice svedese per bambini e ragazzi. Ha scritto una ventina di libri, tradotti in tutto il mondo, tra cui Lupo sabbioso (Bohem Press, 2009), ormai diventato un classico moderno della letteratura per ragazzi. Ha ricevuto la targa Nils Holgersson nel 2003. La sua scrittura è poetica e filosofica, e affronta alcune delle domande più grandi che un bambino può avere in modo semplice ma senza mai ricorrere a risposte ovvie.

Åsa LIND, Di giorno, di notte, traduzione di Laura Cangemi, illustrato da Emma Virke, Iperborea, Milano, 2023, 30 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti. Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

La Tigre nera si aggira per le edicole.
L’intramontabile Tex diventa Sherlock Holmes

“La Tigre nera”: indagini poliziesche, colpi di scena e spunti umoristici in una girandola di avventure mozzafiato

È in edicola dal 29 novembre il trimestrale “La Tigre nera”, edito Bonelli, sceneggiatura di Claudio Nizzi con disegni e copertina di Claudio Villa.

Si tratta di un volume corposo, di 322 pagine, che non riuscirete ad abbandonare, almeno fino alla fine dell’ultima “inquadratura”. L’albo qualitativamente si distingue per l’estrema varietà di toni, “ingredienti”, coloriture e colpi di scena sapientemente dosati durante tutto il corso dell’avventura.

La novità dell’albo è costituita dalla forte spinta “poliziesca”, a tratti noir, che sostanzia la vicenda; in quanto ranger, il nostro eroe spesso si ritrova ad accertare situazioni poco chiare o a indagare circa losche vicende e crimini efferati. Qui però Tex sfodera capacità deduttive e logiche degne di Sherlock Holmes e riesce, passaggio dopo passaggio, nonostante il clima stagnante omertoso della cittadina in cui opera, a ricostruire tutta l’intricata trama dell’organizzazione criminale devota al principe malese Sumankan.

Assassini, agguati, dialoghi intensi e indizi rivelatori puntellano una galoppata davvero emozionante, in cui i due pards più di una volta rischiano di non farcela. Addirittura Tex e Carson vengono malmenati da due bestioni che successivamente riusciranno a domare con la loro perfida ma necessaria furbizia, in una situazione degna di Davide contro Golia, ingenerando effetti, per certi versi, irresistibilmente esilaranti, secondo modalità old school che i “texiani” da sempre sicuramente apprezzeranno. In effetti la spinta comica di certe scene diverte e arricchisce il racconto di spunti umoristici, in cui il vecchio cammello, in grande spolvero per l’occasione, eccelle.

Le tavole, i soggetti e le sequenze elaborate da Villa sono davvero eccellenti: gli sguardi ironici dei due pards, l’orrore nel viso di chi sta per essere giustiziato, le scene a cavallo molto plastiche e le esplosioni dinamitarde sono rese con efficacia incredibile. Soprattutto il volto alterato dall’odio e sicuramente da qualche patologia mentale della Tigre nera rimane impresso per l’icasticità. Indubbiamente, un antagonista squilibrato, come nella tradizione dei grandi villains Bonelli, ma “degno” di Tex.

Da non perdere!

Presto di mattina /
Natale invocazione d’identità

Presto di mattina. Natale invocazione d’identità

Natale, ricerca d’identità

Il Natale è come un seme, semente di una identità data, compiuta in sé e tuttavia di nuovo principiante, luce nascente verso un’identità a venire. Il Seme di luce adagiato da Maria sulla nostra terra scura è qui ora, e non altrove, ancora tirocinante della luce, in cerca di quel passante promesso: la sua e nostra Pasqua di luce. In ogni maternità/identità che volge al termine, che si compie; in ogni parola proferita, detta, se ne concepisce e germoglia una nuova, incamminata verso un ulteriore compimento.

Così fin dal suo nascere, la luce è precorritrice e compagnia nel viaggio alla ricerca di un di più di coscienza di sé, rivelatrice di un’eccedenza insperata eppure attesa d’identità che la rende una fissità in movimento, identità in trasformazione, radicata e, al tempo stesso, in espansione.

L’identità di colui che è nato a Betlemme e la nostra stessa identità si svelano attraverso un processo di relazione che si origina nell’incontro, in un’alternanza dall’io al tu, al noi, di progressione e regressione, sosta e ripresa fatta di luci ed ombre che oscurano o rivelano, mortificano o accrescono sempre di nuovo la coscienza della nostra identità.

Un viaggio terreste e celeste, suggerisce Mario Luzi in un suo testo poetico (Il viaggio terreste e celeste di Simone Martini, Garzanti, Milano 1994). Come quello di un seme in cerca del suo fiore, del suo frutto, è infatti quell’itineranza che fa anche di noi cercatori della luce, quella scaturita da una pienezza di amore: «fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,17-19).

Così l’incontro con la terra, l’aria, l’acqua, nonostante la trascuratezza e il disamore degli uomini, a contatto con la pioggia, il sole, la neve, il freddo e il caldo, in profondità e altezza, in lunghezza e larghezza fanno del seme brunito e introverso una spiga tra spighe lucenti estroverse ondulanti nel vento. «E Gesù diceva: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga”, (Mc 4,27-28).

Sempre di sostanza in sostanza
dove la sorte ci precorse o il numero,
la legge o la necessità diffusa,
fummo la fissità nel movimento,
identità soggiunta a identità,
tempo nel tempo vivendo.

Ed i giorni rinascono dai giorni
l’uno dall’altro, perdita ed inizio,
cenere e seme, identità nel cielo.
Solo a volte ne esorbita un pensiero
come palla lanciata troppo in alto
non ritorna, sparisce nella gronda.
(Mario Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, 181; 182).

Il percorso poetico di Mario Luzi (1914-2005) può essere immaginato come il venire alla luce di una semente gettata nella terra e chiusa ermeticamente nel suo guscio, ben protetta nella sua resistente pelle, ma poi costretta ad uscir fuori dal richiamo di forze amiche: «da forze buone, miracolosamente accolti che attendono confidenti qualunque cosa accada» (D. Bonhoeffer), non senza smarrimenti di sentieri entro l’intricata foresta del vivere nel mondo.

Natività, invocazione d’identità

E m’inoltro sospeso, entro nell’ombra,
dubito, mi smarrisco nei sentieri.
E nel ceppo non so che avviene, rigido
nel vortice di foglie macerate
e divise dai rami e dalla terra.

È la nostra foresta inestricabile,
ascoltane le foglie vive, i brividi
e la remota vibrazione, il timbro
d’arpa di cui percuotano le corde.
E questa la foresta inestricabile
dove cadono i semi, dove allignano,
genti che cercano il sole, viluppi
ciechi prima di attingere la luce,
prima di giungere al vento repressi.
Vieni tu portatrice di colori,
tentane con le mani caute i pruni,
estirpa i rovi, medica le scorze,
ma ferisciti, sanguina anche tu,
soffri con noi, umiliati in un tronco.

Che vuoi dirmi ancora, ancora farmi conoscere?
Chiuso nella sua pelle d’ombra
molto, è vero, deve finire
ma altro sgranarsi in pieno sole.
(ivi, 179-180; 492).

È da questo sprofondo avviluppato, cieco, chiuso nel legno, luogo di sementi cadute, di radicate genti, è nell’ombra scura, magmatica e vorticosa del reale che scaturisce il desiderio della luce, invocazione pure perché dispieghi i suoi colori a trasformare uno schizzo in paesaggio, l’abbozzo in un’immagine in movimento.

Se da un lato la poesia di Luzi è una discesa nell’abisso della realtà umana e delle sue storie disumane sino a incontrare il non senso, il patire e le angosce disperanti nondimeno, in modo simile, si aprono in essa brecce tra queste dure zolle, interstizi e fessure in cui entra la luce a schiarire le parole assimilate, sedimentate e oscurate poi nella memoria.

Così la discesa si muta in ascesa, da terrestre diviene celeste: sussulto, zampillo di luce è quel principiare ancora creativo, un’onda di luce che porta su in superfice parole finite, dimenticate che nel venire di un soffio di luce ridestano ancora senso e movimento, si sgranano e si riaggregano in altri pensieri e suscitano un altro sentire, uno sguardo altro in noi e fuori di noi.

L’identità come la poesia è fiotto di luce sgorgante dall’oscurità della coscienza rappresa, resa nuovamente ospitale ad una nuova natività.

Come la parola poetica così l’identità non è data una volta per sempre, ma rimane possibilità in divenire, creatività risorgente, infinita, di nuovo dono e conquista anche drammatica della luce sull’ombra. Essa srotola la sua raggiante oscurità, parola dopo parola, luce da luce, essa porta ad ampliare la verità su se stessi, sugli altri, sul reale come aurora risorgente dall’oscurità.

Identità aperta all’inverarsi e al trasalire del mistero

Chi sei? non so, ma certo qualcuno come te m’apparve altrove
in lembi di città visti e perduti
dietro un velo di pioggia o sotto un cielo
diviso tra una nuvola e un sorriso.
E silenzio e clamore d’un popolo che lotta ti fa ala.
(ivi, 251).

Ai versi di Mario Luzi fanno eco le parole di Giovanni Battista al Giordano che viene interrogato da scribi e farisei: «“Chi sei tu?”. Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono”» e annuncia loro: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”» (Gv 1,19; 26).

Giovanni e Gesù: l’Avvento e il Natale, la Voce e la Parola, la Lampada e la Luce, il precursore e la Via, l’Acqua e lo Spirito del battesimo, l’amico dello sposo e lo Sposo, il profeta e il Messia: vite in relazione, identità nascenti e convergenti, svelamento d’identità ignote, identità corrispondenti nel vincolo di un medesimo martirio di amore:

«Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,33-34).

Così scoprendo l’identità del Figlio amato, il Battista scopre la sua identità e missione in relazione al Cristo. È il testimone della luce, e al tempo stesso indica presente nel mondo la luce dell’Agnello (Ap. 21, 23). «Fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!» (Gv 1, 36) colui che strappa la tenebra dell’empietà, ed è venuto alla luce nell’“anteluce” del mondo direbbe Mario Luzi:

Fermo nell’anteluce
Immane
sopra di lui quel blocco
d’attesa e di silenzio,
gradinato dal suo verso,
scalato dal suo canto.
Non ha limite. Sempre
gli si riforma intorno, cresce
a dismisura, cuba quella montagna.
Non c’è nota così alta
che tutta la sormonti.
Storia dell’uomo
scesa tutta quanta
al seme, inclusa nell’ embrione
della sua doppia potenza –
Covano
male e bene
muti
in sospensione, all’incrocio degli eventi.
(Luzi, Il viaggio terreste e celeste, 32).

Chi sei tu?

Luce s’illuminò da luce,
fu ogni oscurità, la mia non meno,
abbagliata fino a quando … oh verità …
(ivi, 121)

“Sono colui che sarà”. È questa la risposta dell’apostolo Giovanni circa l’identità: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2). Sarà la stessa identità ricordata da Paolo svelando il grande mistero della vera religiosità in una lettera a Timoteo: immagine e somiglianza a Colui che

Fu manifestato in carne umana
e riconosciuto giusto nello Spirito,
fu visto dagli angeli
e annunciato fra le genti,
fu creduto nel mondo
ed elevato nella gloria.
(1Tm 3, 16)

“Ma voi, chi dite che io sia?”

L’identità nostra è come un sussulto sussultorio: inveramento e trasalimento di luce. Come l’alba fatica a nascere avviluppata e stretta nel buio grembo della notte che la trattiene al nascere, tutti aspettano il mutamento delle sorti, il miracoloso avvento al venire della luce: le genti insonni nei loro luoghi e il paesaggio, cime e precipizi, attendono il venire della luce nuova, luce vera «quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Alba, quanto fatichi a nascere!
stretta
al suo nero impedimento,
non vuole tu ti sciolga
la notte
dal suo buio grembo.
O sono io non pronto
ancora
al tuo miracoloso avvento …
Ti aspettano con me –
lo sento – i profili montuosi,
le cime,
I precipizi
Ti tiene
alcuno
del luogo e della mente
nella plebe degli insonni
e anche
nelle gallerie dell’anima

e le acque
che aprono
il loro borbottio notturno
a un più vetrato
e cristallino canto
e gli uccelli
che smaniano e non tengono
nella gorga il loro verso,
tutti,
alba, ti aspettiamo
sapendo e non sapendo
quel che porterai con te
nella tua ripetizione antica
e nel tuo immancabile
antico mutamento.
(ivi, 95-96).

Una risposta attende ancora

La luce attende una luce, la mia. Risposta non d’altri, ma nostra, proprio e solo nostra. È questa che manca ancora. È quella che sola ci farà davvero pronti al suo miracoloso avvento. Egli oggi non può parlare ancora – La Parola è senza parole, solo silenzi, vagiti nel pianto e nella gioia abbracciato – in tutto simile a noi, eccetto la violenza che mortifica e spegne la luce che vive nei fratelli e nelle sorelle, il male oscuro che sfigura e dissolve la primitiva immagine dell’identità nostra.

Ma vi è stato un giorno narrato nel vangelo pieno di domande e risposte, così ricorda l’evangelista Marco: «Gesù saliva a Gerusalemme, là dove un centurione, un pagano sotto la croce, avrebbe riconosciuto la luce più segreta e più intima della sua identità di Unigenito: «Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno» (Mc 8,27-30).

Non basta la risposta d’altri. Nemmeno quella di Pietro che parla a nome di tutti. Per balbettante o silenziosa che sia occorre dare una risposta anche ora, per non rendere finita un’identità infinita, come quella di un bambino appena nato: almeno due mani protese, due occhi stupiti e lieti e pur increduli di fronte l’ignoto, allo straniero che è venuto alla luce, luce da luce ai nostri sguardi rapiti.

Come ceri vacillanti tra due abissi

Sì, una risposta è attesa, che potrà essere anche lunga come un viaggio tra due abissi, terreste e celeste, non importa quanto, e in questa itineranza si sta “come cero vacillante tra due mondi”.

L’espressione è di Marie Nöel scrittrice e poetessa francese praticamente sconosciuta in Italia; nata nel 1883 e morta il 23 dicembre 1967; amica e sorella degli animi turbati dal dubbio, segnati da un’incredula fede di fronte al mistero di Dio e quello inquietante e drammatico della condizione umana.

«Quando Dio ha soffiato sul mio fango per infondergli la mia anima, Egli ha certo soffiato troppo forte. Non mi sono mai ripresa da questo soffio di Dio. Non ho mai cessato di tremare come un cero vacillante tra due mondi… Galleggiare nell’ombra come uno che è per metà affogato e che, di tanto in tanto, riemerge in superficie. E mi riafferro come posso agli sparsi relitti della mia fede» (Diario segreto, trad. Adriana Zarri, Sei, Torino 1961, 27).

«Talvolta Dio mi è dolce e io sono portata da Lui come una piccola nube del buon tempo, come lanugine dalla brezza. Ma, talvolta, è terribile; quando in Lui non vedo più viso né cuore, né Figlio né Padre, niente altro che notte senza limiti, altezza di tenebre senza scale, che mozza il mio respiro» (ivi, 82);

«Mio Dio, abbiamo sofferto l’uno per l’altro. Voi della mia piccolezza, della mia infermità, del mio errore e del mio difetto. Io della vostra grandezza» (ivi, 170);

«O Cristo, imprudente per Amore, Tu sei venuto per morire, con noi, per noi… Nella Notte della Natività Egli viene a cercarci dove siamo, nella nostra bassa umanità, per guidarci a Dio attraverso le nostre strade. Nel giorno dell’Ascensione Egli ci trascina dove è Lui, nella sua alta Divinità e ci attira a Dio attraverso la sua strada» (ivi, 280; 287).

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Appuntamento con Cosetta.
(Un racconto di Natale)

Appuntamento con Cosetta

Un  racconto  di Carlo Tassi

Verso le dieci della sera di una passata vigilia di Natale.

«Aiuto… aiuto… aiuto… per favore…» La voce stridula rompeva il silenzio della stanza di continuo, da oltre un’ora.

«Aiuto… aiuto… aiuto… vi prego…» Non c’era modo che la smettesse, e nessuna comprensione in chi l’ascoltava.

«Venite ad aiutarlo, santiddio!» esclamò qualcuno dal letto a fianco. «Verrà mai nessuno in questo posto senza misericordia?» chiedeva esasperato.

L’uomo pigiò il pulsante dell’emergenza. Quel lamento del vecchio che insisteva e non lo faceva dormire era un tormento che gli sollevava la pelle, come un’unghia che graffia una lavagna. Poi il tormento divenne uno strazio che lentamente iniziò a bruciargli nel petto, nello stomaco, nelle tempie.

“Dove sei finita Cosetta? Perché non vieni? Mi son cacato addosso, mi brucia tutto il sedere, mi fa male il tubo, m’impedisce di fare pipì, mi sento scoppiare…” Il pensiero restava imprigionato dentro, nessuno lo poteva sentire. Usciva solo un filo di voce stridula, affannata, rantolosa, che ripeteva sempre la stessa cosa: «Aiutatemi per favore… aiuto, aiuto… per favore, vi prego…»

Arrivò un’infermiera a passo veloce, e accese il neon della stanza. Il paziente che aveva chiamato le diede un’occhiataccia. «Ho suonato io. Sarà un’ora che implora e si lamenta!» spiegò.

«C’è stato il cambio turno. Ora ci penso io, lei cerchi di dormire.» rispose l’infermiera. «Che c’è Ginetto cosa c’è che non va?» disse rivolgendosi all’altro.

“Perché gli parla se sa che non la può capire? A che serve? Certo, quando domattina se ne tornerà a casa le seccature di stanotte se le dimenticherà in un attimo…” pensò il paziente del letto 52 a fianco. «Non gli può dare qualcosa per farlo dormire?» chiese all’infermiera.

Il paziente del 52 era stanco, avvilito. Avrebbe voluto stare in un’altra stanza ma erano tutte piene. Si sentiva in trappola, esattamente come l’altro, anzi peggio. Perché lui la testa non l’aveva mica persa, lui il cervello ce l’aveva ancora a posto.

L’infermiera non replicò, stava controllando il monitor dei parametri vitali di Ginetto, e Ginetto la guardava ma non la vedeva. “Ho sete, mi brucia la gola. Nessuno mi dà da bere. Chiedo solo un sorso d’acqua, perché nessuno mi aiuta?” Il pensiero era intrappolato e s’attorcigliava dentro quel fragile corpo implorandone i bisogni. «Ho sete… ho sete… ho sete…» riuscì a sussurrare Ginetto. La sua voce era un rantolo, ma sembrava che l’arrivo dell’infermiera gli avesse restituito un attimo di senno.

«Non posso darti da bere Ginetto, non riusciresti a mandarla giù l’acqua. Ti stiamo idratando con le flebo, stai tranquillo!» disse la donna mentre regolava la valvola della sacca appesa al trespolo sopra il letto.

“Ma che gli parlo a fare se tanto non capisce?” si chiedeva la donna tra sé, e anche il paziente del 52 se lo chiedeva. Ginetto era in preda al delirio e loro lo sapevano. Soffriva di demenza senile da due anni e ormai la sua vita era appesa a un filo. Da alcune settimane i rimasugli di lucidità di Ginetto s’erano tutti esauriti, e anche l’energia vitale si stava consumando velocemente.

Magari rivolgergli la parola serviva a mantenere una parvenza di normalità, a fingere che fosse tutto a posto o quasi. Lo imponeva la coscienza di chi gli stava intorno, chissà. La verità è che a volte le cose si fanno e basta, senza tanto chiedersi il perché.

«Ma dateglielo questo sonnifero così s’addormenta e finalmente si respira tutti quanti!» sbottò il paziente del 52. Avrebbe voluto un po’ di tregua, un po’ di silenzio per poter riposare e tornare ai suoi svagati pensieri, interrompere quello strazio insomma.

«Rosati, non possiamo dargli sonniferi, non li sopporterebbe, è rischioso.» gli rispose l’infermiera.

«Allora datelo a me, non riuscirò a dormire stanotte se quello continua a lamentarsi.»

«Neanche lei può prendere altri sonniferi, il medico è stato chiaro.»

«E allora domani chiedo che mi mettano in un’altra stanza. Sono cinque notti che non chiudo occhio a causa dei suoi lamenti.»

«Rosati, domani è Natale, ci sarà solo il medico di turno e tutti i letti sono occupati. Il responsabile per queste cose lo troverà solo il ventisette. Porti pazienza Rosati… A proposito, buon Natale!» chiarì l’infermiera.

«Sì sì, buon Natale!» rispose lui, anche se quell’augurio suonava più come un’imprecazione. Si domandava cosa mai avesse fatto di male per subire questa ennesima ingiustizia. S’era rassegnato da tempo a dover passare le feste in ospedale, ma si chiedeva perché mai dovesse scontare tutta questa angoscia proprio il giorno di Natale. Sentire i rantoli e le suppliche continue di quel poveretto era diventato insopportabile e non riusciva a darsene pace.

Dopo che ebbe finito di sistemare Ginetto, l’infermiera diede una rapida occhiata alla scheda con le terapie da somministrare a Rosati, poi, con un accenno di sorriso, se ne andò.

“Cosetta, vieni… Cosetta, vieni dai. Vieni dai… Cosetta dove sei? Sono solo e nessuno mi aiuta. Cosetta amore mio, non ti ho detto mai quanto ti amo? Ho sete e nessuno mi dà da bere, ho la pipì e non me la fanno fare. Voglio tornare a casa da te Cosetta. Mi brucia il sedere e non riesco a muovermi, non riesco a fare niente e non viene nessuno ad aiutarmi. Nessuno mi aiuta…” Il pensiero si agitava in quel corpo inerme, urlava oltre lo spazio e il tempo, oltre le altrui ragioni.

Ottantacinque anni di pelle e ossa. Le gambe rattrappite, immobili, piegate su se stesse. I polsi legati e le braccia sottili e inferme, troppo deboli per liberarsi da quella gabbia a forma di letto. Gli occhi infossati che roteavano nel buio delle palpebre chiuse come sigilli. La bocca spalancata, senza denti e con la lingua seccata e gonfia che vibrava affannosamente ad ogni rantolo. La voce rauca, stridula, che con bizzarra tenacia sfidava il silenzio nonostante l’ormai chiara mancanza di una lucida e autentica volontà.

Privato di tutto. Senza più mutande, senza più dignità. Ridotto a un fantoccio senza più nemmeno una faccia da ricordare, giusto da compatire. No, non era questa la fine che s’era immaginato.

Ogni respiro in più pareva una scommessa, eppure non smetteva. Non voleva cessare di battere questo suo cuore testardo, non ancora.

Così, disperso nei suoi perduti ricordi come per aggirare il presente, oltre quel letto maledetto, oltre quel corpo irriconoscibile, inutile, insignificante, Ginetto chiamò i suoi morti. Chiese aiuto a loro perché loro se ne stavano tutti lì dentro di lui, ben al riparo nei suoi pensieri. E lui adesso stava insieme a loro e non si sentiva più solo. I suoi occhi erano opachi, s’erano spenti da tanto tempo. Ma a che serviva la luce di fuori, con quelle ombre che si muovevano tutt’attorno farfugliando cose che non riusciva a capire? A che serviva se ora poteva vedere nel buio dentro di sé? Un buio che stava per illuminarsi e colorarsi sfidando l’incomprensibile?

Ora da quel buio qualcuno era arrivato.

Qualcuno che conosceva bene e che aveva nominato spesso e a lungo.

Qualcuno che amava e aveva amato da sempre.

“Cosetta, amore mio, finalmente! Ho sete, tanta sete. Portami da bere, portami a casa, portami con te!” era il suo pensiero a parlare ancora.

Lui la vedeva, giovane e bella come un tempo, come sempre. E fu come un tuffo al cuore, come fosse del tutto normale.

In quell’istante nessuno sentì o vide nulla. Rosati dormiva perché, grazie al cielo, il suo compagno di stanza aveva smesso di lamentarsi.

In quell’istante Cosetta gli parlò: “Gino sono qui, sono venuta a prenderti, a portarti via con me…”

 

È Natale. Forse Cosetta se l’era ricordato e gli aveva finalmente dato retta, chissà.

Il fatto è che ora erano di nuovo insieme, proprio come voleva lui.

È Natale, Gino, ora anche per te!