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A PROPOSITO DI BOLOGNA 30

A PROPOSITO DI BOLOGNA 30

Quello che ha fatto Bologna fa parte di quelle strategie vincenti messe in campo da molte città europee, da ormai più di venti anni, per realizzare una mobilità veramente sostenibile e non può che essere giudicato in termini positivi.

È solo l’inizio di questo percorso (cartelli stradali e controlli) che, se vogliamo raggiungere il traguardo di una vera sostenibilità e della conversione ecologica, dovrebbe evolvere verso un ridisegno della città e verso forme di mobilità che lascino sempre meno spazio alle automobili, soprattutto per gli spostamenti brevi che sono, statisticamente, i più numerosi.

I dati evidenziano che il 73,9% dei percorsi a Bologna ha origine e destinazione entro i confini comunali, sottolineando l’importanza di concentrarsi sulla mobilità locale. La distribuzione degli spostamenti per lunghezza mostra una chiara prevalenza a breve e medio raggio, con il 32,4% a distanze inferiori a 2 km e il 42,7% a scala urbana (2-10 km).

Il progetto “Città 30” è dettagliatamente delineato nel Volume Due del Piano Particolareggiato (aprile 2023), che fornisce analisi approfondite e modalità di implementazione. Si prevede di eliminare il traffico di attraversamento, ridurre le velocità su scala urbana e proteggere attrattori sensibili come le ‘zone scolastiche’. L’obiettivo è individuare e riqualificare le ‘zone residenziali’, oltre a identificare e migliorare i luoghi di incontro/socializzazione.

Come ecologisti possiamo capire che per tanti bolognesi, abitanti orgogliosi della Motor Valley tanto promossa e difesa da Bonaccini & C., possa essere doloroso modificare qualcosa nella nostra ossessiva dipendenza dall’automobile. D’altra parte, come dice il sito turistico della Regione Emilia-Romagna, “in questa regione la passione per le corse e i motori scorre nelle vene”.
È proprio questa ossessione il nostro problema ed è la patologia da curare, non da far progredire, dando fiato alle posizioni più estreme e forcaiole della destra bolognese che cavalca i dubbi e l’ignoranza di tanti cittadini. Ovviamente guidati dal ‘Capitano’ che fra una pasta da difendere e un salame da abbracciare è oramai in pieno stato confusionale (richiamato alla realtà anche dai suoi sindaci e dai 13 milioni stanziati per questi progetti dal Ministero di cui è a capo).

È opportuno riflettere sull’andamento incoerente che ha caratterizzato per anni il dibattito sulla mobilità sostenibile, ricordiamo il referendum sulla pedonalizzazione nel centro di Bologna, da una parte, l’eccessiva presenza di veicoli e del loro utilizzo, la fervida volontà, dall’altra, di promuovere ad ogni costo il Passante di Mezzo, l’ennesimo e inutile, ampliamento del fascio tangenziale – autostrada. Una scelta che risulta non solo poco praticabile, ma anche estremamente dannosa e inquinante, come emerge chiaramente dai dati relativi agli spostamenti precedentemente citati.

L’Amministrazione comunale di Bologna sicuramente avrebbe potuto e dovuto fare meglio, da luglio a oggi, costruire una visione, a trasferire orgoglio civico ai cittadini per una transizione energetica ed ecologica della città (Bologna aderisce anche alla Missione Clima dell’Europa per una città decarbonizzata al 2030 invece che al 2050). Tutte critiche che è giusto avanzare, ma questo non può oscurare un progetto che dimostra la fattibilità di un modello diverso di mobilità e di città anche in Italia e in Emilia-Romagna, un modello ambientalmente e socialmente sostenibile, con un buon sistema di trasporto pubblico e con ampie possibilità di migliorare la pedonalità e la ciclabilità.

Rete Giustizia Climatica e Ambientale Emilia Romagna

L’ombra dell’olocausto ci raggiunge:
Interroghiamoci sul confine tra responsabilità individuale e collettiva.

di Bruno Montesano
Questo articolo è uscito con altro titolo su Valigia blu del 27.01.2024

L’ombra dell’olocausto ci raggiunge: interroghiamoci sul confine tra responsabilità individuale e collettiva. Ma non cerchiamo scorciatoie, è un errore, prima ancora di essere un’offesa infame, dare dei nazisti agli israeliani o agli ebrei. 

I morti sono morti, le vittime sono uguali davanti alla loro condizione. Dimitri D’Andrea e Renata Badii, interrogandosi sul senso della memoria e sulla comparabilità tra i genocidi, con le conseguenti gerarchie delle vittime a volte proposte, scrivevano in “Sterminio e stermini. Shoah e violenze di massa nel Novecento” (il Mulino, 2010) che è “possibile” e “necessario pensare la gerarchia del male come compatibile con l’uguale dignità delle vittime”.
Scrivevano, al fine di fare questa doppia azione, che per valutare i genocidi bisognasse considerare la coerenza tra obiettivi e mezzi per realizzarli. Più il nesso è forte, maggiore è l’intensità genocidaria. “Affermare che tutte le vittime innocenti meritano uguale rispetto non significa rimuovere la questione della diversa grandezza della colpa dei responsabili politici, significa neutralizzarla rispetto al piano della dignità delle vittime”.

Questo tipo di riflessione può essere utile per ragionare sul Giorno della memoria, in particolare alla luce del processo per genocidio a Gaza in corso presso la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja, dopo il caso presentato dal Sudafrica contro Israele.

Il 27 gennaio, da più parti, è stato contestato come una forma di imbalsamazione ritualistica del ricordo della Shoah. Divenuto un passaggio consolatorio – e non perturbante come dovrebbe essere – per le coscienze europee, svolge anche un ruolo nell’istituzionalizzazione delle estreme destre come ‘non antisemite’. È ormai chiaro che non antisemite non vuol dire più antifasciste, se tanto Le Pen, quanto la AFD o La Russa possono impunemente dirsi tali. Fascisti e postfascisti usano strumentalmente la vicinanza ad Israele e il contrasto all’antisemitismo per far dimenticare il proprio passato e per legittimare il razzismo verso altre minoranze. Cionondimeno, Soros rimane il loro nemico preferito.

Oggi, oltre a quel tipo di valutazione, si vede l’esplosione di un altro genere di critica che mette in relazione Shoah e Israele. Masha Gessen ha ricevuto diverse critiche per il suo intervento sul New Yorker, “All’ombra dell’Olocausto”. Nel testo avanzava la possibilità di criticare il fascismo israeliano, sulla scorta di nobili esempi, tra cui la lettera di Hannan Arendt firmata da Einstein contro Begin nel 1948. Inoltre, Gessen criticava giustamente la torsione che la memoria ha avuto in paesi come la Germania, dove in nome della propria responsabilità si bastonano le varie forme del dissenso contro occupazione e apartheid in Israele-Palestina. Avanzava poi un paragone tra Gaza e un ghetto sotto l’occupazione nazista.

All’ombra dell’Olocausto non è accusabile di essere antisemita e mette in fila fatti noti a chi segue la questione dell’uso strumentale dell’antisemitismo. Tuttavia, se una critica gli può essere mossa, è di non presentare un’analisi approfondita delle affinità tra Germania nazista e Israele, fermandosi alle comparazioni. Ma, soprattutto, ci si chiede perché il paragone tra il male a Gaza e altri mali debba avere come referente la Shoah. La storia non sembra infatti difettare di esperienze di estrema violenza.

Una risposta potrebbe essere che il paragone deriva dal fatto che se Israele esiste in virtù della Shoah, e ogni critica è ricondotta a quell’evento, o alla potenzialità di una sua ripetizione, il nesso si impone da sé. Inoltre, e conseguentemente, se gli ebrei fanno della memoria un elemento centrale della loro vita pubblica, come possono non aver imparato che non si disumanizza una popolazione, non la si ammazza indiscriminatamente, non le si nega il diritto all’autodeterminazione?

Sulla scorta di questi ragionamenti, a fronte dello sterminio dei palestinesi fatto da altri ebrei ci si chiede a che serva ricordare lo sterminio degli ebrei.

In parte è naturale farlo. Collegare Shoah e azioni di Israele è quanto fa, in segno speculare, la destra israeliana, e alcuni esponenti delle comunità ebraiche nella diaspora. Il trauma della violenza antisemita del passato viene spesso usato per difendere qualunque scelta dei governi israeliani nel presente. Non a caso, uno dei principi che ispiravano alcuni esponenti del sionismo ruotava intorno all’idea che non ci si sarebbe più fatti ammazzare, che alle prossime minacce o violenze si sarebbe risposto con la forza. Never again può essere declinato anche come un’assunzione della responsabilità dell’autodifesa contro l’esterno. “Gli ebrei vi piacciono solo se son morti, mai se vogliono vivere”.

Il sionismo è anche questo. Volere uno Stato-nazione è anche questo: dato che nessuno ci ha protetto, ora ci proteggiamo da soli. E magari attacchiamo anche. La logica dello Stato-nazione costringe a un certo grado di violenza. La solidificazione di un popolo in uno Stato porta a istituzionalizzare la violenza rendendola legittima. E monopolizzandola.

Il cosiddetto “nazismo” delle vittime

In alcuni contesti, e in particolare durante il Giorno della memoria, si tende a ribaltare il nazismo contro gli ebrei in nazismo degli ebrei israeliani. La storia di questa scorciatoia intellettuale è lunga. Si pensi, ad esempio, alla lettera privata di Italo Calvino a Franco Fortini in cui scrisse che in Israele le vittime si erano fatte carnefici. Edgar Morin, in un intervento tradotto da Repubblicaen passant, ha scritto la stessa cosa, pur se all’interno di un ragionamento complessivamente condivisibile.

Per vari ordini di ragione questa mossa è infame. Sgomberiamo il campo dalla prima obiezione, che recita così: “Ma l’accusa di nazismo è rivolta agli israeliani, non agli ebrei!”. Si dà infatti il caso che la maggioranza che opprime i palestinesi in Israele-Palestina sia qualificata come ebraica. Ebrei e israeliani sono insiemi distinti ma, in alcune conformazioni, sovrapponibili.

Non conta qui valutare se gli ebrei siano un popolo o meno – non esistono i popoli in generale, essendo sempre astrazioni selettive determinate ex post e solidificatesi attraverso rituali e istituzioni pubbliche. Conta ricordare che quella ebraica è un’identità che non riguarda solo l’appartenenza religiosa, ma anche altri elementi. Posto che non esistono mai identità dotate della qualità dell’univocità, l’identità ebraica è specificamente complessa rispetto agli elementi che solitamente si usano per definirla, trovandosi a cavallo tra religione e cultura, essendo stata geograficamente dispersa e linguisticamente eterogenea.

Una seconda obiezione potrebbe essere: “Ma è il governo di Israele a essere nazista non gli israeliani”. Ma, legittimamente, si potrebbe arrivare a dire che non fu la Germania nella sua totalità complessiva a essere nazista. Sono maggioranze, sono le istituzioni, sono i governi, sono i soggetti che esercitano la violenza legittima a essere imputabili. E però quindi si pone il tema del rapporto tra le varie componenti di una società, così come delle varie forme di partecipazione, consenso e complicità. Questa obiezione ha più valore.

Tuttavia la questione rimane. Anche qualificando il governo, e volendo buona parte della società israeliana, come fascista – termine, eventualmente, più appropriato, e, per quanto mi riguarda, condivisibile a patto che si usi lo stesso metro con le nostre società europee infestate dalle destre radicali –, il problema del confine tra la responsabilità individuale e collettiva rimane.
Ma gli ebrei contro l’occupazione nella diaspora e in Israele non sono dissenzienti verso un’identità, un’essenza intrinsecamente maligna, ma verso una specifica conformazione istituzionale-politica, storica, data. Non si oppongono a degli ebrei carnefici in fedeltà alla vecchia identità di vittime. Scelgono politicamente che fare. Questo è ciò che conta, non le metafisiche delle identità collettive.

Così come c’è una questione temporale e logica: ci si potrebbe chiedere infatti in che modo sei milioni di morti potrebbero essere ritenuti responsabili per l’attuale massacro a Gaza, i pogrom in Cisgiordania e i decenni di occupazione ai danni palestinesi.
O se ci siano vantaggi a stabilire se esistano popoli sempre innocenti, o sempre colpevoli.
Sembrerebbe piuttosto che la traiettoria storica non riguardi popoli ma, eventualmente, altri aggregati. E, soprattutto, che non abbia nessuna teleologia.

Inoltre, se sei milioni di ebrei sono stati massacrati in Europa, non sarebbe forse il caso di chiedersi quale dovrebbe essere il soggetto che dovrebbe interrogarsi il 27 gennaio – e magari più frequentemente anche in altre date, o, addirittura, quotidianamente? La Shoah è un problema europeo: ricordarla non è un tributo agli ebrei.

Certo, anche qui, si potrebbe dire: ma che responsabilità hanno gli europei contemporanei di quanto avvenuto nel passato? Posto lo stesso tema distintivo, tra responsabilità individuale e collettiva, si potrebbero avanzare alcune differenze. Le istituzioni europee non si sono completamente de-fascistizzate da un lato – su questo si guardi, per un Giorno della memoria senza Schindler’s list, il grande film di Jean Marie Straub Solo violenza può dove violenza regna –, il razzismo non è stato estirpato (al contrario) e, dall’altro, forme di fascismo si ripropongono, sia in senso lato, sia specificamente con soggetti che vengono da quella storia politica che oggi siedono ai vertici delle istituzioni.

Non serve usare la Giornata della memoria contro gli ebrei, perché “le vittime” non sono tali al fine di imparare una lezione. E qualora esistesse una categoria eterna delle vittime, comunque si potrebbe confidare abbastanza tranquillamente sul fatto che tendenzialmente da esperienze come la Shoah – o dal colonialismo, per pensare ad altri eventi di violenza di massa istituzionalizzata – non si traggono lezioni.
Usiamo questo ricordo per interrogarci su come interrompere razzismo e violenza, qui e altrove, senza accollare in modo razzista il fardello della memoria solo a un segmento della società – gli ebrei – rimproverandolo per farne un uso sbagliato.

Per tornare a quanto scrivono D’Andrea e Badii: “Parlare di una unicità della Shoah, o stabilire che esistono sterminatori più crudeli di altri e forme di male politico più estreme di altre non equivale, quindi, a garantire «esclusività» al dolore delle vittime di questo specifico sterminio, e non implica alcuna relativizzazione o, addirittura, giustificazione”.

Bruno Montesano
Dottorando in Mutamento sociale e politico (UniTo/UniFi), ha studiato alla School of Oriental and African Studies (Soas) di Londra. Si occupa del rapporto tra razzismo, economia e cittadinanza. Collabora con la rivista “Gli Asini”, con “il manifesto” e altre testate e progetti giornalistici.

Giornata della Memoria – Ferrara e Carla Neppi Sadun il 29 gennaio alla Sala Estense

Carla Neppi Sadun, una bambina scampata alla deportazione in prima visione su Rai Storia oggi 27 gennaio alle 18:40. Ospite a Ferrara, alla Sala Estense il 29 gennaio alle 10:00.

Ferrara e la storia di Carla Neppi Sadun saranno protagoniste oggi, 27 gennaio alle 18:40, in prima visione su Rai Storia, in occasione del Giorno della Memoria. Uno degli ultimi testimoni diretti della persecuzione antiebraica, iniziata con le leggi razziali fasciste del 1938, sarà al centro de “Le leggi razziali. Una storia ferrarese” di Andrea Orbicciani, regia di Pasquale D’Aiello.

“La puntata di Rai Storia, che avrà al centro la storia di questa donna ferrarese, appena una bambina quando scampò la deportazione, sarà un importantissimo tassello che si inserisce nelle ricorrenze che il 27 gennaio commemorano le vittime dell’olocausto, cui la città di Ferrara, anche quest’anno, aderisce con sentita e attenta partecipazione”, così il sindaco di Ferrara che ricorda anche come la città accoglierà Carla Neppi Sadun il 29 gennaio, ospite alla Sala Estense per raccontare la sua vicenda  e incontrare le scuole del territorio (“Cinque Storie in cinque oggetti”, lunedì ore 10, organizzato dal Meis e dall’Istituto di storia contemporanea).

Carla Neppi Sadun, all’epoca, aveva sette anni e abitava a Ferrara. Da qui, nel 1943, fu costretta a fuggire con tutta la famiglia per evitare la deportazione, nascondendosi in uno sperduto villaggio dell’appennino emiliano. Racconta le proprie vicissitudini e quelle dei suoi familiari, ripercorrendo i luoghi della città dove ha trascorso l’infanzia: la casa paterna dove hanno dimorato sette generazioni della sua grande famiglia; la piccola scuola ebraica nell’antico ghetto di Ferrara, dove ha potuto proseguire gli studi dopo essere stata cacciata dalla scuola elementare statale vietata agli ebrei; la sinagoga tedesca frequentata dalla sua famiglia, che nel 1941 fu devastata dai fascisti, che bruciarono i libri sacri. E ancora, il suggestivo cimitero ebraico della città, dove riposano quasi tutti i suoi familiari, tranne la zia Olga e lo zio Gino Emanuele, affermato medico di Milano, entrambi arrestati dai nazifascisti, per essere poi deportati e uccisi ad Auschwitz. Completano il racconto le voci della storica Anna Foa e di Amedeo Spagnoletto, direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS) di Ferrara, importante punto di riferimento per la trasmissione della storia e della cultura ebraica in Italia.

Alcune immagini durante le riprese con Carla Neppi Sadun per lo speciale di Rai Storia, avvenute a Ferrara, e foto d’archivio della facciata esterna della sinagoga di via Mazzini a Ferrara.

 

presto di mattina. il mondo storpiato

Presto di mattina /
Il mondo storpiato

Presto di mattina. Il mondo storpiato

Un mondo storpiato

Prova a cantare il mondo storpiato.
Ricorda di giugno le lunghe giornate
e le fragole, le gocce di vin rosé,
e le ortiche implacabili a coprire
le dimore lasciate dagli esuli.
Devi cantare questo mondo storpiato.
Hai visto navi e yacht eleganti
Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,
ad attendere altri era solo il nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare da nessuna parte,
hai sentito cantare di gioia i carnefici.
Dovresti cantare il mondo storpiato».
Canta il mondo storpiato
e la penna grigia perduta dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.
(Adam Zagajewski, Prova a cantare un mondo storpiato, Interlinea, Novara 2019, 95).

Per il poeta e scrittore polacco Zagajewski (1945-2021) poesia è come «un volto umano, un oggetto che può essere misurato, descritto, catalogato, ma è anche un appello» (ivi, 9).

Appello a non tradire la memoria perché sarebbe un tradire anche la memoria di tutte le vittime di oggi: il tradimento della memoria è il silenzio.

In un’intervista ad Avvenire il 23 ottobre 2019 alla domanda in che misura egli sia stato segnato dalla tragedia della guerra, sebbene sia nato nel ’45, risponde: «Oh sì, è vero. La Shoah, il massacro di ebrei europei che ha avuto luogo principalmente nel territorio polacco, mi perseguita di continuo. Le immagini di bambini ebrei portati nei campi di sterminio sono insopportabili e il tempo non fa nulla per ammorbidirlo. Sono nato un mese dopo che le macchine della morte in Europa fossero arrestate, quindi l’ho sempre considerato una specie di eredità difficile».

Un piccolo popolo scrive a Dio

«Tutto è cominciato con i treni. Perché avranno inventato la macchina a vapore, la locomotiva e la ferrovia? Perché? Ne avevano davvero bisogno? Non bastavano le diligenze? Non si poteva andare a piedi, dormendo su balle di fieno e bevendo acqua di fonte? Il cavallo non è forse una creatura perfetta, forte e paziente? I nostri pittori amavano ritrarre cavalli, in riposo o in corsa.

Le prime ferrovie potevano sembrare un idillio: minuscole stazioni rischiarate da lampioni a gas, il capostazione con la sua bella divisa pulita e ben stirata, i cassieri baffuti, i ritratti di imperatori assonnati. Ma c’erano anche degli osservatori avveduti. Il famoso quadro di Turner che raffigura un treno in corsa cela in sé fascinazione e spavento insieme.

Allora non si poteva ancora prevedere la cosa più importante. Non si poteva intuire a che sarebbero serviti i treni, quale fosse la loro funzione principale, ma ancora nascosta. Perché i treni servono a deportare le piccole etnie. È difficile farlo in diligenza. Il carro che condusse Maria Antonietta alla ghigliottina non avrebbe potuto contenere tutta una nazione. Le carrozze servivano a portar via giusto un pugno di filomati (amanti dell’apprendimento) semiassiderati.

I treni invece! I vagoni merci o quelli bestiame si prestano perfettamente a deportare grandi masse umane. E così è stato. La macchina a vapore ha svelato le sue più segrete potenzialità solo in tempi relativamente recenti. Forse noi non siamo un popolo piccolissimo.

Ma la definizione può anche essere ribaltata: piccolo è quel popolo che può essere contenuto in vagoni merci. Piccolo e debole. Che lì dentro soffoca per mancanza d’aria. Ti risparmiamo i particolari. Pianti, gemiti, odio, risse, ogni tanto un flebile gesto di compassione.

Meglio non descrivere come si vive in un vagone merci. Duravano tanto, quei viaggi? Oh sì, tanto, perché i treni coprivano grandi distanze. Si fermavano spesso al semaforo, dando la precedenza ai convogli militari. Grida bestiali risuonavano nel silenzio.

Ma Ti avevamo promesso di non scendere nei dettagli. Bocca chiusa e pennino spuntato. A volte il viaggio durava una settimana o più. Gente ammassata. Schiacciata. Ossa contro ossa, spalla contro spalla, come in un amplesso non voluto.

Lo si poteva credere il sogno realizzato di molti nazionalisti: un concentrato di popolo, con un’unica volontà, corpo addosso a corpo, cranio contro cranio, la fine di ogni capriccio individualista. “Scrivete le vostre memorie” – consigliano loro gli amici intellettuali.

Ma come, dal momento che si tratta di cose che non si possono raccontare? Se hai spintonato via qualcuno mentre distribuivano le razioni e per questo sei riuscito a sopravvivere all’inverno, come fai a dirlo? Come fai a ricordarlo? Hanno deportato un popolo, è tornato uno sguardo.

Ci sarà sempre un posticino per uno come me, autore di sempre nuove lettere, di lagnanze e proteste. Segue firma illeggibile, una folata di vento gelido» (Un piccolo popolo scrive a Dio, in Adam Zagajewski, Tradimento, Adelphi, 2007, 128-129; 132; 136).

Prova a cantare un mondo storpiato

Nelle vie e nelle piazze aggrondate
si addensano grandine e tempesta,
eppure la luce non muore.
I poeti, invisibili come minatori,
nascosti sottoterra,
costruiscono per noi una casa:
ma loro non possono,
non possono abitarli.
(Prova a cantare un mondo storpiato, 73).

Ogni sguardo abbassato, come ogni poesia non detta, è un appello mancato: «Questo è il mio tradimento. Il silenzio» (ivi, 114).

“Occorre guarire dal silenzio” e lo si fa ogni volta che si alza lo sguardo, là dove “si addensano grandine tempesta” eppure là “la luce non muore”; là dove si osa la presa della parola fuoriesce mondo possibile perché la poesia, ci insegna Zagajewski, è ricerca della luce nelle tenebre, del suo fulgore nella caligine.

Ogni poesia, anche la più breve,
può trasformarsi in un poema che da sé deduce un mondo,
sembra che potrebbe persino esplodere,
perché ovunque si nascondono smisurate
riserve di meraviglia e ferocia e pazienti
attendono il nostro sguardo, che le può liberare
e sviluppare, come si sviluppa un fiocco di strada d’estate –
solo non sappiamo cosa prevarrà, e se il nostro ingegno
reggerà il passo di una così ricca realtà;
e quindi, per questo, ogni poesia deve parlare
della totalità del mondo; purtroppo non siamo
abbastanza attenti, le nostre bocche sono
strette e centellinano le immagini, come
l’avaro di Molière.
(Zagajewski, Guarire dal silenzio, Mondadori, Milano 2020, 33).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Meglio tardi che mai: Il Comune di Ferrara annuncia l’inizio del percorso partecipato sulla ex caserma, ma il Forum vuol vedere quando e come.

Meglio tardi che mai: il Comune di Ferrara annuncia finalmente l’inizio del percorso partecipato sulla ex caserma Pozzuolo del Friuli, ma il Forum vuol vedere quando e come.

Il Forum Ferrara Partecipata prende atto, ad un anno dalla promessa del Sindaco sollecitato anche dall’intero Consiglio Comunale, che inizierà un percorso partecipato dai cittadini per individuare soluzioni condivise per il recupero dell’ex area militare “Pozzuolo del Friuli”, in quel punto così delicato della città tra via Cisterna del Follo e via Scandiana, a fianco di Palazzina di Marfisa, di Palazzo Bonacossi, di Palazzo Schifanoia e della basilica di Santa Maria in Vado.
Lo abbiamo appreso da notizie di stampa e, ufficialmente, dalle dichiarazioni dell’Assessore all’ambiente Alessandro Balboni, pubblicate dal quotidiano municipale Cronaca Comune, in cui si dà conto dell’incarico assegnato ad una società di progettare le modalità del percorso partecipato dal basso.

Il Forum esprime soddisfazione per questo avvio, al quale ha probabilmente contribuito la mobilitazione di questi mesi, e attende fiducioso di conoscere la data di inizio del percorso e le sue modalità organizzative: da qui si potrà apprezzare la sincerità e la sollecitudine dell’amministrazione comunale nel garantire il massimo tasso di democrazia e partecipazione, che immaginiamo simile alle modalità delle “assemblee dei cittadini” ormai collaudate in alcune città italiane e in parecchie europee.

Nel frattempo il Forum proseguirà il suo presidio del venerdì mattina sotto il Volto del cavallo iniziato nel luglio scorso, avendo cura di comunicare questa novità ai tanti cittadini che chiedono informazioni. I sit-in continueranno almeno finché non verrà comunicata una data certa di inizio del percorso partecipativo.

Poliamore? Istruzioni per l’uso

Poliamore? Istruzioni per l’uso

L’odierno diritto di famiglia, nella società nordamericana e occidentale, sta confrontandosi con una pluralità di modelli e conformazioni familiari che rivendicano un riconoscimento, sia di status sociale, sia di normazione legislativa.

Restando fermo che il modello tuttora imperante, e ampiamente propagandato, è quello della famiglia eterosessuale monogamica fondata sul matrimonio, la realtà dei fatti ha dimostrato che si tratta non di una “essenza” naturale nella sua eternità, bensì, di una conformazione storica, soggetta al cambiamento.

Le coppie di fatto e same sex sono state recentemente assimilate in diversi Paesi occidentali al modello matrimoniale, mentre rimangono difficilmente codificabili due fenomeni attualmente in aumento: le famiglie unipersonali, dette anche famiglie “improprie” (i single) e le famiglie poliamorose. Tralasciando i single, che nella loro im-proprietà non aspirano a connotati matrimoniali e sono quindi scarsamente rivendicativi,  il concetto e le esperienze di poliamore avanzano, specialmente negli Stati Uniti,

Come di consueto, i prodotti culturali di importazione americana sono ovviamente imitati, anche se riveduti e corretti nella loro versione italiana, e quindi anche in Italia, si comincia parlare di poliamore: cos’è?  come si fa?

Mi sono imbattuta in questo concetto prima di tutto a livello teorico, nella sede universitaria di Feminist Studies di Coimbra, dove hanno tradotto il poliamore con un grafico con tante freccette: ogni freccia rappresentava una relazione che collegava  due individui, oltre che fra di loro, ad altre persone attraverso: durevoli legami amicali, parentali, sentimentali, sessuali (questi ultimi rigorosamente dichiarati).

La definizione accademica che mi è stata data  del complicato grafico era di “non monogamia etica”, dove sono superati di un balzo le torture delle bugie, del sospetto, del tradimento, della gelosia.  Tutto nel poliamore è dichiarato, razionalizzato e, specialmente, consensuale. La “non monogamia etica” nasce infatti in contrapposizione alla non monogamia “non etica”, detta volgarmente “tradimento”, e probabile causa del crescente numero di separazioni e divorzi a livello mondiale.
La scelta del partner è di accettare di entrare o meno nel poliamore, dove non ci sono sorprese perché tutto è preventivamente dichiarato. La premessa teorica del rapporto poliamoroso non è di possedere un valore aggiunto rispetto alla monogamia (anche seriale), ma di razionalizzare la rete di relazioni che ognuno di noi  intrattiene, senza nasconderle al partner.

Confesso che la mia principale preoccupazione, di fronte a questa rivelazione, è stata di non riuscire a disegnare il grafico, complesso nella sua conformazione come un granello di neve al microscopio. Anche chi non è in un rapporto di coppia ha infatti la sua più o meno ricca rete di relazioni, unica, irripetibile, proprio come un cristallo.

Uno dei limiti che ho subito riscontrato nel poliamore è la pianificazione delle relazioni, in contrapposizione alla fluidità e imprevedibilità che le dovrebbe contraddistinguere. Poi mi sono rassicurata pensando ai tempi di importazione dell’idea nella nostra Italia: laica a parole, ma profondamente cattolica nei fatti.
Invece ho dovuto presto ricredermi: una mia alunna di quindici anni, alla domanda su con chi vivesse, mi ha risposto:
–  “Con i miei genitori, che sono separati, ma vivono insieme, con i loro rispettivi fidanzati.” 
– “E vanno tutti d’accordo?”
– “Certo, sono amici ed escono spesso tutti insieme” .
Ho cercato di non spegnere con ulteriori domande e commenti il sorriso e lo sguardo fiducioso con cui parlava, ed ho annuito.

Recentemente la sorella di un mio amico mi ha raccontato che al primo appuntamento organizzato tramite  Tinder, il suo ipotetico nuovo partner ha dichiarato di essere in un poliamore composto da lui, la sua ex (che non era riuscito a lasciare), e da un’altra ragazza. In questo caso il poliamore le è stato presentato con i connotati di un harem, in cui il soggetto maschile intratteneva rapporti sessuali con due donne, possibilmente tre, se lei accettava. Saggiamente non ha accettato. Mentre le altre due componenti del poliamore hanno accettato di “condividere” il partner. Bisogna ammettere che come inizio di una nuova relazione, la presentazione del poliamore con queste modalità non è molto coinvolgente. Probabilmente la maggioranza delle ragazze avrebbe rifiutato.

C’è il rischio che dalla versione poliamorosa che si sta diffondendo fra i giovani scaturisca l’ennesima trappola maschilista, che giustifica la vigliaccheria di non riuscire a chiudere una relazione, aggiungendo una o più donne al rapporto insoddisfacente.

La critica a questo modello poliamoroso “in aggiunta” nasce soprattutto dalla constatazione che molte donne hanno pagato con la vita la loro decisione di interrompere una relazione che non funzionava più.
La sbandierata trasparenza del poliamore non deve essere un nascondiglio in cui, dopo aver eliminato le bugie dette agli altri, si accumulano quelle dette a se stessi, perpetuando un modello di comportamento opportunistico che aspira al massimo senza la fatica della scelta, del conflitto, della rinuncia. In questo caso in questa “non monogamia” non ci trovo niente di etico.  

Un poliamore appagante deve avere possibilmente il carattere della simmetria, come nel caso della ragazzina con i genitori separati che hanno entrambi un nuovo partner, diversamente può diventare un modello di vita subìto e fonte di sofferenza del componente che ha meno rapporti (specie sessuali)

Un’altra criticità che riscontro nel poliamore è che spesso non viene dichiarato come tale, ma con l’espressione “frequento altre persone oltre a te” . In questo caso, conseguenza specialmente dei contatti via social, diventa fondamentale la più totale reciprocità: non dare l’esclusiva sentimentale ad una persona che a sua volta non la dà.
Anche nel poliamore le donne non possono smettere di difendersi da pratiche di dominio che, anche se sembrano buttate fuori dalla porta, rientrano facilmente dalla finestra con un colpo di vento.

Storie in pellicola / Garrone vola agli Oscar

Se “Oppenheimer” fa incetta di candidature (ben 13) ai Premi Oscar 2024, edizione numero 96, a fare notizia è il nostro “Io capitano”, di Matteo Garrone, in corsa come miglior film straniero. Non sarà facile, ma tifiamo tutti per lui.

Già incluso tra i finalisti dei Golden Globe, battuto sul filo di lana dal film francese vincitore della Palma d’Oro a Cannes (“Anatomia di una caduta”), due candidature ai premi European Film Awards, “Io capitano”, di Matteo Garrone, ha vinto due premi importanti alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia: il Leone d’argento per la miglior regia e il premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente a Seydou Sarr, uno dei protagonisti della storia. Oggi il lungometraggio arriva nell’Olimpo: entra nella cinquina che concorre nella categoria miglior film straniero agli Oscar 2024, con rivali di grande calibro, Wim Wenders con “Perfect days” (Giappone), Juan Antonio Garcia Bayona con “La società della neve” (Spagna), İlker Çatak con “The teachers’ lounge” (Germania) e Jonathan Glazer con “La zona d’interesse” (Regno Unito). La sfida sarà ardua e impervia – soprattutto con Wenders – ma Garrone ha molte chances di portare a casa l’ambita statuetta. Potrebbe essere gradito ai membri dell’Academy.

Ci sono tutti gli ingredienti per piacere: il tema, la realtà, la fotografia, l’abilità tecnica, la favola, i sogni, l’avventura, l’Odissea. E ancora i buoni e i cattivi, l’amicizia, la fratellanza, i colori vivaci del Senegal che man mano sbiadiscono (e le magliette che diventano color pastello), il deserto, il mare, l’orizzonte, le piattaforme petrolifere, la terra. Tanti gesti di umanità, dignità e gentilezza in mezzo all’inferno. E, soprattutto, la scelta, le scelte.

Si esce dal cinema come se ci avessero dato un pugno allo stomaco, un po’ storditi, perché lo sconforto, la forza, l’orrore e la violenza di alcune immagini e situazioni fronteggiano momenti di bellezza, di grande umanità, tenerezza e grazia.

La sinossi di “Io capitano” lo descrive come “una fiaba omerica che racconta il viaggio avventuroso di due giovani, Seydou e Moussa, che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, i pericoli del mare e le ambiguità dell’essere umano”. Tutto, in questa coproduzione italo-belga girata per 13 settimane fra Africa ed Europa, parla di vita. Di realtà, di crescita, evoluzione e speranza.

Set nel deserto, foto ARRI

Tratto dai racconti di molti immigrati che hanno fatto lo stesso percorso, il film nasce da un’idea del regista sceneggiata insieme a Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e a Massimo Ceccherini, che già aveva affiancato Garrone alla scrittura di “Pinocchio”. A dirigere la fotografia il bravissimo Paolo Carnera.

Per la precisione, l’ispirazione arriva dalla storia vera di Mamadou Kouassi Pli Adama, immigrato ivoriano arrivato dalla Libia su un gommone in Italia, oggi attivista e leader del Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta e del Centro Sociale ‘Ex Canapificio’: “quanti morti che ho visto davanti a me…”, ha detto, emozionato per tale candidatura, “sono la voce di chi non ce l’ha fatta”.

“Sono partito da un’immagine, quella che poi è diventata la scena finale del film. Parto sempre da un’immagine nei miei film”, racconta il regista. La storia del film comincia, però, diversi anni fa: un amico del regista, che gestisce un centro di accoglienza in Sicilia, gli aveva raccontato la vicenda di un minorenne, Fofana Amara, che aveva portato in salvo centinaia di persone su un’imbarcazione partita dalla Libia, ma una volta in Italia era stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed era finito in carcere per sei mesi, un reato per cui oggi in Italia si rischia fino a trent’anni. “Mi aveva colpito la vicenda di questo ragazzo, me lo sono immaginato come poi ho mostrato nella scena finale del film”, dice. Per arrivare a girare, però ci ha messo anni, anche per la raccolta di testimonianze e materiale fotografico, oltre sei mesi per scrivere la sceneggiatura: “Ero pieno di dubbi”, continua, “temevo la retorica, oppure che il mio sguardo potesse essere inadeguato a raccontare questa storia, che potesse sembrare il tentativo di speculare sulla sofferenza degli altri; invece, poi a un certo punto ho sentito che il film era maturo, è come se avesse scelto me. Ho avuto la necessità di girarlo”. “Ogni pezzetto del film è legato al racconto di qualcosa realmente avvenuto”, confessa.

Seydou Sarr, foto ARRI

Molto interessante la lettura della critica Paola Casella, secondo la quale “in un certo senso Garrone fa cominciare il suo racconto dal suo film precedente, perché i due protagonisti Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall) sono Pinocchio e Lucignolo in partenza per il Paese dei Balocchi, circondati da gatti e volpi pronti a predare sulla loro ingenuità”. In effetti, quella dimensione onirica la si ritrova anche in alcune scene come quella in cui Seydou è costretto ad abbandonare nel deserto una donna che non ce la fa più a camminare e che muore tra le sue braccia e lei vola, sulle ali del vento. O nello spirito che porta Seydou a rendere visita alla madre che dorme.

Nel deserto, foto ARRI

Il film è in parte epico, è un viaggio scelto e voluto da due ragazzi sfrontati e impavidi che sognano la musica, un ‘road movie’ che parla di passaggio all’età adulta, di separazione traumatica da origini, radici e affetti, di sfida con sé stessi, di pericolo di perdersi e di soccombere. Lo stesso Garrone confessa di aver pensato a “Pinocchio” ma anche all’“Isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson e a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad.

Tranne qualche parte in francese e italiano, il regista ha, sorprendentemente, diretto il film in Wolof, la lingua madre del 40 per cento dei senegalesi, pur non parlandola, facendosi quindi aiutare dagli interpreti e raccontando, ogni mattina, agli attori, che non avevano mai letto la sceneggiatura, cosa sarebbe successo sul set. Da queste spiegazioni loro interpretavano, con delicatezza, bravura, dedizione, serietà e ironia.

In sequenza, foto ARRI

A piacere è il fatto che questo film, che affianca sonorità africane e rock, non è il racconto di un viaggio in fuga dalla miseria e dalla fame, ma una scelta autonoma di avventurarsi oltre il Mediterraneo. Un viaggio ‘di conoscenza’ verso il sogno precluso chiamato Europa, un viaggio alla scoperta del mondo al quale la madre di Seydou è assolutamente contraria, tanto da averglielo vietato: “Devi respirare la stessa aria che respiro io”, nel tentativo di proteggere lui dai pericoli e sé stessa dalla sua perdita.

“Io capitano” è soprattutto una parabola sulla necessità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e scelte, incarnata nella figura nobile di Seydou che, invece di pensare solo alla propria sopravvivenza, si fa carico degli altri, fino a portare con sé anche il loro ricordo di chi non è arrivato alla meta.

Empatico, autentico, commovente, bellissimo.

In bocca al lupo, allora, Matteo, di cuore, e Ad maiora.

 

Io capitano, di Matteo Garrone, con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi, Doodou Sagna, Italia, Belgio, 2023, 121 minuti.

Foto in evidenza di Greta de Lazzaris

Dal 29 gennaio su Sky Cinema e NOW

diario in pubblico parlare come mangiare

Diario in pubblico /
Parlare come mangiare

Diario in pubblico. Parlare come mangiare

Se dovessimo controllare il lessico che imperversa nella radio e nella televisione saremmo presi da sconforto, in quanto non si tratta di un rinnovamento della parola, renovatio verbis, quanto di un distorcimento della pronuncia e del significato.

Se ai miei tempi suonava già fastidiosa l’aspirazione consonantica toscana, ovvero la gorgia, o la trasformazione laziale della in b, o la trasformata in essce dell’Emilia-Romagna e via pronunciando, ora la dizione trascura e contorce non solo le ormai acclarate “deformazioni” proprie a una regione linguistica, ma ne inventa altre con la suggestione della scrittura usata nei social.

Sono poi imperanti parole che si ripetono ossessivamente prima fra tutte Percorso, la cui pronuncia va da Percorzo a Percorscio, o l’ossessivo Whow pronunciato da una massa di inintelligenti di fronte alla trionfante entrata di una bambolotta da social.

Non si vuole qui sottolineare quanto ormai sia travolta la lingua dai nuovi mezzi di comunicazione, ma come ormai sia inaffidabile, salvo per una cerchia sempre più ristretta, l’uso e l’abuso, non solo di nuovi termini, ma della stessa concezione della lingua nazionale.

È ormai evidente come il dilagare dell’anglomania abbia prodotto una deformazione mondiale dell’uso della lingua. Ma con diverse condizioni rispetto a quelle che nei secoli scorsi produssero il passaggio dal latino al volgare e soprattutto l’adozione del francese, come espressività universale dal diciottesimo secolo in poi.

Sembra quasi che l’uso della lingua sia un prodotto commestibile: si parla come si mangia. In tal modo la lingua si adatta, ad esempio ai nuovi gusti e mistioni. Vedi la pizza all’ananas o i cocktails con le foglie d’oro.

Un esempio lampante si raccoglie nella nostra città, a sentire come si esprimono gli “umarel” presenti in piazza. Sconvolgente. Si pensi ancora alle interviste che si fanno a testimoni di delitti o violenze. Impressionanti proprio dal punto di vista espressivo. Peggio ancora la lingua dei giovani che prepotentemente entra anche nelle scuole, costringendo gli insegnanti ad accettare quell’eloquio.

Non si pensi che questa nota nasca come sfogo del barboso docente, ma invece è indotta proprio dall’attenzione prestata alla lingua dei mezzi di comunicazione.

E a mio parere meglio allora adottare il dialetto che sdraiarsi su questa lingua finta.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Ferrara: Parte la Coalizione per battere la destra

Liberiamo Ferrara! Parte la Coalizione per battere la destra. Anna Zonari è Candidata Sindaca.

Domenica 28 gennaio alle 9,30 si terrà una assemblea pubblica promossa da La Comune di Ferrara, a cui parteciperanno anche le forze politiche e la società civile che si riconoscono nella “traccia condivisa” per un programma elettorale. L’incontro si svolge presso la Sala macchine di Grisù, in via Poledrelli.


Come è noto, La Comune di Ferrara ha avviato da mesi un percorso in tre tappe, attraverso metodi e strumenti partecipativi reali, perché sia la società civile parte attiva nella stesura dei programmi e nella scelta dei candidati alle elezioni amministrative del 2024.

Nella prima tappa di novembre sono state individuate le cinque direzioni principali per costruire un programma elettorale. È la “traccia condivisa”, ancora aperta ad altri contributi:

– decarbonizzazione e rigenerazione urbana,


– Beni Comuni da riconquistare,


– strumenti di democrazia partecipata,


– una cultura grande come una città,


– welfare di comunità diritti e cittadinanza.


Nella seconda tappa di dicembre si sono raccolte le prime disponibilità di cittadini/e a rendersi protagonisti attivi della campagna elettorale.


Nella terza tappa di domenica 28 gennaio, sempre aperta a tutti i cittadini, La Comune di Ferrara presenterà la candidatura a sindaca di Anna Zonari.


All’ingresso della Sala macchine di Grisù è previsto un tavolo di accoglienza: per gustare le bevande si prega di portare la propria tazza.

 

Rigenerazione Urbana e Città Decarbonizzata:
riflessioni per governo democratico di Ferrara

RIGENERAZIONE GENTRIFICATA, CITTÀ DECARBONIZZATA, SENSO COMUNE:
RIFLESSIONI PER UN’AZIONE DI GOVERNO A FERRARA

I progetti di rigenerazione urbana riguardano di norma una “parte” di città, ad esempio un’area industriale dismessa, uno scalo ferroviario non più utilizzato, un’area militare abbandonata o altre situazioni simili. Al contrario la riflessione sulla città decarbonizzata o sulla città della transizione ecologica, si rivolge al “tutto”. Una strategia complessa, incentrata sulla rigenerazione urbana, sul blocco del consumo di suolo, sulla decarbonizzazione dovrebbe quindi associare la “parte” e il “tutto”.

Oggi invece si tende a spacciare come “tutto” quello che avviene o si propone per una “parte”, dandogli un significato olistico, non riscontrabile nei fatti, anche perché i vantaggi dell’azione rigenerativa sono selettivi, non riguardano tutti (es. la gentrificazione di un’area urbana, un tempo marginale, che porta alla sostituzione della popolazione residente).

Non esiste dunque un atto rigenerativo al di fuori di una strategia condivisa (che non significa che tutti sono d’accordo). Un progetto rigenerativo trova senso solo dentro una politica urbana, in grado di gestire i processi trasformativi, cercando di bilanciare gli effetti sociali indotti dal valore, a mio parere non negoziabile, del diritto alla città per tutti.

Disuguaglianze urbane e gentrificazione

Se non si opera seguendo questa prospettiva, il rischio è che le azioni rigenerative siano selettive, perché quando si risana un quartiere popolare i valori immobiliari cambiano. Si generano dei processi di espulsione della popolazione meno abbiente verso le parti più esterne della città che, se non dotate di un efficiente sistema di mobilità pubblica, determinano, per chi vi abita, una situazione sfavorevole ambientalmente (ricorso necessario all’auto privata) e socialmente (marginalizzazione della componente economicamente più debole della popolazione).

L’esperienza ci racconta che il recupero dei bacini portuali dell’East London, la rigenerazione delle aree portuali di Boston o Brooklyn, quello degli scali ferroviari di Milano o Londra, per giungere anche a Copenaghen, modello di città eco-sostenibile, frequentemente rafforzano le disuguaglianze urbane.

Interventi quali: creazione di nuovi parchi e aumento degli alberi in città, riqualificazione dei waterfront, mitigazione delle isole di calore, ridisegno degli spazi pubblici anche per gestire gli effetti indotti dalle acque piovane, recupero di vecchi edifici esistenti per trasformarli in uno studentato o in una attrezzatura pubblica, interventi per la mobilità sostenibile, fanno parte di quelle azioni di adattamento che normalmente ritroviamo nei progetti di rigenerazione urbana.

Essi hanno certamente un effetto positivo sulla transizione ecologica, ma scatenano anche investimenti finanziari e immobiliari di lusso che generano disuguaglianze e allontanano sempre più i cittadini a basso reddito. Solamente una strategia fondata su “valori non negoziabili”, da definire all’interno di un processo partecipativo con le comunità locali, può dare un senso ampio e condiviso a quelle azioni.

Diversamente il rischio è quello di una rigenerazione neoliberista fondata sulla egemonia delle rendite immobiliari che producono gentrificazione, che a sua volta, a cascata, determina la necessità di introdurre forme di privatizzazione o semi-privatizzazione dello spazio urbano.

Un esempio storico è l’impossibilità di accedere alle spiagge demaniali perché impropriamente privatizzate dai titolari delle concessioni, ma anche l’impossibilità di sedersi su di una panchina pubblica, perché tolte per favorire la distesa dei dehors delle attività commerciali e impedire il “bivaccamento“, o ancora il rafforzamento di dinamiche di segregazione (quartieri di edilizia pubblica in degrado) e auto-segregazione (gated communities dove risiede l’élite) socio-economica.

Va quindi evitato che la città della transizione ecologica slitti verso una eco-gentrificazione trasformata in strumento di esclusione o espulsione. Un esempio, l’idea della “città dei 15 minuti” (che sessant’anni fa i progetti dell’Ina-Casa avevano ben chiara) diventa in questa prospettiva una retorica, che può diventare azione concreta solo nelle parti rigenerate, dove un certo tipo di commercio di prossimità e di servizi alla persona sono possibili grazie alle condizioni economiche dei residenti. Per gli altri rimangono gli ipermercati, i centri commerciali, che continuano a crescere come funghi nelle aree periurbane, rendendo difficile il ricorso ad una mobilità non incentrata sull’automobile privata.

Alcuni esempi: Vienna e Copenaghen.

Anche esempi ecologicamente virtuosi come Copenaghen andrebbero riletti criticamente, come dimostrano le vicende de Mjølnerparken, un quartiere operaio ed etnico dove vivono 1.600 residenti in gran parte di origine “non-occidentale” (nuova categoria classificatoria introdotta nel dibattito danese) destinato a scomparire sotto la spinta della rigenerazione “gentrificata”.

In Europa ci sono però anche esperienze come Vienna, che potremmo considerare la capitale europea dell’edilizia sociale. La città vanta una lunga tradizione in questo senso e oggi il 42% della popolazione vive in affitto in alloggi sovvenzionati o a canone calmierato, gestiti da associazioni edilizie senza scopo di lucro, sovvenzionate con fondi pubblici, e questi alloggi non sono necessariamente destinati solo ai gruppi più poveri e marginali.

Questo non significa che le politiche neoliberiste che in Europa (non solo ovviamente) caratterizzano la trasformazione delle città dagli anni Ottanta, non siano arrivate a Vienna. Anzi le pressioni del mercato privato diventano sempre più forti. Ma la municipalità sta contrastando queste dinamiche, costruendo nuovi quartieri pubblici, ricorrendo alle grandi riserve di terreni edificabili di cui dispone.

Questo le permette di esercitare un certo controllo sul mercato, influenzando anche la qualità di ciò che si costruisce in termini di processo e progetto, ponendo regole agli imprenditori immobiliari e non subendole, come accede spesso nei processi di rigenerazione, dove i comuni si limitano al ruolo di facilitatori di progetti privati.

Ferrara e rigenerazione urbana: progetti e problemi

Anche a Ferrara sarebbe opportuno che i progetti di rigenerazione urbana proposti, la trasformazione degli edifici dismessi in studentati, la discussione sul rafforzamento della mobilità 30, la trasformazione discutibile a parcheggio delle mura sud (con annesso discount in via di costruzione), fossero collocati dentro una strategia.

Abbiamo un esempio di buona pratica nel primo recupero delle Corti di Medoro (e non si capisce perché non sia stato preso a modello per il Feris), esistono inoltre i documenti di programmazione come il PUG o il PUMS, ma spesso sono “quaderni” di buone intenzioni, che possono dare vita a progetti di natura completamente diversa, dipende da che parte si tira la coperta.

I progetti in corso oggi evidenziano chiaramente un ambientalismo di facciata. La volontà reale di andare in una direzione o nell’altra emerge dalla valutazione di ciò che una città sta facendo, dai progetti che si stanno portando avanti e le dichiarazioni del sindaco di Ferrara e della sua giunta sui problemi della casa, della mobilità, sui grandi eventi che si stanno programmando nel parco Bassani e in Piazza Trento e Trieste, che si leggono sulla stampa, vanno in una direzione che rendono vuote di significato le belle intenzioni dichiarate nei documenti di pianificazione.

Pensare Ferrara come una città che progressivamente dovrà decarbonizzarsi, ma che nel frattempo può lavorare per diventare una “Città Parco” e una “Città Campus”, significa definire delle finalità che inquadrano una strategia al cui interno vanno inquadrate le azioni che definivo sopra, ma anche le risposte a problemi quotidiani quali:

  • i rifiuti dilaganti;
  • la mobilità e la sosta selvaggia;
  • lo stato dei marciapiedi e delle piste ciclabili;
  • l’inadeguatezza del trasporto pubblico;
  • la crisi abitativa;
  • la violenza che si riscontra nelle strade della città (alla faccia della sicurezza) anche nelle relazioni interpersonali che hanno bandito la gentilezza e la cortesia;
  • gli allagamenti delle strade, quando piove intensamente;
  • la pessima qualità dell’aria nonostante tutti gli alberi piantati;
  • il calo del turismo e in particolare di qualità (per intenderci quello straniero, che spende);
  • l’economia che stenta e il nostro essere sempre fanalino di coda nelle classifiche sulla qualità;
  • lo spacciare l’apertura di supermercati come rigenerazione urbana mentre nel PUG si dichiara la città di 15 minuti;
  • il degrado dell’area di Darsena city lungo il Burana;
  • il perseguire una idea di città-prigione e segregazionista, invece di puntare verso una politica inclusiva sui migranti che avrebbe anche, in prospettiva, importanti ricadute economiche per la città e il paese;
  • infine, ma non da ultimo il razzismo latente che si respira in città.

Ferrara: progettazione urbana e governo democratico della città.

Qualcuno si è mai interrogato sulla qualità urbana delle entrate a Ferrara (città Unesco per la qualità del suo progetto urbanistico storico)? In particolare, da Via Bologna, da Via Modena e da Via Ravenna?

Come la gran parte delle periferie urbane, anche la nostra si presenta come insieme di contrasti e conflitti, di frammenti e interruzioni, di brutti edifici finiti e altri che lo diventeranno appena completati, di retri di capannoni con depositi di rifiuti affacciati sulle vie principali.

Strade cariche di auto, che vanno a passo d’uomo in molte fasce orarie, che riversano i loro gas di scarico in una atmosfera che le statistiche ci dicono essere una delle peggiori del paese. Auto che vagano alla ricerca di un parcheggio il più vicino possibile a dove si deve andare, visto che gli è concesso. Insomma, un paesaggio urbano dissonante rispetto ad una città storica, ricca, articolata ma minacciata da usi impropri.

Forse per chi governa oggi questa città la democrazia si identifica con la libertà di fare ciò che si vuole e non si identifica in un sistema organizzato di regole che tutti devono approvare e rispettare, dopo averle discusse e condivise. La libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono, perché quando si fa ciò che le leggi (o le regole) proibiscono non c’è più libertà, prevale la condizione homo homini lupus.

Quindi se fai notare a un signore di mezza età e al suo giovane figlio che, scendendo dal loro SUV, gettano degli scatoloni ai piedi di un cassonetto, che quei cartoni vanno piegati e posti dentro il cassonetto o portati in discarica, ti senti rispondere che loro fanno quello che vogliono. E se fai presente alla signora che se parcheggia in zona ciclo-pedonale, in terza fila o sul marciapiede, la sua auto impedisce il passaggio alle persone che camminano, ti risponde di non rompere i c……i.

Poi arrivato al caffè, dove a volte ti siedi per bere qualcosa, senti una anziana signora che racconta all’amica che è la prima volta che esce dopo un anno, perché è stata travolta da un monopattino e l’hanno operata alla schiena, o se ti affacci alla finestra di casa vedi un signore in bicicletta volare dopo l’impatto con un’auto in accelerazione nell’incrocio tra Corso Isonzo e le vie Garibaldi e Cassoli.

Mi si dirà sono comportamenti individuali, non è responsabilità dell’amministrazione pubblica, certo ma quando i comportamenti individuali scorretti diventano ricorrenti significa che qualcosa non funziona nella costruzione del senso comune. E questo si orienta anche grazie ai comportamenti delle persone che hanno rilevanza pubblica.

Papa Francesco nei suoi testi consacrati alla crisi ambientale ci ricorda che ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo. Dagli articoli letti in questi ultimi tempi su temi quali CPR, problema dell’abitazione sociale, mobilità urbana l’impressione è che la strada che si intende tracciare sia alquanto diseducativa, in particolare se promossa da persone che ricoprono ruoli istituzionali.

Diseducativa perché non si stimola il confronto aperto e franco sulle questioni in gioco, nelle quali si è in disaccordo ma, al contrario, si denigra e si delegittimano gli interlocutori. Quindi la domanda per le prossime elezioni da rivolgere ai candidati non riguarderà solo le politiche, i progetti e quindi i programmi (che prima o poi conosceremo!) che si intendono attuare, ma anche come si intende governare: condividendo e includendo o comandando e denigrando?

Cover: Murales in una periferia urbana (foto di Romeo Farinella)

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, clicca sul nome dell’autore

Con “Il potere di tutti” di Aldo Capitini si apre il ciclo di incontri “Libri per la pace”:
Venerdì 26 gennaio alle 16 alla Sala Polivalente del Grattacielo

Venerdì 26 gennaio alle 16,00 presso la Sala Polivalente del Grattacielo, si apre il ciclo di incontri “Libri per la pace” con “Il potere di tutti” di Aldo Capitini. Ne parliamo con Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento. 

 “La pace è un problema troppo importante oggi per lasciarlo nelle mani dei governanti e dei diplomatici”.  (Aldo Capitini)

Queste parole, di estrema attualità mentre si accendono focolai di guerra in diversi luoghi del pianeta neppure troppo lontani dall’Unione Europea, sono state scritte esattamente sessant’anni fa, nel 1964, da Aldo Capitini, in uno dei suoi ultimi libri intitolato “Il potere di tutti”.

È questo il primo testo preso in esame dal ciclo “Libri per la pace” proposto dal Laboratorio per la pace dell’Università di Ferrara, con un’ampia partecipazione di associazioni e realtà del territorio, che per tutto il 2024 presenterà ogni mese un libro come occasione di approfondimento.

Del “Potere di tutti” si parlerà venerdì 26 gennaio alle ore 16,00 presso la Sala Polivalente del Grattacielo, con Pasquale Pugliese, del Movimento Nonviolento, introdotto dai docenti Alfredo Mario Morelli e Giuseppe Scandurra, che coordinano il Laboratorio, e da Elena Buccoliero della redazione di Azione nonviolenta.

Il testo è una raccolta di scritti brevi elaborati negli anni 1964-68 da Aldo Capitini, filosofo e pedagogista, fondatore del Movimento Nonviolento. L’autore, che aveva avversato la dittatura fascista ed era stato per questo più volte incarcerato, in quest’opera si interroga sul tema del potere. Riconosce il passo avanti decisivo portato dalla Costituzione e dalle istituzioni democratiche, ma ritiene che anche la democrazia sia insufficiente se non sorretta dalla continua partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, in un orizzonte più ampio che chiama omnicrazia o potere di tutti. Questo è per lui il passaggio necessario per una società migliore, in cui i cittadini esercitino un controllo dal basso delle istituzioni cominciando dal locale per arrivare alle decisioni supreme, quali quelle sui rapporti internazionali.

L’attualità dei temi è palese nell’attuale situazione locale e globale. “Noi siamo convinti che le popolazioni si fidano troppo dei governi”, scrive Aldo Capitini. “La guerra è voluta, preparata e fatta scoppiare da pochi, ma questi pochi hanno in mano le leve del comando. Se c’è chi preferisce lasciarli fare, e non pensarci, divertirsi e tirare a campare, noi dobbiamo pensare agli ignari, ai piccoli, agli innocenti, al destino della civiltà, dell’educazione e della progressiva liberazione di tutti. Noi dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come le pietre”. E più avanti: “Un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo. Una ragione di più per cominciare molto presto a imparare e insegnare che il rifiuto attivo della guerra è oggi una rivoluzione”. Una rivoluzione nonviolenta.

L’incontro è promosso dal Laboratorio per la Pace e dal Laboratorio Studi Urbani dell’Università di Ferrara in collaborazione con la Biblioteca Popolare Giardino, la Rete per la pace di Ferrara e il Movimento Nonviolento di Ferrara. 

Il successivo appuntamento, organizzato insieme al Movimento Federalista Europeo, si terrà nella libreria IBS-Libraccio venerdì 2 febbraio, alle ore 17,30, presentando il testo di Francesco Ronchi “La scomparsa dei Balcani

 

Cover : Aldo Capitini – foto LaPresse Torino/Archivio storico

Parole e figure / Storia a strisce

Dal grande illustratore lituano Kęstutis Kasparavičius, capace di fondere surreale e quotidiano nelle avventure dei suoi animali antropomorfi, più umani degli uomini, un albo che unisce fantasia, humour e grazia in uno stile unico e senza tempo: “Storia a strisce”, edito da Iperborea

Una storia per tutti quelli che hanno le strisce, con tanto di armoniosa e felice famiglia zebrata e papà Zebra che svuota il frigo, perennemente affamato e indaffarato tutto il giorno a battere gli zoccoli sulla tastiera di un computer e a scacciare le mosche dallo schermo con la coda. Allora provviste siano! È davvero il momento di andare al mercato.

È una bella e piacevole mattina d’estate, perfetta per un giro al mercato. C’è chi si prepara a fare compere, chi si affretta verso casa, già carico di acquisti. Il mercato è davvero immenso, ci si può trovare di tutto, ce n’è per tutti i gusti, fra le file dei banchi colorati. Montagne di cavolfiori, verze, cavoli cappucci bianchi e rossi, insalate, spinaci, sedani, carote ed erbe aromatiche dai profumi inebrianti da far girare la testa. Ricorda un poco il mercato Trionfale romano. Perdersi è un attimo.

“Se ci perdiamo, cerca delle strisce”, dice mamma Zebra a Zebrina. Ma quando Zebrina si perde al mercato e comincia a trottare per la città, scopre che non ci sono poi così poche strisce in giro: il signor Orso con la sua cravatta a strisce, le strisce pedonali, la bacchetta strisce del vigile urbano, le calze a strisce del lavandaio Castoro, le betulle al parco cittadino dove Volpetta pota le siepi, la panchina verniciata da Coniglio che lascia strisce sulla schiena di Alce, le Tigri in spiaggia… perfino i tasti del pianoforte di Capretta e le note scritte su un foglio! Ma allora anche la musica può essere a strisce?

Che avventure, e a lieto fine (ovviamente)… Quotidiano e fantastico si fondono con una grazia unica nell’universo poetico di Kęstutis Kasparavičius. Dove perdersi per un pò.

Kęstutis Kasparavičius (1954) è il grande padre degli illustratori lituani e uno dei più rappresentativi autori del suo paese. I suoi libri si distinguono per il tratto preciso delle illustrazioni ad acquerello e per lo humor surreale e poetico delle storie che raccontano. Dopo gli studi di musica e design, dal 1984 ha illustrato più di 60 libri ed è autore di 15 libri tradotti in più di 25 lingue. Per 13 volte è stato selezionato per la Mostra degli Illustratori alla Bologna Children’s Book Fair, dove nel 1994 ha ottenuto il premio «Illustratore dell’Anno» dell’UNICEF e nel 2003 l’“Award for Excellence”. Più volte candidato all’IBBY Hans Christian Andersen Award e all’Astrid Lindgren Memorial Award, le sue opere sono state inserite nella IBBY Honor List e nei White Ravens.

Kestutis Kasparavicius, traduzione di Adriano Cerri, Storia a strisce, Iperborea, collana I miniborei, 2023, 32 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti. Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Quel che nasce sulle rovine delle stragi:
viaggio in una democrazia di carta.

Quel che nasce sulle rovine delle stragi. Dalla lotta di Mario Sanna all’amianto, al Vajont, al PFAS. Viaggio in una democrazia di carta

C’è un fungo noto perché in grado di nascere nei territori più devastati. È stato la prima forma di vita a emergere sulle macerie di Hiroshima e a Fukushima. Come riesce a vivere tra le rovine che abbiamo generato? La stessa domanda sorge incontrando la storia di Mario Sanna, che nel terremoto di Amatrice del 2016 ha visto morire il figlio Filippo di 22 anni, e di tutte le associazioni che sono nate sulle macerie delle tanti stragi italiane (Amatrice, Viareggio, Genova, Vajont, Livorno, l’amianto, il PFAS…), molte delle quali oggi raccolte nella rete Noi 9 ottobre. Nonostante le perdite violente e ingiuste, nonostante le umiliazioni di una giustizia zoppa e di una politica arrogante, lottano da anni, chi da decenni, per chiedere una società diversa. La loro lotta è già un modo di creare una società nuova. Una società nella quale, ad esempio, il concetto di prevenzione è importante almeno quanto quello di resilienza. Questo  articolo di Carlo Perazzo1 è stato scritto in solidarietà a Mario Sanna e alla rete “Noi 9 ottobre”.

Mi rivolto, dunque siamo2

Più di un anno fa la rivista Altraparola ha pubblicato un articolo che proponeva una riflessione sulla violenza del presente, esprimendo solidarietà alla lotta di un uomo, Mario Sanna, che nel terremoto di Amatrice del 2016 vide morire il figlio Filippo di 22 anni.

Al tempo Mario stava portando avanti il suo secondo sciopero della fame, strumento della sua lotta non-violenta per l’istituzione di un fondo per i familiari delle vittime del terremoto. Lo sciopero si concluse dopo dodici giorni, con la promessa da parte dell’allora governo Draghi che il fondo sarebbe stato istituito.

Se già quella promessa aveva tardato tanto ad arrivare, il cambio di governo ha di fatto azzerato i risultati ottenuti. Non dovrebbe servire, ma è utile eliminare subito ogni dubbio legato al (falso) problema della scarsità delle risorse, che quasi di riflesso fa dire a moltә che sì, un fondo per i familiari delle vittime sarebbe cosa buona e giusta, ma in tempi così critici lo Stato non può avere soldi per tutto: ribadiamo perciò che l’istituzione del fondo (40 milioni di euro, poi diventati 150 milioni includendo anche il terremoto dell’Aquila) avrebbe chiesto al governo italiano un impegno simile a quello dedicato l’anno scorso per il “bonus tv e decoder” (68 milioni di euro); molto inferiore rispetto alle spese militari, che hanno superato la cifra mostruosa dei 25 miliardi di euro, o ai sussidi che lo Stato continua a erogare alle attività inquinanti legate alle fonti fossili (41,8 miliardi di euro nel 2022)3.

Ma, come si dice, spesso al danno si somma la beffa: non solo né lo scorso governo né quello attuale hanno istituito il fondo per i familiari delle vittime, ma anzi, negli ultimi mesi agli abitanti delle zone colpite sono arrivate cartelle esattoriali con tanto di interessi, commissioni e sanzioni, legate ai tributi che lo Stato aveva sospeso a causa dell’emergenza sisma. Per di più, la Protezione civile ha deciso di chiedere alle persone un affitto per le SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza) dal 2020 al 2022 come “contributo ai costi sostenuti dallo Stato”.

Quando lo scorso 24 agosto, anniversario del terremoto, dopo le solite parole vuote e retoriche dei vari rappresentanti delle istituzioni – su tutti il ministro per la protezione civile Musumeci – Mario Sanna ha parlato a nome dei familiari delle vittime e a nome, se si può, anche delle vittime, qualcuno ha deciso di silenziare il microfono. Mario non è violento, non è offensivo, mantiene una calma che impressiona e si limita a dire quella semplice verità scomoda che lo Stato non vuole sentire e non vuole legittimare: i familiari sono stati abbandonati; le vittime sono state umiliate; lo Stato mette quotidianamente il profitto davanti alla tutela dei cittadini e poi, per gli anniversari, viene a piangere retoricamente e senza vergogna di fronte a chi piange dentro ogni giorno.

Questa è la violenza strutturale della nostra società: violenza gratuita che viene esercitata quasi in automatico; violenza burocratica, dove gli automatismi prevalgono sull’umanità; violenza politica, quando togliere tutto e anche di più, persino la voce, pone la cittadinanza in uno stato di disperazione e soggiogamento tale per cui nulla sembra davvero poter migliorare e allora è inutile combattere.

Eppure, malgrado questa violenza assurda, ci sono cittadinә che non abbassano la testa, che hanno la centratura e la forza per poter continuare a esigere la giustizia del buon senso e della nostra Costituzione, di un’etica minima senza cadere nel trabocchetto della violenza che replica violenza. Si rivoltano e nella loro rivolta ci siamo tuttә noi, volenti o nolenti, consapevoli o meno. Come diceva Camus: «nell’esperienza, assurda, la sofferenza è individuale. A principiare dal moto di rivolta, essa ha coscienza di essere collettiva, è avventura di tutti»4.

Il nostro mondo è ormai dentro una palude di assurdità e se la società, la cultura, la politica nascevano anche per trovare un senso all’assurdo dell’esistenza, oggi sono prima di tutto queste dimensioni ad alienare l’umano ponendolo in un angosciante non-senso politico. Tuttavia esistono ancora esperienze che continuano a disegnare un orizzonte diverso, dove le idee di destino comune, di relazionalità, di insieme, rappresentano le fondamenta e non qualcosa di ormai perduto per sempre sotto i colpi dell’individualismo e dell’egocentrismo.

Questo 9 ottobre, a sessant’anni precisi dalla strage del Vajont – strage di “Stato-mercato” paradigmatica per tutte quelle che avverranno dopo – Mario ha ripreso lo sciopero della fame e andrà avanti a oltranza finché la sua richiesta non sarà accolta. Sarebbe sciocco pensare che questa sia la “sua” battaglia. Si tratta, piuttosto, di mettere in gioco la cosa più evidente e immediata che si ha – forse anche la più importante – ovvero la propria vita, per un senso di dignità, di limite, di giustizia basilare che riguarda tuttә. Si tratta di dire, a un certo punto, no. Lo Stato non può fare quello che vuole, il mercato non può fare quello che vuole, c’è un limite, e è il mio corpo, la mia vita. Se si vuole schiacciare anche questo limite, se si sceglie di andare avanti in questa ingordigia di potere arrogante, strafottente e violento, ci sia almeno la costrizione a dichiararsi assassini. Può uno Stato che si dice democratico lasciar morire i suoi cittadini e le sue cittadine? Si, lo può, perché lo fa quotidianamente, pur nascondendosi ogni volta. Bene: questa volta però non può nascondersi. Se sceglie di andare avanti nella sua violenza lo dovrà fare alla luce del sole convincendo tutti e tutte che si può lasciare che un uomo rischi la propria vita così, chiedendo la più piccola delle giustizie in nome di un figlio morto a 22 anni.

Fuori da ogni retorica, dovremmo stare accanto e ringraziare Mario e tutte le persone che come lui si ribellano, perché è anche grazie alle loro silenziose rivolte che noi continuiamo a essere parte di un mondo vivo, e non semplici e miseri ingranaggi di un meccanismo senza più senso. La lotta di Mario riguarda tuttә perché se vincesse cambierebbe il futuro di tuttә quellә che domani sarebbero nelle sue condizioni e nelle condizioni di suo figlio Filippo.

La sua storia, come quella di molti altrә familiari di vittime di stragi oggi riunitә nella rete “Noi 9 ottobre”5, ci permette di alzare gli occhi al cielo, renderci conto di che consistenza è fatto il nostro mondo e lottare con forza affinché se ne possa costruire un altro migliore. Per seguire e raccontare la sua lotta https://www.facebook.com/ilsorrisodifilippo?locale=it_IT .

Lo strappo nel cielo di carta

Il fu Mattia Pascal offre un’immagine folgorante: cosa accadrebbe se, in un spettacolo di marionette, Oreste, sul punto di vendicare il padre, si accorgesse di uno strappo nel cielo di carta del teatrino in cui va in scena? Perderebbe improvvisamente ogni obiettivo e la sua azione si rivelerebbe senza senso. Gli cadrebbero le braccia: sarebbe la fine dello spettacolo e, forse, l’inizio di qualcos’altro.

Nel cielo di carta della nostra società non c’è uno strappo, ma decine di squarci tali da far crollare il teatrino intero. Cosa accadrebbe se moltә, ad un certo punto, se ne accorgessero? Case e ponti che non dovrebbero crollare; treni che non dovrebbero deragliare; acque che non dovrebbero essere inquinate; dighe che non dovrebbero essere costruite… Queste storie, queste stragi, sono gli strappi della nostra democrazia: impossibili in uno Stato di diritto, eppure inevitabili quando questo risulta assoggettato alle dinamiche del profitto.

Il paradosso è spiegato bene dal sociologo Antonello Petrillo in una ricerca sull’amianto:

«la storia dell’Isochimica appare […] incredibile, ossia incompatibile con la visione strutturata della realtà propria del nostro mondo, del nostro percepirci cittadini di un paese democratico ed economicamente progredito, dotato di un sistema giuridico evoluto e di poteri opportunamente bilanciati, pronti a intervenire nel caso di violazioni della norma e ad assicurare a ciascun individuo – se non il benessere – almeno il rispetto dei principi fondamentali di libertà e dignità della vita umana. […] appare difficile ipotizzare che un giovane cittadino italiano possa uscire di casa al mattino, alla ricerca di un lavoro, aspettandosi di incontrare […] un luogo da incubo come Isochimica… Eppure»6.

Isochimica fu la ditta che negli anni Ottanta si occupò di togliere l’amianto da gran parte dei treni italiani. Nell’Irpinia post-terremoto si presentò come la possibilità del riscatto lavorativo, assumendo 400 operai, molti appena maggiorenni, e facendoli lavorare senza protezioni, controlli e garanzie. Dovevano ritenersi fortunati di avere almeno un lavoro. Moltissimi si ammalarono e tutt’oggi si ammalano a causa dell’amianto respirato e l’inquinamento ambientale a seguito del processo di smaltimento illegale dei rifiuti tossici (interramento e abbandono) sta avendo un enorme impatto sul territorio e la cittadinanza.

Affinché “democrazia” non diventi una parola vuota, un teatrino di carta, è necessario osservare gli strappi, raccontarli, portarli in piazza, nelle scuole, dappertutto. Anche onorarli, insieme a chi lotta per non perderne la memoria, perché essi sono il termometro che indica la salute della nostra società.

Politicizzare i disastri

Sul finire degli anni Settanta una certa socio-antropologia cominciò ad interessarsi allo studio dei disastri, da quelli ambientali a quelli industriali7. L’obiettivo era di superare l’analisi tecno-centrica di questi fenomeni, legata alle scienze naturali e ingegneristiche. Si trattava di evidenziare la natura profondamente sociale e politica di tutti i disastri, di studiare il tipo di sviluppo economico e di società che avevano creato le condizioni della loro possibilità. Tutt’oggi è evidente una sorta di coazione a spostare l’attenzione sulle questioni tecniche o “naturali”: il ponte era progettato male; il monte è franato; il terremoto non può essere previsto. Affermazioni nette e apparentemente indiscutibili, che provano a chiudere il discorso appellandosi a una certa neutralità dei fatti. Ma, nel mondo umano, nulla è esclusivamente “naturale” e i fatti sono letteralmente “fatti”, cioè costruiti, frutto di dinamiche complesse in cui l’interazione umana è fondamentale. Si tratta di cambiare prospettiva e porre domande diverse: perché urbanizzare lì e proprio in quel modo? A che bisogno risponde la tale industria, la tale produzione, quel tipo di infrastruttura? Perché non dare priorità a quell’intervento di messa in sicurezza? Il terremoto – forse – è della Terra; i danni che esso produce sono inevitabilmente legati alle scelte fatte dalla società colpita.

Oggi la questione ecologica impone di superare quella forma mentis obsoleta che concepisce la “natura” come qualcosa di separato dall’umano: noi siamo la natura e l’antropocene8 ci mostra che la “natura” è in realtà piena di scelte sociali.

C’è una storia raccontata da Didier Fassin, noto esponente dell’antropologia medica, che ci aiuta a comprendere bene questa dinamica; la storia politica sociale di una patologia, il “saturnismo infantile”.

Nel 1981 alcuni pediatri di Lione raccontarono di un bambino di cinque anni con gravi e incomprensibili disturbi neurologici; dopo vari interventi notarono che il tasso di piombo nel sangue era più alto della norma e individuarono la causa nell’assorbimento di scaglie di vernice al piombo, presente nei vecchi condomini. Quattro anni dopo ci fu a Parigi un caso simile, con la differenza che un’assistente sociale si preoccupò di andare a vedere di persona le condizioni dell’appartamento in cui viveva la bimba malata, scoprendo che moltissime famiglie, povere e perlopiù provenienti dall’Africa subsahariana, abitavano in strutture terribili, a stretto contatto con le vernici al piombo incriminate, per altro fuori legge dal ’48. Dopo le prime ricerche nella zona di Parigi, il 99% dei casi gravi di questa patologia riguardava bimbә di origini africane. Esperti e specialisti della sanità francese, inizialmente scettici rispetto alla “causa vernici”, formularono ipotesi culturaliste: forse il problema era il tipo di inchiostro usato dai marabutti nello scrivere le formule coraniche, o forse il trucco delle madri. Quando non ci fu più dubbio sulle vernici al piombo, continuarono a ingegnarsi per trovare risposte culturali al problema, domandandosi come mai bimbә africanә avessero questo istinto di mangiare gli intonaci dei muri. Arrivarono persino a sostenere che si trattasse di “geofagia”, derivante dall’usanza delle madri in gravidanza di succhiare l’argilla. Questa storia emblematica evidenzia con chiarezza che quella malattia, che nel 1999 in Francia riguardava – seppur con conseguenze molto meno gravi – il 2% dei e delle bambinә, è frutto «dell’evoluzione delle politiche dell’immigrazione e della chiusura delle politiche immobiliari sociali […], un problema di sanità pubblica le cui cause sono sociali più che culturali e le cui soluzioni riguardano le questioni urbane più che quelle mediche»9. Non c’entra la natura e tantomeno la cultura; il problema è politico e sociale.

Oggi ad esempio, grazie alla battaglia di alcunә cittadinә, conosciamo il disastro sanitario legato al PFAS nel Veneto. Bimbә, ragazzә, con un alto tasso di sostanze tossiche nel sangue fortemente legate a problemi cardiovascolari, endocrini e tumorali. Non c’è nulla di naturale o di accidentale: è il frutto di uno sviluppo industriale incontrollato, di scelte politiche ed economiche precise. L’unica differenza che c’è tra la tragedia del PFAS e il saturnismo infantile in Francia, è che quest’ultimo evidenziava una profonda questione di classe: erano solo gli e le ultimissimә ad essere colpitә. Oggi il livello di nocività che il mondo capitalista produce è così alto, complesso e diffuso che tuttә, più o meno benestanti e aventi diritto, siamo colpitә.

Non sono “gli ultimi” a vivere nel Veneto degli sversamenti tossici, in una casa non a norma in zona sismica, o ad attraversare un ponte autostradale non manutentato, bensì potenzialmente tuttә. Solo l’1% può permettersi di vivere nelle enclave lontano da tutto e di viaggiare in jet privati.

Dal ’63, anno del Vajont, ad oggi, sono moltissime le stragi di natura politica e sociale, frutto di scelte di Stato e di mercatoMigliaia di persone innocenti ci indicano lo strappo nel cielo di una democrazia sempre più di carta.

Le stragi sono una lente di ingrandimento: amplificano i comportamenti impliciti delle strutture statali, delle aziende, della cittadinanza; sono fratture che permettono di svelare le contraddizioni della “normalità”. Un’antropologia delle stragi10 è uno sguardo in (almeno) due direzioni: da una parte lo “Stato-mercato” nudo, che sacrifica chi dovrebbe tutelare per gonfiare poche tasche già piene e poi si difende senza ritegno, forte della sua violenza, o fa proclami vuoti; dall’altra tutto ciò che nasce dopo, la forza di chi sa vivere tra le rovine e lotta affinché possano non esserci nuove, evitabili, macerie.

Nello specchio delle stragi: rischio, resilienza o prevenzione?

Se dagli anni Ottanta si è affermata l’idea che globalizzazione, modernizzazione industriale e tecnologica comportassero anche l’affermarsi di una “società del rischio”11, le stragi offrono la possibilità di riflettere criticamente sulla risposta pubblica a tale trasformazione.

Il concetto di resilienza è ormai di moda: nelle scienze fisiche il termine indica la proprietà di un materiale di resistere ad una forza senza spezzarsi; in quelle sociali e psicologiche la capacità di resistere e reagire a eventi traumatici o di grande intensità. Oggi è al centro delle politiche della Commissione Europea e di quelle italiane del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La resilienza, per sua natura, entra in gioco dopo lo strappo; al lato opposto, prima di esso, c’è un altro concetto importante che però non è più di moda: la prevenzione. Se la risposta pubblica al rischio non si traduce nei termini della prevenzione, dovrebbe suonare un campanello d’allarme. La resilienza è molto importante di fronte ad eventi eccezionali e imprevedibili; ma se diventa programmatica e strumento di governo, rivela che ormai l’eccezione è diventata la norma e nulla è più prevedibile. Dietro questa lettura si cela una grossa deresponsabilizzazione della politica pubblica a spese dei singoli e delle comunità: come a dire, “imparate a essere forti e a reagire agli imprevisti da cui ormai, con questo mercato, questa crisi ecologica, questi virus, noi Stati non possiamo più tutelarvi”. La differenza è sostanziale: se la prevenzione è per tuttә, la resilienza come programma politico invece ammette che si salvi solo chi ha una certa forza.

Non è un caso che il rischio e la capacità di rilanciare siano temi di mercato: un po’ come se tuttә fossimo imprenditori di noi stessә non solo economicamente, ma esistenzialmente. È l’esistenza a essere un investimento rischioso, senza tutele.

La sociologia dei disastri ci mostra come, in un mondo in cui il più importante indicatore di benessere è ancora il PIL, un terremoto che rade al suolo interi paesi è positivo; anche le malattie sono produttive: «Pfizer, Johnson & Johnson e AstraZeneca nell’ultimo anno hanno corrisposto ai propri azionisti 26 miliardi di dollari»12.

Nello specchio delle stragi che società vediamo? Indubbiamente vediamo creparsi il patto implicito che dovrebbe garantire tutela, diritti, giustizia. L’ossessione per la “sicurezza” che negli ultimi anni è diventata perno delle politiche di tutti i governi, non si oppone al rischio ma, puntando l’attenzione su pericoli relativi e superficiali, rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia: a fronte di decreti, investimenti in sorveglianza, inasprimento del paradigma poliziesco, viene a mancare la sicurezza più importante, quella dei diritti. Come notano alcuni giuristi, il “diritto alla sicurezza” è una perversione (propagandistica) della “sicurezza dei diritti”13: se il diritto alla salute è garantito (art. 32), se lo sono la tutela rispetto all’iniziava economica privata (art. 41) o il diritto ad un giusto processo (art. 111), siamo già al sicuro.

Le stragi raccontano “insicurezze ignorate”14 deliberatamente, che espongono la vita e la salute di migliaia di persone al rischio più radicale. In nome di cosa? È di fronte a questa domanda che nello specchio delle stragi emerge una triste costante: il profitto. Le stragi sono sconvolgenti perché ci dicono che nuove forme di accumulazione di capitale avvengono anche in casa nostra, non solo nel “sud” del mondo: per garantire dividendi maggiori si può permettere che crollino i ponti, esplodano i treni, si inquinino le acque e quindi che muoiano e si ammalino le persone, noi, i nostri figli e le nostre figlie.

Queste stragi sono il corpo dei concetti critici che da anni riempiono i libri: sono la carne della postdemocrazia, del finanzcapitalismo, della necropolitica. Sono la torcia che illumina uno Stato colluso con un modello che si presentava come economico (il capitalismo), diventato invece di governo, di visione e costruzione del mondo, eretto su una violenza strutturale continuamente occultata.

E perciò esse sono la grande occasione: sono i fatti dai quali partire per rileggere il mondo in cui crediamo di vivere. Possono essere la fine dello spettacolo di marionette e l’inizio di qualcos’altro.

Vita tra le rovine

C’è un fungo divenuto famoso perché in grado di nascere nei territori più devastati della terra. È stato la prima forma di vita a emergere sulle macerie di Hiroshima e a Fukushima, dopo il disastro nucleare. L’antropologa Anna Tsing15 ne racconta la storia ponendo una domanda semplice e centrale: come riesce a vivere tra le rovine che abbiamo generato? La stessa domanda sorge inevitabilmente incontrando la storia di Mario Sanna e di tutte le associazioni che sono nate sulle macerie di queste stragi italiane, molte delle quali oggi raccolte nella rete Noi 9 ottobre. Nonostante le perdite violente e ingiuste, nonostante le umiliazioni di una giustizia zoppa e di una politica arrogante, lottano da anni, chi da decenni, per chiedere una società diversa. Ciò che emerge con più forza non è la richiesta di giustizia per il passato, ma quella per il futuro, il motto “mai più” che non riguarda loro, ma noi che abbiamo avuto la fortuna di non trovarci al loro posto. Se moltә di loro hanno perso tutto ciò che di più importante avevano, non hanno perso la forza di lottare affinché altrә, sconosciutә eppure simili, non perdano a loro volta tutto. Testimonianza di umanità e vitalità preziosa: un esserci per l’altrә, e per di più sconosciutә. È qui che queste lotte sono forse più radicali di molte altre.

Esse sono osservabili come richieste di democrazia partecipativa16, che pretende che le strutture pubbliche lavorino rispettando i mandati costituzionali, includendo la cittadinanza nei processi decisionali e garantendo quella “sicurezza dei diritti”. In quest’ottica, queste associazioni stanno lottando per la democratizzazione della democrazia. E noi, qui, dalla parte fortunata – per ora – del paese, dovremmo sentire la pelle d’oca e una profonda gratitudine per questa tenacia al servizio di tuttә.

Senza l’inclusione della cittadinanza nei processi decisionali e programmatici non può esistere una società sostenibile. La democrazia rappresentativa, di fronte allo strapotere del mercato, fa acqua da tutte le parti. È in questo snodo che la rete “Noi 9 ottobre” e tutte le realtà che ne fanno parte, consapevoli della brutalità e della violenza di una democrazia fittizia, aprono un sentiero da percorrere. Nel loro lavoro non c’è solo una critica, una denuncia, ma lo studio, la propositività, la richiesta di partecipare alla “cosa pubblica” con i loro corpi segnati dalla violenza di Stato.

Mentre alcunә aspettano con timore il collasso della società industriale e finanziaria, queste storie, esattamente come quelle di altri popoli violentati lontano dai nostri occhi, ci dicono che il collasso è già in corso e che però è possibile fare vita sulle macerie e lottare affinché si sottraggano spazi alla barbarie.

L’importanza sociale della “verità condivisa”

John Galtung, uno dei più importanti studiosi sui temi della pace e della violenza, propone di tripartire la violenza in diretta, strutturale e culturale. La prima è evidente, la seconda è frutto di strutture sociali che permettono il suo replicarsi, la terza è però la più pericolosa, perché subdola giustifica e legittima la violenza stessa, crea le condizioni di possibilità per le altre due.

Da anni queste associazioni si battono contro due forme di violenza culturale importantissime: la desocializzazione17 dei fatti e la costruzione selettiva e strumentale della memoria. Desocializzare una strage significa relegarla all’ambito privato, generare nella società un atteggiamento di generico dispiacere per quelle famiglie, come se il fatto riguardasse solo loro. È un problema dei singoli, non una questione sociale. Spesso politica e media puntano l’attenzione su questo piano “intimista”. Conviene, non mette in discussione un intero sistema, non spaventa troppo il resto della cittadinanza, non implica cambiamenti: la giustizia poi metterà il punto finale alle vicende, si dice. Nel frattempo il dramma viene ridotto al familiare.

La costruzione selettiva della memoria risponde soprattutto alla necessità politica di creare una storia comune del paese. Il passato è sempre ricostruito dal presente che sceglie cosa e come ricordare. L’Italia è un paese dalla memoria contraddittoria, piena di “fratture”18, di strappi appunto, e la storia del cimitero del Vajont19, di fatto strappato alle famiglie e spersonalizzato, è un emblema di quanto violenta possa essere questa dinamica.

La verità giudiziaria è indubbiamente importante, anche per la memoria, ma, oltre al fatto che spesso non arriva a causa delle prescrizioni e delle ostruzioni, non è tutto. Laddove la verità giudiziaria mette un punto e chiude le vicende, quella sociale apre, serve a ripartire cambiando. Pensiamo al caso della “Commissione per la verità e la riconciliazione” in Sud Africa: per superare il trauma e le violenze dell’apartheid non bastava una giustizia punitiva, ma occorreva che le vittime fossero al centro dei processi e della ricostruzione della verità; non la voce del giudice ma delle persone. Al di là della complessità e dei risultati di quell’esperienza di giustizia riparativa20, la cosa qui importante è che lo Stato, in un meccanismo del genere, è disposto a cedere parte del suo potere sovrano affinché sia la società a stabilire una “verità condivisa” essenziale per ripartire. Come ricordano le esperienze delle stragi italiani, le condanne dei singoli non sono tutto, perché “le persone passano, ma il meccanismo resta”, come dicono le associazioni dei familiari delle vittime.

La lotta di queste associazioni diventa ancora più significativa perché non si ferma alla “punizione dei colpevoli”, bensì punta allo svelamento di un sistema che produce morte e alla necessità di un cambiamento dei suoi presupposti, affinché domani non si producano gli stessi effetti.

Cosa succederebbe se domani lo Stato ammettesse realmente che Amatrice, Viareggio, Genova, Vajont, Livorno, Casalecchio di Reno, l’amianto, il PFAS e tutte le altre storie rispondono ad una stessa logica politicamente consentita, quando non stabilita? Non si tratta di banalizzare e appiattire differenze e complessità, piuttosto di essere in grado di far emergere le somiglianze strutturali di queste esperienze.

Una società sostenibile è una società inclusiva, e per includere c’è bisogno di un minimo sfondo di “verità comune”. La storia dell’Italia contemporanea è anche quella del “capitalismo dei disastri”21 e quella di queste stragi: la loro verità, lungi dall’essere un verdetto giudiziario, può essere il punto di partenza per una società diversa. Le stragi di “Stato-mercato” non rappresentano il passato, bensì il futuro: così come il Vajont era in qualche modo il futuro di Viareggio e questo il futuro del ponte Morandi, e così via. Cominciare a dare loro il giusto peso sociale, politico e culturale, significa cominciare a lavorare per un futuro radicalmente diverso.

Mario Sanna col suo sciopero della fame non sta chiedendo una giustizia personale che punti a risarcire il danno non risarcibile che può essere la morte di un figlio. Mario fa luce sulla verità che la maggior parte di noi non vuole vedere e mette in gioco la sua vita per qualcosa che riguarda tuttә. Si rivolta affinché tuttә noi possiamo essere.

 

Note:

1Antropologo, insegna storia e filosofia e lavora nelle cure palliative. Si occupa di violenza strutturale, ecologia e antropologia della morte. Ha scritto Quale rifugio? Razzismo di Stato e accoglienza in Italia, Sensibili alle foglie 2022 e In comune. Nessi per un’antropologia ecologica, Castelvecchi, 2023. Questo articolo riprende spunti e temi già esposti nella postfazione al libro di Lucia Vastano, Papaveri rossi. Noi, vittime del profitto, di prossima ripubblicazione.

2Si veda Albert Camus, Mi rivolto, dunque siamo. Scritti politici, Elèuthera, 2008 e Albert Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 1994.

3Si veda il report annuale di Legambiente Stop sussidi ambientalmente dannosi, sul sito dell’associazione. Questi sussidi non solo rallentano la necessaria transizione all’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e meno inquinanti, ma continuano a sostenere attività obsolete e inutili, oltre a supportare aziende che continuano, incredibilmente, ad aumentare i loro profitti.

4Albert Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 1994, p. 26.

5Si veda https://comune-info.net/morire-di-profitto-n9i-ottobre/

6Antonello Petrillo, a cura di, Il silenzio della polvere. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto, Mimesis, Milano-Udine, 2015, pp. 161-162.

7Si veda Mara Benadusi, Antropologia dei disastri. Ricerca, attivismo, applicazione, Antropologia pubblica, 1 (1/2), 2015 e Pietro Saitta, a cura di, Fukushima, Concordia e altri disastri, Editpress, Firenze, 2015

8Il termine intende definire la nostra epoca, in cui l’essere umano, con le sue attività successive alla rivoluzione industriale, è riuscito a modificare i processi climatici e geologici. Nel dibattito si propongono anche i termini di Capitalocene (usato da Moore per indicare che non tutte le società hanno questa responsabilità, ma solo quelle a funzionamento industriale-economico capitalista) o Piantagionocene (avanzato da Haraway per indicare il modello economico-politico coloniale e schiavista come elemento centrale del processo di sfruttamento estrattivista).

9Didier Fassin, Cinque tesi per un’antropologia medica critica, Rivista della Società italiana si antropologia medica / 37, aprile 2014

10L’antropologia ha spesso studiato le comunità umane e le dinamiche sociali a partire da uno spaesamento iniziale del ricercatore. Classicamente questo spaesamento era rappresentato dallo stretto rapporto con mondi e società molto diverse da quella di appartenenza, che richiedevano un’osservazione in grado di non dare nulla per scontato. In questo senso, le stragi rappresentano uno sconvolgimento radicale di ciò che pensiamo essere la nostra società e perciò sono in grado di far emergere dinamiche importanti – spesso nascoste – del funzionamento sociale e politico del nostro mondo.

11Ulrich Beck (1986), La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma, 2000

12Si veda https://www.oxfamitalia.org/guadagni-azionisti-big-pharma-bastano-a-vaccinare-africa/ consultato il 5/12/2021

13Marco Ruotolo, Diritto alla sicurezza e sicurezza dei diritti, intervento al convegno “Costituzione e sicurezza tra diritto e società, Roma, 2013

14Salvatore Palidda, a cura di, Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo, DeriveApprodi, Roma, 2018

15Anna L. Tsing (2015), Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, Rovereto, 2021

16Umberto Allegretti, a cura di, Democrazia partecipativa: esperienze e prospettive in Italia e in Europa, Firenze University press, Firenze, 2010

17Paul Farmer, An anthropology of structural violence, “Current Anthropology”, University of Chicago press, 2004

18John Foot, Fratture d’Italia, Rizzoli, Milano, 2009

19Si veda il documentario di Lucia Vastano e Maura Crudeli “I Vajont”, 2016.

20Marta Vignola, Processare la Storia. Diritto alla memoria e narrazione nella giustizia di transizione, Funes. Journal of narratives and social sciences, Vol.1 / n. 2, anno 2017

21Naomi Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano, 2007.

Una sindaca donna non è solo una vocale, è tutta un’altra storia: a tu per tu con Anna Zonari

Una sindaca donna non è solo una vocale, è tutta un’altra storia: a tu per tu con Anna Zonari

Anna Zonari, è lei oggi l’unica candidata dell’opposizione a scendere in campo contro la corazzata mediatica della giunta Fabbri, mi dà appuntamento al bar Stella di via Porta Mare. Il posto l’ha scelto lei: “non disdegno le pasticcerie del centro ma questo posto mi piace, c’è modo di parlare tranquillamente, fuori dal caos delle colazioni e degli aperitivi”. Ci appartiamo a un tavolino e le spiego subito la mia idea di intervista: raccontare ai ferraresi qualcosa in più di Anna Zonari, non solo le sue posizioni politiche e la sua idea di città futura. E comincio dall’ultimo suo post del suo profilo Facebook:  In questi giorni ho ricevuto messaggi da parecchie persone, molte donne, conosciute durante il mio percorso di vita in ambiti anche molto diversi e che non sentivo da tempo. Mi hanno detto delle parole importanti, balsamiche. “Ti sostengo”, “Grazie per la tua candidatura”, “Ti dò la disponibilità per dare una mano in campagna elettorale”. Trovo questo molto confortante e rinforza la mia decisione. Dopo 65 anni di sindaci ferraresi, vuoi vedere che saranno le donne a fare un cambio di passo?
Anna Zonari è ufficialmente candidata alla carica di Sindaca di Ferrara.  Ci puoi raccontare quando e perché hai deciso di fare questo passo? 

“La Comune di Ferrara” è nata per esprimere una idea di politica diversa, autonoma, che parte dal basso, dalla società civile e dalla conoscenza dei problemi, ma anche delle risorse della nostra comunità.
Una politica che dialoghi in maniera stabile e non occasionale con le cittadine e i cittadini.
Il percorso partecipativo che abbiamo avviato in questi mesi, ha coinvolto centinaia di persone ed ha portato alla creazione di un “Quasi programma”, che ha messo al centro 5 temi prioritari e obiettivi concreti da realizzare. Una traccia ancora aperta ad integrazioni ma che già indica una visione ben precisa di città. La mia candidatura è la naturale conseguenza di questo percorso dal basso. Ti dico sinceramente, sei mesi fa, di tutto mi sarei aspettata ma non di candidarmi, e quando è emersa questa possibilità, quando mi è stato chiesto,  ho avuto alcuni giorni di dubbi, di… tremarella, poi ho deciso di buttarmi, di accettare la sfida. Ferrara può e deve cambiare e io non posso voltarmi dall’altra parte.

Si sente dire spesso che è ora che le donne facciano un passo avanti, che una prima cittadina donna sarebbe una bella novità per Ferrara. Tu ci credi o pensi sia solo una frase fatta, una captatio benevolentiae. Ad esempio Laura Calafà …

Io ci credo. Le donne sono in prima linea in tutti i settori strategici della nostra società: nelle attività di cura delle persone, nella sanità, nella scuola, nel volontariato. Credo che una donna sindaca, possa portare un vento nuovo anche nei modi di fare politica, a partire dalla concretezza che di solito ci caratterizza, dalla propensione al dialogo, all’apertura e alla collaborazione.
La fine dell’esperienza di Laura Calafà, con cui siamo rimaste in contatto, mi ha colpito molto.  E mi ha fatto pensare. Insomma, non si può dire che ci sia stata una corsa a tenersi stretta l’unica candidatura femminile che era emersa nel cosiddetto Tavolo dell’Alternativa dominato come sempre dagli uomini, anzi, “sotto il tavolo” c’è stato invece uno sgambetto in piena regola. Se far politica significa questo, non è questa la politica a cui credo e per cui mi voglio impegnare. Penso anche alla prossima campagna elettorale: temo che andremo incontro a un approccio basato sulla competizione frontale, con un certo quantitativo di testosterone in circolo. No, per me, esattamente come per Laura, la politica è un’altra cosa.  Come ha detto lei, in un ring tutto maschile, le donne rischiano di essere relegate in una posizione “ancillare”.

Eppure dal 1950 al 1958 Ferrara ha avuto una Sindaca, Luisa Gallotti Balboni, il primo sindaco donna di un comune capoluogo italiano.

Luisa Gallotti Balboni nei suoi 8 anni di mandato come sindaca, si è occupata della Ricostruzione di Ferrara, mettendo al centro quelli che erano i temi cruciali del Dopo Guerra: scuola e povertà. Però, guarda caso, nei successivi 65 anni, ha visto solo sindaci uomini.
Mettere al centro la scuola, lottare contro la povertà. I temi cari a Luisa Gallotti Balboni sono purtroppo ancora attuali. Oggi a Ferrara ci sono alcune migliaia di nuclei familiari sotto la soglia di povertà ed un numero imprecisato di persone che vivono intorno ai livelli minimi di sopravvivenza. Ciò significa che, al primo imprevisto, sono in rosso, come abbiamo visto durante la pandemia quando migliaia di persone hanno utilizzato i buoni spesa e i contributi a fondo perduto.  E vogliamo parlare dei 4 “barboni” che da due settimane dormono al gelo fuori dall’ufficio anagrafe? Basta, è ora che anche a Ferrara si affronti il problema, non solo con interventi a pioggia, ma costruendo un vero piano di contrasto alle povertà e alle diseguaglianze. E’ quello che c’è scritto nel nostro programma.

Secondo te come e quanto sarebbe diversa Ferrara con una Sindaca Donna?

Molto diversa. Con concretezza, obiettivi ambiziosi, barra dritta verso una precisa visione di città e al contempo capacità di coordinare una squadra di lavoro che “metta a terra” progetti ed innovazione. La parola squadra rimanda ad una precisa visione politica, dove è il gruppo di persone, competenti e coordinate, un punto essenziale. Non c’è un uomo solo o una donna sola al comando.
Credo che sia un traguardo lavorare già in campagna elettorale per la costruzione di una squadra che significa non solo assessori e/o consiglieri comunali, ma una rete di cittadine e cittadini già impegnati in città sui temi prioritari, che diano una mano con le loro competenze, esperienze e proposte, per rinforzare quel sistema capillare e di prossimità che chiamiamo comunità.

Tu da sempre sei nel mondo del volontariato. Che cosa è, cosa rappresenta, cosa fa il volontariato a Ferrara?

Il volontariato a Ferrara è come il tessuto connettivo per il corpo. Un tessuto che ha la funzione di collante, di garantire supporto, unire e proteggere gli altri tipi di tessuti. E’ un mondo molto eterogeneo che coinvolge centinaia e centinaia di organizzazioni e decine di migliaia di cittadine e cittadini attivi, credenti e non credenti, che ogni giorno dell’anno, spesso senza fare tanto rumore, si occupano dei più fragili e della propria comunità. Nei momenti di emergenza – lo abbiamo visto con la pandemia, con la guerra in Ucraina, con l’alluvione – è il nostro salvagente. Per questo motivo non va solo ringraziato, ma supportato, nei fatti.
I temi della co programmazione e della co progettazione sono cruciali, così come il tema degli spazi che vanno garantiti e non sottratti. Spazi per le associazioni e spazi di incontro, per le persone.

Venendo a domande più personali, so che da qualche anno hai scoperto “il bosco”. Qualcuno ti ha trovato un epiteto affettuoso: “Anna dei Boschi”. Ce ne vuoi parlare?

Amo camminare in solitaria nei boschi dell’Appennino romagnolo. Attraverso questa esperienza,  è cresciuta in me la consapevolezza che la natura, la biodiversità hanno una grossa funzione nel produrre benessere psico-fisico negli individui ed enormi benefici eco sistemici.
Nel 2022, ho lanciato una campagna di raccolta fondi per salvare dal taglio un lembo di foresta e all’appello hanno risposto, con un semplice passaparola e una pagina facebook, più di 200 donatrici e donatori, moltissimi ferraresi. Sono stati raccolti in meno di 3 mesi 38.000 euro ed ora quei  24 ettari sono salvi e con loro, tutta la vita che li abita.
Anna dei Boschi nasce con questo bell’esempio di cittadinanza attiva.

Ma Anna Zonari, direbbe Totò, “come nasce”? La tua famiglia? 

Ho 53 anni, sono psicologa. Ho una figlia di 19 anni, al primo anno di università. Mia mamma, comunista da sempre. Mio padre, socialista da sempre. Avevo con me anche Emily, una cagnolina meravigliosa, è morta un mese fa a 15 anni. Un dolore immenso, chi ama i cani può capirmi benissimo. Ma dal canile di Assisi c’è Evita in arrivo: 8 anni, di cui 7 passati in gabbia. Festeggeremo insieme la mia elezione. Poi le amiche e gli amici, tanti, tantissimi, a Ferrara e in tutta Italia. Gioco a carte, a Trionfo e a Burraco. Amo camminare nel bosco, ma questo l’ho già detto.

Sei coordinatrice dell’equipaggio di terra ferrarese di Mediterranea Saving Humans, più di 100 soci e tantissime iniziative.

Nel 2021 è nato anche a Ferrara un equipaggio di terra di Mediterranea Saving Humans. In due anni e mezzo abbiamo quintuplicato i tesseramenti, segno che sono tante le persone che desiderano capire meglio cosa sta succedendo alle frontiere di mare e di terra di questa “Fortezza Europa” e dire no ad una politica di morte e di respingimenti illegali, verso migliaia di esseri umani, donne uomini e bambini, alla ricerca di una vita più dignitosa. Qui abbiamo in ballo il tema dei diritti civili universali dell’uomo, calpestati ogni giorno dalle politiche in atto da anni, sia europee che nazionali.

Torniamo a Ferrara, alla politica e alle elezioni. Pensi che la tua candidatura possa intercettare il voto di chi non vota più?

Alle ultime elezioni comunali del 2019 quasi il 40% degli aventi diritto non è andato a votare o ha votato scontento. Personalmente conosco molte persone, anche anziane, che hanno rinunciato ad una delle maggiori conquiste delle democrazie moderne. Il voto è sancito dalla nostra Costituzione e, al tempo stesso, un dovere civico. Eppure il disincanto è in crescita, insieme ad una generalizzata sfiducia nei confronti dei partiti, delle istituzioni e della politica.
La percezione diffusa è che, al di là delle differenze tra le proposte e idee dei vari candidati e delle diversi coalizioni, per la vita dei cittadini cambierà quasi nulla. Credo che la candidatura di una cittadina, espressione della società civile, possa motivare molte persone, in particolare donne, ad andare a votare. Dico un’altra cosa: io non farò il solito appello agli astensionisti che fanno i politici, in campagna elettorale inviterò personalmente chi non ha votato a parlare con me: una ad una, uno ad uno.

L’anno trascorso, ma tutti i 5 anni della Giunta Fabbri, sono stati pieni zeppi di luci, di feste, di concerti. Un riassunto di tutto, un simbolo, potrebbe esser l’enorme Stella di Natale collocata in piazza Municipale, oppure il contestato mega concerto di Bruce Springsteen al Parco Urbano.

Il bisogno di leggerezza e di divertimento appartiene a tutte e tutti! Tuttavia, solo luci, concerti ed eventi se non sono accompagnati da politiche serie che affrontino i reali bisogni dei cittadini e della città, non saziano. E’ come ricevere un pane che non sfama davvero. Può piacere esteticamente, ma se non è nutriente, rimani con la pancia vuota. E, prima o poi, te ne accorgi che la pancia è vuota, perché brontola.
Per quanto riguarda la non volontà di questa Amministrazione di organizzare il concerto del grande Bruce Springsteen in una location più consona ai grandi eventi, area di cui si dotano tutte le città moderne, ciò evidenzia il tipo di sensibilità culturale ed ambientale di chi governa la città.
Lo scempio del Parco Urbano poteva essere risparmiato, senza rinunciare al divertimento. Il Parco Urbano va riportato alla sua vocazione originaria ecologica, l’Addizione Verde di Paolo Ravenna che, assieme al parco delle Mura, è considerato un gioiello dalla miglior cultura urbanistica, nonché polmone verde della città.

Eppure la gente, i ferraresi, sono contenti. Almeno è quello che si sente in giro…

A me pare che ci sia molta propaganda. La destra è molto brava e ha anche molti soldi per fare propaganda e presentare Ferrara come il Paese del Balocchi. Se si vuole però essere seri e concreti, basta leggere l’Annuario socio economico ferrarese: la maggioranza dei cittadini vede calare i propri redditi, i salari, le prestazioni di welfare, mentre parallelamente crescono inquinamento (siamo la città più inquinata dell’Emilia Romagna, tra le più inquinate d’Italia), la minaccia climatica (ondate di calore, siccità, alluvioni), le diseguaglianze, la povertà.  I giovani non trovano prospettive occupazionali e vanno via.
Continuiamo ad essere il fanalino di coda delle città emiliano romagnole.

A proposito di Fabio Anselmo, è probabile che sarete voi due a concorrere per il Centro Sinistra. Cosa pensi di lui, lo conosci?

L’ho incontrato solo una volta, non posso dire di conoscerlo. Senz’altro è una brava persona, un ottimo professionista che si spende per i diritti civili e fa della trasparenza e della legalità la sua bandiera. Io e Anselmo siamo diversi, abbiamo un approccio diverso, forse ci rivolgiamo anche ad un elettorato differente, ma “stiamo dalla stessa parte”, insieme dobbiamo mandare a casa la giunta Fabbri-Naomo-Balboni, che per Ferrara è stata una sciagura. Ma, vorrei dirlo in primis al Pd che è il promoter di Anselmo, niente sgambetti questa volta.

Andrete da soli o con altre formazioni politiche?

Fin da subito, abbiamo chiarito che il percorso è aperto a chi si riconosce e vuole sostenere il (quasi) programma e nelle modalità di un’altra politica che vogliamo promuovere.
Nella terza tappa del nostro percorso partecipato, domenica 28 gennaio, invitiamo le forze politiche che si riconoscono nella “traccia condivisa” ad esprimersi e a sostenere la mia candidatura. Alcuni partiti e raggruppamenti ci hanno già detto di essere interessati a fare una coalizione con noi di “La Comune di Ferrara”. Altri, a quanto sento, dopo aver appoggiato nel Tavolo la candidata Laura Calafà invece di Anselmo, appoggeranno la candidatura  Pd-5 Stelle di Fabio Anselmo. Non lo capisco ma lo rispetto.
In ogni caso, con un sistema elettorale a doppio turno, è positivo che l’opposizione si presenti con coalizioni e due candidati: io e Fabio Anselmo. Sostenere il contrario, totemizzando l’idea dell’unità come valore assoluto e della necessità di un candidato unico, significa negare il senso stesso del nostro sistema elettorale, che nasce appositamente per valorizzare la pluralità di idee con il primo turno, e garantire il massimo della rappresentatività del sindaco con il secondo turno.

COMITATO NO CPR: UNA PICCOLA GRANDE VITTORIA

FERRARA, COMITATO NO CPR: UNA PICCOLA GRANDE VITTORIA

Apprendiamo dalla stampa che il CPR a Ferrara (forse?) non si farà!
La mobilitazione serve! Fin dal primo annuncio di un CPR (Centro di Permanenza e Rimpatrio) a Ferrara la società civile si è mobilitata, con riunioni, informazione capillare e un grande incontro di centinaia di persone al cinema Apollo l’undici dicembre scorso.

Una prima grande vittoria che ha portato Sindaco e senatore Balboni a passare dal racconto “CPR uguale a maggiore sicurezza” a “CPR meglio non farlo qui”!
Alla luce della mobilitazione che ha visto scendere in campo quasi 50 organizzazioni della società civile ferrarese, che hanno sensibilizzato la popolazione sulla realtà di questi centri c’è stato un clamoroso dietrofront.
I CPR sono, come ampiamente documentato anche recentemente dalla stampa nazionale, luoghi in cui vengono rinchiusi cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, reato amministrativo non penale, privati dei diritti umani essenziali, senza una vera tutela legale e senza cure mediche adeguate. “Non luoghi” in cui si verificano, per disperazione, disordini, abusi di psicofarmaci, episodi di autolesionismo, fino al suicidio.
Cavalcare la propaganda che l’istituzione dei CPR aumenta la sicurezza è una menzogna, utile solo a generare preoccupazione nella popolazione e ad essere cavalcata in campagna elettorale.
Ribadiamo il nostro NO a un CPR a Ferrara e ovunque, e continuiamo la mobilitazione confermando tutte le iniziative in campo dall’incontro pubblico per le informazioni legali, la mobilitazione davanti a tutte le prefetture emiliano romagnole e la manifestazione regionale NO CPR.

Infine siamo pronti a mobilitarci in qualsiasi Comune della nostra provincia e in qualunque provincia della regione, in stretta sinergia con le Istituzioni, le associazioni e i Comitati dell’Emilia Romagna.

Comitato NO CPR
Adoc Ferrara, Agesci Ferrara, ANPI Ferrara, ARCI Ferrara, Arcigay “Gli occhiali d’oro”, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII Zona Emilia, Associazione La Villetta, Associazione Nadiya Odv, Associazione Piazza Verdi, Associazione Rugby 27, Associazione Viale K, Auto-mutuo aiuto in rete ODV, Azione Cattolica Ferrara-Comacchio, Biblioteca popolare Giardino, Centro Donna Giustizia, Centro sociale La Resistenza, CGIL Ferrara, Circolo Laudato Sì Ferrara-Comacchio, Cittadini del mondo, Comitato Alba nuova ODV, Comunità Emmaus, Dammi la mano APS, Emergency Ferrara, Federconsumatori Ferrara, Fondazione Migrantes Ferrara, Forum Ferrara Partecipata, Gruppo del Tasso aps, Il Mantello, Istituto Gramsci Ferrara, Koesione 22, La Comune di Ferrara, La società della ragione, Masci Ferrara, Mediterranea Saving Humans Ferrara, Movimento Nonviolento Ferrara, Movimento Rinascita Cristiana Ferrara, Pax Christi Ferrara, Periscopio online, Rete giustizia climatica, Stop border violence, Sunia Ferrara, Tutori nel tempo, UDU Ferrara, Ultimo Rosso Aps, Unione Donne in Italia Ferrara, UIL Ferrara, Uniat Ferrara.

In copertina: Centro per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, Potenza (foto Basilicata news).

Germogli /
Il guaio della natura

Il guaio della natura

“Se la natura fosse una banca l’avrebbero già salvata”
Eduardo Galeano

Non si possono fare sempre pensieri intelligenti. Questo infatti non lo è, è un pensiero che mi è arrivato perché non riuscivo a dormire, una fantasia, un anticipo di sogno. Che il guaio della natura, faceva così questo pensiero, il guaio della natura è che è troppo sparpagliata. Guardi un sito di viaggi e avventure nel mondo e te ne accorgi, oppure non serve,  esci di casa e vedi la natura tutta sparpagliata. La natura è l’albero striminzito all’angolo della via, la natura è il giardinetto del quartiere, la natura è quel bosco che ami e hai sempre sognato di tornarci. Ma la natura è la neve che ancora non arriva, il Tibet. il deserto rosso, il mare dei sette mari, il grano pieno di papaveri. La natura è decisamente esagerata. Esagerata e sparpagliata per tutto il pianeta.

Forse, e qui è arrivato un altro pensiero, come se io volessi darle un consiglio alla natura. Non posso salvarla, ma un consiglio non si butta mai via. Forse questo secondo pensiero è ancora meno intelligente del primo, ma alla natura, sparpagliata come dicevo prima, assediata dall’economia dal cemento dalla tecnica, moribonda o giù di lì, può far comodo anche la fantasia di un nottambulo.

Cara natura (è chiaro, io amo la natura) perché non ti concentri? Perché non raduni tutte le tue bellezze? Dovresti diventare il concentrato di tutto: mare, monti, uccelli, libellule, alberi, acqua, neve, vulcani eccetera. Diventare una cosa sola. Compatta, Potente, Alta e forte come un gigante delle fiabe.  Poi dovresti andare a Davos. A Davos c’è un portone blindato come una cassaforte, dentro ci sono gli uomini più potenti del mondo. Tu non bussare, sei un gigante alto 6 metri, puoi spalancarla con due dita. Ecco, sei entrato nel famoso salotto di Davos

“Azz MADRE NATURA! “, gridano loro, tremando come budini di vaniglia.
E tu, saltando i convenevoli: “Allora? Volete salvarmi sì o no? Sto perdendo la pazienza!”. Anzi, la pazienza l’avevi già persa. E Anche noi.

 

La follia del progetto Industriale Eolico sui crinali del Mugello e alcune riflessioni sulla cultura del profitto e i suoi disastri

IL PROGETTO INDUSTRIALE EOLICO SUL MONTE GIOGO DI VILLORE E SUL GIOGO DI CORELLA IN MUGELLO E LA RESISTENZA DEI CRINALI

Si sa. Si sa quale logica micidiale sta dietro la proposta di impianto industriale eolico sul Monte Giogo di Villore e sul Giogo di Corella. Purtroppo si sa, e non si trova pace.

Non si trova pace che si sia potuto arrivare fino a questo punto, che si siano messe in campo tante energie, cittadini, commissioni, luoghi istituzionali, per un progetto che un sano buonsenso avrebbe dovuto bocciare sul nascere, o meglio, che non doveva proprio vedere la luce.

Perché si sa quale nefasta logica è alla base del progetto: una logica di profitto privato.

Purtroppo è esclusivamente il profitto privato che nell’ultimo cinquantennio ha mosso le leve del mondo, con conseguenze catastrofiche sia sul piano sociale (una disparità di ricchezza inaudita e sempre crescente) e sul piano naturale (cataclismi a ripetizione).

Propugnatore di un tale ordine di cose è un organismo geneticamente modificato che pure conserva sembianze umane, un umanoide OGM la cui essenza più intima corrisponde col valore monetario.

Ora questo umanoide è diventato sacerdote di una religione: la religione dell’eolico.  Va predicando che bisogna mettere pale dappertutto, senza discriminare. Il dogma di questa nuova religione dice che ogni luogo va sacrificato al moderno totem della pala eolica. Sacerdoti officianti sono il menagement delle imprese e gli amministratori locali che fanno da chierichetti. Lancia in resta, partono all’assalto del territorio, con le spalle coperte dalle laute vettovaglie che arrivano dalla fortezza Europa.

E giustificano questa “guerra santa” col fatto che la Terra è sull’orlo del collasso (strano poi che questo discorso derivi dal mondo economico-finanziario che, fin qui, è stato il principale responsabile del collasso ambientale).

Ma cosa credi, caro umanoide OGM, che non lo sappiamo anche noi (e invece dubito che TU lo sappia, che ti ostini a muoverti solo ed esclusivamente in base alla legge del profitto), che la civiltà umana gira a 17 tw (terawatt) di consumo di energia istantanea 24 ore su 24? Per fare un confronto, l’energia istantanea rilasciata dalla tettonica delle placche (calore e movimento) si attesta sui 40 TW. Per fortuna sono misure irrilevanti se confrontate con i 130.000 tw di energia istantanea disponibile sulla Terra grazie alla sola azione del sole, e che aspettano solo di essere usati nel migliore dei modi possibili. (Bruno Latour, La sfida di Gaia, 2015).

Non sappiamo invece a quanti terawatt di energia, (e di CO2 immessa nell’atmosfera),  ammonta tutta la produzione  di armi che le potenze industriali vendono per promuovere e fomentare  i conflitti sparsi per il mondo nel proprio interesse. Due esempi per tutti: le due guerre del Golfo e quella in Libia, sostenute dagli USA e dai loro alleati occidentali, dove il pretesto per i gonzi è stato quello di “esportare democrazia”, mentre, nel primo caso era in realtà quello di controllare i pozzi di petrolio, e nel secondo, in Libia,  di evitare la nascita della moneta unica africana che la Libia stava proponendo, e che si sarebbe posta in competizione col dollaro e col CFA, il franco che circola in diversi paesi africani (Manlio Dinucci, 2021).

Di fronte alla crisi sanitaria globale dell’infezione da covid si è fermato il mondo, ma non le guerre e la produzione di armi.

Cosa si può sperare?

È la visione del mondo che deve cambiare, verso una prospettiva rivoluzionaria, dove non sia più il consumo, e l’accaparramento di energia che lo sostiene, lo scopo primario dell’umanità, ma il cambiamento degli stili di vita.

Voi, voi che volete costruire le pale sul crinale di Villore, siete favorevoli a questo discorso e ad agire di conseguenza, o a voi conviene costruire le pale senza cambiare minimamente il corso di un “progresso” che è semplicemente mortale per l’umanità e per il pianeta? E se voi non vi pronunciate, è il vostro agire che parla per voi, un agire che non è altro che un arrembaggio a impadronirsi delle ultime zone intatte della Terra per trarne profitti, come ben dimostra la proposta di impianto industriale in un luogo unico come il Giogo.

Gli interventi invasivi e massivi sul territorio, tanto più se questo territorio è ancora intatto nelle sue componenti fondamentali, vanno vagliati in base a criteri politici e non economici, in base a criteri di salvaguardia e non di distruzione. La scienza di Gaia dice che bisogna creare alternative senza distruggere. Invece fin qua, la stessa governance politico-affaristica che ha provocato il disastro globale, vorrebbe ora, grazie soprattutto ai finanziamenti europei, vestire i panni del medico per risanare.

“Una parte crescente dell’imprenditoria italiana vede nel territorio non un bene essenziale dell’equilibrio ambientale ma una risorsa facile per i propri affari” (Piero Bevilacqua, 2021).

“È la violazione sacrilega, ossia lo sfruttamento delle zone vergini e incontaminate a prefigurare, dopo il genocidio di milioni di animali e di intere specie, il non inauspicabile scenario di un’infezione globale della specie umana, e quindi, prima o poi, di una sua spontanea estinzione” (L’assemblea degli animali, Filelfo, 2020).

     *     *     *     *     *

Le foreste, i boschi d’alta quota, le cime, non possono essere oggetto di mire predatorie. Hanno una valenza assoluta, ab-soluta, cioè sciolta da ogni legame con valori di ordine economico, proprio perché sono parte integrante ed essenziale del più vasto mondo naturale.

Anzi, coloro che pongono mire interessate su quei luoghi, che sono scorta di vita e di benessere per i secoli futuri, si pongono automaticamente fuori dal consorzio umano, perché ne minano le basi materiali e morali. Sono luoghi che legano tutti gli umani al di là delle appartenenze politiche, religiose, sociali.

Chi attenta a quei luoghi attenta alla pace e alla convivenza. Perché la bellezza, la  ricchezza e varietà di forme e di colori, fanno parte del patrimonio archetipico di ognuno, tramandato come memoria inconsapevole dall’inizio dei tempi, e rappresentano il limite alle spinte centrifughe e divisive rappresentate da sete di potere e sete di soldi.

Sono luoghi di libertà e di storia, situati lontano dal caos e dalla coazione al consumo, dove lo sguardo non impatta su manufatti umani, ma viaggia fra antichi alberi, distese di prati, torrenti ora più ripidi ora più calmi, e torri, guglie, cupole di monti. Incarnano e tramandano una memoria secolare, relativa a tutti coloro che li hanno abitati e usati, ma senza stravolgerli: boscaioli, carbonai, raccoglitori, mercanti, allevatori, pellegrini, contrabbandieri, monaci, partigiani, uomini di lettere. E anche storia di eserciti, di ecclesiastici, di castelli e conventi.

Uno spazio-movimento, “dove all’apporto dello spazio circostante… si assommano i doni del movimento” (Il Mediterraneo, Fernand Braudel, 2017).

Le pale eoliche verrebbero a distruggere irrimediabilmente questa bellezza che è sì esterna, ma che risuona, filo d’erba per filo d’erba, anche dentro l’animo umano. Secondo una corrispondenza che rivela come anche l’uomo sia natura, e distruggendo questa si distrugge quello: lo si impoverisce, lo si depriva come quando muore una persona cara.

     *     *     *     *     *

Ma purtroppo oggi tutto è diventato oggetto di mire speculative. Tutto, anche quei beni primari dono della natura e fondamentali per l’esistenza, come l’acqua. Da quest’anno, negli USA, in California, l’acqua diventerà una merce quotata in borsa, gestita per la gran parte da due colossi del settore, entrambe francesi, Veolia e Suez. Ciò perché si pensa che l’acqua, in un futuro non molto lontano, diventerà una risorsa non rinnovabile, alla stregua delle energie fossili. E ciò richiama gli appetiti inesausti del capitale. Già si stima che entro il 2030 circa 700 milioni di persone potrebbero abbandonare il proprio territorio per mancanza d’acqua. E il rapporto UNESCO 2018 afferma che nel 2050 tre miliardi di persone soffriranno per grave mancanza d’acqua. Dunque, oggi, attentare alle risorse idriche di un territorio, è più di una leggerezza, è un crimine.

A questo punto una domanda sorge spontanea: che fine farebbero, se mai venisse installato l’impianto eolico, le falde acquifere e i numerosi torrenti che scorrono lungo i pendii dei crinali di Villore e Corella, beni primari per la fauna, la flora e le persone del territorio circostante?

Non si sa!

Ma tante cose, relative a questo progetto, restano ignote. Come reagirebbe il suolo con migliaia di tonnellate di cemento? E la fauna migratoria, di cui addirittura è stata negata l’esistenza? E la fauna stanziale? E i costoni, già di per sé franosi, della lunga strada che dalla statale conduce in vetta?

E lo sguardo, e il cuore, e la memoria?

La sete di guadagno nulla rispetta e tutto travolge.

Alterare e in definitiva distruggere il crinale di Villore e Corella con un impianto industriale è, né più né meno, uno fra i tanti attentati ai beni fondamentali della Terra, non solo da un punto di vista ambientale, ma anche da quelli di pacifica convivenza tra umani e regno animale e vegetale.

     *     *     *     *     *

La pietas è un sentimento che ti fa riconoscere nell’altro qualcosa, un’essenza, simile in tutto ciò che popola il pianeta Terra. La pietas ti avvicina all’altro, nella sua accezione più vasta di vivente. Ce lo fa sentire nostro pari. La pietas è empatia, che ti avvicina alla sofferenza dell’altro perché leggi quella sofferenza anche come qualcosa di tuo: ognuno è partecipe dell’altro e dell’ambiente in cui vive.

In questo senso il “capitale”, e le persone che lo rappresentano, sono dei “dissimili”. Senza empatia, e per questo si pongono fuori dal consorzio umano, perché non ne condividono lo spirito comune. Non riconoscono, nella vita, un valore comune da difendere. Tutto,- persone e ambienti,- sono considerati nel loro potenziale di lucro. Il mondo dell’azienda non riconosce il bello ma solo l’utile. L’utile per crescere economicamente e avere nuovo e altro potere per continuare nella sua opera di sfruttamento. È una spirale che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, se no non si capirebbe come amplissimi spazi della Terra vengano devastati, bruciati, e poi fatti oggetto di mire speculative. E non si capirebbe nemmeno come l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze stia avendo una crescita esponenziale: l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% della ricchezza.

Ma sentiamo le parole di papa Francesco: “La protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o promuovere adeguatamente… È realistico aspettarsi che chi è  ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni?… Il principio della massimizzazione del profitto è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento oppure un mutamento significativo nel paesaggio, nell’habitat di specie protette o in uno spazio pubblico” (Laudato si’, Francesco, 2015).

E la politica in tutto questo? La politica non dovrebbe sottomettersi all’economia, al suo potere economico e tecnocratico. Invece ricicla chiacchiere superficiali, resta muta quando dovrebbe parlare e in altri casi manganella chi osa prendere la parola. I politici non vogliono contrastare, non vogliono prendersi la briga di mettersi contro chi ha i numeri per decidere e comandare. In pratica ha rinunziato al suo ruolo di scegliere per il bene comune e ascoltare gli abitanti del luogo. Ma sentiamo ancora papa Francesco: “Nel dibattito [intorno alla realizzazione di un’opera] devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato”.

Purtroppo spesso “gli abitanti del luogo” non vengono informati adeguatamente o non vengono per niente informati, e si riducono a essere “oggetti” da manipolare a opera  delle élite politiche  guidate a loro volta dai veri decisori: i detentori del potere tecnico ed economico.

Tecnocrati ed élite, ormai esaltati nella loro volontà di potenza, e senza che ci sia un reale contropotere di controllo e di verifica, sono capaci di svilire gli ecosistemi e le vite umane a semplici strumenti per perseguire i loro fini privatistici.

Un esempio lampante di questo discorso ce l’abbiamo molto vicino a noi: i crinali di Villore e Corella. Il variegato aspetto della natura che vi regna e degli animali che li popolano sono un antidoto ai virus che stanno infettando l’anima: la competizione spietata con il corollario della violenza, l’omologazione al consumo, la superficialità del possedere e del mostrare. Eppure il capitale è portatore di un virus più forte di qualsiasi antidoto, se è vero che esso è riuscito finora a ridurre il pianeta Terra nelle condizioni boccheggianti in cui si trova, e non intende fermarsi. “L 1% dei ricchi inquina il doppio di tutti i poveri della Terra” (Luca Martinelli, 2020). Il Giogo di Villore è diventato l’ennesima preda da sacrificare per le tasche di pochi azionisti. La calma, il silenzio, i boschi, i colori, gli animali, l’acqua, non avendo valore monetizzabile se restano nel loro stato originario, è come se non avessero valore tout-court. Prendono valore solo se subiscono una trasformazione distruttiva che li ponga in una dimensione generativa di reddito, e reddito per pochi.

Ma chi decide questo? Chi si prende una responsabilità cosi grande da violare un “patrimonio” naturale ricco di diversità, di storia e di cultura; riferimento, risorsa e riparo per un variegato mondo di umani e animali che scelgono di partecipare della sua armonia? Chi è che si prende la responsabilità di eliminare un bene che è il cuore pulsante di un territorio?

Si vorrebbe aprire lo scrigno delle cime del Giogo e rubare tutti i gioielli che contiene. Rubarli, scappare e lasciare macerie e detriti.

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Non si può accettare la colonizzazione delle pale sul Giogo di Villore, il luogo lo rigetta: ci fanno a pugni.

A chi è venuta in mente quest’ idea? Ai dirigenti dell’ azienda proponente? E in che modo? Hanno guardato sugli algoritmi informatici i potenziali luoghi per un impianto eolico? Ma poi, una volta che si sono recati materialmente sul posto e si sono resi conto di quale splendido luogo il “cervellone” gli avesse indicato, non hanno sentito l’esigenza immediata di rifiutare il suggerimento? Non si sono resi conto che in realtà  a una determinata altezza, esposizione, estensione corrispondeva un luogo provvisto di una ricchezza naturalistica, paesaggistica, faunistica, idrica, floristica, storica, insomma di un luogo fornito di anima?

Evidentemente no. E dunque non mi si venga a dire che anche voi, voi uomini e donne dell’azienda, rappresentanti del cieco mondo affaristico-imprenditoriale, ascendete sui monti con sacralità e rispetto. È solo una misera bugia, un’ennesima falsificazione e capovolgimento della realtà. Se veramente salite sui monti con questo spirito, una volta in cima al crinale avreste alzato una preghiera di lode al Signore e sareste ridiscesi compunti e mortificati dell’errore. Invece nulla vi ha toccato, non il paesaggio, non i colori, non il silenzio, perché in realtà siete intoccabili da questi aspetti. Nella vostra testa è balenato il calcolo e nei vostri occhi il segno del denaro, che ha rivestito di sé come un mantello boschi radure fiumi e paesaggio.

Sembrerebbe anacronistico parlare di colonizzazione oggi, ma in realtà esistono processi di colonizzazione moderna non meno feroci di quelli antichi. Basti pensare a cosa succede in quei territori dove sono presenti risorse energetiche di qualunque tipo, dalle fossili ai cosiddetti metalli tecnologici. Infatti come si procede in questi casi: o si interviene militarmente con qualunque pretesto, come per esempio è successo in Iraq, o si comprano le materie preziose direttamente da milizie locali, dopo averle armate, che sfruttano senza scrupoli manodopera ridotta in schiavitù, come succede per i diamanti in Sierra Leone o il coltan in Congo.

Quale risorsa ora è diventata importante alla stregua del petrolio, del rame, dei metalli tecnologici? Il vento. Il vento alla stregua di quelle risorse energetiche. E infatti cosa succede? Come avvoltoi piombano i moderni colonizzatori in funzione dei loro interessi,  non curandosi di alterare la cultura, le tradizioni e l’ambiente autoctono.

Ma se loro non tengono conto di questi aspetti, perché letteralmente accecati dalla sete di profitto, cosa pensare dei politici locali che ne avallano le scelte? Che tipo di sete ha mosso questi ultimi? Eppure costoro qui ci sono nati, conoscono l’incredibile bellezza e unicità di quell’ampio fazzoletto di crinale incastonato come una gemma nel più vasto territorio del Mugello. Perché sono andati dietro acriticamente senza sollevare obiezioni? Non si rendono conto che così si giocano il futuro del loro territorio, dal momento che il Mugello possiede una sola, vera e imperitura ricchezza: la natura, il paesaggio, meritevole di investimenti  adeguati alla sua vocazione?

C’è da chiedersi in cambio di che cosa hanno dato questo appoggio. Cosa li ha mossi. La paura di opporsi al moderno Leviatano: il mostro immane e distruttore che tutto comanda e tutto divora: territorio, coscienza, passato e futuro?

Che cosa, si può sapere che cosa? Che cosa fa la politica? Si fa complice di quello che sarebbe, né più né meno, un colpo di mano, un atto sacrilego? Un sacrilegio che calpesterebbe millenni di equilibrata sinergia tra uomo e ambiente e che ha plasmato lo scintillio dei crinali così come ora li possiamo vivere e ammirare?

Si sa cosa interessa ai manager: il massimo profitto da dividere tra gli azionisti.

Ma gli amministratori? I loro azionisti sono i cittadini. Eppure sembra che invece siano loro gli azionisti dell’impresa, talmente la stanno favorendo, proteggendo, coccolando.

Facciamo parlare i fatti:

1) ai primi di dicembre 2019 alcuni amministratori del Mugello si fanno parte attiva per una gita all’impianto industriale eolico di Rivoli Veronese, costruito dalla stessa ditta interessata a Villore, anche se i due luoghi in questione sono diversissimi e non confrontabili in nessun modo, basti solo portare due dati: l’impianto di Rivoli è a 3 chilometri dal casello autostradale, quello proposto a Villore è a 45 chilometri; nel primo caso il dislivello da supererare si aggira sui 300 metri, nel secondo sui 1000, con relativo sventramento di tutto ciò che è sul percorso;

2) in data 20 giugno 2020, di fronte a un pacifico e composto flash-mob di una cinquantina di cittadini contrari al progetto nel comune di Vicchio, sono sopraggiunti i carabinieri con seguente accompagnamento in caserma e denuncia di almeno sette partecipanti;

3) l’esplicita chiamata dei carabinieri  avvenuta poi il 7 ottobre 2020, davanti ai locali dell’Unione dei Comuni del Mugello a Borgo San Lorenzo, nei confronti di alcuni cittadini che chiedevano informazioni in merito a un incontro “privato” che stava per tenersi in quei locali tra gli amministratori e i vertici della ditta. Come se potesse essere “privato” un incontro in cui si sta trattando di interessi economici enormi relativi a una vasta area pubblica con le caratteristiche uniche che conosciamo.

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Pare che il Mugello sia diventato una provincia da colonizzare, senza che nessuno, o quasi, di coloro che hanno la responsabilità di guidare la Cosa Pubblica, sia disposto ad alzare una voce forte e chiara in sua difesa.

Come mai i nervi saltano così facilmente? Non si accetta di essere sindacati su scelte che pure dovrebbero essere massimamente trasparenti e vagliate dall’intera comunità?

In realtà questi sono chiari esempi dove la dignità del cittadino, lungi dall’essere valorizzata, viene calpestata e il cittadino ridotto a semplice contribuente e passivo utente dei servizi.

Viene penalizzata e negata la massima funzione del cittadino: quella della “cittadinanza attiva” (Ardeni, Bonaga, 2020), da esercitare in termini di controllo, progettazione, capacità d’inchiesta ecc.

Le amministrazioni dovrebbero favorire l’aggregazione delle risorse della società civile, l’espressione del potenziale latente del corpo sociale.

Diritto-dovere dei cittadini è far sentire la propria voce, la propria opinione, soprattutto quando dissente da quella degli amministratori pubblici.

La cittadinanza è una struttura inclusiva, e non può essere marginalizzata con la repressione.

Conviene qui ricordare la famosa concezione aristotelica: “Si non est civis non est homo”. E cioè, in quanto civis (cittadino) ogni individuo ha un suo ruolo all’interna della civitas e collabora alla retta gestione della res pubblica.

Qui invece, presso di noi, si assiste al paradosso di cittadini a cui non viene riconosciuto il diritto-dovere di fare la loro parte nel contribuire a indirizzare una linea di gestione del territorio che pure abitano. E solo perché la loro opinione contrasta con quella del dominus, il quale addirittura li criminalizza, obbligandoli ogni volta a dichiarare le proprie generalità alla forza pubblica, quando addirittura non vengono condotti in caserma.

Eppure oggi più che mai c’è bisogno del controllo attivo dei cittadini. Perché il potere economico coincide col potere tecnologico, entrambi sono concentrati in un soggetto unico, che dunque ha una capacità di pressione e condizionamento enormi sul livello politico tale da renderlo di fatto succube alla sua volontà.

Insomma, ogni volta che sono in ballo interessi economici gestiti dal potere tecno-finanziario, deve verificarsi una scelta politica che coinvolga la comunità, proprio perché questo enorme potere, lasciato nelle mani di pochi, può essere esercitato a danno dell’interesse generale.

Qualunque discorso che riguarda una collettività deve anche venir controllato collettivamente.

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Invadendo le cime del Giogo si erodono le basi materiale e morali di una comunità.
Le basi materiali riguardano l’utilizzo che quella comunità ha fatto e fa del territorio e che si può ulteriormente incentivare: dalle risorse agresti, alla rete di agriturismi a un turismo qualificato  non consumistico, il cosiddetto “turismo lento” e consapevole, che ha per scopo un rapporto e uno scambio rispettoso con l’ambiente. Un rapporto non guastato dai ritmi alterati del consumo e della competizione, ritmi, questi ultimi, “dove gli uomini non trovano la felicità in una condizione di pace mentale…, ma al contrario in un continuo scorrere del desiderio da un oggetto all’altro. La conquista del primo non fa che aprire la via al successivo, cosicché, accecati dal loro tornaconto, sono destinati a desiderare senza tregua, a costo di distruggere gli altri e alla fine se stessi” (L’assemblea degli animali, Filelfo, 2020).

Le basi morali riguardano le tradizioni ancestrali che si stratificano in un dato territorio. Se queste tradizioni vengono cancellate tramite l’alterazione dell’ambiente, viene cancellata anche la memoria che ne era alla base e le perpetrava.  Subentra una sorta di alienazione dal proprio stesso passato, e dalle figure degli antenati che lo hanno popolato.

Colonizzare industrialmente il Giogo è come se si cancellasse una lingua e una cultura. Un cuore antico che smette di battere.

E dunque l’ordine morale ha a che fare con l’interiorità dei viventi. La distruzione di un ambiente è anche una distruzione interna. “Questo Universo è un unico essere vivente che contiene in sé tutte le specie, avendo un’unica anima in tutte le sue parti” (Plotino, Enneadi).

Se esiste un’anima del mondo e tutti ne fanno parte, quello che accade all’anima esterna, all’anima del mondo, accade anche all’anima interiore, di ognuno.

La salute psichica e la salute del pianeta si salvano se recuperiamo quella sorta di sapere naturale che è propria delle specie viventi non umane. Nel momento in cui l’umano si distacca dagli altri animali approda all’incapacità di fare il bene comune (Thomas Hobbes, Leviatano, 1651).

Per gli animali, il bene comune non è diverso da quello dei singoli. Per gli umani, e in particolare per alcuni rappresentanti della sua specie, il bene dei singoli viene perseguito a discapito del bene comune, anche se ciò potrebbe comportare la distruzione dell’Eden. Che nel nostro caso è a portata di mano, di gambe, di occhi: il Giogo, che nel suo isolamento ha conservato quella conoscenza naturale e primordiale propria del vivente non umano.

La conoscenza naturale del mondo è quella che ci permette ci credere nelle realtà durature, credere che al mattino ti svegli e ritrovi intatto il tuo giardino dell’Eden.

Il mondo del business, del profitto, con la sua voracità predatoria, mina alla base il sogno del risveglio, e lo trasforma nell’incubo del risveglio.

Se l’anima esterna soffre non può esserci redenzione per l’anima individuale (L’anima del mondo e il pensiero del cuore, James Hilman, 2002). Se gli uccelli migratori avranno il passo sbarrato da ostacoli enormi; se i rapaci moriranno schiantati su strani, ipnotici oggetti rotanti; se castagni secolari verranno sradicati; se i grilli a migliaia verranno schiacciati sotto le ruote degli escavatori, l’anima di ciascuno di noi si impoverisce e soffre. Perde ricchezza e profondità, perde vita e vitalità, perde speranza. E se là dove ci aspettavamo paesaggio, silenzio, sguardo libero e colori intensi, troviamo manufatti umani che hanno alterato e dissacrato il tempio della natura; se nessun luogo più conserva ciò che lo faceva unico e particolare; se nessun luogo più si offre come porto, allora l’uomo si sente tradito dai suoi stessi simili e si scopre in una prigione anziché in un tempio.

Un recente studio dell’università dell’Aquila ha documentato come il territorio italiano “è ormai disseminato di barriere e ostacoli alla continuità ecologica” e che il patrimonio naturale italiano è sottoposto a un progressivo impoverimento.

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Il Mugello è  stato pubblicamente definito, da alcuni amministratori locali che pure ora propendono per il progetto eolico, “il polmone verde della Toscana”. Ebbene, con quale logica, con quale coerenza vanno poi ad appoggiare,- e i loro atti stanno a dimostrarlo,- una terapia (le pale), che quel polmone vanno a bucarlo, a infettarlo. Una misura che risulta cancerogena, con susseguente sicura metastasi, se è vero che le 8 pale sul crinale di Villore sarebbero solo un cavallo di Troia per altre svariate pale da dispiegare lungo il crinale. D’altra parte l’hanno detto proprio loro, i manager della ditta proponente, che entro il 2030 ottomila chilometri di crinali devono essere occupati da pale eoliche!

Vogliono trasformare il variegato e colorato volto del mondo in monotonia, uniformità, deserto. “Il deserto della modernità” (James Hilman).

Le passeggiate ordinate e preorganizzate sotto le pale: così muore la vitalità del desiderio, la vitalità del cuore, la ricchezza immaginativa dell’animo umano. Non ci resta che la famelica acquiescenza davanti agli “spettacoli” preparati da altri.

Una devastazione feroce dell’ambiente, come la domesticazione dei crinali, viene fatta passare come una misura utile e necessaria (ma per chi?) e, per l’ambiente, poca cosa, una banalità.

La banalità del male!

Il male spesso non è quella cosa feroce e inaudita che spesso si crede, ma a volte si riduce a una domanda in carta bollata, magari articolata in un progetto, a cui ne segue un’altra e un’altra ancora, rimbalzando da un ufficio all’altro, da un’Unione dei Comuni a un assessorato regionale, fino a un bollo finale che autorizza la catastrofe.

Bisogna capire, una volta per tutte, che nella produzione di energia va superato il concetto di profitto.

E non è un’utopia. Anzi, ciò comincia a sembrare possibile grazie alla discussione in Parlamento di un disegno di legge delega sulla base di direttive europee. Il disegno di legge riguarda un esempio di economia circolare, dove il consumatore è anche produttore.

Si tratta delle cosiddette “comunità energetiche”, i cui potenziali soggetti sono: i condomini; i centri commerciali; vie di città/quartieri di paese; distretto industriale; aree agricole interne. Comunità che sfrutterebbero l’energia da fonti rinnovabili (per lo più fotovoltaico) di ridotte dimensioni e nelle immediate prossimità  degli edifici degli utenti.

I vantaggi sono molteplici: eliminazione della spesa dell’intermediazione (non compriamo la corrente da nessuno dal momento che la produciamo da soli); eliminazione della dispersione della rete (dal momento che la corrente si produce in loco); e infine accesso agli incentivi (che per una volta non vanno ad arricchire nessuno) e ai super-bonus fiscali (Daniela Passeri, Livio De Santoli, 2021). I Comuni dovrebbero farsi promotori di simili progetti, anziché dei mega-impianti distruttori di ambienti e di bio-diversità, e che risultano sempre più sorpassati.

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Ma ora consideriamo un aspetto che forse fin qui è stato trascurato. Il Giogo di Villore-Corella, con l’aria, le piante, la rete dei torrenti e gli animali che lo popolano, non ha importanza solo in relazione agli umani che lo rispettano e ne usufruiscono, ma ha un’importanza “per sé”, in quanto dotato di una propria soggettività.

Il crinale ha una sua voce, un suo canto, un suo profumo, che vuole tenere così com’è e continuare a spandere intorno. Non vuole farsi sopraffare dal rumore dei rotori, dalle ferite al suo corpo, dal puzzo degli scarichi e degli oli minerali.

“Aisthesis” era la parola che i greci usavano per indicare la percezione o sensazione. E in quella parola c’è il doppio significato di estetico e estatico. Cioè qualcosa al di fuori di me, percepito coi sensi, ha ridestato la mia meraviglia e il mio stupore. E cosa può ridestare meraviglia e stupore se non l’anima di qualcosa? Infatti il sentimento estatico dello stupore si accende in noi quando cogliamo il segreto, l’intimità di qualcosa: fosse una persona, un’opera d’arte, un paesaggio. E cos’è questo segreto se non la sua anima? Il suo segreto ha colpito la mia anima (e il mio cuore). È un incontro che è anche condivisione, è un riconoscersi, un ritrovarsi. Una consonanza. Perché, evidentemente, qualcosa di comune già ci univa, anche se a nostra insaputa.

Non è il cervello la vera sede della conoscenza, ma il cuore, che percepisce e sente allo stesso tempo, che è capace di penetrare l’essenza altrui.

Il cervello calcola, il cuore si meraviglia, si apre all’altro, alla sua parte più recondita. Il cuore è capace di sentire la soggettività degli oggetti, il loro valore in quanto entità viventi, laddove il cervello vede solo cose inanimate da sfruttare.

Le pale sul crinale sarebbero il sintomo di una malattia: l’an-estesia del cuore.

An-estetizzato il cuore a sentire l’anima delle cose, nemmeno l’anima del crinale viene riconosciuta, e allora lo si può ammazzare tranquillamente e definitivamente. E con esso ammazzare anche un pezzo della nostra anima.

A tutto vantaggio del freddo calcolo an-estetico, che schiaccia l’umano a oggetto materiale, a oggetto da indirizzare unicamente per il consumo: merce tra merce.

Laddove darsi il tempo di osservare le qualità di un luogo, i particolari, i colori, gli odori, i sapori, le qualità tattili; conoscerlo attraverso un rapporto intimo, attraverso “un naso animale”, contribuirebbe a rallentare il ritmo della civiltà. Fermarci su ciascun evento limiterebbe la nostra fame di eventi, rallenterebbe la corsa dei consumi.

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Perché si svende un territorio che incarna memoria e bellezza, passato e futuro? Perché?

Per leggerezza, per arroganza, per mancanza di visione futura, per interesse, per accrescere potere, per non sapersi opporre al potere dei soldi, per non saper dire “NO”, per non saper ascoltare la propria voce profonda e la voce di chi quel “NO” sa gridarlo a piena voce e se ne infischia dei soldi, della paura e della sottomissione? È paura di inimicarsi il potente di turno? È il timore reverenziale di amministratori di piccoli comuni di fronte a chi è in grado di manovrare milioni di euro?

Non è possibile che si svenda il proprio territorio, la sua ricchezza e bellezza, così a cuor leggero, senza colpo ferire, senza avanzare dubbi o incertezze, anzi facendo da protettori e facilitatori.

Allora vorremmo che qualcuno che ha responsabilità pubbliche provi a ragionare, a vedere che in alcuni casi la moneta è carta straccia, serve solo a devastare. Vorremmo che gli nascesse qualche interrogativo, che vedesse la  complessità di una situazione ma anche la sua semplicità: che mai alterazione e distruzione possono portare vantaggi duraturi.

Forse si risponde a richieste di istanze superiori: vertici regionali e/o di partito, a cui bisogna dimostrare che anche “il Mugello fa”. Non importa cosa sia questo “fare”, qualunque cosa sia, anche un disfare, un rovinare. Ma il “Mugello fa”! Laddove, nel Mugello, per “fare” veramente  bisognerebbe salvaguardare con le unghie e coi denti, e valorizzare, quello che c’è e com’è, perché resti “il polmone verde della Toscana”. E per “valorizzare” intendiamo accompagnare con progetti mirati la vocazione naturale del territorio, non progetti che lo stravolgono e ne tradiscono il passato e le aspettative future.

È questa la gara ardua di chi ha veramente a cuore questo luogo e non uniformarlo alla rovina generale.

L’impianto industriale altererebbe un equilibrio tra tutti i fattori naturali che persiste da secoli. Alterarlo significa distruggerlo, trasformarlo in altro da quello che è ora: irriconoscibile per l’uomo e per la stessa natura.

Gli elementi della montagna: suolo, fauna, vegetazione, falde acquifere, se alterati si avviano inevitabilmente verso il degrado, come dimostrano i vari “deserti” che puntellano la superficie del globo.

Avremo anche dei deserti eolici?

Infine, parafrasando la filosofa Luisa Muraro, vogliamo fare un appello.

Cari amministratori, non prestatevi alle dubbie manovre di chi ha potere economico e tecnocratico.  Non lasciate che siano loro a parlare e a decidere per voi. Non siete politici a loro disposizione. Siete politici che possono e devono migliorare la qualità del loro territorio: date il vostro contributo, crediamo che lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza, una prova della vostra indipendenza. Mirate alla vostra libertà e al bene comune.

Cover: Immagine dei Crinali Mugellani

Lo spettacolo “I dialoghi della vagina” alla Sala Estense il 25 gennaio alle 21

Il 25 gennaio alle 21.00 arrivano a Ferrara “I dialoghi della Vagina” con una serata alla Sala Estense, in Piazza del Municipio.

Lo spettacolo, prodotto da Teatro al Femminile, è scritto e diretto da Virginia Risso, giovane artista torinese pluripremiata e poliedrica nel panorama teatrale italiano. È una commedia dove l’interazione con il pubblico abbatte non solo la quarta parete, ma anche tabù e luoghi comuni legati all’universo femminile.

In scena, insieme all’autrice, Gaia Contrafatto, anche lei piemontese e collaboratrice di Teatro al Femminile. L’irresistibile capacità delle attrici di raccontare e raccontarsi regala allo spettatore una performance esilarante e molti spunti di riflessione.

Gaia Contrafatto – foto di Guido Milli

A fare da sfondo in scena, le opere di Elena Romanovskaya. La pittrice vive in una piccola cittadina russa, dove la sua Arte è vista come un osceno tabù e così le viene negata la possibilità di esporre i suoi quadri. La collaborazione con l’artista dimostra tre dei principi saldi di Teatro al Femminile: inclusione, condivisione e creazione di luoghi che accolgano flussi e fermenti artistici.

Gaia Contrafatto (sx) e Virginia Risso (dx) – foto di Massimo Forchino
Virginia Risso, autrice, attrice e regista dello spettacolo I dialoghi della Vagina – foto di Massimo Forchino

Nel 2022, I dialoghi della Vagina ha vinto il premio Miglior spettacolo e Miglior Attrice (Virginia Risso) al Concorso nazionale Lo strappo nel cielo di carta (VV) ed è stato selezionato al Festival del Teatro Aperto (PZ), al Milano Fringe Festival e al Catania Fringe Festival, dove ha ottenuto il Premio COMICS.

La serata è organizzata da Torino città per le donne, associazione di promozione sociale che ha come obiettivo di produrre un cambiamento radicale e fare di Torino una città in cui le donne abbiano piena cittadinanza, pari libertà e opportunità di sviluppo personale e sociale; la questione femminile è cruciale non solo per il superamento delle diseguaglianze ma anche per lo sviluppo sociale, economico, ambientale e culturale delle città. L’associazione, fra le attività principali, ha recentemente promosso una legge di iniziativa popolare per modificare la legge elettorale regionale e introdurre la doppia preferenza di genere.

“I dialoghi della Vagina” sono una produzione Teatro al Femminile, scritto e diretto da Virginia Risso, con Virginia Risso e Gaia Contrafatto, scene di Elena Romanovskaya, costumi di Estelle Vintage, tecnico audio-luci Simone Ravera

Per info e acquisto biglietti scrivere a torinocittaperledonne@gmail.com

Foto cortesia Torino città per le donne, foto in evidenza Virginia Risso (sx) e Gaia Contrafatto (dx)

TRA DISASTRI AMBIENTALI E CRITICITÀ ECONOMICO-SOCIALI: IL CASO DELL’EMILIA-ROMAGNA
Convegno  a Bologna, Sala Consiliare Quartiere Porto-Saragozza, 17-18 febbraio 2024

LA CRISI DEL MODELLO NEOLIBERISTA
TRA DISASTRI AMBIENTALI E CRITICITÀ ECONOMICO-SOCIALI: IL CASO DELL’EMILIA-ROMAGNA
Convegno  a Bologna, Sala Consiliare Quartiere Porto-Saragozza, 17-18 febbraio 2024

La Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale ER, assieme a Diritti alla Città e Osservatorio urbano di Bologna, ha deciso di promuovere questo convegno, perché intendiamo produrre un pensiero strutturato sulle dinamiche economiche, sociali e ambientali che riguardano, in primo luogo, la nostra regione.
Non è più credibile continuare a magnificare la bontà del “modello emiliano-romagnolo”, da prendere a riferimento anche per gli altri territori. Tali dinamiche stanno dentro il pensiero unico e la pratica del neoliberismo, rispetto al quale il “modello emiliano- romagnolo” può prestare maggiore attenzione ad alcuni tratti di solidarietà ed inclusione sociale, ma che, tuttavia rimane inscritto in quel paradigma. Neoliberismo che, peraltro, oggi attraversa una crisi strutturale, che non implica necessariamente, anzi, un suo possibile ripensamento in termini positivi, ma che, senz’altro, fa sempre più fatica a riproporre la sua logica di crescita “infinita”, fondata sul primato del mercato e della finanza.

presto di mattina. dimorare nella differenza

Presto di mattina /
Dimorare nella differenza

Presto di mattina. Dimorare nella differenza

Poesia, un dimorare nella differenza

Od anche, come qui confesserai:
– Questa nuda parola, questo dire
che non può mai essere inutile,
questo equilibrio di pensiero ed atto
che si svela in pronunzia, e non è
che coscienza, un silenzio parlante,
questo muto snidare in se stesso
l’altrui, e l’Altro, che dal sé distinto
incombe, e promuove l’esistere
nel nome di Lui, e il parlare
nel nome di tutti, questo, mi pare,
nella mia miseria, il promiscuo
sentire che sussurra: – poesia.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1996, 367.

Lo Sguardo, la parola, il gesto tendono al luogo che è loro proprio: “l’altrui, l’Altro”. Come la poesia essi tendono alla differenza quale loro dimora, verso un luogo che incombe e tuttavia incoraggia e muove verso un più esistere: «un passo, un altro passo,/ e inciampicando nel divino esistere/ io giungo a riconoscermi nel sasso/ che sospira all’eterno, in alto, in basso» (ivi, 285).

Sant’Agostino direbbe che «un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso» (Confessioni, 13, 9). L’identità è come pietra, profondità dentro di sé, l’alterità è fuoco che sale verso un altrove per tornar vivi, per ritrovarsi in altri.

Carlo Betocchi è qui poeta dell’alterità e della differenza, di questo fuoco che è l’altro da sé, un perdersi nel “cuore di ciascuno altro” per ritrovarsi, e il suo nome proprio, non un numero, si rivelerà nella tua cura, uniti nella differenza.

La tua mente illusoria rifiutala
se non ha altri argomenti che te:
e il tuo cuore, se non ha che i tuoi
lamenti. Non avvilirti
compassionandoti. Sii non schiavo di te,
ma il cuore di ciascun altro: annullati
per tornar vivo dove non sei
più te, ma l’altro che di te si nutra,
distinguilo dal numeroso,
chiama ciascuno col suo nome
(ivi, 327).

Sono di là da qui,
son l’altro, o sto per diventarlo;
per farmi riconoscere
uso queste parole;
son le stesse d’un tempo,
ma non son più lo stesso,
io, perché di là da qui,
dove resto nascosto,
vado già ricercandomi
(ivi, 564).

Una poesia quella di Betocchi che anche calcando i “lunghi passi della prosa” dimora così nella differenza di un’altra differenza: «Dov’è la mia casa? Forse, invecchiando, finalmente m’incammino: forse, compresi meglio i miei affetti saprò distaccarmene. Oh, da vecchio, andarsene con i lunghi passi della prosa! E nessuno che possa lamentarsene. Diranno: – Com’è cambiato! È diventato un altro!» (ivi, 254).

Credere: dimorare nella differenza

Come tutti

Anch’io salii le scale del mio non sapere,
anch’io come te, come l’altro, come molti
non avevo parola che dicesse il possibile
(entro il credibile, entro quel ch’è da credere,
e non è mio, è di tutti); eppure mi son fatto
così, uno che parla a stormi di versi
affamati di verità, come passeri nel gelo
d’inverno, come tutti i beati poveri, tutti
i santi beati che hanno lasciato se stessi
per trovar l’Altro, il vero, il solo sapiente
(ivi, 449).

Credere è di tutti, sì, proprio di tutti! È un verbo che nasce dalla fame di ciò che fa vivere; è ricerca del pane del senso, principio della relazione all’altro. Credere è vivere. È pure quel pane spezzato e condiviso per poter vivere insieme e oltre: è l’incomparabile grazia della differenza d’altri.

Si sta come il seme che buca la terra solo grazie alla terra, che si muove, si radica profondo, sale e vive e porta frutto ancora e ancora, di stagione in stagione, solo grazie alla grazia della differenza. Differenti dimore sono per lui il sole, la pioggia, il vento, le mani che l’hanno piantato e poi si prendono cura di seminarlo di nuovo. Così è possibile una primigenia parola al bambino solo nella misura in cui trova un garante, ad aspettarlo, se trova l’altro.

L’origine dell’umano credere è così già tutto in un primo sguardo, silenzio, parola, gesto sorgivi e primigeni di tutte le altre parole, silenzi, sguardi e gesti che seguiranno e serviranno a intraprendere cammini e costruire le dimore della differenza.

Credere è allora, già al primo spiraglio di luce, un osare e rischiare la differenza, aprendo gli occhi. Credere è inserzione nella differenza là dove lo spirito e la parola s’incarnano, entrano dentro il corpo dell’umano rinunciando al privilegio di una identità immutabile, solitaria, incontaminata: «pur essendo nella vita di Dio, spogliò se stesso assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 6).

È ciascuno innestato all’altro per ferita, inserzione carnale nella differenza là dove si arrischia se stessi giocandosi il tutto per tutto nelle prove e nel destino d’altri. Questo credere, che è di tutti, è preferire e rischiare la realtà per l’apparenza, la verità per la menzogna, divenendo così quel credere generativo e costitutivo nel tempo della propria autenticità: ci fa veri.

È pertanto quel credere che sta prima di ogni fede e credenza, di ogni tradizione e determinazione storiche e finanche della religiosità umana. È là dove tutto è dato e tutto da donare; dove tutto è fatto e tutto da fare, dove tutto è già e tutto non ancora. Credere è il luogo della libertà, quella libertà che si affida, che osa la differenza.

Fare posto: la debolezza del credere

Credere: «il termine significa talvolta aver confidenza in qualcuno o in qualcosa, altre volte il termine significa credere alla realtà o a quello che si vede, altre ancora fidarsi di quel che viene detto… Il credere pone un rapporto a qualcosa d’altro. Sotto questo triplice aspetto, il termine implica sempre il supporto dell’altro, che costituisce ciò su cui si deve poter contare… Il credere si mantiene dunque tra la riconoscenza di un’alterità e l’istituzione di un contratto, sparendo nel caso in cui uno dei due termini viene meno» (Michel de Certeau, Una pratica sociale della differenza: credere, in La pratica del credere, Medusa, Milano 2007, 29-30).

È stato il gesuita francese Michel de Certeau (1925- 1986)Le marcheur blessé (l’itinerante ferito), titola la sua biografia a cura di François Dosse – che ha tematizzato con un suo saggio dal medesimo titolo la debolezza del credere.

Far posto a una differenza significa ospitare, fare credito ad una forza della debolezza: così per de Certeau «credere significa “venire” o “seguire” (gesto segnato da una separazione), uscire dal proprio luogo, essere disarmato da questo esilio fuori dalla identità e dal contratto, rinunciare così al possesso e alla eredità, per essere offerto alla voce dell’altro e dipendere dalla sua venuta o dalla sua risposta.

Attendere così dall’altro la morte o la vita, aspettare dalla sua voce l’alterazione incessante del proprio corpo, avere come tempio l’effetto, nella casa, di un distanziarsi da sé attraverso un capovolgimento che “fa segno”, ecco senza dubbio ciò che l’interruzione credente introduce all’interno o nell’interstizio di ogni sistema, ciò che la fede e la carità connotano, o ciò che rappresenta la figura di Gesù itinerante, nudo e sacrificato, cioè senza luogo, senza potere e, come il clown di H. Miller, forever outside, “per sempre fuori” di sé, ferito dallo straniero, convertito all’altro senza essere tenuto da lui» (La debolezza del credere, Fratture e transiti del cristianesimo, Città aperta, Troina (En), 276).

Mai senza l’altro

Come nessun uomo è uomo da solo“mai senza l’altro”, “pas sans toi”, “non senza di te” è stato il leitmotiv del suo itinerario di pensiero e di vita − così lo si è pure nel credere: «Nessun uomo è cristiano da solo, per se stesso, ma sempre in relazione all’altro, in un’apertura a una differenza invocata e accettata con gratitudine.

Questa passione dell’altro non è una natura primitiva da ritrovare, non è qualcosa di cui ci rivestiamo o che si aggiunge per rafforzare le nostre competenze, le nostre acquisizioni: è una fragilità che spoglia le nostre solidità e introduce nelle nostre forze necessarie la debolezza del credere.

Forse una teoria o una pratica diventa cristiana quando, nella forza di una lucidità o di una competenza, entra come una ballerina il rischio di esporsi all’esteriorità, la docilità all’estraneità che sopravviene, la grazia di fare posto – cioè di credere – all’altro. Proprio come “l’itinerante”, il “pellegrino” di Angelus Silesius, non […] nudo, né vestito, ma spogliato» (ivi, 287).

La debolezza del credere è dovuta all’attesa dell’altro, alla sua imprevedibilità. Le sue vie non sono le nostre, né i suoi pensieri i nostri. Debolezza dovuta alla distanza, non dissimile da quella che c’è tra il cielo e la terra, così è tale quella dell’altro che lascia esposti al rischio della sua assenza, come abbandonati al proprio nulla. È tuttavia una debolezza che nasconde una forza, quella di un altro che sarà in te.

Credere è cedere la tua disperazione a chi è più forte di te. In questo resistere arrendendoti, il nulla, la solitudine e la disperazione stessa si spaccano, non sono più solo tue ma diventano d’altri, o come direbbe de Certeau, mutando in una “frattura instauratrice”, diventano forma stessa del credere, legame di alleanza.

Anche il poeta parla di una disperazione che si spacca e s’apre una feritoia in cui passare oltre. Così, chi crede è un transiliens, colui che passa al di là di sé per fare posto e lasciar entrare l’altro da sé. Il passer blessé, il passatore ferito, che il Dio della pace ha ricondotto dai morti.

Non chiamare disperazione
la disperazione,
se non è ancora più forte,
se non è ancora a quel punto
che si spacca,
che s’apre una feritoia,
nemmeno la disperazione
è tua, cèdila
a chi è più forte di te,
attendi, accetta d’esser colmo
del tuo nulla;
scamperai da te stesso,
non saprai come, un altro sarà in te
(Betocchi, 327).

Seminati nella debolezza

Ciò che «è seminato nella debolezza, risorge nella potenza» (1Cor 15,43). Ecco la fede di Paolo che indica ai cristiani quale sia la forza nascosta nella debolezza del credere: «Il Signore mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).

La debolezza del credere prega con gemiti inesprimibili, quelli dello Spirito del Risorto ricorda ancora Paolo: «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8, 26-27).

Lo stesso annuncio dell’evangelo di Dio è declinato nella debolezza. L’evangelizzazione si presenta e si attua così nella forma stessa della debolezza del credere: «Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.

Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio». (1Cor 2,1-5).

Precisando tuttavia la qualità di questa potenza che dimora nella debolezza perché «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini… quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti;» (1Cor 1,25).

Sinodalità: camminare insieme nella differenza

Anche la sinodalità come il credere è l’esperienza di dimorare nella differenza. Anzi, è proprio una pratica sociale ed ecclesiale della differenza. Il credere è il legame ramificato che lega una pluralità di differenze; soggetti distanti uniti ad un atto di parola, ad un pronunciamento di convergenze, ad una decisione comune per orientare cammini al futuro.

E il loro dire, l’assenso del credere si deve poi declinare in un fare, poiché il fare verifica il dire e garantisce l’autenticità del credere e della sua attestazione, scongiurando così l’ammonimento evangelico: “dicono ma non fanno”.

«Questa iscrizione del dire nel fare e del fare nel dire costituisce il credere in una pratica dell’attesa. A partire da questa prospettiva, la formula che indica al credente la sua posizione potrebbe essere: “tu lo credi se lo fai, e se non lo fai tu non ci credi”» (Certeau, Pratica del credere, 36-37).

Vi leggo in queste parole il cammino sinodale della Chiesa nelle sue tre fasi “narrativa”, “sapienziale” e “profetica”: l’ascolto di tutti, il discernimento comune, il cambiamento delle pratiche nella forma di una conversione pastorale, ecclesiale e sociale. La tradizione ecclesiale non è qualcosa di fissato una volta per sempre: è «un passaggio sempre in movimento», perché il vangelo diviene una realtà sempre in via di realizzazione nella storia, non solo attraverso un dire, ma con un fare.

L’esperienza sinodale come esperienza dell’altro, dell’alterità corrisponde così alla figura di colui che è in viaggio insieme con altri nei mondi della differenza, all’incontro con il povero, con il Cristo povero nei poveri.

Così la sinodalità dovrebbe essere esperienza di povertà, scoprendo anche la propria. Questa scoperta frutto di ascolto, discernimento e decisione per un cambiamento (le beatitudini) ha una funzione di contestazione in una società e in una chiesa in cui stili di vita, ricchezze, culture e religioni cessano di essere un “buon annuncio” per l’umano e per il creato.

Ma è pure pratica di conversione, una contestazione creatrice a partire da un noi ecclesiale secondo l’evangelo per far vivere ancora una volta la speranza per il futuro.

L’aspetto più importante del Sinodo ecclesiale in questa fase sapienziale, – fase del con/spire, “respirare insieme” con lo spirito del Cristo povero tra i poveri – potrebbe essere lo stesso aspetto che padre Yves Congar al Concilio annotava nel suo diario personale il primo febbraio 1964 scrivendo che

«L’aspetto più importante del Concilio non è quello di far votare dei testi, bensì quello di creare uno spirito e una coscienza nuova, e questo richiede tempo». Il tempo del nostro sinodo è quello di continuare a dimorare, praticando insieme la differenza, a partire da e attraversando quello scarto/ferita della differenza che c’è sempre tra noi e il vangelo.

È ora tempo di ritornare in quella dimora della differenza che è la poesia, “promiscuo sentire” ci ha detto Carlo Betocchi. L’invito è per tutti al «coraggio di credere e di esistere dentro il fiore della carità», anche per quella fede che al nostro sguardo sembra impalpabile, grigia come cenere fredda, pur essa, inconsapevole, silente, prega e riprega.

Sento anch’io il bisogno come il poeta di essere tanto più libero in Lui − questo è credere – e Lui libero in me, e amarlo, amarlo nel nome angosciato di tutti, per esser conscio che tutti sono a Lui eguali, sua umanità e così finalmente amarli come fossero Lui.

C’è verità nel coraggio
di credere e d’esistere,
e dentro il fiore della carità.
C’è nel fiume, che mena l’acqua,
tutta, la fievole delle rive, –
e la violenta della corrente:
e nel fuoco, fiamma e faville,
e grigia impalpabile cenere
che, dal suo letto spento,
fredda, prega e riprega Iddio
(ivi, 535).

Sì, m’accorgo, mio Dio
(la confessione è tenera, ma l’animo è aspro),
che d’una cosa in più, forse,
aveva bisogno il tuo servo:
quanto più libero in Te,
quanto – aveva bisogno –
d’essere conscio dei suoi simili,
cui non solo la morte l’eguaglia
ma la consuetudine con il peccato.
E d ‘avere un poco d’orgoglio
non era male,
d’essere come se fosse solo,
e d’amarti come fosse Te stesso,
nel nome, angosciato, di tutti
(ivi, 326).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

chi è responsabile della guerra a Gaza

CHI È RESPONSABILE DELLA GUERRA A GAZA?

Chi è responsabile della guerra a Gaza?

Secondo Save The Children, l’organizzazione internazionale che si occupa di tutela dell’infanzia, dall’inizio del conflitto a Gaza (7/10/23), in media più di dieci bambini al giorno, hanno perso un arto. Inoltre, a causa della paralisi del sistema sanitario causata dal conflitto, molte delle operazioni sono state eseguite senza alcuna anestesia.

Dai dati del Ministero della Sanità di Gaza, nei tre mesi trascorsi dal sette ottobre, circa 22.000 palestinesi sono stati uccisi e altri 57.000 feriti, con bambini mutilati e uccisi a un ritmo devastante e intere famiglie massacrate ogni giorno. A più di 1.000 bambini e bambine sono state amputate una o entrambe le gambe, senza l’anestesia.

Ciò è dovuto alla paralisi del sistema sanitario causata dal conflitto e della grave carenza di medici, infermieri e forniture mediche come anestetici e antibiotici. Il sistema sanitario di Gaza è al collasso: solo 13 dei 36 ospedali rimangono parzialmente funzionanti, ma operano in modo limitato e instabile a seconda della possibilità di accesso al carburante e alle forniture mediche di base. I nove ospedali parzialmente funzionanti nel sud stanno operando al triplo della loro capacità. Inoltre, secondo l’OMS, solo il 30% dei medici di Gaza, in servizio prima del conflitto, lavora ancora.

Si fa fatica a commentare una situazione di questo tipo, indigna e annienta, per l’orrore, per l’impotenza, per il fallimento di tutti i trattati sull’infanzia e di tutte le azioni di salvaguardia dei bambini miseramente fallite. Credo che nessun essere ragionevole, dotato di un minimo di cuore e di misericordia umana, possa trovare una giustificazione ad un orrore di questo tipo, men che meno adducendo giustificazioni politiche, economiche, storiche, antropologiche, sociali.

Mi fa orrore, tra tutti gli orrori, l’amputazione degli arti dei bambini. Già l’amputazione è un trauma indicibile, senza anestesia rischia di far impazzire una persona e di togliergli qualsiasi possibilità di una vita normale. Questo sta succedendo e, in quanto dramma universale, è un dramma di tutti, di ciascuno di noi, delle nostre famiglie e dei nostri bambini.

A mio nipote viene da piangere a sentir parlare dei bambini di Gaza, evita l’argomento perché il suo sistema emotivo non è in grado di reggerlo. Spero non sia sufficiente per fargli odiare tutti gli esseri adulti esistenti sulla terra. Mi ha già chiesto più volte perché nessuno fa niente per quei poveri bambini e io faccio fatica a rispondergli. Gli ho già detto più volte che sono tutti impotenti, che nessun organismo internazionale riesce a fare qualcosa e, in questa affermazione, trovo una tristezza adulta che mi addolora.

L’amputazione è un trauma violento e può verificarsi in maniera netta (per esempio un taglio) o in seguito a strappamento. Nel primo caso i margini sono più riconoscibili, mentre nel secondo i tessuti appaiono più lacerati e la sutura di ciò che resta più delicata. Le amputazioni si diffusero massicciamente durante la guerra civile americana (12 aprile 1861 al 23 giugno 1865) e la rimozione di un arto era la procedura chirurgica più comune negli ospedali da campo.

Circa 60.000 interventi chirurgici, tre quarti di tutte le operazioni eseguite durante la guerra civile, furono amputazioni. Anche se apparentemente drastica, l’operazione aveva lo scopo di prevenire complicazioni mortali come la cancrena. A volte eseguita senza anestesia, e in alcuni casi lasciando il paziente con sensazioni dolorose nei nervi recisi.

La maggior parte dei chirurghi della Guerra Civile erano ben addestrati, e i libri di medicina dell’epoca descrivono con precisione come e quando le amputazioni potevano essere eseguite e quando era appropriato. In molti casi, l’unico modo per cercare di salvare la vita di un soldato ferito era appunto amputare un arto frantumato. Quei medici hanno dovuto ricorrere ad una misura così drastica perché un nuovo tipo di proiettile è stato diffuso proprio in quella guerra.

Nel 1840 un ufficiale dell’esercito francese, Claude-Etienne Minié, inventò un nuovo proiettile. Si differenziava dalla tradizionale palla rotonda a moschetto, perché aveva una forma conica. Quel proiettile, che all’epoca della guerra civile era comunemente chiamato la palla Minié, era estremamente distruttivo. La versione comunemente usata durante la Guerra Civile era fusa in piombo ed era del calibro 58, che era più grande della maggior parte dei proiettili usati oggi.

Quando la palla Minié colpiva un corpo umano, faceva disastri. I medici che curavano i soldati feriti erano spesso perplessi di fronte ai danni causati. Un libro di testo medico pubblicato un decennio dopo la guerra civile A System of Surgery di William Tod Helmuth descrive in modo molto dettagliato gli effetti delle palline Minié. Un orrore assoluto, sembra di leggere la storia della fine del genere umano.

Il poeta Walt Whitman, che aveva lavorato come giornalista a New York City, viaggiò dalla sua casa di Brooklyn al fronte di battaglia in Virginia nel dicembre 1862, dopo la battaglia di Fredericksburg. Rimase scioccato da uno spettacolo raccapricciante e così scrisse nel suo diario:

“Trascorsa buona parte della giornata in una grande casa di mattoni sulle rive del Rappahannock, usata come ospedale dopo la battaglia – sembra aver ricevuto solo i casi peggiori. All’esterno, ai piedi di un albero, noto un mucchio di piedi amputati, gambe, braccia, mani e così via, un carico completo per un carro a un cavallo”.

Comincia così la storia moderna sulle amputazioni in guerra e così prosegue, un orrore dopo l’altro, una guerra dopo l’altra, fino ad arrivare ai giorni nostri. Adesso tutto questo fa ancora più impressione e il dramma si amplifica ancora di più, perché senza arti restano dei bambini inermi e innocenti, senza alcuna colpa se non quella di essere nati in quel tempo, in quel luogo maledetto. La storia prosegue il suo cammino, ma l’orrore che porta con sé la guerra è sempre spaventoso. La guerra porta odio. Dove c’è odio viene distrutta la vita. Lo vediamo quotidianamente, purtroppo.

Mi fanno un po’ impressione quei tentativi un po’ maldestri, fatti da persone influenti, a cui resta un minimo di cuore, di portare via da Gaza bambini orfani. Portarne via 10, 50, 100 per placare la nostra coscienza, per provare a trovare una consolazione, prima personale e poi mediatica, a ciò che è già successo.

Come se il desiderio di maternità e paternità che alberga in molti esseri umani adulti potesse riversarsi su quei pochissimi bambini salvati dal massacro (salvati?) e questo potesse essere una risposta adeguata al dramma. La risposta adeguata non c’è stata. Nessuno l’ha trovata, credo che in questo ci siano enormi responsabilità collettive che però non svincolano il singolo, anzi lo inchiodano davanti alla sua identità e al senso della sua vita.

Secondo Hannah Arendt, la causa principale della responsabilità collettiva è politica e non riguarda le norme giuridiche e morali, che sono accomunate invece dal riferirsi sempre alla persona e a ciò che la persona ha fatto. La responsabilità collettiva riguarda quelle azioni di più persone che i soggetti hanno compiuto “come gruppo”, e che, come individui isolati, non avrebbero potuto realizzare. Parlare di una responsabilità collettiva implica un pericolo, che è quello di sottostimare o addirittura eliminare la responsabilità individuale.

Hannah Arendt, ad esempio, afferma che il grido “siamo tutti colpevoli” pronunciato dai tedeschi riguardo ai crimini nazisti ebbe come conseguenza quella di discolpare coloro che invece erano colpevoli, perché “quando tutti sono colpevoli, nessuno lo è”.

Riflettendo su tutto questo, e tornando a ciò che sta succedendo a Gaza, mi sembra che le responsabilità siano strumentalmente tutte collettive, come se ci volessimo dimenticare che spesso i drammi dipendono da catene di errori compiuti da individui, che ricoprivano in quel momento ruoli politici rilevanti.

Agganciati ai singoli anelli della catena di errori si possono trovare singole responsabilità decisive, che avrebbero anche potuto determinare conseguenze diverse. Penso ad esempio ai capi di Stato. Non è vero che i capi di Stato hanno le stesse responsabilità che ho io e non è vero che la loro possibilità di azione e di intervento è come la mia. Altrimenti non avrebbe senso alcun processo di delega, di cui la politica necessita per esistere.

Questo non toglie che ciascuno nel suo piccolo abbia delle responsabilità, ma rimarca come ognuno di noi ha delle responsabilità dirette come singolo, delle responsabilità di delega (politiche) e delle responsabilità collettive in quanto appartenenti a un gruppo. Io non voglio la guerra! Non voglio nessuna guerra! Se lo dice un capo di Stato, o più capi di Stato è lo stesso che lo dica io? Ovviamente no.

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Storie in pellicola / “Maestro”, il biopic di Leonard Bernstein firmato Bradley Cooper

Dal 20 dicembre su Netflix, il film “Maestro”, di Bradley Cooper (e prodotto, tra gli altri da Martin Scorsese e Steven Spielberg), applauditissimo alla 80° Mostra del cinema di Venezia, coinvolge ed emoziona.

‘L’arte deve saper suscitare domande’, per il grande direttore d’orchestra Leonard Bernstein era il principio guida. Ci sono tutti gli ingredienti che servono a un buon prodotto, in “Maestro”, il nuovo film da regista e protagonista di Bradley Cooper, che aveva già debuttato alla regia con “A Star is Born”: entusiasmo, passione, tempesta e impeto, sogni, libertà (e pure libertinismo), talento, aspirazioni, amore, famiglia, e, soprattutto, tanta musica. Ai recenti Golden Globe non ha vinto nulla, ma qualcuno parla di Oscar.

Un film in bianco e nero, che passa al colore solo in un secondo momento, con lo scorrere inesorabile del tempo, che racchiude momenti di leggerezza romantica e di dramma d’autore e qualche tocco di musical. Fino all’abile impiego della camera fissa quando l’incombere della malattia invade tutto e non lascia spazio più a nulla.

Si parte dalla fine della storia, un Leonard anziano e provato (Bradley Cooper, che firma anche la sceneggiatura), con un lungo flashback che ripercorre la sua vita e la nostalgia per l’amore della sua vita, l’attrice Felicia María Cohn Montealegre (una sensazionale Carrey Mulligan), dalla quale il maestro ebbe tre figli.

A dominare sullo schermo il carisma di Bernstein, eclettico e poliedrico personaggio, un direttore d’orchestra, pianista e compositore famoso in tutto il mondo, anche di musical popolari, su tutti, per il suo “West Side Story”.

Carrey Mulligan e Bradley Cooper, foto Netflix

Nato nel 1918 in Massachusetts da immigrati ucraini di religione ebraica, Bernstein iniziò a suonare il piano della zia in giovane età, da autodidatta, per poi prendere s lezioni e diventare a sua volta insegnante per i ragazzi del quartiere. Le sue prime esibizioni in orchestra risalgono al 1932, tre anni prima di iscriversi a Harvard per studiare musica. Dagli anni Quaranta, fin dalla sostituzione casuale di Bruno Walter per un concerto alla Carnegie Hall, iniziò ufficialmente una carriera folgorante soprattutto come direttore di orchestra (nel 1946 fu invitato da Arturo Toscanini, che all’epoca viveva negli Usa, a dirigere la Nbc Symphony Orchestra e nel 1953 fu il primo americano a dirigere l’orchestra della Scala di Milano).

Carrey Mulligan e Bradley Cooper, foto Netflix

Polemiche a parte sul naso, a piacere anche il racconto garbato di una bisessualità raccontata apertamente, senza moralismi, dove la vita di Felicia oscilla fra un innamoramento che diventa grande amore e una frustrazione per la doppia vita di un marito geniale e carismatico, doppia vita a lei nota ma, obtorto collo, tollerata.

Bradley Cooper e Matt Bomer, foto Netflix

Il film si concentra sull’intenso rapporto con Felicia, durato, fra alti e bassi, oltre 30 anni, nonostante le relazioni di Leonard con vari uomini, a cominciare dal rapporto con David Oppenheim (Matt Bomer). Il divorzio – per poter vivere con Tom Cothran (Gideon Glick), manager radiofonico e compositore – arriva nel 1976. Un anno dopo, la coppia torna però a vivere insieme, per la malattia di Felicia che la porta alla morte nel 1978. Subentra poi Kunihiko Hashimoto, grande amore di Bernstein, un giovane giapponese impiegato in una società di assicurazioni che gli rimane accanto fino alla sua morte, nel 1990.

Un film delicato, poetico, riflessivo, romantico, intelligente, originale e molto esistenziale. Rapiti dalle musiche, tutte di Leonard Bernstein, ma senza esagerare.

Secondo la sinossi ufficiale, questa pellicola è “una lettera d’amore per l’arte e la vita, un ritratto epico ed emozionate sull’amore e la famiglia”. Verissimo. Da vedere.

Maestro, di Bradley Cooper, con Bradley Cooper, Carey Mulligan, Matt Bomer, Gideon Glick,Vincenzo Amato, Maya Hawke (II), USA, 2023, 129 minuti.

Foto in evidenza e nel testo di Netflix

 

presto di mattina. la prima stella

Parole a Capo
Sofia Zoli: Due poesie

La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è meno divina; di notte risplendono luminose le stelle, e si hanno rivelazioni che il giorno ignora.
(Nikolaj Berdjaev)

 

Naufragi

Nella notte
ogni città è paese di provincia
Metropoli appiccica
nelle albe di giorni pigri
Un letto grande
ad accorciare le distanze
È rumore nel silenzio
questo caffè lavorato
Accompagna circolare voce automatica
– Linea 33

Le mie mani conoscono bene
i tagli della carta
i calli della neve e
l’ultima porta chiusa
– che è ben poco –
Le tue, la mia schiena
scarlatta e bruciata
di segni che voglio
contare a numeri familiari
di botte prese
sincera e incompresa

Tace,
a lasciarti vincere l’ultima volta
una pace
i cui morti hanno tutti il mio volto.

Io fiore di muro
cresciuta vent’anni
nel posto sbagliato
ho imparato a farmi zattera
salpare verso i confini
dimenticare questa nazione morta giovane

Un bacio é un naufragio
e nessuna carezza
a far sbocciare il grano difficile
della fiducia
e davvero poca fatica
a non confondermi
Subito
Con il petto di altri

ho diviso la mia sigaretta
con chi vive le notti
a compagne distratte
accompagna un sorriso
chi conosce il freddo
e riconosce il mio
dove gli altri non comprendono
– a chi tutto e
a chi niente
Me l’han detto
raccogliendo
un ricordo squartato dal fango,
mi accorgo
nel tuo rumore
essere stata falena
giunge a cantilena
una strofa d’amore
dedicata a me sola

Dice –
che è normale,
un cane randagio
Impara tardi
a farsi carezzare
smette presto di perdonare
Dispera in silenzio il dolore
di vedere
I propri germogli fiorire altrove
Ma quasi – li annaffia.

La rabbia ha un codice sacro
è intenzione, distruzione
è creazione e innovazione
ché ogni tanto ci crede
di poter cambiare il mondo
e poi
ne piange le frane.

Ricorda che le parole
sono solo parole
che serve azione e costruzione,
distrazione quando l’asfalto
ha lo stesso sapore per giorni
ma tu sai anche se neghi,
agli occhi basterà uno sguardo
un richiamo nel traffico
a rifugiarsi in braccia nuove
a rendermi colpevole ancora
di non aver detto
abbastanza
quello che volevi sentire.

Un giorno fuggiranno
i capelli rimasti
testardi ad aspettarti,
sanno anche loro
ci vuole – spazio
e un sesso nuovo
A completarsi certi
Che basti dirsele certe cose.

Obbligare l’amore
a una sola forma
adattarlo a conferma ogni giorno
d’essere un po’ meno soli
urlare solo per dirsi addio

Io – per andarmene –
Ho camminato
in punta
di piedi
per amarti
ho mostrato il difetto
E le ossa ancora rotte
– Chissà cosa non ho capito.

Basterà un gettone
a lavare il profumo
Io – continuerò a indossarlo
Senza dirlo mai
Ininterrotta parlando nel freddo
Nasconderò le mie guance a cercarlo
Sorriderò di questa cura
(mai meritata)
e ricorderò che sono bella
anche quando non mi guardi
e se volevi guardarmi
–   ormai
Me ne sono già andata.

*

 

Uomini nudi

 

Oh amore che follia
Pensare io sia
Una donna da riporto.
Amore, l’altro giorno mi han detto che son bella
E io ho negato e ringraziato
Mi son voltata e ho sorriso:
Certo lo sono.
Certo credete
non conosca il fascino
Della mia rabbia e della mia verità
Di quanto sia io
Meravigliosa e terribile.
Così vi lascio
Pensare di poter conquistare
Una corrente del sud.
Così vi lascio
Felici quando vi bacio
E mi preparo
Al vostro ripudio.
Voi, che vi innamorate della tempesta
Ma siete senza vestiti.

Sofia Zoli (Faenza). Ha 22 anni e ha fondato un progetto culturale, In BiancoUn progetto di cultura scondita (https://www.instagram.com/inbianco.culturascondita/ Instagram) che sta andando bene, collabora con un’associazione culturale di Forlì (si chiama Candischi https://www.instagram.com/candeidischi/) ed è tra i “poeti” della LIPS (Lega Italiana Poetry Slam).

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

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Vite di carta /
“Dieci donne” e due dodici.

Vite di carta. Dieci donne e due dodici.

Dieci donne è il titolo del libro di Marcela Serrano uscito presso Feltrinelli nel 2011 con la bella traduzione di Michela Finassi Parolo e Tiziana Gibilisco.

Nove donne si confessano stando in gruppo dalla psicoterapeuta che hanno in comune, lei le vede arrivare tutte insieme dalla finestra dell’istituto dove potranno parlarsi, le accoglie e le ascolta. Ascolta e basta.

vite di carta. dieci donne e due dodiciSono loro che nel corso del racconto di sé, fluente e ricco di una introspezione che nel tempo si è fatta generosa, includono lei, Natasha, e ne spiegano il valore dentro le rispettive vite.

Ognuna di loro mette in chiaro i dolori e le fragilità che l’ha portata alla psicoterapia, nessuna tralascia di indicare quanto sia stato importante il sostegno avuto da Natasha.

Per esempio vengono rimarcate certe frasi che dice spesso per suscitare il dialogo,  oppure la tenerezza con cui si avvicina alla sostanza umana che le contraddistingue una per una.

Sono venuta qui, oggi. Erano mesi che ci pensavo e ora eccomi seduta nella grande cucina della mia Tata storica, quella che ha assistito a tutta la mia infanzia stando a casa mia come lavorante di mia madre.

Ritrovo in un minuto le coordinate della sua vita familiare: la stanza ben riscaldata perché si muove poco dopo l’ultima operazione all’anca, l’ultima di una serie, lo schermo gigante della tv perennemente accesa, l’affacciarsi sul davanzale della finestra di gatti e cagnolini che a turno chiedono di entrare.

E parla a ruota libera. Mentre la ascolto mi sento beata per la narrazione della sua vita che ritrovo e che abbiamo interrotto per troppo tempo. Non sono Natasha ma sì, la situazione è speculare a quella del libro e in fondo è la stessa: una donna parla e un’altra è venuta per ascoltarla.

Chi sentisse da fuori capirebbe che mi vuole bene da sempre: non mi include certo nel racconto della vita quotidiana nella quale non ho posto in questi ultimi anni, ma fa veloci incursioni nella mia infanzia, dice che qualcuno dei suoi quattro figli (ora quarantenni ) è stato come me in qualche piccola cosa. Una, la terzogenita, porta il mio stesso nome.

Oggi mi parla dei due nuovi nipotini nati da pochi mesi e le brillano gli occhi. Ora sono quattro i nipoti, tutti maschi. Provo a chiamarli i moschettieri per stemperare il rimpianto che le oscura lo sguardo mentre dice che il marito, che non c’è più, sarebbe stato felice di conoscerli uno ad uno. E subito rialza il capo, tornando a parlare dei due più piccoli, le esce anche una risata delle sue.

Viene allo scoperto il suo buon carattere, una vera miniera di forza che l’ha tenuta su, sempre. Gliela riconosco e gliela invidio bonariamente, credo di avergliela copiata negli anni in cui sono diventata adulta, se non altro ho costruito una buona impalcatura che ho chiamato compostezza e con quella tento di mantenere almeno la forma nei momenti duri.

La ascolto e intanto faccio entrare nella stanza le altre dieci donne: sono figure femminili di carta, ma hanno titolo per stare qui, ognuna con la sua parabola di vita.

Luisa è vedova di un desaparecido e rivive nel suo racconto i trent’anni che ha passato nell’attesa tenace che il suo Carlos tornasse, intanto che ha tirato su i figli e sbarcato il lunario con fatica. Andrea, una giornalista di successo, si rifugia nella solitudine del deserto di Atacama per rimettere in discussione ogni singolo pezzo che compone la sua vita frenetica. E così via con la storia delle altre.

La decima donna, Natasha la psicoterapeuta, non parla in prima persona ma affida alla sua fedele assistente il racconto della propria. Chi legge, e finora ha raccolto su di lei i giudizi delle altre, trova dispiegato nell’ultimo capitolo il nastro della sua esistenza. Una vita fatta di impegno familiare e professionale, di passioni e di spostamenti da un continente all’altro fino al Cile dove il libro è ambientato.

Di tutta la profondità della sua persona e della sua competenza nella psicoterapia mi sorprende una scheggia di poche straordinarie parole. Mi autorizza a credere che altrettanto forte quanto stare ad ascoltare chi ci parla e ci guarda negli occhi sia leggere le vite. Che anche la lettura sia una forma di ascolto.

Le parole sono queste: Natasha arriva stanca dopo una lunga giornata di lavoro e chiede alla sua assistente, donna umbratile e lettrice sterminata, “Raccontami della vita là fuori”. “Se per fuori intendi i personaggi dei miei romanzi…” “Sì, loro…raccontami che cosa fanno, che cosa dicono, che cosa pensano.

Nota bibliografica:

  • Marcela Serrano, Dieci donne, Feltrinelli, 2011

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Risposta ad Ernesto Galli della Loggia: l’inclusione scolastica accresce l’empatia, la solidarietà, la prossimità.

di Tonio Dall’Olio
Pubblicato su Mosaico di pace il 15 01.2024

No, caro Ernesto Galli della Loggia, l’inclusione scolastica non solo non reca alcun svantaggio ai “normodotati” ma, a sentire centinaia di testimonianze, accresce l’empatia, la solidarietà, la prossimità…

che devono stare ugualmente a cuore alla scuola. Quella dell’abolizione delle classi differenziali destinate ad alunni disabili o affetti da ritardi cognitivi o da disturbi nella socializzazione finiva per diventare una segregazione umiliante per scolari, studenti e rispettivi genitori, ma soprattutto non favoriva la crescita e l’apprendimento trattandosi di problematiche diverse che meritavano un sostegno ad hoc.
Caro Ernesto Galli della Loggia, anche se lei cita un testo recente e fa riferimento alla realtà dei fatti, per quanto mi sforzi non riesco a darle ragione. Se davvero vuole spendere la sua tastiera per qualcosa di utile al prossimo, proponga di migliorare la formazione e la dedizione dei docenti e del sistema di sostegno piuttosto che il ripristino del sistema di apartheid.
Non si offenda, il termine mi è germogliato spontaneamente dopo aver letto nel suo articolo anche del danno che provocherebbe la presenza degli stranieri “incapaci di spiccicare una parola d’italiano”. Infine consenta anche a me di suggerirle un testo piccolo piccolo. Si chiama “Lettera a una professoressa”. Potrebbe tornarle utile.

quella cosa chiamata città. Mileto 1982

Quella cosa chiamata città /
MILETO 1982

Quella cosa chiamata città. MILETO 1982

I monti Mycale e il Thorax definiscono la piana alluvionale del fiume Meandro. Nell’antichità erano due isole, oggi prolungano verso il mare il gruppo dei monti Aydin che delimita il lato nord dello stretto bacino del fiume.

A sud, la piana è racchiusa dal massiccio del monte Latmos e più sotto dal monte Grion, da cui si stacca un’appendice che duemila anni prima di Cristo era un promontorio proteso in una insenatura dell’Egeo, in seguito divenuta una piana fertile.

Siamo sulla costa egea settentrionale della Turchia, al di sotto di Troia ed Efeso. Sul lato sud del promontorio si trova la città oracolare di Didyma, mentre sull’altro versante si trova Mileto, di cui ora parleremo.

Nel 1982, ritrovare la città non fu semplice, richiese uno sforzo rilevante di interpretazione delle mappe a nostra disposizione, associato anche ad un po’ di fortuna.

Mileto, Il teatro, 1982

Fondamentale fu la capacità di associare l’immagine che avevo in mente della città con le forme del paesaggio nel quale ci trovavamo a vagare, senza il supporto di alcuna indicazione stradale. Nella mia testa tutto ruotava attorno all’acqua, allora ero inconsapevole del ruolo giocato dalle modificazioni del territorio. Il promontorio lo vedevo come una sorta di dito che si conficcava nel mare Egeo e sul quale la città era sorta.

Ricordo una giornata molto luminosa, una luce pulita che creava una sorta di gioco di ombre con netti contrasti, e in questa ricerca spasmodica di un promontorio bagnato su tre lati dal mare, che in realtà non esisteva più, ecco apparire su di un’altura delle strane pietre biancastre ammassate una sull’altra che, viste in lontananza, sembravano delle concrezioni calcaree, che avevano come sfondo una piana in alcuni tratti limacciosa.

Consapevole che la luce prende forma quando incontra l’ombra, avvicinandomi le “pietre” iniziano ad assumere la forma di linee luminose alternate ad altre ombrose, alcune orizzontali, altre verticali, generate dalle scanalature delle colonne, o meglio dei frammenti di colonne doriche e corinzie ammassate alla rinfusa sul terreno insieme a capitelli e pezzi di trabeazione: eravamo giunti a Mileto.

Mileto, ruderi, 1982

Ci siamo arrivati a causa di una mia infatuazione per una mappa che un professore aveva presentato a lezione all’IUAV di Venezia. Il viaggio alla scoperta della antica città greca aveva seguito un percorso iniziato nell’altopiano anatolico, irrazionale, zigzagante e disarticolato, lasciandosi alle spalle insediamenti trogloditi, città sotterranee, caravanserragli abbandonati.

La pianta di Ippodamo di Mileto (V secolo a.C.)

La geometria ortogonale concepita da Ippodamo da Mileto era diventata una città, adattandosi alle irregolarità del promontorio, ma cosa era successo quando il principio geometrico aveva incontrato quel sito specifico?

Che rapporto si era stabilito tra la regola del modello ippodameo e la conformazione dei principali luoghi urbani o ancora, come l’architetto aveva regolato l’orientamento della città vista la particolare conformazione di quell’appendice rocciosa?

Queste erano alcune curiosità che avevo condiviso con i miei compagni di viaggio, per giustificare il fuori percorso e vincere le loro perplessità, probabilmente senza appassionarli.

Questa città, dove aveva vissuto una comunità di cittadini che abitava, lavorava, discuteva e concepiva visioni del mondo, che aveva generato numerose colonie urbane era ora deserta, abbandonata, nemmeno degna di un cartello stradale.

Indelebile rimane l’immagine dall’alto dell’agorà, un tempo probabilmente, attraversata da una via colonnata, che sembrava reggersi, instabile, sull’acquitrino che ne occupava l’invaso. Quel giorno oltre a noi, solo un pastore sostava con le sue pecore, che con il loro brucare tenevano puliti i ruderi dell’antica città, e ci osservava distratto e silenzioso, forse anche perplesso.

Tutte le foto, compresa quella di copertina sono di Romeo Farinella

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La Bella Addormentata dovrà aspettare ancora.
Ferrara e il suo polo chimico: una lunga storia … di occasioni perdute

La Bella Addormentata dovrà aspettare ancora.
Ferrara e il suo polo chimico: una lunga storia … di occasioni perdute

Ferrara è stata definita dal CDS,  nel corso della presentazione dell’Annuario Economico Ferrarese 2023,  “la Bella Addormentata” …  tanto addormentata al punto da non essere stata in grado di svegliarsi neppure con i baci del principe Azzurro, manifestati nel corso degli anni attraverso le tante occasioni che si sono avvicendate e purtroppo perdute.

La favola dei fratelli Grimm ci racconta che dopo cento anni avvenne l’incantesimo e tutti vissero felici e contenti.

Purtroppo a Ferrara l’incantesimo non si è ancora verificato e sembra lontano dal verificarsi nonostante, dal dopoguerra ad oggi, si siano alternati diversi “principi azzurri” nelle forme delle tante occasioni, che la “comunità ferrarese” e in particolare coloro che hanno il potere e le disponibilità decisionali, non sono stati capaci di cogliere.

Una storia da raccontare

La storia che voglio raccontare (chiamarla favola forse è riduttivo, … ma fino un certo punto) parte nel dopoguerra in un territorio sottosviluppato ove era presente un latifondo diffuso, con decine di migliaia di braccianti con basso reddito, poche aziende industriali legate prevalentemente all’autarchia degli anni ’30 e ’40, l’assenza di scuole professionali adeguate e grossi problemi di qualità della vita, soprattutto nella parte orientale, …la Bassa.

La lungimirante scelta imprenditoriale della Montecatini, di entrare con tempestività nel settore Petrolchimico a guerra appena finita, creando a Ferrara il primo polo petrolchimico dell’Europa continentale, si era dimostrata vincente in quanto creava il presupposto per la realizzazione di un bacino industriale foriero di possibili ricadute sul piano occupazionale, scientifico, formativo, culturale in un’area vasta.

“L’iniziativa della Montecatini includeva anche la realizzazione di un piccolo laboratorio di controllo ed appoggio alle attività produttive dello Stabilimento, inizialmente di mero supporto ai primi impianti del Petrolchimico basati tutti su tecnologie d’acquisizione  –  leggiamo sul libro “Ferrara e il suo Petrolchimico, volume primo”, edito da CDS nel 2006 – che ebbe successivamente sempre più un ruolo di carattere creativo, verso cioè l’individuazione e lo sviluppo di veri nuovi prodotti e processi, in linea con la missione innovativa della Montecatini e della sua pregressa notevole cultura chimico-tecnologica”.

La scelta fondamentale e vincente fu quella del professore Giulio Natta, Premio Nobel per la chimica nel 1963, che pensò di sviluppare, proprio a Ferrara, le tecnologie di processo dei nuovi originali materiali da lui concepiti presso il Politecnico di Milano, principalmente il polipropilene (PP) e gli elastomeri olefinici etilene-propilene (EPR).

Ferrara capitale della ricerca

E da lì che ebbe origine il rilevante successo della ricerca ferrarese, unico nell’intero panorama italiano, che trascende i limiti del puro, sia pur eccellente, risultato scientifico ed industriale, che è poi alla base del successo stesso; una ricerca che si pone come obiettivo prioritario la individuazione e comprensione di tutte le complesse fenomenologie coinvolte molto spesso in ogni passaggio chimico, fisico, tecnologico, ingegneristico del progetto studiato e di ogni sua parte, ossia “vedere e capire le cose dal di dentro”, come insegnava il professore Giulio Natta.

La responsabilità nelle problematiche di scale-up, nella gestione degli impianti pilota, il coinvolgimento nella gestione degli impianti industriali, nella qualità dei prodotti e nella fase della loro commercializzazione spingeva la ricerca ferrarese alla sempre più completa comprensione di tutti quei fenomeni che la ricerca pura ed asettica di laboratorio, di tipo accademico e universitario, quale era quella sviluppata negli altri istituti, non vedeva, o non voleva vedere, lasciando ad altri, a valle, i compiti considerati “più vili” ma, guarda caso, anche più difficili ed allo stesso tempo avvincenti.

Purtroppo la presenza di uno stabilimento con un impianto di cracking della virgin nafta, il cuore pulsante di un petrolchimico e decine di impianti che producevano materie prime, prodotti di base per il settore, plastiche, elastomeri, ecc., condotti da diverse migliaia di addetti provenienti da ogni parte del Paese e non solo, non fu sufficiente a creare un indotto adeguato, peraltro realizzato in altre province della Regione e nelle regioni anche distanti dalla nostra, … non a Ferrara.

la prima occasione perduta

L’elevato contenuto scientifico e tecnologico del Centro Ricerche Giulio Natta, che sfornava centinaia di brevetti e soluzioni tecnologiche di avanguardia con riconoscimenti a livello internazionale, fu messo a disposizione per affrontare nuove tematiche di ricerca di interesse sociale in un’ottica di sponsorizzazione regionale”, come recita un promemoria emesso il 18 febbraio 1983 (quaranta anni fa !!!) a seguito di un incontro della Direzione del Centro con la Regione Emilia Romagna. Nonostante la formalizzazione di un apposito ufficio (Centro Incontri Tecnici) in città, accessibile a tutti, con la presenza di tecnici specializzati e accreditati “disponibili a fornire consulenza e assistenza tecnica alle aziende interessate”, non si registrarono risultati degni di nota … la straordinaria proposta innovativa andò praticamente deserta.

E siamo alla seconda occasione perduta

Ora passiamo ad anni più recenti, siamo nel maggio del 2001 in occasione dell’Accordo di Programma per la riqualificazione del polo chimico di Ferrara, realizzato per favorire uno sviluppo ecocompatibile, attraverso la costruzione  e il mantenimento nel Polo di condizioni di coesistenza tra tutela dell’ambiente e sviluppo nel settore chimico e la promozione dell’inserimento di nuove attività, siglato  tra la Regione Emilia-Romagna, il Ministero dell’Industria, l’Osservatorio chimico nazionale, Unindustria Ferrara, Federchimica, le Organizzazioni sindacali confederali e di categoria, Comune, Provincia e le aziende insediate.

L’Accordo fu accompagnato dal successo di una importante bonifica delle aree inquinate del Petrolchimico, praticamente unica a livello nazionale, con la messa a disposizione nello stabilimento di decine di ettari idonei per l’installazione di impianti industriali, … e anche qui dopo una ventina di anni non si è visto alcun risultato, nonostante che la collocazione del territorio bonificato sia in una area interamente attrezzata anche dal punto di vista dei servizi tecnologici e già pronta per la costruzione di impianti.

La terza occasione perduta è alle porte.

Arriviamo ai giorni nostri, con la recente straordinaria innovazione legata al progetto MoReTech del Centro Ricerche Giulio Natta, salutato con notevole favore a livello internazionale come altre iniziative del genere che, come è noto, sarà industrializzato da Lyondellbasell in Germania anche perchè con la chiusura del cracker di Porto Marghera si è sostanzialmente messo “un bastone fra le ruote” allo sviluppo della tecnologia del riciclo molecolare delle materie plastiche a Ferrara. Anche in questo caso si butta al vento una occasione di sviluppo del Petrolchimico che avrebbe avuto ricadute favorevoli per tutto il territorio.

La speranza è l’ultima  a morire … ma l’andamento della storia sa tanto di quarta occasione perduta.

Ho riportato in breve quattro opportunità di sviluppo strategico del Petrolchimico (una ricerca più approfondita potrà senz’altro evidenziarne altre) e del territorio in cui esso vive da ottanta anni, che si sono succedute con scadenza ventennale senza essere diventate occasione di crescita e che  tra l’altro sono scivolate via senza particolari emozioni da parte di chi conta a Ferrara dal punto di vista finanziario, economico, formativo,  produttivo, politico, ecc.

La “Bella Addormentata” dovrà aspettare ancora.