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Palestina: la morte della morte

Palestina: la morte della morte

La condizione di trovarsi a vivere come profughi di guerra, cioè esseri umani strappati e sradicati con le armi dalla propria terra, esprime forse un destino irreversibile che condanna chi lo diviene per la prima volta, a continuare ad esserlo di nuovo, ancora e ancora, e per sempre?

Nessun altro Popolo composto da profughi, figli e figlie di profughi, profughi di profughi… ha così tante ferite incise sulla propria pelle, così tanti numeri di morti da contare, come e quanto quello Palestinese.

Attraverso i tempi, l’attualità della Questione Palestinese è immortale, sembra non finire mai; nel corso del tempo è immorale, perchè sembra non smettere mai di infliggere atroci sofferenze a un popolo colpevole di esserlo, colpevole di esistere e colpevole di resistere.

Attacco, assedio, invasione, occupazione, al pre del crimine è sempre subentrato, per settantotto lunghissimi anni, il post della guerra: fuga, sfollamento, esodo, esilio, martirio, genocidio, dando prova di una forma di sopravvivenza e di resistenza che ha dell’incredibile e del soprannaturale.

Nella città di Gaza e nel resto della Palestina, l’ultima morte rimasta da celebrare è la morte della morte.

Cover: foto tratta dal film Un Chien Andalus di Luis Buñuel e Salvador Dalí 1929

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore.

Immaginario / Quanto vale un abbraccio?

Immaginario /
Quanto vale un abbraccio?

Il tempo di un istante, lo scatto della macchinetta fotografica che cattura una performance artistica come in questo caso. Le donne con i piedi nudi sui sanpietrini di un piccolo paese di montagna, si abbracciano per dare vita a un gesto il cui significato si perde nella notte dei tempi. Un gesto semplice che molti di noi, forse troppi, dimentichiamo di fare. Un abbraccio vale tanto quanto le persone che lo esercitano con frequenza, come un gesto fra tanti che può sembrare perda di significato nella quotidianità, ma che tanto più ne acquista per l’umana abitudine che tali ci rende: umani.

Quanti simboli allora si possono leggere in un quotidiano gesto? Sorellanza, come in questo caso, pace forse, perdonanza in molti. Quando le parole non servono più o non riescono a spiegare, basta un semplice gesto. E poi, quando le parole non servono perché ci sono le bombe, i massacri, gli stupri, la fame a farla da padrone, come è possibile che da tutto ciò possa fiorire questo piccolo gesto che sta perdendo significato nella ripetizione automatica delle nostre vite fatte di intelligenze artificiali? Non può aiutarci l’intelligenza artificiale o umana e neppure le parole, tutta la cultura, la diplomazia, la cautela usata nel non infrangere certi diritti politici, poi va a farsi benedire quando non si esercita più il diritto a essere umani.

Cos’è un semplice abbraccio? Quanto costa ricordare anche metaforicamente di farlo? Evidentemente molto più di qualunque progetto economico per far soldi, nato sulle ceneri di un popolo e di una terra massacrati in nome di un dio, di uno stato di diritto o di un’utopia. D’altronde. più si dà valore ad un oggetto più costa comprarlo, e non è solo l’economia che ce lo insegna, ma da qualche tempo anche l’arte che ci dice quanto vale la famosa merda d’artista di Manzoni. C’è ancora forse un valore che non abbia un costo? Un abbraccio potrebbe insegnarci a dare valore ai gesti senza marchiarli a forza con un prezzo. Rimarrebbe solo il valore semplice che un gesto d’amore più regalare, il benessere che quel calore ci consegna, senza possesso, senza premeditazione. Spontaneo e unico, come solo le umane abitudini possono essere.

In copertina: foto di Ambra Simeone

Charlie Kirk, un omicidio perfetto?

Charlie Kirk, un omicidio perfetto?

Charlie Kirk, 31 anni – influencer cofondatore dell’organizzazione giovanile conservatrice d’estrema destra Turning Point Usa (Tpusa), cristiano evangelico integralista e grande propagandista di Trump – è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante un raduno il 10 settembre in una università dello Utah.  Mentre era sul palco è stato colpito da un proiettile che lo ha raggiunto al collo. Trasportato in ospedale è morto poco dopo.

Il cecchino si dice fosse appostato a 200 MT di distanza. Kirk, giovane esponente della destra radicale, ha aiutato Trump in modo determinante, facendogli prendere i voti necessari per vincere le elezioni, con circa 10/12 milioni di voti portati tramite sit-in in scuole universitarie e college, grazie ai suoi video virali e ad azzeccate campagne di promozione.

“Le armi salvano vite” – diceva Charlie Kirk da convinto sostenitore delle armi, aggiungendo – “Vale la pena accettare qualche morto in più, se questo significa poter esercitare il diritto di avere un’arma per difendere gli altri diritti concessi da Dio”. Fu profetico!

Per anni è stato un costruttore assiduo, sui social media e in tv, di una narrazione tossica, fascista e disumanizzante dell’Altro. Tra le altre: “Se mia figlia di 10 anni fosse stuprata, dovrebbe partorire il bambino”; “I neri stavano meglio quando erano schiavi perché commettevano meno crimini”; “La legge perfetta di Dio dice che i gay andrebbero lapidati a morte”; “I bambini dovrebbero assistere alle esecuzioni pubbliche”; o che le personalità afroamericane famose (come Michelle Obama) “non hanno le capacità cerebrali per essere prese sul serio” e che “hanno rubato il posto ad un bianco”; e che Israele non sta affamando il popolo palestinese.

La sua carriera politica di ideologo di Trump si è fondata sull’odio, sulla banalizzazione, sul tono autoritario, sulla violenza verbale e sulla giustificazione della violenza fisica. Per anni Charlie Kirk ha difeso il modello di società armata, polarizzata, presentando il conflitto come virtù e le armi come “garanzia di libertà”.

Cronache Ribelli, sulle sue pagine social ha scritto: “Da quando Charlie Kirk è stato ucciso chi non esprime pubblico cordoglio, chi non si straccia le vesti, chi non è disposto a colpevolizzarsi per questa morte diventa automaticamente un criminale. Insomma, noi dovremmo provare empatia per un uomo che non aveva empatia per alcuna categoria umana che non fossero i multimiliardari, bianchi e sani.
Per lui le donne stuprate dovevano partorire e stare zitte, i neri stavano meglio quando c’era la schiavitù, i ciechi non possono fare i medici, a Gaza non c’è alcuna crisi umanitaria e nessun crimine. Per gli estremisti come lui i morti sul lavoro non sono violenza, i morti per mancate cure sanitarie non sono violenza, i morti di fame, sete, povertà non sono violenza. Persino i genocidi non sono violenza.
Questa strategia la conosciamo bene. Si basa sulla normalizzazione: se tanta gente muore di lavoro o sul lavoro allora diventa normale. Sulla frammentazione: se la violenza non arriva come un colpo singolo ma a piccole dosi (mancati screening, malattie professionali, precarietà, marginalità, inquinamento) allora non è violenza. Sulla comparazione: di che ti lamenti c’è sempre chi sta peggio di te. Sull’invisibilità della sofferenza delle classi subalterne, che vengono espulse da ogni narrazione mediatica. Noi continuiamo a dire che se la violenza deve essere condannata, allora si cominci da quella sistemica e profonda. (…)”

Una nazione, gli USA, che presenta più di 392 milioni di armi da fuoco in circolazione: numero infinitamente più alto di tutta la popolazione statunitense. Di quale libertà stiamo parlando?

Evidentemente stiamo parlando della “libertà” autoinflitta della popolazione statunitense di rischiare di morire quotidianamente per colpi di arma da fuoco sia di persone “normali” sia di persone mentalmente instabili: una strage silente di 45.000 persone morte per colpi d’arma solo nel 2024.

Ma non è l’unica opzione che sta dietro alla morte di Kirk. Dietro a questo marasma di violenza normalizzata quotidiana e di giustizia a mo’ di Far West, gli USA sono anche la nazione dei complotti: dei complotti veri, non quelli inventi saltuariamente da qualche “complottista da tastiera” o da qualche propagandista di Trump. “Complotti” che abbiamo visto negli ultimi decenni: golpe blandi spacciati per “regime-change” (tentativi terroristici contro Cuba); guerre spacciate per “operazioni di peacekeeping” o “guerre umanitarie” (Iraq, Jugoslavia); interventi e occupazioni militari di suoli esteri spacciati per “esportazione di democrazia, diritti umani e diritti delle donne” (Afghanistan); colpi di Stato neonazisti spacciati per “rivoluzioni” (Euromaidan in Ucraina nel 2014); spacciare per “resistenze” quelle che in realtà sono scontri etnonazionalisti tra eserciti nazionali (conflitto russo-ucraino dal 2022); additare di “terrorismo” le vere resistenze di popolo e le lotte per l’autodeterminazione (Palestina); regime-change violenti spacciati per “rivoluzioni pacifiche” (paesi post-sovietici); omicidi mirati con drone di persone definite “pericolo per la sicurezza degli USA” (funzionari iraniani). Tutte cose che è la storia degli USA a raccontarci, che essi siano governati da Democratici e Repubblicani.

Secondo le indiscrezioni Charlie Kirk negli ultimi mesi aveva cominciato ad essere ingombrante, a denunciare un sistema di controllo eterodiretto sui principali mainstream, a dubitare di Israele, a criticare fortemente le politiche di aggressione dell’entità sionista che prima sosteneva.

Secondo le testimonianze di un amico di lunga data di Charlie Kirk, a The Grayzone (Articolo di Max Blumenthal e Anya Parampil – 12 settembre 2025), fu lo stesso Kirk a rifiutare un’offerta fatta all’inizio di quest’anno dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di organizzare una massiccia nuova iniezione di denaro da parte sionista nella sua organizzazione Turning Point USA.

Nelle settimane precedenti al suo assassinio, avvenuto il 10 settembre, Kirk aveva iniziato a detestare il Primo Ministro israeliano, considerandolo un “bullo”, ha detto la fonte. Kirk era disgustato da ciò a cui aveva assistito all’interno dell’amministrazione Trump, dove Netanyahu cercava di dettare personalmente le decisioni del Presidente in materia di personale e sfruttava risorse israeliane come la miliardaria donatrice Miriam Adelson per tenere la Casa Bianca saldamente sotto il suo controllo.

Secondo l’amico di Kirk, che aveva anche avuto accesso al Presidente Donald Trump e alla sua cerchia ristretta, Kirk aveva fortemente messo in guardia Trump lo scorso giugno dal bombardare l’Iran per conto di Israele. “Charlie è stato l’unico a farlo”, hanno detto, ricordando come Trump “gli abbia urlato contro” in risposta e abbia chiuso adirato la conversazione. La fonte ritiene che l’episodio abbia confermato nella mente di Kirk l’idea che il Presidente degli Stati Uniti fosse caduto sotto il controllo di una potenza straniera maligna e stesse conducendo il suo Paese verso una serie di conflitti disastrosi.

Il mese successivo, Kirk era diventato il bersaglio di una prolungata campagna privata di intimidazione e rabbia smodata da parte di ricchi e potenti alleati di Netanyahu, figure che lui stesso definiva pubblicamente “pezzi grossi” e “personaggi ingerenti” ebrei. “Aveva paura di loro”, ha sottolineato la fonte.

Kirk aveva 18 anni quando lanciò il TPUSA nel 2012. Fin dall’inizio, la sua carriera fu trainata da donatori sionisti, che inondarono la sua giovane organizzazione di denaro attraverso organizzazioni neoconservatrici come il David Horowitz Freedom Center . Nel corso degli anni, ripagò i suoi ricchi sostenitori scatenando un’incessante ondata di diatribe anti-palestinesi e islamofobe , accettando viaggi di propaganda in Israele e bloccando severamente le forze nazionaliste che contestavano il suo sostegno a Israele durante gli eventi del TPUSA. Nell’era Trump, pochi gentili americani si erano dimostrati più preziosi di Charlie Kirk per l’autoproclamato stato ebraico.

Ma mentre l’attacco genocida di Israele alla Striscia di Gaza assediata scatenava una reazione senza precedenti nei circoli di destra di base, dove solo il 24% dei giovani repubblicani ora simpatizza con Israele piuttosto che con i palestinesi, Kirk iniziò a cambiare idea. A volte, seguiva la linea israeliana, diffondendo disinformazione sui bambini decapitati da Hamas il 7 ottobre e negando la carestia imposta alla popolazione di Gaza. Eppure, allo stesso tempo, cedeva alla sua base, chiedendosi ad alta voce se Jeffrey Epstein fosse una risorsa dell’intelligence israeliana, mettendo in dubbio se il governo israeliano avesse permesso che gli attacchi del 7 ottobre proseguissero per promuovere obiettivi politici a lungo termine, e ripetendo a pappagallo narrazioni familiari al suo più accanito critico di destra, lo streamer Nick Fuentes. 

A luglio 2025, al suo Summit d’azione studentesca TPUSA, Kirk ha offerto un forum alla base della destra per sfogare la propria rabbia per l’assedio politico di Israele all’amministrazione Trump. Lì, relatori come gli ex sostenitori di Fox News Tucker Carlson e Megyn Kelly, e il comico ebreo antisionista Dave Smith , hanno denunciato l’assalto sanguinoso di Israele alla Striscia di Gaza assediata, hanno bollato Jeffrey Epstein come una risorsa dell’intelligence israeliana e hanno apertamente schernito miliardari sionisti come Bill Ackman per “averla fatta franca con le truffe” pur non avendo “alcuna competenza”.

Dopo la discussione, Kirk è stato bombardato da messaggi di testo e telefonate infuriate da parte dei ricchi alleati di Netanyahu negli Stati Uniti, compresi molti di coloro che avevano finanziato il TPUSA. Secondo il suo amico di lunga data, i donatori sionisti hanno trattato Kirk con assoluto disprezzo, intimandogli di fatto di tornare sui propri passi. 

“Gli veniva detto cosa non era permesso fare, e questo lo stava facendo impazzire”, ha ricordato l’amico di Kirk. Il leader dei giovani conservatori non solo era alienato dalla natura ostile delle interazioni, ma anche “spaventato” dalle reazioni negative.

Kirk è apparso visibilmente indignato durante un’intervista del 6 agosto con la conduttrice conservatrice Megyn Kelly, mentre discuteva dei messaggi minacciosi che riceveva dai pezzi grossi filo-israeliani. 

In una delle sue ultime interviste, condotte con il principale influencer israeliano negli Stati Uniti, Ben Shapiro, Kirk ha cercato ancora una volta di sollevare la questione della censura nei confronti dei critici di Israele. 

“Un amico mi ha detto, in modo interessante: ‘Charlie, ok, abbiamo respinto i media sul COVID, sui lockdown, sull’Ucraina, sul confine’”, ha detto Kirk a Shapiro il 9 settembre. “Forse dovremmo anche chiederci: i media stanno presentando la verità assoluta quando si tratta di Israele? Solo una domanda!” 

“È caccia al Killer”, così hanno titolato le principali notizie subito dopo l’omicidio di Kirk. Inizialmente non era stato ancora trovato l’assassino, e sempre ovviamente Trump e la sua amministrazione repubblicana hanno subito puntato il dito contro le “sinistre radicali”. Altrettanto ovviamente fin da subito si percepiva che fosse una bugia.

Poi il killer è stato trovato: il capro espiatorio, funzionale per tutte le stagioni e tutte le evenienze. E’ il 22enne Tyler Robinson, che sui proiettili del fucile usato per uccidere Kirk avrebbe inciso lo slogan “Bella ciao, bella ciao ciao ciao” e “Hey, fascista beccati questa!” (hanno riferito le autorità americane in conferenza stampa, confermando l’arresto del 22enne Tyler Robinson), sparando da un tetto al 31enne attivista conservatore. Notizia che potrebbe dare l’impressione di un classico omicidio politico, ma qualcosa risulta dissonante rispetto alla narrazione mainstream.

Robinson è un affiliato al Partito Democratico? O è di “sinistra radicale”? O è appartenente dell’amalgama della “sinistra neoliberale”? No. Robinson, che non ha alcun precedente penale, è un maschio bianco di famiglia repubblicana che vive con la sua famiglia e i suoi due fratelli minori nella contea di Washington, a St. George.

A photo showing Tyler Robinson and an older man sitting at a table eating food. Tyler Robinson wears a blue shirt and black cap, holding chopsticks. The older man wears a black shirt and cap with a visible American flag design. Red and black panels are in the background.

https://x.com/benryanwriter/status/1966651218232832325

I dubbi sono molti e più approfondiamo, più ci sono elementi che avvolgono il caso di mistero. O siamo di fronte ad un caso di omicidio particolare, o stiamo parlando di una società che sta implodendo su stessa e non riesce più a gestire il dissenso nè interno nè esterno.

 

In copertina: Foto di Charlie Kirk con Donald Trump – RSI

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Il tragico epilogo di Charlie Kirk, il WASP integralista che si era permesso di criticare Israele

Il tragico epilogo di Charlie Kirk, il WASP integralista che si era permesso di criticare Israele

 

How the West Was Won and Where It Got Us

In un cinico e febbrile intervento visto scrollando tiktok, una ragazza israeliana bianca, residente in Israele, elenca le nazioni edificate sul confinamento e sterminio delle popolazioni native (fra le tante Stati Uniti, Australia, Sudafrica) e i popoli con l’abitudine storica di colonizzare altre popolazioni con i propri “pionieri” (tra i tanti, gli inglesi e gli olandesi). La ragazza conclude il suo intervento lamentandosi del fatto che, con un passato del genere, il mondo occidentale se la prenda solo con Israele che sta facendo esattamente la stessa cosa.

In questo video di due minuti tratto dal canale Zeteo del giornalista angloamericano Mehdi Hasan, Yanis Varoufakis – ex ministro delle finanze greco ai tempi del cappio finanziario subito ad opera dell’Unione Europea (2015) – citando l’Australia (che conosce bene avendoci vissuto e insegnato) ricorda che gli inglesi arrivarono sulla sua costa sudorientale nel 1798, guardarono il subcontinente, abitato da circa sei milioni di nativi, lo dichiararono “terra di nessuno” e lo occuparono commettendo genocidio ai danni di quelle popolazioni. Lo stesso fecero i tedeschi in Namibia, i francesi in Africa nordoccidentale, gli olandesi in Indonesia. “La terra senza un popolo per un popolo senza terra” è lo slogan usato per eliminare il popolo nativo di quella terra e insediarsi al suo posto. Del resto, “…how was the United States built? It was built by effectively carrying out a massive genocide of Native Americans”.

Franklin Roosevelt (front, second from left) with the Groton football team, 1899 © Bettmann/Getty Images

 

 

C’è una tradizione di pulizia etnica fondata sul suprematismo White Anglo-Saxon Protestant (WASP), di cui lo sterminio che compie adesso Israele è una variante non protestante. Adesso possiamo vedere in streaming l’orrore, ma quando ancora non era possibile, accadeva già che le donne ebree immigrate in Israele dall’Etiopia, le falasha, venissero sterilizzate chimicamente a loro insaputa, con iniezioni di Depo Provera definite “obbligatorie” per entrare in Israele e spacciate per vaccini (leggi qui). Per quale ragione? Perchè erano ebree, ma non bianche. Il problema non è nemmeno di etnia, ma di colore. Il colore sbagliato. I sionisti, in prevalenza ucraini, polacchi, bielorussi, non potevano rischiare di avere ebrei di pelle scura che sopravanzassero la popolazione di ebrei visi pallidi. Dice Ronnie Barkan, attivista ebreo antisionista: “Israele… ha di fatto stabilito un sofisticato sistema a due livelli, che distingue tra “cittadinanza” e “nazionalità” (ebraica, araba, drusa, circassa e molte altre) dei suoi sudditi. Israele consente a tutti i suoi cittadini di partecipare al suo gioco elettorale pseudo-democratico, mentre nega legalmente una lunga lista di diritti a quelli delle “altre” nazionalità. Come tale, un ebreo tedesco che vive a Berlino che non ha mai visitato Israele ha più diritti lì, per legge, di un cittadino israeliano ad Haifa, la cui famiglia palestinese vive lì da generazioni.”

Il rigurgito suprematista wasp negli Stati Uniti ha un sapore molto simile, anche se non uguale. L’America di Trump, che ha il suo braccio “armato” interno nel dipartimento immigrazione (ICE), che gli immigrati non bianchi chiamano “la migra”, sta di fatto aggredendo lo ius soli, sancito dal quattordicesimo emendamento della Costituzione che recita: “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”. Il boss di questo dipartimento è Stephen Miller, di ricca famiglia ebraica, che ha stabilito degli obiettivi di budget molto ambiziosi per la deportazione di immigrati “irregolari”, ovvero non in regola con i documenti. Luca Celada, giornalista con un passato in RAI da corrispondente dagli Stati Uniti, adesso scrive per il Manifesto. Celada vive da molti anni a Los Angeles, megalopoli meticcia per eccellenza (secondo l’ultimo censimento il 47% della popolazione è di origine ispanica e latinoamericana, con prevalenza messicana). In questo articolo, Celada illustra a cosa sta portando il fanatismo in tema di controllo dell’ immigrazione: “In California, primo produttore nazionale, l’agricoltura è un affare da 59 miliardi di dollari e un comparto che impiega 250.000 lavoratori. Secondo le stime ufficiali la metà circa sarebbero immigrati non in regola (in tutto il paese si aggirerebbero sui 350.000), retaggio di un sistema da sempre fondato sullo sfruttamento di una forza lavoro precaria e a buon mercato per i produttori. Il 10 luglio scorso militari mascherati hanno raggiunto la Glass House con colonne di mezzi corazzati e senza presentare mandati di cattura hanno ammanettato e portato via 360 lavoratori impegnati nel raccolto di cannabis (una coltura legale in 24 di 50 stati, ammessa per uso medico in 40 stati). Famigliari e attivisti della rete di autodifesa dei migranti di Ventura County (VC Defensa) accorsi sul posto, sono stati fatto oggetto di lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono seguite scene di panico con famiglie, comprese donne e bambini, in fuga nel fumo, colluttazioni, agenti che rincorrevano braccianti come prede sulle zolle, gettandoli a terra come è ormai procedura, prima di caricarli su furgoni per portarli via”. Queste scene mostrano la cieca insensatezza di un giro di vite che finisce per danneggiare gli stessi grandi produttori agricoli, sfruttatori della manodopera irregolare.

La ribellione di Kirk a Israele

Charlie Kirk, riferimento politico del suprematismo bianco statunitense presso le giovani generazioni, cristiano evangelico che citava i salmi biblici per basare le sue idee politiche, (puoi ammirare qui un florilegio di sue frasi), è appena entrato a far parte di quel “… prezzo accettabile da pagare per difendere il Secondo Emendamento” ; alla luce del suo destino, segnato dallo sparo di uno di quei cittadini di cui Kirk ha strenuamente difeso il diritto di possedere armi, questa rimane la sua affermazione più beffarda, una specie di auto-epitaffio. Quando parlo di un sapore simile, ma non uguale, lasciato in bocca dall’integralismo wasp e da quello israeliano, intendo dire che la matrice del suprematismo bianco incarnato dal trumpismo in America e dal sionismo estremista in Israele è la medesima. Tuttavia, lo sterminio indiscriminato perpetrato a Gaza ha prodotto di recente una divaricazione imprevista un atteggiamento inopinatamente critico di Charlie Kirk (vedi questo video) e di molti “influencer” cristiani evangelici americani, come Tucker Carlson, nei confronti del governo Netanyahu. Questa inchiesta del sito Grayzone racconta, attingendo a una fonte confidenziale definita molto vicina a Trump e Kirk, come Netanyahu avesse offerto una ulteriore, massiccia quantità di denaro all’organizzazione di Kirk, e che il suo rifiuto di accettarla avesse prodotto una reazione di grande disappunto israeliano, reazione che lo aveva spaventato. Nell’articolo la fonte a un certo punto riferisce che “…Kirk era disgustato da ciò a cui aveva assistito all’interno dell’amministrazione Trump, dove Netanyahu cercava di dettare personalmente le decisioni del presidente in merito al personale e sfruttava risorse israeliane come la donatrice miliardaria Miriam Adelson (della cui enorme influenza sulla politica americana puoi leggere qui) per tenere la Casa Bianca saldamente sotto il suo controllo”. In sostanza, Charlie Kirk voleva restare libero di esprimere il suo dissenso verso le azioni del governo israeliano, cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse fatto “comprare” da Netanyahu. Non solo: Kirk avrebbe messo in guardia Trump dal fornire sostegno al bombardamento dell’Iran ad opera di Israele, ricevendone in cambio una reazione rabbiosa di Trump, che avrebbe brutalmente interrotto la conversazione.

Questa frattura tra Kirk da una parte, il cui movimento è nato e cresciuto dal 2012 grazie al massiccio sostegno finanziario dei gruppi sionisti, e il governo israeliano più Trump dall’altra, è forse lo sviluppo più interessante e inquietante legato alla sua tragica vicenda personale. Infatti la grande stampa italiana non ne parla, rimanendo avvitata attorno all’ombelico delle cazzate di meloni e salvini. Invece negli Stati Uniti la vicenda sta montando. Che quello di Kirk fosse un calcolo, dovuto ai sondaggi che davano il suo seguito giovanile fortemente critico verso Israele dopo lo sterminio a Gaza, o che fosse una genuina presa di coscienza dell’impossibilità etica di appoggiare le atrocità commesse da Israele, non lo so: sta di fatto che alcuni grandi finanziatori ebraici di Kirk lo stavano minacciando. Ancora da Grayzone: “Kirk è apparso visibilmente indignato durante un’intervista del 6 agosto con la conduttrice conservatrice Megyn Kelly, mentre discuteva dei messaggi minacciosi che riceveva dai pezzi grossi filo-israeliani. ‘All’improvviso: ‘Oh, Charlie: non è più con noi’. Aspetta un attimo: cosa significa esattamente ‘con noi’? Sono americano, ok? Rappresento questo Paese”, ha spiegato, prima di rivolgersi ai potenti interessi sionisti che lo perseguitavano”. Ma il fatto più eclatante è la excusatio non petita trasmessa l’11 settembre 2025 sul canale americano conservatore Newsmax (qui): intervistato da una compiacente giornalista, Netanyahu afferma che è insensato ipotizzare che Israele abbia potuto uccidere Kirk. Con ciò, legittimando in modo potente la speculazione e piazzandola lui stesso sulla scena mediatica.

Sarà che la storia delle morti eccellenti negli Stati Uniti, dai Presidenti ai senatori ai puttanieri di lusso, si conclude spesso con la fine prematura dell’assassino, oltre che dell’assassinato: Lee Oswald venne ammazzato due giorni dopo aver ucciso Kennedy e il suo assassino, Jack Ruby, morì in carcere di embolia polmonare tre anni dopo; solo chi crede alla Befana può credere alla versione del suicidio in cella di Jeffrey Epstein, e potrei proseguire. Per questo mi viene difficile non cogliere l’ alone sinistro che circonda il futuro di Tyler Robinson, il presunto cecchino di Kirk; così come, per altro verso, non credo in un avvenire tranquillo per chi sa troppe cose sulle trame sessuali di Jeffrey Epstein, l’altro fronte che mette realmente a rischio il futuro politico di Donald Trump, e sul quale lo stesso Kirk aveva fatto domande pubbliche troppo scomode per una giovane promessa allevata e prezzolata dai sionisti. Ho la sensazione che siamo solo all’inizio di una vicenda molto oscura e molto intrigante.

 

Cover photo https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/

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Stefano Benni, la fantasia al potere

Perchè Stefano Benni ci mancherà

Quando muore uno scrittore, un intellettuale, un imprenditore, un uomo di scienza, la frase è sempre la stessa, lo stesso ritornello: “Ci mancherà”. Naturalmente non è così, sono davvero pochi quelli che hanno tracciato un solco, battuto nuove vie, inventato un nuovo mondo. Stefano Benni è uno di quei pochi.

Il panorama  dell’ultimo mezzo secolo della letteratura italiana, e del romanzo in particolare, assomiglia a una tranquilla pianura padana, una strada senza scarti, deviazioni, invenzioni. Dopo il grande Italo Calvino abbiamo letto tanti bravi autori ed autrici (i migliori  Daniele Del Giudice ed Elena Ferrante), ma senza avere mai l’impressione di trovarci di fronte a qualcosa di nuovo. Qualcosa di nuovo arrivò con Stefano Benni.

Già nel suo libro d’esordio nel 1976, Bar Sport, Benni appare subito come uno scrittore anomalo. Nei suoi racconti (alcuni diventati iconici) resuscita il genere comico, scomparso da decenni dal panorama letterario nazionale. La sua scrittura comica, e ancora meglio si vedrà nelle sue prove successive, è assolutamente originale, si serve del registro fantastico, del grottesco, della parodia, della satira. Un vis comica incalzante, che va diretta all’obbiettivo, senza pietà. Ecco ad esempio la poesiola La vispa Teresa scritta dopo il disastro di Cernobyl

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
al volo sorpresa
gentil farfalletta

e tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa
“l’ho presa, l’ho presa”

“l’hai presa, cretina
e bene ti sta
– gridò farfallina
– la radioattività!”

“non sai che nei prati
i più ionizzati
siam noi, poveretti,
i piccoli insetti?”

Confusa e pentita
Teresa arrossì
dischiuse le dita
in sei mesi morì

Se La parodia della Vispa Teresa e le altre Ballate (Feltrinelli, 1991) prendono di mira i rapporti intimi e personali (l’amore, il sesso, l’amicizia, la parentela),  la maggior parte dell’opera di Benni allarga lo sguardo al sociale e anche al politico in senso stretto, pescando direttamente dalla attualità. Sono gli anni in cui Benni inizia la sua collaborazione a il manifesto, con raccontini, poesiole e commenti satirici.

L’avevo incontrato nella sua Bologna per una intervista a Linus. Io ero molto giovane, giornalista alle prime armi, lui uno scrittore già affermato, i suoi libri vendevano centinaia di migliaia di copie. Ricordo che mi ha dedicato tutto un pomeriggio, ricordo la sua passione e anche la sua curiosità verso di me, la mia vita, le mie idee. L’intervistato che si interessa all’intervistatore (vi assicuro, capita di rado). Ci siamo rivisti a Montecchio durante una Festa di Cuore, il settimanale di “resistenza umana”.  Anche allora abbiamo parlato di scrittura e di  impegno sociale.  Il lavoro sulla scrittura: i nomi dei protagonisti e dei toponimi (importantissimi per lui) e l’invenzione di parole: i giochi, le parole composte, i ribaltamenti di senso. E l’impegno sociale: l’invenzione di mondi e di storie con un preciso messaggio politico.

Ecco come si apre La compagnia dei Celestini, uno dei suoi romanzi più riusciti insieme a Comici spaventati guerrieri e Baol:
“Nell’anno 1990 e rotti, nel fiorente stato di Gladonia, nella ricca città di Banessa, nell’elegante quartiere dei Palazzi Vecchi nel misero refettorio dei Padri Zopiloti, erano le sedici e trenta, ora di cena.
La grande statua del Cristo col Colbacco sormontava la fila di orfanelli affamati davanti al cisternone di zuppa fumante.
Il volto livido del Signore sembrava annusare con una certa ripulsa il particolare odore che fraudolenza gastronomica di Don Biffero e alcuni Vegetali Ignoti riuscivano a comporre oggi più nauseabonda che ieri. Era un aroma che gli orfanelli, dopo mesi di tentativi e approssimazioni, avevano così felicemente definito: cimitero di cavoli, peti di zoo, fiato di cagnone.”.

Eccoci catapultati in un’avventura metropolitana. dove una banda di intrepidi orfani, LuciferoAlì e Memorino, fanno parte della Compagnia dei Celestini che raccoglie gli spiriti più belli e gli orfani più meritevoli dell’istituto. Gli unici svaghi per i bambini sono il gioco della pallastrada (il nome spiega tutto) e la speranza di trovare due genitori pronti ad adottarli.  Fuggiranno dall’orfanotrofio e metteranno insieme una squadra di orfani e trovatelli per partecipare al campionato di pallastrada. Durante le loro avventure i ragazzi incontreranno i nove pittori pazzi Pelicorti, i magici gemelli campioni di pallastrada, il re dei famburger Barbablù, il meccanico Finezza, il professor Eraclitus e Mussolardi, l’uomo più ricco e avido del paese di Gladonia. E alla fine c’è la grande e sanguinosa partita contro la quadra dei cattivi al soldo del potere, di cui tralascio l’esito.

Se nella Compagnia dei Celestini i protagonisti sono gli orfani, in Comici spaventati guerrieri  l’avvio della storia è l’omicidio di Leone, ragazzo di “estrema periferia”, reo di aver tentato di rubare dei fiori da regalare ad una ragazza. Partendo dalla periferia un gruppo di ragazzi di strada decidono di scoprire la verità su quel delitto, avventurandosi in una recherche urbana piena di pericoli e di sorprese, mettendo in luce il cinismo e la corruzione degli uomini di potere.

Il paesaggio urbano che ci racconta Benni mette in scena un mondo fantastico ma che rimanda, anzi, ricalca il mondo e l’Italia reale, dove continuano a regnare la diseguaglianza e l’ingiustizia sociale. Ecco l’incipit fulminante di Baol: “È una tranquilla notte di regime. Le guerre sono tutte lontane. Oggi ci sono stati soltanto sette omicidi, tre per sbaglio di persona. L’inquinamento atmosferico è nei limiti della norma. C’è biossido per tutti. Invece non c’è felicità per tutti.”  Anche il protagonista di Baol è un periferico, un emarginato, uno strano mago che passa le notti tra nostalgie e sbronze colossali al bar Apocalypso, ma che si getta a capofitto nella battaglia contro i grandi gerarchi.. 

C ‘è una vibrante passione e molta compassione nelle storie picaresche di Benni che sceglie sempre come eroi gli ultimi, i perdenti, gli esclusi, i vecchi, gli orfani, i ragazzi di periferia. Una “periferia” che non si rassegna e scende in campo contro il “centro”, i privilegi, il potere costituito.
C’è anche molta poesia nella sua sua scrittura funambolica e, come accade spesso nei grandi autori comici, spunta dalle righe una inestinguibile malinconia, una malinconia che nulla toglie al comico e al satirico e che riflette la consapevolezza che nella realtà di questi anni, fuori dal cerchio della favola, gli ultimi rimangono ultimi. E’ il disincanto, il senso di sconfitta che Benni confessa delle sue ultime interviste, ma che è già anticipato da una riga terribile di Comici spaventati guerrieri: “I cittadini sono il più grande ostacolo per una democrazia moderna”

La produzione di Stefano Benni è quasi sterminata,  più di 30 libri, tutti pubblicati da Feltrinelli: romanzi, ballate, raccolte di racconti, testi teatrali… C’è l’imbarazzo della scelta per leggere o rileggere le favole comiche di uno “scrittore fantastico e impegnato”.  E se fosse vero il famoso slogan, se la sua fantasia andasse davvero al potere, vivremmo in un mondo migliore di questo.

Immagine di copertina: illustra la Biografia scritta dallo stesso Stefano Benni,  stefanobenni.it/biografia/

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“La città incontra il carcere” – terza edizione

“La città incontra il carcere” – terza edizione

Venerdì 3 ottobre 2025, nell’ambito del programma “Intanto a Ferrara” del Festival di Internazionale, presso la Casa Circondariale di via Arginone si terrà la terza edizione dell’iniziativa dal titolo “LA CITTÀ INCONTRA IL CARCERE”.

Lo scopo di questo incontro, aperto al pubblico, è quello di creare occasioni di comunicazione e di crescita fra le persone, di far conoscere alcune fra le diverse attività rieducative in atto all’interno dell’istituto penitenziario ed il giornale del carcere Astrolabio che, come tanti altri progetti di valenza sociale, è finanziato dal Comune di Ferrara attraverso le risorse del fondo sociale regionale.

Programma

Ore 15,30 – 17,30 Il comitato di redazione del giornale Astrolabio, formato da persone ristrette ed un curatore, terranno una riunione di redazione, aperta al pubblico, durante la quale chiunque potrà intervenire, interagire e partecipare attivamente alla discussione.

 Modalità di partecipazione

Per partecipare all’incontro in carcere è obbligatorio prenotarsi entro il 20 settembre 2025, inviando una e-mail a giornaleastrolabio@gmail.com indicando: nome e cognome, luogo e data di nascita ed allegando la scansione della carta di identità.

Si ricorda che l’ingresso alla Casa Circondariale è consentito ai maggiori di 18 anni incensurati e non è permesso ai parenti dei detenuti reclusi nel carcere di Ferrara.
Vista la capienza della sala, potranno entrare al massimo 30 persone. In caso di sovrannumero, la precedenza sarà data alle prime 30 persone che invieranno la richiesta di partecipazione.
Dopo il 20 settembre, insieme alla conferma di accesso all’iniziativa, verrà inviata comunicazione della condotta da tenere, degli oggetti vietati, degli orari di ritrovo e di quelli di ingresso.

Per informazioni, scrivere a: giornaleastrolabio@gmail.com

 Informazioni

L’ingresso è libero.
La cittadinanza, i giornalisti, i fotografi ed i video operatori sono invitati.

Cover: la locandina dell’evento

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L’Onu da cui è nata Israele e il Nuovo Ordine Mondiale

L’Onu da cui è nata Israele e il Nuovo Ordine Mondiale

La storia insegna che le potenze cambiano. Sparta e Atene si fecero la guerra per 100 anni, ma poi emerse un terzo impero (quello persiano); così nella prima guerra mondiale l’Inghilterra entrò in guerra, seppure il conflitto fosse tra Francia e Germania/Austria, perché non sopportava che la Germania diventasse una potenza di mare come lei e avesse colonie in Africa e in Medio Oriente. Pur vincendo la guerra diventò una potenza di seconda fila aprendo la via al dominio di un terzo (Stati Uniti), artefici della nascita dello Stato di Israele nel 1947 in una fase in cui l’hybris americana-europea era convinta di poter fare quello che voleva.

Il mondo che allora decise era “piccolino” rispetto ad oggi e largamente influenzato dagli Stati Uniti, dall’Occidente e dall’URSS, cioè le principali potenze che avevano vinto la 2^ guerra mondiale. Anche la Francia votò a favore. Gli Stati che facevano parte dell’ONU erano solo 51 e non i 193 di oggi e chi dominava erano appunto gli americani e gli alleati europei (né Germania nè Italia facevano parte dell’ONU).

Una scelta imposta contro tutti i paesi arabi presenti allora che votarono tutti contro con altri 13 paesi e altri 10 si astennero. A favore votarono solo in 33 (USA più i 12 paesi delle Americhe e 12 europei: Francia, Polonia, Svezia, Olanda, Norvegia, Belgio, Danimarca, Ucraina, Bielorussia, Cecoslovacchia, Islanda, Lussemburgo). Votò a favore l’URSS ma non la Gran Bretagna che si astenne come la Cina e tra i contrari c’erano oltre ai paesi arabi, India, Grecia, Pakistan, Turchia e altri.

Se ci fosse stato un trattato internazionale che, come in Südtirol, avesse dato soldi e protetto le minoranze arabe, tutte le guerre successive di Israele e la mattanza di oggi non ci sarebbero state. Ma non era interesse degli euro-americani garantire quella famosa “sicurezza” che oggi si chiede per l’Ucraina, perché allora (come oggi) l’imperatore è sempre lo stesso (USA).

Ma le cose stanno cambiando e sta nascendo un Nuovo Ordine Mondiale in cui i BRICS vogliono contare (in quanto metà popolazione mondiale) come e più degli Stati Uniti. E non credo ci sarà modo di fermarli (se non con una guerra mondiale, che questa volta perderemo se convenzionale, o periremo tutti se nucleare). Per cui sarebbe saggio sin da ora cooperare come Europa.

Ecco perché anche se Netanyhau deporterà metà popolo palestinese o ne ammazzerà altri 100mila, non finirà come lui crede e, comunque vadano le cose, Israele, Stati Uniti e UE (servi sciocchi) subiranno, prima o poi, una grande sconfitta come Stati ex imperiali e coloniali nel nuovo ONU.
Poi, in termini economici, pagheranno i lavoratori come avviene quando si perde e si sta dalla parte del torto.

I Governi arabi ora non alzano la voce in quanto in affari con gli USA, ma non la pensano così i loro cittadini e appena il vento cambierà, saranno travolti dagli stessi loro cittadini arabi.
Intanto cresce il consenso mondiale tra i 140 paesi (su 193), che hanno già riconosciuto la Palestina come Stato, verso Cina, Russia, India, Brasile, SudAfrica che, per ora, stanno zitti, sapendo che la mattanza dei palestinesi fa perdere ulteriormente credibilità all’Occidente e Israele, mentre sale la loro.

I BRICS ad un certo punto caleranno le loro carte e, mentre gli Stati Uniti si salveranno, dopo aver succhiato il sangue ai 7 nani d’Europa, i cittadini europei subiranno i danni della marginalizzazione nel Nuovo Mondo, continuando, come pare, a seguire acriticamente l’America.

La maggioranza delle persone di buona volontà nel mondo sono tutte favorevoli alla creazione di 2 Stati e 2 popoli in Palestina, anche nella formula di un unico Stato in cui le minoranze sono tutelate con un trattato internazionale (che Israele non vuole) come è avvenuto nel Südtirol, che oggi è diventata, da povera che era, una tra le più ricche regioni al mondo (la maggioranza tedesca come le minoranze italiana e ladina).

Nel futuro potrebbe poi avverarsi la profetica idea di Alex Langer che i nuovi nati (nel Südtirol come in quel di Israele /Palestina) non sono né della maggioranza né delle minoranze ma semplicemente cittadini, in modo che le arcaiche quote etniche nelle assunzioni pubbliche non ci siano più, come si fa purtroppo ancora in Libano con welfare divisi in base alle confessioni religiose.

Nel lungo periodo vale anche per l’Ucraina.
Oggi la UE manca clamorosamente di statisti che conoscono la storia e abbiano una visione di lungo periodo, per questo ci vogliono portare in guerra, disperati come sono dopo aver sbagliato tutte le scelte negli ultimi 20 anni (a partire dall’allargamento UE del 2004). Ma i sondaggi dicono che i loro cittadini non ci stanno né a fare una fantomatica guerra con la Russia, né a garantire l’impunità a Israele.
I politici che governano contro la democrazia e senza consenso reale, saranno spazzati via dalla storia. Basta aspettare e nel frattempo continuare a lottare senza farsi manipolare dalla propaganda.

Uno Stato per ebrei creato nel 1947 in un’area dove vivevano al 90% arabi musulmani, nasceva sull’onda dell’enorme emozione dovuta al genocidio degli ebrei da parte del nazismo. Ma il sentiment va coniugato col pensiero se si vogliono evitare catastrofi sociali, com’é puntualmente avvenuto, senza dare garanzie alle minoranze arabe musulmane e cristiane. Una storia opposta a quella del Südtirol.

La storia farà il suo corso e non basteranno i soldi, il potere (temporaneo) e la propaganda per aver ragione. L’Europa sta diventando piccola, piccola e “quelli là” (i BRICS) non la bevono più la nostra narrazione.

In copertina: Gaza City, Free public domain CC0 photo.

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”San Sebastiano a San Bartolomeo (Ferrara)”
Da Paola Bonora a Remo Brindisi e GPT in mostra fino a domenica 28 settembre

”San Sebastiano a San Bartolomeo (Ferrara)”: una mostra con 20 opere inedite di artisti contemporanei

San Sebastiano a San Bartolomeo è il titolo dell’esposizione che esplora ancora una volta la figura di San Sebastiano attraverso una nuova selezione di opere pittoriche e artistiche raccolte dal critico Lucio Scardino. Il tema della rassegna dedicata al santo trafitto dalle frecce – curata da Scardino al Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese – è ormai un topos, un genere ricorrente e una ricerca prediletta per il collezionista ed estimatore di opere d’arte su questa figura.

Lucio Scardino e Corrado Pocaterra all’inaugurazione della mostra

Una passione che gli ha consentito di allestire, per la 13esima volta in questi ultimi quindici anni, una mostra con nuove opere. Ne esce un viaggio attraverso l’iconografia di questo santo, raffigurato nudo e trafitto. Modello caro alla pittura di carattere religioso, ma anche agli artisti di tutte le epoche, che ne apprezzano la simbologia. Di volta in volta gli interpreti sottolineano aspetti diversi: da quelli simbolici classici di intercessione durante le epidemie, ma anche di metafora di resilienza, bellezza virile, sofferenza e capacità di resistere con dignitosa impassibilità.

Nelle sale del centro museale dedicato alla tradizione si apre così una finestra sull’iconografia di uno dei santi più affascinanti della tradizione cristiana.

La mostra, curata dal noto collezionista ferrarese, propone un percorso attraverso venti opere inedite di artisti del territorio ma non solo. San Sebastiano, soldato dell’Antica Roma che si convertì al cristianesimo, subì il martirio della trafittura, rimanendo salvo. Un evento che ne ha fatto il tratto distintivo della sua rappresentazione figurativa.

L’esposizione delinea l’evoluzione di questa immagine, facendo del santo anche una figura-specchio. Un soggetto in cui gli artisti selezionati in parte si identificano e, in altra parte, rendono omaggio al committente in maniera che può essere classica, ironica o quasi provocatoria.

“San Sebastiano” per Remo Brindisi – serigrafia su carta 1996
“Old Man Sebastian” di Matteo Bonazza – tecnica mista 2024

Il guerriero-eroe può così assumere i tratti autobiografici di un gigante blu dal sapore fiabesco per Matteo Bonazza, diventare oggetto di prova virtuosistica per Matteo Venturini, o farsi caricatura provocatoria nel pennello di quel giornalista che amava dipingere quale era Gian Pietro Testa.

“Aspettando le frecce”, studi di Matteo Venturini 2024

Importanti nomi dell’arte contemporanea spiccano in parete. C’è Remo Brindisi con una serigrafia d’impianto tradizionale che ritrae il santo appoggiato a una colonna; essenziale ed efficacissimo Paolo Baratella nella sua resa di stampo quasi orientale dove il rosso purpureo della scena si contrappone al nero drammatico della sagoma. Marcello Carrà dà alla scena un’impronta surreale, innestando nel corpo del soggetto pesci-freccia  tratteggiati con il consueto virtuosismo in punta di penna… Bic.

“Sebastian” di Paolo Baratella, tecnica mista su tela

Non mancano gli artisti amici che fanno di questa figura un omaggio allo stesso collezionista e curatore. È stato il caso già dell’amato e celebrato artista Gabriele Turola che, con lieve e colorata ironia, mise Lucio nei panni (o meglio, nelle pinne) di un Luccio. E ora è la volta di Tiberio Savonuzzi che pone il volto del curatore in primo piano nell’opera Lucio mentre pensa a Sebastiano e del maestro Gianni Cestari, che riprende un’opera di stile pop dedicata al santo in chiave tutta moderna ed estetizzante per attribuirne le fattezze a Scardino, novello Dorian Gray, che sfugge alle frecce del tempo per fare un’aitante mostra di sé.

L’esposizione è il frutto di un meticoloso lavoro di ricerca e passione del collezionista, che anno dopo anno assembla una raccolta sempre più ampia e variegata. Questo approccio consente un’analisi approfondita del tema, mettendo a confronto le diverse interpretazioni artistiche: da quella di stampo metafisico di Paola Bonora, che spicca sulla copertina del catalogo, alla versione di grafica digitale di Paolo Bevilacqua.

“Self Sebastian” di Paolo Bevilacqua, digital painting, 2025
San Sebastiano di Paola Bonora, 2025

San Sebastiano a San Bartolomeo diventa così un invito a riflettere sulla forza interpretativa di pittura e grafica, sulla bellezza e la resilienza,  ma anche sulla capacità dell’arte di riuscire a leggere in maniera attuale le figure del repertorio religioso. Un’occasione particolare per scoprire il “bello ideale” e il “taumaturgo” di romana memoria, per un’immersione nella storia e nell’arte contemporanea vicina a noi attraverso gli occhi e il gusto di un collezionista.

La mostra – inaugurata l’11 maggio – è visitabile fino a domenica 28 settembre 2025, con ingresso gratuito dal martedì al venerdì  ore 9:00-12:00; domenica e festivi ore 15:00-18:00 | Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese- MAF | via Imperiale 263, San Bartolomeo in Bosco, Ferrara

 

In apertura l’immagine di copertina con un particolare dell’allestimento: in primo piano “Sebastian” dipinto dal giornalista Gian Pietro Testa, che – con l’originalità che lo contraddistingueva – sostituisce le frecce con le più pacifiche rose

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Per certi Versi /
Il flusso inverso

Il flusso inverso

Discende poesia

aspra nel sangue

come stelo di rosa

 

nel flusso inverso

congeda il dolore

diffidato dalla bellezza

 

è un privilegio

la vita tracciata

con un battito

accorato d’inchiostro

 

è la rosa che stila il suo verso

 

In copertina: Foto di Ingo Jakubke da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

NUOVO ORDINE MONDIALE
Dalla fine della II Guerra Mondiale ai BRICS. La geopolitica che cambia

NUOVO ORDINE MONDIALE. DALLA FINE DELLA II GUERRA MONDIALE AI BRICS.
LA GEOPOLITICA CHE CAMBIA

Per “Nuovo Ordine Mondiale”, in geopolitica, si fa riferimento ai grandi eventi della storia che hanno radicalmente modificato l’assetto geografico, politico ed economico del pianeta.

Se ne è tornati a parlare dopo il 17° vertice dei leader BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, a cui si sono aggiunti di recente nuovi membri come l’Arabia Saudita e l’Iran), tenutosi a Rio de Janeiro, in Brasile, nei giorni 6 e 7 luglio 2025 ed il recente incontro (il 25°) dei Paesi Sco (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai).

Di questo e di come l’Europa stia affrontando questo nuovo passaggio storico, ne abbiamo parlato con Tiberio Graziani, Presidente di V&GT, piattaforma internazionale che si impegna a promuovere il dialogo tra le civiltà e a monitorare le dinamiche legate ai processi di globalizzazione, innovazione e ricerca.

Abbiamo visto in televisione lincontro dei membri della BRICS. Ci può spiegare meglio di cosa si tratta?

«BRICS è un termine coniato nel 2001 dall’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill per indicare le economie emergenti destinate a modificare gli equilibri mondiali. Da un punto di vista prettamente geo-politico e geo-economico, possiamo dire che è un tentativo di superare il cosiddetto G7 “occidentale”, i cui membri sono Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia, Regno Unito ed Europa.»

Come si inserisce lEuropa in questo contesto?

«L’Europa paga l’immobilismo degli ultimi anni. Ha avuto la possibilità di diventare uno degli attori principali del “Nuovo Ordine Mondiale”. Nella sua natura originaria, poteva essere uno dei mediatori più importanti nelle richieste dei nuovi Stati emergenti.

Invece, come dimostrano i fatti, soprattutto in materia di approvvigionamento energetico e sviluppo del settore militare, si è rivelata una sorta di gabbia per grandi Stati come Germania e Francia, che in questo senso si muovono in maniera indipendente. Sono sostanzialmente limitati nella loro progettazione economica. Basti pensare che la Germania ha deciso proprio di investire negli armamenti per risollevare la propria economia.»

Quindi, se domani dovessero terminare tutte le guerre? Per esempio quella tra Ucraina e Russia?

«La Germania ne risentirebbe più di altri. In generale, tutti i membri europei dovrebbero riorganizzare non solo il proprio piano di sviluppo industriale, ma soprattutto la comunicazione. Vede, ci stanno spingendo a pensare che le guerre non finiranno mai. Anzi, che nuovi conflitti saranno inevitabili e che l’Europa ne sarà protagonista.

Se si ricorda, ha fatto scalpore la pubblicizzazione di kit di sopravvivenza, esattamente come durante la Guerra Fredda si vendevano maschere antigas e manuali per la costruzione di bunker antiatomici. Questa comunicazione alimenta l’illusione che lo sforzo economico sul riarmo sia indispensabile. Parlare solo di percentuali di investimenti distoglie dall’effettivo enorme valore di risorse che deviamo sugli armamenti anziché su sanità, istruzione e infrastrutture.»

E lAmerica di Trump?

«Trump sta mettendo in campo ciò che aveva già iniziato a fare durante il suo primo mandato. Si ricorda lo slogan “America First”? La questione, alquanto complessa, è che l’America di oggi è fortemente de-industrializzata. Dopo lo scioglimento dell’unione sovietica, la globalizzazione cavalcata dagli Stati Uniti ha portato la produzione verso paesi poveri, dove il costo della manodopera era, e lo è tuttora, molto basso. Questo ha creato valore e ricchezza, ma oggi si è tradotto in un aumento esponenziale di poveri senza lavoro. Si è consumato molto, ma si è prodotto poco in casa.

Ecco il perché della politica dei dazi. Trump sta cercando di ricostruire l’America dall’interno, creando nuova industria. Uno dei suoi cavalli di battaglia era “VENITE A PRODURRE DA NOI”, soprattutto rivolto al settore automobilistico. I dazi servono a generare risorse da reinvestire nello sviluppo

A proposito di dazi, ha sorpreso lapplicazione del 50% allIndia.

«L’India è un caso particolare. I dazi hanno una doppia valenza: fare cassa e imporre una sorta di sanzione, perché membro BRICS e, dal 2017, SCO.»

E perché non ha usato la stessa moneta” verso gli altri membri?

«Perché l’India paga da un lato il forte export verso l’America, che la condiziona sui costi, e dall’altro l’attrito con la Cina per gli storici conflitti territoriali, che la mette in difficoltà non potendo contare su aiuti esterni. L’aggregato BRICS non prevede interventi su questo tema. Ognuno segue la propria politica.

Una nota importante: molti Paesi emergenti vorrebbero farne parte, ma attendono di capire come i membri attuali risolvano le loro contraddizioni interne. Quello che manca è un “moderatore” interno, neutrale. Da questo punto di vista il Brasile potrebbe giocare un ruolo chiave.

Se riuscissero a risolvere tali problemi, l’aggregato BRICS potrebbe allargarsi ulteriormente, senza ideologie territoriali o politiche. La Cina ne è un chiaro esempio: oltre ad aver investito moltissimo sulla qualità dei propri prodotti, cerca di non porsi in contrasto con le decisioni di altri Paesi, ad esempio europei.

Mi spiego meglio. L’Italia aveva sottoscritto un accordo di collaborazione sul progetto Nuove Vie della Seta, ma al momento del rinnovo lo ha disatteso. La Cina, pur delusa, non ha chiuso le porte, ma ha rilanciato con altri progetti, noti come Marco Polo.

Il caso Marò ne è un altro esempio: il nostro attrito con l’India sulla vicenda dei due fucilieri di marina accusati di omicidio ha aperto la strada alla Francia, che ne ha approfittato trovando accordi soprattutto nelle forniture militari. È un altro esempio dell’Europa come gabbia in cui regna disomogeneità economica.

Mi lasci dire che il Mercato Comune Europeo (MEC) era una soluzione migliore dell’attuale Unione. Abbiamo un parlamento, certo, ma le normative sono spesso troppo rigide. La politica energetica ci obbliga oggi ad acquistare petrolio dall’America a prezzi altissimi, mentre Cina e Russia hanno già siglato accordi e costruito gasdotti per condividere petrolio e gas.»

Allincontro di  Rio de Janeiro a sorpresa era presente anche la Turchia.

«Sì, la Turchia, che ricordiamo essere membro della NATO. Non proprio a sorpresa, la Turchia rappresenta uno di quei paesi che vorrebbero entrare a pieno titolo nella BRICS, ma per ora è solo partner. La sua posizione strategica lo rende un membro Nato fondamentale. Allo stesso tempo, si è distinto in mediazioni che l’Europa non è riuscita a gestire. Un caso su tutti: lo sblocco del grano proveniente dall’Ucraina, che la Russia aveva bloccato. Oltre ad altri tavoli di trattativa, la Turchia vuole dimostrare la sua importanza all’interno della BRICS.”

Per approfondire suggerisco di leggere l’articolo di Tiberio Graziani all’indirizzo:
https://www.vision-gt.eu/societa-italiana-di-geopolitica/russias-necessary-role-in-eurasian-stability-between-brics-divergences-and-unity/

Presto di mattina /
A che cosa serve la letteratura

Presto di mattina. A che cosa serve la letteratura

«Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia – adora i racconti»

Questo antico detto della letteratura midrashica forse era conosciuto anche da Isaac Bashevis Singer (1904-1991), autore e traduttore polacco naturalizzato in America. Fu anche insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978 «per la sua arte narrativa appassionata che, con radici in una tradizione culturale ebraico-polacca, dà vita a condizioni umane universali».

Singer, “perduto in America per sempre”, come scriverà nella sua autobiografia sui generis da lui definita «un’opera narrativa basata sulla verità» (Ricerca e perdizione. La ricerca di dio e dell’amore e la perdizione in questo mondo, Longanesi Milano 1982), fu uno scrittore di storie tra due mondi. Storie, perdute e ritrovate, segnate da fratture e da combinazioni tra l’antico e il nuovo mondo, l’uno nell’altro trascoloravate.

Il padre era rabbino chassidico, un movimento, il chassidismo, sviluppatosi tra gli ebrei ashkenaziti dell’Europa orientale. Per questo, i testi sacri, la Cabala, il Talmud e le tradizioni ebraiche erano in casa di Isaac e del fratello maggiore Israel Joshua, pure lui scrittore, respirati come l’aria.

E le storie erano come la Chuppah, il baldacchino nuziale sotto cui stavano gli sposi: un semplice telo tenuto da quattro pali simbolo di una nuova casa. Ma una casa aperta, come una storia che inizia e ne chiamava alla vita un’altra e un’altra ancora, una teoria infinita nello scorrere delle parole.

Immaginazione creatrice

Così nella penna di Singer le antiche storie diventano percorsi simbolici che attraverso l’immaginazione declinano vicende moderne, lacerate, segnate da contraddizioni, egoismi, tradimenti, empietà. Ma pure storie di gente che non ha rinunciato alla propria bontà come nel racconto di Gimpel l’idiota:

«Andai dal rabbino per farmi consigliare. Disse: «È scritto, meglio essere stupidi per tutta la vita che malvagi per un’ora soltanto. Tu non sei uno sciocco. Gli sciocchi sono loro. Poiché colui che costringe il suo simile a vergognarsi perde il Paradiso» (Racconti, Corbaccio, eBook, Milano 2013, 9).

Giunto in America, egli assume un registro narrativo ellittico a due fuochi: un vedere da vicino e da lontano per scrutare il presente attraverso lo sguardo delle tradizioni e dei contesti antichi. L’immaginazione si muove cercando analogie, correlazioni tra l’esperienza umana e la tradizione ebraica, narrandole attraverso il linguaggio dell’esilio, la lingua perduta della diaspora, l’yiddish impastata di ebraico, polacco e tedesco.

Sono nate così storie di un mondo immaginario, ma a due passi da quello vero, proprio dall’altra parte della strada, intrecciati da una stessa filigrana, la condizione umana nella sua disseminazione variegata di individui ben caratterizzati, di ritratti definiti nei particolari, ambienti e situazioni tragiche o strampalate, personaggi di questo e dell’altro mondo, demoni e angeli pure a formare una contaminazione di reciproche influenze; attriti e compiacenze tra la realtà dei giorni che si sfilano nel tempo e il mistero permanete che vi si cela in essi.

Naturale e soprannaturale si incontrano sulla soglia della porta di casa, presenze che si svelano nelle assenze; un senso pure che dal non senso affiora. Ma resiste una misericordia, magari calpestata ma non schiacciata, una speranza perseguitata ma non abbandonata. Sono narrazioni circondate «da poteri, alcuni buoni, alcuni malvagi, altri crudeli, altri ancora misericordiosi, ma ciascuno con la propria indole e la propria missione da portare a compimento».

Nel suo mondo di storie Singer si riconosceva nelle parole del un rabbino, mistico e teologo ottomano, Isaac Salomon Luria, che diceva: «l’ombra è spesso il preludio della luce, i diavoli e i folletti sono tentazioni e sfide per nuove conquiste. Lo scopo di ogni caduta è rialzarsi. Ogni occasione di peccato può diventare occasione di virtù. Ogni passione, non importa se infima, può diventare una scala verso l’alto», (I. B. Singer, A che cosa serve la letteratura?, 165; 155).

Lo spirito del racconto

Così impariamo da Singer che la forza dell’immaginazione e il sui linguaggi rappresentano il tessuto creativo, sempre rigenerante e trama della stessa realtà e del suo segreto affiorante nell’umano. Scrive Claudio Magris: «Pochi scrittori, in tutta la letteratura universale, riescono ad esprimere come Isaac Bashevis Singer, con altrettanta indelebile forza, l’assoluto di ogni momento significativo della vita – l’amore, la sofferenza, la seduzione, l’orrore – che si staglia contro lo sfondo dell’eterno e del nulla…

In un articolo pubblicato più di trent’anni fa sullo Herald Tribune egli si dichiarava consapevole, in quanto scrittore jiddish, di scrivere in una “lingua morta” e cioè votata, a suo avviso, a un’estinzione, sia pure ancor lontana. Uno scrittore jiddish, diceva, “è come un Dybbuk, uno spettro, uno che vede ma non è veduto”;

è lo spirito del racconto che si nasconde tra le rovine della civiltà ebraica frantumata e della civiltà occidentale frantumata anch’essa, è l’ironica e tragica quintessenza della letteratura jiddish, che nella sua narrativa risorge a prodigiosa fioritura, una poesia che ritorna dai regni della morte con un’incredibile capacità epica di dire la vita – le passioni i desideri gli smarrimenti i gesti i colori i sapori, l’intensità sensuale e metafisica della vita» (dalla prefazione a I. B. Singer, L’ultimo demone e altri racconti, Garzanti, Milano, 1997, 7).

Non solo storie

Cosa si nasconde dietro le quinte dei racconti e delle storie di Singer, quale background spirituale e culturale sottostà alla stesura delle storie, dei profili dei suoi personaggi, quale visione della letteratura e del suo servizio all’uomo?

Non solo storie. Sono saggi perduti e ritrovati dietro le quinte dei racconti.

Incontro inaspettato, eppure sembrava aspettasse proprio me o, per lo meno, uno sguardo che non passasse oltre, fermandosi appena un poco. Ma è stato molto di più. Sugli scaffali all’ingresso dell’Ariostea con il suo nastrino verde, fresco di stampa mi è venuto incontro il libro di Singer A che cosa serve la letteratura?, Adelphi, Milano 2025.

Un’opera di sintesi, ci ricorda il curatore motivato da interesse storico oltreché letterario, che raccoglie testi sparsi di cui era sempre stata nelle intenzioni dell’autore la pubblicazione mai realizzata in vita. È solo del 2022 la prima edizione inglese. Questa raccolta «mette a nudo la fede di Singer nella capacità della letteratura di descrivere quei momenti in cui ciò che pensiamo di sapere si scontra con ciò che va al di là della nostra comprensione» (D. Stromberg, ivi, 205).

Così ora con questa raccolta di saggi, ci troviamo tra le mani come uno scandaglio per sondare in profondità i suoi racconti, ma anche uno spiraglio che lascia intravedere il suo animo e la vita stessa, i pensieri che stavano dentro a Singer nel momento in cui li concepiva per vergarli sulla pagina. Sono saggi che portano in superfice lo sprofondo del suo sentire umano, le sue idee circa la letteratura, l’arte, la sua religiosità.

Essi ne mostrano il profilo non solo di scrittore ma di intellettuale, uno scrittore in continua ricerca del nucleo magnetico della condizione umana, come pure di ciò che può elevare lo spirito in essa. Nei saggi si riflette con chiarezza la sua esperienza personale, il pensiero, la fede e il suo narrare di Dio diviene la storia di come egli entra nel mondo e si compromette con le vicende degli uomini.

È ancora ragazzo quando Singer scrive che d’improvviso «la mia strada letteraria mi fu chiara: dovevo trasformare l’inibizione in metodo creativo, riconoscere in essa un potere amico, e non ostile… L’inibizione in generale indica sempre la presenza di nuove possibilità. In quasi tutte le mie opere successive ho cercato di mostrare la spinta dell’uomo a creare, a trovare ciò che è nuovo e unico, a superare le interferenze e gli ostacoli sul suo cammino… Il romanzo universale della creazione, come il romanzo di uno scrittore terreno, alla fin fine è una storia d’amore» (ivi, 154-155).

A che cosa serve la letteratura?
Risvegliare la memoria e la meraviglia della creatività umana

Per Singer la letteratura moderna è come ammalata di “amnesia”. Afflitta da “smemoratezza”, si è scordata la cosa principale: l’individualità. È questo però il suo vero oggetto, «ossia l’unicità e la particolarità insite nella natura umana, nel destino dell’umanità e nelle circostanze in cui gli uomini vivono. Senza dubbio sono più le cose che legano le persone di quelle che le separano, ma allo scrittore, alla fin fine, interessa solo ciò che le separa» (ivi, 29-30).

L’eccezione, l’essere umano vivente nella sua singolarità devono riportarci al vivo le storie e i racconti: «La letteratura ha a che fare con il particolare, e dal particolare non è possibile imparare il generale. Per di più la letteratura è una forza priva di direzione. La vera letteratura offre sempre la tesi e l’antitesi, la speranza e la delusione. E spesso pessimista e fatalista. Ti sveglia e poi ti rimette a dormire.

Tutta la letteratura tedesca non è riuscita a resistere alla propaganda di un solo Goebbels. E un fatto che né il comunismo, né il fascismo e nemmeno il liberalismo abbiano avuto un riflesso nella letteratura della nostra epoca. Nel mio ambiente né il sionismo né il socialismo hanno trovato un vero riflesso nella letteratura in ebraico o in yiddish» (ivi, 40).

La creatività umana e le sue narrazioni, come gli scrittori autentici, «non potranno mai fare pace con la morte e l’oblio. Sanno che siamo frammenti dell’infinito libro di Dio, momenti dell’eternità. Le nostre speranze sono strettamente connesse con tutte le stelle, con tutte le galassie del cosmo. Se l’universo è un incidente, lo siamo anche noi. Se l’universo ha un senso, lo abbiamo anche noi. È questo il messaggio della religione e dell’arte» (ivi, 35).

Del fratello amatissimo Israel Joshua teneva a mente il suo consiglio, «la regola principale che mi aveva trasmesso per scrivere narrativa: “lascia che gli eventi parlino da soli e non metterti mai di mezzo con l’interpretazione”» (ivi, 183).

Impronte digitali e la meraviglia della creatività

Per Singer il fondamento della letteratura è l’individualità. È come un’impronta mai uguale di una realtà che deve essere l’imprinting di ogni storia: «Dio onnipotente è riuscito a creare nella storia dell’umanità milioni di miliardi di persone, ciascuna con delle impronte digitali, nessuna delle quali, come sappiamo, è perfettamente identica a un’altra. Quindi se Dio è riuscito a farlo, se Dio ha potuto creare così tante persone nello stesso momento, e dare a tutte dita diverse, significa che l’individualità è essenziale per la creazione…

E lo stesso vale quando scriviamo di esseri umani. Dobbiamo mettere sulla carta le loro impronte digitali. Non parlo di impronte digitali in senso letterale, intendo le impronte del loro spirito, la loro natura. Pur avendo in comune molte cose, siamo tutti diversissimi, e questa è la meraviglia della creazione. Ed è anche la meraviglia della creatività. Poiché l’individualità è l’essenza della creatività, è evidente che è impossibile scrivere un romanzo su una persona astratta» (ivi, 49-50). L’amore e le domande, secondo Singer, sono gli argomenti fondamentali della letteratura (cf., 52).

Una storia sarà una storia d’amore ma sempre questionante, che dà a pensare in terra e in cielo, non senza l’intreccio con le domande di sempre, ricorda Singer, quelle eterne che contaminano e inquietano anche il nostro tempo. Questioni che ogni individuo si pone: il perché “sono qui”, il nascere, il morire, da dove e verso dove: «qual è lo scopo di tutti questi giorni, di tutte le mie lotte e di tutte le mie delusioni? Sono domande di carattere filosofico e la letteratura ne è piena», (ivi, 52-53).

Domande inquietanti quelle alle prese con il soffrire e il mutismo di Dio, difficili da continuare a porre e lasciar aperte anche per una storia d’amore come quella de Lo Schiavo. È la storia di Jacob, uno studioso di un quartiere ebraico di Praga dopo la morte della moglie e di tre figli a opera dei cosacchi caduto in schiavitù.

Egli incontra Wanda figlia del suo padrone non ebreo e si innamorano. Riscattato dai suoi compaesani va alla sua ricerca per sposarla. Trovatala si trasferiscono in un altro villaggio. Rimasta incinta la donna muore dando alla luce il figlio. Jacob lo trova presso una nutrice e, di notte, attraversa la foresta per giungere alla Vistola e passare di là con il traghetto e poi proseguire per la Palestina. Durante il tragitto trova anche il nome al figlio, quello di Beniamino, lo stesso nome che il patriarca Giacobbe dette al figlio dell’amata Rachele, morta dandolo alla luce.

“Ben-oni”, nato dal dolore

«La luna era tramontata e nella foresta regnava l’oscurità. Jacob procedeva adagio e a tastoni lungo un sentiero, fermandosi di quando in quando per ascoltare il respiro del bambino o per accertarsi, con un bacio, che fosse caldo abbastanza; aveva sopportato molte tribolazioni in vita sua, mai però una notte più ansiosa di questa. Pregando con tanto fervore che gli si gonfiarono le labbra, si affidò completamente nelle mani della Provvidenza, ben sapendo ch’era sconveniente far conto sui miracoli. Ma la sua sola risorsa consisteva nel confidare in Dio; non gli rimaneva altro che la fede…

Lontano, in una radura tra gli alberi, egli scorse un vero e proprio incendio. Un attimo dopo si rese conto ch’era il sole. Jacob osservò il bambino, si mise a sedere e gli offrì la pezzuola inumidita di latte; a tutta prima parve che la piccola creatura si ribellasse non ricevendo il seno, ma infine cominciò a succhiare. Per la prima volta, dopo settimane, Jacob si sentì colmare di gioia… In quel momento trovò il nome che doveva dargli: Beniamino. Al pari del primo Beniamino, questo bambino era un Ben-oni, una creatura nata dal dolore…

La Vistola scorreva, rossa e nerastra; un grosso uccello si abbassava tanto, a volte, sfiorando la superficie, che con le ali increspava l’acqua. La placidità, la purezza e la luminosità del fiume confutavano le tenebre della notte. Sullo sfondo di tanto splendore persino la morte sembrava un brutto sogno. Né il cielo né il fiume né le dune erano cose morte; tutto viveva, la terra, il sole, ogni singolo sasso.

Il vero enigma non consisteva nella morte, ma nella sofferenza; quale posto occupava essa nella creazione di Dio? Jacob si fermò di nuovo per osservare il bambino. Stava già soffrendo? Sì, i segni della sofferenza c’erano; ma quel dolore non era dovuto a torture già sopportate. La fronte ampia del bambino sembrava corrugata in riflessioni e le sue labbra si muovevano come se avesse voluto dire qualcosa…

[Jacob] al pari del Giacobbe biblico stava attraversando il fiume, non avendo con sé che un bastone, inseguito da un altro Esaù. Tutto rimaneva identico, l’antico amore, l’antico dolore. Tutto ciò non poteva durare in eterno. Jacob alzò lo sguardo: guidami, Dio, guidami. Il mondo ti appartiene» (Lo schiavo, Longanesi, Milano 1964, 285-287).

Servire un Dio silenzioso, non indifferente

È nel pensiero ebraico il Dio che si nasconde, si ritira dalla sua creazione per far spazio all’uomo. La sua rivelazione non è fine a se stessa, ma finalizzata a lievitare la realtà creata ed abitare l’umanità e le sue storie dal di dentro. Un Dio scrittore pure lui, ricorda Singer, che scrive a modo suo nelle storie d’uomini le distese del cielo, incontrandolo nella terra di mezzo di una alleanza di amore nella storia.

La rivelazione, la parola di Dio come la stessa fede nel suo dinamismo relazionale non si fermano all’enunciato, al dire, valgono e si compiono solo se si radicano, incarnandosi nella vita di qualcuno, se cercano, come cuore di un innamorato, attraverso di esso il volto dell’Altro che si nasconde.

È con questo spirito che ho letto il testo di Singer: Un concetto personale di religione e l’ho sentito così vicino e così vero nel ripetersi come ritornello di quell’espressione, non di possesso, ma di relazione: “il mio Dio”; in esso ho sentito riecheggiare la creatività poetica del Cantico dei cantici “Il mio amato è mio” nella traduzione di p. Venanzio Reali:

Per me sola,
sereno tra i narcisi, è l’amor mio
ed io per lui solo, fino a quando
non spirerà, cadendo l’ombre, il giorno
(2, 16).

«Se la religione deve essere necessariamente vincolata alla rivelazione, allora non posso definirmi religioso, ma allo stesso tempo credo – senza rivelazione – che esista un Dio che governa il mondo e ci tiene d’occhio. Lo prego spesso pur non avendo un’idea chiara di chi sia, di quali siano le sue richieste, e nemmeno di quali siano i suoi fini e le sue motivazioni. Mi sono rassegnato all’idea che sia possibile – almeno per me – servire un Dio silenzioso. Allo stesso tempo, il mio Dio non è l’indifferente… » (A che cosa serve la letteratura?, 158-159).

«Il mio Dio è uno che va in avanti» (ivi, 164)

«Il mio Dio deve essere dinamico, creativo, dotato di una fantasia sconfinata e di infinita saggezza. La crudeltà umana mi fa orrore e non sopporterei il pensiero di un Dio capace di essere crudele. Per me deve possedere insieme saggezza e bontà. Amo la bellezza nelle opere d’arte, e il mio Dio deve possedere bellezza… (ivi, 159).

«Il mio Dio deve essere un innamorato – eternamente innamorato. Ma di chi può essere innamorato? La mia risposta è: delle sue creazioni… Dio stesso nutre un amore divino per la Presenza Divina, la Shekhinah. Come tutti gli innamorati, si imbatte però in ostacoli. Nel testo del poema liturgico Akdamut si dice che Dio crea ogni giorno un gruppo di nuovi angeli. È possibile che lo faccia per soddisfare il suo intenso desiderio d’amore. L’amore e la creazione per Dio sono una cosa unica... (ivi, 160).

«Il mio Dio non è solo un artista, è anche uno scienziato. In lui, l’arte e la scienza sono un’unica cosa. Gli artisti e gli scienziati devono avere i loro discepoli. Dio non è uno scrittore che scrive per poi lasciare le cose in un cassetto, né un inventore che crea giochi per sé. Deve avere un suo pubblico. Accetta di buon grado i giudizi. Non teme le critiche negative, ma non può rendere troppo evidenti i propri sforzi. Le sue creazioni devono contenere tensione.

Inoltre perfino un artista come lui ha bisogno di non piacere a tutti allo stesso modo. Ci sono i lettori che protestano: Dio non è affatto uno scrittore. Sostengono che le sue opere non abbiano né capo né coda. Nemmeno esiste, lui! È esploso un calamaio cosmico e il risultato è un caos universale.

Ma cosa dovrebbe fare Dio – discutere i propri libri con ciascuno dei lettori? Rivelare il contenuto di capitoli che verranno pubblicati più avanti? Presentare il terzo atto prima del secondo? Dio non concede interviste, e non risponde alle domande che potrebbero venire in mente ai lettori. Non ha bisogno di rinchiudersi in una torre d’avorio, ma il suo silenzio è fondamentale tanto quanto la sua parola… (ivi, 161).

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Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Pioniere del cinema: cancel culture ante litteram? 

Le donne nel cinema ci sono, da oltre 150 anni, invisibili, dimenticate e rimosse dalle narrazioni ufficiali. Eppure, sono state pioniere di quell’arte. Una mostra all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma ci invita a una meravigliosa (ri)scoperta.   

Il caldo diminuisce. Inizia il mese di settembre che invita a passeggiare per le strade delle città alla ricerca di nuove idee e stimoli. Alcuni luoghi sono meno noti al grande pubblico, fuori dal consueto circuito turistico, ma meritano una visita. Tempo di andare, di esplorare.

A incuriosire oggi è l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, che ospita la mostra InVisibili. Le Pioniere del Cinema, promossa dal Ministero della Cultura, realizzata e organizzata da Archivio Luce Cinecittà, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, il Museo Nazionale del Cinema di Torino e la Cineteca di Bologna. Una mostra che sarà visitabile fino al 28 settembre 2025.

L’iniziativa propone uno sguardo inedito sulla storia del cinema, che non è mai stata solo una storia di uomini. Oggi più che mai si avverte l’urgenza di restituire visibilità e riconoscimento a quelle donne che, sin dalle origini della settima arte, ne hanno scritto le prime pagine. Con i loro dubbi, le loro incertezze, le difficoltà. Ma con talento e passione.

Foto mostra di A. Sbaffi e E. A. Minerva – Ministero della Cultura
Foto mostra di A. Sbaffi e E. A. Minerva – Ministero della Cultura

La mostra è il racconto del percorso artistico di trenta donne pioniere del cinema italiano e internazionale, a partire da Elvira Notari, prima regista donna italiana, che non sono state semplici comparse nella storia di un’industria nascente, ma vere protagoniste con ruoli creativi e imprenditoriali e una libertà che anticipava le battaglie di emancipazione del secondo Novecento.

Si recuperano materiali inediti, pellicole ritrovate, riviste d’epoca, documenti d’archivio, lettere, sceneggiature, fotografie e bozzetti per parlare di donne che hanno immaginato, diretto, interpretato, prodotto e trasformato il cinema, lasciando un’impronta profonda e duratura, troppo spesso rimossa dalle narrazioni ufficiali.

Per visitare la mostra, serviva studiare un po’. Le scoperte fatte durante ricerche intraprese fin dall’alba sono entusiasmanti ed emozionanti. Oltre che sorprendenti.

Foto mostra di A. Sbaffi e E. A. Minerva – Ministero della Cultura
Foto mostra di A. Sbaffi e E. A. Minerva – Ministero della Cultura

Benvenuti al Women Film Pioneers Project

Curiosità, innanzitutto. C’è una risorsa accademica digitale molto interessante, e forse poco nota, della Columbia University, che esplora il coinvolgimento globale delle donne a tutti i livelli della produzione cinematografica durante l’era del cinema muto.

È il Women Film Pioneers Project (WFPP), progetto iniziato come una ricerca sulle “donne pioniere del cinema” che sfidassero l’idea consolidata dei grandi “padri” del cinema.

Uno di questi giorni, gli uomini supereranno la sciocca idea che le donne non abbiano cervello… E smetteranno di sentirsi insultati al pensiero che chi indossa la gonna possa fare il proprio lavoro abbastanza bene come loro. E non credo nemmeno che quel giorno sia molto lontano”. Cleo MadisonPhotoplay (gennaio 1916)

WFPP presenta brevi profili di carriera, saggi tematici e post multimediali più brevi, preparati da studiosi di cinema, curatori cinematografici, archivisti e storici. A giugno 2025, ci sono 329 donne che hanno lavorato nei cinema in sei dei sette continenti.

Gli obiettivi del WFPP sono quelli di avviare la ricerca storica sul lavoro e l’eredità artistica delle registe dai primi anni del cinema fino all’avvento del sonoro, facilitare i collegamenti tra i ricercatori e riconfigurare la conoscenza cinematografica mondiale, mettendo in primo piano il fatto che le donne hanno lavorato a vario titolo dietro le quinte su scala globale.

Nato nel 1993, quando la studiosa di cinema Jane Gaines era visiting professor al Vassar College, WFPP è stato inizialmente immaginato come un set di libri in più volumi per essere poi lanciato nell’ottobre 2013 come risorsa solo online.

Qui troviamo le protagoniste della mostra. Iniziando da Elvira Notari.

Elvira Notari, prima regista donna italiana, un Comitato e oggi a Venezia 82

Elvira Notari, prima regista donna italiana, è solo il punto di partenza di un racconto che si snoda tra le vite e le opere di figure straordinarie come quelle di Giulia Cassini Rizzotto, Adriana Costamagna, Daisy Sylvan, Bianca Guidetti Conti e di molte altre, i cui contributi alla storia del cinema sono stati a lungo ignorati o dimenticati.

Si riporta alla luce una genealogia femminile cancellata e una visionarietà tanto imperterrita quanto inascoltata. Storie di talento sistematicamente ridimensionato o ostacolato.

Chi ricorda Alice Guy-Blaché, considerata da molti studiosi della storia del cinema la prima cineasta della storia, sottovalutata e dimenticata per il semplice fatto che era una donna? Una regista rivoluzionaria che inserisce molte novità nei suoi film, arrivando a produrne più di mille, che è la prima donna a dirigere un film, “a Fée aux choux (1896), solo un anno dopo l’invenzione del cinema. Una donna decisa che, nel 1897, è alla direzione del reparto dedicato alla produzione cinematografica della Gaumont (con l’unica condizione che questo incarico non le impedisca di continuare a svolgere le sue mansioni originarie di segretaria). Una Legione d’onore, nel 1953 e un riconoscimento (non coperto mediaticamente) dalla Cinématheque française, nel 1957, per come prima regista della storia. Fino al rientro, nel 1964, negli Stati Uniti, per tentare di recuperare la propria filmografia per non ritrovare quasi nessuna delle sue pellicole. Le poche che riuscì a localizzare erano state attribuite a registi maschi. Al danno, la beffa, e poi l’oblio totale.

Non è andata molto meglio alla prima regista italiana, Maria Elvira Giuseppa Coda Notari, pioniera del neorealismo (anche se oggi, per lei, qualcosa sta cambiando).

Nata a Salerno, il 10 febbraio 1875, si trasferisce a Napoli, dove studia come modista e scopre l’anima della città. Qui incontra il fotografo e pittore Nicola Notari, che sposa nel 1902: lavorano subito insieme, lei lo aiuta nella colorazione delle foto e poi dei film, per passare alla produzione di opere sperimentali. Una complicità unica e amorevole.

La coppia ha tre figli, Edoardo, Dora e Maria, e, nel 1909, crea un laboratorio di stampa, titolatura e coloritura delle pellicole, la Dora Film Fabbrica di film per cinematografi e film parlanti, con sede a Napoli, in via Roma n.91. In poco tempo, la Dora Film si trasforma in una vera casa di produzione diventando, insieme alla Lombardo Film e alla Partenope Film, una delle più famose compagnie di Napoli, e non solo, del tempo.

Conosciuta da tutti come Elvira, soprannominata in famiglia A’ marescialla, per lo spirito testardo e non disponibile ai compromessi, realizza sessanta film e cento documentari, dove racconta l’amore e la miseria delle vite dimenticate, con un successo che attraversa l’oceano, trovando un pubblico tra le comunità italo-americane. Per quella platea e per salvare le pellicole, negli anni ’20, a New York, apre una sede della Dora Film nella famosa Mulberry Street, a Manhattan, terra e rifugio di molti italiani.

Elvira è anche pioniera dell’attività di marketing: si occupa personalmente dei rapporti con la stampa, curando sia la pubblicità che le locandine dei film. Acquista in anticipo i diritti sulle canzoni del Festival di Piedigrotta per la colonna sonora del film, svolgendo un lavoro di richiamo fin da prima dell’uscita del film. Fonda pure un’accademia di recitazione da cui attinge per i suoi attori. Sta davanti a tutti.

Eppure, durante il fascismo, il suo nome è vittima di una rimozione sistematica dalle sale e dagli archivi, relegato ai margini della storiografia cinematografica e, di conseguenza, della memoria collettiva. La propaganda fascista promuove un cinema opposto al suo: film che celebrano l’essere italiano e l’antica grandezza dell’Impero Romano. Kolossal.

Lei, invece, racconta i bassifondi (tema considerato antinazionalista, si dà una brutta immagine della patria…) e le sue eroine sono protagoniste, di volta in volta viscerali, folli, violente, insofferenti alle regole sociali a cui avrebbero dovuto conformarsi. Inaccettabile, in una società improntata a una visione sessista e patriarcale, in un mondo dominato da personalità maschili. Si aggiunga, poi, che l’interesse del fascismo al cinema porta a una centralizzazione della produzione a Roma che marginalizza l’industria cinematografica meridionale e anche (se pur in minor misura) quella settentrionale.

La sua opera è vista, allora, come un’arma puntata sui valori del regime e, negli anni Trenta, la Commissione di Censura decreta la fine della Dora Film. I suoi film vengono quasi tutti eliminati. Rimangono solo alcuni lungometraggi e documentari, conservati presso la Cineteca Nazionale. A Santanotte del 1922, E piccerella del 1922, Fantasia ‘e surdato del 1927 sono i soli tre film sopravvissuti quasi per intero. 163 minuti, quel che resta.

A’ Santa Notte, Il Cinema Ritrovato, Cineteca di Bologna

Ricorda la storia di Mura, nome d’arte di Maria Assunta Volpi Nannipieri, la scrittrice di romanzi rosa, artista dimenticata raccontata nell’omonomo libro di Marcello Sorgi. Censurata dal regime, nonostante fosse l’autrice più famosa dell’Italia fascista nel genere leggero, per il suo Sambadù, amore negro. Nell’Italia di Mussolini, quel libro fu considerato troppo avanzato, progressista, inquietante e pericoloso. Perché le razze non si potevano mescolare e il libro sparì dalla circolazione. Oggi di Mura si sono perse le tracce. La cancel culture ante litteram imposta dal fascismo ha prevalso.

Dopo alcuni libri dedicati a Elvira (Rovine con vista. Napoli e il cinema di Elvira Notari, di Giuliana Bruno, edito da Quolibet, Elvira, di Flavia Amabile, edito da Einaudi o il romanzo La figlia del Vesuvio. La donna che ha inventato il cinema, di Emanuele Coen, edito da SEM), oggi, a 150 anni dalla nascita, la regista torna al centro della scena.

Prima con la Rassegna Elvira 150, poi con l’istituzione, il 28 marzo 2025, con decreto del Ministero della Cultura, del Comitato Nazionale per le celebrazioni del 150° anniversario dalla nascita di Elvira Notari, con un sito dedicato a lei. Il Comitato, che ha sede legale a Napoli presso la Film Commission Regione Campania, ha il compito di promuovere, programmare e curare tutte le manifestazioni ufficiali dedicate a questa figura straordinaria.

Oggi, alla Mostra del cinema di Venezia 82 viene proiettato in anteprima mondiale, nella sezione Venezia Classici – documentari sul cinema, il film Elvira Notari. Oltre il silenzio, di Valerio Ciriaci (prodotto da Parallelo 41, Awen Films e Luce Cinecittà): grandi aspettative per un mosaico di frammenti di film, testimonianze di studiosi, storici, archivisti e ricercatori che regala al mondo un’eredità ritrovata.

“Ciò che più mi ha colpito dell’eredità di Elvira Notari sono stati i silenzi che circondano la sua storia. Oltre ai tre film superstiti e a frammenti sparsi, non resta quasi nessuna testimonianza diretta: nessuna lettera o diario, solo alcune fotografie sfuggenti attraverso cui provare a intravedere la donna dietro l’artista e l’imprenditrice”. Valerio Ciriaci

Giulia Cassini-Rizzotto, la poliedrica

Meno nota e studiata di Elvira, tra le attrici teatrali, cinematografiche e insegnanti di recitazione cinematografica più rinomate del suo tempo, Giulia Cassini-Rizzotto è stata anche una delle poche registe italiane del cinema muto.

Mente fervida e curiosa, si dedica anche a molte altre attività, come la sceneggiatura e la produzione, oltre all’insegnamento nelle scuole materne e alla scrittura di racconti. È corrispondente per giornali sudamericani e traduttrice dal francese.

Postcard, Giulia Cassini Rizzotto. Private Collection. credits WFPP Columbia

Nasce in una famiglia di attori teatrali, il 15 giugno 1865. Suo padre, Giuseppe Rizzotto (1828-1895), era un noto attore dialettale siciliano che fece parte della compagnia di Giacinta Pezzana durante la tournée sudamericana del 1873 e 1874.

In questo stimolante ambiente artistico che Cassini-Rizzotto cresce e riceve la sua prima formazione teatrale, debuttando sul palcoscenico nella compagnia del padre.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, lavora con alcuni dei più grandi attori del teatro italiano, tra cui Grasso Sr., Ermete Novelli, Virgilio Talli, Irma Gramatica, Ruggero Ruggeri, Gualtiero Tumiati ed Ermete Zacconi. Il periodo trascorso con Talli è significativo per l’influenza sul suo futuro lavoro cinematografico: uno stile interpretativo fortemente teatrale ed espressivo con un’attenzione esperta alla messa in scena.

Giulia conosce Alfonso Cassini (1851-1921), stimato tragediografo, con cui si si sposa nel 1902. Condividono le esperienze teatrali per orientarsi poi verso il cinema. Fa il suo debutto cinematografico, all’età di quarantasette anni, nel 1912, assumendo ruoli secondari.

Nel 1918, cambia direzione: si dedica all’insegnamento presso l’Ars Film di Roma, una delle prime scuole di recitazione cinematografica. La proliferazione di scuole di cinema in Italia in questo periodo è un segnale importante dell’industrializzazione della produzione cinematografica, nonché una tendenza alla specializzazione professionale. È in questo contesto che Cassini-Rizzotto decide di cimentarsi come regista, diventando una delle prime donne italiane a lavorare dietro la macchina da presa.

Dirige cinque film tra la fine della Prima Guerra Mondiale e i primi anni Venti, un periodo non favorevole per la produzione cinematografica italiana. Il suo debutto alla regia è con Scugnì (1918), autoprodotto da Casa Cassini-Rizzotto, scritto e interpretato dal marito Alfonso.

Purtroppo, solo due film sopravvivono (Leonardo da Vinci del 1919, prodotto da una sconosciuta casa di produzione chiamata Historica FilmA mosca cieca, del 1921, di cui è anche interprete e sceneggiatrice, prodotta dalla San Marco Film di Roma) e le informazioni su questo periodo della sua carriera nelle riviste specializzate dell’epoca sono scarse. Di conseguenza, oggi sappiamo poco del successo della sua opera registica.

Dopo la morte del marito, nel 1921, continua a lavorare nel cinema solo per un breve periodo. Si trasferisce, in seguito, in Argentina con una compagnia teatrale diretta da Maria Melato, stimata attrice teatrale, direttrice della fotografia e conduttrice radiofonica. Continua la sua attività di insegnante di recitazione, aprendo una scuola di recitazione teatrale a Buenos Aires, che avrebbe diretto fino alla sua morte, avvenuta il 24 agosto 1943. Anche di lei, un quasi oblio. Come per le altre.

Lavoro silenzioso e invisibile, non una di meno

Due donne, per tutte. Tante ancora le storie da esplorare grazie a questa mostra romana.

Ci sarebbero Lotte Reiniger, pioniera del cinema di animazione, di cui in mostra si ammirano foto di bozzetti, Maria De Matteis, una delle prime costumiste del cinema e del teatro italiani o Francesca Bertini, diva del cinema muto e sceneggiatore, nonché fondatrice della casa di produzione Bertini Film. Ma non basterebbero le pagine per riportare alla luce un così grande lavoro minuzioso, silenzioso, discreto e ‘invisibile’ di tante artiste.

Francesca Bertini Fondo Cinema Muto. Archivio Storico Luce

L’Archivio Fotografico Cineteca NazionaleCSC ha contribuito ampiamente alla realizzazione della mostra con materiali su Astrea (attrice), Francesca Bertini (attrice, produttrice, sceneggiatrice, scrittrice), Bianca Virginia Camagni (scrittrice), Giulia Cassini-Rizzotto (attrice, regista, montatrice, insegnante), Adriana Costamagna (attrice), Alba De Céspedes (scrittrice, poetessa), Maria De Matteis (costumista), Elvira Giallanella (produttrice, distributrice, regista), Lea Giunchi (acrobata-ballerina circense, attrice), Maria Jacobini (produttrice, attrice), Tina Lattanzi (doppiatrice, attrice), Gigetta Morano (attrice comica), Rina Morelli (doppiatrice, attrice), Elvira Coda Notari (regista, attrice, sceneggiatrice, produttrice, distributrice), Lotte Reiniger (regista, animatrice), Maria Roasio (attrice, produttrice), Mary Cleo Tarlarini (attrice, produttrice), Rosetta Calavetta (doppiatrice, attrice), Annie Vivanti (scrittrice, drammaturga, poetessa) e Vera Sylva (attrice, produttrice).

Il CSC – Cineteca Nazionale ha contribuito con importanti titoli riguardanti le ‘pioniere’ Giulia Cassini Rizzotto (Leonardo Da Vinci, 1919), Elvira Giallanella (Umanità, 1919), Elvira Notari (A santanotte, 1922, E’ piccerella, 1922, Fantasia ‘e surdate, 1927, L’Italia s’è desta, 1927) e Maria Roasio (La bambola vivente, 1924). La Biblioteca Luigi Chiarini ha fornito materiali bibliografici tratti da La vita cinematografica, Cinema Illustrazione e Cinema.

Dietro le quinte, tante vite. L’allestimento espositivo riporta alla luce storie straordinarie, riconsegnando alla memoria collettiva un capitolo del nostro passato troppo poco conosciuto, tutto al femminile. Per dimenticare, un po’, i problemi di oggi.

Immagini della mostra per gentile concessioni ufficio stampa di Cinecittà – Errani Studio

Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ al Premio Folco Quilici a Comacchio

FERRARA FILM CORTO FESTIVAL ‘AMBIENTE È MUSICA’ AL PREMIO FOLCO QUILICI, GIOVEDÌ 18 SETTEMBRE 2025 DALLE 15 ALLE 16h30 A COMACCHIO

Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ (FFCF), festival internazionale di cortometraggi dedicato all’ambiente nelle sue molteplici accezioni, partecipa, per la prima volta, al Premio Folco Quilici, che si terrà dal 16 al 21 settembre a Comacchio. Uno dei primi gemellaggi con festival nazionali e internazionali di cortometraggi che partiranno dal 2025.

Il Premio Folco Quilici è un concorso internazionale dedicato al cinema e alla narrazione audiovisiva, giunto alla sua terza edizione. Organizzato dal Cineclub Fedic Delta del Po, dall’associazione Stazione Sociale e dal Centro di documentazione cinematografica del Parco del Delta del Po, in collaborazione con il Comune di Comacchio, l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, il Filmclub Rolf Mandolesi di Merano e altre istituzioni culturali, il festival celebra il regista e documentarista Folco Quilici attraverso la promozione di cortometraggi di qualità. La giuria del premio è presieduta da Brando Quilici, regista e figlio di Folco Quilici.

FFCF partecipa, fuori concorso, con una selezione dei suoi cortometraggi delle scorse edizioni su temi vicini a quelli trattati dal Premio Folco Quilici e che spaziano dall’invasione del granchio blu nella laguna di Goro all’inquinamento del mare da plastica, fino alla pesca a strascico e alle grandi crisi del pianeta.

Appuntamento, allora, a Comacchio presso la sala Aceti della Manifattura dei Marinati, giovedì 18 settembre 2025 dalle 15h alle 16h30, con i seguenti cortometraggi (incluse le relative categorie di selezione del FFCF, l’anno di proiezione e la durata):

THE FISHERMAN, THE ALIEN, THE SEA (Italia, 9’, “Buona la Prima”, 2024), di Elisabetta Zavoli

Nel giugno 2023, la popolazione di granchi blu (Callinectes sapidus) è esplosa nella laguna di Goro. Qui, Alessio Tagliati, pescatore e allevatore di vongole, affronta questa nuova sfida ambientale recuperando una tecnica di pesca tradizionale sostenibile dimostrando così un enorme spirito di resilienza di fronte al crollo del suo mondo.

THE CYPRUS BYCACTH PROJECT (Cipro, 14′, “Ambiente è Musica”, 2024), di Constantinos Christou

Il bycatch, la cattura accidentale di specie non bersaglio come delfini, tartarughe marine e uccelli, rappresenta una grave minaccia per l’ecosistema marino e l’industria della pesca di Cipro. Porta al declino delle popolazioni di specie vulnerabili e a perdite finanziarie per i pescatori. Ridurre le catture accessorie attraverso attrezzi e metodi selettivi è essenziale per conservare la vita marina e garantire la sostenibilità dell’industria della pesca.

WASTED (Italia, 15′, “Ambiente è Musica”, 2024), di Tobia Passigato

Un giovane naufrago si trova su un’isola di rifiuti in mezzo all’Oceano. Un naufrago più vecchio abita l’isola non si sa da quanto. I due fanno amicizia e l’isolano spiega che lì finisce tutto quello che il mondo considera inutile. Inizia una convivenza dove il più anziano insegna al più giovane come adattarsi sfruttando una forma di pensiero vicina alla magia.

GAGIO (Italia, 15’, “Buona la Prima”, 2024), di Francesco Meatta

Elio, figlio di un contadino del mare, sogna di vivere leggero, senza pensieri. Ma il padre vorrebbe vederlo un uomo che prende in mano il mestiere del pescatore. Così, ritenendolo incapace di fare altro, lo porta con sé nelle fredde notti di pesca a strascico. Quando arriva il circo in città, Elio scopre un mondo segreto, dove si può restare leggeri per sempre, lontani dalla vita adulta. Esiste davvero la felicità in un mondo diverso da quello che Elio conosce?

MONKEY DOMINO (Germania, 5’, “Ambiente è Musica”, 2021), di Ulf Grenzer

Una scimmia ricorda a sua vita nella giungla. Allo zoo, incontra un manager con la figlia, grande appassionata di animali. Il manager svolge a fatica il suo lavoro tramite cellulare e computer portatile, mentre l’orango e la ragazzina si divertono insieme. Una serie di eventi occasionali cambia per sempre la sua vita in gabbia.

ONE DAY ALL OF THIS WILL BE YOURS (Italia, 5’, “Ambiente è Musica”, 2022), di Losing Truth

La natura ci ha messo alle strette e tra qualche anno il nostro pianeta potrebbe non essere più vivibile. A causa dell’indifferenza verso un futuro che sembra sempre troppo lontano, ma che in realtà si avvicina sempre di più, la situazione sta diventando irreversibile. Nemmeno i supereroi potrebbero salvare questo mondo devastato. Non esiste un Pianeta B e stiamo consegnando alle generazioni future la peggiore eredità: un mondo dove l’aria sarà irrespirabile, dove il canto degli uccelli non esisterà più e dove l’acqua sarà quasi indisponibile. Un giorno (non troppo lontano) tutto questo sarà v(n)ostro!

WHO WANTS TO LIVE FOREVER (Italia, 5’, “Ambiente è Musica”, 2021), di Matteo Valenti

Una collaborazione cinematografica tra università e college di tutto il mondo che mostra lo stato del nostro pianeta. Basato sulla canzone dei Queen “Who wants to live forever” e pubblicato per Save Me Trust dal chitarrista Brian May, questo video creato da studenti provenienti da tutti e cinque i continenti mostra la devastazione che il nostro prezioso pianeta sta affrontando. Musica per gentile concessione di Queen Music Ltd.

ZOO (Giordania, 9′, “Indieverso”, 2024) di Tariq Rimawi

Vagando per il peggior zoo del mondo, un bambino, Sami, cerca il suo pallone da calcio. Trova molto di più quando incontra la piccola tigre Laziz, che lo segue nella sua ricerca di un posto sicuro dove giocare. Diventano amici, ma i resti della guerra nascondono pericoli.

Foto Mattia Malorgio

Parole a capo
Interferenze poetiche

L’Estate che non apprezzammo
tanto facili erano i suoi tesori
ci istruisce ora che se ne sta andando
e il riconoscimento è tardo.

(Emily Dickinson)

 

I RICORDI

Mi sono presa cura dei ricordi
ho venerato parole carte oggetti
perché non si perdessero coi volti
storie e radici che mi hanno plasmato.
Portavo sulle spalle le esistenze
altrui come reliquie
sante di appartenenza e di memoria.
Finché il peso diventa insopportabile
e la memoria una tela di ragno
che imprigiona prosciuga e divora
lo scorrere del tempo, il qui e ora.
E quella scia argentata è solamente
una labile bava di lumaca.
Rivesto di indulgente tenerezza
tutto il passato e ancora ricomincio
il dialogo coi giorni che mi vivono
sempre nuovi e respiro gli odori
e gli umori e la vita che resiste
e che sorprende.

(MARTA CASADEI)

 

*

 

DONNE CHE CORREVANO COI LUPI

Non amo la parola strategia,
non mi appartiene, non la faccio mia
Seguo l’istinto, quello più animale
ch’era per Madre Terra naturale,
quello perduto, che ritrovo ancora
se m’immergo nei boschi, se l’aurora
aspetto di veder dalla collina,
se il volo di un insetto sul sentiero
mi aiuta a ricordare ciò che ero
quando correvo ancora con i lupi
senza temere vette né dirupi
Triste al pensiero che lungo la via
tutto sia diventato strategia

(SARA FERRAGLIA)

 

*

 

A proposito degli ulivi sradicati in Cisgiordania dai coloni israeliani

Terra mia
Casa mia
Fratelli
Li sento arrivare
Il cielo
Rosso di vergogna
Ha rivolto lo sguardo
Altrove
Sotto i miei rami
Colmi di olive
Più non sentirò
Dolci canzoni
Le mie radici tremano
Le mie foglie
Avvizziscono
La terra rigogliosa
Tornerà arida
Come il cuore
Di chi la calpesta
Rimane solo un seme
Stretto
In un fragile pugno

(SILVIA LANZONI)

 

*

 

 STRADA
Cammino sulla strada sterrata
Verso la sua fine che
Ancora non intravedo
Nella boscaglia a fianco
Trotterella un lupo grigio
Ha il mio passo e
Non lo temo
Mi accorgo di lui a tratti
Per il lampo verde dei suoi occhi
Credo che mi proteggerà
(ELENA VALLIN)
*
Arranco,
appeso al crinale del tempo
confuso nel boato di voci
che non odo,
spazzate via
dalle prime lacrime d’autunno.
(BRUNO MOHOROVICH)
*
IMMAGINI
Chiedimi
in quale altare
si è compiuto il sacrificio
di memorie e pentimenti?
quando
tutto si è cancellato?
le radio che da altre case
gracchiavano di un’altra guerra
i motori accesi al nuovo giorno
l’afa ostinata che impolverava le strade
le tue labbra di brace
i miei occhi arsi
e i rivoli muti
dal mio cuore esacerbato
Immagini inghiottite in un vuoto
che incrudelisce i ricordi
(RITA BONETTI)
*

IL VIAGGIO

l’autopsia delle certezze
farsi fare a pezzi dai luoghi

sul fiume assordato di cicale
dietro la stazione di Kyoto
le quinte di un palcoscenico

un’immagine decanta
nel filtro del ricordo
si disfà in visione

Il viaggio mi attorciglia
a un bagaglio
trasportata per ore

il paesaggio incorniciato dal finestrino
è solo un francobollo da appiccicare alla busta
che mi spedisce nel mondo

(ELEONORA ROSSI)

 

*

 

La poesia spesso si nasconde
parole rubate negli scampoli di tempo
tra le pause di un tempo
che ruzzola senza freni.
Si cela per non essere scorta
si inabissa nelle icone di un computer
foglio di lavoro
che spesso non lavora.
Esce senza controllo
come un orgasmo inaspettato
incontrollato,
uscito dalla rabbia più che dall’amore.
Poesia o meglio, parole in colonna
come tabelline delle elementari
messe in riga dalla mente
che non si aspetta niente.
Portoghese, abusiva
entra sempre a fine partita
non vuole sconti
anzi, esce gratis.
Prosa sintetica, violenza di ritorno
non si porge l’altra guancia
ci si ribella stando fermi,
sputando parole su di una tastiera.

(CRISTIANO MAZZONI)

*
Foto di Balaji Srinivasan da Pixabay

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

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NON IN NOSTRO NOME

NON IN NOSTRO NOME

Di Franco Cardini
Articolo originale su Domus Europa, 2 settembre 2025

La storia non sarà Maestra di Vita, ma qualcosa ogni tanto la insegna sul serio. Per esempio attraverso certi illustri aforismi di lontana origine ellenico-romana o biblica, trasformati magari in “verità da Bar dello Sport”. Come quello, di antichissimo sapore ma difficile da rintracciare alla lettera nonostante Wikipedia – parte forse da Sun-Zu, forse dal Machiavelli – secondo il quale, quando un qualche potere statale si sente arrivato in fondo alla sua parabola e ormai in trappola e in via di liquidazione fallimentare, ha a disposizione solo due vie d’uscita: o dichiara bancarotta o scatena  una guerra.

La dichiarazione di bancarotta è più agevole e diretta: certo però implica il riconoscimento di una sconfitta che si può anche attribuire alla malasorte o al destino cinico e baro, ma che insomma comporta esplicitamente o no l’assunzione della responsabilità dei propri errori.

Più decorosa e meno certa negli esiti (in fondo, sul campo di battaglia si può anche vincere…) è la dichiarazione di una guerra. Ma per essa occorrono due elementi: una “buona causa” (sic) e un nemico opportunamente scelto.

Quanto alla causa, è presto detto. A Sant’Agostino, secondo il quale per dichiarare legittimamente una guerra occorre una buona causa, risponde implacabile lo Zarathustra di Nietzsche: “Vi è stato detto che una buona causa santifica anche la guerra: ma io vi dico che una buona guerra santifica qualunque causa”.

Per il nemico, è ancora più facile. Il più adatto è quello che Hannah Arendt indica come il “Nemico metafisico”: vale a dire quello identificabile come il Male assoluto. Secondo la Arendt, però, l’identificazione del Nemico metafisico (un obiettivo inesistente in quanto realtà storica) è necessaria solo ai totalitarismi: può essere l’Ebreo, il Capitalista, l’Ateo, il Fanatico religioso, il barbaro.
Ma ecco qua un altro insegnamento della storia, che qualcosa deve pur insegnare: nella realtà delle cose il Nemico metafisico -Male assoluto lo si può facilmente evocare sempre, in qualunque momento,  e non c’è bisogno di avere a disposizione un totalitarismo per costruirlo.  Basta una bella propaganda.

Ebbene:  è proprio quel che vediamo crescere nell’Europa dei nostri giorni. Un po’ meno negli Stati Uniti governati dal bisbetico, imprevedibile Trump: ma nell’Europa,  terra dalla buona Frau von der Layen e dai suoi divertenti compagni di cordata la cosa è più facile. E’ un’erba che  ci  vediamo crescere attorno ogni giorno, nel nostro orticello.

Lo svolgersi della guerra “russo-ucraina”, ormai piuttosto russo-occidentale, che sembra ogni giorno sul punto di concludersi e non finisce mai, è il contesto opportuno per evocare ed esorcizzare il Nemico metafisico – Male assoluto, una definizione che da sola richiama alla perfezione l’Antico Serpente,  il Demonio.  Che veglia là, nel fondo della steppa, chiuso nella  sua fortezza  dalle torri sormontate da stelle rosse e da aquile bicipiti. Non è, non può essere solo un uomo. Finora abbiamo cercato di descriverlo per mezzo di benevoli eufemismi (“nuovo zar”, “feroce tiranno”, “pazzo furioso”, affetto da millanta malattie, disperato leader di un paese allo sbando). Ma ormai lo abbiamo finalmente smascherato come il Male,  grazie ai Nostri Eroi. E costoro, chi sono mai? Facile e breve enumerazione.

Per esempio il presidente francese, ora che si sente alle strette da quando il suo stesso primo ministro ha evocato lo spettro del fallimento per debiti che sta minacciando la Francia. E Macron, dopo aver pronunziato la definitiva excusatio non petita secondo la quale egli avrebbe comunque diritto a concludere il suo mandato democratico qualunque cosa accadesse,  ha ribadito che  il vero Nemico della Francia, della Civiltà, della Libertà è quello là, Vladimir Putin, “l’Orco”. Che è come dire il diavolo. Il responsabile di tutti i nostri mali, che non vuol far finire la guerra contro l’Ucraina bensì continuarla ed estenderla, magari fino agli estremi limiti occidentali d’Europa. E i solerti ministri macroniani ripetono ad ogni piè sospinto che, con la Russia, “siamo ormai alle soglie del conflitto”, o praticamente già dentro. Façon de parler, senza dubbio. Metafore. Però…

Al presidente francese  fa puntuale eco il cancelliere tedesco, dietro la cui faccia da ragioniere del catasto si cela l’indomito Ricostruttore della Wermacht risorta dalle sue brune ceneri. Per Merz, Putin è ormai il nemico numero uno dell’Unione Europea e ne sta  preparando l’aggressione: quel che si sta sonando a Berlino è un nuovo 22 giugno 1941, una nuova “Operazione Barbarossa”. Difensiva, stavolta: sia chiaro.

Il contagio bellicista dilaga. Se nei bombardamenti russi di Kiev e di Zaporijja, presentati come apocalittici, le vittime si contano in realtà sulla punta  delle dita, la supposta ferocia russa riempie in cambio i piccoli schermi delle nostre case dai quali sono scomparse le migliaia di morti palestinesi di Gaza.

E l’atletico ministro meloniano Abodi può dichiarare che a giusto titolo le squadre russe vanno espulse da tutte le gare sportive internazionali per gli orribili crimini di guerra commessi dal loro governo, laddove giammai Israele potrà subire analoga sorte dal momento che  a Gaza come altrove essa si limita a difendere il suo diritto all’esistenza e all’autodifesa.

Ebbene: io non ci sto più. E parlo anche per un nutrito gruppo di amici e colleghi che farà a breve sentire la sua voce. Noi italiani, noi europei, non meritiamo l’onta di dover sopportare in silenzio quest’infamia diventandone complici.

Le calunnie contro la Russia e a favore di una guerra che a ritmi sempre più stretti si prepara non dovranno e non potranno venir proferite con il nostro avallo. Come cittadini, lo dichiariamo apertamente riservandoci il diritto di dimostrarlo con fatti concreti.

Se si sta preparando davvero una guerra, ciò non avverrà con il nostro assenso. NON IN NOSTRO NOME.

Cover: Albrecht Durer, I quattro cavalieri dell’ Apocalisse, 1497

Vite di carta /
Il Festivaletteratura di Mantova e la balena

Vite di carta. Il Festivaletteratura di Mantova e la balena

Mantova anche per un giorno solo è pur sempre Mantova. Intendo il suo Festivaletteratura, giunto quest’anno alla edizione numero 29. Ci sono stata giovedì 4 settembre, in una giornata di sole e con amiche che erano alla loro prima esperienza col Festival. Una meraviglia: l’atmosfera che si respira in città ti cattura subito, la prima come la ventinovesima volta.

Come dice Nadeesha Uyangoda, nel commento conclusivo che le è stato chiesto su questa edizione 2025, “Mantova dilata il tempo, ci proietta dentro mondi possibili, accende scintille, porta la bellezza e l’orrore del mondo dentro le sue mura, avvicina la geografia, crea comunità”.

Ho seguito tre eventi, un po’ pochino rispetto alle scorpacciate che mi sono fatta in tanti anni di volontariato insieme al gruppo degli studenti. Facendo servizio agli eventi, erano in media cinque incontri al giorno.

Eppure. Giovedì ho conosciuto un’autrice al suo esordio, una ricercatrice del comportamento animale, un poeta e romanziere ormai noto nel mondo. Prima non li conoscevo e li ho scelti nel mare del programma proprio per questo.

Eleonora Daniel è al suo primo romanzo, La polvere che respiri era una casa. Le fa domande Elsa Riccadonna alla Piazza dei libri, la incalza a svelare dove stia per lei il fuoco sacro della scrittura, che è anche il titolo della rassegna. Come si nasce e come si resta scrittrici o scrittori viene chiesto a dieci autori italiani e stranieri nel corso del Festival, da mercoledì 3 a domenica 7 settembre.

Ascolto parlare Eleonora, che con i suoi trent’anni mi sembra una bambina, anche se dice cose esperte sulla scrittura ed è precisa nel dare le coordinate del suo libro. Tanto alla trama, tanto e anche di più alla forma narrativa.

Tiziana, la mia amica che ha comprato il libro e lo ha incominciato, mi conferma che persino la punteggiatura è inusuale. Lo leggerò, ora sono proprio attratta dall’idea di incontrarlo e di poter scrivere a lei, l’autrice, cosa ne penso.

Ho conosciuto Eva Meijer, scrittrice, filosofa, ricercatrice all’Università di Amsterdam, studiosa della filosofia animale e delle comunità multispecie. Volevo sentire la sua conversazione con Marco Filoni sul grande tema del rapporto tra umano e non-umano, sulla necessità che abbiamo di reimpostare la relazione con il resto del creato. Il tema mi attizza e ne ho scritto recentemente (Vite di carta, Tra “umano” e “non-umano”, 20/08/2025).

Non è un’idea da poco, questa con cui torno a casa guidando nella campagna mantovana, poi veneta, poi ferrarese fino a casa. I gruppi sociali che formano gli animali sono ispirati a principi etici. Così i topini da laboratorio che Meijer ha preso a vivere con sé si prendono cura gli uni degli altri in caso di bisogno e seguono alla morte di uno di loro dei rituali funebri codificati.

Gli animali possono insegnarci molto, in particolare in questo tempo di sconvolgente cambiamento climatico, possono insegnarci a fondare una società basata sulla cura.

Ho finalmente ascoltato Ocean Vuong, che ha nel nome il mare più vasto, lo desideravo fortemente e sono uscita dall’evento presso Santa Maria Della Vittoria con nuove parole in testa, nuove possibili bussole da consultare nei giorni.

Da Vuong sono arrivate parole forti sulla violenza storica che ci dilania, sul desiderio che ci fa vivere, sulla creatività che ci salva dalla sofferenza e dalla distruzione, sulla perdita delle radici e sulla lingua che sa scavare nella profondità delle cose facendoci rinascere.

Ho comprato a scatola chiusa L’imperatore della gioia, il suo ultimo romanzo che è in libreria da due giorni, dopo aver sentito il suo autore parlare della letteratura come di qualcosa che aiuta a capire cosa sia il bene, facendo domande profonde sul mondo. La trama arriverà, la delega come lettrice al suo narratore l’ho già firmata.

È stato come entrare nella pancia della balena, sondarne il buio come prezzo da pagare per restare a bordo e solcare con lei le distanze più grandi. Pinocchio ha avuto in sorte la medesima avventura, finendo però per trovare lì la sorpresa più speciale che è ritorno e rinascita, suo padre Geppetto.

Per trovare la propria casa si deve anche andare lontano e solcare altre prospettive di sguardo come fossero mari in tempesta.

Dice bene, ancora, Uyangoda quando parla dell’acqua sporca che resta dei giorni mantovani, un’acqua impregnata dei gesti, delle parole, dello spaesamento che uomini e donne si sono procurati “come testimoni all’erta” tracciando il ritratto del mondo e dei loro sogni.

Nota bibliografica:

  • Ocean Vuong, L’imperatore della gioia, Guanda, 2025
  • Eleonora Daniel, La polvere che respiri era una casa, Bollati Boringhieri, 2025

Cover: la foto è stata scattata dall’autrice durante l’incontro con Ocean Vuong

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Le storie di Costanza /
Alla caccia della VOLPE VERDE. Da Camilla

Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. Da Camilla

Costanza del Re mi invitò a casa sua per l’ora del tè del giorno seguente, prese dal negozio un pacchetto di pane e uno di biscotti, salutò prima Camilla e poi il sottoscritto e uscì dal negozio, mentre io cercavo di raccogliere la lattina di birra che mi era caduta di mano, facendo un rumore infernale e rotolando tra i piedi di una persona anziana, che nel frattempo era entrata per far compere.

Notai che la signora appena arrivata trascinava un grande carrello colorato con le ruote di metallo. Ovviamente le serviva per trasportare la spesa a casa. La stoffa del carrello era a quadri e mi ricordava quelle stoffe di lana inglese con cui mia madre amava vestire mia sorella Danila quando era piccola.

Le metteva delle gonne di quel tessuto a quadri che poteva essere rosso, verde e giallo, oppure rosso, bianco e blu, oppure qualcuno di questi colori mescolati con gli altri in maniera diversa. Sul davanti le gonne erano chiuse da una grande spilla dorata o argentata ed erano abbinate a delle calzamaglie di lana pungentissima che Danila non voleva perché diceva che le facevano prurito alle gambe. Appena poté, se ne liberò, convincendo mia madre che a scuola la prendevano in giro perché era vestita come una vecchia zampognara.

In realtà la storia della zampognara se l’era inventata di sana pianta ed era riuscita a propinarla a mia madre con molto successo. Mia madre dal canto suo, aveva promesso che si sarebbe lamentata con la maestra per quella inopportuna presa in giro ma poi, occupata dal lavoro, dalla casa, dall’accudimento dei figli e dal canto (cantava da soprano in un coro di Trescia), si dimenticò di quel proposito, limitandosi solo a permettere a Danila di mettersi i jeans tutte le volte che voleva.

Mia sorella si adeguò subito alla nuova possibilità e visse in jeans fino a quando la sopraggiunta autonomia economica le permise di variare l’abbigliamento a piacimento, sempre evitando calzamaglie di lana pungente e gonne a quadri.

Raccolsi la mia lattina e, risalendo con lo sguardo dal pavimento al soffitto, guardai la signora che avevo di fronte. Una signora molto anziana, direi sui novant’anni, ben tenuta, con un berretto di lana sulla testa, un cappotto di montone sulle spalle, dei pantaloni di flanella grigia e un paio di morbide Clark ai piedi. Emanava una certa signorilità, aldilà dell’abbigliamento adatto alla campagna e a quel giorno feriale.

Del resto, le ostentazioni non sono mai eleganti, e andare da Camilla con i tacchi a spillo piuttosto che con un vestito scosciato, non sarebbe di certo stato segnale di eleganza e di attenzione al luogo, al contrario sarebbe sembrato un po’ eccessivo e sicuramente inutile.

La signora era vestita in maniera consona al contesto e all’orario della giornata. Una novantenne con buongusto. Ogni cosa ha un suo posto adatto, ogni evento ha una sua collocazione temporale imprescindibile, la bellezza non è universale e la capacità di adattamento all’ambiente, alle trazioni e alle caratteristiche delle persone e dei luoghi, importante.

Io mi sentii da subito in sintonia con quel luogo. La mia passione per i jeans e i vecchi maglioni, le scarpe da ginnastica e i piumini, era adatta e utile per sembrare un nativo di quel piccolo borgo, che non ostentava niente, ma viveva intensamente le sue giornate.

Riguardai la signora, le feci un sorriso che lei ricambiò per poi dirmi di chiamarsi Rina, di avere novantun anni e di vivere da sola in una grande casa verso il lato del paese opposto a dove ci trovavamo, vicino alla discesa che porta ai cancelli del parco di villa Cenaroli. Fu così che le chiesi se avesse sentito parlare della volpe verde e cosa ne pensasse di questa diceria. Mi disse che ne aveva sentito parlare, credeva che potesse essere vero.

– Del resto, tutto è falso fino a prova contraria. Se più persone hanno visto una volpe verde perché non dovrebbe essere vero? La gente di Pontalba è sincera e non direbbe mai una cosa del genere se non ne fosse certa. –

A quel punto intervenne Camilla:

La gente di Pontalba dice sia cose vere che false. Vediamo di dire a questo pover’uomo la verità (il pover’uomo ero io). Lei ascolti me, in questo paese c’è pieno di gente che, non si sa per quale motivo, racconta bugie credendole vere, forse perché ha frainteso qualcosa, forse perché è stato a sua volta vittima di qualche imbroglio, chissà. Una volta a una mia cliente hanno fatto morire uno zio, era perfino già stato sistemato nella bara con il suo vestito più bello … Poi abbiamo scoperto che lo zio della signora Anna non era affatto morto, non era nemmeno stato male.

Quindi nessuna venga a dire a me che la gente di Pontalba è sempre credibile. E poi quali volpi verdi? Di quel colore le volpi non esistono. Altrimenti domani qualcuno viene da me e mi dice che ha visto un cammello blu, o la maestra Caterina che vola in cielo. I cammelli blu non esistono e la maestra Caterina non ha le ali!. –

Era chiaro che Camilla non voleva saperne di prendere in considerazione l’idea che esistessero a Pontalba le volpi verdi e non amava che nel suo negozio si spargessero tali dicerie alimentando l’idea di una loro possibile verità.

– Non esca da questo negozio pensando che qui si parla delle volpi verdi e che io sia d’accordo sul fatto che esistono! Lei che fa il giornalista scriva che qui non si crede a nulla senza prove. Dove sono le prove dell’esistenza della volpe verde? Lei l’ha vista?. La signora Rina l’ha vista? No, qui non l’ha vista nessuno.

Mi fa un baffo che qualcuno lo dica, magari il personale di villa Cenaroli si era bevuto un’intera bottiglia di Sambuca per tenersi su e non farsi prendere dallo sconforto per la morte di Maria Augusta che era risaputamene generosa e anche un po’ rimbambita e faceva regali preziosi a tutti i suoi collaboratori. Immaginiamoci il dispiacere! Erano così abbattuti dalla sua dipartita che non solo piangevano … hanno pure visto una volpe verde. –

Vabbè, così non si andava da nessuna parte. Se anche c’era in paese qualcuno che l’aveva vista non era di certo entrato in quel negozio a raccontarlo e, se anche l’avesse fatto, ci avrebbe pensato Camilla a troncare sul nascere la conversazione. Grazie al suo sarcasmo e un po’ di cinismo che aveva maturato stando un giorno dopo l’altro dietro a quel banco di panetteria, parlando con la gente, cercando di soddisfare i loro bisogni e difendendosi dagli imbrogli monetari e verbali che alcune persone provavano a mettere in atto per fregarla, era convincente.

– Alt! Prima di provare a fregare me, devono stare molto attenti, altrimenti io li aggiusto, restano senza pane per sei mesi. Se lo vadano pure a prendere a Cominella, la forneria che c’è là non fa il pane buono come il mio. Hanno solo da perderci. –

Uscii dal negozio frastornato e pieno di dubbi su quella storia della volpe verde. Girai lo sguardo dove la via fa un angolo retto prima di aprire l’orizzonte sullo slargo che costituisce la piazza del paese e, forse suggestionato dalla storia, ebbi l’impressione di vedere con la coda dell’occhio una volpe verde che girava l’angolo verso via Santoni Rosa.

Mi misi a correre, girai anch’io lo stesso angolo ma non vidi più nulla. Se mai c’era stata una volpe verde non c’era più oppure si era nascosta, oppure avevo visto qualcosa che solo vagamente assomiglia a una volpe verde, oppure chissà. Poteva essere un gatto, ma i gatti verdi non esistono, poteva essere una tartaruga, ma non avrebbe potuto andarsene così in fretta, poteva essere della stoffa di un vestito o un angolo verde di qualche attrezzo agricolo, non so.

Mi guardai in giro dappertutto ma non vidi più nulla, da Camilla non era il caso di tornare, da Costanza potevo andare il giorno seguente, non sapevo cos’altro fare e mi diressi verso il Pontalba Hotel un po’ stranito e un po’ preoccupato senza sapere cosa scrivere sull’articolo per Tresciaone.

Non sapevo quali progressi nell’indagine raccontare al mio capo, che sicuramente mi avrebbe telefonato dopo alcune ore per sapere come procedevano le indagini e se avessi scoperto qualcosa. Mentre camminavo vidi una pizzeria e mi dissi che capitava a fagiolo, visto che era ora di cena ed erano diverse ore che non mettevo nulla sotto i denti.

La pizzeria era ubicata verso l’uscita del paese, sulla strada provinciale per Trescia. Davanti alla pizzeria c’era un grande spiazzo con dei magnifici oleandri rosa e un parcheggio interno davvero utile per i frequentatori del locale che potevano posizionare le macchine a un tiro di schioppo da dove si consumavano i pasti.

Mi avvicinai alla pizzeria e sbirciai all’interno. C’erano solo due tavoli occupati, uno con una coppia anziana e uno con una coppia più giovane con due bambini, che si stavano gustando la pizza con il sugo rosso che chiazzava loro mani e faccia. Dei novelli Dracula pasciuti e per nulla spaventosi.

Mi avvicinai alla pizzeria e di nuovo, girandomi all’indietro verso la strada, vidi qualcosa di furtivo e di verde che la stava attraversando. Tornai di corsa verso la strada e guardai da tutte le parti. Niente da fare, non c’era alcuna volpe verde nei paraggi. Allora decisi che per quella sera la pizza non l’avrei mangiata.

Tornai verso la strada e andai diritto in albergo, presi la chiave della mia stanza. Entrai in camera, mangiai i cracker e bevvi la birra, mi lavai i denti, misi il pigiama e mi infilai sotto le coperte. Spensi anche la luce. Non mi restava che dormire, sperando che il mattino seguente mi aiutasse a fare un po’ di chiarezza nei miei pensieri e nelle mie percezioni. Mi dimenticai dell’articolo e del mio capo. Se avesse telefonato avrebbe trovato il cellulare irrimediabilmente spento.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Il cervello ideologico: Fermi, Rovelli e la neuroscienza della convinzione

Il cervello ideologico: Fermi, Rovelli e la neuroscienza della convinzione

Il mondo della fisica italiana, in questa estate 2025, è scosso da una polemica accesa: Carlo Rovelli, fisico teorico e divulgatore, ha pubblicato sul Corriere della Sera un video e un articolo in cui solleva dubbi morali sulla figura di Enrico Fermi, accusandolo implicitamente di opportunismo politico e di insensibilità etica per il suo ruolo nel Progetto Manhattan.

La risposta della Società Italiana di Fisica è stata durissima: Fermi viene difeso come scienziato esule, costretto a convivere con il regime fascista per continuare a fare ricerca, e come figura chiave nella nascita della fisica moderna.

Rovelli, da parte sua, rivendica il diritto di sollevare questioni morali anche sui giganti della scienza: “Criticare non è infangare”, afferma. Ma il fervore ideologico che traspare dalle sue parole — e dalle reazioni che ne sono seguite — sembra suggerire qualcosa di più profondo: che la nostra visione del mondo, anche quando è scientifica, è inevitabilmente filtrata da strutture cognitive e affettive che ci precedono e ci condizionano.

Leor Zmigrod, neuroscienziata presso l’Università di Cambridge, ha aperto una nuova frontiera nello studio dell’ideologia: quella neurocognitiva. Le sue ricerche, pubblicate su riviste come Nature Human Behaviour e Trends in Cognitive Sciences, mostrano come l’adesione a ideologie politiche — non importa se di tipo autoritario, liberale, conservatore o progressista — sia correlata a specifici tratti cognitivi e strutture cerebrali.

In particolare, Zmigrod ha identificato una relazione tra rigidità cognitiva e propensione all’autoritarismo: individui con minore flessibilità mentale tendono a preferire sistemi ideologici chiusi, gerarchici, e resistono maggiormente al cambiamento. Al contrario, una maggiore apertura mentale e capacità di aggiornamento delle credenze è associata a visioni più fluide e pluraliste del mondo.

Questi tratti non sono solo psicologici: si riflettono in pattern neurali misurabili tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) e test cognitivi. Le aree coinvolte includono la corteccia prefrontale dorsolaterale, responsabile della regolazione del pensiero astratto e della flessibilità, e il sistema limbico, che media le risposte emotive e la percezione della minaccia.

Un dato sorprendente emerso dagli studi della Zmigrod è che l’ideologia può essere predetta — con una certa accuratezza — da test cognitivi che nulla hanno a che fare con la politica: ad esempio, la capacità di distinguere figure ambigue o di risolvere problemi logici complessi. Questo suggerisce che l’ideologia non è solo appresa, ma incorporata: una forma di apprendimento che si radica nel corpo e nel cervello.

In questo senso, l’ideologia diventa una forma di imprinting neurobiologico. Non si tratta di determinismo, ma di predisposizione: il cervello non è neutro, e le sue strutture influenzano il modo in cui interpretiamo il mondo, scegliamo le nostre battaglie, e reagiamo alle figure come Enrico Fermi o Carlo Rovelli.

Avevamo già parlato (https://www.periscopionline.it/siamo-prigionieri-perche-siamo-liberi-298029.html) di questo inestricabile circolo vizioso a proposito del libro Il prigioniero libero dove Giuseppe Trautteur affrontava con acume filosofico e rigore scientifico il dilemma della libera scelta e della responsabilità nell’epoca delle neuroscienze. Il testo si muoveva tra le aporie del libero arbitrio e le evidenze sperimentali che sembravano minare l’idea di poterci definire, senza ombra di dubbio, autori delle nostre azioni.

Trautteur non offriva soluzioni consolatorie, ma invitava a un esame di coscienza radicale: siamo prigionieri delle nostre strutture cognitive, ma possiamo diventare prigionieri liberi se riconosciamo la natura condizionata del nostro pensiero e scegliamo consapevolmente di trasformarlo. La libertà, in questa prospettiva, non è un dato, ma un processo neurofilosofico: una lotta contro le automatizzazioni ideologiche che ci abitano.

La libertà cognitiva, allora, è la capacità di disinnescare i riflessi ideologici, di sospendere il giudizio, di aprirsi all’ambiguità e alla complessità. È ciò che distingue il pensiero critico dal pensiero dogmatico, il dubbio dalla certezza, la ricerca dalla propaganda. E come suggerisce Trautteur, “per uscire di prigione bisogna anzitutto volerlo”: la chiave è già nelle nostre mani, ma dobbiamo imparare a riconoscerla.

Probabilmente nel caso in questione, Carlo Rovelli, nella sua personale rilettura degli eventi e del contesto nel quale si inseriva la vita di Enrico Fermi, non solo non ha riconosciuto la giusta “chiave per uscire di prigione” ma più semplicemente e “umanamente” (neurofilosoficamente?), la chiave l’ha “voluta” dimenticare a casa.

La lezione che possiamo trarre da questo intreccio tra fisica, storia e neuroscienza è chiara: l’ideologia non è solo un’opinione, è una forma mentis. E come tale, agisce nel profondo, modellando il nostro modo di pensare, di sentire, di giudicare. Per dirla con una battuta: un fascista ha il cervello fascista, un comunista ha il cervello comunista ma… un anarchico non può avere un cervello anarchico!

La buona notizia però e che, come dimostra la Zmigrod, il cervello può cambiare.

A patto di volerlo davvero.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Da Arafat ad Abbas, la guerra americana dei veti e dei visti contro i palestinesi

Da Arafat ad Abbas, la guerra americana dei veti e dei visti contro i palestinesi

Nel novembre 1988, in piena Prima Intifada, il governo USA guidato da Ronald Reagan negò il visto a Yasser Arafat, invitato a parlare all’Assemblea Generale ONU a New York. La decisione fu presa dal Dipartimento di Stato, guidato dal Segretario George P. Shultz (1920–2021), economista di formazione e veterano della Seconda Guerra Mondiale. [1]

Prima di guidare la diplomazia americana sotto Reagan, era stato Segretario al Lavoro, Direttore del Bureau of the Budget e Segretario del Tesoro. Rappresentava il pragmatismo e l’approccio analitico della politica estera statunitense, in continuità con la tradizione di Henry Kissinger, architetto invisibile dei grandi equilibri internazionali degli anni ’70. [2]

Shultz operava in un contesto in cui pressioni politiche pro-Israele, sostenute da lobby negli USA, influenzavano le decisioni diplomatiche. Il visto fu ostacolato anche dall’ambasciatore USA all’ONU, Charles Lichenstein (1926–2004), diplomatico veterano e analista esperto di Medio Oriente, noto per il suo fermo sostegno alle posizioni israeliane nelle Nazioni Unite.

Quando Reagan negò il visto ad Arafat ma l’Onu spostò la sede dell’assemblea

La motivazione ufficiale fu il legame di Arafat con il terrorismo internazionale tramite l’OLP, considerata dagli USA un’organizzazione terroristica. Dietro le quinte, le pressioni politiche furono intense: Israele e lobby pro-Israele negli USA non volevano che Arafat avesse accesso a una piattaforma internazionale di legittimazione. L’obiettivo era impedire qualunque passo verso uno Stato palestinese.

Il leader palestinese Arafat e quello israeliano Rabin si stringono la mano davanti a Clinton nel 1993.

La decisione fu talmente controversa che, in una mossa senza precedenti, l’ONU spostò l’intera sessione a Ginevra, permettendo comunque al leader palestinese di pronunciare il suo discorso. Un episodio che mise in luce l’uso dei visti come arma politica e la capacità dell’ONU, in casi eccezionali, di garantire il diritto dei popoli a essere ascoltati.

Da Arafat a Mahmoud Abbas: i visti usati come armi politiche

A distanza di 37 anni, lo scorso 29 agosto 2025, il Segretario di Stato degli USA Marco Rubio ha revocato i visti a Mahmoud Abbas e a 80 delegati palestinesi, impedendo loro di partecipare all’Assemblea Generale ONU a New York (4–23 settembre). La motivazione ufficiale include preoccupazioni per la sicurezza nazionale e presunti legami con il terrorismo. Il Dipartimento di Stato ha anche citato il rifiuto dell’Autorità Palestinese di riconoscere la leadership statunitense nei negoziati come ostacolo alla pace.

In una nota del dipartimento di Stato si legge: “Prima che l’OLP e l’Autorità Palestinese possano essere considerate partner per la pace, devono ripudiare sistematicamente il terrorismo, incluso il massacro del 7 ottobre”. E più avanti: “L’Autorità Palestinese deve inoltre porre fine ai suoi tentativi di aggirare i negoziati attraverso campagne internazionali, inclusi appelli alla CPI (Corte penale internazionale), e sforzi per ottenere il riconoscimento unilaterale di un ipotetico Stato palestinese”. [3]

Il messaggio appare formale e diplomatico, ma in filigrana contiene un’imposizione coercitiva: significa che finché l’Autorità Palestinese continuerà a intraprendere azioni autonome – dagli appelli alla Corte Penale Internazionale per difendersi dall’occupazione, dalla colonizzazione e dal furto di terre, fino ai tentativi di ottenere riconoscimenti unilaterali – la sua voce internazionale resterà sospesa. Un meccanismo di ‘controllo’ che ricorda le dinamiche di ‘protezione condizionata’ tipiche delle logiche dei clan.

Dal potere ‘carsico’ al potere ‘strutturato’. Dagli Usa una raffica di violazioni internazionali

Il presidente della Palestina Mahmoud Abbas durante un intervento all’Onu

La revoca dei visti ha suscitato reazioni internazionali, con l’Unione Europea e le Nazioni Unite che hanno espresso preoccupazione, sottolineando l’obbligo degli Stati Uniti, in quanto paese ospitante, di garantire l’accesso alle sedi delle Nazioni Unite. Nonostante questo, nessun provvedimento effettivo è stato intrapreso.

Come nel 1988, la diplomazia statunitense si allinea agli interessi israeliani. Con una differenza: mentre un tempo il potere delle lobby era carsico, oggi è strutturato, alla luce del sole, intreccia economia, diplomazia e ideologia.

In questo quadro, la scelta dell’Amministrazione Trump è l’ennesima conferma di come la politica estera americana, dalla Guerra Fredda a oggi, sia stata progressivamente subordinata a poteri transnazionali, lasciando Israele libero di perseguire politiche militari e territoriali sempre più aggressive, in violazione del diritto internazionale e umanitario, senza timore di restrizioni o conseguenze.

Violazioni del Diritto internazionale e paralisi dell’ONU

La scelta di collocare la sede delle Nazioni Unite a New York conferisce agli Stati Uniti un vantaggio politico strategico non trascurabile, usato per esercitare pressione sui leader stranieri. I casi di Yasser Arafat nel 1988 e Mahmoud Abbas oggi lo dimostrano: strumenti amministrativi diventano armi politiche.

Secondo il Diritto internazionale, le delegazioni devono godere di libertà di movimento e di accesso alle sedi internazionali, come stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1961. L’uso dei visti come strumento coercitivo viola, dunque, il principio di libertà diplomatica, con impatti diretti sulla legittimazione politica e sul diritto dei popoli a essere rappresentati.

Un ulteriore elemento è la paralisi dell’ONU che avrebbe gli strumenti per agire e non vi fa ricorso. Uno di questi è la Risoluzione 377 A, nota come la Uniting for Peace Resolution, adottata nel 1950 durante la guerra di Corea per consentire all’Assemblea Generale di aggirare i veti del Consiglio di Sicurezza in caso di minaccia alla pace.

In teoria, questo strumento avrebbe potuto garantire l’adozione di risoluzioni urgenti come le reiterate richieste di cessate il fuoco e, oggi, permettere la partecipazione palestinese. In pratica, non è mai stato usato in 23 mesi, nemmeno evocato: una “dimenticanza volontaria” che rivela la subordinazione dell’ONU agli equilibri di potere.

Europa, ONU e il nuovo ordine. L’Europa balbetta e l’Onu è paralizzato

La storia si ripete, con poche differenze. Arafat e Abu Mazen: due leader, due epoche, due facce della stessa medaglia. L’obiettivo è sempre lo stesso: ostacolare il riconoscimento dello Stato palestinese. E in entrambi i casi, la libertà diplomatica viene piegata agli interessi strategici di pochi.

Image by hosny salah from Pixabay

Così, mentre l’Europa balbetta, rendendosi sempre più complice del genocidio in corso, incapace di varare un solo provvedimento contro Israele – continuando invece a emanare sempre più grotteschi pacchetti di sanzioni contro la Russia -, lo Stato ebraico, con l’appoggio degli USA, il “mulo stupido di Israele”, come li definiva l’ex consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski [4], procede nel suo progetto di annientamento dal nome biblico.

E ieri, come già accaduto a maggio 2025, in occasione del ‘Giorno di Gerusalemme’, il governo di Netanyahu è tornato a minacciare l’Europa e gli Stati che si preparano a riconoscere la Palestina “Non riconoscete la Palestina, o annetteremo la Cisgiordania”.

La lezione è chiara e amara: la storia non è più maestra. E del Diritto non resta altro che la legge del più forte. I poteri transnazionali decidono chi vive e chi muore, chi parla e chi tace.

I governi, Europa in testa, recitano da esecutori. L’ONU, paralizzato ed esausto, non riesce più a garantire diritti e pace a nessuno. In mezzo a questo deserto, fra strumenti legali ignorati, diritti internazionali e umanitari calpestati e veti reiterati, il prezzo più alto lo paga il popolo palestinese, oggi sull’orlo di una nuova “soluzione finale”.

Mezzo milione di loro, donne, bambini e anziani, secondo l’ONU sono destinati a morire di fame entro la fine dell’anno, intrappolati nel più brutale e inumano degli assedi, imposto da un governo suprematista, e attuato senza pietà dal suo esercito.

Note

1 – George P. Shultz (1920–2021), nato a New York in famiglia ebreo-tedesca immigrata negli Stati Uniti, ha costruito la sua reputazione grazie a una grande competenza in economia e politica estera lo portò ad essere nominato Segretario di Stato sotto Ronald Reagan (1982–1989), ruolo in cui ebbe un peso enorme nella Guerra Fredda e nelle relazioni internazionali.

Shultz guidò la diplomazia statunitense nel periodo più teso della Guerra Fredda, negoziando accordi chiave con l’URSS (START I) e gestendo crisi internazionali in Medio Oriente e Asia. Fu lui a supervisionare molte delle decisioni sul Medio Oriente, tra cui le politiche americane verso l’OLP e la Palestina. Conosciuto per il suo pragmatismo, abilità negoziale e approccio analitico, grazie alla sua formazione economica e il background accademico, fu in grado di combinare strategie finanziarie e politiche nei dossier internazionali, incluso il Medio Oriente.

2 – Henry Kissinger, come Shultz di origini ebraico-tedesche, fu consigliere per la sicurezza nazionale (1969–1975) e Segretario di Stato (1973–1977) sotto Nixon e Ford. Rappresentava il vero “architetto” della politica estera americana, una sorta di “Mazzarino moderno”, capace di tessere alleanze e manipolare equilibri internazionali dietro le quinte.

Quando Shultz divenne Segretario di Stato sotto Reagan (1982–1989), arrivò dunque in un ambiente diplomatico plasmato dalle precedenti strategie di Kissinger: equilibrio tra pragmatismo economico, Guerra Fredda e gestione dei dossier complessi del Medio Oriente.

3 – https://it.euronews.com/2025/08/29/gli-usa-revocano-i-visti-alle-autorita-palestinesi-in-vista-dellassemblea-generale-onu

4 – Zbigniew Brzezinski, ex consigliere della sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, nel corso si una intervista del 2012 disse “Gli Usa sono diventati il mulo stupido di Israele”, https://arabamericannews.com/2012/12/01/Brzezinski-US-won%E2%80%99t-follow-Israel-like-a-stupid-mule/

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

La morte dell’umanità

La morte del Che

1967, Quebrada del Yuro

«La raffica di mitra gli spezza le gambe.
Continua a combattere seduto, finché gli fanno saltare il fucile dalle mani.
I soldati si contendono a spintoni l’orologio, la borraccia, la cintura, la pipa.
Diversi ufficiali lo interrogano uno dopo l’altro.
Il Che tace e perde sangue.
Il contrammiraglio Ugarteche, audace lupo di terra, capo di Stato Maggiore della Marina di un paese senza mare, lo insulta e lo minaccia. Il Che gli sputa in faccia.
Da La Paz, arriva l’ordine di far fuori il prigioniero. Una raffica lo crivella. Il Che muore così, colpito a tradimento, poco prima di compiere quarant’anni, esattamente nella stessa età in cui morirono, anch’essi colpiti a tradimento, Zapata e Sandino.
Nel villaggio di Higueras, il generale Barrientos mostra il suo trofeo ai giornalisti. Il Che giace sulle pietre di un lavatoio.
Dopo le pallottole lo crivellano i flash.
La sua ultima faccia ha gli occhi accusatori e un sorriso malinconico.»

Eduardo Galeano, Memoria del Fuoco,
Romanzo in 3 volumi, prima edizione, Spagna, 1982-1986.
In Italia, Le origini (primo volume), Rizzoli, 2008

La morte dell’umanità

2025, Palestina

Se si potessero dedicare tre minuti di immagine fissa sul primo piano del viso ogni palestinese, civile o combattente, vigliaccamente ucciso-uccisa a tradimento dal 7 ottobre 2023 ad oggi, il film durerebbe centottantamila minuti.

 

In copertina: foto tratta dal film “La hora de los hornos” di Fernando “Pino” Solanas e Octavio Getino. Il primo piano del viso di Che Guevara, morto, sovrasta lo spettatore, immobile, per tre minuti. La cinepresa non si muove. L’immagine è eterna.

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore, oppure visita la sua rubrica Controcorrente

FRECCE TRICOLORI: FRAGORE E SPETTACOLO NEI CIELI DI RIVOLTO

65° stagione della Pattuglia Acrobatica Nazionale:
le Frecce Tricolori danno spettacolo nei cieli di Rivolto (UD)

Si è svolto in data 6 e 7 settembre 2025, presso l’aeroporto militare di Rivolto (UD) l’evento celebrativo per la 65° stagione della Pattuglia Acrobatica Nazionale. (PAN)

In queste occasioni congiuntamente al 313° gruppo di addestramento acrobatico Aeronautica Militare Nazionale, meglio noto come Frecce Tricolori, sono coinvolti anche gruppi acrobatici di altre nazionalità; uno spettacolo unico che unisce, tecnica, capacità, competenza e tanta dedizione. Una dimostrazione per rendere partecipi i cittadini, appassionati, fotografi  e curiosi, dei livelli raggiunti in ore e ore di addestramento con aerei ed elicotteri.

Il 313° Gruppo permanente di addestramento dell’Aeronautica Militare, nasce il 1° marzo del 1961 a Rivolto. Si tratta di un reparto composto da circa 100 militari, il cui obiettivo è quello di rappresentare i livelli raggiunti e le capacità della Aereonautica, attraverso esibizioni acrobatiche nei cieli come simbolo riconosciuto in tutto il mondo della Repubblica Italiana.

Un po’ di storia

Tutto inizia nel 1952 con il 4° Stormo che da vita alla pattuglia “Cavallino Rampante”, composta da quattro DH.100 Vampire, primi velivoli a getto in servizio con l’Aeronautica Militare.

In seguito venne denominata pattuglia acrobatica “titolare” alla 5ª Aerobrigata, dotata di nuovi F-84G Thunderjet.

Nel 1953 si forma una una nuova pattuglia acrobatica, denominata inizialmente “Guizzo” e poi, due anni dopo, ribattezzata “Getti Tonanti”. Sopra gli F-84G vola anche la 51ª Aerobrigata che, insieme alla pattuglia acrobatica “Tigri Bianche”, rappresenterà l’Aeronautica Militare negli anni 1955-1956.

Nel 1957 ritorna la formazione “Cavallino Rampante”, della 4ª Aerobrigata, composta da quattro F-86E Sabre MK4 che, tra i velivoli impiegati dalle nostre pattuglie, sono i primi dotati di impianto fumogeno regolabile.

Negli anni a venire si susseguirono, diverse Aerobrigate e velivoli, con il compito di costituire la pattuglia acrobatica titolare e di riserva. Aerobrigate, come, Getti Tonanti, Diavoli rossi o Lanceri Neri, fino ad arrivare al 1961 con la nascita della PAN (Pattuglia Acrobatica Nazionale).

La prima uscita ufficiale fu il 1° maggio presso l’aeroporto di Trento; il 1° luglio dello stesso anno il reparto divenne ufficialmente il 313° Gruppo Addestramento Acrobatico.

Li vediamo oggi volare sopra gli Aermacchi MB-339, in formazione 9+1, eseguendo di continuo nuove manovre, figure emozionanti e spettacolari, da lasciarci stupefatti col naso all’insù e “wow” a non finire.

Ringrazio il Nucleo di Bondeno, Associazione Arma Areonautica, per l’invito a questo evento.

Testo e Servizio fotografico sono di Valerio Pazzi.

Tutti i dati tecnici: https://www.aeronautica.difesa.it/home/noi-siamo-l-am/personale-e-mezzi/pattuglia-acrobatica-.

Per vedere tutti i reportage fotografici  di Valerio Pazzi clicca sul nome dell’autore 

Per certi Versi / Sarà come bere

Sarà come bere

Saprò guarirti

e tornerai da me

perché da sola non sai stare

 

saprò guarirti

piccola anima

che rischi così tanto

 

e sarà semplice

stare insieme

sarà come avere sete e bere

 

In copertina: Foto da Humanitas gavazzeni.it

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

I disertori dello smart-working

I DISERTORI DELLO SMART-WORKING

di Mara D’Ercole*
Da Jacobin italia del 2 Settembre 2025

Qual è il motivo reale che spinge le aziende a smantellare progressivamente il lavoro da remoto?

A partire dal marzo dello scorso anno le grandi aziende italiane hanno iniziato a ridurre, in modo graduale ma inesorabile, la possibilità di lavorare in smart-working, e la tendenza sembra quella di continuare a ridurre.
Lavoratrici e lavoratori proprio non l’hanno presa bene, e hanno scioperato contro la riduzione del lavoro agile in Capgemini, Dhl, Unipol, Panini, Eni, TinextaCyber, Fibercop  e Tim, e l’elenco non pretende di essere esaustivo.

A un primo sguardo non si capisce perché le imprese insistano sul lavoro in presenza, tutto lascerebbe pensare che il lavoro da casa porti benefici a più livelli. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, ad esempio, continua a enumerare i vantaggi dello smart-working per le aziende, per i lavoratori e per l’ambiente.

Vantaggi per tutti

Secondo il Rapporto 2024 dell’Osservatorio, con due giorni di lavoro da remoto a settimana la produttività di ciascun lavoratore aumenta dal 15 al 20% l’anno, e il costo della postazione di lavoro si abbassa di 200 euro; se, in aggiunta, si decide di ridurre gli spazi della sede aziendale, l’abbattimento dei costi può toccare i 2.500 euro l’anno per ciascun lavoratore impiegato con questa modalità.

Oltre ai vantaggi per l’azienda ci sono i vantaggi per i dipendenti. Nello stesso Rapporto si sostiene che con due giorni di smart-working a settimana ciascun lavoratore risparmia, per i mancati spostamenti, una media di circa 80 ore l’anno, che gli permettono di bilanciare meglio vita privata e vita lavorativa e di migliorare notevolmente il proprio livello di benessere. Ovviamente il risparmio tocca anche il portafoglio: il gruzzolo medio stimato è di circa 900 euro l’anno per persona, non irrilevante in un paese in cui i salari non solo non aumentano ma, com’è noto, si riducono da 30 anni a questa parte.

A tutto questo si sommerebbero i benefici per l’ambiente: i mancati spostamenti e il ridimensionamento delle sedi si tradurrebbero in una riduzione di 460 kg di emissioni di CO2 per ciascun lavoratore in smart-working per due volte a settimana, numeri che, moltiplicati su scala nazionale, rappresenterebbero un beneficio ambientale notevole.

La rivoluzione del lavoro al tempo del Covid

Vantaggi importanti, dunque, che alimentano le proteste di chi in sede tutti i giorni proprio non ci vuole tornare. Ma la situazione di oggi si spiega solo tenendo conto del fatto che a questo punto ci siamo arrivati attraverso la pandemia di Covid 19, non possiamo sapere quanto lo smart-working si sarebbe diffuso se le cose fossero andate diversamente.
Nel 2020, in piena pandemia, lo smart-working, che era stato introdotto dal Jobs Act e poi disciplinato dalla legge n.81 del 2017, è entrato di prepotenza nella vita dei lavoratori in lockdown quando il governo ha decretato l’accesso al lavoro agile senza necessità della stipula di un accordo individuale tra azienda e lavoratore nel settore privato, e l’attivazione dello smart-working come forma di lavoro ordinario nella Pubblica Amministrazione. Senza alcuna complicata trattativa con capi o gestori del personale per valutare se il lavoro potesse essere svolto da remoto oppure no, computer e cellulari aziendali sono arrivati ai lavoratori alla velocità della luce, nelle case grandi e in quelle piccine, e nessun top manager ha rilevato problemi o ha avuto qualcosa da ridire sull’engagement degli impiegati.

Finita la pandemia

Ma quando la pandemia è stata contenuta e poi sconfitta, mentre in Italia la disciplina smart-working creata durante il Covid veniva prorogata, iniziavano i mal di pancia dei sacerdoti della scienza manageriale.
A maggio 2022  Elon Musk,  che ancora non era entrato ufficialmente in politica, scriveva agli impiegati di Tesla una mail imperiosa comunicando loro che «chi non vuole stare in ufficio almeno 40 ore a settimana dovrebbe andare a lavorare altrove». In un’intervista del 2023 alla Cnbc, poi, spiegava la sua contrarietà al lavoro da remoto affermando «non è giusto che chi lavora in ufficio stia a casa comodo mentre altri – operai, corrieri, cuochi – devono essere presenti fisicamente. È una questione morale»,  dichiarava un inedito Elon Musk contro i privilegi di classe.

Qualche pericolo

Tattleware, i tool per il monitoraggio dei dipendenti in smart working – fonte: cybersecurity360.it

Del resto il fatto che non tutti possano lavorare da remoto è incontestabile, solo il 30% dei lavoratori può farlo, diceva in un’intervista al il Manifesto nel 2020 Antonio Casilli, e nella stessa intervista esprimeva preoccupazione per le conseguenze della remotizzazione del lavoro: «Il lavoro da remoto potrebbe essere imposto e non scelto. In alcuni casi potrebbe essere il preludio al licenziamento, al part time involontario o al taglio del costo del lavoro».

Oltre ai dubbi espressi da Casilli e legati alla stabilità del posto di lavoro, esiste il tema complesso e inquietante della sorveglianza dei lavoratori attraverso i loro stessi strumenti di lavoro, l’allarmante possibilità di intrufolarsi nella vita dei dipendenti attraverso le videocamere, o per misurare ogni clic, ogni movimento del mouse, ogni pausa, ogni singola attività svolta o non svolta, superando la legge e la fantasia e trasformandosi in bossware.

Perchè le aziende riducono l’uso del smart-working? 

Ma se è vero che la produttività da remoto non si abbassa e anzi aumenta, se è vero che i controlli sono anche pervasivi, qual è il motivo reale che spinge le aziende a smantellare progressivamente lo smart-working e quale quello che spinge i lavoratori a protestare?
Il panopticon digitale non è sufficiente? Il capitalismo di oggi, anche quello digitale, non può fare a meno dell’open-space?

Cosa c’è di tanto essenziale al funzionamento dell’azienda dentro i nostri uffici?

Intanto i sistemi di monitoraggio dei dipendenti anche in presenza sono un vero e proprio bersaglio in movimento per la legislazione a protezione dei lavoratori. Pur nella vigenza di tutele dettate sia dalla legislazione europea che da quella italiana sulla videosorveglianza, la Internet of Things e i nuovi sistemi di monitoraggio sviluppati durante il Covid, combinati con l’intelligenza artificiale, permetterebbero tecniche di sorveglianza con cui la legislazione farebbe fatica a stare al passo.  

Tuttavia ciò che deteriora il rapporto tra azienda e smart-working è il bisogno di controllo dei corpi, cui evidentemente la tecnologia non può supplire.

Lopen space, che durante la pandemia si è trasformato in un luogo ancora più duro da vivere, dove la sorveglianza e la valutazione non passano solo attraverso badge e tornelli, codice di abbigliamento, inserimento nella gerarchia sociale aziendale, durata delle pause, prossemica nei corridoi e negli ascensori, ma attraverso un potente sistema di assoggettamento che solo il lavoro in presenza permette.

Nell’open-space nessuno, tranne il manager, ha una parete dietro cui celarsi anche per poco, nessuno ha la propria scrivania, nessuno può personalizzarla con un qualsiasi oggetto, le riunioni in presenza sono rare, le si fa perlopiù online per parlare in cuffia semmai anche con il collega di fianco, convocato anch’egli nella stessa riunione, e tutto accade senza mai potersi sottrarre allo sguardo di tutti; i  corpi sono produttivi ma anche, e soprattutto, assoggettati.
Nel lavoro da remoto questa dinamica si incrina, si apre una pericolosa piccola fenditura di libertà, di distanza psichica dal sistema azienda anche durante il tempo a essa dedicato. Il rischio da scongiurare è quindi che i «corpi docili», per citare Michel Foucault, si sentano distanti dallo sguardo del manager, e che l’enorme fatica impiegata a rappresentare come realtà psichica immersiva i modelli di management che regolano la rat race della vita in azienda assumano un’importanza relativa insopportabile per il sistema di comando dell’azienda.

L’aggrapparsi dei lavoratori al lavoro da remoto, il rifiuto di tornare in ufficio, appare una forma, seppur blanda, di diserzione dei dispositivi sistemici di comando dell’azienda, e l’organizzazione di scioperi e proteste come forma iniziale di politicizzazione di questo nuovo spazio. 

*Mara D’Ercole
 attivista, ha lavorato a tempo pieno in Cgil. Rientrata sul posto di lavoro ha continuato a scrivere di questioni lavorative su Sinistra sindacale.

Cover: smart-working – immagine di agendadigitale.eu 

Federica Nin: “La Zona Grigia” e sporca della sperimentazione animale

“La Zona Grigia”, la macchina industriale della sperimentazione animale

“La zona grigia non è un’anomalia: è il prodotto normale di un sistema disumano”
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

“Un sistema non si difende perché è giusto, ma perché esiste”
Michel Foucault

Ho sempre avuto certezze abbastanza ferme su cosa fosse la vivisezione e la sperimentazione animale. Fin da piccolo, ascoltando le parole della grande astrofisica Margherita Hack, non ho mai avuto dubbi su questa pratica che, oltre ad essere disumana (pur essendo commessa da umani su animali non-umani), è violenta, antropocentrica (si usano animali, quindi terzi, per finalità esclusivamente umane) e dunque assurda.
I miei pochissimi dubbi sono stati colmati quando ad esprimersi contro questa pratica furono personalità della scienza medica che non ho mai troppo considerato esempi da seguire, come l’oncologo e fondatore dell’Istituto Europeo di Oncologia Umberto Veronesi. Nonostante moltissime sue posizioni controverse, Veronesi era vegetariano, grande sostenitore dei diritti animali e avversario degli allevamenti intensivi e della sperimentazione animale. Nel libro Una carezza per guarire Umberto Veronesi dedica un denso capitolo, l’ultimo, al tema della sperimentazione animale, auspicando, come il filosofo australiano Peter Singer, l’evolversi di un atteggiamento etico antispecista.
Pensando che negli ultimi anni sono stati messi a punto via via diversi metodi sostitutivi di ricerca animal-free e human-based, risultava per lui ingiustificata la ancora ampia utilizzazione di cavie da laboratorio, specialmente per esperimenti che darebbero scarso contributo al progresso scientifico. Partendo da ciò Veronesi richiamava all’urgenza di una legislazione in merito alla sperimentazione animale, al fine di limitare sempre più al minimo, grazie all’utilizzo di tecniche alternative, l’uso di animali da laboratorio e affinché gli animali di grossa taglia come primati, cani e gatti siano esclusi del tutto da queste pratiche sperimentali.

Le interviste che feci per Pressenza alla biologa Susanna Penco sulla vergogna della vivisezione e della sperimentazione animale, giustificata spesso mediaticamente con la ipocrita e pietistica spettacolarizzazione del dolore umano, mi hanno aiutato a prendere ancor più consapevolezza del grande business che circonda la sperimentazione animale, oltre a chiarificare una volta per tutte che ad oggi rimane una pratica scientifica non convalidata, con grande margine di errore e molto controversa proprio a causa dell’utilizzo di animali molto diversi dall’essere umano.

Però forse più di tutti, ad aiutarmi a fare il punto della situazione su questo grande tema – dal punto di vista filosofico, etico, bioetico ed epistemologico – è stato il recente libro della filosofa e psicologa Federica Nin dal titolo “La zona grigia. Illuminare l’invisibile, riscrivere la responsabilità”, Edizioni Oltre.

La zona grigia

Federica Nin, studia da anni il rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale e questo libro è molto di più di una presa di consapevolezza su questa pratica: è un’inchiesta dettagliata su un sistema tecno-scientifico ed economico che normalizza la violenza in nome del sapere, cercando di portare alla luce la “zona grigia” della sperimentazione animale, facendola finalmente uscire dalla cortina delle false informazioni, dei cliché istituzionalizzati della ricerca biomedica, delle false convinzioni, dei silenzi, dei tabù e della “ignoranza epistemologica” – come la definì il bioeticista Franco Mantidi medici, ricercatori e scienziati su questo tema, per svelarne l’orrore, l’inutilità e la nocività, anche per gli umani.

Nelle prime due parti del libro, Nin affronta con chiarezza le tante ipocrisie giuridiche, scientifiche e etiche che consentono ancor oggi il perdurare dell’utilizzo degli animali in laboratorio, a partire dalle famose “3R”: introdotte nel 1959 da Russel e Burch: Replacement (sostituzione), Reduction (riduzione), Refiniment (raffinamento). Esse si presentavano all’inizio come una proposta evolutiva, ma, nel tempo, sono invece divenuti “pilastri di stabilizzazione”, “strumenti retorici” utilizzati per difendere lo status quo.

Oggi sappiamo che questa è la base istituzionale della sperimentazione animale, oltre ad un modo per gli umani di partecipare a pratiche violente senza sentirsi responsabili, rincorrendo falsi miti: giustificazione morale (“per il bene dell’umanità”), il linguaggio eufemistico (“modello animale”), lo spostamento dell’agente morale (“seguivo il protocollo”) e la reificazione della vittima.

Nella sperimentazione animale – scrive Federica Nin – “il dolore si dissolve nella burocrazia scientifica e nelle formule normative: è la violenza che si traveste da cura, è il vivente che scompare sotto il lessico della protezione”.

L’industria della sperimentazione animale nasconde “una violenza ordinaria, legalizzata, razionalizzata  ed istituzionale in nome della “necessità scientifica” attraverso la retorica sacrificale: la pratica sperimentale diventa un rito simbolico in cui ogni animale è il capro espiatorio, mentre la sua sofferenza diventa promessa di salvezza per l’umanità.
È la stessa retorica sacrificale alla base del carnismo e alla giustificazione dell’ecatombe di animali tra caccia, macelli e allevamenti intensivi.

Cambiare paradigma

“Cambiare paradigma – scrive Nin – significherebbe disinvestire, dismettere, riconvertire” , ovvero porre fine all’economia nociva che sta dietro la sperimentazione animale: i centri di stabulazione, allevamenti intensivi di animali geneticamente modificati, i centri di forniture di gabbie e le aziende produttrici di anestetici, reagenti, calmanti etc. C’è un intero comparto produttivo che trae profitto dall’uso di animali nella ricerca e nella sperimentazione scientifica per un fatturato annuo di 7 miliardi di dollari.

La ciliegina sulla torta è sicuramente il mondo accademico basato che – essendo basato sul principio “publish or perish” – premia la quantità di pubblicazioni più che la qualità della ricerca. In molti settori biomedici, i protocolli standardizzati basati su modelli animali sono ancora la via più rapida per produrre dati pubblicabili. Un problema strutturale in quanto gli stessi indicatori di eccellenza scientifica premiano l’adesione al paradigma, non la sua messa in discussione.

Si tratta di un’economia che trae profitto garantendo la continuità del sistema.

Nelle due ultime parti del libro, Nin offre gli strumenti cognitivi, culturali, scientifici e etici per “disinnescare la zona grigia”: a partire dalla nostra responsabilità interspecifica, che dovrebbe farci aggiungere una quarta R alla formula delle 3R, quale “responsabilità”, passando per un cambio di sguardo e di prospettiva, per arrivare ad affermare con chiarezza e certezza che oggi è non solo possibile, ma doverosa, una sperimentazione non basata sugli animali.

I metodi human-based non solo esistono, ma stanno producendo risultati – chi più chi meno – più accurati, affidabili e rilevanti per l’essere umano. Scrive Nin: “Resta da compiere l’ultimo gesto: pensare l’impensabile: pensare che si possa fare ricerca senza sacrificare, in modo coatto, corpi non consenzienti. Pensare che la scienza possa fiorire senza vittime. Pensare che la cura possa nascere dal rispetto, non dal dominio. Pensare che l’essere umano non sia il centro, ma un nodo tra i molti. Pensare che un’altra scienza sia non solo possibile, ma urgente”.

“Questi metodi si basano su un principio semplice: studiare l’essere umano nel rispetto della sua complessità, non cercando il suo riflesso semplificato in altre specie. I vantaggi sono molteplici: maggiore predittività clinica, risultati riproducibili e trasparenti, rispetto del vivente come valore strutturale della ricerca”

Il libro di Federica Nin è una lettura utile e necessaria per essere più consapevoli, oltre ad essere uno strumento indispensabile per chi già sente l’angoscia morale della sperimentazione animale, ma teme che non vi siano alternative: le alternative valide e efficaci già esistono; i ricercatori obiettori di coscienza sulla sperimentazione animale già esistono, sebbene continuino ad essere marginalizzati , sottovalutati e sottofinanziati. Secondo Nin, l’antidoto è diffondere una cultura diversa, contro le lobbies di potere economico-finanziario, contro l’autoreferenzialità accademica e contro le pigrizie mentali di sistema.

Cover: immagine da Quattrozampe.online

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Lettera a un fanatico

Lettera a un fanatico

Caro fanatico,

io e te apparteniamo alla stessa specie: la specie umana. (vedi qui)

Io non credo nel paradiso, tu sì. Io non credo esista un inferno sotto di me, tu sì. Io non credo in una nazione per cui uccidere e morire, tu sì. Se la nazione in cui vivo dovesse diventare un’altra nazione, diventerò un cittadino della nuova nazione, oppure emigrerò se non mi sta bene. Se la nuova nazione si insediasse con la violenza farei resistenza, per difendere la mia umanità, la mia famiglia, i miei amici contro la prepotenza e il sopruso. Ma se dovrò ammazzare innocenti che non conosco per la gloria di qualche guerrafondaio, piuttosto diserterò. Non credo in nessuna religione, anche se le rispetto tutte. Tu invece credi in una religione e non ne rispetti nessun altra.

 

Caro fanatico,

Tu credi nel paradiso, nell’inferno, nella nazione e nella religione. Credi che andrai in paradiso facendo la volontà del tuo Dio, o finirai all’inferno non facendola. Credi di essere chiamato dal tuo Dio ad abitare la terra che lui ti ha promesso migliaia di anni fa, e quel Dio ti avrebbe detto che è giusto uccidere tutti quelli che si oppongono a questa promessa. Sei disposto a uccidere i tuoi simili sulla base delle cose riportate in libri che sono la collazione scritta in chissà quanti anni di una tradizione orale di chissà quanti secoli. Libri che contengono “profezie” e “rivelazioni” pronunciate migliaia di anni fa, quando ancora la scrittura alfabetica non esisteva.  

Un paradiso lo puoi solo immaginare ricorrendo alle più belle sensazioni provate nella tua vita terrena. Tanti artisti lo hanno immaginato. Tuttavia non sai com’è e non puoi saperlo, perché quando arriva sei morto: e se non lo sei, non sei comunque in grado di tornare indietro per raccontare com’è.

Un inferno lo puoi immaginare ricorrendo alle peggiori sofferenze che puoi provare in terra. Tanti artisti lo hanno immaginato, ma non puoi sapere veramente com’è, perché quando arriva sei morto: e se non lo sei, non sei comunque in grado di tornare indietro per raccontare com’è.

Una nazione però è una cosa vera, reale, concreta, non immaginaria. Ma i confini di una nazione non sono mai gli stessi per l’eternità. C’è sempre qualcuno che con la forza conquista la terra in cui vive un altro, e quella diventa parte della sua nazione, ma prima non lo era. Poi c’è qualcuno che invece di andarsene da un’ altra parte resta e difende la sua terra, perchè non può o non vuole lasciarla. Se vince, resta dentro la sua vecchia nazione. Se perde e non viene ucciso o deportato, diventa cittadino della nuova. I confini di una nazione vengono tracciati su una cartina geografica a seguito di una guerra e di un successivo accordo, che sigilla i rapporti di forza derivati dall’esito di quella guerra. Anche se le cause e gli effetti sono tragicamente concreti, non c’è nulla di più astratto dei confini e delle nazioni, e non c’è nulla di più mutevole della nazionalità. Se rimani della stessa nazionalità per tutta la vita, o resti nella stessa nazione tutta la vita, può dipendere dal fatto che la tua vita è stata più breve dell’intervallo tra una guerra e l’altra.

Sulla religione poi, te lo dico con il massimo rispetto per la tua, l’immaginazione la fa completamente da padrona. Se tu leggi le sacre scritture di ogni religione come fossero una grande fiaba, ti rendi conto che non c’è racconto più fantasioso, immaginifico e aperto alle interpretazioni: talmente aperto che su cento persone che lo leggono, sentirai almeno cinquanta opinioni diverse su quella che è la cosiddetta “volontà di Dio” espressa in quelle scritture. Se le leggi come una grande favola, ti godrai il viaggio. Se le leggi come una rivelazione, crederai ad alcune delle cose che sono state raccontate, anche se sembrano incredibili. Se le leggi come una chiamata, ti convincerai che devi personalmente eseguire la volontà del tuo Dio, anche se questo significa opprimere, perseguitare, uccidere altri esseri umani. Ma se le leggi come una chiamata, hai l’arroganza di aver capito qual è la volontà di Dio, e pretendi che lui abbia pensato proprio a te come suo soldato. Se il tuo Dio vuole che vivi nella terra che lui ti ha promesso, farai di tutto per far coincidere la sua profezia con la tua realtà. Questa in assoluto è la saldatura più pericolosa alla quale puoi credere: quella tra religione e nazione, quella tra cielo e terra. Quando una nazione viene benedetta da un dio, il modo per creare quella nazione è una guerra santa. Ma la fai tu, non Dio. Le persone le ammazzi tu, non Dio.

 

Caro fanatico,

tu credi esistano cose di cui non hai la prova empirica: è l’immaginazione di altri ad averle create. Prova ad immaginare che queste cose non esistano, se non nella fantasia di chi le ha magicamente tramandate. Potrebbe non esistere un aldilà oltre la vita terrena. Se non esistesse, le sensazioni e le azioni di ogni giorno varrebbero per la gratificazione, il dolore o il piacere che ti danno in quel momento, e non per lo scopo o per le conseguenze che le tue azioni possono avere nel tuo futuro ultraterreno, un futuro che potrebbe non esistere. Pensa se non ti dovessi preoccupare del fatto che le tue azioni possano regalarti l’estasi del paradiso o condannarti alle fiamme dell’inferno. Non preoccuparsi per qualcosa che ancora non c’è, e potrebbe non esserci mai, aiuta a occuparsi di quello che c’è adesso: te stesso e le altre persone, ad esempio. Pensa a quanto vivresti più leggero, se non avessi l’ossessione di conquistare una terra che qualcuno nella notte dei tempi dichiara di avere scelto per te. Pensa se potessi decidere di vivere semplicemente dove sei nato, oppure in un luogo del cuore, di cui ami la gente, la cultura, il cibo, il clima, la lingua, i costumi.

Qualcuno si è impadronito della storia narrata e tramandata oralmente del passato dei popoli, un passato catalogato come mitologico per quanto è lontano nel tempo, e ne ha fatto una lunghissima, articolata, spesso incongruente, ma affascinante storia messianica collettiva alla quale tu credi, e non per ragioni scientifiche o perché esiste qualche prova sensibile che quella storia sia vera, ma perché chi se ne è fatto depositario e interprete per la tua gente vi ha riposto fede e ti ha indottrinato, fin da quando eri bambino, sul fatto che anche tu dovevi fidarti di quella storia.

Di quale storia? Dipende, caro fanatico: se sei nato a Tel Aviv, sarà una storia. Se sei nato a Teheran, sarà un’altra storia, e così se sei nato a Marrakech, o a Berlino, o a san Pietroburgo, o in un sobborgo di Guangzou, o a Ballygunge. Sei un cattolico, un musulmano, un indù, un ortodosso, un protestante o un rabbinico a seconda di dove sei nato. Immagina se tutto questo non fosse altro che una seducente, straordinaria favola collettiva in cui le cose e le persone e i profeti e gli apostoli e i miracoli sono chiamati con nomi diversi ma sono tutti parte della stessa saga dei millenni: la potresti leggere come leggi un romanzo storico che parla della città antica di Babilonia, o di una rivolta dei minatori delle Asturie per ottenere condizioni di lavoro più dignitose, o della vicenda plurisecolare di una famiglia di fabbricanti di tappeti di Hamadan, o di un bambino che vive in una stamberga nella periferia di Manchester agli albori della rivoluzione industriale. Puoi leggere tutte queste storie per il tuo piacere e per il tuo dolore, senza che nessuna di queste debba contenere un precetto per la tua vita e un comando di morte per la vita di altri.

Immagina quanto sarebbe bello godere del piacere puro della favola e anche della sua ferocia, a là Mille e una notte, senza doversi inchinare tutti a pregare un Dio nella stessa direzione ad una certa ora fissa della sera, senza dover digiunare dall’alba al tramonto e poi mangiare e bere come disperati dal tramonto all’alba, senza dover raccontare i fatti tuoi a un sacerdote che ti perdona per i peccati che non hai commesso. Senza dover conquistare una terra promessa. Promessa da chi, e soprattutto a chi? Se sei polacco, o ucraino, o bielorusso, nessuno ti obbliga a cambiarti il cognome per fingere di essere il prescelto di una storia che non è più tua di quanto non sia mia. Nessuno ti obbliga a spostarti e insediarti con la forza in casa d’altri, e cacciarli dalla loro casa. Nessuno. Non nasconderti dietro Dio. E’ solo tua la scelta. E’ solo tua la colpa.

 

Caro fanatico di ogni fede, religione, ideologia.

Immagina quanto saresti libero se la tua mente fosse libera da infestazioni sovraumane, soprannaturali. La natura stessa è il miracolo, e tu in nome di un presunto comando soprannaturale la distruggi. Distruggi gli ulivi che insistono su quella terra da prima di Abramo. Immagina quanto sarebbe bello se non credessi all’inferno, perché ti impedirebbe di crearlo in terra per i bambini, che potrebbero essere i tuoi figli; i tuoi figli che forse un giorno vivranno un inferno in terra, per colpa di quelli come te. Immagina quanto saresti umano, e quanto invece sei disumano. 

 

 

Ortigia Film Festival 2025. Presentata a Venezia la 17ª edizione

“Cinema ed Eros” il tema 2025. Tutti a Siracusa dal 20 al 27 settembre

È stata presentata, all’Italian Pavilion della 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la 17ª edizione di Ortigia Film Festival in programma a Siracusa dal 20 al 27 settembre 2025.

Hanno dato avvio all’incontro all’Italian Pavilion le direttrici del festival, Lisa Romano e Paola Poli, quest’ultima intervenuta in collegamento. Insieme a loro Laura Delli Colli e Teresa De Santis.

Ad aprire l’appuntamento veneziano è stata proprio Lisa Romano, che ha rivolto un ringraziamento speciale al Comune di Siracusa e al Sindaco Francesco Italia per il costante sostegno e apprezzamento verso il Festival, insieme a tutte le istituzioni che lo supportano: il MiC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, l’Assessorato regionale del turismo dello sport e dello spettacolo – Regione Sicilia, la Sicilia Film Commission e la Camera di Commercio del Sud Est.

Un sentito ringraziamento è stato rivolto anche al Comitato Scientifico e Culturale del Festival, composto da Gianni Canova, Laura Delli Colli, Steve Della Casa e Teresa De Santis.

Lisa Romano ha annunciato come film di apertura Amata di Elisa Amoruso che dalle Giornate degli Autori veneziane volerà a Ortigia: una storia di amore, libertà e maternità.

In apertura di Festival anche In Re Minore di Antonio Maria Castaldo e Gianluca Grazini alla presenza di Antonio Maria Castaldo. In ricordo delle vittime del terremoto in Abruzzo del 2009 che arriva a Siracusa dopo la presentazione veneziana al Venice production Bridge.

Romano ha ricordato infine le date dal 20 al 27 settembre e le giurie.

Per i lungometraggi (opere prime e seconde italiane): Valentina CerviIsabella Cocuzza e Corrado Fortuna. Per i documentari internazionali: Fabio Bobbio e gli studenti del CSC – sede Sicilia. Per i cortometraggi internazionali: Lucrezia Lante della RovereSimone Morandi ed Ester Pantano.

Le sezioni ufficiali dell’edizione 2025 raccontano la varietà e la ricchezza di linguaggi che caratterizzano l’Ortigia Film Festival.

Il Concorso Lungometraggi dà spazio alle nuove generazioni del cinema italiano con opere prime e seconde; il Concorso Documentari apre sguardi su realtà autentiche e spesso invisibili; mentre il Concorso Internazionale Cortometraggi porta a Siracusa nuove voci e linguaggi, in un terreno di scoperta e sperimentazione.

Accanto ai concorsi, OFF propone percorsi tematici che consolidano la sua identità: Cinema Women, omaggio al cinema al femminile e alle professioniste che lo animano; Cinema & Musica, che esplora il legame vitale tra immagini e suoni; La Voce del Mare, sezione che celebra il rapporto profondo tra il Mediterraneo, la sua cultura e le storie che vi nascono; e OFF Scuole, che ospita proiezioni di cortometraggi realizzati da alcuni dei più prestigiosi istituti dell’audiovisivo d’Europa.

Foto cortesia Storyfinders

UCRAINA e SUDTIROL :
e se il modello Alto Adige/SüdTirol fosse usato per fare pace?

UCRAINA e SUDTIROL:
e se il modello Alto Adige/SüdTirol fosse usato per fare pace?

La pace in Ucraina non arriverà così presto ma arriverà. Sei mesi fa lo scrissi, perché la “sicurezza” (doverosa per l’Ucraina, ma anche per la Russia) cela temibili ostacoli.
Se infatti attivi l’articolo 5 della Nato o una simil specie (come propone Meloni, uno per tutti, tutti per uno, anche se non sei nella Nato), devi essere sicuro che non ci sia qualche gruppo fondamentalista (in Ucraina o Russia) che non faccia un attentato terroristico di ampia portata, facendo così scattare una guerra totale tra Russia e Nato/USA. Lo teme Trump, fidandosi poco di un’Ucraina ridotta (molto più anti-russa), e della Russia, con cui Trump vuole fare affari.

Nelle guerre c’è sempre una forte componente nazionalista (di “patria”). Scrive Hanna Perekhoda, storica ucraina, in MicroMega (e da noi ripresa), la Russia vuole che in Crimea e Donbass ci siano sudditi di Putin, senza libertà, sottomessi al “progetto globale messianico” della Russia come impero.
E’ vero, ma non è quanto fa Trump con gli americani e fa talvolta la nostra UE, quando, vassalla degli USA, con un accordo sui dazi a nostro danno, delibera un riarmo senza passare dal Parlamento UE? E cosa fa Trump e le democrazie liberali per impedire a Israele di sterminare un popolo?

Lo sterminio nazista degli ebrei era noto solo ad alcuni, ma quello dei palestinesi di Gaza è di dominio pubblico.
Israele spara anche sulla Croce Rossa, neppure i nazisti lo fecero.
E, cara Perekhoda, cosa ha fatto l’Ucraina verso i russofili del Donbass dal 2014 al 2022, se non volerli assoggettare al loro Governo a suon di bombe?

Il diritto internazionale è in crisi perché violato prima di tutto da noi occidentali. Ma ci sono buone pratiche a cui ispirarsi.

L’esempio dell’ Alto Adige/SüdTirol

L’Alto Adige/SüdTirol è oggi una delle più prospere e ricche regioni d’Europa. Ci vivono in pace il 70% di lingua tedeschi, 26% di lingua italiana e 4% di lingua ladina, tutti con una tv regionale, propri costumi. Ci sono voluti però molti anni. All’inizio gran parte della maggioranza tedesca voleva un’autonomia dall’Italia o andarsene in Austria, da cui 300 attentati terroristici di vario tipo. La Politica agì allora in modo intelligente scambiando “sussidi (soldi) per pace”.

I terroristi altoatesini sono stati “sgonfiati” dai connazionali quando hanno capito che i sussidi dell’Italia sarebbero stati maggiori di quelli dell’Austria (che nulla voleva dare).

La pace fu frutto della lungimiranza Politica italiana. Ma qual è il vantaggio dell’Italia nell’aver conquistato con la guerra queste terre? Nessuno, se non il fatto di dire che Sinner è italiano (ma neppure ci paga le tasse). Sarebbe l’Austria a pagare per la tutela delle minoranze e l’Italia non avrebbe le spese aggiuntive per il SüdTirol che, se erano comprensibili 80 anni fa, sono oggi anacronistiche essendo diventata una delle regioni più ricche d’Europa col turismo. Gli italiani in ferie sarebbero benvenuti come lo sono oggi tutti coloro che profumatamente pagano in quei luoghi.

Dopo la fine della guerra in Ucraina

Dopo 3 anni di guerra e la superiorità militare della Russia quale sarebbe il senso di non fare una pace? Zelensky vuole lottare per altri 100 anni…per perdere altri territori (oggi più di ieri e meno di domani)?
Nelle aree occupate dai russi vivono 3,5 milioni e altri 2,5 si sono spostati in Russia. Molti sono anziani ed è gente che avrà bisogno di assistenza. Tutto è distrutto e ci vorranno centinaia di miliardi per ripartire: un costo enorme che grava su chi occupa quelle terre.

L’idea di sconfiggere militarmente la Russia si è dimostrata sbagliata. Si vuole dimostrare che la giustizia vince sulla prepotenza al prezzo di un altro milione di morti ucraini (e russi)? Ma può parlare di giustizia una Nato che ha fatto quasi tutte le guerre negli ultimi 80 anni?
E soprattutto non c’è una via simile al SüdTirol in Ucraina (ma anche in Palestina) se ci fosse davvero una UE autonoma che coopera (coi paesi Arabi per la Palestina) e non prende solo ordini dagli Americani? Questa si, sarebbe vera democrazia e fratellanza e l’inizio di un nuovo mondo al posto dell’assurdo riarmo e delle parole biforcute.

Fatta la pace (seppur cedendo territori e con garanzie di sicurezza), si ape la porta agli aiuti per lo sviluppo dell’Ucraina. A lungo andare, se la Russia è un’autocrazia, ci sarà l’effetto che ebbe la Germania Ovest sull’Est: il crollo dell’URSS. E se l’Europa diventa davvero autonoma e democratica, tra 30 anni anche la Russia potrebbe far parte della UE, spostando la competizione (come nel periodo USA-URSS) dalle armi allo sviluppo vero dei propri cittadini.

Ursula Von del Layen vuole invece un’Ucraina “porcospino d’acciaio”. Sa che i giovani europei non vogliono più fare la guerra e dunque devono farla gli ucraini, ma col rischio che poi il porcospino d’acciaio voglia farla, come mostra l’attentato al Nord Stream 2 da parte di un graduato dell’esercito ucraino (un sottoposto di Zelensky), mettendo tutti in pericolo (USA inclusi). L‘obiezione è che la Russia vuole attaccare altri Stati europei. Ma è credibile che una Russia in declino demografico che in tre anni di guerra ha conquistato solo il 12% dell’Ucraina, voglia fare la guerra contro 32 eserciti della Nato più l’Ucraina? E comunque, se avvenisse, sarebbe sconfitta anche senza Ucraina nella Nato.

La dimostrazione dell’inutilità delle guerre di conquista di popolazioni ostili ha avuto negli ultimi 50 anni una poderosa conferma. Le superpotenze (USA e Russia), ma anche altri, non riescono a mantenere territori che sono ostili ai conquistatori. In fondo tutte le guerre perdute dagli americani (e russi in Afghanistan) mostrano questo.
Popolazioni (seppur povere e senza forti eserciti) riescono a sconfiggere (prima o poi) superpotenze. Potrebbe succedere anche al potente Israele invadendo la Palestina e trovando il suo Vietnam. Una delle poche eccezioni è il Tibet con la Cina, ma nel complesso vale la regola dell’impossibilità o enorme difficoltà alla conquiste di popolazioni ostili.

Questa regola vale anche per la Russia. Conquisterà le aree russofone e che parlano russo limitrofe al suo territorio, ma non potrà mai conquistare per molto tempo, non dico popolazioni europee, ma neppure l’ovest dell’Ucraina.
In tal senso la scelta della piccola Svizzera di restare paese neutrale e non investire sulle armi è molto più lungimirante di quella che, disgraziatamente, sta facendo l’élite UE, peraltro, sconfessata dalla maggioranza dei suoi cittadini che non la condividono. Per questo non è stata discussa nel parlamento europeo, dimostrando che sulle scelte che contano, la “democrazia” è retorica e che questa élite europea, non solo è succube degli Stati Uniti, ma delle lobby della finanza che conducono la musica (cioè l’economia) da 30 anni.

L’unica pace possibile

Carlo Cottarelli, sempre misurato e prudente, si allinea (Corriere della Sera, 22 agosto 2025) a quello che molti considerano l’”Accordo possibile”:
1. Neutralità dell’Ucraina (non ingresso nella Nato),
2. Garanzie di sicurezza per Ucraina e Russia,
3. Cessioni dei territori russofoni (Crimea e Donbass). Cioè quanto chiede la Russia da sempre (o almeno da Istanbul).

Si dirà: ma così vincono i potenti! Certo, ma è una storia che dura da 80 anni e se la UE vuole un nuovo mondo giusto deve farlo nascere lei per prima, cominciando a diventare autonoma e lottare per questo, non starsene succube del più potente in “comfort zone”, blaterando di ideali mentre briga per far diventare i ricchi sempre più ricchi.

Cottarelli è però giustamente preoccupato che tale accordo (prima viene e meglio è per la stessa Ucraina che è perdente sul campo), dimostri “quanto sia stato sbagliato da parte della UE aver sostenuto per tre anni l’Ucraina e che la via diplomatica era l’unica possibile. Si tratta – dice Cottarelli– di posizioni estreme che non guardano la realtà. La realtà è che Putin non ha vinto, perché, come si è capito dalle sue prime mosse durante l’aggressione, il suo obiettivo era l’asservimento dell’Ucraina al suo volere, la sua trasformazione in uno Stato vassallo, la fine della sua indipendenza. L’eroica lotta del popolo ucraino, col sostegno dell’Occidente, ha impedito di raggiungere questi risultati”.

E’ una povera bugia per non perdere la faccia (e la poltrona) da parte di un intero establishment, che è stata smentita anche dai negoziati di aprile 2022 a Istanbul, sabotati da Inghilterra e Usa, quando si poteva ottenere la pace subito senza un altro milione di morti e feriti (ucraini e russi) e altri 3 anni di guerra e senza cedere territori alla Russia. Il problema è che UE e Italia sono vassalli degli Stati Uniti (come dimostra il recente accordo sui dazi) e non hanno quell’autonomia che farebbe così bene non solo a noi ma al mondo intero, Ucraini e Palestinesi/israeliani inclusi.

Un mondo dove crescono i Brics e da noi gli immigrati ovunque, in SüdTirol e domani in Ucraina, Italia, Stati Uniti e Israele, che dovranno di necessità pensarsi molto diversi da come credono…la storia scava come la “talpa” e chi sbaglia paga (è questione di tempo).

Cover: carta dell’Alto Adige/Sudtirol

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