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Storie in pellicola / Flow, l’animazione ‘home made’ che batte tutti

Flow, Oscar 2025 come Miglior film d’animazione: una vittoria storica

Il piccolo film del regista lettone Gints Zilbalodis ha ottenuto la statuetta degli Oscar 2025 come Miglior film d’animazione, battendo titoli ben più blasonati e mega-prodotti di grandi studi americani, come Inside Out 2 dei Pixar Animation Studios e Il robot selvaggio di DreamWorks Animation.

Locandina dal web

Home made

Non solo budget basso rispetto ai colossal animati ma uso di strumenti che possono avere tutti, una vera democrazia dell’immagine e della creatività. Per creare il film è stato, infatti, utilizzato Blender, un software di grafica computerizzata 3D open-source, accessibile a tutti e non un prodotto proprietario come quelli usati dai grandi studi. Tutto libero, no alle licenze.

Certo i personaggi hanno un aspetto meno ‘artistico’ dei disegni i delicati del vecchio stile Disney, a tratti quasi sfuocato, e sicuramente un po’ meno realistico, con contorni che ricordano la favola. Questo contrasto tra sfondi dettagliati e personaggi stilizzati è, però, una delle innovazioni visive più evidenti del film. Può piacere o meno. De gustibus.

Inizialmente ci ha lasciato perplessi, forse aspettandosi altro di più, visto l’Oscar, poi, ripensandoci, abbiamo colto: “Flow” è un film muto, che comunica la storia e le emozioni unicamente tramite l’azione veloce, spesso travolgente, prorompente e dirompente, e, soprattutto, con le immagini e i suoni ambientali e dei versi degli animali, scelti per riflettere il carattere delle creature. La natura nella sua più essenza più pura.

L’emozione è tutto

Siamo davanti a un film di animazione adatto a tutti, forse più ai grandi, che crea, nello spettatore un vero senso di immersione, con grande empatia.

Eccoci davanti a un gatto nero che vede salire pericolosamente intorno a sé il livello dell’acqua, come in un diluvio universale che mira a sommergere il suo mondo.

Il gattino inizia a saltellare, nuota a fatica, quasi affogando, fino a che salta a bordo di una vecchia barca che ospita un gruppetto di simpatici, e molto diversi, animaletti in fuga. Sono un labrador, un capibara, un lemure e uno strano uccello gigante che potrebbe rivelarsi un pericoloso predatore ma che, alla fine, sarà il fido e impavido timoniere. Lezione uno.

Subito si pensa alle alluvioni, alle catastrofi legate al cambiamento climatico, all’Arca di Noè, dove a salvarsi sono solo gli animali. L’Uomo, d’altronde, nel film, è totalmente assente. Restano solo rovine abbandonate e deserte di civiltà antiche, forse scomparse.

Tutto è lasciato all’immaginazione. C’è spazio per pensare e immaginare.

Tempo e luogo sono indefiniti, bisogna sopravvivere, come gli animali sanno ben fare.

Il gatto, indipendente per natura, e inizialmente preoccupato solo di salvare sé stesso, dovrà imparare a fare squadra, volente o nolente. Altra lezione.

Acqua ovunque, mentre tutto scorre

L’acqua che invade lo schermo precorre parla di impotenza di fronte alle inondazioni, di una Natura dove tutto scorre, come la vita. Un mondo dove la Natura sopravvive anche senza l’Uomo. Sensazione che abbiamo vissuto anche recentemente.

Nessun catastrofismo ma eventi che scorrono sotto la mutevole forma dell’acqua.

Ill film è di certo un’ammonizione di ispirazione ecologista ma, di fonte ad un mondo animale che, alla fine si aiuta comunque e sempre, nonostante la diversità naturale, è, soprattutto, un’ode potentissima alla solidarietà e alla cooperazione, necessarie per sopravvivere anche agli eventi che rischiano di annullarci per sempre.

Meraviglioso invito a tendere una mano, sempre. Lezione finale.

Flow, di Gints Zilbalodis, Lettonia, Francia, Belgio, 2024, 80’

Immagini dal web

Toni Servillo e Jane Campion incontrano i detenuti degli istituti penitenziari di Venezia

Toni Servillo e Jane Campion incontrano i detenuti degli istituti penitenziari di Venezia

Progetto teatrale Passi Sospesi: l’attore Toni Servillo alla Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia e la regista Jane Campion alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, nell’ambito della 82a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

La Biennale Cinema 2025 nelle Carceri di Venezia: arte e cultura per l’inclusione sociale

La proficua collaborazione tra gli Istituti Penitenziari di Venezia e La Biennale di Venezia prosegue anche quest’anno in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, con il sostegno e l’impegno della direzione delle carceri. Le attività sono coordinate dal progetto teatrale “Passi Sospesi” di Balamòs Teatro, attivo dal 2006.

L’impegno congiunto del direttore della Casa Circondariale maschile, Enrico Farina, e della direttrice della Casa di Reclusione femminile, Maria Grazia Bregoli, è fondamentale per sostenere queste iniziative che mirano a guardare a una prospettiva culturale, utilizzando l’arte, il teatro e il cinema come strumenti per affrontare le tematiche della reclusione e dell’esclusione sociale. La cultura viene considerata come un elemento essenziale per la testimonianza, la memoria e la creazione di una rete sul territorio, promuovendo la tutela delle fasce più deboli della società e favorendo l’inclusione.

Incontri di spicco con artisti del cinema.

Le iniziative, avviate nel 2008, si svolgono sia all’interno che all’esterno della Casa Circondariale Maschile Santa Maria Maggiore e della Casa di Reclusione Femminile di Giudecca. Negli anni, sono stati organizzati incontri e proiezioni di documentari. Michalis Traitsis, coordinatore del progetto, ha invitato registi e attori ospiti della Mostra per confrontarsi con la popolazione detenuta. Tra le figure di spicco che hanno visitato le carceri veneziane si annoverano Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese, Gabriele Salvatores, Ascanio Celestini, Fabio Cavalli, Emir Kusturica, Concita De Gregorio, David Cronenberg, Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Leonardo Di Costanzo, Silvio Orlando, Susanna Nicchiarelli, Matteo Garrone, Pupi Avati, Francesca Comencini, Fabrizio Gifuni.

Programma nell’ambito della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Nell’ambito della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, sono stati confermati due appuntamenti di rilievo:

Venerdì 29 agosto 2025: alle ore 10:00, presso la Casa Circondariale Santa Maria Maggiore, si terrà un incontro tra i detenuti e l’attore Toni Servillo, presente alla Mostra del Cinema con il film “La Grazia” di Paolo Sorrentino.

Venerdì 5 settembre 2025: alle ore 10:00, presso la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, le detenute incontreranno la regista cinematografica Jane Campion, ospite speciale della Mostra del Cinema.

Questi eventi, coordinati e moderati da Michalis Traitsis di Balamòs Teatro, sono un momento cruciale di scambio e riflessione culturale tra il mondo del cinema e la realtà penitenziaria.

L’importanza della rete di partner. La collaborazione di Balamòs Teatro con gli Istituti Penitenziari di Venezia e La Biennale di Venezia continua a essere un punto di riferimento per diffondere la cultura dentro e fuori gli Istituti Penitenziari. Questo è reso possibile anche grazie al supporto di una solida rete di partner, che include il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l’International Network for Theatre in Prison, il Teatro Stabile del Veneto, la Fondazione di Venezia tra gli altri.

In copertina: Toni Servillo e Jane Campion

28 Agosto: Digiuno e Presidio per Gaza, anche la Comune di Ferrara aderisce

Digiuno e Presidio per Gaza, anche la Comune di Ferrara aderisce.

Anche La Comune di Ferrara aderisce alla giornata di digiuno collettivo per Gaza, indetta dagli operatori sanitari per oggi giovedì 28 agosto su tutto il territorio nazionale.

Insieme alla consigliera Anna Zonari digiunano anche Giuliana Andreatti, Daniela Cataldo, Andrea Firrincieli, Cinzia Pusinanti, Giovanna Tonioli e Marcella Ravaglia.

Parteciperemo al Presidio organizzato presso la Cittadella di San Rocco per il 28 agosto alle ore 14.

Oramai i numeri prodotti dai crimini orribili che Israele consuma ai danni di chi vive e porta soccorso a Gaza e in Cisgiodania, i numeri del genocidio della popolazione palestinese in corso da 23 mesi, rischiano di creare una carestia delle coscienze. Proviamo a gettare un seme in questo deserto di umanità prendendo a prestito le parole di Susan Abulhawa, scrittrice palestinese-statunitense, che si rivolge agli oppressori sionisti:

“Non capirete mai la sacralità degli ulivi, che avete tagliato e bruciato per decenni solo per farci dispetto e per spezzarci un po’ di più il cuore. Nessuno nativo di quella terra oserebbe fare una cosa del genere agli ulivi. […] Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava avreste potuto spazzare via dalla terra. Siamo il suo stesso suolo. Noi siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché tutto ciò è stato nutrito dai nostri corpi e dalle nostre vite nel corso di millenni di continua e ininterrotta abitazione di quel pezzo di terra tra il Giordano e le acque del Mediterraneo, dai nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici, da ogni conquistatore o pellegrino che è venuto e se n’è andato, che si è sposato o ha violentato, amato, ridotto in schiavitù, si è convertito, insediato o ha pregato nella nostra terra
lasciando pezzi di sé nei nostri corpi e nella nostra eredità. Le storie leggendarie e tumultuose di quella terra sono letteralmente nel nostro DNA. Non potete ucciderlo o portarvelo via con la propaganda, non importa quale tecnologia di morte usate o quali arsenali di Hollywood e società di media schierate. Un giorno la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera, sarà restaurata alla sua gloria multireligiosa, multietnica e pluralistica, ripristineremo ed estenderemo i treni che vanno dal Cairo a Gaza, a Gerusalemme, Haifa, Tripoli, Beirut, Damasco, Amman, Kuwait, Sanaa e così via, porremo fine alla macchina da guerra sionista-americana di dominazione, espansione, estrazione, inquinamento e saccheggio. … e voi o ve ne andrete, o imparerete finalmente a vivere con gli altri come pari.”

Da mesi aderiamo o semplicemente partecipiamo alle numerosissime iniziative che sono nate per denunciare il genocidio della popolazione palestinese, portandone l’eco in Consiglio comunale. Continuiamo a chiedere che Governo e istituzioni agiscano da subito per mettere fine ai crimini di Israele.

(L’intervento completo di Susan Abulhawa è qui
https://www.anbamed.it/2025/01/01/il-discorso-di-susan-abulhawa-al-dibattito-delloxford-union-la-nostra-resilienza-fa-infuriare-i-sionisti/,
un grazie a Nicola Cavallini per i preziosi approfondimenti)

Il Truman Show di Israele

Il Truman Show di Israele

Il film “The Truman show” racconta la storia di Truman Burbank, un lieto cittadino sulla trentina che vive fin dalla culla immerso inconsapevolmente in un set televisivo, in cui si svolge un serial di enorme successo incentrato appunto sulla sua vita. Quindi tutto attorno a lui è finto, ma al contempo per lui profondamente reale perché é la sua vita, l’unica che ha mai conosciuto. Tutte le persone, genitori compresi, dalle quali è circondato sono attori; il suo ambiente naturale – un’isoletta – è del tutto artificiale, compreso il cielo, la luna, la pioggia. Tuttavia, fino a che non precipita accidentalmente un riflettore dal cielo, lui non si accorge di nulla. Da quel momento in avanti, la presa di coscienza dell’incredibile inganno in cui consiste ab origine la sua vita progredisce fino a sconvolgerlo completamente (e a chi non accadrebbe la stessa cosa?). Alla fine Truman fugge dal serial e comincia a vivere finalmente un’esistenza “normale”.

Chi è nato e vive in Israele subisce un condizionamento educativo e culturale tambureggiante fin dalla scuola materna. In questo video una insegnante israeliana racconta il lavaggio del cervello degli studenti che avviene attraverso la sistematica caricatura e disumanizzazione dell’ etnia palestinese, dai libri di testo all’affermazione continua che colpire i palestinesi serve a prevenire un altro Olocausto. Ronnie Barkan è un insegnante di matematica nato e cresciuto a Raanana, vicino a Tel Aviv. E’ divenuto uno dei più attivi intellettuali di denuncia della politica educativa sionista: sionismo che tra l’altro, operando una indebita identificazione tra ebraismo e stato coloniale, diventa secondo Barkan uno dei principali nutrienti del rigurgito di antisemitismo nel mondo, creando per opposizione l’idiota e pericolosissima identificazione tra ebrei e stato israeliano. In questo video  puoi vedere una sua intervista in cui Barkan descrive chiaramente il processo di indottrinamento e di brainwashing cui viene sottoposto ogni bambino israeliano fin dalla scuola d’infanzia.

Questo rovesciamento della prospettiva di realtà è tale per cui, come afferma il giornalista israeliano di Haaretz Gideon Levy, lo Stato israeliano è l’unico Stato oppressore e segregazionista che rappresenta costantemente se stesso come la vittima, anzi come l’unica vittima. Ma l’evento che mostra il salto di qualità dall’indottrinamento interno al Truman Show è l’ingaggio di una decina di influencers, incaricati di mostrare ai cittadini israeliani e al mondo che a Gaza City i ristoranti sono pieni, si fa la fila per entrare e chi non mangia lo deve ad Hamas. Ricordo che per la striscia di Gaza l’ONU ha appena dichiarato lo stato di carestia, che non è una semplice quanto grave penuria di cibo. Cito dal sito Unicef, qui : “Solo a luglio, oltre 12.000 bambini sono stati identificati come affetti da malnutrizione acuta – la cifra mensile più alta mai registrata e sei volte superiore all’inizio dell’anno. Quasi uno su quattro di questi bambini soffriva di malnutrizione acuta grave (SAM), la forma più letale, con conseguenze gravi sia a breve che a lungo termine. Dall’ultima analisi IPC di maggio, il numero di bambini che entro giugno 2026 si prevede saranno ad alto rischio di morte per malnutrizione è triplicato – da 14.100 a 43.400. Analogamente, per le donne in gravidanza e in allattamento, i casi stimati sono triplicati, da 17.000 a maggio a 55.000 entro metà 2026. L’impatto è evidente: un neonato su cinque nasce prematuro o sottopeso.”

A fronte di questa indescrivibile e indifendibile situazione, non è che Israele decide di far entrare giornalisti indipendenti da tutto il mondo per dimostrare quello che afferma ogni giorno, e cioè che non c’è carestia e che il cibo manca perchè lo sequestrano “quelli di Hamas”. No: paga dei prostituti intellettuali social israeliani e statunitensi – gente che per ragioni a me sconosciute ha accumulato un certo seguito di sfigati digitali – che dichiarano esservi abbondanza di cibo, girando in un piazzale pieno di derrate o in giro con la jeep: stando però alla larga dai punti di distribuzione dove i soldati sparano come al luna park sulla folla accalcata per il cibo. Trasalite di fronte a questo video, trumaniano quanti altri mai, in cui si vede un montaggio di immagini di gente che affolla i ristoranti in quella che viene indicata essere come Gaza City. Peccato che il famoso cuoco pluristellato Josè Andrès abbia interrotto il lancio di derrate alimentari su Gaza attraverso la sua ONG dopo che sette dei suoi collaboratori sono stati ammazzati dall’esercito israeliano, e dichiari che non riesce più a cucinare pasti in loco da quando Israele non fa più passare le materie prime per la preparazione dei pasti (leggi qui).

Oltre a preoccuparsi di sfamare la popolazione, l’esercito si preoccupa di tutelare i giornalisti(che sono tutti arabi free lance che lavorano per varie testate tra cui Reuters, Associated Press e Nbc). La preoccupazione di Israele per la loro incolumità la puoi apprezzare in questo video di 35 secondi che mostra come, il 25 agosto, cinque di loro sono stati dilaniati da un drone, assieme ad alcuni soccorritori, sulle macerie di quel che restava dell’ospedale Nasser, nel sud della striscia di Gaza, già bombardato prima.

Israele fa vivere i suoi cittadini in un Truman Show, e adesso sta cercando di esportare il prodotto in giro per il mondo. Per renderlo appetibile ricorre a figuranti dall’immagine smart perché non può più utilizzare rappresentanti istituzionali: ministri, ambasciatori, corifei, senatori statunitensi a libro paga dell’AIPAC vengono dileggiati in ogni consesso pubblico, contraddetti da decine di giornalisti, compresi coloro che avevano sempre preso le parti di Israele (il caso più eclatante è quello di Piers Morgan), smentiti persino da ex ministri e agenti segreti di Israele. Sempre più persone gridano la loro indignazione in faccia ai deputati e senatori eletti col loro voto e comprati dalle lobby israeliane per negare l’evidenza, o il loro schifo ai convegni della Microsoft intitolati “informatica ed etica” quando la Microsoft è dichiarata, anche nel rapporto di Francesca Albanese, come la fornitrice dei servizi di sorveglianza a scopo militare per Israele: le inchieste pubblicate dal Guardian e dalla rivista israeliana +972 Magazine, hanno rivelato che l’unità di intelligence israeliana Unit 8200 avrebbe archiviato milioni di conversazioni telefoniche usando il software Azure (Microsoft si difende e promette “revisioni urgenti” della sua prestazione di servizi). Contestualmente,  aumentano le persone che vogliono uscire dal Truman Show: famiglie israeliane in fuga da uno Stato nel quale non si sentono più al sicuro, giovani israeliani che rifiutano di essere arruolati per collaborare alla mattanza, soldati IDF  (guarda qui) che confessano di ricevere l’ordine di sparare a qualsiasi cosa si muova, persino rabbini ortodossi che rifiutano pubblicamente di essere associati al suprematismo criminale imperante al governo.

Se Israele ha deciso alfine di mettere in scena un Truman show alle porte di Gaza, dipende dal fatto che, nonostante le potentissime connessioni tra politica, economia e propaganda, che tengono gli Stati Uniti abbracciati mortalmente allo stato israeliano; nonostante la censura social prezzolata che mostra solo una piccola parte dei contributi pro Palestina postati; nonostante tutto questo i video, le immagini, le testimonianze circostanziate, i racconti del sopruso, del massacro, del sadismo, tutti questi granelli di informazione diffusa e di base scagliati sul set fake dietro cui si consuma l’orrore, stanno facendo crollare il teatro di posa. Sono del resto i soli strumenti che ciascun attivista, operatore dell’informazione, della sanità, intellettuale o cittadino comune, dalla propria posizione priva di qualsiasi protezione istituzionale, può agire per far uscire più gente possibile dal Truman Show e denunciare l’inaccettabile realtà di uno Stato che predica e pratica l’omicidio su larga scala e su base etnica. Sono anche i soli strumenti cui il cittadino può attingere per comprendere e chiedere di fermare la follia suprematista, mentre gli stati dell’occidente continuano a non fare assolutamente nulla per arrestarla (comincia a muoversi qualcosa per adesso solo in Norvegia e Australia). In questo quadro, che alimenta uno stato d’animo personale e collettivo di rabbia, frustrazione e disperazione, corro con la memoria ad un precedente che è stato per decenni l’ epitome del regime oppressivo, segregazionista e razzista, ed è sembrato per decenni immodificabile: il Sudafrica dell’apartheid. Alla fine l’avvocato Nelson Mandela, dopo 27 anni di carcere, ne è diventato il presidente. A volte, proprio quando la via di uscita sembra più lontana, possono succedere cose che spostano gli equilibri, e ciò che sembrava impossibile diventa all’improvviso possibile. Insistiamo: parliamo, scriviamo, dipingiamo, filmiamo, fotografiamo. Ognuno utilizzi la propria voce, il proprio mezzo di espressione preferito. Ognuno ci metta il proprio briciolo di responsabilità. Tra dieci anni questo scempio dell’umanità sarà sui libri di storia, ma adesso accade in streaming: non fatevi dire dai vostri figli che non avete mosso un dito.

 

Cover photo  https://www.flickr.com/photos/peterpe/51526811939 https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/

Parole e figure / Come un albero

“Come un albero”, edito da Rizzoli: con i testi di Maria Gianferrari e le illustrazioni di Felicita Sala, una celebrazione delle creature più sorprendenti della natura.

Forse non ci avete mai fatto caso, ma siamo come un albero: la colonna vertebrale è il tronco che dà forma e sostiene, la pelle è come la corteccia, morta fuori ma a protezione di quanto si ha dentro, il cuore pulsante dà forza e sostegno, come la linfa.

E poi ci sono le chiome multiformi, i capelli più o meno arruffati, più o meno folti e diversi. Pronte a ricevere la luce, a filtrare la polvere e a offrire ombra alle radici nei giorni più caldi. Protezione alla protezione.

Attaccati, ancorati alla terra, saldi, solidi, sicuri, proiettati verso il cielo, con o senza nubi.

Come gli alberi, dobbiamo sentire le nostre radici affondare ed espandersi nel terreno per sostenerci, puntare in alto, tendendo i rami/le braccia verso il sole. Magari ringraziandolo, di tanto in tanto, per la luce e l’energia che ci infonde.

Muovere le foglie al vento per respirare l’aria, bere il sole e dare energia a noi stessi e al mondo intero, scrutando l’orizzonte.

Siate alberi! Fermi sotto le intemperie, capaci di piegarsi ma senza spezzarsi. Anche se può capitare, di spezzarsi, magari sotto le furie di un fulmine che non guarda in faccia nulla e nessuno. Ma poi ripararci e ripartire. Ricucire le ferite.

Come un albero, di Maria Gianferrari, Felicita Sala, immagini sito Rizzoli
Come un albero, di Maria Gianferrari, Felicita Sala, immagini sito Rizzoli

E, come tutti gli uomini, anche gli alberi sono esseri sociali. Comunicano tra loro, condividono cibo e risorse, si sostengono, si avvisano in caso di pericolo, si prendono cura l’uno dell’altro e, quando sono insieme, sono più forti. Empatia.

In una grande rete sotterranea di informazioni, rallentando i venti impetuosi, casa indispensabile di uccelli, mammiferi e insetti.

Come gli alberi, anche noi non siamo soli, siamo alberi in mezzo ad altri alberi.

Degli alberi dobbiamo ammirare la bellezza e la maestosità, e imparare da loro come diventare una persona migliore. Possiamo farcela?

Siate alberi, allora, e insieme saremo foresta!

Come un albero, di Maria Gianferrari, Felicita Sala, immagini sito Rizzoli

FELICITA SALA è un’illustratrice autodidatta. Nata a Roma, si trasferisce in Australia all’età di sette anni. Qui si laurea in Filosofia, e dopo qualche anno torna in Italia, dove scopre il mondo dell’illustrazione. Decide di intraprendere questa strada e dopo tanta ricerca, pubblica il suo primo libro illustrato con Walker Books, e due anni dopo il primo albo illustrato in Italia con Zoolibri. Da allora ha illustrato libri per editori di tutto il mondo. Nel 2018, il New York Times ha inserito il suo libro ‘She Made a Monster’ tra i migliori dieci dell’anno, e, di nuovo nel 2023, con il libro ‘As Night Falls’. Il suo libro ‘Una festa in Via dei Giardini’ è stato tradotto in più’ di 18 lingue. Nel 2020, ha vinto il Premio Andersen in Italia come miglior illustratrice. Nel 2023 ha vinto la medaglia d’oro alla Society of Illustrators di New York. Oggi vive a Roma con la sua famiglia.

MARIA GIANFERRARI è cresciuta a Keene, nel New Hampshire e scrive libri illustrati sia di narrativa che di saggistica. Trae ispirazione dal legame tra uomo e animale. Adora i cani e la maggior parte dei suoi libri illustrati di narrativa li ha come protagonisti principali, ispirati dalla amatissima cagnolina Becca, scomparsa nel 2017. I libri illustrati di saggistica si concentrano sul mondo naturale. Ama gli alberi, gli uccelli e ogni tipo di creatura selvatica, affascinata dal tema dell’ecologia urbana e dai modi in cui gli animali selvatici si sono adattati alla vita e alla coesistenza con gli esseri umani.

Immagini dal sito Rizzoli 

La massiccia campagna di Israele per censurare i post pro Palestina su Facebook e Instagram

La massiccia campagna di Israele per censurare i post pro Palestina su Facebook e Instagram

Patrick Boylan
pubblicato su L’indipendente il 24 agosto 2925

Abbiamo forse l’impressione di vedere un buon numero di messaggi postati sui social media a favore della resistenza palestinese, ma in realtà, secondo un gruppo di whistleblower (informatori) impiegati presso Meta – la Big Tech che gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp – i messaggi che vediamo effettivamente sono solo una piccola parte di tutti i messaggi pro-Palestina che sono stati postati. La maggior parte non la potremo mai vedere perché è svanita nel nulla, censurata. E, sempre secondo questi informatori, a promuovere la massiccia censura dei post contro il genocidio in corso a Gaza c’è lo Stato sionista di Israele, con la piena complicità dei dirigenti di Meta.

Milioni di post spariti nel nulla

La denuncia appare in due documenti bomba che rivelano come oltre 90.000 post pro-palestinesi siano stati indebitamente rimossi da Facebook e da Instagram su richiesta specifica del governo israeliano. I documenti offrono persino un esempio delle email che Israele ha scambiato con Meta per far sopprimere tutti quei post che Tel Aviv giudica «pro-terroristi» o «antisemiti» (in realtà, dicono gli informatori, si tratta di normali messaggi di solidarietà per la causa palestinese.) Inoltre, a causa dell’effetto a cascata insito negli algoritmi usati da Meta per vagliare in automatico i messaggi postati sulle sue piattaforme, altri trentotto milioni di post pro-Palestina sarebbero spariti nel nulla dal 7 ottobre 2023. In pratica, si tratta della più grande operazione di censura di massa nella storia moderna, concludono questi informatici militanti che ora, con il loro sito ICW (International Corruption Watch), hanno indossato anche i panni di giornalisti investigativi alla Julian Assange.

Ma non si tratta soltanto di denunce di atti di censura. Le rivelazioni dell’ICW mostrano come l’Intelligenza Artificiale (IA) possa essere facilmente manipolata per dare risposte tendenziose: proprio quelle volute da chi abbia avuto i mezzi per “avvelenare il pozzo” dei dati, come, in questo caso, Israele. Si tratta di una denuncia che ci deve far riflettere tutti. Perché se l’IA può essere manipolata, allora anche noi possiamo essere manipolati ogni volta che leggiamo una cosiddetta risposta “obiettiva” generata dall’IA in una ricerca su Google, ogni volta che poniamo un quesito a un’app IA che si professa “imparziale” come ChatGPT o, infine, ogni volta che scegliamo di guardare un video segnalatoci da una lista creata dall’IA di YouTube in base a sedicenti criteri di “popolarità”. (In un precedente studio, l’ICW ha mostrato come, in realtà, gli algoritmi di YouTube – in maniera estremamente sottile – spingano a visionare video politicamente orientati a destra.) In altre parole, l’apparente neutralità degli algoritmi usati non solo da Meta ma da tutte le Big Tech è puramente illusoria e dobbiamo esserne consapevoli.

In foto: Una protesta pro-palestinese contro la censura di Meta

Per Meta i meccanismi sono imparziali

Meta sostiene, invece, che i meccanismi che usa per censurare determinati messaggi postati sui suoi social media siano imparziali. Infatti, spiega Meta, in alto a destra di ogni post che appare su Facebook o su Instagram c’è un tasto «Report» («Segnala») per consentire a chiunque di segnalare che quel post andrebbe rimosso – perché, ad esempio, sprona alla violenza, usa la calunnia o costituisce bullismo. Quindi tutti gli utenti possono fare una “proposta di rimozione” (takedown request) riguardante qualsiasi post che essi giudicano offensivo; saranno poi gli algoritmi di Meta a decidere se un post è davvero da rimuovere o meno, in base a una valutazione “obiettiva”. In conclusione, secondo Meta, se spariscono tanti post pro-palestinesi dalle sue piattaforme, è soltanto perché molti utenti li hanno segnalati come offensivi e l’algoritmo “obiettivo” di Meta ha convalidato questo giudizio.

Ma chi abbia usato il tasto «Report» sa benissimo che solo in alcuni casi una richiesta di rimozione fatta da un utente qualsiasi viene accettata. La procedura illustrata da Meta non può spiegare la sparizione di trentotto milioni di post pro-palestinesi.

Ciò che Meta non dice pubblicamente, infatti, è che esiste anche un secondo canale per far rimuovere post indesiderati ed è proprio quello che ha usato Israele. Si tratta di un indirizzo email riservato, divulgato solo a governi o a grossi enti internazionali, che consente loro di presentare richieste di rimozione che verranno prese in carico prioritariamente, non da un algoritmo, ma da un essere umano (un “verificatore”). Molti governi, infatti, ricorrono a questa procedura per far censurare messaggi postati dai loro cittadini malcontenti. Meta accoglie le loro richieste, almeno in parte, sia per compiacenza, sia per evitare che le sue piattaforme vengano oscurate in quei Paesi.

Israele, invece, è un caso a parte. Inoltra a Meta richieste di censurare i commenti critici postati dai propri cittadini solo nell’1,3% dei casi. (A titolo di paragone, il 95% delle richieste di rimozione fatte dal governo brasiliano riguarda messaggi postati dai cittadini brasiliani.) Ciò significa che nel 98,7% dei casi il governo israeliano chiede a Meta di censurare messaggi pro-Palestina postati sui social da cittadini che abitano fuori da Israele. E lo fa attraverso una sua Cyber Unit creata appositamente. Così Israele risulta il Paese con il maggior numero di richieste di rimozione pro capite – tre volte di più di qualsiasi altro Paese.

Non solo, ma a differenza di altri Paesi, Israele beneficia di un tasso di accettazione delle sue richieste del 94%, cifra che l’ICW giudica palesemente forzata e anche pericolosa. Infatti, siccome le accettazioni dei verificatori umani vengono poi usate per addestrare gli algoritmi di IA, quegli algoritmi subiscono un “avvelenamento” anti-palestinese e cominciano poi a censurare in automatico ogni futuro post con contenuti simili ai post rimossi dai verificatori umani su richiesta della Cyber Unit. In questa maniera, Israele riesce a censurare il resto del mondo.

Un dato sorprendente emerge poi dalle rivelazioni dei whistleblower dell’ICW. Il Paese con il maggior numero di richieste di rimozione fatte dalla Cyber Unit non sono gli Stati Uniti o un paese europeo, bensì l’Egitto, che vanta il 21% del totale delle richieste di rimozione israeliane. Perché questa attenzione particolare all’Egitto? I documenti sul sito dell’ICW non lo dicono ma è facile indovinare: Facebook è il primario strumento di comunicazione tra gli egiziani ed è stata proprio una valanga di post su Facebook che ha innescato, nel gennaio e febbraio del 2011, manifestazioni antigovernative gigantesche in piazza Tahrir al Cairo (alcune con due milioni di partecipanti) e la conseguente caduta del regime del dittatore Mubarak. Oggi, un simile massiccio tam-tam di post su Facebook contro il blocco degli aiuti umanitari per Gaza al valico di Rafah potrebbe innescare un assalto popolare a quel varco. Infatti, esso si trova a sole cinque ore di macchina dal Cairo. Chiaramente, dunque, Israele ha ogni interesse a prevenire una simile protesta: se i manifestanti fossero due milioni come nel 2011, il loro assalto al varco sarebbe incontrollabile. Donde l’assoluta priorità data alla rimozione dei post egiziani pro-palestinesi.

In foto: Hosni Mubarak, l’ex dittatore egiziano dal 1981 all’11 febbraio 2011. È stata proprio una valanga di post su Facebook che ha innescato manifestazioni antigovernative gigantesche in piazza Tahrir al Cairo e la conseguente caduta del regime

I documenti fatti trapelare dai whistleblower di Meta sono stati elaborati da un informatico specializzato in IA, che si fa chiamare “nru”, per creare due documenti che egli ha poi pubblicato sul sito ICWMeta Leaks Part 1 l’11 agosto 2025 e Meta Leaks Part 2 il 15 agosto 2025. I due documenti esistono anche in formato pdf: la prima parte si trova qui e la seconda parte qui. Una bozza della prima parte è apparsa l’11 aprile 2025 su DropSite News ma senza provocare reazioni. Ciò non significa, tuttavia, che la censura dei post pro-palestinesi da parte di Meta sia passata inosservata o che non susciti interesse.

Non si tratta del primo caso

Anzi, già un anno e mezzo fa (21 dicembre 2023), Human Rights Watch (HRW) ha formalmente accusato Meta di censurare con sistematicità una buona parte dei commenti pro-palestinesi postati su Instagram e Facebook. Come prove, HRW ha raccolto e analizzato le lamentele di un migliaio di utenti di queste piattaforme i cui post sono stati fatti sparire da Meta. Purtroppo, si tratta di prove necessariamente indirette perché HRW non ha accesso agli algoritmi usati; quindi Meta ha potuto attribuire le soppressioni dei post a non meglio precisati “bug” che ha poi promesso di correggere col tempo. E così, tutto è finito lì. Fino ad oggi.

Infine, grazie alla loro denuncia della tecnica di “avvelenamento del pozzo” dei dati praticata da Israele, abbiamo un’idea più chiara dei limiti dell’Intelligenza Artificiale. L’IA è palesemente un “pappagallo stocastico”, ovvero una creatura che “parla” usando calcoli di probabilità al posto di una vera consapevolezza di quello che dice. Questo pappagallo può essere ammaestrato, poi, a presentare prioritariamente le informazioni che i suoi padroni hanno voluto con maggiore insistenza fargli incamerare. In altre parole, apprendiamo che chiunque controlli l’addestramento di un’IA controllerà le basi e influenzerà le possibilità di deduzione grazie a cui quell’IA creerà le sue risposte. Oggi chi controlla l’IA in Occidente è una manciata di miliardari della Silicon Valley legati alla lobby sionista ma anche a tutte le più grosse lobby.

In conclusione, l’IA è da usare sì, ma con cautela; in quanto ai prodotti Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), meglio smettere di usarli. Per quanto riguarda la vicenda Meta Leaks, essa svela soltanto una parte degli intrighi sionisti per soffocare il grido che sale da Gaza.


Patrick Boylan 

Californiano di nascita e italiano di adozione, cofondatore delle associazioni Rete NoWar, U.S. Citizens for Peace & Justice e Free Assange Italia. Formato come giornalista all’allora International Herald Tribune (Parigi), è autore dei libri Free Assange e Progressisti con l’elmetto: la Sinistra pacifista viene arruolata. Già professore di Inglese per la Facoltà di Comunicazione Interculturale all’Università Roma Tre, svolge training interculturali per enti ed aziende.

Cover: Benjamin Netanyahu, immagine Heute.at su licenza Creative Commons

Perchè il Ponte sullo Stretto resta sempre un costosissimo imbroglio

Il Ponte sullo Stretto, un progetto irrealizzabile e un costosissimo imbroglio 

Non è cambiato molto, in realtà, anche con il passaggio dell’approvazione da parte del CIPESS: il Ponte sullo Stretto è una partita che si gioca soprattutto, anzi quasi esclusivamente, sul piano propagandistico-finanziario, più di diverse altre grandi opere che pure presentano medesima propensione.

https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15221/il-cipess-approva-progetto-definitivo-del-ponte-sullo-stretto-messina.html

Questa però ha sempre posseduto una caratteristica in più: quella di dover rappresentare la figurina (o figurona) da agitare per ingannare e sottrarre risorse al Sud – e soprattutto alle due regioni Interessate.

Indirizzando ad arte attenzione e dibattito, subito rigonfiato dal fanfaronismo mediatico, alimentato dal più grande gruppo editoriale della Calabria e della provincia di Messina, primo beneficiario di gran parte dei fondi spesi nei 55 anni di sopravvivenza della procedura, nonché da diversi ministri dei Lavori Pubblici prima e delle Infrastrutture più di recente. Spesso politici lontanissimi dai reali bisogni e interessi di Sicilia e Calabria che credevano di risolvere tutto, almeno in termini di consensi, urlando le tre parole di Cetto la Qualunque (”Facciamo il Ponte”).

Salvo poi scoprire di aver riaperto una nuova puntata di una telenovela che non fa più nemmeno ridere (se non si fa parte della ristretta consorteria dei grand commis di stato che la gestisce); anzi nel tempo ha trasformato l’ovvio scetticismo dei territori interessati in opposizione vasta e tuttora crescente, di chi ormai sa bene che allorché si agita di nuovo la figurina ponte , in realtà si preparano fregature

I precedenti

Peraltro lo stesso partito dell’attuale Ministro delle Infrastrutture era ben consapevole di questo se nel 2011, allorché Berlusconi, dopo aver confermato il “Prosieguo della procedura” doveva annunciare le dimissioni del suo Dicastero per i noti problemi economici della fase (in una di quelle giornate la Prealpina, organo della Lega, titolava beffardamente “Il ponte porta sfiga!”.
Qualche tempo dopo, allorché era Renzi a rilanciare il progetto (salvo prodursi presto in una brusca ritirata, consigliatagli dai suoi luogotenenti calabri e siculi, ben consci del dissenso diffuso sull’operazione dovuto, tra l’altro, alla consapevolezza degli inganni di un progetto irrealizzabile), fu proprio Salvini a farsi intervistare dal giornale leghista che titolava a tutta pagina: “Renzi vuole finanziare un progetto che gli stessi progettisti dichiarano irrealizzabile!”.

Salvini primo sponsor

Oggi, da sponsor del Ponte, Matteo Salvini dichiara di aver cambiato idea. Ma qui c’è una forte contraddizione: si può cambiare idea, per scarsa conoscenza o disinformazione, su temi i cui elementi certi sono di difficile comprensione: i problemi economici e finanziari, l’impatto ambientale e paesaggistico, le ricadute e i dissesti indotti urbanistici e territoriali, le questioni socioculturali. Ma come si fa a cambiare idea sulla fattibilità -problema eminentemente tecnico- se gli stessi superesperti di allora, massimi conoscitori del progetto, in quanto coordinatori del comitato tecnico scientifico di Progettazione, confermano ancor oggi ripetutamente il giudizio di incostruibilità dell’opera?!

Infatti, anche in questi giorni i Tecnici delle Costruzioni di fama internazionale, consulenti del nostro come di altri governi e grandi imprese, già coordinatori -e per periodi non brevi- del gruppo di progettazione del ponte – in primis Remo Calzona, hanno spiegato perché questo progetto è irrealizzabile: troppi parametri critici, e non solo sulla sismologia; ma anche proprio sulla fattibilità della Struttura del manufatto principale. In quanto ancora non esistono i materiali che servirebbero per molte delle prestazioni ad esso richieste, almeno nelle condizioni dimensionali e ambientali di fattispecie. Come confermato da molti altri esperti ed ex progettisti del ponte, tra cui Emanuele Codacci Pisanelli.

Il Ministro e la società quindi mentono quando sostengono che il nuovo comitato tecnico-scientifico avrebbe superato tali problemi: negli stessi documenti progettuali è registrato che l’apposita commissione tecnica ha solo rinviato alla futura progettazione esecutiva -mai effettuata perché secondo i citati esperti avrebbe dimostrato l’esatto contrario del necessario, ovvero la NON COSTRUIBILITÀ dell’opera– la fondamentale dimostrazione di fattibilità.

I tecnici della stessa commissione, con questo comportamento tanto singolare quanto anomalo, hanno invero assunto una posizione assai discutibile, non solo perché hanno contraddetto colleghi di grandissimi spessore tecnico-scientifico ed esperienza anche proprio sul ponte, ma  perché hanno evaso una regola da manualistica d’ingegneria: si procede con la progettazione esecutiva, che tra l’altro copre una quota assai rilevante del totale -nel caso il 14%, circa due miliardi di euro- solo allorché con  il progetto definitivo si è dimostrata la fattibilità certa del progetto, di cui l’esecutivo esplicita per l’impresa che opera solo le migliori modalità di realizzazione. Nel caso in questione tale dimostrazione non c’è mai stata, anzi l’elaborazione tecnica prevalente indicava l’esatto contrario!

Potrebbe bastare questo a spiegare perché siamo ai limiti della truffa, certamente ai danni dei cittadini italiani, in primis siciliani e calabresi, ma anche dello stato stesso. Ma ci sono altri elementi che confermano il colossale eterno imbroglio.

In primis si annuncia l’avvio dei lavori nei prossimi mesi, ma ad oggi non esiste ancora giuridicamente il General Contractor, cioè il raggruppamento di imprese che dovrebbe effettuare i lavori.

Il General Contractor Eurolink Group

Dal sito Ufficiale di Webuild Group – l’ammagine è corredata dallo slogan: “Ponte sullo Stretto di Messina. Il Ponte che unisce l’Italia all’Europa”

Proprio per il dettato del decreto del maggio 2023 infatti, che “resuscitava il programma di attraversamento stabile con relativa procedura”, pure con molti passaggi molto dubbi, oggetto di indagini dalla magistratura amministrativa, civile e penale, anche per la pioggia di esposti e ricorsi che è caduta su questo e molti altri atti relativi al progetto. Esso infatti, stabiliva che il General Contractor Eurolink (mandatario allora l’impresa Impregilo, poi Salini/Impregilo, adesso Webuild S.p.A.): già il cambio di natura giuridica del mandatario obbligherebbe a nuova gara, ennesima irregolarità della procedura; mandanti due imprese italiane fallite e rivendute a pezzi e due straniere oggi rappresentate solo dai legali ) non poteva giuridicamente ricostituirsi, se e finché le imprese non avessero rinunziato al contenzioso legale  aperto  con lo Stato, al momento di cancellazione di progetto e procedura, caducazione dei contratti e messa in liquidazione della società concessionaria, SDM, operata dal governo Monti nel marzo 2013. Contenzioso ulteriormente complicatosi con la bocciatura in primo grado delle imprese ricorrenti (“Sapevano dai loro tecnici dell’irrealizzabilità del progetto, ma hanno seguitato con l’azione giudiziaria”) e relativo appello, corredato da mutue denunce di inadempienza tra Ministeri e imprese.

Nonostante il passaggio al CIPESS ad oggi tale rinuncia non è avvenuta: il relativo appuntamento è confermato al tribunale di Roma per il prossimo ottobre. Ma non è detto che allora la controversia sarà risolta. Quello che è certo è che le imprese hanno richiesto una cifra pari al 10% del costo totale dell’opera, quindi circa 1,4 miliardi di euro, alla concessionaria, che l’avrebbe concesso (vedi Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2025) in caso di recesso, ovvero di interruzione della procedura –more solito– inevitabile per quanto già detto sopra. Anche se oggi la società smentisce sostenendo che avrebbe in questi giorni fatto firmare i contratti alle imprese per una penale pari a poco più della metà della cifra indicata: il mistero è costituito da contratti firmati da imprese che ancora non esistono. Forse si dovrebbe stare più attenti a non autosmentire le proprie balle già mentre le si dice.  Quel che è certo è che la penale scatterebbe in ogni caso all’atto di interruzione della procedura “qualsiasi siano i motivi e gli attori che hanno determinato la stessa”. Della serie: “qualche mese di ammoina e ci spartiamo un bel bottino!” Si rischia di andare ben oltre la truffa ai danni della collettività e dello stato.

La Corte dei conti dovrà vagliare tra i molti elementi incerti un altro aspetto critico fondamentale, sollevato da più parti tra cui la stessa ANAC: il decreto del maggio 2023 ha resuscitato l’affidamento di un appalto a privati -rappresentati da un contraente generale- che non esisteva giuridicamente al momento dell’approvazione del decreto stesso e non esiste tuttora- aggiudicato nel 2005, allora per un valore di 4,5 Mld di euro.

Oggi il valore dell’appalto è triplicato (13,5 Mld di euro) e -a parte le bizzarre singolarità di questa vicenda- sarebbe vietato da diverse norme, tra l’altro da una precisa direttiva comunitaria che stabilisce che non si possono riaffidare direttamente appalti senza nuovi bando e gara, nel caso di aumenti del valore del contratto superiori al 50%, qui ampiamente superato.
Il governo si giustifica su questo con il progressivo aumento dei prezzi, che peraltro resta lontano dal valore del nuovo contratto.

I decreti di “rappezzamento” di questo e delle molte altre falle programmatico-normative e dei molti buchi procedurali sono assai sciatti e anche per questo spesso inattuabili, tra emendamenti e cancellazioni. Certamente però servono per l’obiettivo principale dell’operazione: l’annuncio propagandistico al momento dell’emanazione.

Il progetto del ponte peraltro fa acqua da tutte le parti: costituisce la riproposizione con qualche aggiornamento di elaborati redatti nel 2011, o ancora prima nel 2003 e in qualche caso addirittura nel 1993!
Infatti nell’aprile 2024 la Commissione VIA del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) l’aveva sostanzialmente bocciato, con oltre 260 tra prescrizioni e richieste di modifiche. Per superare tale scoglio il governo ha pensato bene di…. cambiare la commissione: sostituendo la gran parte di tecnici esperti con “yes man” di partito.

Nonostante questo, il VIA/MASE non ha potuto dare approvazione piena, ma altre raccomandazioni e il rinvio all’UE per alcuni problemi. Per proseguire nella procedura, aggirando il giudizio UE, il governo ha allora dichiarato il Ponte “Infrastruttura di emergenza senza alternative”: un’altra solenne balla. E per sovrammercato l’ha dichiarata “necessaria a fini bellici”: ancora un falso subito contestato.

Si agitano gli espropri, ma delle opere complementari da realizzare prioritariamente in aree soggette ad esproprio non esistono nemmeno progetti di massima, solo schemi.

Si procede soprattutto per annunci. Che devono coprire non solo magagne e strafalcioni del progetto, nonché sottrazione di risorse a siciliani e calabresi, ma anche ciò che in realtà è successo finora.

650 milioni di euro in pubblicità

Per le diverse puntate della telenovela, compresa quella in corso, sono stati spesi ad oggi ca 650 milioni di euro (si legge negli atti della società), dovuti soprattutto a spese di gestione societaria e presentazioni con pubbliche relazioni del progetto. Con straordinari emolumenti dei componenti del CdA della stessa concessionaria.  Ad ogni puntata il Ministro di turno, allorché capisce che non può fare molto altro, si concentra sulla pubblicità e nell’inserire almeno qualche suo cliente e sodale nel CDA societario.

Anche in questo, come in quasi tutti i casi di grandi opere, le spese reali superano di gran lunga quelle ufficiali.

A fine 2024 l’Ufficio Studi della Camera dei Deputati in un suo rapporto sulla programmazione Infrastrutturale ha dichiarato che negli ultimi 25 anni, dalla legge Obiettivo in avanti, sono stati stanziati per grandi opere “di emergenza e somma urgenza” 483 Mld di euro, di cui oltre 390 effettivamente spesi. Si è però tradotto in lavori, anche solo iniziati o interrotti o in qualche caso completati, solo il 44% di tale somma!

Quindi oltre 250 Mld di euro sono stati trasferiti dalle risorse pubbliche soprattutto al mercato finanziario e finalizzati ad altro , alle spalle della società italiana. Su questo e altre simili contraddizioni e distorsioni nel comparto Grandi Infrastrutture, non solo sui disastri ambientali e sociali, il Coordinamento contro le Grandi Opere Inutili e Imposte organizza un convegno nazionale ad ottobre in Valle Susa per criticare e denunciare tali situazioni.

In copertina: Il ministro Matteo Salvini e il ponte sullo stretto – immagine tratta da lavialibera.it

Parlare ancora oggi di “neutralità della scienza” è un grande inganno

Parlare di “neutralità della scienza” significa ignorare la società che viviamo

Il recente caso Serravalle-Bellavite e la sua strumentalizzazione con gogna mediatica annessa, ci potrebbe far riflettere su molte cose, ma soprattutto su una cosa in particolare: la non-neutralità della scienza.

La narrazione dominante propone la “scienza” come un’entità superpartes dogmatica portatrice di una verità imparziale e incontrovertibile che trascende le ideologie e i conflitti. Secondo tale visione, la scienza seguirebbe un cammino lineare e sarebbe il risultato di un processo unico, immutabile, deterministico, unidimensionale, astorico, vincolato sull’asse nuovo-vecchio/tradizionale-moderno e totalmente avulso dalla realtà sociale nella quale viene partorita. La scienza sarebbe capace di rimanere incontaminata dal contesto sociale in cui viene concepita, come se fosse mossa da una propria dinamica interna.

Questa tesi fa emergere la profonda ignoranza epistemologica di chi la sostiene. Ogni accademico serio ed ogni epistemologo degno di nota smentirebbe questa concezione, a partire dal fatto che la scienza è un sapere pensato, discusso e come tale non può essere incontaminato.
Oltre alla dinamiche epistemologiche, se dobbiamo ragionare su come procede la scienza in campo medico oggi, non si può negare che la ricerca biomedica proceda per dinamiche economiche, ovvero si sviluppa laddove c’è uno sviluppo di mercato.

In questi trent’anni di globalizzazione neoliberista, di deregulation di mercato e di politiche di privatizzazione a discapito dei beni comuni, si è evidenziato che la ricerca biomedica è diventata sempre più uno strumento il cui fine ultimo non è il diritto alla salute, ma il mercato. La ricerca biomedica è diventata uno strumento del mercato, mentre la salute – da diritto umano – diventa sempre più una merce.

Nel mio libro “La guerra all’idrossiclorochina al tempo della Covid-19” cerco di spiegare come un tempo l’investigazione scientifica consistesse principalmente nella ricerca disinteressata in tutte le direzioni, facendo della scienza l’oggetto principale della propria opera. I finanziamenti, per lo più pubblici e statali, non costringevano a investigare in una determinata direzione e necessariamente con un obiettivo.
Quando si intraprendevano direzioni di ricerca che non erano realmente utili o non avevano alcun reale beneficio a servizio della collettività, tali rami venivano abbandonati per concentrarsi su altro. La scienza era ancora patrimonio di tutti e proprietà comune in quanto finanziata per la gran parte dallo Stato.

Oggi il contesto in cui la “scienza” si sviluppa è radicalmente cambiato. Si è passati dal concetto di ricerca – finalizzato alla scienza e al suo insieme di scoperte – al concetto industriale di produzione di ricerca e sviluppo, ovvero contestualmente alla ricerca si deve per forza produrre qualcosa che abbia poi un ritorno economico.
La scienza oggi non deve produrre per forza qualcosa di utile alla collettività, ma qualcosa di utile al profitto economico, soprattutto se privato.

Coloro che oggi finanziano la ricerca sono per lo più privati, ovvero banche, fondi d’investimento, multinazionali, grandi aziende e grandi corporations di aziende. Tutto ciò che viene finanziato nell’ambito della ricerca deve portare alla produzione di un prodotto vendibile e con un ritorno economico. Non sono più previsti i “rami morti” della ricerca e nemmeno è previsto fare marcia indietro qualora una certa direzione non porti a niente di utile o addirittura possa potenzialmente arrecare un danno.

Fa impressione oggi l’ingenuità con cui gli scientisti dogmatici che parlano in difesa della scienza come “bene comune”, quando oggi la scienza è il deus ex machina del capitale finanziario, uno strumento tecnico – si parla sempre più di tecnoscienza – dipendente dall’accumulo capitalistico e, in quanto tale, finanziato per la gran parte da privati che vogliono un ritorno produttivo e proficuo. Poco importa se viene sviluppato un prodotto che poi, in definitiva, realizza più danno che beneficio – il famoso e ignorato principio di precauzione –, importa invece che il finanziamento in termini di ricerca porti comunque allo sviluppo di un prodotto vendibile e che in un modo o nell’altro sia accettato e abbia successo sul mercato.

Ciò che sconvolge è che non importa se i mezzi per ottenere tale successo si incentrino su una rigorosità metodologica o su una obiettività dei dati disponibili. Oggi, queste ultime due componenti sono del tutto secondarie, poiché primario è lo sviluppo produttivo-industriale, mentre la ricerca scientifica si deve adeguare di conseguenza. Una volta finanziata una ricerca, questa deve per forza concretizzarsi in produzione e una volta avviata una determinata produzione, questa deve essere per forza “buona” a prescindere che lo sia veramente.

Il sistema industriale è riuscito a sdoganare il più basso livello di rigorosità e di obiettività nella ricerca scientifica, soprattutto quella biomedica.
La ricerca scientifica, dipendente dall’industria, ormai ha acquisito moltissime delle semplificazioni proprie del modo di operare industriale: viene meno il rigore, l’obiettività e la neutralità e lascia spazio alla grande produzione industriale e al marketing, dando poca importanza alla qualità del prodotto. Ciò che realmente importa è la percezione del prodotto che si riesce a ingenerare sul mercato e a livello mediatico. Su questo l’industria è imbattibile: può tranquillamente vendere qualsiasi cosa facendola passare per il suo contrario.

Un documento ufficiale del Comitato Nazionale di Bioetica approvato in seduta plenaria l’8 giugno 2006, dal titolo Conflitto d’interessi nella ricerca biomedica e nella pratica clinica (1), ha definito la medicina come «una scienza polimorfa e complessa, che intrattiene rapporti di vario tipo, con la Società e con le istituzioni che questa produce», sottolineando come la ricerca biomedica moderna può essere effettuata, nel suo complesso, «soltanto con l’impiego dei capitali di enormi dimensioni». Nel documento addirittura si afferma come «la storia della scienza testimonia ampiamente come nell’ultimo secolo siano stati compiuti numerosi e cospicui falsi descrittivi». I falsi scientifici e le distorsioni metodologiche in medicina possono dipendere dal fatto che «gli orientamenti di un ricercatore possano essere diretti e motivati non solo dai problemi conoscitivi […], ma anche da interessi personali o da quelli connessi con le istituzioni di cui quel ricercatore fa parte».

In sostanza viene descritto come le case farmaceutiche decidano il brutto e il cattivo tempo, essendo in grado di manipolare e falsificare studi al fine di un profitto privato e a discapito dell’interesse pubblico e del diritto alla salute. Il campo della salute, sia nei suoi aspetti reattivi sia nella prevenzione e promozione, così come nella ricerca, costituisce oggi un mercato gigantesco, che dà molto peso agli interessi finanziari (Stamatakis, 2013; Ioannidis, 2016) a discapito della medicina intesa come campo del sapere.

Ce ne sarebbero tanti di esempi plateali, ma uno su tutti sicuramente è lo scandalo che coinvolse l’allora Ministro De Lorenzo che all’epoca ricevette una tangente di 600 milioni di lire – insieme a Poggiolini – dalla casa farmaceutica SmithKline per far diventare obbligatorio, con la legge 165 del 1991, il vaccino anti-epatite B già in uso dal 1981 in forma facoltativa. Nessuna prova scientifica – inesistente tuttora – che provasse la necessità dell’obbligatorietà del vaccino anti-epatite B, ma esistevano invece cause economiche che ancora oggi plasmano le scelte di medici che invece, in nome della “scienza” e di un ambiguo concetto di “prevenzione”, consigliano normalmente un vaccino reso obbligatorio tramite tangente.

Ci viene da chiedere se di questo e di molto altro ne siano a conoscenza i membri del Patto Trasversale per la Scienza, o se ne siano a conoscenza tutti coloro che credono che la scienza sia un discorso puro sempre indipendente.

Riflettere su questo ci potrebbe aiutare forse ad abbandonare qualunque tipo di fideismo scientifico fine a se stesso per capire che non è troppo diverso da qualunque altro fideismo religioso.

Nota:
Comitato Nazionale per la Bioetica, Conflitto d’interessi nella ricerca biomedica e nella pratica clinicahttps://bioetica.governo.it/media/3118/p76_2006_conflitti_interessi-clinica_it.pdf

Cover: Foto di Medium
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Le tasse “nascoste” sulle famiglie italiane

Le tasse “nascoste” sulle famiglie italiane

In oltre 9 casi su 10 le tasse e i contributi pagati dalle famiglie dei lavoratori dipendenti vengono prelevati alla fonte, ovvero sono defalcati dalla busta paga lorda o sono inclusi negli acquisti quotidiani di beni e di servizi.

Stiamo parlando di tasse prelevate “alla fonte” (Irpef o contributi Inps) o “nascoste” (Iva, accise, etc.).

Solo in poco meno di un caso su dieci, l’operazione avviene consapevolmente, vale a dire per mezzo di un pagamento cash od online o presso uno sportello bancario/postale.

A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA che per l’anno in corso ha stimato in 20.231 euro il peso fiscale complessivo che grava su una famiglia italiana tipo composta da due lavoratori dipendenti (marito e moglie) con un figlio a carico.

Alle tasse prelevate alla “fonte” (ritenute Irpef, contributi previdenziali e addizionali Irpef), il cui gettito è pari a 12.504 euro (il 61,8 per cento del totale), vanno quindi aggiunte quelle “nascoste” (Iva sugli acquisti, accise, contributo al Sistema Sanitario Nazionale dall’Rc auto, imposta Rc auto, canone Rai, etc.), che fanno finire nelle casse dello Stato altri 7.087 euro (pari al 35 per cento del totale).

“In altre parole, sottolinea l’Ufficio studi della CGIA, l’importo complessivo sottratto dalla busta paga lorda di questi due coniugi è pari a 19.591 euro (il 96,8 per cento del prelievo totale). Pertanto, la coppia presa in esame deve tirar fuori fisicamente dal portafoglio poco meno di 640 euro all’anno di tasse (bollo auto e Tari) che ha una incidenza sul totale praticamente irrisoria (il 3,2 per cento)”.

L’indagine della CGIA snocciola i dati dei contribuenti Irpef in Italia, che sono 42,5 milioni, di cui 23,8 milioni sono lavoratori dipendenti, 14,5 milioni sono pensionati, 1,6 milioni sono lavoratori autonomi e altri 1,6 milioni sono percettori di altri redditi (affitti, terreni, buoni del tesoro, etc.) e conferma che, purtroppo, rimaniamo tra i più tartassati in UE.

“Nel 20243, si legge nel Report, la pressione fiscale in Danimarca era al 45,4 per cento del Pil, in Francia al 45,2, in Belgio al 45,1, in Austria al 44,8 e in Lussemburgo al 43.

Tra tutti i Paesi dell’UE, l’Italia si posizionava al sesto posto con un tasso del 42,6 per cento del Pil.

Se tra i nostri principali competitor commerciali solo la Francia presentava un carico fiscale superiore al nostro, gli altri, invece, registravano un livello nettamente inferiore.

Se in Germania il peso fiscale sul Pil era al 40,8 per cento (1,8 punti in meno rispetto al dato Italia), in Spagna addirittura al 37,2 (5,4 punti in meno che da noi).

Il tasso medio in UE, invece, era al 40,4, 2,2 punti in meno della media nazionale italiana”.

Qui per approfondire: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2025/07/9tassesu10nascoste-26.7.25.pdf.

In copertina: Tasse occulte – consumatori.it

 

Il bicchiere infinito di Italo Calvino:
Il 28 agosto la ventiduesima maratona di lettura alla Biblioteca Bassani

Il bicchiere infinito di Italo Calvino
La ventiduesima maratona di lettura presso la Biblioteca Bassani.

Il sogno più inatteso è un rebus che nasconde”: questo è il titolo della ventiduesima maratona di lettura che si svolgerà il prossimo 28 Agosto presso la Biblioteca Bassani di Ferrara e che sarà dedicata a Italo Calvino.

La frase di Italo Calvino che dà titolo alla maratona, oltre a descrive semplicemente un sogno, ne svela la struttura segreta. Il sogno non è un’immagine da contemplare, ma un enigma da attraversare.

Non si offre, si cela. Non si spiega, si decifra. È una forma che contiene altre forme, un linguaggio che si piega su se stesso per generare senso.

Calvino ha sempre cercato il punto in cui il visibile si fa soglia dell’invisibile. Il sogno, per lui, è una macchina combinatoria, un dispositivo poetico che non rivela ma costruisce. Come nei rebus, dove l’immagine e la parola si intrecciano in un cortocircuito semantico, anche il sogno calviniano è un gioco di specchi, una grammatica dell’ombra.

In Le città invisibili, ogni città è un sogno che si finge racconto. Zaira, che è memoria; Fedora, che è possibilità; Berenice, che è desiderio. Ogni città è un rebus, un sogno inatteso che si nasconde dietro la geometria delle parole. E Marco Polo, il narratore, è il decifratore che non risolve, ma moltiplica gli enigmi. Il viaggio non è verso la verità, ma verso la proliferazione delle forme.

Calvino ci invita a leggere il mondo come un testo cifrato, dove il senso non è dato, ma costruito. Il sogno non è evasione, ma architettura. Non è fuga, ma forma. E in questa forma si cela la poesia: non come ornamento, ma come struttura portante dell’universo.

“Il sogno è il luogo dove il senso si nasconde per rivelarsi.”

Questa visione del sogno come rebus si avvicina all’idea zen del koan: un enigma che non si risolve con la logica, ma con la trasformazione interiore. Il rebus non è da sciogliere, ma da abitare. Il sogno non è da interpretare, ma da vivere. E forse, proprio qui, si apre il ponte verso un’estetica molto vicina a quella giapponese,

Calvino non è mai stato un autore dell’esplicito. La sua scrittura è fatta di soglie, di interstizi, di silenzi che parlano. Il sogno come rebus è anche una metafora della sua poetica: una poetica dell’allusione, della leggerezza, della precisione. Una poetica che non cerca di spiegare il mondo, ma di renderlo più misterioso, più abitabile, più vero.

Calvino scrive anche che “La poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere”  e in questa immagine, Calvino condensa la sua idea di poesia come concentrazione dell’immenso. Il mare è l’infinito, il caos, la vastità del mondo; il bicchiere è la forma, il contenitore, la misura. La poesia, allora, è il gesto che rende visibile l’invisibile, che dà corpo all’evanescente, che trasforma l’indicibile in figura.

Calvino non cerca la poesia nell’enfasi, ma nella precisione. È un poeta della leggerezza, ma anche della geometria. Nelle Lezioni americane, la leggerezza non è superficialità, ma profondità senza peso. È il modo in cui il pensiero si fa volo, in cui la parola si fa ala. E il bicchiere non è una limitazione, ma una sfida: come contenere l’oceano in una forma finita?

Questa tensione tra vastità e misura è il cuore della sua poetica. Come nei suoi racconti combinatori, dove l’invenzione nasce dalla regola, dalla costrizione, dalla struttura. Il mare non si perde, si distilla. La poesia non è dispersione, ma concentrazione. È il punto in cui il mondo si raccoglie in un’immagine, in una parola, in un gesto.

“La poesia è il luogo dove l’infinito si lascia misurare.”

E qui, come accade ad esempio in un haiku, il mondo intero può stare in tre versi. Il bicchiere diventa il verso, la forma breve, la miniatura. E il mare è il tempo, la natura, il silenzio che vibra sotto le parole. Calvino, pur non scrivendo haiku, ne condivide lo spirito: la ricerca dell’essenziale, la contemplazione del dettaglio, la rivelazione dell’universo in un frammento.

Ma questa miniatura dell’infinito non è solo arte poetica ma anche…arte scientifica. Calvino era affascinato dalla fisica contemporanea, dalla teoria dei quanti, dalla cosmologia. In un’intervista del 1984, parlava della sua ammirazione per i fisici che “riescono a pensare l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. La poesia, come la scienza, è una forma di conoscenza che lavora per analogia, per modelli, per metafore. Entrambe cercano di contenere l’universo in una formula, in un verso, in un’equazione.

Il bicchiere, allora, può essere anche il laboratorio, il microscopio, il telescopio. È lo strumento che permette di osservare il mare dell’universo, di misurarlo, di raccontarlo. E la poesia diventa sorella della scienza: entrambe cercano il punto in cui il caos si fa forma, in cui l’invisibile si fa visibile.

“La poesia e la scienza sono due modi di guardare il mondo con occhi che non si accontentano.”

E se fosse il…Giappone proprio una di quelle soglie calviniane?

Nel cuore dell’haiku pulsa il vuoto. Non come assenza, ma come spazio generativo. Il silenzio tra i versi è ciò che permette al mondo di risuonare. E in questo vuoto, Calvino avrebbe riconosciuto una forma di conoscenza: quella che non dice tutto, ma lascia che il lettore completi, interpreti, abiti.

Il vuoto è anche una categoria scientifica. Nella fisica quantistica, il vuoto non è il nulla, ma un campo di possibilità. È il luogo dove le particelle virtuali emergono e svaniscono, dove l’energia fluttua, dove l’universo si scrive e si cancella. Calvino, che leggeva con attenzione le teorie contemporanee, avrebbe visto nel vuoto quantistico una metafora perfetta della sua poetica: il mondo come testo che si genera nel silenzio, nella pausa, nell’interstizio.

“Il vuoto è ciò che permette al pieno di esistere.”

Nel Giappone dell’haiku, il silenzio è parte della forma. Il ma — spazio tra le cose — è ciò che dà ritmo e senso. In Calvino, il silenzio è ciò che separa e collega. È il respiro tra le città invisibili, il bianco tra le parole, il tempo sospeso tra le combinazioni. Come nel principio di esclusione di Wolfgang Pauli, che impedisce a due elettroni di occupare lo stesso stato: il vuoto è anche una forma di rispetto, di distanza, di relazione implicita.

La poesia, allora, diventa una forma di fisica del vuoto. Non accumula, ma sottrae. Non spiega, ma lascia intuire. E in questo gesto, Calvino si avvicina all’estetica giapponese: non per imitazione, ma per consonanza. Il suo sogno è un rebus, il suo bicchiere è una forma, il suo vuoto è una soglia.

“Nel silenzio tra le parole, il mondo si fa visibile.”

Italo Calvino ha insegnato a leggere il mondo come un rebus, a contenere l’infinito in un bicchiere, a lasciare che il vuoto parli. Il suo sogno non è mai stato quello di spiegare, ma di moltiplicare le possibilità. Come un fisico che osserva le fluttuazioni del vuoto quantico, come un poeta giapponese che distilla l’universo in tre versi, Calvino ha cercato la forma che rivela senza possedere, che mostra senza esaurire.

Nel suo pensiero, la poesia è sorella della scienza e figlia del silenzio. È il luogo dove il mare si lascia contenere, dove il sogno si fa struttura, dove il vuoto diventa spazio generativo. E in questo gesto, Calvino si avvicina all’estetica giapponese non per imitazione, ma per consonanza profonda: entrambi cercano l’essenziale, entrambi abitano il margine, entrambi ascoltano ciò che non si dice.

“Il mondo non si spiega, si racconta. E nel racconto, si nasconde per rivelarsi.”

Questa maratona, questo omaggio a Calvino potrebbe rappresentare un vero  e proprio invito a rileggere questo straordinario autore come un poeta dell’invisibile, come un architetto del sogno, come un haijin dell’Occidente. E forse durante la lunga maratona alla Bassani potrà capitarci di sentire il suono del mare che entra nel bicchiere.

Cover: particolare della copertina de “Le città invisibili” di Italo Calvino

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Per certi Versi / Sospensione

Sospensione

Nomadi illusioni

edificano realtà

in un cantuccio di me

 

cerco risposte audaci

per domande spietate

inganno il presente

per difendere l’abbaglio

 

nella sospensione di un sogno

che non era il mio

 

In copertina: Foto da  Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Le banche non hanno più voglia di fare le banche

Le banche non hanno più voglia di fare le banche

Una volta era tutto più semplice. Se entravi in un ufficio postale era per fare un vaglia o una raccomandata. Se entravi in un’agenzia assicurativa era per sottoscrivere una polizza. E se ti recavi in banca, era per fare un versamento, un prelievo o un bonifico. Oggi la posta ti vende contratti telefonici e l’assicurazione ti propone apparecchi per la rilevazione dei pedaggi autostradali. E la banca fa di tutto per convincerti a sottoscrivere polizze assicurative. Come mai? Perché sembra quasi che faccia un lavoro diverso rispetto al passato?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo partire da lontano. Dalla nascita delle prime banche, che in Europa risale al medioevo. Pensiamo a quello che poteva essere lo scenario quando le banche ancora non c’erano. Da un lato avremmo avuto il mercante che si trascinava appresso il suo forziere pieno di monete, sapendo che l’unica cosa che poteva farci era cercare di tenerle al sicuro e non farsele rubare. Dall’altro avemmo trovato un giovane garzone in una bottega artigiana, che avrebbe desiderato avviare una sua attività, ma non avrebbe mai potuto farlo perché non disponeva delle somme da investire per mettersi in proprio. Le banche nacquero per intermediare: la loro attività consisteva nel raccogliere e custodire le monete del mercante, sgravandolo dai rischi e riconoscendogli anche un interesse, e nell’usare parte di quelle monete per finanziare il giovane artigiano e permettere la nascita di una nuova attività. Si trattava, fin dalla nascita, di una funzione fondamentale per l’economia: invece di restare rinchiusi, i soldi venivano messi in circolo creando lavoro e ricchezza per la collettività. Una funzione talmente importante da far dedicare all’attività bancaria un articolo della Costituzione, il 47, che parla di tutela del risparmio e controllo del credito. Nessun’altra attività economica è menzionata in Costituzione.

Per secoli la principale fonte di guadagno per le banche è stato il “margine d’ interesse”, cioè la differenza tra gli interessi riconosciuti ai depositanti e quelli incassati da chi chiedeva finanziamenti. Il problema è che prestare soldi non è un’attività così semplice. Bisogna ricordare che si tratta di somme che appartengono ad altri, quindi è necessario tenere sempre disponibile una riserva sufficiente ad accontentare le persone che vogliono ritirare i loro soldi. E poi bisogna mettere in conto la possibilità che una parte dei prestiti non venga rimborsata: ma in questo caso è la banca a doversi fare carico delle perdite. Vi immaginate se un cliente andasse a ritirare i suoi risparmi e si sentisse rispondere: “Guardi, siccome avevamo usato il suo deposito per un mutuo che è stato rimborsato a metà, possiamo restituire solo metà della somma che ci aveva versato” ? Ovviamente il sistema crollerebbe in un attimo. Quindi, per prestare denaro, le banche devono accantonare somme sufficienti a coprire le perdite che potrebbero verificarsi, e non gravare sui clienti. In sintesi: prestare denaro costringe le banche a rispettare due vincoli: liquidità (devono essere in grado di restituire i soldi ai depositanti) e capitalizzazione (devono avere riserve adeguate a far fronte ad eventuali perdite su crediti).

Inevitabile che nel tempo le banche si impegnassero a cercare fonti di guadagno più semplici da ottenere. E progressivamente hanno scoperto le commissioni. Commissioni sugli incassi, sulla compravendita di titoli, sui pagamenti POS… Soldi che arrivavano in modo differente, ma pur sempre commisurati all’attività bancaria. Gli istituti bancari hanno cominciato a farci la bocca, cercando strade anche piuttosto fantasiose per incrementare sempre più il flusso commissionale. Così, nel corso degli anni, c’è stato un periodo in cui le banche vendevano di tutto: televisori, biciclette, robot da cucina. Poi hanno provato con l’oro, e i diamanti. Alla fine hanno trovato il loro business ideale nelle polizze assicurative. Apparentemente la soluzione perfetta: le banche, con le loro filiali diffuse su tutto il territorio nazionale (in realtà sempre meno, ad onor del vero) e con l’elevata professionalità dei loro dipendenti  rappresentano la rete distributiva ideale: non è un caso se oggi tutti i grandi gruppi bancari hanno come partner commerciale una importante compagnia assicurativa. Per questo le banche stanno cambiando la loro natura, tanto da ostentare con orgoglio la qualifica di “bancassicurazione”.

Non c’è nulla di male nel fatto che le banche vendano le polizze. Come detto hanno l’organizzazione e le competenze per farlo al meglio. Il problema è un altro. Mettiamoci nei panni di un banchiere: perché impegnarsi a concedere un prestito, che bloccherà quote di capitale per anni, che potrebbe anche non rientrare, che frutterà un interesse limitato, quando in una mezz’oretta si può vendere una polizza, incassare la commissione e non dover impegnare un solo centesimo? Un ragionamento che le banche hanno cominciato a fare sempre più durante i lunghi anni di tassi bassi, spostando progressivamente la loro attività dal credito al mondo delle commissioni. E questo ha fatto sì che fossero sempre più restìe a concedere credito, in modo particolare alle piccole aziende. Avendo chiarito prima il motivo per cui le banche sono nate, diventa evidente che le banche non hanno più voglia di fare le banche.

Ad oggi le commissioni rappresentano circa un terzo degli introiti delle aziende bancarie, che puntano ad incrementare questa percentuale. E questa non è una buona notizia, perché significa che in futuro le difficoltà nell’accesso al credito aumenteranno. E’ un fenomeno sul quale dovrebbe intervenire la politica, sempre molto attenta quando si parla di fusioni ed incorporazioni, perché punta a non perdere la propria influenza sui CdA, ma decisamente distratta quando si tratta i controllare che le banche svolgano la loro funzione fondamentale per l’economia. Controlli ai quali, per effetto del già citato articolo 47, sarebbero obbligati. 

Quindi se la banca mi propone una polizza, va benissimo, può anche essere una proposta che mi è davvero utile, a patto che contemporaneamente non smetta di fare la banca. E non si arrivi al paradosso che, se chiedo un prestito, la banca me lo conceda malvolentieri e lo faccia solo perché lo vede come un’ occasione per propormi una polizza da abbinargli: in quel caso non è più la polizza ad essere accessoria al finanziamento, ma il finanziamento che diventa accessorio alla polizza.

 

Cover photo: Bank of Italy Pasadena, 1928, https://hdl.huntington.org/digital/collection/p15150coll2/id/2649/

Il caro affitti per gli studenti è fuori controllo

Il caro affitti per gli studenti è fuori controllo

Fonte: Collettiva del 22 agosto 2025

Più 152 euro al mese in media per una singola. In testa c’è Milano, si spendono 732 euro. La denuncia dell’ Unione degli universitari (Udu): “Frequentare fuori casa è un lusso per pochi”

Subito dopo la top five si piazzano Brescia con una media di 519 euro al mese, Modena, 506 euro, Padova con 502 euro. Per scendere sotto i 500 euro bisogna arrivare alla nona e decima posizione: Torino, 476 euro al mese, Verona dove uno studente spende 473 euro. Non va meglio a chi sceglie come sede universitaria Bergamo, Venezia e Napoli: per una stanza chiedono rispettivamente 466 euro, 453 euro, 445 euro.

Politiche abitative assenti

“L’ultimo rapporto di Immobiliare.it Insights conferma quello che denunciamo da anni: il caro affitti per gli studenti è fuori controllo – afferma l’Unione degli universitari in una nota -. Quel rincaro, più 152 euro al mese in un anno, è frutto di pura speculazione, resa possibile dall’assenza di politiche abitative”.

E questo accade nonostante che in alcune città italiane la domanda di stanze singole stia iniziando a rallentare dopo anni di forte crescita. Rispetto a 12 mesi fa, per esempio, la richiesta a Torino ha fatto segnare un meno 3 per cento, a Firenze un meno 6, a Milano meno 13, a Verona meno 20, a Bologna e Napoli rispettivamente addirittura meno 38 e meno 47.

In altre storiche città universitarie, invece, l’interesse continua a salire: è il caso di Venezia, che segna un più 30 per cento. da segnalare anche il più 45 per cento di Bari, più 59 di Genova e più 77 per cento di richiesta di stanze singole di Ancona.

Trento in vetta

Se si va a guardare dove sono stati registrati gli aumenti più consistenti dei canoni mensili si scopre che in vetta c’è Trento, più 42,78 per cento, poi Modena, con più 31,43, quindi Brescia con più 30 per cento. Dalla città trentina gli studenti promettono proteste: “Ci saranno azioni, perché queste condizioni sono insostenibili – afferma Diego Cirillo, coordinatore di Udu Trento -. Gli affitti aumentano sistematicamente. Il diritto allo studio dovrebbe garantire gli alloggi, ma diversi universitari vengono sfrattati perché i proprietari non rinnovano il contratto e alzano il prezzo. Sempre meno giovani verranno in centro, cercando stanze fuori città per prezzi più contenuti. Il mercato è già saturo, ma l’arrivo del semestre filtro della facoltà di medicina e chirurgia (quasi 500 iscritti, ndr) di certo non aiuterà”.

Modena senza servizi

Anche a Modena la richiesta supera i 500 euro per camere spesso in condizioni fatiscenti, in un centro che nemmeno offre i servizi e la vita di una vera città universitaria.

“Studiare fuori casa diventa sempre più un lusso per i pochi che se lo possono permettere – afferma Giammarco Fabiano, coordinatore Udu More -, mentre il governo ha sprecato le risorse del Pnrr, investendo con il decreto housing in studentati di lusso gestiti da privati, anziché mettere le istituzioni pubbliche nelle condizioni di ampliare i posti letto a propria disposizione”.

Modena ne è un esempio. Con l’apertura nel 2024 di Camplus già lo scorso anno l’Udu denunciava che la presenza di studentati con camere a 550 euro, in un contesto di per sé fortemente inflazionato, avrebbe drogato il mercato e portato a un aumento dei prezzi dei canoni.

Il Ponte conta, le case no

“Si voltano le spalle agli studenti e si preferisce investire in opere di propaganda piuttosto che affrontare i problemi reali del Paese – dichiara Alessandro Bruscella, coordinatore nazionale Udu –. L’uso dei fondi del Pnrr per studentati privati di lusso è tutto sbagliato e lo avevamo già detto. Intanto il ministro Salvini ignora l’emergenza e si concentra sul Ponte sullo Stretto, mentre le città universitarie affondano sotto il peso degli affitti”.

Cover: protesta degli studenti contro il cario affitti, outsider news

 

Cuochi giornalisti e crimini di guerra

Cuochi giornalisti e crimini di guerra

Quando le democrazie occidentali arrestarono Julian Assange – con l’accusa di aver pubblicato le prove dei crimini di guerra Usa GB NATO in Afghanistan a danno di migliaia di civili inermi – i primi ad esultare furono i giornalisti in carriera, quelli sempre dalla parte del potere che tanto si sono commossi per le favole dei marines buoni e dei talebani cattivi.

Mentre le democrazie occidentali stanno naufragando in Palestina, gli ultimi a salire sulle scialuppe di salvataggio sono ancora loro: i giornalisti in carriera, quelli sempre dalla parte del potere che tanto si commuovono per le favole dei sionisti buoni e dei combattenti di Hamas cattivi.

Le tragedie dei nostri giorni si comprano un tanto al chilo al mercato della realtà e si rivendono a peso d’oro nella mistificazione dei media mainstream.

Ennio Flaiano scriveva: «Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà?».

Dalle guerre israeliane alla Siria, da Bagdad a Kabul, i media che non disturbano nessuno nelle alte camere del potere o che non scomodano le coscienze sopite dei ri-commentatori social, adoperano un unico modus operandi: prendere la pentola, scaldare la brodaglia, mescolare, bollire, ribollire fino a far schiumare menzogne e parole d’ordine.

Mai una ricostruzione storica fedele alla realtà, mai una contestualizzazione, mai un’analisi delle cause. Nemmeno quando a venire arrestati o assassinati sono colleghi e colleghe, altri giornalisti e altre giornaliste, mentre svolgono il proprio lavoro.

Nemmeno quando il numero di giornalisti assassinati a Gaza è superiore al numero totale di giornalisti morti nella guerra civile statunitense, in entrambe le guerre mondiali, nelle guerre di Corea e del Vietnam, compresi i conflitti in Cambogia e Laos, nelle guerre jugoslave degli anni ’90 e 2000 e nella guerra in Afghanistan messe insieme.

I colpevoli? Vittime.

Le vittime? Colpevoli di esserlo.

In copertina: photo opera di Maram Ali

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore, oppure visita la sua rubrica Controcorrente

Diario in pubblico /
“Instrumentum Regni”. La difesa del luogo

Diario in pubblico. Instrumentum Regni. La difesa del luogo

La storia insegna che ogni luogo per sopravvivere ha bisogno di essere difeso e in tal modo produce un esercito e armi che lo possano, in caso di pericolo, salvarlo.

Anche il Laido ha prodotto un esercito e le armi difensive, ma mantiene un segreto che si tramanda da generazione in generazione. L’arma è????? Udite! Udite! La Scopa! Poi, come accade in ogni territorio aperto alle innovazioni militari e quindi dotate di ordigni “atomici”, ecco farsi spazio il soffiatore a batteria, che con rumore infernale e sollevando grandi polveroni riduce in cumuli sempre più compatti il nemico, vale a dire gli aghi di pino.

Va da sé che l’esercito è formato dai proprietari e dagli affittuari delle case laidesche, che s’alzano al mattino con la scopa in mano e si coricano con vicini al letto l’arma di tanto valore. Li vedo dal balcone d’osservazione, mentre con aria pensosa spingono gli aghi invadenti in mucchietti, che poi diligentemente stipano in grandi sacchi neri e da qui depositano nei luoghi dei rifiuti, anche questi in via di rinnovamento.

Passano allora, trainati da biciclette, bidoni atti all’uopo e la via viene investita da chiacchere condominiali che ne prescrivono l’uso e la difesa, in quanto se uno viene fatto fuori, il costo del successivo ricade sullo sventurato gladiatore.

Dopo l’irreale silenzio decretato per i giorni ferragostani dalla costruzione del monstrum, il battere ritmico di clave e martelli ci riporta alla forza e al mito di Ercole, che sembra sovrintendere alla novità del luogo, esaltando grattacieli e torri per la gioia e il comfort futuri.

Passeggio per la via principale, avendo come luogo imprescindibile la farmacia e con il segreto intento di giocare con Maia, la star cagnolona che attende umani e pelosi per poter giocare con il frisbee sempre ai suoi piedi. Passano a decine i pelosi i più piccoli dei quali hanno comodi trasporti sulle biciclette o in speciali carrozzini.

Poi, ci si sposta con tanta fatica (almeno per me) sotto il tendone in spiaggia, dove la coppia di amici, soprannominata Giugi dall’incontro dei due nomi, produce una serie di giuggiolate con le carte e i racchettoni, mentre lo zio regista assiste pensoso seduto sulla sua seggiola inviolabile.

Sfoglio i giornali, mentre sempre più l’orrore della guerra aggredisce alla gola chi ancora pensa al diritto etico e civile di poter sentirsi uomini. La Storia implacabile non dà requie e io, con le lacrime dentro, ricordo la mia Elsa di cui il 19 ricorreva la nascita e quando partendo per gli USA negli anni ’80 del secolo scorso apprendevo della sua scomparsa.

Ora mi sorride dalle foto del tempo mentre rileggo i suoi capolavori – primo fra tutti Aracoeli ricordando antichi tempi, quando la letteratura, la poesia, la cultura formavano giovani e vecchi in un carosello che ora affida solo alle parole il senso della vita.

Chiuderò a breve le stanze del Laido. Riguarderò con affetto i segni del tempo affidati alle cose che ancora mi parlano e mi sorridono, poi, mentalmente mi appresto a chiudere casa, portandomi dietro il sacco nero dei ricordi.

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Buone (e cattive) notizie dallo Sviluppo Umano nel mondo

Rapporto 2025 UNDP: buone e cattive notizie dallo Sviluppo Umano nel mondo

Nonostante le guerre e la percezione di un periodo non luminoso come i primi trent’anni gloriosi del dopoguerra, le condizioni di vita, di salute e istruzione migliorano in quasi tutti i 193 paesi del mondo. Lo dice l’ultimo rapporto 2025 sullo Sviluppo Umano che UNDP, una sezione ONU, dopo aver messo in discussione il PIL come unico parametro di sviluppo, associandovi altri due indicatori più veri come speranza di vita e anni di istruzione. L’indice può essere anche corretto in base alle disuguaglianze di reddito e tra uomo-donna.

Si va dunque affermando in tutti i paesi (almeno tra gli studiosi dei vari paesi che collaborano al rapporto, oltre 200) che, al di là di religioni, etnie e modelli di governo (dalle democrazie piene alle dittature), non contano solo i soldi o il produrre, ma salute (quanto si vive) e istruzione e che fondamentali sono la minor disuguaglianza nei redditi e tra uomo e donna.

All’indice mancano altri dati (grado di libertà, diritti delle minoranze,…) di difficile misurabilità ma, nel complesso, l’Indice di Sviluppo Umano è un buon indicatore e ci dice che, nonostante le democrazie siano in ritirata, quasi tutti i paesi stanno migliorando (Qui il testo integrale del Human Development Report 2025) 
La tabella sottostante non è corretta per disuguaglianze (è indicato però il valore “aggiustato” per reddito), mentre quella che include anche la discriminazione uomo-donna si trova dopo.

Aggiustando la classifica con disuguaglianza di reddito e di genere (uomo-donna), i paesi europei salgono ai primi posti (1^ Norvegia, Italia 17^), mentre crollano gli Stati Uniti al 47° posto. Noi che ci viviamo sappiamo da secoli che non di solo pane si vive e questa è la ragione per cui si vive meglio in Europa. Poiché l’aspirazione a vivere in un contesto di crescente uguaglianza, salute e istruzione è universale, è da qui che viene il futuro.

L’Italia farebbe ancor meglio se non fosse considerata la disuguaglianza di reddito che la fa retrocedere, mostrando che ha fatto più avanzamenti nel rapporto di genere che non nella disuguaglianza dei redditi (che cresce).

I Paesi che guadagnano più posizioni dal 1990 al 2023 sono però quasi tutti extra europei, forse perché partivano da condizioni più arretrate. La Libia è uno dei pochi a calare nonostante la prosperità crescente che aveva creato dagli anni ’70, in quanto è stata “bombardata” da Inghilterra e Francia per portare la “democrazia”, col consenso degli Usa (che coordinavano via Nato dall’Italia) e quello “sofferto” dell’Italia. Un esempio di quanto fosse finta l’egemonia “gentile” occidentale sul mondo.
Tra le peggiori performance ci sono gli Stati Uniti. La montagna di soldi fatta dopo il 2000 è andata a favore di una ristretta élite e quindi l’indice ISU non si muove, a conferma di quanto scritto in passato, che sono un Paese più in crisi di quello che il mainstream ci racconta da anni. Chi ha migliorato di più è la Cina che ha usato la globalizzazione per rafforzarsi ulteriormente.

Se si mettono a confronto il decennio 1990-2000 col ventennio della globalizzazione finanziaria (2000-2023), che è anche quello della nascita della UE, la performance dei paesi occidentali si dimezza rispetto al periodo 1990-2000.

Crescono invece tutti i Paesi Brics e i non allineati.
Tra i paesi UE la performance migliore è della Polonia (e paesi baltici) che hanno usufruito dell’enorme vantaggio di entrare nel 2004 con 100 milioni di lavoratori a basso costo in un mercato ricco e unico senza regole e dove il basso costo del lavoro è stato sfruttato dalle imprese (tedesche, europee e americane) per innalzare i profitti e deprimere i salari delle nazioni ad Ovest.

La stessa Germania più che dimezza la sua performance rispetto al decennio precedente, com’è anche per l’Italia.
La Russia ha invece un’ottima performance, dopo il decennio disastroso 1990-2000 in cui era diventata terra di predazione per il capitalismo americano, che è la ragione principale dell’enorme consenso a Putin.

La disuguaglianza interna ai vari Paesi tende a crescere ovunque, facendo abbassare notevolmente l’indice di sviluppo umano. Tutti gli esperti concordano infatti che una società diseguale sfavorisce i cittadini. I Paesi più disuguali perdono fino a un terzo del loro valore nell’indice ISU: SudAfrica -245 (su 721), Bangladesh -203, Brasile -192, Marocco -182, India -169, Nepal -164, Cina -127, Stati Uniti -106. I paesi UE, tra i meno disuguali, perdono meno: Slovacchia (-49) e Ungheria (-51 punti), meno di tutti risentendo ancora dell’esperienza comunista, nonostante siano passati 35 anni, come del resto la Polonia (-89).

L’indice di disuguaglianza (Gini index) attribuito da UNDP all’Italia è 34,8 (più alto è, più c’è disuguaglianza), ma rammento che l’ultima indagine della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie, più accurata delle precedenti, per individuare i reali redditi dei più ricchi e dei più poveri, alza l’indice di Gini da 34,8 a 41,1, come negli Stati Uniti che tanto critichiamo, ma che hanno una tassazione sulle eredità molto più progressista di quella italiana.

L’indice ISU mostra come i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica) stiano crescendo e vogliono trainare tutto il Sud globale. Paesi poco democratici e molto diseguali che migliorano anno dopo anno nei diritti sostanziali come occupazione, istruzione, sanità, salari. E’ probabile che si avviino verso forme più democratiche e meno ineguali sia nei redditi che nel rapporto uomo-donna, come del resto spesso accade quando salari ed occupazione si alzano e com’è avvenuto anche in Occidente. Dal 2009 i Brics si sono organizzati per diventare un’alternativa al dominio mondiale degli Stati Uniti.

Questo scontro geo politico (delle relazioni internazionali) è anche alla base di varie crisi in atto (Ucraina, Gaza, declino della UE, guerra commerciale dei dazi Usa, de-globalizzazione).

I Paesi UE balzano ai primi posti dello Sviluppo Umano ancor più se si considera la pressione ambientale che esercitano sulla Terra. Il modello sociale è infatti meno disuguale ma anche meno impattante di quelli americano e cinese. E’ questa una opportunità enorme per guidare gli altri Paesi, al di là delle critiche sul Green Deal perché il cambio climatico è reale ed è avvertito dai popoli ovunque.

E’ probabile (e ci auguriamo) che tra un anno sia risolta la guerra in Ucraina (e forse quella di Gaza), in quanto, al di là della vulgata che dice che la Russia è in grado di invadere la UE, la stessa Russia soffre di una guerra che si prolunga ed è un problema per un paese di soli 140 milioni di abitanti in declino demografico, con un territorio vastissimo che fatica a rimpiazzare i giovani russi al fronte (anche se meno di quanto avviene per gli ucraini, con soli 28 milioni di abitanti e dove l’ostilità al reclutamento è maggiore).

Nonostante l’apparente vittoria sui dazi di Trump, sta anche tramontando la vulgata dell’America potenza n.1, in quanto soffre di una grave crisi non solo economica (alto deficit commerciale, alto debito pubblico, esigua manifattura), ma sociale (altissima disuguaglianza, paese diviso, crescita di povertà, mancanza di welfare, declino della speranza di vita, caso unico al mondo). La guerra commerciale dei dazi scatenata da Trump non invertirà questo declino, anche perché i BRICS non hanno alcuna intenzione di “dargliela vinta”, come fa la povera UE, convinta che “essere unita nel bene e nel male finchè morte non ci divida” con gli USA, faccia bene.

Nella dissoluzione in corso del dominio USA (verso un multilateralismo), sarà la UE a pagare i prezzi maggiori, omettendo di svolgere la sua missione spirituale nel mondo: quella di “equilibrio” tra i due Golia (USA, Cina), con l’omissione di mettersi a capo di quell’amplissimo fronte di Paesi non allineati che vogliono vivere in pace senza padroni, convinti che per prosperare non ci sia bisogno di stare dalla parte di un impero (come fa la UE).

Ma è vero che si può prosperare senza far parte di una Super potenza in un mondo dove domina il potere (à la Trump o à la Putin o à la Xi Jinping)?g
Si e lo dimostrano proprio i dati sullo Sviluppo Umano.

I paesi che crescono di più da quando è iniziata (1992) la turbo-globalizzazione e l’idea di un dominio liberista del mondo da parte degli Usa con la sconfitta dell’URSS, non sono né i paesi UE, né gli Stati Uniti, ma i Paesi non allineati e i BRICS che vanno costruendo tra loro una rete commerciale alternativa che prima o poi sfocerà anche in un’alleanza militare e in una moneta di riserva mondiale alternativa al dollaro. Per questo c’è chi paventa un mondo meno libero e più ingiusto del Novecento e dei primi 25 anni del XXI secolo. Ne dubito, perché più cresce la prosperità (come sta avvenendo), meno i popoli sono interessati a farsi la guerra e più a cooperare.

Non stare sotto padrone

E un’indicazione anche per il declino UE e dell’Italia in particolare, di cui ha parlato anche Galli della Loggia su Il Corriere della Sera, avvilito per i tanti aspetti declinanti del nostro Paese[1]. Secondo lui sono dovuti alla Politica, alla mancanza di decisioni e alla burocrazia. Non c’è dubbio che i politici di oggi siano meno adeguati di quelli del dopoguerra, ma sono lo specchio (come diceva Gramsci) di una società che è cambiata in senso americano/liberista e “cinese” (tutti più massificati col digitale).

Ma non sarà che ciò che ci fa anche male è stare dentro questa UE e la cultura neo liberista in cui la ricchezza viene requisita da pochi? Venticinque anni di sperimentazione sono un tempo sufficiente per dire se l’esperimento UE ha funzionato e non sembra proprio. Bisogna sperimentare nuove vie finchè siamo in tempo.

Wolfgang Streeck del Max Planck Institute propone di rifondare la UE partendo da Stati sovrani che cooperino volontariamente tra loro su progetti comuni e che si aprano alla collaborazione anche di altri Paesi non UE non allineati ai Golia.
Il mondo è grande, ha 193 Stati Nazionali (erano solo 99 nel 1960). Nel mondo c’è un grande desiderio di non stare “sotto padrone” e lo dimostra il raddoppio di Stati sovrani alla ricerca di qualcuno che faccia da leader senza voler essere l’Imperatore di turno, ma solo l’allenatore, il coach, in una nuova organizzazione orizzontale e non verticale (come fanno le organizzazioni del futuro) che più che capi cercano allenatori.

Il futuro non sta in una società a piramide inscritta sull’One dollar o sugli accordi di potere tra Trump e Putin e domani Xi Jinping, ma su una crescente uguaglianza dei cittadini all’interno dei paesi e sulla cooperazione orizzontale tra Paesi. Il futuro è questo, il tempo del bullismo andrà a finire. Lo capiremo e ci sveglieremo come chi sbatte il muso contro il muro.
Già oggi alcuni Paesi europei sarebbero naturali candidati a guidare tale processo “orizzontale” dopo guerre su guerre, ma le loro élite (non la maggioranza degli elettori) credono ancora che “stare sotto padrone” sia più comodo che “mettersi in proprio”, perché implica intrapresa e coraggio, come fece l’Italia (ed altri) nel dopoguerra nei famosi “trent’anni gloriosi”.

[1] Forte aumento del debito pubblico (da anni), evasione fiscale altissima, scarsità perenne di investimenti, drammatico restringimento della manifattura, salari fermi da anni e perdita continua di potere d’acquisto, nascita di sempre nuove rendite, qualità sempre più declinante dei servizi pubblici essenziali (ferrovie, strade, ospedali, scuole), diseguaglianze sociali e territoriali crescenti, denatalità più alta d’Europa, emigrazione crescente di cittadini giovani e istruiti, da anni dati scoraggianti sul rendimento scolastico, sempre più poveri, periferie tra le più brutte in Europa e adesso anche il rischio di centri urbani di maggior prestigio sommersi dalla marea devastatrice dei turisti…mentre negli anni ’60 l’Italia cresceva, produceva aveva fabbriche e pullulava di imprenditori. Un paese che sprizzava di intelligenza e desiderio di pensare e fare cose nuove.

Cover: particolare del report 2025 UNDP sullo Sviluppo Umano nel mondo.

Per leggere gli articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Gaza: le ferite invisibili della guerra

Gaza : le ferite invisibili della guerra

Quando è in gioco la sopravvivenza fisica non ci si può soffermare troppo sul dolore psicologico. Siamo fatti così.

Si piange di fronte alla morte del proprio bambino, di un familiare, di un vicino, ma si deve andare avanti. Quando la fame, la sete, le ferite del corpo chiedono urgenza non c’è tempo per interrogarsi sull’anima. Si deve vivere.

Ma, dopo, quando la tragedia vissuta sembra superata, quando ci sentiamo in salvo, proprio allora la mente ha il tempo di ripercorrere e capire ciò che si è vissuto.
Ogni trauma lascia un segno: ferite che si possono rimarginare e lasciano cicatrici, ferite che rimangono aperte, ferite che non si vogliono vedere ma che, quando il controllo vigile si allenta, ripropongono la paura.

Il trauma della guerra è sempre esistito anche quando non aveva nome. I reduci delle guerre, dopo che si erano contati i morti e i feriti e si tentava di ricostruire il tessuto civile, sono stati i soggetti, loro malgrado, delle pionieristiche ricerche scientifiche, neurologiche e psichiatriche che cercavano di capire perchè e quali segni rimanevano inchiodati nella psiche.

Durante e dopo la prima guerra mondiale migliaia di soldati riportarono gravi disturbi mentali, ma non fu subito evidente che la causa fosse aver partecipato alla guerra, perché non si pensava potesse essere un fattore scatenante una psicopatologia. Si coniò allora la definizione hell shock (espressione inglese traducibile in italiano come “shock da granate“). La cura per “gli scemi di guerra”: il manicomio.

Poi lo strazio immane della seconda guerra mondiale. Questa volta la condizione dei soldati fu chiamata collasso psichiatrico“, “stanchezza da combattimento” o “nevrosi da guerra”. L‘olocausto, la bomba atomica ci hanno fatto capire che il trauma è anche un trauma collettivo: segna profondamente la memoria storica e culturale e influenza la politica, la società e la cultura. Abbiamo anche capito che il trauma è transgenerazionale: gli effetti possono essere trasmessi anche alle generazioni successive, attraverso meccanismi epigenetici e dinamiche familiari, influenzando la loro identità, i loro comportamenti e le loro capacità di affrontare le sfide della vita

Forse il trauma da guerra più studiato o più famoso, perchè ha originato proteste in tutto il mondo ed è raccontato nelle canzoni e nel cinema è stato il problema sociale americano dei reduci del Vietnam. Molti veterani del Vietnam tornati a casa da anni, ancora erano afflitti da torpore emotivo, instabilità, flashback e rabbia.

Nel 1972 lo psichiatra Chaim Shatan coniò il termine “Sindrome post-Vietnam”.

Nel mondo le guerre non si contano più, continuano più o meno conosciute e il trauma si ripete e si amplifica.

Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS)

Oggi si parla di Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS), nel 1980 la definizione divenne una diagnosi formale nella terza edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Dodici anni dopo, è stata adottata anche nella Classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La DPTS è una complessa sintomatologia che, generalmente, emerge mesi dopo i fatti che ne sono la causa e tende a ripresentarsi o intensificarsi nel tempo, diventando una costante nella vita di chi ne soffre. Si tratta di segnali fisici, psicologici e mentali che interferiscono pesantemente con la sfera privata e sociale, portando spesso allo sviluppo di altri disturbi psichiatrici concomitanti, ansia, depressione, isolamento, fobie – le più varie -, disturbi del sonno e della concentrazione, abuso di farmaci, cibo, alcol o altre sostanze.

In maniera molto generica perchè si parli di DPTS, occorre l’esposizione a un evento traumatico che minaccia la vita o l’integrità fisica di una persona, sé stessi o altri, ed una reazione di paura intensa, impotenza o orrore. Questa reazione emotiva, assolutamente comprensibile nell’accadere dell’evento, si sviluppa come disturbo psichiatrico in seguito. Post, appunto, e gli effetti non è detto che si vedano a breve distanza, ma possono rimanere latenti nella mente risvegliandosi, alle volte improvvisamente, senza segnali premonitori.

Chi ne soffre vive in balia di ricordi intrusivi dell’evento traumatico, flashback, incubi. Manifesta involontariamente risposte reattive psicologiche a stimoli che ricordano il trauma, è in preda ad una apparente inspiegabile irritabilità, ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, problemi del sonno, risposte esagerate alla sorpresa.

Ci si difende evitando costantemente stimoli associati al trauma, come luoghi, persone o situazioni ma il prezzo è una vita condizionata e comunque incerta perchè non si può avere il controllo su ogni cosa.

Dopo l’evento traumatico della guerra si determinano inoltre alterazioni del pensiero, come convinzioni negative su sé stessi o sul mondo, e dell’umore come distacco emotivo, anedonia, depressione.

Se elenchiamo le cause che possono portare alla sindrome da stress post-traumatico ci accorgiamo che sono tante ma sono sempre eventi che causano uno shock profondo. Oltre fatti tragici che coinvolgono tante persone, oltre le guerre e i genocidi di cui stiamo parlando, ci sono le catastrofi naturali, grossi incidenti automobilistici, navali, aerei, incendi eccetera. Spesso, però, il trauma nasce da drammi isolati, individuali, vissuti in prima persona o ai quali si è solo assistito violenze, come pestaggi e aggressioni, stupri, tentati imicidi, rapine; oppure traumi fisici gravi, inclusi parti drammatici o malattie importanti.

Se il DPTS può colpire ogni persona esposta ad un evento traumatico pensiamo agli effetti imponderabili e devastanti quando il trauma lo vive un bambino, quando predomina l’innocenza, la dipendenza e l’inesperienza della vita, quando non si sono elaborati strumenti per capire uno scenario di guerra, quando le difese psichiche sono le più primitive.

I bambini di Gaza

Pensiamo, oggi, ai bambini di Gaza, ma il discorso sarebbe equivalente e angosciante riferito a tutti i bambini che hanno vissuto o vivono la guerra.

Lo scenario di Gaza mette insieme tutte le tragiche eventualità elencate precedentemente come singole cause e ciò senza soluzione di continuità. A Gaza i bambini vivono quotidianamente tutti i drammi possibili, crescono, se non muoiono, avendo intorno costantemente questo drammatico contesto. Sono vittime e testimoni. Si aggiunge adesso la fame, la sete.

Per molti bambini e bambine sono venuti meno quei fattori protettivi che aiutano a superare il trauma perchè i traumi sono ripetuti, perchè le campagne militari e le azioni di guerra sono ininterrotte; perchè viene meno il sostegno familiare e il supporto sociale. Bambini e adolescenti sono fatti a pezzi oltre che dalle bombe e dai droni, da lutti, malattie, perdita della casa, del gioco, del diritto allo studio, della salute, della necessità di crescere in uno spazio protetto.

Si può capire come lo stress generato dalla paura che si è provata in un dato momento (l’esplosione di una bomba, la minaccia di un soldato armato) è terrore vero e proprio, paralisi o impotenza. Effetti che purtroppo non possono essere superati solo con l’esaurirsi del trauma. Questo, infatti, permane nascosto o mimetizzato nella psiche e si svela dopo un po’ di tempo. Se non riconosciuto e affrontato si radica, si cronicizza e diventa disabilità, disadattamento o una vera malattia psichiatrica.

Tutti i sopravvissuti a qualsiasi trauma, la Shoà, per prima lo insegna, non sono più quelli di prima.

Le voci dei bambini (Fonte Unicef,)

Ghazal, 14 anni proviene da Khuza’ah, nella città orientale di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. È stata costretta ad abbandonare la sua casa con il resto della famiglia il giorno dopo essere stati bombardati. Non è la prima volta che accade: nel 2014 Ghazal è stata costretta a lasciare casa e a vivere da sfollata per 2 anni.

Non sopporto più di vivere così, non posso vivere rifugiandomi in una scuola, non posso accettare che questo diventi normale per noi” ha detto. Non voglio che nessuno mi chieda della mia infanzia, io non ho avuto un’infanzia, vivo nel terrore”.

Karim, 15 anni. Nel cuore della devastazione di Tal al-Hawa, a Gaza, Karim osserva il suo quartiere distrutto, tenendo in braccio il suo gatto.
Non lascerei mai Karaz tra le macerie. Lei è l’unica amica che mi sia rimasta, mi prenderò cura di lei” dice. Anche lui fa parte delle centinaia di migliaia di persone sfollate all’interno della Striscia.

Wafaa Jundiah, di Gaza, trasporta boccioni di plastica vuoti per riempirli di acqua potabile per la giornata. Ho perso la mia casa e i miei due fratelli. Vorrei tornare a casa nostra, anche se le possibilità che torneremo indietro sono poche. Non saremo mai più interi, tutti stanno perdendo i propri cari”.

Salwa Elyan, 8 anni, abbraccia delle bottiglie vuote Da grande vorrei fare l’infermiera. Spero che la guerra finisca subito. Amo tutti i bambini, non voglio che muoiano come noi.

Le testimonianze di alcune delle donne e madri

Da Save the children: testimonianze di alcune delle donne, madri che sono parte dello staff e si trovano a Gaza con le loro famiglie.

Samar è madre di tre bambini, tutti hanno meno di sette anni e il più piccolo ne ha solo due.

“Mentre scrivo questo messaggio, mio figlio sta dormendo sulle mie ginocchia, non riesco a lasciarlo solo perché è sempre spaventato. Il mio cuore va a coloro che hanno perso i loro cari e le loro case… Anche noi stiamo aspettando il nostro turno. Viviamo nella costante paura dell’ignoto e le nostre condizioni di vita sono molto difficili (…) Non abbiamo accesso all’acqua potabile e il cibo scarseggia. Non sappiamo nemmeno come faremo a provvedere ai bisogni dei nostri figli. La situazione peggiora di giorno in giorno, perché siamo costretti a comprare la farina a un prezzo quattro volte superiore a quello normale e diventa sempre più difficile trovarla. Abbiamo perso le nostre case e tutti i nostri beni; non sappiamo dove andare. Mi spezza il cuore vedere i bambini affamati e mi sento impotente sapendo di non poter provvedere ai loro bisogni. Lavarsi è diventato un lusso e so che i miei colleghi sfollati nei rifugi pubblici soffrono ancora di più”.

Raida è madre di tre figli, tutti hanno meno di 16 anni, il più piccolo ne ha nove:

Oggi mia figlia mi ha chiesto delle persone che partono attraverso il valico di Rafah. Le ho spiegato che hanno la cittadinanza di altri Paesi. È corsa a prendere il suo salvadanaio, che conteneva 50 shekel (12 dollari), e mi ha pregato di comprarle una cittadinanza. La situazione è molto difficile. Sono esausta”. 

Razan, è nonna di 2 bambini con meno di sei anni. Lavora nel nostro team e ha viaggiato fuori Gaza prima del 7 ottobre e non può tornare dalla sua famiglia:

“Parlo con mia figlia e mi dice che i suoi figli non riescono più a sopportarlo. Urlano in continuazione. Che Dio dia a tutti la pazienza. La situazione è davvero insopportabile. I bambini si esprimono urlando. Anche mia figlia ha paura, vuole che i suoi figli restino accanto a lei. Ha paura che ci sia un attacco aereo mentre loro sono lontani da lei. Ma le ho detto di non limitarli e di cercare di stare sempre con loro. Le ho detto di abbracciali, di parlare e giocare con loro. E se Dio vuole, questa situazione finirà bene”.

La gravità e la durata del trauma, così come la vulnerabilità individuale, possono influenzare lo sviluppo del disturbo. Pensiamo allora all’intera storia del popolo palestinese, dobbiamo partire da molto, molto lontano e arriviamo a questi due ultimi anni di guerra a Gaza, pensiamo alla fragilità dei bambini in età evolutiva che per uno sviluppo sano avrebbero bisogno di una base sicura, circondati da adulti che offrono uno spazio certo, affidabile ma che, invece, a loro volta sono traumatizzati, insicuri e vulnerabili, o non ci sono perchè morti.

Pensiamo alla impossibilità di un bambino di immaginare che non ci sono risposte ai suoi bisogni, che esista la fame, la sete, l’abbandono, non ci sia una casa, che il suo corpo possa essere martoriato.

Vogliamo che questi bambini sopravvivano ma, pur fiduciosi della forza della resilienza che rende capaci di affrontare l’imponderato, cosa ne sarà delle ferite, non solo quelle che il corpo richiama: mutilazioni, disabilità permanenti, la fame, la sete, il dolore, ma le lacerazioni di una crescita senza la protezione dei genitori, della casa, la perdità incolmabile di sentirsi non umani, reietti, rifiuti.

Non si può perdere tempo

Per loro dobbiamo pensare a interventi urgenti adesso, durante e dopo la guerra, per aiutarli a tollerare, integrare, elaborare il loro dolore invisibile. Per recuperare quello che resta della loro infanzia, del loro diritto di giocare, essere amati, avere fiducia nel mondo e nella possibilità di un futuro.

Non si può perdere tempo, perchè, come abbiamo detto, il trauma sperimentato nell’adesso, dopo verrà incapsulato nel profondo della mente, esso, più o meno latente, potrà essere risvegliato e avere un impatto significativo sulla vita futura di adulti. Persone intrappolate dalle conseguenze negative sulla salute mentale e fisica, minate nelle relazioni interpersonali e il senso di sé.

Perdendo anche solo una labile parvenza di routine che per i bambini è contenimento, stabilità e smarrendo anche il valore della propria identità, potrebbe generarsi ulteriore stress e turbamento.  

Conosciamo dalla letteratura più recente sull’infanzia abusata come nasca nei bambini una visione distorta del mondo. Ciò può portare a credersi responsabili per l’evento traumatico, alimentando sintomi depressivi come colpa, vergogna, bassa autostima e persino idee suicide, ma anche disregolazone emotiva, problemi cognitivi, sentimenti e comportamenti di rabbia.

Lo sviluppo nell’età evolutiva è un processo dinamico e complesso che coinvolge diverse aree di crescita. È un processo influenzato da fattori biologici, ambientali e relazionali.

Un bambino palestinese già nella fase prenatale incontra molti problemi. Le madri malnutrite, impaurite, che non hanno accesso agli ospedali avranno figli partoriti prematuramente, sotto peso, maggiormente vulnerabili anche nello sviluppo fisico, cognitivo ed emotivo. Queste madri senza cibo, non potranno nutrire i loro neonati al seno, aspetto che non è solo legato all’allattamento in sè ma alla compromissione dello stabilirsi della prima fondamentale esperienza relazionale di fiducia e senso di sicurezza.

Anche successivamente alla nascita, la crescita fisica, affettiva, relazionale sarà dominata dalle condizioni ambientali in cui stanno crescendo.

Lo sviluppo emotivo e relazionale in un contesto inadeguato può alterare la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, stabilire relazioni significative con gli altri e comprendere i sentimenti altrui. Limita lo sviluppo delle competenze sociali, le interazioni con i pari e dal momento che la scuola e la comunità in generale hanno un impatto sullo sviluppo del bambino, pensiamo agli effetti nefasti quando queste realtà sono state brutalmente interrotte, compromesse, distrutte. 

Non vogliamo tralasciare l’importanza dei fattori individuali ma, quanto il temperamento, le predisposizioni genetiche saranno influenzate, modificate dalle esperienze individuali in un contesto di guerra, povertà, disintegrazione?

Giotto, La strage degli innocenti, cappella degli Scrovegni

I risutati di uno studio Needs Study: Impact of War in Gaza on Children with Vulnerabilities and Families, condotto dalla Community Training Centre for Crisis Management (CTCCM) di Gaza non lascia dubbi:

il 79% dei bambini di Gaza soffre di incubi

l’87% di loro ha una forte paura;

il 38% riferisce di aver fatto la pipì a letto

il 49% dei genitori assistiti ha dichiarato che le loro figlie/i loro figli credevano che sarebbero morte/i in guerra;

il 96% dei bambini di Gaza ha sentito che la morte era imminente.

In parole povere, ogni singolo bambino di Gaza sente che sta per morire.

https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fpoterealpopolo.org%2Fpalestina-gaza-2025%2F&psig=AOvVaw0-EMZqBFVtJJqBJrWMgQB9&ust=1755427703188000&source=images&cd=vfe&opi=89978449&ved=0CAMQjB1qFwoTCLjcytOUj48DFQAAAAAdAAAAABAT

Per tutto questo, diventa fondamentale monitorare lo sviluppo dei bambini allo scopo di individuare precocemente eventuali difficoltà, regressioni a fasi di sviluppo precedenti o ritardi evolutivi. Un intervento tempestivo può fare la differenza nel garantire la salvaguardia o la ripresa di un sano sviluppo. Per fare ciò occorre creare spazi in cui i bambini non siano lasciati a se stessi ma possano riprendere almeno una parvenza di vita normale. Diventa urgente l’aiuto immediato ma anche duraturo nel tempo per creare un senso di comunità dove ci sia la possibilità di essere al riparo per salvarsi la vita, di giocare, di esprimersi.

Sono già in azione molte ONG che si occupano dell’infanzia e degli adolescenti, (quelle più conosciute Unicef, Save the children) ma anche tutte le altre hanno sempre un’attenzione particolare verso i piccoli non solo per gli aspetti strettamente sanitari.

In sostegno all’infanzia di Gaza, in prima linea c’è anche *Solidarietà/Al-Najdah*

Logo dell’associazione Al-Najdah

Al-Najdah è un’associazione di donne di sinistra. È finanziata dalle associazioni di palestinesi e arabi della diaspora in giro per il mondo.
Opera nel campo dell’educazione, della difesa dei diritti delle donne, la protezione dell’infanzia, con corsi scolastici e un giardino di infanzia per accudire gli or
fani. Un impegno dal basso, senza condizionamenti e con una forte autonomia. Malgrado tutti i danni subiti, l’associazione ha mantenuto i suoi programmi adattandoli alle nuove situazioni, secondo le potenzialità e disponibilità, partendo dalla realtà della guerra entro la quale i bisogni sono aumentati a causa del genocidio in corso.

Tra le iniziative realizzate vi è la distribuzione dell’acqua potabile tramite un autobotte regalata da un’associazione di sostegno di palestinesi negli USA.Un altro servizio è la fornitura di pasti caldi alle famiglie di sfollati. Recentemente sono state ricostruite le sedi e la strutture operative in tende e capannoni di listelli di legno e plastica. Ma oltre la salvezza del corpo si lavora anche per la salvaguardia della salute mentale. Le Sedi e le strutture stanno lavorando per corsi, laboratori, lezioni, spazi di produzione di manufatti di cucitura e ricami e soprattutto sale gioco per bambini. Attività che occupano centinaia di volontari.

L’ associazione ha dato il via anche ad un progetto di adozione a distanza di bambini e bambine di Gaza.

La campagna Al-Najdah si chiama “Ore Felici per i Bambini di Gaza” tutte le informazioni al link https://www.anbamed.it/2025/03/03/al-najdah-soccorso-sociale-malgrado-le-ferite-in-sostegno-dellinfanzia-a-gaza/

Per essere realisti bisogna riflettere e agire affinché non sia negato il diritto all’infanzia, alla socializzazione, al gioco e all’educazione, non sia danneggiato lo sviluppo e, nel lungo periodo, non sia compromesso il futuro stesso di bambini e adolescenti e quello delle società in cui vivranno, sia in tempi di pace che di guerra”
[
Maurizio Bonati, Il cronico trauma della guerra, Il Pensiero scientifco editore, 2024]

girotondo dei bimbi palestinesi

In copertina: Trauma-e-ptsd-corso-psicologia-gratuito-istituto-beck

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole a capo
Marzia Venturelli: Tre poesie da “Labirinti d’inchiostro”

Il poeta, per quanto profondamente si addentri nell’astratto, resta poeta nel suo profondo, cioè amante e folle. Quando il sentimento arriverà al suo apice, aprirà il cuore e non l’intelletto, e impugnerà la spada e non la penna, e si precipiterà alla finestra e getterà via tutti i rotoli dei versi e dei pensieri e fonderà la vita sull’amore e non sull’idea.
(Alexandr Alexandrovič Blok)

 

Casa

Come vorrei
amore Mio
che d’incanto
il mondo si girasse
e dove vivi tu
ci vivessi io
e dove tu ti perdi
mi trovassi io
e quando chiami
risponderti:
sono qui.
Amico mio

 

*

 

Notti di sogni
viaggi infiniti
confuse memorie
desideri vividi
tangibili effetti.
Ti chiamo
e tu rispondi
“sono qui”.
La mano sinistra
nella mia
un’altra storia
un’altra vita
un altro mondo.

 

*

 

E se dovessi non riconoscermi più
così
d’un tratto.
Potrei pensare di essere un’altra
o altro
potrei credermi una nuvola in cielo
un’alga in mare
un fiore viola cresciuto tra l’asfalto
e non riuscire a raccontarlo.
E se dovessi poi non riuscire a spiegarlo
e se a nessuno poi importasse
e se fosse

Labirinti d'inchiostro (e parole in volo)

che così
credendomi altro
restassi immobile per l’eternità
in un corpo non mio
con una voce in prestito.
Se fosse
qualcuno quaggiù mi riconoscerebbe?

 

Foto di Sosh da Pixabay

 

MARZIA VENTURELLI nasce a Modena nel 1968 e inizia a scrivere ai tempi del liceo, ricercando nella scrittura un modo più completo per comunicare stati d’animo ed emozioni. Si laurea in Economia e Commercio e trascorre anni a rincorrere il “mestiere Ideale”, quello che tanto per intenderci non Imbruttisce. Nel 2013 si trasferisce per un lungo periodo in Grecia, dove il lento spiegarsi della vita e dei compiti le restituiscono una visione più ampia e completa della percezione di sé stessa come essere vivente, lontano dalla schiavitù dei ruoli cittadini e dalla necessità di lavorare per vivere. Autrice di Senza Tempo – Poesie del silenzio e dell’anima (2022), ottiene la sua prima menzione d’onore nel 2023 al Premio Nazionale di Poesia L’Arte in Versi dell’Associazione Euterpe di Jesi. Nel 2024 viene premiata al Festival Poesia Trasimeno e nel 2025 al concorso letterario Il Mattone Rosso – Marsciano Book Festival. Ha collaborato alla traduzione di testi poetici per un volume antologico dedicato ai temi del viaggio e della migrazione. Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nell’Agenda Poetica 2025 e nell’antologia Inno al Silenzio 2025, a cura di Bruno Mohrovich per Bertoni Editore.

Marzia scrive di sé: “In labirinti d’inchiostro affino una passione che mi ha permesso di sopravvivere ancorandomi alla poesia anche quando andava tutto male. È suddiviso in tre sezioni che rappresentano tre punti cruciali di crescita introspettiva e sana follia di adattamento a questa vita che corre troppo veloce. Questo libro è il riflesso della mia anima inquieta e sensibile, ed ogni verso nasce dall’esigenza di non lasciare che il tempo cancelli le tracce di un sentimento, di un attimo vissuto intensamente. Uno dei temi ricorrenti in questa raccolta è il senso di appartenenza a un altrove indefinito, la tensione continua tra il desiderio di radicarsi e il bisogno di perdersi, tra la voglia di trovare un senso e l’accettazione dell’irrazionalità della vita. È un viaggio interiore che si nutre di malinconia e di attese, di silenzi e di improvvisi bagliori di luce. Ogni poesia è un piccolo mondo da esplorare, un frammento di vita in cui immergersi, una confessione sussurrata che attende solo di essere ascoltata. La poesia, in fondo, è anche questo: un dialogo senza tempo tra chi scrive e chi legge, un filo invisibile che ci lega e ci rende parte di qualcosa di più sconfinato, di più vero, di più umano.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 299° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Cisgiordania: attacchi di coloni ed esercito israeliani documentati dai reporter della BBC

Cisgiordania: attacchi di coloni ed esercito israeliani documentati dai reporter della BBC

Un 18enne ucciso dai soldati dell’IDF dopo che i coloni hanno invaso un uliveto e appiccato roghi nei terreni coltivati dai palestinesi.

Questi sono i fatti documentati in un filmato, una serie di fotografie e la cronaca che una troupe della BBC ha inviato da Turmus Ayya, la cittadina in Cisgiordania (governatorato di Ramallah e al-Bireh) dove nel 2014 alla marcia di protesta contro l’occupazione israeliana è morto, soffocato da gas lacrimogeni e colpi delle granate stordenti, l’esponente dell’OLP e dell’Autorità Nazionale Palestinese Ziad Abu Ein.

Da due anni il centro urbano e il suo territorio rurale sono al centro dell’attenzione: scontri violenti nei primi mesi del 2023, quindi già prima del 7 ottobre di quell’anno, e successivamente, nel 2024 e nel 2025, hanno provocato numerose vittime, soprattutto tra palestinesi e anche tra gli israeliani.

Il 18 agosto scorso la troupe della BBC ha documentato l’attacco dei coloni israeliani avvenuto proprio mentre i reporter intervistavano Brahim Hamaiel nell’uliveto che lui coltiva e, prima di lui, coltivato dai suoi genitori e antenati.

Nel proprio reportageLucy Williamson e Morgan Gisholt Minard spiegano che, come molti altri in Cisgiordania * , il suo uliveto è bersagliato dai “coloni estremisti” convinti che “uccidere gli alberi e il bestiame palestinesi ucciderà anche l’idea di uno Stato palestinese, costringendo residenti come Brahim ad abbandonare la propria terra”.

Mentre l’agricoltore palestinese stava mostrando loro le piante a cui, nella settimana precedente, i coloni israeliani insediati in un avamposto illegale adiacente al suo terreno avevano spezzato i rami, sono sopraggiunti una dozzina di uomini con il volto coperto e che brandivano dei bastoni.

reporter inglesi riferiscono:

« Mentre gli uomini mascherati corrono verso di noi, torniamo sulla strada e ci allontaniamo a una distanza di sicurezza.

« Nel giro di pochi minuti, alcuni vicini di Brahim provenienti dalle fattorie e dai villaggi circostanti si radunano con catapulte e pietre per affrontare gli aggressori.

« La vegetazione ai lati della strada viene incendiata e il fumo segnala il luogo dello scontro, mentre i coloni su un quad mettono in fuga una squadra di soccorso che cerca di raggiungere una fattoria in mezzo al campo.

« Questa qui è la routine: i palestinesi che vivono in questi villaggi ci hanno spiegato che attacchi alle loro terre avvengono ogni settimana, sono la tattica usata dai coloni per impossessarsi dei loro terreni, campo per campo.

« La velocità e l’estensione dell’attacco a cui abbiamo assistito sono sbalorditive.

« In poco meno di un’ora decine di coloni si sono sparpagliati sulle colline e li abbiamo visti irrompere in un edificio isolato e dar fuoco a veicoli e case.

« Mentre il pendio alle loro spalle si incendiava e da più punti si levava fumo, i pastori sulla cresta più lontana hanno portato via di corsa le greggi.

« Intanto, i palestinesi che arrivavano da tutta la zona per aiutare i propri vicini hanno trovato la strada bloccata dall’esercito israeliano.

« Nel frattempo l’attacco continuava. 

« Venivamo informati che un palestinese era stato picchiato dai coloni e poi i militari ci hanno riferito che da entrambe le parti erano state lanciate pietre, che i palestinesi avevano bruciato dei pneumatici e che quattro civili israeliani avevano ricevuto cure mediche.

« Al posto di blocco abbiamo incontrato Rifa Said Hamail, il cui marito era intrappolato nella loro fattoria attigua all’uliveto di Brahim e da ore circondata dai coloni.

« L’esercito non la lasciava passare e in seguito abbiamo appreso che i coloni avevano incendiato parte della proprietà e che il marito di Rifa era stato colpito con delle pietre e aveva riportato tagli al viso e alla gamba.

« Per tutto il tempo non siamo riusciti a parlare con nessuno dei coloni coinvolti nell’attacco a cui avevamo assistito.

« Invece uno dei volontari delle ambulanze intervenuti ci ha riferito che l’esercito israeliano aveva impedito loro di raggiungere il luogo in cui erano avvenuti gli scontri: “Stavamo andando per cercare di soccorrere dei giovani quando è arrivato l’esercito, che ci ha suonato il clacson e ci ha detto di andarcene. Siamo volontari protetti da giubbotti antiproiettile. Non siamo qui per attaccare o fare del male ai coloni. Vogliamo spegnere gli incendi e curare i feriti. Ma loro [i militari] ci fermano e ci ostacolano”.

« Poco dopo abbiamo appreso che il 18enne Hamdan Abu-Elaya era stato ucciso dai colpi sparati dalle truppe israeliane nel villaggio di al-Mughayyir, a poche miglia dal terreno di Brahim.

« Sua madre ci ha spiegato che era andato a vedere i fuochi accesi dai coloni lì vicino. 

« Abbiamo chiesto ai militari israeliani cosa fosse successo e loro ci hanno riferito che i “terroristi” avevano lanciato pietre e molotov contro le truppe e i soldati avevano “risposto con il fuoco per allontanare la minaccia”.

« La settimana scorsa il ministro delle finanze israeliano ed esponente dell’estrema destra Bezalel Smotrich aveva riaffermato l’intenzione di “seppellire l’idea di uno Stato palestinese” annunciando la costruzione di migliaia di nuove unità abitative in un’area di insediamenti della Cisgiordania meridionale. 

« Le Nazioni Unite riferiscono che da gennaio a giugno di quest’anno in Cisgiordania 149 palestinesi sono stati uccisi da coloni o soldati israeliani e 9 israeliani negli scontri con palestinesi. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari ha rilevato che tra il 5 e l’11 agosto  sono avvenuti almeno 27 attacchi di coloni israeliani contro i palestinesi, 18 famiglie sono state allontanate dalle loro abitazioni e vittime e danni alle proprietà o entrambi sono stati accertati in una 20ina di comunità».

Il video, le foto e la cronaca dei fatti accaduti il 18 agosto 2025 nei dintorni di Turmus Ayya sono pubblicati nella pagina online sul sito della BBC  intitolata BBC witnesses Israeli settlers’ attack on Palestinian farm in West Bank.

* Invasioni ed espropriazioni dei pascoli e dei terreni agricoli, in particolare degli uliveti, coltivati dai palestinesi in Cisgiordania recentemente sono state denunciate anche dai parroci di Taybeh.

In copertina: Foto di Wikipedia © American1254 : panoramica di Turmus Ayya, in Cisgiordania.

Le voci da dentro /
Il carcere, una emergenza ignorata

Le voci da dentro. Il carcere, una emergenza ignorata

Il rapporto di metà anno di Antigone

 Antigone è un’associazione indipendente che dal 1991, con azioni concrete e campagne culturali, si occupa di garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario, promuovendo una pena che sia in linea con il dettato della Costituzione.

La sua missione è assicurare che le carceri siano luoghi nei quali vi sia il massimo rispetto per la dignità umana, promuovendo la trasparenza, l’umanità e l’equità nel trattamento dei detenuti. Si adoperano per sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni e i professionisti del settore sull’importanza di un sistema penale orientato al reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali e internazionali. Attraverso attività di monitoraggio, ricerca, advocacy e formazione, lavora per costruire una società più giusta, dove i diritti fondamentali siano garantiti a tutti, anche a chi si trova privato della libertà personale.

Ogni anno Antigone pubblica un rapporto sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Di seguito pubblichiamo il rapporto di metà anno.

(Mauro Presini)

Aumentano le persone detenute, peggiorano le condizioni di vita, si moltiplicano le proteste, i suicidi e le segnalazioni di trattamenti inumani.

È questa la fotografia impietosa che offre L’emergenza è adesso, il rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, frutto di 86 visite negli istituti penitenziari italiani effettuate negli ultimi 12 mesi dal nostro Osservatorio.

Al 30 giugno 2025 le persone detenute erano 62.728, in aumento di 1.248 unità rispetto all’anno precedente. A fronte di una capienza regolamentare di 51.276 posti, e con oltre 4.500 letti indisponibili, il tasso di affollamento reale si attesta al 134,3%. In ben 62 istituti il sovraffollamento supera il 150%, e in 8 casi addirittura il 190% – come a San Vittore, Foggia, Lodi e Roma Regina Coeli. Nel 35,3% degli istituti visitati c’erano celle in cui non erano garantiti 3mq a testa di spazio calpestabile.

Mentre il Governo annuncia piani irrealistici e promesse che si ripetono da vent’anni, i numeri smascherano l’assenza di strategie efficaci. Il tanto decantato piano di edilizia penitenziaria prevede 7.000 nuovi posti entro fine anno, ma nell’ultimo anno ne sono stati realizzati appena 42.

Di contro, i posti effettivi disponibili sono diminuiti di 394.

Nel frattempo, la custodia chiusa riguarda oltre il 60% delle persone detenute, costrette a rimanere per ore in celle sovraffollate e bollenti. In piena estate, senza ventilazione adeguata e con accessi limitati all’acqua, la vita quotidiana in carcere è disumana. Le celle raggiungono i 37 gradi, con ventilatori acquistabili solo a pagamento e a numero limitato.

Gravissima anche la situazione nelle carceri minorili, dove si dorme su materassi a terra, mancano le ore d’aria, e l’utilizzo di psicofarmaci è in allarmante crescita. Dopo l’entrata in vigore del Decreto Caivano, gli Istituti Penali per Minorenni hanno visto un aumento del 50% della popolazione detenuta in meno di tre anni. Oggi più del 60% dei ragazzi presenti è ancora in attesa di giudizio. Sono 91 i minorenni trasferiti in istituti per adulti solo nella prima metà del 2025.

Tra i provvedimenti più recenti, il Governo ha approvato un disegno di legge che prevede la detenzione domiciliare in comunità terapeutica per le persone tossico o alcol-dipendenti con pena residua fino a 8 anni. Ma dietro l’apparente apertura si cela un’impostazione sbagliata: la nuova misura sostituisce l’affidamento in prova – già previsto per pene fino a 6 anni – con una forma comunque detentiva.

In pratica, si sacrifica uno strumento più aperto e rieducativo in favore di un altro più restrittivo, escludendo tra l’altro le persone recidive con una pena superiore ai due anni, che rappresentano proprio la parte più fragile e bisognosa di supporto, in un sistema penitenziario dove il 62% dei detenuti è già stato almeno una volta in carcere. Una vera soluzione al problema può venire solo dalla depenalizzazione del consumo di sostanze, e da un rafforzamento delle misure comunitarie e socio-sanitarie.

La condizione sanitaria non è migliore. Il 14,2% delle persone detenute ha una diagnosi psichiatrica grave, e il 21,7% assume stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Ma in 29 istituti il medico non è presente di notte. Manca personale, e anche se i concorsi sono stati banditi, il sovraffollamento rende ogni sforzo insufficiente.

Il disagio si manifesta con numeri allarmanti: 22,3 atti di autolesionismo e 3,2 tentati suicidi ogni 100 detenuti. I suicidi registrati da inizio anno sono 45, un dato altissimo, secondo solo al 2024, l’anno peggiore di sempre. I soggetti più fragili – giovani, persone con disagio psichico, senza fissa dimora – pagano il prezzo più alto.

A fronte di tutto ciò, le misure alternative esistono, ma non vengono applicate abbastanza. Al 30 giugno erano 23.970 le persone con una pena residua sotto i 3 anni: potenzialmente idonee a scontare la pena fuori dal carcere, ma in larga parte dimenticate. Nel frattempo, più di 100.000 persone stanno scontando pene in esecuzione esterna, ma il dato non basta a frenare l’aumento in carcere.

“Antigone denuncia da anni come la detenzione debba essere extrema ratio, non una scorciatoia repressiva. L’attuale Governo, invece, risponde all’emergenza con l’inasprimento delle pene, l’introduzione di nuovi reati, l’illusione di soluzioni edilizie e l’inascolto delle proteste. Il risultato è un sistema penitenziario fuori controllo, che non solo viola i diritti fondamentali, ma tradisce ogni finalità costituzionale della pena, mettendo a dura prova la vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari” dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

Serve una riforma radicale del sistema penitenziario. Antigone aveva già presentato nel 2022 una proposta per un nuovo regolamento, con interventi concreti per migliorare la vita quotidiana delle persone detenute.

Chiediamo:

  • più possibilità di contatti telefonici e video con l’esterno;
  • un maggiore utilizzo delle tecnologie digitali;
  • la drastica riduzione dell’isolamento come strumento disciplinare;
  • la prevenzione degli abusi;
  • la promozione della sorveglianza dinamica e di un sistema centrato sul rispetto della dignità umana.

“La vera emergenza è adesso – conclude Gonnella – e non si affronta con nuove carceri, ma con coraggio politico, depenalizzazione, misure alternative credibili e rispetto per la dignità umana”.

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Vite di carta /
Tra “umano” e “non-umano”

Vite di carta. Tra “umano” e “non-umano”

È tempo di categorie, il distillato più puro che traggo dalle letture a ventaglio di questi giorni: tre, a volte quattro libri aperti sul tavolo come vasi comunicanti. Tempo per leggerli, quello abbondante che mi dona il “colpo della Strega” di Ferragosto. Bloccata nei gesti, uso la testa.

Parte tutto da Gli uomini pesce di Wu Ming 1, il libro vasto a cui l’autore ha lavorato per sette anni dandogli lo stesso impianto del Delta del Po che ne è protagonista.

Un romanzo tentacolare, così definito da Marco Belli alla prima presentazione dello scorso autunno a Ferrara, al Grisù. Bacchelliano, aggiungo io, per la portata narrativa del discorso che attinge a un grande corso d’acqua e articola una rete di idee sul mondo (a partire dalla geografia come chiave di lettura della vita sul pianeta, o dal rapporto tra la conoscenza scientifica e le scienze occulte) e sulla scrittura letteraria.

Wu Ming 1, intervistato da Maria Calabrese e Girolamo De Michele in una più recente presentazione alla Biblioteca Popolare Giardino, ha convogliato il discorso sullo scenario della narrazione e dunque sul Territorio Ferrarese di cui è appassionato conoscitore.

È il globo terracqueo, tuttavia, a “mandare le onde”. Lo dico con le parole di Fabio Genovesi e coinvolgo qui  la sua scrittura, capace anch’essa di muoversi tra diversi ordini di grandezza e aperta allo scacchiere totale del mondo dal punto di osservazione di un’altra piccola monade, la Versilia.

Dunque un’opera ponderosa Gli uomini pesce, costruita come il meccanismo di un orologio i cui ingranaggi con passo sistematico portano avanti il racconto su più linee di svolgimento e su diversi piani temporali.

Il personaggio che dice io, Antonia Nevi, avanza dentro la storia portando il proprio bagaglio di saperi e di affetti, e soprattutto il suo dolore.

La rotella su cui gira si muove con le altre e dal movimento che si estende ai dentelli delle altre ruote Antonia apprende pezzi di verità: sulla propria famiglia e su di sé, sulla storia italiana dall’ultima guerra a oggi, sulle dinamiche di un territorio delicato e complesso come quello ferrarese, messo in ginocchio dalla siccità terribile del 2022.

Mentre Antonia assembla la biografia di Ilario Nevi, di cui è diventata erede, il romanzo si tinge di giallo costringendola a investigare sul passato dello zio e sulla sua opera di artista e di studioso. Da lì, dall’intellettuale libero ed eccentrico che Ilario è stato, Antonia è chiamata a spingere il proprio sguardo verso orizzonti inattesi: nello spazio, che si dilata fino a uscire dalla Terra, e nel tempo, che recupera ere lontanissime.

Gli uomini pesce è un romanzo epico sulla consapevolezza alla quale l’eroe accede di spaesamento in spaesamento, che gli impone la fatica ai limiti del tollerabile di rileggere da nuovi punti di vista l’ecumene delle proprie conoscenze. Fino alla conclusione lieta di ricomporre la personalità di Antonia e predisporla ad avere un nuovo desiderio, o anche due, come recita la bella frase finale, da esprimere proprio nella notte di San Lorenzo.

Tra le prove più dure da superare c’è il concepire il non-umano in modo nuovo.

Per le considerazioni sul non-umano attingo al saggio bellissimo di Amitav Ghosh, La grande cecità, più volte caldeggiato da Wu Ming 1 come un importante riferimento sul rapporto tra clima perturbato e letteratura, sulla forma romanzesca capace di inglobare “esempi della perturbante intimità della nostra relazione col non-umano”.

Nel tempo abbiamo voltato le spalle al dialogo con le cose e con gli animali, quegli animali di cui Fabio Genovesi nel suo Il calamaro gigante dice che “erano la manifestazione visibile della forza mistica e superiore che da sempre sentiamo esistere sopra di noi… Gli animali erano le nostre divinità. Li ammiravamo, e li dipingevamo sperando di avvicinarci a loro”, come nelle caverne di Lascaux, di Altamira e di Chauvet già quarantamila anni fa.

Ci hanno portato a farlo, dice Gosh, le convinzioni basate sul dualismo cartesiano da cui dovremmo invece staccarci: da una parte sta l’umano a cui appartengono intelligenza e razionalità, dall’altra ogni altro essere a cui le stesse sono negate.

Ora sentiamo più forte che mai la precarietà dell’esistenza umana, siamo preda dello spaesamento che ci porta il cambiamento climatico, il quale “sfida e rifiuta le idee illuministiche…perché suggerisce – anzi dimostra – che forze non-umane sono in grado di influire direttamente sul pensiero umano”.

Il romanzo di Wu Ming 1 risponde alla chiamata del cambiamento che deforma il nostro immaginario: fra i misteri a cui Antonia si accosta il più eclatante riguarda gli esemplari di Homo Bracteatus che fin dagli anni Settanta-Ottanta hanno lasciato tracce in vari punti del Delta.

Si tratta di  un umanoide anfibio col corpo ricoperto di scaglie dorate, sul quale si sono scatenate leggende straordinarie impastate con la ufologia. C’è di che farne un romanzo di fantascienza, e Gli uomini pesce è anche questo ma non solo questo.

È un’opera visionaria in cui l’ipotesi che il bracteatus sia arrivato dallo spazio, da un paese in cui si erano evoluti i dinosauri, trova posto accanto a una panoramica sulla geografia del Delta di assoluto realismo: idrogeologia, geografia e storia del territorio inquadrano il presente e ipotizzano con competenza il futuro.

Mettono il dito sulle piaghe del territorio e propongono soluzioni.

Il finale della narrazione insiste sul compito che Ilario Nevi ha assegnato alla nipote: se lui in prima persona è stato un aedo senza pubblico, esclusi alcuni intimi amici e sodali, ad Antonia resta il compito di ricostruire una collettività attorno alla salvaguardia del Territorio.

Alla letteratura, pure, resta da seguire una analogo cammino, nella proposta così lucida di Gosh che Wu Ming 1 ha accolto e attivato in questo romanzo.

Nota bibliografica:

Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, 2024

Amitav Ghosh, La grande cecità, BEAT, 2019

Fabio Genovesi, Il calamaro gigante, Feltrinelli, 2021

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Testimonianze dalla Israele che si oppone al suprematismo dei suoi governanti

Testimonianze dalla Israele che si oppone al suprematismo dei suoi governanti

La cronaca dalla Palestina occupata si arricchisce giorno per giorno di testimonianze sempre più sconvolgenti. Dopo avere riportato la voce dei medici d’urgenza che hanno prestato servizio a Gaza, gli incontrovertibili testimoni delle atrocità commesse (e subite), tanto più importanti come testimoni in assenza della stampa internazionale, non ammessa, e della stampa locale, assassinata, in questo articolo mi concentro su alcune osservazioni e analisi esclusivamente provenienti da politici, giornalisti e attivisti israeliani.

Dov’è papà?

Inizio da QUI .

Nel link sopra, Orly Noy, giornalista israeliana, illustra con raggelante chiarezza quello che Israele intende quando afferma che Hamas usa i civili come “scudi umani”. Israele ha un sistema di intelligenza artificiale che localizza i sospetti terroristi o comunque i suoi obiettivi umani – che spesso l’IA battezza come terroristi sulla base di algoritmi le cui indicazioni vengono assunte senza verifica – e una volta individuati sa sempre dove si trovano. Sa quando sono da soli e quando sono a casa con le loro famiglie. Questo metodo di seguimento ha un nome: “where is daddy?”. Spesso non vengono colpiti quando sono fuori dalle loro case: i cecchini digitali aspettano che siano a casa, e preferiscono bombardarli quando sono lì. In questo modo non fanno fuori solo la loro famiglia, ma tutti gli abitanti del palazzo in cui quella famiglia vive. La domanda sorge spontanea: chi sta usando gli umani incolpevoli come scudi?

Gershon Baskin è un giornalista e attivista ebreo israeliano, nato a New York e immigrato in Israele nel 1978, che ha svolto anche il ruolo di negoziatore per conto di Israele. In una recente intervista comparsa su La Stampa a firma Rula Jebreal,  Baskin afferma che Netanyahu ha rifiutato nel 2024 un’offerta di Hamas per liberare tutti gli ostaggi in cambio del ritiro da Gaza e di un governo palestinese civile. Bibi avrebbe accettato un’ipotesi che prevedesse solo una liberazione parziale di ostaggi. Alla domanda “per quale ragione?”, la risposta di Baskin è lapidaria: “perché vuole continuare la guerra”.

In questo video, Ehud Barak, che è stato primo ministro di Israele, e Ami Ayalon, che è stato a capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele – quindi non esattamente due pensionati che chiacchierano al bar – confermano quello che numerose ricostruzioni facevano sospettare, ma che detto da loro assume la veste di notizia certa: Netanyahu ha favorito il consolidarsi di Hamas come autorità di Gaza, autorizzando massicce entrate di denaro contante a suo favore provenienti dal Qatar. Ayalon ne spiega anche il motivo: Netanyahu lo ha fatto per dividere i palestinesi di Gaza da quelli della Cisgiordania, dove invece “comanda” l’Autorità Palestinese. La logica era di mettere gli uni contro gli altri ed evitare la saldatura tra palestinesi. Divide et impera. 

Nota mia: se c’è una cosa che possiamo constatare con desolazione, è che al di là delle kefiah esibite come simbolo di riscatto in giro per il mondo, una leadership palestinese credibile non esiste da un pezzo, perlomeno a piede libero. L’ultimo leader potenzialmente unificante, Marwān Barghūthī, è in carcere dal 2002, a seguito di una serie di sentenze emesse da tribunali israeliani di cui lui ha contestato la giurisdizione, essendo residente in Cisgiordania. La sua figura era scomparsa dai radar dell’opinione pubblica mainstream: ci ha pensato il fanatico ministro Ben Gvir, con una visita pubblica in carcere tanto tracotante quanto idiota, a fare in modo che i media parlassero nuovamente di lui (che peraltro appare decisamente in cattive condizioni di salute).

Nota mia numero due: siccome Hamas, che gli faceva comodo, gli è sfuggita di mano perché ha coltivato in seno una serpe di violenti vendicatori – cosa che forse poteva essere preventivata, dopo che una popolazione da circa ottant’anni viene espulsa o confinata da un regime di oppressione edificato su base razziale -, Netanyahu adesso non trova di meglio per contrastarla che affidarsi anche ai servigi di un noto criminale e trafficante di droga, Abu Shabab. Come si può leggere su Il Manifesto del 7 giugno scorso (qui), “prima del 7 ottobre, Abu Shabab era stato incarcerato da Hamas con l’accusa di furto e traffico di stupefacenti. È tornato in libertà grazie ai bombardamenti israeliani che hanno distrutto gran parte delle strutture civili di Gaza, comprese le prigioni. Al suo comando ci sarebbero 200-300 uomini, armati di fucili Ak-47 (Kalashnikov) e vestiti con uniformi di una sedicente «Unità antiterrorismo»”.  Shabab è un fondamentalista jihadista, che considera Hamas un’organizzazione troppo moderata. Per la serie: il nemico del mio nemico è mio amico. Peccato che di questo passo finisci per ingaggiare come “amici” i peggiori tagliagole della galassia. Quello che è successo in Libano coi maroniti ed i falangisti ed in Afghanistan coi talebani evidentemente non ha insegnato nulla nè a Israele nè agli Stati Uniti.

 

I palestinesi non esistono

Il doloroso, lucido acume delle denunce ed analisi di sponda israeliana che ho sommariamente riportato, potrebbe trasmettere la sensazione che in Israele stia montando una consapevolezza critica di massa dell’insostenibilità, per la stessa sopravvivenza di Israele come democrazia, di una prospettiva di oppressione, segregazione, apartheid, colonizzazione permanente. A smontare questa speranza, che almeno sul breve periodo somiglia piuttosto a un’illusione, ci pensa Gideon Levy, giornalista israeliano, che sul quotidiano Haaretz riporta (qui) le dichiarazioni “rubate” e trasmesse dall’emittente israeliana Channel 12 del generale Aharon Haliva (che si dimise da capo dell’intelligence all’indomani del 7 ottobre), considerato in Israele un moderato perché critica le posizioni dei falchi fanatici ministri Smotrich e Ben Gvir. Il “moderato” Haliva afferma testualmente: “Per ogni vittima del 7 ottobre 50 palestinesi hanno dovuto morire. Non importa se erano bambini. Non sto parlando di vendetta ma di un messaggio per le generazioni future. Non c’è niente che possiamo fare: periodicamente, hanno bisogno di una Nakba, in modo da sentire il prezzo”. Personalmente non ragionerei in questi termini nemmeno per “rieducare” uno sciame di mosche: in Israele invece ci sono esponenti “moderati” che parlano in questi termini degli arabi. Rammento sempre che, nel dibattito embedded israeliano, i palestinesi letteralmente non esistono, e se qualche suprematista si lascia sfuggire la parola “palestinese” commette una gaffe. Sono arabi, e le parole del generale Haliva chiariscono bene, oltre ogni fraintendimento, la considerazione prevalente di cui godono in Israele gli arabi: membri di una razza inferiore.

La mini rassegna di fatti e misfatti raccontati solo da cittadini israeliani, che da diversi punti di osservazione, alcuni avendo ricoperto ruoli chiave di potere nello Stato di Israele, disvelano il cinismo, la ferocia ma anche la miopia del regime israeliano attuale, mi serve anche per sentirmi confortato dentro questa tragedia. In compagnia (intellettuale e virtuale) anche di tante persone israeliane. Una minoranza dentro Israele, ma significativa. Una fiammella: anche se le manifestazioni di piazza sono sempre più partecipate, esse sono incentrate fondamentalmente sulla sorte degli ostaggi israeliani, e basta. Una fiammella che serve prima di tutto a me, per distinguere bene un governo dal suo popolo. Non è una cosa scontata: anzi, la confusione tra un governo e il suo popolo è proprio la base per consumare sanguinose vendette contro gli innocenti, anziché prendersela con i colpevoli. Tra l’altro, una crescente marea di intollerante e strumentale utilizzo dell’argomento antisemita sta inquinando lo specchio d’acqua della discussione pubblica in Italia, e questo senza che ci sia ancora una legge (ma cova sotto le ceneri) che definisca antisemita ogni critica o manifestazione contro lo Stato di Israele. In questo articolo,  abbiamo già avuto modo di confrontare le idee dei “semiti” che sono considerati antisemiti dai fanatici della terra promessa, con le dichiarazioni cieche e le pratiche criminali dei cosiddetti “semiti” al potere, che stanno attirando – loro sì – sull’etnia ebraica sparsa per il mondo l’antisemitismo di ritorno. Considero inaccettabile lo schiacciamento delle opinioni dentro il recinto della “razza”: oltre ai nazisti, ai jihadisti e ai fanatici di ogni bandiera e culto, se c’è qualcuno di razzista sono proprio i suprematisti al potere in Israele. La realtà distopica odierna invece conferisce dignità a confabulazioni che settant’anni fa sarebbero state considerate frutto di una deriva psichiatrica: così abbiamo una parte di opinione pubblica suggestionata dall’idea che nel girone degli infami antiebrei debbano essere collocati alcuni figli dell’Olocausto, e nel girone dei difensori dell’identità ebraica debbano annoverarsi i figli dei redattori del Manifesto della Razza e delle successive leggi razziali. Questo passa il miserabile convento italiano.

 

Immagine di copertina tratta da https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/

 

 

 

 

 

 

 

Mi lamento, dunque siamo

Mi lamento, dunque siamo

C’è un momento in cui il lamento – anche  il lamento sul… lamento -, se troppo a lungo coltivato, smette di essere resistenza e diventa posa. L’articolo di Franco Arminio su Robinson del 27 luglio, dedicato al Festival del Lamentoche si terrà in Calabria a Soveria Mannelli (CZ) dall’ 1 al 4 Agosto, è l’ennesima riproposizione di una poetica del Sud che si nutre di malinconia, di biografie dolenti, di paesi che si svuotano e cuori che si spezzano.

Ma il Sud non può essere sempre proposto o ridotto a un fondale per la poesia, uno stereotipato realismo magico, né un pretesto per la malinconia. Il Sud – e intendiamo i Sud, del mondo, tutti – è una questione politica, economica, culturale. E il lamento, se non si fa gesto collettivo e rivoluzionario, resta estetica dell’impotenza.

Non si tratta quindi di negare il valore antropologico del lamento. Le Lamentazioni di Geremia sono tra le pagine più alte della Bibbia, e in esse il dolore diventa canto, invocazione, resistenza spirituale. Ernesto De Martino, in Sud e magia, ha mostrato come il lamento funebre nelle culture contadine del Mezzogiorno fosse un rito di reintegrazione, un modo per dare forma al caos delle perdite, degli allontanamenti forzati, delle migrazioni.

E persino Philip Roth, con Il lamento di Portnoy, ha trasformato il lamento in una forma di autoanalisi ironica e spietata, capace di mettere a nudo le nevrosi di un’intera generazione.

Lamentarsi, in fondo, è un gesto profondamente umano. È ciò che facciamo quando ci sentiamo traditi (o traditori), abbandonati (o incuranti), impotenti (o spavaldi). È ciò che fanno i nostri genitori, i nostri amici, i nostri paesani. Quelli che restano e quelli che partono da… un’area interna.

E forse è proprio da lì che nasce la nostra prima ribellione: dal fastidio verso chi ci è più vicino, verso chi si lamenta troppo. Ma in quel fastidio c’è anche riconoscimento. Perché, in fondo, ci somigliamo. Perché siamo anche noi, a volte, quelli – io , Arminio, voi – che si lamentano.

Viviamo in un’epoca in cui il lamento è visto come un fallimento. Bisogna essere performanti, presenti, sorridenti. Bisogna mostrarsi vincenti, bon viveur, sempre in forma. Il dolore, la stanchezza, la fragilità non hanno più cittadinanza. E allora sì, forse, un festival del lamento potrebbe avere senso. Ma solo se saprà sottrarsi alla logica dello spettacolo. Solo se saprà restituire dignità a ciò che oggi viene nascosto, silenziato, deriso.

Il problema non è il lamento in sé, ma il suo uso. Quando diventa cifra stilistica, quando si riduce a diario personale, quando si fa narrazione individuale senza sbocco collettivo, allora smette di essere utile. I Sud non sono una somma di casi personali. Sono una storia comune, fatta di sfruttamento, abbandono, ma anche di resistenza, mutualismo, intelligenza diffusa.

Serve allora una critica incarnata, che parta dai corpi, dai territori, dalle lotte. Servono quei Sud che non si piangano addosso, ma che si pensino come soggetto politico. Che rifiutino la narrazione vittimistica e costruiscano alternative. I Sud della prima Università di Italia, quella di Arcavacata di Rende, o dei paesi dell’accoglienza come Riace, quelli della restanza descritti da Vito Teti.

I Sud dove meridionali si nasce e quelli dove si diventa come dice Sandro Abruzzese nel suo ultimo libro (Meridionali si diventa, Rogas Edizioni, 2025), quei Sud che non si accontentano di “entusiasmo e spirito critico”, ma pretendono giustizia, redistribuzione, dignità.

Il lamento, se vuole avere senso, deve diventare rivolta. Solo allora potremo dire, parafrasando Camus: mi lamento, dunque siamo.

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Viaggio in Italia. L’associazione Calimero

Viaggio in Italia. L’associazione Calimero

Difficile scrivere stasera. Emozioni ancora vive, gioie e soddisfazioni profonde, d’un valore che non vuole proprio diminuire – non esiste l’inflazione nei sentimenti – si sommano sovrapponendosi e provocando in me un dolce languore, un’onda di risacca che va e viene, portando a galla l’immenso affetto che mi lega a molti dei volontari e dei “ragazzi”, come ci ostiniamo ancora a chiamarli, anche se alcuni hanno oramai quarant’anni. L’unica speranza che ho è di procedere con ordine.

Nel 1998, al termine di un campo vocazionale della Parrocchia dell’Immacolata, in cui ero praticamente ospite ateo e confuso – per niente felice, alla faccia di Carmen Consoli – andai dall’amato e compianto Don Giovanni (anche se allora lo conoscevo appena), con la richiesta di fare volontariato, preferibilmente con i disabili, visto che mi ero appena licenziato da un Centro Educativo Riabilitativo.

Con mio sommo stupore la Parrocchia aveva al suo interno un’associazione specifica, fondata da alcuni ragazzi qualche anno prima, che si occupava di disabilità: il “Calimero”.
Immaginate un gruppo di 30, 40 volontari, singoli o famiglie comunque giovani – o almeno lo eravamo allora – con i relativi figli, d’età variabile fra i 5 anni ed i 14, aggiungete l’assoluta mancanza di timore reverenziale, la capacità di affrontare situazioni difficilissime sdrammatizzando, la voglia di divertirsi e di divertire (i “ragazzi”). Aggiungete un pizzico di sana follia, una ventina di diversamente abili d’ogni tipo, shakerate il tutto e… Voilà, la vacanza “Calimero” è servita, bella fresca e spumeggiante, in un boccale di metallo e ceramica da Oktoberfest.

Anche se oramai brillo per la mia assenza, per anni ho partecipato alle vacanze di Capodanno, Pasqua ed a quelle estive, le più lunghe. È abitudine dell’associazione infatti – oltre a garantire pomeriggi in cui si svolgevano varie attività (musica, psicomotricità e attività ricreative), nonché le uscite del sabato per una pizza tutti assieme (ogni quindici giorni, chi poteva o voleva) – prendere in affitto case vacanze per gruppi o vecchi alberghi dismessi, quasi sempre in località di montagna o di collina, e gestire tutte le attività della giornata, dalla colazione, alle uscite, fino alla cena e al dopocena.

Durante quei giorni sono nate e si sono cementate negli anni, amicizie profonde e durature, nonostante tra di noi, non tutti si frequentino abitualmente gli uni con gli altri. In quelle lunghe giornate, a volte difficili e lunghe, specie per i responsabili, ogni avvenimento, ogni problema, piccolo e grande, veniva affrontato e risolto, grazie alla forza immensa della condivisione.

Eravamo veri e propri “compari” (cum panem), spezzavamo e dividevamo lo stesso pane, ogni giorno, e ne avanzava sempre, proprio come nell’episodio evangelico dei pani e dei pesci (Mc 6, 35-44), che precede e introduce l’istituzione dell’Eucarestia, ognuno di noi raccoglieva più di quanto donasse. È la forza della gratuità e della letizia francescana, e non importava che molti di noi non fossero praticanti: eravamo tutti veri credenti, perché rispettavamo e seguivamo il “comandamento nuovo” (“Che vi amiate gli uni con gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni con gli altri”. Gv 13, 34-35).

Seguendo e trascrivendo il flusso di coscienza dei ricordi, ecco allora un’intera camerata che esce a dormire in corridoio a fronte del mio russare (sic). Mi sveglio, non vedo più nessuno, dico a tutti di rientrare e passo la notte a leggere ed a fumare, alternando passeggiate semi – notturne con alcune volontarie ed una delle nostre “ospiti” che si era svegliata alle quattro del mattino urlando: ‘llazione!!! Colata!!! (colazione e cioccolata). Mentre ero su di una panchina, all’esterno, due volpi mi passano davanti in processione. Qualche ora dopo, verso le sei, prendo l’auto, vado in paese, trovo un forno aperto e compro trenta bomboloni per farmi perdonare.

Ecco ora un viaggio di ritorno interminabile, come la coda sulla Brennero – Modena, passato ad ascoltare M. che, nonostante le difficoltà fisiche e di parola – lievi a dire il vero – costruisce lì per lì, una sorta di poema immaginario sulle nuvole che vede dal finestrino dell’auto.

Un’altra vacanza a Gudon di Chiusa, con il mio amico Massimo che pulisce un tavolo da ping pong verde, in cemento, ma il prodotto usato inizia a decolorarlo e io, piegato in due dalle risate – e memore forse, chissà perché, di qualche partoriente nei vecchi film western – gli urlo: “buttaci dell’acqua calda!”. Lui – purtroppo – mi dà retta e lancia una pentolata d’acqua bollente sul cemento del tavolo che inizia letteralmente a colare vernice verde, mista ad acqua fumante, da tutte le parti.

Ricordi. Preziosi frammenti di vita incisi nella memoria in modo indelebile da essere qui, ora, mentre scrivo. Grazie amici, con o senza l’ ”H” davanti, è soprattutto grazie a voi se oggi posso dire di aver avuto una vita piena e felice. Intanto, quei bambini di allora sono cresciuti, diventando ragazzi straordinari, anche grazie alle uscite ed alle vacanze comunitarie. Sono già adesso il futuro del “Calimero”, tanto che pensando a loro, capaci di raccogliere un eredità così importante, ad ai miei tanti alunni di questi vent’anni di insegnamento, a volte non mi pesa affatto il non aver avuto figli.

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Le storie di Costanza /
Alla caccia della VOLPE VERDE. Ritorno a Pontalba

Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. Ritorno a Pontalba

Dopo un mese dalla mia prima presenza in paese e dopo due dalla morte della contessa, tornai a Pontalba. Sia nei bar che nei negozi si parlava ancora del cielo verde sopra la villa il giorno della morte di Maria Augusta, anche se la notizia non faceva più scalpore.

Come tutti gli accadimenti umani, anche i più strani dopo un po’ acquisiscono l’etichetta di ‘passati’ e vengono archiviati come le pagine già lette di un romanzo di racconti, seppur originali. Si erano abituati tutti alla notizia che il cielo era verde sopra Villa Cenaroli il giorno della morte della contessa e, la normalizzazione dell’evento, aveva permesso sia di parlarne sia di dimenticarsene.

La vita degli abitanti di Pontalba procedeva come sempre lenta e curiosa come le sponde del fiume intorno al quale il paese era cresciuto. Il Lungone scorreva, con la sua acqua insidiosa, verso la foce e i pescatori animavano le sue sponde insieme alla vegetazione e alla fauna locale. Un bell’insieme di vita, pensieri, attese e ricordi.

Presi una stanza al Pontalba Hotel, non troppo originale come nome ma adatto al contesto, visto che non esistevano altri alberghi in quel paese e non era necessaria alcuna distinzione da altri posti di pernottamento. Arrivai il 3 marzo, me lo ricordo perché è il giorno del compleanno di mio cugino Armando, e trovai un muro di nebbia fitta e morbida come una cagliata appena fatta. Una poltiglia bianca, densa e impenetrabile.

– Oggi c’è nebbia. Peccato, non si vedono i campi che sono già di un bel verde acceso – così mi disse la signora della reception, una certa Erika dal bel fisico e dalle labbra rosso fuoco. Una ragazza socievole con cui mi intrattenni più volte a chiacchierare. Mi diede una stanza al secondo e ultimo piano dell’albergo. Una bella camera spaziosa con la finestra e il balcone rivolti verso Cominella, la frazione di Pontalba dove è ubicato il santuario di Santa Capellina Assunta.

Appoggiai la mia valigia vicino al letto di ferro e mi sedetti sul materasso per osservare il resto della stanza. Un grande armadio di legno scuro di circa centocinquant’anni e un comodino dello stesso periodo, entrambi verniciati di fresco e ben tenuti. Una scrivania e una sedia di legno laccato e due poltrone ricoperte di un tessuto a strisce color crema e rosa, un tappeto che ricordava il tessuto delle poltrone, uno specchio sopra lo scrittorio.

Il bagno era piccolo, azzurro, con i sanitari e la doccia, un secondo specchio, un asciugacapelli e dei teli di spugna azzurri. Non era un arredamento particolarmente ricercato, ma piacevole e ben tenuto. I teli del bagno erano ripiegati e stirati, le lenzuola del letto tiratissime, il piumino arrotolato verso la parte del letto dove avrebbero potuto riposare i miei piedi.

Sul cuscino era appoggiato un cartoncino con scritto: “benvenuto a Pontalba” e sopra il cartoncino era collocato, un po’ in bilico, un cioccolatino a forma piramidale, assai invitante. Ero di nuovo là. Non so per quale motivo quel posto mi faceva sentire a casa.

Un paese della pianura lombarda, attraversato dal fiume, ricco di vegetazione, con poche case e pochi abitanti, una villa vicino al fiume con un parco magnifico e dei veri Conti che vi abitavano. Tutto lì, un piccolo mondo curioso.

Il mio capo voleva che scrivessi un articolo per TresciaOne sulla morte della contessa Maria Augusta e che indagassi sulla diceria assai bizzarra che dalla sua tomba, il giorno dell’inumazione, fosse uscita una volpe verde. Una vera stranezza, però in paese tanti erano convinti che fosse successo davvero. Si diceva che una volpe verde fosse uscita dalla tomba mentre vi stavano calando la bara per poi dirigersi verso il boschetto vicino, incurante della gente raccolta intorno al feretro per l’ultimo saluto alla morta.

Non solo, la mattina in cui la cameriera aveva trovato la contessa morta, il cielo era diventato verde sopra villa Cenaroli. Ma se per qualche rara congiuntura metereologica può capitare di vedere il cielo verde, una volpe non può diventare improvvisamente verde per poi tornare del suo colore originale.

Quindi perchè Clementina, la cameriera personale della morta, il panettiere e il lattaio avevano visto la volpe di quel colore? era stato lo stato emotivo di quel particolare momento? Forse il cielo verde aveva lasciato nelle loro retine una forte impressione e il colore era stato traslato sulla volpe semplicemente per un fenomeno psichico non del tutto spiegabile, ma nemmeno del tutto sconosciuto, qualcosa che poteva avere a che fare con l’autosuggestione? Ma esistono le volpi verdi? Qualcuno ne ha mai viste?

Il manto delle volpi può essere rossiccio o bianco, non mi risultano malattie volpine che possano alterare questi colori. Però la volpe poteva essersi strusciata in una particolare erba, ci sono erbe che lasciano colore e macchiano. Qui è capitato a tutti di ritrovarsi alla sera con i pantaloni striati di verde. L’animale si era semplicemente rotolato in un’erba particolarmente macchiante?

Insomma, non si sapeva come spiegarsi l’accaduto e il mio capo mi aveva rispedito a Pontalba per indagare. Quando ero stato qui la prima volta, avevo raccolto alcune testimonianze sulla vita di Maria Augusta e diverse persone mi avevano raccontato che il verde smeraldo era il colore preferito della nobildonna, la quale possedeva una magnifica collana di quelle preziose pietre.

Pensando agli smeraldi mi sorpresi a ricordare quando, diversi anni fa, ebbi una fidanzata che mi piaceva particolarmente e per un po’ di tempo pensai di sposarla. Andai in una gioielleria per comprarle un anello con lo smeraldo e scoprii che non avevo i soldi per pagarlo se non facendo un mutuo. Lessi quell’esperienza come un cattivo presagio e dopo un po’, forse condizionato da questi miei retropensieri, interruppi quella relazione che stava cominciando a non convincermi più.

Mentre pensavo alla mia ex che si chiamava Lina e cercavo di mettere in fila le informazioni che avevo già raccolto sull’apparizione della volpe, ero ancora seduto sul materasso della mia stanza d’albergo. Dalla finestra che dava verso Cominella, la nebbia cominciava a diradarsi e si intravvedevano macchie di verde che facevano capolino nel bianco.

Una visione particolare e suggestiva che solo nelle zone d’Italia dove si è avvezzi alla nebbia fitta, si vede. Se ci si concentra sul bianco e la giornata prosegue verso il mezzodì, ad un certo punto compaiono come dal nulla delle sagome prima sfuocate e poi sempre più nitide e si cominciano ad intravvedere piante, case, macchine, persone. Gradualmente le forme si mostrano per quello che sono, emergono dal bianco. Un fenomeno suggestivo e romantico che consiglio come esperienza materiale e spirituale insieme.

Pensando a dove riprendere le mie ricerche per poi scrivere l’articolo sulla morte della contessa, ricordai che mi era stato suggerito da alcuni Pontalbesi con cui avevo parlato un mese prima, di chiedere una spiegazione su quegli strani fenomeni di trasformazione del colore a una certa Costanza Del Re che abitava in via Santoni Rosa e che conosceva Maria Augusta perché era amica di sua figlia Malù.

Mangiai il cioccolatino, feci una doccia veloce, misi un paio di jeans e un maglione di lana nero e scesi nella hall dell’albergo per chiedere a Erika dove e quando trovare Costanza Del Re. Erika mi disse che conosceva Costanza, abitava a poche centinaia di metri da casa sua, in Via Santoni Rosa, la via che ha sull’angolo la forneria di una certa Camilla e che scende verso la parte bassa del paese, dove si ammucchiano le case dei Pontalbesi meno fortunati, perché la zona è a livello del fiume ed è più soggetta ad esondazioni.

La casa di Costanza Del Re rasentava le vecchie mura medioevali di Pontalba. Mi misi in cammino, uscii dall’albergo e mi diressi verso la forneria di Camilla, dove pensavo di fare una tappa prima di andare dalla signora con cui volevo parlare. Da quel che mi aveva detto Erika, il negozio di Camilla e la casa di Costanza erano vicine, una sul cantone della via e l’altra qualche casa più in là, entrando in via Santoni. Di fronte alla Casa dei Del Re c’era quella dei Canali, signori che avevano un’impresa di trebbiatura florida e conosciuta. Mi feci coraggio ed entrai nel negozio.

– Buongiorno – dissi

– Buongiorno – mi rispose una ragazza da dietro il banco. Ecco Camilla, pensai.

 – Mi dica – disse.

Per non sembrare inopportuno comprai una lattina di birra e una confezione di crakers.

Sono un giornalista, sto indagando sugli strani eventi associati alla morte della Contessa Maria Augusta, lei ne sa nulla? –

-Certo, a Pontalba tutti sanno tutto di tutti, bisogna solo discriminare ciò che è vero da ciò che non lo è.

Interessante risposta, come in tutti i paesi del mondo anche qui circolavano sia notizie vere che false e la scommessa giornaliera era quella di riuscire a capire quali appartenevano alla prima categoria e quali alla seconda.

Camilla mi sembrò subito molto consapevole di tutto ciò, il suo lavoro le garantiva un osservatorio di rilievo su quel piccolo lembo di Lombardia. Le dissi della volpe verde e lei mi rispose che alle volpi vedi lei non credeva minimamente e che la gente di Pontalba doveva smettere di inventarsi fesserie. Subito dopo vidi entrare una signora con dei lunghi capelli neri e sentii Camilla dire:

– Ciao Costanza!

‘Ecco Costanza Del Re in persona’ pensai, e mi girai a guardarla. Nonostante la mia decennale esperienza di giornalista e il mio aver registrato eventi e luoghi di ogni genere, rimasi stupito. Gli occhi di Costanza erano di uno strano verde, esattamente come lo era il suo abbigliamento. La giovane era interamente vestita di verde! Io credo alla coincidenza e da quella visione rimasi completamente attratto.

Questo signore che fa il giornalista, vuole informazioni sulla volpe verde – disse Camilla senza aggiungere altro, perché ciò che aveva detto riassumeva ed esauriva il senso della mia presenza.

Costanza si mise a ridere e poi si girò verso di me e mi disse:

– È capitato nel posto giusto, le volpi vedi esistono solo qui e sono bellissime.

Mi chiesi di quali volpi stesse parlando e per un momento mi sembrò una volpe verde pure lei, bella e furtiva. “Questo paese ha davvero qualcosa di strano” pensai, e così facendo mi cadde dalle mani la lattina di birra e feci un fracasso terribile nel negozio… o almeno così mi sembrò quel giorno.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Per certi Versi / I passi dei fantasmi

I passi dei fantasmi

Hai portato via l’aria

e il polline dell’ultima

margherita

 

i venti d’estate

li hanno ingoiati i draghi

 

soffoca la mia identità

nell’arsura della promessa

 

hanno passi lunghi i fantasmi

sorpassano i passi

senza fare rumore

 

In copertina: Foto da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

FILASTROCCA DEL PAESE DI ATINAMÙ

FILASTROCCA DEL PAESE DI ATINAMÙ

Noi viviamo nel paese di Atinamù [1]
Umanità qui non ce n’è quasi più,
sembra ci siam scordati come si fa
a vivere insieme senza aggressività.
Ogni cosa va proprio al contrario
‘sto manicomio non ha dizionario:
della pace non sappiam l’alfabeto,
della guerra impariamo il segreto.
Dicono: le armi sono per far pace
che è come dir l’acqua crea brace.
Il sotto è sopra, il bianco è nero:
ci dicono tutti che il falso è vero.
Basta! Buttiamo pistole e fucili,
facciamo insieme aiuole ed asili.
Distruggiamo le mine e le bombe
e godiamoci il volo delle colombe.
Smontiamo i missili aerospaziali
costruiamo più scuole e ospedali.
Pensa a come sarebbe più bello
sentire di avere più di un fratello;
se vivessimo insieme abbracciati
sentendoci bene, non minacciati;
immagina come sarebbe giusto
se della pace amassimo il gusto.
Questo mondo per adesso non c’è,
però cominciamo a crearlo io e te:
Vedrai, se proviamo succederà
e sarà bello tornare a Umanità.
Noi siamo preziosi cristalli di sale
ognuno diverso, ciascuno uguale;
siamo tutti come gocce di pioggia
l’una all’altra s’unisce, s’appoggia;
siamo tutti come i fiocchi di neve:
se la pace si regala poi si riceve.

[1] Per chi non l’avesse capito Atinamù è il contrario di Umanità

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