Ferrara Film Corto Festival, serata finale e premi dell’ ottava edizione
Si è svolta sabato 25 ottobre al Teatro Sala Estense la Serata Conclusiva e la Cerimonia Di Premiazione dell’VIII edizione del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica”.
La serata si è aperta con il concerto dell’ensemble classico-contemporaneo EFFE String Quartet.
Dal repertorio classico a quello contemporaneo, dal cinema al pop, dal palco della Biennale di Venezia a quello della cerimonia inaugurale dei Mondiali di Sci 2021, attraverso le collaborazioni con Neri Marcorè, Shade, Arturo Brachetti. Un quartetto d’archi con l’anima di una band, per uno spettacolo magnetico e imperdibile.
Premio Giuria Giovani
La targa al miglior corto da parte della GIURIA GIOVANI, formata dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Giosuè Carducci e dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi e del Liceo Artistico Dosso Dossi di Ferrara, è stata consegnata a:
• “LA FEMMINA”, di Nuanda Sheridan
MOTIVAZIONE: Il corto premiato si distingue per l’originalità della sua rappresentazione e per la capacità di comunicare in modo profondo ed emozionante senza ricorrere alle parole, affidandosi unicamente alla forza delle immagini e del suono. Un’opera che affronta un tema attuale, ma al tempo stesso antico, universale, riuscendo a colpire con la sua intensità, la sua sensibilità e la sua capacità di esprimere emozioni autentiche attraverso un linguaggio visivo puro e immediato.
Questi i cortometraggi in concorso, premiati, con le relative motivazioni.
• Menzione Speciale della Giuria Cosa resta, di Francesca Scanu
MOTIVAZIONE: Questo film merita una menzione speciale, per la sincerità con cui affronta il tema del disagio interiore. Tutti abbiamo bisogno di fermarci e ripartire. La scomparsa del cane diventa il pretesto per un percorso di risveglio emotivo, dove il dolore si trasforma lentamente in consapevolezza e voglia di rinascita.
• Menzione Speciale della Giuria al Miglior Corto di Animazione WINNER: Sacrebleu – Chapter 1, di Clement Oberto
MOTIVAZIONE: Il regista, con l’opera presentata conduce lo spettatore attraverso un viaggio trasformativo che fonde realtà e fantasia, esplorando il fragile rapporto con la natura e la necessità di preservare l’ambiente. Per farlo oltre alla ripresa tradizionale sviluppa e ci propone una coinvolgente animazione.
• Targa “Miglior Documentario” WINNER: Crossing the divide, di Eva Zanettin e Raghav Pasricha
MOTIVAZIONE: Crossing the Divide offre una visione commovente e sensibile della filosofia della comunità Baul in India, una tradizione umanistica che da oltre 1.200 anni cerca di superare le divisioni attraverso l’amore, la pace e la conoscenza di sé. Con la sua splendida fotografia, l’approccio sottile e il profondo senso di connessione, il film è particolarmente incisivo nel mondo odierno, caratterizzato da conflitti e profonde divisioni, distinguendosi sia come potente documentario che come silenzioso manifesto per la convivenza.
• Targa “Miglior Fotografia” WINNER: C’è da comprare il latte, di Pierfrancesco Bigazzi (premio a Francesco Lorusso)
MOTIVAZIONE: Per una fotografia capace di trasformare il bianco e nero in materia viva, dove la luce non si limita a illuminare ma diventa memoria, carezza e scomparsa. Attraverso un uso sensibile e rigoroso dei contrasti, il direttore della fotografia riesce a rendere tangibile il tempo che passa e ciò che resta: i corpi, la sabbia, gli oggetti che affiorano come ricordi. Un lavoro che racconta con pudore e profondità la fragilità della memoria e la potenza della luce come ultimo legame tra due anime.
• Targa “Migliore Attore” WINNER: C’è da comprare il latte, di Pierfrancesco Bigazzi (premio a Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati)
MOTIVAZIONE: Targa “Miglior Attore” ad Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati per l’originalità dell’interpretazione silenziosa del rapporto fra due fratelli ed essere riusciti a rappresentare e dare un’immagine toccante all’idea misteriosa, di per sé invisibile, della sensibilità umana.
• Targa “Migliore Attrice” WINNER: Suzanne & Marcelo, di Francesco Alessandro Cogliati (premio a Manuela Mandracchia)
MOTIVAZIONE: Questo film va premiato per l’intensità con cui gli attori riescono a trasmettere un intreccio emotivo profondo e originale. In particolare, a Manuela Mandracchia, giusta e calzante nel gioco fra due anime che trovano consapevolezza nell’ascoltarsi. La sua recitazione all’interno del contenuto, è audace e toccante, capace di sorprendere e far riflettere sull’identità e sull’amore in tutte le sue forme.
Manuela Mandracchia, foto Mattia Malorgio
• Premio Speciale Targa “#CLIMATECHANGE” WINNER: Il custode del lago, di Simone Bressello
MOTIVAZIONE: Premio Speciale #Climatechange per aver raccontato attraverso un protagonista emozionante gli effetti drammatici del cambiamento climatico, unendoli al senso profondo della bellezza, intesa come esigenza irrinunciabile degli esseri umani.
• Premio Speciale Targa “Musica Indie”
WINNER: Touching territory – to play the land, di Fernando Parre
MOTIVAZIONE: Touching Territory ci incoraggia a riflettere sul rapporto tra l’uomo e la natura. Il film affronta i suoni del mondo naturale in modo giocoso, esplorando i “corpi sonori” delle piante, degli oggetti industriali come i rifiuti ingombranti e degli elementi naturali come l’acqua come strumenti musicali. Questi suoni vengono campionati e intrecciati in modo creativo con armonie, producendo brani musicali che vanno oltre i tradizionali paesaggi sonori percussivi e strumentali, distillandoli in
affascinanti esperienze sonore. La giuria riconosce la creatività e l’originalità di questo lavoro musicale e premia il film per la sua eccezionale innovazione sonora.
Premio Speciale Targa “Musica Indie” a Touching territory – to play the land Fernando Parre, foto Mattia Malorgio
• Premio Speciale Targa “Miglior Sceneggiatura” WINNER: Marcello, di Maurizio Lombardi
MOTIVAZIONE: La miglior sceneggiatura va al film “Marcello”, perché racconta in maniera semplice, veritiera e con forza come il cinema possa diventare rifugio, possibilità e rinascita.
Attraverso Marcello, ci ricorda che anche nel caos più profondo, la fantasia può salvare e dare un senso, perché nel cinema tutti trovano un posto. Per chi lo guarda e per chi lo vive.
• Premio principale “Ambiente è Musica” – 300 Euro e targa WINNER: Ceux qui répondent à l’écho, di Alexis Cousineau e Charlotte Gagnon
MOTIVAZIONE: Per la sua capacità di fondere musica, poesia e immagine in un’unica esperienza sensoriale, dove il canto, il corpo umano e la natura si rispondono come voci dello stesso respiro.
Un’opera digitale sperimentale che trasforma la performance in un rituale sonoro e visivo. Un saggio lirico sulla simbiosi tra uomo e ambiente, un’eco che si rifrange tra parola, suono e paesaggio, restituendo alla materia il suo canto primordiale.
• Premio principale “Buona la Prima” – 300 Euro e targa WINNER: La buona condotta, di Francesco Gheghi
MOTIVAZIONE: Premio principale “Buona la prima” a La buona condotta per la compattezza del racconto che riesce con tratti veloci e precisi a delineare un contesto familiare svelando in modo credibile uno scenario inatteso e un’incrinatura perturbante.
• Premio principale “Indieverso” – 300 Euro e targa WINNER: Suzanne & Marcelo, di Francesco Alessandro Cogliati
MOTIVAZIONE: Per la delicatezza con cui esplora l’amore al di là dei confini di genere e dell’identità, restituendo con grazia e verità il mistero di un legame che si rinnova nel gioco e nella metamorfosi. Un film che celebra il diritto di essere molteplici, di riconoscersi e perdersi nell’altro, di trasformarsi per continuare ad amarsi. Con uno sguardo intimo e consapevole, il corto racconta la libertà come atto d’amore e la finzione come spazio di verità.
Le cinque targhe nelle categorie Miglior Documentario, Migliore Attrice, Migliore Attore, Miglior Fotografia e Migliore Sceneggiatura e i due premi speciali nelle categorie #CLIMATECHANGE e MUSICA INDIE sono state consegnate dai membri della GIURIA PROFESSIONALE FFCF 2025 composta da: • Francesca Pirani — Regista e autrice, Presidentessa della Giuria Professionale • Andreas Graf — Musicista e regista • Carlo Magri — Regista documentarista • Alessandro Marchiori Rocca — Regista e direttore della fotografia • Stefano Maurelli — Attore e regista
I premi dei corti vincenti nelle tre categorie principali: INDIEVERSO (300 Euro e targa), BUONA LA PRIMA (300 Euro e targa) e AMBIENTE È MUSICA (300 Euro e targa) sono stati consegnati da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna e dagli atleti e dalle atlete della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco, eccezionalmente presenti durante la serata di premiazione per una collaborazione straordinaria con FITARCO (Federazione Italiana di Tiro con
l’Arco), ovvero:
• Cinzia Noziglia – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – Gruppo Sportivo
Fiamme Oro – Arco Nudo – Pluri-campionessa Mondiale, Europea e Italiana ; Oro ai World
Games 2017 e 2022 e Argento ai World Games 2025
• Simone Barbieri – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo
– Pluri Campione Europeo e Italiano ; Oro ai World Games 2025.
• Alessandra Bigogno – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco
Nudo – Campionessa Europea e Italiana.
I premi nelle tre categorie principali sono opere d’arte uniche e originali, ideate e realizzate a mano
dall’artista contemporaneo Matteo Farolfi — pittore, scultore, alchimista della materia — ed esposte
nel percorso immersivo site-specific AWARENESS, visitabile presso Notorious Cinemas Ferrara dal
21 ottobre al 3 novembre 2025.
PARTNER DELL’OTTAVA EDIZIONE DI FERRARA FILM CORTO FESTIVAL 2025
Organizzato da Ferrara Film Commission APS,
Con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Ferrara,
Con il patrocinio e il sostegno di Comune di Ferrara e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna,
Partner didattici: IIS Giosuè Carducci, IIS Luigi Einaudi, Liceo Artistico Dosso Dossi, Liceo
Scientifico A. Roiti, Blow-Up Academy
Partner scientifico: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara,
Partner organizzativi: Ferrara Musica, Notorious Cinemas – The Experience, Anime Factory, Factory
Grisù, Ferrara la città del cinema, Combo,
Ospitalità ristorazione: Hotel Radisson Ferrara, Hotel Carlton, Locanda della biscia, Pasticceria
Pivati.
Powered by: EFFE Matteo Farolfi, Periscopionline.it, Mami Voice, ESMA Creative Studio.
Festival gemellati: Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, Planetaria – storie che parlano al futuro,
Roma Film Corto, The 48 Hour Film Project, Moscerine Film Festival, Dance On Screen Film
Festival, Premio Folco Quilici – FEDIC
I Masai di Loliondo, brutalmente sfrattati dalle loro terre per fare spazio a una riserva di caccia, vedono la loro battaglia legale naufragare dopo il verdetto della Corte Suprema tanzaniana. La sentenza apre la strada a nuovi sgomberi, mentre in Kenya altre comunità indigene affrontano lotte simili contro riserve di conservazione imposte senza consenso.
«Ci stanno portando via tutto: la nostra terra, la nostra storia, il nostro futuro», denuncia Ole Nadoy, leader della comunità masai di Loliondo. Parole che riecheggiano come un grido di disperazione e resistenza. ù per fare spazio alla riserva di caccia Pololeti. Lo scorso ottobre, la Corte suprema di Dodoma ha respinto la richiesta di rientro nelle loro terre, un verdetto che, secondo l’Oakland Institute, rappresenta un pericoloso precedente per i diritti dei popoli indigeni in Tanzania e oltre. Survival Internationaldenuncia che i Masai non sono stati consultati né risarciti, benché le loro terre fossero legalmente riconosciute.«Le comunità colpite vivevano in villaggi regolarmente registrati secondo il regime fondiario tanzaniano, eppure la Corte ha ritenuto che il loro diritto alla terra fosse secondario rispetto alle esigenze economiche del Paese», riferisce l’organizzazione che difende i popoli indigeni. E ancora: «La decisione rischia di creare un pericoloso precedente, legittimando sfratti forzati di comunità native a favore di progetti governativi legati al turismo e alla conservazione ambientale».
«I motivi su cui si fonda la sentenza», sostengono gli attivisti, «fanno fortemente dubitare dell’indipendenza del potere giudiziario in questo momento storico della Tanzania, Paese ormai ben avviato a diventare un regime autocratico dove la legge non è più uguale per tutti e gli oppositori vengono perseguitati». Vittime della repressione sarebbero anche «i leader masai e quelli delle organizzazioni della società civile che hanno difeso i loro diritti, imprigionati per mesi con accuse pretestuose».
La sentenza e le sue conseguenze
Il tribunale ha motivato la decisione sostenendo che la riserva è necessaria per la conservazione della fauna selvatica (“le riserve di caccia tutelano l’ambiente e l’equilibrio dell’ecosistema – hanno spiegato i giudici – permettendo l’abbattimento degli animali vecchi o in eccesso”), principale fonte di valuta estera del Paese. Tuttavia, la sentenza contraddice un precedente verdetto della stessa Corte suprema del 2023, che aveva dichiarato illegale la creazione della riserva Pololeti proprio perché i Masai non erano stati coinvolti.
Gli attivisti parlano di un grave segnale di deriva autoritaria: «Non solo la giustizia sembra piegata agli interessi economici del governo, ma chi difende i diritti delle comunità indigene viene perseguitato. Leader masai e attivisti della società civile sono stati imprigionati con accuse pretestuose, mentre le forze di sicurezza hanno represso con la violenza le proteste locali». «Il dietrofront evidenzia il peso politico della vicenda e la volontà del governo di piegare le decisioni giudiziarie ai propri interessi economici», chiosano i rappresentanti delle comunità pastorali di Loliondo.
Masai, (Foto di https://www.africarivista.it/)
La battaglia legale – di cui si annunciano nuovi capitoli – è solo l’ultimo risvolto di un’annosa contesa che da molti anni contrappone le autorità di Dodoma ai Masai. Questi ultimi, uno dei gruppi indigeni più noti dell’Africa orientale, vivono nel nord della Tanzania, e nei territori confinanti del Kenya, e sono tradizionalmente pastori nomadi. Il loro stile di vita dipende fortemente dalla possibilità di accedere a vaste aree di pascolo per il bestiame, una risorsa sempre più minacciata dalla pressione dello sviluppo economico e turistico. Nel corso del tempo, il governo tanzaniano ha progressivamente limitato l’accesso dei Masai alle loro terre, sostenendo che le aree in questione sono necessarie per la conservazione della fauna selvatica o lo sviluppo turistico. Uno degli epicentri del conflitto è proprio la regione di Loliondo, al confine con il Parco Nazionale del Serengeti. Il governo tanzaniano ha a lungo cercato di trasformare questa zona in una riserva naturale. E ciò ha comportato lo sfratto forzato di numerose famiglie masai.
Turismo e neocolonialismo
La situazione ha raggiunto un punto critico quando il governo, nel 2022, ha inviato le forze di sicurezza per delimitare 1.500 chilometri quadrati come area protetta, scatenando proteste e scontri con le comunità locali. Decine di attivisti sono stati arrestati, alcuni sono stati costretti all’esilio e molte comunità hanno subito violenze durante gli sgomberi forzati. Le immagini degli scontri hanno suscitato reazioni internazionali, con organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch a denunciare presunte violazioni dei diritti umani, chiedendo alla Tanzania di rispettare gli accordi internazionali sulla tutela dei popoli indigeni.
Il governo giustifica gli sfratti con la necessità di tutelare l’ecosistema, ma i Masai e le organizzazioni per i diritti umani accusano le autorità di usare la conservazione come pretesto per favorire il turismo di lusso e la caccia sportiva. Secondo fonti di stampa, alcune delle terre sottratte sarebbero già state concesse a compagnie straniere legate agli Emirati Arabi, che organizzano safari esclusivi e battute di caccia per clienti facoltosi. La vicenda ha suscitato indignazione internazionale: l’Unione Europea ha condannato duramente l’accaduto, arrivando a sospendere finanziamenti destinati alla conservazione ambientale in Tanzania, mentre la Banca mondiale ha interrotto l’erogazione di fondi per lo sviluppo turistico a causa delle violazioni dei diritti umani.
Lotta senza confini
Le conseguenze del caso di Loliondo si fanno sentire anche oltre confine. Il Kenya ha accolto un numero crescente di Masai in fuga, privati dei loro mezzi di sussistenza. Nel gennaio scorso, la giustizia kenyota ha emesso una sentenza storica, dichiarando illegali le riserve di conservazione create dal governo in collaborazione con il Northern Rangelands Trust (Nrt), un’organizzazione che gestisce milioni di ettari vendendo crediti di carbonio a multinazionali come Meta, Netflix e British Airways. Il tribunale ha appurato che quelle aree sono state istituite senza consultare le comunità locali, in maggioranza di etnia borana, samburu e rendille, alimentando il sospetto che dietro la conservazione si nascondano interessi economici globali a discapito dei popoli indigeni. La missione di Nrt sarebbe, in teoria, quella di istituire riserve comunitarie resilienti, trasformare vite e garantire la pace e la conservazione delle risorse naturali.
A finire sotto accusa è un progetto del valore potenziale di svariati milioni di dollari (l’importo esatto non è noto poiché l’organizzazione non pubblica bilanci finanziari), da tempo criticato dagli attivisti indigeni perché sarebbe stato istituito a danno delle popolazioni locali. La sentenza, in particolare, riguarda un caso intentato da 165 membri delle comunità presenti in quei territori e sancisce che le riserve sono state istituite incostituzionalmente, senza base giuridica. La Corte ha inoltre ordinato che i guardaparco dell’Nrt, armati pesantemente e accusati dai popoli indigeni della zona, lascino quelle riserve.
Interessi stranieri
«La sentenza è anche l’ultima di una serie di stoccate alla credibilità di Verra, il principale organismo utilizzato per verificare e validare i progetti di crediti di carbonio», fa sapere Survival International. «Purtroppo questo fenomeno è lungi dall’essere un problema isolato», fa presente Caroline Pearce, direttrice generale dell’organizzazione. «Troppi programmi di compensazione delle emissioni di carbonio si basano sullo stesso modello obsoleto della “conservazione fortezza” e sostengono di “proteggere” la terra mentre calpestano i diritti dei suoi proprietari indigeni e realizzano ingenti profitti strada facendo».
Gli interessi stranieri nella gestione di quei territori appaiono evidenti. Secondo l’Oakland Institute, dietro la politica tanzaniana sulla conservazione e il turismo si nasconderebbero ingerenze di rilievo, in particolare statunitensi. Un rapporto pubblicato ad aprile da ricercatori californiani (intitolato Pulling Back the Curtain: How the US Drives Tanzania’s War on the Indigenous) ha messo in luce come Washington abbia esercitato un ruolo determinante nell’influenzare le strategie di gestione del territorio in Tanzania, sostenendo progetti finanziati da Usaid a scapito delle comunità locali. E malgrado l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale sia stata praticamente chiusa nei mesi scorsi da Donald Trump, in pochi si illudono che la nuova amministrazione americana imprimerà o favorirà un cambio di rotta nelle politiche ambientali… Mentre il governo di Dodoma prosegue con le politiche di esproprio, i Masai si trovano a combattere una battaglia sempre più difficile per la salvaguardia dei propri diritti e per il controllo delle loro terre ancestrali.
Ferrara Film Corto Festival: essere sempre più giovane per diventare adulto
Questa sera (sabato 25 ottobre) dalle 20.30 la Sala Estense ospiterà la serata conclusiva dell’ottava edizione del Ferrara Film Corto Festival,chiamato “Ambiente è Musica”. Per il programma andate al sito ufficiale. Per qualche impressione personale invece, restate qui.
Ieri, al termine delle proiezioni alla Sala del Refettorio, ho incontrato in rappresentanza di Periscopio le sceneggiatrici, registi, registe e produttori di alcuni dei cortometraggi in rassegna – preferisco chiamarla così perché, nonostante la presenza delle giurie e dei premi, non riesco ad associare all’espressione artistica il concetto di “gara” o “competizione”.
Ho avuto il piacere di parlare a persone di trenta o trentacinque anni davanti ad una platea di persone di venti o venticinque anni. Già solo questa circostanza mi ha scaldato il cuore, o se preferite rinfrescato lo spirito. Ho percepito diverse suggestioni da queste ragazze, ragazzi, cineasti, sceneggiatrici, artisti. Ad esempio, che la percezione della china del riscaldamento globale è molto più presente nei giovani che nei vecchi im-potenti: tra i giovani annovero anche il signor Antonio, Cicerone commosso del lago Fimon ne “Il custode del Lago” di Simone Bressello. Antonio potrebbe avere ottant’anni, ma la sua disperata freschezza lo inscrive a buon titolo nella categoria dei giovani. La stessa acuta e allarmata consapevolezza ho colto in Giorgia Baracco, giovane sceneggiatrice di “Sommersi”, breve drama che fissa una dissennatezza che vede protagonisti due adolescenti, immergendola letteralmente nella furia di un alluvione che si fa tragedia collettiva, senza poter cancellare la tragedia individuale, ma contribuendo a nasconderla alla punizione civile – non a quella della propria coscienza. E poi le gelide e spigolose “Misure” di Marta Capossela, che prima di dirigere corti è stata selezionatrice di modelle per la moda, conosce bene il confine spesso labile tra canone e patologia, e lo rende con effetti disturbanti e profondamente inquietanti. “Cosa resta” di Francesca Scanu non può non commuovere chi ama i cani, creature che ospitiamo nelle nostre case a scopo didattico: ci mostrano come vivere senza insegnarcelo. Mia, che oltre ad essere l’attrice e dea ex machina della storia è il cane di Francesca, muove il mondo dentro e fuori senza fare nulla, semplicemente vivendo secondo il proprio istinto.
Infine non c’era il regista de “La Buona Condotta” , ma il suo produttore, Simone Rossi. Su questo cortometraggio preferisco non dire nulla, tranne una cosa: i genitori che lo vedranno impareranno a dubitare di ogni certezza che pensano di possedere sui loro figli.
Questa è solo una piccola selezione di ciò che è passato in rassegna, e magari nessuno di questi “vincerà” nessun premio, ma è il mio festival. Buona serata finale, e lunga vita.
Photo cover: frame da “La Buona Condotta” di Francesco Gheghi.
Karev Yom, lievito di speranza
Si avvicina il giorno,
E non è giorno e non è notte
[Altissimo che sei] più in alto possibile, più su, più su
fa conoscere che tuo è il giorno, così come la notte
Istituisci dei guardiani per la tua città
tutto il giorno e tutta la notte
Rischiara, illumina, illumina, rischiara
Illumina con la luce del giorno l’oscurità della notte
Karev Yom è canto alla speranza che accompagna il Seder pasquale, la cena rituale ebraica. Una danza, pure, per suscitare e far lievitare ancora la speranza in una pasqua senza tramonto, a venire, pasqua di redenzione e di salvezza, in cui non ci saranno più né giorno né notte, come in quella notte, ombra della luce, che fece uscire dalla schiavitù un popolo, aprendo una via nel mare. Né giorno, né notte è la speranza, lievito di luce.
Lucido fermento
Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall’ombra costellata, l’aria giuoca
sul prato. Quale presenza s’aggira?
Un respiro sensibile fra gli alberi
è passato, una vaga essenza esplosa
volge intorno ai capelli carezzevole,
nel portico una musica riposa.
Ah questa oscura gioia t’è dovuta,
il segreto ti fa più viva, il vento
desto nel rovo sei, sei tu venuta
sull’erba in questo lucido fermento.
Hai varcato la siepe d’avvenire,
sei penetrata qui dove la lucciola
vola rapida a accendersi e a sparire,
sfiora i bersò e lascia intatta la tenebra.
Parla della speranza come di un fermento che riluce anche questa lirica di Mario Luzi in Liriche gotiche (Tutte le poesie, 139). La speranza è soglia che lascia immutata l’oscurità, e tuttavia fa vibrare le fronde, e la luna sente il richiamo della sua silenziosa voce e ritorna a crescere. La speranza è presenza che ti circonda, che varca con te la siepe d’avvenire, come vento che penetra il rovo e passa oltre, come lucciola che lo attraversa accendendosi e spegnendosi, portatrice di un respiro di segreta gioia.
Ci ha ricordato anche David Maria Turoldo che, seminata nei sei giorni della creazione, è la speranza che fermenta e germoglia in essi, prepara lo stelo, su cui fiorirà il settimo giorno, quello del riposo, “giorno per la speranza è la notte”.
Notte: confine e porta
su altra vita.
Di notte è stata creata ogni cosa,
nella oscurità del solco
fermenta e germina lo stelo,
pur se la spiga maturerà – o morirà –
nel sole: e quando
poi compare la luna …
«fu sera e fu mattino, sesto giorno»,
giorno per Iddio è la Notte.
(O sensi miei…Poesie 1948-1988, Rizzoli 1997, 581)
Terre nuove
Dalle terre rare della poesia alle terre nuove dell’immaginazione: si dilata così lo spazio, anche oltre l’orizzonte, al bracconiere di parole, poiché da esse fiorisce un immaginario di universi, immagini che cercano parole nuove, linguaggi rinnovati per quell’esercizio spirituale che è la ricerca di senso del nostro vivere e oltre se stesso.
A condurmi in queste terre nuove è stata la lettura di un documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese presenti in Italia, che nel titolo unisce immagini e parole: Lievito di pace e di speranza. Un testo, come una mietitura in un campo largo, quello ecclesiale, frutto di una seminagione abbondante, volto a raccoglie i frutti del cammino sinodale durato quattro anni che ha visto parrocchie, gruppi comunità, movimenti, interagire in ascolto dentro e fuori le realtà ecclesiali con la città e il paese.
Una raccolta di esperienze, aperture e indicazioni per rinnovare la Chiesa italiana, conformandola al vangelo per renderla sempre più una “chiesa in uscita” ad incontrare la gente, dilatata verso le periferie esistenziali. Il documento raccoglie oltre cento proposte che verranno votate nell’Assemblea sinodale sabato 25 ottobre a Roma da oltre mille delegati da tutta la Penisola. Proposte che, dopo l’approvazione, saranno consegnate ai vescovi italiani affinché abbiano inizio un processo di recezione a base locale.
In un’intervista, Erio Castellucci, vescovo di Modena, che presiede il comitato Cei per il Sinodo, ricorda che «le oltre cento proposte non sono semplicemente accatastate l’una accanto all’altra, ma il tentativo di indicare delle piste di lavoro, in parte nuove e in parte già battute da alcuni».
Alla domanda: «Quale attenzione alle povertà, come raccomanda il Papa nella sua prima Esortazione apostolica Dilexi te?» risponde: «Questa è una delle carenze del documento. La lettura della Dilexi te mi ha persuaso che in questi anni di cammino sinodale sia stata troppo scarsa l’attenzione alle povertà. Alla fine della fase narrativa era emersa da parecchie parti la constatazione che i poveri non si erano coinvolti o non erano stati coinvolti nel percorso sinodale. Quando Leone XIV, sulle orme di papa Francesco, dice che i poveri sono protagonisti e non semplici destinatari, ci aiuta a fare un esame di coscienza serio. Non è populismo, è Vangelo».
Il coraggio di immaginare insieme
Nel documento viene sottolineata l’importanza di nuovi linguaggi, anche digitali e del coraggio dell’immaginare insieme per stabilire relazioni rinnovate dentro e fuori la comunità cristiana. Sono queste le terre nuove che ci stanno di fronte per la nostra itineranza: «non per un semplice lavoro strumentale di adattamento e condiscendenza, ma per un esercizio spirituale di riconoscimento del vissuto umano come luogo teologico, in virtù del principio dell’Incarnazione.
La comunicazione, del resto, è strutturale nella comunità cristiana: l’annuncio avviene sempre in una relazionalità comunicativa, ridefinendo lo spazio e il tempo dell’atto comunicativo. Con sobrietà e competenza, dunque, i cristiani sono chiamati ad abitare tutti gli ambienti di vita in cui si svolge l’esistenza delle persone», n. 33.
Il coraggio di immaginare titolo con cui inizia il n. 34 del documento credo rappresenti l’istanza iniziale e il denominatore comune da tenere sempre presente come stile ed esercizio permanente ogni volta che si vorranno mettere in atto, un poco alla volta le proposte e i necessari adeguamenti alle singole realtà locali.
Si legge: «Consapevole che la sete di interiorità non è meno ardente rispetto ai decenni passati, anche se spesso non si incanala in forme istituzionali, la Chiesa, nel suo servizio al sogno di Dio in atto nella storia, dialoga con il mondo delle arti – dalla pittura alla musica, dalla letteratura al cinema, dalla poesia alla street art al teatro – non per “addomesticarlo”, ma per coltivare una sana inquietudine, farsi provocare dalle sue intuizioni, tenere vivo il desiderio di terre e cieli nuovi, custodire la speranza.
Pertanto, l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte:
a. che le Chiese locali creino spazi di incontro e di confronto, laboratori creativi, percorsi di formazione e di “educazione alla bellezza”, valorizzando le realtà esistenti e favorendone di nuove, anche mediante la concessione di ambienti e finanziamenti;
b. che le Chiese locali attingano ai multiformi linguaggi artistici per sperimentare forme innovative di catechesi e annuncio;
c. che le Chiese locali valorizzino il proprio patrimonio artistico, integrandolo nella pastorale, mediante iniziative stabili rivolte alle nuove generazioni alle famiglie, agli immigrati, ai turisti e formando operatori competenti».
È tempo di immaginare
Anche per la teologia, è venuto il tempo di immaginare, insieme ad una intelligenza comunitaria, perché il futuro è corale. L’immaginazione è fattore di cambiamento, superamento e trasformazione. Ci ha ricordato il card. Henry Newman: «Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni». L’immaginazione «è un invito a scoprire il moto del cuore che, paradossalmente, ha bisogno di partire per poter rimanere, di cambiare per potere essere fedele». Così la teologia è chiamata a dare ascolto anche a logiche non teologiche, aprendo spazi all’interdisciplinarità e transdisciplinarità.
L’immaginazione è lievito e fermentazione che si attiva intrecciando le diverse sensibilità e generi di conoscenza, non per mescolare le metodologie proprie a ciascuna disciplina, ma per creare territori, terre nuove, grammatiche nuove dell’umano di convivialità alla ricerca di una razionalità condivisa.
Sono questi alcuni pensieri raccolti dall’intervento del card. José Tolentino Mendonça al Congresso internazionale del dicembre 2024 a Roma: Eredità e immaginazione organizzato dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, esplicitamente dedicato al “futuro della teologia”.
Nella sua prolusione diceva: «L’immaginazione del cristiano è sguardo critico che riconosce che il mondo non è come dovrebbe essere, che è segnato dal male, dal peccato, dalla sofferenza, ed è bisognoso di redenzione, ma al tempo stesso si dischiude come sguardo rigenerativo che riconosce i segni dell’avvento di questa redenzione, riconosce i sentieri da aprire perché essa si faccia strada nei cuori e nelle menti degli uomini, nelle vicende della storia. È sguardo non puramente contemplativo ma performativo – fa ciò che dice – che profeticamente riconosce che cosa possiamo fare di questo mondo se lo affidiamo alla promessa di salvezza di Dio».
L’immaginazione è impronta originaria del pensiero che mette in gioco il cuore
L’immaginazione mette in gioco il cuore e i sensi. È sensazione visiva che dice e pone relazione all’altro. È percezione di qualcosa che appare. È come un’impronta da fuori che fermenta il dentro. È levatrice di creatività per il venire alla luce del pensiero e delle parole. Non è pura invenzione del soggetto o semplice rappresentazione, riproduzione esteriore del pensiero, ma sua determinazione originaria, benefica ibridazione, meticciato fecondo che innesta visivamente e avvia il processo della coscienza e del conoscere. «La sensazione alla lettera una comunione» (M. Merleau-Ponty).
Scrive Giovanni Cesare Pagazzi: «Se è vero che l’anima pensa sempre, è altrettanto vero che essa non pensa mai senza immagine, sia essa visiva, acustica, tattile, olfattiva e gustativa. L’immaginazione non è né un fatto, né una facoltà accostata alle altre, ma il modo originario in cui, attraverso la sensazione, anima e mondo nascono nello stesso momento: co-nascono. Essa testimonia che il conoscere è il co-nascere dell’anima e del mondo e mostra come la coscienza sia già da sempre un legame sensibile (cum-scientia) con il mondo, con-tatto, con-senso dato al mondo. La libertà acconsente alla pro-vocazione dei sensi circa la sensatezza del mondo», (L’esperienza sensibile di Gesù, in I sensi spirituali. Tra corpo e Spirito, Antonio Montanari (ed.), Glossa, Milano 2012, 308).
Universi diversi fermentano il cuore
Tutto sembra, a guardar la notte, fermo
immobile ogni costellazione e quelle
stelle appena nate negli ammassi
piccole ma già segnate dalle loro masse.
C’è più fermento nel mio cuore quasi
l’universo fosse altro da questo firmamento
fatto di vuoto e tempo, di luce e buio;
qui ogni stella appare una resurrezione
e un anno luce l’inizio di un inizio
l’orbita è tanto aperta da sembrare retta
e ogni battito il grido del silenzio.
(G. Ferrara, Appunti di viaggio di un funambolo muto, Edizioni Tracce, Pescara 2015, 24)
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Mi sono decisa, finalmente. Ho comprato un paio di scarpe rosse. Rosse, col tacco alto, décolleté e, decisamente, molto, molto femminili. Le guardo avvolte nella velina dentro la loro scatola e, soddisfatta, le ripongo sullo scaffale. Aspetto l’occasione giusta.
*2*
Quando sono giù di corda, metto a posto gli armadi. Mi accorgo che sono depressa perché mi prende la smania di fare ordine tra i vestiti. Repulisti: eliminare, fare spazio, selezionare. E così svuoto i cassetti, tolgo tutti i vestiti dalle grucce e, meticolosamente, provo ogni indumento, lo abbino con altri e cerco, con occhio critico, di arrivare a un responso: lo tengo! no, lo elimino! É un’operazione che mi sfinisce. Gli armadi svuotati, poco a poco si riempiono di ogni cosa. Al solito non ho avuto il coraggio di eliminare un bel nulla.
*3*
Sto passando in rassegna i miei vestiti. Non so come passare questo lungo tempo vuoto che ho davanti. Però! Quante cose nuove, mai messe, tenute d’acconto chissà perché. E questa? Apro la scatola. Ah! Le mie scarpe rosse. Le tiro fuori dalla scatola. Quanto le ho desiderate! Mi viene da piangere.
Ho un tumore al seno, sono giovane e lui se ne approfitta per invadere tutto il mio corpo. E sai cosa penso? “Che non ho paura di morire, è che mi dispiace”. Mi dispiace di aver aspettato e perso tante occasioni per indossare le mie scarpe rosse. Mi dispiace soprattutto che non avrò più altre occasioni.
*4*
Non ho più la forza di alzarmi, le terapie mi devastano. La mia è una guerra persa. Adesso, che sono ricresciuti, ho degli strani capelli ricci ricci, sono così magra, due occhi enormi mi guardano allo specchio. Respiro a fatica, il mio naso è sottile e affilato come le mani, sono di carta velina.
Indosso perennemente il pigiama, non è molto glamour! Le ante degli armadi sono aperte e mettono in bella vista i vestiti colorati e di bella foggia che ho collezionato, troppo timida per indossarli.
La seta, i ricami, i volant, le morbide stoffe, il fresco cotone.
Voglio essere bella, bellissima il giorno della mia morte. Voglio sguardi ammirati e invidiosi.
Scelgo il vestito più bello, gli accessori più fashion. Non possono mancare loro, le mie eleganti e molto femminili scarpe rosse.
Non ho più il seno, le mie forme sono sparite, divorate dalla malattia, ma io sono una donna e giovane.
Ho trovato la mia occasione, mi presenterò alla mia cerimonia non con un corpo di cera tirato a lucido, un santino grigio che sa di incenso.
Ci andrò vestita a festa. Mi farò bella e i miei piedi non saranno nudi o dentro tristi pantofole, calzeranno scarpe nuove, rosse, col tacco alto, décolleté e, decisamente, molto, molto femminili.
A mia sorella Claudia oggi che posso ricordare senza piangere.
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Il testo che Giuseppe ha scritto recentemente è pieno di amore verso il suo nipotino, nato nel settembre scorso. La sua lunga detenzione lo ha costretto a rivedere i suoi sbagli di gioventù e a ripensare al modo in cui la propria vita affettiva sia stata condizionata gravemente da quei reati. Nel testo si può notare il suo ravvedimento ed il proposito di veder crescere il proprio nipote in maniera molto diversa dalla sua. Il mettersi nei panni del piccolo, nato da nemmeno un mese, è una bella forma espressiva che aiuta ad esprimere le emozioni. (Mauro Presini)
Dove eravamo rimasti?
di Giuseppe
Tempo fa, in uno dei miei testi pubblicati su Astrolabio, raccontai un aneddoto su come svolgevo la mia routine, su quanto io sia maniaco nelle pulizie, sul mio essere mattiniero. Da qualche mese qualcosa è cambiato nella mia vita: infatti sono diventato nonno e questo è stato un fatto del tutto inaspettato. La mia routine si è modificata: mi alzo al mattino presto e la prima cosa che faccio è guardare le quattro grandi fotografie che ho attaccato al muro della cella; ritraggono il mio piccolo nipotino Andrea.
In due di esse dorme e nelle altre due ha lo sguardo rivolto verso me.
Io immagino che mi dica così:
“Ciao nonno come stai? Tranquillo, adesso ci sono io, tuo nipote. Sai che non ti permetterò di lasciarmi da solo come hai fatto con mamma, perciò pondera bene le mie parole e fai una lunga riflessione. Dicono che una volta eri cattivo e che hai fatto piangere tante persone, però dicono anche che il tuo ravvedimento è sincero, che gli anni di carcere ti hanno portato a questo cambiamento.
Nonno, spero che per te questo sia vero, perché io con te vorrei fare tantissime cose. Non mi dicono anche che sei bravo in cucina; a proposito è da un mese che sono nato e sono stufo di nutrirmi solo con il latte di mamma, vorrei qualcosa di più sostanzioso. Infatti dicono che sei bravo a fare la pizza a fare gli arancini e tantissime altre cose. Bravo nonno, veramente bravo!
Ecco, vorrei che tu fossi presente quando farò i primi passi, vorrei che mi accompagnassi mano nella mano per le vie di Bologna e ai giardini pubblici, nei negozi a fare compere. Spero che, quando vedrò qualcosa che mi piacerà tu, solo guardandomi, capirai che quell’oggetto mi piace, l’acquisterai per me facendomi felice. Poi sorrideremo insieme. Vorrei che fossi un nonno come i tanti milioni di altri nonni: senza misteri. Vorrei che nessuno abbia di te una visione distorta, vorrei che il tuo passato fosse soltanto un brutto ricordo”.
Poi, per un istante, mi alzo e guardo di nuovo le foto appese al muro.
Lui poi prosegue: “Nonno, ma è vero che tu quando sei nato assomigliavi tanto a mamma e a me? Allora è proprio vero quel detto che recita: buon sangue non mente. Non vorrei che la mia vita fosse diversa dalla tua; vorrei che fosse come quella di tutti i bambini di questo mondo. Nonno, da grande non vorrei fermarmi alla scuola dell’obbligo, bensì proseguire con gli studi, laurearmi anche se ancora non so in quale materia. Non vorrei fare ciò che tu non hai voluto fare perché eri preso da una vita scellerata, perciò mi impegnerò io, con tutte le mie forze, per non deluderti. Vedrai, nonno, sarai fiero di me.
Ancora non parlo e non cammino, ma ti prometto che appena potrò, oltre a frequentare la scuola, parteciperò a delle attività sportive, non so se il calcio il tennis o altro, ma l’importante è che io non faccia vitasedentaria. Mi dicono che tu eri bravo a calcio e so perché hai mollato: negli anni 90 hai subito un brutto incidente e i tuoi sogni sono svaniti nel nulla.
Nonno, tu forse lo chiami destino quello che ha fatto in modo che la tua vita dovesse andare a rotoli, perché tu credevi di non avere scelta. Eh no, nonno, ti sbagli. Nella vita c’è sempre un’alternativa; sei tu che non l’hai voluta intraprendere e hai volutocontraccambiare con la stessa moneta che ti ha fatto del male.
Beh, nonno, lasciamo il passato e veniamo a noi: vorrei concludere questa chiacchierata con una bella frase che spero ti piacerà: io sono nato il 4 settembre, lo stesso giorno in cui è nata mamma. Guarda un po’ che combinazione.Se uno volesse programmarlo difficilmente riuscirebbe quindi, per te, questo sarà un giorno particolare indimenticabile! Siamo in due a festeggiare perciò non dimenticarti di noi, perché vorremmo davvero che tu fossi presente per festeggiare con noi il mio primo compleanno.
Nonno ti voglio tanto bene”.
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Riconoscere la musica generata da IA: tecnologia, cultura e diritto
Dalla nascita della generazione musicale automatica, cresce l’esigenza di distinguere i brani prodotti da intelligenze artificiali da quelli composti da esseri umani.
Recenti studi accademici propongono metodi innovativi per il rilevamento, ma restano aperte sfide tecnologiche, culturali e legali.
Negli ultimi tre anni la diffusione di strumenti come Suno AI, Udio-AI Music Creator e altre piattaformedi generazione musicale ha cambiato radicalmente il panorama creativo. Se da un lato queste tecnologie ampliano le possibilità di sperimentazione, dall’altro sollevano un interrogativo cruciale: come distinguere la musica creata da un essere umano da quella generata da un algoritmo?
La questione non è solo tecnica. È culturale, legale e simbolica: riguarda l’autenticità dell’arte,il valore del lavoro musicale e i diritti di autori e ascoltatori.
Sul piano giuridico, la possibilità di distinguere tra musica umana e musica generata da IA apre scenari significativi: dall’Etichettatura obbligatoria per piattaforme come Spotify o YouTube che potrebbero essere tenute a segnalare chiaramente se un brano è generato da IA, alla remunerazione differenziata tra artisti umani e produzioni IA , passando per la tutela dell’identità artistica per difendere la voce come marchio personale.
Culturalmente, si apre anche il dibattito sull’autenticità: ascoltare un brano “sapendo” che è stato generato da un modello cambia la percezione estetica? La capacità di riconoscere l’IA diventa allora non solo una questione tecnica, ma un fatto di coscienza culturale.
Sul piano tecnologicoper riconoscere se un brano è stato sviluppato utilizzando l’intelligenza artificiale, esistono già delle App o siti che danno un buon riscontro.
Attualmente un gruppo di ricercatori ha recentemente pubblicato un paper intitolato “Segment Transformer: AI-Generated Music Detection via Music Structural Analysis” (arXiv, settembre 2025). Lo studio propone un approccio basato sulla scomposizione strutturale della musica: invece di analizzare solo il timbro o la qualità sonora, l’algoritmo cerca elementi ripetitivi e incoerenze nella struttura armonica e melodica che sono tipici della generazione artificiale. L’idea è che l’IA, pur imitando bene le superfici sonore, fatichi ancora a riprodurre la complessità e la varietà interna che spesso caratterizzano un brano umano.
Il riconoscimento della musica generata da IA è oggi una frontiera in movimento: la tecnologia corre veloce, ma la ricerca sta cercando di costruire strumenti di trasparenza.
Il vero nodo non è solo smascherare l’algoritmo, ma decidere quale valore vogliamo attribuire alla creatività umana nell’era delle macchine creative.
La partita, insomma, non si gioca solo tra detector e generatori, ma tra modelli culturali di società: una musica “senza volto” oppure una musica che rivendica la mano, la voce e l’anima di chi la crea, o entrambi, senza distinzione?
Attualmente il copyright sui brani musicali esiste ed è ben regolamentato, non è quindi un problema di copie. In Giappone, per esempio, esistono artisti completamente AI, con regolare contratto con major musicali.
In copertina: immagine Al Music, prodotta dall’autore con Intelligenza Artificiale
Il 21 ottobre, Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (FFCF) ha aperto la sua VIII edizione. Sostenuto e patrocinato dal Comune di Ferrara attraverso gli Assessorati alla Cultura e all’Ambiente, dalla provincia di Ferrara, dalla Regione Emilia-Romagna e dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Appuntamento stasera alle 20:30 presso la Teatro Sala Estense per la SERATA-EVENTO PLANETARIA x FFCF 2025, Performance speciale tratta dallo spettacolo “Conferenze Immaginarie”.
Reading scenico interpretato da Filippo Gentili, ideatore e Direttore Teatrale del progetto, e Giulio Boccaletti, oceanografo, Direttore del CMCC (Centro Mediterraneo per il Cambiamento Climatico) e consulente scientifico di Planetaria. Sul palco, i due daranno voce a un dialogo evocativo tra teatro e scienza, mettendo in relazione contenuti narrativi e riflessioni sui grandi temi della sostenibilità, e proponendo al pubblico un’esperienza culturale immersiva, emozionante e coinvolgente.
Organizzato in collaborazione con PLANETARIA – storie che parlano al futuro, la manifestazione culturale diretta da Stefano Accorsi e gemellata con Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’.
GIULIO BOCCALETTI è Direttore Scientifico della Fondazione CMCC. Fisico di formazione (Università di Bologna) e dottore in Scienze atmosferiche e oceaniche (Princeton, come NASA Fellow), ha svolto ricerca al MIT su circolazione oceanica e turbolenza.
Dopo l’accademia è entrato in McKinsey & Company, dove è diventato partner e co-fondatore della pratica globale sull’acqua, lavorando su strategie di sostenibilità e sicurezza delle risorse naturali per governi e imprese. Successivamente ha ricoperto ruoli di vertice a The Nature Conservancy, guidando programmi idrici in oltre 40 Paesi e diventando Chief Strategy Officer. È stato membro del World Economic Forum, che lo ha nominato Young Global Leader nel 2014. Nel 2020 ha co-fondato Chloris Geospatial, azienda di analisi geospaziale basata su telerilevamento e machine learning. Ha insegnato Strategia per la Terra all’Università di Oxford e collaborato a produzioni teatrali e televisive su temi ambientali. Autore di diversi libri — tra cui Acqua: Una Biografia (2021), Siccità (2023) e Il Futuro della Natura (2025) — pubblicherà nel 2026 The Environmental Republic. Scrive regolarmente per Project Syndicate e Il Foglio.
FILIPPO GENTILI lavora in campo editoriale come autore (L’origine del pessimismo verghiano, Il teatro pirandelliano, L’educazione letteraria), come curatore di testi (la prefazione de L’antisemitismo di Sartre, La malattia mortale di Kirkegaard), e come traduttore (History of Greece per Mondadori). Come sceneggiatore lavora al cinema (I vicerè di Roberto Faenza, Hotel Meina di Carlo Lizzani) e in numerose fiction (tra le altre Capri, Distretto di polizia, Suor Bakhita). Come regista gira il film Sono viva con Giovanna Mezzogiorno e Guido Caprino; scrive, dirige e interpreta Mister Fifty, serie web per il sito del Corriere della Sera. È autore di programmi televisivi (Parole che restano con Stefano Accorsi) e spettacoli teatrali (Winston Churchill con Giuseppe Battiston). Tra il 2021 e il 2024 lavora come drammaturgo de “La Pergola” di Firenze. Dal 2016 al 2024 lavora come Senior Editor della fiction di Stand by me, curando serie televisive come Il nostro generale, Marconi, La ricetta della felicità, per Rai 1. Nel 2024 ha ideato insieme a Stefano Accorsi Planetaria, un progetto cross mediale prodotto da Superhumans, per parlare di cambiamento climatico e sostenibilità unendo arte e scienza. Ne ha curato e scritto gli spettacoli teatrali.
PARTNER DELL’OTTAVA EDIZIONE DI FERRARA FILM CORTO FESTIVAL 2025
Organizzato da Ferrara Film Commission APS, Con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Ferrara, Con il patrocinio e il sostegno di Comune di Ferrara e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, Partner didattici: IIS Giosuè Carducci, IIS Luigi Einaudi, Liceo Artistico Dosso Dossi, Blow-Up Academy. Partner scientifico: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara, Partner organizzativi: Ferrara Musica, Notorious Cinemas – The Experience, Anime Factory, Factory Grisù, Ferrara la città del cinema, Combo, Ospitalità ristorazione: Hotel Radisson Ferrara, Hotel Carlton, Locanda della biscia, Pasticceria Pivati. Powered by: EFFE Matteo Farolfi, Periscopio.it, Mami Voice, ESMA Creative Studio. Festival gemellati: Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, Planetaria – storie che parlano al futuro, Roma Film Corto, The 48 Hour Film Project, Moscerine Film Festival, Dance On Screen Film Festival, Premio Folco Quilici – FEDIC
Prima gli sberleffi, poi le querele, infine le bombe. Perché l’attentato a Sigfrido Ranucci è un attentato contro la democrazia.
Sigfrido Ranucci è un giornalista. Punto. Che questo basti a metterlo pesantemente in pericolo è un segnale estremamente grave. Oggetto di allusioni, sberleffi, accuse di accanimento politico, querele – 176! – ma da venerdì notte è oggetto anche di attentati dinamitardi. Il “salto di qualità” nell’attacco ai giornalisti di cui ha parlato il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli.
Le indagini spero possano dire chi ha messo l’ordigno sotto l’auto del conduttore di Report, e quindi mi devo limitare a fare poche considerazioni.
La prima è che la casa di Sigfrido Ranucci non era presidiata, malgrado nei suoi spostamenti sia sempre scortato. Il Viminale dovrà spiegare il perché di questa vigilanza a corrente alternata.
La seconda considerazione riguarda l’orario, erano le 22.17: l’attentato era potenzialmente mortale, chiunque avrebbe potuto passare nelle vicinanze. Quindi se il morto non era cercato, non era neppure escluso.
La terza considerazione è che a mettere una bomba sotto l’auto di Ranucci non sono stati sicuramente i politici che lo sbeffeggiano e lo accusano di partigianeria, ma proprio loro dovrebbero ragionare su cosa comporta alzare sempre l’asticella dello scontro. Se non si capisce che il compito dei giornalisti è di essere spietati osservatori dei potenti vuol dire che si auspica l’autoritarismo.
E proprio questo è il punto: c’è una tendenza non solo italiana a considerare il giornalismo un fastidioso retaggio della democrazia. L’ultima classifica di Reporter Sans Frontieresfa scendere di tre posizioni, al 49° posto, l’Italia. Per le ragioni che si sono aggravate negli ultimi anni: querele usate come bavaglio e oligopoli editoriali. Poi ci sono ragioni che riguardano proprio Sigfrido Ranucci: minacce e scarsa indipendenza del servizio pubblico dal Governo.
Certo, la categoria dei giornalisti non è perfetta, anzi. Rimodellando una metafora di Gustavo Zagrebelsky si potrebbe dire che è una categoria piena di “tarli” che sfibrano dall’interno la sua credibilità. E sono i migliori alleati di chi a parole offre la sua solidarietà a Sigfrido Ranucci, ma sotto sotto pensa che se l’è cercata.
* Danilo De Biasio Danilo De Biasio è direttore della Fondazione Diritti Umani e, dal 2021, è consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Giornalista, dal 1982 voce storica Radio Popolare, di cui è stato anche direttore dal 2008 al 2012. Ha insegnato Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di massa all’Università Statale di Milano e Giornalismo radiofonico alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi.
Parole a capo «br» Alida Stroili: «Dopo il canto del gallo» e altre poesie
Chi scrive vagabonda su un terreno di cui ha la mappa pressa poco e indicazioni precarie e non ci sono tabelle stradali e tanti territori hanno cambiato nome e altri si sono fusi con nomi nuovi
che non si sono mai sentiti prima e sono inventati apposta così chi scrive può dire “ah, si?”.
Chi scrive ha una sua dimensione piena di figure che non ci sono davanti ma escono dai quadri o saltano giù dalle note musicali sul suo divano ma lui non se ne avvede perché è dentro al suo testo in un passaggio tortuoso sulla cengia di una montagna che ha conosciuto oppure nella notte profonda piena di luce lunare. Tutte le persone evocate lo aspettano, alcune abitavano i quadri di Botero e la casa di chi scrive gli sta stretta. E allora chi scrive dice loro “Gentili signori e signore, non tutti insieme”. Ma le fanciulle di Gauguin parlano solo il samoano stretto.
Chi scrive alle volte è così intento che gli si attacca la cena nelle pentole e la casa sa di bruciaticcio e deve lavare anche le tende e allora dice “Io volevo scrivere sempre e non solo a tempo perso”.
Chi scrive quando legge testi di un altro più bravo più evoluto o più conciso o fantasioso o mirato gli dice “Sei ganzo” allora l’altro gli invia un emoticon di una faccina ridente con un abbraccio che lui non ha mai visto perché ha un cellulare basico che usa a fatica e quando scrive è dentro a un mondo se non antico non proprio contemporaneo e dice “Non mi sento attrezzato per tutto questo wifi”.
*
così, come una carezza di piuma di petto d’uccello, la piuma per gli abbracci dei figli minuscoli quando la notte è fresca e magari piove e si formano gocce sulle estremità di foglie pietose come nelle gronde
così, come una parola sollecita piena di propositi buoni dopo ore di fatica feroce con una voce un po’ roca anche se ha smesso da mo’ di fumare e, allora, è solo di per sé un po’ timida
così, come le righe sul monitor dalla luce fredda come un invito senza responsabilità e tu sei su un palcoscenico e nessuno ti ha messo lì però siamo tutti così, nel bene e nel male
così, come per una preghiera, ad esempio dei vi imploro fatemi più buono di così, però che non sembri superbo rispetto alla innocenza di una corteccia, ad esempio di betulla candida, ma così, come me la ricordo io.
*
C’era una malinconia appesa ad una nuvola
come una specie di broncio da nido disertato
di cespuglio mal potato
di albero capitozzato
e io passavo di sotto e lei mi ha investito
mi ha irrorato
di una specie di profumo amaro
e io ci ho detto “ma perché proprio io che cerco di trovare il gaio?”
e lei ha risposto “ma che brava”.
Poi l’armonia mi è sembrata azzoppata, sbavata.
Eppure,
c’era, nel vento che spirava,
nel tramonto che iniziava..
Solo che mi escludeva.
*
DOPO IL CANTO DEL GALLO
Era un gallo presuntuoso e un silenzio come di peso di treccia
su una testa piccola che guarda oltre l’aia
il verde che sale sulla montagna un poco al giorno fino alla cima arrotondata
raffreddata di pino mugo disteso contro il grigio gioco di nubi
o il rosa pesca dell’alba nel giorno d’oro annunciata una volta sola e basta.
Era un gallo presuntuoso-poteva chiamarsi Napoleone o Wellington-
ma era stato prima Vercingetorige e Attila, e molto più tardi Conte di Cavour.
Era un silenzio come di peso di treccia, vellutato come un muschio appena spuntato,
o tutto foderato d’erba e sotto a ogni foglia multiforme
aveva una sorpresa di differente sensazione
come un gioco dell’oca.
*
LUCI E OMBRE
Ecco, quando il sole di sguincio tramonta
e il davanzale è obliqua linea d’ombra sul muro di fronte
e il segnale stradale è un allungato ovale
ecco, io sento in petto un cuore sfatto d’amore,
di nostalgia, di languore, ma proprio
come un mucchio di foglie sollevate dal vento
e il sangue mi scorre dentro come un’ acqua pazza
di sotterranea sorgente.
*
DOVE VA IL SOLE
Il sole appena andato via,
il riverbero a dondolarsi su foglie nella brezza
a scivolare sui coppi vecchi in una specie di slalom
a scorrere sulle cortecce come in un’ultima carezza
i muri delle case in un tepore a svaporare da tutte le parti
il suo alito caldo a lambire le braccia
e a cingere i fianchi dei passanti
Il sole appena andato via,
il cotto dei mattoni, polpa croccante di cocomero,
biancheggiare di margherite, semafori di fragole matte
per la circolazione di colonne di lumache.
Il sole appena andato via,
a spuntare sui dorsi dei bufali d’acqua
a svegliare risaie
e i buffi monti a cono
che si vedono nelle cartoline.
*
Ero sul fare della sera con le gambe a penzoloni
su di un cambio di stagione.
E non avevo mai avuto sogni,
forse quello di una società migliore,
come tanti altri buoni.
Guardavo come una farfalla tardiva
immagino faccia con i fiori.
Così, nel mio tempo che sfuggiva,
lungo come la muraglia cinese.
Avrei sempre voluto farle compagnia.
E, nel mio tempo, ho voluto bene.
*
Era l’autunno spigoloso di foglie
in un irrimediabile spogliarsi.
In un can can travolgente
che non ho mai capito molto.
Neanche del Moulin Rouge, veramente.
Non sono mai stata a Parigi.
Non so se me ne importi.
E so dirlo in francese.
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*
ALIDA STROILI Immigrata, appartenente a minoranza linguistica, libera professionista. Scrivere è lusso essenziale, per e con gratitudine, è meglio. In “Parole a capo” sono uscite altre sue poesie il 13 febbraio e il 3 luglio 2025. Fa parte della Associazione Culturale “Ultimo Rosso”.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopio. Questo che leggete è il 308° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Vite di carta / L’imperatore della gioia e Ocean Vuong
Ho unito con la e titolo e autore del libro: L’imperatore della gioia, uscito in settembre, è infatti una entità separata da Ocean Vuong. Non è di Vuong, ma alla pari; vive in simbiosi con lui, ora. Ed è un libro potente, un ritratto dell’America di oggi scritto con la sensibilità di chi non ha vissutoil sogno americano e nemmeno lo vede oggi intorno a sé. Semmai ci legge e ci descrive gli universi difficili dei fragili, degli svantaggiati, quelli a cui può riuscire di rimanere in equilibrio e resistere alle logiche della sopraffazione.
L’ho portato a casa da Mantova (come ho scritto su questo giornale in Il Festivaletteratura di Mantova e la balena, 10 settembre 2025) e l’ho letto finalmente.
La storia di Hai, che ha solo vent’anni e una buona collezione di sconfitte sulle spalle, si incrocia con quella di Grazina, un’anziana vedova immigrata dalla Lituania che lo salva dal tentativo di buttarsi nel grande fiume e lo porta a casa con sé. Vivendo insieme per alcuni mesi, dal settembre 2009 alla primavera dell’anno dopo, i due sviluppano un legame così profondo che cambia le loro vite.
Si prendono cura l’uno dell’altro. Hai segue Grazina nel decorso della demenza senile da cui è affetta, le dà le medicine, la abbraccia e improvvisa con lei giochi di guerra per esorcizzare il trauma del secondo conflitto mondiale che l’ha segnata.
Grazina, dopo avere distolto Hai dal cercare la morte, lo sostiene e lo rende legittimo a se stesso: lavorando al fast food HomeMarket come cameriere Hai si ricostruisce una seconda possibilità di essere “una brava persona”, “la cosa più difficile di tutte”, dice lei. Soprattutto per chi, come loro, è venuto a vivere in America da posti così lontani, lei dal nord Europa e Hai dal Vietnam, con la madre e la nonna, più la sorella della madre e il piccolo Sony.
A proposito di Grazina, lo scorso settembre Vuong ha risposto a una domanda di Silvia Righi sul palco del Festival a Mantova: nei miei appunti trovo ciò che ha detto di lei. Per il personaggio di Grazina si è ispirato alla nonna di un amico che lo ha ospitato per un po’ mentre studiava all’università, si è ispirato ma senza eccedere nella emulazione, perché “la letteratura deve rispettare i confinietici quando si pone davanti alla vita delle persone, che è sacra”.
Dunque è così che affronta la scrittura un autore di questa levatura, è la sua zappa per fare domande profonde sul mondo, senza giudicare. È uno scavo dentro le cose al quale può assistere il lettore standogli alle spalle, in modo da vedere insieme a lui ciò che viene trovato. A questa ricerca del profondo risulta funzionale l’attitudine del testo a descrivere le persone egli ambienti.
Vuong ha lavorato per tre anni in un fast food, è un ambiente di sfollati, dice, di sudore e sofferenza, di sogni ritardati. Ed è così che ci appare il locale dove Hai lavora, trovando nei colleghi un campionario umano che finisce per assomigliare a una famiglia. La descrizione è cinematografica: dal campo largo delle stanze la parola si abbassa a inquadrare dettagli affilati come schegge, perfino gli odori che emanano le cose, cibi e umori corporei.
È stato chiesto a Vuong se si senta più se stesso quando scrive poesia o prosa. Ha pubblicato, infatti, due raccolte poetiche e ha la docenza di poesia presso la New York University.
Non c’è unadistinzione netta tra prosa e poesia, è stata la risposta, e in questo romanzo si avverte quanto lo scavo linguistico riesca a dare espressione al fondo, quanto le parole, come avviene nella poesia, siano spinte verso il margine dell’abisso.
Le strutture e il lessico sono in controtendenza rispetto allo stile asciutto di tanta narrativa contemporanea: Vuong avverte di avere riutilizzato gli strumenti linguistici del XIX secolo, di averli “lucidati”.
La sua è una scrittura con i merletti, come suggerisce il booktuber Matteo Fumagalli, nonché una una rete di fili che tende a superare la conflittualità dei rapporti tra le persone.
Una forma di resistenza al gap linguistico che tende a separarle, un mezzo per abbattere la incomunicabilità.
Ci sono passi pieni di lirismo, struggenti. E altre parti che spiazzano per la espressività con cui vengono descritte le situazioni: “Nel tardo pomeriggio del primo giorno d’inverno il fischio del treno diretto a Marlborough risuonò nella vita di qualcuno.
Lo si udì dal parcheggio dell’HomeMarket, l’asfalto cosparso di brina mentre le ultime auto ripartivano, le persone all’interno sazie di oli idrogenati e sale iodato dopo essere rimaste tutta la mattina sedute sulla panca di una chiesa, addormentandosi a tratti durante sermoni già sentiti centinaia di volte”.
Dopo la separazione forzata da Grazina, Hai vaga inebetito per la città, è tardo pomeriggio quando arriva in centro: “Tirò fuori il flacone delle pillole color arancio, ne ingollò l’ultima mezza manciata, poi le buttò in un vaso da fiori e proseguì. Gli parve di vedere delle lucciole che già lampeggiavano in un vicolo fra due case, e invidiò le loro risorse interiori”.
Siamo alla fine del romanzo, e Hai ha in testa un caleidoscopio di pensieri e di sentimenti. Nel fondo, sente di capire ogni cosa e di provare un senso del bene che assomiglia al perdono.
Lo invade un senso di leggerezza quando dona i suoi soldi al cugino Sony e va poi a rifugiarsi in un cassonetto dei rifiuti: “L’immondizia non era più solo immondizia – ma una dimostrazione. Dentro il cassonetto, era premuto da ogni lato dal progresso dell’umanità…Trovarsi sdraiato sulla spazzatura era la sensazione più vicina a essere senza peso che avesse mai provato…Era riuscito a buttarsi nell’immondizia, e quell’atto era così completo, così assoluto, da trasmettere una sensazione di pulizia. Lui era un contenitore pieno di contenitori contenuti dallo spazio – e in qualche modo questo lo saziava”.
È lui l’imperatore della gioia?
Nota bibliografica:
Ocean Vuong, L’imperatore della gioia, Guanda, 2005, traduzione di Norman Gobetti
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Nei pressi del complesso Nuova Darsena di Ferrara, lungo le rive del Po di Volano, adiacente allo stabile del Notorious Cinemas, si è consumato un ritrovamento che mescola mistero, arte e una strana sensazione di consapevolezza che aleggia attorno ad esso.
È una storia che affonda le radici nella tradizione del fiume, tra racconti di pescatori e leggende di antiche scoperte, ma con un carattere decisamente moderno.
Era una mattina d’estate, quando un gruppo di pescatori di frodo, intenti a navigare in quelle acque, si imbatterono in qualcosa di inusuale. L’elica del motoscafo si impigliò in una specie di telo, quasi invisibile tra le acque. Dopo aver spento il motore, con molta attenzione, riuscirono a liberare l’elica e a portare a riva quello che sembrava essere un vecchio sudario. Era di una stoffa antica, ma robusta, e sul suo tessuto comparivano strane impronte, come se fosse stato indossato da qualcuno con una specie di involucro protettivo.
Awareness, Matteo Farolfi
Alcuni esperti furono allertati immediatamente, in modo da esaminare le impronte che lo rivestivano, perché questi segni parevano appartenere allo scafandro di un palombaro, sicuramente di un’altra epoca, forse di un certo Teseo, storico inventore e militare italiano; ma l’idea che un simile reperto potesse trovarsi dimenticato in un fiume, affascinò biologi, potamologi, oceanografi, idrografi e persino alcuni alchimisti, che raccontavano di un uomo a cui, secoli prima e durante un’immersione troppo profonda, fosse stata rubata l’anima dagli abitanti degli abissi per poi essere intrappolata nella trama di questo telo che ne avrebbe conservato le sembianze esterne. Un sudario protetto dall’acqua e dal tempo, che risuonava di uno strano eco di guerra.
Un restauratore delle valli del Delta, coinvolto nel processo di recupero, disse che il telo nonostante le apparenze, fosse ancora in buono stato. La stoffa era intatta, pur mostrando segni evidenti di una lunga permanenza nelle acque salate e poi in quelle dolci. Venne poi ripulito e protetto all’interno di una camera iperbarica e trasportato alla soprintendenza.
Furono anche intervistate alcune persone che avevano toccato il sudario, e pare avessero sviluppato una reazione strana, una sensazione di consapevolezza nuova, come un’esperienza fuori dal mondo terreno.
La scoperta del sudario trovò dopo poco la sua strada verso la città estense di Ferrara, nella galleria del cinema presso cui era stato ritrovato. L’idea è che il suo potere, sebbene invisibile, possa risvegliare una percezione più profonda della realtà, come se ogni spettatore dovesse interrogarsi sul significato nascosto della vita, sul tempo che scorre e che porta a galla concetti e verità scomode.
Awareness, Matteo Farolfi
Awareness, Matteo Farolfi
La sua prima esposizione si terrà in occasione dell’ottava edizione del Ferrara Film Corto, un festival di cortometraggi che celebra il cinema e la cultura in tutta la sua essenza, e sarà proprio durante il festival, a fine ottobre, che il Sudarium Estensis, così chiamato, verrà finalmente svelato al pubblico. Il direttore artistico Eugenio Squarcia dichiara che non si tratta solo di un’opera d’arte, ma di una riflessione, un’esperienza visiva e sensoriale che promette di lasciar dentro qualcosa di indimenticabile.
Cos’è, quindi, la strana consapevolezza che sviluppano gli osservatori di fronte a questo manufatto?
La risposta, forse, è nascosta tra le pieghe di quel sudario, che si svela lentamente, come una realtà che non smette mai di affiorare. In fondo, qualsiasi menzogna se confezionata bene può essere spacciata come “realtà”.
Awareness è un progetto artistico di Matteo Farolfi, visitabile dal 21 ottobre al 3 novembre 2025 presso Notorious Cinemas di Ferrara con opening e vernissage alle 18:30 del 21 di ottobre 2025.
Poetica Awareness
Il lavoro di Matteo Farolfi porta l’attenzione sull’esplorazione delle profondità dell’inconscio. Una ricerca del proprio “fondale” del proprio essere, per poi riportare in superficie ciò che si era perso o dimenticato. L’artista identifica nel palombaro e il suo scafandro, un simbolo di chi si inoltra in territori insoliti, spesso alla ricerca di verità scomode o nascoste. É un b-side della psiche umana, che tornando in superficie, porta con sé le intuizioni e aspetti della realtà che erano stati trascurati, e come in tutti i viaggi, questa immersione nella consapevolezza come dice il titolo della mostra, comporta rischi e pericoli. É un artefatto artistico che si immerge nell’interiorità dell’esperienza umana e non.
Matteo Farolfi
Nasce a Ferrara nel 1972, città dove vive e lavora attualmente come graphic designer. Dopo diverse attività artistiche nel settore multimediale, tra cui fonico all’accademia nazionale del cinema di Bologna e speaker radiofonico, decide di sperimentare l’uso di vari materiali e tecniche pittoriche che lo portano verso il neo espressionismo. Si specializza nella tecnica mixed media in cui coesistono pittura e fotografia digitale, un dualismo che diventa pretesto di ricerca e tensione continua, tra la realtà e la percezione che si ha di essa. La sua produzione, all’apparenza molto diversificata sia nelle tematiche affrontate che nelle scelte tecnico-stilistiche, è sottesa da una continua pulsione all’ascolto della materia, nel tentativo di percepirne le mutazioni da lei stessa suggerite. La sua attività espositiva lo ha visto coinvolto in mostre personali e collettive in diverse Gallerie e Istituzioni, sia in Italia che all’estero.
Premio per FFCFC realizzato a mano da Matteo Farolfi
Premio per FFCFC realizzato a mano da Matteo Farolfi
In Italia la libertà di stampa è importante, ma fino ad un certo punto
In Italia, Sigfrido Ranucci, il responsabile della principale (unica?) testata giornalistica pubblica d’inchiesta, Report, viene salutato sotto casa da una bomba che gli fa esplodere l’auto. Vive da anni sotto scorta: non si contano le querele, molte di esse palesemente temerarie, contro di lui. Il mondo politico ed economico interessato dalle inchieste di Report, salvo rarissime eccezioni, ha reagito sempre nello stesso modo: querelando, insultando, screditando, sbeffeggiando, minacciando Ranucci, spesso dagli scranni di un’istituzione. La RAI ha reagito minacciando di chiudere il programma, o più subdolamente di non firmare più le manleve o le polizze di assicurazione.
In Italia, Giorgia Meloni,presidente del consiglio, lascia dopo qualche minuto la conferenza stampa sulla manovra di bilancio piantando in asso tutte le testate. Nello stesso giorno, rilascia al Sole 24 Ore un’intervista esclusiva sulla manovra di bilancio. L’intervista viene pubblicata nello stesso giorno in cui i redattori del Sole 24 Ore si mettono in sciopero precisamente perché il direttore del giornale, Fabio Tamburini, ha affidato l’intervista ad una “collaboratrice esterna”, Maria Latella, facendo uscire il giornale in spregio alla decisione dell’assemblea dei redattori. Si chiama crumiraggio esterno, ed è un comportamento antisindacale, punito dalla legge (d.lgs 81/2015 art.14). Il comitato di redazione testualmente scrive: “si approda a una deriva distopica nella quale gli intervistati si scelgono gli intervistatori con il beneplacito del direttore”. Quel giorno il giornale esce, oltre che con l’intervista a meloni, con diciotto pagine di contenuti probabilmente scritti dall’intelligenza artificiale, giusto per dare un assaggio del possibile futuro.
I giornalisti del Sole 24 Ore sono tuttora in sciopero. Per chi non lo sapesse, l’editore del Sole 24 Ore è Confindustria.
In Italia, tale Incoronata Boccia, attuale capo ufficio stampa Rai, dichiara pubblicamente che non c’è nessuna prova che Israele abbia mitragliato civili a Gaza, più altre amenità sui set cinematografici allestiti dai gazawi. In poche parole ha esplicitato la ragione per la quale, guardando i telegiornali della tv di Stato, non si capisce nulla dello sterminio in atto a Gaza e dell’occupazione violenta in Cisgiordania. Non si deve capire nulla, perché la realtà è troppo imbarazzante per uno Stato, l’Italia, che vende armi a Israele, compra armi da Israele ed ha appaltato la cybersecurity a Israele. Se voglio farmi un quadro più completo di quello che succede in Israele e Palestina, addirittura alcuni giornali israeliani mi aiutano molto più della grande stampa italiana.
In Italia, Bruno Vespa intervista un attivista della Global Sumud Flottilla e afferma: “posso dire che non ve ne fotte niente di portare aiuti alla gente?”. Sì, lui lo può dire. Vespa può dire quello che vuole, al massimo rischia una scritta sull’ascensore di via Teulada.
In Italia, Fanpage pubblica sul web un’inchiesta sulla gioventù di Fratelli d’Italia, realizzata attraverso persone infiltrate tra gli attivisti, in cui emergono razzismo, antisemitismo e fascismo a profusione. La reazione di Meloni è: “infiltrarsi nelle riunioni dei partiti politici è da regime”.
In Italia, se un presidente degli stati uniti ti tratta come una prostituta di lusso, la grande stampa non fiata, né fiata la diretta interessata, che anzi sorride compiaciuta. Se un sindacalista afferma che la diretta interessata si è fatta trattare come una dama di corte, la grande stampa afferma che il sindacalista è un sessista.
In Italia, Roberto Saviano e Rosaria Capacchione sono stati minacciati di morte direttamente in un’aula di tribunale per le loro inchieste sul clan dei Casalesi. La Corte di Appello ha confermato le blande condanne in primo grado: tra un anno i condannati sarebbero liberi (Bidognetti no, ma perché rimarrà in carcere per altri reati).
In Italia, e credo solo in Italia, può accadere che un orgoglioso erede politico dei promulgatori delle leggi razziali, Maurizio Gasparri, depositi in Senato un disegno di legge che intende punire manifestazioni di pensiero contro il sionismo, rendendole equivalenti all’antisemitismo, e promuovere corsi obbligatori di rieducazione filoebraica nelle scuole e università. Manca solo che il ministro fascista della Giustizia Arrigo Solmi, che chiese a tutti i magistrati una dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica per continuare a lavorare, resusciti e chieda ad ogni giudice una dichiarazione di purezza semita.
In Italia, i principali mezzi di informazione su carta stampata sono nelle seguenti mani: Corriere della Sera, Urbano Cairo (anche proprietario de La7); Repubblica, la Stampa -più una galassia di radio- GEDI (famiglia Agnelli); Il Messaggero, il Mattino, Francesco Gaetano Caltagirone (il più potente immobiliarista italiano, grande investitore in Generali); Libero, Il Tempo, Il Giornale, Antonio Angelucci (il più potente proprietario di cliniche private in Italia, parlamentare con il record di assenze). Tra i grandi giornali, l’unico controllato in buona parte dagli stessi giornalisti che vi scrivono è il Fatto Quotidiano. (nb anche “il manifesto” è in mano alla cooperativa dei giornalisti e tecnici stampatori ma stampa meno copie dei sopracitati, le cui vendite peraltro sono in caduta libera, tranne il Fatto che è l’unico a incrementare le copie vendute).
Reporters Sans Frontières stila una classifica annuale della libertà di stampa nel mondo(qui) che si basa sull’analisi di una serie di indicatori: contesto politico, legale, economico, socio-culturale e sicurezza dei giornalisti. In questa classifica, la Norvegia è prima, l’Italia (peggiore tra i paesi occidentali d’Europa) quarantanovesima. Israele è in posizione 112 su 180. Fra le peggiori, in compagnia di Nord Corea e Afghanistan, ci sono Russia e Cina. Cito Anne Bocandè, direttrice di RSF: “Per la prima volta nella storia dell’Indice, la libertà di stampa è al suo minimo storico. Gli attacchi fisici contro i giornalisti sono le violazioni più visibili della libertà di stampa, …ma la pressione economica rappresenta un problema grave e più insidioso” a causa della “…concentrazione della proprietà, alla pressione degli inserzionisti e dei finanziatori, e a un sostegno pubblico limitato, assente o distribuito in modo poco chiaro. I media di oggi lottano tra preservare la propria indipendenza editoriale e garantire la propria sopravvivenza economica…. Quando i media sono in difficoltà finanziarie, vengono trascinati in una corsa per attrarre pubblico a scapito di un’informazione di qualità, e possono cadere preda degli oligarchi e delle autorità pubbliche che cercano di sfruttarli. Quando i giornalisti sono impoveriti, non hanno più i mezzi per resistere ai nemici della stampa: coloro che promuovono la disinformazione e la propaganda”.
Per parafrasare l’ormai celebre motto di un ministro della repubblica, in Italia la stampa libera è come il diritto internazionale, importante ma fino ad un certo punto: fino al punto in cui non rompe le scatole.
Photo cover: prima pagina de La Stampa del 9 luglio 2024, che annuncia il decreto del governo Mussolini sulla censura della libera stampa
Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (FFCF) si prepara ad accogliere la sua VIII edizione. Sostenuto e patrocinato dal Comune di Ferrara attraverso gli Assessorati alla Cultura e all’Ambiente, dalla provincia di Ferrara, dalla Regione Emilia-Romagna e dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna, il festival ha consolidato la sua identità e missione in modo chiaro e moderno.
L’obiettivo primario del festival è quello di esplorare il tema dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature e connotazioni, non limitandosi al discorso relativo al cambiamento climatico, ma considerando l’ambiente anche come luogo di connessione e infinite possibilità.
Accanto alla tematica ambientale, il festival pone particolare attenzione al cinema indipendente e ai suoi giovani autori, nonché all’innovazione come linguaggio delle nuove generazioni.
La rassegna cinematografica è stata presentata in Comune venerdì 17 ottobre 2025 da Marco Gulinelli, assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Eugenio Squarcia, direttore artistico FFCF, Sara Bardella, responsabile eventi FFCF, e Sergio Gessi, presidente Ferrara Film Commission.
“Ferrara è una città ricca di realtà associative culturali – ha affermato nel corso della presentazione in residenza municipale l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli – e oggi presentiamo il prodotto del lavoro di una di queste, l’ottava edizione del Ferrara Film Corto Festival, manifestazione che nasce e si sviluppa con l’obiettivo di promuovere e valorizzare la forma espressiva del cortometraggio. Oggi questa forma d’arte è finalmente riconosciuta come linguaggio dinamico e innovativo nel panorama cinematografico. L’evento ci ha abituati ad una selezione sempre più accurata e di collaborare con opere di grande spessore, opere provenienti da registi affermati ed emergenti italiani e stranieri. E’ un festival ricco di contenuti, ospiti, sorprese, organizzato da un team giovane e preparato nell’arte e nella cultura, che saranno di stimolo per la circolazione di idee durante e dopo le proiezioni con incontri di approfondimento e di formazione. Da sottolineare la presenza di una giuria formata non solo da esperti del settore ma composta anche da studenti di istituti cittadini, un coinvolgimento che dà valore aggiunto alla manifestazione”.
L’VIII edizione del festival si svolgerà, quest’anno, dal 22 al 25 ottobre (con anteprima il 21) nel suggestivo centro storico di Ferrara, città patrimonio dell’umanità UNESCO e “città del cinema” e, come da sua mission, intende anche contribuire a valorizzare e promuovere il territorio ferrarese, offrendo agli ospiti provenienti da tutto il mondo un’esperienza unica, con ricadute positive dal punto di vista economico e turistico.
Durante i cinque giorni di evento, oltre alle proiezioni relative al Contest cinematografico internazionale, che vedranno la partecipazione di registi provenienti da tutto il mondo, saranno organizzati una serie di eventi collaterali e di networking volti a favorire lo scambio di idee ed esperienze, nonché la creazione di collaborazioni future.
Le attività del mattino, ovvero laboratori, incontri e momenti didattici che vedranno il coinvolgimento degli istituti scolastici superiori locali, si terranno presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo, tranne la mattinata del 24 ottobre che verrà organizzata presso la Sala Macchine – Spazio Factory Grisù, in collaborazione con Blow-Up Academy.
Presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo si svolgeranno anche i pomeriggi, dedicati alle proiezioni dei cortometraggi in concorso, coinvolgendo gli studenti degli Istituti di Istruzione Superiore Einaudi, Carducci e Dosso Dossi, che formeranno una speciale “giuria giovani” e valuteranno i film in concorso.
Sono previsti momenti di incontro e dialogo con autori e registi, moderati da uno o più giornalisti appartenenti a testate locali e nazionali, durante i quali si dibatterà dei temi trattati dai cortometraggi, oltre che delle sfide incontrate o delle prospettive future.
Le serate, invece, si terranno presso la Sala Estense, dove si svolgeranno spettacoli e performance musicali, sempre legati alle tematiche del festival. Si alterneranno ospiti e artisti di rilievo culturale e artistico anche europeo, offrendo al pubblico esperienze di grande valore intellettuale.
La serata conclusiva del Festival, sabato 25 ottobre 2025, presso la Sala Estense, rappresenterà un momento di incontro per gli appassionati di cinema, che vedrà la premiazione degli autori vincenti durante una cerimonia dedicata presso il Teatro Sala Estense.
Queste le categorie per la partecipazione al FFCF, con premi in targhe e denaro.
AMBIENTE È MUSICA: Categoria aperta ad autori nazionali e internazionali di qualsiasi età, che dovranno interpretare il tema “Ambiente è Musica”. La categoria è aperta a ogni genere di cortometraggio (max 25 minuti)
BUONA LA PRIMA: Categoria aperta ad autori italiani, o residenti in Italia, di qualsiasi età e dedicata unicamente a opere prime, a tema libero. La categoria è aperta a ogni genere di cortometraggio (max 25 minuti).
INDIEVERSO: Categoria aperta ad ogni genere di cortometraggio, a tema libero, purché di produzione indipendente. La categoria è aperta ad autori nazionali e internazionali di qualsiasi età (max 25 minuti).
La Giuria Professionale di Ferrara Film Corto Festival assegnerà i seguenti premi:
Premio miglior corto ambientale categoria “AMBIENTE È MUSICA”: 300,00 € e targa
Premio miglior corto opera prima categoria “BUONA LA PRIMA”: 300,00 € e targa
Premio miglior corto indipendente categoria “INDIEVERSO”: 300,00 € e targa
Targa premio speciale “#CLIMATECHANGE”, dedicato al cambiamento climatico
Targa premio speciale “MUSICA INDIE” per la miglior colonna sonora indipendente
Targa premio per il miglior documentario
Targa premio per la migliore attrice
Targa premio per il miglior attore
Targa premio per la migliore fotografia
Premio Speciale Targa “Miglior Sceneggiatura”
Targa premio Giuria Giovani per il miglior corto.
Menzione speciale della Giuria
Menzione speciale della Giuria al miglior corto di animazione
Come in passato, l’VIII edizione conta una GIURIA PROFESSIONALE di rilievo, composta da:
Francesca Pirani – Regista e autrice, Presidentessa della Giuria Professionale
Andreas Graf – Musicista e regista
Carlo Magri – Regista documentarista
Alessandro Marchiori Rocca – Regista e direttore della fotografia
Stefano Maurelli – Attore e regista
I premi dei corti vincenti nelle tre categorie principali (INDIEVERSO, BUONA LA PRIMA e AMBIENTE È MUSICA) saranno consegnati da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna e, eccezionalmente, dagli atleti e atlete della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco, eccezionalmente presenti durante la serata di premiazione per una collaborazione straordinaria con FITARCO (Federazione Italiana di Tiro con l’Arco), ovvero Simone Barbieri – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Pluri-Campione Europeo e Italiano; Oro ai World Games 2025; Alessandra Bigogno – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Campionessa Europea e Italiana
Tali tre premi sono opere d’arte uniche e originali, ideate e realizzate a mano dall’artista contemporaneo Matteo Farolfi — pittore, scultore, alchimista della materia — ed esposte nel percorso immersivo site-specific AWARENESS, visitabile presso Notorious Cinemas Ferrara dal 21 ottobre al 3 novembre 2025.
opera Matteo Farolfi
opera Matteo Farolfi
Grazie alla collaborazione con il Liceo G. Carducci, con l’Istituto di Istruzione Superiore L. Einaudi e Dosso Dossi di Ferrara, la Giuria Professionale sarà coadiuvata da una GIURIA GIOVANI d’eccezione, formata da un gruppo di studenti provenienti da entrambe le scuole, il cui compito sarà di frequentare le proiezioni in sala, valutare i film in concorso e attribuire un Premio Speciale dedicato al Miglior Cortometraggio, che verrà consegnato durante la Cerimonia di Premiazione del Festival.
Quest’anno 46 i corti selezionati sulle centinaia dei pervenuti iscritti al concorso, 18 per la categoria “Ambiente è Musica”, 18 in “Indieverso”, 10 in “Buona la prima”. 32 i corti italiani, 14 quelli esteri, 14 paesi in concorso.
Si inizierà MARTEDÌ 21 Ottobre 2025 dalle 15:00 alle 18:00 Sala dell’Arengo · Municipio, con l’INDUSTRY PANEL – STATI GENERALI DEI FESTIVAL DEL CORTO
Tavola rotonda dei festival Indipendenti gemellati con Ferrara Film Corto.
Incontro moderato da Alberto Lazzarini, vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna. Interverranno:
Marco Gulinelli – Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
e i Direttori Artistici dei seguenti Festival:
Andrea Guerra – Luoghi dell’Anima Italian Film Festival (Santarcangelo di Romagna, Italia)
Adriano Squillante, Enzo Bossio, Andrea Starvaggi – Roma Film Corto Festival (Roma, Italia)
Nina Baratta – Moscerine Film Festival (Roma, Italia)
Tania Innamorati, Silvio Leonardo Muccino – 48 Hour Film Project (Roma, Italia)
Filippo Gentili – Planetaria (Firenze, Italia)
Valentina Moar – Dance On Screen Film Festival (Graz, Austria)
Carlo Menegatti – Premio Folco Quilici FEDIC (Comacchio, Italia)
Eugenio Squarcia – Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica” (Ferrara, Italia)
Inaugurazione e vernissage della mostra “AWARENESS” dell’artista contemporaneo Matteo Farolfi – pittore, scultore, alchimista della materia – dedicata al tema dell’immersione e dell’emersione, dei contrasti ambientali e della consapevolezza derivante dalla ricerca del sé mediante la figura simbolica del palombaro. Introduzione critica di Alessio Falavena.
20:30 – ANTEPRIMA FFCF 2025 – Notorious Cinemas Ferrara – ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, fino ad esaurimento posti
Inaugurazione dell’ottava edizione di FFCF con saluti e introduzione delle autorità comunali e regionali, dei partner organizzativi, della presidenza di Ferrara Film Commission e della Direzione Artistica FFCF.
Proiezione fuori concorso del film di animazione giapponese “JOSÉE, LA TIGRE E I PESCI” (2020 – Giappone – 99’) in collaborazione con Anime Factory e Notorious Cinemas.
MERCOLEDÌ 22 Ottobre 2025
09:30 › 12:30 — DIDATTICA — Sala Ex Refettorio · San Paolo
FLORA — IL CINEMA CORTO TRA INNOVAZIONE E RESISTENZA.
Proiezione del docufilm “Flora” (2023 – Italia – 71’) di Martina De Polo. Produzione COMBO. Distribuzione Lo Scrittoio. Musica del collettivo Rotornoise, con la partecipazione di Vinicio Capossela.
Storia di Flora Monti, originaria di Monterenzio, una delle più giovani staffette partigiane della Resistenza Italiana, che ora ha più di novanta anni e vive a Bologna. Il documentario parla di lei, partigiana bambina nell’Appennino Tosco Emiliano e del viaggio che ha affrontato nel ’44 per arrivare al campo profughi di Cinecittà, dove ha vissuto per sette mesi.
A seguire › Q&A con la regista Martina De Polo, Miguel Gatti (COMBO) e la storica Antonella Guarnieri per un approfondimento dei temi legati al docufilm.
A seguire › Laboratorio didattico tenuto da Miguel Gatti (COMBO) relativo alle innovative tecniche di produzione e distribuzione cinematografiche indipendenti.
13:30 › 19:00 – Sala Ex RefettorioSan Paolo – PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – PRIMO TEMPO
SENZA FIATO (Italia, 15′, “Ambiente è Musica”) di Max Cavalieri
CEUX QUI RÉPONDENT À L’ÉCHO (Canada, 20′, “Ambiente è Musica”)
LA BLATTA E LA FORMICA (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Marco La Ferrara
NEBBIA (Italia, 11′, “Ambiente è Musica”) di Tommaso Diaceri
MONSTER (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Sophia Lassi
CROSSING THE DIVIDE (Italia, 16′, “Ambiente è Musica”) di Eva Zanettin e Raghav Pasricha
23 (Italia, 12′, “Buona la Prima”) di Laura Francesconi
WONDERS OF EVOLUTION (Colombia, 15′, “Ambiente è Musica”) di Francisco A. Ceballos
Intermezzo › Memorial Paolo Micalizzi: critiche di cinema – Incontro dedicato alla memoria di Paolo Micalizzi, critico cinematografico, Direttore Artistico di Ferrara Film Corto Festival nel biennio 2019-2020 e Presidente Onorario dell’associazione Ferrara Film Commission negli anni a seguire. Interverranno: Carlo Magri – Regista documentarista ed esperto di cinema, Alberto Lazzarini – Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – SECONDO TEMPO
LA BUONA CONDOTTA (Italia, 14′, “Buona la Prima”) di Francesco Gheghi
TOUCHING TERRITORY: TO PLAY THE LAND (Brasile, 18′, “Ambiente è Musica”) di Fernando Parre
SUPERBI (Italia, 15′, “Indieverso”) di Nikola Brunelli
THE VOICE OF PLANTS (Italia, 8′, “Ambiente è Musica”) di Daniele Guarnera
EUFEMIA (Polonia, 15′, “Indieverso”) di Jerzy Czachowski
CH LA RECCHIA (Italia, 12′, “Ambiente è Musica”) di Diego Monfredini.
LA FEMMINA (Italia, 15′, “Indieverso”) di Nuanda Sheridan
A seguire › Incontro con gli autori dei film in concorso moderato dal giornalista Nicolas Stochino, La Nuova Ferrara.
20:30 › 23:30 – SERATA-EVENTO – Teatro Sala Estense – ingresso a offerta libera, con prenotazione gratuita obbligatoria fino ad esaurimento posti
Concerto dell’ensemble NOVA ERA – The Rock Soundtrack Experience – Una rock band si unisce a un quartetto d’archi, per legare la vena rock con l’eleganza e la raffinatezza proveniente dall’orchestra classica
GIOVEDÌ 23 Ottobre 2025
09:30 › 12:30 – DIDATTICA – Sala Ex Refettorio San Paolo
Presentazione didattica del libro “L’alba della storia – Una rivoluzione iniziata diecimila anni fa” di Guido Barbujani (2024 – Editori Laterza).
A seguire › Proiezione del cortometraggio “Waterlife” (2020 – Italia – 9’) di Gabriele Fonseca. Con Emiliano Toso, Beatrice Carbone, Luca Giaccio. Una produzione Honoro Film.
A seguire › Q&A con il regista Gabriele Fonseca (regista di numerosi spot pubblicitari, documentari e film istituzionali per The Walt Disney Company Italia, Warner Bros. Italia, Deutsche Bank, Sanrio, Istituto Heartfulness, KPMG e molti altri, fondatore della casa di produzione Honoro Film) e l’interprete Beatrice Carbone, ex ballerina solista del Teatro alla Scala e insegnante di danza, per un approfondimento dei temi legati al cortometraggio.
13:30 › 19:00 – Sala Ex RefettorioSan Paolo – PROIEZIONE FILM IN CONCORSO – PRIMO TEMPO
RISONANZE: SUONI DELLA TERRA (Italia, 12′, “Ambiente è Musica”) di Giorgia Racca e Migi Gilli
C’È DA COMPRARE IL LATTE (Italia, 17′, “Ambiente è Musica”) di Pierfrancesco Bigazzi
THE PRICE OF EUROPE’S PAPER PACKAGING BOOM (Portogallo, 13′, “Ambiente è Musica”) di Juan Maza
THE WAY OF THE ORCHID (Francia, 23′, “Ambiente è Musica”) di Jean-Baptiste Le Hen
INTERNO 18 (Italia, 19′, “Buona la Prima”) di Matteo Lolletti
PHONONAUTA (Italia, 13′, “Ambiente è Musica”) di Stefano De Felici e Federico Mazza
NON QUI, NON ORA, NON IO (Italia, 20′, “Indieverso”) di Lillo Venezia
SHE IS NOT HERE (Iran, 14′, “Indieverso”) di Saeed Seiri
Intermezzo › Anteprima — HOPE: 12 PRAYERS FOR CELLO AND ORCHESTRA — Andreas Graf, violoncello solo. Performance di violoncello solo di Andreas Graf (Membro della Giuria Professionale dell’ottava edizione di Ferrara Film Corto Festival) per la presentazione, in anteprima al pubblico giovane, del progetto “HOPE – 12 Prayers for Cello and Orchestra”, che unisce musica sinfonica, cinema e impegno umanitario. Il progetto sarà presentato per esteso e in forma completa durante la SERATA-EVENTO di Venerdì 24 ottobre presso il Teatro Sala Estense, alle ore 20:30.
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – SECONDO TEMPO
BLUE WHALE (Italia, 15′, “Indieverso”) di Lorenzo Corvino
HERBS (Regno Unito, 11′, “Indieverso”) di Emily Steck
IL NON PIANISTA (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Aria Bodio
AEOLUS (Italia, 11′, “Ambiente è Musica”) di Niccolò Donatini
BUBBLES (Albania, 15′, “Indieverso”) di Meri Dishnica
MATTI LIKE (Italia, 5′, “Indieverso”) di Federico Cavallini
ERANT – A TALE OF AOSTA VALLEY LEGENDS (Italia, 16′, “Buona la Prima”) di Enrico Granzotto
Incontro con gli autori dei film in concorso moderato dal giornalista Alberto Lazzarini, Il Resto del Carlino Ferrara.
20:30 › 23:30 – SERATA-EVENTO – Teatro Sala Estense – ingresso a offerta libera, con prenotazione gratuita obbligatoria fino ad esaurimento posti
PLANETARIA x FFCF 2025 › Performance speciale tratta dallo spettacolo “Conferenze Immaginarie”.
Reading scenico interpretato da Filippo Gentili, ideatore e Direttore Teatrale del progetto, e Giulio Boccaletti, oceanografo, Direttore del CMCC (Centro Mediterraneo per il Cambiamento Climatico) e consulente scientifico di Planetaria. Sul palco, i due daranno voce a un dialogo evocativo tra teatro e scienza, mettendo in relazione contenuti narrativi e riflessioni sui grandi temi della sostenibilità, e proponendo al pubblico un’esperienza culturale immersiva, emozionante e coinvolgente. Organizzato in collaborazione con PLANETARIA – storie che parlano al futuro, la manifestazione culturale diretta da Stefano Accorsi e gemellata con Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica, progetto cross mediale prodotto da Superhumans, per parlare di cambiamento climatico e sostenibilità unendo arte e scienza.
09:30 › 12:00 – DIDATTICA – Sala Macchine · Spazio Factory Grisù
Laboratorio didattico › “Il Volto Nascosto: Masterclass di Make-up Artistico tra Storia e Illusione”, tenuta da Alessandra Barlaam. Masterclass intensiva di due ore che porterà i ragazzi dietro le quinte del make-up artistico, svelando segreti e tecniche che danno vita a personaggi e atmosfere indimenticabili in cinema, teatro, televisione, alta moda. In collaborazione con Blow-Up Academy.
13:30 › 19:00 – Sala Ex Refettorio · San Paolo
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – PRIMO TEMPO
MISURE (Italia, 20′, “Buona la Prima”) di Marta Capossela
SHAME (Libano, 5′, “Indieverso”) di Hadi Moussally
MARCUS & MATHIAS (Italia, 20′, “Indieverso”) di Maurizio Dall’Acqua
PROFONDO NERO (Italia, 3′, “Indieverso”) di Roberto Pili
RAMSES (Italia, 15′, “Indieverso”) di Francesco Dafano
PRAYER OF THE SEA (Germania, 7′, “Ambiente è Musica”) di Martin Gerigk
IO NON DIMENTICO (Italia, 13′, “Indieverso”) di Antonello Murgia
IL CUSTODE DEL LAGO (Italia, 15′, “Buona la Prima”) di Simone Bressello
SUZANNE & MARCELO (Italia, 20′, “Indieverso”) di Francesco Alessandro Cogliati
Intermezzo › Presentazione del libro “Il Rigiocattolo” (2024 – Edizioni Città Nuova) con l’autrice Letizia Palmisano, tra ecologia, ambiente ed economia circolare
PROIEZIONE DEI FILM IN CONCORSO – SECONDO TEMPO
THE PROMPT (Italia, 14′, “Ambiente è Musica”) di Francesco Frisari
MARCELLO (Italia, 20′, “Indieverso”) di Maurizio Lombardi
CAMINO (Spagna, 5′, “Ambiente è Musica”) di Vera Kuznetsova
COSA RESTA (Italia, 5′, “Buona la Prima”) di Francesca Scanu
SACREBLEU – CHAPTER 1 (Stati Uniti d’America, 5′, “Ambiente è Musica”) di Clement Oberto
SOMMERSI (Italia, 18′, “Indieverso”) di Gian Marco Pezzoli
DON’T YOU DARE FILM ME NOW (Stati Uniti d’America, 13′, “Indieverso”) di Cade Featherstone
A seguire › Incontro con gli autori dei film in concorso moderato dal giornalista Nicola Cavallini, Vicedirettore Periscopionline.it.
20:30 › 23:30 – SERATA-EVENTO – Teatro Sala Estense – ingresso a offerta libera, con prenotazione gratuita obbligatoria fino ad esaurimento posti
HOPE: 12 PRAYERS FOR CELLO AND ORCHESTRA — Andreas Graf, violoncello / Evelyne Grandy, pianoforte. Concerto di presentazione in anteprima esclusiva del progetto artistico e umanitario “HOPE: 12 PREGHIERE PER VIOLONCELLO E ORCHESTRA” ideato dal violoncellista e regista svizzero Andreas Graf, anche membro della Giuria Professionale FFCF 2025.
La serata è organizzata in collaborazione con FERRARA MUSICA.
HOPE è un’opera musicale e visiva che unisce musica sinfonica, cinema e impegno sociale in un unico gesto poetico e collettivo. Si tratta di un album composto da dodici brani originali per violoncello e orchestra, ciascuno scritto da un diverso autore attivo nel panorama internazionale della musica da film. Ogni brano è concepito come una “preghiera sonora”, una meditazione musicale sulla speranza e sulla resilienza, interpretata dal violoncello come voce umana e spirituale. Il progetto, realizzato in collaborazione con Save the Children e con la partecipazione della London Symphony Orchestra diretta da Ben Palmer, è stato registrato presso gli iconici Abbey Road Studios di Londra e vedrà la sua uscita ufficiale nel 2026.
IL CONCERTO › Saranno eseguiti i brani “Hope” di Peter Hauser, “Echoes of Eternity” di Sharon Farber, “Farewell” di David Kudell, tratti dall’album di prossima uscita HOPE — e una selezione di brani di Ennio Morricone, Nino Rota, Neville Jason Fahy, Johann Sebastian Bach, Franz Schubert, Maria Theresia von Paradis, Gaetano Donizetti, Robert Schumann, Sergei Rachmaninoff, Felix Mendelssohn e Franz Liszt.
SABATO 25 Ottobre 2025
09:30 › 12:30 — INDUSTRY PANEL — Sala dell’Arengo · Municipio
CINEMA E SOSTENIBILITÀ › CORSO DI FORMAZIONE (CON CREDITI GIORNALISTICI) Realizzato in collaborazione e con il sostegno dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Coordinato da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Interverranno: Alberto Lazzarini, Letizia Palmisano, Marco Gisotti, Alessandra Barlaam, Francesca Pirani, Micol Trinchero, Andreas Graf.
PROGRAMMA DELLA MATTINATA
09:40 › 09:50 – Introduzione – Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna
09:50 › 10:10 – “Il cinema si fa 3 volte sostenibile: dai messaggi dei film, alle produzioni cinematografiche sostenibili alle sale cinematografiche che riducono il proprio impatto ambientale” – Letizia Palmisano, Giornalista ambientale, co-organizzatrice del Green Drop Award
10:10 › 10:30 – “Professioni e competenze green per le industrie culturali” – Marco Gisotti, Direttore Scientifico dell’Osservatorio Spettacolo e Ambiente, autore di “L’ecologia al cinema dai fratelli Lumière alla Marvel in 100 film e 5 percorsi didattici”, Edizioni Ambiente
ECOVISIONI. L’ECOLOGIA AL CINEMA
10:30 › 10:50 – “Bellezza sostenibile: non solo un trend ma un’urgenza” – Alessandra Barlaam, Make-up artist e beauty expert per cinema e TV
10:50 › 11:10 – “Raccontare senza essere predatori” – Francesca Pirani, Regista e autrice, Presidentessa della Giuria Professionale FFCF 2025
11:30 › 11:50 – “Resonance and Resilience: Music as a Force for Human Sustainability” – Andreas Graf, Musicista e regista, fondatore di Epic Lab Media
20:30 › 00:00 – SERATA CONCLUSIVA E CERIMONIA DI PREMIAZIONE – Teatro Sala Estense, ingresso a offerta libera, prenotazione gratuita obbligatoria fino a esaurimento posti
Concerto di apertura dell’ensemble classico-contemporaneo EFFE String Quartet.
Dal repertorio classico a quello contemporaneo, dal cinema al pop, dal palco della Biennale di Venezia a quello della cerimonia inaugurale dei Mondiali di Sci 2021, attraverso le collaborazioni con Neri Marcorè, Shade, Arturo Brachetti. Un quartetto d’archi con l’anima di una band, per uno spettacolo magnetico e imperdibile.
A seguire: Cerimonia di premiazione dei cortometraggi in concorso
Consegna della targa al miglior corto da parte della GIURIA GIOVANI, formata dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Giosuè Carducci e dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi di Ferrara. Consegna delle cinque targhe nelle categorie Miglior Documentario, Migliore Attrice, Migliore Attore, Miglior Fotografia e Migliore Sceneggiatura. Consegna dei due premi speciali (targhe) nelle categorie #CLIMATECHANGE e MUSICA INDIE. I premi saranno consegnati dai membri della GIURIA PROFESSIONALE FFCF 2025 Francesca Pirani (Presidente), Andreas Graf, Carlo Magri, Alessandro Marchiori Rocca e Stefano Maurelli.
Premiazione dei corti vincenti nelle tre categorie principali: INDIEVERSO (300 Euro e targa), BUONA LA PRIMA (300 Euro e targa) e AMBIENTE È MUSICA (300 Euro e targa).
I premi saranno consegnati da Alberto Lazzarini, Vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna e dagli atleti e dalle atlete della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco, eccezionalmente presenti durante la serata di premiazione per una collaborazione straordinaria con FITARCO (Federazione Italiana di Tiro con l’Arco), ovvero: Cinzia Noziglia – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – Gruppo Sportivo Fiamme Oro– Arco Nudo – Pluri-campionessa Mondiale, Europea e Italiana; Oro ai World Games 2017 e 2022 e Argento ai World Games 2025; Simone Barbieri – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Pluri-Campione Europeo e Italiano; Oro ai World Games 2025; Alessandra Bigogno – Atleta della Nazionale Italiana di Tiro con l’Arco – FITARCO – Arco Nudo – Campionessa Europea e Italiana
PARTNER DELL’OTTAVA EDIZIONE DI FERRARA FILM CORTO FESTIVAL 2025
Organizzato da Ferrara Film Commission APS, Con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Ferrara, Con il patrocinio e il sostegno di Comune di Ferrara e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna
Partner didattici: IIS Giosuè Carducci, IIS Luigi Einaudi, Blow-Up Academy, Partner scientifico: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara, Partner organizzativi: Ferrara Musica, Notorious Cinemas – The Experience, Anime Factory, Factory Grisù, Ferrara la città del cinema, Combo, Ospitalità ristorazione: Hotel Radisson Ferrara, Hotel Carlton, Locanda della biscia, Pasticceria Pivati, Powered by: EFFE Matteo Farolfi, Periscopio.it, Mami Voice, ESMA Creative Studio
Festival gemellati: Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, Planetaria – storie che parlano al futuro, Roma Film Corto, The 48 Hour Film Project, Moscerine Film Festival, Dance On Screen Film Festival, Premio Folco Quilici – FEDIC
Il prossimo Nobel vada ai piccoli non potenti che cambiano il mondo
Il premio Nobel per la pace sarebbe dovuto andare a quei giornalisti uccisi a Gaza (268) e ai sanitari ammazzati (1320 tra medici e altri sanitari), che hanno mostrato al mondo il genocidio in atto e che hanno portato ad una mobilitazione crescente delle coscienze nell’intero mondo, che alla fine hanno isolato Netanyahu e Trump. Sono state le crescenti manifestazioni in tutto il mondo e non ultima l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, a mostrare che le singole persone possono dare un contributo enorme a modificare gli equilibri che il mainstream assegna solo ai Potenti, ai Governi, alla Forza e al Potere Militare.
La narrazione di questi giorni è che il cessate il fuoco a Gaza è merito solo di Trump e delle “vie della Forza” e che il piano Trump ha avuto successo in quanto si è dimostrato meno deferente a Netanyahu di Biden. Questo è vero in parte: bisogna considerare che è stato Trump a supportare Israele nella distruzione di Gaza e nel genocidio in atto; nulla fa Israele senza l’appoggio degli Stati Uniti.
Trump però si è reso conto ad un certo punto dell’isolamento mondiale non solo di Israele ma anche degli Stati Uniti che lo sostenevano, e ciò avrebbe compromesso gli enormi affari americani coi Paesi Arabi (e non solo). All’Onu si era infatti manifestato alcune settimane prima un plastico isolamento degli Stati Uniti, in cui anche 10 paesi europei (che da anni erano allineati con gli USA) si erano uniti ai già 140 paesi nel mondo allineati a Cina, Russia e Brics e contro Israele e Stati Uniti sulla risoluzione ONU: “Due popoli, due Stati”.
Ci sono poi state nell’ultimo mese le manifestazioni in tutto il mondo e anche crepe all’interno dello stesso movimento MAGA che sostiene Trump, se si pensa che il giovane Charlie Kirk, assassinato astro nascente del movimento MAGA, aveva criticato pubblicamente Trump per l’eccessivo sostegno dato a Netanyahu.
Le stesse prime manifestazioni in Italia non sono state organizzate dai partiti o dai sindacati, e quella enorme del 22 settembre è stata a lungo preparata da piccoli gruppi che nei mesi precedenti avevano protestato, come i portuali di Genova e Livorno che avevano deciso di bloccare container di armi verso Israele nonostante il parere contrario dei sindacati maggioritari.
Cosa ci dice questa vicenda? Che certo conta il ruolo della forza militare (USA), del potere (USA), ma anche il singolo potente (Trump meglio di Biden) e la sua capacità diplomatica di coinvolgere i nemici (i Governi arabi) con cui vuole fare affari e quindi contano gli interessi economici (Trump ha ordinato a Netanyahu di scusarsi in pubblico col sovrano del Qatar, Al Thani, per il bombardamento contro i negoziatori di Hamas).
Fa anche impressione vedere l’ignavia dell’Europa, totalmente assente e impegnata a creare una escalation militare con la Russia, e il ruolo decisivo dei paesi Arabi e della Turchia (paesi, peraltro, canaglia); ma conta anche l’opinione pubblica mondiale, la mobilitazione di quei pochi che sono riusciti nel tempo e con manifestazioni pacifiche a far crescere il dissenso mondiale contro il genocidio in corso a Gaza per opera di Israele e del sodale Trump.
Andare oltre l’indifferenza, contribuire alla mobilitazione, alla protesta serve eccome, anche se all’inizio si è in pochi. Poi, se la causa è giusta, arrivano anche altri, in questo caso milioni di giovani (e non) nel mondo. Certo ha aiutato anche l’estremismo e il delirio di onnipotenza di Netanyahu, ma onore a chi ha manifestato sin dai primi momenti e anche alla Flotilla che ha dimostrato come i “piccoli” possono smuovere le coscienze e i potenti.
Ciò che ha contato per noi italiani non è stato “il ruolo silenzioso del Governo italiano” come ha detto la premier Giorgia Meloni, ma la mobilitazione, le manifestazioni e anche l’iniziativa creativa della Flotilla, così come prima (mesi fa) il blocco delle armi verso Israele dei portuali di Genova e Livorno e, ancor prima, l’informazione al mondo dei giornalisti uccisi a Gaza. Il premio Nobel per la Pace dovrebbe andare a questi “piccoli”, veri portatori di pace e non ai “grandi” che coltivano una cultura di forza, di violenza, di interessi personali e di prevaricazione, ma che possono essere anche condizionati dai “piccoli” che si fanno poi tanti.
Nella storia, da sempre sono singoli individui o piccoli gruppi che poi attivano grandi processi, da Gandhi ai nostri partigiani (erano il 2% degli italiani). Chi conosce il progetto Alborada in Cile per far perdere le elezioni a Pinochet nel 1989 a favore del primo presidente democratico Patricio Aylwin, sa bene che un piccolissimo gruppo di italiani, guidato da Tarcisio Benedetti, delegato sindacale, ex tipografo alla Mondadori, stampando un quotidiano per 6 mesi a Santiago, riuscì a ribaltare per pochi voti la dittatura. La storia fa svolte inaspettate, specie se dal basso ci si mette in moto. Non è vero che siamo sempre piccoli e impotenti.
Photo cover: Barcelona for Gaza, tratta da pressenza.com
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Proprio pensando a una sua eventuale traduzione (traslation) mi è venuto in mente il film di Sofia Coppola , Lost in translation del 2003 che come recita la traduzione del titolo – L’amore tradotto – racconta quello che si perde nella traslation intesa non solo come traduzione, ma anche come traslazione o trasferimento di cose da un luogo ad un altro. Da un tempo ad un altro.
Ma andiamo con ordine.
L’articolo di Baricco, intitolato Gaza, inizia con un incipit programmatico e folgorante:
“Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione.”
Per Baricco dunque oggi Gaza non è più solo un luogo ma un concetto, un simbolo, un confine, tanto che il futuro per il nostro autore è il luogo dove i nomi (e le cose) perdono il loro corpo. Per questa ragione, il compito del narratore dovrebbe essere innanzitutto quello di ridare carne a questi simboli, restituire cioè realtà al linguaggio.
Ma come è evidente c’è un problema di traduzione. C’è una problema di… transizione perché:
“…C’è una falda, e noi ci abitiamo giusto sopra. Da una parte la terra emersa del Novecento, con i suoi valori, i suoi principi e la sua storia tragica. E dall’altra un continente, ancora spesso sommerso, che sta staccandosi dal Novecento, spinto della rivoluzione digitale, motivato dal disprezzo per gli orrori passati e diretto da un’intelligenza di tipo nuovo.”
Ma in questi ultimi anni, anche a nostra insaputa, ci siamo dovuti schierare. Molti di noi si sono, per così dire, trovati schierati, perché non abitavano più il linguaggio del Novecento e, contemporaneamente, non abitavano ancora il linguaggio del futuro. Molti di noi si sono persi nella transizione perché hanno voluto dimenticare (o hanno rimosso) una verità scomoda:
“… non c’è niente di più pericoloso di un animale morente”.
Il Novecento entrato in agonia ha iniziato a infierire con i suoi ultimi colpi di coda, violenti e aggressivi. Lo ha fatto resuscitando una delle sue armi più terribili o meglio una sua vecchia fede (o abitudine): credere nella guerra come soluzione limite praticabile, e pagare con la distruzione e morte dei civili un prezzo accettabile con cui finanziare lo scontro tra gruppi di potere tipicamente novecenteschi.
“Sia l’aggressione russa all’Ucraina sia la guerra tra Hamas e Israele affondano le loro origini in pieno Novecento”.
Nel film di Sofia Coppola Lost in translation, i due protagonisti – un maturo attore in declino e una giovane neolaureata in filosofia – rappresentano, in metafora, la fase di transizione da un mondo vecchio a un mondo nuovo, dove per mondo qui si intende un po’ di tutto: il corpo, il linguaggio e ancora il modo di pensare e persino di provare emozioni.
Questi due “mondi”, nel film della Coppola, si ritrovano ospiti dello stesso hotel a Tokyo e cominciano una spontanea conversazione in cui – con quella tranquillità favorita dall’essere estranei l’uno all’altro – si scambiano pensieri e preoccupazioni, consigliandosi quale sia la strada migliore da intraprendere per essere (o tornare ad essere) felici.
Porre dunque rimedio alle brutture del “mondo” vecchio; riorganizzare le cose per preparare il nuovo “mondo”: questi sono i temi di qualunque confronto epocale. Ma in realtà, nessuno dei due “mondi” detiene tale segreto, così come i protagonisti del film non possono che limitarsi a raccontare le proprie tragedie e speranze personali.
Come dice Baricco il nostro continente è sicuramente vecchio…
“… ma è anche vero che noi – EUROPA – siamo il Novecento e che quindi nessuno lo conosce come noi: dove il Novecento è stato tragedia, e dove è stato meraviglia, noi c’eravamo, più di chiunque altro….”
E dunque quale è un modo “sicuro” per scongiurare il pericolo di perdersi nella… transizione; di trovarsi cioè schierati (a nostra insaputa), costretti a farlo o a “vagabondare” da uno schieramento a un altro?
Comprendere che gli scontri di civiltà, queste transizioni da un mondo vecchio ad uno nuovo (che non vuol dire, per forza di cose, migliore), si decidono in gran parte sulla capacità di narrazione e, ovviamente, sulla propaganda.
Si decidono cioè “… sulla efficacia con cui alcuni riescono a convertire una nebulosa di fatti…” – la distruzione di una città, l’uccisione di centinaia di donne, uomini, bambini, la devastazione di ambienti naturali – “…in storie convincenti e dunque in realtà”.
Purtroppo molte parole dell’ “animale morente” e i toni virili con i quali vengono ancora pronunciate – guerra, riarmo, muri, espulsioni, deportazioni, annessioni – sono incomprensibili e inaccettabili per molti di noi. Per i giovani di sicuro.
Nel finale del film della Coppola i due protagonisti passano un’ultima serata insieme al bar, dove dai loro sguardi e dalle loro parole è ancora evidente la magica alchimia che si è creata tra loro. Bob (il vecchio mondo!) confessa di non voler partire e Charlotte (il nuovo!) gli suggerisce di restare con lei.
La mattina dopo Bob sta per lasciare l’albergo e tra i due avviene un saluto imbarazzato e triste. Ma poi dal taxi verso l’aeroporto Bob rivede Charlotte che cammina per strada. Si ferma, la raggiunge e i due si abbracciano teneramente. Bob le sussurra qualcosa all’orecchio e infine la bacia. Charlotte piange. I due si salutano di nuovo, questa volta felici e senza dire altro.
Un finale pieno di compassione e comprensione reciproca: una perfetta traduzione dell’amoreche, in questa fase così delicata, sarebbe necessaria.
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
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Ben Lerner (Topeka, Kansas,1979) è poeta, romanziere, saggista e critico letterario; ha studiato teoria politica e poesia alla Brown University, dove è stato allievo della poetessa C.D. Wright. La sua opera si distingue per una profonda riflessione sul linguaggio, sulla forma e sull’ideale poetico come tensione irrisolta.
Ha pubblicato raccolte poetiche come Le figure di Lichtenberg (2004), Angle of Yaw (2006), Mean Free Path (2010) e No Art (2016), oltre al saggio Odiare la poesia (2016), che ha avuto grande risonanza internazionale. Come romanziere, è autore di Leaving the Atocha Station (2011), 10:04 (2014), The Topeka School (2019) e recentemente di Luci (2023, edizione italiana Sellerio 2025).
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui le borse Fulbright, Guggenheim e MacArthur, ed è stato finalista del National Book Award. Attualmente insegna letteratura inglese al Brooklyn College di New York, dove è stato nominato Distinguished Professor.
Nel panorama della poesia contemporanea americana, Ben Lerner si distingue per un approccio radicalmente originale: la sua scrittura poetica non è solo forma, ma processo emergente, una dinamica che riflette la complessità del mondo moderno. Le figure di Lichtenberg (Tlon Edizioni, 2017), raccolta d’esordio pubblicata nel 2004, è un esempio emblematico di questa tensione tra struttura e caos, tra desiderio di ordine e consapevolezza del fallimento.
Da un punto di vista scientifico le cosiddette figure di Lichtenberg sono strutture ramificate che si formano quando una scarica elettrica attraversa un materiale isolante. Prendono il nome dal fisico e filosofo tedesco Georg Christoph Lichtenberg, che nel XVIII secolo le osservò per la prima volta. Sono esempi di pattern frattali, figure che a scale diverse ripropongono lo stesso motivo di fondo (auto-similarità), e rappresentano un fenomeno emergente: il risultato di interazioni complesse tra energia, materia e resistenza.
Ben Lerner sceglie questo titolo per evocare la poesia come evento, come scarica che lascia tracce ramificate nella mente del lettore. Ognuno dei 52 sonetti contenuti nella raccolta è una figura di Lichtenberg: breve, intensa, capace di generare forme mentali complesse, che non si lasciano ridurre a un significato univoco.
“Dopo la pubblicazione di queste poesie, il danaro non sarà argomento possibile.
Il danaro sarà un uccello grigio noto per farsi gioco di altri uccelli.
Le stelle saranno aggiustate per tenere conto dell’inflazione
così che i morti possano continuare a vivere nel modo al quale si sono abituati.”
[Le figure di Lichtenberg, pg.51]
La scelta del sonetto, forma chiusa e classica, è già di per sé un gesto provocatorio. Lerner ne scrive cinquantadue, ma li usa come moduli frattali, ripetizioni variate che non cercano la simmetria, bensì la discontinuità interna. Come nei frattali, l’unità si ripete con variazioni, generando un senso di complessità auto-simile.
Nel saggio Odiare la poesia (Sellerio, 2017), Lerner afferma che la poesia è una forma impossibile, sempre deludente rispetto all’ideale. Ma è proprio in questa delusione che si genera qualcosa di nuovo: un evento poetico emergente, che non si lascia ridurre né alla forma né al contenuto.
“La poesia emerge dalla prosa come un’interruzione, una deflagrazione, una promessa non mantenuta.”
“Io stesso la detesto pur avendo organizzato la mia vita sulla poesia. Non considero questo una contraddizione perché la poesia e l’odio per la poesia sono fusi insieme.”
La poesia di Lerner è pensiero incarnato, riflessione sul mondo e sull’atto stesso del poetare. Le sue immagini sono stratificate, le sue parole sono nodi in una rete di significati. La sua scrittura si avvicina alla poesia scientifica, non per i contenuti, ma per la capacità di modellizzare il reale.
“Quando un sogno conveniente comincia a sognare sé stesso,
gli ultimi bambù del vicinato vacillano alla radice.
I bambini fanno l’amore ‘stile esecuzione’,
poi si abbracciano l’un l’altro come momenti di silenzio.”
[Le figure di Lichtenberg, pg.51]
Pierre Teilhard de Chardin
La poesia di Ben Lerner, pur radicata nella contemporaneità americana, sembra risuonare con una visione più ampia, quasi cosmologica. In particolare, si può leggere in filigrana una consonanza con il pensiero di Teilhard de Chardin, il teologo e paleontologo francese che ha formulato l’idea che “tutto ciò che emerge converge”.
Per Teilhard, l’universo è un processo evolutivo in cui la complessità genera coscienza, e la coscienza tende alla convergenza, verso un punto omega. Lerner, da parte sua, descrive la poesia come evento emergente, nato dalla frizione tra prosa e ideale, tra linguaggio e fallimento. Ma questa emergenza non è dispersiva: tende a convergere verso una forma di conoscenza, di consapevolezza, di rivelazione.
In questo senso, ogni sonetto di Le figure di Lichtenberg è una scarica convergente, una figura frattale che non si limita a esplodere, ma organizza il caos in una forma che ci interroga, ci orienta, ci trasforma. La poesia diventa così una forma di convergenza cognitiva, dove il pensiero, il corpo e il linguaggio si incontrano per generare senso.
Con Luci (Sellerio, 2025), Ben Lerner torna a esplorare il confine poroso tra poesia e narrativa, tra discorso pubblico e privato, tra il linguaggio e il suo fallimento. Pubblicato da Sellerio e tradotto da Martina Testa, il libro raccoglie versi e prose scritti negli ultimi quindici anni, alcuni già apparsi su riviste prestigiose come The New Yorker e Paris Review, altri inediti o provenienti da sue opere narrative.
Il testo si presenta come una costellazione di frammenti, dove canzoni, silenzi, effetti sonori e messaggi vocali si intrecciano per riflettere sull’arte, sulla genitorialità, sulla vita quotidiana in un mondo segnato da crisi interconnesse e accelerazione globale. Le parole si dispongono sulla pagina “a cascata”, dando al testo la configurazione di una fuga musicale, una prosa poetica che riflette sul linguaggio e sul suo potere di suggerire, più che di affermare.
“Mi lascio in eredità alla terra, per rinascere dall’erba che amo, ha scritto il poeta, e non è discorso né canto, ma un tratto di prato che sta in mezzo fra i due, delimitato dal nastro della polizia.”
In questo senso, Luci rappresenta una convergenza tra le tensioni che attraversano tutta l’opera di Lerner: il desiderio di dire e l’impossibilità di farlo, la poesia come fallimento e come promessa, la parola come gesto etico e come canto che spacca il vetro. È il punto in cui la sua poetica dell’emergenza si fa coscienza condivisa, dove il linguaggio non è più solo strumento, ma ambiente da abitare.
Una visione che ancora e di più si collega profondamente al pensiero di Teilhard de Chardin: Luci è il luogo dove ciò che emerge – frammenti, voci, memorie – converge in una forma nuova, capace di illuminare il presente e di suggerirci un futuro possibile.
Parole a capo <br> Daniele Ricci: alcune poesie inedite dalla silloge «Lo sguardo immemore»
Dalla sinossi: « Lo sguardo immemore (2023-2024) è lo sguardo del mitico cantore Orfeo che, mentre risale dall’Ade, si volta, nonostante il divieto, per vedere Euridice, per accertarsi che l’ombra della sua amata ci sia ancora. La silloge dunque è anche un omaggio al mito di Orfeo, ma è soprattutto un viaggio negli “inferi” (le zone più oscure, arcane, misteriose e sconosciute, ma anche più vere) di me stesso e del mondo, un “ritorno” (a che cosa e a chi?), un viaggio nell’altrove, nel passato, alla ricerca di una donna, di un’ombra perduta. Un passato e un’attesa che non smette mai di ricordare. E poi c’è il gesto incompreso, lo “sguardo immemore” (di Orfeo o di Euridice?), il “voltarsi indietro” nella risalita, nel “difficile ritorno” alla vita.” »
Là nella casa abbandonata
senza tetto, defenestrata,
dove crescono dentro gli alberi
il vento porta il gelo delle montagne,
rocce parlanti e sentieri di miseria
si affacciano sul vuoto
– tu guardalo soltanto
e ubbidisci al tuo cammino.
Poi scoppia un temporale,
pedali veloce alta sui manubri,
accolta dalla pioggia
ti stendi accanto a me
sul declivio erboso
del nostro darsi nudi al mondo.
Siamo ancora soli
nel tremito delle parole,
per ghiaia bianca
dove l’onda è già stata.
Vicino alla casa
l’erica si piega al vento.
Misuro la gloria degli alberi,
rinasco nella loro voce.
(12 agosto 2023)
*
Dove porta questo viaggio?
S’aggregano le case, s’incrociano le vie,
sono ombre nell’ombra
sferzate dalla bora.
Ho dimenticato il mare,
ho camminato lungo le trincee
senza connessione
senza comprendere il senso…
Il cielo in basso
in alto la terra bagnata
il magma delle parole.
(10-15 ottobre 2023)
*
Quando scrivo non so dove vado,
un’immagine mi cresce dentro
mi cerco e mi trovo a tratti
non mi sento mai del tutto compiuto,
inghiottisco velocemente il fuori
per attingere ad un possibile
irreale
un arcano richiamo
nella verità della pelle.
Cerco la radice del tema
l’alienazione e il grigio delle strade.
La fascinazione del tuo sguardo.
(21 ottobre 2023)
*
Nella grande città
la strada che abbracciati
attraversammo,
l’innocenza dei corpi,
guardarsi a lungo
arrivare al centro del tempo
con un canto
per cercare l’amore.
Il mondo non c’è più,
la curva infinita della corteccia
la bellezza dei nostri passi,
infedeli e immotivate parole
alimentate dal cielo
dal raggio che inghiotte
la collina.
Ci rivedremo presto
e non sei tornata più.
(22 ottobre 2023)
*
Vedo continuamente
sulle pareti della mia stanza
ombre di uomini che,
senza curarsi di me, morirono.
Hanno la mia voce
la mia stessa altezza
le mie mani non ancora ferite,
mani che mi sono sfuggite
e non si danno pace.
Cadono dalla mia bocca,
passano tra le fessure delle persiane
gemiti svuotati di preghiera.
Ubriachi con tatuaggi magici
camminano cantando per la strada,
nel naufragio della ragione
i feriti si confondono
i vagabondi aumentano.
Cercano l’incanto delle parole.
Forse la morte non è diversa
dalla vita.
(5 agosto 2024)
Foto di StockSnap da Pixabay
Daniele Ricci è nato il 21 giugno 1967 a Fano. Originario di Marotta (PU), viene da una famiglia modesta (i suoi genitori erano sarti). Dal 1990 non abita più nel suo paese: per dieci anni, per motivi di studio, ricerche postuniversitarie e docenze, ha vissuto in varie città italiane ed europee; poi, all’inizio del terzo millennio, è tornato nella sua terra e si è stabilito a Fano (PU), dove tuttora vive e insegna al Liceo classico.
I suoi interessi vanno dalle lingue e letterature classiche (si è occupato in particolare di lirica greca arcaica ed alessandrina) alla poesia contemporanea (ha compiuto studi su Ungaretti, Montale, su Umberto Piersanti ed altri poeti marchigiani). Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio (fino alla nascita di sua figlia nel 2006) ha collaborato con alcuni periodici culturali. Nel 1998 ha pubblicato la raccolta di versi Lontananze, con postfazione di Giuseppe Bomprezzi (Montedit) e sue poesie sono comparse in varie antologie e riviste letterarie. Nel 2002 ha conseguito un Master in Poesia Contemporanea presso l’Università di Urbino, organizzato e diretto da Umberto Piersanti, con Gualtiero De Santi, Roberto Galaverni, Katia Migliori e Massimo Raffaeli.
Alla fine del 2022 è uscito il libro di versi Lezione di meraviglia, con prefazione di Marco Ferri (Italic Pequod; già premiato e segnalato in numerosi premi letterari, tra cui premio “Poesia Trasimeno – Città della Pieve 2023” e “Premio letterario Città di Grosseto Amori sui generis – V edizione”; Premio Speciale della Giuria al “Premio Antonia Pozzi – 2024”; premio “Eccellenza” al “Premio Lett. San Domenichino 2023”; finalista al “Premio Tirinnanzi 2023” e secondo classificato al premio “La poesia che canta – VI Edizione”). Alcuni suoi testi, con nota introduttiva di Marco Ferri, sono compresi in Smerilliana N. 25 Anno 2022, pp. 213-224. Nel 2023 è stata pubblicata dalla casa editrice Dialoghi una silloge di vecchie poesie, scritte tra il 1998 e il 2005, dal titolo Il filo del vento, con nota introduttiva di Andrea Angelucci. A marzo del 2024 è uscita per Bertoni Editore una nuova edizione riveduta e ampliata di Lontananze, con nota introduttiva di Gianni Iasimone.
Dal 2024 cura la rassegna di poesia Le poetesse e i poeti salutano la primavera organizzata dal “Circolo Culturale A. Bianchini” di Fano e da gennaio 2025 collabora con il lit-blog Finestre come redattore, curando la rubrica “Da Orfeo all’infinito. Sguardi e incursioni poetiche”. Nel 2025, a febbraio, è uscita per Puntoacapo Editrice la sua nuova raccolta: La macchina da cucire. Geologia del dolore (prima classificata per la cat. “Silloge inedita” al “Premio Switzerland Literary Prize 2023”, segnalata al “37° Premio Lorenzo Montano 2023” e finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2024), con prefazione di Fabrizio Lombardo. Alcuni suoi testi sono compresi in Smerilliana N. 27/II Anno 2025, pp. 57-66.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopio. Questo che leggete è il 307° numero.Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
È stato una performance straordinaria quella che la Compagnia Nazionale di Danza Irlandese ha offerto al Teatro Nuovo di Ferrara la sera del 7 ottobre scorso presentando Rhythm of the dance.
Lo spettacolo è un concentrato spettacolare e travolgente di danze e musica popolari irlandesi: due atti dove un cast di giovani e preparatissimi ballerini e musicisti, con il supporto di tecnologie sceniche, è riuscita a combinare in maniera sapiente melodie dolcissime e ritmo trascinante, passando dal lirismo delle ballate tradizionali alla potenza percussiva dei tipici passi irlandesi, dove il ritmo è scandito dalla percussione alternata della punta e del tacco delle scarpe munite di placchette di metallo.
Questa esplosione di energia contagiosa ha entusiasmato il pubblico, trasportandolo in un viaggio emozionante ed energizzante in cui ogni elemento è stato curato nel dettaglio: dalle coreografie mozzafiato ai suoni ancestrali della musica celtica, dalle atmosfere create da luci suggestive alle scenografie con paesaggi da sogno.
I ballerini sono stati sensazionali; i loro passi incredibilmente veloci, la sincronizzazione e le transizioni fluide in una varietà di formazioni hanno dato vita ad un’opera artistica di una bellezza magnetica. La potenza e l’energia così come la grazia e la precisione della compagnia sono state impressionanti e hanno messo in risalto l’atletismo della danza.
È interessante leggere sul sito della compagnia che la storia della danza irlandese ebbe inizio con l’arrivo dei Celti dall’Europa centrale oltre duemila anni fa. I suoi primi partecipanti furono i Druidi che danzavano durante i rituali religiosi in onore delle loro divinità pagane. Intorno al 400 d.C., furono i contadini a mantenere lo stile pagano di musica e danza.
Le danze in cerchio odierne iniziarono dopo la conquista anglo-normanna nel XII secolo.
Curiosa la figura del maestro di ballo che apparve in Irlanda nel XVIII secolo; esso vagava di villaggio in villaggio per insegnare danza ai contadini. Ogni maestro aveva il suo distretto e non sconfinava mai nel dominio di un altro maestro. Quando si incontravano alle fiere, si sfidavano in gare di ballo che terminavano solo quando un gruppo rimaneva in piedi.
Fino a oltre un secolo fa,la maggior parte delle donne in Irlanda ballava a piedi nudi, il che conferiva loro una grazia e una leggerezza naturali che le ballerine di oggi si sforzano di mantenere. Solo ai primi del novecento le ragazze iniziarono a indossare le scarpe morbide.
Gli uomini lavoravano la terra e quindi indossavano scarpe di cuoio grezzo fatte a mano, leggere e adatte alla danza. I pescatori sulle coste irlandesi indossavano scarpe con la suola di legno e, quando l’insegnamento della musica tradizionale fu proibito, i ritmi delle varie melodie di danza venivano mantenuti battendo le scarpe dure sulle lastre di pietra e sulle piastrelle.
Oggi i ballerini irlandesi moderni indossano “scarpe dure” appositamente realizzate e scarpe morbide. Le ballerine invece, dopo che le calze nere furono proibite dalla Chiesa perché seducenti, passarono ai calzini bianchi che vengono indossati ancora oggi, soprattutto nelle competizioni dove contrastano con le scarpe nere. I collant, tuttavia, hanno lentamente guadagnato popolarità grazie alle rappresentazioni teatrali.
È importante ricordare che il Tip Tap, particolarmente in voga in America negli anni dal 1930 al ’40, deriva proprio dalla contaminazione della danza irlandese con gli zoccoli con un tipo di danza ritmica afroamericana.
Qualcuno ha scritto recentemente che “Ballare è la poesia dei piedi”, mentre già attorno al 500 avanti Cristo il poeta greco Simonide, scriveva che “La danza è una poesia muta e la poesia è una danza parlata.”
Mi chiedo… di quanta poesia avremmo bisogno oggi per coltivare e far crescere quella bellezza che possa rendere più umano questo mondo spietato?
Le foto in copertina e nel testo sono dell’autore.
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La fragile tregua a Gaza, nel mondo che ha smarrito ogni sembianza umana
Del “piano di pace” intitolato a Donald Trump per arrivare ad una tregua nel massacro sistematico della popolazione palestinese, in corso (soprattutto) nella striscia di Gaza ad opera dell’esercito israeliano, apprezzo due cose: lo scambio di prigionieri e il cessate il fuoco. Le apprezzo nella misura in cui avvengano sul serio: la prima crepa nella entusiastica narrazione del piano è che Israele sta continuando a bombardare e uccidere civili nel nord di Gaza, circostanza che trovo anomala in presenza di una teorica tregua (ieri è stato ucciso un altro giornalista palestinese). Lo scambio di prigionieri è sbilanciato in termini numerici a favore dei palestinesi, per la semplice ragione che Hamas ha 48 ostaggi israeliani, di cui 23 dovrebbero essere ancora vivi; mentre Israele ha nelle sue carceri migliaia di palestinesi, di cui verranno rilasciati 250 condannati all’ergastolo e 1700 arrestati dopo il 7 ottobre 2023. In termini di rilevanza, tuttavia, lo sbilancio premia Israele, in quanto il più importante prigioniero politico, Marwan Barghouti, considerato colui che potrebbe riunificare sotto la stessa egida la resistenza palestinese, rimarrà – non a caso – nella galera in cui è da 23 anni.
Un negoziato di questa complessità non può essere liquidato negativamente in due parole. Quello che sta accadendo pressoché ovunque però è che viene liquidato positivamente in due parole, con ancora maggiore entusiasmo dopo la parata trionfale, tronfia, e indecente (con settantamila morti sul groppone) di potenti ieri a Gerusalemme e Tel Aviv. Eppure le negatività sono tante.
Intanto non viene riconosciuto un diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Chi dovrebbe rappresentarlo, tra l’altro, visto che, appunto, Barghouti resterà in carcere e Hamas viene esplicitamente esclusa da qualunque ruolo di questo tipo? Questo è uno dei grandi problemi, non da oggi, di una popolazione spaccata e disunita in tante rappresentanze e leadership, oltre che spaccata e frammentata in vari territori che tra loro non si toccano. Vi è peraltro la sgradevole impressione che alcuni personaggi di vertice di Hamas stiano negoziando dei salvacondotti individuali, piuttosto che delle tutele per il popolo che dovrebbero rappresentare.
Il ritiro delle truppe israeliane da Gaza è assolutamente indefinito nei tempi e nei modi, almeno per quanto è dato saperne all’esterno dei tavoli diplomatici. L’unica cosa certa è che i rappresentanti di Hamas parlano di ritiri programmati delle truppe, e invocano il monitoraggio di Trump affinché Israele rispetti gli accordi. Sul punto, Israele tace.
Vengo alle parti beffarde e ciniche dell’accordo. Anzitutto, la dichiarazione dell’ arrivo massiccio di aiuti umanitari. Quattrocento camion in entrata nei primi 5 giorni di tregua, e poi scorte buone almeno per i prossimi tre mesi, secondo quanto afferma l’agenzia per le Nazioni Unite Unrwa. Questo equivale ad ammettere che fino a questo momento tali aiuti sono stati bloccati, e che questo blocco, completamente imputabile a Israele, ha prodotto la carestia generalizzata che ha colpito la popolazione civile; come peraltro testimoniato sia dai chirurghi d’emergenza che hanno prestato servizio a Gaza, che si sono visti sequestrare dall’IDF tutte le provviste di latte in polvere per i neonati, sia dai membri della Global Sumud Flottilla che si sono visti sottrarre biscotti e miele in quanto considerati “troppo energetici”.
Il cosiddetto board of peace in sé potrebbe anche essere una notizia positiva, perché sembrerebbe escludere una annessione dei territori da parte di Israele. Peccato che questo organismo internazionale sia capeggiato da personaggi famosi per avere letteralmente mentito al mondo sul fatto che l’Iraq detenesse armi di distruzione di massa, e sulla base di questa menzogna abbiano scatenato un massacro della popolazione civile nell’ordine di almeno ventimila persone, più gli almeno centomila morti di fame, malattie e stenti seguiti alla guerra, tra cui moltissimi bambini iracheni. Parliamo di Tony Blair, che come messaggero di pace ha la stessa credibilità di Hannibal Lecter come testimonial del veganesimo. Eppure l’uomo è indubbiamente abile: per otto anni è stato incaricato dal Quartetto per il Medio Oriente, organismo composto da rappresentanti delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti, dell’Unione europea e della Russia, di facilitare la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. In tale veste ha coltivato rapporti diretti con diversi paesi arabi. Uno potrebbe obiettare che non ha avuto nessuna capacità di evitare il massacro, ma non è quella l’abilità richiesta a uno che di massacri ne ha propiziati in proprio: l’abilità è quella di farsi finanziare la fondazione che porta il suo nome dal principe, nonchè probabile assassino, saudita Bin Salman. E di collaborare strettamente con Jared Kushner, genero di Trump, per il cui curriculum cito testualmente un estratto da Wikipedia: “Ha ricoperto il ruolo di consigliere senior di Trump dal 2017 al 2021 ed è stato anche direttore dell’Office of American Innovation. Per gran parte della sua carriera, Kushner ha lavorato come investitore immobiliare a New York City, in particolare attraverso l’azienda di famiglia Kushner Companies. Ha rilevato l’azienda dopo che suo padre, Charles Kushner, è stato condannato per 18 accuse penali, tra cui contributi elettorali illegali, evasione fiscale e manomissione di testimoni nel 2005; Charles è stato poi graziato da Trump nel 2020. È stato anche coinvolto nell’editoria dopo aver acquistato il New York Observer nel 2006. Da quando ha lasciato la Casa Bianca, Kushner ha fondato Affinity Partners, una società di private equity che deriva la maggior parte dei suoi fondi dal fondo sovrano del governo saudita”. Ecco l’abilità richiesta al nostro uomo, ecco i curriculum dei costruttori di pace con i quali il nuovo mandato britannico-statunitense intende sistemare le cose. Se volessi riassumere con una frase il motivo dei coinvolgimento di Tony Blair nell‘affaire Gaza, ruberei quella che la giornalista e attivista britannica Ash Sarkar ha pronunciato in televisione, quando le è stata rivolta la stessa domanda: “Probabilmente perché Satana non era disponibile”.
Vista la cornice, l’affermazione trumpiana, contenuta nel piano, secondo la quale: “Gaza sarà riqualificata a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto più che abbastanza” ha la stessa credibilità di Cheope che promette agli schiavi che costruiscono la piramide un loculo gratis al suo interno, vicino al faraone e ai nobili. Me la immagino proprio una famiglia palestinese, inopinatamente sopravvissuta, che entra nella graduatoria per ottenere una delle residenze della riviera di Gaza, edificata sulla stessa terra in cui Israele ha ridotto in macerie la loro casa. Senza terra, senza futuro, senza averi, senza casa, senza denaro. Esattamente il prototipo di cliente tipo di Jared Kushner e del Fondo Pubblico di investimenti dell’Arabia Saudita.
Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato uno snodo oscuro e tragico nella lunga e sanguinosa storia dei rapporti tra Israele e la popolazione arabo-palestinese dei territori occupati. Nessuno, nessuno mi leva dalla testa la sensazione di quanto sia incredibile che lo Stato coi confini più blindati e controllati del mondo abbia permesso – e tollerato per alcune ore senza intervenire – un simile attacco anche da terra dei guerriglieri di Hamas. E’ l’unica impressione che condivido con Charlie Kirk, da cui mi divideva tutto. E lui il confine della striscia di Gaza lo aveva visitato, e dopo averlo visitato dichiarò pubblicamente che domandarsi come il 7 ottobre sia stato possibile non era una questione cospirazionista, ma logica. Per approfondire l’argomento, consiglio questo video, e questo librodi Roberto Iannuzzi.
In questo disastro, condito dalla assurda, grottesca parata di un delirante Trump alla Knesset (una sola perla: ha chiesto al presidente di Israele Herzog di concedere la grazia al suo primo ministro indagato per corruzione Netanyahu, strepitoso caso di excusatio non petita, vedi qui l’incredibile video), l’unica nota di speranza in una specie umana che esca dal sanguinoso Novecento, come ipotizza quiAlessandro Baricco (pubblicato anche su Periscopio), per abbracciare logiche completamente aliene rispetto alla ripetizione delle conquiste coloniali edificate sul sangue degli innocenti, è costituita dall’opinione pubblica che non è stata zitta. Indubbiamente una minoranza, ma comunque milioni di persone, moltissime giovani, hanno riempito le strade e le piazze del mondo, bloccato i porti, per gridare l’intollerabilità di stare in questo tipo di mondo, supportando con il loro rumore la Flottilla, autentico avamposto di umanità in un pianeta che sembra averne smarrito ogni sembianza.
Cover photo su licenza https://commons.wikimedia.org/
Ancora un nuovo libro di Davide Calì, illustrato da Lucia Carlini, ‘L’uomo che non aveva un nome’, edito da Kite. Un autore prolifico e illuminante, sempre attento al mondo.
Lui è un uomo che non ha nome, ma che ha tutto il resto.
Vive solo, su una piccola isola, intorno nessun altro, solo alberi e montagne, i suoi unici e veri amici. E, con essi, le nuvole bianche che sanno di panna montata, l’erba verde che illumina il cielo e si riflette nelle acque cristalline del mare.
E’ così solo che ha dato un nome a tutto ciò che c’è sull’isola. Fra gli alberi dalla folta chioma ci sono Andy Taylor e Piccolo Stanley, fra le montagne Miss Perkins e Jarvis. Fra gli animali l’alce Malmo o il coniglio Larsen e fra le pietre, Gerda, Charlotte e Walter.
Davide Calì, Lucia Carlini, L’uomo che non aveva un nome, immagini Kite
Davide Calì, Lucia Carlini, L’uomo che non aveva un nome, immagini Kite
Ogni mattina saluta i suoi amici, tutti i giorni sono uguali, pesca o dorme. Fino al giorno in cui, dall’altra parte del mare, arrivano molte persone. Saltellano qua e là e scattano fotografie, sembrano quei mille e fastidiosi invasori di luoghi ameni che scattano selfie in pose iconiche da mostrare al mondo lontano che li osserva.
Una barca da crociera con mille giostre e divertimenti fagocita l’amico senza nome come fosse un trofeo da mostrare a chi non ha mai visto vita tanto strana quanto rara.
Davide Calì, Lucia Carlini, L’uomo che non aveva un nome, immagini Kite
Come si chiama? Gli chiede un insolito e curioso individuo. Forse Wilson? Non aveva mai pensato a un nome che gli sarebbe piaciuto avere, ma era felice di averne uno.
Quella settimana Wilson scopre la città. Centinaia di mani, fotografie, film, tv, canzoni, denaro, cereali, tante novità, tutte cose mai viste. E poi, molti nuovi amici, ma lo erano davvero? E i suoi amici sull’isola? All’improvviso la nostalgia di casa, e poi il ritorno: gli amici erano là, ancora là, fedeli non se ne erano mai andati.
Davide Calì, Lucia Carlini, L’uomo che non aveva un nome, immagini Kite
Una storia toccante e poetica che esplora con delicatezza i temi della solitudine, dell’identità e del valore delle relazioni autentiche.
Perché poche cose, in fondo, bastano, soprattutto se ci sono tanti amici. Perché la verità preziosa è che tutto ciò che si cerca spesso lo si ha già. E non va cercato lontano.
Davide Calì, Lucia Carlini, L’uomo che non aveva un nome, Kite, Padova, 2025, 40 p.
Pubblichiamo, con il consenso dell’autore, questa importante riflessione di Alessandro Baricco che mette in relazione l’alba improvvisa del movimento planetario pro Palestina con l’agonia della civiltà che ha dominato e insanguinato il Novecento.
(La redazione di Periscopio)
Gaza e l’agonia del Novecento
di Alessandro Baricco
1.
Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione.
È diventata una mossa mentale in cui una certa umanità ha preso distanza da un’altra, rivendicando una propria idea della Storia e richiedendo indietro il mondo a chi glielo stava scippando.
Non è contato più niente quel che eventualmente si pensava del conflitto tra Hamas e Israele, e neppure i pregiudizi che si potevano avere sugli ebrei o sul terrorismo: si è tutto spento come una candela in una casa che brucia, da quando Gaza è divenuta molto di più che una situazione geopolitica su cui prendere posizione: oggi è il nome di un certo modo di stare al mondo.
I primi a capirlo, mi è sembrato, sono stati i giovani, quelli tra i 15 e i 25 anni. Faceva strano vederli tirare fuori quelle bandiere palestinesi, d’improvviso usciti dal loro letargo politico. Voglio dire, erano ragazzi con cui era difficile parlare di Salvini, di Meloni, perfino di Trump. Non sembravano interessati. Cambiamento climatico e identità di genere, quelle erano le cose che li appassionavano. Poi, un giorno, te li ritrovi in piazza, quattro gatti, con quella bandiera di una terra lontana di cui, obiettivamente, non sapevano quasi nulla. Oggi che centinaia di migliaia di persone, in tutto il mondo, scendono in piazza con quella bandiera addosso, bisogna ammettere che quei ragazzi erano un quarto d’ora davanti a tutti: e adesso è molto, davvero molto importante capire in cosa hanno anticipato gli altri, e qual è il salto concettuale che hanno fatto con una velocità di cui nessun altro è stato capace.
2.
C’è una falda, e noi ci abitiamo giusto sopra. Da una parte la terra emersa del Novecento, con i suoi valori, i suoi principi e la sua storia tragica. E dall’altra un continente, ancora spesso sommerso, che sta staccandosi dal Novecento, spinto della rivoluzione digitale, motivato dal disprezzo per gli orrori passati e diretto da un’intelligenza di tipo nuovo. Dove si consuma la frattura, la terra trema. Il Novecento non cede, e il nuovo continente continua a strappare. Non nutrirei grandi dubbi su come andrà a finire: il Novecento andrà alla deriva, continente quasi inabitato, destinato ad essere studiato nei libri e nei musei.
Ma in questi ultimi mesi siamo stati costretti a ricordare una verità scomoda, che forse avevamo rimosso: non c’è niente di più pericoloso di un animale morente.
Entrato in agonia, il Novecento ha iniziato ad abbandonare la composta resistenza che aveva declinato con fermezza e, fiutata la fine, ha iniziato a menare colpi violenti, diventando estremamente aggressivo. Lo ha fatto resuscitando uno dei suoi tratti identitari più forti: credere che la guerra sia una soluzione, e la sofferenza dei civili un prezzo accettabile con cui finanziare lo scontro tra le élites. Sia l’aggressione russa all’Ucraina sia la guerra tra Hamas e Israele affondano le loro origini in pieno Novecento. Ancora vi si percepisce l’onda d’urto di fenomeni come l’Imperialismo e il Colonialismo che sono stati marchi di fabbrica del pensare Otto-Novecentesco. Vi si riconoscono facilmente conti rimasti aperti dalla Seconda Guerra Mondiale o dalla Guerra Fredda. E vi risulta spalancato il catalogo di prodotti con cui il Novecento ha venduto se stesso per lungo tempo: il culto dei confini, la centralità delle armi e degli eserciti, la religione del nazionalismo. È tutto un unico pacchetto: è il colpo di coda dell’animale morente. L’onda lunga di un disastro.
3.
Di fronte a tutto ciò, all’inizio è stato difficile capire. Sembravano scosse sismiche, assestamenti del terreno. È stato il momento in cui aveva senso schierarsi, o tirare linee tra buoni e cattivi. Lo abbiamo fatto, ognuno secondo le proprie convinzioni. Poi è arrivata Gaza.
Allora, d’istinto, si è sentito che c’era una sola linea, in realtà, ed era quella tracciata dalla falda su cui stiamo in bilico. Un mondo morente, da una parte, un nuovo continente, dall’altra.
È sembrato urgente dire da che parte stavamo. E Gaza ci ha aiutato a farlo, perché è una sintesi rovente, chiarissima, di una spaccatura enorme – è dove un intero terremoto trema una volta sola, in un solo posto, in un solo momento.
4.
Molti, nel prendere partito, si sono schierati dalla parte del continente che si sta staccando. Ancora una volta mi piace chiarire un concetto che mi sembra prezioso. Nulla ci garantisce che la civiltà che stiamo costruendo sarà, alla resa dei conti, migliore di quella che l’ha preceduta: ma possiamo dire con una certa sicurezza che è nata per smantellare gli schemi che hanno reso possibile il disastro del Novecento (due guerre mondiali, i campi di sterminio, la bomba atomica, la Guerra Fredda, l’epoca d’oro dei totalitarismi – voglio ricordare.) Della cosiddetta rivoluzione digitale si può pensare quello che si vuole ma sarebbe sciocco non ammettere che, consapevolmente o meno, ha fatto saltare i bunker strutturali e culturali su cui il Novecento aveva potuto edificare il proprio disastro: attraverso il digitale abbiamo scelto un mondo immensamente più liquido, più trasparente, in cui muri e confini perdono di consistenza; abbiamo accettato il rischio di liberare tutte le informazioni e le opinioni mettendole in circolo quasi senza cautele; abbiamo accelerato tutti i tempi generando di fatto un tavolo da gioco che si modifica in continuazione impedendo alle idee di sclerotizzarsi o di assurgere a miti; abbiamo reso estremamente difficile creare sacche protette dove far accadere la Storia al riparo da sguardi indiscreti; e abbiamo reso più impervio l’esercizio del dominio da parte di qualsiasi élite. Nessuna di queste mosse è esente dal rischio di drammatici effetti collaterali: ma se le abbiamo fatte è per una ragione che non dobbiamo mai perdere di vista: ci è sembrato urgente provare a vivere in modo diverso, per non morire nello stesso modo dei padri.
E ci era chiaro che il cuore della faccenda era proprio lì dove guerra, violenza e armi formavano un gorgo primitivo di cui volevamo cancellare ogni traccia. Se c’era un modo traumatico ma definitivo di ricordarci tutto questo, Gaza è quel modo. Ha ricordato a molti di noi che stiamo già vivendo in un mondo diverso – con le nostre menti, coi nostri gesti quotidiani – un mondo diverso dove Gaza non è possibile. Di più: non siamo disposti ad accettare che l’animale morente riprenda il centro della scacchiera, e ci riporti indietro, e tenga in ostaggio le nostre visioni. Al di là dell’istintiva e dolorosa pietas che Gaza ispira, l’insulto vero è sentirsi scippare – con violenza, arroganza e ferocia – di una cosa troppo preziosa: il futuro che vogliamo. Chi poteva capirlo meglio che dei ragazzini?
5.
Poi in una protesta di piazza defluiscono motivazioni, e risentimenti, di ogni tipo, va da sé. Ma resto convinto che la spinta centrale dell’adesione alla causa di Gaza sia costituita da una precisa scelta di campo su questa storia di due civiltà a confronto, che in Gaza si scontrano col massimo dell’evidenza. Mi rendo d’altronde conto che non si tratta di un’adesione maggioritaria, per quanto sorprendentemente massiccia. Ma lì entra in gioco un altro fenomeno che mi ha sorpreso e che avevo intravisto solo in parte: la tremenda resistenza del Novecento. Se provo a spiegarla, mi viene in mente questo: c’è un enorme parte del tessuto economico, politico, intellettuale e sociale che sapeva giocare il gioco del Novecento ma non sa ancora giocare quello della nuova civiltà. Quindi si acquatta tra le pieghe dell’animale morente. Faccio un caso molto concreto: c’è molta gente che sa fare i soldi nell’habitat del Novecento e che non sa ancora come farli nella civiltà digitale. Un esempio facile: i media. I grandi, tradizionali media del passato, intendo. I giornali cartacei, per dire, altri animali morenti (e lo dico con tristezza). La leggerezza con cui spesso soffiano sui venti di guerra tradisce l’istinto ad andarsi a rifugiare nei toni, e nelle idee, che a lungo hanno assicurato loro una qualche centralità, e dunque dei solidi profitti. Comprensibile, ma pericolosissimo. Non meno trasparente è la voluttà con cui intere élites intellettuali – per le quali la lucidità dovrebbe essere un dovere – vengono sedotte e ipnotizzate dall’animale morente e lo ricollocano al centro del gioco. Non sembra essere alla loro portata articolare visioni, o anche solo analisi, applicabili alla mappa del mondo nuovo: continuano ad articolare partite raffinate su una scacchiera che dovrebbero essere i primi a distruggere. Lo fanno con una voluttuosa propensione all’autodistruzione. È un fenomeno doloroso.
Di fatto, gli scontri di civiltà si decidono in buona parte sulla capacità di narrazione, cioè sull’efficacia con cui alcuni riescono a convertire una nebulosa di fatti in una storia convincente, e dunque in realtà.
Che così tanti narratori di talento lavorino in queste ore per portare ossigeno a una narrazione esausta come quella del Novecento – lei e la sua desolante epica guerriera – è cosa che inclina a reazioni durissime.
6.
Se le cose stanno anche solo lontanamente come ho cercato di descrivere, è ovvio che l’Europa avrebbe, in questo momento storico, un ruolo fondamentale. È vero che il nostro continente è molto vecchio e quindi necessariamente piegato sotto il peso della nostalgia. Ma è anche vero che noi siamo il Novecento e che quindi nessuno lo conosce come noi: dove il Novecento è stato tragedia, e dove è stato meraviglia, noi c’eravamo, più di chiunque altro. Sappiamo esattamente dove sono le trappole, dove sono gli errori e dov’è il trucco. Ci basta un minimo di lucidità per capire come funziona l’animale morente e per questo nulla dovrebbe essere più lontano da noi che averne paura: una sola cosa dovremmo fare e avremmo la capacità di fare: finirlo.
Vorrei essere chiaro: non significa consegnarsi ciecamente alla manigestazioni pro ppro-pal, significa usarla per sfilarsi via per sempre dai nostri errori.
Ma non è quello che stiamo facendo. Sentire la parola riarmo filtrare dalle più rappresentative menti del continente è una vergogna, e a livello intellettuale un fenomeno incomprensibile. Essere costretti ad ascoltare i toni virili con cui si promette di difendere ogni singolo metro della nostra amata terra europea è inaccettabile. Piuttosto, ci sarebbe da dire con tutt’altra mitezza che difenderemo ogni singolo metro della civiltà che stiamo immaginando, e non lo faremo con le armi, ma con l’ottusa pazienza con cui l’animale cerca l’acqua e i fiumi il mare.
7.
Ci sarebbe anche Trump, osserva qualcuno. E soprattutto l’America trumpiana. Giusto. Ma lì, sono sincero, non riesco a capire molto, mi mancano gli elementi. Credo che si dovrebbe vivere a lungo negli Stati Uniti, in questi anni, per capire. Da lontano colgo giusto l’urgenza di non scambiare il trumpismo – così come certi populismi europei – come l’ennesima zampata dell’animale morente. Non è così semplice. Lì dentro c’è un incrocio di correnti che è difficile da analizzare. Sicuramente c’è un’istintiva regressione a schemi di pensiero novecenteschi, tanto rudimentali quanto utili nei momenti di confusione. Il ritorno al culto dei muri e dei confini ne è un chiaro esempio. Ma questa regressione non si dà in purezza, come avrebbe fatto nel Novecento, e piuttosto viaggia costantemente diluita in sostanze che sembrano piuttosto arrivare da certa chimica tipica della nuova civiltà: il sospetto per le élites, l’individualismo di massa, perfino una certa inclinazione a interpretare la realtà con gli schemi formali del gioco, spostando su una superficie vagamente ludica il baricentro delle cose e diffidando della profondità come codice di lettura del reale. Certo, l’assemblaggio è duro da digerire per la sua tendenza a virare sul volgare, il protervo, l’adolescenziale e il semplicemente imbecille. Ma le rivoluzioni, è inevitabile, producono spettacolari contromovimenti di cui non sempre si può controllare il design. Quella francese del 1789, per dire – una rivoluzione che ha cambiato mezzo mondo – rimbalzò in una turgida acrobazia il cui kitsch è splendidamente riassunto nel quadro di Ingres dedicato a Napoleone imperatore. Vale la pena dargli un’occhiata.
Tra la presa della Bastiglia e quel quadro passarono 17 anni. Gli stessi che sono passati dalla presentazione del primo iPhone alla vittoria di Trump alle presidenziali del 2024. (Sì, mi rendo conto che il paragone delizierebbe il vecchio Donald. Mi scuso. Ma rendeva l’idea).
Se questo testo vi piace, diffondetelo. Se vi piace molto, traducetelo, prima che lo faccia l’IA, e fatelo girare. Grazie.
Pubblichiamo, con il consenso dell’autore, questa importante riflessione di Alessandro Baricco che mette in relazione l’alba del movimento planetario pro Palestina con l’agonia della civiltà che ha dominato e insanguinato il Novecento.
(La redazione di Periscopio)
“Sfratto Italia”: la vera priorità sociale è l’emergenza abitativa
Il Ministero dell’interno nei giorni scorsi ha pubblicato – un po’ alla chetichella – il suo annuale report sugli sfratti relativi all’anno 2024, con dati a dir poco allarmanti: nel 2024 sono stati emesse dai tribunali 40.158 sentenze di sfratto in aumento del 1,99% rispetto al 2023, quando erano state 39.373.
Gli sfratti per morosità sono stati 30.041, mentre quelli per finita locazione sono stati 7.845 e 2.272 le sentenze per necessità del locatore. Le richieste di esecuzione presentate dagli ufficiali giudiziari sono state nel 2024 81.054, in aumento del 9,82% rispetto al 2023, quando erano state 73.809. L’intervento della forza pubblica è stato messo in campo in 21.337 casi di sfratto, un dato da considerare per difetto in quanto sono sicuramente molti di più.
Le sentenze di sfratto hanno visto un aumento in Valle d’Aosta (+26,87%), Umbria (+18,28%), Marche (+8,18%), Abruzzo (+12,29%), Puglia (+13,90%), Campania (+11,8£%), Lazio (+3,94%), mentre si segnalano diminuzioni nelle regioni: Basilicata (-33,61%), Trentino Alto Adige (-14,96%), Molise (65%) e Sardegna (-10,97%).
I dati del Ministero dell’Interno certificano la gravissima situazione che si sta delineando in Lombardia e nella città di Milano, ove sono aumentati a dismisura sia le richieste di esecuzioni di sfratto presentate da ufficiali giudiziari e sia i ricorsi agli sfratti eseguiti con la forza pubblica.
Come si legge in un rapporto di OXFAM dedicato alla crisi abitativa in Italia nell’esperienza dei neomaggiorenni all’uscita dal sistema di accoglienza, il mercato delle locazioni, secondo le ultime rilevazioni di luglio 2025 ha registrato un ulteriore aumento, del 5,5% rispetto all’anno precedente, arrivando al valore medio mensile di oltre 14,9 euro/m², il valore più alto mai registrato dal 2012. Prendere una casa in locazione per molti è diventato un lusso.
“A fronte di una domanda in crescita l’offerta ha avuto invece una tendenza opposta, innescando un’aspra competizione tra i potenziali locatari e spingendo al rialzo i canoni che diventano quindi inaccessibili per molti, alimentando quella che è una vera e propria emergenza abitativa in Italia. Complici inflazione e carovita da una parte e perdurante stagnazione salariale dall’altra, tra il 2018 e il 2023, il peso medio del canone di locazione sui redditi da lavoro dipendente nei capoluoghi di provincia è passato dal 31,6% al 35,2%, superando il 40% in alcune città come Firenze (46,5%), Roma (41,5%), Bologna (40,2%).”
Siamo di fronte ad un disagio abitativo che aumenta sempre di più. Siamo ormai in una vera e propria emergenza nazionale. E gli ultimi dati ministeriali ne sono l’ennesima conferma. “Si tratta prevalentemente di sfratti per morosità, 30 mila sfratti, sottolinea la CGIL, a cui si aggiungono 2 mila sfratti per necessità del locatore e oltre 8 mila sfratti per finita locazione, che consentono ai proprietari di riottenere la disponibilità degli immobili, sempre più spesso destinati ad affitti brevi turistici, nettamente più redditizi delle locazioni residenziali e che stanno causando processi di espulsione delle famiglie a reddito più basso e propagarsi di lavoro povero”.
Le poche e marginali misure messe in piedi in questi anni non hanno prodotto effetto alcuno, anzi l’azzeramento dei fondi a sostegno dell’affitto (oltre 1 milione di famiglie in povertà assoluta vive in affitto) ha contribuito non poco a far crescere la “povertà abitativa”.
E la crisi abitativa va ad impattare gravemente anche suldiritto allo studio per migliaia di ragazze e ragazzi e per tanti lavoratori. Secondo l’ultima indagine dell’Unione degli Universitari (UDU), il 62% degli studenti fuori sede ha difficoltà a trovare un alloggio regolare, mentre il 28% segnala condizioni abitative degradate e il 18% denuncia la totale mancanza di contratto.
Come ha ribadito il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, all’ultima assemblea ANCE: “Oggi la vera priorità sociale è l’emergenza abitativa. Senza casa non si può formare una famiglia, attrarre lavoratori, trattenere studenti e giovani. Serve un piano nazionale casa strutturato e pluriennale, con investimenti pubblici e un uso innovativo del partenariato pubblico-privato. Dobbiamo intervenire sia sul recupero dell’edilizia esistente sia sulla costruzione di nuove abitazioni accessibili per le fasce fragili, il ceto medio e i giovani”.
La questione abitativa fa però fatica ad assumere una nuova centralità nelle politiche nazionali e locali e il diritto alla casa per tanti resta negato. “La casa è un diritto e il servizio abitativo destinato a cittadini che si trovano in una situazione di disagio economico deve essere considerato come parte dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, ha sottolineato la CGIL.
Già dalla prossima Legge di Bilancio deve essere rifinanziato il Fondo di sostegno per l’affitto e il Fondo per la morosità incolpevole per un valore di almeno 900 milioni di euro; occorre incrementare l’offerta di edilizia residenziale pubblica, attraverso un programma pluriennale, per incrementare il patrimonio ERP di 600 mila unità, anche attraverso la riqualificazione del patrimonio non utilizzato, in processi rigenerativi in ambito urbano (aree dismesse, caserme, aree ferroviarie); rivedere il regime fiscale legato alle locazioni per incentivare al massimo il canone concordato e favorire le locazioni di lunga durata, che in molte città sono sfavorite dal fenomeno degli “affitti brevi” per il quale occorre una legge nazionale per dare facoltà ai Comuni di definire limiti e divieti.
Occorre anche recuperare rapidamente i ritardi accumulati nell’attuazione delle progettualità del PNRR e procedere alla realizzazione dei progetti di rigenerazione urbana, i Piani Urbani Integrati, i piani per la qualità dell’abitare, i progetti per la realizzazione degli alloggi per studenti universitari.
Serve una nuova politica dell’abitare con solidi interventi pubblici in termini economici, fiscali e normativi, una diversa politica degli affitti e una seria lotta al sommerso e alla speculazione, una politica di rigenerazione urbana per garantire sostenibilità sociale e ambientale per città più accoglienti, sostenibili e inclusive”.
Sul fronte delle esigenze abitative degli studenti fuori sede, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e il Gruppo CDP hanno sottoscritto un protocollo finalizzato a promuovere interventi di riqualificazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare non strumentale delle diocesi italiane e degli enti religiosi, in modo da offrire una risposta residenziale a supporto dell’emergenza abitativa nel nostro Paese, non riconducibile esclusivamente all’incremento delle situazioni di disagio socioeconomico, ma anche a soddisfare le esigenze di nuove categorie sociali: nello specifico degli studenti universitari fuori sede, un segmento di popolazione che nel nostro Paese è cresciuto costantemente negli ultimi anni e che esprime un fortissimo fabbisogno abitativo.
Niente di più facile. Entri dall’ingresso principale, stai attento, non il 2, l’ingresso 1, entri e a sinistra ci sono gli ascensori, sali al primo piano e prendi il corridoio numero 1. No che non è difficile, ci sono tre immensi corridoi, il corridoio 1, il numero 2 e il numero 3. Ci sei fino a qui? Cammini, a destra c’è la chiesa dei cattolici, poi una stanza con un cartello che dice Altri culti, passi davanti al reparto 2B1 e entri nel 3C1: Neurologia. Stai calmo, i matti non c’entrano, quelli, se non son fuori, li mettono in Diagnosi e Cura. Ma cos’è questa paura dei matti? In ogni caso, ora sei entrato in reparto. Vai sempre dritto, io sono in fondo al corridoio, camera 13, letto 45.
Letto 44, di fianco a me – la camera è ampia, luminosa. azzurrina, con solo due letti – c’è il signor Onorato. E’ arrivato in reparto mezz’ora dopo di me, accompagnato da una moglie monumentale – che il giorno dopo conoscerò come la signora Marisa e il giorno appresso come Marisa e basta – una donna tranquilla e potente, solida come un faraglione di Capri. C’è anche il figlio, in versione autista, ma capisco subito che non conta molto, un elemento aggiunto per fare i servizi. Onorato mi sembra esageratamente vecchio ma magari non lo è; minuto, magrissimo, scuro di carnagione. Da solo non sta in piedi; non parla, non mangia, neppure il passato di verdure, e vuole andarsene al più presto, dall’ospedale o anche, chissà, dalla vita, direttamente. Dalla mattina alla sera la signora Marisa sta sempre attaccata a Onorato. Lui dorme, lei lo guarda. Arriva l’infermiera e gli cambia la flebo. Arriva il pranzo, il pranzo d’ospedale che puoi immaginare, e la signora Marisa lo aiuta ad alzarsi, lo sorregge fino al tavolino, ma Onorato guarda il piatto e non mangia, non mangia nemmeno la ciambella portata dalla signora Marisa da casa. Mi ci metto anch’io a incitare l’inappetente, e passo al tu per essere più convincente: Insomma Onorato almeno il prosciutto crudo lo puoi mangiare! Pare impossibile, ma non è niente male questo prosciutto dell’ospedale. O sono io che ho imparato ad accontentarmi? La signora Marisa mi guarda e scuote la testa. Poi fruga nella borsa e tira fuori un involto. Mi sono guadagnato anch’io una fetta di ciambella casalinga. Vedi le buone azioni. Grazie, buonissima, ma ci ha messo il burro o l’olio? Certo l’olio, volevo ben dire. Ne vuole un’altra fetta, chiede Marisa.
A sera la figlia femmina viene a “ritirare” la mamma. Al mattino il figlio e la sera la figlia. Poi viene notte e mi chiedo come sarà la mia prima notte. Io in questo letto non riesco a dormire, è troppo duro, è troppo morbido. Passo da un libro all’altro, ma questa notte non trovo il libro giusto. Spengo la luce, mi giro sul fianco, mi metto a panza in su, riaccendo la luce, scelgo un altro libro dalla generosa scorta che ho portato con me. Onorato è immobile, dorme, ma invece non dorme, grazie a una lunga e laboriosa operazione si mette a sedere sul fianco del letto, si alza, si dirige barcollando verso la porta del bagno. Che gran lusso, abbiamo il bagno in camera. Tutto bene Onorato, mi informo. Magari è sonnambulo. Invece Onorato mi fa un piccolo cenno e si infila in bagno, per uscirne cinque minuti dopo e compiere il cammino a ritroso verso il letto. Ogni mezz’ora, minuto più minuto meno, come il tocco della mezzora delle campane, Onorato va a fare pipì; pochissima immagino, vista la frequenza; oscilla pericolosamente sulla strada di andata e ritorno, ma ce la fa sempre.
Tutto bene, mi dico, io leggo.Ho trovato una storia che forse fa al mio caso; non è un capolavoro questo Professore Desiderio ma Philip Roth scrive da dio, sempre sulla superficie della vita e del suo io, con una sincerità imbarazzante, e una lingua incalzante, percussiva, sfrontata. L’ebreo Kepesh, alter ego dell’ebreo Philip Roth, insegna all’università, studia perennemente e cita in continuazione i suoi amati Cechov e Kafka. Kepesh racconta la sua vita ma sopra tutto il suo intricato rapporto con le donne. Che ama, che insegue, che fugge, che desidera con tutto il suo sesso e tutta la sua mente. In definitiva, prima di Kafka e prima di Cechov, il vero protagonista è il desiderio sessuale e il desiderio in generale. Continuo leggere e rimango di stucco quando arriva l’erezione. Potenza della letteratura, ma no, sarà l’effetto dei farmaci anticoagulanti. Mollo il libro e finalmente prendo sonno. Mi sveglio poco dopo e guardo alla mia sinistra verso il letto 44. Onorato non è al suo posto. Guardo la porta del bagno, aspetto, ma Onorato non sortisce. Aspetto altri cinque minuti, dieci minuti, mi alzo e apro la porta del bagno, Onorato non c’è. Suono il campanello, non viene nessuno, suono più a lungo, arriva finalmente l’infermiera, una ragazza super (sarà l’effetto Philip Roth?) ma molto addormentata, che però capisce il problema. La scomparsa di Onorato mette in moto tutto il reparto. Io seguo le ricerche dalla mia postazione, e alla fine Onorato riappare, scortato da due infermiere, due inservienti e il medico di guardia. Non aveva trovato la porta del bagno e si era infilato in un ripostiglio in fondo al corridoio, era lì dentro, buono buono da non so quanto tempo. Lo riportano a letto e lui sorride, chiede scusa, ringrazia tutti.
Ora è giorno, Onorato dorme, la signora Marisa non si muove dalla seggiola di fianco al letto; lui dorme e lei lo guarda. Poi siamo seduti al tavolino per il pranzo. Marisa mette sul tavolo un piccolo contenitore: Ti ho portato del purè, mangiane un pochino che quello ti è sempre piaciuto. Onorato guarda Marisa e fa no con la testa. Ma cazzo Onorato!, intervengo io in qualità di legittimo compagno di stanza, se non mangi fra un poco scompari! Non ho proprio voglia, sussurra lui, poi si scusa con me: Sai, io non sono mai stato un gran mangiatore, neanche da ragazzo. E sorride a me e a Marisa.
Invece, il terzo giorno, Onorato risorge. Niente di plateale e di glorioso ma sottobraccio a quella roccia di Marisa che sembra sua mamma invece che sua moglie, a braccetto come due fidanzati degli anni Trenta, Onorato e Marisa si spingono fino al lontano confine del reparto 3C1. E mangia perfino: talloncini minuscoli di prosciutto e qualche briciola di parmigiano. Cammina, mangia e soprattutto parla. Io domando e lui risponde, anzi, racconta, così imparerò la storia di un piccolo uomo, un comunista per l’esattezza visto che lui ci tiene a specificarlo, un uomo che da solo ha spostato una montagna, un’intera montagna da cima a fondo. Ma questo dopo, alla fine della storia, perché prima Onorato mi racconta di quella sera d’estate quando Bartali stava mettendo sotto i francesi. Noi stavamo tutti con il Campionissimo, a nessuno piaceva Bartali, ma eravamo tutti e dieci in cucina, compreso il nonno che non ci sentiva quasi più ma era un appassionato di bicicletta. In un silenzio perfetto ascoltavamo la voce della radio che mio padre aveva appena comprato. La cucina era piccola che faceva fatica a contenere i corpi sudati e i fiati caldi. Ero il più piccolo e avevo il permesso di stare attaccato all’apparecchio, l’orecchio destro incollato alla grata dove usciva la voce del radiocronista. Ero il più vicino così mi sono accorto per primo che qualcosa non andava, la voce rallentava e pareva distratta da qualcosa. Poi il commento si è interrotto lasciando una parola a metà, si sentiva il ronzio dell’apparecchio, e un’altra voce ha dato la notizia dell’attentato.
Il 14 luglio per i francesi è un giorno di festa nazionale ma intanto a Roma avevano sparato a Togliatti, tre colpi di rivoltella. Noi in famiglia si era tutti comunisti, e che cosa dovevamo essere con tutta la fame e la miseria della nostra terra? Mio padre si è messo a piangere e prima non aveva mai pianto. Poi stavano operando Togliatti e quella sera mia madre non preparò la cena. Mio fratello più grande si chiamava Primo, dico si chiamava perché è morto che non aveva quarant’anni. Mio padre piangeva e nascondeva gli occhi così ho chiesto a Primo cosa dovevamo fare. Andiamo, dice Primo, andiamo tutti e vediamo cosa fanno gli altri. Tutti voleva dire tutti gli uomini: Primo, Nevio, Nestore e anche io che avevo sedici anni ma che quella sera ero già un uomo. Anche mio padre si alza in piedi, si sfrega la faccia ispida con una mano, Andiamo, dice, e guida la compagnia fuori dalla porta verso la Casa del Popolo di Castelnuovo Sotto. Appena fuori ci fa cenno di aspettare, torna indietro e riappare con il suo Sten al collo.
Mi sembra di vederli gli Zuffoli al completo, il papà partigiano – era a Montefiorino, precisa Onorato con molto orgoglio – e i quattro figli maschi scendere muti nella notte per ricevere ordini dal Partito. Onorato continua a raccontare, parla veloce, e infatti la piccola squadra è già arrivata in paese, alla Casa del Popolo che trabocca di uomini e di voci. Molti hanno disseppellito le vecchie armi, i fucili Sten, i Thompson, un raro e prezioso mitra Beretta che mio padre si incanta a guardarlo, le Colt 1911 e le preziose Luger rubate ai tedeschi uccisi, e poi tante bombe a mano di varia provenienza. Nella sala, sopra il tavolone, troneggia una mitragliatrice da campo, lucida di grasso e completa di una lunga striscia di pallottole d’ottone. Perfettamente funzionante, sussurra Marco Salmi, ma al Salmi non c’è da credergli troppo. Restammo lì tutta la notte, e il giorno e un’altra notte, scordandoci di mangiare, nervosi eccitati e pronti a riprendere la nostra guerra dopo che alle elezioni De Gasperi con i preti e i padroni avevano cantato vittoria. Invece due giorni dopo Togliatti dal letto d’ospedale ha richiamato tutti alla calma. A Milano Torino e Genova c’erano stati scontri e più di trenta morti, noi invece eravamo rimasti per 48 ore chiusi nella Casa del Popolo di Castelnuovo, a parlare e a fumare perché il vino era finito subito. Dopo una settimana il democristiano Bartali vinceva il Tour.
Ma questo è solo il prologo, il bello del racconto deve ancora venire. Qui entra in scena Serafina, la mamma adorata di Onorato, che vorrebbe mostrarmi una sua foto ma l’unica foto di Serafina è sopra il suo letto matrimoniale, facendo egregiamente le veci di una madonna. Serafina ama sopra tutti il piccolo Onorato perché non è venuto su bene come gli altri. L’ultimogenito era rimasto piccolo, magro e nervoso come lei, mentre Primo e tutti gli altri fratelli erano alti e robusti come il padre Desiderio. Dice Onorato: Io non ci riuscivo proprio a lavorare i campi, alla sera mi si alzava la febbre. Un giorno mia mamma Serafina è andata dritta nel magazzino, una vanga in mano, ha cominciato a scavare la terra dura del pavimento. Scava e scava, tira fuori un involto, una pezza di cotone ingiallito, ecco qua dice mia mamma e mi consegna il cartoccio di panno. Apro e vedo gli anelli d’oro e gli orecchini e le spille. Questi li vendi e ti compri il tuo camion, dice Serafina, li voleva il Duce ma mica glieli ho dati.
Così Onorato, regolarmente patentato, ma inabile per costituzione fisica al lavoro agricolo, fu promosso camionista. Correva l’anno 1952 e Onorato adesso di anni ne aveva 20 tondi tondi. I soldi ricavati dalla vendita dei miseri gioielli di famiglia bastarono appena per la prima rata, ma l’occasione andava colta al volo, il Ford 412 aveva fatto la Campagna d’Italia, poi gli Alleati l’avevano parcheggiato in un deposito a Terracina, ma era quasi nuovo e robusto e perfetto di motore. Mancava solo una ritoccatina. Nevio, il fratello con la vocazione del commercio, si procurò a prezzo di fabbrica 20 latte di vernice. A quella ritoccatina ci lavorò tutta la famiglia, chiusi dentro al magazzino per tre giorni che non si riusciva a respirare. Era domenica mattina, Primo ed Ennio spalancano il portone del magazzino, Dai Sali su!, mi ordina mio padre, mia mamma ride, i fratelli e le sorelle guardano tutti me. Non c’è più da aspettare e mi arrampico fino al posto di guida e giro la chiave del mio camion rosso fiammante. Il ruggito del motore copre tutte le voci. Tiro giù il finestrino, sporgo la testa e grido: Signori, in carrozza! Così tutti gli Zuffoli salgono nel cassone di dietro, ingrano una marcia qualsiasi e il Ford 412 si muove sulle sue enormi ruote. Quel giorno è stato il giorno della festa più bella, rossi di vernice sulla pelle e sui vestiti, felici come mai più saremo stati. Il Ford 412 girò tutta la mattina su e giù per Castelnuovo, mentre cantavamo le vecchie canzoni che ora non canta più nessuno.
Il Ford 412 “rosso comunista” ebbe una vita lunga e operosa. Sopravvisse ai genitori e a tutti i fratelli più grandi di Onorato. L’ultima è stata Isolina, senza marito e senza figli, che non era mai uscita da Castelnuovo a dare un’occhiata al mondo e aveva lavorato più di tre uomini messi assieme. Quel camion era stato un vero affare, aveva dato da mangiare a tutti, ché loro due, il camion ma anche Onorato, lavoravano sempre, anche quando la pioggia non cadeva per mesi e i campi erano gialli che veniva da piangere. E per Onorato di lavoro ce n’era in abbondanza: Non andavo nemmeno a cercarlo perché il lavoro veniva lui da me. Si ricostruiva l’Italia distrutta e io trasportavo tutto, rottami, assi, sabbia, calce, mattoni. Ma era passato nemmeno un anno e una sera arriva un signore molto distinto, con gli occhiali giacca e cravatta, dice che lui è un ingegnere idraulico della Grande Bonifica e che laggiù c’è bisogno assolutamente di me e del mio camion. Quando, chiedo io. Subito dice lui, domani mattina. Dove, chiedo io. L’aspetto a Jolanda di Savoia, in piazza, domani alle nove di mattina. E non si preoccupi, la paga è buona.
Non ci pensavo allora che l’ingegner Missiroli era l’uomo del mio destino che veniva addirittura a cercarmi a casa mia, ma il mattino dopo, prima delle sei ho salutato tutti e parto con il Ford 412 in cerca di Jolanda di Savoia, che ricordavo doveva essere una regina. Niente di più facile, aveva detto l’ingegnere, devi andare sempre contro il sole, quando arrivi a Ferrara prosegui dritto verso il mare, segui la freccia Comacchio, volti a sinistra verso Massa Fiscaglia; a un certo punto ti accorgi che finiscono gli alberi e la terra diventa nera come il cioccolato, allora sei arrivato a Jolanda di Savoja. E così in due ore arrivo a Ferrara, a Ferrara c’è un castello come quello delle favole. Parcheggio vicino al castello e me lo guardo ben bene, per non dimenticare niente di quel primo castello della mia vita, ma mi torna in mente l’ingegnere della bonifica, che del castello non mi aveva detto niente ma che mi aspettava nella piazza di Jolanda di Savoia. Dopo Ferrara la strada diventava più complicata, mi fermo ogni cinque minuti e chiedo ai bambini davanti alle case di campagna, ai vecchi seduti in silenzio sulle sedie in cerchio, ai braccianti che faticano nei campi, ma poi mi accorgo di passare davanti alla stessa casa e che sto girando in tondo. Ma cosa mi aveva detto l’ingegnere, mi aveva detto del sole, degli alberi, della terra nera. Allora non chiedo più niente a nessuno e guardo avanti verso il sole che è già alto nel cielo bianco, guardo a destra e a sinistra, gli alberi sono sempre più radi e alla fine non ce n’è più nemmeno uno. Mi passa vicino un trattore più grande di una casa, sta arando non con uno ma con tre vomeri, dietro si lascia una scia nera, lucida come una biscia d’acqua.
Nella piazza di Jolanda di Savoia l’ingegner Missiroli è lì in piedi che mi aspetta, e mi sorride quando scendo dal mio camion rosso comunista, ma lui gli frega poco di fascisti o cattolici o comunisti, lui vuole solo che il lavoro sia fatto bene. Bene e in fretta. Ci siamo capiti Zuffoli? Ora le faccio vedere. Mi fa salire di fianco a lui sulla sua Aprilia nera, facciamo un piccolo pezzo di strada e ci fermiamo in un grande parcheggio polveroso. Qui, dice l’ingegnere, passerà La Gran Linea, ma io non vedo un bel niente, c’è solo un mare nero di terra arata, non c’è un animale, una casa o un albero. Guardi che fino a due anni fa qui c’era solo acqua, spiega con pazienza l’ingegner Missiroli. Per fare le strade ci vuole il fondo, capisce cosa intendo, intendo ghiaia, sabbia, stabilizzato, se non c’è un bel fondo quando posiamo l’asfalto la terra se lo inghiotte in un boccone. L’ingegnere fa una risatina e continua: Lei andrà con il suo camion a Monselice che è appena prima di Padova, da quelle parti ci sono dei monticelli tondi come panettoni, non sa com’è fatto un panettone? Queste colline adesso sono nostre. In che senso vostre, chiede Onorato. Nel senso che la società Strade Piane Spa le ha appena comprate dal demanio. Vengo al punto. Lei arriva a Monselice, gira a destra in fondo al paese, e comincia a contare: prima collina, seconda collina… la sua collina è la numero tre. E le posso assicurare che è la migliore.
Lunedì mattina alle otto del mattino ero di fronte alla mia collina. Un gruppo di operai aveva aperto la prima ferita nel suo mantello verde, una cicatrice bianca come il burro di campagna, e già una scavatrice cominciava a mangiarsela quella collina, raccoglieva quel burro prezioso e lo posava sul piazzale del cantiere. Quando arriva il Ford 412 di Onorato, si ferma ogni altro lavoro e subito comincia il carico della selce dorata. In meno di un ora il camion era pieno e Onorato partiva per la Grande Bonifica con il suo carico di miele. Appena due ore dopo, Onorato stazionava sul grande piazzale di Jolanda di Savoia. Lì batteva il cuore della Grande Bonifica, l’ultima e definitiva, quella che dopo settecento anni avrebbe finalmente cacciato in ritirata le valli. Dove avevano fallito gli Estensi e i Veneziani, gli ingegneri di Napoleone e le compagnie inglesi, dove persino il Duce si era ritirato a metà gara, ora si faceva davvero sul serio. Uomini e mezzi, come si dice. E scienza pure, perché occorreva immaginare e costruire idrovori giganteschi per liberare la terra dalle acque. Ogni anno la terra avanzava e l’acqua si ritirava: prima Valle Pega, poi Valle Giralda, e la Valle del Mezzano così grande e bella che sembrava un mare, per ultima Valle Falce.
Nella nostra camera hanno già portato via i vassoi della cena ma noi due rimaniamo seduti al tavolino. Onorato racconta e nei suoi occhi c’è una specie di orgoglio, come se finalmente avesse raggiunto suo padre nella guerra partigiana e camminasse di fianco a lui con lo Sten a tracolla. L’impresa di Onorato, avanti e indietro dai Colli Euganei al Basso ferrarese era durata quasi 21 anni. Non ci si crede, ma non si può dubitare di uno come Onorato. Io non mi fermavo mai, facevo tre viaggi, a volte quattro, a volte cinque viaggi in un giorno. Di notte si viaggiava più in fretta e la strada la sapevo a memoria, quando arrivava il sonno dormivo dentro il mio camion, dormivo poco ma dormivo bene, mi svegliavo, giravo la chiave e continuavo a guidare. Nel 1971, era la fine di maggio, ho portato l’ultimo carico. Asfaltavano l’ultimo chilometro della strada che attraversava le valli da Argenta a Comacchio. Intanto a Monselice la mia collina non c’era più.
Questa mattina a mezzogiorno ci dimettono tutti e due, la famiglia si rompe e non vale niente la mia promessa di andare a trovarli a casa uno dei prossimi giorni, o magari mai come succede sempre. Tanto la famiglia ospedaliera è finita, nella nostra camera, nei nostri letti, si sono appena istallati due sconosciuti. Onorato si è tolto il pigiama e indossa una camicia elegante, io impilo i miei libri e disfo le pile e ricostruisco piccole e ordinate piramidi che caccio alla rinfusa nello zaino. C’è quell’aria vaga di smobilitazione generale, una fine che ha ucciso tutte le parole. Così ci abbracciamo e lui se ne va per primo, a braccio di Marisa e preceduto dal figlio autista, impiegato in Comune all’anagrafe e che non sospetta nemmeno la grandezza dell’impresa di suo padre.
Quando Compagnoni e Lacedelli affrontavano l’ultimo leggendario tratto verso la cima, Onorato Zuffoli e il suo Ford 194 già viaggiavano tra Monselice e il Basso Ferrarese. Onorato non aveva scalato una montagna, lui la montagna l’aveva semplicemente spostata, smontata pezzo per pezzo, secchio per secchio. Se ora imboccate la statale da Ferrara verso Padova e guardate verso sinistra, verso i colli, potete vedere un specie di buco nel panorama, in quel buco un volta c’era la montagna di Onorato e adesso è rimasto solo il buco. Se poi vi interessa sapere dov’è finita la montagna di Onorato, girate l’auto e andate verso sud, verso la Bassa, talmente “bassa” che a Jolanda di Savoia un piccolo cartello vi avverte che siete a 6 metri sotto il livello del mare. Le strade che attraversano la Grande Bonifica sono dritte in un modo stupefacente, attraversano il nulla, hanno un piglio americano, e mentre le percorri senti di essere vicino a una qualche frontiera, o di averla superata la frontiera e di trovarti al di là delle cose. Sotto sotto l’infinito rettifilo della Gran Linea che da Jolanda di Savoia raggiunge la Romea, sotto le vostre ruote, sotto ogni metro d’asfalto e invisibile agli occhi, riposa la montagna di Onorato.
In copertina: Ferrara, Jolanda di Savoia (e dintorni), la Gran Linea – Archivio Istituto Luce
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