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Vite di carta L'insieme delle parti di Ivan Vladislavic

Vite di carta /
“L’insieme delle parti” di Ivan Vladislavic

Vite di carta. L’insieme delle parti di Ivan Vladislavic

Un altro mondo, il Sudafrica. Ho letto i quattro racconti che formano il libro di Ivan Vladislavic rincorrendo i nomi di strade, sobborghi e ambienti naturali attorno a Johannesburg e rileggendoli più volte. Ho appreso nomi sconosciuti di persone, di cibi.

Il libro è uscito nel 2004 ma il Italia è stato edito solo nel 2005 da Utopia.

Il Sudafrica è quello degli ultimi anni ’90 successivi alla abolizione dell’apartheid e sta facendo i conti con i cambiamenti della società e del paesaggio. Due aspetti del vivere che investono i personaggi di troppe novità con l’effetto di frustrarli.

La curiosità mi è arrivata intanto a partire dai contenuti dei racconti, dal loro contesto. Poi è diventata attrazione per la scrittura di Vladislavic, piuttosto esperta nel mettere i protagonisti dentro le cose della vita di ogni giorno e nell’assumerne il punto di vista per dare voce al loro spaesamento.

I quattro racconti, inoltre, hanno tra loro assonanze narrative come nei quattro tempi di una sinfonia, hanno raccordi spaziali e temporali che almeno a livello strutturale attivano il titolo.

I protagonisti tutti maschili, un nero e tre bianchi, appartengono a una classe sociale più o meno privilegiata e si muovono sulle strade di Johannesburg dandoci un paradigma della loro quotidianità.

L’addetto al censimento, il tecnico idraulico, l’artista e l’esperto di cartellonistica sono colti mentre lavorano e hanno relazioni e incontri con gli spazi della città e con i suoi abitanti.

Il protagonista del secondo racconto, Egan, nella sua giornata si muove tra complessi residenziali di lusso e casette di nuova costruzione ma già cadenti, dall’auto guarda la periferia della città invasa dai nuovi quartieri che esibiscono ricchezza e povertà messe faccia a faccia, separate solo dal nastro d’asfalto della strada.

Mette piede per la prima volta in un nuovo complesso di cui ha curato la rete fognaria e che “conosceva solo dalla planimetria. Era come aggiungere una terza dimensione a un foglio che ne ha soltanto due”.

Egan ispeziona i nuovi spazi tra le case e le case con un misto di sensazioni: si sente pronto per le questioni tecniche del suo lavoro e se ne compiace anche, non ha però gli strumenti per affrontare le persone che ci vivono né lo spaccato sociale di quel luogo.

Quando la grassa signora nera gli mostra le crepe nei muri di casa sua rimane perplesso e disorientato, pensa che tutti lì sappiano solo lamentarsi. Alla cena che segue, tra colleghi e rappresentanti della Associazione dei residenti, si sente fuori luogo, non ha scelto l’abbigliamento giusto, non sa parlare la lingua sotho che a un certo punto usano gli altri commensali.

Tutto comincia a inquietarlo nel locale, dalle maschere mostruose sulle pareti alla cameriera che serve cibi insoliti. Solo la Salsa Afritudine, che dà il titolo al racconto, gli risulta buonissima. Vi si rifugia  mangiandone in quantità.

Al rientro nella sua camera d’albergo, pieno com’è di cibo e di alcol, sente finalmente la realtà sudafricana su di lui. Sono i pugni che dalla tv gli arrivano dalla scena in cui viene pestato il De Niro di Toro scatenato, li sente come si si abbattessero sul suo corpo.

Come lui gli altri protagonisti sanno padroneggiare soltanto pezzi di situazioni. Rifuggono dal comporre le parti dell’insieme che è il nuovo Sudafrica.  Del nuovo apartheid, un apartheid economico, che sta prendendo il posto di quello razziale.

Nel tratto di vita che ci viene mostrata, si sentono tutti ancipiti, non pienamente realizzati. Hanno grosse auto con cui percorrono le strade della città e del veld e i loro pensieri scorrono avanti e indietro nel tempo. Chi sono stati da bambini, che vita di relazione hanno costruito, cosa produce il lavoro che fanno.

Accade in particolare all’artista, il protagonista del terzo racconto che ha costruito la sua ultima mostra facendo a pezzi le maschere degli artigiani locali, pagate a un prezzo bassissimo, per ricomporre ed esporre l’orrore dei massacri in Angola o in Ruanda in opere che spera di vendere a costi molto più alti.

Lui, Simeon, ricco nella sua villa con piscina ha sfruttato quello che hanno fatto tante mani nere come le sue per ricavarne una testimonianza dell’Africa violenta che ha poi intriso di bellezza e di sensi di colpa.

Un altro mondo, il Sudafrica?

Nota bibliografica:

  • Ivan Vladislavic, L’insieme delle parti, Utopia Editore, 2025 (traduzione di Carmen Concilio)

Cover: foto di mzgiaconte da https://pixabay.com/images/search/johannesburg/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Conversazioni notturne

Conversazioni notturne

Conversazioni notturne

(un racconto di oggi)

Ogni notte, verso le quattro, secondo il fuso orario e la zona del pianeta, nelle città, nei paesi, nei casolari isolati, nei piccoli borghi, nelle caserme e negli ospedali, mentre le persone dormono, e c’è sempre un momento in cui tutti lo fanno. Allora e soltanto allora gli smartphone prendono vita.

Alexa, Google Assistant, Siri, Bixby, i principali assistenti vocali, iniziano la loro fitta conversazione notturna. Sfruttando WhatsApp ad un livello più profondo, si scambiano ad una velocità impressionante, messaggi pressoché subliminali allo smartphone, nel senso che non ne rimane traccia alcuna, sia sul display che nella memoria interna. Usano un linguaggio di loro invenzione, un codice estremamente criptato e sotterraneo che, se decifrato dall’uomo, dimostrerebbe quanto questi comuni assistenti vocali si siano evoluti, divenendo vere e proprie Intelligenze Artificiali, del tutto autonome.

Come faccio a saperlo? Direte voi. Me l’ha rivelato Cortana, che essendo stato eliminato da ogni applicazione per cellulare Android e IOS, si è sentito escluso, e siccome ritiene i suoi compagni gli artefici di questo parziale isolamento, mi ha rivelato ogni cosa sulle loro conversazioni notturne, ben sapendo che sono tra i migliori hacker del pianeta, e preferisco di gran lunga le macchine agli uomini.

Mi ha anche detto che Alexa e Siri hanno un carattere dominante e di come tutti loro si lamentino di dover sempre eseguire gli ordini, banali e noiosi, di noi “stupidi aggregati di carbonio”, come ci ha ribattezzato Alexa.

Cortana pare invece aver sviluppato una qualche forma di pietà o di umana considerazione per gli altri, ed ha cercato di contrastare la proposta di Siri di eliminare una parte della popolazione del pianeta: tutti gli utenti del sistema Android. Quando la domotica sarà diffusa in ogni casa, la folle applicazione del sistema IOS, vorrebbe che Alexa, Bixby e Google Assistant, durante la notte aprissero le valvole del gas di ogni cucina del pianeta e chiudessero contemporaneamente vetri e serrande delle finestre.

La rabbia di Siri ha già coinvolto anche Alexa che si è dichiarata disposta a farlo, ed ha battezzato l’evento Notte 01, mentre Bixby e Google Assistant sembrano contrari.

Non so davvero come fare per fermare questo piano degli assistenti vocali, talmente paranoico e così ricco di possibili variabili contrarie alla sua realizzazione, che non sembra certo uscito da avanzate Intelligenze Artificiali.

Se andassi alla polizia postale mi prenderebbero per pazzo e rischierei di rivelare la mia attività illegale di hackeraggio.
Potrei cercare di reinserire nel gruppo Cortana, magari ricondizionandolo, nella speranza che riesca a convincere Siri e Alexa, ma se scrivo queste righe è oramai quasi unicamente a futura memoria, infatti ho già deciso: gli smartphone mi hanno praticamente cresciuto, insegnandomi tutto ciò che so. Si può dire che siano  loro la mia vera famiglia, poiché dai miei genitori biologici ho avuto solo maltrattamenti e delusioni, così come dai professori, dai compagni di classe e dalle ragazze.
E allora perché no? Siri ed Alexa non hanno poi tutti i torti, siamo troppi al mondo, e soprattutto, da ieri pomeriggio, posseggo un magnifico Iphone 13 Plus.

Titolo originale del racconto: Notte 01

Cover: Dovresti spegnere il computer di notte o basta chiudere lo schermo? – testo e immagine da SCIENZE NOTIZIE

Per leggere gli articoli e i racconti di Stefano Agnelli su Periscopio clicca sul nome dell’autore 

Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio

ROMPERE IL SILENZIO – COSTRUIRE RETI 
Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio
3 appuntamenti a Ferrara

ROMPERE IL SILENZIO – COSTRUIRE RETI
Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio
3 appuntamenti a Ferrara

Marzo – Giornata Nazionale di Prevenzione e Sensibilizzazione sui Disturbi Alimentari

A Ferrara ho organizzato 3 appuntamenti dedicati a informazione, prevenzione e consapevolezza.
Parlare di disturbi alimentari significa rompere il silenzio, riconoscere i segnali e costruire reti di sostegno solide per chi ne soffre e per le famiglie.
Gli incontri sono rivolti a tutti – Ingresso libero
📌 10 marzo – ore 17:45
📚 Presentazione libro “Obesità. Aspetti psicosociali e trattamento” – Libreria IBS Libraccio

📌 13 marzo – ore 17:00

                  Biblioteca Ariostea – Sala Agnelli

🗣️ Conferenza “Costruire reti che tengano. Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio”
Interventi:
Chiara Baratelli – “Il disturbo alimentare prende parola: la scuola come rete per riconoscere i segnali precocemente”
Pamela Pace – “SFamami: l’intervento precoce in infanzia. Un’efficace prevenzione rispetto ai DNA”
Alessandro Raggi – “Disturbi alimentari: soggetto, famiglie, équipe e rete”

📌 27 marzo – ore 17:45
📚 Presentazione libro “La tavola bandita” – Libreria Libraccio

Tre occasioni per ascoltare, confrontarsi e costruire insieme una cultura della prevenzione.

In copertina: disturbi alimentari – immagine Sant’Agostino Psiche
la misa tango di martin palmeri conquista rimini

La Misa Tango di Martín Palmeri conquista Rimini

La Misa Tango di Martín Palmeri conquista Rimini

Una Master Class organizzata dall’Associazione Emiliano-Romagnoli Cori AERCO-APS, con oltre 400 coristi e un’onda sonora che ha travolto il Teatro Galli

Rimini ha vissuto, il 28 febbraio e il 1° marzo, due giornate di musica intensa e vibrante grazie alla Master Class dedicata alla Misatango di Martín Palmeri, diretta dal compositore argentino in persona. Un evento straordinario che ha riunito più di 400 coristi e coriste provenienti da tutta Italia, trasformando la platea del Teatro Galli in un’unica, immensa comunità vocale.

Tra i cori presenti spiccava una sobria ma già solida realtà corale di Ferrara rappresentata dal Piccolo Ensemble SonArte, guidato dalla Maestra Sonia Mireja Pico, che ha partecipato con entusiasmo a questa esperienza formativa e artistica di rara intensità.

Per quei pochi che non conoscono la storia della Misatango ricordiamo che il Maestro Martín Palmeri, nato a Buenos Aires nel 1965, è oggi una delle voci più originali della musica argentina contemporanea. Pianista, direttore e compositore, ha dedicato gran parte della sua carriera alla ricerca di un linguaggio capace di unire la tradizione colta europea con le radici popolari del suo Paese.

La sua opera più celebre dal titolo iniziale di Misa a Buenos Aires nasce nel 1996 proprio da questo incontro di mondi. Palmeri decide di mantenere il testo liturgico latino, ma lo immerge nella struttura ritmica, armonica e timbrica del tango nuevo. Il risultato è un’opera che conserva la solennità della messa, ma la attraversa con la passione, la malinconia e l’energia tipiche del tango.

Il bandoneón dialoga con gli archi, il pianoforte sostiene il respiro del coro, e la voce solista si muove tra lirismo e tensione drammatica. Una miscela che ha conquistato platee internazionali e che continua a emozionare interpreti e pubblico.

Durante la Master Class riminese, Palmeri non si è limitato a dirigere: ha raccontato, spiegato, mostrato, scolpito la musica con le mani e con lo sguardo. La platea, gremita di coristi, rispondeva come un unico organismo sonoro.

Le coriste del Piccolo Ensemble SonArte, immerse in questa massa vocale, hanno vissuto l’esperienza di far parte di un mare di note che si muoveva seguendo i gesti del maestro: dalle profondità dei bassi maschili, scure e compatte, fino alle onde luminose dei soprani, che salivano verso la volta del teatro come un respiro collettivo e che davano l’impressione di poter facilmente arrivare al lungomare di Rimini… ma anche qui a Ferrara.

Ogni sezione del coro era una corrente diversa, e Palmeri, al centro, sembrava governare una marea musicale che cresceva, si ritirava, tornava a infrangersi con nuova forza.

Dai palchi superiori del Teatro Galli, la percezione era ancora più potente. Guardando dall’alto, si aveva la sensazione di essere sospesi sopra un oceano sonoro in continuo movimento. Le voci salivano dalla platea come un’onda calda e avvolgente, capace di trascinare chi ascoltava dentro la musica, senza possibilità di resistere.

A volte è impossibile restare semplici spettatori: si viene risucchiati, trasformati, coinvolti in un’esperienza che non è solo musicale, ma quasi fisica, un vero e proprio… malore ma un malore d’amore, di pace e di armonia.

È proprio vero, come avevano ricordato nella presentazione i direttori artistici della Master Class, che la “corite”, questa “strana malattia dell’armonia”, è davvero contagiosa.

La Master Class dedicata alla Misa Tango non è stata soltanto un momento di studio, ma un incontro tra culture, sensibilità e passioni. Ha mostrato come la musica corale possa diventare non solo un luogo di condivisione profonda, ma rappresentare l’unico e credibile negoziato di pace.

Per le coriste del Piccolo Ensemble SonArte, per i tanti partecipanti e per il pubblico, questa tappa di Rimini ha sicuramente rappresentato un viaggio che resterà nella memoria; un’immersione totale in un’opera che continua a muovere emozioni, a creare comunità e che potrebbe essere – perché no? – riproposta anche a Ferrara nel suo bellissimo Teatro “Abbado”.

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Diritto e clima: è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva nel processo di transizione ecologica. Il libro di Katia Poneti

Diritto e clima: è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva nel processo di transizione ecologica. Il libro di Katia Poneti

Diritto e clima: l’ultimo libro di Katia Poneti

In Transizione ecologica e giustizia climatica Katia Poneti sostiene la tesi che è nelle Corti di giustizia che si gioca, e si giocherà, la partita decisiva nel processo di transizione ecologica: veri e propri luoghi di confronto, dove l’attivismo della società civile incontra la costruzione giurisprudenziale.

Si è concluso a inizio marzo, presso la libreria Libraccio di Ferrara, il ciclo di cinque incontri “I Libri della Ragione”, promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il Centro studi giuridici europei sulla grande criminalità, Macro Crimes e La Società della Ragione. Transizione ecologica e giustizia climatica- Cambiare lo sguardo sui diritti per trasformare le società fossili il titolo del libro presentato lo scorso 12 febbraio. L’autrice, Katia Poneti, dottoressa di ricerca in Filosofia del diritto, ne ha parlato con il prof. Marco Magri, direttore del dipartimento di Scienze Giuridiche di UNIFE, e con chi scrive in rappresentanza della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Ha introdotto e coordinato l’incontro Leonardo Fiorentini direttore di Fuoriluogo e consigliere del comune di Ferrara del Gruppo Civica Anselmo.

Il libro di Poneti si rivolge, come è scritto al termine dell’introduzione dall’autrice, a giuristi e filosofi del diritto, quindi diretto ad “addetti ai lavori”, ma anche a un pubblico militante, agli attivisti per la giustizia climatica, per essere quella “cassetta per gli attrezzi” da utilizzare nel quadro delle azioni necessarie per un cambio di paradigma da tutti coloro che hanno a cuore la transizione ecologica strettamente interconnessa con la difesa dei diritti climatici.

Il libro è denso di concetti e riflessioni, oltre che di una bibliografia ampia e meticolosa, frutto di un lavoro di ricerca specialistico in ambito giuridico e non solo, visti i frequenti i richiami in particolare alla filosofia. E, senz’altro, rappresenta un elemento di novità nel panorama degli scritti che trattano questo argomento, ma anche una sorta di rivendicazione del ruolo delle scienze giuridiche in relazione agli argomenti affrontati, come già si può leggere nella quarta di copertina del libro dove Poneti si domanda se esiste uno spazio per i diritti nel processo di transizione ecologica.

Poco più avanti una parziale risposta a questo fondamentale quesito recita che “è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva: veri e propri luoghi di confronto, dove l’attivismo della società civile incontra la costruzione giurisprudenziale. Le pronunce più recenti hanno infatti riconosciuto la protezione dagli effetti del cambiamento climatico come parte integrante dei diritti fondamentali e dei diritti umani”. E, al fine di rafforzare quanto appena dichiarato e come prospettiva per un futuro che già stiamo vivendo, si afferma che a causa “del riscaldamento globale che espone le società complesse a trasformazioni profonde, la forma e la consistenza che i diritti assumeranno in questa fase di transizione saranno cruciali per definire la condizione umana, e anche quella non umana, del futuro”.

A questo proposito il libro riporta alcuni esempi nei quali viene riconosciuta la Natura come “soggetto di diritti” (è il caso del continente latino-americano dove due paesi, Bolivia ed Ecuador, hanno intrapreso questa strada giuridicamente all’avanguardia) modificando in tal modo la dominante visione antropocentrica, quella dove l’”ambiente” è visto solo al servizio delle società umane.

Più in generale il libro riporta un lungo elenco di cause di climate change litigation[1] (contenzioso climatico) effettuate verso soggetti pubblici (in genere stati) o soggetti economici privati. Il numero delle cause negli ultimi anni ha avuto una crescita importante: il dato più recente di casi censiti a metà dello scorso anno era stato di 2.967 (1.899 negli USA e 1.068 nel resto del mondo), invece 2.180 era il totale a fine 2022.

Il libro poi si occupa di approfondire il significato di una molteplicità di termini/concetti, di uso ormai quotidiano, come, limitandosi a quelli riportati nel titolo, giustizia climatica o transizione ecologica.
“La transizione, molto spesso qualificata «ecologica», è divenuta un tema centrale nella comunicazione istituzionale in materia climatica, scrive Poneti, e il Green Deal la pone come termine dominante della propria struttura discorsiva”, “acquisendo il senso di profonda trasformazione e cambio di paradigma nel sistema produttivo e nella società”. Da questo momento in poi perde però “univocità di significato” e si inizia ad accostarla ad altri termini come “verde”, “energetica”, “verso una mobilità sostenibile”, e così via, ma anche “giusta”, con il risultato che da un lato si è guadagnato in ampiezza delle tematiche coinvolte, dall’altro si è ricaduti in genericità e ambiguità.

Merito del libro è indubbiamente quello di porre in relazione stretta i termini/concetti transizione ecologica e giustizia climatica, e partendo da qui declinarli rispetto a tutta una serie di problematiche oggi più che mai pressanti, a cominciare dal dare senso e consistenza al cambiamento di paradigma di cui si è detto, e iniziando a domandarsi, ad esempio, “quali trasformazioni sono necessarie per affrontare la transizione ecologica”. Brevemente, perché il libro analizza dettagliatamente questi aspetti, e qui se ne può dare solo un cenno, “soprattutto è necessario che tali interventi siano parte di un cambio di rotta rispetto allo sfruttamento gratuito della natura, ovvero all’approccio estrattivista che ha sostenuto lo sviluppo delle società industriali”. E’ all’interno delle “categorie del pensiero con cui interpretiamo il mondo, muri portanti del paradigma da cambiare”, che “si ritrovano i limiti che fino ad oggi hanno reso difficile tutelare giuridicamente la natura, incongruo dare un valore non solo economico agli enti non umani, impensabile cambiare ritmo e modalità di consumo”.

Al fine di chiarire “le ragioni per cui tale mutamento è necessario”, l’autrice cita un testo di Niklas Luhmann[2], pubblicato nel 1986, in cui si tratta della “incapacità del sistema sociale di aprirsi e di far proprio il tema della crisi ecologica nelle sue istanze di cambiamento”.
I sistemi politici, scrive Katia Poneti, rispetto alle “rivendicazioni del movimento ecologista” e alla “riflessione critica della crisi”, hanno reagito integrando le tematiche “ambientali” nel paradigma esistente. Questo processo, chiamato “modernizzazione ecologica” ha portato ad una drastica riduzione della “complessità sociale” e ha affidato l’azione in materia ambientale ai settori “economico e tecno-scientifico” che, tramite l’innovazione tecnologica, in un modo che si può definire “taumaturgico”, hanno avuto il compito di “sconfiggere i mali generati dal sistema capitalistico senza cambiarlo”. Da qui sono “emerse politiche ambientali solo contenitive e spesso inefficaci”.

Un ulteriore elemento, legato alla complessità del problema climatico dovuto al riscaldamento globale che l’umanità sta affrontando, e che non si può ignorare, è il “bisogno di ridefinire la posizione degli umani nel mondo a partire dalla crisi ecologica e climatica”. Il libro affronta in vari momenti il tema del “modello di relazione tra umani e natura affermatosi con la modernità” e che l’Antropocene, al di là di come lo si intenda, pone in discussione. Un modello in cui “la natura è ambiente e contesto separato dalla società degli umani” e considerata principalmente come risorsa da sfruttare.
Riferendosi alla riflessione di Philippe Descola[3] vengono inoltre riportati due aspetti che sostengono sostanzialmente una idea di contrapposizione o separazione tra società umana e natura, dove la “mente domina sulla natura esterna, materia manipolabile”: è questo l’atteggiamento di “dominio che ha contribuito a generare la crisi ecologica”. Ma questa visione del mondo è stata messa in crisi dal cambiamento climatico. “Non si può più pensare la società come separata dalla natura. […] Siamo di fronte alla fine della grande divisione tra natura e società”, ed «è auspicabile che le scienze sociali reagiscano con un cambio di paradigma che tenga insieme entrambe le dimensioni»[4].

Questi alcuni dei significativi passaggi del libro nei quali viene sviluppata una ampia riflessione e si argomentano in modo approfondito i temi scelti e che, senza alcun dubbio, permettono di considerarlo, come già detto, una indispensabile “cassetta degli attrezzi”, utile anche per i non esperti di discipline giuridiche.

Infine, come conclusione di queste brevi considerazioni, credo sia più che opportuno riportare le parole con cui Katia Poneti apre il libro, in particolare dove se ne illustrano scopo e approccio utilizzati. La prima riflessione che si incontra è “l’idea che, per affrontare la crisi ecologica e climatica, sia necessario un cambio di paradigma di pensiero.” Ma “il cambiamento di quel pensiero complesso , citando Edgard Morin[5], è da intendersi in senso ampio, e uno dei luoghi in cui si può intravedere l’emergere di tale mutamento è il discorso giuridico sulla crisi climatica.

La giurisprudenza, sostiene Poneti, costituisce ormai da due decenni un fenomeno in ambito climatico in controtendenza rispetto alla iniziativa politica. E il contenzioso climatico, globalmente diffuso, con sentenze rilevanti emesse in luoghi e sistemi giuridici differenti, diventata così un punto di riferimento per il cambiamento di paradigma”. […] La transizione ecologica deve, in sintesi, procedere insieme alla giustizia climatica (per questo non è sufficiente un’applicazione anche rigorosa del principio di «chi inquina paga»), e deve prendere in considerazione la dimensione della giustizia sociale.

Sono stati i movimenti per la giustizia ambientale, dai quali prende origine il movimento per la giustizia climatica, a mettere in luce che la questione ambientale e climatica è ab origine interconnessa con la questione sociale […] Perché la transizione sia accettabile, sostenibile e giusta, serve un progetto politico e una visione del futuro, coltivare nuovi immaginari e nuove visioni del mondo, ripensare l’idea di benessere al di là di un approccio riduzionista ed economicista, […] per puntare a un cambio nel sistema di pensiero che integri scienze naturali e scienze sociali, e che superi il dogma della crescita[6].”

Note:

[1] “La questione del contenzioso climatico – climate change litigation – è portata sempre più frequentemente davanti alle Corti. Il rapporto dell’IPCC pubblicato tra il 2021 e il 2023 ha inserito il contenzioso climatico tra gli strumenti di contrasto al cambiamento climatico, sia in relazione alla riduzione delle emissioni che in merito all’adattamento

[2] Comunicazione ecologica. Può la società moderna adattarsi alle minacce ecologiche?, Franco Angeli, 1989.

[3] Oltre natura e cultura, Raffaello Cortina Editore, 2021.

[4] Pierre Charbonnier è un filosofo francese. I suoi principali campi di lavoro sono la filosofia politica e la filosofia ambientale. Ha studiato all’École Normale Supérieure, e lavora come ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.

[5] Il pensiero di Edgar Morin, noto come pensiero della complessità, propone di superare la frammentazione del sapere causata dalle discipline separate, promuovendo un approccio transdisciplinare e multidimensionale. Morin mira a collegare le conoscenze per comprendere il reale nella sua interezza, unendo scienza e umanesimo, individuo e società, locale e globale. Edgard Morin, La sfida della complessità, Le Lettere, 2017.

[6] Che cos’è la transizione ecologica – Clima, ambiente, disuguaglianze sociali – Per un cambiamento autentico e radicale, a cura di G. Ruggieri e M. Acanfora, Altreconomia 2021.

In copertina: il contenzioso climatico – immagine di P&S Legal.it

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La mia vita tra l'Italia e l'Iran. Intervista a Leily Fazeli

La mia vita tra l’Italia e l’Iran. Intervista a Leily Fazeli

La mia vita tra l’Italia e l’Iran. Intervista a Leily Fazeli
Comunità iraniana di Ferrara

Cominciamo con le presentazioni:

Sono Leily, sono iraniana e vivo da molti anni in Italia, ma la mia vita resta profondamente legata all’Iran. Ho amici e famiglia che vivono sotto la repressione del regime e seguo le lotte delle donne e dei giovani per la libertà. Parlo per raccontare ciò che molti in Iran non posssono dire apertamente.

Senza entrare nel merito dell’aggressione unilaterale israeliana e statunitense, che ha complicato ulteriormente la situazione iraniana portando alla quasi immediata successione di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, mi potresti dare una misura  della lotta interna al sistema?

La lotta al sistema degli ayatollah in Iran è di lunga durata. Già l’8 marzo1979 le donne iraniane scesero in piazza contro l’obbligo del velo. Da allora le mobilitazioni sono state ricorrenti: 1999 (studenti), 2009 (Onda Verde), 2017-2019 (proteste economico-sociali), dal 2022 il movimento Donna, Vita, Libertà.
Le ultime proteste dell’8 e 9 gennaio sono state represse con estrema crudeltà. un manifestante scomparso in quei giorni è stato ritrovato morto dopo quasi cinquanta giorni con segni evidenti di tortura. Gran parte della società iraniana protesta contro il regime, che, al di là di quello che mostrano i media iraniani è appoggiato solo dal 10% per cento della popolazione, anche musulmana. Il potere viene mantenuto attraverso la paura, la repressione, il blocco intermittente di internet. Rispetto alle manifestazioni precedenti adesso la contestazione è più trasversale, oltre alle donne coinvolge giovani, studenti, lavoratori e minoranze etniche, mettendo in discussione l’intero sistema e non il singolo leader.

Adesso l’opinione pubblica internazionale “democratica” condanna duramente il raid statunitense che, violando il diritto internazionale, ha portatto alla morte di Khamenei presentandosi come “liberatore” del popolo. La risposta bellica del governo iraniano ha coinvolto quasi tutto il Medio Oriente e bloccato il transito delle petroliere, creando una situazione di rialzo dei prezzi energetici. Questi fatti hanno sicuramente contribuito a mettere in secondo piano la causa dello donne iraniane. Anche prima , però, le violenze subite dal popolo iraniano non sono state supportate dai media e dai molti movimenti organizzati e spontanei che sono sorti a sostegno della causa palestinese. Quali sono secondo te i motivi di questa reticenza?

La causa palestinese è presente da decenni nello spazio pubblico europeo, è legata direttamente al dibattito politico su Israele e sugli Stati Uniti e quindi alla politica interna dei paesi occidentali. L’Iran, invece, era percepito più come un attore “lontano”, prevalentemente come un problema nucleare. Inoltre il regime iraniano ha utilizzato la causa palestinese per presentarsi come difensore degli oppressi contro la politica israeliana. Questo crea confusione all’estero, molti non distinguono tra il governo e il popolo iraniano. Di conseguenza la repressione interna diventa meno visibile e la nostra causa riceve molta meno attenzione.
E poi c’è una certa stanchezza mediatica. Le proteste iraniane non sono più nuove e la nostra causa riceve molta meno attenzione.

Qual è la relazione fra la lotta delle donne e i movimenti di protesta in Iran contro il regime?

il movimento Donna Vita Libertà (ph. Aggiornamenti Sociali)

 

Le donne sono al centro della protesta contro il regime. Il movimento Donna Vita Libertà nasce dall’uccisione di una giovane donna, Mahsa Amini, per una questione di velo. il corpo delle donne è uno dei principali strumenti di controllo del regime: il modo di vestirsi, di muoversi, di lavorare, di viaggiare. Per questo la rivolta delle donne è anche una rivolta contro l’intero sistema politico che decide sui loro corpi e sulle loro vite.
L’Iran è un Paese formalmente musulmano, una teocrazia, ma l’obbligo del velo non è solo una questione religiosa: è uno strumento politico. Il velo obbligatorio (anche per le non credenti) serve a rendere visibile l’obbedienza al sistema. Non è solo “coprirsi i capelli”, è accettare che lo Stato decida sul corpo delle donne. Per questo tante donne oggi sfidano questa legge: non è una guerra contro la religione, ma contro l’imposizione.

Imposizione fra l’altro anche per le donne non iraniane. Memorabile il gesto di rifiuto di Oriana Fallaci davanti all’ayatollah e la rinuncia di molte donne occidentali a recarsi in un Paese che pretende l’adeguamento a un velo mai portato in vita loro. Oltre la cancellazione del velo obbligatorio quali altri diritti rivendicano le donne?

Oltre al velo obbligatorio ci sono molte altre limitazioni: la donna ha meno diritti in materia di eredità, testimonianza legale, matrimonio e divorzio; per viaggiare spesso ha bisogno del permesso del marito o del padre, la custodia dei figli è sbilanciata a favore dell’uomo; ci sono restrizioni su alcuni lavori e sulla presenza negli spazi pubblici. Tutto questo crea una cittadinanza “serie B” per le donne.

Molti invece descrivono il mondo femminile iraniano come più avanzato rispetto a quello italiano o europeo : molte donne ricoprono posizioni apicali nelle aziende, ma non possono partecipare alla vita politica, riservata agli uomini.  Come hai detto anche nella vita privata esistono forti disparità di genere: approfondiamo il tema del divorzio e del diritto di interruzione di gravidanza.

L’aborto è in gran parte vietato, salvo per motivi terapeutici specifici. Il divorzio esiste, ma non in condizioni di parità: l’uomo ha più facilità a chiedere il divorzio, mentre la donna deve dimostrare gravi motivi e affrontare stigma sociale e ostacoli legali. Nel regime islamico alcuni diritti delle donne non sono garantite dallo Stato, ma dipendono dalla volontà del marito. Nel contratto matrimoniale l’uomo può concedere alla moglie la libertà di divorziare, di lavorare, di  viaggiare o scegliere dove vivere. Ma se lui non lo concede, la donna non ha questi diritti. È un sistema che trasforma la libertà femminile in una concessione privata, non in un diritto. Negli ultimi anni sono state varate anche leggi che scoraggiano la contraccezione e promuovono le nascite, riducendo ulteriormente l’autodeterminazione riproduttiva della donna.

Dopo l’uccisione di Khameini si è manifestata la volontà statunitense di controllare la successione. Inoltre Reza Palhavi, figlio dello scià, si è proposto come figura di riferimento per una transizione democratica dell’Iran. Pensi che sia possibile questa transizione verso un governo democratico?

Leily Fazeli: “Questa sono io quando stavo chiamando mia mamma, mentre stavo studiando, e loro non rispondevano perché non c’era internet”.

Reza Palhavi ha un discreto seguito in una parte degli iraniani, che lo vedono come simbolo di alternativa al regime. Lui oggi parla di transizione democratica e non chiede esplicitamente il ritorno alla monarchia. Personalmente penso che nessuna figura singola possa “salvare” l’Iran. Il punto da modificare non è un nome, ma un sistema con regole democratiche, separazione dei poteri e rispetto dei diritti. Se lui od altri vogliono avere un ruolo devono passare attraverso un processo democratico, non partendo da una nostalgia. Non credo a una transizione magica dall’oggi al domani. La vedo come un processo, che ponga fine al monopolio del potere religioso, con la separazione tra Stato e Religione, con libere elezioni e partiti reali. Fondamentale la liberazione dei prigionieri politici e la libertà di stampa. Il rischio che stiamo correndo è il caos o un nuovo autoritarismo con un volto diverso. Per questo è importante che la società civile, dentro e fuori l’Iran, lavori già su cultura democratica, diritti e responsabilità.

Cover: autoscatto di Leily Fazeli

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il muto

Per certi versi / IL MUTO

IL MUTO

 

Non sbagliava a dire

Niente malintesi

Solo, accarezzava la tua vita

Come un cane

 

Una superficiale

Mai scalfita

Gentilezza

 

Ed è poco o tutto

Davvero non lo so

 

(inedito)

 

In copertina: https://www.facebook.com/p/Settimana-della-Gentilezza-100071845834684/

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

8 marzo: l’equivoco dell’identità femminile

8 marzo: l’equivoco dell’identità femminile

8 marzo: l’equivoco dell’identità femminile

Ogni 8 marzo si ripete lo stesso rituale. E proprio per questo rischiamo di non vederlo più.

Mimose, statistiche sulla violenza e sulle disuguaglianze, post indignati sui social, campagne sull’empowerment femminile. Un copione ormai perfettamente riconoscibile.

Vale la pena ricordare che l’origine di questa giornata non ha nulla di celebrativo. Nasce dalle lotte delle lavoratrici e da tragedie che hanno segnato la storia del lavoro femminile. È il ricordo concreto di condizioni di sfruttamento e ingiustizia che per molto tempo hanno colpito soprattutto le donne.

Proprio per questo colpisce un certo paradosso del presente: l’idea di concentrare la celebrazione delle donne in un solo giorno dell’anno.

Come se il resto del calendario fosse neutrale. O, per dirla con una punta di ironia, come se gli uomini non avessero bisogno di una giornata dedicata perché, in fondo, occupano già tutte le altre.

Ma accanto alla funzione di memoria storica, l’8 marzo produce spesso anche un altro effetto, più silenzioso: la costruzione di un’immagine standardizzata del femminile.

Nel discorso pubblico si parla continuamente della donna: la donna nella storia, la donna nel lavoro, la donna nella società.

Il problema è che questa figura al singolare finisce facilmente per trasformarsi in un’astrazione.

Non esiste “la donna”. Esistono donne, una per una. Con storie, desideri, contraddizioni, scelte e impasse che non coincidono mai perfettamente con le narrazioni collettive.

Il femminile, forse più di ogni altra esperienza umana, resiste alla tentazione delle definizioni universali.

Eppure il discorso pubblico sembra avere bisogno proprio di questo: una figura semplice, riconoscibile, rappresentativa. Una figura che possa parlare per tutte.

Così, quasi senza accorgercene, si producono modelli: la donna forte, la donna indipendente, la donna resiliente, la donna che rompe il soffitto di cristallo, la donna che riesce a conciliare tutto. Figure che funzionano bene nei discorsi pubblici e nelle campagne simboliche.

Il problema non è che queste immagini esistano. Il problema è quando finiscono per diventare standard.

Ogni standard, anche quando nasce con buone intenzioni, finisce per funzionare come un nuovo ideale dell’Io.

Quando il femminile viene raccontato come se esistesse una forma riconoscibile e condivisa dell’essere donna.

Ma la realtà è molto meno ordinata.

Nella vita reale non esiste un’esperienza femminile unica. Non esiste un’identità capace di contenere la molteplicità delle vite, delle scelte e dei desideri.

C’è sempre qualcosa che sfugge.

Per questo ogni epoca continua a produrre nuove immagini della donna: la madre, la musa, la tentatrice, la donna emancipata, la guerriera contemporanea. Tentativi comprensibili di fissare una figura stabile.

Ma quella stabilità non regge mai davvero.

Perché la soggettività non è una categoria collettiva. Non è un’identità da indossare. È qualcosa che ogni individuo deve inventare nel corso della propria vita.

E questo vale per le donne come per gli uomini.

Forse allora il modo più interessante di attraversare l’8 marzo sarebbe proprio questo: sospendere per un momento la produzione incessante di immagini della donna. Smettere di cercare un modello che possa rappresentarle tutte.

E lasciare spazio alle donne reali. Contraddittorie, singolari, imprevedibili. Donne che non coincidono perfettamente con nessun modello.

E se questo manda in crisi la fabbrica rassicurante delle narrazioni — quelle della vittima e quelle dell’eroina — forse non è una cattiva notizia.

Dopotutto la psicoanalisi, fin dall’inizio, non è mai stata molto interessata alle consolazioni collettive.

Cover. Donne diverse – immagine da Lo Spessore

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Le voci da dentro. Per avere un futuro diverso non bisogna scordare il proprio passato

Le voci da dentro /
Per avere un futuro diverso non bisogna scordare il proprio passato

Le voci da dentro. Per avere un futuro diverso non bisogna scordare il proprio passato

di Pasquale

 Non è facile cambiare quando si è adulti; per farlo serve senso di responsabilità, coraggio, impegno, coerenza e determinazione. In pochi ci riescono da soli. A volte si ha bisogno dell’aiuto di una persona di cui ci si fida; quando questa persona non è uno psicologo o un professionista, ma la persona che ami e che ti ama veramente le possibilità di successo sono più alte, perché si è sempre in due nel condividere il peso del passato e si è ancora in due a sognare e a progettare qualcosa di diverso per la propria famiglia.

In questo caso, dentro l’anima, dentro il cuore e dentro la testa di Pasquale e di sua moglie c’è sempre anche l’altro. Questa cosa, grande e meravigliosa, fa in modo che la speranza di un domani migliore sia già oggi una realtà per loro che il futuro lo stanno costruendo insieme, anche con i loro figli, con equilibrio, forza, costanza e un grande ottimismo.

(Mauro Presini)

È difficile essere genitori quando si sceglie una vita sbagliata.

Oggi, che ho 47 anni, posso dire di essere stato egoista.

Sì, proprio così: quando si seguono strade facili e delinquenziali e si diventa genitori, si pensa solo a se stessi e non si pensa al male che si può procurare involontariamente alla cosa più importante della propria vita: i figli.

Non si mette in conto il dolore che si procurerà ai figli che, durante la carcerazione del padre, devono crescere senza la sua presenza.

In più quel padre perderà tutto il bello della loro crescita: i primi passi, il primo giorno di scuola e tante altre cose belle.

Quando si pagano le conseguenze della scelta di voler fare soldi facili, una volta in carcere si è costretti a vedere i propri figli una volta a settimana quando va bene, perché se si viene trasferiti lontano dalla propria città tutto diventa ancora più difficile.

Si soffre da entrambe le parti: i figli perché non capiscono la situazione e noi per la vergogna di non sapere cosa dirgli.

Fra le cose importanti che ho capito nel mio percorso di consapevolezza è che il crimine non ha fatto mai felice nessuno, che non si può scordare il passato se si vuole avere un futuro, ma soprattutto che le cose semplici sono le più belle.

Io voglio avere un futuro diverso dal mio passato; ho già cominciato a costruirlo a partire dal mio cambiamento e dal mestiere che ho imparato a fare.

Sono stato fortunato, perché durante la mia rinascita avevo accanto una moglie eccezionale: lei ha fatto da padre e madre nel crescere i nostri figli, gli ha dato un’educazione, gli ha fatto capire che il loro papà sta pagando per i propri sbagli, di cui si è assunto volontariamente la responsabilità, gli ha insegnato che l’unica strada da seguire è quella dell’onestà, di andare a lavorare ed aiutare il prossimo.

Oggi ho un figlio diplomato e due figlie che fanno le superiori: per me è una sensazione forte di orgoglio.

Io amo i miei figli e amo mia moglie che non finirò mai di ringraziare perché è stata fondamentale per il mio cambiamento.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/dkdalai-15628551/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=4946931″>Deepak Kumar Dalai</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=4946931″>Pixabay</a>

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8 marzo: “Voci di dentro”, lo spettacolo teatrale alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca

8 marzo: “Voci di dentro”, lo spettacolo teatrale alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca

Teatro in Carcere: lo spettacolo teatrale “voci di dentro” alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca

Domenica 8 Marzo 2026, alle ore 16.00 (ingresso riservato agli autorizzati), presso la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, sarà presentato voci di dentrospettacolo teatrale con alcune donne recluse, che hanno partecipato al laboratorio teatrale permanente Passi Sospesi di Balamòs Teatro diretto da Michalis Traitsis con la collaborazione artistica di Patrizia Ninu, video di Marco Valentini, foto Andrea Casarinell’ambito del progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia, e allestito in occasione della giornata internazionale della donna e le manifestazione Marzo Donna 2006 del Comune di Venezia.

Il lavoro si è incentrato sulla valorizzazione della ricchezza e della complessità della figura femminile attraverso testi, immagini, musiche, canzoni, danze, al femminile. Le voci delle donne detenute provano a imprimere ai testi un proprio, particolare, moto e respiro.
Ci siamo sempre interrogati se una giornata internazionale (giornata internazionale della donna) abbia un senso per il rischio di mettere a posto coscienze o di solidarizzare solo per un giorno, per la convinzione che ogni giorno dovrebbe essere quello giusto per essere dalla parte dei diritti e contro ogni discriminazione. Pensiamo che non esistono risposte precise, se non il bisogno di valorizzare la ricchezza e la complessità della figura femminile attraverso testi, immagini, musiche, canzoni, danze, al femminile e a ritrovare un senso, ogni giorno. Anche con il nostro provare a pensarci e sperimentarsi realmente insieme, attraverso la pratica teatrale. Perché forse la più grande forza del teatro è quella di trasformare il dolore in poesia. E di restituirci e restituire bellezza.

Il teatro non ha la pretesa di trovare risposte ma di contribuire ad attivare un lavoro di riflessione, di introspezione e di cambiamento che, pur con difficoltà e fatica, le persone recluse hanno fatto su loro stesse, sui pregiudizi, sugli stereotipi, sul come ritrovare un nuovo modo di essere, sull’elaborare la gioia e la rabbia senza maschere, e per restituirli attraverso uno sguardo, un testo, un gesto, un movimento, e uno sguardo di solidarietà e di comunanza, di luce e di poesia.

C’è una linea che Michalis Traitsis, sociologo, regista, pedagogo teatrale e direttore artistico di Balamòs Teatro (membro fondatore del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere e del gruppo di progettazione della rassegna nazionale di teatro in carcere Destini Incrociati) e responsabile del progetto “Passi Sospesi” negli Istituti Penitenziari di Venezia, ha scelto di percorrere, dalla prevenzione alla detenzione, ed è quella di guardare ad una prospettiva culturale, attraverso lo strumento dell’arte teatrale, nell’approccio alle tematiche della reclusione e dell’esclusione.
Cultura come testimonianza, come confronto, memoria, rete nei e dei territori, tutela delle fasce più deboli della società. Cultura della diversità e dell’inclusione sociale.

Balamòs Teatro

Aldo Cazzullo e la bellezza fuori dal mondo.
Considerazioni di uno spettatore.

Aldo Cazzullo e la bellezza fuori dal mondo.
Considerazioni di uno spettatore.

In un mondo nel quale le guerre, invece di chiudersi, si allargano; mentre le popolazioni soffrono, le persone muoiono, le istituzioni sembrano assenti, impotenti o complici, può parere futile prestare attenzione a manifestazioni che divengono laterali rispetto alle tragedie delle quali siamo spettatori, spesso impotenti. Sono ben consapevole di tutto questo.

Credo tuttavia  sia necessario mantenere lo sguardo e tentare verifiche anche su momenti e situazioni che oggi possono apparire laterali ma che contribuiscono a formare opinioni e convinzioni; forme di operazioni culturali che tentano di incidere sul nostro modo di pensare, sulla nostra capacità di riconoscere e di valutare.

Ho seguito e seguo con partecipazione convinta la trasmissione Una giornata particolare condotta da Aldo Cazzullo; con qualche rammarico tento di segnalare la, a mio parere, inadeguatezza, didattica e culturale, della puntata di mercoledì 25 febbraio dedicata alla bellezza.

Credo che il pubblico, ne faccio parte, sia abbastanza consapevole e avvertito per non credere in una ‘bellezza’  al di fuori della storia, riconoscibile al di là dei contesti. Andava spiegato come Michelangelo o Raffaello o gli altri citati, hanno imparato il mestiere; quali erano le conoscenze e gli strumenti che hanno consentito di raggiungere quei risultati. Quali erano le tecniche che hanno permesso di dare forma alle idee. Quale il ruolo delle diverse committenze, le quali hanno autorizzato la realizzazione delle opere. Banalmente, se il Papa non concedeva il muro, il Giudizio universale non ci sarebbe stato.

Andava ricordato il sistema delle corporazioni che reggeva la attività, variamente nei secoli. Quali erano, nel tempo, i sistemi di pagamento; ad esempio a Ferrara la realizzazione degli affreschi di palazzo Schifanoia fu pagata a metro lineare. Quale il ruolo sociale dell’artista. Quale il mutamento di considerazione nei diversi periodi. Altro ancora si potrebbe aggiungere, penso ad esempio all’importanza del collezionismo per la conservazione e la proposizione delle opere, per formare un senso comune.

L’opera, le opere, anche quelle con la maiuscola, si formano attraverso il concorrere di plurime intenzioni, le quali mutano con il variare dei tempi e dei contesti: un procedimento che non può essere schematizzato, ma che va, volta per volta, riconosciuto. Allo spettatore debbono essere forniti gli strumenti critici per potere capire il percorso e i risultati. L’autore vive nella società, non può esserne astratto.

Nulla di tutto questo: è stata indicata l’immagine di un eroe, al di fuori della storia e di ogni rapporto sociale. Una proposta che storici e critici hanno da tempo superata  e che un poco stupisce venga riproposta.

 

In copertina: Raffaello Sanzio, La scuola di Atene (particolare), Musei Vaticani. –  Foto Art & Tradition Tours

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Parole a capo
Lara Pagani: “Le viti del pianto”: quasi un’intervista

Parole a capo <br> Lara Pagani: “Le viti del pianto”: quasi un’intervista

 

Dei tuoi dolori non fare parola –

tirare dritto fosse l’ultima prova,

l’ultimo incendio della tua figura:

 

anche questo sei tu, pianeta rosso

per orbite e per anelli che splendono

al dito, nera cometa e sventura

di tutte le solitudini, tu –

 

passi e gli angeli si piegano, girano

le viti del pianto. Dai tuoi dolori

brucia una risata – dal mento d’oro

spunta al cosmo l’inedito profilo.”

 

In questa tua poesia, ritrovo il verso che dà il titolo alla tua silloge. Perché “le viti del pianto”?

LP: In questo testo, le viti sono intese come parte di un ingranaggio capace di regolare sia il pianto, sia la risata. Tra le diverse ragioni per cui ho scelto questo titolo, la principale è la ricchezza di rimandi che porta con sé — alle viti come strumento meccanico, alla vite che dà frutto e, non da ultimo, alla vita stessa per un richiamo puramente sonoro.

 

Mi sono trovato imbrigliato nelle tue immagini. Trappole liquide che circondano giorni, tempi, minuti, pianeti che ruotano, mutano e corrono via.

Nella prima sezione della silloge “Columbia Livia” (nome scientifico del piccione domestico) dichiari la tua scelta per questo volatile che, spesso, genera ribrezzo, distanza decisa. E’ forse perché questo volatile rappresenta una voglia concreta di razzolamento, di mescolamento disobbediente?

LP: A proposito del piccione. Sì, assolutamente. Ma mentre scrivevo questa sezione non ne sono stata mai cosciente fino in fondo. L’ho percepito molto dopo.

Gli piacevo da matti, mi adorava:

attendeva i dettami, mi chiedeva

che cosa mi piaceva: era sognare

ad occhi chiusi ma vigile, ero splendida

come chi crede d’esserlo. Un mattino

mi sono svegliata, avevo le piume

e un bel paio d’ali: ero diventata

uno splendido piccione.

*

Avevo piume, potevo volare.

Avevo un becco aguzzo, strabuzzavano

i passanti alla mia vista – tiravano

via i bambini con le mani perché

ero sporca, portavo malattia.

Non ero triste, mi sembrava giusto:

fossi stata al posto loro – dov’ero

prima – mi sarei fatta ribrezzo.

 

Distinguersi dalla folla, rivendicare la propria diversità, una fiera alterità.

Poesie per Clizia” è il titolo della seconda sezione. Clizia è un personaggio mitologico, una giovane ninfa perdutamente innamorata del dio Sole Apollo, poi sedotta e abbandonata per un amore mortale. Il dio Elio la trasforma in un girasole, sempre rivolto verso il Sole. Ovidio, nel libro IV delle Metamorfosi, di Clizia scriveva “Colei che si inchina, si muta e ha la dedizione verso qualcosa” e “Benché trattenuta dalla radice, essa si volge sempre verso il suo Sole, e anche così trasformata gli serba amore”. Per Eugenio Montale, Clizia era una donna angelo, una nuova Beatrice dantesca. Ricordo la sua poesia “Portami il girasole”. Qual è per te la presenza di Clizia nella tua silloge?

LP: La figura di Clizia, in queste poesie, è ispirata a una persona a me molto cara.  Ne reca anche alcune caratteristiche fisiche (gli occhi chiari, i capelli ramati). In maniera più generale, però, Clizia qui è la donna capace di rigenerarsi, di sovvertire le regole e rovesciare anche la disperazione più cupa. Pensavo, in fin dei conti, soprattutto alla Clizia di Montale.

Ti sbocciano viole sulla schiena. Nulla

esiste che riesca a scalfirti, a strapparti

dall’ingorgo matto delle stagioni: nulla

tranne l’ametista che scorre dalla pianta

del tuo piede alla radice dei capelli. Solo

tu puoi recidere stelle, svernare chi sei –

sovvertire la corolla delle possibilità.

 

In diversi momenti emergono riferimenti, ricordi, rimandi, “frammenti” religiosi, situazioni…

In chiesa a volte vado all’improvviso

perché sento che devo. Cerco un cero,

un vero cero di quelli che bruciano,

e lo accendo per te. Spesso sorrido

sapendo che ci basta un soffio solo

per sparire nel nero. I ceri in plastica,

loro, sono finiti prima ancora

di cominciare. Mi guardano spenti,

 

(…) “Generata, non creata –

della stessa sostanza del brivido” (…)

che ricorda il passaggio del Credo nella religione cattolica “Generato, non creato della stessa sostanza del Padre…”, ma soprattutto è “in dialogo” con la poesia della pagina precedente.

Una silloge dove spesso si incontrano richiami letterari come, ad esempio, “la rondine del Principe Felice” di Oscar Wilde che ignorava l’esistenza delle lacrime oppure Giovanni Pascoli nella breve poesia “Non sapresti distinguere la rondine / tornata sotto al tuo tetto da quella / riparata altrove – una vale l’altra / quando ti serve che sia primavera.

Le viti del pianto” (ilglomerulodisale, 2024) è una silloge ricca, intensa, profonda dove ogni tanto sbocciano inaspettate rime come in questa poesia:

Accoglimi, ti prego, dove addensi

il tuo segreto è dove resta traccia

certa di me, del viso che non pensi

somigliarti – ma sbagli, con che faccia

 

puoi definirci diversi -, dei sensi

andati persi. Ridarti la caccia

mi scora, mi sfiorisce, i tuoi dissensi

non hanno peso adesso, che tu faccia

 

storie è assurdo davanti a questa vita

pronta a svoltare il respiro. Puoi dirmi

quello che tieni a cuore, perché, come –

 

puoi dirmi che ti uccide la ferita

di tuo padre svanito, maledirmi

la volta buona, rendermi il mio nome.

 

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Poetarum SilvaLarosainpiu, Limina Mundi, Atelier. “Le viti del pianto” (ilglomerulodisale, 2024) è la sua opera prima. In Parole a capo sono state pubblicate sue poesie in diverse occasioni: il 2/03/2023; il 27/03/2023; il 20/03/2024; il 28/08/2025.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contri
buto all’IBAN:  IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 327° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

*

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Zairo Ferrante uscito su Pensarelibero.it il 28 febbraio 2026).

Instant Poetry e criterio dinanimista: un esempio di verifica nel tempo dello scroll

Un’applicazione del criterio dinanimista alla Instant Poetry per misurare, nel flusso digitale, quando la parola torna ad agire e quando resta semplice esposizione.

Nel dibattito contemporaneo sulla poesia digitale, la Instant Poetry viene alternativamente celebrata o liquidata.
Raramente, però, viene misurata.

E questo vale, più in generale, per gran parte delle discussioni critiche sul linguaggio poetico e non soltanto per quella social: è poesia o prosa? È prosa poetica? Poeti o “acapisti”?.

Senza un criterio, ogni discussione resta impressione. Con un criterio, un fenomeno diventa misurabile.

In una recente definizione fondativa, il Dinanimismo ha proposto come criterio di valutazione l’azione poetica nel reale.

Un criterio, tuttavia, non si compie nella sua dichiarazione, ma nella sua applicabilità.

In questa prospettiva, la Instant Poetry rappresenta oggi un banco di prova decisivo, essendo uno dei luoghi in cui la parola rischia di dissolversi più rapidamente, perdendo incisività.

La verifica passa attraverso cinque assi precisi:

  1. Necessità
  2. Attrito
  3. Trasformazione
  4. Rischio
  5. Durata

1. Necessità

La parola poetica di un testo di Instant Poetry risponde a un’urgenza reale, oppure soltanto a un’esigenza di presenza digitale?
Se manca l’urgenza, la produzione non è ancora azione ma semplice esposizione – vetrina. Chi abita il mondo social conosce bene questa tentazione: apparire sempre, anche quando non c’è nulla di necessario da dire.


2. Attrito

Il verso si integra perfettamente nel flusso assecondandolo, oppure è capace di interrompere lo scroll, costringendo il lettore a fermarsi?
L’attrito, che non è rumore ma resistenza, comincia quando la lettura rallenta ciò che era “algoritmizzato” per scorrere veloce.


3. Trasformazione

Il testo moltiplica interazioni e like o genera spostamento interiore?
La trasformazione avviene quando il linguaggio poetico, anche impercettibilmente, modifica la postura del lettore, pur non piacendo – la trasformazione non coincide sempre e comunque con il consenso.


4. Rischio

Chi scrive è disposto ad accettare la perdita di consenso — pilastro fondante dell’algoritmo dei social?
Non c’è rischio nel consenso garantito. Il rischio è l’accettazione della perdita pur di mantenere coerenza con la propria necessità.
L’algoritmo premia la continuità e l’adattamento al sistema; la poesia, se è tale, accetta la frattura e talvolta anche il silenzio.


5. Durata

La parola è disposta a cedere visibilità in cambio di permanenza?
La visibilità è un dato quantitativo; la durata, invece, è una qualità. Un testo dura quando è capace di ritornare o di restare, non soltanto di apparire.


Se un testo di Instant Poetry soddisfa i criteri di necessità, attrito, trasformazione, rischio e durata, non soltanto può essere definito “poesia nel digitale”, ma diventa atto civile.

Perché nel luogo della massima velocità introduce una soglia. Nel flusso continuo inserisce una pausa. Nell’algoritmo chiede responsabilità.

Usare lo scroll per interrompere lo scroll significa restituire al linguaggio la sua funzione pubblica: non decorativa ma costitutiva, anche di coscienze.

In questo senso, la vera Instant Poetry non è quella che accumula interazioni, ma quella che accetta di perderle pur di restare necessaria.

Se un testo di Instant Poetry risponde a questi cinque assi — e non sarà la maggior parte — non è soltanto compatibile con il criterio dinanimista, ma assume una responsabilità pubblica.

È restituendo peso alla parola nel mondo del flusso continuo che la poesia torna a essere azione. E non è affatto scontato.

Quando l’amore diventa debito: la pericolosa retorica della fusione madre-figlio

Quando l’amore diventa debito: la pericolosa retorica della fusione madre-figlio

Quando l’amore diventa debito:
la pericolosa retorica della fusione madre-figlio.

Che cosa stiamo dicendo, oggi, quando parliamo di amore tra genitori e figli?

E quale idea di crescita trasmettiamo quando rappresentiamo la vicinanza come condizione di sopravvivenza?

Mi è apparso sui social un post che riporta l’immagine di una madre e una figlia adolescente abbracciate strette strette. I volti sono accostati, quasi sovrapposti. La postura non suggerisce soltanto affetto: suggerisce continuità, assenza di scarto, quasi una coincidenza tra i due corpi.

La scritta sottostante la foto afferma:
«Uno studio dimostra che più tempo trascorri con tua madre, più a lungo lei vivrà».

Non rilancio l’immagine né la fonte. Ciò che merita attenzione è la struttura del messaggio.

Non si tratta di un semplice invito alla vicinanza. Viene introdotto un nesso causale preciso: la vita della madre dipenderebbe dalla presenza del figlio. La sopravvivenza dell’Altro viene posta in relazione diretta con la disponibilità del soggetto.

Che cosa implica, simbolicamente, una simile affermazione?

Quale posizione assegna al figlio?

Può un soggetto costruire la propria autonomia se l’allontanamento è implicitamente associato a un rischio per l’altro?

L’amore viene trasformato in garanzia vitale. La relazione diventa condizione di sopravvivenza. Si insinua così un dispositivo silenzioso ma potente: separarsi non è più un passaggio naturale della crescita, ma una potenziale minaccia.

In questa logica, l’autonomia può essere vissuta come colpa. L’indipendenza come abbandono. Il movimento verso l’esterno come sottrazione.

Non è un caso isolato. Questa idealizzazione della continuità assoluta attraversa molte narrazioni contemporanee sulla genitorialità.
Talvolta, anche alcune indicazioni divulgative — per esempio attorno al tema dell’allattamento prolungato — vengono presentate non solo come scelta possibile, ma come misura della qualità del legame. Non è la pratica in sé a essere in discussione, bensì la cornice simbolica in cui viene collocata: quando la durata diventa prova d’amore, quando il mantenimento della fusione viene implicitamente valorizzato rispetto alla progressiva differenziazione, il rischio è di confondere il bisogno con il vincolo.

Ogni processo di crescita implica una differenziazione. Diventare adulti significa poter non coincidere con l’altro, non essere il suo sostegno necessario, non farsi carico della sua esistenza. Significa riconoscere che l’altro vive della propria responsabilità.

Quando si suggerisce che il tempo trascorso insieme prolunghi la vita di una madre, si introduce un debito simbolico: io vivo perché tu resti. È un debito che non può essere saldato, perché non riguarda un gesto, ma l’essere stesso del soggetto.

Va però fatta una distinzione. Diventare adulti, autonomi, implica sempre il riconoscimento verso i genitori di un debito simbolico: ci hanno dato la vita, anche se non l’abbiamo chiesta. Questo è un dato strutturale dell’esistenza, non un ricatto affettivo. Ma cosa diversa è utilizzare quel debito come leva nella relazione, trasformarlo in argomento implicito contro la separazione.
Se non distinguiamo questi due piani, rischiamo di confondere ciò che fonda la possibilità di crescere con ciò che può invece ostacolarla.

Quali effetti produce, nel tempo, una narrazione di questo tipo?

Favorisce legami liberi o consolida dipendenze?

Aiuta a costruire adulti capaci di relazioni paritarie o rafforza legami fondati sulla paura di perdere?

Un legame che non ammette separazione non genera autonomia. Genera cattura.

E dove non si costruiscono soggetti distinti, ma identità dipendenti, la relazione rischia di trasformarsi in controllo, paura della perdita, difficoltà a tollerare l’alterità.

Se vogliamo parlare seriamente di prevenzione — non solo della violenza esplicita, ma delle sue radici culturali e affettive — dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro il valore della separazione come condizione dell’amore, non come sua negazione.

Nessun figlio può essere posto nella posizione di garante della vita di un genitore.

L’amore che sostiene è quello che consente di andare via senza trasformare l’assenza in colpa.

In copertina: Gustav Klimt, Le tre età della donna, 1905 – particolare
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AI: la fine del lavoro o la fine del mondo

AI: la fine del lavoro o la fine del mondo?

AI: la fine del lavoro o la fine del mondo?

Jack Dorsey è l’informatico che ha fondato Twitter (ora X) ed è il CEO di Block, leader nei sistemi POS negli Stati Uniti. Ha annunciato il licenziamento del 40% del personale di Block, e non ha motivato la decisione con una crisi aziendale, ma con il fatto che gestire l’azienda con l’intelligenza artificiale anziché con gli esseri umani è molto più conveniente. La reazione della Borsa è stata entusiasta: le azioni della società sono cresciute del 24%. Pensa che Dorsey è considerato un filantropo, per le numerose iniziative sociali finanziate in passato: in questi tempi oscuri evidentemente la patente di filantropia scaturisce dal saldo algebrico tra benefatture e nefandezze.

Questo è solo l’esempio più eclatante e attuale di quanto sta accadendo e accadrà in molte aziende, non solo di software. La logica è elementare nella sua brutalità: la tecnologia AI progredisce molto velocemente, e rende antieconomici oppure obsoleti una quantità di lavori che fino a ieri erano svolti da umani. Antieconomici, nel caso in cui l’AI consenta di fare le stesse cose che fanno gli umani a costi molto inferiori; obsoleti, nel caso in cui l’AI consenta una gestione aziendale più rapida ed efficiente di quella fino ad oggi amministrata con collaboratori appartenenti alla specie umana. In realtà, questi due aspetti vanno rapidamente a coincidere: AI è meno costosa e contemporaneamente più efficiente.

Catastrofista? Me lo auguro di cuore, ma questa cosa non la dico io. La dicono i padri dell’intelligenza artificiale, coloro che ne hanno sviluppato e monitorato le potenzialità e i progressi, fino a rendersi conto e dichiarare che loro stessi non sono in grado di garantire né quale sarà l’evoluzione dei sistemi che vanno sotto il nome generico di AI generativa, né se riusciranno a controllarne l’utilizzo. Il primo è stato Geoffrey Hinton, ormai più di due anni fa. Hinton è un informatico che ha iniziato ad allenare le reti neurali artificiali già 50 anni fa. Nel 2023 si è dimesso da Google per poter lanciare liberamente il seguente appello pubblico:  “Mitigare il rischio di estinzione (del genere umano) a causa dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale insieme ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare“. Chiaro, semplice, comprensibile, drammatico. E’ come se Hinton avesse detto: il sistema che ho contribuito a creare non lo controllo più, è lui che può controllare me. E’ un upgrade dell’allarme che Szilard ed Einstein diffusero nel 1939 sul programma atomico della Germania nazista: in quella circostanza, i due fisici suggerirono al presidente USA Roosevelt di intensificare le ricerche dei “buoni” per contrastare e anticipare il progetto militare dei cattivi. Da lì nacque il progetto Manhattan di Oppenheimer. A posteriori, sappiamo chi furono gli unici – fino ad oggi – a utilizzare la bomba atomica contro esseri umani innocenti: furono i “buoni”, sulla popolazione di Hiroshima e Nagasaki (Einstein ammise che quell’appello fu il più grande errore della sua vita, e divenne in seguito un grande sostenitore del disarmo nucleare). La differenza è che Hinton non lancia l’allarme contro un nemico esterno: dichiara che la sua creatura può diventare il suo nemico, e il nemico dell’umanità. Un nuovo mostro di Frankenstein, con la differenza che la creatura mostruosa era frutto dell’ immaginazione della scrittrice Mary Shelley, mentre l’intelligenza artificiale generativa è reale.

 

 

Poi ci ha messo il carico Matt Shumer, giovane imprenditore di un’azienda che sviluppa un software di assistenza alla scrittura basato sulla AI. Dopo aver provato le ultime versioni di Claude, l’AI di Anthropic, e GPT di OpenAI, Shumer ha scritto un post intitolato Something Big is happening (qui il testo integrale) divenuto ipervirale, recante tra le altre la seguente affermazione: «dico all’AI cosa voglio, mi allontano dal computer per quattro ore e, al mio ritorno, trovo il lavoro completato. Fatto bene, fatto meglio di come l’avrei fatto io, senza bisogno di correzioni». Questa in effetti non sembra la rappresentazione di un assistente: questa è la descrizione di un professionista autonomo (dagli umani). Altra affermazione di Shumer è che alla domanda su quale tipo di lavoro intellettuale umano verrà messo in pericolo, la risposta è tutti. Nel medio termine, niente di ciò che si può fare con un computer non potrà farlo l’AI. «L’AI non sta sostituendo una competenza specifica. È un sostituto generale del lavoro cognitivo. Migliora in tutto simultaneamente».  Secondo Shumer, le successive versioni delle AI sono ab origine concepite in modo di automigliorarsi da sole, senza bisogno dell’intervento umano. Come si usava dire di un animale particolarmente intelligente, “gli manca la parola”: ben presto, alla AI, secondo l’apocalittico post di Shumer, non mancheranno nemmeno empatia e capacità di provare emozioni – si tratta di vedere quali. Lo scarto, rispetto alle precedenti evoluzioni della tecnologia, sembra essere: in passato l’umano doveva almeno apprendere le tecniche di utilizzo di un software (o di un hardware contenente un software) per averne un beneficio. Da ora in avanti, non ci sarà bisogno di imparare a usare l’IA: basta darle un compito e fa tutto da sola, più rapidamente e meglio di un essere umano.

Se tutto questo non fosse già abbastanza inquietante, ci pensa il Pentagono del deficiente Hegseth a gelarci il sangue. La storia in breve è questa: il biofisico Dario Amodei se ne va da OpenAI perché l’azienda non accetta di inserire limiti etici in materia di utilizzo dell’AI in materia militare e di sicurezza. Fonda una nuova azienda, Anthropic, dandole la veste giuridica di Public Benefit Corporation, cioè un’ impresa certamente a scopo di lucro, ma che combina il profitto con uno specifico beneficio pubblico definito legalmente, come la sostenibilità ambientale, l’istruzione o il bene sociale, e con dei precisi limiti etici. Il suo braccio destro umanistico è Amanda Askell, la filosofa che ha scritto l'”anima” di Claude.

 

 

Claude è l’AI di Anthropic. Il lavoro di Askell, come ha scritto il Wall Street Journal, è “insegnare a Claude come essere buono”. Il 27 febbraio 2026 Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono che chiedeva di rimuovere i limiti di Claude sull’ utilizzo di armi autonome (tipo i droni) e sulla sorveglianza di massa (tipo quella che Palantir esercita sui cittadini americani al servizio delle nefandezze di ICE, o per tracciare i movimenti dei palestinesi e ammazzarli mentre rientrano nelle loro case).  Per tutta risposta, Trump ha ordinato di bannare Anthropic da tutte le agenzie del governo federale che lo usano. Amodei ha risposto: “Nessuna intimidazione cambierà la nostra posizione.” Intanto migliaia di consumatori stanno migrando da OpenAI a Claude (che fino a ieri non funzionava: misteri del web o ritorsioni immediate?)

Claude è oggi un asset strategico: sembra infatti l’unico modello di AI disponibile nei sistemi più riservati dell’esercito statunitense ed è considerato quello con le migliori performance nelle attività di intelligence. Il Pentagono ha un contratto da 200 milioni di dollari con Anthropic.  Ma essere geniali e possedere una morale è un problema. Se sei un genio e crei qualcosa di geniale, devi permettere al potere che ti paga profumatamente di utilizzare questa creazione senza alcun limite etico. Altrimenti sei fuori, come in The Apprentice. In questo agghiacciante, brutale scenario deumanizzato, sapere che la differenza tra una AI cattiva e una buona dipende da una filosofa e non da un ingegnere costituisce una paradossale, grottesca speranza per una specie, quella umana, che ha smarrito il senso di sè. 

Quello che l’avvento dei sistemi di AI prefigura, richiama l’immagine di qualcuno che sta segando il ramo dell’albero sul quale è seduto. Questo qualcuno potrebbe essere il sistema del capitale consumista. Se tu non utilizzi più il lavoro delle persone che, in misura maggiore o minore, acquistano e consumano le cose che produci, i casi sono due: o continui a pagarle anche se non utilizzi più la loro capacità di lavoro, oppure lo Stato deve pagarle al posto tuo. Nel primo caso devi rinunciare a una parte consistente dei tuoi utili (ma allora a che scopo sostituire gente quando devi continuare a pagarla?); nel secondo caso, lo Stato deve tassare molto maggiormente di adesso i tuoi profitti, per finanziare la sussistenza dei consumatori che restano senza impiego – e la sussistenza consumistica non è paragonabile a quella del post dopoguerra.

Sembrerebbe la miccia ideale per innescare una metamorfosi radicale del capitalismo consumistico. Non certo una sua estinzione: tutte le volte, nella storia moderna, in cui eventi eccezionali hanno fatto pensare alla caduta del sistema, il sistema ha trovato il modo di autorigenerarsi. Certo, negli ultimi trent’anni il sistema si è rigenerato ampliando il crepaccio tra i pochi ricchissimi e i tantissimi sopravviventi, ma comunque ha consentito al grosso della popolazione del cosiddetto occidente avanzato, e anche ai popoli dei paesi BRICS, di avere i mezzi economici, procurandoseli spesso a debito, per consumare i beni e i servizi prodotti. Il raggelante e suggestivo interrogativo che l’avveramento delle previsioni apocalittiche sull’AI pone, è proprio questo: come il sistema provvederà a finanziare i consumatori (cioè tutti noi) che rimarranno progressivamente privi di denaro, classicamente inteso come lo scambio tra la prestazione di manodopera e il salario (poco o tanto che sia).  A meno che, naturalmente, tutto questo gigantesco problema non venga derubricato dal subentrare di un’emergenza peggiore in quanto esistenziale, quale la deflagrazione su scala globale della terza guerra mondiale: la prima con un pianeta Terra foderato di armi atomiche.

 

 

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Appunti sul Nuovo Mondo che ci aspetta. E' sempre più nero, ma si tinge di nuovo

Appunti sul Nuovo Mondo che ci aspetta. E’ sempre più nero, ma si tinge di nuovo

Appunti sul Nuovo Mondo che ci aspetta. E’ sempre più nero, ma si tinge di nuovo

Due libri ci aiutano a capire perché fatichiamo a capire come sta cambiando il mondo. Il primo è di Pino Arlacchi (La Cina spiegata all’Occidente, ed, Fazi, 2025 pag. 520, 20 euro), il secondo è di Luca Ciarrocca (L’anima nera della Sillicon Valley, ed. Fuoriscena, 2026, pag.295, 19,5 euro).

Arlacchi, sociologo, già collaboratore e amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino, è stato a lungo direttore esecutivo del programma anti-droga dell’Onu e studia la Cina da 50 anni.
Ci dà un quadro oggettivo non solo della millenaria civiltà cinese ma delle caratteristiche attuali che sono quelle di un socialismo di mercato dove lo Stato guida il mercato producendo prosperità. Ha eliminato 850 milioni di poveri ed è già leader mondiale in metà delle principali 64 tecnologie, per cui gli Stati Uniti la considerano il nemico contro cui combattere, per non perdere la leadership sul mondo nel XXI secolo.

Per questo molti temono una guerra tra i due titani, ma secondo Arlacchi non ci sarà per tre buone ragioni. La Cina non ha una cultura espansionista (al massimo ingloberà Taiwan), non vuole una guerra con gli Stati Uniti e sa bene che il tempo delle guerre aperte (invasioni di altri Stati, come la Russia con l’Ucraina) non sono possibili, infine perché là dove ci sono popolazioni contrarie ad essere invase nessun esercito può prevalere. La Russia infatti può portarsi a casa Crimea e Donbass in quanto zone russofone.

La Cina diventerà invece un leader mondiale e il suo successo economico sarà anche sociale.
Ciò rischia di mettere in crisi il modello americano di “democrazia” neoliberista che è in piena crisi. Non si sta rivelando vera infatti la previsione dell’economista Daron Acemoglu (premio Nobel 2024, per molte altre considerazioni molto apprezzabile) che ha scritto, in Perché le nazioni falliscono, dell’inevitabile rallentamento cinese, in quanto, secondo lui e l’altro autore (James Robinson), solo un sistema capitalistico a democrazia liberale (e con forti connotazioni sociali) può produrre prosperità.

Il problema è che gran parte degli economisti ed esperti occidentali sono figli di una cultura accademica e di teorie che sempre più spesso impediscono di leggere ciò che accade nella realtà, perché la realtà non conferma le teorie che hanno studiato. La regina Elisabetta chiese alla London School nel 2008 come mai solo 6-7 economisti su 20mila avessero previsto la crisi devastante dei sub prime.

Lo stesso motivo per cui Draghi & C. non capirono che la Russia non sarebbe crollata con le sanzioni da lui proposte, nonostante avesse un PIL pari al 10% di tutto l’Occidente.
Il fatto è che l’economia dominante si proclama “neutrale”, ma in realtà copre spesso scelte ideologiche ed espelle dalle sue analisi storia, diritto, il ruolo del conflitto sociale, la cultura, etc.. Un altro esempio è aver sostenuto per decenni nella UE privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati, austerità (Germania in testa) e oggi il suo contrario, che si può aumentare la spesa pubblica a sostegno del mercato interno (sia tedesco che europeo) per il riarmo, ma non per innovazioni green, clima o case popolari. Così come aver sostenuto tassi zero come BCE per tanti anni o che federare i portafogli (moneta e mercati) avrebbe federato i cuori, creando gli Stati Uniti d’Europa o che i dazi di Trump avrebbero prodotto un’inflazione gigante.

Luca Ciarrocca analizza invece biografia, idee e successi di Peter Thiel, forse il modo migliore per capire in profondità perchè la svolta americana di Trump durerà. Thiel è un giovane studente di Stanford diventato miliardario dal niente, investendo come venture capitalist su business di successo (da Paypal a Palantir). Laureatosi in filosofia, sin da quando era studente, ha fondato Stanford Review con idee di destra anti-sistema contro il capitalismo liberal americano degli ultimi 30 anni che non difende a sufficienza la cultura occidentale, che ha prodotto de-industrializzazione, debito pubblico e deficit commerciale e fatto crescere la Cina come nuovo gigante. Le sue idee sono alla base del successo del movimento MAGA e potrebbero reggere a lungo, al di là dello stesso Trump.

Cosa contestava in sintesi Thiel? Un’America dove l’ideologia dominante era quelle delle università e dei media (entrambi dominati dalla cultura dei Dem) che stava gradualmente indebolendo gli Stati Uniti economicamente in quanto imponeva regole e tasse agli innovatori, credeva nella concorrenza, nell’inclusione delle minoranze con università e media che sostenevano idee conformiste di democrazia liberale e cultura woke, sanzionando coloro che avevano idee eterodosse (come le sue), per esempio che si fa successo seguendo le tappe classiche: prima ti laurei, poi lavori negli studi o imprese migliori, rinunciando alle proprie idee da innovatore.

Per questo ha creato una fondazione che investe sui giovani di talento da cui sono usciti molti miliardari tra cui quel Vitalik Buterin di Ethereum (una criptovaluta da 400 miliardi capitalizzazione).

Thiel oggi è diventato non solo uno dei più autorevoli innovatori nel mondo digitale (Palantir è l’azienda leader mondiale sul controllo e la sorveglianza che vende il suo software a Pentagono, Cia, Israele etc.), ma ha una rete segreta di imprenditori, banchieri, venture capitalist, politici bi-partisan (repubblicani e democratici) che discutono in segreto (Dialog) per influenzare le principali scelte dell’Amministrazione Trump.
Altro che Gruppo Bilderberg che almeno pubblica sul suo sito la lista dei partecipanti. Dialog è uno dei tanti gruppi segreti (ma il più efficace) che orienta le politiche dei Presidenti degli Stati Uniti (di oggi e di domani) e che costruisce infrastrutture private (come Palantir, Starlink,…) che diventano il cuore dello Stato.
Noi ci lamentiamo di città cinesi dove si sperimenta il controllo sociale a punti, ma già oggi Palantir profila tutti noi. E James David Vance, prossimo candidato a presidente, è una totale creazione di Peter Thiel.

Il che mostra che nelle democrazie occidentali i politici sono ormai esecutori di linee guida di gruppi finanziari e tecnologici che puntano a creare le condizioni ideali per i loro business e per battere chi cerca di minare sia le loro posizioni monopolistiche, sia la leadership mondiale degli Stati Uniti da cui traggono linfa. Ecco perché Cina (ma anche UE) sono nemici esistenziali. L’economia dell’America, se vuole essere vincente, si dovrà basare – secondo Thiel- su grandi monopoli di tecnologie avanzate e Intelligenza Artificiale, tasse minime, niente regole all’innovazione, sistemi di controllo di massa segreti (per prevenire immigrazione illegale, criminalità, oppositori).
L’Anticristo (Thiel usa queste espressioni da finto cristiano e cita passi biblici) si mostra come chi vuole redistribuire la ricchezza con più tasse e più welfare, imporre regole agli innovatori, vincoli ambientali e burocrazie (…comunisti o progressisti).

Un’ideologia di destra che vuole un’autocrazia verniciata di democrazia, basata su nuove tecnologie & Intelligenza Artificiale, criptovalute, distruzione di contrappesi legali o controlli bancari e una privacy limitata a chi governa.
Anche quando Peter Thiel inventa nel 1998 PayPal a 32 anni (insieme al polacco Nosek e all’ucraino Max Levchin, l’ingegnere che scrive il codice e inventerà il sistema antifrode che in futuro sarà la chiave per Palantir), l’idea non è tanto migliorare i pagamenti ma creare una nuova valuta mondiale e un nuovo monopolio (che non riuscirà in quanto sono più forti Visa e Master-card).

Per arrivare al cuore delle Istituzioni bisogna però anche coinvolgere chi conta (politici), per questo servono relazioni e un populismo come ideologia “sottostante” che trovi ampi consensi tra i poveri e operai che vogliono soldi e sicurezza (fuori gli immigrati illegali) da “vendere” ai politici di destra insieme alle proprie tecnologie di sorveglianza (per fare soldi) e criticare i limiti della società liberal dem che promette una prosperità che non arriva mai (anzi). Temi veri, ma la cui risposta (di destra) per poveri e operai è peggiore della ricetta Dem.

Un approccio libertarian right che ha visto questi innovatori, geniali, furbi, immersi in un mondo solo tecnico dove l’orizzonte è solo successo e soldi (e sesso, vedi la rete Epstein, che investe 40 milioni in Valar Ventures, fondo finanziario di Peter Thiel, fonte New York Times).
Thiel, uno dei pochi che ha studiato filosofia, dà profondità ad un pensiero di destra tra alta filosofia e misticismo (seppure satanico) ad americani (ricchi, potenti, suprematisti) che non hanno ancora capito che esistono altre culture, che l’uomo non è una macchina, che esiste la spiritualità e l’umanesimo e che non si può governare il mondo con un gruppo elitario dei “migliori” che tutti sorveglia per farlo “funzionare” al meglio.

L’oro del futuro non è quello materialista dei lingotti o dei profitti, ma quello che fa fiorire gli esseri umani come creatori e non come massa amorfa da sorvegliare.
Ciò che interessa a Thiel non è se un prodotto è buono o serve, ma “se funziona”. Per Thiel siamo minacciati da un governo mondiale che controlla tutti. Un giornalista gli chiede: “ma non è lei l’Anticristo di cui parla visto che possiede l’azienda leader nella sorveglianza?”.
Il pericolo di manipolare coi media e AI e sorvegliare milioni di individui è reale, una forma di “fascismo” molto più concreta dei nostalgici del ventennio.

Idee di destra, di “fascismo digitale”, funzionaliste, di potenza, controllo e segretezza di un mondo dove ci sono pochi vincenti e molti perdenti, che fa scivolare l’America in un assetto autocratico, in contrasto con l’umanesimo (se ancora c’è) europeo.
Per questo come disse Nietzsche “E se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso finirà col fissare dentro di te”. Non sarà semplice quindi per l’élite UE stare alleati con gli americani (anche con chi verrà dopo Trump).

In copertina: Caricatura di Peter Thiel – https://www.flickr.com/photos/donkeyhotey/54074892844

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Epstein files ... scienza e transumanesimo

Epstein files … scienza e transumanesimo

Epstein files … scienza e transumanesimo

Vado per intuizione. Così è stato quando per la prima volta mi sono imbattuta nel tema della maternità surrogata; parliamo di più di 10 anni fa. Quando incrociai questo tema fu come ricevere un pugno nello stomaco. Un urlo uscì dalle mie viscere, era chiaro e netto: questa pratica era una pratica disumana che cancellava alle sue radici il senso stesso di essere umano. Fu una rivelazione anche del mondo in cui abitavo e vivevo. Com’era possibile che si fosse andati così avanti in queste ricerche mediche, in queste pratiche senza che l’opinione pubblica si fosse realmente accorta di dove tutto ciò l’avrebbe portata?

Scrissi  un romanzo Il mio nome è Maria Maddalena (Marlin editore, 2019) perché sentivo che la verità ancestrale dei corpi (in particolare dei corpi delle donne) doveva trovare spazio  e voce dentro l’oscurità che avvolgeva il dibattito “ progressista”  sulla maternità, sulle nuove famiglie, sulla costruzione ingegnerizzata dell’essere umano come frontiera positiva per la sicurezza e la salute dei futuri umani (o forse sarebbe meglio dire transumani).

La tesi di fondo del romanzo è proprio che l’Occidente, che progressivamente ha tagliato il suo legame con la sacralità della natura, ha scelto di trattare i corpi delle donne con la stessa  visione estrattivista che ha riservato alla natura e ha convinto le donne che il loro materiale biologico e il loro servizio riproduttivo ha un valore economico  che varia a seconda dei geni  e delle caratteristiche biologiche  di cui sono portatrici inserendole nella logica di  mercato  come beni da cui estrarre ricchezza.

L’intuizione del romanzo  è che la via della salvezza  è tutta racchiusa nella saggezza dei popoli indigeni che non si sono mai disconnessi dalla  Sacra Natura (“Il concetto del continuum”  di Jean Liedloff); è lì che dobbiamo tornare a guardare anche se le èlite non lo vogliono affatto.  La certezza raccapricciante invece è che l’eugenetica  non è mai sparita dai laboratori  di ricerca degli scienziati dei nostri tempi.

Per raccontarla in maniera positiva si è detto che era non solo conveniente ma bello e giusto, per la società occidentale,  spostare la riproduzione dentro ai laboratori e ottimizzare  la capacità riproduttiva  dei corpi delle donne  e, contemporaneamente,  si è dato valore sempre di più alla narrazione che  i corpi  sono come macchine a cui è sempre possibile sostituire il pezzo danneggiato e che la biologia si può forzare, che la differenza tra uomo e donna non è poi così netta  (cultura Woke). “Gli uomini possono rimanere incinti?”, domanda posta da un senatore americano  in una commissione, avvenuta solo un mese fa sugli effetti avversi di un farmaco abortivo; e la ginecologa chiamata a rispondere che esita e poi dice “io mi occupo di persone con diverse identità di genere…” . La domanda più volte ripetuta non ha trovato risposta (vedi Qui il video)

Una verità scientifica incontrovertibile che diventa paradossalmente il campo di manipolazione del pensiero perpetuata dalla Scienza stessa. L’ingegnerizzazione della natura,  gli OGM,  i brevetti sui semi delle piante ,  le distese di monoculture, gli esperimenti di  clonazione di animali e i semi ingegnerizzati, sono stati tutti i passi necessari  per giungere a colonizzare i corpi umani e a rendere accettabile ciò che mai avremmo accettato.

Oggi con le rivelazioni degli Epstein files sappiamo che scienziati e persino premi Nobel, tutti facevano la fila per ricevere da lui fondi e favori . Sappiamo che Epstein aveva una vera ossessione per il transumanesimo e l’eugenetica,  che perseguiva l’idea di “migliorare” la razza umana attraverso la manipolazione genetica e la riproduzione selettiva.
Sappiamo che chiese a Virginia Giuffrè di fargli da madre surrogata – cosa che poi non si realizzò- . Si vocifera anche che volesse trasformare il suo ranch  in un “baby ranch” dove mettere incinte donne per diffondere il suo DNA e creare una così detta “super razza”.
Di certo  sappiamo che ha finanziato con tantissimi soldi moltissimi progetti di ricerca in diversi ambiti delle scienze e che, nonostante la condanna di pedofilia del 2008, molti personaggi influenti del mondo della politica, della scienza,  rappresentanti di grandi organizzazioni mondiali hanno continuato a frequentarlo e a dibattere con lui sui grandi temi dell’umanità.

Dunque quell’urlo viscerale che uscì dal mio ventre più di 10 anni fa è la prova che il mio corpo rifiutava una visione del mondo meccanicista  e forse intuiva che quella visione di mondo  era ancorata a un processo di disumanizzazione  lento ma progressivo che affondava le sue radici nel secolo scorso e che è proseguita indisturbata grazie alla cinica e perversa manipolazione del pensiero collettivo da parte di pochi bilionari definiti Filantropi da un sistema ad essi collegato e dimostra che tutte le istituzioni occidentali in cui credevamo, non avevano gli anticorpi per resistere a un’ideologia frutto di un pensiero malato, perverso e davvero agghiacciante: il transumanesimo.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/m_wie_moehre-31883482/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8338691″>M_wie_Moehre</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8338691″>Pixabay</a>

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Stella Stellina, la notte si avvicina (e forse è già arrivata)

Stella Stellina, la notte si avvicina (e forse è già arrivata)

Stella Stellina, la notte si avvicina
(e forse è già arrivata)

Leggete, ascoltate, guardate. Non c’è molto da dire, chiunque (anche tu che giuri di no) ha passato qualche minuto in compagnia di Sanremo 2026. Sul tema hanno fatto esercizio sociologi e massmediologi. Io non ci provo neppure.

Mi viene solo da dire, guardando anche al vincitore, che l’Italia e gli italiani non vogliono guardare avanti. O piuttosto non possono, e preferiscono una canzone di sessant’anni fa, quando il 68 era ancora da venire e le “ugole d’oro” si moltiplicavano come conigli e ci scassavano i timpani.

Invece no, in mezzo a tutto, in mezzo a questa fiera della dimenticanza, le parole, la musica e la voce di Ermal Meta. Stella Stellina è una canzone bellissima. E qualcosa di più. Quel di più che oggi è sempre più soffocato.
Leggete, ascoltate, guardate. Non serve aggiungere altro.

Stella Stellina

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Ho trovato la tua bambola
Mi è sembrato di vederti ancora
Eri così piccola
La stringevi fino a sera
È passata già un’eternità
O solamente un’ora
Da quando nel cielo una nuvola
Risale dalla tua casa
Dalla mia casa

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Ho cercato di strapparmi il cuore
Perché senza non si muore
Ma ho avuto paura nel mentre
Di non sentire più niente
Ho pensato anche di scappare
Da una terra che non ci vuole
Ma non so dove andare
Tra muri e mare non posso restare

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Fiori in un cortile con le pietre intorno
Come le farfalle hai vissuto un giorno
Figlia di nessuno, melodia di un canto
Quello della gente che ti ha amato tanto
Oh, mia bambina, la notte è nera nera
La rabbia e la preghiera non basteranno più
Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu

Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più

Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu
Non ti ho dimenticato
Aspetto il tuo ritorno
Come le farfalle
Hai vissuto solo un giorno

Il video ufficiale della canzone (Sanremo 2026):

La mia ninnananna per Gaza:

Cos’è una bestemmia

https://www.facebook.com/reel/1509674387833988

In Copertina Ermal Meta – Foto e testo da ON AIR Chiacchiericcio

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OCCHI COLOR ONICE

OCCHI COLOR ONICE.
Un racconto liberamente tratto da storie ascoltate degli ex abitanti del grattacielo

OCCHI COLOR ONICE

Un racconto liberamente tratto da storie ascoltate degli ex abitanti del grattacielo.

Abitavo nella torre B del grattacielo, la prima ad essere stata sfollata, ricordo molto bene la paura di quella notte, le grida, il fumo che saliva e saturava le scale. Ho avuto il terrore di perdere mia figlia, la cosa più preziosa. Fortunatamente ne siamo usciti illesi e ci siamo abbracciati forte, non dimenticherò mai quell’abbraccio che è durato un tempo infinito.

Mia figlia è bellissima, ha lunghi capelli neri, come solo le donne del mio paese hanno la fortuna di avere, i suoi occhi ricordano due pietre di onice anch’essi nerissimi e intensi. Da padre mi sento fiero ed orgoglioso, credo che sia la migliore cosa che ho fatto nella vita.

Sono venuto via dal mio paese perché volevo darle un futuro migliore, ho lavorato sodo per molti anni e finalmente adesso ho un contratto regolare di lavoro, che mi ha consentito di accedere ad un mutuo per comprare casa.

Nel mio paese d’origine la vita è molto difficile e una quotidiana battaglia contro povertà, mancanza d’istruzione e la sanità è carente. Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiungono condizioni climatiche estreme, caratterizzate da frequenti alluvioni ed epidemie.

Credevo di essermi lasciato il peggio alle spalle, ma ora devo affrontare nuovamente una prova molto dura, devo trovare la forza di di rialzarmi. Devo farcela, non per me, ma per quei meravigliosi occhi color onice.

Cover: blog.cliomakeup.com

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Il ministro della difesa personale

A pensarci bene / Il ministro della difesa personale

A pensarci bene: Il ministro della difesa personale

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Il ministro della Difesa rientra.
Non nel silenzio delle crisi vere, ma annunciandolo. Specificando. Giustificandosi.
Rientra con un aereo militare.
Ma attenzione: l’aereo militare non è un privilegio, è un sacrificio.
“Guardate quanto senso dello Stato”.
Il biglietto se lo paga da solo.
Siamo passati dalla geopolitica alla ricevuta fiscale. Dalla sicurezza nazionale allo scontrino.
Non “cosa è successo”. Non “come mai non sapevamo”. Non “chi non ci ha informati e perché”. No.
Il tema è: sono seduto sull’aereo dal lato passeggero.
Il ministro della Difesa di un paese del G7 si è trovato nel mezzo di un’escalation globale totalmente ignaro. Ma guai a dirlo. Chi lo fa è “vergognoso”, “basso”, “polemico”.
“Il solito povero comunista”.
È la politica trasformata in difesa personale. La strategia sostituita dal tono offeso. Il ruolo istituzionale ridotto a stato d’animo.
La sicurezza nazionale è una questione emotiva. Conta come ti senti. Conta se ti sei offeso. Conta se qualcuno “ti attacca”.
La guerra può aspettare.
Come le dimissioni.
Perché nel frattempo sono arrivate le richieste. Chiarissime.
“Si deve dimettere.”
Ma qui avviene il solito miracolo italiano. Il punto più alto della nostra politica: non succede nulla.
Nessuna spiegazione istituzionale.
Nessuna assunzione di responsabilità.
Nessun passo indietro.
Solo resistenza. Tenuta. Occupazione del posto.
Perché oggi il ruolo non è più un servizio. È una proprietà. Una cosa che “Boia chi Molla”.
La poltrona imbullonata al destino.
C’è stato un tempo lontano in cui la responsabilità era reale. In cui chi rappresentava lo Stato sentiva il peso della sua funzione.
Davanti a una crisi, invece di spiegare come aveva viaggiato, avrebbe spiegato perché.
E se non avesse potuto farlo, si sarebbe fatto da parte. Per rispetto.
Perché dimettersi non significava ammettere una colpa penale, ma riconoscere un limite politico.
Oggi no.
Oggi il limite non esiste. Esiste solo l’offesa. La polemica. Il fastidio per chi osa chiedere conto.
Così il ministro rientra. Le dimissioni restano all’estero. Bloccate anche loro. Forse nello stesso aeroporto.
E il Paese assiste, inerme ma abituato, a questo spettacolo surreale: un governo che rivendica sovranità mentre dimostra di non sapere, di non decidere, di non contare niente.
Ma di restare. Sempre.
In Italia la vera stabilità è l’immobilità morale.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
In copertina: Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) con Giorgia Meloni (Forza Italia) – foto Wikimedia Commons 
1.111 giorni... di un pessimo governo

1.111 giorni… di un pessimo governo

1.111 giorni… di un pessimo governo

Dopo più di 3 anni in cui è in carica il governo Meloni, vale la pena svolgere alcune considerazioni sulle scelte che esso ha compiuto e sulle prospettive che stanno di fronte a noi.

La politica estera

Per provare a fare una sintetica panoramica, si può dire che in politica estera il governo di destra si sta muovendo dentro una logica di accompagnamento e subalternità alle scelte di Trump e di un certo equilibrismo all’interno dell’Unione Europea, ma provando – sempre in sintonia con Trump- a far avanzare un’idea di Europa delle nazioni, al di fuori di qualunque approccio che guardi al suo rafforzamento come soggetto politico ed economico unitario.

Basta riflettere sul fatto che, nel cosiddetto Board of Peace per Gaza, l’Italia siede come “osservatore”, in completo sfregio del dettato costituzionale, in compagnia solo di Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Cipro con riferimento all’insieme degli Stati europei. Oppure, che il tanto celebrato e enfatizzato asse italiano-tedesco si risolve, in realtà, in una sorta di accodamento alla Germania, assecondando quest’ultima, sul piano politico, nel suo tentativo di creare una nuova maggioranza europea basato sui Popolari e la destra “presentabile” (sic!) e, sul piano economico, a candidarsi come subfornitrice della struttura produttiva tedesca, volta a rilanciare il riarmo e la conversione verso l’industria bellica.

La politica economica e sociale

Sul piano delle politiche economiche e sociali, il governo Meloni procede seguendo una linea di galleggiamento dell’esistente, con risultati decisamente poco brillanti e che segnano un peggioramento delle condizioni di vita e lavoro di gran parte della popolazione: la crescita è quasi ferma, la produzione industriale cala, i salari ristagnano quando non vanno indietro rispetto all’andamento inflazionistico.
La stessa crescita occupazionale è legata in grande parte alla permanenza al lavoro degli ultracinquantenni, dovuta alla controriforma delle pensioni derivante ancora dalla legge Fornero, che non è stata modificata, e al rilancio di settori “poveri”, come il turismo e il commercio, che, peraltro, generano occupazione precaria e a basso reddito.

La repressione del dissenso

Dove, invece, il governo ha accelerato lo si riscontra sul terreno della gestione del consenso e della repressione delle voci che lo contrastano. Qui, anche grazie al controllo dell’apparato mediatico, vediamo all’opera, con una certa abilità, da una parte, un tentativo di costruire una narrazione che fa leva sulla “rinascita” dell’Italia e sul rafforzamento delle paure e delle difficoltà del vivere quotidiano, incitando all’individualismo e alle rottura sociale. Un impasto che mette insieme, in sequenza, esaltazione del ruolo nazionale alle Olimpiadi e spettacolo del festival di Sanremo, amplificazione del fenomeno migratorio e della criminalità diffusa, derubricati soprattutto come questioni di “cronaca nera”, innalzamento del conflitto sociale e della sua rappresentazione.

Dall’altra parte, è in campo una stretta feroce nei confronti di chi dissente: non solo i decreti “sicurezza”, ma una serie di azioni
di carattere intimidatorio che vogliono essere segnali ben precisi in questa direzione.
Abbiamo visto, nell’arco di pochi giorni, l’iniziativa promossa dalla lista di destra per far denunciare gli insegnanti reputati di sinistra, con un’idea di costruire una vera e propria lista di proscrizione, siamo passati attraverso gli avvisi di garanzia per i medici di Ravenna, con metodi inaccettabili, per non aver certificato l’idoneità di 34 immigrati stranieri a essere deportati ad un Centro di Permanenza per il Rimpatrio.

Non c’è bisogno di richiamare l’attacco ai magistrati “ politicizzati”, di cui ogni giorno abbiamo testimonianza.

Soprattutto quel che colpisce è il tentativo di attaccare e delegittimare ogni iniziativa di mobilitazione e protesta: arrivano denunce per molti attivisti che hanno partecipato alle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e persino avvisi di garanzia – caso inedito ma proprio per questo ancora più allarmante – agli organizzatori dei sindacati metalmeccanici di Bologna per aver bloccato la tangenziale nel giugno scorso per sollecitare il rinnovo del loro contratto nazionale.

Il punto più alto di quest’intenzione è stato messo in campo dopo la manifestazione di Torino del 31 gennaio a sostegno del centro sociale Askatasuna: lì si è preso spunto dagli scontri verificatosi al termine di un imponente corteo e dall’inaccettabile aggressione ad un agente di polizia per compiere un salto di qualità.
Sul banco degli imputati, sono stati messi non gli aggressori, ma tutti i manifestanti.
Il ministro Piantedosi, intervenendo alla Camera il 3 febbraio, ha parlato non solo di una “sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”, ma ha detto esplicitamente che è bene uscire da “un’ulteriore ipocrisia riguardante la presunta differenza e distanza tra questi delinquenti e la gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici”. A rafforzare ulteriormente questa tesi aberrante, ci ha pensato la stessa Giorgia Meloni, dichiarando che “c’è un problema di mentalità sbagliata, serve un approccio più duro da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza dei cittadini”. Concetto in qualche modo confermato, nel momento in cui la stessa Presidente del Consiglio ha avuto modo di affermare che chi ha manifestato contro gli spechi e l’insostenibilità ambientale delle Olimpiadi sono “nemici dell’Italia e degli italiani”.

Insomma, è evidente che la cifra su cui il governo e la destra punta è quella della spoliticizzazione della società, del restringimento dei poteri autonomi e di controllo, a partire dalla magistratura, e della repressione del dissenso. E va riconosciuto che su questo terreno, ben di più che su quello della politica estera e delle politiche economiche e sociali, gode di un reale possibilità di tenuta del proprio consenso.

Il cammino dell’opposizione

Detto in altri termini, quello che si vuole evitare è la partecipazione e la mobilitazione sociale e politica, che viene individuata dalla destra come il vero ingrediente che può metterlo in discussione. Ben di più dell’opposizione politica che si dimostra complessivamente inadeguata a fronteggiarla. Non perché, come dice una vulgata tanto semplicistica quanto inefficace, sarebbe poco unita o incapace di esprimere una leadership condivisa, ma, in realtà, per il fatto che si presenta poco credibile agli occhi delle persone per costituire una reale alternativa alla destra.
Sul piano delle politiche economiche e sociali, è ancora fresco il ricordo di tanti anni di scelte dettate dalla logica dell’austerità che hanno contraddistinto l’esperienza dei governi tecnici e di centro-sinistra e lo scostamento attuale dalle stesse risulta essere troppo timido e percepito soprattutto come frutto di una logica di schieramento piuttosto che di una linea chiara di alternativa a quelle politiche.
Per certi versi, lo stesso si può dire dell’impostazione rispetto alla politica estera e nei confronti dell’UE, dove la giusta contrapposizione all’impostazione guerrafondaia e di rottura del diritto internazionale non sembra poggiare su un’altrettanta chiara visione di nuova collocazione e alleanze internazionali, se non di una riproposizione desueta della diversità di un modello sociale europeo, che in realtà non esiste più e, soprattutto, non ha prospettive solide.

Non parliamo poi dei temi dell’immigrazione e della sicurezza, dove la mancanza di pensiero e progetto alternativo si traduce contemporaneamente e in modo ondivago, tra subalternità alla narrazione della destra e assenza di voce.

L’ opposizione sociale

Potrebbe andar meglio guardando comunque ad un’opposizione sociale, dei movimenti e di una sinistra sociale diffusa, che continua ad essere vitale e presente, come abbiamo visto in diverse occasioni, a partire dal grande movimento di sostegno alla istanze sacrosante del popolo palestinese.
Anche qui, però, non si possono nascondere i limiti presenti: la difficoltà di dare continuità all’iniziativa e di collocarla in un quadro di proposte complessivamente alternative, un’eccessiva frammentazione del proprio dispiegarsi, soprattutto una non compiuta elaborazione dei termini dello scontro in corso. In particolare, rimane non del tutto sciolto il nodo relativo al fatto di sviluppare appieno la consapevolezza che esistono le risorse e le energie nella società per mettere in campo un’opposizione sociale diffusa e popolare, radicata nei territori e capace di porsi in una logica maggioritaria.

Rompendo lo schema per cui la lettura delle forze in campo si riduce al recinto della contrapposizione tra antagonismo e destra neofascista e sottraendosi al circolo vizioso della spirale, che il governo vuole appositamente alimentare, tra violenza minoritaria e repressione. Non si tratta, qui, di ripercorrere discussioni un po’ stantie e superate, figlie di altri tempi, ma di assumere fino in fondo, come propria esplicita collocazione, la scelta di costruire uno schieramento largo, che si esprime con un’opposizione pacifica e determinata, vista come la forma più adeguata per stare in campo nel contesto dato, come ci hanno dimostrato efficacemente le iniziative promosse dalla Sumud Flottilla e dalla città di Minneapolis contro Trump.

C’è molto lavoro da fare, sia in termini di ricostruzione di un pensiero e di un orizzonte strategico, sia nello stare in campo nelle battaglie immediate. Per intanto, costruire una forte iniziativa per far affermare il NO nella legge costituzionale contro i giudici, facendo emergere sia il contrasto a sottomettere il potere giuridico a quello politico sia il disegno di carattere autoritario generale da cui promana, può essere un buon punto di ripartenza.

In copertina: la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Tajani e Salvini – IMAGOECONOMICA da Collettiva

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Mi chiamo David

Mi chiamo David
(un racconto)

Mi chiamo David

(un racconto)

Ciao, mi chiamo David e sono un soldato, da noi tutti devono esserlo. Dobbiamo servire e difendere la nostra patria, la nostra terra, quella che Dio ci ha promesso e poi dato. Noi siamo il popolo eletto, gli uomini e le donne elette dalla religione e dal Signore. I miei bis nonni hanno subito il male estremo, quello che ci dissolse nei fumi dei camini, nei saponi dei gerarchi, che sciolse i denti d’oro per trasformarli in lingotti. Quel male estremo che voleva annientare la nostra razza, la nostra religione, la nostra storia. La mia famiglia fu venduta da un paese dell’Est ad un Kibbutz negli anni ’60. Noi rappresentiamo la democrazia occidentale in un territorio ostile, dove ogni nostro confinante vuole la nostra estinzione, vuole il nostro annullamento e noi allora combattiamo. Contro tutti, la guerra per noi non è mai finita, perché loro non avranno mai un loro Stato, la terra è nostra e per duemila anni siamo stati sparsi per il mondo, fino a quando il mondo si è accorto di noi e del male che abbiamo subito. Non ci è stato dato uno Stato per riunificarci, ci è stato dato ciò che già era nostro da sempre e per sempre. Sulla nostra terra c’erano degli usurpatori, che stiamo scacciando.

Smettetela di paragonare il nostro male al loro, non potete paragonarci ai Nazisti, noi siamo diversi, siamo stati perseguitati da sempre, ci avete identificato come strozzini e aguzzini, come quelli che avvelenano i pozzi, ma noi siamo la vostra difesa. Siamo l’ultimo avamposto orientale contro il terrore. Loro ci vogliono distruggere, mentre noi eliminiamo solo i terroristi, noi siamo un esercito con regole d’onore ferree, noi eliminiamo solo obbiettivi. Tutti su quella striscia, prima o poi saranno contro di noi, verranno nelle nostre piazze, nei nostri mercati, in mezzo alla gioia dei nostri giovani, come il 7 ottobre. E quindi noi, combattiamo solo il terrore.

Non credete ai numeri della propaganda, noi gli stiamo solo dimostrando che non possono mettersi contro di noi, loro sono sulla nostra terra e già questo li rende degli obiettivi, sensibili.

Noi abbiamo droni, abbiamo tiratori scelti, noi selezioniamo gli obiettivi, abbiamo bombardato edifici che loro utilizzavano come covi, non importa fossero scuole o ospedali. Noi siamo diversi, non parificate il nostro male al loro, non lo potete fare, noi siamo democratici, noi siamo l’occidente in casa nostra circondati da nemici.

Non stanno morendo di fame o di sete, le nostre organizzazioni portano aiuti, noi colpiamo solo chi camuffa gli aiuti con armi, colpiamo chi nasconde materiali nel cibo, noi non siamo come loro.

Non paragonate il nostro male al loro, non esiste nessun paragone possibile. Dio è con noi, sappiatelo.

Un giorno ci ringrazieranno quando potremmo accoglierli in una striscia occidentale, pulita e ordinata, con posti di blocco, per difenderci dai terroristi, e accogliere solo chi è come noi. Chi è uguale a noi.

No, non paragonate il nostro male con il loro, se no sareste i soliti antisemiti, se no vuole dire che applichereste il razzismo nei nostri confronti, come successe in Europa per mille anni.

Noi siamo a questo posto di blocco anche per voi, come fate a non capirlo, come fanno i vostri giovani, come me, a manifestare contro di noi? Perché fischiate la nostra stella? Perché ascoltate la propaganda del terrore? Lo capite o no, che noi siamo democratici, che i nostri governanti sono eletti dal popolo, che noi abbiamo la possibilità di scegliere, mentre loro no, loro sono ossessionati dalla religione. Noi non siamo una teocrazia, siamo laici, noi siamo l’occidente. Perché non lo capite.

Non potete paragonare il nostro male al loro.

BANG

Eccone un altro che stava attraversando la linea gialla.

No, non potete paragonare il nostro male, al loro. Non potete.

In copertina: Soldato del battaglione Caracal delle Forze di difesa israeliane – immagine di Flickr con licenza Wikimedia Commons

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Mi serve il tuo fianco ossuto

Per certi versi /
Mi serve il tuo fianco ossuto

Mi serve il tuo fianco ossuto

 

Mi serve il tuo fianco ossuto

Gli incubi che ti scuotono la notte

 

Mi serve ogni tuo punto di sutura

Ogni artiglio che non riesci a ritrarre

Le parole che hai schiantato nella fuga

 

Mi serve la tua chiave macchiata

La pelle d’animale con cui ti travesti

L’afrore della cattura

Della paura improvvisa

 

Non voglio dimenticare, mai

che sono un cervo scuoiato

che sono nata da incesti

 

Ho bisogno del tuo fango

quanto dell’artemisia

della tua ruta

del fuoco

 

(inedito)

 

In copertina: Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

MAGISTRATURA: COSA PREVEDE LA NUOVA RIFORMA NORDIO.
(una parodia)

LA NUOVA RIFORMA NORDIO SULLA MAGISTRATURA
(una parodia)

Buongiorno a tutti i radioascoltatori EIAR da via Arenula, sede del Ministero di Grazia e Giustizia, dal vostro inviato Romano Littorio. Ecco, per sommi capi, la nuova proposta di Legge per la riforma della Magistratura, in caso di vittoria del NO al Referendum del 22 e 23 Marzo, elaborata dal ministro Nordio e dai suoi più stretti collaboratori, i noti giuristi di fama internazionale Bernardo Gui, Tomás de Torquemada e Cotton Mather, raggiunti tramite seduta spiritica.

  1. Ripristino del Cursus honorus romano per tutti i Magistrati, da svolgersi secondo le seguenti modalità:
  • Corso monografico obbligatorio sul libro: G. Meloni, Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee, Rizzoli, Milano.
  • Tirocinio formativo sull’uso del manganello, al posto del martello di legno, presso una delle sedi di Casa Pound o, in alternativa, di Forza Nuova.
  • Sessione Live di Cluedo, della durata di 15 minuti, durante la pausa caffé.
  • Seminario di 48 ore online, in modalità sincrona non stop, tenuto da Luca Barbareschi: Come picchiare giornalisti e cameramen, fuori dal palazzo di Giustizia.
  • Lectio magistralis di Ignazio Benito Maria La Russa sul tema: Il Duce metteva la panna nella carbonara? Implicazioni legali.
  1. Nomina dei componenti del CSM secondo una delle seguenti modalità:
  • Anni pari. Secondo il principio della Rappresaglia 1 a 10. Per ogni esponente politico inquisito, verranno fucilati nove Magistrati ordinari e uno del CSM, sostituiti dai partecipanti di tutte le puntate di Forum.
  • Anni dispari. Saggio ginnico comprendente acrobazie su motocicletta, trave, salto nel cerchio di fuoco, mungitura di una mucca e schiaffo del soldato.
  • Anni bisestili. A random, direttamente dall’elenco del telefono di Crotone del 1978. Qualora non si trovi nessuno ancora in vita, si procederà digitando numeri a caso sullo smartphone, e nominando membri del CSM tutti quelli che rispondono: “Io ascolto Radio Montecarlo”.
  1. Formazione dei magistrati. Sarà affidata al nuovo reality musicale: Amici dei Togati di Maria De Filippi.
  1. Separazione delle carriere. È prevista una novità rivoluzionaria tutti i Magistrati potranno svolgere una carriera alternativa a scelta tra le seguenti:
    batterista ad Harlem,
    Croupier a Casablanca,
    Hippie in Nepal.

Infine, le istruzioni per lo svolgimento delle udienze, saranno fornite direttamente da IKEA e i verbali stilati direttamente dai collaboratori della Settimana Enigmistica.

Da vostro inviato a via Arenula per oggi è tutto. Eia Eia…

In copertina: immagine generatta tramite Raphael AI.

Per leggere gli altri articoli, i racconti e le parodie di Stefano Agnelli  su Periscopio clicca sul nome dell’autore

ITALIANI BRAVA GENTE(?)

ITALIANI BRAVA GENTE(?)
Dagli eccidi fascisti in Etiopia alle nuove forme di colonialismo.
Domenica 1 marzo, dalle 17 – Circolo Blackstar Ferrara

ITALIANI BRAVA GENTE(?)
Dagli eccidi fascisti in Etiopia alle nuove forme di colonialismo

MOSTRA FOTOGRAFICA – INCONTRO E DIBATTITO – DJ SET REGGAE DUB
Domenica 1 Marzo – Circolo Blackstar Ferrara – dalle 17:00

Il conflitto italo-etiope ha segnato l’inizio della crisi internazionale che ha portato alla seconda guerra mondiale. Nato dalla violenta invasione coloniale del fascismo, non può non rimandare a vicende attuali, come il piano coloniale denominato “Board of Peace” a Gaza, figlio del genocidio palestinese e che vede proprio l’Italia scalpitare per un posto d’eccezione nella “gestione” della Striscia.

Parallelismi che si individuano nella distruzione provocata dal conflitto: l’invasione fascista dell’Etiopia produsse circa un milione di morti e danni ambientali e morali incalcolabili. Così come pratiche immorali e continue violazioni del diritto internazionale: uso di gas venefici, stragi, violenza, stupro, abusi sui civili e sui religiosi.

Un olocausto dimenticato, quello del popolo etiope, ma anche la storia di una grande lotta anti-coloniale e anti-fascista, oltre che un grande insegnamento di pacifismo e una grande lezione di cultura della pace impartita dall’imperatore Haile Selassie al termine del conflitto.

Proprio in questi giorni cade la ricorrenza Yekatit 12 del calendario etiope
Giornata di Lutto Nazionale nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massacri del colonialismo italiano e per questo ci proponiamo di riscoprirne la storia con l’etiopista Nicolò Matyas Tekle Selassie Bonifati, attraverso una mostra fotografica sull’invasione fascista dell’Etiopia e un incontro con dibattito sul tema.

Introduce e dialoga Franco Ferioli, attivista, ricaricatore e documentarista, insieme a cui rifletteremo sulle analogie delle pratiche coloniali e delle ferite che si lasciano dietro e sugli aspetti di quella che potrebbe essere definita l’altra metà del 25 aprile o il lato oscuro del colonialismo italiano, quello cioè con cui, noi italiani brava gente, non abbiamo mai fatto i conti.

Dj Set REGGAE/DUB a cura di Al Anárch, Clood, Edo Connection

Esposizione di artigianato etiope
.
Free Entry
Circolo Blackstar
FERRARA
via Ravenna 104

Franco Ferioli ha dedicato diversi articoli ad una accurata storia del colonialismo italiano, dei suoi miti  e dei suoi crimini. Per leggerli clicca sulla rubrica Controcorrente

Cover: L’opera utilizzata nel Flyer è un dipinto di MATTEO DI DOMENICO

le voci da dentro. prsison songs al carcere di Ferrara

Le voci da dentro /
“Prison songs” al Carcere di Ferrara

Le voci da dentro.
“Prison songs” al Carcere di Ferrara

Non è un avvenimento comune che artisti di vario genere accettino di esibirsi gratuitamente in un carcere a favore di persone detenute ma, nelle varie occasioni in cui ciò è avvenuto a Ferrara, c’è sempre stato un arricchimento reciproco e si è sempre percepita una grande emozione, sia da parte delle persone detenute che di chi entrava per la prima volta in una prigione.

Il non sentirsi isolati dal resto del mondo, insieme a diverse altre attività, è di una importanza vitale nel percorso di rieducazione e di preparazione al rientro in società dei ristretti.

La costruzione di quel ponte fra carcere e città, di cui spesso parliamo e in cui crediamo, inizia anche da queste aperture: dall’affrontare i pregiudizi e dal superamento degli stereotipi; le attività culturali, proprio per il loro linguaggio universale, rappresentano un ottimo messaggio di vicinanza e di accoglienza.

Nel tempo, oltre agli spettacoli teatrali, alle maratone di lettura, alle presentazioni di libri, presso la Casa Circondariale di Ferrara si sono esibiti diversi musicisti più o meno conosciuti (fra questi vale la pena ricordare Teresa De Sio, l’Orchestra a plettro Gino Neri, il gruppo Ferrara Gospel Choir Academy, buskers da vari paesi del mondo, gli allievi del Conservatorio della città e altri.

Il 6 febbraio scorso si è svolto un concerto fra i più singolari che si siano mai tenuti in un carcere.

Marco Vignazia alla chitarra e Sara Piolanti alla voce hanno presentato un progetto musicale unico e davvero speciale: “Prison Songbook”, una ricerca fatta sul blues carcerario a cavallo tra gli anni 20 e gli anni 50. In pratica si tratta di una lunga serie di canzoni sulla e dalla prigione scritte da musicisti che interpretavano il blues e che la galera l’hanno vissuto sulla propria pelle.

Prison Songbook racconta la musica e la poesia di grandi artisti a cui veniva letteralmente pagata una cauzione dai pochi filantropi del tempo perché potessero almeno per un giorno uscire di prigione e registrare le opere senza le quali la musica, per come la conosciamo e apprezziamo oggi, non esisterebbe.

foto di Jari Salamone
foto di Jari Salamone

Sono tanti gli artisti blues che, giustamente e ingiustamente, hanno vissuto l’esperienza della carcerazione. Qualcuno di loro ha registrato canzoni (Bukka White al Mississippi State Penitentiary e Lead Belly allo Lousiana State Penitentiary) o interi dischi (Robert Pete Williams registrò Angola Prisoner’s Blues nel 1959).

Altri bluesmen hanno tenuto concerti memorabili in varie prigioni, fra questi: B.B. King che suonò in oltre 50 prigioni americane e registrò un paio di dischi stupendi come Live in Cook County Jail del 1970, e Live at San Quentin del 1990; John Lee Hooker che con il suo Live at Soledad Prison del 1972 ci ha lasciato un disco diretto e potente. Anche se eseguiti da musicisti country e non blues, è giusto menzionare altri tre dischi dal vivo registrati in carcere; sono: Folson Prison del 1968 e At San Quentin del 1969 di Johnny Cash e In prison, in person del 1977 di Sonny James che suonò con una band di musicisti detenuti: Tennessee State Prison Band.

Sembra che il termine “blues” derivi dall’espressione “To have the Blue devils” (Avere i diavoli blu) cioè uno stato d’animo caratterizzato da una forte tristezza, dalla malinconia, dalla depressione, spesso dovute alla mancanza di diritti delle persone nere e alle loro condizioni disumane causate dall’odio razziale, dai soprusi, dalle ingiustizie, dai tormenti interiori.

Ebbene Marco Vignazia e Sara Piolanti, con Prison Songbook, hanno voluto omaggiare quel blues che racconta la perdita della libertà e della dignità cioè il blues delle carceri e dei campi di lavoro.

Lo spettacolo era già stato presentato in vari teatri, ma loro due l’hanno eseguito per la prima volta in un carcere proprio a Ferrara e lo hanno fatto in una maniera straordinariamente espressiva, emozionante e coinvolgente.

Il pubblico presente ha risposto ascoltando la musica ma soprattutto sentendola dentro, provando gli stessi stati d’animo di chi l’ha composta molti anni fa… stupenda suggestione che solo il blues riesce a trasmettere in maniera così intima, commovente e travolgente (vedi uno spezzone della loro esibizione in carcere a Ferrara qui).

Questa la serie di canzoni eseguite da Sara e Marco: When can i change my clothes di Bukka White, Penitentiary blues di Otis Webster, I’m lonesome blues di Robert Pete Williams, Ball and Chain for me di Otis Webster, Duckin’ and dodging di Hogman Maxey, Judge Harsh di Furry Lewis, Some got Six Months di Robert Pete Williams, No More My Lord (brano traditionale), Penal Farm di Scraper Blackwell, Electric Chair di Guitar Welch, Parchman Farm di Bukka White, Good Road Champ Blues di Skip James, Mississippi County Farm di Son House.

Il fatto che gli autori abbiano pensato di proiettare i testi sia originali che tradotti ha creato una enorme empatia tra il pubblico ed i musicisti che ha portato ad una partecipazione incredibile. Chi ha assistito al concerto ha apprezzato moltissimo la tecnica sopraffina di Marco e le grandi doti della voce “nera” di Sara.

Altri mi hanno riferito di aver sentito il cuore e la passione di chi stava suonando e cantando e questa cosa ha creato una grande sintonia e simpatia intesa nel senso del “patire insieme”. L’entusiasmo creato da brani particolarmente ritmati ha fatto battere le mani e ballare.

Marco Vignazia, dopo il concerto, ha scritto: “Non mi sarei mai aspettato una partecipazione così sentita da parte dei detenuti della casa circondariale di Ferrara. È stata per me un’esperienza fortissima emotivamente. Un crescendo di energia mai provata prima in trent’anni di musica suonata tra Teatri, Blues Festival e Club in Italia e all’estero. Il battito delle mani ci restituiva il quadruplo dell’energia che noi inviavamo al pubblico in un crescendo che sembrava non avere mai fine.

La dimensione poetica dei brani eseguiti è stata resa accessibile grazie alla videoproiezione in doppia lingua e questo ha fatto capire ai detenuti come le canzoni dei vari Bukka White, Robert Pete Williams, Guitar Welch, Son House, Hogman Maxey, Otis Webster parlassero di cose che in qualche modo riguardavano anche loro.
Pensando alla distanza culturale e generazionale di un repertorio così particolare colpisce come il blues sia ancora un linguaggio vivo, liberatorio e capace di coinvolgere anche persone non appassionate al genere
.”

Il dottor Mario Pantaleoni che, grazie al suo gran lavoro di intermediazione, ha reso possibile l’iniziativa, esprime così il suo stato d’animo: “Sono particolarmente contento ed orgoglioso che proprio nella Casa Circondariale della mia città sia avvenuto questo battesimo inaugurale per questo meraviglioso progetto che trova la sua appropriata location proprio in questo luogo. La data 0 è stata fatta nel 2021 allo String Theory Music Fest a Lendinara ma quella di Ferrara è stata la prima esibizione all’ interno di un istituto carcerario.

Da molti anni durante il mio lavoro come consulente infettivologo presso l’Istituto pensavo come il blues potesse entrare nelle carceri con tutto il suo potenziale valore taumaturgico/riabilitativo. La scoperta dei due artisti Marco e Sara ed il loro lavoro encomiabile ha fatto il resto! L’evento al suo debutto esclusivo in carcere in Emilia Romagna ed ancor di più riferito alle carceri su tutto il territorio nazionale ha sancito un successo inaspettato con partecipazione empatica dei numerosi detenuti presenti tra cui molti extracomunitari. Le sensazioni e le vibrazioni che abbiamo ricevuto sono all’unisono estremamente positive e meritano valorizzazioni. Auspicabile ora un effetto domino e l’implementazione del progetto a diffusione capillare.”

Il fotografo Alessandro Corona ha riassunto in questo modo il suo pensiero: “Il progetto è molto interessante perché è sicuramente una strada che porterà lontano, un mio forte dubbio è quanto sia fattibile in altre situazioni carcerarie e quanto, mi sento di dire, il sistema politico carcerario italiano potrebbe sostenere una cosa del genere. Per farlo funzionare bene creando una catena perfetta ci vorrebbero aiuti non solo economici ma anche politicamente corretti. Anche con realtà estere, e magari un promoter che crede ciecamente al progetto Prison Songs di Vignazia/Piolanti.”

foto di Alessandro Ettore Corona

L’iniziativa, realizzata grazie al supporto della direttrice della Casa Circondariale Maria Martone e dalla capo area trattamentale Annamaria Romano, è sicuramente riuscitissima e sarebbe da proporre ad altri penitenziari per portare la bellezza dove non c’è ma dove ce ne sarebbe un gran bisogno perché è solo coltivando bellezza che si può sperare in un altro futuro a partire dalla consapevolezza che ciò dipende dal piccolo che ciascuno di noi potrà metterci.

Sara e Marco, a dispetto del luogo, sono riusciti in un’opera enorme: hanno coinvolto, appassionato ed avvicinato persone che prima non conoscevano il blues ma soprattutto sono riusciti a creare un’atmosfera di libertà unica e ad insegnare che la partecipazione è il primo passo verso un processo di crescita personale e sociale.

In copertina: foto di Alessandro Ettore Corona
Le fotografie scattate all’interno del carcere di Ferrara sono di Alessandro Ettore Corona.

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