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Da Arafat ad Abbas, la guerra americana dei veti e dei visti contro i palestinesi

Da Arafat ad Abbas, la guerra americana dei veti e dei visti contro i palestinesi

Nel novembre 1988, in piena Prima Intifada, il governo USA guidato da Ronald Reagan negò il visto a Yasser Arafat, invitato a parlare all’Assemblea Generale ONU a New York. La decisione fu presa dal Dipartimento di Stato, guidato dal Segretario George P. Shultz (1920–2021), economista di formazione e veterano della Seconda Guerra Mondiale. [1]

Prima di guidare la diplomazia americana sotto Reagan, era stato Segretario al Lavoro, Direttore del Bureau of the Budget e Segretario del Tesoro. Rappresentava il pragmatismo e l’approccio analitico della politica estera statunitense, in continuità con la tradizione di Henry Kissinger, architetto invisibile dei grandi equilibri internazionali degli anni ’70. [2]

Shultz operava in un contesto in cui pressioni politiche pro-Israele, sostenute da lobby negli USA, influenzavano le decisioni diplomatiche. Il visto fu ostacolato anche dall’ambasciatore USA all’ONU, Charles Lichenstein (1926–2004), diplomatico veterano e analista esperto di Medio Oriente, noto per il suo fermo sostegno alle posizioni israeliane nelle Nazioni Unite.

Quando Reagan negò il visto ad Arafat ma l’Onu spostò la sede dell’assemblea

La motivazione ufficiale fu il legame di Arafat con il terrorismo internazionale tramite l’OLP, considerata dagli USA un’organizzazione terroristica. Dietro le quinte, le pressioni politiche furono intense: Israele e lobby pro-Israele negli USA non volevano che Arafat avesse accesso a una piattaforma internazionale di legittimazione. L’obiettivo era impedire qualunque passo verso uno Stato palestinese.

Il leader palestinese Arafat e quello israeliano Rabin si stringono la mano davanti a Clinton nel 1993.

La decisione fu talmente controversa che, in una mossa senza precedenti, l’ONU spostò l’intera sessione a Ginevra, permettendo comunque al leader palestinese di pronunciare il suo discorso. Un episodio che mise in luce l’uso dei visti come arma politica e la capacità dell’ONU, in casi eccezionali, di garantire il diritto dei popoli a essere ascoltati.

Da Arafat a Mahmoud Abbas: i visti usati come armi politiche

A distanza di 37 anni, lo scorso 29 agosto 2025, il Segretario di Stato degli USA Marco Rubio ha revocato i visti a Mahmoud Abbas e a 80 delegati palestinesi, impedendo loro di partecipare all’Assemblea Generale ONU a New York (4–23 settembre). La motivazione ufficiale include preoccupazioni per la sicurezza nazionale e presunti legami con il terrorismo. Il Dipartimento di Stato ha anche citato il rifiuto dell’Autorità Palestinese di riconoscere la leadership statunitense nei negoziati come ostacolo alla pace.

In una nota del dipartimento di Stato si legge: “Prima che l’OLP e l’Autorità Palestinese possano essere considerate partner per la pace, devono ripudiare sistematicamente il terrorismo, incluso il massacro del 7 ottobre”. E più avanti: “L’Autorità Palestinese deve inoltre porre fine ai suoi tentativi di aggirare i negoziati attraverso campagne internazionali, inclusi appelli alla CPI (Corte penale internazionale), e sforzi per ottenere il riconoscimento unilaterale di un ipotetico Stato palestinese”. [3]

Il messaggio appare formale e diplomatico, ma in filigrana contiene un’imposizione coercitiva: significa che finché l’Autorità Palestinese continuerà a intraprendere azioni autonome – dagli appelli alla Corte Penale Internazionale per difendersi dall’occupazione, dalla colonizzazione e dal furto di terre, fino ai tentativi di ottenere riconoscimenti unilaterali – la sua voce internazionale resterà sospesa. Un meccanismo di ‘controllo’ che ricorda le dinamiche di ‘protezione condizionata’ tipiche delle logiche dei clan.

Dal potere ‘carsico’ al potere ‘strutturato’. Dagli Usa una raffica di violazioni internazionali

Il presidente della Palestina Mahmoud Abbas durante un intervento all’Onu

La revoca dei visti ha suscitato reazioni internazionali, con l’Unione Europea e le Nazioni Unite che hanno espresso preoccupazione, sottolineando l’obbligo degli Stati Uniti, in quanto paese ospitante, di garantire l’accesso alle sedi delle Nazioni Unite. Nonostante questo, nessun provvedimento effettivo è stato intrapreso.

Come nel 1988, la diplomazia statunitense si allinea agli interessi israeliani. Con una differenza: mentre un tempo il potere delle lobby era carsico, oggi è strutturato, alla luce del sole, intreccia economia, diplomazia e ideologia.

In questo quadro, la scelta dell’Amministrazione Trump è l’ennesima conferma di come la politica estera americana, dalla Guerra Fredda a oggi, sia stata progressivamente subordinata a poteri transnazionali, lasciando Israele libero di perseguire politiche militari e territoriali sempre più aggressive, in violazione del diritto internazionale e umanitario, senza timore di restrizioni o conseguenze.

Violazioni del Diritto internazionale e paralisi dell’ONU

La scelta di collocare la sede delle Nazioni Unite a New York conferisce agli Stati Uniti un vantaggio politico strategico non trascurabile, usato per esercitare pressione sui leader stranieri. I casi di Yasser Arafat nel 1988 e Mahmoud Abbas oggi lo dimostrano: strumenti amministrativi diventano armi politiche.

Secondo il Diritto internazionale, le delegazioni devono godere di libertà di movimento e di accesso alle sedi internazionali, come stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1961. L’uso dei visti come strumento coercitivo viola, dunque, il principio di libertà diplomatica, con impatti diretti sulla legittimazione politica e sul diritto dei popoli a essere rappresentati.

Un ulteriore elemento è la paralisi dell’ONU che avrebbe gli strumenti per agire e non vi fa ricorso. Uno di questi è la Risoluzione 377 A, nota come la Uniting for Peace Resolution, adottata nel 1950 durante la guerra di Corea per consentire all’Assemblea Generale di aggirare i veti del Consiglio di Sicurezza in caso di minaccia alla pace.

In teoria, questo strumento avrebbe potuto garantire l’adozione di risoluzioni urgenti come le reiterate richieste di cessate il fuoco e, oggi, permettere la partecipazione palestinese. In pratica, non è mai stato usato in 23 mesi, nemmeno evocato: una “dimenticanza volontaria” che rivela la subordinazione dell’ONU agli equilibri di potere.

Europa, ONU e il nuovo ordine. L’Europa balbetta e l’Onu è paralizzato

La storia si ripete, con poche differenze. Arafat e Abu Mazen: due leader, due epoche, due facce della stessa medaglia. L’obiettivo è sempre lo stesso: ostacolare il riconoscimento dello Stato palestinese. E in entrambi i casi, la libertà diplomatica viene piegata agli interessi strategici di pochi.

Image by hosny salah from Pixabay

Così, mentre l’Europa balbetta, rendendosi sempre più complice del genocidio in corso, incapace di varare un solo provvedimento contro Israele – continuando invece a emanare sempre più grotteschi pacchetti di sanzioni contro la Russia -, lo Stato ebraico, con l’appoggio degli USA, il “mulo stupido di Israele”, come li definiva l’ex consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski [4], procede nel suo progetto di annientamento dal nome biblico.

E ieri, come già accaduto a maggio 2025, in occasione del ‘Giorno di Gerusalemme’, il governo di Netanyahu è tornato a minacciare l’Europa e gli Stati che si preparano a riconoscere la Palestina “Non riconoscete la Palestina, o annetteremo la Cisgiordania”.

La lezione è chiara e amara: la storia non è più maestra. E del Diritto non resta altro che la legge del più forte. I poteri transnazionali decidono chi vive e chi muore, chi parla e chi tace.

I governi, Europa in testa, recitano da esecutori. L’ONU, paralizzato ed esausto, non riesce più a garantire diritti e pace a nessuno. In mezzo a questo deserto, fra strumenti legali ignorati, diritti internazionali e umanitari calpestati e veti reiterati, il prezzo più alto lo paga il popolo palestinese, oggi sull’orlo di una nuova “soluzione finale”.

Mezzo milione di loro, donne, bambini e anziani, secondo l’ONU sono destinati a morire di fame entro la fine dell’anno, intrappolati nel più brutale e inumano degli assedi, imposto da un governo suprematista, e attuato senza pietà dal suo esercito.

Note

1 – George P. Shultz (1920–2021), nato a New York in famiglia ebreo-tedesca immigrata negli Stati Uniti, ha costruito la sua reputazione grazie a una grande competenza in economia e politica estera lo portò ad essere nominato Segretario di Stato sotto Ronald Reagan (1982–1989), ruolo in cui ebbe un peso enorme nella Guerra Fredda e nelle relazioni internazionali.

Shultz guidò la diplomazia statunitense nel periodo più teso della Guerra Fredda, negoziando accordi chiave con l’URSS (START I) e gestendo crisi internazionali in Medio Oriente e Asia. Fu lui a supervisionare molte delle decisioni sul Medio Oriente, tra cui le politiche americane verso l’OLP e la Palestina. Conosciuto per il suo pragmatismo, abilità negoziale e approccio analitico, grazie alla sua formazione economica e il background accademico, fu in grado di combinare strategie finanziarie e politiche nei dossier internazionali, incluso il Medio Oriente.

2 – Henry Kissinger, come Shultz di origini ebraico-tedesche, fu consigliere per la sicurezza nazionale (1969–1975) e Segretario di Stato (1973–1977) sotto Nixon e Ford. Rappresentava il vero “architetto” della politica estera americana, una sorta di “Mazzarino moderno”, capace di tessere alleanze e manipolare equilibri internazionali dietro le quinte.

Quando Shultz divenne Segretario di Stato sotto Reagan (1982–1989), arrivò dunque in un ambiente diplomatico plasmato dalle precedenti strategie di Kissinger: equilibrio tra pragmatismo economico, Guerra Fredda e gestione dei dossier complessi del Medio Oriente.

3 – https://it.euronews.com/2025/08/29/gli-usa-revocano-i-visti-alle-autorita-palestinesi-in-vista-dellassemblea-generale-onu

4 – Zbigniew Brzezinski, ex consigliere della sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, nel corso si una intervista del 2012 disse “Gli Usa sono diventati il mulo stupido di Israele”, https://arabamericannews.com/2012/12/01/Brzezinski-US-won%E2%80%99t-follow-Israel-like-a-stupid-mule/

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

La morte dell’umanità

La morte del Che

1967, Quebrada del Yuro

«La raffica di mitra gli spezza le gambe.
Continua a combattere seduto, finché gli fanno saltare il fucile dalle mani.
I soldati si contendono a spintoni l’orologio, la borraccia, la cintura, la pipa.
Diversi ufficiali lo interrogano uno dopo l’altro.
Il Che tace e perde sangue.
Il contrammiraglio Ugarteche, audace lupo di terra, capo di Stato Maggiore della Marina di un paese senza mare, lo insulta e lo minaccia. Il Che gli sputa in faccia.
Da La Paz, arriva l’ordine di far fuori il prigioniero. Una raffica lo crivella. Il Che muore così, colpito a tradimento, poco prima di compiere quarant’anni, esattamente nella stessa età in cui morirono, anch’essi colpiti a tradimento, Zapata e Sandino.
Nel villaggio di Higueras, il generale Barrientos mostra il suo trofeo ai giornalisti. Il Che giace sulle pietre di un lavatoio.
Dopo le pallottole lo crivellano i flash.
La sua ultima faccia ha gli occhi accusatori e un sorriso malinconico.»

Eduardo Galeano, Memoria del Fuoco,
Romanzo in 3 volumi, prima edizione, Spagna, 1982-1986.
In Italia, Le origini (primo volume), Rizzoli, 2008

La morte dell’umanità

2025, Palestina

Se si potessero dedicare tre minuti di immagine fissa sul primo piano del viso ogni palestinese, civile o combattente, vigliaccamente ucciso-uccisa a tradimento dal 7 ottobre 2023 ad oggi, il film durerebbe centottantamila minuti.

 

In copertina: foto tratta dal film “La hora de los hornos” di Fernando “Pino” Solanas e Octavio Getino. Il primo piano del viso di Che Guevara, morto, sovrasta lo spettatore, immobile, per tre minuti. La cinepresa non si muove. L’immagine è eterna.

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore, oppure visita la sua rubrica Controcorrente

FRECCE TRICOLORI: FRAGORE E SPETTACOLO NEI CIELI DI RIVOLTO

65° stagione della Pattuglia Acrobatica Nazionale:
le Frecce Tricolori danno spettacolo nei cieli di Rivolto (UD)

Si è svolto in data 6 e 7 settembre 2025, presso l’aeroporto militare di Rivolto (UD) l’evento celebrativo per la 65° stagione della Pattuglia Acrobatica Nazionale. (PAN)

In queste occasioni congiuntamente al 313° gruppo di addestramento acrobatico Aeronautica Militare Nazionale, meglio noto come Frecce Tricolori, sono coinvolti anche gruppi acrobatici di altre nazionalità; uno spettacolo unico che unisce, tecnica, capacità, competenza e tanta dedizione. Una dimostrazione per rendere partecipi i cittadini, appassionati, fotografi  e curiosi, dei livelli raggiunti in ore e ore di addestramento con aerei ed elicotteri.

Il 313° Gruppo permanente di addestramento dell’Aeronautica Militare, nasce il 1° marzo del 1961 a Rivolto. Si tratta di un reparto composto da circa 100 militari, il cui obiettivo è quello di rappresentare i livelli raggiunti e le capacità della Aereonautica, attraverso esibizioni acrobatiche nei cieli come simbolo riconosciuto in tutto il mondo della Repubblica Italiana.

Un po’ di storia

Tutto inizia nel 1952 con il 4° Stormo che da vita alla pattuglia “Cavallino Rampante”, composta da quattro DH.100 Vampire, primi velivoli a getto in servizio con l’Aeronautica Militare.

In seguito venne denominata pattuglia acrobatica “titolare” alla 5ª Aerobrigata, dotata di nuovi F-84G Thunderjet.

Nel 1953 si forma una una nuova pattuglia acrobatica, denominata inizialmente “Guizzo” e poi, due anni dopo, ribattezzata “Getti Tonanti”. Sopra gli F-84G vola anche la 51ª Aerobrigata che, insieme alla pattuglia acrobatica “Tigri Bianche”, rappresenterà l’Aeronautica Militare negli anni 1955-1956.

Nel 1957 ritorna la formazione “Cavallino Rampante”, della 4ª Aerobrigata, composta da quattro F-86E Sabre MK4 che, tra i velivoli impiegati dalle nostre pattuglie, sono i primi dotati di impianto fumogeno regolabile.

Negli anni a venire si susseguirono, diverse Aerobrigate e velivoli, con il compito di costituire la pattuglia acrobatica titolare e di riserva. Aerobrigate, come, Getti Tonanti, Diavoli rossi o Lanceri Neri, fino ad arrivare al 1961 con la nascita della PAN (Pattuglia Acrobatica Nazionale).

La prima uscita ufficiale fu il 1° maggio presso l’aeroporto di Trento; il 1° luglio dello stesso anno il reparto divenne ufficialmente il 313° Gruppo Addestramento Acrobatico.

Li vediamo oggi volare sopra gli Aermacchi MB-339, in formazione 9+1, eseguendo di continuo nuove manovre, figure emozionanti e spettacolari, da lasciarci stupefatti col naso all’insù e “wow” a non finire.

Ringrazio il Nucleo di Bondeno, Associazione Arma Areonautica, per l’invito a questo evento.

Testo e Servizio fotografico sono di Valerio Pazzi.

Tutti i dati tecnici: https://www.aeronautica.difesa.it/home/noi-siamo-l-am/personale-e-mezzi/pattuglia-acrobatica-.

Per vedere tutti i reportage fotografici  di Valerio Pazzi clicca sul nome dell’autore 

Per certi Versi / Sarà come bere

Sarà come bere

Saprò guarirti

e tornerai da me

perché da sola non sai stare

 

saprò guarirti

piccola anima

che rischi così tanto

 

e sarà semplice

stare insieme

sarà come avere sete e bere

 

In copertina: Foto da Humanitas gavazzeni.it

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

I disertori dello smart-working

I DISERTORI DELLO SMART-WORKING

di Mara D’Ercole*
Da Jacobin italia del 2 Settembre 2025

Qual è il motivo reale che spinge le aziende a smantellare progressivamente il lavoro da remoto?

A partire dal marzo dello scorso anno le grandi aziende italiane hanno iniziato a ridurre, in modo graduale ma inesorabile, la possibilità di lavorare in smart-working, e la tendenza sembra quella di continuare a ridurre.
Lavoratrici e lavoratori proprio non l’hanno presa bene, e hanno scioperato contro la riduzione del lavoro agile in Capgemini, Dhl, Unipol, Panini, Eni, TinextaCyber, Fibercop  e Tim, e l’elenco non pretende di essere esaustivo.

A un primo sguardo non si capisce perché le imprese insistano sul lavoro in presenza, tutto lascerebbe pensare che il lavoro da casa porti benefici a più livelli. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, ad esempio, continua a enumerare i vantaggi dello smart-working per le aziende, per i lavoratori e per l’ambiente.

Vantaggi per tutti

Secondo il Rapporto 2024 dell’Osservatorio, con due giorni di lavoro da remoto a settimana la produttività di ciascun lavoratore aumenta dal 15 al 20% l’anno, e il costo della postazione di lavoro si abbassa di 200 euro; se, in aggiunta, si decide di ridurre gli spazi della sede aziendale, l’abbattimento dei costi può toccare i 2.500 euro l’anno per ciascun lavoratore impiegato con questa modalità.

Oltre ai vantaggi per l’azienda ci sono i vantaggi per i dipendenti. Nello stesso Rapporto si sostiene che con due giorni di smart-working a settimana ciascun lavoratore risparmia, per i mancati spostamenti, una media di circa 80 ore l’anno, che gli permettono di bilanciare meglio vita privata e vita lavorativa e di migliorare notevolmente il proprio livello di benessere. Ovviamente il risparmio tocca anche il portafoglio: il gruzzolo medio stimato è di circa 900 euro l’anno per persona, non irrilevante in un paese in cui i salari non solo non aumentano ma, com’è noto, si riducono da 30 anni a questa parte.

A tutto questo si sommerebbero i benefici per l’ambiente: i mancati spostamenti e il ridimensionamento delle sedi si tradurrebbero in una riduzione di 460 kg di emissioni di CO2 per ciascun lavoratore in smart-working per due volte a settimana, numeri che, moltiplicati su scala nazionale, rappresenterebbero un beneficio ambientale notevole.

La rivoluzione del lavoro al tempo del Covid

Vantaggi importanti, dunque, che alimentano le proteste di chi in sede tutti i giorni proprio non ci vuole tornare. Ma la situazione di oggi si spiega solo tenendo conto del fatto che a questo punto ci siamo arrivati attraverso la pandemia di Covid 19, non possiamo sapere quanto lo smart-working si sarebbe diffuso se le cose fossero andate diversamente.
Nel 2020, in piena pandemia, lo smart-working, che era stato introdotto dal Jobs Act e poi disciplinato dalla legge n.81 del 2017, è entrato di prepotenza nella vita dei lavoratori in lockdown quando il governo ha decretato l’accesso al lavoro agile senza necessità della stipula di un accordo individuale tra azienda e lavoratore nel settore privato, e l’attivazione dello smart-working come forma di lavoro ordinario nella Pubblica Amministrazione. Senza alcuna complicata trattativa con capi o gestori del personale per valutare se il lavoro potesse essere svolto da remoto oppure no, computer e cellulari aziendali sono arrivati ai lavoratori alla velocità della luce, nelle case grandi e in quelle piccine, e nessun top manager ha rilevato problemi o ha avuto qualcosa da ridire sull’engagement degli impiegati.

Finita la pandemia

Ma quando la pandemia è stata contenuta e poi sconfitta, mentre in Italia la disciplina smart-working creata durante il Covid veniva prorogata, iniziavano i mal di pancia dei sacerdoti della scienza manageriale.
A maggio 2022  Elon Musk,  che ancora non era entrato ufficialmente in politica, scriveva agli impiegati di Tesla una mail imperiosa comunicando loro che «chi non vuole stare in ufficio almeno 40 ore a settimana dovrebbe andare a lavorare altrove». In un’intervista del 2023 alla Cnbc, poi, spiegava la sua contrarietà al lavoro da remoto affermando «non è giusto che chi lavora in ufficio stia a casa comodo mentre altri – operai, corrieri, cuochi – devono essere presenti fisicamente. È una questione morale»,  dichiarava un inedito Elon Musk contro i privilegi di classe.

Qualche pericolo

Tattleware, i tool per il monitoraggio dei dipendenti in smart working – fonte: cybersecurity360.it

Del resto il fatto che non tutti possano lavorare da remoto è incontestabile, solo il 30% dei lavoratori può farlo, diceva in un’intervista al il Manifesto nel 2020 Antonio Casilli, e nella stessa intervista esprimeva preoccupazione per le conseguenze della remotizzazione del lavoro: «Il lavoro da remoto potrebbe essere imposto e non scelto. In alcuni casi potrebbe essere il preludio al licenziamento, al part time involontario o al taglio del costo del lavoro».

Oltre ai dubbi espressi da Casilli e legati alla stabilità del posto di lavoro, esiste il tema complesso e inquietante della sorveglianza dei lavoratori attraverso i loro stessi strumenti di lavoro, l’allarmante possibilità di intrufolarsi nella vita dei dipendenti attraverso le videocamere, o per misurare ogni clic, ogni movimento del mouse, ogni pausa, ogni singola attività svolta o non svolta, superando la legge e la fantasia e trasformandosi in bossware.

Perchè le aziende riducono l’uso del smart-working? 

Ma se è vero che la produttività da remoto non si abbassa e anzi aumenta, se è vero che i controlli sono anche pervasivi, qual è il motivo reale che spinge le aziende a smantellare progressivamente lo smart-working e quale quello che spinge i lavoratori a protestare?
Il panopticon digitale non è sufficiente? Il capitalismo di oggi, anche quello digitale, non può fare a meno dell’open-space?

Cosa c’è di tanto essenziale al funzionamento dell’azienda dentro i nostri uffici?

Intanto i sistemi di monitoraggio dei dipendenti anche in presenza sono un vero e proprio bersaglio in movimento per la legislazione a protezione dei lavoratori. Pur nella vigenza di tutele dettate sia dalla legislazione europea che da quella italiana sulla videosorveglianza, la Internet of Things e i nuovi sistemi di monitoraggio sviluppati durante il Covid, combinati con l’intelligenza artificiale, permetterebbero tecniche di sorveglianza con cui la legislazione farebbe fatica a stare al passo.  

Tuttavia ciò che deteriora il rapporto tra azienda e smart-working è il bisogno di controllo dei corpi, cui evidentemente la tecnologia non può supplire.

Lopen space, che durante la pandemia si è trasformato in un luogo ancora più duro da vivere, dove la sorveglianza e la valutazione non passano solo attraverso badge e tornelli, codice di abbigliamento, inserimento nella gerarchia sociale aziendale, durata delle pause, prossemica nei corridoi e negli ascensori, ma attraverso un potente sistema di assoggettamento che solo il lavoro in presenza permette.

Nell’open-space nessuno, tranne il manager, ha una parete dietro cui celarsi anche per poco, nessuno ha la propria scrivania, nessuno può personalizzarla con un qualsiasi oggetto, le riunioni in presenza sono rare, le si fa perlopiù online per parlare in cuffia semmai anche con il collega di fianco, convocato anch’egli nella stessa riunione, e tutto accade senza mai potersi sottrarre allo sguardo di tutti; i  corpi sono produttivi ma anche, e soprattutto, assoggettati.
Nel lavoro da remoto questa dinamica si incrina, si apre una pericolosa piccola fenditura di libertà, di distanza psichica dal sistema azienda anche durante il tempo a essa dedicato. Il rischio da scongiurare è quindi che i «corpi docili», per citare Michel Foucault, si sentano distanti dallo sguardo del manager, e che l’enorme fatica impiegata a rappresentare come realtà psichica immersiva i modelli di management che regolano la rat race della vita in azienda assumano un’importanza relativa insopportabile per il sistema di comando dell’azienda.

L’aggrapparsi dei lavoratori al lavoro da remoto, il rifiuto di tornare in ufficio, appare una forma, seppur blanda, di diserzione dei dispositivi sistemici di comando dell’azienda, e l’organizzazione di scioperi e proteste come forma iniziale di politicizzazione di questo nuovo spazio. 

*Mara D’Ercole
 attivista, ha lavorato a tempo pieno in Cgil. Rientrata sul posto di lavoro ha continuato a scrivere di questioni lavorative su Sinistra sindacale.

Cover: smart-working – immagine di agendadigitale.eu 

Federica Nin: “La Zona Grigia” e sporca della sperimentazione animale

“La Zona Grigia”, la macchina industriale della sperimentazione animale

“La zona grigia non è un’anomalia: è il prodotto normale di un sistema disumano”
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

“Un sistema non si difende perché è giusto, ma perché esiste”
Michel Foucault

Ho sempre avuto certezze abbastanza ferme su cosa fosse la vivisezione e la sperimentazione animale. Fin da piccolo, ascoltando le parole della grande astrofisica Margherita Hack, non ho mai avuto dubbi su questa pratica che, oltre ad essere disumana (pur essendo commessa da umani su animali non-umani), è violenta, antropocentrica (si usano animali, quindi terzi, per finalità esclusivamente umane) e dunque assurda.
I miei pochissimi dubbi sono stati colmati quando ad esprimersi contro questa pratica furono personalità della scienza medica che non ho mai troppo considerato esempi da seguire, come l’oncologo e fondatore dell’Istituto Europeo di Oncologia Umberto Veronesi. Nonostante moltissime sue posizioni controverse, Veronesi era vegetariano, grande sostenitore dei diritti animali e avversario degli allevamenti intensivi e della sperimentazione animale. Nel libro Una carezza per guarire Umberto Veronesi dedica un denso capitolo, l’ultimo, al tema della sperimentazione animale, auspicando, come il filosofo australiano Peter Singer, l’evolversi di un atteggiamento etico antispecista.
Pensando che negli ultimi anni sono stati messi a punto via via diversi metodi sostitutivi di ricerca animal-free e human-based, risultava per lui ingiustificata la ancora ampia utilizzazione di cavie da laboratorio, specialmente per esperimenti che darebbero scarso contributo al progresso scientifico. Partendo da ciò Veronesi richiamava all’urgenza di una legislazione in merito alla sperimentazione animale, al fine di limitare sempre più al minimo, grazie all’utilizzo di tecniche alternative, l’uso di animali da laboratorio e affinché gli animali di grossa taglia come primati, cani e gatti siano esclusi del tutto da queste pratiche sperimentali.

Le interviste che feci per Pressenza alla biologa Susanna Penco sulla vergogna della vivisezione e della sperimentazione animale, giustificata spesso mediaticamente con la ipocrita e pietistica spettacolarizzazione del dolore umano, mi hanno aiutato a prendere ancor più consapevolezza del grande business che circonda la sperimentazione animale, oltre a chiarificare una volta per tutte che ad oggi rimane una pratica scientifica non convalidata, con grande margine di errore e molto controversa proprio a causa dell’utilizzo di animali molto diversi dall’essere umano.

Però forse più di tutti, ad aiutarmi a fare il punto della situazione su questo grande tema – dal punto di vista filosofico, etico, bioetico ed epistemologico – è stato il recente libro della filosofa e psicologa Federica Nin dal titolo “La zona grigia. Illuminare l’invisibile, riscrivere la responsabilità”, Edizioni Oltre.

La zona grigia

Federica Nin, studia da anni il rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale e questo libro è molto di più di una presa di consapevolezza su questa pratica: è un’inchiesta dettagliata su un sistema tecno-scientifico ed economico che normalizza la violenza in nome del sapere, cercando di portare alla luce la “zona grigia” della sperimentazione animale, facendola finalmente uscire dalla cortina delle false informazioni, dei cliché istituzionalizzati della ricerca biomedica, delle false convinzioni, dei silenzi, dei tabù e della “ignoranza epistemologica” – come la definì il bioeticista Franco Mantidi medici, ricercatori e scienziati su questo tema, per svelarne l’orrore, l’inutilità e la nocività, anche per gli umani.

Nelle prime due parti del libro, Nin affronta con chiarezza le tante ipocrisie giuridiche, scientifiche e etiche che consentono ancor oggi il perdurare dell’utilizzo degli animali in laboratorio, a partire dalle famose “3R”: introdotte nel 1959 da Russel e Burch: Replacement (sostituzione), Reduction (riduzione), Refiniment (raffinamento). Esse si presentavano all’inizio come una proposta evolutiva, ma, nel tempo, sono invece divenuti “pilastri di stabilizzazione”, “strumenti retorici” utilizzati per difendere lo status quo.

Oggi sappiamo che questa è la base istituzionale della sperimentazione animale, oltre ad un modo per gli umani di partecipare a pratiche violente senza sentirsi responsabili, rincorrendo falsi miti: giustificazione morale (“per il bene dell’umanità”), il linguaggio eufemistico (“modello animale”), lo spostamento dell’agente morale (“seguivo il protocollo”) e la reificazione della vittima.

Nella sperimentazione animale – scrive Federica Nin – “il dolore si dissolve nella burocrazia scientifica e nelle formule normative: è la violenza che si traveste da cura, è il vivente che scompare sotto il lessico della protezione”.

L’industria della sperimentazione animale nasconde “una violenza ordinaria, legalizzata, razionalizzata  ed istituzionale in nome della “necessità scientifica” attraverso la retorica sacrificale: la pratica sperimentale diventa un rito simbolico in cui ogni animale è il capro espiatorio, mentre la sua sofferenza diventa promessa di salvezza per l’umanità.
È la stessa retorica sacrificale alla base del carnismo e alla giustificazione dell’ecatombe di animali tra caccia, macelli e allevamenti intensivi.

Cambiare paradigma

“Cambiare paradigma – scrive Nin – significherebbe disinvestire, dismettere, riconvertire” , ovvero porre fine all’economia nociva che sta dietro la sperimentazione animale: i centri di stabulazione, allevamenti intensivi di animali geneticamente modificati, i centri di forniture di gabbie e le aziende produttrici di anestetici, reagenti, calmanti etc. C’è un intero comparto produttivo che trae profitto dall’uso di animali nella ricerca e nella sperimentazione scientifica per un fatturato annuo di 7 miliardi di dollari.

La ciliegina sulla torta è sicuramente il mondo accademico basato che – essendo basato sul principio “publish or perish” – premia la quantità di pubblicazioni più che la qualità della ricerca. In molti settori biomedici, i protocolli standardizzati basati su modelli animali sono ancora la via più rapida per produrre dati pubblicabili. Un problema strutturale in quanto gli stessi indicatori di eccellenza scientifica premiano l’adesione al paradigma, non la sua messa in discussione.

Si tratta di un’economia che trae profitto garantendo la continuità del sistema.

Nelle due ultime parti del libro, Nin offre gli strumenti cognitivi, culturali, scientifici e etici per “disinnescare la zona grigia”: a partire dalla nostra responsabilità interspecifica, che dovrebbe farci aggiungere una quarta R alla formula delle 3R, quale “responsabilità”, passando per un cambio di sguardo e di prospettiva, per arrivare ad affermare con chiarezza e certezza che oggi è non solo possibile, ma doverosa, una sperimentazione non basata sugli animali.

I metodi human-based non solo esistono, ma stanno producendo risultati – chi più chi meno – più accurati, affidabili e rilevanti per l’essere umano. Scrive Nin: “Resta da compiere l’ultimo gesto: pensare l’impensabile: pensare che si possa fare ricerca senza sacrificare, in modo coatto, corpi non consenzienti. Pensare che la scienza possa fiorire senza vittime. Pensare che la cura possa nascere dal rispetto, non dal dominio. Pensare che l’essere umano non sia il centro, ma un nodo tra i molti. Pensare che un’altra scienza sia non solo possibile, ma urgente”.

“Questi metodi si basano su un principio semplice: studiare l’essere umano nel rispetto della sua complessità, non cercando il suo riflesso semplificato in altre specie. I vantaggi sono molteplici: maggiore predittività clinica, risultati riproducibili e trasparenti, rispetto del vivente come valore strutturale della ricerca”

Il libro di Federica Nin è una lettura utile e necessaria per essere più consapevoli, oltre ad essere uno strumento indispensabile per chi già sente l’angoscia morale della sperimentazione animale, ma teme che non vi siano alternative: le alternative valide e efficaci già esistono; i ricercatori obiettori di coscienza sulla sperimentazione animale già esistono, sebbene continuino ad essere marginalizzati , sottovalutati e sottofinanziati. Secondo Nin, l’antidoto è diffondere una cultura diversa, contro le lobbies di potere economico-finanziario, contro l’autoreferenzialità accademica e contro le pigrizie mentali di sistema.

Cover: immagine da Quattrozampe.online

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Lettera a un fanatico

Lettera a un fanatico

Caro fanatico,

io e te apparteniamo alla stessa specie: la specie umana. (vedi qui)

Io non credo nel paradiso, tu sì. Io non credo esista un inferno sotto di me, tu sì. Io non credo in una nazione per cui uccidere e morire, tu sì. Se la nazione in cui vivo dovesse diventare un’altra nazione, diventerò un cittadino della nuova nazione, oppure emigrerò se non mi sta bene. Se la nuova nazione si insediasse con la violenza farei resistenza, per difendere la mia umanità, la mia famiglia, i miei amici contro la prepotenza e il sopruso. Ma se dovrò ammazzare innocenti che non conosco per la gloria di qualche guerrafondaio, piuttosto diserterò. Non credo in nessuna religione, anche se le rispetto tutte. Tu invece credi in una religione e non ne rispetti nessun altra.

 

Caro fanatico,

Tu credi nel paradiso, nell’inferno, nella nazione e nella religione. Credi che andrai in paradiso facendo la volontà del tuo Dio, o finirai all’inferno non facendola. Credi di essere chiamato dal tuo Dio ad abitare la terra che lui ti ha promesso migliaia di anni fa, e quel Dio ti avrebbe detto che è giusto uccidere tutti quelli che si oppongono a questa promessa. Sei disposto a uccidere i tuoi simili sulla base delle cose riportate in libri che sono la collazione scritta in chissà quanti anni di una tradizione orale di chissà quanti secoli. Libri che contengono “profezie” e “rivelazioni” pronunciate migliaia di anni fa, quando ancora la scrittura alfabetica non esisteva.  

Un paradiso lo puoi solo immaginare ricorrendo alle più belle sensazioni provate nella tua vita terrena. Tanti artisti lo hanno immaginato. Tuttavia non sai com’è e non puoi saperlo, perché quando arriva sei morto: e se non lo sei, non sei comunque in grado di tornare indietro per raccontare com’è.

Un inferno lo puoi immaginare ricorrendo alle peggiori sofferenze che puoi provare in terra. Tanti artisti lo hanno immaginato, ma non puoi sapere veramente com’è, perché quando arriva sei morto: e se non lo sei, non sei comunque in grado di tornare indietro per raccontare com’è.

Una nazione però è una cosa vera, reale, concreta, non immaginaria. Ma i confini di una nazione non sono mai gli stessi per l’eternità. C’è sempre qualcuno che con la forza conquista la terra in cui vive un altro, e quella diventa parte della sua nazione, ma prima non lo era. Poi c’è qualcuno che invece di andarsene da un’ altra parte resta e difende la sua terra, perchè non può o non vuole lasciarla. Se vince, resta dentro la sua vecchia nazione. Se perde e non viene ucciso o deportato, diventa cittadino della nuova. I confini di una nazione vengono tracciati su una cartina geografica a seguito di una guerra e di un successivo accordo, che sigilla i rapporti di forza derivati dall’esito di quella guerra. Anche se le cause e gli effetti sono tragicamente concreti, non c’è nulla di più astratto dei confini e delle nazioni, e non c’è nulla di più mutevole della nazionalità. Se rimani della stessa nazionalità per tutta la vita, o resti nella stessa nazione tutta la vita, può dipendere dal fatto che la tua vita è stata più breve dell’intervallo tra una guerra e l’altra.

Sulla religione poi, te lo dico con il massimo rispetto per la tua, l’immaginazione la fa completamente da padrona. Se tu leggi le sacre scritture di ogni religione come fossero una grande fiaba, ti rendi conto che non c’è racconto più fantasioso, immaginifico e aperto alle interpretazioni: talmente aperto che su cento persone che lo leggono, sentirai almeno cinquanta opinioni diverse su quella che è la cosiddetta “volontà di Dio” espressa in quelle scritture. Se le leggi come una grande favola, ti godrai il viaggio. Se le leggi come una rivelazione, crederai ad alcune delle cose che sono state raccontate, anche se sembrano incredibili. Se le leggi come una chiamata, ti convincerai che devi personalmente eseguire la volontà del tuo Dio, anche se questo significa opprimere, perseguitare, uccidere altri esseri umani. Ma se le leggi come una chiamata, hai l’arroganza di aver capito qual è la volontà di Dio, e pretendi che lui abbia pensato proprio a te come suo soldato. Se il tuo Dio vuole che vivi nella terra che lui ti ha promesso, farai di tutto per far coincidere la sua profezia con la tua realtà. Questa in assoluto è la saldatura più pericolosa alla quale puoi credere: quella tra religione e nazione, quella tra cielo e terra. Quando una nazione viene benedetta da un dio, il modo per creare quella nazione è una guerra santa. Ma la fai tu, non Dio. Le persone le ammazzi tu, non Dio.

 

Caro fanatico,

tu credi esistano cose di cui non hai la prova empirica: è l’immaginazione di altri ad averle create. Prova ad immaginare che queste cose non esistano, se non nella fantasia di chi le ha magicamente tramandate. Potrebbe non esistere un aldilà oltre la vita terrena. Se non esistesse, le sensazioni e le azioni di ogni giorno varrebbero per la gratificazione, il dolore o il piacere che ti danno in quel momento, e non per lo scopo o per le conseguenze che le tue azioni possono avere nel tuo futuro ultraterreno, un futuro che potrebbe non esistere. Pensa se non ti dovessi preoccupare del fatto che le tue azioni possano regalarti l’estasi del paradiso o condannarti alle fiamme dell’inferno. Non preoccuparsi per qualcosa che ancora non c’è, e potrebbe non esserci mai, aiuta a occuparsi di quello che c’è adesso: te stesso e le altre persone, ad esempio. Pensa a quanto vivresti più leggero, se non avessi l’ossessione di conquistare una terra che qualcuno nella notte dei tempi dichiara di avere scelto per te. Pensa se potessi decidere di vivere semplicemente dove sei nato, oppure in un luogo del cuore, di cui ami la gente, la cultura, il cibo, il clima, la lingua, i costumi.

Qualcuno si è impadronito della storia narrata e tramandata oralmente del passato dei popoli, un passato catalogato come mitologico per quanto è lontano nel tempo, e ne ha fatto una lunghissima, articolata, spesso incongruente, ma affascinante storia messianica collettiva alla quale tu credi, e non per ragioni scientifiche o perché esiste qualche prova sensibile che quella storia sia vera, ma perché chi se ne è fatto depositario e interprete per la tua gente vi ha riposto fede e ti ha indottrinato, fin da quando eri bambino, sul fatto che anche tu dovevi fidarti di quella storia.

Di quale storia? Dipende, caro fanatico: se sei nato a Tel Aviv, sarà una storia. Se sei nato a Teheran, sarà un’altra storia, e così se sei nato a Marrakech, o a Berlino, o a san Pietroburgo, o in un sobborgo di Guangzou, o a Ballygunge. Sei un cattolico, un musulmano, un indù, un ortodosso, un protestante o un rabbinico a seconda di dove sei nato. Immagina se tutto questo non fosse altro che una seducente, straordinaria favola collettiva in cui le cose e le persone e i profeti e gli apostoli e i miracoli sono chiamati con nomi diversi ma sono tutti parte della stessa saga dei millenni: la potresti leggere come leggi un romanzo storico che parla della città antica di Babilonia, o di una rivolta dei minatori delle Asturie per ottenere condizioni di lavoro più dignitose, o della vicenda plurisecolare di una famiglia di fabbricanti di tappeti di Hamadan, o di un bambino che vive in una stamberga nella periferia di Manchester agli albori della rivoluzione industriale. Puoi leggere tutte queste storie per il tuo piacere e per il tuo dolore, senza che nessuna di queste debba contenere un precetto per la tua vita e un comando di morte per la vita di altri.

Immagina quanto sarebbe bello godere del piacere puro della favola e anche della sua ferocia, a là Mille e una notte, senza doversi inchinare tutti a pregare un Dio nella stessa direzione ad una certa ora fissa della sera, senza dover digiunare dall’alba al tramonto e poi mangiare e bere come disperati dal tramonto all’alba, senza dover raccontare i fatti tuoi a un sacerdote che ti perdona per i peccati che non hai commesso. Senza dover conquistare una terra promessa. Promessa da chi, e soprattutto a chi? Se sei polacco, o ucraino, o bielorusso, nessuno ti obbliga a cambiarti il cognome per fingere di essere il prescelto di una storia che non è più tua di quanto non sia mia. Nessuno ti obbliga a spostarti e insediarti con la forza in casa d’altri, e cacciarli dalla loro casa. Nessuno. Non nasconderti dietro Dio. E’ solo tua la scelta. E’ solo tua la colpa.

 

Caro fanatico di ogni fede, religione, ideologia.

Immagina quanto saresti libero se la tua mente fosse libera da infestazioni sovraumane, soprannaturali. La natura stessa è il miracolo, e tu in nome di un presunto comando soprannaturale la distruggi. Distruggi gli ulivi che insistono su quella terra da prima di Abramo. Immagina quanto sarebbe bello se non credessi all’inferno, perché ti impedirebbe di crearlo in terra per i bambini, che potrebbero essere i tuoi figli; i tuoi figli che forse un giorno vivranno un inferno in terra, per colpa di quelli come te. Immagina quanto saresti umano, e quanto invece sei disumano. 

 

 

Ortigia Film Festival 2025. Presentata a Venezia la 17ª edizione

“Cinema ed Eros” il tema 2025. Tutti a Siracusa dal 20 al 27 settembre

È stata presentata, all’Italian Pavilion della 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la 17ª edizione di Ortigia Film Festival in programma a Siracusa dal 20 al 27 settembre 2025.

Hanno dato avvio all’incontro all’Italian Pavilion le direttrici del festival, Lisa Romano e Paola Poli, quest’ultima intervenuta in collegamento. Insieme a loro Laura Delli Colli e Teresa De Santis.

Ad aprire l’appuntamento veneziano è stata proprio Lisa Romano, che ha rivolto un ringraziamento speciale al Comune di Siracusa e al Sindaco Francesco Italia per il costante sostegno e apprezzamento verso il Festival, insieme a tutte le istituzioni che lo supportano: il MiC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, l’Assessorato regionale del turismo dello sport e dello spettacolo – Regione Sicilia, la Sicilia Film Commission e la Camera di Commercio del Sud Est.

Un sentito ringraziamento è stato rivolto anche al Comitato Scientifico e Culturale del Festival, composto da Gianni Canova, Laura Delli Colli, Steve Della Casa e Teresa De Santis.

Lisa Romano ha annunciato come film di apertura Amata di Elisa Amoruso che dalle Giornate degli Autori veneziane volerà a Ortigia: una storia di amore, libertà e maternità.

In apertura di Festival anche In Re Minore di Antonio Maria Castaldo e Gianluca Grazini alla presenza di Antonio Maria Castaldo. In ricordo delle vittime del terremoto in Abruzzo del 2009 che arriva a Siracusa dopo la presentazione veneziana al Venice production Bridge.

Romano ha ricordato infine le date dal 20 al 27 settembre e le giurie.

Per i lungometraggi (opere prime e seconde italiane): Valentina CerviIsabella Cocuzza e Corrado Fortuna. Per i documentari internazionali: Fabio Bobbio e gli studenti del CSC – sede Sicilia. Per i cortometraggi internazionali: Lucrezia Lante della RovereSimone Morandi ed Ester Pantano.

Le sezioni ufficiali dell’edizione 2025 raccontano la varietà e la ricchezza di linguaggi che caratterizzano l’Ortigia Film Festival.

Il Concorso Lungometraggi dà spazio alle nuove generazioni del cinema italiano con opere prime e seconde; il Concorso Documentari apre sguardi su realtà autentiche e spesso invisibili; mentre il Concorso Internazionale Cortometraggi porta a Siracusa nuove voci e linguaggi, in un terreno di scoperta e sperimentazione.

Accanto ai concorsi, OFF propone percorsi tematici che consolidano la sua identità: Cinema Women, omaggio al cinema al femminile e alle professioniste che lo animano; Cinema & Musica, che esplora il legame vitale tra immagini e suoni; La Voce del Mare, sezione che celebra il rapporto profondo tra il Mediterraneo, la sua cultura e le storie che vi nascono; e OFF Scuole, che ospita proiezioni di cortometraggi realizzati da alcuni dei più prestigiosi istituti dell’audiovisivo d’Europa.

Foto cortesia Storyfinders

UCRAINA e SUDTIROL :
e se il modello Alto Adige/SüdTirol fosse usato per fare pace?

UCRAINA e SUDTIROL:
e se il modello Alto Adige/SüdTirol fosse usato per fare pace?

La pace in Ucraina non arriverà così presto ma arriverà. Sei mesi fa lo scrissi, perché la “sicurezza” (doverosa per l’Ucraina, ma anche per la Russia) cela temibili ostacoli.
Se infatti attivi l’articolo 5 della Nato o una simil specie (come propone Meloni, uno per tutti, tutti per uno, anche se non sei nella Nato), devi essere sicuro che non ci sia qualche gruppo fondamentalista (in Ucraina o Russia) che non faccia un attentato terroristico di ampia portata, facendo così scattare una guerra totale tra Russia e Nato/USA. Lo teme Trump, fidandosi poco di un’Ucraina ridotta (molto più anti-russa), e della Russia, con cui Trump vuole fare affari.

Nelle guerre c’è sempre una forte componente nazionalista (di “patria”). Scrive Hanna Perekhoda, storica ucraina, in MicroMega (e da noi ripresa), la Russia vuole che in Crimea e Donbass ci siano sudditi di Putin, senza libertà, sottomessi al “progetto globale messianico” della Russia come impero.
E’ vero, ma non è quanto fa Trump con gli americani e fa talvolta la nostra UE, quando, vassalla degli USA, con un accordo sui dazi a nostro danno, delibera un riarmo senza passare dal Parlamento UE? E cosa fa Trump e le democrazie liberali per impedire a Israele di sterminare un popolo?

Lo sterminio nazista degli ebrei era noto solo ad alcuni, ma quello dei palestinesi di Gaza è di dominio pubblico.
Israele spara anche sulla Croce Rossa, neppure i nazisti lo fecero.
E, cara Perekhoda, cosa ha fatto l’Ucraina verso i russofili del Donbass dal 2014 al 2022, se non volerli assoggettare al loro Governo a suon di bombe?

Il diritto internazionale è in crisi perché violato prima di tutto da noi occidentali. Ma ci sono buone pratiche a cui ispirarsi.

L’esempio dell’ Alto Adige/SüdTirol

L’Alto Adige/SüdTirol è oggi una delle più prospere e ricche regioni d’Europa. Ci vivono in pace il 70% di lingua tedeschi, 26% di lingua italiana e 4% di lingua ladina, tutti con una tv regionale, propri costumi. Ci sono voluti però molti anni. All’inizio gran parte della maggioranza tedesca voleva un’autonomia dall’Italia o andarsene in Austria, da cui 300 attentati terroristici di vario tipo. La Politica agì allora in modo intelligente scambiando “sussidi (soldi) per pace”.

I terroristi altoatesini sono stati “sgonfiati” dai connazionali quando hanno capito che i sussidi dell’Italia sarebbero stati maggiori di quelli dell’Austria (che nulla voleva dare).

La pace fu frutto della lungimiranza Politica italiana. Ma qual è il vantaggio dell’Italia nell’aver conquistato con la guerra queste terre? Nessuno, se non il fatto di dire che Sinner è italiano (ma neppure ci paga le tasse). Sarebbe l’Austria a pagare per la tutela delle minoranze e l’Italia non avrebbe le spese aggiuntive per il SüdTirol che, se erano comprensibili 80 anni fa, sono oggi anacronistiche essendo diventata una delle regioni più ricche d’Europa col turismo. Gli italiani in ferie sarebbero benvenuti come lo sono oggi tutti coloro che profumatamente pagano in quei luoghi.

Dopo la fine della guerra in Ucraina

Dopo 3 anni di guerra e la superiorità militare della Russia quale sarebbe il senso di non fare una pace? Zelensky vuole lottare per altri 100 anni…per perdere altri territori (oggi più di ieri e meno di domani)?
Nelle aree occupate dai russi vivono 3,5 milioni e altri 2,5 si sono spostati in Russia. Molti sono anziani ed è gente che avrà bisogno di assistenza. Tutto è distrutto e ci vorranno centinaia di miliardi per ripartire: un costo enorme che grava su chi occupa quelle terre.

L’idea di sconfiggere militarmente la Russia si è dimostrata sbagliata. Si vuole dimostrare che la giustizia vince sulla prepotenza al prezzo di un altro milione di morti ucraini (e russi)? Ma può parlare di giustizia una Nato che ha fatto quasi tutte le guerre negli ultimi 80 anni?
E soprattutto non c’è una via simile al SüdTirol in Ucraina (ma anche in Palestina) se ci fosse davvero una UE autonoma che coopera (coi paesi Arabi per la Palestina) e non prende solo ordini dagli Americani? Questa si, sarebbe vera democrazia e fratellanza e l’inizio di un nuovo mondo al posto dell’assurdo riarmo e delle parole biforcute.

Fatta la pace (seppur cedendo territori e con garanzie di sicurezza), si ape la porta agli aiuti per lo sviluppo dell’Ucraina. A lungo andare, se la Russia è un’autocrazia, ci sarà l’effetto che ebbe la Germania Ovest sull’Est: il crollo dell’URSS. E se l’Europa diventa davvero autonoma e democratica, tra 30 anni anche la Russia potrebbe far parte della UE, spostando la competizione (come nel periodo USA-URSS) dalle armi allo sviluppo vero dei propri cittadini.

Ursula Von del Layen vuole invece un’Ucraina “porcospino d’acciaio”. Sa che i giovani europei non vogliono più fare la guerra e dunque devono farla gli ucraini, ma col rischio che poi il porcospino d’acciaio voglia farla, come mostra l’attentato al Nord Stream 2 da parte di un graduato dell’esercito ucraino (un sottoposto di Zelensky), mettendo tutti in pericolo (USA inclusi). L‘obiezione è che la Russia vuole attaccare altri Stati europei. Ma è credibile che una Russia in declino demografico che in tre anni di guerra ha conquistato solo il 12% dell’Ucraina, voglia fare la guerra contro 32 eserciti della Nato più l’Ucraina? E comunque, se avvenisse, sarebbe sconfitta anche senza Ucraina nella Nato.

La dimostrazione dell’inutilità delle guerre di conquista di popolazioni ostili ha avuto negli ultimi 50 anni una poderosa conferma. Le superpotenze (USA e Russia), ma anche altri, non riescono a mantenere territori che sono ostili ai conquistatori. In fondo tutte le guerre perdute dagli americani (e russi in Afghanistan) mostrano questo.
Popolazioni (seppur povere e senza forti eserciti) riescono a sconfiggere (prima o poi) superpotenze. Potrebbe succedere anche al potente Israele invadendo la Palestina e trovando il suo Vietnam. Una delle poche eccezioni è il Tibet con la Cina, ma nel complesso vale la regola dell’impossibilità o enorme difficoltà alla conquiste di popolazioni ostili.

Questa regola vale anche per la Russia. Conquisterà le aree russofone e che parlano russo limitrofe al suo territorio, ma non potrà mai conquistare per molto tempo, non dico popolazioni europee, ma neppure l’ovest dell’Ucraina.
In tal senso la scelta della piccola Svizzera di restare paese neutrale e non investire sulle armi è molto più lungimirante di quella che, disgraziatamente, sta facendo l’élite UE, peraltro, sconfessata dalla maggioranza dei suoi cittadini che non la condividono. Per questo non è stata discussa nel parlamento europeo, dimostrando che sulle scelte che contano, la “democrazia” è retorica e che questa élite europea, non solo è succube degli Stati Uniti, ma delle lobby della finanza che conducono la musica (cioè l’economia) da 30 anni.

L’unica pace possibile

Carlo Cottarelli, sempre misurato e prudente, si allinea (Corriere della Sera, 22 agosto 2025) a quello che molti considerano l’”Accordo possibile”:
1. Neutralità dell’Ucraina (non ingresso nella Nato),
2. Garanzie di sicurezza per Ucraina e Russia,
3. Cessioni dei territori russofoni (Crimea e Donbass). Cioè quanto chiede la Russia da sempre (o almeno da Istanbul).

Si dirà: ma così vincono i potenti! Certo, ma è una storia che dura da 80 anni e se la UE vuole un nuovo mondo giusto deve farlo nascere lei per prima, cominciando a diventare autonoma e lottare per questo, non starsene succube del più potente in “comfort zone”, blaterando di ideali mentre briga per far diventare i ricchi sempre più ricchi.

Cottarelli è però giustamente preoccupato che tale accordo (prima viene e meglio è per la stessa Ucraina che è perdente sul campo), dimostri “quanto sia stato sbagliato da parte della UE aver sostenuto per tre anni l’Ucraina e che la via diplomatica era l’unica possibile. Si tratta – dice Cottarelli– di posizioni estreme che non guardano la realtà. La realtà è che Putin non ha vinto, perché, come si è capito dalle sue prime mosse durante l’aggressione, il suo obiettivo era l’asservimento dell’Ucraina al suo volere, la sua trasformazione in uno Stato vassallo, la fine della sua indipendenza. L’eroica lotta del popolo ucraino, col sostegno dell’Occidente, ha impedito di raggiungere questi risultati”.

E’ una povera bugia per non perdere la faccia (e la poltrona) da parte di un intero establishment, che è stata smentita anche dai negoziati di aprile 2022 a Istanbul, sabotati da Inghilterra e Usa, quando si poteva ottenere la pace subito senza un altro milione di morti e feriti (ucraini e russi) e altri 3 anni di guerra e senza cedere territori alla Russia. Il problema è che UE e Italia sono vassalli degli Stati Uniti (come dimostra il recente accordo sui dazi) e non hanno quell’autonomia che farebbe così bene non solo a noi ma al mondo intero, Ucraini e Palestinesi/israeliani inclusi.

Un mondo dove crescono i Brics e da noi gli immigrati ovunque, in SüdTirol e domani in Ucraina, Italia, Stati Uniti e Israele, che dovranno di necessità pensarsi molto diversi da come credono…la storia scava come la “talpa” e chi sbaglia paga (è questione di tempo).

Cover: carta dell’Alto Adige/Sudtirol

Per leggere gli articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Parole a capo
Speciale numero 300/2

Eccoci finalmente alla seconda uscita speciale in occasione del Numero 300 di “Parole a capo”. Il primo reading che, come Ultimo Rosso, organizzammo qualche anno fa per le strade e piazze di Ferrara aveva come poesia conduttrice un testo di Wislawa SzymborskaAd alcuni piace la poesia“. In ogni postazione, le poete ed i poeti leggevano questo testo. Tutti noi ci riconoscevamo in questa straordinaria autrice per la sua capacità di trovare parole, immagini estremamente immerse nella quotidianità. Prima di lasciare spazio agli amici e alle amiche che hanno risposto positivamente al mio invito, condivido con voi una poesia di Wislawa Szymborska tratta dal volumetto “Basta così” dell’Adelphi uscito in traduzione italiana nel 2012. Grazie e buona poesia.

A una mia poesia

Nel migliore dei casi,
poesia, sarai letta attentamente,
commentata e ricordata.

Nel peggiore
sarai soltanto letta.

Terza eventualità:
verrai sì scritta,
ma subito buttata nel cestino.

Potrai approfittare di una quarta soluzione:
scomparirai non scritta,
borbottando qualcosa soddisfatta.

*

AVEVI UN PO’ DI ESTATE SULLA PELLE

 

Avevi un po’ di estate sulla pelle
la collanina d’oro
sulla pelle caramello
non so cosa fosse più prezioso

 I passi e i battiti
erano troppi nell’orologio
a ricordare che tutto di noi
è misurato
ma t’importava correre
mangiarti il tempo
prima che lui mangiasse te

 Sapevi di mare
coi capelli asciugati al sole
e qui il mare è un pensiero
che il cervello non considera
un’idea
di moto a luogo
una possibilità dell’andare

 Eri un viaggio appena cominciato
e nemmeno lo sapevi

(ANNA MARTINENGHI)

LIEVE IMPRONTA

Come colline
dolci o impervie
guidano lo sguardo,
così ogni poeta
lascia lieve impronta.
Come nel bosco
là dove il fiume ha scavato
più profonda sponda,
là dove scoscesa è la via
che si apre al piano,
così l’artista
scava nella mente e nel cuore.
Come la mano ha dissodato zolle
con fatica, con passione,
per consentire il raccolto,
così la voce della poeta,
come il volo di un nibbio,
canta leggere variazioni,
sillabe a creare il canto
della sua sinfonia.
(CECILIA BOLZANI)
*
GAZA, AMATA, DEVASTATA
Lingua di terra
sommersa da un mare
di lacrime amare.
Distesa di croci
purgatorio
diventato inferno;
sovrastano solo
fumanti macerie,
spietato uragano
di diavolo tiranno.
“Perché non si ripeta”
disse il nostro Levi
e invece orribile
sotto i nostri occhi
il genocidio si rinnova.
Uomo sapiens
fin che hai tempo
il tuo sen ritrova.
( Silvio Valdevit Lovriha )

 

*

 

LO STESSO SALE

C’è qualcosa che ci lega insieme
a un filo d’erba, al ronzio di un’ape
che si posa su un fiore
non sa quell’ape che sta salvando il mondo
mentre l’uomo lo sta devastando
Una nuvola passa e per un momento
oscura il sole
è lo stesso dolore
lo stesso sale
delle lacrime, del mare
Di un esilio di un calvario
c’è una nebbia che sale
dalla terra al cielo
e sulla terra si stende un velo
come un sudario
Le nuvole rubano l’acqua al mare
il sale alla terra
restituendo pioggia di sale
lacrime di sangue di carne innocente
secoli di colpa non espiata
inondano il tempo presente
C’è chi uccide chi muore chi guarda e tace
il sole sul Golgota s’è già oscurato
c’è una madre in ginocchio
e un bambino affamato
un altro che dorme e sogna la pace.

(MASSIMO TETI)

 

*

Ritratti d’acqua

Ci sono corpi
che il fiume non restituisce:
lo dicono i libri, i giornali,
le guerre, le leggi della fisica,
il nostro scagliare parti di riva
dalle dita al mistero.
Li stende su un letto d’acqua la luna,
brillano per errore della notte
dappertutto. Fallisce il piombo
del buio

dove si disegnano ali.

 

(ELISA NANINI)

 

*

 

Pelle scura

fiero retaggio
ora soltanto
trattieni le ossa.
Ricordi
pallidi campi
mai conosciuti.
Saperti bambino
nella piana riarsa
svuota ogni rifugio.
Vorrei
per fertili campi
vederti giocare.
(STEFANO AGNELLI)
*

Resta con me

                                                                                   Per Julio Cortázar
Resta con me, oggi, perché il vento
scuote il sacro albero del pane
e forse domani non nascerà
la speranza, già debole, di oggi.
Resta con me, la tua mano nella mia
anche se è per illuderci
per non pensare, prima del sonno,
troppo alla nostra fine.
Resta con me, mentre ci si sbrana
per vincere tutti i campionati
e pericolosi corifei distruggono
ogni bellezza, ogni civile desiderio.
Resta con me, oggi: non sentiremo
i richiami della foresta alla ferocia
e guarderemo la coppia di aironi bianchi
che frequentano il nostro giardino.
Con loro voleremo via.

(FRANCO STEFANI)

*

È maggio piove sempre, lacrima ininterrottamente.
Se morire in una fogna , senza scampo,
prede di ratti, inalati dalle urine e coperti di feci,
scarti umani in fila per una razione di pane?
meglio un soffio di vento e un alito di incenso.
La morte non ha la stessa faccia.
Le voci di fondo guerra e morti,
il luogo di lavoro diventa trincea,
i potenti sfilano in giacca e cravatta
sotto le bandiere a mezz’asta per la svaluta della moneta
e un affare andato male,
alla tavola rotonda lacrime e desolazione.
l’ultimo morso al pane e marmellata,
scrivo nero su bianco.
Mando giù il dolce boccone
inzuppato nello sdegno.

6 maggio 2024 – Casteldaccia ( PA)
Epifanio Alsazia, 71 anni, Ignazio Giordano, di 57
anni. Giuseppe Miraglia, 47 anni, Roberto Raneri, 51
anni, Giuseppe La Barbera, 28 anni.

(ROSARIA MUNAFO’)

*

piccolo airone

nel sole liquefatto di un’alba di nebbia
un airone bianco immobile al mio sguardo
poi improvviso il suo volo spaurito
come il cuore che si vede scoperto
in questa landa di pianura spietata.

Candido piccolo airone fuggiasco
il tuo becco appuntito perfora il vuoto
il collo uncino per agganciare il cielo

con le immense ali dispiegate
t’ho visto disapparire

curvo come una luna
denudata
nella notte di zolle intirizzite

(ELEONORA ROSSI)

*

Alla fine la vita
è solo un gioco di equilibrio
disse – togliendosi  il cappello
e poggiandolo vicino al cuore .
Dalla testa al cuore.
Ecco, metterli d’accordo
era dunque il segreto
contenuto in quella traiettoria
lenta del cappello.
Razionalità e passione
saggezza e follia.
Lei lo guardò trattenendo il respiro
in bilico tra una parola d’amore
e un sorriso.
Più volte era inciampata nella vita
e giurato a se stessa
di non farlo più.
È solo questione
di equilibrio, ora lo sapeva.
Alzò una gamba
e dimostrò che stava
imparando la lezione.
L’uomo con il cappello sul cuore
la donna in piedi su una gamba sola
(EMILIO NAPOLITANO)
*
(Foto di congerdesign da Pixabay)

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La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 301° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Vite di carta /
“L’amore mio non muore” di Roberto Saviano e Techetechete’

Vite di carta. “L’amore mio non muore” di Roberto Saviano e Techetechete’

Guardavo in queste sere le ultime puntate estive di Techetechete e facevo con nostalgia un salto all’indietro alla tv musicale dagli anni Sessanta in poi. Ho riascoltato le colonne sonore di infanzia e giovinezza, da Mina a Topo Gigio passando per i cantanti e i presentatori più famosi, Baudo in primis, fino a Claudio Cecchetto.

Canzoni e volti del genere pop che sono spariti da troppi anni e d’estate ricompaiono puntualmente nel palinsesto della Rai.

Nelle ultime sere, finito di leggere L’amore mio non muore di Roberto Saviano, mi sono chiesta se anche Rossella avesse ascoltato gli stessi pezzi, negli anni ’70.  Rossella Casini è la protagonista del romanzo, nata nel 1956 come me, lei in maggio e io in agosto, come me iscritta all’Università. Lei a Firenze alla facoltà di Psicologia, io a Bologna a quella di Lettere.

Nel ’77 a Bologna io frequentavo a singhiozzo le lezioni negli istituti di Via Zamboni dopo l’uccisione di Francesco Lorusso, avvenuta l’11 marzo a due passi da lì, mentre lei conosceva Francesco Frisina, uno studente fuori sede che occupava con altri amici calabresi un appartamento del suo stesso palazzo, e venivano presi l’un l’altro da un amore magnetico.

Rossella è un personaggio del romanzo ed è una persona che è vissuta realmente: Saviano ha voluto ricostruirne la breve vita e raccontare la storia d’amore “più drammatica e potente” che gli sia mai capitato di incontrare, quella che lega Rossella a Francesco, fino alla sparizione di lei nel 1981.

Francesco viene da Palmi e fa parte di una famiglia legata alla ‘drina della Piana di Gioia Tauro nelle cui spire Rossella rimane imprigionata dal suo amore per lui, convinta che questo sentimento possa cambiare le cose e fermare la faida familiare fra i Frisina-Gallico e i Condello. Infatti collabora con la giustizia e – Francesco consenziente – va a parlare con il boss dei Condello per chiedere che tutto finisca e torni la pace.

Il 22 febbraio del 1981 Rossella sparisce, dopo avere telefonato al padre per annunciare il suo rientro a Firenze. Il suo corpo non è mai stato ritrovato e per questo è stata riconosciuta dallo Stato come una delle molteplici vittime della ‘ndrangheta.

Tutta qui la parabola di vita di Rossella, bastano tre righe per fissarla. E  rimane di lei una sola foto scattata nel ’78, quella del libretto universitario che compare sulla copertina del romanzo, che è un romanzo d’inchiesta.

Saviano ha dato muscoli e tendini e vita alla sua storia, basandosi su fatti realmente accaduti e sull’intelaiatura di interviste e atti delle inchieste giudiziarie.

Poi, però, nel ruolo di narratore ha dovuto completare il tessuto discorsivo con le inferenze, come avverte nella nota introduttiva al libro,  scegliendo le parole per “deduzione logica” e “coerenza”, come fa un restauratore di tessuti preziosi, per colmare con esse le lacune nel vissuto di Rossella.

Di più, stando dentro l’universo del romanzo, ha potuto attingere all'”arsenale dell’invenzione narrativa” per tessere le pagine che ritraggono il cuore di Rossella: un fine scandaglio interiore, dove il registro lirico diventa il filtro espressivo dominante e il romanzo un romanzo d’amore.

L’amore non è farfalle nello stomaco, è un fiorire formidabile e voluttuoso che ora le si arrampica lungo il collo, carezzandole i lobi delle orecchie; è come le fragole che in queste palazzine crescono nelle vasche dei senza patria, riempiendone i bagni di colori ed effluvi mai sperati. Nasce in timidezza, cresce di soppiatto, si prende il dito con tutta la mano”.

La fenomenologia dell’amore di Rossella è plausibile rispetto al mondo in cui è cresciuta e vive, le occupa tutti i cinque sensi, è un amore assoluto. Che fino in fondo non muore. Tuttavia ci arriva dalle parole del narratore che usa la terza persona, è farina del suo sacco e pone una distanza tra l’oggetto del racconto e noi che leggiamo.

In questa distanza, una sorta di intercapedine fra scrittura e lettura, mi sono infilata, pensando spesso a Rossella. Una come me, per la serie delle coincidenze che dicevo. Mi sono chiesta che libri leggesse, oltre a Uccelli di rovo che è rimasto aperto sul pavimento della sua camera. Ho ipotizzato che piacessero anche a lei Un’emozione da poco cantata da Anna Oxa o Gianna di Rino Gaetano, due pezzi del 1978, che è anche l’anno della foto.

Ascoltavo Anna Oxa mentre camminavo per Milano in una ventosa giornata di marzo e intanto a Roma avveniva il rapimento di Aldo Moro. La stessa primavera in cui lei sul Lungarno chiedeva a Francesco di conoscere la sua famiglia.

Mi sono chiesta che cosa nel romanzo mi fosse arrivato, senza poter poi defluire con il resto, assorbito e scomposto dagli enzimi della lettura. Un aspetto dell’amore di Rossella rimasto impigliato nella mente, che non rientra nella definizione che ne ho dato fin qui.

Sere fa ascolto Mia Martini che a Techetechete’ canta Gli uomini non cambianoLa canzone, bellissima, è del ’92 e Rossella non l’ha conosciuta, il testo ha parole dure, con cui inchioda gli uomini a una inaffidabilità senza riscatto.

Ascolto nella parte finale “gli uomini che nascono sono figli delle donne ma non sono come noi… gli uomini che cambiano sono quasi un ideale che non c’è” e dell’amore di Rossella percepisco l’anello che non tiene. Per lei è stato un sentimento totale, “‘unica possibilità di verità e di senso” nelle parole di Saviano. Totale ma asimmetrico.

Perché Francesco ha accettato che lei uscisse dal parlatorio del carcere dopo l’orario di visita con addosso un compito, salvargli la vita andando a parlare ai Condello per proporre la pace tra le famiglie. Questo ha accettato Francesco, il sacrificio di Rossella.

Nota bibliografica:

  • Roberto Saviano, L’amore mio non muore, Einaudi, 2025

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Ausmerzen

Ausmerzen

Ho difficoltà a scrivere cose intelligenti, non ovvie, non reiterate, parole che oltrepassino la vergogna dello scriverle.

Scrivere, parlare, agire, sono però una pulsione irrefrenabile di fronte all’annientamento della popolazione di Gaza in particolare e di quella Palestinese in generale. Un genocidio è in atto: una parola ancora non sdoganata da tutte le menti, in tanti anche a sinistra continuano a provare fastidio nei confronti di un termine incontrovertibile. Il governo di Israele gode di una impunità mai riscontrata per nessun altro stato, se non gli Stati Uniti, forse anche maggiore. Le sofferenze che gli Ebrei hanno subito in quanto comunità religiosa, hanno sicuramente pochi pari nella storia dell’umanità. Molto prima dei nazisti, i figli di Abramo hanno subito delle persecuzioni, avvenute per la stragrande maggioranza per mano di popolazioni europee e non arabe. Gli Ebrei ebbero lo stigma dei loro avi che, secondo le sacre scritture, mandarono a morte Gesù Cristo il Nazareno, figlio della Palestina e padre della Sacra Romana Chiesa. Da lì, cioè duemila anni fa, nasce la storia. Detto questo, le stesse popolazioni occidentali, dopo avere contribuito in parte all’Olocausto perpetratosi in Europa (e non in oriente) dal 1941 al 1945, Olocausto che ha visto il macello di sei milioni di esseri umani in Germania, Italia, Francia, Polonia, Austria, Russia, per pulirsi la coscienza hanno stabilito la necessità di creare uno stato per il popolo di Israele. Da molto prima della seconda guerra mondiale comunità di Ebrei si trasferirono in Palestina, o Israele che dir si voglia. Ma è il 14 maggio 1948, quando il presidente del Consiglio nazionale ebraico Ben Gurion proclama la fondazione dello Stato di Israele. Ed è un anno dopo che il popolo Palestinese si accorge di non avere più una patria: nel dicembre del 1949 inizia la “catastrofe”, la Nakba, molto, molto simile al più conosciuto Esodo, ma con valore ben diverso agli occhi del mondo. Quasi un milione di persone senza una casa, senza una terra, senza la propria storia. E da lì inizia una sequela di massacri senza fine, dove esiste un invasore e un invaso (già sentite queste parole vero?). Tra le fila Palestinesi nasce e cresce una resistenza armata, partigiana dal loro punto di vista, terrorista dal punto di vista dell’occidente. Tentativi di dialogo e accordi ci sono, il più famoso è quello tra Arafat e Rabin, meglio conosciuto come accordo di Oslo, dove venne riconosciuta l’Autorità palestinese su parte di Gaza e della Cisgiordania. Accordi violati poi da entrambe le parti, che sfociarono nell’eclatante assassinio di Yitzhak Rabin da parte di un colono israeliano di estrema destra.

Da non dimenticare la lotta intestina tra Al Fatah (di ispirazione socialisteggiante) e Hamas (nazionalismo religioso di estrema destra) avvenuta nel primo decennio del ventunesimo secolo, dove gli Stati Uniti e buona parte del parlamento israeliano parteggiavano per la formazione terroristica di Hamas.

Poi venne il 7 ottobre 2023, quando Ḥamās lanciò il più grande attacco terroristico in territorio israeliano dai tempi della guerra arabo-israeliana del 1948, uccidendo circa 1.200 persone e prendendone in ostaggio circa 250. Un macello, una carneficina, una falla nel sistema di difesa israeliano, considerato il più efficace e sofisticato del mondo.

Da quel giorno sono passati circa sessantamila morti, di cui diciottomila bambini, decine di migliaia di corpi ancora sotto le macerie; alla macabra contabilità mancano i morti per fame, malattia, mancata cura, circa due milioni di persone in preda a fame, carestia e malattia. Dall’ottobre del 2023 sono state sganciate su Gaza ottantacinquemila tonnellate di bombe, rendendo la striscia “un territorio non adatto alla vita umana” come da dichiarazione ONU del 2025. A breve inizierà l’operazione di terra per spianare definitivamente quella terra fino al mare Mediterraneo.

Il governo nazista (non conosco un altro termine per definire chi perpetra la pulizia etnica in maniera sistematica e scientifica) di Israele, in molti suoi elementi ritiene non esista un palestinese innocente, che sia uomo, donna o bambino. Quindi l’estinzione di un popolo è l’obiettivo dichiarato. Esistono voci di dissenso in Israele? Sicuramente sì, ma sono poche e insufficienti, le manifestazioni contro Netanyahu sono per la liberazione degli ostaggi ancora in mano ad Hamas, non contro il genocidio della popolazione di Gaza.

E le altre guerre? Ucraina, Africa, il Mondo intero? Sono una aberrazione della malvagità umana, non degna di respirare l’aria di questo pianeta, ma a Gaza non c’è una guerra, c’è un tiro al bersaglio. Bombe, fucili di precisione sui bambini, giornalisti e indigeni affamati sono lo sport dilagante tra le fila dell’esercito “più umanitario del mondo”. Persone considerate meno di animali, annientate come esseri infestanti: così si classifica un popolo da parte degli invasori. Non è abbastanza? Ma Israele è una democrazia … ricordo che nel ’20 e nel ’30 furono votati pure Mussolini e Hitler. Il Sud Africa dell’apartheid era democratico? Quali sono le differenze con l’Israele di oggi? Credo che il democraticissimo occidente faccia troppi sconti ad uno stato guerrafondaio per definizione, dove viene confuso il diritto alla difesa con l’annientamento etnico di un altro popolo.

Ausmerzen (sradicare, estirpare): pure questa l’ho già sentita da qualche parte. Davvero nel ventunesimo secolo esistono vite non degne di essere vissute?

Photo cover tratta dal sito euromedmonitor.org

Viaggiare in bicicletta per spostare il limite della malattia

Bicicletta e artrite, alleate in un viaggio di ascolto e di incontri

A Mocaiana, diversi ragazzi della scuola media sono esperti ciclisti e sanno indicare con precisione le strade migliori e più sicure.

Superato il cartello stradale: Casa del Diavolo, si trova subito la chiesa sulla dx.

In provincia di Perugia c’è una frazione dal nome: Ramazzano le Pulci, l’importanza di un accento.

Scheggino con le sue scale labirintiche, sembra uscito fuori dai quadri di Escher.

Piazza del Campo, Siena
Pieve di Romena (AR)
Valico Croce ai Mori (AR)

Il Passo del Lume Spento, racconta di quando in tempi antichi le lampade delle carrozze si spegnevano in questo luogo ventoso, in tempi moderni dà il nome ad un Brunello di Montalcino.

A Faenza le maniglie delle porte d’ingresso di farmacie e parafarmacie sono a forma di serpente.

In 80 giorni di viaggio in cui avrei potuto fare il Giro del Mondo e invece ho deciso di andare a zonzo per l’Italia Centrale, di cose ne ho viste, sentite, gustate.

Gli obiettivi del mio girovagare erano migliorare la mia convivenza quotidiana con l’artrite reumatoide, far conoscere le patologie reumatiche, studiare e promuovere servizi di turismo accessibile.

Ritorno a casa con 1873 km pedalati sulle gambe, dislivello in salita 16.120 m slm, 15.720 in discesa e soprattutto, una marea di incontri con persone e luoghi.

La sensazione, formidabile, che trattengo da questo viaggio è l’aver provato una forza fisica e di benessere che non sentivo da prima di ammalarmi di artrite reumatoide. La percepisco quando pedalo per più di 50km al giorno e/o affronto dislivelli impegnativi dai 700-800 metri in su, meglio 1000 a dirla tutta. Per raggiungere questo stato di benessere c’è voluto un mese intenso di pedalate, come se il mio corpo dovesse abituarsi a questa vita nomade, fatta di notti in tenda, esposizione a sole, pioggia, vento, umidità e caldo atroce.

Ci sono state le giornate no e le notti insonni dove i dolori dell’artrite sono ritornati, un déjà vu che in viaggio assume ancora di più l’aspetto di sfida. Ed allora mi fermavo 2,3 giorni, e poi ripartivo anche se dolorante ma con il minimo sindacale per poter guidare in sicurezza una bicicletta carica. I chilometri macinati, la bellezza del paesaggio, le novità che incontravo facevano il resto, antinfiammatori naturali che il mio corpo assimilava e produceva, aggiungendo giorni di viaggio al viaggio.

Tutta questa esperienza si traduce in itinere in narrazione e divulgazione, persone e associazioni che mi permettono di raccontare il mio viaggio e la mia trasformazione, che accolgono la mia bici Bianchina e la mia persona con delicatezza e curiosità, si aprono al mondo ancora poco conosciuto delle patologie reumatiche e soprattutto, dono enorme, condividono con me storie personali di malattia e sofferenza. A loro sono infinitamente grata per tanta fiducia.

Sono convinta sempre più dell’esigenza di creare uno spazio/tempo dove condividere la propria fragilità, anche con sconosciuti, che alle volte è più semplice e forse ci fa sentire meno soli. Così come poter parlare di viaggio, di un tempo per partire, lasciare andare e aprirsi all’inaspettato, ognuno spinto dalla propria motivazione.

Per me viaggiare significa anche ricercare conferma nella frase di cinematografica memoria: “ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”, non sono una sprovveduta ma in un tempo dove violenza e guerra sembrano farla da padrone, io riscopro la mia bolla di potere, il mio posto in questo mondo, pedalo, in pace, soprattutto con me stessa. Pensavo di non poter più fare lunghi tragitti in bicicletta, mi sbagliavo! Ho spostato il limite, che una patologia cronica comunque mette, un po’ più in là. Ho visto fare lo stesso ai servizi sociali e di turismo accessibile conosciuti lungo il viaggio per garantire la vacanza a tutti.

La bicicletta è un magnifico strumento per andare, incontrare, conoscere e trasformare  mente e corpo. così come dolore e malattia possono essere preziosi alleati per ascoltare e toccare, capaci di far emergere anche i più intimi bisogni e desideri, sia i propri che quelli altrui.

Grazie mille a chi ha viaggiato con me, anche da casa, in questi mesi.
“Fermati quando devi, riparti quando puoi” troverà nuove strade e altre occasioni per continuare a perseguire i suoi obiettivi, teniamoci in contatto.

La Bianchina al Castello Estense di Ferrara

Cover: Dante e castello di Poppi (AR).
Tutte le foto sono di Chiara Buiarelli

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Percorsi partecipati senza arroganza

Percorsi partecipati senza arroganza

Esistono moltissimi miti che parlano di alberi tanto che, ancora oggi, assistiamo a veri e propri riti ancestrali che si sviluppano intorno ad essi: nei riti arborei che si svolgono nel sud dell’Italia, tra Lucania e Calabria, si chiede scusa al bosco per l’abbattimento di un solo albero che parteciperà alla cerimonia come “re del maggio”. (https://www.repubblica.it/native/viaggi/2019/06/04/news/tra_terra_e_cielo_le_nozze_degli_alberi-227855511/).

Il rito è, nella fattispecie, un vero e proprio… percorso partecipato delle due comunità quella umana e quella arborea!

Come nei miti antichi, anche in questi riti gli alberi costituiscono un medium per raggiungere un’altra dimensione che alcuni definiscono convintamente, divina, altri semplicemente metafisica e che, più in generale, potremmo chiamare con una certa neutralità, invisibile.

Tanto per essere chiari c’è ancora una umanità e molti individui della specie umana che, adottando le parole di Cristina Campo, “…credono pochissimo al visibile, credono molto all’invisibile ed è forse la cosa che interessa loro di più…”.

Alcuni di questi miti come quello di Fetonte ricordato nel recente libro di Maurizio Bettini, Arrogante umanità (Einaudi, 2025), ci obbligano a una riflessione moderna sul nostro rapporto con l’ambiente: Fetonte, che va oltre la sua condizione di mortale arrogandosi il diritto di guidare il carro di suo padre Sole, è l’emblema della tracotanza umana.

Ma c’è un altro mito, che lega ancora meglio l’arroganza umana proprio agli alberi ed è il mito di Erisittone, raccontato per primo da Callimaco e ripreso come al solito da Ovidio nelle sue Metamorfosi.

Nella sacra Dotio sorgeva un bosco bello così fitto di alberi tanto che nemmeno una freccia sarebbe riuscita a trapassarlo. Vi erano pini, pioppi, peri e cotogni e pertanto l’acqua che sprizzava dai canali somigliava piuttosto a un’ambra preziosa e splendente.

Per questo la dea Demetra amava molto quel bosco e in particolare era legata a un antico pioppo la cui cima sembrava sfiorare il cielo. Un giorno però Erisittone, il signore del luogo, decise di eliminare il bosco sacro a Demetra  e con i suoi 20 servi si mise ad abbattere gli alberi cominciando proprio dal vecchio pioppo.

Demetra udì il canto di dolore del suo amato albero e, assunte le sembianze della sacerdotessa Nicippa, cercò di convincere Erisittone a fermarsi per non sdegnare la dea Demetra.

Ma Erisittone, in modo brusco e arrogante, le rispose: «Fatti indietro, che io non pianti la scure addosso a te, perché con questi legni io coprirò la dimora in cui offrirò banchetti, allegri e abbondanti, per i miei amici».

A questa risposta arrogante e irrispettosa Demetra, abbandonate le sembianze della sacerdotessa, si palesò in tutta la sua grandezza con la testa che toccava l’Olimpo e, mentre i servi fuggivano terrorizzati, rivolse a Erisittone  le seguenti parole: «Costruisci pure la tua dimora dove, cane cane, darai i tuoi banchetti che sempre più frequenti saranno in futuro». E subito scagliò su di lui la maledizione di una fame insaziabile.

Questa fame spinse l’empio Erisittone a mangiare qualunque cosa: ogni animale, il cavallo da corsa e persino la giovenca sacra alla dea Estia ma, come accade nei gorghi del mare, «invano e senza piacere, scendeva giù ogni cibo» senza saziare mai la sua voracità. Fino a quando il suo corpo si disciolse come una figura di cera.

Tagliare gli alberi, ci dice questo mito, è considerato un sacrilegio punito dagli dei e questa punizione è tanto più terribile quando il taglio viene effettuato per… puro edonismo o profitto e soprattutto quando tendiamo a sottovalutare quella speciale continuità che esiste tra la comunità arborea e quella umana.

È di questi giorni la protesta di alcuni residenti e ambientalisti per i tagli di alberi operati sulle rive del Volano, in concomitanza dei lavori del nuovo ponte e isola ecologica, previsti dal progetto Idrovia Ferrarese della regione Emilia Romagna

Anche questi sono tagli selvaggi che rispondono all’ ”esigenza” di far passare navi di classe europea sul Po di Volano e che però sacrificano quella pacifica convivenza tra comunità vegetale e umana. I tagli dovrebbero proseguire anche a dispetto della tutela in ambito Unesco del patrimonio fluviale e paesaggistico di questa zona.

Certo l’Unesco non è la dea Demetra e però al momento, grazie alla protesta della “comunità umana”, alcune piante si sono salvate e tra questa una bellissima e antica quercia.

Probabilmente non si tratterà di una quercia sacra. Ma non ne sarei così sicuro perché, ripetiamo con la Poetessa, c’è ancora una umanità e molti individui della specie umana che, nonostante tutto,  “… credono molto all’invisibile”.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Il diritto di uccidere gli innocenti come formula matematica

Il diritto di uccidere gli innocenti come formula matematica

“La reazione israeliana è andata oltre il principio di proporzionalità”.

Queste le parole pronunciate dalla Presidente del Consiglio di fronte alla platea del Meeting di CL, a Rimini.

E così abbiamo scoperto l’esistenza di un “principio di proporzionalità”. In cosa dovrebbe consistere questo principio? E’ un concetto che può avere un senso, ed è anche in qualche misura codificato, quando ci sono due eserciti che si fronteggiano e che dovrebbero rispettare una sorta di “etica della guerra”, che prima di tutto dovrebbe prevedere la salvaguardia della popolazione civile. Ma quella che Israele sta facendo a Gaza non è un’azione di guerra; è una brutale vendetta, lo sterminio indiscriminato di persone innocenti. Uccidere anziani, donne e bambini va bene; è solo un problema di numeri.
Dobbiamo supporre che per Giorgia Meloni esista un diritto alla vendetta, che può essere considerata accettabile a patto di rispettare un criterio proporzionale. Una sorta di formula matematica della rappresaglia. E quale dovrebbe essere la proporzione giusta per quantificare un numero di uccisioni tale da rientrare nel “principio di proporzionalità”? Un Palestinese per ogni Israeliano ucciso? Oppure 2? O 5? O magari 10?

Immaginiamo – per assurdo – che Netanyahu, all’indomani degli attentati del 7 ottobre 2023, avesse annunciato, a titolo di rappresaglia per la morte di circa 1.200 persone, l’intenzione di uccidere 12.000 Palestinesi. In questo modo avrebbe rispettato il principio di proporzionalità? E cosa avrebbero fatto i governi europei? Avrebbero apprezzato la moderazione israeliana? Consideriamo che nella realtà le vittime della reazione israeliana sono almeno 5 volte tanto, ed è sicuramente una stima approssimata per difetto. Quindi questa sarebbe stata considerata una reazione legittima?

Non a caso nell’esempio ho scelto il rapporto di 1 a 10. Perché è lo stesso rapporto della rappresaglia nazista alle Fosse Ardeatine: 33 morti tedeschi, 335 morti italiani (nel dubbio ne uccisero qualcuno in più). Da sempre l’episodio simbolo del conflitto in Italia, il crimine di guerra preso ad esempio della crudeltà umana, ricordato ogni anno dal Capo dello Stato, che paradossalmente le parole di Giorgia Meloni potrebbero sdoganare: vendicarsi è giusto, tutto sta a decidere quale sia la proporzione corretta.

Deve esserci una differenza tra uno Stato di Diritto e un’organizzazione terroristica. Lo Stato non deve mai rinunciare ai suoi principi, ai suoi valori, perché se lo fa cessa di essere ciò che è, e diventa a sua volta terrorista. “Ma di fronte al terrorismo bisogna reagire con le stesse armi”. In realtà è proprio nei momenti di crisi che si misura la solidità dei principi che stanno alla base di una comunità. E’ troppo facile atteggiarsi a “civiltà superiore” quando tutto va bene.

In più, la storia ci ha insegnato che combattere il terrorismo con le armi non è solo inutile: è controproducente. E questo per un motivo pratico: l’enorme disparità tra gli obiettivi. Lo scopo del terrorismo è il terrore, far vivere la popolazione nella paura. E per farlo è sufficiente un attentato ogni tanto, quanto basta per tenere viva la preoccupazione. Finché mostra di continuare ad esistere, per quanto decimata, un’organizzazione terroristica esce vincente da un’ipotetica “guerra al terrore”.

Invece uno stato che volesse combattere il terrorismo con le armi avrebbe una sola possibilità di vittoria: eliminare fino all’ultimo potenziale attentatore. Se ne sopravvive anche uno solo, e riesce a dare segni della sua presenza, quello stato ha perso. E i bombardamenti, che sicuramente causano anche la morte di qualche assassino fra i tanti innocenti, alimentano il terrorismo: chi ha visto distrutto la sua casa, sterminato la sua famiglia, azzerato qualsiasi aspettativa di vita, crescerà nell’odio e nel desiderio di vendetta.  Detto così sembra un discorso velleitario, eppure il nostro Paese è la prova che una nazione può sconfiggere il terrorismo senza snaturarsi: è quanto seppe fare l’Italia con le Brigate Rosse.

Il prossimo 18 settembre ricorre l’anniversario dell’eccidio di Sabra e Shatila avvenuto nel 1982 (leggi qui) in cui migliaia di Palestinesi inermi furono trucidati con il benestare dell’esercito israeliano: questo tanto per ricordare che il conflitto in essere in quella martoriata terra non è partito il 7 ottobre 2023. Se volessimo seguire il ragionamento della Meloni, che ritengo inaccettabile, potremmo paradossalmente arrivare a sostenere che gli attentati di Hamas seguissero il “principio di proporzionalità”.

La questione palestinese è controversa, e alimenta sicuramente opinioni contrastanti. Ma su un fatto ci sono pochi dubbi: le parole della Meloni sono tra le più orribili mai pronunciate da un Presidente del Consiglio nel dopoguerra. Ed evidenziano una visione del mondo e del diritto internazionale che fa paura.

 

Cover photo: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sabra_Shatila_memory.jpg

Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ a Venezia 82

All’Italian Pavillon dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia, il compositore Andrea Guerra ha presentato il Premio intitolato al padre Tonino Guerra, presieduto da Laura Delli Colli e rese note le date della VI edizione di Luoghi dell’Anima Film Festival (LAFF), sotto la direzione artistica di Steve Della Casa.

Andrea Guerra, presidente del Museo Centro Studi Tonino Guerra, ha anche introdotto la collaborazione, iniziata nel 2024, con il Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ (FFCF), che proseguirà nella prossima edizione del LAFF, che si terrà dal 10 al 14 dicembre fra Santarcangelo di Romagna, Pennabilli e Rimini. In tale occasione, il FFCF presenterà una selezione dei propri corti dell’edizione corrente.

Si tratta di uno dei primi gemellaggi con altri festival nazionali e internazionali di prestigio che il FFCF presenterà alla sua VIII edizione, che si terrà nel centro storico della città estense dal 22 al 25 ottobre 2025, alla presenza di vari direttori artistici e di personalità del cinema, fra le quali lo stesso Andrea Guerra.

Il Premio “Tonino Guerra” presentato a Venezia sarà consegnato, tra il 15 e il 17 novembre, al regista russo Aleksandr Sokurov, che ha collaborato con Tonino Guerra nel documentario Elegia moscovita del 1987, diretto dallo stesso Sokurov dove Guerra appare come intervistato. Sokurov è presente quest’anno a Venezia con il film Director’s Diary.

Aleksandr Sokurov e Andrea Guerra, cortesia storyfinders

Presente in sala, Sokurov ha ricordato l’amicizia fra i due artisti, oltre che l’importanza del taccuino e del diario nel lavoro di regia cinematografica, agganciandosi al lavoro di riscoperta e digitalizzazione dei diari di Tonino, in corso.

“Avevo la sensazione di essere suo parente”, ricorda Sokurov in sala, “la sua arte era viva per questo motivo. Oggi nel mio diario scriverò: ho toccato la mano di Tonino Guerra e ne scoprirò il senso in divenire”.

Un omaggio a un grande fra i grandi.

Foto in evidenza Eugenio Squarcia, Direttore Artistico FFCF e Andrea Guerra, presidente Museo Centro Studi Tonino Guerra

Hikikomori: gli ex Studenti chiusi in casa, che fare?

Hikikomori (dal termine giapponese “mi ritiro”), così si definiscono gli studenti che abbandonano la scuola e si chiudono in casa per almeno 6 mesi

E’ successo per la prima volta in Giappone che ha una scuola molto selettiva, come del resto è quella cinese, che deriva dai “mandarini”, la classe di funzionari che serviva l’imperatore (fino al 1912) e che per prima nella storia mondiale ha avviato il sistema del “merito” tramite durissime selezioni (pare che solo il 2% passasse gli “esami”).
In Europa sarà l’Inghilterra nel 1853 a introdurre il concorso pubblico per esami (Northcote-Trevelyan), erodendo i privilegi dell’aristocrazia o l’acquisto delle cariche con denaro (e corruzione), nonostante le accuse di introdurre nella libera patria metodi imperiali cinesi.

Giappone, Corea del Sud e Italia sono i tre paesi dove oggi la diffusone degli hikikomori è maggiore al mondo, anche se in Italia è difficile attribuirlo ad una scuola che selettiva non è e si va semplificando. Sono anche i paesi a maggior denatalità, con più figli unici.
E qui forse scopriamo una prima causa. Avere un’infanzia con pochi o nessun con cui confrontarsi e convivere può essere una prima causa, specie se i genitori (quando ci sono, in genere separati nel 50% dei casi) cercano di essere più amici che genitori.

Sempre più soli

Poi c’è la crescente solitudine. Il 73% dei giovani Z (nati tra il 1997 e 2010) si sente “solo”; era 65% per i nati 1981-1996 e 44% per i nati 1955-64.
Noi che siamo nati prima non sapevamo proprio cosa fosse la solitudine immersi in un mare di incontri e giochi, quando eravamo molto più poveri e si andava in parrocchia o nel cortile sotto casa. Luoghi che oggi non sono più frequentati perché nei cortili ci sono le auto e le parrocchie abbandonate.

Gli studenti dei paesi poveri, nonostante siano afflitti da povertà, fame e anche guerre (Indagine di Still I Rise nelle scuole che hanno realizzato in questi paesi) sono più felici e pieni di speranza dei nostri, nonostante tali condizioni.

Studi e associazioni che li seguono li stimano in Italia in 50-70mila nella prima fase (abbandono della socialità), ma c’è che dice siano almeno il doppio (concentrati alle superiori), a cui segue la fase due (abbandono della scuola) e la fase tre (chiusi in casa e senza rapporti coi genitori).

Nell’80% sono maschi adolescenti
e alcuni (detti incel) si radicalizzano contro le donne, diventano misogeni. Quasi tutti passano gran parte del tempo on line di notte (dormono di giorno) nelle loro “bolle” affascinati da piccoli gruppi radicali che hanno le stesse idee (un fenomeno, peraltro, anche degli adulti, che il nostro blog madrugada plurale contrasta).

Scuola ed ansia

Ma il fenomeno più in piccolo interessa moltissimi: studenti che si assentano da scuola per una, due, tre settimane per ansia, perché non volgono essere interrogati, fare brutta figura coi compagni o si rifiutano di essere interrogati. Le femmine subiscono il confronto con l’immagine stereotipa di avvenenti ragazze sui social e si vedono brutte. I maschi sono più inclini alla violenza fisica e al bullismo.

Come ha mostrato tra gli altri Jonathan Haidt (La generazione ansiosa) il fenomeno è in forte crescita ovunque dal 2008 con l’arrivo delle App sullo smartphone che ha favorito lo scrolling, la dipendenza dal digitale al punto che molti durante le poche pause a scuola si isolano per guardare il telefonino. E poi ne fanno un uso intensivo fino alle 4-5 ore al giorno (e anche di notte, quando non c’è il controllo parentale).

Da cui un movimento internazionale che ha portato molti paesi (anche l’Italia) a vietare lo smarphone in classe, a fare educazione digitale che si scontra però con le multinazionali che vogliono ragazzi dipendenti.

Smarphone e Intelligenza Artificiale

Il tema ha un impatto molto più ampio di quel che si crede, perché stiamo parlando dei cittadini della società futura. E’ in corso una lotta tra Cina (e Brics) e Stati Uniti per il dominio mondiale che passa sempre meno da guerre convenzionali ed avvien su altri terreni (competizione commerciale, controllo delle vie dii navigazione, delle terre rare e soprattutto dell’Intelligenza Artificiale). Innovazione formidabile sia per creare dipendenza, sia per potenziare capacità matematiche o di pensiero…dipenderà da come sarà usata.

Cina, Giappone, Sud Corea, Russia, India, USA pensano a scuole selettive, ma non credo sia una buona idea come mostra il modello della Finlandia che fa raggiungere a molti ottimi livelli. Ma, in tal caso, ci vogliono più soldi e idee, solo così la scuola può aiutare tutti a sapere di matematica-fisica, avere capacità pensanti e critiche, lavorare in équipe, individuare per tempo i talenti, personalizzare l’istruzione. Viceversa il modello sarà spendere sempre meno e avere poche università buone, selettive e costose (tipo Bocconi e le americane) in cui una élite governa e guadagna cifre stratosferiche nell’Intelligenza Artificiale e gli altri saranno neo schiavi con bassi salari in democrature o dittature (di fatto o di sostanza).

Che fare?

Innanzitutto bisognerebbe far capire ai politici che la spesa sull‘Istruzione è quella che ha migliori ritorni in termini di sviluppo, poi copiare dalle migliori scuole ed esperienze educative sia in Italia (e ci sono) che all’estero come la Finlandia che da 30 anni mostra le migliori performance nonostante le elementari inizino un anno dopo le nostre (a 7 anni, less is better), imporre regole sull’uso a scuola degli smartphone, educare gli studenti all’uso, ma soprattutto cambiare come si insegna a scuola e avviare un sostegno vero a quel 20-30% che rischia di abbandonare la scuola con una didattica personalizzata davvero efficace che non si limita a far crescere i DSA (semplificando gli studi) o mandare dallo psicologo i “renitenti”, ma proporre nuove attività a scuola (al pomeriggio) in piccoli gruppi (per favorire le relazioni) che siano insieme apprendenti e più attraenti delle App.

Un’offerta formativa di qualità come teatro, clown, laboratori manuali per costruire giochi di valore, viaggi dedicati e tutte quelle occasioni di apprendimento in contesti relazionali di piccoli o medi gruppi così necessarie agli adolescenti oggi privati dei luoghi antichi di socializzazione e che può fare solo la scuola, anche in collaborazione con altri enti o singoli esperti.

Che sono poi le cose che fanno già i genitori ricchi coi propri figli, ma che il 90% non può fare perché sono costose e poi è difficile farle fare in gruppi, cosa che la scuola potrebbe…se avesse i finanziamenti, che non ci sono. Oggi ci si limita a mandarli dal dottore (psicologo/a) e quando va bene uno su dieci e comunque individuare le cause non è come fare quelle attività socializzanti ed entusiasmanti che sormontano ostacoli e App.

Come cambiare la scuola (che è sarebbe l’ideale) l’abbiamo scritto in altri post più volte, ma siccome i partiti non sanno che fare (la destra non vuole spendere soldi anche se abbiano la spesa minore d’Europa, la sinistra non ha una idea se non aumentare i bassi stipendi dei docenti), allora si dà la colpa ai genitori (uno su due separati peraltro) o si chiedono più psicologi (pannicelli caldi) o che la scuola faccia un piano didattico personalizzato (e chi lo realizza senza soldi?), oppure di non bocciare (così si impara sempre meno), o che la famiglia lo ritiri e lo faccia studiare da privatista (con che soldi?), oppure fare gruppo come genitori con altri che hanno lo stesso problema (come se i genitori non lavorassero).
Siamo d’accordo nel passare dalla paura alla speranza, dallo scontro tra genitori e figli alla pazienza, ma senza soldi e idee le riforme non si fanno e così il vero messaggio è “genitori arrangiatevi, dobbiamo spendere per le armi nei prossimi anni”. E così si accentua il nostro declino, anche perchè con le armi i Brics non li batteremo mai più.

Cover: Hikikomori,  foto da Psicologia contemporanea

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Ultime notizie dal Medio Oriente

Ultime notizie dal Medio Oriente

Genocidio a Gaza

Israele non vuole che i palestinesi salvi dai suoi bombardamenti possano ricevere cure.
Colpire gli ospedali costringe la popolazione allo sfollamento “volontario” (come sostiene senza vergogna uno degli scudi mediatici del genocidio).
È la ragione perché Israele continua a violare le norme internazionali di guerra, che vietano di prendere di mira gli ospedali.
Ieri, per l’ennesima volta, è stato bombardato l’ospedale Shifà a Gaza città. Anche l’ospedale di Shuhadaa Al-Aqsa a Deir Balah ha ricevuto bombe e missili che hanno distrutto alcuni reparti e il deposito di medicine.

L’altra misura volta alla deportazione della popolazione di Gaza città è la demolizione dei ruderi, di palazzi già colpiti in bombardamenti precedenti, con cariche esplosive trasportate su Robot.

Sono 88 le persone civili uccise nella giornata di ieri, fino a mezzogiorno, ora dell’emissione del rapporto giornaliero del ministero della sanità. 421 le persone ferite.
Il totale delle vittime: 63.459 persone uccise e 160.256 ferite.

Il Direttore di Medical Relief, Dr. Muhammad Abu Afash: “C’è una crescente diffusione di virus sconosciuti a Gaza.
La diagnosi è insufficiente a causa della mancanza di test e attrezzature mediche.
I casi in arrivo spesso presentano febbre, mal di testa, dolori articolari e diarrea. Si sospettava che si trattasse di una variante del COVID-19, ma non ci sono conferme scientifiche. La malnutrizione causa immunodeficienza e una maggiore suscettibilità alle malattie. Il sistema sanitario palestinese è sotto attacco e soffre di una carenza di antidolorifici e farmaci, aggravando la crisi”.

Giornalisti nel mirino

La giornalista palestinese Islam Abed è stata uccisa in un bombardamento mirato.
L’appartamento di Abed è stato centrato da un missile lanciato da un drone.
Sono stati uccisi insieme a lei il marito ed i tre figli.
Il numero dei giornalisti uccisi a Gaza è salito a 247.

Le istituzioni giornalistiche devono agire e far sentire la loro voce, in sostegno all’onore della professione.

150 testate giornalistiche internazionali di 50 paesi, tra le quali Anbamed, hanno deciso oggi di listare a lutto la prima pagina, chiedendo la fine degli eccidi dei giornalisti palestinesi e l’ammissione di reporter internazionali nella Striscia.
A Milano un corteo davanti alla RAI per protestare contro il silenzio mediatico sull’assassinio dei giornalisti a Gaza.

Trumpiate

Il Washington Post scrive che sul tavolo di Trump c’è un piano per il giorno dopo di Gaza.
Il piano statunitense prevede il controllo della Striscia per un decennio, per trasformarla in un resort turistico e centro industriale High Tech.
Il piano in 38 pagine prevede che la popolazione, 2 milioni di persone, dovrà essere deportata fuori dalla Striscia “volontariamente” oppure trasferita in campi all’interno.
Un piano criminale che dà il fianco al genocidio in corso compiuto dall’esercito israeliano.

Cisgiordania

Cartina-colonizzazioni-in-Cisgiordania

A Khallat-Dhaba’, uno dei villaggi di Masafer Yatta, i coloni hanno aggredito una famiglia di agricoltori, causando ferite a marito e moglie, devastando la fattoria e rubando il fieno, trasportato su camion portati con loro apposta.
Un piano perfetto per la deportazione.
L’esercito di occupazione invece di arrestare gli aggressori, ha portato 3 persone del villaggio in commissariato.

Rastrellamenti continui dell’esercito nella provincia di Betlemme, con arresto di decine di attivisti in diversi villaggi.
Secondo l’agenzia Wafa, 32 palestinesi sono stati arrestati, ieri, in condizioni di detenzione amministrativa, senza accuse e senza processo.

Stamattina all’alba, l’esercito di occupazione ha assediato el-Khalil, chiudendo tutte le strade di ingresso e uscita dalla città.

Il governo israeliano ha discusso ieri le misure per l’annessione della Cisgiordania a Israele, e spiega che il passo diventa necessario, per rispondere al minacciato riconoscimento dello stato di Palestina da parte di alcuni paesi europei.
L’annessione è stata pianificata da tempo ed è nei fatti già realizzata.
Il passo è sostenuto dall’amministrazione Trump, ma non c’è ancora l’esplicito segnale verde: “Decidete cosa volete fare e poi vediamo”, avrebbe detto un diplomatico del dipartimento di stato USA a Netanyahu, secondo rivelazioni della stampa israeliana.
Dopo la riunione, il ministro fascista Smotrich ha dichiarato: “Abbiamo stracciato lo Stato di carta”.

Global Somoud Flotilla

Dopo mesi di lavoro di migliaia di volontari, sono partite ieri da Barcellona e Genova le navi della Global Somoud Flottiglia.
Momenti commuoventi che hanno segnato uno dei più alti livelli della solidarietà popolare con il popolo palestinese.
Il 4 settembre saranno raggiunte da altre decine di imbarcazioni e navi in partenza dai porti di Catania, Siracusa e Tunisi.
La vigilanza è alta contro atti di sabotaggi terroristici già in porto prima delle partenze, come avvenne a Catania nella precedente missione, Handala.
Obiettivo della missione è di forzare l’embargo criminale imposto da Israele alla Striscia che dura da 18 anni.

La notte prima della partenza davanti ad una folla di partecipanti, la sindaca di Genova, con la fascia tricolore, ha dato una lezione di “patriottismo” al governo dei falsi patrioti. “Garantite la salvezza della missione umanitaria!”.

Anche Napoli si è mobilitata per il sostegno alla Global Somoud Flotilla.
Migliaia di persone si sono radunate ieri mattina nei Giardini del Molosiglio, a pochi passi dal porto di Napoli, per partecipare a un presidio in sostegno della Global Somoud Flotilla per Gaza. L’iniziativa ha visto la presenza di attivisti di numerose sigle e associazioni che, in un clima dichiaratamente non violento, hanno inscenato simboliche partenze dal mare accompagnando il tutto con strumenti musicali.
Alcune imbarcazioni, adornate con drappi e scritte contro il genocidio, hanno preso il largo per poi rientrare dopo un breve giro, tra cori, canti e musica.
“Un gesto – spiegano gli organizzatori – per ribadire la vicinanza della città di Napoli alla popolazione della Striscia e per richiamare l’attenzione internazionale sul genocidio in corso”. Napoli

Solidarietà in Italia con la Palestina

In piccoli centri e grandi città, in tutta Italia, le mobilitazioni a fianco del popolo palestinese e contro il genocidio a Gaza sono diventate quotidiane.

Fiaccolate silenziose, marce chiassose con pentole e ogni altro strumento per fare rumore, flash-mob per sensibilizzare i passanti e molte altre forme di protesta per svegliare il governo delle destre dal suo lungo sonno.

Da Genova è salpata una prima imbarcazione con gli aiuti raccolti.
Da Catania e Siracusa il 4 settembre salperanno altre barche e navi per portare aiuti umanitari a Gaza.
Sono programmate una grande manifestazione il 3 pomeriggio e un raduno il 4 per salutare gli equipaggi.
Al porto di Genova nei giorni scorsi si è assistito ad una gara di solidarietà: migliaia di cittadini hanno portato aiuti in cibo e medicine, da caricare sulla nave della Global Somoud Flotilla. Sono state raccolte 250 tonnellate di cibo per Gaza.

Ogni giorno in piazza del Duomo di Milano, dal 16 giugno, si tiene un flash-mob silenzioso con lettura di poesie contro il genocidio compiuto da Israele a Gaza.

Cover:  Pro Palestine demonstrators hold a press conference in front of the red carpet to announce a demonstration on Saturday, Aug. 30 during the 82nd edition of the Venice Film Festival in Venice, Italy, on Wednesday, Aug. 27, 2025. (Photo by Alessandra Tarantino/Invision/AP)
Associated Press/LaPresse

Anbamed, aps per la Multiculturalità è stata costituita il 29 novembre 2020 ed è regolarmente registrata. Ne fanno parte amici, attivisti e giornalisti che si battono per la conoscenza dell’Altro, come metodo per sconfiggere ogni discriminazione.
Si può iscriversi all’Associazione, condividendone principi, obiettivi e finalità descritte nello statuto che trovate pubblicato integralmente in questo sito. (ttps://www.anbamed.it/statuto/)
Il logo dell’associazione è formato dalle due lettere iniziali di Anbamed, in alfabeto arabo (rosso) e in lettere latine (nero) che irradiano i colori dell’arcobaleno, simbolo di pace e multiculturalità.

La lunga scia fascista del Sionismo

La lunga scia fascista del Sionismo

Pubblichiamo il testo integrale della lettera al New York Times del 2 dicembre 1948 a firma di 28 intellettuali e scienziati ebrei sulle azioni terroristiche e sulla politica sionista del nuovo Stato di Israele “strettamente affine ai partiti nazista e fascista”.

Non è facile esercitare e diffondere un pensiero critico, cercare la verità dentro la nebbia conformista  dell’informazione mainstream. Anche Periscopio, vista la nostra netta presa di posizione pro Palestina, è stato accusato di non considerare i diritti degli ebrei, o addirittura tacciato di antisemitismo.
Non sappiamo se queste accuse derivino da ignoranza, cattiva informazione o da una posizione preconcetta a favore di Israele.

La confusione peggiore (involontaria o voluta) è quella che fa combaciare l’Antisionismo all’Antisemitismo, così ogni manifestazione contro il genocidio dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, ogni critica alla politica illegale di espansionismo territoriale dei governi (passati o presente) di Israele, ogni condanna al Sionismo fascista dello Stato di Israele, viene da alcuni giudicata come una manifestazione di antisemitismo.
Come giornale rivendichiamo il nostro impegno antisionista e antifascista, mentre nulla abbiamo a che fare con l’antisemitismo, passato e presente, che continuiamo a condannare.

Allora, lo abbiamo già scritto, ma vale ripeterlo, Antisemitismo significa l’avversione, l’esclusione, la persecuzione di tutto un popolo  (come è accaduto al popolo ebraico nello scorso secolo), Antisionismo significa invece la denuncia di una ideologia e di una politica, il Sionismo. 

L’Antisemitismo è una piaga non ancora estinta. Sopravvive e fiorisce nelle formazioni e nei movimenti di ultradestra, in tutto il mondo: in America, in Germania, in Inghilterra, in Italia… Paradossalmente, antisemita è anche Benjamin Netanyahu e il suo governo che stanno compiendo il genocidio dei palestinesi, palestinesi che sono anch’essi semiti, condividendo con gli ebrei lo stesso ceppo storico linguistico.

Il Sionismo ha più di un secolo di storia; è un movimento nato alla fine dell’800 (“il ritorno alla terra promessa”) che si impose tra gli ebrei della diaspora, prevalendo su altre posizioni di intellettuali e religiosi ebrei. Allora, anche tra i Sionisti non era scontato che la Terra Promessa, il luogo dove riunire il popolo ebraico, dovesse essere la Palestina, quindi una terra abitata dagli arabi da molti secoli. Alcuni proposero una “Terra vuota”, ad esempio in Canada, ma ben presto iniziarono i viaggi dei primi coloni in Palestina, allora sotto il protettorato britannico.

Nel 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose e votò a maggioranza (33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti) un piano di partizione della Palestina, tracciando di conseguenza i confini dello Stato di Israele. Alla vigilia della scadenza del mandato britannico, il 14 maggio 1948, il presidente del Consiglio nazionale ebraico Ben Gurion proclamò la fondazione dello Stato.

Al nuovo Stato, tra le proteste degli arabi, furono assegnati anche territori densamente popolati da decine di migliaia di arabi palestinesi. Già nel 1948 con azioni militari e terroristiche i palestinesi vennero sloggiati per far posto ai coloni (vedi la lettera degli intellettuali ebrei qui di seguito). Inizia così la vocazione sionista ed espansionista, che accompagna tutta la storia dello Stato di Israele. Negli anni, attraverso le guerre e gli insediamenti illegali dei coloni, Israele è cresciuto, covando in se l’assolutismo e la violenza dell’ideale sionista.

Come chiamare il Sionismo? Come chiamare la pretesa di prendersi con la forza le terre che non ti appartengono? Purtroppo gli 80 anni di storia dello stato di Israele sono stati questo. Nonostante i divieti dell’ONU e le proteste della comunità internazionale e di tanti intellettuali e scrittori ebrei antisionisti.
E come chiamare l’ultimo atto dell’espansionismo sionista israeliano, la decisione di occupare ed annettersi la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, i 70.000 morti civili palestinesi, il progetto di deportare 3 milioni di palestinesi per “svuotare” Gaza?

Il Sionismo è stato ed è questo: con l’occupazione di Gaza e lo sterminio della popolazione civile giunge al suo culmine. Forse un giorno gli israeliani avranno la forza di abiurare il sionismo e la sua anima  violenta e antidemocratica e di rifondare uno Stato civile. Se lo augurano in tanti, dentro e fuori Israele. Fino a quando però lo Stato di Israele proseguirà la sua linea omicida, L’Antisionismo, cioè la condanna del Sionismo, è l’equivalente dell’Antifascismo.

Quando inizia la deriva fascista dello stato di Israele

Il 2 dicembre 1948, ventotto intellettuali ebrei, tra i quali Albert Einstein ed Hannah Arendt, inviarono una lettera alla redazione del New York Times per denunciare la deriva fascista imposta dal futuro primo ministro Menachem Begin alla natura dello Stato israeliano, fondato nel maggio dello stesso anno.

Agli editori del New York Times

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.

L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli Stati Uniti è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservatori americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto.

È inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non siano opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.

Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e antimperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.

Attacco a un villaggio arabo

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme.

La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al re Abdullah della Transgiordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin.

L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano.

Durante gli ultimi anni di sporadica violenza antibritannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla comunità ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo.

La gente del Partito della Libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito le attività di difesa degli ebrei. I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.

Le discrepanze

La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curriculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, senza ombra di dubbio, il marchio di un partito fascista per il quale il terrorismo (contro gli ebrei, gli arabi e gli inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno “stato leader” è l’obbiettivo.

Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. È ancora più tragico che i più alti comandi del sionismo americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

Firmato:

Isidore Abramowitz, Hannah Arendt, Abraham Brick, rabbi Jessurun Cardozo, Albert Einstein, Herman Eisen, M.D., Hayim Fineman, M. Gallen, M.D., H.H. Harris, Zelig S. Harris, Sidney Hook, Fred Karush, Bruria Kaufman, Irma L. Lindheim, Nachman Maisel, Seymour Melman, Myer D. Mendelson, M.D., Harry M. Oslinsky, Samuel Pitlick, Fritz Rohrlich, Louis P. Rocker, Ruth Sagis, Itzhak Sankowsky, I.J. Shoenberg, Samuel Shuman, M. Singer, Irma Wolfe, Stefan Wolfe

In copertina: Canada, presidio antisionista; Not in our name Jews Oppose Israel’s Wars, immagine su licenza Wikimedia Commons

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Per certi Versi / L’innocenza di peccare

L’innocenza di peccare

Lasciami sbagliare

nei pensieri sotto pelle

che sfibrano la carne

 

lasciami sbagliare tutte le volte

che il sole muore

e il cielo addestra i cani

 

lasciami sbagliare

nei destini degli altri

nel turbinio di un amore

nell’innocenza di peccare

 

In copertina: Foto di Adriano Gadini da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Andrea, Alex e quella vecchia foto di Firenze

Andrea, Alex e quella vecchia foto di Firenze

Oggi 30 agosto sono cinque anni che Andrea Samaritani ci ha lasciati. La nostra amicizia si perde nella mia memoria ed i ricordi, come ho personalmente sperimentato in più occasioni, spesso si confondono.
Rashomon” non è solo uno dei più profondi e interessanti film di Kurosawa. È anche il tentativo di rendere con il necessario spessore e con le sue incredibili sfaccettature, il meccanismo con cui la nostra mente ricostruisce il passato. Che non è mai uno solo, ma sono tanti, quanti quelli che provano a ritrovarlo.

La prima immagine che ho di Andrea, dei suoi occhi indimenticabili, è quella di un giovane – ci separano appena sette anni – che scopre la potenza e la capacità di cambiarti dall’interno della nonviolenza. Ci siamo conosciuti a cavallo delle lotte che hanno attraversato il nostro paese in occasione di uno degli ultimi episodi della cosiddetta Guerra Fredda, ovvero la decisione della Nato di dispiegare anche sul nostro territorio, in quel di Comiso in Sicilia, i missili Cruise. Erano i primi anni Ottanta ed Andrea decise di partecipare al campo di formazione nonviolenta proprio vicino a Comiso, nell’ambito delle iniziative che si erano strutturate come forma di opposizione a questa decisione del nostro Governo. Pubblicammo sul giornalino della LOC di Ferrara e Cento, “Garabombo” – di cui ero redattore – una delle sue prime foto, scattata sul posto durante una manifestazione nei pressi del cantiere che stava procedendo alla realizzazione della base che doveva ospitare i Cruise. Mi ricordo il suo entusiasmo mentre mi illustrava il manuale ciclostilato di formazione alla gestione nonviolenta dei conflitti su cui si era tenuto lo stage che aveva seguito in Sicilia.

Ci perdemmo di vista una prima volta per qualche anno, ma verso la fine del 1984, a ridosso dell’Assemblea che a Firenze, alla Fortezza da Basso, doveva sancire la nascita anche in Italia delle Liste Verdi, ecco una sua telefonata. Mi proponeva di andare a Firenze per documentare quella “svolta storica”. Allora io collaboravo stabilmente con il quindicinale ROCCA, di Assisi ed Andrea aveva pensato ad un tandem: io avrei scritto un articolo sull’evento e lui avrebbe pensato a documentarlo fotograficamente. Così fu. Al ritorno mi regalò alcuni degli scatti fatti. Ed una foto in particolare la conservo ancora, quella di un Alex Langer che interviene dal palco con la sua storica introduzione ai lavori dell’assemblea.
La riutilizzai, all’indomani della morte di Alex, per corredare l’editoriale che scrissi a luglio del 1995 per “POLLICINO. Briciole di verde”, che allora usciva come inserto di “TERRA DI NESSUNO”, edito dall’Associazione Ferrara terzo mondo. Da quel felice connubio si diede vita al “Centro di documentazione Alex Langer” che grazie alla lungimiranza di Luca Andreoli e all’impegno di Daniele Lugli, Elena Buccoliero e del sottoscritto, divenne un vero crocevia della nonviolenza, della documentazione ambientalista e delle lotte terzomondiali.

Andrea nel frattempo aveva fondato con altri “La MERIDIANA IMMAGINI”. Questa importante realtà culturale aveva la sede nello stesso stabile in cui si trovava Legambiente Emilia-Romagna, la delegazione regionale della nota associazione ambientalista, di cui sono stato per anni un instancabile animatore. Ci rincontrammo. Andrea già affermato come fotografo e con stabili collaborazioni con svariate riviste nazionali, mi propose di provare ad affiancarlo in alcuni servizi. Intendeva infatti allargare il cerchio delle proprie collaborazioni professionali e pensava allo stesso tandem con cui avevamo lavorato, anche se sporadicamente, per “ROCCA”. Questa volta la cosa non funzionò per varie ragioni, tra le quali anche la mia scarsa disponibilità di tempo. Così lui prese il largo da solo. Ma ci fu ancora un’ultima occasione di collaborazione.

Nel 1998 mi propose di scrivere la prefazione al catalogo della mostra “Comacchio in pagina. 20 autori per il Parco del Delta del Po” che poi si tenne a Palazzo Bellini. Fu una piacevole esperienza. Andrea era ormai un fotografo piuttosto affermato, e il suo entusiasmo contagioso. Ritrovammo il solito affiatamento, come accade quando tra vecchi amici ci si perde di vista, ma si conserva immutata una certa comunanza di vedute e la stessa voglia di camminare ancora fianco a fianco.

Ho continuato a seguire a distanza le innumerevoli iniziative di Andrea, sempre coerenti con il suo percorso umano e culturale. In particolare, ho apprezzato le sue foto dipinte, realizzate per un anno, sul retro delle copertine di “Azione Nonviolenta”, di cui sono un vecchio abbonato. È stato l’ultimo capitolo della sua lunga militanza. Un modo per salutarci e per lasciarci un ricordo affettuoso.

Vedi anche su Periscopio:
Redazionale, Ricordo di Andrea Samaritani 
Giorgia Mazzotti, Ciao Andrea Samaritani, fotografo affamato di umanità e bellezza

In copertina: Alex Langer alla storica assemblea verdi a Firenze, 1987

Presto di mattina /
Il coraggio di osare

Presto di mattina. Il coraggio di osare

Edificare umanamente l’uomo

Se dovessi scegliere una poesia da mettere in esérgo al manifesto del Convegno che dovrà svolgersi a novembre per porre in dialogo la chiesa di Ferrara-Comacchio e la città sulle disuguaglianze, le povertà nascoste che incontriamo e ci abitano nel quotidiano, sceglierei quella di Giuseppe Ungaretti capace di declinare al meglio il rapporto tra vangelo e condizione umana entrambi convergenti nei luoghi del patire. Il testo è un’icona cristologica non scontata, provocante anzi, che tiene insieme “La somma del dolore che va spargendo sulla terra l’uomo” e “l’amore non vano”.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri
(Vita d’uomo, 229)

Di fronte a questa immagine testuale dell’Ecce homo non ci si può abbandonare al sentimento. Il testo, a detta dello stesso autore, va contestualizzato con altre poesie: Agonia, Pellegrinaggio, Porto sepolto che non sono state scritte per intenerire, suscitare commozione, ma per invitare ad affrontare le situazioni di dolore, a comprometterci in contesti di emarginazione, di ingiustizia ed a spingerci a lottare con autentico “sdegno e coraggio”.

Ungaretti ci trasmette così la nuda umanità dell’“uomo di pena”, nel quale pure lui si specchia. Se infatti «l’uomo di pena è l’uomo cupamente in meditazione sulla giustizia e la pietà» – ed egli sa di esserlo – e testimonia di sé: «Non sono il poeta dell’abbandono alle delizie del sentimento, sono uno abituato a lottare… sdegno e coraggio di vivere sono stati la traccia della mia vita. Volontà di vivere nonostante tutto, stringendo i pugni, nonostante il tempo, nonostante la morte… Da qualsiasi parte la mia ispirazione si volgesse, ella mi era sempre a lato; non ha mai dubitato di me; ha sofferto con me e per me. È stata il mio coraggio» (ivi, 530; 518; 527).

Il coraggio di osare

Così metterei come titolo al Convegno, semplicemente: Il coraggio di osare. L’espressione l’ho trovata scavando nella storia passata della Chiesa italiana e in particolare quella del decennio successivo al concilio, che determinò un cambio di passo nella costruzione e nello sviluppo delle chiese locali e di quella di Roma, intesa come soggetto ecclesiale e non più come “appendice” vaticana.

Si segnava il passaggio dall’idea di Roma come “città sacra” all’immagine di una chiesa, in una città segnata da gravi disuguaglianze, vocata ad essere “esperta in umanità”. Il riferimento specifico al titolo sono state le parole del sociologo e fondatore del CENSIS Giuseppe De Rita in un’intervista: Quando la chiesa italiana ebbe il coraggio di osare in La Civiltà Cattolica, 4086, 2020, pp. 513-523).

Credo profondamente che la ricerca e lo studio di ciò che ci ha preceduto, del passato, sia un atto di giustizia verso la memoria di coloro che prima di noi hanno lavorato e faticato per il vangelo e la promozione umana. Ma costituisce pure il vantaggio per i nuovi arrivati di oggi di godere di un “deposito” di fede, affinché non manchi un retroterra di riferimento spirituale e pastorale a cui attingere, su cui sostenersi e costruire per non dover ricominciare sempre dall’inizio, ma poter disporre di esperienze e testimoni della fede e della carità che hanno preceduto ed osare così un cammino in avanti, in quel futuro presente affidato alla nostra responsabilità riconoscente e creativa.

Ho così, come quando si riapre un libro sullo scaffale, ridestato incontri, antichi e sempre nuovi con figure ed eventi attraverso una specie di esercizio sinodale delle memorie riaperte nel presente. Una “sinodalità diacronica” dunque che si lascia interpellare ancora e ci interpella proprio nell’oggi.

Se si va così indietro entrando con lo sguardo nel passato è anche per avanzare e poi inoltrarsi nell’oltre che ci chiama in avanti. Era questo il metodo del vescovo Filippo Franceschi, – in lumine fidei il suo motto – appena giunto in diocesi nel luglio del 1976 e relatore poi al I° Convegno Nazionale della Chiesa Italiana: Evangelizzazione e promozione umana tenutosi a Roma dal 30 ottobre al 4 novembre dello stesso anno.

Fu il vescovo Filippo che traghettò la nostra chiesa nella recezione degli orientamenti e documenti del Concilio Vaticano II. Egli principiò tra noi il rinnovamento conciliare come “nuova coscienza” di Chiesa sin dalla la sua prima lettera pastorale: Amiamo questa Chiesa. E amava citare s. Ambrogio e s. Bernardo per mostrare la dinamica interna di questo amore: «custodire le cose acquisite» e «cercarne sempre di nuove; la Chiesa, deve essere ante et retro oculata poiché la sua tradizione non è solo memoria; è anche cammino in avanti».

La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia

Ma a dare l’input, ad accendere la miccia, a fare da propulsore proprio al primo come pure ai successivi Convegni decennali della Chiesa italiana fu il Convegno sui “mali di Roma”, come venne chiamato in seguito. Voluto dal coraggio di osare della chiesa locale di Roma nel suo passaggio dalla “romanità” alla “diocesanità” e grazie all’impegno di un gruppo di credenti, laici e sacerdoti.

Quel convegno fu sollecitato fortemente, gridato da 13 preti delle periferie con una lettera inviata ai Cristiani di Roma, al Sindaco e a Paolo VI. Tra essi vie era il nostro missionario p. Silvio Turazzi che fu tra i baraccati dell’Acquedotto Felice e a Nuova Ostia dal 1971 al 1975, e all’evento si iscrissero 5000 persone.

Ci volle poi tutto il coraggio e la determinazione del cardinal vicario Ugo Poletti, così ricorda De Rita, che cambiò la squadra organizzativa capovolgendo la prospettiva iniziale che voleva solo un coinvolgimento degli assistenti sociali, un aggiustamento delle procedure e degli interventi della carità del papa in Roma. (Il Convegno era visto con preoccupazione e diffidenza da certi ambienti della curia romana e in modo particolare era osteggiato dai dirigenti della Democrazia cristiana).

Fu pure coraggio dei suoi collaboratori, il vescovo ausiliare Giulio Salimei, Luciano Tavazza giornalista ed espressione, a tutto tondo, del volontariato in Italia, Giuseppe de Rita, don Clemente Riva e don Luigi di Liegro, che era responsabile della pastorale diocesana e si dedicò alla creazione della mensa di Colle Oppio, al centro Aids di Villa Glori e poi all’ostello della Stazione Termini; fonderà la Caritas diocesana di Roma nel 1979.

L’intenzione fu quella di interloquire con la propria città, a cominciare dal prendersi cura del mondo delle periferie e delle povertà vecchie e nuove motivati pure dall’impulso suscitato dall’enciclica di Paolo VI, Populorum progressio. La questione sociale è una questione morale (26 3 1967).

Il convegno si celebrò dopo un lavoro preparatorio nelle comunità, parrocchie e movimenti e comitati di base delle periferie, presso la basilica di San Giovanni in Laterano dal 12 al 15 Febbraio 1974 ed aveva per titolo: Le responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella diocesi di Roma.

«(Dis)uguaglianze»

A cinquant’anni da quel convegno la chiesa di Roma ha voluto celebrarlo proponendo un cammino sulle «(Dis)uguaglianze», cammino fatto in diverse tappe, con diversi avvenimenti iniziati a febbraio e conclusisi il 25 ottobre 2024 con la presenza di papa Francesco, sempre in Laterano. Per tutto questo cammino è risuonata la domanda di allora del card. Poletti: «Cosa ha da dire la Chiesa a questa società?».

Anche oggi la domanda si ripropone: “Come il vangelo può ridare coesione ad una città per un comune impegno di solidarietà a fronte del permanere di perduranti disuguaglianze?”.

Già in quel primo convegno era visibile lo stile della collegialità e poi sempre più recepito nei convegni successivi. Fu una spinta all’esercizio della sinodalità per il bene comune attraverso un agire sociale ed ecclesiale che metteva al centro le persone e la loro dignità. Da questo nostro convegno sulle povertà potrebbe riprendere un dialogo con la cittadinanza e le sue molteplici componenti per conoscere le risorse messe in campo, disponibili e le criticità ancora nascoste, per essere come lo fu il convegno del 1974, “un’offerta di speranza per la città e i suoi poveri”.

Per individuare le «(Dis)uguaglianze» l’assemblea romana del 2024 aveva indicato quattro forme di povertà emergenti dal tessuto cittadino: “La povertà educativa, che priva molti bambini di origini migranti di un accesso stabile all’istruzione; la povertà lavorativa, con impieghi scarsamente retribuiti o carenti; la povertà abitativa, per cui migliaia di famiglie restano senza alloggio popolare; e la povertà sanitaria, che nega a molti cittadini l’accesso alle cure”.

 Una lettera ai cristiani della città?

Si potrebbe pensare pure ad una lettera ai cristiani della città ricordando quella scritta dai 13 sacerdoti dei “Borghetti” della periferia romana: Lettera ai cristiani di Roma, (Ora sesta edizioni, Roma 1974), dedicata a tutti i bambini morti nelle baracche romane.

La nostra potrebbe essere una lettera pensata insieme, stile don Milani, che colga il vissuto delle comunità nel loro incontro con i poveri, coinvolgendo gli uffici pastorali, i centri di ascolto Caritas, i consigli diocesani. Nel libro è pure riportato il dibattito che ha preceduto la sua stesura. Ci sono anche gli interventi di p. Silvio Turazzi che di quegli eventi ha lasciato un memoriale riportato nel Quaderno del Cedoc Sfr 55, Missionis gaudium.

Così un suo intervento: «Bisognerebbe darci una documentazione esatta del problema. Mazzetti ne ha la competenza. Io ricordo che la lettera dei salesiani fu un’accusa che poi si fermò lì. Se vogliamo impostare un discorso che poi crei dei fatti, dobbiamo avere pazienza. Sarà un discorso di lotta che potrà arrivare ad una reale conversione. Qui siamo un gruppo e si potrebbe essere di più. Bisognerebbe creare veramente la crisi, altrimenti su questa lettera alcuni ci danno un bel giudizio, altri no. Io propongo di creare degli interrogativi a cui gli altri risponderanno ciascuno secondo la propria competenza. Allora salterà fuori un giudizio molto più completo» (ivi, 20).

Un tavolo delle povertà

Ci potrà essere di grande aiuto l’Annuario socio-economico ferrarese 2024, realizzato dal CDS cultura OdV (Centro Ricerche Documentazione e Studi Economico Sociali), che ha osservato la nostra città a partire dal Goal 1 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, definendo 17 obiettivi per un futuro sostenibile da raggiungere entro il 2030. Il primo obiettivo è quello “indubbiamente sfidante, di “porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo”.

L’annuario riporta un resoconto di Roberto Cassoli su Povertà a Ferrara e in Italia circa le seguenti aree: i lavoratori vulnerabili; distanza tra nord e sud; il reddito di cittadinanza e assegno di inclusione; la crescita dei senza dimora; la piaga dello spopolamento; povertà e infanzia.

Si evidenzia poi che dal 2019, il Comune di Ferrara non ha effettuato “L’indagine statistica triennale sulle famiglie residenti nel comune (su un campione di 1.000 famiglie)”, con cui si analizzavano “le condizioni abitative ed economiche, gli stili di vita e di consumo dei residenti e la valutazione dell’incidenza di povertà”. Inoltre, nota ancora Cassoli, “il ‘Tavolo Povertà’ istituito nel 2018 non è stato ancora convocato”. Nel report infine, di seguito, sono indicate le attività e i dati delle Associazioni di volontariato, dell’Emporio Solidale Provincia di Ferrara Il Mantello e della Caritas diocesana e dei Centri di ascolto (Cf. ivi, 41-71).

Povertà di ieri e di oggi

La storia avvincente, quella del Convegno sui “mali di Roma”, può essere approfondita attraverso alcuni riferimenti bibliografici: Augusto d’Angelo, “Il convegno del febbraio 1974”, in Dalla romanità alla diocesanità. Storia recente della Chiesa di Roma, san Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2022, 23-53; Id., “Verso il 50° del Convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974”, in Studi politici, vol. 1/2023, 31-50).

Secondo D’Angelo, nell’intervista citata sopra, il convegno del 1974 «non rappresentava un’iniziativa all’interno di un progetto ben definito, non aveva uno scopo predeterminato. Doveva rappresentare un’occasione di ascolto della città, di quanti operavano nelle periferie, di tutti coloro che avessero a cuore i problemi di Roma. Si immaginò una grande assise, insomma, che rappresentasse un momento di discussione e di interlocuzione tra soggetti attivi nel tessuto connettivo della città – il mondo della cultura, le parrocchie, i centri di impegno sociale, le emergenti realtà ecclesiali post-conciliari, le tradizionali congregazioni religiose, il mondo sindacale… per dare voce alle attese di giustizia della capitale e trarne un’assunzione di responsabilità.

Un’occasione, dunque, per conoscere come fosse cresciuta in città la disuguaglianza, per come la vedevano le migliaia di occhi di preti, laici, religiosi che ne percorrevano periferie, ospedali, scuole, fabbriche, i grandi luoghi di vita e aggregazione, e per generare una prospettiva di rinnovamento dell’azione dei cristiani alla luce del Concilio… Fu un convegno per creare un’occasione di edificazione del tessuto comunitario attraverso l’ascolto della realtà» (“A 50 anni”, 38; 42).

Collaborare è la keyword quando in gioco sono l’uomo e le sue necessità

Non va dimenticato poi, con lo stessa visione prospettica ante e retro oculata, il Seminario di Studi Le nuove povertà nell’area ferrarese tenutosi a Ferrara il 25 giugno 1988 sull’invito della Caritas diocesana. Vi avevano aderito anche la Camera di Commercio della nostra città, e l’Amministrazione della nostra provincia, rendendo possibile una ricerca sulle nuove povertà nel nostro territorio.

Fu questa una tappa del Sinodo diocesano voluto dal vescovo Luigi Maverna dal 1985 al 1992. Relatori Umberto Melotti, Leila Ziglio, Giovanni Scarpellon con un intervento anche del vescovo Luigi dal titolo significativo: “Una lunga battaglia civile ancora da vincere”.

Questo un passaggio del suo intervento: «Era doveroso, per noi, Chiesa. La Chiesa deve collaborare quando è in gioco l’uomo e le sue necessità, e le necessità del mondo… Ma le povertà nuove e nascoste? Mi sia consentito indicarne una, esistente anche nella nostra città. È quella degli immigrati del terzo Mondo, che sono anche tra noi, in cerca di lavoro e di studio, e verso i quali, se non in minima parte, le varie Istituzioni sembrano essere interessate» (La Pianura, Rivista Trimestrale della Camera di Commercio, 2/1988, 8).

NellAnnuario socio-economico ferrarese 2025″ Ricerche, analisi, commenti su economia e società in provincia di Ferrara e in Area vasta, presentato nel giugno scorso, sono affrontale le questioni legate alle Politiche urbane. Spazio, tempo, territorio.

L’indagine fa ancora riferimento all’Agenda 2030 dell’ONU, che al Goal 11 “Città e comunità sostenibili” «stabilisce l’obiettivo di “rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili” tramite 10 diversi indicatori, e conseguenti risultati, da raggiungere entro il 2030, precisando nel dettaglio: accesso agli alloggi e servizi di base adeguati, ammodernamento dei quartieri poveri, trasporti, pianificazione e gestione partecipata degli insediamenti, salvaguardia del patrimonio naturale e culturale, protezione dei poveri e delle persone in condizioni di vulnerabilità, riduzione degli effetti delle calamità, inclusi i disastri provocati dall’acqua e poi, ancora, qualità dell’aria, gestione dei rifiuti, accesso universale a spazi verdi, politiche di inclusione e sostegno di rapporti positivi fra aree urbane».

Viene ricordata pure la zona del “disagio abitativo”, senza dimenticare le persone che fanno parte «dell’area del “rischio di esclusione sociale”, i bisogni della popolazione immigrata con redditi bassi, quelli delle persone senza fissa dimora, o dei disabili soli che cercano soluzioni abitative permanenti. Rientrano in questa categoria di bisogni, ma con soluzioni temporanee, anche gli ospiti in uscita da comunità di recupero, madri sole con bambini, anziani non autosufficienti in attesa di uscita da ospedali o RSA ecc. In altri termini bisogni abitativi fortemente intrecciati con i bisogni socio-assistenziali». Il tutto inquadrabile nel Report statistico nazionale 2025 della rete Caritas “La povertà in Italia”.

“Una Chiesa per i poveri, una Chiesa dei poveri, una Chiesa povera”

Per il Convegno sarà bello ricordare o riportare almeno i titoletti del n° 61 del libro del Sinodo diocesano (1985-1992): “Una Chiesa per i poveri, una Chiesa dei poveri, una Chiesa povera”.

Vi si legge: «Il vangelo della carità mette in chiara evidenza il necessario rapporto del messaggio evangelico con la realtà storica. La carità è un contenuto della fede che, per sua stessa natura, deve incarnarsi nella storia. Tuttavia la carità non è riducibile alla dimensione storica, ma la fermenta nella prospettiva trascendente del Regno.

Il vangelo della carità (chiave del rapporto tra fede e storia) affida alla nostra Chiesa alcune priorità. L’amore preferenziale per i poveri ha un carattere teologico, e dunque non è una scelta pastorale opzionale o dettata dalla necessità; essa scaturisce dal vangelo, riguarda un atteggiamento fondamentale del Signore che nell’ annuncio della buona novella a tutti gli uomini, assunse l’amore di predilezione per i poveri, costituendoli primi destinatari e portatori privilegiati dei valori del Regno.

Elementi qualificanti del vangelo della carità sono il principio della destinazione universale dei beni, il rispetto e la promozione della libertà di ogni uomo, l’orientamento alla solidarietà universale e al bene comune. La scelta degli ultimi dunque esige la denuncia delle strutture sociali ed economiche di peccato, e la paziente ricerca di un diverso e più giusto ordine sociale, politico ed economico. …

Le grandi questioni della pace, dello sviluppo e della ecologia, che sollecitano le coscienze degli uomini di oggi, sono una sfida che la Chiesa deve cogliere» (Sinodo diocesano [1985-1992], Corbo editore, Ferrara 1993, 147-148). Dopo 33 anni, a partire da questa pagina sarà il caso che le comunità cristiane tornino a interrogarsi per verificare e ricentrare le priorità del loro stile e impegno di evangelizzazione, di pastorale, di attuazione del vangelo della carità».

Osare, a fare storia di “promozione umana”

Nell’intervista a Giuseppe De Rosa, viene chiesto da Antonio Spadaro quali criticità di quel convegno sui “mali di Roma” sono presenti anche oggi come sfide sul cammino della chiesa italiana?

«La criticità più grande della chiesa oggi se mi è permesso, credo fermamente che la maggiore criticità fra quelle indicate sia venuta dalla tendenza a chiudersi nel recinto del mondo cattolico – i preti e la loro «gente» – senza avere il senso della complessità esterna, concentrandosi ad “affermare” (verità, valori, intenti, indicazioni programmatiche), senza mai avere il coraggio di entrare nella dialettica sociale quotidiana, mediandone aspettative e conflitti.

Solo il vigore delle diverse realtà socioculturali, da troppo tempo in letargo, può chiamare le Chiese che vivono in Italia a farsi loro carico del faticoso cammino che dobbiamo intraprendere. E mi permetto di dire che quel vigore può essere chiamato a esprimersi nel richiamo a osare, a fare storia di “promozione umana” e di risposta alle attese di giustizia delle nostre singole comunità ecclesiali» (“Quando la chiesa italiana ebbe il coraggio di osare”, 522; 523).

Ora si svegli l’angelo del povero

Le considerazioni fatte all’inizio per il testo poetico di Ungaretti valgono anche per questa seconda lirica: L’angelo del povero. Si evidenzia inoltre come per le poesie della raccolta Il Dolore qui non si tratta di un dolore inattivo, che paralizza, ma reattivo, un modo per attingervi forza e per fare coraggio agli altri ad osare ancora cammino.

L’uomo di fatica e di pena è il povero, colui che è abitato dalla debolezza di quando si nasce e di quando si muore; e nondimeno egli è anche forte perché nella sua fragilità testimonia che «vive solo colui che vede l’angelo» (Ungaretti, Il povero nella città, SE SRL, Milano 1993, 18). Vede l’angelo colui che è in attesa di un cambiamento e agisce di conseguenza per farlo germogliare; vede l’angelo chi scorge oltre la sofferenza, la pena e la fatica e si fa errante tra gli invisibili e nell’invisibile immediato e futuro.

Ora che invade le oscurate menti
Più aspra pietà del sangue e della terra,
Ora che ci misura ad ogni palpito
Il silenzio di tante ingiuste morti,
Ora si svegli l’angelo del povero,
Gentilezza superstite dell’anima…
Col gesto inestinguibile dei secoli
Discenda a capo del suo vecchio popolo,
In mezzo alle ombre…
(Vita d’uomo, 235).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

L’anima smarrita del Buskers Festival

L’anima smarrita del Buskers Festival

«Quantificare l’afflusso del pubblico è praticamente impossibile, proprio per la peculiarità della manifestazione che non richiede spazi chiusi né tributi pecuniari». Così scriveva Monica Forti, addetta stampa del Ferrara Buskers Festival (FBF), in un articolo del 23 luglio 1988 uscito su “La Voce di Ferrara-Comacchio”. Cosa – quindi – contraddistingue questa rassegna musicale di cui tutti andiamo fieri? L’apertura e la gratuità. Caratteristiche ormai dimenticate.

ZONA ROSSA PER 6 ORE AL GIORNO

Per la quarta volta in sei anni, il Ferrara Buskers Festival (FBF) prevede infatti l’accesso a pagamento: nel 2020 la formula era di tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro selezionati. Costo del biglietto, 12 euro. L’anno dopo, sarà di 10 euro, col Festival chiuso dentro Parco Massari. L’anno scorso l’ancor più nefasta scelta: Quadrivio degli Angeli e Parco Massari a 11 euro (+ eventuali costi di prevendita). Quest’anno tra i 10 e i 12 euro (8-10 euro per l’ultima giornata) a seconda del periodo di acquisto del biglietto (+ 2 euro su Ticket Master per avere il biglietto digitale).

In seguito alle critiche ricevute, il FBF ha deciso di riportare in pieno centro la manifestazione. Fino a sabato il festival inizia alle ore 19 con letture dal vivo in piazza Trento e Trieste e musica dalle 20. Ieri (mercoledì) la musica è iniziata alle ore 22 (tra due giorni lavorativi!). E fino a sabato il centro viene chiuso dalle 18 fino a mezzanotte: ben 6 ore. Domenica inizio alle 16, musica dalle 17, con chiusura del centro dalle 15 ca. Risultato: il Festival non torna ad essere gratuito e in più a essere chiuso per cinque pomeriggi e cinque sere di fila è buona parte del centro storico. Una vera e propria privatizzazione del cuore di Ferrara, e per un appuntamento che per sua natura non dovrebbe conoscere limitazioni alla libertà di movimento. Insomma, fuori tutti: la nostra piazza non è davvero nostra, ma solo di chi conclude una transazione finanziaria col Ferrara Buskers Festival. E il tutto in nome della “cultura” e della “libera espressione artistica”. Termini svuotati del loro reale significato. A dominare è la logica dello scambio (“vuoi accedere liberamente al cuore della tua città? Paghi”), oltre che della competizione (si veda il Premio “Gianna Nannini”).

 DIVIETI, GENTIL CONCESSIONI E…SDRAI

Fino a domenica, chi abita nella “zona rossa FBF” deve dimostrare a vigilantes privati di abitare effettivamente a casa propria o di lavorare in una delle attività all’interno. A questo si è ridotto il festival degli artisti di strada: a un’operazione selettiva, con la quale si decide chi può o non può andare in piazza.

«Tutti i residenti avranno libero accesso ed ogni lavoratore dell’area potrà entrare ed uscire senza problemi», è scritto sul sito del FBF. Già il solo sentirsi in dovere di specificarlo provoca un brivido lungo la schiena. Sui controlli all’ingresso è scritto (sempre sul sito FBF): è vietato introdurre – oltre ad armi, droghe e materiale esplosivo – anche… «bottiglie e lattine», «bottiglie di plastica»! E biciclette o monopattini… Inoltre: «Per gentile concessione (sic!) sono ammesse borracce vuote in plastica o alluminio, misura standard max 0,75 cl» e «bottigliette d’acqua da 0,50 cl APERTE [in maiuscolo nel sito], cibo solo in contenitori in plastica o carta» e «anche le vesciche ma solo vuote» (!).

L’unico momento gratuito del Festival sarà dopo mezzanotte col “Buskers Night”: sono già state dimenticate le mille critiche al Ferrara Summer Festival sull’occupazione di piazza Trento e Trieste (e di piazza Ariostea) con gravi disagi per il sonno dei residenti. Da mezzanotte «si va avanti fino alle 3» del mattino sul Listone con altra musica dal vivo, djset e bevute libere. Ma sempre sul sito del FBF si sottolinea come «al Dopofestival non è consentito portare proprie bevande per questioni di sicurezza»! E dimenticati sono i discorsi sul Buskersgarden nel sottomura di Baluardi, nato nel 2000 come luogo dove dopo mezzanotte continuare a divertirsi lontano dal centro. Infine, due mesi e mezzo dopo la “Bike Night Emilia-Romagna”, per dar nuovo lustro alla vetusta piazza Patrimonio Unesco, tornano a gran richiesta gli sdrai nell’Oasi del Festival in p.zza Trento Trieste…

 «I BUSKERS? SON COME I MANAGER»

È quindi l’anima stessa del busking a essere snaturata con un Festival che da cinque anni è sempre più dominato da logiche aziendali: “conviene ai commercianti del centro?”, è in sintesi ciò su cui si discute ogni anno. “Come fare in modo che la città (tradotto: alcuni commercianti) ne traggano sempre più profitto?”. L’arte di strada a Ferrara è diventata una mucca da mungere. Detto meglio, è diventata mero terreno di estrazione di profitto (naturalmente a favore di pochi).

Ormai gli organizzatori ne parlano in modo sfacciato: “La strada è bellissima. Strategie e sfide del management: tra musica, arte e cultura” è il nome del Seminario svoltosi lo scorso 5 luglio a Palazzo Diamanti, promosso da FBF e Manager Italia (il «sindacato dei manager») in collaborazione con Confcommercio Ferrara. “Lo spirito dei buskers? È quello dei manager!”: a quella che sembra una battuta si son dedicate ore di riflessione: «La strada rappresenta il contesto dinamico in cui un manager opera ogni giorno. È uno spazio aperto (sic!), mai del tutto prevedibile, dove coesistono sfide e opportunità, direzioni chiare e incroci imprevisti», recita la presentazione dal sito di Manager Italia. Apertura e imprevedibilità: caratteristiche del busking castrate dalla formula “entri-se-paghi” del nuovo FBF. «I partecipanti – è scritto ancora sul sito di Manager Italia – saranno omaggiati con 1 accesso gratuito a una serata del Ferrara Buskers Festival». Insomma: sei un manager e hai partecipato all’evento a Diamanti? Entri gratis. Sei un “normale” cittadino? O paghi o stai fuori.

E rimanendo nell’ambito economico, sempre sul sito del FBF, alla voce “Trasparenza” risulta come il Festival nel 2024 abbia ricevuto 242mila euro di contributi pubblici (Mibact, Regione, Comune Ferrara, Comune Comacchio, Camera di Commercio), con un aumento di quasi 50mila euro rispetto al 2023. Senza contare le erogazioni liberali (Art Bonus), pari a 42200 euro da inizio 2023 a inizio 2025.

 L’ANIMA SMARRITA FRA LE TRANSENNE

In un articolo uscito su “Il Resto del Carlino” del 20 agosto 2000, Beppe Boron e Fabio Koryu Calabrò spiegavano così la loro idea del “Grande Cappello”, la possibilità – cioè – di donare una piccola cifra che sarebbe andata per 2/3 a progetti solidali, mentre 1/3 restava nelle casse del FBF: si chiede «solo mille lire a testa perché non vogliamo entrare in concorrenza con gli artisti di strada». Artisti che, inoltre, con gli ingressi selezionati dai biglietti perdono in buona parte il “gusto” della sfida di attirare l’attenzione di chi passa davanti a loro diretto ad altra destinazione. Della stessa idea era Giancarlo Petrini, esperto di teatro popolare e di strada: «Lo spettacolo di strada è contemporaneamente spettacolo di “cappello”. Nella piazza non si paga un regolare biglietto per assistere alle singole esibizioni» (in “La piazza delle meraviglie”, Trapezio, Udine, 1999).

(ph. Andrea Musacci)

L’organizzazione del FBF dovrebbe tornare ad essere “leggera”, “minima”, far cioè dimenticare a chi si vuol godere il contatto con gli artisti di strada, il trovarsi all’interno di una manifestazione, dandogli invece l’“illusione” che tra sé e il busker non ci sia nessuna sovrastruttura. Le transenne di 2 metri con teli neri che in questi giorni demarcano e occultano il nostro centro sanno invece di separazione, di area protetta, di zona rossa, non di libertà. Quella libertà che ognuno di noi ha vissuto in questi decenni di Festival, libertà di poter entrare e uscire un numero indefinito di volte dall’area buskers. Area – appunto – porosa, permeabile. Come la città, che è di tutti. Che è – soprattutto nel suo cuore, nel suo centro – apertura, luogo di incontro e condivisione, senza barriere. Il FBF ha sempre rappresentato – quindi – un evento simbolo dello spirito della città e della piazza, luogo ora – con il nuovo FBF – trasformato in recinto che divide i “privilegiati” dagli “altri”.

Alcuni anni fa su una transenna che segnava il confine dell’area buskers, qualcuno al posto di “Comune di Ferrara” scrisse ironicamente “Comune di Stefano Bottoni”. Ora che il centro storico è davvero privatizzato, il nostro anonimo amico cosa dovrebbe scrivere? 

«Partecipare al Ferrara Buskers Festival è stato «un brivido e, insieme, un ritorno al passato, ai motivi più diretti e intensi della mia attività: fuori dai dischi, dalle sale d’incisione, dai biglietti a pagamento».
(Edoardo Bennato, intervista rilasciata a “L’Informazione”, 27 agosto 1994)

Cover: Ferrara Buskers Festival 2025, ingresso a pagamento da via Garibaldi (ph. Andrea Musacci)

Ferrara per la Palestina:
Manifestazione Sabato 30 agosto, piazza Municipale, ore14.30

STOP AL GENOCIDIO

Manifestazione Sabato 30 agosto 
ore 14,30, Piazza Municipale. Ferrara 

All’attenzione delle associazioni del territorio

Invito adesione a manifestazione 30 agosto ore 14:30 – Piazza Municipale

In quanto Ferrara per la Palestina denunciamo un grave attacco ai diritti democratici e alla libertà al dissenso. Il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, ha chiesto al prefetto di vietare le nostre manifestazioni; dal Parlamento arrivano minacce di provvedimenti tramite la figura di Mauro Malaguti.

Per queste ragioni abbiamo organizzato un corteo che partirà da Piazza Municipale sabato 30 agosto alle ore 14:30; denunciamo inoltre che la Questura di Ferrara da oltre una settimana tenta di vietare questo corteo, prima ci è stato comunicato che era impossibile svolgerlo nelle modalità da noi indicate a causa del “Buskers Festival”, successivamente che bisognava spostarlo alla mattina ed infine che non era possibile manifestare di fronte al Comune di Ferrara.

Il “Buskers Festival” inizia alle ore 19:00, inoltre abbiamo anche contattato gli organizzatori e ci è stato confermato che il nostro corteo non interferisce con l’evento.

Nonostante queste pressioni, ribadiamo con forza: manifestare è un nostro diritto, le piazze appartengono al popolo, non possono essere negate e sabato 30 il corteo si svolgerà anche grazie alla nostra determinazione.

Intanto a Gaza è in corso una nuova offensiva via terra: altri 60.000 riservisti israeliani sono stati schierati con l’obiettivo dichiarato di cancellare Gaza entro ottobre e occuparla. Parallelamente si annuncia la frammentazione definitiva della Cisgiordania. Di fronte a questo, i governi occidentali mostrano indignazione di facciata ma continuano a fornire armi e sostegno politico, con l’Italia in prima linea.

Abbiamo governi complici di crimini di guerra, e devono ascoltare la nostra rabbia.

A livello internazionale cresce la mobilitazione: il 31 agosto partirà la Global Sumud Flotilla per rompere l’assedio, mentre in tutto il mondo le proteste si moltiplicano. Anche a Ferrara non possiamo e non vogliamo mollare: Gaza non deve essere abbandonata.
Se a Ferrara si tenta con tanta ostinazione di vietare le nostre iniziative, significa che la nostra voce fa paura. Non ci faremo intimidire: siamo sotto attacco, ma risponderemo con più forza.

Oggi più che mai chiediamo la partecipazione e adesione di tutte e tutti, singoli cittadini, associazioni, società civile: Ferrara per la Palestina ha bisogno di voi. La Palestina ha bisogno di voi. Questo è il momento di agire e di farci sentire con forza!

Ci vediamo sabato 30 agosto alle 14:30 in Piazza Municipale.

NB: I partiti non possono aderire visto che il nostro obiettivo è quello di manifestare come cittadine dal basso.

Ferrara per la Palestina

DA FERRARA A NORIMBERGA, PER UN PONTE FATTO AD ARTE

DA FERRARA A NORIMBERGA, PER UN PONTE FATTO AD ARTE

Chi ha avuto occasione di leggere su Periscopio, nella rubrica dal magnifico titolo Suole di vento, qualche mio reportage, sa che in genere mi faccio affiancare da testi letterari nella descrizione degli itinerari alla scoperta delle città.

Anche in vista del viaggetto a Norimberga ho cercato… e ho trovato soltanto Viaggio a Norimberga di Hermann Hesse, apparso per la prima volta nel 1927. Certo, non è quello che cercavo, giacché non è una storia ambientata nelle strade della città, però alcuni spunti me li ha offerti ugualmente.

Principalmente il riferimento all’occasione del viaggio: nel mio caso, una mostra di opere che sarebbe stata inaugurata in una prestigiosa galleria d’arte, nel caso di Hesse, una serie di pubbliche letture in varie città (Ulm, Augusta, Norimberga), a cui lo scrittore decide di aggiungere altre tappe che diano un senso al lungo (due mesi) viaggio dal Canton Ticino a Blaubeuren, la meta conclusiva prima del rientro.

«Norimberga si conciliava a meraviglia con il mio viaggio. – scrive – Era il completamento ideale di Ulm e Augusta, di cui difficilmente poteva fare a meno un colto visitatore di cittàNon nascondo che mi ha attratto particolarmente l’idea di poter attribuire anche a me questa definizione…

Purtroppo, circa novanta pagine dopo, soprattutto perché paragonata alla magnifica Augusta, «Norimberga – scrive Hesse – si rivelò per me una grossa delusione…in cuor mio mi ero aspettato meraviglie di ogni sorta in quella città gotica, avevo sperato di imbattermi nello spirito di E.T.A Hoffman e di Wackenroder, ma non accadde nulla di tutto ciò.

La città mi fece un’impressione orribile, della qual cosa naturalmente non fu la città ad avere colpa. La colpa era tutta mia. Vidi una città antica veramente incantevole, vidi St. Lorenz e St. Sebald, vidi il Municipio e il suo cortile, con la fontana di ineffabile grazia.

 

St. Lorenz Norimberga

Vidi tutto ciò, e tutto era assai bello, ma stretto d’assedio dai fabbricati di una grande città commerciale, fredda, squallida, assordata dallo scoppiettio dei motori, avvolta nelle spire delle automobili, tutto tremava leggermente al ritmo di un tempo diverso, un tempo incapace di costruire volte a costoloni e di ambientare fontane incantevoli come fiori in silenziosi cortili, tutto sembrava sul punto di rovinare l’attimo seguente, giacché non aveva uno scopo, un’anima….»

La lunga citazione mi permette di fare, circa duecento anni dopo, un confronto piuttosto interessante: nelle passeggiate entro le mura e per le strade del centro storico, l’impressione comune, scambiata tra i componenti del gruppo di visitatori, è stata di ammirazione per la vastità dell’area pedonale, che ci ha permesso di scoprire la bellezza dei medesimi monumenti citati da Hesse (molti dei quali ricostruiti dopo le distruzioni operate dai bombardamenti  che nella seconda guerra mondiale hanno punito la ‘città del nazismo’) e edifici moderni, ben più avveniristici di quelli odiati da Hesse, ma perfettamente inseriti nel tessuto urbano pedonale. Il tutto senza gli odiosi ed assordanti rumori del traffico delle macchine che tanto avevano disturbato lo scrittore.

E ora è arrivato il momento di inquadrare questa visita nell’evento che ha fornito l’occasione di incontrare la città. E ci arrivo partendo da un punto di vista particolare. In letteratura mi ha sempre colpito un elemento: il topos letterario (dal greco τόπος, luogo), che raffigura un motivo, un tema, una situazione o uno schema narrativo ricorrente, luogo metaforico o schema predefinito, ma anche, spesso, un luogo fisico, determinante, a volte, nella vicenda narrata (la locanda, l’osteria, la foresta…).

Ecco, in questo breve soggiorno a Norimberga, due τόποι hanno segnato i percorsi: der Kreis (il Cerchio) e die Brücke (il Ponte). La Kreis Galerie è lo spazio espositivo a cui afferisce l’omonimo gruppo di artisti (un cerchio, appunto, formato rigorosamente e unicamente da 30 soggetti) operanti dal 1949 nella città tedesca.

Locandina della mostra

Qui è allestita la mostra collettiva di artisti italiani presentati dalla Galleria del Carbone di Ferrara e tedeschi, per effetto del Ponte nato circa venti anni fa, come ha raccontato nella inaugurazione la mattina del 10 agosto l’artista Christoph Gerling.

«Il ponte con Ferrara – ha detto – è nato ancora prima della vera e propria collaborazione tra gallerie d’arte. Ero in Sardegna con un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Norimberga per visitare una Accademia italiana e il pittore ferrarese Giorgio Cattani mi invitò nella sua città. Nel 2008 ha inizio la frequentazione, molto proficua, con la Galleria del Carbone, concretizzata in alcuni fondamentali momenti espositivi a Ferrara, a Hersbruck e a Norimberga. In particolare questa mostra, che alla Kreis Galerie rimarrà sino al 7 settembre, si sposterà a gennaio appunto a Hersbruck, così che il Ponte sarà realizzato compiutamente.»

Dopo il saluto agli organizzatori, agli artisti e a tutti i presenti da parte della presidente della Kreis Galerie, Beate Babersk, Paolo Volta ha sottolineato il particolare significativo del 2000, sia come anno di collocazione della Kreis in questo luogo significativo, che della nascita della Galleria del Carbone a Ferrara.

Facciata della Kreis Galerie – Norimberga
Un angolo della mostra
Inaugurazione. B. Baberske, C. Gerling e P. Volta

Ha poi aggiunto: «è una relazione che dal 2008 si costruisce e rafforza di anno in anno, grazie agli incontri e agli scambi che consentono di sommare ogni volta dei mattoni di conoscenza e di esperienza che mescolati fra di loro creano un’opera unica

Ho poi voluto intervistare la Presidente sulle caratteristiche della Kreis Galerie, che mi è apparsa, nelle sue parole, come una realtà culturale ed espositiva molto vivace e ricca di attività in collaborazione con altri Paesi, Europei e non, a creare una rete che mette in evidenza anche l’importanza della collocazione, in un punto strategico della Via dei Diritti.

La Via dei Diritti – Norimberga

La Galleria, infatti, si trova: quasi di fronte al Germaniches Nationalmuseum in un angolo della Via dei Diritti Umani progettata nel 1988 dall’artista israeliano Dani Karavan e inaugurata il 24 ottobre 1993. Una installazione dedicata alla Dichiarazione Universale ONU dei Diritti dell’Uomo del 1948 e costituita da 30 elementi come il numero degli articoli della Dichiarazione: 27 colonne, due lastre nel terreno e una quercia colonnare, distanziati regolarmente a 5 metri lungo un asse.

In ogni elemento è inciso un articolo della Dichiarazione, prima in lingua tedesca e in seguito in un’altra lingua per evidenziare l’universalità dei diritti umani. Alle estremità della via da una parte vi è un suggestivo portale in marmo che indica l’inizio della camminata, e dall’altra vi sono le mura medievali della città, sopravvissute ai bombardamenti.

La mostra raccoglie quadri, disegni, sculture, installazioni, opere di grafica in un percorso che si articola nei tre livelli dell’edificio, lungo le pareti e ai lati della scala che conduce al soppalco, con una stretta, affascinante scala a chiocciola che porta al livello inferiore ed è un bel viaggio per gli occhi e la mente quello che è dato compiere tra questi spazi.

Il gemellaggio artistico ha avuto anche un gradevolissimo risvolto conviviale la sera del 9 agosto, quando, su iniziativa di Christoph Gerling e Barbara Henning, siamo stati accolti splendidamente dalla Comunità di Deckersberg, a pochi chilometri da Norimberga, con ottima birra e squisiti manicaretti della cucina tipica e simpatia ed allegria e canzoni italiane e tedesche accompagnate da una deliziosa ukulele e da percussioni improvvisate.

Al rientro, ho voluto approfondire con Paolo Volta e Lucia Boni alcune tappe significative del percorso fatto insieme tra la Galleria del Carbone e i due spazi espositivi in territorio tedesco coinvolti nel gemellaggio: il Deutsches Hirtenmuseun di Hersbruck e la Kreis Galerie di Norimberga.

Un percorso segnato da stimolanti ed interessanti mostre ed esibizioni: nel 2008 prima a Norimberga poi a Ferrara Kunst in der Tasche, una serie di piccoli lavori 10×10; nel 2009, al Carbone, mostra personale di Christoph Gerling, Kopf; nel 2013 in primavera Ferrara a Norimberga e in autunno Norimberga a Ferrara; nel 2014 a Ferrara Nei meandri della bellezza (titolo ispirato alle molte anse del fiume Pegnitz che bagna le città di Hersbruck e Norimberga); nel 2018 una suggestiva mostra di lavori dentro quel fiume, Kunst im Fluss e diverse altre…

W. Uhlig – bozzetto Olimpia Morata

E dai loro ricordi è emersa una ‘chicca’: Wilhelm Uhlig, famoso scultore tedesco in mostra al Carbone nel 2013, rivela il suo grande interesse per la figura di Olimpia Morata, in relazione alla realizzazione, allora in corso, di un suo bozzetto ritraente la fanciulla ferrarese e naturalmente scatta la ricerca relativa alle ragioni che legano Olimpia a Norimberga e scopriamo che fu costretta a fuggire da Ferrara col marito, il giovane medico Andreas Grunthler dopo gli anni proficui anche di studi  vissuti come damigella presso la corte di Renata di Francia, a causa della crescente intolleranza religiosa entro il ducato Estense nei confronti degli stranieri a partire dal 1550.

Dopo un breve soggiorno a Kauferen nei pressi di Augusta, i due si spostarono a Schweinfurt, libera città imperiale, ma nel 1553 la situazione di Schweinfurt divenne molto pericolosa a motivo delle guerre che devastavano la Germania.; quando la città fu attaccata dalle truppe dei vescovi di Bamberga, Würzburg e Norimberga, dovettero fuggire prima a Hamelburg e poi a Heidelberg, dove Olimpia si ammalò di tubercolosi, e morì il 26 ottobre del 1555. Legame sottile, quindi quello di Olimpia con Norimberga, ma sufficiente a far sì che in suo onore nel 2013 venisse bandito il concorso al quale si trovò a partecipare lo scultore Uhlig.

Libri e siti consultati:

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli di Maria Calabrese su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

 

 

Parole a capo
SPECIALE NUMERO 300 / 1

Credo che compito del poeta sia quello di far nuove le parole o di sfuggire le insidie del luogo comune”
(Ennio Flaiano)

“Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari, dai potenti. Dovrebbe essere corretto dai reduci, dalle vedove, dagli orfani, dai medici e dai poeti.”
(Arthur Schnitzler)

 

Quando Francesco Monini e Giampaolo Benini iniziarono a parlarne, io non facevo parte della partita. Era il gennaio 2020 e FerraraItalia si stava ristrutturando/trasformando in Periscopio. Si progettavano nuove rubriche e la forma espressiva della poesia era già una caratteristica del giornale. C’era “Per certi versi “, la rubrica domenicale con le poesie di Roberto Dall’Olio ma c’era anche l’esigenza di uno spazio dove dare voce alle tante sensibilità poetiche con cui si avevano contatti, rapporti.
Poco tempo prima dell’esordio di “Parole a capo“, sono stato coinvolto nel progetto.
Maggio 2020: si parte. Poeti e poete locali e da tutta Italia.

Sicuramente, l’utilizzo dei “social” (Facebook in primo luogo) ha favorito la conoscenza della rubrica, dei tanti siti dedicati alla poesia e dei tanti autori e tante autrici di poesia. Ogni volta che si contattava un/una poeta, c’era in me una forma di timore. “Chissà se mi risponde”, mi dicevo. In realtà, le risposte ci sono quasi sempre state e nell’80% positive.

Altro versante, fonte di espansione poetica, sono stati i reading, gli incontri di poesia organizzati dal collettivo/Associazione Ultimo Rosso in centro a Ferrara. In “Parole a capo” si sono date notizie, immagini delle mostre foto-poetiche organizzate, degli incontri in trasferta (circolo ARCI San Lazzaro a Bologna; Conselice (RA); Lagosanto; Cà Cornera – Porto Viro; Guarda Ferrarese; Voghiera). Le anteprime, di libri di poesia, sono state numerose e, sinceramente, ne vado umilmente orgoglioso.

La risposta di poete e poeti, alla mia proposta di un numero speciale di “Parole a capo”, è stata notevole e certamente vi sarà una seconda uscita. Poi, chissà…
Grazie e buona poesia.

 

“Egli tace”

Infine morti chiedono vendetta
nella terra di Cristo
ma la tua Trinità tace nel credo
che dal silenzio ha piano di rinuncia.
Solo polvere! Mentre il sangue sporca
Le vesti consuete e non consola
al fuoco che sfilaccia fratricidi.
Cercano quelle scuse indifferenti
fra le rovine, non un grido d’assedio
mentre il guinzaglio del potere
immobilizza la fede.
Eppure mi sta stretto l’universo
così zeppo di refoli defunti,
sparsi dovunque in docili filari
che affollano le stelle.
Ecco un pannello ricco di mitraglie
ricamato nell’ardire di rinunce
come assenza di Dio.
E’ Babele che incombe in questo mondo
di lingue frantumate
e dove l’odio è capace
d’inchiodare il fratello a nuova Croce.
Mettere a tacere la stanchezza del rifiuto
è il vero prezzo di opposte resistenze
nel logorante segno degli inganni
capaci di corrompere ogni traccia
dell’umana pietà,
tra sguardi brulicanti di burrasca.

(ANTONIO SPAGNUOLO)

 

*

Verde colore delle fate, come
le piane dei tuoi luoghi scellerati —
come il cuore scambiato tante volte
per un deserto, un’allucinazione —
verde segno di terra, il tuo cognome,
la firma estesa con tutti i tuoi lati
celati e già visibili, le volte
bianche d’orgoglio senza rifrazione —
gli scossoni del sonno, dell’umore,
il dittongo del nome, la certezza
che siamo insieme denti di leone —
disumana dolcezza, sospensione.
(LARA PAGANI)
*

Solo per te
Ho sbucciato le parole
Ad una ad una
I tuoi occhi nei miei bruciano
Capita di perdersi
Cadranno
Le futili promesse
Come foglie in autunno
Aspetterò la primavera
E ne farò buon uso
Se ti sembrerò incauta
Tu fidati

(SILVIA LANZONI)

 

 *

 

Adiacenze

Secco il suolo custode del luogo
censura i gradi
sulle tacche del termometro

                                          inesorabile teste
                      d’uggioso fenomeno

Mi stempero nella punta di un desiderio

assonnato dal fresco
e mi rinfranco
Applico alle inesattezze la stessa premura
rivolta alle erbe di campo
Contigue al prato le bacche non lesinano
promesse
Giurano sul nubifragio

A breve

(CARLA FORZA)

 

*

 

Viene il vento del sud

tiepido e forte
cantano i pioppi
come in una cura naturale,
le foglie hanno voce
dolce e intensa
nella carezza che le muove.
Intreccio queste voci
con le mie parole silenziose
come onde in onde
sincrone,
navigo e volo
in questo mare
guardando, guardando…

(ANNARITA BOCCAFOGLI)

 

*

 

Il grande leccio

Il grande leccio cadendo non ha emesso alcun gemito
solo il tonfo sordo del tronco tra le felci
e qualche lacrima di linfa a profumare la scure…
Eppure è ancora così verde di giovani foglie
e le radici, profonde, sono ben salde al suolo.
Resta a memoria il moncone del fusto reciso:
è un grido disperato che non emette suono,
ma a sera nel camino i rami parlottano tra loro
e una canzone triste si leva dalla fiamma:
ha la forma di una silfide che danza,
avvolta da scintille, e geme con quella voce antica
a cui più nessuno crede eccetto poeti e boscaioli.

(VALENTINA MELONI)

 

*

 

E’ la carne
del tuo collo
a piegarsi nelle sere
dove pare finisca
il mondo.
La tua mano
scioglie l’aria,
in fondo al muscolo
del braccio
staccato dal cielo
bruciato dal rosseggiare
di uno sfondo
di un conato
accanto ad un’illusione.

(GIORGIO BOLLA)

 

*

SOSTA
Qui
Sotto un maestrale stranamente aggraziato
Sotto un sole che non randella
Con la valigia aperta dei pensieri
temporaneamente ben ordinati
Senza rimpianti o guizzi di rimorsi
Ecco, ora
Potrei felicemente cambiare campo e
Cambiare dimensione e consistenza
Così capirei bene
A chi poter raccontare storie e leggende
Dell’al di qua.
(ELENA VALLIN)

 

*

 

SILVIA

Poco oltre,
il grande leccio chiamava il nostro nome.
Dalle sue ali, come madre, si levava un fiato di vita.
Ci mostrava il tempo che non abbiamo conosciuto.
Poco oltre, poco oltre ancora,
ci attendeva un crepitio di fate
narranti di gioie e di fugaci speranze.
Poco oltre, poco oltre, ma così vicino
– se capovolgi lo specchio lo puoi vedere –
ci appare ora
il verde sogno che non abbiamo sognato, ancora.

(FRANCESCA TOTARO)

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 300° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Cover: Foto di Лариса Мозговая da Pixabay