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Il femminicidio non è un’opinione

Il femminicidio non è un’opinione

La visione del mondo di Roberto Vannacci, propagandata dalla sua formazione politica Futuro nazionale, che sta raccogliendo sempre più simpatie dentro e fuori il mondo istituzionale, oltre a proposte come la “remigrazione” della maggior parte degli stranieri non totalmente assimilati alla cultura italiana, contiene una concezione della donna che coincide perfettamente con la rabbia repressa di quella parte della maschiosfera, che sente la perdita secca di potere causata dalla crescente autonomia femminile.

Partendo dal reddito di natalità, che ci riporta al ruolo di riproduttrici della specie suprema, e quindi ovviamente suprematista, nelle sue nostalgiche dichiarazioni ignora volutamente che il tasso di occupazione femminile in Italia è inferiore alla media europea  di 12, 6 punti. Niente di preoccupante per Vannacci e company, in quanto la moglie deve restare a casa a prendersi cura del marito e dei figli, come del resto fa sua moglie.

C’è da aspettarsi una conseguente dichiarazione sull’inutilità del diritto allo studio per le donne, forse da ridurre a dei più utili corsi di cucina, in linea con l’attacco subdolo, ma violento della proposta di legge trumpiana al Congresso: Safeguard American Voter Eligibity Act (SAVE ACT), che rende estremamente complesso il diritto di voto per le donne statunitensi, in quanto chi non ha un passaporto valido e dispone di un certificato di nascita in cui compare un cognome diverso da quello del marito (generalmente adottato dalle donne americane) non potrà votare (vedi: http://Il Sole 24 ORE https://www.ilsole24ore.com).

La destra radicale attacca i diritti delle donne

L’ascesa incontrollata di una destra internazionale sempre più radicale e guerrafondaia che tuttavia si proclama portatrice dei valori occidentali (fino a un certo punto, come il diritto internazionale) promuove la diffusione di queste opinioni, purtroppo largamente condivise  da una larga parte dei cittadini.

Se la libertà di opinione è prevista dall’art.21 della nostra Costituzione, includendo anche le deliranti opinioni dei negazionisti, che credono che la terra sia piatta o che Hitler viva tuttora nascosto in Argentina, è tuttavia doveroso che chi si occupa della cosa pubblica, abbia la capacità di distinguere fra l’errore e l’opinione, evitando di propagandare opinioni errate, in quanto smentite da dati certi forniti dall’ISTAT (Istituto nazionale di statistica) e da altri istituti di ricerca, dai Ministeri e convalidati dai Comitati scientifici delle Università di tutto il mondo.

A meno che affermiamo che anche il PIL sia un’opinione ed ognuno possa sparare i suoi numeri, esistono delle istituzioni preposte alla ricerca, raccolta e validazione dei dati.

Pur avendo conseguito due lauree e diversi master il generale Vannacci esprime l’opinione che il femminicidio non esiste, ottenendo larghi consensi da tutta quella parte di popolazione che non ha mai inghiottito il rospo della crescente autonomia femminile, in quanto portatrice di una soggettività capace di scegliere, a scapito dei  millenari privilegi maschili garantititi dalla subordinazione pubblica e privata delle donne, costrette da mancanza di istruzione, accudimento dei figli e carenza di risorse economiche ad accettare condizioni di vita subalterne alla figura maschile.

Come dimostra il generale Vannacci il titolo di studio conta fino a un certo punto (anche questo) essendo il sottosuolo immaginifico maschile delle caserme, dei bar, dei circoli, dei social, il bacino di pescaggio delle sue brillanti idee : luoghi in cui le vicissitudini della mia vita  e la mia curiosità  hanno consentito di entrare e nei quali, pur limitati dalla mia presenza, venivano espresse convinzioni quali “gli immigrati ci rubano il lavoro e le case”, “se mio figlio diventa gay lo ammazzo”, ” io sono normale perché mi piace la gnocca”….

Inutile dire che ho sentito espressioni più benevole verso le donne dell’est, ancora malleabili e sensibili al portafoglio del maschio italico e opinioni che manifestavano un certo rispetto per quelle che la filosofa Rosi Braidotti chiama ” le emancipate reazionarie” (ora al governo in italia e in Europa), nel suo libro Giù le mani dal femminismo. (vedi: https://www.lafeltrinelli.it/giu-mani-dal-femminismo-libro-vari/e/9788817198752?utm_s).

Alcuni dati sul femminicidio in italia

In  Italia si registrano in media circa 100-110 femminicidi all’anno.

  • Quasi tutte le donne assassinate perdono la vita in ambito familiare o affettivo. Nel 2025, ben 85 dei 97 casi totali sono maturati in questo contesto, e 62 di questi sono stati commessi dal partner o dall’ex partner . I femminicidi rappresentano la stragrande maggioranza degli omicidi con vittime di sesso femminile nel Paese.
  • In Italia, dal 2011 ad oggi, si contano circa 2.000 femminicidi. I dati storici e annuali evidenziano un andamento strutturale del fenomeno, con un numero di donne uccise che si mantiene da oltre un decennio su una media di circa 100-120 vittime all’anno, per la maggior parte per mano di partner, ex partner o familiari.
  •  Per chi sostiene che il femminicidio fa parte della categoria omicidi, prendendo a caso le statistiche di un anno non troppo lontano si scopre che: nel 2023 si sono verificati 334 omicidi. Nei casi in cui si è scoperto l’autore, l’88,9% delle donne e l’ 80,6 % degli uomini sono vittime di un omicida uomo. Le vittime sono in prevalenza cittadini italiani (74%), per il 26% stranieri. Il 94,3% delle donne italiane è vittima di italiani, il 43,8% delle donne straniere di propri connazionali. Sono 63 le donne uccise da un partner o un ex partner, quasi tutti (61)sono uomini.

Perché si chiama femminicidio 

Una risposta possibile a questa domanda è quanto Michela Murgia scriveva nel suo blog il 2 settembre 2012 a              proposito di una notizia pubblicata quel giorno su Repubblica.it in questa forma:

“Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia. L’uomo […] ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli…”.

«Nel giornale che vorrei – scrive la Murgia – la notizia sarebbe stata data così: Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli e poi “Arrestato l’autore del violento femminicidio: era il marito”».

Non si tratta solo di una parola in più, allora, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi.
Quanta strada, almeno nel nostro paese, sia stata percorsa dalle istituzioni è efficacemente sintetizzato nel seguente testo della professoressa Silvia Leonzi:

“Ed è proprio per la salvaguardia dell’onore che fino al 1981, nel nostro ordinamento, […] per un uomo [che uccide] la moglie, se colto da un impeto d’ira determinato dall’offesa recata [sono previste] pene minori rispetto a un analogo delitto di diverso movente, dal momento che l’oltraggio arrecato all’onore è ben più grave rispetto al delitto riparatore. Infatti, l’articolo 587 del Codice penale, abrogato con la Legge n. 442 del 5 agosto 1981, contempla una pena ridotta per chi uccida la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”.

A Livello globale

Ogni giorno vengono uccise circa 137 donne o ragazze da un partner o da un membro della propria famiglia. Questo equivale a circa 50.000 vittime all’anno, con una media di un femminicidio ogni 10 minuti. Più del 60% di tutti gli omicidi femminili intenzionali avviene nella sfera privata.

Per questo l’antropologa e sociologa messicana Marcela Lagarde su suggestione della sociologa Diana Russell ha diffuso il termine, sottolineando la peculiarità di un reato in cui il maschio uccide la femmina per motivi  relazionali, fenomeno esclusivo dell’animale uomo, in quanto nessuna specie animale uccide le femmine.
In Italia, il termine ha iniziato a diffondersi nel linguaggio sociologico e mediatico agli inizi degli anni 2000, venendo poi approfondito e riconosciuto a livello accademico, incluso come neologismo nella enciclopedia Treccani e dall’Accademia della Crusca.

Conclusioni

L’opinione negazionista in Italia non è reato, al limite fa sorridere quando dimostra che chi la esprime non ha sicuramente una cultura nemmeno di base, ma può far male, ferire i sentimenti dei parenti delle troppe vittime, colpevoli solo di essersi fidate dell’uomo sbagliato e di istituzioni incapaci di proteggerci anche quando sporgiamo denuncia.

Derubricare il femminicidio a semplice omicidio significa non riconoscere lo squilibrio che ha portato in alcuni  soggetti maschili la progressiva perdita identitaria e di ruolo rispetto ad una donna sempre più capace di scegliere la propria strada, anche quando questa implica la fine di una relazione. A meno che, citando Francesco Monini, abbia ragione “l’ignobile canzone Per sempre sì”, anche per evitare di essere ammazzata.

Cover: Foto di Atis

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Il seme di Margherita

Il seme di Margherita

Il seme di Margherita

Il 4 luglio del 2024, si è interrotta (per un irresponsabile errore umano) la vita in questo mondo di Margherita Lega . Una perdita grande, non solo per i suoi familiari, per gli amici e per le amiche, ma anche per la specie umana intesa nei termini della Biologia che ha perso una specie speciale di piccola donna/albero.

Chi ha potuto esserle accanto ha perduto una guida coerente e ricca di spunti per vivere nelle curiosità verso ciò che non conosciamo della vita vivente. In ogni punto delle nostre diverse interiorità e anche in ogni punto della Madre Terra: un frammento di Tormalina affiorata dalle montagne dell’Adamello, un rospo da aiutare ad attraversare la strada per raggiungere l’acqua, culla della riproduzione, una formica che si stacca dalla comunità delle altre per cercare il luogo adatto a costruire il nuovo formicaio……

La ricordiamo spesso chinata a terra a stupirsi per queste meraviglie, da condividere con chi le era vicino. E anche con chi vive nel lontano Togo, in Africa con il suo amico Kodyo Edem Dakey Laurent. Insieme hanno fondato due associazioni sorelle dedicate alla solidarietà e alla cooperazione internazionale, con al centro l’amore per la terra e per il vivente: in Italia (AVE’ OdV con sede a Pontenure) e in Togo (S.D.D-Togo con sede ad Assahoun). Entrambe in stretta connessione per continuare a seminare dove altri invece…. seppelliscono.

Ricordiamo a questo proposito quanto scrive la speciale Eliane Brum, una delle più importanti scrittrici e giornaliste brasiliane la quale, per trovare “Il centro del mondo” si è trasferita a vivere ad Altamira, nel Parà nel mezzo dell’AMAZZONIA BRASILIANA. “Che distorsione enorme quella secondo cui un anello vale più di qualcosa di vivo (come un seme ndr) che diventa ALBERO….”.

Margherita l’aveva capito già da bambina quando tornava a scuola portando con sé sempre qualche seme che piantava poi nel nostro campo ora divenuto una vera e propria ‘oasi’ di verde, apprezzabile dalla visione aerea. L’ha capito da anni anche il suo amico togolese Laurent Dakey fondatore della Fattoria didattica di Assahoun (Lomè) che ogni anno organizza una festa dell’albero con la piantumazione di centinaia di alberi nei villaggi vicini , insieme con la popolazione, in particolare quella giovane.

Lo avevano capito Eliane Brum e il suo compagno Jon quando usarono per riforestare, la tecnica della “muvuca” nella piccola comunità nei dintorni di Altamira dove avevano comprato, insieme con altri, un pezzo di terra desolata, pascolo per il bestiame, con il sogno di farne un’enclave di resistenza. Ecco la tecnica indigena di riforestazione detta muvuca: ”per giorni sistemammo filari scavando piccole buche- non fosse per seppellire morti ma culle per generare vita- a circa un metro di distanza…..poi vicini e amici, bambini e adulti, si unirono a noi per la parte più bella, ovvero la semina delle 30 specie di piante diverse (….) E ’impossibile non stupirmi per il modo in cui distruggiamo la foresta in cambio di oro quando abbiamo in mano queste meraviglie-i semi- che diventano foresta. Basta gettare un seme a terra come fanno gli uccelli, gli insetti e i pipistrelli, e da lì nasce qualcosa di vivo. E’ davvero straordinario .”
(da Eliane Brum” Amazzonia, “Viaggio al centro del mondo”, Sellerio Ed., 2023).

Straordinario è anche il loro lancio nel 2022 di SUMAUMA , una piattaforma giornalistica dal cuore dell’Amazzonia con reportage, articoli e interviste in varie lingue dalla foresta. SUMAUMA prevede un periodo di co-formazione di giornaliste/foresta anche per realizzare un profondo intervento decoloniale sul linguaggio. Il loro spostamento nel territorio arricchisce progressivamente la redazione di sempre nuove figure di indigeni abitanti nelle regioni brutalizzate della città e del bacino del Medio Xingu (fiume che nasce nel Mato Grosso).
Per essere umani/foresta possiamo iscriverci alla Newsletter in Portoghese, Spagnolo e inglese.

Ma se vogliamo notizie in Italiano sulla nostra Foresta (reportage, inchieste, analisi sul clima,…) da questa speciale Piattaforma giornalistica che festeggiamo insieme con Margherita proprio questo 4 Luglio, possiamo visitare il Portale ufficiale SUMAUMA. “La foresta non è un insieme di…ma una composizione di esseri viventi in costante interscambio. In un dialogo a più voci”.

Il Laboratorio di SUMAUMA è riuscito a calcolare per difetto il numero dell’assassinio di alberi e di quelle che Eliane Brum chiama “persone più-umane” alla fine del Governo Bolsonaro: 2 miliardi di alberi e 4 milioni di scimmie morte. “La quantità di uccelli che hanno perso i propri nidi, il proprio habitat o la propria vita può avere raggiunto i 90 milioni”. Sumauma è il nome dell’albero mitico al cui tronco sceglie di appoggiarsi.

Francesca e Paolo

In copertina: Foto di izhar-ahamed da Pixabay

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa (un racconto)

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa
(un racconto)

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa
(un racconto)

Parte del viaggio lo aveva fatto in treno. Era sceso dal nord in un vagone semivuoto tra fogli sgualciti di giornali abbandonati e volti straniti di viaggiatori stanchi. La linea ferroviaria in un tratto correva parallela al mare ed alla spiaggia. Gli era parso che la sabbia fosse umida come dopo la pioggia e gli ombrelloni nelle loro ordinate file erano tutti chiusi. La schiuma delle onde era giallastra. Ad un certo punto aveva deciso di scendere. Attraversò un sottopasso: le indicazioni erano a destra per il mare e a sinistra per la Stazione. Svoltò a sinistra. I suoi passi risuonarono pesanti sulle tavole di legno del cantiere. Dall’alto filtrava la luce del sole illuminando la polvere sollevata dai suoi movimenti. Sbucò di fronte ad un bar: ad un avventore chiese dove avrebbe potuto trovare un auto. Gli venne detto che un oste noleggiava vetture in buono stato ai turisti. Scelse un’auto grigia. Tedesca. Veloce ed affidabile. Proseguì verso sud prima costeggiando il mare, poi inoltrandosi verso i brulli monti all’interno. Senza conoscere la sua meta attraversò gallerie e viadotti. Era un po’ stanco. Gli occhi bruciavano. Li stropicciò e la cosa non fece bene. Aveva sete, ma intorno non c’era nulla, se non capannoni industriali e supermercati abbandonati. In alcuni momenti si chiedeva chi abitasse in quei piccoli paesi abbarbicati sulle pendici dei monti. Oppure la sua mente si perdeva a chiedersi le origini di quei nomi stravaganti: Borgorose, Scurcola, Fiamignano. La sua curiosità fu attirata dal cartello del “Lago del Salto”. Accostò la vettura, diminuendo il volume della radio, dalla quale usciva una piacevole musica brasiliana. Controllò la carta stradale: si, svoltando a destra avrebbe imboccato la strada che conduceva al Lago. Rimise in moto. Al termine di una breve salita il cartello stradale indicava “Fiumata”. Svoltò.

Davanti alla prima casa, una modesta villetta a due piani, vide accanto a due anziani una donna dal fisico robusto. Teneva in mano una borsa ed un sacchetto di una boutique; gli anziani si sbracciarono per cercare di attirare la sua attenzione e farlo fermare. Sembravano brava gente in cerca di aiuto. Per un attimo pensò che volessero avvertirlo che la strada era interrotta e che non poteva proseguire oltre. Si arrestò. Abbassò i vetri dei finestrini; non conoscendo l’auto si accorse che aveva abbassato prima quello posteriore per cui l’uomo anziano si era sporto da dietro, mentre la donna -la moglie?- lo guardava con aria incerta davanti al finestrino anteriore chiuso. Gli chiesero dove andasse. Se, per caso, stava andando a Fiumata.

“Veramente non ho una meta. Faccio un giro. Vorrei vedere il lago.”

Quel giorno, in fondo, era quello il suo unico, minimo, desiderio.

Gli risposero che il Lago lo  avrebbe visto proprio bene da Fiumata e ancora meglio da Vallececa. “Era proprio il cielo che lo aveva mandato lì.”

La signora, dissero indicando la donna al loro fianco, aveva sbagliato autobus e, insomma, aveva bisogno di un passaggio per tornare a casa.

“Se il signore era così gentile….”

Acconsentì.

In realtà la signora non tornava alla “sua” casa, ma a quella dove lavorava. Dove badava a Guido. Che ora sarebbe stato arrabbiato, perché lei non tornava ancora. Perché non aveva mangiato. Intuito l’accento straniero l’uomo le chiese da dove venisse.

“Romania”.

Dalla città di Cluj. La donna rise, dicendo che la loro squadra di calcio “anno scorso battuto Roma”.

Lui annuì. Lo ricordava. L’allenatore era italiano….un ex calciatore. Lei disse che era andata in città a comprare il biglietto aereo per volare in patria. A casa sua, quella vera. Dove suo marito non stava più, ma dove la aspettava suo figlio. Il suo “bimbo” di 18 anni. Quindi, lei sapeva dove voleva andare, mentre lui quel giorno vagava.

La donna era trafelata. Disse che, tutto sommato, si poteva ritenere fortunata di avere trovato qualcuno di buon cuore che la riportava da Guido. Nel paese di Vallececa. La strada saliva ripida, per poi scendere vertiginosamente. Le curve erano strette ed il bosco fitto.

Lavorava da qualche mese, più o meno quattro.

Per trent’anni aveva lavorato all’Ufficio Pubbliche Relazioni di un’azienda telefonica. Non ne poteva più di rapporti con la gente. Lì in mezzo ai boschi, in un paese con cinque o sei anziani in tutto, aveva vissuto in vero relax.

“Conosco relax in inglese. Non so dire in italiano.”

Ma ora era stufa. O “stufata?”. Va bene, comunque, disse lui guidando più  veloce. La donna voleva vedere suo figlio e la voce le tremò per un brevissimo istante. Erano giunti al Lago. Uno specchio verde che rifletteva le chiome degli alberi sovrastanti. Lei indicò il paese.

“Quale? Quello lassù?” disse lui.

“No, quello in basso. Quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa.”

Il paese era indicato a 1,5 chilometri.

Attraversarono un ponte. La macchina rombò nell’oscurità del bosco, salendo un ultimo tornante.

Guido aspettava impaziente sulla strada.

“Quanto devo?” disse la donna…..

Titolo originale del racconto: “Uno strano appuntamento”

In copertina: Veduta del Lago del Salto da Girgenti, frazione del comune di Pescorocchiano (RI), nel Lazio – foto Wikimedia Commons

Trump, se la salute mentale diventa un problema globale

Trump, se la salute mentale diventa un problema globale

Trump, se la salute mentale diventa un problema globale

C’era una volta, non molto tempo fa, una domanda che circolava sottovoce, quasi un tabù: “C’è o ce fa?”.

Oggi, osservando il comportamento sempre più erratico del Presidente degli Stati Uniti, molti si trovano a riformulare quella domanda in un’affermazione ben più preoccupante: “Ce l’ha e ce la fa?”

E questo, per noi cittadini del mondo, è tutt’altro che rassicurante. Non si tratta più, di destra o di sinistra, di dazi o di alleanze. Il problema, oggi, è un uomo. Un uomo che siede sul seggio più potente del pianeta, con il dito metaforicamente (e forse non solo) sul pulsante che può decidere le sorti del mondo. Un uomo che, secondo un numero crescente di esperti di salute mentale, sta mostrando segni di un declino cognitivo sempre più rapido e preoccupante.

I segnali di un declino preoccupante

Un gruppo di oltre 30 professionisti medici, tra neurologi e psichiatri, ha recentemente lanciato un allarme che definiscono “un declino rapidamente peggiorante, slegato dalla realtà e sempre più pericoloso”. Questi esperti, che hanno studiato attentamente i comportamenti e le dichiarazioni pubbliche del Presidente, descrivono una situazione grave che include “una marcata deteriorazione delle funzioni cognitive, evidenziata da un linguaggio disorganizzato e tangenziale, divagazioni sconnesse, confusione fattuale e improvvisi cambi di rotta in materia strategica”.

Non si tratta di semplice “politica”. I sintomi osservati sono quelli che, in un paziente qualsiasi, farebbero scattare immediatamente un campanello d’allarme: pensieri fissi e ossessivi (come la mania per i suoi progetti di ristrutturazione, menzionati in un terzo dei suoi discorsi pubblici), mancanza di controllo degli impulsi, e una comunicazione notturna compulsiva, che lo porta a pubblicare centinaia di messaggi sui social in una sola notte .

Il battibecco con Meloni: sintomo di qualcosa di più grande?

L’ultimo episodio che ha acceso i riflettori sul suo stato mentale è stato il pubblico battibecco con la Premier italiana Giorgia Meloni. Un alterco che, per i media internazionali, è stato descritto come “infantile e giovanile” . Il Presidente ha affermato che la Meloni lo avrebbe “supplicato” per una foto, una ricostruzione smentita dalla Premier e che ha portato molti a definire Trump il “re del meschino”.

Questo episodio, al di là delle dinamiche diplomatiche, è la punta dell’iceberg di un comportamento che molti esperti leggono come la manifestazione di una “personalità psicopatica, caratterizzata da narcisismo tossico” e da una “totale mancanza di empatia” . La stessa analisi, basata su una checklist psicopatica, avrebbe collocato Trump in una fascia di gravità superiore a quella di un detenuto in un carcere di massima sicurezza .

Le mani che tremano e la valigetta atomica

E poi ci sono i segnali fisici. Le immagini delle sue mani, segnate da lividi e tremori, hanno fatto sorgere interrogativi su possibili patologie neurologiche come il Parkinson, i cui sintomi includono tremori a riposo, rigidità muscolare e rallentamento dei movimenti. Ma la vera, agghiacciante preoccupazione non è la sua salute in sé, ma ciò che essa implica.

Come ha scritto un editorialista, il fatto che un uomo con queste caratteristiche abbia accesso ai codici nucleari è la questione cruciale. Se a questo si aggiungono le voci secondo cui, durante la crisi con l’Iran, i vertici militari lo avrebbero “intenzionalmente escluso dalla Situation Room” per il timore della sua imprevedibilità, il quadro diventa da incubo. Siamo nelle mani di un uomo che, per usare le parole degli esperti, rappresenta una minaccia per la sicurezza globale non per le sue idee, ma per il suo stato mentale .

Le elezioni di midterm e un futuro incerto

Le elezioni di midterm si avvicinano e la preoccupazione è palpabile anche tra i suoi stessi sostenitori . Il partito repubblicano, temendo che il crescente malessere verso il Presidente possa travolgere i candidati, starebbe cercando di ridimensionare la sua figura nelle campagne elettorali, cercando di parlare di politiche e non di Trump uomo . Ma il problema, per noi che viviamo in questo bellissimo e fragile mondo, non è la prossima elezione. Il problema è il presente.

È tempo di guardare la realtà con chiarezza, senza ipocrisie. È tempo di chiedersi come mai un problema di salute così palese venga ignorato. E forse, è giunto il momento che qualcuno, negli Stati Uniti, abbia il coraggio di parlare a Trump e alla sua cerchia in modo semplice e diretto, come si farebbe con un paziente che non è più in grado di intendere e di volere. Perché le sorti del mondo non possono essere affidate a un uomo la cui salute mentale peggiora di giorno in giorno.

Cover: Foto di Pete Linforth da Pixabay

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LA GUERRA A CASA NOSTRA La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna

LA GUERRA A CASA NOSTRA
La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna

LA GUERRA A CASA NOSTRA
La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna

In un recente convegno regionale promosso da RECA (Rete Emergenza Climatica Ambientale ER) e AMAS (Assemblea Movimenti Ambientalisti e Sociali ER), la giornalista freelance Linda Maggiori ha presentato una relazione molto interessante sulla riconversione bellica nell’Emilia-Romagna. Il quadro che ne emerge forse non è del tutto esaustivo, ma certamente delinea una situazione già di per sé assolutamente inquietante.

Si parte dalla costituzione di consorzi/progetti che vedono la presenza di diverse aziende, come ANSER Srl (AeroNautics and Space in Emilia-Romagna) ed ERIS (Emilia Romagna In Space). Le aziende principali che li compongono sono Curti, Bucci Composites, Bercella, Poggipolini, NPC SpaceMind e altre ancora, orientate nella produzione di componenti per l’industria meccanica (in particolare per l’automotive e il packaging) e che, negli ultimi anni, si sono orientate verso la “difesa” e l’aerospazio.

Sono aziende di dimensioni medio-piccole, ma a forte specializzazione e proprio per questo rappresentative delle caratteristiche del tessuto produttivo emiliano-romagnolo. Diverse di loro sono fornitrici dei grandi soggetti dell’industria per la guerra, come Leonardo, Thales, MBDA, e si avvalgono di un ruolo importante della Regione Emilia-Romagna e delle strutture universitarie, in primis l’Università di Bologna.
Siamo in presenza, dunque, di una realtà significativa e, soprattutto, di una linea di tendenza che va compresa e indagata per bene.

La spinta per la conversione verso l’industria bellica è molto forte nel mondo, in Europa e anche nel nostro Paese. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che le politiche europee si stanno orientando in quella direzione, a partire dallo stanziamento di 900 mld. di € messi a disposizione per il riarmo.

Per certi versi, dovrebbe far riflettere ancor più il fatto che la Germania sta investendo in modo massiccio nell’industria della “difesa” e nel riarmo: parliamo di risorse che, nelle sue varie forme, potrebbero arrivare attorno ai 900-1000 mld. da qui al 2030.
Le aziende tedesche impegnato nel settore bellico stanno registrando impennate molto forti nel loro fatturato, mediamente attorno al 30%. Le stesse Volkswagen, Mercedes e Bwm stanno considerando, magari in via indiretta, di entrare in questo redditizio segmento produttivo.

Il punto di fondo è che l’industria tedesca, attraversata da una grave crisi dovuta, da una parte, all’incremento dei costi energetici e, dall’altra, in particolare nel settore automobilistico, a una perdita forte di competitività e di restringimento dei mercati di sbocco, vede nella riconversione dell’industria bellica un’opportunità forte per uscire da una difficoltà strutturale del proprio modello produttivo.

E’ evidente che l’apparato produttivo dell’ Emilia-Romagna, che da sempre costituisce un elemento importante nella subfornitura del ciclo industriale tedesco, possa essere oggetto di una sorta di attrazione fatale in quella direzione. Un processo che deve essere contrastato. Quello che poi dovrebbe essere escluso è che questa prospettiva possa diventare una scelta consapevole e strutturata da parte delle politiche pubbliche.

Non faccio quest’affermazione casualmente, ma a fronte del fatto che sembra emergere un vero e proprio sistema, guidato e orientato dalla Regione e da altre istituzioni pubbliche, che pare andare in quella direzione. Andando, infatti, più a fondo della filiera delle aziende impegnate nel settore bellico e dell’aerospazio, ci si trova di fronte ad un vero e proprio progetto di politica industriale traguardato a quell’opzione.

Si parte dal fatto che la Regione Emilia-Romagna si è assunta il ruolo di definizione di strategie e finanziamento delle politiche industriali – e fin qui tutto bene- a cui corrisponde, come braccio operativo, ART-ER (Attrattività Ricerca Territorio), società consortile per azioni, partecipata al 65% dalla Regione stessa e, per le restanti quote, da varie Università e altri Enti pubblici, che ha il compito di coordinare e favorire i processi di innovazione del tessuto industriale. A suo volta, ART-ER si articola in associazioni di carattere settoriale, tra cui la fa da padrona Cluster-ER Mech, che ha il compito di mettere in rete imprese e ricerca che intervengono nella meccatronica, comprendendo anche materiali avanzati e aerospazio.

All’interno di quest’ambito, un ruolo decisamente importante lo svolge il CIRI (Centri Interdipartimentali Ricerca Industriale) dell’Università di Bologna, che può essere considerato il motore scientifico di tutta quest’operazione. A valle di questo complesso meccanismo si situano ERIS e ANSER Srl:
il primo che si occupa prevalentemente di organizzare lo sviluppo del settore aerospaziale,
il secondo, che è un consorzio di imprese che aggrega la filiera aero
spaziale, in cui entrano come protagoniste le aziende cui ho fatto riferimento sopra.
Insomma, viene fuori un quadro per cui la Regione Emilia-Romagna e altri Enti pubblici sono attivamente impegnati nel promuovere lo sviluppo di attività imprenditoriali fortemente connesse con l’industria di guerra.

Immagino che a questa lettura si possa avanzare l’obiezione che questo collegamento non è così automatico e che, invece, si pensa semplicemente di favorire lo sviluppo di un settore altamente innovativo. O, ancora, che, in realtà, queste iniziative sono volte a costruire una capacità autonoma del nostro Paese e dell’Europa in settori dominati dalle grandi superpotenze, Stati Uniti e Cina in primo luogo.
Rimane, però, il fatto che, da una parte, le imprese che operano, direttamente o con produzioni dual-use ( civili e militari), hanno molto a che fare con l’industria bellica e che purtroppo la tendenza prevalente in Europa è quella di intrecciare in modo pressoché indissolubile innovazione produttiva e riarmo. Bisognerebbe perlomeno spezzare questo binomio, decidendo che le imprese che hanno a che fare con l’industria bellica non possono partecipare a programmi pubblici volti a produrre innovazioni nel sistema produttivo.

Il tutto è poi aggravato dalla totale mancanza di trasparenza e informazione ai cittadini delle scelte che si stanno mettendo in campo: per una Regione che si vanta di promuovere la partecipazione, questo sarebbe il “minimo sindacale”. A maggior ragione, visto che, per esempio, siamo in presenza del tentativo di tenere nascosti gli atti relativi all’insediamento del Tecnopolo di Forlì, dove dovrebbe sorgere l’hub aereospaziale collegato a Eris, o, addirittura al fatto di allontanare giornalisti (tra cui la stessa Linda Maggiori) da sedi pubbliche dove si discute di queste tematiche, com’è successo lo scorso 12 giugno a Reggio Emilia durante un convegno organizzato dalla Confindustria locale proprio su aeronautica, difesa e aerospace.

Infine, il ragionamento decisivo è che sarebbe necessario pensare ad un modello produttivo e sociale alternativo a quello dominante, al quale sembra accodarsi anche la Regione. Anzichè l’innovazione nel settore della “difesa”, non occorrerebbe invece sostenere una politica industriale che promuova innanzitutto la transizione ecologica ed energetica? Anche qui c’è molto spazio per l’innovazione e per la costruzione di un’importante filiera industriale e, soprattutto, si potrebbe prefigurare un’idea ben diversa rispetto a quella che sta venendo avanti, ispirata all’affermazione dell’utilità sociale e dei beni comuni, capace di contrastare la logica di guerra cui troppi si stanno rassegnando.

Una scelta di questa natura può, se praticata sul serio, evitare la deriva della riconversione bellica e orientare il sistema e la conversione produttiva verso un’economia di pace, che rifugge dalla logica predatoria dell’accaparramento delle risorse energetiche e naturali, anche questa connaturata all’economia di guerra. Ovviamente, però, per arrivare lì, occorre che le istituzioni e i soggetti pubblici si attivino consapevolmente in questa prospettiva e anche una mobilitazione sociale e politica in grado di promuoverla e sostenerla. Un bel compito per chi ha a cuore un futuro diverso e possibile.

In copertina: Foto di Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

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Tamara Vitan: "Se tu sapessi vedere al di là dei sogni" e altre poesie

Tamara Vitan: “Se tu sapessi vedere al di là dei sogni” e altre poesie

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Tamara Vitan: “Se tu sapessi vedere al di là dei sogni” e altre poesie

Ringrazio la poetessa Tamara Vitan per avermi concesso di pubblicare le sue poesie.

*

Se tu sapessi vedere al di là dei sogni 
Una chiave attraversa
ciò che sono e cosa dico.
Tra carne e parola infilata,
scatta, dentro ad una serratura
apre parola al margine del vento.
Io chiedo che sia porta sacra
quella che apre in mezzo ad un respiro.
Ripeto il movimento, giro la chiave
e contro vento m’inebrio dei sogni.
(da “Poete oltre le stanze“, 2025, ChiareVoci edizioni.)

*

 

Fino a ieri
il tempo era ancora tempo.

Adesso mi stancano le definizioni.
L’attimo si dischiude
sa farsi fiore.

 

*

 

Sto cominciando a capire
perché chiudo gli occhi
quando vedo le foglie sussultare,
quando le onde del mare suonano le loro musiche
quando le vette delle montagne mi travolgono
con altezze inafferrabili.

 

*

 

L’ora è già qui
delle cose che tacciono.
L’ora che salva dalle inquietudini.

È tempo di deporre i fardelli
ai piedi della croce.

La salvezza compie passi piccoli.

 

*

 

Un pensiero di luce prova a farsi strada.

È un canto di perdono.
Sento le prime note.
Si apre nel mio cuore un bucaneve.

 

*

 

Ottobre.

Il ramo, stanco di giorni
ancora trattiene
il giallo delle foglie.

 

*

 

Ce lo dovevano dire gli dei:
fluttuare invece che vivere è meno doloroso.

Ma i fiori sul davanzale
valgono la luce di uno sguardo
e se chiudo gli occhi e li riapro
i petali spuntano nel cuore.

La mattina dopo
c’è sempre meno dolore.

 

da “La salvezza compie passi piccoli” (edizioni peQuod, collana “portosepolto”, 2025)

*

Zotx da Pixabay

 

*

Tamara Vitan nasce a Bucarest a maggio del 1981 e vive a Castelfiorentino (Fi). Affascinata dalle religioni e sempre in ricerca, è convinta che la poesia possa fare da ponte e farci avvicinare contemporaneamente al miracolo della vita e al mistero della morte. Riceve una segnalazione al Premio Letterario Città di Ascoli Piceno con la poesia Si piega il suono; in seguito, attraverso il concorso Poetare della Scuola di Editoria di Firenze, pubblica alcune poesie nel progetto Agenda e Quaderno. Nel 2022 esce la raccolta Accade la luce, Firenze Libri, collana Fuori Stagione. Alcuni inediti vengono pubblicati e tradotti in spagnolo nello Sfogliabile Creazione di un discorso di Laboratori Poesia. A marzo 2025 viene pubblicata la raccolta La salvezza compie passi piccoli Pequod, collana Portosepolto, finalista al premio Poesia Onesta. A dicembre 2025 escono alcuni inediti nell’antologia Poete oltre le stanze, Chiarevoci edizioni. Frequenta la Scuola di Poesia fondata da Massimiliano Bardotti persona fondamentale per la sua ricerca spirituale e poetica.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 344° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE ... MA ADATTARE

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

L’ondata di calore che stiamo vivendo rischia di diventare un carattere permanente del nostro futuro che colpirà ovunque e in particolare il cuore dell’Europa cambiandone natura, paesaggio, dinamiche sociali. Il problema è strutturale da decenni. La comunità scientifica, l’IPCC e molti climatologi insistono continuamente sul fatto che mitigazione e adattamento devono procedere insieme.

Tuttavia, nel dibattito politico e mediatico l’attenzione tende spesso a concentrarsi sull’emergenza immediata e sulle soluzioni individuali (“come proteggersi”), mentre ricevono meno spazio le politiche più controverse che incidono sugli interessi economici e richiedono cambiamenti di lungo periodo.

C’è uno scivolamento retorico quasi impercettibile ma sistematico: dal mitigare all’adattarsi, dall’impedire al sopravvivere. E questo scivolamento non è neutro: è una resa agli interessi del mercato e del capitalismo che non vuole mitigazioni che mettano in discussione il suo modello di sviluppo che ha sempre considerato il pianeta come una risorsa da sfruttare e che sta trasformando in business anche la dimensione eco-green.

Quel potere economico globale che per molti non ha un volto ma che condiziona i governi degli stati, delle città, lasciandoci solo l’illusione delle soluzioni resilienti mascherate da pragmatismo.

Adattare significa agire sugli effetti del cambiamento climatico, mitigare significa agire sulle cause, riducendo le emissioni di gas serra o aumentando la capacità di assorbirle. L’obiettivo è limitare l’entità del riscaldamento globale ma come? Incidendo sui meccanismi che contraddistinguono il nostro modello di sviluppo e quindi:

  • sostituendo i combustibili fossili con energie rinnovabili e favorendo la nascita di comunità energetiche;
  • migliorando l’efficienza energetica degli edifici;
  • riducendo il traffico automobilistico a favore del trasporto pubblico e della mobilità attiva;
  • fermando il consumo di suolo e la deforestazione;
  • cambiando i sistemi produttivi, agricoli, zootecnici per renderli meno emissivi;
  • redistribuendo la ricchezza per contrastare le disuguaglianze agendo nella direzione della giustizia climatica;
  • modificando il nostro modello di sviluppo estrattivo e rendendo più sobrie le nostre abitudini.

Se i miliardi che in Europa e nel mondo si stanno spendendo per fare delle guerre – che hanno aumentato le emissioni – e comprare delle armi, fossero impiegati per realizzare l’accordo di Parigi, un segnale positivo lo si coglierebbe. Nel 2024, le alluvioni in Romagna, Toscana e le grandinate varie ci sono costate circa 14 miliardi, se questi soldi venissero spesi nella prevenzione saremmo più preparati.

Negli ultimi anni, il discorso pubblico si è spostato solo sull’adattamento, come se gli effetti dei cambiamenti climatici fossero ineluttabili, quindi centri climatizzati, sistemi di monitoraggio dell’allerta caldo, alberi, fontanelle, tetti verdi, città-spugna, orari di lavoro modificati. Sono certamente misure indispensabili, che misurano il grado di resilienza di una comunità, e dovrebbero esserlo per tutti poveri e ricchi, perché una parte del riscaldamento globale è ormai inevitabile e gli impatti sono già presenti.

Ma il rischio che stiamo correndo è che l’adattamento diventi un alibi per mettere in secondo piano il tema strutturale, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra e le trasformazioni strutturali del sistema energetico, dei trasporti, del consumo di suolo e dei modelli di produzione e consumo. Se “resilienza” significa imparare a convivere con il caldo senza affrontarne le cause siamo fregati: ogni nuova misura di adattamento rischia di essere presto insufficiente.

Dobbiamo arrenderci? Non credo. La scienza mostra che non siamo di fronte a una soglia oltre la quale tutto è inevitabile. Ogni decimo di grado di riscaldamento evitato riduce la frequenza e l’intensità delle ondate di calore, delle siccità e degli eventi estremi. La differenza tra un mondo più caldo di 2 °C e uno di 3 °C è enorme in termini di vite umane, salute, ecosistemi ed economia.

L’8 maggio del 2024, 380 tra i più importanti scienziati del clima, intervistati dal quotidiano The Guardian, si sono dichiarati terrorizzati dalla sottovalutazione politico-economica del problema ma motivati nell’idea di continuare nel loro lavoro.

… E Ferrara cosa non fa?

E a Ferrara che succede? Si sta vivendo una condizione perversa: ogni singola scelta che si sta compiendo è retoricamente motivata per bypassare i problemi strutturali. A Ferrara domina una dinamica preoccupante. Molte scelte urbanistiche e ambientali vengono presentate come risposte ai problemi della città, ma il dibattito pubblico si riduce a comunicazioni senza dialogo, concentrati solo su aspetti simbolici o comunicativi, lasciando sullo sfondo le questioni strutturali.

Si parla di decoro, di nuovi interventi, di opere presentate come “green” o innovative, mentre non si discute di consumo di suolo, di potenziamento della mobilità pubblica, di applicazione del PUMS che prevede zone 30 ed estensione delle ZTL, quindi di adattamento climatico, disuguaglianze territoriali e riduzione delle emissioni. Ecco alcuni temi.

Il verde decorativo vs il verde come infrastruttura

Piantare alberi senza un piano del verde è giardinaggio, non urbanistica. Un piano serio lavora su connettività ecologica, specie appropriate al clima futuro, gestione del suolo e delle acque, rapporto con la falda, ruolo del verde nella città compatta e storica (la più calda) e suo ridisegno.

Bisogna iniziare a ragionare seriamente sulla de-asfaltizzazione e demineralizzazione della città. Tutti i quartieri della città dovrebbero essere congiunti tra di loro da gallerie verdi, ridisegnando le strade e rafforzando i percorsi ciclabili. Va tenuto in conto che gli alberi e le aree di nuovo impianto hanno bisogno di diversi anni prima di dare l’effetto voluto. A seconda della specie e delle condizioni di crescita, possono essere necessari 10, 20 o anche 30 anni perché l’albero raggiunga una chioma in grado di incidere significativamente sul microclima.

La forestazione urbana è una politica di lungo periodo quindi non basta piantare alberi, bisogna conservare quelli maturi, curarli se malati. Gli alberi maturi sono una “infrastruttura” critica non riproducibile nel breve periodo. Abbattere un esemplare secolare per ragioni di “sicurezza” discutibili, o sacrificarlo a un cantiere, equivale a distruggere un’opera pubblica che ha richiesto decenni di investimento collettivo — spesso inconsapevole — e che non sarà ricostituita nell’arco di una generazione.

Eppure, la gestione ordinaria delle amministrazioni locali tratta gli alberi maturi come elementi intercambiabili: si abbatte e si rimpiazza con un nuovo impianto, contabilizzando la sostituzione come equivalente. Non lo è. C’è un debito ecologico temporale che questa contabilità ignora del tutto.

Aggiungerei un’ulteriore dimensione: la cura degli esemplari esistenti — potature corrette, monitoraggio fitosanitario, gestione del suolo attorno alle radici — è sistematicamente sottofinanziata rispetto ai fondi destinati ai nuovi impianti, anche perché i nuovi impianti sono visibili, fotografabili, inaugurabili (vedi Central Bosc).

Si dice che dobbiamo piantare alberi. Ma se siamo costantemente in crisi idrica, al limite della siccità, questi alberi come crescono? Dove troviamo l’acqua con cui ricaricare la falda? Con l’acqua piovana che oggi sprechiamo? Un piano di forestazione che non affronta la questione idrica — quanta acqua, da dove, sottratta a quali altri usi — rischia un duplice fallimento: alberi che muoiono sprecando risorse, o irrigazione che aggrava la scarsità che già viviamo.

Non da ultima la manutenzione. Questa è invisibile politicamente, ma invece dovrebbe essere un “progetto strategico” più delle smart city o di una certa idea della transizione ecologica, che continua a cercare soluzioni tecnologiche nuove, mentre lascia degradare ciò che già funziona e che ha impiegato decenni a funzionare.

Le piazze pavimentate come risposta – sbagliata – alle isole di calore

È il caso più clamoroso perché è visibile, misurabile, e già criticato dalla letteratura scientifica. Sostituire asfalto con pietre in zone già surriscaldate non è una scelta neutra: è produzione attiva di isola di calore (anche se si dichiara di contrastarle). Chi ha approvato questi progetti non è ignorante, è politicamente colpevole perché il buon senso ci dice da anni che le isole di calore le contrasti con alberi associati ad arbusti, prati e zone umide, non collocati in un buco o in un vaso circondato da pavimentazioni minerali.

L’anello di Piazza Ariostea è completamente asfaltato, attorno all’acquedotto del Quartiere Giardino lo spazio asfaltato è quasi prevalente, lo stesso quartiere se diventasse ZTL molte strade potrebbe essere de-asfaltizzate aumentando le aree verdi. Nei deliri amministrativi di questi mesi abbiamo letto anche di aree come il MOF: parcheggio dove l’asfalto la fa da padrone, raccontate come aree ecologiche solo perché sono stati piantati due alberelli.

E poi il centro storico. Questo è probabilmente il settore più caldo della città ed è ricco di micro-piazze e spazi che andrebbero vegetalizzati. La città murata ferrarese inoltre, come sappiamo, è molto diversificata al suo interno, con spazi vuoti o degradati in prossimità di aree residenziali che si presterebbero a operazioni di micro-forestazione urbana.

La città andrebbe inoltre arricchita di fontane pubbliche e gratuite. Ci sono città, dove l’acqua è pubblica, con fontane ovunque che erogano acqua, a volte facendoci scegliere anche se la vogliamo fresca o a temperatura ambiente, se normale o frizzante. Tutto questo richiederebbe un piano del verde e del clima, farlo è una questione di volontà politica, ma elettoralmente paga di più l’intervento puntuale retoricamente raccontato.

Gli eventi notturni come politica del corpo

Nel dibattito sugli eventi di questi mesi, questo punto mi sembra si sia sottovalutato nel dibattito nonostante sia stato posto a più riprese. Il diritto al sonno e alla quiete termica notturna è anche un diritto sanitario. Le notti sono l’unica finestra di recupero fisiologico durante le ondate di calore. Saturarle con eventi amplificati non è solo un problema di “fastidio” è una questione di salute pubblica, con ricadute sproporzionate su anziani, bambini, malati cronici, lavoratori che non possono riposare.

E il prolungamento del tempo insonne è esattamente quello che trasforma il disagio in danno strutturale, causato da scelte politiche di una amministrazione e di un blocco politico-economico colpevole.

Il modello di mobilità come scelta ideologica

Non contrastare il dominio dell’auto in una città pianeggiante, con una tradizione ciclistica reale e distanze urbane contenute, è indice di una inerzia o resistenza al cambiamento che diventa volontà politica. Non affrontare la prospettiva di una mobilità pubblica radicata nella città in grado di ridurre l’uso dell’automobile è in questa situazione una grave responsabilità, che in Italia accomuna tutti i livelli di governo.

L’ipermercato privato come solo welfare termico

Quando lo spazio pubblico è inabitabile e il calore della casa insopportabile, il centro commerciale diventa l’unico “bene comune” climatizzato accessibile. È la privatizzazione del sollievo. E non è casuale, è il risultato logico di decenni di disinvestimento sullo spazio pubblico come spazio vivibile.

Inoltre, non si sente nemmeno parlare di misure per contrastare l’emergenza climatica con rifugi termici. Barcellona ha iniziato nel 2020 a predisporre rifugi termici coprendo il 99% degli abitanti entro dieci minuti a piedi. Il principio è semplice ma politicamente preciso: un luogo pubblico ad accesso libero e gratuito che offre ristoro dalle temperature estreme, pur mantenendo le sue regolari funzioni.

La difficoltà abitativa come moltiplicatore di rischio

Chi è in difficoltà abitativa – senza aria condizionata, in alloggi sovraffollati o degradati, senza spazi verdi accessibili – subisce il caldo estremo in modo qualitativamente diverso: anziani soli negli alloggi ERP, lavoratori stranieri in affitti sovraffollati, persone senza fissa dimora, cittadini a basso reddito. Non è solo una questione di comfort, è una questione di sopravvivenza e diritti negati.

È la dimensione della giustizia termica che latita nel dibattito locale. Riguarda non solo chi produce le emissioni ma anche chi paga maggiormente il prezzo del caldo.  Una città che lascia in questa condizione i suoi abitanti più esposti e chi è in disagio abitativo non è degna di essere ritenuta civile. Una città che non avvia un vero processo di costituzione di comunità energetiche – che consentano a tutti di accedere all’energia necessaria, anche per refrigerarsi – rivela una scelta di campo a favore di chi controlla la rendita energetica fossile.

Le stime preliminari parlano di oltre 1.300 morti in eccesso in circa una settimana in Europa. Se la causa fosse stata un virus, saremmo già in emergenza sanitaria. Il caldo estremo non uccide in maniera evidente, per questo lo si sottovaluta. Questo caldo colpisce tutte le specie viventi, animali e vegetali, ma se fosse una pandemia… il virus siamo noi.

Cover: Foto di Thomas G. da Pixabay

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La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

Un tentativo di risposta all’amica di Massimo Marchetto (vedi Qui su Periscopio)

Ogni parola che utilizziamo in proprio o attraverso i suggerimenti di un software progettato per elaborare testi grazie alla Intelligenza Artificiale (da ora in poi AI), ci arriva colorata o scolorita da tutte le avventure che l’hanno vista protagonista nei canti, nei discorsi e nei racconti da quando Homo ha cominciato a parlare.

Ogni aspetto dell’uso che se ne è fatto di quella parola, ha prodotto una sua inevitabile alterazione.

Se ci si pensa non è quello che accade a una immagine: il suo valore e la sua unicità restano invariabilmente legati all’epoca che l’hanno prodotta se non addirittura a qualcosa di precedente ad essa: come si sa il nostro mondo onirico è ricco di immagini. Tutti, credo, saremmo d’accordo nel ritenere l’immagine (il segno), precedente alla parola sia che si stia parlando dei segni nella cosiddetta “cappella sistina del Paleolitico”, o dei templi della Magna Grecia fino ad arrivare alle cattedrali gotiche del medioevo per non parlare del Rinascimento o della nostra attuale epoca di immagini social-tecnocratiche.

Oltre a questa evidente questione di priorità vi è però nell’immagine qualcosa che non è presente nella parola: la sua, per così dire, destrezza una sua intrinseca capacita a valere più di mille parole. Una capacità questa che non troviamo nella parola proprio a causa delle sue varianti anche quelle più …sinistre che, come dicevamo, ha subito nel suo uso lungo il corso della storia.

D’altra parte la specie Homo ha da sempre istituito la realtà attraverso la vista e dunque attraverso la costruzione di immagini mentali anche nella penombra di una caverna appena illuminata dal fuoco e prevalentemente silenziosa.

In questa primitiva evocazione c’è tutta la destrezza dell’immagine e, scusandomi per l’azzardata estensione del significato, l’uso che la “destra” di tutti i tempi ha fatto dell’immagine. In estrema sintesi, il pensiero politico di destra è prima di tutto immagine; è legato cioè alla potenza, alla grandezza, alla ridondanza di immagini iconiche: il mento prominente, il gesto eclatante ed eroico, la forza militare, l’odore di napalm.
Questo è il terreno di coltura della cultura sovranista, primatista, militarista. È in questa destrezza dell’immagine che risiede la “realtà” della destra. Un esempio evidente dei nostri tempi: l’attuale Presidente degli Stati Uniti.

A differenza dell’immagine, la parola e con essa la realtà rappresentata, sono un’altra cosa perché nella parola entra pienamente in gioco il rapporto del significante e del significato.

La parola è prima di tutto un invito alla interpretazione in quanto comunicazione con un altro.
Così se mentre l’immagine di Dudovich della quale parla Marchetto (vedi a lato) nel suo articolo, “interagisce” con il desiderio, più o meno cosciente, di chi la guarda, la parola invece stabilisce una relazione con un ambiente ben particolare: il gruppo umano nel quale “io” sono situato.

Jacques Ellul, La società tecnologica. Il rischio del secolo, Silvio Berlusconi Editore, 2025

Facendo nostre le riflessioni sulla tecnica di Jacques Ellul (Bordeaux 1912-Pessac 1994) possiamo rimarcare il fatto che, a differenza dell’immagine che …provoca, la parola rinvia a una memoria cioè “…evoca dei ricordi…non mi trasmette un’informazione grezza, ma un fascio di sollecitazioni…” che invitano alla interpretazione e l’interpretazione, la traduzione sono il luogo della intelligenza, oserei dire, naturale.
E sono questo rumore, dice ancora Ellul, “…questo disordine e questo fraintendimento ad essere fruttuosi e forieri di novità…”

Ma è su una cosa che Ellul sembra essere ancora più categorico: “… la parola è il solo veicolo del pensiero, della ricerca o della trasmissione del senso ultimo che un individuo – o un gruppo di individui – attribuisce alla sua esistenza, alla sua persistenza…”. In altre parole…la parola è fortemente legata alla verità, anche se questo non significa che la parola sia o dica la verità.

Così potremmo concludere che se la vista, e dunque l’immagine, sono il campo della realtà (anche quella del mio desiderio) dandone un’appercezione esatta o inesatta, la parola sembrerebbe collocata “semplicemente” nel campo della verità (o menzogna).

Quindi la vista e la parola inducono due modi di pensiero differenti tanto che in ognuno di noi potrebbe  fare più presa l’immagine di un capo di governo che si palesa sulla torretta di un carrarmato durante una parata militare, invece delle parole ambigue e addirittura contraddittorie su una promessa elettorale non mantenuta.

Le immagini si concatenano nel cervello per associazione e sottendono un pensiero sintetico. Il pensiero parlato invece è per forza di cose analitico e presume uno svolgimento temporale, continuo e che bisogna cogliere in modo particolare accettandone l’inevitabile grado di verità (o di menzogna) relativa. Come sono complementari il reale e il vero lo sono altrettanto vista e parola.

Grazie ai social e agli ultimi sviluppi tecnologici viviamo evidentemente in una società che ha visto e vede sempre di più il trionfo dell’immagine e che inoltre cavalca questa nuovissima opportunità di mixare l’immagine e la parola.

I chatbot e l’AI giocano in questa direzione un ruolo ancora più esasperato e preoccupante nella contaminazione di vista e parola: la tecnica che ha permesso l’invasione delle immagini e ha trasformato il nostro mondo in un universo di immagini artificiali (la società dello spettacolo di Guy Debord ma ancor di più la società della esibizione social), questa stessa tecnica ha consentito anche la diffusione a dismisura della parola.

Ed è precisamente questa situazione secondo Ellul a svalutare ancora di più la parola o, come direbbe Floridi, citato da Marchetto, a procurare la perdita del “capitale semantico”: la parola diventa insignificante  perché troppo abbondante e soprattutto perché, di fatto, è completamente separata dalla presenza di colui che la dice.

La parola dell’AI non si riferisce più alla verità di colui che parla (o scrive), questa parola induce un dialogo artificiale che, di fatto, dialogo non è: la parola artificialmente memorizzata, chatgpt-izzata, diciamolo pure : AI-zzata, non ha più alcun peso vivente ma è un “suono” vuoto e senza necessità.

“Sì, ma in pratica?”, cosa si dovrebbe fare? È questa la domanda che l’amica di Marchetto rivolge, giustamente, alla …comunità umana alla quale tutti apparteniamo.

Innanzitutto bisognerebbe prendere atto che la partita tra immagine e parola non è affatto equa. Come già ricordato (profeticamente) da Ellul “…l’ascolto non gioca qui che un ruolo secondario e il potere ipnotico dell’immagine provoca un’attenzione distratta nei confronti della parola…”.
Figurarsi! Quanti sono quelli che “leggono”, “ascoltano”, “parlano” davvero? La parola, dice ancora Ellul “…non è più incaricata di avvertirci sui significati e sull’incertezza della comunicazione. L’evidenza dell’immagine esclude la ricerca del senso…”.

Tuffandoci nell’attualità.
Perché la parola “genocidio” evoca/provoca più incredulità della immagine di Gaza rasa al suolo?
Per questa ragione: l’immagine ha escluso qualunque ricerca di un senso a quella “sinistra” parola parlata da Erri De Luca che se l’è intestata “negandone la sua verità”.

Vorrei terminare questo breve gioco di …parole tra la “destrezza dell’immagine” e la “parola sinistra” citando ancora una volta un paragrafo dal saggio di Jacques Ellul:

“…è un’ulteriore ironia della storia il fatto di constatare che, nel momento in cui eminenti intellettuali si immergono nella linguistica, nella semiologia, nella semiotica e riscoprono il valore della retorica e della dialettica…” – e, verrebbe da dire, del capitale semantico-“…e proprio in questo momento che il discorso umano della parola si trova rovinato da una pedagogia incentrata sulla immagine”.

In pratica, cercando di rispondere al Che fare risonante da tutte le parti, avanzerei umilmente e semplicemente la seguente proposta: smettiamola di alimentare l’AI di immagini, di postare e ripostare le stesse identiche fotografie di stessi luoghi visti e rivisti; smettiamola di condividere ogni nostra foto documentando nanotecnologicamente (relativisticamente e quantisticamente) ogni istante della nostra esistenza individuale.

Ancora più in pratica: sospendiamo i tour delle nostre esibizioni.

Cover: vortice di immagini e colori – publicdomainpictures.net 

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La Patrimoniale è la strada giusta. Piace agli italiani, ma rimane un tabù

La Patrimoniale è la strada giusta.
Piace agli italiani, ma rimane un tabù

La segretaria del PD Elly Schlein ha avuto finalmente il coraggio di dire che si potrebbe anche chiedere una imposta patrimoniale all’Europa che tassasse i grandi patrimoni.
Subito è stato tutto un opporsi dei giornali (“guai a tassare i ricchi”), ma la grande maggioranza degli italiani (2/3 nei sondaggi) si dice favorevole a una patrimoniale sui milionari.
Questo significa che anche larga parte dell’elettorato di centro-destra è favorevole. E perché non dovrebbe esserlo visto che colpisce solo l’1% degli italiani e che la disuguaglianza è in forte crescita. Tutti sanno che buona parte di questi guadagni non è dovuta al merito, ma a rendite, speculazioni finanziarie e potere che consente di sfruttare informazioni che altri non hanno.

L’ideale sarebbe che ci fosse una forte iniziativa della UE su un’armonizzazione delle imposte sul reddito, dei profitti, dei consumi, sull’eredità, sulle multinazionali estere, sui paradisi fiscali (a cominciare dai suoi). Temi di cui l’attuale élite non vuol sentire neppure parlare.

Gran parte dei media (tv e stampa anche quella finta progressista) non vogliono alcuna patrimoniale. Il che dimostra come si possa essere una “democrazia” liberale (puoi votare,…), ma dove la ricchezza (squilibrata) fa si che il potere e l’informazione (5° potere) sia nelle mani della destra e dei ricchi proprietari dei media.

Non stupisce quindi che l’Italia sia al 52° posto nel mondo per trasparenza (e corruzione) e sia peggiorata di 10 posti negli ultimi 10 anni  (Vedi Corruption Perceptions Index). Ciò che colpisce è che anche autorevoli ex dirigenti del centro-sinistra (Prodi, Veltroni…) si limitino ad analisi sulle crescenti disuguaglianze che crescono (“i poveri diventano sempre più poveri”, negli Stati Uniti 1.355 miliardari hanno un patrimonio equivalente a 170 milioni di americani pari a 5.700 miliardi,…”), ma mai facciano una proposta, né portino esempi di dove funziona.

In Norvegia l’imposta patrimoniale sui ricchi esiste dal 1892 e nel 2022 il Governo ha aumentato l’aliquota massima da 0,85% a 1,1% sui patrimoni superiori a 1,7 milioni di euro. E’ vero che qualche miliardario se n’è andato ma, come dicono tutti gli studi (Young 2016, Advani, Burgherr e Summers 2022), chi va via dal proprio paese per l’imposta è una quota inferiore allo 0,1%, per cui anche in Norvegia le entrate da imposta patrimoniale sono cresciute da 1,9 miliardi del 2021 a 2,7 nel 2023.
Se l’Italia facesse la stessa cosa incasserebbe 15 miliardi. Ovviamente l’ideale sarebbe che lo facesse la UE, anziché chiedere di spendere 800 miliardi in altre armi e la UE sarebbe così benvoluta e non osteggiata come oggi.

In Spagna esiste dal 2017 un’imposta progressiva sui patrimoni netti oltre i 3 milioni (e fino a 10 milioni) di 1,7% e di 3,5% oltre 10. Il movimento “Tax the rich” propone l’imposta degli economisti Saez, Zucman e Landais: 1% tra 2 e 8 milioni, 2% da 8 milioni a un miliardo e 3% oltre. Oxfam propone una patrimoniale dai 5 milioni. In Francia l’economista Gabriel Zucman propone un’aliquota del 2% per chi ha patrimoni oltre 100 milioni per un gettito stimato in Francia di 20 miliardi. Tutte proposte che colpiscono solo l’1%.

In California in autunno c’è il referendum su una patrimoniale del 5% su chi possiede oltre un miliardo di dollari della sinistra DEM di Bernie Sanders (ospite la settimana scorsa a Propaganda Live) che trova però contrario il partito DEM, da tempo diventato moderato (come del resto in Italia).
Se poi dovesse succedere che un imprenditore non riesce a pagare subito può sempre rateizzare, com’è in Norvegia.

In Italia sappiamo che ci sono 62 miliardari con un patrimonio di 190 miliardi cresciuto del 23% negli ultimi 3 anni che darebbe un gettito rilevante.

Guai però a dire che i ricchi vanno tassati in quanto ci si deve limitare, nell’anno di san Francesco, a celebrare madonna povertà. Lo sport dei nostri esperti, giornalisti e finti moralisti è raccontare la grande disuguaglianza (che prima o poi porterà alla rivolta) ma mai, dico mai, che si accenni ad una proposta di tassare i più ricchi.

Non si capisce però come si possa poi difendere il welfare (sanità, scuola, poveri, disabili, care giver, case per i giovani, affitti calmierati,…) in un periodo in cui si vuole anche aumentare la spesa militare. Arriveremo anche in Europa a quella “bella” situazione americana in cui ci si cura da soli come ai tempi dei cow boy, ma si ha tutti il porto d’armi.

La Banca d’Italia ci rammenta che nel 2025, la ricchezza netta (che comprende immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti) delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in aumento del 5,1% sul 2024.
Niente male in un anno in cui redditi e salari reali della maggioranza non crescono.

E’ la solita media di Trilussa per cui, se vai oltre, scopri che il 10% delle famiglie più ricche ha il 60,6% del patrimonio totale, mentre il 50% meno abbiente delle famiglie il 7,2%. Intanto la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’Indice di Gini) aumenta così rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2).

Federico Rampini anziché scrivere di questo ci informa che Svezia e Gran Bretagna danno “addio al modello socialdemocratico”, nel senso che hanno ridotto le imposte e ormai gran parte della sanità e della scuola sono private. Scrive Rampini: “C’è qualcosa di simbolico nel fatto che il ripensamento del modello socialdemocratico avvenga oggi proprio lì nel Nord. Per decenni la Svezia è stata il laboratorio più celebrato della sinistra occidentale. Non si tratta di una conversione ideologica al liberismo più radicale. Piuttosto è il risultato di una constatazione pragmatica: …lo Stato sociale va ridimensionato o affiancato da una maggiore iniziativa privata e…Oggi quasi metà della sanità è gestita da privati”.
C’è qualche problemino ammette Rampini “L’altra faccia della medaglia è che la crescita della ricchezza si è accompagnata a un aumento delle disuguaglianze. Alcuni territori e categorie sociali si sono sentiti lasciati indietro. Nei quartieri periferici a forte immigrazione si sono sviluppati fenomeni di criminalità organizzata che hanno alimentato un acceso dibattito sul venir meno di alcuni meccanismi di integrazione sociale e nell’istruzione la liberalizzazione suscita polemiche con scuole buone frequentate dalle famiglie più istruite e scuole che concentrano gli studenti più problematici”.

Ma Rampini non ci dice che oggi la Svezia è governata dalle destre e che la pressione fiscale è stata ridotta sui ricchi eliminando dal 2005 l’imposta sull’eredità, ma non dice che quella sui redditi personali del 20% dei più ricchi è più alta di quella italiana (Fonte: Eurostat). L’Inghilterra ha invece ancora un’ottima imposta sull’eredità mentre fa pagare sul reddito meno dell’Italia.

E l’Italia? Ha drasticamente ridotto le aliquote fiscali (max 43%, meno della Cina col 45%) anche per chi guadagna oltre 500mila euro all’anno.
Nell’imposta sull’eredità esenta fino a un milione di euro e poi fa pagare solo il 4%. Landini, segretario Cgil, propone di far pagare 1,3% a chi eredita oltre 2 milioni di euro. Sarebbero circa 500mila italiani (1% dei contribuenti) che pagherebbero 26 miliardi all’anno.

Altre misure possibili sono aumentare l’IMU sulla seconda casa (oggi 10 miliardi di gettito) agli 8 milioni di italiani che le hanno, aggiornare il catasto cosa che l’Italia non fa da 50 anni (la UE ha una procedura di infrazione contro l’Italia), aumentare la progressività dell’imposta sul reddito a chi guadagna oltre 200mila euro all’anno, eliminare la flat tax al 15% per gli autonomi.

Nei paesi europei (e Italia) a partire dagli anni ’80 è tutta una riduzione delle imposte sui ricchi e ciò spiega la crescita delle disuguaglianze ovunque.

Personalmente non ho nulla contro i ricchi  – e forse nemmeno quel 64% di italiani favorevoli a tassare i grandi patrimoni – ma è giusto che si paghino le imposte come prevede la Costituzione (in modo progressivo) anche per favorire la concorrenza e lo sviluppo di tutti, inclusi coloro che, poveri, siano aiutati dal welfare a vivere e studiare e poter diventare, a loro a loro volta, ricchi.

E’ questa la ragione di un grande movimento di miliardari a favore di imposte maggiori guidati da Abigail Disney, erede del creatore di Topolino, che scrive “se non ci fossero state quelle tasse, mai sarei stato aiutato dallo Stato e mai sarei diventato milionario” e in una lettera al World Economic Forum,  102 super ricchi chiedono esplicitamente: “Fateci pagare più tasse”.

In ogni caso Svezia e Regno Unito ancora oggi spendono per sanità e scuola (in % del Pil) più dell’Italia e solo la Svezia ha ridotto la pressione fiscale (che era altissima) e che rimane comunque più alta dell’Italia. Ma Spagna e Belgio, per esempio, l’hanno accresciuta.

L’Europa potrebbe diventare l’area economica che insegna al mondo (USA, Cina, arabi, …) non solo e tanto il liberalismo (libero mercato, libere elezioni, rispetto delle minoranze, libertà di parola, etc.) ma la diffusione dei diritti sostanziali (sanità universale, scuola, pensioni, welfare) che comportano imposte sul reddito progressive e imposte patrimoniali sui ricchi e sulle grandi eredità. L’eguaglianza unita alla giusta remunerazione dell’intrapresa è il futuro, non un capitalismo predatorio che genera crescenti disuguaglianze e impoverimento, foriero solo di guerre (esterne o interne) e violenza.

In copertina: il senatore della sinistra DEM Bernie Sanders – immagine via Wikimedia Commons

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Scuola, Università e ricerca: la militarizzazione va avanti spedita

Scuola, Università e ricerca: la militarizzazione va avanti spedita

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l'uomo nero e la fanciulla bianca

L’uomo nero e la fanciulla bianca

L’uomo nero e la fanciulla bianca

Questa è la storia di due ragazzi giovanissimi: 21 anni lui, 16 anni lei.

La scena iniziale vede i protagonisti della nostra storia in un prato, avvinti in un rapporto sessuale; non si può dire che si siano appartati, perché il prato è circondato da palazzi densamente abitati. Siamo all’inizio di giugno e manca poco all’ora di cena, quindi è ancora pieno giorno: inevitabile che la scena attiri l’attenzione delle persone che vivono nei dintorni.

Una donna, in particolare, nota qualcosa che non va: non è un normale rapporto, la ragazza sta subendo violenza. Decide di intervenire: chiama immediatamente i Carabinieri mentre filma, dal balcone di casa, quanto sta avvenendo sul prato sottostante. L’intervento dei militari è tempestivo, il ragazzo viene colto sul fatto ed arrestato; nel frattempo altri passanti, sopraggiunti sul posto, soccorrono la ragazza e l’aiutano a riprendersi.

I fatti sono estremamente chiari, ed ogni dettaglio della scena dimostra chiaramente la colpevolezza del ragazzo. Lei è minorenne, ed ubriaca. Anche lui ha bevuto, ma non al punto di perdere la lucidità. Ma soprattutto, lei è italiana, lui è nero, un africano residente in Italia. Tutto estremamente chiaro: il “solito” immigrato, magari clandestino e probabilmente anche dedito ad attività illecite come spaccio e piccoli furti, che approfitta di una ragazzina minorenne che non può opporre adeguata resistenza a causa dell’alcool. Nulla di nuovo, come non nuovi sono i commenti alla notizia: “Sono sempre loro”. E complimenti al senso civico dei residenti nel quartiere, che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte ma sono intervenuti per difendere la fanciulla bianca dall’uomo nero. I media hanno già emesso la sentenza (qui solo un esempio tra i tanti).

Tutto chiaro? Non esattamente. Perché il giorno dopo arriva la prima sorpresa: la ragazzina parla di un rapporto consenziente, ammette di aver bevuto ma afferma che con il ragazzo accusato di averla violentata c’è un legame affettivo che dura da un paio di mesi.

Ma ci si può fidare delle sue dichiarazioni? Sicuramente sarà stata minacciata, lei ha paura di dire la verità. Questi immigrati sono capaci di tutto: le ragazze italiane le tagliano a pezzi.

Poi però arriva la seconda sorpresa: il giudice guarda il filmato, la prova indiscutibile dello stupro. Ma nel video non c’è traccia di violenza: i due arrivano tenendosi per mano, lui la sostiene dolcemente visto il suo stato alterato, durante il rapporto non c’è nessun segno di abusi. E poi, dalle ulteriori indagini, viene fuori che il presunto violentatore ha la fama di bravo ragazzo: è un egiziano perfettamente integrato, con regolare permesso di soggiorno, un regolare contratto di lavoro e nessun problema con la giustizia. E il ragazzo si scusa: non per la violenza, che non c’è stata, ma per aver compiuto quelli che potrebbero essere etichettati come “atti osceni in luogo pubblico” in quanto anche lui sotto gli effetti dell’alcool.

La realtà, insomma, si rivela ben diversa dalle apparenze, ed il giudice non può far altro che scarcerare il ragazzo ingiustamente accusato. Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? No, perché il giudice che ha preso la sacrosanta decisione viene fatto oggetto di insulti e minacce da quelle persone che avevano progettato di organizzare una manifestazione cittadina contro i migranti, e che adesso si vedono rovinare la festa. Il ragazzo è un immigrato, quindi DEVE essere colpevole.

La vicenda non si è svolta in Tennessee negli anni ‘60 del secolo scorso ma in Italia, ad Avezzano, provincia de l’Aquila. Ma sarebbe andata diversamente se si fosse svolta in qualsiasi altra città? E sopratutto, sarebbe scattata comunque la denuncia se i due ragazzi fossero stati entrambi bianchi? Non possiamo affermarlo con certezza, ma il sospetto è che se tutti e due i ragazzi fossero stati italiani avremmo assistito a commenti di ben altro tenore: “I giovani di oggi: non conoscono vergogna! Dove andremo a finire, signora mia?”

Ci siamo attribuiti, da sempre, l’etichetta di “Italiani brava gente”. Ci siamo sempre vantati di non essere un popolo razzista. La verità è che, per oltre un secolo, l’Italia è stato un paese di migranti, quindi, più che arrivare stranieri da noi, erano i nostri nonni ad andare all’estero. Per questo, a differenza di altre nazioni che hanno fatto i conti con l’affermarsi di una società multirazziale decenni prima di noi, l’Italia ha conosciuto l’immigrazione di massa solo recentemente, quindi per molto tempo non ci sarebbe stato terreno fertile per alimentare idee razziste. Eppure siamo stati capaci di trovare il diverso all’interno della nostra nazione: basti pensare al disprezzo e alla diffidenza con cui venivano trattati i meridionali che emigravano nel nord Italia. Loro erano gli Africani del tempo.

Il razzismo in Italia esiste da sempre, ed episodi come quello citato dimostrano che è presente ad un livello molto più profondo di quanto vorremmo ammettere. Rispetto al passato però c’è una differenza: se prima c’era un certo pudore, la tendenza a nascondere idee di un certo tipo, oggi essere razzisti rischia di essere una medaglia, un trofeo da ostentare e di cui andare fieri. E da questo non potrà nascere altro che odio e violenza.

Ci piaccia o no, saremo costretti a farci i conti nei prossimi anni.

Immagine di copertina: Bart Ryker, screenshot da Nascita di una nazione (“Birth of a nation” movie), tratta da Wikipedia

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in difesa del paesaggio

IN DIFESA DEL PAESAGGIO

IN DIFESA DEL PAESAGGIO

Un paio di notazioni, tra le tante, mi hanno colpito riprendendo in mano a distanza di tempo un libro che molti non conoscono: la raccolta Italia da salvare, che riunisce in un volume Feltrinelli di 300 pagine (a riprova della serietà e costanza d’impegno) i testi dei discorsi e degli interventi giornalistici di Giorgio Bassani, Presidente di Italia Nostra nel periodo dal 1965 al 1980.

Mentre denunciava l’abbandono nel quale versava il patrimonio artistico e paesaggistico nazionale, un patrimonio che tutti dovrebbero sentire come “sacro”, “da preservare nella sua straordinaria varietà e particolarità, totalmente”, legato com’è all’identità nazionale e al rapporto con la propria cultura, il grande scrittore ricordava che il piccolo gruppo che nel 1955 aveva fondato l’Associazione destinata ad avere un ruolo di peso nella difesa e tutela del paesaggio (paesaggio inteso come risultato della fusione di natura e intervento umano) era per lo più costituito da intellettuali e “da persone che avevano tutte partecipato in diversa maniera alla Resistenza”.

Intellettuali nel senso più alto e nobile del termine, troppo spesso dimenticato e/o praticato, intellettuali guidati dalla passione e dalla morale, e resistenti. Indicava così, oltre una scelta necessaria fatta in anni difficili, un nuovo, civico ruolo che l’avrebbe condotto, assieme a tutti i componenti di Italia Nostra, a porsi sempre in difesa del pubblico contro gli interessi di parte e a contestare l’insensibilità di una classe dirigenziale e politica che per decenni dopo la fine della guerra non si era preoccupata di formare una coscienza collettiva e per incuria, avidità e corruzione aveva permesso lo scempio del patrimonio culturale e storico del paese.

Prendeva la parola su tutto, il nostro Bassani, sui sassi di Matera come su Comacchio e le valli intorno al delta del Po, sul parco di Migliarino, sugli arenili italiani, sulla Liguria, il Monferrato, la costa amalfitana e quella Smeralda…, rivolgendosi a politici, amici, tenendo conferenze, scrivendo sui giornali. Chiedeva che i nuovi edifici si intonassero all’ambiente, che fosse preservato e creato il verde pubblico, che si desse vita e si facessero rispettare leggi su parchi nazionali e riserve naturali.

Consapevole della fragilità del territorio, si indirizzava ai ministri dei Beni culturali e agli amministratori delle città (stigmatizzandone molti, ma riconoscendo i meriti e gli interventi dei più ricettivi e sensibili) chiedendo nuovi provvedimenti legislativi, mentre tornava con insistenza a domandare interventi per luoghi a lui particolarmente cari: la sua Ferrara, con le mura di Biagio Rossetti, Venezia…

Un’occasione bastava per accendere l’attenzione: delle colonne antiche abbandonate su un terreno incolto lo inducevano a invocare un nuovo museo per la Messina della bellissima Resurrezione di Lazzaro del Caravaggio (alla quale, da sensibilissimo allievo di Longhi qual era, avrebbe dedicato una lettura mirabile), mentre la vecchiaia incipiente lo portava a schierarsi, oltre che dalla parte degli umani, da quella degli animali (in uno splendido testo che avrebbe poi dato il titolo alla sua raccolta di saggi: Di là dal cuore).

Nel corso di un’intervista del febbraio dell’86 incentrata sul contributo di Italia Nostra ricordava l’occasione personale che lo aveva indotto a decidere di impegnarsi in quell’“avventura” e citava due donne d’eccezione: Elena Croce e Marguerite Caetani.

Se alla Principessa di Bassiano avrebbe dovuto anche l’impegno nella redazione di una delle riviste più belle e cosmopolite del dopoguerra (Botteghe oscure) e la frequentazione del parco di Ninfa, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’ideazione dell’inesistente spazio abitato dai protagonisti del suo Giardino dei Finzi-Contini, a Elena Croce sarebbe stata legata la segnalazione del manoscritto di uno scrittore fino ad allora sconosciuto di cui Bassani avrebbe fatto uno dei più grandi successi letterari degli anni Sessanta: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Chi voglia sapere di più di queste sue straordinarie amiche, oltre alla biografia di Laurie Dennett (La principessa americana. La vita straordinaria di Marguerite Chapin Caetani, mecenate d’arte, giardiniera a Ninfa, Milano, Allemandi, 2020), che traccia l’affresco di un mitico e affascinante mondo artistico e culturale scomparso tra America, Francia ed Italia, può leggere ora un libro di grande interesse di Alessandra Caputi, In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia (1957-1967) (Prefazione di Vezio De Lucia, Napoli, Rubbettino, 2026).

L’autrice ricostruisce la lunga e tenace battaglia condotta da Adele, moglie di Benedetto Croce, e dalle figlie (in primis Elena e Ada) per impedire e rimediare lo scempio paesaggistico provocato da un edificio di 30 metri fatto costruire, in clamoroso abuso edilizio, dal banchiere Quinto Quintieri a pochi passi dal parco vincolato  di villa Ruffo, proprietà della famiglia Croce, in deroga al piano regolatore del 1939 (di cui non era stato riconosciuto il valore normativo) e alle complici licenze edilizie rilasciate, in palese contraddizione della legge, dalla giunta Lauro.

La contesa, iniziata nel 1957, avrebbe preso più di un decennio con ripetute vertenze legali e il ricorso finale all’Avvocatura dello Stato e alla Corte di Cassazione (ogni tappa è puntualmente ricostruita nel volume), ma avrebbe portato, grazie all’attenzione del Ministro Mancini, alla legge ponte di riforma edilizia del 1967 e successive integrazioni che aveva l’obiettivo di ostacolare la prosecuzione del disastro causato, oltre che nel resto d’Italia (in particolare al Sud), nella città di Napoli (su cui anche un film del 1963 di Francesco Rosi intitolato significativamente Mani sulla città).

Nel ’67, dopo defatiganti passaggi, per la prima volta sarebbe stata autorizzata la demolizione per abuso edilizio di parte almeno (gli ultimi piani) di un edificio complessivamente abusivo, vincendo resistenze di ogni tipo, comprese minacce, tentativi di corruzione, proposte di conciliazione profumatamente remunerate.

La Caputi, ricercatrice indipendente che da anni si occupa di lotte in difesa dell’ambiente e di bene comune e privatizzazione a Napoli, seguendo la vicenda, sottolinea come l’abuso edilizio contro il piano regolatore e la legge urbanistica non fosse stato perpetrato in quell’occasione da un palazzinaro illetterato, ma da un imprenditore che avrebbe avuto tutti gli elementi di cultura e agio sociale per muoversi ad ostacolare piuttosto che a favorire la devastazione della città.

Il libro, la cui lettura rappresenta un significativo momento di risveglio della coscienza civile, ci parla dei 600.000 vani in quegli anni illegittimamente costruiti a Napoli anche tramite la falsificazione della tavole di zonizzazione, degli intrighi, finanziari  e politici, che avevano portato a mutare aree agricole in aree edificabili fino ai dintorni della Reggia di Capodimonte, del non rispetto dei vincoli edilizi, della colpevole tolleranza degli illeciti, dell’assenza di una cultura della tutela. Parla anche della fermezza di una famiglia che fa valere il prestigio del suo nome per una vertenza che è di pubblica utilità.

Insomma si deve a famiglie e personaggi come questi, a Italia Nostra, alle associazioni che via via sono nate in difesa del paesaggio, ma soprattutto (se si crede all’importanza delle origini) a quel primo manipolo di intellettuali (ai quali nel tempo se ne sono aggiunti altri: basti il solo nome di Salvatore Settis, che non si stanca di illustrare e difendere con importanti pubblicazioni e conferenze l’articolo 9 della nostra Costituzione) se la parola paesaggio è diventata patrimonio comune e la speculazione edilizia (su cui un romanzo di Italo Calvino pubblicato nel ’63, ma uscito significativamente in prima battuta nel ’57 sulla rivista di Marguerite Caetani diretta da Giorgio Bassani) appare sempre di più a tanti come un reato contro ciascuno di noi e l’abitabilità del mondo nel quale viviamo.

Foto nel testo prodotte dall’autrice

In copertina: Foto di mfacchinetti da Pixabay

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Musica in carcere? Si può fare

Musica in carcere? Si può fare

Le voci da dentro /
Musica in carcere? Si può fare

di Maria Chiara Marchesini

Maria Chiara Marchesini è una volontaria nel carcere di Ferrara, referente del laboratorio di chitarra e coro. Ha già organizzato diversi concerti all’interno della Casa Circondariale e ne ha in preparazione altri molto interessanti.
Diverse sono le persone che partecipano ai suoi appuntamenti con impegno e passione.
Il coro che dirige è formato soprattutto da personale volontario esterno ma si completa sia con detenuti che con personale interno.
È bello quando ti riferiscono che, durante questi incontri, “la detenzione diventa tutta un’altra musica”.
(Mauro Presini)

Ogni mercoledì mattina, entrando nella Casa Circondariale di Ferrara insieme all’amico Patrizio, sappiamo che cosa abbiamo in mente di proporre…ma non sappiamo mai quale musica ne verrà fuori! Ormai è il terzo anno che, in qualità di volontaria, sono responsabile del Laboratorio musicale… il primo anno corso di chitarra facile, secondo anno formazione del coro con esterni, e in questo terzo anno nasce una vera “fucina musicale”! Ogni settimana penso a quali canti proporre e come rielaborarli per insegnarli a chi sta imparando a suonare la chitarra, da un lato, e al gruppo dei Coristi esterni ed interni.

Ma ogni mercoledì accadono cose nuove: mentre Patrizio si occupa dei chitarristi alle prime armi, io coordino il gruppo dei musicisti più esperti; dalle ore 10:00 in poi entra il gruppo dei volontari coristi esterni (circa 20 persone) e l’atmosfera si amplia. Una musica tira l’altra, gli accompagnamenti strumentali si improvvisano e nascono nuove versioni e arrangiamenti delle canzoni proposte, vengono in mente altre canzoni, ricordi lontani o brani di oggi, proposte di popoli, culture ed epoche diverse, e chi canta trova nuove intonazioni, nuovi modi per suonarle, rivelando le proprie doti inaspettate sempre armonizzandosi col gruppo. Sono musiche che si rincorrono, che si ascoltano e si comprendono, testi e parole che rimandano a situazioni ed esperienze personali, in un mixer di suoni e voci spesso imperfette e insicure, ma che cercano di comunicare e di esprimere ciò che ciascuno di noi ha dentro….

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Tra i detenuti partecipanti e anche tra i volontari, c’è chi ama la musica da sempre, chi sta imparando a suonare in questi anni, chi sa già suonare uno strumento, c’è chi sa cantare ed usa bene la voce e c’è chi vuole cantare nonostante le inconsapevoli incertezze su note e ritmi, c’è chi desidera imparare e migliorarsi. Persone molto diverse tra loro, ma che nella musica trovano un terreno comune, un linguaggio che permette di comunicare aldilà della formazione personale e delle rispettive culture. Difficile, quasi impossibile utilizzare un metodo di insegnamento musicale tradizionale, e per questo fin dall’inizio ho pensato ad attività molto semplici e schematiche per l’apprendimento della chitarra, ricordando le mie varie esperienze con bambini e ragazzi a scuola.
Ma anche per il canto corale, ho lasciato spazio alle voci con canzoni che ciascuno di noi può proporre al gruppo, poi all’interno di queste, trovare andamenti, linee melodiche e armonizzazioni a più voci per sperimentare la polifonia. E così ognuno dei partecipanti a questo Laboratorio può indicare al gruppo una o più canzoni che gli stanno a cuore, e il gruppo, improvvisando, lo accompagna con coro e strumenti. Inaspettatamente nascono delle “jam session” formidabili!
Questo dà a tutti molto entusiasmo e smuove tante emozioni, per cui ogni incontro diventa un momento di reale “ben-essere” di gruppo.
Ma facciamo una riflessione specifica per il CANTO e il CANTO CORALE.

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026) – Maria Chiara Marchesini

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026) – Patrizio Fergnani

Il canto come risorsa di integrazione culturale e sociale 
Funziona in tutte le culture? Un caso significativo dei benefici fisici, psicologici e sociali del cantare in un coro è costituito in Italia dall’esperienza Barolo Arti per la Comunità (BAC), progetto di public engagement seguito dall’Università di Torino, che ha avviato un programma di ricerca in tema. Una rassegna della letteratura sul coro come strumento di integrazione per persone straniere, 
pubblicata dal CELSI (Central European Labour Studies Institute), ha accompagnato la creazione del progetto Bread and Roses, un coro multietnico dedicato a donne di generazioni e culture diverse per sostenere il loro benessere, migliorare le loro life skills e lavorare sulla loro identità femminile e sul loro ruolo nella società attuale. Da questa indagine, è emerso che il coinvolgimento attivo in cori porta ben-essere psicologico, maggiore autostima e un senso di autoefficacia che spinge le persone ad affrontare in modo più costruttivo i problemi quotidiani e a migliorare il rapporto con gli altri. Cantare insieme provenendo da diverse culture permette inoltre di superare stereotipi condividendo un contenuto comune che unisce e permette di superare le differenze. Inoltre, la musica può contribuire al processo di acculturazione e alla promozione di un senso di appartenenza alla comunità.

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Il nostro Coro non rientra nel concetto classico di “coro” qui i canti si imparano per imitazione, secondo la più classica tradizione del canto orale, e non essendoci una reale alfabetizzazione musicale, l’aiuto è dato dai gesti manuali di chi dirige (quasi come nel Canto gregoriano), si utilizzano partiture informali per chi canta e per chi suona (ad esempio per un detenuto che suona il violino imparato da autodidatta in carcere…). Essere intonati o stonati conta poco, l’allenamento vocale e il sostegno delle voci dei compagni aiutano ciascuno a correggere a poco a poco la propria emissione vocale, l’orecchio e l’intonazione.
Anche la capacità ritmica è importante, c’è chi fa più fatica e non attacca quasi mai al momento giusto, ma poi trova sostegno nella esecuzione in gruppo e gradatamente avviene un miglioramento…

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Il reale obiettivo profondo è “divertirsi, fare gruppo, e attraverso la musica, rendere l’ambiente carcere un luogo di possibilità positive”.
La modalità di lavoro che si è attivata, aperta alle imprevedibili proposte dei partecipanti detenuti e volontari, che tiene conto delle diverse potenzialità dei singoli, disponibile a far tesoro degli errori trasformandoli in punti forza, accogliente verso tutti mediando tra le varie ottiche musicali, ha favorito la nascita di un buon senso di appartenenza al “gruppo”, tanto che i detenuti in modo spontaneo hanno creato quest’anno una vera e propria band denominata “GLI ULTIMI” che, oltre all’incontro laboratoriale del mercoledì, si ritrova nelle ore d’aria in teatro per provare insieme i brani utilizzando una tastiera (Giulio), un violino (Dine), la batteria (Cristiano, Michele, Nicolaj), chitarre acustiche (Guido, Mauro, Jendari, Davide), chitarra elettrica e basso (Antonio). I cantanti solisti della Band sono Guido (melodico napoletano), Mauro, Ivan, Massimiliano, Sonny e Giulio (musica pop), Ugo (rapper). Alcuni detenuti come Costante e Yuri cantano nel Coro. Qualcuno dei detenuti ha dimostrato anche capacità di composizione soprattutto di testi, e così sono nate alcune canzoni “Il Rap di Ugo” e “M’immagino”, il cui testo è composto da Ivan mentre la musica l’ho ideata io per lui. L’entusiasmo poi è contagioso! Infatti… Dopo aver assistito al primo concerto della Band tenutosi il 20 marzo scorso (che ha visto una foltissima partecipazione dei detenuti venuti ad applaudire i loro compagni, nonché di vari volontari e personale interno) un paio di dottoresse dell’area medica interna al Carcere si sono unite al Laboratorio ed ora partecipano attivamente agli incontri del mercoledì, fuori orario di servizio.
Una bellissima novità che rende questa esperienza ancora più interessante, poiché unisce detenuti, volontari esterni e personale interno.

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Ed ecco che il 24 aprile 2026, grazie alla disponibilità concessa dalla Direttrice del carcere su richiesta dei detenuti, si realizza la REPLICA del primo concerto. Una scaletta di brani scelti e preparati dai componenti della Band con il supporto delle voci del Coro
I just called – di Stevie Wonder, cantano Mauro e Guido (strofe in italiano)
Perdere l’amore – di M. Ranieri, canta Massimiliano
Shallow – di Lady Gaga, cantano Mauro e Chiara
L’italiano – di Toto Cutugno, canta Guido
La mia storia tra le dita – di Grignani, canta Giulio
Caruso – di Lucio Dalla, canta Sonny
M’immagino – autori Ivan e Chiara, cantano Ivan e Chiara
Imagine – di John Lennon, canta Giulio
L’ultima poesia – di Ultimo e Geolier, cantano Ugo e Mauro
Bella ciao – canto popolare, canta Sonny
Country roads – di John Denver, cantano Ugo e Mauro (barre rap di Ugo)
Che sarà – di Josè Feliciano, canta Guido
Generale – di De Gregori, canta Ivan
Let it be – dei Beatles, canta Giulio

Mercoledì 20 maggio, alle ore 14:00 altro Concerto in cui Coro e Band hanno proposto brani di cantautori italiani e stranieri, ma anche un pezzo scritto da Patrizio Fergnani (“Il blues del fungo velenoso”) che ha permesso a tutti di assaporare il ritmo blues e di cantare coinvolgendo il pubblico, e poi il brano “L’uomo di Cromagnon”, una canzone scherzosa in cui si canta accompagnandosi con gesti. Il coro ha anche eseguito a tre voci “Yamma”, un canto popolare palestinese di resistenza e speranza e ha concluso con un travolgente “Bella ciao” cantata da Sonny, validissimo giovane tenore. Ci attendono altri due appuntamenti un concerto riservato alle famiglie dei detenuti della Band e un concerto in collaborazione con Concordanze Bologna, un ensamble di archi.
Perciò… la musica non finisce qui! Riusciranno i nostri eroi a divertire ed emozionare le loro famiglie?
E riusciranno a suonare con musicisti classici professionisti?
La speranza è tanta, ma ve lo racconteremo nel prossimo articolo.
BUONA MUSICA SEMPRE

Concerto in carcere a Ferrara (20/5/2026)

Foto di: Mauro Presini

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Masticami e sputa

Per certi versi /
Masticami e sputa

Masticami e sputa

Masticami
E sputa
Sputa
Sputa
Ancora

Succhiami
E sputa
Sputa forte
Lontano

Strappa
Frammenta
Sminuzzami
Saziati
Riempiti
Gonfiati
Ma sputa

Sputami alle tue spalle
Scompari
Esplodimi dal ventre
Baciami e sputa
Sputa
Sputa

Sputami mischiata a sangue
Lascia a terra ogni brandello di me
Sputa
Liberami da te

Sputami fuori
Presto
Sto per nascere

(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

 

In copertina: Dr.Wolfgang Moroder, ecografia alla  12ª settimana – immagine su licenza Wikimedia Commons

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

il reparto terra un racconto

Il reparto Terra
(un racconto)

Il reparto Terra
(un racconto)

 Più vivo, più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell’universo.
George Bernard Shaw

Quando l’ispettore Zork raggiunse la Terra, precisamente in un’aiuola spartitraffico alla periferia di una grande città, pensò che il navigatore interstellare avesse sbagliato indirizzo.

Sul display dell’astronave compariva:

PIANETA TERRA — REPARTO OSSERVAZIONE LUNGA — LIVELLO DI CONTENIMENTO: RIDICOLO

Zork guardò fuori dall’oblò.

Vide un uomo fermo in seconda fila che insultava un altro uomo fermo in terza fila, mentre entrambi impedivano il passaggio a un’ambulanza. Poco più in là, una donna fotografava un cornetto come se stesse documentando una scoperta archeologica. Un signore attraversava la strada parlando da solo, ma non era pazzo: aveva un auricolare. Almeno così spiegava il manuale.

Zork sospirò. «Ci risiamo.»

Era un ispettore sanitario della Confederazione Galattica dei Pianeti Ragionevoli. Il suo compito era verificare se la Terra fosse ancora idonea alla sua funzione storica: ospitare, in forma provvisoria, gli elementi più instabili dell’universo.

Il problema era che il “provvisorio”, sulla Terra, durava da circa duecentomila anni.

Scese dall’astronave con il modulo di valutazione in mano. Aveva tre occhi, otto dita e una pazienza amministrativa superiore a quella di un impiegato comunale alla vigilia delle ferie. Per passare inosservato, assunse sembianze umane: statura media, giacca marrone, scarpe comode, faccia da tecnico mandato da qualcuno ma senza alcuna intenzione di risolvere qualcosa.

Nessuno lo notò. Sulla Terra, infatti, per passare inosservati basta sembrare uno che ha un modulo da far firmare. Il suo primo incontro fu con un vigile urbano.

«Mi scusi» disse Zork. «Dove posso trovare il responsabile del pianeta?»

Il vigile lo guardò con sospetto. «Il responsabile di cosa?» «Del pianeta.» «Ah.»

Il vigile ci pensò. «Dipende. Se deve lamentarsi, deve andare al Comune. Se deve pagare, all’Agenzia delle Entrate. Se deve morire, all’INPS.»

Zork prese appunti.

Organizzazione gerarchica: frammentata.

Responsabilità: nessuno.

Capacità di indirizzare il paziente: notevole.

Poi domandò: «E chi decide le cose importanti?»

Il vigile rise. «Quelli che non le capiscono.»

Zork fece un segno di spunta. La Terra stava confermando il suo profilo clinico.

Decise di iniziare l’ispezione dal luogo che, secondo il manuale galattico, rappresentava meglio una civiltà: la piazza. In piazza trovò un bar. E nel bar trovò l’umanità.

C’erano quattro uomini seduti allo stesso tavolino. Non si parlavano, ma commentavano ciascuno il telefono dell’altro. Uno guardava video di gatti. Uno litigava con uno sconosciuto su una questione geopolitica che non sapeva collocare sulla mappa. Uno condivideva una frase motivazionale: “Sii te stesso, sempre”, ma aveva la foto profilo ritoccata fino a somigliare a una statua di cera sorpresa da un temporale. L’ultimo stava ordinando un caffè decaffeinato, senza zucchero, in tazza grande, ma pretendeva che avesse “il sapore di una volta”.

Zork si sedette. Il cameriere arrivò. «Cosa prende?» Zork consultò il manuale.

«Vorrei una bevanda tipica terrestre.»

«Caffè?»

«Va bene.»

«Normale, macchiato, schiumato, lungo, corto, ristretto, americano, corretto, freddo, shakerato, ginseng, orzo, marocchino, in vetro, in tazza grande?»

Zork impallidì.

«Mi porti quello che prendete quando dovete restare vivi.» Il cameriere annuì.

«Doppio.»

Al tavolino accanto, un uomo stava spiegando con grande sicurezza che il problema del mondo erano gli altri. Zork lo trovò un concetto interessante. Sulla sua scheda scrisse:

Sintomo collettivo dominante: ogni paziente ritiene che il reparto funzioni male per colpa degli altri pazienti.

A metà caffè fu avvicinato da una signora con un cane minuscolo vestito da marinaio.

«Lei non è di qui, vero?» Zork esitò

«Dipende da che scala geografica consideriamo.»

«Lo immaginavo. Si vede dall’educazione.»

La signora si sedette senza essere invitata, cosa che Zork annotò come forma avanzata di socialità invasiva.

«Io ho capito tutto» disse lei. «Questo mondo è alla fine.»

«Interessante. Su quali dati basa la sua conclusione?»

«Sul fatto che una volta i pomodori sapevano di pomodoro.»

Zork rimase in silenzio. La frase, per quanto illogica, aveva una sua forza terminale.

«E poi» continuò la signora, «non ci sono più gli uomini di una volta.»

«Dove sono stati trasferiti?»

«Come?»

«Gli uomini di una volta. Se non ci sono più, immagino siano stati spostati in un altro reparto.»

La signora lo guardò male.

«Lei mi prende in giro?»

«No. Sto facendo una perizia.»

«Ah, allora è medico?»

«Più o meno.»

La signora si avvicinò.

«Mi dica una cosa: è grave se ogni tanto parlo con mio marito morto?»

Zork consultò il protocollo.

«Dipende. Le risponde?»

«Sempre.»

«E cosa le dice?»

«Che in vita non lo ascoltavo, ma che adesso sto peggiorando.»

Zork chiuse il modulo.

«Signora, suo marito è guarito.»

Nel pomeriggio, l’ispettore si recò in un ufficio pubblico, perché gli era stato detto che lì avrebbe compreso la vera struttura mentale del pianeta.

Prese il numero: A427. Sul display compariva B12. Chiese spiegazioni.

«La lettera A non viene servita oggi» disse l’impiegata.

«Ma la macchinetta mi ha dato A427.»

«Appunto. Oggi la macchinetta non è aggiornata.»

«E perché è accesa?»

«Perché se la spegniamo la gente protesta.»

«Ma così protesta lo stesso.»

«Sì, però con il numero in mano.»

Zork provò un brivido di ammirazione. La Terra aveva raggiunto un livello di assurdo burocratico che la Confederazione Galattica studiava da secoli senza riuscire a riprodurre in laboratorio.

Dopo tre ore di attesa, entrò nell’ufficio sbagliato.

«Mi scusi» disse l’impiegato, senza alzare gli occhi. «Qui non si fanno queste pratiche.»

«Non ho ancora detto quale pratica devo fare.»

«Non importa. Qui non si fanno.»

Zork prese nota:

La burocrazia terrestre non serve a risolvere problemi, ma a purificarli attraverso il pellegrinaggio.

Uscito dall’ufficio, fu quasi investito da un monopattino guidato da un ragazzo che fumava, telefonava, ascoltava musica e rischiava la morte con una serenità filosofica.

«Ma lei è impazzito?» gridò Zork. Il ragazzo si fermò.

«Bro, chill.» Zork tradusse mentalmente: Il paziente invita il medico alla sedazione.

La sera, per completare l’ispezione, doveva intervistare almeno un rappresentante spirituale, uno politico e uno culturale. Il rappresentante spirituale lo trovò davanti a una chiesa chiusa.

«Quando apre?» chiese Zork a un passante. «Dipende.» «Da cosa?»

«Dal parroco, dai volontari, dal funerale, dal santo, dal caldo, dal freddo, dalla Madonna, dal Comune.» Zork attese mezz’ora. Poi arrivò il parroco, trafelato.

«Mi scusi, padre» disse Zork. «Sto valutando la salute mentale del pianeta.»

Il parroco non sembrò sorpreso. «Ha poco tempo?» «Perché?» «Perché il materiale è molto.»

Zork apprezzò la sincerità. «Secondo lei, gli uomini sono recuperabili?»

Il parroco guardò la strada, i clacson, i cassonetti pieni, un manifesto elettorale strappato, un ragazzo che bestemmiava perché non prendeva campo.

«Teologicamente sì» disse. «E praticamente?»

«Praticamente Dio ha molta pazienza. Però secondo me ogni tanto si affaccia, guarda giù e dice: “Io però li avevo avvisati”.»

Poi benedisse Zork, che per un attimo sentì vibrare la sua antenna nascosta.

Il rappresentante politico lo trovò in televisione.

Parlava da solo, ma davanti a milioni di persone. Diceva che bisognava cambiare tutto senza cambiare niente, aiutare tutti senza disturbare nessuno, abbassare le tasse aumentando i servizi, ascoltare il popolo purché il popolo dicesse cose compatibili con la linea.

Zork prese appunti per dieci minuti, poi spense.

Sottocategoria clinica: delirio organizzato con applausi.

Il rappresentante culturale era invece un poeta invitato a un festival.

Parlava del silenzio usando un microfono potentissimo. Disse che la poesia doveva tornare tra la gente, ma quando la gente si avvicinò davvero, lui chiese di essere accompagnato in albergo perché aveva bisogno di raccoglimento.

Zork annotò: Arte terrestre: nostalgia del popolo, purché non venga di persona.

A quel punto, l’ispezione era conclusa.

Tornò all’astronave e dettò il rapporto alla Confederazione.

«Pianeta Terra. Reparto ancora attivo. I soggetti presentano confusione cronica, aggressività intermittente, bisogno compulsivo di opinione, dipendenza da approvazione, tendenza a trasformare qualunque cosa in fila, riunione, guerra, condominio, talk show. Tuttavia, si rilevano anomalie positive: ridono, piangono, amano animali che li ignorano, preparano cibo per persone con cui hanno litigato, cantano ai funerali, parlano con i morti, conservano fotografie, inventano storie per non morire del tutto.»

La centrale galattica rimase in silenzio. Poi arrivò la risposta:

«Ispettore Zork, conferma dunque che il pianeta deve restare manicomio dell’universo?»

Zork guardò fuori. Nel parcheggio, due automobilisti stavano litigando per un posto libero mentre, tre metri più avanti, ce n’erano altri quattro. Un bambino rideva inseguendo un piccione. Una vecchia dava da mangiare a un gatto randagio. Un uomo, solo su una panchina, parlava al telefono dicendo: «No, non ho niente. Volevo solo sentire la tua voce.»

Zork esitò. Poi rispose: «Non esattamente.»

«Spieghi.»

«La terra non è soltanto un manicomio.»

«E cos’è?»

Zork osservò il bambino, il gatto, la vecchia, l’uomo sulla panchina.

«È anche il luogo in cui i pazienti, ogni tanto, si curano tra loro. Male, in ritardo, senza diagnosi e spesso peggiorando la situazione. Ma ci provano.»

Dalla centrale arrivò un brusio.

«Conclusione operativa?»

Zork si schiarì la voce.

«Propongo di non chiudere il reparto.»

«Motivazione?»

«Fa ridere.»

«Solo questo?»

Zork guardò un uomo che, nel tentativo di parcheggiare, aveva appena suonato il clacson contro un albero.

«No» disse. «Fa ridere, ma non sempre per cattiveria. A volte fa ridere perché non sa come altro salvarsi.»

La Confederazione approvò.

L’astronave ripartì nella notte. Ma prima di lasciare l’atmosfera, Zork ricevette una notifica sul comunicatore terrestre che aveva comprato per studiare la specie.

Era la signora del cane marinaio.

Dottore, mio marito morto dice che lei è simpatico. Però secondo lui non ha capito niente.

Zork sorrise. Per la prima volta nella sua carriera, decise di non correggere il paziente.

Scrisse soltanto:

Diagnosi finale: incurabili.

Prognosi: comica.

Dimissioni: sconsigliate.

Cover: Foto di iPicture da Pixabay 

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Presto di mattina. Lievito di gratuità

Presto di mattina /
Lievito di gratuità

Presto di mattina. Lievito di gratuità

Un tascapane pieno di poesia

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
(G. Ungaretti, Commiato, Vita d’uomo. Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1996, 58).

Un tascapane militare quello di Ungaretti, soldato sul Carso durante la grande Guerra, pieno di poesia. Poesie appuntate su fogli e cartoline sparsi alla rinfusa, che Ettore Serra giovane tenente, amico di poesia e di trincea, nel 1916 raccolse e stampò. Si costituì così la prima raccolta poetica di Ungaretti, “piccola raccoltina”, pubblicata in pochi esemplari con il titolo Porto sepolto. Con questa lirica il poeta volle esprimere all’amico Ettore tutta la sua amicizia e gratitudine.

Scrive Ungaretti: «Il Porto Sepolto fu stampato a Udine nel 1916, in edizione di 80 esemplari a cura di Ettore Serra. La colpa fu tutta sua. A dire il vero, quei foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute … – sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico» (ivi, 521).

Lievito di gratuità

Il Porto sepolto rappresenta il mistero del vivere, lo sconfinato sprofondo interiore della coscienza dove, avvolte dal silenzio, si nascondono le parole più autentiche e rivelative del sentire umano, capaci di svelarne il volto più vero, quello dove fermenta l’umanità che vuole restare umana a tutti i costi. Il poeta vi si immerge per far levitare e portare alla luce i segreti che racchiudono quelle parole comprate senza denaro, vendute senza compenso, un tascapane colmo di gratuità.

La parola poetica, come quella profetica, è così lievito di gratuità, scava nel baratro di disumanità e del non senso della propria vita per far fiorire le qualità umana che sta ancora sommersa negli abissi del mondo e ciò che in essa vi è di più prezioso, appunto la gratuità, “limpida meraviglia” ed insieme “delirante fermento”: l’infinita smisuratezza della parola semente di vita e fioritura di ospitalità.

Come il lievito non divora la pasta, non la distrugge ma l’attraversa, la espande, rendendola fragrante, così la parola poetica e profetica, parole originarie e primigenie, scavano l’abisso della vita portando alla luce ciò che costituisce una magnifica umanità. L’umanità come dono gratuito e grato da condividere e non come possesso da rivendicare, libera dalla tentazione del potere che disumanizza e pietrifica il cuore di carne.

Gli operai della messe

La messe, direbbe ancora Ungaretti ne Il povero nella città – resoconti di viaggi della memoria nella terra dell’Esodo, nell’Egitto in cui era nato – la messe «è lo spettacolo della volontà dell’uomo: ecco il grano che per opera di pionieri invade una piana da secoli desolata: respinge le fratte; ecco la miseria dei tamarischi, colla tenerezza del verde alle calcagna, farsi eccessiva …» (SE srl, Milano 1993, 74).

Ad indicare la tenacia dello spirito umano che non si arrende di fronte della desolazione, affronta la miseria con la tenerezza, crede nella continua possibilità di trasformazione di ciò che è ostile, sterile in forme di vita e fecondità. Il grano, simbolo dell’intelligenza umana decisa a coltivare tutto ciò che rende più uomo.

L’espressione “operai della messe” fa riferimento poi al passo del vangelo di Matteo (9,37-38) in cui Gesù dice: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!».

Commentando questo testo ho pensato che la messe è l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale. È questa umanità che muove la compassione di Gesù e che lo spinge a chiamare i dodici per formare una comunità attorno a lui per poi inviarli a portare il vangelo attraverso l’impegno primario a rimanere umani, poiché prendersi cura delle ferite dell’uomo è parte integrante dell’annuncio del Regno di Dio.

Ma chi sono questi operai della messe? Certamente non sono solo la cerchia ristretta dei Dodici. Gesù chiama tutti quelli che in molteplici forme e sentieri si incamminano in compagnia del vangelo della pace.

Operai della messe sono coloro che non hanno rinunciato e non rinunciano a restare umani per custodire quella magnifica umanità che è la messe donataci da Dio, riconoscendo in essa come il bene più prezioso a lui più sacro, più caro. La gloria di Dio è l’uomo vivente, chi ha ricordato Ireneo di Lione, e quella del discepolo sta tutta nel servire l’uomo, «l’uomo in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità» (Paolo VI).

Restiamo umani

«Restare umani» è l’invito e di papa Leone nella sua prima enciclica: «Di fronte a nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa».

«Restiamo umani» è anche l’espressione con cui Vittorio Arrigoni cooperante, attivista italiano e giornalista firmava i suoi articoli su Gaza raccolti in un libro che porta lo stesso titolo. Vittorio è stato ucciso a Gaza il 15 aprile 2011, a soli 36 anni, da un presunto gruppo di estremisti salafiti. «A qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità. Ogni uomo, ogni donna, ogni piccolo di questo pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignità. Gli stessi diritti che rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza eccezione alcuna. Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda».

La gratuità è la forma del vangelo, un lievito per l’umanità

Le parole conclusive del discorso di Gesù nel vangelo di Matteo sono «Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (10, 8). Trovano un’eco nella figura del lievito che ricorre spesso negli scritti di papa Leone. Anche recentemente, in Spagna, egli ha detto a un gruppo di volontari:

«Mi piace condividere con voi una semplice riflessione, che riassumerei così: i cristiani sono chiamati a portare nel mondo il lievito della gratuità. La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della “città di Dio”. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine “crescita” è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale radicata nel vangelo».

La gratuità è segno, è presenza del Regno di Dio tra la gente come ha ricordato Gesù con la parabola del lievito: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13, 33).

Il gusto della gratuità

Risvegliare il gusto della gratuità è stata l’intenzione di Luisito Bianchi (1927-2012) presbitero, prete operaio, prete infermiere e romanziere con il libro Monologo partigiano sulla Gratuità: appunti per una storia della gratuità del ministero nella Chiesa a cura di Mauro Maccarinelli, Il Poligrafo, Padova 2004.

Scrive il curatore che il valore di questo studio/racconto sta nel «riaffermare, con la tenacia che viene dall’amore, il principio ecclesiale della gratuità del ministero e di mostrarne la incontestata presenza lungo tutta la Tradizione. Il “come” rispondere concretamente a questa istanza vitale per la Chiesa – il “che fare?” – rimane un problema aperto. Le molte voci della Tradizione qui raccolte danno indicazioni preziose; ad esse si unisce la stessa esperienza dell’Autore, che trova nel lavoro la via normale per la sua propria testimonianza di uomo e di servitore dell’Evangelo» (ivi, 11).

Molte sono le citazioni della divina Commedia riportate nel testo che mostrano tutte le stagioni della faticosa recezione nella vita della chiesa del cammino della gratuità, gli slarghi e le ristrettezze, le aperture e gli impedimenti e i distinguo il più delle volte motivati sulle “glosse”, dei sapienti e non sul vangelo “sine glossa” dei piccoli e di Francesco.

 Ma ahimé! La carne de’ mortali è tanto blanda
che già non basta buon cominciamento
dal nascer della quercia al far la ghianda.

E continua san Benedetto, con le parole di Dante:

Pier cominciò senz’oro e senz’argento
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento … (Paradiso XXIII, 85-90).

«Non si colse l’esigenza del cuore per affidarsi alla legge, generatrice degli ante e dei post e dei distinguo che i chierici studiano e ristudiano sui libri di diritto, al punto di macerarne i margini.

Per questo l’evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali (decisioni in forme di lettera)
si studia, sì che pare a’lor vivagni. (fino a riempire i bordi del foglio)
A questo intende il papa e i cardinali:
non vanno i lor pensieri a Nazarette
là dove Gabriello aperse l’ali.
Ma Vaticano e l’altre parti elette
di Roma, che son state cimitero
alla milizia che Pietro seguette
tosto libere fien dell’adultèro, (saranno presto libere da questa profanazione con Francesco) (Paradiso IX, 133-142)»
(ivi, 153).

«Tutto si vende e si compera. È il danaro, il fiorino, “il maledetto fiore” così:

c’ha disviato le pecore e li agni
però che fatto ha lupo del pastore (trasformato il pastore in lupo) (Paradiso IX, 131 s.)

che le cose di Dio che di bontade
deon essere spose, voi rapaci
per oro e per argento avolterate, (adulterate), (Inferno XIX, 2-4).

«L’evangelo è messo in sordina dalla canonistica che pesa e soppesa al milligrammo perché i due piatti della bilancia del do ut des (il contrario della gratuità) siano in equilibrio. Eppure (è Pietro che parla):

 Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, (i primi papi martiri)
per essere ad acquisto d’oro usata: (per essere usata per arricchirsi)
Non fu nostra intenzion …
né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond’io sovente arrosso e disfavillo. (Paradiso XXVII, 40 ss.)»
(ivi, 154-155).

Una grande storia della gratuità svelata sulla croce

Scrive ancora Luisito Bianchi: «La grande storia della Gratuità di Dio, iniziata con la creazione del cielo e della terra, prima espressione della gratuità che si prolunga fino a che cielo e terra dureranno, e con lo Spirito che aleggiava sulla massa ancora informe delle acque» ed essa si compie con il testo dell’Apocalisse con il termine dorean, (gratuitamente) che è come il sigillo d’autenticità sulla storia di Dio con noi.

“E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”… È compiuto! Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine; a chi ha sete io darò in dono della fonte dell’acqua della vita” (Ap 21, 5-6).

«Lo Spirito – continua Luisito – non aleggia più sulle acque ma è diventato acqua saliente di vita eterna, data gratuitamente a chi la cerca, egli stesso Dono di Dio ai credenti. Non si può andare oltre. La rivelazione finisce qui: gratis, dorean, non perché si sia esaurita, ma perché si è compiuta diventando carne; e la carne è la Parola svelata, il corpo di Cristo sulla croce è lo svelamento della gratuità.

Questo corpo è la stessa fonte d’ogni ulteriore svelamento; a Lui solo bisogna fare riferimento se si vuole capire la Parola, perché è la stessa Parola “che era dal principio” (la gratuità della creazione), “ciò che noi abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto e le nostre mani hanno toccato, il verbo della vita” (1 Gv 1, 1)», (ivi, 37).

La gratuità lievita per contagio

Il gusto della gratuità l’ho imparato dalla mia famiglia e poi nella formazione sacerdotale da don Piero Tollini, il mio parroco. E lui, a sua volta, ne apprese il gusto da don Primo Mazzolari, colui che lo avviò al sacerdozio. Una delle sue espressioni era: «nessun tintinnio di denaro attorno all’altare»; un insegnamento che non ho mai ignorato senza quindi piegarmi alla pratica della questua nella celebrazione della messa.

Il tema della gratuità nel ministero è stato per Mazzolari una questione di coerenza del sentire del cuore in linea con il vangelo della gratuità e della compassione del Cristo. Così scriveva al vescovo per difendersi dall’accusa di non amare la liturgia:

«Eccellenza, per poter riprendere fiducia in noi il popolo ha bisogno di vederci distaccati fino all’eroismo. Mi dite che sono portato a questi pensieri perché non amo la liturgia e che sono abituato a fare le funzioni ad libitum. Vi hanno informato male, Eccellenza! Bozzolo è una povera chiesa, ma chiunque vi capiti e in qualsiasi circostanza, troverà una comunità vivente e commossa e funzioni semplici e sentite e senza rumore di denaro intorno all’altare…

Eccellenza, sono un irrequieto e un visionario!… Come difendere il cerimoniale quando è in gioco la fede nella Chiesa e la fiducia negli uomini che la rappresentano? Forse non ragiono bene. Vi bacio la Mano che consacra e che perdona, che perdona anche questo Vostro povero figliuolo. Sac. Primo Mazzolari» (Lorenzo Bedeschi, Obbedientissimo in Cristo… Lettere di don Primo Mazzolari al suo vescovo (1917 – 1959), Mondadori, Milano 1974, 193).

Torni a correre la gratuità nel sentire d’uomo, nell’infinita sofferenza restiamo umani. Infinita sofferenza fu per il poeta l’esperienza della guerra prima e la perdita del figlio Antonietto poi nel 1939 in Brasile: “Gridasti: soffoco… L’unico fuoco della mia speranza… Le tue mani che si fanno sensibili,/ Sempre più consapevoli/ Abbandonandosi nelle mie mani” (Vita d’uomo, 263).

Il patto della gratuità ne “La preghiera” di Giuseppe Ungaretti

Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.
Oh! rasserena questi figli.
Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.
Sii la misura, sii il mistero.
Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.
Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
(La preghiera, in Vita d’uomo, 174-175).

Cover: Foto di Ginkkkk da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

"E-state Responsabili":10 consigli per proteggere i minori nel mondo digitale

“E-state Responsabili”:10 consigli per proteggere i minori nel mondo digitale

“E-state Responsabili”:
10 consigli per proteggere i minori nel mondo digitale

Il Report 2025 “Bambini Vittime” dell’Associazione Meter ha documentato la crescente gravità e complessità delle minacce che colpiscono i minori negli ambienti digitali e reali. Nel corso dell’anno, le attività di monitoraggio hanno portato alla segnalazione di 785.072 immagini e 1.733.043 video contenenti abusi reali su minori.
A questi si aggiunge il fenomeno emergente dei deepnude (Deep Nude: letter. Nudo Profondo), con 8.213 minori vittime: la loro immagine è stata manipolata mediante l’intelligenza artificiale per creare contenuti sessualmente espliciti inesistenti, configurando una profonda violazione della loro dignità e identità.

Si tratta di dati che confermano l’urgenza di rafforzare le attività di prevenzione, educazione digitale e tutela dei minori, promuovendo una maggiore consapevolezza e una collaborazione concreta tra istituzioni, operatori dell’informazione e società civile.

Il recente dossier “Fragili Voci” (un’analisi puntuale sulle richieste d’aiuto giunte al Centro Ascolto dell’Associazione Meter nell’ultimo anno) ha confermato con i 110 casi seguiti nel 2025 le  sofferenze silenziose che colpiscono bambini e adolescenti. Dal 2002 a oggi, il Centro Ascolto ha accolto 3.013 richieste, ma è l’istantanea del 2025 a delineare un quadro attuale e aggiornato. Solo nell’ultimo anno, la macroarea “Abuso” ha rappresentato il 32% dei casi seguiti totali (35 casi su 110).

Di questi, la maggioranza riguarda abusi sessuali attuali (21 vittime), mentre crescono gli abusi avvenuti nel passato che emergono solo a distanza di tempo (10 casi), segnale di un sommerso che fatica a venire alla luce: vedi un mio recente articolo su pressenza.

Di recente la Società Italiana di Pediatria  ha pubblicato, sulla base della più recente revisione della letteratura scientifica, delle nuove raccomandazioni per l’uso di strumenti digitali da parte dei minori:
evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni, per i rischi legati all’esposizione a contenuti inappropriati;
rinviare
 l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni, per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale;
ritardare il più possibile l’uso dei social media, anche se consentiti per legge;
evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire; incentivare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo;
mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti in tutte le fasce d’età;
promuovere a scuola un’educazione digitale consapevole.

I pediatri, in continuità con le raccomandazioni che avevano lanciato nel 2018 consigliano: nessun dispositivo sotto i 2 anni; meno di 1 ora al giorno tra i 2 e i 5 anni; meno di 2 ore al giorno dopo i 5 anni; sempre sotto la supervisione dell’adulto.

In estate i bambini e gli adolescenti trascorrono più tempo online, spesso utilizzando smartphone, tablet, videogiochi e social network durante i periodi di vacanza. Ed è proprio in questi mesi che aumentano i rischi legati all’adescamento, alla diffusione non consensuale di immagini intime e all’esposizione dei minori negli ambienti digitali.

L’Associazione Meter propone 10 semplici buone prassi per aiutare le famiglie a proteggere i più piccoli nel mondo online. In breve:
1. La regola del “No-Share” in costume;
2. Attenzione all’Intelligenza Artificiale (AI);
3. Configurare la privacy in modo restrittivo;
4. Gestione dei metadati, Geotagging;
5. Educazione al consenso familiare;
6. Attenzione agli adescamenti Grooming;
7. Il valore dell’esempio;
8. Verificare le policy di centri estivi e scuole;
9. Occhio alla condivisione di “fatti di vita;
10. Segnalazione tempestiva.

Scarica la Guida dell’Associazione Meter “E-state Responsabili” con il decalogo per proteggere i minori nel mondo digitale: https://associazionemeter.org/wp-content/uploads/2026/06/decalogo-estate-meter-2026-web.pdf

Vedi anche: Bambini e Internet: sistemi di protezione della navigazione in Rete e indicazioni comportamentali nell’utilizzo dei Social Media

 

Foto di copertina: safetysecuritymagazine.com

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Ferrara e Italo Balbo: come se Gotham City celebrasse Joker

Ferrara e Italo Balbo:
come se Gotham City celebrasse Joker

Ferrara e Italo Balbo: come se Gotham City celebrasse Joker

“Nel 2026 ricorrono poi i 130 anni dalla nascita di Italo Balbo (6 giugno 1896), uno dei più grandi aviatori della storia mondiale. Ferrarese doc, divenne simbolo dell’aviazione italiana grazie alle epiche trasvolate atlantiche del 1930 e 1933, imprese che fecero sognare il mondo intero e dimostrarono l’eccellenza tecnologica e il coraggio del nostro Paese. Uomo carismatico, visionario e di grande temperamento ma molto discusso per la sua adesione al Fascismo, Balbo incarnò lo spirito di un’epoca, lasciando un segno indelebile nella storia dell’aeronautica, tanto da essere uno dei pochissimi esponenti del Regime fascista ad avere strade dedicate oltreoceano“.

L’estratto è tratto da cronacacomune.it,  nel pezzo di presentazione del Festival delle città identitarie, a Ferrara dal 2 al 5 luglio 2026.

Definire l’identità di una città attraverso le gesta di un suo famigerato cittadino è una scelta singolare. Sarebbe come se la municipalità di Gotham City per rafforzare la propria identità pubblica organizzasse un convegno su Joker (cosa che forse poteva accadere quando il sindaco di Gotham era il Pinguino).

Immagine Garrett Byers, licenza creative commons

Per dare un minimo di aderenza civile alla cosa, visto che viviamo nell’alveo di una Costituzione antifascista, la prima cosa da fare sarebbe stata proporne la narrazione ad una storica locale del fascismo e della Resistenza, come Antonella Guarnieri (qui una sua intervista per Periscopio); oppure interpellare uno storico che sul fascismo a Ferrara ha scritto un libro seminale, come Paul Corner (qui). Ne avremmo, di studiosi “identitari”, qualunque cosa voglia dire.

Invece la Fondazione Città Identitarie affida la narrazione della figura di Balbo a Giordano Bruno Guerri, da Siena, presidente del Vittoriale d’Italia, fatto costruire da Gabriele D’Annunzio nel 1921 per celebrare se stesso e la prima guerra mondiale. Se Guerri parlerà di Balbo in modo libero ed intellettualmente onesto, che significherebbe parlare anche dello stupro e dell’assassinio di Giacomo Matteotti, delle figure di Alda Costa, di Ludovico Ticchioni, di Giovanni Minzoni (cui curiosamente la sessione non viene intitolata, forse perché non abbastanza identitari), degli assalti alle cooperative dei braccianti, la figura di Balbo non ne uscirà bene. Se indulgerà in qualche esaltazione di troppo per lisciare il pelo alla giunta ospitante e alla fondazione pagante, sarà l’identità di Ferrara, medaglia d’argento della Resistenza e novella Gotham City (altro che Las Vegas), a non uscirne bene.

Le premesse non sono buone, a leggere la descrizione comunale del famoso aviatore/picchiatore. Alla plateale agiografia del Balbo volante delle prime tre righe corrisponde una concessione al dubbio – “uomo molto discusso” – delle ultime due. Per poi riprecipitare nella celebrazione del gerarca, con le “strade dedicate oltreoceano”. Come a dire: si possono avere opinioni diverse sul fascista, è indiscutibile il fascino del ferrarese volante. Chissà cosa penserebbe di questa presentazione Sandro Pertini, secondo il quale il fascismo non era un’opinione, ma un crimine.

Ma poi, cosa intenderà la Fondazione organizzatrice con l’espressione “Città Identitarie”? Per togliermi la curiosità sono andato a scaricarmi il Manifesto delle Città identitarie, nel sito della Fondazione (https://www.cittaidentitarie.it/). Se è il manifesto, ho pensato, lì troverò una dichiarazione programmatica.

Qui sotto, favorisco il

Manifesto

Edoardo Sylos Labini, attore, appassionato interprete della figura del Gabriele D’Annunzio di cui sopra, del quale dice:  “È stato un grande poeta, un grande amatore, un soldato, un eroe della guerra”  – Sylos Labini, dicevo, è anche il fondatore della Fondazione “Città Identitarie”, qualunque cosa voglia dire. La lettura del Manifesto non mi ha schiarito le idee, ma una cosa l’ho capita: il profondo dolore degli identitari per lo spopolarsi dei nostri paesi, che lascia spazio alla “grande sostituzione”. Ognuno tragga le sue conclusioni.

Ma cosa unirà mai, oltre all’afflato ideale, i firmatari del “manifesto”, tra i quali Diego Fusaro, Maria Giovanna Maglie, Carlo Cracco, Vittorio Sgarbi, Umberto Smaila, Marcello Veneziani, Angelo Crespi, Federico Mollicone, Alessandro Meluzzi, Francesco Maria Del Vigo, Alessandro Miani (a parte, per alcuni, essere a libro paga dei giornali di Angelucci o di Berlusconi)?

Sospetto sia la pecunia, che nella fattispecie non ha bisogno della copertura dell’Amazzonia (citando De Andrè). Questo in effetti potrebbe essere un collegamento con Italo Balbo, che ai latifondisti agrari chiedeva: “sas ciapa a far al fassista?”

Italo Balbo -foto creative commons/publicdomain

Il piccolo Italo a scuola non batteva chiodo, al punto che i genitori dovettero iscriverlo in un istituto di San Marino: non male per un italiano vero. Una volta cresciuto, siccome i repubblicani non erano disposti a dargli uno stipendio, Balbo andò a chiederlo agli agrari, insieme alla garanzia di un impiego in banca. Quando gli dissero cosa avrebbe dovuto fare in cambio, Italo dimostrò il suo principale talento, oltre a volare: picchiare a sangue i braccianti e incendiare le sedi sindacali.

Se è vero che il fascismo, che nel 1920 sembrava morto nella culla, rinacque proprio nel ferrarese per poi acquisire vigore in tutta Italia, il merito va anche a Italo Balbo, decisamente dotato nell’arte di organizzare gli squadroni di chi ammazzava di botte la povera gente: un talento criminale, ma pur sempre un talento.

Ferrara ritiene di mescolare Italo Balbo con Michelangelo Antonioni e Florestano Vancini, come se associare tra loro questi celebri concittadini contribuisse a definire l’identità della città medaglia d’argento della Resistenza.

Attendiamo che la municipalità di Buenos Aires per definire la propria identità racconti Diego Maradona affiancandogli la gloriosa storia del concittadino Roberto Eduardo Viola, criminale contro l’umanità durante la sanguinaria dittatura argentina.

Attendiamo che la municipalità di Solingen celebri la propria identità narrando la storia di Pina Bausch, madrina del teatro-danza, assieme a quella di Adolf Eichmann, l’organizzatore dei treni che mandavano gli ebrei alla “soluzione finale”, condannato a morte per genocidio.

 

Per una bibliografia identitaria del gerarca e del fascismo a Ferrara:

  • Il fascismo ferrarese: dodici articoli per raccontarlo,  Antonella Guarnieri, ed.Tresogni, 2011 (qui)
  • Il fascismo a Ferrara 1915-1925, Paul Corner, Laterza, 1975 (qui)
  • I fantasmi della Bassa, Ferrara 1870-1922, Podcast di Cumbre/Alte Frequenze (qui)

L’immagine di copertina è libera da copyright e di pubblico dominio 

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Ferrara Summer Festival 2026: 21 concerti fra disagi e irregolarità, speculazioni e ipocrisie

Ferrara Summer Festival 2026:
21 concerti fra disagi e irregolarità, speculazioni e ipocrisie

Ferrara Summer Festival 2026:
21 concerti fra disagi e irregolarità, speculazioni e ipocrisie

PIAZZA ARIOSTEA. Il TAR non sospende i concerti nonostante le irregolarità e i disturbi. Inoltre, vi raccontiamo l’ipocrisia degli organizzatori su decoro e inquinamento acustico, vi riportiamo la testimonianza di una residente di 94 anni e vi spieghiamo le speculazioni su cibo e acqua.

Lo scorso 13 giugno ha preso avvio il Ferrara Summer Festival (FSF) ma non si arrestano le polemiche e le azioni legali da parte di decine di residenti.  Il 15 giugno è arrivata, però, dal TAR una doccia fredda: il Tribunale regionale ha respinto la loro richiesta di sospensiva urgente, rimandando la discussione all’udienza collegiale fissata per l’8 luglio. Ricordiamo che il Festival prevede lo svolgimento di ben 21 concerti, l’ultimo il 26 luglio, senza contare i periodi (non brevi) di preparazione, prima, e di smontaggio, poi, delle strutture.

«TROPPI SOLDI IN BALLO, NON POSSIAMO BLOCCARE»

Nel documento il TAR ignora tutte le irregolarità formali e sostanziali da parte degli organizzatori – l’Associazione Butterfly – e del Comune di Ferrara, “giustificandole” così: «considerato che l’amministrazione comunale ha avviato già da tempo la programmazione e l’organizzazione del “Ferrara Summer Festival 2026”, manifestazione che, peraltro, si ripete annualmente, ed ha già a tal fine assunto rilevanti impegni, non solo economici, per la realizzazione del programma»…si decide di non bloccare la manifestazione.

Ci chiediamo da quando l’aver assunto impegni economici non sia un aggravante rispetto al fatto di aver agito in maniera irregolare ma anzi una giustificazione per soprassedere a tutte le violazioni accertate. Violazioni nei confronti di un luogo pubblico tutelato, com’è la piazza (oltre al portico), nel numero di concerti, negli orari, nell’inquinamento acustico, nel rispetto dei tempi di consegna della richiesta per le autorizzazioni e, da ultimo, nelle irregolarità – anch’esse segnalate dalla Soprintendenza – riguardanti lo spazio occupato dalle diverse strutture nell’area concerti (v. “la Voce” del 19 giugno scorso).

I residenti specificano che «l’autorizzazione in deroga ai limiti acustici e gli atti correlati (compresi i provvedimenti della Soprintendenza e le concessioni di occupazione del suolo pubblico) sono stati rilasciati ed effettivamente conosciuti solo il 12 e il 13 giugno» scorso.

DISTURBI FINO A TARDA NOTTE

I Residenti  non si fermano: tramite l’avv. Alessandra Palma nei giorni scorsi hanno proposto querela per il reato previsto dall’art. 659 c.p. (disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone).
Come previsto, infatti – spiegano i residenti -, «i concerti impediscono il riposo a causa dell’elevato volume delle emissioni sonore e per il tardo orario di conclusione, a cui poi si accompagnano le operazioni di pulizia». Il livello di disturbo, «dato dalle emissioni sonore del concerto e dal vociare continuo nelle fasi di accesso e uscita dalla piazza delle persone che assistono ai concerti e delle operazioni di pulizia che vanno avanti tutta la notte» ha, secondo i residenti, «superato il limite della normale tollerabilità»e per questo han deciso di rivolgersi alla Procura della Repubblica affinché «compia accertamenti in ordine alla possibile configurabilità del reato citato».

I disagi riguardano anche le difficoltà di spostamento a piedi, in bici o in macchina, per residenti e non, oltre alle enormi difficoltà di trovare parcheggio nella zona. E ancora: le file di bagni chimici davanti ad alcuni condomini, bagni maleodoranti,per non parlare del fetore lungo i marciapiedi causato dagli avventore dei concerti che urinano per strada.

Piazza Ariostea: invasione e allestimento – foto Andrea Musacci

LA PAGLIUZZA E LA TRAVE

«Nulla è pensato e dislocato in modo tale da consentire agli spettatori di avere un qualsiasi rapporto con il luogo che non sia di mera fruizione utilitaristica e strumentale dello stesso: una anonima “location”…»: così scriveva nel 2022 la Soprintendenza in risposta agli organizzatori del Festival, prima di essere bloccata dal Ministero della Cultura (allora guidato da Dario Franceschini).

Ma sul sito ufficiale del Festival, gli organizzatori ci tengono – in maniera un po’ paternalistica – a ricordare agli avventori l’importanza del decoro: una voce del Regolamento del Festival, infatti, è intitolata «Rispetto città» e in essa si spiega: «Ferrara è una città storica: proteggi monumenti, piazze, portici, residenti e attività vicine» (!).

Ci ricorda la parabola evangelica della pagliuzza e della trave. Parabola che riemerge anche da un altro passaggio del Regolamento, intitolato «Proteggi l’udito»: «Tappi per le orecchie e cuffie anti-rumore sono consentiti e consigliati per persone sensibili», è scritto. Ma diverse persone dicono di sentire le vibrazioni dei concerti a distanza di alcuni km. E in una diffida presentata lo scorso 11 maggio dall’avv. Francesco Vinci a nome dei residenti, si denuncia: «il Comune di Ferrara ha autorizzato deroghe acustiche sino a 95 dB nelle ore serali e notturne presso Piazza Ariostea, area classificata dal Piano di classificazione acustica comunale in Classe III, con limite ordinario notturno pari a 45 dB. Le deroghe autorizzate hanno pertanto consentito livelli sonori enormemente superiori sia ai limiti ordinari fissati dalla pianificazione acustica comunale» sia alle «soglie di tutela sanitaria indicate dall’OMS».

«MIA MADRE HA 94 ANNI: IL DISAGIO È FORTE»

«Mia madre ha 94 anni e vive in via Palestro, 101, nel palazzo proprio di fronte a piazza Ariostea: una sera di concerto, sentendo le forti vibrazioni, mi ha chiesto “C’è il terremoto?”».
È, questo, un passaggio del racconto che ci fa una signora la cui madre, appunto, vive…a due passi dal palco. «Vado a trovarla a casa tutti i giorni: il disagio è forte, e le finestre tremano. Non possiamo entrare da via Palestro, 101 perché ci sono le transenne con i blocchi di cemento: nemmeno le ambulanze riescono a passare. Giovedì scorso, ad esempio, cerco di entrare nel condominio di mia madre da vicolo del Voltino, che però era strapieno di bici ammassate anche vicino al nostro ingresso, oltre a un furgone parcheggiato male. È stata un’impresa…E quella notte, come altre, sono rimasta a dormire da lei, per assisterla, ma mi sono addormentata solo dopo le 2, perché il concerto è finito tardi e ci sono stati schiamazzi fino a quell’ora. Anche altre persone che lavorano, fra cui medici, mi han detto che le sere dei concerti non riescono a riposare se non a tarda ora».

Si sta dunque ripetendo la situazione di un anno fa: «il 20 giugno dell’anno scorso, a mezzanotte, torno con mia madre a casa sua dopo 10 ore al Pronto Soccorso, dove l’avevo portata perché si era sentita male». Le due donne vivono una vera e propria odissea. Quella sera, infatti, in piazza Ariostea c’è UniFest, la festa degli studenti universitari organizzata da College, Madame Butterfly e UniFe; fra gli sponsor c’è anche “MercoleGin”, iniziativa che – cito dal suo sito – propone di portare «una lunga serie di sbronze in terra emiliana». Migliaia e migliaia di giovani hanno invaso la piazza pubblica e le vie attigue, molti di loro, appunto, ubriachi. «Non siamo riuscite a entrare da via Palestro, 101 e in vicolo del Voltino c’era un cantiere», continua il racconto la signora. Per fortuna però i vigili mi hanno aiutato, e siamo entrati da questo vicolo. È stato, però, soprattutto per mia madre, uno stress molto forte». E «ogni tre settimane viene visitata dagli infermieri di comunità: l’anno scorso, nel pomeriggio, non li han fatti passare con l’auto dell’Ausl e quindi han dovuto parcheggiare nel parcheggio Diamanti».

Per non parlare del sequestro di una piazza pubblica: «è dai primi di maggio che non possiamo accedervi, da quando hanno iniziato a prepararla per il Palio», continua. «Ma io sono cresciuta nella casa dove mia madre vive ancora e non è mai successo che la piazza venisse chiusa per un mese, al massimo la chiudevano per una settimana…». Tanti sono gli anziani, le coppie, le famiglie con bambini a cui negano – almeno fino a inizio agosto – la loro piazza, quindi per tre mesi di fila, perlopiù tre mesi primaverili ed estivi, adatti per svagarsi in un luogo di questo tipo.

CIBO E ACQUA VIETATI

In occasione dei primi concerti del FSF 2026, siamo andati agli ingressi principali sùbito fuori piazza Ariostea, dove numerose transenne e solerti vigilantes sorvegliano e filtrano persone e oggetti. Oggetti anche commestibili: il Regolamento parla chiaro: all’interno dell’area concerto sono «vietate bottiglie con liquidi, vetro e lattine», «cibo e bevande introdotti dall’esterno dell’area evento». E infatti, all’ingresso vediamo accumulate montagnole di borracce, bottiglie, bottigliette e di cibo prontamente sequestrati agli ingenui avventori.

Il motivo ufficiale? La “sicurezza”; ma gli accendini e i power bank possono entrare, e certi scarponi se lanciati crediamo facciano più male di un panino con la frittata.
Il motivo reale, dunque, è un altro: all’interno vi è la cosiddetta “Food Area” con «street food, ristorazione e punti ristoro selezionati».
Questi i prezzi dei vari (pochi) stand: acqua (bottiglietta piccola) 3 euro, birra (0.4) 7, hot dog 10, pizza (surgelata) 15, hamburger 15.
E nemmeno una doccia all’interno, con temperature previste fino a 38-40°. Solo dopo diverse proteste, anche via social, per alcuni concerti han permesso alla Croce Rossa di distribuire bottigliette d’acqua gratuite all’interno. Una gentil concessione da parte degli organizzatori. Ma i farmaci rimangono «ammessi» solo «con prescrizione medica».

Beati, allora, coloro che hanno un posto in paradiso, vale a dire gli «ospiti e possessori di accessi VIP», a cui sono riservate due aree apposite, laterali, vicino al palco. Sicuramente con prezzi più umani e privilegi vari. E che il popolo mangi brioches, se riesce a farle entrare di straforo.

(Questo articolo è stato redatto per la “Voce di Ferrara Comacchio” del 26 giugno 2026)
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In copertina: Ferrara Summer Festival, via Palestro all’altezza di piazza Ariostea – Foto Andrea Musacci

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Il caso Amy Eskridge: come nasce (e si propaga) la leggenda dell'undicesimo scienziato

Il caso Amy Eskridge: come nasce (e si propaga) la leggenda dell’undicesimo scienziato

Il caso Amy Eskridge: come nasce (e si propaga) la leggenda dell’undicesimo scienziato

Il 11 giugno 2022 Amy Eskridge, trentaquattro anni, fisica del plasma e co-fondatrice dell’Institute for Exotic Science a Huntsville, Alabama, viene trovata morta per un colpo d’arma da fuoco. Il coroner della contea di Madison archivia il caso come suicidio. Da quel momento, però, la sua storia comincia una seconda vita, molto più lunga e molto più rumorosa della prima.

I fatti verificabili

Eskridge era una figura reale, con un curriculum reale: laurea all’Università dell’Alabama a Huntsville in chimica e biologia, competenze estese in ingegneria elettrica, fisica e nanotecnologia. Era nata a Huntsville, città conosciuta come “Rocket City” per il suo legame storico con la NASA e la ricerca aerospaziale. Con il padre Richard, ex ingegnere NASA specializzato in fisica del plasma e fusione, fondò l’Institute for Exotic Science: un’organizzazione presentata come un veicolo pubblico per portare alla luce la tecnologia antigravitazionale.

In un’intervista del 2020, oggi ripresa ovunque, Eskridge spiegò la scelta di lavorare alla luce del sole con un’immagine diretta: chi si esponeva privatamente rischiava di essere distrutto senza che nessuno se ne accorgesse, mentre chi si esponeva pubblicamente aveva almeno qualcuno che notava se la testa veniva tagliata. Nella stessa intervista raccontava un’escalation di minacce e parlava di essere stata colpita da quella che descriveva come un’arma a energia diretta.

Dopo la sua morte sono circolati messaggi attribuiti a lei, in cui — secondo quanto riferito dall’ex agente di intelligence britannico Franc Milburn alla rete NewsNation — avrebbe scritto in anticipo che qualunque rapporto di suicidio o overdose non avrebbe corrisposto alla verità, e che ogni incidente che le fosse capitato andava trattato come sospetto.

La famiglia ha sempre respinto le interpretazioni cospirazioniste. In una dichiarazione alla CNN, i familiari l’hanno descritta come una persona straordinariamente intelligente, sofferente di dolore cronico, aggiungendo che gli scienziati muoiono anch’essi e che non bisognerebbe leggere troppo in un singolo caso.

La cornice del “pattern”

Il nome di Eskridge è stato inserito in una lista più ampia: quella degli “undici scienziati” morti o scomparsi che, secondo alcuni commentatori, avrebbero lavorato su ricerche sensibili legate a propulsione avanzata, energia e fenomeni aerei non identificati. Il caso Eskridge ne è diventato l’episodio più clamoroso, e per chi segue questa lettura non si tratta di una coincidenza: si tratta del caso in cui la vittima stessa, prima di morire, aveva già scritto il copione di quello che sarebbe successo dopo.

Il fenomeno ha avuto una eco istituzionale che difficilmente può essere liquidata come folklore da internet. Il deputato Eric Burlison non ha usato il condizionale: ha dichiarato pubblicamente di ritenere che esistano elementi significativi a supporto dell‘ipotesi che Eskridge sia stata colpita da un’arma a energia diretta a microonde — la stessa categoria di arma che, secondo diversi ex funzionari dell’intelligence, sarebbe responsabile della cosiddetta “sindrome dell’Avana”, la serie di disturbi neurologici inspiegati riportati da decine di agenti CIA e diplomatici in tutto il mondo.

Se quella tecnologia esiste ed è stata usata su personale governativo all’estero, la domanda che si pongono i sostenitori della tesi dell’omicidio è semplice: perché non potrebbe essere stata usata su una ricercatrice civile in patria?

Lo stesso ex presidente Trump, interrogato sulla vicenda, non ha negato che il tema fosse arrivato sul suo tavolo: ha dichiarato di sperare che si tratti di una coincidenza, ammettendo però di averne discusso in una riunione di cui la Casa Bianca non ha voluto specificare i contenuti. Per i sostenitori della tesi del pattern, è proprio questo tipo di non-risposta — né conferma né smentita, da parte di chi avrebbe accesso a tutte le informazioni classificate necessarie per chiudere la questione in un minuto — a costituire l’indizio più forte di tutti.

A questo si aggiunge un altro elemento che nella versione “ufficiale” tende a scomparire: il video, tornato virale dopo la sua morte, in cui Eskridge stessa racconta di essere stata bersaglio per anni di tentativi di avvicinamento in cui uomini sconosciuti le si sedevano accanto al bancone di un bar, lasciavano cadere riferimenti precisi alla sua vita e al suo lavoro, e le proponevano sostanze da mettere nel suo drink — un livello di sorveglianza e pressione personale che va ben oltre la semplice “paranoia” spesso evocata per archiviare il caso.

Perché la storia ha presa

Quello che rende il caso Eskridge diverso da un classico “scienziato morto in circostanze misteriose” da forum è la combinazione di tre elementi che, singolarmente, sono tutti veri:

Primo, l’ambiente è reale e verificabile — Huntsville è effettivamente uno dei centri nevralgici della ricerca aerospaziale americana, e il padre di Eskridge ha effettivamente lavorato alla NASA su temi di plasma e fusione.

Secondo, le parole di Eskridge stessa, pronunciate prima della morte, sono autentiche e oggettivamente inquietanti: una persona che lascia istruzioni su come interpretare la propria eventuale morte è un dato di fatto che richiede una spiegazione, qualunque essa sia.

Terzo, la risposta ufficiale è stata minima: nessun rapporto di polizia o autoptico è stato reso pubblico, e questo vuoto documentale — comprensibile per ragioni di privacy familiare, ma comunque un vuoto — è lo spazio in cui ogni narrazione alternativa trova terreno fertile.

È esattamente questa miscela — fatti solidi, parole autentiche e silenzio istituzionale — a trasformare una tragedia personale in un caso che arriva fino al Congresso, anche quando la famiglia della vittima chiede esplicitamente di non farne un simbolo.

La domanda di fondo

Resta il nodo che la versione “suicidio” non risolve del tutto. Una persona può lasciare messaggi che anticipano la propria morte per molte ragioni — ma quante persone, in quelle condizioni, vengono poi seppellite senza un’autopsia pubblica, senza un rapporto di polizia consultabile, e con la cremazione del corpo eseguita in tempi rapidi? Ognuno di questi elementi, preso da solo, può avere una spiegazione innocua. Presi insieme, in un caso che coinvolge ricerca su tecnologie classificate, due agenzie federali e una famiglia che scioglie entrambe le proprie società nel giro di pochi mesi, formano un quadro che la sola etichetta “sfortuna” fatica a contenere.

La verità più scomoda, forse, non è che qualcuno abbia premuto un grilletto — ma che non ci sia bisogno di farlo: basta lasciare che una persona venga isolata, sorvegliata, spaventata ogni notte per anni, e poi limitarsi a non indagare quando quella persona crolla. Il risultato, sulla carta, è identico a un suicidio. E proprio per questo, forse, è la versione più difficile da smontare — e quella su cui nessuno, finora, ha avuto davvero interesse a indagare a fondo.

Nota
Questo articolo riporta dichiarazioni e circostanze così come emerse da fonti giornalistiche (CNN, Newsweek, NewsNation, Cybernews, tra le altre). Le accuse di omicidio o di intervento di agenzie governative restano, ad oggi, non confermate da alcuna indagine ufficiale resa pubblica.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per leggere tutti gli articoli di Marco Monetini clicca sul nome dell’autore.

 

 

Parole a capo
Poesia in laboratorio (II Parte)

Parole a capo <br> Poesia in laboratorio (II Parte)

Laboratori poetici organizzati da Ultimo Rosso (II Parte)

Siamo alla seconda parte dell’esperienza del laboratorio di scrittura creativa condotto da Maria Mancino, in arte “Maggie” ed organizzato dall’Associazione Culturale Ultimo Rosso.
La produzione dei partecipanti è stata notevole come l’impegno e il coinvolgimento emotivo. Trasformare delle parole, collegarle tra loro, senza perdere di vista il tema scelto dell’incontro, non è stato facile. Specialmente per chi si è trovato/a a cimentarsi con la novità di scrivere un testo poetico. Scrivere cercando di porsi fuori dal luogo (il Centro Documentazione Donna) dove ti trovavi (estraneazione) per costruire nuove sensazioni fuori contesto. In sintesi, testi fuori contesto. Inoltre, un testo che veniva letto, condiviso nel gruppo, superando il timore del giudizio.

Dopo aver dato conto nel numero scorso di “Parole a capo” delle poesie scritte ispirandosi alla parola chiave “Solitudine”, in questo numero abbiamo scelto alcuni testi per ogni parola chiave: 1) Confine/soglia; 2) Strappo/unione; 3) Poesia. (gpl)

Confine/soglia

Fino a dove posso arrivare?
Fino a dove posso spingermi?
C’è un confine?
O è solo una linea nella mia mente?
E quella è una soglia o un semaforo rosso?
Devo andare?
Devo restare?
Rimanere nel dubbio o pentirmi per un’altra volta ancora?
Ma quanto è bello quando stacco il cervello
E non ho paura
Di saltare ed osare?

(“Vince”)

 

SULLA SOGLIA

Non mi svegliare, lasciami
Sulla soglia dell’alba
Prima che faccia sole.
Questo tempo malato
Capovolge i valori, si nutre
Delle vite degli altri …
Vivere dentro il mondo in piena luce
Mi ha consumato il cuore.
Lasciami sul confine
Tra sonno e veglia
Tra il pigolio dei nidi che m’illude
Di una vita vincente rinnovata.

(Marta)

 

*

Strappo/ Unione

 

L’ELASTICO

 

Tira l’elastico tra me e me
Parte che avanza, l’altra sta indietro
Ferma, fissata in un tempo andato
La vita è in fondo, che aspetta, è luce
Tira l’elastico e poi si scuce
da quel vestito ormai passato
libera, lascia vecchie memorie
sedimentate, ma non zavorre
passo sicuro, riunita e lieve.

 

(Anna Rita Boccafogli)

 

VISIONI

Uno strappo nel cielo,
il fulmine
apre uno squarcio
e l’angelo scende
sulla terra.
In un sussurro
le sue ali
uniscono mondi

 

(Maria Angela Malacarne)

 

*

 

Poesia

 

POESIA

Cammina sul filo
teso tra due grattacieli
nei pugni di seta
stringe l’equilibrio
le cade la veste
sull’asfalto d’inchiostro
l’anima nuda
sgonfia una
nuvola
prima
del tuono.

(Maggie)

 

ESPLOSIONI E SILENZI

 

Esplosione silenziosa
scoperta, stupore
consapevolezza
che porta
rimpianto dei tempi perduti
rimorso di cose non fatte
alle cose troppo volute
alle persone troppo ignorate
poesia maledetta
perché ci hai messo tanto
a farti trovare ed amare?

(“Vince”)

*

 

LA MIA POESIA

 

Pensiero che sale e scende
lasciando traccia di stelle.
Luce sincera dopo il temporale,
silenzio del bosco
ruscello nascosto.
Profumo di buono
bocconi indigesti
conditi con musica.
Cura allo sdegno del cuore.
Scava un tunnel nella roccia
salva dalla banalità del male.
Fa la differenza
quando sembra non servire,
delicata e preziosa
come una tesa mano bambina.

(Cecilia)

*

 

POESIA

Trovare un modo infinito di narrare il mondo porta fuori dalla vita.
Ma se non è vita cos’è quella intuizione sacra che consacra
la parola e la fa profetessa e madrina del pensiero?
E’ poesia, realtà irreale, creatura divina,
inimitabile magma di possibili emozioni.
E luce abbagliante, tenebra funerea.
Tu che tutto sai dire come non si dice,
tu arte sublime del dubbio esistenziale,
tu capace di morte come a Samarcanda
e di vita luminosa e di ogni amore,
a te mi inchino e ti dedico un altare,
verrò a pregare e mi sentirò appagata.

(Elisabetta)

*

Foto di Peperet da Pixabay

 

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 343° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

 

Arriva Andy Burnham e il Regno Unito (forse) svolta a sinistra

Arriva Andy Burnham e il Regno Unito (forse) svolta a sinistra

Arriva Andy Burnham e il Regno Unito (forse)svolta a sinistra

Londra, Un paio di settimane fa, avevamo descritto su Periscopio la difficoltà per il primo ministro Keir Starmer  [Vedi qui] di poter conservare la posizione in qualità di leader del partito labourista e quindi di Primo Ministro nella Camera dei deputati di Westminster.  Starmer aveva subito delle forti pressioni all’interno del suo partito da dove provenivano ripetute richieste per le sue dimissioni. Uno scontento che aveva provocato le dimissioni di diversi ministri e MP.

L’evento tanto preannunciato si è materializzato il 22 giugno, quando Starmer ha dato le dimissioni davanti alla porta nera di n. 10 di Downing Street accompagnato da sua moglie Vic.
Keir Starmer è il settimo Primo Ministro, dopo 2 anni dall’incarico, a dare le dimissioni nell’arco di soli 10 anni. Succedeva in Italia, ma nel Regno Unito era un fatto impensabile prima del sunami Brexit e della irresistibile ascesa dell’estrema destra.

La previsione del suo crollo politico si era fatta sempre più concreta dopo la vittoria di Andy Burnham alle elezioni di Makerfield (una regione nel centro dell’Inghilterra) per la poltrona nel parlamento. Una stra-vittoria che ha suonato nel paese come un chiaro messaggio indirizzato sia contro l’imperante forza di destra che sta montando nel paese, sia contro il primo ministro Starmer: gli slogan erano inequivocabili “Noi stiamo con  Andy ”. Né con la destra, né con la moderata politica di Starmer.  Alle elezioni del 18-19 giugno un nuovo leader, quindi, veniva acclamato dal popolo della regione dei Makerfield con il 55% dei voti contrastando il partito di destra Reform, per ricoprire il ruolo di nuovo membro del parlamento.

Andy Burnham ha quindi lasciato il suo incarico da sindaco del Great Manchester, conquistato con le elezioni del 2017, per servire il paese nella più alta istituzione londinese: il suo giuramento da nuovo MP è avvenuto lo stesso stato giorno cui Starmer rimetteva le sue dimissioni. Una coincidenza che rafforza sempre di più la convinzione che Burnham sarà il nuovo leader del partito laburista britannico.

Andy_Burnham con lo storico leader della sinistra Britannica Jeremy Corbyn, nel 2026 (Wikimedia Commons)

Andy Burnham è un politico britannico del Partito Laburista (Labour Party), generalmente collocato nella “soft left” del partito; una corrente socialdemocratica e progressista ma non radicale.

Burnham attribuisce un ruolo dominate dello stato sull’economia, maggiore controllo sui servizi pubblici, e riforma fiscale più redistributiva (tasse sulla ricchezza).

Il nuovo deputato ha le idee chiare e lo ha dimostrato a Manchester dove in qualità’ di sindaco ha attuato il suo modello politico definito Manchesterism. Il suo programma politico è una forma di “socialismo pragmatico progressista” caratterizzato da un forte decentramento dei poteri dalle istituzioni centrali di Londra alle regioni, maggiore coordinamento pubblico del NHS e dei servizi sociali, pro-UE, l’immigrazione da tenere sotto controllo ma senza rigide chiusure.

Un’altra ragione per cui Andy Burnham con molta probabilità potrà essere incoronato leader dei labour è il fatto che non trova una forte opposizione all’ interno delle varie correnti di partito. Infatti, l’altro possibile candidato, Wes Streeting, ha confermato che appoggerà la candidatura di Andy Burnham per l’incarico di leader.

Un chiaro messaggio di unità politica indirizzato alle forze della destra: uniti per contrastare il partito Reform di Nigel Farage: “la Mucca nel Corridoio” Britannica.

Dalla prossima settimana si aspettano gli ‘speeches’ di Burnham in cui renderà chiaro i suoi punti di distanza dalla politica troppo moderata di Starmer, quali le riforme nel campo dell’economia, come contrastare l’aumento della povertà in UK, come si rapporterà al mercato al business e come riuscirà a mantenere un equilibrio con questi settori e il mondo dei sindacati.

Intanto, ieri Keir Starmer ha salutato il popolo britannico con un discorso pieno di emozione “Mi dimetto oggi per diventare di nuovo leader per le prossime elezioni? Ancora tutto da decidere, ma posso garantirvi che nel mio incarico non ho fatto altro che mettere il mio paese al primo posto “

La sua voce ha cominciato a rompersi per l’emozione quando ha parlato della sua famiglia e del ruolo di sua moglie Vic, solida roccia sempre al suo fianco, e del suo ruolo di padre. Ma ha anche rassicurato il partito che darà “sempre il mio supporto al mio successore, con la consapevolezza che consegnerò questo paese, reso più forte e più giusto dopo i miei due anni di lavoro. Un paese meglio preparto per affrontare nuove sfide e per assicurare al partito labourista un secondo mandato alle prossime elezioni nazionali”

Le elezioni per il nuovo leader del partito labourista si terranno il 9 luglio e si prevede che il nuovo leader assumerà l’incarico di primo ministro verso il 16- 17 luglio.

Con parole di ringraziamento, Burnham si è rivolto al primo ministro dimissionario per il servizio prestato al popolo ha dichiarato che “il paese ora ha bisogno di stabilità e serietà”

Il mercato della borsa ha taciuto per un giorno, in attesa di sviluppi. Burnham in passato aveva dichiarato che “il paese è alle mercé dei mercati obbligazionari (the country being “in hock” to bond markets)”. Solo recentemente ha dichiarato di volere come consulente l’economista Jim o’Neil, ex ministro del Tesoro del partito conservatore. Un gioco di equilibrismo politico?

Di certo, Burnham si atterrà al programma /manifesto del partito laburista ma tutti si aspettano che sarà più ambizioso e coraggioso nel creare riforme più a sinistra di quanto abbia fatto Starmer, con una serie di misure politiche forti e rapide, pensate per scioccare e impressionare, per dimostrare un vero cambiamento.

Da queste parti si dice: ‘saranno primi cento gironi di governo a decidere il futuro delle prossime elezioni’.

In copertina: Andy Burnham con i suoi sostenitori per la carica di Sindaco della Great Manchester, foto https://veci-verejne.sk/popularny-andy-burnham-sa-vracia-na-politicku-scenu-a-mieri-na-downing-street/

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vite di carta presentazione "La Tequila nera e altre poesie feline"

Vite di carta /
La gatta Tequila e il poeta

Vite di carta. La gatta Tequila e il poeta

Che coppia quella tra il poeta Roberto Dall’Olio e la gatta nera Tequila, la sua gatta. Attenti però a rispettare la reciprocità tra i due: se lei è la “Musa nera” e misteriosa, lui le dice “Con te/Sono/Non so cosa/Forse un altro/Gattone”.

Alla pari in questa vita dove “Siamo fatti/Con la stessa/Poltiglia di emozioni”, Tequila e il poeta si dànno vicinanza e affetto, parlano il linguaggio del corpo per capirsi e soprattutto comunicano con i toni. Lei attraversa la casa, e la arreda col suo pelo nero-pianoforte, è morbida e silenziosa. Sa stare in compagnia a guardare il tennis in tv, sa tenersi a distanza ma riconosce quando lo stato d’animo di lui richiede il contatto dei corpi: credo basti per una convivenza civile.

Ho affrontato la lettura di questa preziosa silloge poetica, La Tequila nera e altre poesie feline, pensando di avere prerequisiti più robusti rispetto alle altre raccolte che Roberto ha pubblicato, ben quindici. Conosco i gatti e li amo da sempre. Ho anch’io un gatto nero, o meglio convivo con un gatto nero pacifico e ciccione che ha nome Nino.

E invece. Leggo e rileggo i testi, li ascolto, sapendo che insieme all’amica Maria Calabrese ne farò la presentazione alla Biblioteca Popolare Giardino. Si riforma il nostro trio per il primo di una bella serie di incontri sulla poesia dal titolo “Quando tace il rumore della folla” che si terrà nella sede ritrovata dalla BPG, dopo lo sgombro temporaneo dal corpo aggiunto dei grattacieli. Peraltro, questi, ancora vuoti.

Durante l’incontro, lo scorso 12 giugno, succede invece che mi sento rimpicciolire: ascolto Maria che legge i primi testi che ha scelto e riassaporo “il legame viscerale” tra uomo e animale di cui parla anche Evaristo Seghetta Andreoli nella Prefazione al libro.

Ascolto Roberto mentre risponde e va a fondo nello spessore delle sue poesie: due parole per delineare la circostanza da cui sono scaturite e poi su su in alto ad aprire ombrelli di idee sul mondo, gravide di riferimenti ai filosofi e agli umani in certe loro costanti antropologiche.

“Forse Schopenauer/Aveva ragione/Sull’arte dei suoni/Dentro quel suo/Universo senza scopo/Dai fiori a ogni/Capoverso della vita/Tra i gatti/E l’uomo/Ciò che conta/Sono i toni”.

Questa poesia, che ho riportato per intero, può valere come esempio dei primi. Quanto agli umani, il poeta si domanda “E se io fossi te/Vedere gli uomini/Calpestare il cielo/Traviare le acque/Mordersi per briciole/Di potere/Non so cosa farei”.

In un altro testo, uno dei primi, dice “La guardo/Mi viene alla mente/La teologia/Ma se i gatti/Non hanno/l’anima/Perché/Bruciarli/Per eresia”.

Divini per gli antichi Egizi, diabolici per il cristianesimo nel Medioevo, ancora oggi associati alla sventura in occidente, simbolo di buona sorte in molte culture dell’est e del nord Europa, i gatti neri recano sul loro manto un alone di mistero insieme al peso di simboli atavici e in qualche modo sembrano saperlo.

Secondo la lettura che ne ha fatto Vito Antonio Conte nel recensire La Tequila nera in Spagine, la gatta è metafora della condizione per cui “ancora oggi esser donna e avere il colore della pelle nero è fonte di pregiudizio”. La poesia di Roberto rappresenta allora uno “schiaffo” al tempo e al luogo di ogni razzismo e agli altri -ismi che calcificano il pensiero e il comportamento umano.

L’eterno femminino che resta incarnato nella gatta è fatto altresì di morbidezza, di un miagolio che incanta, di silenzi che ripagano il poeta “Da certe stanchezze/Umane”.

Di più. Credo che il rispetto su cui puntano i testi di Roberto, come stalattiti puntute e gocciolanti vicine a chiudersi ma mai solidificate, travalichi il rapporto tra uomo e animale per farsi esempio della “perturbante intimità della nostra relazione col non-umano”, come la definisce Amitav Gosh nel suo saggio illuminante La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile.

La Tequila nel suo mistero è la vera portavoce del non-umano di cui il poeta sente il bisogno per abitare lo spazio e il tempo dei suoi giorni.

“Prima di dormire/Mi chiedo/Dove andremo/A finire/Noi/la micia/Gli alberi/Questa vita…”

Nell’era del surriscaldamento globale con cui stiamo facendo i conti, secondo Gosh è la poesia ad avere “intrattenuto  una relazione intima con gli eventi climatici”, a non essersi sottratta a concepire e a esprimere la non ordinarietà della vita; diversamente dal romanzo, che ha assunto la sua forma moderna “spostando l ‘inaudito verso lo sfondo, e portando il quotidiano in primo piano”.

Colgo il respiro della poesia nel suo attraversare i significati di ogni parola, la sua musica fatta di suoni e ritmi fino al grado zero del suono, che è l’incedere felpato della Tequila. “Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza far rumore” recita il secondo aforisma, di Hemingway, posto in esergo al libro. Nel primo sono le parole di Doris Lessing a definire i gatti come “la materializzazione dell’aria”, di quella parte/dell’essere/Che si chiama vuoto” e che è comune all’uomo.

Ordinaria e straordinaria allo stesso tempo nel perpetuare la ferinità degli animali che cacciano e nel caricarsi di tutti i simboli che le ha assegnato l’uomo, la Tequila è fatta del fenomeno, ci ciò che ci circonda, e di vita concettuale.

Coglie bene Maria alcune rime inusitate, alla Gozzano per intenderci, come “Non è un peluche/Con l’uomo/Senza l’uomo/ E non ha letto né Morin/Nè Latouche”. Aggiunge esempi di assonanze che sorprendono e di conclusioni a effetto: usa la mia immagine delle stalattiti e fa sentire la forza magmatica delle parole finali.

Tutto è già nella prima poesia della silloge: “Non è domestica/Non è selvatica/Sa bene chi sono/Mi cerca/Dorme con me/Sul letto/Io da uomo/Quasi quasi/Mi dimetto“.

Nota bibiliografica:

  • Roberto Dall’Olio, La Tequila nera e altre poesie feline, Giuliano Ladolfi Editore, 2026
  • Vito Antonio Conte, “La Tequila nera e altre poesie feline” di Roberto dall’Olio, in Spagine online
  • Amitav Gosh, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, BEAT, 2019 (traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti)

Cover: L’autrice, Roberto Dall’Olio e Maria Calabrese durante l’incontro di presentazione alla Biblioteca Popolare Giardino – Foto di Beniamino Marino

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

ODDIO, la piattaforma che monitora l'Odio

ODDIO, la piattaforma che monitora l’Odio

ODDIO, la piattaforma che monitora l’Odio

Un progetto sperimentale italiano per osservare la polarizzazione nel dibattito online

Negli ultimi anni il tema della polarizzazione online è diventato centrale nel dibattito pubblico italiano ed europeo.
La crescente diffusione dei social network e delle piattaforme digitali ha reso più evidente la necessità di comprendere come si sviluppano, si amplificano e si distribuiscono nel tempo dinamiche di conflitto, ostilità, odio e contrapposizione all’interno delle comunità digitali.

In questo contesto nasce ODDIO, un progetto sperimentale sviluppato dal Nocturune Collective di Ferrara con l’obiettivo di esplorare nuove modalità di osservazione e rappresentazione delle dinamiche di polarizzazione nel dibattito online.

L’iniziativa si inserisce in un panorama internazionale in rapida evoluzione.
Nel 2026 il governo spagnolo ha presentato HODIO (Huella del Odio y la Polarización), una piattaforma pubblica progettata per monitorare e analizzare la diffusione dei discorsi d’odio sulle principali piattaforme digitali.
Anche in altri Paesi europei cresce l’interesse verso strumenti in grado di fornire indicatori e letture sistematiche di fenomeni sempre più rilevanti per la vita sociale e democratica.

ODDIO nasce come progetto autonomo e indipendente.
Il suo obiettivo non è moderare contenuti, intervenire sulle conversazioni degli utenti o svolgere attività di controllo individuale. Il sistema è stato concepito come strumento di osservazione e analisi, orientato alla produzione di indicatori aggregati e alla visualizzazione di tendenze e dinamiche territoriali.


La demo pubblica
attualmente disponibile consente di esplorare una prima implementazione del modello e comprende sezioni dedicate alla metodologia, all’affidabilità degli indicatori, alle fonti utilizzate e al quadro normativo di riferimento. L’approccio adottato punta alla massima trasparenza possibile, favorendo la comprensione dei criteri utilizzati per l’elaborazione e la rappresentazione dei dati.

Secondo i promotori del progetto, una delle principali sfide consiste nel trasformare fenomeni spesso percepiti esclusivamente in modo qualitativo in elementi osservabili e confrontabili nel tempo, contribuendo così a una maggiore comprensione delle dinamiche che caratterizzano il dibattito digitale contemporaneo.

ODDIO è attualmente in fase sperimentale e rappresenta un’iniziativa di ricerca e sviluppo nell’ambito dell’intelligenza artificiale applicata all’analisi sociale e alla visualizzazione dei dati.

La demo pubblica è disponibile all’indirizzo: https://www.nexusmultimedia.it/app/social_service/oddio/demo/

Nocturune Collective è una realtà indipendente con sede a Ferrara che sviluppa progetti sperimentali nei settori della cultura digitale (per esempio la produzione musicale), dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei fenomeni sociali.
Attraverso un approccio interdisciplinare, il collettivo promuove iniziative che esplorano il rapporto tra tecnologia, società e innovazione, con particolare attenzione alla trasparenza metodologica e all’utilizzo responsabile degli strumenti digitali.

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Mohamed Behlak, morire di sfratto

Mohamed Behlak, morire di sfratto

Mohamed Behlak, morire di sfratto

A Milano le politiche abitative orientate agli interessi della rendita e alla dismissione del patrimonio abitativo pubblico diventano giorno dopo giorno più efferate. Raccontiamo una storia triste, pubblicata sulla pagina Facebook del Sicet, il sindacato inquilini casa e territorio di Milano.

È la storia di un uomo che lottava per l’assegnazione di una casa popolare per sé e per la propria famiglia e che, dopo mesi di vita in macchina, separato da moglie e bambini ospitati nel centro per le emergenze sociali Casa Jannacci del Comune di Milano, ha avuto un infarto. Non possiamo sapere se, qualora avesse avuto la casa cui aveva diritto, avrebbe avuto ugualmente questo malore, ma almeno sarebbe morto insieme ai suoi cari. Le nostre istituzioni pubbliche, stanno sempre più perdendo il riferimento ai valori fondanti della Costituzione ed è in atto una guerra contro i poveri, stranieri e italiani, che criminalizza, umilia, e cancella i diritti.

Per fortuna la nuova ideologia non è ancora così pervasiva e rimane un margine per il giusto cambiamento: l’Associazione Genitori Ginkgo Biloba e l’Associazione genitori Gatta ci Cova delle scuole che i 3 figli minori frequentano, sconvolti dalla notizia del lutto subito e consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, hanno promosso una raccolta fondi, che è ancora attiva e a cui chiunque può partecipare: [Vedi qui] Un bellissimo e importante gesto di solidarietà che deve far ancora più vergognare chi amministra la città di Milano e spronare i responsabili istituzionali a trovare subito una casa ai bambini e alla mamma.

Ricordiamo oggi Mohamed Behlak, iscritto al Sicet, un compagno, un amico. È morto improvvisamente di infarto venerdì 5 giugno. Da più di un anno combatteva tenacemente per il proprio diritto a una casa, con dignità, coraggio, caparbietà.

Dovevamo vederci per preparare la documentazione necessaria a presentare insieme al nostro avvocato un ricorso al Tar contro il provvedimento di rigetto della domanda di assegnazione di un alloggio in emergenza (SAT) emesso dal Comune di Milano, arrivato dopo un anno dalla presentazione della domanda. E invece di Mohamed, si è presentato all’appuntamento il figlio più grande, che con la sua famiglia vive in un comune della provincia, a darmi la triste notizia.

Avevo conosciuto Mohamed a novembre, era venuto presso la nostra sede perché la sua domanda SAT era bloccata, nonostante il Municipio avesse riconosciuto l’incolpevolezza della morosità dello sfratto e la commissione competente avesse espresso parere favorevole all’assegnazione. A seguito dello sfratto Mohamed, la moglie e i 3 figli minorenni erano stati accolti in albergo, come previsto dalla delibera comunale.

La figlia maggiorenne, esclusa dall’accoglienza, era stata costretta ad andare in Egitto, dai nonni, non avendo un posto dove vivere, qui a Milano, nella città in cui è nata e in cui non è ancora riuscita a rientrare perché senza casa, e dove avrebbe voluto iscriversi all’università, facoltà di Medicina.

Dallo sfratto, dopo il periodo in albergo, Mohamed viveva in macchina, mentre la moglie e i bambini continuano ad essere accolti in Casa Jannacci, la struttura per le emergenze sociali del Comune che, è bene ricordare, il precedente garante per i diritti dell’infanzia aveva definito pubblicamente come non adeguata per i minori.

La domanda era stata bloccata perché nel nucleo anagrafico era presente, oltre alla figlia maggiorenne, rientrata in Egitto, un altro figlio di 22 anni, che prima dello sfratto era andato in Sudafrica con un permesso di studio per frequentare un corso professionale per diventare pilota. Per il Comune avere due figli diplomati intenzionati a frequentare l’università, ora impossibilitati a rientrare a Milano per la mancanza di una casa, era sospetto e incrinava la veridicità di quanto dichiarato.

Insieme a Mohamed abbiamo presentato un’integrazione della documentazione, poi abbiamo risposto a un preavviso di rigetto della domanda, poi al rigetto della domanda. Il verdetto finale:
“[…]alla luce della valutazione complessiva, permangono criticità istruttorie relative alla definizione univoca del nucleo familiare e all’omogeneità della condizione emergenziale per i componenti dichiarati, tali da limitare la corretta comparabilità dell’istanza”.

Per il Comune non era possibile stabilire se un nucleo che da 6 mesi viveva diviso – due componenti all’estero, il capofamiglia in macchina e moglie e minori in Casa Jannacci – era meritevole dell’assegnazione di una casa in emergenza.

Mohamed era arrivato in Italia alla fine degli anni novanta. Aveva sempre lavorato come operaio, aveva ottenuto la cittadinanza italiana ed era riuscito a comprare una casa, che, a seguito del rialzo dei tassi di interessi dei mutui e della crisi del 2008 aveva perso. Da allora viveva in affitto, fino a quando, 17 anni dopo, non è arrivato lo sfratto.

Mohamed era un uomo e un lavoratore onesto. Era un uomo dolce, un padre che ha saputo trasmettere ai propri figli il valore dell’istruzione e dell’integrità. Era un uomo con grande senso della dignità e che aveva deciso di fare tutto il possibile per ottenere il rispetto dei propri diritti.

Se avesse avuto una casa, se non fosse stato costretto a dormire in macchina mentre lavorava e gestiva gli spostamenti dei figli, se il suo cuore non fosse stato oppresso dal vedere la propria famiglia in un dormitorio pubblico, avrebbe avuto ugualmente quest’infarto fatale? Forse sì, ma forse…

Ricordiamo con profonda tristezza, rabbia, consapevolezza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti di Mohamed. E ricordiamo insieme a lui tutte le persone che perdono la vita a causa di politiche efferate contro i poveri e le classi lavoratrici e che invece difendono solo i privilegi della rendita e dei ricchi. Ricordiamo Giorgio, Letterio, ricordiamo i senza tetto morti per freddo nelle nostre strade a ridosso delle Olimpiadi. Quante sono oggi le persone che si ammalano e perdono la vita per la mancanza della casa?

Ora il nostro compito è non lasciare sola la famiglia di Mohamed.

Facciamo un appello alle associazioni, alle Chiese, ai cittadini di Milano, perché la moglie di Mohamed e i suoi bambini non siano costretti a ritornare in viale Ortles. Abbiamo bisogno di trovare una casa ponte, emergenziale, dove possano essere ospitati al rientro dal funerale in Egitto, perché possano trovare un po’ di serenità, qualora il Comune, come ha fatto finora, si dimostri ancora una volta impotente e indifferente. Per poter continuare insieme la lotta per ottenere l’assegnazione di una casa popolare.

Condividiamo l’intervista che con coraggio aveva rilasciato alla giornalista Maria Elena Scandaliato: Non-e-un-posto-per-bambini-Lemergenza-abitativa-a-Milano-e-i-diritti-dei-minori-

Ciao Mohamed, che la terra ti sia lieve.

In copertina:  foto dalla pagina Facebook di Sicet Sindacato Inquilini Milano

Il lungo tramonto degli imperi coloniali d'Occidente

Il lungo tramonto degli imperi coloniali d’Occidente

Il lungo tramonto degli imperi coloniali d’Occidente

Nel mondo, nonostante le dannate guerre in corso, si sta meglio oggi di 50, 100, 200 o 500 anni fa.
In Europa il tasso di omicidi è sceso di 50 volte (in rapporto alla popolazione) e una volta lo stato di guerra era quasi permanente. L’annuncio della 1^ guerra mondiale fu festeggiato ovunque (specialmente dai giovani) a dimostrazione di quanto fosse stata ampia la propaganda nazionalista.

Oggi una guerra vedrebbe non solo i giovani contrari, ma la stragrande maggioranza delle popolazioni.

Non siamo certo un paradiso in terra, ma la vita è migliorata sempre più per la grande maggioranza degli 8 miliardi di abitanti. In Cina sono scomparsi 850 milioni di poveri in soli 17 anni e in quasi tutti i paesi migliorano gli indici di sviluppo umano (speranza di vita, scolarizzazione, redditi,…).

Gli Stati Uniti, in contrasto con quello che spesso si dice, sono il paese arricchito che sta peggio, sempre più diviso con la speranza di vita in calo. E male stanno ucraini, russi, palestinesi, libanesi e gli altri che subiscono guerre e conflitti. Per fortuna sono una minoranza. In Occidente continua a crescere la ricchezza ma non viene distribuita, per cui crescono disuguaglianze, solitudine, violenza, razzismo, inquinamento e, in alcuni paesi, riduzione dei redditi reali. La logica della forza ha messo in pausa l’ONU, la diplomazia e il multilateralismo.

Nel retroscena c’è lo scontro tra Stati Uniti al tramonto (che tentano colpi di coda) e Cina (che sale in silenzio). L’Europa, sedotta e abbandonata dagli Usa non vuole perdere il peso che ha sempre avuto nel mondo e non sa che fare. Paralizzata dall’architettura istituzionale che si è data, pensa che riarmandosi conterebbe di più, memore di quando era impero.

Ma la bomba atomica preclude oggi questa via. Non sarà più possibile vincere una guerra contro chi possiede la bomba atomica, pena la distruzione reciproca. L’Iran ha imparato dalle nostre nefandezze con Gheddafi in Libia: farsi la bomba atomica è garanzia di non essere spazzati via. Se la UE fosse lungimirante ascolterebbe il Papa che consiglia nella sua enciclica di disarmare. Non è ingenuità o mera moralità, ma saggezza e realpolitik.

Negli ultimi 50 anni c’è stata una svolta storica nelle guerre (oltre alla bomba atomica): nessuna superpotenza (né gli Usa né la Russia, né Israele, né altri) ha conquistato popoli anche poveri e piccoli se questi non lo vogliono. Così è stato per tutte le guerre perse dagli Stati Uniti. L’Afghanistan ha mostrato come talebani poco armati sono in grado nel tempo di sconfiggere superpotenze (inglesi, Russia e Nato).

Il sogno della “Grande Israele” (spazzare via i palestinesi dalla loro terra che viene perseguito da più di 50 anni) non si realizzerà, anche se dovessero sterminare altre centinaia di migliaia di palestinesi. I giovani l’hanno capito e vedono con orrore quel che accade, mentre l’élite UE fa finta di non vedere ed è rimasta all’idea romana di “si vis pacem para bellum”.

La piccola Svizzera, neutrale, ha retto 750 anni e nonostante abbia il 32% di immigrati (41% di origine straniera) sa che senza declinerebbe (infatti il referendum è stato bocciato). Così chi volesse invadere un’Europa di 450 milioni di abitanti, troverà il suo Vietnam. L’idea propalata che lo faccia la Russia, che non riesce a completare l’avanzata nel Donbass, è pura propaganda. Ci invaderanno i cinesi? Impensabile, visto che in 2mila anni non hanno mai invaso alcuno.

Credo sia piuttosto un nostro transfert, visto che la storia dell’Occidente è quella del grande aggressore e così siamo visti oggi da tutti gli altri popoli nel mondo, russi inclusi (invasi cinque volte) e cinesi pure (invasi due volte dall’Occidente).

E’ la mancanza di grandi visioni sul futuro e di un presente che si fa più povero e pauroso e di sfascio sociale su cui lavorano manipolatori come Farage in Inghilterra e Vannacci in Italia, sfruttando il nulla di proposte delle élite dominanti e il rischio è che i giovani (che fanno la differenza) siano mobilitati non su grandi ideali e visioni (tipiche della loro età) ma sul male.

Un male coltivato dal mainstream e dalla vecchia Realpolitik, quando sostiene che la pace si difende col riarmo: “Si vis pacem para bellum”, il principio della deterrenza. Oggi la vera deterrenza è far saper al nemico che se ti invade non potrà amministrare 450 milioni di cittadini recalcitranti che non vogliono perdere libertà, redditi e welfare.

I Romani sapevano che per predare gli altri popoli ci si doveva dotare di un esercito più forte e tutta la storia romana sarà un susseguirsi di guerre, anche se definito come “pax romana”, dove la pace era in realtà una guerra continua.

Anche le conquiste coloniali degli europei si sono basate sulla “armada” più forte (di navi). L’Italia non ebbe il suo impero solo perché fatta di staterelli e ducati, non nazioni come Portogallo, Spagna, Inghilterra. Poi col fascismo tentò di farsi, ridicolmente, impero.

Gli imperi centrali europei (austro-ungarico e tedesco) furono scompaginati nelle due guerre mondiali, dalla propaganda del nazionalismo, ma anche dal retroscena (meno noto) che Francia e Inghilterra volevano impedire l’espansione coloniale all’impero tedesco e austro-ungarico.

La propaganda dipingeva nei primi del ‘900 la Germania come “Oriente” così come oggi lo fa con la Russia, nonostante Francia e Inghilterra fossero alleati dello zar di Russia. Come sempre la categoria “democrazia” contro “autocrazia” è claudicante e le libertà (di parola, voto, stampa, individuali, etc.) sono usate per legittimare un dominio politico ed armato su altre nazioni.

L’intervento nella prima guerra mondiale (1914-18) prima degli inglesi e poi degli americani (il 6 aprile 1917) dopo tre anni di stallo e grandi carneficine in cui nessuno vinceva, avvenne con la scusa degli attacchi alle navi Usa che commerciavano con la Gran Bretagna. In realtà per affermare nel XX secolo un nuovo impero, quello anglosassone, oggi in declino.

Se si guarda alla storia degli ultimi 500 anni gli europei sono stati i principali aggressori e hanno fondato i loro imperi e l’arricchimento non solo su grandiose innovazioni ma anche sull’accumulazione di risorse esterne e, come i romani, hanno usato costantemente gli schiavi. Nel Mississipi fino al 1995 la schiavitù era ancora legittima (anche se non più praticata) e tutti gli Stati liberali europei l’hanno praticata fino al 1800.

Negli Stati Uniti (la “più grande democrazia”) il voto ai neri fu concesso solo nel 1965 e si opposero più volte alla condanna in sede ONU dell’apartheid del Sudafrica (come fanno da sempre per Israele).

I nostri criteri liberali di democrazia non includono le nefandezze agli “altri”, così le multinazionali Usa non pagano le imposte sui ricavi dai clienti non americani, così i recenti dazi e le sanzioni a chi (Cuba) non la pensa come noi, tacendo dell’enorme inquinamento della Terra e ora dello Spazio per fini privatistici.

Così la “democrazia liberale” di 7 milioni di ebrei in Israele pratica (dal 1967) un apartheid ad altrettanti 7 milioni di palestinesi. Due milioni residenti in Israele con enormi limitazioni dei loro diritti, due milioni a Gaza e tre in Cisgiordania senza alcun diritto. Israele è uno stato terrorista ma a democrazia liberale. Anche lui non sa che armandosi si sta scavando la fossa che si fa più grande, più prosegue lo sterminio dei palestinesi, portando, chi lo difende, ad una sconfitta storica e morale.

L’assalto occidentale al mondo fu messo in luce (tra gli altri) da Carlo Cipolla (Vele e cannoni, ed. 1983) e da Pandit Nehru e Kavalam Panikkar (Storia della dominazione europea in Asia (ed. Einaudi, 1958), da cui nasce oggi l’idea di essere noi costantemente assaliti, essendo diventati “piccoli e bianchi” (il 5% della popolazione mondiale). Gli assalitori sono ora gli immigrati (con la sostituzione etnica), ora i russi (imperiali), ora i cinesi (con l’export), tanto più che gli ex alleati americani ritirano la loro “armada” dall’Europa, declassata dagli Usa a teatro secondario.

Gli Stati Uniti vogliono che sia l’Europa a pagare per la sua difesa, c’è forse anche la “ripicca” di Trump per il mancato aiuto nella guerra all’Iran, ma soprattutto la convinzione che «Mosca non cerca il conflitto» con la Nato, come ammette, senza giri di parole, il generale Alexus Gregory Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa.

L’esatto contrario di quanto continuano a sostenere i servizi di intelligence europei convinti della «probabile» aggressione russa entro i prossimi cinque anni. Ma sappiamo che è solo “propaganda” e sono enormi gli interessi del complesso militare-finanziario. Paura e guerra sono da sempre i migliori alleati del potere e disuguaglianza.

Dal febbraio 2025 gli USA non contribuiscono più a finanziare l’Ucraina e tutto il peso ricade sull’Europa. Gli atlantisti di ferro che mai avrebbero dubitato dell’«amicizia storica» con gli Usa, prendono atto che si sono sbagliati e che occorre avviare una negoziazione con la Russia.

L’alternativa ad un accordo di pace è del resto continuare a finanziare (fino ad oggi 204 miliardi dalla sola UE all’Ucraina) una guerra impossibile da vincere, distogliendo enormi risorse dal welfare e dallo sviluppo UE, che spostano sempre più a destra il voto di ucraini, europei e nazionalisti in Russia.

Come da 4 anni andiamo dicendo ci aspettiamo un accordo in cui a) il Donbass e la Crimea russofoni vengono ceduti alla Russia; b) l’Ucraina rimane neutrale e non entra nella Nato; c) la Russia cede gli altri territori occupati all’Ucraina. Tutte cose che si potevano fare prima dell’invasione del febbraio 2022 applicando gli accordi di Minsk (poi violati da Ucraina, Inghilterra, USA, Francia e Germania) oppure nelle trattative di pace di aprile 2022, quando sarebbe stato possibile cedere solo la Crimea, concedere l’autonomia al Donbass e la neutralità dell’Ucraina (come prevedevano gli accordi di Minsk), dando garanze di deterrenza e sicurezza sia alla Russia che alla NATO.

Chi in realtà ci sta invadendo non sono gli hacker russi ma l’americanismo, con consumi, stili di vita e Intelligenza Artificiale. L’idea di armarsi fino ai denti contro potenze che posseggono la bomba atomica (Russia, Cina, Pakistan, India, USA, Israele, Nord Corea) è semplicemente folle perché qualsiasi armamento convenzionale sviluppato all’ennesima potenza sarebbe comunque inadeguato contro bombe nucleari che, peraltro, anche Francia e Inghilterra posseggono.

Il futuro non è più nel riarmo ma nel disarmo e nell’usare le risorse per migliorare la vita dei propri cittadini che, convinti da libertà e diritti, diventano le vere “armi” del domani. Il futuro si “conquista” non più con le armi, ma facendo prosperare i propri abitanti. Pace, eguaglianza e prosperità vera sono il futuro. Le armi sono archeologia industriale.

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