Passa al contenuto principale
Per certi Versi / Tra carne e immagine

Per certi Versi / Tra carne e immagine

Tra carne e immagine

Una cometa senza coda

sullo specchio contorto

la bocca

il fiato

 

si rimira il duello

sulla distanza dal mondo

pieghe

piaghe

tra carne e immagine

 

il sepolcro arido

nasconde il demone

la favola

la morte

 

un getto d’acqua in faccia

 

In copertina: Foto di congerdesign da Pixabay

Con questa domenica si conclude la collaborazione di Maria Mancino (Maggie)  che ci ha accompagnato per tutto il 2025 

La natura geniale exaptation e plasticità in un mondo che cambia

La natura geniale: exaptation e plasticità in un mondo che cambia

La natura geniale: ‘exaptation’ e plasticità in un mondo che cambia

Il genio della natura. Lezioni di vita dalla terra che cambia ( TCI, Arcipelago, 2025) è il titolo dell’ultimo saggio del  docente di letteratura inglese all’Università di Edimburgo, David Farrier. Il testo si impone come una meditazione profonda sulla capacità della Terra di adattarsi, trasformarsi e insegnare.

Farrier ci invita a leggere il paesaggio non come sfondo, ma come testo: una stratigrafia vivente di storie, memorie e possibilità. Al centro della sua riflessione si colloca il concetto di plasticità, intesa non solo come flessibilità biologica o ambientale, ma come exaptation — quel termine coniato dal biologo evolutivo Stephen Jay Gould per descrivere il passaggio di un carattere da una funzione originaria a una nuova, inattesa, non correlata (p.es. le piume degli uccelli).

È in questa logica di riuso creativo, di metamorfosi funzionale, che Farrier trova la chiave per comprendere il genio naturale: non come forza cieca, ma come intelligenza diffusa, capace di rispondere all’imprevisto con …creattività.

Come detto con il termine exaptation, ci si riferisce a una sorta di riciclo funzionale che la natura opera con sorprendente inventiva. Le ‘piume degli uccelli’ non nacquero per il volo, ma per la termoregolazione: solo in seguito furono “exaptate” (esattate?) per permettere agli uccelli di librarsi nell’aria.

Farrier riprende questo concetto e lo estende oltre la biologia, vedendolo all’opera nei paesaggi, nei fossili, nei materiali e persino nelle culture. La Terra stessa, nella sua lunga memoria geologica, mostra come la trasformazione non sia sempre lineare, ma spesso frutto di deviazioni, riusi, slittamenti di senso.

In questo modo, Il genio della natura ci invita a pensare l’evoluzione non come progresso, ma come una danza di possibilità, dove ciò che è stato può diventare altro, e ciò che sembra inutile può rivelarsi essenziale.

Nel pensiero di Farrier, la plasticità non è soltanto una proprietà dei materiali o degli organismi viventi, ma una vera e propria forma di intelligenza evolutiva. È la capacità di cambiare forma, funzione, significato. In un mondo che cambia — geologicamente, climaticamente, culturalmente — la plasticità diventa la condizione necessaria per la sopravvivenza e la coesistenza.

Farrier osserva che la Terra stessa è un organismo plastico: le rocce si piegano, i fossili si trasformano in narrazioni, i paesaggi si riscrivono sotto l’azione del tempo e dell’uomo. Questa metamorfosi continua non è segno di fragilità: la plasticità, come l’exaptation, ci dice  che il cambiamento non è una perdita, ma una possibilità, una nuova funzione, un nuovo significato.

In questo senso, il libro diventa anche una riflessione sul nostro modo di abitare il pianeta, invitandoci a una forma di co-evoluzione consapevole, dove l’adattamento non è passivo ma creativo.

Nel corso del libro, Farrier ci guida attraverso paesaggi che parlano, rocce che ricordano, fossili che suggeriscono possibilità. Ogni elemento naturale diventa una forma di scrittura, una memoria stratificata che ci insegna a pensare in termini di deep time — il tempo profondo della geologia (come non citare il grandioso poema Onirico geologico di Francesco Benozzo?), che supera di gran lunga la scala umana.

In questo tempo dilatato, la Terra non è solo un luogo da abitare, ma un interlocutore da ascoltare.

Farrier ci invita a leggere la natura come un archivio vivente, capace di mostrarci come affrontare l’incertezza, come convivere con l’instabilità, come trovare senso nel mutamento. Le lezioni della terra non sono dogmi, ma intuizioni: ci parlano di una coesistenza possibile, fondata sulla capacità di trasformare ciò che è stato in ciò che può ancora essere.

Le lezioni che la terra ci offre, dunque, non si limitano alla biologia o alla geologia ma si estendono alla nostra immaginazione, alla nostra capacità di pensare il futuro come spazio poetico. In questo senso, Il genio della natura dialoga profondamente con la letteratura, che da sempre è esercizio di metamorfosi e di exaptation simbolica.

Farrier cita Osip Mandel’štam, poeta della memoria e della resistenza, che scrive: «In che tempo verbale sceglieresti di vivere? Io voglio vivere nel tempo del ciò che dovrebbe essere». È una dichiarazione poetica e politica insieme, che ci invita a non rassegnarci al presente come destino, ma a immaginare un tempo verbale alternativo, dove il possibile non è escluso.

La poesia, come la natura, è plastica: prende forme inattese, riusa parole, trasforma il dolore in canto. E proprio come la terra che cambia, ci insegna che vivere è un atto di reinvenzione continua, una forma di ascolto profondo e di risposta creativa all’imprevisto.

In fondo, ciò che Farrier ci propone è una nuova grammatica dell’esistenza, fondata sulla capacità di trasformare il vincolo in risorsa, il passato in possibilità, il danno in forma. È una visione che trova un’eco potente nel libro Ecologia letteraria (Edizioni Ambiente, 2025) di Serenella Iovino, dove la letteratura è intesa come spazio di resistenza e di rigenerazione, capace di elaborare vere e proprie strategie di sopravvivenza.

E cosa è l’exaptation, se non l’unica strategia (vincente)? Una risposta creativa all’imprevisto, una deviazione che salva, una metamorfosi che inventa.

In un mondo che cambia, forse non ci resta che imparare dalla terra e dalla poesia: non a caso il libro della Iovino contiene la preziosa prefazione di Antonella Anedda, una delle voci poetiche contemporanee più autentica e originale.

Entrambe Terra e Poesia ci insegnano che vivere è un atto di reinvenzione, e che il tempo del “ciò che dovrebbe essere” — evocato da Mandel’štam — è il tempo nel quale la speranza che oggi ci appare essere il piumaggio che solamente ci riveste, domani potrebbe consentirci davvero di… volare.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/kanenori-4749850/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7373484″>Kanenori</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7373484″>Pixabay</a>

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

condominio italia

Condominio Italia

Condominio Italia

 

Si è finalmente concluso l’iter per l’approvazione della Legge di Bilancio per l’anno 2026. Nel corso del dibattito sono emerse anche proposte bizzarre, poi prontamente ritirate.

Una di queste riguardava i condomìni e prevedeva, in buona sostanza, che qualora ci fossero dei condòmini in ritardo con il versamento delle quote sarebbero stati gli altri, quelli che hanno sempre pagato regolarmente, a farsi carico di pagare i fornitori. La norma è stata ritirata a furor di popolo, com’era facilmente prevedibile. Ma davvero era così inaccettabile? Intendiamoci, che fosse una proposta iniqua e cervellotica è assolutamente indubbio: eppure è coerente con una logica che tolleriamo serenamente da anni.

Da giovane, andando in campeggio con gli amici, ho imparato a capire il concetto di patrimonio comune, e le sue possibili implicazioni. All’inizio della vacanza ci tassavamo, versando dei soldi per costituire un fondo da cui attingere per fare la spesa, rinnovandolo ogni qualvolta stava per esaurirsi. Il meccanismo funzionava bene, ma aveva un difetto: era interamente basato sulla fiducia e sulla correttezza reciproche. Se per caso uno dei campeggiatori decideva di attingere dal fondo per comprarsi le sigarette o farsi un aperitivo, ecco che l’intera comunità veniva danneggiata da quel comportamento: quelle spese venivano pagate da tutti, anche da chi non fumava e non beveva, dal momento che rendevano necessario rimpinguare il fondo prima del tempo. Questo generava inevitabili discussioni tra i cosiddetti “furbetti” e le persone che dovevano farsi carico dei loro comportamenti scorretti.

Ma cosa succede quando le stesse dinamiche si generano su una scala maggiore, ben più grande di un gruppo di ragazzi o di un condominio? Quello che troviamo intollerabile se possiamo toccarlo con mano diventa accettabile, e per certi versi anche giustificabile, se avviene a livelli più alti.

L’Italia è uno dei paesi maggiormente falcidiati dall’evasione fiscale, il cui meccanismo non è dissimile da quello del condominio: se qualcuno non versa i soldi necessari per far funzionare lo Stato, saranno i contribuenti corretti a farsi carico di ciò che manca. Esattamente la stessa logica che pare inaccettabile per i palazzi in cui viviamo. Eppure non reagiamo allo stesso modo. Perché? Perché consideriamo normale, anzi persino comprensibile, il comportamento di chi sottrae alla collettività oltre 100 miliardi l’anno, ma non possiamo tollerare chi fa mancare al consuntivo condominiale qualche centinaio di euro?

A volte ci comportiamo in modo strano. Potrebbe valere il vecchio detto : “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” (o dal portafogli). La realtà è che viviamo in un paese in cui il furbetto non viene visto come un parassita, ma in qualche modo come un modello da imitare. Un paese nel quale le leggi, le norme comportamentali valgono: ma “fino a un certo punto”.

E allora forse tolleriamo gli evasori, grandi o piccoli, perché vorremmo poter fare quello che fanno loro, perché c’illudiamo che il loro comportamento non ci danneggi direttamente, che a subirne le conseguenze saranno altri. Ma che nessuno si azzardi a non pagare l’acqua condominiale, perché allora diventiamo delle furie.

le storie di costanza. il giorno di natale suggestioni di un lago

Le storie di Costanza /
Il giorno di Natale. Suggestioni di un lago

Le storie di Costanza. Il giorno di Natale. Suggestioni di un lago

PREMESSA

In questi giorni la rivista “Sommergibile” ha pubblicato diversi racconti di Natale, io li ho letti tutti. Il più bello è, come sempre, il racconto della mia vicina di casa, tale Alba Orvietani. Provate a leggerlo, vedrete che ho ragione.  – Albertino Canali

IL GIORNO DI NATALE: SUGGESTIONI DI UN LAGO

Alice guardava le anitre vicine a riva e pensava ai suoi quarant’anni appena compiuti. Il lungolago era deserto e l’acqua verde smeraldo, immobile. Si vedeva in lontananza una penisola e una motonave che tranquilla si avvicinava al porto. Tutta la sua vita fino a quel momento era trascorsa vicino a quel grande, imperturbabile e familiare lago. Era il giorno di Natale, verso sera, aria fredda tra cielo e terra annunciava che il giorno sarebbe finito presto. Desiderò essere un uccello per poter aprire le ali e innalzarsi piano piano e volare libera e leggera come un gabbiano. Sopra le case, la gente, l’acqua, la sua vita.

Ricordò quando era piccola. Con suo padre si toglieva le scarpe e si bagnava i piedi nel lago ghiacciato. A volte guardava i sassi sott’acqua e pensava al tempo che avevano impiegato per arrivare fin lì, allo strano destino che aveva assegnato loro la fissità di quel posto. I sassi le piacevano molto. Li osservava con molta curiosità e a volte più avanti nel tempo, quando la vita le aveva riservato amare sorprese, si era augurata di essere anche lei un sasso. Come gli ebrei che portano sulla tomba dei loro cari un sasso in segno di affetto, devozione e ricordo, così Alice aveva portato due sassi sulla tomba di suo padre: uno per ricordare la vita trascorsa insieme, uno per ricordare la morte che li aveva divisi. Eros e thanatos, due facce della stessa medaglia, due compagni dello stesso viaggio, le due essenze di qualsiasi sentimento.

Se ne stava seduta guardando le barche a vela in lontananza. Fine polvere di vento e neve si insinuava tra le pieghe del suo vestito, tra le dita dei piedi, tra i capelli. Vide un uomo che pescava seduto poco lontano. Si arrampicò sugli scogli del molo e si fermò a un metro dal pescatore. – Oggi pochi pesci – disse lui.

Alice guardò giù verso l’acqua e si augurò che nessuno di quei piccoli pesci grigi abboccasse. – Il fascino di un luogo dipende dal suo colore e dal suo odore, dalla sua mescolanza di zone vuote o piene, morbide o appuntite. Ogni volta che vengo a pescare questo lago mi trascina con sé verso una dimensione più rarefatta, senza il qui e l’ora, senza il prima e il dopo, senza il fare e l’aspettare, una dimensione diversa dove leggere passano le ore piene di luce e pace. –

Alice guardò di nuovo quello strano pescatore, bello, bellissimo. – Ogni raggio di luce che si infrange sull’acqua crea un bagliore che vive un attimo e poi muore. Percezione fulminea dell’essere e del non essere già più. Attimo di vita pieno fino ad esplodere. Attimo di luce che esplora un angolo di pace. Vorrei essere un gabbiano che si tuffa in acqua e pesca un raggio di sole. Vorrei essere un sasso che conosce questo posto da cent’anni. Vorrei essere aria da respirare. Vorrei … –

Alice lo ascoltava parlare e intanto il suo cuore si gonfiava, il suo respiro diventava più veloce, la sua anima più pura. Un cuore in un altro cuore, un’anima nell’anima. Lo guardava e si sentiva viva, sentiva la vita rinascerle dentro, sentiva ogni muscolo del suo corpo distendersi, il sangue scorrerle nelle vene, sentiva il respiro perdere consistenza, il pensiero approdare a un rifugio.

Lui continuava a parlare, sembrava parlasse a sé stesso, guardava l’acqua e non si girava ad osservarla, sicuro che lo stesse ascoltando. – La vita è un attimo di questo lago, è la possibilità di ricordarsi e descrivere uno di questi colori. Se io fossi un pittore dipingerei l’azzurro del lago, del cielo, del mare, della seta, dei fiori, dei tuoi occhi, l’azzurro dei sogni, dei ricordi, dei rimpianti, l’azzurro di tutte le mie speranze.

Se io fossi un musicista cercherei tre note per descriverei i vulcani che a volte mi scoppiano dentro, la gioia grande dei momenti limpidi e chiari, delle sorprese, il caldo improvviso di certi attimi rubati qua e là tra la gente. Se io fossi uno scrittore cercherei parole dolci, sensuali, originali, nuove, divertenti, confortanti.

Se io fossi un ballerino danzerei per ore, celebrando la vita. Mi muoverei danzando e per un momento proverei a sentirmi libero nell’aria, senza gravità. Festeggerei volteggiando il mio preludio alla festa, sentendomi vincitore sul tempo che passa, sulla vita che scorre inesorabile, sul dolore, sui piccoli errori che ogni giorno ognuno di noi commette e sui grandi errori che sono la somma di tutti quelli piccoli.”

Smise di parlare e si voltò a guardarla.

Alice era emozionata, i suoi pensieri uscivano da un’altra bocca, le sue sensazioni passavano come sussurri d’orecchio in orecchio. Era viva davanti a lui. Non lo conosceva e lo conosceva da sempre, con lui non aveva mai parlato e gli aveva già detto tutto, non lo aveva mai toccato e aveva le mani ricolme.

Guardava verso il lago una barca a vela che si avvicinava a riva, nessuno si era accorto del suo cambiamento d’umore. Nessuno ad eccezione del lago, il vento stava aumentando e l’acqua prendendo una sfumatura argentea e blu. Alice si avvicinò all’uomo che pescava e gli posò una mano sui capelli, che un po’ alla volta diventarono come piume, piume bianche candide … e lui divenne un gabbiano e lei pure. Gabbiani bianchi, giovani, innamorati, immortali. Vibrarono le ali e si innalzarono decisi, distesero le ali e volarono in alto verso l’argento luccicante di quel Natale.

Due bambini giocavano vicino a riva, videro due gabbiani volare appaiati e pelo d’acqua e si fermarono incantati a guardarli. Erano così belli e splendenti da sembrare i protagonisti della favola di Natale, la favola di quel Natale. Il loro fu un amore senza morte. Eros e thanatos per sempre.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/shogun-1310047/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=6641880″>Karl Egger</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=6641880″>Pixabay</a>

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Parole a capo
Sara Orsetti: alcune poesie da «Innamorata & Riflessiva»

Parole a capo <br> Sara Orsetti: alcune poesie da «Innamorata & Riflessiva»

Carissime e carissimi che leggete queste poesie, che siete entrati per caso o con decisione in questa pagina, quest’anno l’uscita della rubrica coincide con il Natale. Leggendole, vi accorgerete che molte di queste parole parlano di noi umanità smarrita, della necessità di ricominciare ogni giorno e andare avanti. Al di là di come la si pensi, ci sono ricorrenze del calendario (il Natale è una di quelle) che ci invitano a proseguire il nostro cammino anche se il mare è decisamente mosso. Un augurio a tutte/i voi e buona riflessione. (GPL)

ALLA FINE È TUTTO UN

Alla fine è tutto un
ricominciare e andare avanti,
benedire i piccoli istanti
pregare i santi;
accettare di esser stanchi.

Alla fine è tutto un
andare avanti e ricominciare,
ricominciare ad amare –

lasciarsi andare
alla pace
pur contenendo un mare mosso.

Alla fine è tutto un
lasciarsi guidare
da una colomba e
rinascere dalle ceneri
come una fenice.

 

*

SE SCENDESSERO GOCCE DI LIBERTÀ DAL CIELO

Se scendessero gocce di libertà dal cielo
io le berrei una per una con la fregola
di chi non aspetta altro nella vita.

Se davvero il cielo facesse questo miracolo,
ci sarebbe probabilmente una sete
smisurata ed universale.

Ma purtroppo, se davvero dovesse succedere
succederebbe soltanto nella mia
ipotesi mentale.

 

*

 

SOGNATRICE INCALLITA

Io fumatrice incallita?
No ti sbagli, hai capito male.
Sono una SOGNATRICE INCALLITA!

Ad oggi se ne vedono di fumatori,
forse più dei sognatori.
Ma la differenza è che fumare
fa male, sognare no…
O meglio, anche qui
non bisogna strafare
ma come fa uno a non sognare?

Sono una sognatrice incallita
mi faccio di sogni
e non voglio certo levarmi
questa dipendenza.

Innamorata & riflessiva

*

 

INNAMORATA E RIFLESSIVA

Innamorata, riflessiva.
Innamorata e riflessiva sulla vita, sull’amore…
Innamorata della vita, dell’amore stesso…
Di ogni suo riflesso
rifletto…
Mi diletto
ad indagare
ad amare,
semplicemente a stare
e rimango nel pensare
nel dilagare
nel suo specchio
in cui amo riflettere
riflettermi per come sono:
innamorata e riflessiva.

 

 

Sara Orsetti nasce a Roma sotto il Segno dei Pesci il 22 Febbraio del 2000. Gemella eterozigote, sostiene di aver sempre avuto una natura poetica dentro di sé. Autodidatta, comincia a scrivere poesie per esigenza del suo cuore innamorato. Esordisce nel 2022 con Funghi in Rima, una serie di filastrocche seguite da illustrazioni di sua sorella Giulia, per la Bertoni Editore. Esce nel 2024, sempre per la stessa casa editrice, la sua seconda opera poetica dal titolo Innamorata & Riflessiva.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 317° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Presto di mattina. La nube migrante nel pane

Presto di mattina /
La nube migrante nel pane

Presto di mattina. La nube migrante nel pane

La nube migrante dell’esodo, scesa sulla terra, è divenuta pane a Natale

Pane, dissi, pane
bianco la nuvola
che l’azzurro consuma;
come i bambini
e i vecchi mangiano
sbocconcellando,
e qualche briciola
cade nel regno
delle cose perdute,
dove vagano mute
alla cerca, bruciando,
le nostre anime;
pane bianco,
e ogni altro pane
d’azzimi e di focacce,
a ogni altro cuore
emigrante
verso le colline,
sono le nuvole bianche.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, 146)

Piccola città di Betlemme, ‘casa del pane’ è il significato del suo nome. Natale è il pane disceso dal cielo, pane di vita venuto dal Padre, per una condivisione radicale con la nostra umanità, Parola fatta pane; pane vivo annunciato dagli angeli ai pastori, pane dei pellegrini verso la Pasqua, vero pane dei figli, pane di fraternità.

A Pasqua pane di pace, a Gerusalemme città della pace si farà pane spezzato e condiviso con tutti: “prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo”… voi siete il mio corpo. Il Natale ci fa radicati e fondati nella carità del pane che è Gesù, che nascendo si è impastato di noi.

Il senso cristiano della vita è farsi pane impastato, cotto, franto e condiviso, così una comunità cristiana che celebra il Natale di Gesù è chiamata a farsi pane moltiplicato nella città, i cristiani fornai ambulanti a sconfinare in essa, come Gesù il rabbi degli sconfinamenti, portando il suo vangelo che non conosce confini.

Così cercare il proprio posto nella città inizia con l’uscire e l’andare con coraggio a chi viene incontro, sapendo come disse papa Giovanni XXIII un mese prima dell’apertura solenne del Concilio Vaticano II, che “la Chiesa si presenta quale è e quale vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

Chiesa e mondo, chiesa e città allora sulle stesse strade, prossimi ai poveri. Cosa troveremo nella città dentro e fuori le sue mura? Tra le contorte e strette viuzze medievali e quelle ampie e diritte dell’addizione erculea? Un popolo ben disposto e tra la gente che cammina nell’oscurità vedremo lo stupore per il levarsi della luce.

Il Natale ci chiede di aver cura dello stupore, quello che rialza il coraggio di chi scopre che non sarà abbandonato per sempre. Il coraggio di rifare in noi Lui, ogni volta che ci manca.

L’augurio è così di avere lo stesso stupore e coraggio dei pastori e dei magi, quello stesso della gente per le vie della Palestina incontrando Gesù, stupore che ha raggiunto il culmine, il tempo pieno il mattino di Pasqua nell’incontro delle donne e dei discepoli con Gesù risorto, uno stupore e coraggio sconfinati e sconfinanti fino a noi per il loro buon annuncio.

Lui che mi dette con la vita il corpo,
questo campo robusto che assicura
l’anima, in cui alligna e matura la grazia,
Lui non ha avuto paura che mi guastassi,
che perdessi la fede: ed ha lasciato
che il nemico infierisse. Che cos’è
che voleva, allora, se non che alla fine
mi ricordassi che non si vive di solo
pane, e nemmeno soltanto di grazia,
ma anche di buio coraggio di quando
Lui può mancarci: e occorre rifarlo in noi,
e riconoscersi vivi nei gemiti
delle montagne squassate dai terremoti,
perché l’evenienze del mondo sono
infinite, le catastrofi miserevoli
e senza alcuna spiegazione plausibile
alla nostra esigenza d’amore. Lèvati
allora, e datti da fare col tuo
coraggio. Dio ti riconoscerà per suo.
(Ivi, 571).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/drehkopp-10526936/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3882218″>Andreas Böhm</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3882218″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Natale e il peso dello sguardo: come difendere corpo e desiderio 

Natale e il peso dello sguardo: come difendere corpo e desiderio 

Natale e il peso dello sguardo:
come difendere corpo e desiderio 

Le feste riportano puntualmente in scena i pranzi di famiglia e, con essi, una strana autorizzazione collettiva a commentare tutto. Soprattutto il corpo, l’aspetto e l’immagine. Commenti travestiti da affetto, battute mascherate da ironia, giudizi che passano come naturali: come se il Natale sospendesse ogni limite.

Vale la pena ricordarlo: non siamo l’immagine che l’Altro guarda, né il corpo ridotto a oggetto di discorso a tavola. Il corpo non è un bene comune né un testo aperto all’interpretazione di chiunque.

Nelle sedute che precedono le feste, incontro analizzanti che si preparano a questi momenti: alle riunioni collettive, ai pranzi, agli sguardi e alle parole che torneranno a farsi pressanti. In particolare, i soggetti in transizione — persone che stanno attraversando un percorso di cambiamento rispetto alla propria identità di genere e che hanno già chiesto a parenti e amici di usare un pronome diverso — vivono spesso questi incontri con forte ansia. Sono momenti di verifica: l’altro accoglierà la richiesta? L’altro vedrà? L’altro ascolterà ciò che è stato espresso come desiderio?

Ma non sono solo loro a sentirsi sotto pressione. Anche chi convive con un disturbo del comportamento alimentare, e più in generale chiunque porti con sé fragilità o insicurezze rispetto alla propria immagine corporea, percepisce in modo amplificato il peso di questi sguardi e commenti.

Il lavoro analitico, allora, non consiste nel cercare conferme o farsi riconoscere a ogni costo. Consiste piuttosto nell’imparare a prendere distanza da tutto questo. Non rispondere alle provocazioni, non lasciarsi catturare dall’invasione dell’altro, dalla sua cattiveria o dalla prepotenza di voler plasmare il mondo — e i corpi — a proprio piacimento.

In questi giorni, il consiglio è semplice: non datevi in pasto.
Non alle riunioni familiari, non allo sguardo che misura, non alle parole che pretendono di sapere. Mettere un limite non è scortesia, è un atto di cura di sé. Si può anche tentare di spostare il discorso, cambiare tema, tacere, alzarsi da tavola, non spiegarsi: sono modi legittimi di sottrarsi all’essere oggetto.

Il Natale può essere anche questo: un tempo per non coincidere con ciò che gli altri dicono di noi, soprattutto quando si tratta del corpo e dell’immagine.
È un invito a difendere il proprio spazio, a rispettare i propri limiti e a prendersi cura del desiderio che ciascuno porta dentro di sé.

In copertina: pranzo di Natale – immagine Blog THB Hotel
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice
La messa è finita. (un racconto di Natale)

La messa è finita. (un racconto di Natale)

La messa è finita
(un racconto di Natale)

Il clamore delle campane lo svegliò. Come ogni Natale indugiò nel letto più del solito, immerso nella beatitudine di chi non ha particolari impegni nel corso della giornata. Frugò tra le pieghe nascoste della coscienza: non trovò nulla che potesse rovinargli quel momento. Percepì quella sensazione di libertà che, ne era sicuro, provavano gli uccelli al passaggio da un ramo a un altro; ringraziò Dio di questo e cominciò a prepararsi per la funzione.

La rasatura dei giorni precedenti a questo aveva il compito di prepararlo agli impegni della giornata: molti si preparano alla rivoluzione facendosi crescere la barba Sono pochi quelli che, radendosela, se ne rendono degni; di barba e rivoluzione. La rasatura di questo giorno di festa invece assume un sapore particolarmente speculativo. La mano e il viso lo sanno bene, lo avvertono dalla tranquillità con la quale le lame scorrono sulla pelle siano quelle affilate di un rasoio euclideo – il pelo, il filo, la superficie – o quelle rotanti e basculanti di un rasoio Riemann.

Ricordò che aveva letto: «Se uno utilizza macchine, allora compie macchinalmente tutti i suoi atti; chi compie macchinalmente tutti i suoi atti ha, alla fine, un cuore di macchina; ma se uno ha un cuore di macchina nel petto, perde la pura semplicità; uno che abbia perso la pura semplicità, diviene incerto nei moti dello spirito», ma tutto questo sembrava smentito da quel preciso istante. Fece scorrere il dorso della mano sulla guancia e si ritenne soddisfatto e rassicurato.

Scelse con cura l’abito da indossare, qualcosa di pratico e elegante; ciò che subdolamente, nei congressi viene definito smart e che, in pratica, vuol dire “non mettete la cravatta”. Quante vecchie volpi si aggirano nei congressi; le più giovani invecchiano rapidamente perdendo peli e cravatte.

Diede un’occhiata all’orologio: c’era tempo sufficiente per portare la macchina all’autolavaggio (aperto anche oggi!). S’infilò nel tunnel e ripassò tutti i suoi peccati. A metà dell’ispido colonnato aveva esaurito i peccati legati alle parole, alla fine quelli legati alle omissioni e all’asciugatura liquidò le omissioni. Uscì dalla macchina per gli ultimi ritocchi. Riposizionò gli specchietti retrovisori esterni, si sistemò e ripartì. Diede un colpo di tergicristallo per cancellare le gocce indecise sul parabrezza e prese la direzione per il centro.

Trovò da parcheggiare con qualche difficoltà. Ci sarebbe stata la solita ressa. Quando si accorse che l’entrata principale era stata spalancata e che la gente cominciava a entrare, uscì dall’auto, si diresse verso la solita edicola sulla destra del portone, prese il foglietto, infilò una moneta nell’apposita feritoia e si avvicinò all’entrata.

Anche questa volta, come quelle precedenti, rimase estasiato per l’imponenza della costruzione e gli addobbi colorati. La facciata, compresa tra due campanili medievali, era sormontata da una balaustra, sopra la quale si intrecciavano arcate tubolari. Sostò a contemplarla, a studiare i particolari delle immagini e delle icone non sempre riconoscibili e leggibili. Entrò e, per uno strano gioco di luce che filtrava dalle vetrate superiori, fu completamente sommerso da un mare di riverberi d’oro. Si ricordò di aver provato un’analoga sensazione nel duomo di Monreale, sopra Palermo. Anche lì era stato più volte e ricordava perfettamente quelle sincronie tra luce e materia che suggerivano la visione di un miracolo: lo spazio riempito di risonanze lucenti.

Quale meticolosità! Quale attenzione e cura! Quale fede fu posta e imposta per realizzare quelle figure e quelle geometrie! Seguendo la navata centrale seguì il solito percorso che lo predisponeva, come sempre, alle migliori intenzioni. Le arcate ogivali, il soffitto dai disegni policromi, le decorazioni laterali: tutto contribuiva a spiegare, quale biblia divitium, la ragione vera e ultima per la quale anche oggi si trovava lì.

Che desolazione sarebbe una vita senza fede! Senza luoghi come questo sorti per rinnovellare quel sacro legame tra gli uomini e il loro dio, luoghi dove la vita dell’umanità si arrotonda e l’interno diviene superiore all’esterno.

Ascoltò le solite litanie di ingresso. Distrattamente. Si sorprese a canticchiare macchinalmente uno di quei motivetti ripetitivi: certo, in un luogo siffatto, sarebbe stata più adatta una musica che ispirasse serenità e riflessione ma «questo è il conto da pagare se si vogliono attirare le nuove generazioni», pensò, «quando la memoria comincia a svanire non si può che confidare nella ripetizione dei messaggi, avvitandoli in profondità come viti dalla filettatura infinita».

Continuò a percorrere la navata centrale, accennando di tanto in tanto l’ingresso tra i banchi di destra e quelli di sinistra. Con attenzione e devozione partecipò a tutte le parti della funzione: esibì le sue debolezze, ostentò il suo atto di fede, scambiò cenni di saluto e, infine si mise in fila con tutti gli altri per arrivare all’altare.

All’uscita, colmo di ogni ben di dio, si trovò circondato dai soliti questuanti in attesa.

Elargì del denaro. Non più di qualche moneta. Per carità.

Senza alcuna incertezza nei moti dello spirito, caricò la spesa in macchina e tornò a casa.

Cover:  Supermarket full of goods – immagine Wikimedia Commons

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

vite di carta Fame d'aria di daniele mencarelli da leggere a natale

Vite di carta /
“Fame d’aria” di Daniele Mencarelli da leggere a Natale

Vite di carta. Fame d’aria di Daniele Mencarelli da leggere a Natale

Ho finito pochi giorni fa, incredula, Fame d’aria di Daniele Mencarelli. Pensando ecco un bel romanzo, scritto con lo stile asciutto che piace a me: le frasi composte da poche parole precise, con una carica definitoria che non viene mai meno, col piccolo incanto che dà la nitidezza.

Questa è la storia di un padre che viaggia su un’auto scassata insieme al proprio figlio, Jacopo, affetto da una grave forma di autismo, ed è una storia che dura tre giorni in un paesino sconosciuto del Molise, tra i pochi paesani che non sono emigrati. L’auto ha avuto un guasto serio e Pietro col figlio Jacopo si è dovuto fermare alla locanda “Da Arturo”.

Era in viaggio verso Marina di Ginosa. La versione che sappiamo dalle prime pagine è che andava a festeggiare presso i parenti della amata moglie Bianca il loro anniversario di nozze.

Sono sposati da una ventina d’anni, li ha fatti innamorare il mare e proprio nell’acqua si è lanciato Pietro quando lei gli ha detto sì.

La nascita di Jacopo, però, ha scaraventato entrambi all’inferno. Lo comprendiamo dai gesti e dai pensieri che il narratore onnisciente mette sulla pagina, mentre Pietro si arrende alla sua vecchia Golf con la frizione saltata. Mentre occupa la camera della locanda e si prende cura del figlio, che tra sé e sé chiama “lo Scrondo” con una parola piena di rabbia.

Jacopo non ha quasi nessuna autonomia, è bello ed è alto ma non parla. Gli occhi, scuri, guardano con eterno stupore le cose e le persone, inerti e lontani. Jacopo va seguito a ogni passo, va tenuto calmo negli ambienti dove ci sono persone e c’è movimento, gli va cambiato il pannolone quando ha fatto i bisogni.

In sala da pranzo Pietro è costretto a esporsi e a esporre il figlio. Arrivano inevitabili le occhiate dei presenti, la domanda sulla malattia di Jacopo. Pietro bara e si difende dicendo fandonie: che lui e la moglie hanno accanto una famiglia che li aiuta a gestire il ragazzo, che hanno anche una vita di relazione e che sono entrambi contenti di incontrarsi in Puglia per festeggiare la loro ricorrenza.

Non potrebbe trovarsi davanti la pietà di Agata che gestisce bar e albergo faticando tutto il giorno, non potrebbe tollerare di rompere la crosta in cui si è imbozzolato in tanti anni di delusioni: le terapie per Jacopo che non hanno avuto gli effetti sperati, la malattia rimasta grave e gli aiuti che mancano, la lotta contro Dio che non ha dato spiegazioni a questo dramma.

I soldi che non ci sono più per mantenere la vita familiare, i debiti che si sono accumulati, anche quelli senza lasciare speranza.

Quando conosce Gaia, la cameriera dell’albergo, Pietro avverte che il suo sorriso ha la forza di un raggio di luce che gli procura spaccature: la crosta si spezza e lui tira fuori dal fondo le sue verità.

Più di ogni altra cosa lo fa vacillare la meraviglia del tramonto visto da una radura affacciata sui monti: “Pietro, violentato dal destino, regredito a una vita senza bellezza, si porta una mano sulla bocca” e a Gaia che lo ha condotto fino a lì sa dire “Grazie”.

Cade la pioggia per il resto del tempo che padre e figlio trascorrono a Sant’Anna del Sannio, in attesa che l’auto venga riparata. La mattina del lunedì, giorno della ripartenza, diluvia addirittura.

E con la pioggia entra nella storia una forte componente simbolica . È una pioggia che lava via le bugie di Pietro e si porta dietro la sua solitudine rabbiosa.

Il finale, come dicevo nell’incipit, mi ha lasciata incredula per la teatralità che un po’ bruscamente immette nel racconto.

Dunque l’auto è riparata ma bisogna aspettare un ultimo controllo, mentre Gaia svela a Pietro che cercando in internet ha saputo tutto di lui e del figlio, ora ricercati dopo l’allarme che ha dato la moglie Bianca in seguito alla loro fuga. Altro che festa per l’anniversario, Pietro sta andando a farla finita insieme a Jacopo, ancora una volta gettandosi nell’acqua per passare “di là”: “Voi non capite. Se lui non sarà mai come me, io diventerò come lui” grida Pietro a Gaia e ad Agata.

Insieme al meccanico Oliviero le due donne stanno cercando di trattenerlo in attesa che arrivi la macchina dei carabinieri su cui viaggia Bianca.

Intanto Jacopo si allontana sotto il diluvio e Pietro che lo cerca sull’asfalto scivoloso della strada fantastica di assistere alla sua morte e più di ogni altra cosa scopre di non volerla. Crolla in lui il muro di rabbia e di odio e si ritrova padre.

In un racconto da leggere a Natale ci sta perfettamente un messaggio di rinascita. Ci sta anche che Agata proponga a Pietro di trasferirsi a vivere alla locanda, dove il posto non manca e nemmeno il lavoro: come dire che i cuori buoni arrivano dove il radar dell’assistenza sociale ha già abbondantemente fallito.

Nota bibliografica:

  • Daniele Mencarelli, Fame d’aria, Mondadori, 2023

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/il%20mare/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

La mia lettera a Babbo Natale

La mia lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

Spero non ci resti troppo male

Ci ho molto pensato

E alla fine ho valutato

Che non voglio essere più buono

Anche se così, non merito alcun dono.

Voglio tirare dritto un cartone

a chi dice a qualcuno di essere terrone,

negro, ebreo, omosessuale, comunista

e altre cose stupide, che ne hanno un mucchio i razzisti, nella loro lista.

Voglio dire una brutta parolaccia

a chi urla, racconta il falso, minaccia,

e lo fa, il vigliacco, dietro ai social

per non essere capace di dirtelo in faccia.

Non voglio perdonare chi comanda di uccidere senza cuore

bambini, donne, vecchi in nome di dio e dell’onore.

Chi fabbrica armi, chi le compera e le vende

poi chiama traditore chi la pace difende.

Credi, farei anche sparire volentieri

chi non si vergogna, anzi si vanta un bel granché,

di essere dei potenti, un ipocrita lacchè.

Voglio rubare a chi ha tanti soldi,

spremere ogni centesimo a tutti i manigoldi,

a quelli che rapinano cose e persone, le sfruttano, le ricattano

per poi, in coro, a gran voce esigere “decoro!”

dai quei tanti, e sono molti,

che fan la fame, vendon la vita, per fargli il culo d’oro.

Vorrei tenere a mollo chi inquina e ruba l’acqua,

mettere in galera quelli che distruggono la natura,

In “gabbia”, a pane, acqua sporca, senz’aria e magari qualche botta,

vedrai che imparano in fretta la paura

di non avere diritto a una dignitosa vita futura!

Farei dei roghi con le case di chi brucia i boschi

e, ti giuro, non avrei rimorsi per questi tipi loschi.

A chi sostituisce i musei, le piazze, i parchi gioco

per ridurli a luoghi da poco, giusto giusto per far delle frittelle,

farei venire la febbre da somaro, due vistose orecchie da ciuco

come nel paese dei balocchi

dove non le portano gli asini ma gli sciocchi.

Per chi cancella la cultura, cambia i fatti della storia

è pronto un calcio al fondo schiena tanto forte e preciso

che volerà così in alto e lontano, senza raggiunger di certo il paradiso.

Non voglio essere politicamente corretto

perchè se è fare l’ipocrita, essere bugiardo, come qualcuno mi ha detto,

anche se cos’è davvero non lo so di preciso

di non far per niente come loro sono proprio deciso.

Caro Babbo Natale, sono molto arrabbiato

e forse un po’ ho esagerato.

Avrei una lunga lista di cose brutte

e non te le ho dette proprio, proprio tutte.

Però son sicuro di non volerle più sopportare,

sono stanco, proprio tanto, di stare ad aspettare.

Allora tra di noi facciamo un patto.

Ti chiedo un cambio, una magia che non è un ricatto.

Lasciami per sempre senza doni

e inventa il modo perchè tutti i cattivi diventino buoni.

A pensarci bene, però, se tutto il mondo è buono

anch’io sarei felice e in pace con ciascuno,

E a questo punto, guarda che buffo,

senza averlo più sperato,

dopo averci sinceramente rinunciato,

succede che un regalo, magari piccolino,

me lo sarei meritato anche solo un pochettino.

Simbolo Della Giornata Internazionale Dei Diritti Umani – dowlaund gratuito

Cover: Lettera d’epoca di Babbo Natale, immagine public domain pictures

Se vuoi  leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice.

natale senza linea

Natale senza linea

Natale senza linea

E’ quasi Natale. Mi preparo ad affrontarlo con la usuale disperazione, sperando che passi in fretta. Purtroppo le sue ombre sfarzose si allungano anche sui giorni feriali che vanno da qui all’epifania. Per abbruttirmi assieme al resto del genere umano non trovo di meglio che passare del tempo inutile su internet.

Nel tentativo di reperire sul web le foto hot di un’attrice, vengo dirottato su pornhub. Ovviamente, lei c’è. (Se foste famosi, ci sareste anche voi). Ovviamente, si tratta di una sosia. Ci resto qualche minuto. Chiudo, cancello la cronologia e apro facebook.

La prima cosa che mi arriva è un annuncio che reclamizza un sistema innovativo per aumentare le dimensioni del pene. Subito dopo arrivano delle notifiche di salvini, le cazzate che dice e le schifezze che mangia in giro per l’Italia. Siccome su salvini non ci sono mai andato, l’algoritmo che mi profila evidentemente associa il fatto che sono andato su pornhub al fatto che potrei essere un fan di salvini, e quindi aristotelicamente ho il pisello piccolo. Lo stereotipo algoritmico, che produce una caratteristica probabile dei fan di salvini, mi rassicura. Per sillogismo infatti deduco che, non essendo un fan di salvini, non ce l’ho piccolo, e ciò mi regala uno strano sollievo. L’ algoritmo peraltro è ancora più stereotipato di quanto appaia a prima vista, dal momento che parte dal presupposto che se cerco le foto hot di un’attrice, io debba per forza avere un pene.

Per distrarmi – come se prima fossi stato concentrato – cerco su google dove comprare un marsupio per i miei chihuahua. Nel giro di alcuni minuti il mio profilo è infestato di notifiche di annunci di marsupi per chihuahua, perché i siti per cani sono molto più aggressivi di pornhub e salvini. Nel frattempo continuo a ricevere le proposte per il pisello e le notifiche di cosa ingozza salvini.

Mi guardo la pancetta, ed è prima del pranzo di Natale. Mi persuado che mi serva un po’ di ginnastica. Non andavo in palestra nemmeno prima del lockdown, ma il lockdown ha fatto chiudere le palestre, per cui quelli che campavano con le palestre hanno creato degli annunci con cui ti dicono “non ti serve la palestra per dimagrire e farti i muscoli, bastano 15 minuti al giorno con la nostra app”. Anyway: provo a cercare applicazioni free per fare esercizi in casa. Ne scarico una. Nel frattempo, le altre tre cui ho chiesto una prima informazione mi tempestano di avvisi: “non hai terminato la tua presentazione!”, “forse ti sei dimenticato l’ultimo passaggio!”, “forse non hai capito che hai il 70% di sconto se aderisci entro oggi! Non essere timido!”. Non ho dimenticato niente e non sono timido, stavo solo cercando di fare ginnastica gratis. Appena inizio, mi accorgo che è una trappola. Ogni pagina contiene un annuncio pubblicitario che non posso saltare. Inoltre i cinquanta movimenti che mi danno gratis durano una settimana, poi mi dovrei abbonare, pagando una quota che corrisponde alla tariffa della palestra, ma senza attrezzi.

Passo ad altro. Qualche giorno fa ricordo che un amico mi ha parlato in maniera entusiastica del tai chi.  Prima che io faccia qualunque ricerca web sul tai chi, sullo smartphone mi arriva la notifica di una proposta di primo incontro gratuito per la palestra di tai chi della mia città. Questa è l’intelligenza, artificiale o no. Avere la capacità di entrare nella mia testa prima che io stesso sappia cosa ho per la testa. Una di quelle cose che solo a pensarla avverto una vertigine. Una vertigine di ammirazione, l’ammirazione che provo di fronte ad una combinazione magica: l’ossessione calculatoria applicata ai desideri commerciali miei e dell’umanità dispiega effetti che sconfinano nel prodigio. La depressione subentra subito dopo: sono parte di quell’esperimento magico, nel ruolo della vittima. Alexa o chi per lei mi conosce meglio di qualunque amico. Se non volete sbagliare regalo, chiedete a lei.

Lascio perdere anche il tai chi. Mi sono sempre vantato di non avere dipendenze. Di essere io a controllare le cose, non le cose a controllare me. E’ così con il fumo (mai più di cinque sigarette al giorno), con il vino (mai più di tre calici a pasto), con il lavoro (mai di domenica), con lo xanax (mai più di trenta gocce), con il sesso (sono tirchio). Poi però la vigilia di Natale arriva una perturbazione che fa cadere un ripetitore e rimango senza internet. Niente linea, tutto bloccato. Disconnesso. Meglio, penso di primo acchito. Così mi evito tutti gli auguri precotti, a centinaia, in arrivo da gente che non mi saluta per strada, o peggio quando mi vede cambia strada. Eh. Però senza linea non posso rifugiarmi nel telefono ogni volta che una cena di magro della vigilia, o un pranzo di grasso di natale, o un tè di santo stefano, mi gettano dentro pozze di disagio insopportabile.

Perchè io diventi più merda di quanto già non sia durante una festività, ce ne vuole. Ma ci riesco. E quindi divento una merda inavvicinabile. Per astinenza da google. Per astinenza da wikipedia. Ma anche per astinenza da facebook, che dichiaro pubblicamente, con ridicolo snobismo, di schifare. Mi manca frequentare quella piazza per leggere le cazzate, ma soprattutto mi manca dire le mie. Polemizzare sul nulla con persone che non conosco, con le quali penso di non avere niente in comune e con le quali invece ho qualcosa in comune: un problema di gestione della rabbia.

Per razionalizzare, mi metto a pensare a quanto tempo passo su facebook in una giornata, e invece di razionalizzare mi incazzo ancora di più, per la strage di tempo consumato dentro questo cestino della spazzatura. Il libro delle facce è esattamente il posto in cui puoi lasciarti andare agli istinti più bassi perché non ci metti la faccia. Sembra una contraddizione, in realtà è il modo in cui funziona. E chi lo ha inventato è un genio. Del male, ma è un genio. Si merita tutti i soldi che guadagna, come un grande narcotrafficante, perché spaccia droga ma la sua è legale, ed io sono uno dei suoi clienti. Perché poi, pensi anche che sia gratis. Certo, iscriversi non costa niente, lo possono fare tutti, ma poi entri in uno sconfinato mare di anonimato. Entri in un mare nel quale il tuo disperato tentativo di ottenere attenzione trova una plateale conferma: non interessi a nessuno. Sei dentro una minuscola scialuppa, un naufrago che agita le braccia nell’oceano chiedendo di essere visto. Anche se paghi, resti invisibile. E se riesci a guadagnarti uno spazio di visibilità, nel tentativo di mantenerlo trasformi la tua vita in un inferno. Ci sarebbe un lato positivo nell’evoluzione della rete: negli anni la connessione è diventata superveloce. Ti serve a saltare le pubblicità o a rimanerne vittima, migliaia di migliaia di secondi che diventano minuti, ore, anni.

Intanto il giorno di Natale passa senza connessione. Proprio mentre finisco di metabolizzare le scorie alimentari del giorno: mentre, in un anfratto della mente, si fa strada la possibilità di una disintossicazione: proprio mentre getto un’occhiata a quel libro sul comodino, a mezzanotte torna la linea. Lo capisco dal primo annuncio che mi arriva sul telefono: erezione marmorea e duratura, bastano poche gocce.

 

cover photo su licenza creativecommons

Il mio Natale. (un racconto)

Il mio Natale. (un racconto)

Il mio Natale.
(un racconto)

Alla Biblioteca Bassani incontro l’amico Checco Monini e mi fa: «Ti andrebbe di scrivere qualcosa sul Natale?» Non dico nulla, ma immagino che il mio sguardo esprima un «Oddio…». Allora lui aggiunge: «Puoi anche parlarne male». La cosa finisce lì, senza una mia risposta – che comunque lo è – e ci salutiamo.

Un attimo dopo sono in macchina, sto tornando a casa, e quell’idea di poterne parlare male mi stuzzica… Il Natale per me, da molti anni, è come quel minuscolo pezzettino di pellicola Domopak che ti resta appiccicato alle dita quando ci vuoi avvolgere una mezza cipolla perché una intera nel soffritto sarebbe troppa: il maledetto lacerto di polivinile si è elettrizzato e non c’è verso di liberarsene. Appunto, ecco che anche il Natale, con le sue sfolgoranti luminarie e i suoi convulsi eccessi, si elettrizza ogni anno… e per quanto io tenti di restarne indenne ai margini, mi si appiccica e non c’è verso di liberarmene.

Sono un po’ orso. Provo a non darlo a vedere, ma credo sia evidente. Soffro di demofobia e claustrofobia. La gente, intesa come massa indefinita di persone che ti circonda e sgomita nelle vie del commercio, o come astratto insieme di esseri umani che popolano la Terra depauperandola dei suoi meravigliosi doni, mi fa mancare l’aria e, se posso, la evito. Sono le persone che mi interessano, che mi coinvolgono e possono piacermi o meno, ma una per volta, ciascuna con l’attenzione e il rispetto che merita secondo i miei fallibili gusti e (pre)giudizi. Il perché l’ho indagato e scoperto, ma lasciamo perdere. Figuriamoci quindi come posso vivere il Natale, quello che è diventato ciò che è oggi: un frenetico circo Barnum, un evento essenzialmente commerciale vocato al consumismo che subito dopo Halloween, senza nemmeno una pausa, passa per il Black Friday e si protrae fino a Carnevale, con in mezzo la Befana e i saldi. Una follia! Già, ma questo lo sappiamo, lo pensiamo e lo diciamo tutti, non è una novità, è la retorica del Natale, quindi non vale la pena insistere perché sarebbe il solito e noioso argomento che ogni anno ritorna, trainato dalle renne di Santa Claus. Ci siamo dentro, lo dobbiamo comunque attraversare.

Allora, sempre mentre guido, mi do pace e cominciano ad affiorare i ricordi dei miei Natali. Il primo che mi viene in mente è quello dei miei otto anni. Mio padre era morto due anni prima. Mia madre e le mie sorelle maggiori si facevano in quattro (quanti numeri ho citato: 8, 2, 4… magari gioco un terno sulla ruota di Venezia), facevano del loro meglio, dicevo, per non privarmi della magia del Natale. Da noi veniva Gesù Bambino perché mio padre era di fede cattolica. Solitamente i regali sotto l’albero non c’erano e io fremevo per l’attesa della sua visita. Verso la mezzanotte qualcuno bussava alla porta (?) e correvo ad aprirla: non c’era nessuno, ma i pacchetti infioccati erano lì sullo zerbino: Gesù Bambino non mi aveva dimenticato! In quel 1966, però, al rintocco delle campane a festa che annunciavano la venuta del Messia io ero da solo in bagno, in pigiama, seduto sul water con la diarrea, i brividi lungo la schiena e trentanove di febbre. Mi sentii un reietto e piansi a dirotto. Senza mio padre non sarebbe mai più stato Natale.

Poi venne il Natale del 1980. Dopo lunghe sofferenze, mia madre si era spenta in novembre e a me spettava affrontare per la prima volta il periodo festivo in solitudine, padrone del mio destino. La notte della vigilia presi due bicchieri di cristallo, una bottiglia di Veuve Cliquot e andai in Certosa. Scavalcai il cancello e mi incamminai verso la tomba di famiglia. Il gelo mi saliva dalla schiena fino alla cute della testa, facendomi percepire i bulbi dei capelli. All’inizio pensai che fosse meglio guadare avanti e procedere velocemente senza badare alle tombe e ai presunti spettri che mi circondavano, ma poi l’attrazione fu fatale: rallentai e mi misi a guardare di qua e di là, per pormi in solidale ascolto delle voci dei morti, convinto che in tal modo nessuno di loro mi avrebbe aggredito alle spalle. Allo scoccare di mezzanotte, davanti alle foto dei miei genitori riuniti, aprii la bottiglia e brindai con loro. Fuochi fatui non ne vidi. Il loro bicchiere di cristallo lo lasciai sulla tomba, ancora pieno, pensando che mia madre non ne sarebbe stata contenta perché ai suoi preziosi bicchieri teneva molto e così erano diventati dispari, ma ora potevo fare quel che mi pareva. Fuori dalla Certosa guardai il mio che avevo in mano… era una bella coppa da champagne, decorata in stile Liberty. Pensai che durante la Belle Epoque si diceva che il seno perfetto di una donna doveva stare in una coppa di champagne. Ero d’accordo, mi sarebbe piaciuto vivere a quei tempi. La gettai per terra e si infranse. Ora erano di nuovo pari. Ognuno è libero di festeggiare con i propri cari come meglio crede.

Fu ancora Natale, molti anni dopo, quando da padre del mio bambino era toccato a me il rituale dell’albero e dei doni. A casa nostra veniva Babbo Natale perché ci eravamo fatti laici, e comunque perché Gesù Bambino era una cosa d’altri tempi e si doveva stare al passo. All’epoca non avevo ancora rivelato a mio figlio che il Buon Vecchio con la barba bianca vestito di rosso era un personaggio pubblicitario della Coca Cola, mica San Nicola. Anch’io stavo alle usanze della mia famiglia d’origine e ho sostenuto l’esistenza di Babbo Natale finché ho potuto. La cerimonia era però più semplice: Babbo veniva di notte, quando si dormiva, e i doni comparivano sotto l’albero il mattino seguente. Il mio bambino aveva sei anni, come me quando persi mio padre, e quell’anno lui aveva perso sua madre. Per chi abbia motivi di sofferenza, il Natale è come alcol su una ferita aperta. Per fortuna c’era – e c’è ancora! – il ricco pranzo di Natale dai nonni materni con i piatti della tradizione, dove Andrea trovava altri doni e il calore di una famiglia più numerosa di noi due soltanto.

A quei tempi avevamo anche tentato di sostituire il vecchio abete di plastica con un albero vero, perché a noi piacciono le cose vere. Dico “tentato” perché l’ardita scelta si protrasse solo per un paio di Natali, prima di dichiaraci vinti e tornare alla plastica. La prima volta, una mattina intorno al 20 dicembre, ci svegliammo e trovammo tutti gli aghi dell’abete a terra. Un “collasso” dovuto al fatto che l’alberello non aveva radici, stava vicino a un radiatore e probabilmente l’avevo annegato d’acqua. Le palline di vetro colorato stavano sconsolate appese ai rami nudi e secchi, una tristezza! Allora l’anno seguente mi procurai un piccolo abete con le radici, ma mentre lo stavamo addobbando mi chinai per attaccare una pallina e un ago mi si conficcò in un occhio. Un male cane! Pronto soccorso, pomate e benda alla Moshe Dayan fino a Capodanno. Se non ricordo male, prima di tornare alla plastica, il Natale successivo feci un finto albero bidimensionale di cartone, su cui il mio bambino disegnò palline colorate.

Ma di nuovo, molti anni dopo e con piena soddisfazione, ho avuto l’occasione di tornare a quei bei momenti infantili a cui gli adulti amano partecipare quando intorno ci sono dei bambini: con solo il cappello di Babbo Natale, ero solito portare alle mie nipotine acquisite un sacco di juta colmo di regali. La loro mamma mi aveva definito “un aiutante di Babbo Natale” e loro ci avevano creduto. Ecco, la gioia del Natale è questa, il Natale è e dovrebbe restare una festa dei bambini. I regali tra adulti sono diventati una consuetudine, direi fuori luogo, solo da qualche decennio. È il mercato che crea bisogni che non abbiamo. Dovremmo stare più attenti.

Infine, sempre in macchina e quasi arrivato a casa, ho visualizzato una stalla di un luogo lontano, più di venti secoli fa… Dentro c’erano una giovane incinta col suo sposo, lei stesa su un giaciglio di paglia e lui a tenerle le spalle. Le contrazioni si facevano sempre più frequenti e le fitte di dolore acute. Lui le carezzava la testa e lei cercava invano di trattenere i gemiti. Non dicevano nulla, erano soli, la notte era mite. Poi uno sforzo… e un primo vagito: un bambino era venuto al mondo. Tutto qui. Tutto qui? Era il nostro Salvatore? Se sì, da cosa ci ha salvato? Importa saperlo? Importa crederci? A me francamente no. A me importa il miracolo della nascita come espressione dell’incommensurabile forza che ha la Vita, che ha la Natura. Un evento che ha in sé qualcosa di prodigioso, che si ripete in ogni tempo e in ogni luogo e che non avrà mai fine. Forse non ha un fine nemmeno inteso come scopo. Forse è così e basta. E questo io lo vedo accadere soprattutto nel grembo delle donne e poi con la nascita. Un bambino che nasce è un inesplorabile “miracolo naturale”, è gioia allo stato puro e primordiale. Il Divino è in noi e in ogni cosa. Non lo si può toccare né vedere, ma lo si può sentire. Non importa dargli un nome e una fisionomia immaginaria. Importa non consideralo esterno da sé, attribuendogli responsabilità che sono nostre. La nostra “salvezza” è nelle nostre mani, è compito nostro, nei nostri limiti, darle modo e forma nelle scelte quotidiane. L’Inferno e il Paradiso sono qui e ora, non chissà dove e dopo. L’aldilà è una faccenda misteriosa che tale ha da restare. E il senso del Natale, neanche a dirlo, è la natività in sé, lo sguardo ancora vuoto di due umidi occhietti neri che si aprono a questo strano mondo.

Buon Natale, di cuore!

(5 dicembre 2025. Mio padre Mario, scrittore, mi lasciava oggi, 61 anni fa.)

In copertina: immagine di Gisela Merkuur da Pixabay

"Il mago Chiozzino": un volume rilancia la leggenda tra fortuna artistica e letteraria

“Il mago Chiozzino”: un volume rilancia la leggenda tra fortuna artistica e letteraria

La leggenda di Chiozzino e del suo diabolico e onnipotente servitore è una delle figure più affascinanti che continuano ad aleggiare sulla città di Ferrara.

Il baratto del giovane e talentuoso ingegnere idraulico Chiozzi con l’aiutante dai magici poteri Magrino in cambio di successo e ricchezza non è infatti meno ricco di spunti fantasiosi e psicologicamente attendibili di quello del romanzesco personaggio di Dorian Gray, di cui Oscar Wilde narra il baratto dell’anima in cambio di un ritratto che invecchia preservando l’eterna giovinezza al corpo, ma anche dell’emblematico Faust, di cui Goethe narra il patto con Mefistofele.

Una vicenda leggendaria ferrarese che meriterebbe forse una maggiore popolarità. A documentare e approfondire nella sua ricostruzione storica la fortuna di Chiozzi attribuita al diabolico patto è l’ultimo volume firmato dal critico Lucio Scardino, che attualizza lo studio attraverso un corposo apparato iconografico che riporta il fascino dei personaggi dal passato fino all’interpretazione degli artisti contemporanei.

“Chiozzino e il diavolo” di Gianni Cestari sulla copertina del libro di Scardino

Il mago Chiozzino e l’Urlone del Barco” uscito per i tipi della Modulgrafica Forlivese in questo mese di dicembre 2025 racconta e illustra in 88 pagine una leggenda che affonda le radici nel Settecento per risuonare fino al tempo presente tra omaggi artistici e modi di dire.

Il libro recupera fonti documentarie importanti: un manoscritto tardo settecentesco custodito dalla Biblioteca Ariostea, che attesta le origini della storia, e la prima bozza del racconto letterario che darà notorietà più ampia alla vicenda grazie all’interesse dello scrittore Riccardo Bacchelli, di cui viene riportato l’articolo pubblicato sulla terza pagina del ‘Corriere della sera’ nel 1937. Queste premesse lasciano poi spazio all’approfondimento dell’autore e curatore d’arte Lucio Scardino, che ripercorre anche visivamente la fortuna del mago e dell’ingegnere attraverso i testi e le rappresentazioni fatte in tempi diversi da una decina di artisti e illustratori.

Per Ferrara il personaggio di Chiozzi o Chiozzino è un elemento di identità che ricorre e rimbalza dalla toponomastica stradale alla guida turistica: c’è il vicolo del Chiozzino localizzato nell’area sud-ovest del centro storico estense; le zampate sataniche di cui ciceroni esperti mostrano il calco ai visitatori all’ingresso della chiesa di San Domenico, ma anche il palazzo avvolto da un’aura leggendaria nella centralissima via Ripagrande. Il mito esce dai confini ferraresi grazie al capitolo a lui dedicato dal romanziere Bacchelli nel suo “Il Mulino del Po” e diventa di popolare dominio grazie alla trasposizione cinematografica diretta da Alberto Lattuada (1949), entrata fra i grandi classici d’epoca.

Chiozzino per Aggeo Caccia
L’elaborazione di Dino Marsan
Omaggio a Turola e Chiozzino di Claudio Gualandi

Lucio Scardino riporta ai nostri giorni la vicenda raccogliendo e stimolando l’attività di artisti contemporanei: Gianni Cestari firma il dipinto di sapore transavanguardista della copertina che dà al Chiozzi un volto da eroe avventuroso su cui aleggia la maschera quasi fumettistica del mago. Aggeo Caccia ne fa un’illustrazione di ambientazione gotica per la copertina della rivista virtuale “The Ferrareser” di ottobre 2024; Claudio Gualandi ne trasfigura lo spirito in una delle sue fantasmagoriche composizioni di studiata ironia, da leggere personaggio dopo personaggio (2024). Marcello Carrà incorpora il mito sulle sue carte tratteggiate con minuziosa e surreale precisione a penna Bic (2024) e Dino Marsan ne elaborate Una rappresentazione di impostazione narrativa (2025). Umberto Scopa traspone la storia in una piccola serie di acquerelli (2015); Antonio Torresi ne compone una sorta di scenografia (1989). Andando indietro nel tempo vengono recuperati i disegni di Piero Bernardini per il volume “De Urlone a Barco” (1944). Sempre di corredo a opera letteraria e l’illustrazione di Ernesto Bottaro per Le magie di Chiozzino di Ferrara (1780), la litografia di Claudio Gardenghi per la cartella “Maledetti beati e fantasmi” (1987) e il disegno di Alberto Lunghini per il suo almanacco di “Miti e leggende ferraresi” (2024).

“Chiozzino di Bacchelli/Turola” di Marcello Carrà, 2024
"Il mago Chiozzino": un volume rilancia la leggenda tra fortuna artistica e letteraria
“La leggenda del mago Chiozzino” di Gabriele Turola, 1993

Non poteva mancare, nella raccolta, la produzione di Gabriele Turola (Ferrara 1945 – 2019), artista eclettico e visionario, specialista nel dar forma con colorate illustrazioni alla magia che anima tutto il suo immaginario, riuscendo a rendere in maniera personalissima realtà e favole, miti e leggende. Ecco allora il recupero di diversi disegni e opere di Turola realizzati in un arco di tempo che va dal 1987 al 2004.

Un libro, dunque, da scorrere e conservare all’insegna di una narrazione radicata nel territorio, arricchita di valenze fantastiche, letterarie e pittoriche.

Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Lettera a Babbo Natale da Cittadini del Mondo

Lettera a Babbo Natale da Cittadini del Mondo

Caro Babbo Natale

ho deciso di scriverti questa lettera per raccontarti la bella storia di Cittadini del Mondo, un’associazione che da più di trent’anni fornisce sostegno ed aiuto a più generazioni di cittadini che, giunti nel nostro Paese da terre lontane, hanno trovato nella nostra città un porto sicuro dove sentirsi accolti.

Ogni giorno, nella sua piccola sede, si alterna l’operato di meravigliosi insegnanti che, volontariamente, svolgono la loro attività all’interno di una pluriclasse multietnica, fornendo a ciascun utente il dono della “parola”.
L’insegnamento della lingua italiana diviene così la chiave per la loro emancipazione, uguaglianza e dignità.

“I CARE” è la scritta che campeggiava sul muro della piccola aula della Scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani. Era l’invito universale a reagire alle ingiustizie ed a considerare l’istruzione e la cultura come strumento di emancipazione.
Anche nella scuola di “Cittadini del mondo” ci sono ragazze e ragazzi che non hanno avuto le stesse opportunità di molti loro coetanei, ma che meritano sicuramente le stesse occasioni.

La scuola di italiano di “Cittadini del Mondo” è aperta a tutti, senza preclusioni, ed ogni giorno si insegnano nuove parole ed idiomi differenti, confrontandosi in uno scambio continuo ed arricchente per tutti. E’ in questo contesto che si concretizza la vera interazione tra culture differenti, nessuno deve rinunciare al proprio “bagaglio” culturale, si accettano e si comprendono le naturali diversità. Si tratta sicuramente di un processo complesso e faticoso ma che è il fondamento delle relazioni umane in un processo naturale di apprendimento e crescita.

Caro Babbo Natale

spero vorrai leggere la mia lettera con attenzione, ma soprattutto mi auguro che riuscirai a trovare una persona gentile e generosa, un’anima bella (perché sono convinta che ancora ne esistano) disposta a mettere in pratica quell’ “I CARE” ed a mettere a disposizione dell’Associazione una sede centrale, con spazi adeguati a tutte le attività e che possa ospitare tutte le persone desiderose di apprendere, comunicare e sentirsi finalmente a casa senza dover escludere nessuno.

 

Una cittadina del mondo

 

Per certi Versi / Piangono i muri

Per certi Versi / Piangono i muri

Piangono i muri

 

Piangono i muri

le parole setacciate

acqua di pietra

su croste antiche

 

piangono i muri

sulle bocche unte

sapore di silenzio

su petali di sorriso

 

i muri piangono

la notte ipocrita tace

negli occhi sorge la luna

sulle pareti piove

 

In copertina: Foto di Greg Montani da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Iwagumi-Dismisura. Abitare il pieno; quando lo spazio diventa esperienza

Iwagumi-Dismisura. Abitare il pieno; quando lo spazio diventa esperienza

Iwagumi-Dismisura.
Abitare il pieno. Quando lo spazio diventa esperienza.

Dal 21 al 24 dicembre, Piazza Maggiore a Bologna sarà attraversata da Iwagumi-Dismisura, un’installazione composta da diciannove megaliti gonfiabili, illuminati e accompagnati da un paesaggio sonoro ispirato alla natura — versi di uccelli, ranocchi, il gorgoglio dell’acqua. Le forme reagiscono alla presenza del pubblico, modulando luce e suono e trasformando temporaneamente la piazza in un ambiente immersivo.

Monumentalità instabile

L’impatto visivo è immediato. Le dimensioni dei megaliti, la loro disposizione e il contrasto con l’architettura storica producono una sensazione di sproporzione e lieve spaesamento. Piazza Maggiore, luogo denso di memoria collettiva, viene riconfigurata come uno spazio sensoriale continuo, in cui il corpo del visitatore è costantemente coinvolto prima ancora di poter elaborare un significato.

L’installazione gioca sui contrasti: le forme richiamano solidità e peso, ma sono gonfiabili, leggere e temporanee. Alla monumentalità visiva si accompagna una fragilità materiale che rende evidente la distanza tra ciò che appare e ciò che effettivamente sostiene. Non raccontano, non rappresentano, non alludono a un senso preciso. Occupano lo spazio e lo rendono pieno, imponendo la loro presenza allo sguardo senza tradursi in messaggio.

Vedere e guardare: l’occhio catturato

La distinzione lacaniana tra vedere e guardare aiuta a comprendere la relazione tra visitatore e installazione.
Il vedere implica controllo e organizzazione del campo visivo, mentre lo sguardo è ciò che sfugge al soggetto: non è esercitato, ma subìto.

Le dimensioni e la disposizione dei megaliti impediscono una visione distaccata. Il corpo entra nel campo visivo come elemento tra gli elementi; lo sguardo non domina l’oggetto, ma ne è catturato. La piazza, tradizionalmente spazio da guardare, si trasforma in un ambiente in cui l’esperienza visiva perde centralità e il corpo diventa il vero riferimento sensibile.

Suono e voce: una presenza senza appello

Il paesaggio sonoro non accompagna, ma costruisce una condizione percettiva. Secondo Lacan, la voce è un oggetto parziale, l’oggetto a, sempre rivolta a un destinatario; il suono invece può esistere senza appello. L’acqua che scorre, i richiami animali e i rumori naturali non parlano, non chiamano, non interpelleranno direttamente il visitatore.

Il suono si diffonde nello spazio e reagisce al movimento dei corpi, generando continuità tra ambiente e corpo. Non introduce l’Altro della parola, ma crea una presenza immersiva e diffusa, che precede la significazione e coinvolge il corpo senza costrizione.

La piazza come ambiente

Piazza Maggiore si trasforma in un ambiente più che in uno spazio da interpretare. La saturazione di forme, luci e suoni ridefinisce il rapporto tra corpo e spazio: il visitatore non è chiamato a rispondere, ma a sostare, muoversi, esporsi a una presenza che non si lascia tradurre in significato. L’installazione offre una condizione percettiva che precede la parola, dove il senso resta sospeso.

Una soglia percettiva

Iwagumi-Dismisura si colloca su una soglia: tra spazio urbano e paesaggio, tra artificio dichiarato e natura evocata, tra stabilità apparente e leggerezza reale. L’esperienza non fornisce chiavi di lettura né conduce a una conclusione: mantiene aperta una zona di percezione in cui il senso non è imposto, ma resta in sospeso.

In questo vuoto di significazione — in cui non c’è voce che chiama né sguardo che domina — si manifesta una modalità contemporanea di abitare lo spazio pubblico: non come luogo da decifrare, ma come esperienza da attraversare, in cui il soggetto è invitato, prima di tutto, a sentire.

Cover; Bologna Festival: ENESS-iwagumi-i-Light-Singapore-photo-credit-Finbarr-Fallon

Per leggere gli articoli diChiara Baratelli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Presto di mattina. Sperare è prendere posizione

Presto di mattina /
Sperare è prendere posizione

Presto di mattina. Sperare è prendere posizione

Dilexi te/ Ti ho amato non è solo il titolo della prima esortazione apostolica di papa Leone pubblicata il 4 ottobre scorso, festa di san Francesco, una lettera scritta a quattro mani perché sviluppata in continuità su un testo iniziato da papa Francesco. Dilexi te è stata pure una delle espressioni più care di Dorothy Day (1897-1980), conosciuta per le sue campagne di giustizia sociale in difesa dei poveri, delle donne e dei lavoratori.

Fu attivista, giornalista, convertita, oblata benedettina e cofondatrice, negli Stati Uniti dei primi anni Trenta, del primo movimento sindacale e culturale cattolico di lavoratori: il Catholic Worker Movement attivo ancora oggi. Dunque parole non solo scritte nero su bianco, ma già praticate al vivo, incarnate, che hanno preso vita, corpo, spirito, nella carne di questa donna.

Il suo Dilexi te non fu una semplice annotazione spirituale, una citazione in capo a una pagina, ma uno stile permanente, una prassi di vita che univa contemplazione e azione, preghiera e giustizia, tenerezza e coraggio. Papa Francesco l’ha ricordata insieme ad Abramo Lincoln, Martin Luther King e Thomas Merton al Congresso degli Stati Uniti nel 2015, persone che sono di ispirazione anche a donne e uomini di oggi.

Ignazio Silone conosceva Dorothy Day, e ricordava che «dal suo socialismo anarchico si era convertita al cattolicesimo, per continuare a lottare, con una dedizione ancor più spericolata, per la giustizia – in quella casa di New York dove non si chiudevano le porte, chi aveva fame entrava», (M. Pieracci Harwell, Quaderni Satyagraha, 1 2002, 113).

Scrive Jim Forest in Dorothy Day. Una biografia, Jaca Book, Milano; Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, 117, «Pacifismo significava per Dorothy il rifiuto generale della guerra, nei fatti nessuna guerra andava bene, nessuna guerra era giusta, nessuna guerra era degna di lode, ogni guerra era una catastrofe. Per lei il termine “anarchico” (letteralmente, una persona senza un re) significava assumersi le proprie responsabilità e non aspettarsi che sia il governo a risolvere tutti i problemi. È meglio fare le cose, spesso ella commentava, “dal basso verso l’alto invece che dall’alto verso il basso”».

E papa Leone, quasi a confermare il legame tra la sua esortazione e la vita di Dorothy Day, l’ha ricorda nella catechesi del 22 novembre 2025 dicendo di lei che aveva “il fuoco dentro”, e che sperare significava, per lei, “prendere posizione”.

Con il fuoco dentro

«Una piccola grande donna americana, Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso. Aveva il fuoco dentro. Dorothy Day ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide. Scriveva e serviva: è importante unire mente, cuore e mani. Questo è prendere posizione.

Scriveva come giornalista, cioè pensava e faceva pensare. Scrivere è importante. E anche leggere, oggi più che mai. E poi Dorothy serviva i pasti, dava i vestiti, si vestiva e mangiava come quelli che serviva: univa mente, cuore e mani. In questo modo sperare è prendere posizione.

Dorothy Day ha coinvolto migliaia di persone. Hanno aperto case in tante città, in tanti quartieri: non grandi centri di servizi, ma punti di carità e di giustizia in cui chiamarsi per nome, conoscersi a uno a uno, e trasformare l’indignazione in comunione e in azione. Ecco come sono gli operatori di pace: prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti. Sperare è prendere posizione, come Gesù, con Gesù. Il suo fuoco è il nostro fuoco».

La «piccola grande donna americana», l’ha chiamata papa Prévost, additandola come modello anche per l’oggi. Lei è stata, infatti, una che si faceva gli affari degli altri, fino ad essere incarcerata per la difesa dei diritti civili. Diceva in un’intervista su quell’esperienza:

«Le devo dire la verità: la prigione ci attirava, perché così potevamo venire in contatto con la povertà vera e non si trattava più di gestire una casa d’ospitalità, distribuire cibo e indumenti, occuparci degli ultimi; finalmente eravamo anche noi come loro.

Per me la prigione è stata una seconda casa e nonostante ne uscissi il più delle volte in uno stato di totale esaurimento, perché ti annienta, ti umilia e ti fa soffrire, ho avuto la convinzione che Cristo è sempre presente, non solo nel Santissimo Sacramento; è là dove due, o più di due, sono riuniti nel suo nome, ma anche nei poveri. E chi c’è di più povero e desolato nell’anima e nel corpo di questi fratelli rinchiusi nel carcere?» (in Evangelizzare, 7/ 1995, 12).

Il problema di uno, problema di tutti

Si legge nella prefazione di papa Francesco al libro di Dorothy Day Ho trovato Dio attraverso i suoi poveri, (Lev, Città del Vaticano 2023, 9), curato da Robert Ellsberg, che racconta le ragioni della sua conversione: «Quando Dorothy Day scrive che lo slogan dei movimenti sociali per i lavoratori del suo tempo era “problema di uno, problema di tutti”, mi ha ricordato una celebre affermazione che don Lorenzo Milani, il prete di Barbiana di cui quest’anno si ricordano i 100 anni della nascita, fa dire al protagonista di Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”.

Il servizio deve diventare, dunque, politica: ovvero scelte concrete perché la giustizia prevalga e la dignità di ogni persona sia salvaguardata. Dorothy Day, che ho voluto ricordare nel mio intervento al Congresso americano durante il mio viaggio apostolico nel 2015, ci è di stimolo e di esempio in questo arduo ma affascinante percorso».

Io pure mi sono ricordato, riconoscente a don Piero Tollini, mio parroco quando divenni prete, che pure lui sulle pareti di due locali nel cortile della parrocchia della B. V. del Perpetuo soccorso a Borgo Punta, aveva fatto scrivere a grandi caratteri sia il testo di don Lorenzo sia uno di don Mazzolari: «Il problema degli altri è uguale al mio. Risolverlo tutti insieme è la politica. Da soli è egoismo»; «Quando si adorano gli idoli si calpestano gli uomini, e si oscura la verità».

 Dilexi te, una dichiarazione d’amore

Si legge all’inizio della lettera: «“Ti ho amato” (Ap 3,9), dice il Signore a una comunità cristiana che, a differenza di altre, non aveva alcuna rilevanza o risorsa ed era esposta alla violenza e al disprezzo: “Per quanto tu abbia poca forza […] li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi» (Ap 3,8-9). Questo testo richiama le parole del cantico di Maria: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53)

La dichiarazione d’amore dell’Apocalisse rimanda al mistero inesauribile che Papa Francesco ha approfondito nell’Enciclica Dilexit nos sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo. In essa abbiamo ammirato il modo in cui Gesù si identifica “con i più piccoli della società” e come, col suo amore donato sino alla fine, mostra la dignità di ogni essere umano, soprattutto quando “più è debole, misero e sofferente” (1-2)».

Non c’è futuro senza farsi piccoli

Nel suo viaggio apostolico in Turchia, nei luoghi del Concilio di Nicea e in Libano (dal 27 novembre al 2 dicembre), visitando le piccole comunità cristiane che rispecchiano al vivo la comunità di Filadelfia nel testo dell’Apocalisse, Papa Leone le indica come punti di riferimento per le altre chiese. In esse, infatti, e soprattutto nella loro debolezza abita la forza di Cristo:

«Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo.

In questa missione, è sempre nuovamente chiamata ad affidarsi alla promessa del Signore: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di dare a voi il suo regno” (Lc 12, 32). Ricordiamo, in proposito, queste parole di Papa Francesco (Omelia a Santa Marta, 3 dicembre 2019): “In una comunità cristiana dove i fedeli, i sacerdoti, i vescovi, non prendono questa strada della piccolezza manca futuro, […] il Regno di Dio germoglia nel piccolo, sempre nel piccolo”».

Al n. 21 della Dilexi te si legge ancora: «E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato (cfr. Gc 2,2-4)».

Un vincolo inseparabile tra la fede e i poveri

Ricordando papa Francesco, ai nn. 35-36, papa Leone scrive: «Tre giorni dopo la sua elezione, il mio Predecessore espresse ai rappresentanti dei media il desiderio che la cura e l’attenzione per i poveri fossero più chiaramente presenti nella Chiesa: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Questo desiderio riflette la consapevolezza che la Chiesa “riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo”.

Infatti, essendo stata chiamata a configurarsi agli ultimi, al suo interno “non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro […]. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri”. In merito abbiamo abbondanti testimonianze lungo la storia quasi bimillenaria dei discepoli di Gesù».

Imprescindibile riferimento al concilio, a papa Giovanni e a Giacomo Lercaro

«Giovanni XXIII accese l’attenzione su di esso con parole indimenticabili: “La Chiesa si presenta quale è e quale vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Fu poi il grande lavoro di vescovi, teologi ed esperti preoccupati del rinnovamento della Chiesa a riorientare il Concilio…

Numerosi Padri conciliari, infatti, favorirono il consolidarsi della coscienza, ben espressa dal Cardinale Lercaro nel suo memorabile intervento del 6 dicembre 1962, che “il mistero di Cristo nella Chiesa è sempre stato ed è, ma oggi lo è particolarmente, il mistero di Cristo nei poveri” e che “non si tratta di qualunque tema, ma in un certo senso è l’unico tema di tutto il Vaticano II”.

L’Arcivescovo di Bologna, preparando il testo di questo intervento, annotava: “Questa è l’ora dei poveri, dei milioni di poveri che sono su tutta la terra, questa è l’ora del mistero della chiesa madre dei poveri, questa è l’ora del mistero di Cristo soprattutto nel povero”. Si prospettava così la necessità di una nuova forma ecclesiale, più semplice e sobria, coinvolgente l’intero popolo di Dio e la sua figura storica. Una Chiesa più simile al suo Signore che alle potenze mondane, tesa a stimolare in tutta l’umanità un impegno concreto per la soluzione del grande problema della povertà nel mondo» (Dilexi te, n. 84).

I poveri, una questione di famiglia

La lettera apostolica di papa Leone interpreta la povertà non come virtù o come azione, ma come elemento costitutivo dell’essere cristiano. Lo si evince già dall’intitolazione dei cinque capitoli che compongono l’opera: “Alcune parole indispensabili”; “Dio sceglie i poveri”; “Una chiesa per i poveri”; “Una storia che continua”; “Una sfida permanente”.

Quello del vangelo dei poveri, scrive papa Leone, «È un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo» (n. 31). E al n. 104 leggiamo «Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono dei nostri. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o ad un officio della Chiesa».

Il povero è la carne di Cristo

Nell’esortazione del papa riemergono, in filigrana, espressioni significative di papa Francesco, che rivelano il loro sentire comune per i poveri, la necessità di lasciarsi evangelizzare da loro come “maestri di Vangelo”, “maestri silenziosi” (nn. 78; 198). Una di queste, che intreccia il loro magistero, è l’espressione ricorrente di Bergoglio che indica nei poveri “la carne di Cristo”: «Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo

Dio, il figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa povertà è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che il Figlio di Dio ci ha donato con la sua incarnazione. Una Chiesa povera per i poveri comincia quando si va verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, cominciamo a capire, capire che cosa è questa povertà, la povertà del Signore. E non è facile» (18 maggio 2013).

Ritroviamo questa icona testuale anche nell’esportazione di papa Leone: «Il Vangelo è annunciato solo quando spinge a toccare la carne degli ultimi… La tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente a un’opera di filantropia, ma è una azione ecclesiale attraverso la quale, nei malati, i membri della Chiesa toccano la carne sofferente di Cristo… In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria ‘carne’ la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri… è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio» (nn. 48-49; 103).

La chiesa sente come propria la carne dei poveri

«È in loro, nei poveri, che Cristo continua a soffrire e risorgere. È in loro che la Chiesa ritrova la chiamata a mostrare la sua realtà più autentica» (n. 76). «La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata» (n. 79).

«In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria ‘carne’ la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino… per questo l’amore a coloro che sono poveri è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio» (n. 103). E quasi riprendendo parole di Francesco scrive: «La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo… carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata» (n.110).

La città nuova principia impastando, come i piccoli, sabbia e sogni inarrivabili

Dorothy Day aveva buoni ricordi del nostro paese. Aveva letto e apprezzato le storie degli infelici scritte da Silone, e il Cristo s’è fermato a Eboli di Carlo Levi. Nell’ottobre 1967 Dorothy Day ritornò per la terza volta in Italia, in occasione del Congresso internazionale dei laici a Roma e si incontrò con un altro costruttore di comunità, Danilo Dolci.

Se l’occhio non si esercita, non vede,
se la pelle non tocca, non sa,
se l’uomo non immagina, si spegne.
Quasi ho pudore a scrivere poesia
come fosse un lusso proibito
ormai, alla mia vita…
Nel mio bisogno di poesia, gli uomini,
la terra, l’acqua, sono diventati
le mie parole…
Non contrapporre la città terrestre
alla città del cielo.
Profeti hanno sognato la città
e moltitudini non hanno inteso:
non è sopra le nuvole,
è una città di terra che respira.
La costruisce chi la sa sognare
pur col cuore gonfio di fatica
fin che il miraggio, elaborato in pochi
prima, a ognuno divenga necessario
respiro –
chi ne genera
un embrione – con gli altri concepiti
qui e là per il mondo – radicato
a un suolo.
La città nuova inizia
dove un bambino impara a costruire
provando a impastare sabbia
e sogni inarrivabili.
(https://nido.treccani.it/2024/10/24/poesia-danilo-dolci-tra-realta-e-utopia/)

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/kantsmith-3450568/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1717192″>Kant Smith</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1717192″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Schadenfreude alla vaccinara. A proposito di rosiconi

Schadenfreude alla vaccinara. A proposito di rosiconi

Schadenfreude alla vaccinara. A proposito di rosiconi.

Dopo aver ascoltato “l’alto discorso da statista” della Presidente Meloni alla Festa di Atreju e dopo aver letto il garbato ”telegramma di condoglianze” dettato dal Presidente Trump per la morte violenta del regista Robert Reiner, mi sono ricordato di un “vecchio” articolo del nostro compianto Gillo Dorfles a proposito della gioia maligna per il male altrui.

[NdA: Benedetta sia la tanto bistrattata Intelligenza Artificiale almeno per quel suo effetto lenitivo e guaritore da farmaco in grado di alleviare i nostri vani sforzi mnemonici o sostenere la nostra imperizia nelle ricerche di fonti e citazioni autentiche e certificate].

In un batter d’occhio sono riuscito a recuperare l’articolo di Dorfles comparso sul Corriere della Sera del 10/5/1998 con il titolo: Da Mozart a Ronaldo: tutti vittime di una gioia maligna.
Qui il nostro amato Professore di Estetica si domandava come mai, in italiano, non esistesse una parola apposita per quella forma di gioia maligna, per la quale invece tanto il russo (zloradstvo) che il tedesco (Schadenfreude) possedevano un termine esatto.

Forse perché da noi questo sentimento è poco diffuso?

Allora leggete qua ( TESTUALE):

“La segretaria del Pd, Elly SHHHHLEIN con il suo nannimorettiano «mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo PE’GNENT’» ha comunque fatto PARLA’ DE noi. Chi scappa dimostra di non avere contenuti”…

”Parlano male di Atreju ed è l’edizione migliore di sempre, parlano male del governo e il governo sale nei sondaggi…Hanno tentato di boicottare una casa editrice ed è diventata famosissima. Si portano sfiga da soli, che manco QUANNO TE capita la carta della pagoda al Mercante in fiera. E allora grazie a tutti quelli che hanno fatto le macumbe rendendo questa edizione di Atreju la più intensa e partecipata di sempre”

Ovviamente il tono era carico come sempre; simile, per capirci, a quello che la Meloni contesta a Landini il quale “… ALZA I TONI perché non ha argomenti validi oppure perché ha verità incontestabili da nascondere” (ipse dixit!).

C’è poi tutto una parte dell’intervento concentrato sui cosiddetti rosiconi che, ahi loro, poi alla fine se la sono cercata e meritata… la fine. Proprio come ha detto con un sottile giro di parole il riferimento politico, strategico e umano della nostra Premier, il Presidente Trump, a proposito di quel rosicone (sore loser) di Robert Reiner.

A me ‘STA parola “rosicone”…ODDIO ME STO  A MELONIZZA’! Scusate.

Dicevo: a me questa parola rosicone, mi ha fatto riflettere su quanto sia diffuso il sentimento di cui parlava Dorfles, nel nostro Paese. E oggi più che mai. Per esempio basterebbe riproporre il suo “vecchio” articolo con questa lieve modifica: Da Sinner a Venezi: tutti vittime di una gioia maligna. Et voilà.

Come diceva Dorfles anche io credo che tutti i nostri compatrioti siano pronti a gioire delle piccole disavventure, dello scarso successo o delle mosse sbagliate del prossimo.

Sicché la presenza di un termine ad hoc sarebbe davvero auspicabile e rosicone, seppure di connotazione prettamente romanesca, potrebbe essere la variante – alla vaccinara – all’altezza del nobile Schadenfreude tedesco.

Ma forse la vera ragione della mancanza, in italiano di un tale termine, è dovuta a questa “semplice”  ragione: “…l’Italia non ha di solito il «coraggio della propria malignità» come hanno tanti altri popoli , appunto il tedesco e il russo, che hanno coniato  vocaboli appositi” [G.Dorfles].

Dove quindi risiede l’essenza di alcuni nostri comportamenti del tutto normali (da una parte politica e dall’altra) e per di più ubiqui, dalle Alpi all’Etna?
Perché esultiamo intimamente se una macchina viene trattenuta più della nostra a una barriera autostradale,
oppure assistiamo con compiacimento al poveretto che insegue l’autobus appena partito dalla fermata
o, ancora, gufiamo per quella squadra o un’altra e godiamo della sua sconfitta?

Dorfles conclude dicendo che si tratta “..senz’altro di un atteggiamento etico: non basta desiderare il male purché vada a scapito proprio e non a quello di un altro prossimo…”. È questa mancanza di coraggio a farci scaricare la gioia maligna sul più antipatico dei nostri competitori (se non sul più temuto).

Ed è questa mancanza di coraggio della propria malignità ad impedirci di concepire, nella nostra lingua, una parola come Schadenfreude e a chiedere di accontentarsi del rosicone della nostra Premier e del suo riferimento umano, strategico e politico.

Cosicché ci sarà sempre il dio di un altro, la patria di un altro, la famiglia di un altro a… DOVE’ ROSICA’!

immagine di copertina: pagina Facebook Rosicone

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Antonio Giolitti e la Patrimoniale del 1963

Antonio Giolitti e la Patrimoniale del 1963

Antonio Giolitti e la Patrimoniale del 1963 

E’ il 1963. L’Italia è in pieno boom economico.
I salari reali (cioè dopo l’inflazione) sono cresciuti negli ultimi 15 anni ad una media annua del 5%. Cosa mai vista nella storia, che si ripeterà solo nel quinquennio 1969-74 e poi mai più, come sa chi lavora.
Nel ’62 c’è stato anche il primo grande rinnovo dei contratti nazionali e l’aumento dei salari reali sarà nel 1963 addirittura dell’11%, anche perché il PSI è entrato al governo con la DC e c’è il primo governo di centro-sinistra dell’Italia.

Troppo per gli imprenditori che vedono erosi i margini di profitto quasi a zero. Insieme alla destre (fuori e dentro il Governo) e con la complicità della “neutra” Banca d’Italia e di ¾ della stampa (di loro proprietà, più o meno come oggi), lanciano l’allarme rosso: i salari devono essere bloccati. Come? Con una deflazione: ridurre la liquidità monetaria, alzare i tassi di interesse e così bloccare l’ascesa dei salari. Tutti d’accordo anche nel governo tranne il ministro del bilancio, il socialista Antonio Giolitti.

Sentiamo cosa dice: “Il Psi considera i problemi economici emersi nel 1963 come il frutto di una dinamica non semplicemente congiunturale, ma di pecche strutturali dello sviluppo italiano, che investono la natura stessa dello Stato repubblicano e che vanno perciò affrontati con un programma di riforme di ampia portata. Una politica dei redditi richiede una serie di pre-condizioni, cioè impegni del governo atti ad assicurare ai lavoratori miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro, in termini di redditi reali, di dotazioni civili (scuole, abitazioni, trasporti pubblici, ospedali, ecc.), di sicurezza sociale e un effettivo controllo da parte del governo su profitti e redditi non salariali, tra cui una patrimoniale sui grandi patrimoni. Solo dopo la realizzazione di queste condizioni si potrà realizzare una concreta politica dei redditi”.

Il tentativo socialista di avviare uno scambio di tipo “corporatista” tra moderazione salariale e riforme sociali fu immediatamente silurato. Il governo cade e Giolitti dà le dimissioni nel nuovo governo (sempre DC-PSI), dicendosi indisponibile a fare da «beccamorto» al suo piano.

Anche la Cgil col suo segretario Vittorio Foa poneva la questione del superamento del modello mercantilista in favore di uno sviluppo fondato sui consumi interni. Il tentativo di perpetuare il modello di crescita fondato su bassi salari e alte esportazioni sarebbe stato non solo ingiusto nei confronti dei lavoratori, ma anche sbagliato dal punto di vista dell’interesse generale: “è bene non farsi troppe illusioni sul perdurare d’un volume di esportazioni ad alto livello. È evidente che quando gli sbocchi all’estero diminuissero, il solo fattore di sostegno per l’industria italiana sarebbe la domanda interna. In queste condizioni pensare ad una tregua salariale, ad un contenimento cioè del potere di acquisto delle masse dei consumatori, è un errore di estrema gravità. C’è bisogno esattamente del contrario”.

Giulio Pastore che faceva parte del Governo (già fondatore della Cisl), aveva espresso il suo disaccordo sul destino degli 80 miliardi di maggiori entrate fiscali, arrivati grazie all’accelerazione dei consumi e al contenimento del disavanzo, proponendo di utilizzarli per soddisfare le richieste di miglioramenti economici avanzate da diverse categorie di impiegati statali, piuttosto che per una riduzione del disavanzo e criticò l’allarmismo nella valutazione degli aspetti congiunturali.

La Uil assunse una posizione attendista, salvo poi spaccarsi tra la componente socialista da una parte e socialdemocratici e repubblicani dall’altra, mentre la Cgil criticò senza remore le misure del governo, che tendevano a «redistribuire il carico fiscale a sfavore delle masse lavoratrici e popolari, colpendo indiscriminatamente i consumi». Secondo la Cgil, le risorse per il finanziamento delle riforme avrebbero dovuto venire da una patrimoniale sulla rendita e il plusvalore fondiario e dalla limitazione delle esenzioni, legali e di fatto, di cui godevano le classi più agiate.

La deflazione ridusse i salari, ma covava il ’68 che li rilanciò dal 1969 al ’74. Poi la vera deflazione arrivò e da allora i salari non sono più cresciuti.
Cambiano i tempi ma le questioni (irrisolte) rimangono. Qualcuna dice però che il Paese va bene.

Cover: Antonio Giolitti – immagine dell’Istituto Affari Internazionali

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

CHI SA SVELARE LE OMBRE, QUELLE DENTRO? Il primo romanzo di Elena Buccoliero arriva alla Biblioteca Popolare Giardino

L’OMBRA DENTRO
Il primo romanzo di Elena Buccoliero arriva alla Biblioteca Popolare Giardino

L’OMBRA DENTRO. Il primo romanzo di Elena Buccoliero arriva alla Biblioteca Popolare Giardino

Amo molto i romanzi nei quali la città in cui si aggirano i personaggi e si svolgono le vicende si fa protagonista. Tra le strade e i palazzi di Ferrara si muove la complessa storia che Elena Buccoliero racconta e affronta nel suo primo romanzo: L’ombra dentro. Racconta, intrecciando sapientemente le matasse dei fili intricati di un omicidio inspiegabile con dietro l’ombra di un suicidio sospetto. Affronta, svelando meccanismi complessi e non sempre trasparenti di una giustizia che cela talvolta scomode quanto necessarie verità.

Ed è dalla città che voglio cominciare, perché essa si rivela, al primo apparire del commissario protagonista dell’indagine principale, lungo “i ciottoli lucidi dopo la pioggia di quella che”, si sa, “è una delle strade più belle d’Europa”, precisamente nello slargo in prossimità della Porta degli Angeli, a pochi metri dalla quale si trova lo studio di un famoso avvocato morto durante la notte.

Delle ambientazioni che Elena Buccoliero presenta a far da cornice alle vicende mi piace il riferimento a siti e ambienti alcuni riconoscibilissimi, come la via del tribunale con i bar frequentati da avvocati e praticanti o le vie strette piene di negozi del centro storico, altri indicati con ‘nomi d’arte’, mi pare, come ad esempio il Blue Moon, un pub fuori città che compare nel secondo capitolo, o un “baretto che niente aveva a che vedere con l’ambiente del tribunale, uno spazio informale a un passo dalle mura gestito da una cooperativa di giovani.”

Luoghi cari, io credo, ai sicuri e possibili lettori nonché amici di Elena (me compresa), come il multisala in cui si rifugia il commissario protagonista “in serate come quella, quando aveva bisogno di stare solo ma in compagnia, o come la piccola galleria d’arte che ben conosceva…che consisteva in due stanze proprio di fronte al multisala” gestita da “una coppia di artisti che lui apprezzava per come coniugavano creatività e rispetto, affidabilità e discrezione” che troviamo nel capitolo 18.

Elena sa poi delineare con taglio quasi affettuoso quelli che sono, per i suoi personaggi, ma anche per chi legge, luoghi speciali, come Sant’Antonio in Polesine, definito dal coprotagonista ispettore di polizia “uno dei luoghi più romantici della città…le vie strette, ciottolate e pressoché deserte…la porta di pietra con la scultura del santo col porcellino…il cortile di un piccolo monastero di clausura…il ciliegio giapponese”.

E sa intrecciare anche riflessioni e osservazioni di carattere urbanistico-sociologico quando ci porta, con la narrazione, in zone periferiche, come il “quartiere nato da una combinazione di povertà, immigrazione e piccola delinquenza e perciò soprannominato “Bronx” in tempi ormai andati…” e le riflessioni sono affidate al commissario protagonista: “l’insicurezza di certi quartieri è una condanna già scritta nel modo in cui vengono progettati e vagheggiò un mondo dove ingegneri e architetti discutono i loro piani con le forze di polizia e le maestre del rione, ma in fondo erano pensieri oziosi, il lusso di un commissario di provincia”.

Ed è ora di passare ai personaggi principali che, oltre alla vicenda investigativa complessa e articolata che ovviamente non svelo, mi hanno colpita particolarmente. Sebastiano Bellabarba è il commissario, Stefano Storti è l’ispettore, suo amico e a tratti confidente. Elena ha delineato due personalità ricche e attraenti.

In particolare Sebastiano, poliziotto e psicologo, che sapeva che “stare nella pelle degli altri era uno dei suoi pochi talenti investigativi… Il sottotetto in affitto dove abitava da solo nel cuore della zona ebraica, per quanto caotico, corrispondeva assai meglio” – rispetto alla zona residenziale della sua famiglia – “al suo bisogno di libertà”.

Sebastiano si mostra preciso e controllato, mai soddisfatto dei primi e più prevedibili risultati dell’indagine; poco alla volta rivela la sua complessità interiore che molto abilmente Elena dipinge, nei momenti in cui Sebastiano è ‘solo con se stesso’, come un affollato e rumoroso condominio interiore abitato da coinquilini caciarosi e interessanti che rappresentano le molte facce della sua personalità: l’accusatore e il difensore, l’aspirante psicologo, l’innamorato, il mediatore, il vanitoso, il disincantato.

Stefano era “il suo compagno di sempre. Fisicamente non potevano essere più diversi. Il commissario era scuro di capelli e di occhi, olivastro di carnagione; l’ispettore invece era un biondastro, i capelli chiari e corti e gli occhi nocciola. Avevano studiato insieme, dalla terza media alla scuola di polizia, con l’intermezzo dell’università in cui avevano scelto strade diverse, lui psicologia, Stefano giurisprudenza, senza interrompere gli allenamenti, le ferrate in montagna, le cantate… ” Stefano è gay, ma solo Sebastiano lo sa, nell’ambiente della questura.

Un posto d’onore, come è d’obbligo in un giallo contemporaneo, occupa la musica. A partire dall’incipit, che riporta un verso di Lindberg, brano che a tratti ritornerà, di Ivano Fossati, con l’apice in un passo conclusivo di una lettera chiarificatrice, in chiusura quasi del romanzo, di un’altra coprotagonista di rilievo: “Come canta il nostro poeta, la voglio fare tutta questa strada, fino al punto esatto in cui si spegne”.

O anche Biancaluna di Gianmaria Testa, “un altro poeta intimo, non abbastanza conosciuto in Italia, che invece Sebastiano amava”. Fino a una curiosa playlist che Sebastiano e Stefano intonano una sera, nel terrazzino del commissario, sui tetti, dopo una scorpacciata di “salame all’aglio, prosciutto, coppie di pane, ciccioli, il tutto accompagnato da una buona bottiglia di clinto, una bevanda fuorilegge che non si poteva propriamente chiamare vino ma lo ricordava tanto. Dr Dobermann per l’avvocato Pennoncini; Pensiero stupendo dedicata alla moglie dell’avvocato; Quello che le donne non dicono all’enigmatica Micaela Bottoni; Cammina cammina al desolante Alfio Zappaterra; Lunaspina alla devota Maria Grazia Benetti; Il mio nemico all’odioso dottor Finelli”.

La vicenda, come dicevo, è complessa e molto articolata e tocca temi e aspetti di vita difficili, potenti, dolorosi. Quello che mi ha colpito particolarmente è la capacità dell’autrice di creare situazioni, a partire dal crimine che dà il via alla storia, che hanno a che fare con terribili episodi di violenze, in famiglia e fuori, di gestione della giustizia in modo apparentemente legale, ma con risultati spesso profondamente ingiusti, soprattutto per soggetti deboli, bambini, donne, ragazzi poco più che adolescenti.

Mi pare riuscita la scelta di delimitare la durata della storia all’interno di una settimana, da lunedì 18 febbraio 2019 a domenica 24 febbraio 2019, con una struttura narrativa particolarmente efficace, scandita in capitoli brevi, in cui chi legge si orienta agevolmente e riesce a cogliere i molti riferimenti e richiami ai fatti, sia quelli più palesemente vicini e legati, che quelli più lontani ma con indubbi collegamenti col presente della vicenda.

Di questo e di molto altro ancora:

sabato 20 dicembre dalle 17,30
Letizia Modena, della Vanderbilt University, Nashville, Tennessee ed io parleremo con Elena Buccoliero

Bibilografia:

  • Elena Buccoliero, L’ombra dentro, SEM Editore 2025

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/ (foto di Beniamino Marino)

Per leggere gli articoli di Maria Calabrese su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole a capo
Lidia Calzolari: alcune poesie da « L’amore non è mai stupido»

Parole a capo <br> Lidia Calzolari: alcune poesie da « L’amore non è mai stupido»

«Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male. Perdere qualcuno fa male. Tutti confondono queste cose con l’amore, ma in realtà, l’amore è l’unica cosa in questo mondo che copre tutto il dolore e ci fa sentire meravigliosi»
(Oscar Wilde)

 

Questa settimana propongo alcune poesie di Lidia Calzolari. Sono parole, versi che ti fanno entrare in contatto senza preamboli. Nella prefazione a “L’amore non è mai stupido” (Bertoni Editore, maggio 2025), il poeta Franco Mosca conclude la sua riflessione scrivendo che «i suoi versi scorrono attraverso paragoni e similitudini legati ad una vita quotidiana vissuta e percepita con una sensibilità personale che coglie aspetti reconditi, spesso al di fuori del comune sentire. Si tratta di versi del tutto diversi e inusuali, soprattutto rispetto alla poesia “colta”, “aulica” di tanti poeti conclamati, ma proprio per questo essi risultano unici e nuovi, con una carica di pathos e una capacità di coinvolgimento molto rara anche nella poesia post-novecentesca, spesso troppo cerebrale e ricercata».

Stupidità

Si avvicina invece
alla follia il mio sentire
a ciò che altri chiamano
stupidità
il sorriso che non trattengo
mentre ti guardo.

*

Il potere della neve

Voglio amarti
mentre nevica.
Rimestare i corpi
di granite al vino rosso
Rimboccare il nostro igloo
di anima e lenzuola di flanella
Voglio essere neve
lasciare ondivago il mio sguardo
stravolta da una valanga
infine
stranire.
Fiocchi i miei occhi.
Ogni luogo è il tuo corpo
e io me lo rammento
premo piano
sul bianco che scricchiola
arriverò.

 

*

 

In fondo

 

In fondo basta
solo prendersi cura
di noi degli altri
di chi ha sbagliato
di chi ha capito
di chi non ha raccontato
di chi ha raccolto
di chi ha seminato
di chi è inciampato.
In fondo basta
solo prendersi cura
con pazienza
trattenere quel respiro
d’amore
per noi
fino in fondo.

 

*

 

Credo

 

Credo di amarti da sempre
sì lo credo
Rido troppo quando
sono con te
Rido di me bambina
di me cretina
di me vecchietta.
Sì credo di amarti da sempre
di un amore che senza argini
è esploso in mare.

E io lo amo il mare.

 

*

 

La verità

 

Solo amore
il più possibile vero
per quel che riesco.

 

Lidia Calzolari (Bondeno – FE, 1969). Svolge  il lavoro di insegnante comunale per l’integrazione scolastica e sociale di persone disabili. Diplomata anche come consulente famigliare e coniugale e formatrice metodo caviardage di scrittura poetica creativa. Ha partecipato a diversi concorsi di poesia nella provincia di Ferrara e dintorni. Ha organizzato e partecipato a numerosi readings di poesia.
Ama la poesia come espressione umanizzante delle emozioni e dei vissuti. Incantata e innamorata del suono o dell’etimologia delle parole, si ritiene più un’artigiana apprendista. Su “Parole a capo” sono state pubblicate più volte poesie di Lidia Calzolari. Ne segnaliamo alcune: il 10 giugno 2021; il 20 marzo e il 9 maggio 2024; il 4 dicembre 2025. Da segnalare il progetto/evento PUSH – UP che ha coinvolto sei artiste tra fotografia, scultura, mandala, arti visive, poesia, pittura e installazioni in ferro e materiali di recupero, realizzazione di un video. Per maggiori informazioni rimando all’articolo su “Parole a capo” in Periscopio online dell’11 settembre 2023.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 316° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

A Ravenna i manifestanti contro le armi a Israele rischiano 2 anni di carcere.
Firma la Petizione

A Ravenna i manifestanti contro le armi a Israele rischiano 2 anni di carcere

di Fulvio Zappatore

Hanno bloccato l’accesso al porto per due ore per protestare contro l’invio di armi e merci dirette a Israele e ora rischiano fino a due anni di carcere per il reato di “blocco stradale”. È l’effetto della stretta voluta dal Governo con il Decreto Sicurezza, che ora colpisce anche gli attivisti di Ravenna che lo scorso 28 novembre si erano ritrovati nei pressi dello scalo cittadino per manifestare “contro la fina

nziaria di guerra del governo Meloni”.

«Un nutrito gruppo di manifestanti – si legge nel comunicato della Polizia – dopo essersi radunato presso il TCR per contestare il transito delle navi dirette a Israele, ha occupato la sede stradale, bloccando per circa due ore l’accesso al Terminal e impedendo ai mezzi pesanti di entrare e uscire per completare le attività di carico e scarico della merce, causando problemi all’ordinaria circolazione». Il risultato è che 32 persone sono state denunciate.

Il reato di blocco stradale è stato reintrodotto dal Decreto Sicurezza lo scorso 5 giugno e prevede una pena fino a 30 giorni di carcere per chiunque, agendo singolarmente, ostacoli anche in maniera pacifica la circolazione o il transito dei mezzi. La condanna diventa invece molto più severa per chi agisce in gruppo, con una multa fino a 4.000 euro e la detenzione da sei mesi a due anni.

Una norma che ha immediatamente suscitato polemiche e critiche da parte di associazioni, sindacati e forze politiche di opposizione, che denunciano un restringimento degli spazi di dissenso e una criminalizzazione delle forme di protesta non violenta. Secondo gli attivisti, l’iniziativa di Ravenna aveva l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’utilizzo dei porti italiani per il transito di materiali bellici e sul coinvolgimento dell’Italia nei conflitti internazionali.

Il tema era tornato al centro del dibattito cittadino in occasione della manifestazione del 17 settembre scorso, quando migliaia di persone avevano partecipato a un grande corteo con lo slogan «La città si ribella, basta armi a Israele». Una mobilitazione ampia e trasversale, che aveva visto insieme portuali, studenti, associazioni pacifiste, realtà sindacali e cittadini, uniti dalla richiesta di fermare il transito di carichi militari attraverso lo scalo ravennate. Una protesta che, secondo gli organizzatori, aveva dimostrato come l’opposizione all’uso del porto per fini bellici fosse condivisa e diffusa nella città. Un concetto ribadito anche dopo le denunce, in un comunicato diffuso dagli attivisti, in cui si respinge ogni tentativo di individuare singoli responsabili: «A bloccare il container il 28 novembre c’eravamo tutti e tutte», si legge nel testo, che rivendica il carattere collettivo dell’azione.

Le denunce, quindi, non riguardano soltanto le 32 persone coinvolte, ma sembrano inserirsi in un contesto più ampio che potrebbe avere effetti sull’intero movimento che a Ravenna, e in tutta Italia, continua a mobilitarsi contro la guerra, il traffico di armi e a sostegno del diritto di manifestare. Una vertenza che, nata attorno al porto, rischia ora di trovare un prolungamento soprattutto nelle aule dei tribunali.

Fulvio Zappatore
Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Collabora a L’Indipendente come corrispondente dall’Emilia-Romagna.

Firma la Petizione di solidarietà ai 32 attivisti denunciati a Ravenna
https://c.org/F69KpjjSm7

Cover: Manifestazione contro le armi a Israele, blocco del porto di Ravenna 28 novembre 2025 – foto L’Indipendente

I forti ritardi dei territori italiani sull’Agenda 2030

I forti ritardi dei territori italiani sull’Agenda 2030

I forti ritardi dei territori italiani sull’Agenda 2030

Tra il 2010 e il 2024 le disuguaglianze tra le Regioni italiane in termini di sviluppo sostenibile aumentano o non si riducono, a fronte di una tendenza generale insoddisfacente, che vede oggi il nostro Paese in una posizione simile, se non peggiore, a quella del 2010 per 10 obiettivi sui 17 dell’Agenda 2030.
Dei 14 Goal di sviluppo sostenibile analizzabili a livello territoriale, solo per l’economia circolare (G12) si evidenziano miglioramenti diffusi (18 Regioni e Province Autonome su 21), mentre in quasi tutti i territori si ha un peggioramento per povertà (G1), risorse idriche (G6), disuguaglianze (G10), qualità degli ecosistemi terrestri (G15) e giustizia e istituzioni (G16).

Scendendo a livello di obiettivi quantitativi specifici, in 11 Regioni/Province Autonome gli obiettivi raggiungibili entro il 2030 sono meno di un terzo e dieci Regioni si stanno allontanando da più del 30% degli obiettivi.

Guardando alle Città metropolitane, la situazione migliore si registra a Torino, Milano, Bologna e Firenze (città che sembrano in grado di raggiungere almeno il 43% degli obiettivi), mentre molte altre registrano andamenti negativi o progressi insufficienti per almeno il 50% degli obiettivi, con Venezia, Napoli e Reggio Calabria che mostrano andamenti negativi o insufficienti per oltre il 70% (dieci obiettivi su quattordici).

È quanto emerge dal Sesto Rapporto “I Territori e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Obiettivi globali, soluzioni locali dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS).


Ciò che risulta dal Rapporto è estremamente preoccupante: si confermano le storiche distanze tra Nord e Sud, ma emergono nuove disuguaglianze anche all’interno delle singole aree, con interessanti segnali di dinamicità in alcune regioni meridionali e arretramenti in zone settentrionali. Tra le realtà più avanzate figurano la Provincia Autonoma di Trento, la Valle d’Aosta, la Liguria e l’Umbria, per le quali appare realistico il conseguimento di circa il 43% degli obiettivi considerati.

In primo luogo, si conferma la presenza delle disuguaglianze Nord-Sud: povertà (G1), acqua (G6), qualità degli ecosistemi terrestri (G15) e giustizia e istituzioni (G16) mostrano un peggioramento in gran parte del Paese; mentre il Nord-Ovest e il Nord-Est registrano miglioramenti significativi nell’istruzione (G4), a fronte di una sostanziale stabilità nelle altre aree. Allo stesso tempo, per alcuni Goal un numero significativo di Regioni del Mezzogiorno mostra livelli vicini o superiori alla media nazionale – energia (G7), economia circolare (G12), vita sulla terra (G15) e giustizia e istituzioni (G16), segnalando la presenza di esperienze positive anche nelle aree considerate più fragili.

A pochi mesi dalla conclusione del PNRR, l’ASviS evidenzia ritardi significativi, ma anche la politica di coesione 2021-2027 procede lentamente. Blocchi e ritardi si registrano anche nelle politiche di adattamento climatico e nella prevenzione del dissesto idrogeologico, con interventi che procedono in modo non uniforme e spesso senza un adeguato coordinamento tra i diversi livelli istituzionali, in particolare tra ministeri e i livelli di governo territoriali.

L’ASviS propone in primo luogo di rafforzare le capacità amministrative e progettuali, semplificare i sistemi di finanziamento, adottare indicatori di risultato chiari e favorire la collaborazione tra Stato ed enti locali. L’Alleanza richiama inoltre la necessità di rafforzare i sistemi di monitoraggio e valutazione delle politiche territoriali, adottando indicatori chiari e misurabili per verificarne l’efficacia.

Particolare attenzione va riservata alle aree montane e interne, con incentivi per il lavoro, la residenzialità e il recupero del patrimonio edilizio, sostenendo il “neopopolamento” di giovani e nuove famiglie.

Per le città, ASviS sottolinea la centralità di una rigenerazione delle periferie basata su pianificazione metropolitana, reti ecologiche e governance multilivello, sostenuta da una legge quadro nazionale sul governo del territorio, dal rilancio del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) per la diffusione delle Agende urbane di sviluppo sostenibile.
Va predisposto quanto prima il Piano per l’attuazione della Nature Restoration Law (NRL) europea, la quale impone di preservare e incrementare gli spazi verdi urbani, favorendo la biodiversità e i servizi ecosistemici. Infine, l’ASviS sollecita nuove politiche abitative per contrastare la “gentrificazione” e garantire equità sociale, con fondi stabili per affitti, incremento dell’edilizia residenziale pubblica, sostegno agli studenti e alle studentesse e strumenti per rendere gli immobili abbandonati risorsa per la comunità.

Nel Rapporto è presente una selezione di 30 buone pratiche ispirate all’Agenda 2030, scelte tra le oltre 220 candidature (con un incremento dell’80% rispetto al 2024) valutate positivamente dalla Commissione di valutazione ASviS, alle quali è stato consegnato l’attestato “Buona pratica territoriale per un’Italia più sostenibile – 2025”. Questa crescita dimostra come la transizione sostenibile possa partire dai territori e tradursi in risultati concreti.

Le iniziative – che offrono un repertorio di soluzioni replicabili – spaziano dalla rigenerazione dei borghi e dei centri storici al recupero dei terreni agricoli abbandonati, da modelli di economia circolare territorializzata alla gestione partecipata dei beni comuni, fino a progetti di mobilità sostenibile e servizi di prossimità nelle aree interne. Le iniziative sono state realizzate da Fondazioni, Comuni, enti del terzo settore e aziende, molto spesso lavorando in partnership e in rete.

Articolo uscito su pressenza il 14 dicembre 2025

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Un Giubileo che è passato “oltre le grate”

Le voci da dentro / Un Giubileo “oltre le grate”

Domenica 14 dicembre il Pontefice, in occasione della messa tenuta nella Basilica di San Pietro per il Giubileo dei detenuti, dopo aver fatto riferimento ai tanti problemi presenti nelle carceri italiane, ha chiesto con forza “forme di amnistia o di condono della pena”.
Il giornalista Diego Andreatta ha scritto un articolo interessante sul Giubileo dei detenuti e, gentilmente, lo ha messo a disposizione anche della nostra rubrica. Ringraziandolo di cuore, lo diffondo volentieri.
(Mauro Presini)

 

Un Giubileo che è passato “oltre le grate”

di Diego Andreatta

Fra le celebrazioni giubilari quella di ieri dedicata al mondo carcerario è risultata per tanti aspetti inedita. A stare dentro la basilica di San Pietro si percepiva – fin dal silenzio d’attesa per l’ingresso del Papa – una presenza forte anche se in gran parte invisibile: quella dei primi protagonisti, i detenuti e le detenute. Oltre a delegazioni dalle carceri italiane ed estere, gli assenti in quanto reclusi erano comunque presenti nella comunione ecclesiale ma soprattutto nel raccoglimento dei loro familiari venuti da lontano, nell’amicizia dei volontari riuniti attorno al loro cappellano, nell’espressione “liberata” dell’ex detenuto che si è dato appuntamento con quanti ha conosciuto “dentro”.

E poi i volti di operatori pastorali provenienti da Paesi in cui la reclusione non rispetta diritti elementari, con tante storie che rigavano di sofferenza pure la domenica d’Avvento ispirata alla gioia e alla figura del “carcerato” Giovanni Battista.
Papa Leone XIV, nell’esprimere fiducia e incoraggiamento, ha voluto anche elencare con realismo i tanti problemi di questo “ambiente difficile” dai “tanti ostacoli”, riconoscendo che “molto resta ancora da fare”, come hanno confermato anche alcuni tragici fatti di cronaca in questi ultimi giorni.
Ponendosi dalla parte dei detenuti ha ricordato  “l’ancora della speranza” lanciata loro  a Rebibbia un anno fa da papa Francesco in apertura del Giubileo e ha rinnovato ai governi l’urgenza di “forme di amnistia e di condono” al termine di questo Anno di grazia.

In alcune case circondariali dove i detenuti hanno potuto seguire in TV il messaggio del Papa quest’appello è stato applaudito così come le tre affermazioni scandite al centro dell’omelia: “Da ogni caduta ci si deve poter rialzare, nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

Nel programma giubilare è seguita sempre ieri a Roma nel primo pomeriggio – a poche centinaia di metri, sul palco dell’auditorium di via della Conciliazione – una proposta artistica di forte impatto che ha dato indirettamente voce ai detenuti che avevano vissuto il Giubileo “Oltre le grate”.  Proprio così si intitola lo spettacolo allestito da una quarantina di giovani della compagnia d’ispirazione salesiana CGS Life di Biancavilla (Catania) – che ha condensato in intensi dialoghi e vivaci brani musicali i migliori spunti della corrispondenza epistolare fra carcerati italiani e suor Cristiana Scandura.
La clarissa di Biancavilla, nota per il suo impegno, ha collaborato a questo progetto di sensibilizzazione artistica fornendo con i testi delle lettere non solo i vissuti di ansia, frustrazione e rassegnazione di tanti detenuti, ma anche quei “gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità” maturati dentro le mura del carcere, come aveva detto Leone XIV nell’omelia.

Con i ritmi e alcuni cliché del genere musical – compresa l’iniziale citazione di “Sister Act” e alcune caricature un po’ stereotipate – questo lavoro collettivo a trazione giovanile è riuscito a far girare la ruota dell’attenzione anche oltre le grate – quelle del convento e quelle del carcere – nel tentativo di diradare la coltre dell’indifferenza. Per questo lo spettacolo merita ulteriori repliche, anche negli ambienti carcerari e soprattutto nelle comunità che non sono ancora stimolate a capire cosa si soffre e si sogna oltre le grate.

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Parole e figure / Canto d’inverno – Strenne natalizie

Uscito da poco in libreria, ‘Canto d’inverno’, di Giorgio Volpe, con le delicate e leggere illustrazioni di Paolo Proietti, ci porta nella magia del Natale.

A Natale si aspetta la neve, quella che ormai non ci rallegra quasi più, se non sulle alte e possenti cime. Quel bianco ci fa sognare, piccoli e grandi, ci rasserena gli animi un poco stanchi che cercano riparo fra caminetti e tavole imbandite. Che nostalgia!

Se poi al bianco della neve che ricopre ogni cosa con una soffice coltre, si aggiunge la magia del bosco, il gioco è fatto.

Canto d’inverno, di Giorgio Volpe, immagini Kite

Ecco allora la storia di Rosso Bel Pelo e Bas che, nel bosco addormentato, trascorrono le giornate rincorrendosi sulla neve. Raccolgono bacche e ramoscelli per colorare l’inverno, ma il pensiero corre sempre a Quik, il loro amico ghiro, immerso nel suo lungo letargo.

Solo arbusti, tronchi scuri e qualche ramo spoglio interrompono quella distesa immacolata.

Rosso Bel Pelo e Bas si rotolano nella neve fresca, cadono e si rialzano, sprofondano fino alle orecchie e riemergono, sbuffando e scuotendosi i fiocchi dal musetto.

Canto d’inverno’ di Giorgio Volpe, immagini Kite

Il bosco è silenzioso, si sente solo il fruscio leggero del canto di Allegra, la cincia. Chissà che quel bel canto non riesca svegliare Quik, l’amico ghiro, che se ne dorme beato. Lui è immerso nel suo tiepido letargo e non gioca con loro, che peccato davvero, che malinconia. D’altronde, lui deve riposare. Ma la sua tana va decorata comunque….

Fino alla magnifica sorpresa. Ecco una bella ghianda, da dove arriverà?

Una storia che parla di amicizia e di pensieri gentili. Leggere per credere.

Canto d’inverno, di Giorgio Volpe, immagini Kite

Giorgio Volpe, Paolo Proietti (illustratore), Canto d’inverno, Kite edizioni, Padova, 2025, 32 p.

Immagini ufficio stampa Kite

Canto d’inverno, di Giorgio Volpe, immagini Kite

Giorgio Volpe è nato a Reutlingen, in Germania, nel 1990, è cresciuto in Calabria e dal 2009 vive a Roma dove si è laureato in Lettere e Filosofia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Nel 2014 ha fondato (e da allora dirige) la compagnia di produzione teatrale Giù di Su per Giù – teatro. Al lavoro d’attore, affianca quello di scrittore di letteratura per l’infanzia. È tradotto in più di dieci Paesi, tra cui Cina, USA, Corea, Francia, Spagna, Giappone, Lituania e Germania. Nel 2023, è tra i finalisti del Premio Svizzero del Libro per Ragazzi con Il grande alveare (Caissa Italia Ed., 2022).

Paolo Proietti nasce a Roma nel 1986. Appassionato di manga e anime sin da bambino, dopo il Liceo artistico frequenta un corso di Grafica e Comunicazione visiva presso la Scuola Internazionale di Comics di Roma. Si appassiona alla letteratura per l’infanzia e nel 2016 vince il Premio Scarpetta d’Oro nella fascia di età 0-6 anni. Dal 2017, lavora con diverse case editrici come illustratore per l’infanzia. La sua principale fonte di ispirazione sono le opere del maestro del cinema d’animazione Hayao Miyazaki.

La curva del grande Gatsby

La curva del Grande Gatsby

La curva del Grande Gatsby

“Il Grande Gatsby” è il titolo di un romanzo scritto nel 1925 da Francis Scott Fitzgerald e che ha avuto diversi adattamenti cinematografici. Il protagonista nasce in una famiglia contadina povera e fugge di casa nel tentativo di sfuggire ad un destino miserabile. Seppure in circostanze tutt’altro che limpide, riesce a diventare ricco al punto da organizzare feste sontuose a cui partecipa l’alta società Newyorkese.

Non entrerò nel dettaglio della trama: posso però dire che, dopo la pubblicazione del libro, la storia ha avuto un risvolto sorprendente, che avrebbe stupito lo stesso Fitzgerald. Il Grande Gatsby non avrebbe mai immaginato di diventare un punto di riferimento per valutare le possibilità che un bambino nato in una famiglia modesta possa raggiungere posizioni di prestigio ed il benessere economico.

E’ ciò che ha fatto l’economista Alan Krueger, ex consigliere economico dell’amministrazione Obama, ottenendo un grafico che sintetizza visivamente la possibilità che una persona nata in un paese europeo possa realmente essere arbitra del suo destino, migliorando anche in modo significativo lo status sociale della famiglia d’origine. Volendo semplificare, il grafico misura quello che comunemente chiamiamo “ascensore sociale”, cioè la possibilità per chi è nato nei piani bassi della società di arrivare idealmente a vivere nell’attico.

La “Curva del Grande Gatsby” si basa su due variabili principali: il livello di disuguaglianza economica di un paese e la mobilità intergenerazionale, ovvero quanto la posizione economica dei figli dipenda da quella dei genitori.

Nel grafico le nazioni europee sono ordinate partendo da quelle che consentono la maggior mobilità generazionale per poi scendere via via fino ai paesi nei quali la condizione di nascita somiglia molto ad una condanna, alla quale difficilmente ci si potrà sottrarre.

Nei paesi con diseguaglianza elevata, la curva evidenzia una scarsa mobilità generazionale: questo vuol dire che ricchezza o povertà tendono ad accompagnare la stessa famiglia per generazioni. Al contrario, laddove c’è una minore diseguaglianza esistono molte più opportunità per chi nasce in una famiglia meno abbiente.

Quali sono i fattori che determinano una maggiore o minore disuguaglianza? L’istruzione prima di tutto. Ma anche il sistema di welfare, e la sanità pubblica: tutti settori nei quali l’Italia spende sempre meno, ed il risultato è che il posizionamento del nostro Paese è uno dei peggiori in Europa (peggio ci sono solo Russia, Lituania, Romania e Bulgaria). Non è un caso che in vetta alla classifica ci siano paesi del Nord Europa come Svezia e Danimarca.

Ora proviamo a confrontare questi dati con la retorica del merito con la quale ogni giorno si riempiono la bocca politici e dirigenti d’azienda in Italia. Il messaggio è chiaro: la ricchezza è un merito, la povertà è una colpa. E quindi se sei povero meriti di esserlo, e non puoi pretendere che chi è stato più meritevole di te debba aiutarti. Si spiega così ad esempio l’abolizione del reddito di cittadinanza, presente in varie forme in tutta Europa (ma in effetti esiste anche un’altra ragione. Ci tornerò).

Pensiamo alle famiglie più ricche del nostro paese. Pensiamo a chi occupa cariche pubbliche, ai grandi manager, ai personaggi della politica: salvo rare eccezioni, siamo quasi sempre di fronte a dinastie, a persone che hanno ereditato ricchezze e potere dalle generazioni che le hanno precedute. Nascere nella culla giusta: questo è stato il loro merito.

E allora diventa evidente che, dal momento che le famiglie che detengono il potere sono sempre le stesse, avranno tutto l’interesse a far sì che le diseguaglianze restino invariate, anzi si accrescano ulteriormente. Tanto più se le persone che dovrebbero impegnarsi per cambiare lo status quo non vanno a votare, lasciandogli campo libero.

I tagli alla scuola pubblica ed il sostegno agli istituti privati rappresentano probabilmente lo strumento più efficace in questo senso. Per secoli, a scuola sono andati solo i figli dei ricchi e dei nobili; se facevi il contadino non avevi bisogno di studiare, anche perché poi magari ti potevano venire strane idee. Ad esempio, di non fare più il contadino. Quindi è assolutamente strumentale fare in modo che il livello delle scuole sia sempre più basso, riservando l’eccellenza a quelle private, dove potrà studiare chi ha avuto “il merito” di nascere da genitori che possono pagargli la retta. Ma anche penalizzare la sanità pubblica è utile in tal senso: i “meritevoli” possono curarsi ed avere una qualità di vita migliore. Un modo efficacissimo per alimentare le differenze. Anche per questo il Reddito di Cittadinanza andava abolito: le differenze le riduceva, anziché alimentarle.

Ci piace raccontarci che siamo una nazione civile, all’avanguardia per i valori che esprime, ma la verità è che oggi un figlio di operai si troverà molto spesso a dover scegliere: o si accontenta di un’esistenza modesta, o se ne va in un paese che gli offre più opportunità (cioè praticamente tutti quelli che ci circondano).

Nel 1789, alla vigilia della rivoluzione francese, la stragrande maggioranza delle popolazione costituiva il cosiddetto “terzo stato”. Non essendo nobili o religiosi, non avrebbero mai potuto aspirare a cariche pubbliche: eppure erano loro a pagare le tasse, in quanto nobiltà e clero ne erano esentati. La società italiana del 2025 è così diversa? La principale differenza è che non si intravede alcun segnale di una rivoluzione che possa riportare un po’ di equità.

Diciamo che al giorno d’oggi evocare la ghigliottina appare un pochino eccessivo. E allora, forse, ciò che servirebbe davvero è un buon ascensorista capace di riparare un ascensore sociale bloccato da troppo tempo.

 

Cover image license https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/ 

Professione: reporter e la lezione mancante di Calvino

Professione: reporter e la lezione mancante di Calvino