Il discorso che vorremmo ascoltare da ogni politico. Il Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica tocca i cuori con la sua semplice, inoppugnabile, coraggiosa verità. E’ l’uomo che governa il mercato o il mercato che governa l’uomo? Un discorso che passerà alla storia. Josè Mujica, noto come “il presidente più povero del mondo”, ha attualmente 77 anni, vive nella sua casa modesta, devolve il 90% del suo stipendio in beneficenza. E’ stato in carcere 14 anni come oppositore del regime. (Pubblicato in data 12 dicembre 2012)
… Tuttavia permetteteci di fare alcune domande ad alta voce
Si è parlato tutto il pomeriggio di sviluppo sostenibile, di togliere le immense masse dalla povertà Che cosa ci frulla per la testa?
Il modello di sviluppo e di consumo è quello attuale delle società ricche?
Di nuovo mi sono chiesto che succederebbe a questo pianeta se gli indiani avessero la stessa proporzione di macchine per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno ci resterebbe per poter respirare?
Più chiaramente, il mondo oggi ha gli elementi, materiali sufficienti da rendere possibile che 7 mila, 8 mila milioni di persone possano avere lo stesso livello di consumo e di spreco che hanno le più opulente società occidentali?
Sarà possibile? O dovremo fare un giorno o l’altro un altro tipo di discussione?
Perché abbiamo creato una civiltà, quella in cui siamo, figlia del mercato, figlia della concorrenza che ha separato un progressivo materiale portentoso ed esplosivo, ma ciò che era l’economia di mercato ha creato società di mercato e ci ha portato questa globalizzazione, che significa guardare tutto il pianeta e stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi?
E’ possibile parlare di solidarietà e di essere tutti uniti in un’economia basata sulla concorrenza spietata?
Fin dove arriva la nostra fratellanza?
E non dico questo per negare l’importanza di questo evento. No, tutto il contrario.
La sfida che abbiamo davanti a noi è di una magnitudine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, ma è politica.
L’essere umano non governa oggi.
La forza che ha scatenato sono le forze che ha scatenato a governare l’essere umano e la vita.
Perché non veniamo sulla terra per svilupparci in termini generali.
Veniamo sulla terra per cercare di essere felici.
Perché la vita è breve e ci sfugge. E nessun bene vale quanto la vita, è elementare.
Ma se la vita mi va’ via in puro lavoro per consumare un plus, e la società di consumo è il motore, perché in definitiva se si paralizza il consumo o se si ferma, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia è il fantasma dello stallo per ognuno di noi.
Ma quell’iperconsumo a sua volta è ciò che sta aggredendo il pianeta.
E devono generare quell’iperconsumo cose poco durevoli.
E una pila elettrica non può durare più di mille ore accesa.
Ma ci sono pile elettriche che possono durare 100 mila, 200 mila ore, ma non possono essere prodotte perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare, e dobbiamo avere una civiltà usa e getta, e siamo in un circolo vizioso.
Questi sono problemi di carattere politico, e ci stanno dicendo che bisogna iniziare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di proporre di tornare all’età della pietra.
Ne’ di avere un monumento all’arretratezza, che non possiamo continuare ad essere governati all’infinito dal mercato, ma dobbiamogovernare il mercato. Perciò dico che il problema è di carattere politico.
Nel mio umile modo di pensare, perché gli antichi pensatori definivano, Epicuro, Seneca, gli aymara (gruppo etnico delle Ande): il povero non è chi ha poco, bensì colui che ha bisogno di infinitamente molto e desidera, desidera e desidera sempre di più.
E’ una chiave di carattere culturale.
Quindi. Mi compiaccio dello sforzo e degli accordi che verranno presi e li accompagnerò come governante, perché so che alcune delle cose che sto dicendo danno fastidio.
Ma dobbiamo renderci conto che le crisi dell’acqua, che la crisi dell’aggressione all’ambiente non è una causa.
La causa è il modello di civiltà che abbiamo instaurato.
E ciò che dobbiamo rivedere è il nostro modo di vivere. Perché?
Provengo da un piccolo paese ben dotato di risorse naturali per vnicere.
Nel mio paese ci sono tre milioni di abitanti, un po’ più di 3.200.000, ma ci sono 13 milioni di vacche delle migliori del mondo, e circa 8 o 10 milioni di pecore stupende.
Il mio paese è esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una quasi pianura. Quasi il 90% del territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori hanno lottato molto per le 8 ore lavorative, ed ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma chi ottiene 6 ore si cerca due lavori. Pertanto lavora più di prima.
Perché? Perché deve pagare una quantità di rate, la motoretta che ha comprato, la macchina che ha comprato, rate su rate da pagare e quando si ferma a pensare è un vecchio reumatico come me e gli è sfumata la vita davanti.
E ci si fa questa domanda: questo è il destino della vita umana? Queste sono cose molto elementari.
Lo sviluppo non può andare contro la felicità.
Deve essere a favore della felicità umana e dell’amore, al di sopra della terra, delle relazioni umane, della cura dei figli, di avere amici, di avere il minimo indispensabile.
Proprio perché si tratta del tesoro più prezioso che si ha.
Quando difendiamo l’ambiente, il primo elemento dell’ambiente si chiama la felicità umana. Grazie.
In copertina: José Mujica (immagine da Flickr.com)
Gerardo Femina: “Il disertore è l’eroe del futuro”. L’intervento di Gerardo Femina all’incontro svoltosi a Praga l’11 gennaio 2025 sul tema della risoluzione pacifica dei conflitti.
Buonasera a tutti e grazie per l’invito a questo fantastico incontro.
Vorrei parlare del tema della diserzione, non in maniera esaustiva, ma solo come spunto di riflessione.
Lo stimolo a toccare questo tema mi è venuto dalla lettura di un articolo sulla 155ª Brigata meccanizzata «Anna di Kiev» dell’esercito ucraino. L’addestramento è avvenuto in Francia dal settembre 2024. Già all’inizio, 50 soldati hanno deciso di disertare. Una volta rientrati in Ucraina, hanno disertato 1.700 uomini, più di un terzo dell’intera brigata. Ciò nonostante, la brigata è stata mandata al fronte in condizioni precarie.
Il bilancio finale parla di pesanti perdite umane. Rappresenta il fallimento della politica guerrafondaia di Macron e mostra la crudeltà con la quale si manda la gente a morire. Comunque, lo stimolo poteva venire anche dalla notizia di diserzioni, per esempio, nell’esercito russo o in quello israeliano.
Allora ho riflettuto sul fatto che la parola “disertore” è generalmente associata a qualcosa di molto negativo, come a un tradimento molto grave e profondo. Come se non ci fosse nulla di peggio al mondo che essere un disertore.
Ma d’altra parte, è anche vero che grazie ai disertori le società sono progredite. Un esempio: i disertori degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam hanno dato un contributo importante per la crescita del movimento pacifista, che a sua volta ha esercitato una grande pressione sul governo per fermare la guerra.
Quindi, mi sono ricordato di alcune dichiarazioni dei nazisti.
Il generale Göring: “La gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinare dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.”
Hitler: “La guerra è un’espressione della volontà della nazione. Ogni cittadino è obbligato a combattere per difendere la patria.”
Goebbels: “I pacifisti sono i traditori della nazione.”
Vengono i brividi a leggere queste affermazioni perché, espresse con parole diverse, le abbiamo ascoltate in Europa in questi ultimi anni…
Il disertore è considerato un traditore della patria, concepita quasi come un’entità sacra e metafisica a cui si appartiene essenzialmente. Tradire la patria viene quindi percepito come un atto di grande gravità, simile a tradire Dio o gli dei. E così ci si sente obbligati moralmente a difendere e servire la patria.
Ma la patria in realtà è un’invenzione storica e culturale, soggetta a cambiamenti nel tempo. Ad esempio, nel 1990, una persona nata a Praga si identificava con la patria cecoslovacca; pochi anni dopo, questa identità si è trasformata in quella ceca. Gli stati cambiano e cambia anche la nazione di appartenenza associata a quello stato. Allora, togliamo questo alone di sacralità intorno al concetto di patria!
Come spiega Göring, le guerre sono orchestrate da una minoranza che utilizza il concetto di patria per manipolare e conquistare il sostegno della popolazione.
Questi manipolatori impongono con la violenza il loro volere, ma sfruttano anche un bisogno che tutti noi abbiamo. Come esseri umani non siamo delle isole, ma siamo profondamente connessi agli altri e a una comunità. Il bisogno di appartenere è molto importante.
Allora, forse come umanità, siamo nella condizione di elaborare un nuovo concetto di patria, una patria a cui davvero apparteniamo, la patria di tutta l’umanità! E questa appartenenza è essenziale, non dipende dal caso, dal dove e quando siamo nati. Perché siamo umani, indipendentemente dal luogo di nascita e dalla famiglia di appartenenza. Mentre essere francesi, cechi o keniani dipende dal momento e dal luogo in cui siamo nati, riguarda solo la “carrozzeria”. Carrozzeria importante ma non essenziale.
Da questo punto di vista, i veri disertori sono coloro che fomentano la guerra, che fanno di tutto per accrescere il proprio potere sugli altri, creando dolore e sofferenza, perché tradiscono la vera e unica patria alla quale davvero appartengono.
Oggi siamo immersi in una grande propaganda militaristica. Un gruppo di oligarchi occidentali sta perdendo potere, stanno fallendo nei loro piani e diventano ogni giorno più rabbiosi. Vogliono spingere la società verso quella che loro stessi chiamano la “guerra totale”.
Allora, il disertore è l’eroe di questi tempi; è colui che si oppone alla violenza per salvare la propria vita e quella degli altri, per difendere la propria coscienza e per rimanere fedele alla sua vera Patria.
Questa patria non nega le diverse identità culturali, al contrario, si nutre della ricchezza delle diversità. Questa patria è fatta di tutte le generazioni passate, da quelle presenti e anche da quelle ancora a venire. Mentre le identità particolari di una comunità o di una nazione hanno origine nel passato, nella lingua, nelle tradizioni, questa patria, come umanità, ha origine nel futuro.
È un progetto guidato dalle aspirazioni profonde alla pace, alla compassione, all’amore e alla libertà. In parole semplici, ciò che ci unisce profondamente non è quello che è stato, ma quello che desideriamo: un mondo umano libero da dolore e sofferenza. E questo progetto rompe tutte le barriere e tutti i recinti chiamati Stato e Nazione in cui siamo imprigionati.
Questa Nazione umana universale, come la chiama Silo, è già presente come intuizione e aspirazione nella coscienza di molte persone, soprattutto delle nuove generazioni, che mostrano una sensibilità verso il mondo come una globalità.
Questa aspirazione si rafforza grazie a tutte le attività realizzate contro ogni forma di violenza e volte realmente verso la pace per tutti i popoli.
Chiudo con una domanda: Quale contributo ciascuno di noi vuole dare alla costruzione di un’umanità migliore?
Vincitore del premio Oscar come miglior corto di animazione nel 2013, Paperman, di John Kahrs, fa ancora sognare. Oggi lo vediamo insieme.
Prodotto dalla Walt Disney Studios, il corto d’animazione Paperman ha debuttato in anteprima al Festival Internazionale del Film d’Animazione di Annecy nel giugno 2012 e ha, poi, accompagnato l’uscita nelle sale di Ralph Spaccatutto, lo stesso anno.
Questo delicato film d’animazione unisce sapientemente le tecniche di animazione CGI (Computer Generated Imagery) moderne allo stile classico e delizioso dei disegni fatti a mano, da sempre punta di diamante delle produzioni Disney.
Il corto – con colonna sonora di Christophe Beck – racconta la storia di un giovane uomo di New York City, negli anni ‘40, il cui destino prende una piega inaspettata dopo un incontro casuale, ad una fermata del treno, con una ragazza molto carina e dolce.
A lui sfugge un foglio che, a causa del forte vento, cade addosso alla ragazza, la quale lascia su di esso, involontariamente, il segno del suo rossetto rosso fiammante.
Gli sguardi sono complici, i sorrisi teneri e sognanti, ma il treno, implacabile e irrispettoso, arriva e li separa, sliding doors.
Convinto di aver trovato la ragazza dei suoi sogni e di averla persa subito dopo, il giovane ottiene una seconda possibilità quando la vede in una finestra del grattacielo di fronte al viale dal suo ufficio. Usa l’immaginazione e una pila di carte per avere la sua attenzione ma quando tutto sembra perduto è il destino che gli mostra cosa ha serbo per lui.
Un corto romantico che fa sognare e credere ancora nelle storie d’amore, quelle belle.
I più ricchi distruggono la democrazia e dividono la società
Un nuovo studio di Oxfam mostra che la ricchezza totale dei quasi 2.800 miliardari di tutto il mondo passerà da 13 a 15 mila miliardi di dollari entro l’anno. Ciò corrisponde a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno. Come Oxfam, anche Attac critica il fatto che il potere dei più ricchi rappresenti un pericolo e in definitiva possa distruggere la democrazia.
“Il potere politico dei più ricchi porta al potere gli estremisti di destra, lo abbiamo visto negli Stati Uniti e forse accadrà anche in Austria”, critica David Walch di Attac Austria. Elon Musk ha contribuito alla rielezione di Donald Trump negli Stati Uniti e ora sostiene anche le forze autoritarie di estrema destra in Germania, Regno Unito e in Italia attraverso la piattaforma “X”. In Austria, miliardari, banche e grandi aziende hanno fatto saltare i negoziati tra ÖVP (Partito Popolare Austriaco), SPÖ (Partito Socialdemocratico d’Austria) e NEOS (Nuova Austria e Forum Liberale) attraverso il rifiuto nel contribuire alla ristrutturazione del bilancio.“Con il sostegno di Raiffeisen e della Federazione delle industrie austriache, l’FPÖ (Partito della Libertà d’Austria) di estrema destra potrebbe presto determinare il futuro del cancelliere federale, mettendo ulteriormente a rischio la democrazia austriaca”, spiega Walch.
Austria: i miliardari si arricchiscono di oltre il 10% ogni anno
Secondo i calcoli di Attac la ricchezza dei miliardari austriaci raddoppia ogni 7 anni.
Tra il 2002 e il 2024, è aumentata in media del 10,3% all’anno. Attac chiede, quindi, una tassazione progressiva dei più ricchi per arrestare la crescita di tale ricchezza, introducendo un’aliquota dell’1% a partire da 5 milioni di euro che, secondo il modello Attac, prevede un aumento in 4 fasi fino al 10% per i patrimoni superiori a 1 miliardo di euro. Il gettito generato sarebbe di circa 20 miliardi di euro e consentirebbe di colmare il divario di bilancio e di creare spazio per gli investimenti necessari.
“I più ricchi hanno già potere economico e politico senza alcun controllo democratico. Possono far valere i loro interessi attraverso il lobbismo, l’“acquisto” di politici, le donazioni politiche, la proprietà dei media, il finanziamento di “think tank” o la corruzione. Con il loro potere, sostengono le politiche che indeboliscono lo stato sociale e danneggiano la maggioranza, lasciando intatte le loro fortune miliardarie. Sempre più persone non vedono più rappresentati i propri interessi ed è così che si allontanano dai processi democratici, dalle istituzioni e dall’impegno politico o addirittura arrivano a sostenere forze antidemocratiche. Questo pericoloso sviluppo deve essere finalmente fermato”, spiega Walch.
Traduzione dal tedesco di Martina D’amico. Revisione di Maria Sartori.
Abbiamo visto tutti quanti gli invitati alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, li conosciamo, da Elon Musk a Jeff Bezos e Mark Zukemberg, fino agli esponenti della destra europea, come Giorgia Meloni, Mateus Morawiecki, Tino Chrupalla, per arrivare al presidente argentino Javier Milei. Ma il vostro inarrestabile inviato, è riuscito, con l’aiuto del cugino dello zio del barbiere di Trump: Arnold il toelettatore prediletto dal Commissario Rex, ad accedere alla lista dei cosiddetti invitati “personali”. Ovvero gli amici del Tycoon, appartenenti ad un passato scomodo e compromettente per la sua immagine attuale, e di cui un po’ si vergogna, ma che ha voluto far presenziare di nascosto alla cerimonia, dietro uno specchio finto, che dava sul salone principale della Rotonda del Campidoglio. Grazie al gommista della nipote del giardiniere in pensione di John Monkeybrain, uno dei bodyguard storici di Trump, ho potuto individuare l’ingresso nascosto alla sala segreta, un enorme gonfiabile di Ronald Mc Donald, il pagliaccio dell’omonima catena di fast-food, riuscendo così ad intervistare alcuni fra gli invitati personali.
Ore 11:30 – Arrivano i primi due invitati-ombra: Kermit la rana e Miss Piggy, riesco ad intercettarli prima che entrino nell’enorme bocca di Ronnie.
Miss Piggy, Miss Piggy come mai si trova qui? –
Non volevo certo perdere questo momento così importante per i pupazzi, pensi: uno di noi diventa addirittura Presidente degli Stati Uniti! –
Ma come uno di voi? –
Sì, Donald ha iniziato a lavorare con noi sin dalle prime puntate del Muppet Show, allora era diverso, faceva il batterista nella nostra band, con il nome di Animal, non gli avevano ancora fatto la plastica facciale, che poi è pure riuscita male, ma se lei osserva bene, ha i capelli di un pupazzo, si muove come un pupazzo, perché E’ un pupazzo! –
Ho capito, davvero sconcertante, grazie –
Ore 11: 36 – Vedo avvicinarsi un ometto insignificante, con barba e baffi folti, lo guardo attentamente e…
Lei è Vladimir Putin! –
Oh porco Lenin, mi hanno già scoperto –
Non ci credo, lei qui, negli Stati Uniti –
Da, cosa crede? Io e Iosif siamo una cosa sola –
Iosif? Ma non era il nome di Stalin? –
Si, ma nell’intimità lo chiamo così, in fondo è un tenerone dolce dolce, che ama gli animali, si figuri che l’ultima volta, nella mia Dacia, berlina quattro porte, sul Mar Nero, voleva deportare il mio chihuahua, sostenendo che era un immigrato illegale messicano –
Ma allora voi due vi siete già spartiti il mondo! –
A’ Morè, ma n’do vivi? A Zagarolo? –
Lei parla romanesco? –
Che ‘n se sente? Mo’ te lo manno a dì? Volevo capì quanno canta er Piotta, e me so fatto aijutà da Ggiorgia –
La nostra Presidente del Consiglio? –
E ‘ccerto, stavamo a ggiocà ar Risiko con Iosif e Salvini, ma lei s’è’ngrifò de’ bbrutto, perché er ministro de li trasporti, se stava a magnà tutti li cararmatini, diceva che ereno treni in ritardo! Iosif pe’ ripicca, ‘nvece de la Kamchatka, se voleva pijà la Groenlandia e Panama. Mo’ te devo salutà a Morè, sennò faccio pure tardi –
Ore 11:40 – Un uomo alto, con i capelli brizzolati ai lati, ed un filo di barba attorno alla bocca, con un completo blu aderente ed un mantello rosso, arriva dal fondo del parco, accompagnato da un cinese cicciottello. Mi sembra di riconoscerlo.
Ma lei non è…
Doctor Strange, prego, Signore delle arti mistiche –
Ah, mi perdoni, anche lei è tra gli amici di Trump? –
Amico no, diciamo suo Mentore, l’ho creato io –
In che senso scusi? –
Molti anni fa, volli tentare un incantesimo molto lungo e complesso, per dare all’Umanità un nuovo Mahatma Ghandi –
E allora? Continuo a non capire –
Eh, purtroppo, proprio nel mezzo dell’evocazione spirituale di Ghandi, mentre recitavo la formula che lo avrebbe reincarnato, Clea, la mia compagna, ha deciso che voleva fare sesso estremo con me –
Quindi? –
Si è vestita da ufficiale nazista con tanto di autoreggenti, divisa sexy in lattex nero e frustino –
Lei ha resistito vero? Ha portato a termine l’incantesimo –
Macché. Ho iniziato ad avere vaghi pensieri sado-nazi. Allora ho cercato almeno di pensare a Marlene Dietrich, ma era troppo tardi: si è materializzato Donald Trump vestito da coniglietta di Playboy –
Che disastro! –
Sì, ma la cosa peggiore è che era un incantesimo irreversibile, nemmeno l’Antico ha saputo modificarne il risultato –
Per cui ce lo dobbiamo tenere così –
Purtroppo sì. Negli anni ho viaggiato per tutte le dimensioni esistenti nel Multiverso, compresa la cassa integrazione di Stellantis, contattato ogni entità che conosco, da Eternità al mago Otelma, ma non c’è niente da fare. Non rimane altro se non stargli accanto e cercare di consigliarlo per il meglio –
Non mi pare ci sia riuscito molto finora –
Mi ha preso per Gesù Cristo? Non faccio mica i miracoli! Ora mi lasci andare, devo assolutamente essere presente, per tentare di correggere i suoi eccessi durante la cerimonia di insediamento –
Ore 11: 48 – Mi avevano assicurato che l’entrata era senza sorveglianza, per non attirare l’attenzione, ma veniamo intercettati da una ronda della CIA padana, che ci scambia per una troupe di Report. Per fortuna il mio travestimento da Valerio Staffelli funziona: consegno loro un paio di Tapiri d’oro, e ce la caviamo con una breve ripresa filmata. Cosa non farebbero quelli di destra (Barbareschi escluso), pur di finire su Mediaset!
PER UNA TRANSIZIONE ENERGETICA DELLA TOSCANA SENZA SPECULAZIONI
I TERRITORI E LE COMUNITÀ SI INCONTRANO CON LE ISTITUZIONI ED ESPERTI
Nel Comune di Borgo San Lorenzo, nel Mugello, FI, il 25 gennaio dalle 10:00 alle 18:00 si terrà il convegno organizzato dalla Coalizione ambientale TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione “Territori e comunità per una TRANSIZIONE ENERGETICA SENZA SPECULAZIONE”.
– Si riuniranno al mattino i comitati e le associazioni di tutta la Toscana e di alcune regioni limitrofe con i propri rappresentanti che daranno voce ai territori.
– Nel pomeriggio, si terrà un convegno con importanti esponenti del mondo della ricerca e dell’università per affrontare il tema della transizione energetica nella Regione Toscana.
Alla Conferenza è stata invitata l’Assessora all’ambiente Monia Monni, tutti i Consiglieri e tutti i Sindaci della Regione Toscana.
Sarà dedicato anche uno spazio per la conferenza stampa aperta a tutti i giornalisti.
L’incontro è estremamente importante in quanto la Regione Toscana approverà a breve la Legge regionale sulla definizione delle aree idonee e non idonee per gli impianti da Fonti di Energia Rinnovabile che allo stato attuale porterebbe alla costruzione di nuovi impianti fotovoltaici nei terreni agricoli, pale eoliche alte fine a 220 m nelle colline e nei crinali appenninici, insieme a container e batterie di accumulo per lo stoccaggio dell’energia.
Il patrimonio paesaggistico della Toscana, ancora bella, fertile e accogliente, lascerebbe così spazio ad impianti industriali di produzione energetica sotto la spinta di un finto ecologismo finanziato da ingenti contributi pagati nelle bollette dell’energia elettrica. Tutto questo accadrebbe nonostante siano già disponibili superfici edificate più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi dettati dall’Unione Europea: una scelta assurda e densa di conseguenze irreversibili.
Alessandro Canzian: alcune poesie tratte da “In absentia”
“Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi e i benestanti devono tirare a indovinare.” (Charles Bukowski)
L’anziano al di là della strada
taglia l’erba non dissimile
al verme che schiaccia.
Una voce al balcone.
*
La tovaglia piena di briciole
e mosche, a terra
tra la polvere un grano.
Alla finestra un latrato.
*
Le lenzuola distese
sono più casa delle case.
Grate, gronde e greppi.
Da lontano un geco
le traversa mozzato.
*
Ragazzina, vent’anni e
un sapore di fiori sul vestito.
Un rischio per la pietra
comandata dal Signore
o da altro ufficio.
*
La ragazzina chiede il motivo
della pioggia dopo il ponte.
Sorride a un bimbo che corre
sulla bicicletta nuova.
*
Lungo la strada il miraggio
d’un capannone non basta
a sorvolare la storia.
Eppure siamo stati felici
come una propaganda.
*
La ragazzina a lato dei binari
con le calze smagliate e le
unghie scolorite domani
risolverà tutti i problemi
bevendo ammoniaca.
*
La ragazzina s’alza e se ne va
come nulla sia avvenuto.
L’estate dei rospi e dei cani.
La storia accade
ma non se ne ha memoria.
(“In absentia” – Interlinea srl edizioni, 2024 – è composto di tre sezioni: Minimalia, Sul fondo, In absentia. Abbiamo scelto poesie dalla prima sezione. Dalla nota di Martin Rueff al libro, riporto un passaggio che ritengo importante per l’approccio alla lettura di questi versi: “Le poesie delle tre sezioni sono per la maggior parte delle strofe di cinque versi (il francese usa la parola quintil), non rimate e costruite su una nitida opposizione drammatica dei tre primi versi e dei due ultimi. Così la poesia diventa un piccolo dispositivo drammatico basato sul contrasto fra una cosa vista e la sua iscrizione nella sensibilità.”
Alessandro Canzian è nato nel 1977 a Pordenone. Nel 2008 fonda la Samuele Editore. Nel 2015 apre il ciclo di incontri letterari “Una Scontrosa Grazia” a Trieste e nel 2016 l’osservatorio poetico on line Laboratori Poesia. Nel 2018 cura, assieme a Simona Wright, il 50° numero del “Nemla Italian Studies” del College of New Jersey dal titolo Writing in a Different Language: Transnational Italian Poetry (presentato nel 2019 a Washington), mentre nel 2021 fonda la rivista semestrale “Laboratori critici” (con e per la direzione di Matteo Bianchi). Dallo stesso anno collabora con Pordenonelegge pubblicando le collane Gialla e Gialla Oro e, con Roberto Cescon, apre e cura il sito pordenoneleggepoesia.it. Come autore ha pubblicato Il Condominio S.I.M. (Stampa 2009, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi, premio San Vito al Tagliamento 2020).
(Un grazie all’autore per averne autorizzato la pubblicazione).
(L’immagine di copertina è tratta da pixabay)
NOTA: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 268° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Dal 25 gennaio al 2 marzo 2025, il Mercato Centro Culturale di Argenta ospita “Africa & Danza – Mito, Sogno, Bellezza”, una straordinaria esposizione di opere di Barbara Iori, in arte Bajo
Curata da Studio Archeo900, la mostra Africa & Danza – Mito, Sogno, Bellezza è una celebrazione dell’arte come ponte tra culture, un invito a esplorare la connessione profonda tra uomo e natura, oltre che una riflessione sulla bellezza che ci circonda e che spesso diamo per scontata. Un viaggio visivo ed emotivo nel cuore dell’Africa, dove il mondo animale e umano si incontrano in un’esplosione di energia, grazia e spiritualità.
Con una tecnica raffinata e una sensibilità unica, Barbara Iori, in arte Bajo – bolognese, classe 1959 – cattura l’essenza del continente africano, evocando il potere del mito, la leggerezza del sogno e l’energia primordiale della danza.
Animali e Danza: un connubio di forza e armonia
Le opere di Bajo celebrano l’Africa attraverso una rappresentazione affascinante della sua fauna, accostando i maestosi animali africani a danzatori e danzatrici in movimento. Leoni, elefanti, zebre, giraffe, pantere e altre creature simboliche diventano protagonisti di un dialogo visivo con il corpo umano, incarnando forza, eleganza e vitalità.
In questo connubio, gli animali rappresentano lo spirito ancestrale e selvaggio della natura, mentre i danzatori, con i loro movimenti fluidi e ritmici, simboleggiano la connessione profonda tra uomo e terra. La danza diventa così un linguaggio universale che unisce passato e presente, celebrando la vita in tutte le sue forme.
Mito, Sogno e Bellezza: una visione poetica dell’Africa
Le opere esposte raccontano un’Africa mitica, dove il sogno e la realtà si fondono.
Gli animali, con la loro forza simbolica, sono rappresentati come custodi di un mondo che richiama la bellezza originaria e il mistero del continente. Attraverso una tavolozza vibrante e composizioni dinamiche, Bajo trasforma la bellezza naturale dell’Africa in una metafora universale di energia e armonia.
Un’esperienza immersiva e coinvolgente
La mostra offre al pubblico un’esperienza multisensoriale, immergendolo in un racconto visivo che celebra la biodiversità e la cultura africana. Gli spazi del Mercato Centro Culturale di Argenta diventano così un palcoscenico dove animali e danzatori danzano insieme, creando una narrazione potente e poetica che risuona con tutti gli spettatori.
Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi) è il titolo della raccolta poetica di Fabrizio Bajec appena pubblicata per i tipi di Vydia Edizioni.
Il titolo sembra riecheggiare ( o fare il…verso a) quello della raccolta di Andrea Zanzotto, Haiku per una stagione. Ma vi è una differenza non solo nel riferimento a due generi della poesia orientale (sui quali torneremo tra poco), ma anche in quello alle quattro stagioni di Bajec, rispetto all’unica di Zanzotto.
Haiku for a Season è stata l’ultima raccolta di Andrea Zanzotto. Il libro fu pubblicato postumo nel 2012, in edizione americana, e ripreso poi nell’edizione italiana da Mondadori nel 2019. In realtà la prima stesura risale alla primavera-estate del 1984, una stagione, appunto, particolarmente difficile per il poeta di Pieve di Soligo per via del suo “male oscuro”.
Zanzotto decise di scrivere queste brevi poesie che lui stesso definì pseudo-haiku utilizzando la lingua inglese, utile allo scopo in quanto ricca di monosillabi. La tradizione secolare dello haiku giapponese, infatti, prevede innanzitutto una forma chiusa in tre soli versi di 5, 7 e 5 sillabe rispettivamente.
A fianco a questa regola imprescindibile si affianca poi l’uso del cosiddetto kigo stagionale, una parola cioè che caratterizzi la stagione nella quale l’haiku è stato composto. E per finire all’interno di uno dei due versi si introduce il kireji la cosiddetta parola che taglia e che in qualche modo ribalta le aspettative (semantiche o concettuali) del breve componimento.
Il titolo di Zanzotto dunque allude a questa unica stagione interiore, senza stagioni esterne, e dunque senza bisogno necessariamente di diversificarsi attraverso un kigo, né di ribaltarsi (semanticamente o concettualmente) grazie a un kireji.
I tanka di Bajec sono un’altra cosa. A detta dello stesso autore – ammesso che l’ “esistenza” di un autore di haiku sia… ammessa! – queste poesie brevi della raccolta si aprono a una vera e propria esperienza contemplativa che si svolge nell’arco di momenti stagionali precisi.
Il primo tanka di Primavera ci aiuterà ad entrare nello spirito giusto della raccolta
«galleggiano e basta
nubi e piante d’acqua dolce
non conservano un bel niente
seduto su un tronco neanch’io
coltivo propositi»
[pg.22]
Fabrizio Bajec scrive in francese e nella raccolta sono riportate le sue auto-traduzioni in italiano dei testi originali che meglio rispondono alla struttura classica di un tanka formato da 5 versi per un totale di 31 sillabe (5-7-5-7-7). Le prime 17 sillabe, cioè i primi tre versi (5-7-5) formano quello che poi da solo verrà chiamato haiku e che contiene la parola stagionale, il kigo. Nelle traduzioni in italiano le strutture sillabiche in effetti saltano, ma rimane lo spirito intrinseco a queste breve composizioni orientali che nel tanka riportato è già tutto rivelato.
Le brevi forme poetiche giapponesi intendono fotografare un evento naturale in un preciso momento stagionale, evento che però sia il più possibile svincolato dalle “costrizioni di un soggetto” (per questo si alludeva alla non ammissibilità di un autore come quello che viene tipicamente definito “poeta” dalla poesia occidentale).
In effetti lo haijin, colui che è parte dell’azione stessa dell’evento, è di fatto un viandante che “percorre una… via” molto più profonda e remota dello spazio e del tempo propri, una via che si illumina completamente attraverso una “presenza mentale”. È questo “qui e ora”, senza propositi, racchiusa nel testo a essere importante.
“Io sono ciò che mi circonda” pare dirci in questo tanka Bajec. Come le nuvole e le piante d’acqua dolce anche io non conservo nulla e non sono fatto dei propositi che l’io coltiva.
Quando solitamente la “mente” viene ammorbata da dualismi come, ad esempio, fluido (l’acqua, le nuvole) e solido (il tronco, il corpo), non si potrà comprendere il medesimo galleggiamento, delle nuvole nel cielo, delle piante sull’ acqua dolce, del mio corpo posato sul tronco o… sull’Universo.
Questo tipo di inversione tra figura e sfondo tipico della poesia contemplativa di Bajec non resta però una semplice proiezione (frammentazione del mondo quale prodotto di un… pensiero in frantumi e viceversa), ma diventa vera e propria percezione come quella magnificamente mostrata nella poesia breve della Seconda parte della raccolta (Vasto cielo)
«uguale a un fiocco di neve
su un parabrezza di un camion
questo mondo irreale
che leggeri attraversiamo
sorridendo per poco»
[pg. 69]
Fabrizio Bajec ha iniziato la pratica della meditazione nel 2008, frequentando varie scuole e tradizioni buddiste (zen vietnamita, buddismo theravada, zen giapponese). È stato ordinato monaco zen sôto nel 2022 e ha ricevuto la trasmissione del dharma (shiho) dal maestro Bernard Senryû Deverrière nel maggio 2023. Due libri sullo zen sono apparsi in Francia nel 2024: Le Moine et l’enfant (éditions Synchronique) e Le point zéro (L’originel-Accarias).
Attraverso questo suo particolarissimo percorso spirituale la poesia di Bajec sembra aver acquisito speciali capacità. La prima: evitare di proiettare sentimenti propri sul mondo. La seconda: regalare la vera percezione dell’evento senza l’intrusione di un sé.
Esempi di queste capacità sono il tanka d’autunno a pg. 35
«le oche della Loira
scaricano sterco sul molo
presso il ristorante
fluviale due donne inciampano
nelle loro Ferragamo»
dove persino l’inattività dello haijin non si impone e anzi si sottomette a una compassione che pervade tutta la scena senza alcun rilievo di tipo personale, ambientale, sociale o morale.
Nel testo seguente di pg. 67 si apprezza invece questa capacità di costituire la stessa azione (direbbe un critico occidentale: il poiein) a soggetto della poesia:
«l’operaio fognario emerge
abbagliato dal sole
ma il telefono scivola
e finisce nel buco
dove lui ridiscende
con lo sguardo di Sisifo
gettato alla rinfusa»
Attraverso queste sue capacità Bajec in definitiva ci restituisce una inattività della lingua che è propria della poesia. Abituati come siamo a una forma attiva di linguaggio (la comunicazione, l’informazione) le poesie brevi di Bajec riescono a ricordarci una modalità contemplativa della lingua. E di questi tempi, dove il caos informativo e comunicativo distrugge il silenzio, quello che Bajec riesce a far con “poche” forme della brevità, non è poco.
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Dopo 15 mesi di duro confronto militare e politico tra Israele e quasi tutti i governi del mondo intero da una parte e Hamas d’altra, si arriva a siglare la tregua.
Il percorso fatto in termini di trattativa, di confronto, di scontro militare, di distruzione e devastazione di ogni segno di vita a Gaza è unico nel suo genere nella storia moderna.
Questa non è una tregua come tante fatte e vissute nelle storia dei conflitti tra Stati, questa è la Tregua con la T maiuscola in quanto Israele, appoggiato dal mondo intero – militarmente, politicamente e finanziariamente – ha scommesso di potere eliminare e cancellare una volta per sempre politicamente e militarmente il movimento di resistenza islamica Hamas, che non è uno Stato.
Invece, nonostante i 15 mesi di durissimo scontro militare, la devastazione di Gaza, l’elevatissimo numero delle vittime e l’embargo totale che dura da circa 20 anni, Israele (e dietro il mondo intero) è costretto a firmare la Tregua con Hamas.
In tanti, tantissimi, hanno scommesso sin dall’inizio, ma soprattutto dopo l’uccisione dei leader di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Al Sanwar, che la popolazione di Gaza e Hamas stessa avrebbe alzato la bandiera bianca e si sarebbe arresa riconoscendo la sconfitta.
Nessuna bandiera bianca.
Il bilancio di questi 15 mesi è drammatico da diversi punti di vista, fonti non ufficiali parlano di oltre 75.000 morti, 120.000 feriti, 15.000 dispersi oltre la devastazione quasi totale delle infrastrutture.
Dopo tante pressioni politiche e diplomatiche, il blocco degli ingressi degli aiuti umanitari, i viveri, i medicinali, l’acqua, i bombardamenti a tappeto , nessuna resa né da parte della popolazione che è stremata né dalla direzione della resistenza.
Tutto il contrario: la resistenza esce da sotto le macerie e dai missili non esplosi si fabbricavano munizioni con cui si affrontava l’esercito israeliano.
Questa resistenza sarà senza altro studiata nei libri e nelle accademie militari perché i suoi autori e protagonisti e con essi l’intero popolo palestinese sono invincibili perché credono profondamente nella loro giusta causa.
Questa è la ragione di questo capitolo della storia militare moderna che sarà ricordato per lungo tempo.
Ciascuno autore diretto e/o indiretto può raccontare questa tregua secondo la sua visione, da parte mia questa tregua nonostante l’immane tragedia rappresenta senza dubbio una vittoria della resistenza palestinese che ha dettato le regole ed ha impedito al governo fascista israeliano e con esso tutti i sostenitori di realizzare nessuna vittoria né militare né politica.
L’unica vittoria, se può essere considerata tale, che ha realizzato il primo ministro israeliano è quella della distruzione, dell’uccisione dei bambini e dei civili, per me questa non è una vittoria, ma una sconfitta morale ed etica.
Appena si è data notizia della tregua da sotto le macerie sono usciti a piedi nudi nel freddo migliaia di giovani, bambini, anziani con in mano la bandiera palestinese che sventolava in alto per festeggiare la vittoria.
Nessuna bandiera bianca.
Il testo dell’accordo di Tregua è un testo articolato molto complesso, elaborato, discusso ed analizzato parola per parola, fase dopo fase per evitare ogni forma di equivoci e di mal interpretazione.
La sua applicabilità dipende dai firmatari (Israele e Hamas) e dai garanti (l’Egitto e il Qatar).
Ecco di seguito una sintesi.
Il tanto evocato cessate il fuoco inizia domenica 19 gennaio 2025.
L’accordo prevede tre fasi di 6 settimane ciascuna.
Nella prima fase saranno rilasciati 33 ostaggi israeliani in cambio di circa 1700 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Non si esclude che tra i prigionieri palestinesi ci sia anche il leader dell’intifada Marwan Barghouti, così come il ritiro in modo graduale dell’esercito israeliano.
L’accordo prevede anche il ritorno libero, senza alcun controllo israeliano, della popolazione alle proprie case in tutta la Striscia, affidato ai tecnici e esperti egiziani e qatarioti.
L’esercito israeliano conserva un controllo marginale sul corridoio chiamato Saladino e Filadelfia e una striscia territorio sicurezza di 700 metri di profondità lungo i confini di Gaza.
Nella seconda e terza fase dell’accordo si riprenderanno le trattative a partire dal sedicesimo giorno dell’entrata in vigore dell’accordo.
Da domenica prossima con l’entrata in vigore dell’accordo cesserà il blocco degli aiuti che ha provocato la carestia e morte per fame; sarà ammesso l’ingresso degli aiuti umanitari alla popolazione con 600 camion al giorno e 50 camion di petrolio.
Sono più e meno gli stessi elementi dell’accordo proposto da Biden nel mese di maggio 2024 con dei dettagli elaborati dai mediatori egiziani.
Da ricordare che tutto questo fu respinto da Netanyahu, che a sua volta ha voluto occupare il corridoio di confine tra Gaza e Egitto, facendo in questo modo crollare la trattativa di allora.
Sette mesi di ritardo, di morti, di devastazione che hanno causato altri lutti da entrambe le parti, ma sicuramente questi comportamenti hanno favorito Netanyahu a rimanere in sella e Trump a vincere l’elezione americana in modo eclatante.
Le Nazioni Unite valutano in circa 80 anni il periodo necessario per la ricostruzione della Striscia di Gaza.
Oltre il 70% delle costruzioni sono state distrutte e in alcune zone nel nord la percentuale raggiunge il 100%.
In pratica le infrastrutture all’interno di Gaza sono state distrutte e cancellate.
Le macerie, le bombe, i missili non esplosi rappresentano non solo un pericolo per la popolazione, ma un ostacolo al ritorno alla normalità se di normalità si può parlare.
Tutto questo non ha impedito alla popolazione di Gaza di uscire e festeggiare con il segno della vittoria e con la bandiera palestinese.
Nessuna bandiera bianca, questa tragedia deve servire da lezioni in primis ad Israele e con essa tutto il mondo Occidentale che l’ha sostenuta in questo genocidio.
Si è capito che nessun esercito e potenza militare può soffocare la speranza del popolo palestinese di avere il suo passaporto, la sua dignità e il suo stato secondo il diritto internazionale.
Inoltre la questa tregua deve essere estesa per tutti i territori palestinesi, compreso la Cisgiordania e Gerusalemme est.
Ora tutti devono nessuno escluso cooperare per garantire il rispetto e l’applicabilità di questo accordo, fare entrare gli aiuti umanitari, e quanto necessario per la popolazione per poi operare concretamente per il riconoscimento dello Stato di Palestina dentro confini sicuri e riconosciuti, altrimenti passiamo da una guerra ad un’altra e da una tregua all’altra, perché d’altronde mi auguro che sia quello che tutti e tutte vogliamo.
Cover: L’esito dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, immagine da Vatican news
GIACOMO MATTEOTTI RESISTENTI E RESISTENZE. UNA MOSTRA ORIGINALE
La mostra che abbiamo allestito su Giacomo Matteotti riguarda il lungo esilio antifascista, attraversa la guerra di Spagna e si conclude con la Resistenza. Abbiamo voluto evidenziare un periodo storico poco conosciuto, per non dire trascurato, che si riverserà nel dopoguerra, anche se le sue aspettative di trasformazione sociale verranno subito disattese da politiche compromissorie.
Vogliamo ricordare, proprio per dare conto del periodo storico preso in considerazione, che la Resistenza dura circa due anni, la guerra di Spagna tre, mentre l’esilio antifascista dura per 22 anni.
Trascorrere oltre vent’anni in esilio mantenendo in piedi un’attività antifascista all’estero e una in Italia nella completa clandestinità, dopo l’introduzione delle leggi eccezionali, è stato un impegno straordinario da parte degli antifascisti che non hanno mai rinunciato ad abbattere il regime.
Il lavoro degli esiliati, perseguitati anche nei paesi democratici e inseguiti dalle provocazioni del regime fascista attraverso i consolati italiani fu costante nel tempo sia in Europa che nelle Americhe. Durante tutto questo periodo fu mantenuta un’opposizione intransigente al regime con manifestazioni, campagne di denuncia, iniziative di solidarietà e azioni dirette contro gli esponenti del regime in ogni parte del mondo.
In questa mostra si racconta tutto questo, analizzando le componenti politiche spesso dimenticate dalla storiografia del dopoguerra; pensiamo ai partiti socialisti, i gruppi anarchici, i sindacalisti dell’USI e della CGIL, i repubblicani, i federalisti, la dissidenza comunista e i movimenti che si formarono in esilio come Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli.
La mostra si apre con una sezione dedicata a Matteotti dove troviamo tutte le sue edizioni originali finanziarie e politiche dal 1912 al 1924.; sono presenti quasi tutti i libri che si occupano del martire, a partire dalle opere di Filippo Turati, Alceste De Ambris, Mario Mariani, Italo Toscani e tanti altri.
Sempre di Matteotti sono esposti i principali ritratti, manifesti e cartoline editati fra il 1924 e il 1925, oltre a tessere, bronzi, francobolli e cimeli vari.
Parte della mostra è dedicata ai martiri del fascismo e delle dittature: in questa sezione troviamo libri e documenti di Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Giuseppe Di Vagno, Antonio Piccinini, Filippo Turati, Eugenio Chiesa, Camillo Berneri, Errico Malatesta e Gaetano Salvemini.
Ampio spazio viene dato alle donne antifasciste con i libri in prima edizione di Leda Rafanelli, Joyce Lussu, Vera Modigliani, Luce Fabbri, Virgilia D’Andrea, Barbara Allison che hanno avuto un ruolo importante nella battaglia antifascista.
Si passa poi alla guerra di Spagna con le realizzazioni importanti dell’anarchismo spagnolo attraverso l’esperienza delle collettività, dei sindacati e del municipalismo libertario con edizioni originali che vanno dal 1936 al 1939.
Per finire con le Brigate Matteotti nella Resistenza con una serie di materiali che testimoniano l’importanza di questa brigata partigiana socialista.
La mostra si compone di 42 giornali e riviste dell’epoca che vanno dal 1921 al 1945 e di 4 bandiere storiche (una anarchica degli anni ’10, una socialista del 1922, una di Giustizia e Libertà del 1932 e una dell’ANNPIA del 1945).
Le 18 bacheche espositive sono accompagnate da altrettanti banner esplicativi e contengono i grandi libri del ‘900 a partire da “Socialisme Libéral” di Carlo Rosselli pubblicato a Parigi nel 1930; “Come funziona la dittatura fascista” di Gaetano Salvemini pubblicato a New York nel 1926; “L’Italia tra due Crispi” di Armando Borghi, pubblicato a Parigi nel 1925; “Pensieri e battaglie” di Camillo Berneri pubblicato in Francia nel 1938 e “Il manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nella prima edizione clandestina del 1944.
La mostra sarà aperta fino al 28 febbraio 2025 sabato e domenica 10 – 13 e 16 – 19.
L’ingegner Taylor inventò la catena di montaggio, introdotta da Ford nel 1904, che raddoppiò non solo la produttività (con la divisione del lavoro e la noia) ma anche i salari degli operai (da 2,5 a 5 dollari all’ora). Così potevano comprarsi l’auto che costruivano e rimanere al lavoro, riducendo l’enorme tasso di dimissioni dal lavoro di allora che complicava molto la fabbricazione. Nel 1928 la produzione industriale americana rappresentava il 45% di quella mondiale. Basta questo dato per affermare che il secolo scorso è stato il secolo americano. Ma oggi la sua produzione industriale è scesa al 16% e nel Regno Unito nello stesso periodo è scesa dal 9% all’1,8%, mentre è salita in Cina (oggi 30% della produzione mondiale), Vietnam, Messico, in tutti i paesi asiatici, in Giappone, Polonia, e resiste (anche se in calo) in Germania e Italia. Nelle macchine utensili l’area tedesca-italiana è però ancora la più forte al mondo mostrando come l’Europa (se volesse) potrebbe svolgere un ruolo rilevante nel mondo.
Produzione di macchine utensili (% sul totale mondiale)
Colpisce la pochezza della produzione industriale di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, tutti e tre i Paesi che hanno fatto la rivoluzione liberale ma che con la globalizzazione avviata da Clinton nel 1999 (e le politiche neoliberali) hanno autodistrutto la propria manifattura delocalizzandola all’estero e così diventando tutti importatori netti di merci.
Nell’industria manifatturiera made in Usa lavorano solo il 9,7% degli occupati: 15 milioni. Scendono però a 5 se si considerano solo quelli che producono in fabbrica, oppure 8,2 complessivamente.
Per memoria si sappia che nella manifattura europea lavorano 30 milioni di persone (7,5 milioni solo in Germania e quasi 4 milioni in Italia) e, per quanto sia stata delocalizzata, quella europea è oggi il doppio di quella americana e nell’Europa dell’Est è diventata il triplo. Le statistiche americane, molto accurate, ci consentono di capire i “dettagli” (dove spesso si nasconde il diavolo).
Anche in agricoltura gli Stati Uniti, nonostante campi sterminati e macchine di enorme potenza, hanno un deficit del commercio e ci lavorano ormai solo l’1,4% degli occupati (2,23 milioni sui 161 milioni di americani al lavoro).
Occupati in USA per settori e tipo di attività, 2023, dati in migliaia
Fonte: BLS USA, https://www.bls.gov/cps/tables.htm
Gli americani hanno abbandonato la produzione di merci fisiche, beni durevoli e prodotti agricoli che fecero la ricchezza nel ‘900 e hanno oggi il loro potere nei giganti del web e nell’Intelligenza Artificiale (AI), guidati dalla Finanza anglosassone che “fabbrica” la maggior parte di denaro al mondo depositato nei paradisi fiscali: sia per non pagare le tasse, sia per poter “lavorare” e “produrre” nuovo denaro senza sporcarsi le mani in fabbrica o nella terra.
Per la verità, negli ultimi 20 anni gli Stati Uniti hanno silenziosamente aumentato la produzione di petrolio e gas di cui sono diventati esportatori netti, anche per l’altissimo sfruttamento del gas liquefatto (GNL) col fracking, che è altamente inquinante. Con la globalizzazione, hanno gradualmente smantellato la propria manifattura spostandola in Cina, Vietnam, Messico, India, Germania, Polonia, Italia. La stessa cosa ha fatto il Regno Unito che aveva già smantellato la propria produzione nazionale (auto incluse) con la Thatcher. Non è, pertanto, casuale che gli Stati Uniti abbiano il maggior disavanzo commerciale e della Bilancia dei Pagamenti al mondo (manufatturiero e agricolo in primis). Ed è in costante crescita dal 1992 (mentre quello della Russia è positivo in modo crescente dal 2000). Si potranno consultare tutti i dati cliccando sul sito di World Bank: https://prosperitydata360.worldbank.org/en/indicator/IMF+BOP+BGS_BP6_USD
Gli occupati americani non guadagnano lavorando quindi nella manifattura (delocalizzata all’estero). A guadagnare sono invece gli azionisti americani delle multinazionali che sfruttano i bassi costi del lavoro di altri paesi, mentre gli operai americani sono stati falcidiati (una delle ragioni del successo di Trump). Come si può vedere dalla tabella allegata, chi lavorava nella produzione industriale made in Usa nel 1999 (quando inizia ad operare la turbo-finanza e la globalizzazione) ha visto ridursi l’occupazione del 30%, nonostante l’economia americana sia cresciuta del 18,9% come occupati negli ultimi 24 anni (un milione in più all’anno). Da sempre gli Stati Uniti hanno un enorme afflusso di immigrati, per cui non bisogna credere che gli occupati in più siano “bianchi”. Sono quasi tutti messicani e asiatici e ciò spiega perché non aumenta il tasso di occupazione (62%) nonostante l’enorme aumento di occupati, che rimane molto inferiore a quella della media europea. Gli aumenti di occupati sono avvenuti sia nei settori ben pagati della finanza, computer, internet, intelligenza artificiale dove i fisici e matematici ora lavorano, ma anche nei servizi a basso salario come i servizi di supporto alla sanità privata, vendite, ristorazione, pulizie, agricoltura dove lavorano gli immigrati. Si potrà notare che gli ingegneri sono rimasti stabili, nonostante l’enorme aumento degli occupati e del digitale.
Ora infatti l’idea è guadagnare con la finanza, il web, il management, come medici e dentisti delle assicurazioni private, avvocati, docenti universitari, nell’export di petrolio e gas (specie ora che si vende molto caro all’Europa al posto di quello russo che era a basso prezzo).
Chi paga questa dismissione nella produzioni dei beni durevoli fisici che comporta un deficit commerciale mostruoso e che è andato crescendo nonostante le politiche protezionistiche avviate da Obama, aumentate con Trump e consolidate da Biden?
Per ora gli americani usano i proventi del dollaro (più che le imposte interne) per pagare l’onere del debito. Essendo il dollaro la moneta di riserva internazionale (la più usata negli scambi mondiali: 58%/70% secondo le fonti), consente agli americani di spostare una parte del loro onere del debito sul resto del mondo. Voler controllare il mondo ed avere 175 basi militari in giro per il globo (rispetto ad una della Cina) non è quindi puro militarismo, ma difesa del tenore di vita americano. Per questo si fanno le guerre o si mette in discussione il potere di una moneta, non per mera aggressività o violenza. E’ il dio denaro, il dio quattrino che ha sostituito il dio trino che trascina in guerra. Le narrazioni “liberali” sulla democrazia esportata, la difesa delle libertà, delle minoranze, la sicurezza nazionale nascondono una semplice verità: si fa la guerra per tutelare il proprio tenore di vita e i propri soldi.
Questa lunga digressione sulla manifattura americana spiega l’incapacità di costruire proiettili da 155 m. (standard Nato) per l’Ucraina, incapacità di produrre merci fisiche che riguarda anche il resto delle armi e qualsiasi altra merce fisica. L’ha svelato al mondo la guerra in agosto 2023, quando il Pentagono ha ammesso questa debolezza degli Stati Uniti nel produrre banali proiettili.
La realtà fisica del Lavoro nella Fabbrica, della Terra, delle Materie prime, (dove cresce il deficit commerciale made in Usa) prende la sua rivincita sull’Oro, sul Denaro, sulle Banche, la Finanza, i fondi di investimento, gli avvocati, i traders finanziari e su chi lavora con gli algoritmi: matematici, fisici e ingegneri sottratti alla produzione manifatturiera e spediti in banche, finanza e nelle multinazionali dell’AI.
Salario annuo (dollari) del 20% che guadagna di più in quel settore in USA
Professional che guadagnano 150/200mila dollari lavorando in ufficio: non si capisce perché dovrebbero fare gli ingegneri in fabbriche dove si guadagna meno della metà e si è contestati da tecnici e operai che, a volte, la sanno più lunga. Così si spiega perché negli Stati Unti lavorano 1,3 milioni di ingegneri e 2 milioni nella Russia che ha il 42% degli abitanti del (fu) gigante americano; e perché scarseggiano i proiettili – ma non i soldi – da mandare in Ucraina.
Per leggere gli altri articoli e interventi di Andrea Gandini, clicca sul nome dell’autore.
I magi vanno a Betlem
e la stella li guida:
alla sua luce amica
cercan la vera luce.
(Inno dei primi vespri dell’Epifania)
Ecco “quelli della via”: i magi, migranti di speranza, primizia dei popoli dolorosamente in cammino verso la luce.
“Quelli della via”, ci ha ricordato l’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli, erano anche detti i credenti in Gesù prima di essere chiamati per la prima volta ad Antiochia cristiani (At 9,2; 19,9; 19,23; 22,4; 24,14; 24,22). Così, tutti cercano nella luce un’amicizia, una libertà nello sguardo, una via che porti al bene della luce.
A che cosa potremmo paragonare questa luce amica? Mi sono detto che in fondo pure lei come noi è “in via”, perché luce sconfinante dentro l’umano sconfinamento nel mistero.
Ecco, ho pensato, la fede è per tutti una luce amica, un credere sperando, quel lasciarsi gettare di continuo in avanti oltre il buio per scoprire ancora luce: quella luce che chiama luce.
Luce amica è per tutti il Vangelo, il buon annuncio: «una luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). E ciò, perché come ci ha ricordato don Primo Mazzolari, «il vangelo è il riconoscersi di Cristo in ogni uomo».
Il terzo Vangelo: un racconto aperto
Stando così le cose ho pensato che una presentazione del vangelo narrante di Luca, che sarà letto nelle domeniche di quest’anno, ci aiuti a cogliere questa presenza misteriosa, questa “luce in via” che è il Gesù del vangelo dentro ogni vita.
Scrive il biblista Jean-Noël Aletti che «la principale virtù del racconto lucano non sta nei procedimenti a cui invita l’esegeta. Se la Buona Novella non si riduce, grazie a Dio, alla Scrittura, la magia di questo racconto consiste nel non stancare mai il credente che lo rilegge», perché si narra di una storia solidale che si fa carico di altre storie intrecciandosi ad esse in un comune cammino d’uomini.
Una storia infinita, che non ci distrae dalle responsabilità del presente anche quando parla di un passato di sogno narrando dell’infanzia di Gesù, dei pastori svegliati dagli angeli, dei magi eterni migranti, ma è come gettata in avanti sino a dispiegare dentro le nostre storie una trama di relazioni e legami di salvezza generativi di speranza.
Una storia dove il più grande è colui che serve e il primo e l’ultimo di tutti (Lc 22, 24). Una storia che anche quando parla della trascendenza di Dio, di ciò che sta in alto, lo declina verso il basso, dai tetti in giù: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati da Dio», cantano ai pastori gli angeli.
E gli amici di un paralitico «non trovando modo d’introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e, fatta un’apertura fra le tegole, lo calarono giù con il suo lettuccio, in mezzo alla gente, davanti a Gesù» (Lc 5, 19) per guarirlo anche grazie all’intuito della loro fede. E quando in croce il condannato che gli era accanto disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno», incredibile e inimmaginabile la risposta anche per i più credenti: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23, 42).
«Il racconto lucano – scrive Aletti – non separa la grandezza divina dalle strade che essa ha voluto imboccare: misericordia, rispetto dello spessore della nostra umanità, paternità di Dio che si è rivelata definitivamente in estremi di tenerezza e semplicità», (L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Queriniana, Brescia 1991, 203).
Luca compone il suo vangelo attingendo come a un canovaccio narrativo al vangelo di Marco, un’altra sua fonte, detta “fonte Q”, sono i “Detti di Gesù”. Infine troviamo nel vangelo altri testi esclusivi, quasi la metà del racconto, e diverse parabole che attinge da tradizioni preesistenti ma da lui conosciute.
Personaggi: alla ricerca di un interprete
Come accade anche ai lettori del testo, i personaggi del vangelo di Luca vengono ridonati a loro stessi dall’incontro con Gesù. Essi scoprono una identità e un destino nuovi; sperimentano che ritorna a scorrere la vita là dove si era drammaticamente e irreversibilmente fermata, spenta.
La gloria di Dio si manifesta attraverso la novità generativa e liberante della parola: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19); «Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» (Lc 10, 37); «La tua fede ti ha salvata; va in pace!» (Lc 7,50; 8,48). L’esistenza viene sorpresa, consolata, sorretta, riaperta a nuovi orizzonti; c’è sempre un’ulteriorità possibile, una nuova aurora o una stella dalla luce amica che fa ritrovare il cammino.
In Luca ci sono personaggi in relazione, si aprono spazi di libertà e di reciprocità: c’è un vedere ed un essere visto, un ascolto ed un essere ascoltati. Non ci sorprendono dunque i numerosi parallelismi tra due o più personaggi: Giovanni Battista e Gesù, i discepoli di Emmaus e il Risorto che si accompagna a loro, Gesù e Zaccheo, dal cui intreccio dialogico germoglia, viene alla luce, la singolarità cristologica di Gesù, l’identità nascosta del Figlio amato.
Non da ultimo l’inizio del vangelo lucano chiama in causa il lettore stesso che condivide il ruolo dell’illustre “amico di Dio”, Teòfilo a cui è indirizzato il Vangelo, così come il libro degli Atti degli Apostoli. Anche tutti gli altri lettori che verranno dopo di lui e apriranno quelle pagine sono convocati all’ascolto di colui che nella sua persona è la novità di Dio, il suo buon annuncio agli uomini, pure loro segretamente amati:
«Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto lo questo comporta»; (1, 1-4).
Lo stesso fa iniziando l’altro suo libro gli Atti degli Apostoli che con il Vangelo formano un’unica opera: «Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo», (1, 1-2).
Si narrano le storie degli altri evangelizzatori, tra cui lo stesso Luca, com’è rivelato dalla circostanza che quattro sezioni del libro iniziano con il pronome “noi”: «Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all’uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case» (At 21, 1-18).
Carlo Maria Martini ha sottolineato nel vangelo di Luca una finalità evangelizzatrice. Ma come far conoscere, oggi, la buona notizia di Gesù? Come portare tra le genti il vangelo? Quale profilo e stile dovrà avere colui che è mandato come i discepoli ad annuncialo?
«I passi di Luca caratteristici − il tipo di sentenze di Gesù che Luca ama raccogliere, le insistenze particolati del suo Vangelo − derivano, con tutta probabilità, dai gruppi di evangelizzatori che giravano la Palestina e la Siria (Luca era quasi certamente uno di loro), e che avevano un particolare interesse a chiarire a se stessi il ministero evangelizzante che facevano. Era il “loro” problema, da qui il loro taglio nel leggere la vita di Gesù, nel raccogliere le sue parole, nel metterle in ordine.
Proprio per questo, Luca ha sentito il bisogno di continuare con gli Atti, in modo da dare una serie di esempi di evangelizzazione e proseguire la messa in opera di un Vangelo − nel quale appare, in particolare, la forza evangelizzatrice di Gesù e la sua educazione degli evangelisti − con un secondo volume nel quale ci fossero esempi concreti di evangelizzazione nella Chiesa primitiva. Il Vangelo secondo Luca è, perciò, il più adatto per specchiarsi nella propria azione evangelizzatrice» (L’evangelizzazione in Luca. Meditazioni, Àncora, Milano 1984, 21).
Per Luca, poi, l’evangelizzazione è sempre accompagnata dalla presenza dello Spirito del Risorto: l’altro Consolatore lo chiama Gesù in Giovanni. È lui che dimora nel vangelo; è lui l’esegeta presso i discepoli, che dispiegherà ogni volta la sceneggiatura, la trama del testo e, di volta in volta, darà la comprensione delle parole e la forza per attuarle nella vita in quel momento, e annunciarle lungo la via.
Per questo è detto ancora negli Atti: «Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5, 32). Lo spirito del Risorto è così “in via”, è compagno di viaggio e guida. È l’Altro interprete, primo lettore dello spartito evangelico, nonché ispiratore e tessitore dei cammini plurali e molteplici della vita dei cristiani.
Il racconto lucano del ministero di Gesù si articola in tre parti: 1. l’annunzio del regno a tutto Israele, cominciando dalla Galilea 4,14–9,50; 2. il grande viaggio verso Gerusalemme 9,51–19,28; 3. gli ultimi giorni in Gerusalemme, la passione e la resurrezione 19,29–24,53.
Il grande viaggio del vangelo
Al capitolo 9,51 ha inizio il grande viaggio di Gesù. È una sezione che ha soltanto Luca e non è il banale resoconto geografico di un viaggio, ma egli intende narrare l’itinerario stesso della sequela esistenziale di Gesù: la natura creativa, caleidoscopica del discepolato e dell’esperienza cristiana.
Un viaggio dunque in compagnia dei Dodici e di tutti gli altri personaggi, nessuno nel vangelo resta una comparsa. Un itinerario in cui ci si forma alla mentalità della fede, ad essere annunciatori del vangelo educandosi al pensiero di Cristo, al distacco e alla libertà del cuore, all’abbandono di sé al Padre, alla cura dei piccoli e dei poveri, al senso del servizio e del portare la croce, alla preghiera come intimità con il Padre (Lc 11, 1-4); al perdono: «Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio». (Lc 6,37-38).
E ancora camminando insieme e si scopre la gioia già presente nelle piccole cose, “in via”: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10, 21-24). Sottesa ai passi è infatti la gioia incontenibile che irromperà il mattino di Pasqua.
Pagina dopo pagina si impara a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo (RdC n. 38).
Annota ancora Martini: «I discepoli vivono con Gesù, vedono come lui reagisce a proposito di una situazione, come parla, come si comporta. Annuncio e vita si intrecciano. Gesù fa e insegna: questo è fondamentale per l’educazione evangelica. Il Vangelo si impone per connaturalità affettiva col Signore e con coloro che lo vivono. Per questo quando si parla di “scuola di discepolato”, nella tradizione della Chiesa, è sempre un discepolato vivo: maestro-discepolo» (ivi, 94).
Non si può servire a due padroni
C’è come un filo rosso che attraversa tutto il vangelo di Luca: il rapporto dei cristiani con la ricchezza. E l’unico uso corretto della ricchezza che ci viene trasmesso è quello di uno strumento per farsi amici i poveri (Lc 16,9).
È solo in Luca la parabola del ricco innominato e del povero di nome Lazzaro, ed è preceduta da questo detto di Gesù: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: “Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole”» (Lc 16,10).
Introducendo le Beatitudini, Luca mostra Gesù circondato dalla folla che vuole toccarlo per essere guarita, e si ferma sul particolare del suo sguardo. Egli guarda i discepoli alzando gli occhi dal basso, come a esprimere la sua collocazione esistenziale tra i poveri e gli affitti. E quello è il luogo privilegiato, anche per discepoli, da cui annunciare il vangelo: «Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete» (Lc 620-21).
Qui Luca si riferisce ai poveri tout court, che sono tali soprattutto su un piano sociologico ed economico, cioè privi di mezzi economici adeguati, e quindi emarginati e oppressi. Diversamente da Matteo, il Gesù lucano si rivolge ad essi in seconda persona plurale: una forma letteraria verosimilmente più antica e quindi forse più fedele al modo di parlare di Gesù stesso.
Giuseppe Pontiggia lettore di Luca
«Quando il testo ci prende e in qualche modo ci riguarda, è perché l’autore sta parlando a noi e non alle nostre controfigure culturali» (G. Pontiggia, Il giardino delle Esperidi, Mondadori Ebook, Milano 2020, 113). Basterebbe anche solo questo testo a farmi sentire il suo autore una luce amica.
L’incontro con il mistero è nei testi di Luca invito e attitudine a non temere di prenderlo con sé, di camminarci dentro perché è un mistero accessibile a tutti, perché è la sorgente del nostro stesso mistero, perché ci precede anche nel fare strada verso una nuova tappa. Così anche il lettore tornerà a leggere è dirà come i due di Emmaus: «“Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,29).
Scrive Pontiggia: «Per me non c’è la fede, ma c’è il mistero. Il mistero, lo dicono anche i fisici, quanto più lo studi tanto più si dilata… Anche la ragione, la consapevolezza, la lucidità non fanno altro che dilatare quest’area del mistero, ci portano su quel la soglia oltre la quale, tu dici: c’è la fede. Sarebbe una risposta appagante e definitiva. In mancanza di questa, io trovo la consapevolezza del mistero. Per me, il Vangelo è un’esperienza abissale, nel senso che non ha termine» (Una lettera dal paradiso, Interlinea, Novara 2017, 6-7).
Più che “appagante e definitiva” io direi che la fede è una risposta affidabile, sì, e capace di rincuorare; ma aperta, gettata sempre in avanti dentro il mistero dell’altro che la chiama fuori, anch’essa strapiombante sull’abisso.
Essa è come la scrittura: ti ci affidi, ti incammini con essa senza sapere prima dove andrai. Dice negli Atti degli ApostoliPaolo: «Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (20, 22-23).
La fede è “pro-getto” nel senso etimologico di mettere in opera, far avanzare qualcosa che non c’è ancora. È dunque sorpresa, lotta, aridità, senso dell’abbandono, ma pure attrazione, stabilità ispirazione creatrice, movimento al modo in cui credo Pontiggia intenda l’arte dello scrivere.
Scrivere, come credere amando, è un venire alla luce
Egli spiegherà il senso di questa esperienza abissale circa la lettura del vangelo in una conversazione del 1995 con F. Ferri: «Il punto che differenzia il cristianesimo rispetto alla speculazione orientale è l’idea dell’amore, il concetto di caritas, di fratellanza. Percepito anche dagli antichi, questo concetto di coerenza totale dell’uomo e della terra sotto il segno dell’amore si manifesta nel modo più potente con la parola di Cristo.
Cristo porta chiaramente, nel mondo, la percezione di quell’amore “che muove il sole e l’altre stelle”, adombrata nel platonismo, elusa e apparsa in forma metaforica nel taoismo. La sua novità rivoluzionaria è questa. lo sono profondamente colpito dal Vangelo. Per me il Vangelo è un’esperienza abissale, nel senso che non ha termine» (Opere, I Meridiani, Mondadori, Milano 2004, CVI).
In Una lettera dal Paradiso vi è pure una riflessione sul Vangelo di san Luca che definisce «come storia sacra e racconto umano», una doppia lettura: quella del credente e «quella dell’altro lettore» che intravede in esso non solo la trama di una vicenda umana, ma in essa «vi intravvede a tratti controluce l’irruzione dell’inconoscibile – ovvero quei «misteri del regno di Dio» che alla fede dei discepoli sono accessibili, mentre agli altri solo in parabole [Luca 8, 9-10]» (ivi, 57).
Scrive ancora Pontiggia: «Questa doppia vista, che trasforma ogni volta la lettura dei Vangeli in una esperienza incomparabile, trova in quello di Luca una intensificazione ulteriore. Luca infatti è l’unico evangelista che, in un proemio modellato sulla storiografia greca, si presenta come autore, responsabile in prima persona del proprio testo. Non ha assistito però agli eventi che narrerà e il suo compito sarà di raccogliere i racconti di quelli che sono stati testimoni oculari e ministri della parola» (ivi, 57-58). E il nostro facendo propria «la definizione luminosa» data da Gianfranco Ravasi dirà di Luca «l’evangelizzatore della speranza, della libertà e della gioia» (ivi, 60).
La via della doppia vista
Luca stesso incarna la doppia vista del lettore, primo lettore dei vangeli e scrittore del suo: «Luca infatti, ellenista colto di Antiochia, incarna già nelle sue radici quel lettore duplice cui si rivolgerà la sua opera. Che non è riservata solo al pubblico interno della Chiesa, ma a un pubblico più vasto e variegato di cristiani di matrice pagana o di potenziali credenti. Lo rivelano il taglio storico e letterario del proemio, estraneo allo stile biblicistico dei Vangeli, e l’universalismo sempre sottolineato della Buona Novella, che tende costantemente ad avvalorare in Cristo il Salvatore di tutto il genere umano» (ivi, 59).
Pontiggia lettore di Luca scorge tra i testi raccolti dall’evangelista «scelte narrative che appartengono soprattutto al suo talento di scrittore. Come quelle che indugiano, ad esempio, sulla gestualità e sui silenzi. Dettagli non ignoti alla tradizione, ma non in modi così intensi e decisivi. L’economicità dello stile – intesa come corrispondenza mirabile di fini e mezzi – trova nel linguaggio dei Vangeli la sua espressione più alta. E questa è una delle ragioni che hanno concorso a renderli memorabili.
Luca, nell’appropriarsene, vi aggiunge particolari di una intimità che non può non essere segreta e che solo il narratore sa divinare… Vorremmo cogliere il suo dono di artista nelle parole indimenticabili che i due discepoli rivolgono allo straniero, sulla strada di Emmaus(Luca 24, 13-29), e che i credenti nella speranza rivolgono a Cristo da duemila anni: Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai tramontato» (ivi, 61; 63)
«ma all’improvviso è tutto paesaggio di luce, luci nutrono e
nutrono montagne, fiumi, fiancate rocciose, grandi fiumi
calmi escono alla luce in luoghi carsici, luci attraverso l’acqua
creano corone reali, movimenti, esseri»
(Brigitte Trotzig, Nel fiume di luce. Poesie 1954-2008, Oscar Mondadori, Milano 2008, 177).
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L’ottava edizione del Ferrara Film Corto Festival (FFCF) si terrà dal 22 al 25 ottobre 2025 nel centro storico di Ferrara: al via il bando per l’invio dei cortometraggi.
Tutti, autori di cinema, filmmaker indie e semplici appassionati che arricchiscono la cultura del cinema possono partecipare a un festival nazionale e internazionale diventato ormai un importante appuntamento e occasione di incontro con professionisti del settore.
L’ottava edizione del Festival si svolgerà dal 22 al 25 ottobre 2025 presso la Sala dell’ex refettorio di San Paolo, in via Boccaleone 19, e presso il Teatro Sala Estense, entrambe nel centro storico di Ferrara, città patrimonio dell’umanità UNESCO.
Queste le categorie per la partecipazione, con premi in targhe e danaro.
“AMBIENTE È MUSICA”: categoria aperta ad autori nazionali e internazionali di ogni età, che dovranno interpretare il tema “AMBIENTE È MUSICA” in maniera del tutto personale, mediante il linguaggio cinematografico. Può concorrere ogni genere di cortometraggio.
“BUONA LA PRIMA”: categoria aperta ad autori italiani, o residenti in Italia, di ogni età e dedicata unicamente a opere prime, a tema libero. Può concorrere ogni genere di cortometraggio.
“INDIEVERSO”: categoria aperta ad ogni genere di cortometraggio, a tema libero, purché di produzione indipendente. Possono concorrere autori nazionali e internazionali di ogni età.
Novità di questa edizione: il Premio speciale al miglior corto di animazione
Link per invio: https://filmfreeway.com/FerraraFilmCortoFestival
Early bird: 28 febbraio 2025 – Regular Bird: 30 giugno 2025 – Late Bird: 25 agosto 2025 – Super Late Bird: 14 settembre 2025 – Notification date: 15 settembre 2025
Gli oligarchi sono in Russia e Cina o in Europa Stati Uniti e Gran Bretagna?
Un mese fa, in un articolo su tasse e imposte [Qui su Periscopio] ho scritto che la classe media sopporta sempre più il carico delle imposte sul reddito. In Italia il 5,4% dei contribuenti (2,3 milioni su ben 42 milioni) dichiarano oltre 55mila euro e pagano il 41% di tutte le imposte sul reddito. Avviene in tutta Europa e a lamentarsi sono i principali giornalisti mainstream che, tra parentesi, ricadono tra questi contribuenti. Cominciano forse a capire che il motivo non è dovuto solo all’evasione fiscale o ai poveri che potrebbero pagare di più, ma ai veri ricchi che non le pagano più.
La Confartigianato ha analizzato i paradisi fiscali e i primi 4 sono in Europa: Monaco, Lussemburgo, Liechtenstein, Channel Islands.
A Monaco il nostro bravo e umile Sinner è in buona compagnia, ci sono 8mila italiani lì residenti che pagano tasse zero su redditi e immobili.
In Lussemburgo ci sono sei banche italiane, 50 fondi di investimento, assicurazioni e multinazionali sia italiane che straniere che operano in Italia. L’ammanco annuo è stimato in almeno 10 miliardi (solo per l’Italia).
Secondo l’Area Studi di Mediobanca, nel 2022 le società controllate dalle prime 25 multinazionali del web presenti in Italia hanno fatturato ben 9,3 miliardi, ma hanno pagato all’erario solo 206 milioni di euro di imposte. Purtroppo, non ci sono altre statistiche in grado di stimare il gettito fiscale versato dall’intero universo delle multinazionali presenti nel nostro Paese. L’unico dato aggiuntivo è il numero delle multinazionali estere presenti in Italia attraverso delle società controllate che ammonta a 18.434 (fonte Istat).
Scrive Confartigianato: “Queste multinazionali che fanno milioni di profitti operando in Italia e non pagano le tasse, usufruiscono delle nostre infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, ferrovie), ricorrono a quelle sociali (giustizia, sanità, scuola, università), sfruttano quelle immateriali (reti informatiche), senza però contribuire con le tasse come dovrebbero. Non solo. Spesso per insediarsi in Italia queste holding usufruiscono di agevolazioni/incentivi pubblici e quando sono in difficoltà e devono affrontare situazioni di riorganizzazione aziendale ricorrono a piene mani alle indennità erogate dall’Inps come la Cassa Integrazione che, molto spesso, solo in minima parte sono state compensate dai contributi versati da questi giganti industriali”.
Così siamo tutti più poveri e il primo effetto è un welfare (sanità ed istruzione) sottofinanziato che mette in crisi il consenso a chi governa.
Per contrastare i paesi che applicano alle big company politiche fiscali compiacenti, dal 2024 è entrata in vigore laGlobal Minimum Tax (Gmt). Secondo il Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto (aliquota 15% sulle multinazionali) sarà molto contenuto. Si stima che nel 2025 sia di 381 milioni di euro, nel 2026 428 e nel 2027 432. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, dovrebbero sfiorare i 500 milioni.
L’anno scorso la Gmt ha interessato 19 paesi UE: Spagna e Polonia, invece, l’applicheranno da quest’anno, mentre Estonia, Lettonia, Lituania, e Malta hanno ottenuto una proroga sino al 2030. Cipro e Portogallo devono rispondere alla sollecitazione UE perché non hanno applicato la legge. Per le grandi holding presenti in Europa rimane purtroppo la possibilità, almeno per i prossimi 5/6 anni, di spostare parte degli utili in alcuni paesi membri dove la tassazione continua essere molto favorevole. Gli occupati nelle multinazionali estere ed italiane sono in Italia ormai il 20% del totale (3,5 milioni su 17,6). Ma almeno l’Europa, pur coi suoi limiti, ci prova.
La soluzione sarebbe tassare i veri ricchi. SecondoTax Justice Networkil gettito perduto ammonta a 212 miliardi dollari per l’Occidente allargato (e 492 per tutto il mondo): 348 sono profitti spostai all’estero e 145 nei paradisi fiscali. ONU e OCSE stanno lavorando per introdurre una imposta mondiale in modo che non possano sfuggire, ma sono proprio alcuni Paesi occidentali ad opporsi: Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Israele, Giappone, Corea del Sud, cioè il “nucleo duro” anglosassone (i primi 5 sono i “five eyes”) che hanno tra loro una speciale alleanza.
I paesi europei si accodano (come vassalli che non vorrebbero ma infine calano la testa di fronte al loro imperatore).
Come è possibile che ciò succeda se questo va a svantaggio dei Governi occidentali, i quali rischiano di mantenere le apparenze democratiche (libertà di parola, di voto, di spostamento, delle minoranze,…) ma falliscono nello scopo principale di allargare il benessere e la partecipazione popolare? Infatti ormai sono in rotta di collisone coi ceti operai che chiamano populisti?
Per Stefano Bartolini (insegna Economia politica all’Università di Siena) la globalizzazione ha mutato i rapporti di forza tra politica ed economia e oggi (ancor più che in passato) sono i ricchi business man che influenzano i decisori politicie finanziano le loro campagne elettorali (sempre più costose). I politici che vanno al Governo dipendono così da loro e il risultato è che i Governi occidentali proteggono sempre meno gli interessi nazionali e piuttosto quelli dei ricchi. Ciò spiega perché, come dice il Censis, il 48% degli italiani vorrebbe un uomo forte al potere. Negli Stati Uniti, in Inghilterra e anche in molti paesi europei è evidente e il caso patologico di Elon Musk negli Stati Uniti è lì a dimostrarlo, il miliardario più ricco al mondo che fino al 2020 appoggiava i Democratici e che ora è salito sul carro di Trump.
Succede la stessa cosa nelle democrazie autoritarie come Cina e Russia?
Emmanuel Todd (La sconfitta dell’Occidente, Fazi ed., pag. 354, 20 euro) scrive che la parola “oligarca” reca in sé la nozione di potere (arché) e non descrive più la realtà russa (né quella cinese). Putin infatti dal 2003 ha lasciato agli oligarchi russi i soldi ma nessun potere di intervenire sulla politica, come ha fatto l’Ucraina di Zelenskij a partire dal 2023 (un Paese che si può definire a democrazia autoritaria come la Russia) e così la Cina taglia regolarmente le unghie ai suoi miliardari se non si allineano alle decisioni del loro Stato.
Ne sa qualcosa Jack Ma, ex capo di Alibabà, che da un giorno all’altro è stato defenestrato perché pensava di quotare nelle borse occidentali il suo Amazon cinese. In queste “democrazie autoritarie” o autarchie come la Cina i ricchi non hanno alcun potere di influenzare i politici (e ciò è positivo).
I leader politici (attuali) occidentali che non capiscono nulla della Russia, si sono illusi non solo che si poteva vincere sulla Russia, ma che la rivolta dell’oligarca Prigozin (capo dei mercenari Wagner) potesse avere successo contro Putin.
Per Todd questa ignoranza sulle altre culture (che non c’era fino agli anni settanta) è una delle ragioni del declino in corso (irreversibile a suo parere) dell’Occidente e che diventerà più chiaro dopo la sconfitta in Ucraina.
Cover: le multinazionali nel mondo, immagine da bluerating.com
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SOLO NOTIZIE NEGATIVE DA COP29 SUI CAMBIEMENTI CLIMATICI, COP16 SULLA BIODIVERSITA’ E TRATTATO INTERNAZIONALE SULLA PLASTICA CHE SI SONO TENUTI A FINE 2024
Negli ultimi giorni dell’anno è di norma fare bilanci. Quelli riguardanti lo stato dell’ambiente, per l’anno appena trascorso, sono alquanto sconfortanti e preoccupanti.
Una prima considerazione la si trova sul Fatto Quotidiano di domenica 22 dicembre nella rubrica SOSCLIMA curata dal climatologo e divulgatore scientificoLuca Mercalli. “Tra le preoccupanti notizie di alterazione dell’ambiente artico a causa del riscaldamento globale, è scritto nell’articolo, spicca la perdita della capacità di stoccaggio di carbonio atmosferico da parte dei suoli della tundra che, a causa dell’aumento degli incendi, sono diventati degli emettitori netti di CO2, oltre che di metano (gas serra ancora più potente) per lo scongelamento del permafrost”.
La notizia è contenuta nella nuova edizione dell’Artic Report Card , diffusa dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Il punto sulle conoscenze e le sfide in tema di clima – riporta Mercalli citando l’annuale rapporto United in Science coordinato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale – nuovi record globali di emissioni serra, temperature, eventi estremi, perdita di ghiaccio marino, dicono chttps://www.noaa.gov/he “siamo ben lontani dagli obiettivi di sostenibilità, proiettandoci verso un mondo 3°C più caldo entro fine secolo”. Occorre più che mai allora “fare leva sui progressi della scienza e dell’innovazione” in modo da migliorare la comprensione del sistema Terra, la gestione del territorio e dei rischi e l’adattamento al nuovo clima oltre a, ovviamente, ridurre le emissioni. “Così dice la scienza, conclude il meteorologo Mercalli, ma la politica e la società vanno da un’altra parte”.
Se queste prime considerazioni non consentono di essere ottimisti sul futuro, altrettanto sconfortanti sono state le conclusioni degli importanti summit che si sono tenuti negli ultimi mesi del 2024, a cominciare dalla COP29 di Baku, ma anche relativamente ai risultati della COP16 sulla biodiversità che si è tenuta a Cali, in Colombia e dal Trattato globale sulla plastica in Corea del Sud.
“Il divario tra l’azione in corso e quella necessaria ad affrontare il cambiamento climatico è chiaro dal primo Bilancio Globale” – o Global Stocktake concluso l’anno scorso alla COP28 di Dubai -, ovverosia il meccanismo di valutazione dei progressi ottenuti a livello globale nella risposta alla crisi climatica e nell’implementazione delle misure dell’Accordo di Parigi. Sono queste le parole con cui Anna Pirani, senior scientist presso il Centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC)e membra della delegazione italiana alla Convention sul clima, introduce l’intervista di Elisabetta Ambrosi pubblicata da Il Fatto Quotidiano del 12 novembre scorso Sintetizzando i punti chiave della Cop29 in corso di svolgimento a Baku, in Azerbaigian, afferma che “i gravi divari nell’azione climatica stanno irrigidendo le posizioni di molti Paesi in via di sviluppo, che sottolineano la mancata accelerazione nella riduzione delle emissioni e il sostegno da parte dell’Occidente”.
Nel documento finale della COP26 nel 2021 veniva confermata la valutazione scientifica secondo cui “siamo lontani dalla adozione delle misure di mitigazione per la riduzione di emissioni gas serra, di adattamento a rischi climatici sempre più complessi e di orientamento dei flussi finanziari”, anche se per la prima volta dall’inizio delle Conferenze delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) “si è parlato in un documento decisionale di combustibili fossili e di una transizione (transition away) dagli stessi. Va tenuto presente, dice Anna Pirani, che la formula finale della COP28, rispecchiando la sintesi dell’ultimo rapporto del IPCC, evidenziava con forza l’importanza centrale dell’interfaccia tra scienza e politiche climatiche”. “In più, continua Pirani, La COP28 si era conclusa con l’attivazione del Fondo per le perdite e danni e dell’obiettivo globale di adattamento”.
Ma i risultati raggiunti dalla COP di Dubai non sono stati rispettati nel corso del 2024, pur in presenza del nuovo record di emissioni globali di gas serra (GHG, Greenhouse Gas) raggiunto nel 2023, 57,1 GtCO2eq (dove 1 GtCO2eq corrisponde a 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica equivalente), con un aumento dell’1,3% rispetto ai livelli del 2022. Questo dato è contenuto nella relazione annuale Emissions Gap Report (EGR) del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), uno dei più importanti testi di riferimento per i negoziati sul clima.
Il report EGR, scrive lo scorso 7 novembre Marco Talluri curatore del blog Ambiente e non solo … [Vedi qui] … “traccia il divario tra l’andamento delle emissioni globali con gli attuali piani di riduzione delle emissioni dei Paesi (Nationally Determined Contributions, NDC) e serve per capire se l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C o ben al di sotto di 2°C (Accordi di Parigi) è ancora perseguibile e come fare per colmare il divario”.“Gli ultimi risultati – precisa Talluri – mostrano che le emissioni di gas serra continuano ad andare nella direzione sbagliata, rendendo l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C ancora più difficile. L’Emissions Gap Report giunge inoltre a poche settimane dalla COP29 di Baku e a pochi mesi dalla scadenza del febbraio 2025 entro la quale i Paesi dovranno aggiornare i loro NDC (Contributi Determinati a livello Nazionale)”, che sono i piani nazionali non vincolanti per le azioni per il cambiamento climatico, che comprendono gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra, le politiche e le misure che i governi attuano in risposta ai cambiamenti climatici e come contributo per raggiungere gli obiettivi globali stabiliti nell’Accordo di Parigi.
All’apertura della COP in Azerbaigian, racconta Anna Pirani a conclusione dell’intervista poco sopra citata, La WMO (World Meteorological Organisation), confermerà che “il 2024 sarà stato l’anno più caldo mai registrato, ci si augura perciò che il mondo della politica alla COP29 si appoggi all’informazione fornita dagli esperti”.
Queste le premesse che, nelle settimane precedenti alla COP29 di Baku, era possibile trovare sui media. Poi, iniziata la conferenza, con una settimana di ritardo, e man mano che passavano i giorni, le difficoltà sono andate aumentando.
Il 18 novembre sul sito della testata giornalistica Lifegate Tommaso Perrone titola “Basta con i teatrini. Qua si fa l’azione per il clima, o si muore. Dalla Cop29 arriva un chiaro messaggio a mettere da parte le strategie e gli individualismi”, e più avanti scrive “Alla Cop29 di Baku la seconda settimana di negoziati sul clima sembra aver improvvisamente risvegliato la voglia di raggiungere un risultato che salvi la faccia al paese ospitante”. Il presidente azero Babayev “ha suonato la sveglia ricordando quanto sia necessario «andare più veloce» per raggiungere risultati ambiziosi”. Dopodiché, commenta Perrone è stato tutto uno scaricabarile. Verso i ministri di economia e finanza o di ambiente e clima che sono arrivati in città nelle ultime ore. E poi verso i leader del G20 a cui Babayev ha chiesto apertamente di assumere l’iniziativa e rompere lo stallo negoziale. Del resto, ha ricordato il presidente della Cop29, il G20 rappresenta l’85% del pil globale e l’80% delle emissioni totali”. Ed è solo da lì che si possono sbloccare i due temi cardine di questa conferenza: finanza climatica e mitigazione, ovverosia riduzione delle emissioni.
Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres poi, in apertura della Conferenza, aveva usato queste parole per descrivere la gravità della situazione che l’umanità sta vivendo: “Il suono che sentite è il ticchettio dell’orologio. Siamo nel conto alla rovescia finale per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi C. E il tempo non è dalla nostra parte. Con il giorno più caldo mai registrato …i mesi più caldi mai registrati …questo è quasi certo che sarà l’anno più caldo mai registrato”.
Sempre Marco Talluri sul blog Ambiente e non solo…, il 15 novembre, all’incirca a metà della COP29, riporta l’intervento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che richiede un’integrazione urgente dei negoziati sul tema della salute: fine della dipendenza dai combustibili fossili e sostegno all’adattamento e alla resilienza incentrati sulle persone. “La crisi climatica è una crisi sanitaria, ha dichiarato il direttore generale dell’OMS, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, che rende la priorità della salute e del benessere nell’azione per il clima non solo un imperativo morale e legale, ma un’opportunità strategica per sbloccare benefici per la salute trasformativi per un futuro più giusto ed equo.
Sul sito di Italian Climate Network il 18 novembre si legge che quella che inizia oggi è la settimana decisiva, la più politica. Dopo alcuni giorni di lavoro tecnico le delegazioni iniziano a negoziare attraverso i propri rappresentanti politici. Italian Climate Network sostiene che i risultati della prima settimana, senza voler “esprimere una opinione solo o troppo politicizzata nella lettura della Conferenza di Baku, sono deludenti”.
Il Nuovo obiettivo finanziario globale (New Collective Quantified Goal on Climate Finance, NCQG) è il tema principale e determinante, di cui si è trattato nella seconda settimana della COP29.
“I Paesi in via di sviluppo (è sempre Italian Climate Network che riporta queste considerazioni), guidati negozialmente dalla Cina nel gruppo G77+Cina, continuano a chiedere un obiettivo annuale tra 1 e 1,3 mila miliardi di dollari a sostegno dei Paesi più vulnerabili, possibilmente in forma di erogazioni e non di prestiti. Stati Uniti, Unione Europea e altri Paesi occidentali hanno continuato a chiedere un allargamento della base dei contribuenti che possa includere i Paesi formalmente in via di sviluppo ma con grande capacità finanziaria e più climalteranti (è il caso della Cina, che prima al mondo, nel 2023 ha emesso, come gas serra, una quantità espressa in CO2eq di circa 16.000 milioni di tonnellate, il 30% del totale mondiale), oltre a quelli europei e membri OCSE. Posizioni cristallizzate rispetto a una settimana fa”.
Molteplici sono i contributi che raccontano le giornate e l’andamento delle trattative della COP29. Per tutti si segnala la puntata di RADIO3 Scienza dell’11 novembre dal titolo Il Baku della finanza climatica, dove il giornalista Ferdinando Cotugno del quotidiano Domani affronta i temi della crisi climatica, ma soprattutto delle politiche e delle strategie di adattamento messe in campo nelle diverse aree del mondo e degli strumenti per agire e modellare il presente e il futuro, al fine di renderli sempre più vivibili. [Vedi qui]
Gli ultimi giorni della Conferenza di Baku sono stati frenetici. Si è dovuti giungere alle 4 e 30 del 24 novembre quando il Segretario esecutivo delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, Simon Stiell, ha potuto chiudere la COP29 con un discorso conclusivo in cui ha sottolineato come “il nuovo obiettivo finanziario concordato alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima è una polizza assicurativa per l’umanità”. “Questo accordo – ha continuato Stiell – manterrà in crescita il boom dell’energia pulita e proteggerà miliardi di vite. Aiuterà tutti i paesi a condividere gli enormi benefici di un’audace azione per il clima: più posti di lavoro, crescita più forte, energia più economica e pulita per tutti. Ma come ogni polizza assicurativa, funziona solo se i premi vengono pagati per intero e in tempo”.
Ha poi riconosciuto che il mondo lascia Baku con “una montagna di lavoro da fare e che dobbiamo invece raddoppiare i nostri sforzi” in vista della prossima COP di Belém in Brasile nel novembre del 2025.
I commenti alla chiusura della Conferenza sono stati particolarmente negativi. Cop29 a Baku, dai paesi ricchi pochi soldi al Sud del mondo. “Uno sputo in faccia alle nazioni vulnerabili”. Così aveva iniziato il 22 novembre Luisiana Gaita sulla rubrica Ambiente & Veleni del Fatto Quotidiano commentando l’ultima bozza pubblicata nell’ambito della Conferenza, e, sempre nella stessa rubrica, il 26 novembre, a cura del blog Ultima generazione, l’articolo Alla Cop29 un altro fallimento: dietro all’Europa del Green deal, si cela una realtà preoccupante. Poi Stephanie Brancaforte, ancora su Ambiente & Veleni scrive Cop29 fallisce: a Baku un clima di sfiducia. Ora l’Italia agisca da leader e l’Ue da guida. Queste le prime righe dell’articolo: “La COP29 di Baku è giunta al termine con risultati che hanno lasciato molti esperti e attivisti profondamente delusi. Nonostante l’urgenza sempre crescente della crisi climatica e impatti sempre più devastanti che colpiscono in particolare i Paesi più vulnerabili, la Conferenza ha fallito nel produrre impegni concreti e meccanismi di attuazione adeguati per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.”
Molto dettagliata l’analisi di ITALIAN CLIMATE NETWORK che inizia con queste parole: “Dopo due settimane di negoziati difficili e forti tensioni, per chiudere definitivamente la COP29 sono servite molte ore extra di trattative. Ore serrate, con le delegazioni chiuse in sala anche di notte per discutere accordi che, tra forte scontento sui testi definitivi e passi indietro su scienza e mitigazione, alla fine sono però arrivati.”
Marco Telluri scrive “il testo, adottato faticosamente, non soddisfa nessuno o quasi” all’inizio dell’articolo COP29: un accordo “deplorevole” sigillato nell’imbarazzo generale, sul blog Ambiente e non solo…, mentre Andrea Barolini e Tommaso Perrone su lifegate.it pongono l’attenzione sulla questione finanziaria (La Cop29 è finita, non si va oltre i 300 miliardi per la finanza climatica), e scrivono che il testo approvato sulla finanza climatica prevede molto meno del necessario: al sud del mondo la promessa di 300 miliardi di dollari all’anno.
La puntata di RADIO3SCIENZA del 25 novembre, dal titolo particolarmente evocativo (Un Baku nell’acqua) viene presentata dicendo che “la 29esima conferenza ONU sul clima, si è affannosamente conclusa nelle prime ore di ieri. Si è faticato moltissimo a raggiungere un accordo sull’aumento degli aiuti climatici ai Paesi in via di sviluppo. Dai 100 miliardi di dollari all’anno attuali, previsti dagli Accordi di Parigi del 2015, si arriverà gradualmente a 300 miliardi all’anno nel 2035: una cifra giudicata del tutto insufficiente dai Paesi emergenti e fin troppo lontana da quella auspicata all’inizio dei lavori, idealmente fissata in 1.300 miliardi di dollari annui. Molto delusi anche gli scienziati, la cui voce, a Baku, è stata sovrastata dai lobbisti del petrolio. Paolo Conte, conduttore della trasmissione, intervista la glaciologa Florence Colleoni dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e Francesco Suman, giornalista scientifico.
Sebbene a Baku siano state approvate le regole del mercato internazionale del carbonio, che permetterà agli stati di investire in progetti di decarbonizzazione all’estero, resta la sensazione che la COP29 sia andata al ribasso e non abbia segnato passi avanti significativi nel contrasto al cambiamento climatico.
Infine ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) si chiede: COP 29: se l’obiettivo 1,5 gradi è morto, quale può essere il nuovo limite? E’ alla pagina https://asvis.it/notizie/2-22585/cop-29-se-lobiettivo-15-gradi-e-morto-quale-puo-essere-il-nuovo-limite l’intervento che apre con la domanda “In un mondo che si riscalda sempre di più, ha senso continuare a parlare della soglia degli 1,5 gradi?” È quello che in molti si chiedono in occasione delle negoziazioni della COP29 a Baku.
“La battaglia per mantenere il riscaldamento globale entro +1,5°C (rispetto ai livelli preindustriali) stabilita nell’Accordo di Parigi è stata il mantra che ha portato avanti l’azione climatica degli ultimi anni. Il problema è che le temperature, a causa delle scelte politiche tardive, si stanno alzando sempre di più.”
L’altro elemento di preoccupazione, come detto in apertura, riguarda la biodiversità, distrutta, minacciata e, poco e mal difesa in tutte le aree del pianeta.
In un editoriale scritto sul sito di ASviS Ivan Manzo in modo inequivocabile illustra l’andamento della COP16 sulla biodiversità che si è tenuta a Cali in Colombia. Fallisce la COP16 sulla biodiversità: niente soldi per la tutela della natura, è il titolo, poi le prime frasi dell’editoriale paventano uno scenario veramente sconcertante. “Nonostante lo scorso decennio fosse dedicato alla «protezione della biodiversità», scrive Manzo, abbiamo trattato talmente male la natura che il periodo 2011-2020 è stato il più distruttivo della storia umana. Dopo aver fallito tutti e 20 i target di Aichi, solo sei sono stati parzialmente raggiunti, stabiliti dalla Convenzione sulla diversità biologica (Cbd – nel 2010 circa 200 Stati che compongono la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica avevano ideano il Piano strategico per la biodiversità 2011-2020), l’Onu per correre ai ripari ha dedicato il decennio in corso «al ripristino degli ecosistemi».
Dalle ceneri di questo fallimento è nato l’accordo sulla biodiversità che proverà a fermare l’era dell’estinzione durante la COP15 della Cbd nel 2022. In estrema sintesi, continua Manzo, l’accordo prevede la protezione di almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, l’eliminazione ogni anno di 500 miliardi di dollari di sussidi dannosi all’ambiente, l’aumento della resilienza degli ecosistemi, riducendo al contempo di 10 volte il tasso di estinzione delle specie e incrementando l’abbondanza di quelle selvatiche; inoltre l’istituzione di un fondo, il Global biodiversity framework fund (Gbff), per colmare il gap finanziario di 700 miliardi di dollari all’anno da impiegare per la tutela della biodiversità.
Nel frattempo la devastazione ambientale è proseguita senza sosta, intensificandosi anziché ridursi.” Per questo motivo grande era l’attenzione per l’appuntamento della COP di Cali. Il summit, che si è tenuto dal 21 ottobre al 2 novembre, non ha però prodotto i risultati sperati, commenta Ivan Manzo, facendo invece registrare l’ennesimo empasse negoziale, a causa del mancato accordo su uno dei punti cruciali della Conferenza, ovverossia “un primo passo per mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno allo scopo di sostenere iniziative legate all’attività di conservazione in tutto il mondo, raggiungendo uno step intermedio di 20 miliardi entro il 2025, come promesso dai Paesi sviluppati verso quelli più vulnerabili.”
RADIO3SCIENZAanche in questo caso si è interessata al tema e, nella puntata del 28 ottobre scorso (Il potere delle parole), la giornalista Francesca Buoninconti ne ha parlato con Laura Greco, fondatrice e presidente dell’associazione ecologista “A Sud”, Marica Di Pierri, portavoce della stessa associazione, Lucie Greyl, antropologa, presidente del CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali, e con Ferdinando Cotugno, giornalista ambientale. Oltre a commentare i lavori della COP16 in corso in Colombia e le prospettive della COP29 che sarebbe iniziata di lì a poco è stato affrontato il tema di se, fino ad oggi, siano state usate le parole adatte per raccontare la crisi climatica e la crisi della biodiversità. “In tempi di negazionismo climatico e di narrazioni distorte, viene detto nell’introduzione della trasmissione, è quanto mai prezioso conoscere e utilizzare i termini appropriati: per capire e comprendere, per trovare soluzioni, per avere un vocabolario comune, per non cadere nell’immobilismo e nell’angoscia.” La trasmissione è stata anche l’occasione per presentare il volume. [“Le parole giuste. Glossario ecologista”, Fandango Libri, 2024].
ASviS, nella rubrica Notizie (COP16, biodiversità a rischio: il ruolo delle imprese per invertire la rotta) [Vedi qui]introduce il tema dell’importanza economica della biodiversità per le aziende e i dei rischi della sua perdita. “Le aziende italiane dipendono fortemente dai servizi ecosistemici, come acqua pulita, impollinazione e regolazione climatica. Nonostante ciò, solo il 25% delle imprese valuta l’impatto della propria attività sulla biodiversità, sebbene il 48% preveda di integrarlo nelle proprie strategie nei prossimi cinque anni. I settori più esposti sono agricoltura, edilizia e alimentare, con un impatto diretto sulla produttività”.
Infine si riporta quanto dedicato a queste tematiche da ISPRA che, nella paginahttps://www.isprambiente.gov.it/it/news/cop16-sulla-biodiversita, scrive “La biodiversità è fondamentale per il benessere umano, un pianeta sano e la prosperità economica per tutte le persone, anche per vivere bene in equilibrio e in armonia con Madre Terra. Ne dipendiamo per cibo, medicine, energia, aria e acqua pulite, sicurezza dai disastri naturali, nonché svago e ispirazione culturale, e supporta tutti i sistemi di vita sulla Terra”, riportando la dichiarazione che aveva aperto il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KM-GBF), l’accordo approvato al termine della COP15 nel 2022. A Cali la COP16, tra i diversi obiettivi, ha avuto lo scopo di negoziare e approvare una serie di decisioni per rendere operativo il KM-GBF.
Merita, in conclusione, menzionare un’altra importante iniziativa di livello internazionale, riportata questa volta nelle news del sito di ISDE Italia, Associazione Medici per l’Ambiente(https://www.isdenews.it/da-baku-a-busan-per-il-trattato-globale-sulla-plastica/): quella del Trattato globale sulla plastica, negoziato iniziato il 25 novembre e terminato l’1 dicembre a Busan, in Corea del Sud.
In un interessante articolo della rivista Materia Rinnovabile del 25 novembre scorso [vedi Qui] Tosca Ballerini pone nel titolo la domanda Trattato globale sulla plastica: meglio un accordo debole o nessun accordo? E di seguito scrive che sono “al via i negoziati INC-5, in Corea del Sud, tra chi vuole far prevalere gli obiettivi ambientali e la tutela della salute e chi gli interessi economici delle industrie petrolchimiche: in mezzo gli incerti Stati Uniti”, e che “i punti di disaccordo tra i paesi continuano a essere più numerosi dei punti di convergenza e i rimanenti sette giorni di negoziati sembrano essere insufficienti per concludere un accordo efficace.”
Sempre Ballerini il 2 dicembre sulla stessa rivista interviene con un articolo che titola: Trattato globale sulla plastica, INC-5 chiude senza accordo: si va al 2025. I negoziati sono stati ancora una volta ostacolati dall’ostruzionismo dei paesi produttori di prodotti petrolchimici e rimandati all’anno prossimo.
La Commissione europea, per concludere questo articolo con una notizia positiva, dopo la rassegna dei disastri delle COP e del trattato sulla plastica, ha pubblicato la relazione 2024 sui progressi dell’azione per il clima, da cui emerge che “le emissioni nette di gas a effetto serra dell’UE sono diminuite dell’8,3% nel 2023 rispetto all’anno precedente, segnando progressi significativi verso la neutralità climatica per la UE” [Vedi Qui]
Tale riduzione ha come fattore più significativo il calo dell’uso del carbone e della crescita delle fonti di energia rinnovabile ed è sostenuta dal ridotto consumo di energia in tutta Europa, secondo i dati stimati inclusi nell’ultimo rapporto “Tendenze e proiezioni” dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA). Considerando gli anni dal 2019 al 2023, tutti in calo per le emissioni di gas ad effetto serra ad eccezione del 2021 (+5,7%), la riduzione complessiva è stata del 14,3%. Rispetto ai livelli del 1990 invece le emissioni nette sono oggi inferiori del 37%, mentre nello stesso periodo “il PIL è cresciuto del 68%, a dimostrazione, afferma il rapporto, della sempre crescente disaggregazione delle emissioni dalla crescita economica”.
Il Commissario responsabile per l’Azione per il clima Wopke Hoekstra ha dichiarato come L’UE sia all’avanguardia nella transizione pulita, registrando nel 2023 ulteriori forti riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra.
Cover: Photo: UN Climate Change – Kiara Worth via Flickr CC BY-NC-SA 2.0
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Dal 4 al 12 gennaio, presso lo studio di Paola Bonora, la pittrice Isabella Guidi ha messo in mostra dei suoi quadri dedicati alla NEVE. All’interno di questo evento, componenti dell’Associazione Culturale “Ultimo Rosso” hanno intrecciato loro pensieri poetici ispirandosi all’intensità delle immagini pittoriche della Guidi e l’11 gennaio hanno realizzato un Reading sul tema della neve. In questo numero di “Parole a Capo” pubblichiamo alcune delle poesie lette in quell’occasione. Buone sensazioni!
“Ci sono temi che richiedono subito il colore da stendere sulla tela. Ci sono invece temi che partono dalla penna. Inizio scrivendo parole, mi fermo ad immaginarle e poi, in autonomia capita che loro proseguano sulla tela. Le parole sono meraviglie talmente fluide che potrebbero andare da sole e bastare ma questa volta, la strada che hanno aperto è quella di un pastello bianco. Così ho semplicemente iniziato a distribuire neve su piccole tavole di legno nero.” (Isabella Guidi)
E gelo/sia
Ac/cade la neve
(Pier Luigi Guerrini)
LENTO
Lento,
nel ventre della terra,
sotto la neve,
germoglia il nuovo.
Il tempo del letargo
sta per finire.
Il sogno del futuro aspetta,
fuoco perduto
ai bordi della strada,
innocenza silenziosa.
(M. Angela Malacarne)
UNA FESTA IN GIARDINO
Il grande salice in fondo al cortile
di bianco si è vestito
al ballo d’inverno è stato invitato…
I cespugli di biancospino
non di fiori sono agghindati,
ma di luccicanti fiocchi
posati sui rami ghiacciati…
Lassù un uccellino
ha sul capo un diadema,
ma lo scrolla lontano…
Per essere re ha già la livrea.
La legnaia è coperta,
nascosta da un manto,
ora senza timore può giocare la fata
nessuno la sente, la sua risata:
per rami caduti sarà scambiata.
Sotto le ruote si schiaccia la coltre
ma presto dal cielo un nuovo mantello
il bianco riporta davanti al castello.
Cappotto e berretto…
ancora un momento,
il mio mondo incantato
non ho salutato!
Sulla magica scopa
Volerò fino al bosco
Per unirmi alla festa
della natura rinnovata
dalla candida nevicata!
(Cecilia Bolzani)
Nevicata in paese
BIANCORE che vince il nero
candore che illumina
sommerge le vecchie case
le piante spoglie
conforta ciò ch’è triste
di bianca luce.
Paesaggio morbido
materia soffice
un volo, un tuffo
nell’ariosa nuvola di cristalli.
(Annarita Boccafogli)
ASPETTO LA NEVE
Stanotte non dormirò
Aspetto la neve
battaglioni di nuvole alte
hanno offuscato il chiarore del plenilunio
la cintura di Orione non la intravvedo già più
Aspetto la neve
la spio da dietro i vetri
dal mio letto caldo
come l’attesa di un miracolo
l’aria sarà di nuovo fresca e leggera
E sarà il passaggio verso la primavera
(Elena Vallin)
*
NEVE IN CITTA’
Danza indifferente
il suo silenzioso ballo
gli alberi del viale
come immoti fantasmi
ammantati di un lieve sudario
il vento mulina nel buio
artiglia un bacio di due corpi tesi
nei loro occhi socchiusi
lacrime di ghiaccio
brillano come diamanti
(Rita Bonetti)
(Isa bambina)
Nevicava
e non c’era tempo per altro.
Nevica!!!
La neve…accidenti…la neve!
Non so come dirlo!
La n e v e !
Nevica!
Mamma nevica!
Papà nevica!
Guardate, nevica!
Posso uscire?! … nevica!
Metto il berretto, nevica!
Prendila tra le mani!
Lanciala in aria, così ricade!
Nevica!
Assaggia com’è buona!
Appoggiala alla guancia!
Guarda come copre!
Guarda tutto!
Nevica bianco
nevica pulito
nevica silenzio.
Corri con me!
I passi non si sentono!
Nevica!
Grazie cielo che nevichi giù!!
(Isabella Guidi)
(I quadri in foto sono di Isabella Guidi)
NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 267° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Quando dalla cronaca una notizia porta alla ribalta possibili abusi delle forze dell’ordine, c’è una domanda che diventa fondamentale: “Che cosa è successo?”. Quando poi la cronaca di questi episodi si tinge di nero, la risposta non può mai essere semplice o indolore: i cadaveri non lo sono mai. Né può mai essere solo personale o solo collettiva.
Nel primo caso è impossibile proprio perché chiama in causa l’operato delle forze dell’ordine, e quindi dei doverosi processi di trasparenza. Nel secondo caso perché c’è l’elemento umano di chi ha subito una perdita, anche se non sempre se ne tiene conto nella copertura mediatica e nel dibattito pubblico. Ma la risposta a questa domanda, in teoria, è una garanzia per tutte le parti coinvolte.
La morte di Ramy Elgaml, avvenuta lo scorso 24 novembre dopo un inseguimento con un’auto dei carabinieri, chiede che si risponda proprio a quella domanda, e la ricerca della risposta si è da poco caricata di nuovi elementi. Martedì il Tg3 e il Tg di La7 hanno infatti mandato in onda un video ripreso dall’auto dei carabinieri che rivela dettagli inediti.
Oltre alle frasi di uno dei carabinieri (“chiudilo, chiudilo che cade! No, merda, non è caduto”), viene vista e commentata la perdita del casco di uno dei due. E, soprattutto, viene fugato ogni dubbio su come sia caduto lo scooter su cui erano a bordo Ramy Elgaml e Fares Bouzidi. Era questo uno dei grandi interrogativi.
Leggiamo sui giornali parole come “depistaggio”, “favoreggiamento”: altri due carabinieri sono indagati per falso e frode processuale e, per l’appunto, per depistaggio. Nel verbale i militari escludevano il contatto con lo scooter, che era semplicemente “scivolato”, mentre l’auto aveva cercato in tutti i modi di evitare collisioni. Un testimone ha riferito di essere stato costretto da due carabinieri a cancellare un video dal telefonino. Per il vicebrigadiere che quella sera era alla guida la procura starebbe valutando “l’omicidio volontario con dolo eventuale” (resta accusato di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale Fares Bouzidi). Leggiamo, oppure ascoltiamo, che ci sono “pochi dubbi” sulle dinamiche del “tamponamento evidente”.
Eppure, accanto a queste parole, ce ne stanno altre, che sono state ripetute nei mesi scorsi e che ancora si continueranno a dire. Politici e commentatori pronti a schierarsi a priori “con le forze dell’ordine”, giornalisti che si affrettano a chiarire come il video di martedì “cambi poco” e come alla fine il problema sia nostro, che dal “salotto di casa” pretendiamo il mondo “più giusto e pulito, la polizia con i guanti bianchi in stile ispettore Barnaby”.
Questo genere di discorsi dà alla domanda “che cosa è successo?” una risposta molto secca: “non sono affari tuoi”.
Possono cambiare le circostanze e la gravità dei fatti in esame, ma rimane immutata l’idea che porre quella domanda e cercare risposte attraverso gli strumenti dello Stato di diritto sia un affronto.
Una risposta legata a doppio filo a un certo senso comune, che vuole il morto come qualcuno che se l’è cercata. Se vai in due sullo scooter e non hai il casco, che ti aspetti? Oppure se anche avevi il casco, ma invece di fermarti all’alt scappi a gran velocità per le vie cittadine, non sei tu responsabile per quello che accadde? E se sei un poco di buono, o ti accompagni a dei poco di buono, che pretendi? La colonna infame di questo senso comune va indietro nel tempo e negli anni, e ci ricorda che Stefano Cucchi era un “drogato”, così come Federico Aldrovandi. Mentre per i morti di Stato razzializzati, alla fine, basta una spruzzata di xenofobia e razzismo, a ricordare che sono di una pasta diversa. Un male che non è certo solo italiano. Anche per George Floyd, infatti, nonostante i video c’è chi ha sostenuto che fosse morto per problemi di droga, o per motivi di salute.
Insomma, vale tutto, purché si riesca ad affermare uno Stato del non-diritto: la colpevolezza è una condizione che non richiede prove perché connaturata, e la morte del colpevole così giudicato è un destino che si è compiuto. Perché le forze dell’ordine dovrebbero essere responsabili dell’altrui destino? E se proprio difendere l’indifendibile non è possibile, si può sempre parlare di “poche mele marce”.
Perciò a quel “fatti i fatti tuoi”, si accompagna sempre un altro messaggio, ben più sinistro: “ringrazia che non è toccato a te”. E un ammiccamento alle forze dell’ordine, come a dire: “continuate pure, tranquilli”. Pezzi di istituzioni che si proteggono a vicenda, in un patto sociale tra pochi all’insegna dell’impunità e dell’omertà.
Del resto, proprio sul reato di tortura, nel 2015 Luigi Manconi scriveva un articolo che illumina ancora a distanza di anni la parte più opaca del rapporto che i cittadini, politici e giornalisti compresi, hanno con le forze dell’ordine: la paura. Manconi si chiedeva come mai in Italia fosse così difficile approvare una norma di civiltà che ci vedeva in ritardo di ventisette anni rispetto alla Convenzione ONU sulla tortura che avevamo ratificato. Scriveva Manconi: Perché l’Italia, dopo ventisette anni dalla ratifica della convenzione dell’Onu, non ha ancora introdotto nell’ordinamento il reato di tortura? La prima risposta è semplicissima. Perché la società italiana nel suo complesso – classe politica compresa – ha paura della polizia. Sì, è proprio così. Non teme le forze di polizia in quanto strumento di repressione della illegalità e del crimine e in quanto titolari esclusivi del monopolio legittimo della forza. Se così fosse, ad averne timore sarebbero solo coloro che vivono nella illegalità e nel crimine (tutto sommato una piccola percentuale di cittadini). Il fatto grave, che spiega tante cose e anche la mancata introduzione del reato di tortura, è che resiste nel paese, e nei suoi gruppi dirigenti, una forma diffusa di preoccupazione non per ciò che le polizie, in nome e in forza della legge, possono compiere, ma per ciò che possono compiere contro la legge.
Se volessimo provare, nonostante tutto a perseguire un maggior grado di civiltà, si dovrebbe dire che questa “difesa” delle forze dell’ordine nuoce prima di tutto a loro. C’è un dato significativo al riguardo, che su Valigia Blu avevamo già citato a margine di altre accuse di abusi: il peso statistico che tra le forze dell’ordine hanno suicidi e stress psico-fisico. Dal 2019 al 2023 c’è stato un suicidio ogni sei giorni. Il numero di poliziotti che si è tolto la vita è più del triplo rispetto a quelli morti mentre svolgevano il loro lavoro.
Sono dati che dovrebbero far parlare delle condizioni di lavoro, di come un modello di autorità difeso a prescindere danneggi anche chi è chiamato a metterlo in pratica, con strumenti e modalità sempre più feroci. Invece il massimo dell’empatia cui probabilmente può aspirare un agente delle forze dell’ordine è sentire l’ennesimo giornalista che ripete la tiritera di Pasolini e dei poliziotti di Valle Giulia. Faccio davvero fatica a credere che di fronte a dati del genere la risposta sia nel pensare “ah, se solo potessi torturare, speronare o sparare di più sarei meno stressato”.
E che dire poi di quegli agenti che hanno collaborato a rispondere alla domanda fatidica “che cosa è successo”? Chi sono i servitori dello Stato, chi onora la divisa in casi del genere? Per la morte di Stefano Cucchi la testimonianza del carabiniere Riccardo Casamassima permise la riapertura del caso. Va considerato un membro delle forze dell’ordine da difendere “senza se o senza ma” oppure questo onore spetta ad altri suoi colleghi? Domanda tutt’alto che provocatoria, visto che all’epoca denunciò anche di essere stato trasferito e demansionato, e di aver subito minacce.
“La sconfitta dell’Occidente” incontro pubblico sul saggio di Emmanuel Todd. Tresigallo, 17 gennaio, ore 18,00
L’associazione Pant’art’é aps e il gruppo Telegram “Economia e Politica Internazionale news” organizzano
Venerdì 17 gennaio 2025 alle 18 nella sala riunioni della Birreria Pub BrewLab di Tresigallo (FE) (via Filippo Corridoni 15/e)
un incontro pubblico sui temi e i contenuti del libro di Emmanuel Todd“La sconfitta dell’Occidente” a cura di Massimo Sandri, Fazi Editore, 2024, € 20.
Introduce l’incontro e modera Gioacchino Leonardi, presidente di Pant’art’é aps.
Emmanuel Todd, il noto antropologo francese, che aveva predetto il crollo dell’Urss, ha pubblicato un volume in cui non dà scampo a un Occidente impantanato in Ucraina in una guerra che non può vincere e al tempo stesso non può permettersi di perdere.
Secondo l’autore, il declino dell’Occidente viene da lontano. Affonda nel tramonto del sentimento religioso, nella crisi d’identità delle classi medie e nel conseguente smarrimento di ogni progetto politico.
L’ingresso all’incontro è libero.
Qualche nota sul saggio di Emmanuel Todd
La sconfitta dell’Occidente, a cui fa riferimento il titolo di questo saggio dello storico e sociologo francese Emmanuel Todd – bestseller in Francia con oltre ottantamila copie vendute –, è duplice. Si tratta infatti di una sconfitta esterna, la guerra in Ucraina, ma soprattutto di una sconfitta interna: il declino demografico, morale ed economico delle società occidentali. Todd chiama in causa le classi dirigenti dell’Occidente, in primis quella degli Stati Uniti, con il conflitto russo-ucraino a fare da lente di ingrandimento e a contrapporre, secondo l’autore, una Russia stabilizzata, di nuovo grande potenza, a un Occidente in preda al nichilismo e in crisi irreversibile di egemonia. Utilizzando le risorse della sociologia, dell’antropologia e dell’economia, Todd pone a confronto le “oligarchie liberali occidentali” con la “democrazia autoritaria russa” per spiegare le ragioni profonde dei cambiamenti geopolitici in atto. In particolare, offre una lettura acuta e originale dei punti di forza e di debolezza dei due paesi in guerra (Russia e Ucraina), dei principali paesi occidentali (Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia), dei paesi scandinavi e dell’Europa orientale, senza dimenticare il resto del mondo nel suo complesso. I lettori ritroveranno qui gli elementi che hanno sempre reso unici e preziosi gli studi di Todd: l’analisi dei modelli familiari e delle statistiche demografiche ed economiche, la scrittura brillante, un’erudizione non comune e intuizioni geniali. Documentatissimo e basato su cinque decenni di ricerche, lontano dalle approssimazioni che caratterizzano il dibattito su questi temi, La sconfitta dell’Occidente è un contributo di straordinario valore per capire il nostro presente.
«La crisi dell’Occidente è il motore del momento storico che stiamo vivendo ora. Alcuni ne erano già a conoscenza ma, quando la guerra sarà conclusa, nessuno potrà più negarlo». Emmanuel Todd
«La più lucida, spietata e documentata analisi della crisi euroamericana degli ultimi anni. Un obbligo di lettura per tutti». Pino Arlacchi
«Un originale e avvincente libro-mondo che stimola la riflessione e la discussione sul nostro presente». Carlo Galli
«Questo saggio è qualcosa di più di un evento intellettuale – e morale – di straordinario rilievo. È una denuncia coraggiosa e una folgorante profezia». Franco Cardini
«Questo libro magistrale acuisce il rammarico per l’autodistruzione dell’Europa voluta da manipoli e manipolatori ma allevia la solitudine e la frustrazione di quanti l’hanno prevista e temuta». Fabio Mini
«Forse per la prima volta con tanta lucidità e intelligenza uno storico, attraverso l’analisi dettagliata del declino demografico, delle strutture familiari, della scomparsa della religione e del trionfo del nichilismo in ogni aspetto della vita sociale, ci obbliga a fare i conti con lo sfacelo e l’autodistruzione dell’Occidente». Giorgio Agamben
In copertina: immagine dalla pagina web di Marcello Veneziani.
Vite di carta. Khaled, Hosam, Mustafa: Amici di una vita nell’ultimo romanzo di Hisham Matar.
Ho portato a termine la lettura di Amici di una vita dopo cinque mesi dall’averlo golosamente acquistato in quel di Mantova. Mai libro fu stigmatizzato come questo: dalla firma con dedica dell’autore e dal biglietto di ingresso all’evento di Festivaletteratura in cui Matar ha conversato con Paolo Giordano, biglietto che ho spillato alla quarta di copertina in fondo al libro.
Dell’evento ho già brevemente scritto su questo giornale nell’articolo dedicato alla edizione 2024 del Festival, soffermandomi sul termine esilio e sul valore che Matar gli assegna anche quando si riferisce alla scrittura. Ho detto che l’affermazione di Matar mi è rimasta attaccata a lungo, e a lungo ho ripensato a come nello scrivere entriamo e usciamo dalle parole per trovarne la giusta distanza dalle cose e metterle a fuoco entrambe. Andare lontano permette di capire, ecco forse dove sta il nesso.
Cinque mesi per mettersi a leggere un testo dalla grande statura come Amici di una vita occorrono anche per altri motivi. Uno, legato alle impressioni della prima lettura, è che si tratti di un libro-miniera da cui ricavare nel tempo il distillato della bella maturità scritturale di Matar.
Un altro, che trovo impellente, dipende dal fatto che “certi libri, come certe persone, sono timidi“. Me ne convinco davanti a questa storia che abbraccia oltre trent’anni di vita dei tre amici partiti dalla Libia negli anni Ottanta durante la dittatura di Gheddafi per andare a studiare e poi fermarsi a vivere a Londra. Scava in profondità dentro di loro per poter raccontare con una audacia piena di riservatezza come l’esilio dal proprio paese li abbia prima lacerati e poi forgiati come uomini.
Dopo molti anni, all’esplodere nel 2011 della Primavera araba, due di loro sentiranno che è il momento di agire e tornare in Libia a combattere per la liberazione dal dittatore. La heimat che è dentro di loro è un magnete potente che li riporta dunque a casa, mentre il solo Khaled, che è la voce narrante delle loro tre storie e dei rispettivi intrecci, resta dentro la sua vita di Londra.
La timidezza del libro sembra dipendere da lui, da quel suo bisogno di posizionarsi e di comunicare col contagocce che non comprerà un biglietto aereo per Bengasi. Si terrà stretto alle abitudini londinesi che già una volta, quando aveva diciott’anni, gli hanno dato consistenza salvandolo dall’esplodere in mille pezzi. Anche il rispetto per la sua scelta, la legittimazione della diversità tra le nature e i temperamenti di loro tre va sotto il temine amicizia.
Nella primavera del 1984 Khaled è stato ferito gravemente presso l’ambasciata libica a Londra, dove era andato a manifestare contro Gheddafi insieme al suo amico Mustafa. Solo molti anni dopo viene a sapere che anche Hosam era lì e si è allontanato in tempo dalla sparatoria. Da quella ferita Khaled ha ricevuto lo stigma che più a fondo gli ha impresso dentro lo spaesamento dalla sua famiglia, dal paese d’origine e da se stesso.
Non a caso il libro è pieno di luoghi di Londra, strade, istituti di cultura e caffè, a cui Khaled affigge giorno dopo giorno i brandelli della sua esistenza. Lo sostengono nel tempo il lavoro di insegnante che trova in una scuola superiore, la confidenza più o meno longeva con alcune figure femminili e soprattutto l’amicizia con Mustafa e anni dopo anche con Hosam, che è stato scrittore e può condividere con lui la passione per la letteratura.
Anche a libri importanti come medicine sono ancorati i punti di forza dello spazio vitale di Khaled. I libri lo tengono legato agli amici a al padre, che in Libia continua la sua vita appartata di studioso e che anche per questo gli manca come una radice piena di linfa.
Quando Hosam e Mustafa vanno in Libia a combattere, i messaggi e le mail con loro e con la sorella prendono la consistenza di un cordone ombelicale che mantiene Khaled legato alla Storia libica. Mentre si tiene legato alla sua storia personale.
Khaled comprende che dentro i lembi delle vecchie ferite all’ambasciata ha ricucito, oltre a un polmone e ai muscoli dorsali, anche la sola possibilità di rimettere insieme i pezzi. Una volta in una vita. Ora non potrebbe rientrare in Libia da un esilio durato oltre trent’anni, non può esporsi al rischio di lacerare l’identità che ha lentamente assemblato. Lo comprende quando dopo un breve viaggio usa la parola tornare pensando al suo piccolo appartamento londinese. L’ha sempre usata per la famiglia e la Libia.
Comincio e finisco con le parole, scrivendo di Matar, vincitore del premio Pulitzer 2017 nella sezione autobiografia e dell’Orwell Prise for Political Fiction 2024. Ho iniziato con esilio e finito con tornare; nel mezzo ho nominato anche l’amicizia e i libri. Su questi ultimi c’è un pagina in cui Khaled parla della strana abitudine del suo amico Hosam: ne possiede pochi, una trentina circa, e nei suoi spostamenti duraturi li porta con sé chiusi in una valigia.
Essere così diversi e tanto amici. Hosam dice a Khaled, e a me anche se non lo sa: “Conosci qualcosa di più deprimente di una parete di libri? Ma so che tu non la pensi così. Sei convinto, come Montaigne, che la sola presenza di libri in una stanza ti coltivi, che i libri non siano fatti solo per essere letti ma per viverci insieme”.
Nota bibliografica:
Hisham Matar, Amici di una vita, Einaudi, 2024
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Attorno a Nino Barbantini e alla palazzina di Marfisa d’Este: un patrimonio da non dilapidare
Nel 1838 il conte Francesco Avventi, a proposito delle riscoperte immagini di Schifanoia, scriveva: “Sono queste preziosissime per noi specialmente, giacchè in esse rileviamo i costumi di quella età, essendovi effigiati personaggi, vestiarii e cose, eseguite e tratte dal vero, con la massima precisione, e tale da ricordarci le fisionomie e le pratiche degli avi nostri”.
Da questo momento credo si possa far partire l’associazione, non solo visiva, degli affreschi con l’invenzione di una ‘età dell’oro’ per la città di Ferrara, identificabile nei due secoli del vicariato estense.
Molto schematizzo per ricordare che il processo di unificazione nazionale annullò la presenza e volle cancellare la memoria degli Stati preunitari, compreso quello pontificio, ai quali fu addebitato di essere di ostacolo alla creazione dell’Italia unita. A processo in atto è comprensibile la contrapposizione fra il periodo estense e quello legatizio: Ferrara dal 1598 sino al 1860 fu Legazione pontificia. Raggiunta l’unificazione politica, tale opinione non è più accettabile, anche se è rimasta e rimane nel sentire comune e nelle scelte delle istituzioni.
A conferma ed esemplificazione cito il giudizio di Giuseppe Agnelli(1856-1940): la sua opinione è importante perchè fu tra i primi a fattivamente impegnarsi per il recupero della palazzina di Marfisa d’Este. Bibliotecario della Ariostea, presidente della Ferrariae Decus, fu personaggio eminente nella Ferrara fra fine Ottocento e prima metà del Novecento.
“Un senso di povertà morale serpeggia dovunque; non più concordia di nobili spiriti verso un’idea, bensì comunanza di piccole anime nelle Accademie senza idee, che sorgono con titoli grotteschi e s’accapigliano in gare vergognose e muoion d’inedia e rinascono moriture sempre pronte a concedere il passaporto poetico per l’ingresso nella società aristocratica. … Si determina a grado a grado un movimento di umiliazione civile, che il governo della Santa Sede asseconda; giova cancellare nei nuovi sudditi la memoria del passato, rendere debole e sonnolento l’animo loro; … No, la magnanimità non fu intesa dalla pigra anima cittadina! A cui, meglio dei mercanti avveduti, taluni cardinali o scaltri o violenti rubarono i segni della stagione di gloria”.
Agnelli, allievo a Bologna di Giosuè Carducci, non sa dimenticare i versi che il poeta dedica Alla Città di Ferrara in particolare:
“La lupa con un guizzo del rabido artiglio la bianca aquila ghermì al petto, la straziò nell’ale. Maledetta sie tu, maledetta sempre, dovunque gentilezza fiorisce, nobiltade apre il volo, sii maledetta, o vecchia vaticana lupa cruenta”.
Ancora nel 1996 si parla di “infausto 1598”; Andrea Emiliani scriverà: Ferrara, “città devoluta nel 1598 ed allontanata con violenza dalla storia”.
Ferrara, “città del silenzio”, “città morta”, diviene uno stereotipo il quale viene fatto proprio dagli stessi ferraresi che lo assumono a testimonianza del degrado legatizio in opposizione all’antica gloria estense.
Ancora Giuseppe Agnelli scriverà: “perisce in turpe abbandono la palazzina di colei, che volle morire in Ferrara perché sapesse la storia come donna degli Este non aveva ceduto agli usurpatori la terra di sua famiglia.”
Lo stato della Palazzina di Marfisa d’Este prima del restauro
La Palazzina non è l’unico edificio che concorre a dare corpo e sostanza ad una formula che pare accettazione di uno stato: utilizzato a testimoniare una nuova letteraria ed affascinante qualità di Ferrara. Parallela è l’indicazione del palazzo detto di Ludovico il Moro.
Agnelli così lo descriverà nel 1902:
“Il palazzo abitato da molte povere famiglie, che lo popolano di prole numerosissima, è in condizioni di trascuranza pietosa, labenti e scrostate le muraglie, le finestre cascano a pezzi, le arcate della loggia furono chiuse con pietre e tavole malamente connesse.”
Dopo l’ancora utile testo di Gualtiero Medri (1938), le vicende della Palazzina sono ripercorse, analiticamente e con ampia edizione di documenti, nel necessario volume apparso nel 1996 a cura di Anna Maria Travagli Visser.
Mi limito, schematicamente, ad indicare alcuni degli usi ai quali il complesso di edifici fu adibito prima che l’affidamento, nel 1909, alla società Ferrariae Decus aprisse al tema e al problema del recupero.
Alla morte di Marfisa il complesso di San Silvestro sarà abitato dall’agente dei Cybo, il padre dello storico Cesare Cittadella, e parzialmente affittato.
La rinuncia dei Cybo a mantenere un proprio fiduciario in città apre a vendite, a demolizioni e ad usi impropri. Nel corso del XIX secolo sarà sede di una fonderia, di una fabbrica di candele, di un filatoio di seta, di una fabbrica di saponi, di una fabbrica di chiodi, di un magazzino di canapa, di un teatro per dilettanti, di una società ginnastica, abitazione di famiglie indigenti. Questo anche dopo l’acquisto da parte del Comune, nel 1861.
Agli inizi del Novecento il complesso è stato in gran parte demolito, restano l’edificio centrale, la loggia e l’ampia sala collegata. Il tutto in stato di abbandono. La Ferrariae Decus, nata per la salvaguardia delle memorie cittadine, compatibilmente con le disponibilità finanziarie, inizia il recupero sia delle strutture che delle decorazioni pittoriche.
In questo tempo si è consolidata, fatta propria anche dagli abitanti e dalle istituzioni, la formula di “Ferrara città del silenzio”.
Nino Barbantini si riconosce compiutamente in questa identificazione e scriverà:
“I ricordi e la bellezza, il silenzio e l’abbandono avranno fatto di questo palazzo disabitato una sede intatta e inviolabile della poesia e del sogno …. La poesia della nostra città; una poesia fatta di grandi ricordi e di silenzio pare che abbia in essa un simbolo materiale”.
Lo stesso Barbantini e Gaetano Previati daranno immagine e forma letteraria al mito di Marfisa letto all’interno di tale condizione. Ricordo la ben nota descrizione del corteggio di Marfisa e il dipinto del pittore ferrarese.
Il sodalizio e la comune espressione di intenti fra Barbantini e Agnelli nasce in questo contesto; un sodalizio che non si interrompe con il passaggio a Venezia di Barbantini nel 1909 e che potrà essere ripreso nelle celebrazioni degli anni Trenta.
Le prove di questo legame sono innumerevoli. Il libretto Per la Palazzina di Marfisa è edito nel 1908 dalla Ferrariae Decus, presidente Agnelli. Raccoglie testi scritti e pubblicati dal 1905 in poi. Nel 1905 Barbantini dedica un proprio libretto “Al Prof. Agnelli. Maestro venerato e carissimo”. Come nota Andrea Emiliani, Barbantini “è immerso nel milieu culturale e sociale di Ferrara.”
“Nell’estate del 1906 Giuseppe Agnelli ed io passeggiammo molte sere sotto i plenilunii e sotto le stelle per ragionare della bellezza di Ferrara e vedere i palazzi nella luna o nell’ombra … così ci ricordammo di te, Marfisa d’Este bel fiore stanco e della tua leggenda … e sognammo di restituirti la tua casa, perché potessi affacciarti ogni notte alle sue finestre a vedere se giungono i tuoi amanti, sederti entro una luce di luna, per narrare alla luna – o amante desolata – i tuoi amori…. Ragioni di poesia: perché la loro stessa collezione istituirà intorno a queste pietre un’atmosfera speciale ove l’individualità di ognuna di esse potrà spiccare con vivo risalto, ove le loro espressioni singolari potranno confondersi in un’espressione unitaria.”
In questo ambito l’amministrazione comunale accoglie le suggestioni di Nino Barbantini e le richieste avanzate da Giuseppe Agnelli e affida la palazzina alla Ferrariae Decus affinchè proceda alla istituzione di un museo lapidario ove raccogliere le sparse testimonianze scultoree presenti in città, dall’età romana sino al XVI secolo.
Nella Relazione del 1909 il Presidente comunica ai soci le date di inizio dei lavori e le ragioni di qualche ritardo; osserva:
“Abbiamo soltanto pensato, abbiamo studiato l’antica dimora, ci siamo meglio convinti che a quelle sale, gravate dal silenzio dei secoli, converrà la voce fioca, ma profonda, ma suscitatrice di alti pensieri, delle nostre pietre vetuste; abbiamo riconosciuto possibile di ridonare all’edificio la originaria fisionomia storica, di ottenere che i soffitti risplendano nelle vaghissime decorazioni, illuminino le morte cose con un raggio di bellezza.”
Scriverà Barbantini:
“Io vorrei che il giorno dell’inaugurazione del Museo i sarcofagi fossero riempiti di rose, i cippi e le lapidi inghirlandate di mirto e che i fiori fossero sparsi per terra ovunque. … E come potremmo comprendere l’infinita poesia della morte se non sentissimo in un perpetuo contatto con essa quella della vita? Perché noi sappiamo di portare nella Palazzina delle cose defunte. Anzi ce le porteremo appunto per questo; non solo perché sono belle, ma anche perché sono morte come la statua che non è più nella sua piazza o la lampada che non arde più sul suo altare. Che cos’è la poesia della Palazzina di Marfisa? L’eco di una musica nel silenzio.”
I lavori avviati comprendono sia il consolidamento delle strutture che il restauro delle decorazioni pittoriche, affidato in primo tempo a Giuseppe Mazzolani (1842-1916). L’intervento procede lentamente per l’esiguità dei fondi. Già nel 1913 si fa strada l’ipotesi di una diversa destinazione.
Giuseppe Agnelli la comunica ai soci della Ferrariae Decus:
“Altre volte, confessiamolo subito, propugnammo per la Palazzina l’idea di un Museo esclusivamente Lapidario … Or bene, via via che i soffitti andavano ripigliando i colori e le armonie del passato un senso inesprimibile di gioia entrò dominatore nell’animo nostro e il progetto d’un tempo venne a poco a poco modificandosi.”
Scuola dei Filippi, Ritratto di Marfisa d’Este bambina, Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este
Lo scoppio della prima guerra mondiale tronca ogni cosa.
Al termine del conflitto il Paese, e Ferrara, sono travagliati da una crisi economica grave, da conflitti sociali, dal sorgere della violenza fascista particolarmente attiva nelle campagne del ferrarese, conduttore lo squadrista e futuro quadrumviro Italo Balbo.
Il 4 aprile 1921 Benito Mussolini, candidato, tenne nel giardino della palazzina Marfisa un discorso elettorale che terminò con l’invito: “al popolo di Ferrara”: “Qui o popolo di Ferrara è la tua storia. Qui o popolo di Ferrara è la tua vita. Qui o popolo di Ferrara è il tuo avvenire.” [In occasione della inaugurazione della Palazzina fu posta una lapide che così recitava: “Qui dove labente squallore accusava l’incuria del tempo e l’ignavia degli uomini squillò vindice di trionfale rinascita il 4 aprile 1921 la voce di Benito Mussolini. Il popolo della città e dell’agro di Ferrara additando il nome e il segno di Roma.
L’oratore, molto probabilmente, non aveva consapevolezza del luogo, né, certamente, ne avvertiva la collegata poetica del silenzio e dell’abbandono. Da questa occasione la classe dirigente locale fa partire un nuovo stereotipo. L’abbandono e la cancellazione dell’immagine di “Ferrara città morta” alla quale subentra quella della “rinascita” nel nome degli Este e del fascismo. “Il nascere del Fascismo ed un novecentissimo Astolfo ci trassero da sì ignobile stasi.”
Gualtiero Medri scriverà:
“Dal suo Loggiato [della palazzina] il Duce dell’Italia di Vittorio Veneto parlò al popolo che lo gridava suo candidato alle elezioni politiche. Era il 5 di aprile del 1921, una giornata sfolgorante di sole e di entusiasmo. Il prato della Palazzina rigurgitava di popolo accorso per vedere, ascoltare, acclamare l’uomo che ridava l’Italia agli Italiani; era tutto un ondeggiare di vessilli; pareva fiorissero come per incanto dall’entusiasmo che la parola del Capo faceva divampare. Fu giornata trionfale per il Fascismo Ferrarese e pei colori della Patria.”
Non bastò a far ripartire i lavori, come non bastò la raccolta di fondi che un comitato di signore ferraresi, sotto gli auspici della Ferrariae Decus, organizzò nel 1924.
“La Kermesse organizzata nel campo erboso della Palazzina, riuscì graziosissima: la sera i chioschi luminosi, fioriti dalla eleganza di signore e signorine, offrivano un effetto fantastico, lasciavano intuire che cosa il grande prato diventerebbe con opportuni piantamenti che lo trasformassero in un giardino cinquecentesco, rinovellando il giardino di Marfisa.”
Nella vulgata locale la reintegrazione della Palazzina è attribuita alla volontà della Cassa di Risparmio di Ferrara e del suo presidente senatore Pietro Niccolini di celebrare in quel modo il centenario di fondazione della banca. Senza volerne sminuire l’intervento è necessario allargare il discorso a una situazione e operazione politica le quali miravano a radicalmente mutare l’immagine di Ferrara.
L’operazione Marfisa non è isolata ma si inserisce nel più generale disegno che il fascismo portava avanti in tutta Italia; a Ferrara in particolare il gerarca Italo Balbo intendeva far dimenticare le violenze e le uccisioni offrendo del nuovo regime una immagine coonestata dalla borghesia cittadina, di continuazione del buon governo estense, del rinnovamento delle glorie passate, di un futuro alto e concorde.
Abbiamo ricordato il parallelo degrado del palazzo di Ludovico il Moro. Nel 1930 iniziano i lavori di ristabilimento per ospitarvi il Museo Archeologico Nazionale di Spina. Il soprintendente Carlo Calzecchi Onesti (1886-1943) scrive “occorre qui ricordare fra i promotori della provvidenziale risoluzione, in primo luogo Sua Eccellenza Italo Balbo.”
Una situazione coincidente con quella della palazzina di Marfisa. Ricordo in quello stesso periodo la invenzione del Palio di Ferrara e momento centrale di tutta la operazione le celebrazioni per il quarto centenario della morte di Ludovico Ariosto (1533).
A partire dal 1928 inizia un insieme articolato di iniziative che vedevano, raccolte nella Ottava d’Oro, conferenze di illustri studiosi. In quella di apertura Italo Balbo dirà:
“Gaiezza, fantasia, gusto della vita, giovinezza, cavalleria, valore, armonia dello spirito, ottimismo: ecco quanto noi chiediamo all’Ariosto … il che, se non erro, definisce in pieno non soltanto l’ideale ariostesco della vita, ma quello latino e italiano e fascista, nel senso più nobile della parola.”
Si aggiungeranno varie mostre fra le quali una bibliografica a cura di Agnelli e Ravegnani, una sui bronzi del museo Civico affidata a Gualtiero Medri e quella, più significativa ed importante sulla Pittura Ferrarese del Rinascimento, la cui presidenza ‘effettiva’ era di Italo Balbo: ‘direttore generale della esposizione Nino Barbantini’.
Un percorso decennale che si può far terminare con il restauro della Palazzina di Marfisa compiuto nel 1938.
La Cassa di Risparmio di Ferrara diviene, con qualche riluttanza, elemento necessario per la conclusione degli anni ariosteschi e per la definizione di un modello che nel recupero della Ferrara estense diviene paradigma per il futuro che verrà.
Non è inutile ricordare che nel 1928 in occasione del rinnovo delle cariche, l’assemblea dei soci della Cassa vota il presidente senza tenere conto delle indicazioni di Italo Balbo, il quale reagisce in maniera violenta tanto che il presidente eletto si dimette e viene nominato il candidato della federazione: Pietro Niccolini “fascista da sempre”.
Quando, dieci anni dopo, si tratta di organizzare la celebrazione per il centenario della fondazione della banca il consiglio si divide ed una parte insiste per una opera di beneficenza. Prevale la scelta del restauro della Palazzina di Marfisa, sostenuta dal presidente Niccolini e gradita “al quadrumviro cittadino Italo Balbo”.
Il consigliere Giulio Righini interviene dicendo “di non essere rimasto insensibile al fatto che Sua Eccellenza Italo Balbo che ha la costante visione degli interessi materiali ma anche ideali e spirituali della città approva e loda il progettato restauro e l’ideata destinazione della Palazzina Marfisa”.
Giuseppe Agnelli scriverà “resti memoria che indussero all’atto munifico la vigile influenza di Italo Balbo e l’alto sentimento civile del Presidente senatore Pietro Niccolini.”
Alla inaugurazione sarà presente lo stesso Balbo, venuto appositamente dalla Libia della quale era stato nominato governatore
L’arrivo di Italo Balbo per l’inaugurazione della Palazzina di Marfisa d’Este nel 1938
L’intenzione politica è dichiarata ed esplicita: la Palazzina di Marfisa sarà l’edificio di rappresentanza della Ferrara fascista.
Questo è il quadro nel quale, senza obiezioni, si muove Barbantini . Molto è mutato da quando nei primi anni del Novecento lo studioso inneggiava alla poesia del silenzio. Le mostre veneziane, quella ferrarese del 1933, i rapporti culturali allargati come non era possibile a Ferrara hanno reso attuabile una diversa visione di Ferrara: non più una città morta ma una intellettualmente vivace che rinasce nella continuità con la tradizione estense. Corrisponde a quanto vuole la classe politica che gli affida il compito di creare la dimora rinascimentale di Marfisa.
In quello stesso periodo (1935-1940), il conte Vittorio Cini gli affida il compito del restauro e dell’arredo del Castello di Monselice. Le due operazioni, quasi contemporanee, sono analoghe e collegate fra loro.
Barbantini aveva già dimostrato di sapere ricreare ‘il genio del luogo’. I ferraresi lo avevano riconosciuto nell’allestimento della mostra del 1933 dove l’utilizzo di mobili di antiquariato serviva ad inquadrare i dipinti, a dare in qualche modo al visitatore il senso di partecipazione e coinvolgimento personale; da questo punto di vista ebbe generale ammirazione l’ambientazione del Compianto del Cristo del Mazzoni collocato in un ricostruito scurolo a dare l’impressione di una presenza contemporanea all’evento.
Barbantini non è inventore di un tipo di presenza, numerosi sono gli esempi ai quali può essersi rifatto.
Alfredo D’Andrade, nel 1884, aveva creato a Torino il Borgo Medievale che riassume modi di intervento, convinzioni e convenzioni che varranno almeno sino agli inizi del secolo successivo. Barbantini avrà visto, nel 1918, il sontuoso volume dedicato alla Casa milanese Bagatti Valsecchi, la avrà forse visitata. Ha certo consultato il libro del fotografo Augusto Pedrini dedicato agli ambienti del Rinascimento e agli arredi; un atlante di oltre seicento immagini, un repertorio ricco di suggestioni.
Certo non gli era ignoto il Museo dell’Arredamento di Stupinigi. Avrà visto, nel 1911 all’esposizione per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, varie ricostruzioni di abitazioni. Altri possibili riferimenti confermano come il coordinatore ferrarese si muova entro un ambito largamente frequentato, accolto e riconosciuto.
Nella stessa Ferrara esistevano almeno due esempi di ricreazioni di atmosfere e di recupero del passato. Le statue dei duchi estensi poste di fronte alla cattedrale, invenzione di Agnelli, Giuseppe Maciga mecenate, eseguite, nel 1926, dallo scultore Giacomo Zilocchi. La edificazione medievaleggiante, nel 1924, della Torre della Vittoria ad opera dell’ingegner Carlo Savonuzzi.
È bene avere in mente le indicazioni operative che Barbantini dichiara: valgono sia per la palazzina ferrarese che per il Castello di Monselice.
“Il programma che ha informato il restauro, il concetto di conservare all’edificio tutti i segni nobili della sua lunga esistenza evitando scrupolosamente perfino l’occasione di qualsiasi invenzione ed aggiunta, è stato seguito in somma ed in sostanza, senza eccezioni e senza distrazioni, fino in fondo. Crediamo di potercene lodare.”
E per la Palazzina:
“Il nostro compito era chiaro. Conservata rigorosamente la struttura interna dell’edificio, completato il restauro delle volte, si trattava di praticare alcune opere semplici e alcuni accorgimenti elementari intesi ad ottenere che l’armonia di quella struttura e la vaghezza di quelle decorazioni risultassero e non fossero turbate.”
Bernard Berenson scriverà, parlando della mostra del 1933: “Capii che chi l’aveva allestita doveva essere un ‘conoscitore’ nel senso vero della parola, dotato di un finissimo intuito, di un gusto sobrio, di un occhio sicuro per l’ambientamento dell’opera d’arte.”
Sia a Monselice che a Ferrara, salvaguardata la coerenza delle strutture, è l’allestimento che garantisce l’identità.
Barbantini non ha, né a Monselice né a Ferrara, la preoccupazione di recuperare pezzi un tempo presenti nelle due sedi. La ricreazione di una atmosfera non viene diminuita o condizionata dall’ansia della ricerca storica. Scriverà per la palazzina di Marfisa ma vale anche per il castello di Monselice:
“Questi mobili appartengono quasi tutti al Cinquecento. Nella scelta meditata e rigorosa che ne abbiamo fatta, trascegliendoli fra i più insigni che abbiamo incontrati sul mercato italiano, ci siamo preoccupati oltre che dell’eccellenza di ogni esemplare, della loro conservazione che per tutti o quasi tutti i modelli raccolti possiamo asserire perfetta.”
Sala della Palazzina di Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini
Sala della Palazzina di Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini
Tale comportamento conduce ad un uso disinvolto delle opere acquisite. Faccio alcuni esempi. Per potere utilizzare quattro monumentali cornici “sansovine” vengono inseriti, in tre, “frammenti di più vaste composizioni con episodi di battaglie”: si tace che per fare questo è stata tagliata una copia delle Battaglia delle Amazzoni da Rubens, proveniente, integra, dalla collezione Donà delle Rose. Il Ritratto di Dama, dalla stessa raccolta, è in realtà il ritratto di Livia Martinengo come indicava una legenda, cancellata al momento della collocazione in Marfisa: “Livia Nobilis Matrona Romana Com. Martig. Pudicitia et Pietate Nobilior”. Il Viaggio di Fetonte montato nella volta della sala 6 è copia parziale dell’affresco di Giulio Romano presente in Palazzo Te a Mantova: raffigura il carro del Sole che si avvia al tramonto mentre dalla parte opposta si avvicina la Luna. Il ritratto di Marfisa d’Este, futilmente riconosciuto da Alfonso Lazzari, è stato dovuto restituire a Mantova e sostituito da una copia del pittore Mario Capuzzo: si tratta del probabile ritratto di Louise de Lorraine da un originale di Anthonis Mor.
Nessuna delle opere presenti in Marfisa ha, anche labile, collegamento con l’edificio e con il personaggio. Lo stesso vale anche per il contemporaneo intervento su Monselice.
Una parte delle opere, per ambedue le sedi, ha la stessa provenienza, in particolare dalla collezione Donà delle Rose e da quella Pisa. Alcune seggiole e seggioloni paiono partizione da uno stesso blocco. Le atmosfere da ricostruire sono diverse ma in alcuni momenti vi è coincidenza di soluzioni. Penso alla ricostruzione dello ‘studiolo’ identica in entrambi gli edifici. A Ferrara vi sono state successive recenti e sciagurate modifiche che hanno eliminato il broccatello alle pareti e fatto scomparire calamaio, penna e stoffa, gli arredi del tavolo.
“Un solo ambiente abbiamo creduto necessario tappezzare di broccatello, e cioè la sala ottava, in omaggio alla sua appartata funzione di ‘studiolo’ e al carattere eccezionale del soffitto che la sovrasta.”
Mario Capuzzo, Presunto ritratto di Marfisa d’Este, 1938. Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este
Barbantini è un visionario, progetta per tempi lunghi, proponendo una sintesi di realtà che pensa immutabili e che coincidono con il potere in quel momento presente. È una favola quella che viene narrata nelle sale della Palazzina; una favola che non ha quasi alcun rapporto con la realtà storica.
Un Rinascimento fatto di cortesia e gentilezza, di arte e di bellezza, di poeti ed artisti, di cavalieri e dame.
Barbantini fu un geniale e capace realizzatore di tale impegno. Le sue qualità sono state testimoniate sia dalle esposizioni veneziane che da quella ferrarese del 1933. Programmaticamente una mostra è un momento contingente destinato, per quanto riguarda l’ordinamento, a scomparire; possono restare documentazioni varie ma se ne perde la generale visione.
A Ferrara, dopo il 1933, la Pinacoteca Comunale aveva mantenuto, restituiti gli arredi che la completavano, la sistemazione delle sale; dopo la statizzazione i direttori che si sono succeduti hanno cancellato ogni residua testimonianza: restano solo alcune fotografie d’archivio.
I musei veneziani, da Ca’ Rezzonico al Museo Orientale, hanno mutato allestimento e presentazioni. Lo stesso Castello di Monselice, contemporaneo alla Palazzina e ispirato agli stessi criteri, ha visto spostamento di opere e furti che hanno fortemente modificato quanto realizzato da Barbantini.
L’unico esempio sopravvissuto di un impegno che aveva caratterizzato tutta la sua vita era l’allestimento della Palazzina di Marfisa d’Este. Non a caso Carla di Francesco scriveva “La Palazzina intesa come globalità degli intenti e dei risultati è ormai entrata a far parte della storia del restauro e del gusto, come esemplare – intoccabile ormai – della cultura ferrarese del suo tempo”.
Una Amministrazione attenta e funzionari consapevoli hanno difeso l’assetto tramandato e preservato questo unicum museale, prezioso perché sopravvissuta testimonianza di un’epoca, di un gusto, di criteri e modalità di intervento.
Attenzione che viene meno quando nel 2014 si iniziano a collocare nella Palazzina esposizioni di arte contemporanea. La prima è Lovers, aperta dal 22 maggio al 15 giugno 2014. Inizia un uso continuativo della Palazzina che diviene sede, neutra, di mostre di arte contemporanea: l’allestimento Barbantini non è fatto per coesistere con altro e quindi scompare cancellato dai pannelli per il sostegno dei nuovi materiali: la Palazzina resta chiusa per le fasi di allestimento e disallestimento derivati dal nuovo uso.
Locandina della mostra Aqua Aura, Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este, 2019
Non faccio un elenco delle esposizioni che vi hanno trovato sede; ne ricordo solo qualcheduna a testimoniare un uso infelice e incolto: responsabili gli amministratori e i funzionari che da quella data si sono succeduti sino ad oggi. Apre il 12 novembre 2015 Il manichino e i suoi personaggi, chiuderà il 13 marzo 2016; dal marzo al maggio 2019 Aqua Aura. Paesaggi curvi; XVIII Biennale Donna. Attraverso l’immagine, dal settembre al novembre 2020; Augusto Dolio, Il respiro della natura dal 18 giugno all’11 settembre 2022
A tutto questo corrisponde la bizzarra ipotesi di trasferirvi il Museo Antonioni.
“Siamo fermi ma, in questa immobilità si è fatta strada anche una nuova ipotesi per la sede del Museo [Antonioni], ovvero Palazzina di Marfisa d’Este in corso Giovecca”.
A parlare è Vittorio Sgarbi presidente della Fondazione Ferrara Arte.
A settembre del 2022 la Palazzina è stata chiusa al pubblico per lavori di restauro non chiaramente specificati; comportano la liberazione delle sale e lo spostamento delle opere. Il timore forte e non ingiustificato è che si colga l’occasione per eliminare del tutto l’ordinamento Barbantini.
Penso non sia inutile ricordare che gli arredi, tranne alcune poche eccezioni, sono di proprietà della banca, oggi Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Esiste una convenzione, stipulata il 17 giugno 1941, che ne regola il rapporto con l’Amministrazione Comunale.
“Che la Cassa vuole conservare e conserva in sua proprietà tutto il vero e proprio mobilio, facendone, a puro titolo di deposito da potersi, secondo l’intendimento espresso dalla Cassa, considerare perpetuo, la consegna al Comune, non mai per utilizzazioni pratiche, ma solo per l’esclusivo uso di arredamento artistico della Palazzina, con divieto di rimozione o di trasporto dei mobili in altri edifici o locali, e con l’obbligo della loro buona conservazione. … Nel caso di utilizzazione diversa dall’attuale, che è quella convenuta fra Comune e Cassa di Risparmio, di un signorile appartamento di rappresentanza della città (esclusa quindi la sua utilizzazione in impieghi pratici ed inusuali) che il Comune intendesse di dare alla Palazzina, ovvero a qualche locale della medesima, i mobili, quadri, sopramobili, ecc. di proprietà della Cassa che adornano i locali stessi, saranno restituiti alla Cassa proprietaria.”
Dovrebbe essere inutile, ma non lo è, segnalare che una convenzione o la si attua o la si muta: non si può far finta di niente.
È quanto è accaduto: la Palazzina non è più la sede di rappresentanza della città. Non si capisce per quali ragioni la banca proprietaria non faccia valere i suoi diritti.
Una Amministrazione disattenta e funzionari inadeguati hanno commesso e continuano a commettere due errori che non sono solo di metodo.
Il primo è non aver capito che la Palazzina era il perno per il riconoscimento della Ferrara estense. Una volta accolta l’ipotesi, riduttiva e, a mio parere, sbagliata, che la storia della città si chiudeva nei due secoli del vicariato estense, era d’obbligo enfatizzare le presenze che guidavano a quella lettura. La Palazzina era stata creata con questo scopo; non averlo inteso fa molto dubitare sia delle capacità politiche che di quelle professionali di amministratori e addetti.
Il secondo è, avendo cancellato la Palazzina, avere rinunciato a possibili finanziamenti e promozioni, ad ogni aggancio con le istituzioni che operano nel settore.
Stupisce che non ci si sia resi conto che l’ICOM ha una sezione dedicata alle dimore storiche, DEMHIST, che consente di mettere in rete e di fruire della promozione complessiva, canale per ottenere finanziamenti e per partecipare a programmi specifici.
L’inserimento negli elenchi vale anche per “case che non sono mai state abitate perché ‘costruite’ (o allestite) apposta per essere musei: cioè costruzioni di ambienti dedicati a spiegare come viveva una fascia della società in un certo luogo in un determinato periodo storico”.
Stupisce che non vi sia stato accesso a quanto previsto dalla Legge Regionale 10 febbraio 2022 n. 2, la quale prevede, in particolare all’art. 5, una serie di contributi a sostegno sia degli interventi di manutenzione e restauro sia per opere di valorizzazione.
Stupisce altresì che la Ferrariae Decus, alla quale va il merito dei primi interventi e una continua attenzione, sia restata e resti inerte di fronte alla distruzione di quella Palazzina il cui ripristino è stato tanta parte della storia della associazione.
Nota:
Questo saggio di Ranieri Varese uscirà nel 2025 su Artes, la rivista diretta da Luisa Giordan dell’Università di Pavia, nel primo numero della nuova serie.
In copertina: Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini.
Per leggere gli altri interventi di Ranieri Varese su Periscopioclicca sul nome dell’autore
In libreria da oggi, “Dieci teste, nove cappelli” di Micaela Chirif e Mercé Galí, edito da Kite, ci insegna che le cose hanno un valore limitato.
Lo abbiamo sfogliato in anteprima, come sempre quando il volume arriva (vi atterra quasi magicamente) nella buchetta delle lettere lo si apre con delicatezza e la curiosità di bambino.
Questa volta il pacchetto ha dimensioni un poco più ridotte del solito, lo apro e ho una piacevole sorpresa: il libro si sfoglia in orizzontale anziché in verticale. Già mi piace. Adoro ciò che è diverso e unico.
Sulla copertina, faccette buffe e tanti cappelli originali, di paglia, velette, bombette, coppole. Copricapi più o meno eleganti e sbarazzini.
Mi viene alla mente il libro sulla tecnica de “I sei cappelli per pensare” di Edward De Bono(per pensare bene, bisogna interpretare dei ruoli, indossando idealmente dei cappelli di sei colori – bianco, rosso, giallo, nero, verde e blu – che rappresentano i diversi punti di vista, anche quelli più lontani dalla propria indole), ma non vi è alcun legame.
Il messaggio di questo delicato albo illustrato è ben altro. Così si narra che, a volte, ci sono dieci teste e solo nove cappelli: può cioè succedere che ci siano più bambini che cose da dare a tutti loro, una per ciascuno. Un grave dilemma! Bisogna trovare una soluzione al grave problema o si rischia davvero grosso.
Se ci sono dieci teste e solo nove cappelli, Georgina deve andarsene; se otto bocche e solamente sette zuccherosi e golosi pasticcini, è Eugenio a dover partire. Troppi nasi e pochi fazzoletti, oppure simpatici pennarelli verdi che non bastano a disegnare curiosi e ondeggianti ombelichi, e allora anche Alice e Ciro se ne devono andare.
Dieci teste, nove cappelli di Micaela Chirif e Mercé Galí, immagini Kite
Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due bambini. Restano solo due bambini. Ma qualcosa, o meglio, qualcuno, arriva. E basterà per tutti.
Chi sarà? Solo alcuni indizi: profumo di crema e di burrosa torta alle mele, abbracci calorosi, capelli turchini/violetti ed eleganti chignon, grembiuli avvolgenti, sughetti deliziosi, croccati crostini di pane, morbido zucchero filato, fiabe della domenica, pizzette colorate, budini proibiti, caramelle scintillanti, soldini per il giornalino di fumetti, prati verdi su cui correre, gattini da accarezzare, tuttociòchevuoi e leichetantomanca. LEI, la certezza di quando sei bambino, lei che bastava e basta per tutti. Lei che sembrava venire giù dal cielo illuminato dalle stelle. Un regalo inatteso.
Una storia che ci insegna che i beni materiali sono sempre limitati, ma i sentimenti non lo sono mai. E ci sono per tutti. Davvero per tutti. Perché i beni finiscono, i baci e gli abbracci no.
Dieci teste, nove cappelli di Micaela Chirif e Mercé Galí, immagini Kite
Micaela Chirif, Mercé Galí, Dieci teste, nove cappelli, Kite edizioni, Padova, 14 gennaio 2024, 40 p.
Micaela Chirif è una scrittrice peruviana di poesie e albi per bambini. È laureata in Filosofia e ha conseguito un Master in letteratura e libri per bambini. Ha ricevuto diversi premi, tra cui, nel 2017, una menzione della Medalla Colibrí IBBY Chile e il Premio Fundación Cuatrogatos. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Sito web
Mercé Galí cresce circondata da storie e poesie nella libreria dei suoi genitori a Barcellona. Dopo gli studi di Disegno e Illustrazione, si specializza in Incisione alla Facoltà di Belle Arti dell’Università di Barcellona. Lavora per l’illustrazione per bambini e ragazzi, con case editrici e riviste. Si dedica inoltre alla comunicazione culturale. Tiene laboratori per bambini e corsi per adulti. Espone libri d’artista e incisioni in mostre collettive e personali. La caratterizzano la spontaneità del tratto, le macchie, l’uso di collage e fotografia, la ricerca della semplicità, la valorizzazione dello humour. Pagina Facebook
L’energia elettrica costa più cara con il nucleare che con le fonti rinnovabili
“Il nucleare renderebbe più cara l’energia elettrica. Un costo ben maggiore rispetto a quello delle fonti rinnovabili. E i reattori “piccoli” (Small Modular Reactor, SMR) sono ancora più costosi”. Lo afferma la Coalizione 100% Rinnovabili Network, promossa dalle associazioni ambientaliste e del terzo settore, da docenti universitari e ricercatori e da esponenti del mondo delle imprese e del sindacato, che di recente ha presentato il Report sui costi nucleare mettendo in fila numeri e dati sui costi che genererebbe un possibile ritorno del nucleare in Italia.
Costi a cui vanno aggiunti anche quelli relativi allo smantellamento delle centrali nucleari, alla bonifica dei siti nucleari contaminati e una parte significativa dei costi di gestione dei rifiuti radioattivi ad alta intensità (che decadono in molte migliaia di anni) e media intensità (che decadono in alcune centinaia di anni), generati dalle barre del combustibile nucleare esaurito e dallo smantellamento delle centrali.
I dati al centro del Report, diffuso anche da Kyoto Club, che fa parte della Coalizione, parlano chiaro: in Europa nel 2023, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (World Energy Outlook 2024), il costo di generazione dell’elettricità – considerando i costi complessivi della costruzione, del funzionamento dell’impianto, dell’investimento per la costruzione, gli oneri finanziari dell’ammortizzamento del capitale investito, i costi operativi per la durata della vita produttiva dell’impianto, il funzionamento, il combustibile e la manutenzione – prodotta dalle centrali nucleari in Europa è stato di 170 $/MWh, contro quella generata dal solare fotovoltaico pari a 50 $/MWh(3,4 volte di meno del nucleare), quella dell’eolico onshore di 60 $/MWh (2,8 volte di meno) e quella dell’eolico offshore pari a 70 $/MWh.
Per il nucleare i costi in conto capitale sono pari a 6.600 $/kW, con un capacity factor del 70% e con costi per il combustibile, per la gestione e la manutenzione di 35 $/MW/h; per il solare fotovoltaico i costi dell’investimento sono pari a 750 $/kW, con un capacity factor del 14% e con costi per la gestione e la manutenzione di 10 $/MW/h; per l’eolico i costi dell’investimento sono pari a 1.630 $/kW, con un capacity factor del 29% e con costi per la gestione e la manutenzione e di 15 $/MW/h.
Anche per il 2030 e il 2050 il nucleare è una forma di produzione di energia elettrica più costosa delle rinnovabili.
Parliamo, infatti, di una differenza di ben 100 $/MWh tra nucleare e solare per il 2030 e il 2050, 80 $/MWh per l’eolico onshore, per il 2030 e 75 $/MWh per il 2050. E per l’eolico offshore di 90 $/MWh per il 2030 e il 2050. Differenze di costi, più o meno elevate, che si riscontrano anche negli Stati Uniti, in Cina o in India.
“Un possibile ritorno al nucleare in Italia è dunque qualcosa di insensato, che inoltre non tiene conto di due pronunciamenti referendari. Invece di accelerare in modo adeguato lo sviluppo delle rinnovabili per arrivare alla piena decarbonizzazione della produzione di elettricità, il nuovo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) – commenta 100% Rinnovabili Network – prevede uno scenario di ritorno al nucleare a fissione, con la costruzione di Small Modular Reactor (SMR), di Advanced Modular Reactor (AMR) e di micro-reattori. Il ritorno al nucleare, ancora di più per un Paese come l’Italia che ne è uscito da molti anni, avrebbe un costo molto alto”. Vediamo, in sintesi, perché.
L’energia elettrica generata con gli SMR (i reattori modulari più piccoli proposti per l’Italia e che ancora non sono stati costruiti in nessun Paese occidentale ) costerà più di quella prodotta dai reattori più grandi.
A questa conclusione arriva la rassegna internazionale sui progetti in corso per gli Small Modular Reactor (SMR), pubblicata da The World Nuclear Industry – Status Report 2024 (Mycle Schneider Consulting Project Paris, September 2024). Ci sono poi i costi per lo smantellamento: in Europa, la più recente stima del 2019 del costo previsto di gestione dei rifiuti radioattivi generati dalle centrali nucleari, escluso lo smantellamento delle centrali, è nell’intervallo 422—566 miliardi di euro.
“Da notare – si legge nel Report – come questi costi, oltre a quello del decommissioning e della gestione dei rifiuti radioattivi, non sono presi in considerazione nelle stime fatte dall’Agenzia Internazionale per l’Energia nell’Energy Outlook 2024. Daricordare che il deposito dei rifiuti ad alta e media radioattività, di cui il nostro Paese è ancora in attesa, costerà almeno 8 miliardi di euro. I sostenitori italiani del nucleare citano spesso il nucleare francese come esempio di successo economico. Nulla di più falso: EDF, la società francese che gestisce le centrali nucleari, fortemente indebitata, nel 2023 è stata interamente nazionalizzata dal governo francese, con una spesa di oltre 9 miliardi a carico dei contribuenti.”
Il Rapporto conclude affermando che, così come farà la maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea, Germania compresa, anche l’Italia potrà soddisfare il proprio fabbisogno di elettricità, anche raddoppiato al 2050, non solo all’80%, ma al 100% con fonti rinnovabili di energia.
Prezzi alle stelle, salari fermi: la stangata è servita
di Patrizia Pallara
288 euro in più per mettere a tavola pranzo e cena, 169 per scaldare casa, fare la doccia, cucinare i pasti, quasi 100 euro per i trasporti. Sono alcuni dei rincari previsti in questo primo scorcio del nuovo anno, aumenti che avevano visto un rallentamento nel 2024, ma che adesso hanno ripreso la corsa soprattutto a causa dei costi energetici. I conti li ha fatti l’Osservatorio nazionale Federconsumatori che dopo il rialzo dei pedaggi autostradali, precedentemente scongiurato, ha stimato la stangata che ci aspetta: 914 euro a famiglia in un anno.
Rincari & rincari
Le voci principali? Energia, naturalmente, ma anche alimenti, assicurazioni, scuola, ristorazione. “La stangata in arrivo si abbatterà su una situazione già compromessa dai continui aumenti registrati negli ultimi anni, che hanno determinato modifiche nelle abitudini di consumo e rinunce – afferma l’associazione di tutela dei consumatori –. Per questo ci saremmo aspettati una manovra più incisiva, soprattutto dal punto di vista del sostegno alle famiglie. Non vediamo, invece, un impegno mirato da parte del governo sulla lotta alle crescenti disuguaglianze”.
L’inflazione
La causa della corsa inarrestabile dei prezzi? L’inflazione. Secondo le stime preliminari dell’Istat nel mese di dicembre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’itera collettività registra un aumento dell’1,3 per cento su base annua e dello 0,1 su base mensile. Mentre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo registra una variazione del più 0,1 su base mensile e del più 1,4 per cento su base annua. Nel 2024 i prezzi al consumo hanno registrato in media una crescita dell’1 per cento, con un netto calo rispetto alla media record del 2023 (che si attestava al più 5,7 per cento), dovuto soprattutto alla discesa dei beni energetici.
Boom dell’energia?
Sono proprio le bollette di luce e gas a preoccupare di più le famiglie. La tensione geopolitica in alcune aree, il rialzo stagionale dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità, e delle quotazioni del gas per l’inverno, la scadenza dell’accordo tra Russia e Ucraina per il transito del metano di Gazprom verso l’Europa, fanno temere un boom dei prezzi nelle prossime settimane.
Bollette su
Aumenti che sono confermati dalla stessa Arera, l’Autorità di regolazione del settore: per il primo trimestre di quest’anno prevede un rincaro del 18,2 per cento del costo della luce per i clienti più fragili, quelli serviti in maggior tutela, e cioè circa 3,4 milioni di utenti (oltre 75 anni, percettori di bonus sociale, disabili, residenti in moduli abitativi di emergenza o in isole minori, utilizzatori di apparecchiature salvavita).
Per le bollette del gas, poi, alcune stime parlano di rialzi di circa il 20 per cento, altre analisi, come quella effettuata dal portale di comparazione Facile.it, hanno previsto un aumento del prezzo dell’energia di quasi il 30 per cento nei prossimi dodici mesi, pari a un rincaro di 272 euro tra luce e gas per chi è nel mercato libero.
Potere d’acquisto
A pagare di più questi aumenti sono le famiglie meno abbienti, che devono usare la maggior parte dei loro introiti per acquistare i beni essenziali. E se tutte le ricerche confermano che i salari in Italia sono fermi da anni, basti citare il report dell’Ocse secondo cui nel primo trimestre 2024 erano inferiori del 6,9 per cento rispetto a prima della pandemia, le famiglie mostrano segnali di una crescente difficoltà nell’affrontare la quotidianità: la propensione al risparmio è infatti diminuita, ci dice l’Istat, passando dal 10 al 9,2 per cento.
Misure alla portata
“È indispensabile che il governo si decida ad adottare serie e incisive misure – affermano da Federconsumatori –. La promessa e mai realizzata riforma degli oneri di sistema su beni energetici, per esempio, la creazione di un fondo di contrasto alla povertà energetica e un’azione di contrasto a quella alimentare, la rimodulazione dell’Iva sui generi di largo consumo, che consentirebbe un risparmio di oltre 516 euro annui a famiglia, lo stanziamento di maggiori risorse per la sanità pubblica, l’avvio di misure per riequilibrare le disuguaglianze esistenti, prima di tutto attraverso un rinnovo dei contratti, una giusta rivalutazione delle pensioni e una riforma fiscale equa, davvero tesa a sostenere i redditi medio-bassi”.
Conosco la polvere
che in silenzio
si deposita sul marmo
Conosco la nebbia
che con grazia veste
un giorno di novembre
Conosco il tempo
lungo di un’attesa
e quello fragile
di una rosa
La crisi dell’ automotive è la crisi dell’ Europa, nano politico
L’ automotive europeo è in crisi, specie i due principali produttori di automobili: VW (Volkswagen + Audi) e Stellantis (FIAT-Chrysler e Peugeot). VW vorrebbe chiudere tre stabilimenti in Germania e tagliare del 10% le retribuzioni dei propri dipendenti; Stellantis (che ha appena licenziato il proprio CEO Carlos Tavares) sta ricorrendo a stop di produzione e di cassa integrazione (a Mirafiori sono 17 anni che c’è!).
Nel 2024 in Italia sono state immatricolate 1,56 milioni di auto, come nel 2023, ma 360mila in meno del 2019 (-18,7%). Colpa del minor potere d’acquisto delle famiglie italiane? Dei prezzi troppo alti? Della transizione all’elettrico fermo in Italia al 4,2%? Dello scarso interesse dei giovani per le 4 ruote? Un po’ di tutto. Negli ultimi mesi chi soffre di più è Stellantis (-40% in borsa), scavalcata in Italia anche da Dacia, Renault, Toyota che hanno puntato sull’ibrido. Poi c’è la cineseByd (tutto elettrico) che ha raggiunto Tesla nelle vendite del solo elettrico nel 2024 (1,7 milioni), nonostante i dazi di Usa ed Europa. Tesla vende solo il 2,4% delle auto nel mondo, ma ha una capitalizzazione di borsa mostruosa (1.100 miliardi) che indica quanto l’elettrico abbia avuto un forte impatto anche finanziario. Per un confronto: VW ha 46 miliardi, Stellantis 37, Ferrari 76, Porsche 54, Mercedes 53, Bmw 50, Renault 14. La capitalizzazione in borsa Tesla è gonfiata sicuramente dai 210 milioni di seguaci su X di Musk, il cui titolo è sempre cresciuto (chi ha investito 1.000 dollari nel 2010 ne ha oggi 250.000) anche se per la prima volta nel 2024 il titolo Tesla ha perso l’8%.
Dal 2000 l’Europa, nonostante sia cresciuta a 27 paesi, ha dimezzato il proprio valore nella produzione mondiale di automobili: dal 31% a poco più del 15%. La quota produttiva persa dall’Europa è stata prodotta dalla Cina, passata dal 4% al 32% diventando la prima produttrice mondiale. Nel frattempo buona parte della manifattura e dell’ automotive europeo è stata spostata dall’Italia ai paesi dell’Europa Orientale, dove essa impiega ormai un quarto degli occupati: Ceca, Slovenia, Slovacchia, Serbia, Ungheria, Polonia, Romania. L’Italia rimane, in valore assoluto con 3,9 milioni di dipendenti nella manifattura, ancora leader (dopo la Germania con 7,5 milioni di dipendenti), anche se in continuo calo, in quanto la globalizzazione ha spostato il proletariato industriale europeo nella parte orientale. Le conseguenze sono quelle già viste in Inghilterra, Stati Uniti e Francia (i tre paesi dov’è nato il liberalismo con le rispettive rivoluzioni) e dove ad una classe operaia ben pagata, che votava in maggioranza Labour, è subentrato un terziario di lavoretti malpagati e demansionati che vota in maggioranza Tories. La recente crescita dell’occupazione in Italia si allinea a questo modello, in cui cresce il lavoro povero e cala quello industriale ben pagato. Il laburismo è nato dall’industrializzazione e da valori religiosi: la fine di entrambi lo ha minato alla radice.
Fonte: Eurostat
Chi ha perso di più in Europa, in termini di produzione di autoveicoli, è stata l’Italia. Ex Fiat (Stellantis) è arrivata a 283mila auto e 192 mila veicoli in totale 475mila: erano 2 milioni nel 1989. La via “inglese” è stata aperta anche in Italia e darà i suoi frutti avvelenati. L’occupazione della manifattura italiana ha preso una batosta micidiale, prima con la globalizzazione, poi con l’entrata di 100 milioni di lavoratori dei Paesi dell’Est in Europa a seguito dell’allargamento del 2004. Ora cerca di riprendersi, ma la subalternità agli Stati Uniti mette a rischio l’intero modello basato sulla manifattura; i nostri artigiani (-400mila in 10 anni), i piccoli negozi delle nostre piccole e medie città desertificate da Amazon. Qui sotto riporto una statistica su una speciale produzione, quella delle macchine utensili: essa mostra come l’area tedesco-austriaca-italiana sia ancora leader nel mondo e quanto sarebbe importante avere un’Europa e un’Italia autonome e indipendenti e non neo colonie delle multinazionali degli altri. Nella seconda colonna la produzione è divisa per abitanti.
La transizione dell’automobile dal motore a combustione a quello “green-elettrico” vede l’Europa in netto ritardo rispetto alla concorrenza sino-americana, per la scarsa lungimiranza mostrata nell’ultimo decennio. La strategia è stata decisa troppo tardi e senza quel supporto pubblico che hanno avuto sia gli Stati Uniti nel 2023 e ancor più la Cina con molto anticipo (10 anni fa). Il blocco alla produzione di auto a combustione (che diverrà effettivo a partire dal 2035) è stato deciso nel 2023, ma da anni era chiaro che la mobilità mondiale si sarebbe spostata verso un modello più ecosostenibile. Il fatto è che in Europa lo “Stato nazione (come scrive Emmanuel Todd) ha cessato di esistere. Al suo posto c’é un’Unione Europea senza capacità di definire le proprie politiche interne ed estere in modo indipendente e senza ingerenze esterne”. La transizione all’elettrico ha posto norme, ma prive di investimenti e sostegni pubblici come si sarebbe dovuto fare. E mentre ci si lamenta per il clima, si investe silenziosamente da 20 anni in armi. I dati Sipri mostrano come le spese militari di USA + Europa siano cresciute dal 2000 al 2023 (a prezzi costanti) del 61%.
I produttori europei di auto hanno deciso di “ignorare” l’elettrico – che all’inizio era una nicchia di mercato – per sfruttare i vantaggi dove il margine di profitto era maggiore (motore endotermico in auto di media e grossa cilindrata), trovandosi poi a doversi adattare, una volta costretti, alle nuove normative.
I produttori cinesi, che hanno uno Stato-nazione, sono stati sostenuti da generosi aiuti pubblici, hanno investito in nuovi prodotti e processi per l’elettrificazione, migliorando l’integrazione di nuove componenti software, elettroniche e meccaniche; così oggi la cinese Byd ha raggiunto Tesla nelle vendite del solo elettrico. L’Europa è così indietro non tanto sulla tecnologia, dove resta leader per brevetti (come dice anche il prof. Zirpoli, Cà Foscari) ma sull’efficienza produttiva, l’automazione e la rete di ricarica.Se tutti avessimo un’auto elettrica (full, non ibrida) ci sarebbero le code e infatti i consumatori europei ne comprano poche.
I cinesi hanno anche puntato su piccole auto a basso costo non prodotte in Europa e Usa, dove la domanda dei consumatori è massima (le vecchie utilitarie), mentre in Europa i produttori spingevano per un crescente spostamento verso auto sempre più grandi, potenti e costose. Dal 2000 al 2021, per i consumatori europei il costo medio delle auto è cresciuto del 66% (contro un aumento dell’inflazione del 38%), il che si è riflesso su come è stata concepita l’auto elettrica in Europa: auto costose, grandi e pesanti, per cui i consumatori europei ora si rivolgono o alle ibride o alle auto cinesi piccole ed economiche (da qui i dazi imposti ai cinesi).
C’è poi sullo sfondo il problema delle materie prime: la Cina oggi è leader nelle terre rare, litio, cobalto, grafite e, di conseguenza, nelle batterie, per cui la Cina non solo compra sempre meno auto dall’Europa, ma esporta in UE con i propri modelli, più efficienti ed economici.
L’Europa si trova nella situazione di rincorrere in un’industria in cui è sempre stata leader. L’anno prossimo arrivano per i costruttori europei le sanzioni imposte dall’Europa (se vendono poco elettrico e producono troppa CO2). Cosa succederà? Se le auto sono troppo costose non le compra nessuno, se non le compra nessuno scattano le sanzioni, se scattano le sanzioni non ci sono soldi per innovare e per ridurre i costi: un loop potenzialmente letale per l’Europa.
In Giappone Nissan e Honda in crisi si uniscono, ma non Toyota che non è mai andata in crisi. Come mai? Ha puntato da subito sull’ibrido (endotermico + elettrico) e su altre soluzioni: il motore ad acqua che estrae idrogeno che, per ora, non è sicuro perché in caso di incidente è come una bomba. Questo è il parere di Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova, esperto di transizione della mobilità, che sostiene che la tecnologia dell’elettrico sarà solo una delle tecnologie che innoveranno la mobilità (non tutti possono andare in elettrico, non ci sono né le materie prime né la rete).
Per riguadagnare il proprio ruolo di leadership mondiale, l’Europa dovrà dunque farsi portatrice di una nuova idea di mobilità, cambiando approcci e obiettivi e ripartendo dagli investimenti (sia pubblici che privati) nella ricerca che, per un secolo, le hanno permesso di essere leader mondiale. Anche in questo caso il “libero mercato” deregolato non è affatto lungimirante e senza una nuova Europa, che sia un vero Stato-nazione, il declino è assicurato. La mancanza di uno Stato-nazione e la logica dei Ceo – libero mercato, profitti a breve – ha prodotto una catastrofe. A pagare saranno i lavoratori, indeboliti come “proletariato” da continue delocalizzazioni (altrove e a Est). Il futuro sarà nello sviluppo integrato di software, telecomunicazioni, infrastrutture, chimica (per le batterie), processi di produzione più efficienti, riciclo e riuso. Per farlo serviranno tanti investimenti sia pubblici che privati. L’Europa, se fosse uno Stato sovrano, ne avrebbe le potenzialità, investendo nei settori di interesse dei suoi cittadini. Ma oggi come vassallo degli Stati Uniti l’interesse è riarmarsi. Sta qui la crisi di tutti i Governi liberal-democratici: la mancanza di autonomia e visione di lungo periodo e la caduta di difesa dei ceti popolari.
Foto cover tratta da Public Domain Media
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