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Lo stesso giorno /
31 gennaio 1951: il primo San Remo lo vince Nilla Pizzi

31 gennaio 1951: il primo San Remo lo vince Nilla Pizzi

31 gennaio 1951 Al primo Festival di San Remo. trionfa Nilla Pizzi con la canzone Grazie dei fior. “La signora della canzone italiana” lo rivincerà anche l’anno successivo.

Guarda l’archeo-video:

Da Nilla Pizza a Emis Killa, anzi no, lui si è opportunamente ritirato. Intanto, l’Italia ha fatto in tempi a cambiare una decina di volte.  Ma dopo 75 anni siamo sempre a San Remo. Che non è più il festival della canzone italiana, ma un Colossal infarcito di ospiti, chiacchiere, siparietti, risate e perfino qualche lacrima.
Per affrontare Sanremo ci vuole una motivazione forte, o una scommessa, o un grande vuoto da riempire. Se proprio volete seguirlo, spalmatevi sul divano: non finirà prima dell’una di notte e qualche dormita fa parte del programma. La musica, si intende, la trovate da un’altra parte.
In copertina: Nilla Pizzi tra Domenico Modugno e Jonny Dorelli a San Remo 1958 – immagine itoldya test1 – GetArchive   su licenza Creative Commons

Dal grande convegno del 25 gennaio di TESS: “LA LEGGE AREE IDONEE DELLA REGIONE TOSCANA È INACCETTABILE”

LA LEGGE AREE IDONEE DELLA REGIONE TOSCANA È INACCETTABILE

Non un convegno, ma una vera e propria maratona l’evento organizzato da TESS (Transizione Energetica Senza Speculazione) il 25 gennaio a Borgo San Lorenzo dal titolo “Territori e Comunità per una transizione energetica senza speculazione”. (vedi Qui su Periscopio)

Un evento che ha visto una grandissima partecipazione, con persone arrivate da ogni parte della Toscana e persino dalla Emilia Romagna e dalle Marche, con la presenza di importanti esponenti del mondo scientifico e dalla culturadei sindaci e rappresentanti delle forze politiche dei diversi schieramenti.

Al mattino è stata data voce ai territori che all’unisono hanno evidenziato la fortissima attività predatoria da parte dell’industria delle energie rinnovabili che agendo con espropri colloca i propri impianti nei terreni agricoli e nelle aree appenniniche con abbattimenti di estese aree boschive. Hanno partecipato anche Gea Firenzuola CER e Illuminati Sabina CERs informando i presenti sull’esperienza delle comunità energetiche.

Nel pomeriggio hanno portato il loro prezioso contributo relatori di grande rilievo come Paolo Pileri del Politecnico di Milano, Vincenzo Delle Site del CNR, Massimo Rovai dell’Università di Pisa, Paolo CacciariDaniela Poli dell’Università di Firenze, Monica Tommasi dell’Associazione Amici della Terra, Sandra Marraghini di Italia Nostra, Fabio Borlenghi dell’associazione Altura, Grazia Francescato ed infine Isabella Guerrini.

E’ intervenuto l’Eurodeputato parlamentare Francesco Torselli di Fratelli d’Italia, già Consigliere della Regione Toscana. Endorsement sono arrivati da Alessandro Barbero e dal Sindaco di Manciano Mirco Morini con il suo accorato appello a rivedere la legge regionale ora al vaglio del Consiglio Regionale.

Altri sindaci hanno voluto essere presenti e portare le proprie testimonianze come nel caso di Emanuele Piani, sindaco di San Godenzo e delegato ANCI per i parchi e le aree naturali protette e il Sindaco del Comune di Borgo San Lorenzo Leonardo Romagnoli che ha permesso l’organizzazione dell’evento. Sono intervenute diverse forze politiche bipartisan con esponenti impegnati sia a livello locale che europeo. Moltissimi interventi anche da parte del pubblico presente in sala.

Diversi relatori e rappresentanti delle Associazioni hanno evidenziato come la legge aree idonee della Regione Toscana che sarà approvata a breve dal Consiglio Regionale, andrà a favorire le società energetiche a scapito degli interessi della popolazione locale, della collettività e dell’ambiente, contrastando addirittura la normativa europea sul ripristino della Natura

(Nature Restauration Law), perché anziché aumentare del 50% le aree protette consegna il 30% delle ultime aree verdi alla speculazione energetica. La legge toscana favorisce infatti l’industria delle energie rinnovabili che agisce con gli espropri collocando i propri impianti secondo una logica prettamente di profitto economico, ovvero dove i terreni costano meno: nelle aree agricole, in quelle ricche di biodiversità e montane che con il loro suolo vergine e i loro boschi sono fonte di quei servizi ecosistemici essenziali per la vita e per la lotta al cambiamento climatico.

Così terreni fertili saranno sterilizzati per “coltivare” distese di pannelli fotovoltaici con danni incalcolabili all’agricoltura e gli Appennini verranno stravolti da colate di cemento per sorreggere enormi pale eoliche alte fino a 200 metri nonostante il concreto rischio di dissesto idrogeologico. Anche il paesaggio toscano sarà irrimediabilmente compromesso con tutte le conseguenze sulle attività economiche legate al turismo.

Manca inoltre una concertazione delle pianificazioni tra le regioni limitrofe poiché i mega impianti eolici riversano i loro impatti anche nei territori circostanti come sta accadendo, ad esempio, nel Montefeltro, nell’area di confine tra alta Valtiberina e Valmarecchia, dove Emilia Romagna e Marche sono in netto contrasto con le intenzioni della Regione Toscana.

La Coalizione TESS non è contraria alla transizione energetica, che  al contrario auspica un accelerazione  della democratizzazione delle produzione attraverso le comunità energetiche e un meccanismo che obblighi  all’ utilizzo delle aree già disponibili, che permettono ampiamente di raggiungere gli obiettivi imposti dall’Unione Europea, così come certificato nel report ISPRA del 2023 e 2024. Le ditte Proponenti devono quindi rivolgere i propri progetti in aree già edificate, come ad esempio i capannoni industriali, i parcheggi, le aree abbandonate e degradate, le arterie autostradali e ferroviarie, le zone industriali imponendo (in modo effettivo e vincolante) la priorità dell’uso del brown field.

Profondo rammarico per l’assenza dell’Assessora Monia Monni dimostrando una scarsa disponibilità, nonostante l’ampissima adesione di associazioni e comitati e le reiterate richieste di confronto.

La Coalizione auspica che l’Amministrazione regionale voglia aprire un sereno e costruttivo tavolo di confronto, nel reale interesse dei territori, diversamente le promesse di ascolto e di condivisione resteranno solo parole al vento.

Firenze, 27 gennaio 2025

Coalizione TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione – www.coalizionetess.com

panoramica del convegno del 25 gennaio 2025 a Borgo San Lorenzo

Storie in pellicola /
Al via a Roma la prima edizione dell’Indian Film Festival dal 7 all’11 febbraio

Dal 7 all’11 febbraio a Roma presso la sala ANICA la prima edizione dell’Indian Film Festival con il meglio del cinema indiano oltre Bollywood. Entrata gratuita.

Il festival, organizzato e promosso dall’Ambasciata Indiana a Roma, propone una rassegna di 5 film, in anteprima italiana che sono espressione della ricchezza linguistica e culturale dell’India. Non solo film in lingua Hindi ma anche in Telugu, Tamil, Kannada.

Questa prima edizione del festival restituisce infatti la ricchezza della cinematografia indiana e la sua grande varietà di generi e tematiche, con particolare attenzione a quelle sociali, che va di pari passo alla grande varietà linguistica dei film della rassegna.

Ad aprire il festival venerdì 7 febbraio sarà presentato RRR (Rise Roar Revolt) di S.S Rajamouli (2022), uno dei maggiori successi contemporanei di Tollywood. Il cinema in lingua telugu che si produce a Hyderabad, in contrapposizione alla lingua hindi in uso a Bollywood, e che rappresenta la seconda grande industria cinematografica indiana. Il film ha conquistato la fama e il plauso della critica internazionale vincendo il Golden Globe e poi l’Oscar per la migliore canzone originale con “Naatu Naatu”.

Ram Charan in RRR (Rise Roar Revolt) di S.S Rajamouli (2022)

Il film, record d’incassi in patria e di consensi oltreoceano, è una saga epica ambientato in India all’epoca della colonizzazione britannica. Interpretato da due delle maggiori star del cinema indiano: Alluri Sitarama Raju (Ram Charan) e Komaram Bheem (N.T. Rama Rao Jr), il film racconta le gesta di due rivoluzionari realmente esistiti, che all’inizio degli anni Venti si opposero alla dominazione britannica.

Si prosegue sabato 8 febbraio con Gangubai Kathiawadi (La regina di Mumbai) (2022) di Sanjay Leela Bhansali. Il film è stato presentato in anteprima nel 2022 al 72° Festival di Berlino ed è incentrato sulla vita di Gangubai Kothewali, una donna molto potente vissuta negli anni ’60, nota anche come “La maîtresse di Kamathipura’ per i suoi legami con la malavita.

Domenica 9 febbraio sarà la volta di Soorai Pottru (2020) con la star Suriya e Paresh Rawal, diretto da Sudha Kongara, regista e sceneggiatrice che gira prevalentemente in lingua Tamil. Il film, basato su una storia vera, racconta la vita di Nedumaaran Rajangam, conosciuto come Maara e pioniere dell’industria aviatoria indiana. Un ragazzo di umili origini che sogna di fondare la prima compagnia aerea low cost in India, così da rendere accessibile la possibilità di viaggiare anche alle persone meno abbienti.

Suriya e Paresh Rawal in Soorai Pottru di Sudha Kongara (2020)

Lunedì 10 febbraio sarà la volta di Vikram (2022), un thriller d’azione in lingua tamil diretto da Lokesh Kanagaraj, è interpretato da Kamal Haasan nel ruolo del protagonista. È il secondo capitolo del Lokesh Cinematic Universe ed è il seguito dell’omonima pellicola del 1986. Il film segue Vikram, l’ex comandante di una squadra pilota di black-ops, e i suoi sforzi per catturare Sandhanam.

Kamal Haasan in Vikram di Lokesh Kanagaraj (2022)

Martedì 11 febbraio chiude il festival Kantara (2022) diretto e interpretato da Rishab Shetty. Il film è ambientato in un villaggio rurale nella foresta e minacciato dagli interessi del governo. Shiva deve confrontarsi con i suoi dubbi e adempiere al suo destino per proteggere la sua gente e le tradizioni locali. Il film, in lingua Kannada, predominante nella parte sudoccidentale del paese, è un racconto mistico che apre lo spettatore a una prospettiva unica sulla complessità delle sfaccettature sociali dell’India.

Sapthami Gowda e Rishab Shetty in Kantara di Rishab Shetty (2022)

Il festival, promosso dall’Ambasciata Indiana a Roma ha come partner Government of India Ministry of Information and BroadcastingNFDC- National Film Development Corporation of India e in Italia ANICA – Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche e Audiovisive.

Tutte le proiezioni saranno in lingua originale sottotitolate in italiano e inglese. L’accesso è gratuito fino ad esaurimento posti presso la Sala ANICA viale Regina Margherita 286.

In evidenza, Alia Bhatt in Gangubai Kathiawadi di Sanjay Leela Bhansali (2022), tutte le immagini per cortesia dell’Ufficio stampa – Storyfinders

Quando la citazione si fa…critica
(In margine all’insediamento di Donald Trump)

Quando la citazione si fa…critica. (In margine all’insediamento di Donald Trump)

«I poeti esistono per essere citati e quello che si sa scrivere su di loro è, nella maggior parte dei casi, superfluo» così scriveva Hannah Arendt in un suo saggio pubblicato sul New Yorker del 5 Novembre 1966.

Nel saggio dedicato a Bertolt Brecht, la studiosa criticava l’indulgenza del poeta nei confronti della tirannia e più in generale quell’astrusa inconsapevolezza che pare soggiogare l’artista di fronte al  clima di terrore e di violenza imposto da un regime totalitario: Brecht, che si scagliava contro i laudatores di Hitler, non disdegnò di mettere il suo talento artistico al servizio di Stalin.

La Arendt si era già soffermata nei suoi scritti  su quelle «sconcertanti» alleanze tra “popolo ed élite, che puntualmente portavano all’avvento di regimi totalitari. In questi casi, diceva la Arendt, non risulta affascinante la maestria del “capo” di turno (dittatore, tiranno, oligarca o tecnocrate che sia) ma «… la sua capacità di organizzare le masse in modo da tradurre e diffondere le proprie parole… “disoneste”».

L’onestà delle parole  era dunque il vero tema del saggio della Arendt. È come se oggi, dopo averle ascoltate, ci chiedessimo se «consideriamo oneste le parole del 47esimo Presidente degli USA». (Ma è evidente, per quanto appena detto, che tale domanda riguarderebbe chiunque oggi fosse in grado di “organizzare masse”).

In più e con maggiore convinzione dovremmo chiederci la stessa cosa per le parole pronunciate dal/dalla poeta di turno.

Vi ricordate? Nell’insediamento di Joe Biden si scomodò la giovane Amanda Gorman che declamò la sua poesia dal titolo La collina che scaliamo; eccone una citazione:

Se vogliamo vivere all’altezza del nostro tempo
Allora la vittoria non starà nella lama
Ma in tutti i ponti che abbiamo costruito
Questa è la promessa verso la radura
La collina che scaliamo
Se solo osiamo

 Niente da dire: parole oneste, chiare, semplici e bene allineate.

Quest’anno sembrerebbe che  l’ordine di quelle parole abbia lasciato il posto alle… parole d’ordine: Trivella, baby, trivella!” o ancora “Pianteremo la bandiera stelle e strisce su Marte”.

Sarebbe interessante soffermarsi quindi non tanto sui sedicenti “poeti” (con Musk, quest’anno, cantore di Trump come lo fu la Gorman, quattro anni fa, per Biden), ma sul ruolo che invece dovrebbe avere, in queste occasioni politiche, un autentico poeta.

Potremmo dire come ci ricorda W. H. Auden che al poeta spetta «il compito di coniare le parole con le quali dobbiamo vivere». Ed è sull’onestà di queste parole che pesa la responsabilità di fare luce sul presente, soprattutto quando la gravità del momento potrebbe ostacolare l’esercizio del canto poetico o l’espressione di un libero pensiero.

E fare luce – diradare la confusione – è tanto più necessario quando gli slogan e le…parole d’ordine finiscono per ridurre l’idea di “umanità” a una massa di individui ciecamente obbedienti. (Ho già avuto modo di ricordare che, oggi, «umano» dovrebbe invece equivalere a saper riconoscere il caos e la menzogna nella grande confusione creata dalla comunicazione/informazione globale).

Il dilemma intorno alla “responsabilità politica” dei poeti indusse la Arendt a utilizzare nel suo Il futuro alle spalle (il Mulino, 1980) proprio i seguenti versi di Auden:

Tu speri, certo,
che i tuoi libri ti scuseranno
senza apparire triste
e in alcun modo senza
colpevolizzarti
(non ce n’è bisogno
sapendo bene
a cosa un’amante dell’arte
come te presta attenzione).
Dio potrebbe indurti
nel Giorno del Giudizio
in lacrime di vergogna recitando
col cuore le poesie che avresti
scritto se la tua vita
fosse stata buona.

Auden aveva dedicato questa poesia al suo amico Louis MacNeice e successivamente questi stessi versi ispirarono la Arendt nella elaborazione della sua idea che «…i poeti vadano sempre e solo citati e non debbano essere giudicati in base alle loro responsabilità…» o «colpe»: quest’ultima è una cosa  che attiene alla sfera etica, alla bontà o meno della vita di un poeta, e pertanto, più che a dissertazioni laiche o terrene, essa va relegata al “giorno del giudizio”.

Estendendo questa idea di Auden, fatta propria dalla Arendt , sarebbe dunque preferibile utilizzare quale critica al discorso di Trump e ai versi e gesti del suo “cantore”, SOLO questa: la citazione. Corretta. Alla lettera e niente altro di più.

E che tutto il resto venga lasciato al “giorno del giudizio”.

“L’età dell’oro dell’America inizia proprio adesso. Da oggi in poi, il nostro Paese rifiorirà e sarà rispettato di nuovo in tutto il mondo, saremo l’invidia di ogni nazione e non permetteremo più che qualcuno si approfitti di noi”

“Durante ogni singolo giorno della mia nuova amministrazione metterò semplicemente l’America al primo posto, America First… La nostra sovranità sarà rivendicata, la nostra sicurezza sarà ripristinata”.

“Oggi è il Martin Luther King Day e in suo onore, sarà un grande onore, e in suo onore ci impegneremo insieme per far sì che il suo sogno diventi realtà. Faremo sì che il suo sogno diventi realtà”

“Sono stato salvato da Dio per una ragione, per rendere l’America di nuovo grande”

“Tutti gli immigrati clandestini saranno fermati e inizierà il processo di ritorno verso i Paesi di provenienza… Torneremo alla politica ‘caccia e respingi’. Rifacendomi a una legge del 1798, conferirò alle forze armate il potere di sgominare le bande criminali che svolgono le loro attività sul nostro territorio. Varrà anche nelle periferie delle nostre città”.

“La mia più orgogliosa eredità sarà quella di pacificatore e unificatore, questo è quello che voglio essere… Come nel 2017, noi di nuovo costruiremo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto”

[SIC]

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/

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Parole a capo
Pier Luigi Guerrini: “Carte sparse”

Fogli sparsi

Fogli sparsi, diari, agende, angoli di carta,
pagine strappate
perse nel tempo, nel vento, nel cambiamento,
nell’adattamento, nella conformazione, nel trasloco.
Buttate nel cestino, gettate, cancellate,
immeritevoli, odiate,
spreco di inchiostro, di tempo, di sudore
di impegno, di ardore.
Lunga scia di lacrime, di sangue, di sfinimento,
di autodistruzione, di spegnimento.
Parole scritte, pensate, insensate, amate, riflesse,
sentite, recuperate, riscritte.
La forza, la vita, la passione ti chiama a gran voce.
Ora la senti.
Non morire più un’altra volta.

(Sonia Pacetti)

 

Avere un garage, una cantina dove sono ammassati libri, carte, riviste, quaderni pieni di fogli debordanti aggiunti nel tempo con una metodicità difficilmente ordinata, penso sia una condizione vitale per molte persone. Poi, chi come me ha avuto l’avventura di fare diversi traslochi, ricorda la grande difficoltà, la rinuncia (perché no?) un po’ dolorosa a portarsi dietro, nella nuova dimora di libri, giornali (addirittura annate), documenti accumulati nel tempo. Una parte, di ciò che avevo deciso di lasciare, l’ho donata ad un paio di centri sociali anziani, altri libri, videocassette con argomenti adatti all’infanzia li ho portati ad un paio di scuole elementari. Nonostante questi “alleggerimenti” operati nel tempo, il mio garage attuale (come fosse un essere pulsante) “vive” una condizione di stand by precario, d’attesa.

Aspettando la prossima estate, per un’esplorazione più in profondità del materiale letterario accumulato in garage, ogni tanto apro gli armadi e prendo fuori alcuni di quei documenti, frammenti che fanno parte della mia storia. L’ironia di Karl Kraus, in “Detti e contraddetti” mi viene in soccorso quando scriveva che “fra i vecchi libri, rari sono quelli che, in mezzo all’incomprensibile e al troppo comprensibile, hanno conservato un contenuto vivo”. Un pensiero decisamente tagliente, paradossale che ovviamente mi porta in direzione opposta. Un po’ di tempo fa, ho ritrovato diversi libri con all’interno numerosi fogli sparsi in cui, negli anni settanta scrivevo note personali di politica locale, di costume, tentativi di satira. Tutte cose che penso abbiano fatto in tanti. Non c’erano ancora i computer, gli smartphone. Eravamo ancora ben immersi nella modalità analogica. Trascrivevo nello stesso foglio poesie di vari autori, decine di titoli di libri da acquistare (cosa che molto spesso poi ho fatto), titoli di dischi, numeri telefonici e altro. Girovagando sul web, come faccio spesso, mi sono imbattuto in una poesia del 2015 di Sonia Pacetti “Fogli sparsi” (IlMioLibro ed.) che ho riportato integralmente all’inizio. In particolare, mi hanno colpito questi versi “parole scritte, pensate, insensate, amate, riflesse, sentite, recuperate, riscritte”. Senza scomodare autori/autrici di fama, e non penso di fare una rivelazione strepitosa, molte volte, ogni giorno ti capita di avere delle interferenze emozionali che ti arrivano da una frase, uno sguardo, una notizia, un pensiero. Queste poche parole mi hanno rimandato a quello che mi capita ogni tanto nelle ricognizioni mnemoniche nel mio garage. Riporto, per questo numero di “Parole a Capo”, una poesia di Ettore Masina “Non si deve spiegare la vita ai bambini”, ricopiata in uno dei tanti fogli ritrovati e dal contenuto purtroppo, e tristemente, sempre attuale.

(Pier Luigi Guerrini)

 

Non si deve spiegare la vita ai bambini,
non dirgli: bambini

sapete, il mondo cresce,
cammina
uccidendo bambini.

Ne abbiamo visti morire tanti questa sera,
alla televisione, in guerre
dovunque.

Vi guardavo guardare: tenevate
alti gli occhi a cercare
i soldati: io, bassi (cercavo
negli angoli quei piccoli voi
rovesciati, fra pietre).

L’arco perfetto d’una bomba a mano
vi strappava un bisbiglio,
così la fumata sul
tank.

E i bambini morivano negli angoli,
senza
rumore o parole
non avendo più voci.

(Ma
non si devono dire
queste cose ai
bambini se si vuole
che diventino uomini).

(da “Pellegrinaggio laico“, Fratelli Fabbri Editori, 1969)

Brevi note informative su Ettore Masina (Breno, 4 settembre 1928 – Roma, 28 giugno 2017). E’ stato un giornalista e apprezzato vaticanista (famosi i suoi servizi televisivi sul Concilio Vaticano II), scrittore e politico italiano. Fu parlamentare e fondatore, con Paul Gauthier, della “Rete Radié Resch” di solidarietà internazionale.

NOTA: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 269° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Immagine di copertina tratta da Pixabay

Il lavoro e la qualità della democrazia.
Un intervento del 2015 di Rossana Rossanda

Il lavoro e la qualità della democrazia.
Un intervento del 2015 di Rossana Rossanda

“L’idea che un Paese si fa del rapporto di lavoro è fondamentale per la qualità della democrazia”: così dieci anni fa Rossana Rossanda in un commento sul Jobs Act. Lo pubblichiamo in occasione del convegno “Liberare il lavoro. Rossanda e le questioni del lavoro, ieri e oggi”, il 29 gennaio a Roma

Le pagine del “Workers Act” curato da Sbilanciamoci! spiegano, nella prima parte, il Jobs Act del governo di Matteo Renzi e nella seconda presentano un’alternativa a esso: non per caso si chiamano “Workers Act” perché esprimono il punto di vista dei lavoratori. È necessario spiegarlo perché l’insieme di testi presentato dal governo, non per essere discusso ma affidato con una serie di deleghe all’esecutivo, va chiarito a coloro che vi saranno obbligati senza aver potuto contribuire alla sua elaborazione. Dietro le formule nebulose si rivela, non detta, la volontà di rendere la prestazione della manodopera più flessibile in entrata e in uscita, cioè meno garantita per i dipendenti sia nell’assunzione, sia nel licenziamento, che torna a essere possibile a piacimento del padronato con un semplice rimborso, abolendo quel che restava dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, dopo il già grave ridimensionamento operato dalla riforma Fornero del 2012.

Il lavoro diventa soggetto a tutte le versioni e forme diverse di precariato; il contratto a tempo indeterminato, definito in modo ingannevole “a tutele crescenti”, allarga tempi e spazi di precariato a cominciare senza remora alcuna dai primi tre anni, quando è perfino esente da imposizione fiscale per l’impresa. La troppo vasta tipologia dei contratti, con regolamenti relativi, non è stata corretta salvo in parte nel contratto a progetto, dov’era diventata scandalosa. In genere la molteplicità delle misure recepisce quella che – quando l’attuale Pd era ancora Pci e il sindacalismo cattolico aveva i suoi anni di gloria – era comunemente definita “giungla contrattuale”. I ripetuti annunci di semplificazione sono brutalmente smentiti da una legislazione il cui arruffamento non è indice di confusione, quanto moltiplicazione delle vie offerte al datore di lavoro di trattare i suoi dipendenti con il metodo “usa e getta”.

 

Si tratta di un arretramento poderoso dei lavoratori nei rapporti di forza con il capitale, perseguito dal governo nella convinzione – almeno presentata come tale – di agevolare l’imprenditore in un rilancio della crescita dell’economia, come se la sua attuale fluttuazione dallo zero allo zerovirgola si dovesse alle pretese eccessive imposte dai dipendenti, dai “lacci e lacciuoli” da loro messi allo sviluppo. L’assenza di qualsiasi piano di reindustrializzazione e di riduzione della disoccupazione crescente in Italia dimostra la miopia dell’attuale esecutivo nell’operare questa stretta. Essa non è dovuta alla crisi, ma ne profitta per ridurre le tutele dei lavoratori e l’importo dei salari, insomma per allargare i profitti dell’impresa e indurre una ripresa degli investimenti a spese dei salariati, senza modificare il prodotto o le tecniche di produzione. È una svolta di 180 gradi rispetto alla linea keynesiana che aveva sorretto la crescita del dopoguerra; una svolta che non solo penalizza i dipendenti ma non riesce a vivificare il mercato, che già fa sapere di non contare su più di un punto di crescita come conseguenza dell’applicazione del Jobs Act.

 

Il cardine della politica di austerità si rivela non solo socialmente ingiusto, ma inefficace, producendo tensioni sociali e soffocamenti; l’esempio più negativo è quello che Bruxelles insiste ad imporre alla Grecia con la filosofia del rimborso totale e in tempi stretti del debito, ma è una politica che pesa su tutti i paesi del sud Europa, mettendone in pericolo l’integrazione. È evidente l’intenzione di dare all’Europa una configurazione squilibrata fra nord e sud, confermando il potere dei primi, mentre si accantona ogni tentativo di definire condizioni uguali per tutti nella fiscalità e nelle strutture produttive. Il Jobs Act ha imposto di forza una diminuzione dei diritti del lavoro che interpella il parlamento e i partiti decisivi in esso, in primis il Pd, sulla svolta culturale avvenuta in questi anni; l’idea che un paese si fa del rapporto di lavoro è infatti fondamentale per la qualità della democrazia e della socialità che si persegue. L’idea del lavoro ha conosciuto una crescita difficoltosa ma costante dalla seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del fascismo fino agli anni novanta del secolo scorso, e un’involuzione decisiva nella legificazione dell’attuale governo; è significativo che essa avvenga sotto l’egida di un premier espresso dal più grande partito di sinistra, fino a venti anni fa simbolo del movimento operaio.

 

Non siamo un’eccezione, sono chiamati governi di sinistra o di coalizione con la sinistra quelli che trascinano l’Europa sulla via dell’austerità, con la restrizione dei diritti sociali, del welfare e della spesa pubblica. Questa svolta culturale ha radici lontane. C’è da riflettere sul fatto che il movimento sociale più partecipato e liberatorio, quello del 1968, che esplode alla fine di un decennio di lotte, apre in Italia la strada a due nuove e decisive forme del politico: il movimento delle donne (femminista) e quello ecologico, fra loro disuniti, ma prorompenti su strati e soggetti sociali nuovi rispetto al movimento operaio, e spinti più che a integrarlo a metterlo sotto accusa per la balbuzie con i quali i suoi esponenti politici e sindacali, piuttosto che sposarne gli intenti, vi restano in concreto estranei.

 

Femministe e verdi accusano la già eccessivamente conclamata “fabbrica” di sordità sulla questione delle donne (sordità dovuta al maschilismo dominante sia a destra che a sinistra) e, peggio, di aver appoggiato o addirittura spinto a uno “sviluppismo” industriale sconsiderato, cieco ai limiti del pianeta e quindi opposto alla sostenibilità della produzione e dei territori. Sta di fatto che questi grandi filoni di critica del presente investono masse crescenti ma divise e incapaci di parlarsi, ciascuna in contrapposizione alle altre e aspirante all’egemonia. La cosiddetta crisi della politica è stata una porta spalancata al liberismo che pareva espulso dall’orizzonte e vi è trionfalmente rientrato, e con tanto più impatto in quanto che essa si verifica contemporaneamente al precipitare delle società dette comuniste. L’Unione sovietica, la Repubblica popolare cinese e Cuba, rivoluzioni nate in condizioni storiche diverse ma che hanno avuto in comune l’obiettivo della liberazione del lavoro dal capitale sono tutte e tre passate – dopo il 1989 – a forme esplicite di capitalismo di stato, aperto all’iniziativa privata.

È stato il caso più evidente di eterogenesi dei fini di un movimento internazionale giovanile che, mirando a un approfondimento inedito del pensiero politico moderno e delle sue principali istituzioni attraverso uno scavo delle radici dell’autoritarismo ai fini di una più compiuta liberazione della persona, perde di vista la mondializzazione del capitale, e ritenendo impossibile metterla in causa, ha finito con l’offuscare dalle coscienze l’importanza del rapporto di lavoro, un tempo considerato “centrale”. Certo non da solo; le modifiche dell’organizzazione proprietaria e della produzione, il venir meno della grande fabbrica, già contenitore della parte essenziale della forza lavoro e quindi luogo deputato delle sue elaborazioni politiche e sindacali, ha favorito la presa profonda nella società di alcune realtà e di alcune favole: la fine della figura operaia, proprio mentre essa assumeva proporzioni inedite sul globo, la fine di una identificabile proprietà del mezzo di produzione, il moltiplicarsi delle esternalizzazioni e delle tipologie contrattuali, il dilagare del prodotto immateriale rispetto alla fisicità del prodotto industriale, l’immaterialità delle tecniche del processo produttivo, la crescita, rispetto alle capacità elementari del lavoro parcellizzato, del ricorso a un “intelletto generale” che implicava facoltà e molteplici saperi della vita urbana.

Tutto questo ha prodotto e accompagnato la frammentazione della coscienza dei lavoratori e il minore impatto delle loro organizzazioni tradizionali. Sta di fatto che dagli anni ottanta in poi l’aderenza di una “coscienza operaia” alle trasformazioni proprietarie e del processo produttivo è andata sfocandosi e indebolendosi, mentre nel formarsi in misura crescente di movimenti puntuali ma separati, appare perduta un’interpretazione comune dell’avversario capitalistico e del “che fare” degli sfruttati. I gruppi di ricerca infittiscono ma non comunicano, neanche nelle forme razionali: c’è la separatezza dei sindacati anche in Europa, il frantumarsi di un’opinione politica comune, fatta eccezione per Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.

Neanche quando il governo lancia un’operazione capitalistica su grande scala, come il Jobs Act, essa produce una scossa immediata di percezione da parte del blocco popolare, probabilmente perché di “blocco” non si può più, o non ancora, parlare – e qui si viene alla proposta di coalizione sociale di Maurizio Landini. In Italia occorre molto tempo perché si realizzi una manifestazione nazionale di protesta, mentre l’infiacchirsi dei meccanismi maggioranza/opposizione in democrazia induce reazioni scomposte del governo. Non va dimenticato infatti che il frutto più velenoso della “crisi della politica”, visibile specialmente negli eventi elettorali, è l’impoverimento della rappresentanza e delle sue regole primarie che dà luogo al confuso emergere di un “partito della nazione” immaginato da Renzi, in cerca di un’investitura popolare, che rinnovi i fasti del 40% ottenuto alle elezioni europee, sul quale si basa l’autorità di cui fa sfoggio per indebolire il patto costituzionale.

La ricezione inizialmente senza intoppi – tranne quelli venuti dalla Cgil o, come questo lavoro, da Sbilanciamoci!, nel silenzio del Partito democratico – è significativa di un’ennesima caduta culturale e morale del paese. Di qui l’importanza negativa del Jobs Act e di questo tentativo di opporgli una critica e un’alternativa, offerte come materiale di lavoro alla classe operaia e ai suoi gruppi di studio, cui spetta discuterle ed eventualmente modificarle.

Rossana Rossanda
(Pubblicato su Sbilanciamoci.info il 26 maggio 2015)

 

L’Italia e la pentola sul fuoco

L’Italia e la pentola sul fuoco

Cosa penserebbe il marziano di Pif se atterrasse in Italia dalle parti del Parlamento? Più o meno quello che pensa “l’uomo della strada” al bar, o tutti gli altri, quelli che non frequentano il bar e imparano le news dal telegiornale o direttamente sul telefonino? Tutti vediamo che in Italia tira un’aria di guerra senza quartiere e ci viene la domanda più ovvia: dove andremo a finire?

Perchè non si tratta più del naturale scontro fra maggioranza e opposizione che caratterizza ogni democrazia, ma di una guerra che coinvolge direttamente le varie  funzioni dello Stato, le istituzioni indipendenti che stanno alla base della nostra democrazia. La protesta, composta ma di massa, dei giudici contro la riforma della separazione delle carriere, segna un punto di non ritorno dello scontro tra Potere esecutivo (il Governo) e la Magistratura.  Uno scontro preceduto e seguito da una sfilza di accuse e di insulti contro presunti “giudici comunisti”.

La vicenda del torturatore Generale Almasri, recapitato a casa sua in Libia in tutta fretta con un aereo di stato, senza un doveroso intervento da parte del ministro competente, è una pagina nera dell’Italia che si dichiara un paese democratico e difensore dei diritti umani. Quello invece che è successo dopo, a seguito di una denuncia di un avvocato (un avvocato di destra), rappresenta il normale corso della giustizia. La procura di Roma ha trasmesso il fascicolo al competente Tribunale dei Ministri e quest’ultimo avrà 90 giorni di tempo per esaminare e valutare se ci sono elementi sufficienti per rinviare a giudizio Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano, diversamente archivierà la pratica.

Cosa c’è di strano in tutto questo? Non è forse la medesima strada che percorre ogni cittadino italiano che viene denunciato per qualche reato? O forse governo e ministri devono godere di una sorta di immunità preventiva? Tutti siamo uguali davanti alla legge. Anche l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, prima rinviato a giudizio per i migranti trattenuti sulla nave Diciotti, quindi prosciolto.

Perchè allora tutto questo clamore, compresa la dichiarazione indignata e vittimista di Giorgia Meloni? Se mettiamo insieme tutti i pezzi di questa battaglia ingaggiata dal Centrodestra e dal Governo contro la magistratura, si intravede una precisa volontà politica di ridurre l’autonomia della Magistratura, uno dei mattoni della nostra Costituzione.

Ma la guerra italiana ha altri fronti aperti. Prima di tutto quella tra Nord e Sud. La legge sull’Autonomia differenziata, oggi in stand by per le modifiche richieste dalla Corte Costituzionale, è avversata da alcune Regioni e nei sondaggi viene bocciata in massa dagli italiani del sud. Poi c’è la campagna, Salvini in testa, contro il diritto di sciopero. Infine il Presidenzialismo/Premierato un’altra bandiera del Centrodestra che sarà presto discusso in parlamento, con l’obiettivo di dare ancora più potere all’esecutivo e ridurre i poteri del Presidente della Repubblica.

Eppure ci sarebbe tanto a cui applicarsi per “cambiare l’Italia”, come promette tutti i giorni Giorgia Meloni. L’evasione fiscale, la diseguaglianza e la povertà che avanzano, il Sud che continua ad arrancare, i laureati che scappano all’estero…

Questo governo, il primo guidato dalla destra, si sente invece investito di un compito storico: cambiare le regole del gioco. Per questo ha messo a bollire la pentola. È una pentola robusta, costruita con cura dai nostri padri costituenti, ma se si continua ad alimentare il fuoco, a gridare al complotto, la pentola può scoppiare. Se si assaltano le istituzioni ci andranno di mezzo tutti gli italiani.

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Vite di carta
“Se il cielo fosse femmina” e gli alberi fossero blu

Vite di carta. Se il cielo fosse femmina e gli alberi fossero blu

Può accadere, e accade martedì 21 gennaio in una sala dipinta a colori accesi, con alberi dal tronco blu e col fogliame verde tenero. Quando entriamo le classi coinvolte nell’incontro di oggi – quarta V, quinta B, quinta S – hanno già occupato le sedie disponibili e aspettano che la presentazione del romanzo Se il cielo fosse femmina di Anna Chiara Venturini abbia inizio. L’autrice è arrivata, so che come mi è già accaduto di vedere presenterà da sé il proprio libro, suscitando una conversazione partecipata con i ragazzi.

Pochi minuti per i saluti con la Dirigente e con le docenti referenti per l’evento: in fondo oggi ci accade di ritrovarci in una ulteriore occasione di scambio e di condivisione. Dall’anno scolastico 2022-23 la Associazione degli Amici della Biblioteca Ariostea sostiene le attività legate alle lettura all’interno dell’Istituto Einaudi.

La presidente Paola Zanardi e noi che rappresentiamo il Direttivo ricordiamo con soddisfazione di essere state qui nello scorso ottobre a incontrare il Gruppo di lettura Gli occhi di minerva e a inaugurare la Biblioteca Scolastica finalmente allestita in una delle aule dopo un intenso lavoro da parte di docenti e studenti volontari che hanno realizzato magnifiche decorazioni floreali alle pareti.

Dalla prima fila dove prendiamo posto vediamo bene l’autrice anche nella mimica del volto, gli studenti alle nostre spalle sono in silenzio. La sentiamo raccontare come le è nata l’idea di scrivere una storia tutta ferrarese ambientata nella Certosa, spiegare che si tratta di un luogo straordinario per bellezza e quiete. Cercare nei ragazzi le domande che vengono più spontanee, a fronte di una scelta narrativa così: dove Cecilia, la protagonista, impara a convivere con il dolore della perdita più struggente e insieme prova un giorno dopo l’altro a rinascere.

Gli studenti che hanno dialogato con l’autrice insieme alla prof. Giarratana

I ragazzi intervengono: molti di loro hanno letto il libro e sanno essere precisi nel porre le domande. Prima di tutto il titolo: perché Se il cielo fosse femmina? Perché anche il cielo può essere rovesciato, può esserlo la vita che si trasforma in morte prematura e improvvisa. Cecilia nello stesso giorno ha perduto la bimba che portava in grembo, Celeste, e il suo compagno. Per lunghi mesi le riesce impossibile vivere, finché lavorando dentro il cimitero monumentale della Certosa impara a tessere di nuovo relazioni autentiche con gli altri: con gli addetti al restauro delle opere d’arte e con il Direttore del complesso, con alcune visitatrici del luogo che come lei portano lì il loro dolore ma anche segnali di vita.

Il cielo che può diventare femmina contiene una ipotesi di rinascita, così come una morte, la morte, può lasciare il posto alla vita. Nelle forme a cui Cecilia è più sensibile: con il restauro delle vetrate più belle, con il fiorire di tulipani che ha piantato nel prato dei bambini insieme a Lea, la Signora Velata che come lei ha perduto la sua bambina.

Vengono lette alcune parti del romanzo, emergono altre figure che ci raccontano storie altrettanto inusuali. Anche Rosalinda è una frequentatrice della Certosa e riempie i vialetti e i prati della sua eleganza leggiadra e della sua solitudine. Rosalinda la addolcisce con il suo essere fedele alla bellezza, confeziona abiti preziosi prendendo come modello le statue di certe cappelle e poi torna lì a esibirli.

Anna Chiara Venturini sa bene come stare insieme ai ragazzi intorno a un libro: ammette di avere trovato l’ispirazione per il personaggio di Rosalinda in una figura di donna incontrata nella sua giovinezza. Racconta di avere passeggiato in una luminosa mattina d’estate nei vialetti della Certosa e di avere avuto la prima idea di questo libro. Ma sa anche esplorare le parti rielaborate dalla sua penna, fa riflettere sul valore del silenzio come segno di pace interiore, sul rispetto verso chi non è più e su tutti i gesti d’amore.

Non può che raccomandare il valore della memoria, che è radice dentro Cecilia e dentro la storia di tutti.

Alla fine consiglia ai ragazzi di fare visita alla Certosa, e di sedersi magari sotto uno dei porticati che abbracciano lo spazio davanti a San Cristoforo. Aprire un libro ed entrare in un raccoglimento che può portare quiete e adesione a se stessi.

I ragazzi la sorprendono. Lei non può vedere le locandine che hanno preparato per l’incontro, sono affisse al tavolo da cui parla e sono rivolte verso il pubblico. Sono bellissime. In basso, sotto alla foto di lei e del suo libro ritratto in un prato di margherite, c’è una foto più grande. Sotto il porticato in ombra, con il sole che intanto inonda il prato e gli alberi davanti alla Chiesa, siede una ragazza: ha lasciato lì accanto la borsa, ha disteso le gambe e si è messa a leggere un libro.

Nota bibliografica:

  • Anna Chiara Venturini, Se il cielo fosse femmina, Giovane Holden Edizioni, 2024

Cover: la platea degli studenti e sullo sfondo la dirigente Marianna Fornasiero mentre saluta l’autrice insieme alle docenti Carmen Ada Giarratana e Roberta Runza

Immagini della copertina e nel testo fornite dall’Istituto Einaudi

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

La sua privacy vale più di un like

Con il termine sharenting  si intende il fenomeno della condivisione online costante da parte dei genitori di contenuti che riguardano i propri figli/e (foto, video, ecografie). Il neologismo, coniato negli Stati Uniti, deriva dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità).

La gioia di un momento da condividere, pubblicando l’immagine dei propri figli, è un’emozione comprensibile, ma allo stesso tempo è necessario chiedersi se ci sono rischi nell’eccessiva sovraesposizione online. Uno studio europeo riporta che ogni anno i genitori condividono online una media di circa 300 foto e innumerevoli dati sensibili riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1.000. Le prime tre destinazioni per queste foto sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%).

Un’altra indagine ha rilevato che i bambini, prima dei due anni, che vivono nei Paesi occidentali, hanno una presenza online di circa l’81% in media suddivisi per il 92% negli Stati Uniti e per il 73% in Europa. In Australia e in Nuova Zelanda, il 41% dei bambini ha una presenza online dalla nascita. Oltre il 30% delle madri pubblica regolarmente foto dei propri neonati e, grazie alla condivisione, un numero crescente di bambini nasce digitalmente anche prima della nascita naturale. Il fenomeno della pubblicazione di immagini di ecografie, racconti di esperienze personali durante la gravidanza e persino l’attivazione di indirizzi e-mail e profili di social network è in continuo aumento. Negli Stati Uniti, il 34% dei genitori pubblica regolarmente ecografie online, il 13% in Francia e rispettivamente il 14% e il 15% in Italia e in Germania.

Lo sharenting è un fenomeno da tempo all’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali, soprattutto per i rischi che comporta sull’identità digitale del minore e quindi sulla corretta formazione della sua personalità.
La diffusione non condivisa di immagini rischia inoltre di creare tensioni anche importanti nel rapporto tra genitori e figli. È dunque necessario che i “grandi” siano consapevoli dei pregiudizi cui sottopongono i minori con l’esposizione in rete (tendenzialmente per sempre) delle loro foto, anche in termini di utilizzo di immagini a fini pedopornografici, ritorsivi o comunque impropri da parte di terzi. Per tale motivo l’Autorità ha proposto di estendere a questi casi la particolare tutela assicurata dal Garante sul terreno del cyberbullismo.

“E’ bene riflettere, si legge sul sito istituzionale del Garante, sul fatto che postare foto e video della vita dei minori, magari accompagnati da informazioni come l’indicazione del nome, l’età o il luogo in cui è stato ripreso, contribuisce a definire l’immagine e la reputazione online. Ciò che viene pubblicato online o condiviso nelle chat di messaggistica rischia di non essere più nel nostro controllo e questo vale maggiormente nel caso dei minori. Quando qualcosa appare su uno schermo, non solo può essere catturato e riutilizzato a nostra insaputa da chiunque per scopi impropri o per attività illecite, ma contiene più informazioni di quanto pensiamo, come ad esempio i dati di geolocalizzazione. Chiediamoci sempre se i nostri figli in futuro potrebbero non essere contenti di ritrovare loro immagini a disposizione di tutti o non essere d’accordo con l’immagine che gli stiamo costruendo. È bene essere consapevoli che stiamo fornendo dettagli sulla loro vita e che potrebbero anche influenzare la loro personalità e la loro dimensione relazionale in futuro.”

Se proprio decidiamo di pubblicare immagini dei nostri figli, è importante provare almeno a seguire alcune accortezze, che il Garante indica nelle seguenti: rendere irriconoscibile il viso del minore (ad esempio, utilizzando programmi di grafica per “pixellare” i volti, disponibili anche gratuitamente online); coprire semplicemente i volti con una “faccina” emoticon; limitare le impostazioni di visibilità delle immagini sui social network solo alle persone che si conoscono o che sono affidabili e non condividono senza consenso nel caso di invio su programma di messagistica istantanea; evitare la creazione di un account social dedicato al minore; leggere e comprendere le informative sulla privacy dei social network su cui carichiamo fotografie, video, etc..

Intanto, è partita la nuova campagna di comunicazione istituzionale lanciata dal Garante Privacy contro il sharenting. “La sua privacy vale più di un like” è il claim della nuova campagna in onda sulle reti radio tv della Rai e che verrà diffuso anche attraverso i social media del Garante. Un professore, interpretato dall’attore Luca Angeletti, mette in guardia, in modo ironico, una classe di genitori sui rischi dell’eccessiva esposizione in rete dei loro figli. Ciò che viene pubblicato sui social o condiviso nelle chat può essere infatti catturato e riutilizzato da chiunque per scopi impropri, per attività illecite, o finire addirittura sui siti pedopornografici. Il claim della campagna di comunicazione, “La sua privacy vale molto più di un like”, invita i genitori a riflettere e ad essere più consapevoli della protezione dei dati personali prima di postare l’ennesima foto del proprio figlio minorenne.

Qui il video spot del Garante privacy a tutela dei minori “La sua privacy vale più di un like”.

Questo articolo è uscito su Pressenza il 24 gennaio 2025

In copertina: immagine di Voci di Città su licenza Creative Commons

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David Yambio: “Anch’io torturato dal Generale Almasri. Perché lo avete fatto scappare?”

David Yambio: “Anch’io torturato dal Generale Almasri. Perché lo avete fatto scappare?”

Tratto da Sea-Whatch.org

Le parole di David Yambio attivista di Sea Watch e portavoce di Refugees in Lybia, l’organizzazione che dà voce voce alle persone migranti sottoposte a prevaricazioni, violenze fisiche e psicologiche in Libia.

“Salve, sono David Yambio e sono una vittima, un sopravvissuto ai crimini che Almasri ha commesso negli anni passati e che sono ancora in corso. Nel novembre 2019 sono stato catturato nel Mediterraneo e riportato in Libia. Sono stato messo in un centro di detenzione. In seguito, sono stato trasferito ad Al-jadida, dove comandava Almasri e dove mi ha torturato personalmente. Da lì sono stato portato alla base aerea di Mitiga, dove ho assistito a molte atrocità che non posso descrivere.

Oggi molti di noi si pongono domande sul perché il governo italiano abbia lasciato andare un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Lo ha fatto. Perché l’Italia avrebbe tradito lo Statuto di Roma?”

 

Sea Watch
Sea-Watch è un’organizzazione umanitaria senza scopo di lucro che svolge attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale con il supporto della società civile europea. Sea-Watch fornisce mezzi per il soccorso d’emergenza in mare, si batte affinché i governi intensifichino le operazioni di salvataggio, chiede l’istituzione di corridoi umanitari legali e politiche estere volte alla rimozione delle cause all’origine dei massicci processi migratori di questi anni.

In copertina: David Yambio, Foto di Melting Pot Europa.

 

Liliana Segre: “Siate farfalle che volano sopra il filo spinato”

Liliana Segre: “Siate farfalle che volano sopra il filo spinato”

Discorso di Liliana Segre al Parlamento europeo, il 30 gennaio 2020, nel 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz

Devo per forza cominciare con i ringraziamenti, all’amico David Sassoli che mi ha invitato qui oggi, a tutto il Parlamento; vorrei anche salutare i parlamentari inglesi che ci stanno lasciando, con grande dispiacere di tutti. Non posso nascondere l’emozione profonda nell’entrare in questo Parlamento, dove si parla, si discute, ci si guarda negli occhi, dopo aver visto all’ingresso le bandiere colorate di tanti Stati affratellati.

Non è stato sempre così.

Alla giornata del 27 gennaio a volte è stata data un’importanza che in fondo non ha. Auschwitz non è stata liberata quel giorno. Quel giorno l’Armata Rossa vi è entrata, ed è molto bella la descrizione che fa Primo Levi ne La Tregua dei quattro soldati russi che non liberarono il campo, i nazisti erano già scappati da giorni, ma si trovarono di fronte ad uno spettacolo incredibile, al momento solo ai loro occhi, che molto più tardi diventò uno spettacolo incredibile per tutti coloro che lo vollero guardare.

Ancora oggi c’è qualcuno non lo vuole vedere.

Questo stupore per il male altrui – parole straordinarie di Levi – nessuno che è stato prigioniero ad Auschwitz l’ha potuto mai dimenticare un secondo della sua vita.

Il 27 gennaio avevo 13 anni ed ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, fabbrica che c’è tutt’ora: facevamo bossoli per mitragliatrici. Di colpo, in fabbrica – dopo che avevamo sentito scoppi lontani, lavoravamo nella città di Auschwitz e sapevamo che le cose stavano succedendo a Birkenau dove ero stata fino a pochissimo tempo prima – arrivò il comando immediato di cominciare quella che venne chiamata la “Marcia della morte”.

Io non fui liberata il 27 gennaio dall’Armata Rossa, io facevo parte di quel gruppo di più di 50 mila prigionieri ancora in vita obbligati in quelle condizioni fisiche, per non parlare di quelle psichiche, a una marcia che durò mesi e di cui si parla pochissimo.

Quando parlo nelle scuole da nonna, come faccio da trent’anni a questa parte, dico che ognuno nella vita deve mettere una gamba davanti all’altra, che non si deve mai appoggiare a nessuno perché nella “Marcia della morte” non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava nella neve con i piedi piagati come noi e che veniva finito dalle guardie della scorta se fosse caduto. Ucciso.

Come si fa? Come si fa in quelle condizioni? La forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi che sono mortificati dalla mancanza di lavoro, dai vizi che ricevono dai loro genitori molli per cui tutto è concesso. La vita non è così. La vita ti prepara alla marcia che deve diventare marcia per la vita. Noi non volevamo morire, eravamo pazzamente attaccati alla vita, qualunque fosse, per cui proseguivamo una gamba davanti l’altra, buttandoci nei letamai, mangiando qualsiasi schifezza, anche la neve che non era sporca di sangue.

Era il male altrui. Le finestre erano chiuse.

Prima attraversammo la Polonia e la Slesia, poi fu Germania. Dopo mesi e mesi, passando altri lager, altri orrori, altri mali, arrivammo allo Jugendlager di Ravensbruck. Eravamo giovani, ma sembravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande. Non si deve avere paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità ad una donna. E’ così. Abituate oramai a sopravvivere, giorno dopo giorno, campo dopo campo, mi trovai alla fine del mese di aprile del 1945: pensate quanto era lontano il 27 di gennaio. Pensate quante compagne erano morte in quella marcia, mai soccorse perché quasi nessuno aprì la finestra o ci buttò un pezzo di pane.

C’era la paura, la paura che faceva sì che la scelta fosse di pochissimi. Non si parla quasi mai di questi straordinari che fecero la scelta, si dà per scontato che popoli interi siano stati colpevoli. Non fu solo il popolo tedesco, fu tutta l’Europa occupata dai nazisti, parliamo della Francia, parliamo dell’Italia dove i nostri vicini di casa furono degli aiuti straordinari dei nazisti. In Italia i nostri vicini di casa ci denunciavano, prendevano possesso del nostro appartamento, del nostro ufficio, anche del cane se era di razza.

Questa parola, razza, la sentiamo ancora dire e per questo dobbiamo combattere il razzismo strutturale che c’è ancora. La gente mi chiede come mai si parli ancora di antisemitismo. Va bene che sono vecchissima, nel mio novantesimo anno d’età, ma certo non so perché c’è ancora l’antisemitismo, il razzismo. Io rispondo che c’è sempre stato, ma non era ancora arrivato il momento politico per tirare fuori il razzismo e l’antisemitismo insiti nell’animo dei poveri di spirito. E’ così. Poi, però, arrivano i momenti più adatti, corsi e ricorsi storici, in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile far finta di niente, guardare il proprio cortile. E allora tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno fertile per farsi avanti.

La condizione degli ebrei fu analoga, di fatto se non di diritto, nei paesi alleati occupati dai nazisti; erano stati, e si erano profondamente sentiti, cittadini, patrioti tedeschi, italiani, francesi, ungheresi. Si erano battuti nelle guerre. Io mi ricordo mio padre e mio zio che erano stati ufficiali nella Prima guerra mondiale. Quanti ebrei tedeschi piangevano, si suicidarono perché si sentivano tedeschi più di ogni altra cosa. L’espulsione dalle comunità nazionali fu dolorosissima, andava al di là delle leggi: era appunto il tuo vicino di casa che ti allontanava. Io una bambina diventata invisibile.

Quando subito dopo la guerra per caso restai viva e tornai nella mia Milano con le macerie ancora fumanti, incontrai delle compagne di scuola che non mi avevano più visto: nel 1938 avrei dovuto frequentare la terza elementare, ma eravamo evidentemente un pericolo così grave per fascisti e nazisti che decisero di allontanare i bambini di quella piccola comunità di ebrei italiani – 30, 40 mila persone, per un terzo vittime della Shoah – che era assolutamente integrata nella società. Queste compagne mi chiesero: dove sei andata a finire che non ti abbiamo più vista a scuola? Io ero una ragazza ferita, selvaggia, che non sapeva più mangiare con forchetta e coltello, ancora abituata a mangiare come le bestie. Ero bulimica, ero disgustosa, ero criticata anche da coloro che mi volevano bene: volevano di nuovo la ragazza borghese dalla buona educazione familiare.

È difficile ricordare queste cose e devo dire che da trent’anni parlo nelle scuole e sento ormai come una difficoltà psichica forte a continuare, anche se il mio dovere è, sarebbe questo fino alla morte, considerato che io ho visto quei colori, ho sentito quegli odori, quelle urla, ho incontrato delle persone in quella Babele di lingue che oggi non posso che ricordare qui, dove tante lingue si incontrano in pace. Nei campi era possibile comunicare con le compagne che venivano da tutta l’Europa occupata dai nazisti solo trovando parole comuni, altrimenti c’era la solitudine assoluta del silenzio, la costrizione di non poter scambiare una parola con l’altro che derivava da un qualche isolamento ancestrale di comunità che non si erano riunite in Parlamenti visto che l’Europa da secoli litigava in modo spaventoso.

E le bandiere qui fuori di cui parlavo all’inizio mi hanno fatto ricordare quel desiderio di trovare con olandesi, francesi, polacche, tedesche e ungheresi una parola comune. In ungherese ho imparato una sola parola, “pane”. È la parola principale che vuol dire fame, ma che indica anche la sacralità di una cosa oggi sprecata senza nemmeno guardare cosa si butta via.

Da almeno tre anni sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace. Non mi danno pace perché da quando sono diventata nonna del primo dei miei tre nipoti, trentadue anni fa – il Parlamento europeo e la mia non estinzione mi paiono lo stesso miracolo, oggi – quella ragazzina che ha fatto la “Marcia della morte”, che ha brucato nei letamai, che non piangeva più, è un’altra persona da me: io sono la nonna di me stessa. Quando mi rivolgo ai miei nipoti che hanno un dispiacere d’amore, di studio, per il mancato raggiungimento di qualcosa che avrebbero voluto raggiungere, sono amorosa, presente, grata dal fatto di essere anche nonna – miracolo eccezionale per una che doveva morire – allo stesso modo sono nonna anche di me stessa, di quella ragazzina.

E’ una sensazione che non mi abbandona.

È mio dovere parlare nelle scuole, testimoniare. Non posso che parlare di me e delle mie compagne. Sono io che salto fuori; è quella ragazzina magra, scheletrita, disperata, sola. E non la posso più sopportare perché sono la nonna di me stessa e sento che se non smetto di parlare, se non mi ritiro per il tempo che mi resta a ricordare da sola e a godere delle gioie della famiglia ritrovata, non lo potrò più fare. Perché non ce la farò più.

Anche oggi fatico a ricordare, ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito per ricordare il male altrui. Ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all’altra, essere come quella bambina di Terezin – lì potevano fare le recite, colorare con i pastelli: poi, un giorno i bambini furono deportati ed uccisi ad Auschwitz per la sola colpa d’esser nati – che disegnò una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati. Io non avevo le matite colorate e forse non avevo, non ho mai avuto, la fantasia meravigliosa della bambina di Terezin.

Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati.

Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali. Che siano in grado di fare la scelta. E con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati.

Video intervento Liliana Segre

Nota di redazione
A
cinque anni dal suo famoso discorso davanti al Parlamento Europeo, che qui riportiamo, continuano sui social gli attacchi indegni e deliranti alla senatrice a vita Liliana Segre. Insulti e  minacce, tanto da destra quanto da sinistra: per questi pericolosi imbecilli la Segre sarebbe una “sporca ebrea”: per i neofascisti, ma anche per alcuni “super compagni” che la ritengono complice e corresponsabile dell’atroce genocidio dei palestinesi del premier israeliano Benjamin Netanyahu.  Basta leggere o ascoltare le parole di Liliana Segre per rendersi conto quanto preziosa sia la sua testimonianza: il suo messaggio è un accorato appello contro ogni violenza, per la democrazia e per la fratellanza fra i popoli.
(La redazione di Periscopio)

Cover: Liliana Segre  interviene davanti al parlamento europeo  – foto Parlamento UE

 

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi.

Non so se succede a tutti, ma ogni volta che arriva il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, provo una resistenza interiore forte. Guardare gli orrori accaduti soli 80 anni fa, perpetrati e voluti con una logica agghiacciante e premeditata, fa così male, fa così paura che viene voglia di sfuggire al ricordo, anche se è solo un ricordo che arriva tramite il racconto di altri.

Dunque mi interrogo: se io, che non ho parenti ebrei o comunque finiti nei campi di concentramento, provo una resistenza così forte a guardare quell’orrore inimmaginabile persino nei più terribili incubi, chissà quale resistenza deve aver accompagnato i sopravvissuti? Chissà il combattimento interiore che ha vissuto chi quell’orrore l’ha vissuto e ne è stato testimone. Chissà quanto avrà vacillato: da una parte il desiderio profondo, l’istintivo di rimuovere e cancellare, dall’altra il senso del dovere di urlare che l’indifferenza uccide quasi più della logica aberrante dello sterminio. Molti testimoni del lager parlano del silenzio che ha sigillato, nel profondo di se stessi, quel pezzo della loro vita. L a stessa Liliana Segre con coraggio ha raccontato di un silenzio durato 40 anni e della rivelazione che fu per lei la lettura di “Se questo è un uomo“ di Primo Levi.

La battaglia, dunque, di chi ha voluto che non si seppellissero queste storie, di chi ha filmato, di chi ha raccontato e continua a battersi perché questi racconti circolino, vengano proiettati alla televisione e nelle scuole, diventino film (quante storie ci sono ancora da raccontare!) è una battaglia del coraggio che coinvolge tutti noi.
Parlare di sterminio attraverso i numeri non restituisce, non può restituire la realtà di quanto è avvenuto. È necessario vedere gli occhi di quei bambini, di quelle madri, di quei giovani e di quelle giovani, di quei padri, occhi, occhi e occhi. Occhi smarriti che quando ti fissano, ti terrorizzano perché ci vedi i tuoi stessi occhi.

Non so se succede a tutti, ma io mi sento quel bambino o quella bambina strappata alla mamma per pura ferocia, mi sento quella madre a cui strappano un figlio appena nato e lo affogano davanti ai suoi occhi, e l’urlo di disperazione mi muore ancora prima di giungere alla bocca, mi entra nelle viscere e me le attorciglia. Mi sento anche quei soldati guardiani, i loro occhi raramente sono inquadrati, eppure non oso guardarli, ho paura di vederci i miei occhi, vigliacchi. Avrei mai avuto il coraggio di ribellarmi agli ordini dei superiori?

Gli occhi che guardano dietro il filo spinato hanno fornito le parole a chi poi ha scritto e raccontato. Anche gli occhi spalancati dei morti ammucchiati come roba vecchia, ci parlano. A quegli occhi interrogativi anche se vitrei, non puoi sfuggire. Quegli occhi devono restare impressi dentro di noi perché orientano il nostro sguardo sulla vita presente, ci aiutano a individuare dove si insinua una narrazione che può portare alla giustificazione di tali orrori, a identificare i luoghi in cui, sotterranea, continua a sopravvivere. Ecco perché la giornata della memoria per me è così importante, perché mi mostra con chiarezza le mie paure, perché mi mette a nudo, ma anche perché mi conferma che non dimenticare è necessario non solo per onorare la sofferenza di tanti, troppi, bambini, donne e uomini, ma per l’oggi che viviamo, perché quell’indifferenza alla sofferenza umana non abbia il sopravvento.

Nota: Questo articolo è uscito su periscopio il 30 gennaio 2020

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L’UNICA VOCE

Uno

Mio padre arriva quasi ogni notte, non lo vedo, sento la sua voce. È seduto sulla poltrona azzurra del salottino, è quasi ora di cena. Non la vedo, ma dietro la poltrona c’è una portafinestra che affaccia sul grande giardino, è quasi buio. Non la vedo, ma mia madre ha appena spento i fornelli, adesso si è seduta sul canapè per ascoltare mio padre che legge. Lui ha aperto il giornale davanti a sé, è un giornale grande, come li facevano una volta, non lo vedo, ma sento che sfoglia il giornale, in terza pagina c’è un elzeviro di Buzzati. Ora c’è solo la sua voce meravigliosa, io nel sogno l’ascolto.

Due

Non riesco a ricordare quando è cominciata la mia malattia. Non è una colpa. Forse c’entra il lavoro che faccio. Sono un doppiatore, un bravo doppiatore dicono, molto richiesto, che lavora tanto, per la televisione moltissimo, ma anche per il cinema, perfino per gli audiolibri. Qualche collega, lo capisco dalla loro voce, mi invidia cordialmente. Ma la storia della mia voce (non sono io, è lei la protagonista di questa storia) è cominciata molto prima. Credo in quarta ginnasio, a quindici anni, quando diventi uomo e la tua voce cambia, abbandona il suono bambino e si allarga, si ingrossa, pesca nel profondo della laringe quel timbro che ti accompagnerà tutta la vita.

Tre

Non studiavo abbastanza per un liceo classico, certi giorni non studiavo per niente, ma me la cavavo sempre. Caschi sempre in piedi, mi diceva una cara amica proprietaria di una voce indimenticata. Ed era proprio la voce, la mia voce che mi salvava. Mi chiamano alla lavagna, non so se si dice ancora così che la lavagna non c’è più, e devo imbroccare la risposta. Una risposta giusta o almeno passabile, sufficiente. Ecco il mio sistema, prenderla molto alla larga; ad esempio cominciavo a dire com’è strana la chimica con quella storia delle valenze, che si attaccano o si respingono, oppure del gran mistero, per me era davvero un mistero, della fisica, che mischia talmente i colori, che alla fine diventa tutto bianco.

Quattro

Mio padre ingegnere, mia madre laureata in chimica, di conseguenza Fisica e Chimica, peggio ancora Matematica, erano le mie materie inevase. Non andavo male in Italiano e Storia, ma la scienza per me era davvero durissima, la sbirciavo da lontano, la copertina del libro già mi indisponeva e mi suggeriva la fuga. Ma l’ho detto, c’era la mia voce a salvarmi. Le mie interrogazioni fatte di vaghi discorsi azzittivano tutta la classe. E anche il corpo docente mi ascoltava in silenzio. Tutti fermi, tutti zitti, incantati come nel regno addormentato della favola. Avrei potuto parlare per ore, recitare le previsioni del tempo, e tutto il mondo si sarebbe messo ad ascoltare.
– Vai al tuo posto, Sei e mezzo.

Cinque

A scuola ho capito che la mia non era una voce come le altre. Della voce, di cosa sia fatta una voce, dove nasca la voce e dove possa arrivare, non sapevo niente. Ricordo di aver fatto qualche ricerca in biblioteca. Imparai che ogni persona ha la sua voce, un timbro voluto da Dio o da madre natura, un codice genetico, unico e irripetibile come l’impronta digitale.
Puoi anche provarci, puoi cambiare il volume, variare l’intonazione, imparare un nuovo accento, ma il tuo timbro vocale rimane uguale a se stesso, quando sei giovane e quando sei vecchio rimane con te, la tua voce non ti abbandona. Ti piaccia o meno non puoi scambiarla con un’altra, è tua e solo tua, è la tua ombra fedele, un’ombra sonora, non confondibile, non duplicabile. Nessuno dei viventi ha la tua voce, nessuno dell’infinita schiera che ti ha preceduto in questo mondo, nessuno di quelli che verranno dopo di te.
Ma la mia voce aveva qualcosa di più, proprio come quella di mio padre, creava attorno a sé un cerchio di silenzio.

Sei

La voce però allora non era ancora la mia ragione di vita. Prima e per molti anni c’erano i libri, quando la lettura occupava tutti gli angoli delle mie giornate. Avevo molti libri in casa, duemila o più di duemila. I libri ci sono ancora tutti, a prendere polvere sugli scaffali, perché ora non leggo più, non li vedo più i libri, non ne ho più bisogno, credo sia così.
Ricordo che prima dei vent’anni leggevo e rileggevo sempre uno stesso libro, e una volta, tac, mi sono fermato su una riga, mi è rimasta stampata in testa come una fotografia. Il libro si chiama L’uomo senza qualità e l’ha scritto Robert Musil, un austriaco con la faccia infelice, il mio amatissimo Musil, che guarda caso era un matematico prima di essere uno scrittore.
Quel libro tutti dicono che è un capolavoro e io sono d’accordo, è il libro della sua vita ed è rimasto incompiuto. Ha provato per trent’anni a finirlo, fino alla fine della sua vita, ma niente, non c’è riuscito. Lui che era un matematico doveva aver studiato il problema, aveva impostato l’equazione, ed era andato avanti parecchie centinaia di pagine, ma aveva mancato l’ultimo passaggio. Non era riuscito a risolvere l’equazione.  Vuol dire che Musil era un genio, sapeva anche di essere un genio, ma non era così diverso da me e dai comuni mortali.

Sette

L’uomo senza qualità si chiama Ulrich, il protagonista del romanzo che è un non-romanzo come scrive la critica. Ulrich vive in una Vienna mai nominata e come Musil anche lui va incontro al fallimento. Eppure lui, aveva anche studiato ingegneria, è un tipo pieno di qualità, gli manca solo la qualità giusta per vivere il suo tempo. Io avevo meno di vent’anni, ero sul davanzale della vita, leggevo e rileggevo e cercavo la mia qualità, quale era, dov’era la mia qualità?  Lasciamo perdere, dilemmi giovanili.
Intanto Ulrich viene assunto da un inutile ente governativo, l’ente si chiamava Azione Parallela e deve preparare la grande celebrazione per l’anniversario dell’imperatore. Ma quello stato, Cacania si chiamava quel vecchio impero che stava esaurendo i suoi giorni, corre verso la dissoluzione e la famosa Azione non si conclude mai.

In una pagina del primo volume l’autore descrive con splendide metafore il rapporto tra Ulrich e il suo più caro amico. Eccola qui: “le loro anime si salutavano dalle finestre degli occhi”. Che è una riga semplice, meravigliosa, anche poetica, tranne per me che non mi sembrava per niente semplice. Non c’era niente di poetico. Voleva dire che la nostra anima e i nostri occhi si toccano, si corrispondono, quindi è negli occhi che si affaccia il nostro io profondo? Che quello che siamo veramente, quella verità che rimane nascosta anche a noi stessi, prende l’ascensore e sale su fino ai nostri occhi?

Otto

Così per colpa di Musil ho cominciato un esercizio quotidiano, prima a scuola, e dopo anche al lavoro, per strada, al bar davanti a un cappuccino, quando incrociavo qualcuno, uomo o donna, vecchio o bambino, uno qualsiasi, uno sconosciuto, subito lo guardavo dritto negli occhi, tanto che a volte mi provocava un qualche imbarazzo – Scusi ma cos’ha da guardare? Ma io non desistevo, non staccavo gli occhi dai suoi occhi.
Una volta una bella signora sui quarant’anni con i capelli rossi e gli occhi blu si è anche arrabbiata. Avete capito, pensava che io volessi, ma io non volevo niente da lei, non è lei che guardavo, e nemmeno i suoi occhi blu. Io non guardavo gli occhi, gli occhi non mi interessavano, ci sono occhi di tutti i colori dell’iride, occhi che la luce del sole gli cambia colore, e se poi non ti piacciono, compri due lenti e puoi cambiarlo il tuo colore naturale. Ci sono occhi truccati in duecento modi e maniere, occhi bellissimi, grandi, allungati come una foglia di magnolia, illuminati, come se dietro i bulbi oculari si celassero due candele accese.

Nove

Tutto bello mi viene da dire. Tanto che di due occhi ci si può innamorare. Basta solo un minuto, così raccontano. È capitato perfino in parecchi libri, che forse il famoso fulmine partirebbe proprio dagli occhi, una freccia che scocca e trafigge gli occhi dell’amata o dell’amato. Tutto bello, solo che io negli occhi cercavo altro, cercavo il fondo del pozzo, l’anima sepolta, la verità nuda.
Invece gli occhi scappano, corrono sempre lontano. E sono velocissimi, attraversano il tempo, viaggiano lo spazio, non si fanno prendere. Ho provato a inseguire gli sguardi, ma c’era da impazzire. Ricordo uno sguardo, ma è solo un esempio che vi voglio fare, uno sguardo che se ne stava lì, tutto assorbito nella contemplazione del piatto di spaghetti che il cameriere gli aveva appena servito, passa un secondo e al posto del piatto lo sguardo è già scappato lontano, sul mare azzurro della prossima estate, poi tra i compagni della quinta elementare, gli ultimi istanti della nonna morente, il sorriso della prima fidanzata, la faccia da stronzo del capoufficio.  Ho viaggiato il mondo con gli occhi degli altri. Senza trovare quel che cercavo. Senza sapere cosa cercare.

Dieci

Ci ho messo quasi quarant’anni, una mezza vita, per capire cosa volevo trovare. Prima cercavo senza capire cosa. Cercavo quello che mi mancava. C’era un buco che dovevo riempire. Mi sembrava di vivere così, di camminare sopra un tappeto, ma cosa c’era sotto, dall’altra parte del tappeto? Eppure da bambino avevo avuto una premonizione, mi si era accesa una luce, ero stato vicinissimo a capire, ma poi niente, mi ero distratto, avevo perso il filo di quella precoce illuminazione.

Undici

Ecco, sono sempre io, sette anni appena compiuti, mingherlino piantagrane capriccioso, pestifero, così mi presentava mia madre al pubblico delle amiche. Non c’era scuola, quel giorno ero in mezzo al grande gruppo, i fratelli e i cugini, quindici in totale. Numeri d’altri tempi. E a comandare tutta la banda c’è naturalmente la nonna, l’unica nonna che ho conosciuto, autoritaria a dir poco, temuta e terribile, ma stracarica di libri e di storie. Per questo l’ho sempre rincorsa, l’unico della grande famiglia a scambiare la sua scienza per l’amore di cui non credo fosse capace.

Come tutti gli anni, era il giorno di Santo Stefano. Tutte le famiglie sono riunite nella grande casa della capostipite. Finito il pranzo della festa, la nonna fa un cenno e tutta la stirpe si incammina e raggiunge il grande salone. C’è un grande cesto con i regali per i nipoti, ma i regali verranno dopo. In fondo al salone, c’è una larga credenza ottocento colorata di bianco. Sul piano della credenzona, sopra un semplice panno verde, un presepe con poche figure di terracotta. Era il presepe della nonna. Molto elegante, essenziale, ma se avessi avuto voce in capitolo avrei aggiunto un bel po’ di pecore, il muschio, la stella e le luci intermittenti. Il presepe faceva solo da sfondo: lo spettacolo si svolgeva davanti. C’erano sedie per tutti e una poltroncina per la nonna, al centro della scena. I bambini e i ragazzi più grandi presentano ognuno un piccolo intervento, una poesiola, una canzone di natale, meglio, molto meglio se in francese. Un altro pallino della nonna.

Dodici

Ma prima dello spettacolo a più voci, c’era la voce della nonna. In un silenzio di chiesa la nonna terribile raccontava un pezzo della antica storia familiare. Parlava di città mai viste, di persone che nessuno di noi aveva conosciuto, vite e nomi tramontati, morti che tornavano in vita in quel tempo sospeso, arrivavano anche loro nel salone, si univano alla grande famiglia.
Quel miracolo avveniva solo attraverso la voce della nonna. Era lei la medium, era la sua voce che richiamava all’essere il non essere. Poi la sua voce finiva nel silenzio e io sapevo di aver assistito a un prodigio, per un attimo avevo visto e capito le cose che stavano in fondo all’abisso. Ma ero troppo piccolo, dopo una giornata di gioco avevo dimenticato tutto.

Tredici

Mentre lavoravo allo studio di registrazione incontravo le voci degli attori che dovevo doppiare. Doppiare, replicare, clonare, non sono verbi adatti al mio lavoro. Ogni voce è unica, puoi essere bravissimo, ma una voce puoi solo interpretarla, non doppiarla. Ma per interpretare devi prima capire. Io sono partito da lì, con gli anni diventavo sempre più bravo, le voci cercavo di capirle sempre di più, così immaginavo la bocca dell’attore, il suo modo di ridere e il suo pianto. Dopo un po’ vedevo, cioè sentivo, molto di più: la voce mi apriva, una ad una, tutte le porte.
Il mio modello era Ferruccio Amendola, uno dei grandi doppiatori della scuola italiana. Amendola aveva prestato la sua voce a Robert De Niro, a Dustin Hoffman ma anche ad Al Pacino. Guardavi Taxi Driver e la voce di De Niro era quella di Amendola. E se guardavi Il Maratoneta, a parlare era la voce di Amendola. E con Serpico era uguale, la voce di Al Pacino era sempre la stessa, quella di Ferruccio Amendola. Ma la voce non può dividersi in tre e quando una volta è successo che i tre divi americani hanno fatto un film tutti e tre assieme, Amendola ha dovuto sceglierne uno, uno solo.

Quattordici

Sul doppiaggio ci fu un interessante esperimento. Dove aveva fallito Amendola e la voce umana, fu messa alla prova l’Intelligenza Artificiale. Non si trattava di clonare la voce, di produrre da una voce tre voci uguali alla prima, ma di creare da un unica voce, tre voci sorelle, simili ma diverse, originali, nuove e pronte all’uso. L’avevano chiamato progetto Trinità: partire dal Padre e dal Padre creare il Figlio e lo Spirito Santo. Il risultato fu che da una ciliegia la I.A. partorì altre due ciliegie. Sembravano assolutamente identiche ma le ciliegie clonate non avevano il nocciolo. E così le noci, perfette ma senza gheriglio, così i confetti senza mandorla, così le voci, vuote, senza anima. Lasciarono perdere,

Quindici

Credetemi, guardare il fondo di una voce è un lavoro faticoso, sfiancante – tornavo a casa la sera e mi buttavo a letto – ma è la cosa più meravigliosa che mi sia mai capitata nella vita. Sentire tutto era un viaggio entusiasmante, molto più di un giro intorno al mondo. E dentro la voce c’erano tutti i segreti, anche i più inconfessabili. Chi poteva conoscerli? Io e nessun altro. Se non ero Dio ci ero molto vicino. Mi chiedete della voce di Dio? Confesso, avrei voluto essere sul Sinai accanto a Mosè, e non per le tavole della legge, solo per scambiare qualche parola con quella voce, potente come un tuono e tenera come una brezza leggera. No, la voce di Dio non l’ho mai incontrata.

Sedici

Ormai l’indagine sulle voci era diventata la mia prima occupazione, la mia unica passione. Entravo in una voce e scavavo, scavavo fino alla fine, cioè fino al principio, il principio che orienta ogni singola vita, il soffio vitale, la verità nuda cruda. L’unica voce, lei non poteva mentirmi, tutto il resto non mi interessava più, era solo apparenza, pubblicità.

Diciassette

Ho ucciso definitivamente il televisore, già lo vedevo pochissimo, ma ora basta. E basta anche con il pc, con la posta elettronica, con lo smartphone: venduti, regalati. I libri li ho ancora tutti, ma ho smesso di leggerli, nemmeno un rigo.
Una mattina mi sveglio e sono sicuro di aver sognato. Ancora quel sogno, mio padre legge il Corriere e mia madre lo ascolta. Il sogno è lo stesso eppure è cambiato. Sento distintamente la voce di mio padre, ma tutto il resto, tutto quello che dovrebbe esserci attorno a quella voce è sparito: sparita la poltrona, la porta finestra, sparita mia madre con la testa un po’ inclinata, sparito il giornale (credo di aver udito il fruscio di una pagina). Sparito anche lui, il protagonista del sogno, anche mio padre se n’è andato, lasciando solo la sua voce.

Ora di notte non c’è più nessuna luce ad intralciare la purezza dei suoni, qualcuno deve aver spento anche il lampione della strada. Di notte entro in un buio senza spavento, i sogni arrivano puntuali. Sogno le voci, finalmente nitide, pulite, le riconosco una ad una, le saluto con un sorriso o una lacrima. No, ripeto, nessun spavento. La voce basta e avanza. Ditemi allora: a che servono le immagini?

Diciotto

Ero pronto per la fase successiva. Di notte era più semplice, di giorno invece le voci non sono limpide, si mischiano con i rumori della strada, la strada è ingombra di cose e persone. Provo a chiudere gli occhi, ma appena li riapro le immagini mi assalgono, si accavallano, urlano senza sosta. Ma la voce insisteva: Ascoltami, sono qui, sono io, non mi riconosci?  Per fortuna la malattia progrediva. Velocemente, senza il mio aiuto.

Un mattino era lunedì, esco per andare al lavoro, e sento una voce, distinta, pulita che si staccava da tutto il mondo. Come ogni mattina, era la voce del mio vicino di casa Giovanni Canuti, impiegato di banca, che mi salutava. Ma questa volta il mio vicino non c’era più. E non c‘era nient’altro da vedere, nessuna interferenza, l’orizzonte era sgombro, come il cielo dopo un temporale. Finalmente ero cieco.

Diciannove

La settimana scorsa su consiglio del mio medico di base sono stato ricoverato in Diagnosi e Cura. Se ho capito bene quello che ho letto sul foglio del referto dello psichiatra, dopo una visita accurata, io non sono matto, non propriamente almeno, tra l’altro la parola matto non si usa più, per nessuno. Io poi so benissimo di non essere matto, e non per partito preso, per orgoglio o per paura, ma per una precisa deduzione personale, un ragionamento fra me e me che, non lo dico per vantarmi, fila come l’olio. Se fossi matto me ne sarei accorto immediatamente, e l’avrei presa come una tragedia.
Ho quasi 50anni e di tragedie ne ho viste, la so riconoscere una tragedia, una guerra, la morte di una persona cara, il tradimento di un amico. Una tragedia ti mette sulle spalle un carico da novanta, è un dolore che ti schiaccia a terra, ti entra dentro, ti brucia, si incista tra i polmoni e lo stomaco. Non riesci a respirare, non mangi nulla, non vivi più, non ti interessa più niente, né il mondo né te stesso. Invece la mia malattia, se è davvero una malattia, mi lascia in pace. Respiro, mangio come prima, aspetto la domenica. Posso dirlo? Non sono mai stato meglio.

Venti

La mia malattia non ha ancora un nome. Qui si stanno dando un gran daffare per individuare una diagnosi, ma per ora niente, è passato quasi un mese e sono ancora al punto di partenza, ai sintomi, ma con i sintomi non si fa tanta strada. Sono però un caso interessante, da studiare, magari da scriverci un articolo per una rivista scientifica.
Quel che è certo è che qui dentro tengono molto a me. L’equipe medica, al completo, mi fa visita tutte le mattine. Il primario, un pezzo grosso, uno psichiatra di chiara fama, mi ha preso direttamente in carico, testuali parole: “direttamente in carico”. Per cui stia tranquillo che ne veniamo a capo, mi ripete.

Tutti i pomeriggi il primario mi dedica 50 minuti del suo tempo, dalle 16 alle 16,50. È gentile e io ho immediatamente notato la sua bella voce, una voce a cui darei un bel voto, un 7 pieno, se non fosse inquinata da una fastidiosa venatura zuccherosa. Non so, forse gli psicoterapeuti pensano che il miele aiuti il transfert.

Ventuno

Il primario mi fa un milione di domande, così ripeto da capo tutta la mia storia. Come tutti gli psichiatri ha una vera passione per i miei sogni. Non c’è problema, ho mille sogni in archivio. Cominci pure dall’infanzia, il primo ricordo, il rapporto con sua madre, e come e quando è cominciato il suo disturbo.
Non dice la parola disturbo, dice “il suo grande interesse per le voci”. Dice interesse ma credo voglia dire mania. Ma se si chiama mania io mica mi offendo. La mia cecità sarebbe solo un fenomeno isterico. Ci credo, tutte le analisi lo confermano, i miei occhi stanno benissimo, la mia vista è perfetta, dieci decimi.

Al primario ho cercato di spiegare il mio punto di vista, perdonatemi il termine incongruo, gli ho detto che il mio cervello non c’entra proprio niente, che il mio cervello funziona a meraviglia, molto meglio di prima. Solo che ora, ora che sono cieco, posso sentire le voci del mondo. Limpidamente, senza nessuna interferenza. Solo ora riconosco le voci una ad una. Solo ora posso capire tutto di tutti. Solo io riesco a tuffarmi laggiù, dentro ogni unica voce.

Ventidue

Mentre i medici elaboravano una teoria su di me, il sottoscritto non stava certo con le mani in mano. Anche io elaboravo una teoria, rivoluzionaria vorrei dire, la prova provata che il mio cervello lavorava al buio mille volte meglio che alla luce. Qui in ospedale la mia attività onirica si è intensificata. L’altra notte ho fatto un sogno inedito, una musica di pianoforte accompagnava la voce, quel sogno mi ha regalato una scoperta.
Come un certo accordo richiama e ricerca un accordo gemello, con la medesima esattezza ad ogni voce corrisponde un’altra unica voce. Solo quella voce, una voce diversa dalla prima, ma che le risponde come un’eco, che la completa in modo unico e perfetto. Così, per ogni unica voce doveva esistere nel mondo, vicina o remota, viva o solo nella memoria, un’altra unica voce. Come un’onda che corre da sola nel grande mare fino a fondersi con un’onda gemella.
Forse la famosa anima gemella è solo una favola della gioventù, ma esistono voci gemelle. Due voci uniche, diverse ma legate da una invisibile armonia. L’altra notte ho sentito la mia voce gemella.  Ero sicuro di averla già incontrata quella voce, da sveglio, tanti anni prima. Allora non me ne ero accorto, ma non era morta.

Ventitre

– È libero? Posso sedermi?
– Certo. È libero. E mi rimetto a leggere. Mezza pagina e finisco il capitolo.
– Sei di terza? La famosa terza A?
– Terza A? No, per fortuna no. Perché poi ce l’avevo con quelli di terza A? Boh, è passato un secolo.
Stacco gli occhi dal libro e rispondo, secco – Sono in Terza E.
Posso permettermelo, sono un liceale all’ultimo miglio, ma decisamente è un po’ poco come risposta, recupero, riesco anche a essere gentile: – E tu? Sei in quarta Ginnasio? Ma con un tono gentile, senza irrisione.
– Noo, in prima Liceo, Prima C, siamo tutte donne. Ecco perché non ti ho mai visto. Noi della C siamo in sede e voi della E in succursale.
In vicolo del Gregorio, già, confinati nella succursale, bella roba.

Mi guarda dritto negli occhi e fa una risata leggera. E si presenta: – Per la precisione mi chiamo Laura.
Per la precisione? Che c’entra la precisione? Potevo chiederglielo ma non l’ho fatto. La montagna incantata mi chiamava, così riapro il libro, Einaudi mi pare, e vado avanti a leggere. Fino a Urbino.

Ventiquattro

Di Urbino non ricordo niente. Ecco, ricordo i corrimano di ferro nelle stradine curve in salita. Servono per la neve e il ghiaccio. O magari per rimanere in pedi quando il vento tira forte, ho pensato quel giorno. Che è una stupidaggine, ma avevo in testa la poesia di Pascoli, quel verso, “abbiamo in fronte Urbino ventosa”.  Quel giorno a Urbino non ricordo nessun vento, ma pensavo agli aquiloni, al ragazzo morto prima di ogni sconfitta, all’incanto della montagna di Thomas Mann. Pensavo ai libri cominciati che mi aspettavano pazienti sul mio letto. Due mesi dopo mi aspettava anche la Maturità e il mio unico impegno era di non pensarci proprio.
Quanto a Laura, quella Laura, mai più vista, persa, volata via, eppure la sua voce oggi è ritornata, si è unita alla mia voce.

Cover: Doppiaggio, immagine da Albenga corsara per Voci nell’Ombra, 2019

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Per certi Versi /
Ho chiesto alla luna

Ho chiesto alla luna

In punta di piedi

accarezzo la luna

lei grembo di versi

scrive riflessi

con il mio respiro

cadono petali

dalla pelle del cielo

sui passi di fango

sui nodi di piombo

non ci sarà pioggia

di pianto stanotte

sul bimbo di guerra

cadranno miracoli


l’ho chiesto alla luna

 

Cover: Foto di Amber Clay da Pixabay

 
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino 

Il vaso rosa di Josè Mujica

Il vaso rosa di Josè Mujica

Una notte di 12 anni (La noche de 12 años) è un film del 2018 scritto e diretto da Álvaro Brechner basato sul libro Memorie dal calabozo, 13 anni sottoterra.

Il film racconta gli anni di prigionia e isolamento dei dirigenti del gruppo di guerriglia urbana Tupamaros, José Mujica, Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernández Huidobro.

Nel 1973 in Uruguay, da poco diventato una dittatura militare, i tre uomini furono imprigionati in minuscole celle, dove per oltre 12 anni subirono torture fisiche e psicologiche, in totale isolamento.
Uno di questi tre uomini José Mujica, sarebbe diventato il presidente uruguaiano del quale proprio in questi giorni è stata annunciata la morte ma della quale non si ha ancora certezza: è cifra di questi tempi – tanto globalizzati, intelligentemente artificiali ma confusi – non essere capaci di acquisire la veridicità di una notizia.

Da guerrigliero tupamaro a presidente della Repubblica uruguayana: questa è stata la più incredibile parabola di un uomo a cavallo tra due millenni, José Mujica, meglio noto come “El Pepe”, l’apologeta della sobrietà e soprattutto il politico che nella storia recente ha tenuto, secondo molti, “il migliore discorso del mondo”.

(N.d.r. Leggi il testo integrale del discorso di José Mujica  pubblicato in un’altra pagina di Periscopio Qui)

Dopo anni di prigionia e torture, col ritorno della democrazia nel 1985, Mujica venne scarcerato con altri “companeros”, entrò in politica sino a venire eletto presidente della Repubblica dal 2010 al 2015. Il presidente più povero del mondo, venne definito, dato che tratteneva per sé solo una piccola quota dello stipendio per darlo quasi tutto ai bisognosi.

Il regista di Una notte di 12 anni , Álvaro Brechner, ha sempre ribadito che il film non intendeva trattare la dittatura di quel periodo storico del Paese, ma “… il viaggio esistenziale di alcuni uomini in lotta per conservare una propria dignità, il proprio spirito…” durante la discesa nel peggiore degli inferni.

C’è un episodio emblematico che spiega meglio di tante parole questa lotta per preservare lo spirito e la dignità di donne uomini e di una nazione, durante gli anni della dittatura uruguayana. Nel film viene ben rappresentata ed è la scena quando la mamma di Mujica fa recapitare nel carcere un piccolo vaso da notte di colore rosa, quello che Pepe usava da bambino.

Con quel gesto la donna voleva comunicare al figlio di bere , continuare a bere, raccogliere e continuare a bere la sua stessa urina. Pepe aveva sempre sofferto di un malattia ai reni aggravata nel corso della sua lunga latitanza.

Subito dopo il loro arresto, proprio in una delle prime notti all’inizio della prigionia, Pepe e i suoi compagni vennero prelevati dalle loro celle, nell’ambito di un’operazione militare segreta che sarebbe durata ben dodici lunghi anni.

Da quel momento in poi, Pepe e i suoi amici divennero di fatto desaparecidos sebbene venissero spostati in continuazione da un carcere all’altro del Paese. Furono assoggettati a forme di torture psicologiche estreme. L’ordine dell’esercito era: “Visto che non possiamo ammazzarli, li condurremo alla pazzia”.

Sempre separati ciascuno nella propria minuscola cella (calabozos) i prigionieri trascorrevano la maggior parte del tempo incappucciati, legati, in silenzio, privati di necessità fondamentali, denutriti, dimenticati da tutti tranne dai loro cari come la mamma di Mujica che seguì, per quanto le fosse possibile, il calvario di suo figlio.

Nel film il regista mostra i pensieri a cui i prigionieri si aggrapparono  per vincere le allucinazioni e il rischio di impazzire per davvero: il ricordo delle proprie famiglie, il sogno di riabbracciare le persone care.  A fianco a queste immagini oniriche e poetiche ci sono poi quelle più crude e impietose  dei corpi consumati nel gelo delle piccole celle, dei volti stupidi e crudeli dei carcerieri.

Nel 1985, alla caduta della dittatura militare in Uruguay, Pepe Mujica, venne liberato, assieme ai suoi compagni e decisero, prima di riprendersi la vita, di ritrovarsi in un convento dei francescani conventuali. Dovevano parlare, parlarsi, dopo anni e anni di silenzio e solitudine. Prima di tornare alle loro famiglie, ai propri quartieri, alle proprie case; al proprio impegno politico.

Quando nel 1994, fu eletto deputato Mujica disse: «Mi sento come un fioraio in Parlamento». Coltivare fiori era stato il suo primo mestiere. Nel 2009, l’ex-guerrigliero divenne presidente dell’Uruguay. «Il presidente più povero del mondo» che continuò a vivere in una modesta chacra, una piccola fattoria di tre stanze, circondata dai fiori, con la sua compagna di una vita e una cagnetta con tre zampe.

Recentemente, nel poco tempo che gli restava da vivere, ha chiesto di essere lasciato in pace. Aveva deciso di interrompere le terapie contro il cancro che lo stava divorando. «Sono un anziano e me ne vado. Ma sono felice perché ci siete voi giovani». E gli si può credere. Credo che abbia vissuto davvero da uomo libero e felice di quella felicità che viene mostrata in una delle ultime scene del film quando esce del carcere.

Felice. Felice come un bambino che abbraccia il suo piccolo vaso rosa pieno di fiori.

Il vaso rosa

A José «Pepe» Mujica

 

Ho vissuto qui come

un bambino che gioca

a nascondino nell’infantile

dolcezza che non distingue

il giorno dalla notte;

a parlare con le formiche

e i ragni negli angoli dell’alba,

con le rane e i grilli

in quelli della sera;

a immaginare alberi

che tendono le braccia

verso terra senza resa.

 

Oh, e quelle notti di luna

in fondo al pozzo

di cieli invisibili e stelle.

Io, come la lumachina,

anch’io desideravo

vedere la fine del sentiero

e costruirmi una casa nuova

di legno e pietra antica

ma senza ferro a ricordarmi

clangori e attriti dei colpi

sulle mie ossa rigide e fredde;

e desideravo piantare gladioli

alti e sottili come aghi

a bucare nuvole e nembi

per liberare acqua e finalmente

riempire il mio vasino rosa

l’unico arredo di questo pozzo

per i miei fiori l’unico vaso.

 

E ho imparato che la vita

è solo l’arte sobria

di organizzare

le speranze meno austere

e che libertà in fondo è solo

pazzia o pietà.

Se rimani sobrio

senza sprecare nulla

non una goccia, un secondo

un solo fiato

capisci che la pietà

è la migliore delle pazzie

e crederlo la forma più sublime.

 

 

Le filastrocche e le preghiere

sono gli unici beni

dei quali essere prodigo.

Lo devo a questa terra

che mi aspetta, alla gente

che verrà domani, all’amore

e a quella piccola cagnetta

con tre zampe.

La partita si vince qui,

si vince adesso

in fondo a questo pozzo

che non ha più acqua

non ha più luce e aria

ma ha solo la pietà

di questa lumachina

che con niente è felice e

lo sarà molto con poco.

 

[G. Ferrara, Appunti di viaggio di un funambolo muto, Edizioni Tracce, 2015]

In copertina: José Mujica,  2016 (immagine Wikimedia Commons)

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

Josè Mujica, Il miglior discorso del mondo

Josè Mujica, Il miglior discorso del mondo

Il discorso che vorremmo ascoltare da ogni politico. Il Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica tocca i cuori con la sua semplice, inoppugnabile, coraggiosa verità. E’ l’uomo che governa il mercato o il mercato che governa l’uomo? Un discorso che passerà alla storia. Josè Mujica, noto come “il presidente più povero del mondo”, ha attualmente 77 anni, vive nella sua casa modesta, devolve il 90% del suo stipendio in beneficenza. E’ stato in carcere 14 anni come oppositore del regime.
(Pubblicato in data 12 dicembre 2012)

… Tuttavia permetteteci di fare alcune domande ad alta voce

Si è parlato tutto il pomeriggio di sviluppo sostenibile, di togliere le immense masse dalla povertà Che cosa ci frulla per la testa?

Il modello di sviluppo e di consumo è quello attuale delle società ricche?

Di nuovo mi sono chiesto che succederebbe a questo pianeta se gli indiani avessero la stessa proporzione di macchine per famiglia che hanno i tedeschi?

Quanto ossigeno ci resterebbe per poter respirare?

Più chiaramente, il mondo oggi ha gli elementi,  materiali sufficienti da rendere possibile che 7 mila, 8 mila milioni di persone possano avere lo stesso livello di consumo e di spreco che hanno le più opulente società occidentali?

Sarà possibile? O dovremo fare un giorno o l’altro un altro tipo di discussione?

Perché abbiamo creato una civiltà, quella in cui siamo, figlia del mercato, figlia della concorrenza che ha separato un progressivo materiale portentoso ed esplosivo, ma ciò che era l’economia di mercato ha creato società di mercato e ci ha portato questa globalizzazione, che significa guardare tutto il pianeta e stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi?

E’ possibile parlare di solidarietà e di essere tutti uniti in un’economia basata sulla concorrenza spietata?

Fin dove arriva la nostra fratellanza?

E non dico questo per negare l’importanza di questo evento. No, tutto il contrario.

La sfida che abbiamo davanti a noi è di una magnitudine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica,  ma è politica.

L’essere umano non governa oggi.

La forza che ha scatenato sono le forze che ha scatenato a governare l’essere umano e la vita.

Perché non veniamo sulla terra per svilupparci in termini generali.

Veniamo sulla terra per cercare di essere felici.

Perché la vita è breve e ci sfugge. E nessun bene vale quanto la vita, è elementare.

Ma se la vita mi va’ via in puro lavoro per consumare un plus, e la società di consumo è il motore,  perché in definitiva se si paralizza il consumo o se si ferma, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia è il fantasma dello stallo per ognuno di noi.

Ma quell’iperconsumo a sua volta è ciò che sta aggredendo il pianeta.

E devono generare quell’iperconsumo cose poco durevoli.

E una pila elettrica non può durare più di mille ore accesa.

Ma ci sono pile elettriche che possono durare 100 mila, 200 mila ore, ma non possono essere prodotte perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare, e dobbiamo avere una civiltà usa e getta, e siamo in un circolo vizioso.

Questi sono problemi di carattere politico, e ci stanno dicendo che bisogna iniziare a lottare per un’altra cultura.

Non si tratta di proporre di tornare all’età della pietra.

Ne’ di avere un monumento all’arretratezza, che non possiamo continuare ad essere governati all’infinito dal mercato, ma dobbiamo governare il mercato. Perciò dico che il problema è di carattere politico.

Nel mio umile modo di pensare, perché gli antichi pensatori definivano, Epicuro, Seneca, gli aymara (gruppo etnico delle Ande): il povero non è chi ha poco, bensì colui che ha bisogno di infinitamente molto e desidera, desidera e desidera sempre di più.

E’ una chiave di carattere culturale.

Quindi. Mi compiaccio dello sforzo e degli accordi che verranno presi e li accompagnerò come governante, perché so che alcune delle cose che sto dicendo danno fastidio.

Ma dobbiamo renderci conto che le crisi dell’acqua, che la crisi dell’aggressione all’ambiente non è una causa.

La causa è il modello di civiltà che abbiamo instaurato.

E ciò che dobbiamo  rivedere è il nostro modo di vivere. Perché?

Provengo da un piccolo paese ben dotato di risorse naturali per vnicere.

Nel mio paese ci sono tre milioni di abitanti, un po’ più di 3.200.000, ma ci sono 13 milioni di vacche delle migliori del mondo, e circa 8 o 10 milioni di pecore stupende.

Il mio paese è esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una quasi pianura. Quasi il 90% del territorio è sfruttabile.

I miei compagni lavoratori hanno lottato molto per le 8 ore lavorative, ed ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma chi ottiene 6 ore si cerca due lavori. Pertanto lavora più di prima.

Perché? Perché deve pagare una quantità di rate, la motoretta che ha comprato, la macchina che ha comprato, rate su rate da pagare e quando si ferma a pensare è un vecchio reumatico come me e gli è sfumata la vita davanti.

E ci si fa questa domanda: questo è il destino della vita umana? Queste sono cose molto elementari.

Lo sviluppo non può andare contro la felicità.

Deve essere a favore della felicità umana e dell’amore, al di sopra della terra, delle relazioni umane, della cura dei figli, di avere amici, di avere il minimo indispensabile.

Proprio perché si tratta del tesoro più prezioso che si ha.

Quando difendiamo l’ambiente, il primo elemento dell’ambiente si chiama la felicità umana. Grazie.

In copertina: José Mujica (immagine da Flickr.com)

 

Gerardo Femina: “Il disertore è l’eroe del futuro”

Gerardo Femina: “Il disertore è l’eroe del futuro”. L’intervento di Gerardo Femina all’incontro svoltosi a Praga l’11 gennaio 2025 sul tema della risoluzione pacifica dei conflitti.

Pubblicato da Pressenza il 20.01.2025

(Foto di Europe for Peace)

Buonasera a tutti e grazie per l’invito a questo fantastico incontro.
Vorrei parlare del tema della diserzione, non in maniera esaustiva, ma solo come spunto di riflessione.

Lo stimolo a toccare questo tema mi è venuto dalla lettura di un articolo sulla 155ª Brigata meccanizzata «Anna di Kiev» dell’esercito ucraino. L’addestramento è avvenuto in Francia dal settembre 2024. Già all’inizio, 50 soldati hanno deciso di disertare. Una volta rientrati in Ucraina, hanno disertato 1.700 uomini, più di un terzo dell’intera brigata. Ciò nonostante, la brigata è stata mandata al fronte in condizioni precarie.

Il bilancio finale parla di pesanti perdite umane. Rappresenta il fallimento della politica guerrafondaia di Macron e mostra la crudeltà con la quale si manda la gente a morire. Comunque, lo stimolo poteva venire anche dalla notizia di diserzioni, per esempio, nell’esercito russo o in quello israeliano.

Allora ho riflettuto sul fatto che la parola “disertore” è generalmente associata a qualcosa di molto negativo, come a un tradimento molto grave e profondo. Come se non ci fosse nulla di peggio al mondo che essere un disertore.

Ma d’altra parte, è anche vero che grazie ai disertori le società sono progredite. Un esempio: i disertori degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam hanno dato un contributo importante per la crescita del movimento pacifista, che a sua volta ha esercitato una grande pressione sul governo per fermare la guerra.

Quindi, mi sono ricordato di alcune dichiarazioni dei nazisti.

Il generale Göring: “La gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinare dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.”

Hitler: “La guerra è un’espressione della volontà della nazione. Ogni cittadino è obbligato a combattere per difendere la patria.”

Goebbels: “I pacifisti sono i traditori della nazione.”

Vengono i brividi a leggere queste affermazioni perché, espresse con parole diverse, le abbiamo ascoltate in Europa in questi ultimi anni…

Il disertore è considerato un traditore della patria, concepita quasi come un’entità sacra e metafisica a cui si appartiene essenzialmente. Tradire la patria viene quindi percepito come un atto di grande gravità, simile a tradire Dio o gli dei. E così ci si sente obbligati moralmente a difendere e servire la patria.

Ma la patria in realtà è un’invenzione storica e culturale, soggetta a cambiamenti nel tempo. Ad esempio, nel 1990, una persona nata a Praga si identificava con la patria cecoslovacca; pochi anni dopo, questa identità si è trasformata in quella ceca. Gli stati cambiano e cambia anche la nazione di appartenenza associata a quello stato. Allora, togliamo questo alone di sacralità intorno al concetto di patria!

Come spiega Göring, le guerre sono orchestrate da una minoranza che utilizza il concetto di patria per manipolare e conquistare il sostegno della popolazione.

Questi manipolatori impongono con la violenza il loro volere, ma sfruttano anche un bisogno che tutti noi abbiamo. Come esseri umani non siamo delle isole, ma siamo profondamente connessi agli altri e a una comunità. Il bisogno di appartenere è molto importante.

Allora, forse come umanità, siamo nella condizione di elaborare un nuovo concetto di patria, una patria a cui davvero apparteniamo, la patria di tutta l’umanità! E questa appartenenza è essenziale, non dipende dal caso, dal dove e quando siamo nati. Perché siamo umani, indipendentemente dal luogo di nascita e dalla famiglia di appartenenza. Mentre essere francesi, cechi o keniani dipende dal momento e dal luogo in cui siamo nati, riguarda solo la “carrozzeria”. Carrozzeria importante ma non essenziale.

Da questo punto di vista, i veri disertori sono coloro che fomentano la guerra, che fanno di tutto per accrescere il proprio potere sugli altri, creando dolore e sofferenza, perché tradiscono la vera e unica patria alla quale davvero appartengono.

Oggi siamo immersi in una grande propaganda militaristica. Un gruppo di oligarchi occidentali sta perdendo potere, stanno fallendo nei loro piani e diventano ogni giorno più rabbiosi. Vogliono spingere la società verso quella che loro stessi chiamano la “guerra totale”.

Allora, il disertore è l’eroe di questi tempi; è colui che si oppone alla violenza per salvare la propria vita e quella degli altri, per difendere la propria coscienza e per rimanere fedele alla sua vera Patria.

Questa patria non nega le diverse identità culturali, al contrario, si nutre della ricchezza delle diversità. Questa patria è fatta di tutte le generazioni passate, da quelle presenti e anche da quelle ancora a venire. Mentre le identità particolari di una comunità o di una nazione hanno origine nel passato, nella lingua, nelle tradizioni, questa patria, come umanità, ha origine nel futuro.

È un progetto guidato dalle aspirazioni profonde alla pace, alla compassione, all’amore e alla libertà. In parole semplici, ciò che ci unisce profondamente non è quello che è stato, ma quello che desideriamo: un mondo umano libero da dolore e sofferenza. E questo progetto rompe tutte le barriere e tutti i recinti chiamati Stato e Nazione in cui siamo imprigionati.

Questa Nazione umana universale, come la chiama Silo, è già presente come intuizione e aspirazione nella coscienza di molte persone, soprattutto delle nuove generazioni, che mostrano una sensibilità verso il mondo come una globalità.

Questa aspirazione si rafforza grazie a tutte le attività realizzate contro ogni forma di violenza e volte realmente verso la pace per tutti i popoli.
Chiudo con una domanda: Quale contributo ciascuno di noi vuole dare alla costruzione di un’umanità migliore?

Storie in pellicola / Paperman, corto da Oscar

Vincitore del premio Oscar come miglior corto di animazione nel 2013, Paperman, di John Kahrs, fa ancora sognare. Oggi lo vediamo insieme.

Prodotto dalla Walt Disney Studios, il corto d’animazione Paperman ha debuttato in anteprima al Festival Internazionale del Film d’Animazione di Annecy nel giugno 2012 e ha, poi, accompagnato l’uscita nelle sale di Ralph Spaccatutto, lo stesso anno.

Questo delicato film d’animazione unisce sapientemente le tecniche di animazione CGI (Computer Generated Imagery) moderne allo stile classico e delizioso dei disegni fatti a mano, da sempre punta di diamante delle produzioni Disney.

Il corto – con colonna sonora di Christophe Beck – racconta la storia di un giovane uomo di New York City, negli anni ‘40, il cui destino prende una piega inaspettata dopo un incontro casuale, ad una fermata del treno, con una ragazza molto carina e dolce.

A lui sfugge un foglio che, a causa del forte vento, cade addosso alla ragazza, la quale lascia su di esso, involontariamente, il segno del suo rossetto rosso fiammante.

Gli sguardi sono complici, i sorrisi teneri e sognanti, ma il treno, implacabile e irrispettoso, arriva e li separa, sliding doors.

Convinto di aver trovato la ragazza dei suoi sogni e di averla persa subito dopo, il giovane ottiene una seconda possibilità quando la vede in una finestra del grattacielo di fronte al viale dal suo ufficio. Usa l’immaginazione e una pila di carte per avere la sua attenzione ma quando tutto sembra perduto è il destino che gli mostra cosa ha serbo per lui.

Un corto romantico che fa sognare e credere ancora nelle storie d’amore, quelle belle.

Paperman, di John Kahrs, USA, 2012, 7 min.

Ecco il corto, nella sua versione integrale

Austria: i multimiliardari portano l’estrema destra al potere

I multimiliardari portano l’estrema destra al potere

da

I più ricchi distruggono la democrazia e dividono la società

Un nuovo studio di Oxfam mostra che la ricchezza totale dei quasi 2.800 miliardari di tutto il mondo passerà da 13 a 15 mila miliardi di dollari entro l’anno. Ciò corrisponde a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno. Come Oxfam, anche Attac critica il fatto che il potere dei più ricchi rappresenti un pericolo e in definitiva possa distruggere la democrazia.

“Il potere politico dei più ricchi porta al potere gli estremisti di destra, lo abbiamo visto negli Stati Uniti e forse accadrà anche in Austria”, critica David Walch di Attac Austria. Elon Musk ha contribuito alla rielezione di Donald Trump negli Stati Uniti e ora sostiene anche le forze autoritarie di estrema destra in Germania, Regno Unito e in Italia attraverso la piattaforma “X”.
In Austria, miliardari, banche e grandi aziende hanno fatto saltare i negoziati tra ÖVP (Partito Popolare Austriaco), SPÖ (Partito Socialdemocratico d’Austria) e NEOS (Nuova Austria e Forum Liberale) attraverso il rifiuto nel contribuire alla ristrutturazione del bilancio. “Con il sostegno di Raiffeisen e della Federazione delle industrie austriache, l’FPÖ (Partito della Libertà d’Austria) di estrema destra potrebbe presto determinare il futuro del cancelliere federale, mettendo ulteriormente a rischio la democrazia austriaca”, spiega Walch.

Austria: i miliardari si arricchiscono di oltre il 10% ogni anno

Secondo i calcoli di Attac la ricchezza dei miliardari austriaci raddoppia ogni 7 anni.
Tra il 2002 e il 2024, è aumentata in media del 10,3% all’anno. Attac chiede, quindi, una tassazione progressiva dei più ricchi per arrestare la crescita di tale ricchezza, introducendo un’aliquota dell’1% a partire da 5 milioni di euro che, secondo il modello Attac, prevede un aumento in 4 fasi fino al 10% per i patrimoni superiori a 1 miliardo di euro. Il gettito generato sarebbe di circa 20 miliardi di euro e consentirebbe di colmare il divario di bilancio e di creare spazio per gli investimenti necessari.

“I più ricchi hanno già potere economico e politico senza alcun controllo democratico. Possono far valere i loro interessi attraverso il lobbismo, l’“acquisto” di politici, le donazioni politiche, la proprietà dei media, il finanziamento di “think tank” o la corruzione. Con il loro potere, sostengono le politiche che indeboliscono lo stato sociale e danneggiano la maggioranza, lasciando intatte le loro fortune miliardarie. Sempre più persone non vedono più rappresentati i propri interessi ed è così che si allontanano dai processi democratici, dalle istituzioni e dall’impegno politico o addirittura arrivano a sostenere forze antidemocratiche. Questo pericoloso sviluppo deve essere finalmente fermato”, spiega Walch.

Traduzione dal tedesco di Martina D’amico. Revisione di Maria Sartori.

Cover: Immagine di Pete Linforth, Pixabay

GLI INVITATI SEGRETI DI DONALD TRUMP

GLI INVITATI SEGRETI DI DONALD TRUMP

(dal nostro inviato in Campidoglio)

Abbiamo visto tutti quanti gli invitati alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, li conosciamo, da Elon Musk a Jeff Bezos e Mark Zukemberg, fino agli esponenti della destra europea, come Giorgia Meloni, Mateus Morawiecki, Tino Chrupalla, per arrivare al presidente argentino Javier Milei. Ma il vostro inarrestabile inviato, è riuscito, con l’aiuto del cugino dello zio del barbiere di Trump: Arnold il toelettatore prediletto dal Commissario Rex, ad accedere alla lista dei cosiddetti invitati “personali”. Ovvero gli amici del Tycoon, appartenenti ad un passato scomodo e compromettente per la sua immagine attuale, e di cui un po’ si vergogna, ma che ha voluto far presenziare di nascosto alla cerimonia, dietro uno specchio finto, che dava sul salone principale della Rotonda del Campidoglio. Grazie al gommista della nipote del giardiniere in pensione di John Monkeybrain, uno dei bodyguard storici di Trump, ho potuto individuare l’ingresso nascosto alla sala segreta, un enorme gonfiabile di Ronald Mc Donald, il pagliaccio dell’omonima catena di fast-food, riuscendo così ad intervistare alcuni fra gli invitati personali.

Ore 11:30 – Arrivano i primi due invitati-ombra: Kermit la rana e Miss Piggy, riesco ad intercettarli prima che entrino nell’enorme bocca di Ronnie.

  • Miss Piggy, Miss Piggy come mai si trova qui? –
  • Non volevo certo perdere questo momento così importante per i pupazzi, pensi: uno di noi diventa addirittura Presidente degli Stati Uniti!
  • Ma come uno di voi? –
  • Sì, Donald ha iniziato a lavorare con noi sin dalle prime puntate del Muppet Show, allora era diverso, faceva il batterista nella nostra band, con il nome di Animal, non gli avevano ancora fatto la plastica facciale, che poi è pure riuscita male, ma se lei osserva bene, ha i capelli di un pupazzo, si muove come un pupazzo, perché E’ un pupazzo!
  • Ho capito, davvero sconcertante, grazie –

Ore 11: 36 – Vedo avvicinarsi un ometto insignificante, con barba e baffi folti, lo guardo attentamente e…

  • Lei è Vladimir Putin! –
  • Oh porco Lenin, mi hanno già scoperto
  • Non ci credo, lei qui, negli Stati Uniti –
  • Da, cosa crede? Io e Iosif siamo una cosa sola
  • Iosif? Ma non era il nome di Stalin? –
  • Si, ma nell’intimità lo chiamo così, in fondo è un tenerone dolce dolce, che ama gli animali, si figuri che l’ultima volta, nella mia Dacia, berlina quattro porte, sul Mar Nero, voleva deportare il mio chihuahua, sostenendo che era un immigrato illegale messicano –
  • Ma allora voi due vi siete già spartiti il mondo! –
  • A’ Morè, ma n’do vivi? A Zagarolo?
  • Lei parla romanesco? –
  • Che ‘n se sente? Mo’ te lo manno a dì? Volevo capì quanno canta er Piotta, e me so fatto aijutà da Ggiorgia
  • La nostra Presidente del Consiglio? –
  • E ‘ccerto, stavamo a ggiocà ar Risiko con Iosif e Salvini, ma lei s’è’ngrifò de’ bbrutto, perché er ministro de li trasporti, se stava a magnà tutti li cararmatini, diceva che ereno treni in ritardo! Iosif pe’ ripicca, ‘nvece de la Kamchatka, se voleva pijà la Groenlandia e Panama. Mo’ te devo salutà a Morè, sennò faccio pure tardi –

Ore 11:40 – Un uomo alto, con i capelli brizzolati ai lati, ed un filo di barba attorno alla bocca, con un completo blu aderente ed un mantello rosso, arriva dal fondo del parco, accompagnato da un cinese cicciottello. Mi sembra di riconoscerlo.

  • Ma lei non è…
  • Doctor Strange, prego, Signore delle arti mistiche
  • Ah, mi perdoni, anche lei è tra gli amici di Trump? –
  • Amico no, diciamo suo Mentore, l’ho creato io
  • In che senso scusi? –
  • Molti anni fa, volli tentare un incantesimo molto lungo e complesso, per dare all’Umanità un nuovo Mahatma Ghandi
  • E allora? Continuo a non capire –
  • Eh, purtroppo, proprio nel mezzo dell’evocazione spirituale di Ghandi, mentre recitavo la formula che lo avrebbe reincarnato, Clea, la mia compagna, ha deciso che voleva fare sesso estremo con me
  • Quindi? –
  • Si è vestita da ufficiale nazista con tanto di autoreggenti, divisa sexy in lattex nero e frustino
  • Lei ha resistito vero? Ha portato a termine l’incantesimo –
  • Macché. Ho iniziato ad avere vaghi pensieri sado-nazi. Allora ho cercato almeno di pensare a Marlene Dietrich, ma era troppo tardi: si è materializzato Donald Trump vestito da coniglietta di Playboy
  • Che disastro! –
  • Sì, ma la cosa peggiore è che era un incantesimo irreversibile, nemmeno l’Antico ha saputo modificarne il risultato
  • Per cui ce lo dobbiamo tenere così –
  • Purtroppo sì. Negli anni ho viaggiato per tutte le dimensioni esistenti nel Multiverso, compresa la cassa integrazione di Stellantis, contattato ogni entità che conosco, da Eternità al mago Otelma, ma non c’è niente da fare. Non rimane altro se non stargli accanto e cercare di consigliarlo per il meglio
  • Non mi pare ci sia riuscito molto finora –
  • Mi ha preso per Gesù Cristo? Non faccio mica i miracoli! Ora mi lasci andare, devo assolutamente essere presente, per tentare di correggere i suoi eccessi durante la cerimonia di insediamento

Ore 11: 48 – Mi avevano assicurato che l’entrata era senza sorveglianza, per non attirare l’attenzione, ma veniamo intercettati da una ronda della CIA padana, che ci scambia per una troupe di Report. Per fortuna il mio travestimento da Valerio Staffelli funziona: consegno loro un paio di Tapiri d’oro, e ce la caviamo con una breve ripresa filmata. Cosa non farebbero quelli di destra (Barbareschi escluso), pur di finire su Mediaset!

Cover: Donald Trump – Foto di ErikaWittlieb da Pixabay

Per leggere gli altri articoli e i racconti di Stefano Agnelli  su Periscopio clicca sul nome dell’autore

PER UNA TRANSIZIONE ENERGETICA DELLA TOSCANA SENZA SPECULAZIONI
Convegno a Borgo San Lorenzo (Mugello), Sabato 25 gennaio , 10-18

PER UNA TRANSIZIONE ENERGETICA DELLA TOSCANA SENZA SPECULAZIONI

I TERRITORI E LE COMUNITÀ SI INCONTRANO CON LE ISTITUZIONI ED ESPERTI

Nel Comune di Borgo San Lorenzo, nel Mugello, FI, il 25 gennaio dalle 10:00 alle 18:00 si terrà il convegno organizzato dalla Coalizione ambientale TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione “Territori e comunità per una TRANSIZIONE ENERGETICA SENZA SPECULAZIONE”.

Si riuniranno al mattino i comitati e le associazioni di tutta la Toscana e di alcune regioni limitrofe con i propri rappresentanti che daranno voce ai  territori.
– Nel pomeriggio,  si terrà un convegno con importanti esponenti del mondo della ricerca e dell’università per affrontare il tema della transizione energetica nella Regione Toscana.

Alla Conferenza è stata invitata l’Assessora all’ambiente Monia Monni, tutti i Consiglieri e tutti i Sindaci della Regione Toscana.
Sarà dedicato anche uno spazio per la conferenza stampa aperta a tutti i giornalisti.

L’incontro è estremamente importante in quanto la Regione Toscana approverà a breve la Legge regionale sulla definizione delle aree idonee e non idonee per gli impianti da Fonti di Energia Rinnovabile che allo stato attuale porterebbe alla costruzione di nuovi impianti fotovoltaici nei terreni agricoli, pale eoliche alte fine a 220 m nelle colline e nei crinali appenninici, insieme a container e batterie di accumulo per lo stoccaggio dell’energia.

Il patrimonio paesaggistico della Toscana, ancora bella, fertile e accogliente, lascerebbe così spazio ad impianti industriali di produzione energetica sotto la spinta di un finto ecologismo finanziato da ingenti contributi pagati nelle bollette dell’energia elettrica. Tutto questo accadrebbe nonostante siano già disponibili superfici edificate  più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi dettati dall’Unione Europea: una scelta assurda e densa di conseguenze irreversibili.

Per seguire l’ evento in facebook:  https://fb.me/e/2E2BUyQfR

Coalizione ambientale TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione

 

Parole a capo
Alessandro Canzian: alcune poesie tratte da “In absentia”

Alessandro Canzian: alcune poesie tratte da “In absentia”

“Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi e i benestanti devono tirare a indovinare.”
(Charles Bukowski)

 

L’anziano al di là della strada
taglia l’erba non dissimile
al verme che schiaccia.
Una voce al balcone.

 

*

 

La tovaglia piena di briciole
e mosche, a terra
tra la polvere un grano.
Alla finestra un latrato.

 

*

 

Le lenzuola distese
sono più casa delle case.
Grate, gronde e greppi.
Da lontano un geco
le traversa mozzato.

 

*

 

Ragazzina, vent’anni e
un sapore di fiori sul vestito.
Un rischio per la pietra
comandata dal Signore
o da altro ufficio.

 

*

 

La ragazzina chiede il motivo
della pioggia dopo il ponte.
Sorride a un bimbo che corre
sulla bicicletta nuova.

 

*

 

Lungo la strada il miraggio
d’un capannone non basta
a sorvolare la storia.
Eppure siamo stati felici
come una propaganda.

 

*

 

La ragazzina a lato dei binari
con le calze smagliate e le
unghie scolorite domani
risolverà tutti i problemi
bevendo ammoniaca.

 

*

 

La ragazzina s’alza e se ne va
come nulla sia avvenuto.
L’estate dei rospi e dei cani.
La storia accade
ma non se ne ha memoria.

 

(“In absentia”Interlinea srl edizioni, 2024 – è composto di tre sezioni: MinimaliaSul fondoIn absentia. Abbiamo scelto poesie dalla prima sezione. Dalla nota di Martin Rueff al libro, riporto un passaggio che ritengo importante per l’approccio alla lettura di questi versi: “Le poesie delle tre sezioni sono per la maggior parte delle strofe di cinque versi (il francese usa la parola quintil), non rimate e costruite su una nitida opposizione drammatica dei tre primi versi e dei due ultimi. Così la poesia diventa un piccolo dispositivo drammatico basato sul contrasto fra una cosa vista e la sua iscrizione nella sensibilità.”

Alessandro Canzian è nato nel 1977 a Pordenone. Nel 2008 fonda la Samuele Editore. Nel 2015 apre il ciclo di incontri letterari “Una Scontrosa Grazia” a Trieste e nel 2016 l’osservatorio poetico on line Laboratori Poesia. Nel 2018 cura, assieme a Simona Wright, il 50° numero del “Nemla Italian Studies” del College of New Jersey dal titolo Writing in a Different Language: Transnational Italian Poetry (presentato nel 2019 a Washington), mentre nel 2021 fonda la rivista semestrale “Laboratori critici” (con e per la direzione di Matteo Bianchi). Dallo stesso anno collabora con Pordenonelegge pubblicando le collane Gialla e Gialla Oro e, con Roberto Cescon, apre e cura il sito pordenoneleggepoesia.it. Come autore ha pubblicato Il Condominio S.I.M. (Stampa 2009, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi, premio San Vito al Tagliamento 2020).

(Un grazie all’autore per averne autorizzato la pubblicazione).

(L’immagine di copertina è tratta da pixabay)

NOTA: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 268° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Africa & Danza – Mito, Sogno, Bellezza Opere di Barbara Iori (Bajo)

Dal 25 gennaio al 2 marzo 2025, il Mercato Centro Culturale di Argenta ospita “Africa & Danza – Mito, Sogno, Bellezza”, una straordinaria esposizione di opere di Barbara Iori, in arte Bajo

Curata da Studio Archeo900, la mostra Africa & Danza – Mito, Sogno, Bellezza è una celebrazione dell’arte come ponte tra culture, un invito a esplorare la connessione profonda tra uomo e natura, oltre che una riflessione sulla bellezza che ci circonda e che spesso diamo per scontata. Un viaggio visivo ed emotivo nel cuore dell’Africa, dove il mondo animale e umano si incontrano in un’esplosione di energia, grazia e spiritualità.

Con una tecnica raffinata e una sensibilità unica, Barbara Iori, in arte Bajo – bolognese, classe 1959 – cattura l’essenza del continente africano, evocando il potere del mito, la leggerezza del sogno e l’energia primordiale della danza.

Animali e Danza: un connubio di forza e armonia

Le opere di Bajo celebrano l’Africa attraverso una rappresentazione affascinante della sua fauna, accostando i maestosi animali africani a danzatori e danzatrici in movimento. Leoni, elefanti, zebre, giraffe, pantere e altre creature simboliche diventano protagonisti di un dialogo visivo con il corpo umano, incarnando forza, eleganza e vitalità.

In questo connubio, gli animali rappresentano lo spirito ancestrale e selvaggio della natura, mentre i danzatori, con i loro movimenti fluidi e ritmici, simboleggiano la connessione profonda tra uomo e terra. La danza diventa così un linguaggio universale che unisce passato e presente, celebrando la vita in tutte le sue forme.

Mito, Sogno e Bellezza: una visione poetica dell’Africa

Le opere esposte raccontano un’Africa mitica, dove il sogno e la realtà si fondono.

Gli animali, con la loro forza simbolica, sono rappresentati come custodi di un mondo che richiama la bellezza originaria e il mistero del continente. Attraverso una tavolozza vibrante e composizioni dinamiche, Bajo trasforma la bellezza naturale dell’Africa in una metafora universale di energia e armonia.

Un’esperienza immersiva e coinvolgente

La mostra offre al pubblico un’esperienza multisensoriale, immergendolo in un racconto visivo che celebra la biodiversità e la cultura africana. Gli spazi del Mercato Centro Culturale di Argenta diventano così un palcoscenico dove animali e danzatori danzano insieme, creando una narrazione potente e poetica che risuona con tutti gli spettatori.

  • Inaugurazione: 25 gennaio 2024
  • Finissage: 2 marzo 2025

Per informazioni: Studio Archeo900, Tel. 335.1363928, info@archeo900.com

Foto dal sito dell’artista

Screenshot

Tanka per le quattro stagioni

Tanka per le quattro stagioni

Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)  è il titolo della raccolta poetica di Fabrizio Bajec appena pubblicata per i tipi di Vydia Edizioni.

Il titolo sembra riecheggiare ( o fare il…verso a) quello della raccolta di Andrea Zanzotto, Haiku per una stagione. Ma vi è una differenza non solo nel riferimento a due generi della poesia orientale (sui quali torneremo tra poco), ma anche in quello alle quattro stagioni di Bajec, rispetto all’unica di Zanzotto.

Haiku for a Season è stata l’ultima raccolta di Andrea Zanzotto. Il libro fu pubblicato postumo nel 2012, in edizione americana, e ripreso poi nell’edizione italiana da Mondadori nel 2019. In realtà la prima stesura risale alla primavera-estate del 1984, una stagione, appunto, particolarmente difficile per il poeta di Pieve di Soligo per via del suo “male oscuro”.

Zanzotto decise di scrivere queste brevi poesie che lui stesso definì pseudo-haiku utilizzando la lingua inglese, utile allo scopo in quanto ricca di monosillabi. La tradizione secolare dello haiku giapponese, infatti, prevede innanzitutto una forma chiusa in tre soli versi di 5, 7 e 5 sillabe rispettivamente.

A fianco a questa regola imprescindibile si affianca poi l’uso del cosiddetto kigo stagionale, una parola cioè che caratterizzi la stagione nella quale l’haiku è stato composto. E per finire all’interno di uno dei due versi si introduce il kireji la cosiddetta parola che taglia e che in qualche modo ribalta le aspettative (semantiche o concettuali) del breve componimento.

Il titolo di Zanzotto dunque allude a questa unica stagione interiore, senza stagioni esterne, e dunque senza bisogno necessariamente di diversificarsi  attraverso un kigo, né di ribaltarsi (semanticamente o concettualmente) grazie a un kireji.

I tanka di Bajec sono un’altra cosa. A detta dello stesso autore – ammesso che l’ “esistenza” di un autore di haiku sia… ammessa! – queste poesie brevi della raccolta si aprono a una vera e propria esperienza contemplativa che si svolge nell’arco di momenti stagionali precisi.

Il primo tanka di Primavera ci aiuterà ad entrare nello spirito giusto della raccolta

«galleggiano e basta
nubi e piante d’acqua dolce
non conservano un bel niente
seduto su un tronco neanch’io
coltivo propositi»
[pg.22]

Fabrizio Bajec scrive in francese e nella raccolta sono riportate le sue auto-traduzioni in italiano dei testi originali che meglio rispondono alla struttura classica di un tanka formato da 5 versi per un totale di 31 sillabe (5-7-5-7-7). Le prime 17 sillabe, cioè i primi tre versi (5-7-5) formano quello che poi da solo verrà chiamato haiku  e che contiene la parola stagionale, il kigo. Nelle traduzioni in italiano le strutture sillabiche in effetti saltano, ma rimane lo spirito intrinseco a queste breve composizioni orientali che nel tanka riportato è già tutto rivelato.

Le brevi forme poetiche giapponesi intendono fotografare un evento naturale in un preciso momento stagionale, evento che però sia il più possibile svincolato dalle “costrizioni di un soggetto” (per questo si alludeva alla non ammissibilità di un autore come  quello che viene tipicamente definito “poeta”  dalla poesia occidentale).

In effetti lo haijin, colui che è parte dell’azione stessa dell’evento, è di fatto un viandante che “percorre una… via” molto più profonda e remota dello spazio e del tempo propri, una via che si illumina completamente attraverso una “presenza mentale”. È questo “qui e ora”, senza propositi, racchiusa nel testo a essere importante.

“Io sono ciò che mi circonda” pare dirci in questo tanka Bajec. Come le nuvole e le piante d’acqua dolce anche io non conservo nulla e non sono fatto dei propositi che l’io coltiva.

Quando solitamente la “mente” viene ammorbata da dualismi come, ad esempio, fluido (l’acqua, le nuvole) e solido (il tronco, il corpo), non si potrà comprendere il medesimo galleggiamento, delle nuvole nel cielo, delle piante sull’ acqua dolce, del mio corpo posato sul tronco o… sull’Universo.

Questo tipo di inversione tra figura e sfondo tipico della poesia contemplativa di Bajec non resta però una semplice proiezione (frammentazione del mondo quale prodotto di un… pensiero in frantumi e viceversa), ma diventa vera e propria percezione come quella magnificamente mostrata nella poesia breve della Seconda parte della raccolta (Vasto cielo)

«uguale a un fiocco di neve
su un parabrezza di un camion
questo mondo irreale
che leggeri attraversiamo
sorridendo per poco»
[pg. 69]

Fabrizio Bajec ha iniziato la pratica della meditazione nel 2008, frequentando varie scuole e tradizioni buddiste (zen vietnamita, buddismo theravada, zen giapponese). È stato ordinato monaco zen sôto nel 2022 e ha ricevuto la trasmissione del dharma (shiho) dal maestro Bernard Senryû Deverrière nel maggio 2023. Due libri sullo zen sono apparsi in Francia nel 2024: Le Moine et l’enfant (éditions  Synchronique) e Le point zéro (L’originel-Accarias).

Attraverso questo suo particolarissimo percorso spirituale la poesia di Bajec sembra aver acquisito speciali capacità. La prima: evitare di proiettare sentimenti propri sul mondo. La seconda: regalare la vera percezione dell’evento senza l’intrusione di un sé.

Esempi di queste capacità sono il tanka d’autunno a pg. 35

«le oche della Loira
scaricano sterco sul molo
presso il ristorante
fluviale due donne inciampano
nelle loro Ferragamo»

dove persino l’inattività dello haijin non si impone e anzi si sottomette a una compassione che pervade tutta la scena senza alcun rilievo di tipo personale, ambientale, sociale o morale.

Nel testo seguente di pg. 67 si apprezza invece questa capacità di costituire la stessa azione (direbbe un critico occidentale: il poiein) a soggetto della poesia:

«l’operaio fognario emerge
abbagliato dal sole
ma il telefono scivola
e finisce nel buco
dove lui ridiscende
con lo sguardo di Sisifo
gettato alla rinfusa»

Attraverso queste sue capacità Bajec in definitiva  ci restituisce una inattività della lingua che è propria della poesia. Abituati come siamo a una forma attiva di linguaggio (la comunicazione, l’informazione) le poesie brevi di Bajec riescono a ricordarci una modalità contemplativa della lingua. E di questi tempi, dove il caos informativo e comunicativo distrugge il silenzio, quello che Bajec riesce a far con “poche” forme della brevità, non è poco.

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Israele, il Mondo, Hamas. La Tregua

Israele, il Mondo, Hamas. La Tregua

Articolo originale su pressenza del 19.01.25

Dopo 15 mesi di duro confronto militare e politico tra Israele e quasi tutti i governi del mondo intero da una parte e Hamas d’altra, si arriva a siglare la tregua.

Il percorso fatto in termini di trattativa, di confronto, di scontro militare, di distruzione e devastazione di ogni segno di vita a Gaza è unico nel suo genere nella storia moderna.

Questa non è una tregua come tante fatte e vissute nelle storia dei conflitti tra Stati, questa è la Tregua con la T maiuscola in quanto Israele, appoggiato dal mondo intero – militarmente, politicamente e finanziariamente – ha scommesso di potere eliminare e cancellare una volta per sempre politicamente e militarmente il movimento di resistenza islamica Hamas, che non è uno Stato.

Invece, nonostante i 15 mesi di durissimo scontro militare, la devastazione di Gaza, l’elevatissimo numero delle vittime e l’embargo totale che dura da circa 20 anni, Israele (e dietro il mondo intero) è costretto a firmare la Tregua con Hamas.

In tanti, tantissimi, hanno scommesso sin dall’inizio, ma soprattutto dopo l’uccisione dei leader di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Al Sanwar, che la popolazione di Gaza e Hamas stessa avrebbe alzato la bandiera bianca e si sarebbe arresa riconoscendo la sconfitta.

Nessuna bandiera bianca.

Il bilancio di questi 15 mesi è drammatico da diversi punti di vista, fonti non ufficiali parlano di oltre 75.000 morti, 120.000 feriti, 15.000 dispersi oltre la devastazione quasi totale delle infrastrutture.

Dopo tante pressioni politiche e diplomatiche, il blocco degli ingressi degli aiuti umanitari, i viveri, i medicinali, l’acqua, i bombardamenti a tappeto , nessuna resa né da parte della popolazione che è stremata né dalla direzione della resistenza.

Tutto il contrario: la resistenza esce da sotto le macerie e dai missili non esplosi si fabbricavano munizioni con cui si affrontava l’esercito israeliano.

Questa resistenza sarà senza altro studiata nei libri e nelle accademie militari perché i suoi autori e protagonisti e con essi l’intero popolo palestinese sono invincibili perché credono profondamente nella loro giusta causa.

Questa è la ragione di questo capitolo della storia militare moderna che sarà ricordato per lungo tempo.

Ciascuno autore diretto e/o indiretto può raccontare questa tregua secondo la sua visione, da parte mia questa tregua nonostante l’immane tragedia rappresenta senza dubbio una vittoria della resistenza palestinese che ha dettato le regole ed ha impedito al governo fascista israeliano e con esso tutti i sostenitori di realizzare nessuna vittoria né militare né politica.

L’unica vittoria, se può essere considerata tale, che ha realizzato il primo ministro israeliano è quella della distruzione, dell’uccisione dei bambini e dei civili, per me questa non è una vittoria, ma una sconfitta morale ed etica.

Appena si è data notizia della tregua da sotto le macerie sono usciti a piedi nudi nel freddo migliaia di giovani, bambini, anziani con in mano la bandiera palestinese che sventolava in alto per festeggiare la vittoria.
Nessuna bandiera bianca.

Il testo dell’accordo di Tregua è un testo articolato molto complesso, elaborato, discusso ed analizzato parola per parola, fase dopo fase per evitare ogni forma di equivoci e di mal interpretazione.

La sua applicabilità dipende dai firmatari (Israele e Hamas) e dai garanti (l’Egitto e il Qatar).

Ecco di seguito una sintesi.

Il tanto evocato cessate il fuoco inizia domenica 19 gennaio 2025.

L’accordo prevede tre fasi di 6 settimane ciascuna.
Nella prima fase saranno rilasciati 33 ostaggi israeliani in cambio di circa 1700 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Non si esclude che tra i prigionieri palestinesi ci sia anche il leader dell’intifada Marwan Barghouti, così come il ritiro in modo graduale dell’esercito israeliano.

L’accordo prevede anche il ritorno libero, senza alcun controllo israeliano, della popolazione alle proprie case in tutta la Striscia, affidato ai tecnici e esperti egiziani e qatarioti.

L’esercito israeliano conserva un controllo marginale sul corridoio chiamato Saladino e Filadelfia e una striscia territorio sicurezza di 700 metri di profondità lungo i confini di Gaza.

Nella seconda e terza fase dell’accordo si riprenderanno le trattative a partire dal sedicesimo giorno dell’entrata in vigore dell’accordo.

Da domenica prossima con l’entrata in vigore dell’accordo cesserà il blocco degli aiuti che ha provocato la carestia e morte per fame; sarà ammesso l’ingresso degli aiuti umanitari alla popolazione con 600 camion al giorno e 50 camion di petrolio.

Sono più e meno gli stessi elementi dell’accordo proposto da Biden nel mese di maggio 2024 con dei dettagli elaborati dai mediatori egiziani.

Da ricordare che tutto questo fu respinto da Netanyahu, che a sua volta ha voluto occupare il corridoio di confine tra Gaza e Egitto, facendo in questo modo crollare la trattativa di allora.

Sette mesi di ritardo, di morti, di devastazione che hanno causato altri lutti da entrambe le parti, ma sicuramente questi comportamenti hanno favorito Netanyahu a rimanere in sella e Trump a vincere l’elezione americana in modo eclatante.

Le Nazioni Unite valutano in circa 80 anni il periodo necessario per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Oltre il 70% delle costruzioni sono state distrutte e in alcune zone nel nord la percentuale raggiunge il 100%.

In pratica le infrastrutture all’interno di Gaza sono state distrutte e cancellate.
Le macerie, le bombe, i missili non esplosi rappresentano non solo un pericolo per la popolazione, ma un ostacolo al ritorno alla normalità se di normalità si può parlare.

Tutto questo non ha impedito alla popolazione di Gaza di uscire e festeggiare con il segno della vittoria e con la bandiera palestinese.

Nessuna bandiera bianca, questa tragedia deve servire da lezioni in primis ad Israele e con essa tutto il mondo Occidentale che l’ha sostenuta in questo genocidio.

Si è capito che nessun esercito e potenza militare può soffocare la speranza del popolo palestinese di avere il suo passaporto, la sua dignità e il suo stato secondo il diritto internazionale.

Inoltre la questa tregua deve essere estesa per tutti i territori palestinesi, compreso la Cisgiordania e Gerusalemme est.

Ora tutti devono nessuno escluso cooperare per garantire il rispetto e l’applicabilità di questo accordo, fare entrare gli aiuti umanitari, e quanto necessario per la popolazione per poi operare concretamente per il riconoscimento dello Stato di Palestina dentro confini sicuri e riconosciuti, altrimenti passiamo da una guerra ad un’altra e da una tregua all’altra, perché d’altronde mi auguro che sia quello che tutti e tutte vogliamo.

Cover: L’esito dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, immagine da Vatican news

Reggio Emilia, una mostra originale:
Giacomo Matteotti, resistenti e resistenze

GIACOMO MATTEOTTI RESISTENTI E RESISTENZE. UNA MOSTRA ORIGINALE

La mostra che abbiamo allestito su Giacomo Matteotti riguarda il lungo esilio antifascista, attraversa la guerra di Spagna e si conclude con la Resistenza. Abbiamo voluto evidenziare un periodo storico poco conosciuto, per non dire trascurato, che si riverserà nel dopoguerra, anche se le sue aspettative di trasformazione sociale verranno subito disattese da politiche compromissorie.

Vogliamo ricordare, proprio per dare conto del periodo storico preso in considerazione, che la Resistenza dura circa due anni, la guerra di Spagna tre, mentre l’esilio antifascista dura per 22 anni.

Trascorrere oltre vent’anni in esilio mantenendo in piedi un’attività antifascista all’estero e una in Italia nella completa clandestinità, dopo l’introduzione delle leggi eccezionali, è stato un impegno straordinario da parte degli antifascisti che non hanno mai rinunciato ad abbattere il regime.

Il lavoro degli esiliati, perseguitati anche nei paesi democratici e inseguiti dalle provocazioni del regime fascista attraverso i consolati italiani fu costante nel tempo sia in Europa che nelle Americhe. Durante tutto questo periodo fu  mantenuta un’opposizione intransigente al regime con manifestazioni, campagne di denuncia, iniziative di solidarietà e azioni dirette contro gli esponenti del regime in ogni parte del mondo.

In questa mostra si racconta tutto questo, analizzando le componenti politiche spesso dimenticate dalla storiografia del dopoguerra; pensiamo ai partiti socialisti, i gruppi anarchici, i sindacalisti dell’USI e della CGIL, i repubblicani, i federalisti, la dissidenza comunista e i movimenti che si formarono in esilio come Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli.

La mostra si apre con una sezione dedicata a Matteotti dove troviamo tutte le sue edizioni originali finanziarie e politiche dal 1912 al 1924.; sono presenti quasi tutti i libri che si occupano del martire, a partire dalle opere di Filippo Turati, Alceste De Ambris, Mario Mariani, Italo Toscani e tanti altri.

Sempre di Matteotti sono esposti i principali ritratti, manifesti e cartoline editati fra il 1924 e il 1925, oltre a tessere, bronzi, francobolli e cimeli vari.

Parte della mostra è dedicata ai martiri del fascismo e delle dittature: in questa sezione troviamo libri e documenti di Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Giuseppe Di Vagno, Antonio Piccinini, Filippo Turati, Eugenio Chiesa, Camillo Berneri, Errico Malatesta e Gaetano Salvemini.

Ampio spazio viene dato alle donne antifasciste con i libri in prima edizione di Leda Rafanelli, Joyce Lussu, Vera Modigliani, Luce Fabbri, Virgilia D’Andrea, Barbara Allison che hanno avuto un ruolo importante nella battaglia antifascista.

Si passa poi alla guerra di Spagna con le realizzazioni importanti dell’anarchismo spagnolo attraverso l’esperienza  delle collettività, dei sindacati e del municipalismo libertario con edizioni originali che vanno dal 1936 al 1939.

Per finire con le Brigate Matteotti nella Resistenza con una serie di materiali che testimoniano l’importanza di questa brigata partigiana socialista.

La mostra si compone di 42 giornali e riviste dell’epoca che vanno dal 1921 al 1945 e di 4 bandiere storiche (una anarchica degli anni ’10, una socialista del 1922, una di Giustizia e Libertà del 1932 e una dell’ANNPIA del 1945).

Le 18 bacheche espositive sono accompagnate da altrettanti banner esplicativi e contengono i grandi libri del ‘900 a partire da “Socialisme Libéral” di Carlo Rosselli pubblicato a Parigi nel 1930; “Come funziona la dittatura fascista” di Gaetano Salvemini pubblicato a New York nel 1926; “L’Italia tra due Crispi” di Armando Borghi, pubblicato a Parigi nel 1925; “Pensieri e battaglie” di Camillo Berneri pubblicato in Francia nel 1938 e “Il manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nella prima edizione clandestina del 1944.

La mostra sarà aperta fino al 28 febbraio 2025 sabato e domenica 10 – 13 e 16 – 19.

Per info e appuntamenti 347 3729676 (Gianandrea)

In copertina: immagine da articolo21.org

C’era una volta in America (la Manifattura)

C’era una volta in America (la Manifattura)

L’ingegner Taylor inventò la catena di montaggio, introdotta da Ford nel 1904, che raddoppiò non solo la produttività (con la divisione del lavoro e la noia) ma anche i salari degli operai (da 2,5 a 5 dollari all’ora). Così potevano comprarsi l’auto che costruivano e rimanere al lavoro, riducendo l’enorme tasso di dimissioni dal lavoro di allora che complicava molto la fabbricazione. Nel 1928 la produzione industriale americana rappresentava il 45% di quella mondiale. Basta questo dato per affermare che il secolo scorso è stato il secolo americano. Ma oggi la sua produzione industriale è scesa al 16% e nel Regno Unito nello stesso periodo è scesa dal 9% all’1,8%, mentre è salita in Cina (oggi 30% della produzione mondiale), Vietnam, Messico, in tutti i paesi asiatici, in Giappone, Polonia, e resiste (anche se in calo) in Germania e Italia. Nelle macchine utensili l’area tedesca-italiana è però ancora la più forte al mondo mostrando come l’Europa (se volesse) potrebbe svolgere un ruolo rilevante nel mondo.

Produzione di macchine utensili (% sul totale mondiale)

Colpisce la pochezza della produzione industriale di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, tutti e tre i Paesi che hanno fatto la rivoluzione liberale ma che con la globalizzazione avviata da Clinton nel 1999 (e le politiche neoliberali) hanno autodistrutto la propria manifattura delocalizzandola all’estero e così diventando tutti importatori netti di merci.

Nell’industria manifatturiera made in Usa lavorano solo il 9,7% degli occupati: 15 milioni. Scendono però a 5 se si considerano solo quelli che producono in fabbrica, oppure 8,2 complessivamente.
Per memoria si sappia che nella manifattura europea lavorano 30 milioni di persone (7,5 milioni solo in Germania e quasi 4 milioni in Italia) e, per quanto sia stata delocalizzata, quella europea è oggi il doppio di quella americana e nell’Europa dell’Est è diventata il triplo. Le statistiche americane, molto accurate, ci consentono di capire i “dettagli” (dove spesso si nasconde il diavolo).

Anche in agricoltura gli Stati Uniti, nonostante campi sterminati e macchine di enorme potenza, hanno un deficit del commercio e ci lavorano ormai solo l’1,4% degli occupati (2,23 milioni sui 161 milioni di americani al lavoro).

Occupati in USA per settori e tipo di attività, 2023, dati in migliaia

Fonte: BLS USA, https://www.bls.gov/cps/tables.htm

Gli americani hanno abbandonato la produzione di merci fisiche, beni durevoli e prodotti agricoli che fecero la ricchezza nel ‘900 e hanno oggi il loro potere nei giganti del web e nell’Intelligenza Artificiale (AI), guidati dalla Finanza anglosassone che “fabbrica” la maggior parte di denaro al mondo depositato nei paradisi fiscali: sia per non pagare le tasse, sia per poter “lavorare” e “produrre” nuovo denaro senza sporcarsi le mani in fabbrica o nella terra.

Per la verità, negli ultimi 20 anni gli Stati Uniti hanno silenziosamente aumentato la produzione di petrolio e gas di cui sono diventati esportatori netti, anche per l’altissimo sfruttamento del gas liquefatto (GNL) col fracking, che è altamente inquinante. Con la globalizzazione, hanno gradualmente smantellato la propria manifattura spostandola in Cina, Vietnam, Messico, India, Germania, Polonia, Italia. La stessa cosa ha fatto il Regno Unito che aveva già smantellato la propria produzione nazionale (auto incluse) con la Thatcher. Non è, pertanto, casuale che gli Stati Uniti abbiano il maggior disavanzo commerciale e della Bilancia dei Pagamenti al mondo (manufatturiero e agricolo in primis). Ed è in costante crescita dal 1992 (mentre quello della Russia è positivo in modo crescente dal 2000). Si potranno consultare tutti i dati cliccando sul sito di World Bank: https://prosperitydata360.worldbank.org/en/indicator/IMF+BOP+BGS_BP6_USD

Gli occupati americani non guadagnano lavorando quindi nella manifattura (delocalizzata all’estero). A guadagnare sono invece gli azionisti americani delle multinazionali che sfruttano i bassi costi del lavoro di altri paesi, mentre gli operai americani sono stati falcidiati (una delle ragioni del successo di Trump). Come si può vedere dalla tabella allegata, chi lavorava nella produzione industriale made in Usa nel 1999 (quando inizia ad operare la turbo-finanza e la globalizzazione) ha visto ridursi l’occupazione del 30%, nonostante l’economia americana sia cresciuta del 18,9% come occupati negli ultimi 24 anni (un milione in più all’anno). Da sempre gli Stati Uniti hanno un enorme afflusso di immigrati, per cui non bisogna credere che gli occupati in più siano “bianchi”. Sono quasi tutti messicani e asiatici e ciò spiega perché non aumenta il tasso di occupazione (62%) nonostante l’enorme aumento di occupati, che rimane molto inferiore a quella della media europea. Gli aumenti di occupati sono avvenuti sia nei settori ben pagati della finanza, computer, internet, intelligenza artificiale dove i fisici e matematici ora lavorano, ma anche nei servizi a basso salario come i servizi di supporto alla sanità privata, vendite, ristorazione, pulizie, agricoltura dove lavorano gli immigrati. Si potrà notare che gli ingegneri sono rimasti stabili, nonostante l’enorme aumento degli occupati e del digitale.

Ora infatti l’idea è guadagnare con la finanza, il web, il management, come medici e dentisti delle assicurazioni private, avvocati, docenti universitari, nell’export di petrolio e gas (specie ora che si vende molto caro all’Europa al posto di quello russo che era a basso prezzo).

Chi paga questa dismissione nella produzioni dei beni durevoli fisici che comporta un deficit commerciale mostruoso e che è andato crescendo nonostante le politiche protezionistiche avviate da Obama, aumentate con Trump e consolidate da Biden?

Per ora gli americani usano i proventi del dollaro (più che le imposte interne) per pagare l’onere del debito. Essendo il dollaro la moneta di riserva internazionale (la più usata negli scambi mondiali: 58%/70% secondo le fonti), consente agli americani di spostare una parte del loro onere del debito sul resto del mondo. Voler controllare il mondo ed avere 175 basi militari in giro per il globo (rispetto ad una della Cina) non è quindi puro militarismo, ma difesa del tenore di vita americano. Per questo si fanno le guerre o si mette in discussione il potere di una moneta, non per mera aggressività o violenza. E’ il dio denaro, il dio quattrino che ha sostituito il dio trino che trascina in guerra. Le narrazioni “liberali” sulla democrazia esportata, la difesa delle libertà, delle minoranze, la sicurezza nazionale nascondono una semplice verità: si fa la guerra per tutelare il proprio tenore di vita e i propri soldi.

Questa lunga digressione sulla manifattura americana spiega l’incapacità di costruire proiettili da 155 m. (standard Nato) per l’Ucraina, incapacità di produrre merci fisiche che riguarda anche il resto delle armi e qualsiasi altra merce fisica. L’ha svelato al mondo la guerra in agosto 2023, quando il Pentagono ha ammesso questa debolezza degli Stati Uniti nel produrre banali proiettili. 

La realtà fisica del Lavoro nella Fabbrica, della Terra, delle Materie prime, (dove cresce il deficit commerciale made in Usa) prende la sua rivincita sull’Oro, sul Denaro, sulle Banche, la Finanza, i fondi di investimento, gli avvocati, i traders finanziari e su chi lavora con gli algoritmi: matematici, fisici e ingegneri sottratti alla produzione manifatturiera e spediti in banche, finanza e nelle multinazionali dell’AI.

Salario annuo (dollari) del 20% che guadagna di più in quel settore in USA

Professional che guadagnano 150/200mila dollari lavorando in ufficio: non si capisce perché dovrebbero fare gli ingegneri in fabbriche dove si guadagna meno della metà e si è contestati da tecnici e operai che, a volte, la sanno più lunga. Così si spiega perché negli Stati Unti lavorano 1,3 milioni di ingegneri e 2 milioni nella Russia che ha il 42% degli abitanti del (fu) gigante americano; e perché scarseggiano i proiettili – ma non i soldi – da mandare in Ucraina.

 

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