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“Tagliani, sindaco del cambiamento, deve accelerare il passo”

In via Montebello, angolo Giovecca, tanti anni fa, partecipai ad un incontro del professor Luigi Pedrazzi del Mulino di Bologna ed un amico presente mi indicò: “E’ Tiziano, quello dell’Azione cattolica”.
Ero curioso, soprattutto del pubblico, una ventina di persone, cattolici in politica, dal dissenso gentile e quasi democristiani.
Poi seguii Tagliani nei luoghi dei non brevi percorsi istituzionali fino a Sindaco della Città, incontrandolo e parlandoci più volte, ultimamente, messaggiandoci in ore del suo breve tempo libero.
Penso che si possa dire che le sue azioni abbiano prodotto e lasciato più di un segno, sia nell’amministrazione municipale che anche, per quel suo pellegrinare insistente, nei rivoli che contano attorno ai palazzi e nei linguaggi comuni della gente, scendendo dallo scalone e, anche in bicicletta.
Bisogna risalire al lontano Roberto I d’Este per trovare un cambio di passo, anche se il Duca aveva il Pci e il Rinascimento e, sapeva farci, anche per la genialità politica di quel “patto per lo sviluppo”.

Parto da questi rapidi passi, guardando indietro, perché solo con il miglior antico, pur recente, si può stare nel futuro di una comunità e di un paese.
Ora che il primo cittadino ha messo in ordine alcune poste delle entrate e del debito, ma anche l’avvio di un primo inizio di un welfare community avanzato, non può più sottrarsi a guidare la città provincia su nuovi sentieri, anche se il compito non sarà facile ma spetta, comunque, alla politica farlo.
L’avvocato sa bene come e dove muoversi, conosce anche nei particolari come “schiodare” la città, stenta però a percorrere i sentieri necessari, anche perché complicati, per evitare, crudamente, la rotture di schemi estensi e marxiani.
Sappiamo anche che la contemporaneità prevede un cambio ulteriore di passo, lo sa, sicuramente, Ferrara, le sue vie medioevali, l’addizionale erculea, anche la parte ancora addormentata del passato che resiste al cambiamento.
Ci vuole un passo che, partendo dalle prossime elezioni amministrative di maggio, dovrà farsi impronta, serve una impronta profonda per la città.
Serve una visione lunga per andare oltre il perimetro delle mura, guardando più fuori che dentro; la città scende e volge lo sguardo dalla prospettiva di corso della Giovecca all’orizzonte per farsi sistema, luogo largo di più luoghi.
Una idea, quindi, dove la somma faccia il totale, osservando così:
l’entroterra, la costa, la destra Po, le terre del Volano, il mare e le spiagge, le valli e le oasi, il delta, una ruralità diffusa e di qualità, i turismi e viale Carducci, il life del naturalismo d’ambiente, innovazione e tecnologia, arte e cultura e i tanti diffusi saperi.
Inoltre, è necessario si aprano gli attori e gli stakeholder delle periferie e comincino a guardare dentro le mura , anche con le loro Delizie e bellezze, per costruire quel lontano “cono“ d’ombra del Censis.
Una rete, tante maglie e altrettanti nodi perché insieme, città e periferie, possano pescare nell’alveo di un nuovo sviluppo, un benessere diffuso, essere costruttori di una area vasta per stare tra la via Emilia e la dorsale centrale veneta.
Tagliani sa che ci sono risorse, strumenti, capacità da spendere per poter fare un ulteriore passo in avanti; sa anche che bisogna correre e ricostruire forti relazioni, farsi capofila e creare governance, e attivare significativi rapporti esterni.
Bisogna partire, anche rischiando, anche sconvolgendo, anche con un di più, perché questo è il tempo giusto, anche se la legislatura potrà non essere sufficiente.
Serve non solo vincere con un ampio consenso, serve una direzione di marcia ed alcuni obiettivi, anche se i sentieri saranno stretti ed irti.
Signor Sindaco, ci pensi bene, faccia uno sforzo, tanti auguri e buon anno.

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I media americani riscoprono l’emergenza ambientale. Quelli italiani seguiranno

Secondo una ricerca del Daily Climate, sito giornalistico americano indipendente che si occupa di ambiente, le notizie ambientali e sul cambiamento climatico sui media mondiali nel 2013 sono aumentate del 30% rispetto al 2012. Se nel 2012 gli articoli su temi green erano stati 18.546, nel 2013 erano saliti a 24.000, ma sempre sotto la media del 2007-2009 di 29.000 articoli all’anno.
Douglas Fischer, il giornalista del Daily Climate che ha svolto l’indagine, ha rilevato che i temi topici trattati sono stati fracking (tecniche estrattive di gas e petrolio), oleodotti, sabbie bituminose ed eventi meteorologici estremi. Alcuni tra i maggiori quotidiani internazionali nell’anno passato hanno visto crescere lo spazio concesso a questo genere di notizie; da segnalare Bloomberg News (+133%), USA Today (+48%), Wall Street Journal (+40%), mentre il New York Times ha registrato un calo del 10% con solo 883 articoli. Tra le grandi agenzie di stampa il primo posto tocca alla Reuters, che ha raggiunto le 1.100 notizie legate al clima. Anche su Internet, a livello globale, si registra una crescita dei siti specializzati in notizie ambientali.
Ma a che cosa è dovuto questo aumento di interesse nei confronti dei dati sull’ambiente? Ce lo spiega in poche parole David Sassoon, editor di Inside Climate News, sito che ha vinto il Premio Pulitzer: “La questione climatica non è più vista come qualcosa che vive dentro una bolla verde”, ma è sempre più “connessa a tutte le principali fonti di energia e alla storia dei fenomeni meteorologici estremi che ci curiamo di osservare”. La sicurezza energetica è diventata una questione prioritaria per la sopravvivenza delle economie più avanzate e per la crescita di quelle di recente industrializzazione, tanto che i temi che riguardano le infrastrutture petrolifere, i percorsi di gasdotti e oleodotti e la loro sicurezza sono divenuti la chiave di lettura della storia del clima negli ultimi anni, spinti dal dibattito sul fracking negli Stati Uniti e in Europa, dallo sfruttamento di vasti depositi di sabbie bituminose in Canada, dalla spinta della Russia verso l’Artico, dal controllo delle emissioni tossiche delle centrali a carbone e dalla crescente domanda di nuovi gasdotti.
Questioni ambientali quindi, e strategie geopolitiche. Un incrocio di temi che però non è piaciuto al sociologo Robert Brulle e ai media watcher dell’università del Colorado, che hanno rilevato come nella ricerca condotta dal Daily Climate si sia tenuto conto, in maniera troppo rilevante, di tematiche legate all’energia e al suo approvvigionamento. Secondo i ricercatori del Colorado, che hanno registrato solamente le storie che contenevano le espressioni “riscaldamento globale” o “mutamento climatico”, l’allargamento ad altre parole-chiave ha fatto lievitare la copertura mediatica delle notizie ambientali in maniera impropria.
Una diatriba su cosa è clima e su cosa non lo è ci fa forse un po’ allontanare dalla questione più importante, che riguarda l’accresciuta attenzione dei mezzi di comunicazione verso tematiche che non possono più essere trascurate o messe in secondo piano.
Un tipo di sensibilità che in Italia fatica però a imporsi, come registra Greenreport, quotidiano online che si occupa di ambiente, che sottolinea come sia “difficile capire quanto l’aumento della copertura delle notizie ambientali abbia davvero cambiato la percezione dell’opinione pubblica e della politica dei rischi del global warming”.
Ma essendo culturalmente noi figli dell’America a scoppio ritardato, non è difficile prevedere che fra qualche tempo la tendenza attecchisca anche in Italia.

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La tassa sulla casa: in principio era l’Isi, poi fu il delirio

In principio era l’Isi. E l’Isi si fece carne e diventò Ici. Non passò tanto tempo che si trasformò in Imu.
Il bello è che poi la sfrenata fantasia figlia pure, dando alla luce Tasi, Tari e Trise.
Tutto questo ben di dio per finanziare i Comuni, anche se il presidente dell’Anci, Piero Fassino, ostenta somaticamente l’anemia di cui continuano a soffrire le casse comunali nonostante questo diluvio di scioglilingua.
Curiosa, in effetti, è l’impressione che dopo ogni virata tributaria da un lato si aprono nuovi buchi nei bilanci comunali, mentre si fa più pesante il salasso dai portafogli dei contribuenti.
Per non parlare della Tarsu, cioè la tassa sui rifiuti solidi urbani, in parte sostituita dalla Tares, ossia la tariffa comunale su rifiuti e servizi. L’obiettivo è di far pagare anche quelli cosiddetti indivisibili, come illuminazione pubblica e manutenzione strade.
Ma la Tares ha dovuto lasciare il posto al Trise, alias tributo sui servizi comunali, a sua volta erede di Imu e Tares.
Vi siete persi? Tranquilli anche io, ma andiamo avanti.
Inizialmente chiamata service tax il Trise servirebbe a finanziare sempre i Comuni per i servizi erogati. Solo che nel breve volgere di una notte è stata chiamata Taser e poi Trise, a sua volta articolazione di Tasi e Tari. Quest’ultima è la parte di Trise che copre il costo dei rifiuti, mentre la Tasi (sorvolo sul vernacolo) è la componente servizi indivisibili.
Se uno volesse fare lo spiritoso potrebbe aggiungere la Tesi per chi si sta laureando, o la Quasi per chi sta realizzando un sogno nella vita, la Tisi per gli ammalati e poi la Stasi che starebbe a pennello sulla situazione italiana.
Immaginiamo però che coloro al ministero che devono fare e rifare i conti una decina di volte al giorno abbiano poco da ridere. Senza contare che sarebbe pure comprensibile se a qualcuno venisse voglia di tirare una scarpa al politico di turno, mettiamo Razzi?, che gli venisse in mente di fare un’interrogazione per sapere se c’è copertura nei conti pubblici.
Infine, l’irrequieta politica italiana partorisce il Tuc, che vorrebbe sostituire Trise, destinato a sua volta a divenire Iuc, davvero curiosa sigla di: imposta unica comunale.
In fondo fa tenerezza questo slancio inesausto verso la semplificazione che, come nei sogni, è meta che si allontana ogni volta che si sta per raggiungere.
A dire il vero un timido tentativo di discussione si è affacciato nel breve volgere di una mattinata per stabilire se Tuc fosse femminile o maschile, cioè tassa o tributo unico comunale. Ma qualcuno con la testa sulle spalle deve avere dissuaso i temerari a non sfidare oltre il popolo italiano, in buona parte non seduto comodamente al tavolo da bridge, ma alle prese con l’incubo di arrivare a fine mese e con uno Stato le cui mani entrano ed escono dalle sue tasche che è una meraviglia. Almeno in alcune e con una precisione svizzera.
Nel frattempo, nelle scorse settimane è stata recapitata nelle case la Tares: una tassa comunale, su modulo dell’Agenzia delle entrate, della cui riscossione si cura un’azienda Multiutility.
Come esempio di semplificazione e trasparenza non c’è male.
In ogni caso, come direbbe Nanni Moretti, continuiamo così, facciamoci del male.

Le antiche liturgie dei quarantenni al potere

Mentre gli italiani soffrono assieme al loro amato paese della crisi economica più pesante degli ultimi 50 anni, mentre operai, impiegati e precari vedono ridurre pesantemente il loro potere d’acquisto se non addirittura le certezze di avere ancora un impiego, mentre i piccoli imprenditori e lavoratori autonomi si barcamenano tra mille difficoltà per tentare di tenere aperta la propria azienda e mantenere i posti di lavoro, mentre persino gli insegnanti si vedono ridurre le indennità per errori non loro ma di conteggi governativi, mentre la stessa parola speranza sta diventando un vocabolo antico e che perde significato di giorno in giorno… Mentre accade tutto ciò cosa succede nei piani nobili della politica italiana ?
Nulla o meglio ancora si celebrano antiche liturgie da prima Repubblica trasformate dai quarantenni, ora al potere, non nella sostanza ma nelle definizioni, la vecchia “verifica” diventa oggi più modernamente “patto di coalizione” o “contratto di governo”, il termine antico “rimpasto di governo” fa inorridire il nuovo segretario del Pd, ma poi come lo definirà quando, forse, verranno sostituiti dei ministri tecnici con esponenti della sua “ex” mozione congressuale?
Il nuovo segretario del Pd sta cercando con tutte le forze, almeno apparentemente, di dare una nuova propulsione alla politica italiana, ma si scontra giornalmente con le sue idee, a volte un po’ confuse, a volte demo cristianamente aperte ad ogni possibilità, si scontra con i veti incrociati degli alleati di governo o degli ex alleati, che, spinti dal desiderio del Tycoon di Arcore di andare in breve tempo ad elezioni, continuano a giocare con i limiti di questa strana nuova maggioranza, si scontra con i diktat “grillini” che resisi conto di aver illuso l’elettorato italiano che tante speranze aveva riposto in essi, si buttano a capofitto su quello che sanno fare meglio, ovverosia la negazione di ogni proposta, infine si scontra con i veti incrociati del suo stesso partito, all’interno del quale, non dimentichiamolo, ci sono ancora in carica i “famosi 101” che tanto scompiglio hanno creato non eleggendo Prodi presidente della Repubblica e portando, dopo la rielezione di Napolitano verso le larghe intese.
In questo quadro desolante si cerca di trovare un accordo per fare la nuova legge elettorale utilizzando, come detto, metodi da prima Repubblica, i famosi incontri bilaterali, che poco o nulla fino ad ora hanno portato nel senso di vera innovazione.
Le domande semplici da semplice cittadino sono poche ma determinanti per comprendere la situazione.
Riusciranno i “nostri eroi” a fare una buona legge elettorale?
Riusciranno ad uscire dal pantano in cui sono entrati per ricatto berlusconiano sull’Imu ?
Riusciranno finalmente a prendere provvedimenti di vera equità in cui a pagare di più sono i più ricchi ridistribuendo reddito alle fasce meno abbienti?
Riuscirà il nuovo Pd a reggere l’impatto del pantano in cui la politica italiana è finita?
Non sappiamo se vi sono risposte a queste domande, sappiamo solo che i tempi si riducono sempre più e che diventa di giorno in giorno sempre più urgente provare a risolvere i mali endemici del nostro Paese.

scuola-pubblica

È la scuola diffeRenziata, baby

Di solito non canticchio quasi mai per caso ma non riuscivo proprio a spiegarmi perché, alla vigilia dell’Epifania, mi venisse in mente il ritornello di “Oh well” (un bel brano scritto da Peter Green nel 1969) che dice così:
But don’t ask me what I think of you
I might not give the answer that you want me to
(Ma non chiedermi cosa penso di te
Potrei non dare la risposta che vuoi)

Poi mi sono ricordato di aver letto che il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza ha annunciato l’intenzione di voler “aprire un dibattito in tutto il paese su questo bene primario che è la scuola” per “fare insieme agli italiani la grande e giusta riforma della scuola italiana” e allora ho capito il perché del ritornello.

In che modo il Ministro vorrebbe aprire un dibattito? Sottoponendoci un questionario on-line su dieci temi. Con quali scadenze? Si potrà rispondere anonimamente sul sito del Ministero fino a maggio, poi a giugno loro ci penseranno e a settembre ci diranno quali indicazioni hanno recepito.

Spenderò poche righe per dire che considero questa iniziativa come una proposta di poco senso, di metodo sbagliato e di nessuna efficacia; in definitiva, pur non essendo renziano, mi permetto di considerarla un’idea da “rottamare”.
Se il Ministro usa l’espressione “aprire un dibattito” con l’intenzione di “somministrare un questionario on-line” vuol dire che esiste un grave problema di comunicazione.
Se il Ministro ha bisogno di capire come la pensiamo sui problemi principali della scuola vuol dire che finora non ha ascoltato le Associazioni, i Coordinamenti, le Assemblee, le Reti, i Sindacati, i pedagogisti, il personale della scuola e gli studenti.

Se il Ministro vuole “fare insieme agli italiani la grande e giusta riforma della scuola italiana” organizzando prima una specie di referendum sul web vuol dire che ha intenzione di dedicarsi al teatro e sta tentando di mettere in scena: “Molto rumore per nulla” di Shakespeare… purtroppo per noi, in maniera maldestra.

Vuoi vedere che questi sono già i primi effetti della democrazia diffe-Renzi-ata proposta dal nuovo segretario del Partito Democratico: attirare l’attenzione con dichiarazioni altisonanti propinate in modo ambiguo, proporre modalità di pseudocoinvolgimento virtuale sull’esempio campestre del “grillo iracondo” e lanciare promesse talmente enormi da non poter passare inosservate.

Spero che in una delle prossime interviste, alla domanda: “Cosa intende fare per la scuola?”, il Ministro non risponda renzianamente: “La scuola… quale?”

Ho avuto un incubo la notte scorsa sognando che il quesito, di un eventuale referendum sulla scuola, potrebbe essere questo:
“Volete voi che sia rottamato l’articolo 34 della Costituzione che recita:
La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi,
per sostituirlo con il seguente nuovo articolo:
Tutti possono aprire una scuola.
L’istruzione gratuita, impartita per almeno otto anni, è obbligatorio che sia inferiore.
I capaci e meritevoli, se privi di mezzi, hanno anche il diritto di raggiungere i gradini più alti degli stadi.”

Silvia-Giambrone

Dalla Cina al Mar passando per Biennale donna, le artiste emergenti di Silvia Cirelli

Critica e curatrice di mostre d’arte, è partita da Ferrara, ha vissuto per anni a Pechino e ora – ritornata in Europa – ha portato al Museo d’arte della città di Ravenna (Mar) le opere di una giovane artista. Lei è Silvia Cirelli, ferrarese, classe 1980, una laurea alla Ca’ Foscari di Venezia in Lingue e civiltà orientali, indirizzo artistico. La mostra di Ravenna si intitola “Critica in arte”, è aperta fino a domenica 12 gennaio e accende i riflettori sulle espressioni artistiche di alcuni esponenti delle ultime generazioni alle quali Silvia Cirelli, attualmente attiva in Italia, specificatamente è dedita.
Coordinata da Claudio Spadoni, direttore del Mar, la critica ferrarese è stata invitata a partecipare al progetto insieme con Ilaria Bignotti, storica dell’arte e curatrice indipendente, che presenta l’artista Francesca Pasquali, e a Davide Caroli, curatore del Mar, che propone Eron, nome d’arte di uno dei primi graffitisti italiani, cresciuto nell’undergound bolognese e che si esprime con la tecnica dello spray anche sulle tele.
Nella sezione curata da Silvia Cirelli, espone Silvia Giambrone la quale utilizza la performance e l’installazione, evocando un dialogo indispensabile fra linguaggio, corpo e messaggio artistico. Come nella performance “Teatro anatomico” del 2012, realizzata al Macro e appena premiata alla Biennale di Kaunas, in Lituania. A Ravenna l’artista si presenta, per usare la definizione della curatrice, come una “artista-attrice-donna, che silenziosamente si fa cucire addosso un colletto di merletti offrendo non solo il suo corpo, ma anche la sua pelle all’azione performativa”. E’ questo che accade, ad esempio, nell’opera “Il Pizzo” con merletto ricamato su stampa fotografica (courtesy l’artista e Galleria Doppelgaenger, Bari, 2012).
A Ferrara Silvia Cirelli ha già rivelato le sue doti di curatrice indipendente, particolarmente attenta a promuovere l’arte orientale e medio orientale. Nel padiglione contemporaneo di Palazzo Massari ha curato la Biennale Donna del 2010, organizzando una collettiva di sei artiste iraniane. La collaborazione con il Comitato Biennale Donna è andata così bene che le hanno proposto di curare insieme a Lola Bonora anche l’edizione successiva: “Violence, l’arte interpreta la violenza”. Tra il 4 e il 27 ottobre scorso un’altra iniziativa artistica curata dalla Cirelli: “Now! Giovani artiste italiane” in mostra nell’ex Refettorio nel complesso di San Paolo come evento collaterale del Festival Internazionale.
Il frutto della ricerca e dell’attenzione riservata alla giovane arte italiana da Silvia Cirelli tornerà a Ferrara in occasione della prossima Biennale Donna, prevista per settembre 2014, che la vedrà ancora una volta nei panni di curatrice al fianco di Lola Bonora.
La mostra al Mar di Ravenna è aperta fino a domenica 12 a ingresso libero tutti i giorni dalle 9 alle 13.30; giovedì e venerdì anche 15-18 e domenica solo 15 alle 18.

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Coop Estense, oilì oilì oilà il padrone c’è anche qua

Il presidente di Coop Estense, Mario Zucchelli, all’indomani dello sciopero del 23 dicembre ha mandato una lettera personale ai dipendenti che non hanno scioperato per ringraziarli. Come definire questo atto? Una caduta di stile? Un atto di arroganza? Un gesto di intimidazione? A me pare un comportamento grave e offensivo verso la dignità delle persone che hanno deciso di scioperare non certo a cuor leggero e a costo di un pesante sacrificio personale. Ma vorrei allargare il campo della riflessione ponendo alcune domande. Non hanno niente da dire i soci di Coop Estense a fronte di un atto che anche un imprenditore privato avrebbe il pudore di non compiere? E la Lega? E le forze politiche di riferimento (innanzitutto il Pd…) di tanta parte dei soci e di chi ha sempre sostenuto la cooperazione come una realtà imprenditoriale ‘diversa’ non hanno nulla da commentare? A me pare che sul piano delle relazioni tra dirigenza-sindacati-dipendenti-soci la lettera del presidente Zucchelli sia lesiva di alcuni principi a cui dovrebbe tenere la cultura democratica del mondo cooperativo. O dobbiamo registrare un altro pozzo avvelenato dalla cultura di questi ultimi decenni di assoluta noncuranza del rispetto per ogni lavoratore nell’esercizio dei suoi diritti sindacali?

Ascolta il commento musicale

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‘Presa diretta’ ripropone luci ed ombre del caso Aldrovandi e degli organi di informazione

Il giorno dopo la messa in onda della toccante puntata di Presa Diretta dedicata alle “Morti di Stato”, abbiamo deciso di ripubblicare per intero la prima pagina del Blog che Patrizia Moretti ha dedicato a suo figlio e alla ricerca della verità (vedi). Era il 2 gennaio 2006 e fu proprio questo post a destare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulla morte di Federico Aldrovandi.

E’ un modo per ricordare e un’occasione per riflettere, non solo sulla tragica morte di un ragazzo di 18 anni e su una inquietante pagina della storia italiana, ma anche sul ruolo e le responsabilità della polizia, della magistratura e anche della stampa. E’ doveroso, infatti, ricordare che i giornali locali, prima delle accorate parole che riproduciamo qua, sembravano indifferenti alla vicenda, frettolosamente archiviata come ordinario caso di cronaca. Le luci furono riaccese proprio grazie al blog e al conseguente prodigarsi dei quotidiani nazionali, primi fra tutti Liberazione e il manifesto, e di giornalisti, come  Checchino Antonini, che con il loro rigore e la loro passione rendono onore alla categoria e danno un senso a parole come ‘impegno civile’.

 

Federico (dal blog di Patrizia Moretti)

2 gennaio 2006

Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio. Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli 18 anni appena compiuti.

È morto il 25 settembre, il giorno di natale sono stati tre mesi…

Ho sempre pensato che sopravvivere ad un figlio fosse un dolore insostenibile. Ora mi rendo conto che in realtà non si sopravvive. Non lo dico in senso figurato. È proprio così. Una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro…

Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui.

Sabato 24 settembre è stato un giorno sereno, allegro…

Dopo la scuola il pranzo insieme, chiacchiere, risate. Era ancora estate, faceva caldo. Ha portato a spasso il suo amico cane. Non lo faceva spesso, ma quel giorno è andato con la musica in cuffia. Tutto in quel giorno aveva un’aura speciale.

Pensandoci ora è come se avesse voluto salutare tutti noi. Ha avuto sorrisi per tutti… la gioia era lui.

Ha incontrato la compagnia, ha fatto il suo lavoretto di consegna pizza.

Il programma della sera prevedeva un concerto a Bologna.

Prima di partire è passato da casa per cambiarsi le scarpe, rotte giocando a pallone…

È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.

Ha salutato tutti, compreso il fratello che dormiva già, chiedendomi perché Stefano non avesse risposto al suo saluto.

Anche una sua amica mi ha confermato che quella sera era sereno, che l’ha salutata sorridente con la solita pacca sulla spalla e l’appuntamento al giorno dopo…

Non è mai esistito il giorno dopo.

Al Link il concerto era stato annullato. Quindi la serata è trascorsa lì dentro.

L’hanno detto i compagni che erano con lui, non posso definirli amici, e le analisi lo hanno confermato. Uno dei ragazzi gli ha venduto una sostanza, una pasticca o simili.

Lo definiscono lo sballo del sabato sera. È sbagliato si. Ma non si muore di questo…

Federico lo sapeva bene. Era stato partecipe di un progetto scolastico di ricerca e informazione promosso dalla provincia. So che la sua era una conoscenza approfondita con ricerche sui siti delle asl, conosceva le sostanze e gli effetti. Ed era a suo modo un igienista. Aveva grande cura del suo corpo, di quel che mangiava. Era uno sportivo. Una ragazzo splendido pieno di salute.

E di progetti: pensava alla musica, al suo futuro, lo studio serviva a costruire il futuro.

Nell’immediato c’erano le cose semplici: la patente dopo pochi giorni, il karate, un band musicale da organizzare con gli amici, e la vita di tutti i giorni cercando di stare bene…

Trascorsa la serata il gruppo era rientrato a Ferrara, tornati al punto di incontro dove i più avevano lasciato le macchine o i motorini.

Federico era a piedi. Era partito da casa in macchina con Michy, che poi non era andato a Bologna.

Erano ormai le cinque del mattino. I ragazzi hanno raccontato che gli hanno offerto un passaggio ma Federico non aveva voglia di rientrare subito. Sarebbe tornato a piedi. Era vicino a casa…

Dal suo cellulare si vede che ha chiamato diversi altri amici. Specialmente i suoi migliori amici, un paio di volte ciascuno. Forse per chiedergli se erano ancora fuori… sembra che nessuno gli abbia risposto. I ragazzi che conosco mi hanno detto che avevano già spento il cellulare per dormire.

E poi non so cosa sia successo esattamente. A quell’ora mi sono svegliata, forse non del tutto, chiedendomi se Federico fosse rientrato. Avevo una stanchezza invincibile non riuscivo a muovermi. Poi ho sentito un rumore nella sua stanza ed ero sicura che fosse lì…

Mi sono risvegliata che erano quasi le otto.

Ho cominciato a chiamarlo e ad inviare messaggi. Nulla…

Non era possibile che non rispondesse. Se tardava mi avvisava sempre. Diceva che lo stressavo ma non voleva farmi stare in pensiero. Mi aggrappavo all’idea che avesse solo perso il cellulare…

Poi l’ha chiamato anche suo padre. Sul cellulare di Federico il padre è memorizzato col solo nome, Lino.

Una voce ha risposto.

Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono, ed ha chiesto di descrivere Federico.

Poi si è qualificato come agente di polizia, ed alle nostre domande ha risposto che avevano trovato il cellulare su una panchina dalle parti dell’ippodromo e che stavano facendo accertamenti. Ed ha riattaccato.

Immediatamente ho cercato in Questura, e ho cercato anche ripetutamente un amico che ci lavora.

Nulla.

Il centralinista rispondeva: c’è il cambio di turno… non sono informato…, appena avremo notizie chiameremo noi…

Niente per altre tre ore!!!! Passate nell’angoscia e nelle telefonate frenetiche agli ospedali, ai suoi amici e di nuovo ripetutamente alla questura.

Nel frattempo Stefano è accorso in bicicletta alla ricerca del fratello. Ringrazio il cielo che non sia andato nel posto giusto.

La polizia è venuta ad avvisarci solo verso le 11. dopo che lo avevano portato via.

Il suo corpo è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11.

E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio!

E mi hanno detto che lo hanno fatto per me… perché era meglio che non vedessi.

In quel momento gli ho creduto.

La polizia ha detto che un’abitante della zona aveva chiamato perché sentiva delle urla.

Dicevano anche che si era ferito sbattendo da solo la testa contro i muri.

Questo si è rivelato falso. Smentito dalle verifiche. Federico era sfigurato dalle percosse.

Molto tempo dopo ho riavuto i suoi abiti. Portava maglietta, una felpa col cappuccio e il giubbotto jens. Sono completamente imbevuti di sangue.

Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo. Ho potuto vedere solo quella sul viso, dalla tempia sinistra all’occhio e giù fino allo zigomo, e i segni neri delle manette ai polsi. L’ho visto nella bara. Il suo corpo non sembrava più allineato e simmetrico. Il mio bambino era perfetto, e stupendo. L’hanno distrutto…

E la polizia mi raccontava che era drogato. Che si era fatto male da solo. Che tutto questo era successo perché era un povero tossico e noi sfortunati…

Lo vogliono uccidere due volte. Le analisi hanno confermato che quel che aveva preso era irrilevante. Non certo causa di morte né di comportamenti aggressivi. Semmai il contrario.

Quel che penso è che Federico fosse terrorizzato in quel momento. Gli stava crollando il mondo addosso. La vergogna di essere fermato dalla polizia, la patente allontanata perché aveva preso una pasticca. E aveva dimenticato la carta di identità.

Quella mattina nel vicinato dicevano che era morto un albanese. Nessuno si preoccupava più di tanto…

Ha certo cercato di scappare. Di non farsi prendere. Visto com’era ridotto si capisce come lo abbiano fermato. Quando lo hanno immobilizzato, ammanettato a pancia in giù non ha più avuto la forza di respirare.

Chissà quando se ne sono accorti?

L’ambulanza è stata chiamata quando ormai non c’era più niente da fare. E nemmeno allora lo hanno portato all’ospedale per provare un intervento estremo. Lo hanno lasciato lì sulla strada. Cinque ore. Poi lo hanno portato all’obitorio. E solo allora sono venuti ad avvisarci.

Perché?

Se fosse vero che dava in escandescenze da solo perché non è stata chiamata subito l’ambulanza?

Perché atterrarlo in modo tanto violento e cruento? Era solo. Non c’era nessuno. Era disarmato. Non era una minaccia per nessuno.

Perché aspettare tanto prima di avvisare la famiglia? Chiaro. Per non farcelo vedere…

Se lo avessimo visto così cosa sarebbe successo? Che risonanza avrebbe avuto?

Sul giornale del giorno dopo un articolo che dichiarava che era morto per un malore… tratto dal mattinale della questura.

Il giorno dopo sull’altra testata cittadina “Federico sfigurato”. Immediate controdeduzioni del Capo Procura: “non è morto per le percosse”… questa è stata la prima ammissione di quanto successo.

Ad oggi ancora non sono stati depositati ufficialmente gli esiti degli esami medici. Sono emersi solo alcuni dettagli che ho citato prima.

Quel che non mi da pace è il pensiero del terrore e del dolore che ha vissuto Federico nei suoi ultimi minuti di vita. Non ha mai fatto male a nessuno. Credeva nell’amicizia che dava a piene mani. Era un semplice ragazzo come tanti. Come tutti i ragazzi di quell’età si credeva grande ma dentro non lo era ancora. Aveva tutte le possibilità di una vita davanti, e una gran voglia di viverla…”

Patrizia Moretti

scuola

Una barzelLetta oscena

Ci sono un italiano, un italiano e un italiano che stanno parlando del più e del meno.
I primi due sono dipendenti pubblici e lavorano nella scuola; il terzo invece… non mi ricordo più se è democratico o democristiano, se è un giovane già vecchio o un vecchio ancora giovane, se è consigliere di un presidente o se è presidente del consiglio… Mi confondo sempre.

Il primo italiano, che dopo anni di lavoro e di attesa aveva percepito i suoi legittimi scatti di anzianità, dice: “Bisogna investire nella scuola pubblica. Occorre pagare gli scatti di anzianità ai lavoratori ma senza tagliare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa”.
“Bravo!” dice il secondo italiano “Anche io, fra qualche mese, dovrei ricevere gli arretrati dei miei scatti di anzianità”.
Poi anche lui ripete con enfasi la frase del primo italiano: “Bisogna investire nella scuola pubblica. Occorre pagare gli scatti di anzianità ai lavoratori ma senza tagliare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa“.
Il terzo italiano, dopo averli ascoltati, dice: “Bravi!”
Poi anche lui prova a ripetere la frase degli altri due ma quello che gli esce dalla bocca è:
“L’art. 1, comma 1, lett. b), del D.P.R. n. 122 del 4 settembre 2013 dispone la proroga fino al 31 dicembre 2013 dell’art. 9, comma 23, D.L. 78/2010, relativo al blocco degli automatismi stipendiali per il personale del Comparto Scuola. Per il personale che prima dell’applicazione risultava con maturazione della progressione economica nel corso dell’anno 2013 sono stati accertati crediti erariali che verranno recuperati con rate di importo fisso lordo di € 150,00 fino a concorrenza del debito”.
Gli altri due italiani, esterrefatti, gli chiedono di ripetere: “L’hai presa troppo alla larga e noi non l’abbiamo intesa. Dillo con le parole che conosciamo“.
Stavolta il terzo italiano dice così: “Bisogna tagliare nella scuola pubblica. Occorre che i lavoratori paghino per scattare di anzianità ma senza investire sul Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa“.

Morale n° 1: La barzelLetta non fa ridere tutti: solo il terzo italiano (de)ride di gusto; gli altri due invece provano disgusto.
Morale n° 2: se i “conti”  non tornano, per andarli a… riprendere chiamano sempre i lavoratori.
Morale n° 3: la proprietà commutativa non si applica al linguaggio politico.
Morale n° 4: mentre un italiano e un italiano parlano del più, c’è un altro italiano che decide per il meno.

La barzelLetta oscena, che non fa ridere, si riferisce alla sorpresa di fine anno che il ministero dell’Economia e delle Finanze ha regalato ai lavoratori della scuola che hanno maturato gli scatti di anzianità nell’anno 2013: una trattenuta mensile di 150 euro a partire da gennaio 2014 fino a riprendersi tutto l’importo già assegnato al personale.
La disposizione fa riferimento alla nota n° 157 del 27 dicembre 2013 che applica il DPR 122 del 2013, il quale ha bloccato ulteriormente sia il rinnovo del Contratto di Lavoro sia gli automatismi stipendiali.

Per approfondimenti, leggi la nota-mef-157-del-27-dicembre-2013-noipa.

Riga-Lettonia

L’emergente Lettonia adotta la moneta unica. L’effetto euro alla prova dei fatti

Dalla mezzanotte del 1° gennaio la Lettonia è diventata il 18° paese europeo ad adottare l’euro. Secondo un’indagine della Commissione Europea, al quarto giorno dell’entrata in vigore dell’euro già due terzi dei pagamenti in contanti sono effettuati nella nuova valuta. Mentre molti paesi chiedono di uscire dalla moneta unica, lo stato baltico sta affrontando bene il passaggio alla nuova moneta, poiché ben il 95% dei cittadini riceve il resto in euro al momento del pagamento.
Ma se da un lato il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha voluto sottolineare l’importanza dell’evento, “non solo per la Lettonia, ma per la stessa area dell’euro, che rimane stabile, interessante e aperta a nuove adesioni”, quasi il 60% dei lettoni si dichiara contrario all’euro, e ben l’80% teme un aumento incontrollato dei prezzi e della disoccupazione. Nonostante il governo baltico si sia impegnato a vigilare attentamente sui movimenti nelle due valute – l’euro e il lats, la valuta entrata in vigore nel 1991 con l’indipendenza dall’Unione Sovietica – non sono state previste sanzioni per chi alzerà i prezzi, il che spinge i cittadini a un ulteriore scetticismo e a timori più che giustificati, tenendo conto di quello che è successo in altri paesi al momento dell’adozione dell’euro.
Tuttavia la Lettonia, dopo la profonda crisi economica del 2008, risulta oggi lo stato dell’UE con la più forte crescita economica – che si prevede supererà il 4% nel 2014 –, un’inflazione nei parametri europei e livelli di disoccupazione sotto controllo.
Considerando il generale euroscetticismo si può ben immaginare che i cittadini lettoni stiano in queste ore facendo debiti scongiuri. Ma, battute a parte, sarà interessante nei fatti verificare come un’economia in trend positivo reagirà alla prova della moneta unica: l’effetto reale, in caso di rallentamento, potrebbe rafforzare la diffidenza e l’ostilità nei confronti dell’euro o viceversa attenuare la diffusa avversione. In Italia e in Europa si guarda dunque con curiosità e interesse a quel che accadrà nei prossimi mesi nel piccolo stato baltico.

Masterchef-Alì Hadraoui

Masterchef, da Cento Alì racconta il talent-show che tiene insieme pane e coraggio

Cucinare, mangiare. Sono attività che accompagnano ogni nostra giornata e occasioni di stare insieme con familiari, amici, colleghi. Roba normale, insomma, che riguarda bene o male tutti, soprattutto in un Paese come questo, dove – per fortuna – il cibo è qualcosa che si prepara con cura, che è memoria del passato, ma che può essere anche scoperta e ricerca. Poi c’è la tv, momento di relax per chi la guarda e grande vetrina per chi ci finisce dentro. A unire il tema del cibo con il piccolo schermo è Masterchef Italia. Il programma televisivo ora in onda il giovedì sera su Sky, poi anche su Cielo per chi ha l’antenna digitale.
Il bello di Masterchef è che prende queste due cose, cibo e tv, e riesce a farle stare insieme con successo, capacità di intrattenimento e coinvolgimento degli spettatori. L’abbinamento del cibo e della televisione rimanda a un altro accostamento, quello tra “pane e coraggio” reso poetico dalla canzone di Ivano Fossati. Perché il pane è il cibo, appunto, e il coraggio può essere anche quello della ribalta che ti fa andare lì, al vaglio dei riflettori, degli sguardi e dei giudizi severi dei tre ormai celeberrimi giudici Carlo Cracco, Bruno Barbieri e Joe Bastianich. I concorrenti sono uomini e donne, giovani e anziani, con culture e origini diverse. E in un mondo in crisi economica e di emergenza lavoro, come quello che stiamo vivendo, diventa più che mai di attualità l’accostamento tra pane e coraggio e, quindi, il tema cruciale che sta sotto a Masterchef.
In questa nuova, terza edizione partita da poche settimane c’è una componente locale che rende il programma ancora più vicino: il giovane concorrente di Cento, provincia di Ferrara. Si chiama Alì Hadraoui, 18 anni, studente, T-shirt mimetica, capelli tagliati con la cresta morbida al centro, occhi scuri e voglia di farcela sotto al grembiule. Alì è nato a Cento come la sua mamma; il suo papà viene da Medicina; tutti i suoi bisnonni dal Marocco. Un connubio perfetto di locale e globale, con Alì che racconta come da bambino in cucina si divertisse a impastare pizza e pane fino a specializzarsi in uno dei piatti forti della cucina emiliana: pasta fresca in forma di tagliatelle, lasagne, cappellacci di zucca. Una volta terminate le scuole medie Hadraoui, questa passione, decide metterla a frutto per il suo futuro. Si iscrive all’istituto alberghiero Vergani di Ferrara e poi passa all’alberghiero Bartolomeo Scappi, sede di Casalecchio. “Lì – spiega – insegnava anche Bruno Barbieri; come professore ho avuto proprio un suo collega e amico”. Alla prima prova selettiva, che in tv non si vede, il giovane centese porta un piatto di salmone grigliato con un accompagnamento di olive verdi e pane profumato, impastato a casa con prezzemolo, salvia, basilico e origano e che poi in studio lui grattugia nel piatto.
Partito insieme ad altri 15mila, Alì arriva in tv con i 100 migliori ed entra nel gruppo dei primi 50. Passa la prova successiva, in parte ripresa dalle telecamere, grazie a un altro piatto, che è un omaggio alle origini della famiglia, la “bastella”.Una sorta di torta salata marocchina che lui descrive come una “cocotte di pasta fillo con mandorle, acqua di rose, sale, zucchero, pollo e uova”. Barbieri lo loda come “mago delle spezie” per la sua capacità di equilibrare gli aromi e tira fuori ad Alì un’esultanza che non esprimeva più da quando era bambino e che gli fa improvvisare un’ acrobatica ruota in mezzo allo studio.
Le selezioni successive lasciano Hadraoui fuori dalla master-class, ma ormai il sogno è innescato. Adesso Alì è tutto preso dall’organizzazione di una cena di beneficenza a Casumaro, paese ferrarese a pochi chilometri da Finale Emilia (Modena), che ha sentito molto le scosse di terremoto del 2012. “La cena – dice Alì – verrà fatta a fine febbraio e il ricavato servirà per la ricostruzione dell’asilo del paese di Mirabello”.
Barbieri dice: “Non dimenticate mai di mettere in ogni piatto la personalità, il coraggio e il buon gusto che vi hanno portato fin qui”. E con pane e coraggio Alì prende in mano la sua vita, mentre noi tifiamo la forza del sogno. E mettiamo su Fossati in sottofondo a ricordarci che “pane e coraggio ci vogliono ancora/che questo mondo non è cambiato”.

verde-acquedotto-ferrara

Servono 50 miliardi per modernizzare i 13 mila acquedotti italiani

La situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua è fortemente critica da tempo; per tentare un superamento di questa cronica debolezza strutturale si calcola siano necessari almeno cinquanta miliardi di euro per interventi urgenti. Vediamo nel dettaglio:
gli acquedotti in Italia sono oltre 13 mila, per un volume complessivo di acqua addotta pari a circa 8 miliardi di metri cubi annui, e solo un terzo è dotato di impianti di potabilizzazione;
per l’addduzione e la distribuzione prevale la dimensione comunale: bassissimo livello di interconnessione e basso livello di automazione, cattivo stato di manutenzione, sistemi di accumulo insufficienti, tubature al piombo nei centri storici e negli edifici più vecchi;
per le fognature pessimo stato di manutenzione, in gran parte di tipo misto (due terzi) con conseguente mancata depurazione in caso di piogge forti, inefficienza del sistema di drenaggio urbano (causa di allagamenti etc.), carenza dei sistemi di controllo e monitoraggio degli scarichi; il 94% della popolazione risiede in aree che dispongono del servizio fognatura, ma il 23% non è allacciato a reti fognarie; gli impianti di depurazione esistenti sono circa 9.800 (73,1 milioni di abitanti equivalenti), di questi, il 13% non risulta in esercizio, ma la capacità di depurazione complessiva, considerando l’apporto del nuovo grande depuratore di Milano, è potenzialmente quantificabile in 88 milioni di abitanti equivalenti;
molti piccoli impianti, con problemi di dimensionamento e di costo, altri impianti sovradimensionati, da cui risultano alti costi unitari di gestione, basso livello di efficienza, gestione limitata, cattivo stato di manutenzione e rapido degrado delle infrastrutture, alti costi di smaltimento dei fanghi a causa della presenza di sostanze inquinanti.

Con riferimento al solo settore acquedottistico, si evince un fabbisogno in termini di aumento della sicurezza del rifornimento e di contributo alla tutela quantitativa degli acquiferi, che a loro volta comportano una serie di nuovi investimenti per conseguire:
il raggiungimento e mantenimento nel tempo di un livello appropriato di riserva di potenzialità degli impianti di produzione rispetto ai valori attuali e a quelli previsti di domanda;
la differenziazione delle fonti primarie utilizzate, mediante la valorizzazione delle risorse disponibili localmente, lo sviluppo di nuove fonti di rifornimento da acque superficiali, una maggiore integrazione delle diverse reti di adduzione principale;  una tutela più rigorosa della qualità degli acquiferi mediante la gestione controllata degli emungimenti e delle aree di salvaguardia.
Per quanto attiene invece gli investimenti prioritari in fognatura e depurazione si rendono necessari notevoli investimenti infrastrutturali sugli impianti di depurazione e sulla razionalizzazione delle fognature, privilegiando sistemi di collegamento sovracomunali.
Tra le priorità se ne indicano alcune più urgenti: interventi per razionalizzare, potenziare e migliorare la qualità della rete acquedottistica; interventi di sistema per razionalizzare ed adeguare il sistema depurativo; interventi di adeguamento degli scarichi; estendimenti di reti acquedottistiche e fognarie per migliorare l’efficacia del servizio; esecuzione di lavori urgenti di mantenimento ed emergenza, con particolare riguardo alle opere fognarie e depurative e alla riduzione delle perdite negli acquedotti.

Per approfondimenti: acqua.info

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Le nostre radici e un tesoretto da poter spendere

Con l’auto ci arrivi in pochi minuti, ecco Fossalta con le poche anime, un piazzale, Chiesa, campanile, canonica ed entri.
Ti vengono incontro con un sorriso, se vuoi c’è un caffè, trovi la beneficenza elettronica, ti accompagnano al Presepe e ti fanno da guida; in un giorno del 31 dicembre nel primo pomeriggio ho trovato una ventina di persone.
La Natività è tutta nel presepe, ti ritrovi in uno stanzone grande e basso, lungo i lati e su tre piani scorci ed immagini di vita familiare, viuzze, case d’epoca, animali, una trattoria, il gioco delle carte, balconi in ferro battuto, una cascata d’acqua, piazze di mercato, botteghe e vecchi arnesi, bancarelle, scuole ed, in lontananza, la Chiesa di San Venanzio e Villa la Mensa.
Trascinato da musica, canti, contrasti di colori e luci ti senti coinvolto in una singolare architettura d’ambiente ed è bellissimo, sì questo presepe di Fossalta e Viconovo è bellissimo.
Non è solo visione, è sentimenti e passioni, dietro stanno piccole comunità, le storie di vissuti, in una geografia di luoghi nello scorrere del fiume.
Se ti muovi, tra Denore ed Albarea di là, tra Sabbioncellino e Fossalta di qua e, poi, a Villanova e Sabbioncello fino alla chiusa, con il gommone prima e, dopo, con la bicicletta, in un fine settimana, nell’inizio di primavera e d’autunno, cogli tutto il portato di queste terre.
In quest’angolo di campagna, di qua e di là dalla riva del Volano a pochi chilometri da Ferrara vedi e assapori un piccolo pezzo del Trentino, un angolo di milieu sociale e culturale, uno scorcio di distretto rurale e ti pare impossibile riviverlo.
Qui ci sono ancora le processioni, i preti di Francesco, la spesa la portano a casa, c’è un emporio di abbigliamento, l’asilo e la materna, ancora le elementari, cene comunitarie, alcune eccellenze, i comitati dei genitori, le firme per i due ponti, le parrocchie, feste paesane, l’enogastronomia, il carnevale e i centri sportivi per bambini e ragazzi.
Ancora: la farmacia, alcuni bar per il tresette, due ristoranti tipici, uno sportello bancario, lunghi filari di alberi da frutta, un magazzeno della vecchia cooperativa, il lavoro alla Berco, mostre di pittura e scultura.
Le analisi del Censis troverebbero riscontro in questa raffinata ruralità, ancora la cultura contadina, umanità solidali ovunque, un forte cattolicesimo sociale, tanto sudore, tanto lavoro, tanta famiglia, molte radici e quei valori che sembravano persi.

Peccato che le Istituzioni locali restino un po’ in sordina e disattente pur avendo nelle mani un patrimonio, una ricchezza, un tesoretto da poter spendere, uno spazio rurale gentile, enormi potenzialità.
Forse quel Presepe può aiutarci ad uscire dalla profonda crisi che attraversiamo.
Abbiamo lanciato il sasso, pensando, con il nuovo progetto dell’idrovia del Volano, che ci possa essere una nuova attenzione a questo angolo di bellezze.

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Imparare/disimparare

Di life long learning si è molto parlato in questi anni, per segnalare l’importanza di aggiornare le competenze e le capacità professionali in un mercato del lavoro in continuo mutamento. Non si è parlato abbastanza di life long learning come condizione per la cittadinanza, come premessa della capacità di comprendere il tempo presente e di abitarlo con gli strumenti adeguati.
Ci capita di interpretare gli accadimenti misurandone la distanza da ciò che abbiamo conosciuto in passato e così siamo tentati di riportarlo sempre alla “degenerazione” del tempo presente. Il senso di smarrimento che talvolta proviamo di fronte a fatti che non riusciamo a comprendere segnala un difetto delle nostre categorie di giudizio. Non è facile cambiare gli occhiali con cui abbiamo guardato il mondo, soprattutto quando la scena diventa così complessa.
Sarebbe importante pensare al life long learning come qualcosa che riguarda tutti noi e il rapporto con il nostro tempo. È ciò che suggerisce un bel libro curato da Laura Balbo, Imparare, sbagliare, vivere (Franco Angeli), che Laura ha presentato a Milano, in occasione della festa per i suoi ottanta anni. Non conosco un modo migliore per onorare un compleanno importante.
Il libro ospita contributi di donne che hanno condiviso l’approccio al life long learning come esercizio di riflessività, per pensare sociologicamente esperienze personali e comuni: donne impegnate nella doppia presenza, intellettuali e madri, insegnanti, persone, cittadine impegnate nelle istituzioni.
Cito alcuni titoli di paragrafi scelti a caso: aggiramenti, linguaggi e significati, esercizi di traduzione, esperienze comuni, andare oltre, ospitare l’altro. Il libro è un prezioso scrigno di riflessioni (evito volutamente la parola insegnamenti che dovremmo usare con maggiore parsimonia) che emergono da storie raccontate in prima persona.
Ne interpreto alcuni importanti per me. Imparare è un processo che si snoda nell’arco di tutta la vita, che coinvolge noi adulti, un processo che ci cambia e che presuppone la capacità di metterci in gioco. E poi: si impara nei rapporti personali, nelle esperienze, anche in quelle traumatiche, che impongono discontinuità e svolte dolorose; si impara ripercorrendole con la memoria cercandone la comprensione, andando avanti e prendendosi delle pause, sperimentando, piuttosto che ripetendo copioni e tentando strade note. Si impara lasciandosi coinvolgere da persone e cose, sospendendo il giudizio, accettando, prima di giudicare, la realtà e indagandone il senso, cercando un punto di vista personale ed assumendone la responsabilità.
Laura Balbo parla di un life long learning che ci consenta di confrontarci con pezzi di mondo in movimento, con altre culture che si mescolano, con i tempi della nostra vita, che ci fanno essere adulti in modi sempre diversi. Un apprendimento che sappia inglobare strumenti interpretativi nuovi, che consenta di abbandonare certezze radicate, di tenere insieme aperura e rigore.
Per me è stato l’occasione per ripercorrere una storia in parte comune e per ripensarne il senso. Che cosa ho portato a casa, in una frase? Si impara, sottoponendosi allo sforzo più grande, quello di disimparare, vale a dire quello di allontanarsi da tutte le certezze dietro alle quali nascondiamo la nostra pigrizia.

don-francesco-fuschini

Don Fuschini, il prete-scrittore amico degli anarchici

FRANCESCO FUSCHINI
(centenario della nascita)

Ancora giovanissimo, quando era seminarista, Francesco Fuschini (1914-2006) ha esordito con i suoi primi testi sulle pagine della prestigiosa rivista “Frontespizio”. Successivamente, ha dedicato quasi del tutto la propria attività letteraria alle colonne dell’“Osservatore Romano” e, soprattutto, del “Resto del Carlino”. Per molti anni, i suoi articoli e racconti sono rimasti patrimonio privilegiato dei lettori dei quotidiani, poi (a partire dal 1980) nell’arco di tre lustri sono apparse in libreria tutte le sue pubblicazioni. Il successo è stato immediato, sia di critica che di pubblico e il suo esordio in volume: il bellissimo L’ultimo anarchico, rimane probabilmente ancora oggi il suo capolavoro.
Don Fuschini, prete piuttosto “scomodo”: si pensi solo a titoli come Non vendo il papa, componeva con prosa ironica e accattivante, con la penna intinta nell’inchiostro dolce della saggezza popolare. Scrive di lui, nella antologia I Grandi di Ferrara, Uber Dondini: «Il “mondo piccolo” di Fuschini è racchiuso fra le valli di Comacchio dove il piccolo Francesco visse accanto al padre fiocinino e addestratore di cani da caccia e Porto Fuori, la più rossa parrocchia italiana. Seguito nelle pratiche di culto da uno sparuto gregge, Fuschini è stato però l’amico e il confidente di tutti gli abitanti del paese, fra i quali, i suoi anarchici, amatissimi per la loro fede disinteressata nell’uomo e per la loro intransigenza morale».
Con i suoi testi Francesco Fuschini ha creato, forse senza volerlo, una sorta di “mondo mitologico”, di habitat culturale e ambientale edificato sulle fondamenta al contempo fragili e profondissime dei valori veri, della povertà, della solidarietà e di una “storia” italiana, in specie delle genti emiliano/romagnole, che affonda le proprie radici in un paese di certo precario ma ancora a misura d’uomo. Il suo rapporto equo con la natura e con gli esseri si propone quale mentore verso un “parnaso” nostrano, abitato non però da semidei ma da uomini e donne sovrani solo della loro nobile quotidianità. Perfino il suo celebre cane Pirro è ormai entrato nella leggenda, così come accadde alla tenera Cunegonda: l’ultracentenaria tartaruga del cesenate Marino Moretti.
Vincitore di premi letterari quali il Guidarello e il Fiorino-Montefeltro, Fuschini è stato scrittore di delicata sensibilità. La sua prosa, densa di splendide contaminazioni dialettali, è preziosissima sia sotto il punto di vista del significante che del significato, tanto da poterla accostare a quella di uno dei capolavori assoluti del secondo Novecento: Libera nos a malo di Luigi Meneghello. Quantunque l’arte di Fuschini, pur letterariamente inquadrabile, non sarebbe tale senza la smisurata umanità che l’autore spontaneamente vi dissemina, senza la sua grande anima della quale rende partecipi i lettori. Le sue principali pubblicazioni sono: L’ultimo anarchico (1980), Porto franco (1983), Parole poverette (1984, poi riedito), Concertino romagnolo (1986), Mea culpa (1990, poi riedito), Vita da cani e da preti (1995).

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

birmingham

Sotto la pioggia battente di Birmingham, dalle micro attenzioni ferraresi alle macro dispersioni inglesi

BIRMINGHAM – Piove a Birmingham. Tante paia di scarpe, tra cui varie ballerine, finiscono noncuranti nelle pozzanghere. Chi le indossa cammina veloce, lo sguardo fisso nel vuoto: così gli inglesi si distinguono dall’altrettanto folta massa di residenti esteri. Non soffrono il freddo, un maglione è sufficiente a riscaldarli, mentre passano accanto a un albero di Natale, diretti a casa, per preparare un dolce con fragole e lamponi freschi di serra contenute in buste anonime di carta: l’Università di Birmingham è uno dei pochi punti della città dove si possono acquistare frutta e verdura appena colte, perlomeno questo si lascia intendere. Coloro che non hanno particolari pretese, e non necessitano di accontentare l’olfatto, per esempio, possono svoltare in uno dei tanti supermercati, dove si acquista il pane, rigorosamente a fette, appena sfornato dai panifici olandesi. Tra i piccoli market in città spiccano, inoltre, i Despar; la catena, anch’essa di origine olandese, dalla tinta verde e rossa, qui è una delle più presenti ed è ben nota pure a Ferrara dove, fra via Carlo Mayr e piazza Travaglio, ha avuto la vincente trovata di aprire un ristobar che utilizza in cucina tutti i prodotti a breve scadenza provenienti direttamente dai banchi. Dunque una maniera per abbattere gli sprechi della grande distribuzione.
Ma se a B’ham – inflazionata abbreviazione usata sugli stessi cartelli stradali di città – può risultare d’affronto comprare del pane da tagliare, può esserlo altrettanto usare delle padelle in cucina: è sufficiente porre un piatto nel forno a microonde, o al massimo togliere la pellicola protettiva dalle vaschette. Così, leggendo le note sulla confezione del riso, si scopre che anche questo, in pochi istanti, può essere cotto facendolo girare pigramente in un elettrodomestico, per non parlare, poi, del caffè. La fretta impèra sulla folla e indebolisce decennio dopo decennio le abitudini, qual è la pratica culinaria, che invece aggrega in Italia intorno ai fornelli.

birmingham
Un’antica chiesa nei pressi del centro commerciale

Anche avere il tempo di bere un caffè sembra essere un lusso nella piovosa patria della finanza, settore trainante dell’economia britannica: infatti, gli infiniti Starbucks e Costa – “made in Italy”, non a caso – alimentano un immenso viavai di clienti in cerca di un’enorme (solo, però, per noi “stranieri”) tazza da asporto di un qualche caffè aromatizzato, truccato oltre che nell’aspetto, pure nel sapore. Gli inglesi metropoliti, a ben vedere, in effetti preferiscono non fermarsi nei locali, né a bere né a mangiare, non hanno tempo per queste cose, soprattutto per pranzo. Amano consumare una baguette français, in barba a cent’anni di guerra e a una sempiterna ostilità, mentre tornano al lavoro, accompagnandola a un altro Frappuccino o a una bottiglia di Coca Cola: l’acqua non è tenuta in considerazione.
Il turno lavorativo giunge presto al termine, alle 17 in media. Presto solo per gli orari che seguiamo noi europei, poiché alle 18 è ora di sedersi a tavola, magari in fretta, per poter fare poco dopo un salto a teatro. Lo sfarzo, la bravura e l’eleganza mostrati da artisti e scenografi del balletto contrasteranno presto con il comportamento degli spettatori, anche agli occhi dell’osservatore più assonnato: birre, popcorn e patatine sono fedeli stuzzichini da assaporare comodamente avvolti in una tuta da ginnastica. Difatti la metropoli non possiede luoghi di ritrovo culturale e dai medesimi autoctoni è ritenuta una delle più disinteressate del Paese alla creatività: al di là di alcune compagnie stabili di recitazione che sopravvivono con i rispettivi palchi, un museo nel centro puntiforme primo-novecentesco, e qualche sporadica manifestazione di laboratorio artigianale dell’argento verso la periferia, non c’è altro. Giusto l’ennesima chicca universitaria, la galleria d’arte gestita dal The Barber Institute of Fine Arts di direzione italiana, la quale ospita temporaneamente collezioni pubbliche o private di levatura mondiale: ultimamente in mostra, da Veronese a Magritte, da Hiroshige a Botero, da Tiziano a Ingres.

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Birmingham

Il teatro è nel cuore di Birmingham, come pure il centro commerciale più vasto d’Europa. In effetti, il Bullring è una struttura che non passa inosservata. All’interno, scartati i ristoranti, noi europei facciamo poco shopping: tra magliette cortissime ed eccentrici pantaloni, la scelta ricade sui soliti brand di massa, noti a chicchessia, come H&M o Zara. A pochi passi dal Bullring, si impone con altrettanta – se non superiore – affluenza di consumatori, Primark, gigantesca catena di abbigliamento, che offre montagne disordinate di abiti a prezzi degni della migliore offerta. I tre piani di pareti e pavimenti bianchi illuminati da luci ugualmente fredde – che sfiancano i poco avvezzi allo shopping sfrenato – i flussi interminabili e vorticosi alle casse rapide creano un’impellente esigenza di aria fresca. Per dimenticare la vista dei maglioni dai colori improponibili e le maxi-tute da giraffa o da Hello Kitty, tendenza serale dei giovani estroversi, ci si fa strada tra i venditori ambulanti lungo la via principale del Centro, dove spicca un Casinò, auspicando che non capiti anche alle varie Milano, Roma, Torino, di pullulare di tali “attrazioni”. Gli ambulanti immersi nella folla sono i più variegati: chi offre riviste tutt’altro che ispiranti, chi molto ispirato recita passi della Bibbia, chi a gran voce vende a prezzi stracciati mazzi di crisantemi e rose insieme. C’è chi noterà che il venditore abbia fatto un errore simile a quello della «donzelletta che vien dalla campagna» di Leopardi, ad abbinare fiori di stagioni diverse e dai significati simbolici contrastanti, eppure gli inglesi abbinano i fiori quanto le ciliegie con gli alberi di Natale: lo testimonia in modo lampante la festosa parata fuori luogo e fuori misura che si è tenuta a metà novembre… con più di un mese di anticipo all’insegna del Kitsch, che banalizza ciò che tocca per renderlo subito merce comprensibile e appetibile.
A proposito di Leopardi, qui a Birmingham è quasi più noto di Dante dopo la recente traduzione dello Zibaldone in inglese da parte del Centro di studi di italianistica dell’Università: chissà che in libreria non ne abbiano già una copia. Ma dove trovare una libreria? All’appello c’è poca scelta, ce n’è una sola, “ma tanto là hanno qualsiasi libro, al massimo si ordina”, parola di coinquilino studente. E se si cercasse una libreria senza aria condizionata anche d’inverno, senza un bar all’interno, senza tutti quei piani uno sull’altro? Una libreria minuta e accogliente, dove potere parlare con la libraia che ne conosce i ripiani per filo e per segno? Niente da fare nel centro di Birmingham che, nella mentalità di un europeo, conserva una scarsa genealogia storica.
Nel periodo natalizio, seguendo il mercatino deutsch di Natale, definito “di tradizione” nonché il più esteso d’Europa, si va in direzione della nuova biblioteca comunale – mastodontica – anch’essa la più grande del continente e di recentissima apertura. I conservatori hanno lanciato ovvie polemiche sulla sopravvivenza delle biblioteche più piccole e decentrate, che stanno andando in crisi, ma risultano interessanti anche le polemiche riguardanti la funzionalità del nuovo complesso, il quale, pur di attrarre più visitatori, offre svariati servizi corollari, più o meno pertinenti.

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Birmingham

Birmingham è, quindi, una città megalomane? Una città che attira a tutti i costi solo perché offre le attrattive, gli incanti più grandi d’Europa? Il centro, di stampo industriale, è stipato di contrasti: è nato e ha continuato a svilupparsi velocemente, sebbene senza le cure necessarie, oltre le superfici di asfalto e di cemento; oggi si alternano fabbricati grigi, impersonali e decadenti, a sgargianti edifici di nuova costruzione: che sia la strada a caccia della rivalsa per competere in grandezza con il continente, laddove non si può con la storia? D’altronde, gli inglesi stanno dimostrando ferocemente di non volerne sapere di una Comunità Europea effettiva, unita sia nell’amministrazione sia nella moneta, un’entità che respiri collettivamente senza troppe differenze.

droga

Il Questore, la Legge e i consumatori di droghe

di Leonardo Fiorentini

Leggo sulle pagine dei quotidiani le parole del Questore di Ferrara Orazio D’Anna che, facendo un bilancio dell’anno appena trascorso e rilevando una diminuzione generalizzata dei reati, annuncia che il 2014 sarà l’anno del giro di vite sui consumatori di sostanze.

E’ opportuno ricordare che, nonostante il Questore D’Anna e nonostante la legge di Giovanardi, il consumo in Italia non è reato. Certo la legge che porta il nome del nuovo puntello del Governo Letta ha fatto di tutto per facilitare la repressione del consumo, in particolare di cannabis. L’automatismo della presunzione di spaccio in presenza di un certo quantitativo di sostanza (poca marijuana, un po’ più cocaina) – principio per fortuna smontato in questi anni dalla giurisprudenza – e l’unificazione di droghe pesanti e leggere ha fatto poi sì che il 40% dei detenuti sia nelle nostre carceri sovraffollate per violazione dell’art. 73 (spaccio): fra questi moltissimi consumatori, che per il solo fatto di detenere magari più di una decina di canne, sono finite nelle maglie della giustizia italiana. E quei consumatori che sono riusciti a sfuggire al sistema penale sono stati intrappolati nella ragnatela delle sanzioni amministrative: 853.004 persone che in questi anni hanno dovuto sottoporsi periodicamente a test, sono state limitate nei propri movimenti e hanno sostenuto ingenti spese e costi sociali altissimi a causa dello stigma nei confronti dei consumatori (vedi Libro Bianco sulla legge Fini-Giovanardi). Stigma che il nostro paese, con Giovanardi ancora in carica, si è peraltro impegnato a contrastare su indicazione (vedi) della 54ma sessione della Commissione Stupefacenti dell’ONU.

Decidano i lettori se preferiscono che i poliziotti siano intenti a perder tempo a identificare, perquisire e magari arrestare qualche ragazzino che insieme agli amici si è appartato su una panchina in un parchetto per farsi una canna, oppure stiano in giro per il territorio a prevenire uno dei 30 stupri, il migliaio di altri reati contro la persona o i 9500 furti di vario genere perpetrati nella nostra provincia.

Lo stesso governo Letta, che certo non è noto per il coraggio politico, ha avuto l’ardire di mettere in discussione l’impianto della Fini-Giovanardi modificando il 5° comma dell’art. 73, ovvero introducendo il fatto di lieve entità come reato autonomo (grazie ad un tecnicismo giuridico degno del paese degli azzeccagarbugli). Certo non servirà a molto ma per fortuna la Corte Costituzionale deciderà il prossimo 12 febbraio sulla costituzionalità dell’intera legge sulle droghe approvata – ricorderete – nel 2006 con un colpo di mano a fine legislatura come maxiemendamento di un centinaio di articoli al decreto legge di cinque o sei articoli sulle Olimpiadi di Torino (vedi Dossier de La Società della Ragione).

Nel frattempo non resta che augurarsi che il Tribunale di Ferrara non sia ingolfato dall’attività mirata di repressione del consumo annunciata dalla Questura di Ferrara, e poi confermi la propria recente linea assolutoria nei confronti dei semplici consumatori, autocoltivatori di cannabis compresi. Autocoltivatori che, val la pena di segnalarlo al Questore di Ferrara, coltivano la marijuana nell’armadio o sul balcone proprio per non “foraggiare tutta la catena”.

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Chrysler, ennesima trita metafora per mistificare la realtà

Un muratore cade da un tetto, muore e non mangia più./Innoveremo il tropo, la metafora?
In questi due versi del poeta peruviano Cèsar Vallejo – detto che per “tropo” si intende una figura retorica che implica un trasferimento di significato – c’è un invito a schierarsi, a scegliere il linguaggio con cui parlare ai propri simili. Tema questo cruciale anche per i nostri tempi, perché il linguaggio è espressione di una cultura.
L’antitesi è tra la realtà con i suoi drammi e la sua sistematica deformazione alla quale in questi anni ci hanno abituato i detentori del potere, politico ed economico, in ciò praticamente indisturbati.
E allora la sinistra deve scegliere di stare dalla parte del muratore che cade, e con questo tentare di impedire che apparati mistificatori continuino a deformare ciò che accade a proprio piacimento. Per venire all’attualità: siamo sicuri che l’acquisto di Chrysler da parte della Fiat sia davvero un fatto “epocale” come è stato strombazzato? O non piuttosto un importante, ma normale (di questi tempi) frutto della globalizzazione, dalle conseguenze economiche e sociali tutte da scoprire, soprattutto in Italia?
Non è più possibile attardarsi sulle metafore, anche se possono rendere più efficaci i mille discorsi ufficiali che peraltro hanno stancato. Bisogna pensare e parlare il linguaggio immediato della realtà, che è molto più sgradevole e dura di quel che si vuole far credere da parte di politici, imprenditori, economisti e compagnia aggiuntiva. E bisogna ricostruire un pensiero coerente, che produca risultati concreti a favore degli ultimi.
Qualcuno che conosce Vallejo potrebbe affermare con sufficienza che era un comunista. L’uso, anzi l’abuso di questo aggettivo ha permesso a molti di macchiarsi di orrendi crimini, ma anche – vedi i fatti italiani – di negare che il muratore è caduto ed è morto.
L’abuso, in questo caso, ha impedito, anche in Italia, che si potesse sviluppare una società più giusta, ordinata e tollerante. Un disegno politico contro il quale sono state sempre più fievoli ed isolate le voci di chi avrebbe dovuto spiegare, fare chiarezza, lottare per difendere i diritti, innovare la democrazia con forme anche inedite di partecipazione e, non da ultimo, dare l’esempio.

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Sateriale: “Per Ferrara modello ‘smart city’ e ‘piano del lavoro’. Al papa tessera onoraria Cgil”

2.CONTINUA – Riprendiamo la conversazione con Gaetano Sateriale affrontando dapprima temi legati alla realtà locale e poi una riflessione sulle generali prospettive di sviluppo.
Sulla tua esperienza da sindaco hai scritto un libro (“Mente locale”), bellissimo perché autentico e sincero. Alcuni contenuti sono esplosivi, però la città nel suo complesso ha finto come sempre di non cogliere…
In fondo capisco i miei concittadini e anche i miei “non lettori”: le realtà scomode è meglio rimuoverle che affrontarle. Conoscere è faticoso… Ma io non potevo fingere di niente. Quel libro vuole essere uno spaccato della situazione del Paese, perché la malattia che si è diffusa nella politica, nelle istituzioni e nel loro intreccio con i poteri forti non sta solo a Roma. Non so se hai notato ma nel libro non ho mai citato la parola “Ferrara”…

Il tuo successore, Tagliani, si avvia al traguardo di legislatura. Come è cambiata Ferrara (dove posso testimoniare hai sempre vissuto e continui ad abitare!) in questi cinque anni?
La città è e resta bellissima. L’altro giorno ironizzavo su Facebook dicendo che Ferrara è come una bottiglia di buon vino rosso: per apprezzarla si deve degustare poco a poco, senza esagerare, perché altrimenti la “ferraresitudine” obnubila. Al netto della crisi economica non la trovo molto cambiata: in alcuni momenti è una capitale europea della cultura, in altri è un paesone emiliano con il mercato in piazza: i banchi delle mutande e delle mortadelle accanto al muretto del castello… Vedo con piacere che si fanno molti lavori pubblici importanti in centro e in periferia, malgrado le ristrettezze. Se la città non vola non se ne può dare la responsabilità a un’Amministrazione che ha subito un terremoto e i tagli di bilancio che sappiamo…

E di chi è la colpa?
Anche nostra. Di noi ferraresi, intendo. In fondo siamo innamorati di Ferrara com’era quando eravamo ragazzi e nel nostro intimo preferiremmo mantenerla sempre uguale a se stessa, come tanti Principi di Salina del Nord: “La deserta bellezza di Ferrara”… Non dimenticare che i ferraresi non mettono fiori alle finestre… A Bolzano fanno a gara a infiorare i balconi, da noi la gara è al contrario, a tenerli chiusi. Mi viene un esempio della nostra storica indolenza, “scherzoso ma non troppo”: perché tutto il mondo sa cos’è l’aceto balsamico di Modena e già a Santa Maria Maddalena nessuno conosce la salamina da sugo? È colpa dell’Amministrazione o della scarsa iniziativa privata? Se non fossimo così culturalmente nostalgici ci daremmo più da fare con idee e attività nuove. L’Amministrazione deve indirizzare e integrare l’iniziativa privata, non sostituirla. Da noi i privati se ne stanno da sempre per i fatti loro: tutto ciò che è collettivo in città è comunale. Questo non è più possibile…

Hai un suggerimento da dare al tuo successore?
Non mi permetterei mai: a ciascuno il proprio ruolo e Tagliani il suo lo conosce bene. Un suggerimento lo do alla Cgil, invece. Perché non provare a realizzare anche a Ferrara il “Piano del lavoro”, come fanno molte città italiane? Per dare opportunità di ricerca e occupazione ai giovani e visioni innovative alla città la ricetta è coniugare sviluppo sostenibile e innovazione. Possibile che sul tema delle smart city si misurino città grandi come Torino o Roma e non città medie dove tutto potrebbe essere più facile? Smart city vuol dire innovazione attraverso la rete, partecipazione, informazioni diffuse, progetti che rendono più facile e appetibile la città, startup, innovazione sociale, incubatori, imprese giovani.

Puoi farci qualche esempio?
Pensa al traffico: si possono chiedere informazioni via smartphone agli utenti (foto e sms in tempo reale) in modo da individuare i punti critici, segnalarli all’Amministrazione e favorire miglioramenti. Guarda ad esempio al fatto che fra la stazione ferroviaria e il Doro la viabilità non è ancora stata modificata dopo l’entrata in funzione del nuovo ponte sul Boicelli: lì ci sono rischi potenziali che vanno sistemati; questo per dirti di un luogo che frequento abitualmente (per fare la spesa e prendere il treno). Ognuno può inviare le sue segnalazioni. Oppure, come si sta già facendo, rilanciare la Ferrara artistica e culturale che potrebbe via Internet essere sempre in streaming. O i servizi di assistenza agli anziani in cui le nuove tecnologie potrebbero fare miracoli (poco costosi).
Sono solo alcuni spunti, ma si potrebbero aggiungere i trasporti pubblici, il tracciamento dei rifiuti, il risparmio energetico, la bioedilizia, la qualità dell’aria, la produzione di anidride carbonica, i parcheggi, le prenotazioni in ospedale… So che è facile sognare, ma si potrebbe studiarci sopra e trasformare gli spunti in progetti, magari assieme all’Università e alle imprese più innovative: sarebbe un buon modo di cominciare l’anno nuovo e coinvolgere i giovani nella “visione” della città futura. Ma in concreto, non a chiacchiere: misurando quanti giovani coinvolti e quanti posti di lavoro creati. Alla Cgil, per fortuna, non basta un convegno sul tema.

Il problema della visione è generale. Questo 2014 si apre come tutti gli ultimi anni con le rassicuranti previsioni di un imminente ripresa. Di certo si respira un’aria nuova, sembra di cogliere fra le persone la voglia di cercare di venirne fuori ‘a prescindere’, di rimboccarsi le maniche e tentare un balzo in avanti mettendo in campo la creatività e forse l’ottimismo della volontà. Avverti anche tu questo spirito?
Ne avverto soprattutto il bisogno. Ma non credo alla ripresa imminente annunciata e magari importata dall’estero. Ci vuole una politica attiva che favorisca la crescita: in Europa e in Italia. Penso a politiche decentrate nei territori, non a una pianificazione nazionale che nessuno è più in grado di fare. E sono sicuro che se ci fosse qualche soggetto forte che si mette in moto ci sarebbe grande disponibilità a contribuire: specie tra i giovani. La sfida della Cgil è che il sindacato possa essere uno di questi soggetti. In fondo, quello delle smart city è un tema che coniuga tecnologia con partecipazione dei cittadini: un tema cruciale per la democrazia, più facilmente affrontabile in una comunità di medie dimensioni. Noi ferraresi dobbiamo solo decidere se vogliamo essere un paesone o diventare una moderna città europea. Chi vuoi che ce la dia la visione se non le giovani generazioni?

Accanto alla desolante inerzia delle classi dirigenti (politici e imprenditori) si colgono invece i potenti e coinvolgenti segnali di papa Francesco, il cui messaggio appare rivoluzionario. Qual è in proposito il tuo pensiero?
Fosse per me gli avrei portato la tessera onoraria della Cgil. Perché una personalità così alta che dice semplicemente “il lavoro è dignità e senza lavoro le persone perdono anche la loro dignità” se la merita proprio. L’elezione di papa Francesco mi fa essere ottimista: la sua vicenda vuol dire che l’innovazione è sempre possibile anche nelle organizzazioni più complesse e immobili. E la via è una sola: riavvicinare i vertici alla base, la politica alla realtà e ai bisogni della gente in carne e ossa.

Leggi la prima parte della conversazione

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Sviluppo territoriale, da polverosi cassetti spuntano ‘nuove’ idee

2.CONTINUA – Andando a curiosare in vecchi e ormai polverosi cassetti del Castello abbiamo ritrovato documenti che delineano scenari e progetti tutt’altro che superati. Ci è parso allora interessante annotarne alcuni passi e proporli alla considerazione pubblica in questa fase propizia che preannuncia l’arrivo dei molti milioni di euro in parte garantiti da finanziamenti europei per il 2014  e in parte stanziati con la recente legge di stabilità.

Ecco dunque alcuni stralci di un documento che suggerisce “Un cambio di passo per un patto per il futuro”.

E’ ormai evidente, almeno da quattro o cinque anni, che occorre costruire un nuovo modello ferrarese per un futuro di crescita e di sviluppo del territorio per i seguenti motivi:

1. siamo una realtà di territorio che cresce sempre dopo, sempre meno e a tempi limitati;
2. restiamo ancora avversi al cambiamento;
3. le reti che tengono il tessuto sociale stentano a tenere come risposta ai bisogni delle piccolissime comunità locali e quindi il welfare resta inadatto ai mutamenti in corso dei comportamenti;
4. c’è un diffuso e preoccupante nanismo demografico dove in oltre 60 piccolissimi paesi il tempo si è fermato e le relazioni sociali ormai al minimo, troppe povertà, troppe solitudini, pochissima socializzazione
5. il sistema produttivo è fortemente segmentato, troppe le piccolissime imprese e poche quelle che fanno un salto di dimensione e si aprono all’innovazione, manca l’idea di distretti ed aree a milieux e lo sviluppo è prevalentemente di superficie salvo alcune eccezioni
6. abbiamo una città senza territorio e un territorio senza la città. Persino i luoghi forti della provincia sono troppo deboli
7. c’è un benessere certamente diffuso ma ancora freddo e, quindi, privo di stimoli: esiste una questione culturale

Queste sono alcune riflessioni svolte prima della crisi, anno 2007, e attuali ancora oggi

Per gli interventi del dopo-crisi sono individuati i seguenti progetti di struttura-infrastruttura:

1. Nuova area industriale di ultima generazione
da ubicare a nord di Copparo (Fe) in prossimità del nuovo svincolo bretella Corlo-Camatte del tratto tangenziale est di Ferrara tra ponte Raffanello e Ro ferrarese, area di circa 70 ettari con opzione di altri 30 ettari in zona La Quercia
importo di Euro 12 milioni erogato dalla Regione Emilia-Romagna in tre stralci a partire dal mese di settembre anno 2010, prima operatività giugno 2011, e a regime entro 2012
settori: packaging, farmaceutica e parafarmaceutica, biomedicale, nanoelettronica, logistica e centro servizi, nuovi materiali, produzioni ambientali, agroalimentare, informatica, produzioni innovative e prodotti legate al sistema universitario di Tecnopolis e nuovi incubatori
esenzioni: oneri di urbanizzazione; esenzione per 5 anni di Ici e Irap e altre agevolazioni
azione di marketing territoriale da Agenzia specializzata (forte azione di attrazione di aziende ) e concertazione Ufficio di Presidenza della Regione Emilia-Romagna
corsi di formazione per specializzazioni, nuove professioni innovative anche per i seguenti punti ( Pil 2009 Unife – Progetto Insediamenti Lavorativi )

2. Rilancio zona industriale di San Giovanni di Ostellato
intervento finanziario Regione Emilia-Romagna di euro due milioni
modalità e tipologia insediativi da individuare e possibilmente legati a produzioni e servizi della costa e del turismo anche ambientale (Sipro e Delta2000)

3. individuazione di un Distretto Rurale e d’Ambiente
ambito perimetrale Unione del copparese più alcuni territori contigui a produzioni agricole speciali e di qualità
avvio procedure Regionali e Unione europea entro anno 2010
progetti comunitari “Life natura” e percorsi di Agenda 21 nel triennio 2010-2012
turismo lento e promozione al piccolo turismo (punti Info – itinerari giacimenti culturali – vie d’acqua, vie verdi, ippovie, idrovia Volano, Ville, Palazzi, Chiese, Capitelli, Conventi, Residenze, Parchi e Giardini, enogastronomia, grandi eventi e cultura di territorio, destra Po e d/s Po di Volano,ecc…)

4. Centri storici “URBAN Due”
riassetti architettonici e salotti in centro storico
animazione e promozione del Commercio in centro
sagre e prodotti tipici
finanziamenti europei e cofinanziamenti istituzioni italiane (triennio 2010 – 2012)

5. Progettualità della costa
turismo balneare
alberghi e seconde case
laguna, valli e ambiente
primo entroterra ed itinerari
eventi e animazione
servizi ed infrastrutture

C’è materia su cui riflettere e discutere.

Leggi la prima parte

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Tre uomini in barca

Il più famoso romanzo di Jerome K Jerome è “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” , in cui il grande scrittore umorista inglese racconta di tre personaggi abbastanza stralunati, ai quali capitano avventure altrettanto stralunate, lasciando a una sottile e irresistibile ironia di creare un’atmosfera di trascinante comicità. Pensavo a Jerome guardando, con non nascosta nausea, a uno dei tanti telegiornali, ai quali è affidato il compito non d’informare, come sarebbe naturale, ma di divulgare il pensiero del potere che li sostiene.

I tre uomini (i nostri tre campioni, oh Madonna mia!) – Grillo, Renzi , e, nel suo piccolo, il pargoletto Berlusconiano Brunetta – sono personaggi d’incomparabile comicità, o, meglio, “sarebbero” se agissero in una situazione in cui si potesse ridere di gusto. Ma non si può: la loro barca è la nostra, è questo Paese che fa acqua da ogni parte e rischia di affondare da un momento all’altro (o, forse sta già affondando). Di che cosa parlano, su che cosa litigano? Sul nulla: la crisi ha creato oltre centoventimila nuovi miliardari mentre il ventre della miseria continua a sfornare poveri. Ci sarebbero da recuperare miliardi evasi dai buoni cittadini, buoni se ricchi, e i “tre uomini” non ne parlano. Le aziende (alcune per necessità, altre per interesse) chiudono e licenziano.

E i tre che fanno? Nulla. Che dicono? Loro, i tre parolai sembrano imbalsamati, come i loro colleghi di governo. Esiste una situazione mondiale sempre più precaria, perché il capitalismo è in coma profondo e non farmacologico, in America sempre la crisi ha partorito i nuovi nababbi, ce n’è uno che potrebbe acquistare, con i soldi rubati agli investitori e ai risparmiatori, intere nazioni. Ma c’è ancora di peggio, se possibile: gli speculatori (aziende falsamente umanitarie) intascano quasi due miliardi di euro al giorno dal popolo italiano – siamo noi – per accogliere i migranti: “E’ una torta luculliana – scrive ’Repubblica’ – quella che in Italia si spartiscono ormai da dieci anni veri e propri colossi del business” e a ogni disgraziato che riesce a mettere piede sul nostro territorio l’affare aumenta:abbiamo mai sentito uno dei tre uomini in barca denunciare questa situazione per dire basta, per proporre misure di emergenza atte a cancellare l’orribile, lo schifoso affare sulla pelle di povera gente? No, loro, sempre i tre uomini (per non parlare degli altri), si dilettano a farfugliare di riforme, di andare urgentemente alle elezioni, vogliono poltrone, sono maestri, loro, nel creare inutili polemiche, sono i tycoon del commercio politico e, a ogni urlo che fanno, danno picconate al fondo della nostra barca: affonderemo. Bevete piano, ragazzi.

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Razzismo, tre interrogativi attorno al caso Masotti

Attorno al caso del dottor Massimo Masotti, sollevato nei giorni scorsi da ferraraitalia, si è sviluppato un animato dibattito. Tutti i commenti sono stati pubblicati e gli interventi sono stati riportati nella loro integralità, senza alcuna omissione.
Gli interrogativi che la vicenda suscita sono essenzialmente tre.

1. Può un medico essere razzista? Ossia: sarà in grado di esercitare senza alcun pregiudizio la propria opera assistenziale?
2. La palese ostentazione di questo suo credo non è massimamente inopportuna? E non corrobora il legittimo sospetto circa la capacità di anteporre la deontologia alle proprie intime convinzioni nello svolgimento della pratica professionale?
3. Possono l’Ordine dei medici e un’associazione filantropica come i Lions essere rappresentati da chi professa tali teorie razziste?

Si tratta di interrogativi di ordine generale, non inficiati dalla considerazione che, nella fattispecie, il medico in questione è da qualche tempo in pensione; tanto più che Masotti continua, comunque, a svolgere ruoli di rappresentanza istituzionale della categoria; e che i medici sostengono che il loro non è semplicemente un lavoro, ma una missione; e pertanto il camice non si dismette mai…

[leggi l’articolo precedente]

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Parla Sateriale: “Renzi, un abile giocoliere. La politica, solo lotta per il potere”

Di norma all’intervistato si dà del lei, anche quando si ha confidenza. E’ una vecchia regola non scritta del giornalismo che serve a non creare nel lettore l’impressione di un rapporto privilegiato che lo escluda. Ma in questo caso sarebbe stata una forzatura eccessiva. Il mio interlocutore è Gaetano Sateriale, accanto al quale, giorno dopo giorno sino al 2009, ho lavorato per quasi otto anni come responsabile dell’ufficio stampa dell’amministrazione comunale, quando lui era sindaco della città. Ho quindi ritenuto più onesto presentare la conversazione come si è svolta, senza infingimenti, nella cordialità e in amicizia.

Dacché non è più sindaco, è la prima volta che Sateriale, oggi coordinatore della segretaria generale della Cgil nazionale, accetta di parlare così diffusamente di politica, sindacato e di Ferrara. Quel che ne è scaturita è una radiografia molto lucida del nostro Paese e, per conseguenza, un’immagine poco consolatoria. E’ una fotografia senza effetti speciali, un resoconto – condivisibile o meno che risulti agli occhi del lettore – di certo rigoroso e per nulla indulgente, come è nel suo dna.

Per comodità di fruizione abbiamo diviso la conversazione in due grandi blocchi tematici che pubblicheremo su ferraraitalia in altrettante puntate, oggi e domani. La prima parte del colloquio, quella che segue, è relativa ai temi nazionali della politica, del lavoro e del sindacato. Domani, nella seconda parte, si affrontano le questioni ferraresi e gli orizzonti generali di sviluppo.

Sulla tua pagina Facebook hai scritto: “Dopo tanti anni (44) sono improvvisamente rimasto senza partito da ascoltare, discutere, criticare, partecipare, condividere”. Sei cambiato tu o è cambiata la politica?
Forse entrambi. La politica è certamente cambiata in peggio: demagogia, populismo mediatico, messaggi pubblicitari ingannevoli, partiti azienda, partiti liquidi, consorterie, gruppi di famiglie… E in peggio sono cambiato anche io, sicuramente: non credo più alle frottole e non mi diverte un Paese che ci mette vent’anni a capire che dietro le parole dei leader non c’è niente, se non la battaglia per il potere. So bene che la politica è anche questo (fin dalle sue origini), ma quando è solo questo non mi interessa.

Cosa significa questo disamoramento per te personalmente? Come vivi questa condizione?
Posso fare una battuta? Comincio ad avere con la politica lo stesso rapporto che ho con il calcio: mi piace guardarla e commentarla e tifare quando è di qualità, altrimenti meglio leggere un libro o vedere un buon film. E da qualche anno la politica non è più di qualità: né nella maggioranza, né all’opposizione. Non sono mai stato e non diventerò un qualunquista, ma non vedo attorno a me un luogo in cui abbia senso impegnarsi e nemmeno un partito che ti chieda un qualche impegno, per la verità. Anzi, se cerchi i dirigenti, l’impressione è che gli dai un po’ fastidio… Per fortuna continuo a occuparmi di problemi sociali concreti e a lavorare in un’organizzazione che con tutti i limiti è ben radicata nel mondo reale.

Davvero? Eppure la gente non distingue più tanto tra partiti, sindacati e istituzioni…
Quando vado in giro a fare iniziative dico sempre, specie ai giovani dirigenti che a volte sembrano spaesati: “Tranquilli che la Cgil ha le spalle robuste, siamo l’organizzazione più radicata nel paese assieme ai Carabinieri e alla Chiesa cattolica”. Luciano Lama diceva meglio: “I governi passano, la Cgil resta”. Questo non vuol dire che possiamo stare fermi, anzi… Anche noi dobbiamo innovarci perché dopo la crisi niente sarà più com’era prima. Ed è qui che dobbiamo stare attenti: a non imitare i partiti, a mantenerci autonomi e concreti di fronte ai cambiamenti. Per fortuna un sindacato mediatico non ha senso. Ma sono abbastanza tranquillo su questo punto, malgrado i ritardi e gli errori.

Quali ritardi ed errori? Puoi fare qualche esempio?
Il più clamoroso esempio è il rapporto con i precari, che sono poi le giovani generazioni di lavoratori. Siccome i nuovi lavori non ci piacevano abbiamo pensato di combatterli per legge, invece che proteggerli e migliorarli contrattualmente. In questo modo abbiamo perso rapporti con migliaia di giovani lavoratori che sono senza tutela e non vedono il sindacato come qualcosa che gli appartiene. Ma noi non siamo diventati un soggetto virtuale: alla fine facciamo trattative e firmiamo (o non firmiamo) accordi. Non inseguiamo il potere per il potere. Basta pensare alla differenza tra i gruppi dirigenti in periferia. Magari i nostri litigano fra loro, con le strutture regionali, con il nazionale in qualche caso, ma non si schierano con questo o con quello a prescindere, cercando di puntare sul cavallo vincente. La Cgil il congresso lo fa ancora su documenti programmatici discussi in migliaia di assemblee: non votiamo uno o un altro segretario a prescindere. Siamo all’antica, se vuoi…

L’autocritica si limita a un errore nei confronti dei giovani precari?
C’è anche uno speculare sul lavoro pubblico. Ci siamo giustamente difesi dagli attacchi sgangherati di Brunetta ma non abbiamo ancora accettato di discutere e di essere protagonisti della riorganizzazione efficiente della Pubblica amministrazione. Al contrario di quanto abbiamo saputo fare nell’industria degli anni ’80 e ’90 in cui siamo passati dalla difesa dei posti di lavoro tal-quali a un progetto di riorganizzazione con al centro la qualità e il superamento del taylorismo che svalorizzava il lavoro. Nella Pubblica amministrazione il sindacato non propone il nuovo e difende il vecchio. Ma quel vecchio è ormai visto da tutti (imprese e cittadini) come indifendibile e insopportabile.

Da quanto dicevi prima sulla politica, si desume un giudizio negativo sul nuovo segretario del Pd, Renzi…
L’ho incontrato una sola volta quando era presidente della Provincia di Firenze, non posso dare un giudizio comprovato. A pelle non mi piace: mi sembra un giocoliere delle parole e non abbiamo certo bisogno di un nuovo televenditore… Certo, sa muoversi con abilità e spregiudicatezza ma temo sia una dote che non poggia su una preparazione seria. Non posso generalizzare, ma quando lo sento parlare di lavoro è evidente che non sa di cosa parla. In un Paese con milioni di disoccupati Renzi pensa che si debba intervenire con una legge sul mercato del lavoro invece che creare nuovi posti qualificati e stabili con una politica economica espansiva. Dietro le parole nuove, molto continuismo…

Non ti sono parse interessanti la proposta di Civati e il percorso di Barca?
Civati non l’ho capito molto: forse ho i riflessi lenti ma quelli che saltano troppo in fretta da una parte all’altra non riesco a seguirli. Il documento di Barca mi convince, ma lui ha deciso di non candidarsi. Peccato, era l’unico che avanzava un progetto di trasformazione innovativa del partito ricollegandosi al territorio, alla militanza, alla partecipazione cognitiva. Ma è andata così. E ho deciso di non votare per ripiego, o per antipatia o per rabbia, laddove non potevo farlo per convinzione. So che molti hanno votato più per delusione del vecchio che per convinzione del nuovo. Io ho preferito non votare: non pretendo di avere ragione…

Dopo 10 anni da sindaco sei tornato in Cgil, qualcuno dice con un ruolo da ‘eminenza grigia’…
Nessuno in Cgil può fare l’eminenza grigia, per fortuna. Ci sono gli organismi dirigenti che discutono e votano. Da noi non ci sono tanti pseudo leader che si contendono le poltrone. E non c’è una guerra di potere spacciata per rinnovamento generazionale. C’è una collegialità che prevale. Io do una mano, per quel che posso, cercando di mettere la mia esperienza al servizio del gruppo dirigente di oggi. Le mie diverse esperienze, dovrei dire…

Però la dialettica tra Cgil e Fiom sembra dire il contrario: a volte con una certa asprezza. E poi Landini e Renzi talvolta si scambiano strizzatine d’occhio…
La dialettica tra Cgil e Fiom c’è sempre stata a segnare i passaggi di fase: nel ’56, nell’’80 e oggi. Se non supera il confine dell’autonomia del sindacato e non scivola in politica è una dialettica utile a migliorare la nostra organizzazione. Quanto alle strizzate d’occhio, vedremo: se Renzi mi strizzasse l’occhio mi guarderei alle spalle e sarei non poco preoccupato…

Anche il sindacato, come i partiti, sconta da anni una profonda crisi di rappresentanza. Qualcuno, e non da oggi, è arrivato a metterne in discussione non solo le logiche, ma il ruolo. A tuo parere come si supera la montagna?
I Paesi in cui il sindacato non c’è o conta poco o è subalterno alla politica sono Paesi in cui non c’è la democrazia. Quel misto di berlusconismo e liberismo che abbiamo vissuto negli ultimi 20 anni ha cercato di indebolire il ruolo dei corpi sociali intermedi e di arruolare il sindacato alla politica del leader (e mettere al bando la Cgil che non ci stava). Gli ultimi due anni sono a corrente alterna: il sindacato viene chiamato nei momenti di bisogno e in genere non ascoltato; basti pensare all’allarme sul lavoro e sugli esodati che abbiamo subito lanciato al governo Monti (e ripreso l’altra sera da Napolitano, a due anni di distanza). Il governo Letta in questo è incerto: “Convoco le parti sociali, ascolto, mi impegno, annuncio”, ma alla fine si vede poco. Quello che mi spaventa non è la messa in discussione del ruolo del sindacato, ma il fatto che nel nostro Paese non ci sia più un partito che si ispira al pensiero laburista. E che proprio il segretario del Pd, per raccogliere consensi a destra, non sappia fare di meglio che attaccare la Cgil… Avere nostalgia di Blair nel 2014 mi sembra molto sconfortante. Ma non mi voglio sottrarre alla domanda: è vero c’è una crisi di rappresentanza anche del sindacato. Non credo si possa ricomporre per legge, come qualcuno si illude di poter fare. Non ci sono scorciatoie, non ci sono mai state: bisogna tornare a rimboccarsi le maniche e trovare un punto nuovo di unificazione del mondo del lavoro, guardando soprattutto ai nuovi lavori, anche se non ci piacciono. Creare nuovo lavoro di qualità: le politiche concrete per i giovani sono più importanti del giovanilismo a parole.

1.SEGUE

Leggi la seconda parte

fondi-europei

In arrivo montagne di soldi con i fondi europei

Una montagna di euro con i Fondi strutturali europei sono la novità del decreto mille proroghe di fine anno 2013 del governo Letta. Ora, per non perderli, cioè ritornarli a Bruxelles e riassegnarli ad altri Paesi, bisogna ben allocarli, in tempi rapidi, individuando sentieri percorribili e canali di spesa sostenibile, non solo come risorse per impieghi correnti, ma anche per investimenti e interventi di sostegno, sia alle povertà che alle piccole imprese per il lavoro.

Ecco le cifre stanziate e gli obiettivi previsti: 1,2 miliardi di euro a fondo di garanzia per le piccole/medie imprese; 1 miliardo di euro per nuova imprenditoria giovanile; 700 milioni di euro più altri 794 come bonus per chi assume under 30 e disoccupati; 300 milioni di euro più altri 510 come social card e a sostegno di famiglie in condizioni di grave povertà; 3,0 miliardi di euro per economie e progetti locali (programma seimila campanili; piano per le città; valorizzazione beni storici/culturali/ambientali).
Ricapitolando: i fondi Ue sono 6,2 miliardi di euro + altri 1,3 nazionali, già stanziati nella legge di stabilità, per un totale di 7,5 miliardi di euro, veramente una montagna di soldi, a cui si aggiungono altri dieci milioni a breve, come annunciato in queste ore.

Si riporta la recente notizia e le cifre non solo per la rilevanza del fatto di governo ma per capire dove vanno, come vanno e quali progetti, strumenti e misure attivare per incanalare, anche nella nostra regione e, in particolare, nella nostra provincia questo bendiddio di cui non sia ha memoria, se non negli anni ’80 per il ferrarese.

Sarebbe bello sapere cosa ci riservano le autonomie locali sull’argomento, quanti progetti cantierabili, quali in essere nei primi stralci, quanti bisogni degli ultimi e dei “penultimi” sono individuati nel ferrarese, chi li individua e come, quanti dei seimila campanili ricadono in Emilia Romagna e nei comuni del ferrarese, quale ruolo svolgerà, nei restanti sei mesi, la nostra Provincia per gli ultimi adempimenti e, concludendo, come pescare in questa montagna di soldi.

Se, poi, pensiamo ai Fondi dell’UE nel periodo 2014-2020 per una somma di oltre 70 miliardi di euro per il nostro Paese, più i 100 miliardi abbondanti della Cassa depositi e presiti, oltre a quelli aggiuntivi dello Stato, delle Regioni e dei Comuni italiani, accompagnati da quelli dei privati (i fondi coprono solo una parte dei costi delle progettualità), la citata montagna sarà una catena alpina per i prossimi sette anni per il nostro “Bel Paese”.

Abbiamo, infine, raccolto notizie su alcune nuove progettualità nascoste in alcuni cassetti del Castello, in parte rese pubbliche, anche a stralci, spesso a pezzi scoordinati, anche in un convegno a Berra, anche in sedi politiche e di partiti. Ma tutto è fermo, perché prevalgono resistenze, ancora chiusure e visioni del ’900, anche alcune invidie e ricollocazioni municipali e collegati incroci (ma i renziani dove sono, anche quelli ante litteram?!?).
La preoccupazione è che sarà complicato “schiodare” la visione murata del nostro territorio e se, anche qui, apriamo alcuni cassetti, forse non sarà una male, ma un obbligo, anche morale, cui adempiamo volentieri.

1.SEGUE

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Le novità del 2014, l’anno del ‘fare per farcela’

La storiella che l’uscita dal tunnel è lì dietro l’angolo ce la raccontano ogni due mesi. Però il traguardo si sposta sempre un po’ più in là. E la luce non arriva mai.

Quel che porta di nuovo questo 2014 non è l’ennesima profezia sull’imminente superamento della crisi. E’ uno spirito diverso, che da un po’ di tempo si coglie nell’aria, fra le persone: la voglia di ricominciare, di provarci davvero, a prescindere; di mettere in campo energia, fantasia e magari quell’ottimismo della volontà imprescindibile per tornar a vedere le stelle.
La cappa di scoramento e rassegnazione che ci ha oppresso in queste stagioni sembra lasciare il posto a un rinnovato impegno, alla consapevolezza che non ci si può aggrappare ad alibi, per quanto fondati, per giustificare l’inerzia; si sta affermando la convinzione che ciascuno ce ne deve mettere del suo, intimamente persuaso che ce la faremo perché dobbiamo farcela.

Ci sono segnali, anche piccoli, ma significativi, di un ritrovato vigore. Il festival MeMe, in svolgimento in questi giorni a Ferrara, ne è in qualche modo un’espressione. In quel piccolo e dimenticato angolo di città che ospita la fragile eppure ambiziosa rassegna, si incontrano saperi tradizionali e nuove frontiere della tecnologia capaci di tradurre le idee – e talvolta persino i sogni – in realizzazioni concrete, generando una condizione potenziale in cui i bisogni individuali possano essere soddisfatti nella prospettiva della personalizzazione. E’ la logica dei fablab, che pongono in connessione la ricerca e il mercato, traducendo le concettualizzazioni in prototipi e dunque in concrete anticipazioni di una realtà possibile e praticabile.
La strada da percorre è proprio questa: puntare sulla creatività, in ogni ambito, per mettere a punto soluzioni a bisogni o problemi altrimenti insolubili con le vecchie ricette.

E’ anche la maniera per contrastare l’insostenibile, esiziale dittatura dei poteri forti, abbarbicati a privilegi e rendite di posizione e perciò naturalmente poco inclini a sperimentare e innovare: il cambiamento di mentalità e di linee d’azione pone a repentaglio i consolidati equilibri che da sempre, gattopardescamente, le classi dirigenti tentano di preservare.

Un anno “Bello”, in queste ore, ho augurato a tutti i miei amici e altrettanto auguro a voi, lettori. Bello nella pienezza del termine, per tutto ciò che il concetto esprime e significa.
Bello eticamente, innanzitutto; perché la bellezza della condotta individuale sta in una mirabile sintesi fra libertà e responsabilità: un consapevole esercizio del proprio libero arbitrio non disgiunto dalla valutazione degli effetti conseguenti alle scelte compiute.
E bello anche esteticamente, perché la meraviglia suscitata da ciò che di piacevole e armonioso ci attornia (un tramonto, un palazzo, un fiore, un profumo, un gesto d’amore) è il potente stimolo che induce in ciascuno il desiderio di migliorare se stesso per essere degna parte dell’universo.
La Bellezza – declama l’aforisma di Dovstoievskji che pubblichiamo oggi nella sezione Germogli – salverà il mondo.

Un anno Bello mi auguro sia anche per ferraraitalia, questo nuovo peculiare prodotto giornalistico che ricerca la profondità e, per quanto possibile, sfugge la superficie e con essa la superficialità.

Ci definiamo, nel sottotitolo di testata, “indipendenti”. Questo non vuol dire che siamo neutrali. Indipendenza significa non dover obbedire ad altri che alle nostre coscienze: significa che non abbiamo padroni, né interessi da tutelare.
Ma non siamo indifferenti. Siamo schierati: in difesa di idee, principi, valori in cui crediamo. Rivendichiamo la nostra visione del mondo e un punto di vista che non mistifichiamo, ma anzi palesiamo con onestà nelle analisi e nelle opinioni proposte su queste pagine, perché la trasparenza è imprescindibile condizione per un corretto contraddittorio. Siamo schierati, ma senza dogmatismi: autenticamente aperti al dialogo. Ricerchiamo un serio e argomentato confronto con ogni interlocutore, perché riteniamo sia proprio su queste basi che si fondano civiltà e progresso.

Abbiamo scelto un asse verticale di azione, sfuggendo quello orizzontale che porta a scivolare sulle cose, poiché intendiamo, appunto, stimolare e propiziare occasioni di riflessione e di dibattito. I riscontri, per ora, sono decisamente incoraggianti; ci confortano e ci inducono a procedere con convinzione su questa rotta.

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Auguri opinabili da uno snob improvvisato

Nel pensare come avrei potuto passare un fine d’anno lontano dalle beghe e dai problemi di ogni giorno mi sono immaginato come uno snob (categoria sociale che poco frequento) avrebbe trascorso quelle ore per aver la forza di resistere fino all’indomani senza pensare ai fuochi, ai petardi e alla vita comune. Perciò questa versione di un io che poco m’appartiene, oggi la assumo per sforzarmi di pensare a come si comporterebbe lo snob (anzi, molto di più il dandy – potrei dire con snobistica puntualizzazione, già calato nel personaggio – visto che a Parigi aspettano le mie voci per il Dictionnaire du dandysme dedicate a Filippo de Pisis e ad Alberto Arbasino…).

Dunque, dopo avere ascoltato per la millesima volta Carmen con la Callas, letto il sublime Paris France di Gertrude Stein, quindi avere atteso il discorso del capo dello stato e deciso di consolare le mie pene fisiche e politiche con l’ultimo canto del Paradiso di Dante, avrei certamente optato per bere champagne e mangiare pochissimo. Indi mi sarei prodigato a preparare i rifugi per Lilla, per combattere l’idiozia di chi si crede uomo a sparare i botti e a divertirsi con gli incendi dei castelli, massima mediocrità di divertimenti. Ma purtroppo anche con queste dandystiche intenzione, la vita “reale” (anzi: quella falsa del solo “fare” e niente “pensare”) non si può eliminare. E mentre mi preparo a ritornare, domani, in trincea, vi auguro buon anno con questa stupenda meditazione di Gertrude Stein. Lascio a voi di applicarla alla nostra contemporaneità: è un indovinello abbastanza facile ma per mettervi sulla buona via con il corsivo vi fornisco un indizio.

“Una volta mi trovavo su una nave diretta in America. C’era anche l’Abbé Dimnet e parlavano di un’esercitazione antincendio, ce n’era una in corso, tutti dovevano indossare un salvagente e venne calata una scialuppa ma nessuno salì a bordo della scialuppa, l’Abbé Dimnet era indignato, mi disse dovrebbero salire a bordo della scialuppa, ditelo al capitano, dissi, lo farò disse, tornò indietro, che ha detto il capitano domandai, ha detto, disse furibondo, ha detto che non si può salire a bordo della scialuppa se non si ferma la nave sarebbe troppo pericoloso e fermare la nave costerebbe troppo e ci vorrebbe troppo tempo. L’Abbé Dimnet era furibondo, disse ‘ecco qual è la verità, si preparano si preparano e non sanno mai se saranno capaci di fare quello per cui si sono preparati”.

Facile no come indovinello! A proposito la prima edizione di questo mirabile libro è del 1940. Auguri.

A MeMe gran finale con film in salsa ferrarese e spettacolo-degustazione sul vino

Il “mercato coperto” di via Santo Stefano sta riscaldando i pomeriggi e le serate dei ferraresi. La felice esperienza della settimana del futuro all’interno del festival MeMe (Makers exposed), indirizzato al mondo dei nuovi artigiani tra saperi tradizionali e innovazione tecnologica, sta avendo seguito con la frequentata appendice di questi giorni di festa e fino al quattro gennaio.

Si segnalano, in particolare, due appuntamenti da approcciare con il calice in mano. Giovedì, alle 18,30, con una breve introduzione del regista Giuseppe Gandini, avrà luogo la proiezione di ‘Una canna con Goldrake’, originale e divertente commedia di confronto generazionale girata nel 1999 con cast in buona parte ferrarese. Venerdì alle 19,30, il festival MeMe proporrà un vero e proprio spettacolo sul vino, la sua poesia, la sua storia e la sua chimica.

I ferraresi Giuseppe Gandini e Gianantonio Martinoni (ideatori del soggetto insieme ad Alessandro Pepe ed essi stessi attori sul palco) propongono ‘Eyes Wine Shot‘, spettacolo-degustazione che accompagna all’assaggio con una serie di letture sul tema, dalla Ode al Vino di Pablo Neruda, a Barbera e Champagne di gaberiana memoria, anche rileggendo in chiave ironica le proliferanti guide sul vino. Lo spettacolo ha già divertito (e fatto degustare) platee di ogni parte d’Italia. Con i due eventi citati e dopo proiezioni, incontri e ottima musica (ricordiamo, oltre ai dj set, gli apprezzati concerti di Dagger Moth e delle californiane Ian Fays) questo piccolo angolo di Berlino nel centro di Ferrara si prepara al finale a sorpresa, nelle serata di sabato 4 gennaio.

Chi deve ancora entrare in quella che fino a poco tempo fa era la ‘metà dismessa del mercato’ si troverà, con grande stupore, all’interno di un luogo di socialità degno di una metropoli europea. Un temporary shop dove acquistare gli oggetti di design realizzati dai makers di ogni parte d’Italia (dalla piccola lampada alla libreria, dal portafoglio alla poltrona) riempie quelle che furono le botteghe del lattaio e del macellaio. Un bar allestito, un ambito per proiezioni e un dj set formano insieme gli spazi di una vera piazza coperta naturale, dove le persone s’incontrano, ascoltano musica, bevono un aperitivo. Ciò che infatti accadrà negli ultimi scoppiettanti giorni di apertura del festival, dal due al quattro gennaio. In attesa che l’appuntamento si rinnovi, il prossimo dicembre, a grande richiesta dopo il successo ottenuto.

Associazione MeMe

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La rivoluzione solitaria di papa Francesco contro l’emarginazione sociale e gli abusi di potere

Le gerarchie ecclesiastiche italiane per disaccordo; le parrocchie per pigrizia routinaria; la politica perché in ‘ben altre faccende affaccendata’… Insomma, alla fin fine il risultato è il medesimo: l’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” è stata ignorata. Eppure si tratta del primo documento organico in cui papa Francesco espone il suo pensiero teologico, pastorale, sociale e morale.
E’ un elaborato di quasi trecento pagine. L’Istituto Gramsci e l’Istituto di Storia Contemporanea hanno dedicato un pomeriggio a discuterlo, alla presenza di un numeroso e attento pubblico e introdotto con conseuta competenza e rigore da Piero Stefani.
In questa sede, in perfetta coerenza con il titolo della rubrica, richiamo l’attenzione sulla parte dedicata ai poveri. In particolare su un punto di analisi di filosofia sociale e politica di grande innovazione. Là dove papa Francesco scrive: “Così come il comandamento ‘non uccidere’ pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire ‘no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità’. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Oggi tutto entra nel gioco della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi di oggi non sono ‘sfruttati’, ma rifiuti, ‘avanzi’, scarti…”.
Ecco il punto di analisi sociale nuovo! Rispetto alla modernità che abbiamo conosciuto dalle origini fino ad oggi, in cui la dialettica tra sfruttatori e sfruttati (l’hegheliana dialettica tra ‘servo e padrone’…) ha costituito uno dei motori del progresso sociale e democratico, l’attuale condizione di ‘scarto’ in cui viene a trovarsi una parte larga di umanità nel mondo, rivela questa verità tragica: tu, escluso, non sei più un ‘attore sociale’! Sei niente! Non esisti! Sei uno ‘scarto’ da gettare e ignorare! Conseguentemente, papa Francesco rifiuta le soluzioni assistenziali e di carità, mettendo a fuoco la natura politico-sociale del problema della povertà nel tempo del liberismo sfrenato e senza limiti. Dunque, la figura del ‘povero’ non come persona ‘solo’ da sfamare, ma come soggetto da rendere protagonista della propria emancipazione. Non a caso, alcune parte del documento riecheggiano temi e soluzioni della “Teologia della Liberazione”: “La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere… I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. L’iniquità è la radice dei mali sociali”.
Se solo esistesse un interlocutore politico (a livello mondiale e nazionale) adeguato a questa analisi, potremmo tornare a sperare in un futuro meno fosco!