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zebra. ridere fa bene

Zebra. Ridere fa bene

ZEBRA. RIDERE FA BENE

Zebra. ChristopherDa quando da giovane giocavo a calcio e volavo sulla fascia sognavo l’Italia la vostra serie A. Ora ho 34 anni e anche se per fare il calciatore non ho più l’età, non ho smesso di puntare in alto: presto esordirò come comico. 

Mia madre avrebbe voluto che frequentassi l’università, ma la sofferenza che vedevo ogni giorno in Edo State, lo Stato della Nigeria da cui provengo, era troppa e così la mia voglia di provare a costruire la mia vita altrove.

Mia madre ha capito le mie motivazioni e mi ha lasciato libero di scegliere. Lei è stata il migliore esempio a cui potessi guardare. Ogni volta che mi metto ai fornelli e preparo alcuni dei piatti che mi ha insegnato è un po’ come averla qui al mio fianco.

Il piatto che mi riesce meglio è il jolof rice, un riso a base di pomodoro e cipolla molto gustoso. In cucina sono bravo ma non ho mai fatto il cuoco. Ho sempre lavorato nel settore edile come muratore, in Nigeria e Alto Adige. Qui ho avuto modo di imparare a fare cose che nel mio Paese non si usano, come i cappotti termici.

Da giovane, però, sognavo di diventare un calciatore. Giocavo ala, il classico numero 7 o 11 di una volta: fascia destra o sinistra per me era indifferente, perché ero in grado di giocare con entrambi i piedi. I miei idoli erano Kanu e Okocha, campioni famosi anche in Europa a cavallo degli anni Novanta e Duemila. Oggi non sono più veloce come una volta, però me la cavo ancora bene, anche se il calcio ormai è solo una passione da condividere con gli amici nel weekend.

Anche se per vivere non giocherò a calcio, tuttavia, non significa che abbia smesso di sognare. Il mio obiettivo è debuttare entro la fine dell’anno come stand up comedian. Adoro far ridere le persone. Mi ispiro ad alcuni comici nigeriani come Sabinus, Funny Bros e AY, ma ovviamente punto a trovare la mia cifra personale.

Al momento sto scrivendo alcuni testi che prendono spunto dal mio vissuto e da alcune storture della società. Sono convinto che ridere sia salutare e che ironizzare e mettere alla berlina situazioni della quotidianità che sfiorano l’assurdo, inoltre, possa sensibilizzare un pubblico ampio su temi che magari ai più sembrano distanti.

Uno di questi, che vivo in prima persona, è la difficoltà che si incontra quando si cerca una casa in affitto. Io, mia moglie e nostro figlio Christian di undici mesi viviamo in un appartamento il cui contratto non è mai stato registrato dalla proprietaria di casa. Questo è un ostacolo che non ci consente di prendere la residenza.

Da tempo stiamo cercando un’altra sistemazione, ma mi sono reso conto che, se già per tutti è complicato trovare una casa, quando di cognome fai Inegbezele lo è ancora di più. E su questo aspetto particolare, purtroppo, anche facendo grandi sforzi non ci trovo niente da ridere.

Non vede l’ora di dare appuntamento a lettori e lettrici di Zebra. al suo primo show.

CHRISTOPHER INEGBEZELE

CIT.: “Non ho smesso di sognare e presto debutterò come stand up comedian.”

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

Corte dei conti: gravi ritardi del “piano carceri”

Corte dei conti: gravi ritardi del “piano carceri”

di
pubblicato da Collettiva il 5 maggio 2025

L’importanza della notizia è data dal fatto che anche un organo dello Stato certifichi le denunce che in questi anni hanno continuato a fare i garanti per le persone detenute e le associazioni che si occupano di carceri. Tra queste Antigone, il cui coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione Alessio Scandurra ci ricorda che “una decina di anni fa fu approvato un piano straordinario per l’edilizia penitenziaria, con un commissario straordinario e sul quale erano stati messi soldi e che, come sempre, doveva essere la risposta della politica al sovraffollamento carcerario”.

Lavori ordinari per un’emergenza straordinaria

“Negli ultimi anni – prosegue – ci sono state diverse iniziative, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco, o hanno prodotto sempre risultati molto modesti a confronto delle aspettative. Questo sembra in realtà il frutto di una politica ordinaria di edilizia penitenziaria che lentamente sostituisce alcuni istituti più vecchi, più malandati, ne costruisce di nuovi, ma in una successione più fisiologica che non emergenziale e straordinaria”.

Oltretutto la comunicazione istituzionale spesso non è completamente trasparente. “Ad esempio, quando si inaugura un’opera si dice che è l’esito dell’ultima iniziativa straordinaria, però poi, se si va a frugare nelle carte, si scopre che sì, magari l’ultimo piano aveva stanziato soldi per finire il tal padiglione carcerario, che però stava su un progetto di 25 anni prima. Per cui, dopo una serie di piani straordinari che non sono andati in porto, viene fatto l’ultimo miglio e quel successo se lo intesta il governo in carica in quel momento. Sono cose che abbiamo visto”.

Cause e concause

La Corte dei conti individua poi alcune cause del grave ritardo del piano straordinario, come la carenza di finanziamenti per le modifiche, il cambiamento delle esigenze di una struttura e le imprese inadempienti. Aggiungiamo noi che è di solamente un mese fa la notizia secondo la quale per il nuovo piano di edilizia penitenziaria, a pochi giorni dallo scadere della gara d’appalto, mancavano ancora i decreti ministeriali per istituire le nuove sezioni da realizzare in nove carceri.

Scandurra spiega che costruire un carcere è più complicato di qualunque altro edificio pubblico, “perché ha requisiti molto specifici. Però è evidente che da parte dell’amministrazione penitenziaria ci siano difficoltà a stare su questi progetti, a monitorarne l’esecuzione e la qualità”.

L’Associazione Antigone, ci fa sapere il suo coordinatore, ha incontrato tante vicende di lavori che “quando sono andati a compimento, ci si è accorti che non avevano alcuni requisiti indispensabili per l’utilizzo della struttura. A questo punto bisogna indire un nuovo bando per le modifiche e le integrazioni per renderlo adatto allo scopo a cui era destinato. Questo accade perché evidentemente non ci sono le competenze e il personale amministrativo per monitorare la realizzazione di questi progetti”.

Non solo sovraffollamento

Per la Corte dei conti il problema non è solamente la mancata creazione dei posti detentivi necessari, ma anche la mancata realizzazione di numerosi interventi e l’urgenza di completare quelli di manutenzione straordinaria già avviati, per migliorare le condizioni ambientali, igienico-sanitarie e di trattamento all’interno degli istituti.

È una situazione di complessivo degrado e la Corte ha individuato una serie di problemi che noi denunciamo da tempo, e credo che tutta la filiera dell’edilizia penitenziaria ordinaria e straordinaria presenti un bilancio fallimentare”, conclude Scandurra: “Se si entra negli istituti penitenziari, si vede che la situazione degli spazi detentivi in uso è spesso veramente inaccettabili. L’analisi sul piano straordinario è lo specchio del complesso della situazione delle carceri italiane”.

 

Per certi Versi / Salgono voli

Salgono voli

Perdono il tempo
districando il dolore
con mani di terra
tesso preghiere

il lillà sfiorisce
nel vento sincero

salgono voli
dagli inferi esplorati
dove per amare
serviva un copione

In copertina: pexels-photo

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

La difficile situazione della libertà di stampa nel mondo

La difficile situazione della libertà di stampa nel mondo

Gli attacchi fisici contro i giornalisti sono senz’altro le violazioni più visibili della libertà di stampa, ma anche la pressione economica rappresenta un problema grave e insidioso, un fattore importante quanto sottovalutato, che sta seriamente indebolendo i media.

Gran parte di ciò è dovuto alla concentrazione della proprietà, alla pressione degli inserzionisti e dei finanziatori, e a un sostegno pubblico limitato, assente o distribuito in modo poco chiaro.

Una grave situazione, resa evidente dai dati misurati dall’indicatore economico dell’RSF Index che mostrano chiaramente che i media di oggi sono divisi tra il preservare la propria indipendenza editoriale e garantire la propria sopravvivenza economica.

Dei cinque indicatori principali che determinano il World Press Freedom Index, l’indicatore che misura le condizioni finanziarie del giornalismo e la pressione economica sul settore ha fatto scendere il punteggio complessivo mondiale nel 2025.

L’indicatore economico dell’RSF World Press Freedom Index 2025 ha toccato il punto più basso della storia e la situazione globale è ora considerata “difficile”.

Secondo i dati raccolti da Reporters sans frontières-RSF per il World Press Freedom Index 2025, in 160 dei 180 paesi valutati, i media raggiungono la stabilità finanziaria “con difficoltà” o “per niente”.

Peggio ancora, le testate giornalistiche stanno chiudendo i battenti a causa delle difficoltà economiche in quasi un terzo dei Paesi del mondo.

È il caso degli Stati Uniti (57°, in calo di 2 posizioni), della Tunisia (129°, in calo di 11 posizioni) e dell’Argentina (87°, in calo di 21 posizioni).

La situazione in Palestina (163°) è disastrosa.
A Gaza, l’esercito israeliano ha distrutto redazioni, ucciso quasi 200 giornalisti e imposto un blocco totale sulla Striscia per oltre 18 mesi.
Ad Haiti (112°, in calo di 18 posizioni), la mancanza di stabilità politica ha gettato nel caos anche l’economia dei media.

Anche Paesi relativamente ben posizionati, come il Sudafrica (27°) e la Nuova Zelanda (16°), non sono immuni da tali sfide.

Trentaquattro Paesi si distinguono per le chiusure di massa delle loro testate giornalistiche, che hanno portato all’esilio di giornalisti negli ultimi anni.
Ciò è particolarmente vero in Nicaragua (172°, in calo di 9 posizioni), Bielorussia (166°), Iran (176°), Myanmar (169°), Sudan (156°), Azerbaigian (167°) e Afghanistan (175°), dove le difficoltà economiche aggravano gli effetti della pressione politica.

In particolare, negli Stati Uniti (57°, in calo di due posizioni) l’indicatore economico è sceso di oltre 14 punti in due anni e il giornalismo locale sta pagando il peso della crisi economica: oltre il 60% dei giornalisti ed esperti di media intervistati da RSF in Arizona, Florida, Nevada e Pennsylvania concorda sul fatto che sia “difficile guadagnarsi da vivere come giornalista” e il 75% ritiene che “l’emittente media lotti per la sostenibilità economica”.

Il calo di 28 posizioni del Paese nell’indicatore sociale rivela che la stampa opera in un ambiente sempre più ostile.
“Il secondo mandato del presidente Donald Trump, si legge nel Report, ha già intensificato questa tendenza, con falsi pretesti economici utilizzati per riportare la stampa in carreggiata.

Ciò ha portato all’improvvisa cessazione dei finanziamenti all’Agenzia statunitense per i media globali (USAGM), con ripercussioni su diverse redazioni, tra cui Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty , e, di conseguenza, oltre 400 milioni di cittadini in tutto il mondo sono stati improvvisamente privati dell’accesso a informazioni affidabili.

Analogamente, il blocco dei finanziamenti all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) ha bloccato gli aiuti internazionali degli Stati Uniti, gettando centinaia di testate giornalistiche in uno stato critico di instabilità economica e costringendone alcune a chiudere, in particolare in Ucraina (62° posto).

Tagli ai finanziamenti che rappresentano un ulteriore colpo per un’economia dei media già indebolita dal predominio che giganti della tecnologia come Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft hanno sulla diffusione delle informazioni: queste piattaforme, in gran parte non regolamentate, stanno assorbendo una quota sempre crescente di entrate pubblicitarie che normalmente sosterrebbero il giornalismo.

Perdita di introiti pubblicitari che si accompagna alla concentrazione della proprietà dei media: i dati dell’Indice mostrano che la proprietà dei media è altamente concentrata in 46 paesi e, in alcuni casi, interamente controllata dallo Stato.

L’Italia arretra nel World Press Freedom Index 2025 pubblicato da Reporters sans frontières (RSF), scendendo al 49° posto su 180 Paesi, tre posizioni più in basso rispetto al 2024 e a pesare su tale peggioramento è soprattutto l’ingerenza della politica nei media pubblici, a partire dalla cosiddetta “legge bavaglio”, che limita la pubblicazione di atti giudiziari.
Non mancano poi l’aumento delle pressioni economiche sui giornalisti, i tagli, le concentrazione della proprietà editoriale e una precarietà diffusa.
Il rapporto evidenzia anche il peso delle organizzazioni mafiose, in particolare nel Sud d’Italia, che continuano a minacciare e non di rado ad aggredire fisicamente i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata e di corruzione: oltre 20 giornalisti sono sotto scorta per aver ricevuto minacce o subito aggressioni legate a inchieste su mafia e corruzione.

In definitiva, giornali

Più di sei paesi su dieci (112 in totale) hanno visto il loro punteggio complessivo nell’Indice scendere.

E per la prima volta nella storia dell’Index, le condizioni per esercitare il giornalismo sono “difficili” o “molto serie” in oltre la metà dei paesi del mondo e soddisfacenti in meno di uno su quattro.

Qui per approfondire: https://rsf.org/en/rsf-world-press-freedom-index-2025-economic-fragility-leading-threat-press-freedom.

Questo articolo è uscito sull’agenzia pressenza il 5 maggio 2025

Cover: Free newspaper stand image, public domain information CC0 photo.

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Le voci da dentro con il rugby si può cambiare

Le voci da dentro /
Con il rugby si può cambiare

Le voci da dentro. Con il rugby si può cambiare

Thomas Arnold, da molti considerato il padre dello sport moderno, nella sua visione dello sport si poneva l’obiettivo educativo di preparare gli uomini del domani attraverso i giochi di squadra, soprattutto il rugby.

Le tre caratteristiche del suo pensiero erano: prediligere l’equilibrio, irrobustendo il corpo e frenando gli impulsi; sviluppare il senso della responsabilità personale attraverso il rispetto verso l’avversario; adottare soluzioni impreviste di fronte alle situazioni variabili in modo da prepararsi alla vita.

Per dar forza al suo pensiero, Thomas Arnold diceva che “Nel rugby si gioca con un avversario non contro un avversario”.

Mi sembra che questa sia una frase molto significativa che riassume chiaramente il senso di rispetto che esiste nel rugby.

Credo anche che quegli obiettivi prefissati da Arnold tanti anni fa si adattino perfettamente sia ai bisogni educativi della società attuale e, allo stesso modo, possano essere elementi trainanti di un progetto di reinserimento sociale, coerente con l’articolo 27 della nostra Costituzione.

Uno di questi progetti nazionali è Rugby oltre le sbarre, perché ha l’obiettivo ambizioso di contribuire alla risocializzazione delle persone detenute, attraverso l’applicazione concreta dei valori educativi caratteristici di questo sport: il sostegno al compagno, il valore della disciplina ed il rispetto delle regole, dell’avversario, dell’arbitro.

I risultati delle tante esperienze del progetto Rugby oltre le sbarre dimostrano evidenti effetti positivi sul consolidamento dei rapporti umani dentro il carcere attraverso una nuova percezione dell’altro e soprattutto, grazie al rispetto delle regole. Tutto ciò porta anche ad un abbassamento significativo della recidiva, che è fra le principali finalità di una buona rieducazione.

Proprio nell’ambito di questo progetto, sabato 3 maggio 2025, nel campo sportivo della Casa Circondariale di via Arginone, è avvenuto il debutto ufficiale della squadra Rugby27, i cui giocatori sono ragazzi detenuti nel carcere di Ferrara, che ha incontrato i Cinghiali del Setta di Bologna.

Rugby27 è un’associazione sportiva nata a Ferrara su iniziativa di un gruppo di volontari, tecnici, atleti e dirigenti nell’estate del 2021 mentre i Cinghiali del Setta fanno parte della rete italiana di rugby Popolare, alla quale aderiscono diverse realtà su tutto il territorio nazionale che condividono una visione dello sport, antirazzista e antifascista, basata sull’inclusività e sul rispetto, senza limiti di età, capacità, sesso, religione, provenienza o etnia.

L’iniziativa di sabato, più che una partita, è stato un altissimo momento di incontro, sia sportivo che umano, che è potuto accadere grazie all’impegno di Stefano Cavallini, responsabile del progetto, dei tecnici Ulderico Montanari e Francesco Cavallini, con la collaborazione indispensabile della direzione, della comandante, del personale dell’area educativa, della polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Ferrara, con il patrocinio del Comune di Ferrara.

La partita è stata di buon livello e, a riprova del fatto che il risultato sul campo conta meno sia dell’impegno comune che del capire che “libertà è partecipazione”, l’ultimo dei tre tempi da dieci minuti è stato giocato dalle due compagini “rimescolate”: in pratica alcuni giocatori de “i Cinghiali del Setta” hanno preso l’iniziativa di andare a far parte del “Rugby27” e viceversa.

È stato sorprendente assistere allo scambio delle maglie a partita ancora in corso e non alla fine, come nel calcio.

È stata la metafora stupenda del “mettersi nei panni dell’altro” per far capire che, nella vita, un cambiamento è possibile, accettando di condividere gli stessi valori, scegliendo di vivere impegnandosi, rispettandosi e sostenendosi.

Insieme al classico terzo tempo, credo che questo sia stato un momento che di grande insegnamento; non è un caso che, dal rugby come sport di “sana e robusta Costituzione”, ci sia davvero molto da imparare.

Nel mio piccolo, da ex giocatore di rugby, ho imparato in prima linea, che…

Nello sport più sociale, si gioca in tanti perché c’è bisogno di diversi contributi e punti di vista per raggiungere l’obiettivo… come nell’inclusione.

Nello sport più strano, la palla non è rotonda, per cui non bisogna solo saperla lanciare e colpire con la giusta forza, ma occorre soprattutto saperla ricevere… come nell’accoglienza.

Nello sport più collettivo, chi deve ricevere la palla sta più indietro rispetto a chi la porta per osservare la strada che ha fatto chi è venuto prima di lui e, grazie al suo aiuto, proverà a trovare il proprio percorso originale… come nella cooperazione.

Nello sport più educativo, si valorizzano le capacità e le abilità di ciascunocome nella solidarietà.

Nello sport più combattivo, occorre lottare per difendere i propri spazicome per i beni comuni.

Nel rugby, per arrivare alla meta, occorre sudare, scontrarsi, soffrire, sostenersi, stringersi… insieme, come nella vita.

Le immagini della cover e nel testo dell’articolo sono state dall’autore durante la partita 

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Evento pubblico, domenica 11 maggio 2025 a Corella

Evento pubblico, domenica 11 maggio 2025 a Corella: Scienza, informazione e benessere sull’Appennino Mugellano

Un’intera giornata, Domenica 11 maggio 2025, per i crinali liberi del Monte Giogo di Villore a Corella (Dicomano, Firenze) dedicata a scienza, informazione e benessere sull’Appennino Mugellano a contatto  con gli  ecosistemi naturali da preservare dall’industrializzazione di mega impianti eolici.

Organizza l’evento il Comitato Tutela Crinale Mugellano – Crinali Liberi – Coalizione Ambientale TESS con il titolo “La Falterona abbraccia i crinali di Corella e Villore. Parlare di eolico industriale è pericoloso, non parlarne molto di più”, che intende accendere i riflettori sull’impatto ambientale, paesaggistico e umano degli impianti eolici industriali, promuovendo al contempo una riflessione collettiva sulle alternative concrete e possibili.

Il programma della giornata è ricco di interventi autorevoli tra cui l’intervento dell’ex direttore del Parco Nazionale Foreste Casentinesi Alessandro Bottacci, che parlerà del valore sacro delle foreste, l’intervento del Presidente delle Terapie Forestali Foreste italiane Raoul Fiordiponti e quello dell’architetto Paolo Mattioni, esperto di paesaggio. Non mancheranno voci significative del territorio appenninico, come quella di Aldo Cucchiari di Mountain Wilderness e del GRIG sull’impatto ambientale e sulla biodiversità e di Donatella Gasparro del Movimento della Decrescita che affronterà il tema dell’ecologia politica.

Il pomeriggio sarà dedicato ad esperienze rigenerative nella natura, come le attività di co-creazione con la natura proposte da Isabella Guerrini, il Bioregionalismo con Luca Vitali, i percorsi di consapevolezza legati alla pratica del Tai Chi e agli insegnamenti di spiritualità e nonviolenza di Thich Nhat Hanh.
Sarà allestita una Mostra con le foto aggiornate dei recenti lavori per l’impianto industriale eolico Monte Giogo di Villore.

Tantissime le realtà che hanno dato adesione all’evento: dalle Associazioni ambientaliste come Italia Nostra, ALTURA e Mountain Wilderness, ai gruppi escursionistici come il CAI Firenze, Mugello e Scandicci, fino ai Comitati dell’Appennino Mugellano “No Eolico Industriale Firenzuola”, “I nostri crinali” e il Comitato “La Faggeta” aderenti alla Coalizione Ambientale TESS, Transizione Energetica Senza Speculazione, oltre ai gruppi consiliari del Comune di Dicomano quali “Dicomano che verrà” con Laura Barlotti e “Insieme per Dicomano” con Saverio Zeni.

L’ingresso è libero e aperto a tutti. Vi aspettiamo numerosi!

Per informazioni è possibile contattare i seguenti contatti via WhatsApp: 3392637865 o 3208866199.

Comitato Tutela Crinale Mugellano – Crinali Liberi – TESS Transizione Energetica Senza Speculazione

I crinali dell’Apennino Mugellano: un patrimonio da tutelare

In copertina: Corella: frana sotto il gasdotto Snam per i lavori dell’eolico industriale

 

Parole a capo
«Libertà vo’ cercando»: poesie per gli 8o anni dalla Liberazione

Il 4 maggio scorso, a Conselice (RA), all’interno delle numerose iniziative organizzate dall’ANPI ravennate nei territori di Lavezzola, San Patrizio e Conselice, l’Associazione “Ultimo Rosso” ha realizzato una lettura collettiva di poesie dedicate alla LIBERTA’ di stampa e di espressione, in celebrazione dell’80°anniversario della Liberazione dal giogo del nazi-fascismo. Grazie agli organizzatori, a Rossella Renzi che ha coordinato l’evento e al numeroso pubblico attento e partecipe! In questo numero di Parole a Capo, pubblichiamo alcune delle poesie lette.

«Libertà vo’ cercando»

IL FAZZOLETTO
di Cecilia Bolzani

Voglio raccontare
come fui della mia famiglia
la prima senza velo in chiesa:
libera, con la testa alta,
a scegliere il posto nella fila.
Mia nonna divenne
libera di votare, di protestare,
così come di pregare
ma sempre con il fazzoletto in testa.
Mia madre aveva sofferto
studiato, anche insegnato,
la dignità di essere donna,
ma col fazzoletto in testa,
mentre ancora
esisteva il delitto d’onore.
Quel fazzoletto, simbolo
di lotta e di coscienza,
per me era il passato.
Mai avrei immaginato
quel passato
vicino alla libertà
più di tante quotidiane realtà.

 

*

 

IPER-INFORMATI
di Anna Rita Boccafogli

Che faccio ora, a chi credo?
Vedo le news in video, leggo qualche giornale
sento a volte la radio, cambio anche canale
ho le notizie in Google, socials vari e Facebook.
Tra notizie e racconti quante facce ha il reale,
finte o veritiere, seducenti, ingannevoli
quando non menzognere.
Con la tecnologia ti propinan fake news
che appaiono autentiche, se non controlli di più.
Troppe info confuse non son vero sapere
rimani in superficie come in mare a serfare:
serve una buona bussola, saper essere accorti
che i raggiunti diritti non diventino storti.

 

*

LA  LIBERTA’, INASPETTATA
di Maria Angela Malacarne

La libertà,
inaspettata.
Posso ancora credere
che il giorno
non sfiorisca
e il rosso della gioia
brilli
come vino nei bicchieri.

 

*

COME IL PANE
di Silvia Lanzoni

Parole strappate
Piegate
Macchiate d’inchiostro
Quando ero bambina
Bella calligrafia
L’apparenza inganna
Scrivo poesia
Dissotterro le parole
Con forza frenesia
Le cerco le trovo
Le impasto come il pane
Anche loro hanno fame

 

*

 

IN FUGA CON ELEGANZA
di Pier Luigi Guerrini

Via, di corsa
senza pensare troppo
che fa male
via, di fretta
senza guardare
che t’incanti
via di fuga
senza rimorsi
che la libertà
è medicina rara.
Via di qua
con eleganza
senz’abbondanza
inizia la danza
del mai abbastanza
che cerca di darsi
un improbabile contegno
un’impresentabile importanza.

 

*

FUTURO CHIARO LIBERO E APERTO
di Lucia Boni

il futuro è una palla di cristallo
di cui solo un eletto può svelare i bagliori?
no anche se fosse supportato da teorie e scienza
il futuro non è una sfera senza appigli
è forse più
radice
fatta di filamenti con percorsi al buio
materia viva che sviluppa e tende
organo che cammina
in varie direzioni ma
non vaghe conosce
tutte le sue mete e i luoghi
il futuro è ancorato sotto dentro
poi
a tempo debito decide e butta il suo pollone
piccolo germoglio a
pelo di terra e genera
cosa del buio che
sceglie di nutrirsi della luce
sono steli che intesse e
rami che impalca
il futuro è tessuto
da mano cieca che
tasta e che conosce
filo che genera la
tela dei giorni
filo di ordito e filo di trama
il futuro intreccia
i destini di tutti
prima o poi
ciascuno passa da quelle mani
dentro il telaio e
nessuno è lontano e nessuno escluso
liberi tutti ma liberi insieme

 

(Foto di Steve Buissinne da Pixabay)

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 284° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Dove va il mondo, e dove va Cittadini del mondo?

Oggi pomeriggio alle 18 in via Kennedy 24 a Ferrara assemblea sul destino dell’associazione Cittadini del Mondo.

 

Ho incontrato gli amici di Cittadini del mondo (qui il sito) all’epoca della Riforma Gelmini (2008). La chiamavamo “deforma” perché imponeva tagli lineari e precarietà diffusa alla scuola e all’ Università italiane, oltre ad una organizzazione fortemente aziendalista. I risultati oggi si vedono bene, ma già allora si potevano intuire, per chi volesse ripercorrere con sguardo largo quel periodo consiglio il bel lavoro di Girolamo De Michele intitolato “La scuola è di tutti”. Alzi la mano chi si ricorda il Coordinamento Istruzione Pubblica! Insegnanti, studenti, sindacato, io ed altri colleghi partecipavamo come ricercatori precari, e svolgevamo le nostre riunioni e attività proprio alla sede di Cittadini del mondo, in via Kennedy. Spesso eravamo così tanti che alcuni restavano in piedi, ma siamo sempre riusciti ad organizzare bellissime e pacifiche manifestazioni di dissenso. Leggo che vogliono spostarla a Chiesuol del Fosso, ma forse mi sbaglio. Come si può pensare che i ragazzi e le ragazze stranieri che abitano a Ferrara da poco tempo e che a Cittadini fanno lezione di italiano possano raggiungere un posto così fuori mano? Mercoledì 7 maggio alle 18 (ndr oggi) raggiungerò Cittadini del mondo nella loro storica sede per partecipare all’assemblea e discutere della situazione, spero ci vedremo in tanti là.

Leggo che anche la sede del circolo Arci Bolognesi è in forse, e mi ritrovo in un nuovo flusso di ricordi. Abbiamo chiesto e ottenuto collaborazione per molte serate di autofinanziamento e informazione durante la campagna referendaria sull’acqua pubblica (2010-2011), dove abbiamo fatto incontri, aperitivi, concerti, tutti molto riusciti. Ricordo anche la scuola di musica e danza africana organizzata al Bolognesi, e il festival (con saggio) lungo le Mura nord. Ovviamente ho memoria dei tantissimi concerti e dj set, musica così diversa e di grande qualità. Il Bolognesi è sempre stato un ambiente accogliente e vivo, aperto alle differenze e dove il divertimento si faceva intercultura. Poi l’anagrafica e gli impegni mi hanno portata lontano da questo angolo incantato (ne parla anche Carlo Bassi nel suo “Perché Ferrara è bella”) e da chi lo fa vivere, ma sarebbe grave perdere un luogo di socialità così ricco per un mancato accordo di convivenza con i residenti, se questo è il problema.

Mentre penso alle persone e agli spazi, le une che modificano gli altri e viceversa, l’emozione mi porta diretta alla chiusura del Centro sociale La Resistenza. Nella mia memoria è una delle case del Comitato acqua pubblica, ritrovo per i festeggiamenti più colorati del 25 aprile, delle cene vegetali e non con Marianna ai fornelli, dei seminari (ne ricordo uno bellissimo sul reddito di base e una serie intera su Michel Foucault), e i laboratori di giocoleria per grandi e piccoli nei pomeriggi di primavera, i concerti di musica industriale, il gruppo di acquisto solidale: i miei sono veramente pochi fotogrammi di un lungometraggio degno di Almodovar. Un energico collettivo che in autogestione ha incarnato per anni in città l’idea del centro sociale giovanile aperto a tutti/e. Infatti il pomeriggio si poteva giocare a carte con gli anziani del quartiere, avendoci il tempo.

Se a tutto questo aggiungo la vicenda del Centro servizi volontariato, su cui risparmio i racconti perché sono troppi e sfilacciati, se penso che anch’esso è destinato al trasferimento (a Chiesuol del Fosso?!), mi chiedo che idea di città abiti nei progetti dell’Amministrazione comunale.

Sindaco Fabbri, mi rivolgo a lei: davvero è utile allontanare una dopo l’altra le voci che suonano diversamente? Alla fine quale sarà l’effetto? Ci ripensi. Non per me, certamente, ma perché le monoculture non ci possono sfamare.

Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l'adattamento

Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l’adattamento.
Ciclo di incontri: 9, 20 e 28 maggio 2025

Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l’adattamento
ciclo di incontri aperti al pubblico

“Cambiamento climatico e paesaggi di adattamento”
Venerdì 9 maggio, ore 16:00-19:00
Sala Nullo Baldini della Provincia di Ravenna, Via Guaccimanni 10, Ravenna

“Cambiamento climatico e monumenti: evoluzione della conservazione”
Martedì 20 maggio, ore 16:00-19:00
Sala di Palazzo Vecchio, Piazza della Libertà 5, Bagnacavallo (RA)

“Cambiamento climatico e monumenti: scenari di adattamento conservativo”
Mercoledì 28 maggio, ore 16:00-19:00
Sala Ragazzini del Centro Dantesco, Largo Firenze, Ravenna

Tre conversazioni con Emilio Roberto Agostinelli, saggista e già funzionario della Soprintendenza, invitato dall’Ordine degli Architetti a parlare del futuro dei monumenti del ravennate, la cui conservazione sarà a rischio a causa del cambiamento climatico.

Ravenna, 05/05/25 – Quale sarà il futuro di Ravenna, dei suoi territori costieri e dei suoi monumenti nel 2100? A questa domanda cerca di rispondere Emilio Roberto Agostinelli chiamato a discuterne dall’Ordine degli Architetti PPC di Ravenna in un ciclo di tre incontri dal titolo Cambiamento climatico e patrimonio culturale. Ravenna 2100: progettare l’adattamento”, che si svolgerà nel mese di maggio, con due tappe a Ravenna e una a Bagnacavallo.

Emilio Roberto Agostinelli, architetto, già funzionario della Soprintendenza di Ravenna, direttore dei restauri di numerosi monumenti ravennati, discuterà del rapporto tra cambiamento climatico e monumenticittà e paesaggio. Rivolgendosi non solo alla platea dei tecnici, ma anche e soprattutto al pubblico generalista, indagherà il complesso e poco dibattuto tema delle azioni di adattamento per contrastare gli effetti del cambiamento climatico sul nostro territorio e descriverà come potrà cambiare il nostro contesto di vita in funzione delle scelte che faremo. «Mentre oggi molti di noi hanno maggior confidenza con i temi della mitigazione, cioè su come, per esempio, si possano ridurre le emissioni di gas serra risparmiando energia», afferma Agostinelli, «poco noto e più spinoso è il tema dell’adattamento, cioè delle urgenti azioni da intraprendere contro gli effetti devastanti di un clima che cambia. Il fine è creare in ogni persona la consapevolezza di quanto sarà diversa Ravenna nel 2100, quando la consegneremo non a generazioni astratte, ma a chi ha già oggi nomi e cognomi, come i nostri nipoti».

In base alle previsioni e agli studi disponibili, nel 2100 la fragile pianura alluvionale ravennate subirà rilevanti trasformazioni, proseguendo la dinamica e plurimillenaria interazione fra terra-subsidenza (abbassamento del suolo) e acqua-mare/fiumi. Nel primo incontro di venerdì 9 maggio, alle ore 16 alla Sala Nullo Baldini della Provincia di Ravenna, Agostinelli si interrogherà sugli scenari conseguenti le diverse azioni di adattamento da realizzare. A partire da strumenti pubblici, come quelli dell’evoluto “Piano d’Azione per l’Energia ed il Clima”  – PAESC 2020 – prodotto dal Comune di Ravenna, del successivo “Rapporto di sintesi AR6 Cambiamenti climatici 2023” dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), del recentissimo “Rapporto 2024 sullo stato del clima in Europa” (ESOTC), evidenzierà come la geografia sarà modificata a causa della concomitanza fra abbassamento del livello del suolo e innalzamento di quello del mare, con effetti sull’uso dei terreni, oltre che sulla salvaguardia degli abitati, e illustrerà quali scelte oggi si prospettano. Un ventaglio variegato di scenari paesaggistici di adattamento da scegliere e intraprendere in modo partecipato, che da un lato vede sistemi di difesa ‘duri’, dall’altro approcci più ‘morbidi’ basati sugli ecosistemi, tutti osservati nei loro costi, benefici, svantaggi, efficienza e sfide della governance, oltre che nelle conseguenze dell’eventuale inazione o azione tardiva.

Il secondo e il terzo incontro, che si terranno martedì 20 maggio a Bagnacavallo (ore 16, nella Sala di Palazzo Vecchio) e mercoledì 28 maggio a Ravenna (ore 16, nella Sala Ragazzini del Centro Dantesco), dal territorio scendono di dettaglio sul tema dei monumenti. Si partirà dalla storia della teoria della conservazione negli ultimi due secoli per giungere a parlare dei progressi informatici del nuovo millennio e degli ultimi anni, tra cui l’intelligenza artificiale e i modelli predittivi di danno. Grazie a queste tecnologie possiamo progettare strumenti di salvaguardia e adattamento conservativo, con cui meglio fronteggiare per esempio gli effetti della crescita del livello della falda acquifera, la subsidenza, i cambiamenti nel microclima interno dei valori termo-igrometrici, su alcuni insigni monumenti inseriti in un contesto particolarmente a rischio, quale quello locale.

«Con questo ciclo di incontri abbiamo voluto dare al pubblico una prospettiva completa sul tema del cambiamento climatico» afferma Stefania Altieri, consigliera dell’Ordine degli Architetti PPC di Ravenna «la cui minaccia non si rivela solo attraverso calamità come le alluvioni, tragicamente a noi vicine, ma anche attraverso l’innalzamento dei mari che sono una minaccia per gli insediamenti umani da tempo evidente agli occhi degli esperti, ma purtroppo non così sentito e urgente per l’opinione pubblica».

Emilio Roberto Agostinelli, architetto. Dal 1990 al 2022 è stato Funzionario Architetto del Ministero della Cultura presso la Soprintendenza di Ravenna. Ha progettato e diretto restauri su numerosi monumenti ravennati, quali la Basilica di S. Apollinare Nuovo, S. Vitale, S. Apollinare in Classe, Battistero Neoniano ecc. Dal 2005 al 2021 è stato professore a contratto dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna in discipline sul Restauro Architettonico. Autore di articoli e saggi, svolge ricerca e divulgazione sul patrimonio culturale.

In copertina: campanile del paese scomparso di Curon nel lago artificiale di Resia

Al cantón fraréś Bruno Zannoni: Laudato si'

Al cantón fraréś
Bruno Zannoni: il Laudato si’ di Papa Francesco

Bruno Zannoni: il “Laudato si’ ” di Papa Francesco

Il 24 maggio 2015 Papa FRANCESCO emana l’enciclica LAUDATO SI’ sulla cura della Casa Comune.

Riprendendo il titolo dal “Cantico delle creature” di San Francesco, con un linguaggio comprensibile a tutti, il Pontefice manifesta preoccupazione per il depredamento della terra, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria; dettaglia la crisi sociale e ambientale; esprime indignazione per l’inequità e le diseguaglianze fra il Nord e il Sud del globo; evidenzia l’importanza degli aiuti finanziari e tecnologici ai paesi più arretrati.
Un indignato monito contro lo sfruttamento sconsiderato di questo nostro unico mondo, denunciato anche dalle ricerche della comunità scientifica.
Propone un cambiamento degli stili di vita, con nuove abitudini meno consumistiche, ovvero una rivoluzione culturale per salvaguardare la bellezza delle foreste, dei mari, delle diversità biologiche, del vento, del sole.
“Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza.”
Una speranza in favore della pace, dell’eguaglianza, di un equilibrio sociale ed interiore…

Bruno Zannoni, autore della poesia, scritta nello stesso 2015, condensa in pochi versi molti temi esposti nell’enciclica. Sollecitato e convinto dalla lettura della lettera papale coglie con espressioni in dialetto ferrarese gli insegnamenti del Santo Padre “l’as diś d’avér rispèt e avéran cura d sta Creazión, che a ciamén “Natura”, il quale ci esorta a vigilare sul “privilégio par qualcdùn, fónt dla speculazión e dal cunsùm, teàtar d’òdi, d’ingiustìzia, d guèra” e ad ascoltare “ al zigh ch’al vién… mó anch da póvra źént ch’la campa d stént”. (Ciarìn)

Laudato si’

La Géneśi l’as diś: “La Creazión
l’è stà al mumént dla nostra lunga storia
ch’l’à vist dla Fórma Bèla la vitòria
sóra l’Infóram ch’al n’à distinzión”.
Dóp Caos sénza vita, Luś e Piànt
e po’ tut j’Animàj, al Ziél, ill Stèll,
po’ Òm e Dòna. “L’è tut bón st’al quèl!”:
pr’al Creatór, ‘na bléza entuśiaśmànt.

Papa Francesco con “Laudato si’”
l’as diś d’avér rispèt e avéran cura
d sta Creazión, che a ciamén “Natura”,
ch’l’è l’Òpra dal Signór da custudìr.
Al Sant Franzésch l’insgnàva la virtù
(quand al lasàva un pèz dl’òrt dal cunvént
lìbar da la man dl’òman, dl’intervént)
parché da i sò fradjé fus arcgnusù
e cuntemplàda, acsì, la véra esénza
-in cla vegetazión salvàdga e gréza-
d cl’originària e spléndida sò bléza
che dal Creator la sgnàva la preśénza.

L’Enciclica “Laudato si’ ” l’as diś
che l’è la bléza dal Creato un dón
che nisùn òm al mónd l’è al sò padrón,
mó l’à d’èsar par tuti un paradiś:
sì, “meno ricca e bella” l’è sta tèra
s’ la dvénta un privilégio par qualcdùn,
fónt dla speculazión e dal cunsùm,
teàtar d’òdi, d’ingiustìzia, d guèra.

E dóv al Scrit dal Papa l’è più inténs
l’è in cal fòrt arciàm dl’aspèt sociàl
d ‘na bléza dla natùra universàl
indóv l’ecologìa l’àva un séns.
Un séns al nòstr’impégno par l’Ambiént
in gràdo d’ascultàr al zigh ch’al vién
da inquinamént di ‘gl’àque e di terén,
mó anch da póvra źént ch’la campa d stént.

Laudato si’

La Genesi ci dice: “La Creazione
è stato il momento della nostra lunga storia
che ha visto la vittoria della Forma Bella
sull’Informe indistinto.
Dopo il Caos senza vita, (ecco) la Luce e le Piante
e poi tutti gli Animali, il Cielo, le Stelle,
poi l’Uomo e la Donna. “Questa cosa è assai buona!”:
per il Creatore, una bellezza entusiasmante. (1)

Papa Francesco con “Laudato si’” (2)
ci dice di avere rispetto e averne cura
di questa Creazione, che chiamiamo “Natura”,
che è l’Opera del Signore da custodire.
San Francesco insegnava la virtù
(quando lasciava una parte dell’orto del convento
libera dall’intervento della mano dell’uomo)
affinché dai suoi fratelli fosse riconosciuta
e contemplata, così, la vera essenza
-in quella vegetazione selvaggia e primitiva-
di quella originaria e splendida sua bellezza
che manifestava la presenza del Creatore.

L’Enciclica “Laudato si’ ” ci dice
che la bellezza del Creato è un dono
di cui nessun uomo al mondo è il padrone,
ma che deve essere per tutti un paradiso:
sì, “meno ricca e bella” è questa terra (3)
se diventa un privilegio per qualcuno,
(se diventa) fonte di speculazione e di consumismo,
(se diventa) teatro d’odio, di ingiustizia, di guerra.

E dove lo Scritto del Papa è più intenso
è in quel forte richiamo all’aspetto sociale
di una bellezza universale della natura
dove l’ecologia abbia un senso. (4)
Un senso il nostro impegno per l’Ambiente
in grado di ascoltare il grido che proviene
dall’inquinamento delle acque e dei terreni,
ma che pure viene dalla povera gente che vive di stenti. (5) 

 

(1) “Dopo la Creazione dell’uomo e della donna, Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” – Genesi 1, 31).
(2) Lettera Enciclica LAUDATO SI‘ (LS) del Santo Padre Francesco sulla cura della Casa Comune.
(3) Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della  finanza e del consumismo, in realtà  fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella… (LS, n. 34)
(4) Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale…”(LS, n. 49).
(5) “… che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (LS, n. 49).

 

Altre poesie e informazioni bio-bibliografiche su Bruno Zannoni nel Cantón Fraréś:

I canaròl dal Dèlta  del 01/05/20

Al sat chi è mort?  del 14/01/22

Per leggere o rileggere tutte le uscite di Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica di Periscopio curata da Ciarìn. clicca[Qui]

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

Aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza, che dal 29 aprile proseguirà fino al 30 maggio. La mia partecipazione a questa forma di  Resistenza civile per i diritti di tutte e tutti sarà mercoledì 7 maggio.

perchè aderisco al digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza

Provo  a illustrare la mia scelta con una breve storia.

Ho fatto altre esperienze di digiuno. La prima credo nel 1991 quando è scoppiata la guerra tra i paesi della ex Iugoslavia. In quegli anni facevo parte di quello che avevamo chiamato Coordinamento Ferrara per la Pace, c’erano anime molto diverse che mettevano da parte le differenze per questo grande obiettivo. Avevo compagni speciali, tra questi Daniele Lugli e Alberto Melandri. Ci si dava il cambio, una staffetta visibile nella piazza dei listoni in centro. Ognuno digiunava in base alle proprie capacità poche ore, giorni, ma tutti sperimentavano cos’è fare testimonianza non solo con le parole. Provare nel proprio corpo la carenza, la mancata risposta ad un bisogno fondamentale, costruisce uno spazio invisibile, ma molto solido, che ti collega alla realtà del vissuto della sofferenza che possono vivere gli altri, tutti gli altri. Ti radica a quello che è il valore autentico della solidarietà.

Ogni uomo, ci dicono le neuroscienze, attraverso i neuroni specchio sa provare empatia, riesce a vivere una esperienza che contemporaneamente è dell’altro ma diventa anche tua. L’empatia è esperienza incarnata (embodiment) non è immedesimazione, per quanto profonda, è rivivere nel proprio corpo l’esperienza emotiva dell’altro. Per questo il digiuno coinvolge sia chi lo pratica, riportandolo alla capacità di entrare in profondità, di “sentire” il limite, la vulnerabilità – il corpo, l’uomo, la vita sono fragili. – ma rende partecipe attivamente anche chi osserva. Anche se lo sguardo è di scherno o perplesso, o critico, inevitabilmente suscita percezioni, sentimenti che chiedono di trovare un significato. Anche suo malgrado, l’osservatore diventa testimone di una presa di posizione che si impone perchè nonviolenta, silenziosa, discreta ma percepibile.

Il digiuno rompe la complicità del silenzio e della collusione, il mandar giù ogni ingiustizia, presuppone intenzionalità, determinazione, controllo, pazienza, e qui viene il difficile, assenza di rancore.

In questo caso specifico il digiuno è una protesta nonviolenta contro il Decreto Legge Sicurezza,

i suoi contenuti più gravi si possono riassumere in questi punti:

  • la criminalizzazione della povertà, delle manifestazioni pacifiche e del dissenso, anche in carcere e nei CPR;
  • reclusione di donne incinte o con figli piccoli negli ICAM, che sono veri e propri istituti penitenziari, con la minaccia di separare i bambini dalle madri come sanzione disciplinare;
  • divieto della coltivazione e commercializzazione della canapa tessile;
    – ampliamento dei poteri delle forze di sicurezza;
  • costruzione di nuovi reati con pene pesanti anche per fatti di sola rilevanza sociale.

C’è ancora tempo per aderire, non c’è bisogno di una bandiera!

 

Testo integrale del Decrero Legge  in Gazzetta Ufficiale [Qui]:

La contemporaneità di Elio Pagliarani e dei suoi Epigrammi ferraresi

La contemporaneità di Elio Pagliarani e dei suoi Epigrammi ferraresi

La contemporaneità di Elio Pagliarani e dei suoi Epigrammi ferraresi

 

Il 21 maggio del 1957 il poeta Elio Pagliarani (Viserba 1927-Roma 2012) pubblicò la seguente poesia:

È difficile amare in primavere

come questa che a Brera i contatori

Geiger denunciano carica di pioggia

radioattiva perché le hacca esplodono

nel Nevada in Siberia sul Pacifico

e angoscia collettiva sulla terra

non esplode in giustizia.

                                   Potrò amarti

dell’amore virile che mi tocca, e riempirti

se minaccia l’uomo

nel suo genere?

 

O trasferisco in pubblico stridore

che è solo nostro, anzi tuo e mio?

[Da Inventario privato, Veronelli, Milano 1959]

 

Sono versi questi che per la prima volta legavano il tema atomico della bomba hacca a quello amoroso: una chiara testimonianza della modernità  del poeta romagnolo. E sono versi, soprattutto quelli finali, che chiedono alla poesia (e dunque al poeta) quale debba essere il suo ruolo. Negli anni  della guerra fredda, dei test nucleari e del “miracolo economico” italiano, Elio Pagliarani grazie a una nuova presa di coscienza della funzione della poesia, istituiva la cosiddetta poesia-racconto.

Occorre ricordare che, praticamente nello stesso periodo, Gregory Corso, il poeta americano della beat generation, scrisse una vera e propria poesia d’amore alla Bomba con dei versi che  furono stesi sulla pagina in modo da assumere la forma di un fungo atomico.

Come i poeti beat in America, Pagliarani si distinguerà dunque, da questa parte del mondo occidentale, per lo sperimentalismo e per quelle tipiche proiezione verso il futuro (partendo dal passato) che in pratica servivano a sottolineare una rinnovata fiducia nell’atto poetico.

Oltre ai famosi poemetti o romanzi in versi, La Ragazza Carla e la Ballata di Rudi, che lo impegneranno lungo il corso della vita, le sue composizioni poetiche più significative (Lezione di fisica e Epigrammi ferraresi) rappresentano proprio il frutto di queste proiezioni  temporali che rendono la sua poesia contemporanea e la …contemporaneità, di fatto, poetica.

Il ruolo del poeta è sempre stato molto complicato e ambiguo soprattutto quando la pressione della realtà diventa più complessa, contraddittoria e violenta, come accadeva appunto in quegli anni. E forse proprio perché ci troviamo in un momento storico analogo a quello, oggi riusciamo a comprendere meglio quell’immaginario distopico già ipotizzato in quegli anni da uno dei padri fondatori della beat generation, William S. Burroughs II, che cominciò a vedere nell’identità e nel linguaggio veri e propri  virus per la nostra specie.

Cosicché tutte le grandi narrazioni di allora tradotte in linguaggio venivano di fatto falsificate, anzi, per così dire, infettate nell’essere affermate o negate, tramite questi virus.

E dunque, in un contesto così degenerato dal virus-parola, il poeta come aveva già compreso Pagliarini, è chiamato a dare o a restituire un vero significato al nostro “ essere umani” attraverso un’altra esposizione, un’altra negazione, un’altra denuncia che potessero andare oltre la semplificazione della narrazione e del racconto cronologico di UNA e UNA SOLA “infettata” verità. Ed ecco dunque circoscritto, in opposizione negativa, il ruolo della poeta e della poesia.

Come è stato ricordato «Pagliarani…è un precursore: fra i primi del Novecento, a innestare nel ramo della lirica la gemma della plurivocalità che conferisce ai suoi testi quell’inconfondibile impostazione epica e polifonica…».

La poesia e la figura del poeta vengono così messe al servizio di una “specifica” riduzione dell’io e di uno ricercato declino del poetese. Pagliarani riesce a fare questo regalando liricità  a un lessico mutuato  da altri settori disciplinari, mischiando linguaggio ‘alto’ e ‘basso’, lavorando sulla dimensione orale della poesia che si trasforma quasi in un agire poetico e, addirittura, in una sorta di interpretazione teatrale ( prima di qualunque  poetry slam!) fino alla identificazione con l’eretico Savonarola espressa nei suoi Epigrammi ferraresi (Piero Manni Editore, 1987)

In un tale nuovo (ma antico) registro Pagliarani con parole vibranti e con-temporanee – nel senso di possedere una “ubiquità temporale” – continua a denunciare l’abbrutimento  e la decadenza della società in cui viveva ( e nella quale SI continua a vivere contemporaneamente).

Anche in questa riscrittura che omaggia Savonarola ritornano sotto forma di una lingua inconsueta – quasi a intravederne l’antidoto stesso a quel virus – tutti i temi principali della sua poesia: la condanna della cupidigia e della sete di potere, l’indignazione per le offese riservate agli individui più deboli e vulnerabili; e si comincia a percepire, più netta di prima,  l’eventualità di una rivolta, l’istigazione alla disobbedienza civile.

La fine dell’ideologia diventa per il poeta una precisa poetica di negazione oppositiva, intesa come azione di estrema resistenza.

Il poeta non può fare altro che far reagire il linguaggio per spingere il lettore a interrogarsi, per aiutarlo a  uscire dagli automatismi epidemici del virus-parola che i mezzi di comunicazione di massa continuano a diffondere, e quasi utilizzando un approccio omeopatico, Pagliarani comincia a usare il virus-parola come vaccino.

Dal verso lungo, a fisarmonica, della Ballata di Rudi e di Lezioni di fisica, si passa così a un’espressione poetica breve e concisa degli Epigrammi ferraresi.

Si consideri che gli Epigrammi uscirono nella famosa epoca della “Milano da bere” quando una lenta e inesorabile restaurazione del sistema neoliberista si rinnovava nel fenomeno dello yuppismo e dell’ “edonismo reaganiano” a seguito delle acerbe e in parte sterili contestazioni del ’68. La società scivolava verso un torpore dal quale non si sarebbe più ripresa.

Al poeta deluso non rimaneva che affidarsi all’icasticità delle parole di Savonarola e grazie a queste costruire un discorso criptico. Se il verso lungo rappresentava lo svolgersi di un ragionamento ma anche il grado di diffusione di un’epidemia del virus-parola, gli epigrammi potevano costituire l’antidoto alla società contemporanea completamente indifferente alle ingiustizie che la attraversavano grazie al controllo dei mezzi di informazione e alle famose…”narrazioni”. Quante altre ne sono seguite a quella! Il virus-parola continua la sua azione epidemica.

Pagliarani stesso fornisce sibillinamente la chiave interpretativa della sua nuova operazione poetica: basta leggere con attenzione i suoi epigrammi e in particolare l’ultimo verso del secondo.

Resta sempre difficile, anche oggi, amare in primavere come questa e Pagliarani ci aiuta a capire come… guarire.

I

Nell’insipienza mia dico che mi bisogna parlare.

Costoro dicono che è beato chi ha roba.

Quelli sei con la mannaia in mano furono tutti angeli.

II

La profezia non è cosa naturale né procede da causa naturale;

la immaginano molti sgorgata da disposizione individua

con purga e salasso: quanto più un uomo ha purgato dai vizi

volontà e affetto delle cose al mondo

tanto meglio le cose future sa divinare.

Questo non è vero e mòstrasi: perché la profezia è stata data ancora alli cattivi

come fu Balaam huomo sceleratissimo.

Come è sera rompi il muro: non uscire dalla porta.

III

Onde la terra sempre per il suo appetito naturale va in giù

e l’amore è accidente.

IV

Fanciulli voi non avete fatto ogni cosa.

Lavate via il resto tutta questa quaresima.

Lavate via l’anatema: voi avete la maledizione in casa.

(Hanno tanta roba che vi affogano dentro).

V

Ma li miracoli terminano a cosa finita

come è illuminare un cieco, che termina alla luce

o resuscitare un morto, che termina alla vita.

 

[da Epigrammi ferraresi (1987)]

In copertina: Ferrara, Statua di Savonarola. particolare.

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e Figure / Verso

Verso … quello che (in realtà) abbiamo già. Un albo meraviglioso di Amin Hassanzadeh Sharif

Uscito il 5 maggio in libreria con Kite edizioni, Verso dell’iraniano Amin Hassanzadeh Sharif parla a tutti noi. Come sempre sa fare questo autore.

Avevamo incrociato questo illuminato autore a proposito del suo L’albero azzurro, che, con la tecnica dello scratch, ci conduceva nel mondo di un albero ostinato che rivendicava il diritto di esistere al centro di una città trafficata, nonostante il re volesse eliminarlo. Un’ostinazione che aveva portato al crescere di una foresta azzurra color del cielo, a dispetto di tutto e tutti, una potente metafora sulla libertà, un atto di lotta per mantenerla, di coraggiosa e potente ribellione contro l’ingiustizia.

Con Verso, oggi, Sharif torna sul tema di una società che opprime e lascia poca aria. L’albo narra la storia dal tono orwelliano di un gruppo di animali umanizzati che è stanco della terra e della propria vita: troppo rumore, troppa confusione, troppa amministrazione.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Il signore Rinoceronte, ad esempio, è stanco di riparare i fili della luce, ogni giorno arrampicarsi a cotanta altezza è sempre una fatica immane. E poi ci sono rischi continui.

Orso non ce la fa più a lavorare al buio dei condotti sotterranei, così come Avvoltoio è stanco di dover elemosinare qualche brandello di cibo ogni santo giorno.

Ci sono poi gli ordini ripetitivi dei ristoranti, la noia di mangiare sempre le stesse cose, magari precotte e preconfezionate, causa mancanza di tempo e voglia. E poi ci sono traffico (con tanto tempo sprecato), automobilisti impazienti, clacson e inquinamento.

A tutto questo siamo ahimè avvezzi, molti insofferenti, i più esausti.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Ad un certo punto, quando il Sindaco non riesce più a gestire tutte le lamentele, ecco apparire una sorta di favolosa e miracolosa Arca di Noè: un’astronave rossa arriva sulla terra e promette di condurli in un altro mondo. Incuriositi e con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore che batte forte, molti aderiscono all’invito “salite, salite!”, convinti di andare verso un pianeta lontano, un luogo dove tutto sarà diverso e più semplice.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Dopo il viaggio aerospaziale, fatto anche di un lungo sono ristoratore, si ritrovano, però, in una specie di rigogliosa e colorata foresta, che richiama davvero molto la terra, perché forse, alla fine, il luogo che tanto sogniamo, è già qui, proprio sotto i nostri piedi.

Forse tutto quello di cui abbiamo bisogno ce l’abbiamo già, ed è qui, sulla terra.

La Terra. Bella, magnifica, lucente, maestosa e gioiosa. Che sa come lasciare senza fiato.

Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni
Verso, di Amin Hassanzadeh Sharif, immagini Kite edizioni

Amin Hassanzadeh Sharifm, Verso, Kite edizioni, Padova, 2025, 32 p.

Bergoglio e Gorbaciov, eccentrici potenti: questo mondo non era fatto per loro

Bergoglio e Gorbaciov, eccentrici potenti:
questo mondo non era fatto per loro

Bergoglio e Gorbaciov, eccentrici potenti: questo mondo non era fatto per loro

Trovo suggestiva la tesi che accosta il cardinal Bergoglio, divenuto Papa Francesco, a Michail Gorbaciov, parlando di entrambi come dei demolitori di quell’impalcatura statale, imperiale o religiosa della quale avevano scalato i gradini fino al loro vertice. Da una parte l’Unione Sovietica, dall’altra la Chiesa Cattolica. La cosa curiosa è che coloro che tracciano questo parallelismo danno al medesimo una connotazione negativa, mentre personalmente gli attribuisco una valenza positiva, per quanto drammatica.

Sono consapevole del fatto che la mia affermazione possa suonare superficiale, per qualcuno addirittura offensiva.  Superficiale magari lo è, ma come le considerazioni di coloro che pontificano, appunto, sull’argomento senza esserne degli studiosi (cioè quasi tutti); offensiva perché una visione profondamente riformatrice del responsabile massimo dell’ Impero (poi divenuto “comunista”) più esteso del mondo con 15 repubbliche, o del Papa di una Chiesa che raduna più di un miliardo di fedeli e 25 chiese di diritto proprio, non può che portare sconvolgimenti tali da cambiare per sempre, qualche volta in peggio, la vita di molte persone. Effetti più accostabili ad una rivoluzione che ad una riforma.

Un elemento che mi fa pensare che un uomo sia nel giusto è quando viene attaccato frontalmente dai fanatici o dai puristi di una parte e della parte opposta.

Bergoglio per alcuni era l’Anticristo, un emissario del demonio nella casa di Dio, un eretico dell’ ortodossia dottrinale. Per altri era un conservatore nei costumi e un opaco custode dei più torbidi segreti della Chiesa. Gorbaciov per molti fu un innovatore timido e maldestro, che lasciò le riforme a metà peggiorando il tenore di vita del suo popolo; per altri fu il distruttore unilaterale della cortina di ferro, il liberalizzatore che aprendo la porta agli indipendentismi ridusse la Russia a paese minore, favorendo l’espansione della Nato fino ai suoi confini.

 

Questa polarizzazione dei giudizi non tiene conto di un problema gigantesco eppure basico, che accomuna il cursus di queste due personalità, e che entrambi si trovarono a dover affrontare: per arrivare a diventare Papa, per arrivare a diventare il presidente del PCUS, quanti debiti dovresti pagare a gente convinta di vantare dei crediti nei tuoi confronti? Quando arrivi in cima, pensi che siccome sei diventato il capo e hai una visione potrai condurre facilmente in porto le riforme che hai in mente? Pensi che essere arrivato in vetta sia gratuito?

Qualcuno pensa che fosse un gioco da ragazzi per il Papa riformare lo IOR? Bergoglio, appena divenuto pontefice, aveva istituito un gruppo di lavoro per la riforma dello IOR, salvo poi rendersi conto che lo IOR non è riformabile, perché non puoi bonificare una falda inquinata fin dalla sua roccia d’origine. Qualcuno pensa che sia una passeggiata liberare la Chiesa dai preti pedofili? Gli abusi sono quasi tutti di tipo omosessuale. Però quando Bergoglio conferma che le relazioni omosessuali non sono allo stesso livello di quelle eterosessuali (per il disappunto delle organizzazioni cattoliche gay) è un reazionario. Quando non riesce a debellare la piaga (temo diffusissima) dell’abuso sessuale sui minori, nonostante promulghi una normativa che punisce anche la negligenza nelle denunce, ed abolisca il segreto pontificio nei casi di violenza sessuale, è un debole, anzi un ipocrita. Ricordiamo che il defunto cardinale George Pell, accusato di violenze sessuali in proprio e di insabbiamenti di violenze altrui, condannato e poi prosciolto in terzo grado, era divenuto sotto Bergoglio il responsabile e riformatore delle finanze vaticane, ma dopo le condanne Bergoglio dovette rimuoverlo dall’incarico. E’ semplice dentro il Vaticano separare nettamente il bene dal male? Separarlo all’interno della stessa persona? Ancora: qualcuno ritiene fosse agevole per Bergoglio rivelare la verità sul caso Orlandi, ammesso che la conoscesse? Che fosse facile fare tutto questo perché in fondo eri il Papa, e assommavi su di te i tre poteri che in uno Stato laico sono separati? (Che fosse facile, intendo, se tenevi al fatto di “fare ritorno alla casa del padre” di morte naturale). Se sei il Papa e vuoi riformare la Chiesa, ci sarà sempre un mucchio di gente che si sentirà mortalmente minacciata nel suo potere o nei suoi privilegi (più o meno torbidi); quindi riformare si avvicinerà per definizione a rivoluzionare.

Quanto a Gorbaciov. Tentò di fare qualcosa che al tempo stesso era necessario e prematuro. Necessario, perché il muro di Berlino sarebbe crollato lo stesso e il patto di Varsavia sarebbe defunto lo stesso, e la stessa Unione Sovietica sarebbe deflagrata ugualmente sotto i colpi degli irredentismi e dei fanatismi, e l’economia sovietica non avrebbe retto a lungo senza un’apertura a metodi di accumulazione del capitale e distribuzione del reddito che superassero l’economia pianificata. Tutte queste cose sarebbero accadute lo stesso, prima o poi. Gorbaciov provò a farle accadere prima Aveva una visione anticipatrice degli eventi, ma le cose che aveva in mente di fare, di accelerare o di accompagnare erano troppo grandi per una persona sola, per quanto visionaria.

Ma quindi, se Bergoglio e Gorbaciov hanno distrutto più di quanto hanno costruito, se non sono riusciti, se non in piccola parte, a realizzare le riforme che avevano in mente, dove sta la peculiarità del loro lascito? Oggettivamente, sta nel fatto che hanno costruito o tentato di costruire un ponte di pace in mezzo ai marosi di una geopolitica sull’orlo di una guerra atomica, sia negli anni ottanta sia adesso. Gorbaciov è stato il principale artefice del disarmo nucleare culminato nel 1987 con il trattato che eliminò gli arsenali a medio raggio, firmato assieme a Ronald Reagan. Bergoglio è stato l’unico Capo di Stato a invocare la diplomazia invece della guerra, a dichiarare che la pace si fa preparando la pace, ed è rimasto inascoltato, spesso ridicolizzato in vita, salvo naturalmente essere blandito subito dopo morto.  Soggettivamente, sono due statisti che hanno fatto il primo passo senza aspettarsi qualcosa in cambio. Niente do ut des. Intanto do, per primo. Una follia agire così, dentro le relazioni di potere. In questo senso possono essere considerati dei giocatori d’azzardo. Ma a differenza di Trump, che gioca a poker con la vita delle persone e lo fa in una logica puramente mercantile, l’azzardo di Bergoglio e Gorbaciov è consistito nel fidarsi delle persone, anche del nemico, facendo la prima apertura di credito (Gorbaciov) o indicando agli altri potenti (Bergoglio) che senza comprendere –  non giustificare – le ragioni di un conflitto non si inverte la logica della guerra. Ricordiamoci che a Gorbaciov nel 1991 fu promesso che la Nato non si sarebbe spinta un centimetro più a est dell’ex Germania Orientale (chi sostiene che questa sarebbe una balla, può leggere qui un interessante articolo sull’argomento). Ecco: se c’è un azzardo che posso rimproverare a questi due eccentrici potenti è stato quello di essersi fidati delle persone. Questo mondo non è fatto per gente come loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

zebra. fa parte della vita

Zebra. Fa parte della vita

ZEBRA. FA PARTE DELLA VITA

Zebra. CliffordQuando non penso al lavoro trovo grande gioia nel calcio, in particolare nella telecronaca. Mi diletto, durante le partite, a narrare i movimenti dei giocatori. Mi piace molto anche cantare, soprattutto canzoni d’amore. Quelle però le tengo per le persone che amo, a cui le dedico.

Ho così tanti amici. Molti sono passati a miglior vita, prego molto per loro. La fede è una delle cose che più intensamente mi accompagnano. Dio è sempre stato così misericordioso con me e io continuerò a essergli grato. È l’unico su cui posso contare veramente.

Come nel 2019, quando sono stato detenuto per circa quattro mesi nel CPR di Bari: è grazie al suo intervento, secondo me, se sono stato dimesso da quel luogo. Lì ho visto l’inferno. Da un momento all’altro, senza preavviso alcuno, chiunque di noi poteva essere rimandato nel Paese da cui era fuggito.

Prima mi trovavo in Sardegna, dove facevo il venditore ambulante di accendini, calze e altri oggetti. Una sorta di attività in proprio che svolgevo davanti ai supermercati in diverse città, da Nuoro a Palau. Un giorno, mentre mi guadagnavo da vivere, apparvero dei carabinieri. Mi chiesero il documento. All’epoca non l’avevo e per questo mi reclusero nel CPR di Bari.

È stata un’esperienza tragica, ma anche questo fa parte della vita. Come quando ho lasciato la Nigeria perché ero in pericolo. A 32 anni ero troppo giovane per morire, quindi sono dovuto fuggire. Prima di tutto ciò ero un editore di libri. Amavo il mio lavoro.

Ancora oggi, per esempio, da un semplice plico di fogli riesco a creare un libricino rilegato con la tecnica della pinzatura a sella. Anche se ho lasciato questa professione tempo fa in Nigeria, ne custodisco ancora tutti i segreti. Rimane pur sempre la mia passione e sogno di tornare a praticare questo mestiere, in Italia o in qualunque altro luogo. Attualmente vendo Zebra e ne vado fiero. Sono convinto che si debba essere fieri della propria occupazione, qualunque essa sia.

Ora sto passando per una situazione turbolenta: sono rimasto senza un tetto sopra la testa, trovandomi costretto a passare la notte in strada. In attesa che riaprano gli alloggi per l’Emergenza Freddo a novembre, ho trovato rifugio nei posti letto d’emergenza della Casa della Solidarietà a Millan. Tutto questo fa parte della vita, so che nessuna condizione è permanente. Mi faccio forza così, aggrappandomi alla fede, in attesa del giorno in cui vedrò un futuro migliore.

Clifford Igbinosun – Appassionato di tecniche di rilegatura.

CIT.: “Prima di tutto ciò ero un editore di libri. Amavo il mio lavoro.”

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

globalizzazione e dazi: oltre Trump, un'altra economia è possibile

Globalizzazione e dazi:
oltre Trump, un’altra economia è possibile

Globalizzazione e dazi: oltre Trump, un’altra economia è possibile

Per la maggioranza dei nostri media Trump è un folle che ha messo in discussione con i dazi l’intera economia globale. Sperano di tornare prima possibile al libero scambio che farebbe gli interessi di tutti i paesi e i cittadini del mondo. Per ora a parlare contro i dazi sono soprattutto Governi, banchieri, le multinazionali (americane incluse) che sperano che Wall Street e la finanza messa a dura prova in queste settimane facciano rinsavire Trump. Trump è un repubblicano anomalo, ma che le multinazionali, Wall Street, i banchieri e il liberismo (col libero scambio) siano di sinistra è perlomeno dubbio.

Karl Marx espose le sue idee sul libero scambio nel 1847 in “On the Question of Free Trade”. Riconobbe che il libero scambio ebbe un ruolo rivoluzionario, poiché distrusse i resti del feudalesimo, spinse verso la crescita del capitalismo e la modernizzazione dell’economia. Tuttavia era convinto che non portasse alla pace né al benessere per tutti, come sostenuto da Montesquieu, Smith e Ricardo, ma avrebbe aumentato lo sfruttamento dei lavoratori, la concentrazione della ricchezza e le disuguaglianze.

Alcuni economisti come gli americani M.Klein e M. Pettis (Le guerre commerciali sono guerre di classe, ed.Einaudi, 2020), hanno ripreso questa analisi che vedono confermata nei guasti della recente globalizzazione, che ha sviluppato come non mai il libero scambio, producendo:

a) disuguaglianze in aumento all’interno dei singoli paesi,

b) un aumento dell’impoverimento degli operai di tutti i paesi ricchi,

c) l’aumento dei profitti delle imprese e dei redditi del 10% dei benestanti,

d) uno squilibrio commerciale tra Stati che porta di conseguenza all’attuale instabilità commerciale (50 anni fa l’import Usa era del 5% sul PIL, oggi è del 14%).

Trump sarà anche matto come un cavallo, ma è stato votato dalla maggioranza degli operai americani, molti dei quali licenziati dalla globalizzazione. Gli uomini senza lavoro non potevano mettere su famiglia e senza lavoro e famiglia (negli Usa non c’è il welfare state europeo) molti sono scivolati nell’alcolismo e nella droga. In tanti si sono tolti la vita. Anche questo spiega i 100mila morti per fentanyl del 2024, la crescita della criminalità e il calo della speranza di vita degli Stati Uniti, caso unico al mondo.

La globalizzazione ha distrutto anche la manifattura americana, portato alle stelle il suo deficit commerciale e il debito pubblico americano (36 trilioni) e il deficit annuo è del 7%, maggiore di quello dell’Italia. L’America è ancora il n.1 per PIL, armi (come la dipinge il mainstream) ma si potrà convenire che le cose non le vanno così bene, soprattutto se si rammenta che nelle 63 principali tecnologie la Cina ha la leadership di 57 mentre solo 20 anni fa lo era solo in 3 o 4; gli Stati Uniti producono il 4,5% dell’acciaio mondiale contro il 54% della Cina, che possiede il 90% delle terre rare.

I dazi ci sono sempre stati (ora sono in media del 4,8% tra Europa e Usa e del 10,8% sui prodotti agricoli) e il ritiro dell’America dal commercio globale non sarà la soluzione di tutti i suoi problemi, ma così non si poteva continuare e forse c’è una terza via virtuosa rispetto al “tornare come prima al libero scambio deregolato” che tanto piace ai nostri media, banchieri, multinazionali e a Wall Street.

Si potrebbero introdurre dazi per esempio verso quei paesi che non rispettano i contratti, il salario minimo, i diritti umani, applicando nel commercio uno “standard sociale” che favorisca i lavoratori di tutto il mondo e che spinga gli Stati a non abusare nello sfruttamento dei propri lavoratori pur di aumentare l’export, in modo che possano consumare gran parte del valore di quello che producono e quindi investire sul proprio Paese e la propria domanda interna.

Gli Stati Uniti sono tormentati da una disuguaglianza estrema, dal degrado delle infrastrutture (porti, strade, ferrovie,…), da bassi salari e dal fatto che la metà dei propri lavoratori non vede un aumento del proprio tenore di vita da 25 anni. Una situazione simile, peraltro, a quella dei grandi esportatori Cina, Germania, Italia, Messico che si differenziano dagli Stati Uniti per avere un forte saldo attivo commerciale (proprio vs USA).

Con la globalizzazione si è infatti avviato un iper processo per cui le imprese, tanto più se multinazionali, hanno creato filiere lunghissime come se il loro Stato fosse l’intero mondo (“piatto”), in modo da aumentare i profitti e il reddito di tutta la fascia alta dei lavoratori (banchieri, avvocati, trader finanziari, dirigenti, quadri, tecnici, professional), ma abbassando i salari di tutti gli altri lavoratori dei paesi avanzati, puntando sull’export più che sulla crescita della domanda interna ai singoli paesi.

Investire sulla domanda interna significa impostare un modello di sviluppo completamente diverso, che punta ad alti salari per tutti, a investire sul proprio paese, sulle infrastrutture, il trasporto pubblico, le energie verdi, la propria manifattura, rafforza il proprio welfare. Investire su globalizzazione ed export significa il contrario: favorire le élite di tutto il mondo (quelle dei paesi ricchi e poveri). Abbiamo assistito al trasferimento della produzione nei paesi poveri, dove la manodopera è sottopagata rispetto al valore che produce, per poi rivendere le merci ai consumatori (americani,…) con margini più alti. Ciò ha arricchito tutte le imprese e i ricchi del mondo (anche nei paesi poveri, Cina inclusa) a svantaggio dei lavoratori e pensionati dei paesi avanzati. La globalizzazione alimenta la disuguaglianza e viceversa e ciò spiega perché in tutti i paesi la disuguaglianza cresca. Lo dice anche Bernie Sanders, leader della sinistra Dem: “la globalizzazione rende più facile lasciare i lavoratori americani in mezzo alla strada e premia (nei paesi poveri) alcuni dei massimi colpevoli di violazione dei diritti umani”.

I dazi sono quindi una conseguenza quasi inevitabile della globalizzazione nella sua forma attuale, in cui la “guida” dei processi è stata assunta, più che dai singoli Stati, dalle più importanti banche commerciali e d’investimento e dai detentori di capitali finanziari. Semmai stupisce che gli americani abbiano tollerato il sistema del libero scambio così aperto per così tanto tempo. Quando venne istituito 80 anni fa, gli Usa producevano metà di tutta la produzione mondiale, oggi sono scesi al 15% (la Cina è al 30%).

Non è quindi vero che, come la descrive il nostro mainstream, la guerra commerciale dei dazi è un conflitto tra paesi. Piuttosto è un conflitto tra banchieri, detentori di asset finanziari, multinazionali e famiglie comuni dall’altro. Un conflitto tra ricchissimi e tutti gli altri. Ovviamente gli operai americani non sono le uniche vittime, lo sono anche gli operai italiani, tedeschi e cinesi, anche se i loro Stati sono in surplus commerciale, in quanto i loro salari non vengono pagati al valore che producono, il quale va a finire nei profitti e poi in asset finanziari “sicuri” che un tempo erano il dollaro (che ora vacilla). Tutte cose che aveva previsto Keynes, anche se uscì perdente dagli accordi di Bretton Woods nel 1945.

Ciò significa che se vogliamo un mondo migliore nel post-dazi di Trump, è illusorio pensare di tornare al vecchio mondo della globalizzazione e al persistere di un forte export di Europa, Messico e Cina verso gli Stati Uniti. Sarà necessario un riequilibrio e un ritorno (almeno in parte) ad investire da parte di tutti nella domanda interna del proprio paese con vantaggi per le famiglie comuni e i lavoratori e con meno profitti per i ricchi. Investire nella domanda interna più che sull’export riduce le disuguaglianze interne e la compressione del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati (Ford raddoppiò i salari per poter vendere più auto).

Non a caso la maggiore eguaglianza favorì (caso unico nella storia) la crescita nei famosi “30 anni gloriosi” del secondo dopoguerra che hanno portato alla nascita del welfare in Europa e alla buona America con le maggiori conquiste civili e ad un forte aumento del tenore di vita dei lavoratori e pensionati.

E’ vero che ci sono benefici in un mondo aperto al commercio, ma ci sono anche costi. Se i salari da noi non sono cresciuti, si dice che la globalizzazione però avrebbe aumentato i salari dei lavoratori cinesi e di altri paesi poveri: vero, ma non si dice che in Cina esiste il sistema hukou che impone a milioni di contadini di non lasciare la propria residenza. Chi lo ha fatto (oltre 100 milioni) recandosi nelle città industrializzate è sottopagato, sfruttato e senza alcun diritto di pensione, sanità e istruzione. Un sistema che si fonda sulla disuguaglianza e che usa una quota enorme di sfruttati per stare in piedi: hukou in Cina, immigrati illegali da noi e quel 10% di forza-lavoro senza contratti in Italia, mini job in Germania.

La stessa Germania col suo avanzo commerciale mostruoso verso gli Stati Uniti (come Italia e Cina) ha puntato su una politica di export che ha prodotto un contenimento della domanda interna, dei salari, degli investimenti nelle proprie infrastrutture e, in definitiva, uno spostamento dei benefici a favore della propria élite e dal Lavoro al Capitale. Questo è l’esito del libero scambio deregolato in tutti i paesi (Europa, Cina, Stati Uniti), dove la quota che va dal Lavoro al Capitale è cresciuta in media di 10 punti ovunque, il che spiega le difficoltà in molti paesi dei lavoratori (Italia in primis) e dei bassi salari.

Mi pare che ci sia abbastanza per evitare facili semplificazioni, in cui si finisce per fare il tifo per Wall Street.

 

Cover image: Bethlehem Steel, Pennsylvania, wikimedia commons

presto di mattina nei miei occhi i tuoi occhi

Presto di mattina /
Nei miei occhi i tuoi occhi

Presto di mattina. Nei miei occhi i tuoi occhi

Nei miei occhi i tuoi occhi

«Che cerchi ne’ miei occhi d’ignorante,
che speri tu da me che ormai son vecchio,
se non ch’io creda in te, sempre, ogni istante?»

La verità dischiusa dalla fede è paragonata da Carlo Betocchi alla luna: come la bianca luna è, al contempo, semplice e complessa, una e molteplice, cangiante nel variare della luce; nel suo svelarsi e ri-velarsi, da nuova a piena ha le sue fasi e, pur simile è la sua veste, d’argento a volte, d’oscura ombra altre; come la luna riceve e riveste luce d’altri, così gli occhi della fede scrutano il vero con altri occhi.

«O cara verità, semplice luna»

È detta dal poeta semplicemente “cara”; ma dicendolo vi nasconde molto di più: preziosa, gioiosa, ricercata, amata. L’aggettivo infatti rimanda a una pluralità di radici etimologiche da cui, di volta in volta, la parola è fatta derivare.

Quella latina, dal verbo càreo “io manco”, dice la rarità e dunque la preziosità, perché è in tempo di carestia che le cose accrescono il loro valore. La radice greca del verbo ghairo, poi, esprime gioia, rallegramento; e infine, dalla radice sanscrita ka, kan, kama, attinge alle sorgenti del desiderio anelante e dell’amare.

Così anche la verità del credere si dice in molti modi e si riflette negli occhi del poeta come la risplendente Selene, alta e vagante sul leccio sempreverde, lucente e ospitale e, sosta così, con lo sguardo presso ciascuno che le volge lo sguardo. Nell’oscurità va cercando con occhi miti anche nei miei, nei vostri occhi pure, un resto di speranza, un ancor ignorato, celato amore.

O cara verità, semplice luna,
ora piena, ora occulta, ora un falcetto
intorno casa, nel giorno che imbruna
e va contando i suoi di tetto in tetto,
o variabile sorte, cui è tutt’una
vestir d’argento od’ ombra, ma nel pretto
sentiero del creato in cui s’aduna
la certezza di ciò che Dio ha nel petto;
in degnissima fronda, alta, sul leccio
che t’accoglie in quest’ora, o tu, vagante,
che fai, che sosti nel tuo mite aspetto,
che cerchi ne’ miei occhi d’ignorante,
che speri tu da me che ormai son vecchio,
se non ch’io creda in te, sempre, ogni istante?
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, 1996, 153).

«In tutte le Scritture,
da Mosè sino ai profeti,
Gesù spiegava ai discepoli
il mistero della sua Pasqua, alleluia»

Nell’antifona all’Ufficio delle Letture dell’ottavario pasquale viene mostrata la pedagogia mite e amorevole di Gesù a Pasqua volta a far passare i suoi amici dall’incredulità alla fede e guarire così i loro occhi che erano impediti dal riconoscerlo riaprendo loro gli occhi della fede alla lettura di lui nei sacri testi.

Questo stile di Gesù risorto è simile all’esperienza di quando bambini appena iniziati all’alfabeto, a sillabare, abbiamo incominciato a imparare a leggere e scoprire le parole scritte, la loro pronuncia, combinandole tra loro e facendole corrispondere risonanti con quelle orali.

Da soli ci saremmo persi nei meandri delle pagine tra quelle indecifrabili tracce nere su bianco. Saremmo rimasti smarriti se qualcuno, maestro dello sguardo, con mitezza e fermezza amorevole non avesse guidato e accompagnato con i suoi i nostri occhi sui ripidi sentieri della lettura e della scrittura verso la libertà, quella che ricava l’oro dall’inchiostro e dalla parola divenuta creatrice fa risorgere la dignità umana, quella che si dà pronunciando ogni volta: “I care”.

Ho imparato a leggere dalla zia Lucia, la sorella di mia nonna paterna Maria Bianca. Rimasta vedova ancor giovane si fermava per molti mesi all’anno a casa nostra.

Lucia amava molto ricamare e insegnò anche a me quell’arte; così con lei imparai anche l’arte di infilare le parole e cucirle sul telo bianco della pagina.

Seduta accanto a me al tavolo della cucina pronunciava con me le lettere, indicando e seguendo con il dito le parole, riga dopo riga, dando tono, direzione e senso al testo. Così lo sguardo prospettico dei suoi occhi orientava e correggeva i miei ancora miopi nella lettura: “nei miei occhi i suoi occhi”.

In questo modo il libro letto insieme diventava un poco come le Scritture spiegate da Gesù ai suoi amici: non già un esercizio isolato, un apprendere utilitaristico, ma un vero e proprio incontro tra noi due e con quelli che si affacciavano di volta in volta nella pagina.

Dapprima il testo risuonava come un annuncio, anzi un buon annuncio, che a poco a poco svelava una presenza dentro il testo che si mostrava e nascondeva tra le pagine, che in ragione di questo disvelamento attiravano e concentravano sempre più la mia attenzione e l’interesse.

Fu così che da semplice ripetitore di parole a pappagallo divenni capace non solo di leggere, ma di ascoltare con attenzione, non solo di vedere con gli occhi di un altro, ma sentendo la sua voce nella mia voce.

Ora vedo con più chiarezza che imparare a leggere con gli occhi di zia Lucia al tavolo della cucina è stato per me un molteplice dono: quello di cercare sempre più parole nuove, scegliere le più adatte al sentire mio e comporle poi come colori di una tavolozza, ma pure il dono grande di imparare a spezzare il pane come quella volta sulla tavola di Emmaus. E questo è stato il vangelo nascosto del suo amore annunciato e poi narrato a me.

Lumen fidei

A me la fede
non consente che un grido ed una voce:
è quel poco che so, che sento vero
dentro di me: ed in quel vero accendo
l’essere a farsi un uomo che cammina
solo e con tutti, innanzi a sé pregando
(ivi, 545).

Il vedere della lettura e quello della fede oltrepassano la fisicità degli occhi perché sono un “vedere con”, un vedere in relazione, un incontro che può cambiare la vita sino a renderla condivisa. Ogni lettore dunque può vedere con gli occhi della fede quando, leggendo, offre credibilità a un altro, spostando lo sguardo a un diverso punto di vista e mettendo in gioco una libertà che si affida a un’altra libertà, ad altri occhi, per comprendere il suo stesso esistere e la realtà che accade e lo circonda e provare a trasformarla.

Ci ha ricordato papa Francesco nella sua prima enciclica Lumen fidei che gli occhi della fede non solo guardano a Gesù, ma guardano dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: la fede è quel dono che ci fa partecipare al suo modo di vedere. Gesù vede con noi la sua Pasqua, continua a viverla dentro la nostra vita.

Spiegare le Scritture ai discepoli ha significato partecipare loro la sua stessa vita; la comunione con lui dischiude gli occhi della fede e rimette in cammino anche noi:

«Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro (Lc 24, 30-33).

Sei tu, Signore, che mi dai la tua forza,
torci il mio occhio a guardarmi nell’anima,
perché l’immondezza sia vituperata
ed esaltato il coraggio che la rivela.
Io da me non saprei: tu m’hai insegnato,
dei miei giorni corti puoi fare un’eternità,
se tu mi sostieni scenderò nell’abisso
che invoca scandaglio per rendermi a te
(ivi, 288)

Scrive ancora papa Francesco «La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro… Poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione…

La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere. In tanti ambiti della vita ci affidiamo ad altre persone che conoscono le cose meglio di noi.

Abbiamo fiducia nell’architetto che costruisce la nostra casa, nel farmacista che ci offre il medicamento per la guarigione, nell’avvocato che ci difende in tribunale. Abbiamo anche bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio. Gesù, suo Figlio, si presenta come Colui che ci spiega Dio (cfr Gv 1,18). La vita di Cristo — il suo modo di conoscere il Padre, di vivere totalmente nella relazione con Lui — apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare».

«Le radici dell’occhio sono nel cuore»

È questo il pensiero di Romano Guardini che scrive: «Le radici dell’occhio sono nel cuore; nella intimissima presa di posizione verso le altre persone come verso la totalità dell’esistenza: una decisione che passa attraverso il centro più personale dell’uomo. In ultimo, l’occhio vede dal cuore. Questo intendeva dire Agostino, quando diceva che soltanto l’amore è capace di vedere.

Quest’amore non comincia con il desiderio ma con il rispetto. Il suo primo atto non è un protendersi, ma un ritrarsi. Esso rinuncia cioè a fare dell’amato un frammento del suo proprio mondo, concede libero spazio alla sua esistenza ed è pronto ad andargli incontro e ad accoglierlo nel proprio spazio esistenziale. Soltanto se nasce almeno un germe di tal processo, l’occhio può realmente vedere un essere umano.

Tutto un uomo con il suo destino può esistere manifesto avanti a me e posso ogni giorno incontrarmi con lui; ma se non gli riconosco il diritto della sua esistenza in proprio, non lo vedo. I fatti più impressionanti possono svolgersi sotto i miei occhi ed io restare cieco» (L’occhio e la coscienza religiosa, in Scritti filosofici, 2, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1984, 152).

Per Lui «lo sguardo allo sperar della mattina!»
(Betocchi, 136)

Non so a voi, ma a me questi ultimi versi di Carlo Betocchi mi fanno risalire e ritornare ai primi. Li sento impregnati d’essi e sillabare di nuovo quella speranza cercata negli occhi del poeta, quella fede cercata anche in me.

O Tu che passi tra i fiordalisi:
Tu che li crei; stamattina
mi son venuti in casa, erano
color della Tua pupilla.
(ivi, 193).

Meno che nulla son io, nella mente
che invecchia e vaga incerta, e male
afferra le idee che vi divagano
fantasticanti: eppure sono ancora
creatura, e non è detto che da me
così squallido, così passivo e inerte,
non emani, come ora che scrivo,
il senso eterno di quell’eterna
povertà che ci è propria, a noi che viviamo
nel tempo, sulla cui nera lavagna
scriviamo col gesso dei giorni parole
che sempre biancheggiano, per Lui che le legge,
pupilla d’aquila, solo compagno sapiente.
(ivi, 559).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Pier luigi Guerrini: La grazia delle parole

Pier Luigi Guerrini: La grazia delle parole

Pier Luigi Guerrini: La grazia delle parole.

… la lingua langue silenziosa
si genuflette riflessiva
accorpa pensieri, immagini, sogni
facendo ricorso
ai ricordi di ogni.

Colpiscono questi pochi versi che Pier luigi Guerrini mette in esergo alla sua ultima raccolta poetica (L’Amnistia del silenzio, Bertoni editore, 2025) per raccontare la sostanza del suo lavoro sulla poesia. Un lavoro che non giunge dal pensiero alle parole, ma scaturisce invece dalle parole stesse, dal loro suono, dal loro significato, dai rimandi con altre parole. Sono infatti le parole che … accorpano pensieri. immagini, sogni.
Da qui, almeno mi pare, l’assoluta originalità e freschezza delle poesie di Pier Luigi Gerrini. A volte l’effetto è quello di un incanto primordiale, una inevasa domanda bambina:

Anche di notte
il buio fa fatica ad accendersi,
Ha paura del silenzio,
ha timore
quasi non vede
il motivo.

Ma le parole raccontano anche un’Italia decaduta e immemore,  attraverso la grazia tagliente della rima:

Paese
che scorda il palato
appena esce.
Paese smemorato
meno di un mese
paese di saluti padani
distese di saluti romani
sconsòla l’impotenza di fiato.
La porta chiusa sul domani
Terra secca
sul sangue d’umani.

La dimensione politica, lo sguardo civile,  (e la satira, l’invettiva) affiorano in molti componimenti, ma in primo piano ci sono sempre le parole,  a volte anche “il gioco di parole”, perchè solo le parole, la grazia delle parole, possono dare peso e sostanza ai pensieri. E  solo attraverso le parole, sembra dirci Guerrini, solo maneggiandole con cura ed amore, possiamo coltivare un piccolo seme di speranza:

A un passo da casa
c’è un alberello
col sostegno che spinge
nella terra.
Le chiede auto.

Presentazione: 

In copertina: foto dell’autore

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 283° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
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come si misura una repubblica fondata sul lavoro

Come si misura una Repubblica fondata sul lavoro?

Come si misura una Repubblica fondata sul lavoro?

Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano
effettivo questo diritto.

Non ci sarebbe altro da aggiungere alla “Costituzione più bella del mondo”.  Purtroppo si continua, colpevolmente, a far confusione. Si confonde il quanto con il come.

Se il Cavaliere amava ripetere la sua solenne promessa (mai raggiunta) di creare un milione di nuovi posti di lavoro, oggi Giorgia Meloni sventola la medesima bandiera, cantando vittoria: “Creati oltre un milione di posti di lavoro”. Dare i numeri, usare il pallottoliere per misurare il benessere sociale è un argomento sempre usato dalle destre (vedi anche Trump) ma che mostra la corda: basta guardare di cosa sono fatti tanti di questi nuovi posti di lavoro: contratti a termine, lavoro precario lavoro sottopagato eccetera.

E di cosa è fatto il lavoro di milioni di italiani, con stipendi in fondo alla classifica europea, con un contratto scaduto da dieci anni e mai rinnovato. E c’è il lavoro come pericolo, a cui sono costretti in tanti e in tanti continuano a morire. E il potere d’acquisto giù per le scale di cantina. E il salario minimo che rimane un miraggio.

Va bene, il problema è complesso, le inadempienze e i ritardi accumulati sono tanti, la strada per dare attuazione alla nostra Costituzione è molto lunga. Nessuno pretende di arrivarci in un lustro, ma per favore, un po’ di decenza: smettete di gridare vittoria per la conquista di un ennesimo milione di posti di lavoro. Il diritto a un lavoro dignitoso, quello di cui parla la Costituzione, è tutta un’altra cosa.  E anche gli Italiani se ne stanno accorgendo.

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Parole a capo
LAVORARE MANCA

LAVORARE MANCA

 

L’INSEGNANTE PRECARIA

Il mio sogno era fare la maestra
fin da bambina innamorata persa
della mia dolcissima insegnante.
Ho studiato davvero con impegno
mi sono laureata a pieni voti
con baci abbracci strette di mano e allori.
Di lì cominciava la mia vita
nel lavoro
che amavo e che pensavo ripagato
dall’amore dei piccoli, la cosa
per me più bella al mondo.
E invece ho cominciato una catena
senza fine: concorsi graduatorie
le speranze deluse e le supplenze
su e giù per lo stivale
di pochi giorni o poche settimane.
Finalmente un incarico annuale,
un passo alla felice conclusione…
Ma sono passati gli anni, tanti anni,
ho già i capelli grigi
continua il precariato ed ogni anno
lascio bambini appena conosciuti
che mi sembra tradire.
E l”attesa angosciosa di una nomina
per l’anno successivo…
E quando torno a casa dai miei figli
io temo che mi leggano negli occhi
di giorno in giorno la mia delusione
e mi sento precaria come mamma

(MARTA CASADEI)

 

*

 

SONO CIÒ CHE RESTA

 

Un braccio,
Un pezzo inutile,
Smembrato.
Urlo atroce dal suolo.
L’orrore di vedersi
Altro da se’,
Negata l’umanità.
Non gettarmi! rantola
Da corpo incompleto,
Rotto, avariato…
Guai, solo guai…
Sono, sarò, ciò che sono stato:
Solo un essere umano .
Sono ciò che resta
Di un’illusione…
Un arto gettato,
Un corpo martoriato,
Abbandonato sul selciato.
Una croce da portare
per chi resta.

(CECILIA BOLZANI)

 

*

 

E’ NATO UN FIGLIO AL FABBRICANTE

 

Concepito nel quarto anno di guerra,
punta il timone – dicevano – bambino bello
alla volta della Polonia di Londra agli albori
tra i fiumi della Manchester polacca!
Nulla ti mancherà, neanche il latte d’uccello.

Qui mancano gli uccelli, sono volati via
al cupo rimbombare della terra
che il fronte riprendeva a colpi di cannone.
Sono arrivati i soldati sovietici,
i polacchi – i nostri, li chiamava il popolo.
Ma il popolo non è tutta la gente.
Né quella di città, né duella di campagna.
C’è un’indipendenza degli operai.
C’è un’indipendenza dei piccoli agricoltori.
Quelli che sono corsi fuori a salutare
hanno sentito la Prima libertà nei cuori.

E’ nato un figlio al fabbricante
ma in altra epoca da quella attesa.
Ormai non è più un fabbricante il padre,
gli resta una manciata di monete d’oro,
a comandare in fabbrica sono gli operai,
le azioni frusciano come foglie secche,
sono rimasti solo gli oggetti preziosi,
soltanto gli album di fotografie.

Il ragazzo intanto cresce. Presto a scuola
conoscerà il sorriso dei propri coetanei,
la vita lo accarezzerà col suo calore,
rientrare a casa gli comincerà a pesare.
Il socialismo è giustizia sociale.
Quando il ragazzo capirà queste parole,
non avrà più il marchio d’infamia sulla fronte,
anche se ha preso i tratti dal volto dal padre.
Allora fisserà lo sguardo della mente
su un mondo degno della giovinezza.
E solo i genitori non potranno capire
che per il figlio quella è la ricchezza.

–  Mamma, la sciarpa non mi serve.
– Papà, fuori c’è un Maggio enorme!
Fa caldo nei cortei, fa caldo al lavoro.
Non appartengo a voi. Vado con loro!

( WISLAWA SZYMBORSKA)

 

*

 

PAESAGGIO

 

Il ciliegio è fiorito
tra lacrime di nero appassito.
Campagna in chiusura
da lavoro
sotto un sole spaurito
che si è ripreso l’oro,
senza chiedere permessi,
lasciando liberi i lavoratori
da loro stessi.

(PIER LUIGI GUERRINI)

(Cover del celebre quadro “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo)

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 282° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

Penso valga la pena tornare a parlare della vicenda della gestione del servizio dei rifiuti urbani a Ferrara. Innanzi tutto perchè Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica di Ferrara, con il sostegno attivo della lista La Comune di Ferrara e del M5S, stanno promuovendo in questi ultimi 2 mesi un’importante campagna per la ripubblicizzazione del servizio, attuare la modalità di raccolta porta a porta e, in prospettiva, poter dimezzare il ricorso all’incenerimento

In seconda battuta perchè perdura un assordante silenzio da parte dell’Amministrazione comunale, dopo che era stato annunciato pubblicamente che entro la fine del mese di marzo occorreva arrivare ad una decisione finale.

La vicenda dell’affidamento del servizio dei rifiuti a Ferrara viene da una lunga storia. Nasce ancora dalla fine del 2017, quando venne a scadere la concessione del servizio stesso ad Hera e, da quel momento, essa continua la gestione in un regime di proroga.

Dalla scadenza della concessione, numerose sono state le iniziative di comitati e realtà sociali perché ci fosse il coinvolgimento della cittadinanza su una scelta così importante e si andasse nella direzione della ripubblicizzazione del servizio.

Non sto ora a riprendere le ragioni di fondo che motivano tale posizione (e la sua conseguenza sul passaggio al sistema di raccolta porta a porta e sul depotenziamento dell’inceneritore), se non richiamando che il ciclo dei rifiuti appartiene a pieno titolo alla fattispecie dei beni comuni, e come tali va trattato, nelle finalità da perseguire e nella sua gestione.

Mi interessa intanto sottolineare come la campagna di questi ultimi 2 mesi, cui ho fatto riferimento sopra, sia stata intensa: 2 flash mob, uno sotto la sede di Hera e uno sotto il Municipio, lo svolgimento di un importante convegno in cui, tra gli altri approfondimenti, è stata presentata l’esperienza dell’azienda totalmente pubblica che gestisce il servizio dei rifiuti di Forlì e altri 12 Comuni limitrofi, che sta realizzando i risultati migliori in Emilia-Romagna per quanto riguarda gli obiettivi di carattere ambientale e sociale.

E ancora, il lancio di una petizione on line, che è utile rafforzare ulteriormente nelle sottoscrizioni (lo si può fare andando al seguente link http://www.change.org/Liberiamo_ferrara_da_hera) e altre iniziative che seguiranno nelle prossime settimane.

Ancor più, però, mi tocca evidenziare l’atteggiamento dell’Amministrazione comunale. Troppi indizi fanno pensare che essa stia letteralmente scappando da questa discussione. Me lo fa dire il fatto che l’assessore Balboni, che detiene la delega su questi temi, si è sempre sottratto al confronto diretto con le istanze avanzate da chi sostiene la ripubblicizzazione, limitandosi a qualche dichiarazione pubblica con cui si dice che questa strada non sarebbe percorribile rispetto ai costi che graverebbero sulle casse comunali.

Un’affermazione decisamente falsa, nel momento in cui Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica hanno chiaramente indicato anche la fattibilità economica di quest’operazione.

In particolare, attingendo alle notevoli riserve di utili presenti in Ferrara Tua SpA, società partecipata al 100% dal Comune di Ferrara e che si occupa anche di fondamentali servizi pubblici locali, oppure, come ipotesi subordinata, ricorrendo alla vendita di una quota delle azioni “libere” di Hera possedute dal Comune di Ferrara, che ha sempre meno senso tenere, nel momento in cui i soci pubblici di Hera non giocano praticamente nessun ruolo nelle decisioni societarie, sempre più orientate alla visione privatistica di “creare valore per gli azionisti”.

Soprattutto è scomparso, nelle esternazioni dell’Amministrazione, qualsiasi riferimento al momento temporale in cui si dovrebbe decidere il percorso del nuovo affidamento del servizio e, in specifico, del passaggio in Consiglio comunale di questa discussione.

Allora, diventa inevitabile riproporre il tema del coinvolgimento dei cittadini in questa decisione. Perchè l’Amministrazione e l’assessore competente non convocano assemblee nei vari quartieri per discutere le scelte relative all’affidamento del servizio rifiuti e le politiche che si devono mettere in campo in proposito?

Sulla base dell’esperienza di questi anni, probabilmente la risposta risulta facile: quest’Amministrazione (ma anche le precedenti, in verità, non brillavano in proposito) pensa alla partecipazione solo come processo che va dall’alto in basso, che viene attivata solo per costruire consenso alle ipotesi già elaborate e non per far emergere l’opinione delle persone.

Si può aggiungere, anzi, che la politica di Fabbri e Balboni è quella di privatizzare spazi pubblici e servizi che attengono ai beni comuni. L’elenco delle situazioni che testimoniano tutto ciò è ormai lungo: per stare agli spazi pubblici, basta pensare alle vicende in corso che riguardano il Centro sociale La Resistenza, il Centro Volontariato Sociale, la sede di Cittadini del Mondo, il circolo ARCI Bolognesi.

Guardando ai beni comuni e ai servizi che li sostengono, oltre al servizio rifiuti, è sufficiente pensare alle privatizzazioni di parti del sistema bibliotecario, alla continuità nell’esternalizzazione dei nidi e delle scuole dell’infanzia e, prossimamente, all’idea della completa privatizzazione del servizio idrico.

Ciò non toglie che siamo in presenza di un vero e proprio “vulnus democratico”; che va affrontato sia continuando a richiedere che la voce dei cittadini venga ascoltata, sia iniziando ad unificare le varie vertenze in campo, rafforzandole vicendevolmente.

Forse scopriremmo che si possono rimettere in discussione le scelte della destra in città, che si considera inattaccabile dopo la riconferma elettorale, ma che, di fronte ad una vasta, unitaria e consapevole mobilitazione sociale, potrebbe riscoprirsi come “gigante dai piedi d’argilla”.

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Vite di carta Alma e l'identità difficile nell'ultimo romanzo di federica Manzon

Vite di carta /
Alma e l’identità difficile nell’ultimo romanzo di Federica Manzon

Vite di carta. Alma e l’identità difficile nell’ultimo romanzo di Federica Manzon

Ha vinto il Premio Campiello 2024 il romanzo sulla identità difficile che ha per titolo il nome della protagonista, Alma, e per spazio la città di Trieste. Ho appena finito di ascoltare un’intervista all’autrice, ho rimesso a fuoco i motivi narrativi e i temi del racconto, smettendo di ascoltare quando ho creduto che di modi della scrittura non si sarebbe parlato.

Non della terza persona in cui si esprime la voce narrante, una scelta su cui si fonda tutto il libro e me lo ha reso aspro da leggere all’inizio. La scrittura così intima fin dalle prime pagine non riuscivo ad assorbirla e a sentirla all’unisono con l’onniscienza del narratore.

Questo è un romanzo che guadagnerebbe in immediatezza se fosse raccontato dalla protagonista stessa, con lo spessore dei suoi ricordi e delle consapevolezze accumulati in trent’anni di lontananza da Trieste, la città in cui è nata e in cui ha vissuto fino a vent’anni una infanzia e una adolescenza inquiete.

Adottare il suo punto di vista non basta. Per di più, risultano ambigue certe parti in cui la voce narrante dice cose che il personaggio non sa eppure continua a usarne il registro intimo, asciutto e disposto alla verità, sfiorando il discorso indiretto libero.

Verrebbe spontaneo mettere le virgolette alle descrizioni degli stati d’animo così come ai riferimenti storici, credere che siano le parole di Alma nel suo parlare di se stessa e dei due mondi che le sono appartenuti di qua e di là dal confine tra Italia e Jugoslavia.

La conosciamo quando ha superato i cinquant’anni, è diventata una apprezzata giornalista e vive a Roma. Il libro contiene i tre giorni in cui torna a Trieste a ricevere l’eredità che morendo le ha lasciato il padre. Sono giorni in cui ripercorre strade e zone della città che hanno marchiato la sua infanzia, ma per prima ha voluto rivedere l’isola di Brioni, dove la portava suo padre e dove alla fine degli anni Settanta aveva conosciuto il maresciallo Tito, l’uomo sempre vestito di bianco.

Rivedere Trieste implica che Alma si volti verso il suo passato con uno sguardo orfico, dice bene Francesca Peligra nella sua recensione. L’esercizio della memoria, da cui si è tenuta lontana fuggendo a vivere a Roma trent’anni prima, si riattualizza con forza e le butta addosso le storie di famiglia, il rapporto particolare con la madre e soprattutto col padre, con la figura mai veramente esorcizzata di Vili.

Ricorda i nonni materni e la cura che le hanno prestato quando era bambina. Il loro era un mondo borghese venato di nostalgia per l’impero austroungarico, fondato su sicurezze ed eleganze di cui Alma non trovava traccia quando tornava a casa dalla madre. Lì trovava il disordine e l’inventiva con cui la mamma ribelle dedicava la vita di ogni giorno a curarsi dei matti, quelli liberati da Franco Basaglia, e ad aspettare il marito.

Alma lo aspetta come lei, è il padre indecifrabile e amato dei giri sull’isola di Brioni, delle presenze fugaci e delle ripartenze improvvise per tornare di là a lavorare per il maresciallo. Un giorno con lui è entrato nella casa caotica sul Carso anche Vili, un bambino in fuga da Belgrado che i genitori hanno voluto allontanare per salvarlo dalla guerra. Dalle guerre Jugoslave, per meglio dire. Quelle che vorticano attorno alla vita di Alma e agli altri a cui Alma vuole bene, senza che lei adolescente possa capirle.

Sono iniziati gli anni Novanta, gli anni del disfacimento della ex Jugoslavia nel dopo Tito. Il destino del padre ne è segnato, anche il percorso con cui Vili diventa uomo e lavora come fotografo di guerra oltre il confine prende la piega a cui lo ha condotto la Storia:  Alma, che pure vive di qua dai conflitti, dà consistenza alla propria vita adulta continuando a prescindere dalla presenza del padre e si avvia alla professione di giornalista.

Si stacca da Vili, amandolo ma non potendo più condividerne l’inquietudine. Finché si sono sentiti entrambi sradicati da abitudini e regole nel loro crescere nella casa sul Carso, finché si è trattato di sentirsi estranei in via esistenziale a una vita saldamente codificata ci hanno guadagnato la libertà di muoversi negli spazi della città.

Si sono mossi senza vincoli anche tra i suoi linguaggi e fra le lingue lasciate in eredità dal mondo asburgico e da quello slavo. Ma Vili ha dentro la smania di chi ha perso da bambino il proprio paese, è più dell’identità soggettiva quello che ha smarrito.

Vivendo a Roma Alma si è difesa per trent’anni da un di più di consapevolezza: “Tu non sai niente” è la frase che le hanno rivolto sia Vili che il padre nelle occasioni in cui lei ha cercato di definirli, di collocarli nello scacchiere dei popoli e dei posizionamenti politici.

Nei tre giorni che passa a Trieste ritrova Vili e gli oggetti-amuleto che le ha lasciato il padre. Riattualizza pezzi di passato che solo ora si fanno conoscere per quello che autenticamente hanno significato nella Geografia della Storia.

Nella intervista che ho ascoltato Federica Manzon dice di avere avuto in mente un personaggio, Alma, che stia lì a dimostrare quanto sia complessa, non univoca e non semplice, l’identità di cui siamo fatti. Aggiungo, come la si componga nel tempo, a volte anche dopo decenni lungo le linee tortuose della vita, come accade qui.

Nota bibliografica:

  • Federica Manzon, Alma, Feltrinelli, 2024

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Un papa di nome Francesco. Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

UN PAPA DI NOME FRANCESCO.
Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

UN PAPA DI NOME FRANCESCO. Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

Un vero e proprio bilancio dei 12 anni del pontificato di papa Francesco (2013–2025) sarà compito degli storici. A pochi giorni dalla sua morte, la mattina del 21 aprile (lunedì di Pasqua), e per niente al riparo dall’emozione suscitata dalla sua inaspettata scomparsa, è possibile, almeno per me, solo qualche spunto di riflessione.

Sull’onda partecipativa rispetto a una notizia che ha lasciato un’umanità incredula, sono parse esemplari le parole usate dal card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, pronunciate nel duomo di Bologna il pomeriggio dello stesso 21 aprile: “Ha amato fino alla fine. Quel suo giro con la macchina (la domenica di Pasqua in piazza San Pietro), per salutare tutti e farsi salutare da tutti, è il gesto di un Papa che non si è mai risparmiato”.

“Fino alla fine” e “tutti” sono una sintesi, non solo emotiva, dell’impronta data da Jorge Mario Bergoglio a un pontificato che, proprio partendo dagli esclusi, ha incluso tutti.

Non sempre si presta la giusta attenzione su questo punto.

Se agli ultimi si dedica un’attenzione prioritaria (il primo viaggio a Lampedusa appena eletto papa), di conseguenza non ha più senso parlare dei primi perché tutti, appunto, hanno uguale dignità e meritano lo stesso rispetto e diritti, non solo coloro che li possiedono per mezzi, possibilità, disponibilità e potere.

E il fatto che Francesco abbia voluto farlo “fino alla fine”, come la visita ai carcerati di Regina Coeli il giovedì santo, appena dimesso dall’ospedale Gemelli, significa avere preso sul serio quella radicalità evangelica che è l’esatto rovesciamento della logica verticale e che, in quanto tale, da sempre provoca scandalo, suscita incomprensioni, resistenze e perplessità, quando non aperte contestazioni e ostilità.

Una radicalità testimoniata anche all’uscita dal carcere romano quando, a tiro di microfono, con un filo di voce, ha ripetuto quella frase spiazzante: “Ogni volta che vengo mi chiedo: perché loro e non io?”.

Una sintonia evangelica tutta francescana (sine glossa) per un papa gesuita, cui spesso si è cercato di mettere il silenziatore. Bonarietà e semplicità, è stato detto, fanno di Bergoglio un buon parroco del mondo, rispetto allo spessore teologico di un papa Ratzinger.

La mente corre alla definizione di “papa buono”, tuttora usata per Giovanni XXIII, dimenticando la portata di operazioni come l’enciclica Pacem in terris e la convocazione del concilio Vaticano II, aperto con il memorabile discorso Gaudet mater ecclesia.

Se si tenta, per quanto possibile, un minimo di distacco dall’ondata emotiva per la scomparsa di un testimone di speranza e di pace (per quanto inascoltato) che sta lasciando un vuoto (come ha confessato Sergio Mattarella), c’è chi ha visto, invece, in papa Bergoglio l’applicazione di un disegno lucido tutt’altro che banale.

Lo ha scritto e detto, fra gli altri, lo storico Daniele Menozzi (Il papato di Francesco in prospettiva storica, 2023 e nel corso di una due giorni ad Albino, Bergamo, della rivista settimananews.it, nell’ottobre 2024).

Per prima cosa la scelta del nome.

Bergoglio diceva che al momento della sua elezione, un cardinale amico gli disse di ricordarsi dei poveri. Il papa argentino pensò che oltre alla povertà, altri due problemi angustiano il presente: le guerre e la crisi ecologica. Da qui il richiamo spontaneo a Francesco d’Assisi, “per me – disse – l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e rispetta il creato”.

Ma se si vuole andare alla cifra più profonda del pontificato di Francesco, occorre considerare l’importanza dirimente del Vaticano II.

La questione centrale del concilio che si svolse fra il 1962 e il 1965 fu l’aggiornamento ecclesiale, cioè superare le difficoltà di comunicare il messaggio cristiano all’uomo moderno che, con la pretesa di autodeterminazione, si era sottratto alla direzione della Chiesa in ogni direzione: individuale, collettiva, della vita.

Quel programma, l’aggiornamento, a concilio concluso lasciò aperte due strade

Da una parte, la Chiesa riconosceva all’uomo l’autonomia delle realtà temporali (cultura, scienza, politica e persino religione con la dichiarazione Dignitatis humanae). Ma questa autonomia aveva dei limiti che la costituzione Gaudium et spes definì iusta autonomia. Quando cioè si trattava della sfera morale spettava alla Chiesa stabilire le regole perché il comportamento degli uomini fosse eticamente lecito.

La seconda posizione proponeva la Chiesa in dialogo con le persone scrutando i segni dei tempi.

Da un lato occorreva verificare la persistenza nel mondo di valori evangelici e su questo terreno costruire percorsi d’incontro. Per esempio, nella Pacem in terris l’aspirazione alla pace era il terreno comune per la costruzione di una società fraterna, per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori.

Dall’altro, aggiornamento significava imparare dalla storia, come più volte ha scritto Giovanni Miccoli.

Si sa che questa seconda interpretazione è andata incontro alle critiche di omologare il cristianesimo al mondo.

Nei primi anni di pontificato di Paolo VI i due orientamenti convivono.

Sulla strada indicata da papa Roncalli, papa Montini disse nel suo discorso di chiusura del concilio (8 dicembre 1965), che la Chiesa non intende condannare la modernità.

Nel 1968 la svolta avviene con l’enciclica Humanae vitae. Alla base della decisione presa in merito alla contraccezione si trova una rivendicazione generale: la Chiesa, custode e interprete ultima della legge naturale posta dal Creatore a reggere l’universo, indica le norme morali valide sempre, ovunque e per tutti.

Sono i limiti oltre i quali non può spingersi l’autonomia dell’uomo.

Da questo momento il magistero papale adotta la linea che Menozzi definisce dell’ammodernamento: i vincoli posti dalla legge naturale all’autonomia dell’uomo.

I successori di Paolo VI ne ampliano la portata.

Se Montini l’aveva riservata all’ambito sessuale, familiare e matrimoniale, i successori ne estendono la ricaduta su tutti gli ambiti di vita.

Fino a Benedetto XVI, al punto di legare l’impegno politico dei cattolici alla traduzione nella legislazione civile dei valori non negoziabili, che riguardano non solo la bioetica, ma educazione, scuola, economia, giustizia …

Un progetto non a caso definito di neo-cristianità.

Le clamorose e coraggiose dimissioni di papa Ratzinger (2013), di fatto ammisero le difficoltà insormontabili di questo disegno, anche nell’ipotesi definita l’opzione Benedetto.

Papa Bergoglio ha impersonato la ripresa della strada dell’aggiornamento: una Chiesa ospedale da campo che si immerge nella storia e che dalla storia impara una migliore intelligenza del Vangelo.

Ecco, dunque, quella che è stata chiamata la sua rivoluzione della tenerezza e della misericordia, altro che semplice bonarietà.

È il percorso che il card. Martini propose già nel conclave del 2005 e che risultò sconfitto con l’elezione di Benedetto XVI.

Il pontificato di Bergoglio è stato, quindi, il tentativo di riprendere la strada conciliare intravista da papa Roncalli, come sfida epocale per una Chiesa, come hanno scritto Paolo Prodi e Fulvio De Giorgi, giunta al capolinea inesorabile delle età costantiniana, tridentina e intransigente.

Per una Chiesa che non si propone più di prescrivere all’uomo i limiti della sua autodeterminazione, ma che si sente intimamente sulla stessa barca di un’umanità tra le tempeste della storia, come ha detto Francesco nel 2022 in una piazza San Pietro deserta durante la pandemia: il coraggio di un leader di parlare a una piazza vuota.

Da qui la sua insistenza ad avviare processi invece di indicare (o dettare) soluzioni: il tempo superiore allo spazio, come scrisse nell’Evangelii gaudium nel 2013.

Naturalmente i suoi 12 anni di pontificato sono stati un tentativo e diversi sono i temi rimasti aperti e lasciati in eredità al suo successore.

A partire dalla postura sinodale voluta da Francesco per la Chiesa. È il messaggio fortissimo, come ha detto Alberto Melloni, di una comunione che diventa decisione, in un tempo in cui le democrazie sono seriamente insidiate da potenti ritorni imperiali, autoritari e autocratici.

Rimangono poi aperte altre questioni, come la declinazione della pedagogia della pace: come può la nonviolenza diventare un atteggiamento in grado di opporsi alla volontà di potenza di imporre la legge delle armi? Oppure il tema della povertà, da conciliare con l’evidente necessità di mezzi materiali per condurre l’azione di apostolato universale.

Sul versante più interno alla Chiesa, rimangono aperti temi cruciali come, per citarne solo alcuni, il ministero ordinato alle donne e agli uomini sposati, le nomine dei vescovi, oltre al diaconato femminile, su cui ormai studi teologici e storici consolidati premono da tempo.

Per non parlare del tema abusi, sempre sul delicato crinale fra peccato e reato, anche se Bergoglio ha pure puntato il dito sul clericalismo, a differenza di Benedetto che vedeva la radice del degrado nella rivoluzione sessuale degli anni ’60.

Per intenderci, si potrà capire di più, per esempio, se al termine del prossimo conclave, ci sarà un Francesco II, oppure un Benedetto XVII e se e come il successore di papa Bergoglio vorrà affrontare i temi aperti lasciati in eredità.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Parole e figure / Ti sembro un orso? Un albo che parla di bullismo

Esce in libreria, edito da Kite, Ti sembro un orso? di Yael Frankel, un albo che parla di bullismo e amicizia.

TU SEI TU

Il termine bullismo – coniato negli anni ‘70 dallo psicologo svedese Dan Olweus – trae origine nella parola inglese bullying (to bull) che significa “usare prepotenza”. La prima definizione di bullismo si deve proprio ad Olweus: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Vi è un insieme congiunto di fattori che permettono di differenziarlo dagli altri atti di violenza: l’intenzionalità da parte del bullo, ovvero la volontà di procurare un danno (fisico o psicologico) alla vittima, la ripetizione sistematica dei comportamenti ostili, la natura asimmetrica della relazione tra bullo e vittima con uno squilibrio di potere a vantaggio del primo. Va tenuto anche presente che il bullismo è un fenomeno relazionale: è proprio all’interno del gruppo che questi atti si alimentano e si protraggono nel tempo. Nello specifico, sono stati identificati sei ruoli: il bullo (colui che prevarica); l’aiutante del bullo (colui che aiuta materialmente il primo nelle prevaricazioni); il sostenitore del bullo o “bullo passivo” (che non partecipa in modo attivo alle prepotenze ma mostra approvazione); la vittima (colui che subisce le prepotenze in maniera “passiva” o “provocatrice”), il difensore della vittima (colui che si schiera a favore di chi subisce le prepotenze) e infine l’esterno (colui che non prende alcuna posizione per paura di ritorsioni o per semplice indifferenza).

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Oggi, l’albo Ti sembro un orso? di Yael Frankel, tratta di questo dramma che pare affliggere i nostri tempi, in maniera crescente e preoccupante. E lo fa con attenzione, cura e delicatezza. Oltre che dando un grande messaggio di speranza. Se ti dicono che pari un cane, un orso o una scimmia perché indossi gli occhiali per la prima volta, ci puoi restare davvero molto male. Ancora peggio se ti dicono che nuoti come una papera (e allora i tuoi piedi ti sembrano pinnati) o che canti come un elefante (anche l’ora di musica può far paura e ti passa la voglia di cantare). Povera Emilia…

A scuola si può essere presi in giro, anche per il proprio aspetto, e stare male per questo, ma magari è proprio lì che si può incontrare qualcuno che ci dirà che non gli importa come appariamo, ma solamente come siamo. E che ti vuole sempre bene.

Un albo che racconta la crudeltà del bullismo e al contempo la luce dell’amicizia, che sa ricordarci sempre chi siamo veramente. Perché tu sei tu.

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Yael Frankel vive a Buenos Aires, in Argentina, dove lavora come grafica e illustratrice. È stata selezionata per il catalogo “México Iberoamerican Illustration” (2013), per il “Sharjah Children’s reading festival exhibition” (2014), il “Ukranie Cow Design festival” (2014), il “Portugal Illustration Festival” (2014). Nel 2016, è stata selezionata al Bologna children’s book fair, finalista del Silent book contest, Italia.

Per alcuni dati su bullismo e cyberbullismo

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni
zebra una vita in rima

Zebra. Una vita in rima

ZEBRA. UNA VITA IN RIMA

Zebra. KadiriSono nato in un piccolo villaggio dello Stato di Edo, in Nigeria. Eravamo una famiglia molto numerosa e io sono l’ultimo di tredici fratelli. Da piccolo la mia vita si divideva tra la scuola, la fattoria dei miei genitori dove piantavamo igname, manioca e fagioli, e il campetto da calcio.

Da bambino sognavo proprio di diventare un calciatore. Giocavo ala sinistra con il numero 11 sulle spalle. Il mio idolo calcistico, come per molti altri cresciuti negli anni Novanta, è stato Jay Jay Okocha. Il calcio, però, è rimasto un sogno, perché dovendo aiutare i miei genitori non mi ci sono potuto dedicare anima e corpo.

Ho continuato però a studiare, e a sedici anni mi sono trasferito a Benin City per frequentare l’Immaculate Conception College, un istituto di istruzione secondaria molto conosciuto. Ho frequentato corsi di diverso genere, tra cui scienze sociali, agricoltura sociale ed economia.

Anche in quegli anni non ho trascurato l’attività sportiva: oltre a giocare a calcio con gli amici nel tempo libero, infatti, ho iniziato a praticare anche il salto in alto. Terminati gli studi ho trovato lavoro alla SC Johnson, una multinazionale statunitense che realizza prodotti chimici e per la cura della casa. Ci sono stato sedici anni, fino a quando ho dovuto lasciare il mio Paese.

Il viaggio verso l’Europa è stata sicuramente l’esperienza più difficile che ho affrontato finora: dalla Nigeria alla Libia, poi la pericolosa traversata su un barcone alla volta dell’Europa e il successivo tentativo di raggiungere la Germania, fino al respingimento in Italia, dove ho passato sei mesi per strada prima di entrare in accoglienza.

Ecco, dopo aver superato tutto questo, sono convinto di poter far fronte a qualsiasi situazione. Le aspettative che avevo rispetto alla vita in Europa erano molto alte, perché a noi arrivano solo gli aspetti positivi del vostro continente. Qui, però, il costo della vita è altissimo e faccio molta fatica a mettere da parte un po’ di risparmi per poter fare piani a lungo termine. Arrivare alla fine del mese è la preoccupazione che più di tutte mi attanaglia.

A causa di questo stress costante non riesco coltivare le mie passioni, in particolare la musica, che ascolto praticamente da sempre. Mi piace molto la Christian music – cantavo nel coro della chiesa –, ma quella che preferisco è il rap. Il più grande rapper della Storia è stato sicuramente Tupac, di cui conosco molte canzoni a memoria.

Vorrei scrivere pezzi miei, ma, tra i mille problemi che devo affrontare nella mia quotidianità – le spese per la casa e i trasporti, la ricerca di un lavoro e le complicate questioni burocratiche – non riesco a dedicarmi alla scrittura delle mie barre. Quando sarò un più tranquillo, ci proverò. Le mie canzoni prenderanno spunto dalle mie esperienze, contrassegnate da gioie e dolori, successi e delusioni. Spero di emergere e raggiungere un pubblico vasto, tra cui ovviamente i lettori e le lettrici di Zebra.

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KADIRI AMIEWALAN

ZITAT: “Quando sarò un più tranquillo scriverò le mie canzoni rap.”

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Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori