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Si ricomincia? No: si continua a sperare

Si ricomincia? No: si continua a sperare.

Ho letto le parole di Don Andrea Zerbini su Periscopio [Qui] e [Qui] quando avevo da poco terminato il libro intervista di Jon Fosse con Eskil Skjeldal (Il mistero della fede, Baldini Castoldi, 2024). Così, proprio sotto i miei occhi – letteralmente – si iscrivevano, anzi si incidevano, degli stessi, identici, propositi.

Quei propositi che Don Andrea ha inteso ingraziarsi nell’inizio di questo nuovo anno: primo, continuare a scrivere che è un modo di ricadere nel tempo attuale; secondo, continuare quindi a nascere di nuovo, a “rinascere”, per riprendere un viaggio che (non) si sa dove ci condurrà [Qui].

Jon Fosse (poeta e narratore, Premio Nobel per la Letteratura nel 2023) racconta di essere stato accompagnato nella sua infanzia dalle parole del poeta Henrik Wergeland che sua madre aveva ricamato e appese su una parete della loro casa:

Osserva attento e vedrai
il grande nel piccolo.
Pensieri divini si levano
nel tenero filo d’erba.

Scrivere ha a che fare con questa cosa qua, con l’intrecciare, come dice Don Andrea, “le parole poetiche con la parola di Dio”, il grande con il piccolo, la radice profonda con il filo d’erba al vento. L’invisibile con il visibile.

A questi propositi vorrei aggiungerne uno mio, personale, e cioè quello di ridare significato a una parola che per il suo continuo uso – e, a volte, abuso – rischia di perdere il suo senso proprio: speranza, la parola è speranza.

Insieme alla parola resilienza, impropriamente utilizzata per cose lontane dalla pertinenza sua propria (la scienza dei materiali), speranza è l’altra onnipresente parola sulla quale poco o per niente si associa quell’intreccio del quale si parlava all’inizio. E anche quando si tenta questo intreccio lo si fa nel modo sbagliato.

Già Vaclav Havel si era sottilmente soffermato sulla «speranza» come qualcosa da non dover per forza collegare a un “forzato” e forzoso lieto fine futuro. Ricordate? «La speranza non è la convinzione che una cosa finisca bene, ma la certezza, che una cosa abbia senso al di là da come andrà a finire».

La speranza dunque sembrerebbe più legata al senso delle cose e meno a un futuro ottimistico, per quanto al di là da venire.

Vi è però un intreccio ancora più stringente e dal mio punto di vista più… poetico e dunque appartenente alla stessa essenza dell’uomo. Don Andrea infatti ci ricorda, attraverso le parole del teologo Karl Rahner, che “quando un uomo nel profondo del suo cuore impara ad ascoltare la Parola… allora incomincia a diventare un uomo che non può più essere completamente insensibile ad ogni parola poetica”.

L’intreccio di cui parlo è quello proposto da Raimon Panikkar, filosofo, teologo, presbitero e scrittore spagnolo di cultura indiana e catalana: «…per me la speranza non è del futuro. Questa, a mio parere, è la grande fallacia, la grande trappola. La speranza non è del futuro ma è dell’invisibile. Di quest’altra dimensione che è già qui, che è tra di noi, che è là. Se io non la vedo allora mi dispero, se io la vedo allora ho speranza. Io non spero nel futuro, il futuro non viene più tardi” [da La speranza è dell’invisibile, AnimaMundi Edizioni, 2021].

Parafrasando Don Andrea quindi non solo «nascere  è cadere nell’ora» ma lo è anche sperare. Ma a ben guardare sperare somiglia tanto a scrivere, perché quando scrivo malattia dico anche guarigione, se scrivo morte dico anche vita, se scrivo natura dico anche Dio.

E a questo proposito Jon Fosse nel suo libro intervista dice: «E il mondo è solo cattivo? Ho incontrato troppe persone buone per crederlo. Sono convinto che l’essere umano sia fondamentalmente buono. E la natura è solo cattiva? Ho vissuto troppi momenti belli nella natura per poterlo pensare. E il cielo stellato è anche sopra di me».

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli articoli di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Salviamo l’Appennino, salviamo i crinali del Mugello! L’assemblea popolare di Vicchio.

Salviamo l’Appennino, salviamo i crinali del Mugello!
L’assemblea popolare di Vicchio.

Domenica scorsa 5 gennaio, i Comitati per i crinali liberi dell’Appennino Mugellano hanno organizzato un’Assemblea pubblica a Vicchio presso Il Circolo Il Tiglio in difesa del Monte Giogo di Villore Corella e dell’Appennino Mugellano dalla colonizzazione industriale eolica in atto. All’Assemblea pubblica, grande, viva e attenta partecipazione della popolazione di Vicchio che ha riempito la sala e ha posto numerose e interessanti domande sul futuro dei territori del Mugello e dell’Appennino Tosco-Romagnolo. [Qui la cronaca della Assemblea pubblica su Ok Mugello

Il Comitato Tutela Crinale Mugellano, il Comitato No eolico industriale Firenzuola, Il Comitato I nostri crinali di Castel del Rio Monte Terenzio hanno illustrato i progetti di impianti industriali sull’Appennino e lo stato dei lavori progetto eolico Monte Giogo di Villore attraverso l’esposizione di una Mostra fotografica.

Durante l’Assemblea sono state illustrate soluzioni concrete alternative per la produzione di energie rinnovabili  e sono state raccolte firme di adesione alla Lettera aperta alla Regione Toscana della Coalizione TESS, Transizione Energetica Senza Speculazione, per la sospensione dei lavori industriali sul Monte Giogo di Villore Corella, sui confini del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, aree che devono essere per la Strategia nazionale sulla biodiversità, necessariamente tutelate e protette, in quanto costituiscono la zona buffer del Parco stesso e sono contigue a importanti e famose Zone a Speciale Conservazione come la ZSC Muraglione Cascata dell’Acquacheta.

I lavori interessano per chilometri la Sentieristica Nazionale ed Europea del CAI, deforestandola, sbancandola, rendendola impraticabile, per farne infrastruttura dell’impianto industriale eolico, con grave danno irreversibile per il turismo escursionistico, lento e naturalistico, che tanto benessere e ricchezza porta all’economia locale.  Un’economia che vive soprattutto della bellezza e dei paesaggi del Mugello, conosciuti in tutto il mondo.

Anche domenica scorsa i produttori locali, come per l’ultima recente Assemblea pubblica a Dicomano, hanno sostenuto i Comitati con le loro produzioni nel contesto di territori soggetti ad esproprio, declassati a siti industriali, privati delle tutele ambientali e dei vincoli paesaggistici, svalutati in modo definitivo e condannati a divenire siti idonei, con procedure semplificate, al potenziamento e all’estensione dell’eolico.

Gli interventi dei Comitati uniti per i crinali liberi hanno illustrato vari e articolati motivi per cui l’Appennino deve essere considerato, dalla Regge Regionale Toscana di prossima approvazione, area inidonea ad impianti industriali, atta ad essere preservata in ordine alla sicurezza idrogeologica delle valli, la mitigazione climatica delle foreste, la qualità delle acque, la tutela della sentieristica nazionale ed europea, la bellezza dei paesaggi e il valore delle produzioni ed economie locali che sono il motivo del ripopolamento della montagna.

I Comitati uniti per i crinali liberi dell’Appennino danno appuntamento a tutti Sabato 25 gennaio, Sala Pio La Torre, Via Giotto 17 a Borgo San Lorenzo, FI, all’Assemblea pubblica della Coalizione Tess, Transizione Energetica senza Speculazione, sul tema dei criteri per la definizione delle aree idonee, oggetto della prossima Legge Regionale Toscana.

Vi aspettiamo numerosi all’insegna del motto della Scuola di Barbiana: I CARE.  Nel caso specifico I CARE i crinali dell’Appennino, i territori del Mugello e della Toscana!

Comitato Tutela Crinale Mugellano Crinali Liberi

Comitato No eolico industriale Firenzuola

Comitato I nostri crinali Castel del Rio Monte Terenzio

Coalizione TESS, Transizione Energetica Senza Speculazione.

Nella foto di copertina e in quella nel testo i lavori di sbancamento sul Crinale Mugellano per le infrastruttura del progettato impianto eolico industriale

Per leggere gli altri articoli di Fabrizia Jezzi, clicca sul nome dell’autrice.
Per leggere gli altri articoli di Periscopio sull’argomento, vai in ricerca e digita: Mugello, crinali, eolico industriale

 

L’Italia dei sogni di Giorgia Meloni

L’Italia dei sogni di Giorgia Meloni.

La conferenza stampa della premier. Un milione di posti di lavoro creati, Musk difeso con le unghie e con i denti, avanti tutta su premierato e giustizia.


(9 gennaio 2025)

Obiettivo lavoro: un milione di posti

I dati sull’occupazione sono “molto incoraggianti anche per la qualità di questo lavoro che è prevalentemente stabile. Sono 280mila le nuove assunzioni in 2 anni ma, se considerassimo anche quelle a tempo determinato, arriviamo ad un milione. Penso che Silvio Berlusconi potrebbe essere fiero di noi. Arriveremo al milione di posti di lavoro”, ha dichiarato la presidente del Consiglio, ribadendo i progressi raggiunti dal governo sul fronte dell’occupazione. Tuttavia, ha aggiunto: “Non si fa mai abbastanza. Il tema del lavoro giovanile è sicuramente una priorità”.

Formazione e orientamento: chiave per il futuro dei giovani

Meloni ha sottolineato che la soluzione al problema del lavoro giovanile non risiede solo nei contratti, ma deve partire dalla formazione e dall’orientamento: “Abbiamo un paradosso: giovani che non trovano lavoro e settori produttivi che non trovano professionalità. Dobbiamo rimettere insieme le cose, con una formazione seria e un orientamento che indirizzi i giovani verso settori dove c’è richiesta di occupazione ben retribuita”.

Incentivi legati all’occupazione: la strategia del governo

Meloni ha poi spiegato l’approccio adottato dal governo per affrontare le crisi industriali e aziendali: “Nella legge di bilancio abbiamo introdotto un sistema di incentivi premiali, condizionati al mantenimento dei livelli occupazionali e al non ricorso alla cassa integrazione. Questo per difendere i lavoratori e garantire la sostenibilità del sistema occupazionale”.

Cover: Conferenza-stampa-della-presidente-del-consiglio-giorgia-meloni (Foto: Sara Minelli ©Imagoeconomica)

 

Patrioti della Costituzione

Patrioti della Costituzione

Il 2025 è iniziato con un compleanno importante, i 228 anni della bandiera italiana, e in primavera vedrà celebrare l’80′ anniversario della Liberazione. Sono due momenti altamente simbolici della storia nazionale che trovano un comun denominatore nella nostra Costituzione.
Al tricolore, simbolo delle lotte per l’unità e l’indipendenza del Risorgimento, è dedicato l’art. 12 della Carta. Il 25 aprile 1945, invece, è stato il “fondamento della Repubblica e presupposto della Costituzione” come ha ricordato il presidente Mattarella, nel tradizionale discorso di fine anno.

La bandiera tricolore fu dichiarata “vessillo di Stato” dall’assemblea della Repubblica Cispadana nel 1797, su iniziativa del deputato ferrarese Giuseppe Compagnoni. Una copia di quella storica bandiera è conservata nell’aula del Consiglio Comunale di Ferrara: ricorda a tutti che l’idea nazionale italiana è indissolubilmente legata ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità che hanno inaugurato l’età moderna della democrazia in Occidente.
Un legame rinnovato, tra il 1943 e il 1945, dagli uomini e dalle donne che scelsero di battersi contro l’occupazione nazista e gli epigoni della feroce dittatura fascista: siamo abituati a chiamarli partigiani ma loro si definivano “patrioti”.  Il vero “patriottismo della Costituzione” nasce dalla loro lotta e sacrificio: è bene non dimenticarlo dato che negli ultimi decenni, in Italia, si è cercato spesso di annacquare la carica ideale della Resistenza per inseguire la chimera di una memoria storica condivisa su quegli eventi. Non credo sia possibile e nemmeno auspicabile: solo la ricerca storica, fondata sull’analisi seria delle fonti e libera da pregiudizi ideologici, può aiutarci a comprendere gli aspetti più controversi del passato ed evitarne l’uso politico distorto a seconda delle convenienze o memorie di parte.

Recentemente il sen. Alberto Balboni, autorevole esponente della destra ferrarese, ha lanciato la proposta di “rinunciare alle dicotomie inutili e superate del passato in favore di un rinnovato patriottismo costituzionale”, suscitando un vivace dibattito sulla stampa locale.
Per andare in quella direzione, tuttavia, servono gesti concreti e dal valore inequivocabile: il partito di Giorgia Meloni rimuova la fiamma tricolore dal simbolo e chiuda definitivamente le porte ai nostalgici di un passato fallimentare per l’Italia.

Tutte le forze politiche, invece, dovrebbero far propria la vera lezione di “patriottismo costituzionale” impartita a fine anno dal Presidente della Repubblica: oggi la nostra Patria appartiene anche a chi, avendo “origini in altri Paesi, ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianità, e con il suo lavoro e con la sua sensibilità ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunità”.

Questa idea includente di “Patria”, aperta alla collaborazione con altri popoli e al rispetto della dignità umana, ha animato tanto il Risorgimento quanto la Resistenza, in antitesi a una idea esclusiva e distruttiva di primato nazionale. I partiti che oggi dichiarano di riconoscersi pienamente nei valori democratici e antifascisti della Costituzione partano da questa rinnovata consapevolezza per celebrare in modo unitario l’80′ anniversario della Liberazione, senza ipocrisie e polemiche di parte.
Potrebbe essere un primo, fondamentale, passo per riavvicinare tanti giovani all’impegno politico.

Davide Nanni
Consigliere Comunale PD Ferrara

RAFAH: la no man’s land del fronte sud

RAFAH: la no man’s land del fronte sud

Al di qua e al di là del Fronte Sud, come viene chiamato a Tel Aviv, o del Confine con l’Egitto , come viene chiamata a Gaza, la spirale di morte e distruzione che si sprigiona dal microcosmo di Rafah è da ultimo girone dell’inferno.

Il muro di Berlino consisteva in una frontiera tra due stati che divideva in due parti la città.

E’ stato costruito a partire dal 1961 come risultato della Seconda Guerra Mondiale, prima come barriera di filo spinato che si ergeva tra strade e palazzi, poi come doppio muro di cemento che ha interrotto strade e diviso palazzi.

Il muro di Rafah consiste in una doppia frontiera tra tre stati che divide in tre parti la città.

E’ il muro di Berlino al quadrato.

E’ stato costruito a partire dal 1982, come risultato della vittoria israeliana della Guerra dei Sei Giorni e divide i Territori dell’Autonomia Nazionale Palestinese della Striscia di Gaza dall’Egitto con un corridoio appartenente a Israele.

Le foto storiche più significative del muro di Berlino impresse nella memoria collettiva sono quelle che raffigurano l’inizio, cioè la costruzione, le fughe di soldati disertori, le famiglie divise, le attività di sorveglianza  armata  dei vopos, corpi speciali di guardie di frontiera, le vittime dei tentativi di fuga e sono quelle che raffigurano la fine, cioè la sua distruzione avvenuta nel 1989.

Le foto storiche più significative del doppio muro di Rafah sono quelle scattate di nascosto dalle pattuglie e lontano dalle torrette blindate, tra gli spiragli e nei punti più elevati e ritraggono i componenti di famiglie smembrate che tentano di comunicare ad alta voce tra le tre parti della loro stessa città, sotto il tiro di vopos pronti a sparare senza scrupoli, senza preavviso e senza doverne motivarne la necessità a nessuno.

Gaza Strip, Rafah Wall 2001 photo Franco Ferioli

Ancor più significative sono divenute le immagini attuali, che presentano l’unica apertura nel doppio muro di Rafah – chiamato Valico o Frontiera o Check Point Rafah – come via di uscita dall’ultimo girone dell’inferno della Striscia di Gaza per 1,5 milioni di civili in fuga dalla morte e dalla distruzione delle proprie abitazioni, costretti ad ammassarsi nelle aree antistanti. Se e quando avverrà, l’espulsione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza da parte dell’I.D.F. Esercito di Difesa Israeliano, non potrà che avvenire attraverso questo imbuto della morte presentandolo come un corridoio umanitario.

Se Gaza può ragionevolmente essere considerata la città “madre di tutte le ingiustizie” patite dai profughi di guerra palestinesi, Rafah, Piccola Berlino del Mondo Arabo, tagliata in tre da un muro dietro il quale sventolano prima le bandiere israeliane poi, dopo poche decine di metri, quelle egiziane, ne è figlia legittima e primogenita.

Prima che ogni sua infrastruttura civile venisse completamente rasa al suolo, in ordine di apparizione a Rafah si incontrava prima un muro di cemento, cancelli e reticolati percorsi da scariche elettriche, poi uno slargo asfaltato sorvegliato a vista da soldati israeliani in assetto di guerra, poi un altro insieme di barriere insuperabili… e ancora Rafah, dall’altra parte, quella egiziana.

Gaza Strip, Rafah Wall 2001 Al Qarya as Suwaydiya photo Franco Ferioli

Rafah era un’unica città, il muro l’ha divisa in tre, i militari israeliani hanno prima segnato il confine con filo spinato, poi hanno aggiunto blocchi di cemento fino creare un vero e proprio corridoio tenuto costantemente sotto sorveglianza e sotto tiro d’arma da fuoco, la Philadelphi Route, o Corridoio Philadelphia, che inizia a ovest nella zona di el-Barahma e termina dentro alle acque del Mare Mediterraneo.

Israele è un Paese in guerra fin dalla sua nascita ed è interamente recintato: in meno di vent’anni ha investito a questo scopo circa 6 miliardi di shekel, un miliardo e mezzo di euro.  Il confine settentrionale, quello della Linea Blu, chiuso e controllato dal contingente militare internazionale UNIFIL di stanza in Libano, ha 80 chilometri di barriere; altri 97 si trovano nelle Alture del Golan lungo il confine con la Siria; 34 sono nel Negev per chiudere parte dei 300 km di confine con la Giordania.
La separazione fisica più conosciuta è in Cisgiordania ed è ciclopica: oltre 700 chilometri di muri che separano in due parti anche Gerusalemme Est da Gerusalemme Ovest.

Da nord a sud l’intera Striscia di Gaza è chiusa da un muro militare di 60 km e qui, sulla linea di confine meridionale, in questi quattordici chilometri di confine egiziano, quando si riesce ad isolare un singolo aspetto del muro, ci si accorge che è in relazione con un altro ancor più letale per chiunque tenti di addentrarsi in una distesa di macerie o osi attraversare una spaventosa no man’s land.

Gaza Strip, Rafah Wall 2001Tel as Sultan photo Franco Ferioli

Per tragica ironia della sorte il nome Rafah, può significare ‘luogo piacevole’.

Secoli or sono lo era davvero: la Rph degli antichi egizi, “Rafihu” degli Assiri, “Ῥαφία, Rhaphia” dei Greci, “Raphia” dei Romani, רפיח “Rafiaḥ” degli ebrei, “Rafh” del califfato arabo, era il passaggio obbligato di carovane che hanno mantenuto millenari traffici commerciali tra Asia e Africa attraverso comode piste sabbiose che da Gaza si snodavano lungo la fascia costiera e attraversavano piccole oasi lussureggianti, ricche di sorgenti di acqua dolce zampillanti a ridosso del mare.

La Bibbia narra che Maria, Giuseppe e Gesù bambino, primi profughi della cristianità, riuscirono a fuggire dalla strage degli innocenti ordinata da re Erode il Grande percorrendo questa Via Maris e raggiungendo Rafah.

La fuga in Egitto, uno dei temi biblici del Nuovo Testamento più ricorrenti nelle opere pittoriche della storia dell’arte religiosa come salvifico episodio della natività, sta attualmente assurgendo ad emblema della mortalità inflitta contro nuovi innocenti da parte di nuovi tiranni.

Il Vangelo secondo Matteo, i testi apocrifi del Nuovo Testamento e la tradizione della Chiesa Copta riportano storie miracolose avvenute a Rafah: sogni premonitori, alberi che si inchinano, fiere del deserto che si ammansiscono, idoli che crollano. Per centinaia di migliaia di profughi palestinesi nessuna speranza di miracoli, nessuna via di scampo, nessun imbocco verso l’uscita di sicurezza, nessun gradino per le scale di emergenza. Di fronte ai loro occhi e al loro destino si presenta solo una discesa a precipizio nel baratro di un inferno in terra, sbarrato da una porta chiusa in un triplo muro davanti ai resti di una città cancellata dalla faccia della terra.

Quando vi giunse nel 1863, l’esploratore francese Victor Guérin notò la presenza dei resti di un antico un monumento composto da due grandi colonne di granito che veniva chiamata Bab el Medinet,La Porta della Città”.

Litografia di Ernst von Hesse-Warteg 1881

La leggenda narra che anche sulle sponde dello Stretto di Gibilterra vennero erette due colonne, sormontate da una statua rivolta a est che recava nella mano destra una chiave, mentre nella sinistra teneva una tavoletta che recava l’iscrizione non plus ultra, “non più oltre”. Se con questa frase Ercole intendeva definire il limite del mondo civilizzato, sottolineando il pericolo per i mortali di spingersi oltre, nella Rafah di oggi le sue due colonne sono scomparse: ad apparire è il limite estremo raggiunto dalle atrocità di un genocidio.

Gaza Strip, Rafah Wall 2001 photo Franco Ferioli

La sua storia moderna è un’escalation di criminalità iniziata immediatamente dopo la guerra del 1948 quando vennero istituiti i primi campi profughi per i rifugiati di guerra della Nakba: le tendopoli, come Brasil Camp o Canada Camp appena oltre il confine nel Sinai, così chiamate dai nomi degli stati di provenienza delle forze internazionali dei caschi blu dell’ONU, o come Hamas Camp, vennero immediatamente chiuse e circondate da muri.

Rafah Hamas Refugees Camp 1996 photo Franco Ferioli

Nella crisi di Suez del 1956 che coinvolse Israele, Gran Bretagna, Francia ed Egitto, 111 persone, tra cui 103 rifugiati, nel campo profughi di Rafah furono uccise dall’esercito israeliano durante un massacro di cui le Nazioni Unite non sono mai state in grado di chiarirne le circostanze.

Nel settembre 1996, durante i cosiddetti ‘incidenti del tunnel’, le mitragliatrici degli elicotteri d’attacco AH-64 Apaches dell’aviazione israeliana hanno aperto il fuoco sulla popolazione civile che protestava scagliando pietre. Ogni proiettile era lungo nove centimetri. Il più vecchio dei ventisei ragazzi uccisi aveva ventidue anni.

Nel marzo 2003, durante i terribili mesi della seconda Intifada palestinese, con l’esercito israeliano impegnato nella demolizione di centinaia di abitazioni e lo sfollamento di migliaia di persone iniziate nel 1971 sotto il comando del generale Ariel Sharon per imporre il controllo sulla “zona cuscinetto” lungo il confine a ridosso del muro, la ventitreenne cittadina statunitense Rachel Corrie, osservatrice e attivista dell’organizzazione non violenta International Solidarity Movement, è morta schiacciata da un bulldozer militare nel corso un’azione di opposizione pacifica alla demolizione dell’abitazione in cui risiedeva la famiglia del medico Samir Masri.

Poche settimane dopo, l’11 aprile 2003, durante un attacco dell’esercito israeliano a Rafah, lo sparo un cecchino ha colpito alla testa Tom Hurndall, attivista britannico dell’I.S.M. mentre stava cercando di mettere in salvo un bambino in fuga tra i proiettili. Dopo nove mesi di coma, morirà all’età di 21 anni. Sempre a Rafah, il 2 maggio del 2003, James Miller, un cameraman e documentarista inglese, viene colpito a morte da un proiettile.

Quando nel settembre 2005, Israele ritirò le colonie dalla Striscia di Gaza, Rafah rimase divisa in tre parti e nel 2009 iniziarono i lavori per costruire una nuova barriera sotterranea alla profondità di 25 – 30 metri, con un muro d’acciaio a prova di bomba, per impedire lo scavo e i traffici dei tunnel.

Dopo che la notizia dell’approvazione del progetto venne pubblicata dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, si venne a conoscenza che il progetto sarebbe costato circa 2,2 miliardi di shekel circa 500 milioni di euro- e che per scavarlo lungo i 14 km di frontiera tra l’Egitto e la Striscia di Gaza da Tel al Sultan a Sarsuriya. sarebbe stata adottata una tecnica innovativa con una ragnatela di condutture che dal Mare Mediterraneo avrebbe portato l’acqua necessaria per allagare la fascia di territorio prima di procedere agli scavi.

La Rafah palestinese giace su una superficie di 64 km quadrati dove prima del 7 ottobre 2024 vivevano circa 300mila persone. Con l’esplosione del conflitto tra Israele e Hamas e la fuga dei civili dal nord di Gaza, ha visto la propria popolazione crescere fino a 1,5 milioni.

Prima del 7 ottobre chi provava a transitare attraverso questa frontiera, se era palestinese, doveva richiedere un visto speciale e attendere mesi per conoscere la risposta delle autorità militari israeliane; nei rarissimi giorni di apertura e negli ancor più rari casi di risultati positivi, ogni controllo doganale individuale durava dalle otto alle dieci ore.

Oggi per riuscire ad uscire vivi da Gaza attraverso il muro di Rafah l’unica via da percorrere è tentare di aggirare il tunnel delle speculazioni gestite dalle autorità militari israeliane e dalle organizzazioni mafiose egiziane che stanno lucrando nel mercato nero del rilascio dei visti, dei permessi di espatrio e delle procedure di riconoscimento delle identità dei fuggitivi, dei richiedenti asilo, degli ammalati e degli aventi diritto al ricongiungimento famigliare all’estero.

I fotogrammi che correlano l’articolo sono originali, tratti da “OUT of RAFAH” , reportage a supporto della campagna internazionale di raccolta fondi “Help Ikhlas’ Family Survive in Gaza” https://gofund.me/67036c48

Cover: Gaza Strip Rafah Wall 2001 photo: Franco Ferioli

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore, oppure visita la sua rubrica Controcorrente

 

Parole a capo
Gianna Andrian: “Felicità” e altre poesie.

La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l’ha cercata
(Alain)

 

Magica notte di maggio

Cammino in un cielo notturno
capovolto
con polvere di stelle
sparsa
tra l’erba alta delle rive dei fossi.
Galleggiano,
si accendono, si spengono…
ora si riaccendono.
Sono le lucciole
di una magica notte di maggio

(Nei pressi di San Bartolo – Maggio 1998)

 

Novembre

Affettate
dalla nebbia
che a strati
sale
sono le case
d’intorno
Senza gravità
sospesi
sono gli alti
pioppi cipressini
ormai
indifesi
Ma
graffiata
dai rami spogli
ora
la nebbia
lacrima
E gocciolano
gli alberi
intrisi
come melanconici
visi.
Ed è magia
ed è silenzio
ed è, della Natura,
sinfonia
voce
fioca
flebile
del vento.

 

Gioco antico

Piatto è il sasso:
lanciato
sulla superficie dell’acqua
rimbalza, si alza
saetta e scivola
ricade.
Netto è il tonfo:
il sasso è ingoiato dalla corrente.

Antico gioco
che sa di niente,
ma non per me
non per la mia mente
che ritorna fanciulla.
Malinconia e tristezza
in breve il gioco
annulla.
Disteso ora è il volto …
e rido
finalmente.

Ride la mia bocca
ridono gli occhi
ride la mano
che
pronta
afferra un altro sasso
e attende
ancora una volta
quel piccolo miracolo.

La scaglia marmorea
solleva gocciole d’argento fuso
s’invola
e bacia appena
la liquidità che tocca
e poi scappa…

Guizza saltellando
due o tre volte
prima che l’abbraccio
concentrico e mortale
metta fine ad un sogno,
al breve viaggio
con un dondolìo lieve
sul canale.

 

I narcisi

Un ricordo
trasfigurato dal tempo
mi rimane.
Sembra ieri
quando le tue mani
risalivano il mio corpo;
sostavano sulle lievi rotondità del seno;
un dito ne sfiorava il profilo
disegnandolo nell’aria;
un ventaglio, le tue dita,
si apriva tra la mia chioma.
Ora non più:
la terra ti ha voluto.
L’avrà saziata il tuo corpo?
Si sarà impregnata dei tuoi umori?
Ho piantato bulbi
su quella terra
e, al limitare dell’inverno,
fioriscono narcisi.
Da troppi inverni, oramai,
recido i gialli fiori
che sprigionano il tuo profumo
catturato dalla terra
e rimandano la luce
che emana la tua anima.

 

Felicità

Ti ho rincorsa per tutta la vita;
poi,
d’improvviso,
mi sono fermata.
Voltandomi ti ho vista:
eri dietro di me.

 

(Un grazie all’autrice per avere autorizzato la pubblicazione di questi suoi versi).

Gianna Andrian, da anni si occupa di associazionismo e volontariato nel settore culturale. Ha fondato il Gruppo Caschi Blu della Cultura di Ferrara che dal 2015 organizza conferenze aperte al pubblico che trattano di arte, storia, territorio, ambiente, archeologia, turismo, letteratura e poesia.  Organizza eventi culturali come mostre fotografiche e artistiche collaborando con diversi artisti locali. Si diletta a scrivere, soprattutto racconti e poesie, a volte anche in vernacolo (dialetto veneto) partecipando a concorsi letterari e a Reading poetici.

NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 266° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Stop invio nuove armi italiane in Ucraina.
Firma la petizione in nome della Costituzione

Stop invio nuove armi italiane in Ucraina

Redazione di PeaceLink

L’ 8 gennaio 2025,  34 esponenti della cultura, società civile e movimento pacifista hanno presentato una petizione al Parlamento contro conversione nuovo decreto per invio di armi italiane in Ucraina

La Costituzione italiana sancisce chiaramente che:
“Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità” (Art. 50).
Questa iniziativa si colloca quindi pienamente nei diritti democratici dei cittadini, evidenziando un’urgente necessità di riflessione sulle scelte di politica estera e militare del nostro Paese.

Questa iniziativa ha come primi firmatari l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, e Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore della rivista Mosaico di Pace, di Pax Christi. La petizione sottolinea come un ulteriore invio di armi contribuirebbe all’escalation bellica in Ucraina, alimentando un conflitto senza prospettive di soluzione negoziale e avvicinando l’Italia a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Inoltre, il documento denuncia le gravi conseguenze economiche e sociali di una crescente militarizzazione delle economie europee, con drastici tagli al welfare per finanziare spese di guerra.

I firmatari invocano il pieno rispetto della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
La petizione andrà ora al vaglio del Parlamento, che sarà chiamato a decidere se convertire in legge il decreto.

Sotto puoi leggere il testo completo della petizione e aderire: come singolo o come associazione:

Invitiamo tutti a firmare la petizione e a diffonderla
La petizione è stata redatta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione

I promotori  e primi firmatari della petizione al Parlamento Italiano sono: 

  1. Giovanni Ricchiuti, arcivescovo e presidente Pax Christi (primo firmatario della petizione insieme ad Alex Zanotelli)
  2. Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore del mensile di Pax Christi Mosaico di Pace
  3. Elena Basile, già Ambasciatrice in Svezia e Belgio, attualmente a riposo
  4. Piero Bevilacqua, già ordinario storia contemporanea Università di Roma La Sapienza
  5. Ginevra Bompiani, scrittrice
  6. Marina Boscaino, portavoce comitati contro ogni autonomia differenziata
  7. Maurizio Brotini, sindacalista Cgil
  8. Luciano Canfora, professore emerito dell’Università di Bari, filologo classico, storico e saggista
  9. Don Angelo Cassano, presidente di Libera (Puglia), sacerdote
  10. Andrea Catone, storico e saggista, direttore della rivista “MarxVentuno”
  11. Angelo D’Orsi, già professore di storia delle dottrine politiche dell’Università di Torino
  12. Roberta De Monticelli già Professore Ordinario di Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Ginevra già Professore Ordinario di Filosofia della persona all’Università San Raffaele di Milano. Attualmente Senior Collaborator dell’Università San Raffaele, in quanto Direttrice del Centro di Ricerca PERSONA e della rivista ”Phenomenology and Mind”
  13. Alessandro Di Battista, giornalista, scrittore, già parlamentare
  14. Monica Di Sisto, giornalista di Askanews, esperta in commercio internazionale e economia solidale
  15. Andrea Fumagalli, docente di Economia Politica all’università di Pavia, membro del blog Effimera.org e del Bin-Italia (Basic income network).
  16. Domenico Gallo, Presidente di Sezione onorario Corte di Cassazione
  17. Alfonso Gianni già parlamentare e membro del governo Prodi secondo, attualmente direttore della rivista trimestrale Alternative per il Socialismo
  18. Claudio Grassi, già senatore della Repubblica, portavoce di “Il coraggio della pace: disarma”
  19. Raniero La Valle, giornalista e saggista, già direttore del quotidiano cattolico l’Avvenire d’Italia, già parlamentare
  20. Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’Università, docente di Storia e Filosofia
  21. Fabio Marcelli, copresidente del CRED (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia)
  22. Laura Marchetti, docente di Antropologia e Pedagogia Interculturale all’Università di Reggio Calabria, già Sottosegretario di Stato
  23. Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, mediattivista, già docente di Lettere
  24. Lea Melandri, scrittrice, saggista, giornalista, Presidente della Libera Università delle Donne di Milano.
  25. Vito Micunco, referente Comitato per la pace Bari
  26. Luisa Morgantini, sindacalista e attivista per la pace, già vice Presidente Parlamento Europeo, presidente AssoPacepalestina
  27. Moni Ovadia, uomo di teatro
  28. Sabrina Pignedoli, giornalista, saggista, ex europarlamentare
  29. Carlo Rovelli, scienziato, fisico, saggista e divulgatore scientifico italiano, specializzato in fisica teorica, attualmente docente in Francia all’Università di Aix-Marseille
  30. Linda Santilli, attivista politica femminista, insegnante
  31. Enzo Scandurra, già ordinario di Urbanistica nell’università Sapienza di Roma
  32. Vauro Senesi detto Vauro, disegnatore
  33. Francesco Sylos Labini, saggista, dirigente di ricerca del Centro Ricerche Enrico Fermi
  34. Massimo Wertmuller, attore

PETIZIONE AI PARLAMENTARI, EX ART. 50 COSTITUZIONE,
PERCHÉ NON CONVERTANO IN LEGGE IL DECRETO CHE AUTORIZZA L’INVIO DI ARMI ALL’UCRAINA

Chiediamo ai parlamentari italiani – ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione Italiana – di formulare un atto di indirizzo contrario ad alimentare la guerra in Ucraina mediante la ulteriore fornitura di armi e di rifiutare la conversione in legge del decreto legge 200/2024. Riteniamo che questo nuovo invio vada contro gli interessi stessi della popolazione ucraina, che in sempre maggior numero rifiuta di andare a combattere (800.000 renitenti alla leva, secondo la stima del presidente della commissione Affari economici del Parlamento ucraino, Dmytro Natalukha, riferito al quotidiano “Financial Time”).

Data di inizio: 1 gennaio 2025

Il 27 dicembre è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge n. 200 relativo a disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, fino al 31 dicembre 2025, previo atto di indirizzo delle Camere.

Le radici profonde di questa, guerra vanno ricercate nella crescente avanzata della NATO e delle sue basi militari verso i confini della Russia (l'”abbaiare della NATO alla porta della Russia”, come ha detto papa Francesco, “Corriere della Sera”, 3 maggio 2022) e nell’oppressione e discriminazione dei russi di Ucraina praticate dal governo ipernazionalista instauratosi dal 22 febbraio 2014 a Kiev, dopo l’estromissione violenta del presidente regolarmente eletto Janukovic. A seguito della svolta antirussa del nuovo governo di Kiev, il popolo della Crimea il 16 maggio del 2014 con un referendum votò per l’annessione alla Russia. Dal 2014 al 2022 si è svolta in Ucraina una guerra tra il governo di Kiev e le autoproclamate repubbliche popolari russofone di Lugansk e Doneck, che ha provocato oltre 14.000 morti e decine di migliaia di feriti. Gli “Accordi di Minsk” (2014-2015) che prevedevano un’ampia autonomia per le regioni russofone del Donbass e avrebbero potuto fermare la guerra, non furono mai implementati dal governo di Kiev con una necessaria riforma costituzionale; uno dei più rilevanti protagonisti della politica europea, la ex cancelliera tedesca Angela Merkel, ha dichiarato che essi servivano solo a prendere tempo perché Kiev potesse adeguatamente armarsi per la guerra (intervista a “Die Zeit”, 15 dicembre 2022). Nel 2019 è stata inserita nella Costituzione ucraina la volontà di adesione alla NATO. 

L’avanzata della NATO ad Est, percepita dalla Russia come minaccia alla propria sicurezza, e la negazione dei diritti della popolazione russa in Ucraina hanno sempre più esacerbato i rapporti tra Russia e Occidente. Piuttosto che il dialogo, la mediazione, l’accordo, è stata privilegiata la strada della contrapposizione frontale (anche a livello culturale, con campagne russofobiche e la messa al bando dell’arte e della letteratura russe, che sono parte costitutiva e fondante del patrimonio culturale europeo). La proposta di una trattativa globale sulla sicurezza, presentata da Mosca a USA e NATO nel dicembre 2021, fu lasciata cadere nel vuoto, dando alla dirigenza russa l’ulteriore segnale che non vi fossero spazi di mediazione e soluzione pacifica. Questa situazione ha spinto Putin a ricorrere alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, proprio ciò che la Costituzione italiana ripudia espressamente, in coerenza con la Carta dell’ONU.

Anche dopo l’inizio della guerra ad alta intensità il 24 febbraio 2022, i tentativi di trattativa e mediazione tra le delegazioni di Ucraina e Russia – in Bielorussia prima, in Turchia dopo – sono falliti per la pesante ingerenza di un forte “partito della guerra” che si proponeva la vittoria completa e definitiva sulla Russia, di cui si preconizzava un rapido cedimento, se non un’implosione. USA, NATO, UE hanno sempre più armato Kiev, a cui sono andati, dalla sola UE, 130 miliardi di euro (Von der Leyen, 19 dicembre 2024). Il Parlamento europeo, in coerenza con i vertici UE e NATO ha istigato l’Ucraina a combattere fino alla “vittoria”, escludendo ogni ipotesi di negoziato. Ciò ha determinato una continua escalation bellica, con l’invio di armi sempre più letali in grado di colpire in profondità il territorio della Russia, in una sempre più pericolosa spirale di azioni e reazioni e un coinvolgimento sempre più ampio della UE e della NATO, col rischio concreto per i Paesi europei di scivolare da uno stato di cobelligeranza indiretta ad una belligeranza diretta (già anticipata con la folta presenza in Ucraina di istruttori, addestratori militari, ufficiali di collegamento di paesi europei).

Il sempre più massiccio invio di armi al governo di Kiev, comportando l’intensificazione e il prolungamento della guerra, ha provocato distruzioni incommensurabili e la morte di centinaia di migliaia di giovani ucraini sacrificati sull’altare di ragioni geopolitiche che nulla hanno a che vedere con la libertà ed il benessere del popolo ucraino e dei popoli europei. Dopo quasi tre anni di inutili massacri lo stesso presidente ucraino Zelensky (intervista a “Le Parisien”, 18 dicembre 2024), ha dovuto riconoscere che l’Ucraina non ha le forze per rovesciare le sorti del conflitto. Ciononostante le èlite europee continuano ad alimentare a dismisura la spirale della contrapposizione generale di lunga durata contro la Russia, e la militarizzazione – già annunciata e in parte avviata – delle società ed economie europee e il loro passaggio dal welfare al warfare, con tagli pesantissimi alle spese sociali per incrementare le spese di guerra.

Occorre uscire da questa logica perversa che sta mandando in rovina il nostro Paese (non si tratta solo delle enormi somme inviate a Kiev per la guerra, ma anche del forte aumento dei prezzi dovuto alla scelta del governo italiano di non acquistare più il gas russo a buon mercato, per rifornirsi da USA e altri Paesi a prezzi doppi o tripli) e ritornare alla Costituzione, che all’articolo 11 prescrive in modo netto, chiaro, inequivocabile, che L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il ripudio della guerra comporta per l’Italia l’obbligo di impegnarsi per fermare i conflitti, non di alimentarli con la fornitura di armi.

Sulla base di quanto su esposto

Noi cittadini della Repubblica italiana riteniamo che un ulteriore invio di armi a Kiev, come previsto dalla proroga del decreto:

– Alimenti un’escalation bellica che ha realisticamente come sola prospettiva un ulteriore coinvolgimento militare della UE e dell’Italia, fino a varcare la linea rossa di non ritorno di un coinvolgimento diretto del nostro Paese nella guerra contro la Russia, trasformando l’attuale cobelligeranza di fatto in guerra aperta, con conseguenze catastrofiche.

– Sia contro gli interessi della pace, alimentando la spirale di guerra e la prospettiva di un mondo di guerra, con aumento delle spese militari che sottraggono risorse a sanità scuola servizi sociali.

– Sia non solo contro i principi di pace e cooperazione internazionale che informano la nostra Costituzione, e violi la legge 185 del 1990, che vieta l’invio di armi a paesi belligeranti, ma vada anche contro gli interessi economici del nostro Paese, fortemente colpito dalle misure di embargo comminate dal 2014 contro la Russia e sempre più intensificate negli anni successivi. 

– Vada contro gli interessi stessi della popolazione ucraina, che in sempre maggior numero rifiuta di andare a combattere e di aprire nuovi cimiteri di guerra (800.000 renitenti alla leva, secondo la stima del presidente della commissione Affari economici del Parlamento ucraino, Dmytro Natalukha, riferito al quotidiano “Financial Time”). Un recente sondaggio dell’agenzia USA Gallup attesta che la maggioranza degli ucraini vuole negoziati e fine della guerra quanto prima possibile.

– Alimenti la contrapposizione contro la Federazione russa, un Paese che è geograficamente, storicamente, culturalmente, parte del continente europeo, un Paese rispetto al quale l’Italia non ha alcun contenzioso, nessuna controversia territoriale, né commerciale o economica, con cui, anche nel periodo della guerra fredda, seppe intessere proficui rapporti di cooperazione economica (basti ricordare qui la fabbrica di automobili di Togliattigrad, in cooperazione con la FIAT).

PER QUESTO 

CHIEDIAMO DI FORMULARE UN ATTO D’INDIRIZZO CONTRARIO AD ALIMENTARE IL CONFLITTO MEDIANTE LA ULTERIORE FORNITURA DI MATERIALI ED EQUIPAGGIAMENTI MILITARI AL GOVERNO UCRAINO E DI RIFIUTARE LA CONVERSIONE IN LEGGE DEL DECRETO LEGGE N. 200/2024

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La redazione di Periscopio aderisce a questa campagna.

Il mercato libero dell’energia lo paghiamo noi

Il mercato libero dell’energia lo paghiamo noi

Dal 1° gennaio 2025 l’Ucraina non ha rinnovato l’accordo quinquennale con la Russia per il transito di gas russo verso l’Europa. La Russia perde così l’ultimo miliardo di dollari all’anno da paesi europei (soprattutto da Ungheria, Slovacchia, Moldavia, Transnistria), che è pari a circa il 5% di tutto il gas consumato in Europa. La crisi del gas russo ha effetti non solo su quei paesi che ancora lo prendevano, ma sui mercati internazionali, in termini di aumento dei prezzi per tutti gli europei che lo importano. Il gas russo viene infatti sostituito da quello (spesso liquefatto) proveniente da altri paesi (Qatar, Stati Uniti, etc.) che costa molto di più. Oltre ai maggiori prezzi per tutti, alcuni paesi (Austria, Slovacchia, Ungheria, Moldavia) avranno anche problemi di reperimento (non l’Italia) e la Transnistria è già passata al carbone e ha chiuso scuole, ospedali e imprese. Sulla Federazione Russa l’effetto sarà minimo in quanto la Russia re-indirizza l’export verso Cina e Brics (che da gennaio ha 9 paesi in più) e accresce le sue capacità di costruire in proprio prodotti e servizi sfruttando le tecnologie e gli asset (come i treni Siemens) abbandonati da alcune multinazionali in Russia (ma non da tutte, come Unicredit).

Il prezzo del gas alla borsa Ttf di Amsterdam il 3 gennaio 2025 era 0,49 dollari al metro cubo (era meno della metà nei 10 anni del periodo pre-guerra, è arrivato a 3,3 nel picco massimo del 2022 ed era 0,28 a febbraio-marzo 2024). Se non ci sarà presto un accordo di pace in Ucraina, gli aumenti di prezzo si riverseranno sulle prossime bollette degli europei e degli italiani: “…circa 250-300 euro a famiglia –dice Davide Tabellini di Nomisma energiae circa 30mila a impresa. Il problema maggiore riguarda le imprese, in quanto cala la competitività di quelle italiane che lo pagano 5-6 volte in più di quelle americane ed è il più alto in Europa. In Italia non si è fatto niente per aumentare la produzione nazionale di gas e lo andiamo a prendere negli Usa a 13mila km. di distanza, fatto col fracking inquinante: un assurdo”.

Come ho scritto in altro intervento, in alcuni settori come la sanità il servizio pubblico si rivela più efficiente ed efficace del privato e costa meno. Così è anche nel settore dell’energia e del gas, dove l’Italia non ha una sua produzione e importa 2/3 dell’energia che consuma.

L’Italia ha il più grande giacimento geotermico al mondo e solo un intervento pubblico dello Stato, tramite anche una propria impresa (Enel, Eni), può godere delle risorse per investimenti di lungo periodo che possano generare grandi vantaggi per i cittadini italiani: come ha fatto la Norvegia coi suoi giacimenti di gas, che oggi fruttano al fondo sovrano dello Stato e ai suoi cittadini (che ne sono proprietari) circa 40mila euro per abitante solo nel 2024, facendo dei norvegesi i cittadini più “ricchi” al mondo.

Il prezzo della materia prima (se importata) è determinato soprattutto dal grande volume che uno Stato può acquistare e, poiché il valore aggiunto che aggiunge alla materia prima è modesto (trasporto, vendita, contatore,…), non conviene avere 700 aziende private in concorrenza tra loro (com’è in Italia) che devono vivere aggiungendo costi ulteriori ai clienti per remunerare i propri servizi di marketing e le minori economie di scala che hanno rispetto ad un unico grande operatore pubblico. Soprattutto se questo è controllato nei suoi prezzi da una Autorità indipendente pubblica (come è nel caso di Arera in Italia), che dà garanzie ai clienti che i prezzi siano equi. Clienti che non devono impazzire per confrontare decine di offerte in un settore complesso e soggetto a forti variabilità di prezzo. (Per informazione del lettore: il prezzo del gas incide anche sul costo dell’energia elettrica).

Bastava vedere l’andamento del prezzo del gas nel mercato libero e in quello tutelato negli ultimi 10 anni per capire che passare dal mercato tutelato a quello libero non portava vantaggi e tantomeno avrebbe permesso di spuntare sui mercati internazionali del gas prezzi più bassi. Un’analisi Arera dice che negli ultimi 10 anni il servizio a maggior tutela ha avuto prezzi medi più bassi del “libero mercato”. Perché infatti dovrebbe costare meno la materia prima se anzichè esserci un solo grande cliente (un’azienda pubblica dello Stato) ci sono centinaia di piccole imprese? Lo Stato, peraltro, gode anche di un potere politico che un’azienda privata non può avere. E, curiosamente, in questo caso la retorica mainstream contro l’inefficienza delle piccole imprese non viene dichiarata.

Oggi sappiamo anche che Arera ha multato varie imprese per aver imposto extra costi ai propri clienti. I rilevanti profitti fatti da quasi tutte le imprese private dopo gli aumenti del gas dovuti alla guerra in Ucraina erano basati sul fatto che il prezzo alla borsa Ttf di Amsterdam era aumentato, ma molti contratti con la Russia (e altri paesi) erano di durata annuale o biennale e quindi il prezzo della materia prima pagata in realtà era fisso. Le multe antitrust sono arrivate ma sono pari all’1% degli extra profitti fatti (che vanno in gran parte agli azionisti).

Non è stata quindi una buona idea accettare il diktat dell’Europa, che esigeva che in Italia passassimo dal gennaio 2024 al “libero mercato”, accordo fatto da Draghi nell’ambito delle cosiddette “riforme” del PNRR, che vogliono mercati “liberi” sempre meno regolati dai singoli Stati.

Per fortuna nel mercato tutelato per gas e luce sono ancora rimasti i più fragili (3,5 milioni di cittadini disabili, anziani, indigenti) che pagano meno. Ma non si vede perché non potremmo tutti stare in questo servizio pubblico senza impazzire, peraltro, a dover cercare di risparmiare perdendo un sacco di tempo per cercare servizi privati che alla fine costano sempre di più di quello garantito dal servizio pubblico. Un tema su cui occorre misurarsi per evitare che i cosiddetti movimenti populisti o sovranisti abbiano sempre più presa.

 

Per leggere gli altri articoli e interventi di Andrea Gandini, clicca sul nome dell’autore.

 

L’omino arriva sempre di giovedì

L’omino arriva sempre di giovedì

Giovedì è il giorno di chiusura del suo locale. Una bellissima casa fuori Bologna, lui abita sopra e il ristorante sta sotto, molto accogliente, minuscolo con grandi vetrate che guardano la campagna, camino gigante in sala, accanto ai pochi tavoli, dove l’omino prepara grigliate, polenta e abbrustolisce il pane, poche cose nel menù ma tutte di prima scelta, piatti bolognesi tipici, ottimi dolci che prepara lui insieme a salsine uniche, particolari servite in ciotoline di terracotta. Tovaglie candide, bicchieri raffinati, sedie di legno con la paglia. A inizio primavera, l’omino, raccoglie nei fossi e argini la buona cicoria qui chiamata cioccapiatti, lavata e preparata con cura poi condita con pancetta abbrustolita, olio e aceto accompagnata al pane caldo di camino ed è il piatto più richiesto.
L’omino perché è piccolo e tarchiato e arriva sempre in tenuta da lavoro, pantaloni e camicia bianchi e pure il grembiule, sempre bianco, un cravattino nero che gli dà un’aria vagamente da comico di avanspettacolo o Busteriana.
Sceglie sempre il tavolo vicino al banco, contro al muro, il giovedì lo lascio libero per lui, entra, sorriso in una faccia serena e appisolata, ciao ragazzi come và?
Ordina due focacce con pancetta e cipolla, una birra media “non ho fretta fate pure gli altri tavoli”, mangia lentamente, mi chiede di sedermi e chiacchierare un po’, “siediti fangeina (bambina), dai poco, poco.” Dice di sua moglie che entra ed esce da case di cura per depressione malinconica. L’ho vista qualche volta con lui, una signora che pare una vecchia Mary Poppins, cappellini, occhiali, gonne lunghe, scarpe anni ’30, sguardo fermo, parole ripetute e sorriso che non arriva agli occhi, l’omino mi dice che qualche volta ne ha paura, “la notte dormo poco la sorprendo a fissarmi seduta sul letto ed un peccato perché nella cucina del ristorante è lei che fa tutto, si occupa di ogni cosa io invece mi perdo, bado ai cani, alla legna, al giardino e faccio spesa, probabilmente senza di lei si chiude.”
Ordina il dolce, sempre una zuppa inglese, poi perso nei suoi pensieri si addormenta sul tavolo, a fine serata lo svegliamo gentilmente, vai tu Ste dai vuole sempre te a prendere l’ordine…” scusate ragazzi ma dormo così poco, adesso vado”, ma no signor Dante, non si preoccupi, faccia con calma, se vuole l’accompagno alla macchina, “no fangeina, sono in lambretta.”
Lambretta che sa di anni persi, lontani, quando magari lui caricava la fidanzata dietro e pensavano di aprire un bel ristorante insieme.
Si alza stiracchiandosi, non ha mai un cappotto, una sciarpa, paga ed esce nella notte, assonnato, chiuso dentro ai suoi problemi come in un vaso di vetro e mi pare un piccolo triste pupazzo bianco di neve.
Auguri signor Dante (l’omino)

Qui, dove continuiamo a incontrarci 

Qui, dove continuiamo a incontrarci

Lo sapevo che Ferrara sarebbe stata la cornice perfetta per un incontro. Lo è stata nell’ottobre del 2014 quando John fu ospite del Festival di Internazionale per parlare con Teju Cole e Maria Nadotti di “quel che abbiamo in comune”. Lo è oggi che lo vedo seduto al tavolino di un bar presso il listone, con il suo ombrello appoggiato alla sedia e la sua immancabile borsa a tracolla.

John Peter Berger (Londra, 5 novembre 1926 – Parigi, 2 gennaio 2017)

Quel giorno, precisamente il quinto giorno dell’ottobre di 7 anni fa, chiesi a John Berger un autografo sul suo Capire una fotografia. Attesi l’uscita della maggior parte del pubblico che aveva assistito al dibattito nel Teatro battezzato “Abbado” proprio quell’anno. Impazientemente avanzai nella lunga fila e finalmente arrivato davanti a lui, mentre firmava la mia copia, ebbi solo il tempo di dirgli :«Quanto mi piacerebbe parlare di poesia con lei!». Mi sorrise e rispose: «Un giorno, chissà…».

Ed eccolo il giorno!

«Ricorda John» – una volta gli disse il fantasma della madre – «i morti non rimangono dove sono sepolti, tornano dove sono stati felici da vivi».

«Quindi il tempo non conta e il luogo sì?», domandò John.

«Non un luogo qualsiasi John, è il luogo dove ci si incontra»

Mi vennero alla mente queste parole nell’avvicinarmi al suo tavolino osservandolo nella sua immobilità quasi a voler richiamare l’attenzione. Senza dubbio voleva farsi notare. Voleva proprio farsi notare. Da me.

«È vero avrei dovuto dirti dove ci saremmo incontrati e non un giorno, chissà… » – e mi sorrise nell’ identico modo di quel giorno di ottobre.

La conversazione interrotta 7 anni prima riprese così, naturalmente, grazie al luogo dove eravamo e a dispetto dei tempi, delle età e soprattutto delle provenienze. Colse la mia sorpresa.

«Fin da giovane l’ho sempre vissuta così; ero sempre qualcuno che veniva da un’altra parte», mi disse. Anche oggi in effetti è così.

Quella frase comunque mi precipitò nel giusto mood bergeriano, quello nel quale sempre mi riducevano ( pre-ci-pi-ta-to ) le cose che avevo lette e ascoltate da lui.

D’altra parte è proprio grazie a lui che ho imparato questo: ognuno di noi non proviene da un posto ma da una lingua e dunque si appartiene alla parola più che ad un luogo.

«Allora, avevi detto che volevi parlare di poesia, ebbene? Ti renderai sicuramente conto che parlare di poesia è questione di…sguardi e non di parole».

Come avevo fatto a dimenticarlo! Avevo di fronte…l’uomo che aveva trascorso la sua vita a Guardare e che aveva spiegato a tutti come osservare un’opera d’arte e come da questa veniamo osservati.

Avevo di fronte uno che si era occupato, per tutta l’esistenza, dello sguardo, ricordandoci che «vedere è avere visto» perché la nostra vista (ma potremmo dire ogni nostro senso e dunque ogni pensiero) è allenato da percezioni che si sono man mano stratificate nella specie e nell’individuo e che dunque ci orientano.

Non potevo chiedergli… parole sulla poesia e allora mi rifugiai nelle poesie scritte da lui.

Chiesi al cameriere di portarmi un caffè e tirai fuori dal mio zainetto il libro con le sue poesie.

«Vedi John: hanno raccolto in questo libro, Il fuoco dello sguardo, le tue poesie disseminate nei saggi, nei romanzi, nei racconti e persino nei taccuini con i tuoi disegni che ci hai regalato negli anni trascorsi insieme. Cominciamo da qui? Cosa ne pensi?»

John sfogliò sorridendo le pagine di questo “suo” libro postumo che forse non aveva mai preso in considerazione durante la sua vita e lesse con voce bassa e piana una delle poesie

«In una sacca di terra

ho sepolto tutti gli accenti

della mia lingua madre

riposano lì

come aghi di pino

raccolti da formiche

un giorno il grido malfermo

di un altro vagabondo

potrebbe incendiarli

allora caldo e confortato

tutta la notte sentirà

la verità come una ninnananna

Che dici?» – continuò a voce più alta – «Non mi sembra così pessimistica come mi dissero gli agenti sovietici quando perquisirono i bagagli e sbirciarono nei taccuini durante il mio viaggio in Russia del 1983…».

«No, per niente!» – risposi – «Probabilmente loro si imbatterono in un’altra delle tue poesie e forse  proprio qui è il punto, se posso permettermi, della tua poesia…»

«Ma prego, prego dimmi pure. Ti ascolto» – continuò fissandomi.

«La tua poesia emerge. Appare. Sorge…Non ho altre parole per farmi capire. Essa emerge dal…racconto…dal campo di battaglia…dal bosco. Ecco proprio così: la tua poesia emerge come una… radura in un bosco».

Non fu la fronte a corrugarsi ma l’intero viso: le rughe grandi e profonde intorno alla bocca e quelle più piccole che si irraggiavano dai canti laterali degli occhi. Sorrideva con quella espressione di  quieta felicità di chi ha fatto un bel giro sulla moto e ha appena tolto il casco per accogliere il luogo che lo accoglieva.

Rassicurato dal suo viso e da un cielo di smalto esaltato dal contrasto con le sfumature pastello del duomo e del campanile, continuai:

«Radure, le tue poesie sono radure. Uno cammina nel bosco del tuo linguaggio e quando avverte quella sensazione spaziale di “smarrimento” o di “ritrovamento”, d’improvviso, la radura, la poesia, appare per restituirlo a un processo del quale smarrimento o ritrovamento sono solo accidenti».

«Bene. Abbiamo detto tutto quello che si poteva dire sulla poesia – disse alzandosi dalla sedia e sistemandosi la sua borsa a tracolla – Ora andiamo a Comacchio ad accogliere le anguille che arrivano dal golfo del Messico».

Probabilmente notò il mio imbarazzo e la mia goffaggine nell’alzarmi dalla sedia per seguirlo. Lo vidi fermarsi vicino un pino piantato in una piccola aiuola lì vicino e piegarsi per guardare qualcosa a terra.

In quel mentre il cameriere mi raggiunse e mi fermò in malo modo. Avevo dimenticato di pagare la consumazione.

«Scusami tanto davvero, mi sono distratto. Ecco ti pago i due caffè», dissi.

«Si vede che sei distratto» – mi rispose lui – «ne hai preso solo uno».

Guardai nella direzione di John e gridai in modo malfermo: «Aspettami John, arrivo». Poi mi rivolsi al cameriere e dissi: «Pagati un caffè sospeso. Ciao e scusami ancora».

Mi voltai per raggiungere John ma lui era scomparso. Guardai in ogni direzione: sul listone, verso via Mazzini, all’imbocco di via San Romano. Niente. John era andato via.

Mi avvicinai all’aiuola dove lo avevo visto l’ultima volta e lì, posati su una sacca di terra, degli aghi di pino richiamarono la mia attenzione. Senza dubbio volevano farsi notare. Volevano proprio farsi notare.

Da me.

Questo racconto è stato pubblicato su La macchina sognante il 31 dicembre 2021

Letture consigliate:
John Berger, Qui, dove ci incontriamo (Here is Where We Meet, 2005), traduzione di Maria Nadotti, Torino, Bollati Boringhieri, 2005
John Berger, La speranza, nel frattempo, con Arundhati Roy e Maria Nadotti, Bellinzona, Casagrande, 2010
John Berger, Capire una fotografia (Understanding a Photograph, 2013), a cura di Geoff Dyer, trad. Maria Nadotti, Roma, Contrasto, 2014
John Berger, Il fuoco dello sguardo. Collected Poems, a cura di Riccardo Duranti, Mompeo (RI), Coazinzola Press, 2015

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie  di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Italia: galleggiare in un mare d’ignoranza

Italia: galleggiare in un mare d’ignoranza
In margine al 58° Rapporto Censis 2024

Incuriosito dal clamore suscitato, subito sedato da giornali e televisioni, ho dato una letta al rapporto Censis 2024, giunto alla 58esima edizione, sulla situazione sociale del paese e ne sono rimasto stupefatto.

Rapporto CENSIS 2024 – Qui il testo completo

Molte cose le immaginavo, ma vedere le mie fantasie suffragate dai dati di un Istituto  come il Censis mi ha suscitato preoccupazione ed amarezza, uno scenario sociale ben peggiore di quello che pensavo. Come non venire sopraffatto da questi sentimenti negativi nell’apprendere che il “bel Paese” è popolato da ignoranti che neanche si rendono conto di vivere su un territorio pieno di meraviglie millenarie.
Provo a riassumere in alcuni dati cosa ho trovato leggendo quelle pagine.

Quasi uno studente su due delle superiori, il 43,5%, non raggiunge il traguardo di apprendimento in italiano, percentuale che sale a 47,5 se parliamo della matematica. Non va meglio alle medie dove la percentuale di studenti che non raggiungono il traguardo in italiano arriva quasi al 40% e con la matematica si sale al 44%. 

A chiedere agli italiani quasi uno su tre non conosce l’anno dell’Unità d’Italia e nemmeno di quando è entrata in vigore la Costituzione. Uno su cinque non sa dire chi era Giuseppe Mazzini e uno su due non sa quando è scoppiata la Rivoluzione francese.

Il 41,1% dice che Gabriele d’Annunzio ha scritto l’Infinito e per il 35,1% Eugenio Montale potrebbe essere stato un presidente del Consiglio degli anni Cinquanta. Eppure l’analfabetismo nel nostro Paese è stato praticamente debellato (sono rimaste solo 260 mila persone), mentre i laureati sono cresciuti dell’8,4%.

Il 18,4% non può escludere con certezza che Giovanni Pascoli sia l’autore de I Promessi Sposi e, infine, il 6,1% crede che il sommo poeta Dante Alighieri non sia l’autore delle cantiche della Divina Commedia.

Si riscontra poi l’incapacità di collocare correttamente sulla carta geografica le città straniere, se il 23,8% degli italiani non sa che Oslo è la capitale della Norvegia, ma anche le città italiane, se il 29,5% non sa che Potenza è il capoluogo della Basilicata. Le difficoltà di calcolo lasciano perplessi, se per il 12,9% degli italiani la moltiplicazione di 7 per 8 non fa necessariamente 56.

E l’ignoranza regna sovrana anche in merito ai meccanismi istituzionali, visto che più di un italiano su due, ossia il 53,4%, non attribuisce correttamente il potere esecutivo al Governo, bensì al Parlamento o alla magistratura.

La Marcia Mondiale per la Pace si conclude a San José di Costarica

La Marcia Mondiale per la Pace si conclude a San José di Costarica

La giornata è stata concepita come un percorso all’interno della città di San José con camminate, discorsi, inaugurazioni, laboratori, mostre, canti e balli, performances artistiche in un gioioso clima di festa, con molti bambini, scuole, famiglie, attivisti sociali, insegnanti, musicisti ad accompagnare i membri dell’équipe base della Marcia.

E’ stato possibile seguire in tutto il mondo questa cerimonia di chiusura grazie alla diretta streaming organizzata dal canale YouTube della UNED, l’Università del Costa Rica che ha aderito alla Marcia e l’ha accompagnata idealmente per tutto il percorso.

La Marcia Mondiale ha percorso anche questa volta tutti i continenti attraversando una settantina di paesi, nonostante le numerose difficoltà, ricordando le necessità urgenti della cessazione dei conflitti, del disarmo nucleare, della educazione alla nonviolenza, della non discriminazione, della cura del pianeta, della riforma dell’ONU.

Come ha ricordato nell’occasione Rafael de la Rubia nel suo discorso le attività della Marcia continueranno anche dopo questa data con un intenso piano di attività tra tutte le persone, associazioni e istituzioni che la Marcia ha unito e che sentono l’urgenza di mettere il tema della pace e della nonviolenza al centro delle attività umane.

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La foto in copertina e quelle che seguono sono di  Federica Fratini

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(da Pressenza del 05.01.25)

“Voci di dentro”, un canto di libertà dietro le sbarre

“Voci di dentro”, un canto di libertà dietro le sbarre

Per presentare diversi giornali dal carcere, vorrei partire da una rivista che si chiama “Voci di dentro”, da non confondersi con la nostra rubrica che si chiama invece “Le Voci da dentro”. Per farlo uso un articolo che è già stato pubblicato sul Dubbio del 24 febbraio scorso e che riprendo qui per gentile concessione dell’autore: il bravo giornalista Damiano Aliprandi. A questo link è possibile scaricare gratuitamente i vari numeri della rivista: https://vocididentro.it/la-rivista/File-pdf

(Mauro Presini)

Nel cuore dell’Abruzzo, da oltre un decennio, un’ombra di speranza si insinua tra le mura carcerarie, infrangendo il gelido silenzio che le avvolge.

È il riflesso della rivista Voci di dentro, un canto di libertà dietro le sbarre.

Nata dall’impeto coraggioso di Francesco Lo Piccolo, giornalista e presidente della Onlus Voci di dentro, questa pubblicazione si erge a baluardo della giustizia e dei diritti umani, offrendo una voce a coloro che il sistema penale ha ridotto a mera “cosa”, privandoli della loro umanità.

Con un’impressionante periodicità di dieci numeri all’anno, la rivista si propone di smascherare le ingiustizie e le violenze che permeano il tessuto carcerario e la società stessa.

La portata di questa iniziativa va oltre i confini del carcere.

La rivista raggiunge le aule scolastiche degli istituti penitenziari italiani, il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e altre autorità competenti, diffondendo gratuitamente la sua testimonianza di speranza e cambiamento.

Finanziata in parte dalla Regione Abruzzo e sostenuta da contributi privati, Voci di dentro è diffusa anche online, permettendo a chiunque di accedere liberamente alle sue pagine cariche di emozioni e verità scomode.

Con il recente lancio del numero Regimi, la rivista affronta con fermezza il tema della repressione e della guerra, con l’intento di scuotere le coscienze.

In un periodo in cui la paura sembra aver annichilito la nostra capacità di indignarci, Voci di dentro ci ricorda il potere rivoluzionario delle parole e l’urgenza di dare voce al silenzio.

Con 80 pagine senza pubblicità, questo nuovo numero si apre con un’immagine carica di significato: ‘Atleti con la palla’, una foto del 1937 scattata a Wunsdorf, presso una struttura utilizzata dalla scuola della Wehrmacht.

Questa immagine, con il suo sottile richiamo al dispotismo che permea corpi e istituzioni, costituisce il preludio ad un’analisi profonda e coraggiosa dei regimi che dominano il nostro mondo.

“Regime” e “guerra” sono le parole chiave di questo numero, parole che sono state svuotate del loro significato originario, trasformate in concetti banali e accettati.

Ma Voci di dentro si rifiuta di piegarsi a questa banalizzazione, scegliendo di affrontare la loro vera essenza e le riflessioni che esse impongono.

Attraverso una serie di articoli e contributi, la rivista invita i suoi lettori a riconsiderare il valore e l’urgenza di questi concetti, a fronteggiare la paura che essi suscitano e ad abbracciare la necessità di costruire la pace in un mondo segnato dalla violenza e dalle disuguaglianze.

Il carcere diventa il palcoscenico su cui si consumano molte delle ingiustizie e delle violenze legate ai regimi di potere.

“Regime” diventa una parola che va al di là delle frontiere delle istituzioni politiche, per infiltrarsi nelle dinamiche quotidiane di controllo e oppressione che caratterizzano il sistema penitenziario.

La dignità diventa un bene prezioso, spesso calpestato e vilipeso da una “tirannia” che si cela dietro una facciata di legalità.

Ma Voci di dentro non si ferma qui.

Attraverso una miscela di reportage, analisi e testimonianze dirette, la rivista esplora le connessioni tra guerra e regime, svelando le complicità nascoste che mantengono in vita questo ciclo di violenza e oppressione.

In questa rivista, i giornalisti non sono i professionisti seduti dietro scrivanie come il sottoscritto, bensì sono i detenuti stessi e le persone che hanno conosciuto il peso dell’emarginazione e dell’ingiustizia.

È proprio il loro sapere, maturato attraverso esperienze di vita uniche e spesso dolorose, che diventa la linfa vitale di questa rivista.

Le loro storie, le loro testimonianze, i loro punti di vista, diventano la materia prima per una informazione più vicina alla realtà vissuta da chi è stato marchiato dalla marginalità.

Nel testo alcune cover della rivista Voci di dentro

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

AAA AMICIZIA VERA CERCASI – no perditempo!

AAA AMICIZIA VERA CERCASI – no perditempo!

Ma che belle quelle amicizie da film Disney, di quelle forti, di cui non dubiteresti mai, proprio perché sono “vere”, nel senso di costruite ad arte dagli sceneggiatori per creare una finta vera amicizia, magari tra due protagonisti che inizialmente si odiano ma che poi, dopo una serie di avvincenti peripezie sono disposti a rischiare la vita l’uno per l’altro, proprio per trasmettere un ideale, un’idea astratta di ciò che si dovrebbe ipoteticamente fare o non fare con le persone a cui si dice di volere bene quotidianamente, quasi come un’abitudine, un motto, un blando ritornello espropriato di ogni significato intimo e profondo, impoverito della sua sensibilità originaria, di cui sembra rimanere solo un’idea, un’etichetta, un appiglio alla convenzione degli esseri umani, che si dicono “ti voglio bene”, come “buon Natale”, ma poi chi si è visto si è visto, i fatti miei sono i miei, e dei tuoi, se ho tempo, spettegolo.

I regali sono una convenzione, le quattro chiacchiere al pub sono una convenzione, “ci sono nel momento del bisogno” è una favoletta che ci raccontiamo prima di andare a dormire, a meno che per “bisogno” non si intenda il “mio” e non il “tuo”. Le “amicizie” sembrano un’occasione di ostentazione, di finzione di ciò che non si è, un auto-elogio al sé che avremmo voluto essere e di cui non siamo nemmeno la metà di ciò che mostriamo agli altri, un modo per interpretare un ruolo, per evadere da noi stessi e non dover affrontare chi siamo davvero.

Il significato di amicizia sembra quindi essere stato interpretato al contrario dai più: l’amico dovrebbe essere quella persona speciale con cui ci si sente del tutto a proprio agio nell’essere davvero sé stessi, non l’opposto di ciò che si è, proprio perché si ha timore di manifestare i propri reali sentimenti, perché si teme di non essere considerati come vorremmo, perché siamo i primi a non accettarci e quindi perché dovrebbero farlo gli altri.

L’amico di oggi, che si “interessa” a come stai, c’è quando ha tempo, se ha tempo, di incastrarti tra le sue reali priorità, perché se servi a qualcosa bene, sei tra le sue mezze priorità, sennò i tuoi sentimenti avranno importanza più in là.

Poco importa se quello che provi lo provi oggi, se il bisogno di un conforto sincero allevierebbe la tua sofferenza in quel determinato momento, l’amico non ha tempo, l’amico ha altro da fare, e tu non puoi far altro che capire, raccogliere i tuoi sentimenti e brutte esperienze e fartele passare da solo, magari conservarle in una valigia, da tirare fuori all’occorrenza, magari quando quell’amico avrà bisogno di una parola sincera da parte tua, o magari, ancora meglio, per il te stesso del futuro, più consapevole e maturo, cosciente che nessun altro potrà capirti meglio di quanto tu possa fare da solo, che sei l’unico realmente in grado di aiutarti a superare quei momenti di fragilità.

L’amico di oggi c’è per una chiacchiera, ma, mi raccomando, non bisogna andare troppo a fondo, non bisogna essere troppo sé stessi, non bisogna cercare troppa empatia, sennò pesa, sennò stanca. Essì, perché non va più di moda dire come realmente ci si sente, e non va di certo di moda preoccuparsi troppo, consolare troppo, condividere troppo il dolore con l’altra persona. Non va di moda essere empatici, l’empatia l’abbiamo già usata a sufficienza quando eravamo piccoli, quando moriva la mamma di Bambi, e non ci ha fatto stare bene, ci ha fatto stare male, quindi perché usarla di nuovo, per qualcun altro poi. Basta, abbiamo già dato.

L’amico di oggi c’è per una birra, per fare shopping, per andare ad Ibiza, ma se ti senti solo e hai avuto una brutta giornata al lavoro, la pacca sulla spalla e una frase di circostanza sembra il massimo del suo impegno per te, e tu devi pure apprezzare, il loro sforzo, che cavolo, non ti rendi conto del tempo che hanno sacrificato per dirti quella stronzata?

L’amico c’è per te, ma nel senso che c’è per sé, se si sente solo, se non ha nulla da fare, se nell’ABC dell’amico perfetto c’è scritto che una parola d’affetto va detta, sennò sei un cattivo amico, poco importa se quella parola strozzata aveva meno affetto delle cento che avrebbe potuto dirti ChatGPT.

Poco importa se c’è più menefreghismo e competizione, che stima e rispetto, perché ci sentiamo di tanto in tanto lo stesso, come d’abitudine: tu sei per me una simpatica routine che mi fa sentire meno la mia profonda solitudine quando non ho null’altro da fare.

Perché ,tutto ormai importa poco, se non sé stessi, se non la propria frustrazione, il proprio egocentrismo, o il proprio bisogno di ricevere attenzioni (senza darle).

Sarebbe tutto inevitabilmente perduto, se non ci fossero, fortunatamente, quelle meravigliose eccezioni alla regola, che sono pur sempre eccezioni, ma brillano costanti quando ci si sente circondati da una marea di merda. Quei sorrisi REALI, che scrutano il tuo dolore, perché vogliono farlo, non perché lo chiedi, quegli sguardi che trattengono lacrime, non perché recitino nella soap opera della vita, ma perché ti vedono, ti sentono, e vogliono sentire ciò che provi e perché lo provi, perché non vogliono far altro che aiutare, senza troppe chiacchiere, senza messaggini di routine scarsi in grammatica e faccine di vomitevole ipocrisia.

Ed è lì, che ti rassereni, con quell’amico, unico, da cui ti senti capito, da cui ti senti accolto, a cui vorresti dare la vita combattendo un drago, combattendo il piattume di una vita grigia, fatta di insulsi convenevoli e blande chiacchiere di cui non frega a nessuno, con quell’amico con cui ti capisci con uno sguardo, con cui condividere la fiaba Disney della vita, con cui sperimentare l’audacia di essere totalmente sé stesso senza la paura di essere troppo o troppo poco.

Per leggere gli articoli di Giusy De Nittis su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Per certi Versi /
Primo sole

Primo sole

A piedi scalzi
ricama la terra
con girotondi distorti

disegna favole nuove
con fiori di grano
da raccontare ai figli
nei giorni d’inverno

rammenda orli una fata
con aghi di storie
nel tempo di donna

con acqua di grondaia
battezzo i giorni aridi
che bruciano lenti

nella siccità del primo sole
raccolgo i fiori
della bambina scalza

 
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino e Roberto Dall’Olio, alternando una voce femminile ad una maschile.

Sempre “Infinito Antonioni”: Ferrara c’è

A Ferrara si torna a parlare di Michelangelo Antonioni, del suo linguaggio per immagini, del suo genio indiscusso. L’occasione: la presentazione del libro “Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini”, alla Biblioteca Ariostea, il 10 gennaio alle ore 17. Ferrara c’è e, con lei, le sue immagini.

“Un regista non fa altro che cercarsi nei suoi film”. Michelangelo Antonioni

“Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini” – presentato nel gotha della letteratura come Bookcity Milano 2024 o alla scorsa edizione della fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri, Più Liberi di Roma (presentazione che potete rivedere qui) – è un nuovo e articolato saggio a cura di Elisabetta Amalfitano e Giusi De Santis, con i contributi di Giulia Chianese, Iole Natoli e Francesca Pirani, pubblicato da L’Asino d’oro edizioni. Corredano il libro le interviste a Elisabetta Antonioni, fondatrice dell’Associazione Michelangelo Antonioni, a Tiziana Appetito, presidente dell’Archivio storico di cinema Enrico Appetito, al regista cinematografico Enrico Bellani e all’attrice e regista teatrale Daria Deflorian. La Prefazione è del giornalista e critico cinematografico Enrico Magrelli.

Lo abbiamo letto, è molto completo e a tratti complesso, ma rappresenta un lavoro accurato e minuzioso che fa scoprire lati nascosti di un regista per molti versi rivoluzionario. Altro che incomunicabilità. È un viaggio nella creatività, fra le crisi e le nuove forme espressive dell’autore che ha segnato il cinema del neorealismo italiano, aprendo la strada a quel “neorealismo interiore” che non intende occuparsi solo dei fatti e della realtà storico-sociale, ma anche degli esseri umani, dei loro sentimenti e dei loro turbamenti.

A dialogare con una delle autrici, la giovane attrice Giulia Chianese, saranno la storica Antonella Guarnieri, vicepresidente Anpi Ferrara e fino al 2020 referente del Museo del Risorgimento e della Resistenza (l’abbiamo intervistata a proposito del suo podcast “I fantasmi della bassa”), il fondatore della Ferrara Film Commission, l’architetto e curatore d’arte Alberto Squarcia, presidente onorario del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica(abbiamo intervistato anche lui, già nel 2015) e il pittore e scultore Luca Zarattini,  vincitore, tra gli altri, del Premio Niccolini 2016 e selezionato alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo a Tirana nel 2017. Sarà presente anche Elisabetta Antonioni.

Il libro prende spunto da una giornata di studi dedicata al regista nel 2019 e nasce da una proposta che la casa editrice romana ha rivolto alle cinque autrici, chiedendo loro di continuare e ampliare le ricerche. Per sviscerare un’opera cinematografica che resiste, ostinatamente, al trascorrere del tempo.

Ferrara, foto di Valerio Pazzi

Frutto di anni di viaggi e studi nel capoluogo estense il primo capitolo di Giulia Chianese, in particolare, propone un ritratto interamente dedicato alla città di Ferrara e al rapporto profondo che ha sempre legato Antonioni ai luoghi della sua infanzia e della giovinezza. “Ho lasciato Ferrara con un bagaglio di affetti e di immagini che ho portato sempre con me ovunque sono andato”, si legge nell’incipit del volume, il cui intento è quello di restituire un’immagine del regista ferrarese lontano dagli stereotipi che lo hanno sempre considerato un regista difficile, estraneo alle dinamiche del suo tempo, definendolo freddo e astratto intellettuale. Antonioni torna a prendersi lo spazio che gli è sempre appartenuto, nella città che lo ha visto crescere e che le cinque autrici sostengono abbia contribuito in maniera determinante alla formazione del suo immaginario artistico e della sua sensibilità umana.

C’è tanta Ferrara in questo libro, tanto amore per le sue nebbie, i suoi mattoni che assorbono i suoni e le sue antiche pietre che riflettono i raggi del sole mattutino, in lunghe camminate attraverso i sogni. Le mura nascoste agli abitanti con alti terrapieni, mura che si incontrano con le strade e si smorzano nel verde. Pause, silenzi, fruscii, bisbiglii. Le stesse atmosfere metafisiche che Antonioni viveva. Poco è cambiato. “Lasciare una città. È perderle tutte”, diceva. Nulla di più vero, molto chiaro a noi vagabondi del mondo.

Ferrara, foto di Valerio Pazzi
Ferrara, foto di Valerio Pazzi

Dai luoghi dell’infanzia, in cui il piccolo Nino studiava violino e pianoforte e disegnava scenografie, e dell’adolescenza, e, poi, lungo le vicende italiane dagli anni Trenta fino agli ultimi anni Ottanta, si dipana il ritratto di un uomo e di un artista in continuo rinnovamento.

In primo piano, l’originalità del suo sguardo, il rapporto fecondo con l’attrice Monica Vitti, il legame con la pittura, ma anche il suo impegno politico, che ne mettono in risalto la sorprendente poliedricità. Scoprire il “big bang” delle immagini, come queste si formano e che cosa comunicano sono stati i punti fermi del suo indagare.

“Mi sentivo più portato istintivamente verso il mondo dell’immagine, verso questo tipo di espressione che non verso la parola. La parola è sempre stata faticosa per me e lo è tuttora, anche se più o meno la penna in mano la so tenere”.

Antonioni, ricorda Giulia Chianese, “sceglie di parlare per immagini: immagini silenziose ma ricche di senso che, come anche il suo modo di costruirle – la rottura con i meccanismi tradizionali della narrazione, i tempi dilatati, i dialoghi che lasciano spazi ai silenzi – saranno la guida e gli strumenti di tutta una vita per raccontare quello che in pochi altri sono stati capaci di raccontare”. Uno spazio fisico può influenzare il modo di fare immagini di un artista, può riflettersi nello ‘spazio interno’ di chi lo abita. E “dell’aria che si respira Ferrara, del silenzio delle sue strade e dei suoi vicoli stretti, del cotto ferrarese che assorbe i suoni e permette di immergersi in una dimensione metafisica, del silenzio della nebbia (…), del fare le cose quando le cose intorno sembrano ferme, Antonioni ne ha fatto una poetica”.

Ferrara, foto di Valerio Pazzi

Ci sono poi i ricordi di Elisabetta Antonioni, l’amata nipote che sempre Giulia Chianese ha incontrato in via Cortevecchia, dove, al civico 57, c’era l’ultima casa in cui Antonioni aveva vissuto prima della sua partenza per Roma nel 1940, ricordi di giochi sui quali si affaccia anche Tonino Guerra, il vecchio cinema Ristori; e il contesto socio-politico dell’epoca, che prenderà vita grazie alla storica Antonella Guarnieri, attraverso il racconto dei fatti accaduti tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, anni in cui il fascismo ferrarese nacque e si appropriò della città e di parte della cultura dell’epoca: “Saranno solo Antonioni, insieme ai migliori amici Giorgio Bassani e Lanfranco Caretti, a dar vita a una sorta di cenacolo letterario”, dove i tre iniziano un sodalizio fecondo che li legherà per molti anni. Nel saggio, il capitolo “Antonioni intellettuale antifascista, dalla parte degli ultimi”, di Elisabetta Amalfitano, ripercorre questo periodo dove il giovane Michelangelo, pressoché invisibile, pare avere il cartello ‘vietato morire’ stampato sul cuore. Con un grande vuoto interiore, parlando del suo tempo non attraverso i fatti ma tramite gli stati d’animo che in essi vivono.

Michelangelo ed Elisabetta Antonioni, foto la Nuova Ferrara

Ad approfondire l’analisi degli spazi che le autrici evocano nel libro, dipingendo una Ferrara “silenziosa e senza tempo”, sarà invece l‘architetto Alberto Squarcia, che indagherà il rapporto con il modo di creare immagini dei film di Michelangelo Antonioni, mentre a fare immergere ancor di più lo spettatore nel processo della creazione artistica del regista, in costante dialogo con luoghi e ambienti circostanti, sarà il pittore e scultore Luca Zarattini.

Ferrara, foto di Valerio Pazzi

Il libro indaga, si diceva, sul come la città di Ferrara abbia contribuito alla formazione del pensiero per immagini nei film di Antonioni, come lo spazio in cui ha trascorso i primi 28 anni della sua vita, in un momento storico così particolare come la nascita del fascismo, ha influito sulla creazione del suo immaginario artistico. Una ricerca iniziata da bambino, negli stessi luoghi dove i pittori metafisici dipinsero “la grande pazzia del mondo nascosta dietro la materia”, che riproporrà una volta lasciata la sua città, nelle immagini dei suoi film. Immagini che, volte a indagare sempre più a fondo le dinamiche e i sentimenti dell’essere umano, faranno emergere solamente la “memoria” di quei luoghi vissuti.

E poi, fra le pagine e nei film, ci sono i profumi, gli amori e le donne, acute, intelligenti, moderne, immagini femminili anticonvenzionali, anticipatrici della loro spesso imperscrutabile e inestricabile complessità, reticenti e irriducibili alla norma patriarcale.

“Il costante desiderio di volersi affrancare dalla parola, nella rappresentazione cinematografica”, scrive Iole Natoli, “ha spinto (il regista), istintivamente, verso il mondo dell’immagine, permettendogli, allo stesso tempo, di cogliere, dell’immagine femminile, quel modo assolutamente intimo e originale di ‘parlare senza parlare’: l’’assurda’ pretesa delle donne di essere capite solo per un gesto, uno sguardo, per la scelta di un particolare colore di un abito o per una sfumatura nella voce”.

Ferrara, foto di Valerio Pazzi

 

Per Antonioni, non si tratta semplicemente di mettere al centro del quadro un’immagine di donna, come faceva Federico Fellini con le sue figure giunoniche, ma di sentire il pensiero femminile manifestarsi in sé, e questa è stata, fra le altre, una vera e propria rivoluzione.

Osservando con attenzione, sempre, anche affidando al suono uno scarto espressivo, usandolo come linguaggio autonomo. Altra rivoluzione. E la storia continua.

“Ciò che mi piace fare più di tutto è guardare”. (…) “L’idea mi viene attraverso l’immagine”. Michelangelo Antonioni

 

LE AUTRICI

Elisabetta Amalfitano, foto Picasa

Elisabetta Amalfitano insegna storia e filosofia al liceo Machiavelli di Firenze. È autrice di numerosi saggi di filosofia e cinema su riviste scientifiche e volumi collettanei, e collabora con la rivista “Left”. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato “Dalla parte dell’essere umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo” (2012), “Le gambe della sinistra” (2014) e “Controstoria della ragione” (2022).

Giulia Chianese, foto autrice

Giulia Chianese si laurea alla facoltà di Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo all’Università di Roma Tre con una tesi sul linguaggio delle immagini e si forma come attrice all’accademia di recitazione Fondamenta a Roma. Nel 2016 vince il bando Torno subito e si trasferisce a Los Angeles dove frequenta il Lee Strasberg Theatre&Film Institute. Ha collaborato con Luce Cinecittà all’annuale festival cinematografico Cinema Italian Style (2018) ed è stata presentatrice ufficiale dell’edizione 2022 del Festival Isola del Cinema di Romq. Nel 2024 ha realizzato il suo primo lungometraggio da protagonista.

Giusi de Santis, foto autrice

Giusi De Santis si laurea in Lettere alla Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia Teoria e interpretazione del film. Ha lavorato presso la Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e presso la compagnia Leone Cinematografica come responsabile editoriale per cinema e serie tv “Dramaturg” della compagnia Occhisulmondo, affianca anche altre realtà della scena teatrale italiana. Collabora con la rivista “Left”, dove cura la rubrica di cinema ed è autrice di saggi e racconti.

Iole Natoli, foto Cinemio

Iole Natoli è regista, script supervisor e autrice di poesie. Ha collaborato con registi come Ettore Scola, Marco Bellocchio e Andrea Segre. Script supervisor per Gomorra – la serie (stagioni 1-3) e docente di Teoria e tecnica del linguaggio e di grammatica cinematografica presso scuole di cinema e università, è autrice di “A un millimetro dal cuore” (2002) e “Incanto” (2010), cortometraggi candidati ai David di Donatello. Attualmente collabora con diverse società di produzione per la revisione delle sceneggiature.

Francesca Pirani, foto Mymovies

Francesca Pirani, laureata in Storia e critica del Cinema e diplomata in regia al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, ha collaborato come sceneggiatrice e aiuto regista con Marco Bellocchio ne “La visione del sabba” (1988) e “Il sogno della farfalla” (1994). Ha realizzato come regista i lungometraggi “L’appartamento” (1998) e “Una bellezza che non lascia scampo” (2001), presentati a diversi festival internazionali e assieme a Stefano Viali il film “Beo” (2017) che ha vinto il premio come miglior documentario italiano al Rome Indipendent Film Festival. Il suo ultimo film, “Vakhim” (2024) è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia nella sezione Notti Veneziane.

Tutte le fotografie di Ferrara nell’articolo sono di Valerio Pazzi, che ringraziamo

JIMMY CARTER E GLI ACCORDI DI CAMP DAVID

JIMMY CARTER E GLI ACCORDI DI CAMP DAVID

Il 9 gennaio gli Stati Uniti osserveranno una giornata di lutto nazionale in onore dell’ex presidente Jimmy Carter, morto  lo scorso 29 dicembre all’età di 100 anni. E’ stato forse  il Presidente meno amato e più sottovalutato. Ingiustamente

James Earl Carter Jr., detto Jimmy (1924 –2024), è stato il trentanovesimo Presidente degli Stati Uniti d’America (1977–1981), dopo essere stato Governatore della Georgia (1971–1975). Da vero outsider ha vinto la nomination democratica per le elezioni del 1976, dove ha sconfitto il presidente repubblicano in carica, Gerald Ford. Carter è stato insignito nel 2002 del premio Nobel per la pace.

Queste le motivazioni del premio riportate dalla commissione norvegese del premio: «Il Comitato norvegese dei Nobel ha deciso di assegnare il premio Nobel per la Pace per il 2002 a Jimmy Carter, per i decenni di sforzi incessanti dedicati alla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali, all’avanzamento della democrazia e dei diritti umani, e alla promozione dello sviluppo sociale ed economico. Nel corso della sua presidenza (1977-1981), la mediazione di Carter fu un contributo vitale agli accordi di Camp David fra Israele ed Egitto, di per sé un successo sufficiente a meritare il Nobel per la Pace. Quando la Guerra Fredda fra Est ed Ovest era ancora dominante, Carter pose un’enfasi rinnovata sul ruolo dei diritti umani nella politica internazionale». […].
Il terzo ed ultimo paragrafo della motivazione è quello in cui si può leggere più chiaramente la strategia politica del Comitato Nobel, un messaggio diretto all’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush e ai suoi progetti, che pure il Comitato non cita mai, di offensiva in Iraq. «In una situazione come quella attuale, segnata dalle minacce dell’uso del potere, Carter è rimasto fedele ai principi secondo cui i conflitto devono per quanto possibile essere risolti attraverso la mediazione e la cooperazione internazionale basata sul diritto internazionale, il rispetto per i diritti umani e lo sviluppo economico».

Nell’ambito dei conflitti arabo-israeliani, gli Accordi di Camp David sono stati accordi firmati dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin il 17 settembre 1978, dopo dodici giorni di negoziati segreti a Camp David. Tali accordi sono stati firmati alla Casa Bianca sotto l’auspicio del presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter e hanno portato direttamente al trattato di pace israelo-egiziano del 1979. Gli accordi di Camp David sono due distinti trattati divisi in più capitoli.

Il primo accordo è diviso in tre parti. La prima è stata un programma quadro per istituire una autonoma autorità auto-disciplinante in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ed attuare pienamente la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ONU (si veda: https://www.treccani.it/enciclopedia/risoluzione-onu-242_(Dizionario-di-Storia)/). È meno chiaro riguardo agli accordi relativi al Sinai, ed è stato interpretato diversamente da Israele, Egitto, e dagli stessi Stati Uniti. Il destino di Gerusalemme, come avverrà in occasione degli accordi di Oslo del 1993, è stato deliberatamente escluso dall’ accordo. La seconda parte affronta le relazioni israelo-egiziane. La terza i “Principi associati” che devono applicarsi alle relazioni tra Israele e tutti i suoi vicini arabi.

Il secondo accordo delinea una base per il trattato di pace che sei mesi più tardi avrebbe deciso il futuro della penisola del Sinai. Israele aveva accettato di ritirare le sue forze armate dal Sinai, evacuare i suoi abitanti civili, ottenendo in cambio delle normali relazioni diplomatiche con l’Egitto, la garanzia della libertà di passaggio attraverso il canale di Suez e di altri corsi d’acqua nelle vicinanze e una restrizione sulle forze che l’Egitto avrebbe posto sulla penisola del Sinai, in particolare al limite di 20–40 km da Israele. Israele ha, altresì, convenuto di limitare le proprie forze ad una piccola distanza (3 km) dal confine egiziano e di garantire il libero passaggio tra l’Egitto e la Giordania. Con il ritiro, Israele ha perso Abu-Rudeis, campi petroliferi nella parte occidentale del Sinai.

La stipula di un trattato di pace tra l’Egitto ed Israele, che pone fine a trent’anni di ostilità (l’ultimo episodio bellico era stata la guerra del Kippur, avvenuta nel 1973) è un evento eccezionale aldilà di alcune direttive disattese e di alcune conseguenze non previste.

A Camp David furono adottati due documenti: il “Quadro per la pace in Medio Oriente” e il “Quadro per la conclusione di un trattato di pace tra Egitto ed Israele. Mentre quest’ultimo andò in porto (il trattato fu firmato a Washington il 26 marzo 1979), dopo una complessa seconda tornata negoziale tra Medio Oriente e Washington che necessitò di un difficile viaggio di Carter in Oriente dal 7 al 13 marzo 1979, il primo restò solo un documento programmatico. (si veda: https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-10/quo-243/camp-david-successo-o-fallimento.html).

Aldilà di una situazione geopolitica difficile con intricate storie di guerre, conflitti e sangue senza sosta, aldilà del fatto che forse noi occidentali non conosciamo e non conosceremo mai del tutto le dinamiche, gli interessi, le pressioni, e i credi dei soggetti in gioco, sicuramente questi accordi sono la prova che delle singole persone possono ancora fare la differenza, che essere rappresentanti e sostenitori della democrazia può fare la differenza, che la fede nella forza degli accordi pacifici e nella possibilità dell’uomo di trovare soluzioni “ragionate”, incide in maniera sostanziale.

Il 6 ottobre del 1981, al-Sadat venne assassinato da Khalid al-Islambuli, esponente di un’organizzazione terroristica riconducibile alla Jihad islamica egiziana, che intendeva punirlo per la pace stipulata con Israele, durante una parata militare al Cairo in occasione della commemorazione per l’inizio della guerra.

Menachem Wolfovitch Begin è stato primo ministro di Israele dal 1977 al 1983. A causa delle conseguenze della guerra in Libano, che si trascinerà sino al 2000, e della grave crisi economica caratterizzata da un’iperinflazione, nel 1983 rassegnò le dimissioni passando le redini al suo collega di partito Yitzhak Shamir. Un personaggio controverso con cui era difficile dialogare e costruire relazioni rispettabili e durature. Eppure, ci si era riusciti, e gli Accordi di Camp David, seppure nella loro non completezza e parziale applicazione, rappresentano uno dei momenti più significativi di pacificazione del Medio Oriente. In quel momento si è davvero potuto sperare nella pace, In un cambio di assetto geopolitico che portasse benefici a tutti e permettesse di guardare al futuro con maggiore serenità riuscendo ad eludere quel ripiegamento all’indietro e su sé stessi che, come un brutto serpente, risucchia verso il rancore e l’odio per tutti. L’odio porta alla guerra e la guerra alla morte di molti innocenti. L’odio uccide sempre, non sbaglia, si chiamò odio proprio per quello.

Nel giorno della scomparsa di Jimmy Carter in cui si enumerano le tante cose che è riuscito a fare come presidente degli Stati Uniti, ricordare il suo ruolo nella stipula degli accordi di Camp David è dovuto. Proprio quel “lavoro” testimonia la sua bravura e la sua fede incrollabile nei processi democratici e attesta il suo miglior testamento politico.
Quello che successe a Camp David non può non far riflettere ancora adesso, proprio in questo momento in cui le zone che si era tentato di pacificare, sono di nuovo martoriate. Chi si ricorda i titoli dei telegiornali di quei giorni viene assalito dalla nostalgia della speranza che si respirava e chi non c’era deve colmare la sua assenza andando alla ricerca dei documenti dell’epoca e cercando di capire tutto quello che successe in quei giorni. Può essere utile a tutti come esercizio di comprensione e come testamento di un modo di fare politica che rimette la politica stessa tra le azioni maggiormente illuminate ed etiche che si possano intraprendere.

I testimoni dell’epoca documentano che il presidente Carter volle da subito un’atmosfera informale. Non c’era protocollo per i piazzamenti a tavola, non c’era un dress code (il presidente americano circolava in blue jeans), ma soprattutto non c’era la stampa, proprio per evitare che dichiarazioni improvvide dei partecipanti finissero per congelare le posizioni e impedire un negoziato sostanziale. L’intento di Carter riuscì solo in parte, nei dieci giorni finali del negoziato Sadat e Begin non si parlarono mai direttamente, benché le loro villette fossero affiancate. In alcuni momenti — ricorda lo stesso Carter — Sadat e Begin si affrontarono a muso duro (riguardo al confine internazionalmente riconosciuto e all’occupazione del territorio egiziano, come pure sullo sgombero dei coloni israeliani). In una fase drammatica, Sadat e Begin fecero per abbandonare la sala riunioni, Carter li rincorse sulla porta, sbarrando loro il passaggio, scongiurandoli di non rompere le trattative e di fidarsi di lui. In un altro momento, Sadat chiese addirittura un elicottero, pronto a ripartire. Alla fine, anche se non in tutta la loro interezza e potenziale portata, i trattati furono siglati dalle due parti. Quel lavoro di Carter resta ammirevole e se più tentativi in quel senso e in quella direzione fossero stati fatti, la situazione internazionale sarebbe sicuramente migliore.

Proprio per questo è importante ricordare il presidente Carter e salutarlo con molto rispetto. Per aver agito tentativi ammirevoli e per la determinazione con cui li ha perseguiti. Perché cose di questo tipo ed esempi di tale portata possano servire a farci ritrovare il senso della politica, quella vera che aiuta la gente, che non strilla, che non è volgare ma che prova con la massima onestà a lavorare verso una idea di pace. Grazie presidente Carter, buon viaggio.

Cover: Gli Accordi di Camp David, 17 settembre 1978 – (foto L’Osservatore Romano)

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Presto di mattina /
Nascere è cadere nel tempo

Presto di mattina. Nascere è cadere nel tempo

Inizio d’anno

Continuare a scrivere è il mio proposito. Sarà come riprendere un viaggio, senza sapere dove ti porterà e fino a quando. Così lo chiedo come una grazia nel gesto di un affidamento: scrivere come «nascere è un cadere nell’ora». Ho, infatti imparato da Giuseppe Pontiggia che la scrittura è «esplorare ciò che ancora non si sa e portarlo alla luce».

È l’ora del nascere di nuovo. Non è solamente un esercizio di trascrizione delle proprie esperienze o ricordi perché «l’avventura della parola scritta è di riservare sorprese al suo autore. Quando inizia il suo viaggio, che può durare un libro o una pagina, sa il punto di partenza, ma non di arrivo. Il testo glielo rivela e può essere una conoscenza inesauribile».

Scrivere è incontrare l’inatteso che ti sorprende, e scopri alla fine che il testo scritto ne sa più di te e tu impari cose nuove dalla tua scrittura: «Questo vale, in modo eminente, per il linguaggio poetico e narrativo. Ma vale in misura più circoscritta, ma non meno decisiva, anche per un saggio o un articolo.

Scrivere è inventare – cioè etimologicamente trovare, dal latino invenire – qualcosa che non si sapeva e che il testo svela. Questo è il senso idealmente più importante dello scrivere» (Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura, Mondadori, Ebook, Milano 2020, 156; 145).

Da non dimenticare in questo viaggio sarà un altro consiglio di Pontiggia sull’uso delle citazioni: «Citare è un’arte difficile. Non è appropriarsi di una espressione, ma farla propria» (L’isola volante, Mondadori, Ebook, Milano 2018, 134).

«La parola poetica semente di Dio»

Continuerò poi ad intrecciare ancora le parole poetiche con la parola di Dio, con il pensiero dei teologi e le istanze della spiritualità cristiana, che pongono a loro fondamento l’ascolto della Parola. Uditore della Parola anch’io ho cercato infatti di fare mia la lectio spirituale del teologo Karl Rahner che ricordava come la poesia appartenga alla stessa essenza dell’uomo.

Per questo «la riflessione dei credenti, non può considerare a priori estraneo nulla di ciò che riempie le ore sublimi dell’uomo, che deve essere ricondotto integralmente a Dio, poiché in fondo in tutti i campi del mondo, per quanto siano differenti, deve maturare l’unica semente di Dio» (La parola della poesia e il cristiano, in Saggi di Spiritualità, Paoline Roma 1965, 231-232).

Di più. «Noi cristiani dobbiamo amare e difendere la poesia, perché dobbiamo difendere l’umano, poiché Dio stesso l’ha assunto nella sua realtà eterna» (ivi, 245).

Per Rahner occorrerà così andare incontro ad ogni poesia «veramente grande con cuore aperto e con semplicità, rispettoso e – forse dolorosamente e pieno di compassione – amante, poiché essa parla dell’uomo… Quanto più profondamente una grande poesia introduce l’uomo nei reconditi abissi della sua esistenza, tanto più lo costringe a fronteggiare autorealizzazioni umane oscure e misteriose, che si nascondono in quella equivocità nella quale l’uomo sostanzialmente non può dire con sicurezza se egli è in grazia o se è perduto» (ivi, 247).

Allevare la parola, portarla verso l’alto, verso il culmine di sé che è il cuore: «Coltivare la poesia è allora coltivare la vita, diventare uditori della parola della vita e viceversa: quando un uomo nel profondo del suo cuore impara ad ascoltare le parole del Vangelo veramente come parola la Dio, data da Dio stesso, allora incomincia a diventare un uomo che non può più essere completamente insensibile ad ogni parola poetica» (ivi, 244).

«Il tempo cuore dell’esistenza»

Così la natività e l’inizio dell’anno sono similmente un cadere nel tempo, luogo di una epifania, il venire alla luce. Nascere è così cadere nel cuore dell’esistenza, che si sottrae a qualunque forma di possesso; il tempo è la nostra unica condizione possibile, caratteristica essenziale della nostra vita.

Così scrive Abraham Joshua Heschel (1907-1972): «Nella civiltà tecnica, noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio. Accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo. Tuttavia, avere di più non significa essere di più: il potere che noi conseguiamo sullo spazio termina bruscamente alla linea di confine del tempo: e il tempo è il cuore dell’esistenza.

Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo. Esiste un regno del tempo in cui la meta non è l’avere ma l’essere, non l’essere in credito ma il dare, non il controllare ma il condividere, non il sottomettere ma l’essere in armonia» (Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno, Rusconi, Milano 1972, 7).

Che il tempo sia superiore allo spazio lo ha anche ricordato papa Francesco nella sua prima Esortazione apostolica Evangelii Gaudium là dove ricorda: «Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti.  Il “tempo”, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto…

Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempoDare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce» (nn. 222-223).

«Nascere è cadere nel tempo»

Nella raccolta poetica di Marina Cvetaeva, Dopo la Russia e altri versi, (Mondadori, Milano 1988, 39-41 a cura si Serena Vitale), si trova una poesia dal titolo La Sibilla – Al bambino, come a voler profetizzare la Natività del Bambino di Betlemme. A commento di questo testo, l’artista scrive: «Questi versi sono stati tratti dal futuro, per un’intima appartenenza [a esso]».

Al mio petto,
Bambino, aggrappati:
Nascere è cadere nel tempo.
Da stellari rocce di nessun dove,
Bambino mio,
Come sei caduto in basso!
Tu che eri spirito, sei diventato polvere.
Piangi, piccolo, per loro e per noi,
Nascere è cadere nell’ora!
Piangi, piccolo, ancora e ancora:
Nascere è cadere nel sangue,
E nella polvere,
E nel tempo…
Dov’è il bagliore dei suoi prodigi?
Piangi, piccolo: nascere nel peso!
Dov’è la vena delle sue grazie?
Piangi, piccolo: nascere nel conto,
E nel sangue,
E nel sudore…
Ma ti alzerai! Ciò che nel mondo è detto
Morte — è cadere nell’alto.
Ma vedrai! Ciò che nel mondo sono palpebre
Chiuse, è nascere alla luce.
Da oggi —
Per sempre.
La morte, piccolo, non è dormire ma alzarsi,
Non è dormire, ma tornare…
A nuoto, piccolo! Non è rimasto
Che un passo…
— Venire alla luce.
(Per questa traduzione sono ricorso a Lucio Coco, in Osservatore Romano, 23 dicembre 2024, 6).

 Scopriamo così in questo testo che nel mistero del tempo il cadere contiene un alzarsi, il nascere per caduta un nascere verso la luce; non solo una discesa rovinosa: un tempo sepolto, ma un’ascensione: “un cadere nell’alto”.

Si proviene da Nessun dove, Stellari rocce sono il non luogo dell’Eterno come l’Assoluto ha la sua epifania nel relativo, così il Senza tempo si rivela nel tempo e nella storia e nel silenzio, partorisce la Parola: «Tu che eri spirito, sei diventato polvere d’uomo».

Il segreto del tempo: vi è un tornare dalla morte, a nuoto, onda dopo onda dove sigillate palpebre si dischiudono alla luce come dopo un sonno.

Il Sempre duraturo/Everlasting è il seme gettato nel tempo, esso contiene insieme potenzialità: un passato, sviluppo: un presente e compimento: un futuro. Il dispiegarsi del tempo è la vita stessa nelle sue possibilità infinite, nei suoi passaggi critici, pesantezza, sudore, pianto e sangue ma poi sei rialzato e ti è detto: «Non è rimasto/ Che un passo…/ — Venire alla luce».

Scrive la Cvetaeva: «Nel mondo io non amo ciò che è profondo ma ciò che è alto», e commenta nell’introduzione al testo Serena Vitale: «Alto e basso, vetta e valle sono le coordinate essenziali della sua geografia dell’assoluto, del suo stesso sistema poetico, modulato lungo un’impervia scala ritmica che mima il processo di catarsi con la fisica, gestuale teatralità dell’intonazione. E la montagna – la vetta – è il luogo da cui risuona la sua voce, che inizia sempre dalla nota più alta, dall’epifania dell’esclamazione, dall’acme del sospiro e dell’urlo, e non consente pause, discese, e incalza il lettore sempre più su, più in alto» (ivi, XVII-XVIII).

«Nascere è cadere nell’ora!»

 «Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!” (Gv 12, 27-28). L’oscurità iniziò verso mezzogiorno (l’ora sesta) e si protrasse sino alle tre del pomeriggio (l’ora nona), ora dell’effettiva morte di Gesù: «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Gesù, dando un forte grido, spirò» (Mc 15, 33; 37).

È difficile per me giunti a questo punto non far corrispondere al testo poetico della Cvetaeva – non giustapposto ma come uno specchiarsi dapprima, un rincorressi poi, l’intrecciarsi infine delle parole le une nelle altre – quelle di un inno poetico/celebrativo a Cristo della chiesa antica fatto proprio dall’apostolo Paolo, incastonato in modo mirabile nella lettera ai Filippesi. Si dispiega dall’alto, preesistenza in un movimento di abbassamento inaudito, dalla condizione di Dio a quella di schiavo e per questo abbassamento egli è stato innalzato, portato in alto e il suo nome sopra di tutti i nomi.

È la storia di Gesù Cristo in poesia: dall’umiliazione all’esaltazione (2,6-11).
L’annientamento e l’umiliazione di Gesù Cristo (2,6-8): caduto nel tempo
L’esaltazione e proclamazione di Gesù Cristo (2,9-11): caduto nell’alto

6 Colui che esisteva di un’esistenza divina
non cercò avidamente di conservare questa uguaglianza con Dio
7 ma alienò se stesso, prendendo esistenza di schiavo,
divenne uguale agli uomini;
e, ritrovato all’esterno come uomo,
8 umiliò se stesso (e) divenne ubbidiente fino alla morte,
fino alla stessa morte di croce.
9 Per questo Dio lo ha anche tanto innalzato
e gli ha donato il nome che (è) sopra ogni nome,
10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio
dei celesti e terreni e subterreni
11 ed ogni lingua confessi: Signore (è) Gesù Cristo,
a gloria di Dio Padre.
(Fil. 2, 6-11)

Questo ritratto cristologico è inserito in un contesto etico. È appello all’unità e unanimità del sentire; è preceduto infatti dall’esortazione di Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo». Come a dire: si trovi in voi, gli uni per gli altri, lo stesso suo sentire, lo stesso amore, la stessa forma della sua umanità.

Come Cristo Gesù ha preso la nostra umanità, così noi ci rivestiamo della sua e dunque assumiamo il suo stesso criterio di come valutarci nei confronti degli altri: un’umiltà che diventa responsabilità, che pensa all’altro prima che a se stesso. Un sentirsi responsabili al modo con cui Cristo si è reso responsabile di noi fino ad umiliarsi, annichilirsi nella polvere. E per questo è stato rialzato da un Altro ed elevato in alto il suo Nome.

La via delle comete

Iosif Brodskij ha definito Marina Cvetaeva «la voce più tragica di tutta la letteratura russa. La sua poesia è estremamente tragica, non solo nel contenuto – fin qui niente di nuovo, in particolare nella letteratura russa –, ma anche nella lingua, nella prosodia. La sua voce, la sua poesia, ti dà quasi l’idea o la sensazione che la tragedia sia all’interno della lingua stessa (Conversazioni, Adelphi, Milano 2015, [ed digitale 2017], 104) e tuttavia pur nelle sue esperienze drammatiche ha percorso il suo destino sempre cercando la sua via, inseguendo la luce di una stella, la via delle comete, che è la poesia, per esprimere anche oggi il cadere e l’innalzarsi, l’alto e lo sprofondo, il perdersi e il ritrovarsi della nostra condizione umana.

Il Poeta
Da lontano – il poeta prende la parola.
Le parole lo portano – lontano.
Per pianeti, sogni, segni … Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo
è passo di cometa.
(Dopo la Russia e altri versi, 93).

E con non poca meraviglia ho trovato nascosta tra le sue pagine una benedizione ed una confessione per l’anno appena nato che va a cadere nel tempo.

Benedico il lavoro d’ogni giorno,
benedico il sonno d’ogni notte.
La grazia del Signore e – del Signore il giudizio,
la buona legge e – la legge della pietra.
E la mia porpora polverosa con tanti buchi …
E il polveroso bordone tutto raggi!
Ancora, Signore, benedico – la pace
in casa d’altri e il pane nel forno altrui!
lo sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene:
Io crescerò e lo ridarò centuplicato.
lo sono la campagna, la terra nera.
Tu per me sei il raggio e l’umida pioggia
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
sono terra nera e carta bianca.
(Marina Cvetaeva, Poesie, Feltrinelli, UEF, Milano 1992. 79-80)

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Storie in pellicola / Wonka

Natale, Capodanno, in attesa della Befana. Un divertente film per le feste, dove il cioccolato cola a fiotti. Wonka, di Paul King ci regala momenti dolcissimi.

Un prequel perfetto (de La Fabbrica di cioccolato), quello di Wonka, del regista di Paddington, Paul King, che racconta le origini dello storico personaggio ideato da Roald Dahl. Un talentuoso Timothée Chalamet, nei panni del famoso cioccolataio Willy Wonka, già interpretato per il grande schermo da Gene Wilder nel 1971 e Johnny Depp nel 2005.

Chalamet danza, salta leggero, è dirompente, coinvolgente, divertente, generoso, brillante, intelligente, originale, spiritoso. Luci, canzoni, ritornelli, rime, filastrocche e colori sono tutti per lui, l’atmosfera è magica, fatata, rosa e zuccherina, sa di caramello e zucchero filato.

Il cast si completa di brillanti talenti come Keegan-Michael KeyPaterson Joseph, Matt LucasMatthew BayntonSally Hawkins (la mamma di Willy), Rowan Atkinson (il mitico Mr Bean), Jim Carter e un meraviglioso, travolgente piccolo Oompa-Lumpa interpretato da Hugh Grant, che offrono interpretazioni uniche e spiritose, sempre sopra le righe, piccole danze su un arcobaleno di dolciumi che il film è sempre, dall’inizio alla fine.

Il racconto ci conduce all’infanzia di Willy, aspirante cioccolatiere che arriva in città con pochi soldi, grandi ambizioni e una tavoletta di cioccolato. Con lui, una scatola piena di alambicchi e ingredienti magici. Con le sue pozioni, Wonka sogna di aprire una grande, colorata e divertente cioccolateria ma tre potenti, spietati e corrotti mastri cioccolatai che fanno cartello fra di loro non ammettono un nuovo concorrente. Se poi i cioccolatini di quel giovane sognatore fanno volare i clienti, allora va davvero fermato.

Willy soggiorna presso una locanda la cui proprietaria gli fa firmare un contratto pieno di clausole che lo vincolano a lavorare per anni nella sua lavanderia, dove soggiornano anche altri malcapitati ingannati allo stesso modo in epoche diverse. Fra di loro c’è Noodle (Calah Lane), una ragazzina che è stata recuperata dall’ostessa, la cattiva signora Scrubbit (Olivia Colman) nel cassonetto dei panni da lavare e che è costretta a ripagare tanta generosità con il ruolo di schiava della locanda. Al gruppetto non resta che unire le forze e tenersi stretti i propri sogni, sperando un giorno di realizzarli tutti. Tutti immersi in un cioccolato dal duplice significato: sogno che porta riscatto ma anche dolce e temibile strumento di corruzione.

Wonka è stato interamente girato in Inghilterra: nella cittadina portuale del Dorset, a Mapledurham, a Oxford (compaiono le famose costruzioni universitarie della città, il cortile della Bodleian Library, la Radcliffe Camera, lo Sheldonian Theatre e l’Hertford College, che ospita il famoso “Ponte dei Sospiri” nella scena della giraffa), a Bath (si vedono, in particolare, il suo lungo colonnato, l’Abbazia, i Parade Gardens, l’Orange Grove e il Pulteney Bridge) e, ovviamente, a Londra (nella Cattedrale di St. Paul, alla Rivoli Ballroom, un ex cinema e sala da ballo rimasta invariata nel suo aspetto dagli anni ‘50 ad oggi e a Eltham Palace, una villa degli anni ‘30 di stile Art Déco).

Wonka, di Paul King, con Timothée Chalamet, Calah Lane, Keegan-Michael Key, Paterson Joseph, Matt Lucas, Hugh Grant, USA, 2023, 116 minuti.

La sanità pubblica è meglio di quella privata:
a patto che lo Stato non la faccia morire

La sanità pubblica è meglio di quella privata: a patto che lo Stato non la faccia morire 

Come consigliere comunale di un piccolo Comune del Trentino sono rimasto sorpreso delle cifre elevate che il mio Comune spende per qualsiasi intervento. Ci sono buone ragioni per dire che la gestione pubblica è spesso peggiore e più costosa di quella dei privati. In vari settori l’efficienza di un’azienda privata è superiore a quella del pubblico, il quale è tenuto (a differenza del privato) a garantire un’assoluta equità nelle gare e nei trattamenti e la cui “burocrazia” è una delle cause di maggior costo di alcuni servizi pubblici. Non sempre è così, ma certo la recente abolizione per i Sindaci del reato di abuso d’ufficio favorisce che le gare siano vinte dagli “amici degli amici”.

La scarsa efficienza del pubblico ha diffuso la cultura del “privato è meglio del pubblico”: in molti settori è così, anche perché il privato è controllato nel prezzo da un cliente che può scegliere e, mettendoci del suo, sta attento (quello che non è successo col superbonus dove i prezzi sono saliti alle stelle –pagando Pantalone Stato). Ci sono però alcuni casi, come la sanità, l’acquisto del gas all’estero o la presenza di grandi imprese (e banche), in cui il settore pubblico si mostra più efficiente ed efficace del privato, in quanto sfrutta le grandi dimensioni di scala che generano economie, le economie di scopo (che consentono altri servizi simili), con prezzi minori per i clienti/utenti, in quanto non governa una logica di profitto. Nella sanità poi esiste una “asimmetria informativa”. Il cliente/paziente, trattandosi di un settore complesso (dove fa –per fortuna- acquisti di rado), non sa bene dove sia il servizio migliore e quanto costa. Un conto è infatti acquistare uno smartphone o un’auto, altro è “acquistare” un’operazione chirurgica. Il primo servizio di un sistema sanitario serio è quello di indirizzarti nel luogo migliore per te. Ma ciò è possibile solo se c’è una gestione unitaria a grande scala del servizio, che non operi secondo una logica di libero mercato.

Ciò spiega perché la sanità pubblica italiana era fino a 20 anni fa ai primi posti nel mondo nonostante una spesa pro-capite modestissima. Oggi questa spesa pro-capite (pagata tramite le imposte…per chi le paga) è di circa 2.200 euro per abitante all’anno (130 miliardi di spesa sanitaria divisi per 59 milioni di residenti). Ci sono poi circa 43 miliardi di spese sanitarie private che pagano i singoli cittadini (o meglio, chi se lo può permettere).

Se analizziamo il modello assicurativo privato tipico di tutta l’America  – Latina inclusa – vediamo che, per esempio, negli Stati Uniti la garanzia sanitaria (tramite assicurazione privata) costa in media 5-6mila dollari all’anno, ma non sempre garantisce tutte le cure. Infatti chi  ha necessità di cure costose – specie se anziano – rischia di vedersele negate, in quanto le assicurazioni (quotate in borsa), hanno necessità di fare profitti e si comportano di conseguenza facendo pagare salato le cure costose. Ciò spiega il recente enorme sostegno che ha avuto negli Stati Uniti il gesto del giovane di 29 anni che ha ucciso il CEO di una grande assicurazione sanitaria privata, che negava le cure a malati gravi che ne avevano bisogno. Gli americani, nonostante queste limitazioni per le cure costose, spendono in media il doppio degli italiani, e questo pur essendoci 40 milioni di americani senza assicurazione, in quanto non se la possono permettere.

Gallup misura ogni 3 mesi il grado di soddisfazione degli americani per la propria sanità. Esso è calato dal 2001 al 2024 dal 53% al 44% (intesi come coloro che dichiarano la sanità eccellente o buona) (vedi: https://news.gallup.com/poll/654044/view-healthcare-quality-declines-year-low.aspx). In Italia la sanità pubblica, pur se criticata sempre di più, è ancora considerata buona o eccellente da 2/3 dei nostri concittadini. Ma se negli Stati Uniti si chiede quanto si è soddisfatti del costo che si paga per la sanità, la soddisfazione scende dal 28% del 2001 al 19% del 2024. Il costo, insieme all’accesso ai servizi e all’obesità, sono (nell’ordine) i tre principali problemi per gli americani nell’ambito della salute. La valutazione degli americani sulla qualità dell’assistenza sanitaria statunitense è scesa al livello più basso degli ultimi 24 anni, e le opinioni sulla copertura sanitaria a livello nazionale rimangono ampiamente negative. Tuttavia, nonostante la diffusa e progressiva negatività nei confronti dell’assistenza sanitaria, gli americani la valutano ancora in parte positivamente (non conoscendo altri modelli).

Se in Italia si continua a non finanziare in modo adeguato (almeno in base a quanto aumenta l’inflazione) la sanità, assisteremo ad una crescita del modello americano di assicurazioni private, che però non garantirà neppure tutte le prestazioni e costerà molto di più di quello che oggi paghiamo attraverso le imposte. Lo dicono i confronti internazionali e molti studi, e lo ha testimoniato anche un giornalista del Corriere della Sera (Maggi) che ha vissuto negli Stati Uniti e che ha dovuto pagare 1.200 dollari per un piccolo intervento, nonostante fosse assicurato, perché il medico è intervenuto dopo le ore 12 (per un ritardo non a lui imputabile) e l’assicurazione garantiva prestazioni gratis solo fino alle ore 12. Un lettore de Il Corriere racconta che dopo 25 anni di regolari pagamenti della polizza di assicurazione sanitaria di 3mila euro all’anno (inizialmente erano 2mila) in Italia, ha ricevuto una disdetta da una nota assicurazione privata. Con l’avanzare dell’età le assicurazioni si tutelano infatti inserendo, in carattere minuscolo, norme che al momento opportuno consentono all’assicurazione privata di disdire la polizza.

Le chiavi della salute e longevità dipendono  – dicono gli studi – per il 20% dalla genetica, per 10% dal sistema sanitario, per 20% da fattori ambientali e per 50% dallo stile di vita. La responsabilità del singolo individuo sarebbe quindi pari al 50%, ma a ben guardare sembra una percentuale esagerata (anche se non bere alcolici, non fumare, nutrirsi in modo sano e fare attività fisica conta), in quanto lo stile di vita dipende molto dai primi anni: dalla tua famiglia, dal contesto sociale. Sono questi gli elementi che delineano lo stile di vita che avremo da adulti. Il bambino infatti non può scegliere la dieta, se praticare uno sport e ancor meno se fare la prevenzione, cose che fanno soprattutto le famiglie in buone condizioni economiche; a meno che non intervenga lo Stato, come in Germania, dove tutti i bambini fanno la prevenzione dal dentista gratuitamente fino a 14 anni.

In sostanza l’aspetto economico incide moltissimo ed è per questo che una sanità pubblica va difesa nell’interesse di tutti, perché è un settore che, sebbene sia organizzato con una logica pubblica, costa meno sia al singolo cittadino che allo Stato.

Quando l’inflazione è alta (come lo è stata nel 2022 e 2023) per avere gli stessi servizi occorre spendere per la sanità non 3 miliardi in più, ma 20 miliardi in più. Ecco perché la spesa reale (post inflazione, la linea rossa della figura) è in calo dal 2022 al 2024 e sale di poco nel 2025, ma sempre molto sotto i livelli del 2021. E poiché soldi lo Stato italiano ne ha pochi, dovrà nei prossimi anni decidere se intende metterli nella sanità pubblica (e nella scuola) o spenderli in armamenti.

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Neve neve neve…
La mostra di Isabella Guidi inaugura il 2025.

Neve neve neve …
la mostra di Isabella Guidi inaugura il 2025

Dal 4 al 12 gennaio 2025
Presso lo studio di Paola Bonora
a Ferrara in Via Terranuova, 30/a

Parte da una tavola di legno che ha colorato di nero, Isabella Guidi, lavora con una matita bianca fino a dar vita a panorami, alberi, strade, tetti, persone che popolano il suo mondo incantato, quello dei luoghi cari alla sua infanzia, ammantati di neve.

Tavole quadrate, sulle quali l’artista interviene con matite bianche e grigie, divengono squarci che conducono al mondo dei ricordi, dove gli occhi di una bambina gioiscono nell’ osservare una nevicata che imbianca la campagna ferrarese, come oggi non si vede da tempo, ma che molti di noi ricordano con nostalgia.

La pittrice attinge al proprio mondo interiore, della neve ci trasmette il fascino, le antiche suggestioni, solo a tratti si avverte la sensazione di freddo, che deve aver provato correndo fuori in giardino per toccare, annusare, gustare, ascoltare, osservare i fiocchi mentre si posavano e rimodellavano gli oggetti.

Il fascino della neve sarà anche il tema del Reading che le poetesse ed i poeti dell’Associazione culturale Ultimo Rosso terranno l’11 gennaio alle 17.30 presso lo studio Bonora, proponendo, con un altro linguaggio artistico, le proprie emozioni, che si intrecceranno con quelle che emergono dalle opere della Guidi.

All’inizio del nuovo anno, non si deve perdere questo momento di visione e riflessione sul tema della neve. Un’occasione rara, come rara è diventata la neve.

Ci sono temi che richiedono subito il colore da stendere sulla tela. Ci sono invece temi che partono dalla penna. Inizio scrivendo parole, mi fermo ad immaginarle e poi, in autonomia capita che loro proseguano sulla tela. Le parole sono meraviglie talmente fluide che potrebbero andare da sole e bastare ma questa volta, la strada che hanno aperto è quella di un pastello bianco. Così ho semplicemente iniziato a distribuire neve su piccole tavole di legno nero.

(Notte di fitta neve)

Un’intera notte di fitta neve.
Poi fu mattina.
Camminai aderente al muro.
Il giro completo della casa,
felice di non calpestare ciò che brillava al primo sole.
Camminai aderente al muro quel giorno,
come ad ogni nevicata.
Camminai, un passo dopo l’altro,
nel candido silenzio.
Camminai ricordando che
virtuoso è l’umano che non lascia traccia.
Camminai cercando di non disturbare quella infinita bellezza.
Camminai così e ancora lo faccio.

Isabella Guidi

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“La famiglia” di Cesare Pavese.
Una lettura

“La famiglia” di Cesare Pavese. Una lettura

Torino, aprile 1941. Cesare Pavese, tra il giorno uno e il trenta di aprile, scrive il racconto La famiglia. Un mese dopo farà il suo esordio narrativo con il romanzo Paesi tuoi. Cinque anni prima, confinato in Calabria a causa della sua vicinanza ai gruppi antifascisti di Giustizia e Libertà, ha iniziato a tenere un diario, che raccoglie in una cartella verde su cui annota le parole “Il mestiere di vivere”.

Da quasi un anno l’Italia è in guerra, e Pavese è nel pieno del proprio lavoro editoriale: l’adesione al PCI, le riflessioni sulla guerra e i dibattiti politici, la letteratura angloamericana finalmente tradotta in italiano. Presto, assieme a Ernesto de Martino, fonderà la “collana viola” einaudiana, la Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici che porterà in Italia l’opera di Jung e di Kerényi, di Propp e Malinowski, di Frobenius e Frazer.

Sono anni febbrili, anni di grandi narrazioni e studi. Il tuffo nel mito, infine quello nell’abisso.

Pavese riempie il manoscritto di correzioni e cancellature: ma solo dopo la sua morte La famiglia, ritrovata tra le sue carte, verrà pubblicata.

I protagonisti – il trentenne Corrado, l’antica amante Cate, il piccolo Dino, figlio di Cate e forse dello stesso Corrado – rivivranno, anche nei nomi, nei protagonisti de La casa in collina, scritto quasi sette anni dopo e pubblicato da Einaudi nel 1948.

Grandi sono le differenze tra le due opere: La casa in collina è un romanzo ambientato durante la guerra, quando Torino è sotto i bombardamenti e Corrado, rifugiato sulle alture langarole, incontra Cate e Dino in un gruppo di sfollati.

La famiglia invece è una novella, più breve, e si svolge sempre a Torino ma in tempo di pace (la parola guerra vi compare solo una volta, in una lettera in cui Corrado dice la sua inquietudine, e suona come una dichiarazione di poetica: «Mi convinco una volta di più che tutto succede come alla guerra: è indescrivibile»). Diversi nei due testi sono i sentimenti di Corrado verso il bimbo e diverso lo scioglimento, il finale. Ma i tre protagonisti sono gli stessi e molti aspetti combaciano.

La famiglia torna ora alla luce, per la cura di Marta Mariani, grazie alla casa editrice indipendente Divergenze (*).

Nel saggio introduttivo, Mariani evidenzia come i protagonisti de La famiglia «paiono a tutti gli effetti le matrici degli omologhi futuri» de La casa in collina; inoltre, partendo dalla celebre frase di Virginia Woolf per cui solo l’autobiografia è letteratura, rammenta che Davide Lajolo considerò il Corrado de La casa in collina «forse il personaggio nel quale Pavese ha messo più di se stesso, senza preoccupazioni»: poste quindi affinità e differenze tra le due opere, anche La famiglia è portatrice di elementi autobiografici importanti.

Rileva poi la cura maniacale, il lavoro più di incisione che di cesello, che traspare dalle cancellature e dalle varianti del manoscritto, osservando che Pavese «rinuncia a giocare con il colore o con il vocabolario: la sua formula gli impone un limite, una decorosa povertà».

Marta Mariani firma anche il breve saggio Ontologia di un uomo autunnale, che chiude il volume assieme a una nota finale di Lorenzo Campanella – che ha curato l’editing del testo – e a un sorprendente ritratto a carboncino.

Nella parte conclusiva del peritesto vi è l’indagine più specificamente connessa al piano interiore: Mariani pone in luce le risonanze del mito ne La famiglia come nella personale inquietudine di Pavese, fino al luogo in cui «il racconto si fa vera e propria confidenza in forma narrativa, illuminando quel disagio in modo diverso: nell’ossessione dell’uomo-scrittore di incontrare la bestia»: il luogo, anche, di una fragilità maschile innanzi al potere del mito, che rende il testo quanto mai attuale.

Campanella individua, quindi, una postura fondamentale del mondo pavesiano: «Perfino dove paiono uniti da qualche legame, i personaggi soffrono del silenzio rigenerante e feroce della solitudine».

Nell’edizione Divergenze il testo denso ed essenziale de La famiglia è incorniciato da un peritesto che, con densità, offre quanto occorre a inquadrare l’opera sia sul versante testuale sia su quello autoriale, e ad apprezzarne la lettura sul crinale che si snoda tra i due versanti: un crinale quasi indicibile, perché La famiglia è una novella.

E una novella porta sempre in sé un segreto. E infatti, già nel titolo, La famiglia è avvolta da un segreto.

Il rapporto tra testo e paratesto non è mai banale: non sempre ce ne avvediamo subito, ma l’armonia tra un testo e la sua presentazione editoriale – e la cura con cui si è perseguita questa armonia – segneranno la lettura, o le riletture, e il ricordo del contenuto del libro, come un grappolo di suoni armonici.

La cura di Divergenze si manifesta anche nella scelta di materiali inconfondibili: cifra distintiva delle sue edizioni sono l’impaginazione ampia e ariosa, l’uso di un carattere graziato specifico quale il Divergent (variante del Garamond stilizzata ad hoc), la grafica di semplice eleganza, la mano soffice e assieme fragrante di carta e cartoncino di alta qualità anche sotto il profilo ecologico.

Nel caso de La famiglia, a un testo curato con grande rispetto e racchiuso da un apparato esauriente ma essenziale, Divergenze unisce un omaggio: la copertina in cartoncino viola chiaro, opaco, in tinta unita. Il colore che Pavese stesso aveva scelto per le copertine della Collana viola.

(*) Cesare Pavese, La famiglia, a cura di Marta Mariani, Belgioioso, Divergenze, 2024.

Per leggere i contributi di Silvia Tebaldi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole a capo
Stefano Agnelli: “Strade luminate a festa”

Strade luminate a festa

Sola regni

Indifferenza

Madre di un dolore

non tuo, sola causa

dell’ansia sottile d’ognuno.

Chi muore urla nel silenzio,

anime beate d’amore divino.

Ma qui, in ogni casa, 

per le strade

luminate a festa,

siamo già morti 

e non lo sappiamo.

 

Questa poesia è stata pubblicata sul numero 798 de “Il giornale di Rodafà”. Rivista online di liturgia del quotidiano – 29/12/2024.

NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 265° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

“Aggiustare l’universo” di Raffaella Romagnolo:
un romanzo classico-contemporaneo

Vite di carta. “Aggiustare l’universo di Raffaella Romagnolo: un romanzo classico-contemporaneo

A dispetto del titolo di questo mio testo, che pare inoltrarsi nel territorio a delta dei generi letterari, voglio partire da un gatto. Un gatto nero che è sulla copertina di Aggiustare l’universo di Raffaella Romagnolo, tra i libri finalisti del Premio Strega 2024, e che dentro la storia occupa un ruolo non secondario in qualità di amico salvifico della bambina protagonista.

Ho un gatto nero che da poco entra in casa nostra e si accolla le nostre abitudini mentre ci impone le sue: sono nel pieno di una nuova consolazione, mi appoggio al suo istinto e sento che si ricompone l’amicizia con un animale che mi è necessaria.

Quando il felino è comparso tra le pagine del libro ne ho sentito la forza: la bambina di nome Francesca, che vive all’orfanotrofio e non parla, lo custodisce in un luogo segreto, gli porta ogni giorno un po’ di pane che si è levata dalla bocca e lo mantiene in vita per lei sola. In cambio lo copre di parole.

Il libro finisce con le fusa del gatto, che intanto ha avuto un nome ed è Lucifero, e che in realtà è femmina, mentre si intrufola nei meandri dell’orfanotrofio e si addormenta beato sulle gambe di una figura femminile.

Il finale lieto della storia va all’unisono col ron ron del micio: nessuna segregazione all’orizzonte per lui e per gli umani, a guerra finita. E poi la libertà di muoversi tra i corridoi e l’esterno del grande edificio; per gli uomini la libertà di viaggiare da una città all’altra, da un paese all’altro. Il viaggio di Francesca è stato un ritorno alla sua città, Casale Monferrato. Specularmente a Lucifero, il portatore di luce, la bambina ritrova la propria identità e la propria religione.

Ora devo uscire dal punto di vista del gatto se voglio rendere conto della Storia con la maiuscola che il romanzo racconta.

Il libro racconta della maestra Gilla, 22 anni, che a guerra finita rimane a insegnare nel piccolo paese di Borgo di Dentro, dove nell’autunno del 1942 si è rifugiata insieme ai genitori per sfuggire ai bombardamenti su Genova. Racconta in parallelo di Francesca, la bambina più brava nella quinta classe dove Gilla insegna con passione.

L’anno scolastico 1945-46 rappresenta quel segmento di tempo che le fa incontrare, insegnante e allieva,  e si rivela un tratto di vita risolutivo per entrambe.

La maestra deve ripartire dalle macerie dell’Italia liberata e tentare di ricostruire giorno dopo giorno un universo ordinato dentro la testa delle sue alunne: ha a disposizione le regole scolastiche e tanti piccoli saperi che fa depositare sui loro quaderni. I problemi di matematica, gli elaborati di italiano, le attività manuali e soprattutto la conoscenza del cosmo.

Ha trovato  perlustrando i locali della scuola un planetario meccanico in metallo e cartapesta che riproduce il sistema solare, ha “i pianeti dipinti a tempera, la base con i segni zodiacali disegnati a filo d’oro”.

Si mette a ripararne le ammaccature e ad aggiungere le parti mancanti: intanto che l’anno scolastico avanza Gilla aggiusta l’universo per tenere le lezioni di astronomia alle bambine. Francesca, in particolare, assorbe la sua attenzione di educatrice. Francesca vive nel vicino orfanotrofio, è preparata e pronta in ogni materia ma comunica scrivendo, oppure si esprime con i gesti. Parla soltanto col proprio gatto, ma questo la maestra viene a saperlo solo ad anno avanzato, quando il segreto è stato svelato alla compagna di banco, unica figura amica nella solitudine di Francesca.

Maria Luisa, così si chiama la compagna, nel rivelarlo a Gilla dimostra quanto la maestra sia divenuta un punto di riferimento fondamentale per le allieve, colei che col proprio intervento può restituire a Francesca la voce che rifiuta di usare. La voce le sarà indispensabile per affrontare gli esami di licenza elementare, la maestra lo sa. Anche Maria Luisa ha intuito che il mutismo dell’amica può causare la più ingiusta delle bocciature.

Che motivi hanno spinto Francesca a non parlare in questi lunghi mesi? La narrazione, condotta come è nella nostra tradizione romanzesca da una voce narrante onnisciente, ce ne dà conto andando indietro di alcuni anni fino al famigerato 1938 con l’emanazione delle leggi razziali e risale lungo gli anni della seconda guerra. Veniamo a conoscere il prima nella vita di Gilla, la sua infanzia a Genova, gli studi da maestra e i rischi che ha corso facendo da staffetta per i partigiani e per il suo amato Michele.

In parallelo Francesca, che è nata in una colta famiglia ebrea e in realtà si chiama Ester, ha vissuto la prima infanzia a Casale Monferrato finché il terremoto delle leggi razziali non ha spezzato il suo mondo familiare. Il padre è finito ad Auschwitz, la madre l’ha affidata alle suore dell’orfanotrofio sotto falso nome per salvarla.

I capitoli si alternano tra questo passato recente che ha lasciato traumi fortissimi in entrambe le protagoniste e il presente dell’anno scolastico della ripartenza. A ogni trimestre, il cursore del tempo che avanza coincide con un quadro che si è fatto più preciso del loro difficile mondo interiore: Gilla a poco a poco impara a convivere con la perdita di Michele ucciso dai soldati tedeschi, Francesca-Ester ha trovato in Maria Luisa e nel gatto un baluardo da opporre alla perdita di sé.

Il romanzo rispecchia l’impianto del romanzo realistico ottocentesco anche mentre si avvia a finire. Lo dice il titolo che possiamo aspettarci una ricomposizione finale dopo la diaspora dei sentimenti, dei beni materiali, delle vite intere che la guerra ha abbattuto.

Le ultime pagine ci dicono che tutte le bambine della classe quinta D sono state promosse, che Ester tornando a Casale accompagnata da Gilla ha ritrovato la propria famiglia e ora la sua vita è piena di voci. Risente quelle degli avi che le ridonano la base d’appoggio per vivere, la propria cultura.

Certo, c’è la lingua del romanzo, così sintatticamente fluida, fatta di frasi brevi e precise, a dirci che siamo nel ventunesimo secolo. E c’è la figura dominante dalla ipotiposi, quell’uso delle parole che riesce a far vedere ogni scena ammiccando al linguaggio del cinema e alla lezione che il neorealismo da ormai ottant’anni ha lasciato nel nostro immaginario.

Nota bibliografica:

  • Raffaella Romagnolo, Aggiustare l’universo, Mondadori, 2023

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

I Magi scorderanno il tuo indirizzo …
Una poesia di Iosif Brodskij

I Magi scorderanno il tuo indirizzo…
Una poesia di Iosif Brodskij

1° Gennaio 1965

I Magi scorderanno il tuo indirizzo.
Non brilleranno stelle sul tuo capo.
E solo del vento il rauco ululato
avvertirai come nei tempi andati.
Leverai l’ombra dalle spalle stanche
spegnendo la candela prima di coricarti
giacché sono più giorni che candele
quello che ci promette il calendario.

Cos’è questa? Tristezza? Chissà, forse.
Un motivo che conosci a memoria.
Che sempre si ripete. E sia.
Che continui così.
E risuoni anche nell’ora estrema,
come la gratitudine degli occhi
e delle labbra per ciò che qualche volta
ci costringe a guardare lontano.

E fissando in silenzio il soffitto,
perché visibilmente la calza resta vuota,
capirai che tanta avarizia è solo indizio
del diventare vecchio.
È tardi ormai per credere ai prodigi.
E sollevando lo sguardo al firmamento
scoprirai sul momento che proprio tu
sei un dono sincero.

da Poesie di Natale (Adelphi, 2004), trad. it. A. Raffetto