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Il futuro umano sarà mistico o non sarà

Il futuro umano sarà mistico o non sarà[1]

Cerco un centro di gravità permanente
Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
Over and over again.
 Franco Battiato

Al di la del bene e del male
c’è un grande campo: incontriamoci là
Rumi

 Conosci te stesso” era la massima riportata sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi: un invito che ha accompagnato lo sviluppo di tutta la filosofia classica, quando essere filosofi significava innanzitutto condurre una vita da uomini, una vita orientata alla saggezza.

Questa filosofia intesa come un modo di vivere, questo esercizio filosofico basato sul distacco da ogni attaccamento particolare, è passata anche nel primo cristianesimo ed è proseguita fino al medioevo arrivando – in ambito cristiano – ad un vertice assoluto con la cosiddetta mistica renana[2].

Alcuni autori suggeriscono che proprio i padri del primo cristianesimo aggiungendo al primo “conosci te stesso” un formidabile “e conoscerai te stesso e Dio”, posero le basi di tutta la mistica occidentale, mistica ancora razionale, cioè intesa come il vertice più alto della conoscenza.

Il verbo conoscere, qui va inteso in senso del tutto particolare: non come un sapere esprimibile nella descrizione di un entità specifica ma come un “genuino essere”, cioè un’esperienza particolare di sé che – nell’antropologia cristiana – coinvolge corpo anima e spirito. Conoscere dunque, come esperienza diretta e non mediata[3] dell’Uno, del Tutto, o, se si preferisce, di quel Dio che rimane inconoscibile per la mente calcolante ma che pure è presente in ogni cosa senza in questa risolversi.

È un esperienza che alcuni mistici hanno descritto come un nascere a se stessi”, “una ri-generazione”, vissuta al momento come beatitudine, estasi sconvolgente. Tutto questo esprime splendidamente Margherita Porete: in quel capolavoro assoluto che è Lo specchio delle anime semplici ella afferma che “non v’è da guardare a un mondo vero al di fuori di noi e di questo mondo, perché questa luce che è, noi la siamo. Lo siamo sempre, non in un momento particolare, quello ‘mistico’, estatico, che divide, oppone un mondo vero ad uno falso, l’Uno al molteplice, ma sempre. L’Uno è nell’anima”.

Proprio la frase “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” assiema alla frase eckartiana “prego Dio che mi liberi da dio” sintetizzano mirabilmente l’idea di una mistica per così dire razionale, assolutamente libera, fondata sul distacco da ogni attaccamento, la cui purezza non è toccata da immagini e rappresentazioni mentali.

Mistica come esperienza universale?

 Stupisce forse trovare queste verità universali in occidente[4] e in particolare nell’occidente medioevale e cristiano che la cultura dominante vuole epoca oscura e vile. Al contrario non stupisce affatto associare la mistica così intesa all’oriente e, in particolare, a quella residua riserva di senso che, agli occhi di non pochi occidentali, è ancora l’India.

Fatto è che l’esperienza mistica sembra ritrovarsi in tutte le culture e in tutti i tempi; essa  sembra ricordare l’esistenza di uno strato comune rintracciabile al fondo di ogni religione e tradizione spirituale; la si trova senz’altro nell’Islam dei Sufi, nella tradizione vedica indiana, nel buddismo, nello zen giapponese, solo per citare i casi più noti.

Mistici e mistiche di ogni tempo e di ogni cultura, di ogni religione, sembrano dunque, al di là delle complicazioni linguistiche e culturali, fare riferimento a qualcosa di comune, ad un vissuto, ad un “essere” che è al contempo un esperienza trascendente e profondamente calata nel profondo dell’interiorità personale. Quest’esperienza si palesa attraverso il distacco, la sospensione del chiacchiericcio interiore, il disarmo delle pretese dell’ego appropriativo, la svuotamento  necessario per lasciare spazio al manifestarsi del divino dentro di noi.

Apogeo ed emarginazione della mistica

La trasformazione della filosofia da vivere filosofico ed “esercizio di morte” a branca specialistica del pensiero, l’irrompere dell’illuminismo e l’affermarsi della modernità con il suo forte accento sulla soggettività personale e sull’agire calcolante che poco alla volta sussume a sé l’intera idea di razionalità, sono fenomeni che accompagnano e causano una trasformazione profonda anche della mistica occidentale o, almeno, nel modo con cui gli eventi e le esperienze ad essa associati vengono raccontati.

La nozione di mistica perde la sua dimensione razionale per assumere una veste sentimentale, più legata più ad emozioni e sentimenti. Questa mistica del sentimento”, che trova ampio spazio nelle rappresentazioni barocche delle estasi visionarie di mistici e mistiche, informa fin ad oggi quel che laici e profani ma anche credenti pensano sia l’esperienza mistica. Un’esperienza appunto, ormai disgiunta dalla riflessione filosofica razionale.

Essa rimanda quasi sempre al manifestarsi di qualcosa “lì fuori”, al mostrarsi di un entità, spesso associato a sentimenti e passioni fortissime che sconvolgono il mistico o più frequentemente la mistica; emozioni che oscillano tra l’estasi paradisiaca e la disperazione propria della “notte oscura dell’anima” descritta dal grande mistico e poeta San Giovanni della Croce.

Ciò che accomuna molte di esse è la passività, quasi l’impotenza di fronte all’irrompere traboccante del divino nel corpo di chi ne fa esperienza diretta.

Si assiste da allora ad un proliferare di apparizioni e manifestazioni, locuzioni interiori, messaggi, che, per così dire, si frappongono tra il mistico e più spesso la mistica e l’Uno-dio inconoscibile concettualmente, caro alla mistica greca e medioevale. Questi eventi pongono spesso il o la mistica (o meglio: veggente) nel difficile ruolo di intermediario tra questi esseri (come Maria la Madonna per restare in ambito cristiano), che spesso lasciano messaggi e segreti da diffondere, e il popolo.

Non stupisce allora che l’esperienza mistica poco alla volta sia diventata sinonimo di  visionarismo, emotivismo più o meno isterico e, per ultimo, nel periodo industriale del secolo scorso, rubricata come inganno da certa critica laica-materialista, oppure come manifestazione patologica dalla scienza ufficiale.

Se, dunque, nell’idea originale greca e nel pensiero dei padri cristiani medioevali, l’appercezione mistica era il vertice di una razionalità capace di superare d’un balzo la logica discorsiva e calcolante, per vivere la pienezza dell’assoluto (Uno), nella nozione attualmente più diffusa, la mistica si presenta spessamente come un vissuto, una esperienza particolare, una “relazione” con altre entità più maneggiabili dalla mente e riconoscibili culturalmente, che, rispetto all’Uno ineffabile assumono per forza di cose il ruolo di intermediari se non proprio di idoli.

Non stupisce neppure, allora, che oggi questi eventi siano classificati da alcuni studiosi come manifestazioni di esseri o entità aliene altamente evolute e molto potenti[5].

Lo spirito perduto e il mercato della spiritualità

 La mistica ha una storia, un lessico, i suoi “santi” e i suoi libri “sacri” come dimostrano gli studi di Marco Vannini che a questo tema ha dedicato una vita e numerose pubblicazioni. Tracce profonde di influenze mistiche si trovano nella cultura, nei grandi sistemi filosofici, nella letteratura e persino nella scienza.

Malgrado questo “mistica” è termine che oggi suona al senso comune equivoco, un termine ombrello sotto il quale si raccolgono cose molto diverse e differenti significati. Al fondo però permane quel vissuto, quell’esperienza, quel sentire che coincide con l’esperienza diretta e non mediata del divino, con l’esperienza travolgente e inconcepibile logicamente di essere l’Uno; più laicamente con il vivere la pienezza del  “sentimento oceanico” evocato da Romain Roland, o nell’incontro  con l’altamente significativo” descritto in modo assolutamente razionale da Luigi Lombardi Vallauri nel suo corso di mistica laica[6].

Tutto questo non può essere disgiunto da una riscoperta dell’unità corpo-anima-spirito, da un impegno personale, da un “vivere filosofico” che sappia valorizzare la pura esperienza (“mistica”) del momento inquadrandola in un contesto significante.

Se questo non avviene, se manca consapevolezza, tutto rischia di risolversi nella ricerca ossessiva dell’esperienza o nella mera ricerca dello stato eccezionale.

La mistica intesa come stato, come evento, ridotta a mera esperienza sensibile e dunque disgiunta da una visione filosofica (meglio: dall’impegno di una vita autenticamente filosofica), la mistica volgarizzata e derubricata a caso curioso, rischia oggi di essere inglobata in un mercato del sacro che propone una fantasmagoria di prodotti che dovrebbero garantire la conoscenza, il benessere, la felicità, la pace interiore, l’estasi: insomma, almeno un assaggio di alcuni di quegli stati di coscienza che sono descritti da mistici e mistiche di ogni tempo.

Corsi, stage, film di grande successo, libri, viaggi e cammini, esperienze in luoghi particolari, sostanze enteogene, rituali sciamanici o esoterici, rappresentano l’offerta globale di un florido mercato che deve creare i bisogni di cui si nutre.

Lo avevano ben compreso e in anticipo, gli sperimentatori psichedelici degli anni ’60 come Timothy Leary che tentavano di unire l’antica saggezza (del Libro Tibetano dei Morti) con l’uso sacramentale di LSD per entrare in stati di coscienza superiore, per accedere al divino[7]. All’epoca molte persone erano sinceramente convinte che l’esplorazione di stati di coscienza non ordinari (che alcuni definivano mistici) attraverso mezzi chimici potesse innescare una trasformazione radicale e positiva sia dell’individuo che della società.

La valorizzazione della mistica come via di salvezza?

Nella storia umana è possibile tracciare una storia della mistica[8] e seguirne le trasformazioni e i rivoli che hanno fermentato nel passato tante comunità e molti ambiti della società; anche oggi, lasciando stare, il florido mercato della spiritualità e i suoi numerosi inganni, la mistica intesa come filosofia, come pratica di vita e come esercizio del morire, intesa anche come esperienza personale vissuta all’interno di un contesto propizio, rappresenta una speranza, l’unica forse, per il futuro.

Il precetto “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” lungi dall’essere un relitto del passato superato dalla razionalità tecnica-utilitarista che – a torto – ha sussunto a sé l’intero campo della razionalità, si profila come una via responsabile per un futuro genuinamente umano. E questo per una serie di buoni motivi.

Innanzitutto il procedere della scienza teorica ha aperto scenari che non si oppongono affatto in modo frontale (come era per la scienza positivista classica) ad una visione mistica del mondo; si badi bene però: non spiega o giustifica o dimostra (come vorrebbe una certa vulgata dal sapore new age) la correttezza del “sentire mistico”, ma lascia intendere che quel che riportano i mistici di ogni tempo, cultura e religione, non sia affatto così folle e irragionevole come poteva apparire ad un razionalista, materialista, positivista di stretta osservanza[9].

Curiosamente dunque molti ragionamenti dei mistici risuonano, per cosi dire, con gli assunti della fin troppo citata fisica quantistica, e non di rado gli scienziati stessi si muovono in un contesto concettuale dal sapore quasi mistico (si pensi al fisico Bohm[10] o al filosofo e logico Wittgenstein[11]).

L’avanzare e il diffondersi della tecnologia, resa possibile dal progresso scientifico, sta creando velocemente sia un ambiente di vita completamente artificiale che sta subordinando a sé la natura, sia un differente modello di essere umano ibridato tecnologicamente e tecnicamente interconnesso.

Sotto questo profilo bisogna riconoscere l’uomo che si è auto-definito nella modernità come soggetto deputato a “fare, pensare e decidere”, escludendo ogni altra dimensione di ordine trascendente, dunque l’uomo in quanto puro prodotto dell’evoluzione naturale, è diventato obsoleto, come sosteneva Gunter Anders[12] con lucidità profetica oltre 60 anni fa. Già si affaccia infatti una divisione sociale tra individui tecnologicamente potenziati e individui puramente biologici che non possono o non vogliono accedere a certe tecnologie.

Ne consegue una drammatica richiesta di senso che già si avverte fortemente nelle società più avanzate: proprio a tale richiesta può rispondere la mistica nella misura che il singolo individuo decida di percorrere questa strada seriamente e in piena libertà[13].

Le tecnologie digitali applicate ai corpi e agli oggetti coniugandosi con l’onnipresenza dei mercati e del denaro, rende possibile tramite gli algoritmi di Intelligenza artificiale applicati a Big Data, il trionfo definitivo della misurabilità e del calcolo impersonale di ogni cosa ridotta a quantità economica. È appunto il trionfo del numero e della quantità sulla qualità[14].

In un mondo caratterizzato dall’iper-consumo e dalla totale mercificazione di tutto (spiritualità compresa, identità personale compresa), dove l’uomo ridotto a mero agente economico rivolge l’attenzione esclusivamente all’esterno, la mistica con il suo “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” propone un ribaltamento radicale che parte esattamente dalla spoliazione, dal distacco: distacco dai valori del “grande animale” platonico (il sociale), dalla pesanteur e dalla dominio della forza descritti in modo esemplare da Simone Weil; distacco dall’attaccamento ai beni materiali ma, soprattutto, dalle immagini, dai concetti, dalle parole che sono state conficcate nella mente di ognuno da un potere invadente ed estremamente pervasivo.

Sul pianeta si assiste oggi ad un grave squilibrio demografico, in un contesto di sovrappopolazione generale, che causa enormi tensioni livello globale. In tutto l’occidente, in particolare, si nota una drammatica riduzione della fertilità e della natalità cui corrisponde un fortissimo  livello di invecchiamento. La popolazione anziana un tempo fonte di saggezza è oggi un problema, spesso vissuta come uno scarto da rottamare quanto prima.

Al contrario, come scrive Raimon Panikkar[15], in un mondo dove il fare e l’avere sono a detrimento dell’essere, la mistica diventa più necessaria che possibile: essa implica  infatti il distacco ovvero  il platonico “esercitarsi a morire”,  una rinuncia al fare e all’avere,  una saggezza che forse è più facile raggiungere al crepuscolo della vita quando vengono riposte ambizioni di successo e di realizzazione materiale.

L’universalità dell’esperienza mistica che – in forme diverse ma spesso con esiti simili – si è manifestata in tutte le grandi religioni, culture ed epoche storiche, lascia aperta la possibilità che al fondo di ogni religione e di ogni tradizione spirituale consolidata vi possa essere qualcosa di comune profondamente legato alla natura umana (di ogni essere umano).

In tempi nei quali le religioni e le diversità culturali sono diventate (o meglio: sono tornate ad essere) occasione di scontri feroci, questa consapevolezza può fondare una vera tolleranza basata sul riconoscimento dell’autenticità delle espressioni religiose e spirituali in quanto tutte rivolte, in ultima istanza, alla connessione mistica con l’Uno/Tutto ineffabile[16].

Verso una vita più contemplativa

Spingiamo lo sguardo avanti di pochi anni. Se le tendenze di sviluppo continuano con questo ritmo ci troveremo a vivere in una realtà sostanzialmente artificiale, in una “megamacchina” di cui gli umani sono parte e componente in misura molto maggiore rispetto a quanto già accade oggi. L’ibridazione e l’hackeraggio dei corpi e la connessione di questi alla rete come già succede con le cose (IoT), la moneta digitale, la connessione perenne, pur aprendo grandi possibilità, rendono, per le masse, il prossimo futuro assai simile alle descrizioni delle grandi distopie del secolo scorso.

La religione tradizionale – o quel che ne resta oggi – rinviava ad un aldilà il raggiungimento della felicità; l’attuale secolarismo progressista ha trasposto in un futuro temporale gli ideali della mentalità religiosa tradizionale; le grandi tradizioni spirituali invitano invece a entrare in sé stessi per liberarsi dal desiderio.

In questa nuova società che va costituendosi ci sarà ancora spazio per le religioni e per le tradizioni spirituali, oppure la scienza sarà semplicemente la nuova religione, imposta dall’alto e in grado di garantire l’accesso per “via tecnica” a dimensioni che quelle ritenevano “divine”?

Se il lavoro sarà ridimensionato fino a perdere la sua capacità di dar senso al vivere venendo sostituito dalle macchine potrà essere il mero consumo in grado di dare significato alla vita? Che forma potrà prendere la vita attiva finalizzata ad uno scopo?

Se questo orizzonte è almeno verosimile si apre uno spiraglio, che porta alla necessaria valorizzazione della vita contemplativa; luogo dello spirito questo, dove tutti i mistici e le mistiche di ogni tempo hanno asserito trovarsi la vera felicità, la beatitudine. Un luogo dello spirito che, per così dire, si trova al di sotto della melma turbolenta dell’inconscio, nel fondo senza fondo dell’anima dove, come sembra suggerire Meister Eckhart, anima dell’uomo nobile[17] e Dio coincidono.

Una vita filosofica, impostata alla saggezza profonda che i mistici hanno saputo cogliere sembra oggi assolutamente indispensabile per affrontare tempi di grande cambiamento nei quali la natura stessa dell’uomo è messa in radicale discussione.

Terminiamo così, guardando al futuro prossimo armati di una raccomandazione antica che può essere deposta alla base di ogni tradizione spirituale: “Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio”; quindi, compiuto questo passo fondamentale segui l’indicazione evangelica ed “ama il prossimo[18] tuo come te stesso”.

Note

[1] l titolo del presente articolo prende spunto da una celebre frase del teologo Karl Rahner: “Il cristianesimo del futuro sarà mistico o non sarà”.

[2] M-A.Vannier (a cura di), I mistici renani. Eckhart, Taulero, Suso, Antologia, ed Jaca Book

[3] Una critica feroce al ruolo dei mediatori religiosi in ambito cattolico si trova negli scritti della mistica Angela Volpini; vedi A,Volpini, Resurrezione di Dio. CELIT edizioni, 1984

[4] E.Zolla, I mistici dell’occidente, 2 vol. ed.Adelphi

[5] Corrado Malanga, Roberto Pinotti. B.V.M. Beata Vergine Maria. Le apparizioni mariane in una nuova luce, ed,Mondadori

[6] https://podtail.com/it/podcast/meditare-in-occidente/

[7] Timothy Leary, Ralph Metzner, Richard Alpert. L’esperienza psichedelica. Un manuale basato sul Libro Tibetano dei morti, ed.Mondadori

[8] Marco Vannini: Storia della mistica occidentale. ed.Le Lettere

[9] Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi

[10] J.Krishnamurti, D,Bohm, Dove il tempo finisce, ed. Ubaldini Roma

[11] Ludwig Wittgenstein, Lezioni e conversazioni, Adelphi

[12] Gunter Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, 2007

[13] Non è irragionevole pensare che la mistica ovvero la capacità di vivere un esperienza mistica  intesa come relazione diretta e non mediata con l’Uno/Tutto sia il vero confine che consente di distinguere tra coscienza e Intelligenza Umana estesamente intesa  e Intelligenza Artificiale forte.

[14] Questa tematica è ampiamente sviluppata da René Guenon in Il regno della quantità e i segni dei tempi, ed Adelphi

[15] Raimon Panikkar, Mistica, pienezza di vita. Ed Jaca Book

[16] E ragionevole ipotizzare che la mistica, ovvero l’esperienza mistica, se intesa come relazione diretta e non mediata con l’Uno/Tutto sia una caratteristica accessibile ad ogni creatura senziente anche extraterrestre, nel caso assai probabile che tali creature esistessero.

Allo stesso modo non si può escludere del tutto che una qualche sorta di  stato mistico così inteso possa essere vissuto anche da altre creature come gli animali. Tutto ciò dovrebbe indurre grande rispetto e grande attenzione in ogni rapporto in cui sono coinvolte creature viventi

[17] L’uomo nobile, l’uomo giusto è quello che vive nell’adesso, sottratto allo spazio-tempo ovvero ai condizionamenti che il sociale porta con se; è quello che in quanto distaccato lascia essere tutti i contenuti senza appropriazione.

[18] Con il termine “prossimo” non si intende una generica umanità idealizzata ma propriamente le persone con le quali si è o si entra in contatto diretto.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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L’Idrovia ferrarese: ma esiste un futuro?

L’Idrovia ferrarese: ma esiste un futuro?

Un canale navigabile lungo 70 km che doveva collegare il porto di Ravenna con Pontelagoscuro e quindi con il fiume Po, con Mantova, Cremona. Un canale che doveva essere adattato al passaggio della navi della quinta classe europea garantendo dei fondali e dei tirante d’aria ben precisi, un sistema di conche di navigazione funzionante ed efficiente. Il tutto messo a sistema per spostare il trasporto di merci dall’asfalto sull’acqua realizzando benefici per l’economia e l’ambiente. E per questo sommo obiettivo finanziato da ormai venti anni con milioni di Euro che arrivano a singhiozzo da Unione Europea, Stato e Regione Emilia Romagna.

I soldi per l’Idrovia ferrarese sin dall’inizio erano destinati alla navigazione commerciale e chi auspicava effetti positivi collaterali a favore del turismo doveva consolarsi con il sogno di navigare sulla scia delle future bettoline, navi da container e similari.

Eppure la campagna di promozione dell’Idrovia, che all’inizio aveva fatto il giro completo dei centri civici della Provincia di Ferrara, prospettava un progetto super smart con ponti postmoderni, navi che solcavano canali di acqua trasparente, piste ciclabili e pedonali sulle sponde tipo Parigi. Come se non bastasse si portò la nave da crociera ‘Germania’ al largo di Porto Garibaldi per trasbordare i passeggeri su navi più piccole che avrebbero potuto arrivare in questo modo via acqua sino a Ferrara.

L’amministrazione provinciale ferrarese come quella del capoluogo era di sinistra e chiaramente la destra vi si scagliò contro con tutti i mezzi comunicativi possibili, ma ad un certo punto, grazie all’avanzamento lento ma inesorabile un pezzo alla volta, l’idrovia era diventata inevitabile e la gente si rassegnò.

Negli anni i cantieri si spostarono verso Ferrara e le notizie di inaugurazioni e aperture di nuovi cantieri non facevano più scalpore; l’Idrovia diventò un carrozzone gigantesco con il quale non c’erano neppure da guadagnare voti elettorali e così la politica locale, tutta la politica locale, se ne dimenticò.

Si rimane in effetti stupiti della grande indifferenza della politica rispetto agli esiti finali del progetto Idrovia e delle sue ripercussioni future sulla cittadinanza in termini economici, urbanistici, ambientali e paesaggistici.

Nessuno oggi si chiede più se le navi di quinta classe europea navigheranno mai sui canali di Ferrara, se vi saranno i presupposti logistici ed economici, se vi sarà quel vantaggio ecologico del trasporto sull’acqua e come questo potrà avere continuità oltre i punti terminali di Porto Garibaldi e Pontelagoscuro.

Forse a questo punto a qualcuno sorge qualche domanda spontanea. L’Idrovia fa comodo a molti perché porta appalti, soldi, profitti? C’è qualche ente finanziatore, a Bruxelles, a Roma, a Bologna che potrebbe chiudere il rubinetto se l’obiettivo finale venisse messo in discussione?

Due sono i motivi per sostenere che quell’Idrovia presentata circa 20 anni fa al grande pubblico non sarà mai funzionante.

Il primo: tra i tanti ponti che bisognerebbe alzare c’è quello ferroviario a 500 metri dalla stazione di Ferrara. Non è possibile alzare questo ponte, a meno che non venga spostata l’intera stazione da un’altra parte. L’unica possibilità di bypassare il problema, che rappresenta un vero collo di bottiglia per l’Idrovia ferrarese, sarebbe un sistema a due conche, ma una tale soluzione sarebbe complicatissima, inefficiente e troppo costosa. Infatti l’ipotesi uscì diversi anni fa sulla stampa locale, ma la discussione durò solo pochi giorni e il problema venne sotterrato.

Il secondo: anche se si riuscisse a completare l’adattamento alla quinta classe europea, sarebbe difficile garantire una navigabilità continua con il fiume Po, così come verrebbe chiesto da chi vuole pianificare con certezza trasporti via d’acqua tra il mare (Ravenna) e le città padane (Mantova, Cremona ecc.).

La certezza non è data perché il fiume Po è in media navigabile solo per 250-280 giorni all’anno ed è sempre più spesso soggetto a piene e secche disastrose, che rendono difficile ogni tipo di programmazione dei trasporti. I nuovi interventi previsti potranno sì aumentare la navigabilità del grande fiume, ma non daranno la sicurezza che un canale artificiale può offrire.

Ferrara rimarrà per questo tagliata fuori dall’asse idroviaria costituita dei Canali Fissero-Tartaro e Canal Bianco, che connette la laguna veneta (Venezia, Chioggia) con Mantova senza obbligare gli operatori ad aggirare le secche e le piene del fiume Po. Se la navigazione sul Po non può essere certa e garantita sempre, l’Idrovia ferrarese si deve fermare a Pontelagoscuro in base ai capricci sempre più disastrosi del clima?

E poi: avrebbe senso costruire un polo logistico gigantesco nei pressi della chiusa per il trasbordo o stoccaggio di merci come sta nascendo in questi anni con investimenti giganteschi al sud della città di Mantova attorno al porto di Valdaro?

E se questo sogno del trasporto merci sul Po di Volano dovesse rivelarsi una chimera, che cosa lascerebbe il progetto Idrovia ferrarese per il territorio? Quale sarebbe il valore ambientale dell’acqua e delle sponde, quale il valore economico, sociale, quale tipo di frequentazione in termini di mobilità, di sport, di tempo libero?

Come sarebbero integrate le sponde, i ponti, gli approdi del Po di Volano nel disegno urbanistico delle città, Ferrara in primis, che aspetto avrebbero, che funzionalità, che accessibilità? Quale sarebbe il ruolo dell’Idrovia = Canale Boicelli + Po di Volano + Porto Canale di Comacchio e Portogaribaldi nel futuro disegno della Provincia di Ferrara? Come sarebbe strutturata l’infrastruttura per la navigazione turistica, sempre posto che qualcuna fosse seriamente interessato a realizzarla?

Nessuno si pone sul serio queste domande e tutti sanno che sono retoriche. In realtà la mancata messa in discussione del progetto favorisce a drenare risorse economiche importanti, destinate alla navigazione interna per realizzare opere altre, opere che sulla carta servono al transito delle navi sull’acqua ma che in concreto, nell’immediato servono per il traffico su strada.

Il primo esempio in questo senso è stata la rotatoria di San Giorgio a Ferrara, all’epoca costruita perché avrebbe aiutato a risolvere i problemi del traffico su strada che si sarebbero creati con il futuro rifacimento del ponte sul Po di Volano adiacente (non ancora avvenuto).

Altri esempi sono e saranno i ponti sul Canale Boicelli, che sono malridotti e devono essere ricostruiti per farci passare sopra migliaia di camion all’anno che sono al servizio del Petrolchimico e solo poi, forse, permetteranno anche di farci passare sotto le navi della quinta classe europea.

Forse nel caso dei ponti di Ostellato e Final di Rero il secondo fine non c’è, o e meno lampante, ma a Ferrara questo è stato trattato e annunciato pubblicamente. E intanto ovunque nella Provincia di Ferrara il progetto Idrovia, un tempo alto esempio di sostenibilità ed ecologia, lascia una scia di distruzione degli habitat, cementificazione, opere pubbliche di dubbia utilità.

A Final di Rero (Comune di Tresignana) il 9 di gennaio il nuovo sindaco Mirko Perelli ha convocato un’assemblea pubblica per informare i cittadini sullo “stato dell’arte” del progetto Idrovia nel suo Comune. In apertura si è dichiarato in disaccordo con la rasatura a zero della vegetazione su più di 5 km di argini nella zona, spiegando che la Regione Emilia Romagna difende il suo operato con motivi di sicurezza idraulica. Poi ha rimpianto tra le righe la demolizione dello storico ponte di Final di Rero che verrà sostituito con un ponte moderno a due arcate.

Arrivando al motivo principale dell’assemblea ha infine spiegato che il Comune, a sorpresa si trova a dover decidere molto presto, pressato dalla Regione Emilia Romagna su una questione fondamentale. In sintesi il cantiere Idrovia ha generato davanti all’abitato di Final di Rero un’isola fluviale che è sempre stata presentata come futura oasi e parco pubblico.

Solo ora però, a cantiere avanzato il Comune è stato informato che non sarà la Regione a “finire” l’isola, ma semmai il Comune che dovrebbe chiedere di diventarne proprietario (ora è del demanio) e farsi poi carico di tutti gli oneri annessi: infrastrutturazione, allestimento, sottoservizi, manutenzione. Inoltre solo ora il Comune è stato informato che un ponte che doveva inizialmente essere provvisorio (tipo Bailey) non verrà più demolito, ma coesisterà come ecomostro a 200 metri da quello nuovo, moderno, a doppia arcata in fase di costruzione.

Se il Comune dovesse accettare la Regione è disposta almeno ad “abbellire” il ponte e tirare via il manto di asfalto, che diventerà così l’accesso all’isola; diversamente, e se la Regione con fa concessioni alle richieste di recente avanzate dal Comune il ponte verrà chiuso, sbarrato, bloccato.

Lo sparuto gruppo di cittadini presenti, tutti memori delle campagne promozionali dell’Idrovia in passato, in quella sala buia e triste di un centro civico stile anni ’80 è rimasto leggermente frastornato nel dover dire la sua su una proposta che più che un dilemma sembrava una beffa.

Il loro fiume, eliminato il verde che copriva le sue sponde, è stato raddrizzato perché la vecchia ansa, troppo stretta, non avrebbe permesso il passaggio di una nave della quinta classe europea, ma ora si chiedono disillusi: vedremo mai una nave di quinta classe passare da queste parti?

In tutta la provincia di Ferrara i cittadini subiscono il progetto Idrovia senza avere una minima idea di quello che succede sul Po di Volano, chiedendosi di dove può e dove vuole arrivare il grande carrozzone. Non sanno quale è l’utilità, quale potrà essere il ritorno turistico, economico, ambientale; a quale mercato, quale industria, quale domanda risponde il progetto.

Gli amministratori locali che dovrebbero rappresentare le istanze dei cittadini non avanzano nessuna proposta, alzano le spalle e ignorano ogni possibilità di mettere in discussione i modus operandi, le ripercussioni pesanti sulla vita della popolazione, gli esiti finali.

Dopo che la Provincia, inizialmente prima promotrice dell’Idrovia era stata messa all’angolo, i sindaci sono rimasti soli, hanno voltato le spalle all’acqua per occuparsi solo della terraferma e malferma.

Si può fare finta di niente, si può essere complici, ma si potrebbe anche lanciare una class action di tutti i Comuni rivieraschi per mettere in discussione la quinta classe europea. Tanto per cominciare.

 

Cover e immagini nel testo tratte da: https://ilgiornaledelpo.it/lidrovia-ferrarese-ma-esiste-un-futuro/

Collettivo Rotte balcaniche: tre insegnanti torinesi arrestati in Bulgaria per aver tentato di salvare la vita a migranti semiassiderati

Tre insegnanti torinesi arrestati in Bulgaria per aver tentato di salvare la vita a migranti semiassiderati.

Collettivo Rotte Balcaniche

Ripubblichiamo l’intervista di Cesare Manachino (Radio Poderosa) a Simone Zito del Collettivo Rotte Balcaniche

Radio Poderosa: Sono Cesare Manachino e qui con me c’è Simone Zito, professore del liceo Monti di Chieri, che con altri due docenti è stato in Bulgaria per portare aiuto ai migranti in pericolo di vita. Migranti braccati dalla polizia bulgara. Buongiorno Simone.

Simone Zito: Ciao Cesare, grazie dell’invito.

Radio Poderosa: Prima di parlare di quello che è successo il mese scorso, il giorno prima di Natale se non sbaglio, puoi dirci qual è l’attività dell’associazione di cui fai parte? Rotte balcaniche.

Simone Zito: Rotte Balcaniche è un collettivo politico che nasce nell’Alto Vicentino nel 2018. Dal 2020 abbiamo iniziato ad andare sui confini lungo la rotta balcanica, dalla Bosnia alla Serbia. Nel 2022 ci siamo spostati sul confine bulgaro turco perché dai racconti dei migranti che intercettavamo ci sembrava uno dei confini più difficili, più violenti e meno presidiati da associazioni ONG e quindi, cercando di essere utili, abbiamo pensato di spostarci in quei luoghi. Abbiamo iniziato inventando una specie di zaino per poter fare delle docce perché questi ragazzi dormivano in posti abbandonati ed in tende nelle campagne. C’erano problemi di igiene, la scabbia era un problema endemico e quindi siamo partiti così dalla Bosnia. Da sei mesi abbiamo attivato un numero di emergenza in Bulgaria che i migranti possono chiamare quando sono in pericolo di vita.

Radio Poderosa: Stavo pensando che arriva gente in difficoltà, vuole passare sul tuo territorio per andare a salvarsi, non dico di aiutarli, ma lasciali andare mi sembra una cosa veramente inverosimile.

Simone Zito: Però se ricevi se ricevi dei finanziamenti europei per fermare i migranti, come ad esempio la Libia o la Turchia, oppure la richiesta dell’Unione Europea è quella di controllare i confini per avere pieno accesso all’area Schengen, tu magari lo fai. Se poi fermare l’invasione, fermare l’orda, vuol dire che muoiono nei boschi tre ragazzini di 15, 16, 17 anni, accade.

Radio Poderosa: Senti com’è andata in Bulgaria? Appunto, prima di Natale.

Simone Zito: Sapevamo che l’ambiente ormai non è proprio amichevole, cioè che andavamo comunque in un ambiente abbastanza ostile. E purtroppo la polizia, da settembre 2024, ha cambiato approccio. Se prima non reagiva in modo scomposto quando trovavamo dei corpi oppure quando trovavamo delle persone e chiedevamo l’intervento del numero di emergenza, da settembre hanno iniziato a fermarci, a fare arresti Illegali, tenendoci in caserma 24 ore e poi iniziando a pedinare, a chiederci continuamente informazioni, documenti. Le macchine hanno subito vari atti di vandalismo, nel senso hanno distrutto alcuni veicoli. L’ultima volta hanno sequestrato i cellulari e i computer a due ragazze senza rilasciare alcun tipo di documento. Quindi stanno cercando in ogni modo di disincentivare la solidarietà. E questo è il motivo per cui noi non dobbiamo demordere, anzi, dobbiamo lavorare perché altre organizzazioni e altri gruppi possano andare in quel luogo per difendere la vita, il diritto all’infanzia, una serie di diritti che vengono completamente calpestati al confine d’Europa.

Radio Poderosa: Quindi la situazione continua ad essere molto grave e che prospettive ci sono?

Simone Zito: Allora noi collaboriamo con un’associazione bulgara che si chiama Mission Wings che adesso purtroppo è sotto pesante attacco da parte del governo bulgaro e quindi di fatto cercano di toglierci un po’ di ossigeno e di agibilità. Però non ci facciamo spaventare, noi siamo lì tranquilli, sapendo che non stiamo facendo niente di male e quindi ci stiamo organizzando meglio per ridurre i rischi e poter continuare a fare quello che facciamo. Lo facciamo insieme a No Name Kitchen, che è una ONG che anche aiuta i migranti in vari luoghi, in vari confini d’Europa. Stiamo lavorando, come dicevo prima, per fare in modo che altre organizzazioni, altri gruppi possano essere attivi in quel contesto. Col sorriso, andando avanti passo dopo passo, ripeto, sapendo che stiamo dalla parte giusta della storia e che dalle nostre azioni può dipendere poi il futuro di molti migranti. Sono circa 450 le persone che abbiamo aiutato quest’estate e purtroppo sappiamo di nove persone decedute finora di cui cinque minori, decine di persone scomparse. Stiamo collaborando con un gruppo di mamme siriane che hanno iniziato a fare delle attività di protesta davanti all’ambasciata bulgara per chiedere l’intervento del Governo e fare giustizia, fare luce su tutte queste persone scomparse spesso minori e quindi diciamo che le cose si muovono e noi lavoriamo affinché possano continuare a muoversi sempre più velocemente.

Radio Poderosa: Un lavoro prezioso; immagino che dietro di voi non ci siano dei grandi finanziatori miliardari che invece di andare su Marte cercano di aiutare qualcuno. Come si può fare per dare una mano concretamente o con sottoscrizioni?

Simone Zito: Questa cosa che hai detto mi ha fatto ridere perché effettivamente c’è un giornalista bulgaro, probabilmente imbeccato dalla polizia o dai servizi segreti, che ha detto che noi siamo pagati da miliardari per diffondere l’ideologia gender. C’è un gran miscuglio di stupidaggini e quindi mi ha fatto ridere questa cosa. No, dietro di noi ci sono tante persone solidali, amiche, vicine, spesso reti che si costruiscono nei territori che abitiamo. Questo collettivo ha grandi e profonde radici nell’Alto Vicentino di Schio, Thiene, Santorso, Marano. E ci sono tantissime persone che magari si sposano o fanno un figlio e ci finanziano, fanno donazioni, organizzano concerti, organizzano iniziative. Noi siamo tutti ovviamente volontari. Le nostre attività vengono rese possibili dall’intervento di centinaia di donazioni di privati, piccole o grandi, che permettono di pagare la benzina, pagare i veicoli, pagare le distribuzioni di cibo e di medicinali che facciamo lungo il confine. C’è un crowdfunding che si chiama L’antirazzismo si fa spazio perché il mio collettivo è riuscito ad avere in comodato d’uso un grosso edificio per i prossimi venti anni e abbiamo iniziato le opere di ristrutturazione: dopo aver salvato i migranti lungo il confine, ci piacerebbe continuare un percorso insieme a loro di inclusione e anche politico, perché no. Però per fare questo c’è bisogno di uno spazio di una sede dove si possano fare attività, incontrarli, sindacalizzali nel caso in cui ovviamente cerchino lavoro.

Questo sta accadendo a Schio dove abbiamo preso questo edificio che erano gli uffici di un’ex tessitura molto grande.

I lavori, ripeto, sono già iniziati, però alle spese per ristrutturarlo sono importanti e quindi potete trovare su Distribuzioni dal basso questo crowfunding che si chiama l’antirazzismo si fa spazio.

E lì penso che accadranno un sacco di cose interessanti, quindi si può aiutare in questo modo. Si può aiutare in tanti altri anche solo partecipando alle iniziative, diffondendo la voce di quello che accade lungo il confine, lungo la rotta balcanica e venendo con noi, venendo con noi al confine. Cioè i modi sono tanti ed è giusto che ognuno faccia quello che può per come può. Qualcuno diceva a ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

Radio Poderosa: Radio Poderosa secondo le proprie piccole onde è la conquista dello spazio che ci piace. È questa qui. Ringrazio il professor Zito e tienici aggiornati.

Simone Zito: Grazie mille Cesare E molto, molto volentieri.

Collettivo Rotte Balcaniche

Siamo un gruppo informale di attivistə che si pone il triplice obiettivo di supportare attivamente le persone in transito lungo le rotte balcaniche, di raccogliere testimonianze e produrre documentazione sulle violenze di polizia ai confini d’Europa, e di mobilitare la società civile sulle tematiche legate alle migrazioni. In questo senso, negli ultimi tre anni siamo statə attivə in Italia, Bosnia ed Erzegovina e Serbia. Dal 25 giugno 2023 come Collettivo Rotte Balcaniche siamo presenti nella regione sud-orientale della Bulgaria, nei pressi del confine turco, in particolare tra le città di Harmanli e di Svilengrad. L’aiuto concreto fornito principalmente alle persone in movimento consiste in vestiario, cibo, acqua potabile, medicinali di base, prodotti per l’igiene e la pulizia. Offriamo anche la possibilità di effettuare docce con acqua calda in contesti in cui non è presente acqua corrente, tramite un sistema autocostruito. Esisteremo finchè la libertà di movimento non sarà un diritto di tuttə.

 

In copertina: Simone Zito, docente attivista di Rotte balcaniche fermato in Bulgaria – Foto di Marioluca Bariona su gentile concessione dell’Agenzia  Pressenza.

Parole e figure /
La volpe e l’aviatore

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati edito da Kite è una delicata storia di tenerezza, amicizia e amore, che recupera i simboli del mito de Il Piccolo Principe, il capolavoro imperituro di Antoine de Saint-Exupéry. 

A parlare e condurci in una storia senza tempo, è una volpe che esce dalla sua tana solo la notte: di giorno ci sono mille pericoli, dal lupo alla lince, fino all’aquila e agli uomini. Ma ora la volpe è meno diffidente del solito, a causa di un bell’incontro.

L’aviatore Antoine precipita con il suo aereo vicino a un bosco e a seguito di quell’incidente una scheggia del velivolo ferisce una volpe di passaggio. Antoine, pur malmesso, la trova, la soccorre e se ne prende cura, fasciando premurosamente la sua zampa nella quale si era piantata una scheggia dell’aereo.

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati, immagini Kite editore

Che fatica camminare, e se non ci fosse stato lui a curarla… tanta paura però, è sempre difficile fidarsi degli umani dai mille volti e pensieri, meglio scappare.

Nei giorni successivi Antoine si occupa di riparare l’aereo per poter ripartire presto, ma la volpe ritorna, resta con lui e i due faranno amicizia, fino al giorno in cui lei si addormenta sull’aereo, lui non se ne accorge e così volano insieme sopra il mondo. La volpe trema un poco, non è il freddo dell’aria frizzantina, è spaventata, ma che bello però il mondo da lassù, bello volare nel cielo azzurro accarezzando le nubi di panna, vedere le montagne, i laghi, i fiumi, le colline e le città, quanta gente che cammina, sorride e chiacchera… Quanta spensieratezza.

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati, immagini Kite editore

Gli uomini non sembrano poi tanto male e se assomigliano ad Antoine, c’è davvero qualche speranza. I sogni poi… perché gli uomini volano se la natura non ha dato loro ali? Per realizzare un sogno. Ognuno ha diritto ad avere i propri sogni, li si può anche coltivare in religioso, pacato e delicato silenzio, magari guardando i paesaggi che ci avvolgono. Se poi ci sono amicizia, amore e rispetto reciproco tutto può diventare più semplice.

La volpe ricorderà per sempre quella bellissima giornata di volo, quel volare sulla magnifica, colorata e ricca terra lasciando sotto l’acqua azzurra di un mare sempre più profondo. Come potrebbe dimenticarla… Antoine non è ombra fugace, ma un vero amico, generoso e attento, un amico di tutte le volpi del bosco. Lei sarà sempre lì ad attenderlo.

Un dubbio però: l’autore de Il piccolo principe aveva davvero conosciuto una volpe?

La volpe e l’aviatore, di Luca Tortolini e Anna Forlati, immagini Kite editore

Luca Tortolini, Anna Forlati (illustratore), La volpe e l’aviatore, Kite edizioni, Padova, 2017, 40 p.

Luca Tortolini, classe 1980, è scrittore, sceneggiatore e docente e vive a Macerata. Ha studiato al DAMS di Roma Tre. Oltre a scrivere si occupa di educazione e promozione della lettura. Ha vinto il Premio Andersen 2021 per il Miglior Albo Illustrato con François Truffaut. Il bambino che amava il cinema (Kite) e il premio Premio Andersen 2024 come Miglior Scrittore. I suoi libri sono pubblicati da Kite, Orecchio Acerbo, éditions du Rouergue, éditions Notari, éditions Cambourakis.

Anna Forlati, nata nel 1980, si occupa da diversi anni di illustrazione per l’infanzia. Ha studiato Arti Visive allo IUAV di Venezia e nel 2012 si è diplomata al Master ARS IN FABULA in Illustrazione per l’editoria. Ha pubblicato circa 30 libri illustrati in Italia e all’estero e ha partecipato a varie rassegne internazionali di illustrazione, tra cui la Mostra degli Illustratori, Bologna Children’s Book Fair 2014. Nel 2013 ha tenuto una mostra personale di illustrazione presso la libreria Giannino Stoppani di Bologna. È attualmente docente di illustrazione presso la Scuola di Illustrazione ARS IN FABULA di Macerata.

SCELTE DI PACE: Incontro pubblico a Ferrara, 6 febbraio, ore 21,00

SCELTE DI PACE

Incontro pubblico a Ferrara, 6 febbraio, ore 21,00
presso
la parrocchia di San Giacomo, via Arginone 165

Nel contesto attuale è sempre più diffusa una cultura strisciante che giustifica la guerra e quasi pare voler preparare l’Europa al conflitto come necessità inevitabile, rallentando la ricerca della pace con ogni mezzo come via prioritaria. Ci sembra perciò essenziale, come cittadini e come cristiani, continuare ad approfondire la ricerca delle possibili vie della pace, considerata non un orizzonte irrealistico, ma possibile e perseguibile anche nel contesto politico attuale. Come ci ha ricordato papa Francesco nel messaggio per la LVIII Giornata della pace, “il futuro è un dono per andare oltre gli errori del passato, per costruire nuovi cammini di pace”.

Per questo, come suggerisce il titolo della nostra iniziativa, vogliamo porre l’attenzione su “scelte di pace”. Ma quali?
In primo luogo, quelle oggi possibili sul piano politico e diplomatico nel quadro dei rapporti internazionali. Ce ne parlerà Andrea Michieli, direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della Pace Giuseppe Toniolo.
In secondo luogo, ci interessa dare spazio alle scelte di pace reali e concrete, vissute da comunità attivamente coinvolte in questo campo: la Comunità di Sant’ Egidio, fortemente impegnata nella ricerca del dialogo e delle vie diplomatiche nei conflitti esistenti, a cui darà voce Alessandra Coin della Comunità di Padova; la Comunità Papa Giovanni XXIII che attraverso un testimone ci farà conoscere da vicino l’Operazione Colomba, che porta aiuti umanitari nei paesi coinvolti in conflitti.

L’incontro promosso dal Settore adulti dell’Ac, dalle Acli provinciali, dall’Associazione Comunità Giovanni XXXIII, dal Centro per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale dell’Università di Ferrara vuole proporre un approfondimento aperto a tutti, adulti e giovani, nella consapevolezza della rilevanza formativa ed esistenziale di queste tematiche in questo momento storico. L’iniziativa si svolgerà giovedì 6 febbraio, alle ore 21, presso la parrocchia di San Giacomo, via Arginone 165.

Settore Adulti AC Ferrara-Comacchio,
Acli Provinciali Ferrara,
Comunità Papa Giovanni XXIII,
CCSI Università di Ferrara

Liberariamo Ferrara da Hera.
Ripubblicizzare il servizio raccolta rifiuti è possibile e conviene

Liberariamo Ferrara da Hera.

Ripubblicizzare il servizio raccolta rifiuti è possibile e conviene

Ho già scritto su queste pagine sul tema della politica dei rifiuti e della gestione del servizio dei rifiuti urbani nel Comune di Ferrara, affidato a Hera in proroga da quando, alla fine del 2017, è scaduta la concessione che glielo aveva precedentemente affidato.
Ritorno a parlarne perché, in recenti affermazioni riportate dalla stampa locale, il vicesindaco Balboni ha annunciato che la decisione della Giunta è quella di procedere con una nuova gara e che entro i prossimi 2-3 mesi il tutto dovrebbe essere definito con l’espressione del Consiglio comunale.

Ora, è evidente cosa significa effettuare la gara: non bisogna essere facili profeti per sostenere che, alla fine, ciò si risolverà con un nuovo affidamento del servizio ad Hera. Sia perché il meccanismo della gara favorisce le aziende di grandi dimensioni, in particolare le grandi multiutilities Hera, Iren, A2A e, eventualmente, aziende multinazionali, che, almeno inizialmente, possono presentarsi avanzando offerte economicamente più vantaggiose – il parametro principe di riferimento della gara, che non tiene conto degli aspetti qualitativi del servizio –, sia perché queste grandi aziende hanno già sostanzialmente definito di spartirsi il mercato ( per esempio, per stare in Emilia-Romagna, Iren per il territorio regionale che va da Piacenza a Reggio Emilia e Hera per la restante parte della regione).

Occorre avere la consapevolezza che compiere questa scelta non significa semplicemente affidarlo a questa o a quell’altra azienda. In realtà, siamo di fronte al fatto che si sceglie un modello di gestione del servizio e dei beni comuni.

Un modello che si basa sulla privatizzazione con quello che essa comporta. Privatizzazione significa continuare con un’idea per cui anche i rifiuti sono una merce, che la loro gestione deve garantire un profitto, che questo è l’obiettivo fondamentale, e che i temi di un servizio utile ai fini della tutela ambientale e della salute passano in secondo piano.

Il modello privatistico e inefficiente di Hera  

La gestione da parte di un’azienda di carattere privatistico, com’è Hera, che da un po’ di tempo in qua vede la maggioranza azionaria in mano a soggetti privati ed è quotata in Borsa, ha come conseguenza che tutto è piegato a creare valore per gli azionisti, cioè a produrre forti profitti e distribuire importanti dividendi, mestiere che Hera svolge egregiamente.
Fino a mettere in campo comportamenti di tipo speculativo, com’è successo a Ferrara con le tariffe del teleriscaldamento, per cui Hera è stata multata per circa 2 milioni di € da AGCM (Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato), che ha rilevato in modo chiaro che Hera ha usufruito di una posizione dominante e con ciò ha impedito agli utenti di beneficiare dell’uso di fonti rinnovabili a costi contenuti per produrre un bene essenziale come il calore.

Sempre da qui nasce il fatto di non mostrare alcun interesse per ridurre la produzione di rifiuti e rendere minima la quantità degli stessi che va a smaltimento, gli obiettivi che qualificano una gestione dei rifiuti ambientalmente soddisfacente. Nè vale più di tanto esibire una buona percentuale di ricorso alla raccolta differenziata, se poi, appunto, la quantità di rifiuti prodotti aumenta e se gli scarti della raccolta differenziata sono decisamente alti, come nel Comune di Ferrara.

Non a caso, a completare il quadro, Hera insiste nella raccolta con le calotte, anziché puntare al modello porta a porta, notoriamente più efficace dal punto di vista del miglioramento della qualità della raccolta e anche nell’incentivazione di comportamenti “virtuosi”, e punta all’ampliamento dell’incenerimento, l’anello del ciclo maggiormente redditizio economicamente e più impattante per la salute delle persone. passato a Ferrara negli ultimi anni dalla capacità di 130.000 tonn. a 142.000.

Una nuova strada da percorrere: fare come a Forlì

A questo modello se ne contrappone un altro, quello fondato sull’idea che il ciclo dei rifiuti tratta un bene comune, quello che ha a che fare con la preservazione delle risorse naturali e materiali, partendo dal fatto che già oggi ne consumiamo ben di più di quanto il pianeta riesca a rigenerarle.

Per questo diventa fondamentale lavorare per l’economia circolare. Mettere al posto dello schema estrarre, produrre, utilizzare e gettare”, il principio del riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.
Il che vuol dire, per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, guardare, prima di tutto, agli obiettivi di riduzione dei rifiuti prodotti e minimizzazione di quelli non avviati a riciclaggio. Ormai è acclarato, per stare all’esperienza del nostro Paese, che i risultati migliori in questa direzione si ottengono dove si applica la tariffa puntuale ( quella che è maggiormente correlata alla produzione di rifiuti dei singoli utenti), il modello della raccolta porta a porta e la gestione pubblica.

Dalla gestione pubblica meno rifiuti

Ce lo dice anche uno studio realizzato dalla Rete Giustizia Climatica di Ferrara nel giugno 2023, che ha analizzato tutte le gestioni del servizio dei rifiuti urbani presenti nel territorio regionale e che è giunto appunto a queste conclusioni. Ad ulteriore riprova di ciò, sta l’esperienza concreta realizzata sul campo, in particolare, sempre per stare nella nostra regione, quella di Alea, società a totale proprietà pubblica, che nel 2018 ha soppiantato Hera nella gestione del servizio dei rifiuti urbani a Forlì e in altri 12 comuni limitrofi. Ebbene, Alea, a tutt’oggi, presenta i risultati migliori in regione per la minore produzione di rifiuti ( 470 kg/anno/ abitanti contro i 612 di Ferrara) e, soprattutto, di minori rifiuti non riciclati ( 97 kg/anno/abitanti contro i 159 di Ferrara). Anche la tariffa, secondo i dati di Cittadinanza attiva, è inferiore a quella di Ferrara, 256 € all’anno per una famiglia tipo rispetto ai 298 €.

Anche a Ferrara è possibile andare su questa strada. Ripubblicizzare il servizio dei rifiuti urbani, passare alla raccolta porta a porta e porre le basi per dimezzare le 2 linee di incenerimento dei rifiuti è possibile e utile per salvaguardare l’ambiente in cui tutti noi viviamo e per la salute dei cittadini.

Conti alla mano: ripubblicizzare è possibile

Ci viene obiettato che i costi di quest’operazione sarebbero troppo alti. In realtà, quest’argomento è un alibi bello e buono. Si può prendere come riferimento lo studio prodotto da Unife, finalizzato proprio a studiare la situazione della gestione dei rifiuti a Ferrara: ebbene, lì si evidenzia che il “costo” per costruire un’azienda interamente pubblica per gestire il servizio dei rifiuti urbani oscilla tra i 4,5 e 5,2 milioni di €. Risorse che sono più che reperibili tramite due possibili strade: l’utilizzo di parte delle riserve di utili di Ferrara Tua, azienda interamente partecipata dal Comune di Ferrara, che ammontano nel 2023 a più di 17 milioni di €, di cui circa 8 disponibili. Oppure attraverso la vendita di parte delle azioni di Hera possedute dal Comune di Ferrara e di cui lo stesso può liberamente disporre, che arrivano ad un valore superiore ai 20 milioni di €.

Ancora una volta, si rispolvera una consunta litania per cui non ci sarebbero alternative. In realtà, invece, si tratta proprio di fare una scelta chiara tra due opzioni di fondo, due modelli di gestione dei servizi pubblici, alla fine, due cardini di modello produttivo e sociale: percorrere la via della privatizzazione, consegnando al mercato e al profitto beni comuni fondamentali oppure deciderli di trattarli come tali, e quindi gestirli nell’ottica degli interessi generali e delle finalità ambientali e sociali.

 

La violenza non prende il treno: basta insulti e minacce contro gli addetti ai trasporti

La violenza non prende il treno

di

Una campagna nazionale promossa da sei sigle sindacali, per dire basta alle aggressioni contro i lavoratori dei trasporti e sensibilizzare i passeggeri a un problema ormai sociale. Volantini e spillette nelle stazioni e sui convogli

Nella lettera si informa che nel solo 2024, “in tutte le imprese ferroviarie, si sono registrati oltre 800 episodi violenti ai danni del personale che lavora in treno o in stazione: senza contare le minacce, gli sputi e gli insulti, che spesso sfuggono alle statistiche. Amiamo il nostro lavoro ma purtroppo, alcuni e alcune di noi, soltanto per controllare un biglietto o fare rispettare le regole di viaggio, sono finiti in ospedale. Gli atti di violenza non solo mettono a rischio la sicurezza di chi lavora, ma danneggiano anche chi quotidianamente utilizza il treno”.

I sindacati parlano di “serio problema sociale, del quale lo Stato, le istituzioni e le aziende devono farsi carico”. Finora i lavoratori hanno scioperato contro le aggressioni per denunciare la loro paura e per sollecitare soluzioni, “e non certo per starcene a casa…come strumentalmente racconta qualcuno alla stampa!”, si legge sul volantino. Viene quindi chiesto alle viaggiatrici e ai viaggiatori di unirsi alla stessa  battaglia di lavoratori e sindacati contro la violenza sui treni e nelle stazioni.

Le stesse sigle sindacali hanno inviato una lettera alle imprese ferroviarie, alla Fs sicurity e ai ministeri delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’Interno e del Lavoro e delle Politiche sociali, oltre ad altri destinatari. nella missiva si richiede “con forza una concreta volontà da parte delle imprese e delle istituzioni a convenire e a supportare, anche in termini di risorse economiche, le soluzioni più volte discusse ed indicate dal sindacato che restano tutt’ora inattuate”.

La campagna, che ha avuto inizio il 27 gennaio, continuerà sino al 4 febbraio: il personale ferroviario del front-line di tutte le imprese interessate indossa, durante lo svolgimento del servizio, una spilletta dal valore simbolico contenente lo slogan: “Stop aggressioni – la violenza non prende il treno”. Contestualmente i sindacati garantiscono un’attività di volantinaggio nelle principali stazioni per informare l’utenza sull’iniziativa in atto e sollecitare così un’alleanza tra lavoratori e passeggeri che garantisca la sicurezza di entrambi.

In copertina: rotaie, Foto di Creative Vix – pexels.com

Groenlandia, l’ultima disperata frontiera americana

Groenlandia, l’ultima disperata frontiera americana

La Groenlandia interessa gli Stati Uniti da quando si è scoperto che lo scioglimento dei ghiacciai consentirebbe alla Cina una navigazione delle merci verso l’Europa pari alla metà (23 giorni) di quella attuale tramite il canale di Suez, oggi minacciata dagli Houthi, che spesso costringe a circumnavigare l’Africa. Una rotta che in futuro sarebbe controllata dalla Russia, l’unica ad avere potenti navi antighiaccio a propulsione nucleare. La Groenlandia (tre volte il Texas, abitata da 400mila inuit) è inoltre ricca di idrocarburi, uranio, terre rare e pesci (ha lasciato la UE nel 1985 per non subire le norme restrittive sulla pesca) che oggi esporta in grande quantità.
Gli americani avevano comprato nel 1917 dalla Danimarca le Isole Vergini nei Caraibi (oggi uno dei maggiori paradisi fiscali) ma non la Groenlandia, difesa dagli americani nella 2^ guerra mondiale contro l’occupazione nazista nell’aprile 1940. E’ su questa base (sic!) che gli Usa avanzano le loro pretese ritornando ad una politica coloniale che si pensava tramontata. Gli USA sfruttano il fatto che la Groenlandia
ha un governo autonomo dalla Danimarca e potrebbe diventare alle prossime elezioni pro-Usa, i quali si “offrono” per proteggerla militarmente.
Si profila quindi un cambio di regime in Groenlandia già alle prossime elezioni di aprile 2025, in quanto potrebbe essere eletto per esempio Jorgen Boassen, un ex pugile divenuto paladino di Trump e che il 7 gennaio scorso ha accolto sull’isola Donald jr. Un cambio di regime (“spintaneamente” favorevole agli Stati Uniti) come avvenuto in passato in molti altri paesi (Ucraina inclusa, nel 2014) al fine di rafforzare il tenore di vita degli americani (acquisto di pesce, idrocarburi, terre rare) sempre con la narrazione del “libero” mercato e della protezione militare e soprattutto del controllo dell’ennesima rotta navigabile nel mondo, di cui gli Usa sono leader, dall’alto delle 175 basi militari sparse ovunque. Lo scopo è disinnescare il vero nemico, la Cina, la quale ha in corso trattative per fare un canale in Nicaragua, alternativo a quello di Panama. E qui si capisce perché Trump ha parlato anche di Panama.

La stessa vicenda del torturatore libico Osama Almasri si inscrive in questo scenario geopolitico. E’ stato riportato con un volo di Stato italiano a Tripoli dal governo Meloni – nonostante fosse accusato dalla Corte Internazionale per crimini contro l’umanità – in cambio di minori sbarchi di immigrati illegali in Italia. E qui si capisce bene perché la Libia fu destabilizzata nel 2011 (uccidendo Gheddafi dopo l’ennesima rivolta “popolare”) e lo stesso Iraq nel 2003 (sempre con l’aiuto degli inglesi, i genitori degli americani). Lo scopo non era solo il controllo del petrolio, come pure disse il presidente della Federal Reserve Paul Volcker, ma la destabilizzazione dell’Europa, appena nata, con imponenti flussi migratori dal Medio Oriente che l’avrebbero messa in crescente difficoltà. L’euro a quei tempi stava volando sul dollaro e c’era la possibilità che il più grande mercato al mondo si trasformasse in una unità politica statuale da parte dei suoi fondatori. Poi tutto è tramontato dal 2004 con il delirio dell’allargamento ad est, sotto la spinta degli amici-alleati americani. Politica che proseguì con l’allargamento anche ai Balcani, sostenuta anche dai finti antagonisti alle attuali élite europee (Meloni, Tremonti) che proposero questa come la soluzione ai problemi dell’Europa.

Si inscrive in questa lotta geopolitica anche la vicenda della start-up cinese Deep-Seek, che ha realizzato un “assistente personale” da
Intelligenza Artificiale pari o migliore a quelli dei colossi big tech Usa, a costi 10 volte inferiori e che consuma molto meno. La borsa americana ha perso mille miliardi di valore ma capitalizza ancora il triplo del valore di tutte le borse mondiali (cosa mai avvenuta in passato); tuttavia mai come oggi è fragile, perché il suo valore è legato a queste poche grandissime aziende legate a internet, all’Intelligenza Artificiale e al commercio on line. Giganti che ha anche la Cina, oltre ad aver mantenuto la manifattura e il controllo sulle materie prime (via Russia e Brics).

E l’Europa? Noi seguiamo stancamente (e stupidamente) il nostro vecchio imperatore come se fossimo nel secolo scorso, senza accorgerci che seguendoli in guerre per procura (Ucraina), in alleanze militari (Nato) dove non contiamo nulla, ci stanno/stiamo indebolendo. Ci manca una visione di futuro e di quella entità politica statale (federale se volete) autonoma e indipendente che farebbe così bene non solo a noi ma al resto del mondo, che cerca soprattutto la pace e il miglioramento delle proprie condizioni di vita.

Per certi Versi /
Altezze

Altezze

 

Danza la chioma col vento

sotto stracci di angeli in cielo

che acqua non promettono

se non di fierezza

 

Ai piedi elemosina rugiada la borragine

testarda sfida la crepa arsa

odora di polvere la vita

e brucia le altezze la siccità

 

Eppure una farfalla si è fermata

ad onorare chi nasce tra gli sterpi

In copertina: Foto di Abdul Momin da Pixabay

 
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino 

LA RIMA PERFETTA

La rima perfetta

Arriva puntuale dentro a un cappotto blu col bavero rialzato, la vecchia borsa in pelle marrone con una sola fibbia, piena di fogli e quaderni.
Entra nel piccolo ufficio, la sala di aspetto ancora vuota, sfila il cappotto, siede alla scrivania, si sfrega le mani, la stufetta appena accesa, apre l’astuccio di legno con inchiostro penne e pennini, la gente inizia a arrivare dentro a folate di fiati bianchi, entra in fretta il signore occhiali in tartaruga:
– ho fretta, è importante, mi scusi, la parola è guerra…
– no guardi, non è il suo turno, prima la signora cuore fiore disamore, che si fa presto, poi il signor fardello coltello che è urgente, lei è il terzo, mi scusi.

Il Baciatore di rime regalava rime baciate a tutti quelli che ne avevano bisogno, a chi voleva una rima per l’amante, la moglie, un amore lontano, la sorella, il figlio, la madre, il padre, il cane, il gatto, aveva avuto persino richieste per aquile e pesci rossi e delfini, anche per un ragno che qualcuno aveva scelto come amico e la rima, in quel caso, era stata una bella ricerca.
Non voleva mai denaro, gli bastava vedere un viso illuminato, felice per una rima dedicata, indovinata bene.
Lui era il Baciatore di rime
Il più grande Baciatore di rime del mondo.

Aveva scelto il mestiere di Baciatore di rime anni prima, dopo che Il suo grande amore lo aveva abbandonato perché non riusciva a baciare una rima col suo nome, rimasto solo si era messo a studiare, a baciare e ribaciare rime su rime, diventando il più grande Baciatore di rime del mondo. Aveva cercato poi, disperatamente, quel suo grande amore perduto, ma sembrava sparito per sempre, a volte, la notte, faceva volare dalla finestra, foglietti con scritte le rime più belle sperando che almeno una di queste arrivasse a sfiorare il suo respiro, ma le rime perse nel vento, a volare dentro a piogge e oceani, non arrivarono mai, quell’amore non tornò “mai più” e quante rime a baciare col “mai più”, quante richieste.
Lui era il Baciatore di rime
Il più grande Baciatore di rime del mondo, nessun altro come lui le baciava.

Una mattina i clienti trovano chiuso l’ufficio.
E la mattina dopo e la mattina dopo ancora
Non lo videro mai più restando nel “mai più” di quell’ultima rima.
Lui trovò cosi, nella sparizione, la sua rima perfetta.

Presto di mattina /
Parole d’inciampo

Presto di mattina. Parole d’inciampo

La resistenza delle parole

Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l’ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.
È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d’una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità…
(Eugenio Montale, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1996, 905

Una resistenza al male di vivere. Resistenza di una scrittura, quella di Montale, che narra «la storia frammentaria di una vita che si è raccontata fino all’ultimo: riflessi balenanti nel buio, in un tentativo considerato disperato e ogni volta riuscito» (Giorgio Zampa, ivi, XXVII).

Arsenio è una poesia di Montale della raccolta Ossi di Seppia, inserita in un secondo momento nella seconda edizione del 1928. È al liminare, sulla soglia di un cambiamento nella sua ricerca di senso; qui la natura comincia ad essere abitata da personaggi.

A detta dei critici Arsenio è l’alter ego, la controfigura di Montale, rappresenta la parte sfiduciata, la faccia oscurata del suo sentire la vita come una perdita, uno sfinimento. E tuttavia in essa un inciampo, «un’altra orbita», presenza di un senso possibile, dentro al male di vivere. Le parole descrivono il viaggio dell’autore nei panni di Arsenio, metafora della sua ostinata ricerca.

Un viaggio verso il mare minacciato, sotto scacco, in tempesta. Incombono nembi, polverosi turbini, pure «una tromba di piombo, alta sui gorghi»; poi, sul corso, scoppi di petardi come un ritornello di parole resistenti al fragore rintronante d’onde e tuoni: «È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo». Preso nel vortice di quest’altro, «salso nembo» invoca: «fa che il passo/ su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi/ il viluppo dell’alghe: quell’istante/ è forse, molto atteso, che ti scampi dal finire il tuo viaggio».

Arsenio, nella conclusione della lirica – anche se «un gesto ti sfiora, una parola/ ti cade accanto» – finirà come tutti in una condizione di non vita. «Discendi in mezzo al buio che precipita/e muta il mezzogiorno in una notte» e così la «vita appena sorta, il vento la porta con la cenere degli altri».

Parole d’inciampo

La poesia di Montale può essere un vero scoglio, scrive Marco Nicastro che ha pubblicato per il sito della Mondadori “Studenti.it” l’ebook Ti presento Eugenio Montale. Riscoprire il piacere della poesia (2020).

Un inciampo anche. Il termine va preso nel suo duplice significato «sia un ostacolo dinnanzi al quale ci si può incagliare, sia una roccia ferma e un punto di riferimento cui poter ritornare nel mare in tempesta che in certi momenti può essere l’esistenza di ognuno. Montale continua ad essere una pietra d’inciampo per il lettore contemporaneo, perché gli indica un modo di guardare la realtà con lucida drammaticità, senza scorciatoie e infingimenti di alcun tipo dinnanzi al male e al non senso» (ivi, 6).

Quelle di Montale sono parole che si annichiliscono, sprofondano nel gorgo di un silenzio muto, di un abisso innominabile simili a quelle parole che risalgono faticosamente la china della memoria della Shoah nei testimoni sopravvissuti.

Parole che, per chi vi inciampa, riconducono il cuore alla speranza, perché squarciano la coltre tra ciò che è umano e quello che non lo è. Smascherano l’ipocrisia subdola di chi chiama bene il male: «Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro!» (Isaia 5,20).

Parole che sono come le pietre d’inciampo nelle nostre strade: restano un segno di contraddizione, un’alterità irriducibile per svelare cosa c’è nel cuore; una memoria mai dismessa, resistenza al male, agli idoli dell’assolutismo e del potere; blocchi frangenti le onde e gorghi di disumanità.

Inciampare nel cuore davanti a te

Non posso qui non ricordare altre parole d’inciampo, quelle presenti nei salmi, in un certo modo correlative a quelle del poeta, o almeno un punto di incontro dentro il nonsenso del male di vivere. L’emergere di uno scoglio, di un punto fermo quando il male sembra inghiottire tutto, prima e dopo. [Salmo 38 (37)]

Vera cancrena si fanno le pustole,
curvo, accasciato, non so cosa fare,
m’aggiro in lutto per tutto il giorno.
Un fuoco mi arde e tritura i fianchi,
nulla di sano che possa salvarsi
sono un acervo di pene e dolori,
e per l’angoscia il cuore ruggisce.
Signore, davanti a te ogni mia brama
e il mio gemito a te non è nascosto.
come impazzito mi batte il cuore,
mi abbandona ormai ogni forza.
Anche la luce va via dagli occhi,
uno spettacolo sono di piaghe.
E tende lacci chi vuol la mia vita,
parla di morte chi cerca il mio male,
medita inganni per tutto il giorno,
tanto da rendermi come una statua:
più che un muto non apro la bocca,
né odo né sento, murato in silenzio
(traduzione poetica di David Maria Turoldo).

Anche qui si sta davanti ad un Altro nembo, una nube viandante sopra i deserti dell’umano in dolorosa, strenua e stremata attesa: «È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo». Brama, desiderio di un inciampo che trattenga dall’abbandono; gemito che nel nascondimento la luce del tutto non si spenga negli occhi.

Il salterio è così simile a una soffitta che racchiude cose, storie e vite consumate dal fuoco, ma dove il desiderio, il grido e il sogno inciampano in una consistenza altra.

Soffitta dove la polvere vecchia raccoglie statue e muschi,
casse che nascondono silenzi di granchi divorati
nel luogo dove il sogno inciampava nella realtà.
Là i miei piccoli occhi.
(Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2016, 277)

L’inciampo della memoria

Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili (Rizzoli Milano, 2013) è il titolo del libro testimonianza di Sami Mondiano (Rodi, 18 luglio 1930); aveva 13 anni quando fu deportato. In lui il ricordo resta incancellabile nella memoria come da ferita inguaribile, fluisce inarrestabile a singhiozzi, a fiotti la testimonianza.

È l’inciampo permanente della memoria che non riesce e non vuole dimenticare. Turbano le sue parole allo sguardo e dentro, la gestualità e l’immagine con cui le drammatizza nell’intervista su RaiTre del conduttore di Caro Marziano, Pif (Pierfrancesco Diliberto) del 21 gennaio 2025.

«Vedete un sopravvissuto non può cancellare, non c’è una spugna magica che fa così e cancella tutto. No, non esiste, non esiste. Io mi vedo ancora questa scena davanti e me la sono rivista dopo 60 anni ancora, mia sorella che mi fa questo segno di saluto con le braccia è il dolore di vederla magra, di vederla distrutta, si può cancellare questo? C’è una spugna che fai così ai cancelli? Il dolore rimane, io non sono una persona uguale a voi, sono diverso e non potrò mai essere come voi. Sono ancora là».

Inciampo samaritano

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10, 29-34).

Dal libro di Sami: «La sofferenza che abbiamo provato in quei vagoni è stata anche maggiore di quella patita nei barconi, anche perché ogni volta che eravamo in prossimità di una stazione, noi ci fermavamo per dare la precedenza ai treni militari. E così i vagoni restavano a cuocere sotto il sole anche per un’intera giornata, mentre noi all’interno crollavamo disidratati, perdevamo conoscenza. Eravamo già in un forno crematorio.

Non è possibile descrivere la sofferenza che provavamo stipati lì dentro, non riesco nemmeno a raccontare il pianto ininterrotto dei bambini, la disperazione di quelli che volevano fare qualcosa ma non potevano fare nulla, di chi era prossimo allo svenimento, la rabbia di chi sentiva sfuggirgli la vita tra le dita.

Per i nazisti non eravamo altro che cadaveri ambulanti. Se non fossimo morti sul treno, avremmo fatto la stessa fine nelle camere a gas: per loro non faceva differenza.

Gli unici momenti in cui sentivamo di non essere stati abbandonati si presentavano al passaggio in alcune stazioni della Jugoslavia. La gente del posto sapeva benissimo che quel treno trasportava gli ebrei nei campi di concentramento e allora quando i nostri vagoni erano a tiro, ci lanciavano un po’ di frutta attraverso i finestrini».

«Mio padre e io non eravamo alloggiati nella stessa baracca, e nemmeno lavoravamo nella stessa squadra di prigionieri. Ogni sera o quasi avevo una conversazione con lui… Aveva più voglia di sapere cosa succedeva a me che non di raccontare quello che faceva.

Mi diceva di cercare di tener duro, mi incoraggiava dicendomi che ce l’avrei fatta. Una volta mi offrì la sua fetta di pane, mi disse di prenderla perché lui non aveva fame. E più io protestavo, più mi diceva di mangiare. Poi mi pregava di andare a coricarmi, di riposare. Ma la cosa che non posso dimenticare era quando mi accarezzava. Voleva che avvicinassi la mia testa al suo petto e mi accarezzava, mi accarezzava … faceva quello che fa un padre, un padre che ci tiene… Mi accarezzò e mi baciò più volte. Infine mi posò le mani sulla testa e mi diede la sua Berachah/ Benedizione» (Per questo ho vissuto, 78; 98-99; 104).

Stolpersteine

Pietre d’inciampo sono state poste anche a Ferrara in via Mazzini davanti alle case del ghetto. L’iniziativa nasce da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig in memoria di cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti.

Iniziata negli anni Novanta del secolo scorso, si è diffusa poi in diversi paesi europei.

Grandi come un sampietrino le pietre d’inciampo sono piccole targhe d’ottone, poste davanti la porta della casa nella quale abitò un deportato, e di questi ne recano il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo della deportazione, e la data di morte così da preservare la memoria. L’inciampo diventa metafora di un luogo d’incontro, di un invito alla riflessione per tenere sveglia la memoria.

Il 31 gennaio 2017 erano già oltre 56.000 le Pietre d’inciampo collocate in 22 paesi europei.

L’inciampo di un libro

Vi cadi dentro e, ad ogni pagina sprofondi sempre di più in un incubo di orrori quanto mai reale e devi fermarti a respirare incredulo prima di voltare pagina: “Un libro degno di Primo Levi”, “un diamante letterario” (The Times). È uscito questo mese in libreria: Crematorio freddo. Cronache dalla terra di Auschwitz, Giunti editore, Bompiani Firenze, Milano 2025.

Jozsef Debreczeni ne è l’autore – nome d’arte di Jozsef Bruner (Budapest, 1905 – Belgrado, 1978) – romanziere, poeta e giornalista di lingua ungherese, che ha trascorso la maggior parte della vita in Jugoslavia. Alla fine di aprile 1944, dopo tre anni di lavoro forzato nella Jugoslavia occupata, fu deportato ad Auschwitz.

Come in Se questo è un uomo il libro di Debreczeni pone all’inizio un testo poetico:

 

Ha forse qualche senso questo mondo,
Se invece di marcire fino in fondo
La malerba dal lerciume riaffiora?
Che senso ha la luce del mattino,
Se intanto di mia madre l’assassino,
Quel fascista, gira libero ancora?

Che senso ha essere eroi, o profeti,
Quanto valgono scienziati e poeti;
Esiste la bontà senz’altri fini?…

Crematorio freddo venne pubblicato per la prima volta nel 1950, un commentatore lo definì «la più dura e spietata accusa al nazismo mai scritta» (ivi, 250).

Pubblicato in ungherese nel 1950, non venne subito tradotto nel resto del mondo, a causa del maccartismo, (atteggiamento dell’amministrazione Usa dei primi anni cinquanta che comportò un’esasperata repressione nei confronti di persone, gruppi e comportamenti ritenuti filo comunisti e quindi sovversivi), della guerra fredda e dell’antisemitismo. Oggi è letto in quindici lingue.

«Sono le quattro del mattino. Un calcio contro la parete della tenda: ”Auf!…”. Gli svegliatori corrono urlando in mezzo ai vari Zelte. Lo scritturale suona furiosamente la sbarra di ferro appesa all’albero. Gli schiavi storditi saltano in piedi. Chi la sera si era tolto gli stracci a righe ora se li rimette in fretta e furia… Un altro suono del gong segnala il preludio all’appello dell’alba. Bisogna affrettarsi, perché chi non si mette in colonna entro pochi secondi dalla chiamata si gioca la vita. Mancare all’appello è un crimine gravissimo, punito non di rado con la morte. È difficile immaginare qualcosa di più disperato, di più deprimente dell’essere svegliati in questo modo al mattino presto, di soprassalto, e in circostanze cosi terribili. La certezza di un’altra lunga giornata piena di torture e di pericoli, di fame e di frustate, di sporcizia e di pidocchi, ci riempie ogni volta la mente con l’angosciante desiderio della fine….

Porre fine a tutto quanto – ancora una volta è questo il ritornello che risuona nella coscienza stordita. Eppure, quelle erano ancora soltanto le albe della primavera. Più avanti, nella disperazione dei crepuscoli ancora più tetri di novembre e dicembre, lo Haftling (prigioniero) si sarebbe ricordato di queste albe attuali come di allegre sessioni di allenamento. Perché in primavera c’era ancora la speranza di qualche minuto o qualche ora di sole, qualche raggio caldo che potesse intiepidire i nostri abiti di tela inzaccherati dalla brina» (ivi, 74-75).

Crematorio freddo veniva chiamato l’ospedale del campo di Dornhau, dove i prigionieri troppo deboli per lavorare venivano lasciati morire.

«Del medico Farkas (anche lui deportato) è rimasto solo l’uomo tormentato e compassionevole. Farkas, invece, pur non avendo perso il medico che era in lui, ha trovato l’uomo. Non può fare molto, ma di tanto in tanto accarezza una fronte bagnata di sudore, tocca un’arteria per contare i battiti mancanti. Con qualche sorriso rassicurante e qualche parola di conforto è diventato il traghettatore di coloro che stanno per partire verso l’altra sponda. A rischio della vita ruba medicinali dalla farmacia riservata alle uniformi grigie … Addormenta con l’Evipan chi si contorce disperato; distribuisce pastiglie di carbone a chi ha la diarrea» (ivi, 210-211).

Il Crematorio freddo viene infettato dal tifo volutamente:

«C’è rabbia repressa nella voce di Farkas: “Hanno deviato qui alcuni trasporti provenienti da campi infetti. Un metodo semplice e sicuro. Il periodo di incubazione è di tre settimane. Hanno portato la peste a Dornhau.” “E ora? – gli chiedo. Che succederà adesso?” “Non succederà. Succede già. Un’epidemia. Con tutti questi pidocchi, sarebbe potuta scoppiare molto tempo fa. Ma i tedeschi non hanno aspettato. Le hanno dato una bella spinta, volevano andare sul sicuro. I trasporti di persone in partenza da qui porteranno il contagio sistematicamente ovunque. Mentre qui, già da domani, avremo centinaia di malati. E dopodomani saranno migliaia» (ivi, 217).

«Le persone e gli oggetti vengono circondati da un alone: l’effetto del tifo è come quello degli “occhiali rosa” dei bambini. Al piano di sopra ritorno cosciente, mi sento anzi più vigile che di sotto nel blocco A. Anche se la mia temperatura permane sopra i quaranta gradi, le mie tempie smettono di pulsare sotto i colpi di un martello infernale… Mi sento leggero e vigile: come se fossi capitato qui dentro per pura curiosità, riesco a osservare il manicomio causato dalla febbre, guardo i compagni che in preda alle convulsioni sembrano ballare il cancan, ascolto quelli che strillano, che abbaiano, che piangono, che implorano un po’ d’acqua con umiltà o con terrore» (ivi, 226).

Il 5 maggio: Sono inciampati, ma non per cadere

«La porta si apre, non era stata nemmeno chiusa a chiave. Quella notte, per la prima volta dopo tanti mesi, eravamo di nuovo liberi. Senza saperlo … La gente si precipita fuori. Non c’è nessuno neanche davanti al cancello esterno. La luce della torre di guardia è ancora accesa, ma non ci sono soldati neanche lì. L’edificio del quartier generale è deserto, così pure la caserma dei soldati semplici. Le stanze sono in disordine, la partenza è stata frettolosa. Il campo è vuoto. Un urlo commosso si sprigiona dalle gole e attraversa la fabbrica della morte:

“Sono fuggiti!… I grigi sono fuggiti!…”

“Siamo liberi!… Siamo liberi!…”

Gli abitanti dei vari blocchi si svegliano. Un torrente impetuoso travolge ogni cosa: un’inondazione di voci inarticolate. Uno spiritual di singhiozzi vortica nel crepuscolo di maggio. L’alba della liberazione infiamma il crematorio freddo. Le guardie sono fuggite!» (ivi, 230-231)

Anche tu sasso d’inciampo che sospira all’eterno, in alto, in basso

Un passo, un altro passo,
ivi del cielo il masso
azzurro, la vivente natura,
e l’inferma pietà
che se stessa conosce negli errori,
e la lieve follia, ivi la morte,
il rumore e il silenzio,
e il mio esistere anonimo;
e come dalla pietra sale il canto
di un colore che è muto,
un passo, un altro passo,
e inciampicando nel divino esistere
io giungo a riconoscermi nel sasso
che sospira all’eterno, in alto, in basso.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1996, 285).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Liberata Luisa Morgantini dopo un giorno di arresto da parte dell’esercito israeliano

Liberata Luisa Morgantini dopo un giorno di arresto da parte dell’esercito israeliano

Luisa Morgantini è stata liberata in serata insieme al collega del Sole-24Ore Roberto Bongiorni. I due accompagnatori palestinesi, invece, sono ancora trattenuti dalle forze militari israeliane nella provincia palestinese di Al-Khalil (Hebron).

Abbiamo ricevuto oggi dal nostro corrispondente ad el-Khalil la notizia dell’arresto dell’on. Luisa Morgantini. Luisa Morgantini è stata arrestata stamattina insieme a un inviato del Sole24ore da militari israeliani. L’inviato di guerra del Sole 24 Ore, Roberto Bongiorni, questa mattina è andato a raccogliere materiale per un reportage in Cisgiordania, in una colonia israeliana, assieme a Luisa Morgantini, 84 anni, ex eurodeputata italiana di Rifondazione comunista ora iscritta da indipendente nella Sinistra italiana. Con loro c’erano due guide palestinesi.

Sono stati fermati a Kiriat Arba, insediamento dei coloni, storicamente tra i più estremisti in Cisgiordania, vicino ad el Khalil (Hebron). Sono stati portati alla città di el-Khalil in una base israeliana (non ho capito bene se dell’esercito o della polizia israeliana: mi ha chiamato mentre era sul cellulare, dice il nostro contatto. ndr). L’accusa israeliana è che avrebbero invaso una zona militare israeliana. Loro hanno fatto notare ai soldati dell’esercito di occupazione che non era scritto da nessuna parte che si trattava di una zona militare interdetta. Ma li hanno caricati su un cellulare e portati nella base israeliana, con pc e telefonini sequestrati.

La redazione ha raggiunto il collega del Sole Ugo Tramballi che è a Gerusalemme che ha confermato di aver sentito il console italiano a Gerusalemme: gli ha riferito che le autorità consolari avevano saputo del fermo e che si stava attivando.

La notizia è stata confermata da Sinistra Italiana; Fratoianni è in contatto con Farnesina e consolato.

Luisa Morgantini, 84 anni, ex vicepresidente dell’Europarlamento e nota attivista pacifista italiana, fondatrice tra l’altro di assoPacePalestina è stata arrestata dall’esercito israeliano a Tuba, a sud di el-Khalil (Hebron), con l’accusa di essere entrata in una “zona militare”. I due cittadini italiani, Morgantini e il giornalista del Sole-24 Ore sono stati portati alla stazione di polizia della colonia israeliana di Kiryat Arba. Il villaggio di Tuba si trova nella zona di Mesafer Yatta, in cui i piccoli centri abitati palestinesi sono minacciati di demolizione perché all’interno di una vasta area che Israele ha unilateralmente dichiarato “area di addestramento militare”. La lotta della popolazione nativa di Massafer Yatta è stata sempre sostenuta dall’associazione AssoPacePalestina fondata dalla on. Morgantini.

Quest’articolo è disponibile anche in: Arabo

Farid Adly
Giornalista libico e attivista per i diritti umani e in difesa dell’ambiente. Direttore editoriale della testata giornalistica online Anbamed. Ha collaborato con molte testate giornalistiche: L’Unità, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Panorama, L’Espresso, L’Illustrazione Italiana, Arancia Blu, Africa Rivista e molte altre. Per 41 anni è stato redattore di Radio Popolare, dove ha curato, negli anni Ottanta, la trasmissione “Radio Shaabi”, in lingua araba. Ha pubblicato La Rivoluzione Libica, Il Saggiatore ed. e Capire il Corano, TAM editore.

Cover: Intervención de Luisa Morgantini en el Encuentro internacional Women in Black Ulcinj Montenegro 1999 – Licenza Creative Commons

Lo stesso giorno /
31 gennaio 1951: il primo San Remo lo vince Nilla Pizzi

31 gennaio 1951: il primo San Remo lo vince Nilla Pizzi

31 gennaio 1951 Al primo Festival di San Remo. trionfa Nilla Pizzi con la canzone Grazie dei fior. “La signora della canzone italiana” lo rivincerà anche l’anno successivo.

Guarda l’archeo-video:

Da Nilla Pizza a Emis Killa, anzi no, lui si è opportunamente ritirato. Intanto, l’Italia ha fatto in tempi a cambiare una decina di volte.  Ma dopo 75 anni siamo sempre a San Remo. Che non è più il festival della canzone italiana, ma un Colossal infarcito di ospiti, chiacchiere, siparietti, risate e perfino qualche lacrima.
Per affrontare Sanremo ci vuole una motivazione forte, o una scommessa, o un grande vuoto da riempire. Se proprio volete seguirlo, spalmatevi sul divano: non finirà prima dell’una di notte e qualche dormita fa parte del programma. La musica, si intende, la trovate da un’altra parte.
In copertina: Nilla Pizzi tra Domenico Modugno e Jonny Dorelli a San Remo 1958 – immagine itoldya test1 – GetArchive   su licenza Creative Commons

Dal grande convegno del 25 gennaio di TESS: “LA LEGGE AREE IDONEE DELLA REGIONE TOSCANA È INACCETTABILE”

LA LEGGE AREE IDONEE DELLA REGIONE TOSCANA È INACCETTABILE

Non un convegno, ma una vera e propria maratona l’evento organizzato da TESS (Transizione Energetica Senza Speculazione) il 25 gennaio a Borgo San Lorenzo dal titolo “Territori e Comunità per una transizione energetica senza speculazione”. (vedi Qui su Periscopio)

Un evento che ha visto una grandissima partecipazione, con persone arrivate da ogni parte della Toscana e persino dalla Emilia Romagna e dalle Marche, con la presenza di importanti esponenti del mondo scientifico e dalla culturadei sindaci e rappresentanti delle forze politiche dei diversi schieramenti.

Al mattino è stata data voce ai territori che all’unisono hanno evidenziato la fortissima attività predatoria da parte dell’industria delle energie rinnovabili che agendo con espropri colloca i propri impianti nei terreni agricoli e nelle aree appenniniche con abbattimenti di estese aree boschive. Hanno partecipato anche Gea Firenzuola CER e Illuminati Sabina CERs informando i presenti sull’esperienza delle comunità energetiche.

Nel pomeriggio hanno portato il loro prezioso contributo relatori di grande rilievo come Paolo Pileri del Politecnico di Milano, Vincenzo Delle Site del CNR, Massimo Rovai dell’Università di Pisa, Paolo CacciariDaniela Poli dell’Università di Firenze, Monica Tommasi dell’Associazione Amici della Terra, Sandra Marraghini di Italia Nostra, Fabio Borlenghi dell’associazione Altura, Grazia Francescato ed infine Isabella Guerrini.

E’ intervenuto l’Eurodeputato parlamentare Francesco Torselli di Fratelli d’Italia, già Consigliere della Regione Toscana. Endorsement sono arrivati da Alessandro Barbero e dal Sindaco di Manciano Mirco Morini con il suo accorato appello a rivedere la legge regionale ora al vaglio del Consiglio Regionale.

Altri sindaci hanno voluto essere presenti e portare le proprie testimonianze come nel caso di Emanuele Piani, sindaco di San Godenzo e delegato ANCI per i parchi e le aree naturali protette e il Sindaco del Comune di Borgo San Lorenzo Leonardo Romagnoli che ha permesso l’organizzazione dell’evento. Sono intervenute diverse forze politiche bipartisan con esponenti impegnati sia a livello locale che europeo. Moltissimi interventi anche da parte del pubblico presente in sala.

Diversi relatori e rappresentanti delle Associazioni hanno evidenziato come la legge aree idonee della Regione Toscana che sarà approvata a breve dal Consiglio Regionale, andrà a favorire le società energetiche a scapito degli interessi della popolazione locale, della collettività e dell’ambiente, contrastando addirittura la normativa europea sul ripristino della Natura

(Nature Restauration Law), perché anziché aumentare del 50% le aree protette consegna il 30% delle ultime aree verdi alla speculazione energetica. La legge toscana favorisce infatti l’industria delle energie rinnovabili che agisce con gli espropri collocando i propri impianti secondo una logica prettamente di profitto economico, ovvero dove i terreni costano meno: nelle aree agricole, in quelle ricche di biodiversità e montane che con il loro suolo vergine e i loro boschi sono fonte di quei servizi ecosistemici essenziali per la vita e per la lotta al cambiamento climatico.

Così terreni fertili saranno sterilizzati per “coltivare” distese di pannelli fotovoltaici con danni incalcolabili all’agricoltura e gli Appennini verranno stravolti da colate di cemento per sorreggere enormi pale eoliche alte fino a 200 metri nonostante il concreto rischio di dissesto idrogeologico. Anche il paesaggio toscano sarà irrimediabilmente compromesso con tutte le conseguenze sulle attività economiche legate al turismo.

Manca inoltre una concertazione delle pianificazioni tra le regioni limitrofe poiché i mega impianti eolici riversano i loro impatti anche nei territori circostanti come sta accadendo, ad esempio, nel Montefeltro, nell’area di confine tra alta Valtiberina e Valmarecchia, dove Emilia Romagna e Marche sono in netto contrasto con le intenzioni della Regione Toscana.

La Coalizione TESS non è contraria alla transizione energetica, che  al contrario auspica un accelerazione  della democratizzazione delle produzione attraverso le comunità energetiche e un meccanismo che obblighi  all’ utilizzo delle aree già disponibili, che permettono ampiamente di raggiungere gli obiettivi imposti dall’Unione Europea, così come certificato nel report ISPRA del 2023 e 2024. Le ditte Proponenti devono quindi rivolgere i propri progetti in aree già edificate, come ad esempio i capannoni industriali, i parcheggi, le aree abbandonate e degradate, le arterie autostradali e ferroviarie, le zone industriali imponendo (in modo effettivo e vincolante) la priorità dell’uso del brown field.

Profondo rammarico per l’assenza dell’Assessora Monia Monni dimostrando una scarsa disponibilità, nonostante l’ampissima adesione di associazioni e comitati e le reiterate richieste di confronto.

La Coalizione auspica che l’Amministrazione regionale voglia aprire un sereno e costruttivo tavolo di confronto, nel reale interesse dei territori, diversamente le promesse di ascolto e di condivisione resteranno solo parole al vento.

Firenze, 27 gennaio 2025

Coalizione TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione – www.coalizionetess.com

panoramica del convegno del 25 gennaio 2025 a Borgo San Lorenzo

Storie in pellicola /
Al via a Roma la prima edizione dell’Indian Film Festival dal 7 all’11 febbraio

Dal 7 all’11 febbraio a Roma presso la sala ANICA la prima edizione dell’Indian Film Festival con il meglio del cinema indiano oltre Bollywood. Entrata gratuita.

Il festival, organizzato e promosso dall’Ambasciata Indiana a Roma, propone una rassegna di 5 film, in anteprima italiana che sono espressione della ricchezza linguistica e culturale dell’India. Non solo film in lingua Hindi ma anche in Telugu, Tamil, Kannada.

Questa prima edizione del festival restituisce infatti la ricchezza della cinematografia indiana e la sua grande varietà di generi e tematiche, con particolare attenzione a quelle sociali, che va di pari passo alla grande varietà linguistica dei film della rassegna.

Ad aprire il festival venerdì 7 febbraio sarà presentato RRR (Rise Roar Revolt) di S.S Rajamouli (2022), uno dei maggiori successi contemporanei di Tollywood. Il cinema in lingua telugu che si produce a Hyderabad, in contrapposizione alla lingua hindi in uso a Bollywood, e che rappresenta la seconda grande industria cinematografica indiana. Il film ha conquistato la fama e il plauso della critica internazionale vincendo il Golden Globe e poi l’Oscar per la migliore canzone originale con “Naatu Naatu”.

Ram Charan in RRR (Rise Roar Revolt) di S.S Rajamouli (2022)

Il film, record d’incassi in patria e di consensi oltreoceano, è una saga epica ambientato in India all’epoca della colonizzazione britannica. Interpretato da due delle maggiori star del cinema indiano: Alluri Sitarama Raju (Ram Charan) e Komaram Bheem (N.T. Rama Rao Jr), il film racconta le gesta di due rivoluzionari realmente esistiti, che all’inizio degli anni Venti si opposero alla dominazione britannica.

Si prosegue sabato 8 febbraio con Gangubai Kathiawadi (La regina di Mumbai) (2022) di Sanjay Leela Bhansali. Il film è stato presentato in anteprima nel 2022 al 72° Festival di Berlino ed è incentrato sulla vita di Gangubai Kothewali, una donna molto potente vissuta negli anni ’60, nota anche come “La maîtresse di Kamathipura’ per i suoi legami con la malavita.

Domenica 9 febbraio sarà la volta di Soorai Pottru (2020) con la star Suriya e Paresh Rawal, diretto da Sudha Kongara, regista e sceneggiatrice che gira prevalentemente in lingua Tamil. Il film, basato su una storia vera, racconta la vita di Nedumaaran Rajangam, conosciuto come Maara e pioniere dell’industria aviatoria indiana. Un ragazzo di umili origini che sogna di fondare la prima compagnia aerea low cost in India, così da rendere accessibile la possibilità di viaggiare anche alle persone meno abbienti.

Suriya e Paresh Rawal in Soorai Pottru di Sudha Kongara (2020)

Lunedì 10 febbraio sarà la volta di Vikram (2022), un thriller d’azione in lingua tamil diretto da Lokesh Kanagaraj, è interpretato da Kamal Haasan nel ruolo del protagonista. È il secondo capitolo del Lokesh Cinematic Universe ed è il seguito dell’omonima pellicola del 1986. Il film segue Vikram, l’ex comandante di una squadra pilota di black-ops, e i suoi sforzi per catturare Sandhanam.

Kamal Haasan in Vikram di Lokesh Kanagaraj (2022)

Martedì 11 febbraio chiude il festival Kantara (2022) diretto e interpretato da Rishab Shetty. Il film è ambientato in un villaggio rurale nella foresta e minacciato dagli interessi del governo. Shiva deve confrontarsi con i suoi dubbi e adempiere al suo destino per proteggere la sua gente e le tradizioni locali. Il film, in lingua Kannada, predominante nella parte sudoccidentale del paese, è un racconto mistico che apre lo spettatore a una prospettiva unica sulla complessità delle sfaccettature sociali dell’India.

Sapthami Gowda e Rishab Shetty in Kantara di Rishab Shetty (2022)

Il festival, promosso dall’Ambasciata Indiana a Roma ha come partner Government of India Ministry of Information and BroadcastingNFDC- National Film Development Corporation of India e in Italia ANICA – Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche e Audiovisive.

Tutte le proiezioni saranno in lingua originale sottotitolate in italiano e inglese. L’accesso è gratuito fino ad esaurimento posti presso la Sala ANICA viale Regina Margherita 286.

In evidenza, Alia Bhatt in Gangubai Kathiawadi di Sanjay Leela Bhansali (2022), tutte le immagini per cortesia dell’Ufficio stampa – Storyfinders

Quando la citazione si fa…critica
(In margine all’insediamento di Donald Trump)

Quando la citazione si fa…critica. (In margine all’insediamento di Donald Trump)

«I poeti esistono per essere citati e quello che si sa scrivere su di loro è, nella maggior parte dei casi, superfluo» così scriveva Hannah Arendt in un suo saggio pubblicato sul New Yorker del 5 Novembre 1966.

Nel saggio dedicato a Bertolt Brecht, la studiosa criticava l’indulgenza del poeta nei confronti della tirannia e più in generale quell’astrusa inconsapevolezza che pare soggiogare l’artista di fronte al  clima di terrore e di violenza imposto da un regime totalitario: Brecht, che si scagliava contro i laudatores di Hitler, non disdegnò di mettere il suo talento artistico al servizio di Stalin.

La Arendt si era già soffermata nei suoi scritti  su quelle «sconcertanti» alleanze tra “popolo ed élite, che puntualmente portavano all’avvento di regimi totalitari. In questi casi, diceva la Arendt, non risulta affascinante la maestria del “capo” di turno (dittatore, tiranno, oligarca o tecnocrate che sia) ma «… la sua capacità di organizzare le masse in modo da tradurre e diffondere le proprie parole… “disoneste”».

L’onestà delle parole  era dunque il vero tema del saggio della Arendt. È come se oggi, dopo averle ascoltate, ci chiedessimo se «consideriamo oneste le parole del 47esimo Presidente degli USA». (Ma è evidente, per quanto appena detto, che tale domanda riguarderebbe chiunque oggi fosse in grado di “organizzare masse”).

In più e con maggiore convinzione dovremmo chiederci la stessa cosa per le parole pronunciate dal/dalla poeta di turno.

Vi ricordate? Nell’insediamento di Joe Biden si scomodò la giovane Amanda Gorman che declamò la sua poesia dal titolo La collina che scaliamo; eccone una citazione:

Se vogliamo vivere all’altezza del nostro tempo
Allora la vittoria non starà nella lama
Ma in tutti i ponti che abbiamo costruito
Questa è la promessa verso la radura
La collina che scaliamo
Se solo osiamo

 Niente da dire: parole oneste, chiare, semplici e bene allineate.

Quest’anno sembrerebbe che  l’ordine di quelle parole abbia lasciato il posto alle… parole d’ordine: Trivella, baby, trivella!” o ancora “Pianteremo la bandiera stelle e strisce su Marte”.

Sarebbe interessante soffermarsi quindi non tanto sui sedicenti “poeti” (con Musk, quest’anno, cantore di Trump come lo fu la Gorman, quattro anni fa, per Biden), ma sul ruolo che invece dovrebbe avere, in queste occasioni politiche, un autentico poeta.

Potremmo dire come ci ricorda W. H. Auden che al poeta spetta «il compito di coniare le parole con le quali dobbiamo vivere». Ed è sull’onestà di queste parole che pesa la responsabilità di fare luce sul presente, soprattutto quando la gravità del momento potrebbe ostacolare l’esercizio del canto poetico o l’espressione di un libero pensiero.

E fare luce – diradare la confusione – è tanto più necessario quando gli slogan e le…parole d’ordine finiscono per ridurre l’idea di “umanità” a una massa di individui ciecamente obbedienti. (Ho già avuto modo di ricordare che, oggi, «umano» dovrebbe invece equivalere a saper riconoscere il caos e la menzogna nella grande confusione creata dalla comunicazione/informazione globale).

Il dilemma intorno alla “responsabilità politica” dei poeti indusse la Arendt a utilizzare nel suo Il futuro alle spalle (il Mulino, 1980) proprio i seguenti versi di Auden:

Tu speri, certo,
che i tuoi libri ti scuseranno
senza apparire triste
e in alcun modo senza
colpevolizzarti
(non ce n’è bisogno
sapendo bene
a cosa un’amante dell’arte
come te presta attenzione).
Dio potrebbe indurti
nel Giorno del Giudizio
in lacrime di vergogna recitando
col cuore le poesie che avresti
scritto se la tua vita
fosse stata buona.

Auden aveva dedicato questa poesia al suo amico Louis MacNeice e successivamente questi stessi versi ispirarono la Arendt nella elaborazione della sua idea che «…i poeti vadano sempre e solo citati e non debbano essere giudicati in base alle loro responsabilità…» o «colpe»: quest’ultima è una cosa  che attiene alla sfera etica, alla bontà o meno della vita di un poeta, e pertanto, più che a dissertazioni laiche o terrene, essa va relegata al “giorno del giudizio”.

Estendendo questa idea di Auden, fatta propria dalla Arendt , sarebbe dunque preferibile utilizzare quale critica al discorso di Trump e ai versi e gesti del suo “cantore”, SOLO questa: la citazione. Corretta. Alla lettera e niente altro di più.

E che tutto il resto venga lasciato al “giorno del giudizio”.

“L’età dell’oro dell’America inizia proprio adesso. Da oggi in poi, il nostro Paese rifiorirà e sarà rispettato di nuovo in tutto il mondo, saremo l’invidia di ogni nazione e non permetteremo più che qualcuno si approfitti di noi”

“Durante ogni singolo giorno della mia nuova amministrazione metterò semplicemente l’America al primo posto, America First… La nostra sovranità sarà rivendicata, la nostra sicurezza sarà ripristinata”.

“Oggi è il Martin Luther King Day e in suo onore, sarà un grande onore, e in suo onore ci impegneremo insieme per far sì che il suo sogno diventi realtà. Faremo sì che il suo sogno diventi realtà”

“Sono stato salvato da Dio per una ragione, per rendere l’America di nuovo grande”

“Tutti gli immigrati clandestini saranno fermati e inizierà il processo di ritorno verso i Paesi di provenienza… Torneremo alla politica ‘caccia e respingi’. Rifacendomi a una legge del 1798, conferirò alle forze armate il potere di sgominare le bande criminali che svolgono le loro attività sul nostro territorio. Varrà anche nelle periferie delle nostre città”.

“La mia più orgogliosa eredità sarà quella di pacificatore e unificatore, questo è quello che voglio essere… Come nel 2017, noi di nuovo costruiremo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto”

[SIC]

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Parole a capo
Pier Luigi Guerrini: “Carte sparse”

Fogli sparsi

Fogli sparsi, diari, agende, angoli di carta,
pagine strappate
perse nel tempo, nel vento, nel cambiamento,
nell’adattamento, nella conformazione, nel trasloco.
Buttate nel cestino, gettate, cancellate,
immeritevoli, odiate,
spreco di inchiostro, di tempo, di sudore
di impegno, di ardore.
Lunga scia di lacrime, di sangue, di sfinimento,
di autodistruzione, di spegnimento.
Parole scritte, pensate, insensate, amate, riflesse,
sentite, recuperate, riscritte.
La forza, la vita, la passione ti chiama a gran voce.
Ora la senti.
Non morire più un’altra volta.

(Sonia Pacetti)

 

Avere un garage, una cantina dove sono ammassati libri, carte, riviste, quaderni pieni di fogli debordanti aggiunti nel tempo con una metodicità difficilmente ordinata, penso sia una condizione vitale per molte persone. Poi, chi come me ha avuto l’avventura di fare diversi traslochi, ricorda la grande difficoltà, la rinuncia (perché no?) un po’ dolorosa a portarsi dietro, nella nuova dimora di libri, giornali (addirittura annate), documenti accumulati nel tempo. Una parte, di ciò che avevo deciso di lasciare, l’ho donata ad un paio di centri sociali anziani, altri libri, videocassette con argomenti adatti all’infanzia li ho portati ad un paio di scuole elementari. Nonostante questi “alleggerimenti” operati nel tempo, il mio garage attuale (come fosse un essere pulsante) “vive” una condizione di stand by precario, d’attesa.

Aspettando la prossima estate, per un’esplorazione più in profondità del materiale letterario accumulato in garage, ogni tanto apro gli armadi e prendo fuori alcuni di quei documenti, frammenti che fanno parte della mia storia. L’ironia di Karl Kraus, in “Detti e contraddetti” mi viene in soccorso quando scriveva che “fra i vecchi libri, rari sono quelli che, in mezzo all’incomprensibile e al troppo comprensibile, hanno conservato un contenuto vivo”. Un pensiero decisamente tagliente, paradossale che ovviamente mi porta in direzione opposta. Un po’ di tempo fa, ho ritrovato diversi libri con all’interno numerosi fogli sparsi in cui, negli anni settanta scrivevo note personali di politica locale, di costume, tentativi di satira. Tutte cose che penso abbiano fatto in tanti. Non c’erano ancora i computer, gli smartphone. Eravamo ancora ben immersi nella modalità analogica. Trascrivevo nello stesso foglio poesie di vari autori, decine di titoli di libri da acquistare (cosa che molto spesso poi ho fatto), titoli di dischi, numeri telefonici e altro. Girovagando sul web, come faccio spesso, mi sono imbattuto in una poesia del 2015 di Sonia Pacetti “Fogli sparsi” (IlMioLibro ed.) che ho riportato integralmente all’inizio. In particolare, mi hanno colpito questi versi “parole scritte, pensate, insensate, amate, riflesse, sentite, recuperate, riscritte”. Senza scomodare autori/autrici di fama, e non penso di fare una rivelazione strepitosa, molte volte, ogni giorno ti capita di avere delle interferenze emozionali che ti arrivano da una frase, uno sguardo, una notizia, un pensiero. Queste poche parole mi hanno rimandato a quello che mi capita ogni tanto nelle ricognizioni mnemoniche nel mio garage. Riporto, per questo numero di “Parole a Capo”, una poesia di Ettore Masina “Non si deve spiegare la vita ai bambini”, ricopiata in uno dei tanti fogli ritrovati e dal contenuto purtroppo, e tristemente, sempre attuale.

(Pier Luigi Guerrini)

 

Non si deve spiegare la vita ai bambini,
non dirgli: bambini

sapete, il mondo cresce,
cammina
uccidendo bambini.

Ne abbiamo visti morire tanti questa sera,
alla televisione, in guerre
dovunque.

Vi guardavo guardare: tenevate
alti gli occhi a cercare
i soldati: io, bassi (cercavo
negli angoli quei piccoli voi
rovesciati, fra pietre).

L’arco perfetto d’una bomba a mano
vi strappava un bisbiglio,
così la fumata sul
tank.

E i bambini morivano negli angoli,
senza
rumore o parole
non avendo più voci.

(Ma
non si devono dire
queste cose ai
bambini se si vuole
che diventino uomini).

(da “Pellegrinaggio laico“, Fratelli Fabbri Editori, 1969)

Brevi note informative su Ettore Masina (Breno, 4 settembre 1928 – Roma, 28 giugno 2017). E’ stato un giornalista e apprezzato vaticanista (famosi i suoi servizi televisivi sul Concilio Vaticano II), scrittore e politico italiano. Fu parlamentare e fondatore, con Paul Gauthier, della “Rete Radié Resch” di solidarietà internazionale.

NOTA: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 269° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Immagine di copertina tratta da Pixabay

Il lavoro e la qualità della democrazia.
Un intervento del 2015 di Rossana Rossanda

Il lavoro e la qualità della democrazia.
Un intervento del 2015 di Rossana Rossanda

“L’idea che un Paese si fa del rapporto di lavoro è fondamentale per la qualità della democrazia”: così dieci anni fa Rossana Rossanda in un commento sul Jobs Act. Lo pubblichiamo in occasione del convegno “Liberare il lavoro. Rossanda e le questioni del lavoro, ieri e oggi”, il 29 gennaio a Roma

Le pagine del “Workers Act” curato da Sbilanciamoci! spiegano, nella prima parte, il Jobs Act del governo di Matteo Renzi e nella seconda presentano un’alternativa a esso: non per caso si chiamano “Workers Act” perché esprimono il punto di vista dei lavoratori. È necessario spiegarlo perché l’insieme di testi presentato dal governo, non per essere discusso ma affidato con una serie di deleghe all’esecutivo, va chiarito a coloro che vi saranno obbligati senza aver potuto contribuire alla sua elaborazione. Dietro le formule nebulose si rivela, non detta, la volontà di rendere la prestazione della manodopera più flessibile in entrata e in uscita, cioè meno garantita per i dipendenti sia nell’assunzione, sia nel licenziamento, che torna a essere possibile a piacimento del padronato con un semplice rimborso, abolendo quel che restava dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, dopo il già grave ridimensionamento operato dalla riforma Fornero del 2012.

Il lavoro diventa soggetto a tutte le versioni e forme diverse di precariato; il contratto a tempo indeterminato, definito in modo ingannevole “a tutele crescenti”, allarga tempi e spazi di precariato a cominciare senza remora alcuna dai primi tre anni, quando è perfino esente da imposizione fiscale per l’impresa. La troppo vasta tipologia dei contratti, con regolamenti relativi, non è stata corretta salvo in parte nel contratto a progetto, dov’era diventata scandalosa. In genere la molteplicità delle misure recepisce quella che – quando l’attuale Pd era ancora Pci e il sindacalismo cattolico aveva i suoi anni di gloria – era comunemente definita “giungla contrattuale”. I ripetuti annunci di semplificazione sono brutalmente smentiti da una legislazione il cui arruffamento non è indice di confusione, quanto moltiplicazione delle vie offerte al datore di lavoro di trattare i suoi dipendenti con il metodo “usa e getta”.

 

Si tratta di un arretramento poderoso dei lavoratori nei rapporti di forza con il capitale, perseguito dal governo nella convinzione – almeno presentata come tale – di agevolare l’imprenditore in un rilancio della crescita dell’economia, come se la sua attuale fluttuazione dallo zero allo zerovirgola si dovesse alle pretese eccessive imposte dai dipendenti, dai “lacci e lacciuoli” da loro messi allo sviluppo. L’assenza di qualsiasi piano di reindustrializzazione e di riduzione della disoccupazione crescente in Italia dimostra la miopia dell’attuale esecutivo nell’operare questa stretta. Essa non è dovuta alla crisi, ma ne profitta per ridurre le tutele dei lavoratori e l’importo dei salari, insomma per allargare i profitti dell’impresa e indurre una ripresa degli investimenti a spese dei salariati, senza modificare il prodotto o le tecniche di produzione. È una svolta di 180 gradi rispetto alla linea keynesiana che aveva sorretto la crescita del dopoguerra; una svolta che non solo penalizza i dipendenti ma non riesce a vivificare il mercato, che già fa sapere di non contare su più di un punto di crescita come conseguenza dell’applicazione del Jobs Act.

 

Il cardine della politica di austerità si rivela non solo socialmente ingiusto, ma inefficace, producendo tensioni sociali e soffocamenti; l’esempio più negativo è quello che Bruxelles insiste ad imporre alla Grecia con la filosofia del rimborso totale e in tempi stretti del debito, ma è una politica che pesa su tutti i paesi del sud Europa, mettendone in pericolo l’integrazione. È evidente l’intenzione di dare all’Europa una configurazione squilibrata fra nord e sud, confermando il potere dei primi, mentre si accantona ogni tentativo di definire condizioni uguali per tutti nella fiscalità e nelle strutture produttive. Il Jobs Act ha imposto di forza una diminuzione dei diritti del lavoro che interpella il parlamento e i partiti decisivi in esso, in primis il Pd, sulla svolta culturale avvenuta in questi anni; l’idea che un paese si fa del rapporto di lavoro è infatti fondamentale per la qualità della democrazia e della socialità che si persegue. L’idea del lavoro ha conosciuto una crescita difficoltosa ma costante dalla seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del fascismo fino agli anni novanta del secolo scorso, e un’involuzione decisiva nella legificazione dell’attuale governo; è significativo che essa avvenga sotto l’egida di un premier espresso dal più grande partito di sinistra, fino a venti anni fa simbolo del movimento operaio.

 

Non siamo un’eccezione, sono chiamati governi di sinistra o di coalizione con la sinistra quelli che trascinano l’Europa sulla via dell’austerità, con la restrizione dei diritti sociali, del welfare e della spesa pubblica. Questa svolta culturale ha radici lontane. C’è da riflettere sul fatto che il movimento sociale più partecipato e liberatorio, quello del 1968, che esplode alla fine di un decennio di lotte, apre in Italia la strada a due nuove e decisive forme del politico: il movimento delle donne (femminista) e quello ecologico, fra loro disuniti, ma prorompenti su strati e soggetti sociali nuovi rispetto al movimento operaio, e spinti più che a integrarlo a metterlo sotto accusa per la balbuzie con i quali i suoi esponenti politici e sindacali, piuttosto che sposarne gli intenti, vi restano in concreto estranei.

 

Femministe e verdi accusano la già eccessivamente conclamata “fabbrica” di sordità sulla questione delle donne (sordità dovuta al maschilismo dominante sia a destra che a sinistra) e, peggio, di aver appoggiato o addirittura spinto a uno “sviluppismo” industriale sconsiderato, cieco ai limiti del pianeta e quindi opposto alla sostenibilità della produzione e dei territori. Sta di fatto che questi grandi filoni di critica del presente investono masse crescenti ma divise e incapaci di parlarsi, ciascuna in contrapposizione alle altre e aspirante all’egemonia. La cosiddetta crisi della politica è stata una porta spalancata al liberismo che pareva espulso dall’orizzonte e vi è trionfalmente rientrato, e con tanto più impatto in quanto che essa si verifica contemporaneamente al precipitare delle società dette comuniste. L’Unione sovietica, la Repubblica popolare cinese e Cuba, rivoluzioni nate in condizioni storiche diverse ma che hanno avuto in comune l’obiettivo della liberazione del lavoro dal capitale sono tutte e tre passate – dopo il 1989 – a forme esplicite di capitalismo di stato, aperto all’iniziativa privata.

È stato il caso più evidente di eterogenesi dei fini di un movimento internazionale giovanile che, mirando a un approfondimento inedito del pensiero politico moderno e delle sue principali istituzioni attraverso uno scavo delle radici dell’autoritarismo ai fini di una più compiuta liberazione della persona, perde di vista la mondializzazione del capitale, e ritenendo impossibile metterla in causa, ha finito con l’offuscare dalle coscienze l’importanza del rapporto di lavoro, un tempo considerato “centrale”. Certo non da solo; le modifiche dell’organizzazione proprietaria e della produzione, il venir meno della grande fabbrica, già contenitore della parte essenziale della forza lavoro e quindi luogo deputato delle sue elaborazioni politiche e sindacali, ha favorito la presa profonda nella società di alcune realtà e di alcune favole: la fine della figura operaia, proprio mentre essa assumeva proporzioni inedite sul globo, la fine di una identificabile proprietà del mezzo di produzione, il moltiplicarsi delle esternalizzazioni e delle tipologie contrattuali, il dilagare del prodotto immateriale rispetto alla fisicità del prodotto industriale, l’immaterialità delle tecniche del processo produttivo, la crescita, rispetto alle capacità elementari del lavoro parcellizzato, del ricorso a un “intelletto generale” che implicava facoltà e molteplici saperi della vita urbana.

Tutto questo ha prodotto e accompagnato la frammentazione della coscienza dei lavoratori e il minore impatto delle loro organizzazioni tradizionali. Sta di fatto che dagli anni ottanta in poi l’aderenza di una “coscienza operaia” alle trasformazioni proprietarie e del processo produttivo è andata sfocandosi e indebolendosi, mentre nel formarsi in misura crescente di movimenti puntuali ma separati, appare perduta un’interpretazione comune dell’avversario capitalistico e del “che fare” degli sfruttati. I gruppi di ricerca infittiscono ma non comunicano, neanche nelle forme razionali: c’è la separatezza dei sindacati anche in Europa, il frantumarsi di un’opinione politica comune, fatta eccezione per Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.

Neanche quando il governo lancia un’operazione capitalistica su grande scala, come il Jobs Act, essa produce una scossa immediata di percezione da parte del blocco popolare, probabilmente perché di “blocco” non si può più, o non ancora, parlare – e qui si viene alla proposta di coalizione sociale di Maurizio Landini. In Italia occorre molto tempo perché si realizzi una manifestazione nazionale di protesta, mentre l’infiacchirsi dei meccanismi maggioranza/opposizione in democrazia induce reazioni scomposte del governo. Non va dimenticato infatti che il frutto più velenoso della “crisi della politica”, visibile specialmente negli eventi elettorali, è l’impoverimento della rappresentanza e delle sue regole primarie che dà luogo al confuso emergere di un “partito della nazione” immaginato da Renzi, in cerca di un’investitura popolare, che rinnovi i fasti del 40% ottenuto alle elezioni europee, sul quale si basa l’autorità di cui fa sfoggio per indebolire il patto costituzionale.

La ricezione inizialmente senza intoppi – tranne quelli venuti dalla Cgil o, come questo lavoro, da Sbilanciamoci!, nel silenzio del Partito democratico – è significativa di un’ennesima caduta culturale e morale del paese. Di qui l’importanza negativa del Jobs Act e di questo tentativo di opporgli una critica e un’alternativa, offerte come materiale di lavoro alla classe operaia e ai suoi gruppi di studio, cui spetta discuterle ed eventualmente modificarle.

Rossana Rossanda
(Pubblicato su Sbilanciamoci.info il 26 maggio 2015)

 

L’Italia e la pentola sul fuoco

L’Italia e la pentola sul fuoco

Cosa penserebbe il marziano di Pif se atterrasse in Italia dalle parti del Parlamento? Più o meno quello che pensa “l’uomo della strada” al bar, o tutti gli altri, quelli che non frequentano il bar e imparano le news dal telegiornale o direttamente sul telefonino? Tutti vediamo che in Italia tira un’aria di guerra senza quartiere e ci viene la domanda più ovvia: dove andremo a finire?

Perchè non si tratta più del naturale scontro fra maggioranza e opposizione che caratterizza ogni democrazia, ma di una guerra che coinvolge direttamente le varie  funzioni dello Stato, le istituzioni indipendenti che stanno alla base della nostra democrazia. La protesta, composta ma di massa, dei giudici contro la riforma della separazione delle carriere, segna un punto di non ritorno dello scontro tra Potere esecutivo (il Governo) e la Magistratura.  Uno scontro preceduto e seguito da una sfilza di accuse e di insulti contro presunti “giudici comunisti”.

La vicenda del torturatore Generale Almasri, recapitato a casa sua in Libia in tutta fretta con un aereo di stato, senza un doveroso intervento da parte del ministro competente, è una pagina nera dell’Italia che si dichiara un paese democratico e difensore dei diritti umani. Quello invece che è successo dopo, a seguito di una denuncia di un avvocato (un avvocato di destra), rappresenta il normale corso della giustizia. La procura di Roma ha trasmesso il fascicolo al competente Tribunale dei Ministri e quest’ultimo avrà 90 giorni di tempo per esaminare e valutare se ci sono elementi sufficienti per rinviare a giudizio Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano, diversamente archivierà la pratica.

Cosa c’è di strano in tutto questo? Non è forse la medesima strada che percorre ogni cittadino italiano che viene denunciato per qualche reato? O forse governo e ministri devono godere di una sorta di immunità preventiva? Tutti siamo uguali davanti alla legge. Anche l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, prima rinviato a giudizio per i migranti trattenuti sulla nave Diciotti, quindi prosciolto.

Perchè allora tutto questo clamore, compresa la dichiarazione indignata e vittimista di Giorgia Meloni? Se mettiamo insieme tutti i pezzi di questa battaglia ingaggiata dal Centrodestra e dal Governo contro la magistratura, si intravede una precisa volontà politica di ridurre l’autonomia della Magistratura, uno dei mattoni della nostra Costituzione.

Ma la guerra italiana ha altri fronti aperti. Prima di tutto quella tra Nord e Sud. La legge sull’Autonomia differenziata, oggi in stand by per le modifiche richieste dalla Corte Costituzionale, è avversata da alcune Regioni e nei sondaggi viene bocciata in massa dagli italiani del sud. Poi c’è la campagna, Salvini in testa, contro il diritto di sciopero. Infine il Presidenzialismo/Premierato un’altra bandiera del Centrodestra che sarà presto discusso in parlamento, con l’obiettivo di dare ancora più potere all’esecutivo e ridurre i poteri del Presidente della Repubblica.

Eppure ci sarebbe tanto a cui applicarsi per “cambiare l’Italia”, come promette tutti i giorni Giorgia Meloni. L’evasione fiscale, la diseguaglianza e la povertà che avanzano, il Sud che continua ad arrancare, i laureati che scappano all’estero…

Questo governo, il primo guidato dalla destra, si sente invece investito di un compito storico: cambiare le regole del gioco. Per questo ha messo a bollire la pentola. È una pentola robusta, costruita con cura dai nostri padri costituenti, ma se si continua ad alimentare il fuoco, a gridare al complotto, la pentola può scoppiare. Se si assaltano le istituzioni ci andranno di mezzo tutti gli italiani.

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Vite di carta
“Se il cielo fosse femmina” e gli alberi fossero blu

Vite di carta. Se il cielo fosse femmina e gli alberi fossero blu

Può accadere, e accade martedì 21 gennaio in una sala dipinta a colori accesi, con alberi dal tronco blu e col fogliame verde tenero. Quando entriamo le classi coinvolte nell’incontro di oggi – quarta V, quinta B, quinta S – hanno già occupato le sedie disponibili e aspettano che la presentazione del romanzo Se il cielo fosse femmina di Anna Chiara Venturini abbia inizio. L’autrice è arrivata, so che come mi è già accaduto di vedere presenterà da sé il proprio libro, suscitando una conversazione partecipata con i ragazzi.

Pochi minuti per i saluti con la Dirigente e con le docenti referenti per l’evento: in fondo oggi ci accade di ritrovarci in una ulteriore occasione di scambio e di condivisione. Dall’anno scolastico 2022-23 la Associazione degli Amici della Biblioteca Ariostea sostiene le attività legate alle lettura all’interno dell’Istituto Einaudi.

La presidente Paola Zanardi e noi che rappresentiamo il Direttivo ricordiamo con soddisfazione di essere state qui nello scorso ottobre a incontrare il Gruppo di lettura Gli occhi di minerva e a inaugurare la Biblioteca Scolastica finalmente allestita in una delle aule dopo un intenso lavoro da parte di docenti e studenti volontari che hanno realizzato magnifiche decorazioni floreali alle pareti.

Dalla prima fila dove prendiamo posto vediamo bene l’autrice anche nella mimica del volto, gli studenti alle nostre spalle sono in silenzio. La sentiamo raccontare come le è nata l’idea di scrivere una storia tutta ferrarese ambientata nella Certosa, spiegare che si tratta di un luogo straordinario per bellezza e quiete. Cercare nei ragazzi le domande che vengono più spontanee, a fronte di una scelta narrativa così: dove Cecilia, la protagonista, impara a convivere con il dolore della perdita più struggente e insieme prova un giorno dopo l’altro a rinascere.

Gli studenti che hanno dialogato con l’autrice insieme alla prof. Giarratana

I ragazzi intervengono: molti di loro hanno letto il libro e sanno essere precisi nel porre le domande. Prima di tutto il titolo: perché Se il cielo fosse femmina? Perché anche il cielo può essere rovesciato, può esserlo la vita che si trasforma in morte prematura e improvvisa. Cecilia nello stesso giorno ha perduto la bimba che portava in grembo, Celeste, e il suo compagno. Per lunghi mesi le riesce impossibile vivere, finché lavorando dentro il cimitero monumentale della Certosa impara a tessere di nuovo relazioni autentiche con gli altri: con gli addetti al restauro delle opere d’arte e con il Direttore del complesso, con alcune visitatrici del luogo che come lei portano lì il loro dolore ma anche segnali di vita.

Il cielo che può diventare femmina contiene una ipotesi di rinascita, così come una morte, la morte, può lasciare il posto alla vita. Nelle forme a cui Cecilia è più sensibile: con il restauro delle vetrate più belle, con il fiorire di tulipani che ha piantato nel prato dei bambini insieme a Lea, la Signora Velata che come lei ha perduto la sua bambina.

Vengono lette alcune parti del romanzo, emergono altre figure che ci raccontano storie altrettanto inusuali. Anche Rosalinda è una frequentatrice della Certosa e riempie i vialetti e i prati della sua eleganza leggiadra e della sua solitudine. Rosalinda la addolcisce con il suo essere fedele alla bellezza, confeziona abiti preziosi prendendo come modello le statue di certe cappelle e poi torna lì a esibirli.

Anna Chiara Venturini sa bene come stare insieme ai ragazzi intorno a un libro: ammette di avere trovato l’ispirazione per il personaggio di Rosalinda in una figura di donna incontrata nella sua giovinezza. Racconta di avere passeggiato in una luminosa mattina d’estate nei vialetti della Certosa e di avere avuto la prima idea di questo libro. Ma sa anche esplorare le parti rielaborate dalla sua penna, fa riflettere sul valore del silenzio come segno di pace interiore, sul rispetto verso chi non è più e su tutti i gesti d’amore.

Non può che raccomandare il valore della memoria, che è radice dentro Cecilia e dentro la storia di tutti.

Alla fine consiglia ai ragazzi di fare visita alla Certosa, e di sedersi magari sotto uno dei porticati che abbracciano lo spazio davanti a San Cristoforo. Aprire un libro ed entrare in un raccoglimento che può portare quiete e adesione a se stessi.

I ragazzi la sorprendono. Lei non può vedere le locandine che hanno preparato per l’incontro, sono affisse al tavolo da cui parla e sono rivolte verso il pubblico. Sono bellissime. In basso, sotto alla foto di lei e del suo libro ritratto in un prato di margherite, c’è una foto più grande. Sotto il porticato in ombra, con il sole che intanto inonda il prato e gli alberi davanti alla Chiesa, siede una ragazza: ha lasciato lì accanto la borsa, ha disteso le gambe e si è messa a leggere un libro.

Nota bibliografica:

  • Anna Chiara Venturini, Se il cielo fosse femmina, Giovane Holden Edizioni, 2024

Cover: la platea degli studenti e sullo sfondo la dirigente Marianna Fornasiero mentre saluta l’autrice insieme alle docenti Carmen Ada Giarratana e Roberta Runza

Immagini della copertina e nel testo fornite dall’Istituto Einaudi

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La sua privacy vale più di un like

Con il termine sharenting  si intende il fenomeno della condivisione online costante da parte dei genitori di contenuti che riguardano i propri figli/e (foto, video, ecografie). Il neologismo, coniato negli Stati Uniti, deriva dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità).

La gioia di un momento da condividere, pubblicando l’immagine dei propri figli, è un’emozione comprensibile, ma allo stesso tempo è necessario chiedersi se ci sono rischi nell’eccessiva sovraesposizione online. Uno studio europeo riporta che ogni anno i genitori condividono online una media di circa 300 foto e innumerevoli dati sensibili riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1.000. Le prime tre destinazioni per queste foto sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%).

Un’altra indagine ha rilevato che i bambini, prima dei due anni, che vivono nei Paesi occidentali, hanno una presenza online di circa l’81% in media suddivisi per il 92% negli Stati Uniti e per il 73% in Europa. In Australia e in Nuova Zelanda, il 41% dei bambini ha una presenza online dalla nascita. Oltre il 30% delle madri pubblica regolarmente foto dei propri neonati e, grazie alla condivisione, un numero crescente di bambini nasce digitalmente anche prima della nascita naturale. Il fenomeno della pubblicazione di immagini di ecografie, racconti di esperienze personali durante la gravidanza e persino l’attivazione di indirizzi e-mail e profili di social network è in continuo aumento. Negli Stati Uniti, il 34% dei genitori pubblica regolarmente ecografie online, il 13% in Francia e rispettivamente il 14% e il 15% in Italia e in Germania.

Lo sharenting è un fenomeno da tempo all’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali, soprattutto per i rischi che comporta sull’identità digitale del minore e quindi sulla corretta formazione della sua personalità.
La diffusione non condivisa di immagini rischia inoltre di creare tensioni anche importanti nel rapporto tra genitori e figli. È dunque necessario che i “grandi” siano consapevoli dei pregiudizi cui sottopongono i minori con l’esposizione in rete (tendenzialmente per sempre) delle loro foto, anche in termini di utilizzo di immagini a fini pedopornografici, ritorsivi o comunque impropri da parte di terzi. Per tale motivo l’Autorità ha proposto di estendere a questi casi la particolare tutela assicurata dal Garante sul terreno del cyberbullismo.

“E’ bene riflettere, si legge sul sito istituzionale del Garante, sul fatto che postare foto e video della vita dei minori, magari accompagnati da informazioni come l’indicazione del nome, l’età o il luogo in cui è stato ripreso, contribuisce a definire l’immagine e la reputazione online. Ciò che viene pubblicato online o condiviso nelle chat di messaggistica rischia di non essere più nel nostro controllo e questo vale maggiormente nel caso dei minori. Quando qualcosa appare su uno schermo, non solo può essere catturato e riutilizzato a nostra insaputa da chiunque per scopi impropri o per attività illecite, ma contiene più informazioni di quanto pensiamo, come ad esempio i dati di geolocalizzazione. Chiediamoci sempre se i nostri figli in futuro potrebbero non essere contenti di ritrovare loro immagini a disposizione di tutti o non essere d’accordo con l’immagine che gli stiamo costruendo. È bene essere consapevoli che stiamo fornendo dettagli sulla loro vita e che potrebbero anche influenzare la loro personalità e la loro dimensione relazionale in futuro.”

Se proprio decidiamo di pubblicare immagini dei nostri figli, è importante provare almeno a seguire alcune accortezze, che il Garante indica nelle seguenti: rendere irriconoscibile il viso del minore (ad esempio, utilizzando programmi di grafica per “pixellare” i volti, disponibili anche gratuitamente online); coprire semplicemente i volti con una “faccina” emoticon; limitare le impostazioni di visibilità delle immagini sui social network solo alle persone che si conoscono o che sono affidabili e non condividono senza consenso nel caso di invio su programma di messagistica istantanea; evitare la creazione di un account social dedicato al minore; leggere e comprendere le informative sulla privacy dei social network su cui carichiamo fotografie, video, etc..

Intanto, è partita la nuova campagna di comunicazione istituzionale lanciata dal Garante Privacy contro il sharenting. “La sua privacy vale più di un like” è il claim della nuova campagna in onda sulle reti radio tv della Rai e che verrà diffuso anche attraverso i social media del Garante. Un professore, interpretato dall’attore Luca Angeletti, mette in guardia, in modo ironico, una classe di genitori sui rischi dell’eccessiva esposizione in rete dei loro figli. Ciò che viene pubblicato sui social o condiviso nelle chat può essere infatti catturato e riutilizzato da chiunque per scopi impropri, per attività illecite, o finire addirittura sui siti pedopornografici. Il claim della campagna di comunicazione, “La sua privacy vale molto più di un like”, invita i genitori a riflettere e ad essere più consapevoli della protezione dei dati personali prima di postare l’ennesima foto del proprio figlio minorenne.

Qui il video spot del Garante privacy a tutela dei minori “La sua privacy vale più di un like”.

Questo articolo è uscito su Pressenza il 24 gennaio 2025

In copertina: immagine di Voci di Città su licenza Creative Commons

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David Yambio: “Anch’io torturato dal Generale Almasri. Perché lo avete fatto scappare?”

David Yambio: “Anch’io torturato dal Generale Almasri. Perché lo avete fatto scappare?”

Tratto da Sea-Whatch.org

Le parole di David Yambio attivista di Sea Watch e portavoce di Refugees in Lybia, l’organizzazione che dà voce voce alle persone migranti sottoposte a prevaricazioni, violenze fisiche e psicologiche in Libia.

“Salve, sono David Yambio e sono una vittima, un sopravvissuto ai crimini che Almasri ha commesso negli anni passati e che sono ancora in corso. Nel novembre 2019 sono stato catturato nel Mediterraneo e riportato in Libia. Sono stato messo in un centro di detenzione. In seguito, sono stato trasferito ad Al-jadida, dove comandava Almasri e dove mi ha torturato personalmente. Da lì sono stato portato alla base aerea di Mitiga, dove ho assistito a molte atrocità che non posso descrivere.

Oggi molti di noi si pongono domande sul perché il governo italiano abbia lasciato andare un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Lo ha fatto. Perché l’Italia avrebbe tradito lo Statuto di Roma?”

 

Sea Watch
Sea-Watch è un’organizzazione umanitaria senza scopo di lucro che svolge attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale con il supporto della società civile europea. Sea-Watch fornisce mezzi per il soccorso d’emergenza in mare, si batte affinché i governi intensifichino le operazioni di salvataggio, chiede l’istituzione di corridoi umanitari legali e politiche estere volte alla rimozione delle cause all’origine dei massicci processi migratori di questi anni.

In copertina: David Yambio, Foto di Melting Pot Europa.

 

Liliana Segre: “Siate farfalle che volano sopra il filo spinato”

Liliana Segre: “Siate farfalle che volano sopra il filo spinato”

Discorso di Liliana Segre al Parlamento europeo, il 30 gennaio 2020, nel 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz

Devo per forza cominciare con i ringraziamenti, all’amico David Sassoli che mi ha invitato qui oggi, a tutto il Parlamento; vorrei anche salutare i parlamentari inglesi che ci stanno lasciando, con grande dispiacere di tutti. Non posso nascondere l’emozione profonda nell’entrare in questo Parlamento, dove si parla, si discute, ci si guarda negli occhi, dopo aver visto all’ingresso le bandiere colorate di tanti Stati affratellati.

Non è stato sempre così.

Alla giornata del 27 gennaio a volte è stata data un’importanza che in fondo non ha. Auschwitz non è stata liberata quel giorno. Quel giorno l’Armata Rossa vi è entrata, ed è molto bella la descrizione che fa Primo Levi ne La Tregua dei quattro soldati russi che non liberarono il campo, i nazisti erano già scappati da giorni, ma si trovarono di fronte ad uno spettacolo incredibile, al momento solo ai loro occhi, che molto più tardi diventò uno spettacolo incredibile per tutti coloro che lo vollero guardare.

Ancora oggi c’è qualcuno non lo vuole vedere.

Questo stupore per il male altrui – parole straordinarie di Levi – nessuno che è stato prigioniero ad Auschwitz l’ha potuto mai dimenticare un secondo della sua vita.

Il 27 gennaio avevo 13 anni ed ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, fabbrica che c’è tutt’ora: facevamo bossoli per mitragliatrici. Di colpo, in fabbrica – dopo che avevamo sentito scoppi lontani, lavoravamo nella città di Auschwitz e sapevamo che le cose stavano succedendo a Birkenau dove ero stata fino a pochissimo tempo prima – arrivò il comando immediato di cominciare quella che venne chiamata la “Marcia della morte”.

Io non fui liberata il 27 gennaio dall’Armata Rossa, io facevo parte di quel gruppo di più di 50 mila prigionieri ancora in vita obbligati in quelle condizioni fisiche, per non parlare di quelle psichiche, a una marcia che durò mesi e di cui si parla pochissimo.

Quando parlo nelle scuole da nonna, come faccio da trent’anni a questa parte, dico che ognuno nella vita deve mettere una gamba davanti all’altra, che non si deve mai appoggiare a nessuno perché nella “Marcia della morte” non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava nella neve con i piedi piagati come noi e che veniva finito dalle guardie della scorta se fosse caduto. Ucciso.

Come si fa? Come si fa in quelle condizioni? La forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi che sono mortificati dalla mancanza di lavoro, dai vizi che ricevono dai loro genitori molli per cui tutto è concesso. La vita non è così. La vita ti prepara alla marcia che deve diventare marcia per la vita. Noi non volevamo morire, eravamo pazzamente attaccati alla vita, qualunque fosse, per cui proseguivamo una gamba davanti l’altra, buttandoci nei letamai, mangiando qualsiasi schifezza, anche la neve che non era sporca di sangue.

Era il male altrui. Le finestre erano chiuse.

Prima attraversammo la Polonia e la Slesia, poi fu Germania. Dopo mesi e mesi, passando altri lager, altri orrori, altri mali, arrivammo allo Jugendlager di Ravensbruck. Eravamo giovani, ma sembravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande. Non si deve avere paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità ad una donna. E’ così. Abituate oramai a sopravvivere, giorno dopo giorno, campo dopo campo, mi trovai alla fine del mese di aprile del 1945: pensate quanto era lontano il 27 di gennaio. Pensate quante compagne erano morte in quella marcia, mai soccorse perché quasi nessuno aprì la finestra o ci buttò un pezzo di pane.

C’era la paura, la paura che faceva sì che la scelta fosse di pochissimi. Non si parla quasi mai di questi straordinari che fecero la scelta, si dà per scontato che popoli interi siano stati colpevoli. Non fu solo il popolo tedesco, fu tutta l’Europa occupata dai nazisti, parliamo della Francia, parliamo dell’Italia dove i nostri vicini di casa furono degli aiuti straordinari dei nazisti. In Italia i nostri vicini di casa ci denunciavano, prendevano possesso del nostro appartamento, del nostro ufficio, anche del cane se era di razza.

Questa parola, razza, la sentiamo ancora dire e per questo dobbiamo combattere il razzismo strutturale che c’è ancora. La gente mi chiede come mai si parli ancora di antisemitismo. Va bene che sono vecchissima, nel mio novantesimo anno d’età, ma certo non so perché c’è ancora l’antisemitismo, il razzismo. Io rispondo che c’è sempre stato, ma non era ancora arrivato il momento politico per tirare fuori il razzismo e l’antisemitismo insiti nell’animo dei poveri di spirito. E’ così. Poi, però, arrivano i momenti più adatti, corsi e ricorsi storici, in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile far finta di niente, guardare il proprio cortile. E allora tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno fertile per farsi avanti.

La condizione degli ebrei fu analoga, di fatto se non di diritto, nei paesi alleati occupati dai nazisti; erano stati, e si erano profondamente sentiti, cittadini, patrioti tedeschi, italiani, francesi, ungheresi. Si erano battuti nelle guerre. Io mi ricordo mio padre e mio zio che erano stati ufficiali nella Prima guerra mondiale. Quanti ebrei tedeschi piangevano, si suicidarono perché si sentivano tedeschi più di ogni altra cosa. L’espulsione dalle comunità nazionali fu dolorosissima, andava al di là delle leggi: era appunto il tuo vicino di casa che ti allontanava. Io una bambina diventata invisibile.

Quando subito dopo la guerra per caso restai viva e tornai nella mia Milano con le macerie ancora fumanti, incontrai delle compagne di scuola che non mi avevano più visto: nel 1938 avrei dovuto frequentare la terza elementare, ma eravamo evidentemente un pericolo così grave per fascisti e nazisti che decisero di allontanare i bambini di quella piccola comunità di ebrei italiani – 30, 40 mila persone, per un terzo vittime della Shoah – che era assolutamente integrata nella società. Queste compagne mi chiesero: dove sei andata a finire che non ti abbiamo più vista a scuola? Io ero una ragazza ferita, selvaggia, che non sapeva più mangiare con forchetta e coltello, ancora abituata a mangiare come le bestie. Ero bulimica, ero disgustosa, ero criticata anche da coloro che mi volevano bene: volevano di nuovo la ragazza borghese dalla buona educazione familiare.

È difficile ricordare queste cose e devo dire che da trent’anni parlo nelle scuole e sento ormai come una difficoltà psichica forte a continuare, anche se il mio dovere è, sarebbe questo fino alla morte, considerato che io ho visto quei colori, ho sentito quegli odori, quelle urla, ho incontrato delle persone in quella Babele di lingue che oggi non posso che ricordare qui, dove tante lingue si incontrano in pace. Nei campi era possibile comunicare con le compagne che venivano da tutta l’Europa occupata dai nazisti solo trovando parole comuni, altrimenti c’era la solitudine assoluta del silenzio, la costrizione di non poter scambiare una parola con l’altro che derivava da un qualche isolamento ancestrale di comunità che non si erano riunite in Parlamenti visto che l’Europa da secoli litigava in modo spaventoso.

E le bandiere qui fuori di cui parlavo all’inizio mi hanno fatto ricordare quel desiderio di trovare con olandesi, francesi, polacche, tedesche e ungheresi una parola comune. In ungherese ho imparato una sola parola, “pane”. È la parola principale che vuol dire fame, ma che indica anche la sacralità di una cosa oggi sprecata senza nemmeno guardare cosa si butta via.

Da almeno tre anni sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace. Non mi danno pace perché da quando sono diventata nonna del primo dei miei tre nipoti, trentadue anni fa – il Parlamento europeo e la mia non estinzione mi paiono lo stesso miracolo, oggi – quella ragazzina che ha fatto la “Marcia della morte”, che ha brucato nei letamai, che non piangeva più, è un’altra persona da me: io sono la nonna di me stessa. Quando mi rivolgo ai miei nipoti che hanno un dispiacere d’amore, di studio, per il mancato raggiungimento di qualcosa che avrebbero voluto raggiungere, sono amorosa, presente, grata dal fatto di essere anche nonna – miracolo eccezionale per una che doveva morire – allo stesso modo sono nonna anche di me stessa, di quella ragazzina.

E’ una sensazione che non mi abbandona.

È mio dovere parlare nelle scuole, testimoniare. Non posso che parlare di me e delle mie compagne. Sono io che salto fuori; è quella ragazzina magra, scheletrita, disperata, sola. E non la posso più sopportare perché sono la nonna di me stessa e sento che se non smetto di parlare, se non mi ritiro per il tempo che mi resta a ricordare da sola e a godere delle gioie della famiglia ritrovata, non lo potrò più fare. Perché non ce la farò più.

Anche oggi fatico a ricordare, ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito per ricordare il male altrui. Ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all’altra, essere come quella bambina di Terezin – lì potevano fare le recite, colorare con i pastelli: poi, un giorno i bambini furono deportati ed uccisi ad Auschwitz per la sola colpa d’esser nati – che disegnò una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati. Io non avevo le matite colorate e forse non avevo, non ho mai avuto, la fantasia meravigliosa della bambina di Terezin.

Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati.

Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali. Che siano in grado di fare la scelta. E con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati.

Video intervento Liliana Segre

Nota di redazione
A
cinque anni dal suo famoso discorso davanti al Parlamento Europeo, che qui riportiamo, continuano sui social gli attacchi indegni e deliranti alla senatrice a vita Liliana Segre. Insulti e  minacce, tanto da destra quanto da sinistra: per questi pericolosi imbecilli la Segre sarebbe una “sporca ebrea”: per i neofascisti, ma anche per alcuni “super compagni” che la ritengono complice e corresponsabile dell’atroce genocidio dei palestinesi del premier israeliano Benjamin Netanyahu.  Basta leggere o ascoltare le parole di Liliana Segre per rendersi conto quanto preziosa sia la sua testimonianza: il suo messaggio è un accorato appello contro ogni violenza, per la democrazia e per la fratellanza fra i popoli.
(La redazione di Periscopio)

Cover: Liliana Segre  interviene davanti al parlamento europeo  – foto Parlamento UE

 

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi.

Non so se succede a tutti, ma ogni volta che arriva il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, provo una resistenza interiore forte. Guardare gli orrori accaduti soli 80 anni fa, perpetrati e voluti con una logica agghiacciante e premeditata, fa così male, fa così paura che viene voglia di sfuggire al ricordo, anche se è solo un ricordo che arriva tramite il racconto di altri.

Dunque mi interrogo: se io, che non ho parenti ebrei o comunque finiti nei campi di concentramento, provo una resistenza così forte a guardare quell’orrore inimmaginabile persino nei più terribili incubi, chissà quale resistenza deve aver accompagnato i sopravvissuti? Chissà il combattimento interiore che ha vissuto chi quell’orrore l’ha vissuto e ne è stato testimone. Chissà quanto avrà vacillato: da una parte il desiderio profondo, l’istintivo di rimuovere e cancellare, dall’altra il senso del dovere di urlare che l’indifferenza uccide quasi più della logica aberrante dello sterminio. Molti testimoni del lager parlano del silenzio che ha sigillato, nel profondo di se stessi, quel pezzo della loro vita. L a stessa Liliana Segre con coraggio ha raccontato di un silenzio durato 40 anni e della rivelazione che fu per lei la lettura di “Se questo è un uomo“ di Primo Levi.

La battaglia, dunque, di chi ha voluto che non si seppellissero queste storie, di chi ha filmato, di chi ha raccontato e continua a battersi perché questi racconti circolino, vengano proiettati alla televisione e nelle scuole, diventino film (quante storie ci sono ancora da raccontare!) è una battaglia del coraggio che coinvolge tutti noi.
Parlare di sterminio attraverso i numeri non restituisce, non può restituire la realtà di quanto è avvenuto. È necessario vedere gli occhi di quei bambini, di quelle madri, di quei giovani e di quelle giovani, di quei padri, occhi, occhi e occhi. Occhi smarriti che quando ti fissano, ti terrorizzano perché ci vedi i tuoi stessi occhi.

Non so se succede a tutti, ma io mi sento quel bambino o quella bambina strappata alla mamma per pura ferocia, mi sento quella madre a cui strappano un figlio appena nato e lo affogano davanti ai suoi occhi, e l’urlo di disperazione mi muore ancora prima di giungere alla bocca, mi entra nelle viscere e me le attorciglia. Mi sento anche quei soldati guardiani, i loro occhi raramente sono inquadrati, eppure non oso guardarli, ho paura di vederci i miei occhi, vigliacchi. Avrei mai avuto il coraggio di ribellarmi agli ordini dei superiori?

Gli occhi che guardano dietro il filo spinato hanno fornito le parole a chi poi ha scritto e raccontato. Anche gli occhi spalancati dei morti ammucchiati come roba vecchia, ci parlano. A quegli occhi interrogativi anche se vitrei, non puoi sfuggire. Quegli occhi devono restare impressi dentro di noi perché orientano il nostro sguardo sulla vita presente, ci aiutano a individuare dove si insinua una narrazione che può portare alla giustificazione di tali orrori, a identificare i luoghi in cui, sotterranea, continua a sopravvivere. Ecco perché la giornata della memoria per me è così importante, perché mi mostra con chiarezza le mie paure, perché mi mette a nudo, ma anche perché mi conferma che non dimenticare è necessario non solo per onorare la sofferenza di tanti, troppi, bambini, donne e uomini, ma per l’oggi che viviamo, perché quell’indifferenza alla sofferenza umana non abbia il sopravvento.

Nota: Questo articolo è uscito su periscopio il 30 gennaio 2020

L’UNICA VOCE

L’UNICA VOCE

Uno

Mio padre arriva quasi ogni notte, non lo vedo, sento la sua voce. È seduto sulla poltrona azzurra del salottino, è quasi ora di cena. Non la vedo, ma dietro la poltrona c’è una portafinestra che affaccia sul grande giardino, è quasi buio. Non la vedo, ma mia madre ha appena spento i fornelli, adesso si è seduta sul canapè per ascoltare mio padre che legge. Lui ha aperto il giornale davanti a sé, è un giornale grande, come li facevano una volta, non lo vedo, ma sento che sfoglia il giornale, in terza pagina c’è un elzeviro di Buzzati. Ora c’è solo la sua voce meravigliosa, io nel sogno l’ascolto.

Due

Non riesco a ricordare quando è cominciata la mia malattia. Non è una colpa. Forse c’entra il lavoro che faccio. Sono un doppiatore, un bravo doppiatore dicono, molto richiesto, che lavora tanto, per la televisione moltissimo, ma anche per il cinema, perfino per gli audiolibri. Qualche collega, lo capisco dalla loro voce, mi invidia cordialmente. Ma la storia della mia voce (non sono io, è lei la protagonista di questa storia) è cominciata molto prima. Credo in quarta ginnasio, a quindici anni, quando diventi uomo e la tua voce cambia, abbandona il suono bambino e si allarga, si ingrossa, pesca nel profondo della laringe quel timbro che ti accompagnerà tutta la vita.

Tre

Non studiavo abbastanza per un liceo classico, certi giorni non studiavo per niente, ma me la cavavo sempre. Caschi sempre in piedi, mi diceva una cara amica proprietaria di una voce indimenticata. Ed era proprio la voce, la mia voce che mi salvava. Mi chiamano alla lavagna, non so se si dice ancora così che la lavagna non c’è più, e devo imbroccare la risposta. Una risposta giusta o almeno passabile, sufficiente. Ecco il mio sistema, prenderla molto alla larga; ad esempio cominciavo a dire com’è strana la chimica con quella storia delle valenze, che si attaccano o si respingono, oppure del gran mistero, per me era davvero un mistero, della fisica, che mischia talmente i colori, che alla fine diventa tutto bianco.

Quattro

Mio padre ingegnere, mia madre laureata in chimica, di conseguenza Fisica e Chimica, peggio ancora Matematica, erano le mie materie inevase. Non andavo male in Italiano e Storia, ma la scienza per me era davvero durissima, la sbirciavo da lontano, la copertina del libro già mi indisponeva e mi suggeriva la fuga. Ma l’ho detto, c’era la mia voce a salvarmi. Le mie interrogazioni fatte di vaghi discorsi azzittivano tutta la classe. E anche il corpo docente mi ascoltava in silenzio. Tutti fermi, tutti zitti, incantati come nel regno addormentato della favola. Avrei potuto parlare per ore, recitare le previsioni del tempo, e tutto il mondo si sarebbe messo ad ascoltare.
– Vai al tuo posto, Sei e mezzo.

Cinque

A scuola ho capito che la mia non era una voce come le altre. Della voce, di cosa sia fatta una voce, dove nasca la voce e dove possa arrivare, non sapevo niente. Ricordo di aver fatto qualche ricerca in biblioteca. Imparai che ogni persona ha la sua voce, un timbro voluto da Dio o da madre natura, un codice genetico, unico e irripetibile come l’impronta digitale.
Puoi anche provarci, puoi cambiare il volume, variare l’intonazione, imparare un nuovo accento, ma il tuo timbro vocale rimane uguale a se stesso, quando sei giovane e quando sei vecchio rimane con te, la tua voce non ti abbandona. Ti piaccia o meno non puoi scambiarla con un’altra, è tua e solo tua, è la tua ombra fedele, un’ombra sonora, non confondibile, non duplicabile. Nessuno dei viventi ha la tua voce, nessuno dell’infinita schiera che ti ha preceduto in questo mondo, nessuno di quelli che verranno dopo di te.
Ma la mia voce aveva qualcosa di più, proprio come quella di mio padre, creava attorno a sé un cerchio di silenzio.

Sei

La voce però allora non era ancora la mia ragione di vita. Prima e per molti anni c’erano i libri, quando la lettura occupava tutti gli angoli delle mie giornate. Avevo molti libri in casa, duemila o più di duemila. I libri ci sono ancora tutti, a prendere polvere sugli scaffali, perché ora non leggo più, non li vedo più i libri, non ne ho più bisogno, credo sia così.
Ricordo che prima dei vent’anni leggevo e rileggevo sempre uno stesso libro, e una volta, tac, mi sono fermato su una riga, mi è rimasta stampata in testa come una fotografia. Il libro si chiama L’uomo senza qualità e l’ha scritto Robert Musil, un austriaco con la faccia infelice, il mio amatissimo Musil, che guarda caso era un matematico prima di essere uno scrittore.
Quel libro tutti dicono che è un capolavoro e io sono d’accordo, è il libro della sua vita ed è rimasto incompiuto. Ha provato per trent’anni a finirlo, fino alla fine della sua vita, ma niente, non c’è riuscito. Lui che era un matematico doveva aver studiato il problema, aveva impostato l’equazione, ed era andato avanti parecchie centinaia di pagine, ma aveva mancato l’ultimo passaggio. Non era riuscito a risolvere l’equazione.  Vuol dire che Musil era un genio, sapeva anche di essere un genio, ma non era così diverso da me e dai comuni mortali.

Sette

L’uomo senza qualità si chiama Ulrich, il protagonista del romanzo che è un non-romanzo come scrive la critica. Ulrich vive in una Vienna mai nominata e come Musil anche lui va incontro al fallimento. Eppure lui, aveva anche studiato ingegneria, è un tipo pieno di qualità, gli manca solo la qualità giusta per vivere il suo tempo. Io avevo meno di vent’anni, ero sul davanzale della vita, leggevo e rileggevo e cercavo la mia qualità, quale era, dov’era la mia qualità?  Lasciamo perdere, dilemmi giovanili.
Intanto Ulrich viene assunto da un inutile ente governativo, l’ente si chiamava Azione Parallela e deve preparare la grande celebrazione per l’anniversario dell’imperatore. Ma quello stato, Cacania si chiamava quel vecchio impero che stava esaurendo i suoi giorni, corre verso la dissoluzione e la famosa Azione non si conclude mai.

In una pagina del primo volume l’autore descrive con splendide metafore il rapporto tra Ulrich e il suo più caro amico. Eccola qui: “le loro anime si salutavano dalle finestre degli occhi”. Che è una riga semplice, meravigliosa, anche poetica, tranne per me che non mi sembrava per niente semplice. Non c’era niente di poetico. Voleva dire che la nostra anima e i nostri occhi si toccano, si corrispondono, quindi è negli occhi che si affaccia il nostro io profondo? Che quello che siamo veramente, quella verità che rimane nascosta anche a noi stessi, prende l’ascensore e sale su fino ai nostri occhi?

Otto

Così per colpa di Musil ho cominciato un esercizio quotidiano, prima a scuola, e dopo anche al lavoro, per strada, al bar davanti a un cappuccino, quando incrociavo qualcuno, uomo o donna, vecchio o bambino, uno qualsiasi, uno sconosciuto, subito lo guardavo dritto negli occhi, tanto che a volte mi provocava un qualche imbarazzo – Scusi ma cos’ha da guardare? Ma io non desistevo, non staccavo gli occhi dai suoi occhi.
Una volta una bella signora sui quarant’anni con i capelli rossi e gli occhi blu si è anche arrabbiata. Avete capito, pensava che io volessi, ma io non volevo niente da lei, non è lei che guardavo, e nemmeno i suoi occhi blu. Io non guardavo gli occhi, gli occhi non mi interessavano, ci sono occhi di tutti i colori dell’iride, occhi che la luce del sole gli cambia colore, e se poi non ti piacciono, compri due lenti e puoi cambiarlo il tuo colore naturale. Ci sono occhi truccati in duecento modi e maniere, occhi bellissimi, grandi, allungati come una foglia di magnolia, illuminati, come se dietro i bulbi oculari si celassero due candele accese.

Nove

Tutto bello mi viene da dire. Tanto che di due occhi ci si può innamorare. Basta solo un minuto, così raccontano. È capitato perfino in parecchi libri, che forse il famoso fulmine partirebbe proprio dagli occhi, una freccia che scocca e trafigge gli occhi dell’amata o dell’amato. Tutto bello, solo che io negli occhi cercavo altro, cercavo il fondo del pozzo, l’anima sepolta, la verità nuda.
Invece gli occhi scappano, corrono sempre lontano. E sono velocissimi, attraversano il tempo, viaggiano lo spazio, non si fanno prendere. Ho provato a inseguire gli sguardi, ma c’era da impazzire. Ricordo uno sguardo, ma è solo un esempio che vi voglio fare, uno sguardo che se ne stava lì, tutto assorbito nella contemplazione del piatto di spaghetti che il cameriere gli aveva appena servito, passa un secondo e al posto del piatto lo sguardo è già scappato lontano, sul mare azzurro della prossima estate, poi tra i compagni della quinta elementare, gli ultimi istanti della nonna morente, il sorriso della prima fidanzata, la faccia da stronzo del capoufficio.  Ho viaggiato il mondo con gli occhi degli altri. Senza trovare quel che cercavo. Senza sapere cosa cercare.

Dieci

Ci ho messo quasi quarant’anni, una mezza vita, per capire cosa volevo trovare. Prima cercavo senza capire cosa. Cercavo quello che mi mancava. C’era un buco che dovevo riempire. Mi sembrava di vivere così, di camminare sopra un tappeto, ma cosa c’era sotto, dall’altra parte del tappeto? Eppure da bambino avevo avuto una premonizione, mi si era accesa una luce, ero stato vicinissimo a capire, ma poi niente, mi ero distratto, avevo perso il filo di quella precoce illuminazione.

Undici

Ecco, sono sempre io, sette anni appena compiuti, mingherlino piantagrane capriccioso, pestifero, così mi presentava mia madre al pubblico delle amiche. Non c’era scuola, quel giorno ero in mezzo al grande gruppo, i fratelli e i cugini, quindici in totale. Numeri d’altri tempi. E a comandare tutta la banda c’è naturalmente la nonna, l’unica nonna che ho conosciuto, autoritaria a dir poco, temuta e terribile, ma stracarica di libri e di storie. Per questo l’ho sempre rincorsa, l’unico della grande famiglia a scambiare la sua scienza per l’amore di cui non credo fosse capace.

Come tutti gli anni, era il giorno di Santo Stefano. Tutte le famiglie sono riunite nella grande casa della capostipite. Finito il pranzo della festa, la nonna fa un cenno e tutta la stirpe si incammina e raggiunge il grande salone. C’è un grande cesto con i regali per i nipoti, ma i regali verranno dopo. In fondo al salone, c’è una larga credenza ottocento colorata di bianco. Sul piano della credenzona, sopra un semplice panno verde, un presepe con poche figure di terracotta. Era il presepe della nonna. Molto elegante, essenziale, ma se avessi avuto voce in capitolo avrei aggiunto un bel po’ di pecore, il muschio, la stella e le luci intermittenti. Il presepe faceva solo da sfondo: lo spettacolo si svolgeva davanti. C’erano sedie per tutti e una poltroncina per la nonna, al centro della scena. I bambini e i ragazzi più grandi presentano ognuno un piccolo intervento, una poesiola, una canzone di natale, meglio, molto meglio se in francese. Un altro pallino della nonna.

Dodici

Ma prima dello spettacolo a più voci, c’era la voce della nonna. In un silenzio di chiesa la nonna terribile raccontava un pezzo della antica storia familiare. Parlava di città mai viste, di persone che nessuno di noi aveva conosciuto, vite e nomi tramontati, morti che tornavano in vita in quel tempo sospeso, arrivavano anche loro nel salone, si univano alla grande famiglia.
Quel miracolo avveniva solo attraverso la voce della nonna. Era lei la medium, era la sua voce che richiamava all’essere il non essere. Poi la sua voce finiva nel silenzio e io sapevo di aver assistito a un prodigio, per un attimo avevo visto e capito le cose che stavano in fondo all’abisso. Ma ero troppo piccolo, dopo una giornata di gioco avevo dimenticato tutto.

Tredici

Mentre lavoravo allo studio di registrazione incontravo le voci degli attori che dovevo doppiare. Doppiare, replicare, clonare, non sono verbi adatti al mio lavoro. Ogni voce è unica, puoi essere bravissimo, ma una voce puoi solo interpretarla, non doppiarla. Ma per interpretare devi prima capire. Io sono partito da lì, con gli anni diventavo sempre più bravo, le voci cercavo di capirle sempre di più, così immaginavo la bocca dell’attore, il suo modo di ridere e il suo pianto. Dopo un po’ vedevo, cioè sentivo, molto di più: la voce mi apriva, una ad una, tutte le porte.
Il mio modello era Ferruccio Amendola, uno dei grandi doppiatori della scuola italiana. Amendola aveva prestato la sua voce a Robert De Niro, a Dustin Hoffman ma anche ad Al Pacino. Guardavi Taxi Driver e la voce di De Niro era quella di Amendola. E se guardavi Il Maratoneta, a parlare era la voce di Amendola. E con Serpico era uguale, la voce di Al Pacino era sempre la stessa, quella di Ferruccio Amendola. Ma la voce non può dividersi in tre e quando una volta è successo che i tre divi americani hanno fatto un film tutti e tre assieme, Amendola ha dovuto sceglierne uno, uno solo.

Quattordici

Sul doppiaggio ci fu un interessante esperimento. Dove aveva fallito Amendola e la voce umana, fu messa alla prova l’Intelligenza Artificiale. Non si trattava di clonare la voce, di produrre da una voce tre voci uguali alla prima, ma di creare da un unica voce, tre voci sorelle, simili ma diverse, originali, nuove e pronte all’uso. L’avevano chiamato progetto Trinità: partire dal Padre e dal Padre creare il Figlio e lo Spirito Santo. Il risultato fu che da una ciliegia la I.A. partorì altre due ciliegie. Sembravano assolutamente identiche ma le ciliegie clonate non avevano il nocciolo. E così le noci, perfette ma senza gheriglio, così i confetti senza mandorla, così le voci, vuote, senza anima. Lasciarono perdere,

Quindici

Credetemi, guardare il fondo di una voce è un lavoro faticoso, sfiancante – tornavo a casa la sera e mi buttavo a letto – ma è la cosa più meravigliosa che mi sia mai capitata nella vita. Sentire tutto era un viaggio entusiasmante, molto più di un giro intorno al mondo. E dentro la voce c’erano tutti i segreti, anche i più inconfessabili. Chi poteva conoscerli? Io e nessun altro. Se non ero Dio ci ero molto vicino. Mi chiedete della voce di Dio? Confesso, avrei voluto essere sul Sinai accanto a Mosè, e non per le tavole della legge, solo per scambiare qualche parola con quella voce, potente come un tuono e tenera come una brezza leggera. No, la voce di Dio non l’ho mai incontrata.

Sedici

Ormai l’indagine sulle voci era diventata la mia prima occupazione, la mia unica passione. Entravo in una voce e scavavo, scavavo fino alla fine, cioè fino al principio, il principio che orienta ogni singola vita, il soffio vitale, la verità nuda cruda. L’unica voce, lei non poteva mentirmi, tutto il resto non mi interessava più, era solo apparenza, pubblicità.

Diciassette

Ho ucciso definitivamente il televisore, già lo vedevo pochissimo, ma ora basta. E basta anche con il pc, con la posta elettronica, con lo smartphone: venduti, regalati. I libri li ho ancora tutti, ma ho smesso di leggerli, nemmeno un rigo.
Una mattina mi sveglio e sono sicuro di aver sognato. Ancora quel sogno, mio padre legge il Corriere e mia madre lo ascolta. Il sogno è lo stesso eppure è cambiato. Sento distintamente la voce di mio padre, ma tutto il resto, tutto quello che dovrebbe esserci attorno a quella voce è sparito: sparita la poltrona, la porta finestra, sparita mia madre con la testa un po’ inclinata, sparito il giornale (credo di aver udito il fruscio di una pagina). Sparito anche lui, il protagonista del sogno, anche mio padre se n’è andato, lasciando solo la sua voce.

Ora di notte non c’è più nessuna luce ad intralciare la purezza dei suoni, qualcuno deve aver spento anche il lampione della strada. Di notte entro in un buio senza spavento, i sogni arrivano puntuali. Sogno le voci, finalmente nitide, pulite, le riconosco una ad una, le saluto con un sorriso o una lacrima. No, ripeto, nessun spavento. La voce basta e avanza. Ditemi allora: a che servono le immagini?

Diciotto

Ero pronto per la fase successiva. Di notte era più semplice, di giorno invece le voci non sono limpide, si mischiano con i rumori della strada, la strada è ingombra di cose e persone. Provo a chiudere gli occhi, ma appena li riapro le immagini mi assalgono, si accavallano, urlano senza sosta. Ma la voce insisteva: Ascoltami, sono qui, sono io, non mi riconosci?  Per fortuna la malattia progrediva. Velocemente, senza il mio aiuto.

Un mattino era lunedì, esco per andare al lavoro, e sento una voce, distinta, pulita che si staccava da tutto il mondo. Come ogni mattina, era la voce del mio vicino di casa Giovanni Canuti, impiegato di banca, che mi salutava. Ma questa volta il mio vicino non c’era più. E non c‘era nient’altro da vedere, nessuna interferenza, l’orizzonte era sgombro, come il cielo dopo un temporale. Finalmente ero cieco.

Diciannove

La settimana scorsa su consiglio del mio medico di base sono stato ricoverato in Diagnosi e Cura. Se ho capito bene quello che ho letto sul foglio del referto dello psichiatra, dopo una visita accurata, io non sono matto, non propriamente almeno, tra l’altro la parola matto non si usa più, per nessuno. Io poi so benissimo di non essere matto, e non per partito preso, per orgoglio o per paura, ma per una precisa deduzione personale, un ragionamento fra me e me che, non lo dico per vantarmi, fila come l’olio. Se fossi matto me ne sarei accorto immediatamente, e l’avrei presa come una tragedia.
Ho quasi 50anni e di tragedie ne ho viste, la so riconoscere una tragedia, una guerra, la morte di una persona cara, il tradimento di un amico. Una tragedia ti mette sulle spalle un carico da novanta, è un dolore che ti schiaccia a terra, ti entra dentro, ti brucia, si incista tra i polmoni e lo stomaco. Non riesci a respirare, non mangi nulla, non vivi più, non ti interessa più niente, né il mondo né te stesso. Invece la mia malattia, se è davvero una malattia, mi lascia in pace. Respiro, mangio come prima, aspetto la domenica. Posso dirlo? Non sono mai stato meglio.

Venti

La mia malattia non ha ancora un nome. Qui si stanno dando un gran daffare per individuare una diagnosi, ma per ora niente, è passato quasi un mese e sono ancora al punto di partenza, ai sintomi, ma con i sintomi non si fa tanta strada. Sono però un caso interessante, da studiare, magari da scriverci un articolo per una rivista scientifica.
Quel che è certo è che qui dentro tengono molto a me. L’equipe medica, al completo, mi fa visita tutte le mattine. Il primario, un pezzo grosso, uno psichiatra di chiara fama, mi ha preso direttamente in carico, testuali parole: “direttamente in carico”. Per cui stia tranquillo che ne veniamo a capo, mi ripete.

Tutti i pomeriggi il primario mi dedica 50 minuti del suo tempo, dalle 16 alle 16,50. È gentile e io ho immediatamente notato la sua bella voce, una voce a cui darei un bel voto, un 7 pieno, se non fosse inquinata da una fastidiosa venatura zuccherosa. Non so, forse gli psicoterapeuti pensano che il miele aiuti il transfert.

Ventuno

Il primario mi fa un milione di domande, così ripeto da capo tutta la mia storia. Come tutti gli psichiatri ha una vera passione per i miei sogni. Non c’è problema, ho mille sogni in archivio. Cominci pure dall’infanzia, il primo ricordo, il rapporto con sua madre, e come e quando è cominciato il suo disturbo.
Non dice la parola disturbo, dice “il suo grande interesse per le voci”. Dice interesse ma credo voglia dire mania. Ma se si chiama mania io mica mi offendo. La mia cecità sarebbe solo un fenomeno isterico. Ci credo, tutte le analisi lo confermano, i miei occhi stanno benissimo, la mia vista è perfetta, dieci decimi.

Al primario ho cercato di spiegare il mio punto di vista, perdonatemi il termine incongruo, gli ho detto che il mio cervello non c’entra proprio niente, che il mio cervello funziona a meraviglia, molto meglio di prima. Solo che ora, ora che sono cieco, posso sentire le voci del mondo. Limpidamente, senza nessuna interferenza. Solo ora riconosco le voci una ad una. Solo ora posso capire tutto di tutti. Solo io riesco a tuffarmi laggiù, dentro ogni unica voce.

Ventidue

Mentre i medici elaboravano una teoria su di me, il sottoscritto non stava certo con le mani in mano. Anche io elaboravo una teoria, rivoluzionaria vorrei dire, la prova provata che il mio cervello lavorava al buio mille volte meglio che alla luce. Qui in ospedale la mia attività onirica si è intensificata. L’altra notte ho fatto un sogno inedito, una musica di pianoforte accompagnava la voce, quel sogno mi ha regalato una scoperta.
Come un certo accordo richiama e ricerca un accordo gemello, con la medesima esattezza ad ogni voce corrisponde un’altra unica voce. Solo quella voce, una voce diversa dalla prima, ma che le risponde come un’eco, che la completa in modo unico e perfetto. Così, per ogni unica voce doveva esistere nel mondo, vicina o remota, viva o solo nella memoria, un’altra unica voce. Come un’onda che corre da sola nel grande mare fino a fondersi con un’onda gemella.
Forse la famosa anima gemella è solo una favola della gioventù, ma esistono voci gemelle. Due voci uniche, diverse ma legate da una invisibile armonia. L’altra notte ho sentito la mia voce gemella.  Ero sicuro di averla già incontrata quella voce, da sveglio, tanti anni prima. Allora non me ne ero accorto, ma non era morta.

Ventitre

– È libero? Posso sedermi?
– Certo. È libero. E mi rimetto a leggere. Mezza pagina e finisco il capitolo.
– Sei di terza? La famosa terza A?
– Terza A? No, per fortuna no. Perché poi ce l’avevo con quelli di terza A? Boh, è passato un secolo.
Stacco gli occhi dal libro e rispondo, secco – Sono in Terza E.
Posso permettermelo, sono un liceale all’ultimo miglio, ma decisamente è un po’ poco come risposta, recupero, riesco anche a essere gentile: – E tu? Sei in quarta Ginnasio? Ma con un tono gentile, senza irrisione.
– Noo, in prima Liceo, Prima C, siamo tutte donne. Ecco perché non ti ho mai visto. Noi della C siamo in sede e voi della E in succursale.
In vicolo del Gregorio, già, confinati nella succursale, bella roba.

Mi guarda dritto negli occhi e fa una risata leggera. E si presenta: – Per la precisione mi chiamo Laura.
Per la precisione? Che c’entra la precisione? Potevo chiederglielo ma non l’ho fatto. La montagna incantata mi chiamava, così riapro il libro, Einaudi mi pare, e vado avanti a leggere. Fino a Urbino.

Ventiquattro

Di Urbino non ricordo niente. Ecco, ricordo i corrimano di ferro nelle stradine curve in salita. Servono per la neve e il ghiaccio. O magari per rimanere in pedi quando il vento tira forte, ho pensato quel giorno. Che è una stupidaggine, ma avevo in testa la poesia di Pascoli, quel verso, “abbiamo in fronte Urbino ventosa”.  Quel giorno a Urbino non ricordo nessun vento, ma pensavo agli aquiloni, al ragazzo morto prima di ogni sconfitta, all’incanto della montagna di Thomas Mann. Pensavo ai libri cominciati che mi aspettavano pazienti sul mio letto. Due mesi dopo mi aspettava anche la Maturità e il mio unico impegno era di non pensarci proprio.
Quanto a Laura, quella Laura, mai più vista, persa, volata via, eppure la sua voce oggi è ritornata, si è unita alla mia voce.

Cover: Doppiaggio, immagine da Albenga corsara per Voci nell’Ombra, 2019

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Per certi Versi /
Ho chiesto alla luna

Ho chiesto alla luna

In punta di piedi

accarezzo la luna

lei grembo di versi

scrive riflessi

con il mio respiro

cadono petali

dalla pelle del cielo

sui passi di fango

sui nodi di piombo

non ci sarà pioggia

di pianto stanotte

sul bimbo di guerra

cadranno miracoli


l’ho chiesto alla luna

 

Cover: Foto di Amber Clay da Pixabay

 
Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino 

Il vaso rosa di Josè Mujica

Il vaso rosa di Josè Mujica

Una notte di 12 anni (La noche de 12 años) è un film del 2018 scritto e diretto da Álvaro Brechner basato sul libro Memorie dal calabozo, 13 anni sottoterra.

Il film racconta gli anni di prigionia e isolamento dei dirigenti del gruppo di guerriglia urbana Tupamaros, José Mujica, Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernández Huidobro.

Nel 1973 in Uruguay, da poco diventato una dittatura militare, i tre uomini furono imprigionati in minuscole celle, dove per oltre 12 anni subirono torture fisiche e psicologiche, in totale isolamento.
Uno di questi tre uomini José Mujica, sarebbe diventato il presidente uruguaiano del quale proprio in questi giorni è stata annunciata la morte ma della quale non si ha ancora certezza: è cifra di questi tempi – tanto globalizzati, intelligentemente artificiali ma confusi – non essere capaci di acquisire la veridicità di una notizia.

Da guerrigliero tupamaro a presidente della Repubblica uruguayana: questa è stata la più incredibile parabola di un uomo a cavallo tra due millenni, José Mujica, meglio noto come “El Pepe”, l’apologeta della sobrietà e soprattutto il politico che nella storia recente ha tenuto, secondo molti, “il migliore discorso del mondo”.

(N.d.r. Leggi il testo integrale del discorso di José Mujica  pubblicato in un’altra pagina di Periscopio Qui)

Dopo anni di prigionia e torture, col ritorno della democrazia nel 1985, Mujica venne scarcerato con altri “companeros”, entrò in politica sino a venire eletto presidente della Repubblica dal 2010 al 2015. Il presidente più povero del mondo, venne definito, dato che tratteneva per sé solo una piccola quota dello stipendio per darlo quasi tutto ai bisognosi.

Il regista di Una notte di 12 anni , Álvaro Brechner, ha sempre ribadito che il film non intendeva trattare la dittatura di quel periodo storico del Paese, ma “… il viaggio esistenziale di alcuni uomini in lotta per conservare una propria dignità, il proprio spirito…” durante la discesa nel peggiore degli inferni.

C’è un episodio emblematico che spiega meglio di tante parole questa lotta per preservare lo spirito e la dignità di donne uomini e di una nazione, durante gli anni della dittatura uruguayana. Nel film viene ben rappresentata ed è la scena quando la mamma di Mujica fa recapitare nel carcere un piccolo vaso da notte di colore rosa, quello che Pepe usava da bambino.

Con quel gesto la donna voleva comunicare al figlio di bere , continuare a bere, raccogliere e continuare a bere la sua stessa urina. Pepe aveva sempre sofferto di un malattia ai reni aggravata nel corso della sua lunga latitanza.

Subito dopo il loro arresto, proprio in una delle prime notti all’inizio della prigionia, Pepe e i suoi compagni vennero prelevati dalle loro celle, nell’ambito di un’operazione militare segreta che sarebbe durata ben dodici lunghi anni.

Da quel momento in poi, Pepe e i suoi amici divennero di fatto desaparecidos sebbene venissero spostati in continuazione da un carcere all’altro del Paese. Furono assoggettati a forme di torture psicologiche estreme. L’ordine dell’esercito era: “Visto che non possiamo ammazzarli, li condurremo alla pazzia”.

Sempre separati ciascuno nella propria minuscola cella (calabozos) i prigionieri trascorrevano la maggior parte del tempo incappucciati, legati, in silenzio, privati di necessità fondamentali, denutriti, dimenticati da tutti tranne dai loro cari come la mamma di Mujica che seguì, per quanto le fosse possibile, il calvario di suo figlio.

Nel film il regista mostra i pensieri a cui i prigionieri si aggrapparono  per vincere le allucinazioni e il rischio di impazzire per davvero: il ricordo delle proprie famiglie, il sogno di riabbracciare le persone care.  A fianco a queste immagini oniriche e poetiche ci sono poi quelle più crude e impietose  dei corpi consumati nel gelo delle piccole celle, dei volti stupidi e crudeli dei carcerieri.

Nel 1985, alla caduta della dittatura militare in Uruguay, Pepe Mujica, venne liberato, assieme ai suoi compagni e decisero, prima di riprendersi la vita, di ritrovarsi in un convento dei francescani conventuali. Dovevano parlare, parlarsi, dopo anni e anni di silenzio e solitudine. Prima di tornare alle loro famiglie, ai propri quartieri, alle proprie case; al proprio impegno politico.

Quando nel 1994, fu eletto deputato Mujica disse: «Mi sento come un fioraio in Parlamento». Coltivare fiori era stato il suo primo mestiere. Nel 2009, l’ex-guerrigliero divenne presidente dell’Uruguay. «Il presidente più povero del mondo» che continuò a vivere in una modesta chacra, una piccola fattoria di tre stanze, circondata dai fiori, con la sua compagna di una vita e una cagnetta con tre zampe.

Recentemente, nel poco tempo che gli restava da vivere, ha chiesto di essere lasciato in pace. Aveva deciso di interrompere le terapie contro il cancro che lo stava divorando. «Sono un anziano e me ne vado. Ma sono felice perché ci siete voi giovani». E gli si può credere. Credo che abbia vissuto davvero da uomo libero e felice di quella felicità che viene mostrata in una delle ultime scene del film quando esce del carcere.

Felice. Felice come un bambino che abbraccia il suo piccolo vaso rosa pieno di fiori.

Il vaso rosa

A José «Pepe» Mujica

 

Ho vissuto qui come

un bambino che gioca

a nascondino nell’infantile

dolcezza che non distingue

il giorno dalla notte;

a parlare con le formiche

e i ragni negli angoli dell’alba,

con le rane e i grilli

in quelli della sera;

a immaginare alberi

che tendono le braccia

verso terra senza resa.

 

Oh, e quelle notti di luna

in fondo al pozzo

di cieli invisibili e stelle.

Io, come la lumachina,

anch’io desideravo

vedere la fine del sentiero

e costruirmi una casa nuova

di legno e pietra antica

ma senza ferro a ricordarmi

clangori e attriti dei colpi

sulle mie ossa rigide e fredde;

e desideravo piantare gladioli

alti e sottili come aghi

a bucare nuvole e nembi

per liberare acqua e finalmente

riempire il mio vasino rosa

l’unico arredo di questo pozzo

per i miei fiori l’unico vaso.

 

E ho imparato che la vita

è solo l’arte sobria

di organizzare

le speranze meno austere

e che libertà in fondo è solo

pazzia o pietà.

Se rimani sobrio

senza sprecare nulla

non una goccia, un secondo

un solo fiato

capisci che la pietà

è la migliore delle pazzie

e crederlo la forma più sublime.

 

 

Le filastrocche e le preghiere

sono gli unici beni

dei quali essere prodigo.

Lo devo a questa terra

che mi aspetta, alla gente

che verrà domani, all’amore

e a quella piccola cagnetta

con tre zampe.

La partita si vince qui,

si vince adesso

in fondo a questo pozzo

che non ha più acqua

non ha più luce e aria

ma ha solo la pietà

di questa lumachina

che con niente è felice e

lo sarà molto con poco.

 

[G. Ferrara, Appunti di viaggio di un funambolo muto, Edizioni Tracce, 2015]

In copertina: José Mujica,  2016 (immagine Wikimedia Commons)

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