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vite di carta Anche la vita può essere tonda di Roberta Barbieri

Vite di carta /
Anche la vita può essere tonda

Vite di carta. Anche la vita può essere tonda

Ho letto Madri e figli di Theodor Kallifatides dopo averne parlato nel mio ultimo articolo lo scorso 22 luglio. Altro che dare un’occhiata all’incipit, me lo sono letto e centellinato pagina dopo pagina, giornata dopo giornata delle sette che l’autore trascorre ad Atene, a casa della anziana madre.

Le racconta con tenerezza e questa tenerezza invade chi legge e risulta una formidabile forma di captatio: i lettori della mia età sanno di cosa si tratta quando il tempo per stare con la propria madre o il padre può essere l’ultimo.

Se poi nel libro si sfagliano più piani temporali, se la madre riconduce il figlio nel passato famigliare e da qui il figlio sa raccordarsi alla storia del popolo greco, arrivando fino al mito, la pagina di Madri e figli diventa polifonica.

Il canto del figlio che si fa narratore è per di più duplice: assumendo le vesti di se stesso nel viaggio da Stoccolma alla capitale greca  fissa il primo piano della narrazione, ma nel compiere il viaggio prende a leggere le memorie di suo padre con l’intento di riportarne la storia ai propri nipoti, dunque nel futuro. Legge con emozione e lo fa a tratti, quando il cuore gli suggerisce che è il momento di affrontare i ricordi del padre. Legge come figlio e intanto si fa narratore di secondo livello.

Prendiamo il suo viaggio: mi ha incantato sentirlo raccontare con parole chiare, misurate, come chi da molto tempo ha a che fare con se stesso e se la cava bene, ormai. Anche con il se stesso che fa lo scrittore: la parola infatti è autentica come accade nella stesura di un diario, e sembra non perdere significanza nel momento in cui è una parola scritta per altri, una parola esposta verso chi la riceve all’altro capo della scrittura, ai lettori.

Le sette giornate trascorse con la madre scandiscono il racconto e sono fatte delle piccole cose in apparenza prive di epos che comprendono i cibi tipici cucinati magnificamente da lei, una passeggiata nel quartiere, un giro al mercato in compagnia del fratello maggiore, lui sì rimasto a vivere ad Atene.

Theodor è il figlio più piccolo, quello che se ne è andato a Stoccolma da quarantadue anni e che ora mentre beve un “giovane caffè “sul balcone di casa riassapora il lessico familiare e intanto sente che gli mancano la sua famiglia svedese, la sua vita svedese.

Nello spessore meditativo delle sue giornate ad Atene non assistiamo tuttavia a nessuna vera lacerazione del sé: la sua vita fatta di due patrie è in pace ed è molto di più della somma di Grecia più Svezia, tanto nello spazio quanto nel tempo del suo vissuto.

La sua vita affonda i piedi nella storia greca arrivata fino a lui, Theodor, attraverso i patimenti del padre e degli anni vissuti sulle difficili coste del Mar Nero.

Affonda nel mito, altro archetipo dell’immaginario contemporaneo a cui vorrebbe attingessero i suoi nipoti. Ecco il senso di far conoscere loro i racconti del bisnonno e le figure tragiche di Medea e Giasone.

Nel mio intervento durante l’ultimo incontro di Impulsi, il gruppo di lettura online di Festivaletteratura, sono sbottata dicendo che potrei innamorarmi di uno che vuole sapere dal cameriere che gli serve una birra al bar dell’aeroporto se si può vivere senza sapere chi fossero Medea e Giasone.

Salito in aereo, assorbe le parole della vicina di posto, un’archeologa, la quale del tempo presente dice: “Gli esseri umani moderni sono più moderni che umani”. Rileggo quello che qualche pagina dopo dice Kallifatides sui movimenti migratori del nostro tempo: “…in Grecia vale lo stesso principio che in Svezia. Ufficialmente l’immigrazione è un problema. Ufficiosamente è una soluzione“.

La sua vita è concepire l’avere due patrie come una ricchezza, anziché una reciproca sottrazione di senso. Dal primo paese che ha avuto in sorte è fuggito, quando essere greco significava “amare i suoi padroni e obbedire loro: il re (quand’ero giovane ce n’era uno) e la Chiesa”.

La Svezia è diventato il luogo della sua carriera di scrittore, della famiglia che si è costruito come marito, padre e ora nonno.

Negli anni la Grecia ha assunto altri volti per lui, anche ora se chiude gli occhi ritrova “l’odore della terra dopo la pioggia” e l’amico Kostas, compagno della prima giovinezza.

La Grecia sono le due persone che ancora gli restano della famiglia originaria, suo fratello e sua madre. Lei, capace di infondergli radici fino in fondo e anche “dopo”. “Forse lei mi regalerà un nuovo paese, quando se ne sarà andata. Era proprio quello che papà aveva fatto. Il racconto della sua vita mi regalava una Grecia in più, ossia gli insediamenti greci sulla costa del Mar Nero”.

Nei giorni con lei ad Atene, ci sono momenti di autentica felicità. Incassa un momento di preziosa ilarità anche dalla conversazione con l’amico Diagoras sul teatro in Svezia e in Grecia, dice mentre ride di gusto: “Non è solo la terra a essere tonda, ma anche la vita. Almeno qualche volta”.

Dalla madre gli arriva la storia straordinaria di Galinthias, che distrasse le Parche che impedivano alla sua amica del cuore di partorire e così il bambino poté nascere. Come punizione fu trasformata in uno scoiattolo.

Come dire che Galinthias immette la parola, e con lei la letteratura e tutta l’arte, nel tessuto stesso della vita.

Dice Kallifatides: “Se si è scrittori è facile restare paralizzati da tale cognizione, ma si può anche ricevere la gioia più grande che si possa augurare a un essere umano: la felicità di imbrogliare gli dèi così come fece Galinthias, e dare vita a un altro mondo“.

Di uno scrittore così, a cui riesce di andare all’osso della lingua e risalire con le parole giuste tra le mani, potrei anche innamorarmi.

Nota bibliografica:

  • Theodor Kallifatides, Madri e figli, Voland, 2024

Cover: Foto della città di Atene di  Bru-nO da Pixabay

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ELOGIO DEGLI IMPERFETTI

Elogio degli imperfetti

Elogio degli imperfetti

Lo stesso mondo della Fisica, che è una scienza esatta, ci illumina sul concetto di ‘imperfezione’ – non è possibile ottenere una misura perfetta, al cento per cento, di qualsiasi cosa, umana o non umana essa sia. Se una scienza esatta afferma perentoriamente tale principio, l’imperfezione è dunque forse la più autentica caratteristica anche dell’essere umano ed è per questa mia convinzione che, oltre ad essere insegnante di lingua straniera, ho accettato di lavorare come insegnante di sostegno per alcuni anni dopo essermi specializzata.

Ammetto che è stato un viaggio nell’imperfezione molto significativo dal momento che ha aperto orizzonti prima totalmente ignoti, permettendomi di addentrarmi consapevolmente in un mondo parallelo e di comprenderlo nelle sue diverse sfaccettature rappresentate dai diversi ‘stigmi’ che caratterizzavano gli allievi: dalla paralisi cerebrale infantile, al ritardo cognitivo, dalla depressione adolescenziale, ai disturbi dell’attenzione, alla iperattività comportamentale, e molto altro.

Alcuni di questi allievi hanno dimostrato capacità eccezionali nel trasformare la loro diversa abilità in qualcosa di straordinariamente normale, come ad esempio un allievo affetto da paralisi cerebrale infantile fin dalla nascita, il quale è riuscito a narrare in modo estremamente particolareggiato e preciso la sua esperienza di partecipazione alla maratona di New York attraverso l’uso del Linguaggio Bliss.

Eppure, allargando l’orizzonte della riflessione, nella storia della scuola e quindi della civiltà, l’imperfezione è stata raramente celebrata. Al contrario, le società hanno spesso inseguito l’illusione della perfezione: fisica nell’antica Grecia, morale nel Medioevo, religiosa durante l’età della Controriforma, sociale nell’età vittoriana, estetica e produttiva nel mondo contemporaneo.

Ogni epoca ha costruito un proprio modello ideale, relegando ai margini coloro che da quel modello si discostavano. L’idea stessa di ‘normalità’ è stata troppo spesso utilizzata come uno strumento di esclusione. Chi era diverso veniva considerato un errore da correggere, un’anomalia da nascondere, una minaccia all’ordine costituito.

Eppure, è proprio nelle crepe della normalità che si sono accese alcune delle menti più straordinarie della storia. Pochi esempi sono tanto emblematici quanto quello di Alan Turing, intellettuale che ho avuto modo di esplorare insieme ai miei allievi a scuola. Matematico, logico, crittografo, filosofo della mente, Turing fu uno dei principali artefici della sconfitta del nazismo grazie al suo decisivo contributo nella decifrazione del codice Enigma. Senza il suo lavoro, la seconda guerra mondiale avrebbe potuto protrarsi per anni, con milioni di ulteriori vittime.

Ma la stessa nazione che aveva beneficiato del suo genio si rivelò incapace di riconoscere la dignità dell’uomo. Nel 1952, la Gran Bretagna lo processò per la sua omosessualità, allora considerata un reato. Gli venne imposta la castrazione chimica come alternativa al carcere. Due anni dopo, a soli quarantuno anni, Turing morì in circostanze che la maggior parte degli storici considera un suicidio.

La società britannica dell’epoca — profondamente moralista, bigotta e prigioniera dei propri pregiudizi — non distrusse soltanto un individuo: privò l’umanità di uno dei suoi più grandi innovatori. È impossibile sapere quali altre intuizioni avrebbe potuto regalarci. Forse nuovi sviluppi nell’informatica, nell’intelligenza artificiale, nella matematica teorica; forse idee capaci di anticipare di decenni il nostro presente. Ogni persecuzione dell’intelligenza rappresenta una perdita collettiva, non soltanto una tragedia personale.

La storia, purtroppo, è costellata di casi analoghi. Per citarne alcuni Nikola Tesla, visionario straordinario, immaginò tecnologie che il suo tempo non era pronto a comprendere. Morì solo, povero e quasi dimenticato, mentre altri raccolsero fama e ricchezza grazie alle sue intuizioni.

Galileo Galilei fu costretto all’abiura perché aveva osato affermare ciò che l’osservazione dimostrava. La verità scientifica venne sacrificata sull’altare dell’ortodossia religiosa. Anche Franz Kafka trascorse l’esistenza convinto del proprio fallimento e chiese che i suoi manoscritti fossero distrutti. Se il suo amico Max Brod avesse rispettato quella volontà, la letteratura mondiale avrebbe perduto alcune delle sue opere più profonde.

Questi uomini avevano qualcosa in comune: non erano perfetti secondo i criteri della loro epoca. Alcuni erano fragili, altri eccentrici, altri ancora ribelli, malinconici o semplicemente diversi. Ma proprio quella loro diversità costituiva la sorgente della loro creatività.

L’ossessione per la perfezione continua ancora oggi, sebbene abbia assunto forme differenti. I social network propongono vite impeccabili, corpi perfetti, successi continui, felicità permanente. L’imperfezione viene filtrata, nascosta, corretta digitalmente. Si rischia così di dimenticare che il progresso nasce quasi sempre dall’errore, dal dubbio, dalla fragilità e dalla capacità di guardare il mondo da una prospettiva diversa.

L’intelligenza, infatti, raramente coincide con la conformità. Le idee che cambiano il corso della storia sono spesso generate da persone che non si adattano completamente alle convenzioni del proprio tempo. Una società veramente civile non dovrebbe chiedere ai suoi cittadini di assomigliarsi, ma offrire a ciascuno la possibilità di esprimere la propria unicità. L’imperfezione non è l’opposto della grandezza, anzi ne è spesso la condizione necessaria.

Il mio elogio degli imperfetti è dunque, in realtà, un elogio della libertà. Libertà di pensare, di amare, di creare, di sbagliare, di essere diversi senza essere perseguitati. Alan Turing ci ricorda con tragica chiarezza quanto possa sbagliare gravemente una società incapace di accogliere la diversità. Il prezzo da pagare non è soltanto la sofferenza di chi viene escluso: è l’impoverimento dell’intera umanità.

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Ceuta, le vittime innocenti di un colossale raggiro

Ceuta, le vittime innocenti di un colossale raggiro

Ceuta, le vittime innocenti di un colossale raggiro

Per giorni abbiamo visto le immagini e i filmati, letto e ascoltato ogni tipo di report di ciò che stava accadendo; abbiamo provato ad approfondire le tante interpretazioni riguardo alle responsabilità di un fenomeno così improvviso e impattante dal punto di vista umano, sociale e politico, amplificato da un sistema mediatico che ormai crea più confusione che informazione.
Quello che è successo a Ceuta, enclave spagnola in Africa di cui la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno l’esistenza prima del 30 luglio 2026, non si può inserire tra gli eventi migratori che conosciamo, viste le modalità e i numeri altissimi di giovani che si sono mossi in un tempo di sole 48 ore.

Se cerchiamo di districarci sia nella complessità delle relazioni tra Marocco-Spagna-Algeria in cui dominano contrasti e interessi di varia natura, in parte ancora legati a retaggi di colonialismo, che nella giungla delle relazioni internazionali, dove compaiono sempre gli stessi interessi dei padroni del mondo del terzo millennio (Israele e Stati Uniti), in questo caos geopolitico restano poche certezze. Se poi aggiungiamo la reazione scomposta, isterica e propagandistica di alcuni paesi della UE con l’Italia in prima fila che, sospendendo gli accordi di Schengen, ha provocato un effetto domino in Europa, siamo di fronte a una delle più shoccanti crisi geopolitiche in cui le vittime sono sempre le stesse: le vite delle persone in difficoltà.

Ci sono stati 84 morti annegati a cui NESSUNO ha rivolto un pensiero tra quelle migliaia di ragazzi partiti in massa per false informazioni, costruite per usare le loro speranze come un’ arma di pressione e ricatto politico o forse, ancor peggio, come punizione internazionale verso la Spagna, che attraverso il proprio leader ha tenuto la schiena dritta riguardo ai tanti scenari di violazione del diritto internazionale, guerre, dazi, riarmo, genocidio di Gaza; considerato altresì reo di aver varato recentemente misure rapide ed efficaci di regolarizzazione straordinaria di più di 500mila migranti e richiedenti asilo per favorire l’emersione del lavoro sommerso, tutelare i diritti umani e sostenere la crescita economica.

E’ evidente che le politiche che si occupano del benessere delle persone e delle popolazioni, sia di quelle in cerca di una vita migliore che di quelle dei paesi di accoglienza, non sono funzionali alla propaganda dei governi sovranisti che si reggono sulla creazione del nemico e sulla paura.
Per tutto questo lo shock di Ceuta 2026 è stato un termometro e si è ben compreso che la febbre in Europa è molto alta. Mediterranea Saving Humans si schiera sempre dalla parte del diritto di tutti gli esseri umani a una vita dignitosa e dichiara la propria vicinanza alle famiglie di quelle decine di ragazzi, vittime innocenti di un colossale raggiro.
Solo con politiche illuminate che mettano al centro i bisogni primari delle persone trasformeremo questa esplosiva miscela di affari e potere che è diventato il mondo in una grande comunità globale capace, attraverso i valori di fratellanza e condivisione, di vivere in pace.
Non c è nessun altra strada, nessuna, per evitare il baratro.

EQUIPAGGIO DI TERRA DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS di FERRARA

Cover: Ceuta 3o luglio 2026 – foto ISPI su licenza Creative Commons

So fossi stato a Genova, quel giorno

Se fossi stato a Genova, quel giorno

Se fossi stato a Genova, quel giorno

Se io fossi stato lì, in piazza Carlo Giuliani (ragazzo) ex Alimonda, cosa avrei fatto? Avevo poco più di trent’anni all’epoca, mi ero pure informato per essere a Genova, ma poi timidamente e mascherandomi dietro un italianissimo “tengo famiglia” – la mia bimba grande aveva meno di un anno – non sono andato.

Ma mettiamo che quel giorno alla partenza dei pullman da piazza Verdi ci fossi stato anche io, mettiamo fossi arrivato a Genova, mettiamo avessi visto le cariche delle forze dell’ordine, avessi visto le manganellate alle tute bianche invece che al blocco nero, mettiamo avessi visto teste spaccate, giovani e vecchi mascherati di sangue. Mettiamo che fossi, per uno strano caso del destino, a fianco di Carlo, cosa avrei fatto?

Sinceramente, penso che gli avrei detto: “ragazzo, cala quell’estintore, dallo a me che ho le braccia da borgata, magari riesco a dare più forza al lancio”. Probabilmente avrei reagito così, probabilmente, quella pistola già puntata prima, quella mira già presa prima e non dopo l’estintore, avrebbe esploso il suo colpo su di me. Oppure sarei potuto essere alla scuola Diaz, o alla caserma Bolzaneto, oppure sarei riuscito a tirare un sasso senza farmi beccare, o rilanciare un lacrimogeno con un rinvio da vecchio libero. Non c’ero, per fortuna mia non c’ero, e ho potuto vedere la devastazione dal divano di casa mia e non essere dentro la devastazione di una città, di un mondo intero.

Quella generazione, quel movimento, represso a Genova con una violenza mai più riscontrata dal dopoguerra ad oggi, fu, forse, l’ultima speranza dei milioni di persone che credono che l’utopia sia solo un percorso lungo, ma raggiungibile e non una bella favola per abbindolare gli stolti.

Si diceva, “un altro mondo è possibile”, “un altro mondo è necessario”; no, non era vero. Un altro mondo è obbligatorio, perché questo sta scomparendo e nel chiaroscuro sono già nati i mostri che lo inghiottiranno. Non c’è nessun nuovo mondo all’orizzonte, è stato sparso il sale sul movimento dei movimenti, il gattopardismo della nuova sinistra liberale, riformista, democratica, non parla nemmeno più di un superamento del capitalismo. Perché ne fa completamente parte, perché pare, secondo loro, che non ci sia nulla di meglio dei valori del sedicente occidente. Quello stesso occidente che è causa dello stupro del mondo, che è motivo, ragione delle guerre di aggressione e genocidiarie di questo ventennio nero e senza limiti.

Il sonno della ragione genera mostri, non solo, crea camaleonti buoni per ogni salsa, non solo lo scontro sociale è sopito e anestetizzato, ma il padrone e l’operaio votano uguale, metà della popolazione italiana non vota, esiste un buco nero di rappresentanza che si è mangiato le stelle rosse da ogni dove.

La violenza delle istituzioni è tutelata, la risposta talvolta scomposta, alle volte violenta, alle volte pilotata delle piazze invece è la causa di ogni sconfitta. Di quella famosa sinistra che perde, quella massimalista, quella radicale, quella comunista, quella ambientalista. Ma, per dire, quale sarebbe la sinistra che vince, quella che ha abbandonato da decenni gli ideali proletari, quella giustamente identificata nelle ZTL del centro storico?

Il profitto, i soldi, il consumo, la difesa dei confini, la difesa del privilegio, merci da un euro che volano da un continente all’altro, genere umano che muore in mare, nei lager e sotto le bombe. Questi sono i germi che porteranno alla cancrena del capitalismo monomandatario. Il capitale come unico mondo possibile, dieci esseri subumani che governano il mondo. Continenti schiavi utilizzati come mangiatoia per il primo mondo, quando si dimentica che il mondo non è primo, ma ultimo e unico.

Nella teoria del Caos, al posto della farfalla si potrebbe mettere la scheggia di una bomba. Una bomba esplosa a Gaza, produrrà un’onda d’urto fino alla giungla dell’Amazzonia, una barca affondata nel Mediterraneo produrrà un’onda a ritroso che sommergerà l’Europa.

Siamo tessere di un unico puzzle, quando mai l’uomo capirà questo semplice concetto?

«Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini» disse Jurij Gagarin.

QUI un pezzo di Wuming sul tragico e storico luglio del 2001 a Genova

 

Cover: Gagarin murales by Jorit, wikimedia creative commons, source:https://www.facebook.com/joritgraffiti/photos/a.590731567739702/1846467512166095/

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"Orgogliosi di pagare": la lettera aperta di 120 paperoni del Regno Unito

“Orgogliosi di pagare”: la lettera aperta di 120 paperoni del Regno Unito

“Orgogliosi di pagare”:
la lettera aperta di 120 paperoni del Regno Unito

Un gruppo di 120 milionari residenti nel Regno Unito ha lanciato un appello al primo ministro britannico Andy Burnham affinché introduca una tassa sui grandi patrimoni.

Brian Eno (Wikimedia Commons)

Tra i firmatari figurano l’ex calciatore e commentatore televisivo Gary Lineker, il regista e sceneggiatore Richard Curtis e il musicista Brian Eno, insieme ad altri imprenditori, economisti e personalità del mondo della cultura.

La lettera aperta, intitolata Proud to Pay” (“Orgogliosi di pagare”), è stata promossa dall’organizzazione Patriotic Millionaires UK, che riunisce cittadini facoltosi favorevoli a una maggiore tassazione delle grandi ricchezze.
Nel documento, i firmatari sostengono che le persone più ricche del Paese dovrebbero contribuire in misura maggiore al finanziamento dello Stato e dei servizi pubblici.

«Vogliamo che ci tassiate. Possiamo permettercelo», si legge nella lettera. «Non stiamo chiedendo un aumento delle imposte per chi vive del proprio lavoro, ma per coloro la cui ricchezza deriva principalmente dal patrimonio accumulato.»

Secondo i promotori dell’iniziativa, una tassa del 2% sui patrimoni superiori a 10 milioni di sterline potrebbe generare circa 24 miliardi di sterline all’anno, risorse che potrebbero essere destinate al rafforzamento del sistema sanitario, dell’istruzione, delle infrastrutture e del welfare. A queste entrate si aggiungerebbero ulteriori risorse attraverso una riforma della tassazione delle plusvalenze, con l’obiettivo di avvicinare l’aliquota applicata ai guadagni da capitale a quella prevista per i redditi da lavoro.

Gary Lineker, foto su licenza wikipedia

Lineker ha spiegato il senso della sua adesione affermando che «pagare la propria giusta quota di tasse è un valore fondamentale» e che chi possiede grandi ricchezze ha la possibilità di fare di più per contribuire a una società più equa. Anche Brian Eno ha ribadito la necessità di riequilibrare un sistema fiscale che, a suo giudizio, favorisce eccessivamente i grandi patrimoni.

L’iniziativa arriva in un momento di intenso dibattito sulla politica fiscale britannica e sulla crescita delle disuguaglianze economiche.
I sostenitori della proposta ritengono che una patrimoniale limitata ai grandi patrimoni rappresenti uno strumento efficace per reperire nuove risorse senza aumentare la pressione fiscale sui lavoratori e sul ceto medio.

L’appello dei 120 milionari rappresenta uno dei più significativi interventi pubblici da parte di esponenti dell’élite economica britannica a favore di una maggiore tassazione della ricchezza, riaprendo il confronto sul ruolo del fisco nella redistribuzione delle risorse e nel finanziamento dei servizi pubblici.

Il Testo integrale della lettera aperta “Proud to Pay”

Dear Prime Minister,

As our country takes its first step on a new road with you, we hold onto hope and promise: not just for millionaires like us, but with hope in every heart for a better life for everyone. We know our country – its regions, cities, towns, and villages – deserve a better hand than what they’ve been dealt for these last four decades.

As millionaires we have a clear message for you, our new Prime Minister: tax us. We are proud to pay and here to stay.

We know that wealth and power has been concentrated in a small group for too long, at the cost of our country, its people, our democracy and our environment. For a better Britain this has to change; we need to embrace a new kind of devolution of wealth and power, from the very richest in order to reinvest back into our greatest asset in every region—our people.

It is not just us. We represent the majority of UK millionaires. 75 percent of millionaires polled support higher taxes on themselves to defend what they are proud of in this country; and 88 percent are proud to live here. Millionaires are a patriotic bunch – we love this country and we want it to succeed. But success requires investment and a primary source of untouched capital investment is sitting with us, in untaxed potential.

We want you to tax us. We can afford it. We’re not talking about higher taxes on those who get up and go to work for their income every day, but on the very richest whose income is derived from the wealth they hold.

As you decentralise political power, you should also disperse economic power. Extreme wealth sitting idle in the hands of a few can be put to work: reducing inequality, investing in sustainable jobs, strengthening hospitals, schools and social care, supporting entrepreneurs with the skills and infrastructure they need, and giving small businesses access to affordable finance.  Our wealth is our country’s secret weapon – let’s get serious about using it.

There are a few people left with outdated economic thinking and few others desperate to hold onto every penny they can. But they are a minority. Those that can’t see past the end of their own self interest have no place in designing a Britain for the future.

As we embrace this new road – please consider taxing us properly as our contribution to it. We love this country. It’s time for a better Britain; it’s time for everyone here to feel Great Britain. It’s time to tax us, the super rich.

The Signers

 

In copertina: Screenshot del sito proud to pay more 

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Sanchez, Meloni e la finta immigrazione di Ceuta

Sanchez, Meloni e la finta immigrazione di Ceuta

E’ molto probabile che dietro la finta immigrazione a Ceuta, enclave spagnola in Marocco (ma 48.300 su 50mila sono già rientrati in Marocco) ci sia il re del Marocco Mohammed VI.
Il motivo? Pressare Pedro Sanchez che teme possa ritornare ad appoggiare il popolo Sahrawi che lotta da decenni per avere l’indipendenza del Sahara Occidentale con un referendum (chiesto anche dall’ONU nel 1991 ma mai fatto).

Un accordo recente (a cui ha aderito, peraltro, anche la Spagna) prevede diventi regione autonoma sotto la sovranità del Marocco. Decisione però contestata dall’Algeria che il 20 luglio è stata visitata da Sanchez per accordi sul gas.

Poi ci sono gli Stati Uniti di Trump e Israele che, con gli accordi di Abramo del 2020 (a cui ha aderito il Marocco), possono aver chiesto di usare i migranti contro Sanchez che si è opposto (unico in Europa) al genocidio da parte di Israele dei palestinesi a al riarmo voluto da Trump e Nato al 5% del Pil per tutti.

Che il Marocco sia amico di Trump è noto, al punto che la nuova autostrada di 1050 km. che attraversa il deserto (Tiznit-Dakhla) porta il suo nome “Donald Trump”, il quale Trump  al Consiglio di Sicurezza ONU appoggia le richieste del Marocco sulle terre dei Sahrawi e vuole il mondiale di calcio del 2030.

E’ noto poi che la destra mondiale ed europea lavora da anni sulla paura dell’immigrazione per aumentare i propri consensi. Organizzare la finta invasione in Spagna è un modo (anche se farlocco) per tentare di screditare Sanchez.

Il Governo Meloni ha sospeso Schengen, cioè la libera circolazione in Europa, e farà controlli alle frontiere per chi arriva dalla Spagna. Si tratta di una forma di incompetenza (voluta), in quanto la nuova sentenza della Corte Suprema della Spagna prevede la regolarizzazione di un migrante solo se risiede in Spagna da almeno 5 mesi e da prima del 1° gennaio 2026.

Quindi non c’è alcuna possibilità per un irregolare che da Ceuta riesca ad andare in Spagna (ma ci sono 34 km. di mare!) possa poi uscire dalla Spagna come regolarizzato.

E’ quindi evidente che si tratta di una montatura ad arte per aumentare la pressione su Sanchez già isolato nella UE per le sue scelte anti Trump (Israele e riarmo).

Immigrazione: il modello Sanchez e il (non) modello Meloni

Quali sono le differenze tra il modello Sanchez e di Meloni sull’immigrazione?
Sanchez ha deciso di aumentare l’immigrazione regolare (con regolari visti via aereo) sfruttando la stessa lingua dei latino americani che sono il grosso dell’afflusso straniero e ha ridotto, nel frattempo, gli sbarchi irregolari (calati dal 2023 al 2025 da 57.318 a 36.683).

Il Governo Meloni fa il contrario: poiché non vuole avere immigrazione legale, la quota di irregolari cresce (+55% rispetto alla Spagna) e ha ridotto i rimpatri (-29,6%, mentre in Spagna crescono).

L’Italia non riesce infatti ad aumentare il flusso di ingresso dei regolari (aumentati solo sulla carta, per l’assurda legge sui flussi che si è data, ne sono arrivati 8,7% nel 2025, 14mila su 164mila!). Per nascondere questa insensata politica migratoria, Giorgia Meloni agita lo spauracchio iberico per celare i nostri sbarchi, quelli si incontrastati e irregolari a fronte di flussi legali che sono pochissimi e mandano in bestia le nostre imprese (corrette e sane) che cercano lavoratori che non trovano.

Fonte Frontex e UE

Il primo ministro socialista ha deciso per una forte immigrazione legale a partire dal 2022 e la regolarizzazione di irregolari nel paese (circa 500mila) per rilanciare la crescita della Spagna che ha bisogno (come tutta la UE e l’Italia) di immigrati legali. Risultato, la Spagna viaggia ad una velocità di 2,5 volte quella dell’Italia (come PIL) nel periodo in cui governa Meloni (2022-2026).

Tutti sanno che la UE ha un enorme fabbisogno annuo di immigrati e lo sa anche il Governo Meloni che infatti ha aumentato il decreto flussi a livelli prima mai raggiunti ma, per la farraginosità di questo sistema demenziale, ne entrano solo 8-10% del fabbisogno, mentre invece continua un flusso di irregolari (seppure in calo e uno stock di irregolari stimato in 300mila unità).

Immigrati irregolari che fanno comodo sia ai padroncini per sfruttarli, favorendo quel caporalato che a parole si dice di voler combattere, sia alle destre per accrescere paura e allarme sociale tra molti cittadini, sfruttando l’ignoranza sui dati e le (non) politiche immigratorie del nostro Governo.

Cover: Ceuta (Spagna), 31 luglio 2026 – foto di Internazionale su licenza Wikimedia Commons

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Per certi versi / Assenza

Per certi versi / Assenza

Assenza

Cuore mio nudo contro cuore nudo,

posso amare chi mai ho conosciuto?

 

Selvatico, indocile,

risponde “sì”.

 

Così ti eleggo mio sposo mancante.

Custode della mia tenerezza.

Del riso. Del pianto.

 

E ti accolgo in me, presente.

 

(Da Nei titoli di coda, Editrice Il Leggio, 2022)

 

In copertina: Foto di Soufian Diouane da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Azzardo e disperazione record in Italia: la denuncia della Caritas di Roma

Azzardo e disperazione record in Italia: la denuncia della Caritas di Roma

Azzardo e disperazione record in Italia: la denuncia della Caritas di Roma

L’affare dell’azzardo nel nostro Paese sembra non avere limiti di crescita: nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha raggiunto i 45 miliardi e 440 milioni, con un incremento di più del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando aveva già toccato un record con 38 miliardi e 755 milioni.

Stiamo parlando di una cifra incredibile certificata dal Bollettino statistico trimestrale dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoliche lascia supporre che alla fine di quest’anno si infrangerà un altro record e la raccolta dello scorso anno di 165 miliardi e 345 milioni, stante la crescita del primo trimestre, potrebbe essere polverizzata e arrivare a sfiorare i 200 miliardi. E’ soprattutto l’azzardo online a crescere, arrivando a 23 miliardi e 172 milioni (nel 2025 si era fermato a 20 miliardi e 253 milioni). Anche slot machine videolottery aumentano, passando da 5 miliardi e 291 milioni a 7 miliardi e 870 milioni.

Per lo Stato, invece, più o meno sempre gli stessi introiti: 2 miliardi e 682 euro a fronte dei 2 miliardi e 483 milioni dello scorso anno. Le perdite per i “giocatori”, invece, crescono, arrivando a 5 miliardi e 713 milioni, rispetto ai 4 miliardi e 484 milioni del primo trimestre dello scorso anno.

Sulla base dei dati dello scorso anno, tra le Regioni in cui si gioca di più, troviamo il Lazio che si posiziona al terzo posto assoluto con 17 miliardi e 449 milioni di euro, preceduto solo da Lombardia (26 miliardi) e Campania (21 miliardi e 562 milioni). E all’interno del contesto regionale, il territorio di Roma e provincia si conferma tristemente in testa alla classifica delle aree metropolitane italiane per volume complessivo di gioco, staccando nettamente Napoli (11,4 miliardi) e Milano (9,4 miliardi). Nella provincia capitolina, come ha sottolineato la Caritas italiana,  la raccolta è arrivata a 12 miliardi e 858 milioni di euro con una crescita di oltre mezzo miliardo rispetto ai 12 miliardi e 356 milioni del 2024. Una cifra spaventosa che equivale a più di 3.000 euro spesi pro capite, calcolando nel totale anche i bambini e i neonati.

Nella sola Roma Capitale, sono stati giocati 8 miliardi e 527 milioni: al primo posto si piazzano i cosiddetti giochi di abilità o skill games (4 miliardi); seguono le scommesse sportive (1,2 miliardi), le Videolottery (887 milioni), i “Gratta&vinci” (704 milioni) e le slot machine Awp (501 milioni).

La Caritas di Roma ha aperto da marzo scorso presso il centro d’ascolto diocesano, in via di Porta San Lorenzo 7, nei pressi della Stazione Termini, uno sportello per giocatori d’azzardo e familiari. In appena quattro mesi sono state ascoltate una trentina di persone e una decina hanno accettato di iniziare un percorso. Più uomini, solo due donne, soprattutto dai 50 anni in su, pochi i giovani.
A operare all’interno del centro di ascolto diocesano attualmente sono quattro persone: uno psicologo coordinatore del servizio, un assistente sociale, un educatore e un altro psicologo. Ma non si occupano solo di azzardo: sono infatti aperti all’ascolto dei senza dimora e delle persone che chiedono l’accesso alle mense e all’accoglienza.

Lo sportello per l’azzardo dopo i primi colloqui indirizza ai Serd (i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale) o ai servizi privati convenzionati, come varie associazioni che svolgono questo tipo di attività. Finora la maggior parte delle persone sono state accompagnate e orientate ai Serd. Successivamente si prende un appuntamento con un avvocato del servizio legale gratuito della Caritas, che incontra il giocatore patologico, insieme a un operatore sociale, per approfondire tutti gli aspetti amministrativi, economici e legali prodotti dalla dipendenza da azzardo.

Successivamente, se la situazione è particolarmente grave, insieme all’avvocato si propone alla persona di iniziare un percorso di amministrazione di sostegno. La Fondazione antiusura Salus Populi Romani è parte integrante del progetto. Alla persona viene detto che nel momento in cui accetta di fare tutto questo percorso si può anche sottoporre la sua situazione alla Fondazione per un percorso di sdebitamento, di ristrutturazione del debito e di gestione di tutta la parte economica.

L’azzardo, denuncia Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Romaè l’esaltazione ipocrita del potere del denaro e della sorte che sfrutta un’intelligenza davvero diabolica per apparire un gioco.
A questo si aggiungono il letargo e la miopia della politica e delle istituzioni pubbliche; ridotta se non complice è l’attenzione dei media, a causa dell’ingente investimento pubblicitario che produce l’industria dell’azzardo.
Nonostante l’enorme somma di denaro sottratta all’economia reale, la disgregazione sociale e la disperazione che c’è dietro di essa, con tantissimi giovani, anziani e famiglie travolti dai debiti causati dal “gioco” che producono distruzione di patrimoni e a volte di vite, tutti continuano come se niente fosse.
Nonostante esistano divieti a qualsiasi forma di pubblicità, il mondo dello sport, in modo particolare i club di calcio della Serie A e i grandi colossi del betting mantengono intatti i propri legami economici attraverso la strategia dell’infotainment. Di fronte a un forte dibattito politico volto ad ammorbidire o abolire tali restrizioni, la Conferenza Episcopale Italiana, insieme a Caritas e alla Consulta nazionale antiusura, è intervenuta per chiedere, al contrario, un’applicazione rigida e l’inasprimento dei divie
ti”.

Consulta Qui il Bollettino Statistico del primo trimestre 2026 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli

Cover: Foto di Ray Alexander da Pixabay

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BiancoVannacci e la Regina Nera

BiancoVannacci e la Regina Nera

BiancoVannacci e la Regina Nera

(C’era una volta in un lontano Reame)

In una Repubblica che era un Reame, dove il Parlamento era ignorato ogni momento, regnava la regina Giorgia Prima. Doveva togliere le accise alla benzina, ma costava più che mai. Disse che voleva abolire La Fornero, ma non era affatto vero. I sudditi l’avevano votata perché degli spacciatori facesse una retata, portasse i migranti ― tutti quanti ― in Albania, ma era come nel Novanta, arrivavan come prima, hai capito la Regina?

Giorgia aveva un’abitudine mattutina: fare una domanda, sempre uguale, allo specchio del Quirinale. Di nascosto al Mattarella, si infilava nel palazzo travestita da studente. Giunta allo specchio domandava:

— Specchio, specchio nazionale, chi è la più a destra del reale?

— Non sei tu, o mia regina, è BiancoVannacci il generaledisse lo specchio una mattina.

Non sia mai, miei fidi a me! Per avere risposta fanno una seduta tutti e tre, e riuniti attorno a un tavolino traballante ― Giorgia, Lollo e la sorella ― ed evocano l’animaccia nera di Almirante.

A causa di una svista, si materializza al suo posto un operaio comunista di Gallarate che di legnate ohibò, tosto li riempie.

Delusa e contusa, la regina ha un’idea geniale: affiderà la faccenda a Lollo il bracconiere, che fra treni e corriere, formaggi e Ddl sulla caccia aveva ha ormai perso la faccia. Lollo si dà subito da fare e pensa:
“potrei fargli sparare solo un pochino, da un gioielliere marocchino da remigrare, ma è troppo esagerato, mica è cinque stelle dichiarato”.

Quel losco contatta allora la famiglia nel bosco e fa rapire il generale. BiancoVannacci viene chiuso in cantina con una decina di topacci che gli fanno un vestito per il ballo… Ah no! scusate, è questa è un’altra fiaba …  Il nostro prode evade di prigione: nessun rumore ode a notte fonda, la porta sfonda ed esce all’aperto.

Di pifferi sente un concerto e l’eroico Roberto segue il suono che perdura fino ad una vicina radura. Seduti in cerchio attorno al fuoco, stan quattro piccoli ministrini dai neri berrettini, sono D’Ursolo, Salvinucciolo, Valditarotto e Piantedosolo. Tutti suonano il flauto con impegno, ma stonano a tutto legno. BiancoVannacci si avvicina cauto:

— Scusate, perché suonate il flauto così a lungo? Da più di un’ora dura ‘sta sofferenza.

— Ci vuol pazienza, ci stiam preparando, perché alla prossima legislatura, col piffero che ci rieleggono ancora! Gli italiani si son svegliati.

Ma figuriamoci, quel branco di pecoroni, sono ancora addormentati: ho avuto già più di duecentomila iscrizioni!

I quattro ministri lo invitano per una pasta al burro e parmigiano ma… Tradimento! Era un avanzo di Pastasciutta Antifascista, quella del Partigiano.
Il povero BiancoVannacci cade in coma profondo. Per riportarlo al mondo serve un bacio di un africano gay e comunista, ma in tutto il territorio italiano, nessuno si mette in lista per baciare il generale.
Così, lo specchio al Quirinale incoronò nuovamente Giorgia Meloni la più a destra della Destra.
E vissero tutti così, fascisti e contenti.

In copertina: Giorgia Regina Nera e Vannacci Biancaneve – immagine creata da Stefano Agnelli con AI Imgcreatorai 

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Verso il postcapitalismo. Un dialogo tra cristiani, marxisti ed ecosocialisti

Verso il postcapitalismo
Un dialogo tra cristiani, marxisti ed ecosocialisti

Verso il postcapitalismo. Un dialogo tra cristiani, marxisti ed ecosocialisti

Verso il postcapitalismo è il titolo del libro di Rafael Díaz-Salazar, edito da Cristianisme i Justícia, tradotto in italiano e uscito lo scorso aprile grazie alla redazione di Aggiornamenti sociali, rivista dei gesuiti italiani.

Cristianisme i Justícia è un centro studi con sede a Barcellona dedicato alla riflessione su temi sociali e teologici. Nato nel 1981 su iniziativa dei gesuiti della Catalogna, il centro riunisce un gruppo interdisciplinare di oltre 80 professori di scienze sociali e teologia, oltre ad altri professionisti ed esperti a diretto contatto con concrete realtà sociali.

Mondi diversi ma vicini

Potrebbe sembrare anacronistico parlare di dialogo tra cristiani e marxisti. Eppure non è così: pur nelle differenze – a volte radicali – l’incontro sta innanzitutto nella prossimità a chi subisce ogni giorno le conseguenze di un sistema iniquo. Una lotta di vicinanza, dunque; e, a partire da questa, una condivisione teorica sempre in itinere, e che sempre della lotta si nutre.

Per questo, il sottotitolo del libro è stato probabilmente scelto per definire alcune identità ma – come spiegato nel testo – l’appello è aperto a ogni persona, movimento e organizzazione anche non marxista e non religiosa (pacifista, ecologista, femminista, sindacalista). L’obiettivo comune – non un fine fisso e rigido, ma sempre dinamico – può essere il «postcapitalismo di orientamento ecosocialista», superando i limiti del pensiero socialdemocratico e del marxismo ortodosso.

Il libretto accenna ad alcune figure attive negli ultimi anni in questo dialogo tra cristiani e galassia anticapitalista, sollecitate dal papato di Francesco: per citarne alcune, Michael Löwy, Vandana Shiva, José Mujica, Evo Morales, Naomi Klein, Serge Latouche; in Italia, Rossana Rossanda e la rivista Critica Marxista. Ma l’elenco potrebbe essere ampliato.

Ed esiste l’interessante progetto Dialop, nato dopo l’incontro nel 2014 tra papa Francesco, Luciana Castellina e Alexis Tsipras, portato avanti da Movimento dei Focolari, Transform Europe, Fondazione Rosa Luxemburg e Partito della Sinistra Europea (fondato tra gli altri da Fausto Bertinotti, da anni fautore del dialogo tra Chiesa e mondo socialcomunista).

Nel gennaio 2024 papa Francesco ha ricevuto una delegazione di Dialop; nel suo intervento ha detto: «Una politica veramente al servizio dell’uomo non può lasciarsi dettar legge dalla finanza e dai meccanismi di mercato […]. C’è sempre tanto bisogno di dialogare, non abbiate paura!».

Per il passato viene citato – ad esempio – il libro di Togliatti Il destino dell’uomo. Comunisti e cattolici di fronte ai problemi dell’epoca moderna, negli anni ’50-’60 del secolo scorso il movimento spagnolo Frente de Liberación Popular (FLP), e le varie forme della teologia della liberazione e dei Cristiani per il socialismo, in Europa e America Latina.

L’apporto del cristianesimo

Le basi del «cristianesimo di liberazione» – quindi di questo dialogo che si fa alleanza – si trovano nella parresia dei profeti in Israele, nella vita e nelle parole di Gesù Cristo, negli Atti degli Apostoli, nei Padri della Chiesa, in parte della Riforma (Thomas Müntzer, ad esempio). E nella Dottrina sociale della Chiesa: per un ordine sociale più giusto – è scritto nella Gaudium et spes (1965) –, «bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e intraprendere profondi mutamenti della società.

Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione. Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità». Senza dimenticare che il bene comune va attuato anche per «servire (…) al raggiungimento» del «fine ultraterreno ed eterno» (Pacem in terris, 1963).

«Amare qualcuno è volere il suo bene», scriveva invece Benedetto XVI in Caritas in Veritate (2009); il bene individuale e il bene comune, «il bene di quel “noi-tutti”». E poi Ratzinger proseguiva riflettendo su come l’attacco ai diritti dei lavoratori e la rinuncia a meccanismi di redistribuzione del reddito richiedono «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» e la «progressiva apertura» a livello globale «a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione».

Gratuità e comunione sono i tratti originali che il cristiano porta in questo dialogo-alleanza, oltre all’eschaton: «Quando nella promessa del vero (ciò che verrà), la differenza col reale (ciò che è), è sentita e sofferta non ci si può più accontentare fatalisticamente del reale, ma l’esistenza dovrà diventare rivoluzionaria nel suo stesso essere che spera nel futuro», scriveva Arthur Rich, teologo protestante.

«Regno di Dio significa éschaton, novissimum, l’“Altro”, in breve la rivolta di Dio che pone in questione in modo radicale la nostra misera realtà e la fonda nuovamente in forma radicale sulla speranza» (in Dibattito sulla “teologia della rivoluzione”, Giornale di teologia, 49, 1970).

Per una piena democrazia

Tornando al libro di Díaz-Salazar, solo una speranza profondamente umana (quindi escatologica) può immaginare la possibilità di una «democrazia radicale», oltre la democrazia liberale, non in grado – come stiamo vedendo – di «cambiare in modo sostanziale le condizioni materiali di vita di coloro che soffrono di precarietà sociale e lavorativa».

Non è solo, non è tanto un problema “morale” dei singoli rappresentanti politici o della loro incisività: la questione è strutturale e riguarda l’inconciliabilità fra democrazia e capitalismo. Il testo propone, dunque, una «democrazia multidimensionale», vale a dire un sistema che mantenga sì una qualche forma di delega ma sia soprattutto «conflittuale»: «i potenti e i ricchi difficilmente» accetteranno un avanzamento di democrazia nel senso emancipativo ed egualitario delle masse, per cui «è necessario un contro-potere popolare nella società civile e in Parlamento» e «conflitti sociali nonviolenti».

Una democrazia piena dev’essere anche «partecipativa» a livello istituzionale, economico, lavorativo, sociale e culturale. Ciò significa, ad esempio, «la costituzione di assemblee cittadine settoriali», bilanci partecipativi, controllo pubblico della finanza e dei settori produttivi strategici, autogestione e autocontrollo di lavoratrici e lavoratori nei luoghi di produzione (materiale e intellettuale), tutela dei diritti fondamentali (casa, salute ecc.).

Che gli ultimi siano i primi

Non bastano, quindi, «il volontariato, le ONG, l’Agenda 2030 e le politiche di aumento salariale», tutti soggetti e azioni positive ma che «mantengono lo status quo del potere economico». «Non si tratta di ridurre il cambiamento climatico con misure lente e di breve portata – scrive ancora Díaz-Salazar -, ma di cambiare il sistema che lo produce».

Cambiamento che non può che avvenire dall’alto e dal basso (superando un’antitesi astratta), quindi con esperienze di base, «attivando azioni anticapitaliste concrete», «creando esperienze di economia e vita comune ecologiste» e contemporaneamente con un’azione politica che scardini le strutture e le sovrastrutture del potere.

Con un unico orizzonte: che «si realizzi il desiderio di Gesù di Nazareth che gli ultimi siano i primi e che il regno del denaro scompaia. Senza la lotta contro di esso – conclude l’autore -, dal punto di vista cristiano è chiaro che il regno di Dio non può crescere in questo mondo».

Cover da https:/./pixabay.com/images/search/free%20images/

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Le lacrime d'argento di un salice piangente. Il volo dei Verve 0ltre le nuvole del Britpop

Le lacrime d’argento di un salice piangente.
Il volo dei Verve oltre le nuvole del Britpop

Le lacrime d’argento di un salice piangente.
Il volo dei Verve 0ltre le nuvole del Britpop

Rilasciata il 29 settembre 1997 come preziosa gemma nascosta all’interno di quell’obelisco sonoro e capolavoro generazionale che è l’album Urban Hymns, Weeping Willow si erge come un testamento solenne, ipnotico e vibrante della profonda unicità dei Verve, una band capace di trascendere le convenzioni più ciniche, modaiole e spavalde del Britpop per avventurarsi audacemente in territori di pura psichedelia esistenziale, malinconia sinfonica e scavo interiore.

Questa capacità di trasformare la gravità del dolore in un misticismo da stadio, guidata dalla presenza scenica e dalla voce sciamanica e sincera di Richard Ashcroft, fusa in modo indissolubile con le chitarre liquide, cosmiche, cariche di delay e flanger di Nick McCabe, ha iscritto di diritto il gruppo nella storia assoluta della musica internazionale.

Richard Ashcroft by Roger Woolman (su licenza Wikimedia Commons)

In questa composizione monumentale ma intimamente sussurrata, l‘arrangiamento si svela lentamente come una marea inesorabile, dove il rintocco acustico iniziale e le spazzolate gentili sulla batteria di Peter Salisbury creano un tappeto ritmico letargico e seducente, cullando l’ascoltatore in uno stato di trance che riproduce l’oscillare lento, arreso ma maestoso dei rami di un salice nel vento.

Tecnicamente, le orchestrazioni e i riverberi si stratificano donando al brano una solennità quasi liturgica, aprendo varchi sonori in cui le liriche di Ashcroft fendono la nebbia con una potenza poetica disarmante, a partire dalla dolente confessione iniziale: “Weeping willow, the pills in my pillow / For me, for me”, un’immagine cruda e disperata in cui l’antidoto chimico al dolore e l’ombra protettiva dell’albero si confondono in un giaciglio di insonnia e riflessione.

Ma la maestosità assoluta di questa canzone risiede nel suo moto ascensionale, in quella speranza ostinata che si aggrappa all’amore come unica via di fuga dal baratro, magnificamente invocata nel verso “I hope you see things they don’t see”, una preghiera romantica rivolta a un’anima affine capace di guardare oltre la coltre dell’ordinario, di scorgere la luce attraverso le crepe di un cuore frammentato.

Nel culmine emotivo ed empatico della traccia, il senso di rassegnazione esplode in una gloriosa e viscerale promessa di resurrezione, quando la tessitura musicale si fa densa e la voce si alza giurando: “I know I’ve been down, but I’m coming up / For you, for you”, trasformando l’oscurità e la sconfitta in un inarrestabile propellente vitale, in un sacrificio d’amore devoto che vince la gravità della disperazione.

Weeping Willow non è semplicemente una traccia incisa su nastro, ma una cattedrale di cristallo e fumo edificata sulle fragilità umane, un santuario in cui l’eco delle chitarre spaziali abbraccia la poesia di un uomo che cade solo per imparare, un’ultima meravigliosa volta, a risalire e volare verso chi ama.

Cover: Singer Richard Ashcroft of the Verve at Pinkpop, 2008 – foto su licenza Wikimedia Commons

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La gelata dei redditi degli ultimi 40 anni

La gelata dei redditi degli ultimi 40 anni

La gelata dei redditi degli ultimi 40 anni

In fondo all’Inferno Dante ha messo la ghiacciaia dove sta Satana, in quanto il gelo e l’indifferenza tra gli esseri umani è peggio dell’odio. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio, una Autority istituita nel 2014 per monitorare i conti pubblici ha pubblicato un rapporto di 56 pagine , in cui documenta la caduta dei salari reali lordi degli italiani dal 1990 al 2024 (-1,6%), mentre in altri paesi è cresciuta (Spagna+12,9%, Germania +32,9%, Francia +33,4%, Regno Unito +48,4%, Usa +50,5%, media Ocse +35%), che l’aveva già documentato, ma ora i dati sono più precisi).

Dal 1990 i nostri salari reali lordi sono stati messi in ghiacciaia (-6,6%), ma chi ha i salari più bassi (decimo percentile, quel 10% che ha i salari più bassi) ha visto crollare il suo salario reale del 40,8%, il 25esimo percentile -31,1%, il 50esimo percentile -12,7%, il 75esimo percentile – 3,5%, mentre quei pochi che hanno i salari più alti (90esimo percentile: dirigenti, quadri) +3,3%. Hanno anche guadagnato qualcosa quel 10% di dipendenti di grandi imprese con una contrattazione aziendale (aggiuntiva al CCNL).

Si consideri tuttavia che poiché dal 1990 al 2026 il PIL è cresciuto del 31%, significa che neppure il 10% dei salariati più ricchi ha beneficiato in modo proporzionale dell’enorme aumento di ricchezza generato negli ultimi 36 anni, che è finito in rendite, manager, quadri alti, una fascia di ricchi proprietari e di ricchi azionisti, quel 10-20% del paese che si è arricchito a spese dell’altro 80-90% impoveritosi.

Il confronto riguarda i dipendenti a tempo pieno, ma se si considera che nei 36 anni sono cresciuti in modo enorme gli occupati part-time (da 4,4 su 100 nel 1990 a 31,6 nel 2024) il calo è del 6,6%. E qui troviamo la prima grande ragione del perché l’occupazione aumenta come numero di persone, ma non come monte salariale complessivo (che anzi cala, nonostante un milione di occupati in più.)

La seconda ragione del calo dei salari è il crollo della manifattura che pagava bene e la crescita di servizi dove il lavoro è pagato meno e ha tanti part-time involontari (circa la metà). Dal 1990 al 2024 infatti i salari reali lordi degli occupati nella manifattura ed edilizia sono cresciuti del 16,5%, mentre quelli dei servizi terziari sono calati del 26,6%. Poiché oggi l’industria (manifattura + edilizia) occupa il 26,6% degli occupati rispetto al 35,3% di allora, si capisce perché. Gli occupati nei servizi sono saliti invece dal 57,4% al 70%.

In 36 anni è così cresciuta moltissimo anche la disuguaglianza tra i salari più bassi e quelli più alti, tra una manifattura ed edilizia che pur calando manteneva occupati a tempo pieno ben pagati e un settore dei servizi che cresceva con part-time e tempi pieno discontinui, ma che spesso non lavoravano tutti i mesi, per cui le disuguaglianze salariali sono andate alle stelle con un indice di Gini (tra i salari) salito da 0,33 a 0,40.

Gli effetti principali del catastrofico calo dei salari e di un impoverimento generalizzato degli italiani dipendenti sono: molti più part-time, più lavori discontinui (tra cui anche precari a tempo pieno che non lavorano tutto l’anno), meno occupati nell’industria, più nei servizi.

Nel corso dei 36 anni i Governi hanno cercato di aiutare i salari più bassi (fino a 35mila euro) tagliando l’imposta sul reddito (Irpef), che ha contribuito a rendere meno drammatica la situazione, ma non ha impedito un’ulteriore tassazione che la Cgil stima in 24 miliardi all’anno in più di fiscal drag. Nel 1990 si cominciava a pagare l’imposta da 8.257 euro all’anno, oggi da 16.347 che è appunto la no-tax area e l’aliquota è più bassa fino a circa 35.100 euro. Da lì in su invece l’imposta è più alta.

Si può osservare che poiché la pressione fiscale è cresciuta (anche col Governo Meloni) l’aumento della tassazione dai 35mila euro in su dei dipendenti (e pensionati) ha finanziato la riduzione delle tasse ai dipendenti più poveri e ai lavoratori autonomi che pagano il 15% (flat tax, tassa piatta fissa) fino a 85mila euro. Una scelta sbagliata anche perché invoglia gli autonomi a non crescere oltre quella soglia come fatturato, come dipendenti e innovazione.

Il rapporto non affronta però le cause del crollo italiano dei salari. Quali sono i motivi profondi? Cosa è successo da noi che non è successo negli altri grandi paesi della stessa UE? Perché la produttività è cresciuta dal 1948 al 1980 in modo eccezionale e poi ha smesso di crescere?

I salari degli italiani erano nell’immediato dopoguerra pari al 45% di quelli degli inglesi, ma nel 1980 li avevano già raggiunti, crescendo di due volte e mezzo in termini reali in 30 anni. È il famoso miracolo italiano che fa dell’Italia la 4^ potenza mondiale (come PIL) dopo USA, Giappone e Germania. Crescono salari, profitti e produttività, cresce anche il welfare e lo Stato investe in case, scuole, salute e infrastrutture.

La guerra fredda doveva dimostrare che nel capitalismo gli operai stanno meglio che nel comunismo sovietico e in Italia c’è il più forte partito comunista d’Europa, per cui c’era un forte interesse che la ricchezza accumulata fosse redistribuita. E infatti in questi 30 anni cresce l’uguaglianza, cosa mai avvenuta nei secoli precedenti e che non si ripeterà dopo il 1990.

La manifattura innova, la scuola diventa di massa, le pensioni diventano “retributive” nel 1965 e poi nel ’68 (agganciate agli ultimi anni di stipendio). Il Servizio sanitario universale arriva nel 1978. La spesa pubblica cresce, seppure inferiore a quella degli altri paesi europei e il debito pubblico è basso (59% del PIL nel 1980).

Lo sviluppo è trainato da molti piccoli imprenditori e artigiani e da uno Stato che investe, ma anche da diffusi principi etici (la sofferenza della guerra è vicina). Gli operai sono pagati sempre di più, anche perché i sindacati sono ben attivi dagli anni ’60. Lo Stato, guidato dalla DC, investe nelle case (Fanfani ’63), in infrastrutture, autostrade, investe con IRI e Partecipazioni Statali nelle principali filiere produttive e favorisce la crescita della domanda interna. Si crea “lavoro a mezzo di lavoro” (parafrasando Sraffa).

La crescita sarà enorme fino al 1963 quando c’è il primo contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici e nascono i primi contratti aziendali per redistribuire la produttività.

Nel 1964 arriva la prima crisi. Se infatti cresce molto la Domanda Interna (salari più consumi) le importazioni possono crescere più delle esportazioni e il saldo commerciale va in deficit. A quel punto cresce l’inflazione, che fare?

In genere (così fa la UE per esempio da 25 anni) si impone una austerità (stretta creditizia, vendita di asset pubblici ai privati e politiche deflattive che riducono la Domanda Interna, come salari e spesa pubblica) oppure, come dissero in più occasioni PCI e PSI (Antonio Giolitti, Riccardo Lombardi) ma anche esponenti della DC (Carlo Donat-Cattin) si usa un’altra forma di stabilizzazione con incentivi agli investimenti privati, buona spesa pubblica, imposte gravanti sulle rendite (e i ricchi) e non sui profitti o sui lavoratori (via tariffe).

Un’Italia più competitiva che fa investimenti, un ruolo dello Stato nelle tecnologie e ricerca e non tagliando salari ed esportando di più, che è poi il modello mercantilista adottato dall’Italia negli ultimi 40 anni (ma anche dalla Germania e dalla UE che oggi la favorisce con la possibilità di non incorrere in “aiuti di Stato” se spende nel riarmo). Mercantilismo che si imputa oggi alla Cina e a Trump.

Una politica di difesa dei lavoratori e di grandi investimenti pubblici sui bisogni popolari non è mai passata né in Italia né nella UE, se non in rari sprazzi (Pnrr ed eurobond durante il Covid-19).

La via scelta dopo il 1992, con l’arrivo di Berlusconi, è privatizzare, ridurre il ruolo dello Stato, più libero mercato, liberalizzare, meno costi salariali, flessibilizzare il lavoro (quanto certificato da UpB).

Adriano Olivetti quando arrivò la prima crisi si ricordò che suo padre Camillo gli aveva detto che gli passava la guida dell’azienda ad una condizione:non licenziare mai. Così Adriano quando arrivò una crisi, anziché licenziare, come pure gli proponevano i suoi collaboratori, si inventò la formazione di venditori delle sue macchine da scrivere (da piazzare anche all’estero) e non solo non ci furono licenziamenti, ma un rilancio della Olivetti.

Quali sono stati i principali cambiamenti dopo il 1980-1990?

  1. Dal 1981 perdiamo la sovranità monetaria col divorzio tra Tesoro e Bankitalia (Bdi), che fa si che Bdi non compri più i titoli del Tesoro che il mercato non assorbe (cosa che non farà mai né il Giappone né la Banca d’Inghilterra che pure divorzia dal Tesoro inglese, ma che sempre farà da prestatore di ultima istanza). Risultato: alti tassi di interesse che lo Stato paga e che da negativi diventano positivi (5-6-7-8% post inflazione) e faranno esplodere il debito pubblico che passerà dal 59% del 1980 al 121% del 1994) e che poi porterà alle politiche di austerity degli anni ’90 per poter entrare nella UE.
  2. Si passa nel 1992 alla 2^ Repubblica, liquidando partiti (non certo peggiori degli attuali) che hanno fatto crescere l’Italia, l’hanno resa autorevole in campo internazionale (anche a costo di dissensi con Stati Uniti, UK e Francia da mediatori tra arabi e Israele si passa a pro-Israele). La corruzione dei partiti è un lascito della guerra fredda in quanto non permetterà un’alternanza DC-PCI e neppure un’alleanza tra i due grandi partiti di massa (Aldo Moro morirà nel 1978 per mano delle BR, ma con complicità di servizi segreti deviati, anche per questo).
  3. Vengono svendute le aziende pubbliche (PPSS e IRI), pensando che i privati avrebbero fatto più investimenti dello Stato (che non avverrà, anzi) e viene meno il ruolo dello Stato nelle tecnologie strategiche.
  4. Si passa dal creare valore tramite la Manifattura al creare valore con la Finanza (tutte le banche statali sono privatizzate, tranne MPS) e nel 1999 cambieranno le regole bancarie nel mondo. I maggiori rendimenti della Finanza rispetto ai profitti della Manifattura rendono per tanti imprenditori più attraente investire in Finanza piuttosto che nella Manifattura.
  5. L’Italia dentro la UE cresce fino al 2008 (ma non per i salari), ma poi subisce una recessione di 4 anni innescata dai sub-prime Usa e dall’allargamento UE del 2004 che porta nella UE 100 milioni di lavoratori dell’Est a basso costo.
  6. Nel frattempo avviene l’ascesa della Cina e il tramonto degli Stati Uniti che hanno capito che la loro situazione è critica. Trump cerca rimedi (dazi, re-industrializzare, accordi con Cina e Russia sapendo che un dominio USA unipolare è alle spalle), mentre la UE non ha ancora capito che c’è un mondo che avanza multipolare. L’Italia nel frattempo, come la UE, scompare come soggetto autonomo di politica monetaria, fiscale, industriale. Un disastro annunciato.

Che fare?

Primo: prendere atto di quanto avvenuto, fare una seria retrospettiva e capire gli errori.

Secondo: recuperare sovranità come UE in tutti i campi (politica, difesa, esteri, monetaria, fiscale, industriale, welfare). Questa nuova UE dovrà essere indipendente (Usa inclusi), bloccare l’ulteriore allargamento ad Est e procedere con una unità politica con chi ci sta. Viceversa il declino proseguirà e l’ascesa delle destre chiuderà questo progetto UE mai decollato. E l’idea di un riarmo delle singole nazioni come rimedio, non solo è una politica di destra, ma produrrà quell’ulteriore impoverimento e crisi che porterà consensi alle destre vere.

Cover: Foto di Drazen Nesic da Pixnio

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Lucio Toma: «Faro de la Jument». Alcune poesie

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Lucio Toma: «Faro de la Jument». Alcune poesie

Ho incrociato questo libro di poesie quasi per caso. Una volta iniziata la lettura di «Faro de la Jument» di Lucio Toma (ilglomerulodisale Edizioni, 2026), non me ne sono più distaccato e, terminato, l’ho riletto ancora perché ho trovato diverse assonanze e vicinanze con la mia quotidianità. Una diversità nel dolore ed un’uguaglianza nella voglia di vivere, di guardare avanti portandosi addosso il peso di un faticoso e ruvido passato. La scelta delle liriche, da proporre al lettore di questa rubrica, non è stata facile. A proposito del titolo, nella prefazione Alberto Fraccacreta scrive che “Il faro della Jument, eretto agli inizi del Novecento nell’isola di Ouessant in Bretagna, è la metafora di cui Toma si serve per rivendicare la potenza perpetuante e la resistenza della parola poetica: come la ginestra leopardiana, come l’anguilla montaliana, il faro è emblema di un vigore, di una fermezza etica contro le tragedie della vita (così nel testo eponimo: «Dunque malatamente vivo/ sorridendo come il faro de la Jument/ in mezzo agli schiaffi e ai pugni/ dell’Atlantico che non c’è/ da starsene allegri. E così sono/ la mia forza e quella di chi/ mi guarda per scamparla»). Il faro è stato infatti costruito in un tratto di mare esposto a intensissime correnti: la poesia sembra rimanere intatta dinanzi alle avversità ed è addirittura in grado di ‘riparare’.

«La poesia si rivolge a tutti, dunque a nessuno e non attende alcuna risposta; la reazione che provoca non è una replica verbale, ma l’ammirazione e la meditazione».
(Tzvetan Todorov)

Stato di ritardo

Treno terno all’otto o forse
delle nove proveniente da Bari
arriva con due ore di ritardo!
L’annuncio fa solito il sangue marcio
per questo Stato di cose, il ritardo
che dà diritto solo al rimborso.
Che poi a quale ufficio rivolgersi,
a chi per il risarcimento danni
dei binari promessi negli anni
se ad altra velocità divarica
ancora la distanza dal Nord?

 

*

 

Domenica delle Palme

Che poi ci piace fare i Signori
dell’antropocene in giacca e iphon
nella mano a dirigere il mondo
che è cosa nostra, predicatori
di paci e beni che razzolano
la guerra come nulla fosse
                                                 basta
poi metterci una croce sopra,
una ics che cancelli, resetti.

Non c’è da starsene allegri
ma nemmeno da stupirsi:
è domenica di salme oggi
dobbiamo farci gli auguri
scambiarci baci e abbracci
e brindare forte per non sentire.

 

*

Mi ferisce

Dove non osa altra offesa, balzello
o pena mi ferisce il parcheggiatore
abusivo e l’ambulante che tutta
la strada è sua e fa grossa la voce
tanto se ne fotte del Dio che impreca,
perciò non fa una piega la strafottenza
e la sopraffazione di chi si scrive
regole e detta legge con la cecità
dell’opportunista, dello spacciatore
di fumo e di balle, delle belle fake
news flexate a destra e a manca
che a volte pure il dotto prezzolato
vende a duecentocinquanta euro
con fattura, duecento senza!

 

P.s. Flexare sta per mostrare, ostentare a scopo di vanto nello slang giovanile
della generazione Z.

 

*

Marx doveva averci visto lungo

se ad ogni fatto storico cambiano
i sistemi economici, le regole
del gioco. Difatti quell’anno spuntò
il coronavirus tra capo e collo,
invase il petto, strinse i polmoni.
In molti persero il respiro, l’aria
la vita nell’impotenza della Gaia
Scienza. Le preghiere rimasero
chiuse in Chiesa, le grida sgridate
dai balconi e subito rintanate.
Solo uno slogan faceva eco più
del contagio: “Vietato uscire!
La Milano da bere e da vivere
come ogni città del pianeta
divenne da vomito e da fuga:
un paziente virale e moribondo.
Ma più dell’amore, della morte è
il business che muove il mondo,
e lo scosse quando dagli Uffici tutti
ci accomodammo a casa: si poteva
lavorare da remoto! Chi l’avrebbe
mai detto a Marx? In tanti allora
presero dimore di campagna, poderi,
ristori, e a lavorare per vivere
piuttosto che vivere per lavorare,
e presero pure a giocare col meno
col silenzio e con i battiti
finalmente sincronizzati
sulle rette degli antichi tratturi.

 

*

 

Versi

Li giro e li rigiro come calzini,
li squadro da ogni lato,
annuso che siano lindi
e poi li scrutino i versi
per taglia e colore prima
di appaiarli in questo
cassetto bianco dove
ci ho messo il cuore
lasciato aperto per te.

 

*

Acrobati

Vivere è un’acrobazia
tra chimica di elementi
e fisica dei movimenti.

E noi corpi folli (e un po’ molli)
sul trapezio dei giorni
in un circo di numeri già visti
facciamo il nostro, a tempo
unico e solo sempre in balia
del vuoto guardando il cielo.

 

*

 

A Niscemi

ora che si sgretola la terra
ai piedi della biblioteca e vacilla
sul precipizio che nessuna mano
in coscienza a Zeno ha evitato,
mai pugno duro ha affrontato
ecco, signore e signori, l’ennesima
cronaca di una morte annunciata.
Con le unghie dei pilastri stanno
quattromila tomi e romanzi
e cinquecentine coll’inchiostro
sospesi che neppure quel Cristo
inchiodato può salvare a un passo
dal salto mortale che guardiamo
incapaci di capire fino a fondo.

*

Lucio Toma, docente, poeta e giornalista, è nato nel 1971 a San Severo (FG). Nel 1999 pubblica Zigrinature (Centro Ricerche Culturali All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 A Gonfie Vene (Ianua editore con pref. di Plinio Perilli). Ha collaborato con magazine locali e quotidiani, ha presentato diversi eventi letterari e curato alcuni interventi critici. Ha co-diretto per radio Gargano la rubrica “Books & Music”. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie antologie e riviste anche on line. Alcune liriche hanno ottenuto alcuni riconoscimenti e premi (Menzione Premio Lucini 2024, 1° Premio “Tratturo Magno 2024”). Del 2019 è l’uscita di Strada di Damocle per Arcipelago Itaca con prefazione di Anna Maria Curci. Il suo ultimo libro di poesia è Faro de la Jument (ilglomerulodisale) con la prefazione di Alberto Fraccacreta.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
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La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mailgigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 348° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Foto di copertina: La grande frana di Niscemi (Archivio Italia Nostra).
Genova 2001: un movimento che ha cambiato il modo di guardare il mondo

Genova 2001: un movimento che ha cambiato il modo di guardare il mondo

Genova 2001:
un movimento che ha cambiato il modo di guardare il mondo.

Sono passati 25 anni dai fatti di Genova del 2001 quando, in occasione della riunione del G8, entrò in campo in Italia un grande movimento contro la globalizzazione capitalistica e per prospettare un’ altra analisi e un’ altra idea del mondo.
In quei giorni si perpetrò uno dei più gravi momenti di repressione di un
a manifestazione dal dopoguerra ad oggi, culminato con l’assassinio di Carlo Giuliani, l’irruzione preordinata alla caserma Diaz e le torture nel carcere di Bolzaneto, crimini a tutt’oggi rimasti sostanzialmente impuniti.

Era evidente che si stava mettendo in campo un’intenzione esplicita di stroncare sul nascere una grande mobilitazione e un forte movimento di massa che si stava ampliando e che, per le sue caratteristiche, era in condizione di costruire un’altra narrazione e provocare una crisi di quella dominante rispetto ai processi in corso.

G8 di Genova, 19-20 luglio 2001 (Foto Jacobin Italia)

Quel movimento, da una parte, coinvolgeva un insieme di forze molto largo, dal mondo cattolico ai centri sociali, passando per tantissime associazioni territoriali e nazionali, e, dall’altra, almeno tendenzialmente, stava costruendo una saldatura tra “nuovi” e “vecchi” soggetti, quelli che si affacciavano nel nuovo millennio e quelli protagonisti dei conflitti del ‘900: per semplificare, dalle soggettività che erano emerse dall’esperienza dalla contestazione di Seattle del 1999 e dal World Social Forum di Porto Alegre alle realtà del sindacalismo, pur con qualche tentennamento da parte della CGIL.

Il colpo dato a quel movimento fu pesante, ma l’operazione di farlo morire nel suo stato nascente non andò in porto. Lo testimoniò bene la grande riuscita del Forum Sociale Europeo dell’anno successivo a Firenze e poi le grandi manifestazioni nazionali del 2002 e del 2003, la prima indetta dalla CGIL contro la modifica dell’art. 18 sui licenziamenti e la seconda contro la guerra in Iraq, che videro milioni di persone scese in piazza.

Lo stesso movimento per l’acqua pubblica e per i beni comuni, che prende le mosse negli anni successivi, e che espresse l’apice della propria iniziativa con il referendum del 2011, non potrebbe essere compreso al di fuori del contesto che animò le giornate genovesi.

Ancora, va sottolineato come le ragioni fondative del movimento contro la globalizzazione ebbero una capacità espansiva e avanzarono una lettura anticipatrice dei processi in corso, che oggi sono ormai diventate senso comune e diffuso, accettati anche da quei commentatori interessati che all’epoca la avversarono con forza.

Per la prima volta, veniva evidenziato come la globalizzazione non produceva una nuova grande opportunità di sviluppo e della ricchezza per tutti, ma era foriera di nuove e grandi disuguaglianze, sia tra i Paesi del mondo, sia anche all’interno del mondo “sviluppato”. Essa comportava un nuovo ciclo di sfruttamento delle risorse naturali e dell’ambiente, di privatizzazione dei beni comuni e creava svalorizzazione del lavoro, costruendo nuove forme di schiavismo e polarizzando il mercato del lavoro, suddiviso tra un nucleo ristretto di lavoratori “privilegiati” e un’area ben più larga di lavoro povero e precario.
Soprattutto la finanziarizzazione dell’economia, altro caposaldo dell’idea di sviluppo neoliberista, avrebbe mostrato i suoi limiti intrinseci e generato inevitabilmente una crisi del sistema, come si è poi verificato con il 2008 e negli anni successivi.

Allo stesso modo, l’esperienza di quel movimento introdusse elementi di innovazione nell’agire e nella forma della politica, basato, da una parte, su un nuovo protagonismo delle soggettività sociali e su un modello di relazioni e percorsi decisionali di carattere orizzontale e non gerarchico, ponendo alla politica “tradizionale” e ai soggetti che la praticano interrogativi a tutt’oggi fondamentali e irrisolti. Anche su questo terreno, comunque, segnando una cesura forte con un passato che non può essere semplicemente riproposto.

D’altro canto, non si può non vedere che, a distanza di 25 anni, le questioni poste dal “movimento dei movimenti”, quelle che hanno fatto dire a centinaia di migliaia di persone che “ un altro mondo è possibile, anzi necessario”, non si sono per nulla affermate.

Come la storia insegna, non basta avere ragione, se non si ha anche la forza, perché si realizzi la prospettiva avanzata. Anzi, per molti versi, ci tocca constatare che il mondo di oggi è andato in una direzione peggiore. La crisi del capitalismo, e della sua potenza finora egemone, gli Stati Uniti, sta facendo emergere una deglobalizzazione selettiva e una forte spinta verso la guerra e il riarmo, di dimensioni mondiali, sospinta da nazionalismi esasperati e da una concorrenza spietata per il predominio produttivo e commerciale. A questo si aggiunge un’idea di innovazione tecnologica, progettata con l’intento di favorire una nuova oligarchia economica e politica e costruire anche forme pervasive di controllo e manipolazione sociale.

Non a caso, tutto ciò ha come conseguenza una grave caduta della democrazia, che, come ormai apertamente teorizzato dai nuovi potenti del mondo, viene giudicata incompatibile con il capitalismo, e quindi da mettere da parte.

Tutto ciò si traduce, da parte del nuovo sistema di potere, nel rapporto con i movimenti, nel tentativo aperto di reprimerli oppure di marginalizzarli, rimanendo del tutto impermeabili rispetto alle loro istanze, con l’idea precisa di diffondere una rassegnazione diffusa, di evidenziare che non serve la mobilitazione sociale e politica, perché la stessa non può produrre risultati e diventa impotente. Dovrebbe essere evidente che si lavora per una progressiva spoliticizzazione della società, alimentata dalla spinta consapevole verso un individualismo di massa, tanto foriero sia di solitudine che di competitività, cui contribuisce non poco la diffusione delle nuove tecnologie comunicative e “relazionali”.

La partita, però rimane aperta, semmai – e qui sta il punto di maggior difficoltà – lo scenario attuale rende evidente che l’alternativa tra la nuova fase del dominio capitalistico, che si porta dietro la spinta alla guerra, e prospettazione di un nuovo sistema economico e sociale, quello della società della cura, di un socialismo ecologico fortemente ripensato, diventa sempre più stringente.

Da qui, però, alcune indicazioni per il lavoro futuro le possiamo trarre, partendo dal fatto che il conflitto sociale e il ruolo dei movimenti sociali e politici continuano a mostrare una persistenza importante. Almeno quattro sono i terreni su cui impegnarsi, che, in questo scritto, non posso che enunciare in modo sbrigativo e un po’ apodittico. Intanto, occorre superare la logica della frammentazione dell’iniziativa dei movimenti, costruire convergenze forti, riconoscendo che oggi la battaglia contro la guerra e il riarmo, per la pace disarmata diventa una necessità primaria e non eludibile. E’ quanto sta provando a fare la coalizione No Kings, protagonista di importanti mobilitazioni in questi ultimi 2 anni, che, non a caso, ha tenuto la propria assemblea nazionale a Genova, proprio ora a venticinque anni di distanza dalle vicende del 2001. Ovviamente, non basta invocare la necessità di rafforzare la convergenza tra varie realtà e movimenti per realizzarla, né si tratta semplicemente di stigmatizzare i rischi di autoreferenzialità, pur esistenti. Bisogna sapere che – e questo rappresenta il secondo elemento di impegno- costruire un orizzonte comune passa attraverso la costruzione di campagne ed iniziative che abbiano insieme la caratteristica di unificare i vari soggetti e di essere “popolari”, di riuscire, cioè, ad intercettare una sensibilità reale e diffusa. Senz’altro ciò lo si può ritrovare, come appena detto, nella mobilitazione contro la guerra e il riarmo, a patto di connetterla in modo efficace alla difesa e al rilancio dello Stato sociale e dei beni comuni. Ma anche, per esempio, provando ad avanzare una proposta forte ed un’iniziativa conseguente per rendere, per usare una felice espressione di Alexander Langer, socialmente desiderabile la transizione energetica ed ecologica, come sarebbe quella di far riconoscere il consumo energetico sotto le cabine elettriche secondarie come opera di comunità energetiche di fatto, con la possibilità di abbattere le bollette elettriche in una misura vicina al 30%!

Infine, i due ultimi terreni di lavoro riguardano, da una parte, il fatto di rafforzare l’approfondimento e l’elaborazione teorica: non che manchino le idee per indicare un’idea alternativa di società, ma, a tutt’oggi, una lettura convincente dei processi in corso nel mondo e una sistematizzazione più accurata dei contenuti di un sistema produttivo e sociale altro dal capitalismo predatorio non si possono dire compiuti. Dall’altra, occorre porsi seriamente il tema di un forte radicamento ed iniziativa territoriale del profilo di convergenza dei movimenti, che ho provato a delineare: il nostro Paese non è costituito solo da grandi città, ma di tante realtà piccole e medie, di Comuni e Province, in cui si gioca per molta parte l’esercizio dell’egemonia culturale e politica.

Non mi rimane che aggiungere che andare nella direzione che ho tratteggiato comporta il fatto di produrre un lavoro strutturato e organizzato, e, forse, anche questo abbiamo bisogno di riscoprirlo e di tornare a farlo.

Cover: Movimenti e democrazia, immagine di Scienza & Pace Magazine

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Ondate di calore, immagini termiche e “rifugi climatici”. A Londra… e anche a Ferrara

Ondate di calore, immagini termiche e “rifugi climatici”. A Londra… e anche a Ferrara

Ondate di calore, immagini termiche e “rifugi climatici”.
A Londra… e anche a Ferrara

Nel giugno 2026 Greenpeace UK ha diffuso una serie di immagini termografiche realizzate a Londra durante l’ondata di calore che ha interessato l’Europa e in particolare l’area metropolitana di Londra.

Succede a Londra

Ecco qualche link dove poter vedere immagini e video con le temperature delle superfici registrate:

Le immagini, riprese con termocamere professionali e rilanciate da numerosi media internazionali, hanno evidenziato come le temperature delle superfici urbane possano raggiungere valori estremamente superiori rispetto alla temperatura dell’aria.

Nelle aree maggiormente esposte al sole, infatti, pavimentazioni in asfalto, pietra e calcestruzzo hanno registrato temperature comprese tra 50 e 65 °C, mentre la temperatura atmosferica si attestava intorno ai 35 °C.  Le rilevazioni hanno mostrato valori fino a 57 °C su strade centrali come Oxford Street e Regent Street e oltre 60 °C in alcune infrastrutture di trasporto.

Le immagini di Londra hanno avuto un forte impatto comunicativo perché rendono immediatamente visibile un fenomeno spesso poco percepito dai cittadini: l’isola di calore urbana.
Le termocamere mostrano la temperatura delle diverse superfici con cui le persone entrano quotidianamente in contatto: marciapiedi, piazze, parcheggi, facciate e attrezzature urbane possono accumulare enormi quantità di energia solare durante le ore centrali della giornata, contribuendo ad aumentare il disagio termico, il rischio sanitario per le persone vulnerabili e il fabbisogno energetico degli edifici; la scarsità di alberature e di spazi ombreggiati trasforma molte aree urbane in vere e proprie “trappole di calore“.

Queste osservazioni risultano particolarmente rilevanti per le città dell’Europa meridionale, dove le ondate di calore stanno diventando più frequenti, intense e durature. L’impiego della termografia urbana rappresenta infatti uno strumento efficace per individuare hotspot termici, valutare l’efficacia di alberature e infrastrutture verdi e supportare la pianificazione di rifugi climatici urbani.

Per Rifugi climatici, si intende “sia il riutilizzo di edifici dismessi o sottoutilizzati della pubblica amministrazione come “oasi urbane” per garantire soste e riparo dalle temperature estive, sia installazioni temporanee più leggere, delle “urban canopy”, una sorta di copertura in grado di creare frescura e ombra in luoghi della città particolarmente compromessi” (fonte: ISPRA, 2023, “Verso città resilienti: gli interventi del Programma sperimentale per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano“).

… e a Ferrara?

Una situazione analoga emerge dalle immagini termiche rilevate dal prof. Marco Zuppiroli (Università Ferrara, Dipartimento Architettura) nel centro storico di Ferrara l’8 settembre 2023, in condizioni meteorologiche caratterizzate da temperature dell’aria comprese tra 28,9 e 30,4 °C. Le fotografie termiche effettuate in tre diversi contesti urbani mostrano chiaramente l’influenza delle caratteristiche fisiche dello spazio pubblico sulla distribuzione del calore.

Nell’area di Piazza Verdi ,con una temperatura dell’aria pari a 30,4 °C, le superfici pavimentate esposte al sole raggiungono circa 38,7 °C, mentre alcuni elementi di arredo urbano e superfici maggiormente irradiate superano i 50 °C, con un valore massimo rilevato di 55,8 °C. Al contrario, le zone ombreggiate o coperte dalla vegetazione mostrano temperature prossime a 30 °C. Questa differenza, superiore a 25 °C tra i punti più caldi e quelli più freschi, evidenzia il ruolo fondamentale dell’ombreggiamento nel mitigare il surriscaldamento urbano.

Nel Parcheggio del Baluardo San Lorenzo (clicca per vedere la mappa) caratterizzato da ampie superfici asfaltate e dalla presenza di autoveicoli, la temperatura massima delle superfici raggiunge circa 47,2 °C, mentre le chiome alberate circostanti si mantengono tra 26 e 28 °C. Anche in questo caso emerge una differenza di oltre 20 °C tra superfici artificiali esposte e copertura vegetale, confermando l’efficacia degli alberi nel ridurre le temperature superficiali e migliorare il comfort microclimatico.

I risultati più interessanti si osservano nell’area di Porta San Pietro (clicca per vedere la mappa) dove la coesistenza di alberature mature, prato e percorsi pavimentati permette di confrontare diverse condizioni microclimatiche. Le superfici murarie e maggiormente esposte raggiungono quasi 49 °C, mentre nelle zone ombreggiate dal verde la temperatura superficiale scende fino a circa 20,6 °C, con una differenza di quasi 30 °C all’interno dello stesso spazio urbano. Le alberature storiche e le aree verdi associate alle mura cittadine si comportano quindi come veri e propri “rifugi climatici urbani“, offrendo condizioni significativamente più favorevoli rispetto agli spazi mineralizzati circostanti.

La mappa termica di Ferrara

Il confronto tra le immagini di Londra e quelle effettuate a Ferrara evidenzia come il fenomeno delle alte temperature superficiali non riguardi esclusivamente le grandi metropoli europee, ma sia presente anche nei centri storici di dimensioni medio-piccole. In entrambi i casi, gli elementi che determinano le condizioni più critiche risultano essere l’estensione di superfici impermeabili, l’esposizione diretta alla radiazione solare e la limitata presenza di copertura arborea.

A riprova di ciò, basti osservare e interrogare la mappa termica interattiva realizzata nel progetto europeo USAGE e relativa alle temperature delle superfici registrate nel pomeriggio del 16 luglio 2023:

Una seconda mappa termica interattiva è quella notturna, relativa alle prime ore del 17 luglio 2023:

Stiamo parlando di temperature delle superfici (da non confondere con quelle dell’aria): a seconda dei materiali cambia ovviamente la temperatura.

Esiste una terza mappa interattiva che mostra in dettaglio la stima dei materiali di tutte le superfici di 1×1 metro nell’area urbana (ottenuta grazie a immagini iperspettrali raccolte da volo aereo):

Ondate di calore, immagini termiche e “rifugi climatici”. A Londra… e anche a Ferrara

Incrociando i dati delle temperature delle superfici della prima mappa, con quelli dei materiali delle superfici della mappa qui sopra (terza mappa) scopriamo che, a Ferrara nel mese di luglio, le temperature per classe di materiale sono queste:

Si tratta di valori mediani (a differenza della media, la mediana non è influenzata da valori troppo alti o troppo bassi, che potrebbero essere outlier/errori).
Questi valori mediani sono stati calcolati sull’intera superficie urbana di Ferrara (circa 95 km2) su cui, durante il progetto USAGE, sono stati effettuati rilievi aerei che hanno restituito dati geografici diversi (rilievo LiDAR, modello digitale del terreno e delle superfici, ortofoto, immagini termiche, immagini iperspettrali).
Dei circa 95 km2, quasi 85 sono aree scoperte non coperte da fabbricati (e quindi strade, piazze, prati, giardini, parcheggi, …): per ciascun metro quadrato di questa superficie è stata derivata la stima dei materiali di copertura.
La differenza di temperatura delle superfici cambia tantissimo a seconda del materiale.

Ma attenzione: considerare solo immagini termiche “istantanee” (scattate a livello stradale come quelle di Londra oppure da voli aerei come le mappe qui sopra) sarebbe sbagliato, perché “fotografano” un particolare momento e non sono rappresentative del medio-lungo periodo.

Per questo motivo, occorre usare anche immagini termiche generate da satellite, come quelle elaborate sempre nel progetto USAGE e relative al decennio 2013-2023, nei singoli mesi caldi (cioè da aprile a settembre). Si tratta di una mappa degli “hot spot” che tiene conto dei valori mediani calcolati usando circa 200 singole immagini giornaliere del satellite americano Landsat (che passa ogni 8 giorni). In questo caso la mappa è meno dettagliata (non più i 50cm/pixel delle prime due mappe, ma 30m/pixel) ma è estremamente utile per una corretta pianificazione dei rifugi climatici e per interventi di forestazione urbana.

Per esempio, nel mese di luglio i valori medi calcolati nel decennio 2013-2023 sono visibili nella mappa interattiva degli hot spot qui sotto:

I dati della mappa qui sopra sono perfettamente allineati con quanto recentemente elaborato da Alessandro Cimbelli di ISTAT nella “Mappa interattiva della temperatura superficiale estiva” di tutti i capoluoghi di provincia; per Ferrara, cliccando su una delle sezioni di censimento, si visualizzano i valori mediani di temperatura superficiale estiva dal 2019 al 2026:

Conclusioni

Negli ultimi anni, il Comune di Ferrara (a differenza di molte altre città italiane ed europee) ha raccolto e messo a disposizione nel proprio portale open data un patrimonio di dati ambientali e climatici dettagliati ed estremamente utili. Ma i dati non possono essere solo raccolti, rappresentati su una mappa e presentati in qualche convegno: i dati servono a prendere decisioni fondate su evidenze oggettive.

Le immagini termiche di Ferrara mostrano che il patrimonio verde urbano, le mura storiche alberate, i giardini pubblici e le aree ombreggiate svolgono già oggi una funzione assimilabile a quella dei “climate shelters” o rifugi climatici che molte città europee stanno iniziando a mappare sistematicamente.
L’integrazione di rilievi termografici, dati satellitari o da volo aereo, rilievi della copertura arborea, analisi dell’accessibilità e distribuzione della popolazione vulnerabile potrebbero quindi costituire una base metodologica solida per identificare e classificare i rifugi climatici della città, collegarli tra loro tramite percorsi ciclopedonali ombreggiati e sicuri, supportando strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, orientando gli investimenti per una depavimentazione mirata e a larga scala, incrementando la canopy urbana e realizzando nuovi spazi ombreggiati per le persone più vulnerabili.

In questo senso, le immagini termiche non rappresentano soltanto uno strumento di comunicazione, come dimostrato dal lavoro di Londra, ma diventano un supporto operativo per individuare priorità di intervento e misurare concretamente i benefici delle cosiddette Nature based Solutions nella riduzione dell’isola di calore urbana.

Cover: Mappa Termica Interattiva del Centro storico di Ferrara

Per leggere gli altri articoli ed interventi di Piergiorgio Cipriano su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Il Nemico Necessario. Come la sovranità perduta si è rifugiata nei corpi delle minoranze

Il Nemico Necessario
Come la sovranità perduta si è rifugiata nei corpi delle minoranze

Il Nemico Necessario. Come la sovranità perduta si è rifugiata nei corpi delle minoranze

Il politico non abita più dove crediamo

Carl Schmitt  aveva individuato l’essenza del politico non nella distinzione tra vero e falso, ma in quella tra amico e nemico. Una questione diventa politica non quando è oggetto di conoscenza, ma quando diventa oggetto di appartenenza. È una tesi scomoda, perché rovescia l’illusione liberale secondo cui basterebbero argomenti migliori, dati più solidi, informazione più accurata, per sciogliere i conflitti che attraversano lo spazio pubblico.

Se Schmitt è nel giusto, quell’illusione confonde due giochi diversi: uno epistemico, in cui vince chi ha ragione, e uno polemico, in cui vince chi tiene il campo.

Il caso italiano (e più in generale occidentale) di questi anni mostra con chiarezza dove quel gioco polemico si sia oggi rifugiato, e perché.

Il residuo della sovranità

Il margine di manovra della politica nazionale si è ristretto sensibilmente sotto il peso di vincoli esterni ormai strutturali: appartenenza europea, mercati finanziari, trattati commerciali, regolazioni sovranazionali. Le grandi leve del conflitto novecentesco — moneta, fisco, redistribuzione — sono state in larga parte sottratte alla decisione democratica diretta e trasferite ad arene tecniche che rispondono a criteri diversi dal consenso popolare.

Si tratta ad un tempo di una perdita irreversibile di sovranità, di uno svuotamento di potere e di uno spostamento delle leve reali del potere medesimo verso soggetti che nessuno ha eletto, verso istituzioni che non di rado sfumano nelle nebbie dell’ignoto.

In tale situazione, ciò che resta pienamente decidibile senza autorizzazione esterna sono i confini simbolici della comunità: chi vi appartiene, quali corpi vi sono legittimi, quale ordine morale la regge. Non stupisce allora che il conflitto politico più acceso si concentri oggi su temi quali migrazione, sicurezza, identità di genere: non sono temi scelti a caso, sono l’ultimo giacimento disponibile di sovranità piena.

Le minoranze coinvolte — ad esempio gruppi migranti, persone queer e transgender, Rom — diventano così superfici di proiezione più che soggetti reali: esaltate o demonizzate non per ciò che sono, ma per la funzione che permettono di svolgere all’interno di un conflitto che ha bisogno di un terreno su cui consumarsi.

Gli elitisti italiani di inizio NovecentoPareto, Mosca, Michels — avevano già mostrato come le classi dirigenti, quando un criterio di legittimazione si esaurisce, ne producano rapidamente uno sostitutivo. Luciano Gallino (vedi una mia  intervista pubblicata su questa testata) ha chiamato questo meccanismo, nella sua versione contemporanea, “lotta di classe dall’alto (contro il basso)”: la capacità delle élite di deviare il conflitto materiale — lavoro, salari, casa, precarietà — su un terreno culturale a basso costo per chi detiene il potere economico e ad altissimo costo per la coesione sociale.

La capacità, dunque, di trasformare un giusto conflitto verticale in un conflitto orizzontale. Il conflitto identitario non nasce nel vuoto: prospera perché altrove il conflitto reale (materiale) è stato deviato e dunque disinnescato.

Il vuoto sacro e il capro espiatorio

C’è una seconda ragione, più profonda, per cui questi temi si caricano di un’intensità sproporzionata rispetto alla loro reale portata numerica. Il collasso della cornice religiosa che per secoli ha strutturato l’esperienza europea e in particolare italiana — un processo che sociologi come Emanuel Todd e David Voas hanno documentato nelle sue diverse fasi nazionali — non ha affatto eliminato il bisogno di sacro, lo ha semplicemente spostato su nuovi oggetti.

Ne nascono forme di appartenenza civile deboli nella dottrina ma fortissime nella lealtà, immuni alla smentita fattuale perché non sono mai proposizioni discutibili e verificabili in primo luogo: sono semmai professioni di fede.

Su questo terreno si innesta un meccanismo antropologico arcaico che René Girard ha descritto con precisione: la comunità minacciata dalla propria conflittualità interna ricompone la coesione scaricando la tensione su una vittima designata.

La sproporzione tra la ferocia del conflitto pubblico e la sua reale posta in gioco non è un’anomalia da correggere: è la prova che la funzione in gioco non è calcolare un rischio possibile ma esorcizzare un’angoscia presente, spesso economica o di status, che non trova più altrove un bersaglio legittimo su cui scaricarsi. Che i numeri (e il buon senso) dicano altro non interessa affatto ai nemici ferocemente contrapposti.

Perché la misura non convince nessuno

In questo scenario, chi introduce una distinzione fine — un dato più accurato, una gradazione, una terza posizione, un punto di vista realmente alternativo — non viene confutato: viene aggredito ed espulso. È la logica stessa del gioco amico/nemico a renderlo inevitabile: la domanda implicita non è “hai ragione?” ma “da che parte stai?”, e chi risponde alla prima domanda usando gli strumenti sbagliati per la seconda viene letto come un disertore (come un nemico), non come un interlocutore impreciso al quale concedere il beneficio di continuare la conversazione.

Anche i tentativi più radicali di uscire da questo schema — penso alle correnti tecno-accelerazioniste alla Nick Land (Qui un approfondimento), che provano a sostituire l’asse amico/nemico con un asse verticale, umano / post-umano finiscono per ricostituire, sotto altra forma, la stessa struttura polemica da cui volevano affrancarsi.

La verità come vittima collaterale

Già Hannah Arendt  distingueva la menzogna politica classica, che presuppone comunque un rapporto — sia pure ingannevole — con i fatti, da un fenomeno diverso e più recente: la de-fattualizzazione, l’erosione della categoria stessa di fatto condiviso. Quando un dato statisticamente solido viene negato senza imbarazzo, non si tratta più di mentire nel senso tradizionale: il dato è diventato un accessorio decorativo della lealtà di gruppo, non un vincolo alla lealtà.

È lo stesso motivo per cui la scienza viene invocata come autorità senza che ne venga rispettato il metodo, senza che se ne conosca minimamente l’intima struttura di istituzione sociale: non serve capirla, serve il suo prestigio come sigillo per una posizione già presa altrove (…“lo dice la scienza”…)

In questo clima, l’epiteto infamante fascista, omofobo, razzista e i loro equivalenti sull’altro fronte che sono in verità molto più deboli, meno caricati semanticamente come zecca e povero comunista — smette di funzionare come asserto discutibile e diventa un atto rituale di espulsione.

Non descrive una proprietà dell’accusato, la costituisce: lo dichiara impuro, contaminante, fuori dal recinto della discutibilità legittima; un processo che ha  la stessa architettura logica dei processi per eresia, in cui l’onere della prova si rovescia e l’accusato deve dimostrare (compito strutturalmente impossibile) l’assenza di una colpa interiore.

Le piattaforme digitali, ottimizzate per il tempo di permanenza, hanno selezionato questo linguaggio come formato vincente: ricerche recenti (un esempio Qui) mostrano che ogni parola a carica morale ed emotiva in un contenuto online ne aumenta sensibilmente la diffusione, indipendentemente dalla sua accuratezza.

Un conflitto che si autoalimenta

Il quadro che emerge non è quello di un’opinione pubblica (ma esiste un’opinione pubblica in senso proprio?) ingannata da singoli attori in malafede, ma di un sistema fuori controllo che si autoalimenta: una sovranità simbolica residuale che concentra su poche minoranze (spesso partendo da singole persone o eventi), un conflitto altrove disinnescato, un vuoto religioso che carica quel conflitto di un’intensità sacrificale sproporzionata, un’architettura mediatica che premia l’espulsione rituale più della discussione.

Comprendere questa struttura non basta a dissolverla, ma è la condizione necessaria per chiedersi, quali strategie restino davvero praticabili per chi non vuole più limitarsi a tifare.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

Cover: Foto di Susanne Jutzeler da Pixabay

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Storie di donne e di fili che non si sono mai fatti addomesticare

Storie di donne e di fili che non si sono mai fatti addomesticare

Storie di donne e di fili che non si sono mai fatti addomesticare

Se pensiamo al ricamo, probabilmente ci viene in mente una nonna seduta in poltrona, un gatto tigrato che rincorre un gomitolo e un silenzio interrotto solo dai rumori ovattati che provengono dalla strada. Eppure, dietro a quella che per secoli è stata liquidata come un’innocua “attività domestica per signore perbene”, si nasconde uno dei più potenti e sovversivi strumenti di comunicazione e lotta politica della storia umana.

Il filato non è mai stato un semplice insieme di fili colorati, ma un vero e proprio codice segreto per stampare significati sociali, marcare differenze di classe e, quando necessario, fare la rivoluzione. Nelle società preindustriali, il ricamo era il corrispettivo medievale di un feed Instagram pieno di auto di lusso e loghi dell’alta moda.

Il filato scelto diceva chi eri e, soprattutto, quanti soldi avevi. Se eri un nobile o un alto prelato, i tuoi abiti erano ricoperti di fili di seta pura tinti con pigmenti rari come la porpora o l’indaco, per non parlare dei filati metallici in oro e argento zecchino. Materiali non solo costosissimi, ma che richiedevano una complessa catena di approvvigionamento globale attraverso la leggendaria Via della Seta.

Ricamare con l’oro significava esibire la propria ricchezza sulla superficie dei vestiti. Il sociologo Pierre Bourdieu, secoli dopo, avrebbe definito tutto questo capitale culturale” e “gusto di distinzione”. Il ricamo tracciava un confine visibile e insuperabile tra le classi dominanti e quelle subalterne. Se eri una contadina, potevi scordarti l’oro. A tua disposizione c’erano solo filati in lana grezza, canapa o lino cardato in casa, tinti con erbe locali dai toni opachi. In quel caso non si cercava la “distinzione”, ma la pura resistenza e funzionalità. Il filo decideva chi potesse consumare risorse globali per puro ornamento e chi doveva limitarsi a sopravvivere.

Facendo un salto in avanti nel tempo fino al XVIII e XIX secolo si assiste all’entrata in scena della borghesia e, con lei, una nuova missione attribuita ai filati che consisteva nell’usare il ricamo per la costruzione sociale del genere. Il sociologo Thorstein Veblen ha coniato due concetti per descrivere la vita delle donne della buona società dell’epoca: consumo vistoso” e “ozio vistoso.

Per una donna borghese, passare le giornate a ricamare con finissimi filati di cotone mercerizzato non era un lavoro produttivo, ma la dimostrazione vivente che la sua famiglia era così ricca da potersi permettere di mantenere una persona in totale inattività economica.

In quel periodo il ricamo divenne la metafora di una domesticità coatta, veniva infatti utilizzato come strumento sociale per confinare e controllare le donne all’interno delle mura di casa. Alle bambine veniva insegnato l’uso del filo fin dalla tenera età attraverso i sampler (i paramenti d’imparaticcio). Imparare a gestire il filo significava assimilare pazienza, obbedienza, precisione e silenzio, le quattro virtù fondamentali della perfetta donna borghese. L’ago e il filo confinavano la donna nella sfera privata (la casa), mentre l’uomo operava indisturbato nella sfera pubblica (la politica, l’industria, le decisioni che contano).

A fine Ottocento succede qualcosa che cambia le regole del gioco, la rivoluzione industriale democratizza il filato. La nascita di grandi industrie tessili — una su tutte la francese DMC (Dollfus-Mieg & Compagnie) — lancia sul mercato filati standardizzati, economici e di altissima qualità.

È l’alba del celebre cotone Mouliné a sei capi lucidi, reso splendente dal processo di mercerizzazione. Il nome deriva dal francese moulinet (mulinello) e ne indica la struttura. La sua particolarità risiede nella composizione, una matassina racchiude un unico filo composto da sei piccoli capi facilmente separabili (o “divisibili”). Questo permette di dosare lo spessore a piacimento in base al tessuto o al tipo di disegno.

Un cambiamento tecnico che scardina le barriere sociali, il filato colorato e lucido smette di essere un lusso per pochi eletti. Anche le donne della classe operaia possono finalmente acquistare matassine a basso costo per abbellire le proprie case.

La lucentezza eccezionale di questo filato è dovuta alla mercerizzazione (scoperta dal chimico John Mercer), il trattamento consiste nell’immergere il filato di cotone in un bagno di soda caustica sotto tensione. Il processo modifica la struttura della fibra: rigonfia le pareti cellulari del cotone, rendendolo liscio e teso come la seta, aumenta drasticamente la lucentezza e la rifrazione della luce, rende il filo molto più resistente alla trazione e all’usura del tempo, migliora la ricettività del cotone ai coloranti, garantendo tinte brillanti che resistono ai lavaggi (fino a 60°C) e alla luce solare senza sbiadire.

Insomma, una vera innovazione nel silente mondo delle rappresentazioni sociali attraverso il filato. Le multinazionali tessili iniziano a pubblicare enciclopedie di ricamo, schemi e riviste. Il “gusto” non è più qualcosa di tramandato localmente o deciso dalle corti reali, ma viene centralizzato, impacchettato e venduto su scala globale nel primo vero mercato di massa dell’artigianato.

Se i patriarchi dell’Ottocento pensavano di aver addomesticato le donne chiudendole in casa a ricamare, si sono sbagliati. Proprio perché il ricamo era considerato un passatempo innocuo e prettamente domestico, i regimi oppressivi e i dominatori lo sorvegliavano raramente. Questo enorme cono d’ombra ha permesso alle donne di usare ago e filo per tessere e tramandare messaggi sovversivi in codice, invisibili agli occhi della censura.

Le prime a portare il ricamo in piazza in modo monumentale sono state le Suffragette nei primi del Novecento. Per i loro movimenti di protesta per il voto alle donne, scelsero tre colori precisi: filati viola (giustizia), bianchi (purità) e verdi (speranza). Con questi cucirono striscioni enormi, trasformando un’attività domestica in una rivendicazione politica sbandierata per le strade.

Qualche decennio dopo, questa stessa forza silenziosa è riemersa in modo drammatico e potente in Cile, durante la feroce dittatura di Pinochet, con le arpilleras. Le donne cilene, rimaste sole, iniziarono a usare fili di recupero e ritagli di stoffa per ricamare sui sacchi di juta storie di denuncia sulle sparizioni dei loro mariti e figli (i desaparecidos).

La polizia cercava armi e volantini, ma ignorava quei pezzi di stoffa colorati. Quei ricami venivano contrabbandati all’estero, aggirando completamente la censura del regime e mostrando al mondo intero gli orrori della dittatura cilena. Un vero e proprio giornalismo d’assalto fatto a mano.

Arrivando agli anni duemila, il filo non ha perso un briciolo della sua carica rivoluzionaria. I sociologi della cultura studiano con attenzione il fenomeno del craftivismo contemporaneo (craft, artigianato + activism, attivismo) che usa il filo per sovvertire i tradizionali ruoli di potere attraverso la Fiber Art utile a tappezzare le città di slogan politici e sociali, rivestendo arredi urbani, alberi e cartelli con lavori a maglia e ricami.

Letteralmente “bombardamento di filato”, lo yarn bombing è una forma di street art o graffiti urbani che utilizza tessuti colorati, lavori a maglia o all’uncinetto anziché vernici e bombolette spray.  Gli/le artisti/e rivestono tronchi d’albero, pali della luce, corrimano, panchine, biciclette e persino intere statue o autobus. A differenza dei graffiti tradizionali, lo yarn bombing è temporaneo e reversibile. I pezzi di tessuto vengono cuciti intorno agli oggetti e possono essere rimossi facilmente tagliando il filo, senza danneggiare le superfici.

Il movimento è nato nei primi anni 2000 negli Stati Uniti, guidato dall’artista Magda Sayeg, che per prima rivestì la maniglia della porta del suo negozio di abbigliamento a Houston (Texas). Nel 2005, Magda decise di rivestire la maniglia perché era annoiata dal paesaggio urbano circostante, che percepiva come freddo, grigio e privo di personalità. Come lei stessa ha raccontato, si trattò inizialmente di un “impulso egoistico” dettato dal bisogno di vedere qualcosa di colorato, caldo e fatto a mano in contrasto con il metallo e il cemento della strada.

L’installazione era mossa da una dinamica ben precisa quella di umanizzare l’ordinario. L’obiettivo era “vestire” un oggetto quotidiano e sterile per trasformarlo in qualcosa di accogliente e invitante per i clienti, senza comprometterne la funzione originaria. I passanti e i clienti rimasero talmente incuriositi ed entusiasti da entrare nel negozio solo per chiederle chi fosse l’artista dietro a quel piccolo “coprimaniglia” di lana.

Questa risposta inaspettata spinse Magda Sayeg a fondare il collettivo Knitta Please e a spostare la sua arte a maglia direttamente nel dominio pubblico, dando vita al fenomeno globale dello yarn bombing che, a livello visivo, scardina la percezione stessa della città introducendo una rottura cromatica e materica improvvisa.

Il paesaggio urbano moderno è dominato da materiali rigidi, freddi e spigolosi come il cemento, l’asfalto, il ferro e il vetro. L’inserimento del filato introduce una dimensione di morbidezza, calore e tridimensionalità che invita al contatto fisico. Rivestire un corrimano di metallo o una panchina di pietra non è solo un atto decorativo, ma un modo per modificare l’esperienza sensoriale del passante, stimolando la vista e il tatto in un contesto solitamente sterile.

Quando vedo mia cugina G. fare pupazzetti all’uncinetto che poi diventano divertenti portachiavi, mi viene in mente che anche lei nel suo piccolo sta contribuendo ad una rivoluzione che dura da secoli, quella di rivendicare un ruolo, di mandare un messaggio, di riaffermare un’identità.  

E così di nuovo oggi, nelle mani di mia cugina, il filo cambia completamente di segno. Diventa, prima di tutto, un atto di libertà assoluta. Scegliere di dedicare il proprio tempo libero alla creazione di piccoli portachiavi significa sottrarre l’arte tessile a qualsiasi obbligo sociale, trasformandola in uno spazio intimo di decompressione, relax e pura espressione personale.

Allo stesso tempo, la decisione di non vendere queste creazioni, ma di farne dono alle persone che le sono vicine, scardina la logica puramente commerciale del nostro presente. In un’epoca dominata dalla produzione industriale di massa, dove ogni oggetto è identico a un altro e privo di anima, i manufatti di G. riacquistano quel “capitale culturale” e quel valore simbolico di cui parla la sociologia, ma lo fanno in chiave affettiva.

Regalare un portachiavi significa fare dono di qualcosa che non si può comprare, le ore di pazienza necessarie per realizzarlo, l’attenzione millimetrica per ogni singolo punto e la concentrazione silenziosa della mente, fanno parte del dono.

In questo modo, l’accessorio quotidiano si trasforma in un vero e proprio legame invisibile. Chi riceve il portachiavi non porterà con sé un semplice oggetto per le chiavi di casa, ma un pezzo unico, un’opera in miniatura che custodisce un pensiero affettuoso.

Ogni volta che quelle chiavi verranno prese in mano, il filato ricorderà a chi lo possiede l’esistenza di una rete comunitaria e di un legame umano. Lontano dalle imposizioni del passato e dalle logiche del mercato globale, questo passatempo dimostra che il filo, dopotutto, non si è mai fatto addomesticare, continua a connettere le persone, nei modi più diversi e curiosi che si possano immaginare.

Così alla fine, un semplice filo di cotone (o lana, o seta, o juta, o….) ha fatto più rivoluzioni di quante i patriarchi dell’Ottocento avrebbero mai potuto tollerare. Quello che era nato come il “social network” medievale per ostentare ricchezza, e che poi era diventato una sorta di arresto domiciliare dorato per le donne borghesi, ha finito per ribaltare il tavolo.

Grazie alla democratizzazione della matassina, ago e filo hanno smesso di essere un passatempo silenzioso per “signore perbene” e si sono trasformati in armi di distrazione di massa contro il cemento delle città e gli stereotipi di genere.

A ricordarci che oggi lavorare a maglia è l’esatto contrario di fare la calzetta ci pensa la sociologa moderna Joanne Turney nel suo libro dal titolo The Culture of Knitting, dove sostiene che sferruzzare e ricamare non sono più sinonimi di noia casalinga, ma veri e propri atti di guerriglia culturale e resistenza identitaria col sorriso sulle labbra. The Culture of Knitting è uno dei testi più importanti dei Fashion Studies e della sociologia della cultura materiale, poiché analizza per la prima volta il lavoro a maglia non come un semplice hobby domestico, ma come un complesso fenomeno sociale, politico e identitario.

Nelle mani di chi oggi ne raccoglie l’eredità, il filo smette così di ricamare destini imposti e binari sociali già tracciati, per farsi disegno autonomo di libertà, manifesto visivo di un’identità che si riappropria dei propri spazi e della propria voce. Questa metamorfosi trasforma un gesto un tempo confinato nel silenzio domestico in un atto di pacifica e dirompente ribellione grafica, capace di portare la vivacità cromatica dei filati a ingentilire la pietra fredda e il cemento geometrico delle nostre città, quasi a voler riscaldare la spersonalizzazione dell’arredo urbano.

In un presente frammentato e iper-connesso eppure profondamente isolato, la trama condivisa dell’usare filati diventa un’azione terapeutica e sociale, un modo per ricucire i legami recisi di una comunità smarrita che ritrova il senso della vicinanza attraverso la lentezza millimetrica del fare a mano.

Nel suo continuo e instancabile dipanarsi tra la memoria storica del passato e le urgenze espressive del presente, il filato ci sussurra che nessuna mano è mai davvero sola o impotente finché conserva in sé la pazienza e la forza di intrecciare un sogno, trasformando l’antico e universale rito del ricamare nell’arte più nobile, politica e poetica di tutte: quella di abitare il mondo e lo spazio pubblico, secondo le proprie e irriducibili condizioni.

Cover: Foto di PixelLabs da Pixabay

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patti smith, la provinciale del rock

Patti Smith, la provinciale del Rock

Patti Smith, la provinciale del Rock

In occasione del suo prossimo concerto al Circo Massimo, Patti Smith ha rilasciato un’intervista a Stefano Mannucci de Il Fatto Quotidiano, dove tra le altre cose parla dell’era dei barbari che la sua America sta attraversando per colpa di un “…re malato che si circonda di balocchi…” e che, in fin dei conti, rappresenta “…solo una piccola pedina del male …”. A questo proposito si dice molto orgogliosa che “… un chicagoano come me, Leone, contrasti Trump con una tattica moderna e astuta…”.

Ma quello che davvero colpisce dell’arzilla ottantenne del rock è questa consapevolezza che tutti, proprio tutti, viviamo in un mondo inevitabilmente, e paradossalmente provinciale: Patti pare volerci dire che ormai è il pianeta ad essere provincia, quasi a intendere che dovremmo allargare il nostro orizzonte rispetto a quanto fino ad oggi abbiamo considerato centro del mondo, anche del nostro proprio e personale mondo.

Come si sa il provincialismo indica una mentalità ristretta, un attaccamento a consuetudini locali o appartenenti a una certa cerchia limitata (egoista e privilegiata) di persone, comunità e popoli; una mentalità che rende incapaci di aprirsi a prospettive più ampie o cosmopolite se non proprio, appunto, globali.

Non avendo uno sfondo consolidato al quale contrappore la figura di un “provincialismo planetario” – a meno che non venisse provata, incontrovertibilmente, l’esistenza di civiltà extraterrestri come auspicato nell’ultimo film di S. Spielberg – per forza di cose dobbiamo riferirci a questo nostro intrinseco provincialismo di terrestri , conformisti e diffidenti gli uni verso gli altri e verso un altrove che non sia il proprio striminzito giardino.

Ad un certo punto dell’intervista la rocker confessa che non parteciperà – anche perché non invitata ufficialmente – al MEGA LIVE anti-Trump che si terrà in Maryland il prossimo 3 Ottobre.

Quel mega evento organizzato da Bruce Springsteen e Tom Morello ha un focus totalmente americano! E Patti Smith chiosa la questione con queste parole: “… io sono vista come un’artista controversa, coinvolta su priorità internazionali. I bambini che muoiono nelle miniere del Congo per i chip dei nostri cellulari. Il genocidio di Palestina, le bombe sul Libano. Le radici degli ulivi estirpate e bruciate, la terra riempita con il fosforo. Gli ospedali rasi al suolo…”.

In poche parole l’artista sembra dirci che non possiamo permetterci più di essere provinciali, anzi forse è proprio questo provincialismo planetario la causa di tanti mali perché “… se sei una madre, ciascuno di quei bambini è tuo figlio. Pensando a Gaza mi sono sentita divorata dalla colpa per il privilegio di poter fare il mio lavoro…”.

E dunque forse questo è il modo giusto di non cadere nella trappola pericolosa del primo dei due atteggiamenti provinciali: contrapporre all’orgoglio MAGA un evento che non sia per forza… MEGA, tanto per smontare il gioco perverso della corsa alla grandezza. È evidente che a un grande mega live intenzionato a scalfire l’arroganza della …provincia MAGA del mondo contemporaneo, verrà automaticamente innescata una risposta MEGA MAGA, in un gioco perverso di puerile revanscismo.

Dall’altra parte per combattere l’altra forma di provincialismo – quella che vuole convincere che nella propria provincia non accada mai nulla di nuovo – basterebbe ancora meno come ci suggerisce Patti Smith: ad esempio cominciare a credere che anche un nostro piccolo comportamento potrebbe stravolgere la nostra piccola zona di conforto fisico sociale e morale,  provando ad empatizzare davvero con la madre di un bambino del Congo e decidendo, per esempio, di non usare il telefonino per… una giornata intera.

Basterebbe questo: uno “sciopero social”, ben organizzato (magari fatto un venerdì) dove ognuna/ognuno decida di far tacere per una giornata intera la propria “voce”. Una semplice, banale, breve “direttissima live” che ci farebbe sentire vivi e sobriamente orgogliosi tutti noi, anche coloro che vivono nella più sperduta delle province del pianeta Terra.

Cover: Patti Smith immagine su licenza Wikimedia commons

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Caso Roggero. Non ci sono eroi: siamo solo un enorme cimitero di vittime

Caso Roggero.
Non ci sono eroi: siamo solo un enorme cimitero di vittime

Caso Roggero. Non ci sono eroi: siamo solo un enorme cimitero di vittime

La condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi per il duplice omicidio dei rapinatori chiude una vicenda giudiziaria, ma non chiude affatto la questione; anzi, apre una voragine.

Rappresenta la drammatica certificazione del fallimento del nostro tessuto sociale. Una storia in cui non ci sono vincitori né vinti: solo le macerie di una comunità sfilacciata, un enorme cimitero di vittime e l’ennesima fotografia di una collettività che ha smesso di proteggere, di ascoltare e di riconoscersi.

Da quando, all’indomani della sentenza, il video-appello di Roggero è diventato virale sui social, il dibattito si è immediatamente polarizzato, con l’opinione pubblica che si è subito raccolta nel solito copione: da una parte i giustizialisti che brandiscono il codice penale come una clava; dall’altra i paladini della legittima difesa a oltranza, Salvini in testa, che invocano la grazia per “l’eroe”, dimenticando che lo Stato che accusano di non tutelare i cittadini è lo stesso che governano. È la solita, sterile guerra di tifoserie che riduce una tragedia complessa a una rissa da bar.

Ma il punto, a mio avviso, è un altro.

La domanda non è se Roggero sia un eroe o un assassino. La magistratura ha già stabilito che nel momento in cui sparò i rapinatori stavano fuggendo e che, quindi, non ricorrevano più i presupposti della legittima difesa. Le sentenze si possono discutere, ma si devono rispettare.

La domanda davvero cruciale è: perché così tante persone continuano a sentirsi rappresentate da quell’uomo? Quale tipo di società produce cittadini che arrivano a convincersi di dover “fare lo Stato” da soli?

La risposta non riguarda solo Roggero. Riguarda tutti noi.

Viviamo immersi in quella che Bauman definiva società liquida: un mondo in cui i legami di appartenenza, solidarietà e fiducia reciproca si sono progressivamente dissolti. I valori condivisi che ci tenevano uniti e ci facevano sentire parte di una comunità sembrano essersi smarriti. O forse esistono ancora, ma abbiamo smesso di riconoscerli e di rimetterli al centro del nostro vivere comune.

In questo vuoto ha preso forma ed è cresciuto a dismisura quello che si può definire uno “statalismo senza Stato”: un sistema iper-regolamentato, saturo di norme, obblighi e procedure formali che sulla carta è ovunque, ma che nella percezione quotidiana è totalmente assente.

Lo Stato si presenta come un apparato esigente – quello che ci tassa, ci sanziona senza pietà e ci persegue se non ci allineiamo e non obbediamo al potere costituito – ma viene percepito sempre meno come comunità protettiva. Pretende obbedienza, ma non restituisce più cura, sicurezza e rassicurazione sociale.

Quando questo equilibrio si rompe, si rompe anche il patto sociale.

Ci si sente soli, fragili, insicuri.

Il vicino smette di essere un membro della mia comunità e diventa uno sconosciuto. E lo sconosciuto diventa un potenziale pericolo. Chi entra nel mio negozio può essere un cliente oppure un aggressore. Chi lo sa?

Così, piano piano, senza che ce ne accorgiamo, la fiducia lascia il posto alla paura. E quando la cultura della paura diventa il linguaggio dominante di una società, la conseguenza è quasi inevitabile: sostituire la giustizia pubblica con quella privata.

E, come nel perfetto copione di un film neorealista, questa vicenda va drammaticamente in scena. L’inseguimento in strada e gli spari alle spalle dei rapinatori in fuga non sono difesa: sono l’effetto collaterale del patto sociale spezzato e dell’isolamento che ne consegue. Il Far West che nasce quando il cittadino si sente abbandonato da un’istituzione esigente ma fantasma.

Chi oggi difende Roggero, molto spesso, non sta difendendo un duplice omicidio. Sta gridando qualcos’altro: “Non mi sento più protetto”. È un grido di vulnerabilità che merita di essere ascoltato, ma che non può in alcun modo essere legittimato. Perché nel momento in cui ciascuno di noi decide di sostituirsi allo Stato, è lo Stato di diritto stesso a cominciare a sgretolarsi. E con esso si indeboliscono le garanzie di tutti, anche degli innocenti.

In questa storia non ci sono vincitori. Non vincono i due rapinatori morti. Non vince Roggero, che a settantadue anni entra in carcere sinceramente convinto di essere vittima di un’ingiustizia. Non vince una società, che continua a dividersi tra “giustizialisti” e “giustizieri”, incapace di interrogarsi sulle ragioni profonde di questa frattura.

Perché questa vicenda non racconta soltanto la tragedia di un gioielliere, di tre rapinatori e delle loro famiglie. Racconta qualcosa di molto più grande: la storia di una società che ha smesso di riconoscersi come comunità, in cui la paura ha preso il posto della fiducia, e che continua a stupirsi quando cittadini lasciati soli finiscono per convincersi di dover fare lo Stato da soli.

Finché continueremo a dividerci in tifoserie, chiedendoci se Roggero sia un eroe o un assassino invece di interrogarci su come siamo arrivati fin qui, continueremo a perdere tutti.

Non ci sono eroi. Non ci sono vincitori. C’è soltanto un enorme cimitero di vittime.

C’è spazio per un’ultima domanda: Mario Roggero ha materialmente premuto quel grilletto. Più e più volte. Ma di chi era la mano invisibile che gli ha dato la forza, lo ha spinto a commettere tutto ciò?

Forse dovremmo ripartire da qui.

Cover generata dall’AI tratta da Pixabay

Invece della guerra. Metti la tua firma alla proposta di legge per una difesa civile nonviolenta

Invece della guerra.
Metti la tua firma alla proposta di legge per una difesa civile nonviolenta

Invece della guerra.

Metti la tua firma alla proposta di legge per una difesa civile nonviolenta

Occorrono 50.000 firme entro metà settembre. Mentre scriviamo siamo al 35%. Il tempo è poco, ma il traguardo è ancora possibile purché il consenso accresciuto nelle ultime settimane si moltiplichi ancora. Chiunque di noi può aderire, in meno di tre minuti, con SPID o CIE al link firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008. L’obiettivo è chiedere a chi ci governa di investire per la pace anziché per la guerra.

Una proposta di legge di iniziativa popolare

Non si tratta di una petizione come tante, né di sottoscrivere un atto di denuncia. La campagna “Un’altra difesa è possibile” porta avanti una proposta di legge di iniziativa popolare. Se le 50.000 firme ci saranno, la proposta dovrà essere incardinata al Senato e affidata alle Commissioni Affari istituzionali e Affari esteri e Difesa, dove i promotori saranno invitati alla presentazione ad apertura della discussione. La proposta, coordinata dal Movimento Nonviolento, è formulata da tre reti della società civile, la Rete Italiana Pace e Disarmo, la Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile e Sbilanciamoci, insieme per dire che più armi non significa più sicurezza.

Così, mentre le spese militari toccano vette mai raggiunte, e voci autorevoli chiedono alle popolazioni di prepararsi alla guerra (così in Francia, in diverse occasioni, ma non dimentichiamo che il Ministro Crosetto lavora per una riserva militare a più livelli, che ci prepara a maggiori investimenti per la difesa e, in ultimo, ci predispone alla guerra), le principali reti pacifiste e nonviolente si sono unite per proporre un’alternativa concreta nel rispetto della Costituzione:

  • il potenziamento del Servizio civile come istituto di difesa civile della Patria;
  • l’istituzione dei Corpi civili di pace, formati da personale preparato a intervenire nelle aree di crisi prima dell’escalation militare per svolgere attività di prevenzione dei conflitti, supporto ai civili e costruzione della convivenza;
  • il rafforzamento della Protezione civile, a difesa del territorio dalla devastazione ambientale e climatica;
  • la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo.

Il programma politico unificante della nonviolenza

«La Campagna “Un’altra difesa è possibile” è il programma politico unificante delle molte associazioni nonviolente, pacifiste, culturali, per il disarmo, la solidarietà, la cooperazione», ha dichiarato Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, alla conferenza stampa che si è svolta in Senato il 5 luglio scorso. «Rappresenta la continuità ideale di quel lungo cammino, iniziato da Aldo Capitini e Pietro Pinna, a sostegno dell’obiezione di coscienza come alternativa al servizio militare. Dopo oltre mezzo secolo, i tempi sono maturi affinché le istituzioni facciano propria la visione di don Lorenzo Milani: “le uniche armi che io approvo sono nobili e incruente”. L’obiettivo comune è la piena attuazione dell’articolo 52 della Costituzione in tema di difesa, alla luce dell’articolo 11 che ripudia la guerra: difendersi preparando la pace». Prosegue Valpiana: «La situazione internazionale è talmente grave che servono strumenti concreti per intervenire prima che i conflitti degenerino. Più firme raccogliamo e più la nostra proposta acquisterà forza. I partiti dovranno prendere una posizione, la società civile dovrà esprimersi e gli italiani dovranno decidere se preferiscono pagare per la guerra o per la pace.»

L’elemento più innovativo è rappresentato proprio dalla prevenzione della guerra attraverso i Corpi civili di pace, sulla falsariga del progetto formulato dall’europarlamentare Alexander Langer nel lontano 1995, più volte approvato dall’Unione Europea e mai attuato. Su questo l’Italia ha avviato una sperimentazione triennale attraverso il servizio civile internazionale. Ci sono voluti dieci anni per portarla a termine ma i risultati sono apprezzabili. Molto di più si potrebbe fare con una struttura permanente, un po’ come il Civil Peace Service della vicina Germania.

La proposta di legge non dimentica la questione della copertura finanziaria e prevede una opzione fiscale del 6×1000 affinché ciascun contribuente, al momento della dichiarazione dei redditi, possa contribuire direttamente alla costruzione di una difesa non armata.

Testimonial di valore sostengono la proposta

Diverse personalità dell’arte, della scienza e della cultura ci hanno messo la faccia. Tra i giornalisti e i comunicatori: Gad Lerner, Marco Damilano, Giulia Innocenzi, Nico Piro, Vittoria Iacovella. Tra gli intellettuali e i pensatori: Carlo Rovelli (fisico), Donatella Di Cesare (filosofa). Tra gli artisti, gli attori e i musicisti: Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Giulio Cavalli, Vinicio Capossela, Maria Pia De Vito, Franco Bassi, Mauro Biani. Tra le figure dell’impegno civile, umanitario e religioso: Cecilia Strada e don Luigi Ciotti.

Testimonial nazionali

Anche localmente, a Ferrara, molti cittadini e cittadine ci stanno mettendo la faccia.

L’impegno dei ferraresi

La logica di fondo è che, se davvero non si vuole la guerra, bisogna preparare la pace. Cioè investire, concretamente, su strumenti di pace, riconoscendo che non c’è niente di facile né di sicuro tranne poche cose: nessuna guerra ha mai fatto giustizia, nessuna guerra ha lasciato i paesi coinvolti in condizioni migliori di quelle iniziali, e le vittime sono ormai quasi esclusivamente civili inermi, che nulla hanno a che vedere con le supposte ragioni per cui si arriva alle armi.

Che cosa possiamo fare:

Cover: Manifesto della campagna per una difesa civile nonviolenta,  di Mauro Biani 

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L'universalismo egualitario cristiano offre un'alternativa alla globalizzazione capitalista

L’universalismo egualitario cristiano offre un’alternativa alla globalizzazione capitalista

L’universalismo egualitario cristiano offre un’alternativa alla globalizzazione capitalista.

Urgenza evangelica

Da Oltralpe arriva un’interessante provocazione per unire cristianesimo e radicalità politica, escatologia e anticapitalismo, fede e rivoluzione nonviolenta. Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista (Castelvecchi ed., 2026) è il nome del libro da poco uscito in Italia, traduzione del Manifesto del Collettivo Anastasis, con prefazione di Marcello Tarì.

Il Collettivo – composto perlopiù da giovani – nasce a Parigi nel 2022 per unire riflessione teorica e azione politica e ogni estate organizza il Festival des Poussiérs. Évangile et révolutions (Festival delle Polveri. Vangelo e rivoluzioni).
Sul proprio sito scrive: «Ovunque si manifesti veramente, il Cristianesimo contrappone la volontà di potenza alla follia evangelica della carità e il regno distruttivo del capitalismo a un universalismo egualitario che offre un’alternativa alla globalizzazione capitalista».

Il Vecchio Mondo e quello Nuovo

Il capitalismo si fonda innanzitutto sull’accumulazione di capitale, l’espropriazione di terra e ricchezza, e quindi sul profitto come furto legalizzato contro la collettività. «Conseguenza di ciò – è scritto nel libro – è la sottomissione dei rapporti sociali alla legge del mercato»: l’economia «domina tutte le dimensioni» dell’esistenza.

Il cristianesimo, al contrario, non può accettare questa cupidigia strutturale e legalizzata che nei secoli ha invaso l’intero pianeta: la comunione dei beni di produzione e di scambio rientra nella visione di un’umanità sempre più unita e fraterna; comunione che è anticipazione del Regno di Dio sempre veniente, già presente.

Se dunque la vocazione di ogni cristiana e cristiano è di «partecipare alla realizzazione di un Regno di Dio già all’opera nella storia» – Regno da intendere come comunione (pur imperfetta) già in essere con Dio e con ogni persona – allora anche la dimensione politica dev’essere illuminata da questa luce.

Centralità della persona e del suovolto” ( Levinas), dono di sé e lotta per una società giusta sono, quindi, i tre pilastri di questa visione “antica” (nel senso di originaria) e al tempo stesso originale. Una visione antitetica a quella ancora dominante ma in realtà vecchia, che impedisce appunto il sorgere di un mondo nuovo.

Oltre il conservatorismo e il moderatismo

Ma in Francia, come nel nostro Paese, molti cattolici si identificano o con la destra (più o meno estrema) o con una qualche posizione “centrista”, “moderata”. Grande illusione e grande mistificazione, quella del moderatismo, in quanto scambia la radicalità della critica e della posizione politica – a volte necessaria – con l’estremismo dell’atteggiamento, del metodo, dello stile.

Quest’ultimo è sempre da condannare in quanto impedisce il dialogo e l’incontro con l’altro; il primo, invece, è oggi “urgente”, nell’epoca delle crisi strutturali del sistema capitalistico, compresa quella ecologica, e dell’indifferenza e individualismo diffusi tra le masse.

E così, l’interclassismo è esso stesso da superare: un conto è il rispetto e la volontà di incontro nei confronti di ogni persona, un altro è legittimare posizioni di privilegio e dinamiche socio-economiche profondamente ingiuste.

Contro l’individualismo, nella gioia

Da un punto di vista antropologico, l’individualismo liberale non può quindi coincidere col personalismo cristiano: riconoscersi figli di Dio vuol dire che la mia libertà e la mia liberazione sono sempre incomplete se anche l’altro non è libero, non è capace di liberarsi.

La libertà della coscienza non può contrapporsi alla relazione con l’altro-da-me. Il monadismo borghese, invece, è intrinsecamente pessimista nel concepire la fine della libertà dell’uno solo dove inizia quella dell’altro. Da qui, la critica radicale da parte del Collettivo Anastasis dei progetti di legge sul suicidio assistito, espressione di un egoismo e di un culto della prestazione e della potenza tipico di una società fondata su profitto e competizione. «Lo scandalo evangelico – invece – consiste proprio nel mettere su un piedistallo gli impuri e gli esclusi, nel proclamare la loro bellezza», «nella costruzione di una gerarchia inversa che glorifica gli umili».

La liberazione che porta Cristo è innanzitutto liberazione da ogni idolo – che sia una cosa, una persona, una struttura di potere, un’idea. E in quanto liberazione integrale, rende possibile una comunione non vissuta come privazione ma come libertà nella gioia: dobbiamo «contrapporre – scrivevano Hardt e Negri in Impero – la gioia di essere alla miseria del potere». È possibile, dunque, anche in politica vivere «una gioia profonda», per citare il Collettivo Anastasis: «quella di una preghiera che si fa gesto, di un gesto che diventa preghiera». Secolo e sacro così si possono incontrare nella carne degli ultimi e dei penultimi, dei «sofferenti, impediti, sbaglianti, colpiti, annientati» (così li chiamava Aldo Capitini).

10, 100, 1000 Reti LILLIPUT

I cristiani, assieme alle donne e agli uomini «di buona volontà», animano già piccole comunità dal basso che formano «una costellazione di luoghi unici» (così la chiama Anastasis) dove vivere già un’anticipazione di un mondo diverso. “Un altro mondo è possibile” era lo slogan che 25 anni fa risuonava nelle strade di Genova, delle città e delle periferie di tutto il mondo. Oggi più che mai c’è bisogno di un nuovo movimento globale di lotta e d’alternativa, fatto di tante Reti Lilliput: un poliedro – per dirla con Papa Francesco -, che rifletta «la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii Gaudium, 23〉.

Cover: Arcobaleno – https://www.publicdomainpictures.net/it/

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Uno anche per me

Per certi versi / Uno anche per me

Uno anche per me

Mi piacerebbe indossare una gonna

Permettere al vento di salirmi le gambe

 

Mi piacerebbe un abbraccio

di sale e corallo

Un pegno di stella marina

 

Mi piacerebbe posare la testa sulla sabbia

Lasciarle la forma del mio nome

Una conchiglia da stringere

Una marea che attende i miei passi

 

Mi piacerebbe un amore…

Uno anche per me

 

(Da Nei titoli di coda, Editrice Il Leggio, 2022)

 

In copertina: Foto di CreativeInspiration da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Le speranze della Sinistra Laburista

Le speranze della Sinistra Laburista

L’ascesa di Andy Burnham alla guida del governo britannico ha riacceso le speranze della sinistra del Partito Laburista, che guarda al nuovo primo ministro come a un possibile punto di svolta dopo anni di tensioni interne e di spostamento verso il centro politico.

Durante la leadership di Keir Starmer, molti esponenti della sinistra laburista avevano criticato l’abbandono di alcune delle tradizionali battaglie del partito, dalla maggiore presenza dello Stato nell’economia agli investimenti nei servizi pubblici, fino al rapporto con i sindacati. La nuova leadership di Burnham viene quindi osservata con grande attenzione, nella speranza che possa inaugurare una stagione più inclusiva e meno conflittuale all’interno del Labour.

Uno dei principali obiettivi della corrente di sinistra è il superamento delle divisioni che hanno segnato il partito negli ultimi anni. Burnham ha più volte dichiarato di voler ricostruire l’unità del Labour e ristabilire un dialogo costruttivo con tutte le sue componenti, comprese quelle che si erano sentite marginalizzate durante la precedente leadership.

Sul piano economico, la sinistra auspica un rafforzamento degli investimenti pubblici, una maggiore tutela dei lavoratori e un ruolo più incisivo dello Stato nei settori strategici.
Pur riconoscendo che Burnham non propone il programma radicale sostenuto negli anni di Jeremy Corbyn, molti vedono in lui un leader più sensibile ai temi della giustizia sociale, della riduzione delle disuguaglianze e del rilancio dei servizi pubblici.

Grande attenzione è rivolta anche ai rapporti con il movimento sindacale. Burnham, forte della sua esperienza amministrativa come sindaco della Grande Manchester, ha costruito negli anni un dialogo costante con le organizzazioni dei lavoratori. La sinistra laburista spera che questo rapporto si traduca in politiche più favorevoli ai diritti dei dipendenti, al rafforzamento della contrattazione collettiva e al miglioramento delle condizioni di lavoro, rafforzi i diritti dei lavoratori.

Resta a casa, salva vite umane – Servizio Sanitario Nazionale (NHS) di Londra, 4 aprile 2020 durante la pandemia (Wikimedia Commons)

Grande attenzione è rivolta anche al futuro del National Health Service (NHS), il sistema sanitario pubblico del Regno Unito. Per molti parlamentari progressisti il sistema sanitario britannico necessita di un piano straordinario di investimenti, accompagnato da un rafforzamento del personale e dalla riduzione delle liste d’attesa. Analoghe aspettative riguardano il rilancio dell’edilizia popolare, il sostegno agli enti locali e una strategia industriale capace di creare occupazione qualificata nelle regioni più colpite dalla deindustrializzazione.

Anche sul piano istituzionale esistono aspettative significative. Burnham è da tempo sostenitore della riforma  istituzionale per il decentramento dei poteri e favorire una maggiore autonomia per le amministrazioni locali. La sinistra considera questa impostazione uno strumento per rendere più efficaci le politiche sociali e una maggiore devoluzione delle competenze viene considerata uno strumento per ridurre gli squilibri territoriali e favorire politiche più vicine alle esigenze delle comunità.

Non mancano tuttavia le cautele: il nuovo primo ministro dovrà confrontarsi con una situazione economica complessa, con vincoli di bilancio e con la necessità di mantenere la fiducia dei mercati finanziari. Resta quindi forte la consapevolezza dei limiti entro cui il nuovo esecutivo dovrà operare. La crescita economica ancora debole potrebbe restringere il margine d’azione del governo.

La sfida di Burnham sarà proprio quella di conciliare ambizione riformatrice e responsabilità di governo.

Sul fronte europeo, la sinistra laburista guarda con favore all’orientamento del nuovo primo ministro. Burnham sembra intenzionato a rafforzare la cooperazione con Bruxelles in materia di commercio, sicurezza, ricerca scientifica, transizione energetica e difesa.  Molti deputati e dirigenti del partito ritengono che il Regno Unito abbia bisogno di una relazione più stabile con l’Europa per rilanciare la crescita economica, attrarre investimenti e affrontare sfide comuni come la sicurezza energetica, la politica industriale.

La gestione del conflitto a Gaza ha provocato profonde fratture all’interno del Labour. Burnham ha riconosciuto che il partito «non ha gestito nel modo migliore» la crisi di Gaza e. Ha manifestato apertura a un aumento delle pressioni diplomatiche su Israele.

La sinistra laburista auspica che il nuovo governo sostenga con maggiore convinzione il cessate il fuoco permanente, l’incremento degli aiuti umanitari, il pieno rispetto del diritto internazionale e il riconoscimento dello Stato di Palestina nell’ambito della soluzione dei due Stati.
Sul Libano, l’orientamento prevalente appare quello di sostenere ogni iniziativa internazionale volta alla de-escalation del conflitto, rafforzando il ruolo della diplomazia britannica insieme ai partner europei e alle Nazioni Unite.

Su Polymarket la probabilità che lasci Burmham l’incarico entro il 31 dicembre 2026 è intorno al 10%. I mercati finanziari hanno reagito in modo relativamente tranquillo, anche grazie ai messaggi del nuovo primo Ministro di continuità sul rispetto delle regole fiscali.  Tuttavia, gli investitori, tuttavia, restano in attesa delle prime decisioni economiche e del bilancio, che saranno il vero banco di prova della sua credibilità.

Cover: Regno Unito, manifestazione  del sindacato Unite the Union – foto su licenza Patria Indipendente 

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Un museo sbagliato: anche l'opuscolo tradisce Marfisa D'Este

Un museo sbagliato: anche l’opuscolo tradisce Marfisa D’Este

Un museo sbagliato: anche l’opuscolo tradisce Marfisa D’Este

Molto è stato detto sul restauro e nuova sistemazione  della palazzina di  Marfisa, dopo la distruzione dell’allestimento Barbantini compiuta dall’attuale, incompetente, amministrazione ed eseguita da funzionari consenzienti.
Qualche cosa ancora si può notare…

Nella visita alla Palazzina gentilissimo personale distribuisce una Guida del Museo, sia in italiano che in inglese.

Uno primo sconcerto è provocato dalla immagine in copertina. La didascalia spiega: Mario Capuzzo , Ritratto di nobildonna (Marfisa d’Este) 1938.

mario capuzzo, marfisa d’este, ferrara, palazzina di marfisa

Si tratta di una informazione (volutamente?) incompleta e frastornante. Nel 1938 Alfonso Lazzari ritrova a Mantova un ritratto di dama che sostiene essere quello di Marfisa. “Si direbbe che, per virtù di un fato benigno, nel tempo stesso in cui Ferrara, per opera del suo maggiore Istituto di credito e del suo benemerito Presidente, On. Sen. Pietro Niccolini, si apprestava a ridonare alla Palazzina di Marfisa l’antico decoro, sia emersa dalle tenebre dell’oblio anche l’immagine della celebre principessa estense.”

L’invenzione di Lazzari si inserisce nel sistema di adattamenti, vere e proprie falsificazioni, che senza remore vengono adottate nell’allestimento della Palazzina. Cito il Ritratto di Livia Martinengo  dal quale viene cancellata la scritta identificativa;
la copia del Carro del Sole di Palazzo Te a Mantova che diviene Il viaggio di Fetonte;
lo smembramento della copia della Battaglia delle Amazzoni di Rubens che, tagliata, viene inserita in cornici alla sansovina col titolo generico di battaglie.

Il presunto ritratto di Marfisa viene prestato da Mantova in occasione della inaugurazione della Palazzina, prima della restituzione, ora in Palazzo Ducale, viene commissionata al pittore Capuzzo la copia che ora campeggia nella copertina dell’opuscolo e che si ritrova nella sala.  .

Non di Marfisa si tratta ma della copia da un ritratto del pittore fiammingo Antonhis Mor (1517-1577); la maggior parte della critica propone di riconoscervi il Ritratto di Louise de Lorraine (1553-1601) moglie di Enrico III e regina di Francia dal 1575 al 1589.

Ovviamente nessun legame con Ferrara, il pittore non fu mai in Italia, Se ne vedano gli estremi nel Catalogo generale del Palazzo Ducale di Mantova (2011)

Forse un cenno doveva essere fatto. Una Guida al Museo dovrebbe dare notizie utili alla conoscenza delle opere e dei criteri e delle ragioni dell’allestimento, Nulla di tutto questo.

Si tace, perché?, sulle motivazioni politiche che indussero il fascismo ferrarese e il suo capo Italo Balbo, a volere fortemente, nonostante molti consiglieri della banca finanziatrice optassero per un’opera di beneficenza,  il restauro della Palazzina sino al mutamente dell’iniziale destinazione da museo lapidario a quella di dimora estense: epoca in continuità della quale il nuovo regime si richiamava sotto la guida del ‘Novecentissimo Astolfo’.

Nulla si dice delle ragioni critiche che hanno portato a ridurre il nuovo ordinamento a sede staccata dei musei civici.
Se ne parla come se fosse il naturale proseguimento ed ampliamento del disegno iniziale. Barbantini aveva invece scritto: “D’altronde è pur vero che la Palazzina per le accennate caratteristiche dei suoi locali manca dei requisiti indispensabili per costituire la sede di un museo.” (1938).

L’intervento ricostruttivo dei pittori Giuseppe Mazzolani (1842-1916), Enrico Giberti (1881- ?), Augusto Pagliarini (1872-1960) andava evidenziato perché, intervenendo sulle modeste tracce sopravvissute della bottega dei Filippi, questi autori seppero esprimersi con arguzia ed ironia pur mantenendo coerenza con il tessuto originario. Perché non dire che gran parte della decorazione pittorica è opera loro?

Enrico Giberti, Diana

Parlando di Marfisa e le arti era necessario uscire dalla genericità di elenchi di nomi per citare qualche opera; ricordo che la tradizione voleva che nella loggia fosse stata rappresentata per la prima volta l’Aminta del Tasso, del poeta sono numerosi i sonetti in lode di Marfisa: almeno uno poteva essere riprodotto. Non supplisce una voce recitante. Cito:

Torquato Tasso, Loda la Signora Donna Marfisa d’Este Cybo, marchesa di Carrara:
“Ha gigli e rose ed ha rubini ed oro / e due serene stelle e mille raggi / il bel vostro purpureo e bianco viso: / onde sua primavera è ‘l suo tesoro // e gemme i vaghi fiori e lieti maggi / lucide fiamme son di paradiso: / ma ‘l più bel pregio è la virtù de l’alma / ch’è di se stessa a voi corona e palma. // La natura v’armò, bella guerriera, / e strali sono i guardi e nodi i crini, / e le due chiare luci ambe facelle :/ e’n vostro campo è ne la prima schiera // l’onor, la gloria, e stanno a lor vicini / gli alti costumi e le virtuti anch’elle: / ed un diaspro intorno il cor v’ha cinto, / e voi sete la duce, Amore il vinto. ”

Marfisa: ‘bellatrix virgo’

Nella ‘Sala dei Banchetti’ la scena che segue alla gara fra Apollo e Pan e suo proseguimento non è Apollo che scortica Marsia ma che scortica Tmolo,  il quale aveva avuto l’ardire di dare la vittoria a Pan. Un tipico errore da semicolti.

Trovo futile continuare ad inseguire, nelle pagine della Guida (?), omissioni, lacune, notizie monche, incertezze. Registro che in nessuna parte vi sono nuove acquisizioni critiche, nuovi dati documentari: le attribuzioni e le identificazioni riproducono quanto era già apparso in letteratura; penso che gli estensori si siano rifatti, senza citarlo, al bel volume, dedicato alla Palazzina, curato da Anna Maria Visser Travagli nel 1996.

Si pone, a questo punto, un problema di etica professionale; gli autori (taccio i quattro nomi) non pongono, in chiusura del volumetto, alcuna indicazione bibliografica: un modo per fare intendere al lettore che tutto quanto appare nelle oltre trenta pagine è frutto di autonoma ricerca. Come abbiamo visto così non è; nulla vi è di originale: volersi rivestire di panni non propri non è un bell’esempio di comportamento professionale.

La pubblicazione è un maldestro e goffo tentativo di giustificare un intervento di restauro almeno opinabile; di accreditarsi come competenti specialisti attivi nel settore.

Volutamente mi limito all’esame della Guida; tralascio ogni considerazione sull’allestimento sul quale mi sono già espresso in altra sede.

Per completezza di informazione, a sostegno,  aggiungo una essenziale bibliografia, ordinata cronologicamente:

 

Bibliografia:

Nino Barbantini, La poesia del sonno, Ferrara 1905

Nino Barbantini, Per la Palazzina di Marfisa, Ferrara 1908

Giuseppe Agnelli, Omaggio a Marfisa d’Este, Faenza, Fratelli Lega editori 1938

Italo Balbo, Il volo di Astolfo, Ferrara 1938

Nino Barbantini, Il restauro della Palazzina di Marfisa, Ferrara, 1938

  1. Bombardi, Tre secoli di leggenda. Marfisa da Este Cybo ultima principessa d’Este a Ferrara, Ferrara 1938

Alfonso Lazzari, Il ritratto di Marfisa d’Este, Faenza, Fratelli Lega editori 1938

Gualtiero Medri, La palazzina di Marfisa, Ferrara 1938

Torquato Tasso,Opere a c. di Bruno Maier, Milano, Rizzoli editore v. I 1963 p. 945

Ranieri Varese, Ferrara. Palazzina Marfisa, Bologna, Calderini 1980

Palazzina di Marfisa d’Este a Ferrara. Studi e catalogo a c. di Anna Maria Travagli Visser, Ferrara, Fondazione Cassa di Risparmio 1996

Gian Ludovico Masetti Zannini, Marfisa da Este Cybo. ‘gentil fu da che nacque’, Ferrara, Este edition 2008

Stefano Occaso, Museo di Palazzo Ducale di Mantova. Catatlogo Generale delle collezioni inventariate: dipinti fino al 19. secolo, Mantova Publi Paolini 2011

Ranieri Varese,  Attorno a Nino Barbantini e alla Palazzina di Marfisa d’Este “Artes. Periodico annuale di storia delle arti” n. s. 2024 I pp. 133-150

Palazzina Marfisa d’Este. Guida al Museo, Ferrara, Musei d’Arte Antica 2025


Leggi su Periscopio gli altri interventi di Ranieri Varese sul
la Palazzina di Marfisa D’Este:

Palazzina Marfisa d’Este, un patrimonio da non dilapidare

Attorno a Nino Barbantini e alla palazzina di Marfisa d’Este: un patrimonio da non dilapidare

Restauro e riallestimento Palazzina di Marfisa d’Este. Osservazioni

Cover: Scuola dei Filippi, Ritratto di Marfisa d’Este bambina (particolare), Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este

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Presto di mattina. Il portatore d'acqua

Presto di mattina /
Il portatore d’acqua

Presto di mattina. Il portatore d’acqua

Con l’edizione del Quaderno n. 58 del Cedoc SFR dal titolo Il portatore d’acqua, si realizza un desiderio, quasi una promessa fatta a me stesso molto tempo fa, quella di far conoscere in parrocchia il libro di Evgenia Markowa, Le porteur d’eau, tradotto dal polacco da Bouzinac-Cambon, (Le Roseau d’or), Librairie Plon, Paris 1931 ed ora in italiano da Gabriella Lega Baldini Petrucci. Presi i contatti con la casa editrice Plon abbiamo avuto il permesso di poterlo tradurre e farlo conoscere in parrocchia.

Leggere questa storia è stato per me come entrare in un quadro di Marc Chagall e dimorare in esso respirando il soffio della grazia, sollievo in un mondo soffocato da disgrazie, toccando la consistenza e fedeltà dell’amore esiliato e nascosto nei luoghi del disamore umano.

Questo racconto, come i quadri di Chagall, narra di personaggi piccoli e grandi, dove i piccoli vengono innalzati e i grandi abbassati a misura del loro amore; sullo sfondo una ricca trama di sentimenti e affezioni cangianti: inquietudini e speranze, fortune e gioie perdute e ritrovate.

Una storia che apre un mondo

La storia è ambientata in luoghi segnati da profonde differenze sociali, fra poveri villaggi e, sullo sfondo, un altro mondo, i giardini e il palazzo del conte. Il testo è tessuto di immagini e colori, di paesaggi cupi o rasserenanti, gelidi o in fiore, percorso da una poetica mischiata al fiabesco e di sogni intrecciati di preghiere.

Il racconto ha lo stesso slancio di un balzo in aria, di un sorvolo sul mondo e le sue vicende, proprio come nei personaggi di Chagall: una storia che racconta di gioie e di dolore, di angosce e speranze, ed ha i tratti e le caratteristiche che Chagall riteneva fondamentali in un quadro per essere chiamato tale: «Un quadro deve fiorire come qualcosa di vivo. Deve afferrare qualcosa di inafferrabile: il fascino e il profondo significato di quello che ci sta a cuore» (Sogno di una notte di Natale, a cura di C. Gatti, Interlinea, Novara 2018, 4a di copertina).

Appresi del libro leggendo il Diario di Romano Guardini (Appunti e testi dal 1942 al 1964, Morcelliana, Brescia 1983) che si mostrava profondamente affascinato da questo racconto tanto da riprenderne la lettura molte volte.

Così egli scrive il 10 luglio 1953: «Mi è capitato in mano di nuovo Le Porteur d’eau di Eugenia Markowa. È apparso nel 1931 nella collana Le roseau d’or, edita da Jacques Maritain. L’Autrice dev’essere una polacca. Speriamo che negli anni oscuri non le sia successo niente. Mi ha inviato il libro, che mi ha affascinato. Quante volte l’ho letto! Viene dalla corrente del Chassidismo e quando lo leggo comprendo Marc Chagall. Ho la sensazione che lo dovrò tradurre» (Diario, 79).

Per Guardini il libro della Markowa non era solo un testo letterario ma vi leggeva l’espressione della mistica chassidica, un romanzo ambientato nei luoghi della cultura ebraica dell’Europa orientale, in uno shtetl, villaggio ebraico, prima della Shoah, espressione di quella spiritualità che vedeva la grazia all’opera nascosta tra le pieghe della vita quotidiana e la santità come esercizio di ospitalità, nascosta negli umili e in quelli da nulla, disprezzati agli occhi degli altri. Tra loro l’eletto; in questi piccoli, infatti, è il mistero che si rivela come veggenza, guarigione, consolazione, gioia.

L’autrice della storia Eugenia Markowa (1985-1973) superò gli anni oscuri ricordati da Guardini; fu una memorialista e scrittrice polacco-ebraica legata all’ambiente artistico della Parigi tra le due guerre.

Nel 1919 sposò lo scultore e pittore Marek Szwarc e si trasferì con lui a Parigi, entrando nell’ambiente della bohème di Montparnasse e nel circolo degli artisti ebrei dell’Ecole de Paris.

Herchélé, con l’acqua un portatore della gioia

Il libro racconta la storia di Herchelé Ber, un povero e semplice portatore d’acqua ebreo che viene, suo malgrado, trasformato in una figura di taumaturgo o santo dalla gente.

Egli è consapevole della sua nullità e cercherà sempre di sottrarsi sia a coloro che lo consideravano uno zaddik, un giusto, sia a quelli che lo ritenevano un impostore. Egli proverà sempre a nascondersi dalla gente, ma gli avvenimenti che gli accadono lo spingeranno sempre fuori dai suoi nascondigli, mettendolo di nuovo in gioco come veggente nel prevedere situazioni, ritrovare cose smarrite, guarire e consolare le sofferenze delle persone, pacificare i litigi e sanare le violenze.

Da portatore d’acqua diviene così suo malgrado portatore della grazia, scintilla luminosa di redenzione nell’oscurità che lo circonda. E così sempre più si abbandonerà al mistero di una Presenza ineffabile, segreta che tutto lo abbraccia.

Figura tragica e graziosa insieme, fragile e resistente, Herchelé vive una profonda sintonia con la creazione che geme nelle doglie di un parto, ma sempre rigogliosa nei suoi germogli, così immerso nella natura da essa viene trasfigurato e diviene testimone sempre più consapevole, per sé e per gli altri, della diafania, il mistero di Dio nelle tenebre del mondo.

Il racconto non va dunque letto come una storia folkloristica, ma come una parabola spirituale della trascendenza che si fa strada nell’immanenza di un mondo in cerca di salvazione. Un mistero di amore che si manifesta e agisce nelle vicende umane attraverso la purezza del cuore e la fiducia dei semplici, dei poveri, degli esclusi.

 Un piccolo cervo, forte come un orso

L’uso del doppio nome del protagonista, Herchelé Ber, non era usanza comune nelle comunità ebraiche dell’Est Europa e ne rivela la natura e la vocazione. Herch-elé (diminutivo yiddish di Hersch) significa “piccolo cervo” che unito a Ber in tedesco “orso” dice, ad un tempo, l’aspetto spirituale, la tensione verso l’alto e la fisicità e la resistenza necessaria per sopravvivere alla povertà e al lavoro pesante: una duplice polarità che integra differenti caratteristiche in un’unica personalità.

Il nome è una chiave di lettura: dice che il protagonista è un uomo che ha la grazia nel cuore, fragile e spirituale, agile in umanità proprio come il cervo. Ma ha pure la robustezza di un orso che rappresenta la forza, la resistenza, la protezione.

L’uomo, la sua umanità e il mondo in cui vive nella visione antropologica di Guardini si formano, si comprendono a partire da differenti polarità, da elementi diversi ma non escludenti: non l’uno senza l’altro, caratteri opposti che si richiamano e si completano a vicenda.

Tra due mondi

Una profonda comunione unisce Herchelé a tutte le cose, e nel nascondimento egli diviene capace di unire i mondi spirituali:

«Herchelé era andato a nascondersi nella foresta. Dormì a lungo sdraiato sull’erba profumata riscaldando attraverso i suoi stracci la schiena al sole. Al buon sole generoso. Poi errò nella macchia. Abbassandosi, raccoglieva con le sue grosse dita, simili a zampe, con infinita delicatezza i mirtilli e gli altri frutti del bosco. Accovacciato, spiava i segreti delle piante. Gli sembrava di essere piccolo e di potersi nascondere sotto l’ombrello verde delle felci. Le erbe erano bagnate di rugiada. Mentre curiosava raso terra, gli giunse il delizioso respiro degli alberi» (I testi tra « » parte della storia).

Si legge ancora nel testo: «Gli occhi chiusi, ascoltava il canto del primo uccello. Il trillo sottile vibrava, come un filo teso sfiorato dal dito. Si allontanava da Herchelé e si avvicinava. Anche lui diventò questo canto. Era lui ad essere seduto su un ramo tremolante e che scaldava le sue piccole ali al sole spiegandole e scuotendo la rugiada. Era lui il cui piccolo cuore affondava nel mistero della notte e allo stesso tempo nel rosa dell’aurora».

Il Messia viandante nel mondo

Herchelé Ber come ogni zaddik/giusto sa di essere piccolo e inadeguato, sa che non può nulla da sé stesso; egli tutto attende dalla grazia dell’Altro che accoglie nel suo piccolo cuore. Egli affonda nel mistero della notte e al tempo stesso viene rialzato e guidato verso la luce da una presenza latente e scintillante ad un tempo, quella del Messia che nella mistica del Chassidimo vaga per il mondo, intento a raccogliere le scintille di luce nascoste in esso per far progredire il bene a fianco dei giusti e così affrettare il giorno della salvezza.

Nel racconto il Messia è raffigurato con le sembianze di un Adolescente: «appariva all’improvviso, si ergeva nello spazio, poi spariva senza rumore… era vestito di lana bianca. A ognuno dei suoi movimenti, delle grandi pagliuzze d’oro scintillavano sul suo vestito attillato e danzavano volteggiando nell’aria come pezzetti di sole».

Di questo Herchelé aveva piena consapevolezza: «Era lui che l’Adolescente aveva condotto attraverso sentieri tortuosi fino all’albero indicato… In verità, Herchelé non saprebbe niente da solo. Piccolo uccello non sa niente. È l’Adolescente che gli ha detto tutto, mostrato tutto».

Nell’ospitalità al povero si rivela l’ospitalità di Dio

Il Giusto trae la sua forza di giustizia dai dolori, dalle sofferenze e dalle angosce della vita di questa terra, dicevano i Maestri, e ricordavano che ci sono dieci giusti sulla terra in ogni generazione, ed hanno tre caratteristiche: l’amore della Parola di Dio, l’amore della sua volontà e l’amore per tutte le creature.

Una volta incontrò un vagabondo che si rivelò essere portatore della divina Presenza e del suo dono: «Uno di questi vagabondi portato a casa da Herchelé si lamentava molto del suo sfinimento dovuto a lunghi percorsi, delle pietre che gli ferivano i piedi nudi, della fame ostinata che lo inseguiva ad ogni crocicchio; si lamentò così tanto che Herchelé lo riempì di regali. Quando fu scomparso dietro la porta, Braïné, la moglie, scorse accanto al piatto di Reb Herchelé un grosso anello con un sigillo magnifico. Si lanciò fuori, corse dietro al vagabondo nella strada buia, ma non ne trovò traccia».

Così anche Herchelé, facendosi ospitale e condividendo una umanità senza difesa, segnata dal dolore, provata dalla miseria si ritroverà ad ospitare la stessa Shekhinah in esilio tra gli uomini e ad essere dimora della Dimora, questo il significato del nome con cui si indica la presenza nascosta di Dio nel mondo, spogliata della sua gloria, sofferente e povera.

Una donna coperta di stracci: la Shekhinah in esilio tra gli uomini

Nel racconto è raffigurata come una donna coperta di stracci, che però gli sorride liberandolo da tutto ciò che lo rendeva ancora inautentico e facendogli provare una felicità smisurata: «In questi momenti di rapimento la sua felicità era infinita. Immobile e senza desideri si immergeva nella luce. La serenità appianava tutte le sofferenze che ad ogni passo egli incontrava».

La Shekhinah dimora anche nei giorni più bui, nei tempi più cupi e tragici: «Il giorno era gelido e senza sole. Herchelé era ormai abbastanza lontano dalla sua casa quando davanti a lui apparve una donna coperta di stracci. Non l’aveva vista subito. Forse veniva dalla foresta lungo la quale camminava. La donna si fermò e sembrò aspettarlo. Più egli si avvicinava, più la donna, coi suoi stracci, gli appariva miserabile. La donna rimaneva silenziosa, come una muta. Grosse lacrime scendevano dai suoi occhi, una ad una. Herchelé si girò, non vide nessuno. Si accovacciò e cominciò a togliersi le scarpe. La donna aspettava. Quando alzò la testa, la vide seduta nell’aria come in una poltrona.

Lei stessa tese a Herchelé i piedi nudi, arrossati e feriti dal freddo. L’alluce si muoveva, impaziente. Con delicatezza Herchelé le mise i piedi nei suoi grandi stivali che, tra le sue mani, diventavano leggeri come velluto. Si tolse la sciarpa di lana e coprì come poté le braccia mezze nude della donna.

Solo allora udì il suo sorriso. Non aveva mai visto niente di simile. Quel sorriso lo riscaldava e lo attraversava, lo staccava da tutto ciò che non era lui. Herchelé avrebbe desiderato esprimere la sua felicità senza limiti. Voleva togliersi la levita (la casacca) donare tutto. Ma ecco che la donna si allontanò leggera, come se scivolasse, girata verso di lui. Herchelé cadde sulla terra coperta di ghiaccio e ne baciò le dure asperità».

Nelle tue mani m’affido

Il racconto rivela tutte le dinamiche di confine tra fede e incredulità, velamento e svelamento delle realtà più profonde. Herchelé è messo continuamente alla prova con la richiesta di nuovi segni e prodigi per provare se egli sia veramente un inviato di Dio e, senza che se ne accorga con la sua semplicità umile, supera tutte le prove cui è sottoposto, confermando che il giusto, pur nelle trame e insidie degli uomini, resta affidato alle mani di Dio. Alla fine morente con voce che si spegneva, scandì le sillabe: «Sei tu che vieni, Adolescente?… Tu vieni a me. E io mi affido alle tue mani…».

Il testo è scaricabile nel sito della parrocchia di SFR (Santa Francesca Romana) di Ferrara:
http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad58.pdf

Il testo cartaceo è acquistabile o pressoL’Eliotecnica”, via Saraceno, 110-120, Ferrara.

Cover: Foto di Julia Schwab da Pixabay

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