Skip to main content

Impariamo ad attraversare la notte

Impariamo ad attraversare la notte

Cari amici,

Per quasi trent’anni Ferrara è stata la mia seconda casa. In quel periodo la mia residenza principale era sempre Monaco di Baviera, ma ogni volta che potevo andavo a Ferrara.

Ho anche scritto alcuni articoli per “Periscopio” (precedentemente “Ferraraitalia”). Negli uffici della redazione ho anche partecipato alcune volte a conferenze Zoom con membri di “Reporter senza frontiere” e dell’ONG di Monaco “Giornalisti aiutano giornalisti”, di cui coordino con altri amici i progetti di aiuto a giornalisti in regioni di guerra e di crisi in tutto il mondo. Purtroppo il numero di queste regioni non è diminuito negli ultimi anni.
Desidero ringraziare di cuore la redazione di “Periscopio” per la collegialità e la solidarietà dimostrate.

Non sono pessimista e confido nella forza delle persone che oggi in Italia, in Germania, in tutti i paesi europei e anche in tutto il mondo si oppongono all’autoritarismo e al militarismo in ogni sua forma. Purtroppo, però, bisogna riconoscere che ci aspettano tempi bui e “ci aiutano coloro che hanno imparato ad attraversare la notte” (Ernesto Sabato, scrittore argentino).

Questo motto della nostra ONG “I giornalisti aiutano i giornalisti” è forse un buon motto anche per ‘Periscopio’. Spero che potremo rimanere in contatto in questo senso.

Addio Ferrara bella, la nostra seconda patria, dove ho incontrato amici meravigliosi rappresentanti di un Italia che amiamo.

Carlo

In copertina: Ferrara di notte, la città medievale –  immagine da Paesi on line

Parole a capo
Roberto Dall’Olio: Poesie per Tequila, una gatta speciale

Parole a capo <br> Roberto Dall’Olio: Poesie per Tequila, una gatta speciale

“Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza far rumore.”
(Ernest Hemingway)

 

Quando si dice che la poesia non si fa racconto quotidiano, viaggia troppo in alto, guarda troppo lontano, ci si sbaglia di grosso, il ricordo ci cade addosso e ci invita a rimboccarci le parole.
Roberto Dall’Olio m’ha donato questo libriccino che parla di sé, di momenti di vita quotidiana tra le mura domestiche intrecciati con quelli di Tequila, la “sua” gatta nera.
Il virgolettato é d’obbligo quando si parla di gatti. Sono anarchici per natura, indipendenti, affettuosi quando vogliono loro, un po’ ruffiani e utilitaristi.

Quando abitavo in un pezzetto di campagna, dentro la periferia di una piccola città (una Ferrara a caso), hanno frequentato la mia casa numerosi gatti. Siamo arrivati a tredici o forse più. In gran parte trovatelli, qualcuno portava i segni di lotte, scontri cruenti per la conquista o difesa del territorio.

Ricordo Fumino, senza un occhio, che si faceva accarezzare raramente, poi c’era il grande gatto saggio, dal pelo fitto e dalla voce autorevole, rispettato da tutti gli altri. Ricordo gli ultimi giorni della sua vita. Era stato colpito da un’auto sulla vicina Via Bologna e si era accovacciato tra alcuni gradini di una fioriera proprio di fronte alla porta di casa. Non si lasciava toccare, soffriva in silenzio, non mangiava. Poi, un mattino è scomparso. Mio padre lo trovò in un terreno vicino, sotto un arbusto, senza vita. Prese una scatola da scarpe e lo adagiò con cura. Poi lo seppellì in silenzio e con qualche lacrima.

Ma tornando a “La Tequila nera e altre poesie feline“, Giuliano Ladolfi Editore, gennaio 2026, le parole poetiche sgusciano, sgorgano copiose, precise, piene di vita. Un’opera suddivisa in tre parti. Nella prima parte le poesie sono incentrate sul rapporto di Dall’Olio con la gatta, nella seconda parte si parla di altri animali domestici e/o selvaggi, nella terza la scrittura poetica si concentra al rapporto uomo – animali. “Un lessico a portata di cuore (…) un affetto lirico che fa scorrere veloce e affascinante la lettura; composizioni brevi, musicali, ben ritmate, epigrammi miniaturali che trasmettono integra atmosfere di luogo e di tempo” come scrive Evaristo Seghetta Andreoli nella prefazione.

Eccone alcuni esempi.

Non penserai mica
Di prenderla in braccio
Senza che lei
Lo voglia…
Ma poi non viene
In braccio
Non è un peluche
Con l’uomo
Senza l’uomo

E non ha letto
Né Morin
Né Latouche

*

A volte
Salta
Sul computer
E pigia
Tastiera
Succede
Un po’ tutto
Poi la musica
La carta
Si posa
Sui libri
le mie parole
Segue
Leggera
mariposa

*

I gatti
Sono degli artisti
Sono degli imprevedibili
Abitudinari
Per dormire
Scovano i loro
Posti
Alcuni li abbandonano
Per mesi
Anni
Poi una mattina
Cerco i calzini
Nella cesta
Che calda…
Che pesante…

Sento la Tequila
Che mi saluta
E le sue fusa
Da elefante

*

Luxi
La micia soriana
E’ morta
Vicino a me
Anzi accanto
Sul divano
Col suo pudore
Immenso
La sua dolcezza
La sua nobile
Fierezza
Nella morte
Ha posato
Sulle mie gambe
Il capo
Spirato

*

La sentenza della micia

Alla micia
Chiederei
La Sua sentenza
Sulla vita
Ma si avvale
Della facoltà
Di non rispondere
Chiederei allora
Cosa pensa
Degli esseri umani

Vivono come se
Tutto fosse morto”

La sentenza
Mi trafigge
Il cuore
Il cuore
soffrigge

 

Foto di Eduardo Vieira da Pixabay

Roberto Dall’Olio (1965). Docente di filosofia e pubblicista letterario. Bolognese da sempre ancora prima di nascervi. È nomade cosmopolita. Scrisse poesie da anni otto circa. E non smise più. Pubblica libri in versi. Ritiene la poesia una forma di stoviglia, detta alla Gozzano. Ah, poeti di riferimento: Italiani: Roberto Roversi mio maestro e amico Antonia Pozzi Alfonso Gatto Guido Gozzano Stranieri: Neruda Lorca Salinas Yanez Piznik Brecht Prevert Plath Sexton Seifert Cvetaeva Ritsos Pasternak Saffo. Ha pubblicato il saggio Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (Meridiana, 2000). Altri saggi, poesie e articoli sono apparsi su riviste, giornali e blog. Numerose le pubblicazioni in poesia a partire da Per questo sono rinato (Pendragon, 2005, nota di R. Roversi) fino a Un loden senza inverno. Poesie per mio padre (Pendragon, 2023). La Tequila nera e altre poesie feline (Giuliano Ladolfi Editore, 2026) è la sua ultima fatica poetica. In “Parole a capo” segnaliamo alcune tra le tante uscite: 12 febbraio 2025; 21 settembre 2023; 1 settembre 2022; 2 settembre 2021; 8 agosto 2020. Inoltre le tante poesie pubblicate nella rubrica domenicale “Per certi versi” che Dall’Olio ha condotto per diversi anni su Periscopio. Attualmente collabora con «Inchiestaonline», «ValoreLavoro» e con la rivista «Atelier». E’ socio dell’Associazione culturale APS “Ultimo Rosso”.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 323° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

La Destra alle prese con la vanità di Vannacci: una mini-scissione che può far molto male

La Destra alle prese con la vanità di Vannacci: una mini-scissione che può far molto male

Si vedrà presto quale consistenza potrà avere questa operazione. I primi sondaggi attestavano di recente il partito di Vannacci un po’ sotto al due per cento. Poca, pochissima cosa nel panorama politico nazionale, ma abbastanza per creare un piccolo terremoto nell’attuale maggioranza di governo. A cominciare, naturalmente, dalla Lega, già penalizzata in tutte le più recenti elezioni dopo i fasti del governo giallo-verde.

E si vedrà se a risponderne sarà alla fine chiamato il leader Matteo Salvini che aveva nominato il generale tra i suoi vice, nonostante la contrarietà di molti dirigenti di primo piano: ma c’è da dubitarne, visto che neppure il tracollo elettorale dal 34 all’8 per cento è bastato perché il gruppo dirigente optasse per un cambio di cavallo. Il segretario comunque ha reagito con parole dure: “Pensavo avesse il senso dell’onore…”.

Ma il danno rischia di riflettersi sull’intera destra che sostiene il governo. Il vantaggio nei confronti del centrosinistra – a stare ai sondaggi – si è alquanto ridotto e perdere un paio di punti di percentuale può essere molto pericoloso per la coalizione di Giorgia Meloni. A meno che non si finisca per associare all’alleanza anche la lista del generale: scenario alquanto improbabile, anche perché sarebbe uno sgarbo imperdonabile nei confronti della Lega, già sotto schiaffo.

Non deve comunque trarre in inganno la spiegazione data da Vannacci al suo gesto: “Non è più tempo di linguaggi moderati”. Lo strappo verso l’estrema destra non ha infatti nulla a che fare con una presunta cautela del Carroccio e dell’esecutivo. Al contrario. Il generale – che si è reso ridicolo in tutto il mondo con la sua polemica con la pallavolista Paola Egonu per i suoi tratti somatici considerati poco italiani – in qualche modo è stato in piena sintonia con la destra al governo su molti temi – dall’immigrazione alla sicurezza, al filo-trumpismo senza se e senza ma – e con il suo ex segretario anche sul filo-putinismo e sull’ostilità nei confronti della resistenza ucraina.

A muoverlo sembra più che altro un crescendo di vanità e di auto-considerazione, dopo il successo editoriale del suo libro sul “mondo al contrario”. Replicarlo in politica, però, è tutt’altro che semplice e Vannacci rischia di uscirne con le ossa rotte. Poco male se a pagare il prezzo di una scissione sarà per una volta la destra. E comunque – come si usa dire in questi casi – ce ne faremo una ragione.

Cover: L’ex generale Roberto Vannacci – immagine Wikimedia Commons

 

Quando la propaganda bellicista arriva nelle scuole

La propaganda bellica sta ormai penetrando ogni strato della società civile e il fenomeno della militarizzazione delle scuole è ormai fuori controllo. E’ necessario che la scuola si faccia portavoce di valori di pace e che la guerra venga mostrata per ciò che è: morte e distruzione.

Le immagini di guerra e i video provenienti direttamente dal fronte inondano ormai i feed dei nostri social media e le prime pagine di ogni testata giornalistica. Gli ultimi dati forniti dal Centre for Strategic and International Studies (CSIS) parlano di quasi due milioni di soldati uccisi, feriti o dispersi dall’inizio della guerra in Ucraina.

Dal 7 ottobre 2023 abbiamo assistito a un genocidio compiuto da Israele a Gaza sotto i nostri occhi, con testimonianze, immagini e video di quanto stava accadendo disponibili su ogni piattaforma online. Bambini e civili uccisi a sangue freddo mentre raccoglievano i pochissimi aiuti umanitari che riuscivano ad arrivare, immortalati dagli obiettivi dei reporter che hanno reso queste immagini accessibili al mondo intero.

Questi sono solo due esempi tra i più di 56 conflitti attualmente in corso nel mondo, il numero più alto mai registrato dalla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgono circa 92 Paesi e causano oltre 100 milioni di sfollati.

In questo contesto si inserisce la nuova propaganda bellicista portata avanti dai governi e dagli stati maggiori europei, che culmina nel piano ReArm Europe, con cui l’Unione Europea ha deciso di stanziare 800 miliardi di euro per il potenziamento del settore militare. Una spesa giustificata dall’apparente presenza di un nemico ormai alle porte.

Mentre le azioni delle principali aziende produttrici di armi schizzano alle stelle, il dilemma fondamentale rimane uno: armiamoci, ma chi parte?

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha affermato che ci troviamo nella “fase peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale” ed è proprio in questo contesto che, legittimati dalla narrazione del “nemico alle porte”, i principali governi europei stanno riportando nel dibattito pubblico il tema della reintroduzione della leva militare, seppur nella maggior parte dei casi in forma volontaria.

L’equazione, d’altronde, non risulta complessa: più armi, più uomini pronti a combattere.

In questo quadro trova perfettamente posto la nuova propaganda bellicista all’interno delle scuole italiane di ogni ordine e grado e la costante e crescente militarizzazione degli spazi civili, con particolare attenzione proprio alle scuole, luogo ideale per reclutare giovani leve.

Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole “le scuole stanno sempre più diventando terreno di conquista di un’ideologia bellicista e di controllo securitario che si fa spazio attraverso l’intervento diretto delle forze armate (in particolare italiane e statunitensi), declinato in una miriade di iniziative tese a promuovere la carriera militare in Italia e all’estero e a presentare le forze armate e le forze di sicurezza come risolutive di problematiche che appartengono alla società civile.”

Si registra in particolare un preoccupante aumento delle attività interne agli istituti scolastici, come i PCTO (ex alternanza scuola-lavoro), progetti di orientamento e protocolli di intesa firmati da rappresentanti dell’Esercito con il Ministero dell’Istruzione, gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali e le singole scuole.

Quando la propaganda bellicista arriva nelle scuole
Striscione a una manifestazione pacifista, Italia ripudia la guerra – foto di Roberto Zanotto

La realtà cruda della guerra, oggi inaccettabile per l’opinione pubblica almeno a casa nostra, viene mascherata e nascosta agli studenti, contribuendo così a una normalizzazione della violenza bellica e a un’immagine edulcorata e mistificata della guerra.

È necessario quindi contrastare questa narrazione militarista e bellicista portata avanti dalle Forze Armate e dai governi europei, ribadendo che la scuola è un’istituzione che promuove i valori della pace, della solidarietà, dello sviluppo della capacità critica e dell’autodeterminazione.

Per combattere questo fenomeno e promuovere valori opposti di pace e disarmo, è indispensabile costruire all’interno degli spazi scolastici iniziative di confronto, di autogestione e di dialogo su tematiche di attualità, oltre a momenti di approfondimento sulle guerre in corso, mostrandole non più come un gioco di strategia, ma facendo emergere le tragedie e la morte che portano con sé.

In copertina: Manifesto inglese che invita al reclutamento nell’esercito per la Grande Guerra

La scuola non è vostra. È di tutti!

La scuola non è vostra. È di tutti!

Qualche giorno fa, davanti a diversi istituti scolastici anche della nostra città, i giovani fascisti di Azione Studentesca hanno preparato e distribuito un volantino intitolato “La scuola è nostra”.
Lo scopo dichiarato, come vi si può leggere, è quello di “… creare un rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana”.
Nel volantino c’è un QrCode (un codice a risposta rapida) che rimanda ad un questionario con sei domande, precedute dalla richiesta dei dati personali (nome, cognome, provincia, istituto, classe).

Le domande sono le seguenti:
Quali sono le condizioni dal punto di vista strutturale della tua scuola?
Quali sono le principali problematiche?
La tua classe andrà in gita quest’anno?
Se no, per quale motivo?
Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?
Descrivi uno dei casi più eclatanti”.

Il volantino ha creato molte polemiche. Diversi partiti e sindacati hanno preso posizione accusando gli autori di compiere un’azione anticostituzionale e di voler schedare i professori di sinistra.
Il responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha difeso i suoi giovani camerati mentre il ministro leghista Giuseppe Valditara sempre attento a bacchettare, non si è ancora sentito.
Io, qui, vorrei provare a commentare a modo mio, rivolgendomi direttamente ai ragazzi e alle ragazze di Azione Studentesca.

Prima di tutto, iniziamo dal titolo del vostro volantino: “La scuola è nostra”.
Partite male perché vi sbagliate di grosso; la scuola non è vostra perché “La scuola è di tutti”, come riporta il titolo dell’ottimo libro del mio amico Girolamo De Michele, che vi consiglio calorosamente di leggere.

Avete presente la Costituzione (sì lo so che voi ed i vostri camerati adulti non la sopportate perché è nata dalla resistenza antifascista ma…) la nostra scuola “aperta a tutti” nasce da lì.
La scuola non è vostra perché: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Il tentativo di farla vostra vi è già riuscito nel ventennio di cui siete nostalgici. Quella scuola era vostra perché irregimentava, riproduceva le disparita sociali, non prevedeva il confronto, focalizzava la sua opera solo sulla trasmissione di informazioni, non differenziava la didattica, poneva enfasi spropositata sui voti e sulla competizione, era completamente separata dalla realtà, non affrontava temi e problemi difficili, non vedeva l’altro come una risorsa, era una scuola xenofoba e razzista che non garantiva un ambiente democratico.
Non so se vi sarebbe piaciuta davvero.

Andiamo avanti col proposito dichiarato nel vostro volantino: “Creare un rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana”.
Vi chiedo: per verificare la situazione della scuola italiana, è questo il vostro metodo, sono questi i vostri strumenti, sono tutte lì le vostre domande?

Per come la vedo io, la situazione della scuola italiana è complessa, difficile, paradossale e anche tragica, ma non è certo con quelle poche banali domande che si possono evidenziare le sue carenze, le sue difficoltà, le sue qualità e le sue potenzialità.
Anche i bambini delle scuole primarie sarebbero in grado di farsi domande più qualificate.

Vi chiedo ancora: per voi gli indicatori per verificare la situazione della scuola sono soltanto l’aspetto strutturale, l’organizzazione delle gite e la presenza di professori di sinistra?
Se lo pensate davvero siete molto più infantili di quanto già vi facessi. Dovreste sapere che per tentare di valutare una scuola gli indicatori sono moltissimi.

Solo per citarne alcuni: il numero totale degli alunni, la presenza o meno di alunni con disabilità, gli spazi a disposizione, i tempi scolastici, le progettualità, la continuità del personale docente e ata, il rapporto col territorio, i servizi offerti, l’entità dei finanziamenti ricevuti, la qualità dell’inclusione, l’orario di apertura dell’istituto, le sperimentazioni in atto, le modalità di valutazione, la formazione, gli aggiornamenti e potrei continuare per molte altre righe.

Ma che ve lo dico a fare visto che penso che quelle due domande sulle strutture e sulle gite servissero soltanto a gettare un po’ di fumo in modo che, nel questionario, risaltasse predominante l’unica domanda che a voi interessava.
Vi chiedo quindi: perché avete aggiunto la parola “di sinistra” dopo “professori”?
Se ne deduce che la cosa grave per voi non è che i professori possano far propaganda a scuola ma che essi siano “di sinistra”.

Vi chiedo inoltre: perché non avete dichiarato subito che l’unico vostro intento era quello di schedare i professori di sinistra?
Da bravi antidemocratici decisionisti avreste potuto farlo.

La verità è che lo scopo macroscopico del vostro volantino, unito al silenzio del ministro dell’istruzione e del merito Valditara (che si tratti di silenzio assenso), è quello di intimidire tutti i docenti, in modo che abbiano seri problemi ad affrontare argomenti legati al fascismo e all’antifascismo, alla resistenza, alla liberazione, alla giornata della memoria, all’inclusione (guarda caso i vostri anziani di riferimento ricominciano a parlare di classi differenziali), ma anche all’affettività (vedi divieto ministeriale di trattare certi temi legati all’educazione sessuale), alle relazioni e ai tanti temi che l’attualità offre (e qui gli esempi potrebbero essere tanti.

Ad esempio, nel settembre scorso l’Ufficio Scolastico regionale del Lazio aveva inviato una comunicazione riservata alle scuole di quella regione in cui vietava di fatto le discussioni in classe o negli organi collegiali sul genocidio palestinese).

Io, che a scuola ci sono entrato quando avevo 5 anni e ci sono uscito a 67, ho imparato molte cose e maturato diverse convinzioni.
Fra queste, che è normale che gli insegnanti facciano politica a scuola, occupandosi della loro polis che è la comunità classe, a cominciare dalla disposizione dei banchi, per continuare con molte altre attività fra le quali, ad esempio, il modo di proporre le lezioni e la condivisione di qualsiasi argomento di attualità di interesse comune.

Sono infatti competenze di interesse scolastico il sapersi esprimere degli studenti e delle studentesse, riuscire a parlare, ascoltare, confrontarsi, discutere, dissentire, mediare, rispettare, partecipare.
Anche i docenti che non parlano di attualità con i loro studenti fanno una scelta politica: quella di non lasciare spazio alla discussione, di non rispettare i propri studenti, di non farli partecipare e di non favorire il confronto che è alla base della vita democratica.

Il volantino di Azione Studentesca

Il far politica non è la stessa cosa del far propaganda, perché la prima intende governare, elaborare idee e cercare il consenso attraverso il confronto democratico, la gestione del bene comune, la mediazione; mentre la propaganda cerca di condizionare l’opinione degli altri manipolandola; in pratica è un tentativo deliberato e sistematico di modellare percezioni, manipolare informazioni e indirizzare il comportamento altrui al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi l’ha messa in atto.

L’aver fatto “di tutta l’erba un fascio” senza distinguere fra politica e propaganda, come lascia intuire il vostro volantino, è quindi un’operazione semanticamente sbagliata e politicamente ingenua ma soprattutto è la dimostrazione evidente che la propaganda l’avete fatta voi di Azione Studentesca, strumentalizzando gli studenti per indicargli la sola soluzione obbligata che avete immaginato: la colpa dei disastri della scuola italiana è dei professori di sinistra.

Il “vostro manipolare informazioni e indirizzare il comportamento altrui al fine di ottenere una risposta che favorisca i vostri intenti” è qualcosa di così squallido che non è giustificato nemmeno dalla vostra giovane età e dalla vostra inesperienza.

Concludo ricordandovi che lo scopo della scuola della Costituzione è di formare cittadini consapevoli, critici e attivi, capaci di partecipare alla società e affrontare le sfide del mondo contemporaneo attraverso l’acquisizione di conoscenze, abilità e competenze.

Ho grande fiducia nell’educazione quindi mi auguro che, nel vostro percorso di studio e di vita, possiate incontrare professori bravi che riescano a farvi venir voglia di togliervi quei paraocchi neri che avete davanti agli occhi, per vedere finalmente la realtà nella sua stupenda complessità e con i suoi molteplici colori.

In copertina: particolare del volantino distribuito da Azione Studentesca

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure / La vicina di casa

Esce in libreria, con Iperborea, La vicina di casa, di Kęstutis Kasparavičius, un divertente albo in cui la paura e l’attrazione per l’ignoto si fanno gioco e meraviglia e tutto è possibile in nome della gentilezza

Avevamo già recensito il suo Storie a strisce, oggi il grande illustratore lituano Kęstutis Kasparavičius, torna con altre avventure dei suoi animali antropomorfi, più umani degli uomini, questa volta un coniglio. Uno dei classici della letteratura baltica per ragazzi.

Il coniglietto Rosinello, bianco bianco ma con il nasino rosa e l’impeccabile gilet, ha una grande paura dei serpenti. In realtà non ne ha mai visto uno, e forse è proprio per questo che ha paura. Spesso si ha paura di ciò che non si conosce. L’ignoto.

Quando scopre di avere una nuova vicina di casa, appena arrivata con le sue ingombranti valigie, vuole incontrarla e darle il benvenuto, ma è appena uscita. O meglio, una parte di lei sta ancora uscendo mentre l’altra ha già svoltato l’angolo. È davvero lunga…

Rosinello, salterellando qua e là, comincia a inseguire quella lunghissima, sgargiante e misteriosa signora, che striscia lungo la strada, su per un albero, giù per un tombino, dentro e fuori da un autobus, tra chi scappa, chi la cavalca, chi ne è impaurito e chi affascinato, ma dove sta andando?

Destinazione misteriosa, ma dolce. Intanto, il coniglietto, durante il suo incalzante tragitto, incontrerà tanti amici: la ranocchia Gragrà, la volpe Scheggia, il corvo Gracchio, il picchio Tuctuc, la cicogna Alessandro. E poi. È davvero incredibile quella coda della frusciante, simpatica ed elegante serpentessa, che si intrufola in ogni anfratto ed è sempre in ritardo. Arriva sempre dopo, perennemente per ultima.

Un racconto colorato, originale, divertente e leggero, da leggersi in ogni momento della giornata. Meglio se su una comoda e avvolgente poltrona, con una calda copertina e una tisana profumata e fumante. Magari con pure qualche pasticcino…

Kęstutis KASPARAVIČIUS è il grande padre degli illustratori lituani e uno degli autori più rappresentativi del suo paese. Più volte candidato all’Astrid Lindgren Memorial Award, le sue opere hanno ottenuto i più prestigiosi riconoscimenti internazionali e sono state inserite nella IBBY Honour List e nei White Ravens.

Kęstutis Kasparavičius, La vicina di casa, Iperborea, Milano, 2026, 32 p.

Immagini ufficio stampa Iperborea

Per leggere tutti gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell’Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini (https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans – il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

Ufficio Stampa Mediterranea Saving Humans

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 2.
Il rogo e dopo?

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 2. Il rogo e dopo?

IL ROGO

Pur disattendendo, in gran parte, tutta la normativa di sicurezza del caso, il grattacielo a parte pochi e isolati casi ha miracolosamente retto dalla sua costruzione fino all’11 gennaio di quest’anno. Nella notte di questa data scoppia l’incendio e centinaia di persone hanno sfiorato la tragedia che, a ragione, possiamo dire annunciata. Le prime verifiche indicavano come probabile origine del rogo il vano contatori dell’edificio. L’incendio ha interessato il piano interrato della torre B, provocando una densa coltre di fumo che ha rapidamente invaso l’intera struttura, rendendo l’aria irrespirabile anche ai piani superiori.

Sono iniziate subito le operazioni di bonifica dell’edificio. L’incendio ha compromesso tutti gli impianti elettrici della Torre B, parte delle strutture, il vano scala, fortemente interessato dai fumi, e le condizioni igienico-sanitarie generali. La Torre B non era minimamente riutilizzabile, priva di luce e gas.

Il Comune di Ferrara si è fatto carico della prima accoglienza delle persone evacuate, con particolare attenzione ad anziani e persone con gravi disabilità. Si è costituito un tavolo tecnico che già nella stessa giornata si è riunito in Prefettura per coordinare le operazioni di emergenza.

DOPO IL ROGO

Il sindaco Alan Fabbri posta un messaggio per fare il punto della situazione sul caso dell’incendio al Grattacielo.

In queste ore stiamo andando avanti con le operazioni di bonifica degli appartamenti interessati. Sono circa 60 quelli coinvolti; per una trentina non è ancora stato possibile ricostruire con certezza il numero di occupanti.
Stiamo procedendo a contattare i proprietari e, se necessario, verrà utilizzata la forza pubblica con l’ausilio di operatori sanitari per accedere agli alloggi e verificare che non vi sia rimasto nessuno all’interno.

Nel frattempo continua l’accoglienza al Palapalestre, dove sono già presenti circa 80 persone per la notte, con ulteriori arrivi in corso. I numeri sono in aumento e abbiamo trovato soluzioni aggiuntive per rafforzare i posti letto disponibili qualora ve ne fosse bisogno.
Domattina, una volta completate le prime fasi di bonifica, sarà consentito il recupero di oggetti personali e medicinali dagli appartamenti, esclusivamente sotto supervisione e con la presenza delle forze dell’ordine, per garantire la sicurezza ed evitare sciacallaggi.
Resta attiva la Farmacia Comunale 1 per la fornitura di farmaci e omogeneizzati.
Grazie come sempre a tutti coloro che questa notte saranno al lavoro per gestire l’emergenza”.

Sui social, in risposta al post del Sindaco, pochi i commenti di solidarietà agli sfollati, moltissimi gli elogi per l’operato del primo cittadino che meglio di così non poteva fare nell’immediato. Fabbri si sente in una botte di ferro: ha agito come da regolamento, peccato non si rilevi una umana vicinanza ai propri cittadini. Parole dalle quali non si evince una sincera volontà di prendersi cura, e preoccuparsi profondamente del benessere di una parte della sua città.

La forma è salva, ma non traspaiono le importanti responsabilità etiche ed umane nei confronti della popolazione. Un sindaco deve agire per il bene collettivo, che in questo caso vorrebbbe dire mettere in campo le sue funzioni di mediazione tra i componenti della Giunta, quelli che lo sostengono e quelli di opposizione, tenendo in considerazione le varie parti sociali, come Sindacati, Associazioni di Categoria, imprenditori, commercianti ed eventuali comitati di cittadini.

Dopo pochi giorni dall’incendio, il Sindaco decide che l’emergenza e la sistemazione al Palasport non possono essere mantenute, ha dato una settimana di tempo, la scadenza è il 18 febbraio, per trovare una sistemazione alternativa a carico dei cittadini colpiti da questa catastrofe.

Gli inquilini del grattacielo hanno avuto il lusso di una intera settimana di tempo per trovare una soluzione. C’è chi si è spostato nella Torre A da amici e parenti, chi ha trovato un alloggio temporaneo e chi ancora non sa dove andare.

Dopo il rimedio provvisorio del Palapalestre, i residenti del condominio rischiano di rimanere senza un alloggio. È stato chiesto per questo più tempo, ma inesorabilmente il 18 gennaio entro le 15 il Palapalestre deve essere liberato.

Per fortuna, no anzi per senso civico, di coscienza viva e di appartenenza ad una comunità, si sono mobilitati i volontari e grazie a Bedin dell’associazione Viale K, affiancati da Cittadini del Mondo si è trovata, in tempi brevissimi ma indispensabili, una nuova soluzione, anch’essa purtroppo destinata ad essere provvisoria. Domenico Bedin ha messo a disposizione i propri spazi per garantire un tetto a circa cinquanta persone: gli uomini sono stati accolti negli ambienti utilizzati dall’associazione Cittadini del Mondo, mentre le donne sono state trasferite in un’altra struttura di viale Po. La Protezione civile ha fornito all’associazione le brandine utilizzate al Palapalestre.

Merita un commento capire chi sono i 200 sfollati per togliere di mezzo i tanti pregiudizi che hanno accompagnato l’immagine del grattacielo: ci sono inquilini che pagano regolarmente l’affitto, lavoratrici e lavoratori con contratti regolari, studenti, persone che non hanno alcuna responsabilità rispetto alle inadempienze che in questi anni hanno riguardato il complesso del grattacielo. Molti svolgono lavori poveri che non permettono di trovare abitazioni alternative, soprattutto se pensiamo quanto sia costoso il mercato ferrarese.

Gli sfollati della torre B sono, per chi conosce la struttura di Viale K, negli spazi sopra il Mantello, 10 persone per camerata, brandine, lenzuola e coperte come detto della protezione civile. Ma con 3 bagni senza doccia nè bidè per 60 persone. Si aggiunge a questo che non sanno dove mangiare. Le scorte alimentari portate dai cittadini sono scatolame, niente possibilità di un pasto caldo. È impensabile che si possa restare in questa situazione per più di pochi giorni.

Data la gravità del problema, in attesa che le istituzioni si muovano senza trincerarsi dietro allo slogan “quello che il comune doveva fare lo ha fatto”, sapendo che per simili evenienze solo l’attivazione dell’amministrazione può dare sollievo a chi da un giorno all’altro si è trovato sfollato, trovare soldi e realizzare concertazioni tra i servizi comunali, ma anche regionali, è nato, per una riduzione del danno, il Comitato Torre B, che cerca di offrire risposte non solo organizzative, seppure indispensabili (pasti, ecc) ma anche di sostegno politico e legale.

Occorre entrare nel merito dei singoli casi: per capire i diversi problemi e dare risposte personalizzate e pertinenti; per capire le cause; per capire quali percorsi anche economici si possano attivare.

Anche di fronte a questa situazione i social rispecchiano diverse anime: “Che se li portino a casa loro” (riferito ai volontari, e posso confermare che lo hanno fatto), “che chiedano a loro i soldi invece che a noi contribuenti” (e posso garantire che è stato fatto). E poi sempre gli osanna al Sindaco che non sbaglia mai.

Certamente la gestione dell’emergenza non deve ricadere esclusivamente sul Comune ma il Comune non può sottrarsi dal prendere in carico i suoi cittadini in un momento di grande difficoltà e non può di fatto scaricare sulle singole persone o sul solo volontariato un’emergenza di grande portata per la città, soprattutto per le responsabilità diffuse che abbiamo cercato di illustrare.

Da domani il Palapalestre torna ad essere nelle disponibilità della collettività per eventi sportivi e allenamenti

Riporto un intervento sentito ad una assemblea «Sono residente e proprietario di un appartamento al Grattacielo – ha spiegato Filippo –. Un investimento dei miei genitori e adesso non abbiamo la più pallida idea di quello che sarà. Una situazione che non può e non deve essere accettata, in particolar modo per i tanti che non hanno alternative».

«Il Comune continua a dire che siamo dei privati e per questo motivo dobbiamo arrangiarci. Il punto è che anche chi ha le possibilità non trova alloggi. Abbiamo bisogno di risposte, di incontri, di sapere quello che sarà. Siamo cittadini di questa città, paghiamo le tasse e viviamo un momento difficile…». Lo dice un cittadino che vota Lega, ma anche in questo caso non ho letto parole di comprensione tra i suoi rappresentanti di lista.

I gruppi di minoranza, consigliere e consiglieri comunali, presidenti dei gruppi consiliari, hanno reagito attraverso i loro strumenti, ad esempio hanno inviato una richiesta formale e urgente al Prefetto di Ferrara e al Sindaco per chiedere la proroga della fase emergenziale e delle misure di accoglienza attualmente in essere e sono previste mozioni e interrogazioni al Sindaco.

Personalmente mi ha però lasciata perplessa il confuso comportamento del Pd che esprime la propria partecipazione alla causa, ma fa un passo indietro quando suggerisce che schierarsi al presidio del 18 gennaio (giorno dello sgombero dal Palapalestre) con il volontariato e gli inquilini del quartiere possa essere foriero di disordini e violenza. Una deduzione che chissà come è nata, ma che porta amarezza per l’atteggiamento molto più che prudente e i preconcetti di cui suo malgrado si fa portatore.

Fin dal primo momento il Pd si è attivato in tutte le sedi istituzionali e politiche per la tutela delle persone sfollate dalla Torre B del Grattacielo – si legge in una nota – Tuttavia, nelle ultime ore sono emersi elementi che non garantiscono più un quadro di piena serenità e sicurezza per le persone ospitate al Palapalestre: non vogliamo che iniziative nate con intenti legittimi possano degenerare in situazioni di tensione”.

Manifestzione pro sfollati - foto di Andrea Firrincielli
Manifestzione pro sfollati – foto di Andrea Firrincielli

In realtà durante quella dimostrazione, animata dalla richiesta pacifica di soluzioni (“Insistiamo nella ricerca di una soluzione per gli sfollati dall’incendio della torre B del grattacielo”) è filato tutto liscio, anche perché già in tarda mattinata l’associazione Viale K aveva comunicato la sua intenzione per niente bellicista o di contrasto alle istituzioni di trovare una soluzione concreta: “Portiamo solidarietà, rispetto e dignità per tutte le persone coinvolte in questa tragedia”.

AL PEGGIO NON C’È FINE

Dalla notte dell’incendio si sono succeduti molti interventi sui giornali da parte delle forze politiche per richiedere nuove e auspicabili prese di posizione dal Comune, eppure pur inneggiando a non perdere la buona occasione di poter essere una città veramente equa e solidale tutti si sono accusati reciprocamente di usare una disgrazia umana a scopi propagandistici e invece di unire le forze si sono schierati per farsi ritorsioni vecchie e nuove.

Un esempio eclatante esce perfino dalle mura cittadine. Titola Il Resto del Carlino del 19 gen 2026: Polemica a distanza Cucchi-Fabbri. “La senatrice critica l’amministrazione per “aver abbandonato persone fragili, polverizzando la loro vita” porterà una “Interrogazione in parlamento”. Il sindaco: “È solo propaganda. Abbiamo dato supporto a chi era in difficoltà, nonostante non fosse nostra responsabilità”.

Nel frattempo, mentre ci si fa la guerra per avere ragione, i problemi non trovano soluzione ma precipitano ulteriormente. Il Comune di Ferrara, città patrimonio del’umanità, ma solo quello fatto di cose, sul suo sito il 22 gennaio comunica: “Grattacielo di Ferrara, dichiarate inagibili tutte le Torri con efficacia immediata.

Sono state firmate oggi dal Sindaco di Ferrara Alan Fabbri, e pubblicate sull’Albo Pretorio, le due ordinanze in merito alla Torre A e alla Torre C del Grattacielo (…), per grave pericolo per la pubblica e privata incolumità, fino al completo ripristino delle condizioni di sicurezza antincendio e impiantistica, come risultante anche dall’ultimo verbale del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco (del 19 gennaio 2026), condotto a seguito di sopralluoghi tecnici (13–15 gennaio 2026).

Questa ultima ordinanza è anche l’ultima elencata nel consiglio di lunedi 26 gennaio commentata come gesto di coraggio e responsabilità doverosa da parte di tutta la maggioranza e spirito di solidarietà per la pesante posizione del loro capofila.

Nello specifico, viene ordinato agli occupanti il divieto immediato di accesso e di permanenza negli appartamenti, nelle cantine e nelle parti comuni, estendendo l’inagibilità non solo alla Torre B, ma a tutte le parti dell’edificio. Viene ordinata inoltre l’esecuzione di tutte le opere di messa in sicurezza del fabbricato entro 30 giorni dalla notifica dell’ordinanza. Saranno staccate tutte le utenze (acqua, luce, gas).

L’ordinanza sarà notificata ai proprietari, ai conduttori e all’amministratore di condominio, che a loro volta dovranno informare immediatamente tutti gli occupanti delle due Torri interessate (…), sono responsabili penalmente, civilmente e patrimonialmente in caso di omissioni. In caso di inottemperanza, si provvederà a denuncia all’Autorità giudiziaria per violazione dell’art. 650 c.p. (Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità).

E così, adesso, siamo a circa 500 persone sfollate. Il Comune non cambia tono, il problema rimane dei diretti interessati, il suo compito è quello di ordinare e di far ubbidire.

Dopo la riesumazione di verbali, dossier, documenti e altre carte sulla annosa situazione del grattacielo si ripropone il ping pong sulle responsabilità e sui doveri disattesi, ma di nuovo su come provvedere alle persone in termini concreti di aiuto rimane il vuoto.

Un futuro macabro che porterà malcontento e disagi non solo ai protagonisti, perchè la loro esistenza di persone, una folla, si colloca nelle complesse dinamiche della città. Ferrara, forse bella da cartolina e selfie della gita di un giorno che non inquadrano però il suo declino in termini di qualità di vita: occupazione, casa, diseguaglianze, povertà, educazione, benessere e salute.

C’è una canzone di Irene Grandi che parla di un amore assoluto.

Bruci la città
E crolli il grattacielo
Bruci la città
O viva nel terrore
Nel giro di due ore
Svanisca tutto quanto
Svanisca tutto il resto (…)

Parafrasando: se questo è l’amore che chi governa prova per la sua città preferisco non essere oggetto della sua passione.

MA LA STORIA CONTINUA

Continua, almeno per ora, la  irresponsabile chiusura del Sindaco di Ferrara verso cittadini considerati di serie B. E continua l’onda di solidarietà e di lotta. Il prossimo appuntamento è proprio oggi, 3 febbraio alle ore 18,00

Cover: Ricovero degli sfollati presso il Palapalestre. Dopo soli 4 giorni i locali verranno sgomberati.

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Stefano Massini in scena con “Mein Kampf”: il potere delle parole

In scena al Teatro Comunale di Ferrara, il monologo “Mein Kampf “di Stefano Massini è un turbinio di emozioni. Applausi, tutti in piedi. L’artista, adattando per il teatro passaggi del testo di Hitler porta al pubblico i deliri di un dittatore, alla ricerca delle motivazioni più profonde che possono trascinare le masse. In nome della conoscenza. E perché ricordare è l’antidoto.

Conoscere il male serve a evitare che si ripeta. Come Primo Levi, anche Stefano Massini, primo attore italiano a essersi aggiudicato un Tony Award (l’Oscar del teatro americano), ne è fortemente convinto. Senza questa certezza, avrebbe difficilmente potuto effettuare una biopsia così precisa di un testo ‘maledetto’, proibito in Germania fino al 2016.

Ammettiamo che, prima di andare a vedere lo spettacolo, siamo andati a cercare e leggere il testo che Massini ha pubblicato con Einaudi, nel 2024: “Mein Kampf, da Adolf Hitler”, scritto in versi sciolti. L’idea dell’adattamento è venuta a Massini circa due decenni fa, come racconta in un’intervista, durante una lezione di Luca Ronconi attorno al Riccardo III shakespeariano e si è concretizzata nel 2024, con il debutto al Piccolo Teatro di Milano, ad oltre cent’anni dall’uscita di quel libro. Per anni Massini ha incrociato la prima stesura del libro manifesto con i materiali delle Conversazioni di Hitler a tavola” raccolte da Henry Picker, Heinrich Heim e Martin Bormann.

Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini

A far da prologo alle elucubrazioni di Hitler, Massini immagina che un uomo, a guerra finita, incontri in una libreria lo scrittore Emil Erich Kästner, al quale, durante il nazismo, fu vietato di scrivere i suoi libri per ragazzi – storie di ladri, avventure e inseguimenti – e che fu obbligato ad assistere ai roghi dei libri proibiti, fra cui i suoi. Era il 10 maggio 1933, a Opernplatz, nel quartiere Mitte di Berlino. Emil aveva 34 anni.

I nazisti, caro signore, erano un libro”, dice Emil, “niente sarebbe stato com’è stato, milioni di morti sarebbero vivi e milioni di libri non sarebbero cenere se un ragazzo di nome Adolf chiuso in una cella a Landsberg non avesse scritto quel libro. Crede lei che le parole siano solo inchiostro? Nossignore, sono fatti. Le parole sono sempre fatti. E non v’è cosa, fra gli esseri umani che non prenda forma lì insospettabilmente lì dalle parole”.

E da qui, in piedi su una pagina inclinata bianca luminosa e abbagliante, immersa nel buio, Massini, la macchia d’inchiostro, si trasforma, lasciando immaginare chi è.

Stefano Massini, foto Filippo Manzini

Quel giovane delirante ha un’ossessione: non vuole diventare un impiegato. Il timore, sopra ogni cosa, della nullità, della trasparenza e dell’irrilevanza.

“Ogni minimo soffio d’aria in me, ogni fremito, ogni sussulto, ogni angolo, per quanto remoto della carne di cui sono fatto, ogni parola contenuta in ogni mio singolo pensiero, ogni lettera che compone il mio nome mi conferma che non voglio diventare un impiegato”.

Ci tornano in mente le parole dell’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli che, nel 1938, fu accompagnatore, suo malgrado, di Mussolini e Hitler durante la visita di quest’ultimo in Italia, in particolare lungo la passeggiata archeologica romana e nei musei di Firenze. Tra le varie cose, Bandinelli aveva annotato sul suo taccuino, poi pubblicato, che Hitler sembrava un controllore del tram. L’immagine di un essere dimesso restava.

Da dove si inizia, per cambiare a Storia? Da dove si inizia, per cambiare tutto?”.

Questa la domanda incalzante del giovane Hitler, la domanda di ogni giorno, ininterrotta e distinta. Allo sfinimento, come allo sfinimento era quel “non voglio diventare un impiegato”.

La scelta deliberata e totale di non accettare una vita ordinaria è il primo passo verso l’ossessione di potere. Il percorso ha, allora, inizio.

Stefani Massini, foto Filippo Manzini

Dall’abbandono del tanto detestato paese natale, Braunau sull’Inn, fino alle strade di Vienna e Monaco, vivendo con 100 marchi al mese dipingendo per strada ritratti per i passanti e solo quando non piove. Si crede un artista, non lo è. Disprezza i poveri, quelli come lui che sono ai margini, si vede circondato da una società in cui nove individui su dieci sono “inaccettabilmente/arresi alla normalità”. Cerca il riscatto, vuole far parte di un’umanità di eletti. Per questo si arruola volontario a 25 anni durante la guerra mondiale che per lui non è fonte di morte e distruzione ma di selezione. Perché la guerra è selezione. Sopravvivono gli eletti.

Le folle vanno risvegliate. “Che aspettate ad alzarvi?” dice al popolo tedesco, “cosa diamine vi trattiene? Cosa vi lega mani e piedi? Eppure… Sareste una massa determinata, imbattibile, se solo osaste, se solo tentaste, se solo voleste”.

Anche la mimica e la gestualità sempre più concitata di un artista straordinario come Massini accompagnano le idee di un invasato che diventano farneticazioni.

Quell’uomo respinto dal mondo vuole farsi ascoltare, a tutti i costi, in tutti i modi. Vuole il suo nome sui manifesti. A caratteri cubitali.

Siamo di fronte a un confronto con la storia, ci sono alcuni inquietanti eco e ritorni che fanno tremare i polsi. Immenso il potere delle parole, di un linguaggio che parla a pancia e cuore, prima che alla testa, che cavalca le paure di un popolo disorientato, che trova un nemico che s’intrufola nella società.

Siamo davvero impermeabili, oggi, all’ascesa dal basso dei profeti della rabbia?

E allora, un monito: ricordare, ricordare e ricordare.

Capire il meccanismo è l’unico antidoto al suo replicarsi.

Perché, anche in un mondo che si sgretola, le parole non vanno mai accettate passivamente. Le parole, quale potere…

Mein Kampf, di e con Stefano Massini, da Adolf Hitler, scene Paolo Di Benedetto, luci Manuel Frenda, costumi Micol Joanka Medda, ambienti sonori Andrea Baggio, produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana. Durata 80 minuti

Immagini cortesia Ufficio Stampa Teatro Comunale di Ferrara, credits Filippo Manzini

Per leggere tutti gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Progetto “Il teatro e il benessere”: al via la IX edizione

Progetto “Il teatro e il benessere”: al via la IX edizione

Giovedì 5 febbraio 2026, alle ore 16.00, presso il Centro Teatro Universitario di Ferrara (via Savonarola 19), ci sarà la presentazione della nona edizione (febbraio – giugno 2026) del progetto “Il teatro e il benessere, un progetto teatrale a cura di Balamòs Teatro APS rivolto a persone con malattie neurodegenerative, care givers familiari e non, operatori socio sanitari, studenti universitari, promosso dall’assessorato alle politiche socio sanitarie del Comune di Ferrara, in collaborazione con il Centro Teatro Universitario.

il progetto “Il teatro e il benessere” è diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro APS con la collaborazione artistica di Patrizia Ninu. Foto: Andrea Casari, video: Marco Valentini

Il progetto “Il teatro e il benessere” è un’innovativa esperienza di laboratorio teatrale, un percorso fisico ed emotivo all’interno del quale poter esprimere sensazioni, emozioni e pensieri legati al lavoro di cura, sia dal punto di vista del curante che dell’assistito. Il progetto è attivo dal 2015 ed è condotto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro, che oltre all’attività di produzione di eventi performativi e progetti pedagogici specifici in ambito teatrale, conduce da anni laboratori in collaborazione con Patrizia Ninu, educatrice professionale, negli istituti penitenziari, nelle scuole di tutti i gradi, nel Centro Teatro Universitario di Ferrara, nell’ambito del disagio fisico e psichico, nei quartieri degradati, nelle comunità di recupero tossicodipendenti.

La finalità del progetto “Il teatro e il benessere” è creare una condizione di benessere per tutti, con la possibilità di esportare sul territorio e di condividere i benefici del fare teatro con tutta la comunità. Per un teatro di benessere, continuativo, diffuso, quotidiano e per tutti.

Sotto: alcuni momenti del laboratorio teatrale dell’edizione 2025 del progetto – Foto di Andrea Casari

Il laboratorio è gratuito, info: 328 8120452 – info@balamosteatro.org

In copertina: un momento del laboratorio “Il teatro e il benessere”  2025, VIII edizione – Foto Andrea Casari

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 1.
Prima del rogo

C’era un volta il Grattacielo di Ferrara – 1. Prima del rogo

Quest’anno Ferrara per l’anno nuovo ha visto due eventi speciali.

Il primo è il suo evento simbolo, l’Incendio del Castello, un incendio atteso, che vede la città partecipare cantando e ballando, “all’insegna dell’energia e della condivisione”. Data l’imponenza dell’evento e la consuetudine negli anni era previsto ed è stato attuato un piano sicurezza consono e collaudato.

Ma c’è stato un secondo evento di grande portata. Un altro incendio, non previsto ma prevedibile, che si è sviluppato alla base della Torre B, in via Felisatti, in prossimità della stazione ferroviaria. In questo caso le persone, circa 200, non hanno festeggiato allegramente e si sono trovate al centro di un piano non di sicurezza, ma di emergenza. Le persone sono state evacuate all’alba dell’11 gennaio dai Vigili del fuoco. Sono state 19 le persone trasportate in pronto soccorso, nessuna in pericolo di vita.

PRIMA DEL ROGO

Il complesso era nato già all’insegna di alcuni problemi. Fin dal momento della costruzione – il grattacielo è stato progettato agli inizi degli anni ’50 – ci furono numerosi intoppi: ci si trovò a mettere giù le fondamenta in un terreno argilloso e fragile (problema risolto con nuove fondazioni). Inoltre la vicinanza alla stazione trasmetteva vibrazioni causate dal passaggio dei treni (problema ovviamente che è sempre rimasto).

Anche la destinazione d’uso è stata quantomeno confusa: da una parte lo scopo di offrire abitazioni di prezzo accessibile al ceto medio-basso, si era nel periodo del boom edilizio, per cui la rapida crescita demografica, le migliorate condizioni economiche e sociali, l’aumento del reddito per abitante e i bassi tassi d’interesse consentirono a molti l’accesso al credito ed ai mutui fondiari ed edilizi. Contemporaneamente, per la modernità dell’architettura, abitare al grattacielo era considerato prestigioso e contemporaneo e ha attirato fino agli anni Ottanta famiglie, avvocati, docenti e professionisti.

Negli anni ’80, Ferrara viveva una fase di consolidamento economico e di una prosperità diffusa anche se più lenta nella sua espansione, il valore aggiuntivo del panorama di molti appartamenti, il punto strategico (la vicinanza alla stazione ferroviaria e al centro) rendevano l’immobile appetibile per molti.

Da un punto di vista architettonico, estetico, i commenti erano i più disparati: per alcuni un fiore all’occhiello all’insegna della modernità che dava lustro alla città; per altri un edificio pretenzioso ed estraneo all’urbanistica di Ferrara.

Il grattacielo però non nasceva con i requisiti di sicurezza che erano stati sanciti attraverso diverse normative chiave per gli edifici in Italia: norme antisismiche introdotte dagli anni ’70-’80 (Legge 64/74, classificazione 1981), la sicurezza antincendio specifica per abitazioni risalente al DM 16 maggio 1987, n. 246.

Da questo puto di vista si sono protratti nel tempo fino ad oggi inadempienze, ritardi e chissà cosa, compreso il Testo Unico Edilizia (DPR 380/2001) che aveva armonizzato le norme, con aggiornamenti costanti, incluso il recente D.M. 25/01/2019.

Ma siamo a conoscenza se ci sono stati gli adeguamenti richiesti dalla legge? Gli amministratori, i proprietari e gli inquilini dell’epoca erano informati? Si sono conformati? Ci sono stati controlli in quegli anni? Nascono forti dubbi per spiegare la tanta incuria accumulata negli anni fino all’evento finale catastrofico.

Sui quotidiani di questi giorni si fa riferimento a verbali dei Vigili del fuoco risalenti al 2017, un mucchio di tempo prima dell’incidente quindi.

Già negli anni Novanta per il grattacielo iniziava una fase complessa. Aumentarono le persone in difficoltà, che sceglievano il grattacielo come dimora dati i prezzi abbordabili, ma le spese condominiali, per la situazione spesso precaria dei condomini, non erano onorate, idem le utenze. Alcuni cominciarono a non pagare neppure l’affitto ma, cosa che non si capisce, cosa faceva l’amministratore e come agivano i fornitori di gas, luce e acqua?

Cominciarono da parte dei proprietari le vendite degli appartamenti, molti, interessati da un mutuo, finirono ipotecati e quindi nelle mani delle banche. Il valore degli alloggi subì un crollo, gli appartamenti si svalutatarono e l’area cadde progressivamente nel degrado. C’erano già perciò molti fattori che indicavano la necessità di un recupero e di un investimento di riqualificazione.

Inoltre la zona diventò progressivamente scenario di criminalità, spaccio e prostituzione. Non è chiaro però come sia avvenuto questo declino, come mai si fossero concentrati proprio lì tanti problemi sociali, quali interessi ha perseguito il mercato immobiliare, quali politiche sociali ed economiche non si sono attuate agli esordi di un’area sempre più problematica. Sembrerebbe che tutti facessero da spettatori. O forse il grattacielo ha avuto la sfortuna di sostituire altri ricettacoli di problemi che dovevano essere allontanati dal centro città?

Un confronto per capire meglio. Dalla fine degli anni ’80, Piazza Verdi, sia il teatro – immobile di proprietà privata – che le zone limitrofe, preda di un progressivo deterioramento, anch’esse centro di spaccio e di insicurezza, hanno visto nel gennaio del 1999 l’interesse e quindi l’acquisito di immobili da parte del Comune di Ferrara per avviare l’opera di recupero del complesso da riconvertire. Cosa ha permesso che tale quartiere fosse liberato da tossicodipendenti e spaccio e divenisse destinatario di opere di riqualificazione urbana?

Nel giugno del 2019 Piazza Verdi da brutto parcheggio è diventata una piazza aperta, punto di aggregazione. L’allora sindaco uscente Tagliani afferma in un intervista “tutto può cambiare”. Ma se è stata possibile questa doverosa trasformazione qualitativa, come mai non ci si è posti il problema di un altro quartiere, certo meno centrale, ma per lo meno altrettanto a rischio?

Il grattacielo non è il centro storico, gioiello delle belle arti e del turismo, ma l’istantanea della stazione è il primo biglietto da visita che la città offre.

Tagliani afferma su estense.com del 23 gennaio del 2026 che nel 2018 era riuscito a raggiungere un’intesa con gli abitanti del condominio del grattacielo e che “venne presentato un progetto con il parere dei Vigili del Fuoco (prot 5710del 22/05/2018/) e fu rilasciata l’ordinanza del 10/07/2018; l’iter e il controllo dell’adempimento di tale ordinanza erano onere del sindaco, dei Vigili del Fuoco e del Prefetto in via sostitutiva.” L’ultima lettera di verifica risale al marzo 2019.

Dal giugno 2019 a Ferrara il Sindaco è Fabbri, che non ha portato scelte di governo della città necessarie al problema del grattacielo. A fianco del primo cittadino in quel periodo l’incarico come Assessore con deleghe al Decoro Urbano, Edilizia, Frazioni, Manutenzione Strade, Mobilità, Palio, Patrimonio, Rigenerazione Urbana, Sicurezza, Urbanistica era Nicola Lodi (insediato il 21 giugno 2019, ha concluso il suo incarico il 17 febbraio 2025).

Non mi dilungo sulla sua triste uscita, lo menziono perchè, come si legge sul sito del Comune di Ferrara, si presenta in questo modo: “Il mio obiettivo principale è sempre stata la sicurezza.(..) Da anni mi batto per riportare il territorio ad uno stato sicuro e decoroso (…) le progettualità messe in campo durante il nostro mandato sono riuscite in pochi mesi a debellare il fenomeno della mafia nigeriana, arrivando sulle pagine della stampa nazionale. Oggi raccogliamo consensi per la politica del fare, quella politica dell’ascolto concreto”.

Ma vediamo come commentavano questo “ascolto concreto” i comitati dei residenti del quartiere Gad, oltre il contrasto dello spaccio chiedevano il potenziamento dell’illuminazione pubblica e l’installazione “tra le 5 e le 6 telecamere all’anno in aggiunta a quelle esistenti”. L’associazione residenti Gad chiedeva di affrontare il nuovo esodo di immigrati che “anche questa volta non potrà pagare la Gad”.

Il comitato chiedeva anche un rilancio del commercio e sottolineava che il degrado del quartiere colpiva i residenti e il valore delle loro case. Si sentono arrabbiati, alcuni hanno dovuto lasciare la propria casa “che ora non vale neanche 20000 euro(Roberto Zaramella del Comitato 2013, telestense 4 marzo 2014). Insieme a lui chi può fugge e salva il salvabile. Conosco persone che hanno agito in questo modo prima dell’inevitabile che poi si è avverato.

Rimane consolidato il dato che i problemi partivano dai decenni precedenti, come si accennava prima già intorno agli anni novanta, e fino ad oggi è continuata ad esistere una mancanza di attenzione e coerenza nelle azioni di tutela di questa parte di cittadini, che si è sempre più esacerbata.

Nel consiglio comunale del 26 gennaio il Sindaco Fabbri ha ricostruito a livello cronologico tutto quanto possiede un valore documentale (https://www.youtube.com/watch?v=ybq2BG1-Zgk) per capire cosa (non) si è fatto e ovviamente per difendere le sue decisioni di questi giorni, che sono l’ultimo atto di questa brutta vicenda. L’elenco di decine di pagine sbalordisce perchè permette di toccare con mano quanto tempo è stato procrastinato e quanti verbali e segnalazioni sono rimaste a impolverarsi in cassetti riaperti solo in questi giorni.

Credo sia opportuna una osservazione relativa alla qualità dei pochi ed insufficienti interventi pensati ed alcuni anche concretizzati. La stragrande maggioranza, specie nelle ultime due consigliature, hanno messo in primo piano la sicurezza nel senso di controllo e repressione del contesto deviante “pericoloso” della zona Gad attraverso le forze dell’ordine. É arrivato anche l’esercito e come pendolare posso affermare che vedere i militari armati e la camionetta in sosta o di ronda aumentava di molto la preoccupazione, perchè condizionava la percezione di essere in un luogo dove vigeva il coprifuoco e da cui scappare velocemente.

Il Senatore Alberto Balboni nel 2019 (Il Resto del Carlino del 24 febbraio) aveva proposto alle sei associazioni che rappresentano i cittadini del Gad: Daspo urbano e vigili armatiQui serve ciò che ha fatto il sindaco Giuliani per New York: ripartire dalle finestre rotte”(..) prima di tutto però è necessario un cambiamento culturale”.

Siamo in piena propaganda per le elezioni amministrative: dopo le elezioni vinte dal centro destra, non sono state aggiustate le finestre rotte, figurarsi i contatori, gli allacciamenti, le misure di sicurezza. Gli interventi di controllo e dell’esercito invece si sono consolidati.

Se il cambio culturale era inteso come essere contro i migranti, rinforzare barriere ai cittadini disagiati, espellere quelli problematici, pulire la zona dai senza tetto, la direzione è stata assolutamente coerente.

Peccato che salvaguardare l’apparenza, tutto è pulito e in ordine, non riduce ma nasconde e sposta i problemi in altre zone della città e crea una escalation di conflittualità in un gioco infinito a guardie e ladri.

Abbiamo dovuto aspettare fino agli anni Duemila perchè il Grattacielo diventasse scenario di differenti dinamiche urbane: iniziative culturali, progetti sociali e spazi di integrazione si sono costituiti come deterrenti agli episodi problematici. Negli ultimi anni la riqualificazione del parco Coletta, così come l’apertura della Biblioteca popolare Giardino, del circolo Officina Meca e, recentemente, di un bar, hanno contribuito a migliorare la situazione attraverso un presidio costante di cittadinanza attiva che, palesemente, è stata il vero cambio di rotta, più che i soli interventi di sicurezza.

Ci sono stati progetti anche negli anni precedenti, ad esempio quelli della coop Camelot coordinata dal Comune di Ferrara. Nata nel 1999, tra le sue finalità si occupava della gestione dell’emergenza migranti all’interno del Piano benessere sociale e sanitario.

Possiamo mettere a confronto due visioni differenti, togliere di mezzo le persone sgradite versus aiutare le persone vulnerabili caso per caso, accoglierle e accompagnarle ad una integrazione nel tessuto della città, impedendo in tal modo che fossero risucchiate nel circuito antisociale.

Data una veste nuova al quartiere attraverso quanto descritto sopra, sono rimaste nel tempo però le difficoltà legate alla gestione condominiale, aspetto complesso ed anche confuso che non aiuta di certo a capire le responsabilità dei vari attori: inquilini, Comune. proprietari, amministratori di condominio.

Attualmente, per la Torre B si stima che il 60% degli alloggi fosse occupato da immigrati di diverse etnie, mentre nel restante 40% troviamo italiani; cifre in continua variazione per la natura dinamica della componente immigrata che abita il palazzo. Stimare che gli autoctoni sono 40% dovrebbe smentire la quantità di pregiudizi razziali che accompagnano i commenti, specie sui social, ma tant’è… la zona del GAD è ormai per definizione degradata, insicura, violenta. Dai social molti commenti si possono riassumere come “se lo sono cercati” “non si meritano niente”.

[continua]

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Democrazia, la strada maestra verso la tirannide

Democrazia, la strada maestra verso la tirannide

 

Alex Pretti era un infermiere trentasettenne di terapia intensiva che viveva a Minneapolis.  Nel suo curriculum vantava dieci anni di esperienza nell’assistenza ai veterani di guerra. E’ stato ammazzato a sangue freddo mentre filmava con lo smartphone “agenti” federali che molestavano private cittadine, probabilmente sue vicine di casa, e cercava di proteggerne una senza armi in mano. Non metterò il link al suo assassinio a sangue freddo ad opera di sei microcefali, arruolati senza addestramento nella polizia privata di Trump chiamata ICE. Tanto lo hai potuto guardare dappertutto, e mi dà il voltastomaco ogni volta che provo a rivederlo. Non so se, quando la rabbia viene rimpiazzata dalla nausea, sia un buon segno. Forse è l’anticamera dell’insensibilità.

Alex Pretti è un eroe involontario del tempo postumano. Non occorre infatti “voler fare l’eroe” per esserlo: basta comportarsi da essere umano, in un contesto postumano. Tutta la letteratura scientifica e artistica sugli umanoidi – a partire dal prototipo dell’automa di Leonardo da Vinci passando per Maria di Metropolis, per i replicanti in Blade Runner, per I, Robot di Asimov fino alla recente Sophia, robot androide che risponde in modo articolato e assume espressioni facciali “umane” – si basa sul progressivo avvicinamento di un robot ad un essere umano, ma restando nel campo dei robot.

Dall’umanoide al robottoide

Nel mondo postumano che ha reso datata ogni fantascienza, impossibile ogni satira, con l’eccezione del kolossal ecologico Avatar, parabola antiimperialista e pro-nativi dentro uno straordinario (e ridondante) spettacolo di effetti speciali, l’umanoide è stato soppiantato dal robottoide. Il tratto che accomuna i robottoidi è la totale assenza di empatia e compassione per il proprio simile. Come se il robottoide, che comunque proviene dalla specie umana, non riconoscesse l’umano come proprio simile e agisse come un gigantesco anticorpo, che vuole espellere il corpo estraneo.  Abbiamo i robottoidi con tratti geniali, che denotano un quoziente intellettivo elevato seppur votato all’avidità: Elon Musk, che sarebbe capace di distruggere l’habitat di Pandora anche foderandola di veicoli elettrici, o Jeff Bezos, che dopo aver inquinato Venezia col suo ridicolo jet set catering le dona un nichelino per l’ospitalità. Poi abbiamo i robottoidi nei quali anche la corteccia prefrontale è poco sviluppata. Il risultato è Pete Hegseth, un bambolotto ibrido tra big jim e ken: ha un pulsante sulla schiena, lo premi e lui dice frasi idiote. Oppure Gregory nazitrench Bovino, l’ex capo dell’ICE, il cui cognome suscita battute ingenerose per i bovini. Una caricatura del sergente Hartman di Full Metal Jacket, il che prova l’impossibilità della satira: Bovino non era caricaturizzabile, essendo lui stesso la caricatura di una caricatura.  Quanto a umane divenute bambole di cera, la metamorfosi è completa in Kristi Noem, che non ha più espressioni facciali a causa dell’abuso di botox.

La specie umana, prima di diventare completamente postumana, contiene ancora in sè le vette, come Alex Pretti, e gli abissi, come Greg Bovino, come Kristi Noem, come Steven Miller, uno psicolabile razzista già dall’università. Come Kash Patel, che dava dei corrotti all’FBI fino a che non ne è diventato direttore, oscurando buona parte dei files di Epstein. Purtroppo gli abissi sono sempre più densamente popolati: ci sono i manovali del crimine di Stato a libro paga; seguono gli indifferenti, la gran massa degli indifferenti, senza i quali questa discesa sul piano inclinato sarebbe impossibile. E poi ci sono i malvagi senzienti: i Vance e i Rubio, gente che sa benissimo di che pasta è fatto il magnate, che ha dichiarato in passato di che pasta era fatto il magnate, e che adesso non solo ha prostituito il cervello in cambio del denaro e del potere, ma sta provando a muovere i fili del magnate, il burattino più potente del pianeta, approfittando dei suoi problemi cognitivi. Ma stanno giocando col fuoco: da un lato, il fuoco di una guerra civile e di un conflitto mondiale; dall’altro, il fuoco delle loro carriere. A compromettersi troppo con il vecchio pedofilo rischiano la fine dei filistei alla caduta di Sansone, cosa che peraltro auguro loro di cuore.

Remigrazione uguale repressione

La macabra ironia che avviluppa come un manto nero gli attuali Stati Uniti d’America ha dimensioni ben più vaste del Minnesota: è grande quanto la Federazione, essendo connaturata all’origine stessa degli Stati Uniti. Basti ricordare che la dichiarazione d’Indipendenza del 1776 è opera di un gruppo di immigrati inglesi che si vollero affrancare dal dominio coloniale della madrepatria. Il nonno di George Washington era inglese. Tutte le famiglie wasp degli Stati Uniti sono discendenti di immigrati, prevalentemente britannici. Donald Trump è nipote di un tedesco e figlio di una scozzese. Che una nazione nata in questo modo dia la caccia agli immigrati, quando i cacciatori sono i primi immigrati, è un’ assurdità concettuale normalizzata che avrebbe messo in difficoltà Eugene Ionesco. Nel frattempo la chiusura del cerchio è arrivata anche prima del previsto: quando la caccia è indiscriminata e dilettantesca, infatti, hai voglia a mettere nel mirino i messicani, i cubani, i portoricani, gli africani. Prima o poi finisci per ammazzare uno dei tuoi. Bianchi che ammazzano bianchi.  Una guerra civile in piena regola, in cui l’elemento razziale non è più una discriminante. (leggi anche qui)

L’occupazione via ICE dei territori di quegli Stati che non avevano premiato Trump alle ultime elezioni, tra cui il Minnesota, accusato di essere uno stato corrotto e truffaldino, non è solo legata all’immigrazione. I motivi sono diventati chiari quando Pam Bondi, procuratrice federale capo, ha chiesto ufficialmente al governatore del Minnesota Tim Walz di concedere al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti tre cose: l’accesso agli elenchi di registrazione degli elettori; l’accesso ai registri dei programmi di assistenza sociale statali; l’abrogazione delle politiche delle “città santuario”, cosiddette perché si rifiutano di cooperare con lo Stato federale sul perseguimento e deportazione degli immigrati irregolari. Bondi ha espressamente subordinato la fine dei disordini in Minnesota all’ottenimento di questi dati, il che mostra senza ipocrisia, in puro stile trumpiano, quali sono le ragioni e gli scopi della prepotenza federale: intimidire e condizionare le elezioni di midterm a novembre 2026, che rischiano di far perdere a Trump e ai suoi scherani la maggioranza al Congresso (Camera o Senato o entrambi). Per Trump, da gennaio 2021 le elezioni sono truccate, quando non vince lui. Quindi, siccome le probabilità che non vinca stavolta sono elevate, sta preparando il terreno in via preventiva e successiva. Preventivamente, mantenendo la milizia privatizzata ICE sui territori, per creare o fingere disordini o brogli durante le urne, soprattutto se il Minnesota non consentirà di fargli depurare in anticipo le liste dei votanti. Successivamente, per invocare la legge marziale a causa dei disordini, creati o narrati. L’Insurrection Act è l’unica arma “legale” rimasta a Trump per non perdere il potere. Lo ha già detto lui stesso: se perdo le elezioni di novembre, mi metterannno sotto impeachment. 

Democrazia, la strada maestra verso la tirannide

La frase sembra una provocazione, ma non lo è. Più che altro è un paradosso. Se tutto questo accade nella cosiddetta “democrazia più grande del mondo”, tutto questo dimostra, una volta di più, che la democrazia può diventare autocrazia o tirannide e lo fa di norma attraverso modalità formalmente “democratiche”, affiancate in parallelo da prepotenza, propaganda e paura.  E’ successo nel 1933 in Germania, nel 1924 in Italia. La democrazia sostanziale è fragile perché i suoi meccanismi di garanzia si fondano su un patto di fiducia e libertà. Quando fiducia e libertà vengono sostituite da violenza e paura, restano le regole formali ma è come se della democrazia restasse il simulacro: dentro, non c’è più niente. E’ per questo che la difesa della democrazia non passa solo attraverso le regole: passa attraverso il presidio fisico dei territori, compresi i luoghi istituzionali. Del resto, chi controlla un territorio ha il potere su quel territorio: che sia un’organizzazione criminale o che sia uno stato eletto, che sia un cartello della droga oppure una rete di cittadini non violenti, ma presenti.

 

Cover photo wikimedia commons

 

Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta

Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta.

Continua anche nel nostro territorio la battaglia tra chi pensa che i beni comuni vadano sottratti alle logiche di mercato e gestiti attraverso la modalità dell’intervento pubblico, partecipato dai lavoratori e dai cittadini, e chi, invece, spinge per la loro privatizzazione e perché siano trattati alla stregua di qualunque bene economico.

Non c’è bisogno di sottolineare come, dietro a questi approcci opposti, ci siano idee alternative di modello sociale e di ruolo della cittadinanza.

Nel comune di Ferrara, nell’ultimo anno, sulla base di un chiaro orientamento della giunta di destra che ritiene che il mercato sia il regolatore indiscusso degli assetti sociali e della stessa conformazione della città, è stata confermata la privatizzazione del servizio di gestione dei rifiuti urbani e decisa la messa sul mercato del servizio funerario finora gestito dall’azienda pubblica AMSEF.
Nel primo caso, dopo che la concessione era scaduta da parecchi anni e Hera continuava la gestione del servizio rifiuti in proroga, si è deciso il 28 luglio di procedere all’indizione di una nuova gara, con il risultato più che scontato che sarà appannaggio del gestore uscente HERA, mentre, per il servizio funerario, il 19 dicembre, è stato sancita la vendita totale dell’azienda pubblica, con un vero e proprio colpo di mano, visto che tra l’annuncio di quest’orientamento e il voto in Consiglio Comunale sono passati una decina di giorni. Ho riportato, anche un po’ pedantemente le date in cui si sono formalmente definite con il voto in Consiglio Comunale queste scelte, perché, in sé, sono già simboliche del fatto di voler tenere lontano la partecipazione delle persone, di discutere quando l’attenzione della cittadinanza è meno avvertita, nonostante le mobilitazioni che, a più riprese, si sono prodotte su tali questioni.

La partita sulle privatizzazioni è comunque più che mai aperta. Avanzo questa valutazione soprattutto a partire dal fatto che, prossimamente, si dovrà prendere in considerazione il futuro del servizio idrico in tutta la provincia di Ferrara. Infatti, alla fine del 2027, scadranno le concessione del servizio idrico, sia quella di HERA spa, che serve il Comune di Ferrara e altri Comuni, prevalentemente dell’Alto Ferrarese, ma non solo ( Argenta, Bondeno, Cento, Ferrara, Masi Torello, Mirabello, Poggio Renatico, Portomaggiore, Sant’Agostino, Terre del Reno, Vigarano, Voghiera), sia quella di CADF, azienda a totale capitale pubblico, che interviene nei Comuni del Basso Ferrarese ( Codigoro, Comacchio, Copparo, Fiscaglia, Goro, Jolanda di Savoia, Lagosanto, Mesola, Ostellato, Riva del Po, Tresignana).

Ora, sulla base delle normative esistenti, a quell’epoca, si tratterà di individuare un unico soggetto che gestirà il servizio idrico a livello provinciale, se non interverrà una deroga – peraltro improbabile, in particolare per i vincoli che derivano dalla legislazione nazionale e regionale. Detto in altri termini, ci troveremo di fronte all’alternativa tra arrivare ad una completa privatizzazione del servizio idrico nel territorio provinciale, passando attraverso una gara “fasulla” che darà in mano ad HERA tutta la gestione del servizio idrico in provincia, oppure realizzare una gestione pubblica in tutta la provincia, facendo capo all’azienda pubblica CADF, che potrebbe estendersi in tale direzione, anche avvalendosi dell’apporto di ACOSEA Impianti srl, altra azienda pubblica che possiede le reti del servizio idrico del Comune di Ferrara e di altri Comuni dell’Alto Ferrarese.

La scadenza della fine del 2027 potrebbe apparire lontana, ma in realtà le scelte che guardano a tale scadenza si compiranno già quest’anno.
Se, come ritengo necessario, si ha l’intenzione di procedere verso la costituzione di un’unica società pubblica che gestisce il servizio idrico in tutto il territorio provinciale, occorre essere consapevoli che si tratta di un’operazione complessa, che ha bisogno di muovere i suoi passi già a partire dai prossimi mesi.

Le ragioni che militano a favore di questa scelta sono almeno tre.

La prima è che l’acqua, e il servizio idrico che la rende disponibile ai cittadini, è bene comune per eccellenza. Bene comune nel senso che essi sono quelli che appartengono “a tutti e nessuno”, quelli su cui si fonda la convivenza umana e sociale, che garantiscono diritti fondamentali e universali. Poi, l’acqua è risorsa essenziale per la vita, limitata in natura, da preservare necessariamente per le future generazioni. Già a partire da qui è evidente che essa, e la sua gestione, non può essere consegnata al mercato, alla logica della domanda e dell’offerta, e tantomeno alla finanza e alla Borsa.

In secondo luogo, non si può non ragionare sul cambiamento climatico in corso. Gli studi scientifici più accreditati parlano del fatto che nei prossimi 5 anni si supererà il limite critico dell’innalzamento della temperatura di 1,5° fissato con la Conferenza di Parigi del 2015 e che, invece, le tendenze in atto segnalano che, senza un’adeguata inversione di rotta, entro la fine del secolo l’aumento della temperatura del pianeta rischia di arrivare a 2,5°. È sotto gli occhi di tutti che ciò sta già determinando l’alternarsi, sempre più violento, di fenomeni siccitosi e alluvionali, il progressivo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari, più in generale una vera e propria crisi idrica che interessa tutto il globo. È evidente, dunque, che si tratta di mettere in campo, a tutti i livelli, azioni e iniziative finalizzate a tutelare e salvaguardare l’acqua, la sua qualità e un utilizzo capace di risparmiarla. 

Terzo motivo: scegliere la strada della ripubblicizzazione del servizio idrico significa anche rispettare l’esito del referendum sull’acqua pubblica del 2011. Il responso lì arrivato, per quanto disatteso e contraddetto da tutti i governi che si sono succeduti da quel momento, è stato molto chiaro, visto che la maggioranza assoluta dei cittadini si era espresso per sottrarre l’acqua dal mercato e procedere verso la ripubblicizzazione del servizio idrico, e non può essere ignorato nelle scelte che si compiono anche a livello territoriale.

Oltre a questi ragionamenti di carattere generale, la stessa esperienza di HERA Ferrara e CADF ci dice che la gestione pubblica realizza risultati decisamente più utili per l’interesse collettivo rispetto a chi, come le grandi multiutility, è orientato soprattutto a realizzare profitti e distribuire dividendi ai soci privati e pubblici.
Solo per esemplificare il gruppo Hera ha presentato da poco il proprio piano industriale traguardato al 2029 e negli obiettivi che sono stati sbandierati spicca quello
del  rialzo della politica del dividendo: si prevede di proporre al Consiglio di Amministrazione la distribuzione di un dividendo di 16 centesimi di euro per azione, in aumento del 6,7% rispetto alla cedola di competenza 2024 pagata nel 2025 e rispetto alle previsioni del precedente Piano industriale (15,5 centesimi).

A supporto delle considerazioni sviluppate sui risultati di CADF e Hera Ferrara, basta guardare al fatto che la prima presenta tariffe inferiori rispetto alla seconda, che gli investimenti procapite sono superiori e lo stesso dicasi per le perdite idriche, misurate sulla base dell’estensione della rete idrica.

Insomma, ci sono tutte le ragioni per costruire un’iniziativa forte per arrivare alla ripubblicizzazione del servizio idrico anche nella nostra provincia. Forum Ferrara Partecipata sta predisponendo una campagna per andare in questa direzione. Certamente, per essere efficace, avrà bisogno dell’apporto di tante persone e soggetti sociali e politici, di quel popolo dell’acqua che fu il protagonista della vittoria referendaria del 2011 e che può tornare a farsi sentire anche a Ferrara.

Cover: cartelli durante una manifestazione per l’Acqua pubblica 

Per leggere gli articoli di Corrado Oddi su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Per certi versi / A domani

A domani

A domani

Tra venti giorni

Sette mesi

 

Ti giunga la missiva

Telefonami

 

Mille ore in diligenza

L’acqua ai cavalli

L’intercity

 

In quell’hotel a Place du Tertre

All’Abbazia di Morimondo

Nella stanza 48, proprio lì, sulla Statale

 

Ella

Io

 

Cambia nulla, amur

Ho le guance in fiamme

Come cent’anni fa

 

Ho voglia di stringerti

Come per sempre

 

(inedito)

In copertina: lettera antica con mongolfiera e zeppelin – Foto di Dorothe Wouters da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Se anche il sindaco di New York sogna un bidet

La “rivoluzione del bidet” di Zohran Mamdani: giornalismo degradante o degrado della politica?

Inizialmente pensavo fosse una fandonia tra le tante, una delle tanche pochezze del giornalismo con articoli trash e acchiappa like creati appositamente per girare sui social, ma poi ho capito che chi dava la notizia della “rivoluzione del bidet di Zohran Mamdani, neosindaco “socialista” di New York, si poneva come serio e interessante nell’argomento.

“Il trasloco di un sindaco nella storica residenza di Gracie Mansion a New York è da sempre un evento seguito con curiosità, ma Zohran Mamdani è riuscito a spostare l’attenzione dai saloni del diciottesimo secolo ai servizi igienici.” – si legge su Leggo.it – “Lasciato il suo piccolo appartamento nel Queens per la villa da oltre mille metri quadrati nell’Upper East Side, il primo cittadino ha annunciato un cambiamento che promette di scuotere le fondamenta culturali americane: l’installazione dei bidet. Quella che per molti potrebbe sembrare una semplice preferenza personale è, in realtà, l’inizio di una potenziale trasformazione dei costumi per una nazione che ha sempre guardato a questo dispositivo con un misto di scetticismo e confusione.”

Quello che pare una notizia inutile, sembra essere una notizia importante a cui il mainstream occidentale sembra dare una certa serietà. Si legge: “L’apertura di Mamdani verso il bidet non è casuale, ma affonda le radici nelle sue origini. Figlio di genitori provenienti dall’India, il sindaco porta con sé una sensibilità verso abitudini igieniche comuni in gran parte del mondo, inclusa l’Italia, ma storicamente assenti negli Stati Uniti. Se in passato sindaci come Mike Bloomberg si erano concentrati su ristrutturazioni di lusso o Ed Koch sull’installazione di barbecue interni, Mamdani punta sulla praticità e sulla pulizia personale, sdoganando un oggetto che per decenni è stato considerato un lusso inaccessibile o, peggio, una bizzarria straniera difficile da spiegare.”

Una “rivoluzione” a tutti gli effetti, a tal punto che sembra che tutto il mondo aspettasse qualcosa “di nuovo” in questo neo-sindaco newyorkese poiché sembra – stando alla narrazione corrente – che ogni sindaco di New York sia abituato a lasciare “segni distintivi”: le ristrutturazioni di Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco di New York City. Evidentemente il segno distintivo, Mamdani, lo ha già lasciato all’inizio del suo mandato: l’installazione del bidet.

Man mano che si leggono gli articoli sul web si scopre che non solo non è uno scherzo – per quanto possa sembrare ironico – ma che, a quanto pare, era proprio uno dei tanti obiettivi di Mamdani: “Il giorno in cui si è trasferito con la first lady nella residenza ufficiale del sindaco di New York, a Gracie Mansion, nell’Upper East Side, Zohran Mamdani disse che avrebbe cercato di raggiungere un obiettivo: installare i bidet nei bagni. Quella che una parte dei newyorkesi aveva preso come una boutade, in realtà ha generato interesse, e rappresenta l’aspirazione internazionale del nuovo sindaco: gli americani non hanno il bidet e questo da sempre rappresenta un punto interrogativo riguardo all’igiene personale.” – si legge su La Repubblica.

Interessante scoprire che i bidet siano così fortemente parte integrante del programma “socialista” di Mamdani, a tal punto da essere divulgato oltreoceano (un oltreoceano che, in parte, conosce già i bidet). E’ lo stesso quotidiano liberal-democratico italiano che, dando importanza e serietà alla questione, parla addirittura di una “rivoluzione culturale”:

“Quasi ogni sindaco di New York ha lasciato il proprio segno nella residenza secolare, a cominciare da Mike Bloomberg che, seppure preferì restare nella sua townhouse, diede il via libera a una completa ristrutturazione interna. Ed Koch invece fece installare un barbecue da interno. Ma ai bidet non aveva pensato nessuno. La proposta di Mamdani conferma l’apertura di molti americani verso un dispositivo comune in molte parti del mondo, inclusa l’Italia e l’India, di cui sono originari i genitori del sindaco. Mamdani potrebbe lanciare una rivoluzione nei costumi degli Stati Uniti? Il clima sembra favorevole.”

Una “rivoluzione” talmente soddisfacente da unire Democratici e Repubblicani. Secondo La Repubblica l’entusiasmo è arrivato dalla figlia dell’ex-sindaco repubblicano di New York Rudolph Giuliani, Caroline Rose, che ha dichiarato: “Avrei fatto la stessa cosa se avessi conosciuto i bidet quando vivevo lì”.

La storia ci insegna che anche la famiglia di Caroline Rose ha origini italiane. Suo padre Rudolph Giuliani è figlio di Harold Angelo Giuliani (1908–1981), un gestore di case da gioco clandestine statunitense figlio di immigrati italiani (Rodolfo ed Evangelina Giuliani) originari di Marliana (PT), e di Helen D’Avanzo (1909-2002), una casalinga figlia di immigrati italiani (Luigi e Adelina D’Avanzo). Non si capisce perchè l’italianità di Rudolph Giuliani non l’abbia portato a installare i bidet quando iniziò il suo mandato sindaco di New York il 1º gennaio 1994, per iniziare l’anno… col botto.

Però risulta simpatico e intensamente attrattivo sapere che i cittadini della più grande potenza tecno-militare del mondo siano amanti del “sogno americano” a tal punto da “esportarlo” nel mondo… il tutto senza conoscere il bidet. Può una potenza mondiale arrogarsi il diritto di esportare “diritti delle donne, diritti umani e democrazia” senza conoscere il bidet? Quasi disdicevole…

Un po’ come arrogarsi il diritto di esportare “diritti delle donne, diritti umani e democrazia” e approvare la pena di morte proprio come il loro peggiore nemico: l’Iran degli Ayatollah. Nel 2025, si è registrato negli USA un aumento delle esecuzioni, spesso tramite iniezione letale, ma anche con l’uso di fucilazione e ipossia da azoto: esecuzioni fortemente legate con questioni razziali e sociali. 

Eppure quella di Mamdani è una “rivoluzione culturale”: gli USA, definita “la più grande democrazia del mondo”, ha appreso solo nel 2026 che farsi il bidet offre numerosi benefici, tra cui un’igiene intima superiore, la prevenzione di irritazioni e infezioni, e un maggiore comfort, soprattutto in caso di emorroidi o durante il ciclo mestruale (per le donne).

Secondo il New York Times, Tushy, azienda di Brooklyn che produce bidet, ha spedito due milioni di pezzi sul mercato americano dal 2015, anno della sua fondazione. “Quando abbiamo cominciato – ha spiegato il ceo, Justin Allen – i bidet negli Stati Uniti erano visti come un lusso inaccessibile e, va detto, come qualcosa di strano”. “Ma una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”, ha aggiunto.

Aveva dunque ragione Loredana Bertè quando cantava, in “Così ti scrivo”“E quest’America che tanto si dice, Della rosa solo il gambo”.

Gli statunitensi – il 20% della popolazione mondiale, quella dei Paesi a capitalismo avanzato, consuma oltre l’80% delle risorse planetarie (1) – nel 2026 hanno addirittura scoperto che l’uso dell’acqua è più delicato ed efficace rispetto alla carta igienica, riducendo anche l’impatto ambientale. Oltre a garantire una pulizia accurata, il bidet ha anche benefici ambientali – ha spiegato Allen – perché riducono la quantità di carta igienica utilizzata e il numero di salviettine umidificate che finiscono nel water. Non a caso, il dipartimento per la Protezione ambientale di New York, ha pubblicato su Instagram un video sull’annuncio del sindaco, con la didascalia che recita: “Più bidet = meno salviettine umidificate”.

E’ proprio La Repubblica che dall’altro della sua seria professionalità nell’informazione cita un sondaggio condotto dalla National Kitchen and Bath Association: il 76% dei settecento designer d’arredi ha spiegato che i proprietari di casa cercano un water con più funzioni; mentre il 48% dei progettisti prevede che i bidet diventeranno popolari negli Stati Uniti nei prossimi tre anni.

Lo sfruttamento della Terra aumenta di anno in anno, perché si consumano più risorse di quante ne possa mettere a disposizione il pianeta, ma gli statunitensi sono ancora in tempo a scoprire che possono risolvere il problema dell’Earth Overshoot Day rincorrendo la “rivoluzione del bidet”. E sarebbero seriamente gli USA a trainare le sorti del mondo? Mi piacerebbe sapere – lo dico in tono esplicitamente sarcastico – come siamo potuti finire così in basso…

A parte l’ironia di tutta questa situazione assurda, la cosa veramente agghiacciante che fa emerge la “necessità” di scrivere su questo tema (se si può chiamare tale) sottolinea una grande crisi nel mondo del giornalismo italiano ed occidentale in generale, un fase pre-culturale della nostra storia, un punto di non ritorno: perchè tanta enfasi per una notizia così stupida? Perchè tanta serietà narrativa?

Non si è capito se questa notizia sia stata presa per denigrare la figura di Mamdani, servendo su un piatto d’argento al giornalismo di destra l’occasione per ridicolizzare uno dei pochi – almeno in apparenza, per ora – “veri” politici americani ed occidentali, dando l’alibi per poter fomentare le più stupide e frivole affermazioni (“La rivoluzione della sinistra è installare bidet”); o se l’intento dei giornalisti era veramente elogiare Mamdani per introdurre il bidet per motivi culturale ed ambientali.

Non si capisce se effettivamente una buona parte del giornalismo mainstream italiano abbia ritenuto “necessario” dare questa notizia al mondo come se fosse veramente qualcosa di “rivoluzionario”; o se sia una effettiva presa in giro degli USA del “Make America Great Again” (MAGA) di Trump che, pur spacciandosi per “esportatrice di democrazia e di civilizzazione” attraverso la conquista di ogni cosa che reputi sua, abbia dovuto prendere lezioni di cultura dell’igiene intima da un sindaco “socialista” di religione islamica (cosa inedita negli USA).

Non si capisce se la necessità di questa notizia sia solo un puro gioco di visibilità (ridicolizzazione o infantilizzazione che possa scaturire) o se effettivamente sia la sola vera “rivoluzione” che Zohran Mamdani abbia fatto fino ad ora in quel di New York. C’è chi ha parlato dellimpatto geopolitico della “rivoluzione del bidet” di Mamdani.

Non si capisce se tutto questo è la malattia senile di un giornalismo ormai degradante, o se sia – viceversa – l’unica cosa da raccontare nel panorama degradante della politica su scala mondiale.

Se basta parlare di bidet per diventare dei “rivoluzionari culturali” evidentemente il problema sta da entrambi i lati: l’enfasi dei giornalisti nel descrivere il fenomeno e la qualità dei contenuti del politico.

(1) Dati UNDP – United Nations Development Program (Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite) https://www.progettogea.com/gea/ambiente/societa-umana.htm

Articoli dei “professionisti dell’informazione” sulla stampa mainstream che parlano della “rivoluzione dei bidet” di Zohran Mamdani:

https://www.corriere.it/esteri/26_gennaio_24/mamdani-bidet-new-york-rivoluzione-5defb154-5c73-4cb4-999e-9cc0aaf53xlk.shtml

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/23/una-volta-che-ne-usi-uno-e-difficile-dimenticare-quanto-ci-si-senta-piu-puliti-la-rivoluzione-del-bidet-del-sindaco-di-new-york-mamdani/8266342/

https://www.repubblica.it/esteri/2026/01/22/news/new_york_mamdani_rivoluzione_del_bidet-425111818/

https://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/45985528/mamdani-bidet-per-tutti-rivoluzione-sinistra/

https://lifestyle.everyeye.it/notizie/mamdani-guida-rivoluzione-bidet-new-york-se-usi-uno-non-torni-indietro-855261.html

https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/764905/il-sindaco-di-new-york-vuole-il-bidet-in-ogni-abitazione-della-grande-mela-partendo-da-casa-sua.html

https://www.open.online/2026/01/23/new-york-sindaco-mamdani-bidet-video/

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2026/01/14/mamdani-si-trasferisce-in-residenza-sindaco-e-chiede-bidet-nei-bagni_f3de4fc1-e9e3-4fba-a4a4-9b3bb6d526f3.html

Cover: Bidet https://www.flickr.com/photos/sentience/322162165

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Presto di mattina /
La luce chiama

Presto di mattina. La luce chiama

La luce chiama

Smarrito vagare/ a stimme di luce, buio fiorire
(D. Dolci)

La luce è come ferita, voce silente e abbagliante, che chiama gli smarriti, i dimenticati all’incontro, stigmi lucenti vibrano e il buio fiorisce di forme e colori. Strada facendo la luce si allarga, si fa spazio d’incontro: è luce di sogno quella che sale dal Natale che va all’incontro di quella promessa che scende dalla Pasqua nel giorno della Presentazione del Signore al tempio, il 2 febbraio prossimo. È detta nella liturgia orientale festa dell’Hypapante, incontro appunto, e in quella occidentale Candelora.

La luce della stella accende così i ceri di coloro che nel cammino quaresimale, ormai incombente, saranno protesi alla gioia pasquale sulle orme di Cristo, luce per le genti. Gli sguardi scrutano lontano oltre quest’ora ancora di oscurità rivolti alla luce del cero pasquale preludio della tomba vuota riempita, il mattino, di luce. È lo sguardo della fede che ci soccorre per vedere la luce ancora latente o incipiente in ogni creatura ed il mondo come creatura viva di creature; così gli sguardi divenuti luminosi alla luce sospirano come nel Cantico dei Cantici all’amato: «Oh prendimi con te! Corriamo!» (1,4).

il minuscolo corpo della terra
nel sogno di rincorrere la luce indaga
vedere ininterrotto

la mano accarezzando ascolta e dice
i tuoi occhi sono miniere di luce
tutti i miei fiori si aprono
(Danilo Dolci, Creatura di Creature. Poesie 1948-1978, Armando editore, Roma 1986, 227; 162; 218).

La luce della nominazione

“Luce chiama” è il titolo che introduce una breve raccolta di poesie nel volume Creatura di Creature con l’introduzione è di Mario Luzi. Egli scorge nella poetica di Danilo Dolci un intreccio con il suo progetto sociologico e pedagogico inteso come creazione di vita, esercizio maieutico del portare alla luce, far nascere, crescere, espandere al di là di se stessi per gli altri il processo della conoscenza creatrice.

Per Dolci – ricorda Luzi – la creazione è pensata come generazione continua, «un inesauribile progetto aperto alla nostra intraprendenza e necessità vitale di appropriazione e di conoscenza in progressione esistenziale e sociale: dall’ombra alla chiarezza, dall’organico e inarticolato alla luce della nominazione». (ivi, III).

Secondo Mario Luzi “la luce della nominazione” significa portare alla luce la parola, rivelarne la sua natura epifanica, ciò che vi è nascosto in essa. Nominare qualcosa equivale a farla uscire fuori, liberarla dall’insignificanza, dall’oscurità che l’imprigiona. Così il poeta non inventa la realtà ma la nomina; è questa una forma di conoscenza che sta alla base della stessa pedagogia maieutica di Danilo Dolci.

La conoscenza come luce della nominazione non è solo un atto umano, ma per Luzi, come anche per Dolci, è un atto religioso, sacro, un avere parte alla costruzione della “creatura di creature”, di una comunità che nelle interrelazioni multilaterali diventa un organismo sociale, vivente e armonico, luogo in cui la dignità e la salvaguardia della vita sta al di sopra di ogni altro valore. L’umanità ha così una struttura corale nella prospettiva sociologica di Dolci: per questo “Creatura di creature” è la comunità viva che porta alla luce e fa partorire mediante l’esercizio dell’ascolto delle persone e dell’interrogazione al fine di giungere al senso, al vero che già si possiede dentro di sé o dentro gli avvenimenti: è l’arte della maieutica generativa di coscienza e chiarore di consapevolezza.

L’educatore ascolta
essenziale,
«la sua parola è medicamento»,
impara a fare crescere domande,
sollecita consigli, studia come
sviluppare dal fondo
nuove persone, gruppi responsabili-
attento
a illimpidire esattamente
impara a fare crescere le ali.

Scavare la luce nel volto
di un’erba
del mare
di un bambino,
partecipare intento a una ricerca,
battersi aperto contro i parassiti
contro i fascisti,
costruire pazientemente alternative democratiche,
gli sono fasi di un processo essenziale:
cerca esprimere tutto in ogni scelta.
(D. Dolci, Poema umano, Einaudi, Torino 1974, 82; 219-220).

La luce sua chiama ancora

È una luce che chiama ancora quella di Danilo Dolci (Sesana, 28 giugno 1924 – Trappeto, 30 dicembre 1997) e proprio a Candelora, processione di tremule luci. Sociologo, poeta, educatore – insegnava vivendo e interrogando – fu attivista in Italia della nonviolenza insieme ad Aldo Capitini e indicò la centralità del lavoro come fattore di riscatto sociale e premessa di libertà e democrazia.

Nei suoi testi affiora la trama e la storia del suo impegno civile radicale per i diritti, la sua lotta alla fame, alla mafia. Il periodo vissuto a Nomadelfia, là dove fraternità è legge, fondata da don Zeno Saltini (1900-1981), – nata ufficialmente nel 1948 nell’ex campo di concentramento di Fossoli e poi spostatasi a Grosseto – ha rappresentato per Dolci un modello di vita vissuta, un vangelo “sine glossa”, francescano, in gruppi di famiglie dove tutto era in comune, con al centro i piccoli, una pratica di democrazia diretta, tramite il metodo assembleare: quello fu un punto di partenza.

Ma il suo sogno era più grande, quell’esperienza iniziale la voleva allargata a tutti. Così nel 1952 Dolci decise di trasferirsi a Trappeto, uno dei comuni più poveri della Sicilia occidentale.

Una scelta politica: vivere con gli ultimi per riscattare insieme i loro diritti. Non ricercava la protesta ma l’attenzione, inventandosi pratiche come lo “Sciopero alla Rovescia” (1956) in cui i braccianti disoccupati si misero a riparare una strada comunale abbandonata: “Se lo Stato non ci dà lavoro, noi lavoriamo gratuitamente per il bene comune“; per questo fu arrestato ma il caso divenne internazionale.

Valga ricordare anche il “Il Digiuno sul Fiume”, intrapreso per sollecitare la costruzione della diga sullo Jato e sottrare il controllo dell’acqua alla mafia: uno dei tanti digiuni pubblici in cui seppe coinvolgere l’intera comunità. Fondò Radio Sicilia Libera (1970), infrangendo il monopolio Rai, per lanciare un appello disperato a più di due anni dal terremoto del Belice. La gente viveva ancora in baracche e il territorio era devastato: qui «si marcisce di chiacchiere e di ingiustizie, la Sicilia muore». Quell’appello durò solo 26 ore poi la polizia sequestrò tutto, ma la notizia di quella disperazione si diffuse in tutta Europa.

Poema umano

Poema umano è il suo manifesto poetico e politico insieme, un grido e un patto di umanità in cui la creatività resa consapevole nelle persone diventa a poco a poco forza di cambiamento, per far fronte alla volontà di dominio, per smascherare le strutture di potere che vogliono imprigionare la vita della gente. Pubblicato nel 1974 il libro riflette così la sua esperienza siciliana di liberazione della povera gente contro lo sfruttamento, la fame, lo spreco, la sopraffazione o l’indifferenza della politica. È un “noi” che parla nel poeta, un noi che cerca riscatto per i confinati nelle zone d’ombra, che riaccende la luce della coscienza per ridestare il sogno:

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato
(ivi, 105)

Poema umano è così un sognare per e con gli altri; sognarli come ora non sono ancora. È questa la forma più alta di impegno civile e letterario, un sognare insieme che scaturisce dall’agire insieme, spalla a spalla, che non riflette l’amore per le parole ma l’amore per gli uomini (Kristine Wolter). E scrive Cesare Zavattini: «La poesia è in atto già nei fatti e nella vita di Danilo. È il solo della nostra generazione che ha saputo ridurre al minimo la terra di nessuno esistente tra la vita e la letteratura».

Tirar fuori i sogni significa portare alla luce le differenze di ciascuno e solo unendo le differenze e dando loro la parola potrà venire alla luce una umanità viva.

Testimonianza di questo la troviamo proprio nella premessa di Dolci al suo testo, dove ricorda che fin da ragazzo scriveva versi per concentrarsi, per fissare immagini e voci essenziali e così salvarsi dalle vane parole della retorica. In un momento di saggezza, ricorda ancora, a venticinque anni, bruciò millecinquecento versi. Tenne solo la raccolta Ricercari, come una maieutica in atto, testi a due voci, dialogici: «La maieutica è buona se in un gruppo ognuno è levatrice di ciascuno» (ivi, 241).

A “ricercar per verba” si costruisce l’uomo

Perché si rompe con la parola il silenzio dell’omertà e della povertà per far respirare la terra e in essa la gente: dal grido al canto. Il ricercare indica che la parola poetica è un respiro d’anima. Non è un possesso, bensì un’esplorazione dolorosa verso la liberazione, uno scavo e una testimonianza mediante la parola di sé e d’altri. Essa non abbellisce ma ferisce, è stigma di luce, che chiama all’azione non violenta dentro i conflitti.

 Quando Ti accarezzavo e gli occhi miei
bevevano la luce del Tuo volto
Ti celavi più piccola e vicina.
A Te m’aduso come gli occhi a luce:
e pure la mia mano Ti ricerca
lievi carezze arrischia
(ivi, 8).

Nella raccolta Ricercari i testi sono come esercizi di ascolto, frammenti di un dialogo più grande, uno scambio attraverso le parole: un messaggio all’umanità. Si ricerca il senso, la realtà mischiando parole d’altri come fossero note di uno spartito a più voci che si rincorrono. “Ricercar” è infatti forma musicale rinascimentale e del primo Barocco, un intreccio aperto, improvvisato e poi articolato come nell’arte della fuga in Bach in cui Doci vedeva una costruzione complessa e ordinata, simile alla sua idea di organizzazione sociale e politica nonviolenta.

Così scrive Danilo Dolci: «Ho tenuto solo le voci dei Ricercari, che – appuntate nel ’49- ’50 nella silenziosa pianura dello Scrivia -, pur ancora letterarie, pervenivano ad un nodo essenziale: la coscienza che nella vita ciascuno è – può, deve essere – ostia agli altri. Mangiare è un dramma: cosmico. Accetto di mangiare per poter farmi mangiare.

In Nomadelfia poi altre voci ho appuntato – non ancora la mia – attento alla necessità di muoversi dalla coscienza all’atto, a non lasciarmi ammaliare dall’esercizio letterario, non ridurmi a un rapporto intellettualistico con la vita. Venuto in Sicilia nel ’52, per molti anni ho sentito come tentazione l’abbandonarmi a scrivere poesia: troppo forte sentivo il rischio di esaurire in parole urgenze che dovevano essere espresse soprattutto in azioni, fatti, esperienze da approfondire…

Finché nel ’68-’69 ho avvertito netta la necessità di valorizzare la sottile possibilità della poesia per contribuire a rispondere all’interrogativo: di che qualità volevamo lo sviluppo per cui ci impegnavamo. Non temevo più la poesia, non ne arrossivo: non scrivevo più soprattutto per me, il rapporto era divenuto di amore sereno, occasione di illimpidimento funzionale, non chiusa concupiscenza… Molte di queste pagine nella loro prima stesura sono state occasione di colloquio e reciproco approfondimento con ragazzi, giovani e adulti tra i più diversi: occasione, certamente per me, di nuova scoperta. Partinico, settembre 1974», (ivi, VII-VIII).

Costruendo, l’uomo si costruisce.
La città nuova inizia ove la terra respira,
ove ognuno respira
poesia – antenna miccia cantiere –
avvertito la terra può schiantarsi
invetrando cancrene, (ivi, 178).

La luce spare, e tutto è scuro.
Ma a poco a poco nel buio si distinguono
dalla finestra aperta sulla valle
masse piu scure e altre meno scure,
il cielo si disegna, le montagne,
si frastagliano i rami degli alberi,
oscilla al vento un ramo sottile,
si possono distinguere le foglie
scure sul fondo più chiaro del mare
(ivi, 115).

Costruttore di sogni

Così lo definisce Antonio Fiscarelli nel suo recentissimo libro: Danilo Dolci. Lo Stato, il popolo e l’intellettuale, prefazione di Luigi Bonanate, Castelvecchi Lit Edizioni, Roma 2025, è un’opera fondamentale perché fa riferimento anche a tutta la produzione letteraria su Dolci, la sua vita vista come una rivoluzione aperta. Il testo è diviso in due parti: Esperienza e pensiero (1924-1960) e Pensiero ed esperienza (1960-1997) in cui si traccia l’itinerario per educarsi al mondo nuovo. «Costruttore di un tipo particolare di sogni. I suoi, infatti, sono «sogni di fiducia», cioè sogni che rivelano il suo «bisogno di fiducia nelle persone» (ivi, 31).

Si legge nella prefazione: «l’autore ricostruisce la genealogia dei concetti-chiave e delle metafore della sua “filosofia sociale”, abituandoci, con questo metodo, ai suoi capisaldi, progressivamente… Dolci aveva interesse per le relazioni internazionali, ma soprattutto è stato un esempio unico di mobilitazione contro la guerra. Obiettore di coscienza sotto il fascismo, nei decenni seguenti, agisce, nel territorio, per i bisogni immediati della popolazione, oltre il territorio, contro la corsa agli armamenti nucleari e le guerre che crescono nelle nostre democrazie, le “guerre dei diritti”» (ivi, 10).

Dialettica della reciprocità

Lontano da ogni dogmatismo ideologico e religioso ho pensato che quel vangelo sine glossa, senza scappatoie, a cui lo aveva orientato la religiosità della madre e poi aveva sperimentato nella comunità di Nomadelfia chiedeva di espandersi oltre ogni confessione religiosa e vissuto nell’umanità, un vangelo ancora nascosto e da cercare nell’esperienza umana universale della reciprocità, come un luce perduta nel donarsi che viene ritrovata quando la si riceve dalla vita in comune con gli altri.

Fiscarelli ne fa una riflessione a commento della poesia La luce chiama l’ostia: «A dispetto di ogni possibile declinazione misticheggiante, l’idea di farsi ostia gli uni per gli altri implica la reciprocità non solo come concetto intellettuale e principio-guida di un’etica della responsabilità, ma altresì come rapporto della vita al corpo, come rapporto alla vita del corpo. Ed il corpo, in questo scenario è più il corpo di un noi (non di un noi settario, da cameratismo, ma di un noi-tutti) che quello di un io, di un me, di un mio… Il dispositivo che ne è alla base è la dialettica della reciprocità che egli ricerca tanto nei rapporti sociali, quanto nei cicli della natura…

Tale atto di consumazione che riduce il soggetto razionale e morale in ostia rivela in ultima istanza un campo di significatività del corpo inteso come esperienza comunitaria… Nell’accezione antica del termine, communitas è fare unità, fissare legami, vincoli, accordi, stabilire rapporti di reciproca mutualità e protezione, istituire patti, regole, leggi, valori.

Essere umani, humanitas in strictu sensu, per Danilo, da un certo momento in poi, inizia a significare essenzialmente essere «concime gli uni per gli altri», trascrizione laica e umanizzata di ciò che rappresenta ‘l’ostia’ per i cristiani: il corpo di Cristo. Ogni corpo è un cristo e ogni cristo è corpus (oltre che humus), sacrificabile proprio come il corpo di Cristo, e per questo è «ostia per gli altri», (ivi, 54-55; 29).

Tutto sarà tra poco mare rosso
mare di carne tribolata, e docile.

La luce è rogo d’ostie.

Quando sciaborderà l’oceano bianco
contro i muri di pietra ben connessa,
dolce sarà lo scroscio dei ghiaccioli
a noi turbati
nella tepida attesa delle rondini.

La luce chiama l’ostia.

Quando al vento nuovo
langue l’ultima neve, abbrividisce
il sonno indifferente dei grandi alberi.

È luce l’ostia, che ritorna luce
(Poema umano, 11).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/ralf1403-21380246/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9595813″>Ralf Ruppert</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9595813″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Utilizzare i fondi per il Ponte di Messina per la ricostruzione in Sicilia. Firma la petizione!

Utilizzare i fondi per il Ponte di Messina per la ricostruzione in Sicilia. Firma la petizione!

Utilizzare i fondi per il Ponte di Messina per la ricostruzione in Sicilia.

Firma la petizione!

Il ciclone Harry ha causato danni a Sicilia, Calabria e Sardegna per oltre 2 miliardi. In queste ore la frana nel Comune di Niscemi si sta allargando sempre più e rischia di portarsi via tutto il paese. E’ il momento di  concentrare tutti i fondi disponibili per ricostruire le zone colpite e per questo chiedo che i fondi stanziati per il Ponte sullo Stretto siano destinati alla ricostruzione di questi territori.

Il ciclone Harry ha devastato gran parte della Sicilia orientale, da Messina a Ragusa, lasciando distruzione totale al suo passaggio. L’uragano ha sferzato queste zone, rendendole vulnerabili e lasciando le scogliere in uno stato pericolante e fragile. La situazione è critica e richiede azioni urgenti: non solo per ricostruire, ma anche per proteggere e prevenire ulteriori danni.

Inoltre l’uragano ha colpito  molti centri dell’entroterra.

La costiera ionica non è l’unica minacciata. Altre zone, come la costa tirrenica messinese e quella agrigentina, versano nella stessa condizione precaria. La prevenzione dell’erosione è fondamentale, e ciò può essere ottenuto attraverso l’installazione di frangiflutti a mare, strumenti di difesa costiera necessari per salvaguardare le nostre comunità, la pesca ed il nostro turismo.

Inoltre servono molti altri interventi urgentissimi come a Niscemi dove sta scivolando a valle tutto il paese.

In Sicilia si necessita di fondi immediatamente disponibili per affrontare questa emergenza ambientale. Fondi che potrebbero derivare dal progetto del ponte sullo stretto di Messina. Attualmente, questi fondi giacciono inutilizzati a causa di una sentenza della Corte dei Conti che ne blocca l’impiego. Tuttavia, la riassegnazione di queste risorse può rappresentare una soluzione concreta e tempestiva per la ricostruzione e la prevenzione di futuri disastri ambientali.

Chiediamo quindi al governo e alle istituzioni competenti di prendere in considerazione un piano di riassegnazione dei fondi del ponte per interventi immediati sulla costiera siciliana. La ricostruzione e la protezione di queste aree non sono solo necessarie, ma urgenti, con un costo economico che, se affrontato per tempo, potrebbe evitare ulteriori spese maggiori nel futuro.

Occorrono tantissimi fondi forse superiori a quelli destinati per il ponte, non possiamo perdere tempo, perché lasciare quella costiera senza i pennelli significa che anche una piccola mareggiata potrebbe distruggere tutto, interi borghi marinari, compreso il lungomare di Catania.

Troppi territori sono a rischio e troppi cittadini vivono nell’incertezza. È tempo di agire con determinazione e di dare priorità alla sicurezza delle persone e alla tutela del nostro patrimonio esistente. Firmate questa petizione per sollecitare una decisione responsabile e coraggiosa da parte dei nostri leader politici. Sigla la petizione ora e contribuisci a fare la differenza per la Sicilia.

Firma con un click

Alle 12,00 del 31.01.2026  17.107 persone hanno firmato la petizione.

Visita la pagina della petizione

La trave e la pagliuzza

La trave e la pagliuzza

[per gli 800 anni dalla morte di Frate Francesco]

Spesso usiamo il termine generico “microbi” per indicare tanto i virus che i batteri eppure, tra loro, c’è una profonda differenza. I batteri sono organismi formati da una sola cellula priva di nucleo, per cui il materiale genetico è disperso in una particolare regione liquida avvolta dalla membrana cellulare: il prototipo del liquido amniotico in un utero o, se preferite, il primo step del frattale – vita che, trascurando la scala atomica, comincia ad espandersi a auto replicarsi dalle macromolecole fino alle galassie grazie cioè a “semplici” spirali: spirali, spirali dappertutto.

La dimensioni dei batteri più comuni varia tra 0,2 e 10 micron. Un micron è la milionesima parte di un metro.
Per avere un’idea di tali dimensioni, si consideri che il diametro di un globulo rosso è pari a 8 micron… già, ma chi l’ha mai visto un globulo rosso!

Facciamo un altro esempio…vediamo, ah sì: il diametro di un capello varia tra i 65 e i 78 micron e le famigerate PM10 sono polveri di dimensioni inferiori ai 10 micron, dei veri e propri ‘batteri immortali’!

A seconda della loro forma, i batteri vengono battezzati in cocchi, bacilli , vibrioni, spirilli (spiraliformi!) e spirochete: l’astrattismo nasce a queste dimensioni invisibili, parte dalle forme stesse della natura e dalla natura di queste forme.

La riproduzione dei batteri avviene con una semplice divisione cellulare: la cellula madre si scinde in due unità, formando due cellule figlie identiche all’originale.

Esempi di malattie umane causate da batteri sono tracheite, bronchite, polmonite, tonsillite, faringite, meningite, colera, cistite, diarrea, dissenteria, gonorrea, lebbra, peste, scarlattina, tubercolosi, pertosse, sifilide, tifo, paratifo, difterite etc….

I virus sono invece organismi più elementari, quasi un anello di congiunzione tra materia inorganica e organica.

Sono costituiti da un piccolo genoma di materiale genetico, protetto da una capsula proteica. Vi ricordate il film di fantascienza Viaggio allucinante con Raquel Welch? O quello più recente, Salto nel Buio, con Meg Ryan? Un virus è un vero e proprio corpo estraneo, un parassita che non ha nessuna capacità di replicarsi. Lo può fare solo se riesce a penetrare in un altro organismo e a sfruttarlo.

I virus hanno dimensioni più ridotte dei batteri, infatti sono visibili solo al microscopio elettronico: qui abbiamo a che fare con sofisticate nanotecnologie naturali; d’altronde, viaggiando in capsula….

Esempi di malattie umane provocate da virus sono rosolia, morbillo, varicella, aids, herpes, febbre gialla, poliomielite, mononucleosi, influenza, epatite, ebola, vaiolo, aviaria e, last but not least, covid 19.

A questo punto bisogna chiarire che gli antibiotici hanno effetto solo contro i batteri e non contro i virus.

Un antibiotico può agire da batteriostatico, cioè impedire la riproduzione dei batteri o da battericida, cioè uccidere direttamente il batterio.

Purtroppo i batteri hanno una capacità evolutiva che li rende resistenti agli antibiotici specifici, per cui la ricerca scientifica è orientata verso nuovi farmaci che non incontrino resistenza.

Contro i virus esistono in alcuni casi farmaci antivirali, ma la soluzione migliore è solo e sempre quella preventiva, cioè il vaccino.

Oddio adesso passiamo al dibattito dei nostri giorni sul NO VAX! No; non preoccupatevi: dopo questo incipit scientifico non possiamo che passare alla etimologia.

Batterio deriva dal greco baktérion, ‘bastoncino’ mentre virus è latino e vuol dire ‘veleno’, così quando il mio occhio sinistro fu assalito da un virus mai avrei immaginato che sarebbe stato meglio ricevere un bastoncino, nell’occhio!

D’altra parte non è stato forse detto: «Perchè guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (Luca 6,41)». Oggi, più che mai, nei nostri occhi invasi da numerose travi raramente c’è spazio per bastoncini o pagliuzze.

Allora ho cominciato a guardare quella trave che avevo nel mio occhio: un herpes aggressivo che mi stava mangiando la cornea e che mi aveva azzerato il visus accompagnandomi verso tantissime settimane bianche, perchè la cecità è nera, ma esiste anche quella bianca.

La cheratite è un’infezione che colpisce l’occhio, in particolare la cornea ed è causata dalla presenza di Herpes Simplex Virus, HSV. La cornea è la parte trasparente dell’occhio posta davanti alla pupilla e all’iride, e rappresenta la lente più potente dell’occhio, assieme al cristallino. La cheratite può aggredire, in modo unilaterale o bilaterale e in maniera superficiale o profonda, l’occhio.

Colpisce entrambi i sessi, e a tutte le età e soprattutto è democratica, antirazzista e molto tollerante (oggi si direbbe resiliente!). Nella maggior parte dei casi la prognosi per la cheratite da HSV è favorevole, ma è comunque necessario un trattamento importante perché, nei casi sfortunati, può causare danni irreversibili e cecità corneale.

Dunque se l’infezione arriva a coinvolgere gli strati più profondi della cornea, può condurre alla cicatrizzazione della cornea, alla diminuzione della vista e talvolta persino a una cecità bianca: il virus invade la cornea, comincia a nevischiare, quindi la precipitazione infittisce fino a ricoprire tutto il panorama.

Al tempo in cui fui ‘avvelenato’ da HSV le dia-gnosi e le pro-gnosi erano propriamente delle gnosi: vere e proprie forme di conoscenza raggiunta per mezzo di procedimenti misterici.

Dopo essere entrato in diversi ambulatori oftalmici e reparti di ospedali italiani e stranieri; dopo aver tentato tutti i tipi di rimedi proposti dalla scienza medica occidentale e orientale dalla auto-emo-trasfusione (che è un lavaggio della cornea con il proprio sangue, dunque un autolavaggio al sangue) fino alle pratiche ayurvedichemetti la cera togli la cera») sono arrivato alla fine del viaggio davanti alla porta di una chiesetta nascosta tra le navate di una chiesona: il grande salone d’aspetto di un minuscolo ambulatorio.

Scoprii allora sulla mia pelle, perchè lo vidi con i miei, pardon, con il mio occhio, che: «…il pellegrino che varca la soglia della grande Basilica di Santa Maria degli Angeli...» come ricordato da un sito francescano digitale «… si sente subito attratto dalla piccola chiesa romanica, centro fisico, ma soprattutto cuore spirituale dell’intero santuario: la Porziuncola…».

Anche Simone Weil nella sua Autobiografia spirituale lo aveva scritto: «Mentre ero sola nella piccola cappella romanica di Santa Maria degli Angeli, incomparabile miracolo di purezza, in cui Francesco ha pregato tanto spesso, qualcosa più forte di me mi ha costretta, per la prima volta in vita mia, a inginocchiarmi.»

Quando mi trovai in ginocchio sulla soglia della Porziuncola misi a fuoco, con l’occhio buono, la scritta: hic locus sanctus est, qui Dio è sceso per fare due chiacchiere con Francesco.

Cosa potevo, volevo e dovevo aspettarmi lo sapevo, ma cosa dovevo, volevo e potevo offrire? Quanto pagare per questa visita?

Fu tutto molto “semplice” senza bisogno di indagini, gnosi, trattamenti, soldi, ricevute fiscali e selfie.

La mia prima figlia si chiama Francesca. La seconda, Chiara.

Le ho viste crescere. Bene.

In copertina: Assisi – Santa Maria degli Angeli, Porziuncola – Immagine Wikimedia Commons 

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Le province italiane: i fantasmi del passato che paghiamo ancora a peso d’oro

Le province italiane: i fantasmi del passato che paghiamo ancora a peso d’oro

Guardare alle Province italiane oggi può sembrare un atto di archeologia amministrativa.  Per molti cittadini, quelle istituzioni tra Comune e Regione dovevano scomparire: ricordano un voto e una riforma che promettevano proprio questo.
In realtà, le Province non sono mai state completamente abolite.

Nel 2014 la legge Delrio ha trasformato la maggior parte di esse da enti con elezione diretta a enti di secondo livello, con competenze limitate e dirigenti nominati indirettamente. Un tentativo di abolizione costituzionale è stato bocciato nel referendum del 2016, lasciando le Province come organismi “di mezzo”, spesso percepiti come inutili, ma ancora in piedi.

Questa “zona grigia” amministrativa ha un riflesso concreto sui conti pubblici: gli enti provinciali continuano a sostenere costi non trascurabili, a fronte di compiti ridotti.

Prendiamo lesempio della Provincia di Ferrara.

Nel bilancio di previsione per il triennio 2026-2028, approvato di recente, le entrate e le uscite previste per il solo 2026 si aggirano attorno agli 87 milioni di euro, con una spesa del personale stimata in circa 8,1 milioni di euro e un contributo alla finanza pubblica di oltre 10 milioni.
Parte delle risorse verrà destinata alla manutenzione ordinaria della viabilità e agli investimenti in infrastrutture come strade e scuole, ma resta evidente che anche un ente “ridotto” sostiene costi strutturali rilevanti ogni anno.

Il bilancio della Provincia di Ferrara riflette una dinamica che si ritrova in molte realtà italiane: un apparato organizzativo che resiste anche se le funzioni esecutive di governo territoriale sono state ampiamente ridimensionate.
Questa persistenza amministrativa contribuisce a spiegare perché gli stipendi dei dirigenti pubblici, anche negli enti locali, restino spesso elevati.

Secondo rilevazioni salariali pubbliche, figure come un direttore finanziario in ambito locale possono arrivare a guadagnare oltre 160-170 mila euro lordi allanno, con bonus aggiuntivi, mentre ruoli di consulenza contabile e di bilancio si collocano su salari medi superiori ai 60 mila euro annui.

Per capire se questa situazione sia un’anomalia tutta italiana, vale la pena guardare ai modelli europei.

In Francia, il livello intermedio di governo, incarnato dai dipartimenti, mantiene ancora un ruolo politico riconosciuto e competenze significative. Questi enti non sono stati svuotati e fanno parte di un sistema multilivello chiaro, con responsabilità ben definite e una legittimazione diretta degli amministratori. Il costo dei dirigenti, in quel contesto, è più facilmente giustificabile proprio perché inquadrato in un ruolo operativo visibile ai cittadini.

In Germania, il federalismo assegna ai Länder (stati regionali) il ruolo principale, mentre i livelli intermedi (i “Kreise”) svolgono funzioni amministrative chiare e insostituibili, come gestione delle scuole secondarie, trasporti locali e servizi sociali. Non esiste l’equivalente di un ente svuotato: se un livello di governo viene ritenuto superfluo, si procede a fusioni o accorpamenti reali, non a riforme parziali. La coerenza tra funzione e struttura amministrativa rende più trasparente la spesa pubblica e i compensi dei dirigenti sono proporzionati alle responsabilità operative.

Ancora più esplicito è il modello del Regno Unito, dove negli ultimi decenni numerosi livelli intermedi sono stati eliminati o accorpati in autorità unitarie con funzioni ben delineate. Qui la logica è semplice: esiste un solo livello di governo locale forte, e quando un livello appare inefficiente o sovrapposto ad altri lo si modifica o sopprime in maniera netta. L’effetto è che non si creano “enti zombie” con bilanci sostanziosi ma con ruoli svuotati.

Anche in Spagna il sistema è organizzato in modo più coerente: le comunità autonome gestiscono gran parte delle competenze che in Italia sono frammentate tra diversi livelli, e le province, dove ancora esistono, operano come enti di supporto con compiti chiari e sotto il controllo delle regioni. Ciò riduce la duplicazione di costi e concentra le responsabilità decisionali in livelli più vicini ai cittadini.

Il confronto europeo mette in evidenza un punto fondamentale: quando si riforma un livello di governo, o lo si rafforza chiarendo le sue funzioni e competenze, oppure lo si elimina completamente, distribuendo ruoli, personale e risorse in modo coerente.

La soluzione intermedia adottata in Italia con la riforma delle Province ha lasciato una struttura amministrativa che continua a generare costi, anche significativi come nel caso di Ferrara, pur avendo perso buona parte della sua capacità di guida politica e territoriale. Questa discrepanza tra ruolo formale e peso amministrativo è ciò che alimenta il dibattito pubblico sugli stipendi dei dirigenti e sulla reale utilità di questi enti.

Finché il sistema non sarà razionalizzato in modo definitivo, la percezione di inefficienza e di spesa sproporzionata nei confronti dei cittadini rimarrà una questione difficile da ignorare.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/fulopszokemariann-10698699/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3816835″>Mariann Szőke</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3816835″>Pixabay</a>

Per leggere gli articoli di Nicola Gemignani su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Caro Marziano ecco perchè voterò NO al referendum sulla giustizia

Pif: Caro Marziano ecco perchè voterò NO al referendum sulla giustizia

L’ultima nuova è la seguente:

Il governo, dopo aver imposto tempi strettissimi per il voto referendario, per scoraggiare la campagna del NO, ora impedisce il voto degli Italiani fuori sede.

Per il referendum costituzionale confermativo previsto per il 22 e 23 marzo 2026, al momento non è prevista una modalità di voto dedicata per gli italiani fuori sede residenti in Italia. 
A differenza delle consultazioni precedenti (come i referendum del 2025 o le elezioni europee del 2024, che avevano introdotto una sperimentazione per alcune categorie), il governo ha deciso di non estendere tale possibilità per questo specifico appuntamento elettorale. 

Cover: Pif – immagine Wikimedia Commons

Parole a capo
Sheila Moscatelli: « Una spiga ». Alcune poesie.

Parole a capo <br> Sheila Moscatelli: « Una spiga ». Alcune poesie.

 

C’è silenzio nella casa con le persiane grigie.
Distillo il tuo odore dall’ultima bottiglia
chiusa nel cassetto da ventotto anni e nove traslochi
prego – la luna del raccolto – di raggiungere l’altro cielo
dove naviga la collana di perle di fiume
per riparare – in un respiro – al furto di Ade.

*

L’albero del sangue ha radici lontane
controcorrente risale ricordi sbiaditi
e scende a valle nel tempo circolare
la casa si sbilancia sui rami spezzati
mentre respira la luce di settembre
rovina inaccessibile sul fondo del mare.

*

Il desiderio germoglia impaziente attraverso i vestiti
oltre l’isolamento invernale sfioro corolle di nettare
in cui entrare all’istante senza interporre un respiro.
L’attesa è un tormento adesso che mi fiorisci tra le dita.

*

Ho fatto il pane pensando a noi
a quella magia antica per cui
quando acqua e farina
si uniscono diventano cibo.

*

Ringrazio le ossa che sono intere
tutto quello che si può riparare
l’acufene sinistro invito a rallentare
il sangue del mese arrivato puntuale.
Prego per le foglie cadute calciate
calpestate – per i bambini di oggi
e i germogli di domani.

 

(Ringrazio Sheila Moscatelli per avermi autorizzato a pubblicare queste sue poesie. Sono tutte tratte da “Una spiga“, peQuod edizioni, 2025)

 

Foto di hadevora da Pixabay

Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l’Università degli studi di Perugia. Dal 2011 vive e lavora a Ravenna. Suoi testi
appaiono su blog letterari e riviste on line come Atelier, Interno Poesia, Poeti Oggi, La Poesia e lo Spirito, Versolibero, Il Tasto Giallo, Circolare Poesia, Larosainpiu, Lucaniart, Farapoesia, L’Astero Rosso, Margutte, L’Estroverso. Alcuni sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato “L’essenziale” (Firenzelibri, 2023, prefazione di Valerio Grutt) e “Una spiga” (peQuod, collana Portosepolto, 2025, prefazione di Francesca Serragnoli). Collabora come redattrice ed editor con la collana Fuori Stagione e con la rivista di poesia Bottega Portosepolto.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 322° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Vite di carta /
Le vite nel “Canto della pianura” di Kent Haruf

Vite di carta. Le vite nel Canto della pianura di Kent Haruf

Sentivo il bisogno di immergermi in altre vite e le ho trovate nel Canto della pianura di Kent Haruf, il primo romanzo della Trilogia della Pianura pubblicato nel 1999 che ha consacrato la scrittura di Haruf.

Non sono esperta di narrativa americana del Novecento, ritengo tuttavia che la sua sia una scrittura di grande qualità. Un lettore più preparato di me, Eraldo Affinati, dice in copertina che nel libro “si sente il ritmo di Hemingway, l’epica di Faulkner e la malinconia di Čechov“.

Sono in grado di cogliere solo il primo dei riferimenti, avendo letto in gioventù quasi tutti i romanzi di Hemingway e soprattutto I quarantanove racconti, i primi a cui va la mia memoria. Ricordo il ritmo della vita quotidiana e la brevità di alcuni segmenti temporali immessi nel racconto. Testi fatti di dettagli, costruiti per accumulo di scatti fotografici con il punto di vista del personaggio e fatti di parole straordinariamente visive.

Così nel Canto di Haruf una treccia di vite si forma sotto i nostri occhi dentro la cittadina immaginaria di Holt, in Colorado. Ci sono i due fratellini Ike e Bobby, i loro genitori che si stanno separando, la giovane Victoria nei mesi della sua gravidanza e dopo, quando gli anziani fratelli McPheron la accolgono nella loro casa.

C’è una insegnante benefattrice che tiene unite le vite nella treccia con la sua sollecitudine volitiva.

Spicca la violenza proterva di una famiglia, padre-madre-figlio liceale, che conoscono sono la volontà di imporsi sugli altri con la forza e con la menzogna, quel tipo di americani che stiamo conoscendo dai telegiornali.

Il montaggio alternato del romanzo ci induce a passare da una protagonista all’altro, spingendoci a spostare l’attenzione sui fatti che accadono a ognuno di loro e ad aggiornare di volta in volta il loro vissuto. A unire le loro storie è lo spazio in cui vivono, è il tempo della vita quotidiana che ci viene restituito dalla scrittura di Haruf.

Da un lato le case e le strade della cittadina, dall’altro la pianura sono il dentro e il fuori di ogni vita: vediamo i percorsi urbani che come circuiti prestampati aspettano i personaggi presso le stazioni della scuola, del bar, del luogo di lavoro.

Le giornate sono fatte di incontri più o meno abituali e di azioni più o meno collaudate, le abitudini a un tratto messe da parte da un elemento che le perturba.

Le situazioni famigliari si percepiscono difficili anche solo per una parola non detta, un silenzio che si prolunga o uno scorcio sulla solitudine in una stanza in penombra.

Anche la pianura che si stende attorno a Holt è paesaggio che determina, simbolo della accettazione di ogni destino.

Quando Victoria, dopo un periodo a Denver, sceglie di tornare dai fratelli McPheron per partorire la sua bambina, ciò che vede dalla corriera entrando nella contea di Holt è “la campagna…di nuovo piatta e sabbiosa, con i suoi boschetti di alberi rachitici intorno a fattorie isolate e le sue strade sterrate che andavano esattamente da nord a sud, come le linee in un libro illustrato per bambini”.

In una di queste fattorie isolate Victoria sta tornando per fermarsi a vivere e a dare la vita, così come le accade intorno: “c’erano le recinzioni in filo spinato lungo i fossi rettilinei in cui le mucche pascolavano con i loro vitellini e qua e là una giumenta fulva con un puledro appena partorito”.

A rendere l’interiorità di ogni personaggio provvedono i gesti a cui assiste o che fa, il vento che soffia, il corpo degli animali allevati nelle fattorie, le stelle che “infinite e distanti” emanano una luce bianca.

Il contesto è reso con tale lucidità da non poter essere accostato che a quel sentimento, a quello stato d’animo. Presentato quando è già in atto.

La scena finale restituisce una volta di più la coralità in cui vivono uomini, animali, cime degli alberi e vento. “Diciassette miglia a sud di Holt” è una sera di fine maggio, la veranda della fattoria dei McPheron e il cortile recintato accolgono la brezza gradevole nell’ora prima di cena. Ci sono i ragazzini e gli adulti e c’è la nuova vita della bambina.

È tempo che ritorni dentro la mia, con il viatico della brezza ritrovata.

Nota bibliografica:

  • Kent Haruf, Canto della pianura, Enne Enne Editore, 2015 (traduzione di Fabio Cremonesi)

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/colorado/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Parole e figure / Quella cosa gigante

Appena uscito in libreria, con Kite edizioni, “Quella cosa gigante”, scritto e illustrato da Matilde Tacchini ci mette di fronte all’imprevisto che irrompe. Ma che, uniti, si può fronteggiare.

Matilde Tacchini non smette di sorprendere. L’abbiamo letta, recensita (con “Forse non tutti sanno che e “Orso grande e orso piccolo”), seguita, amata. Piano piano. La sua opera cresce, aumenta di livello, piace e… crea dipendenza.

Oggi, da sola, scrive e illustra il suo libro del cuore, “Quella cosa gigante”, un albo, fresco fresco di stampa, che così commenta in un post sui social: “in ogni libro metto un pezzetto di me, ma a questo tengo particolarmente, perché nasce da un’esperienza che mi ha cambiata profondamente. Ho cercato di raccontarla in modo metaforico e senza troppi fronzoli”, continua, “giusto l’essenziale: un piccolo libro rosso, bianco e nero, con tre piccoli omini che si vogliono bene e che insieme decidono che quella “cosa” si può superare. Anche se sembra insormontabile”.

Non sappiamo cosa sia questa entità misteriosa che irrompe inaspettatamente nella vita di una famiglia, sconvolgendone la quotidianità. Possiamo solo indovinare, è la libertà di immaginare che ogni albo illustrato che si rispetti sa dare, la fantasia.

A tutti quella cosa grande sarà capitata.

Quello che è certo è che si tratta di una cosa gigantesca e impossibile da ignorare per tre esserini piccoli piccoli che di fronte a quell’immensità sembrano ancora più piccoli. Le cose grandi, poi, a volte ci fanno sembrare minuscoli. un po’ come Davide contro Golia.

quella cosa gigante

Quella cosa è un dolore, uno spavento, una malattia, una perdita, un dubbio, un problema, una strada che si chiude, un tetto che cade, un fiume che allaga, una rupe che travolge, un sasso che colpisce, una coltellata che ferisce, un sipario che cala?

Quella cosa è davvero gigante, prende tanto, troppo spazio, impossibile trasformarla, modellarla, capirla, accettarla. Come sfidarla, allora, e diventare dei giganti? In fondo non lo siamo tutti già, di fronte a un mondo che declina? Come fronteggiare qualcosa di più grande di sé? In un solo modo: uniti. Che si tratti di famiglia o di amici. In fondo, non ci raccontavano sempre, da bambini, che l’unione fa la forza?

I tre personaggi tentano in ogni modo di liberarsi di quella cosa immensa, pensano e ripensano, studiano, si consultano, ma nessuna strategia pare funzionare.

Mantenendo un approccio coeso, positivo e determinato riusciranno a raggiungere una dimensione completamente nuova e inaspettata. Solo così quella cosa si riduce, anche se un poco di paura sempre la fa. Guardando in alto si vede il cielo.

Il pensiero? Da cosa nasce cosa, da una paura nasce una speranza, da un dolore una lezione, una percezione diversa sulle priorità e le cose importanti della vita.

Perché, a volte, gli ostacoli che sembrano insormontabili possono trasformarsi in preziose occasioni di crescita. A volte le cose grandi sono tali solo perché le vediamo tali. A volte, semplicemente, bisogna farsi giganti per sopravvivere. Amandosi.

Una delicata storia che ci ricorda come, insieme, possiamo trasformarci e scoprire risorse che non sapevamo di avere. E come, con l’amore, diventare giganti.

quella cosa gigante

Matilde Tacchini è art director, illustratrice e autrice per bambini. Da piccola si appassiona all’arte e sogna di diventare madonnara. A a 19 anni si dedica alla laurea in Art Direction alla Nuova Accademia delle Belle Arti (NABA). Dopo 15 anni di campagne pubblicitarie di successo, apre uno studio creativo a Piacenza, dove oltre al graphic design si dedica alla letteratura per i più piccoli, la sua vera e grande passione.

Matilde Tacchini, Quella cosa gigante, Kite edizioni, Padova, 2025, 32 p.

Immagini ufficio stampa Kite

Per leggere tutti gli articoli di Simonetta Sandri su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

 

quella cosa gigante
matilde tacchini

Noi over 70 abbiamo visto tre società

Noi over 70 abbiamo visto tre società: contadina, operaia, post-industriale

Guardando fuori dal bar vedo la neve luccicare su alcuni abeti, una meraviglia più delle immagini che manda la TV, sempre accesa nei bar. Aspetto i miei nipotini alla lezione di sci e sto pensando che la nostra generazione (over 70, ancor più se più anziani) sono gli unici umani nella storia che hanno visto cambiamenti sociali di così enorme portata.

Nell’infanzia abbiamo visto gli ultimi istanti di quella civiltà contadina che ha caratterizzato l’umanità per migliaia di anni.

Ricordo da bambino le donne al lavoro in campagna e le centinaia di biciclette fuori dai locali. Troppo piccolo per capire, ma percepivo un’atmosfera di calore e di umanità che ancora oggi mi riscalda il cuore e tra quelle donne c’era anche Ansalda Siroli.

Gli storici si chiederanno come sia stato possibile che in così poco tempo scomparisse una cultura che era rimasta intatta per migliaia di anni.

Da adolescenti e giovani c’era già un’altra figura centrale: l’operaio e facilmente ci siamo fatti convincere (ma non Pasolini) dalle meraviglie del progressismo, come se fosse un fenomeno ineluttabile. Chi era comunista guardava con favore ad un cambiamento sociale che partiva dalle giuste richieste di questi operai.

Chi era comunista pensava che un aiuto venisse dall’URSS (non tutti per la verità e alcuni, come noi, difesero piuttosto chi si opponeva, come la primavera di Praga), peraltro non si sapeva che Stalin aveva sterminato una quantità di contadini tre volte superiore allo sterminio nazista degli ebrei.

Né ci accorgevamo che l’industrializzazione nel triangolo industriale del Nord (dove i meridionali dormivano in tre nello stesso letto, facendo i turni), era stato di una violenza inaudita per le popolazioni agricole del meridione.

Eravamo concentrati sulla figura emergente dell’operaio e null’altro vedevamo, mentre c’era chi (Pasolini) vedeva morire le lucciole (1975) e nascere una società che si adattava ad un nuovo “dio” che da allora ci governa: soldi & tecnica.

Dopo quella contadina, abbiamo visto tramontare anche la società dell’operaio. Non pensavamo fosse così breve, dopo quella contadina durata millenni.
Oggi siamo immersi in una società in cui non si capisce chi sia centrale. Non gli operai (che sono ancora tanti), piuttosto influencer, youtuber, finanziari, burocrati, fisici e matematici digitali, chi progetta algoritmi, elabora i nostri dati, chi lavora alle learning machine (cosiddetta Intelligenza Artificiale).

Si ammetterà che nessuno ha visto un tal rapido sconvolgimento. Può essere che abbiamo dissipato sull’altare (laico) del progressismo (anche chi non è religioso ha i suoi altari) valori umani che sono durati millenni? Non tutto del passato è degno, ma che dire di Dio, Patria e Famiglia? Sono valori di destra? Vito Mancuso lo nega. Questo antichissimo patrimonio con cosa si dovrebbe sostituire? Senza dio, senza patria e senza famiglia le società sono più umane? Quei valori furono anche usati per fare le guerre e il corsaro inglese…prima di attaccare i galeoni spagnoli faceva la messa rammentando appunto quei valori. Ma si possono usare anche per fare la pace e intensificare le nostre vite. Né sono alternativi ad altre identità.

Carlo Levi e Primo Levi hanno pubblicano due libri tra i più importanti della letteratura italiana del Novecento: Cristo si è fermato a Eboli (1945) e Se questo è un uomo (1947). In quei libri ci sono ancora i contadini, quelli che «fanno le cose, le amano e se ne contentano».
Per Levi in verità i “contadini” non sono solo i contadini, ma anche gli imprenditori, gli artigiani, i matematici, i poeti, le donne di casa, chi «fa le cose», come lo sono poi stati anche gli operai. Gli altri sono i burocrati, gli organizzatori, i politicanti, influencer, youtuber, chi vive sfruttando il lavoro e l’intelligenza di contadini e operai. Ecco perché c’era del valore nel chiedere una certa eguaglianza retributiva.

Per Lenin nessuno poteva guadagnare il doppio dell’operaio, per Olivetti massimo 10 volte. Oggi è mille volte ma alcune imprese sono tornate alle origini come Almo Nature dove il differenziale è 1 a 5.

E dove ci stiamo dirigendo con le criptovalute, le monete digitali e l’Intelligenza Artificiale? (alla prossima puntata).

Cover: Foto di Adriano Gadini da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

Le voci da dentro / Il coraggio di trasformarsi

Le voci da dentro. Il coraggio di trasformarsi

di Guido

Il filosofo e pedagogista Duccio Demetrio scrive nella presentazione del suo libro “Raccontarsi” del 1996: “Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po’ d’ordine dentro di sé e capire il presente; per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, l’autobiografia di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto. Sperimentiamo così il “pensiero autobiografico”, che richiede lavoro, coraggio, metodo, ma procura, al contempo, non poco benessere.

Il raccontarsi però non è facile e il testo che segue dimostra come il suo autore abbia la necessità di condividere parte della propria esperienza.
(Mauro Presini)

 

Mi chiamo Guido e ho 55 anni. Le mie origini provengono dalla regione Abruzzo, ma le mie radici sono di etnia rom.

Nel lontano 1976 la mia famiglia era composta da sei figli. Eravamo una famiglia molto povera, talmente povera da allestire ad uso abitativo la nostra auto. In quell’anno i miei genitori furono messi di fronte ad una dura scelta. Pur di non farmi fare più quella vita fatta di tanta povertà e di tanta miseria mi rinchiusero presso un istituto gestito da sole suore.

All’epoca era un bambino molto ribelle a causa della vita selvaggia vissuta. Ero talmente ribelle che le suore un giorno adottarono il pugno forte.

Mi rinchiusero in uno sgabuzzino. Piansi così tanto da accasciarmi al suolo.

Dopo quel giorno, iniziai a rispettare tutte le regole che mi venivano impartite. Ricordo ancora quel bellissimo giorno, una suora mi si avvicinò e mi regalò una piccola armonica. Non passò nemmeno un mese che già avevo imparato a farla suonare.

Le suore rimasero talmente stupite da inserirmi subito nella prima elementare. Per cinque anni venni premiato come il primo della classe: ero un bimbo felice con tanti sogni nel cassetto, ma tutto ciò andò in fumo in un attimo. Mi dissero che purtroppo non potevano più restare in quell’istituto perché non avevano le medie.

Così, una volta per strada, mi ritrovai ad imparare tutto ciò che comportava quel tipo di vita: elemosinare, rubare, fino ad arrivare non solo a spacciare sostanze stupefacenti ma anche ad usarle personalmente.

All’età di 43 anni entrai in carcere per la prima volta con una condanna pesantissima.

Presi coraggio e chiesi aiuto all’area trattamentale che, dopo aver ascoltato la mia storia, decisero di riportarmi indietro nel tempo all’età di 11 anni mettendomi a disposizione tutto ciò che mi era stato tolto all’epoca: la scuola, la musica, soprattutto la fede.

Tutto ciò mi ha fatto riacquistare nel tempo la stima e la fiducia in me stesso.

Ma a rendermi oggi un uomo migliore è stato l’incontro con un uomo di 83 anni che ho accudito con amore per cinque anni. Così successivamente, grazie a questa esperienza, ho deciso di scrivere di mio pugno questo bellissimo pensiero di pace per scuotere anche la coscienza dei più duri.

Cover: disegno di Guido

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Per certi versi / Mentre tu sei fuori

Mentre tu sei fuori

Mentre tu sei fuori

Nel bosco degli umani

Io custodisco la tua casa

La casa nella casa

La tana

L’antro

Il segreto

Le sedie

I violini

La chiave spezzata

 

Arrivano ospiti

Arrivano curiosi

Amori rapaci

Io mi ritiro

Bado le tue rovine

Nascosta nel fuoco

 

(inedito)

 

Cover: Foto ai-generated di  Pete Linforth 

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Nel baratro della diseguaglianza

Dalla disuguaglianza economica alla disuguaglianza politica

Intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il report evidenzia che la concentrazione di ricchezza aumenta, conseguenza di scelte politiche che da anni alimentano le rendite di posizione, mentre le opportunità si restringono, i divari economici si acuiscono e le fratture sociali si fanno sempre più profonde.

Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni.

Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18˙300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il PIL dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema.

Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale, sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni.

La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa e quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà: 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare.

OXFAM denuncia il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico, che gli individui più ricchi esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica di cui, invece, anziché pochi privilegiati, dovrebbe beneficiare l’intera collettività:

Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. Minacciano la coesione, disintegrando i legami sociali, la corresponsabilità morale e la fiducia reciproca, quella fiducia che rappresenta un bene relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili”, a un insieme di “io” che smettono di dare valore al destino degli “altri”. Se dalla dimensione individuale si passa a quella collettiva e se si adotta una prospettiva territoriale, ci si trova di fronte a un arcipelago diviso in luoghi (“isole”) che contano e luoghi che non contano. A questi ultimi, il cui numero è in espansione, corrispondono aree trascurate, prive di potere e prospettive, in cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento condiviso di esclusione e la perdita di opportunità e di riconoscimento si traduce più facilmente in voto anti-sistema, di rottura contro centri e classi dirigenti percepiti come lontani e indifferenti. Luoghi il cui smarrimento e malcontento sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o estremiste, con proposte di cambiamento tanto illusorie quanto in grado di attecchire e determinare, in caso di successo elettorale, una preoccupante involuzione democratica.

In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia non fa purtroppo eccezione, confermandosi il Paese delle fortune invertite.

Diseguaglianza in Italia

Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero.

Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024).

Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2˙000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%.

La dinamica rischia di consolidare il carattere ereditocratico della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima “passeranno di mano” nel prossimo decennio (almeno 2˙500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita.

L’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici.

È del tutto assente, invece, la lotta alla povertà, sottolinea Mikhail MaslennikovPolicy advisor su giustizia economica di OXFAM:

Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il nostro Governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul fronte del disagio abitativo l’azione del Governo, nonostante annunci più volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale rilancio di politiche organiche sull’abitare.

Qui il testo integrale del rapporto OXFAM Italia: Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia

In copertina: Diseguaglianza – foto OXFAM Italia.

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

La famiglia nel bosco e un nuovo ordine simbolico

La famiglia nel bosco e un nuovo ordine simbolico

Dopo il clamore il silenzio. Funziona sempre così. Notizia, grande impatto mediatico, scossone di emozioni, scarico di sensazioni intense attraverso i social e i programmi tv e poi il silenzio e la rimozione.

Viviamo in un mondo così globalizzato che le informazioni vengono buttate in pasto alla collettività, in modo orchestrato sapientemente, per inviare dei messaggi precisi. Di notizie potenti emotivamente ce ne sono sempre molte. Io però vorrei tornare a parlare della famiglia nel bosco, perché, e so già di dare una mia interpretazione, da subito mi è sembrato che la sottrazione dei figli ai genitori Travillion sia un chiaro avvertimento rivolto a chi vuole vivere in difformità al Sistema.

Volete vivere in modo diverso, staccati dal sistema? Bene questo non ve lo permetteremo. Perché dico questo? Perché è davvero sotto gli occhi di tutti la violenza della decisione di sottrarre a dei genitori non abusanti i loro 3 bambini e metterli sotto la custodia di una casa famiglia “protetta”, una casa famiglia del Sistema.

Chiunque si immedesimi in uno di quei bimbi sente immediatamente nascere dentro il terrore di essere sottratti all’affetto dei propri cari e alla routine della propria vita abituale. Ricordo bene che da piccola uno dei miei incubi ricorrenti era quello di essere rapita e portata via dall’affetto dei miei cari.

Credo che sia un incubo ricorrente in tutti i bambini. La paura dell’orco che ti porta via è una paura ancestrale legata alle fiabe. L’orco simboleggia il pericolo ancestrale, l’ignoto spaventoso, la paura della morte , è lo specchio di paure più profonde e nelle fiabe la morte dell’orco trasforma il terrore in lezione di vita. Qui però l’orco è incarnato proprio in quelle istituzioni  (“un mastodontico complesso giudiziario” , così lo definisce  Susanna Tamaro nel suo intervento sul Corriere della Sera) che dovrebbero essere i garanti dei diritti dell’infanzia.

Di fronte alla decisione del tribunale che, per permettere una perizia psichiatrica dei genitori, intende prolungare, per un tempo davvero eterno per dei bambini piccoli (almeno 6 mesi) lo strappo dalla loro vita consueta, si resta senza parole. È di alcuni giorni fa la riflessione su questo tema di Susanna Tamaro sulle pagine del Corriere della Sera.

Lei, si cresciuta in una famiglia gravemente disfunzionale, ha fatto esperienza dell’allontanamento, nel suo caso una salvezza, ma afferma senza tentennamenti che questa scelta deve essere un’estrema ratio perché è sempre e comunque traumatica e assai dolorosa. Lei stessa scrive “Non nego la necessità di questi provvedimenti in casi davvero gravi che devono essere rapidi e proporzionati alla situazione, ma la sensazione è che in questo specifico provvedimento si sia messo in moto un mostruoso e spesso opaco apparato capace di triturare la vita dei bambini e dei genitori con un sistema in cui di umano non c’è più niente.”

E aggiunge “Nell’attesa del verdetto, è bene ricordarsi che la psichiatrizzazione dei dissidenti è stata la principale arma dei regimi comunisti. Come può una democrazia liberale sequestrare impunemente una famiglia straniera che non ha fatto nulla di male a nome di una difformità di comportamento che fa parte della varietà delle scelte della natura umana?”

Ed è appunto questo il punto: la difformità di comportamento è vista dal Sistema, per nulla astratto, ma composto da persone in carne e ossa, come terribilmente pericolosa e inaccettabile. Il Sistema non tollera schegge impazzite, perché la costruzione di nuovi ordini simbolici mette a repentaglio le fondamenta stesse del Sistema. Questo per alcuni è talmente pericoloso che va eradicato senza indugi.

Mi ricorda tanto quello che è successo nel mondo occidentale durante la pandemia. Chiunque osasse porre domande legittime sulle scelte dei tecnocrati veniva deriso, beffeggiato e poi “ avvertito” che se avesse continuato con quelle domande e quelle scelte gli sarebbe stato tolto il lavoro e la possibilità di vivere una vita sociale. L’avvertimento divenne realtà; la tessera verde divenne il simbolo di chi si uniformava, gli altri dei reietti. e tutto ciò fu visto con benevolenza dalla maggioranza.

Con la famiglia nel bosco l’avvertimento si è trasformato in una realtà ancora più tragica. L’orco tritura i bambini, insensibile ai loro bisogni primari, e non hanno scampo. La verità è che quando si assiste alla costruzione di nuovi ordini simbolici questo spaventa a tal punto la società “civile” da farla diventare barbara e incivile attraverso proprio quelle istituzioni che dovrebbero essere garanti della “civiltà” stessa.

Lo so sembra un gioco di parole ma non lo è; mostra il paradosso in cui viviamo e mostra quanto l’orco abiti la profondità di ognuno di noi e se non lo individuiamo non saremo in grado di ucciderlo. Ecco perché scrivo, perché l’orco deve diventare ben visibile ai nostri occhi proprio per poterlo abbattere e trasformare questa tragedia in una lezione di vita per tutti.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/prawny-162579/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1722786″>Prawny</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1722786″>Pixabay</a>

Per leggere tutti gli articoli di Roberta Trucco su Periscopio clicca sul suo nome