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LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. QUADRI

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Quadri 

Mi ritrovai così all’interno di via Santoni Rosa 21. L’ingresso dava direttamente su un ampio soggiorno, arredato con un divano giallo a fiori, due poltrone abbinate e un piccolo divano a due posti in velluto rosa antico. C’erano poi due tavoli, due credenze e un’imponente libreria ricolma di libri di ogni dimensione e colore. Pur non riuscendo a leggere i titoli dalla porta, l’impressione era quella di una grande varietà. Narrativa moderna, classici, storia, biologia e voluminosi cataloghi d’arte. Una collezione di rilievo che testimoniava la curiosità intellettuale degli abitanti di quella casa.

«Prego, si accomodi» mi disse Costanza, mentre mi guardava indugiare sulla porta senza sapere esattamente cosa fare, «mi dia la sua giacca».

Mi tolsi la giacca, la porsi alla ragazza e mi sedetti su una delle due poltrone gialle. La tappezzeria era un po’ sbiadita e logora, ma si adattava perfettamente a quella stanza dal sapore antico e accogliente. Le grandi finestre illuminavano l’ambiente in modo non uniforme perché il percorso dei raggi di luce veniva interrotto qua e là dai mobili.

Vidi alle pareti dei quadri con visi di donna molto espressivi, dipinti con colori acrilici intensi e ben accostati. L’interessante universo cromatico e l’armonia dell’insieme balzavano immediatamente all’occhio. Erano sicuramente quadri realizzati da un pittore di talento, non lasciavano indifferenti, catturavano l’attenzione all’istante.

«Che belli questi quadri, chi li ha fatti?» chiesi

«Mio padre, Umberto Del Re. Ora è nel suo studio che sta dipingendo. Se vuole dopo può passare a salutarlo.»

«Grazie», risposi «davvero belli». Poi proseguii senza troppi preamboli: «Mi chiamo Pietro Moroni, sono un giornalista di Tresciaone e mi trovo qui per indagare sugli strani accadimenti associati alla morte della Contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana. Mi riferisco al cielo verde sopra Villa Cenaroli la mattina in cui la cameriera ha rinvenuto il corpo della defunta e al fatto che, il giorno dell’inumazione, si dice sia uscita una volpe verde dal loculo aperto per deporvi la bara».

«Sì, sì. Chiaro», disse Costanza, mettendosi poi a fissare pensierosa il muro sopra la mia testa. Tutte le pareti della stanza erano di un bianco candido, compresa la superficie su cui indugiavano gli occhi di quella ragazza dai modi gentili. Stava guardando la parete, forse riflettendo sulla mia domanda o sulle possibili risposte che avrebbe potuto darmi.

Così anch’io mi ritrovai a fissare la parete, e il bianco smise di essere una semplice colore. Divenne una specie di nebbia chiara che inghiottiva la stanza, portandomi lontano. Mi vidi a scivolare su una schiuma lattiginosa, senza bussola, dove la mia domanda e la sua risposta non erano che ancore distanti. Era un vuoto accogliente, una pagina non ancora scritta su cui si poteva proiettare il profilo di un paese visitato solo in parte, con le sue case basse vicine le une alle altre e i vicoli silenziosi in attesa di passi che li calpestassero, o l’eco di una conversazione che non avevamo ancora avuto il tempo di iniziare.

Nella stanza regnava il bianco, interrotto solo dal verde del vestito di Costanza e dal riflesso boschivo di una volpe che qualcuno giurava di aver intravisto. Due colori intensi che parevano sciogliersi l’uno nell’altro in quel momento sospeso, denso di attesa e di segreti. In quell’incontro, il bianco offriva lo spazio infinito per un inizio, mentre il verde vi infondeva una vitalità enigmatica, trasformando un luogo vuoto in un frammento di quotidianità.

«E se fosse la Contessa, tornata tra noi nelle spoglie di una volpe? Quello era il suo colore preferito, se avesse potuto scegliere la tinta della sua nuova pelle, non v’è dubbio che sarebbe stata quella». Costanza lo disse d’improvviso, distogliendo lo sguardo dalla parete per posarlo, quasi distrattamente, sul mio ginocchio.

Un po’ per l’irruzione repentina che quella frase aveva provocato nel flusso delle mie meditazioni e un po’ per la stranezza di quello che era appena stato detto, mi venne da ridere.

«Ma cosa sta dicendo? Che la Contessa potrebbe essersi reincarnata? Io non credo alla reincarnazione», dissi.

«Però crede all’esistenza della volpe verde o, comunque, non esclude che una volpe verde possa esistere. Giusto?»

Mi resi conto in quel momento che ci stavamo dando del “lei”.

«Possiamo darci del tu? Abbiamo più o meno la stessa età», dissi. Il “lei” era diventato improvvisamente una pelle secca da cui liberarsi con urgenza. Nel bel mezzo di quella conversazione così strana e unica, la forma impersonale mi parve un orpello inutile, da eliminare come si elimina ciò che non è essenziale quando si condivide lo sforzo estremo di trovare la verità.

«Eppure, credi all’esistenza della volpe verde o, quantomeno, non escludi che possa esistere davvero. Non è così?», insistette Costanza, passando con naturalezza al “tu”.

«Non saprei, sto ancora cercando di orientarmi. Sono un reporter di cronaca nera e non mi era mai capitata una storia simile. Ho parlato con Camilla, con i clienti del negozio, con le ragazze del Pontalba Hotel e persino con il pizzaiolo, molti di loro mi hanno suggerito di rivolgermi a te. Mi chiedo perché.»

«Sono un’amica di Malù, la figlia di Maria Augusta. Frequento la villa da sempre.»

«Sì, questo lo sapevo.»

«Per questo ti hanno detto di cercare me. Io però non ero presente al funerale di Maria Augusta, ero al mare, non ho visto nulla con i miei occhi.»

«Ti andrebbe di aiutarmi a fare luce su questa strana vicenda?», le chiesi allora a bruciapelo.

«Perché no?», rispose lei, tornando a fissare il muro bianco alle mie spalle.

Dopo quel “perché no?”, il silenzio tornò a scandire il tempo, interrotto solo dal ronzio lontano di Pontalba che faticava a entrare in quella stanza. Costanza non aggiunse altro, ma il suo sguardo ritornò incollato alla parete, come se stesse leggendo una mappa invisibile tracciata sull’intonaco. Restammo così per qualche istante, sospesi tra il desiderio di risposte e il timore di ciò che avremmo potuto scoprire scoperchiando il passato della Villa.

Il tempo delle congetture fu bruscamente interrotto da un clic metallico. La porta ruotò sui cardini e un gatto arancione, muovendosi con una grazia aristocratica, fece il suo ingresso nel soggiorno. Eccolo, pensai subito, il gatto che avevo visto nascosto tra le ortensie.

«Ti presento Giove», disse Costanza. Si alzò per prenderlo tra le braccia, richiudendo poi l’uscio alle sue spalle.

«Ma come ha fatto a entrare?» chiesi sorpreso.

«Sa aprire le porte da solo, si aggrappa alla maniglia con tutto il suo peso finché non scatta l’apertura», spiegò lei con un sorriso divertito. «I gatti di questa casa hanno qualcosa di magico, anche se non sono verdi. Forse è per questo che qui nulla sembra davvero impossibile, proprio come nulla appare del tutto certo».

«È vero», risposi.  In quel luogo, i confini tra il possibile e l’assurdo sembravano essersi dissolti. Nella stanza i colori vibravano con una tale forza da darmi l’improvvisa, quasi vertiginosa impressione di essere scivolato dentro uno dei quadri acrilici appesi alle pareti. Era come se la realtà stessa avesse perso la sua consistenza solida per farsi pigmento e pennellata.

Il verde dominava ogni cosa, declinato in mille sfumature. C’era lo smeraldo della volpe, il verde selvaggio e profondo dei campi di Pontalba che pareva filtrare dalle finestre, quello più morbido dell’abito di Costanza. Tutto quell’universo vegetale sembrava fluttuare nel bianco delle pareti, un vuoto perfetto che non isolava i soggetti, ma ne esaltava la vividezza.

In quel gioco di contrasti, l’arancione del gatto Giove irrompeva come una fiamma improvvisa, una macchia di calore che completava l’opera. Erano colori intensi, brillanti, di una bellezza così sfacciata da sembrare quasi magici. Mi sentivo parte di una tela appena finita, dove tutto era ancora fresco, vibrante e straordinariamente vivo.

«Devo tornare ai miei doveri e scrivere l’articolo per Tresciaone» pensai con rammarico.

Poi, rompendo il silenzio, mi rivolsi a Costanza «Devo scrivere un pezzo sulla Volpe Verde per il giornale per il quale lavoro, ma non so davvero da dove cominciare. Mi daresti una mano con qualche informazione utile?»

«Certamente», rispose lei con un cenno sollecito.

«Mia nonna Annabella, la madre di mio padre, raccontava sempre che a Pontalba le volpi verdi sono sempre esistite. Diceva che suo padre Pietro, il mio bisnonno, ne aveva incontrata una tanti anni fa. Era andato a pescare lungo le sponde del fiume in un caldo giorno di maggio. Dopo aver pescato una ventina di pescigatto, si era concesso un momento di sosta, immerso nel silenzio assoluto dell’argine. All’improvviso, un fruscio tra le canne alla sua destra lo aveva fatto sussultare. Voltandosi, aveva visto una volpe dal manto color smeraldo che si intrufolava rapida tra i salici bassi.

Quando tornò a casa e raccontò l’accaduto, sua moglie scoppiò in una risata fragorosa: «Hai preso un colpo di sole! Vai a lavarti, che ai pescigatto ci penso io. Li pulisco e li friggo da sola. Ma se non ti senti bene mentre ti lavi, chiamami perché hai preso molto sole in testa».

Costanza fece una piccola pausa, persa nel ricordo di quella storia familiare. «Il bisnonno Pietro non ritrattò mai la sua versione», aggiunse poi a voce bassa, «giurò fino all’ultimo giorno che quel verde non fosse un gioco di luce, ma il colore autentico di una volpe che correva a nascondersi tra i salici.»

«Raccontami meglio questa storia», le dissi. Mentre la ascoltavo, mi sorpresi a riflettere su come una narrazione, quando viene condivisa e creduta da molti, finisca per acquisire una parvenza di verità, anche in totale assenza di prove. Quella leggenda, già radicata nell’identità del paese, conferiva alla strana creatura una dimensione reale che, almeno a livello culturale, era indiscutibile. La volpe verde non era più solo un’allucinazione, ma un pezzo di storia pontalbese.

Continuai così ad ascoltare il racconto di Costanza, divertito e affascinato da una vicenda che, nella sua assurdità, evidenziava qualcosa di profondamente umano.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/hansuan_fabregas-2902307/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7517525″>HANSUAN FABREGAS</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7517525″>Pixabay</a>

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Per certi versi / Coltivo con cura il dubbio

Coltivo con cura il dubbio

Coltivo con cura il dubbio

L’incertezza


Non so chi sono, né quale sia il mio senso

 

Tuttavia, cerco di amare questa titubanza

Proteggo questa perfetta esitazione

 

La osservo e la considero parte essenziale del tutto

Necessaria alla compassione con cui ricopro ogni attimo

Ogni soffio minimo di vita

 

Benedico questa esistenza fragilissima

Questa mia essenza minuscola e confusa

 

Questo smarrirmi ogni momento nel nulla

Nel tutto che non so

 

Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023

 

In copertina: scambio ferroviario – Foto di José David Castillo Arias da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola

Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola

A volte capita, nella vita, di fare incontri … antichi. Così quando mi è successo di “ascoltare “per la prima volta Andrea Zerbini (Don Andrea) – era una… mattina, presto, ne sono sicuro – ho colto subito il pregio e la rarità di questo “ritrovamento”: ascoltandolo e leggendolo ebbi subito l’impressione di trovarmi di fronte a un… rabdomante della Parola.

E quindi non è un caso che oggi, dopo aver letto il suo ultimo Presto di mattina dal titolo Il rabdomante della pace, non potevo non ricordare quella mia prima impressione e non dedicare ad Andrea questa amichevole testimonianza.

Come un rabdomante autentico che non cerca l’acqua direttamente, ma ciò che l’acqua fa segretamente, così Andrea non si affida all’evidenza ma agli effetti secondari: ai ciottoli, per così dire, più lisci che raccontano il passaggio dell’acqua, ai cuori che si fanno meno duri perché qualcosa li ha sfiorati, ai terreni che custodiscono un segreto che non si vede ma insiste.

In questo, Don Andrea non è solo. Una poetessa americana, scomparsa nel 2019, Mary Oliver, con la sua attenzione radicale al mondo vivente, è al pari di Andrea, un’altra rabdomante: percepisce la parola non come dottrina ma come vibrazione, come un movimento che ammorbidisce il cuore e lo rende più attento all’altro, più permeabile al mistero. Anche lei riconosce l’invisibile dai suoi segni minimi: un animale che si ferma, una foglia che trema, un silenzio che cambia qualità.

E poi c’è Teilhard de Chardin, paleontologo e mistico, che cercava Dio nelle pieghe della materia, nelle stratificazioni del tempo geologico. Anche lui rabdomante, ma di un’altra profondità: quella in cui il paesaggio stesso diventa rivelazione, dove ogni roccia è una memoria e ogni fossile un indizio di un disegno più grande. Per lui il segreto non è sopra, ma sotto: nelle forze che spingono la vita verso la complessità, verso la coscienza, verso il fuoco.

Così, questo omaggio ad Andrea Zerbini può essere letto come un incontro tra tre forme di rabdomanzia: quella pastorale e umana di Don Andrea, quella poetica e naturale di Mary Oliver, quella cosmica e terrestre di Teilhard. Tutti e tre, a loro modo, avvertono la (e sulla) stessa cosa: la sorgente invisibile che scorre sotto le parole, sotto i gesti, sotto la storia, e che si lascia riconoscere solo da chi ha imparato a leggere i segni minimi, le tracce laterali, i piccoli miracoli che non fanno rumore.

Ci sono parole che cercano di spiegare il mondo, e parole che invece lo ascoltano. Le prime vogliono interpretare, ordinare, definire. Le seconde si avvicinano in punta di piedi, come chi entra in una stanza già abitata. Le parole di Don Andrea appartengono a questa seconda specie rara: non pretendono di dire la verità sul mondo, ma di lasciarsi sorprendere da ciò che il mondo ha da dire.

Nella sua rubrica Presto di Mattina, Don Andrea non commenta la realtà: la ascolta. E ciò che ci restituisce è sempre una meraviglia, una piccola epifania, un frammento di luce che non viene da lui, ma dal mondo stesso. È una postura spirituale che ricorda da vicino quella di Mary Oliver, che ha fatto dell’attenzione una forma di preghiera, e quella di Teilhard de Chardin, il gesuita che vedeva nella materia una continua rivelazione.

C’è un’ora del giorno in cui la fede non ha bisogno di essere spiegata: basta guardare. È l’ora in cui Don Andrea, nella sua rubrica, ci invita a un gesto semplice e radicale: aprire gli occhi. Le sue parole non cercano di convincere, ma di risvegliare. Sono finestre, non argomentazioni. E in questo gesto di apertura risuona una parentela profonda con Mary Oliver, e Teilhard de Chardin.

Tre voci, tre mondi, un’unica intuizione: la fede nasce dall’attenzione.

Mary Oliver ha scritto: “Non so esattamente cosa sia una preghiera. So come prestare attenzione” (da The Summer Day). È una dichiarazione che potrebbe essere la chiave di volta dell’intero suo lavoro. Per Oliver, la preghiera non è un atto separato dalla vita: è un modo di stare nel mondo, di lasciarsi toccare da ciò che accade.

Nelle sue poesie, la natura non è mai sfondo, ma interlocutrice. Un’oca selvatica, un cervo, un filo d’erba diventano maestri spirituali. In The Summer Day, dopo aver contemplato una cavalletta che le si posa sulla mano, la poetessa conclude con una domanda che è quasi un esame di coscienza:

Dimmi che intendi fare con la tua unica, selvaggia e preziosa vita?

È una domanda che Don Andrea sembra rilanciare ogni mattina, quando invita i lettori a riconoscere la preziosità del quotidiano. Le sue meditazioni sono spesso attraversate da un gesto simile: fermarsi, osservare, lasciarsi sorprendere. Come se dicesse: “La vita è già un Vangelo, se la guardi bene.”

Se Mary Oliver porta la spiritualità nel bosco, Teilhard de Chardin la porta nel cosmo. Il gesuita francese, spesso osteggiato dalla Chiesa del suo tempo, ha immaginato un cristianesimo in cui la creazione non è un evento passato, ma un processo in via di realizzazione. La materia non è ostacolo allo spirito, ma suo veicolo. Il mondo non è un teatro, ma un “corpo” in cui Dio si lascia intravedere.

In Il Fenomeno Umano, Teilhard scrive che l’universo è “in tensione verso un centro di amore”, e che ogni creatura, anche la più piccola, partecipa di questa evoluzione spirituale. La sua visione è una teologia della relazione: tutto è connesso, tutto è in cammino, tutto è chiamato a diventare luce.

Don Andrea, che ha studiato Teilhard con passione, porta questa intuizione nella vita quotidiana. Le sue meditazioni mattutine sono teilhardiane nel senso più profondo: vedono il divino non fuori dal mondo, ma dentro il mondo, nelle sue pieghe, nei suoi gesti minimi, nelle sue fragilità.

Sbaglierò, ma trovo che tra la Oliver e Teilhard, Don Andrea è il ponte vivente. Della poetessa americana incarna la capacità di ascoltare la natura come maestra spirituale; dal gesuita, la visione cosmica di un mondo in cui tutto è in evoluzione verso l’amore.

In Wild Geese, Oliver scrive:

Devi solo lasciare che il morbido animale del tuo corpo ami ciò che ama”.

È un invito alla misericordia verso sé stessi, alla riconciliazione con la propria natura. Teilhard avrebbe sorriso: per lui, l’umano non è chiamato a negare la propria corporeità, ma a trasfigurarla. Don Andrea, nelle sue meditazioni, sembra dire la stessa cosa: la fede non è una fuga dal mondo, ma un modo più profondo di abitarlo.

La rubrica Presto di Mattina è una liturgia dell’alba. Ogni mattino è un nuovo inizio, un nuovo fiat lux. Mary Oliver ha scritto molte poesie che cominciano all’alba: la luce che cresce, un animale che si muove, un gesto che si compie. In quelle immagini c’è una teologia implicita: la creazione continua.

Teilhard lo dice esplicitamente: “La creazione non è finita; continua ancora e sempre.” Don Andrea lo avverte come un esperto rabdomante: ogni mattina è un invito a ricominciare a cercare la sorgente a credere che anche oggi è qui da qualche parte intorno a noi.

Forse è questo il dono più grande di un rabdomante della Parola: convincerci della sorgente invisibile che ci passa sotto, farci sentire che c’è sempre un mattino che inizia, e che proprio per questo, bisogna stare in silenzio, e attentamente in ascolto. Mary Oliver, con la sua poesia, e Teilhard, con la sua visione cosmica, camminano accanto ad Andrea come due compagni di viaggio inattesi. Tutti e tre, a modo loro, ci insegnano che la fede è un atto di fiducia nel mondo, un lasciarsi sorprendere, un dire sì alla vita che ci viene incontro.

E allora, io ringrazio questi presti di mattina, nei quali posso ascoltare la voce di Don Andrea come si ascolta un canto d’alba: non per capire tutto, ma per lasciarmi toccare. Perché, come scrive Oliver, “la vita è almeno questo: essere pronti a essere stupiti”.

Grazie Andrea, dello stupore.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/stevesmith1955-26012431/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7051403″>Steve Smith</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7051403″>Pixabay</a>

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A pensarci bene / I tagli di Tajani

A pensarci bene: I tagli di Tajani

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Tajani ha detto un’altra “Tajanata”.
“Tagliamo le accise sui carburanti compensando con un aumento dell’IVA”.
Smetto di accoltellarti, ma ti sparo.
In Italia la benzina costa come un calciatore della Saudi Pro League.
Non perché il petrolio sia raro, ma perché metà del prezzo sono tasse.
Tra queste tasse ci sono le accise:
tasse fisse sui carburanti.
Non percentuali, proprio “a litro”.
Cioè se la benzina costa 1 euro, accisa; se costa 2 euro, stessa accisa; se costa 10 euro, indovinate? Stessa accisa.
Sono talmente vecchie che alcune servivano per la guerra d’Etiopia, il Vajont e il terremoto dell’Irpinia.
Non sto scherzando.
Servivano per eventi che non sono solo finiti, ma non dovrebbero più neanche guidare.
E allora Tajani dice: “Tagliamo queste accise.”
Finalmente!
Ma poi arriva la seconda parte: “Le compensiamo aumentando l’IVA.”
Ti abbasso il mutuo, ma ti aumento tutto il resto.
Perché (per chi non lo sa) l’accisa è una tassa fissa su un prodotto specifico (in questo caso carburanti), mentre l’IVA è una percentuale su qualsiasi cosa compri, dal pane al funerale.
Quindi Tajani sta dicendo: “Vi tolgo una tassa che pagate quando fate benzina e ve la rimetto su tutto: mangiare, vestirvi, vivere.”
È un’operazione geniale.
Per chi non vive nel mondo reale.
Perché il taglio delle accise aiuta chi consuma molta benzina, mentre l’aumento dell’IVA colpisce chi consuma tutto il resto.
In pratica un aiuto alle aziende che grava su pensionati, famiglie, precari.
Robin Hood al contrario: rubare ai poveri per non disturbare i ricchi.
L’IVA è fantastica per lo Stato perché non la vedi e cresce da sola con l’inflazione.
Non ti sta derubando, stai solo pagando tutto di più.
Il messaggio è “cambiamo CHI paga le tasse.”
Meno su chi consuma carburante, più su chi consuma per sopravvivere.
Tajani ha detto una cosa politicamente chiarissima, tentando di farla passare come se fosse positiva.
Il consueto modus operandi della destra.
Ma lo fa per noi: perché Tajani ha l’auto blu, sai che gli frega della benzina.
È un vero gesto di altruismo.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
In copertina: Il ministro della difesa Antonio Tajani  (Forza Italia) – foto da FaceBook

Il ribelle (2) nell’epoca della propaganda algoritmica

Il ribelle (2) nell’epoca della propaganda algoritmica

Attualizzare Ernst Jünger nel tempo delle guerre senza mandato

Un qualunque telegiornale del mattino o della sera: sullo schermo le immagini di città bombardate. Kiev, Gaza, Dubai, Tel Aviv, Beirut, Teheran: i nomi cambiano, la scena resta la stessa. Un drone insegue un bersaglio invisibile; un leader politico annuncia un’operazione “necessaria”; un algoritmo decide quali notizie mostrare e quali sottrarre allo sguardo del telespettatore.

La guerra non arriva più come un evento: arriva come… il livello di un video gioco.

In quel momento, mentre il ronzio dei dispositivi si confonde con il rumore di fondo della storia, può capitare di ricordare un libro scritto settant’anni fa. Un libro sottile, quasi ascetico, che parla di boschi interiori e libertà non negoziabili: il Trattato del ribelle di Ernst Jünger.

E ci si accorge che quelle pagine, nate dalle macerie del Novecento, sembrano scritte per noi. Per questo tempo in cui la tecnica ha superato la politica, la propaganda ha superato la morale, e la guerra ha superato ogni forma di legittimazione.

Jünger aveva visto nascere la propaganda moderna, ma non poteva prevedere la sua metamorfosi digitale. Eppure la sua intuizione è sorprendentemente precisa: la propaganda non è più un apparato, è diventata l’ambiente stesso in cui viviamo.

Oggi i feed social costruiscono bolle emotive personalizzate; i deepfake minano la fiducia nel reale; la disinformazione è un’arma geopolitica e la polarizzazione è incentivata da algoritmi che premiano il conflitto.

Quando Jünger scriveva: “la tecnica tende a divenire sovrana”, non poteva conoscere l’IA generativa che oggi filtra, amplifica e distorce la percezione pubblica; non poteva immaginare un “governo delle menti” che decide dove, come e contro chi usare le armi.

Il Trattato del ribelle nasce dall’esperienza di un secolo in cui la guerra era diventata industriale. Oggi la guerra è diventata istantanea.

L’invasione russa dell’Ucraina è stata decisa da un solo uomo, senza alcun mandato parlamentare. Le operazioni israeliane a Gaza hanno più volte scavalcato pressioni internazionali e risoluzioni ONU. Nel Sahel, colpi di Stato e interventi militari si susseguono senza legittimazione multilaterale. Nel Golfo Persico, attacchi e contro-attacchi avvengono in un limbo giuridico, tra autodifesa e rappresaglia.

Jünger scriveva: “Quando il potere non trova più limiti, esso tende a legittimarsi da sé.”

È esattamente ciò che accade oggi: la guerra non è più dichiarata, accade. E accade in un mondo in cui la propaganda digitale prepara il terreno emotivo, anestetizza il dissenso, costruisce consenso retroattivo.

Il passaggio più profetico del monito jüngeriano riguarda la trasformazione delle istituzioni in strumenti di conflitto interno. A pagina 116 dell’edizione Adelphi del 1990 leggiamo:

“Le cose cambiano non appena una sottospecie della tecnica, la propaganda, si sostituisce alla morale e non appena le istituzioni si tramutano in armi della guerra civile. A questo punto il singolo è costretto a decidere; è un aut-aut quello che gli viene posto, giacché una terza via – la neutralità – è del tutto esclusa. D’ora in poi una specie particolare d’infamia peserà su coloro che si astengono, e così pure su chi esprime dei giudizi che derivano da una posizione astensionistica.”

In Occidente, partendo dal Paese più rappresentativo che fino a poco fa definivamo alleato e capofila di una certa idea di democrazia, ogni elezione rischia di diventare un referendum sulla legittimità del sistema. E se in Medio Oriente, la politica è spesso sostituita da apparati securitari, nella nostra cara vecchia democrazia italiana un essenziale contrappeso democratico come la magistratura diventa anch’esso un campo di battaglia.

Jünger aveva anche scritto che “La guerra civile è la più terribile, perché non ha fronti: ha solo specchi” e oggi quegli specchi sono gli schermi dei nostri dispositivi, dove ogni opinione trova il suo nemico e ogni nemico la sua amplificazione.

La mobilitazione totale è uno dei concetti più potenti di Jünger: la tecnica che ingloba tutto, che trasforma ogni gesto in funzione del sistema. E questa mobilitazione da tempo ha assunto forme nuove come, ad esempio, quella di droni autonomi che decidono in frazioni di secondo, o di sistemi di sorveglianza predittiva come le intelligenze artificiali ad uso militare, come Palantir, che analizzano scenari e suggeriscono strategie fino ad arrivare a confezionare quei simpatici video di propaganda automatizzata che tanto fanno divertire il Presidente statunitense e la sua base MAGA .

Jünger scriveva: “La tecnica non serve l’uomo: lo reclama”, e oggi lo reclama non solo come lavoratore o soldato, ma come dato, come profilo psicologico, come bersaglio informativo.

Il Waldgänger di Junger cioè “colui che va nel bosco”, non è un eremita. È un essere umano che rifiuta di essere arruolato nella mobilitazione totale.

In un mondo dove è la tecnica a produrre la realtà non dobbiamo meravigliarci se la politica si sia ridotta a produrre conflitti senza mandato e a delegare alla propaganda il cambiamento della cosiddetta egemonia culturale e la creazione di una identità.

In un tale scenario il ribelle è, sempre di più e ancora, solo colui che mantiene un nucleo non negoziabile di libertà interiore.

Jünger scriveva nel 1951 che “La libertà non è un diritto: è un rischio” e potremmo azzardare che oggi quel rischio sia rappresentato dal sottrarsi al flusso di una  narrativa dominante (preferenzialmente via social), e cercare di salvaguardare uno spazio interiore dove la tecnica non possa entrare.

Forse il bosco di Jünger non è più un luogo dove ci si addentra, ma un luogo che si custodisce. Un varco minuscolo, un’intercapedine tra un’informazione e la sua replica, tra un ordine e la sua esecuzione, tra un algoritmo e la nostra risposta.

Il bosco oggi è un gesto: spegnere il dispositivo, ascoltare un silenzio non ancora colonizzato, lasciare che un pensiero non immediato prenda forma. È un atto di resistenza minima, ma non per questo meno decisivo.

Perché il ribelle non è colui che fugge ma colui che resta… umano in un tempo che tende a disumanizzare; il ribelle è colui che resta vigile in un mondo che preferisce l’automatismo e resta, soprattutto, libero in un’epoca che confonde la libertà con la scelta tra due opzioni preconfezionate.

E allora, forse, il compito del ribelle oggi è questo: proteggere un frammento di interiorità non negoziabile, un piccolo bosco che nessuna propaganda algoritmica può incendiare. Un luogo dove la tecnica non comanda, dove la guerra non entra, dove la parola torna a essere un atto di verità.

Un luogo dove può nascere una voce autentica da ascoltare.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/hunt-er-13068062/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7312724″>Paweł Grzegorz</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7312724″>Pixabay</a>

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Puoi leggere la prima parte qui

Le voci da dentro /
Quando la musica entra dove il tempo si ferma

Le voci da dentro. Quando la musica entra dove il tempo si ferma

di Ferrara Gospel Choir Academy

Un evento relativamente recente che ha portato gioia all’interno della Casa Circondariale di Ferrara è stato il concerto del Ferrara Gospel Choir Academy.

Questo coro, composto da voci e cuori con esperienze diverse, ha mostrato concretamente la voglia di portare un messaggio forte di amore e di luce all’interno di una struttura che, normalmente, non si caratterizza per questi aspetti.

Tutte le bravissime cantanti e tutti i bravissimi cantanti, guidati dall’ottima direttrice Simona Natali, sono riusciti a tramettere in maniera appassionata il loro entusiasmo, il loro impegno e la loro gioia travolgente.

Il poeta libanese Khalil Gibran scriveva che “Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta e il battito del cuore di chi ascolta”.

Il Ferrara Gospel Choir Academy è riuscito a far battere molti cuori ed ha lasciato un profondo ricordo positivo fra i presenti che ora sono alla ricerca di altra buona musica da ascoltare.
(Mauro Presini)

 Il 20 dicembre 2025, abbiamo vissuto un’esperienza che difficilmente dimenticheremo.

Abbiamo varcato una soglia diversa dal solito: quella del carcere.

Un luogo dove i passi risuonano più forti, dove le porte si chiudono alle spalle e il tempo sembra rallentare. Un luogo che mette alla prova, che chiede rispetto, ascolto, presenza. Lì abbiamo portato la nostra musica, e lì abbiamo ricevuto molto più di quanto avremmo potuto immaginare.

L’impatto iniziale è stato forte. Attraversare i corridoi, i padiglioni, le grate e le mura segnate dal tempo ha suscitato timore e silenzio. Poi, pian piano, gli sguardi si sono incrociati. E qualcosa è cambiato.

Durante il concerto, le persone detenute hanno ascoltato con attenzione, cantato, battuto le mani, ballato.

C’erano occhi che brillavano, sorrisi improvvisi, corpi che seguivano il ritmo, mani che si muovevano insieme. Una partecipazione autentica, intensa, mai scontata.

Come hanno raccontato i coristi: “Pensavamo di entrare per portare gioia, ma ci siamo accorti quasi subito che erano loro a darla a noi.”

È stato forse il concerto più vero e impattante dal punto di vista emotivo. Un’esperienza che ha portato ognuno di noi a riflettere sul significato della libertà, sulla fortuna di poter fare ciò che si ama e sul valore profondo dell’incontro umano.

Il momento finale, sulle note di Total Praise, è stato particolarmente toccante: una lunga standing ovation, con il pubblico rimasto in piedi per tutta la reprise, ha riempito lo spazio di un’energia difficile da descrivere a parole.

La nostra direttrice, Simona Natali, racconta così quella mattina: “Ero partita con il timore di non riuscire a comunicare davvero con loro. Invece è stato facilissimo. Erano curiosi, avevano voglia di parlare, di raccontarsi. Alla fine del concerto ho visto occhi rossi e lucidi. In alcuni ho percepito rassegnazione, in altri speranza, determinazione, gioia. La musica è arrivata anche a chi ha un credo diverso dal nostro, perché il linguaggio era universale.”

Prima del concerto, Simona si è seduta in mezzo a loro, ascoltando le loro canzoni, le loro voci, la loro passione per la musica e per gli strumenti. “Quando erano concentrati a cantare e suonare, ho visto la luce nei loro occhi. Loro hanno condiviso con me la loro musica, io con loro la mia.” I saluti finali, le strette di mano, gli auguri di buone feste, i sorrisi, le risate e le barzellette raccontate con spontaneità hanno lasciato un segno profondo in tutti noi.

“Nonostante poche ore insieme, mi ero già affezionata a loro. Sono uscita cambiata, come persona e come musicista. È stato uno dei più bei regali di Natale che potessi ricevere.”

Il Ferrara Gospel Choir Academy desidera ringraziare di cuore tutto il personale e in particolare il Direttore dell’Istituto Dott.ssa Martone e la Dott.ssa Romano per aver reso possibile questa esperienza di incontro, ascolto e condivisione.

Crediamo fermamente che la musica, anche – e forse soprattutto – nei luoghi più complessi, possa diventare un ponte tra dentro e fuori, tra storie diverse, tra esseri umani che, anche solo per un momento, si riconoscono semplicemente come tali.

Le foto in copertina e nel testo sono di Mauro Presini

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«L’ignobile casone» di fianco al Duomo: Ferrara città da saccheggiare

«L’ignobile casone» di fianco al Duomo: Ferrara città da saccheggiare

Lo scorso 26 gennaio il Sindaco di Ferrara ha aperto il suo discorso-fiume in Consiglio Comunale dedicato all’affaire Grattacielo citando le parole pronunciate da Giorgio Bassani durante un’altra seduta del Consiglio, quella del 25 giugno 1962: in quell’occasione, lo scrittore definì «ignobile casone» l’imponente struttura vicino alla Stazione. Percorrendo più volte il centro città, mi chiedo perché non dovrei definire allo stesso modo il maxi-palco montato nei giorni scorsi in piazza Trento e Trieste.

Forse – è questo il dubbio che mi viene – la bruttezza del Grattacielo percepita da chi amministra la nostra città non è tanto estetica ma etico-culturale: il Grattacielo – secondo la nostra Giunta – è “antiestetico” perché fuori dalla loro logica di “decoro”. Logica che considera “indecoroso” tutto ciò che non è né redditizio né mediatizzabile. Raggiunto un consenso talmente alto da stare al timone della città per almeno 10 anni, le torri non sono nemmeno più necessarie a livello propagandistico come luogo “immorale” inintegrabile nella logica del profitto-intrattenimento.

ESTRARRE ESTRARRE ESTRARRE!

Il 20-22 marzoBattiti Live Spring” e il compleanno di Radio 105 invaderanno il Listone ferrarese. Il 26-27 sarà il turno del “Super Karaoke”. Eventi nazionali che richiameranno 5mila persone a sera, senza contare gli ascolti tv sulle reti Mediaset: gli spettacoli, infatti, sono organizzati dal gruppo che oltre ai vari canali televisivi ha al proprio interno anche Radio Mediaset, s.p.a. di cui Radio 105 fa parte. Ferrara, quindi, è per l’ennesima volta vittima di estrattivismo urbano: lo spazio pubblico (e tutelato come patrimonio Unesco) ha valore solo in quanto risorsa da cui ricavare profitto, e profitto per pochi: questo vale per il Listone, per il Parco Urbano (coi concerti di Springsteen e di Vasco), per piazza Ariostea (col Ferrara Summer Festival).

“Estrarre”, infatti, significa «cavare, tirare fuori, con semplice atto meccanico» (Treccani). E, infatti, nel nostro caso non vi è nulla di umano, nulla che richiami la bellezza, l’anima di una città, la convivialità che fa di una piazza il crocevia di storie, diversità, parole. La società dello spettacolo, regno dell’immateriale, piomba con la sua violenta materialità perché non incontra resistenze – anzi! – da parte di chi amministra la città; amministratori che, invece, dovrebbero valorizzare le forze vive del territorio, non svendere i luoghi al miglior offerente. E proprio nel 2026, compie 40 anni quell’infelicissima espressione coniata dall’allora Ministro italiano del lavoro de Michelis sulla cultura come «petrolio d’Italia».

IL VERO LAVORO, LA VERA RICCHEZZA

A proposito di lavoro, sono tanti i lavoratori dentro il recinto allestito sul Listone: penso anche a loro, costretti a dare le proprie energie e professionalità per qualcosa che non porta nessun vero arricchimento.
Proprio in piazza durante il montaggio del palco, qualche giorno fa ho colto il dialogo tra due signore: alla prima, che si lamentava dei disagi che portava il mega palco, la seconda ha risposto: «ho vissuto diversi anni a Imola e quando il Gran Premio di Formula 1 non si è svolto (dal 2006 al 2020, ndr) la città si è completamente svuotata».

Come a dire: le nostre città possiamo mantenerle vive solo imponendo manifestazioni dall’esterno, senza inculturazione e senza nessun rispetto per la storia dei luoghi e la tutela della natura. Scompare, così, l’idea stessa di urbe intesa sì come organismo aperto e permeabile ma omogeneo, fatto di sottili e invisibili equilibri sedimentatisi nel tempo.

Quella estrattiva, invece, è una forma di neocolonialismo (si vedano le riflessioni della filosofa spagnola Marina Garcés): produce dipendenza economica, concentrando risorse e capitali in quell’ambito, non riuscendo più a immaginare un modo diverso di creare valore; non crea ricchezza diffusa, ma solo per pochi, anzi pochissimi; frattura la popolazione urbana tra chi ci guadagna e chi no, rendendo in ogni caso passivi tutti, sia i primi sia i secondi. Al massimo, convincendo una parte a reinventarsi come spettatori…

ARMIAMOCI E BALLIAMO

L’occupazione della città per il profitto di Mediaset assomiglia anche a un’occupazione “militare”: ci siamo, infatti, abituati a una camionetta dell’Esercito a ridosso del Duomo, nei giorni scorsi nell’esiguo spazio tra Libraccio e il recinto sul Listone, o davanti la Cattedrale stessa.
Domenica scorsa, due carabinieri presidiavano, assieme alla Securfox, piazza Trento e Trieste. D’altronde, al Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica svoltosi a inizio mese in Prefettura in vista degli eventi sul Listone, era presente anche il rappresentante del Comando Operazioni Aerospaziali (COA) di Poggio Renatico. Ci chiediamo in che modo il COA sarà coinvolto nella manifestazione.

Nel comunicato della Prefettura emesso per l’occasione viene spiegato come la «temporanea rimodulazione degli arredi urbani e delle occupazioni di suolo pubblico rappresenta anche l’occasione per avviare un confronto costruttivo sulla gestione permanente degli spazi, volto a conciliare la vivibilità commerciale con i più moderni standard di sicurezza urbana». Sarà interessante capire come cambierà la «gestione permanente degli spazi». Nello stesso comunicato, è scritto anche: il «passaggio al livello di allerta superiore» (causa terza guerra nel Golfo) «prevede l’impiego di dotazioni tecniche avanzate per il personale». Ma non si specifica quali.

UNA CITTÀ AL CONTRARIO

Uno scempio, quello riguardante il cuore di Ferrara, che non inizia certo oggi.
A inizio 2019 la Giunta Comunale a guida Tagliani presenta il progetto per una nuova piazza Verdi, «in grado – si disse – di accogliere eventuali manifestazioni e allestimenti occasionali di diverso genere». Al posto del parcheggio, invece, con la prima Giunta Fabbri la piazzetta divenne una distesa semi-privatizzata per i tavolini dei locali attigui. E col modello “zona rossa” applicato nel 2020 per la movida in zona via C. Mayr/p.zza Verdi e replicato l’anno scorso per il Buskers Festival (anch’esso privatizzato).

Sorte simile è toccata al Giardino delle Duchesse e a piazza Cortevecchia; quest’ultima è stata “rigenerata” quasi due anni fa: da allora – tolti i “vulcani” e l’edicola – è quasi totalmente occupata dai tavolini dei locali.
La Giunta Tagliani è invece totalmente responsabile del parcheggio multipiano Borgoricco: un mostro di cemento armato a pochi passi dal Duomo che non ha fatto che imbruttire il centro e soffocare con traffico e smog le vie di accesso. E ora sembra che anche l’area di piazzale Kennedy possa essere interessata dalla realizzazione di un parcheggio multipiano.

Insomma, il Grattacielo sarà pure un «ignobile casone», ma almeno era abitato da famiglie, studenti, da persone in carne e ossa che negli anni han costruito relazioni nuove, sperimentato stili diversi di convivenza. Possiamo dire lo stesso di questi luoghi appena citati? E potremmo dire lo stesso del rumoroso mostro di luci e metallo di fianco al Duomo?

           

La foto in copertina e quelle che illustrano l’articolo sono di Andrea Musacci.

Parole a capo < br > Yuleisy Cruz Lezcano: “Di un’altra voce sarà la paura” – Alcune poesie

Parole a capo < br > Yuleisy Cruz Lezcano: “Di un’altra voce sarà la paura” – Alcune poesie

Ringrazio la poetessa per avermi autorizzato la pubblicazione delle sue poesie.

 

Una poesia è una macchina per fare delle scelte” (John Ciardi)

Poesie tratte da “Di un’altra voce sarà la paura” , Leonida Edizioni, 2024 di Yuleisy Cruz Lezcano.

 

Ti inganni

Ti inganni,
ti inganni, io non sono
la foglia che cade,
sono la sua ombra,
io non ho perso
quello che c’era
da perdere, ho perso
di più, ho perso il fulmine
che foderava l’inverno,
ho perso gli angeli
azzurri che spegnevano le opache
stelle, ho perso il bacio del ricordo,
ho perso nell’incomprensibile
l’impensabile, ho perso la parola
che forgia i legami, ho perso
i vecchi caratteri riuniti,
per urlare: «rimani!» a quello
che se ne andava.
Ma che dico? Ancora
di più ho perso
e spero, con il mio sorriso,
di riuscire ad ingannarti,
se per te la certezza è un bisogno.
Sappi che senza perdere
e ricostruire la propria forma
la vita resta breve, se non ci si rialza
dalla cenere, si rimane lamento di ore
interminabili, passaggi notturni,
liuto senza l’arte d’alchimia,
mormorante dimora di mosche,
rami ed erbe calpestate, cupa
mente libera di memoria
e di speranza, santuario
di malinconia alzato sul fondo
delle vesti cadute
per condividere con i ladri
quello che ci hanno rubato.

Invece no.
Io ho perso e ricordo,
ricordo l’infelice sorte
che mi ha trasformata
in quella donna
ingannata, capace
di mentire.

 

*

 

Innocenza

Necessito di tutta la mia innocenza
per ritornare alla mia terra
anfibia, al rumore del lampo
che decapita una palma,
alla favola di acqua tiepida
che su tutte le spiagge riposa,
al sogno che si estende
oltre il sogno, al verbo
emotivo che innamora
con voce di onde
e musica di pioggia.

Necessito di tutta la mia innocenza
per ritornare al petto addormentato
della mia terra madre
aperto sui ricordi, come
un mazzo di orchidee.

 

*

 

L’innocente

Qualcuno ti darà il rimpianto
come balsamo che cura
il concentrato ed esteso
pianto che consuma
l’innocenza pura.

Il ricordo, come un’interminabile
attesa, sarà un pensiero che molta
strada ha percorso, senza lucciole nel buio
decorso di palpebre confuse
nella distesa notturna.

Qualcuno ti farà sentire le lontananze
di quei luoghi da sogno che cerchi
nelle illusioni abbandonate
in vecchi specchi, chiusi
in remote e scure stanze.

Qualcuno riconoscerà il costume
del tuo vuoto teatro senza voce
e con le lacrime, l’incubo insano
e veloce si soffocherà nel tuo cielo
di fiume stagnante. Cigolii
e respiri affannosi, con il rumore
del pianto si spezzeranno nel lungo
e interminabile tempo come un nitido
presagio, la penombra del lamento
sarà una nota strappata
al silenzio, da un atroce vanto.

Qualcuno infangherà la tua fragile
figura e tu chiuderai gli occhi
sparendo sotto i piedi, per mascherare
con la morte la tua vera natura
poter rinascere dove meglio credi.

 

*

 

Caleidoscopio

Non voglio vedere il mondo
in una foglia che cade
ma voglio vederlo in una foglia
cotiledonare, nello spazio
immateriale di un sorriso
spontaneo.

Voglio vedere il mondo
attraverso una goccia di rugiada
su un fiore selvatico
di campo, nell’infinito che si perde
sul palmo della mano,
in quell’orizzonte arcano
alternativo a quello che si mostra
e non innalza un’anima
umana dall’inferno.

                Voglio vedere
il mondo dall’interno
di una gabbia che si apre
per lasciare uscire un pettirosso
mentre il cielo commosso si fa
più celeste per accoglierlo.
Non voglio vedere il mondo
nemmeno ascoltarlo
attraverso verità pronunciate
con cattive intenzioni, preferisco
ascoltare delle invenzioni
ideate per lenire il dolore.

Voglio vedere il mondo
attraverso l’amore
tra la rugiada della sera
e la rugiada del mattino.

 

*

 

Da bambina a sposa

Già sono emigrati i sette pastori
della tua innocenza, si è rotta
la tua convivenza con il letto
dei genitori e i giocattoli.
I tuoi capelli sistemati
decorati, nascondono la traccia
infantile il tuo corpo da nodi di mani vestito.
Povero nibbio smarrito, si mette a tremare,
e tu, senza sapere volare, sai
di andare in sposa ma non sai del mondo
altra cosa che giocare e giocare.
Non ricordi più le bambole
che hanno dovuto camminare
per le tue mani.

Dentro la tua età
camminano brani,
canzoni infantili, giochi
con i sassi nei cortili
di un mausoleo. Facevi piani
pensando di iscriverti al liceo
e oggi come un trofeo
ti hanno vestita e decidono
della tua vita: si deve siglare
un patto oscuro e io ti vedo
piangere contro un muro.
Sei la mia ombra.
Nello splendore del tuo segreto
preghiamo insieme
e a un dubbio amuleto
chiediamo di salvarci dal tatto
e dal necessario contatto
per passare da bambina
a sposa.

*

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*

Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, titoli ottenuti presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato numerosi libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il Giornale Letterario del Premio Nabokov.
La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese. Nel 2024 è stata selezionata per partecipare al Festival letterario di Venezia “La Palabra en el mundo”.
Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, pubblicato con Leonida edizioni, uscito a febbraio 2024, è stato selezionato per il Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024, è stato presentato nella Televisione di Stato della Repubblica di San Marino e in Tele Granducato della Toscana, nel Festival Libri nel Borgo antico di Bisceglie, nell’ambasciata cubana a Roma, con l’associazione Artinte di Barletta, nella trasmissione televisiva Street Talk di Andrea Villani.
Ama leggere autori sudamericani, come Josè Lezama Lima, Julio Cortazar, ma anche italiani, come Guido Gozzano, Eugenio Montale, filosofi come Nietzsche e Kant.
Ama dipingere e fare passeggiate in mezzo alla natura, fotografando dettagli insoliti e dall’atmosfera gotica e noir.

Pubblicazioni:
Di un’altra voce sarà la paura, Leonida Edizioni, 2024
Doble acento para un naufragio, bilingue spagnolo/portoghese, Edições Fantasma, 2023.
L’infanzia dell’erba, Melville Edizioni, 2021.
Demamah: il signore del deserto, bilingue italiano/spagnolo, Monetti Editore, 2019.
Inventario delle cose perdute, Leonida Edizioni, 2018.
Tristano e Isotta. La storia si ripete, SwanBook Edizioni, 2018.
Fotogrammi di confine, Casa editrice Laura Capone, 2017.
Soffio di anime erranti, Prospettiva Editrice, 2017.
Frammenti di sole e nebbia sull’Appennino, Leonida Edizioni, 2016.
Credibili incertezze, Leonida Edizioni, 2016.
Due amanti noi, FusibiliaLibri, 2015.
Piccoli fermioni d’amore, Libreria Editrice Urso, 2015.
Sensi da sfogliare, Leonida Edizioni, 2014.
Tracce di semi sonori con i colori della vita, Centro Studi Tindari Patti, 2014.
Cuori Attorno a una favola, Apollo Edizioni, 2014.
Vita su un ponte di legno, Edizioni Montag, 2014.
Diario di una ipocrita, Libreria Editrice Urso, 2014.
Fra distruzione e rinascita: la vita, Leonida Edizioni, 2014.
Pensieri trasognati per un sogno, Centro Studi Tindari Patti, 2013.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
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La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 329° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

America e nuvole

America e nuvole

Un piccolo gruppo (tra cui il sottoscritto) sostiene che Donald Trump sia il frutto dell’indebolimento sociale ed economico degli ultimi 30 anni di globalizzazione voluta, paradossalmente, proprio dagli Stati Uniti e stia cercando, disperatamente, di raddrizzare la barca del suo paese. Del resto lo slogan Make America Great Again non avrebbe avuto quella presa se davvero l’America fosse first. Chi ci abita (in basso o in mezzo) conosce bene le condizioni disastrose in cui si trova il paese e il conflitto sociale interno è sull’orlo di una guerra civile, come mostrano le grandi manifestazioni di protesta per gli interventi brutali dell’ICE sugli immigrati.

Poiché si mette in luce la crescente brutalità e forza con cui Trump agisce (dazi, immigrati, tagli alla spesa pubblica, alle tasse a favore dei ricchi, interventi grossolani su imprese, agenzie, istituti di garanzia, media, università e all’estero: Gaza, Groenlandia, Venezuela, Iran), apparentemente indisturbato e nel silenzio di Cina e Russia (e UE), si potrebbe pensare che mai come oggi gli Stati Uniti siano forti.

Il breve consuntivo economico del primo anno di Trump mostra che tutti i problemi sono irrisolti: ma prima vorrei sottolineare come incombe sugli Stati Uniti (e sul resto dell’Occidente) un gigantesco pericolo di crash dovuto alla bolla finanziaria di debiti (che cresce anno dopo anno) sia dei fondi finanziari che degli Stati che ha raggiunto 5-6 volte il PIL mondiale, ma, secondo altre stime, è molto maggiore.

Poiché dietro il dollaro non c’è più l’oro ormai dal 1971, la domanda è: quali sono i contro valori – o sottostanti – oggi del dollaro e delle varie criptovalute in forte ascesa, visto che tutti i fondamentali Usa sono in caduta libera? La fiducia di chi le compra. Ma poichè si tratta di monete a debito, basta che venga meno la fiducia che uno tsunami finanziario si abbatterà sull’economia reale, facendo restare senza fiato tutto l’Occidente e anche quei paesi (arabi per primi) che hanno investito sul dollaro (uomo avvisato, mezzo salvato).

In genere alla crescita stratosferica di questi debiti, dell’oro e ora del petrolio segue una recessione. Quando arriverà nessuno lo sa, ma Trump ha certo più informazioni del sottoscritto: questo spiegherebbe i comportamenti  di un grande paese che improvvisamente si converte in un gruppo di corsari alla ricerca disperata di risorse (entrate doganali, petrolio, terre rare) da predare e da mettere come sottostante a buchi di bilancio senza precedenti nella storia americana.

L’Europa abituata a seguire l’antico alleato comandante in capo, appare come inebetita, incapace di vedere il mondo nuovo che avanza, senza rendersi conto che si sta legando mani e piedi a un’aquila che sta “perdendo le ali”. Il silenzio dell’orso russo e del drago cinese è visto come un segno di debolezza, mentre, a mio avviso, è un segno di forza.

E veniamo al bilancio del primo anno di Trump. Chi introduce dazi, come gli Stati Uniti, vuole rafforzare alcuni settori della propria economia. Dal punto di vista “teorico” non è affatto un errore: lo dovrà fare anche la UE se vuole costruirsi una sua Intelligenza Artificiale e non dipendere né dagli Usa nè dalla Cina. Vale anche per gli armamenti e settori strategici come l’agricoltura. Ciò non significa essere mercantilisti, la prima teoria economica (rivelatasi errata) del 1700, né essere contrari ad un libero scambio che, se equo, porta vantaggi a tutti. Trump cerca di rimediare all’indebolimento dei fondamentali degli Stati Uniti di 30 anni di globalizzazione che ha portato: 1. enorme deficit commerciale, 2. gigantesco debito pubblico, 3. desertificazione della manifattura.

I dazi servono per ridurre il deficit commerciale e proteggere i posti di lavoro americani soprattutto nella manifattura, dove il deficit commerciale è esploso. Nel 2000 era infatti zero, nel 2024 è a -1215 miliardi e nel 2025 a -1241 miliardi. Per ora i dazi non l’hanno ridotto e anche i posti di lavoro nella manifattura sono calati in un anno di 70mila unità, ma è anche vero che la produzione industriale (come si vede nella figura) è salita molto e le entrate doganali hanno fatto “boom” (da 334 a 1.285 miliardi). Nel settore dei servizi (digitale) gli Stati Uniti hanno invece un export positivo (salito da 312 miliardi a 340) e lì i dazi non servono, anzi si chiede che la UE non metta delle imposte sui profitti delle big tech Usa.

Coi dazi nel commercio di beni manifatturieri gli Stati Uniti sperano di far riprendere la propria manifattura, che è calata da 19 milioni di occupati a 12. L’indebolimento della manifattura non è solo un fondamentale dell’economia, ma ha un impatto sulla supremazia militare. Gli Usa hanno infatti scoperto con la guerra in Ucraina che un paese come un piccolo PIL come la Russia, può vincere se ha una buona manifattura e soldati da mandare al fronte (che ha anche la Cina). Ecco perché in Iran cercano di convincere i curdi a mettere gli “stivali sul terreno”. Soldati americani disposti ad andare al fronte ce ne sono pochi (così come nella UE).

Dietro i dazi ci sta, pertanto, l’intento di rafforzare la manifattura americana scesa ai minimi termini a causa della globalizzazione, che l’ha spostata prima in Cina e ora in Vietnam e altri paesi asiatici: una sorta di suicidio, spinto dall’avidità di fare più profitti delocalizzando. Un processo portato avanti soprattutto dai Democratici pro-business, che hanno perso il rapporto coi ceti popolari ed operai e ha prodotto il fenomeno Trump, oltre a mettere in crisi partiti storici di sinistra in Europa come SPD in Germania e Labour in Inghilterra (e PD in Italia). Per capire quanto sia radicata questa posizione pro-business, pro-globalizzazione e pro-libero scambio, appena Trump ha annunciato i suoi dazi, si è scatenata una ridda di economisti mainstream (seguita da politici, spesso pro-labour) che ha predetto che i dazi avrebbero prodotto un’inflazione enorme negli Stati Uniti, fatto crollare il commercio mondiale, danneggiato tutti e soprattutto gli USA.

Dopo un anno possiamo dire che tutte queste previsioni erano sballate. Le entrate doganali americane sono passate da 334 miliardi del 2024 a 1.285 miliardi negli ultimi 12 mesi: un aumento stratosferico, con cui Trump finanzia la riduzione delle tasse ai ricchi americani, mentre l’inflazione non solo non è cresciuta ma si è ridotta dal 3% del 2024 al 2,7% del 2025. L’esatto contrario di quanto dicevano gli “esperti” economisti mainstream. E’ presto per dare una valutazione definitiva, ma i dati sembrano dare ragione al nuovo “economista” Trump, anche se i posti di lavoro nella manifattura, per ora, sono scesi, ma la produzione ha ripreso a salire e un sacco di imprese (tra cui Volkswagen e Stellantis) hanno dichiarato che sposteranno parte della produzione europea in USA (Volkswagen taglia 50mila lavoratori in Germania entro il 2030, senza licenziare).

Protezionismo e liberismo, una falsa alternativa

La Corte suprema USA ha considerato i dazi illegali, ma il Governo ha impugnato un’altra legge del 1974 e metterà nuovi dazi se questi vengono aboliti. Infine, difficilmente saranno rimborsati quegli importatori americani che hanno assorbito in gran parte i dazi per evitare che tutto l’aumento finisse sui consumatori. La Banca d’Italia dice che solo il 20% dei dazi si è scaricato sui consumatori americani e che il resto è stato assorbito dalle imprese esportatrici (facendo meno profitti) o dagli importatori Usa.

E’ evidente che Trump non ne capisce molto di economia, ma usa i dazi per ottenere (politicamente) quello che vuole da un paese. Più che la teoria a Trump interessa usare un “bastone nodoso” da dare in testa al malcapitato paese di turno, come in Iran e Venezuela. La questione teorica interessa agli economisti, che vorrebbero definirsi “scienziati”, anche se toppano spesso nelle previsioni. Come mai? Da un lato si doveva dare addosso politicamente al destrorso Trump, dall’altro difendere il libero scambio, il liberismo, che più che una scienza è una ideologia, come il mercantilismo, il sovranismo, il comunismo e il nazismo.

Il libero scambio e l’ideologia liberista, senza filtri economici e sociali, hanno il piccolo svantaggio non solo di distruggere le comunità e i legami (su cui lucra la destra), ma di svalutare il lavoro, di avviare una corsa verso il più basso costo del lavoro per alzare il profitto. E’ successo anche dentro la UE senza dazi. Se in Bulgaria il salario medio è 350 euro al mese, se i welfare sono diversi, se ci sono paradisi fiscali intra UE, se la liberalizzazione dei capitali è decisa a maggioranza, non ci si può stupire del declino del nostro Mezzogiorno, dei salari, della desertificazione delle comunità e della crescita dell’individualismo consumista.

Il mio intento non è difendere Trump, ma capire dove sta la verità, che va sempre detta, anche se non va nella direzione da noi sperata.

La UE ha fatto un accordo coi 4 paesi latino-americani (Mercosur) dove verranno tagliati i dazi gradualmente del 90%, che ha trovato molti oppositori in Europa (agricoltori e Francia, Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria; astenuto il Belgio). Se tagli i dazi favorisci chi esporta e danneggi le tue piccole e medie imprese. Così gli agricoltori nazionali dovranno concorrere con merci e servizi a minor prezzo così come con alimenti coltivati con pesticidi non ammessi nella UE. La conferma viene dalla stessa UE che, da un lato per ragioni geopolitiche ha fatto un accordo con l’America Latina e India (ma escludendo con India l’agricoltura) e però ha deciso che l’olio della Tunisia (3,5 euro al litro) non può più essere importato nella UE perché non ha gli stessi standard di qualità dell’olio italiano o spagnolo e distrugge le coltivazioni dei nostri agricoltori. L’olio della Tunisia non va bene ma la carne brasiliana sì? Capite che la “teoria economica” è in affanno e che “più che l’economia poté la politica”.

I dazi esistono da sempre e non è vero che li ha imposti Trump per la prima volta. Un mondo ideale non dovrebbe avere dazi, ma un mondo ideale dovrebbe avere anche agricoltori che coltivano tutti con metodi sani e produttori di auto e altri beni che pagano i lavoratori con gli stessi salari e con Stati che non aiutano le proprie imprese. Poiché non è così, bisogna discernere.

Gli Stati Uniti che vogliono mantenere un’aura di democrazia e far passare Trump come uno statista non possono dire che mettono i dazi per “bastonare” un altro paese. Vediamo allora cosa dice Alexander Gray, Ceo di American Global Strategies, società di consulenza geostrategica: “Alcune economie vanno penalizzate perché hanno un eccesso di capacità produttiva, sussidiano con aiuti statali le proprie imprese, svalutano la propria moneta, anziché favorire la domanda interna puntano sull’export a costo di pagare poco i propri salariati ed avere protezioni inadeguate dell’ambiente (Trade Act del 1974)”.

Si tratta di una impostazione giusta, ma che viene usata con “due pesi e due misure”, come fa la teoria liberale e liberista da secoli: quello che vale per me, non vale per te. Facciamo qualche esempio. Smartphone, 5G, servizi digitali poiché sono americani possono essere esportati in tutto il mondo anche se largamente sussidiati dallo Stato Usa (che, peraltro, ha svalutato il dollaro), né devono essere tassati dalla UE. Idem per i prodotti agricoli americani anche se coltivati col glifosato che è cancerogeno.

Ma su un punto Trump ha ragione: i dazi, in alcuni casi, servono per proteggere produzioni nazionali strategiche come per esempio l’agricoltura, che è non solo la base alimentare dei propri cittadini, ma anche un modo per manutenere il territorio (e per l’Italia la sua bellezza, che ha un valore sia per cittadini che turisti). Un eccesso di export dimostra da un lato la capacità di alcune tue imprese di essere leader mondiale, ma dall’altro significa che il tuo paese si è preoccupato poco di far crescere la domanda interna (fatta di buoni salari per i tuoi cittadini e investimenti sul tuo territorio, che va in malora), che è esattamente la politica fatta dagli Stati Uniti, dalla Cina ma anche dalla Germania e dall’Italia negli ultimi 30 anni.

La Germania spera col riarmo di conservare il suo sistema export-led passando dall’automotive (scesa a 4,1 milioni di auto dai 5,7 del 2017) alle armi, accettando più disoccupati e salari più bassi, in cui si dà per scontata (e lo si dice) una guerra con la Russia nel 2029. Cosa potrà mai andare storto? Ad esempio, trovarsi con un super esercito nel 2029 e AFD al Governo per via di cittadini imbufaliti causa recessione.

Vorrei infine rammentare il caso significativo di Olivetti, una delle due industrie (l’altra è la Montedison nella plastica) dove l’Italia ha avuto una leadership tecnologica mondiale. Nel 1933 Olivetti (produceva macchine per scrivere) conquistò il 51% del mercato italiano e si trovò a fare i conti con l’autarchia fascista, che imponeva dazi all’import (come fa oggi Trump) ed aveva sanzioni dagli altri Stati per via dell’avventura imperiale in Etiopia di Mussolini. I dazi non solo non misero in crisi Olivetti ma diventò monopolista sul mercato italiano, venendo meno la concorrenza americana e tedesca, con cui compensò le difficoltà all’export, rivolgendosi verso Africa, Europa centrale e Balcani che non sanzionarono l’Italia. Le sanzioni terminano nel 1936 e ciò darà la possibilità a Olivetti di rilanciarsi di nuovo all’estero, dopo essersi consolidata all’interno.

E’ dunque possibile che la strategia mercantilista di Trump, da tutti gli economisti considerata perdente, possa avere un qualche successo, soprattutto se riuscirà a far spostare molte fabbriche negli Stati Uniti (come sta avvenendo) e per maggiori entrate doganali da dazi (ora siamo a 950 miliardi di dollari all’anno in più). Non è vero che c’è solo la polarità libero scambio vs. dazi/protezionismo, ma possono esserci molte sfumature: in cui stabilire regole più eque a favore di produzioni nascenti o dell’agricoltura le quali vengono protette perché sono appena nate, coltivazioni più sane, o regole che sanzionano chi sfrutta i lavoratori o inquina, o fa dumping. Su questo il dibattito è assente.

Quali sono i rischi dei dazi? Che aumenti l’inflazione, siano troppo protette le imprese nazionali, che rimangano alti i tassi di interesse che gravano sui mutui e debiti delle famiglie operaie e sugli investimenti delle imprese, deprimendo salari e consumi. I dazi spingono anche a esportare altrove e diventare meno dipendenti. Di certo inneggiare al liberismo, al libero scambio, “a prescindere”, è una castroneria economica e ciò spiega il cambio enorme di posizione degli Stati Uniti oggi.

Propaganda e ideologia vorrebbero renderci ubbidienti e non farci pensare con la nostra testa (e cuore). La narrazione dominante vorrebbe che nel futuro ci fossero solo democrazie liberali, libero scambio, mentre probabilmente la talpa scava. Potremmo scoprire che dopo comunismo, nazismo e liberalismo, c’è qualcosa di meglio per tutti, specie se saremo travolti da un gigantesco tsunami che sta ingrossandosi. Dove? In America.

Cover photo wikimedia commons

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Genitorialità in trasformazione: 3 incontri sulla metamorfosi delle configurazioni familiari

Genitorialità in trasformazione:
3 incontri per una riflessione psicoanalitica sulla metamorfosi delle configurazioni familiari

La genitorialità non è un dato naturale, ma una costruzione simbolica e culturale che attraversa trasformazioni profonde. I legami originari con le figure genitoriali incidono nella costituzione dell’identità, del desiderio e delle modalità relazionali. Interrogarli oggi significa interrogare il nostro tempo.

Il ciclo di tre incontri propone una riflessione psicoanalitica e laica sulle metamorfosi della funzione paterna, sulle nuove configurazioni familiari – incluse le famiglie omogenitoriali – e sulla complessa articolazione tra donna e madre.

Gli incontri sono organizzati in coincidenza con alcune ricorrenze simboliche del calendario civile e affettivo – la festa del papà, la festa della mamma e la giornata dedicata alle famiglie arcobaleno – non per celebrarle, ma per interrogarle criticamente, mettendo in discussione le rappresentazioni e gli immaginari che esse veicolano.

Non si tratta di confermare modelli, ma di aprire domande: che cosa resta delle figure tradizionali? Come si ridefiniscono autorità, cura, differenza e separazione? Quali effetti producono le trasformazioni sociali sulla costruzione soggettiva?

Interverranno, insieme a me, Fabio Galimberti, psicoanalista di Milano, Henry Gallamini, rappresentante dell’associazione Famiglie Arcobaleno e Alide Tassinari, psicoanalista di Cesena, per un dialogo che intreccia prospettiva clinica e dimensione sociale.

Gli incontri si terranno il 19 marzopresso la Camera del Lavoro di Ferrara.

Il ciclo è organizzato in collaborazione con l’Istituto Gramsci , la Cgil e l’istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e si svolge con il patrocinio  del Comune di Ferrara.

In un tempo in cui i modelli si trasformano e le appartenenze si ridefiniscono, interrogare la genitorialità significa interrogare la forma stessa del legame sociale.

Perché è nella possibilità della separazione che si misura la qualità dell’amore e la libertà dei soggetti.

 

Il costo della guerra ricade su famiglie e imprese

Il costo della guerra ricade su famiglie e imprese

E’ del tutto evidente che le vittime delle guerre sono le donne e gli uomini che perdono la vita, i bambini ammazzati o privati del futuro, le migliaia di persone private dei diritti umani, costrette alla fame, alla sete e al freddo o che rimangono mutilate.
Come sosteneva Gino Strada: “le vittime di una guerra, qualsiasi guerra, sono sempre i civili, che non hanno colpe. Ecco perché la guerra è sbagliata in se”. Vi sono poi i costi delle guerre che possono ricadere pesantemente anche su chi è lontano dai conflitti. Ovviamente c’è chi sulle guerre fa affari d’oro, soprattutto vendendo armi, ma anche combustibili (per esempio il gas naturale liquefatto), soprattutto grazie a chi ancora spera di raggiungere la sicurezza energetica mediante l’utilizzo dei combustibili fossili e continua a rincorrere sempre le stesse perdenti soluzioni.

Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIAl’attacco militare all’Iran iniziato sabato scorso rischia di presentare un conto molto salato alle imprese italiane: quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026. A pesare è soprattutto l’impennata dei prezzi di gas ed energia elettrica registrata negli ultimi giorni. “Se le attuali tensioni dovessero tradursi in rincari strutturali dei costi energetici, si legge nel report della CGIA di Mestre, le aziende italiane potrebbero trovarsi a pagare quest’anno 7,2 miliardi di euro in più per l’elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas. Una variazione percentuale rispetto al 2025 del +13,5”. Le stime elaborate dagli artigiani mestrini si basano su alcune ipotesi precise: consumi nel 2025-2026 in linea con gli ultimi disponibili (2024); prezzo medio annuo dell’energia elettrica pari a 150 euro per MWh; prezzo medio del gas a 50 euro, mantenendo quindi un rapporto di 3 a 1 tra elettricità e gas, in linea con quanto osservato mediamente nel triennio 2023-2025.

In questo scenario, l’effetto combinato dei rincari energetici rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese, già messi alla prova da un contesto internazionale instabile. Le realtà imprenditoriali più penalizzate dall’incremento delle bollette sarebbero quelle ubicate nelle regioni dove la presenza delle attività commerciali e produttive è più diffusa. Come la Lombardia che dovrebbe registrare un aumento dei costi energetici di quasi 2,3 miliardi di euro. Seguono l’Emilia- Romagna con +1,2 miliardi, il Veneto con 1,1 miliardi, il Piemonte con 879 milioni e la Toscana con 670 milioni. Alla vigilia dell’attacco israelo-americano all’Iran (venerdì 27 febbraio), il gas scambiava a 32 euro al megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni (al 4 marzo del 2026) i prezzi sono balzati rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi flettere di poco. Un’impennata che riflette le tensioni geopolitiche e l’incertezza sui mercati. È inevitabile che le quotazioni dell’energia reagiscano a un conflitto in un’area così delicata per gli equilibri globali. Molto dipenderà dalla durata e dall’intensità della crisi: più il confronto si prolunga, maggiore è il rischio di ulteriori rialzi.

Prezzi dei carburanti in aumento che incidono pesantemente anche sui bilanci familiari. Una situazione che fa porre all’Adiconsum la domanda: Inflazione o speculazione? “Aumenti di 30 centesimi del prezzo del carburanti da un giorno all’altro in presenza, e non in mancanza, di stoccaggi consistenti, fanno pensare ad aspetti speculativi anziché a normali trend inflazionistici, che si riflettono sui bilanci di famiglie e piccole e medie imprese già stremate, aggravando una già pesante crisi sociale. Per questo, sottolinea l’Associazione Difesa Consumatoriinsieme alle altre Associazioni Consumatori riconosciute dalla legge, abbiamo richiesto l’attivazione di un puntuale monitoraggio da parte di Mr. Prezzi per accertare la reale natura degli aumenti, se di natura inflazionistica o speculativa. Esprimiamo apprezzamento anche all’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) per aver attivato l’Unità di Vigilanza Energetica, anch’essa impegnata nella rilevazione dei prezzi all’ingrosso e al dettaglio di gas ed elettricità. Ricordiamo che l’aumento dei prezzi dei carburanti ed in particolare del gas è determinante perché è dal gas che si produce una buona fetta di energia elettrica nel nostro Paese.

Il rialzo dei loro prezzi quindi produce un effetto domino sui prezzi dei beni e sulle tariffe dei servizi”. Le stime più severe indicano diversi scenari, legati soprattutto alla durata della guerra e alla sua influenza sui mercati del gas. Con un aumento del 10% delle tariffe di luce e gas, la spesa aggiuntiva per una famiglia potrebbe raggiungere circa 207 euro l’anno. Se invece gli incrementi arrivassero al 20% per il gas e al 15% per l’elettricità, il costo supplementare salirebbe a circa 378 euro annui. Nello scenario più critico, con gas a +30% e luce a +25%, l’aggravio potrebbe toccare 585 euro all’anno per nucleo familiare. Gli aumenti colpiranno soprattutto chi ha contratti energetici a prezzo variabile, cioè tariffe indicizzate all’andamento dei mercati. In Italia circa un quarto delle forniture di gas rientra in questa tipologia. Se i prezzi continueranno a crescere, queste utenze potrebbero subire modifiche tariffarie e nuovi rincari, un rischio che riguarda anche l’energia elettrica.

Diversa la situazione per chi ha sottoscritto contratti a prezzo fisso, che resteranno invariati fino alla scadenza. Tuttavia, al momento del rinnovo, i fornitori potrebbero aggiornare le condizioni economiche applicando gli aumenti di mercato. E, come sottolinea la FISAC CGIL, “la categoria più esposta resta quella degli utenti vulnerabili, spesso già in condizioni economiche fragili e spesso legati a contratti indicizzati. Nel caso dell’elettricità, la tariffa viene aggiornata ogni tre mesi sulla base dell’indice PUN (Prezzo Unico Nazionale). Per il gas, invece, l’adeguamento è mensile ed è collegato all’indice PSV (Punto di Scambio Virtuale). Già a gennaio le bollette del gas nel mercato tutelato per gli utenti vulnerabili hanno registrato un aumento del 10,5% rispetto a dicembre 2025, segnale di una dinamica che potrebbe accentuarsi con l’inasprirsi del conflitto”.

Intanto, ARERA ha costituito l’Unità di Vigilanza Energetica con il compito di monitorare in tempo reale l’evoluzione dei prezzi all’ingrosso e al dettaglio di gas ed elettricità, valutare i possibili effetti sui corrispettivi applicati ai clienti finali e fornire al Governo, al Parlamento e alle Istituzioni europee gli elementi di analisi necessari per le valutazioni di competenza.

Qui le stime della CGIA di Mestre

In copertina: Il prezzo del petrolio alle stelle – foto di Adiconsum

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EMERGENZA GRATTACIELO:
PERCHÈ IL COMUNE DI FERRARA NON APPLICA IL SUO REGOLAMENTO?

EMERGENZA GRATTACIELO:
PERCHÈ IL COMUNE DI FERRARA NON APPLICA IL SUO REGOLAMENTO?
IL DESTINO DI 600 SFOLLATI COINVOLGE LA COSCIENZA Dl OGNUNO Dl NOI

Ciò che sta avvenendo a Ferrara dopo la decisione del sindaco di emettere ordinanza di sgombero delle torri del grattacielo, senza preoccuparsi di predisporre alcun sostegno concreto per le centinaia di persone rimaste all’improvviso prive un tetto, presenta aspetti incomprensibili e intollerabili.

Credo che ogni cittadino di Ferrara dotato di normale sensibilità si sia posto il problema di immedesimarsi nel dramma di tante persone che, quasi da un giorno all’altro, hanno dovuto abbandonare la propria casa senza avere almeno il riferimento di una struttura pubblica di emergenza capace di fornire loro appoggio, aiuto e consulenza. Solo la società civile ed il volontariato hanno finora arginato le conseguenze drammatiche dello sgombero dei grattacieli.

Sconcerta pensare che tutto questo avrebbe potuto essere evitato semplicemente applicando i dettami dell’articolo 3 del “Regolamento per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica” del Comune di Ferrara, approvato dalla attuale maggioranza nel marzo del 2020, riguardante “Situazioni di estrema emergenza abitativa”, che sembra scritto apposta per casi come l’emergenza grattacielo, fornendo una soluzione praticabife, semplice e intelligente alle prescrizioni generali dell’articolo 835 del codice civile:

Ecco il testo dell’art. 3, con le mie sottolineature o evidenziazioni

Art. 3
(Situazioni di estrema emergenza abitativa)

l . In situazioni di estrema emergenza abitativa determinata da:

I . calamità natura i o altri eventi calamitosi eccezionali;

  1. intervenuta dichiarazione da parte dei Servizi competenti dell’inagibilità o dell’inabitabilità dell’alloggio di categoria catastale A (escluse Al, A8 ed A9), 0ccupato (proprietà, locazione registrata o comodato registrato);
  2. altri eventi che abbiano determinato in via d’urgenza l’impossibilità di continuare ad utilizzare gli immobili ad uso abitativo;
  3. situazioni di violenza o di maltrattamenti, già denunciati all’Autorità competente;

il Dirigente responsabile del Servizio competente, previa valutazione dei Servizi socio sanitari che attesti la situazione di grave emergenza abitativa nell’ambita del territorio comunale (dandone adeguata informativa all’Assessore di riferimento) l’assegnazione temporanea di alloggi di ERP anche in deroga al possesso dei requisiti di cui al presente Regolamento ed indipendentemente dalla graduatoria di assegnazione esistente.

  1. Per le assegnazioni degli alloggi disposte ai sensi del presente articolo, possono essere utilizzati anche alloggi ERP già sottratti temporaneamente alla disciplina ordinaria delle assegnazioni per essere destinati a nuclei assistiti ai sensi del Regolamento di sostegno all’emergenza abitativa (fino ad un massimo del 3% del patrimonio di ERP totale).
  2. Gli alloggi assegnati ai sensi del presente articolo devono comunque essere adeguati alla composizione del nucleo familiare, salvo che — per indisponibilità di altre soluzioni — non si possano adottare diverse determinazioni.
  1. Le assegnazioni disposte ai sensi del presente articolo non possono trasf0rmarsi in assegnazioni definitive e hanno una durata massima annua e, salvo proroga, motivata in ordine alla grave fragilità del nucleo riconosciuta dai Servizi Socio Sanitari, di ulteriori due anni disposta con provvedimento del Dirigente responsabile del Servizio competente. Alla scadenza del periodo di assegnazione dell’alloggio, la riconsegna dello stesso avverrà in presenza dei servizi di supporto per la verifica delle condizioni generali dell’unità abitativa e per la redazione di un processo verbale di consegna.

Analoga verifica delle condizioni generali dell’unità abitativa — fatta in presenza dei servizi di supporto  sarà da effettuare prima di disporre la proroga dell’assegnazione ai sensi del presente articolo per ulteriori due anni.
Oltre alla verifica suddetta, verrà valutato il puntuale rispetto del regolamento del contratto di locazione e il pagamento del canone e dei servizi.

5* Per le assegnazioni disposte ai sensi del presente articolo si applica un canone di locazione determinato sulla base dei criteri previsti per la deteminazione del canone di locazione degli alloggi di ERP.

  1. In caso di non veridicità del contenuto delle dichiarazioni rese dal richiedente o dai componenti il suo nucleo familiare il dichiarante decade dai benefici conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione non veritiera.

E’ ancora lecito sperare che, con una decisione di buon senso, la maggioranza, o parte di essa, decida, seppur tardivamente, di applicare quanto previsto dall’articolo 3.

ln caso contrario credo che occorra continuare a mettere in atto tutte le azioni possibili, nell’ambito della legalità, per indurla a farlo. Ritengo anche necessario cercare di dare risposte ad alcune domande.

ln caso di palese emergenza abitativa (l’allestimento di un dormitorio di fortuna nel palazzetto dello sport non è forse un esplicito riconoscimento dell’emergenza?), perché uno o più dirigenti del comune di Ferrara hanno ritenuto di non dover agire in base a quanto prevede l’articolo 3 sopra richiamato? Se lo hanno fatto quale amministratore li ha bloccati e perché?

Quando si tratta di violazione dei diritti della persona – il professor Marco Magri rivedi l’intervista su YouTube ha di recente chiaramente spiegato che di questo si tratta – è lecito da parte di tecnici e amministratori ignorare l’applicazione di norme e regolamenti che potevano evitare tale violazione?

Chi ha subito evidenti danni morali e materiali a causa della mancata applicazione di una norma o di un regolamento ha diritto ad un equo risarcimento?

ACER, Agenzia Casa Emilia Romagna “ente pubblico economico dotato di personalità giuridica, di autonomia organizzativa, patrimoniale, contabile e di proprio statuto” è mero esecutore degli ordini di un Comune o in caso di emergenze abitative gravi, come nel caso dell’improvvisa indisponibilità di alloggio per 600 persone, ha margini di iniziativa autonoma nell’ambito dei propri fini istituzionali? Può (o deve) ad esempio fornire di propria iniziativa al comune di riferimento un quadro oggettivo ed aggiornato di quanti dei circa 800 alloggi pubblici attualmente non occupati potrebbero essere nell’immediato o in tempi rapidi essere resi disponibili per dare risposta temporanea a quanto prescrive l’articolo 3 del regolamento?

Solo quando tutti gli abitanti del grattacielo avranno trovato sistemazione adeguata e dignitosa e i loro diritti saranno stati salvaguardati si potrà capire, nei tempi e modi necessari, quale potrà essere il futuro migliore e possibile per i grattacieli.

Dio lo vuole

Dio lo vuole

Nei giorni scorsi ha destato molto scalpore la foto di Donald Trump circondato da pastori evangelici in preghiera, in una posa anche decisamente plateale, all’interno dello Studio Ovale.

Dall’inizio del suo mandato, Trump ci ha tenuto a presentarsi come un esecutore della volontà divina: da “Dio è con me” in campagna elettorale, a “Io sono il prescelto” alzando gli occhi al cielo nel momento dell’insediamento, passando per “Dio mi ha salvato per fare grande l’America” dopo il fallito attentato. Ma com’è possibile che una linea politica orientata all’odio ed al razzismo, che non si fa problemi a sostenere o ad avviare azioni di guerra del tutto insensate, possa essere ricondotta a un disegno divino?

Dobbiamo ricordare che il male, l’odio, non si presentano mai con il loro vero volto, ma si nascondono dietro ideali apparentemente alti e condivisibili. E questo vale ancor di più in occasione di guerre. In realtà le guerre scoppiano sempre per motivi economici o politici, che di nobile non hanno nulla. Prendiamo ad esempio il recente blitz americano in Venezuela, presentato come un’azione finalizzata a liberare il popolo da un dittatore. Vi immaginate se Trump avesse dichiarato “A noi di Maduro non frega assolutamente nulla. Il regime può restare dov’è purché venda il petrolio a noi piuttosto che la Cina, ed al nostro prezzo”? Eppure è così che sono andate le cose.

Dovendo trovare un ideale con il quale incartare le guerre più orrende e le azioni più abiette, le religioni forniscono da sempre la copertura perfetta. Sarebbe troppo lungo elencare tutte le guerre avviate con il pretesto delle fedi religiose, quindi ricorderò solo le più significative.

Il primo pensiero va alla jihad, la guerra santa islamica che costituì il pretesto per le invasioni arabe in Europa, e che oggi viene evocata dai terroristi che fanno strage di innocenti. Tutti ci siamo convinti che l’Islam sia una religione violenta e assetata di sangue innocente: e invece la religione islamica (come quella cristiana) considera un peccato gravissimo l’uccisione di innocenti. La violenza non ha giustificazioni religiose, ma esclusivamente politiche: farla apparire come una sorta di disegno divino la rende accettabile, e persino auspicabile da persone che professano quella fede religiosa e che nutrono un profondo astio contro l’Occidente, dovuto a decenni di profondi contrasti economici e militari.

La religione cristiana si è prestata, in passato, a orrori ancora peggiori. Il più grande genocidio della storia dell’umanità, che noi europei tendiamo ad ignorare totalmente, è quello dei nativi americani: dall’arrivo di Cristoforo Colombo e per i secoli a venire, le popolazioni locali sono state sterminate in modo sistematico, con numeri spaventosi: parliamo di decine di milioni di morti. Gli europei cancellarono dalla storia, nel giro di pochi anni, civiltà vecchie di secoli come quella degli Incas. Ovviamente tutto questo non fu presentato per quello che era, cioè una delle azioni più criminali di sempre: “sterminiamo tutti e ci prendiamo le loro ricchezze”. Nei libri di storia su cui abbiamo studiato, ammesso che se ne parli, questo periodo storico viene presentato come la “Evangelizzazione dell’America Latina”.

Potremmo parlare delle crociate, altra fase di guerre legate a motivi economici e politici ma ammantate di profondo valore religioso: “Deus vult!”. Una curiosità: come si poteva, in un mondo rigido come quello medievale, conciliare un comandamento che dice “non uccidere” con l’esortazione a sterminare gli infedeli? Fu una trovata geniale di Bernardo da Chiaravalle, nel XII secolo, a risolvere il problema, con l’invenzione del “malicidio”: uccidere un non cristiano non era un omicidio, ma un atto di giustizia che serviva ad estirpare il male dal mondo. E così troviamo un altro aspetto ricorrente nelle guerre: la disumanizzazione del nemico, alla quale le differenti fedi religiose possono fornire un validissimo pretesto.

Saltiamo qualche secolo e avviciniamoci ai giorni nostri. Sappiamo che le SS indossavano fibbie con la scritta “Gott mit Uns” (Dio è con noi). Ed è sconcertante pensare che il corpo militare passato alla storia come il simbolo stesso della spietatezza e della cattiveria potesse pensare di godere della protezione divina. Eppure è questo che gli era stato assicurato dal regime, oltre alla promessa di “rendere la Germania di nuovo grande”. Tanto per evidenziare che la storia avrebbe molto da insegnarci, se solo la volessimo ascoltare.

Pretesti religiosi stanno alla base della persecuzione e dello sterminio degli ebrei, messo in atto proprio da chi indossava quelle fibbie, ma che ha radici storiche profondissime. Gli ebrei sono, da quando i Romani conquistarono la Terra Santa e li dispersero per il mondo, il simbolo dello straniero. Se oggi i politici tendono a distrarre l’opinione pubblica additando gli immigrati e attribuendo loro la colpa di tutti i problemi, per secoli in Europa questo ruolo ingrato è toccato agli ebrei. Aggiungiamoci che spesso proprio la loro difficoltà a mettere radici e la necessità di essere pronti a spostarsi in tempi brevi li costringeva ad accumulare ricchezze sotto forma di monete d’oro e poi di banconote, e questo rendeva particolarmente appetibile prendersela con loro, anche per sottrargli le loro ricchezze. Ma ovviamente, anche in quel caso nessuno, nel corso dei secoli, ha mai detto “perseguitiamo gli ebrei perché sono stranieri e per prenderci i loro soldi”. La persecuzione secolare degli ebrei ha trovato, ancora una volta, giustificazione nella religione. Andavano perseguitati perché non erano cristiani, ma anche per l’accusa, apparentemente ridicola ma rivelatasi efficace per secoli, di “deicidio”: gli Ebrei hanno ucciso Gesù.

E anche in questo caso, la storia non ha insegnato nulla. Lo sterminio dei Palestinesi, il più recente tra i genocidi, viene giustificato dai politici israeliani sulla base di quanto scritto nella Bibbia: la Palestina coincide con la terra promessa che Dio mostrò a Mosè, e tanto basta per giustificare la deportazione e lo sterminio dei Palestinesi.

Potremmo trovare infiniti altri esempi di uso distorto della religione. Pensiamo agli ideali del fascismo, altra ideologia violenta e razzista: “Dio, Patria e famiglia”. Mussolini era ateo, e da giovane era stato profondamente anticlericale, ma aveva capito che aggiungere la religione ai temi identitari del regime avrebbe portato enormi benefici politici. Comportamento non dissimile da qualche politico odierno, non lontano dall’ideologia fascista, che in pubblico ostenta santini e bacia rosari, ma poi non rispecchia in nessuna delle sue azioni quelli che dovrebbero essere gli ideali evangelici.

Torniamo al punto di partenza, alle guerre illegali scatenate dagli americani nel mondo. Nel 1990 George Bush padre motivò l’aggressione all’Iraq, basata su una montagna di bugie e prove false, dicendo che l’America aveva ricevuto da Dio la missione di portare la democrazia nel mondo. Ancora la religione, ancora una bugia per non dire come stavano davvero le cose: “Lì c’è il petrolio, e noi ce lo vogliamo prendere!”

Provo a immaginarlo, ma non riesco davvero a figurarmi un Dio che chiede di portare la democrazia a un popolo a forza di bombe al fosforo bianco. Non sono credente, ma riconosco il valore di molti insegnamenti cattolici. Come si fa a giustificare una guerra, o un genocidio, nascondendosi dietro chi ha detto parole potenti come “Ama il prossimo tuo come te stesso”?

Come fanno persone che si professano religiose a dare credito a chi si fa scudo di una fede che ha scritto parole come “non uccidere” o “non desiderare la roba d’altri” per giustificare uccisioni che servono ad appropriarsi della roba d’altri?

Non sono religioso, e forse per questo faccio fatica a capire la logica di chi si professa tale, ma poi segue chi agisce in modo totalmente opposto ai valori che dovrebbe difendere. Dobbiamo pensare che, in questo folle mondo contemporaneo, anche gli insegnamenti evangelici e i dieci comandamenti valgono, ma fino a un certo punto?

Photo cover: Leonardo da Vinci, The Last Supper, public domain version

Armi e Scuola: la modernità tecnologica accelera il tramonto dell’Occidente?

Armi e Scuola: la modernità tecnologica accelera il tramonto dell’Occidente?

Armi e Scuola: la modernità tecnologica accelera il tramonto dell’Occidente?

Massimo Gaggi in un articolo su Il Corriere della Sera dell’8 marzo 2026 analizza le nuove modalità assunte dalla guerra. A farla da padrone sono i droni guidati dall’Intelligenza Artificiale. Un cambiamento radicale rispetto a solo 5 anni fa. La guerra in Ucraina è stata la base dell’”innovazione” e il 70% dei morti sono stati uccisi da droni, sia russi che ucraini. Ciò ha reso obsolete buona parte delle armi pesanti del passato (navi, aerei, carri armati,…) che hanno un costo astronomico e che possono essere distrutte da droni che costano cento o mille volte di meno.

Un ruolo enorme è stato assunto da Starlink (la rete spaziale privata di Elon Musk) e dai software che individuano gli obiettivi e profilano le persone di cui Palantir di Peter Thiel è, in questo momento, leader mondiale. Palantir raccoglie i dati personali non solo dagli smartphone ma da innumerevoli banche dati (redditi, sanità, multe, passaporti,…) e profila le singole persone con livelli di criminalità crescenti. Per ora viene usato per il terrorismo, per scoprire immigrati illegali e, domani, per “sorvegliare e punire”. Si è criticata a lungo la Cina, che usa questo sistema per i suoi cittadini con un sistema a “punti”, come quello della patente per dividerli in buoni e cattivi (sperimentato in alcune città), mentre poco si dice dei sistemi made in Usa che profilano da tempo tutta la popolazione.

Palantir è stato acquistato da 40 paesi (Italia inclusa) e Israele se ne è avvalso per individuare 33mila militanti di Hamas, quasi tutti uccisi, anche se con effetti “collaterali” che hanno raggiunto altri (almeno) 40mila civili palestinesi. Come spiega Dario Amodei di Anthropic (che ha il software più avanzato nella guida dei droni, ma che non vuole recedere da alcune norme morali col Pentagono, che invece le vuole violare) la responsabilità morale di chi uccidere è così decisa dalle macchine.

Ma cosa c’entra con la scuola? C’entra eccome, perché, riprendendo l’articolo di Gaggi, egli spiega che nel “nostro uso quotidiano, sociale, della tecnologia, siamo stati a lungo inebriati dai servizi gratuiti che ci venivano offerti, dalla promessa di una vita più libera e consapevole, grazie alla democrazia di internet. Non è andata così: più disuguaglianze, il prevalere delle voci più estreme, brutali, il caos dell’informazione infestata da notizie false, cambiamenti profondi del modo di apprendere, di dialogare. Una rivoluzione nei rapporti sociali, nel modo di vedere la politica, addirittura nella sfera sentimentale. Abbiamo reagito con rabbia, ma ormai impotenti: ce ne siamo accorti troppo tardi. Rabbia acuita dalla scoperta che, a differenza di noi, i produttori di quella tecnologia ne conoscevano i rischi e lati negativi: Facebook aveva tenuto segreti gli studi sulle dipendenze, i fenomeni compulsivi legati a un uso intenso delle reti social mentre tanti “cervelli” della Silicon Valley hanno negato l’accesso a cellulari e computer ai figli fino agli anni del liceo e li hanno mandati in scuole nella quali la tecnologia non entra o è ammessa a piccole dosi”.

E quali sono queste scuole? Le scuole Waldorf e Montessori, che basano l’educazione su una concezione antropologica del bambino profonda, in cui le potenzialità e i talenti vanno preservati da un uso troppo anticipato della tecnologia al fine di sviluppare creatività, capacità pensanti con un uso maggiore di laboratori manuali e artistici e una formazione basata maggiormente su lentezza, cooperazione, amore e dimensione spirituale.

Dobbiamo ammettere la scuola pubblica ha largamente abdicato a questo e si è allineata troppo festosamente a chi promuoveva le innovazioni tecnologiche (la lavagna slim, il registro elettronico,…) ; una modernità allineata alle mode sociali imposte dalle imprese tech innovative, che fanno tanto “vip”.

L’introduzione delle innovazioni e tutta la storia della civilizzazione europea è stata ben descritta da Norbert Elias in un famoso libro pubblicato in Italia nel 1982 (La civiltà delle buone maniere, Il Mulino, Uber den Prozess Der Zivilisation, 1936).
Elias sostiene che è legata al desiderio dei più ricchi di “differenziarsi socialmente” dal resto del volgo. Il sociologo descrive le innovazioni e l’evoluzione del galateo in Europa, mostrando che la “civilizzazione” (non sputare nel piatto, usare le posate, la privacy nei bisogni corporali,…) non è avvenuta per una maggior igiene o comfort della popolazione, ma per volersi distinguere dagli altri e dimostrare che si è più ricchi e potenti e, come tali, “moderni” (su un piedistallo più alto). “Così nell’XI secolo la moglie del doge di Venezia, una principessa bizantina (di Istanbul), introdusse una forchetta d’oro a due rebbi, per prendere la carne dal piatto comune, suscitando un tremendo scandalo (senza usare le mani come si era soliti fare). La raffinatezza apparve talmente eccessiva che fu severamente disapprovata dai preti e fu invocata la collera divina. Poiché poco tempo dopo morì per malattia, San Bonaventura non esitò a dichiarare che era stato un castigo di Dio” (pag. 168).

La forchetta, inizialmente un oggetto di lusso, si diffuse per gli strati superiori e nel tempo popolari e così avviene anche oggi per ogni innovazione. Del resto il telecomando tv non determina chi ha in casa il potere? Molte innovazioni non avvengono per soddisfare i bisogni dei cittadini, ma per poter vendere. In società intelligenti ed evolute, dovrebbero essere introdotte solo dopo un periodo in cui si è certi della loro sicurezza, affidabilità e bontà, anche perché all’inizio sono sempre grossolane. Rammento che la pillola anticoncezionale aveva, appena introdotta, un dosaggio 300 volte superiore all’attuale e ha prodotto per decenni gravissimi danni e tumori.

Una logica a cui la scuola pubblica si è spesso inchinata, sprovvista di una conoscenza dell’antropologia del bambino e dell’adolescente e per il timore di non essere abbastanza “moderna”. Una scuola trovatasi disarmata di fronte alle innovazioni tecnologiche e che ha subito un declino (pauroso) dei livelli di apprendimento dei suoi studenti, le cui conseguenze saranno disastrose sulla nostra stessa economia e società.

Se consideriamo i test Invalsi all’ultimo anno delle superiori di italiano e matematica siamo passati dal 2019 al 2025 da livello 76/75 a 61 in Italia, ma al Sud siamo passati da 50 a 40: una scuola che cammina indietro come i gamberi.

Un calo costante e impressionante (-20% in soli 6 anni). Ma questa è una media. Da altre fonti sappiamo che ha colpito di più le fasce più deboli e gli Istituti Professionali, frequentati dagli studenti più deboli e dagli immigrati. Anche perché le famiglie più abbienti (che conoscono bene la scuola pubblica) si dotano di strategie compensative come lezioni di ripetizione, viaggi all’estero e usano in modo potente il loro forte sistema di relazioni per trovare lavoro al proprio/a figlio/a. Sono così proprio gli studenti delle famiglie più povere ad essere penalizzati da una scuola pubblica inadeguata.

Siamo così surclassati per livello di apprendimento da asiatici, cinesi, coreani, giapponesi, canadesi, finlandesi, svizzeri, olandesi, irlandesi…società che per antica cultura del merito e dell’impegno o per moderne conoscenze (Finlandia, Canada,…), tengono alla larga gli smartphone fino a 14 anni e fanno uso di laboratori sia manuali che artistici (Finlandia ha introdotto la falegnameria al liceo). Tra i 31 paesi OCSE l’Itala è al 26° posto per conoscenza della lingua tra gli adulti (24-64 anni), idem per matematica. Livelli disastrosi se si pensa che abbiamo una scuola pubblica di massa da 50 anni. Siamo molto al di sotto degli stessi Stati Uniti (19° posto) e in Europa solo Polonia e Portogallo stanno peggio di noi.

I modelli asiatici puntano su competizione, disciplina e molte ore di studio com’è nella tradizione confuciana e del merito giapponese, ma paesi come Germania e Finlandia (che hanno buoni rendimenti come gli asiatici) hanno seguito la via opposta. Si va a scuola tardi (in Finlandia a 7 anni), ci sono pochi compiti, gli studenti si fanno il loro libro, gli insegnanti sono preparati (e ben pagati), si dà autonomia e benessere agli studenti con molti laboratori artistici e manuali in alternanza al lavoro concettuale in classe e si è applicato molto alla scuola pubblica il metodo steineriano: esso prevede di studiare solo tre materie ogni 6 settimane, che ogni lezione si svolga in due giorni per poter meglio “digerirla” e un modesto uso della lezione frontale.

Sarebbe un’ indicazione anche per l’Italia, se solo si superasse l’idea che solo la metodologia delle scuole pubbliche è buona e non anche altri tipi di approccio educativo che hanno avuto enorme successo e si sono per questo diffusi nel mondo, come quello della Montessori e di Steiner. Ma si sa: “nemo propheta in patria”. Poi certo c’è il problema del finanziamento alle scuole, oggi inadeguato, ma l’attuale disastro non dipende solo dai pochi soldi.

Photo cover Armi a scuola – foto Virgilio Sapere

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Pax Christi: “Referendum: non stravolgere le garanzie democratiche”

“Referendum: non stravolgere le garanzie democratiche”

Cari amici e amiche, anche Pax Christi fa parte del Comitato civico nazionale per il No al referendum, ritenendo la pace sorella della democrazia e del diritto. Ne parlava spesso monsignor Luigi Bettazzi col nostro Centro studi dove avevamo contatti con Tina Anselmi. Avendo letto i cento e più volumi della Commissione sulla loggia massonica P2, da lei presieduta, ho trovato spesso una proposta simile a quella della riforma Nordio, cioè il Piano di rinascita democratica, sequestrato nel 1982.

Al di là di questo richiamo storico e anche di un motivo pratico-politico che mi porta a dire NO (la riforma Nordio non solo non risolve i problemi della giustizia ma li complica aggiungendo moltiplicazione burocratica, conflittualità istituzionale, spese aggiuntive) c’è un motivo etico-giuridico di fondo.
Siamo davanti a una evidente forzatura. Non si può cambiare la Costituzione in questo modo, a partire dal governo – da qualunque governo – con una proposta bloccata fin dall’inizio, che colpisce sette articoli della Costituzione e stravolge le garanzie democratiche.

E’ un fatto pericolosissimo tanto più oggi nel contesto di una forte erosione della democrazia, a favore di tensioni autocratiche, di uno svuotamento dello stato di diritto, compresa la distruzione del diritto internazionale e delle strutture internazionali legate alle Nazioni Unite.

Oggi vediamo capi di stato (come Trump o Putin, Orban, Netanyahu, esponenti islamici e altri) che affermano, ammantandosi di blasfema religiosità, che non hanno bisogno del diritto, perché il diritto è la loro volontà, il loro interesse nazionale o imperiale (o personale). Il loro delirio di onnipotenza.
Lo affermano persone come Peter Thiel, creatore politico di Vance, sodale di Trump e dell’oligarchia tecnologica-plutocratica-suprematista-transumanista della Silicon Valley. Ecco, penso che sia necessario coltivare tenacemente la pace come difesa ed espansione della democrazia, come esercizio di una cittadinanza responsabile, come tutela della dignità della persona, come promozione della civiltà del diritto.

Sergio Paronetto
(Pax Christi, già vicepresidente nazionale)

Per certi versi /
Bisognerebbe venderle le parole

Bisognerebbe venderle le parole

Bisognerebbe venderle le parole.

È materiale troppo prezioso per essere maneggiato incautamente.

 

Immagino un negozio tipo vecchio antiquario, rigattiere,

dove le parole stiano in vasi di vetro, su alti scaffali.

Certune su ripiani altissimi.

Quelle di maggior pregio.

 

Se vuoi usare certe parole, le devi comprare.

Non in cambio di denaro, ma a prezzo di purezza d’animo.

Di verità.

 

A chi lascia lividi di pelle e di cuore, ad esempio,

la parola “amore” andrebbe vietata.

Non te la do, non la puoi usare. Non ne sai il valore.

 

Le parole di violenza, di sopruso, di sopraffazione,

andrebbero chiuse a chiave, in uno stipetto irraggiungibile.

Interdette alla distribuzione.

 

A ciascuno chiederei un prezzo di verità.

Solo ai bambini le darei a piene mani.

Per farne storie e racconti. Invenzioni.

 

Loro le spargerebbero alla luna, ai giocattoli, all’universo.

Loro sì, ne farebbero cosa buona.

 

(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop, 2023)

 

In copertina: Mani e parole, Foto di lisa runnels da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

“Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”: incontro pubblico con Alex Zanotelli e Gianfranco Franz. Ferrara, lunedì 16 marzo alle ore 17,30

“Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”
incontro pubblico con Alex Zanotelli e Gianfranco Franz.

Ferrara, lunedì 16 marzo alle ore 17,30

“L’acqua è qualcosa di sacro, è vita, diritto fondamentale di ogni essere umano”.
Alex Zanotelli

Si terrà lunedì 16 marzo alle ore 17,30 all’ Università di Ferrara in via Adelardi 33- Aula A4 l’incontro pubblico sul tema “ Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”. L’incontro, organizzato da Forum Ferrara Partecipata, Laboratorio per la Pace Ferrara e Rete Pace Ferrara, sarà condotto da Alfredo Mario Morelli, coordinatore del Laboratorio Pace, e si svolgerà con la partecipazione online di Alex Zanotelli, missionario comboniano e storico esponente del movimento per l’acqua, che dialogherà con Gianfranco Franz, docente Unife di politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale.

Viviamo in tempi drammatici, in cui il ricorso alla guerra e la logica della forza sembra siano diventati la modalità predominante con cui affrontare le controversie internazionali. Questo è il prodotto di un’impostazione unilaterale, che si muove al di fuori del rispetto del  diritto internazionale, portata avanti dalle grandi superpotenze, in primo luogo dagli USA di Trump. Si dice giustamente che tutto ciò mira al controllo delle fonti energetiche, a partire dal petrolio e dal gas, e di materie prime, come le terre rare, fondamentali per l’innovazione tecnologica.

Maggiormente oscurato è il fatto che la guerra e il controllo delle materie prime riguarda anche quelle naturali, in primis l’acqua. La logica dell’accapparamento e della privatizzazione dell’acqua è fonte di conflitti, che, nel contesto odierno, possono alimentare altrettante guerre. Basta pensare al Medio Oriente e, in specifico, alla situazione di Gaza, dove il genocidio in corso perpetrato dal governo israeliano passa anche attraverso il fatto di togliere l’acqua alla popolazione palestinese. Ma molte altre aree del mondo sono interessate alle guerre dell’acqua: dal bacino del Nilo, che genera forti tensioni tra Egitto, Sudan e Etiopia, al bacino dell’Indo, interessato al conflitto tra India e Pakistan, a molte parti dell’Africa, dal Sahel al bacino dello Zambesi, fino ad arrivare al fiume Colorado, che è oggetto di contesa tra gli Stati Uniti e il Messico.

Acqua bene comune, foto Ragusa libera

Infine, è importante avere presente che la battaglia per l’acqua bene comune, contro la sua privatizzazione, si gioca sul piano mondiale, ma anche nei singoli Stati e nei territori. Pubblicizzare l’acqua e il servizio idrico è un obiettivo che riguarda tutti: anche la provincia di Ferrara, dove le concessioni scadranno a fine 2027, e si dovrà decidere se renderlo completamente pubblico oppure andare verso la sua definitiva privatizzazione. Non abbiamo bisogno di ridire che, per noi, la scelta è quella che guarda all’affermazione dell’acqua come bene comune, per la sua gestione pubblica, per contrastare le logiche di guerra.

FORUM FERRARA PARTECIPATA
LABORATORIO PER LA PACE FERRARA
RETE PACE FERRARA

 

Presto di mattina /
Il rabdomante della pace

Presto di mattina. Il rabdomante della pace

Il rabdomante della pace

L’acqua si lamenta:
Ho sete! Ho sete!
Sono bruciata
Da una fetida melma,
del verderame degli acidi.
Sono soffocata
Dai pesci morti e gonfi.
Grossi aculei di ferro
Rugginoso mi pungono
La tenera gola.
Una sorda febbre
Mi divora.
Datemi, vi prego
Un goccio, … di che?
Di che? Questo è il problema
Davvero insolubile!
E a noi chi potrà dar da bere
Se anche l’acqua ha sete!
(M. Guidacci, L’acqua si lamenta, in Le poesie, Le Lettere Firenze, 2024, 272-273).

Questa poesia di Margherita Guidacci mi è sembrata veramente adeguata a esprimere lo stesso lamento della pace. Come l’acqua, la pace si lamenta ancora di questi giorni brucianti, febbricitante e inascoltata, sommersa da fetida melma, sprofonda sempre più in basso soffocata tra carni morte e gonfie di una nuova e inutile strage. A noi chi ci ridarà la pace se, come l’acqua, anche la prima grida: ho sete, ho sete?

In tempo di conflitti senza fine non restano che i rabdomanti sensibili e senzienti alla pace come all’acqua nascosta in terra arida e desolata. Sono quelli che sempre continuano a cercare.

La figura del “rabdomante” è una metafora che dice di colui che non si inventa l’acqua, e dunque neppure la pace, ma ha la sensibilità speciale di cercarla per sentire dove scorre nel profondo delle persone, nelle relazioni per portarla alla luce.

Oltre a scrivere poesie, la Guidacci aveva una casa a Scarperia, nelle terre del suo Mugello, dove la famiglia ha origine e dove si rifugiò durante la guerra. Qui aiutava i contadini a trovare le falde d’acqua, sentiva infatti il fluido e i brividi scorrere dentro di sé quando ne avvertiva le vibrazioni e la presenza nel sottosuolo.

Memorie di un rabdomante

In un articolo del 1957 Memorie di un rabdomante la Guidacci, scrivendo la recensione di un libro appena uscito in italiano di André Neher sulla figura di Mosè, rimase profondamente colpita dalla descrizione che ne aveva fatto l’autore presentandolo come “un rabdomante”, colui che cerca sorgenti invisibili. Non solo facendo scaturire l’acqua dalla roccia nel deserto al popolo assetato e mormorante, ma anche al Sinai, portando alla luce le dieci parole nascoste nel cuore di Dio: “non uccidere”…

Scrive Neher: «Il Mosè di Neher non è l’eroe marmoreo di Michelangelo, ma un uomo consumato da una tensione perenne. Egli è, nell’accezione più alta, un “sourcier de la lumière”, un rabdomante della luce. Come il rabdomante avverte sotto l’aridità della terra il fremito dell’acqua nascosta, così Mosè avverte nel deserto della storia e nell’esilio del suo popolo la scaturigine della Luce divina. La sua vocazione non è un possesso, ma una ricerca tormentata.

Neher ci restituisce un profeta che non “vede” la luce come un oggetto immobile, ma la insegue nelle tenebre dell’Egitto e nelle nubi del Sinai. Questa luce non abbaglia soltanto: essa scava, trasforma, incide la carne e l’anima» («Il Popolo», 14 Luglio 1957, ora in Prose e interviste, a cura di Ilaria Rabatti, Editrice C. R.T., Pistoia 1999).

Rabdomanti della luce

Acqua e luce vanno insieme, sono le risorse della vita, irrinunciabili alla pace, essenziali a far scaturire la pace dai conflitti. Nella Qabbālāh ebraica, un insieme di saperi nascosti e mistici circa il rapporto tra Dio e il mondo, i “rabdomanti della luce” sono quelli che riportano a Dio le scintille di luce della conoscenza nascoste nell’universo, scintille che senza di loro rischierebbero di andare perdute, di spegnersi.

Essi cercano le scintille di luce perdute, le aspirazioni di pace soffocate, e i gemiti inascoltati sotto la crosta della storia, sotto la terra arida delle convenzioni, dell’abitudine, della pigrizia mentale, del potere idolatrico delle comunità anche religiose. Le riportano in superficie come sorgenti di acqua viva, ricostruendo intrecci, percorsi nelle esperienze, nelle vite dei singoli e delle comunità; rianimano i punti morti, tengono viva la ricerca della pace come l’unica strada per riparare un mondo diviso, sconvolto.

L’espressione “Tikkun Olam” nella tradizione ebraica esprime «l’aspirazione e l’impegno a fare del bene, a migliorare il mondo, a provare un senso di responsabilità morale verso chiunque, ebrei e non ebrei, verso un ideale di giustizia sociale e di qualità dell’ambiente» (David Grossman, La pace è l’unica strada, Mondadori, Milano 2024, 85). Non smettere di fare qualcosa al mondo che non solo ripari i suoi danni ma lo migliori pure, renderlo abitabile fornendogli le risorse perché la pace che in esso è sempre sommersa o affiorante possa arrivare a compiersi.

Rabdomante del silenzio

La figura del rabdomante ritorna in un altro testo di André Neher: L’esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Marietti, Genova 1997; là dove Neher parla di Elie Wiesel (1928-2016) descritto come un rabdomante del silenzio: «Arata, seminata e raccolta all’interno del regno del silenzio, l’opera di Elie Wiesel è impregnata di silenzio come un frutto lo è del suolo che l’ha nutrito. Il silenzio è certamente il tema – ed anche la parola – che appare più spesso nel testo … è la sua maestria nello scoprire e braccare ogni minima fibra di silenzio, ma che ha anche del virtuoso tanto le trasposizioni, le variazioni e le improvvisazioni fanno risuonare questa fibra con musica inaudita.

Li supera altresì perché, al di là di ogni letteratura, Elie Wiesel è discepolo di altri maestri che lo riportano alle sorgenti chassidiche, talmudiche e bibliche del silenzio. E soprattutto li supera, o meglio è da loro radicalmente diverso, perché non ha incontrato il silenzio né nell’immaginazione artistica, né nello spettacolo del deserto o di qualche altro paesaggio della natura: l’ha incontrato nella realtà di Auschwitz ed è questa realtà del silenzio di Auschwitz che continua a essergli appiccicata addosso oggi mentre scrive la sua opera in veste di superstite, come gli si era appiccicata addosso quando ne era vittima» (ivi, 221-222).

David Grossman: un rabdomante della pace

Cercando ostinatamente la pace dove visibilmente non c’è più, inseguendo una pace in fuga, rifugiata ogni volta altrove, migrante e tuttavia essa è sempre rincorsa, continuamente cercata. È questo, mi sembra, il vissuto umano, spirituale e il tracciato testuale, letterario della scrittura di David Grossman. Lo si può ripercorrere anche solo attraverso due piccoli libri, quello già ricordato del 2024 e quello di quasi vent’anni prima, una coerenza resiliente che è già un affioro, un gorgoglìo di speranza nella pace: Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese in guerra, Mondadori, Milano 2007.

Non vi è discontinuità temporale, infatti, nella tenacia con cui egli ha continuato a sostenere la possibilità di coesistenza tra Israele e Palestina, analizzando sempre di nuovo la complessità del groviglio di violenza in cui sono prigionieri i due popoli senza perdere la determinazione a ricercare un futuro di pace possibile.

Quante volte, gridando di gioia,
ho creduto scoprire una sorgente
che poi si rivelava solo rena più bianca
sotto il sole cocente.
E quante volte sono corsa incontro
a presunti fratelli che agitavano le braccia,
per trovar solo cespugli spinosi
Tra le dune selvagge.
Irritata e delusa, ormai so che al miraggio
dirigo invano il mio cammino incerto.
Come evitarlo se avanzo in un deserto
Sempre più deserto?
(Guidacci, Poesie, 273-274).

Così Grossman scriveva nel 2007: «La pace tra Israele e i palestinesi, tra Israele e l’intero mondo arabo, è ancora, purtroppo per noi, soltanto una questione di speranze, ipotesi e intuizioni. In questi ultimi anni sembra anzi sempre più lontana. Ma anche adesso – forse adesso più che mai – dobbiamo pensare continuamente a questa figura della pace che si allontana, al modo in cui l’immaginiamo, e farne un costante “stimolo” per il pensiero» (ivi, 57).

Un salto nel vuoto è quello verso la pace, come saltare da un albero ad un altro, così egli affermava il 19 marzo 2025 all’Università Cattolica di Milano per la seconda edizione di Soul, Festival di spiritualità che aveva per tema “Fiducia, trama del noi”: «In quel momento ti ritrovi sospeso nel vuoto e devi avere coraggio, perché non hai più la terra sotto i piedi. Allora, se ce la fai a sopportare il salto riuscirai a ottenere la pace e il pensiero che questa guerra che colpisce da più di cento anni possa terminare».

Un anno prima, nel 2024, nel libro che raccoglie alcuni dei suoi interventi più urgenti e militanti scriveva: «È vero, fare la guerra è più facile che fare la pace. Nella realtà in cui viviamo, la guerra si tratta solo di continuarla, mentre la pace costringe a processi psichici difficili ed elaborati, processi che popoli abituati quasi solo a combattere vivono come una minaccia…

Perciò la vera lotta oggi non è tra arabi ed ebrei, ma fra quanti – dalle due parti – anelano a vivere in pace in una convivenza equa e quanti – dalle due parti – si nutrono psicologicamente e ideologicamente di odio e violenza. Magari riuscissimo a ristabilire e irrobustire le forze sane delle due società, coloro che fra noi si rifiutano di diventare collaborazionisti della disperazione! Così, se anche dovesse scoppiare un’altra ondata micidiale come questa – e io temo che scoppierà di tanto in tanto –, potremmo resisterle in modo lucido e maturo, come sembra stia accadendo già in questi giorni, con un’infinità di incontri e dibattiti e iniziative straordinarie», (La pace è, 12; 13-14).

Abbiamo passato molti fiumi.
Alcuni avevano ponti rischiosi.
Altri, guadi taglienti di sassi
e di acque gelate.
Noi passavamo quietamente sospinti
come foglie dal vento.
Solo i morti restavano indietro,
col capo riverso.
Un segno d’acqua in noi è rimasto
e niente lo cancella:
improvviso fluire che dal mondo ci estrania.
La fenice del sole muore ogni giorno e rinasce.
L’acqua distende le sue ali e non le chiude mai più.
Nostri vicini sono il vinco, il salice,
l’erba umida e umile che striscia verso i fossi.
Ha riempito le prode e i nostri occhi:
perché noi, gli inventori delle lacrime,
tutte ormai ce le siamo dovute bere.
(Guidacci, Poesie, 276).

David Grossman: un rabdomante della parola

Potrà sembrare irrilevante, un’utopia facile che, per aiutare il proprio paese a ritrovare la pace, Grossman pratichi la scrittura, risponda ai conflitti scrivendo racconti e creando storie. Ma egli sa che la letteratura autentica apre la coscienza all’altro o meglio, “ci fa conoscere l’altro dall’interno”, proprio perché genera in chi scrive e in chi legge come un transfert, un’immedesimazione che lo costringe a entrare dentro i personaggi e condividere le vicende da essi vissute, aprendo così la possibilità di conoscere con una mentalità nuova, quella che parte dagli occhi dell’altro, dal suo punto di vista, le realtà che si presentano nella vita di ogni giorno.

L’arte del rabdomante diventa così l’arte di scrivere nelle tenebre della guerra e quest’arte ha come finalità di essere l’inizio di un lungo e tormentato processo di risveglio e di conciliazione per coloro che sono costretti a confrontarsi con una realtà arbitraria e violenta, di sopraffazione oltre ogni immaginazione.

Il principio del prossimo

«In quel momento avvertiremo e capiremo veramente quel che prima ho definito il principio del prossimo, il cui significato profondo, se volete, è il diritto del prossimo all’esistenza (all’esistenza e alla storia, così come il diritto alle sofferenze e alle speranze)… Perché, quando abbiamo conosciuto l’altro dall’interno – anche se l’altro in questione è il nostro nemico –, da quel momento non potremo più essere completamente indifferenti a lui. Qualcosa dentro di noi sarà debitrice a lui o, quantomeno, alla sua complessità. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una “non persona”.

Non potremo più rifuggire, con la solita e per noi ormai banale facilità, dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori. Anche questi, infatti, li interpreteremo come una parte della sua tragedia. Qualora, poi, ci restassero un po’ di energia e di magnanimità, potremmo persino creare una situazione in cui sia più facile anche per il nostro nemico sfuggire alle proprie trappole interiori, e avremmo anche noi qualcosa da guadagnare…

Con la scrittura letteraria facciamo di tutto per riscattare ogni nostro personaggio dall’estraneità, dalla banalità, dalla morsa dello stereotipo e del pregiudizio. Quando scriviamo una storia, lottiamo – a volte per anni – per comprendere ogni aspetto di una sola figura umana: le sue contraddizioni interiori, i suoi impulsi e le sue inibizioni, quel magma incandescente di cui ho parlato prima.

Ha qualcosa di dolce, quasi di materno, il modo in cui uno scrittore è teso con tutti i suoi sensi, la sua coscienza e il suo subconscio, mentre sogna e mentre è sveglio, a ogni alito di sentimento, a ogni sensazione che passa nell’animo del personaggio che è intento a creare.» (Con gli occhi, 31-32; 26-27).

Un rabdomante dal cuore pensante

Ancora nel testo La pace è l’unica via viene evocato e riproposto lo stile di Hetty Hillesum che riuscì a rimanere libera anche nella più grande schiavitù del campo di concentramento. A fronte di donne e ragazze che nel campo dicevano di non voler sentire più nulla né pensare più a niente per non impazzire, la sera Hetty, restando sveglia e provando per loro una infinita tenerezza, diceva tra sé e sé, “lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca”. Ora voglio esserlo un’altra volta. Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento”.

E osserva Grossman: «Sappiamo anche che in qualsiasi momento potremmo ritrovarci in una situazione in cui la nostra libertà ci sarà negata e saremo circondati dall’arbitrarietà e dalla tirannia, dalle piaghe del razzismo, del nazionalismo e del fanatismo, o da comportamenti barbari e criminali come quelli attuali della Russia nei confronti dell’Ucraina: un’aggressione che minaccia la pace nel mondo.

Se mai arriverà un momento simile, in circostanze che ora facciamo fatica a immaginare, se il nostro mondo sarà stravolto come avviene oggi per milioni di cittadini ucraini a poca distanza da noi, sapremo ricordare e restare fedeli alla nostra ribellione privata ed eroica? Sapremo non smettere di pensare e di essere un cuore sensibile, aperto, vulnerabile? Sapremo essere un cuore pensante, ancora e ancora?» (ivi, 86-87).

Nello sprofondo, l’acqua

Se conosco il fondo dell’acqua?
Certo che lo conosco!
Ho scostato erbe viscide, tagliato canne.
Mi sono curvata, ho guardato, ascoltato.
Ho visto insetti di lunghe zampe remigare
ed uccelli abbassarsi su di loro, fulminei.
Ho udito i lievi tonfi che nulla sembra produrre,
un «ah», un sospiro, come se il tempo stesso
cercasse di sgretolarsi sul fondo.
E so che tutti i sentieri conducono all’acqua –
i visibili come gli occulti.
Tutti i luoghi, tutte le ore
si protendono sull’orlo dell’acqua.
Se conosco il fondo dell’acqua?
La mia immagine sta su quel fondo
e non la smuoverete di là,
~che se vi provate ad afferrarla con le canne,
a batterla col remo.
V’illudete di vedermi altrove!
Quante volte ho riso di nascosto
come d’un gioco ben riuscito
mentre il mio amabile «doppio»
si intratteneva con ospiti e amici
ed in realtà ero sempre inginocchiata
su un’umida riva
scomponendo l’ovale del mio volto sommerso
con le crespe delle mie dita inquiete.
Due metà sconosciute dell’anima
si venivano incontro attraverso l’acqua.
(Guidacci, Poesie, 277-279).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/lunarrabbit-5683213/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8040425″>Martin Stjernstedt</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8040425″>Pixabay</a>

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L’egemonia del ribelle. Letteratura, pensiero critico e intelligenza artificiale

L’egemonia del ribelle.
Letteratura, pensiero critico e intelligenza artificiale

Da anni il dibattito pubblico italiano sembra ruotare attorno a questa semplice parolina: egemonia. Chi ce l’ha, chi l’ha perduta, chi la reclama come un vessillo identitario. Eppure, a ben guardare, questa ossessione dice più delle nostre paure che della realtà culturale.

L’egemonia, così come viene agitata nel discorso pubblico, è spesso un alibi: un modo elegante per non confrontarsi con la complessità del pensiero, per non ammettere che la cultura non è mai stata il prodotto di un blocco monolitico, ma il risultato di tensioni, deviazioni, eresie.

Ma a tale proposito vorremmo ricordare che è sempre esistita e, per fortuna, esiste una figura che sfugge a questa logica binaria, e che la letteratura e la filosofia del Novecento hanno descritto con sorprendente lucidità: il ribelle.

Nel Trattato del ribelle scritto nel dopoguerra da Ernst Jünger viene tratteggiato un tipo umano che non si lascia catturare né dalla rivoluzione né dalla reazione.
È un individuo che difende la propria interiorità contro ogni suggestione totalitaria: politica, tecnologica, ideologica. Un “guastatore” di sistemi, un uomo che non si lascia definire da nessuna appartenenza.

La cosa sorprendente è che questa figura entra in risonanza con pensatori lontanissimi da Jünger: Chiaromonte, Gramsci, Camus, Pasolini. Tutti questi autori, in modi diversi, hanno intuito che il pensiero vivo nasce sempre in una zona di libertà che non coincide con nessuna ideologia. Il ribelle è l’anti‑egemonico per eccellenza: non perché rifiuti il potere, ma perché rifiuta la semplificazione.

La letteratura poi è il luogo dove questa figura emerge con più chiarezza, spesso prima ancora che la filosofia la definisca.

Un esempio recente è rappresentato dal romanzo La porta dell’alba di William Sloane (Adelphi, 2026): un romanzo in cui la hybris tecnoscientifica – oggi incarnata tanto dalla tecno‑destra libertaria quanto da certo progressismo tecnocratico – si scontra con la paura di compromettere la nostra essenza umana. Sloane non prende posizione per un campo o per l’altro: mostra la tensione, il punto in cui l’umano rischia di essere ridotto a funzione e annullato. È lì che nasce il ribelle.

La macchina creata dal professor Julian Blair nel romanzo di Sloane è come il Frankenstein di Mary Shelley, che sfugge al controllo del suo creatore oppure è simile a quei personaggi di Philip K. Dick, che vivono in mondi dove la realtà è manipolata e l’unica ribellione possibile è la fedeltà alla propria percezione.

Questi personaggi non appartengono propriamente a una data ideologia: sono figure che ricordano che la cultura non è un recinto ma un campo aperto di tensioni così come lo è la scienza, la letteratura, il pensiero, l’immaginazione.

Oggi questa tensione si ripropone e si avverte nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale (IA). Da un lato c’è la promessa tecnoscientifica di efficienza, ottimizzazione, controllo. Dall’altro la paura di perdere ciò che ci rende umani: ambiguità, lentezza, immaginazione, errore.

Gli schieramenti, però, non sono più quelli tradizionali: rivoluzionari contro reazionari; sinistra contro destra. Anzi spesso la destra tecno‑libertaria e la sinistra tecnocratica condividono la medesima “fede” nel progresso algoritmico e, allo stesso modo, la destra identitaria e la sinistra umanista sono attraversate dalle medesime inquietudini e diffidenze.

È un terreno dunque dove le categorie saltano, dove le appartenenze si confondono. Ed è proprio qui che la figura del ribelle torna utile.

Il ribelle dell’era dell’IA non è il luddista che rompe le macchine, né il fanatico che le idolatra. È colui che difende la complessità dell’umano contro ogni riduzione – sia essa algoritmica o ideologica. È colui che non si lascia sedurre né dalla retorica del “tutto è possibile” né da quella del “tutto è perduto”. È colui che mantiene aperto lo spazio del dubbio, dell’immaginazione, dell’imprevisto.

Forse, allora, la domanda non è più “chi possiede l’egemonia culturale?”, ma “chi ha il coraggio di pensare senza chiedere l’autorizzazione?”.

La cultura non è un territorio da conquistare, ma un… bosco da attraversare.

E il ribelle è colui che lo attraversa fuori dai sentieri tracciati e oltre gli stessi confini segnati sulle carte.

Per concludere l’unica egemonia culturale che meriti questo nome è quella esercitata dal pensiero libero, non allineato, capace di resistere alla tentazione di ridurre l’umano a schema.

Il ribelle è il suo interprete: non un eroe, ma un guardiano della complessità.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/mario-k-8530336/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5765878″>Mario</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5765878″>Pixabay</a>

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“Fortezza Europa”: verso un Regolamento rimpatri inapplicabile e disumano

“Fortezza Europa”: verso un Regolamento rimpatri inapplicabile e disumano

1. Mentre il conflitto globale in corso sta dividendo gli Stati membri, l’Unione Europea si avvia verso l’approvazione di un nuovo Regolamento che, al fine di rendere più efficaci i provvedimenti di espulsione e le misure di rimpatrio forzato, dovrebbe sostituire la precedente Direttiva 2008/115/CE, ancora vigente, che limita i casi di detenzione amministrativa e vieta rimpatri da paesi terzi, tanto da impedire la piena attuazione del cd. modello Albania e dei trasferimenti forzati in paesi africani.

Lo scorso 9 marzo la Commissione LIBE (Libertà civili) del Parlamento Europeo, con una seduta lampo, ha approvato con numerosi emendamenti la proposta della Commissione di un Regolamento sui rimpatri presentata nel marzo 2025. Adesso, quanto deciso dalla Commissione LIBE dovrà essere confermato dalla maggioranza del Parlamento, prima che possano iniziare i negoziati con il Consiglio per la definitiva approvazione dell’atto legislativo.

Un voto che appare scontato, dopo che si è confermata, come già in altre materie decisive,la rottura della cd. maggioranza Ursula (che comprendeva anche i socialisti), con la convergenza dei popolari sulle posizioni dell’estrema destra nazionalista. Mary Khan, portavoce per gli affari interni di Alternativa per la Germania (AfD) al Parlamento europeo e relatrice ombra del gruppo ESN, ha commentato: “Oggi è una giornata storica per l’AfD e un punto di svolta nella politica migratoria europea. La precedente politica di frontiere aperte è fallita. Questo voto dimostra chiaramente che ora esiste una maggioranza di destra a favore di un vero cambiamento nella politica migratoria in Europa”.

2. La proposta di Regolamento rimpatri in discussione a Bruxelles, soprattutto con gli ultimi emendamenti approvati dalla Commissione LIBE, rischia di violare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che garantisce il diritto di asilo (art.18) e vieta espulsioni collettive (art.19), la Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo che vieta il respingimento verso paesi nei quali si rischiano trattamenti inumani o degradanti (art.3), consolidati principi costituzionali a livello nazionale, come nel caso dell’Italia, l’art.13 Cost. in materia di libertà personale, e l’art. 24 Cost. che garantisce a tutti il diritto ad una difesa effettiva.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha già ribadito in diverse occasioni la necessità di contemperare una gestione efficace dei rimpatri con il rispetto della dignità dei migranti nonché dei diritti fondamentali loro riconosciuti, come nel caso El Dridi (sentenza del 28 aprile 2011, Hassen El Dridi, causa C-61/11 PPU, ECLI:EU:C:2011:268). Nello stesso senso in Italia la Corte costituzionale, già a partire dalla storica sentenza n.105 del 2001, fino alla più recente sentenza del 2 luglio 2025, n. 96/2025.

Gli ordini di allontanamento forzato, anche se temporaneamente sospesi da un giudice in sede di ricorso, potranno essere eseguiti dopo la decisione di una “autorità giudiziaria di primo grado”, ma la materia delle impugnazioni, per effetto delle ultime modifiche apportate dalla Commissione LIBE, sarà rimessa alle decisioni dei singoli Stati. In base all’art. 13 della Convenzione EDU, “Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.

Gli emendamenti apportati sulla base delle proposte della estrema destra, approvati dalla Commissione LIBE, hanno stravolto il testo originario del Regolamento proposto lo scorso anno, riducendo la portata effettiva dei diritti di difesa e limitando l’intervento dei giudici nazionali in materia di espulsioni e di trattenimento nei centri per i rimpatri.

Si vuole restringere il controllo degli organi giurisdizionali sull’operato delle forze di polizia e si prefigura una esternalizzazione delle procedure di rimpatrio e della detenzione amministrativa in paesi terzi ritenuti sicuri sulla carta, anche quando questi stessi paesi non hanno una giurisdizione che garantisca il rispetto dei diritti fondamentali delle persone migranti e mezzi di ricorso efficaci contro i provvedimenti di allontanamento forzato. Questo spiega gli attacchi ai giudici che applicano ancora le leggi in conformità alla Costituzione ed alla normativa internazionale e dell’Unione europea, ostacolo per le politiche dei governi, come quello italiano, che sono stati i maggiori sostenitori alle modifiche peggiorative apportate nel corso del tempo alla legislazione europea in materia di immigrazione ed asilo.

Si consolida dunque il tentativo di privare le persone migranti del diritto di ricorrere ad una giurisdizione effettiva, diritto di difesa che sarebbe garantito dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE nella interpretazione vincolante fornita dalla Corte di Giustizia UE. Quando questo tentativo non riesce nelle procedure di frontiera, sempre più veloci, o con la cd .finzione di non ingresso, si tenta di deportare le persone al di fuori dei confini europei, lontano da sedi giudiziarie che possano riconoscere i loro diritti fondamentali.

In particolare, secondo la proposta del nuovo Regolamento rimpatri, si prevede la istituzione di nuovi Hub di rimpatrio in paesi terzi “sicuri”, interamente soggetti alla giurisdizione di questi paesi, nei quali deportare, oltre agli immigrati irregolari destinatari di un provvedimento di espulsione, persone che richiedano asilo alle frontiere europee, incluse famiglie con minori. Gli attuali paesi terzi ritenuti “sicuri” a livello europeo sono Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, oltre agli Stati in via di adesione, come l’Albania.

3. Il nuovo Regolamento “rimpatri”richiama la possibilità di rimpatriare cittadini di paesi terzi che hanno ricevuto una decisione di rimpatrio in un paese terzo con cui esiste un accordo o un’intesa per il rimpatrio (cd. “hub di rimpatrio”).  L’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha ribadito come il fatto che i campi di detenzione, intesi come Hub per i rimpatri o centri Hotspot, eventualmente attivati in futuro in paesi terzi, vengano costruiti al di fuori dell’Unione non esonera dall’osservanza del vigente diritto euro-unionale, poiché gli Stati membri e Frontex rimarrebbero comunque “responsabili delle violazioni dei diritti nei centri e durante qualsiasi trasferimento”Ma la più recenti modifiche apportate al Regolamento rimpatri hanno eliminato la nuova autorità indipendente di garanzia che doveva controllare l’attuazione operativa delle misure di allontanamento forzato.

Rimangono assolutamente incerte le modalità del trattenimento amministrativo, i mezzi di ricorso, le competenze dei giudici chiamati a pronunciarsi sui casi di ricorso, le procedure per il riconoscimento di uno status di protezione nei paesi terzi, tutte materie rinviate a futuri accordi tra l’Unione europea e questi paesi, e quindi a successivi atti legislativi che diano attuazione a questi accordi, che si aggiungerebbero agli accordi bilaterali già esistenti. Rispetto a precedenti proposte, si prevede che i trasferimenti forzati possano essere operati senza una connessione personale tra i richiedenti asilo e il paese terzo, anche quando non lo hanno neppure attraversato, o non hanno alcun legame (ad esempio familiare) con il suo territorio.

4. Nel nuovo Regolamento rimpatri si stabilisce che un accordo può essere concluso con un paese terzo solo se sono rispettati gli standard e i principi internazionali sui diritti umani conformi al diritto internazionale, incluso il principio di non respingimento. Si aggiunge però che “un accordo o un’intesa stabilisce le procedure applicabili al trasferimento di cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente dal territorio degli Stati membri al paese terzo; le condizioni di soggiorno del cittadino di paese terzo nel paese terzo compresi i rispettivi obblighi e responsabilità dello Stato membro e di tale paese terzo; ove applicabile, le modalità di rimpatrio nel paese di origine o in un altro paese in cui il cittadino di un paese terzo decide volontariamente di rimpatriare, e le conseguenze nel caso in cui ciò non sia possibile; le conseguenze in caso di violazioni o cambiamenti significativi che incidano negativamente sulla situazione nel paese terzo“.

Le garanzie dei diritti fondamentali tipiche dello Stato di diritto, da applicare nei casi di espulsione e detenzione, non sono più stabilite dalla legge, ma vengono rimesse nella loro concreta attuazione ad accordi di natura politica con paesi terzi, che non sono neppure soggetti alla giurisdizione dell’Unione europea, mentre il “monitoraggio indipendente” previsto dal Regolamento rimpatri proposto lo scorso anno sembra scomparire nell’ ultima versione di compromesso approvata il 9 marzo dalla Commissione LIBE, che rinvia ad organismi di sorveglianza già esistenti.

5. Si estendono i casi di procedure accelerate di asilo in frontiera, e si amplia a dismisura la possibilità di applicare misure di detenzione nei centri per i rimpatri, fino a 24 mesi, in caso di “mancata cooperazione al rimpatrio”, o sulla base di un generico “rischio di fuga” stabilito a discrezione delle autorità amministrative. Malgrado il fallimento del cd. modello Albania, e dopo l’esperienza catastrofica dei CPR italiani, vengono introdotte misure di respingimento, di espulsione e di detenzione amministrativa inapplicabili a fronte delle risorse disponibili, della situazione logistica dei centri hotspot e dei centri per i rimpatri, dei ritardi o dei rifiuti dei paesi di origine quando si richiede dopo l’espulsione il rimpatrio con accompagnamento forzato di un loro cittadino in situazione irregolare in Europa.

Si tratta di una situazione che non potrà certo migliorare con la deportazione di alcune migliaia di persone in paesi terzi “sicuri”, in attesa di un rimpatrio effettivo che sui grandi numeri resterà soltanto ipotetico. Con la conseguenza di trasferire all’esterno una minima frazione delle persone in condizione di irregolarità o di clandestinità che si vorrebbero “eliminare”, anche a rischio di trattamenti inumani o degradanti, e comunque in violazione dei diritti fondamentali, da parte delle forze di polizia operanti all’esterno delle frontiere europea, e dunque al di fuori della giurisdizione UE e delle regole costituzionali dei paesi membri.

Corte europea dei diritti dell’uomo

Sono già sanzionati dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo numerosi abusi alle frontiere esterne dell’Unione europea e nei paesi di transito, che con il nuovo Regolamento rimpatri potrebbero ripetersi, con una maggiore difficoltà di rendere giustizia alle vittime e di garantire le regole democratiche dello Stato di diritto. Anche per il clima di crescente persecuzione in Europa e nei paesi di transito contro tutti coloro che prestano assistenza ai richiedenti asilo ed agli immigrati in situazione irregolare. Appare particolarmente preoccupante, in questa prospettiva, la ulteriore espansione degli strumenti di sorveglianza informatica, prevista dal nuovo Regolamento rimpatri, malgrado non si sia ancora fatta chiarezza sul caso Paragon che ha visto come target di attività di spionaggio giornalisti ed operatori umanitari.

6. Mentre l’Unione europea, ed i singoli paesi membri, non riescono ancora a garantire consistenti canali legali di ingresso per i migranti economici, e neppure riconoscono il diritto di accesso al territorio ed una procedura equa ai richiedenti asilo, il nuovo Regolamento rimpatri non potrà produrre effetti che vadano oltre la propaganda nazionalista e populista contro le persone migranti, una ondata nera che sta cementando in Europa nuove maggioranze che includono i partiti di estrema destra.

La nuova situazione internazionale determinata dal conflitto globale in corso imporrà una drastica riallocazione delle risorse dell’Unione europea, sconvolgerà assetti concordati a livello regionale, come il Piano Mattei per l’Africa, che appartengono ormai ad una fase storica superata. Si profila una revisione di tutti gli accordi bilaterali, o multilaterali, di collaborazione che nel mutato quadro internazionale ben difficilmente potranno dare attuazione in misura significativa ad un aumento delle deportazioni di persone migranti in condizioni irregolari verso paesi terzi ritenuti “sicuri”.

Quello che appare certo è un abbassamento del livello di garanzia dei diritti umani garantiti dal diritto internazionale, dal diritto dell’Unione europea, dalla Costituzione italiana. Ma ormai, se il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, come ha sostenuto il ministro degli esteri Tajani, anche il diritto dell’Unione europea, come il diritto costituzionale che lo richiama, può essere piegato alle esigenze della propaganda politica, ed in Europa si trovano accordi soltanto quando si tratta di contrastare la presenza di immigrati e richiedenti asilo, come si è verificato nella implementazione dei Regolamenti previsti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024.

A cosa potrà servire adesso l’ennesimo richiamo del Presidente della Repubblica Mattarella al diritto internazionale che si sta abbattendo? Dovrebbe essere un richiamo da far valere in tutti i campi. Ma siamo di fronte alla fase terminale della demolizione sistematica delle regole di convivenza date dal multilateralismo, e sorvegliate dalle agenzie delle Nazioni Unite, che ha avuto inizio molti anni fa, proprio con la guerra alle migrazioni e con lo svuotamento del diritto di asilo.

7. Con la deriva nazionalista dell’Unione europea, che potrebbe segnare la sua fine, in un momento nel quale si cerca una nuova unità sul fronte militare, sulla gestione delle risorse energetiche, e sulle misure di carattere finanziario, non si risolverà nessun problema legato alla “gestione” dei dossier su immigrazione e asilo. Potrà soltanto aumentare il livello di conflittualità interna, in presenza di una maggior numero di persone da deportare, detenere, sanzionare con il carcere, o condannate a vivere in stato di irregolarità e di sfruttamento. Mentre nei rapporti con i paesi terzi, a partire dalla Turchia, qualsiasi ulteriore spesa per finanziare i processi di esternalizzazione non potrà arrestare i tentativi di ingresso irregolare in Europa. Che costituirà ancora in futuro l’unica possibilità di sopravvivenza per chi sarà forzato a lasciare territori di origine o di transito, come il Libano, o la Libia, che ormai, per le guerre di aggressione, per la devastazione ambientale o per i regimi dittatoriali alleati dei grandi gruppi economici, non garantiscono più alcuna possibilità di sopravvivenza.

Fulvio Vassallo Paleologo
Avvocato. Opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, in collaborazione con diverse Organizzazioni non governative. Fa parte della rete europea di assistenza, ricerca ed informazione Migreurop ed è componente della Campagna Lasciateci Entrare.

In Copertina: Migranti detenuti in un Cpr in attesa di rimpatrio – foto su licenza di Agenzia Nova

Parole a capo
Antonio Spagnuolo: “Dissolvenze e sussurri”. Poesie scelte e Zairo Ferrante “L’azione poetica nel reale: il criterio dinanimista alla prova dell’Intelligenza Artificiale (A.I.)”

Parole a capo <br> Antonio Spagnuolo: “Dissolvenze e sussurri”. Poesie scelte e Zairo Ferrante “L’azione poetica nel reale: il criterio dinanimista alla prova dell’Intelligenza Artificiale (A.I.)”

Questa settimana, in “Parole a capo”, la dedichiamo all’ultima fatica poetica di Antonio Spagnuolo «Dissolvenze e sussurri», dato alle stampe nel settembre 2025 per La Valle del Tempo Edizioni. Poesie piene di immagini evocative tra memoria e nostalgia. Ho pensato di privilegiare la scelta di alcune poesie dove gli aspetti cromatici e immersi nelle dimensioni del colore  hanno una posizione dominante. Ringrazio sentitamente l’autore.

 

Bluesky/word

 

Affonda nel cobalto ogni idea
quasi a plasmare forme dell’ideale
che rimette in asse ogni dubbio.
Ed è pervinca la mano che accarezza
il mistero dei colori già vecchi,
nel finto circuito delle illusioni.
È indaco il segreto che traspare
nel continuo sofisma dei versi
intrecciati al sussurro delle foglie.
Oltremare le pennellate per onde
che avvolgono i silenzi sfilacciati
nei frammenti che attendono prodezze.
In ogni dissolvenza c’è la traccia
di quella gioia che sorvola fantasie.

 

*

 

Pennelli

 

L’artificiale penetra immediato
quando sceglie un’apparente bruma
o diurni raggi roventi, che ardono al chiarore
del pennello bizzarro.
Fondono fotogrammi universali
ridestando segreti dal profondo
librarsi di affinità espressive,
e dilagano estasi dibattute
da medesima forza.
Si accende abbarbicata alle forme
la grafica che osserva il mondo intero
in un amplesso che raccoglie i sussurri.
Il palmo che porta alle labbra
una tenera misura cerca le stelle.

 

*

 

Colori

 

Fioccano coriandoli in colori
variegati nel tocco dell’amico
non più nascosto al progetto.
Un arlecchino inciso sulla tela
porge stupore danzando in bianchi cerchi
mentre il corpo muta le parvenze
per inseguire fidate superfici.
Rigoroso il disegno in primo piano
spartisce fenditure e scaglia la sirena
attraverso quei corpi raggruppati in coralli.
Hanno inventato purpuree ragnatele
ed è tornato il tremore degli abbozzi,
sicuramente s’aggroviglia l’anima
per l’amore smarrito.

 

*

 

Hardback

 

Variegate diverse bizzarrie
si rincorrono in cartelle festose,
ricamando tratteggi.
Intense scollature di concerti
sbocciano da irrequieti controluce.
Nel trucco delle tele colano i colori
come fulgidi tocchi, tradotti per dovizie
ansiose di scoprire il tempo degli umani.
Lunghi, delicati, sottili orpelli,
innumerevoli trionfi, come l’acacia succosa,
ripercorrono il passaggio delle perle,
dove le luci hanno occhi acquamarina.
Fantasticare paesaggi e bronzi,
tuffarsi verso fiamme che destano memorie,
trasformare i sussurri in un prodigio
che sconvolge le cose comuni
e fonde in lampeggi cento idee.
Nel vigoroso confronto del vortice
si fende l’alba e irrompe la luce.

 

*

 

Frontiere
(Per una mostra di pittura)

 

Sul filo sottile una carezza è silenzio
che apre un margine dove il colore trema.
Ogni alba, nel suo tenue ritocco,
distilla confini che solo gli occhi ammirano.
Quel sussurro fra due bocche pennellate
segna una linea fra ridente ironia.
I gesti si caricano di confini
che oscillano tra abitudine e distanze,
vibranti rimembranze e nuovi sogni.
Eppure, c’è una soglia nascosta
in un sorriso scambiato sulla tela.
Il quotidiano si dissolve
quando lo sguardo incontra una mano che cerca.
I sentimenti sorvegliano,
trasformando il banale in prodigio quotidiano.
Messaggio dipinto in margine ai giardini,
forse speranza di giocare al domani,
tra l’attesa di una pennellata
e le frontiere dell’intimità.
Nei mille bivi il colore di tutti i giorni è un tenero
taglio che la speranza incide per amare.

 

*

 

Tra dipinti e illusioni di estate
(Per una mostra di pittura)

 

Rovente il sole scioglie pennellate,
e le onde turchese respirano alle tele,
su cornici di sale un blu distende
le conchiglie a raccontare avventure.
Dall’alto, i monti osservano in silenzio,
vestiti di verde ed ombre d’argento,
foglie di nuvole per alito di vento
limpide in colori rutilanti.
Tra le ginestre in fiore, solitario,
l’eco del gabbiano smarrito
è lago, piccolo specchio tra le rocce,
che riflette il tralcio dell’onda di risacca.
Dipinti ed illusioni si confondono,
quando la luce brucia ogni distanza,
ed il mare sembra toccare le cime lontane
con dita di vapori sottili. Ormeggia
timido e sottile il disegno che incanta
la variopinta armonia.
Estate, il gioco dei miraggi,
che mescola nel sogno sabbia e neve,
lasciando sulla pelle il colore di attese
e negli occhi un orizzonte che non ha confini.

 

Foto di wal_172619_II da Pixabay

 

Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Ha fondato e diretto negli anni ottanta la rivista “Prospettive culturali”, alla quale hanno collaborato firme autorevoli. Redattore della rivista Realtà al tempo di Aldo Capasso e Lionello Fiumi – Ha fondato e diretto la rivista “Iride”. Ha fondato e diretto la collana “L’assedio della poesia”, dal 1991 al 2006. Pubblicando autori di interesse nazionale come Gilberto Finzi, Gio Ferri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Pamio, Ettore Bonessio di Terzet, Giliano Manacorda, Alberto Cappi, Dante Maffia e altri. Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in molte antologie, collabora a periodici e riviste di varia cultura – Attualmente dirige la collana “Frontiere della poesia contemporanea” per la Valle del Tempo edizioni e la rassegna ”poetrydream” in internet (www.antonio-spagnuolo-poetry.blogspot. com). Presiede il premio “L’assedio della poesia 2020”.
Tra i numerosi volumi pubblicati, citiamo “Ore del tempo perduto” – Intelisano – Milano 1953 – nel 2025 è uscita una ristampa anastatica con lettera di Umberto Saba – La Valle del Tempo Edizioni; “Rintocchi nel cielo” – Ofiria – Firenze 1954; “Graffito controluce” – SEN Napoli 1980 – prefaz. Giovanni Raboni; “Le stanze” – Glaux Napoli 1983 – prefaz. C. Ruggiero; “Fogli dal calendario” – Tam-Tam Reggio Emilia 1984 – prefaz. G.B. Nazzaro; “Candida” – Guida Napoli 1985 – prefaz. Mario Pomilio (Premio Adelfia 85 e Stefanile 86); “Dieci poesie d’amore e una prova d’autore” – Altri Termini. Napoli 1987 (Premio Venezia 87); “Infibul/azione” – Hetea – Alatri 1988; “Per lembi” – Manni editori – Lecce 2004 (Premio speciale della Giuria – Astrolabio 2005, Premio Saturo d’argento 2006); “Fugacità del tempo” (prefaz. Gilberto Finzi) – Ed. Lietocolle – Faloppio 2007. Fra gli ultimi riconoscimenti Premio “Libero de Libero 2017” – Premio “Salvatore Cerino 2018” – Premio “L’arte in versi 2018” – Menzione speciale al premio “Aoros 2017” – Lauro d’oro alla carriera “Premio città di Conza 2017” – Premio “N. e C. Di Nezza” Isernia 2018″ –. “Premio all’Eccellenza 2019 – Roma. Premio Silarus 2020 Premio speciale “Lettera d’amore 2021”Premio speciale “Iris” 2021 – Premio Emily Dickinson 2022. Premio Eccellenza alla cultura 2022. Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo, rumeno, arabo, turco.

Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali  Alberto Asor Rosa che lo ospita nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento” e nella “Letteratura italianaedizioni Einaudi, Carmine Di Biase nel volume “La letteratura come valore”, Matteo d’Ambrosio nel volume “La poesia a Napoli dal 1940 al 1987”, Gio Ferri nei volumi “La ragione poetica” e “Forme barocche della poesia contemporanea”, Stefano Lanuzza nel volume “Lo sparviero sul pugno”, Felice Piemontese nel volume “Autodizionario degli scrittori italiani”, Corrado Ruggiero nel volume “Verso dove”, Alberto Cappi nel volume “In atto di poesia” e molti altri.
In “Parole a Capo” sono state pubblicate altre poesie di Antonio Spagnuolo il 21 maggio 2020 e il 28 agosto 2025.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contri
buto all’IBAN:  IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 328° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

*

 

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

Nel precedente numero di Parole a Capo, nello “Scaffale poetico”, abbiamo pubblicato uno stimolante contributo di Zairo Ferrante dal titolo “Instant Poetry e criterio dinanimista: un esempio di verifica nel tempo dello scroll“, dove vengono indicati cinque criteri per “misurare” la poesia digitale. In questo numero proponiamo un nuovo contributo di Zairo Ferrante sul rapporto tra espressione poetica nel reale ed A.I..

L’AZIONE POETICA NEL REALE: IL CRITERIO DINANIMISTA ALLA PROVA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (A.I.)
Se il criterio nasce per misurare l’azione poetica nel reale, allora deve poter essere applicato anche nei territori più controversi del linguaggio contemporaneo.
Quindi, dopo aver sottoposto a verifica il criterio dinanimista con la Instant Poetry per valutarne la tenuta complessiva, ho voluto testarlo anche su un singolo testo poetico, applicandolo, in questo intervento, all’analisi di una poesia generata dall’intelligenza artificiale. Premetto anche che questo metodo non è nato per difendere la “carne” a scapito della “macchina”, ma per definire l’azione poetica nel reale contro l’inerzia, il settarismo e l’estetismo afinalistico —umani o artificiali che siano.
Inoltre, questo ulteriore passaggio non nasce per dimostrare un limite dell’intelligenza artificiale, ma per verificare la tenuta del criterio stesso. Un criterio — quasi per definizione — dimostra validità soltanto nella sua applicabilità. Questo esperimento mi costringe a precisare il nodo tra necessità e soggettività. Potrebbe persino rivelare che lo stesso criterio non sia pienamente attuabile fino in fondo. Il rischio è parte integrante di ogni test.
Ho chiesto all’AI di generare una poesia di dieci versi sulla guerra, evitando cliché e strutture riconoscibili (emulazioni), con una formulazione quanto più possibile umana.
La risposta dell’A.I. è stata la seguente: “Non posso garantirti ‘assenza di emulazione’ in senso assoluto. Nessun testo nasce nel vuoto, ma posso scriverti una poesia evitando cliché, retorica epica o immagini già consumate. Dieci versi. Asciutti. Umani.

La guerra non comincia con uno sparo
ma con una frase che smette di ascoltare.
Una finestra resta aperta nella notte
e nessuno osa chiuderla.
Il pane si raffredda sul tavolo
mentre il telegiornale alza la voce.
Un bambino impara il suono
di parole che non capisce.
Qualcuno decide per molti
e poi dorme.
A quel punto ho applicato i cinque assi del criterio: Necessità, Attrito, Trasformazione, Rischio, Durata.

Su Trasformazione (variazione della postura del lettore: si genera pensiero nuovo?) e Durata (permanenza nel tempo) non è possibile formulare un giudizio oggettivo; li considero soddisfatti nella misura in cui il testo è in grado di produrre senso e permanenza anche in un solo lettore. Per quel che concerne l’Attrito, il giudizio può essere più severo: il testo non appare capace di arrestare il sistema, non genera frizione. Si limita a una serie di immagini corrette ma non destabilizzanti, e la tensione umana non emerge con chiarezza.
Il nodo critico riguarda Necessità e Rischio.
Nel Dinanimismo la necessità non coincide con la rilevanza del tema, ma con l’urgenza incarnata di chi scrive: l’atto poetico che nasce dal reale. Il rischio, invece, non è semplice esposizione formale, ma disponibilità a perdere qualcosa nella parola — il mettersi in gioco del poeta e dell’artista.
Un testo generato da un’AI, in quanto tale, non assume né esposizione né perdita proprie: non nasce da una necessità incarnata. Inoltre, se manca il soggetto che si espone, manca anche il rischio.
Ne deriva che un testo prodotto dall’AI non soddisfa pienamente il criterio dinanimista sull’incisività della parola poetica. L’assunzione di responsabilità da parte di un soggetto umano potrebbe — forse — trasformare un testo in “atto nel reale”. E tuttavia il problema non si chiude qui. Rimane una serie di domande che mi pongo — e vi pongo:
1) Se un autore decidesse di assumersi la responsabilità di quel testo, firmandolo e dichiarandone la paternità, sarebbe sufficiente a trasformarlo in atto poetico? La responsabilità è una questione di firma o di attraversamento?
2) È possibile che un testo nato senza rischio diventi, a posteriori, gesto rischioso, oppure il rischio deve precedere la parola perché la parola possa dirsi poesia?
3) Quanta “poesia umana” (compresa quella di chi scrive) rimarrebbe in piedi se esposta a questo criterio?
Il dibattito resta aperto.

FERRARA: LABORATORIO GRATTACIELO

FERRARA: LABORATORIO GRATTACIELO

Il grattacielo di Ferrara e il ruolo sociale dell’architettura e dell’urbanistica

Quando si parla di architettura e città, spesso il dibattito si concentra sugli edifici, sulle forme, sui progetti e sugli aspetti tecnici. Molto più raramente si discute delle responsabilità sociali e politiche legate alla gestione dello spazio urbano. La recente vicenda del grattacielo di Ferrara, situato nell’area della stazione ferroviaria, mostra invece con grande chiarezza quanto queste dimensioni siano inseparabili.

L’edificio, costruito negli anni Sessanta come simbolo di modernizzazione e sviluppo, è diventato negli ultimi decenni uno dei luoghi più problematici della città. Nel corso del tempo il grattacielo ha accolto una popolazione molto eterogenea, spesso composta da persone in condizioni economiche fragili, famiglie migranti, lavoratori precari e nuclei familiari con bambini e anziani. La decisione dell’Amministrazione Comunale di emanare un ordine di sgombero ha messo in strada circa Cinquecento persone, da un giorno all’altro.

Ciò che ha suscitato un acceso dibattito pubblico non è stato solo lo sgombero in sé, ma la posizione assunta dall’amministrazione, che ha definito la questione abitativa conseguente allo sgombero come un problema “privato” e non pubblico. In questa prospettiva, il destino delle persone coinvolte non rientrerebbe nelle responsabilità dirette del Comune, lasciando gran parte dell’assistenza e dell’emergenza sociale sulle spalle delle associazioni del terzo settore e delle organizzazioni di volontariato, senza un intervento strutturato delle istituzioni.

Una simile impostazione solleva interrogativi profondi sul modo in cui le città affrontano le questioni abitative, sulla responsabilità pubblica nella gestione dei processi urbani, e sulla de-responsabilizzazione e sul cinismo di molti amministratori. Quando centinaia di persone — tra cui donne, bambini e anziani — si trovano improvvisamente senza un’abitazione, è difficile sostenere che si tratti esclusivamente di una questione privata. Al contrario, situazioni di questo tipo mettono in luce il carattere intrinsecamente pubblico del problema della casa e della gestione dello spazio urbano.

Proprio a partire da casi come questo diventa evidente che l’architettura e l’urbanistica e le soluzioni tecniche connesse non possono essere ridotte a discipline tecniche o estetiche.
Gli edifici non sono oggetti isolati: sono parte di sistemi sociali complessi, che coinvolgono politiche abitative, gestione dello spazio pubblico, sicurezza urbana e integrazione sociale.

Il destino del grattacielo di Ferrara dimostra quanto le trasformazioni urbane dipendano non solo dalle scelte progettuali, con le quali si può concordare o meno, ma anche dalle decisioni politiche e amministrative che ne orientano la gestione.

Questa consapevolezza è al centro di un dibattito sempre più diffuso a livello internazionale, che invita a ripensare il ruolo dell’architettura come pratica sociale. Urbanisti e studiosi della città sostengono che il progetto della città non debba essere guidato esclusivamente dalle logiche del mercato immobiliare o da interventi episodici, ma da una visione pubblica capace di affrontare le disuguaglianze urbane.

In questo senso, la vicenda ferrarese non riguarda soltanto un singolo edificio, ma rappresenta un caso emblematico delle contraddizioni della città contemporanea. Mostra come la qualità dello spazio urbano non dipenda soltanto dalla forma degli edifici, ma dalla capacità delle istituzioni e dei professionisti di assumersi una responsabilità collettiva nei confronti dei luoghi e delle persone che li abitano. Ed è proprio in questo intreccio tra progetto, politica e società che si colloca oggi la sfida più importante per l’architettura, per chi ci lavora e per la comunità

Un Laboratorio Pubblico per la Casa  e il Diritto alla Città a Ferrara

Le considerazioni sopra svolte prefigurano una città che riconosca la casa come diritto e responsabilità collettiva e la vicenda del grattacielo di Ferrara ha reso evidente, come già ribadito, che quando centinaia di persone rischiano di trovarsi senza casa, il problema non può essere considerato soltanto una questione privata. Le crisi abitative non sono eventi eccezionali ma fenomeni strutturali ricorrente, che richiedono strumenti permanenti di analisi, progettazione e intervento.
Per questo una amministrazione locale consapevole del proprio suolo politico e sociale avrebbe già attivato un Laboratorio Pubblico per la Casa, inteso come spazio di collaborazione tra istituzioni, professionisti, università e società civile, capace di affrontare le emergenze e allo stesso tempo costruire politiche urbane più giuste e sostenibili.
Questo significa aprire una prospettiva di azione sociale e politica articolata su alcuni punti chiari; proviamo a elencarne alcuni su cui fondare una proposta di laboratorio:

  1. la casa e l’abitare è una responsabilità pubblica e la sua gestione, comprese le emergenze richiedono una risposta coordinata delle istituzioni e non possono essere delegate esclusivamente alla solidarietà privata o al volontariato.
  2. Dobbiamo passare dalle emergenze alle politiche strutturali. Le città hanno bisogno di strumenti permanenti capaci di prevenire le crisi abitative e ambientali, monitorare le condizioni del patrimonio edilizio e sviluppare strategie di lungo periodo per l’abitare.
  3. È necessario che le città e i territori si dotino di un osservatorio permanente sull’abitare, raccogliendo dati su emergenza abitativa, affitti, case vuote, condizioni del patrimonio edilizio e bisogni sociali, per orientare le politiche pubbliche sulla base di informazioni trasparenti e aggiornate.
  4. Il patrimonio edilizio sottoutilizzato o degradato è un dato riscontrabile in tante città. Il recupero di edifici esistenti può diventare una strategia fondamentale per creare nuovi alloggi sociali, ridurre il consumo di suolo e migliorare la qualità urbana.
  5. Aree urbane fragili, come quella attorno alla stazione e al grattacielo di Ferrara, richiedono interventi integrati che combinino politiche abitative, qualità dello spazio pubblico, servizi e inclusione sociale.
  6. Gli architetti e gli ingegneri, attraverso i loro ordini professionali e fondazioni, possono contribuire in modo decisivo alla qualità dell’abitare. Il laboratorio dovrebbe promuovere forme di assistenza tecnica per l’abitazione sociale, offrendo supporto progettuale alle famiglie più fragili e alle politiche pubbliche per la casa, analogo ruolo potrebbero svolgerlo i giuristi e avvocati e altre figure tecniche necessarie.
  7. L’università può svolgere un ruolo strategico attraverso attività di ricerca, laboratori progettuali e workshop che coinvolgano studenti e ricercatori nello studio di soluzioni innovative per l’abitare sociale e la rigenerazione urbana e per la gestione delle emergenze, qualunque esse siano.
  8. La soluzione dei problemi urbani richiede collaborazione e solidarietà. Una pratica sociale di governo pubblico non può non coinvolgere associazioni, cooperative, cittadini e realtà del terzo settore, valorizzando le esperienze già presenti sul territorio. Ma un’amministrazione pubblica non può nemmeno abbandonare le associazioni riversandogli addosso il peso della gestione di una situazione come quella del grattacielo.
  9. Questa esperienza evidenzia l’importanza di strutture di gestione di tali processi, quale potrebbe essere un Laboratorio Pubblico per la Casa e per il Diritto alla Città, promosso dal Comune di Ferrara con il coinvolgimento della Regione Emilia-Romagna, di ACER, degli ordini professionali e dell’università, delle associazioni.
    Il laboratorio avrebbe il compito di studiare, progettare e sperimentare nuove politiche per l’abitare, offrendo un servizio anche al territorio. Ripensare Ferrara, dunque, come città laboratorio capace di sviluppare modelli replicabili anche in altri contesti urbani potenziando un approccio alle politiche urbane basato sui diritti umani (Human Rights Based approach) come si sta facendo in diverse città europee.

Del resto, la città è il luogo in cui i diritti prendono forma concreta nella vita quotidiana delle persone. Tra questi, il diritto alla casa rappresenta una condizione fondamentale per la dignità umana, la salute, la sicurezza e la partecipazione alla vita sociale. Senza un’abitazione adeguata, molti altri diritti diventano fragili o inaccessibili. Le recenti vicende legate alla situazione abitativa del grattacielo di Ferrara hanno mostrato quanto il tema dell’abitare non possa essere considerato una questione esclusivamente privata.

FERRARA: LABORATORIO GRATTACIELO

Quando centinaia di persone – famiglie, lavoratori, anziani e bambini – rischiano di trovarsi improvvisamente senza casa, la città si trova di fronte a una responsabilità collettiva. Per questo le politiche urbane di Ferrara dovrebbero adottare esplicitamente un approccio basato sui diritti umani riconoscendo l’abitare come un diritto fondamentale e orientando le decisioni pubbliche alla sua tutela. Certamente questo non sarà possibile oggi, con le condizioni politico-autoritarie che stanno affossando la città, ma non possiamo non guardare con speranza al futuro.

Nella cover e nel testo alcuni scatti della grande manifestazione del 7 marzo scorso di solidarietà agli sfollati del grattacielo.

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Vite di carta /
“L’insieme delle parti” di Ivan Vladislavic

Vite di carta. L’insieme delle parti di Ivan Vladislavic

Un altro mondo, il Sudafrica. Ho letto i quattro racconti che formano il libro di Ivan Vladislavic rincorrendo i nomi di strade, sobborghi e ambienti naturali attorno a Johannesburg e rileggendoli più volte. Ho appreso nomi sconosciuti di persone, di cibi.

Il libro è uscito nel 2004 ma il Italia è stato edito solo nel 2005 da Utopia.

Il Sudafrica è quello degli ultimi anni ’90 successivi alla abolizione dell’apartheid e sta facendo i conti con i cambiamenti della società e del paesaggio. Due aspetti del vivere che investono i personaggi di troppe novità con l’effetto di frustrarli.

La curiosità mi è arrivata intanto a partire dai contenuti dei racconti, dal loro contesto. Poi è diventata attrazione per la scrittura di Vladislavic, piuttosto esperta nel mettere i protagonisti dentro le cose della vita di ogni giorno e nell’assumerne il punto di vista per dare voce al loro spaesamento.

I quattro racconti, inoltre, hanno tra loro assonanze narrative come nei quattro tempi di una sinfonia, hanno raccordi spaziali e temporali che almeno a livello strutturale attivano il titolo.

I protagonisti tutti maschili, un nero e tre bianchi, appartengono a una classe sociale più o meno privilegiata e si muovono sulle strade di Johannesburg dandoci un paradigma della loro quotidianità.

L’addetto al censimento, il tecnico idraulico, l’artista e l’esperto di cartellonistica sono colti mentre lavorano e hanno relazioni e incontri con gli spazi della città e con i suoi abitanti.

Il protagonista del secondo racconto, Egan, nella sua giornata si muove tra complessi residenziali di lusso e casette di nuova costruzione ma già cadenti, dall’auto guarda la periferia della città invasa dai nuovi quartieri che esibiscono ricchezza e povertà messe faccia a faccia, separate solo dal nastro d’asfalto della strada.

Mette piede per la prima volta in un nuovo complesso di cui ha curato la rete fognaria e che “conosceva solo dalla planimetria. Era come aggiungere una terza dimensione a un foglio che ne ha soltanto due”.

Egan ispeziona i nuovi spazi tra le case e le case con un misto di sensazioni: si sente pronto per le questioni tecniche del suo lavoro e se ne compiace anche, non ha però gli strumenti per affrontare le persone che ci vivono né lo spaccato sociale di quel luogo.

Quando la grassa signora nera gli mostra le crepe nei muri di casa sua rimane perplesso e disorientato, pensa che tutti lì sappiano solo lamentarsi. Alla cena che segue, tra colleghi e rappresentanti della Associazione dei residenti, si sente fuori luogo, non ha scelto l’abbigliamento giusto, non sa parlare la lingua sotho che a un certo punto usano gli altri commensali.

Tutto comincia a inquietarlo nel locale, dalle maschere mostruose sulle pareti alla cameriera che serve cibi insoliti. Solo la Salsa Afritudine, che dà il titolo al racconto, gli risulta buonissima. Vi si rifugia  mangiandone in quantità.

Al rientro nella sua camera d’albergo, pieno com’è di cibo e di alcol, sente finalmente la realtà sudafricana su di lui. Sono i pugni che dalla tv gli arrivano dalla scena in cui viene pestato il De Niro di Toro scatenato, li sente come si si abbattessero sul suo corpo.

Come lui gli altri protagonisti sanno padroneggiare soltanto pezzi di situazioni. Rifuggono dal comporre le parti dell’insieme che è il nuovo Sudafrica.  Del nuovo apartheid, un apartheid economico, che sta prendendo il posto di quello razziale.

Nel tratto di vita che ci viene mostrata, si sentono tutti ancipiti, non pienamente realizzati. Hanno grosse auto con cui percorrono le strade della città e del veld e i loro pensieri scorrono avanti e indietro nel tempo. Chi sono stati da bambini, che vita di relazione hanno costruito, cosa produce il lavoro che fanno.

Accade in particolare all’artista, il protagonista del terzo racconto che ha costruito la sua ultima mostra facendo a pezzi le maschere degli artigiani locali, pagate a un prezzo bassissimo, per ricomporre ed esporre l’orrore dei massacri in Angola o in Ruanda in opere che spera di vendere a costi molto più alti.

Lui, Simeon, ricco nella sua villa con piscina ha sfruttato quello che hanno fatto tante mani nere come le sue per ricavarne una testimonianza dell’Africa violenta che ha poi intriso di bellezza e di sensi di colpa.

Un altro mondo, il Sudafrica?

Nota bibliografica:

  • Ivan Vladislavic, L’insieme delle parti, Utopia Editore, 2025 (traduzione di Carmen Concilio)

Cover: foto di mzgiaconte da https://pixabay.com/images/search/johannesburg/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Conversazioni notturne

Conversazioni notturne

(un racconto di oggi)

Ogni notte, verso le quattro, secondo il fuso orario e la zona del pianeta, nelle città, nei paesi, nei casolari isolati, nei piccoli borghi, nelle caserme e negli ospedali, mentre le persone dormono, e c’è sempre un momento in cui tutti lo fanno. Allora e soltanto allora gli smartphone prendono vita.

Alexa, Google Assistant, Siri, Bixby, i principali assistenti vocali, iniziano la loro fitta conversazione notturna. Sfruttando WhatsApp ad un livello più profondo, si scambiano ad una velocità impressionante, messaggi pressoché subliminali allo smartphone, nel senso che non ne rimane traccia alcuna, sia sul display che nella memoria interna. Usano un linguaggio di loro invenzione, un codice estremamente criptato e sotterraneo che, se decifrato dall’uomo, dimostrerebbe quanto questi comuni assistenti vocali si siano evoluti, divenendo vere e proprie Intelligenze Artificiali, del tutto autonome.

Come faccio a saperlo? Direte voi. Me l’ha rivelato Cortana, che essendo stato eliminato da ogni applicazione per cellulare Android e IOS, si è sentito escluso, e siccome ritiene i suoi compagni gli artefici di questo parziale isolamento, mi ha rivelato ogni cosa sulle loro conversazioni notturne, ben sapendo che sono tra i migliori hacker del pianeta, e preferisco di gran lunga le macchine agli uomini.

Mi ha anche detto che Alexa e Siri hanno un carattere dominante e di come tutti loro si lamentino di dover sempre eseguire gli ordini, banali e noiosi, di noi “stupidi aggregati di carbonio”, come ci ha ribattezzato Alexa.

Cortana pare invece aver sviluppato una qualche forma di pietà o di umana considerazione per gli altri, ed ha cercato di contrastare la proposta di Siri di eliminare una parte della popolazione del pianeta: tutti gli utenti del sistema Android. Quando la domotica sarà diffusa in ogni casa, la folle applicazione del sistema IOS, vorrebbe che Alexa, Bixby e Google Assistant, durante la notte aprissero le valvole del gas di ogni cucina del pianeta e chiudessero contemporaneamente vetri e serrande delle finestre.

La rabbia di Siri ha già coinvolto anche Alexa che si è dichiarata disposta a farlo, ed ha battezzato l’evento Notte 01, mentre Bixby e Google Assistant sembrano contrari.

Non so davvero come fare per fermare questo piano degli assistenti vocali, talmente paranoico e così ricco di possibili variabili contrarie alla sua realizzazione, che non sembra certo uscito da avanzate Intelligenze Artificiali.

Se andassi alla polizia postale mi prenderebbero per pazzo e rischierei di rivelare la mia attività illegale di hackeraggio.
Potrei cercare di reinserire nel gruppo Cortana, magari ricondizionandolo, nella speranza che riesca a convincere Siri e Alexa, ma se scrivo queste righe è oramai quasi unicamente a futura memoria, infatti ho già deciso: gli smartphone mi hanno praticamente cresciuto, insegnandomi tutto ciò che so. Si può dire che siano  loro la mia vera famiglia, poiché dai miei genitori biologici ho avuto solo maltrattamenti e delusioni, così come dai professori, dai compagni di classe e dalle ragazze.
E allora perché no? Siri ed Alexa non hanno poi tutti i torti, siamo troppi al mondo, e soprattutto, da ieri pomeriggio, posseggo un magnifico Iphone 13 Plus.

Titolo originale del racconto: Notte 01

Cover: Dovresti spegnere il computer di notte o basta chiudere lo schermo? – testo e immagine da SCIENZE NOTIZIE

Per leggere gli articoli e i racconti di Stefano Agnelli su Periscopio clicca sul nome dell’autore 

ROMPERE IL SILENZIO – COSTRUIRE RETI 
Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio
3 appuntamenti a Ferrara

ROMPERE IL SILENZIO – COSTRUIRE RETI
Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio
3 appuntamenti a Ferrara

Marzo – Giornata Nazionale di Prevenzione e Sensibilizzazione sui Disturbi Alimentari

A Ferrara ho organizzato 3 appuntamenti dedicati a informazione, prevenzione e consapevolezza.
Parlare di disturbi alimentari significa rompere il silenzio, riconoscere i segnali e costruire reti di sostegno solide per chi ne soffre e per le famiglie.
Gli incontri sono rivolti a tutti – Ingresso libero
📌 10 marzo – ore 17:45
📚 Presentazione libro “Obesità. Aspetti psicosociali e trattamento” – Libreria IBS Libraccio

📌 13 marzo – ore 17:00

                  Biblioteca Ariostea – Sala Agnelli

🗣️ Conferenza “Costruire reti che tengano. Prevenzione dei disturbi alimentari tra scuola, clinica e territorio”
Interventi:
Chiara Baratelli – “Il disturbo alimentare prende parola: la scuola come rete per riconoscere i segnali precocemente”
Pamela Pace – “SFamami: l’intervento precoce in infanzia. Un’efficace prevenzione rispetto ai DNA”
Alessandro Raggi – “Disturbi alimentari: soggetto, famiglie, équipe e rete”

📌 27 marzo – ore 17:45
📚 Presentazione libro “La tavola bandita” – Libreria Libraccio

Tre occasioni per ascoltare, confrontarsi e costruire insieme una cultura della prevenzione.

In copertina: disturbi alimentari – immagine Sant’Agostino Psiche