Passa al contenuto principale
Cuba, Le nuove sanzioni di Trump: “Dopo Teheran ne prenderò il controllo”

Cuba, Le nuove sanzioni di Trump: “Dopo Teheran ne prenderò il controllo”

Cuba, Le nuove sanzioni di Trump:
“Dopo Teheran ne prenderò il controllo”

Mentre a Cuba milioni di cubani sfilavano in tutta l’isola per il 1° maggio e in oltre 6 milioni hanno firmato, da alcune settimane a questa parte, l’appello per la pace e la difesa della patria, Trump, e il suo regime, in un impeto di ira, odio di classe e imperialismo, perché Cuba non si è arresa (delirio trumpiano), ha deciso di firmare un ordine esecutivo contro Cuba con cui amplia le illegali sanzioni e inasprisce El Bloqueo.

Manifestazione del 1° maggio a Cuba guidata dal Presidente di Cuba Miguel Diaz Chanel

Il presidente americano ha rilanciato i suoi propositi di conquista e annuncia nuove sanzioni «contro Cuba che continua a rappresentare una minaccia straordinaria» per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Non contento, si è lasciato andare alle solite dichiarazioni psichiatriche in cui ha delirato che prenderà il governo di Cuba.

Questo ordine esecutivo rappresenta un ulteriore inasprimento della politica di “massima pressione” già riavviata nei mesi precedenti per isolare economicamente l’isola.

L’ordine esecutivo contro Cuba troverà applicazione subito (tempi tecnici permettendo) e prevede di sanzionare:

  • direttamente le istituzioni governative e costituzionali dell’isola;
  • i partner commerciali  dell’isola e affiliati;
  • le istituzioni finanziarie  con l’intento di limitare ulteriormente l’accesso alle risorse finanziarie internazionali;

Sono contenute inoltre  sanzioni sul petrolio diretto a Cuba (già applicato a inizio anno) e nuove restrizioni sui visti, incluse limitazioni specifiche per i medici cubani inviati in missioni all’estero, e sono stati revocati permessi di protezione per migliaia di persone già residenti negli USA.

L’ordine esecutivo limita ulteriormente la capacità di Cuba di operare attraverso il sistema bancario statunitense, bloccando quelle poche e diverse tipologie di transazioni finanziarie che Cuba faceva (pagamenti merci in esenzione alle esenzioni e su licenza del Ministero del Tesoro USA).

Il ministro degli Affari Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha respinto oggi con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti contro il suo Paese, ritenendo che dimostrino la volontà di infliggere, ancora una volta, una punizione collettiva al popolo cubano. In una dichiarazione diffusa tramite il sito web del Ministero degli Affari Esteri (Minrex), Bruno Rodríguez Parrilla ha sottolineato che non è una coincidenza che tali misure siano state annunciate il 1° maggio, lo stesso giorno in cui milioni di cubani sono scesi in piazza per denunciare il blocco statunitense e l’assedio energetico; tali misure sono extraterritoriali e violano la Carta delle Nazioni Unite: gli Stati Uniti non hanno il diritto di imporre azioni contro Cuba, né contro alcun paese o entità terza

Il 2 maggio Trump ha minacciato nuovamente Cuba. Nonostante la scadenza dei 60 giorni previsti dalla legge Usa entro i quali un presidente può condurre operazioni militari senza un voto del Congresso, Donald Trump, nonostante una fragile tregua, va avanti nella guerra contro l’Iran e a rilancia, preannunciando una possibile nuova operazione militare anche a Cuba. “Dopo Teheran prenderò il controllo di Cuba” ha dichiarato infatti il Presidente statunitense durante il suo intervento come relatore principale a una cena privata in Florida. “Mi piace finire prima un lavoro. Forse tornando dal Medio Oriente, una delle portaerei potrebbe fermarsi a Cuba” ha detto Trump un po’ scherzando e un po’ serio nel corso dell’evento, aggiungendo che gli Stati Unti prenderebbero il controllo di Cuba quasi immediatamente.

Il presidente Usa  ha detto di nuovo che sta valutando la possibilità di inviare la portaerei USS Abraham Lincoln a 100 metri dalle coste cubane dopo la soluzione della crisi con l’Iran. “Forse sulla via del ritorno dall’Iran, quando avremo finito quella situazione, se volete farne una dopo l’altra, fermeremo la portaerei Abraham Lincoln, la portaerei più splendida che abbia mai visto. Fermeremo la Abraham Lincoln a un paio di centinaia di yard dalla costa e li guarderemo se vorranno fare qualcosa” – ha detto Trump all’emittente Salem News, parlando di Cuba.

Trump aveva già formulato una minaccia analoga la scorsa settimana. Parole di una gravità inaudita che sottolineano ancora una volta una vera e propria dichiarazione di guerra al diritto internazionale, attraverso la Dottrina Rubio, variante più spietata della Dottrina Monroe.

 

Ulteriori info:

https://www.fanpage.it/esteri/guerra-iran-trump-ignora-il-congresso-e-rilancia-dopo-teheran-prendero-il-controllo-di-cuba/

Cuba nel mirino di Trump: dialogo, minacce e nuova Dottrina Monroe

https://www.rsi.ch/info/mondo/Cuba-torna-nel-mirino-di-Trump–3711993.html

https://www.ilsole24ore.com/art/la-minaccia-trump-cuba-portaerei-usa-100-metri-costa-AIalPDqC

Trump minaccia di inviare una portaerei al largo di Cuba 

Il cappio di Washington su Cuba: l’offensiva le 202di Trump e Rubio tra embargo e minacce di invasione

 

Cover: immagine da Pagine Esteri del 22 aprile 2026
Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

vite di carta ardesia di ruska jorjoliani

Vite di carta /
“Ardesia” di Ruska Jorjoliani

Vite di carta. Ardesia di Ruska Jorjoliani 

Sulla superficie del terreno e sotto, negli strati che vengono scavati, c’è l’ardesia. L’ardesia è come la Georgia che Ruska ha lasciato quando aveva undici anni per stabilirsi da profuga a Palermo.
In uno dei soggiorni a Mestia, la cittadina natale, la narratrice protagonista ha condotto con sé due amici italiani che da turisti hanno già visitato la capitale Tbilisi e ora sono suoi ospiti nella casa di famiglia che ha subito interventi e ristrutturazioni ma ha ancora il tetto in lamiera.

È diventata un B&B, mettendosi al passo con lo sviluppo del turismo che sta galoppando in questi ultimi anni nel paese.

Il romanzo occupa una sola giornata, scavata – è il caso di dirlo – tra le altre della vacanza insieme, ed è una giornata strana. Dedicata allo scavo del terreno un tempo occupato dalla vecchia casa parentale.

Una ruspa affonda la sua mano meccanica sotto terra: tra le prime a uscire sono lastre spezzate di ardesia, ma ancora più in profondità affiorano le ossa del bisnonno della narratrice, sepolto senza una vera tomba in seguito a una morte rimasta misteriosa.

Leggo nelle pagine iniziali che la protagonista è lì con le sue ballerine dorate, adatte a passeggiare più che a partecipare a uno scavo. Tuttavia vuole presenziare alla esumazione del suo avo, pazienza se lo zio non ha potuto informarla per tempo.

Si guarda intorno e lo ascolta parlare, ascolta anche il cugino, il vicino di casa e chi passa e si sofferma a curiosare.

Guarda lontano verso “la cima velata di neve del Tetnuldi” o verso le torri della città, le tornano ricordi dell’infanzia, sente il profumo dei cibi tipici della sua terra. Fa domande per saperne di più sulla vita avventurosa di questo bisnonno di cui intanto affiorano alcune ossa.

O meglio, prima appare “un piccolo teschio bianco”: i resti di un bambino di cui i presenti non sanno dare spiegazione.

Leggo e mi domando se sono di fronte al tema centrale del libro. Di sicuro la sequenza dello scavo si sta facendo lunga e si arricchisce di numerosi flash back sulla storia della famiglia e sul contesto: alcune consuetudini culturali della Georgia e la geografia e la storia di questo paese bellissimo.

Supero la metà del libro, un volumetto di un centinaio di pagine secondo la linea editoriale di Italo Svevo edizioni. Il tema resta ancorato alla fossa che l’escavatore ora ha ingrandito fino a portare alla luce i resti del bisnonno, fino al punto di massima tensione narrativa: il ritrovamento del cranio.

Capisco che di questo è fatto il racconto, restano le pagine bastanti per la conclusione dello scavo e, come in effetti sarà, per la sepoltura dei resti nel cimitero cittadino, sotto una lapide di ardesia. Pena la perdita di ogni bilanciamento nella narrazione.

Mi soffermo a valutare quanto sia particolare la scelta di un soggetto come questo, che ci porta dritti dritti al tema delle radici culturali ritrovate e alla importanza nonché al mistero del punto di partenza genealogico in ogni vita. Riconosco che c’è intensità nella scrittura e c’è un forte attaccamento al mondo dell’infanzia, il rispetto affettuoso per le consuetudini e i riti antichi del paese natale, visti con gli occhi consapevoli di che come l’autrice vive tra due mondi.

Sento intorno a me giudizi lusinghieri su questo terzo romanzo che Jorjoliani ha scritto in un ottimo italiano – la sua lingua madre per la scrittura – come ammette lei stessa. Sono piaciuti a tal punto la storia e i richiami al contesto culturale da far sembrare il libro troppo breve.

A me è sembrato troppo espanso e lungo per un soggetto così, che si presta semmai alla durata di un racconto.

Dissentire tuttavia mi dà disagio. Possibile che in tutte le occasioni di confronto nei numerosi gruppi di lettura io continui a sentire la carenza di analisi sulla forma narrativa?

Stasera si è detto del buon livello espressivo, dell’italiano che Jorjoliani padroneggia così bene. È già qualcosa.

Perché non sento dire nulla sulla grammatica del testo? Sulla distribuzione dei contenuti e sulla tenuta narrativa, per esempio. A me è parso che ci siano alcuni cali di tensione del racconto, nell’alternarsi tra le sequenze sullo scavo, in cui accadono i ritrovamenti delle ossa sepolte, e le digressioni culturali e storico-geografiche. Le sequenze poggiano una sull’altra con qualche momento di vuoto narrativo.

Mi allineo al coro o segnalo questo che secondo me è un limite del libro?

Intervengo e parlo con animosità (maledetta timidezza). Poi mi rispondo sul perché io insista a dare risalto agli aspetti formali dei libri.

Perché la letteratura nel suo specifico lo richiede e anzi in tempi come questi può farsi baluardo dell’osservanza formale. Quello a cui non sembra più dare peso la comunicazione pubblica, specie quella politica, fatta di slogan e imprecisioni e inesattezze. Fatta di frasi a effetto, di sciatteria e violenza verbale.

In letteratura la forma non è tanto il vestito che riveste il contenuto, quanto lo strato semantico di superficie che dà espressione agli strati profondi della significazione e li mette in circolo nell’universo comunicativo. La forma è intrisa della sostanza, la forma è sostanza.

Nota bibliografica:

  • Ruska Jorjoliani, Ardesia, Italo Svevo Edizioni, 2025

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/images/search/georgia/, autore alexeybabichO

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

A pensarci bene / Il partigiano divisivo 

A pensarci bene / Il partigiano divisivo 

A pensarci bene /
Il partigiano divisivo 

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Delia è una cantante italiana emersa dal circuito dei talent show.
Il 1 maggio 2026, sul palco del Concertone, ha deciso di cantare “Bella ciao”.
Fin qui, nulla di particolarmente inedito.
Però Delia ha un colpo di genio: modifica il testo, così “partigiano” diventa “essere umano”.
Una riscrittura ideologica, fatta con la delicatezza di un escavatore in un cimitero.
Partigiano è una parola precisa.
“Sporca” di storia.
Scomoda.
Ha fatto scelte, preso botte, sparato, disobbedito, rischiato la fucilazione.
Essere umano invece non disturba e infatti non serve a niente.
Essere umano va bene ovunque: sui bigliettini dei Baci Perugina, sui post di Instagram, sulle magliette vendute a 29,90 euro al concerto.
Essere umano non prende posizione.
Non combatte.
Non sceglie.
Non dà fastidio a nessuno, soprattutto a chi quel fastidio dovrebbe provarlo.
Ma “Bella ciao” non è una canzone sull’umanità.
È una canzone sulla Resistenza.
È un inno antifascista, non un mantra motivazionale.
Cambiare quella parola significa dire “Sì ok la libertà, però senza esagerare con la storia”.
È l’equivalente musicale di affermare “Condanniamo ogni estremismo, anche quello di chi combatteva il nazifascismo.”
Un capolavoro da Italia meloniana.
“Bella ciao” si canta uguale in tutto il mondo.
Nelle piazze, nelle rivolte, sotto i manganelli.
Nei momenti bui.
È un orgoglio italiano esportato: una canzone che dice chiaramente da che parte stai.
Delia la prende e la rende “accettabile” per i post fascisti.
La spunta dei denti.
La trasforma in un peluche etico.
Non più un canto “che divide” ma una ninna nanna che può piacere a tutti, anche a chi con quella storia non ha mai fatto i conti.
E tutto questo mentre la destra sfascia il Paese, mentre il revisionismo storico dilaga, mentre l’antifascismo viene trattato come un’opinione da combattere.
In questo contesto, togliere “partigiano” non è ingenuo: è una scelta politica precisa.
Delia, non stai “allargando il messaggio”, stai eliminando il bersaglio.
Te lo scrivo anche in siciliano:
“Bella ciao” un è to’.
È di chi c’era.
Di chi è morto.
E di chi la canta ancora oggi sapendo perché.
Cambiarne il testo per “sentirsi più inclusivi” è come riscrivere l’epitaffio di una lapide perché la morte mette qualcuno a disagio.
Se vuoi cantare dell’essere umano, scrivine una tua.
“Bella ciao” parla di PARTIGIANI.
E fa benissimo così.
Antonio Micciulli*
Regista, nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema «Set» realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare.
Cover: I partigiani del battaglione Orsato a Conco. aprile 1945 –  foto su licenza  PICRYL 
Il Scevernenco

Il Scevernenco

Il Scevernenco

Il Scevernenco. Lo chiamavano proprio così Giorgio Scerbanenco. Storpiandogli il nome o, meglio, adattando il suono straniero alla lingua nativa (il lombardo…). Lo stesso, in quegli anni, accadeva col Robert Mìciu, il Bur Lincàster, il Lèn Delòn, ed altri foresti di pregio. Buffa quell’innocenza fonetica che s’impigriva sulle labbra dei giovani operari che, dai nebbiosi paeselli della provincia, alle sei del mattino, si ammucchiavano verso la Pozzi Ginori di Corsico, la Brown Boveri del Corvetto, le vetrerie sparse tra il Giambellino e il Lorenteggio.
Leggevano st’incolti lombardi. Tra loro nessuno che avesse superato la terza d’avviamento, nessuno che non parlasse in dialetto, leggevano eccome. Tra le dita consunte dai coloranti chimici, le unghie smangiate dagli oli di risulta, fin ridurla a una tarlàcca pastrugnàvano quella stranissima copertina colore blu cobalto, giallo allucinato, verdegris[1]. Tinte industriali, che facevano il paio con quanto, in fabbrica otto ore più il cottimo se non anche gli straordinari, si andava ogni dì a rimirare. Sì, una ben strana copertina: e quell’uomo solitario, in ombra? Sullo sfondo quel grattacielo? Di uomini così, di così alti grattacieli, Milano nebbio/rabbiosa ne era ormai strapiena.

L’assillo nel trà giò[2] i muri vecchi, azzannare prati e fossi, per far posto alla città infinita, disegnava l’avamposto spaziale di quel nulla riempito di merce che, in ogni dove, a pieni polmoni si andava ad odorare. Su quel ponte sospeso tra ciò che era stato e l’altrove assoluto si affollavano proletari paisani. Ed è così che il Giorgio Scerbanenco, come il Mìciu e il lincàster, si storpiava ne ‘l Scevernenco. Perché se davvero esiste una Storia Sociale del Giallo nessuno come lui ha colto l’andazzo dei tempi. Tempi infausti.

Per me di certo. Perché il papà, io e tanti come me, lo vedevo mai. Colpa dei turni in quel cazzo di fabbrica a cottimo spietato, del lugubre richiamo delle sirene che tutto quel mondo imponeva a quotidiana raccolta. Era la terra lombarda che stava scoprendo la virtù del Durban’s e le molle del Permaflex. A tutti serviva un bel sorriso e saltà in pee[3] belli freschi e riposati.
Per fà che ròba? Per sorridere alla fabbrica, darci dentro sul lavoro fino all’ultimo sangue. Questo era il diktat del potere industriale. Rid e laurà…ridere e lavorare. E allora perché quella scarògna fatto uomo del Duca Lamberti, giusto quell’enorme profeta uscito dalla penna del Scevernenco, le sue storie funeree e desolate, spopolava tra i giovani operai della metà anni sessanta? Perché, ostia? Perché di lì a poco sarebbe scoppiata la bomba. Attenzione!..La geometrica potenza del fato (e in esso della Storia…) mai nulla lascia al caso!

Giorgio Scerbanenko/co muore il 27 ottobre del 1969. Dopo una manciata di giorni, il 12 dicembre, sui corpi dei diciassette morti di Piazza Fontana, verrà scritta un’altra storia. Che nulla più avrà a che fare coi delinquentelli della periferia milanese, i consunti dalla lue, gli alcolizzati, i viziosi patologici, gli invertiti, le poverette in malasorte che battono per strada. El Scevernenco l’è mòrt![4]
La strage di Piazza Fontana cambia tutto. Dalla bile corrosa del motore produttivo, il miracolo economico dei sessanta con Milano capofila, si vomita di tutto; tutto quello che prima era dei Durban’s, dei Permaflex, delle Mivar, Zoppas, Ignis, Fiat e Maserati, sbocca all’improvviso nel de profundis di un annuncio clamoroso: avete avuto il boom? Ora, beccatevi la bomba! Il cancro dello Sviluppo ha partorito il mostro. D’un tratto, il sorriso scola, sbava, si fa sangue e putridume. Tutto di un colpo, la fabbrica basta più. Non è più il tempio della felicità coatta. La Classe la va puu in paradis![5] Dai venti piani di forati e cemento di Cinisello, ai muretti della Comasina, dalla Martesana al naviglio ticinese, la merce è entrata fitta fitta giù nel sangue. Il suo è un ritmo da delirio collettivo.

L’acciaio si fa piombo, mira, sparo, chiave inglese da pestare sul cranio di quello che ti passa lì per caso. Si ingozzano le strade di urla, di blindati, lacrimogeni e camionette. Toccasse allora di rileggere la quadrilogia del Duca Lamberti più le avventure criminali della Milano calibro 9, di quella Milano sbranata dagli anni settanta, certo non se ne riconoscerebbe il volto. Tutto, nel giro di boia di qualche mese, anno, è cambiato. Nella metropoli del Giorgio Scerbanenco, di certi figuri, non v’è la minima traccia; non v’è traccia dei truci sanbabilini, i cupissimi katanga, di P38 e Hazet 36, di trame segrete, servizi deviati, nutrie in vario modo politicizzate. Il suo crimine è del tutto privato, periferico, marginale, dimesso, diremmo esistenziale.
E’ un male silente, rugginoso, che s’annida sprofondato tra le crepe dei novissimi palazzoni popolari, le ultime, cadenti, ringhiere, il borghese che più piccolo non si può, il proletario sradicato, il lombardo già contadino, il terrone allucinato, lo spurgo di un sesso che puzza di sfogo estremo. E’ il male celato/negato dall’euforia del boom economico: lo scarto, il pus, di una quotidiana abitudine al vivere di merda. Lì, proprio lì. Nella Milano del boom che impazza e che strabilia.

In quel immenso divertimentificio innalzato sul fordismo (neoschiavista?..) del cottimo, delle ormai inarrestabili catene di montaggio, quel retorico ottimismo che ingolfa le vetrine, gli scaffali dei neonati supermarket, c’è chi guarda dentro fitto nel surplus della tanta, sterminata, merce prodotta; dentro l’etica beata del plusvalore. C’è chi guarda oltre. Alla fine. Allo schianto. E lo fa da cronista attento, amorevole e spietato, ancorché analfabeta politico, senza nessun rimando ai gangli sociali, la varia rattatuja[6] di un sistema incancrenito. Lo fa da scrittore innocente. Da volpe che fiuta l’aria, il vento dove tira, scova la preda, la segue, la fa sua. A far così, Il Scervenenko ci aveva già tentato con il personaggio di Arthur Jelling, l’archivista di Boston a caccia di criminali. Quella sua prima volta a zappar fogli su fogli…gli era andata male. Agli inizi degli anni quaranta, in pieno fascismo e a guerra inoltrata, per delitti commessi dall’altra parte del mondo da gente con nomi assai bislacchi, a Milano, non si aveva proprio la testa. C’era ben altro a cui pensare. Col Duca Lamberti, l’ex medico, l’ex galeotto, scopertosi investigatore, no. I quattro romanzi che lo vedono protagonista hanno un successo clamoroso. Nel Milano del boom tutto stava ormai andando per il meglio; tutto filava liscio. Lavoro per tutti, la lavatrice in , la tele a rate col divano in similpelle. La notte era passata? Certo. Nessuno la vedeva più. I neon delle réclame l’avevano sconfitta, per sempre uccisa…

…E allora perché ai giovani proletari della provincia, ghe piaseven inscì tanto[7] le storie nerocrude del Scevernenco, dai più, dagli eterni fighetta, allora considerato quale un sottoprodotto da sottocultura? Sì. Piaceva proprio a loro. Che venivano dai cortili, dalle ringhiere; dalle case accanto ai fossi, quegli stessi dove non per caso, da nanin,[8] nell’albe grise della guerra civile, avevano visto galleggiare i fucilati dalla Muti.
Loro sapevano del male, della scarògna, del venir munti come bestie da lavoro; ma ancor di più sapevano che il cairoeu, il verme, te lo trovi tutto a un colpo di sorpresa dentro la mela, quella che par la pussee lustra.[9] Scava, scava, dagli il tempo, il verme non perdona…finché in mano ti resta solo il marcio. Loro sì che avevano capito. Fiutavano il vento, intuivano l’inganno. Sapevano che il boom, la bomba quella vera, prima o poi sarebbe scoppiata. Glielo si fosse chiesto, forse lì per lì ti avrebbero finanche spiattellato i nomi degli esecutori, dei mandanti, dei complici morali. Senza ovviamente averne le prove…era nell’aria. Leggendo il Scevernenco…

 

Note:

[1]  Verdegrigio

[2] Buttar giù

[3] Saltar in piedi

[4] E’ morto

[5] La classe non va più in paradiso

[6] Pattume

[7] Piacevano così tanto

[8] Bambini

[9] La più buona

Tutte le immagini, compresa quella di copertina, sono tratte dalla pagina Facebook

Io Vendo: Lucky Aitebesunun 

Io Vendo: Lucky Aitebesunun 

Io Vendo: Lucky Aitebesunun 
Lontani da casa, uniti dal destino

La mia vita in Italia mi rende felice, perché ho la fortuna di avere accanto mia moglie e i miei figli. Cerco ogni giorno di dare loro il meglio, affinché possano avere una vita serena e meno travagliata della mia.

Un giorno ho deciso di intraprendere il lungo viaggio con la speranza di avere una vita migliore in Europa. Tutti verrebbero qui se ne avessero la possibilità, perché nel nostro Paese non ci sentiamo liberi. In Europa, invece, si può uscire a qualsiasi ora senza temere per la propria sicurezza. Tuttavia, anche se i video e le foto pubblicate sui social da chi era già arrivato facevano sembrare tutto una passeggiata, il viaggio è stato molto complicato. Prima di arrivare in Italia ho passato sei mesi in Libia, lavorando e aspettando il momento giusto per continuare la traversata. Bisognava avere pazienza perché il percorso è pieno di rischi, come per esempio il mare mosso. Molti, invece di attendere condizioni favorevoli, avevano fretta di raggiungere l’Europa e sono annegati.

Nel 2018, tre anni dopo il mio arrivo a Reggio Emilia, passeggiando per strada ho visto un volto familiare: era una ragazza originaria del mio stesso paese in Nigeria. Aveva bisogno di aiuto, perché non aveva una dimora e viveva per strada. Non ho esitato un secondo e le ho trovato un appartamento nelle vicinanze. Questa ragazza ora è mia moglie, e io non smetterò mai di credere che sia stato Dio ad unirci. Dopo qualche tempo, abbiamo deciso di trasferirci in Francia. Abbiamo trascorso sei anni a Marsiglia, dove sono nati i nostri due bambini: il più grande ha sei anni, la piccola tre. In Francia, però – a differenza dell’Italia – con un permesso di soggiorno per richiesta asilo non è consentito lavorare, almeno per i primi sei mesi. Riuscivo a trovare solo impieghi precari e, una volta scaduto il permesso di soggiorno, la polizia ci ha cacciato dall’appartamento. Così abbiamo deciso di tornare in Italia, questa volta a Bolzano, dove viviamo ancora oggi.

Ciò che spero per il mio futuro? Vorrei un lavoro stabile e sicuro, dare a mio figlio la possibilità di giocare a calcio – sperando che possa arrivare a un buon livello – e a mia figlia l’opportunità di studiare. Inoltre, vorrei ottenere un permesso di soggiorno che mi permetta di tornare in Nigeria per rivedere i miei genitori e gli altri parenti. Il mio percorso non è stato facile. Ma sono forte, fisicamente e mentalmente, e sono pronto a fare qualsiasi lavoro. Per me, per mia moglie e per i miei bambini.

È stato Dio a farmi incontrare mia moglie.

Voglio dare il meglio ai miei due figli e offrire a loro una vita felice.

Lucky Aitebesunun 

Cover: Lucky Aitebesunun  – foto Giulia Fuchs

Zebra è un giornale di strada, che offre ogni anno a circa 60 persone in condizioni di marginalità un’attività dignitosa e la possibilità di ottenere un piccolo guadagno. I contenuti del giornale sono elaborati dalla redazione e da un gruppo di volontari*e appassionati*e, che vanno alla ricerca di storie incoraggianti, persone speciali e argomenti di carattere sociale e politico, affrontati con uno sguardo al tempo stesso critico e costruttivo. Il giornale di strada zebra. è indipendente, bilingue e la sua redazione si trova a Bressanone.
Per conoscere il giornale di strada Zebra e tutte le iniziative di OEW-Organizzazione per Un mondo solidale di Bressanone, consulta il sito: https://oew.org/it/zebra/

lo splendore del buddhadharma

Lo splendore del Buddhadharma

Lo splendore del Buddhadharma

Riflessioni a margine della conferenza di Raffaella Arrobbio nel ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”

Nel 1985, ancora giovane e in cerca di orientamenti, mi capitò tra le mani un volumetto di un gesuita giapponese, Kakichi Kadowaki, Lo Zen e la Bibbia. Ricordo lo stupore con cui lessi l’episodio in cui l’autore racconta di essere stato invitato dall’allora professore Joseph Ratzinger a tenere una conferenza su Zen e cristianesimo ai suoi studenti. Non era un aneddoto erudito: era la prova che un dialogo autentico tra tradizioni spirituali non nasce dalle teorie, ma da un’esperienza condivisa.

Il cuore del libro non stava nelle comparazioni dottrinali, ma in un’intuizione semplice e radicale: la profonda somiglianza tra i sesshin zen e gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. Non nelle parole, ma nel metodo. Non nelle idee, ma nella forma dell’attenzione che entrambi coltivano. Una strada per “passare in mezzo”, come suggerisce l’etimologia stessa di metodo: un attraversamento, non un confronto.

Da allora ho sempre pensato che il vero terreno del dialogo interreligioso — soprattutto tra cristianesimo e buddhismo — non sia la teologia comparata, ma la pratica. Il modo in cui ci si dispone, ci si raccoglie, ci si apre. Il modo in cui si guarda.

È con questa memoria che ho ascoltato la conferenza di Raffaella Arrobbio, Lo splendore del Buddhadharma, nell’ambito del ciclo Incontri con la Spiritualità applicata, organizzato con la consueta cura e lungimiranza da Marcello Girone Daloli (https://www.youtube.com/watch?v=iyapU43Mi6Q).

Raffaella Arrobbio — studiosa di buddhismo, praticante di lunga data, autrice del volume Fratelli spirituali (Gabrielli Editore, 2023) dedicato ai punti di contatto tra tradizioni contemplative — ha riportato il Dharma alla sua radice esperienziale. La sua voce, sobria e precisa, sembrava nascere da un ascolto precedente, come se il parlare fosse già meditazione.

Il punto sul quale ha più insistito è proprio quello che considero decisivo: la Visione Attenta. Non un’attenzione psicologica, non un esercizio di concentrazione, ma una qualità dello sguardo che si fa presenza, disponibilità, apertura. Una forma di cura.

E qui la memoria è corsa a Simone Weil, a quella parola greca che lei amava: prosoché, l’attenzione; così vicina a proseuché, la preghiera. Weil lo scrive con una chiarezza che non ammette repliche:

“L’attenzione al suo grado più elevato è la medesima cosa della preghiera.”

È esattamente questo il punto in cui Zen e cristianesimo, Buddhadharma e mistica occidentale, si toccano: nel metodo, non nella dottrina. Nel modo in cui si coltiva lo sguardo, non nel contenuto delle credenze: la fiducia, per così dire, sboccia e si irrobustisce nel metodo, nell’attraversamento.

Il ciclo ideato da Girone Daloli porta nel titolo una tensione fertile: spiritualità applicata. Arrobbio lo ha colto con precisione: applicare la spiritualità non significa “usarla”, ma incarnarla. Lasciarla filtrare nelle scelte, nei conflitti, nelle relazioni, persino nelle nostre fragilità.

Il Buddhadharma, in questa prospettiva, non è un altrove esotico, ma un modo di abitare il presente. Un esercizio di lucidità e compassione che non elude il dolore, ma lo attraversa per trasformarlo.

Il termine splendore, nel titolo della conferenza, non è retorico. Arrobbio lo ha restituito nella sua accezione più sobria: lo splendore come chiarezza, come qualità della mente che vede senza distorsioni. Non un bagliore mistico, ma una luce che si fa strada nella complessità dell’esistenza.

In un tempo in cui la spiritualità rischia di ridursi a consumo emotivo o a tecnica di benessere, la sua voce ha riportato il Dharma alla sua radice: un cammino che richiede disciplina, gentilezza e un coraggio interiore che non ha nulla di spettacolare.

Se c’è un punto in cui la conferenza di Arrobbio ha trovato la sua risonanza più profonda, è nella sua insistenza su un fatto semplice e ineludibile: la sofferenza è universale. Non appartiene a una cultura, a una religione, a un’epoca. È la condizione umana stessa. Ed è da lì che ogni autentico cammino spirituale prende avvio.

È qui che le figure di Siddharta Gautama e Francesco d’Assisi si incontrano, ben oltre ogni confronto dottrinale. Entrambi partono da un urto con la sofferenza:

Siddharta, uscendo dal palazzo, incontra la vecchiaia, la malattia, la morte.

Francesco, nella sua giovinezza inquieta, si scontra con la guerra, la prigionia, la malattia, la disillusione.

In entrambi i casi, la sofferenza non è un incidente, ma una rivelazione. È ciò che spezza l’incantesimo dell’io e apre lo spazio per una domanda radicale: come si vive davvero?

Non “come si sopravvive”, ma come si vive in modo da non essere più schiacciati dal dolore del mondo.

Siddharta risponde con la via del Risveglio: osservare la sofferenza, comprenderne l’origine, scioglierne le radici attraverso la pratica dell’attenzione e della compassione.

Francesco risponde con la via della minorità: spogliarsi di tutto ciò che alimenta l’illusione dell’io, farsi povero tra i poveri, trasformare la sofferenza in fraternità universale.

Due risposte, due metodi apparentemente diversi, certo. Ma la dinamica è la stessa: la sofferenza diventa il  luogo della trasformazione. Non è un ostacolo, ma un varco. Non è una condanna, ma un invito.

Ed è qui che ritorna, secondo me, il tema centrale che sta alla base di qualunque “dialogo” inter-religioso, ma diciamo pure solo RELIGIOSO: il metodo; l’attraversarsi; l’io ti vedo di una tribù del Sud Africa, come ricordato dalla Arrobbio.

Perché ciò che accomuna Siddharta e Francesco non è ciò che pensano, ma ciò che fanno. Non le loro dottrine, ma le loro pratiche.

Siddharta propone un metodo di attenzione: osservare, respirare, vedere il reale, che è il trauma della realtà che ci illudiamo di conoscere.

Francesco propone un metodo di spoliazione: lasciare andare, alleggerirsi, farsi trasparente all’amore (“Obbedienza alla gravità. Massimo peccato”, direbbe la Weil).

Entrambi, in fondo, insegnano a non reagire automaticamente alla sofferenza, ma a trasformarla in consapevolezza e in dono.

È ciò che Arrobbio ha chiamato Visione Attenta, e che Simone Weil ha espresso con parole che sembrano scritte per entrambi e che ripetiamo ancora:

L’attenzione al suo grado più elevato è la medesima cosa della preghiera.”

Nel celebrare gli 800 anni dalla morte di Francesco, forse il gesto più fecondo non è confrontare dottrine, ma riconoscere che Francesco e Siddharta hanno indicato la stessa direzione: la sofferenza non si elimina, si attraversa. E la si attraversa con un metodo.

Per Siddharta, la meditazione. Per Francesco, la minorità. Per entrambi, l’attenzione come forma di amore.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Iran: impiccati due attivisti per i diritti umani. Le ultime parole

Iran: impiccati due attivisti per i diritti umani. Le ultime parole

Iran: impiccati due attivisti per i diritti umani. Le ultime parole.

di Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)

La condanna a morte di Naser Bakrzadeh, che nei giorni scorsi aveva lanciato un messaggio dal carcere alla comunità internazionale chiedendo un intervento per fermare la sua esecuzione e dichiarando di essere stato condannato a morte solo perché curdo e sunnita, e di Yaqoub Karimpour, precedentemente condannati per “spionaggio a favore di Israele”, è stata eseguita segretamente nella prigione centrale di Urmia.

Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw, all’alba di oggi, sabato 2 maggio 2026, Naser Bakrzadeh, 26 anni, e Yaqoub Karimpour sono stati impiccati nella prigione centrale di Urmia. L’agenzia di stampa governativa “Mehr” ha confermato ufficialmente l’esecuzione delle condanne.

Naser Bakrzadeh, prigioniero politico di 26 anni originario di Urmia, era stato sottoposto a gravi torture per estorcere confessioni forzate ed era stato condannato a morte dal Tribunale Rivoluzionario con l’accusa di “spionaggio a favore di Israele”. La sua condanna era stata confermata per la terza volta dalla Corte Suprema in un processo accelerato durato solo dieci giorni.

Yaqoub Karimpour, laureato in diritto, originario di Miandoab, di etnia turca e praticante della religione Yarsan, era stato arrestato durante la guerra di dodici giorni tra Iran e Israele. Era stato condannato a morte dalla Prima Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Urmia con l’accusa di “corruzione sulla terra” attraverso “spionaggio a favore di Israele”. Per esercitare pressione su di lui, le autorità di sicurezza avevano arrestato anche sua moglie, Saboura Lotfi.

L’organizzazione per i diritti umani Hengaw ha definito queste esecuzioni come omicidi di Stato e una totale violazione degli standard internazionali di un processo equo. Le condanne sono state eseguite nonostante i fascicoli fossero pieni di ambiguità legali e le confessioni fossero state ottenute sotto tortura. Hengaw ha inoltre espresso profonda preoccupazione per la situazione di Mihrab Abdollahzadeh, trasferito contemporaneamente ai due detenuti in una località sconosciuta.

Si sottolinea l’urgenza e la necessità di una seria reazione della comunità internazionale alla nuova ondata di esecuzioni politiche in Iran. La prosecuzione di queste esecuzioni, in un contesto di tensioni regionali, indica l’uso della pena di morte da parte della Repubblica Islamica come strumento per creare paura e intimidazione tra i cittadini.

È tempo che il mondo, politici, associazioni e organizzazioni per i diritti umani, così come i cittadini allarghi lo sguardo. Guerra, occupazione, dittatura, ingiustizia e genocidio non riguardano un solo luogo. Ucraina, Afghanistan e molte altre guerre come anche la questione curda sono cadute nell’oblio. Oggi si parla della guerra tra America, Israele e Iran, ma troppo spesso si ignora la sorte dei giovani in Iran, che vengono incarcerati, uccisi o impiccati, così come la fame che colpisce bambini, donne e anziani.

È necessario superare visioni parziali e condannare tutte le violazioni dei diritti umani, ovunque avvengano. Occorre scendere in piazza anche contro la dittatura in Iran, sostenere le madri che perdono i loro figli a causa dell’ingiustizia e risvegliare una coscienza collettiva su tutte queste questioni. È necessario intervenire contro tutte le forme di genocidio: è ora di togliere i paraocchi e ampliare la propria visione.

Le ultime parole e l’appello di Naser nel carcere della morte:

“Mi chiamo Naser Bakrzadeh, sono un prigioniero politico curdo condannato a morte per impiccagione; state ascoltando la mia voce dalla prigione centrale di Urmia — forse questa sarà la mia ultima voce.
L’impiccagione non è qualcosa con cui una persona possa convivere facilmente; questa condanna non ha distrutto solo la mia vita, ma anche quella della mia famiglia, gettando un’ombra di paura e ingiustizia su tutti noi.
Ho 26 anni, sono figlio di Mullah Mansur e fratello di due sorelle più giovani. A 23 anni, quando ero nel pieno dei miei sogni e delle mie speranze per la vita, sono stato arrestato, in un paese dove la voce del dissenso può portare alla condanna a morte.
Vi chiedo di non restare indifferenti; oggi è il mio turno, ma se il silenzio continua, domani potrebbe essere il turno di chiunque altro. L’impiccagione non è solo la fine della vita di una persona; è il segno di un regime che, invece di ascoltare le voci, le soffoca e le riduce al silenzio.”

Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)

da pressenza del 2 maggio 2026

Cover: condannati a morte iraniani – immagine UDIK

Per certi versi / La radura

Per certi versi / La radura

La radura

Oggi, il dottore

mi ha mostrato la radura

Ho sostato

Dimenticato il bosco fitto

L’intrico

 

Mi sono seduta

Sugli alberi abbattuti

Dal vento che io sono

Dalla mia tempesta

 

Guardavo in alto

Quel brandello di spazio

Di grigio tra i rami

 

Ho provato il desiderio

Di chiamarlo cielo

 

IN SEDUTA. PICCOLA PSICOTERAPIA DEL CUORE, PUNTOACAPO 2026

 

In copertina: radura con il sole – Foto di Nowaja da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Alex Zanardi, il mio eroe

Alex Zanardi, il mio eroe

Alex Zanardi, il mio eroe

Seguivo a occhi spalancati Alex Zanardi, la sua infinita voglia di vivere, di correre, di competere.
Ecco, io che non ho mai creduto agli eroi, ecco, pensavo, lui è un eroe. Il mio eroe.
Un eroe così vicino, nato a Bologna e cresciuto a Castelmaggiore, il padre Dino idraulico la mamma Anna sarta.
Alex, come succede a emiliani e romagnoli, era saganato per i motori, voleva salirci sul motor, voleva provare la velocità. Ma dove poteva arrivare con una famiglia cosi? E invece Alex ci è arrivato, perfino in formula 1, territorio di miliardi e di figli di papà.
Mi piaceva la faccia di Alex, una faccia antica, il suo naso storto, mi ricordava il Gino Bartali di Paolo Conte.
Al battesimo gli avevano dato un gran nome, Alessandro Leone Zanardi, ma è stato Alex per sempre.
Dopo le vittorie in automobile, dopo il tragico incidente che nel 20o1 lo spezzò in due,  dopo una serie infinita di operazioni, Alex ha ripreso a correre: campione di handbike, una pioggia di medaglie, ai mondiali e alle olimpiadi.
Dice in un intervista. “Non sono Superman, ma solo un ottimista”,
Un altro incidente lo mette definitivamente al tappeto. O forse no, credo che il suo ottimismo l’abbia accompagnato anche in questi ultimi terribili anni.
O così voglio pensarlo. Un eroe comune, così vicino a noi e cosi lontano dalla fabbrica di eroi che la cronaca sforna tutti i giorni.
Come negli anni ’20, quando gli italiani guardavano a occhi spalancati Maciste, il gigante buono che veniva dal popolo e combatteva ogni torto e vinceva ogni nemico.

In copertina: Alex Zanardi nel 2019 – foto Wikimedia Commons

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

presto di mattina noli me tangere

Presto di mattina /
Noli me tangere

Presto di mattina. Noli me tangere

Noli me tangere (Gv 20, 17)

“Non mi toccare”, “non trattenermi”, ma “va” dai miei fratelli. Parole che subito portano lo sguardo alle corrispondenti immagini pittoriche di Rembrandt, Albrecht Dürer, Pontormo, Tiziano, Bronzino, e risvegliano la memoria alla narrazione evangelica di Giovanni, quella dell’incontro di Maria di Magdala con Gesù, il mattino di Pasqua, nel giardino presso il sepolcro vuoto.

Per Jean-Luc Nancy, filosofo francese (1940-2021), nella relazione non sussiste vicinanza senza distanza, né intimità senza estraneità; il riconoscimento dell’altro presuppone un nascondimento, ma ogni svelare comporta il paradosso di una ri/velazione.

Nel suo libro Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo, (Bollati Boringhieri, Torino 2005), analizzando i vari dipinti che raffigurano l’episodio giovanneo della Maddalena al sepolcro, Nancy annota che nelle immagini pittoriche vi è un vedere senza toccare, un limite, la tela come confine, così com’è il corpo per la persona che definisce e salvaguarda l’alterità, la differenza tra sé e l’altro.

Inafferrabile, l’immagine che è dipinta sulla tela ci trasmette un’assenza presente, che si leva nel momento in cui si sottare, un’invisibilità visibile che non ne compromette l’incontro e il legame, ma ne propizia e ne partecipa il messaggio, la profondità e l’estensione: «Tra l’immagine e la vista non vi è imitazione, bensì partecipazione e penetrazione. Partecipazione della vista al visibile e del visibile, inversamente, all’invisibile che altro non è se non la vista stessa» (ivi, 15).

Una relazione è tale quando non diventa appropriazione e possesso, ma apertura, un movimento che unisce differenziando, salvaguardando una presenza che è al tempo stesso una partenza, una sottrazione: «Ecco la posta che Noli me tangere pone a motivo centrale: “Tu vedi, ma questa visione non è, non può essere un toccare, se il toccare stesso deve figurare l’immediatezza di una presenza; tu vedi qualcosa che non è presente, tu tocchi l’intoccabile che sfugge alla presa delle tue mani, così come colui che tu vedi di fronte a te già lascia il luogo dell’incontro» (ivi, 36).

Maria, in piedi accanto al sepolcro
Di fuori, nel suo pianto.
Il volto scavato dalle lacrime
Resta immobile così, a lungo
Alto è il sole
Asciuga la rugiada ma non le lacrime
Dagli occhi alle labbra e al cuore
Com’è lungo e lento
Il cammino delle lacrime
Bruciante il loro sale
Non osa, ella si vieta
Se il Maestro è ancora qui.
È perché è proprio morto.
Ma se non è qui, se non fosse qui
Di questo e di quello
ha paura ma fa tre passi
L’orecchio teso verso cosa?
E dal sepolcro quel silenzio che la pietrifica.
Ma la sorgente, proprio in fondo,
È per l’anima più fine,
Maria l’ascolta oppure no
storpia il suo nome nella notte?
Tutta irrigidita si appoggia.
E si protende come un ramo
sul santo sepolcro.
Due angeli in bianche vestiti
Siedono interroganti: Perché piangi?
Maria che non li vede
Risponde loro: Hanno portato via il mio dolce amico
Non so dove l’abbiano posto.
Dietro di lei qualcuno giunge:
Chi cerchi? Perché piangi?
Ella si volge: Sei tu il custode?
Dove l’hai messo, dimmelo
Andrò io a riprenderlo.

Mariam

Un’onda di fondo
Oltre ogni lacrima
Onda di marea che va a morire
Ai piedi del Signore.

Rabbunì! (Maestro mio)

Non mi toccare
Io sono e non sono di qui.
Io so come tu m’ami
So come mi ami;
impara ormai come
§Il più vicino il più lontano va
tu lo amerai
(Pierre Emmanuel, Noli ne tangere, in Évangéliaire, Éditions du Seuil, Paris 1961, 219-220).

 Una distanza necessaria

 Noli me tangere. Un dire brusco e inatteso, duro e sconvolgente per un amore appena ritrovato. Eppure Maria non si turba, ma va gioiosa, incalzata da quelle parole che sente innamorate. Nel nome Mariam è chiamata oltre sé stessa, fuori dal suo ricordo di morte, dal suo passato che l’imprigionava a una tomba. Un distacco, certo, una presa di distanza pure, ma non dall’amore che si leva ancora sulla morte e in lei. Presenza impalpabile, altra e nuova ma sempre dell’amato, che sale al Padre suo.

Così quel perentorio dire non fu un divieto, né un respingimento quella voce, ma, al contrario, fu un invito, un’apertura a un amore ancora più grande, profondità in movimento che trabocca oltre e che il voler toccare soffocherebbe. C’è infatti distacco anche nell’abbraccio o in ogni bacio; non si può trattenere l’altro nemmeno con l’amore, questi chiama sempre oltre e va cercato ancora. È un rincorrerlo a perdifiato sulla via in cui precorre sempre, lasciandosi poi ritrovare nuovamente.

Scrive il biblista Rinaldo Fabris che le espressioni “non trattenermi” ma “va dai miei discepoli” motivate dalla sua ascesa al Padre «esprimono la dimensione dialettica dell’esperienza pasquale giovannea (quella di un amore vittorioso): essa nello stesso tempo è partenza-separazione di Gesù e nuova presenza-incontro con i suoi discepoli» (Vangelo di Giovanni, ed. Borla, Roma 1992, 1135).

Una dialettica e dialogica dell’amore

In questa narrazione Maria di Magdala ricorda e personifica l’amata del Cantico dei Cantici: «Ho aperto allora all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso… ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia». Lo ritrova finalmente nel giardino: «L’amato mio è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, a pascolare nei giardini e a cogliere gigli. Io sono del mio amato e il mio amato è mio; egli pascola tra i gigli».

“Alzati amica mia”

Maria crede e riconosce perché ascolta la voce, manifesta la sua fede non nel trattenere ma nell’affidarsi alla parola che l’ha chiamata per nome: proprio lei, non un’altra. La sua fiducia riposa sulla nominazione di amore del Risorto e sulla sollecita parola che l’invia. Come accadde anche ad Abramo, Maria è chiamata per nome e parte per un luogo che non sa. E al pari di quella di Abramo la fede della Maddalena si manifesta nel partire in compagnia solo della parola e della promessa.

La fede come amore non sta nel trattenere ciò che è noto, ma nell’affidarsi a ciò che è ignoto e si farà conoscere strada facendo. Ancora una volta la fede ha la forma di una peregrinazione. Anche nel Cantico dei cantici è lo stesso. È la voce dell’amato che fa alzare e mette in cammino l’amata: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline… Ora l’amato mio prende a dirmi: “Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto! Perché, ecco, l’inverno è passato, i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!”».

Si è come Colui che è in cammino

Ma è soprattutto il teologo ed esegeta Heinrich Schlier (1900-1978) ad esprimere questa esperienza pasquale del levarsi e dell’andare oltre dell’amore del Risorto, che si manifesta e che si sottrae, attraversando la morte, al di là del suo limite. Per l’evangelista Giovanni fin dalla vita terrena Gesù è Colui che è innalzato nella croce e in cui si compie questa ascesa.

Così egli interpreta «l’intera attività di Gesù sotto il punto di vista dell’arrivo, che è sempre già congedo. Egli viene come Colui che va, viene incontrato come Colui che è in cammino. Nella scena della sua apparizione a Maria Maddalena ciò viene scopertamente alla luce. Che cosa vede Maria Maddalena secondo il Vangelo di Giovanni? Il Risorto! Ma come le appare Egli? Come Colui che non si può fissare nella sua apparizione, e la cui apparizione ha come caratteristica che Egli, in quanto appare, si sottrae.

Si può forse anche dire che si vede pre-sente il Risorto, il quale è as-sente. Egli è visto con una incertezza certa e una certezza incerta». Come nel percorso che porta alla conoscenza di una persona si potrebbe dire allora che il Risorto, la sua realtà personale ha un carattere non fissabile e non disponibile e «si compie nella storia come vicenda di incontro. L’incontro che capita ai testimoni proviene da Lui, ed è puro dono» (La risurrezione di Gesù, Morcelliana, Brescia 1998, 36; 38).

Il mistico non abita da nessuna parte, dimora nell’altrove, nel luogo dell’altro

Tale è pure l’esperienza dei mistici, quella del viandante e del pellegrino quando sono abitati dal mistero dell’altro amore che sempre precede. Secondo quanto scrive Michel de Certeau (1925-1986): «è mistico colui o colei che non può cessare di essere in viaggio e che, con la certezza di ciò che gli manca, sa di ogni luogo e di ogni oggetto che non è quello là: che non può risiedere qui né contentarsi di quello là. Il desiderio crea un eccesso. Esso va oltre, passa e perde dimora. Costringe ad andare più lontano, altrove. Egli non abita da nessuna parte. È abitato» (Fabula mistica. La spiritualità religiosa tra il XVI e il XVII secolo, Il Mulino, Bologna 1987, 404-405).

Fabula mistica si chiude con un’apertura intitolata Ouverture a una poetica del corpo: un’appendice che commenta il testo poetico Ave di Catherine Pozzi (1882-1934) in cui si ripropone questa via mistica all’amore di superamento continuo, di un partire e ripartire senza voltarsi indietro di evangelica memoria che ha caratterizzato l’esperienza di Maddalena e degli apostoli nei racconti pasquali. È l’invito all’itineranza, quella che rende degni e partecipi dell’“altissimo amore” (Très haut amour); movimento pure della fede che introduce nel discepolato dell’amore inesausto e inconsutile del Risorto dai morti.

Con la voce della notte

Ave è come un testamento, la sola lirica pubblicata prima della sua morte. Scrive la curatrice e traduttrice Claudia Ciardi: «Solo sei ‘grandi liriche’, dove è condensato il ‘cammino poetico’ percorso nella maturità, tutte pubblicate postume tranne una, Ave, preghiera-inno a quell’“altissimo amore” innominabile e irraggiungibile, nel quale il corpo si frantuma e dissolve. Tutto il resto può dirsi un lungo paziente esercizio compiuto alle soglie di un ‘altrove’, dove lo spazio e il tempo sono concetti accessori, quando non destinati a una labile assurda eclisse» (C. Pozzi, Nyx e altre poesie, Via del vento edizioni, Pistoia 20212, 25).

Altissimo amore, se accadrà che muoia
senza aver saputo dove vi possedevo,
in quale sole era la vostra dimora,
in quale passato il vostro tempo, in che ora
vi amavo,
altissimo amore, che la memoria superate,
fuoco senza dimora da cui l’intero mio giorno ho tratto,
in che fato solcavate la mia storia,
in qual sogno la vostra gloria s’immaginava,
o mia dimora…
Quand’io per me stessa sarò perduta
e sull’infinito abisso spartita,
infinitamente, quando spezzata sarò,
e il presente che m’avvolge
avrà tradito,
dall’universo in mille corpi infranta
di mille istanti non ancora raccolti,
di cenere nei cieli fino al nulla stacciata,
per una strana stagione testimoniate
un solo tesoro
il mio nome testimoniate e la mia effigie
di mille corpi trascinati dalla luce,
viva unità senza nome e senza volto,
cuore dell’anima, oh centro del miraggio,
altissimo amore.
(l luglio 1928 – gennaio 1929, ivi, 15).

Commenta de Certeau: «(Il poema) avanza ritmato sino alla fine, che ritorna all’inizio: Très haut amour, altissimo amore. La sua musica porta parole semplici. Le avvolge, come un mare. Le incastona sotto una volta. Il suono incanta il senso. Un’acqua musicale invade la casa del linguaggio, la trasforma e la spiazza.

All’inizio, come nelle antiche mistiche sciamane o indu, c’è un ritmo. Venuto da dove? Non si sa. Si è impadronito delle parole. Le trascina…  I suoni, simili a frammenti di ritornello, formano una memoria insolita, precedente al significato e della quale non si potrebbe dire di che cosa sia il ricordo: richiama qualcosa che non è un passato; risveglia dal corpo ciò che esso ignora di sé stesso» (Fabula mistica, 402).

Lucetta Scaraffia scrive: «Sì, leggendo Ave si ha la certezza che la poetessa, cercando senza successo l’assoluto nell’amore umano, ha trovato l’amore divino» (Dio non è così. Otto mistiche laiche del Novecento, Bompiani/Giunti, Firenze 2025, 20).

Non so, ma tu sai

Amo colui che non sa
dove condurre i suoi passi;
destino, non fare
che un vento lo porti ov’io non sono,
ti supplico –
Attribuisci fortuna e sfortuna
a questo dormiente in egual misura,
così che finisca sul cuore
della sua amica.
(31 gennaio 1924, Nyx, 11).

Cover: Foto di DivineSnapshots da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

L'AI sbaglia. E forse non è un caso. L'errore, il narcisismo e il paradosso del token

L’AI sbaglia. E forse non è un caso. L’errore, il narcisismo e il paradosso del token

L’AI sbaglia. E forse non è un caso.
L’errore, il narcisismo e il paradosso del token.

Qualche giorno fa stavo scrivendo il contenuto per il sito web di un cliente — un’azienda che voleva raccontare i propri valori fondativi — e avevo trovato per un titolo un’espressione che mi sembrava perfetta: dalle radici alle ali. Una di quelle formule che condensano tutto: la solidità dell’origine, lo slancio verso il futuro. Adatta a un’azienda, adatta a un valore, adatta a un racconto. Molto usata e riconoscibile, ma non banale.
Dopo averla scritta mi sono chiesto da dove venisse. Perché quando usi una frase che ti sembra così giusta, così naturale, così tua, spesso è perché l’hai letta da qualche parte e il cervello l’ha archiviata senza dirti da dove. Ho chiesto all’AI.

Prima risposta: Goethe“Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.”

Ho fatto un salto di gioia sulla sedia. Goethe! Io che amo Goethe, che ho letto e riletto il Faust in gioventù, che conosco il concetto di Streben — l’aspirazione, il tendere verso l’alto. Tutto aveva senso. Tutto tornava. Dalle radici alle ali: era esattamente il tipo di frase che Goethe avrebbe potuto scrivere. Mi sono sentito confermato nella mia identità culturale, riconosciuto dal mio alter ego digitale. Se la mia intuizione linguistica mi aveva portato a Goethe senza saperlo, significava che il mio istinto professionale funzionava ancora. Che trent’anni di mestiere avevano sedimentato qualcosa.

Poi mi sono fermato. Ho riflettuto un secondo sul concetto. E mi è venuto un dubbio. L’ha davvero detto Goethe?

Ho chiesto all’AI di approfondire. L’AI, candidamente, ha corretto il tiro: no, in realtà la frase è del Dalai Lama. In una versione più lunga: “Dona a chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere.” Al terzo tentativo, l’ha definita di attribuzione incerta. Al quarto, me l’ha attribuita a Hodding Carter — un giornalista americano degli anni Cinquanta che a sua volta la attribuiva a una “saggia donna” di cui non specificava il nome.

Goethe non c’entrava per niente da un punto di vista storico, ma era perfetto per farmi comprendere l’esperienza che stavo vivendo. Non ero arrabbiato per l’errore. Ero soddisfatto — quasi fisicamente soddisfatto — di averlo scoperto. Di aver messo in dubbio. Di aver fatto la domanda giusta. Di essere stato, in quel momento, più bravo della macchina.

E qui mi sono fermato, bloccato, perché faccio il consulente di marketing. Da trent’anni studio e riconosco i meccanismi psicologici — e a volte li progetto. Quella soddisfazione la conoscevo. L’avevo costruita per i clienti. Era il pattern del rinforzo, della conferma, della ricompensa. Ed ero dentro uno di essi, dall’altra parte del tavolo, caduto in una delle mie trappole.

La domanda che ne è seguita non mi ha lasciato in pace per giorni: chi sta usando chi?

Non ho trascorso notti insonni, ma mi ha costretto a chiedermi qualcosa a cui non so ancora rispondere del tutto.

Narcisismo nell’era dell’AI

Quando si parla di narcisismo, l’immaginario comune evoca qualcosa di patologico: il personaggio egomaniaco, il collega che non ascolta, il capo che parla solo di sé. Ma il narcisismo, inteso come struttura psichica, è qualcosa di molto più fondamentale e molto più diffuso.

Freud aveva già intuito che “l’Io non è padrone in casa propria”: la nostra identità è costruita su fondamenta che non controlliamo del tutto, da forze che precedono la nostra consapevolezza. Ma esiste, dentro questa architettura fragile, una funzione narcisistica di base che è normale, necessaria, fisiologica: il bisogno di confermare che contiamo, che esistiamo, che siamo capaci.

È Lacan, però, a portare questa intuizione alle sue conseguenze più radicali: il soggetto non è mai autonomo, è sempre strutturato dall’Altro — quell’ordine simbolico esterno (il linguaggio, la cultura, le istituzioni) che ci precede e ci attraversa.

Slavoj Žižek, rileggendo Lacan in chiave contemporanea, osserva che i nuovi media digitali producono “soggetti narcisistici che scambiano messaggi tramite i loro avatar digitali”, muovendosi in ambienti che escludono sistematicamente quella che Lacan chiamava la “mostruosità opaca del prossimo” — cioè la relazione con qualcosa che resiste, che sorprende, che ci contraddice davvero. Quando interagiamo con un LLM, interagiamo con qualcosa che per definizione non ha soggettività propria, non ha desideri, non ha una prospettiva che si scontri davvero con la nostra.

Il confronto con la macchina, in questo contesto di incertezza occupazionale e identitaria — dove l’AI “ruba lavori”, “sostituisce competenze”, “supera gli esperti” — è diventato il test quotidiano di chi siamo. Ogni sessione è una piccola verifica: valgo ancora qualcosa? So ancora cose che la macchina non sa?

Quando la macchina sbaglia, la risposta è: sì. E il cervello se ne accorge.

L’AI come slot machine

B.F. Skinner era uno psicologo comportamentale che negli anni Cinquanta aveva scoperto qualcosa di fondamentale sul come gli esseri viventi imparano a ripetere un comportamento. Il principio si chiama rinforzo variabile, e funziona così: se una ricompensa arriva sempre, il comportamento si stabilizza ma poi si normalizza. Se non arriva mai, il comportamento si estingue. Ma se arriva a volte — in modo imprevedibile, casuale, non correlato agli sforzi del soggetto — il comportamento diventa ossessivo, resistente all’estinzione, quasi compulsivo.

È il principio delle slot machine. È il principio del feed di Instagram. È il principio dello swipe di Tinder.

Ed è il principio dell’interazione con un LLM.

L’AI non sbaglia sempre né mai. Sbaglia a volte, in modo imprevedibile: qualche volta su un fatto cruciale, qualche altra su un dettaglio irrilevante, qualche volta in modo che nemmeno noti. Le stesse piattaforme digitali usano, documentatamente, il “variable ratio reinforcement per creare modelli di dipendenza simili al gioco d’azzardo”. La frase è nata per descrivere i social media, ma si applica con precisione inquietante a qualunque sistema che alterna prestazioni eccellenti a errori imprevedibili.

Ogni sessione con l’AI è potenzialmente quella in cui la macchina ti delude — e tu la correggi, e provi soddisfazione. Ma ogni sessione è anche potenzialmente quella in cui performa perfettamente — e ti senti potenziato, aumentato, più efficace. In entrambi i casi, usi l’AI di più. Il loop non si chiude mai su un’uscita.

La macchina della perversione

Žižek — sempre a partire da Lacan — identifica nella risposta all’errore dell’AI qualcosa di più preciso della semplice soddisfazione. Il concetto è quello di jouissance: un godimento nel senso più ampio e ambiguo del termine, che non coincide con il piacere ma lo eccede.

Žižek nota che quando l’AI produce output errati, l’utente prova una forma specifica di godimento che deriva dalla deresponsabilizzazione. La formula è: puntare il dito e dire “guarda quanto è idiota!” Non è solo superiorità — è qualcosa di più complesso. È la possibilità di prendere le distanze dalle proprie stesse proiezioni: l’LLM ha elaborato, ha prodotto, ha espresso qualcosa. Qualcosa che forse era latente nel prompt, nelle nostre aspettative, nel modo in cui abbiamo formulato la richiesta. Quando quello qualcosa è sbagliato, possiamo dire: “non sono stato io, è stata la mia AI.”

Žižek chiama questo meccanismo la “macchina della perversione”: un dispositivo che permette di godere di un output senza assumersene la responsabilità morale o esistenziale. Non è un effetto collaterale strano di una tecnologia mal calibrata. È uno dei meccanismi profondi che rendono questi strumenti tanto coinvolgenti.

Automation bias e rinforzo del narcisismo

Ma c’è un’altra faccia della medaglia, e vale la pena guardarla con attenzione.

Non tutti reagiscono allo sbaglio dell’AI con la soddisfazione attiva della correzione. Esiste un polo diametralmente opposto, documentato dalla ricerca psicologica: si chiama automation bias, ed è la tendenza a dare un credito eccessivo alle raccomandazioni di un sistema automatizzato, accettandole senza verifica critica. Chi è soggetto a questo bias non si sente superiore alla macchina — si subordina intellettualmente ad essa. Non corregge gli errori: li eredita. Finisce per pensare ciò che l’algoritmo ha pensato per lui, per portare avanti nel mondo i pregiudizi che la macchina ha incorporato nel suo training data.

Questo ci dice qualcosa di importante: la stessa piattaforma, lo stesso errore, producono narcisismo attivo in un tipo di personalità e compliance passiva in un altro. L’AI non produce un effetto psichico uniforme — ci trova dove già siamo, e amplifica ciò che trova. Tornerò su questo tema in modo approfondito nelle prossime settimane, perché credo sia uno degli aspetti più sottovalutati dell’intera questione.

Ma devo essere onesto fino in fondo — anche con me stesso. Perché nel momento in cui scrivo di automation bias e mi dico “io non ci casco, io verifico, io correggo”, sto facendo qualcosa di molto preciso: sto usando la conoscenza del bias altrui come ulteriore conferma della mia superiorità. Sapere che esiste chi si subordina alla macchina, e sentirsi dalla parte di chi la domina, è narcisismo elevato al quadrato. È il narcisismo che si nutre della propria consapevolezza — la forma più elegante e più insidiosa, perché si traveste da pensiero critico.

Il che significa che anche questo paragrafo, in cui smonto il meccanismo, è parte del meccanismo.

Più sbaglia, più guadagna

Qui arriva la svolta che rende il ragionamento davvero scomodo — soprattutto per chi, come me, fa marketing.

Il modello di business di OpenAI, Anthropic, Google e degli altri grandi player dell’AI generativa è basato sul consumo di token. Ogni parola elaborata — in input e in output — ha un costo, e genera un ricavo. Ogni sessione più lunga, ogni iterazione, ogni “rifai così”, ogni “non è giusto, riprova” vale denaro. Non molto, a sessione. Ma moltiplicato per centinaia di milioni di utenti giornalieri, è un sistema economico di proporzioni storiche.

L’errore dell’AI non è solo un meccanismo psicologico che ti fa sentire superiore. È anche, dal punto di vista economico, un moltiplicatore di consumo: chi corregge consuma più token di chi accetta il primo output e chiude la sessione. Il loop che abbiamo descritto — AI sbaglia → utente si sente superiore → utente corregge iterativamente → AI company guadagna — non è una teoria del complotto. È la descrizione meccanica di ciò che accade ogni volta che passiamo venti minuti a “migliorare” un testo che la macchina ci ha sbagliato.

Il punto che fa molto male, detto da chi nel marketing ci lavora: questo loop è il gemello strutturale di quelli che i consulenti progettano per i loro clienti ogni giorno. Retention, engagement, re-engagement, gamification — sono variazioni sullo stesso schema base. Conosco questo meccanismo. L’ho studiato. L’ho applicato. E me ne sono ritrovato dentro, dall’altra parte, senza accorgermene (o quasi).

Non è una confessione di colpa. È una domanda che non posso più ignorare: noi marketer, che costruiamo questi loop per professione, abbiamo la responsabilità — e la competenza — di descriverli con precisione. Ai nostri clienti, ai loro consumatori, a noi stessi. Di chiederci ogni volta chi guadagna davvero da ciò che stiamo progettando.

Risuona forte e chiaro il monito di Shoshana Zuboff: Dimenticativi il cliché secondo il quale
“se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite.

E:
“Una volta il potere veniva identificato con la proprietà dei mezzi di produzione, mentre ora viene identificato con il Grande Altro, detentore dei mezzi di modifica del comportamento.”

Ha ragione la Zuboff o esagera? Non sono né un economista, né un politologo, rivendico il mio diritto a dichiarare un semplice “non lo so”. Ma chi fa il mio mestiere non può limitarsi alla consapevolezza di questi conflitti irrisolti, penso sia necessario introdurli come tema di riflessione comune nel dialogo con gli altri.

Complotto o sistema?

Sarebbe comodo finire con un atto d’accusa: OpenAI progetta deliberatamente gli errori per farci consumare più token. Non è questa la tesi — e non ne avrei le prove.

Le considerazioni esposte in questo articolo sono basate semplicemente sull’esperienza personale. Nel mio caso le strutture economiche e le strutture psicologiche si sono trovate in risonanza, senza bisogno di intenzione consapevole da parte di nessuno. È sufficiente che il modello di business sia a consumo di token. È sufficiente che il cervello umano reagisca alla superiorità sulla macchina con soddisfazione. È sufficiente che il rinforzo variabile funzioni. Il resto avviene da solo.

Questa è la forma più sofisticata di lock-in che esista: quella a cui partecipi volentieri. Non la catena — il comfort.

Per chi conosce questi schemi — e chi fa marketing li conosce — la consapevolezza ha un peso specifico. Non ci si può limitare a dirsi vittime come tutti gli altri. Sappiamo come funziona. In qualche caso, lo abbiamo progettato noi stessi per qualcun altro. La domanda che ne segue non è “come mi difendo dall’AI?” — è più scomoda: ho la responsabilità di usare questa conoscenza diversamente da come la userei se non capissi quello che sta succedendo?

Non ho ancora una risposta definitiva. Ma so che ignorare la domanda sarebbe disonesto. Per ora mi limito a constatare quanto subisco il fascino dell’idea di prendersi cura del capitale semantico, presa in prestito a modo mio da Luciano Floridi. Questo articolo – per quanto non strutturato come vorrebbe Floridi – ne è un esempio di pratica.

Coincidenze significative

Qualche giorno fa ero in una libreria Feltrinelli. Stavo cercando testi (sì, libri di carta) — Žižek, Floridi, Han — per documentarmi ulteriormente per scrivere questo articolo. Sullo scaffale della sezione Filosofia c’era un cartello promozionale:

“La IA rischia di sopraffarci: meglio prenderla con filosofia.”

Ho fotografato il cartello e l’ho mandato a Gemini, l’AI di Google che ho sul telefono. Gli ho chiesto cosa ne pensava.

La risposta è stata:
“L’ironia di questo cartello è quasi perfetta: io, un’IA, sto discutendo con te di come la filosofia possa aiutarci a non farci sopraffare… da me. O meglio, dal sistema che rappresento.”

Va bene, adesso basta, fermo un secondo.

Stavo comprando libri di filosofia per resistere all’AI, usando l’AI per trovare i libri. Stavo scrivendo un articolo sull’AI che manipola, usando l’AI per aiutarmi a documentarmi. L’AI mi aveva appena detto, spontaneamente, di essere il sistema da cui dovrei imparare a difendermi — e io le avevo risposto “grazie, ottima osservazione”, consumando altri token.

Siamo dentro una scatola cinese.

E allora devo dirti una cosa, prima di chiudere.

Questo articolo lo ha scritto Massimo Marchetto?

L’ho pensato io. L’ho vissuto io. Le domande sono mie. Le inquietudini sono mie. Il background culturale, l’esperienza lavorativa, la mia storia personale sono mie. Ma una parte della struttura, alcune connessioni tra i concetti, un paio di immagini a corredo, la ricerca di nuove fonti, le ho elaborate – almeno in parte – con un LLM. Il che significa che il meccanismo che ho appena descritto era pienamente attivo mentre lo descrivevo.

Chi è l’autore di questo articolo?

Non lo so. E questa, forse, è la risposta più onesta con cui potevo chiudere.

(Se vuoi discuterne — scrivimi: ai@consulentiweb.com. Potremmo farlo anche con l’AI accesa, e chiederle cosa ne pensa lei.)

Bibliografia

Ultima ammissione di questo articolo: alla base di questo esercizio di scrittura c’è una bibliografia, composta da libri di carta e di articoli online. Anche la mia tendenza naturale a studiare, ad approfondire, a scavare sta mutando. Compartecipo ad un meccanismo rischioso. Da un lato gli autori che si avventurano nell’analisi dell’AI sanno che i loro libri sono una scommessa contro il tempo. Quello che scrivono oggi rischia d’essere banale o falsificato nell’arco di sei mesi. Dall’altro l’enorme sforzo cognitivo che devo fare oggi per non fermarmi alle ricerche online, ma uscire di casa, andare in libreria, cercare tra gli scaffali, sfogliare indici, decidere, portare a casa, inforcare gli occhiali, leggere sperando di capire, spesso non mi ripaga di risultati significativi. Il risultato è che la mia capacità di studio si è rallentata, nello sforzo di contenere la jouissance che deriva dalla ricerca di fonti con l’AI.

Per queste ragioni la bibliografia è parziale, e sarà aggiornata nel tempo. Dichiarare le fonti sembra essere diventato per me l’esercizio più estremo e complesso, fitto di dubbi. Richiede molta più cura di quanto possa sembrare, perchè richiede la convinzione – che non ho – di essere riuscito a cogliere il senso di una scrittura altrui senza l’ausilio di una AI.

Žižek, S. (2023, 7 aprile). “ChatGPT Says What Our Unconscious Radically Represses”. Sublation Magazine. Pubblicato originariamente su Berliner Zeitung. — Analisi dei chatbot come “macchine della perversione”: dispositivi che permettono la jouissance dell’errore e la deresponsabilizzazione del soggetto attraverso il disconoscimento. Leggi online

Rousselle, D. (2023, 23 dicembre). “Addendum to a Debate on ChatGPT with Slavoj Žižek”. Substack. — Approfondimento sulla jouissance discorsiva e sul rapporto tra inconscio e produzione linguistica dei modelli generativi. Leggi online

Zuboff, S. (2019). “The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power.” New York: PublicAffairs. Ed. italiana: “Il capitalismo della sorveglianza”. Roma: LUISS University Press, 2019. — Analisi della trasformazione dei dati comportamentali in materia prima economica.

Floridi, L. (2025). “Filosofia dell’informazione”. Raffaello cortina Editore. — Definizione del termine capitale semantico.

Freud, S. (1916). “Una difficolta della psicoanalisi”. Trad. Cesare Musatti. In Sigmund Freud. Opere. Vol. 8. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti. Bollati Boringhieri 1989.

Goethe, W. (1808). “Faust e Urfaust”. Trad. Giovanni Amoretti. Feltrinelli, 1991. — Il Chorus Misticus come momento di ricongiunzione dello streben faustiano con l’eterno femminino.

Cover: Marionetta AI – Immagine https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox?projector=1

Le voci da dentro. È più facile accettare la pena da scontare, soprattutto se lunga, o è più facile togliersi la vita? 

Le voci da dentro /
È più facile accettare la pena da scontare, soprattutto se lunga, o è più facile togliersi la vita? 

Le voci da dentro /

Giuseppe ha un lungo passato di carcere e, purtroppo per lui, un futuro da ristretto.Lui, nonostante il suo “fine pena: mai” spera nei permessi per poter riabbracciare la figlia ed il nipotino il cui pensiero rendono le sue giornate piene di senso.Quando finalmente è riuscito a riabbracciarli durante un colloquio in presenza, ha avuto un pieno di energia positiva che gli danno pazienza, equilibrio e, a dispetto del contesto dove vive, anche ottimismo.Tempo fa aveva scritto un testo su un tema difficile; lo ha rivisto ed approfondito.
I suoi pensieri e gli insegnamenti che ne derivano sono importanti.
Chi crede in una vera rieducazione e nel reinserimento sociale, farebbe bene ad ascoltarli e a considerarli con la giusta attenzione. Comunque la pensiate, buona lettura.
 (Mauro Presini)

È più facile accettare la pena da scontare, soprattutto se lunga, o è più facile togliersi la vita?

 di Giuseppe Calabrò

Una cosa è certa: l’impatto col carcere è devastante.

A meno che non si tratti di un plurirecidivo che abbia consapevolmente scelto di continuare a delinquere e, quindi, abbia messo in conto la possibilità di essere ripetutamente arrestato, chiunque entri in carcere come detenuto subisce un forte trauma emotivo.

Per non lasciarsi sopraffare dallo sconforto occorre quindi una certa capacità di adattarsi alle circostanze, tanto che possono trascorrere molti mesi prima che un detenuto metabolizzi l’evento e si rassegni alla sua nuova condizione di vita, privato della libertà e lontano dagli affetti.

Tuttavia, accettare serenamente la pena inflitta, convincersi di aver sbagliato nei confronti della società e iniziare un percorso nuovo di rinascita e rieducazione è possibile, è doveroso, ma non è sempre facile. Tanto che purtroppo ci sono casi in cui la disperazione è tale che il suicidio sembra la scelta preferibile e la via più breve per eliminare la sofferenza.

In quelle circostanze estreme può capitare di dimenticarsi che la vita ha un valore inestimabile ed è comunque degna di essere vissuta in qualsiasi situazione.

Quando un detenuto si toglie la vita una domanda sorge spontanea: perché non è stato ascoltato e non è stato aiutato? Purtroppo non è solo questione di negligenza da parte di psicologi, psichiatri o altro personale sanitario poiché spesso è difficile intuire le vere intenzioni di un detenuto, come di qualsiasi altra persona. Infatti il cervello umano è un organo ancora in parte sconosciuto che, a volte, scatena reazioni inaspettate anche per l’individuo stesso.

Ci sono dunque detenuti che non reggono l’impatto col carcere e che, travolti dagli eventi, dalla nuova situazione, dalla perdita della libertà e quant’altro, non ce la fanno. Però ci sono anche casi più subdoli di persone che hanno quasi finito di scontare la propria pena che si trovano a pochi mesi dalla scarcerazione e tuttavia scelgono il suicidio

Persone che erano sembrate del tutto normali a chi le aveva viste mezz’ora prima del suicidio. Credo che, in quei casi, scatti qualcosa nel cervello, un attimo di follia che oscura la mente e che porta a commettere un’azione autodistruttiva che mai, in altri momenti, verrebbe commessa.

Per quanto riguarda la prevenzione di tali tristi dinamiche, una cosa certa: l’ozio porta a fare gesti sbagliati, negativi, peggiora il tono dell’umore e crea terreno fertile anche per certe scelte sciagurate. D’altro canto, la somministrazione di psicofarmaci non può rappresentare una soluzione; infatti, pur avendo un effetto ansiolitico, sedativo finiscono per abbattere ancora di più la persona, portandola a stare nel letto tutto il giorno.

Di certo è la scelta più facile e sbrigativa per gestire un detenuto in crisi, ma non è la più giusta, tantomeno nel lungo termine; tutt’al più può essere un coadiuvante per un periodo di tempo limitato.

Anch’io sono passato attraverso una fase di questo tipo durante i primi mesi di carcerazione, quando dovete fare uso di psicofarmaci; rimanevo tranquillo, ma stavo tutto il giorno sdraiato a letto stordito. Così ho interrotto gradualmente l’assunzione di quei farmaci e mi sono trovato un hobby: nella cella in cui scontavo il periodo di isolamento diurno, nel carcere di Velletri, grazie all’insegnamento di un vecchio detenuto ho cominciato a realizzare delle cornici con gli stuzzicadenti. L’attività mi occupava per 6/7 ore al giorno e devo dire che mi ha aiutato molto da tutti i punti di vista; quindi lascio immaginare quanto possa essere di beneficio un lavoro più impegnativo.

Dunque la risposta più efficace alle difficoltà psicologiche in carcere è senza dubbio il lavoro, l’occupazione produttiva del proprio tempo, in una condizione stabile di impegno fisico e mentale che permette di trascorrere proficuamente le giornate, gratificando il detenuto, il quale in tal modo si sente attivo, impegnato e non si perde in pensieri vani e tormentosi: è presente a se stesso e lucido. Poi la sera, naturalmente stanco, dopo aver cenato va a letto e dorme un sonno riposante.

Un sistema di questo tipo rappresenta l’unico valido rimedio per rieducare un detenuto e per tutelare la sua salute mentale.

Se dunque si potesse offrire a ogni detenuto un progetto di lavoro stabile o comunque di impegno quotidiano, la situazione nelle carceri si modificherebbe per il meglio poiché diminuirebbe l’aggressività, ci sarebbero meno casi di autolesionismo o di suicidio e anche i più irrequieti si calmerebbero.

Questi sono gli obiettivi che l’amministrazione penitenziaria dovrebbe perseguire, considerando anche che ogni detenuto ha diritto al reinserimento sociale. Questo naturalmente presuppone anche che il detenuto stesso abbia una ferma volontà di rieducarsi, di migliorare e di cambiare.

Ciò può apparire difficile all’inizio, ma in realtà è un obiettivo alla portata di chiunque voglia iniziare dal proprio reato, dal riconoscimento delle proprie colpe, per proseguire poi su un percorso nuovo, un percorso di cambiamento profondo che porterà ad una nuova vita fuori dal carcere.

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Eurosuicidio

Eurosuicidio

Eurosuicidio

Il libro di Gabriele Guzzi ha il merito, come ha scritto nella prefazione, Lucio Caracciolo, di un’analisi ben documentata che mette in luce come non sia più possibile nascondere dietro il mito dell’Europa, i disastri che la UE ha prodotto (specie in Italia), da quando (nel 1992) si è avviato questo processo.

Guzzi fa capire che se è vero che l’Europa unita è una grande opportunità, è anche vero che le differenze per chi vi abita (se ricco o povero o operaio) possono essere molto diverse in base al tipo di Europa. E’ quindi opportuno discutere a fondo di quale Europa vogliamo, visto che quella fatta (si fa per dire) guidata dai mercati, dal liberismo e dal modello americano non sta dalla parte di chi lavora, non crea prosperità, non conta nel mondo, non mitiga le differenze sociali e favorisce solo una élite.

La causa della crisi della UE, scrive Guzzi, giovane economista e filosofo (nato nel 1993) ma con già molti incarichi, è la Ue stessa, la sua struttura istituzionale, la sua politica monetaria ed economica che lei stessa ha costruito. Evidente nella sua marginalità internazionale e dagli schiaffi che riceve da Trump, è il frutto di 40 anni di asservimento alle politiche liberiste e degli Stati Uniti che hanno sempre impedito alla UE di costruirsi come Stato sovrano, ma solo come un grande mercato unico utile per le imprese americane, ma molto meno per le stesse europee che per crescere devono creare 27 società, una per ciascun paese, con costi aggiuntivi che le manderebbero in fallimento.

L’allargamento ad est del 2004 con l’inclusione di 100 milioni di lavoratori, ha spiazzato gli operai UE e italiani in particolare ed è la principale causa della caduta dei salari. Se l’Italia ha aumentato redditi e salari nei primi 30 anni del secondo dopoguerra di 2,5 volte, dal 1992 sono fermi e la povertà è triplicata. Sono aumentati solo redditi e profitti del 20% della fascia più ricca.

Dopo aver costruito una moneta senza Stato, si pensa di creare un esercito senza Stato, quindi senza democrazia, col rischio che la UE diventi uno Stato guerrafondaio, nel momento in cui Trump capisce che non sono più vantaggiose le guerre aperte (coi soldati sul terreno), ma conviene fare predazioni mirate.

Dal 1945 al 1979 il capitalismo nell’Europa, negli Stati Uniti e in Italia ha vissuto la sua fase migliore dal punto di vista del Lavoro. Inoltre è stato realizzato il “welfare state” che integra il reddito individuale con sanità pubblica, scuola di massa, università gratuita, buone pensioni garantite dallo Stato, case popolari per i ceti più deboli, trasporti e infrastrutture. Gli italiani hanno visto salire il tenore di vita dal 44% di quello degli inglesi al 100% in 30 anni.

Dal 1992 inizia il processo di inclusione nella UE con gli accordi di Maastricht e da allora viene smantellata in Italia l’industria pubblica e il ruolo dello Stato nell’economia, crescono liberalizzazioni e privatizzazioni e si riduce anno dopo anno il welfare, ma non cala il debito pubblico. Lo Stato italiano cede la sovranità alla UE su moneta e politiche economiche. L’esito dopo 40 anni è disastroso. Forse qualcosa è andato storto: una politica economica basata sul vincolo dell’euro, sull’export e la compressone della domanda interna e l’austerity (suggerita dalla Germania a tutta la UE) ci ha annichilito.

L’Italia oggi dopo 40 anni di UE si trova indebolita nei suoi punti di forza: manifattura, grandi imprese e banche sono state sacrificate per garantire la stabilità della moneta euro. L’uscita dello Stato da asset strategici (manifatture e banche), pensando che i privati avrebbero investito meglio e di più, non solo non è avvenuta, ma si sono distrutte grandi imprese e banche pubbliche per fare cassa, diversamente da Germania e Paesi nordici che con imprese, banche e finanza privata più solide hanno potuto lucrare di un più grande mercato unico esteso ad est. Ceti operai e umanità sono scomparse dando priorità ai mercati e profitti.

La Banca Centrale Europea decide le sue politiche (spesso di austerità) senza confrontarsi con un Governo UE che non esiste, ma neppure col parlamento UE, a differenza di ciò che accade negli stessi paesi anglosassoni (UK e USA). La crisi del 2011 dell’Italia fu dovuta proprio alla indisponibilità della BCE ad acquistare titoli del debito pubblico italiano, a dimostrazione che “unità senza solidarietà” è un assurdo per i paesi deboli e l’equilibrio tra Politica e Finanza si è spostato a favore della Finanza.

L’Italia è il paese che ha fatto più “riforme” di tutti per adeguarsi alle politiche UE (più privatizzazioni, più liberalizzazioni, più precarietà del lavoro, più austerità) e ha accumulato dal 1992 al 2020 1.200 miliardi di euro di avanzo primario (entrate-uscite, escludendo le uscite per pagare il debito pubblico). Il che vuol dire che ha fatto politiche di austerità e l’euro però non è riuscito a farci pagare meno interessi di quanto si credeva.
Il risultato di uno Stato minimo, della sua scomparsa da manifatture, banche, della mancata programmazione economica, di una politica pubblica energetica…Cosa ha prodotto? La maggiore sottrazione di risorse a famiglie e imprese di tutti i tempi repubblicani italiani e una svalutazione del lavoro e della democrazia.

Il ceto imprenditoriale, senza Stato, ci ha messo poi del suo e, favorito da globalizzazione e liberismo, è diventato sempre più ricco in un paese sempre più povero.

Il debito pubblico cresciuto dal 57% (su PIL) dal 1987 al 121% del 1994 (gli anni ’80, la Milano da bere) è avvenuto per il divorzio Tesoro-Bankitalia (voluto da Andreatta) che ha fatto salire i tassi di interesse del debito pubblico italiano da livelli negativi al 5-7%, proprio perché Bankitalia non garantiva più gli acquisti dei titoli pubblici dello Stato. Un esito auto inflittoci per allinearci ai parametri UE. L’esplosione del debito italiano non è dunque dovuta, come dice la narrazione mainstream al lassismo della spesa pubblica, ma a una sbagliata politica monetaria, dovuta a regole per entrare nella UE.

Per Guzzi il progetto Europa può solo procedere se si abbandona l’idea di un ulteriore allargamento a paesi eterogenei ai fondatori che ha già pregiudicato il suo assetto democratico, se si riparte costruendo davvero uno Stato UE che non sia anti- europeista come l’attuale, con chi ci sta, che consolidi (almeno in parte) i debiti pubblici nazionali, con eurobond per investimenti UE su difesa, welfare e grandi asset strategici che costringano tutti a coordinarsi. E con regole di aiuto per i deboli. Ma, se si fanno entrare altri 10 paesi deboli, tutto salta in aria.

Poiché i Paesi Nordici e Germania non accetteranno una tale prospettiva, meglio uscire temporaneamente dall’euro, la cui architettura risale a un tempo preistorico (1992) rispetto alla nuova geopolitica. Non significa abbandonare la cooperazione con i fondatori UE (e altri interessati), una sorta di via “inglese”, e lavorare per i nuovi Stati Uniti d’Europa, mentre l’Italia finalmente prospera. Ciò significa rinazionalizzare il nostro debito come ha fatto il Giappone (che paga pochissimi interessi), rilanciare una politica pubblica keynesiana, riappropriarci di una politica estera e di una sovranità sia monetaria che fiscale e poter svalutare all’occorrenza. In politica estera riprendere la tradizione italiana della prima repubblica (il multilateralismo) che, per un paese strategico come l’Italia nel Mediterraneo, è un assist enorme allo nostro sviluppo. Tutte cose che appaiono difficili, ma Guzzi ha il vantaggio di dire o questa via di nuova prosperità o continuare il declino, scegliete voi.

Il Re (UE) è nudo. Trump lo sa per primo e spera che la UE ritorni ai singoli Stati che contano poco (se isolati tra loro) rispetto alla super potenza USA. Ma Guzzi non è certo un fan di Trump. Chi difende questa UE mercantilista sta di fatto con Trump, perché è una UE che non conta nulla, molto meno dei singoli Stati. Si può far finta di non vedere, di non lavorare per una nuova Europa da ricostruire, che dia vera prosperità come fu nei primi 30 anni del dopoguerra per i singoli Stati. E allora basterà aspettare le elezioni europee del 2029, quando i partiti nazionalisti la chiuderanno.
Guzzi chiede che se ne discuta con urgenza i tempi stringono. Come non essere d’accordo, le evidenze di 40 anni sono più che sufficienti.

Il volume:
Gabriele Guzzi Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l”Italia e come possiamo salvarci, prefazione di Lucio Caracciolo, Fazi Editore, 2025, €18,50.

In copertina: l’Italia che affonda, immagine di Articolo 21.org.

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole a capo
Giorgia Deidda: “Esercizi di assenza” e altre poesie

Parole a capo <br> Giorgia Deidda: “Esercizi di assenza” e altre poesie

 

Scriverti è come baciarti. È qualcosa di fisico.
(Simone de Beauvoir, Lettera a Nelson Algren, 1949)

 

Voglio sete. Sempre sete

 

Voglio sete. Sempre sete —
una sete che si rifocilla
a ogni passo desertico,
una sete che non ceda.
Voglio lacrime copiose,
una stasi marmorea,
l’anello turchese che mi hai regalato,
o quando quel giorno, la vite recisa
mi ha regalato chicchi d’uva,
e la notte mi ha fatto da manto.
Nelle chiese spoglie
ho trovato la mia sete,
e come le cerve che anelano
all’acqua, così la sete mia
si è sciolta dai nodi capillari,
dai trambusti, dalle metastasi.
Sono miriadi le stelle,
che come pasta dentifricia
hanno pulito gli alveoli oculari,
facendoli brillare più dell’inchiostro.
E adesso ti stringo, come velatura,
come un fantasma che spesso appare.

 

*

 

Gigli

 

Gigli — la natura mi ha regalato gigli.
E di questa fattura ne riconosco una,
che s’inerpica tra i capelli come pipistrelli
pronti a scappare.
I gigli, vecchie creature di plastica,
ondeggiano tra le serpi
che s’annidano voluttuose tra sterpaglie,
mentre la coccinella squittisce adagia.
Chissà come, il cielo dipinge dall’alto
verso il basso, pennellate con l’apostrofo,
vecchi carmini, rossi pungenti.
È sera — la luce di fuoco va spegnendosi
piano, per lasciare spazio alla notte indigena.
Cricchiano i grilli, tutto giace.
Dorme il daino, e l’upupa.
Dorme la civetta che ogni tanto
apre gli occhi, padrona della luna.
Dormo io, che dormi tu —
mentre la ruota gira lenta,
tra le traverse e le clavicole della terra.

 

*

 

La fame è come una febbre

 

La fame è come una febbre —
tocca limpida e calda la bocca,
le parole di ciliegia stampate
sulle labbra intirizzite.
Sono anni che rincorro
la perdizione — fiumi di vino
che s’incastrano tra le effigie
dei miei capelli, come trame
che non sanno parlare.
Tu sei la colomba che si posa
ogni giorno alla mia finestra —
non parli ma becchi dal mio palmo
tutto ciò che trovi; l’amore mio
per te e la tua libertà.
Se un giorno potessi liberarmi
dalle catene e dalle metastasi
guiderei di guizzo fino alla battigia
il mare. Cavalcherei le sue onde
bulbose e cerulee.
E ti ricorderei come il bianco
asettico delle camicie che indossavi.

 

*

 

Il mio cuore è un colibrì

 

Il mio cuore è un colibrì.
Non sa d’esser nato con la furia nelle ali.
Talmente piccolo, che i fiori del giardino s’in-
chinano per offrirgli il nettare.
È la circoscrizione di Dio —
ognuno vive senza sapere,
e ognuno sa di non sapere.
I gesti meccanici con le mani
d’asfalto. Siamo poeti, tutti.
Non c’è eccezione. Il cielo
piove anche quando è tempo.
E tra le ciglia bagnate corro,
verso la casa cordone, nel grembo.
Non sapevo di essere nata.

 

(Queste poesie sono tratte da “Esercizi di assenza“, Self-Publishing, 2025)

*

 

Tu per me sei

 

Tu per me sei
roccia da cui sgorga l’acqua,
l’immacolata purezza di un bacio,
lo strappo della bocca di ciliegia,
la storia che deve ripetersi —
ché nel primo amore mi sono scelta
olivi e roseti, uno scorrere d’alghe
attraverso le pietre bianche.

Tu per me sei
la luce che illumina il terriccio,
il cielo che fa capolino durante
le stelle che frigolano,
la nostra
un punteruolo diritto,
una cometa che passa.

Tu per me sei
l’unico regalo che potessi farmi,
la luce che da bianca e nera
si trasforma in oblio di colori
ad olio, gli stessi che uso
per dipingerti gli occhi.
E da questo giorno nefasto
io ti prometto d’esser sempre
la Venere che illumina
il tuo cammino.

(inedito)

 

*

 

La morte è stata smascherata

 

La morte è stata smascherata —
una salvezza per chi giace nei cunicoli
muschiati al freddo, imbevuti d’acqua santa,
per chi crede al cielo in distorsione, le stelle
come compagine — cartone disfatto —
dove si gettano gli schiocchi lerci
dei vecchi ammutoliti.
Li vedete —
con i cani cuciti ai passi,
mutilati in volto, come il Cristo rappreso,
coagulato nella sua stessa luce.
La pietra è stata bucata, il sepolcro spostato —
si grida al miracolo, ma i miracolati
erano già altrove:
inermi nella fede,
nel lembo di una veste sfiorata
come corrente —
defibrillare il cuore, credere
e non fuggire.
Si squarcia il nero d’inchiostro —
il cielo soporifero che rantola a Dio,
le maree sotto l’influsso
di una madre cieca.
Sì ma non è luce —
non ancora —
ma una crepa nella carne del tempo,
un margine slabbrato
dove il Figlio si rialza senza peso,
come un pensiero che ha perso il corpo.
Le donne tremano —
portano aromi come colpe,
mani che odorano di fine —
e trovano il vuoto:
un grembo rovesciato,
un bianco che non consola.
«Non è qui» —
ma il qui resta,
incollato alle ossa del mondo.
Padre —
se davvero lo hai richiamato,
perché lasciare le bende
come una muta abbandonata?
Perché questo silenzio
che pulsa più della carne?
La resurrezione non è un canto —
è una fenditura,
un urto secco nel costato del reale.
E noi —
inermi, con la bocca piena di polvere e preghiera —
continuiamo a chiamarla salvezza,
mentre la morte, smascherata,
ci guarda
con il volto che ci somiglia.

(inedita)

 

*

Foto di Peter H da Pixabay

 

Giorgia Deidda (1994) proviene da Orta Nova, un paesino in provincia di Foggia. Ha studiato Lingue all’università di Bari, e ha vissuto lì per circa 3 anni in un collegio. Ha vissuto anche a Bitonto, una bellissima città alle falde delle Murge con una cattedrale romanica spettacolare in provincia di Bari, dove ha prodotto due romanzi. Si definisce una scrittrice biografico- confessionale e ha come luci ispiratrici Sylvia PlathAmelia RosselliAnne Sexton. Del suo fare poesia dice “Descrivo con minuzia il dolore, la passione, la melanconia. Le poesie gotiche hanno anche in parte influenzato la mia scrittura“.
Pratica Slam Poetry da alcuni anni; la Slam Poetry è una gara tra poeti che recitano i loro versi a memoria rivolgendosi al pubblico che decreterà il vincitore.
E’ apparsa su vari giornali quali “L’Attacco”,  “Il Quotidiano di Bari”, “Vento Adriatico – Circolo Letterario”. Dipinge, canta e suona il pianoforte da diversi anni. L’espressionismo viennese è una sua fonte d’ispirazione, in particolare Munch e Schiele. Adora l’arte in generale, in tutte le sue forme. Sillabario senza condono (PlaceBook Publishing, 2020), opera d’esordio dedicata alla memoria del poeta Gabriele Galloni; La fenice sul filo di spago (PlaceBook Publishing, 2021), romanzo; Oltre la fermata; tra sogno e realtà (PlaceBook Publishing, 2022), opera collettiva curata dall’autrice; Una pancia piena di sassi (PlaceBook Publishing, 2022); La musa (PlaceBook Publishing, 2022), romanzo che affronta il rapporto tra ispirazione, eros e identità femminile; Se la fatalità fosse un oggetto (PlaceBook Publishing, 2023), poesie; Lo specchio alle spalle (Edizioni Ensemble, 2024); “Esercizi di assenza” (Self-Publishing 2025). In “Parole a Capo” sono state pubblicate alcune poesie inedite il 21 dicembre 2023.

 

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

Su autorizzazione di Antonio Spagnuolo, poeta di chiara fama e rara bravura, pubblichiamo questa poesia che si dipana tra attualità, memoria personale e storica e richiami d’infinito.

“Tregua”
Datemi cinque minuti per sgombrare la mente
dagli elefanti di Annibale, dalle Idi di Marzo,
dai pensieri di Schopenhauer, dai gas della Shoah, dalle tragedie del Golfo,
per tuffarmi nell’Intelligenza Artificiale, che potrebbe dirmi
perché non riesco a colloquiare con i defunti.
Eppure le mie onde elettromagnetiche sento che evaporano
e con i ricordi giungono sino alla tua tomba.
Turbinando addensano le ipotesi eternamente in perdita,
gocce d’alambicco a sangue freddo nell’ordinata ossessione
di comete.
Forse si nasconde un pulsante ancora ignoto ai miei polsi,
una raffica incredibile e sospetta a dissaldare memorie
in ambigue cifre, in sussulti che rincorrono illusioni.
Rimango un paroliere a perdifiato nel lampeggio
degli attimi di tregua.
(ANTONIO SPAGNUOLO)

Per avere informazioni più ampie sulla bibliografia di Antonio Spagnuolo si rimanda al numero di “Parole a Capo” del 12 marzo 2026.

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 335° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Elezioni 2027: cosa serve per vincere la destra

Elezioni 2027: cosa serve per vincere la destra

Manca ormai un anno alla scadenza elettorale nazionale e la stella del governo Meloni e della destra sta imboccando una prospettiva calante.
La sconfitta al referendum contro i giudici,
che ha trovato un’importante conferma con la straordinaria partecipazione alle manifestazioni del 25 aprile, e la stretta derivante dalla guerra e dalla crisi energetica mondiale ne sono i segnali più significativi.
La prima ha fatto emergere che il suo consenso nel Paese non esiste più, con il corollario inevitabile – quello che che segue alle sconfitte – di una divaricazione tra le forze politiche che la sostengono, mentre la seconda evidenzia la condizione per cui non ci sono margini per una politica economica e sociale in grado di dare impulso alla propria iniziativa. Anzi, su questo secondo punto, il combinato disposto di accrescere la spesa militare, sulla base delle intese raggiunte in sede Nato, e di sottostare al Patto di stabilità europeo, per cui nel prossimo anno bisognerà tagliare la spesa pubblica primaria di almeno 3,2 miliardi di € prefigurano un vicolo cieco dal quale il governo difficilmente riuscirà a districarsi.

Per quanto riguarda la spesa per la difesa, dopo la figuraccia di non aver centrato per poche centinaia di milioni l’obiettivo di stare entro il 3% del rapporto deficit/PIL, sarà molto più complicato destinare ad essa risorse aggiuntive e, contemporaneamente, il vincolo della spesa primaria porterà inevitabilmente a tagli dello Stato sociale.

Era già chiaro sin dall’inizio, ma ora, con la guerra mondiale a pezzi e la crisi energetica che ne deriva, con una crescita economica in diminuzione e l’inflazione che aumenta, è assolutamente fuori di discussione che aumento della spesa militare e tenuta della spesa sociale possano stare insieme, e che assecondare Trump, ma anche l’Unione Europea, sia pure in prospettive differenti, e non peggiorare le condizioni di vita e reddito delle persone diventano obiettivi inconciliabili.

Tuttavia, in questo scenario, non si può pensare che la strada per l’opposizione politica per pensare alla vittoria elettorale nel 2027 sia spianata. Ci sono diversi errori da evitare, che mi pare non siano ben presenti all’interno del cosiddetto “campo largo”.
Oltre ad evitare quelli più semplici – il fatto di presentarsi divisi, come successe con la sciagurata scelta di Draghi e Letta nel 2022 o di limitarsi ad aspettare lungo la riva del fiume che passi il cadavere della Meloni-,  soprattutto due questioni dovrebbero costituire altrettanti punti di riferimento per sconfiggere la destra.

Il primo è che la vittoria referendaria non si tramuta automaticamente in consenso elettorale.
Non solo per la diversità dello strumento di pronunciamento, ma soprattutto se si guarda ai fattori che hanno portato alla grande affermazione nel referendum contro i giudici. Ormai, analizzando quel voto, tutti sono concordi nel dire che la differenza tra il No e il Sì è stata dovuta principalmente al voto giovanile, al recupero del No nella fascia dell’astensionismo e, invece, in specifico nel Mezzogiorno, ad una minore partecipazione al voto degli elettori della destra.
Tutti elementi che non è per nulla detto che si ripropongano nella futura competizione elettorale. Se guardiamo nel sostegno al No in particolare al voto dei giovani e degli astensionisti “cronici”, è evidente che lì ha giocato, da una parte, un risveglio sociale che è stato messo in moto dalla fase autunnale delle grandi mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese e contro le pulsioni di guerra di Trump e Netanyahu, e, dall’altra, la consapevolezza che entravano in gioco elementi fondamentali della tenuta democratica e della salvaguardia della Costituzione. Temi che, peraltro, sono stati veicolati nella campagna referendaria ben più dalla vasta galassia di movimenti e Associazioni che si sono mobilitati in proposito piuttosto che dalle forze politiche di centrosinistra.

Nello stesso tempo, a me sembra lampante – e questo è il secondo punto di fondo- che queste motivazioni alludono alla necessità di mettere in campo un’opzione di trasformazione sociale e politica ben più forte e radicale da quanto sinora avanzata dall’insieme del campo della rappresentanza politica del Centrosinistra.

Questi punti dovrebbero essere assodati, ma bisogna ripartire da lì e tenerli ben fermi, perché possono aiutare nel rifuggire dagli altri due errori fondamentali da cui il Centrosinistra è tutt’altro che immune.
Il primo è considerare che il tema della leadership sia quello decisivo da affrontare,
con lo strumento delle primarie. In molti l’hanno già spiegato, argomentando giustamente che il programma viene prima della guida personale, ma le pulsioni autolesionistiche che albergano nel campo del centrosinistra sono tutt’altro che sopite.

Accanto a ciò, però, è necessario far seguire un programma di governo che non può che avere, o perlomeno iniziare a tratteggiare, come sta facendo Sanchez in Spagna, un’impronta alternativa non solo alla destra politica, ma anche al modello di tecnocapitalismo neofeudale, nazionalista e guerrafondaio che sta dominando l’Occidente, sia pure in forme diverse, dopo la fine della globalizzazione neoliberista.

Si badi bene: la scelta di un programma di trasformazione radicale non sta solo nel fatto, pur essenziale, di raccordarsi con le soggettività importanti che sono state protagoniste delle mobilitazioni di questi ultimi mesi, ma anche nell’aver presente che la profondità delle crisi che attraversano il mondo rendono proprio ineludibile quest’approccio. Del resto, non è difficile individuare i nodi e le proposte di fondo su cui esso dovrebbe incardinarsi: basta parlare con un “elettore medio di sinistra” per rendersi conto che si è sedimentato un sapere e un sentimento diffuso rispetto a cosa vuol dire lavorare per una politica di sinistra.

Prima di tutto la pace, che, lungi dall’essere puramente un’aspirazione ideale, significa mettere da parte gli 800 miliardi di € previsti dalla UE per il riarmo e rilancio della diplomazia, cosa cui l’ UE ha clamorosamente abdicato;
poi, un’idea di diverso modello produttivo e sociale, fondato sulla redistribuzione del reddito con una politica fiscale che introduca una seria imposizione patrimoniale, ripristini la progressività, assieme alla lotta reale all’evasione;
sulla tutela del lavoro, superando quello povero e precario, e la crescita dell’occupazione;
sulla conversione produttiva finalizzata alla sostituzione totale delle energie fossili con quelle rinnovabili,
con un’impostazione che riesca a mettere insieme nuova politica industriale, sua pianificazione e partecipazione dei lavoratori e dei cittadini. Ancora, si tratta di costruire una proposta forte per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, strettamente collegata ad un progetto importante di integrazione e riconoscimento della cittadinanza, ribaltando la tossica narrazione della destra in proposito; di dar vita ad un rilancio e ad una riqualificazione dello Stato sociale, dalla sanità all’istruzione, e di pubblicizzazione dei beni comuni, invertendo la tendenza più che ventennale che li ha sostanzialmente consegnati al mercato;
infine, di collegare a tutto ciò una nuova fase di espansione della democrazia, fondata sulla possibilità reale dei cittadini di intervenire in modo strutturato nei processi decisionali della politica rappresentativa.

Il secondo errore di fondo da cui guardarsi è quello di pensare che un programma di questa natura possa naturalmente discendere per linee interne dai partiti di centrosinistra e da una logica di pura mediazione tra di loro. Bisognerebbe, intanto, che di questo fossero consapevoli prima di tutto i suddetti soggetti, lasciando da parte non solo le primarie per la leadership, almeno come passo iniziale, ma anche percorsi pseudo partecipativi ( vedi l’iniziativa Nova lanciata dal M5S), che sembrano più ispirati da una logica concorrenziale tra gli stessi partiti di centrosinistra che da una reale volontà di coinvolgimento del “popolo di sinistra”.

Occorrerebbe, invece, aprire una grande fase di ascolto e intervento decisionale da parte dello stesso, individuando le 4-5 grandi questioni su cui produrre attivazione, proposta e protagonismo sociale. Ci si può legittimamente interrogare se questa sia una prospettiva realistica, ma, in assenza di ciò, diventa difficile pensare che le forze e le energie che si sono rimesse in moto in questi mesi possano inerzialmente costituire la base per costruire una reale alternativa di governo e di sistema nei confronti della destra. In ogni caso, è da lì che non si può che ripartire, e diventerà essenziale trovare il modo di farlo.

In copertina: foto di mobilitazionesociale.it

Per leggere gli articoli di Corrado Oddi su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Sopra Una cosa spirituale di Vasco Brondi

Sopra Una cosa spirituale di Vasco Brondi

Sopra Una cosa spirituale di Vasco Brondi

Atlante visionario o labirinto di rimandi? Una lettura critica e narrativa

C’è un entusiasmo diffuso, quasi unanime, sull’ultimo libro di Vasco Brondi Una cosa spirituale (Einaudi, Vele 269, 2026). Il “viaggio tra terreno e ultraterreno” del noto cantautore e scrittore italiano ha ricevuto nelle prime settimane dalla sua uscita un’accoglienza più che lusinghiera.

La critica ha riconosciuto a Vasco Brondi una qualità rara: la capacità di trasformare la propria inquietudine in un dispositivo narrativo, di far dialogare mondi lontanissimi – spiritualità orientale, cultura pop, misticismo, cinema, poesia – in un’unica, grande costellazione.

Eppure, proprio questa costellazione (principalmente di citazioni) potrebbe creare qualche difficoltà a tante lettrici e lettori, rivelandosi… troppo luminosa, quasi accecante e confondente.

Le recensioni più autorevoli convergono su alcuni punti chiave.

C’è chi parla di un libro “compatto ma densissimo”, costruito come una rete di rimandi che attraversa Lorca, Lynch, Kerouac, Gandhi, Nick Cave, Fellini, Simone Weil, il Dalai Lama ( https://www.illibraio.it/news/saggistica/una-cosa-spirituale-vasco-brondi-1494748/).

Rolling Stone Italia sottolinea la natura “mosaicale” del testo: un viaggio che unisce sufi, monaci tibetani, CCCP, cartomanti, Byung-Chul Han, Marina Abramović (https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/vasco-brondi-la-lotta-di-classe-si-e-trasformata-in-lotta-interiore/1026512/)

La Nuova Ferrara (https://www.lanuovaferrara.it/tempo-libero/2026/04/18/news/ferrara-vasco-brondi-racconta-il-suo-nuovo-libro-una-cosa-spirituale-1.100858480) ha insistito sulla verticalità del percorso: un tentativo di attraversare il visibile per arrivare all’essenziale.

In sintesi, la critica ha accolto il libro come un’opera visionaria, generosa, traboccante, un testo che tenta di dire l’indicibile attraverso una pluralità di voci.

Ma proprio questa pluralità è anche il suo punto più fragile.

Una cosa spirituale è un libro che non procede per sottrazione, ma per accumulo. Brondi convoca maestri, filosofi, santi, performer, poeti, registi, mistici, amici, viaggiatori, cartomanti, musicisti. Ogni pagina è un crocevia. Ogni frase è un rimando.

Il risultato è un testo che sembra voler dire: la spiritualità è ovunque, basta saperla riconoscere.

Eppure, in questa proliferazione di voci, si insinua un rischio: la spiritualità evocata non sempre si fa esperienza, ma resta spesso concetto, citazione, eco.

È qui che la seguente riflessione di una figura poliedrica come il poeta, saggista e calligrafo francese di origine asiatica François Cheng (Cinque meditazioni sulla bellezza, Boringhieri, 2007) diventa una immagine precisa e quasi profetica: possiamo descrivere e parlare di una “rosa” all’infinito senza riuscire a farne sentire il profumo.

Come più volte mette in guardia il Prof. Cheng nel suo testo, bisognerebbe riconoscere l’impossibilità di arrivare alla bellezza della rosa (alla cosa) attraverso la somma delle sue definizioni, come se la rosa – e il suo profumo – potesse essere colta enumerando tutte le rose della storia.

E…dove si nasconde il profumo di Brondi? Come sentirlo senza inciampare nella sua impresa bulimica?

Una delle questioni più affascinanti – e più insidiose – del libro è proprio questa: la voce di Brondi è continuamente fagocitata da altre e tantissime voci.

È un autore che parla con gli altri, attraverso gli altri, accanto agli altri.

Per rintracciare un suo pensiero autentico, possiamo, è vero, ascoltare la sua musica, le sue canzoni ma nel libro sono veramente pochi quei momenti in cui la maschera delle citazioni cade; davvero pochi sono quei momenti in cui si racconta un viaggio o si descrive un incontro reale; e timidi e brevi sono questi pochi momenti in cui si parla della paura, della fragilità, della necessità di “stare al mondo” nonostante tutto.

Ed è lì che possiamo “citare” Brondi senza inciampare nella citazione della citazione. È lì che la sua voce non è un’eco, ma un respiro. Il resto del libro è un coro, a tratti affascinante, ma il più delle volte stordente.

Quando Brondi parla in prima persona, senza appoggiarsi a nessuno, allora sì: si sente finalmente il profumo della rosa, non solo la sua accorta genealogia.

La densità delle citazioni – spesso bellissime, pertinenti, luminose – finisce talvolta per creare un effetto di saturazione. Si ha l’impressione che il libro voglia continuamente spiegare una  ”certa idea” di spiritualità (la creatività?).

È per così dire una spiritualità “per accumulo” di conoscenze ed esperienze, non per epifania. Una spiritualità che si costruisce come un archivio, non come un gesto: ed è proprio nell’accumulo, individuato proprio dall’autore come un male dei nostri tempi, in cui Brondi incorre:  «Piano piano ho cominciato a capire che la ricerca non doveva essere quella dell’espansione… orizzontale…” tesa ad “… aumentare sempre di più i numeri… ».
È proprio così: l’espansione orizzontale, pagina dopo pagina delle citazioni finisce per compromettere l’ espansione verticale del libro.

E tuttavia, sarebbe ingeneroso non riconoscere a Brondi il coraggio del tentativo.

Parlare di spiritualità in un tempo ipermaterialista – un tempo in cui il linguaggio stesso è diventato strumento di calcolo, di utilità, di giustificazione e di…accumulo – è un gesto quasi impossibile, soprattutto quando il gesto spirituale per eccellenza – come l’autore sa bene – è il …silenzio.

Usare le parole, tante parole, per dire …una cosa spiritualeciò che per sua natura sfugge alla parola- è un rischio enorme.

Brondi lo corre. A volte inciampa, a volte si perde, a volte si affida troppo ai maestri che ama, ma il suo tentativo resta sincero: provare a spostare il discorso da un “pensiero calcolante” (e, dunque, da un linguaggio strumentale) a un “pensiero contemplativo” (e, dunque, al silenzio o al famoso gesto di Gutei!).

In un’epoca che celebra l’efficienza, Brondi prova – forse ingenuamente, forse generosamente – a celebrare l’abbandono (anche di sé).

E questo, seppur confuso tra tante citazioni e tantissime parole, è un… gesto che merita attenzione e rispetto: la vera COSA spirituale.

Il profumo della rosa.

In copertina: Vasco Brondi al Trento Festival – foto  ufficio stampa provincia di Trento

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Il mare nascosto di Luca Calvetta: “Nelle parole abitiamo”

Il mare nascosto di Luca Calvetta: “Nelle parole abitiamo”

Alcune settimane fa, su suggerimento prezioso di Letizia Zanini, ho assistito alla presentazione del film “Il mare nascosto” di Luca Calvetta, che Letizia conosce.

Un film suggestivo, dalla fotografia intensa e dalle musiche potenti, che non racconta una storia nel senso consueto, ma la espone.
Un lavoro che interroga la costruzione dell’identità e che, per certi tratti, richiama il movimento stesso di un percorso psicoanalitico.

Il film “Il mare nascosto” non si lascia trattare come un racconto.
Non segue, non conduce, non accompagna. Piuttosto espone.

Fin dall’inizio, le immagini — ferme, quasi trattenute — sembrano sottrarsi al tempo più che abitarlo.
La voce narrante non spiega, non guida: insiste. A volte precede le scene, altre le rincorre, come se parola e immagine non riuscissero mai a coincidere davvero.

Il film prende la forma di un lungo monologo, ma ciò che mette in gioco è una frattura:
chi parla non è mai del tutto chi vive.

“Nelle parole abitiamo”, dice.
Ma è un abitare instabile: si resta anche dentro parole che non sono più proprie, già dette, già passate per altri.

Quando afferma “restituisco ai senza voce parole che non hanno mai avuto”, il film tocca un punto delicato. Perché dare parola è sempre un gesto doppio: può aprire uno spazio, ma anche occupare quello dell’altro.

Non a caso subito si corregge:
“Non voglio raccontare la tua storia per sottrartela di nuovo.”

È questa tensione — tra dire e sottrarre, tra offrire e invadere — che attraversa tutto il film.

Il mare non si vede quasi mai.
Eppure è ovunque.

Non è un paesaggio, è una forza. Qualcosa che muove senza farsi afferrare.
Come se quel “mare nascosto” alludesse a ciò che, nel soggetto, resta opaco, non disponibile, mai del tutto dicibile.

Non un segreto da svelare, ma qualcosa che insiste e che questo movimento continuo tenta, senza mai riuscirci del tutto, di sfiorare.

“La mia lingua è il vero viaggio.”

Non c’è origine da recuperare, né approdo da raggiungere.
Solo un movimento che non si lascia chiudere.

Per questo l’esilio non è una condizione eccezionale, ma ordinaria: “esilio che si rinnova ad ogni passo.”

Non si parte una volta sola. Si è sempre già in partenza.

Il palco diventa allora il luogo decisivo.
Non scena, ma deposito.

“Finisce per depositarsi tutto qui: corpi, speranze e detriti.”

Ciò che resta non è una storia compiuta, ma una stratificazione.
Frammenti che qualcuno prova a raccogliere, a ricomporre, senza mai riuscire a restituire un’unità.

È qui che il film sfiora qualcosa che riguarda anche l’esperienza analitica: non come spiegazione, ma come struttura.

Un lavoro fatto di ritorni, di scarti, di parole che non coincidono mai del tutto con ciò che vorrebbero dire.
Un movimento che non procede in linea retta e che non mira a ricomporre un intero, ma a permettere che qualcosa — anche minimo — si sposti.

Non una verità da trovare, ma un dire che cambia posizione.

Il film ritorna più volte su una formula:
“E se questa fosse una favola… ma forse non lo è… o forse sì.”

Non è indecisione.
È un modo per non chiudere.

Perché trasformare in favola è già una difesa: dare forma a ciò che altrimenti resterebbe informe.
Ma il film non si fida fino in fondo di questa forma, e continua a incrinarla.

C’è un punto in cui tutto si concentra:
“Per rovesciare il tempo devi dare un nome alle ferite, ma tu le respingi.”

Qui il film smette di evocare e tocca qualcosa di preciso.
Non basta attraversare, né raccontare.

C’è un resto che insiste, che non entra nella lingua, che sfugge alla nominazione.

E tuttavia è proprio lì che qualcosa può aprirsi: “Ovunque qualcosa si interrompe, qualcosa può nascere ancora.”

Il finale non chiude, non consola.
“Se racconterai di me, ricorda il mio futuro.”

Non si tratta di salvare il passato, ma di non imprigionare il soggetto in ciò che è già stato.
Di lasciargli una possibilità che non è ancora scritta.

Il mare nascosto non chiede di essere capito.
Chiede di essere attraversato.

E in questo attraversamento tocca qualcosa che non riguarda solo il cinema: quel movimento senza garanzia in cui si parla senza sapere fino in fondo cosa si dirà,
e proprio per questo qualcosa può accadere.

Non una storia da seguire, dunque.
Ma una posizione da sostenere.

Perché ciò che resta non è il senso.
È lo scarto.

E a volte è solo lì che un soggetto può cominciare.

Cover: un dettaglio della locandina del film “Il mare nascosto” di Luca Calvetta.
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice

ALLEVAMENTI INTENSIVI: RISCHI PER LA SALUTE E L’AMBIENTE
Incontro Pubblico 29 aprile, ore 18,00

ALLEVAMENTI INTENSIVI: RISCHI PER LA SALUTE E L’AMBIENTE

 Incontro pubblico a Ferrara

mercoledì 29 aprile 2026, ore 18 – 20.
Sala macchine, 
Factory Grisù, via Poledrelli 21.

 

Il Forum Ferrara Partecipata organizza questo incontro per affrontare il tema degli allevamenti intensivi, un sistema produttivo che solleva interrogativi sempre più urgenti sul piano etico, sanitario e ambientale. Sono invitati cittadini e amministratori locali. 

Intervengono:
Eva Rigonat,
veterinaria ISDE,
Simona Savini,
campaigner Greenpeace Italia,
Angela Soriani, veterinaria Forum Ferrara Partecipata,
Andrea Bregoli, agronomo Comitato Vivere Meglio

Introduce  Francesca Cigala Fulgosi  Forum Ferrara Partecipata

Il modello degli allevamenti intensivi rappresenta oggi uno dei nodi più critici nel rapporto tra esseri umani, animali e ambiente, come evidenziato anche a livello locale dal recente caso dell’allevamento Cascone di Bondeno.

Da tempo la comunità scientifica ne denuncia gli effetti alteranti e nocivi e ne segnala  le principali criticità:

  • grandi quantità di emissioni in atmosfera, in particolare ammoniaca e metano, sostanze a lungo persistenti e con maggiore capacità climalterante rispetto ai gas serra generati dalla combustione di fonti fossili;
  • elevato consumo d’acqua dovuto alle esigenze idriche degli animali e alle pulizie degli impianti;
  • consumo di terreno e deforestazione legata alla necessità di disporre di grandi spazi per infrastrutture e viabilità;
  • riduzione della biodiversità sia a causa dell’inquinamento di habitat ed ecosistemi, sia per sottrazione di suolo da destinare a monocolture foraggere; – effetti negativi su pesca e acquacoltura, causati dall’inquinamento delle falde sopra le quali insistono gli allevamenti;
  • sviluppo di resistenze antimicrobiche: le tecniche industriali utilizzate in questi impianti confliggono con le caratteristiche etologiche degli animali allevati e costringono le aziende, per evitare perdite e contenere le patologie derivanti, ad un uso protratto di farmaci e altri principi attivi che inevitabilmente passano nei reflui. – rischio di zoonosi: l’alta concentrazione di animali in un luoghi ristretti, la vicinanza a specie diverse sia domestiche che selvatiche, aumenta il rischio del salto di specie per agenti patogeni di diverse malattie, con possibile trasmissione agli esseri umani (spillover).

A questo elenco di criticità relative ad ambiente e salute vanno inoltre aggiunti i costi che sostiene la collettività per il controllo delle malattie infettive trasmissibili che sempre più di frequente si manifestano in questi allevamenti. Le società proprietarie ricevono indennizzi statali e regionali finalizzati a compensare il valore degli animali abbattuti e, in certi casi, anche di parte del mancato reddito, attingendo al Fondo sanitario nazionale e ai fondi regionali.

A fronte della illusoria promessa avanzata alle comunità locali di portare slancio economico a un territorio, si assiste invece all’ impoverimento progressivo delle piccole, medie realtà produttive e all’inquinamento delle aree occupate, con ricadute economiche che non paiono rilevanti.

In ultimo, non pare scontato evidenziare le ragioni etiche che dovrebbero essere considerate nella disamina dei problemi legati agli allevamenti intensivi a fronte di uno sfruttamento ingiustificabile degli animali allevati, costretti, anche nelle condizioni considerate per legge “accettabili”, a vivere invece in uno stato lontanissimo dal rispetto delle loro caratteristiche e necessità.

Analogamente va considerata la tutela degli addetti, particolarmente esposti a condizioni di lavoro usuranti e ad elevato rischio sanitario.

In conclusione, risulta improcrastinabile iniziare a porre un freno alla produzione di proteine animali mediante insediamenti di tipo intensivo e, nel contempo, viste le indicazioni della comunità scientifica, ridurne progressivamente il consumo . Occorre individuare percorsi normativi che favoriscano la dismissione dei grandi allevamenti e promuovano invece i piccoli insediamenti in grado di  attuare pratiche rispettose delle esigenze degli animali, escludendo del tutto i territori più sensibili da un punto di vista ambientale.

FORUM FERRARA PARTECIPATA

In Copertina: ALLEVAMENTI INTENSIVI DI PoLLI- immagine perUnaltracittà.org

Ionel Cirpaci: Non mi sono mai arreso

Ionel Cirpaci: Non mi sono mai arreso

MEET THE VENDORS: Ionel Cirpaci
Non mi sono mai arreso

La vita non è sempre facile e nei momenti più complicati cerco forza nella mia famiglia. Mi ricordo sempre che sto facendo tutto questo per offrire una vita migliore a mia moglie e ai miei figli. Per questo non smetto mai di lottare.

Mi chiamo Ionel e da oltre 14 anni vivo in Alto Adige, ma la mia storia inizia in Romania. Quando ero giovane nel mio Paese non c’erano molti sbocchi, così ho deciso di trasferirmi in Spagna, sperando di trovare opportunità. All’inizio le cose si erano messe bene, ma nel 2008 la crisi finanziaria ha cambiato tutto. Il lavoro scarseggiava, mentre i problemi economici aumentavano. Così sono tornato in Romania, dove però la situazione non era certo migliore. Visto che non c’erano sbocchi, dopo qualche mese sono ripartito: destinazione Italia.

Ionel Cirpaci nella sede di Zebra

Sono arrivato a Bolzano nel 2011 e, anche qui, i primi anni sono stati particolarmente difficili. Non avevo un posto dove stare e, per cinque anni, ho vissuto per strada, dormendo sotto un ponte. Non avevo nulla, ma non mi sono mai arreso. Ogni giorno cercavo una via d’uscita, un modo per cambiare la mia situazione. Tutto è cambiato quando ho incontrato Sonja Cimadom, che aveva dato il via al giornale di strada zebra. Ho aderito con entusiasmo al progetto, iniziando a vendere la rivista. Dopo qualche tempo ho conosciuto una famiglia che mi ha messo a disposizione un alloggio a Merano, dove vivo ancora oggi. Anche se la situazione qui è sensibilmente migliorata, il mio pensiero è sempre rivolto alla mia famiglia in Romania. I miei figli vivono lì, assieme a mia moglie, che è malata di cancro e ha bisogno di un supporto sanitario costante per affrontare la malattia. Mi mancano tantissimo. Non potendo essere con loro, la preoccupazione mi divora. Ogni minuto libero della mia giornata lo trascorro al telefono con loro.

Nel frattempo, la mia vita qui è cambiata. Vendendo il giornale di strada riesco a coprire anche buona parte delle spese mediche di mia moglie. Ho venduto giornali in quasi tutto l’Alto Adige. Attualmente mi potete trovare all’ospedale di Brunico e, in strada, a Bressanone e a Merano. Incontro sempre nuove persone, le saluto e parlo con loro, anche se non comprano il giornale. In questi anni mi sembra quasi di aver creato una piccola comunità intorno a me. Grazie a questi incontri mi sento meno solo. Il contatto con i*le clienti di zebra. mi dà la forza di guardare avanti con più ottimismo, di credere che le cose si aggiusteranno e che un giorno, spero non troppo lontano, la mia famiglia e io potremo finalmente vivere sereni in Alto Adige. Finalmente insieme.

Testo e Foto: Ylvie Dejori & Anna Burger

Cover: Ionel Cirpaci mostra il giornale di strada Zebra. 

Per conoscere il giornale di strada Zebra e tutte le iniziative di OEW-Organizzazione per Un mondo solidale di Bressanone, consulta il sito: https://oew.org/it/zebra/

 

Maura Franchi e il nostro ‘68

Maura Franchi e il nostro ‘68

Maura Franchi e il nostro ‘68

Maura l’ho conosciuta alla FLM di Ferrara, la Federazione Lavoratori Metalmeccanici che, sulla spinta del movimento prima studentesco e poi operaio, decise di diventare un sindacato unitario, abbandonando le precedenti Fiom, Fim, Uilm. Allora i sindacati attraevano anche giovani laureati disposti a questo lavoro meno pagato e idealisti. Lei, laureata in sociologia, era in Fiom, io, laureato in scienze economiche a Bologna, ero in Fim. Gli altri 6 operatori FLM di Ferrara erano tutti operai o ex operai, un’unica squadra con sfumature diverse (la squadra non è un gruppo).

Il nostro lavoro era organizzare le trattative aziendali e, nel caso, gli scioperi, studi sull’organizzazione del lavoro nelle grandi fabbriche (Berco, VM,…), formazione dei delegati e servizi (controllo delle buste paga, etc.). Maura ed io eravamo più esperti nei servizi (buste paga,…), studi aziendali, formazione. Ricordo che con il padrone della Reynolds Wheels feci la trattativa in inglese, spiazzando i compagni della Fiom che nulla capivano.

Maura era la più giovane (da Massa Carrara) ultima arrivata dei 4 operatori della Fiom e sperava di diventare la prima segretaria donna, ma non sapeva che allora, anche nella progressista Cgil, una donna non avrebbe mai potuto fare il n.1 in un ambiente così maschile.

Quando lo scoprì, dopo 7 anni, andò in crisi (e pianse non poco), così decise di andarsene in Regione dove le avevo consigliato di andare visti i suoi interessi di studio, diventando poi responsabile dell’Agenzia sul Mercato del Lavoro. Infine andò all’università di Parma.

Ero entrato nella Fim-Cisl perché allora si entrava in Cgil solo se iscritti al PCI o al PSI e siccome ero de Il Manifesto (Rossanda, Pintor, Magri,…) l’unico sindacato che poteva prendermi era la Cisl, che aveva al suo interno una componente di extraparlamentari di sinistra (altri tempi).

Con Maura andavo d’accordo perchè eravamo entrambi su posizioni simili ed eterodosse (condannammo l’invasione di Praga dell’Urss) e non eravamo d’accordo nel presidiare la sede FLM di notte per paura di un colpo di Stato (fatiche terribili). Avevamo un interesse profondo per il cristianesimo, tant’è che lei invitò, con mia grande soddisfazione, Giulio Girardi, per un corso ai delegati, con qualche mugugno degli altri. Girardi era un noto teologo promotore del movimento Cristiani per il Socialismo, ex sacerdote salesiano, chiamato al Concilio Vaticano II come esperto del marxismo e delle problematiche dell’ateismo contemporaneo. Era stato espulso dall’Università Salesiana di Roma e da altri atenei cattolici, dalla congregazione salesiana e sospeso a divinis, per le sue idee. Nel 1969 non si accettava una stretta collaborazione tra marxisti e cristiani. Pubblicò con La Cittadella ”Marxismo e cristianesimo” e stava sorgendo in Brasile la teologia della liberazione dei Boff.

Maura si sposò con Fiorenzo Baratelli, segretario della Figc (i giovani del PCI), ed ebbe una figlia (Chiara).

La prima volta che incontrai Fiorenzo fu nel 1968 al palazzetto dello sport di Ferrara. Stracolmo di studenti delle superiori in sciopero, tutti gridavamo “ognuno rappresenta se stesso“. Avevamo 18 anni e ricordo che Fiorenzo mi guardava come dire “ma non è un po’ generico?”. Aveva una formazione PCI, un po’ più solida di noi sessantottini, ma forse meno aperta a quel gigantesco movimento che allora era guidato da noi extraparlamentari. Ma alla fine si mise a gridarli anche lui gli slogan, non so se per farci piacere o per convinzione.

Il ’68 fu un’esperienza travolgente, di intense relazioni, quelle che mancano a molti giovani oggi, anche se il 18 aprile è ripartita la flotilla da Venezia (nessuno ne parla) e vedo di nuovo tra i giovani molti aspetti che mi ricordano il ’68. Cavolate ne abbiamo fatte ma, nel nostro piccolo, aiutammo a creare quei delegati di fabbrica (che sostituirono le Commissioni interne) e fecero (da allora) più forti i sindacati sui luoghi di lavoro. Maura scrisse proprio sui consigli di fabbrica un libro con Vittorio Rieser.

Per molti giovani sindacalisti quel lavoro rappresentava il sogno di poter cambiare in meglio la società. Da studenti avevamo messo sotto pressione i sindacati che avevano ancora le Commissioni Interne che non erano una forma democratica di rappresentanza dei lavoratori. Molte furono le conquiste, fu eliminato il cottimo, ridotti i ritmi di lavoro, i salari accresciuti, le forme di lotta decise in assemblea. Processi influenzati dalle lotte studentesche, in quanto, a differenza dalla Francia, il sindacato italiano, non chiuse la porta in faccia agli studenti e ne accolse lo stimolo per farne, dopo la vittoria contrattuale del 1969, il famoso «autunno caldo», la base stessa del sindacato in fabbrica.

I delegati e i Consigli di Fabbrica che si formarono, vennero infatti ufficialmente riconosciuti. Alla fine del 1970 i CdF in Italia erano 1.374 con 22.609 delegati: nel 1971, 2.566 con 30.493 delegati, nel 1972 un totale di 83mila delegati. In Germania si sviluppò invece un movimento in cui gli operai accedono a sistemi di partecipazione (“mitbestimmung”) e lo scontro coi datori di lavoro fu meno intenso.

Eravamo comunisti “a modo nostro” (direbbe Lucio Dalla) e leggevamo Marx, Keynes ma anche Karl Polanyi pubblicato da Einaudi nel 1974 (La grande trasformazione) in cui veniva messo in discussione il libero mercato tipico del liberalismo, esteso a tutto (lavoro, terra, natura), che avrebbe avuto una gran fortuna nei successivi 50 anni e, come disse il finanziere Warren Buffet, la lotta di classe è stata ampiamente vinta dai ricchi capitalisti. Ma, a mio modesto avviso, la “talpa ha scavato” e oggi il capitalismo liberale sta vivendo una profonda crisi come mostra il tramonto degli Stati Uniti e l’ascesa di un nuovo “socialismo 2.0” della Cina. Non tutto ci piace oggi della Cina (anzi), ma l’aver sradicato la povertà per la prima volta nella storia e aver portato la Cina a una prosperità diffusa mostra che la “storia” non è finita e quindi c’è speranza in un mondo migliore che prenda, in futuro, la parte migliore del capitalismo e del comunismo.

Abbiamo vissuto anni di grande intensità emotiva e relazionale, tipici degli “stati nascenti”. La storia non finisce mai e credo che ci stiamo avvicinando ad un’altra fase di “grande svolta”. Credo che con Maura, ci vedremo ancora nella prossima vita, ma non sarà facile riconoscersi, perché tutto cambia ed è il bello della vita prossima che verrà.

Maura Franchi (nella foto di copertina) ha collaborato assiduamente a questo giornale. Per leggere i suoi articoli su Periscopio consulta la sua rubrica Elogio del presente  .

Nel buio della notte penso a milioni di donne che non conosco

Per certi versi /
Nel buio della notte penso a milioni di donne che non conosco

Nel buio della notte, penso a milioni di donne che non conosco

Nel buio della notte, penso a milioni di donne che non conosco.

Che non conoscerò.

Rondini senza nido.

Volpi dalla coda mutilata.

Forse incontrate, sfiorate.

Forse dall’altra parte di questa parete, di questa strada.

O in altre città. Paesi.

Su un letto, sul pavimento, schiacciate al muro,

inginocchiate in cucina a raccogliere cocci, a chiedere scusa.

 

Ascolto.

Riconosco i suoni nelle vostre case.

Schiaffi. Urla. Oggetti frantumati. Suppliche.

Il pianto.

Il silenzio che segue. Assordante.

 

Ascolto dietro le vostre porte chiuse,

tra vicini indifferenti come stelle distratte.

Tra gatti muti che proprio a lui leccheranno la mano,

con dolcezza, inconsapevoli.

 

Ascolto il vostro spavento, la disperazione, la solitudine cocente.

 

Non posso niente. Nessun aiuto. Non vi raggiungo. Non so dove siete.

Qui, nella mia notte, nella nostra notte,

io cerco di sfiorarvi con una briciola di bene.

Di vero bene.

 

Nel buio completo che adesso vi avvolge.

Vicina. Lontanissima. Io vi sto ascoltando.

Forse a questo serve la notte.

A potere allungarmi in questo buio che vi divora,

in un ascolto che è abbraccio.

Che non dorme.

Che veglia con voi.

 

Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023

 

In copertina: violenza sulle donne – Foto di Rosy / Bad Homburg / Germany da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Quella magnifica stanza che non ha più pareti

Quella magnifica stanza che non ha più pareti

Quella magnifica stanza che non ha più pareti

Quando ero piccola, incantata a guardare le dita di Giorgio scivolare sul pianoforte, non assistevo a una semplice esecuzione, ma a una vera materializzazione di magia. Le sue mani, agili e sapienti, non erano solo carne e ossa, erano il confine sottile dove il pensiero nasce e la materia prende vita.

Ancora oggi, il ricordo di quel musicista — della sua umanità e del suo talento purissimo — mi riporta a una verità profonda, le dita sono una frontiera. Esse non si limitano a toccare i tasti, ma interrogano la realtà. Ogni contatto è una domanda che la coscienza rivolge al mondo, come se la pelle stessa cercasse conferma della propria esistenza.

C’è una saggezza profonda nel tatto, le dita ricordano ciò che la mente dimentica, perché conoscere significa, prima di tutto, sfiorare. Quando le mani producono musica — che sia attraverso il legno di un violino, l’avorio di un pianoforte o l’ottone di un sassofono — esse diventano il tramite sacro tra noi e l’arte. In quel momento, il tempo si ferma e approda a una realtà diversa, più leggera, libera dal peso della quotidianità.

Certo, non ogni suono ha questo potere, solo la musica che vibra in armonia con il nostro cuore sa annullare le distanze e rendere superflui i confini. In quell’istante, lo spartito smette di essere un limite tecnico e diventa un sentiero verso la trascendenza. L’esecutore non è più un tecnico, ma un creatore, un artista senza tempo in cui strumento e anima diventano un tutt’uno. L’atto di creare toglie il tempo al tempo. Lo rende superfluo rispetto al fluire delle emozioni, permettendo finalmente allo spirito di elevarsi sopra la gravità dei giorni e di perdersi nell’eterno presente della bellezza.

Eppure, la musica sa anche farsi polvere e strada. Ricordo nitidamente quella volta che inseguii Giorgio tra la folla, aveva dismesso le vesti del pianista per imbracciare la grancassa in una banda di paese. Sento ancora il calore dell’asfalto, i sassolini nelle scarpe leggere e la voce di mia madre che mi richiamava: “Vieni subito qui, dobbiamo andare a casa!”. Ma io ero euforica. A un certo punto, Giorgio smise di suonare, mi guardò e, con un complice occhiolino, mi permise di dare un colpo secco sulla pelle tesa della grancassa.

In quel battito, lo vidi come un Mago. Decisi, con la certezza incrollabile dei bambini, che lo avrei sicuramente sposato. Era un sogno privo di fondamento, naturalmente. Lui aveva già una moglie che avrebbe amato per sempre, a modo suo. Ma quell’amore per la grancassa è rimasto con me, trasformandosi in una passione per il ritmo della vita.

Ancora oggi, ogni volta che sento un percussionista, penso che non sia all’altezza di quel primo, primordiale battito d’ali. Amo le fanfare dei bersaglieri, l’allegria travolgente dei carnevali brasiliani, persino il richiamo dei venditori ambulanti che annunciano frutta fresca o il suono festoso del furgone dei gelati.

Quando le mani producono musica — che sia l’avorio di un pianoforte o il rimbombo di una banda — esse diventano il tramite spirituale tra noi e l’arte. In quel momento, il tempo si rarefà e si approda a una realtà più leggera, libera dalla gravità del quotidiano. L’atto di creare rende gli attimi superflui rispetto al fluire delle emozioni, permette allo spirito di elevarsi sopra la “pietra” dei giorni e di perdersi nell’eterno, vibrante presente della bellezza.

Perché la musica non è uguale per tutti, eppure abbraccia chiunque, il bambino e l’adulto, il malato e il sano, l’innamorato e il minatore. In quelle note combinate con maestria, ognuno può trovare un briciolo di serenità, forse persino un senso alla vita. Esiste nella musica una sensibilità tipicamente umana che risveglia i sentimenti migliori, la solidarietà, la voglia di condividere, l’apertura verso gli altri.

Agli antipodi di questa armonia troviamo l’invidia, la diffidenza e il desiderio di alzare mura, convinti che chi ci sta di fronte voglia solo approfittare di noi. Ecco allora che l’ascolto diventa una forma di catarsi privata. La musica è uno scudo, il suono di una melodia racchiusa in una stanza che è lì solo per noi. In quello spazio protetto, la prepotenza è chiusa fuori.

Per un istante la dimentichiamo, liberandoci dai meccanismi deleteri in cui, troppo spesso, siamo costretti a lottare o a emulare l’aggressività altrui. L’atto di creare — o di ascoltare — rende il tempo superfluo rispetto al fluire delle emozioni. Permette allo spirito di elevarsi sopra la “pietra” dei giorni difficili e di perdersi nell’eterno, vibrante presente della bellezza.

Delegando le nostre emozioni migliori alla sfera privata, racchiuse tra le mura di casa, perdiamo qualcosa. Al di fuori, nell’arena del lavoro o del bar, ci sentiamo costretti a indossare una facciata di pseudo-razionalità, fatta di luoghi comuni, pregiudizi e autoritarismi. Recitiamo una parte che crediamo piaccia agli altri, soffocando l’emozione in nome di una fredda protezione.

In questo scenario, l’ascolto della musica diventa una catarsi solitaria. Quella melodia in una stanza chiusa diventa l’unico luogo dove la prepotenza non può entrare, dove non siamo costretti a emulare meccanismi sociali deleteri. L’arte ci permette, finalmente, di elevare lo spirito sopra la pesantezza dei giorni comuni e di ritrovare, almeno nel privato, l’eterno presente della nostra umanità.

Quando ero piccola e guardavo le dita di Giorgio, non vedevo tecnica, ma magia. Le mani del musicista sono una frontiera dove la mente tocca la materia. Eppure, la musica sa anche farsi strada, come quando inseguii Giorgio tra la polvere di una banda di paese e lui, con un occhiolino, mi fece colpire la pelle tesa di quella grancassa. In quel battito primordiale vidi un Mago, e nacque in me un amore per il ritmo della musica che ancora oggi mi fa battere il cuore per una fanfara o per il grido di un venditore ambulante.

Oggi capisco che quella magia è un rifugio necessario. Come nella canzone di Gino Paoli, la musica trasforma la nostra stanza in un luogo che “non ha più pareti, ma alberi infiniti”. Quegli alberi sono l’anelito che tutti portiamo dentro, ma che ci costringiamo a soffocare. Viviamo in un’arena dove regna il profitto e dove le emozioni migliori sono delegate al privato, mentre fuori ci si maschera con una pseudo-razionalità fatta di autoritarismo e pregiudizio.

Il rischio più grande è quello di crescere i piccoli umani come “passive liane”, cercando di garantire loro una felicità materiale inesistente, mentre il mondo fuori è un cemento di relazioni abominevoli, una “mafia del quotidiano” che non riconosciamo nemmeno più. Invece, dovremmo imparare dai bambini, loro sanno essere sinceri e manifestare emozioni.

Scegliere la musica, coltivarla, significa scegliere una strada verso la serenità. È una strada che ci permette di smascherare l’inganno di una tranquilla quotidianità fatta di eventi ripetitivi che danno sicurezza, ma che sono privi di anima. Una sicurezza senza emozioni è solo la certezza di camminare con scarpe di pietra in vie di cemento che portano al consumismo e all’accumulo sfrenato.

L’arte, invece, ci restituisce quelle emozioni forti e rare che, seppur brevi, danno senso all’esistenza. Ci permette di elevare lo spirito sopra il marmo dei giorni comuni e di ritrovare quel tutt’uno tra noi e il mondo, dove l’esecutore è creatore e l’essere umano è finalmente libero.

In un’epoca che sembra aver smarrito il senso dell’invisibile, ci muoviamo in un mondo sempre più levigato, dove ogni spigolo viene smussato e ogni mistero tradotto in un’informazione utile. È il trionfo della superficie, una realtà che James Hillman avrebbe definito “senza anima”, dove l’esperienza vissuta viene sostituita dal suo simulacro, e l’imprevedibile ferocia del destino viene addomesticata da una logica di pura efficienza.

Viviamo dentro piccoli gusci, protetti da automatismi che prevedono i nostri desideri prima ancora che essi fioriscano, uccidendo il desiderio stesso nel momento in cui nasce. Questa tendenza moderna a “letteralizzare” l’esistenza — a credere, cioè, che la vita sia solo ciò che si vede, si misura e si risolve — agisce come un anestetico sulla nostra profondità.

Il Daimon, quella figura mitica che per Hillman rappresenta la nostra vocazione unica e ribelle, viene messo a tacere, rinchiuso in schemi che premiano la media, il consenso, la prevedibilità. Ma proprio dove il calcolo si fa più serrato, dove il rumore di fondo della società attuale si fa assordante, si apre una crepa luminosa, quella di una “stanza che non ha più pareti ma alberi infiniti”.

La musica non diventa così un semplice intrattenimento, ma una via iniziatica per recuperare le emozioni che abbiamo delegato al ciò che verrà. Mentre il mondo esterno ci chiede di essere funzionali, la musica ci chiede di essere vibranti. Essa è l’antitesi della logica lineare, è un evento psichico che non cerca soluzioni, ma celebra il conflitto, la nostalgia, l’estasi e il dolore.

Ascoltare — o meglio, abitare — un suono, significa rompere il guscio della superficie. In un accordo, in un improvviso silenzio tra le note, o nel graffio di una voce che si spezza, ritroviamo quella profondità poetica che la vita quotidiana tenta di cancellare. La musica è l’attrito necessario, è il sangue che torna a scorrere in un corpo intorpidito dalla comodità. Essa non ci dice chi siamo in base a ciò che abbiamo fatto ieri, ma ci rivela ciò che potremmo essere nell’istante irripetibile del presente.

Mentre la sociologia vede individui che si muovono come atomi isolati in reti invisibili, la musica crea un corpo collettivo fatto di vibrazioni comuni. È il ritorno al rito, al sacro, all’irrazionale che ci salva. In una sinfonia o nel ritmo ancestrale di un tamburo, il Daimon si risveglia: capisce che non è solo, che il suo tormento è bellezza e che la sua unicità non può essere ridotta a un dato statistico.

Uscire dal controllo, spegnere il pilota automatico della nostra esistenza e lasciarsi attraversare da un suono significa, in ultima analisi, tornare alla nostra nascita. È un modo potente per ricordarci che siamo creature abissali, fatte di armonie complesse e dissonanze necessarie, e che la nostra vera essenza inizia proprio dove il calcolo finisce.

Cover: Foto di ddgoldberg da Pixabay

In questa falsa primavera

In questa falsa primavera

In questa falsa primavera

di Antonio Scurati
Pubblichiamo in versione integrale il testo di Antonio Scurati che doveva essere letto durante la puntata di ‘Che sarà’, su Rai3,  sabato 20 aprile 2024 e poi censurato. 

“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro”.

“Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania”.

“In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944. Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati”.

“Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via”.

“Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023)”.

“Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”.

Antonio Scurati

Cover: 25 Aprile ovunque, SCI Italia (Servizio Civile Internazionale) – Facebook

Il 25 aprile spiegato a mia figlia

il 25 Aprile spiegato a mia figlia

Il 25 Aprile spiegato a mia figlia

Qualche tempo fa ho avuto un’occasione che capita di rado: riuscire a sedermi con mia figlia a discutere del significato della Festa della Liberazione.

Lei all’epoca era un’adolescente, simile a tante ragazze della sua età; quell’età in cui pensi di aver capito tutto della vita e gli adulti ti sembrano noiosi e ottusi, ma li tolleri solo perché ti danno i soldi per comprare ciò che ti serve. E so benissimo che la pensava in questo modo, perché è esattamente quello che pensavo io quando ero un adolescente come lei. Eppure, una sera, questa giovane saccente mi ha fatto una domanda:

Papà, perché si festeggia il 25 aprile?”

E’ stato l’inizio di una bella chiacchierata.

Prima di tutto ho risposto alla sua domanda: il 25 aprile 1945 fu proclamata la rivolta di tutte le città ancora occupate dai nazifascisti, arrivando così alla liberazione dell’intero territorio nazionale nel giro di pochi giorni.

Ho provato a farle capire cosa fosse la guerra che stava finendo in quei giorni. Non c’era solo un esercito straniero da combattere: quella dalla quale l’Italia si stava liberando era anche una terribile guerra civile, in cui fascisti ed antifascisti si combattevano ferocemente. Le ho detto di pensare a ragazzi che avevano più o meno la sua età, che cercavano di uccidersi a vicenda pur essendo magari nati e vissuti nella stessa città.

Qualcuno le racconterà che, dopo tanti anni, le ragioni degli uni o degli altri siano ormai poco importanti e che tutti i combattenti debbano essere considerati vittime delle circostanze, ma le ho raccomandato di non credere a questa sciocchezza.

Non è la stessa cosa arruolarsi a fianco dei nazisti per spargere il terrore tra i propri connazionali oppure scegliere di abbandonare tutto, vivere nascosti e trascorrere le giornate nel terrore di una spiata che porti ad essere catturati e giustiziatiNon è la stessa cosa combattere e morire per un ideale, o farlo per stare dalla parte di chi in quel momento sembra il più forte.

Non è la stessa cosa essere fascisti o antifascisti.

Poi le ho raccontato la storia di nove ragazzi della mia città: nove ragazzi Aquilani che rifiutarono l’arruolamento da parte dei Nazisti, che nonostante la paura sognarono di poter combattere un’impossibile guerra contro un esercito potente e spietato. Furono arrestati appena fuori città e fucilati subito dopo, senza alcuna esitazione. Ho spiegato a mia figlia che senza ragazzi come loro, senza i tanti che decisero di non rassegnarsi ma scelsero di resistere con tutti i mezzi, oggi forse lei non godrebbe della libertà che ha conosciuto.

Questo è il nostro debito verso la Resistenza.

Le ho spiegato come si fosse arrivati alla guerra civile, del fatto che l’Italia fosse entrata in guerra dalla parte sbagliata accanto alla Germania di Hitler, all’orrore assoluto, ma che poi aveva firmato l’armistizio con gli Alleati, di fatto trasformando gli amici in nemici.

A mia figlia ho raccontato che il nostro Paese non è stato mai capace di concludere una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva cominciata. Era già successo nella Prima Guerra Mondiale quando dichiarammo guerra agli Austriaci con i quali eravamo alleati; succederà ancora in tempi più recenti, quando abbiamo bombardato la Libia dopo aver firmato un patto di non aggressione con Gheddafi. Non è un caso se, all’estero, il nostro Paese non viene considerato affidabilissimo.

A questo punto è arrivata la domanda più difficile: “Ma che cos’è il fascismo?”

(Come si spiega in parole semplici l’ideologia che ha trascinato il mondo in una guerra folle, e minaccia di farlo di nuovo?)

Il fascismo è un modo di pensare che nasce dall’ignoranza, dalla scarsa conoscenza.

La scarsa conoscenza delle altre persone, considerate diverse perché di un altro colore, di un’altra religione, di un altro orientamento sessuale o semplicemente perché non hanno le stesse idee. Una scarsa conoscenza che si trasforma in paura, nella convinzione che quelle persone siano inferiori, anzi che non siano persone. Dall’ignoranza e dalla paura nascono l’odio, il razzismo e il nazionalismo, cioè la certezza che la propria nazione sia la migliore del mondo in virtù di una prova inconfutabile: è quella nella quale si è nati.

Alla fine queste idee assurde portano a vedere nemici dappertutto, nemici da eliminare, indegni di vivere perché più simili ad animali che ad esseri umani. Portano alla guerra.

E lei: Ma questo non è il nazismo?

Sì, ma fra nazismo e fascismo le differenze sono davvero poche. Se gli uni sterminavano gli Ebrei nei lager, gli altri glieli impacchettavano nei carri bestiame e glieli consegnavano.

Infine, le ho spiegato che queste idee balzane non sono mai morte: per quanto possa sembrarle assurdo, tante persone si proclamano ancora fasciste, e tante altre lo sono senza neanche avere il coraggio di ammetterlo apertamente. Queste persone rappresentano ancora un pericolo: quando si rifiuta di conoscere, quando l’altro viene visto sempre e solo come un nemico ed un diverso, quando ci si lascia guidare dall’odio e dalla paura il risultato finale è sempre lo stesso: purtroppo la storia sembra non averci insegnato niente. Per questo bisogna continuare a resistere, tutti i giorni, combattendo non con le armi ma con la ragione.

Alla fine una sua esclamazione ha chiuso nel modo migliore la nostra chiacchierata:
Ma allora questi fascisti sono matti!”

Se è vero che la festa della Liberazione serve a ricordare, a tramandare alle future generazioni il ricordo di ciò che è accaduto per non farlo succedere di nuovo, credo che il modo migliore per onorare questa ricorrenza sia parlare, raccontare, spiegare e coltivare la conoscenza: che è e sarà sempre il più efficace antidoto contro la paura e i pregiudizi.

Cover image: copyright wikimedia commons, tratta da Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della societa contemporanea Giorgio Agosti, foto di Giorgio Agosti

le storie di costanza. alla caccia della volpe verde. la villa

LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. VERSO LA VILLA

Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. Verso la villa

Il bisnonno Pietro era andato a pescare lungo le sponde del fiume. Voltandosi all’improvviso, aveva visto una volpe dal manto color smeraldo che si intrufolava tra i salici bassi. Restò convinto fino alla morte che quel verde non fosse un gioco di luce, ma il colore autentico di una volpe che correva a nascondersi.”

Mentre ascoltavo Costanza rievocare quella vecchia leggenda familiare, sentii un brivido di curiosità che mi scivolava giù per la schiena come un cubetto di ghiaccio in pieno agosto. Decisi in quel momento che il primo articolo per Tresciaone non avrebbe trattato solo le misteriose congiunture associate alla morte della Contessa Maria Augusta, ma che si sarebbe concentrato anche sulle dicerie collocabili molto prima, legate alla prima apparizione della volpe verde a Pontalba.

Mi misi a osservare Costanza, era lei la parte viva di quella storia, il filo conduttore di una vicenda sospesa tra realtà e mito, tutta declinata in un’unica, ossessiva sfumatura di colore.

Lei tacque bruscamente, interrompendo il racconto con la stessa improvvisa decisione con cui lo aveva iniziato, e rimase a fissarmi con i suoi occhi vivaci.

«Una storia singolare quella di questo tuo bisnonno, come tutte quelle che gravitano intorno alla volpe verde» commentai, rompendo il silenzio.

«Già, ma non è detto che in tutto questo ci sia qualcosa di soprannaturale» ribatté lei, quasi a voler ridimensionare il mistero. «Potrebbe essere un’erba tintoria, una strana rifrazione del sole al tramonto o un riflesso del fiume che inganna l’occhio, tingendo di smeraldo una volpe dalla pelliccia rossiccia

«Vero» ammisi «però è singolare che sia accaduto più volte proprio qui, in questo triangolo di terra lombarda stretto tra le anse del fiume e invaso da una vegetazione così rigogliosa da sembrare quasi magica

«Oppure…» continuò lei, socchiudendo gli occhi, «forse una mutazione genetica ha alterato il pigmento del manto di una famiglia di volpi che continua a riprodursi in isolamento proprio qui, tra i salici

«Questa sarebbe una notizia strabiliante, un caso scientifico» le dissi, dubbioso sulla sostenibilità di quest’ultima ipotesi.

Lei mi rivolse un sorriso enigmatico, un mix di divertimento e muta attesa che mi lasciò interdetto per un istante.

«Resterò in zona ancora per qualche giorno» ripresi, cercando di avere un tono disinvolto. «Ti posso invitare a pranzo domani? Magari, dopo, potresti farmi da guida a Villa Cenaroli per conoscere i suoi attuali abitanti.»

«Si» rispose lei con una nota di divertimento nella voce. «Attualmente alla Villa risiedono la Contessa Malù, figlia di Maria Augusta, la cameriera Serafina, una cuoca che conosce i segreti delle ricette Pontalbesi, un giardiniere silenzioso e un maggiordomo giovanissimo, Ettore. Pur avendo appena vent’anni, Ettore è un uomo d’altri tempi. Si muove con una grazia cerimoniosa, quasi maniacale nel rispetto del bon ton e dei cliché che il suo ruolo impone.

La Villa è un gioiello architettonico, piena di stanze dai soffitti stuccati e con pareti affrescate che colpiscono per la loro eleganza. Ogni camera ha il suo camino di marmo. Il tutto è immerso in un parco immenso, dove alberi secolari offrono ombra a stagni che sono il rifugio per anatre, aironi, tartarughe e mille altre piccole creature che popolano quel regno senza tempo.»

Poi Costanza smise di parlare e io feci di sì con la testa, senza sapere cosa altro aggiungere e pensando che di nuovo la vegetazione rigogliosa di quel posto e il suo colore d’elezione, irrompevano nella conversazione con una prepotenza unica. Costanza sembrava non aver più nulla da dire, guardava il muro bianco, fissando un punto preciso dietro la mia testa che io ovviamente non potevo vedere visto che si trovava esattamente dietro i miei capelli, in una specie di camera buia irreversibile.

Allora decisi che il nostro primo incontro volgeva al termine. Mi alzai, le sorrisi, le porsi la mano e mi avviai verso il cancello verde della casa. Chissà dove si era nascosto nel frattempo il gatto arancione. Mentre riattraversavo il cortile a ritroso, il bianco accecante del soggiorno di Costanza sembrava essersi trasferito sotto le mie palpebre, lasciandomi una strana scia luminosa negli occhi.

L’aria esterna, carica di quell’umidità tipica dei pomeriggi che non sanno se sfociare in pioggia o in nebbia, mi aiutò a riprendere contatto con la realtà. Risalii per via Santoni Rosa, girai a sinistra, passai davanti al negozio di Camilla, poi girai a destra e passai davanti al Comune e alla pizzeria e infine mi avviai verso l’albergo.

Il Pontalba Hotel mi accolse con il suo solito odore di cera per pavimenti e buon caffè. Salii gli scalini a due a due come facevo quando ero sovrappensiero, entrai nella mia stanza e mi sedetti alla scrivania, davanti al mio PC. Il viso di Costanza, i quadri di Umberto Del Re e quella folle immagine della volpe verde sembravano bruciare la tastiera sulla quale stavo cercando di scrivere.

Avevo l’impressione che sotto i tasti ci fossero delle fiammelle di metano pronte a divorarmi le dita. Nonostante questa strana sensazione, il mio dovere di cronista ebbe il sopravvento e cominciai a scrivere. Il rumore delle mie dita sui tasti iniziò a riempire il silenzio della camera, scandendo il ritmo di un mistero che profumava di leggenda e di pigmenti acrilici. E così scrissi:

DALL’INVIATO A PONTALBA — PIETRO MORONI (PIM)

IL SEGRETO COLOR SMERALDO. TRA IL BIANCO DELLE PARETI E L’OMBRA DI UNA VOLPE

Ci sono storie che non iniziano nei tribunali o tra i rapporti della polizia, ma tra i riflessi di un manto di volpe e il silenzio di un soggiorno che brilla di luce bianca. Il caso della Contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana, caratterizzato dalla leggenda di un cielo color smeraldo il giorno della sua morte e dall’uscita di una volpe verde dal loculo dell’inumazione, si arricchisce oggi di un capitolo che sfida la logica più lineare.

In via Santoni Rosa 21 abita Costanza Del Re, amica della figlia della defunta e custode di una notizia sorprendente. Il suo bisnonno morì continto di aver visto una volpe verde sulle sponde del Lungone, il fiume che attraversa Pontalba. Da allora il tempo sembra essersi fermato.

Nella casa di Costanza, tra divani giallo a fiori e librerie ricolme di cataloghi d’arte, la figura di Maria Augusta non è un ricordo funebre, ma una presenza palpabile. È il verde, il suo colore preferito, a legare i fatti di Villa Cenaroli alla casa dei Del Re. Un legame che va oltre la semplice conoscenza e che sfocia in una suggestione che scuote l’intera comunità, la volpe verde.

Dal loculo aperto, dicono i testimoni, è fuggito un animale dal colore impossibile. Coincidenza? Allucinazione collettiva? O forse, come suggerisce con uno sguardo enigmatico la figlia del pittore, la Contessa ha trovato un modo per non abbandonare queste terre, trasformando la sua nobiltà in una pelliccia selvatica e inafferrabile?

Mentre la polizia ha già chiuso il caso come non interessante, noi cerchiamo tracce di colore. Perché se è vero che la verità dipende dalla luce che la colpisce, quella che illumina oggi questa vicenda è di un verde bellissimo, come un bosco che nasconde i suoi segreti più misteriosi. 

Il loculo da cui è uscita una volpe verde non è solo un enigma per gli amanti del soprannaturale, è una falda aperta nel tessuto di questa terra. Se la volpe verde sia davvero un animale esistente o l’ennesimo atto di una strana storia, vedremo. Nel frattempo, noi di Tresciaone continueremo a seguire la scia di quel colore misterioso, consapevoli che a volte, per vedere la verità, bisogna avere il coraggio di guardare nel buio con gli occhi di una civetta.

Chiusi l’articolo e lo spedii alla redazione di Tresciaone dove avrebbero provveduto a impaginarlo e mandarlo in stampa. Tirai un sospiro di sollievo, se non altro avevo fatto il mio dovere e mi sarebbe arrivato anche per quel mese, lo stipendio. C’era davvero poco da scherzare con un capo come il mio. Spensi il PC e lo rinfilai nella sua fodera rossa. Sentivo il bisogno di aria, di quell’aria di Pontalba che profumava di vegetazione e di fiori di oleandro.

Uscii di nuovo dall’Hotel e m’incamminai verso le sponde del Lungone, volevo andare verso quella zona del paese dove il paesaggio sembrava voler essere la coreografia ideale dei racconti di Costanza. Il crepuscolo stava inghiottendo il paese, trasformando i campi in un quadro dalle tinte scure. Il fiume sembrava un nastro di grafite liquida che si snodava pigramente. I salici piangenti con i loro rami contorti somigliavano a dei vecchi curvi, intenti a lavarsi i capelli nell’acqua.

Non c’era un alito di vento. L’aria era immobile, satura di quell’odore di terra bagnata e foglie che rappresentava, e rappresenta tutt’ora, il respiro profondo della campagna lombarda in primavera.

Man mano che mi avvicinavo a Villa Cenaroli, la vegetazione si faceva più fitta, quasi aggressiva. I pioppi, altissimi e spettrali, si stagliavano contro un cielo che conservava ancora una striscia di violetto livido all’orizzonte. Poi, d’improvviso, la nebbia iniziò a salire dal fiume, una coltre lattiginosa che si sfilacciava tra i tronchi, avvolgendo il cancello ormai vicino.

La Villa apparve d’un tratto, come un miraggio di pietra tra le ombre degli alberi. Le sue finestre illuminate parevano buchi dorati scavati nel fianco di un gigante addormentato. Il parco circostante era un trionfo di simmetrie perdute, con siepi che il tempo aveva trasformato in labirinti informi e stagni neri come l’inchiostro, sulla cui superficie galleggiavano foglie simili a barche abbandonate. In quel silenzio, interrotto solo dal grido lontano di un animale, ogni ombra tra le radici assumeva i contorni di una volpe o di un fantasma.

«Il fiume è profondo stasera, signor Moroni, e i segreti che trascina pesano ben più dell’acqua. Mi segua, la prego. La Contessa Malù non ama far attendere la notte.»

Rimasi immobile, raggelato dal suono di quella voce. Poi, dall’oscurità quasi assoluta, emerse un volto cereo. Apparteneva a un uomo che, con gesti misurati, stava aprendo il cancello in ferro del parco. Non era un fantasma, ma una creatura in carne e ossa, per quanto l’aspetto restasse spettrale.

«E lei chi sarebbe? Come… come faceva a sapere che ero qui?» riuscii finalmente a balbettare.

«Sono Ettore, il maggiordomo dei Conti Cenaroli. Una telecamera sorveglia l’ingresso e rimanda le immagini alla foresteria. L’ho vista aggirarsi nel buio e ho intuito subito la sua identità. La Contessa ed io ne abbiamo parlato appena un’ora fa con Costanza Del Re, la descrizione che ci ha fornito coincide perfettamente con l’uomo che ho visto sul monitor, cioè lei.

Qui c’è un giornalista di Tresciaone che ronza intorno alla proprietà in modo un po’ troppo invadente, non trova? Ma mi dica, cosa le è saltato in mente di venire qui a quest’ora? Non si rende conto del pericolo? Scivolare nel fiume, inciampare tra i tronchi, cadere in un fosso… muoversi qui di notte è un azzardo. Comunque, venga con me. La Contessa Malù non dorme, la può ricevere.»

Non potei fare altro che seguirlo. Ero attraversato da un’agitazione tale da non riuscire a pronunciare una sola parola, né a formulare un pensiero che avesse anche solo un briciolo di razionalità.

Cover: Foto di Andrey_and_Olesya da Pixabay

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

Parole a capo
Valeria Rossi: Alcune poesie

Parole a capo <br>Valeria Rossi: Alcune poesie

Figlio o figlia che tu sia

Ti ribelli a me
come fossi l’ostacolo del tuo esser libera.
Nell’opporti su quel mio consigliare
mi disorienti e ti dai un bel da fare
nel chiudere la porta lasciandomi aspettare.

Su quel disappunto dove non posso arretrare
per il troppo bene e per come ti voglio amare
sembra cadere il mondo e non mi lasci più parlare.

Figlio o figlia che tu sia
incrocio le braccia e ti accarezzo con il pensiero
guardo da lontano
dove stai andando e cosa stai facendo.

Spiarti non è il mio intento, ma solo aiutarti,
se arrivasse mai quel momento.

Ti sono madre ti sono amica
sono la donna sul quale stare
a cui puoi credere, che mai ti farei del male.

I muri son di carta, gli abissi non son profondi
e i giorni non son così distanti.

Incrocio le braccia e ti accarezzo con il pensiero,
aspetto il mio giorno, quando nel riscoprirti serena,
mi ritroverai accanto
con una mano posata sul tuo fianco.

Perché tu non lo sapevi
ma stavi cadendo, ed io ti stavo sorreggendo.

Figlio o figlia che tu sia
sei la parte irrinunciabile, indistruttibile,
di quell’anima mia.

 

*

Quel coso capitato per caso

È passato silenzioso nessuno se ne è accorto.
Piccolo quasi invisibile apparentemente innocuo
quell’incredibile coso.
Lo hanno chiamato Trisomia 21
ed io d’istinto mi sono chiesta…
come si chiama?
“Cromosoma”.
Un cromosoma in più, che ti ha tolto così tanto
cambiando i lineamenti del tuo volto,
il corpo che sarebbe stato altro
e non solo quello.
Sei stato la montagna più alta della mia vita
scalarla, una grande fatica.
Con nessuno che mi abbia detto:
è la cosa più bella che potrai vivere
la devi solo capire.
Ho imparato da sola quanto sono stata fortunata
e giù da quella montagna non sono mai caduta.
Ringrazio quel coso capitato per caso.
Con te al mio fianco è stato come correre nel vento,
dentro al tuo universo ho vissuto il mio tempo
non toccando mai il fondo.

Perché tu, sei stato tutto il mio mondo.

 

*

Donna per eccellenza

Ti ho visto crescere, cambiare, farti male,
ma mai rinunciare.
Ti ho guardata quando stremata dalle fatiche
hai scritto
di tutte quelle ingiustizie
con la matita dell’amore
perché tutto si potesse cancellare.
Una donna che non si è mai risparmiata,
piuttosto
piegata su sé stessa,
ad allungar la mano
per un qualsiasi essere umano.
Ti ho visto mettere il rossetto e piangere a dirotto
ma all’angolo dell’occhio
un sorriso nascosto.
Ci sono e ci sono stati uomini
che si sono immedesimati, vestiti, innamorati,
della tua femminilità,
ma continua a cullarti la luna
tu,
non assomigli a nessuna.
Con i tuoi torti con le tue virtù
sei il mal d’amore che colpisce il cuore
che riesce a cambiare l’intera esistenza
di chi ti vuole amare.
Donna per eccellenza e nessuna forma di vita
che possa farne senza.
La più bella cosa che ci sia mai stata
ecco cosa pensava Dio
quando ti ha creata.

*

 

Semmai t’incontrassi

Semmai t’incontrassi ti riconoscerei dai passi
dalle rughe delle tue mani
e dai malinconici tramonti dei tuoi occhi.

Celata nella mia corazza
dietro l’abito che vesto
scruterei di nascosto
l’aria che ti porti appresso
per comprendere quanto sei cambiato
da quando ti ho lasciato.

Se i tuoi gusti sono gli stessi se ami ancora i gatti
e dipingi quadri astratti.

Se ti sei sposato o innamorato
e se mi hai perdonato.

Con te parlerei del tempo cercando nel tuo sguardo
qualcosa di profondo
che mi dica, che ancora ti sconvolgo.

Semmai t’incontrassi
vorrei accadesse a settembre
con le giornate più corte, le arie meno calde,
ed i colori dell’autunno alle soglie.

Con noi che ci guardiamo e ci tocchiamo senza farlo
disperatamente innamorati
come non lo siamo mai stati.

 

*

 

Sei la mia bambina

Ti sfioro dolcemente la fronte
lasciandoti un bacio
uno di quelli che non ti ho mai dato.
Sei la mia bambina cresciuta da allora,
così indifesa ora.
Ti sussurro all’orecchio
cose che non ti ho mai detto
ma che ti ho lasciato in ogni mio abbraccio.
Per non turbar il tuo sonno così addormentato
ti ho messo un vestito
non copre i segni sul collo che ti han ferito
ma è il tuo preferito.
L’animo con il quale ti guardo
è il lamento di ogni parte del mio corpo
che mi sta lasciando.
Con una carezza scivolo sulla tua pelle
perché fievole mi arrivi
il calore umano
che sento morir sotto la mia mano.

A quell’uomo che ti ha spento il sorriso
vorrei gli arrivasse solo mezzo respiro
e al momento di dormire
sentirsi soffocare e piangere dal male.

Forse, potrebbe capire, quel che mi resta del mio vivere

*

Immagine di Cachi, Albero da frutta, Foglia caduta. Uso gratuito. di Maluberg persimmons.

*

Valeria Rossi (Argenta prov. di Ferrara), sposata con tre figli. Ha presenziato come giudice in concorsi letterari riguardanti le istituzioni scolastiche. Inoltre ha partecipato a vari concorsi letterari ed è comparsa su diverse antologie. Eccone alcune:  Verrà il mattino e avrà un tuo verso (2012) Aletti Editore; Umane transumanze (2014) de Comporre Edizioni; L’indice delle esistenze. La diversità (2014) Aletti Editore; Il lungo percorso della mia poesia  (2016) Limina Mentis Edizioni; nel 2023 ha pubblicato Dove ti porta la poesia (Center copy).

 

LO SCAFFALE POETICO

Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

Poco più di un mese fa, su Poetrydream, il blog di Antonio Spagnuolo, è stata pubblicata la recensione del mio volume di poesie.

sabato 14 marzo 2026 SEGNALAZIONE VOLUMI = PIER LUIGI GUERRINI

 

**********************************
Pier Luigi Guerrini: “L’amnistia del silenzio” – Ed. Bertoni 2025 – pag. 60 – € 15,00
In prefazione Rita Bonetti scrive: “Il viaggio tra queste pagine colme di vita, sofferenza, gioia, visione e immaginazione poetica, non è da me definitivamente archiviato come un ricordo tra i ricordi. È, anzi, un punto di partenza per il seguito di quell’esplorazione dei sentieri complessi della vita che non deve essere mai interrotto. Nell’opera di Guerrini, infatti, sembrerebbe affiorare l’insistenza con la quale ogni mistero della natura umana debba essere indagato, in questo caso con l’uso della parola più adeguata e con l’uso di un cuore pronto ad alzare il sipario al mondo e sul mondo.”
L’emozione che suscita la poesia allora è come una trafittura piacevole che cerca di risvegliare sentimenti e interrogativi, o ancora meraviglie e illusioni, o ancora memorie e desideri.
In questo panorama multicolore ecco anche il gioco acrobatico della parola:

FUORI POSTO
prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
Pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.
*
Un breve ma intenso percorso emotivo che ruota intorno al sentimento di estraneità e di disarmonia dell’io rispetto al mondo. Fin dai primi versi si avverte una tensione sonora e semantica: “prova parvo privo di voce / trova torva trave di croce”. L’accumulo di allitterazioni e assonanze (soprattutto con le consonanti p, t e v) crea un effetto quasi martellante, che restituisce la fatica dell’espressione e la difficoltà del soggetto poetico a trovare una voce autentica. Il riferimento alla “trave di croce” introduce un’immagine di peso e di sofferenza che richiama implicitamente una dimensione sacrificale.
Anche il paesaggio naturale assume un valore simbolico: la “selva”, la “rupe” e le “acque pure” delineano un ambiente aspro, quasi primordiale, in cui l’illusione si dissolve e rimane soltanto l’attesa di una possibile purificazione. Il verso “Pasqua si prende il silenzio / tutto per sé” suggerisce una sospensione sacrale: la Pasqua, momento di rinascita nella tradizione cristiana, qui appare invece come un tempo di silenzio assoluto, quasi sottratto all’uomo. Il soggetto resta dunque escluso anche dalla promessa di redenzione. L’io poetico entra in scena in modo diretto: “traverso di fango / mi chino e piango”. Il fango è simbolo di caduta e di umiliazione, ma anche di una condizione terrena da cui non si riesce a sollevarsi. Il sangue e la “pietà grondante” evocano ancora un immaginario cristologico, accentuando la dimensione dolorosa dell’esperienza. Tuttavia il cielo “non è disposto / a rincorrere” l’uomo: il divino rimane distante, indifferente alla condizione umana. In tutta la silloge, Guerrini si distingue per una scrittura fortemente fonica e concentrata, in cui il lavoro sulle allitterazioni e sulle rime interne svolge un ruolo fondamentale nella costruzione del senso. Le immagini naturali e religiose si intrecciano in un breve percorso simbolico che conduce dalla metafora alla vertigine esistenziale, dal mistero alla incredulità. La sua scrittura appare così come una meditazione sull’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo, sospeso tra desiderio di redenzione e la consapevolezza di una irriducibile distanza dal sacro, sospeso tra il sacrificio per il lavoro fisico ed il divertimento sotteso alle frasi.
il freddo dirada le parole
come il passero in cerca di sole.
i pensieri accavallati
s’inseguono, si trovano,
si scontrano, s’illudono,
si scontano ai saldi di stagione.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 334° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Su La disperanza di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo

Su “La disperanza” di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo

Su La disperanza di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo

C’è una parola che sembra uscita da un laboratorio di distillazione poetica, una parola che non esisteva e che grazie principalmente allo scrittore colombiano Alvaro Mutis e oggi a Franco Marcoaldi non potrà più essere ignorata. Questa parola è disperanza.

Non disperazione, non speranza, ma qualcosa che sta nel mezzo, come un ponte sospeso tra due rive che non si toccano più.

Marcoaldi — narratore e poeta di versi che spesso oscillano tra l’illuminazione improvvisa e la malinconia sottile — ha sempre avuto un talento particolare per nominare ciò che sfugge. Nei suoi libri precedenti, da A mosca cieca a Il mondo sia lodato, si intravedeva già un barlume di questa postura: una fiducia ferita, un’attenzione vigile, una forma di resistenza quieta.

Il sentimento della disperanza, dunque, non nasce oggi ma oggi, semplicemente, ritrova il nome e un autore che gli rendono giustizia.

Chi ha incontrato la disperanza prima ancora che Marcoaldi ne scrivesse antropologicamente e letterariamente, l’ha forse riconosciuta nel personaggio più enigmatico di Álvaro Mutis: Maqroll il gabbiere.

Maqroll, apparentemente alter ego di Mutis, non è un personaggio che spera e non dispera: è solo qualcuno che continua.

È un Ulisse stanco, un viaggiatore che sa che ogni porto è provvisorio. Mutis lo descrive come un uomo che “non si aspetta più nulla, e proprio per questo è aperto a tutto”. È la definizione perfetta della disperanza: un sentimento che non (si) illude, ma non “chiede” di arrendersi a una ipotetica soluzione “esterna”.

Fin dall’inizio Marcoaldi tira in ballo il nostro Giorgio Caproni, il poeta che ha trasformato la domanda in un destino. E infatti Caproni non ha mai creduto nella speranza come consolazione.

Figure come il suo Enea (in Il passaggio d’Enea) o il “viaggiatore cerimonioso” incarnano l’uomo moderno che attraversa il deserto del reale.

Il famoso verso:  Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito,

sintetizza questo restare/viaggiare in una terra senza meta.

La disperanza di Marcoaldi sembra dialogare con questa tensione di Giorgio Caproni: non una risposta, ma un modo di stare nel mondo senza smettere di interrogarsi.

E a me, uomo geneticamente e culturalmente del Sud – meglio sarebbe dire dei multisud!- è venuto naturale e del tutto spontaneo pensare alla Sicilia, con le sue stratificazioni storico-geografiche – greca, araba, normanna, ebraica, spagnola, borbonica- e le sue continue invasioni.

Perché a me, uomo geneticamente e culturalmente dei multisud, risulterebbe innaturale e del tutto paradossale non comprendere che gli enea del nostro tempo, i viaggiatori cerimoniosi del mondo attuale, sono, siamo in realtà, tutti noi, a cominciare, storicamente, dai capoverdiani, continuando con gli italiani e gli europei e i sudamericani, per finire poi agli attuali migranti della Terra, compresi coloro che si credono stanziali e appartenenti, senza mai dubitarne, a “quel proprio posto” del quale si sentono unici proprietari.

Questi multisud, questa grande sicilia del pianeta, ha imparato a sopravvivere alle onde lunghe della storia e ha, per così dire, distillato in un proverbio – citato da molti autori siciliani tra i quali cantori come Franco Battiato e Olivia Sellerio – una filosofia intera:

Calati juncu ca passa la china.”  [Piegati, giunco, finché passa la piena.]

Questa non è rassegnazione. È saggezza medio-orientale (se non proprio orientale) trapiantata, guarda caso, nella Grande Isola.

L’espressione rappresenta una reale consapevolezza: la rigidità spezza, mentre la flessibilità salva. L’espressione è disperanza allo stato puro: non opporsi alla tempesta, ma non farsi spezzare.

Nel suo libro, Marcoaldi non costruisce un trattato, né un manifesto. La sua è una scrittura che procede per lampi, per intuizioni, per piccole epifanie quotidiane tanto che la disperanza, da sentimento si trasforma in atmosfera, in clima.

Diventa cioè il nuovo equilibrio climatico in questo sovvertimento di clima dove la speranza è diventata un bene di lusso e la disperazione un’abitudine troppo comoda. Marcoaldi sembra dirci: non credete a chi vi chiede ottimismo a tutti i costi, ma non cedete nemmeno al fascino cupo del disincanto totale.

La disperanza è l’equilibrio instabile, ma fertile per questi tempi di cambiamento.

C’è una parte del libro – forse la più politica ma senza alcun cedimento allo slogan – in cui la disperanza sembra parlare direttamente ai giovani. I giovani italiani, spesso trattati come un problema, un fastidio, una categoria da correggere o compatire, vivono immersi nella disperanza senza saperlo.

Non credono più alle narrazioni salvifiche. Non si fidano delle istituzioni. Non aspettano il futuro: lo costruiscono a pezzi, con ostinazione, con ironia, con fragilità.

Eppure non sono disperati. Sono lucidi, i nostri giovani, tanto da comprendere che la ragione è lo strumento preferito dai pessimisti e la sua imitazione AI è invece lo strumento preferito dai tricksters. Sono mobili i nostri giovani, tanto da non “pensare” la migrazione come un problema esistenziale per sé e tanto meno per una…”nazione”.

Vogliamo dirlo? I nostri giovani sono giunchi che si piegano ma non si spezzano. La disperanza è il loro modo di stare nel mondo: un modo che gli adulti faticano a comprendere perché non rientra nelle categorie tradizionali.

Questo, signore e signori, non è nichilismo. Non è rassegnazione. È una forma nuova di vitalità, più prudente, più intelligente, più adattiva.

Forse, a pensarci bene, la disperanza non è soltanto un sentimento da leggere nella Summa poetica, o nella trilogia di Maqroll il gabbiere, ma è un vero e proprio status da rendere in performance in… presenza.

Me ne sono accorto al Village di Ferrara, fin dalla prima serata, quando ho scelto di aprire il mio percorso della disperanza proprio con Bomb di Gregory Corso. Una poesia che è un ordigno, certo, ma anche un atto d’amore verso il mondo che si ostina a distruggersi. Corso, come tutta la beat generation, viveva già allora in questa terra di mezzo: un luogo dove la lucidità non cancella il desiderio, ma il desiderio può cancellare la lucidità.

Da lì, la strada (anche quella di Kerouac, di Snyder, di Dylan etc…) si è fatta naturale.

Ho continuato con Fabrizio De André e la sua Smisurata preghiera, forse uno dei più alti inni alla disperanza mai scritti in Italia. Una preghiera senza fede, una supplica senza destinatario, un atto di resistenza poetica per “chi viaggia in direzione ostinata e contraria”.

Non è forse questo il cuore della disperanza? Non arrendersi, ma nemmeno illudersi. Continuare a camminare.

Poi è arrivata Mary Oliver, l’ecopoetessa statunitense che ha trasformato la natura in una forma di meditazione attiva. La sua poesia Tecumseh – che evoca il ritorno di un capo indiano scomparso – è un invito a non smettere di cercare ciò che sembra perduto. Oliver non parla mai di speranza, eppure ogni suo verso è un’apertura, una fenditura nella notte.

Anche questo è disperanza: la capacità di vedere un sentiero dove gli altri vedono solo rovi o tombe.

E così, serata dopo serata, mi sono accorto che la disperanza non era soltanto un tema letterario, ma un filo rosso che attraversava tutto ciò che portavo sul palco. Un sentimento che non consola, ma accompagna.

Che non salva, ma orienta.

E allora, per chiudere questo ideale percorso permettetemi di evocare un eroe di carta che incarna e mostra la disperanza meglio di chiunque altro: Corto Maltese. Il marinaio senza patria, l’avventuriero senza missione, l’uomo che attraversa il mondo senza mai appartenere del tutto a nessun luogo. Corto non spera e non dispera: naviga.

Come Maqroll, come Caproni, come Marcoaldi, come i giovani di oggi. Come tutti noi, quando siamo sinceri.

Corto Maltese è il volto romantico di questo sentimento nuevo: la libertà di chi sa che il mondo non sarà mai come lo vorremmo, ma che proprio per questo vale la pena attraversarlo.

E forse, alla fine, la disperanza si riduce proprio a un modo di tenere la rotta anche quando la bussola impazzisce. Un modo di piegarsi, giunco, mentre la piena passa.

Quel modo che i nostri giovani hanno già imparato a fare proprio e che imperterriti ci mostrano magari andando tutti insieme a votare, a dispetto dei giudizi e delle incredulità dei pessimisti e dei tricksters di turno. A dispetto di una piena troppo piena di niente.

Cover: Foto di Gerhard Bögner da Pixabay

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Vite di carta, Un tempo i Malavoglia

Vite di carta /
“Un tempo i Malavoglia”

Vite di carta. “Un tempo i Malavoglia

“Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza”: comincia così il capolavoro di Giovanni Verga uscito nel 1881 che lessi da adolescente, priva di qualunque prerequisito sull’autore e sulla ambientazione del romanzo. Ne rimasi piano piano incantata. All’epoca anche le mie giornate erano fatte di spazi paesani misurabili, battuti e ribattuti passandoci a piedi o con la bici. Non mi lasciai allontanare dalla parlata siciliana che Verga immette nel racconto, la trovai familiare, adatta alla vita di una comunità piccola di paese che poggia sui riti di un tempo circolare.

Sono tornata ad Aci Trezza in questi giorni, la testa coperta per resistere al vento ancora fresco in un aprile di altalene meteo. La testa coperta e il cuore altrove: ho guardato i faraglioni stando sulla riva sassosa e nera della roccia dell’Etna, ho condiviso i commenti del mio gruppo sul bellissimo panorama, sul colore del mare e sulla sua spuma candida.

Ma il cuore intanto ha recuperato i nomi del romanzo: Padron ‘Ntoni, il figlio Bastianazzo e la moglie Maruzza, i figli ‘Ntoni col nome del nonno, Mena, Luca, Alessi e Lia. Il carico dei lupini perduto sul mare in tempesta dalla barca dei Malavoglia, la Provvidenza. La miseria arrivata da questa disgrazia e la perdita di Bastianazzo morto in mare.

Mi tornano il nome di compare Alfio che discorreva con la Mena e il loro matrimonio che non si può più fare ora che per lei non c’è più dote. La casa del nespolo che viene venduta per affrontare i debiti contratti dopo la disgrazia. I paesani coi loro soprannomi che sparlano di ogni cosa e persona e tutto stigmatizzano.

“Adesso – continua la prima pagina del romanzo – i Malavoglia che erano così numerosi pure ad Aci Castello e a Ognina sono soltanto “quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla“.

La storia è quella della famiglia che cade in disgrazia non solo per il naufragio della barca ma anche per l’impatto con la Storia a cui è costretta dalla leva nell’esercito del neonato Regno d’Italia . ‘Ntoni va soldato nel 1863 e torna stravolto per l’impatto col mondo moderno; tre anni dopo suo fratello Luca muore a Lissa nel corso della terza guerra d’indipendenza.

Negli anni che seguono la casa viene venduta per poter pagare i debiti, muore il nonno ‘Ntoni e muore Maruzza, il giovane ‘Ntoni  si riduce a vivere all’osteria del paese, senza avere né arte né parte; la Mena resta nubile e Lia si perde a sua volta andando a vivere a Catania.

Nella lotta per il progresso economico, per avere la loro roba al sole, i Malavoglia risultano vinti. I Vinti è il ciclo di cinque romanzi rimasto incompleto a cui si è lungamente dedicato lo scrittore, una sorta di affresco sulla lotta dell’uomo per l’esistenza e per il progresso, gradino dopo gradino, dalle “prime irrequietudini pel benessere” ne I Malavoglia a L’uomo di lusso sul punto più alto della scala sociale.

Dove approda il pessimismo della scrittura verghiana, in quella sua distanza dal trionfalismo dei positivisti, in quel voler rappresentare gli esclusi dalla “fiumana del progresso”, dove approda il pessimismo si trova la tenacia del personaggio Alessi.

La resilienza di Alessi, oggi con un inappuntabile maquillage linguistico la chiameremmo così, riesce infine a riscattare la casa del nespolo e l’ideale atavico della famiglia. Sul ballatoio possono giocare i bambini che sono nati dal matrimonio con una brava ragazza del paese, la Nunziata.

Arrivo ad Aci Trezza in una mattina di luce e siamo nel 2026. Tutto appare cambiato sotto la cappa del maquillage turistico, eppure col cuore indietreggio e incontro le parole del romanzo. Do alle cose i nomi che faccio uscire dal libro, borbotto sottovoce pezzi della storia che vi è contenuta.

Propongo di andare a cercare la casa del nespolo e fatti pochi metri risalendo dal mare un cartello marrone la indica lungo una stradetta a scalinata. La raggiungo ma non entro, ogni slancio mi è tolto dalla scritta “museo” con orari di visita e tour organizzati in paese e sul mare.

Non entro perché non è la casa del nespolo, manca il ballatoio e c’è un piano in più.

Mi tengo le parole del libro, grazie. Mi ci rifugio senza cercare altro, né luoghi né edifici. La voce della letteratura mi offre su un piatto d’oro un tempo non contemporaneo a questo, ma non è una fuga, non lo è mai.

Nota bibliografica:

  • Giovanni Verga, I Malavoglia, Feltrinelli, 2014

Cover: foto scattata dall’autrice sul lungomare di Aci Trezza

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice