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“Oltre il confine del ricordo”, l'ultimo romanzo di Francesco  d’Angio’

“Oltre il confine del ricordo”, l’ultimo romanzo di Francesco  d’Angio’

La protagonista del romanzo di Francesco D’Angiò (“Oltre il confine”, Giannatelli, 2026) è una donna, Giulia, una caregiver, come lei stessa si definisce, e come in effetti è nella totalità della sua vita quotidiana, nel tener in piedi una famiglia in sfacelo e nel suo lavoro di insegnante di sostegno di bambini particolarmente bisognosi di cure.

Dopo anni di vita realizzata, un matrimonio felice, tre figli e un lavoro che ha conquistato con le sue sole forze, succede l’irreparabile: un incidente grave al figlio, il marito che si ammala di Alzheimer giovanile e lei stessa afflitta da una malattia incurabile alle articolazioni, che la costringe a muoversi con estrema fatica con l’aiuto di un bastone.

Quello che le accada non è una semplice disgrazia, una serie di fatalità sfortunate, ma ricorda il concetto di sventura in Simone Weil, uno sradicamento totale dalla vita, una condizione che riduce la persona a “cosa”, spogliandola del proprio valore sociale, della stima di sé, del linguaggio e della capacità di desiderare o ribellarsi.

La risposta di Giulia alla “sventura” è, al contrario, la decisione di essere felice, rimanendo al suo posto di moglie, madre e insegnante, spingendo il suo masso di difficoltà verso la cima dell’Everest, cominciando da capo ogni volta che rotola verso il basso, sempre con il sorriso sulle labbra.

Un sorriso che non è stereotipato, ma è apertura alla vita, attenzione agli altri, dialogo con se stessa.

L’autore supera brillantemente l’impresa di scrivere un romanzo al femminile, dove le riflessioni di Giulia, e delle sue amiche, riportano, senza retorica, interrogavi e risposte, rispecchiando quel dialogo interiore, che riflette sulle cose senza fermarsi alle apparenze dei puri fatti, che spesso è patrimonio esistenziale delle donne.

Nel breve tragitto in treno che la conduce al lavoro, Giulia ha dei veri e propri incontri con degli sconosciuti,  con i quali perviene senza fatica all’essenza della propria e altrui storia, persone qualsiasi che all’interno del romanzo diventano veri e propri personaggi, parte della trama di un destino universale che ci accomuna tutti, Il viaggio in treno, momento di sospensione temporale da una  quotidianità ammutolita dal dolore, diventa il motore del vero viaggio interiore verso se stessa.

Le domande e le risposte che scorrono fluidamente fra Giulia e i suoi rappresentano i grossi interrogativi filosofici -esistenziali che ci assillano da sempre: Esiste il tempo? È possibile il perdono? Anche quello che travalica l’esistenza individuale e implica una strage collettiva come un genocidio?

L’autore, attraverso i suoi personaggi non lesina le risposte, infatti il lettore scopre, avanzando nella lettura, l’elaborazione di una completa teodicea, essenziale e indispensabile in tempi che sembrano averne smarrito il senso.

Più sottintesa, ma permeante tutto il romanzo, la critica sociale, a partire dalla solitudine estrema in cui vengono abbandonati le/i care giver, su cui grava tutto il peso di situazioni al limite della sopportazione umana, fino alla tecnologia che divide, che cancella  con un onnipresente smartphone la possibilità di un incontro, dell’apertura agli altri, impedendo che l’altro da noi, diventi prima confronto e poi parte di noi stessi.

Oltre il ricordo, infatti, quando questo si sbiadisce o addirittura si cancella, rimane quello che abbiamo vissuto, fondendo esperienze, incontri, persone in un’unica consapevolezza, che non può morire, di appartenere tutti allo stesso viaggio.

Cover: Particolare de “La merlettaia” di Johannes Vermeer, 1669-1670 

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DELTA DEL PO: MANCAVA SOLO IL NUCLEARE

DELTA DEL PO: MANCAVA SOLO IL NUCLEARE !

UNA VISIONE E UNA POLITICA SBAGLIATA PER IL DELTA DEL PO 

Ieri la grande fabbrica, poi il grande parco a tema, oggi la centrale nucleare. Cambiano le tecnologie e le retoriche, ma rimane l’idea che lo sviluppo debba arrivare attraverso un investimento straordinario, capace quasi miracolosamente di produrre occupazione, ricchezza e modernizzazione.

Il ritorno del nucleare nel dibattito politico italiano e l’ipotesi di localizzare una nuova centrale nel Delta del Po sollevano questioni che vanno ben oltre la produzione di energia. Riguardano il modello di sviluppo, il rapporto tra tecnologia e natura e la capacità della politica di immaginare il futuro di un territorio  e delle sue comunità.

Partiamo dal nucleare. Il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha assunto una posizione molto critica rispetto al suo rilancio in Italia, definendolo una distrazione rispetto alle vere priorità energetiche del Paese. I nuovi reattori modulari sono ancora tecnologie commercialmente immature, i tempi di realizzazione lunghi e i costi elevati.

Nel frattempo, le energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, sono sempre più competitive. Il problema non è una contrapposizione ideologica tra nucleare e rinnovabili, ma capire quali scelte possano contribuire in tempi utili alla decarbonizzazione.

A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, decisiva: quella territoriale. Il Delta del Po è segnato dalla subsidenza, dall’erosione costiera, dalla risalita del cuneo salino e dagli effetti della crisi climatica. Un territorio nel quale il rapporto tra terra e acqua è da sempre problematico e nel quale l’innalzamento del livello del mare rende urgente una strategia di adattamento. È ragionevole immaginare proprio qui una nuova grande infrastruttura nucleare senza interrogarsi sulle sue implicazioni ambientali e territoriali?

Inoltre il Delta è anche un territorio riconosciuto come Riserva della Biosfera nell’ambito del programma MAB UNESCO. Questo riconoscimento valorizza la relazione tra biodiversità, qualità ambientale e sviluppo sostenibile delle comunità locali mentre la pesca, la mitilicoltura, l’ostricoltura, le produzioni agricole di qualità e il turismo naturalistico vengono continuamente propagandati per il loro “valore identitario”, in grado di conferire a questi luoghi una rilevante reputazione ambientale.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la tutela dell’ambiente o il rischio, anche soltanto percepito, di una contaminazione radioattiva. Riguarda qualcosa di più profondo: il “capitale territoriale” del Delta del Po, ovvero quell’insieme di risorse ambientali, paesaggistiche, produttive, culturali e di conoscenze locali sedimentate nel tempo, che costituiscono un patrimonio collettivo difficilmente riproducibile altrove.

Queste attività non sono economie isolate; stiamo parlando di parti di un sistema di relazioni che trova nella qualità ambientale e nell’identità del Delta il proprio valore aggiunto. Associare questo territorio all’immagine di una centrale nucleare significa introdurre un possibile conflitto con il modello di sviluppo sul quale si fondano tali economie.

Anche in assenza di contaminazioni effettive, la percezione del rischio potrebbe incidere sulla reputazione di cozze, ostriche e altre produzioni locali, sulla loro competitività e sull’attrattività del territorio. Non sono effetti da dare per scontati, ma da valutare seriamente, insieme agli eventuali benefici economici e occupazionali dell’investimento.

C’è poi una questione ancora più profonda, che riguarda la storia economica e politica del Delta del Po. Un territorio che ha conosciuto condizioni di marginalità e sottosviluppo e che sembra continuare a cercare nel grande intervento esterno la soluzione ai propri problemi strutturali.

Ieri la grande fabbrica, poi il grande parco a tema, oggi la centrale nucleare. Cambiano le tecnologie e le retoriche, ma rimane l’idea che lo sviluppo debba arrivare attraverso un investimento straordinario, capace quasi miracolosamente di produrre occupazione, ricchezza e modernizzazione.

Questa continua ricerca del grande progetto salvifico rivela, a mio avviso, una debolezza storica della cultura politica locale e la difficoltà di costruire strategie complesse, fondate sulle risorse territoriali, sulle economie locali, sulla qualità ambientale, sulla conoscenza e sull’innovazione. Strategie che richiedono politiche integrate, investimenti diffusi, capacità amministrativa e una visione di lungo periodo.

Molto più difficile che inseguire il prossimo grande investitore. Il paradosso è che, mentre si continua a cercare nel grande investimento esterno la soluzione ai problemi economici e occupazionali del Delta, si rischia di sottovalutare proprio quel capitale territoriale che potrebbe costituire la base di uno sviluppo più articolato, duraturo e radicato nelle risorse locali. Un grande investimento non coincide necessariamente con un aumento del capitale territoriale.

Naturalmente la transizione energetica è necessaria e urgente. E anche la diffusione delle energie rinnovabili pone questioni che non possono essere lasciate alle sole convenienze degli operatori privati e alle dinamiche della rendita fondiaria. L’Italia dispone di un Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima e di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici.

Occorrerebbe però tradurli in una vera strategia pubblica e integrata di pianificazione climatica e territoriale, capace di governare anche la localizzazione degli impianti, coordinandola con la tutela degli ecosistemi, del paesaggio, dei suoli agricoli e con le politiche di adattamento.

La transizione ecologica non può ridursi alla sostituzione delle fonti energetiche. Deve diventare anche un cambiamento nel modo in cui pianifichiamo, governiamo e abitiamo il territorio. E questo vale ancora di più per il Delta del Po, che avrebbe bisogno non dell’ennesima promessa affidata a una grande infrastruttura, ma di un progetto territoriale capace di affrontare insieme crisi climatica, fragilità ambientale, declino demografico e difficoltà economiche.

Da cittadino, prima ancora che da urbanista, auspico una presa di posizione chiara e pubblica da parte delle forze politiche e delle istituzioni che governano questo territorio. Una scelta di questa portata, destinata a incidere sul futuro del Delta del Po, non può essere accompagnata da ambiguità, silenzi o dichiarazioni di circostanza. Occorre che ciascuno esprima con chiarezza la propria posizione, assumendosene la responsabilità di fronte alle comunità locali.

Non si tratta soltanto di decidere se accogliere o meno una centrale nucleare, ma di dichiarare quale idea di futuro si intende perseguire per il Delta. Forse il vero problema del Delta non è la mancanza di grandi progetti, ma la difficoltà di riconoscere che il suo futuro potrebbe essere costruito a partire dalla ricchezza ambientale e culturale che già possiede, anziché attendere continuamente qualcosa che arrivi dall’esterno. Ma serve una classe dirigente, politica, economica, culturale, capace, insomma, di governare il cambiamento e non subirlo.

Cover: Foto di Alessandro da Pixabay

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Siamo tutti Occidentali, ma di quale Occidente?

Siamo tutti Occidentali, ma di quale Occidente?

Tutti crediamo di sapere che cosa sia l’Occidente (Ne abbiamo già parlato Qui). La parola torna ogni giorno nei titoli di giornali e TG e nei discorsi ufficiali: la usiamo con la disinvoltura di chi maneggia un’evidenza. La usiamo per costruire amici e  soprattutto nemici. Ma se ci chiedessero a bruciapelo di definirlo, la risposta non sarebbe affatto scontata. Proviamo, ad esempio, a stilare l’elenco dei paesi occidentali: comincia bene, sembra facile ma finisce male, nella confusione. Sempre.

Guardando all’indietro per fare chiarezza, il compito sembra più semplice: l’Occidente appare come uno spazio che si sposta e si allarga — prima mediterraneo, poi continentale europeo, poi atlantico — tenuto insieme da una tradizione cristiana, da una famiglia di lingue, da un fondo culturale comune. È una definizione onorevole ed è anche una ricostruzione retrospettiva che ci sembra  credibile.

Un concetto senza referente

La definizione geografico-religiosa era già rotta molto prima della globalizzazione. Nel 1949 l’alleanza atlantica include la Grecia ortodossa e la Turchia musulmana; il Giappone, che con Atene e Roma non c’entra nulla, ne è parte a tutti gli effetti; e quando negli anni Novanta si ridisegna la mappa delle civiltà e, in particolare, del sedicente Occidente, l’America Latina finisce fuori. Cattolica, neolatina, erede della cristianità iberica: fuori. Se il criterio fosse la religione o la lingua sarebbe questa una scelta incomprensibile. Diventa limpido se il criterio è un altro: la posizione nella gerarchia della potenza a livello mondiale.

“Occidente” appartiene del resto ai concetti che non descrivono ma dividono: nominano un “noi” soltanto producendo un “loro” squalificato. E, dividendo, compattano una parte – la nostra – contro le altre parti che ci appaiono minacciose. Elleni e barbari, civilizzati e primitivi, mondo libero e comunismo. Il concetto non ha mai avuto un referente stabile perché non ne ha mai avuto bisogno: la sua funzione non è dire dove siamo, ma stabilire chi conta.

Tre Occidenti in una parola sola

Oggi, sul piano geopolitico, l’Occidente coincide grosso modo con l’anglosfera e i suoi alleati. È una constatazione che prende forma per strati successivi.

La lingua in cui si generano le categorie con cui ci descriviamo è l’inglese. Il diritto dei contratti finanziari transfrontalieri è la common law, anche quando nessuna delle parti è anglosassone. Moneta, agenzie di rating e principi contabili hanno una sola origine. E poi c’è lo strato più rivelatore: il lessico morale politically correct; il conflitto culturale europeo si combatte con parole importate e quasi mai tradotte — e le importano entrambi i poli (destra e sinistra). Non si importano le posizioni: si importa l’asse del disaccordo.

La lite è nostra ma la grammatica è altrove.

Per arrivare a questo esito piuttosto recente non c’è stata una conquista: c’è stata piuttosto una selezione. Un sistema che richiede individui mobili, sciolti dagli obblighi verso chi li ha preceduti, contrattualizzabili uno per uno, incontra il minimo attrito dove la struttura familiare aveva già prodotto quel soggetto per conto proprio: la famiglia nucleare di modello anglosassone. Tutti i paesi dell’intero continente Europeo  vengono messi in relazione con una forma antropologica più compatibile con la mega-macchina planetaria (ovvero con il Finanz-capitalismo già descritto da Luciano Gallino), e, con questa, finiscono per convergere.

Ne risulta che una parola sola copre tre cose che non coincidono affatto. Un Occidente-civiltà — greco  , latino, cristiano — evocato nei discorsi assai più di quanto sia abitato nelle pratiche. Un Occidente-macchina — dollaro, common law, lingua  inglese, piattaforme digitali — l’unico pienamente operativo. E un Occidente-normativo, il progetto universalista dei diritti, oggi rivendicato più dalla periferia continentale (EU) che dal proprio egemone (USA). La sovrapposizione non è un’imprecisione: è una risorsa politica. Quando ai popoli europei  si chiede di allinearsi alla mega-macchina, lo si chiede in nome della civiltà, dei valori (occidentali) e dei diritti.

L’egemonia anglosassone ha centocinquant’anni, il sedimento latino-cristiano millecinquecento e scambiare una congiuntura per una struttura è un errore che va evitato con cura. Inoltre l’Europa (intesa come EU) non è completamente passiva:  i suoi regolamenti su dati e algoritmi fissano standard poi adottati ovunque. Ma l’Europa regola ciò che l’America costruisce, e lo fa nel tempo lento del diritto contro un potere (dei mercati) che riprezza ogni mattina alle nove.

Il vissuto occidentale 

Se è difficile definire univocamente cosa sia l’Occidente, è forse più facile capire che cosa sia il vissuto di un occidentale, di uno di noi. Per alcuni quel vissuto può essere associato ad certo orgoglio identitario, per altri è senso di colpa, per i più è una sorta di  neutralità percepita.

La maggior parte degli occidentali non pensa affatto di essere superiore, ma agisce ugualmente come se lo fosse. Il meccanismo è l’asimmetria della marcatura: gli altri hanno una cultura, noi la realtà; gli altri hanno tradizioni, noi abbiamo diritti; gli altri un’identità etnica, noi siamo semplicemente persone. L’universale che l’occidente crede di abitare è il particolare che ha dimenticato di esserlo.

In nome di questo universalismo dato per scontato imporre la griglia di interpretazione della realtà (ad altri)  non si vive come un atto d’imperio, come un’imposizione. Si vive piuttosto come togliere un ostacolo. Chi porta i propri principi non crede di esportare il prodotto di una storia particolarissima (quella occidentale): crede di rimuovere ciò che impedisce agli altri di essere quello che già potenzialmente sono (e che noi già siamo). In nome di questo principio dato per scontato l’atto più invasivo si vive come il più minimale.

Il secondo movimento è temporale: la differenza (tra noi occidentali e loro) viene convertita in ritardo. L’altro non sta accanto a noi nello stesso presente, sta dietro di noi lungo un’unica linea di sviluppo temporale. Non sei diverso: sei precedente. Ne nasce l’affetto tipico dell’occidentale, che non è odio né disprezzo ma – in un certo senso –  impazienza pedagogica: all’insegnante non serve sentirsi superiore, basta essere più avanti nel programma.

Insomma: “non stiamo conquistandovi con la forza o l’inganno: vi stiamo svegliando in anticipo”.

Che questo sia un nucleo profondo, e non un’opinione passeggera, lo dimostra la velocità con cui sono cambiate le giustificazioni dell’ Occidente nel corso della storia: salvezza delle anime, civilizzazione dei barbari, superiorità razziale, sviluppo, diritti umani, oggi standard linguistici e conformità (compliance) tecno-scientifica. Ogni versione ha delegittimato la precedente con sincera indignazione. Nessuna ha toccato l’assunto realmente fondativo: “esiste una misura unica, la deteniamo noi, la vostra deviazione è un difetto e non una scelta”.

Il carisma di gruppo e l’operaio

C’è poi un fenomeno ulteriore che le statistiche economiche non spiegano. Chi appartiene al gruppo dominante (l’occidente) partecipa del suo prestigio anche senza ricavarne vantaggi — e proprio perché non possiede altro, ne dipende di più: è la sola proprietà che nessuna crisi può pignorare.

Ecco perché l’operaio deindustrializzato, espropriato dalla stessa macchina che produce l’egemonia occidentale, ne difende con ardore l’appartenenza. Non è falsa coscienza: è l’ultimo bene non alienabile. Quando l’altro si sottrae, resta l’appartenenza come unica posizione — e la si esibisce di lato, perché è lì che può ancora essere riconosciuta.

La superiorità simbolica diventa più preziosa nella misura esatta in cui quella materiale evapora.

Si dirà: ma l’Occidente è oggi la civiltà che più si accusa e si scusa, che sa fare autocritica. Vero, ma questa è la forma perfezionata della stessa struttura, non il suo contrario. Il rimorso conserva la premessa: solo l’Occidente è un agente, dunque solo lui può esserne responsabile; gli altri restano oggetti e, come tali, incapaci di riflessione critica (“se non educati da noi”)

Attribuirsi la colpa di tutto è un modo per attribuirsi la causalità di tutto. E la denuncia dell’etnocentrismo si conduce in nome di principi occidentali, in inglese e la si richiede agli altri come criterio di ammissione: la griglia non è stata smontata, è stata aggiornata.

L’adattatore come metafora

Arriviamo al punto che lega tutto: oggi, il vissuto occidentale non è più prodotto da una narrazione: lo produce l’involucro tecnico. Essere occidentali significa sperimentare ogni giorno che il mondo funziona quando lo si tocca, quando ci si connette. Il passaporto apre le frontiere senza domande. Il modulo prevede il nostro alfabeto. La tastiera del PC ha i nostri caratteri per impostazione predefinita, gli altri come eccezione da configurare. Il calendario conta gli anni dalla nostra incarnazione (la nascita di Cristo) anche quando siamo atei. Al massimo il viaggiatore occidentale deve portare con sé un adattatore per la corrente: è l’unica cosa per cui debba adattarsi.

L’universale è esattamente ciò che non richiede adattatore.

Ecco perché questo vissuto sopravvive alle proprie contraddizioni e confutazioni: si può passare la giornata a decostruire il colonialismo mentre ogni dispositivo che tocchiamo conferma la centralità della nostra posizione. Una convinzione si smonta argomentando, un’esperienza infrastrutturale no.

Ed è lì che la griglia ha trovato la forma più efficace: non più solo morale o militare ma tecnica. Standard e protocolli non dicono agli altri popoli che sono inferiori; dicono che, per partecipare, devono essere compatibili con noi. È l’universalismo perfetto, perché non chiede di essere creduto: il missionario poteva essere respinto, il protocollo tecnico no.

Il caso italiano e una buona notizia

L’Italia è il caso più istruttivo d’Europa, perché è insieme fondatrice dello spirito dell’Occidente e sorvegliata speciale. È la terra del diritto romano e della divisione dei poteri tra papato e impero che aprì lo spazio delle città libere, il paese dove si posero alcune basi del capitalismo. Ma è anche il paese il cui Mezzogiorno fu descritto con le categorie che l’Europa riservava alle colonie, i cui emigranti furono descritti razzialmente altrove; il paese che nel discorso finanziario compare più come osservato che come osservatore. Ne risulta un vissuto scisso: l’appartenenza occidentale, qui, non è mai stata posseduta pienamente ma è sempre stata rivendicata. Per questo è più accesa: il prestigio di gruppo lo invoca soprattutto chi teme di restarne fuori.

E proprio qui si apre lo spiraglio. Se quel sentimento di essere occidentali non è più sostenuto da una fede né da un progetto di civilizzazione (come fu in passato), ma solo da una infrastruttura tecnica e dal potere,  allora è un vissuto – per cosi dire –  in prestito: una posizione che può apparire ambigua ma che consente di vedere ciò che una certa idea di  occidente oggi dominante (“noi contro loro”) non permette di vedere. Chi sta un po’ a lato vede ciò che al centro resta invisibile come  l’acqua è invisibile al pesce.

Non è una consolazione automatica: la marginalità produce lucidità tanto quanto risentimento, e, forse, il risentimento è più probabile. Ma la lucidità ha condizioni note, le stesse che rendono vive le comunità generative: tempo lento, relazioni dense, memoria condivisa, qualcuno con cui pensare bene.

Perdere la posizione non marcata all’interno di quello spazio che chiamiamo Occidente, non è allora solo un declino: è l’occasione di una scoperta che in cinque secoli (come occidentali) non abbiamo mai fatto realmente:  accorgersi di “essere uno tra”. Ammettere di avere una cultura e non la realtà; di avere una storia che va valorizzata in modo diverso poiché non è il percorso indubitabile che tutti dovranno seguire.

Chi attraversa questo passaggio non diventa più povero: diventa capace di conversazione. Ed è l’unica condizione da cui l’eredità migliore dell’Occidente — il limite del potere, la persona, la libertà — possa tornare a essere offerta anziché imposta. Non più come misura di tutti e unico percorso.  Finalmente come dono.

Cover: Foto di günter da Pixabay

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Siamo la stessa acqua Ferrara: Acqua Micro Festival, tante voci per un bene comune

Siamo la stessa acqua
Ferrara: Acqua Micro Festival, tante voci per un bene comune

Ogni Goccia Conta

Ferrara: Acqua Micro Festival, tante voci per un bene comune. 

Un piccolo spazio aperto e un tempo fuggevole per sussurrare, ognuno a modo suo, la voce di sorella acqua: ti aspettiamo sabato 7 e domenica 8 novembre nel giardino dell’associazione Il Turco, dalle 10 alle 17. Il programma è molto articolato e muta col meteo (acqua), non potrebbe essere altrimenti, ma lo trovi spiegato bene in fondo al testo.

Il Forum Ferrara Partecipata, nel suo attivarsi su molte questioni fondamentali per Ferrara e il territorio intorno, prende parola sulla scadenza delle concessioni idriche a Hera e Cadf, fissato a fine 2027.

Chiede a gran voce la ripubblicizzazione del servizio per il territorio Hera, per diventare società 100% a capitale pubblico come Cadf; e chiede la partecipazione di utenti e lavoratori nella gestione.

Sembra utopia, eppure la maggioranza degli italiani ha votato su questa materia, in anni (era il 2011) in cui l’astensione alle urne era meno vistosa: dare attuazione all’esito referendario sarebbe un modo concreto per ri-dare un senso alla nostra democrazia. Volentieri chiuderemmo un occhio sui quindici anni e più di ritardo. Ma non è finita qui.

In questa difficile partita della gestione del servizio idrico, fatta di enormi interessi economici nazionali, entra e si impone la mutazione climatica. Non servono i dati, ne siamo sommersi, e poi basta guardare fuori dalla finestra: non piove per mesi, il Po rinsecchisce, si muore di caldo e afa, poi un bel giorno la perturbazione gira storta e allaga le strade, abbatte alberi e scoperchia tetti. Non è un fatto locale, per convincersi basta dare uno sguardo all’ultimo rapporto ONU intitolato Global Water Bankruptcy (trad. bancarotta idrica globale).

Il problema tocca tutti, specialmente i più giovani e/o le persone in condizioni socio-economiche svantaggiate. Per questo abbiamo affidato a nuovi occhi la traduzione della campagna politica in campagna comunicativa: durante il Festival faranno bella mostra di sé i lavori grafici frutto del concorso Siamo la stessa acqua , svolto la scorsa primavera con la partecipazione di ragazze e ragazzi della classe 4Q (oggi 5Q) dell’Istituto Einaudi. Vorremmo che fossero le loro parole a guidare la visita, senza tante interruzioni adulte. Il risultato non è scontato, per fortuna.

Infine, per ascoltare il nostro paesaggio fluviale e acquatico, che spesso non riconosciamo più come tale, daremo spazio a Fare Buono: uno spettacolo di voci e suoni, che evoca le bonifiche nel Delta a cavallo fra Otto e Novecento, che arriva all’oggi e ci interroga sul che fare. Lo spettacolo è uno spinoff del podcast intitolato I Fantasmi della Bassa (si può ascoltare Qui), prodotto dall’Associazione Cumbre Alte Frequenze, in scena troveremo Francesca Caselli e Luca Sortino, con la regia di Chiara Tarabotti.

L’ingresso ad Acqua Micro Festival è libero, con contributo responsabile, per il solo spettacolo teatrale è richiesta la tessera ARCI. Lo spazio è piccolo e i posti limitati.

Programma

ACQUA MICRO FESTIVAL
7 e 8 novembre | ore 10-17
@ giardino de IlTurco | Ferrara, via del turco 39

sab 7 nov ore 11 – ACQUA PUBBLICA*
Presentazione della campagna di ripubblicizzazione. A seguire, inaugurazione della mostra grafica Siamo la Stessa Acqua.

sab 7 nov ore 15 – FARE BUONO**

Spettacolo teatrale. Voce di Francesca Caselli e musica di Luca Sortino, regia di Chiara Tarabotti. (Ingresso con tessera ARCI)

dom 8 nov ore 11 – SIAMO LA STESSA ACQUA***

Visita guidata alla mostra di opere grafiche insieme agli autori.

E se piove?

*Rimandato a dom 8 nov ore 16.30

**Rimandato a dom 8 nov ore 15.30

***La mostra è waterproof, e tu? porta l’ombrello.

 

In copertina: Foto di Creative Canvas da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Marcella Ravaglia clicca sul nome dell’autrice.

Acronimi a Ferrara: da NAM a Naomo passando per MAGA

Acronimi a Ferrara: da NAM a NAOMO passando per MAGA

Acronimi a Ferrara: da NAM a NAOMO passando per MAGA

Acronimo: parola formata unendo le lettere o le sillabe iniziali di un gruppo di parole, che si legge come una parola unica e autonoma.

Tra i primati di Ferrara (leggi qui)  adesso possiamo annoverare quello di città con il maggior numero di acronimi.

Gli acronimi possono rivelare una molteplicità di sensi che si nasconde dietro l’ufficialità. Partiamo dall’ acronimo ufficiale più d’attualità, diventato talmente celebre, per la sua assonanza e simbologia parafascista, da varcare i confini cittadini (leggi qui):

NAM                     

Nucleo

Anti

Maranza

(elaborazione grafica tratta dal profilo fb di Susanna Ceccardi)

Di questo acronimo esistono alcune versioni ufficiose, suggerite dai recenti fatti di attualità:

Nascondere

Arrivo

Malavita

ma è molto in voga anche

Ndrangheta

Affitta

Minimoto

(foto https://pixnio.com/it/tag/minibike/)

Sempre a Ferrara, tra poco si terrà il primo raduno italiano dei MAGA. Chi sono i MAGA? Sono i grandi sostenitori della rinascita degli Stati Uniti d’America, ovvero il movimento che ha sostenuto l’ascesa alla Presidenza di Donald Trump – notorio palazzinaro plurifallito, malavitoso, pedofilo, criminale di guerra (ma noi italiani non abbiamo diritto di scandalizzarci, abbiamo già dato).

L’acronimo ufficiale di MAGA è:

Make

America

Great

Again

Ne sta circolando anche un altro:

Morons

Acting

Greatly

Abnormal

che si può tradurre con “Idioti che si Comportano in modo Notevolmente Anormale”.

La cittadinanza tutta confida nel fatto che il raduno MAGA in Fiera riceverà la visita di alcuni autorevoli esponenti della Giunta, unica municipalità emiliana che ha concesso locali per la kermesse. Nel frattempo però i cittadini hanno già una certezza: a capo del NAM  (ufficialmente Nucleo Anti Maranza) sarà Naomo Lodi, reduce dalla fine dell’interdizione ai pubblici uffici legata all’ultimo reato della sua, non immacolata, fedina penale (vedi qui).

L’acronimo ufficiale di Naomo è:

Nominativo

Abitualmente

Osservato

Magistratura

Ordinaria

Ma, come ascoltando alcune canzoni dei Beatles al contrario si possono cogliere messaggi demoniaci, allo stesso modo leggendo l’acronimo di Naomo al contrario compare l’inaspettato:

Ometto         

Minaccioso

Ostentava

Amici

Neofascisti             (leggi qui una delle storie sui Pinguini Estensi)

(https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Young_Emperor_Penguin_%28240989079%29.jpeg)

E così Ferrara riconquista la ribalta nazionale e riassapora le glorie perdute del Ducato Estense: imprenditori di spicco tornano a investire nella città, la teppaglia giovanile e marocca viene debellata, le case popolari vanno ai ferraresi a patto che non siano sfollati del Grattacielo, i sottopassi sono di nuovo al sicuro.  

Cover image: https://perchance.org/ai-text-to-image-generator

Per leggere gli altri articoli di Nicola Cavallini clicca sul nome dell’autore

Per certi versi / IL BISLACCO

Per certi versi / IL BISLACCO

IL BISLACCO

Sporco, sfiancato.

Una sfilza di bestemmie sulla bella boccuccia.

Letame e siero, sempre, sui calzoni.

Gli scarponi inzaccherati di fango e rutti.

A mangiare faceva un rumore di bestia ingorda.

Lavarsi mai.

 

I pensieri, chissà, dietro alle rane nei fossi.

Impossibile da dire. Poi, chi se ne importa.

Quel che è, è che quando si spogliava,

io stavo col fiato sospeso lì nel ventre.

Con gli occhi in deliquio

su quel corpo dritto

su quel magro pallido delle sue cosce.

 

Tutto mi spariva. Tutto faceva luce.

Persino il maiale mi pareva un lupo bianco.

Persino io, per un poco, mi scaldavo a quel sacro.

Lui che sputava.

Che rideva bislacco, lì nudo nell’aia.

Mi veniva da farmi il segno della croce

a guardare quel bell’angelo,

sceso per me dal cielo alla cascina

(Inedito)

 

In copertina: scarponi sporchi inzaccherati – immagine creata con AI Gemini

 La storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Bertha venuta coi cavalli

Bertha venuta coi cavalli

Bertha venuta coi cavalli 

Non so dov’era Praga di quei tempi, so neanche quale strada si prendeva. Qualcuno mi ha detto che allora, da queste parti che sono nella bassa Lombardia, ci si poteva rivà senza mai uscire da un bosco. Forse vero, forse no; quanto basta per darci dentro col mistero di certe vite sempre in bilico tra miracolo e leggenda, con quel tanto di tribale, lingue strane, abitudini ancestrali, che mai guasta per capirci un po’ di più. Di noi stessi innanzitutto…

…Di quei tempi, tra le mani non ho niente. Niente foto, nessun oggetto, nessuna tomba, nessuna superstite traccia: solo un nome. Achille. Achille come Delio, Oreste, Annibale, Fermo, Olmo, Primo, Secondo, Duilio, Baldo, Arnoldo, Amalio, Adelmo, Anselmo, Sante, Folco, Teresio, Ermanno e Sigismondo. Nomi del temp del Carlo Codega[1], ormai del tutto ignoti, resi vento e pula marcia dalla macina incessante della Storia. Il che vuol dire andà indree de cent e passa ann[2] in queste contrade della Bassa padana.

…Inizio novecento, dunque. L’Achille è uno che di cavalli, de bara e de biròcc[3], se ne intende per davvero. Di lavoro sta di mezzo. Tra chi compra e chi li vende. Valuta, consiglia, s’intaglia degli inganni, calibra l’affare, giusta il prezzo, coglie l’occasione. Di un cavallo, l’Achille mediatore, conosce tutto. Dalla merda al galoppo più sfrenato.
L’Achille ha la terza elementare. Parla solo in dialetto. Ma, all’occorrenza, tira fuori un buon francese e il tedesco quel che serve necessario per la vita che gli tocca. Lui gli tocca girondlà[4] per le fiere dei cavalli, lungo e in largo quei millanta sentieri di sudore e di commercio che, traverso i tortuosi e spesso boschivi labirinti d’Europa, da un posto all’altro mena il sale, la carne, le vacche, muli e cavalli, per i campi di lavoro dell’eterno contadino. Che sia veneto o lombardo, slovacco, magiaro o boemo, poco importa.

Così, scarpinandole sulle piste dei sauri e dei bai, l’Achille guarda al nord, oltre l’Alpe, il confine tra le terre di pianura e le valli coltivate da Alemanni e Baiuvari, quelli che da sempre lì gh’hann faj su cà, fen e tantapaja[5]; e tra loro i molti altri: con il cielo come tetto, la strada dentro il sangue, il mestiere della vita tra le mani e in nessun luogo. E’ il popolo degli Jenische. Di loro, nulla si sa con certezza; nulla di chi siano davvero. Da quelle parti li chiamano Weise Zigeuner…zingari bianchi.

Con le loro baracche variopinte menate in giro da cavalli strapelosi, abitavano una terra sterminata: Baviera, Svizzera, Tirolo, l’Assia, l’Alsazia, i primi valli fiamminghi; una terra il cui solo confine era il germanico roco, i dialetti catarrosi dei clan che vengono dai Cimbri e dal cherusco Arminio.

Da sempre eran lì. Da sempre parlavano quel loro bislacco linguaggio, vecchio quanto il rame decorato delle loro pignatte, mestee di cui erano ambiti maestri: tedesco, sì; ma di fonema altomedioevale e in sospetto di debito col gallico lepontico; un linguaggio con dentro sbriciolate parole, qua e là perdute nei tuguri dei tempi andati.

Gli Jenische, chi li avesse partoriti, nessuno lo sapeva. Alcuni, davan loro quale madre la guerra dei trent’anni; in quella, i contadini scacciati dalle bande di bislacchi inferociti che avevan reso brusa[6]e brulla la gran parte di Germania. Altri, dicevano fossero gli estremi testimoni delle infinite carovane di tribù che, per secoli, avevano girovagato per l’Europa centrale in cerca di terre e mestieri. Nessuno ha mai dimostrato alcunché. Gli Jenische vengono dal nulla; ci vanno volentieri…

A fare il suo mestiere, l’Achille scavalca montagne, traversa pianure, su, su, di là del Danubio un bel tòcch, per rivà nella terra dei Boemi. Segue i cavalli; i denti, gli zoccoli, i muscoli, gli stinchi, il lustro del pelo. A lui non interessano chiese e monumenti. Vuole l’odore di bestia; il tanfo che solo la carne, la bava, la cacca e il nitrito, possono dare; sentirselo dentro nel sangue più fitto. Alla grande, la fiera agricola di Praga, glielo avrebbe di certo donato.

Lì ci son tutti: Sassoni e Svevi bianchi come il latte munto appena; Magiari Csikòs con le fruste che schioccano canzoni; Casciubi dai grandi cappelli di feltro; Bosgnacchi,  Ruteni, Ladini, Slavoni, Slovacchi, Frisoni. Ognun d’essi è una tribù. Nessuno parla la stessa lingua, ma tutti capiscono l’altro accanto. Lì venuto dalla bassa provincia di fango, briganti e zanzare, così anche lui.

Alla pari, occhi negli occhi, man nella mano, si vendono i sauri dai crini più chiari, gli stalloni addestrati alle redini lunghe. E dopo il giorno non può che giunger la sera. Allora, si accendono i fuochi. Si mangia, si canta…

…Ed è lì che l’Achille la vede…l’ammira. Non ha ancora vent’anni la fioeula[7]: di certo è senz’uomo. Sta accanto a un fuoco in là. Intorno, sono i carri variopinti e, appena oltre, la mandria dei cavalli. Con quelli son venuti. L’Achille li riconosce. Hin singul…zingari che vanno dove meglio si può stare.

Ma zingari diversi da quelli cui è abituato. Le donne han vesti bianche e bianca hanno la pelle. Cantano gutturali che molto somigliano alla lingua delle terre in quei giorni attraversate. Suonano a passo di giga e di landler. Sono Jenishe. L’Achille el gh’ha la faccia de tòlla[8]. Presto si alza, va verso quel fuoco, batte le mani a tempo di danza, fissa la bella, lei lo ricambia. Ha lunghi i capelli e neri, grigi gli occhi di quella sorta di nebbia che al mattino si discioglie in terra nuda. Ride, beve, luccica sorrisi. Dietro di lei nitriscono i cavalli…

Il giorno dopo, l’Achille punta dritto. Comprerà dei cavalli, venderà la sua innocenza, dormirà con una donna, con lei farà dei figli. Questo vuole. Insieme ai suoi compari, si avvicina alla mandria zigana. Gli Jenische gh’han di bej cavaj, fòrt, stagn, ben piantaa coi sòccor giù per terra[9]. Li fissa, li ammira. Quanto basta per farsi crocchio, lui e quegli uomini tanto strani quanto buoni a farsi un vanto della vita. Che per loro è affatto grama. Gli Jenishe fanno ceste di vimini le migliori. Battono il rame. Lo ricamano come nessuno mai. Lavorano l’argento. Nelle feste contadine sono i benvoluti suonatori di organetto e di violino. Sono leali, indipendenti. Sono una libera tribù. Tra loro, l’Achille smiccia[10] la bella della sera appena prima. Ancora, lei ricambia. Tanto basta per chiedere del padre. Il padre si presenta. E’ un Obelix rubizzo con i baffi unti di birra e cosciotti di maiale.

Quella sera, attorno al fuoco, sfrigola la carne e tacca il taccabanda dei violini più bizzarri. La gran fera l’è ‘dree finii. Dopo aver fatto pesta la terra intorno a Praga, mille e mille zoccoli ancora si disperderanno per tutte le valli d’Europa. Ogni tribù tornerà dov’era prima, tra gli argini, i fossi, nel brugo, una accanto all’altra, stessa terra, stessi buoi, stessi zoccoli che pastrùgnano la terra da sfamarci una famiglia. Anche l’Achille l’è ‘dree ‘ndà cà[11]. Con lui, ora, ha la sua bella.

Si chiama Bertha. Crine nero ed occhi grisi, parla una lingua che nessuno la capisce. Ha dita lunghe, gambe forti che san sempre dove andare.

Quando l’Achille e la sua fioeula ritornano al paese, la voce la si sparge in un baleno.

“…L’è vegnuu indree, l’Achille l’è tornaa cà! ‘l s’è menaa ‘dree ona forèsta! L’è bella, l’è bella! Vuna inscì l’emm mai veduu!..”.

“…Ma in doe l’è che l’è andaj a toeula? Che vestii che la gh’ha su? E parlà ‘se che la dis? Sa capiss no, capiss nigòtt!..”.[12]

Ben presto, tutti capiranno tutto…

Bertha, la Jenische venuta coi cavalli, sarà amata, rispettata. Uno dietro l’altro, gli usciranno tre figli che neanche te ne accorgi. Tra loro, l’Antonio, avrà una bambina. E’ Lucia. Mia madre…

 

Note al testo:

[1] Di tanto tempo fa…

[2] Di cento e passa anni…

[3] Di carro e di calesse

[4] Girovagare

[5] Lì hanno la loro casa, fieno e tanta roba

[6] Arida

[7] La ragazza

[8] E’ audace

[9] Hanno dei bei cavalli, forti, robusti, ben piantata con gli zoccoli per terra.

[10] Adocchia

[11] Sta andando a casa

[12] E’ ritornato, l’Achille è tornato a casa! Si è portato dietro una straniera! E’ bella, è bella! Una così non l’abbiamo mai vista!.. Ma dove è andata a prenderla? Che vestito ha su? E cosa dice? Non si capisce niente!

Cover: Immagine da Pixabay free

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Presto di mattina. Ognissanti

Presto di mattina /
Ognissanti

Loro Ognissanti

«Non sono ancora passati sette giorni da quando abbiamo celebrato la santa solennità della Pentecoste, e già un coro di martiri ci ha sorpresi […]. Lo Spirito Santo è disceso, e subito sono apparsi i martiri. Lo Spirito ha distribuito i suoi doni, e la terra è diventata cielo; gli uomini hanno imitato gli angeli.” (Giovanni Crisostomo, Omelia in lode di tutti i santi martiri che hanno patito il martirio in tutto il mondo, Migne, Patrologia Graeca (Volume 50, colonne 705-712).

Fin dalla seconda metà del secolo II in Oriente e del III in Occidente la Chiesa festeggia ogni anno l’anniversario del dies natalis di ogni martire. Nella chiesa orientale, documentata nell’omelia di san Giovanni Crisostomo, la festa d’Ognissanti non cadeva l’1° novembre, ma la domenica dopo la Pentecoste, liturgia attestata nella Chiesa di Antiochia già dal IV secolo e fino ad oggi celebrata nelle chiese ortodosse anche in Italia.

Del resto era quello il tempo più consono a questa ricorrenza: dal compimento della Pasqua un nuovo inizio con la Pentecoste che apre a un tempo nuovo, quello del Risorto nella vita nei credenti, il tempo dello Spirito di santità multiforme e forgiante la vita dei santi.

In Occidente invece, i papi dapprima spostarono la data al 13 maggio, nella ricorrenza della consacrazione del Pantheon, e poi il primo novembre (papa Gregorio IV, 835) per dare un senso cristiano al capodanno celtico, Samhain, la fine dell’estate in cui aveva inizio un tempo fuori dal tempo, un tempo nuovo, una soglia che permetteva la comunione con gli antenati.

A Ognissanti si celebra la morte di tutti i santi come un giorno di nascita, il loro dies natalis appunto, il passaggio dalla morte alla vita risorta, e in questa Pasqua dei santi sentiamo risuonare le parole del Cristo il santo di Dio ad Andrea e Filippo: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»

Come seme che custodisce la promessa del domani: morire e dar rinascimento

Seme

Minuscolo.
Minuscolo e invisibile
lui seme
che affonda
calcato da zoccoli
e da ruspe,
gli slitta
intorno
sguisciando la fanghiglia
e lui
cala fin dove
quel limo si rapprende.
È lì la sua dimora

….

No, non c’è pace
d’inverno e di letargo
in quella dimora,
la insidiano la fame
gioiosa e rabbiosa
degli uccelli
e l’ingordigia dei topi –
vorrebbe soddisfarli
lui ma deve
custodire la promessa del domani.
Deve, lo sa, scoppiare,
marcire e trasalire
nel rigoglio.
– Qual è la mano
che ha gettato la sementa?
e lui è dentro il solco
o caduto casualmente
e sperso? – non c’è differenza,
comanda la necessità,
morire e dar nascimento.
È umile, trattiene
quasi timoroso il fiato
l’anno nel suo cominciamento,
sta sospeso, esita
sopra se stesso il mondo,
vige un intimo
raccoglimento di tutte le sue forze
tra la malta e l’acqua,
l’acqua e gli astri.
Lui ne è al centro,
all’ apogeo della sua umiltà,
al sommo del suo servizio,
già prossimo, già pronto
al fato che gli impende,
niente glielo nasconde
il suo prescritto sacrificio, niente –
Ci pensa
E già sente
Spiegare
da sé il prossimo frumento,
il campo oro-meriggio,
oh dolore, oh felicità.

…

Non ha importanza chi sia
l’autore della vita,
la vita è anche il proprio autore.
La vita è.
(Mario Luzi, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Garzanti, Milano 1994, 177- 180)

Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini è un’opera poetica in versi in cui Mario Luzi narra il viaggio immaginario del pittore senese, ormai prossimo alla morte, che da Avignone ritorna alla sua terra natale. È questo viaggio, sia per Luzi che per Simone Martini, un ritorno alle origini e nondimeno un passaggio aperto sul futuro, sentito e vissuto come “un intimo raccoglimento di tutte le sue forze, tra la malta e l’acqua, l’acqua e gli astri”.

Entrambi, pittore e poeta con i colori e le parole, intendono con la loro arte rendere visibile l’invisibile; entrambi disegnano l’itinerario terreste dello spirito che sfocia nello spazio celeste ed è al contempo già contenuto in esso.

Simone Martini dipinge la moltitudine dei santi e dei profeti nella Maestà del Palazzo Pubblico di Siena 1315: una folla di santi sta in bella armonia attorno alla Madonna con i patroni senesi, a testimoniare la compresenza del tempo e dell’eternità, nel presente del passato e del futuro.

Un affresco realizzato con una tecnica innovativa a quel tempo, perché sulla superfice dei colori erano posti altri materiali, vetri sagomanti, cristalli di rocca, perle, lamine, foglie d’oro riflettenti la luce, così da accentuare lo stupore di una realtà insieme corporea e trasfigurata, una materia divenuta spirituale, una finitezza fattasi sublime, celeste, non solo sacra ma pure santa.

Ma c’è pure una Maestà interiore, celeste, che palpita in quella esteriore, affrescata, e che Luzi rappresenta poeticamente con pochi versi nei quali egli descrive il seme da cui è concepita, e poi nata, la Maestà terreste per la città di Siena.

È l’Annunciazione, dipinto a tempera e oro su tavola per il duomo cittadino ora agli Uffizi, che costituisce il cuore sorgivo della santità: l’angelo nunziate a Maria; compresenza e coincidenza non solo di pensiero, parola e immagine ma dell’umano e del divino, del verbo celeste incarnato e del sì della parola terrestre, colti nell’intimità di un dialogo, attimo lunghissimo che attraversa lo spazio e il tempo interiore e diviene il viaggio orante, terreste e celeste, l’oro e il lapislazzulo l’aura dei santi, lassù e quaggiù tra noi.

Un attimo
di universa compresenza,
di totale evidenza –
entrano le cose
nel pensiero che le pensa, entrano
nel nome che le nomina,
sfolgora la miracolosa coincidenza.
In quell’attimo
– oro e lapislazzulo –
aiutami, Maria, t’inciderò
per la tua gloria,
per la gloria del cielo. Cosi sia
(ivi, 166).

L’albero di Ognissanti

Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo…
S’apre
a sé risorta
la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
l’onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?
(ivi, 202)

Luzi si domanda se sia la terra a risvegliarsi da sé stessa, oppure è l’onda leggera e travolgente della risurrezione che vince la sua angosciata inerzia e fa traboccare nuovamente la sua potenza vitale. La domanda resta aperta, e tuttavia egli la sente, la Pasqua, “ora e nuovamente festosa, pigolante negli alberi del mondo”.

Non potevo non domandarmi, giunti a questo punto, quale potesse essere l’albero di Ognissanti. Se la santità è una piccolezza, come un seme che racchiude l’immensità, un’intimità aperta all’ospitalità la cui sorgente è la stessa intima santità ospitale di Dio rivelata da Gesù nel suo fare e nel suo dire, a quale albero la si potrà paragonare?

Gesù ha rappresentato questa realtà del divenire e della presenza ospitale del regno di Dio con la parabola del granello di senape, il più minuscolo tra tutti i semi, ma che cresciuto diventa albero dalle larghe braccia, tra i cui rami trovano ospitalità gli uccelli del cielo:

«A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senape che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Mc 4 30-32).

Nel Talmud gerosolimitano viene ricordato il contrasto incredibile tra il minuscolo seme e il potenziale gigantesco che si sprigiona nella pianta, il seme della senape misura appena 1,16 millimetri (Brassica nigra o senape nera), cresce spontaneamente nella Terra d’Israele raggiungendo altezze anche oltre i tre metri.

Per evidenziare questa sproporzione, la tradizione della Aggadah (la componente narrativa e omiletica del Talmud) ricorre ad un esempio: racconta che tale inusuale sproporzione è paragonabile a un uomo che dopo aver piantato un singolo granello di senape nel suo campo vi si arrampicasse sopra come se fosse un albero di fichi (TJ, Pe’ah 7:4, 206).

Mai senza l’altro (Michel de Certeau)

L’albero della senape, per la forza inaudita del suo seme («se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: “Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”»: Mt 11,28-30) e per l’ospitalità offerta tra i suoi rami («Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro»: Mc 11,23) − è figura del Cristo e della santità stessa dei santi.

La via della santità è quel cammino di semente, di radicale apertura e svelamento reciproco all’interno delle relazioni umane che conduce alla comunione. I santi sono coloro che nella propria vita hanno fatto spazio all’Alterità, alla parola di Dio e agli altri, soprattutto a partire dai luoghi del disagio, dell’emarginazione, dell’abbandono creati dell’ingiustizia della sopraffazione.

La santità è incontro con l’altro, è comunione attraverso il conflitto, e ci ricorda che la vita dell’uomo non è mai concepibile senza l’altro. Il dramma allora non è il conflitto, l’alterità, la differenza, l’estraneità, bensì la confusione, la separazione, l’indifferenza.

Santità nel quotidiano è uscire da sé stessi, lasciandosi ferire, inquietare e cambiare dall’incontro con chi è diverso. Il cammino della santità non è mai lineare, ma è costantemente alterato, interrotto dall’inatteso, dall’ospite segreto, ed è proprio nell’accoglienza di questa alterità imprevedibile che si manifesta la stessa santità ospitale di Dio nella vita.

Pensiamo ad Abramo all’incontro con quei tre forestieri alle querce di Mamre, che accolti, gli cambiano radicalmente la vita. I santi sono così testimoni di un Dio divenuto straniero, che si accompagna a noi, come ai viandanti di Emmaus, per sorprenderci riscaldando il cuore, rimettendo pure noi in cammino verso i fratelli.

Ognissanti, evento permanente di una vivente comunione

La santità è mettere in gioco la propria esistenza per l’altro, quale unica scelta di coerenza con ciò che la Sua presenza sulla mia strada mi ha provocato interiormente, il generarsi di una vivente comunione.

Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso
(M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, 290.

Le poesie di Mario Luzi sono parole che fanno spesso riferimento all’ambito semantico del “seme” come aprirsi, schiudersi, sprigionarsi, evocando così nella finitezza un nuovo inizio da cercare ed insieme attendere. Per lui solo la parola poetica, che scaturisce da una vivente comunione di tempo ed eternità, ha la forza di recidere il duro filamento del lamento, di superare il blocco del rimpianto e della nostalgia. L’accordo sinfonico della parola dei viventi e dei dormienti in umbra mortis riapre l’involucro del lutto e del pianto.

Nel suo viaggio terrestre e celeste la parola poetica si sfila e va sempre oltre, «la poesia è imprevedibile. Tutto sommato è la vita al suo più alto e intenso grado di partecipazione intima… La poesia è il suscitare una potenzialità negli altri. Io penso che lo scrivere presuppone sempre un lettore, un altro da chi scrive. Se non ci fosse un destinatario la poesia non nascerebbe, non ci sarebbe motivo intrinseco di rompere il silenzio, quel silenzio che è la musica del mondo, dell’essere. Dentro il silenzio stanno anche le parole, ma per uscire hanno bisogno di un motivo». «Questo motivo è la necessità assoluta dell’altro» (Intervista, in Avvenire, 18 ottobre 1994 p. 17).

I santi, amici e modelli di vita

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare,
volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che procede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella
(ivi, 31).

Cover: Foto di Vikramjit Kakati da Pixabay

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SECURITY RISK

SECURITY RISK

SECURITY RISK

di Roberto Cirelli
respinto al valico di Allenby tra Giordania e Israele il 9 settembre 2026

Era da tre anni che aspettavo di tornare in Palestina per rivedere diversi amici e amiche e i luoghi tanto amati. Dopo sei anni passati in Palestina come lettore di italiano all’università di Birzeit, assunto dal Consolato Generale di Gerusalemme per essere un ambasciatore della cultura e della lingua italiane, ero rientrato in Italia alla scadenza del mio contratto a fine luglio 2023, con un bagaglio di esperienze immenso. Ero deciso a diventare un attivista per la Palestina, paese e popolo che tanto mi avevano dato e ai quali mi ero legato indissolubilmente, soprattutto dopo aver a lungo sofferto le ingiustizie ed i crimini di Israele nei loro confronti, di cui ero stato testimone.

In Italia ripresi il mio lavoro di insegnante e vissi il genocidio di Gaza a distanza, soffrendo la lontananza dai luoghi e dalle persone, maledicendo dentro di me coloro che mi consideravano fortunato per essere riuscito a partire di là prima della catastrofe del 7 ottobre, ma soprattutto di quella iniziata dopo il 7 ottobre. Avrei decisamente preferito in quei terribili mesi e anni vivere ancora in Palestina, per essere almeno fisicamente più vicino a un popolo tanto amato che vedevo soffrire immensamente, più di quanto non lo avessi già visto soffrire nei sei anni vissuti là da novembre 2017 a luglio 2023.

Aspettai che si raggiungesse almeno una tregua a Gaza prima di poter anche solo immaginare di tornare in Palestina, e alla fine decisi di prenotare un volo per Amman, in Giordania, per l’8 settembre 2026. Ero consapevole che avrei potuto non essere ammesso in Israele, e di conseguenza in Palestina, a causa del mio attivismo per una Palestina libera con l’associazione di volontariato Assopace Palestina di Luisa Morgantini. Avevo inoltre partecipato a tante presentazioni del libro di racconti che avevo scritto sulla mia esperienza di prof in Palestina. Partivo quindi con un piano B: se mi avessero respinto, sarei rimasto in Giordania. Lì avevo altri amici attivisti e mi sarebbe parso di essere ancora in qualche modo in Palestina: stesso cibo, stessi usi e costumi. Persino la bandiera, stella a parte, è quasi uguale.

Arrivai ad Amman tardi la sera dell’8 settembre e prenotai una stanza all’ostello Battuta, dove la mattina seguente un taxi mi avrebbe condotto al ponte King Hussein. Presi un autobus per il valico di Allenby ed ero molto sicuro di me, piuttosto ottimista di riuscire a passare. A 65 anni coi miei capelli bianchi pensavo di poter passare inosservato e di riuscire a entrare facilmente in Israele. Dopotutto persino i palestinesi dopo aver compiuto 55 anni sono considerati meno pericolosi e ottengono più facilmente visti d’ingresso in Israele.

Non avevo considerato però che ad Allenby passano meno persone rispetto all’aeroporto Ben Gurion, e che i controlli forse sono più capillari. Dimenticavo inoltre che il mio passaporto elettronico conteneva tutte le informazioni su di me, quindi non potevo mentire dicendo che entravo in Israele per la prima volta. Mi chiesero quando c’ero entrato l’ultima volta, ed io dovetti confessare che c’ero stato fino al luglio 2023 per lavoro. La cosa risultò subito sospetta all’addetto, un militare di origine etiope, il quale mise da parte il mio passaporto e mi disse di sedermi ad aspettare, ché presto qualcuno sarebbe venuto a pormi ulteriori domande. Forse anche il visto egiziano di qualche tempo prima su una pagina del passaporto lo insospettì.

Capii subito di essere già fregato. Avevo sperato di passare liscio al primo controllo, col mio sorriso che diceva: vado a rivedere i luoghi sacri di Gerusalemme, sa, sono cresciuto timorato di Dio e con una sana educazione cattolica. E forse vado anche a rivedere Tel Aviv. Può essere che il mio sguardo lasciasse trasparire quanto io potessi detestare Tel Aviv, e i bagnanti muscolosi che nuotano e fanno surf a 60 km. da un genocidio in corso. Anche per questo, immagino, il sospettoso israeliano misrahi non fu convinto dalle mie spiegazioni e pensò giusto richiedere un controllo ulteriore su questo italiano un po’ attempato, che aveva lavorato in Palestina facendo chissà cosa.

Aspettai due buone ore, e arrivò prima il poliziotto buono, per estorcermi gentilmente le informazioni che gli servivano, poi il poliziotto cattivo, che non si fece scrupolo di intromettersi nei dettagli più intimi della mia privacy, come solo i doganieri israeliani sanno fare. Il primo capì che per quanto avessi lavorato per il Consolato Generale d’Italia, avevo comunque passato i miei 6 anni là in stretto contatto soprattutto con palestinesi, lavorando a nord di Ramallah in una università palestinese, seppur vivendo a Gerusalemme. Per giunta a Gerusalemme est, la zona palestinese. Il secondo mi chiese se dopo essere rientrato in Italia 3 anni fa fossi rimasto in contatto con dei palestinesi. Io, da bravo San Pietro, rinnegai tutti i miei amici (a fin di bene, non volevo certo consegnare i loro nomi o i loro numeri di telefono alla sicurezza israeliana!) e dissi che dopo 3 anni non ero in contatto con nessuno di loro. Volevo solo andare a Gerusalemme a rivedere i luoghi del cuore: il Santo Sepolcro, il muro del pianto, la città vecchia.

Avevo con me un cellulare vecchio, che avevo usato quando avevo vissuto in Palestina, dal quale avevo cancellato tutti i numeri sensibili dei miei amici attivisti, o semplicemente dei palestinesi che conoscevo. Erano rimasti però tanti numeri di semplici conoscenti, come il fruttivendolo dietro casa, il fornaio, il cinema, e mi chiesero di mostrargli quanti numeri col prefisso 972 (israeliano) e 970 (palestinese) ci fossero nel mio telefono. Mi aiutarono a fare quella semplice ricerca, che da solo non sarei riuscito a fare, anche perché cercavo di recitare la parte del nonnetto più rincoglionito di quanto non lo sia già normalmente, e notarono che avevo ancora tanti numeri palestinesi. E lì cominciarono a darmi del bugiardo. Vedi che sei ancora in contatto con loro, mi dissero.

Avevo disattivato whatsapp, ma loro mi chiesero di riattivarlo. Avrei potuto rifiutarmi di farlo, tanto oramai era chiaro che non mi avrebbero fatto entrare, ma mantenendo ancora una piccola speranza di riuscire a entrare, gli mostrai il mio whatsapp. A un mio amico italo palestinese che mesi prima aveva disattivato Instagram alla frontiera chiesero di reinstallarlo e fu respinto perché trovarono una sua storia di 2 anni prima nella quale un guerrigliero musulmano pregava. Sapevo quindi che, qualunque cosa io volessi nascondere disattivando i social, loro sarebbero riusciti comunque a vederla. Avevo cancellato tutti i numeri in cui apparisse la parola Palestina, o i nomi arabi, o Gaza, o Birzeit. Ma il furbo poliziotto notò che fra gli ultimi messaggi ce n’era uno di Omar, mio studente di Hebron. Il simpatico ragazzo era stato ospite a casa mia a Trieste per tutto il mese di agosto e in un messaggio di qualche minuto prima mi chiedeva semplicemente come stessi.

Inoltre collegandomi al wifi della dogana avevo appena ricevuto diversi messaggi dalla chat “Al Quds reports”, che seguo ogni giorno per rimanere aggiornato sulla vita culturale e politica dei palestinesi di Gerusalemme. Evidentemente conosceva un po’ di arabo, e sapeva che Al Quds era il nome arabo di Gerusalemme. Mi chiese come fosse possibile che anche dopo 3 anni io continuassi ad informarmi sulla vita dei palestinesi a Gerusalemme. Proprio non riusciva a capacitarsene, e questa per lui era la prova più lampante che io fossi in contatto con palestinesi e che li avrei rivisti, nonostante affermassi il contrario. Convinto quindi che io fossi un bugiardo patentato, ma soprattutto un amico dei palestinesi, ritenne concluso il suo interrogatorio e mi disse con disprezzo: ”Have a seat” (siediti)!

Aspettai un altro paio d’ore, e poi il poliziotto buono mi raggiunse per farmi firmare un foglio nel quale io risultavo per loro un “security risk” (un rischio per la sicurezza di Israele), e per questo non mi facevano entrare in Israele, e di rimando nemmeno in Palestina. Misi il foglietto nel passaporto, deciso a leggere e tradurre tutto con calma una volta rientrato in Giordania, ma qualche incapace alla dogana giordana perse il mio foglietto, non so se per sbadataggine, per incompetenza o per connivenza con Israele. Fatto sta che non potrò mai sapere cosa ci fosse scritto su quel foglio, di cui sarei stato tristemente orgoglioso: un obiettore di coscienza al servizio militare come me, un pacifista convinto che diventa un pericolo per la sicurezza di un paese: roba da non crederci!

In attesa del permesso di rientrare in Giordania, cominciai a capire veramente cosa significasse ciò che mi era appena successo. Chissà per quanti anni non avrei più rivisto i miei amici palestinesi, soprattutto quelli che non viaggiano o non possono uscire dalla Cisgiordania o da Gaza, o che hanno provato ad ottenere un visto per l’Italia ma non l’hanno avuto: mica tutti hanno uno stipendio regolare e soldi in banca per poter dimostrare che con loro non si rischia l’immigrazione clandestina. Mi sarei perso il matrimonio del fratello di Omar. La visita alla madre di Sumud, la mia studentessa alla quale uccisero il padre nel gennaio 2023 nel campo profughi di Jenin. La sua famiglia viveva allora nel campo di Jenin, ma ora sono sfollati, perché Israele coi suoi bulldozer sta rendendo tutto il campo inagibile, replicando anche lì il metodo Gaza. Non avrei potuto visitare Shireen Abu Akhleh in cimitero, dove avrei salutato anche la madre di un’amica morta nel frattempo. Non avrei rivisto tutti i miei colleghi nel campus di Birzeit, coi quali volevo organizzare una conferenza online sul diritto allo studio e sui progetti Eramsus in Palestina boicottati da Israele. Mi sarei perso innumerevoli piatti di maqluba, offerti da diverse famiglie di miei ex studenti e studentesse e di amici e amiche che avevo programmato di rivedere per stare finalmente un po’ insieme dopo 3 anni di distanza. Non avrei rivisto gli amici italiani e stranieri che in questi tre anni avevano resistito lì a Gerusalemme, lavorando e vivendo in un ambiente che gli ricordava Parigi sotto l’occupazione nazista. E nemmeno mi sarebbe stato più possibile rivedere sul Monte degli Ulivi le amiche suore Comboniane, con le quali avevo fatto volontariato aiutando una comunità di beduini. Non avrei potuto bere un bicchiere di limone con menta al locale Mihbash di Gerusalemme est o nella caffetteria del centro culturale Al Qattan a Ramallah. O raccogliere le olive a Betlemme nel campo profughi di Deisha, dove l’amico Hamdan nel frattempo aveva avuto un’altra figlia, così come l’amica Lina, ora sposata col caro Ibrahim, e madre di un bellissimo bambino nato un anno fa.

Qualche giorno dopo mi recai in un luogo iconico di Amman, la cittadella, coi suoi ruderi di monumenti storici, e registrai un messaggio video nel quale denunciavo quanto mi era accaduto, sperando di rendere virale il video, perché tutti sapessero che non avevo potuto entrare in Palestina semplicemente perché avevo troppi amici palestinesi e mi interessavo troppo, dopo 3 anni di lontananza, alla cultura e alla vita palestinese di Gerusalemme est. Ed era Israele, uno stato che già conoscevo e nel quale non avevo certo voglia di rimettere piede dopo tutto ciò che avevo visto, che mi impediva di entrare in un paese che invece mi interessava molto visitare, ma che essendo sotto occupazione militare mi risultava proibito.  Ma forse anche perché, avendo avuto il tempo di fare tutte le ricerche che volevano su di me online in quelle mie ore di attesa su quella triste panchina al valico di Allenby, trovarono diverse foto mie scattate durante le presentazioni del mio libro, dove sono ritratto con la bandiera palestinese o con la kefya al collo.

Mi piace anche pensare che abbiano capito di cosa parli il mio libro e forse per questo mi abbiano considerato un nemico.  Perché nel mio libro descrivo i palestinesi come persone normali, di cuore, che sanno vivere e amare nonostante si trovino in condizioni disumane, sotto una delle occupazioni militari più feroci, atroci, vendicative e sadiche al mondo. Abituati a dipingere i palestinesi sempre e solo come dei terroristi, un pericolo di cui avere paura come di tutti i personaggi palestinesi di Fauda, la serie televisiva costruita sapientemente dalla “hasbara” israeliana per giustificare le atrocità compiute contro di loro, la mia descrizione di loro così umana ed empatica diventava pericolosa e chi la narrava diventava un nemico, un rischio per le loro sicurezze razziste, suprematiste, coloniali e dominatrici.

Qualche settimana fa organizzammo un incontro a Trieste con nove ragazzi e ragazze di Gaza, evacuati dopo avere ottenuto una borsa di studio in Italia. Fra di loro vi era Kholoud, già laureata in medicina e venuta in Italia per completare un master. Prima di venire qui aveva lavorato in un ospedale durante i primi due anni di genocidio e non oso immaginare cosa doveva avere visto. Scrisse un diario di quei giorni, pubblicato da un importante quotidiano nazionale. Le dissi che dopo essere stato respinto mi sentivo più vicino ai palestinesi, dato che come loro mi veniva impedito di vedere Gerusalemme e la Palestina. Mi guardò sorridendo e mi disse che anch’io ora dovevo chiedere agli enti internazionali che sanciscono i diritti umani che venisse rispettato e garantito il mio diritto di ritorno. Proprio come ai palestinesi.

Roberto Cirelli
 respinto al valico di Allenby tra Giordania e Israele il 9 settembre 2026

Cover: Manifestazione a sostegno della Palestina – Foto di Mark McGuire, su licenza Radio Bullets

Il tempo dell’io assoluto. La soggettività come misura di tutto e la fatica di costruire legami

Il tempo dell’io assoluto
La soggettività come misura di tutto e la fatica di costruire legami

Questo è il tempo dell’io assoluto, dove la soggettività diviene misura di tutto e l’emblema della fatica di costruire legami

Una borraccia, una borsa, un bracciale. Il nome inciso, ricamato, stampato. Non c’è nulla di inquietante in un’iniziale su una tazza. Ma questa piccola scena può diventare una domanda sul nostro tempo: che cosa accade quando chiediamo a tutto ciò che incontriamo di restituirci la nostra immagine?

La personalizzazione promette una risposta precisa a ciascuno: il prodotto giusto per me, la proposta adatta ai miei gusti, l’esperienza costruita sulle mie preferenze. Essere riconosciuti nella propria particolarità è una conquista.

Il problema comincia quando il riconoscimento diventa l’attesa che tutto debba corrisponderci. Quando ciò che non ci somiglia perde interesse, legittimità, diritto di parola.

Non si tratta di rimpiangere un passato in cui le differenze venivano soffocate sotto il peso delle convenzioni. La possibilità di sottrarsi a un destino assegnato, di scegliere come vivere, di prendere parola sulla propria esistenza resta preziosa.

Ma tra il diritto di esistere come soggetti e la pretesa di essere il centro di ogni situazione c’è una distanza decisiva. Difendere la propria singolarità può liberarci; doverla confermare in ogni momento può diventare una nuova prigionia.

C’è una frase che ricorre: «Io sono fatto così». Se sono fatto così, saranno gli altri ad adattarsi. Il mio modo di essere diventa un lasciapassare; gli effetti che produce su chi mi vive accanto passano in secondo piano. Una descrizione di sé viene usata come esenzione dalla responsabilità di ciò che si fa.

È qui che l’affermazione personale può irrigidirsi in esasperazione dell’io. Ciò che sento diventa immediatamente vero, ciò che desidero immediatamente dovuto, ciò che mi contraria immediatamente ingiusto.

Eppure un sentimento, per quanto autentico, non contiene da solo tutta la verità di una situazione. Posso sentirmi trascurato senza che qualcuno mi stia deliberatamente trascurando. Posso vivere la presenza dell’altro come una limitazione della mia libertà anche quando non mi sta sottraendo nulla. Tra l’esperienza e il suo significato c’è uno spazio da interrogare.

Quando questo spazio si chiude, ogni obiezione sembra una squalifica della persona. Non si discute più una scelta: si avverte di dover difendere il proprio diritto a esistere.

Il disaccordo assume una gravità sproporzionata perché tocca un’immagine di sé che non può incrinarsi. Si combatte per una questione minima con la sensazione di avere in gioco tutto.

In questa prospettiva anche l’impulso a dire la propria su qualunque argomento acquista un significato diverso. Non si interviene sempre perché si ha qualcosa da aggiungere: a volte sembra difficile consentire che un discorso prosegua senza registrarvi la propria presenza. Come sugli oggetti, bisogna apporre una firma.

Restare in ascolto può essere vissuto come sparire, riconoscere una competenza altrui come perdere valore. La conversazione si riempie di interventi; diventa più raro lasciarsi davvero raggiungere da una parola.

È in gioco la possibilità di distinguere il diritto a esprimersi dalla necessità di pronunciarsi sempre. Si può avere voce anche dicendo «non lo so», formulando una domanda, cambiando idea. Ma per farlo occorre tollerare di non presentarsi ogni volta come una figura compiuta. Occorre poter mancare di una risposta senza sentire di mancare come persone.

Il paradosso è che un io tanto impegnato ad affermarsi può essere un io poco sicuro di esistere senza conferme. La richiesta continua di attenzione non testimonia necessariamente grande consistenza interiore. Può segnalare la fatica di sostenersi quando lo sguardo degli altri si sposta.

Nessuna approvazione basta, perché deve essere rinnovata, e il bisogno di distinguersi rischia di produrre dipendenza da chi dovrebbe certificarci.

La lettura psicoanalitica invita a interrogare questa contraddizione senza farne un’etichetta diagnostica di un’intera epoca. Il soggetto non coincide con il ritratto che offre di sé. Nei lapsus, nelle scelte che ripete, nei desideri che lo sorprendono, incontra qualcosa che sfugge alla padronanza. Questa parte sconosciuta può inquietare, ma apre anche una possibilità: non essere condannati a confermare per sempre la stessa immagine. Cambiare significa anche non sapere già tutto di sé.

L’esasperazione dell’io tende invece a trasformare l’identità in un compito di manutenzione continua: bisogna raccontarsi in modo coerente, difendere le proprie scelte, rendere riconoscibile il proprio stile.

Si rischia così di spendere più energie nel sostenere il personaggio che nell’abitare la propria esperienza. Una vita troppo occupata a dichiarare chi siamo lascia poco spazio a ciò che potremmo ancora scoprire di essere.

Le conseguenze si vedono anche nei gesti comuni. Collaborare richiede che un progetto venga modificato dall’apporto di qualcun altro. In una famiglia, in un gruppo di lavoro, in un’associazione, non tutto potrà portare la nostra impronta.

Ci saranno decisioni che non avremmo preso, tempi che non coincidono con i nostri, bisogni che ci chiedono di spostarci. Se ogni modifica viene vissuta come sottrazione personale, il lavoro comune si trasforma in una trattativa estenuante per difendere il proprio posto.

Si può così desiderare di appartenere a un gruppo e, nello stesso tempo, respingere tutto ciò che rende possibile farne parte: la mediazione, l’attesa, una quota di rinuncia, la disponibilità a sostenere anche un’idea altrui.

Si cerca il riconoscimento che viene dal legame, ma si fatica ad accoglierne le condizioni. Il «noi» viene accettato finché amplifica l’io; diventa sospetto appena gli chiede di modificare qualcosa.

Anche il desiderio di essere autentici merita una domanda. Essere fedeli a se stessi non può significare consegnare agli altri ogni nostro impulso senza elaborarlo. La sincerità non cancella la responsabilità delle parole, così come un bisogno non stabilisce automaticamente chi debba soddisfarlo.

C’è un lavoro necessario tra ciò che avvertiamo e ciò che chiediamo. Saltarlo in nome della spontaneità affida a chi ci è vicino il compito di assorbire ciò che non abbiamo provato a pensare.

Forse una delle libertà da recuperare è proprio quella di non doversi affermare continuamente: partecipare a una conversazione senza dominarla, fare bene qualcosa senza reclamarne subito il riconoscimento, accettare che un pensiero maturi anche altrove. Non è modestia obbligatoria. È una forma di respiro.

Si può riconoscere il valore di qualcuno senza diminuire il proprio, contribuire a qualcosa senza possederlo, essere presenti senza occupare ogni spazio. Non si tratta di celebrare il sacrificio di sé, ma di ricordare che si può esistere anche quando qualcosa non ci corrisponde.

Forse la domanda da lasciare aperta è semplice: quanto spazio resta nella nostra vita per qualcosa che non porta il nostro nome? E che cosa temiamo di perdere se smettiamo, per un momento, di metterlo ovunque?

Cover: Foto di Andre Mouton da Pixabay 

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Droga. Carcere, stigma e cure negate: l’ONU segnala il peso delle politiche proibizioniste sulle donne

Droga. Carcere, stigma e cure negate: l’ONU segnala il peso delle politiche proibizioniste sulle donne

Droga. Carcere, stigma e cure negate:
l’ONU segnala il peso delle politiche proibizioniste sulle donne.

Il rapporto dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani richiama il contributo di undici organizzazioni della società civile italiana. Intanto dal prestigioso BMJ arriva l’appello: «La guerra alla droga è una guerra alle donne».

Roma, 14 ottobre 2026 — Le conseguenze delle politiche sulle droghe sui diritti delle donne e delle ragazze sono al centro del nuovo rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il documento, che è stato presentato alla 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani, descrive un sistema nel quale repressione, disuguaglianze di genere e marginalità si rafforzano reciprocamente. E indica una direzione politica: ridurre il ricorso alla punizione, garantire servizi volontari e accessibili, considerare la depenalizzazione del possesso per uso personale e una regolamentazione responsabile.

Il rapporto ONU A/HRC/63/56 la submission promossa da undici organizzazioni, che analizza gli effetti delle restrizioni introdotte in Italia dal 2022 nelle politiche penali, penitenziarie e di sicurezza. Il documento italiano affronta cinque ambiti: piccoli reati di droga, giustizia minorile, rischio di trattamenti coercitivi in comunità “chiuse”, maternità ed esecuzione della pena, proteste in carcere. In quel passaggio l’OHCHR afferma che negare l’accesso ai programmi sociali sulla sola base della dipendenza, per esempio condizionando l’assistenza alla partecipazione a trattamenti o a test antidroga, può costituire una discriminazione inammissibile.

A rafforzare il dibattito internazionale è intervenuto anche il prestigioso British Medical Journal – BMJ, con l’editoriale “The war on drugs is a war on women” a firma di Claudia Stoicescu, N A Mohd Salleh, Corina Giacomello, Rose André Y Faye e Rita Gatonye.
Il testo denuncia come criminalizzazione, violenza e stigma ostacolino l’accesso delle donne alle cure e propone depenalizzazione del possesso, superamento delle pene minime obbligatorie per i reati minori e alternative alla detenzione. Chiede inoltre finanziamenti dedicati per servizi costruiti con le donne, che integrino riduzione del danno, salute sessuale e riproduttiva, sostegno contro la violenza e protezione sociale.

«Il rapporto ONU rende visibile un problema che le politiche sulle droghe continuano troppo spesso a ignorare: le donne incontrano ostacoli specifici, prodotti anche dalle norme e dall’organizzazione dei servizi», dichiara Susanna Ronconi di Forum Droghe, che ha curato la submission. «La paura di perdere i figli, il peso delle responsabilità familiari, la violenza subita e lo stigma possono rendere difficile persino chiedere aiuto. Una politica efficace deve partire da queste condizioni e costruire risposte accessibili, rispettose e volontarie».

«Il richiamo alla nostra nota è importante nella sua portata precisa: l’OHCHR la cita nel passaggio sulle discriminazioni nell’accesso ai servizi sociali», prosegue Ronconi. «L’assistenza non può diventare uno strumento di pressione sulle persone. Casa, sostegno economico e relazioni sono condizioni che possono rendere possibile un percorso di autonomia. Negarle a chi vive una difficoltà rischia di consolidare quella difficoltà».

«L’editoriale del BMJ aggiunge una voce autorevole a questo confronto e pone una questione concreta: i servizi per le donne devono essere parte essenziale dell’offerta, con risorse dedicate», aggiunge Ronconi. «Servono luoghi sicuri, sostegno tra pari, possibilità di accedere alle cure senza dover rinunciare alla cura dei figli. E serve riconoscere che le donne che usano droghe possiedono competenze sulla propria vita che devono entrare nelle decisioni».

«Nel contributo italiano abbiamo contestato l’inasprimento penale e il rischio di percorsi terapeutici segnati dalla coercizione», conclude Ronconi. «Quando la scelta viene compiuta sotto la minaccia del carcere, occorre interrogarsi sulla libertà del consenso. Le indicazioni dell’ONU e le proposte dell’editoriale BMJ ci chiedono di investire nelle alternative, nei servizi territoriali e nella partecipazione delle donne. È su questo terreno che dobbiamo valutare anche le politiche italiane».

Le organizzazioni firmatarie chiedono un confronto pubblico sulle conseguenze delle politiche italiane e sulle riforme necessarie per garantire accesso non discriminatorio all’assistenza, trattamenti volontari, sostegno alla maternità, alternative al carcere e partecipazione delle donne che usano droghe.
Dichiarazioni delle associazioni italiane firmatarie

Forum Droghe – Stefano Vecchio, Presidente

«La valutazione delle politiche sulle droghe deve includere i danni prodotti dalla repressione. Il rapporto ONU e l’editoriale del BMJ offrono indicazioni convergenti: ridurre il ricorso al carcere, garantire accesso alla salute e coinvolgere le persone interessate. Chiediamo che questi criteri orientino anche le scelte italiane».

Fondazione LILA Milano – Lella Cosmaro, Veronica Walsh, operatrici e attiviste

«La paura del giudizio può allontanare le donne dalla prevenzione, dai test e dalle cure. Occorre integrare riduzione del danno, prevenzione dell’HIV e delle epatiti, salute sessuale e riproduttiva e sostegno sociale, attraverso servizi capaci di accogliere senza stigmatizzare».

LILA Nazionale – Giusi Giupponi – Presidente, Attivista

«La tutela della salute richiede fiducia, riservatezza e accesso effettivo ai servizi. Le politiche punitive e lo stigma, possono compromettere queste condizioni e rendere più difficile la prevenzione dell’HIV  e l’accesso alle cure. Chiediamo risposte che raggiungano le donne e rimuovano le discriminazioni, anche nei percorsi assistenziali».

Diritti Globali–SocietàINformazione – Sergio Segio, presidente

«Le conseguenze delle politiche sulle droghe attraversano libertà, salute, casa, lavoro e relazioni familiari. Quando povertà e stigma diventano ragioni di esclusione, la disuguaglianza si approfondisce. Rendere visibili questi effetti è necessario per chiamare le istituzioni alle proprie responsabilità».

CNCA – Caterina Pozzi, Presidente Nazionale

«I percorsi di cura devono fondarsi sulla relazione, sul consenso e su progetti individualizzati. Abbiamo segnalato il rischio di risposte residenziali che riproducano la chiusura detentiva. Servono interventi territoriali e possibilità diverse, capaci di sostenere l’autonomia e i legami delle persone».

La Società della Ragione – Giulia Melani, presidente

«Per le madri che usano droghe lo stigma può pesare sulla valutazione delle capacità genitoriali e sull’accesso alle opportunità fuori dal carcere. La protezione dei bambini richiede sostegni concreti e valutazioni individuali, con soluzioni che tutelino insieme i diritti delle donne e quelli dei loro figli».

CGIL — Alessandra Tersigni – Responsabile nazionale carcere e dipendenze

«Il diritto alla salute e alla protezione sociale ha bisogno di servizi pubblici accessibili, personale e risorse. Una casa, un reddito e un’opportunità di lavoro possono rendere praticabile un percorso di autonomia. Il sostegno non può essere subordinato a condizioni che alimentano lo stigma o limitano l’autodeterminazione: servono politiche che rimuovano gli ostacoli all’autonomia, non che li trasformino in ulteriori strumenti di marginalizzazione».

ITARDD – Pino Di Pino, Presidente

«Una riduzione del danno attenta alle donne richiede orari, luoghi e modalità di accesso compatibili con le loro vite, oltre a spazi sicuri e personale formato. L’ascolto delle persone interessate deve guidare la progettazione dei servizi e la valutazione di ciò che funziona».

ItaNPUD — Alfredo Pellegrini, Presidente

«Le donne che usano droghe devono poter partecipare alle decisioni che riguardano la loro salute e la loro vita. L’esperienza diretta è una competenza indispensabile. Chiediamo che sia riconosciuta nei servizi e nelle politiche, garantendo possibilità reali di parola e di scelta».

L’Isola di Arran ODV – Maria Teresa Ninni, Valentina Mancuso e Dinah Macmillan operatrici sociali e attiviste

«La possibilità di ricostruire un percorso passa anche dalla continuità dei legami e da relazioni di fiducia. Per le donne segnate da stigma e marginalità, incontrare ascolto e sostegno può aprire nuove possibilità. Le istituzioni devono creare le condizioni perché questi percorsi siano accessibili e duraturi».

Firmatari della submission: Forum Droghe; Harm Reduction International; LILA – Lega Italiana Lotta all’AIDS Milano; LILA – Lega Italiana Lotta all’AIDS nazionale; Diritti Globali – SocietàINformazione; CNCA – Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti; La Società della Ragione; CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro; ITARDD – Rete italiana Riduzione del Danno; ItaNPUD – Rete italiana delle persone che usano droghe; L’Isola di Arran ODV.

Documentazione:
RAPPORTO ONU ·
SUBMISSION ·
Editoriale BMJ

(A cura di Leonardo Fiorentini)

Cover: Foto di BedexpStock da Pixabay

Monica Gori: "Il lusso dell'ozio" e altre poesie

Parole a capo /
Monica Gori: “Il lusso dell’ozio” e altre poesie

Parole a capo

Monica Gori: “Il lusso dell’ozio” e altre poesie
 

In questo numero di “Parole a capo”, pubblichiamo alcune poesie di Monica Gori, poetessa romagnola. Monica Gori si descrive così: “Dopo essere rimasta sola in giovanissima età, si è sviluppata in lei una personalità bipolare- borderline e tra la routine di una vita pseudo normale tra studio, lavoro e ricoveri ha trovato nella scrittura un modo di evadere da un’ inquietudine esistenziale, il suo modo di reagire.“ In un’intervista di alcuni anni fa, alla domanda “Se dovessi dare un consiglio ad un giovane autore… cosa gli diresti?” rispondeva “Sii ciò che sei, non avere paura di essere fuori dal coro. Non è il potere del denaro che ti rende un grande artista ma la voglia di imparare sempre qualcosa di nuovo. Saranno poi gli altri a credere in te e vedere ciò che sei in realtà. Non c’è peggior essere di chi ha la presunzione di classificarsi da solo.”

 

*

Il lusso dell’ozio

 

Ho spento il rumore del mondo
collezionando silenzi.
Ho riempito lo spazio interiore
con la libertà di oziare nei miei pensieri
raccolti come souvenir
in questa villeggatura a chilometro zero.
Ho cancellato l’orologio biologico
e sotto una doccia gelata
assaporo l’anarchia del mio tempo.

 

*

 

In un soffio di vento che se ne va

 

Ho voglia di stare sola perché è da sola
che riesco a riconoscere le cose.
Nel silenzio.
Nel mutismo del mio sperdermi
e ritrovarmi.
Il tempo non guarisce
aiuta ad accettare.
E quando il vento nel bosco
fa frusciare le foglie non disturba
questo silenzio, ne è la voce.
Sarebbe bene capire in profondità
che il momento presente
è tutto ciò che si ha.
E in questa malinconia
che non si può leggere ma solo avvertire
sento di essere invisibile
solo per chi rifiuta di vedermi.

 

*

 

Alla sera

 

Svettano i pioppi verso il cielo
vibranti di materia, libertà e spazialità.
All’imbrunire le fate d’ombra camminano
disegnando giochi sull’asfalto.
Poi si affacciano contro i vetri delle dimore illuminate,
premendo e ascoltando il regnante silenzio.
Vecchi meditabondi, sogni di fanciulli e madri che rassettano.
Qualcuno legge, qualcuno riflette contemplando il divenire della notte,
qualcuno prega.
Non c’è più tempo per i ricordi,
non c’è più tempo neanche per sentirsi soli.
Alla sera, spazio libero, puro senza confini.
Un mondo che si riempie di figure, volti,
profili che si raccontano riflessioni esistenziali.
Le forme del pensiero, definizione materica di un moto dinamico
che si dipana intorno alle immagini di umane presenze.
Un quadro ove le stelle la fanno da dominatrici e
ombre come figure affascinanti e malinconiche
incarnate nelle pose flessuose e immediate in divenire.
Un microcosmo multiforme ove il flusso potente della fantasia
si manifesta con la creatività dell’Artista che c’è in ognuno di noi.

 

*

 

La morte della poesia

 

La brezza diventa tempesta
quando la poesia muore.
I gabbiani se vanno
ed io non sogno più.
Le barche si arenano
quando la poesia muore.
La luce si affievolisce
ed io trattengo il respiro.
Le nuvole viaggiano silenziose
quando la poesia muore.
L’armonia delle cose sparisce
ed io silente ascolto.
Ti incontrai ma non ricordo
ed ora che anche tu sei morta
solitaria esistenzialista io ti ricerco
e ti dico: ASCOLTAMI ANCORA.

 

*

 

La mia nebbia cognitiva

 

Con un passo è iniziato il mio viaggio
ascoltando ciò che non dicevo.
Esercizio di verità
dietro la finzione delle parole.
Ho imparato a parlare il silenzio
con i miei occhi che rispondevano
laddove la mia bocca
non emetteva suoni.
Non sono un’eremita,
vivo in una società da asociale.
Mostro sorrisi per nascondere
il mio cadavere.
Non esisto da tanto tempo
e mi ammonisco per non essere morta.
Per essere poeti è necessario non saperlo.
Per essere amati è necessario non volerlo.
Siamo turisti nel cuore delle persone.
A volte sei tutto e in un attimo il niente.
Mi viene un po’ da piangere
un po’ da ridere
un po’ da vomitare.
Il mio cuore è invecchiato
e l’anima è dolorante
in questo corpo sano.
E il tempo scandisce solo un dolore
che si rinnova perpetuamente.

 

 

Monica Gori (1966), originaria di San Mauro Pascoli (dove ha vissuto gran parte della sua vita), risiede ora a Cesena. Parente da parte di nonna paterna con il poeta Giovanni Pascoli ha trascorso l’infanzia presso la sua casa dove da piccolissima la facevano dormire nella culla dell’Illustre Poeta.  In “Parole a capo” sono state pubblicate altre sue poesie il 25 maggio 2023, il 21 marzo 2024 e il 7 novembre 2024.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’ IBAN: IT75P0538713004000003826665

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 361° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Cover: https://pixabay.com/it/photos/foca-oziando-pigro-relax-menzogna-424301/

La città incontra il carcere: la parola ai redattori di Astrolabio

“La città incontra il carcere”:
parlano i redattori di Astrolabio, la rivista del carcere di Ferrara.

Giovedì 1 ottobre, nella casa circondariale di Ferrara, una settantina di persone sono entrate per incontrare alcuni detenuti. Non era una visita guidata, né una delegazione istituzionale venuta a osservare da vicino una realtà spesso sconosciuta. È stato un incontro tra persone che abitualmente vivono separate da muri, cancelli e pregiudizi, a volte ancora più difficili da superare.

L’iniziativa, La città incontra il carcere, organizzata nell’ambito del Festival di Internazionale e giunta alla sua quarta edizione, aveva un obiettivo preciso: far conoscere Astrolabio, il giornale della casa circondariale di Ferrara, attraverso le voci di chi lo scrive. Non parlare dei detenuti, ma lasciare che fossero loro a raccontarsi; non descrivere il carcere al posto di chi lo vive, ma ascoltare chi, ogni settimana, si ritrova in redazione per trasformare pensieri, ricordi ed esperienze in articoli.
Da undici anni curo Astrolabio e conosco le persone che contribuiscono a realizzarlo, le loro difficoltà e la fatica di trovare le parole giuste.

Questa volta, però, non ero soltanto l’organizzatore: ero anch’io su quel palco per presentare il giornale e difendere un’idea. Il carcere non può essere raccontato soltanto attraverso i reati, le condanne, le evasioni e le emergenze. Tutto questo esiste e non va nascosto, ma non esaurisce la complessità delle persone che vivono dietro quelle mura.

Nato nel 2007 per dare voce a chi normalmente ne ha poca, Astrolabio è diventato molto più di un giornale: è uno spazio in cui confrontarsi, esercitare la libertà di pensiero e sentirsi parte di una comunità.
Scrivere significa fermarsi, scegliere le parole, rileggersi e, qualche volta, imparare a guardarsi da fuori. Significa anche scoprire che dentro di sé c’è ancora qualcosa da raccontare.

Il giornalista e regista Filippo Vendemmiati, autore del documentario Meno male è lunedì, girato nel carcere della Dozza a Bologna, ha accettato di condurre l’incontro e ha sorpreso tutti proponendo un gioco: ha finto di essere un editore intenzionato a chiudere Astrolabio e ha chiesto ai redattori di convincerlo a cambiare idea.
Ognuno è intervenuto portando il proprio punto di vista e la propria esperienza, a difesa di uno spazio di libertà.

Filippo Vendemmiati

Uno dei momenti più belli è stato vedere i redattori prendere la parola davanti al pubblico. Non erano lì per interpretare una parte o suscitare compassione, ma come giornalisti, con i propri articoli, le proprie idee e il desiderio di essere ascoltati.

Giampiero ha raccontato la scoperta del piacere della scrittura e ha letto un tautogramma, un componimento nel quale tutte le parole iniziano con la stessa lettera.
Un gioco linguistico che è diventato l’occasione per mettere alla prova la fantasia e dimostrare che anche in carcere si può continuare a imparare.
Francesco ha parlato dello sport e della necessità di avere più occasioni per praticarlo. Per lui non è soltanto un modo per trascorrere il tempo, ma uno strumento per stare meglio e trovare alternative alle dipendenze e all’uso eccessivo di farmaci.
Giuseppe, forte di una lunga esperienza detentiva, ha raccontato i cambiamenti della vita carceraria e ciò che ancora deve essere migliorato. Aveva molte informazioni da condividere e poco tempo per farlo. L’emozione è stata così intensa da provocargli un malessere che, per qualche momento, ci ha fatto temere il peggio. Per fortuna si è ripreso. È stato un momento che ci ha ricordato quanto possa essere difficile esporsi davanti a un pubblico e quanto, dietro ogni intervento, ci sia una persona con le proprie fragilità.
Jendari ha accompagnato il pubblico in un viaggio tra filosofia, letteratura e riflessioni. Quando non puoi spostarti liberamente nello spazio, puoi ancora viaggiare attraverso la memoria, la cultura e l’immaginazione. Non è la stessa cosa, naturalmente, ma permette di non lasciare che il mondo si restringa alle dimensioni della propria cella.

Costante ha raccontato la durezza del tempo trascorso in carcere e la sofferenza delle separazioni. Ha spiegato quanto possa significare incontrare persone provenienti dal mondo esterno, guardarle negli occhi e sentirsi, almeno per qualche momento, meno lontani dalla vita.
Mauro ha alternato ironia e riflessione, parlando delle differenze che convivono negli spazi ristretti, delle difficoltà quotidiane e delle opportunità che possono nascere anche in una situazione così complessa. Soprattutto, ha raccontato il suo percorso universitario, iniziato quando aveva perso la capacità di immaginare un futuro. Tornare a studiare gli ha restituito una prospettiva e la possibilità di sentirsi ancora un esempio positivo per i figli.

Durante questi racconti, l’emozione ha spesso preso il sopravvento. Condividere davanti a tante persone una parte così intima della propria vita non è facile. Ma proprio in questo è consistito il valore dell’incontro: nessuno doveva recitare la parte del detenuto che commuove o del cittadino libero che impartisce lezioni. Si trattava semplicemente di raccontarsi.

Da sinistra: Mariangela Siconolfi, Maria Martone e Vito Martiello (foto di Stefania Andreotti, per gentile concessione)

A un certo punto Filippo Vendemmiati ha posto una domanda: la scrittura rende liberi?
Non so se possa rendere liberi in senso assoluto. Di certo non apre i cancelli e non cancella una condanna. Può però offrire una libertà diversa: quella di pensare, esprimersi, mettere in discussione le proprie convinzioni e immaginare un futuro che non sia la semplice continuazione del presente.
Scrivere non significa assolversi. Raccontare la propria storia non cancella il male compiuto e non restituisce automaticamente ciò che è stato tolto alle vittime. La responsabilità rimane, così come rimane il dolore di chi ha subito un reato.
Ma riconoscere quella responsabilità non significa identificare per sempre una persona con il reato che ha commesso.

Una pena dovrebbe lasciare spazio alla possibilità di cambiare, riconoscere il danno compiuto e costruire relazioni diverse con gli altri. Non per cancellare il passato, ma per evitare che diventi l’unico futuro possibile.

Possiamo pretendere che una persona, al termine della pena, torni a vivere nella società. Dobbiamo però domandarci quali occasioni le abbiamo offerto per prepararla a farlo. Altrimenti, che senso avrebbe parlare di rieducazione?
Durante l’incontro è emersa anche la realtà concreta in cui lavora Astrolabio. La direttrice Maria Martone ha ricordato che la casa circondariale di Ferrara ospita 423 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 265 posti. Un sovraffollamento pesante, che rende più difficile garantire spazi adeguati, attività, relazioni e percorsi individuali.

Raccontare esperienze positive non significa nascondere queste criticità. Significa riconoscere ciò che può nascere anche in condizioni difficili e, allo stesso tempo, ribadire la necessità di investire in istruzione, lavoro, attività culturali e personale.
Il giornale non può risolvere i problemi del carcere, ma può contribuire a renderli visibili e a costruire un rapporto con la città che vada oltre la paura.

C’è una frase che mi sta particolarmente a cuore: le persone detenute saranno, un giorno, i nostri vicini di casa. Alcune lo sono già, quando escono per lavorare o partecipare a percorsi esterni. Altre lo diventeranno al termine della pena.
Che tipo di società vogliamo ritrovare insieme? Una società che continua a identificare una persona soltanto con il reato commesso, oppure una comunità capace di chiedere conto delle responsabilità e, nello stesso tempo, di riconoscere la possibilità di un cambiamento?
Alle nostre spalle, durante l’incontro, c’era un’immagine che rappresentava bene il senso di Astrolabio: il carcere da una parte, la città dall’altra e, in mezzo, un ponte.

Mi piace pensare che il giornale sia proprio questo: un collegamento costruito con le storie e la volontà di incontrarsi. Ma un ponte, per essere utile, deve poter essere attraversato in entrambe le direzioni. E per costruirlo occorre la volontà di entrambe le parti. Non basta che chi è fuori sia disposto a guardare dentro: deve anche saper ascoltare, interrogarsi e riconoscere l’umanità di chi incontra.

Foto di Stefania Andreotti, per gentile concessione.

Durante l’incontro, Irene Fioresi, insegnante del CPIA, ha annunciato la partecipazione di Astrolabio, del CPIA e della Casa circondariale di Ferrara al progetto europeo Revoices, finanziato dal programma Erasmus+. Il progetto promuove laboratori partecipativi in carcere, utilizzando la parola come strumento educativo e creando esperienze e materiali condivisibili anche in altri contesti.
In carcere, cultura e formazione non possono essere considerate attività accessorie da proporre quando tutto il resto funziona. Sono parte essenziale di un percorso che dovrebbe aiutare le persone a prepararsi al ritorno nella società.

Quando i cancelli si sono riaperti, i cittadini sono tornati alla loro vita. I redattori, invece, sono rimasti in carcere. È una differenza che non dobbiamo dimenticare: per noi ospiti l’incontro era finito, mentre per loro la giornata proseguiva nella stessa realtà di sempre.
Eppure, forse qualcosa è rimasto a tutti: una voce ascoltata, una domanda senza risposta, un volto che non coincide più con l’immagine anonima che spesso associamo alla parola detenuto.

Sono tornato a casa con la soddisfazione di aver contribuito a realizzare un incontro importante, ma anche con la consapevolezza che un solo pomeriggio non basta a cambiare il modo in cui la città guarda al carcere.
Occorre continuare a creare occasioni di incontro, perché ciò che accade dietro quelle mura riguarda anche chi sta fuori. Una comunità che vuole essere davvero più sicura non dovrebbe limitarsi a chiedersi come punire chi ha sbagliato, ma anche come permettergli di tornare a vivere senza commettere nuovi reati.
Astrolabio, nel suo piccolo, prova a contribuire a questo percorso: dare spazio alle parole per restituire spazio alle persone.
E se quel pomeriggio anche una sola persona, uscendo dal carcere, ha cominciato a guardare le persone detenute in modo diverso, allora quell’incontro è servito a qualcosa. E il ponte tra il carcere e la città è diventato un po’ più solido.

P.S. Di seguito il servizio fatto dalle colleghe di Liberi Dentro Eduradio& TV sulla giornata del primo ottobre.

Il disegno di copertina è stato realizzato da un ragazzo ospite della casa Circondariale di Ferrara.
Le foto dell’articolo sono di Mauro Presini, tranne diversamente indicato.

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Lula vince ancora: contro i pronostici e contro Trump

Lula vince ancora: contro i pronostici e contro Trump

Contro i pronostici, Lula vince le elezioni e diventa Presidente del Brasile per la quarta volta, ribaltando l’ascesa in tutta l’America Latina delle destre.

In rimonta sul 1° turno, Lula vince le elezioni (è al 4° mandato e governerà altri 4 anni, 16 in tutto, più di qualsiasi altro), con uno scarto di 4,4 milioni di voti su Bolsonaro e 10,3 milioni più del 1° turno raggiungendo 64 milioni di voti. Alcuni seggi sono stati prorogati di 2 ore (su richiesta dei due candidati) per le copiose piogge e strani disservizi dei bus. In ogni caso hanno votato solo 17mila persone in più dopo le ore 17 contro uno scarto di 4,4 milioni per Lula. La solita richiesta di voto truccato (à la Trump) è stata respinta dal giudice di turno, peraltro, indicato da Bolsonaro.

Logo ufficiale della campagna per Lula presidente

Decisiva è stata la mobilitazione su whatsapp promossa dal collaboratore André Janones (Lula non ha mai posseduto uno smartphone) che ha portato a votare moltissimi giovani e astenuti al 1° turno. 

La vittoria (51,8% vs 48,2%) ribalta l’ascesa in tutta l’America Latina delle destre che voleva trasformarla nel “cortile di casa” (dottrina DonRoe). Brasile e Messico, con presidenti di sinistra, hanno il 55% dell’intera popolazione dell’America Latina.

Da qui la stizza di Trump che aveva introdotto proprio due mesi fa dazi del 37,5% alle esportazioni brasiliane in Usa, proprio per indebolire Lula che fa parte dei BRICS (Cina, Russia, India, …) e delle big tech che avevano puntato tutto su Bolsonaro, neoliberista, e che avrebbe ceduto tutte le terre rare, mentre Lula vuole mantenere un rigoroso controllo nazionale e creare lavoro in Brasile, mantenendo aperto il commercio con la Cina, oggi triplo di quello con gli USA.
Una vittoria geopolitica di Cina e Russia (e di Cuba che spera in aiuti).

Il bolsonarismo si avvaleva dei 47 milioni di evangelici e neopentacostali e del motto “Dio, patria e famiglia”, mentre i cattolici sono in maggioranza con il PT di Lula e le sue politiche sociali (sostegno ai poveri, riduzione dell’orario di lavoro su 5 giorni anziché 6), aumento della spesa pubblica (che ha però portato il debito pubblico all’82% del Pil) e crescita dei salari.
L’apertura alla Cina ha favorito la crescita economica (+2,4% il Pil nel 2026), la bilancia commerciale è attiva, inflazione è al 4,7%, il tasso di disoccupazione è basso 5,3%.

I salari reali sono cresciuti del 10% dal 2018 al 2024 e nel 2023 avevano registrato una crescita reale del 5,2%, una delle più alte in America Latina (rimbalzati dopo il calo via pandemia e inflazione). Poi la crescita si è fatta più moderata, ma sempre positiva. Salari reali cresciuti tre volte quelli degli Stati Uniti dal 2008, mentre in Italia è avvenuto un calo.

Il D9/D1 ratio (rapporto tra il salario al 90° percentile e quello al 10° percentile) è 5,5 (i lavoratori nel decile più alto guadagnano 5,5 volte quelli nel decile più basso). Dal 2006 al 2021, il Brasile ha visto una diminuzione annualizzata della disuguaglianza salariale (D9/D1 ratio: -1,2% all’anno), favorendo i salari più bassi. Le donne sono sovra-rappresentate tra i lavoratori a basso salario e nell’economia informale. Il rapporto ILO raccomandava per il Brasile un rafforzamento della contrattazione collettiva e dei salari minimi. Nel complesso i dati economici sono molto buoni e hanno visto crescere infatti anche gli investimenti esteri.

Lula avrà la possibilità di influenzare la nomina di 4 giudici della Corte Suprema (uno vacante e 3 che vanno in pensione nei prossimi 4 anni) che però necessitano del voto della maggioranza del Senato. Avrà seri problemi a governare in quanto non ha una maggioranza al Senato e Camera. Ma neppure Bolsonaro (se tornerà in Brasile dopo la fuga dal suo sponsor americano) ce l’ha, anche se il suo partito (liberale) ha 121 seggi su 513 alla camera rispetto a 88 del PT.
Lula dovrà quindi negoziare con partiti di centro non favorevoli alle sue politiche sociali (per approfondire vedi l’articolo sul blog Melquìades di Macondo di Marcela Anzola “Brasile: Lula ha vinto le elezioni, ma chi ha vinto il potere?”)

Si riduce così la minaccia all’Amazzonia che ha subito la distruzione di 3,5 milioni di ettari durante il governo Bolsonaro (ma anche con Lula ha perso 2 milioni di ettari), anche se l’accordo Mercosur firmato con la UE, favorisce una potenziale distruzione della foresta per nuove coltivazioni ed export della carne brasiliana, attaccata anche da taglialegna, miniere, esplorazione di gas (alla foce del Rio delle Amazzoni), strade (come quella tra Manaus e Porto Velho).
Nel 2024 sono stati ammazzati 258 indigeni, 215 i suicidi tra gli indigeni (soprattutto giovani), 160 conflitti in quanto la legge del 2023 riconosce il diritto alla terra solo agli indigeni che sono in grado di dimostrare la loro presenza al momento della promulgazione della Costituzione (5.10.1988), come se tutti i processi di espulsione e massacri precedenti non fossero avvenuti.

Che ricchi, gran parte delle imprese, latifondisti, finanza, predatori esteri (da big tech all’agroalimentare) siano dalla parte di Bolsonaro ( è certo ed è anche vero che hanno nelle due camere una potenziale maggioranza. Ora però si sono trovati come presidente Lula che dovrà negoziare coi partiti di centro (MDB, PSD,…) per far passare molte leggi e riforme. Non avrà vita facile nei prossimi 4 anni ma è un abile negoziatore per garantire crescita, difesa del welfare e dei diritti. La frammentazione del Parlamento è per certi versi un vantaggio per l’abile Lula. Dovrà fare accordi programmatici con vari partiti e negoziazioni.

Lula dovrà trovare (finalmente) un erede in vista delle elezioni del 2030, quando non ci sarà forse più Trump e molto nel mondo sarà cambiato. Intanto godiamoci questa vittoria memorabile di Lula (81 anni ieri, 27 ottobre) contro i principali giornali liberisti e tv del Paese, contro i sondaggisti, contro Meta e Trump. Nel nostro piccolo abbiamo contribuito anche noi di Macondo (Pippo Morelli, Giuseppe Stoppiglia, Gaetano Farinelli e altri) da quando nel 1985 abbiano iniziato a sostenere Lula, un semplice sindacalista metalmeccanico dall’ABC di San Paolo. Avevamo visto giusto.

 

In copertina: Brasile, San Paulo 25.10.2026, il discorso della vittoria di Lula da Silva – Foto: Ricardo Stuckert, licenza Creative Commons.

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Vite di carta Ed è un poco la notte e un poco l'alba di Ilaria Tuti

Vite di carta /
“Ed è un poco la notte e un poco l’alba” di Ilaria Tuti

Il titolo Ed è un poco la notte e un poco l’alba è irrinunciabile: bello, bellissimo. Viene da una prosa del poeta friulano Pierluigi Cappello, Un dolore lungo un addio, scritta per il quarantesimo anniversario del terremoto che colpì la sua regione nel 1976, ma secondo Ilaria Tuti  si presta a esprimere con pregnanza lo sconquasso portato in Friuli dall’ultima guerra.

Lo ha aspettato a lungo, anche dopo avere terminato la stesura del romanzo. Quando è arrivato, si è rivelato perfetto per esprimere il senso della vita della protagonista Serafina e della sua terra durante e dopo l’invasione dei cosacchi, che tra il 1944 e il 1945 hanno occupato la Zona libera della Carnia per volere di Hitler.

Serafina è la protagonista del romanzo e insieme alla voce narrante ci offre un punto di vista inusuale su un pezzo di storia non molto conosciuto. La storia è quella dell’occupazione cosacca, che portò a insediarsi nelle valli prossime a Tolmezzo carovane di cavalieri e delle loro famiglie provenienti dalle steppe della Russia: un insediamento invasivo e violento che porta via agli abitanti dei villaggi la loro casa e il cibo e impone una convivenza all’inizio impossibile da tollerare.

Il punto di vista appartiene a Serafina e ai compaesani che frequenta di tanto in tanto muovendosi dalla sua casa che è una tana isolata dalle altre. Serafina è una figura marginale rispetto alla comunità: vive sola in compagnia di una capra che le è amica e sodale; sola da quando ha perduto la nonna Silva e anche il suo bambino, concepito in seguito a una violenza ma nato senza vita.

Il cursore del tempo narrativo si muove lungo la parabola della sua esistenza, tra il 1915 quando è una bambina e assiste la nonna che ridà il respiro a un neonato e il 1945, quando a guerra finita i cosacchi lasciano le valli friulane e vengono ricacciati nelle steppe a pagare con la prigionia e la morte il prezzo della sconfitta del nazismo.

In tutti questi anni Serafina ha appreso dalla nonna a raccogliere nel bosco le erbe che curano i malanni e soprattutto aiutano le donne nei parti difficili. La chiamano i paesani dei borghi vicini quando occorre la sua presenza nel cerchio di donne attorno a una partoriente che soffre.

Serafina ha addosso la nomea che fu della nonna Silva di “evocatrice dei respiri”, colei che ai neonati morti ridà la vita per un attimo, giusto il tempo di battezzarli e di evitare loro il limbo eterno, portando consolazione alle famiglie che sentono visceralmente questa antica credenza popolare.

La figura in copertina fa pensare alla montagna e alla solitudine, che è libertà e sgomento al tempo stesso. La montagna, insieme al bosco e alla valle sono il cosmo di Serafina. E la natura la investe di un sapere che va oltre la razionalità, un sapere arcano a cui Silva l’ha avvicinata, sul limite tra la vita e la morte, tra l’armonia e l’orrore.

Serafina è creatura ed è donna. Insieme a Domitilla, che fa nascere i bambini, e alla vecchia cieca del villaggio sa condividere la forza della preveggenza. Forte come lo sono i valligiani, abituata alla fatica e agli stenti, all’inizio non sa decodificare i comportamenti dei cosacchi. Che accendono fuochi sui pavimenti delle case e le imbrattano di ogni lordura. Che amano i loro cavalli e fanno violenza alle donne del luogo, e in una lingua sconosciuta cantano inni magnifici  durante le loro funzioni religiose.

Serafina è però una creatura di confine e il confine “prevede un di più di contaminazione” tra chi abita al di qua e chi è oltre, fra il buio e la prima luce: l’ho sentito dire a Ilaria Tuti intervistata a Mantova insieme allo scrittore altoatesino Sepp Mall.

Sarà questo che la conduce a condividere la casa con i tre guerrieri cosacchi che gliel’hanno occupata, condividere proprio nel senso di imparare con il tempo a concedersi un momento di empatia, a darsi aiuto reciproco in caso di estrema necessità.

Trovo che in questo stia il senso portante del romanzo e che ne venga fuori una riflessione sul nostro presente. Sta tutta nel titolo, nel chiaroscuro che realisticamente intreccia tra loro gli opposti, un po’ di buio e un po’ di luce.  Risiede anche nella forma narrativa, improntata a un tono epico che accompagna la durezza della vita quotidiana di Serafina e dei valligiani e gonfia il lessico di un turgore semantico talvolta eccessivo.

Con la primavera del 1945 e le voci che la fine della guerra è vicina, le SS si fanno ancora più spietate e chiudono la valle a ogni rifornimento di cibo. Torturano gli italiani e abbandonano anche i cosacchi, dopo che Hitler ha fatto loro attraversare l’Europa per arrivare a prendersi la terra dei friulani e a stanare i partigiani.

Serafina capisce che mentre si preparano a lasciare i paesi sono vittime della sopraffazione tanto quanto i poveri valligiani della Carnia, più simili che diversi ora che si sono reciprocamente (ri)conosciuti. Pur nella sofferenza, nella precarietà.

Nota bibliografica:

  • Ilaria Tuti, Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Longanesi, 2026

Cover: Foto di irinashutko da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

una giornata di lavoro

Una giornata di lavoro

Il 15 ottobre tre persone sono morte sul lavoro, a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra.

A Scerni, in Abruzzo, un ventitreenne, studente universitario prossimo alla laurea, ha perso la vita in una cantina sociale.

A Firenze un operaio di trentun anni è stato travolto da una trave metallica nel cantiere della nuova stazione dell’Alta Velocità.

Nel porto industriale di Cagliari un autotrasportatore di sessantuno anni è rimasto schiacciato da un carico di tubi durante le operazioni di scarico.

Le indagini dovranno ricostruire le dinamiche e accertare eventuali responsabilità. Per ora conosciamo le mansioni, i luoghi, l’età delle vittime. Sono le informazioni che aprono quasi sempre questi resoconti. Gli esiti delle indagini, le responsabilità accertate e le misure adottate in seguito ricevono assai meno attenzione.

Il 16 ottobre, ad Abu Falah, nei pressi di Ramallah, alcuni palestinesi stavano raccogliendo le olive quando, secondo la Reuters, circa ottanta coloni israeliani mascherati hanno aggredito gli agricoltori e le persone presenti.

Sono state lanciate pietre e incendiati alberi. Fra i feriti anche Heidi Levine, fotografa del Washington Post, che documentava l’accaduto.

Per molte famiglie palestinesi la raccolta delle olive significa reddito, un legame con la terra coltivata da generazioni, settimane di lavoro che non si possono recuperare in un altro momento. Gli alberi incendiati mettono a rischio anche i raccolti futuri. Chi rinuncia ad andare nei campi per paura di essere aggredito perde intanto parte di quello presente.

La trave caduta a Firenze e le pietre scagliate contro i raccoglitori di olive appartengono a vicende diverse. Nel primo caso la dinamica e le eventuali responsabilità sono ancora oggetto d’indagine; nel secondo c’è stata una violenza intenzionale, nel contesto dell’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Leggendo quelle cronache una dopo l’altra, mi sono chiesto quanto possa decidere una persona delle condizioni in cui lavora.

Un agricoltore palestinese può scegliere di non raggiungere il proprio uliveto durante le aggressioni. Ma quella rinuncia lascia il campo a chi lo minaccia e sottrae alla famiglia un sostentamento. La sua sicurezza richiede una protezione effettiva, non che sia lui a dover stare lontano dai propri alberi.

In Italia chi entra in un cantiere o deve movimentare un carico affronta rischi di tutt’altra natura. Esistono procedure, controlli, obblighi per chi organizza le attività. La prudenza individuale conta; da sola non può sostituire ciò che deve funzionare prima di ogni manovra. 

La legge italiana tutela il lavoratore che si allontana da una situazione di pericolo grave, immediato e inevitabile. È una garanzia precisa. Nella vita quotidiana occorre però riconoscere quel pericolo in tempo e sentirsi liberi di segnalarlo.

La necessità di uno stipendio, la precarietà o la posizione subordinata possono scoraggiare chi teme ripercussioni. Non sappiamo se situazioni del genere abbiano inciso sulle morti del 15 ottobre. Ma parlare di prevenzione ignorando i rapporti di forza nei luoghi di lavoro significherebbe trascurare un aspetto decisivo.

La possibilità di rinunciare a un’attività non può sostituire il dovere di renderla sicura.

Allontanarsi da un campo minacciato dai coloni e interrompere una lavorazione pericolosa sono gesti compiuti in circostanze profondamente diverse. Il costo immediato della rinuncia, tuttavia, può ricadere proprio su chi avrebbe bisogno di protezione.

L’INAIL ha registrato, nei primi otto mesi del 2026, 498 denunce di infortunio mortale in occasione di lavoro, contro le 488 dello stesso periodo del 2025.

Sono dati provvisori: le denunce non equivalgono a casi tutti definitivamente accertati. Rispetto al 2019 l’incidenza dei decessi denunciati sul numero degli occupati è leggermente diminuita. Restano centinaia di morti durante lo svolgimento di attività produttive.

A Firenze l’incidente è avvenuto nel cantiere di una stazione destinata all’Alta Velocità.

Costruiamo collegamenti più rapidi, affrontiamo problemi ingegneristici sempre più complessi, affidiamo alle macchine operazioni un tempo manuali. Eppure una grande opera è anche un insieme di gesti ordinari: fissare un carico, controllare un ancoraggio, salire su un mezzo, verificare che un movimento non esponga qualcuno al pericolo.

La tecnologia non rende automaticamente sicuro chi la utilizza. Occorrono formazione, manutenzione, controlli e la possibilità effettiva di fermare le operazioni quando serve.

Un incidente non dimostra, da solo, che sia stata violata una norma. Gli accertamenti servono proprio a questo, anche quando l’indignazione vorrebbe subito un colpevole.

Chiamare tutto “fatalità”, invece, rende indistinguibili gli eventi imprevedibili da quelli che si sarebbero potuti evitare. È una parola comoda, se arriva prima delle domande.

Ad Abu Falah quelle domande riguardano il diritto di raggiungere la propria terra senza subire aggressioni. Nei luoghi delle morti italiane chiamano in causa la sicurezza delle operazioni e le eventuali responsabilità. Le risposte saranno necessariamente diverse. Il diritto di lavorare resta fragile quando la protezione dipende soprattutto dalla capacità di chi lavora di sottrarsi al pericolo.

Altrove ci sarà ancora una vasca da pulire, una trave da sollevare, un camion da scaricare. Negli uliveti della Cisgiordania la raccolta continuerà. Di una trave spostata senza incidenti non si scrive; neppure di un raccolto concluso senza aggressioni.

È così che dovrebbe finire una giornata di lavoro: senza diventare una notizia.

in copertina immagine free pixabay

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Raccogliere olive prima dell’alba

Cisgiordana: raccogliere olive prima dell’alba

Prima dell’alba.
In Cisgiordana gli agricoltori di Burin raccolgono le olive al buio.

Oggi si vota in Israele. Un appuntamento decisivo per capire se il lungo regno del corrotto e guerrafondaio Benjamin Netanyhau avrà fine e si potrà aprire finalmente uno spiraglio di pace. In questi giorni  l’esercito israeliano ha ripreso con forza la sua avanzata in Cisgiordania, seminando morte e distruzione,  ma la vita dei palestinesi continua, deve continuare: è la stagione della raccolta delle olive, non si può aspettare, ma bisogna raccogliere al buio per non incorrere negli attacchi del coloni israeliani.
Come segno di resistenza e di speranza, pubblichiamo una bellissima testimonianza racconta da ACS – Associazione di Cooperazione e Solidarietà , una ONG laica e senza scopo di lucro che da oltre 20 anni opera nelle zone critiche del Sud del Mondo con progetti di emergenza e di sviluppo sostenibile.
Redazione di Periscopio

In Cisgiordania anche un gesto antico come raccogliere i frutti dei propri alberi può diventare un atto di resistenza. Da Burin una storia che racconta cosa significa, concretamente, “coltivare solidarietà”. Ci sono gesti talmente normali che difficilmente li associamo alla parola coraggio … alzarsi la mattina, andare nel proprio campo, stendere le reti sotto gli alberi e raccogliere le olive.

A Burin, villaggio palestinese a sud di Nablus, anche questo può diventare pericoloso.

Burin è circondata dagli insediamenti israeliani di Yitzhar e Har Bracha e da diversi avamposti. e da diversi avamposti coloniali, il villaggio è da anni teatro di violenze da parte dei coloni, attacchi agli agricoltori, distruzione degli ulivi e restrizioni all’accesso ai terreni agricoli. Gli agricoltori devono confrontarsi con aggressioni, distruzione degli ulivi e limitazioni nell’accesso ai terreni. Nel 2025, a Burin circa 300 dunum di oliveti (30 ettari) sono rimasti senza raccolta dopo che gli agricoltori palestinesi erano stati costretti a fermarsi, nei pressi dell’insediamento di Yitzhar.

Per gli agricoltori di Burin, questi episodi hanno trasformato la raccolta delle olive in una questione che riguarda non soltanto il sostentamento delle famiglie, ma anche la loro incolumità.

Consapevole dei gravi rischi per la sicurezza, l’Unione dei contadini palestinesi (Palestinian Farmers’ Union – PFU) ha incluso Burin nel proprio progetto di protezione degli agricoltori attraverso l’accelerazione della raccolta collettiva delle olive. L’iniziativa sostiene le comunità più esposte, aiutando gli agricoltori a completare la raccolta più rapidamente e a ridurre il tempo durante il quale rimangono esposti alle intimidazioni e agli attacchi dei coloni.

Per un gruppo di agricoltori che lavora ad Al-Jir, un’area agricola adiacente all’avamposto coloniale di Giv’at Ronen, i rischi erano così elevati da spingerli a raccogliere le olive mentre gran parte del villaggio dormiva ancora.

Entravano nei loro terreni alle quattro del mattino e se ne andavano prima dell’alba.

Alle 4:00, protetti dall’oscurità, gli agricoltori hanno iniziato a raccogliere le olive. Avevano soltanto tre ore, dalle 4:00 alle 7:00, per raccogliere quanto più possibile prima che facesse giorno, quando temevano che il rischio di attacchi da parte dei coloni sarebbe aumentato.

Ogni minuto contava.

Si spostavano rapidamente da un albero all’altro, consapevoli che il tempo a disposizione per raccogliere i frutti della propria terra era limitato. Non seguivano i ritmi abituali della stagione olivicola: erano la paura della violenza e la necessità di ridurre al minimo l’esposizione agli attacchi a dettare i tempi del lavoro.

In sole tre ore hanno raccolto le olive di circa nove dunum, ottenendo circa 600 chilogrammi di prodotto.

Per gli agricoltori palestinesi è un risultato importante. Sono tornati a casa con il loro raccolto. Ma la loro esperienza solleva una domanda che va ben oltre quei tre chilogrammi per ogni dunum, o quelle tre ore di lavoro:

Perché gli agricoltori dovrebbero aspettare il buio per raccogliere le olive che crescono sulla propria terra?

Articolo e foto a cura di  ACS – Associazione di Cooperazione e Solidarietà

ADERISCI A OLIVI-CULTURA DI PACE
Scrivi a olivi-culture-of-peace@acs-italia.it

Articolo segnalato da Piergiorgio Cipriano

ferrara film corto festival 2026

Ferrara Film Corto Festival 2026:
Ambiente è musica (ma anche freschezza)

Ferrara Film Corto Festival 2026: Ambiente è musica (ma anche freschezza)

Giunto alla nona edizione, il Ferrara Film Corto Festival (qui) dimostra tutta la sua vitalità. Sabato 24 ottobre alla Sala Estense si è svolta la serata conclusiva, inaugurata dalla performance del trio Munedaiko, riferimento italiano per la valorizzazione del tamburo tradizionale giapponese. La settimana in realtà si è conclusa davvero con la coda di domenica 25 al Notorious Cinema, le Voci Fuori Campo: 12 cortometraggi divisi in due tempi che attraversano India, Tajikistan, Iran, Turchia, Francia, Thailandia e Cina. Il cinema come gesto di resistenza e dialogo interculturale, che vuole accendere i riflettori su opere provenienti da Paesi in via di sviluppo o segnati da conflitti, crisi ambientali, povertà e marginalizzazione.

Una settimana di cortometraggi, alcuni inediti, alcuni già passati attraverso altre rassegne, che hanno riempito di senso l’intento contenuto nel titolo del festival, “Ambiente è Musica”:  ambiente naturale e ambiente sonoro, una riflessione sul rapporto tra uomo, natura e società contemporanea.

La rassegna e i premi

Per conto di Periscopio – anche quest’anno tra i partner del festival – ho visionato alcuni cortometraggi e intervistato i relativi registi nella finestra degli incontri di venerdì scorso, nella Sala Estense, davanti ad una platea di giovani e giovanissimi. Nel mio personale sottotitolo della rassegna, aggiungo quindi alla musica la freschezza, che non sarà una qualità correlata solo alla gioventù: ma in una città anziana, con studenti che, dopo la laurea, raramente restano qui a lavorare, una tale platea di registi e fruitori è aria fresca, che fa sperare in un futuro cittadino e nazionale meno fatiscente del presente.

Come al solito, una rassegna culmina con dei premi: ecco quelli delle giurie del Ferrara Film Corto Festival 2026.

Premio Giuria Giovani: Targa al miglior corto assegnata dagli studenti degli Istituti
Superiori Carducci, Dosso Dossi, Einaudi e Ariosto di Ferrara:
 La mancanza del sedano (Italia, Buona La Prima) di Tomas Leardini
Premi di Categoria Speciali: Consegna delle targhe alle eccellenze tecniche e
artistiche (Miglior Documentario, Migliore Attrice, Miglior Attore, Miglior Fotografia,
Migliore Sceneggiatura, Migliore Animazione, Premio “Poliestetico di Milano – il
linguaggio della bellezza) e dei due premi speciali #CLIMATECHANGE e MUSICA
INDIE.
 Premio al “Miglior Documentario”: Il primo suono (Italia, Ambiente è Musica)
di Andrea Mura
 Premio alla “Miglior Attrice”: Mira Gouled per Ignis Oppidum (Francia, Buona
La Prima) di Maxence Bossé e Nolan Corlay
 Premio al “Miglior Attore”: Giuseppe Lo Piccolo per Lighèia (Italia, 1;Ambiente
è Musica) di Nicolò Ferrara
 Premio “Poliestetico di Milano – il linguaggio della bellezza”: Stringimi le mani
(Italia, Indieverso;) di Noah Boschi
 Premio alla “Miglior Fotografia”: Giacomo Somazzi per Bugonia (Italia,
Ambiente è Musica) di Simone Setzi e Lorenzo Alati
 Premio alla “Miglior Sceneggiatura”: Giulia Lombezzi per La mancanza del
sedano (Italia, Buona La Prima) di Tomas Leardini
 Premio per la “Migliore Animazione”: Dagon (Italia, Indieverso) di Paolo Gaudio

 Premio Speciale “Musica Indie”: Lorenzo Tomio per Dagon (Italia, Indieverso)
di Paolo Gaudio
 Premio Speciale “#CLIMATECHANGE”: PLA – storia di una relazione (Italia, Ambiente è Musica) di Vincenzo Guarnieri e Umberto Costamagna
I Grandi Premi della IX Edizione: Opere vincitrici delle tre sezioni principali:
INDIEVERSO, BUONA LA PRIMA e AMBIENTE È MUSICA (ciascuna premiata con
300€ e il Premio Awareness).
 Premio al miglior corto “Indieverso”: Normal (Francia, Indieverso) di Lara
Panah-Izadi
 Premio al miglior corto “Buona la Prima”: I fiori non hanno le scarpe (Italia,
Buona La Prima) di Matteo Vicentini Orgnani
 Premio al miglior corto “Ambiente è Musica”: In resonanz (Austria, Ambiente è
Musica) di Jo Schaul
 Menzione speciale della Giuria Professionale: No Tomorrow (Italia, Buona La
Prima) di Rebecca Di Biase e Tommaso Cocchi
 Menzione speciale della Giuria Professionale: EveryDay in Gaza (Palestina, Indieverso) di Omar Rammal

La mia rassegna personale

Come al solito, la mia personale rassegna non corrisponde sempre ai premi ufficiali.

Un po’ sì: ad esempio, “Ligheia” è la storia di un pescatore e della sua personale sirena, che riesce a coniugare in modo mirabile la speranza e la disperazione: una speranza tutta interna alla psicosi del pescatore Peppe, una disperazione tutta inscritta dentro la tragedia dell’emigrazione per fame, violenza, guerra.

Un po’ sì: “Stringimi le mani” è un racconto in salsa collegial-cattolica della ricerca ed affermazione di sè da parte di due ragazze innamorate: una già consapevole in modo quasi arrogante della propria identità, l’altra piena di timidezze e dubbi che supererà anche grazie a un parroco.

Un po’ sì: ad esempio, “I fiori non hanno le scarpe” è un magnifico, triste e al contempo rasserenante ritratto di un ragazzino che decide di fondersi con un prato di fiori diventando fiore egli stesso, per evadere dalle tossine di una genitorialità sordida e perduta.

Dopodichè, non posso non menzionare la folle opera prima di Brandon Bonato, “Borel”, irraccontabile quanto affascinante nella sua grezza genialità. Non posso non menzionare “Update” di Luca Violante, vetrino raggelante del prossimo futuro/presente segnato dalla fine del lavoro, e dell’umano, ad opera di una intelligenza artificiale completamente sfuggita al presidio di specie. Romantico e tremendo, nel suo suono privo di parole e pieno di silenzi ed elicotteri e fruscii, “The Border”, parabola universale sulla tragedia delle guerre e sull’assurdità dei confini. Infine, “Le note di Khaled”, che racconta in modo mirabilmente pudico la realtà drammatica di un adolescente in terra straniera,  conteso tra la violenza e l’abuso sia dei penultimi sia degli ultimi.

Cercateli e guardateli tutti. Meritano.

Cover photo: fotogramma tratto da “I fiori non hanno le scarpe” di Matteo Vergnani.

Foto del corpo articolo di Mattia Malorgio

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Occidente e occidentalismoGenealogia di una parola-bandiera

Occidente e occidentalismo
Genealogia di una parola-bandiera

Da destra e da sinistra la parola Occidente torna come un ritornello: i valori dell’Occidente, la difesa dell’Occidente, la civiltà dell’Occidente. L’Occidente come sinonimo di libertà, democrazia, scienza, diritti; oppure, più raramente, l’Occidente colpevole, colonialista; l’Occidente del patriarcato bianco.

La crisi e la fine dell’Occidente, il Tramonto dell’Occidente (descritto da Spengler, 1918). Raramente qualcuno si ferma a chiedere che cosa designi davvero quel sostantivo, quali paesi vi siano inclusi e quali ne restino fuori. La domanda è meno oziosa di quanto sembri: le parole con cui tracciamo confini finiscono per decidere da che parte stiamo (vedi Qui), spesso prima che ce ne accorgiamo.

Una catena che si spezza più volte

La genealogia scolastica è nota: Atene, Roma, la cristianità latina (con il mediterraneo come centro), poi il Rinascimento, l’illuminismo e la modernità. Ma quella catena si è spezzata ben prima della modernità. Nel VIII secolo il lato sud del Mediterraneo viene conquistato dall’Islam. Nel 1054 lo scisma tra Roma e Costantinopoli separa la cristianità latina da quella ortodossa, e l’eredità bizantina raccolta da Mosca resterà da allora sul margine incerto della mappa.

Poi la Riforma divide la stessa Europa latina; infine, l’espansione oceanica porta la parola oltre l’Atlantico. Nell’Inghilterra imperiale dell’Ottocento la civiltà che si pensava razionale e protestante si contrapponeva non solo ai “selvaggi” delle colonie, ma anche alla “superstizione” papista romana (e cattolica): bastava attraversare il mare d’Irlanda per trovare un’alterità interna.

Il dubbio sulla Russia (oggi centrale), del resto, non è stato imposto da fuori: è il grande dibattito ottocentesco della cultura russa stessa, tra occidentalisti e slavofili, e ritorna oggi nella retorica del Cremlino che rivendica una propria civiltà distinta. Quando Samuel Huntington, nel 1996, disegnò la sua mappa delle civiltà, collocò la Russia ortodossa fuori dall’Occidente: una scelta discutibile, ma non un mero capriccio isolato (Qui il suo testo più famoso).

Tre Occidenti sovrapposti

Se si guarda a come la parola funziona oggi, emergono almeno tre mappe che non coincidono. C’è un Occidente storico-culturale, mediterraneo e continentale, dove affondano le radici classiche e cattoliche. C’è un’anglosfera (o un Occidente anglofono) con un nucleo persino istituzionale, i Five Eyes, l’alleanza d’intelligence tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, sorretta da una lingua franca e da un’industria culturale che plasma l’immaginario globale.

E c’è un Occidente strategico, il sistema di alleanze guidato da Washington dopo il 1945, che comprende anche Giappone e Corea del Sud e, a titolo diverso, la Turchia e i paesi della  NATO. È questa una sovranità reale ma asimmetrica: la Francia di Charles de Gaulle poté uscire dal comando integrato dell’Alleanza nel 1966, eppure in Europa restano decine di migliaia di soldati americani e le basi e le armi della condivisione nucleare atlantica (Qui la mappa delle basi USA in Italia).

Il paradosso salta agli occhi: in questa geometria Tokyo è “Occidente” e San Pietroburgo, città di Puškin e di Čajkovskij, disegnata da architetti italiani come Rastrelli e Quarenghi, non lo è. La parola descrive meno una civiltà che un campo di forze.

C’è bianco e bianco

Anche dentro l’Occidente “bianco” le gerarchie erano nette per quanto sgradevoli per noi italiani e non solo . Poco più di un secolo fa la Commissione Dillingham del Congresso americano classificava “italiani del nord” e “italiani del sud” come razze diverse; nel 1891, a New Orleans, undici italiani furono linciati (Qui); l’Immigration Act del 1924 fissò quote pensate per frenare gli arrivi dall’Europa meridionale e orientale.

Essere bianchi dunque non bastava: bisognava esserlo nel “modo giusto”.

Il mare, la terra e la bandiera: Occidente e Occidentalismo

Qui la nostra possibile genealogia incontra la geopolitica. Come ho provato a mostrare su queste pagine a proposito dell’Ucraina (Qui), la tradizione delle potenze marittime, prima britannica e poi americana, ha considerato a lungo come minaccia principale una saldatura tra Europa continentale e Russia: Halford Mackinder lo scriveva già nel 1919, pensando a Germania e Russia. Osservato con questa lente “Occidente” diventa anche un dispositivo di coesione: una parola che traduce interessi strategici particolari in valori universali e rende sospetta ogni idea di Europa come ponte.

È su questo sfondo mobile e cangiante che nasce l’occidentalismo: non l’Occidente – cosi difficile da definire univocamente –  ma la sua riduzione a bandiera. Un concetto polisemico che assume significati diversi e che si mostra come una polarità fortemente ideologica: da un lato l’atteggiamento di pensiero di chi ritiene la superiorità della civiltà e cultura (sedicente) occidentale rispetto a tutte le altre; dall’altro l’atteggiamento. di avversione radicale verso la modernità occidentale. E’ l’occidentalismo descritto in un celebre saggio da  Ian Buruma e Avishai Margalit (Qui) che hanno usato il termine occidentalismo  per descrivere l’opposto di una presunta superiorità, illustrando la caricatura dell’Occidente coltivata dai suoi “nemici”.

Le due accezioni si specchiano: in entrambe l’Occidente smette di essere una storia e diventa un idolo, da venerare o da abbattere. Il carburante è sempre la memoria selettiva: da un lato si celebrano i diritti e si dimenticano – ad esempio – le guerre dell’oppio imposte alla Cina; si esalta la democrazia e si archiviano le deportazioni e lo sterminio dei nativi americani; si celebra la pace e si oscura – sempre a titolo d’esempio – il dibattito ancora aperto tra gli storici sulla necessità militare delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Dall’altro si capovolge la prospettiva selezionando proprio quegli elementi che la prima prospettiva minimizza e nasconde.

Il burattinaio che non c’è

Una critica seria di questo occidentalismo polarizzante deve però evitare di diventarne l’immagine rovesciata. La tentazione di cercare dietro l’egemonia una regia occulta, un’élite che pianifica il governo del mondo, è la scorciatoia più antica e più tossica: da oltre un secolo ha persino un falso documentale di riferimento – i Protocolli dei Savi di Sion – e ha sempre finito per indicare come colpevole una minoranza. Tutto può essere – dirà qualcuno – ma le egemonie funzionano altrimenti: sono convergenze di convenienze che nessuno disegna a tavolino e che molti sfruttano una volta innescate.

Persino un critico radicale come Emmanuel Todd, che ne La sconfitta dell’Occidente (2024) colloca il cuore del sistema nel mondo protestante anglo-americano, ne spiega la crisi con l’erosione di quel nucleo religioso e sociale, non con un complotto. Né esiste un “resto del mondo” pienamente  innocente: anche Mosca e Pechino coltivano universalismi ugualmente imperiali e, il controllo digitale rimproverato all’Occidente, ha forse in Cina il suo laboratorio più avanzato.

Non regge nemmeno l’idea di un’anglosfera ostile in blocco al patrimonio mediterraneo: i padri fondatori americani leggevano Cicerone, il Campidoglio di Washington richiama Roma fin dal nome, i cattolici sono una porzione consistente (circa 20%) negli Stati Uniti, che nel 2025 hanno dato alla Chiesa il loro primo papa. Le tensioni esistono, ma sono intrecci mutevoli e complessi più che muri chiaramente visibili.

Provincializzare l’Occidente

Che fare, allora, di questa parola? Serge Latouche, già nel 1989, leggeva l’occidentalizzazione del mondo come uniformazione economica e culturale; Dipesh Chakrabarty ha proposto di “provincializzare l’Europa“, di riconoscerla cioè come una storia tra le altre; Franco Cassano, con il suo pensiero meridiano, ha rivendicato un Mediterraneo plurale, capace di abitare il confine senza farne una trincea.

Forse il tratto più prezioso di ciò che chiamiamo Occidente è proprio quello che l’occidentalismo cancella: la capacità di auto-criticarsi, di guardarsi se non da fuori, almeno da punti di vista differenti. Montaigne, nel 1580, osservava che ciascuno chiama barbarie ciò che non appartiene ai propri usi.

Difendere l’Occidente, oggi, potrebbe voler dire difendere quello sguardo critico che proprio oggi sembra offuscato: l’unico che non ha bisogno di un nemico per sapere chi è.

Cover: Foto di Mediamodifier da Pixabay

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La politica della promessa: l'Italia a quattro anni dal 2030

La politica della promessa: l’Italia a quattro anni dal bivio del 2030

La politica della promessa: l’Italia a quattro anni dal 2030

I Global Goals — che in Italia conosciamo meglio come Obiettivi di Sviluppo Sostenibile — sono stati definiti nel settembre 2015.

In quell’anno, i leader di ben 193 Paesi (54 africani, 48 asiatici, 44 europei, 35 americani e 12 oceanici) si sono riuniti e hanno firmato un patto storico chiamato Agenda 2030 con l’intento di costruire un “Mondo sostenibile” entro il 2030.

L’Agenda unisce tre dimensioni fondamentali della nostra vita che sono l‘economia, la società e l’ecologia. I 17 obiettivi, chiamati appunto goal, affrontano le sfide più urgenti della nostra epoca.

Si va dal tentativo di azzerare la povertà estrema e la fame nel mondo, alla garanzia di un’istruzione di qualità per tutti, alla parità di genere, alla tutela delle risorse naturali (come l’acqua pulita e l’energia rinnovabile), fino alla lotta contro il cambiamento climatico e la protezione degli oceani e delle foreste. Inoltre, il piano ricorda che non può esserci uno sviluppo sostenibile senza pace, giustizia e una forte collaborazione tra gli Stati.

Oggi ci troviamo nella fase finale di questo percorso e il bilancio è complesso. Sebbene siano stati fatti passi avanti in settori come la diffusione delle energie rinnovabili e la digitalizzazione, le crisi globali degli ultimi anni hanno rallentato la marcia.

In molti ambiti la strada è ancora in salita anche se i Global Goals restano un punto di riferimento importante per governi, aziende e cittadini che vogliono impegnarsi per un futuro più equo e sostenibile.

L‘Italia presenta un quadro a due velocità, in cui poco più della metà degli indicatori che sostanziano i singoli goals registra miglioramenti nel lungo periodo. Secondo quanto rilevato dal Rapporto SDGs 2026 dell’Istat e dal Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS, permangono gravi e strutturali ritardi in aree cruciali come la povertà, l’istruzione e l’energia pulita.  In base ai dati aggregati di queste due analisi, la situazione dell’Italia si articola così:

  • Miglioramenti complessivi: i dati dell’Istat mostrano che il 53,8% degli indicatori statistici registra progressi positivi nell’arco dell’ultimo decennio, evidenziando segnali positivi nel PIL pro capite, nell’innovazione e nella riduzione delle emissioni di gas serra (-2,8%).
  • Aree in forte arretramento: Il Rapporto di Primavera dell’ASviS lancia invece l’allarme su preoccupanti passi indietro in settori chiave. In particolare, aumentano la povertà assoluta (che tocca quota 5,7 milioni di persone) e le disuguaglianze.
  • Il divario con l’Europa: quasi il 49% degli indicatori italiani si trova in una posizione di svantaggio rispetto alla media dei Paesi dell’Unione Europea (UE27) secondo l’Istat. Inoltre, le proiezioni quantitative dell’ASviS indicano che ben 22 target su 38 risultano attualmente irraggiungibili entro la scadenza del 2030, inclusi gli obiettivi legati alla quota di energie rinnovabili.

A livello globale, le proiezioni dell’ONU evidenziano come una serie di shock geopolitici e macroeconomici imprevedibili (la pandemia da COVID-19, le guerre in Europa e in Medio Oriente, le conseguenti crisi inflazionistiche e i tagli agli investimenti) abbiano azzerato o invertito anni di progressi. Nel contesto attuale, solo il 16%-18% dei target globali è in linea con la tabella di marcia, mentre oltre la metà registra ritardi macroscopici o netti arretramenti.

Già nel 2015 si era strutturato, in sede di definizione degli obiettivi dell’Agenda, un importante dibattito tra ciò che è “desiderabile” e ciò che è “fattibile”. I 17 Goals non sono stati concepiti come una semplice lista di previsioni macroeconomiche o piani industriali a breve termine, bensì come un’agenda politica universale e una bussola morale.

Impossibile non citare il sociologo Max Weber che, nella sua celebre conferenza La politica come professione, ha tracciato il confine insuperabile di questa dinamica distinguendo l’Etica della convinzione (quella di chi agisce seguendo puramente un ideale desiderabile e giusto in sé, senza curarsi delle conseguenze pratiche) e l’Etica della responsabilità (quella di chi valuta freddamente le conseguenze fattibili delle proprie azioni reali). Weber sosteneva che il politico ideale deve riuscire a unirle entrambe: l’ambizione del desiderabile e il realismo del fattibile.

Quando un’istituzione o un governo decidono di mescolare l’orizzonte dell’ideale con quello del fattibile, compiono un’operazione che ha profonde ripercussioni sulla psicologia collettiva. Fissare un traguardo come “azzerare la povertà” o “sconfiggere il cambiamento climatico entro il 2030” non è un semplice esercizio burocratico, ma significa utilizzare la speranza delle persone come un vero e proprio carburante politico per generare consenso ed entusiasmo.

Il problema sorge nel momento in cui questa promessa si scontra con la realtà dei dati economici, producendo un costo umano e sociale in almeno tre ambiti della nostra società.

Il primo impatto si consuma sulla pelle dei singoli cittadini. Immaginiamo una persona comune che, mossa dalla speranza di un futuro più pulito, decide di accogliere l’appello delle istituzioni compiendo sacrifici personali ed economici, come investire i propri risparmi per acquistare un’auto elettrica o cambiare le proprie abitudini quotidiane in nome della sostenibilità.

Quando questa stessa persona apre i giornali e legge i dati reali, scoprendo che le emissioni globali continuano a salire perché le infrastrutture statali sono inadeguate o perché l’energia viene ancora prodotta con il carbone, sperimenta una seria delusione. La frattura tra il suo sforzo ideale e l’inefficacia pratica del sistema circostante genera un vuoto emotivo che si traduce in un malessere che gli psicologi chiamano eco-ansia.

Lo stesso impatto investe la sfera dei governi. Per la classe politica, sventolare un obiettivo sostenibile in campagna elettorale rappresenta una risorsa straordinaria per accendere l’entusiasmo degli elettori. Tuttavia, una volta al potere, i ministri e i legislatori devono fare i conti con la fattibilità reale, scontrandosi con i limiti di bilancio, la burocrazia e le crisi impreviste.

Quando un governo si accorge che i dati ufficiali mostrano un peggioramento sistemico dell’abbandono scolastico o della povertà, nonostante le promesse di risanamento, si trova intrappolato nella sua stessa retorica.

La politica tende così a rifugiarsi in micro-interventi di facciata o in una comunicazione aggressiva che giustifica i ritardi e scardina le colpe. Questo cortocircuito distrugge la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, alimentando l’astensionismo e la convinzione che la politica sia solo una fabbrica di parole vuote, cosa che di suo assolutamente non è.

Infine, il costo di questa confusione logica mina la credibilità delle grandi istituzioni internazionali. Quando organizzazioni come le Nazioni Unite lanciano slogan globali solenni impegnandosi a eradicare la fame nel mondo entro una data precisa, stabiliscono un vincolo morale con l’umanità.

Se poi lo scenario geopolitico internazionale muta, le guerre bloccano le rotte commerciali dei beni di prima necessità e l’inflazione fa impennare il costo del cibo, i dati globali ricominciano inevitabilmente a peggiorare. Mostrando una palese impotenza nel tradurre il desiderabile in fattibile, le grandi istituzioni perdono la propria autorità agli occhi dell’opinione pubblica. Vengono percepite come entità distanti e incapaci di incidere sul mondo reale, indebolendo proprio quel legame di cooperazione globale che sarebbe indispensabile per risolvere i problemi concreti.

Si può quindi concludere che trattare un “desiderio” come se fosse un progetto a scadenza fissa non accelera il progresso, ma sovraccarica la società di frustrazione, trasformando i dati reali in una costante smentita delle speranze.

D’altra parte, è altrettanto vero che fissare obiettivi ambiziosi e fortemente desiderabili ha il potere intrinseco di alzare l’asticella del fattibile. Questo dinamismo rispecchia un meccanismo psicologico universale, riscontrabile sia nella crescita personale degli individui sia nell’evoluzione delle istituzioni.

La vera sfida non è fare piani basati solo su ciò che è subito realizzabile, perché limitarsi al presente porta a cambiare poco e ad essere ripetitivi. Bisogna invece puntare su obiettivi futuri ambiziosi ma flessibili, che permettano un progresso reale. Solo un saggio equilibrio tra la spinta ideale e il realismo operativo può generare quella tensione positiva necessaria al cambiamento, evitando al contempo di scivolare nella sterile frustrazione dei singoli e delle istituzioni.

Se una pianificazione ancorata esclusivamente al presente rischia di tradursi in un pigro conservatorismo — alimentato da un diffuso pessimismo culturale — l’adozione di obiettivi deliberatamente titanici come quelli dell’Agenda 2030 ha avuto l’indubbio merito di scuotere le coscienze e innalzare l’asticella delle nostre possibilità tecnologiche e sociali.  Contemporaneamente però, ha generato frustrazione relativamente alla effettiva raggiungibilità degli obiettivi posti.

Questa esperienza è la dimostrazione concreta di un fenomeno generalizzabile a molte istanze programmatorie e attesta come la via d’uscita dal cortocircuito della frustrazione collettiva risiede nella ricerca di un “desiderata compatibile”: un orizzonte capace di rimanere flessibile di fronte alle grandi crisi geopolitiche ed economiche globali.

Solo integrando l’ambizione valoriale con un’onesta etica della responsabilità, fondata su risorse reali e cronoprogrammi concreti, le istituzioni potranno riconquistare la fiducia dei cittadini. Trasformare l’utopia in una traiettoria visibile è l’unico modo per evitare che il nobile cammino verso il 2030 si areni nel cinismo, dimostrando che il progresso non è un destino garantito, ma una tensione quotidiana tra il mondo che desideriamo e quello che sappiamo concretamente costruire.

Aldilà dei confini dell’Agenda 2030, la ricerca di un punto di equilibrio tra desiderio e fattibilità rappresenta un nodo strutturale della razionalità e della coscienza di ogni singolo essere umano e di ogni sistema sociale. Questo equilibrio si spezza drammaticamente quando si verifica una dissociazione tra chi detiene il potere decisionale e chi deve concretamente operazionalizzare quelle scelte.

In contesti caratterizzati da questo tipo di dissociazione, si assiste a uno sbilanciamento artificiale e forzato dell’asticella verso l’alto, guidato da una forma di autoritarismo istituzionale: l’autorità non decreta la fattibilità di un obiettivo sulla base di dati oggettivi, ma la impone per via gerarchica come un dogma insindacabile. Si riproduce così uno dei meccanismi di potere più antichi e diffusi, caratterizzato da una netta spaccatura tra la cabina di regia e la base esecutiva.

Le strade per un cambiamento reale, tuttavia, esistono e sono chiaramente visibili se si sposta lo sguardo verso le nuove generazioni. I ventenni di oggi non sono semplicemente individui iper-tecnologizzati, ma i portatori di un paradigma culturale inedito, caratterizzato da una struttura d’azione radicalmente orizzontale che demistifica le vecchie gerarchie d’autorità.

Muovendosi con naturalezza in un ecosistema ibrido, a metà tra l’umano e il digitale, questi giovani possiedono una consapevolezza pragmatica e acuta dei processi di causa-effetto e dei limiti strutturali della realtà. Per loro, la legittimità di una scelta non discende dal ruolo di chi la impone, ma dalla sua concreta sostenibilità pratica. Per declinare l’ambizione ideale in un progresso effettivo, l’unica via d’uscita è quindi quella di colmare la distanza tra i decisori e gli implementatori.

È necessario un dialogo intergenerazionale condotto senza pregiudizi al fine di costruire una collaborazione efficace che riguarda la difficile (e sempre in mutamento) definizione di ciò che è “auspicabile” e contemporaneamente “realizzabile”.

Cover: Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

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L’angelo necessario e i manganelli il buon senso perduto su realtà e immaginazione

L’angelo necessario e i manganelli
Il buon senso perduto su realtà e immaginazione

Ragazzini e manganelli

Nel Maggio del 1968, sui muri di Parigi, compariva uno slogan destinato a diventare il manifesto di una generazione: “L’immaginazione al potere”. Cinquantotto anni dopo, osservando l’Europa e l’Italia del 2026, quella frase suona come il reperto archeologico di un futuro mai avvenuto. Oggi, il potere non solo non ha ospitato l’immaginazione, ma sembra aver ingaggiato con essa una guerra di logoramento.

La cronaca recente ne è la prova più evidente. Da un lato assistiamo alle contestazioni dei giovanissimi studenti che riempiono le piazze europee per rivendicare un futuro (climatico, sociale ed educativo) semplicemente civile; dall’altro, esplode la rabbia geometrica e disperata dei territori, come dimostrano le manifestazioni degli autotrasportatori nel Sud Italia, strozzati da costi insostenibili e da una transizione calata dall’alto senza paracadute sociale.

Di fronte a questa duplice pressione della realtà – che proviene sia dall’idealismo della giovinezza sia dalla concretezza del lavoro – la risposta della politica a quei giovani si è arroccata su un codice binario tanto prevedibile quanto desolante: reprimere, vietare, scacciare. Manganelli, decreti sicurezza, zone rosse e fogli di via.

Questa reazione muscolare non è un segno di forza, ma il sintomo di un profondo fallimento cognitivo. Dimostra che la politica attuale è drammaticamente priva di immaginazione, ma rivela anche qualcosa di ancora più grave: la totale assenza di un (buon) senso di realtà.

Il poeta americano Wallace Stevens, nel suo fondamentale saggio del 1951 L’angelo necessario, spiegava che realtà e immaginazione non sono due mondi opposti, ma polarità legate a filo doppio. L’immaginazione non è la fantasia astratta, non è la fuga romantica nel sogno; per esistere, per avere una forza generativa, ha bisogno dell’attrito, della resistenza e della spinta della realtà. La realtà è, appunto, l’angelo necessario senza il quale l’immaginazione volerebbe nel vuoto, diventando sterile.

Il dramma della classe dirigente contemporanea risiede proprio nella perdita di questo legame. Chiusa nei palazzi della propria autoreferenzialità e protetta da algoritmi di consenso, la politica rifiuta la realtà delle piazze perché non sa come decodificarla. Non sa cosa rispondere a un ragazzo che teme il collasso del pianeta o semplicemente della propria vita; non sa cosa rispondere a un autotrasportatore che non può continuare a pagare il carburante a prezzi sempre più alti e affidarsi ancora a vane e immaginifiche promesse.

Se avessi l’abilità di Mia Couto cercherei di scriverei una cosa del tipo:

“…Non ci ascoltate nemmeno oggi? Sappiate allora che i giorni che verranno saranno più silenziosi. Sempre più motori verranno spenti. Le strade moriranno, si perderanno i sentieri, i ponti crolleranno perché da qui non passerà più niente. Sulle coste delle meraviglie e alle perle del mare non arriverà più il Made in Italy da mangiare. Continuate, continuate pure a consegnare le cose, persino la morte, con i droni e l’intelligenza artificiale; e provate a fare lo stesso con le uova, la farina e magari con i nostri figli da accompagnare a scuole sempre più lontane…”

Poiché non si aderisce a questa realtà, la politica perde la capacità di immaginare alternative. Senza l’angelo necessario della realtà, l’azione di governo si riduce a pura amministrazione dell’esistente, a una burocrazia cieca che risponde al crollo delle fondamenta semplicemente vietando ai cittadini di calpestare le crepe.

Vietare una manifestazione o reprimere il dissenso significa dichiarare la propria bancarotta progettuale. È la risposta di un potere “fantasma”, spaventato da tutto ciò che non rientra nei propri dogmi ideologici o nei bilanci in teoria austeri (falsa immaginazione) ma in effetti fraudolenti (vera realtà). Se governare significa guidare una comunità verso un futuro possibile, oggi si preferisce semplicemente contenere il presente, congelarlo con la forza per evitare che le sue contraddizioni vengano alla luce.

La vera sfida che queste piazze lanciano al dibattito politico, sociale e culturale non è dunque la richiesta di un ritorno all’utopia ingenua del secolo scorso. Al contrario, è una richiesta di brutale realismo. Chiedere che l’immaginazione torni ad abitare la sfera pubblica significa pretendere una politica che abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà complessa del nostro tempo e, da lì, iniziare finalmente a progettare il domani. Finché la risposta rimarrà il divieto, il potere continuerà a essere solo un corpo estraneo che fluttua nel vuoto, separato dal mondo reale da una barriera di scudi della polizia.

Non sappiamo fare meglio di questo? Davvero vogliamo proibire i social ai ragazzini? Proibire il loro pezzo di realtà seppure virtuale con il quale e nel quale sono nati e cresciuti? E tutto questo nella prospettiva di (ri)educarli o, molto peggio, di restituirli a un pezzo di realtà (reale) che viene così scrupolosamente difeso, fortificato e, apparentemente, blindato con i decreti sicurezza, l’amata forza e i venerati divieti, da questo potere miope?

Mi piacerebbe tanto che i nostri attuali governanti, il nostro attuale “Potere” recuperasse quella idea di immaginazione come presenza indispensabile, forza invisibile che dovrebbe proteggerci dalla brutalità o dalla piattezza del “reale nudo e crudo”; una immaginazione che non deve e non può essere una fuga dalla realtà (anche virtuale), ma una spinta ad aderirvi convintamente, in modo nuovo e più profondo.

Mai come oggi, dai tempi della seconda guerra mondiale, la realtà è percepita (o fatta percepire) come una forza massiccia, spesso associata alle “nuove” guerre sempre più apparecchiate come videogiochi con i quali quegli stessi ragazzini giocano sui social o agli arrembaggi della nostra(?) terra da parte di ciurme straniere (?).

È questa la “forza massiccia” che preme e opprime ogni singola coscienza umana e l’immaginazione è “solo” quest’altra cosa qui: una forza uguale e contraria che permetterebbe all’individuo di resistere a tale pressione, trovando un equilibrio. Senza questo … angelo necessario i ragazzini continueranno ad andare in piazza a sfasciare o a lasciare la… Nazione, gli autotrasportatori proseguiranno i loro blocchi stradali, i (pochi) poliziotti cercheranno di mettere ordine anche con i manganelli e i (pochi) medici a lasciare i reparti degli ospedali. Senza un … angelo necessario gli scarti continueranno ad essere ancora più scartati.

È vero nel Maggio del 1968, sui muri di Parigi, compariva quello slogan destinato a diventare il manifesto della mia generazione, almeno di una buona parte: “L’immaginazione al potere”. Cinquantotto anni dopo, quella frase andrebbe capovolta perché non potendo contare su questi uomini e donne potenti forse sarebbe il caso di invocare l’angelo necessario di Wallace Stevens e invece di buttare giù muri e vetrine di negozi, invece di indossare caschi e scudi, scriverci sopra:

“Potere all’immaginazione”

Cover: https://pixabay.com/it/photos/giraffa-bambino-natura-sognare-1959110/

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Per certi versi / La via della croce

Per certi versi / La via della croce

La via della croce

La via della croce. La via dolorosa.

La condanna, il supplizio.

Cadere, ricadere, cadere nuovamente.

Essere spogliati, derisi. Sfinirsi.

Fino a credersi abbandonati. Orfani. Perduti.

 

Eppure, in quella via di sofferenza,

qualcuno piange per te, ti terge il viso,

ti solleva per un tratto dal peso che trascini.

Il cielo scuro ti dona la sua compassione.

Il suo buio enorme ti rifugia. Manto scuro di animale buono.

 

Così, io voglio starti accanto.

Essere ombra che ripara la tua pena.

Che raccoglie la tua sofferenza.

Che la via del dolore, mai, tu percorra in solitudine.

 

Voglio essere colei che ti accompagna,

che medica il tuo cammino con piccole parole.

Che ti tampona con un panno

su cui rimarranno impresse le tue lacrime. La tua fatica.

Conservate per sempre.

 

Chiamalo sudario. Chiamalo amore.

 

(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

 

In copertina: Foto di Carsten Happ da Pixabay

 La storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Una bottega per costruire inclusione

Una bottega per costruire inclusione

Inaugurata a Baura la “Bottega dell’Artigiano”, della Cooperativa Sociale Integrazione Lavoro. Uno spazio per costruire inclusione.

C’è una corte colonica che, nel corso degli anni, ha cambiato volto grazie al lavoro e alle idee di tante persone. È La Zanetta, a Baura, dove da oltre trent’anni la Cooperativa Sociale Integrazione Lavoro sviluppa attività e progetti per favorire l’autonomia e l’inclusione. Da lunedì 19 ottobre, questo percorso si arricchisce di un nuovo spazio: la Bottega dell’Artigiano, inaugurata alla presenza delle istituzioni, dei sostenitori e di quanti hanno contribuito alla sua realizzazione.

Non è soltanto un nuovo laboratorio, ma un’ulteriore opportunità per chi incontra difficoltà nell’accesso al lavoro e nella partecipazione alla vita sociale.
La Cooperativa nasce nel 1992 dalla volontà di alcune persone con disabilità, volontari e associazioni di volontariato. Fin dall’inizio, l’obiettivo è stato rispondere ai bisogni che emergono soprattutto dopo la conclusione del percorso scolastico, quando si apre una fase della vita in cui le occasioni per sviluppare capacità e raggiungere una maggiore autonomia non sono sempre facili da trovare.

Nel tempo sono nate esperienze diverse: la Casa Famiglia di Baura, il gruppo appartamento La Villetta, il Civico 77 per il “Dopo di noi”, il progetto Ti Porto Io, la Fattoria Didattica, le attività agricole e di ristorazione del Fienile di Baura e Astrolabio, il giornale del carcere di Ferrara.
Esperienze differenti, unite dalla convinzione che ogni persona debba poter mettere a frutto le proprie capacità, coltivare aspirazioni e trovare occasioni concrete per partecipare alla vita collettiva.

La Bottega dell’Artigiano si affianca alle attività già presenti nella corte. Qui si recupereranno materiali, si costruiranno piccoli arredi, panchine, tavoli, sedie e fioriere, si restaureranno vecchi mobili e si utilizzerà il legno ricavato dallo smontaggio dei pallet.
Sono previsti anche laboratori per realizzare cassette decorate, confezioni regalo con marmellate e altri prodotti della Cooperativa, bomboniere solidali e manufatti in lana cardata.

La Bottega accoglierà persone con disabilità, persone in situazione di svantaggio e richiedenti asilo, offrendo occasioni di formazione e crescita personale e, dove possibile, percorsi di inserimento lavorativo. Una decina di persone con disabilità è già coinvolta nell’esperienza.
Imparare a usare uno strumento, acquisire una competenza, portare a termine un lavoro e collaborare con gli altri sono passi concreti verso una maggiore autonomia. Il valore della Bottega, quindi, non si misurerà soltanto dagli oggetti prodotti, ma anche dalle capacità che ciascuno potrà sviluppare e dalla soddisfazione di vedere realizzato il proprio lavoro.
Anche il recupero dei materiali assume un significato particolare: un pezzo di legno destinato allo scarto può diventare una panchina o un tavolo. Allo stesso modo, offrire occasioni e strumenti adeguati permette alle persone di esprimere capacità che troppo spesso restano inespresse.

Nicola Folletti

Nel suo intervento, il presidente della Cooperativa, Nicola Folletti, ha ripercorso le tappe che hanno trasformato la corte colonica. Dalla Casa Famiglia, inaugurata nel 2005, al Fienile nel 2010, al Civico 77 nel 2022, passando per la Villetta, il forno, l’aia, l’essiccatoio, gli spazi per la trasformazione alimentare, la Fattoria Didattica e il Giardino delle Cicale… ogni progetto ha contribuito a dare una nuova funzione agli spazi di Baura.
«Sono sicuro che non sarà l’ultima inaugurazione della nostra Cooperativa», ha affermato Folletti, sottolineando la volontà di continuare a progettare e realizzare nuove iniziative.
Il presidente ha definito questa capacità di immaginare il futuro una forma di «immaginazione profetica»: vedere in un luogo abbandonato o poco utilizzato possibilità ancora da realizzare, trasformandole in progetti concreti attraverso l’impegno e la collaborazione.

In riferimento a questo aspetto visionario e progettuale è doveroso segnalare la grande passione, la notevole esperienza e l’inesauribile impegno concreto del direttore della cooperativa: Vito Martiello. Senza la sua determinazione nell’immaginare e nel costruire utopie concrete anche questo progetto non avrebbe visto la luce.

Vito Martiello

Oggi la corte è frequentata non soltanto da chi partecipa alle attività della Cooperativa, ma anche da cittadini che arrivano per mangiare al ristorante, acquistare prodotti agricoli, visitare la fattoria o prendere parte alle iniziative culturali organizzate. È proprio attraverso questi incontri quotidiani che l’inclusione esce dagli spazi dedicati e diventa parte della vita della comunità.
Folletti ha ricordato anche il rapporto costruito negli anni con il territorio: «Non abbiamo nel marchio quello di essere “Cooperativa di comunità”, ma ci sentiamo di esserlo».
Una convinzione sostenuta dalla collaborazione con la parrocchia, la Pro Loco, le società sportive, le associazioni e i cittadini. La Bottega nasce anche con l’intenzione di rafforzare questi legami, valorizzando le competenze degli artigiani del territorio e favorendo lo scambio tra generazioni.
L’auspicio è che l’esperienza di Baura possa diventare un esempio anche per altre frazioni, contribuendo a mantenere vivi i territori attraverso attività, servizi e occasioni di incontro.
La realizzazione della Bottega è stata possibile grazie al contributo di istituzioni, fondazioni, organizzazioni, aziende, professionisti e cittadini.

Tra i sostenitori figurano il Comune di Ferrara, l’Associazione tra Fondazioni di Origine Bancaria dell’Emilia-Romagna, la Fondazione di Ferrara, la Fondazione Santini Gaetano ed Elvira, la Fondazione Migrantes e il Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara.

All’inaugurazione è intervenuta l’assessora comunale alle Politiche sociosanitarie Cristina Coletti, che ha sottolineato l’importanza di valorizzare le abilità e le aspirazioni delle persone, offrendo loro opportunità concrete per acquisire competenze e conquistare autonomia.
La benedizione della struttura è stata impartita dall’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, monsignor Gian Carlo Perego, che ha richiamato l’attenzione sul “Dopo di noi” e sul rischio di solitudine per le persone con disabilità e le loro famiglie.
Marianna Pellegrini, segretaria generale della Fondazione di Ferrara, ha evidenziato il valore della collaborazione tra le diverse realtà coinvolte. All’iniziativa hanno partecipato anche Chiara Bertolasi, in rappresentanza di Confcooperative, e Alessandro Misiani, amministratore unico di ASP.

A Baura, dunque, c’è una bottega in più. Qui si lavorerà il legno, si restaureranno mobili e si realizzeranno oggetti destinati alla comunità.
Ma il risultato più importante non sarà soltanto ciò che uscirà dal laboratorio: saranno le competenze acquisite, le relazioni costruite e le opportunità offerte a chi vi lavorerà.

Il processo di inclusione diventa concreto quando le persone possono fare, imparare, collaborare e vedere riconosciuto il valore del proprio contributo.  E quando una comunità mette a disposizione luoghi e occasioni perché questo accada, a guadagnarci non sono soltanto le persone direttamente coinvolte, ma tutte le persone che la vivono

Mons. Gian Carlo Perego
Cristina Coletti
Marianna Pellegrini
Chiara Bertolasi
Alessandro Misiani
Vito, Francesco, Orietta e Marianna
Orietta al lavoro
Marco al lavoro
Luca al lavoro

In copertina: il taglio del nastro all’inaugurazione della Bottega dell’Artigiano a Baura.
Le foto dell’articolo sono di Mauro Presini. 

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Palazzo Barbantini Koch: non c'era nessun bisogno di un nuovo museo

Palazzo Barbantini Koch: non c’era nessun bisogno di un nuovo museo

L’enfasi per l’inaugurazione di Palazzo Barbantini Koch. Ferrara non aveva bisogno di un nuovo museo, ma di una seria politica culturale al servizio dei suoi cittadini.   

L’apertura, come sede museale, della ex sede della Cassa di Risparmio, Palazzo Barbantini Koch, è stata ampiamente enfatizzata: ricordo solamente le due pagine dedicate dalla ‘Lettura’ del Corriere della Sera e le due pagine della Domenica del Sole 24Ore. Sono state ricordate le raccolte di dipinti, le iniziative. E’ mancato, mi verrebbe da dire ‘naturalmente’, il riferimento al contesto cittadino, alla sua non partecipazione a scelte che condizionano pesantemente Ferrara. .

Mi viene in mente quanto accadde nel 1608, in occasione della costruzione della Fortezza pontificia: al Giudice dei Savi (l’equivalente dell’attuale sindaco) Scipione Giglioli, che protestava a nome del Maestrato per le demolizioni di chiese, palazzi, abitazioni e botteghe,  rispose il Vicelegato monsignor Innocenzo Massimi che ‘se i Ferraresi pretendevano di non esser sudditi, ma liberi compagni, o fratelli del Papa s’ingannavano ‘.

Da cittadino credo di poter dire che non vi era alcun bisogno di un nuovo museo. La, ahimè disciolta, Cassa di Risparmio aveva preso l’intelligente decisione di potenziare la Pinacoteca facendovi confluire acquisti ed opere. Offrire un concreto sostegno alle attuali istituzioni depositando opere sia presso la Pinacoteca che presso i Musei Civici e presso l’Archivio di Stato o Comunale sarebbe stato un modo reale di arricchire la città e di offrire ulteriori strumenti di partecipazione ai suoi abitanti.

Dovrebbe essere superfluo, purtroppo non lo è, ricordare che la ‘cultura’ non può essere monocultura.
E’ costituita dal concorrere di varie discipline ed esperienze: i risultati debbono potere ricadere sulla quotidianità del vivere. Non solo mostre ma attenzione alla economia, ai fermenti sociali, alla religione, al commercio e al mercato.

Molto più giustificabile sarebbe stato, a mio parere, costituire presso la ex sede della Cassa un centro di studi che avesse come tema il tessuto economico e sociale di Ferrara, nel corso della sua lunga storia. Una convenzione con l’Università avrebbe testimoniato la volontà di lavorare in collegamento con i momenti organizzati esistenti.

Nulla di tutto questo. L’assessorato alla Cultura che dovrebbe saper organizzare una immagine complessa, complicata , articolata e problematica di Ferrara è assente e continua ad inquinare una situazione che era già debolissima.

 

In copertina: Palazzo Barbantini Koch ex Carife , corso della Giovecca, Ferrara- Foto Wikimedia Commons

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Llora artista

LLORA ARTISTA

Con “Llora Artista” il giovane autore riflette sul rapporto tra dolore individuale e sofferenza collettiva, interrogandosi sulla responsabilità dell’artista: perché l’arte, oltre a dare forma alle nostre ferite, può diventare un invito a guardare quelle degli altri.

LLORA ARTISTA

Llora, llora artista, fai uscire quel pianto victimista, che tanto occulti alla vista, che tanto nascondi alla vita.
Piangi, artista, finché il tuo occhio sea mar
y tu pestaña la orilla donde el dolor pueda naufragar.
No temas al color que cae sobre la tela, no temas al dolor de una herida que aún te quema.
Deja que caiga, deja que manche el pasado, que cada lágrima derramada sea un cuadro jamás borrado.
Y las letras serán mis lágrimas, y las líneas, mis heridas, que llenarán las hojas de láminas y de brillo las páginas.
Y si la tinta se vuelve oscura, no temas, ha visto demasiado; si mi verso sangra y perdura, es que algo de mí no ha callado.
Pero dime, artista, ¿por qué lloras solamente por ti? ¿Acaso tu dolor es más digno que el del hombre que duerme en la calle sin saber qué comerá mañana?
¿Acaso tu lágrima pesa más que la de una madre cansada, que mira una mesa vacía y todavía sonríe a su hijo para que no vea que está asustada?
Llora por ti, pero también por ellos. Por los que no tienen lienzo, por los que no tienen voz, por los que aprendieron demasiado pronto que hasta el silencio tiene precio.
Llora por quien trabaja y nunca alcanza, por quien espera justicia y recibe otra esperanza, por quien levanta una casa con las manos llenas de heridas mientras otro levanta fortunas contando vidas desde una oficina.
Llora por las calles, artista, por el niño que aprende a odiar antes siquiera de aprender por qué debería amar.
Por el joven que mira una puerta cerrarse frente a su cara mientras alguien con apellido entra por ella sin llamar.
Y no me hables de mérito si nunca viste el hambre, ni me vendas libertad si hay quien no puede elegir entre pagar la luz o llenar la nevera de su madre.
No me hables de paz desde un despacho blindado, mientras otros ponen sus cuerpos donde tú pones soldados.
No me hables de patria como si fuera una bandera, si la patria no alimenta a quien la lleva.
Y no me hables de progreso si cada edificio que crece deja otra familia sin techo debajo de sus cimientos.
Porque también sangra la ciudad, aunque la pinten de colores, y debajo de cada anuncio brillante hay miles de rostros que aprendieron a esconder sus dolores.
Y mientras unos compran silencio, otros venden indignación; unos convierten el miedo en negocio, otros convierten la rabia en canción.
Y yo también soy culpable, porque escribo sobre el mundo desde la comodidad de mi cuarto y luego cierro los ojos cuando el mundo toca mi puerta.
Qué fácil es ser rebelde cuando nadie escucha, qué fácil es hablar de revolución cuando no cuesta ninguna lucha.
Por eso, artista, no te perdones tan pronto. Mírate las manos: también están manchadas de todo aquello que has ignorado.
La tinta no te hace inocente, la poesía no te hace bueno, y una canción contra el mundo no cambia que también formes parte de él.
Así que llora, artista, aunque te llamen victimista; que hasta la lágrima más triste puede hacerse obra a la vista.
Llora por tu herida, pero no olvides las ajenas. Pinta tu propia tristeza, pero deja un espacio en el cuadro para quien nunca pudo pintar la suya.
Porque una tela ya pintada no deja de ser blanca del todo: bajo cada capa olvidada vive un color de otro modo.
Y cuando no quede mar en tus ojos cansados, quizá puedas mirar tus cuadros sin odiar los colores que dejaste atrás.
Y quizá entonces entiendas que llorar no era el final, que el arte no sirve solamente para decir cuánto te duele, sino para preguntarte por qué a tantos les duele igual.
Llora, artista. Pero después escribe. Y cuando termines de escribir, mira afuera.
Porque si tu verso no toca la calle, si tu pintura no toca al hombre, si tu música no incomoda al poder ni siquiera un poco, quizá no estés haciendo arte.
Quizá solamente estés decorando tu propia jaula.
Pero una jaula abierta también da miedo al principio, porque fuera no hay barrotes que te digan el camino.
E allora cammina, anche se tremano i piedi; che senso ha avere ali se temi ciò che vedi?
No seas mártir de tu herida, ni esclavo de tu tristeza; haz de tu voz una salida, no otra forma de condena.
Que cada verso que escribas tenga barro bajo los zapatos, que cada palabra que grites recuerde a los olvidados.
E se il mondo non cambia, non dire che è stato invano: forse un uomo ha trovato coraggio solo perché gli hai dato una mano.
Llora, artista, pero escucha: la calle también tiene poesía; hay belleza entre la basura, y verdad donde nadie la mira.
Y cuando vuelvas al lienzo, no pintes solo tu reflejo: pinta el mundo que llevas dentro y el mundo que tienes enfrente.
Perché l’arte non è una corona, né un piedistallo, né un nome: è una ferita che si apre per lasciare entrare il sole.
Llora, artista. Después, despierta. Y convierte la lágrima en luz que no se queda muerta.

TRADUZIONE

Piangi, piangi artista, fai uscire quel pianto vittimista, che tanto occulti alla vista, che tanto nascondi alla vita.
Piangi, artista, finché il tuo occhio sia il ​​mare
e le tue ciglia la riva dove il dolore possa naufragare.
Non temere il colore che cade sulla tela, non temere il dolore di una ferita che ancora ti brucia.
Lascialo cadere, lascialo macchiare il passato, lascia che ogni lacrima versata sia un dipinto mai cancellato.
E le lettere saranno le mie lacrime, e le linee, le mie ferite, che riempiranno le foglie di lamine e le pagine di splendore.
E se l’inchiostro si scurisce, non temere, ha visto troppo; se i miei versi sanguinano e perdurano, è perché qualcosa in me non è stato messo a tacere.
Ma dimmi, artista, perché piangi solo per te stesso? Il tuo dolore è forse più degno di quello dell’uomo che dorme per strada senza sapere cosa mangerà domani? La tua lacrima pesa più di quella di una madre stanca, che fissa un tavolo vuoto e continua a sorridere al figlio per non fargli vedere la sua paura?
Piangi per te stesso, ma anche per loro. Per chi non ha una tela, per chi non ha voce, per chi ha imparato troppo presto che anche il silenzio ha un prezzo.
Piangi per chi lavora e non riesce a farcela, per chi aspetta giustizia e riceve solo un’altra speranza, per chi costruisce una casa con le mani piene di ferite mentre altri accumulano fortune contando vite da un ufficio.
Piangi per le strade, artista, per il bambino che impara a odiare prima ancora di imparare perché dovrebbe amare.
Per il giovane che vede una porta chiudersi davanti al suo viso mentre qualcuno dal nome prestigioso entra senza bussare.
E non parlarmi di merito se non hai mai visto la fame, e non vendermi la libertà quando c’è chi non può scegliere tra pagare la bolletta della luce o riempire il frigorifero della madre.
Non parlarmi di pace da un ufficio fortificato, mentre altri mettono a repentaglio la propria vita dove tu schieri i soldati. Non parlarmi di patria come se fosse una bandiera, se la patria non nutre chi la porta.
E non parlarmi di progresso se ogni edificio che sorge lascia un’altra famiglia senza casa sotto le sue fondamenta.
Perché anche la città sanguina, anche se la dipingono con colori sgargianti, e sotto ogni pubblicità scintillante si nascondono migliaia di volti che hanno imparato a celare il proprio dolore.
E mentre alcuni comprano il silenzio, altri vendono l’indignazione; alcuni trasformano la paura in un business, altri trasformano la rabbia in musica.
E anch’io sono colpevole, perché scrivo del mondo dalla comodità della mia stanza e poi chiudo gli occhi quando il mondo bussa alla mia porta.
Com’è facile essere ribelli quando nessuno ascolta, com’è facile parlare di rivoluzione quando non costa fatica.
Ecco perché, artista, non perdonarti così in fretta. Guarda le tue mani: anche loro sono macchiate di tutto ciò che hai ignorato.
L’inchiostro non ti rende innocente, la poesia non ti rende buono, e una canzone contro il mondo non cambia il fatto che anche tu ne fai parte.
Quindi piangi, artista, anche se ti chiamano vittima; perché anche la lacrima più triste può trasformarsi in un’opera d’arte davanti ai nostri occhi.
Piangi per la tua ferita, ma non dimenticare le ferite degli altri. Dipingi la tua tristezza, ma lascia uno spazio sulla tela per coloro che non hanno mai potuto dipingere la propria.
Perché una tela dipinta non smette mai di essere completamente bianca: sotto ogni strato dimenticato, un colore vive in una forma diversa.
E quando il mare si sarà allontanato dai tuoi occhi stanchi, forse potrai guardare i tuoi quadri senza odiare i colori che hai lasciato.
E forse allora capirai che piangere non era la fine, che l’arte non consiste solo nell’esprimere quanto si soffre, ma nel chiedersi perché tanti altri provano lo stesso dolore.
Piangi, artista. Ma poi scrivi. E quando avrai finito di scrivere, guarda fuori.
Perché se i tuoi versi non toccano la strada, se il tuo dipinto non tocca l’umanità, se la tua musica non turba minimamente chi detiene il potere, forse non stai facendo arte.
Forse stai solo decorando la tua gabbia.
Ma anche una gabbia aperta fa paura all’inizio, perché fuori non ci sono sbarre a indicarti la via.
E poi cammina, anche se i tuoi piedi tremano; che senso ha avere ali se temi ciò che vedi?
Non essere un martire della tua ferita, né uno schiavo della tua tristezza; fai della tua voce una via d’uscita, non un’altra forma di condanna.
Che ogni verso che scrivi abbia fango sotto le tue scarpe, che ogni parola che gridi ricordi i dimenticati.
E se il mondo non cambia, non dire che è stato invano: forse un uomo ha trovato il coraggio solo perché gli hai dato una mano.
Piangi, artista, ma ascolta: anche la strada ha la sua poesia; C’è bellezza tra i rifiuti, e verità dove nessuno guarda.
E quando tornerai alla tela, non dipingere solo il tuo riflesso: dipingi il mondo che porti dentro e il mondo che ti sta davanti.
Perché l’arte non è una corona, né un piedistallo, né un nome: è una ferita aperta per far entrare il sole.
Piangi, artista. Poi, risvegliati. E trasforma la lacrima in una luce che non resta morta.