Le lacrime d’argento di un salice piangente.
Il volo dei Verve oltre le nuvole del Britpop
Le lacrime d’argento di un salice piangente.
Il volo dei Verve 0ltre le nuvole del Britpop
Rilasciata il 29 settembre 1997 come preziosa gemma nascosta all’interno di quell’obelisco sonoro e capolavoro generazionale che è l’album Urban Hymns, Weeping Willow si erge come un testamento solenne, ipnotico e vibrante della profonda unicità dei Verve, una band capace di trascendere le convenzioni più ciniche, modaiole e spavalde del Britpop per avventurarsi audacemente in territori di pura psichedelia esistenziale, malinconia sinfonica e scavo interiore.
Questa capacità di trasformare la gravità del dolore in un misticismo da stadio, guidata dalla presenza scenica e dalla voce sciamanica e sincera di Richard Ashcroft, fusa in modo indissolubile con le chitarre liquide, cosmiche, cariche di delay e flanger di Nick McCabe, ha iscritto di diritto il gruppo nella storia assoluta della musica internazionale.
In questa composizione monumentale ma intimamente sussurrata, l‘arrangiamento si svela lentamente come una marea inesorabile, dove il rintocco acustico iniziale e le spazzolate gentili sulla batteria di Peter Salisbury creano un tappeto ritmico letargico e seducente, cullando l’ascoltatore in uno stato di trance che riproduce l’oscillare lento, arreso ma maestoso dei rami di un salice nel vento.
Tecnicamente, le orchestrazioni e i riverberi si stratificano donando al brano una solennità quasi liturgica, aprendo varchi sonori in cui le liriche di Ashcroft fendono la nebbia con una potenza poetica disarmante, a partire dalla dolente confessione iniziale: “Weeping willow, the pills in my pillow / For me, for me”, un’immagine cruda e disperata in cui l’antidoto chimico al dolore e l’ombra protettiva dell’albero si confondono in un giaciglio di insonnia e riflessione.
Ma la maestosità assoluta di questa canzone risiede nel suo moto ascensionale, in quella speranza ostinata che si aggrappa all’amore come unica via di fuga dal baratro, magnificamente invocata nel verso “I hope you see things they don’t see”, una preghiera romantica rivolta a un’anima affine capace di guardare oltre la coltre dell’ordinario, di scorgere la luce attraverso le crepe di un cuore frammentato.
Nel culmine emotivo ed empatico della traccia, il senso di rassegnazione esplode in una gloriosa e viscerale promessa di resurrezione, quando la tessitura musicale si fa densa e la voce si alza giurando: “I know I’ve been down, but I’m coming up / For you, for you”, trasformando l’oscurità e la sconfitta in un inarrestabile propellente vitale, in un sacrificio d’amore devoto che vince la gravità della disperazione.
Weeping Willow non è semplicemente una traccia incisa su nastro, ma una cattedrale di cristallo e fumo edificata sulle fragilità umane, un santuario in cui l’eco delle chitarre spaziali abbraccia la poesia di un uomo che cade solo per imparare, un’ultima meravigliosa volta, a risalire e volare verso chi ama.
The Verve – Weeping Willow (Live At Haigh Hall, Wigan, UK / 24th May 1998)
(QUI) BUON ASCOLTO!
Cover: Singer Richard Ashcroft of the Verve at Pinkpop, 2008 – foto su licenza Wikimedia Commons
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