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Il Grattacielo non è una questione privata
Intervista ad Anna Zonari de La Comune di Ferrara

Sulla questione dell’evacuazione urgente di persone e famiglie dai loro appartamenti al Grattacielo di Ferrara, Periscopio ha rivolto alcune domande alla consigliera comunale Anna Zonari, eletta in Consiglio come rappresentante de La Comune di Ferrara. Anna Zonari ha un’esperienza pluriennale di formazione e di progetti di comunità negli enti del terzo settore. 

 

Periscopio: Anna Zonari, Il sindaco Fabbri ha deciso l’ evacuazione del Grattacielo di Ferrara dopo l’ultima relazione dei Vigili del Fuoco. Ha emesso un’ ordinanza contingibile e urgente, che si adotta per fronteggiare pericoli imminenti e imprevedibili di incolumità, sicurezza, igiene o sanità pubblica. In ordine a questo punto specifico, qual è la sua posizione?

Anna Zonari: L’ordinanza contingibile e urgente è uno strumento previsto dalla legge per tutelare l’incolumità pubblica in presenza di un pericolo concreto. Se i Vigili del Fuoco hanno rappresentato un rischio serio e attuale, è evidente che la sicurezza e l’incolumità delle persone viene prima di tutto.
Il punto, però, non è discutere la legittimità dello strumento in sé, ma le conseguenze della sua applicazione. Un’ordinanza di questo tipo non è un atto neutro: ha comportato l’allontanamento forzato di circa cinquecento persone dalle proprie abitazioni. Quando un Comune esercita un potere così incisivo, deve anche assumersi la responsabilità di governarne gli effetti, soprattutto sul piano sociale e abitativo.
Altrimenti parliamo di sicurezza dell’edificio, ma non delle persone.
Allo stesso tempo, è legittimo chiedersi se l’Amministrazione fosse nelle condizioni di agire in modo preventivo, evitando di arrivare ad una decisione così drastica e solo dopo aver corso un rischio così alto. Le prescrizioni dei Vigili del Fuoco sulla necessità di lavori per la messa a norma degli impianti erano note da anni ed erano già sulla scrivania del sindaco: non si è trattato di un fulmine a ciel sereno.

P:Se si fosse trovata da sindaca a dover gestire la situazione creatasi dopo il principio di incendio, quali diverse attività avrebbe posto in essere rispetto a quelle che hanno qualificato l’operato della attuale Giunta? Mi riferisco in particolare alle attività di tutela delle persone coinvolte, che non hanno solo un problema di incolumità personale, ma di vita quotidiana: dove alloggiare temporaneamente, dove poter abitare in futuro.

AZ: Avrei lavorato prima di tutto sulla
prevenzione. Proprio perché la situazione era da anni sulla scrivania del sindaco, con tanto di prescrizioni dei Vigili del Fuoco, c’era uno spazio per programmare, con un cronoprogramma serio per la messa in sicurezza e un ruolo di coordinamento molto più forte da parte del Comune che è anche condomino, in quanto proprietario di alcuni immobili.
Governare significa anche anticipare i problemi, non inseguirli quando sono già esplosi. 
Non avendo agito in tempo, ci si è trovati in emergenza. E lì avrei fatto scelte diverse.
Dopo le ordinanze, subito doveva essere costituita
un’unità operativa dedicata esclusivamente alla presa in carico delle persone e delle famiglie coinvolte, con una mappatura reale e completa dei bisogni di tutti gli abitanti, non solo di quelli formalmente classificati come “fragili”. Per questo, avrei potenziato i servizi sociali per lavorare in modo attivo, andando “porta a porta” per dare informazioni chiare e costruire un censimento puntuale delle situazioni personali, lavorative, sanitarie e familiari.
Lo dico anche sulla base di ciò che ho visto in questi giorni: i volontari e le volontarie, che hanno supplito a un evidente vuoto istituzionale, hanno intercettato fragilità e criticità che fino a quel momento erano sconosciute ai servizi. Questo dimostra che, in situazioni straordinarie, il lavoro sociale ed educativo non può restare chiuso negli uffici né limitarsi ad attendere che le persone si presentino spontaneamente.
Trovo molto grave che, proprio perché non è stato fatto un
censimento capillare e tempestivo, oggi non siamo nelle condizioni di sapere dove siano finite molte persone, in quali condizioni vivano, se abbiano trovato una sistemazione sostenibile o se si trovino in situazioni precarie, provvisorie o addirittura a rischio di esclusione. Questo non è un dettaglio amministrativo: è il cuore della responsabilità pubblica, perché senza conoscenza reale delle situazioni non è possibile costruire politiche efficaci di tutela e accompagnamento.
Avrei inoltre chiesto immediatamente il supporto del
Prefetto per attivare un tavolo di coordinamento stabile e operativo con Regione, Comune, AUSL, ACER, organizzazioni sindacali, terzo settore, per costruire una risposta integrata e non frammentata.
Parallelamente, mi sarei fatta parte attiva nell’
intermediazione con il mercato della locazione, coinvolgendo concretamente le agenzie immobiliari e sensibilizzando la cittadinanza, perché a Ferrara tante case sono chiuse e, con le debite garanzie pubbliche, potrebbero essere utilizzate. Avrei richiesto alla Regione l’immediata attivazione degli strumenti previsti dal Piano Casa, perché una crisi abitativa di queste dimensioni non può essere affrontata solo a livello comunale. Parallelamente, avrei utilizzato fino in fondo gli strumenti già a disposizione dell’Amministrazione, a partire da quanto previsto dallo Statuto di ACER, che consente di attivare procedure specifiche in caso di emergenza abitativa, senza intaccare le graduatorie ordinarie dell’edilizia residenziale pubblica.
Questo apre ad un tema importante: a Ferrara
esistono centinaia di alloggi in edilizia residenziale pubblica oggi non utilizzabili, molti dei quali potrebbero essere resi agibili con interventi non particolarmente onerosi. In una fase di emergenza, anche questo patrimonio avrebbe potuto e dovrebbe rappresentare una risorsa importante.
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P: Il sindaco ha rappresentato il problema come “una questione privata”, poiché l’incuria che ha generato i problemi di sicurezza dipenderebbe dal fatto che parte dei condomini non ha pagato le quote di propria competenza per garantire la manutenzione del fabbricato.  Lei concorda col fatto che si tratti di una questione privata? 

AZ: No, non è solo una questione privata.
In un condominio esistono responsabilità dei singoli, certo. Ma qui stiamo parlando di un condominio davvero particolare, grande quanto una delle nostre frazioni, per numero di abitanti. E’ assurdo trattarlo come una normale vicenda condominiale.
Quando il Comune, come un buon padre di famiglia, ti dice “devi uscire per ragioni di sicurezza, per la tua incolumità”, non può poi considerare concluso il proprio compito con la firma del provvedimento e non preoccuparsi di cosa ti accade dopo.
Da quel momento la responsabilità diventa pubblica, perché non parliamo più solo di muri e impianti, ma di persone
Proprio per questo, dopo circa dieci giorni dall’incendio, quando è diventato chiaro che l’Amministrazione stava trattando la vicenda come una questione privata, ho inviato una diffida formale per chiedere che venisse assunta pienamente la responsabilità pubblica della gestione dell’emergenza.
Parliamo di famiglie, di bambini che devono continuare ad andare a scuola, di lavoratrici e lavoratori che in mezzo a questo caos devono continuare a lavorare, spesso pendolari, con turni anche notturni, senza sapere dove dormiranno. Parliamo di anziani spaesati, di genitori costretti a separarsi perché non si riesce a trovare una sistemazione unica.
Dire che è una questione privata significa ignorare tutto questo. Le eventuali responsabilità dei condomini verranno accertate, ma l’emergenza abitativa che ne è derivata non può essere scaricata sui singoli o sul volontariato. Le istituzioni esistono anche per questo: per farsi carico delle conseguenze quando una decisione pubblica cambia radicalmente la vita delle persone.

P:Lei in questi giorni ha assistito sia alla evacuazione delle persone dai loro appartamenti, sia alla fase successiva. A suo avviso il Comune si è attivato nella maniera migliore con i suoi servizi di assistenza alla persona? E ha messo gli enti del terzo settore nelle condizioni migliori per coadiuvare il Comune nella presa in carico?

AZ:Il Comune ha dichiarato di aver preso in carico 76 persone considerate fragili. Ma è evidente che quando perdi casa da un giorno all’altro, diventi fragile anche se fino al giorno prima eri autosufficiente.
A Ferrara trovare casa è già difficile in condizioni normali, per i costi elevati e per le discriminazioni che colpiscono soprattutto i migranti. Cito un episodio che mi ha colpita molto: un abitante del Grattacielo, non italiano, ha chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni su un appartamento e gli è stato risposto che non era disponibile. Dieci minuti dopo, la stessa agenzia è stata contattata da una persona italiana e l’appartamento risultava improvvisamente disponibile. Non voglio generalizzare, ma episodi come questo mostrano che pregiudizio e diffidenza sono ancora molto presenti. Anche per questo era fondamentale che l’Amministrazione svolgesse un ruolo di garanzia e di intermediazione. 
Il giorno dello sgombero erano presenti un’operatrice e un operatore di ASP, che hanno lavorato in una condizione di forte stress. Non per loro responsabilità, naturalmente: non è realistico pensare di attivare una ricerca di soluzioni abitative solo nel momento in cui le persone sono letteralmente in strada. La domanda è: perché non si è intervenuti prima nella ricerca di soluzioni abitative, considerando che molte persone si erano già rivolte al SSUI, lo Sportello Sociale Integrato?
Asp, in alcune situazioni, non trovando soluzioni abitative adeguate e disponibili ha proceduto dividendo i nuclei familiari: mamme con i figli da una parte e padri dall’altra. Immaginiamo cosa possa significare per i minori, che hanno il diritto fondamentale alla stabilità, alla serenità e alla continuità affettiva, vedersi improvvisamente separati da uno dei genitori a causa di una gestione inadeguata dell’emergenza.
Queste non sono semplici difficoltà logistiche: sono ferite profonde nella vita delle persone, soprattutto dei bambini, che avrebbero potuto e dovuto essere evitate con una presa in carico più tempestiva ed organizzata. 
Per quanto riguarda il terzo settore, voglio ricordare che, se non fosse stato per l’iniziativa dell’associazione Viale K, che ha messo a disposizione alcune aule per il doposcuola, e per l’impegno dell’associazione Cittadini del Mondo, che si è attivata fin dal primo momento, circa quaranta persone, alla chiusura del Palapalestre, sei giorni dopo l’incendio della Torre B, sarebbero rimaste letteralmente senza un tetto. Il volontariato, nella nostra città, è una risorsa straordinaria per generosità e competenze. Lo abbiamo visto anche con l’ospitalità a San Bartolo gestita da Caritas.
Ma non possiamo permettere che sia lasciato da solo a fronteggiare una
gestione emergenziale priva di supporto e di una regia pubblica.
Il volontariato integra, sostiene, accompagna: ma non può diventare la risposta strutturale a un’emergenza che riguarda centinaia di persone. Quando accade, significa che il Pubblico rifiuta le proprie responsabilità e che diritti fondamentali vengono affidati alla buona volontà dei singoli. 

P:Il Comune ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione per verificare da un lato la possibilità di trovare soluzioni abitative per le famiglie, dall’altro per studiare l’accesso a forme di credito agevolato e garantito per acquisti o affitti in altre zone della città?

AZ: Per quanto mi risulta, il Comune non ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione, ma l’assessora Coletti ha partecipato alla convocazione del Tavolo tecnico di coordinamento indetto dal Prefetto per affrontare le conseguenze dell’emergenza Grattacielo, al quale erano invitati, oltre al Comune stesso, la Regione, le istituzioni sanitarie, le forze dell’ordine, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, i gestori dei servizi essenziali e le rappresentanze del sistema bancario.
Tuttavia, nella dichiarazione ufficiale rilasciata dall’assessora dopo l’incontro, ha voluto sottolineare come l’Amministrazione non abbia compreso né l’oggetto del tavolo né quali interventi socio-economici fossero richiesti, né il ruolo dei 27 soggetti presenti, ribadendo che per il Comune la questione è privata e che il Comune si era già attivato per la presa in carico delle persone “fragili”.
Per quanto riguarda misure come forme di credito agevolato, moratorie sui mutui o interventi con il sistema bancario, al Tavolo il tema è stato accennato, ma per quanto mi risulta non si è poi tradotto in un percorso strutturato di accompagnamento da parte del Comune o di altre istituzioni competenti.

P:Le risulta, come sostiene qualcuno, che si stiano verificando azioni speculative sul Grattacielo per trasformare quello stabile, una volta risanato, in un hub degli affitti brevi?

AZ: Al momento non ho elementi concreti che dimostrino l’esistenza di un disegno preciso in questa direzione. Tuttavia, è innegabile che quando un immobile di grandi dimensioni entra in una fase di crisi, il rischio di operazioni speculative esiste sempre.
Sarebbe anche un’ulteriore grande ingiustizia, perché nella stragrande maggioranza dei casi quegli appartamenti sono abitati da persone che hanno pagato regolarmente le quote e hanno mantenuto a norma le proprie abitazioni. È vero che nel tempo si sono accumulate anche situazioni problematiche: irregolarità, degrado, comportamenti illeciti, difficoltà gestionali. Ma è altrettanto vero che, per la maggior parte, al Grattacielo hanno vissuto e vivono persone per bene: lavoratrici e lavoratori, famiglie, giovani coppie, spesso con lavori poveri o precari, una condizione purtroppo in aumento non solo tra i migranti, ma anche tra tanti nostri giovani.
Per molte persone, il Grattacielo ha rappresentato l’unica possibilità concreta di realizzare il sogno di una casa, grazie a costi di acquisto e di affitto che in altre zone della città sono ormai inaccessibili. Questo non è un dettaglio: è il segno di un problema strutturale.
In una città in cui gli affitti crescono e la precarietà abitativa aumenta, la disponibilità di alloggi a costi calmierati diventa una condizione fondamentale per trattenere e attrarre giovani, famiglie e lavoratori, in una società in cui il lavoro povero e discontinuo non è più una dimensione marginale, ma una realtà sempre più diffusa.
Con una visione politica lungimirante, la crisi del Grattacielo potrebbe diventare un’occasione per ripensare le politiche abitative e per esercitare un ruolo di regia pubblica nella messa in campo coordinata di risorse pubbliche e private, con l’obiettivo di rendere possibile il risanamento dell’edificio, il ritorno graduale degli abitanti in regola nelle proprie case e la ricostruzione di una comunità stabile e dignitosa.

 

In copertina: cartolina del Grattacielo, tratta da http://www.museoferrara.it/view/s/dce1ff6f14f24787b883115e7336ef56, Archivio Assessorato alla Cultura e Turismo

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, anche se lo stipendio fisso lo ha portato in banca, dove ha cercato almeno di non fare del male alle persone. Fa il sindacalista per colpa di Giorgio Ghezzi, Luciano Lama, Bruno Trentin ed Enrico Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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