Abitare tecnicamente il mondo. La machina delle civiltà
Abitare tecnicamente il mondo. La machina delle civiltà
Quando si entra in una vecchia casa della Lucania, magari quella di un paesino della Val d’Agri, ciò che ci si para innanzi è un focolare che sembra ancora acceso in una cucina a legna con pentole di rame appese alle pareti e contenitori di latta per i chicchi di caffè da macinare, grani di sale grosso e zucchero. Sui ripiani, altari refrattari, riposano mestoli di legno, caraffe e ciotole di creta.
Pare essersi introdotti all’interno di un tempio della frugalità: questo luogo, questo antro casalingo non sembra appartenere a un tempo trascorso per sempre, ma a un presente che ci è di fronte se non proprio avanti a noi. A un futuro dunque.
È questa frugalità a rimetterci a terra (sulla Terra). Sono le forme semplici e le materie radicali di questi oggetti a richiamarci a operazioni elementari quali badare e conservare il cibo, ravvivare il fuoco, forgiare e manutenere strumenti e suppellettili, inquadrare dalla finestra ben esposta il mormorio dei boschi e annusare il cielo di stagione.
Questa consistenza muta e pudica della vita semplice nella quale necessità e bellezza sembrano fondersi è qualcosa che, se si è vissuta, statene certi, mancherà. Ed è forse proprio questo intreccio tra bellezza, semplicità e frugalità che ha consentito al piccolo Sinisgalli l’accesso al futuro e alla sua civiltà delle macchine.
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Sulla strada che portava a questa casa poteva succedere di incontrare qualunque cosa: un corvo dal verso sgraziato planato dai monti vicini; la ginestra d’un giallo pieno ad arbitrare la percezione di uno sfondo celeste; un tramonto che trasforma l’orizzonte nella fucina di mastro Tittillo; Fido dalle natiche grasse che si reca in chiesa e le rondini, le lune che restano fuori di notte.
Pare poco ma non è così, perché nella chiarezza di queste luci antelucane, lucane e lunari lo smarrimento, la paura e la meraviglia ci parlano e allora cosa resta da fare se non (r)accogliere queste semplici cose, apparentemente inutili, e portarle a quella parola piena e non funzionale il contrario di quella che quasi sempre il linguaggio richiede per spiegare, calcolare, descrivere, narrare… bla, bla, bla.
Per continuare ad abitare questo mondo, renderlo meno estraneo, portarselo dietro c’è solo un modo: la poesia della forma e la forma della poesia.
La poesia consente di “rimanere a casa”, di riabitare, badare e addomesticare “questo” mondo: è la poesia l’autentica e indiscutibile machina, un “congegno” in grado di produrre e regolare le azioni, sollecitare gli agenti naturali, quelli visibili e quelli invisibili.
Vidi le muse
Sulla collina
Io certo vidi le Muse
Appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
Tra le foglie larghe delle querce
Mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
Secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
Chiesi al mio cuore meravigliato
Io dissi al mio cuore la meraviglia.
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Nei boschi di questa regione dove si va spesso a passeggiare, gli alberi si sposano e le macchine sono umane, o per lo meno semplici alleate dell’uomo. È anche questa la civiltà di una macchina: abitare, badare e addomesticare la casa nei modi e nei tempi giusti. Che differenza rispetto a quello che oggi sembra paralizzarci: l’avidità e la brutalità della tecnica in luoghi che sono unicamente bellezza!
Con “civiltà delle macchine” Sinisgalli intendeva rappresentare la seguente utopia: per abitare tecnicamente il mondo c’è bisogno della poesia e viceversa per abitare poeticamente il mondo c’è bisogno della téchne e dunque delle macchine
Utilizzare una macchina è téchne. La téchne non esiste senza Homo e Homo non esiste senza téchne. Senza tecnica l’umano non si riconoscerebbe umano. Così senza poesia, perché l’elemento tecnico per eccellenza, la machina per antonomasia è la parola.
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Sinisgalli è una figura esemplare di un modo di abitare, potremmo dire, eco-logicamente il mondo. Nella frugalità della sua casa; nella piccola regione sotto un vasto cielo antico, già qui lui riceveva, per così dire, tutti gli abitanti della sua civiltà delle macchine.
La sua vita senza saperlo, sarebbe stata la “Messa in Opera” della lezione mancante di Calvino, quella sulla consistency dove al servizio delle Muse si convertiva la meraviglia, che gli antichi ponevano all’origine della conoscenza, in furore e viceversa, anticipando così quella famosa sintesi racchiusa nel principio di complementarità di Bohr e nel motto nobiliare: Contraria complementa sunt.
Abitare in questo modo il mondo vuol dire, in primo luogo, non smarrire uno sguardo capace di rilevare le forme di natura e quelle dell’ingegno da esse derivate. Uno sguardo che potremmo definire contemplativo, come ci viene restituito in alcuni epigrammi di Sinisgalli dal sapore orientale, o dalle immagini ricorrenti tra le pagine di Civiltà delle macchine. Uno sguardo che, come un farmaco, sembra prendersi cura delle cose.
Guardare a lungo, osservare con attenzione gli oggetti essenziali di una cucina, i rovi e le felci nel bosco vicino, la bottega di un vecchio fabbro che geometrizza nel fuoco le forme naturali significa stabilire il fatto che le cose possono trasformarsi in visioni, che le conchiglie si mutano in spirali, che il mondo intorno è visibile e invisibile contemporaneamente.
Sinisgalli in ciò che guarda – visioni in attesa di occhi, forme semplici in attesa di mani – mostra quella semplice conoscenza che manca a molti di noi: sapere che ogni foglia di una quercia è diversa dalla foglia accanto, ma che entrambe possono essere coinvolte da un evento che le confonde (e che ci confonde): la brezza che le smuove.
E questa è una “scrittura” superiore a quella poetica, cioè un “linguaggio” che chiede di essere tradotto. Sono mille gli interrogativi di questa scrittura e tante le risposte che le “macchine” costruite dagli uomini possono provare a dare.
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È possibile che ponendo attenzione a queste cose frugali, semplici e naturali si possa trovare il proprio posto nel mondo. Questo sembra smuovere Sinisgalli: esiste una sorta di regalità nella macchina, che addolcisce la tirannia di qualunque tecnica attraverso quell’istante di contemplazione che non desidera nulla, meno che mai tante parole. Questo sguardo è ciò che esorcizza la tecnica, ne attutisce il suo potere e, smaterializzando la sua utilità, ne restituisce il valore naturale estetico e civile.
Chi ha stabilito che la vita debba essere resa più semplice attraverso l’uso della macchina? C’è una dimensione che non può cadere nell’oblio: non è semplice amare, non è semplice soffrire. Non è semplice sperare.
Se dunque si instaura una civiltà delle macchine che facilitano le nostre vite e che invadono più o meno silenziosamente e subdolamente il mondo e noi stessi, bisogna allora in modo complementare, raffinare quella macchina delle civiltà che si prenda cura delle nostre vite e, per quanto possibile, le faciliti nella difficoltà di amare, soffrire, sperare. Questa machina è la poesia.
La poesia non è dunque una semplice decorazione, non è una grazia, non è qualcosa di estetico assimilabile alla spirale di una conchiglia, o alla filettatura di una vite perfettamente convertita da disegno tecnico a oggetto casalingo. No, questa poesia è toccare con mano la regalità e l’autenticità del reale: è una machina che aiuta la realtà a emergere, nominandola, progettandola, creandola.
Come ci ricorda Christian Bobin “… il contemplativo può essere un poeta riconosciuto come tale…” ma può esserlo anche un ingegnere che preso da un furore matematico scrive di numeri immaginari sul tavolaccio di cucina nella vecchia casa di Montemurro e che tra un disegno e l’altro si prepara il caffè con la solita macchinetta di famiglia.
Questi momenti di contemplazione sono istanti di grande tregua per il mondo, dove l’immaginario e il reale, la figura e lo sfondo si invertono e fanno breccia nella nostra percezione. Sono istanti nei quali non scorgiamo alcuna differenza tra poesia e tecnica perché abitiamo il mondo pacificamente senza l’intenzione di prenderlo, dominarlo o possederlo ma solamente per prendercene cura e prenderci cura di noi.
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L’intuizione di Sinisgalli coerente nella (e con la) sua vita è “tutta qua”: la poiesis è una techne della vita, così come la tecnica è una poesia della vita. Confrontare e far dialogare questi due mondi (apparentemente) antitetici e contrapposti è di fatto un’etica della complementarità, così come l’equilibrio ricercato fra umanesimo e macchinismo è l’esperimento sinisgalliano per eccellenza che potrebbe, davvero, rivelarsi il miglior modo per esperire il futuro.
I recenti sviluppi delle tecnologie digitali hanno di fatto trasformato la civiltà delle macchine nella civiltà degli algoritmi e questa inedita dimensione di macchine autonome e autoriproducenti dovrebbe offrire e allargare questi spunti sinisgalliani di riflessione antropologica e sociologica in grado di restituire coerenza, compattezza e unicità (la consistency calviniana) a questa realtà sempre più frammentata e complessa.
E qui è necessario, secondo la visione di Sinisgalli, l’intervento del poeta, perché se è vero che questi strumenti, queste macchine – da quelle più semplici in una vecchia cucina lucana a quelli più sofisticati di un centro di calcolo quantistico – “…hanno smisuratamente allargato il potere delle nostre pupille…”, sarebbe una grave sciagura se del rapporto tra uomo e machina si disinteressassero i poeti:
“…l’Arte (techne) deve conservare il controllo della verità, e la verità dei nostri tempi è una qualità sottile, è una verità che è di natura sfuggente, probabile più che certa, una verità ‘al limite’ che sconfina nelle ragioni ultime, dove il calcolo serve fino a un certo punto e soccorre una illuminazione, una folgorazione improvvisa. Scienza e Poesia non possono camminare su strade divergenti. I Poeti non devono avere sospetto di contaminazione ” [L. Sinisgalli, Natura, calcolo, fantasia, Pirelli, III (1951), 52-53].
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APPENDICI
Nel rendere omaggio allo strumento principale del poeta – la sua macchina per eccellenza – la parola, ricordiamo di seguito l’etimologia di alcune parole strettamente legate alla poetica di Leonardo Sinisgalli.
Màcchina: dal greco mekhané = strumento per fare o compiere qualcosa; dalla radice sanscrita MAH – crescere, aumentare. Nell’uso “civile” del termine indica un congegno per produrre e regolare il moto nonché sollecitare gli agenti naturali.
Per similitudine: detto di persona Chi opera per impulso altrui.
Il termine ha assunto per i greci tanti significati, ma nel suo significato più profondo e costante nel tempo macchina è stato ritenuto sinonimo di potenza oltre che di meraviglia. Il termine mekhané non è per Sinisgalli più solo uno strumento materiale di accrescimento di potenza, per le sue leggi, ma una vera e propria struttura teorica che, in quanto capace di farci scorgere il vero, ci indica la via, il verso, la trasposizione, su cui bisogna camminare per cercare il vero.
Sicuramente Sinisgalli avrebbe apprezzato questa “semplice” storiella tratta dal testo taoista Zhuang-Zi:
“Zi-gong…passando a sud del fiume Han, vide un vecchio intento a lavorare il suo orto. Quell’uomo scendeva lungo un tunnel fino al pozzo, ne usciva con la giara colma d’acqua e la vuotava nei canaletti delle sue aiuole. Lavoro faticoso e di scarso risultato.
Zi-gong gli chiese: «Se aveste una macchina che riuscisse ad irrigare cento aiuole al giorno, non vorreste servirvene?».
«Come è fatta?», chiese il giardiniere levando lo sguardo su Zi-gong.
«È una macchina di legno cavo, pesante dietro e leggera davanti, con la quale si tira su l’acqua come si potrebbe fare con la mano, ma così velocemente che l’acqua trabocca ribollendo dal secchio: questa macchina si chiama pozzo a bilanciere».
Il giardiniere si adirò, cambiò colore e con scherno disse: «Ho imparato questo dal mio maestro: chi si serve di macchine, usa dei meccanismi e il suo spirito si meccanizza. Chi ha lo spirito meccanizzato non possiede più la purezza dell’innocenza e perde la pace dell’anima. Non ignoro i pregi di questa macchina, ma avrei vergogna a servirmene».
Contemplare: dal latino cum (attraverso, insieme a, per mezzo di) e templum (distesa, veduta, altura, tempio, lo spazio del cielo). Contemplo e contemplare quindi sta per: essere in sintonia con il templum.
Templum deriva dalla radice indoeuropea TAM- misura del moto tra due punti, spazio delimitato, tempo, dividere. Dalla stessa radice deriva il termine latino tempus (misura del moto della luce, tempo) e il termine greco témenos (spazio dedicato ad una divinità, luogo sacro, bosco sacro).
Nella raccolta La vigna vecchia si coglie una sorta di fusione tra la poetica ermetica e un genere lirico tipicamente orientale in quanto Sinisgalli fu fortemente influenzato dalla poetica orientale, anche se non conosciamo i modelli precisi da cui attinse temi e motivi di questa cultura.
Quello della contemplazione è la premessa estetica imprescindibile per questo tipo di componimenti poetici di carattere orientale caratterizzati dalla brevità e dalla densità.
La lirica orientale era entrata prepotentemente nel dominio della nostra letteratura grazie a personalità stravaganti come D’Annunzio o Govoni che inaugurarono la cosiddetta “poetica del liberty”. A questo aggiungiamo una trentina di poesie di tipo orientaleggiante composte da Umberto Saba che sicuramente favorì la conoscenza di una cultura della contemplazione così vicina alla sensibilità di Sinisgalli.
Così gli haiku giapponesi e simili componimenti molto brevi sono presenti in Sinisgalli e caratterizzati da quegli elementi tipici dell’estetica orientale quali l’onnipresente elemento naturale (il kigo stagionale) l’apparente (e ingannevole) vacuità e la densa suggestione delle immagini.
Consistency: è il titolo della Lezione mancante di Calvino, quella che lo scrittore aveva riservato per ultima. Consistenza risulta una traduzione impropria del termine. Coerenza, densità e compattezza sono, come dimostrato, termini che meglio si adattano a quanto Calvino ha lasciato scritto in proposito.
Coerenza deriva dal verbo latino cohaerere composto di co = insieme e haerere = essere attaccato. L’immagine della coerenza è quella di un’unione stretta, solida: quello che fa sembrare unite le foglie su un albero nella loro reazione a una brezza che le agita.
La coerenza, in quanto assenza di contraddizioni, ci si presenta come un unicum organico che agisce in maniera conforme ad una legge che lo regola: non esistono frammentazioni morali, ideali, argomentative o d’azione. La coerenza è la qualità dell’unità indivisa, che si muove nella stessa direzione con ogni sua parte. Si tratta di una di quelle qualità umane fra le più complesse, e il suo affinamento richiede una grande presenza e una profonda introspezione.
Sinisgalli considerava la poesia un “…sistema d’immagini che si sviluppano non l’una dopo l’altra, ma l’una dentro l’altra, cedendo il minimo alla reversibilità…” e tali immagini dovevano essere tenute salde da un rapporto di forze più che di forme ed essere dotate di una tale coesione e coerenza interna da resistere alle alterazioni del tempo.
[Il tempo] può “far crollare i supporti che furono necessari a sorreggere le parole” – leggiamo ancora nella postfazione alle Poesie di ieri – può rendere irriconoscibili “i luoghi, le distanze, gli eventi nascosti sotto le righe”, ma la poesia vera “sopravvive come un fantasma” o come un fossile, una traccia di una catastrofe dalla quale qualcuno è sopravvissuto.
Per questo i poeti, come gli uccelli, cantano e continuano a farlo.
Cover: https://pixabay.com/it/images/search/cucina%20di%20campagna/?pagi=2
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