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Cronache da un paese interrotto. Diario di un prof. in Palestina

Cronache da un paese interrotto. Diario di un prof. in Palestina.

Il libro, come sintetizzato nel titolo, riporta l’esperienza di un insegnante all’estero, selezionato dal Ministero degli Affari Esteri attraverso un concorso, con l’obiettivo di diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. La destinazione del professor Cirelli è l’università palestinese di Birzeit, a nord di Ramallah. La durata del mandato è dal 2017 al 2023, terminato pochi giorni prima dell’attentato del 7 ottobre. Una scelta coraggiosa da parte della Farnesina, che istituisce da anni il ruolo di lettore di italiano in un’università palestinese,  nonostante i tempi a dir poco drammatici per la Palestina, ma coraggiosa anche per il docente che accetta il mandato, esponendosi a pericoli ormai tristemente prevedibili.

L’autore stesso riporta l’identikit fatto dallo scrittore David Lodge di questo tipo di docente, ritratto che mi  ha molto divertito perchè faccio parte anch’io della categoria, essendo stata assegnata dal ministero per quattro anni all’istituto comprensivo di Asmara, in Eritrea:
«Vagavo tra due mondi, uno perduto, e uno che aspettava di nascere»
.«Io credo che noi cerchiamo intensità di esperienza. Sappiamo che non è più possibile trovarla a casa, ma abbiamo sempre la speranza  di trovarla all’estero».

Ma a volte l’esperienza assume i contorni di una realtà crudele e l’intensità trasborda nel dolore, prima di tutto per i propri alunni e le loro famiglie costretti a vivere un’immeritata e precoce perdita di innocenza.

Ritorni e ti accorgi che qualcosa si è spezzato dentro e  la ferita continua a sanguinare.

Il libro è composto di trentotto brevi capitoli che narrano incontri ed episodi avvenuti all’università e/o durante la permanenza in Palestina, descritti con attenzione, rispetto e amore per una cultura diversa dalla nostra, con la  presenza costante, purtroppo, dei soprusi perpetrati dagli israeliani.

Uno dei temi ricorrenti è la ricerca di un’interculturalità autentica, che scambi l’apprendimento della lingua e della cultura italiana con la cultura e gli usi palestinesi, ricca di storia, musica, danze, ricette a noi sconosciute.

Uno degli stereotipi  occidentali che l’autore riesce perlomeno ad incrinare nel lettore è quello del popolo palestinese come un popolo ignorante, deprivato negli anni della possibilità di celebrare la propria storia, le proprie tradizioni e la propria memoria. Nonostante l’occupazione dei coloni, ogni episodio al contrario mette in luce la grande preparazione culturale dei giovani palestinesi, anche rispetto alla cultura occidentale. Soprattutto la loro ormai famosa Sumud, resistenza o resilienza, che consiste innanzitutto in una grande dignità individuale e collettiva di fronte a chi non li ha mai riconosciuti, e che ha progettato, con il successivo genocidio di Gaza, il loro sterminio.

Un paese che si abitua a vivere quotidianamente con queste brutture… ma la vita che va avanti nonostante tutto è una inevitabile forma di resistenza.(pag.225) scrive l’autore.

Un altro stereotipo contestato dal libro è quello del mondo musulmano catalogato in blocco come fondamentalistadisposto solo a fare la jihad islamica e a combattere il cristianesimo occidentale: L’israeliano medio, che purtroppo molto frequentemente ha una mentalità colonialista, si sente normalmente superiore al suo vicino arabo, considerato inferiore in quanto arretrato culturalmente e incapace addirittura di autodeterminarsi.(pag.251).

Il libro, nei diversi racconti di episodi e incontri da cui spesso scaturiscono amicizie delicate e profonde, ci restituisce invece l’immagine di un mondo musulmano estremamente variegato, dove ciascuno vive la propria identità  in modo singolare, più o meno aderente alla pratica prescritta dalla religione, nello stesso modo in cui i cattolici  interpretano soggettivamente la propria appartenenza ad un paese cattolico.

Anche la spinosa questione dell’obbligo del velo per le donne, viene sfatata dalla diversità di atteggiamento delle giovani studentesse dell’università di Birzeit: …c’erano quelle vestite all’occidentale, con jeans attillati e magliette colorate, che contemporaneamente portavano il velo, poi c’erano quelle  che non portavano l’hijab… perchè erano musulmane ma non credevano nella necessità di portare il velo, e non erano poche. (pag.257). L’autore prende posizione sulla questione sottolinenando come la scelta di portare il velo o meno debba essere completamente autonoma e libera, senza pressioni esterne in un senso o nell’altro.

Lo sguardo onesto e trasparente di Roberto Cirelli osserva con la stessa equità il mondo israeliano, conosciuto da vicino in quanto residente prevalentemente a Gerusalemme Est. Gerusalemme, nel suo insieme, è abitata per il 60% da israeliani e il 40% da palestinesi.
Nonostante la legittima richiesta di risiedere a Ramallah, vicino al luogo di lavoro, il consolato ha rifiutato la richiesta senza dare troppe spiegazioni. In sintesi l’equilibrismo governativo italiano acconsente che i docenti lavorino in Palestina, ma con l’obbligo di risiedere in Israele.

Oltre alla residenza, il primo anno di mandato comprendeva alcune ore di insegnamento presso una scuola italiana  a Gerusalemme ovest, dove tutti gli studenti erano ebrei. Da questo periodo scaturisce il Diario minimo di un prof. in Israele, un piccolo libro che la casa editrice Gemma ha sapientemente inserito nel testo, come libro nel libro, con altri caratteri e altra impaginatura. Questa scelta editoriale aiuta il lettore ad orientarsi nei numerosi riferimenti storico-geografici che rendono la lettura impegnativa, nonostante la scrittura immediata e efficace dell’autore.

Dal diario emerge un mondo israeliano variegato: ebrei mizrahì, cosiddetti ebrei arabi, provenienti da Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia, Etiopia e Maghreb, ebrei aschenaziti, provenienti dall’Europa centrale, ultraortodossi, ebrei di sinistra, o che si considerano tali. Su tutti, al di là della vicinanza o lontananza dalle scelte criminali del governo, grava una grande diffidenza verso i palestinesi, materializzata nello shunk, il materiale biologico puzzolente che la polizia spara ovunque sui palestinesi che protestano.

Molti ebrei hanno un doppio passaporto, spesso, oltre a quello israeliano, anche quello del paese di origine. Lo stesso diritto che invece è negato ai palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948. Tutto il libro è d’altronde permeato del tema dell’occupazione, della nostalgia struggente dei palestinesi, dell’odio feroce dei coloni israeliani.
Nonostante il dolore, Roberto Cirelli riesce a far sue le parole di un bosniaco nei confronti dei serbi: Non esistono popoli cattivi. Esistono solo leader cattivi (pag.214).
Nell’escalation di ingiustizie e orrori viste dall’autore il libro ricorda l’assassinio di Shireen Abu Akleh, prima studentessa e poi sua collega dell’università di Birzeit, l’11 maggio 2022 a Jenin, uccisa da un cecchino israeliano.

Giornalista amatissima dai palestinesi, riportava in arabo e in inglese le notizie dalla Cisgiordania per il canale televisivo Al Jazeera. A lei è stato negato anche il  funerale, fra l’altro cristiano, per la presenza di bandiere palestinesi nel corteo e canti in lingua araba.
Penso che questo sia stato il momento più tragico per il professor Cirelli, che infatti scrive di aver avuto un crollo, anche fisico, dopo aver assistito a tanta crudeltà.

Concludo questa recensione con l’amarezza del senno di poi, citando le parole dell’autore su Gaza: La striscia di Gaza poteva e doveva essere un luogo normale da visitare, dove poter studiare  e incontrarsi fra giovani, ma veniva continuamente occupato, isolato, penalizzato. E ora persino distrutto (pag. 278).

Il 6 gennaio  il raid israeliano all’università di Bir Zeit, con un bilancio di 41 feriti e giornalisti arrestati, rende l’idea di una violenza senza limiti, né rispetto dell’istruzione e dell’informazione. Come scritto nel retro copertina del libro: Se si uccide l’istruzione si uccide una nazione.

Il prof. Roberto Cirelli con i suoi studenti dell’università palestinese di Birzeit


Il volume:
Roberto Cirelli, Cronache da un paese interrotto. Diario  di  un  prof. in Palestina, Gemma edizioni, 459 pagine, € 20
Prefazione tratta da un’intervista con Luisa Morgantini, presidente di Assopace, europarlamentare dal 1999 al 2009, vicepresidente del parlamento europeo dal 2007 al 2009.

Nota bene: I diritti d’autore di questo libro sono destinati ad Assopace Palestina, un’associazione di volontari con 13 gruppi territoriali in Italia che dal 2009 sostengono la Palestina con azioni non violente.

Roberto Cirelli Sta raccogliendo le firme per la Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in considerazione della violazione dei diritti umani da parte di Israele e 0rganizza viaggi di conoscenza e sostegno al popolo palestinese.

 

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Eleonora Graziani

Laureata in pedagogia e filosofia, PHD in feminist studies presso l’Università di Coimbra. Ha insegnato in Italia e all’estero, in carcere e agli adulti stranieri lingua e cultura italiana. Filosofa femminista ha al suo attivo diverse pubblicazioni sulla mistica femminile.

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