365 all’alba
(un racconto)
365 all’alba
(un racconto)
La porta carraia quando si chiudeva dietro di te era come quella del carcere, un clang metallico e pesante ti divideva dal resto del mondo, dalla tua vita, messa in sospeso per un anno, regalata allo stato che in cambio non ti dava niente. O quasi.
La piazza d’armi stava lì immota e immobile, illuminata dai fari delle luci perimetrali, la bandiera italiana ammainata e stanca giaceva nel buio della notte ai piedi del pennone più alto. Il rientro dal “36” era sempre così, vuoto e senza anima, quella era rimasta fuori dalle mura della Caserma intitolata ad A. Boltar, “che con sprezzo del pericolo pur ferito a morte oltrepassò le linee nemiche col proprio camion per salvare dei commilitoni”, medaglia d’argento al valor militare. Mi sono sempre chiesto che cazzo dovesse fare uno per avere la medaglia d’oro, mah, misteri della Repubblica.
Lo zaino pesante (sempre più avanti bisogna andar) sulle spalle e ci si arrampicava sulle scale della palazzina dove erano dislocati i servizi generali e le camerate, l’infermeria a piano terra, al primo piano fureria, magazzino truppe e l’armeria. E il cesso, come sempre in fondo a destra. La sensazione perenne, che durava da prima del primo giorno al C.A.R. in quel di Diano Marina era lo scazzo, infinito persistente e appiccicoso scazzo. Nel buio della camerata, solo con la luce della luna, filtrante dalle finestre rotte che si affacciano sulla palazzina docce, si apriva l’armadietto doppio, dove donnine svestite ti guardavano ammiccanti dai calendari. La stecca ti indicava il percorso fatto e, soprattutto, quello da fare. In mutande e canottiera ci si recava nei bagni con la luce sempre accesa, anche di giorno manco fossimo in moto, l’asciugamano al collo come pugili suonati si espletavano gli ultimi bisogni corporali della giornata e una sguazzata veloce ai denti. Strusciando le ciabatte si tornava alla branda (già fatta, una regola tassativa che valeva sia per le burbe che per i nonni), al rientro dalla licenza era impossibile avere ancora il cubo e non il materasso steso. Non solo per gentilezza, ma soprattutto perché si scassava la minchia a quelli che stavano dormendo.
L’ultimo atto, alla faccia del salutismo moderno, ci si accendeva l’ultima Marlboro che bruciava rossa, come un occhio di lupo nella notte Trevigiana.
“Sveglia, sveglia, giù dalle brande” gracchiava alle sei della mattina dopo quel cazzo di caporale di giornata. Contrappello, adunata e alza bandiera, con Mameli che ci ricordava il canto degli Italiani, dopo un po’ rompendo pure decisamente il cazzo.
Colazione, con biscotti della razione K, fette biscottate scadute durante la grande guerra e latte talmente scremato che l’acqua Panna sapeva decisamente più da mucca. Poi, i commilitoni si sparpagliavano ai vari servizi, il furiere, il magazziniere, l’ufficio posta, il benzinaio, il cuciniere.
La giornata scorreva lenta ma veloce, non saprei come altro spiegarlo, le birre formato EI, sparivano dalle casse della cucina come i gettoni telefonici durante le chiamate alle morose. Evaporavano nelle assetate ugole dei najoni come gocce di pioggia nel deserto dei Tartari.
La sera si usciva a mangiare alla bettola vicino alla stazione dove con un deca si mangiavano tagliatelle unte come il carter di un college Cobra, bistecca di animale sconosciuto, patate fritte e vino rosso composto da una miscela di acqua di pompa, solfiti, bustine di polvere rossa e tannini scaduti. Pure un deca non era poi poco e quindi la maggior parte della settimana si mangiava in mensa, talmente presto che più che una cena sembrava una merenda. Poi lo spaccio truppa o la camerata erano i nostri luoghi di ritrovo, storditi dal Cordiale, dallo Zabov e dallo Stock 84.
Seduti a terra nel corridoio tra la fureria e il magazzino, si mangiavano sigarette, spegnendole dentro a bottigliette di birra 0,2 vuote. Urla, grida sguaiate, ragazzi barcollanti appoggiati ai muri, pensieri sula vita reale, e sul futuro che contava unicamente quanti giorni erano scalati dai 365 di fine pena.
“La vecchia è stanca e non ce la fa più” strillavano i più fortunati, mentre gli altri attendevano il proprio turno per diventare fantasmi e sbrandare intere camerate la notte prima del congedo.
V° Ska 1989 _ Va O.R.E (TV)
Copertina: naja militare – perlapace.it
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