Presto di mattina /
Dal deserto al giardino irrigato, l’itineranza della Quaresima
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Presto di mattina. Dal deserto al giardino irrigato, l’itineranza della Quaresima
Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente§
le cui acque non inaridiscono.
(Isaia 58, 11)
Divenire giardino irrigato è una vocazione ed una elezione dello spirito. È frutto di uno stile di vita estroverso, estatico, mistico; richiede un cammino di conversione del cuore nella pratica della giustizia e della compassione che il profeta indica con queste parole: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (58, 7-10).
Così a Pasqua la steppa quaresimale diventa un giardino irrigato, «Non più pietre, ma germogli / non più polvere, ma rugiada”. (Giovanni Cristini). Il Signore rende il deserto come l’Eden, un nuovo paradiso e la steppa come il suo giardino fiorito (Isaia 51,3).
Il deserto fiorirà: è questo dunque il punto di arrivo, la meta della stessa esperienza battesimale e penitenziale dei quaranta giorni che precedono la Pasqua. Un “giardino irrigato”, di ferite rifiorite, di lacrime asciugate, di sementi germogliate, di solitudini colmate, facendo strada con il Risorto: il giardino vivente.
L’epopea del deserto, il giardino simbolico dell’incontro con Dio
«L’“epopea del deserto” – scrive Massimo Venturi Ferriolo – nasce in Oriente con il cristianesimo… promuove una vera e propria teologia del giardino che raggiunge l’acme nel medioevo con Bernardo di Clairvaux e Alberto Magno. Man mano che si diffonde e si rafforza nel mondo greco-latino prima e nell’occidente medievale poi, lo spirito mistico crea, forte del possesso testamentario, una nuova cultura capace di mutuare, in vista dei propri bisogni, termini e realtà antichissime…
L’idea di giardino si trasforma attraverso una lettura testamentaria che alimenta i bisogni mistici dei credenti: nasce il grande giardino allegorico… La terra può essere giardino o deserto, feconda o arida, ospitale o non, contrasto tra l’era felice e quella amara, immaginato e descritto attraverso un vocabolario desunto dagli avvenimenti naturali, dove il paradiso si contrappone al deserto desolato.
L’orto presuppone la terra irrigua, ordinata dalla saggezza del giardiniere capace, e obbedisce al disegno ordinatore universale, divino. Il deserto rappresenta, al contrario, il rischio della vita, la mancanza di una garanzia economica, la rottura della continuità del sostentamento, il venir meno della crescita (albero della vita), della prosperità.
La lotta è continua. Non esiste sosta per l’uomo nei suoi rapporti con la natura e con l’ambiente che lo circonda. In questo contesto va inserito l’eremita e la sua ricerca spirituale… Giardino inoltre è la stessa salvezza, perché, come la terra produce la vegetazione e un giardino fa germogliare i semi, allo stesso modo il Signore fa germinare la salvezza. La salvezza e la giustizia sono paragonate alla piantagione che cresce nell’hortus conclusus, il greco kepos, spazio protetto e coltivato, piantagione di Dio dove ci si deve rifugiare alla ricerca della salvazione» (Il monaco, il giardino e la Scrittura, in Teologia e filosofia, 3/1989, 613; 616-617).
Il giardino, “il buon luogo”
Ricorda ancora Venturi Ferriolo come il giardino divenga così un luogo “eutopico” che letteralmente significa il “buon luogo”. Anche il Cristo ha attraversato il deserto della tentazione, le strade della Palestina, sostando nell’orto degli ulivi, salendo la via dolorosa, portando con sé la nostra umanità per farla arrivare a quel “buon luogo”, il giardino del mattino della Pasqua. È lui il custode del giardino nel racconto di Giovanni; è lui stesso il vivente giardino.
Egli è il vero giardiniere che ricostruisce il giardino perduto dell’Eden: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, (Maria di Magdala) si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Maestro mio!” (Gv 20, 13-16).
Nel giardino della creazione
Quelle mani febbrili,
liquide mani d’aria terra e fuoco
per giorni come secoli, impazienti
ordirono il tessuto della vita.
…
Ora nel gran silenzio delle notti
la natura germoglia,
rompe la vita i chiusi involucri, il fango
si esprime nel notturno
profumo di una viola,
delira nella gola
di un piccolo usignolo…
cerca tra foglie d’aria
quelle mani febbrili che lo cercano
tra una polvere d’astri,
nei fondali marini degli spazi,
tra le contorte radici
di un albero che ancora intatti serba
§come frutti maturi i suoi segreti.
(Giovanni Cristini, Il vivente giardino in Weekend in terra straniera, Istituto propaganda libraria, Milano 1986, 13-14).
In principio era il Verbo, si fece vivente giardino
La parola
Come attraverso le foglie degli alberi il vento
attraverso il silenzio la parola.
Tu ne risvegli il suono
e non sai donde venga e dove va.
Ma per un attimo nel suo esile soffio
si svela il mistero del mondo.
Furtivo come un ladro Nicodemo
ritrova il grembo materno.
Dalla notte rinasce a nuova luce.
Come attraverso le messi mature il vento
attraverso l’eterno la parola.
Marezza il grano, la vite, l’olivo
e col suo tuono scuote il bosco sacro dell’uomo.
Soffia sulle colline irte di forche e di croci
e fatta grido incalza le folle sgomente,
braccia levate in alto come rami,
foreste che camminano nel tempo.
E liberate le scaglia estuanti nel mare
d’un abbagliante livido azzurro futuro
(ivi, 27).
Una lirica dialogica quella di Giovanni Cristini (1925-1995) la definisce Domenico Rizzoni, poesia di parole che sconfinano in preghiera
E l’albero della vita, l’albero della gioia
s’incurverà come per una preghiera
sulle acque che scorrono tra gli argini del fiume
(Poesie (1978-1995), IPL, Milano 1997, 9).
Quando sarà il momento, Signore,
concedimi di portare con me
il fico grande del giardino di Montaldo,
l’aiuola con le rose e con l’ibisco,
uno spruzzo di mare
con le sue onde lucenti,
il Campanile Basso del Brenta
e l’allegro sorriso dei miei figli
(ivi, 61-62).
«L’eredità più preziosa di Cristini, scrive Rizzoni, è il restare accanto a ciascuno, rimanendo in bilico tra lo splendore della Pasqua e il buio della notte imminente di Emmaus: “Ecco, si è fatta sera, e Tu rimani”» (Poesia e grazia. Giovanni Cristini, il dono del dialogo, in Humanitas, 3 2005, 554).
Il grande grido
Poeta e scrittore, Giovanni Cristini, diresse per anni Il Ragguaglio Librario, rassegna bibliografica mensile legata al personalismo cristiano. Egli aveva un legame, un’amicizia molto profonda con don Primo Mazzolari. Fu tra i giovani che con Mazzolari fondarono il giornale Adesso (1949) che aveva proprio come motto “Il deserto fiorirà”. Un giornale che fu una voce d’avanguardia del cattolicesimo sociale e del pacifismo. Alla morte di don Primo, Cristini gli dedicò un poemetto:
Il grande grido
Tu te ne vai in silenzio,
il grido fermo nella gola, il grande
grido che non sfuggi, trattenuto nel cuore
da uno strazio improvviso, da un gorgoglio
sempre più fioco e inerte, dalla morte.
Ora è passato negli alberi che stormiscono in silenzio
nelle acque del fiume che scorrono sotto la luna
nei germogli segreti della terra
che rompono ovunque la dura corteccia
e fanno primavera dentro gli umili cuori
…
Le tue scarpe
di vecchio prete, contadino e testardo,
con la polvere di tutte le nostre illusioni,
dei sentieri più veri e minacciati
dove fiorisce il bosco sacro dell’uomo.
(in Vita Cattolica, 8 aprile 1979, 3)
La poesia era da Cristini sentita come impegno civile e cristiano, una resistenza disarmata a difesa di Mazzolari spesso contrastato dagli attacchi delle gerarchie ecclesiastiche di allora, che il poeta chiamava “i piccoli burocrati di Dio”.
Non solo.
Antonio Spadaro rileva che in Cristini «la poesia è un gesto umano che fa sì che il mondo esista più pienamente. Questa percezione intensa del valore della parola fa tutt’uno con la sua fede a tal punto da renderlo, come affermò Luigi Santucci, “una delle personalità più rappresentative della poesia di ispirazione cristiana” … Dio è presente nel mondo, e l’eterno si svela nel mistero. Allora la vita diventa un viaggio alla scoperta della sua presenza nel vivente giardino. La poesia diventa allora un inno alla sacralità della vita, dell’amore, della bellezza, insidiati dal male e dal dolore» (Le impronte irrequiete del mistero. La poesia di Giovanni Cristini (1925-95), in La Civiltà Cattolica, quaderno 3849, 2010, 232).
Il deserto che non spaventa
Quella del deserto che non spaventa è un’immagine cara alla poetica di Cristini e presente negli scritti di Mazzolari, essa si motiva dal fatto che diverrà un giardino irrigato perché Dio vi cammina dentro come una sorgente. Come nell’esodo così nella Quaresima, Dio è come una roccia itinerante da cui Mosè fece scaturire l’acqua percuotendola con il bastone simbolo della croce di Cristo dicono i Padri.
È Paolo che coglie il simbolismo del testo: «Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1 Cor 10,4). Il verbo “accompagnare” all’imperfetto suggerisce un’azione continua; perciò l’acqua scaturì non una volta sola, ma seguiva il popolo nel deserto, irrigandolo.
La tradizione dei Padri della Chiesa sviluppa questa immagine accostandola al battesimo. Ad esempio Tertulliano, nel suo trattato De Baptismo, spiega che come l’acqua scaturì dalla roccia per dissetare il popolo, così l’acqua del battesimo scaturisce da Cristo, per accompagnare i cristiani nel “deserto” della vita terrena.
Mentre Origene, nelle sue Omelie sull’Esodo, commenta che Cristo è la “pietra spirituale” che non sta ferma, ma segue i credenti ovunque vadano, adattandosi alle loro necessità. E Agostino aggiunge che la roccia fu colpita dal bastone (simbolo della Croce) per farne uscire la grazia. Ma anche per Agostino, la roccia “rotola” con il popolo, perché la presenza di Cristo è costante nella storia e nel cammino quaresimale dei credenti.
Nella nostra città i giardini dello spirito
Nella spiritualità e nella mistica, il Cristo è il giardino perduto e ritrovato, da cercare sempre di nuovo; in ragione della Sua venuta l’umanità torna a passeggiare, come agli inizi, nel giardino della creazione alla brezza del mattino. Ma Cristo è pure la fonte stessa del giardino le cui acque scorrono a irrigare altri giardini inariditi e le piaghe del suo corpo costituiscono come altrettante polle sorgive.
Nella mistica estense e del XIII secolo, il corpo di Cristo è visto come il vero giardino dell’anima. Le piaghe delle mani, dei piedi e del costato non sono solo segni di dolore, ma canali di irrigazione. Sono pure come porte del giardino attraverso cui incontrare l’amato e realizzare l’unione mistica.
Pensiamo alla Beata Beatrice II d’Este (1226/1230-1262) fondatrice del monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara. In un’omelia il vescovo Natale Mosconi ricordava che anche Beatrice, pur non avendo avuto le stimmate, le riviveva in sé stessa unendosi alla passione di Gesù; ferite come porte per entrare nel giardino chiuso ricordato nel Cantico dei cantici.
La piaga della mano destra fu per lei, figlia del marchese d’Este e Podestà di Ferrara, il distacco dai beni. Quella della mano sinistra fu il servizio alle sorelle e il servizio a Cristo nei poveri. E la piaga del cuore, l’offerta di sé stessa per unirsi al Cristo sposo. Così pure il segno prodigioso che dura tutt’oggi della pietra del sepolcro che trasuda gocce d’acqua è il centro sorgivo del giardino irrigato del monastero di S. Antonio in Polesine, già ricordato da Isaia: “sarai come un giardino irrigato la cui sorgente non viene meno”.
Di giardino in giardino
Nel XV secolo Caterina Vigri (1413–1463), clarissa, mistica e poi santa presso il monastero del Corpus Domini in Ferrara scrisse I dodici giardini, un testo allegorico per la formazione spirituale delle sorelle. In esso vengono rappresentati dodici “giardini interiori” che l’anima attraversa nel suo cammino di purificazione e crescita per arrivare all’unione con Dio. E ad ogni giardino Caterina associa immagini di luce, odori, fiori e profumi legati a virtù cristiane.
Ciascun giardino porta il nome di un fiore o di una pianta fruttifera: issopo di umiltà; rose di contemplazione; fiori marini di purificazione; gigli di rinnovamento; viole di nascondimento; garofani della conoscenza di sé; girasoli d’illuminazione; rose vermiglie d’infiammazione; ulivo di unzione in misericordia; arance di unitivo amore; melograni di superiore ansietà; nel dodicesimo giardino fiore e frutto sono la sposa stessa e Cristo sposo è la pienezza dell’amore che l’unisce a sé.
Caterina, nell’altra sua opera più famosa, Le sette armi spirituali descrive gli strumenti per coltivare e curare il giardino dello spirito da tutte le insidie: la Diligenza (o Sollecitudine); la diffidenza di sé; confidenza in Dio; la memoria della passione; la memoria delle beatitudini; la memoria della santa Scrittura, custodire nel cuore sempre.
Gli occhi miei lo vedranno
Egli è nel cuore della pietra
e dentro la conchiglia del mare.
Egli è la voce del bosco al mattino
e luce che inonda le vigne
e vento ondeggiante sul grano.
Tutto il giorno in cammino a donare
gioia alle cerve alle rondini
in volo su torrenti e valli.
O selve, battete le mani
quando lo vedete passare:
sandali porta di pellegrino
come ortolano vestito
con sacco di mendicante.
Nel giardino lo attendo la notte
alla porta sempre socchiusa.
E non viene,
né si lascia toccare. Nessuno
nessuno degli amori lo sazia.
Al balcone mi lascia un fiore
una goccia di sangue
e poi solo nella grande pianura
(D. M. Turoldo, Gli occhi miei lo vedranno, Mondadori, Milano 1955, 74-75).
Giardini senza bordi, oltre ogni sconfinamento
Andando per giardini ho trovato, con sorpresa un testo di Primo Mazzolari che non avevo mai letto: Il mio giardino, 30 marzo 1941. Si riferisce a quello antistante la casa parrocchiale di Bozzolo, la sua parrocchia, don Primo è ritratto in alcune fotografie accanto ad un roseto.
Vi si narra della necessità di rinnovare il giardino dopo l’abbandono e la mortificazione dell’inverno. Immaginando il suo volto durante il lavoro di pulitura, potatura e rinnovamento, irrigato e vivente, come già si fosse a primavera inoltrata. Nello stesso modo penso debba viversi l’itineranza quaresimale alla luce e nel volto del giardino di quel mattino di Pasqua. Per don Primo, i fiori stanno anche per le persone, un prendersi cura di loro come di un giardino e di lì sconfinare insieme verso quel giardino senza sponde, né recinti che sta sempre un passo avanti a noi.
«Oggi è venuto l’uomo a pulirlo. Non si può mandarlo incontro alla primavera con questo volto. I sentieri sono sporchi: gli orli delle aiuole sbocconcellati dalle piogge, dalla neve del disgelo: foglie morte e rametti secchi ovunque. Bisogna toglierglielo subito quest’abito d’inverno. Il sole penserà a vestirlo di nuovo. …
Adesso non c’è niente da vedere in giardino. Però le serenelle hanno le gemme che straripano: il caprifoglio muove in avanti, a mo’ di avanguardia, le nuove testine lucide e fresche: i gigli dispongono cautamente le basi delle loro colonne: le violette, basta un po’ di sole e sono aperte: la terra, dov’è zappata, à un colore innamorato. E il germogliare cresce di giorno in giorno: così le foglie, i boccioli e le erbe, finché tutto sarà verde e nuovo, fiorito e bello…
Il miracolo si compie a due passi dal mio tavolo: di mezzo c’è appena una finestra che non chiude neanche bene: e pare un fatto lontano. Gli alberelli, i cespugli e i fiori devono soffrire quando mi vedono passare frettoloso e senza sguardo per la festa che mi preparano, per la gioia che mi offrono.
Rinascono per me, si vestono di foglie e di fiori per me, profondono sul mattino i loro profumi tra il bacio della rugiada e quello del sole, per me: vale a dire per uno che passa distratto e non li saluta neanche: neanche un inchino, neanche un sorriso. Sono il padrone della fabbrica che passa in rivista le opere e non ha una parola per quelle povere creature che gli fanno l’offerta quotidiana della loro fatica, che è poi la vita di un uomo.
Le ingiustizie cominciano così: con le cose dapprima, poi con gli uomini, poi con Dio. Le scuse ci sono. L’imprenditore non vede che il guadagno: un altro non vede che la produzione: un altro, i libri, il dovere, il bene… Come se i fiori del mio giardino non fossero libri più belli di quelli che tengo sul tavolo! come se non fossero il documento del bene e la prima scuola del bene! – Guardate le erbe del prato e i gigli del campo … Il glicine, che si spinge fin dentro lo studio, mi porta la pena de’ suoi.
– “Trova un po’ di tempo anche per noi. Siamo creature anche noi: abbiamo un cuore anche noi”. Guardaci almeno quando passi: sosta quando sei stanco: chiamaci una volta per nome! Se non so il nome delle piante del mio giardino, so però quando germogliano, quando spuntano, come fioriscono: il loro colore, il loro profumo: come muoiono. So cos’è legato a questa o a quella fioritura, a questo o a quel profumo, appena potrò tener spalancata la finestra. È vero che non faccio complimenti ai fiori del mio giardino, ma sono un po’ la mia storia, il mio memoriale. Non c’è anniversario o ricordo che non sia segnato da questa o codesta fiorita, su l’ombra di questa o quella pianta. La terra …
E poi – ma questo sotto voce perché il mio giardino non ne ingelosisca – ò l’occhio per le fiorite vaste, senza limite. Sovra un fiore qualunque, se lo prendo in mano, m’intenerisco. Ma i fiori del mio primo amore, quei che ànno bagnato di sogno la mia fanciullezza, non crescono in nessun giardino, anche se mille volte più vasto del mio. I miei giardini sono i campi di lino fiorito, le distese purpuree dei papaveri emergenti dai grani, i campi di trifoglio.
Così fu il mio primo incontro con la poesia. Il nonno che mi accompagnava, badava a parlarmi di raccolti come se potessi capirlo, mentr’io veleggiavo per mio conto sul mare ondeggiante di fiori di lino, i più bei fiori della mia vita. Il mio giardino lo sa ch’io sto col cuore, oh, molto più in là della cancellata guardata a vista dal caprifoglio e dalle roselline selvatiche, che ò l’occhio ai giardini sempre in fiore della mia fanciullezza» (in Documenti. I Quaderni della Fondazione Don Primo Mazzolari, nn. 8-9, pp. 105-106).
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/arunas68-2248781/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2388292″>arunas68</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2388292″>Pixabay</a>
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